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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Numero speciale della Staf
fetta a un mese dalla scomparsa di Marcello Colitti
Staffetta
I ricor
di di chi lo ha “visto da vicino” e ne ha appr
ezzato lo spessor
e culturale
ricordi
apprezzato
spessore
Pur essendo sospese le pubblicazioni per la pausa estiva, la notizia della scomparsa di Marcello Colitti è stata
messa sul sito della Staffetta il 22 agosto in vista dei funerali fissati per il 24 agosto. Poi alla ripresa è stata rilanciata
sul numero del 1° settembre con un commento in cui si dava conto del rimpianto che la notizia aveva immediatamente suscitato tra i suoi amici malgrado agosto sia il mese del grande oblio. Tra i primi Carlo Stagnaro “è stato
per me un privilegio poterlo conoscere”, Renato Urban “da quando si era gravemente ammalato ed aveva perso
la voce, mi sentivo con lui molto spesso. Dieci giorni fa lo sentii per l’ultima volta. Mi disse di sentirsi meglio, ma
la voce era ormai compromessa. Alla fine della breve conversazione mi chiese di telefonargli, quando potevo,
perché gli faceva piacere sentire la mia voce. Il mio rapporto con Marcello era cominciato in modo turbolento, ma
poi, come spesso accade, abbiamo scoperto di avere gli stessi ideali, anche se militavamo in campi diversi. Era un
uomo per bene! Questo è il ricordo che mi accompagnerà”, Giuseppe Sfligiotti “Marcello ed io abbiamo lavorato
insieme per moltissimi anni, insieme con un fantastico gruppo di altre persone messe insieme dal prof. Fuà negli
anni ’50: un lungo rapporto di amicizia personale, molto stimolante sul piano professionale. Marcello era dotato
di vivissima intelligenza e fantasia, un po’ bizzarro ed originale (anche nel vestire!), con il quale era interessante
e stimolante discutere ed argomentare, anche quando (e non succedeva di rado) non si condividevano completamente le sue idee. Penso che chi l’ha conosciuto rimpiangerà – come me – la sua dipartita e lo ricorderà con affetto”,
GB Zorzoli e Giulio Sapelli.
Sapelli Questi ultimi ci hanno poi mandato un loro ricordo che di seguito pubblichiamo insieantillo (tratto dal suo intervento ai funerali), Alberto Clô e Salvatore
me a quelli di Claudio Descalzi
Descalzi, Domenico T
Tantillo
Carollo
Carollo. Segue a pag. 10 un’analisi di Roberto Macrì sul coraggio di Colitti economista e stratega. A parte l’affetto
sincero che traspare da questi ricordi, ognuno contiene particolari che contribuiscono a capire meglio il fascino da
cui Colitti era circondato dentro e fuori dell’azienda per la sua competenza e il grande spessore culturale.
Claudio Descalzi, per
ché in Eni tutti lo ricor
dano
perché
ricordano
“Marcello Colitti è stato uno dei giovanissimi assunti da
Enrico Mattei negli anni in cui Eni cominciava a muovere i
primi passi. Una carriera rapida e brillante lo ha portato fino
alla Presidenza di Enichem ma la vera ragione per cui tutti
ricordiamo Colitti è per la straordinaria competenza in campo energetico costruita attraverso un’attività di studio e osservazione.
All’inizio della sua attività è stato uno dei tanti giovani
scelti per la squadra Eni, in virtù della loro motivazione, di
una laurea brillante e specialistica (quella di Colitti in legge),
della disponibilità a spostarsi, in Italia all’estero.
Marcello Colitti entra nel 1956 in quella straordinaria fucina di pensiero e di strategia che è l’ufficio studi di Eni e che
produce, in quegli anni il primo bilancio energetico dell’Italia. Insieme a lui uomini del calibro di Giorgio Ruffolo, Sabino
Cassese, Luigi Spaventa, Paolo Leon, tutti giovani, tutti convinti che l’Eni fosse lo strumento principale e imprescindibile
per lo sviluppo e la riscossa dell’Italia. Tutti legatissimi al loro
capo, Enrico Mattei, un uomo d’impresa straordinario, un
leader che lascia il segno, nell’azienda e nei suoi uomini a cui
Colitti dedica uno delle biografie più belle e documentate
con un titolo emblematico: Energia e sviluppo in Italia.
