1
Sommario
Le Cento Città
*
Direttore Editoriale
Mario Canti
Comitato Editoriale
Fabio Brisighelli
Romano Folicaldi
Giuseppe Oresti
Giancarlo Polidori
3
“Che anno... quest’anno!”. Passato recente e futuro
prossimo de Le Cento Città
di Walter Scotucci
8
Direzione, redazione,
amministrazione
Associazione Le Cento Città
[email protected]
Direttore Responsabile
Edoardo Danieli
11
Attualità
Lisippo, il Tribunale accoglie il ricorso de Le
Cento Città
di Alberto Berardi
13
Storia e medicina
Bartolomeo Eustachio e la tradizione delle sue
Tavole Anatomiche
di Mario Canti
Spedizione in abb. post.,
70%. - Filiale di Ancona
Reg. del Tribunale di Ancona
n. 20 del 10/7/1995
Stampa
Errebi Grafiche Ripesi
Falconara M.ma
Portfolio
La città di Folicaldi tra fantasia e sentimento
di Alberto Pellegrino
Prezzo a copia
Euro 10,00
Abb. a tre numeri annui
Euro 25,00
Editoriale
17
Enogastronomia
Vincisgrassi
di Leonardo Bruni
21
L’economia
Mondo finanziario e mercato dell’arte: un connubio
possibile?
di Nicoletta Marinelli
25
Sede, Piazza del Senato 9,
60121 Ancona. Tel. 071/2070443,
fax 071/205955
[email protected]
www.lecentocitta.it
28
In copertina
Xxxx
Lo spettacolo
Giovanni Battista Pergolesi: tre eventi di seduzione
in musica
di Fabio Brisighelli
*
Hanno collaborato a questo numero:
Alberto Berardi, Fabio Brisighelli,
Leonardo Bruni, Mario Canti,
Catervo Cangiotti, Giovanni Danieli,
Folco Di Santo, Mariano Guzzini,
Nicoletta
Marinelli,
Giovanni
Martinelli, Loretta Mozzoni, Enrico
Paciaroni, Renato Pasqualetti,
Alberto Pellegrino, Walter Scotucci
La musica
Suni d’organo per le Marche. Un festival per valorizzare il nostro patrimonio musicale
di Giovanni Martinelli
Periodico quadrimestrale de
Le Cento Città,
Associazione per le Marche
33
Libri ed eventi
di Alberto Pellegrino
37
Il cordoglio
Addio mamma dei Piceni
di ......
Le Cento Città, n. 40
2
38
Vita dell’Associazione
di Giovanni Danieli
15/40 l’Anniversario
44
Traguardo 40
di Mario Canti
46
Il traguardo dei quindici anni
di Giovanni Danieli
52
Le Cento Città nel pensiero di Past President e
Amici intellettuali
di Alberto Pellegrino, Alberto Berardi, Catervo
Cangiotti, Enrico Paciaroni, Folco Di Santo,
Mariano Guzzini, Loretta Mozzoni, Renato
Pasqualetti
La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di
Banca dell’Adriatico, Banca Marche, Carifano,
Co.Fer.M., Fox Petroli, Gruppo Pieralisi, Proel,
Santoni, TVS
Le Cento Città, n. 40
Editoriale
3
“Che anno…quest’anno!”
Passato recente e futuro prossimo delle Cento Città
di Walter Scotucci
Cari amici delle Cento città,
quando ho assunto l’incarico di
presidenza dell’Associazione, ho
sentito il bisogno di ringraziare
tutti voi per la fiducia che mi
avete accordato e particolarmente i soci onorari, il senato
dei past President e i membri
del Consiglio Direttivo che stanno condividendo con me questa
esperienza, ma non di meno lo
staff organizzativo e quanti mi
hanno già offerto la loro collaborazione in qualità di sostenitori esterni. Nell’accettare il gravoso compito ho proposto un
motto che esprime la mia volontà di alleggerire il carico organizzativo: “Fit enim ad portandum facilis sarcina, quam
multorum colla sustenant”
(Ennodio, 342,4 H.) ossia,
“Diventa un bagaglio facile da
portare quello sorretto da
molti colli”, convinto come
sono che condivisione, partecipazione e dialogo debbano essere le parole chiave del mio mandato. Ogni evento avrà lo spazio
di un’ampia discussione preventiva per un costruttivo confronto di idee e per il coinvolgimento di uno o più associati. Credo,
infatti,
che
la
nostra
Associazione si debba caratterizzare per il forte senso di
appartenenza, vada vissuta con
sincero spirito di amicizia e finalizzata alla valorizzazione degli
aspetti culturali e sociali della
regione.
Il programma proposto, sottoposto al vaglio e all’approvazione dell’assemblea dei soci, ha
preso spunto dal Manifesto
d’intenti che riconosce come
elementi fondanti il rispetto dei
valori etici, la conoscenza scientifica, la creatività, la professionalità e la cultura. I mezzi per
realizzarlo sono, come sempre,
la promozione d’incontri e di
convegni, la partecipazione a
mostre, l’organizzazione di iniziative volte alla formazione culturale dei soci, l’apertura di
nuovi fronti di ricerca in relazione all’attualità dei temi e alle
specifiche competenze degli
associati. Nuove iniziative sono
state già realizzate e mi auguro
sia data loro la necessaria continuità. Non è stato trascurato il
rafforzamento delle aree tradizionali tracciate dai grandi progetti strategici. Le linee guida
sono rimaste finalizzazione ed
esclusività dei progetti e la chiave del successo delle Cento Città
ricercata nell’attaccamento alla
sua storia, che dura ormai da
quindici anni e nella vivace
attenzione all’aggiornamento.
Otto le missioni che spero di
realizzare con il vostro sostegno:
Allargare la presenza nelle
Marche meridionali attraverso
l’individuazione di nuovi soci
che aggiungano altre competenze, ma non di meno favorire una
maggiore presenza nell’area
pesarese.
Puntare l’attenzione su temi
caldi che rendono più arduo il
lavoro, ma danno valore alla
nostra presenza proponendo
sfide sempre al limite del possibile su tutti i fronti.
Dare
più
attenzione
all’Archeologia anche attraverso
il rilancio del tema dei Parchi
che ha visto in passato le
Marche tra le regioni più avanzate nel settore.
Allargare la partecipazione
alle iniziative ad un pubblico
più vasto, con conseguente maggiore presenza nei media.
Risvegliare le istituzioni sul
piano culturale e formativo,
rivendicando la funzione di
pungolo e il ruolo propositivo
che storicamente ci caratterizza.
Garantire un alto profilo culturale alla rivista, vissuta come
luogo di confronto e di dibattito
interno, ma anche come veicolo
di comunicazione verso l’esterno. Informare e far conoscere le
Marche ai nostri soci ma anche a
tutti i marchigiani promuovendo la conoscenza di percorsi
Le Cento Città, n. 40
poco conosciuti.
Sviluppare la partecipazione
dei soci all’uso della rete informatica perché mai come adesso
si sente il bisogno di un lavoro
di gruppo per un’azione efficace.
Rappresentare un valido supporto ai grandi progetti presenti
nel territorio regionale.
Alcune riflessioni sulle iniziative già realizzate:
Nel mese di settembre la visita a Serra San Quirico e alla
mostra di Pasqualino Rossi
(1639-1722) ha permesso di
conoscere un quasi sconosciuto
pittore di origine vicentina, attivo a Roma, che nelle Marche ha
il più alto numero di opere conservate in edifici di culto tra
Serra San Quirico, Fabriano e
Cagli. La mostra a lui dedicata è
stata allestita nel complesso
monastico che comprende la
chiesa di Santa Lucia, una delle
più elevate espressioni dell’arte
barocca marchigiana, che conserva il suo ciclo più rappresentativo. Il paese con le sue permanenze architettoniche di pregio,
le chiese di San Filippo e San
Quirico, le antiche mura ed il
paesaggio ha contribuito a rendere indimenticabile la giornata
che nel pomeriggio è stata dedicata alla conoscenza di due tra le
più importanti testimonianze di
architettura romanica nella valle
dell’Esino, le chiese di san
Vittore alle Chiuse e di
sant’Elena.
A ottobre un convegno a
Caldarola ha affrontato il tema
“Il collezionista tra buonafede
e incauto acquisto”.
Prendendo spunto dalla concomitante mostra di opere d’arte della dispersa collezione del
Cardinal
Giovan
Battista
Pallotta, ha tentato di mettere in
luce le problematiche della tutela collegate alla figura del collezionista, spesso in evidente diffi-
Editoriale
coltà nonostante chiare normative di legge. Organizzato in collaborazione con il comune di
Caldarola nella prestigiosa sede
del teatro comunale, ha visto
alternarsi relazioni brillantissime concluse dalla lettura magistrale di Vittorio Sgarbi che ha
raccontato la sua esperienza di
collezionista fornendo le motivazioni delle scelte personali.
L’entusiasmante intervento, che
rimarrà un capitolo indimenticabile nella storia della nostra
associazione, è stato messo a disposizione dei soci in formato
digitale. L’incontro è continuato
con la visita alla mostra di palazzo Pallotta.
Sempre nello stesso mese, nell’ambito delle celebrazioni
dell’VIII centenario della
Regola e della venuta di San
Francesco nelle Marche, si è
voluto sottolineare l’importanza
della regione nella diffusione del
francescanesimo, come attesta
una delle più note fonti letterarie antiche, i Fioretti di San
Francesco, già a partire dal suo
autore, frate Ugolino da
Montegiorgio. Un terzo di questo libro è interamente dedicato
al territorio marchigiano ed in
particolare alla Custodia fermana che ne rappresenta la divisione territoriale con il maggior
numero di conventi e dalla
quale provengono ben nove personaggi. Il testo, trascrizione
latina derivata dai più antichi
“Actus beati Francisci”, si è
affermato come opera fortunatissima, essendo tra i più tradotti e citati nei repertori bibliografici di tutte le epoche, in tutto il
mondo. Esso si pone per importanza rispetto alla letteratura
medioevale, come il ciclo di
Giotto ad Assisi per l’arte. Le
Cento città hanno partecipato
alla celebrazione organizzando
due itinerari, uno a sud e l’altro
(ancora da realizzare), a nord
della regione. Il primo ha preso
il via da Fermo con una lettura
sull’architettura francescana e
con la visita dell’antichissima
chiesa conventuale. Si è spostato
poi a Monterubbiano, nell’ex
chiesa francescana, dove è stata
inaugurata la mostra “I Fioretti
di messer santo Francesco
nella terra fermana ed il beato
4
Matteo da Monterubbiano” che
raccoglieva quasi duecento
diverse edizioni del volume dal
Seicento ad oggi. Si è concluso a
Montefiore dell’Aso nella chiesa
conventuale da cui proviene il
celebre polittico di Carlo
Crivelli e che ancora conserva
nel catino absidale il ciclo pittorico del Maestro di Offida.
All’interno, la straordinaria
sepoltura trecentesca dei genitori del cardinale Gentile Partino
e quella dell’artista montefiorano Adolfo De Carolis, grande
incisore, disegnatore e pittore
del secolo scorso. A lui è stata
dedicata una sezione della
mostra dei Fioretti con illustrazioni eseguite in occasione del
settimo centenario della morte
del santo di Assisi. Corollario
all’evento, a novembre, la prima
dello
spettacolo
teatrale
“Omaggio a San Francesco
danze e recitazione” di Giovan
Battista Paniccià al Pagani di
Monterubbiano.
Il tema sanitario ha da sempre
rappresentato uno dei progetti
strategici per le Cento città. Nel
mese di novembre, il convegno
di Ancona, giunto all’undicesima edizione, dedicato al tema
“L’evoluzione del sistema sanitario nelle Marche” si è svolto
presso la Facoltà di Medicina e
Chirurgia ed ha inteso esporre le
aspettative socio sanitarie dei
diversi territori marchigiani. I
relatori, la cui giovane età era un
chiaro segnale della volontà di
rinnovamento, hanno presentato i mutamenti in corso e le prospettive
dell’organizzazione
ospedaliera indicando come una
rete integrata di servizi omogenei per tutto il territorio rappresenti l’obiettivo da raggiungere
per una completa tutela della
salute della persona, posta al
centro del sistema. L’attualità
del tema è legata al momento
cruciale nel quale la politica è
chiamata a compiere importanti
scelte per la futura organizzazione sanitaria regionale.
Durante il periodo natalizio, a
dicembre, è stata avviata una
nuova sfida affrontando il tema
musicale con l’organizzazione di
“Suoni d’organo per le
Marche”, una serie di concerti
che si sono svolti nelle città di
Le Cento Città, n. 40
Pesaro
(chiesa
di
sant’Agostino), Jesi (chiesa
Regina della Pace), Fermo (chiesa di santa Lucia), Ascoli Piceno
(chiesa di san Cristoforo) e
Tolentino (chiesa di santa Maria
della Tempesta). Le Marche e la
musica organistica rappresentano un binomio in crescita che
parte da un’incredibile ricchezza di strumenti musicali antichi
e rappresenta una grande
opportunità di valorizzazione
culturale. Le Cento città hanno
voluto cogliere quest’ occasione
per proporre, insieme al neonato network regionale di associazioni
organistiche
March&Organi, la prima edizione del Festival organistico marchigiano. Un cartellone con un
concerto per ogni provincia:
cinque località, cinque chiese,
cinque preziosi strumenti
restaurati, cinque organisti e
cinque diverse realtà concertistiche per una variegata riscoperta
di autori anche poco conosciuti
e fonti locali non soltanto di
musica sacra. Un primo tentativo di mettere in rete preziosi
momenti di ascolto, magari
inquadrandoli all’interno di una
proposta musicale più ampia,
per meglio conoscere e promuovere percorsi culturali alternativi.
A gennaio, a Osimo, in collaborazione
con
l’Amministrazione e l’Istituto
Campana, è stata organizzata la
presentazione del volume curato
da Mario Luni “Greci in
Adriatico all’età dei kuroi”,
con l’intervento di due prestigiose firme del panorama
archeologico internazionale: il
professor Andrée Laronde,
accademico di Francia e docente alla Sorbona di Parigi, capo di
molte missioni francesi in terra
d’Africa e il professor Antonino
Di Vita, accademico dei Lincei e
direttore della missione archeologica italiana ad Atene. Grande
interesse ha suscitato la sempre
maggiore evidenza di una presenza greca micenea nel territorio regionale.
Alla fine dello stesso mese, la
visita ad Esanatoglia ha messo in
luce la straordinaria ricchezza di
un poco conosciuto centro della
fascia pedemontana, che vanta
Walter Scotucci
un patrimonio culturale di tutto
rispetto. Un borgo medioevale
con architetture intatte, con l’interessante ciclo cortese cavalleresco di una delle più affascinanti residenze del diletto della
corte varanesca e con notevoli
esempi di archeologia industriale. Ma anche ceramiche medioevali di scavo ed un insospettato
autore di musica sacra barocca,
Carlo Milanuzzi, attivo a
Venezia. Il momento più emozionante, la presentazione in
anteprima del video “Casa
Zampini e Ivo Pannaggi” del
regista Massimo Angelucci. In
questa cittadina, infatti, casa
Zampini conserva traccia dell’arredo futurista di uno dei
maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica del Novecento.
Pittore e artista poliforme, nato
e morto a Macerata, creatore di
scenografie, di costumi e di poesie, progettò nel 1926 gli arredi
che risentono stilisticamente
delle correnti artistiche europee
più avanzate.
La tradizione culturale del
Carnevale, a febbraio, non poteva trovare migliore collocazione
di Offida, dove è stato possibile
immergersi in una festa dall’antico sapore pagano. Cena e
veglione al Serpente aureo, sarabande carnascialesche al seguito
delle Congreghe e tradizionale
processione dei ‘Vlurd’(fasci di
canne accese) hanno preceduto
il tradizionale falò purificatore
in piazza. Non è mancato un
momento di approfondimento
culturale con il convegno che ha
messo a fuoco le tradizioni locali, la diffusione fin dall’antichità
delle gare con i tori in tutto il
contesto nazionale e l’utilizzo
del costume tradizionale marchigiano “lu guazzarò” come
veste sacrale e cerimoniale.
Ultimo evento, nel mese di
marzo a Macerata, preceduto
dalla
visita
a
palazzo
Buonaccorsi restituito all’antico
splendore, l’iniziativa riservata
all’aggiornamento bibliografico
“Freschi di stampa”, una selezione di volumi di storia, letteratura, arte, architettura e archeologia marchigiana. La presentazione in rapida successione di
libri d’autore o tema marchigiano editi tra il 2008 e il 2009 si è
5
posta l’obiettivo di colmare una
storica lacuna nel panorama editoriale regionale costituendo
anch’essa una nuova proposta
che ha visto alternarsi autori e
presentatori in un divertito
scambio di ruoli. Per la scelta
dei volumi, operata dal
Consiglio Direttivo supportato
dai past President, è stato utilizzato il criterio di non favorire
scritti molto conosciuti e già
celebrati, ma di far emergere in
particolare il lavoro e la produzione letteraria dei soci delle
Cento città, anche se non in
maniera esclusiva. Il carattere
multidisciplinare che ne è derivato ha contribuito ad un risultato molto apprezzato che ha
permesso di far conoscere
l’Associazione, attiva non solo
nel programma istituzionale, ma
anche nell’incessante lavoro di
studio e di ricerca di molti suoi
associati.
Alcune anticipazioni su quanto riserverà il futuro:
Venerdì 26 marzo, imperdibile appuntamento istituzionale
all’Hotel Federico II di Jesi sarà
la celebrazione dei quindici anni
di vita dell’Associazione e del
numero quaranta della rivista. Il
programma che si sta approntando prevede un momento
commemorativo con il ricordo
dei passaggi più significativi
della lunga storia e si concluderà con un festoso raduno conviviale.
Ad aprile, durante la settimana per i Beni culturali, in collaborazione
con
la
Soprintendenza ai Beni archeologici delle Marche verrà avviata
l’iniziativa
“Marcheologia”,
ossia la realizzazione di cinque
eventi a tema archeologico, uno
per provincia. A Fano, dopo il
recente successo del ricorso giudiziario, ripartirà con un convegno la campagna di sensibilizzazione condotta dalle Cento città
per il recupero dell’atleta di
Lisippo oggi al Paul Getty
Museum
in
Californa.
Un’occasione da dedicare a
Tullio Tonnini nel ricordo della
precedente giornata di studi
organizzata sullo stesso tema.
Ad Ancona, offriremo la collaborazione
all’inaugurazione
della sezione ellenistica del
Le Cento Città, n. 40
museo archeologico delle
Marche di palazzo Ferretti. Ad
Urbisaglia apriremo una mostra
su studi inediti e pubblicazioni
riguardanti il sito della città
romana. A Belmonte Piceno
presenteremo la ristampa del
libro “Guida illustrata del
Museo Nazionale di Ancona”
di Innocenzo Dall’Osso, corredata da un interessante volume
“Istruzioni per l’uso” di Milena
Mancini e Marco Betti con indice dei nomi e dei luoghi a cura
di Walter Monacchi che ne è l’editore, dove vengono presentati
materiali di scavo inediti riguardanti la necropoli di Belmonte
ed altre realtà del Piceno. A San
Benedetto del Tronto, nel
museo delle anfore, proporremo
un momento di approfondimento sul tema del trasporto del
vino per mare in epoca romana.
Quanto ai viaggi, è in preparazione l’annuale gita del 24 e 25
aprile che ha come tema la continuazione ideale della recente
mostra di Urbino sulla formazione del giovane Raffaello.
Andremo nel triangolo tra
Perugia, Siena e Roma, attraverso tappe che segnarono il percorso artistico iniziale del
Sanzio,
non
trascurando
momenti di conoscenza del territorio e delle sue tipicità. Come
gite brevi, daremo vita al secondo itinerario francescano al
nord della regione, a incursioni
nell’ager
cuprensis,
tra
Ripatransone Cupra Marittima,
a una caccia ai tesori della valle
dell’Aso con al centro il tempio
ellenistico di Monterinaldo e
alla scoperta delle realtà sotterranee di Osimo e Camerano.
Il tema pedagogico sarà
affrontato in un convegno che si
pone l’obiettivo di indagare il
rapporto tra istruzione ed educazione. Partendo dall’analisi
dello stato sociale attuale valuteremo i riflessi della proposta di
riforma scolastica sulla presente
emergenza educativa.
Contemporaneamente sarà
allestita una mostra sulla storia
dell’istruzione nelle provincie di
Ascoli e Fermo dall’Unità
d’Italia fino alla contestazione
studentesca del ’68.
Il 26 maggio è previsto il dodicesimo convegno annuale di
Editoriale
Facoltà di Medicina di Ancona
che tratterà il tema delle
“Donne nelle Marche dal
Rinascimento all’età moderna”, visto sotto vari aspetti,
quello del lavoro, della maternità, della letteratura e dell’arte.
A giugno vivremo il fascino di
una serata di animazione culturale tra arte ed intrattenimento,
con sfilata di abiti di foggia rinascimentale, ricostruiti secondo
canoni plausibili da modelli iconografici dei maggiori artisti.
Dopo il clamore suscitato dal
caso Meyer all’Ara Pacis raccoglieremo anche il guanto di
un’altra sfida impegnativa con
l’organizzazione di un convegno
sul tema dei rapporti tra
Archeologia ed Architettura
contemporanea. Partendo da
esempi storicamente molto
conosciuti come quello del teatro Marcello a Roma analizzeremo caso per caso alcune delle
soluzioni di copertura proposte
in ambito nazionale in diversi
contesti urbani e non: dall’Ara
pacis, a Piazza Armerina, a piazza sant’Anna a Teramo, alla casa
del chirurgo di Rimini e ai più
recenti Santa Giulia a Brescia e
6
Arena di Verona, per arrivare a
parlare di esempi marchigiani
più o meno virtuosi. Tra questi il
teatro la Fenice di Senigallia, il
sito di piazza Stamira ad
Ancona e il muro di sesto secolo
della Facoltà di Economia e
Commercio ad Urbino. Ed è
proprio in questa città, architettura urbana ideale per eccellenza, che verrà organizzato l’appuntamento a luglio prima dell’assemblea estiva che concluderà il programma.
Nonostante la molteplicità
degli argomenti affrontati, molti
obiettivi indicati inizialmente
rimarranno da sviluppare e da
discutere. Mi auguro di poterlo
fare perlomeno attraverso le
pagine della rivista o nei forum
del nostro rinnovato sito internet che invito a frequentare con
maggiore assiduità. Tra gli
aspetti quasi del tutto inesplorati i temi della letteratura picena
vernacolare e in lingua e quello
più vasto della letteratura marchigiana dell’emigrazione all’estero, collegato all’altrettanto
interessante argomento della letteratura straniera in Italia.
L’affascinante dibattito sull’u-
Le Cento Città, n. 40
bicazione dell’epopea omerica,
inizialmente previsto come
appuntamento teatrale in una
sorta di “duello” sotto le mura
di Troia tra Valerio Massimo
Manfredi e Felice Vinci, troverà
probabilmente ostacoli insormontabili nei numerosi impegni
dei due protagonisti.
La
valorizzazione
delle
Accademie di Belle Arti marchigiane di Urbino e Macerata e il
problema della scarsità dei luoghi riservati all’arte contemporanea nelle Marche, andrà dibattuto andando a conoscere due
luoghi eccellenti come la pinacoteca francescana di Falconara
e l’Alexarder Hotel Museum di
Pesaro.
Il tema del paesaggio, altra
area strategica dell’associazione,
andrà rilanciato con l’allestimento di una mostra di cartografia antica dedicata ai paesaggi urbani e alle rappresentazioni
delle cento città marchigiane e
dell’area adriatica. I dettagli si
stanno ancora studiando.
Per ora, rinnovo a tutti voi la
mia più sincera gratitudine e
l’augurio di un “Buon compleanno” alle Cento città!
CO. FER. M.
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Portfolio
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La città di Folicaldi tra fantasia e sentimento
di Alberto Pellegrino
L’ultimo lavoro fotografico
di Romano Folicaldi s’intitola
La cavalcata dell’Assunta.
Alba di macchine, lavoro,
sabbia, un elegante volume
impaginato da Francesca
Folicaldi e pubblicato nel 2009
da Andrea Livi Editore per
conto della Fondazione Cassa
di Risparmio di Fermo.
Folicaldi prende spunto dalla
“Cavalcata dell’Assunta” che
dal Medioevo ad oggi si svolge
ogni anno a Fermo il 15 agosto,
ma trascura l’aspetto storico
folcloristico di questa manifestazione che coinvolge un grande numero di persone di ogni
età e di tutti i ceti sociali.
Numerosi cavalieri, vestiti dei
colori delle varie contrade, partecipano con entusiasmo a questa festa di costume e, fra due
ali di folla, spronano i cavalli
per aggiudicarsi il Palio
dell’Assunta.
La fotografia di Folicaldi
parte da una realtà appena
accennata per parlare d’altro,
calandosi in una dimensione
onirica capace di trasmettere
una carica di poesia leggera,
quasi evanescente ma sicuramente in grado di arrivare e
catturare la sensibilità del “lettore”. Uso a ragione questo
temine perché il fotografo fermano è un maestro del racconto fotografico, secondo quella
tradizione artistica che proprio
a Fermo ha messo le sue radici
teoriche e ha visto all’opera
tanti autori impegnati ad usare
la macchina fotografica al
posto della penna.
È logico quindi che nel suo
commento Giancarlo Liuti si
lasci coinvolgere in un parallelismo letterario, partendo dall’unica immagine in cui si vede
un cavallo in corsa per ricordare i destrieri dell’Iliade e metterli a confronto con i potenti
cavalli chiusi nei motori delle
grandi macchine impegnate nei
lavori di preparazione del ter-
reno di gara, essi rappresentano la “identità diesel della tecnica, che conferma l’autorevolezza della sua presenza
lasciando sulla sabbia le
impronte profonde dei propri
zoccoli di gomma”.
A sua volta l’architetto
Manuela Vitali si lascia catturare da queste immagini per riandare a rivivere la storia cittadina,
quando
alla
fine
dell’Ottocento veniva costruita
la nuova strada destinata a
diventare l’asse viario più
importante per collegare la
periferia con il cuore della città
rappresentato dalla Piazza del
Popolo. La Vitali, facendo
ricorso al suo immaginario
urbanistico, è riuscita a ripercorre con gli occhi e con la
mente l’itinerario che da San
Francesco porta al “salotto
buono” della città come se, in
questa incerta luce che segna il
passaggio dalla notte al giorno,
potesse rivivere la fatica di
tanti uomini, donne e ragazzi
che, con zappa e badile, con
carriole e cesti portati sul capo,
con carri trainati da cavalli o da
buoi, hanno costruito un’arteria che ha segnato il passaggio
dall’assetto urbanistico della
Fermo medioevale all’apertura
verso la modernità, attraverso
il nuovo accesso carrabile verso
la piazza.
È questo un altro modo,
diverso e suggestivo, di leggere
il “racconto” di Folicaldi, il
quale sa mettere in sequenza le
immagini secondo una logica
narrativa che risponde ad un
preciso progetto che nasce a
priori nella mente dell’autore
prima di tradursi, a contatto
della realtà, in quelle sue
inquadrature capaci di interpretarla e nello stesso tempo
superarla, conferendo ad esse
una cifra di astrazione corrispondente a una concezione
poetica del “vedere”.
È lo stesso Folicandi, alla
Le Cento Città, n. 40
fine del volume, a svelare il
“mistero” della sua ispirazione,
dicendo di aver dedicato questo suo racconto “agli uomini
che all’alba, mentre la città era
ancora addormentata, hanno
cominciato a coprire con uno
strato di sabbione di fiume
tutta la Strada Nuova e che la
sera, appena terminata la
Cavalcata, si sono messi a
ammassarlo e a caricarlo sui
camion per lasciare la strada
pulita…permettendo alle automobili, come nel riflusso di una
marea che sale, di ritornare agli
spazi da cui erano state allontanate”, ma di averlo anche dedicato “a una folla di uomini, di
donne e di ragazzi che, tanti
anni fa…hanno inciso la collina, hanno fatto riporti di terra
e muri di sostegno per creare la
nuova strada”.
Non è la prima volta che la
poetica fotografica di Folicaldi
trova il suo fondamento espressivo di maggiore efficacia nella
scala dei grigi, nelle morbide
quasi sgranate tonalità di un
quasi colore che diventa elemento cromatico talmente
variegato da riuscire a rappresentare un mondo che scivola
volutamente nel fantastico.
Folicaldi sa cogliere quel
momento del giorno in cui il
buio della notte cede al primo
chiarore dell’alba, quando,
dice il Bardo, “la luce invidiosa
a strisce orla le nubi che si
sciolgono a oriente; le candele
della notte non ardono più e il
giorno in punta di piedi si
sporge felice dalle cime nebbiose dei monti”. E’ l’ora dei
sogni e Folicaldi racconta la
fiaba di una città fantastica
avvolta in un silenzio ovattato,
priva di presenze umane, dove
le strade urbane si sono trasformate in antichi tratturi di sabbia segnati da tracce profonde
e misteriose, dove la superstite
oscurità è forata dagli occhi di
fuoco di mostri giganteschi e
Alberto Pellegrino
9
Le Cento Città, n. 40
Portfolio
terribili, che si rivelano poi
essere giganti buoni condotti
da gnomi altrettanto giganteschi che sanno trasformare in
lavoro la loro terribile forza.
Esiste volutamente uno iato
temporale nel racconto di
Folicaldi, al quale non interessa l’evento reale e superfotografato che si celebra ogni 15
agosto: la sua storia ha inizio
poco prima dell’alba e termina
con il ritorno delle cupe ombre
10
della sera, quando gli ultimi
ritardatari ritornano lentamente verso casa, impugnando il
Palio della contrada vincitrice,
consapevoli che “la favola bella
che oggi (li) illuse” è finita,
perché tra poco gli uomini
della notte ritorneranno con i
loro “giganti buoni” per raccogliere la sabbia e riportare la
città alla realtà quotidiana.
Sulle strade è rimasta sospesa
solo l’eco di quei cavalieri in
Le Cento Città, n. 40
gara per la conquista del Palio:
è come un “suono soffice, ovattato – dice Folicaldi – simile a
quello di un grande sbuffo, che
fanno in successione ritmica gli
zoccoli sulla sabbia nel galoppo sfrenato, proiettando i
cavalli sospesi nell’aria”. Caro
Romano è “tempo di migrare”,
i tratturi di sabbia stanno per
ritornare comunissime strade
urbane.
Attualità
11
Lisippo, il Tribunale accoglie il ricorso de Le Cento Città
di Alberto Berardi
La lunga vicenda dell’Atleta di
Fano pescato in mare da un battello da pesca di Fano in acque
internazionali nel lontano 1964 si
è temporaneamente conclusa con
una ordinanza illuminata ed illuminante del GIP di Pesaro
Lorena Mussoni. Ordinanza che
impone la “confisca della statua
(…) ovunque essa si trovi”. La
nuova vicenda giudiziaria aveva
avuto inizio con un esposto
dell’Associazione “Le Cento
Città” a firma del Presidente pro
tempore avvocato Tullio Tonnini
e dopo ll respingimento delle
eccezioni presentate dai difensori
del Getty Museum di Malibù in
California , sulla competenza di
un Tribunale italiano a giudicare
in merito ha avuto un esito positivo. Ma la storia era cominciata
molto prima, esattamente il
18.5.66 con l’assoluzione per
insufficienza di prove presso il
Tribunale di Perugia di quattro
imputati ( gli eugubini Pietro,
Fabio e Giacomo Barbetti ed il
prete Giovanni Nagni).che erano
entrati illecitamente in possesso
della statua. A condannare i tre
per ricettazione ed il Nagni per
favoreggiamento fu invece la
Corte d'Appello di Perugia il
27.1.67, sentenza annullata dalla
Corte di Cassazione il 22.5.68 e
seguita da una nuova assoluzione
della Corte di Appello di Roma il
18.11.70 per la impossibilità di
accertare l'interesse artistico, storico od archeologico del reperto.
Il tutto avvenuto quando la statua
era ancora nascosta in Italia. Mai
accertata è la storia che fu "un
antiquario milanese" nel 1971 a
vendere la statua al tedesco
Heinz Herzer , angoscianta è poi
la versione che la statua lasciò
Gubbio con una spedizione di
forniture mediche mandate in
Brasile presso una missione in
cui operava un religioso parente
dei Barbetti già riportata dal
giornalista Bryan Rostron sulla
Saturday Review del 31.3.79.
Certo è che Herzer dichiarò di
aver acquistato la statua per
Tullio Tonnini e Alberto Berardi.
“Artemis”, consorzio internazionale d’arte, "da una collezione
sudamericana" e che nell'ottobre
del 1971 la fece sottoporre ad
analisi la statua presso il Doerner
Institut in Barer Str. 29 di
Monaco. Thomas Hoving,
Direttore del Metropolitan
Museum esaminò la statua nel
1972 a Monaco senza procedere
al suo acquisto per i dubbi sulla
legalità della sua provenienza
come egli stesso dichiarò a
Rostron. La statua fu invece
acquistata dal Getty Museum per
3.950.000 dollari (purtroppo
anche con l’avallo di Federico
Zeri, allora uno dei consulenti del
Getty Museum) dopo la morte
del vecchio Getty che di fronte
all’impossibilità di avere la documentazione sulla legittimità dell’esportazione dall’Italia aveva
sempre rinviato l’operazione. E'
infine certo che il Direttore generale dei Beni culturali nel 1990
segnalò al Ministero degli Esteri
che in Italia era stato rinvenuto
nel 1989 un frammento della
concrezione marina che al
momento del recupero ricopriva
quasi interamente la statua.
Esattamente quella concrezione
Le Cento Città, n. 40
che personalmente feci consegnare, da colui che la deteneva, alla
Procura della Repubblica di
Pesaro retta allora dal dottor
Savoldelli Pedrocchi. Era la
prova provata che si cercava da
anni. Nessuno da allora osò più
sostenere che la statua del Getty
non era la stessa recuperata dai
pescatori fanesi. La concrezione
marina si era staccata, dichiarò il
signor Dario Felici, proprietario
del terreno in cui la statua era
stata temporaneamente seppellita
, per un colpo di vanga da lui
stesso inferto all'atto del dissotterramento "all'altezza di uno
stinco". Quindi l’opera ripescata
in mare durante una battuta di
pesca “in acque internazionali”,
come ha sempre sostenuto con
me il capobarca Romeo Pirani, fu
sbarcata a Fano dove rimase per
un breve periodo, poi sotterrata
in un campo di cavoli a Carrara
ed infine trasferita a Gubbio
presso i Barbetti. Da Gubbio per
un lungo periodo di tempo della
stessa si perdono le tracce. Certo
è che, poiché non esiste nessun
autorizzazione all’esportazione e
gli avvocati del Getty pur sfidati a
farlo dal sostitituto provuratore
Attualità
12
Silvia Cecchi, dall’avvocato dello
Stato Maurizio Fiorilli e dall’avvocato de “Le cento città”
Tristano Tonnini si sono ben
guardati dall’esibire qualsiasi
documento, l’opera è uscita illegalmente dall’Italia, in altre parole, è uscita di contrabbando. Lo
sosteniamo da trent’anni per una
atavica fiducia nella Legge in
opposizione alla “legge” ieri della
forza ed oggi del denaro che per
molte, troppo persone, è l’unico
strumento che regola le cose del
mondo. Siamo alle battute finali .
L’impegno di pochi tra i quali
alcuni validissimi servitori dello
Stato: i carabinieri del Nucleo
tutela patrimonio culturale guidati dal Capitano Salvatore
Strocchia, l’avvocatura dello
Stato, alcuni magistrati, qualche
giornalista e “Le Cento Città” nel
silenzio, lungo, troppo lungo,
della politica nazionale, uniche
eccezioni i già Ministri dei BBCC
Buttiglione e Rutelli, è stato finalmente ripagato da coloro che
hanno riportato nei suoi esatti
termini una vicenda che se la
cupidigia non avesse ottenebrato
le menti non sarebbe neppure
nata. La statua fa parte del patrimonio indisponibile dello Stato
ed è uscita illegalmente dal nostro
Paese, la Repubblica italiana ha
non solo il diritto ma il dovere di
confiscarla ovunque si trovi. Et de
hoc satis. Attendiamo il suo ritorno con l’ottimismo della ragione.
L’Atleta di Fano al centro del ricorso
promosso dalla nostra Associazione.
Le Cento Città, n. 40
Storia e Medicina
13
Bartolomeo Eustachio e la tradizione delle sue Tavole anatomiche
di Stefania Fortuna
Bartolomeo Eustachio (c. 151074), nato a San Severino Marche, è
il medico e scienziato più famoso
che la nostra Regione possa vantare, a cui è stato giustamente intitolato qualche anno fa l’edificio storico
della Facoltà di Medicina e
Chirurgia
dell’Università
Politecnica delle Marche, a Torrette
di Ancona. Eustachio è universalmente riconosciuto tra i fondatori
dell’anatomia umana, insieme con
altri medici del Cinquecento, primo
fra tutti il grande rivale Andrea
Vesalio (1514-64), anzi è considerato il padre dell’anatomia sottile,
perchè con le sue osservazioni
anatomiche si sarebbe spinto fino
ai limiti della visibilità ad occhio
nudo. Indagò infatti con straordinaria accuratezza strutture complesse del corpo umano e parti
minute, come l’orecchio, i reni e il
parenchima renale, i denti e l’embriologia dentale, il sistema vascolare e quello nervoso, e scoprì tra
l’altro le ghiandole surrenali, la
valvola della vena cava inferiore, il
muscolo del martello, la tuba uditiva; di quest’ultima è eponimo
non solo nel linguaggio scientifico.
Nell’immaginario collettivo il
nome di Bartolomeo Eustachio è
principalmente legato alle tavole
anatomiche. In una tela del pittore
Mariano Piervittori (1817-88), originario di Tolentino, che è esposta
con una certa suggestione in una
sala del Palazzo Comunale di San
Severino, Bartolomeo Eustachio è
rappresentato seduto alla scrivania, mentre mostra le tavole anatomiche a studiosi ed allievi che gli
sono accanto. Si tratta di un falso
storico, che però contiene una
parte di verità. Eustachio infatti
non può aver mai tenuto tra le
mani le proprie tavole anatomiche, perché furono pubblicate soltanto 140 anni dopo la sua morte,
nel 1714, dal medico romano
Giovanni Maria Lancisi (16541720). D’altra parte, una volta
pubblicate, le tavole di Eustachio
hanno un grande impatto nella
comunità scientifica e fanno rinascere stima e considerazione per il
loro autore che diventa attuale.
Impressionano infatti per la loro
precisione e complessiva superiorità rispetto alle tavole di Vesalio,
che avevano dominato l’illustrazione anatomica fino ad allora, e
sono subito investite da un vivace
dibattito interpretativo che continua per tutto il Settecento ed
oltre, e che coinvolge i protagonisti della medicina del tempo, tra
gli altri Giovanni Battista
Morgagni (1682-1771), Antonio
Maria Valsalva (1661-1730),
Herman Boerhaave (1668-1738),
Albrecht von Haller (1708-77).
Anche in seguito non si spegne
l’interesse per le tavole anatomiche di Eustachio da parte di medici, scienziati e collezionisti, come il
neurochirurgo americano Harvey
Cushing (1869-1939), e la loro tradizione conserva ancora aspetti
affascinanti e misteriosi nello stesso tempo.
In questo articolo mi propongo
d ricordare la vita e l’opera di
Bartolomeo Eustachio e di ricostruire - per quanto oggi se ne sa la tradizione delle sue tavole anatomiche. Il fine è quello di richiamare l’attenzione su un personaggio importante e poco conosciuto
delle Marche, di cui nessuno scritto è ancora disponibile in traduzione italiana. Sembra che sia
quanto mai urgente anche perché
di Eustachio, quest’anno, nel
2010, si festeggiano senza timore i
500 anni dalla nascita. Sappiamo
con certezza che è nato a San
Severino, perché Eustachio stesso
lo ricorda nelle sue opere, ma non
Mariano Piervittori (1817-88):
Eustachio con le tavole anatomiche e gli studenti.
Le Cento Città, n. 40
sappiamo con altrettanta certezza
quando. In ogni caso il 1510 è la
data comunemente accettata, che
non deve essere troppo lontana
dal vero.
1. Vita e opere
Bartolomeo Eustachio nasce a
San Severino intorno al 1510, e a
San Severino nel 1539, forse subito dopo la laurea, riceve l’incarico
della seconda condotta cittadina,
che però non gli è rinnovato per
l’anno successivo. Nello stesso
periodo è chiamato dal duca
Guidobaldo II della Rovere ad
Urbino, a ricoprire il posto di
medico di corte che era stato del
padre Mariano prima e del fratello Fabrizio poi, scomparso prematuramente.
Ad
Urbino
Eustachio diventa protomedico,
amplia ed approfondisce la sua
cultura nella biblioteca fondata
da Federico da Montefeltro, studiando tra l’altro le matematiche
e le lingue classiche, compresi sembra - arabo ed ebraico. Nel
1549 si trasferisce a Roma, al
seguito di Giulio della Rovere, il
fratello del duca nominato cardinale appena adolescente. A Roma
Eustachio è presto un clinico
ricercato da pazienti illustri, come
Filippo Neri e Carlo Borromeo,
insegna alla Sapienza, almeno nel
decennio tra il 1555 e il 1565, e
compie numerose dissezioni anatomiche sui cadaveri che gli sono
forniti negli ospedali del Santo
Spirito e della Consolazione. Il 9
agosto 1574, nonostante le precarie condizioni di salute, si mette in
viaggio per portare soccorso al
cardinale Giulio della Rovere, che
si trova malato nella sua residenza
estiva di Fossombrone. Eustachio
ha difficoltà a procedere ed è
costretto a rallentare e a fermarsi
più volte lungo la Flaminia, anche
con soste prolungate. Muore nei
pressi di Fossato di Vico il 25 agosto 1574.
Eustachio pubblica nel 1563/64
a Venezia, presso l’editore
Vincenzo Luchino, gli Opuscula
anatomica, una raccolta di cinque
Storia e Medicina
trattati di diversa dimensione o epistole, in cui espone i risultati che
aveva raggiunti nelle sue ricerche
anatomiche:
Sui
reni,
Sull’orecchio (1562), Sulle ossa e
il movimento del capo (1561),
Sulle vene, Sui denti (1563). Il
testo è accompagnato da otto
tavole in quarto, che riguardano
principalmente l’anatomia renale.
Nel 1566 Eustachio pubblica
inoltre a Venezia, presso l’editore
Lucantonio Giunta, la traduzione
latina con commento del Lessico
di Ippocrate attribuito ad
Eroziano, un oscuro grammatico
greco del I sec. d.C., di cui aveva
trovato un prezioso manoscritto
nella Biblioteca Vaticana. Insieme
pubblica un libretto intitolato De
multitudine, sulla composizione
del sangue.
Ma da tempo Eustachio lavora
ad un’opera più ambiziosa sull’anatomia umana, che comprenda
grandi tavole anatomiche e un
commento in cui siano discusse
punto per punto le affermazioni
di Andrea Vesalio, che nel 1543
aveva pubblicato il De humani
corporis fabrica illustrato, attaccando per la prima volta l’anatomia di Galeno basata sugli animali e non sull’uomo. Eustachio è
infatti un acerrimo avversario di
Vesalio e un fedele sostenitore di
Galeno, sebbene le sue ricerche
rappresentino una revisione dell’anatomia di Galeno. Nella lettera prefatoria agli Opuscula anatomica, Eustachio annuncia la
pubblicazione di quarantasei
tavole, incise su rame, accompagnate da un trattato Sui dissensi e
sulle controversie anatomiche,
in cui sarebbero messe a confronto le opinioni dei medici antichi e
moderni con le osservazioni anatomiche da lui fatte con l’aiuto
dell’assistente Pietro Matteo Pini.
Nella lettera introduttiva alla traduzione latina con commento del
Lessico di Ippocrate di Eroziano,
datata 1564, Eustachio ritorna
sulle sue scoperte anatomiche e
afferma che ormai da tempo
aveva fatto incidere le tavole che
vuole pubblicare. Nell’opera Sui
reni scrive che le stesse tavole
erano state incise nel 1552 (p. 68).
Eustachio tuttavia muore senza
riuscire a pubblicare le quarantasei grandi tavole con il commento. Forse in questo fu impedito -
14
come lui stesso scrive - dall’ingente impegno economico che un’opera del genere richiedeva, dall’età ormai troppo avanzata, dai
dolori articolari che una malattia
invalidante - sembra l’artrite reumatoide - sempre più spesso gli
procurava, o dall’attesa di obiezioni da parte di altri anatomisti
rivali che gli avrebbero fatto organizzare al meglio il testo, ma che
non arrivarono, anche per la
morte improvvisa di Andrea
Vesalio nel 1564.
2. Le tavole anatomiche da Pini a
Lancisi
Bartolomeo Eustachio aveva
un figlio Ferrante (m. 1594) che
studiò medicina e poi la insegnò a
Macerata e a Roma, ma, secondo
le sue disposizioni testamentarie,
il fedele assistente Pietro Matteo
Pini è il beneficiario del suo lascito scientifico: libri, manoscritti,
disegni, rami e strumenti. Dopo
la morte di Eustachio, Pini cade
in una profonda depressione,
“dimenticandosi di se stesso e
trascurando ogni studio”, come
lui stesso racconta nella prefazione all’Indice delle opere di
Ippocrate, che aveva preparato
per ordine del suo maestro e che
ora pubblica per onorarne la
memoria presso l’editore Roberto
Meietti di Venezia, nel 1597,
quando è ormai a casa, ad
Urbino, già da qualche tempo e si
sente ristabilito. Nello stesso
passo, Pini scrive che vorrebbe
pubblicare le famose tavole anatomiche, incise su rame, che
Eustachio gli aveva lasciato, se
Dio l’assiste, ma muore senza
riuscire a realizzare il proposito.
In seguito, nel Seicento, medici e
anatomisti ricercano le tavole anatomiche di Eustachio a Roma e a
San Severino, nella convinzione
che queste contengano importanti
informazioni scientifiche. Per
esempio lo fa, ma senza successo, il
medico Marcello Malpighi (162894), che è il primo ad introdurre in
Italia il microscopio nell’osservazione anatomica, e che ha una
grande
ammirazione
per
Eustachio, il quale - afferma
Malpighi - avrebbe scoperto tutto
quanto c’era da scoprire, se solo
avesse avuto strumenti di osservazione più efficaci, il microscopio
per l’appunto.
Le Cento Città, n. 40
Filippo Bigioli (1798-1878): ritratto
di Eustachio.
Nel 1712 i rami delle tavole anatomiche di Eustachio sono ritrovate da Giovanni Maria Lancisi, che
si rivela un investigatore straordinario. Conoscendo gli scritti di
Eustachio e di Pini, Lancisi si convince che bisogna cercare le tavole
ad Urbino, dove l’assistente di
Eustachio che le possedeva aveva
trascorso gli ultimi anni della sua
vita. Con l’aiuto del papa Clemente
XI, al secolo Gianfrancesco Albani
(1649-1721), discendente di un’importante famiglia di Urbino, di cui
Lancisi è amico, medico personale
e archiatra, l’erede di Pietro Matteo
Pini è presto identificato con il
canonico Paolo Andrea de’ Rossi,
suo pronipote per parte di madre.
A casa di costui è in effetti conservata una cassa che era appartenuta
a Pini, nella quale sono contenuti i
rami delle tavole di Eustachio, ma
non l’opera Sui dissensi e sulle
controversie anatomiche che le
avrebbe dovute accompagnare. Il
Papa Clemente XI compra quindi i
rami per 600 scudi e li mette a disposizione di Lancisi, che subito
informa dell’entusiasmante ritrovamento i colleghi Antonio Vallisnieri
(1661-1730), Giovanni Fantoni e
Morgagni. Quest’ultimo è molto
impressionato dalle tavole di
Eustachio e scrive un lungo saggio
sulle scoperte anatomiche, soprattutto riguardanti cervello e nervi,
che sarebbero da attribuire ad
Eustachio piuttosto che ad anatomisti successivi, come era avvenuto.
Il 21 maggio 1714, in occasione
dell’inaugurazione della biblioteca dell’ospedale del Santo Spirito
Stefania Fortuna
Ercole Rosa (1846-93): busto di
Eustachio.
- oggi nota come Biblioteca
Lancisiana - a cui partecipano il
papa Clemente XI, cardinali, prelati e nobili romani, nel momento
culminante della cerimonia, è
presentata l’edizione in folio delle
tavole anatomiche di Bartolomeo
Eustachio, con il commento che
Giovanni Maria Lancisi aveva
compilato giovandosi dell’aiuto
dell’anatomista
Antonio
Pacchioni (1665-1730) e del giovane allievo Francesco Soldati, e
anche con il citato saggio di
Morgagni. Nel frontespizio è
stampata un’acquaforte di Pietro
Leone Ghezzi (1674-1755) che
rappresenta Eustachio mentre
dissezione un cadavere umano
nel teatro anatomico; sopra, in
caratteri cubitali, si legge il nome
di Clemente XI, che aveva patrocinato sia il recupero dei rami sia
la loro pubblicazione, e che è il
dedicatario dell’edizione.
Le tavole anatomiche di
Eustachio pubblicate da Lancisi
sono quarantasette. In una nota
contenuta nella lettera a
Giovanni Fantoni (p. viii),
Lancisi afferma che c’è una tavola in più rispetto alle quarantasei
citate da Eustachio, perché un
ramo è inciso sui due lati.
Tuttavia, le prime otto tavole
pubblicate da Lancisi sono quelle
sull’anatomia renale, in quarto,
già apparse negli Opuscula anatomica. La serie delle grandi
tavole non è quindi completa:
sono trentanove, e ne mancano
sette rispetto alle quarantasei di
cui parlava Eustachio, che dove-
15
vano essere andate già perdute.
Inoltre Francesco Soldati, rivolgendosi al lettore (p. xxxv),
segnala che la numerazione delle
grandi tavole, che segue quella
delle piccole, è inconsueta e ci si
aspetterebbe che la tavola IX
sulle tre cavità fosse posta all’inizio, davanti a tutte le altre; ma
questa numerazione - spiega
Soldati - è quella che risale a Pini.
Tuttavia è certo che i numeri delle
grandi tavole furono aggiunti nel
Settecento, subito dopo il loro
ritrovamento. Non sappiamo se
Lancisi fosse consapevole di tutte
le difficoltà o inesattezze che la
sua edizione contiene. Il suo
intento era forse quello di presentare le tavole anatomiche di
Eustachio quanto più possibile
complete, originali e autorevoli,
perché su queste poggiasse una
grande tradizione anatomica
romana, capace di competere con
quella di qualsiasi altra università,
Padova innanzi tutto, che da
Eustachio giungesse fino allo
stesso Lancisi, passando per il
chirurgo Marco Aurelio Severino
(1580-1656). Forse in nome di
questo progetto Lancisi accettò
che nell’edizione si tacesse su
quanto - omissioni o interventi lo avrebbero indebolito.
3. Le tavole anatomiche dopo il
1714
Dopo la prima edizione, i rami
delle tavole anatomiche di
Bartolomeo Eustachio furono
conservati
alla
Biblioteca
Lancisiana. Ma in seguito, per
intervento del cardinale Pietro
Luigi Carafa, furono messi a disposizione del medico romano
Gaetano Petrioli per la sua edizione del 1740. Nel 1750
Gaetano Petrioli afferma di aver
letto sul retro del ramo XVII il
nome del pittore Giulio Romano
(1499-1546), allievo di Raffaello,
e di Marcantonio Raimondi
(1487-1534), famoso incisore del
Cinquecento. Ma queste indicazioni pongono difficoltà cronologiche, perché le grandi tavole
furono incise nel 1552, secondo
quanto dice lo stesso Eustachio,
molti anni dopo la scomparsa di
entrambi gli artisti citati dal
Petrioli. Quindi la testimonianza
del Petrioli è da considerarsi
falsa; si sono rivelate infondate
Le Cento Città, n. 40
anche le altre proposte che sono
state fatte nel tempo per identificare pittore o incisore delle grandi tavole, Tiziano compreso.
Sembra piuttosto ragionevole
pensare che per queste lo stesso
Eustachio avesse preparato i disegni o lo avessero fatto dei pittori
che lavoravano con lui, in stretta
collaborazione; quanto all’incisione bisogna distinguere almeno
due o tre mani diverse, tutte
coeve: la tavola XXX non può
essere stata incisa dalla stessa
mano della tavola XXXV !
La storia dei rami di Eustachio
successiva a Petrioli ci è nota soltanto in piccola parte. Sappiamo
infatti che in seguito i rami furono acquistati da Andrea
Massimini (1727-92), chirurgo
all’ospedale
romano
della
Consolazione, per la sua elegante
edizione pubblicata nel 1783, con
un nuovo commento, che però
segue da vicino quello del Lancisi
della prima edizione. Dei rami di
Eustachio si perdono poi le tracce e attualmente non sembrano
conservati, almeno in nessuna
istituzione pubblica.