Colto e autorevole ha saputo analizzare gli scenari italiani
e internazionali fornendo spunti sempre brillanti con quel tocco
di originalità e di gusto per le “posizioni non allineate”, che
tutti gli hanno sempre riconosciuto e che ne hanno fatto un
“opinion leader” in campo energetico. Tutti noi, in Eni, lo ricordiamo per il suo valore, per il coraggio con cui ha sempre
difeso le sue idee, nei diversi momenti della storia di Eni, per
le doti umane e per quel tocco di ironia che sapeva spargere
nei suoi discorsi, quasi volesse rendere più leggero un pensiero di cui tutti noi conoscevamo bene il grande spessore.“
Domenico T
antillo, “un uomo del Rinascimento”
Tantillo,
“Ho conosciuto Marcello agli inizi degli anni ‘60, quando
si andava ai Concerti della Rai all’Auditorium del Foro Italico,
il sabato, e poi si trascorrevano lunghe serate con Marie e
mio fratello a parlare di tante cose.
Chiaccherate politiche, spesso, ma non discussioni perché
eravamo quasi sempre d’accordo e non tanto per ragioni,
per così dire, ideologiche, ma per una comune attitudine
morale, per un atteggiamento che prescindeva da interessi
personali.
Poi, nel 1966, il mio ingresso all’Eni, dove ho lavorato con
lui fino ai primi anni ‘80
quando Marcello lasciò
quella che allora chiamavamo la Holding per andare
in una delle posizioni di
vertice in Agip mineraria,
successivamente alla Presidenza di Enichem e da ultimo a quella di Ecofuel.
Per me, e per gli altri
che facevano parte del suo
gruppo di lavoro, è stata
un’esperienza sfidante ed
esaltante, per la quale gli
rimarrò sempre grato.
Moltissimi gli aspetti da
ricordare di quell’esperienza. Non c’è il tempo di parlarne, comunque non saprei farlo in modo adeguato, anche per l’emozione, 2008, ai 75 anni della Staffetta
fortissima, che provo.
Dico soltanto che per me Marcello è stato, prima ancora
che straordinario manager e teorico del sistema delle Partecipazioni Statali, un uomo di rilievo in campo culturale, con
molteplici scritti sul petrolio e sul mondo dell’energia, con
alcuni romanzi, con un volume dedicato al pensiero del filosofo Spinoza. Senza dimenticare un libretto di carattere mitologico scritto per un’opera lirica composta da un giovane musicista, che fu eseguita all’Auditorium di Roma negli anni ‘70.
Per un collega di quegli anni, che ho sentito nei giorni
scorsi, la fantasia creativa ed il suo multiforme ingegno facevano di Marcello un uomo del Rinascimento. Un interprete
del tempo presente, ma anche un anticipatore del tempo
futuro.
Quanto all’uomo di impresa, l’idea dominante e fermissima di Marcello, che molti di noi hanno avuto il privilegio di
condividere, è stata che la missione e la forza dell’Eni non
potessero che risiedere nel sapere coniugare crescita e capacità di competere sui mercati con la costante attenzione allo
sviluppo del sistema economico, produttivo e sociale del nostro Paese. Senza alcun cedimento a compromessi e ad interessi e convenienze di parte.
I tanti lavori di quegli anni stanno a testimoniarlo. Ne
ricordo uno soltanto. Lo studio, durato più di un anno, fatto
da un team costituito dalla Direzione per la programmazione di Marcello e da esperti di altissimo livello dell’Oapec (i
paesi arabi esportatori di petrolio), l’Interdependence Model,
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per ancorare lo scambio di materie prime, beni e servizi tra
paesi consumatori e produttori a soluzioni di reciproca convenienza.
Le sue innovative conclusioni furono portate all’attenzione di Ministri ed esponenti di primo piano in un Convegno
internazionale organizzato dall’Eni a Roma, nonostante i
molteplici tentativi, anche in alto loco, di boicottarne lo svolgimento.