Qual è la sorte dei disegni e dei
manoscritti che Eustachio aveva
lasciato in eredità a Pini, soprattutto l’opera Sui dissensi e sulle
controversie anatomiche che
avrebbe dovuto accompagnare le
tavole ? Com’è possibile che nella
cassa di Pini conservata ad
Urbino, a casa del pronipote, non
ci fosse altro materiale di
Eustachio, oltre ai rami pubblicati dal Lancisi ? Nessuno si rassegna alla perdita. Lo stesso Lancisi,
scrivendo a Fantoni, si augura che
il commento di Eustachio possa
essere ritrovato, con l’impegno
del papa Clemente XI (p. xiv).
Morgagni, scrivendo a Lancisi,
chiede ardentemente, “oro te
obtestorque”, che la ricerca non
sia interrotta, perché il commento
di Eustachio dovrebbe contenere
molto di più di quanto le tavole
mostrano (pp. xxix-xxxi), e suggerisce di continuarla proprio ad
Urbino, presso gli eredi di Pini
che custodivano le tavole.
In qualche modo la ricerca non
si ferma neppure nei secoli successivi e coinvolge l’altra sponda
dell’Atlantico. Il 14 novembre
1928 l’editore e antiquario fiorentino Leo Olschki scrive una lette-
Storia e Medicina
Tavola XXXI: muscoli.
ra ad Harvey Cushing, padre
della neurochirurgia e grande
collezionista, che allora era a
Boston, alla Harvard University,
proponendogli l’acquisto di un
“meraviglioso” manoscritto, al
prezzo di 1.000 dollari: sarebbe
stato trovato nella casa degli
eredi di Pini nel 1715, e conterrebbe 307 disegni anatomici con
il commento autografo di
Eustachio. Cushing non si lascia
sfuggire l’occasione e compra il
manoscritto, ma si accorge subito che non è l’autografo di
Eustachio. In tre pagine dattiloscritte compila un lucido resoconto, datato 25 dicembre 1928,
segnalando che i disegni sono
copiati dalle opere anatomiche di
Vesalio e di Giovan Battista
Canani (1515-79), e che di
entrambe rappresentano una
semplificazione. Cushing nega
che il manoscritto abbia lo stretto legame con Eustachio che
Olschki gli aveva vantato, ma
non evita di metterlo in qualche
modo in relazione con lui, ritenendolo appunti raccolti da uno
studente diligente, probabilmente Pini. Tuttavia la scrittura di
Pini, che Cushing non conosceva, è diversa da quella che aveva
vergato il manoscritto da lui
acquistato, oggi conservato a
New Haven, alla Medical
Historical Library, Harvey
Cushing Collection, n. 9, insieme
con le note dello stesso Cushing
(Iter Italicum V 293a).
Nel 1972 Luigi Belloni, storico
16
della medicina di Milano, identifica nel manoscritto conservato a
Siena, alla Biblioteca Comunale
degli Intronati, C IX 17, l’opera
tanto ricercata di Eustachio Sui
dissensi e sulle controversie
anatomiche, a partire da una
segnalazione dell’Iter Italicum II
151. Il testo presenta due scritture, che sono certamente quelle di
Eustachio e di Pini, come accade
anche altrove. Eustachio era
afflitto dall’artrite che gli causava
forti attacchi, come “un migliajo
di tratti di corda”; non riusciva
neppure a scrivere e ricorreva
quindi spesso all’aiuto di Pini. Il 7
gennaio 1971 Eustachio scrive al
duca Guidobaldo II della Rovere:
“o scritto questa letera con molta
difficoltà, e non potrej scriverne
un’altra”. Il testo inoltre tratta l’anatomia umana nel suo complesso,
ossa, muscoli, nervi, vene, arterie,
addome, torace e cranio, ed è organizzato per syngrammata e antigrammata, cioè citazioni di
Vesalio, principalmente del De
humani corporis fabrica, e successive obiezioni o confutazioni di
Eustachio. Questa struttura appartiene anche al trattato Sulle vene,
pubblicato negli Opuscula anatomica, che lo stesso Eustachio presenta come una sorta di estratto di
quello più ampio, in preparazione,
Sui dissensi e sulle controversie
anatomiche (p. 262).
Belloni pubblica subito la prefazione, interamente scritta da
Eustachio, che contiene un elogio
di Galeno contro gli anatomisti
che negli ultimi tempi lo avevano
ingiustamente attaccato, Vesalio
prima di altri, e promette l’edizione di tutto il resto, che tuttavia
continua ad essere un desideratum. Negli anni successivi, quasi
per un decennio, Belloni pubblica
diversi articoli su Eustachio, e nel
1981 l’indice dettagliato del
manoscritto di Siena. Come
avverte Belloni fin dal primo articolo, molti sono i fogli bianchi in
questo manoscritto e il testo è largamente incompleto e provvisorio. Le citazioni di Vesalio, i
syngrammata, sono state scritte,
ma spesso mancano gli antigrammata di Eustachio, e anche
quelli compilati, per esempio sulle
vene, non sono definitivi, ma soltanto appunti da rielaborare,
come si evince da un confronto
Le Cento Città, n. 40
Tavola XXI: nervi.
tra questi e il trattato Sulle vene
pubblicato negli Opuscula anatomica. Si può ora aggiungere che
mancano soprattutto le parti sul
cervello e i nervi, da cui ci sia
aspettava molto o di più, almeno
stando alle tavole anatomiche,
come già aveva dichiarato
Morgagni. Difficile dire se ci sia
un’altra versione del trattato Sui
dissensi e sulle controversie anatomiche scritta da Eustachio, ma
non sembra probabile.
Quanto alla storia del manoscritto di Siena, è davvero molto
oscura. Non ci sono note di possesso né indicazioni di provenienza. Neppure l’ingresso nell’attuale biblioteca si lascia in qualche
modo datare sulla base dei cataloghi antichi, perché può essere
avvenuto in qualsiasi momento,
dalla metà dell’Ottocento fino a
quella del secolo successivo.
Molte domande quindi, per il
momento, non hanno risposta. Si
trovava il manoscritto di Siena
nella cassa appartenuta a Pini, ad
Urbino, fino al 1712 ? Ebbe una
sua sorte diversa da quella delle
tavole anatomiche anche prima
del 1712 ? Fu mai nelle mani di
Lancisi o di Clemente XI ? La sua
esistenza fu allora tenuta nascosta
da Lancisi e dai suoi collaboratori perché imbarazzante per l’eccessiva incompletezza ? In ogni
caso, la storia della tradizione
delle tavole anatomiche di
Eustachio non sembra sia stata
ancora completamente scritta.
Enogastronomia
17
Vincisgrassi
di Leonardo Bruni*
È noto ed assodato che la
gastronomia è parte integrante
della cultura e dell’identità di una
popolazione insieme alla letteratura, all’arte, ai riti religiosi, agli
usi e costumi.
Descriveremo nella nostra rivista tradizioni e ricette della cucina popolare marchigiana.
I vincisgrassi
Sono sostanzialmente delle
lasagne al forno. È considerato il
piatto simbolo della cucina marchigiana. Ancona e Macerata si
contendono la primogenitura del
piatto. Il primo documento su
questo tipo di lasagna è del cuoco
maceratese Antonio Nebbia 1784
che qualcuno considera il creatore dei Vincisgrassi.
Anna Gosetti della Salda nel
suo libro “Le Ricette Regionali
Italiane” 1967 precisa quanto
segue: i vincisgrassi sono di origine maceratese, le lasagne incassettate anconetana.
Le lasagne dal greco laganon,
dal latino laganum, dal medioevale lasanis fanno parte della
antica cucina regionale italiana
diffusa dalle Alpi al Lilibeo.
Documentata presso gli etruschi,
i greci, i romani e descritta nei
ricettari medioevali.
La parola lasagna è citata per la
prima volta nel Liber de Coquina
di un anonimo cuoco della corte
angioina di Napoli alla fine del
XIII secolo, scritto in tardo-latino
De Lasanis
Ad lasanas accipe pastam fermentatam (pasta per il pane ) et
fac tortellum (sfoglia) ita tenuem
sicut
Posteris. Deinde divide per
partes quadratas ad quantitatem
trium digitorum: Postea, habeas
acquas bullientem salsatam (salata) et pone ibi ad coquendum. Et
quando erunt fortiter decocte,
accipem caseum grattatum
Oggi le lasagne si ricavano da
un impasto di farina di grano
duro o farina di grano tenero ed
uova con l’aggiunta di poca
acqua ed a volte di altre farine ed
ingredienti. Dall’impasto, con il
matterello, si “tira” la sfoglia.
Dalla sfoglia si ricavano lunghe
strisce chiamate in Puglia: lagane, al centroitalia fettuccine o
tagliatelle, oppure rettangoli o
quadrati di 8-15 cm di lato chiamate al Sud sagne ed al Nord
lasagne.
Ricette di lasagne si ritrovano
in Piemonte condite con ragù a
base di carni varie; a Genova con
il pesto e non passate al forno, nel
Friuli-Venezia Giulia con il burro
zucchero e semi di papavero
pestati; in Emilia, verdi con gli
spinaci, condite con ragù di carne
e salsa bianca (besciamella), a
Napoli vengono chiamate: sagne
imbuttite di Carnevale condite
con mozzarella, uova sode, salsicce, polpettine di carne fritte; più
o meno simili in Calabria le
sagne chine in cui la mozzarella è
sostituita dal caciocavallo e vengono aggiunte verdure come carciofi e piselli.
La parola timballo di maccheroni che si usa in certe regioni è
impropria essendo il timballo un
“pasticcio” di maccheroni o riso
o carne o verdure avvolto in una
“crosta” di pasta sfoglia.
La parola vincisgrassi utilizzata
per definire le “lasagne marchigiane” ha avuto diverse interpretazioni.
Una storia, d’origine anconetana, fa derivare la parola dal
nome del generale austriaco
Windschgratz che nel 1799,
durante le campagne austriache
contro Napoleone, comandava il
parco artiglieria d’assedio dispo-
*Accademico della cucina (delegazione di
Ancona)
Le Cento Città, n. 40
sto contro Ancona. Questo generale non avendo molto da fare
passava molto tempo in tavola e
amava mangiare grandi piatti di
“lasagne” preparate da una cuoca
del luogo. Non si sa come questo
piatto della cucina ricca o delle
feste prese il nome italianizzato
del generale austriaco.
I gastronomi marchigiani fanno
risalire vincisgrassi a questa
ricetta tratta dal “Cuoco
Maceratese” di Antonio Nebbia
stampato nel 1784: Salsa per il
princisgras o lasagne di princisgras. Prendete una mezza libbra di prosciutto e fatelo a dadi
piccoli e quattro once di tartufari fettati fini(1); dopo prendete una fojetta e mezza di
latte(2) stemperatelo in una
casseruola con tre once di farina, mettetela in un fornello
insieme al prosciutto ed i tartufari e fatelo bollire maneggiando sempre (3) aggiungete
mezza libbra di pana fresca
(4)), maneggiando sempre per
farla unire insieme: dopo fate
una
perna
(5)
per
tagliolini)con due uova intere e
quattro rossi; stendetela non
tanto fina e, tagliatela ad uso
dei mostaccioli di Napoli(6),
non tanto larghi : cuoceteli con
la metà di brodo e la metà di
acqua, aggiustate con il sale;
prendete il piatto che dovete
mandare in tavola (7); potete
fare intorno al detto piatto un
bordo di pasta a frigé (8)per
ritenere in esso piatto la salsa,
acciocché non dia fuori quando la mette nel forno , mentre
gli va fatto prendere un poco di
brulì (9). Fate asciugare le lasagne su un panno . Sistematele
nel piatto incasciatele col formaggio parmigiano, ricopritele
con butirro e la salsa: fatene poi
altri strati sino ad empire il
piatto ; bisogna avvertire che al
di sopra deve terminare con la
salsa il butirro ed il formaggio
parmigiano; mettetelo al forno
per fargli fare il suo brulì.
Leonardo Bruni
Note
Una libbra corrisponde a 330 g
ed un oncia a 27.5 g
1) tartufi
2) poco più di mezzo litro
3 mescolando
4) panna di latte
5) in maceratese: sfoglia
6) in vecchi ricettari seicenteschi
questo termine designa rombi di
pasta lievitata da friggere, oltre
che i noti dolci fatti con il mosto
7) qui si intende teglia da forno in
ferro smaltato o in ceramica adatta per cuocere e portare in tavola.
8) brisé
9) far fare la crosta
Facciamo notare che nel maceratese la P suona V; ad esempio: bella
si pronuncia vella, babbo vabbo
per cui da princisgras a vincisgrass il passo è breve. La s centrale di vincisgrassi sta per dissimilazione provocata dalle due ss finali.
Alcuni gastronomi hanno interpretato la parola princisgras
come pietanza opulenta che da
vigore ai giovani “principi”.
Tratto dal “Cuoco Perfetto
Marchigiano” di Anonimo e
stampato a Loreto nel 1897 riporto questa specie di lasagna in cui
compare la parola: misgrasse il
cui significato non ho trovato da
nessuna parte
Gattò di lasagne alla Misgrasse
Si fa una sfoglia come quella
dei tagliolini con la sola differenza che non dev’essere tanto
sottile, e si n mette nella pasta
un pezzo di butirro grosso
come.una noce.
Si tagliano le lasagne della lunghezza di quattro o sei dita
riquadrate, si fanno cuocere
con acqua bollente e sale, mettendole nell’acqua una per
volta nel più forte del bollore,
acciocchè non si ammassino.
Quando saranno cotte si scolano, si rimettono prima nell’acqua fresca e sale, e poi sopra
una tovaglia pulita. Si prende
una casseruola imbutirrata
bene e spolverizzata di mollica
di pane grattato, si fa nel fondo
una grande stella di fette di prosciutto; si distendono le lasagne
nel fondo ed all’intorno della
stessa casseruola in modo che
sopravanzino alla sua altezza.
si condisce strato per strato con
19
parmigiano grattato, pezzetti di
butirro fresco, un poco di balsamella, qualche poco di ragù
d’animelle( rigaglie di pollo) e
tartufi ristretto, cannella fina,
pepe schiacciato, noce moscata.
Quando la casseruola sarà
quasi piena, si ripiegano in
dentro le lasagne che sono
rimaste fuori del bordo, si condiscono egualmente, e si finisce
col solo parmigiano e butirro.
Si mette infine la casseruola al
forno alquanto caldo, si versa il
gattò in un piatto e si serve subito.
Possiamo concludere che ogni
ricerca sul significato di vincisgrassi è totalmente deludente,
ma sulle origini atteniamoci a
quanto ha scritto il cuoco marchigiano Tirabasso(1927):
“I Vincisgrassi sono molto in
uso nelle Marche, specie nella
provincia di Macerata. Furono
inventati dal cuoco Nebbia un
secolo fa, ed è uno dei piatti preferiti
della
Regione
Marchigiana”
Cominciamo col descrivere la
prima ricetta di vincisgrassi pubblicata sulla ”Guida in Cucina”
di Cesare Tirabasso stampato a
Macerata nel 1927
Vincisgrassi o Windsgreaz
Per fare i vincisgrassi occorrono
tre cose:
la pasta speciale
la besciamella
la salsa pasticciata
La Salsa pasticciata è difficile
da fare e costosissima e quindi
bisogna farla bene
Dosi e proporzioni:
250 g di rigaglie di pollo
200 g di petto di pollo disossato
200 g di animelle di vitello lessate
100 g di filoni di manzo lessati
(midollo spinale)
100 g di lombo di vitello
750 di salsa do pomodoro
100 g di panna di latte fresca
Funghi freschi o secchi , sedano, cipolla , carota, burro
Far soffriggere con il burro il
trito di mezza cipolla , una
carota ed un pezzo di sedano,
mettete poi le rigaglie, il petto, il
lombo ed iil prosciutto, il tutto
tagliato a piccole fettine: lasciate andare a fuoco leggero per
Le Cento Città, n. 40
20 minuti, girando con un
mestolo di legno, stemperatelo
con mezzo bicchiere di marsala , sale e pepe. Bagnate con un
po’ di brodo, versate la salsa di
pomodoro, unite le animelle, i
funghi ed i filoni tagliati a piccole fettine. Portate a cottura e
verso la fine aggiungete la
panna.
Deve essere né troppo densa, né
troppo liquida.
Preparate una pasta speciale
nella seguente maniera (dosi
per 12 persone)
Farina 00 500 g, semolino 300
g, uova di gallina n ° 5, burro:
50 g, vino cotto o marsala 50 cc.
Sciogliete in un tegamino il
burro con il vino cotto. Disporre
le farine a vulcano sulla spianatora versarvi burro e uova.
Ammassate ed impastate bene,
dividetela in due o tre parti e
stendetela con il matterello in
sfoglia sottile tagliatela poi a
grosse lasagne (10X15 cm), lessatele in poca quantità in
abbondante acqua bollente
giusta di sale, levatele con una
“scolarella , gettandole in un
altro recipiente contenente
acqua fredda, subito toglitele e
mettetele su una tovaglia.
Accomodatele poi su un “piatto” (teglia) proporzionato, di
alluminio o ferro smaltato, confezionandole nella maniera
seguente:
Mettete nel fondo del piatto un
po’ di “salsa pasticciata” * che
avrete preparato in anticipo
aggiungendo parmigiano grattugiato, fettine di tartufo (se ne
avete) e pezzetti di burro.. ricoprite il fondo del piatto con uno
strato di lasagne sopra indicate
e già lessate ed asciugate.
Rimettete sopra questo strato
salsa pasticciata, formaggio,
burro e tartufi, rimettete di
nuovo altro strato di lasagne,
recondite come il precedente ,
continuando così finché il piatto non è pieno. Ricoprite l’ultimo strato con salsa pasticciata e
parmigiano
grattugiato.
Lasciate riposare alcune ore e
poi ricoprite la superficie dei
vincisgrassi uno strato di salsa
besciamella. Mettete al forno a
calore vivo e lasciate cuocere
sino a che non abbia preso un
Enogastronomia
bel colore d’oro in superficie
(circa 35 minuti
Levate il piatto dal forno ,
lustrate la superficie con un
poco di burro e servite ben
caldo
*a base di rigaglie di pollo, lombo
macinato e prosciutto tagliato a
dadini e cotti in pomodoro.
Ora veniamo alla ricetta moderna
che possiamo far risalire agli anni
quaranta del millenovecento.
E’ un piatto che non fa parte
della cucina popolare marchigiana, quella tradizionale contadina,
ma della cucina borghese. È comparso sulle tavole del popolo
poco prima della seconda guerra
mondiale in occasione di grandi
feste o matrimoni.
Trascrivo
la
ricetta
dei
Vincisgrassi Maceratesi come è
stata codificata dalla delegazione
di Macerata dell’Accademia
Italiana della Cucina
Ingredienti per 10/12 persone
Besciamella: 750 g, Perna (la
sfoglia ): 500 g di farina 00,
200 g di semolino, 5 uova, 50 g
di burro fuso o olio d’oliva,
mezzo bicchiere di vino cotto
(in mancanza marsala secco o
vino passito).
Sugo: 3 o 5 rigaglie (maghetti)
di pollo o di oca o anatra sbollentati e poi tritati, due animelle sbollentate e spellate e tagliate
a dadini.
Carni: vaccina a pezzetti o
macinata. 400 g, 400 g di spalla d’agnello a pezzetti, due ossa
con midollo, nervetti (tendini) e
filoni (midollo spinale)
Lardo di maiale macinato:
100g
Sedano, carota, cipolla tritate;
750 g di salsa di pomodoro ed
un cucchiaio di conserva
Un bicchiere di vino bianco,
sale e pepe
Olio, burro, parmigiano grattugiato.
Versare la farina a “vulcano”
sulla spianatoia, aggiungere gli
ingredienti ed impastare a
lungo, far poi riposare coperta
per un paio di ore, tirare la sfoglia piuttosto sottile, ricavarne
rettangoli di 10X15 cm, lessarli
per 2 minuti in acqua bollente
salata, passarli nell’ acqua fredda, distenderli su una tovaglia.
In un tegame di coccio mettere
20
Ho raccolto diverse ricette di nonne, zie e conoscenti sparse per ogni
dove delle Marche e cercherò di codificare una ricetta che sia un giusto equilibrio delle varie proposte:
Vincisgrassi marchigiani
Per 8/10 persone
Parmigiano grattugiato almeno 250 g
Il sugo o ragù
Lardo un etto
Una carota , una cipolla media, il bianco di un sedano
Magro di vitella e di maiale: 500 g , passato al tritacarne
Rigaglie di almeno due polli o di papera scottare in acqua bollente.
Le rigaglie sono una componente fissa ed essenziale per la preparazione dei vincisgrassi
Nel fabrianese fanno il sugo con salsicce, carne d’agnello con l’osso e
costarelle di maiale che poi riducono in piccoli pezzi gettando le ossa.
Prosciutto a dadini: 250 g
Funghi freschi: 200-300 g o secchi 25-30 g , se disponibile tartufo
nero o scorzone
Salsa di pomodoro o pomodori pelati: 500 g
Un cucchiaio di conserva di pomodoro
Olio d’oliva: tre cucchiai
Chiodi di garofano, pepe, maggiorana
In un tegame di coccio far rosolare nell’olio due mezze cipolle ingarofanate, il sedano e la carote tritati ed il macinato, bagnarlo con mezzo
bicchiere di vino rosso, far evaporare, salare, impepare, un bel pizzico
di maggiorana.
Versare i pomodori.
Far cuocere a fuoco lento e tegame incoperchiato, dopo aver aggiunto i funghi e le “rigaglie” di pollo tritate, per almeno 30/40 minuti; a
fine cottura aggiungere i dadini di prosciutto e gli eventuali tartufi
tagliati a fettine sottili.
Salsa bianca o besciamella
Latte: mezzo litro
Farina: 4 cucchiai
Burro: 50 g.
Grattata di noce moscata, cannella.
Far dorare il burro e poi aggiungere la farina in un tegamello su fuoco
dolcissimo o meglio a bagno- maria e versare lentamente il latte caldo
sempre girando con un cucchiaio di legno, addensare poco, profumare con la noce moscata e un poco di cannella.
Nel fabrianese non usano la besciamella, ma versano un poco di latte
insieme al sugo sulle lasagne
La sfoglia
Cinque uova, meglio quelle di oca o tacchino
Farina 00: 700 g
Un cucchiaio di olio d’oliva
Mezzo bicchiere di vin cotto (tipico del maceratese , non delle altre
province)
Tirare la sfoglia come per le tagliatelle con spessori variabili da zona
a zona: l’ottimale sui due millimetri.
Dalla sfoglia ricavarne dei rettangoli di 10X15 o 15x18 cm , lessarli
appena (non scuoteteli!) in abbondante acqua salata poi stenderli ad
asciugare su una tovaglia.
Prendere una teglia da forno, idonea alla quantità che avete predisposto, di alluminio o ceramica
Coprire il fondo con un sottile strato di sugo, disporre sopra i rettangoli di pasta o lasagne, ricoprire con il sugo, un poco di salsa bianca
e spolverare con parmigiano grattugiato. Ripetere l’operazione sino
ad esaurimento delle lasagne. L’ultimo strato deve essere fatto con il
sugo, la salsa bianca e tanto formaggio grattugiato.
Vanno messe nel forno a 200° sino a quando non si sia formata una
bella crosticina (circa 40 minuti).
Le Cento Città, n. 40
L’economia
21
Mondo finanziario e mercato dell’arte: un connubio possibile?
di Nicoletta Marinelli
Il mondo della finanza e, più in
generale, quello dell’economia
sembrano negli ultimi anni mossi
da un trasporto “eccezionale” per
il mercato dell’arte. Ormai tutti i
giornali di economia e di finanza
dedicano uno spazio crescente ad
articoli e rubriche che si occupano di arte ed economia; convegni
e tavole rotonde in cui si dibattono i temi dell’arte e della finanza
sono sempre più frequenti; corsi
di laurea e master specialistici che
hanno l’obiettivo di creare figure
professionali legate al business
dell’arte sono ormai attivi in tutte
le maggiori università.
Se, da un lato, l’interesse da
parte del mondo economicofinanziario per l’arte sembra crescente, dall’altro, controverso è il
giudizio sugli effetti che questo
avvicinamento tra arte e finanza
potrebbe avere sul futuro della
creazione artistica. I fautori del
connubio sostengono che l’interesse della finanza per il mercato
dell’arte sia positivo, in quanto
consentirebbe di veicolare nuove
risorse a favore del settore e degli
artisti, promuovendo per questa
via una creazione artistica maggiore e favorendo l’affermarsi
dell’eccellenza. I detrattori sottolineano, invece, come la ricerca
del ritorno economico immediato, insita in alcune forme di transazione finanziaria, potrebbe
inquinare l’originalità dell’espressione artistica; il timore è che gli
artisti possano essere indotti a
produrre generi ed opere d’arte
non perché frutto della propria
sensibilità, ma in quanto richiesti
dal mercato.
Con questo contributo non si
ha la pretesa di esaurire un dibattito così ampio nelle motivazioni
e così profondo nei contenuti,
nella convinzione che la risoluzione di tale dibattito rimanga pur
sempre nella sensibilità individuale di chi discute. L’obiettivo è
piuttosto quello di gettar luce su
alcuni temi principali rispetto ai
quali le diverse posizioni si con-
frontano:
- la trasformazione dell’opera
d’arte in attività finanziaria;
- la determinazione del valore di
un’opera e la formazione del
prezzo;
- le modalità di valorizzazione
delle opere ed il ruolo degli intermediari finanziari.
1. Come prima cosa, è bene
precisare cosa spieghi l’interesse
del settore economico-finanziario
per il mercato dell’arte e, dunque,
quale legame possa esistere tra
economia e finanza, da un lato,
ed opere d’arte1, dall’altro. Il
legame tra istituzioni finanziarie e
mercato dell’arte passa, a nostro
avviso, attraverso il concetto di
attività finanziaria; più nello specifico, attraverso il concetto di
attività finanziaria alternativa.
Definire quest’ultima non è semplice; non esiste, infatti, un’accezione univoca del termine. In
genere, si preferisce adottare una
definizione residuale, che riassume all’interno degli investimenti
alternativi tutte quelle forme di
allocazione delle risorse finanziarie diverse dalle azioni e dalle
obbligazioni. Si fa riferimento ad
un insieme eterogeneo di investimenti, che comprende immobili,
valute pregiate, metalli preziosi,
beni di lusso, ma anche, a partire
dagli ultimi anni, oggetti d’arte. Il
ponte di collegamento tra mercato finanziario ed arte si manifesta,
dunque, nel momento in cui gli
oggetti artistici non vengono più
visti semplicemente come un
bene edonistico, ma come una
vera e propria attività finanziaria,
alternativa rispetto alle altre più
tradizionali. Prescindendo da
considerazioni di merito circa
l’opportunità o meno di equiparare i beni artistici ad una classe
di investimento, le opere d’arte
presentano effettivamente alcune
caratteristiche che, all’occhio
esperto di studiosi ed operatori
del mercato finanziario, le rendono particolarmente appetibili nelLe Cento Città, n. 40
l’insolita veste di investimenti
alternativi. Oltre al “dividendo
estetico” che ovviamente si percepisce e che non sarebbe altrimenti fruibile acquistando azioni
od obbligazioni, l’andamento del
mercato dell’arte sembra essere
poco o affatto correlato con quello dei mercati finanziari tradizionali e questo rende le opere d’arte uno strumento di investimento
efficace per diversificare il portafoglio e per stabilizzare i rendimenti complessivi; tanto più nelle
attuali condizioni di mercato, in
cui i mercati finanziari di tutto il
mondo sono sempre più legati fra
loro e trovare un fattore di decorrelazione risulta prezioso. Inoltre,
è indubbio che le compravendite
di opere d’arte risultino talvolta
molto redditizie, consentendo
rendimenti a due cifre che oramai
da tempo non si vedono nei mercati finanziari2. Tuttavia, entusiasmi eccessivi vanno opportunamente ridimensionati, in quanto
le opere d’arte non sono un’attività finanziaria “perfetta”. Le cautele sorgono, innanzitutto, considerando che per far fruttare un
investimento in beni artistici
occorre accettare un orizzonte
temporale di lungo termine ed
immobilizzare le risorse per
molto tempo: spesso occorrono
anni prima che un’opera possa
essere convenientemente riproposta sul mercato e difficilmente
si riesce ad ottenere una speculazione sul prezzo a breve termine.
Inoltre, l’investimento in opere
d’arte, a differenza di un investimento tradizionale, oltre al
rischio di caduta del prezzo, comporta una serie di rischi aggiuntivi legati strettamente alla materialità dell’opera (rischio furto,
incendio, etc.); ovviamente le
opere d’arte possono essere
coperte da tali rischi materiali
attraverso la stipula di polizze
assicurative, tuttavia, tali costi
assicurativi devono essere tenuti
in debita considerazione quando
si formula una valutazione com-
L’economia
plessiva circa la convenienza economica dell’investimento. Infine,
occorre ricordare che i circuiti
del mercato delle compravendite
in arte sono molto meno strutturati ed organizzati rispetto a
quanto non accada nei mercati
finanziari, con la conseguenza
che non sempre risulta agevole ed
immediato trovare una controparte conveniente per lo scambio; spesso i circuiti di compravendita sono anche molto esclusivi, prevedendo soglie di accesso
estremamente elevate.
Tutto ciò, come accennato
poc’anzi, limitandoci ad osservazioni di carattere tecnico e prescindendo da qualsiasi giudizio in
merito alla legittimità o meno di
considerare le opere d’arte come
un’attività finanziaria possibile.
La considerazione di questo giudizio, a nostro avviso, può essere
superata considerando che l’acquisto di un’opera d’arte può soddisfare bisogni diversi: un bisogno
emozionale, tipico del collezionista, un bisogno di comunicazione,
un bisogno di legittimazione culturale e sociale, ma anche un bisogno di investimento. La numerosità dei bisogni da soddisfare
attraverso l’arte crea un mercato
complesso e popolato da protagonisti profondamente diversi tra
loro. Per un sottoinsieme di questi, l’arte rappresenta una forma
di investimento, per la quale valgono i punti di forza e di criticità
in termini di rendimento, di
rischio e di liquidità discussi in
precedenza.
2. Dando per chiarite le peculiarità e le prospettive che possono giustificare la trasformazione
dell’opera d’arte in attività finanziaria, si ritiene utile dar voce a
due soggetti del mondo dell’economia e della finanza che, pur
partendo da presupposti diversi,
si occupano entrambi di mercato
dell’arte: da un lato, gli studiosi di
economia e finanza, che con questo contributo ho l’onere e l’onore di rappresentare di fronte ai
lettori; dall’altro, gli operatori del
settore finanziario, che specie
negli ultimi anni intervengono nel
settore delle compravendite d’arte con modalità loro proprie. Con
riferimento al primo gruppo di
soggetti (gli studiosi di economia
22
SGARBI
L’apertura del convegno di Caldarola dedicato ai beni culturali. Foto
Romano Folicaldi.
e finanza), un tema estremamente
dibattuto, che ha visto anche il
nostro gruppo di ricerca in prima
linea, riguarda la formazione del
prezzo delle opere d’arte. Infatti,
se l’acquirente, oltre all’appagamento estetico, vuole ricercare un
valore anche in termini di investimento finanziario, deve riconoscere e tenere in considerazione i
fattori responsabili del processo
di formazione del prezzo delle
opere. Tali fattori possono essere
suddivisi in fattori “fondamentali” e fattori “di mercato”.
I fattori “fondamentali” includono: le caratteristiche dell’artista (nome, anno di nascita, se
ancora in vita o meno); le caratteristiche fisico-tecniche dell’opera,
legate alla realizzazione materiale
della stessa (tecnica impiegata,
supporto, dimensioni); le caratteristiche storico-artistiche dell’opera, indicative della rilevanza
che l’opera assume all’interno del
sistema complesso dell’arte (citazioni in letteratura, presenza di
data, titolo, firma dell’autore,
pubblicazione dell’opera in cataloghi o monografie, autenticazione da parte dell’artista o riconoscimento dell’autenticità da parte
degli esperti, numero di mostre in
cui l’opera è stata esposta, numero di proprietari precedenti).
I fattori cosiddetti “di mercato” sono, invece, legati all’evento
della vendita e prescindono dalle
caratteristiche intrinseche dell’oggetto artistico; ad esempio,
sono fattori “di mercato” la casa
d’aste che cura la transazione, la
piazza ed il luogo ove avviene la
stessa, la stima che gli esperti
Le Cento Città, n. 40
della casa d’aste esprimono circa
il valore economico dell’opera,
prima che l’offerta al pubblico
incanto abbia luogo3.
Il nostro studio ha avuto ad
oggetto il mercato dell’arte contemporanea italiana. In particolare, sono stati selezionati i 21 artisti contemporanei italiani che
presentano la cifra d’affari maggiore nelle aste internazionali; ciò
al fine di trattare beni il più possibile omogenei, quindi, confrontabili tra loro. Di questi 21 autori,
sono stati considerati esclusivamente i dipinti, mentre è stata
esclusa la tipologia artistica dei
disegni e quella delle stampe; in
questi ultimi casi, infatti, la diversità del materiale impiegato e la
riproducibilità dell’oggetto d’arte
avrebbero determinato dinamiche di prezzo completamente differenti. Il campione analizzato si
compone così di 2.817 prezzi di
opere d’arte contemporanea italiana compravendute in asta nel
periodo 1990-2006.
Dall’analisi dei fattori che
mostrano un’influenza sulla formazione del prezzo dei dipinti di
arte contemporanea italiana,
emerge come sovente il successo
economico di un’opera dipenda
da variabili non direttamente
associate alle caratteristiche fondamentali dell’opera. Se, da un
lato, le caratteristiche dell’artista,
quelle fisico-tecnico e storicoartistiche dell’opera sembrano
contare meno (dell’elenco copioso riportato in precedenza, le uniche che sembrano esercitare
un’influenza positiva sulla facilità
di vendita del dipinto e sul suo
Nicoletta Marinelli
prezzo finale sembrano essere il
nome di alcuni autori, il fatto che
l’autore sia ancora in vita, le
dimensioni dell’opera ed il numero di esposizioni cui l’opera stessa ha partecipato), dall’altro, un
ruolo primario è svolto da tutti i
fattori “di mercato” associati
all’organizzazione della vendita.
Innanzitutto, la casa d’aste ove si
realizza la vendita dell’opera
influisce fortemente sia sull’esito
della transazione (quadro venduto/invenduto), sia sul prezzo finale conseguito: le tre case d’aste
più prestigiose per la corrente
artistica considerata (Christie’s,
Sotheby’s e Finarte) mostrano i
tassi di invenduto più bassi e i
prezzi battuti maggiori. Anche
l’anno in cui avviene la vendita
risulta un fattore discriminante: si
coglie un effetto stagionale molto
spiccato, tale per cui gli anni
Novanta sono caratterizzati da un
andamento dei prezzi al ribasso e
da tassi di invenduto maggiori,
mentre l’ultimo quadriennio di
osservazione fa registrare prezzi
sistematicamente al rialzo e vendite più agevoli. Infine, un risultato
robusto dell’analisi è quello relativo alle stime degli esperti: esse
sembrano influire in maniera
significativa sia sull’esito dell’operazione
in
termini
di
venduto/invenduto, sia sul risultato economico conseguito. Da un
lato, con riferimento all’esito della
vendita, le stime degli esperti
manifestano un effetto deterrente,
nel senso che all’aumentare dei
valori di stima, aumenta la probabilità che il quadro esca dall’asta
invenduto. Dall’altro, il prezzo
finale di vendita conseguito dal
quadro in asta è influenzato positivamente dai valori di stima degli
esperti: a stime di partenza maggiori, corrispondono prezzi totali
di vendita più elevati. Alla luce
dell’evidenza sopra riportata, si
potrebbe suggerire che le valutazioni degli esperti rappresentino
una sorta di “valore-soglia” per la
vendita di un dipinto: quando il
mercato è poco dinamico, esse
fungono da barriera al di sotto
della quale la transazione non è
conclusa; qualora la competizione spinga le offerte verso l’alto, le
stesse fungono da fattore orientativo delle negoziazioni.
A corredo dei risultati ottenuti
23
attraverso il nostro studio, sembra interessante il paragone fatto
da Angela Vattese nel suo libro
“Ma questo è un quadro? Il valore nell’arte contemporanea” tra
Jeff Koons e Haim Steinbach. Jeff
Koons e Haim Steinbach sono
diventati noti al grande pubblico
in seguito alla mostra “Arte y su
Doble” curata da Dan Cameron
in Spagna nel 1986; entrambi gli
artisti si sono proposti come protagonisti della cosiddetta “scultura oggettuale”. Tuttavia, Koons
ha costruito con cura, negli anni,
il proprio personaggio, passando
da responsabile del reclutamento
soci al MOMA, ad operatore di
Wall Street, non facendo mai
pubblicare sue foto se non approvate dallo staff e rendendo la sua
stessa vita sentimentale una calibrata costruzione mediatica.
Steinbach, invece, ha vissuto una
vita tranquilla, divisa tra il suo
studio a Brooklyn e frequenti
viaggi, con poco “glamour”. Oggi
i prezzi delle opere di Koons valgono cento volte quelle di
Steinbach, nonostante la loro
proposta artistica sia qualitativamente comparabile.
Con queste osservazioni, non si
vuole affermare che le quotazioni
di arte contemporanea siano
completamente svincolate dal
valore artistico effettivo delle
opere. Lo studio condotto tende
semmai ad affermare il contrario:
gli artisti con quotazioni maggiori sono quelli più apprezzati dagli
ambienti artistici. Tuttavia, una
volta acquisito il riconoscimento
da parte del sistema dell’arte, la
qualità artistica di un dipinto non
è sufficiente a garantirne la credibilità economica: conta la promozione che viene condotta sulle
opere e l’inserimento delle stesse
all’interno dei canali di commercializzazione più consolidati.
3. Se gli studiosi di economia e
finanza mettono a disposizione le
loro conoscenze per “speculare”
gli aspetti di mercato delle compravendite d’arte, nell’accezione
originaria del termine, ossia per
“indagare con l’intelletto”, gli
operatori del settore, vale a dire
gli intermediari finanziari, fanno
il loro mestiere e “speculano” a
loro volta, ma in termini di
ingresso in nuovi segmenti di
Le Cento Città, n. 40
business. In questa prospettiva,
gli intermediati finanziari hanno
creato business nel settore dell’arte attraverso due canali principali: da un lato, la consulenza in
arte (tecnicamente definita art
banking), dall’altro, la predisposizione di prodotti che consentono di investire in beni artistici (si
tratta dei cosiddetti art investment fund). L’art banking è un
servizio che gli istituti bancari
rivolgono esclusivamente ad una
fetta selezionata della clientela
bancaria, caratterizzata da un
patrimonio consistente e culturalmente disposta ad investire nell’acquisto di opere d’arte. Il servizio di art banking è guidato da
un art advisor, che è un consulente super partes, in grado di
unire competenze economicofinanziarie con la conoscenza dell’arte e del suo trend. In particolare, l’art advisor fornisce una
gamma diversificata di servizi,
che possono essere raggruppati
in servizi di consulenza in senso
stretto (valutazione di opere d’arte, perizie per successioni testamentarie o donazioni, consulenza
fiscale, etc.) e servizi di supporto
logistico (trasporto, assicurazione, manutenzione e conservazione delle opere, richiesta di licenza
di esportazione, etc.). L’art banking nasce negli Stati Uniti negli
anni Ottanta. In Italia, le esperienze bancarie si stanno muovendo in questa direzione solo da
una decina di anni; la primissima
banca italiana ad offrire al pubblico questo servizio è l’allora
Banca Intesa, che avvia il business nel 1999. Oggi, le banche
operative nel settore dell’art
banking sono un numero non
trascurabile; tuttavia, in genere, il
servizio è erogato avvalendosi di
collaborazioni con società di consulenza esterne, piuttosto che
attraverso la predisposizione di
strutture interne. L’art banking
si presenta, in definitiva, come un
servizio utile soprattutto per
coloro che sono interessati a realizzare compravendite in dipinti,
ma che non dispongono di un’esperienza consolidata nel settore,
per cui preferiscono accedere al
mercato non in maniera diretta,
ma con una modalità mediata
attraverso l’accompagnamento di
un consulente.
L’economia
24
Il Prof. Papetti durante l’intervento al convegno di Caldarola. Foto Romano Folicaldi.
Gli art fund si presentano,
invece, come prodotti finanziari
specializzati nella compravendita
di opere d’arte, con un funzionamento analogo a quello dei fondi
comuni di investimento. Gli investitori sottoscrivono una quota di
partecipazione al fondo; attraverso l’insieme delle quote si costituisce il patrimonio del fondo che
serve per acquistare la collezione
di beni d’arte; nel tempo e secondo un piano di disinvestimento
programmato, la collezione viene
venduta ed i proventi conseguiti
con la vendita retrocessi agli investitori, al netto delle commissioni.
Si tratta, in altre parole, di veicoli
di investimento adatti per quegli
acquirenti d’arte che sono interessati principalmente al valore
monetario dell’opera e che attribuiscono importanza minore
all’aspetto più strettamente collezionistico. Il primo esempio di
art fund di cui si ha conoscenza
risale agli inizi del secolo scorso;
nel 1904, il finanziere francese
Andrè Level convince dodici
amici ed appassionati d’arte a
partecipare ad un fondo, La
Peau de l’Ours, al fine di acquistare opere d’arte contemporanea4. Da allora, diversi fondi di
investimento in arte calcano le
orme de La Peau de l’Ours. In
Italia, il primo fondo in arte ufficialmente riconosciuto dalla
Banca d’Italia prende il nome di
Pinacotheca e prevede l’investimento in dipinti di pittori europei
tra il Cinquecento e l’Ottocento,
noti sul mercato.
Il fenomeno dell’art banking e
quello degli art fund rappresentano tuttora realtà di nicchia; tuttavia, con la loro operatività essi
sono destinati a modificare la rete
di funzionamento classica del
mercato dell’arte, rafforzando
quel connubio tra mercato dell’arte e mondo economico-finanziario
che rappresenta l’incipit ed il filo
conduttore di questo contributo.
NOTE
1 In linea generale, le opere artistiche
si dividono in produzioni figurative
Le Cento Città, n. 40
(dipinti, sculture, fotografia, ecc.) e
spettacoli dal vivo (lirica, danza, etc.).
Questo contributo focalizza l’attenzione sulle prime; pertanto, nel prosieguo del lavoro, ogniqualvolta si
utilizzerà l’espressione “opere d’arte”
o termini similari si farà riferimento
alle opere di carattere figurativo.
2 Un esempio per tutti è la compravendita del quadro di Pablo Picasso
(1881-1973) “Yo Picasso”, ceduto
nel 1989 per 47.8 milioni di dollari,
di gran lunga al di sopra del prezzo di
aggiudicazione conseguito nel 1981,
pari a 5.8 milioni di dollari.
3 Prima che l’asta abbia inizio, gli
esperti sono soliti esprimere una propria valutazione in merito al valore
economico potenziale dell’opera
d’arte. Tale valutazione viene espressa sotto forma di range, ossia come
prezzo minimo e prezzo massimo
presumibilmente raggiungibili dall’opera in asta.
4 Il nome dato al fondo era tratto
dalla favola di La Fontane, L’Ours et
les deux compagnos, in cui si suggeriva di “non vendere la pelle dell’orsa
prima di averlo ucciso”, un consiglio
certamente prezioso per i finanziatori di un’operazione altamente rischiosa come quella che i dodici investitori si preparavano ad intraprendere.
La musica
25
Suoni d’Organo per le Marche
Un festival per valorizzare il nostro patrimonio musicale
di Giovanni Martinelli
Suoni d’Organo per le Marche,
un omaggio alla musica
d’Organo, alla nostra Terra
comune, alla grande tradizione
musicale marchigiana. Una felice
intuizione nata dalla collaborazione fra il neonato network
regionale delle associazioni organistiche e Le Cento Città che ha
proposto un cartellone regionale
di concerti per organo.
Il primo festival Organistico
delle Marche: cinque appuntamenti, uno per provincia, alla
tastiera di cinque strumenti storici e l’impegno a valorizzare le
Marche “della musica” attraverso
concertisti e compositori marchigiani. Una inziativa che ha avuto
buon successo e che ha dimostrato come azioni di rete possano
portare notevole valore aggiunto
alla già presente qualità organizzativa locale.
Le Marche sono tra le regioni
più ricche di organi storici, circa
750 compresi tra la seconda metà
del XVI sec. e l’inizio del XX,
con prevalenza di opere setteottocentesche. Il restauro dell’organo Nacchini della Basilica della
Misericordia di Sant’Elpidio a
Mare (1974) può essere considerato, per la nostra Regione, il
primo significativo atto di interesse verso il recupero filologico dell’organo storico inteso quale
“bene culturale”.
Tale azione, seguita in quegli
anni da molti altri interventi
mirati - e, soprattutto, la meritoria azione di catalogazione del
patrimonio organario su base
regionale promossa nel 1982 dal
Centro Beni Culturali della
Regione Marche - si è rivelata
fondamentale veicolo per la diffusione di una moderna cultura
organistica in Italia e nella nostra
Regione, al pari di quanto, proprio in quegli anni accadeva nel
nord Europa e, progressivamente, negli altri Paesi europei.
Analogamente a quanto accade
per la valorizzazione delle opere
d’arte in così alto numero diffuse
su tutto il territorio marchigiano,
Matelica organo.
si è cercato di dare voce e visibilità agli strumenti recuperati anche
attraverso la realizzazione di vari
Festival organistici. Il panorama
attuale vede distribuiti sull’intero
Serra San Quirico organo
Le Cento Città, n. 40
territorio regionale diversi rinomati Festival, alcuni, come
l’Accademia
Organistica
Elpidiense, con quasi quarant’anni di storia, altri di più recente
La musica
26
Esanatoglia organo.
istituzione.
Alcuni di questi sono ora riuniti nel progetto di rete
March&Organi, network regionale delle attività organistiche:
Accademia
Organistica
Elpidiense,
Associazione
Organistica
Vallesina,
Associazione Organistica Picena,
Associazione Organi Arti &
Borghi, Laboratorio Armonico.
Le Cento Città ha colto il valore di questa innovativa proposta e
ne ha sollecitato una prima sintesi. “Suoni d’Organo alle Marche”
è la sintesi di un progetto di valorizzazione musicale e, insieme,
culturale e turistica, per riscoprire, attraverso la musica d’organo,
non solo le fonti musicali, ma
anche il pregio artistico degli
strumenti e delle chiese che li
ospitano, come pure il valore
attrattivo delle tante località marchigiane e delle loro tipicità.
Questo il programma della
prima edizione, svoltasi fra il 28 e
il 30 dicembre 2009:
Pesaro, chiesa di Sant’Agostino,
organo G. Callido 1776, organista
Esanatoglia organo - particolare.
Le Cento Città, n. 40
Maurizio Maffezzoli;
Jesi, chiesa Regina della Pace,
organo A. Callido 1828, organista
Luca Scadali;
Fermo, chiesa di Santa Lucia,
organo Morganti (?) sex. XIX,
organista Giovanna Franzoni;
Ascoli Piceno, chiesa di San
Cristoforo, organo G. Callido
1763, organista Giovannimaria
Perrucci;
Tolentino, chiesa di Santa
Maria della Tempesta, organo G.
Callido 1803, organista Gianluigi
Spaziani.
Lo spettacolo
28
Giovanni Battista Pergolesi: tre secoli di seduzione in musica
di Fabio Brisighelli
Costituisce resipiscenza sacrosanta il fatto che un compositore della caratura artistica di
Giovanni Battista Pergolesi
abbia ritrovato nei nostri anni
aperta e adeguata udienza presso dotti studiosi e paludate istituzioni musicali d’Italia e finanche d’oltreoceano, ed è bello
constatare che le iniziative promosse già da tempo dalla sua
città natale, Jesi, negli anni ’80
in concomitanza col precedente
anniversario (il 250° della
morte) e ora quelle in corso per
la ricorrenza trecentenaria della
nascita, rappresentino a tutt’oggi - pregustando sin da ora le
iniziative in cantiere per l’anno
in corso da parte della
Fondazione Pergolesi Spontini,
di cui abbiamo già avuto un rassicurante assaggio - un appropriato e intelligente volano di
conoscenza della personalità e
delle opere di un talento musicale impossibilitato ad esprimersi appieno per il crudele destino
di una fine precoce, la cui fama
e considerazione oltretutto,
ampie e diffuse nel secolo suo,
andarono un po’ appannandosi
nel prosieguo del tempo, fino
all’inversione di tendenza attuata col recupero del personaggio
e della sua opera a partire dalla
seconda metà del secolo appena
trascorso.
E come sono numerosi e
variegati gli enigmi irrisolti che
costellano la storia della letteratura e del teatro in genere, anche
musicale, enigmi che investono
talora la stessa identità del soggetto in causa (si pensi soltanto
alle scorie di dubbio circa l’esistenza fisica di “sommi” quali
Omero e Shakespeare, da taluni
inseriti nella categoria vichiana
degli “universali fantastici”),
così esiste (è esistito?) un affaire Pergolesi, più semplicemente
connesso al numero esatto di
opere da attribuirgli con certezza, posto che uno degli sport
preferiti dai suoi chiosatori vec-
chi (e nuovi) è stato quello di
affardellare il suo già nutrito
bagaglio di produzioni musicali
(anche in considerazione del
breve arco della sua esistenza
protrattasi per soli 26 anni) con
una ridda di apocrifi che con
fatica si è cercato di smascherare. Per nostra buona sorte ci
sono stati specie negli ultimi
decenni studiosi di chiara fama,
come Francesco Degrada e
Dario della Porta in Italia, o
come Barry S. Brook e Marvin
E. Paymer all’estero, che si sono
assunti con successo l’incarico
di enucleare dal vasto catalogo
delle attribuzioni pergolesiane
quelle che senza ombra di dubbio costituiscono un parto sicuro della prodigiosa ispirazione
del musicista. Poi, sul podio
orchestrale, ci sono ora Abbado
e Muti, tra i massimi direttori in
attività, pronti a dare vigore in
teatro e in disco alle sue note
squisite: l’uno (già presente a
Jesi lo scorso giugno e atteso di
nuovo per il prossimo settembre) intento ad affrontare con
convinzione parti significative
del catalogo pergolesiano, l’altro
a riferirlo più in generale a una
“napoletanità” di compositori
oggetto della sua attenzione esecutiva (a Salisburgo e a
Ravenna, ad esempio), di quel
Settecento durante il quale la
capitale partenopea era tra i fari
europei della musica e del melodramma.
…………..
Pergolesi si colloca in una
posizione mediana di cerniera
tra le grandiose, auliche e paludate architetture sonore a lui
precedenti (o coeve) di autori
quali Bach e Händel, e altri
grandi del tempo (come
Vivaldi), e le classicheggianti,
aggraziate e tenere movenze
melodiche del “secolo dei
lumi”, sublimate in Mozart, di
cui lui è stato in qualche misura
brillante anticipatore: e dopo
Le Cento Città, n. 40
del quale ci sarà il ritorno (peraltro dallo stesso Wolfgang preannunciato) a un’altra forma di
magniloquenza col titanico linguaggio sinfonico di Beethoven
in odore di romantico sommovimento dello spirito.
Come musicista, vive nella
“zona di riposo tra le due profonde esplorazioni musicali del
mondo e dell’anima umana”
(secondo una calzante espressione di Massimo Bontempelli),
che si traduce in una personale
ispirazione fatta di ordinata e
piena semplicità e naturalezza,
di delicata e composta capacità
di mozione degli affetti, di freschezza e spontaneità della fantasia melodica.
Un’ispirazione, si badi bene,
vivace e ricca di inventiva, capace di definire psicologicamente
e di ammantare di un sorriso
(timido e contenuto) di fresca e
arguta comicità i personaggi dell’opera buffa, così come di conferire misurati ma efficacissimi
fremiti “teatrali” e evidenza
drammatica alle composizioni
sacre, la cui tradizionale ripetitività polifonica e contrappuntistica il
compositore seppe innovare,
come nel celeberrimo Stabat
Mater, mediante il ricorso a una
monodia accompagnata di grande
coinvolgimento emozionale.
Ma è tempo di ripercorrere succintamente, di Pergolesi, più che
la breve vita, la vicenda artistica.
L’arco esistenziale di Giovanni
Battista (Giambattista) Pergolesi
si configura davvero breve, compreso com’è tra il 1710 della
nascita a Jesi, da una famiglia di
modeste condizioni, e il 1736
della morte a Pozzuoli di Napoli,
a soli 26 anni per un’affezione
tubercolare congenita. Certo se
ne è andato troppo presto, ma in
musica ha lasciato tanto, a dispetto delle false attribuzioni, e il
più delle volte con il contrassegno del bello assoluto nei vari
generi toccati, che spaziano
dalla musica strumentale, sacra
Fabio Brisighelli
e drammatico-religiosa soprattutto, alla commedia sentimentale, all’opera seria e buffa.