Ma per vari motivi, nonostante i numerosi apprezzamenti, i risultati dello studio non furono portati alla necessaria
implementazione sul piano progettuale. Se fosse successo,
forse l’assetto del mercato petrolifero internazionale, almeno in parte, oggi sarebbe diverso.
Un’ultima considerazione. Marcello era un uomo di sinistra, non di partito. Molti di noi erano più tradizionalmente
inseriti in strutture politiche come la cellula del PCI o il Nucleo aziendale socialista. Oltre ad essere iscritti alla CGIL.
Un giorno, il Presidente, era Cefis, lo chiamò e gli chiese:
“dottor Colitti, ma come mai i suoi ragazzi scioperano e organizzano manifestazioni sui vari temi di attualità politica?”
E Marcello rispose: “Presidente, è gente che ragiona e fa le
scelte in cui crede. Ma è gente che lavora ed è leale con l’azienda”. Cefis annuì e non ci tornò più sopra.
Ho riletto ieri quanto Marcello mi scrisse dieci anni fa alla
morte di mio fratello, che era stato un suo caro amico e, per
un breve periodo, anche lui all’Eni molto prima di me.
Concludeva Marcello la sua lettera:
“..Adesso siamo un poco più soli, il vuoto intorno a noi è
ancora aumentato e ci sono vuoti che non è possibile riempire, che rimangono tali vita natural durante..”
Aggiungerei soltanto… in un’epoca che ogni giorno si fa
sempre più priva di valori.
Ci mancherai. Ciao, Marcello”
GB Zorzoli, la visione di un grande pr
ogetto
progetto
“Ci siamo conosciuti, Marcello ed io, appena laureati, a
Roma. Lui da poco assunto all’Eni, io nella capitale per uno
stage di sei mesi, prima della mia esperienza americana. Siamo diventati subito amici e tali siamo rimasti. Una vita, la
sua, sotto il profilo professionale interamente dedicata all’Eni,
malgrado i suoi meriti fossero spesso misconosciuti. A guidarlo nelle sue decisioni fu sempre la visione che della società aveva Mattei; per lui più che il capoazienda un secondo
padre, in sostituzione di quello biologico, perso drammaticamente a tredici anni.
Pochi giorni dopo la sua scomparsa, su La Repubblica
Tzvetan Todorov scriveva che i paesi occidentali sono direttamente o indirettamente responsabili dell’ondata di migranti che stanno arrivando in Europa. Poiché gran parte di
chi cerca rifugio proviene da paesi del Medio Oriente o passa attraverso la Libia, aree del mondo ricche di idrocarburi.
Ho immediatamente associato la denuncia di Todorov alle
ripetute critiche di Marcello all’atteggiamento nei confronti degli interlocutori arabi, prevalente fra i suoi colleghi dirigenti dell’Eni: “Li guardano dall’alto al basso, nutrono una
sfiducia aprioristica nei loro confronti. Sono pregiudizi così
radicati che non si preoccupano di conoscerli meglio”.
Convinto che una collaborazione alla pari con i paesi produttori fosse non solo possibile, ma anche più conveniente
per entrambe le parti, e che, per realizzarla, occorresse
un’adeguata conoscenza reciproca, si impegnò per approfondire, anche de visu, la storia, i costumi, la cultura, l’economia dei paesi produttori di petrolio. In tal modo fu per
Marcello più agevole stabilire relazioni personali con importanti oil men, che stimava e dai quali era stimato.
Nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, con
l’Occidente sotto shock per la prima crisi petrolifera, da poco
nominato direttore della pianificazione Eni, si trovò nella
condizione di realizzare “a piena scala” la sua idea di fondo:
una politica di cooperazione a lungo termine fra acquirenti
e produttori di petrolio, basata sulla reciproca fiducia, poteva massimizzare le convenienze di entrambe le parti e rappresentava quindi la risposta vincente alla crisi.
Nacque così il “Progetto Interdipendenza”. Un team di
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economisti arabi ed europei mise a confronto strategie cooperative e non cooperative sia dei produttori che dei consumatori di petrolio. Lo studio, molto approfondito, mise in
evidenza che la scelta della cooperazione era sempre vincente, in quanto consentiva di realizzare condizioni ottimali
a livello sia politico (miglioramento delle relazioni reciproche), sia economico: maggiori investimenti nei paesi produttori a fronte di un prezzo equo del greggio, massimo sviluppo per tutte le nazioni coinvolte.
Le conclusioni dello studio furono presentate nel 1981 a
Roma alla presenza, grazie a Colitti, di importanti esponenti
dei paesi produttori di petrolio. Situazione che rese ancora
più clamorosa l’assenza di uomini di governo e di politici
italiani di rilievo. Già poco interessati a ciò che era estraneo
alla politica quotidiana, su di loro ebbero gioco facile le pressioni degli Stati Uniti, all’epoca contrari a qualsiasi cooperazione con i paesi OPEC. Un evento immaginato come punto
di avvio di una nuova politica italiana verso i paesi produttori si trasformò in un interessante seminario di economia internazionale.
Marcello ne fu talmente deluso da ritornare più volte, a
voce e per iscritto, sul fallimento dell’iniziativa. La considerava una grande occasione persa non solo per l’Italia, perché, se fosse decollata, ne avrebbe reso evidenti i vantaggi
anche agli altri paesi consumatori di petrolio. Vista col senno di poi, quella che allora era una soluzione intelligente
per sanare uno specifico conflitto economico, avrebbe potuto contribuire ad evitare almeno qualcuno dei tragici errori
che ci hanno portato alla situazione attuale.
Nessuno fra quelli che contano, né allora, né oggi, ha
ritenuto doveroso riconoscere a Marcello Colitti il merito di
questa visione e di avere tentato di realizzarla.”
Alberto Clô, il grande lascito intellettuale
“Conobbi Marcello quando entrai al Servizio Studi
dell’Eni nella primavera del 1972, dopo due anni alla Scuola Enrico Mattei dove ebbi il privilegio prima di seguire le
lezioni e poi far da assistente a due grandi del petrolio:
Paul Frankel e Jean Masseron. Lavoravo nell’ufficio di
Peppino Sfligiotti, con Lello Pezzoli, che mi insegnò il mestiere, Antonello Pugliese, Giorgio Lombardo e altri, accanto a quello più aulico degli ‘economisti’ guidati da Marcello,
che, gambe sul tavolo, pontificava sui massimi sistemi davanti ai suoi riuniti in circolo. Discussioni affascinanti cui
assistevo intimidito dal corridoio formato da grandi mobili
metallici. Incoraggiato dall’argomento che stavano trattando, un giorno osai intrufolarmi e dir la mia. Mal me ne
incolse! Mi fulminò con sguardo schifato per uscirsene con
alcune espressioni davvero poco amicali che gli erano per
altro tipiche. Lo conobbi così, avviando un rapporto personale sviluppatosi nel tempo in modo ‘franco e cordiale’ –
con Marcello non avrebbe potuto essere altrimenti –
improntato però, spero, a reciproca stima. Uscito da Eni, lo
rincontrai nella fase finale del “Project Interdependence” –
cui fui coinvolto (suo malgrado) con Romano Prodi – ideato
da Marcello con grande passione e intelligenza. Uno studio
di straordinaria rilevanza che, forte di un modello econometrico e del contributo di decine di ricercatori, dimostrava quantitativamente come la via della cooperazione produttori-consumatori fosse quella maestra per rafforzare la
crescita dell’intero arco dei paesi del Mediterraneo. Penso
che quel Progetto sia stato il maggior contributo e lascito
intellettuale di Marcello, che ancor oggi mantiene intatte
le sue intuizioni e conclusioni. Ne seguì l’importante seminario Eni-Oapec del 1981, che non ebbe ahimè alcun seguito. La politica colpevolmente se ne disinteressò e questo fu
per lui motivo di grande amarezza. Non a caso, il sipario
del suo libro del 2008 “Eni - Cronache dall’interno di
un’azienda” – in cui sta tutta la sua passione civile, la sua
esuberante e provocatoria intelligenza, i suoi contrastanti
sentimenti verso Eni, la sua spregiudicatezza e parzialità di
giudizi (quasi nessuno se ne salva) – si chiude proprio su
quell’evento. Marcello in quell’occasione si sentì – come in
altri episodi che rammenta nel suo libro – “solo contro tut-
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ti”, come in effetti fu, anche se poco faceva per non esserlo.