Napoli l’accolse già tredicenne
quale sede prestigiosa dove
poter affinare gli studi musicali
(nella città natale si era dedicato
allo studio del violino), presso il
Conservatorio dei Poveri di
Gesù Cristo e sotto la guida di
maestri illustri quali Francesco
Durante, Gaetano Greco e, seppur per breve tempo, Leonardo
Vinci. Nell’ambito di un quinquennio (grosso modo dal 1731
al 1736) sono uscite dalla sua
fluida e variegata penna compositiva i lavori che hanno fatto di
lui uno dei geni musicali italiani
d’ogni tempo, di cui provvediamo ora a stilare un saliente catalogo, dopo la prova d’esordio
all’insegna dell’oratorio La fenice sul rogo, che annovera: il
dramma sacro Li prodigi della
Divina Grazia nella conversione di San Guglielmo
d’Aquitania, seguito dall’opera
teatrale Sallustia (1731); poi la
sua prima opera buffa, Lo frate
‘nnammorato (1732) e ancora
(1733-1734), sul versante del
serio, Il prigionier superbo e
Adriano in Siria, con l’esito
trionfale dei due “intermezzi”
inseriti nell’un dramma (La
serva padrona) e nell’altro
(Livietta e Tracollo).
Nel Settecento c’era l’usanza
di intercalare tra un atto e l’altro
di un’opera seria dei brevi intermezzi (o intermedi) comici, che
avevano lo scopo di sollevare gli
spettatori dalle impressioni
“forti” suscitate dalle tragiche
vicende del testo rappresentato,
offrendo loro un po’ di divertimento. In tal senso La serva
padrona è modello incomparabile del genere, forse l’intermezzo più conosciuto tra quelli elevati a dignità d’arte, con una sua
chiara autonomia espressiva,
sottratta alla meccanicità di
modalità esecutive legate alle
maschere stereotipate della
scena. Insomma, come la tragedia greca classica ebbe nascita
dal ditirambo, cioè da un canto
che veniva intonato in onore del
dio Dioniso, quasi per un processo di emanazione, o meglio di
dilatazione dal nucleo originario, si può dire che uno stesso
29
meccanismo sia stato alla base
della formazione dell’opera
buffa settecentesca, nata appunto da quei piccoli atti “d’evasione” inseriti nel dramma serio
principale.
Pergolesi ha offerto un contributo fondamentale al consolidamento del teatro musicale comico dopo la sua scomparsa, alla
definizione in progress di quella
“commedia di tipeggiatura”
(per la caratterizzazione precisa
e nitida dei personaggi) destinata in seguito a crescere con il
binomio
Goldoni-Galuppi
prima, poi con gli esiti particolarmente felici, sul ripiano delle
note, di Mozart e di Rossini. La
serva padrona si configura in
tale direzione come un preciso
punto di riferimento da cui partire, per la felicemente delineata
espressione artistica fatta di
coerente e sapiente equilibrio
tra umorismo e tenerezza, di
vivida rappresentazione della
psiche umana, le cui debolezze il
compositore indaga con superiore bonarietà; di dialogo colorito e veristico, di eleganza gentile e delicata. Caratteristiche,
queste, che già si riscontrano in
una commedia musicale come
Lo frate’nnammorato (peraltro
munite di una superiore incisività drammatica) e successivamente ne Il Flaminio, l’ultima
sua prova del genere (autunno
1735), dopo l’aulico e coturnato
melodramma de L’Olimpiade
(dell’inizio dello stesso anno).
Due commedie in musica sostenute da una spontaneità ritmica
che, nell’articolazione delle
note, è forse la cifra più immediata dell’autore; che si “smarcano” dal dramma barocco e
belcantistico ancora in auge,
con i suoi canovacci fiabeschi o
metastorici, con le sue arditezze
espressive, con i suoi altisonanti
virtuosismi vocali e strumentali
funzionali alla cosiddetta “poetica della meraviglia” messa in
atto per stupire il pubblico: per
attingere invece a una quotidianità di ambienti popolari e piccolo-borghesi che è il segno premonitore dei tempi nuovi, di
una nuova attenzione a realtà
sociali fino ad allora tenute in un
secolare subordine.
L’aggraziata vena melodica
Le Cento Città, n. 40
impronta di sé non solo l’opera
“profana” del compositore jesino, ma presta tanto fascino
anche alla musica sacra, in cui
forme nuove convivono con
quelle della tradizione. E qui il
riferimento mirato è allo Stabat
Mater, vero e proprio gioiello
della particolare ispirazione religiosa di Giambattista, che con
esso si rivelò innovatore nel
sacro in virtù di un antesignano
ricorso allo stile melodrammatico e al canto monodico accompagnato - a cui si accennava
sopra - in luogo del tradizionale
stile polifonico. Uno “sgarbo”, il
suo, quello ovverosia di svincolarsi dal rigido contrappunto,
che gli procurò le critiche
(ingiuste) di alcuni “puristi” del
suo tempo, come il noto teorico
e storico della musica padre
Martini, secondo il quale “ lo
Stabat racchiudeva dei passaggi
che meglio sarebbero stati in
un’opera buffa (il riferimento
era alla Serva padrona), anzi
che in un canto di dolore”. E fu
un errore quello del frate, di
non comprendere che di vero e
proprio canto di dolore esso
invece si trattava, anzi di un
esemplare “poema del dolore”,
per usare l’espressione di Bellini
riportata da Francesco Florimo
in un saggio dedicato a
Pergolesi, certamente filtrato
però da una sensibilità tutta particolare dell’autore, che anche
nella spontanea adesione al
dramma della Croce rivela la sua
disposizione a comunicare per il
tramite di una vibrazione della
corda sentimentale e patetica
certo sentita e partecipe, ma
fatta di un’espressività comunque sobria, moderata, dignitosa,
ricca di quella “teatralità” melodrammatica tutta umana e “terrena”, di quei delicati accenti di
mossa e melodica cantabilità
tanto vituperati dal citato prelato. In Pergolesi del resto - nota
ancora Bontempelli - “la malinconia può anche diventare dolore, ma senza strazio”.
……………………..
La fama di Pergolesi assume i
contorni della leggenda già dalla
metà del suo secolo: su di lui,
dopo “la prima” di Parigi della
Serva padrona si accende la
Lo spettacolo
30
Lo spettacolo nelle Grotte di Frasassi dedicato a Giovanni Battista Pergolesi.
famosa “querelle des buffons”
tra quanti sostenevano l’opera
italiana (gli enciclopedisti in
primis), e quanti invece l’opera
francese (tra gli altri, Rameau).
La sua spiccata personalità artistica è stata nei decenni successivi al centro di un’attenzione
costante, anche se non in linea
con una pari conoscenza delle
sue opere, se si escludono La
serva padrona e lo Stabat.
Non è un caso che Stravinskij,
nel primo Novecento, in uno dei
suoi
“ritorni”
neoclassici
(improntati alla categoria fondamentale della “parodia”, da
intendersi non come caricatura
burlesca, ma come travestimento a scopo di riappropriazione
personale del passato con gli
strumenti della modernità),
abbia composto la suite
Pulcinella su motivi appunto di
Pergolesi.
Sono passati trecento anni da
quando Pergolesi è venuto al
mondo: le celebrazioni dell’anniversario sono già iniziate, nella
sua città natale e fuori. La
Fondazione Pergolesi Spontini,
che ne cura la “regia”, ha predisposto per l’anno corrente un
programma indirizzato a proporne l’opera omnia.
Gli
appuntamenti, da questo marzo
fino al gennaio prossimo (2011),
tutti di stimolanti rilievo artistico, sono di quelli deputati ad
elevare lo spirito e a rendere il
ricordo di lui ancora più condiviso. Uno in particolare si confi-
Le Cento Città, n. 40
gura come predestinato a sicura
memoria: l’appuntamento del
25 settembre per lo Stabat
Mater diretto da Claudio
Abbado alla guida della sua
splendida creatura, l’Orchestra
Mozart.
Pergolesi muore il 17 marzo
1736 e viene sepolto nella fossa
comune della Cattedrale di
Pozzuoli. In un contesto di concatenazione degli eventi fors’anche più drammatico, lo stesso
Mozart tanti anni dopo sarà
destinato a subire una similare
sorte. Morto l’uno giovanissimo,
l’altro ancor giovane, ti viene
quasi di pensare che, come ci
insegna il teatro greco, siano
caduti vittime degli dei, la cui
“invidia” colpisce l’ “ingiuria”
Libri ed eventi
31
di Alberto Pellegrino
Eventi
L’opera nelle Marche. La grande lirica alle Muse
La Stagione lirica 2010 del
Teatro delle Muse di Ancona è
stata inaugurata con due rare
opere del Novecento. Un’idea
originale e felice è stata quella di
unire Hin und zuruck
(Andata e ritorno) di Paul
Hindemith e Marcellus Schiffer
con
L’heure
espagnole(L’ora spagnola)
di Maurice Ravel e FrancNohain, perché un fil rouge,
fatto di tre elementi, lega i due
lavori: l’ironia e il grottesco, il
tema del tempo che scandisce le
azioni umane; il tradimento che
segna le due storie.
Nel primo sketch con musica
Helène sta facendo colazione,
quando arriva il marito per portarle il regalo di compleanno.
Una cameriera consegna una lettera alla donna, la quale si giustifica dicendo che è un biglietto
della sarta per poi ammettere
che è un messaggio del suo
amante. Sconvolto dalla gelosia
il marito la uccide, quindi divorato dai rimorsi si getta dalla
finestra, mentre un medico e il
suo assistente rimuovono il
cadavere. E’una tragedia?
Niente affatto, perché tutto si
riavvolge e ritorna al punto di
partenza, per ritornare al
momento in cui il marito porge
il suo dono ad Helène.
Siamo nella Germania degli
anni Venti e giustamente il giovane regista Stefano Poda, che
ha curato l’intera messa in scena
(regia, scene, costumi e coreografie) ha citato con elegante
intelligenza ed ironia lo stile del
cabaret tedesco con ampie citazioni futuriste (soprattutto nelle
coreografie dei danzatori meccanizzati), le atmosfere espressioniste di Kurt Weil e del primo
Berthold Brecht, il tutto sottolineato da un disegno delle luci
molto raffinato. In questa “operina”, che dura soltanto 12
minuti, viene affrontata una
concezione del tempo che si può
svolgere e di nuovo arrotolare
all’indietro come la pellicola di
un film, secondo una filosofia
Le prove dello spettacolo della stagione lirica alle Muse di Ancona. Foto S.
Antic.
incarnata dal misterioso personaggio del Saggio che dice:
“Nessuno ha pensato all’intervento del sommo potere. Esso
avversa profondamente l’uccisione di essere umani per futili
motivi. Bisogna fare senz’altro
qualcosa. Visto dall’alto, non ha
gran peso se l’esistenza umana
proceda dalla culla fino alla
morte o dalla morte alla nascita.
Rovesciamo quindi il destino.
Vedrete, la logica non muterà di
una capello e tutto andrà bene
come prima”. Si tratta di una
felice intuizione artistica che,
diversi anni dopo, avrà in un
diverso contesto il regista
Stanley Kubrik nel suo filmcapolavoro Odissea nello spazio 2001.
Si passa senza alcun cenno di
pausa o interruzione (questa è
una delle intuizioni registiche
più felici) alla commedia musicale di Ravel, dove Torquemada
(ironico nome di un inquisitore)
è un pacifico orologiaio che
regola gli orologi di tutti gli edifici pubblici e religiosi del paese.
Prima di uscire, egli dice alla
focosa moglie di ospitare un giovane mulattiere, ma Conception
deve riceve il poeta Gonzalve,
suo giovane amante. Per restare
sola, la donna ordina al mulattiere di trasportare una grande
pendola in un’altra stanza, ma
ecco arrivare un altro spasimante, il banchiere Don Inigo, per
cui Conception fa nascondere il
poeta nella prima pendola e il
Le Cento Città, n. 40
banchiere nella seconda. In un
frenetico e comico andirivieni di
pendole contenenti i due spasimanti, si arriva alla conclusione:
il poeta sa solo dilungarsi in liriche disquisizioni; il banchiere sa
parlare solo di denaro;
Torquemada è felice perché
potrà vendere le pendole perfettamente funzionanti ai due
clienti nascosti all’interno;
Conception infine sceglie per
amante il prestante mulattiere.
Naturalmente questa beata ingenuità del marito e questa bollente passionalità della moglie ai
tempi di Ravel venne molto contestata e scambiata per una esaltazione dell’adulterio, senza
riuscire a cogliere lo spirito
comico-grottesco
dell’intera
vicenda.
Il regista Stefano Poda, nel
suo allestimento intelligente,
elegante ed ironico, ha collocato
sulla scena tutti i segni del
tempo che scorre: una grande
ruota dentata, una cascata d’acqua, una parete rocciosa corrosa
dai secoli, delle clessidre luminose, una sfera oscillante come
un gigantesco pendolo, una
signora in nero circondata da un
grande orologio fatto di scarpette rosse. Contemporaneamente
ha dato un ritmo molto sostenuto all’azione ed ha liberato lo
spettacolo di ogni eccesso spagnoleggiante, con qualche semplice citazione “iberica” nei
costumi all’interno di un climax
decisamente espressionista.
Alberto Pellegrino
La seconda opera in cartellone è stata Lucrezia Borgia di
Gaetano Donizetti, eseguita in
concerto sotto la direzione del
M° Marco Guidarini alla guida
dell’Orchestra
Filarmonica
Marchigiana e del Coro Bellini.
Si è trattato di una bella esecuzione, che non ha fatto rimpiangere l’assenza di scene e costumi, perché caratterizzata dalla
presenza di interpreti di notevole valore: Mariella Devia ha
cesellato il personaggio di
Lucrezia (che dal 2001 è uno dei
suoi cavalli di battaglia),
riuscendo ad adattare la sua
voce di soprano lirico leggero
all’intensa drammaticità di
Lucrezia
l’avvelenatrice.
Giuseppe Filianoti, che ha già
cantato nei principali teatri d’opera italiani nonostante la giovane età, è uno dei pochi tenori in
grado di reggere la parte di
Gennaro che richiede un grande
impegno vocale senza concessione di pause. Molto bene
hanno fatto il mezzosoprano
Marianna Pizzolato nella parte
di Maffeo Orsini e il giovane
basso Alex Esposito che ha conferito una tenebrosa drammaticità al personaggio del Duca
Alfonso d’Este.
Felice Romani, autore del
libretto (si tratta della sua ultima
collaborazione con Donizetti),
nel 1833 era ancora tenacemente
legato alla tradizione letteraria
neoclassica tanto da disprezzare il
Barocco e l’Illuminismo, di avere
in odio il Romanticismo. Si trovò
quindi in un certo senso “costretto” a lavorare su uno dei testi
simbolo del teatro romantico:
questa Lucrezia Borgia del
detestato Victor Hugo. Il grande
33
Le prove dello spettacolo della stagione lirica alle Muse di Ancona. Foto S.
Antic.
scrittore francese, che amava
rovesciare in modo polemico
alcune situazioni sociali (il buffone Tribolet viene nobilitato
dall’affetto per la figlia; il servo
Ruy Blas diviene primo ministro
di Spagna), in questo caso rimane colpito dal fascino tenebroso
di Lucrezia con il suo passato di
incesti, uccisioni e veleni, per
questo tenta il riscatto della
Duchessa di Ferrara attraverso
un amore “puro” verso il figlio
illegittimo Gennaro, che tuttavia non riuscirà a salvare dalla
morte per veleno. Romani non
mette troppo in evidenza l’aspetto sanguigno e passionale
della vicenda, anche perché nel
Le Cento Città, n. 40
melodramma degli anni Trenta
si esaltano figure femminili
idealizzate. Donizetti, da parte
sua, tende ad accentuare il
carattere commovente e trepidante della madre (anche se
questo non gli evitò le ire della
censura per cui questa opera fu
una delle più perseguitate),
carattere dominante sulla natura violenta dell’avvelenatrice
che cerca spesso la vendetta,
anche se la vicenda si conclude
con una strage dei suoi presunti
nemici fra i quali capita inconsapevolmente anche il figlio
Gennaro, il quale rifiuta l’unica
dose di antidodo che possiede
la madre per seguire la sorte dei
Libri ed eventi
Libri
Aedo malinconico ed ardente,
fuoco ed acque di canto.
Volume III
Con questo terzo CD Gastone
Pietrucci, musicologo e voce
solista del gruppo La Macina,
completa un itinerario poeticomusicale che si propone di percorrere un ormai lungo cammino attraverso i canti della cultura
orale marchigiana e altri percorsi che hanno visto il gruppo e il
suo capofila entrare nel mondo
dei
cantautori
(D’André,
Modugno e altri) e della poesia
soprattutto marchigiana. Il lavo-
Gastone Pietrucci.
ro porta a termine questo itinerario, rivestendo di note dodici
componimenti poetici dell’anconetano
Franco
Scataglini.
Questa ultima produzione della
Macina raccoglie una serie di
canti della tradizione popolare
marchigiana, a cominciare dall’ormai celebre Angelo che me
l’hai ferito ‘l core fino alla splendida La “pora” Giulia, disperato
canto d’amore alla cui esecuzione partecipa un altro “grande”
della musica marchigiana,
Marco Poeta con la sua guitarra
portoguesa. Il CD contiene inoltre una serie di “omaggi” alla
canzone colta italiana: una poco
nota canzone “politica” E’
lunga la strada di Virgilio
Savona, mitico leader del
Quartetto Cetra; Il Natale è il
34
24 del “ribelle” Piero Ciampi,
Supplica a mia madre di Pier
Paolo Pasolini (musicata da
Taborro-Pietrucci), Dicono di
me di Annamaria Testa Vangelis.
Il grande merito di Gastone
Pietrucci è non solo quello di
aver sempre coniugato musica e
poesia, ma anche di aver riportato alla luce, attraverso un paziente lavoro di ricerca, la tradizione
orale marchigiana, un tempo sottovalutata o addirittura disprezzata dalla “cultura colta”, richiamando l’attenzione del pubblico
italiano, ma soprattutto dei marchigiani spesso disattenti nei
confronti della nostra tradizione
culturale.
Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro
La
casa
editrice
Rizzoli/Lizard ha pubblicato un
volume a fumetti che rientra
nell’ormai affermato genere letterario della graphic novel firmata di solito firmata da un
noto narratore. In questo caso
la sceneggiatura de Il pellegrino
dalle braccia d’inchiostro è
opera di Enrico Brizi (il quale
nelle Marche ha pubblicato la
sua prima opera di successo
Jack Frusciante è uscito dal
gruppo), che è stata tratta dal
suo
romanzo
omonimo
(Mondadori, 2007). I disegni
sono stati realizzati dal marchigiano Maurizio Manfredi
(Ancona, 1972), che ha esordito
nel mondo del fumetto nel 2001
con Superanarchico, il primo
di quattro volumi dedicati a un
eroe anticonformista legato alla
tradizione dei fumettisti “maledetti” del Male e di Frigidaire.
Nel 2004 Manfredi ha realizzato
la traduzione grafica di
Bastogne, il secondo romanzo
di Brizi, reso attraverso un complesso lavoro di duecento tavole. Ora la coppia si è impegnata
a realizzare questa affascinante
storia caratterizzata da un misto
di misticismo, fanatismo, violenza, innocenza primordiale e
follia del protagonista dalle
braccia coperte di tatuaggi, la
cui presenza segna la vita di
quattro giovani che hanno deciso di compiere una impresa
decisamente “fuori tempo”.
Essi infatti si propongono di
Le Cento Città, n. 40
percorrere a piedi un antichissimo itinerario medievale lungo
un percorso che parte da
Canterbury per concludersi a
Roma, percorrendo la mitica
Via Francigena. Si tratta di
un’avventura on the road che
quattro giovani vivono percorrendo la campagna e le vallate,
attraversando boschi e valichi
alpini come il leggendario
Ospitale di San Bernardo. Alla
compagnia si aggiunge il tedesco Bern, cattolico fanatico con
il corpo ricoperto di tatuaggi a
sfondo religioso, un folle e forse
un assassino che dichiara di
essere stato prescelto da San
Gianni D’Elia.
Giacomo di Compostela per
assistere i pellegrini in difficoltà
lungo il loro cammino. Egli è
convinto di essere un inviato di
Dio e come è possibile “deludere Dio”?
Una raccolta di scritti di
Gianni D’Elia
Fin dal titolo Riscritti corsari (Effige Edizioni, Milano) si
comprende quale sia l’autore di
riferimento di Gianni D’Elia:
quel Pasolini profeta inascoltato
degli anni Settanta, che però si
mostra ancora maestro di pensiero vitale e attuale, tanto da
disturbare ancora molti individui, nonostante siano passati
decenni dal suo assassinio.
Proprio a Pasolini l’autore dedica alcuni versi particolarmente
Alberto Pellegrino
dolorosi: “Se tu potessi vedere
l’Italia, /la catastrofe in atto
dell’Italia…disperato della realtà, né lieto della tua profezia realizzata”. Attraverso una raccolta
di articoli pubblicati su un quotidiano tra il 2001 e il 2006, D’Elia
tratteggia un ritratto spietato e
volutamente “irritante” di un
paese dove si coltiva il “tradimento” della memoria, l’eterno
sport nazionale della corruzione,
la volgarità e l’immoralità della
classe dirigente e di tanti personaggi “alla moda”, della dominate e infausta cultura televisiva che
ha reso l’Italia una “Repubblica
fondata sullo show”, ridotta un
“frammento orfico, mistero/ irrisolvibile,
immodificabile,/
impossibile da accettare, nero/ di
mafia e di clero”, con “la classe
politica più odiosa,/noiosa e
inconcludente
dell’Europa”.
D’Elia non trascura nemmeno il
drammatico quadro internazionale (Balcani, Medio Oriente,
terrorismo) e considera la guerra
un suicidio globale da esorcizzare come un tabù. L’autore, nel
rendere omaggio ad alcuni grandi poeti, coglie l’occasione per
parlare del valore della poesia in
sé, ma anche della poesia come
resistenza dello spirito contro la
volgarità dilagante. Il volume si
chiede con alcuni epigrammi
della raccolta Italia, frammento
orfico (2007/2009), esempio di
poesia civile rigorosa e vicina,
sotto il profilo morale, al grande
modello pasoliniano.
Lo spazio del sacro. Chiese
barocche tra ‘600 e ‘700 nella
provincia di Macerata
La Fondazione Cassa di
Risparmio della Provincia di
Macerata ha dedicato il volume
“Strenna 2009” alla storia dell’architettura
sacra
nel
Maceratese affidandosi ad uno
specialista come Fabio Mariano,
che ha curato questo libro dedicato alle chiese barocche tra
Seicento e Settecento. In una
breve ma densa introduzione
Mariano ha individuato nel cardinale Federico Borromeo l’ispiratore della rinascita architettonica sacra dopo il Concilio di
Trento, fissando alcuni canoni
nell’opera Pallas compta o sia
Trattato sopra lo studio e col-
35
tura delle buone arti, nella
quale egli aggiunge alle due fondamentali funzioni dell’arte
sacra, quella didattica e devozionale, la funzione documentaria intesa come collegamento
al passato cristiano per conservarne la memoria artistica. Il
discorso sull’arte barocca parte
dalla pittura sotto la spinta promozionale
dei
Padri
dell’Oratorio, per poi sviluppare un discorso sull’architettura
religiosa promossa dai nuovi
ordini nati dalla Controriforma
(Filippini, Gesuiti, Barnabiti,
Carmelitani Scalzi), che provoca
una straordinaria fioritura di
monumenti dedicati al culto. Il
patrimonio artistico, costituito
dall’architettura barocca, ha
subito l’ostracismo e la disistima
della cultura dominante, ma
oggi la critica più avveduta
tende a rivalutare il Barocco
nella sua globalità multiculturale (pittura, scultura, architettura, musica, teatro, melodramma
e oratorio sacro), un movimento
artistico destinato a diffondersi
in Europa nel segno della cultura italiana. Per documentare la
ricchezza degli edifici per il
culto a forte caratura artistica
esistenti nel Maceratese, il volume raccoglie una lunga serie di
schede a cura di Paolo Cruciani
che, ordinate in ordine alfabetico, costituiscono una catalogazione completa di tutte le chiese
barocche esistenti sul territorio
provinciale, dai centri più
importanti ai piccoli comuni
dove l’architettura barocca ha
lasciato un tangibile segno: dagli
straordinari capolavori delle
chiese filippine di Macerata,
Matelica, Cingoli, Recanati,
Treia e di San Severino agli edifici sacri che vanno dagli
Appennini alla costa adriatica.
Un saggio su temi e figure del
cinema noir
I fantasmi del moderno è un
saggio sul cinema noir pubblicato nel 2010 dalla casa editrice
anconetana “Cattedrale” a cura
di due studiosi che si occupano
di storia del cinema, Mario
Pezzella ricercatore presso la
Scuola Normale Superiore di
Pisa e Antonio Tricomi docente
a contratto presso la Facoltà di
Le Cento Città, n. 40
Beni Culturali dell’Università di
Macerata. Questo volume, che
raccoglie una serie di interventi
di autori diversi, si propone di
fare il punto, fissandone contenuti, personaggi e parametri culturali di riferimento, su un genere cinematografico particolarmente vitale e interessante.
Mario Pezzella si propone di
analizzare personaggi e luoghi
del noir: il detective, deus ex
machina dell’intreccio; il criminale, come motore negativo
della vicenda; la dark lady,
imago erotica che sprigiona
volontà di potenza attraverso le
armi della bellezza e della sensualità; la metropoli come “non
luogo”, dove si svolge il gioco
del destino e del caso, come centro dell’alienazione individuale,
come corruzione della morale
comunitaria. Pezzella scrive che
“La ricerca ossessiva della ricchezza si svolge nello scenario di
una vita metropolitana condizionata dalla separatezza e dall’isolamento degli individui: la città è il
luogo della sradicamento e della
corruzione della comunità organica, di cui il noir costata la fine”.
Antonio Tricomi parte dall’analisi di un genere “paraletterario”
nato nella seconda metà
dell’Ottocento e successivamente
approdato al cinema con una
serie di capolavori caratterizzati
da una precisa psicologia e sociologia dell’illegalità e dell’immanenza e dove gli individui si
muovono seguendo opzioni
identitarie: “Gli uomini e le
donne ambiscono a soddisfare i
terrestri obiettivi (il potere, la
ricchezza, il godimento) prescritti a ciascun cittadino da una
società falsamente razionale, ma
mitizzandoli…arrivando
a
distruggere se stessi e gli individui con cui sono in rapporto…Oppure si lasciano sedurre
da forme reificate di trascendenza e da idee superomistiche di
giustizia, per mantenersi fedeli
alle quali trascinano nel baratro
le proprie ed altrui vite”.
Tricomi prova inoltre a coniare
una definizione del noir: “La
rappresentazione dei fantasmi
che agitano il moderno nel
momento in cui esso si sente più
vicino a raggiungere il proprio
apice, obbligandolo a ricono-
Libri ed eventi
scersi un progetto ancora
incompiuto e forse fisiologicamente destinato a restare interrotto”. Il volume si chiude con
una serie di analisi riguardanti i
grandi personaggi (Philip
Marlowe, Samuel Spade) i grandi interpreti (su tutti Bogart) e i
grandi registi (Fritz Lang,
William Wyler, Orson Welles),
soprattutto il maestro assoluto
Alfred Hitchcock al quale vengono dedicati, oltre ad un’analisi generale dell’opera, tre saggi
che vertono tutti sul film
Vertigo (La donna che visse
due volte).
Sandwich digitale. La vita
segreta dell’immagine fotografica
L’autore di questo libro, pubblicato dalla casa editrice
Quodlibet (Macerata, 2009), è
Paolo Rosselli (1952) che, dopo
un breve apprendistato presso
lo studio di Ugo Mulas e dopo
essersi laureato in architettura
(1977), decide di esercitare la
professione del fotografo, professione che tuttora esercita a
Milano dove vive. A partire
dagli anni Ottanta, egli tiene
numerose mostre personali in
Italia e all’estero, pubblica diversi volumi fotografici sull’architettura e sulla città per coglierne
i suoi aspetti evolutivi. Le sue
ultime pubblicazioni sono
Discolation (Solea Fotografia,
Milano, 2002) e Atlante
Terragni (Skira, Milano, 2004).
Ad un certo punto Rosselli decide di abbandonare la macchina
36
fotografica tradizionale (pellicole, cavalletto e banco ottico) per
passare alla fotografia digitale
con la conseguenza di dover
sperimentare nuovi forme di linguaggio, nuovi aspetti tecnici,
ma assaporando anche una rinnovata e insospettata libertà
creativa. Sandwich digitale è
pertanto un’opera che nasce a
posteriori, come il risultato di
una lunga ricerca e di un’esperienza maturata sul campo.
Rosselli apre questo apprezzabile lavoro con un breve storia
della fotografia digitale, cercando di fare chiarezza su questo
nuovo mezzo, mettendo a fuoco
il nocciolo della innovazione
introdotta dal digitale sulla scena
fotografica, dove è entrato con la
forza devastante di un TIR. “Il
digitale contiene tutto e il massimo di tutto: è il massimo della
qualità, dell’elaborazione e dell’artigianalità”, ma è nello stesso
tempo la cancellazione del tradizionale scatto fotografico, infatti
assistiamo alla “negazione di
quell’operazione attenta che si è
sempre eseguita da quando esiste
la fotografia: che consiste nello
scegliere dapprima con cura il
soggetto, la sua luce, i suoi dintorni; e poi, dopo aver fatto collimare o divergere le varie parti
dell’inquadratura, scattare”. In
un primo momento il fotografo,
con la tecnica digitale, avverte la
possibilità “di poter provare e
riprovare in totale libertà, in
un’indifferente, confusa infrazione di segni, colori, geometrie”. Il
fotografo avverte di essersi libe-
Le Cento Città, n. 40
rato da tanti condizionamenti
tecnici (questo tipo di fotografia
non registra ma memorializza,
permettendo futuri ripensamenti) ed economici (scattare non
costa niente rispetto al precedente consumo di pellicole, sviluppi e stampe); scoprire finalmente che l’obiettività dell’immagine è un mito; considerare
invece la fedeltà fotografica in
un modo diverso: “fedeltà a un’idea piuttosto che a una realtà”.
Si ha la possibilità di scattare
centinaia di immagini, ma poi si
avverte la necessità di evitare un
livellamento qualitativo verso il
basso, il pericolo della banalizzazione e della replica. Per questo
è necessario ricorrere alla selezione delle immagini digitali
come secondo lavoro del fotografo: “L’imperativo è che bisogna fare ordine. E’ il momento
del riesame, del giudizio, della
decimazione degli scatti e del
conflitto tra il senso che si cercava e quello che si è effettivamente condensato nell’immagine”.
Rosselli naturalmente documenta con sue immagini questo suo
percorso storico-critico, prendendo in considerazione anche i
temi del montaggio, della manipolazione, della ricerca di autenticità e dell’interpretazione della
realtà vista dell’autore. Quindi
chiude il volume con immagini
che riguardano la vita urbana e
la rappresentazione del “quotidiano”, nonché alcune esperienze visive maturate nei viaggi fatti
a Parigi, a Tokyo, a Mexico City,
in Africa e in India.
Il ricordo
37
Addio Mamma dei Piceni
Quando nelle Marche prese
l’avvio il lavoro di approfondimento sullo stato delle conoscenze relative alla civiltà picena
che doveva portare alla mostra
del 2000, presentata prima a
Francoforte, e poi a Roma,
Ascoli e Chieti, il professore
Colonna, presidente del comitato scientifico della stessa, ebbe a
definire affettuosamente Delia
Lollini come la mamma dei
piceni, per sottolineare il ruolo
determinante che questa studiosa aveva avuto nello studio dell’antica popolazione italica.
Le Cento Città si associa al
pensiero che i funzionari della
Soprintendenza archeologica
hanno voluto dedicare al loro
Soprintendente e che, di seguito, pubblichiamo.
Si è spenta in silenzio, con grande riservatezza e dignità come era
vissuta, apparentemente isolata
ma fonte inesauribile di umanità e
di ricerca scientifica la Prof.ssa
Delia Lollini, Soprintendente
Archeologo per le Marche dal
1979 al 1991, i cui meriti sono giustamente apprezzati in Italia e
all’estero da tutti gli studiosi di
preistoria e protostoria.
Si deve a Lei la riapertura nel
1988 del Museo Archeologico
Nazionale delle Marche, con l’inaugurazione delle 23 sale dedicate alla civiltà picena, nella
Delia Lollini. Per gentile concessione
del Corriere Adriatico.
sede prestigiosa di Palazzo
Ferretti.
Alla conoscenza di questa
civiltà, che contraddistinse la
nostra regione dal IX al III sec.,
dedicò tutta la sua esistenza.
Delia Lollini è stata figura
notevole per la sua vita dedicata
interamente allo studio, per le
sue doti umane, per la sua levatura scientifica. Se i Marchigiani
hanno la possibilità di conoscere
le proprie radici culturali e la
propria identità di eredi degli
antichi Piceni, questo lo devono
a Delia Lollini.
Il suo lavoro ha interessato
anche il periodo più antico dell’archeologia marchigiana, dal
Le Cento Città, n. 40
paleolitico all’età del bronzo,
rivelando la sua vera estrazione
propriamente paletnologica. È
sui suoi presupposti scientifici
che il Convegno dell’Istituto
Italiano
di
Preistoria
e
Protostoria,
tenutosi
nelle
Marche nel 2003, ha basato i suoi
filoni principali, riconoscendo a
distanza di alcuni decenni l’indiscussa validità dei suoi inquadramenti crono-tipologici.
In fondo è grazie proprio a
studiosi della levatura di Delia
che aree come le Marche, ritenute un tempo periferiche e
marginali dal mondo scientifico
e accademico, sono oggi considerate alla stregua di altre tradizionalmente al centro degli studi
archeologici.
Rimasta sempre legata alla sua
città, da cui si allontanò solo in
rare occasioni, seppe acquistare
una fama di respiro europeo.
La città e la Provincia di
Ancona, insieme alla Regione,
dovrebbero realizzare iniziative
in memoria di questa insigne
studiosa che ha amato mantenersi in ombra, assicurando
sempre e comunque una discreta ma attiva e concreta presenza.
Se ne è andata alla maniera antica, circondata nell’ultimo saluto
dalla stima e dall’affetto di
quanti, lavorando con Lei in
Soprintendenza, abbiano avuto
modo di apprezzarne anche la
profonda umanità.
Vita dell’Associazione
38
Visite e Convegni
di Giovanni Danieli
Jesi, 13 dicembre 2009
Assemblea dei Soci
L’assemblea di fine d’anno, svoltasi come è rituale presso l’Hotel
Federico II di Jesi, si è aperta con
la relazione del Presidente, molto
applaudita, su quanto realizzato e
sulle ipotesi di programma per il
secondo semestre; hanno fatto
seguito l’intervento del Segretario
sulla situazione Soci con una
significativa trasformazione di
Soci effettivi in corrispondenti e
la relazione del Tesoriere sul
bilancio d’anno approvato all’unanimità; lo stato dell’arte della
Rivista, relativamente ad attualità
e prospettive, è stato invece definito dai Direttori Mario Canti ed
Edoardo Danieli.
Si è proceduto quindi al rinnovo
delle cariche sociali per l’anno
2010-2011.
Per acclamazione unanime è stata
eletta alla presidenza Maria Luisa
Polichetti, prestigiosa figura nel
panorama culturale italiano; la
stessa ha scelto come Coordinatori
Marco Belogi (Pesaro-Urbino),
Folco Di Santo (Ancona), Luca
Maria
Cristini
(Macerata),
Romano Folicaldi (Fermo, Vice
Presidente), Natale Frega ( Ascoli
Piceno) ed ha confermato nei
rispettivi ruoli Giovanni Danieli
(Segretario Generale), Anna
Maria Zallocco (Tesoriere),
Edoardo Danieli (Direttore
Responsabile de Le Cento Città),
Mario
Canti
(Direttore
Editoriale). Quest’ultimo sarà
coadiuvato da una squadra composta da Giancarlo Polidori (PU),
Fabio Brisighelli (AN), Giuseppe
Oresti (MC), Romano Folicaldi
(FM) e Franco Laganà (AP).
Il Presidente eletto ha quindi presentato le prime linee di un progetto che si propone come obiettivo
La qualità nelle Marche, riconoscimento ed illustrazione delle
eccellenze esistenti nel nostro territorio.
Pesaro, Jesi, Fermo, Ascoli
Piceno, Tolentino, 23-24 dicembre 2009
Canto d’organo per le Marche
Da un’idea di Giovanni
Martinelli è nato il progetto per la
promozione da parte dell’
Associazione assieme ad un network di associazioni organistiche
regionali del Festival Suoni d’organo per le Marche; il progetto
ha avuto piena realizzazione tra
Natale e Capodanno in cinque
sedi Marchigiane, Pesaro, Iesi,
Fermo, Ascoli Piceno e
Tolentino, nelle quali si sono
avute sia la presentazione del programma sia l’esecuzione di grani
di musica d’organo da parte di
virtuosi di questo strumento. Si è
quindi perseguito l’obiettivo di
valorizzare la musica d’organo e
Le Cento Città, n. 40
far conoscere l’importante patrimonio organistico regionale.
Osimo 9 gennaio 2010
Presentazione di un Volume
curato da Mario Luni
Nel teatrino del Palazzo
Campana di Osimo, Mario Luni
ha presentato il volume da lui
stesso curato I Greci in
Adriatico nell’età dei Kouroi, in
un incontro promosso dal
Comune di Osimo e dall’Istituto
Campana con la nostra collaborazione. Il programma, di assoluto
rilievo culturale comprendeva
anche relazioni di André
Laronde, Accademico di Francia
e di Antonino Di Vita, accademico dei Lincei. Al termine riunione conviviale.
Esanatoglia 24 gennaio
2010
Convegno e visita
Visita della Città di
Esanatoglia, alla scoperta di un altro gioiello delle Marche al confine con l’Umbria, alle
sorgenti
dell’Esino,
seguendo un programma
magistralmente
costruito da Peppe
Oresti. Si è iniziato con
un convegno aperto
nella sala consigliare
del Municipio dal saluto del Sindaco, cui
hanno fatto seguito tre
relazioni brevi: Il corteo cavalleresco di
Esanatoglia, affreschi
del “maniero e luogo
di diporto” dei Da
Varano
(Dott.ssa
Fiorella Paino); Carlo
Milanuzzi di Santa
Natoglia, compositore
di musica sacra
barocca, organista e
maestro di cappella a
Venezia nel seicento
(Pino Bartocci); La
Vita dell’Associazione
39
ceramica di Esanatoglia (Laura
Casadei). Si è proseguito con la
visita del Municipio (ex residenza
dei Da Varano) recentemente
recuperato e del centro storico; in
particolare l’ Oratorio Le Bare,
con affreschi di De Magistris, la
Chiesa di San Martino con il
Crocifisso ligneo del XIII sec.,
l’altare e la cantoria lignei del
XVII sec, la Chiesa di
Sant’Andrea e la Torre civica.
Colazione alla “Cantinella” con
piatti della cucina tradizionale.
Offida 15-16 febbraio 2010
Festa di Carnevale
Organizzata da Pietro Oresti la
partecipazione al Carnevale di
Offida si è svolta in due tempi
cena e veglione di lunedì grasso al
Teatro Comunale lunedì sera,
visita di una delle più suggestive
cittadine delle Marche, preceduta
da
relazioni
di
…………………………… (W.
S c o t u c c i )
…………………….(Paola
Pierangelini) martedì mattina;
infine al pomeriggio alla partecipazione al Carnevale e alla famosa sfilata dei velurdi, fasci di
canne accese che confluiscono
successivamente in un falò finale.
Con dei piacevoli intervalli
gastronomichi da ophis e serpente aureo.
Macerata 5 marzo 2010
Freschi di stampa
Per iniziativa del Presidente
Walter Scotucci, si è svolta a
Macerata una riunione dedicata
alla presentazione di undici
Volumi di Autori marchigiani
editi nel 2008-2009 per diffonderne la conoscenza e valorizzare
il contributo marchigiano alla letteratura italiana. Sono state presentate le ultime opere di Marco
Belogi, Alberto Berardi, Grazia
Calegari, Eugenio De Signoribus
e Giovanni Ricci, E. Hermas
Ercoli, Rolando Perazzoli, Lucia
Tancredi e volumi editi a cura di
Carla
Carotenuto,
Tullio
Manzoni, Maria Luisa Polichetti
Canti, Mara Silvestrini e
Tommaso Sabbatini. Le presentazioni sono state fatte rispettivamente da Marco Belogi, Folco Di
Santo, Alberto Pellegrino, Paola
Pierangelini, Alfredo Luzzi,
Giovanni Danieli, Giuseppina
Capodaglio, Mario Canti, Mauro
Compagnucci, Vermiglio Ricci,
Mario Luni, Evio Hermas Ercoli.
Ha moderato magistralmente
Maurizio Cinelli. Nelle conclusioni il Presidente ha citato anche
alcune opere che non avevano
Le Cento Città, n. 40
trovato spazio nelle presentazioni. Tra queste quelle dei nostri
Soci Rodolgo Colarizi (La lampedusana), di Ettore Franca in
collaborazione c on Ugo Bellesi e
Tommaso Vecchietti (Storia dell’alimentazione, della cultura
gastronomica e dell’arte conviviale nelle Marche) e di Fabio
Mariano (Lo spazio del sacro.
Chiese barocche tra ‘600 e ‘700
nella provincia di Macerata).
L’incontro ha avuto un grande
successo per l’interesse delle opere
presentate, la competenza e il carisma di Presidente, Moderatore,
Presentatori e la presenza di un
ampio pubblico selezionato.
Vita dell’Associazione
40
Esanatoglia - Dal paese di Santa Anatolia, lì 24 gennaio 2010: sembra non avere mai fine la scoperta delle incredibili
realtà storiche e artistiche che Le Cento Città incontrano nel loro cammino domenicale e che cuciono le une alle altre
con il filo discreto di una rispettosa, ma sempre più sincera amicizia. A quando un libro che faccia scoprire anche agli
altri Marchigiani la loro regione, attraverso gli occhi di vent’anni di questo sodalizio e i quartanta numeri della sua
Rivista, il senso di una continuità regionale che come tale non riesce ancora a essere abbastanza vissuta? Forse sono proprio le individualità troppo forti il motivo che ostacola questa acquisizione.Per il momento, di seguito, alcune fotografie, dell’appuntamento a Esanatoglia, un appuntamento costruito da Beppe Oresti. (r.f.)
Didascalie - 1°: la conferenza di Fiorella Paino sul Corteo Cavalleresco nei dipinti murali del “maniero e luogo di
diporto dei Da Varano”, attuale Residenza Comunale. - 2°: il distacco pittorico di un San Sebastiano. - 3°: una vista di
Esanatolia dallo studio del Sindaco Giorgio Pizzi. - 4° Il Crocefisso ligneo della Chiesa di San Martino. - 5°: la Cantoria
della Chiesa di Santa Maria Maddalena del Monastero delle Monache Benedettine. 6°: a Esanatolia, in casa Zampini, è
conservata parte dell’arredamento disegnato dal futurista maceratese Ivo Pannaggi. Di questa opera, unica nel suo genere ha parlato Massimo Angelucci Cominazzini. (Testo e fotografie di Romano Folicaldi)
Le Cento Città, n. 40
Romano Folicaldi
41
Offida, martedì16 febbraio 2010, l’ultimo giorno di Carnevale: è questo uno momenti che assieme a Lu bove fintu, fanno
di Offida un luogo in cui lo spirito che affonda le sue origini nei riti pagani del mito e che poi nella storia si sono prolungati, continua a essere presente e a dimostrare la sua vitalità nel modo spontaneo con cui si sviluppa la festa nella piazza, la processione dei vlurd, la gentilezza e l’accoglienza nei confronti dello straniero e dell’ospite.
Potrebbe benissimo essere attraversata da una street band di New Orleans.
E’un luogo in cui molti carnevali blasonati e tante feste di troppo recente fondazione dovrebbero venire e fare una riflessione. (r.f.)
Didascalie
1: la Chiesa di Santa Maria della Rocca, uno degli elementi architettonici che cartatterizzano Offida.
2: si contano ormai sulle punte delle dita di una mano le donne di Offida che sanno fare i pizzi a tombolo più complessi e difficili. 3: un angolo della Piazza. 4: la folla comincia a riempire la Piazza. 5: un lunghissimo vlurd. 6: il corteo dei
vlurd parte dalla Piazza per percorre le strade, le stradine, i vicoli di Offida. 7: Peppe Oresti, l’ideatore di questa trasferta, porta a spalla il suo vlurd indossando lu guazzarô. (Testo e fotografie di Romano Folicaldi)
Le Cento Città, n. 40
15/40 l’Anniversario
Le Cento Città, n. 40
15/40 l’Anniversario
Mecenatismo e libertà
È con comprensibile soddisfazione che Le Cento Città festeggia il suo quindicesimo anno di attività e,
con questo, la pubblicazione del quarantesimo numero della sua rivista.
Per una associazione culturale fondata sul volontariato non retribuito quale è la nostra le risorse provenienti dalla pubblicità hanno consentito di poter disporre di mezzi finanziari non altrimenti reperibili con i quali fronteggiare le spese di stampa, le altre spese essendo coperte dalle quote versate dagli
associati.
Di questa disponibilità mostrata da alcune imprese delle Marche ci sembra doveroso sottolineare almeno due aspetti che riteniamo di grande rilevanza: il primo di questi è costituito dal fatto che hanno aderito al nostro invito imprese che, a vario titolo, possono essere considerate come leader nei diversi settori; una scelta che manifesta una forte attenzione del mondo economico più avanzato verso la cultura, verso il territorio di appartenenza e la sua storia, cioè nei riguardi di contributi immateriali che
pure possono promuovere la creatività e la capacità di innovare.
Il secondo aspetto che a nostro avviso merita di essere considerato con la massima attenzione riguarda il rispetto assoluto che tutti gli inserzionisti, che peraltro nel tempo si sono avvicendati, hanno manifestato verso l’attività dell’associazione e la linea editoriale della rivista.
Queste aziende hanno accettato di veicolare i loro messaggi publicitari sulla nostra rivista in considerazione della nicchia selezionata dei suoi lettori, ma hanno anche compreso che la prima condizione
per l’affermazione della nostra pubblicazione si fondava sull’autonomia della ricerca e delle conseguenti espressioni operative.
La nostra libertà è stata garantita in eguale misura dall’indipendenza intellettuale dei soci e degli
amici che hanno recato i loro contributi e dal distacco assoluto che gli inserzionisti hanno sempre
manifestato nei riguardi dei contenuti della pubblicazione. Riteniamo che questo rispetto vero l’autonomia della cultura e delle sue espressioni faccia parte del carattere dei marchigiani magistralmente
espresso da queste aziende; più che di sponsorizzazioni nel nostro caso ci sembra opportuno parlare di
Le Cento Città, n. 40
15°/40° L’anniversario
44
Traguardo 40
di Mario Canti
In altra parte di questo numero
della rivista vengono ricordati gli
eventi e le iniziative che “ Cento
Città” ha realizzato nel corso dei
suoi 15 anni di vita; una dimostrazione di vitalità non indifferente, ove si considerino il carattere del tutto volontaristico della
associazione e le finalità esclusivamente culturali che la animano
e l’hanno animata per tutto il
periodo considerato.
Tra le attività va ovviamente considerata la pubblicazione della
nostra rivista, che oggi raggiunge
il suo quarantesimo numero,
anche il raggiungimento di questo traguardo rappresenta un successo di notevole significato, ove
si considerino, in questo caso, la
continuità nel tempo della pubblicazione, la natura scientifica
dei contributi pubblicati, grazie
alle collaborazioni di molti associati e di tanti amici esterni all’associazione, nonché gli importi
delle risorse finanziarie impiegate.
Il raggiungimento di questo traguardo richiede oggi a tutti gli
associati una attenta riflessione,
per valutare la consistenza ed il
valore di quanto, pubblicato ed
anche, ma direi soprattutto, per
precisare i prossimi obiettivi; per
verificare quale sia la rispondenza
dei contenuti della rivista agli
intenti originari dell’associazione,
e per rispondere alle esigenze culturali attuali, certamente sollecitate dai cambiamenti estremamente significativi che hanno
interessato in questi quindici anni
la comunità regionale sul piano
economico, culturale e sociale.
Il raggiungimento del traguardo
in questione è motivo di compiacimento per tutti i soci, ma deve
rappresentare motivo di particolare soddisfazione per coloro che
si sono avvicendati nel comitato
editoriale e,soprattutto, per il
nostro direttore responsabile che
ha resistito imperturbabile alle
difficoltà di varia natura che nel
corso di questi anni hanno interessato la pubblicazione.
ed articolano un unico tema di
fondo, quello della cultura.
Ci si proponeva, nell’autunno del
1995, di dare vita ad un organo
dell’associazione che ne rispecchiasse gli intenti e collaborasse
attivamente alle iniziative sociali;
nella sostanza ci sembra di poter
affermare che questi obiettivi
sono stati perseguiti con costanza e determinazione.
Non v’è dubbio che fin dall’inizio
della nostra attività abbiamo conferito una importanza rilevante ai
valori comunitari, al rapporto dei
cittadini e dei luoghi con la loro
storia, con le loro tradizioni, con
quelli che potremmo chiamare
caratteri specifici delle identità
locali; all’inizio abbiamo cercato
di portare a conoscenza degli
associati e dei lettori queste variegate realtà in qualche modo
descrivendole, quasi inviando
una “cartolina” del luogo redatta
da un sensibile e preparato interlocutore.
Le “rubriche” nelle quali si articola la rivista, che si sono gradualmente
stabilizzate nel
tempo, sono riferite ai “temi” culturali presenti nella società marchigiana; in esse, oltre a contributi specifici forniti da soci e da collaboratori esterni, hanno comunque trovato accoglienza e spazi
adeguati le notizie ed i commenti
riguardanti gran parte delle iniziative culturali svoltesi nelle
Marche: mostre,convegni, spettacoli, tavole rotonde, indagini,
ecc., che fossero promosse dall’associazione o da altri soggetti
pubblici o privati.
I quaranta numeri della nostra
rivista si sono ovviamente sviluppati lungo dei precisi percorsi,
dei “fili rossi”, che abbiamo convenuto di chiamare: Teatro,
Sanità, Paesaggio,Beni Culturali,
Qualità della Vita, Integrazione,
Multiculturalità, ecc., argomenti
che sostanzialmente specificano
Le Cento Città, n. 40
I temi presenti con continuità
sono stati affrontati nel tempo
secondo linee evolutive che
hanno tenuto conto delle acquisizioni culturali più aggiornate, ma
anche delle esperienze che venivano maturando all’interno della
stessa associazione.
Con l’andare del tempo abbiamo
messo a punto una metodologia
di approccio al rapporto con le
comunità locali e la loro storia
assai più approfondita, capace di
arricchire di conoscenze, talora
del tutto inaspettate, i nostri associati e, contemporaneamente, stabilendo con le comunità locali,
amministratori, studiosi, cittadini, dei rapporti più profondi,
facendoci, anche tramite la rivista, divulgatori della loro realtà e
dei loro saperi.
C’è stata evoluzione anche nel
modo di trattare quelli che avevamo inizialmente individuati come
i temi di fondo dell’associazione,
Mario Canti
il confronto con la società regionale ci ha portato a rivederli, o
meglio ad approfondirli, le linee
evolutive sono state di conseguenza tante quanti i temi affrontati, e forse anche di più,
Per fare alcuni esempi: nel trattare il tema del paesaggio siamo
passati da una posizione di estrema attenzione, riservata però
esclusivamente agli ambienti di
maggior valore storico-paesaggistico, ad una considerazione globale della forma fisica del territorio, comprendendo in essa anche
gli ambienti “neutri” come quelli
“degradati”; in altri termini
abbiamo anticipato alcune posizioni espresse a livello europeo
nel 2000, ma che a livello nazionale sono state assunte da poco
tempo e non ancora rese pienamente operative.
La tutela e la valorizzazione del
paesaggio ci ha poi portato, quasi
inevitabilmente, a prendere posizione sul tema più generale della
conservazione della terra e della
limitazione dei consumi delle
risorse naturali, ragione per cui
abbiamo organizzato un apposito
convegno per la presentazione
della “carta della terra”, proposta da alcune associazioni
ambientalistiche internazionali,
che abbiamo anche pubblicato
per esteso sulla rivista
La conoscenza e la difesa del
nostro patrimonio culturale ha
preso nella nostra azione la denominazione significativa della “tela
strappata”, volendo significare
con questo termine che spoliazioni, distruzioni ed oblii hanno
interrotto il tessuto continuo
della nostra storia materiale .contribuendo in qualche modo a rendere meno limpida e consapevole
la nostra stessa identità e che oggi
il compito della cultura è quello
di “restaurare” questi rapporti.