Più scorrono le “cronache” della sua vita in Eni, più salgono
la sua amarezza e talvolta rabbia, per la perdita, a suo dire,
dall’inizio degli anni 1980 da parte dell’azienda di Stato della
sua vocazione e identità più autentiche, della sua capacità
innovativa, della sua forza propulsiva del Paese. Da qui la
severa critica alla più parte delle scelte politiche e aziendali
che allontavano il Gruppo dal suo passato. Senza però saper spiegare gli ottimi risultati che aveva saputo conseguire nel successivo ventennio, nonostante la deriva, in parte
condivisibile, che denunciava. Marcello Colitti era tra quelli
(ed io con lui) che ritenevano che il petrolio non potesse
considerarsi – secondo le banalizzazioni neoliberiste – una
qualsiasi commodity, avendo in sé irrinunciabili valenze
politiche che, a suo dire, erano messe in discussione nel caso
dell’Eni da un processo di privatizzazione che riteneva avventato, come ebbe a lamentarsi da Checchino al Mattatoio
quand’ero Ministro; dalla cessione di aziende a forte contenuto tecnologico, come il Nuovo Pignone; o, più recentemente, dallo scorporo di Snam che criticava aspramente,
ritenendo che l’integrazione verticale di Eni nel metano fosse
uno dei suoi punti di forza e nell’interesse precipuo del Paese. Un pensiero lontanissimo da quello oggi dominante.
Marcello faceva parte di quella grande scuola di economia
e politica dell’energia – dei Frankel, Masseron, Sarkis,
Adelman, Landsberg, Mainguy, Chalabi e tanti altri – di cui
si è persa ogni traccia. Una ragione in più per piangerne
amaramente e sinceramente la scomparsa.“
Giulio Sapelli, un gigante dell’energia
“Ho conosciuto Marcello Colitti nel 1975. Luciano Gallino,
che collaborava con lo IAFE di Castel Gandolfo, mi aveva
invitato a tenere una conferenza sui fondamenti teorici e le
realizzazioni pratiche di quella che, un tempo, si chiamava
“l’organizzazione scientifica del lavoro”. Argomento sul
quale avevo già scritto in “Quaderni di sociologia”. Erano
gli anni in cui, lasciata l’Olivetti, avevo iniziato a lavorare al
libro che Rosenberg & Sellier avrebbe pubblicato nel 1978:
Organizzazione, lavoro e innovazione industriale in Italia.
La sera, a cena, in quel magnifico ambiente che era allora la
casa madre della formazione manageriale, culturale, spirituale dell’Eni, incontrai Marcello Colitti. Io avevo ventotto
anni, i pantaloni corti, e capii subito di trovarmi davanti a
un gigante, non solo dell’industria energetica mondiale e
di quella petrolifera in specie. Iniziò da allora un rapporto
intensissimo che è durato tutta la vita. Si è spento solo in
questi ultimissimi anni, per quelle ragioni misteriose e terribili che non inaridiscono le sorgenti dell’acqua dell’amicizia, ma le fanno sempre rampollare con esiti miracolosi ma,
forse proprio per questo, assai più rari di un tempo. Lavorai
lunghi anni allo IAFE fino a diventare responsabile dell’area
cosiddetta sociale che andava dai rapporti e dallo studio
dei sindacati sino alle grandi questioni sociologiche del lavoro e dell’impresa. Continuavo a insegnare, prima a Trieste, poi a Londra e a Parigi, e in altre università all’estero,
ma sino alla mia nomina nel Consiglio d’amministrazione
dell’Eni, continuai a lavorare indefessamente sia ai corsi per
i neo assunti e per i dirigenti sia a quel grande istituto di
ricerca fondato da Cefis e Briatico che era l’ISVET e, in seguito, dopo la sua nascita, con la Fondazione Mattei. Con
Colitti avevo un rapporto costante. L’alta formazione
dell’Eni, allora, era separata dall’addestramento e non era
un training ma una Bildung: i nostri relatori si chiamavano