45
Su questa acquisizione di base
sono poi state avviate vere e proprie azioni di recupero: restauri,
mostre ecc., tra le quali va compresa l’iniziativa a promuovere
l’azione legale per la restituzione
all’Italia della statua bronzea di
atleta attribuita a Lisippo ritrovata in mare al largo di Fano; degli
esiti di questa iniziativa diamo
conto, con legittima soddisfazione, in altra parte di questo stesso
numero.
Uno spazio particolare in questa
logica del recupero della conoscenza come recupero dell’identità ha occupato la trattazione delle
“grandi mostre” che in questi
anni sono state realizzate nelle
Marche, e che “Cento Città” ha
sempre ricondotto, al momento
della visita e nei commenti,alle
relazioni intercorrenti tra le opere
ed il territorio di origine.
Va sottolineato che la “tela strappata” ha riguardato non solo il
patrimonio artistico, ma quello
culturale nel suo complesso,
come testimonia, tra l’altro, l’attenzione che abbiamo dedicato,
alle biblioteche di tradizione,
della quale abbiamo dato notizia
anche sulla rivista nella fondamentale rubrica dedicata alla
“vita dell’associazione” .
Analogamente abbiamo dato
conto della vita teatrale marchigiana, per la quale abbiamo prodotto degli approfondimenti specifici, dalla nota indagine sui consumi teatrali alle interviste ai protagonisti ed ai convegni destinati
alla lirica e alla musica dal vivo,
che hanno più volte visto il coinvolgimento degli operatori e delle
istituzioni regionali e locali.
Con analoga scrupolosa attenzione “Cento Città” ha seguito e
segue il mondo variegato, e fondamentale per la vita civile e
sociale, della Sanità, sia attraverso
Le Cento Città, n. 40
gli annuali convegni organizzati
d’intesa con al Facoltà di
Medicina dell’Università di
Ancona, sia mediante contributi
specifici svolti in sedi apposite e
sulla rivista.
Nè è mancata in questi anni l’attenzione alla solidarietà sociale
che le Marche esprimono ed
hanno espresso in passato; oggi
nel volontariato e ieri nelle antiche tradizioni delle Confraternite;
una ricerca condotta con l’intento
di legare la solidarietà di oggi a
quella del passato, identificando
in essa uno dei caratteri identitari
più forti e costanti della Comunità
regionale.
Identità e culture comuni, diversità , integrazione e accoglienza,
sono stati sempre argomenti
ricompresi nella trattazione dei
temi istituzionali della associazione, nello sforzo di coniugare la
memoria alla attualità, di contribuire in una qualche misura alla
conservazione delle tradizioni e
all’innovazione del modo di essere del marchigiano di oggi; intenti forse presuntuosi, ma condotti
con misura e senso del ruolo di
una associazione culturale che
della apoliticità e della indipendenza ha fatto la sua ragione di
essere.
Nella ultima assemblea dell’associazione la redazione ha posto in
evidenza la necessità di conferire
alla rivista un ruolo sempre maggiore di interlocutore della società regionale, promuovendo
momenti di confronto propri di
un organo di comunicazione, attivando gli strumenti tradizionali:
interviste, forum, saggi, e collegandoli ad un uso informatico
della comunicazione stessa, quale
oggi può essere assicurato dalla
gestione di un sito efficiente e di
facile accesso, questo in definitiva
il nuovo traguardo che siamo
impegnati a raggiungere.
15°/40° L’anniversario
46
Il traguardo dei quindici anni
di Giovanni Danieli
Il 26 marzo 1995, presso l’Hotel
Federico Il di Jesi, alla presenza
del Notaio Dott. Sandro
Scoccianti, Alberto Berardi e
Giovanni Danieli, a nome di altri
trenta Consorti, costituivano
l’Associazione Le Cento Città.
L’Associazione è stata guidata nei
primi mesi di attività da un
Comitato provvisorio costituito
da Giovanni Danieli, Presidente,
Alberto Berardi, Vice Presidente,
Volfango Zappasodi, Segretario e
da Marco Belogi, Duilio Bonifazi,
Folco Di Santo, Donatella
Donati, Evio Hermas Ercoli,
componenti.
Venne contestualmente nominato Presidente Onorario il
Magnifico Rettore dell’Università
di Urbino Carlo Bo. Giorgio
Mangani scrisse il Manifesto di
Intenti.
Negli anni successivi si sono
succeduti alla Presidenza:
Giovanni
Danieli
(1996),
Catervo Cangiotti (1997), Folco
Di Santo (1998 e 1999), Alberto
Berardi (2000-2001), Evio
Hermas Ercoli (2002-2003),
Mario Canti (1 gennaio 2004/
31 luglio 2005) Enrico Paciaroni
(1 agosto 2005/31 dicembre
2006), Tullio Tonnini (2007),
Bruno Bandoni (1 gennaio – 31
luglio 2008), Alberto Pellegrino
(1 agosto 2008 – 31 luglio 2009),
Walter Scotucci (dal 1 agosto
2009). E’ Segretario dal 1997
Giovanni Danieli mentre il
ruolo di Tesoriere è stato ricoperto sino al 2005 da Francesco
Pomponio, successivamente da
Anna Maria Zallocco.
Non sono più tra noi Franco
Angeleri,
Paolo
Brunetti,
Nazario D’Errico, Franco
Foschi, Tullio Tonnini.
Le attività dell’Associazione in
questi quindici anni sono state
caratterizzate da (1) Progetti
strategici, caratterizzanti l’azione societaria e portati avanti in
più momenti nel corso degli
anni, (2) Iniziative di interesse
regionale costituite essenzialmente da riunioni e congressi,
azioni di recupero e di restauro
di opere d’arte, inchieste regionali, (3) Attività di “animazione interna”; è stata inoltre assicurata la regolare produzione di
un periodico, Le Cento Città,
che ha avuto quale Direttore
Editoriale Giorgio Mangani,
prima, e dal 2006 Mario Canti.
Edoardo Danieli è il Direttore
responsabile della rivista.
Nell’elencazione degli eventi
succedutisi verrà seguita la classificazione prima riportata.
1. Progetti Strategici
A. La Tela Strappata
Convegni di sensibilizzazione
verso “le Marche disperse”
1. La Tela Strappata - Fano 10
dicembre 1995 (A. Berardi)
2. Le Marche disperse - S.
Severino 16 giugno 1996 (A.
Pellegrino)
3. La Tela Strappata, il patrimonio artistico marchigiano disperso – Macerata 28 Novembre
1996 (E. H. Ercoli)
4. Beni Culturali - Fano 9 ottobre 1997 (A. Berardi)
5. La Tela Strappata - Pesaro 21
luglio 1998 (A. Berardi, G.
Calegari, B. Cleri)
Le Cento Città, n. 40
6. Marche disperse ovverosia La
Tela Strappata – Pesaro 15 giugno 2002 (A. Berardi)
7. Il caso Lisippo – Fano 26 gennaio 2007 (A. Berardi)
B. Il Teatro
Convegni, inchieste e visite
dedicate ai Teatri marchigiani
Il Teatro nelle Marche - Ancona
17 marzo 1996 (M. Canti)
2. Il Teatro nelle Marche - Fano
10 ottobre 1996 (A. Berardi)
3. Presentazione di un’inchiesta
regionale sul Teatro - Macerata
11 novembre 1996 (E.H. Ercoli)
4. I Teatri nelle Marche, ieri,
oggi e domani - Pesaro 10 maggio 1998 (A. Berardi)
5. La gestione di un piccolo teatro - Civitanova Marche 21
marzo 1999 (E. Danieli, M.
Canti)
6. Il Teatro delle Muse - Ancona
10 marzo 2000 (F. Brisighelli)
7. La musica nelle Marche, il
sistema che non c’è – Ancona,
Teatro delle Muse, 17 giugno
2006 ( E. Paciaroni)
8. Il sistema lirico musicale nelle
Marche – Ancona, Teatro delle
Muse, 15 Maggio 2008 (E.
Paciaroni)
9. Lo stato dello spettacolo dal
vivo nelle Marche – Pesaro 9
maggio 2009 (E. Paciaroni)
C. La Sanità
Convegni svolti quasi tutti
nell’Aula Magna di Ateneo o
in quella della Facoltà, per
dibattere due temi di grande
attualità, la Sanità regionale e
la formazione universitaria
dei Professionisti della salute.
L’Infermiere all’Università Ancona 11 ottobre 1995 (G.
Giovanni Danieli
Danieli)
Piccoli Ospedali, quale futuro? Ancona 29 novembre 1996 (G.
Danieli)
Piano Sanitario Regionale Pesaro 9 luglio 1997 (G.
Danieli)
4. L’integrazione socio-sanitaria
nel minore, nel disabile, nell’anziano - Ancona 29 maggio 1998
(L. Del Conte)
5. Case di riposo nelle Marche Ancona 25 novembre 1999 (E.
Paciaroni)
6. Le nuove lauree dell’Area
sanitaria - Ancona 14 aprile
2000 (G.
Danieli)
7. La Sanità che cambia Ancona 2 dicembre 2002 (G.
Danieli)
8. L’Infermiere laureato Ancona 20 maggio 2005 (G.
Danieli)
9. Verso il nuovo Piano
Sanitario Regionale – Pesaro,
27 ottobre 2006 (E. Paciaroni,
G. Danieli)
10. Il nuovo Piano Sanitario
Regionale 2007 – 2009 –
Ancona 5 ottobre 2007 (E.
Paciaroni, G. Danieli)
11. L’evoluzione del Sistema
Sanitario nelle Marche –
Ancona 27 novembre 2009 (E.
Paciaroni, G. Danieli)
D. Il Paesaggio
Congressi e dibattiti per la
tutela e la valorizzazione del
paesaggio
1. La scena marchigiana, un
convegno sul territorio, Sarnano
giugno 1997 (G. Ricci)
2. Il Paesaggio, la forma della
memoria, lo spazio del progetto
- Ancona 18 giugno 2004 (M.
Canti)
3.
Presentazione
de
Il
Paesaggio, Rivista e progetto,
Fano 17 febbraio 2005 (M.
Canti, A. Berardi)
4.
Presentazione
de
Il
Paesaggio, Rivista e progetto,
Macerata 3 marzo 2005 (M.
47
Canti, E. H. Ercolì)
5. Protagonisti e metodi per una
politica attiva del paesaggio.
Fermo 18 febbraio 2006 (M.
Canti, F. Emiliani)
6. Attualità del paesaggio – Jesi
23 maggio 2008 (M. Canti)
7. La Carta della Terra –
Recanati 2 aprile 2009 (F.
Corvatta)
E. Biblioteche marchigiane di
tradizione (G. Danieli)
Riscoperta e valorizzazione
delle biblioteche marchigiane
di tradizione, visite, convegni
e pubblicazioni.
1.Biblioteca Mozzi Borgetti d
Macerata (31 maggio 2003)
2. Biblioteca Tomistica di
Monsampolo del Tronto (31
maggio 2003)
3. Biblioteca Comunale di
Fermo (31 maggio 2003)
4. Biblioteca Federiciana di
Fano (31 ottobre 2003)
5. Biblioteca Oliveriana di
Pesaro (31 ottobre 2003)
F. Tipicità enogastronomiche
Riscoperta delle specificità
enogastronomiche regionali
1.
Cena
leopardiana
Montecosaro Scalo 1 febbraio
2003 (E.H Ercoli)
1.2 20 giugno 1999 – 1 febbraio
2003
2. Cena rossiniana - Pesaro 21
novembre 2003 (E. Franca)
3. Il Cuoco maceratese Portonovo di Ancona 19 marzo
2005 (E.H Ercoli)
4. La cucina ebraica nelle
Marche - Senigallia 5 marzo
2006,
(M.Luisa
Moscati
Benigni)
G. Conversazioni sull’Etica (L.
Cavasassi)
Progetto e in memora di Tullio
Tonnini, ad Ancona nella sala
del Rettorato
1. L’Etica nell’epoca della com-
Le Cento Città, n. 40
plessità – Ancona 4 luglio 2008
2. Le sfide dell’etica della cultura postmoderna – Ancona 21
novembre 2008
H. suoni d’organo alle marche
Concerti d’organo in cinque
sedi regionali, Fano, Jesi,
Fermo, Tolentino, Ascoli tra il
28 e il 30 dicembre 2009.(G.
Martinelli)
I.Freschi di stampa
Presentazioni e citazioni di
opere di Autori marchigiani
edite negli anni 2008-2009
Macerata 5 marzo 2010 (M.
Cinelli)
2. Iniziative di interesse
regionale
A. Gruppo Recuperi e Restauri
Costituito da Grazia Calegari,
Graciela Galvani Rocca e
Silvana Mariotti, ha intrapreso
numerose iniziative tra le
quali vanno citatate
1. Scenografia teatrale del
Palazzo Ducale Corte Alta di
Fossombrone, visitata il 29
marzo 1998 – 7 ottobre 2000
2. Madonna col Bambino e i
Santi San Pietro e Girolamo
nella Cattedrale di Pesaro, visitata il 23 novembre 2000
3. Il Martirio di San Bartolomeo
di Antonio Viviani detto il
Sordo nel Parco San Bartolo di
Pesaro, visitato il 20 ottobre
2002
Inoltre Grazia Calegari ha guidato la visita ai mosaici della
Cattedrale di Pesaro appena
restaurati il 22 marzo 2007.
Alberto Berardi infine ha svolto
una continua azione di sensibilizzazione per il recupero
dell’Atleta di Fano, in più
momenti, mediante convegni,
articoli, interviste e con l’esposto finale al Tribunale di Pesaro
avanzato dall’Avv. Tristano
15°/40° L’anniversario
Tonnini il …
B. Inchieste
Sondaggi regionali coordinati
da Docenti delle Facoltà di
Economia di Urbino e Ancona
1. Il Teatro nelle Marche, 1996
(G. Polidori)
2. I giovani e le Marche, 2000
(U. Ascoli)
3. L’immigrazione marchigiana,
2004 (E. Pavolini)
C. Convegni
Momenti di riflessione e di
dibattito
aperti
dall’Associazione su temi
essenziali della vita regionale,
non riportati nei Progetti strategici
1995
1. 23 settembre - Recanati:
Incontro con i Poeti marchigiani
(F. Foschi)
2. 2 ottobre - Macerata:
Presentazione dell’Associazione
(E.H. Ercoli)
3. 31 ottobre - Pesaro:
Presentazione dell’Associazione
e della rivista (A. Berardi)
4. 5 novembre - Fermo:
Presentazione dell’Associazione
(D.Bonifazi)
1996
1. 28 novembre – Macerata: Gli
insorgenti marchigiani (E. H.
Ercoli)
1997
1. 21 marzo - Pesaro: Presenza
ebraica nelle Marche (A.
Berardi)
2. 6 aprile - Tolentino: Arte
Neoclassica, il tempo di Andrea
Appiani (A. Pellegrino)
3. 14 giugno – Ancona, la cattedrale di S. Ciriaco e le celebrazioni
sul
millennio
(E.
Paciaroni)
4. 13 luglio - S. Benedetto del
Tronto:
Accademie
e
48
Associazioni culturali nelle
Marche (L. Alici, G. Lupi)
5. 9 ottobre - Pesaro: Beni culturali. Privato-pubblico, un circolo virtuoso (A. Berardi)
6. 16 novembre - Porto S.
Giorgio: Le Società Operaie
nelle Marche, mutualità e solidarietà (A. Luzi)
1998
1. 13 marzo - Macerata: La follia
di una volta, vicende nosocomiali di fine secolo (E.H. Ercoli)
2. 3 ottobre - Camerino: Tra storia e cultura (A. Pellegrino)
3. 22 ottobre - Macerata: Il libro
d’artista
nelle
Marche.
Imitazioni di Gianni Sinisgalli
(G. Ricci)
4. 25 novembre – Pesaro:
Correnti dell’arte contemporanea (A. Berardi)
1999
1. 15 gennaio - Ancona: Fare le
Marche (G. Mangani)
2. 10 febbraio – Fano: il carnevale nelle Marche (A. Berardi)
3. 20 marzo - Abbadia di
Fiastra: Neoclassicismo nelle
Marche al tempo di Leopardi
(G. Ricci, F. Mariano)
4. 17 aprile - Pesaro: Rossini
nelle Marche (A. Berardi, A.
Siepi)
5. 24 aprile - Civitanova
Marche: Ri/conoscere Annibal
Caro (E. Danieli, E. Marinelli)
6. 28-29 maggio – Macerata: un
nuovo filosofo (L. Alici)
7. 28-29 giugno – Ancona: alcune esperienze regionali per lo
sviluppo e l’occupazione nella
cultura (F. Di Santo, G. Vandali)
8. 19 settembre - Capodarco di
Fermo: Approfittiamo del no
profit (L. Alici)
9. 12 novembre - Macerata: Il
crepuscolo del Barocco (A.
Sfrappini)
2000
Le Cento Città, n. 40
1. 25 settembre - Ancona: I giovani nelle Marche (U. Ascoli, F.
Di Santo)
2. 1 ottobre - Pesaro: Rossini e i
compositori marchigiani (A.
Siepi)
3. 9 ottobre - Ancona: Libia,
situazione attuale, prospettive
per gli operatori locali (L.
Cavasassi)
4. 15 ottobre – Fano: Vitruvio e
Fanum Fortunae (P. Taus)
2001
1. 21 febbraio – Fano: il
Carnevale nell’arte, nella letteratura e nella gastronomia (A.
Berardi)
2. 4 maggio - Macerata: Murat e
le Marche. Diario inedito del
1815 (E.H. Ercoli)
3. 29 settembre - Pesaro: Pesaro
al tempo di Carolina di
Brunswick (A. Berardi, A. Siepi)
4. 23 novembre - Fano: Marco
Belogi scrittore (A. Berardi)
5. 7 dicembre - Pesaro: Alle origini del trasporto pubblico nelle
Marche (A. Berardi)
2002
1. 21 settembre - Camerino: Il
400 a Camerino (A. Pellegrino)
2003
1. 17-19-21 marzo- Macerata:
Amarcord o della vita di provincia (E.H. Ercoli)
2. 21 dicembre - Mondavio: Il
Premio Benemerito per la
Storia delle Marche a Le Cento
Città (G. Martinelli)
2004
1. 5 novembre - Ancona:
Editoria ed identità regionale, Il
Corriere Adriatico (G. Vettori,
E. Danieli)
2. 19 novembre - Pesaro: Lo
Statuto, gli Statuti (A. Amati)
3. 22 novembre - Ancona: Il
fenomeno dell’immigrazione
nella provincia di Ancona (F. Di
Giovanni Danieli
Santo)
2005
1. 11 marzo - Ancona:
L’immigrazione nelle Marche (F.
Di Santo)
2. 10 giugno - Fermo: Il ruolo
dei Musei locali nello sviluppo e
nel consolidamento dell’identità
culturale delle comunità marchigiane. Per una didattica finalizzata all’identità M. Canti,
A.M. Zallocco, G. Capodaglio).
3. 29 ottobre – Ancona: Il futuro del porto di Ancona (P. Beer)
2006
28 maggio – Macerata: Macerata
anni ’30 – Un giorno da leoni
(E. H. Ercoli)
11 dicembre – Ancona: La città
dei creativi, un progetto per la
città regione (C. Cangiotti)
49
D. Gli incontri
1. Arnaldo Pomodoro - S. Leo,
31 maggio 1998 (F. Mancini)
2. Mario Giacomelli - Ancona,
25
novembre
1999
(E.
Paciaroni)
3. Diego Della Valle - Casette
d’Ete, 20 luglio 2001(E. Pupo)
4. Walter Scavolini - Pesaro, 9
novembre 2001 (A. Berardi)
5. Cristina Cecchini - Loreto,
22 febbraio 2002 (E.H. Ercoli)
6. Mario Trapanese e Rossano
Bartoli alla Lega del Filo d’Oro
– Osimo,
19 novembre 2005 (E.
Paciaroni)
7. Vittorio Livi - Pesaro, 29
febbraio 2007 – (G.Calegari)
7. Valeriano Trubbiani Ancona, 8 marzo 2007 (A.
Berardi)
8. Roberto Tagliaferri Ancona, 4 luglio 2008 (L.
Cavasassi)
9. Luigi Alici - Ancona, 21
novembre 2008 (L. Cavasassi)
2007
8 marzo – Ancona: Omaggio a
Valeriano Trubbiani (A. Berardi)
15 giugno – Ancona: Convegno
ANCE-Ambrosetti: Il sistema
turismo in Italia e nelle Marche
(E. Paciaroni)
12 ottobre – Ancona: Ancona, le
Marche e l’Oriente (F. Di Santo,
Carifano)
2009
30 gennaio – Macerata: i 100
anni del Manifesto Futurista (E.
H. Ercoli)
2 aprile 2009 – Recanati:
Capelli al vento, ricordo di
Joyce Lussu (F. Corvatta, A.
Pellegrino)
5 luglio – Amandola: Convegno
sulla Sibilla (A. Pellegrino)
3 ottobre –
Caldarola: il
Collezionista, tra buona fede ed
incauto acquisto (L. Capodaglio)
E. Collaborazione con la
Facoltà di Medicina e
Chirurgia, Convegni annuali
nella sede della Facoltà (G.
Danieli)
1. Biblioteche Marchigiane di
tradizione 31 maggio 2003
2. Caritas e Sanità, dalle antiche Opere pie, Confraternite,
Congregazioni di
Carità alle Istituzioni assistenziali nelle Marche – 23 giugno 2006
3. Uomini e Luoghi della cultura nelle Marche – 8 giugno 2007
4. Manicomi Marchigiani, le
follie di una volta – 6 giugno
2008
5. Fonti ed acque termali nelle
Marche - 5 giugno 2009
3. Attività di animazione interna
A. Le visite
Le Cento Città, n. 40
Per conoscere e far conoscere le
Marche, visite ai tesori ambientali ed artistici della Regione,
ricevuti dai Sindaci dei Comuni
visitati e guidati da Personalità
della cultura
Provincia di Pesaro
1. Pergola - 18 maggio 1997 (S.
Mariotti)
2. S. Angelo in Vado - 18 ottobre 1997 (B. Cleri)
3. Fossombrone - 29 marzo
1998 (S. Mariotti)
4. S. Leo, - 31 maggio 1998 (F.
Mancini)
5. Cagli, 14 giugno 1998 (A.
Mazzacchera)
6. Urbino, Città Ducale - 6 giugno 1999 (G. Polidori, M.
Dachà)
7. Saltara e Cartoceto - 13 febbraio 2000 (E. Franca)
8. Mondavio - 21 maggio 2000
(F Mariano)
9. Fano - 15 ottobre 2000 (P.
Taus)
10. Fossombrone 7 ottobre
2000 – (S. Mariotti, G. Calegari,
A. Berardi)
11. Pesaro – 23 novembre 2000
(G. Calegari, S. Mariotti)
12. S. Giorgio di Pesaro - 1 febbraio 2003, (M. Belogi)
13. Urbania ed Urbino - 20
marzo 2004 (M. Belogi)
14. Fonte Avellana - 10 luglio
2004 (T. Tonnini)
15. Cagli – 4 giugno 2005 (A.
Mazzacchera)
16 . S. Maria d’Antico,
Pontemessa,
Cartoceto,
Montebello – 9 luglio 2006 (E.
Franca)
17. Pesaro - Villa Miralfiore e
Museo Diocesano – 20 febbraio
2007 (G. Calegari)
18. Pesaro – Mosaici della
Cattedrale – 22 marzo 2007 (G.
Calegari)
19. Urbino – Mostra di
Raffaello – 9 maggio 2009 (M.
Canti, M.L.Polichetti)
15°/40° L’anniversario
Provincia di Ancona
1. Jesi - 23 maggio 1999 (L.
Cavasassi)
2. Corinaldo e Claudio Ridolfì
– 2 aprile 2000 (M. Grandi)
3. Serra dei Conti ed Arcevia –
16 ottobre 2005 (G. Moneta)
4. Ancona, Mole Vanvitelliana:
3 dicembre 2005 – Mostra:
Leonardo, genio e visione in
terra
marchigiana
(M.L.
Polichetti)
5. Fabriano: Mostra di Gentile
da Fabriano – 22 luglio 2006
6. Recanati: Museo Beniamino
Gigli, – 2 aprile 2009
7. Serra S. Quirico – 13 settembre 2009, Mostra di Pasqualino
Rossi
Provincia di Macerata
1. Camerino - 3 ottobre 1998
(A. Pellegrino)
2. Caldarola e Madonna di
Garufo - 17 ottobre 1999 (G.
Bocci)
3. Recanati - 14 ottobre 2001
(F. Corvatta)
4. S. Severino Marche, 14 ottobre 2002 (A. Pellegrino)
5. S. Ginesio - 22 giugno 2003
(E.H. Ercoli)
6. Urbisaglia - 5 ottobre 2003
(G. Capodaglio)
7. Treia - 18 aprile 2004 (E.H.
Ercoli)
8. La Via Francisca - 4 luglio
2004 (E.H. Ercoli)
9. Cingoli – 19 marzo 2006 (G.
Moneta)
10. Castel Beldiletto, S. Giusto
in S.Donato, Madonna di
Macereto – 15 settembre
2006 (G. Bocci, F.
Bracalente)
11.Camerino: Mostra del
Rinascimento scolpito (A.
Pellegrino);
S.
Severino:
Percorso “iniziatico” a Villa
Collio – 8 ottobre 2006 (E.H.
Ercoli)
50
12. Macerata, i suoi palazzi, i
suoi teatri, 9 marzo 2008 (E.H.
Ercoli)
13. Matelica, Mostra dei Piceni,
12 ottobre 2008 (R. De Biase)
14. Tolentino, S. Severino,
Montelupone: Tour del sorriso 9
novembre 2008 (A.
Pellegrino)
15 . Macerata, Madonna del
Glorioso, Castelli di Aliformi e
di Isola. 19 luglio
2009 (A. Pellegrino)
16. Esanatoglia, 24 gennaio
2010 (G. Oresti)
Provincia di Fermo
1. Valle del Tenna - 26 maggio
1996 (U. Ascolí)
2. Monte S. Pietrangeli - 12
novembre 2000 (E.H. Ercoli)
3. S. Elpidio a Mare - 7 aprile
2002 (E.H. Ercolí)
4. Montegiorgio - 23 febbraio
2003 (E.H. Ercoli)
5. S. Elpidio a Mare – 7 maggio
2005 (G. Martinelli)
6. Servigliano – (M. Calisti),
Massa Fermana, Pinacoteca (W.
Scotucci)
Falerone Museo
Archeologico (P. Pierangelini) 1 apile 2007
Monterubbiano e Moresco – 24
febbraio 2008 (W. Scotucci, G.
Oresti, R.
(Folicaldi)
Fermo, Mostra di Vincenzo
Pagani,
Biblioteca,
Caffè
Letterario, 21 settembre
2008 (W. Scotucci)
9. Fermo, Monterubbiano,
Montefiore dell’Aso: Le Marche
nei Fioretti di S. Francesco – 31
ottobre 2009 (W. Scotucci)
Province di Ascoli Piceno
1. Montefortino - 13 settembre
1998 (A. Luzi)
2. Ascoli Piceno - 30 giugno
2000 Mostra dei Piceni, la
Pinacoteca (M. Canti, S.
Le Cento Città, n. 40
Papetti)
3. Amandola, viaggio nel
mondo della Sibilla – 5 luglio
2009 (A. Pellegrino,
V. Pasquali)
4. Offida, 15-16 febbraio 2010
(G. Oresti)
B. I viaggi
Viaggi con guide prestigiose e
relazioni di grande spessore
culturale
1. Salento, 28 aprile - 1 maggio
2001 (G. Danieli)
2. Sicilia occidentale - 25-28
aprile 2002 (E Franca)
3. Tra Marche, Toscana ed
Umbria - 24-27 aprile 2003 (M.
Canti; M.L.Polichetti)
4. Abruzzo- 7-9 maggio 2004
(M. Canti, M.L.Polichetti)
5. Ciociaria - 22-25 aprile 2005
(M. Canti, M.L. Polichetti)
6. Civitella del Tronto –
Monastero di Valledacqua,
Paggese, Castel di Luco– 3-4
giugno 2006 (T. Tonnini)
7. Mantova, Verona, Padova,
Mostra di Andrea Mantegna –
10-12 novembre 2006
(A. Pellegrino)
8. Caserta, Baia, Pompei – 2830 aprile 2007 (M. Canti,
M.L.Polichetti,)
9. Camaldoli, Monastero ed
Eremo, Poppi, Capolona di
Arezzo – 12-13 maggio
2007 (T. Tonnini, S. Frigerio)
10. Ravenna, Pomposa,
Comacchio – 8-9 dicembre 2007
(V.Pranzini,C.Montroni,
S. Frigerio)
11. Parma, Colorno,
Sabbioneta,
Fontanellato,
Vigoleno – 24-26 aprile 2009
(A. Pellegrino)
Inoltre Folco Di Santo e Mario
Luni hanno organizzato, a partire dal 2000 (18-25 aprile 2000),
per un gruppo di Soci e di
Giovanni Danieli
Amici, alcune visite in Libia, alla
riscoperta della civiltà romana
ed Enrico Paciaroni un viaggio a
Berlino nell’aprile 2006.
C. Assemblee dei soci ed altri
incontri societari
1. Assemblee invernali
a) Valle del Metauro,Villa
Tombolina - 10 dicembre 1995
(Assemblea)
b) Jesi, Hotel Federico II - 26
marzo 1995 - 10 dicembre 1996
- 10 dicembre 1997 13 dicembre 1998 - 12
dicembre 1999 - 12 dicembre
2000 - dicembre 2001 – 15
dicembre 2002 - 14 dicembre 2003 - 12 dicembre 2004 11 dicembre 2005- 17
dicembre 2006 - 16 dicembre 2007- 14 dicembre 2008- 13
dicembre
2009(Assemblee invernali)
2. Assemblee di mezza estate:
a) Monte S. Giusto La
Coriolana - 26 agosto 2000 - 25
agosto 2001 - 30 agosto 2002 5
settembre 2003 - 4 settembre
2004 - 4 luglio 2005
b) Monsano, Villa Di Santo –
22 luglio 2006
c) Fano, Villa Tonnini – 14
luglio 2007
d) Fano, Villa Tonnini – luglio
2008
e) S. Severino Marche - 19
51
luglio 2009
dici, nel 2007 sedici, nel 2008
tredici, nel 2009 diciasette.
3. Ricevimento nella Villa di
Catervo Cangiotti - 5 settembre
1997
4. Loreto, Villa Tetlamaja - 28
marzo 2003 Presentazione dei
nuovi Soci
5. Jesi Hotel Federico II Celebrazione
del
10°
Anniversario dell’Associazione 2 aprile 2005
6. Monterado, 15 febbraio 2009 Il carnevale de Le Cento
Città
7. Offida, 15-16 febbraio 2010
Carnevale di Offida
8. Jesi Hotel Federico II Celebrazione
del
15°
Anniversario dell’Associazione e
del quarantesimo numero della
rivista - 26 Marzo 2010
Circa le sedi di svolgimento
degli avvenimenti, 45 sono stati
realizzati nella provincia di
Pesato, 70 in quella di Ancona,
49 in quella di Macerata, 10 in
quella di Ascoli e 14 in quella di
Fermo.
In sintesi, oltre ad inchieste,
recuperi e restauri, si sono svolti 11 viaggi dell’Associazione e
120 eventi, così distribuiti:
nel 1995, secondo semestre, cinque; nel 1996 otto; nel 1997 tredici; nel 1998 undici; nel 1999
quattordici; nel 2000 diciassette;
nel 2001 sette; nel 2002 otto; nel
2003 sedici; nel 2004 dodici, nel
2005 quattordici, nel 2006 quin-
Le Cento Città, n. 40
15°/40° L’anniversario
52
Le Cento Città nel pensiero di Past President e amici intellettuali
Mi sento un marchigiano da sempre “globale”, lontano dalle “piccole Patrie” che pure amo. Per
questo cerco di vivere la mia
regione nella sua vasta gamma di
offerte dalla poesia all’arte, dal
teatro al paesaggio; per questo
amo vivere sospeso tra piazze e
antiche strade, tra la celeste vertigine delle montagne e il grigioverde del mare, cercando di assaporare l’armonia del creato.
L’Associazione Le Cento Città mi
ha aiutato a fare tutto questo: ha
ampliato o approfondito le mie
conoscenze; ha rafforzato in me
la consapevolezza di essere parte
integrante di questa regione con
le sue esaltanti eccellenze e i suoi
limiti, le sue originali bellezze,
con la sua gente laboriosa e gentile anche se non priva di difetti
come compete all’essere umano;
mi ha fatto il dono prezioso dell’amicizia maturata in tante occasioni nel segno dell’operosità
intellettuale e dell’incontro festoso, da Urbino ad Ascoli, dai
Sibillini, culla misteriosa delle
Regina Appenninica all’Adriatico
un tempo solcato dalla mitica
nave di Glauco cullato dal canto
delle sirene e dall’irresistibile
incanto di Circe. Abbiamo scoperto insieme il fascino della poesia e dell’arte, delle tradizioni del
popolo marchigiano che ha
costruito la nostra storia per farci
sentire orgogliosamente legittimi
figli di questa regione.
Alberto Pellegrino
Sono poche le date che ricordo
ma una non l’ho mai dimenticata:
il 12 dicembre 1999 quando a Jesi
l’Assemblea de “le Cento Città”
mi
elesse
Presidente.
Cominciarono così due anni di
impegno appassionato insieme
agli amici più cari ed al fianco di
colui che è sempre stato il motore
infaticabile della Associazione:
Giovanni Danieli. Con un po’ di
emozione organizzai il primo
incontro nella mia terra, a
Cartoceto ed a Saltara. Gli affreschi gotici di San Giovanni in
Rovereto recentemente scoperti
ed i misteri della Villa del Balì
furono le tappe principali dell’incontro non disgiunte da una visita all’antico mulino ad olio
Beltrami. A seguire, il bell’incontro i Ancona sul restauro del
Teatro delle Muse e la visita a
Corinaldo delle opere di Claudio
Ridolfi. Nell’aprile il Convegno
su “Le nuove Lauree nell’Area
Sanitaria” che aprirà la strada ai
prestigiosi incontri anconetani sui
problemi della Sanità regionale e
poi l’indimenticabile viaggio in
Libia. Il primo dei grandi viaggi
dell’Associazione.
Vedemmo
cose mai viste e godemmo di privilegi culturali inusitati grazie a
Mario Luni . Iniziò a maggio la
collaborazione con l’Istituto
Italiano dei Castelli con la visita
alla Rocca di Mondavio. A giugno la visita alla Mostra dei
Piceni ad Ascoli Piceno, splendida città troppo a lungo trascurata
anche dalla nostra Associazione.
Ma il problema dell’identità marchigiana a distanza di venti anni
dalla nascita delle regioni premeva ed insieme alla Fondazione
Merloni promuovemmo un sondaggio sul senso di identità e
radicamento regionale dei giovani marchigiani. Gli interessanti
risultati furono pubblicati su un
Le Cento Città, n. 40
numero speciale della nostra rivista. Il primo anno si avviava al
termine ma molte cose premevano. Tra ottobre e novembre il
Gruppo Recupero e Restauri presentò due grandi interventi che
fecero conoscere ed apprezzare il
lavoro della Associazione: il
restauro della scenografia teatrale
della Corte Alta di Fossombrone
e quello dello spettacolare affresco “Madonna con bambino e
santi” della Cattedrale di Pesaro.
Fu poi la volta dell’incontro degli
imprenditori marchigiani in
Ancona con il Console generale
d’Italia a Bengasi Alfredo
Durante Mangoni , del Convegno
fanese su “Vitruvio e Fanum
Fortunae” e della visita a Monte
San Pietrangeli. La primavera del
2001 passò come un soffio con la
visita di un nutritissimo gruppo
di soci nella magica terra salentina. Si intensificarono i rapporti,
nacquero nuove amicizie , si aprirono nuove prospettive. A maggio il Convegno su “Murat e le
Marche” a Macerata ed a luglio
la visita a Casette d’Ete nei nuovissimi stabilimenti Tod,s ricevuti da Diego Della Valle per rinsaldare il legame tra Associazione ed
imprenditoria. Il 29 settembre
Convegno su “ Pesaro al tempo
di Carolina di Brunswick”, il 14
ottobre incontro a Recanati su
Giacomo Leopardi e le stupefacenti opere del Lotto. Ancora mi
chiedo come sia stato possibile
realizzare tutto questo e mi
rispondo che soltanto la passione
unita alla competenza di molti
che mi scuso per non avere ricordato, ma lo spazio è tiranno,
hanno potuto compiere il miracolo di unire persone tanto diverse
15°/40° L’anniversario
in un impegno comune che nato
da tempo prosegue imperterrito
con unanimi consensi.
Alberto Berardi
Giovanni Danieli non è marchigiano di nascita, ma il suo amore
per la nostra Regione è fortissimo. Da lui nasce l’idea delle
Cento Città. Dopo un paio d’anni di rodaggio, l’Associazione è
lanciata e Giovanni sente la
necessità di consolidarla e dare
un assetto più strutturato alla
Rivista. Era il 1996. A quell’epoca
io ero Presidente degli Industriali
delle Marche. Giovanni pensa a
me come Presidente delle Cento
Città per l’anno 1997. Accetto,
con al mio fianco l’inesauribile e
vulcanico
Giovanni
quale
Segretario Generale. Ci circonda
un gruppo straordinario di amici
con i quali realizziamo tanta iniziative. Ricordo con affetto
Giorgio Mangani, Masino Ercoli,
Alberto Pellegrino, Alfredo Luzi,
Fabio Mariano, Mario Canti e M.
Luisa Polichetti. È stata per me
una esperienza esaltante. Ho
potuto toccare con mano come
in tutte le province marchigiane i
punti di convergenza superassero
le diversità. Insomma, il trionfo
della “marchigianità” all’insegna
della coesione sociale, della bontà
d’animo della gente, della non
bellicosità, del rispetto delle tradizioni, del tessuto connettivo
delle piccole Aziende nate dai
valori dalla cultura degli artigiani
medioevali e dalla cultura contadina. Ringrazio Giovanni e gli
amici per tutto quello che mi
hanno insegnato. Spero di aver
lasciato anch’io un buon ricordo
a tutti.
Catervo Cangiotti
Ho sempre ritenuto di conoscere
le Marche. Mi sbagliavo. La
Presidenza (dal 01-07-05 al 31-
53
12-06) dell’Associazione” le
Cento Città” mi ha offerto l’opportunità di conoscere le vere
Marche, le cosiddette Marche
minori. Con piccole gite domenicali abbiamo potuto scoprire le
loro specifiche identità, naturali,
storiche, artistiche e culturali:
paesaggi tipici, dolci, collinari,
dai monti verso il mare, ordinati e
rimodellati su misura dalla mano
dell’uomo; borghi e castelli
medievali, recentemente restaurati con gusto ed intelligenza;
antiche chiese romaniche o semplici pievi tutte ricche di patrimoni preziosi di opere d’arte.
Abbiamo potuto apprezzare ,
sopratutto nell’interno, i prodotti tipici della cucina locale,poveri
e semplici, ma con genuini sapori
antichi, molti dei quali ancora alla
base della famosa dieta mediterranea (olio d’oliva, legumi, pasta,
polenta, verdure di campo, vini
tipici, frutta di stagione ecc.). Il
merito delle “Cento Città”, infatti è quello di far conoscere le
Marche sconosciute ai più, di
notevole interesse sotto il profilo
culturale,valorizzare le tipiche
identità del territorio, innovare
alcuni aspetti, altrimenti obsoleti
a causa dell’incuria dei responsabili del potere politico.
Le
Marche risultano,purtroppo, una
Regione frammentata per motivi
geografici, storici e politici. È
tempo di ritrovare un’unitarietà
di indirizzi e di disponibilità finalizzate a soluzioni di beni comuni.
Per queste finalità le Associazioni
tutte devono uscire dai loro circoli accademici, creare movimenti
d’opinione attraverso lo strumento della conoscenza e coinvolgere
le istituzioni che possono e devono decidere. Secondo me, il principio alla base della nostra
Associazione deve essere proprio
questo: riscoprire le vere identità
della nostra Regione, farle meglio
conoscere, attualizzarle con contributi innovativi adeguati, infine
Le Cento Città, n. 40
impegnarsi per una giusta loro
valorizzazione. Con questo spirito, durante la mia Presidenza,
abbiamo
organizzato
dei
Convegni regionali, ripetuti poi
negli anni successivi, su due temi
di fondamentale importanza nell’ambito delle Marche di oggi: il
problema degli Ospedali e quello
dei Teatri lirico-musicali marchigiani.Strutture tutte di grandi tradizioni a livello regionale,testimonianze di notevole senso di
responsabilità civica, attualmente
in difficoltà per motivazioni
gestionali e finanziarie, che necessitano oggi di trasformazioni, di
raccordi-reti fra tutte, di indirizzi
comuni sotto il profilo dei programmi e delle risorse disponibili.Dalle tradizioni locali ad un rinnovamento relativo alle esigenze
funzionali del momento.
Le Marche sono anche una
Regione dei creativi che hanno
saputo contribuire, con intelligenza, lungimiranza e gusto, alla
diffusione nel mondo del made
in Italy nell’ambito della moda,
delle calzature, dell’arredamento,
dell’artigianato, dell’elettronica,
degli elettrodomestici, ecc. Sotto
questo profilo è stato organizzato, in collaborazione con
l’Ambrosetti House, grazie agli
stimoli
dell’ing.
Catervo
Cangiotti, un nostro valido PastPresident, un Convegno naz. con
i contributi di alcuni illuminati
imprenditori-creativi
delle
Marche.
Il modello marchigiano di sviluppo è anch’esso, purtroppo, attualmente in crisi, meno, però. che in
altre Regioni, grazie alla presenza
nelle Marche delle tante piccole e
medie imprese a conduzione
familiare ed alla tenuta della istituzione della famiglia, punto di
sostegno della qualità della vita,
uno dei livelli più alti nelle
Marche rispetto ad altre Regioni
d’Italia, come dimostra il grado
di longevità (intorno a 80 anni di
15°/40° L’anniversario
aspettativa di vita in media) raggiunto dalla popolazione marchigiana.
Un rammarico nei riguardi della
mia Presidenza delle “Cento
Città”: non aver potuto completare il Progetto sulle “arti sanitarie”
degli Ospedali marchigiani, cioè
una raccolta di quel poco che
resta del prezioso patrimonio artistico-culturale (dipinti,
statue, mobili antichi,vasellame,
biblioteche, cc.), di antica proprietà dei nostri Ospedali, frutto
di donazioni e testimonianze della
pietà religiosa di nostri antenati.
Alcune ducumentazioni sono
state recuperate e pubblicate sulla
nostra Rivista, ben poche rispetto
ai molti beni un tempo diffusi su
tutto il territorio regionale.
Enrico Paciaroni
L’Associazione viveva allora una
fase “pionieristica” alla ricerca,
soprattutto, del percorso migliore
per “fare le Marche”, concetto
sviluppato poi da Giorgio
Mangani in un suo libro che
porta appunto questo titolo; libro
che trae origine anche da intriganti e stimolanti discussioni di
quel periodo che si sviluppavano
in indimenticabili serate conviviali.
Con il passare degli anni
l’Associazione si è via via consolidata divenendo un realtà ben
definita e trovando ormai una
collocazione di tutto rispetto nell’ambito culturale marchigiano.
Resta, almeno sul piano personale, ub pò di rimpianto per quegli
incontri animati da personaggi di
indiscusso valore, alcuni dei
quali, purtroppo, per motivi
diversi si sono allontanati, speriamo temporaneamente, dalla vita
dell’Associazione.
A che li ha vissuti quei momenti
hanno lasciato comunque un
ricco patrimonio di amicizie, di
cui, a distanza di tempo, continuiamo ad apprezzare il calore.
55
L’Associazione viveva allora una
fase “pionieristica” alla ricerca,
soprattutto, del percorso migliore
per “fare le Marche”, concetto
sviluppato poi da Giorgio
Mangani in un suo libro che porta
appunto questo titolo; libro che
trae origine anche da intriganti e
stimolanti discussioni di quel
periodo che si sviluppavano in
indimenticabili serate conviviali.
Con il passare degli anni
l’Associazione si è via via consolidata divenendo un realtà ben
definita e trovando ormai una
collocazione di tutto rispetto nell’ambito culturale marchigiano.
Resta, almeno sul piano personale, ub pò di rimpianto per quegli
incontri animati da personaggi di
indiscusso valore, alcuni dei
quali, purtroppo, per motivi
diversi si sono allontanati, speriamo temporaneamente, dalla vita
dell’Associazione.
A che li ha vissuti quei momenti
hanno lasciato comunque un
ricco patrimonio di amicizie, di
cui, a distanza di tempo, continuiamo ad apprezzare il calore.
Folco Di Santo
Mario Canti mi fa l'onore di chiedermi una opinione sull'esperienza della rivista “Le Cento Città” e
comincio con dichiararmi soddisfatto per essere stato tra i molti
collaboratori senza aver dovuto
sottostare alle noiose pratiche
delle riunioni di comitato editoriale o d'altro.
Bastò, all'epoca, preannunciare
un pezzo del mio libro in gestazione su Osimo (uscirà anni
dopo, con il titolo non troppo
fantasioso di “giù le mani dagli
osimani”) per vedermelo pubblicato sul numero nove del 1998,
con il titolo sinistramente feticista
“Osimo è bello come l'orma di
un bel piede sinistro”; e bastò
annunciare che avevo scritto una
cosa sulla “società stretta” e sulla
Le Cento Città, n. 40
“società larga” nel pensiero asistematico di Giacomo Leopardi
per ritrovarla ben impaginata sul
numero 12 del 1999.
Forse anche qualcosa d'altro di
mio sarà uscito, o forse no.
Ma già questi due passaggi basterebbero per avere titolo di collaboratore, ancorché saltuario, di
una bella rivista che ha il suo
posto nella storia del giornalismo
marchigiano alla voce meteore
passate sul cielo della regione
senza essere intercettate dai più,
con lo straordinario vantaggio di
non aver dovuto subire né il
fuoco della contraerea nemica, né
quello molto più pericoloso di
quella amica.
C'è una tradizione tutta marchigiana che ha portato nelle librerie
riviste di grande pregio le quali
ovviamente non hanno cambiato
di niente le traiettorie della vita
pubblica locale ma pure hanno
ben meritato verso i marchigiani
tutti.
La prima dell'evo moderno è la
rivista di Monaldo Leopardi, “la
voce della Ragione” che uscì tra il
maggio del 1832 e il dicembre
1835, per i tipi dell'editore
Annesio Nobili di Pesaro, e della
quale ho scritto parecchio in luoghi fortemente appartati (il meno
appartato – si fa per dire – è il
quaderno 48 della Associazione
Carlo Cattaneo” di Lugano, dove
figura un lungo scritto letto a
Lugano in occasione di una
mostra su Monaldo organizzata
nel 1997).
Dopo Monaldo, in molti abbiamo tentato di produrre riviste per
i marchigiani. Ricordo molto alla
rinfusa Nada Peretti e il suo
“Picenum”
(1921),
Enzo
Santarelli e le sue “Marche
nuove” (1959 – 1961); “il
Leopardi” di Valerio Volpini; la
“mia” Marche oggi, “Marka”, di
Clio Pizzingrilli, “Marche 80” di
Luigi Cristini, “il mese” e poi la
“Città Regione” entrambe di
Adriano Ciaffi; “Residenza”
15°/40° L’anniversario
(1980) rivista radiofonica di
Franco Scataglini; “Lengua” di
Gianni D'Elia, e molto altro
ancora, sempre per la serie
“...puoi scrivere quanto ti pare,
tanto la politica non ti legge e non
ti abbada”.
Altri scriveranno cose più precise
su “Le cento Città”.
A me interessava disegnare un
percorso, una sorta di fiume che
ha portato con se anche chi ha
lavorato per “Le Cento Città”
garantendone il livello e la continuità.
E mi interessava anche dire qualcosa sul valore alto dell'inutilità
del tentare nessi improbabili tra
la cultura e il lavoro politico.
Spero di esserci riuscito, o, almeno, di aver suscitato un poco di
curiosità affinché altri ci provi e ci
riesca.
Mariano Guzzini
Le Cento Città non sono solo
un'associazione e una rivista ad
essa collegata, ma finalmente un
modo di guardare alle Marche
senza pregiudizi e senza retorica
con l'obbiettivo manifesto e
dichiarato di cogliere e comunicare la specificità dei luoghi e la
peculiarità dei fenomeni.
Dietro l'intitolazione gradevole
che rimanda ai tanti campanili
che costellano la regione, Cento
Città ci svela con immediatezza la
complessità di questo territorio,
nello stesso tempo percepita
come svantaggio e come opportunità.
Cento Città ci chiama a controllare la vivacità dei luoghi, la temperatura del cambiamento, la consapevolezza popolare del ruolo di
segnalazione e conservazione
della memoria che ci viene affidato.
Sono anni che l'editoria periodica
delle Marche subisce gli insulti
delle difficoltà economiche.
L'impossibilità di garantire la
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continuità e la regolarità delle
uscite, condizioni indispensabili
per consentire ad una rivista di
radicarsi nel tessuto culturale e di
incidere su di esso con efficacia,
hanno fatto naufragare molte
altre iniziative editoriali.
E' dunque un piccolo prodigio
poter festeggiare i 15 anni di attività di un periodico che non delude mai per l'originalità degli argomenti, la sorpresa di uno svelamento, la prospettiva volutamente fuori fuoco.
Mi piace il piglio appassionato
degli autori degli articoli, l'entusiasmo delle scoperte, il tono
sommesso dei suggerimenti, l'intelligenza delle proposte. E mi
piace non dover analizzare degli
articoli possibili dietrologie,
sospette appartenenze, occulte
ideologie. Vedo solo cittadini
sodali che si mettono insieme per
guardare alle Marche; li vedo
simili a quegli antenati che nei
secoli passati si consorziavano
per costruire un teatro, sempre
alla ricerca di uno stimolo culturale nuovo, di uno spunto di
riflessione inedito, di un punto di
vista non banale, di un risultato
intellettuale non scontato.
La divulgazione - che non è banalizzazione - può prendere le sembianze di una condivisione di piccoli segreti: una stradina
muschiata, un artista dimenticato, una collezione d'arte privata,
un paesaggio aperto su prospettive inusuali.
Rappresentano le Marche senza
retorica: una terra in cui ancora
pochi anni fa gli artigiani erano
detti artisti.
Loretta Mozzoni
Sull’aia di una casa di campagna,
bella come sono belle le case di
campagna delle Marche, dopo un
pranzo squisito e la piacevole
compagnia
degli
amici
dell’Associazione Le Cento Città,
Le Cento Città, n. 40
recito poesie di Mario Affede, di
Alfonso Leopardi, di Quinto De
Martella, robusti poeti dialettali
maceratesi. Lì davanti passano,
divertiti, i coniugi Canti
Polichetti, il Prof. Danieli,
Alberto Pellegrino…. e tanti altri.
Prima del pranzo, ancora una
volta, si è parlato delle Marche:
delle sue straordinarie risorse, dei
suoi costanti problemi.
Quando penso a Le Cento Città
sono queste l’immagine e l’atmosfera che mi vengono in mente.
Una convivialità calda e intelligente che favorisce relazioni e
confronti, senza mai legare le une
e le altre a finalità precise, ad interessi politici o immediatamente
amministrativi.
Una vita associativa significativa
che, tra l’altro, ha avuto il pregio
di editare, in 15 anni e per 40
numeri, una rivista molto importante per le Marche, che costituisce un prezioso contributo per
chi ama la nostra regione e per
chi vuole superarne le tante separazioni così da delinearne una
forte identità unitaria.
Quante “riviste” ho visto nascere
e finire! E a quante ho collaborato. L’entusiasmo iniziale, poi la
stanchezza, la riduzione del
numero dei collaboratori ed infine l’epilogo. Quindi non posso far
altro che sottolineare, oltre alla
qualità, come ho già fatto, anche
la durata nel tempo ed i numerosi
numeri della rivista, senza dimenticare che la stessa vive di un
mecenatismo intelligente dei privati senza pesare minimamente
sul danaro pubblico.
Dice Piovene: “Il marchigiano è
un forte lavoratore, senza eccessi,
perché preferisce una vita parca;
è intelligente fino alla sottigliezza,
d’un intelligenza ironica…”
Non sono forse questi i marchigiani de “Le cento città”?
Auguri per i 15 anni e per i 40
numeri!
Renato Pasqualetti
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Le Cento Città, n. 40