Gino Giugni, Giuliano Amato, Sylos Labini, Federico Caffè
e, naturalmente, Marcello Colitti. Gli stranieri erano pochi
perché l’Eni voleva essere un’azienda orgogliosamente internazionale ma altrettanto orgogliosamente italiana. Infatti, alla Scuola Mattei di San Donato, gli allievi stranieri
erano chiamati sei mesi prima a partecipare ai corsi e in
questi sei mesi imparavano l’italiano. Nessuno più di
Marcello incarnava quel fantastico ircocervo che era allora
l’Eni: le zampe erano piantate nella grande cultura scientifica italiana mentre il collo e la testa spaziavano nel mondo
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dei grandi petrolieri e dei grandi esploratori di gas mondiali. Me ne accorgevo quando lo accompagnavo umilmente,
e sempre ammirato dalla sua straordinaria cultura, ai seminari sull’energia che si tenevano a Oxford, in cui egli era
accolto come un’autorità internazionale sia per le sue notissime teorie sulla tipica e distintiva interdipendenza dell’industria petrolifera, sia per l’immensa curiosità che lo animava. Ricordo interminabili discussioni con il professor
Robert Mabro sui destini tanto della Russia quanto del Medio Oriente. Marcello Colitti ha rappresentato la parte migliore dell’Eni. Quando fui nominato in Consiglio, era felice
come può esserlo un Maestro che vede un allievo percorrere una via impervia e difficile, qual era quella che ci attendeva. Ma questa è un’altra storia, che forse un giorno o
l’altro andrà raccontata e che ci farà disvelare molti punti
dell’importantissima vicenda italiana, non solo dell’Eni.
Marcello non era un uomo facile, ma era in grado di suscitare un amore profondo nei suoi confronti e un grande rispetto, anche in persone molto diverse da lui. Mi piace qui
ricordare la stima e l’affetto che si stabilì, in un momento
non facile della vita di Marcello, tra lui e Vittorio Mincato il
cui ruolo, al vertice dell’Eni, è stato, in alcuni anni difficilissimi, essenziale e provvidenziale. La più grande virtù delle
grandi personalità è di farsi amare da quelli diversi da loro.
Marcello era anche questo.”
Salvator
e Car
ollo, il grande successo di Ecofuel
Salvatore
Carollo,
“Ho sempre considerato Marcello un maestro da cui ho
imparato a coniugare il rigore della professione con la visione strategica e politica del mondo e del business. Parlando con lui capivi cosa era lo spirito di Mattei. Amava l’Eni e
voleva che fosse grande ed in grado di misurarsi con le sfide
imposte dalla nuova dimensione del mercato energetico.
Come alunno e collaboratore, ho avuto l’onore di far
parte del team che ha lavorato su alcuni progetti che danno il senso della genialità e della visione dell’uomo e del
manager.
1. Il modello di interdipendenza euro-arabo
2. Il progetto di costruzione di un anello intorno al Mediterraneo per il trasporto del gas naturale
3. La creazione della società Ecofuel per la produzione
di additivi per migliorare la qualità delle benzine
4. Il progetto della creazione di una società di trading e
risk management (era il 1983).
I primi due progetti, ancora oggi di estrema attualità,
avevano il limite di anticipare i tempi e di parlare ad un occidente che, al contrario, si stava muovendo verso politiche
neoliberiste e di confronti muscolari con i paesi produttori.
Se queste idee avessero trovato accoglienza non avremmo
vissuto, probabilmente, gli scenari di guerre commerciali e
militari degli ultimi decenni ed, oggi, tutto il gas del Mediterraneo, dall’Algeria alla Libia all’Egitto ad Israele, troverebbe posto in una infrastruttura di trasporto unica al servizio di tutti i paesi consumatori mediterranei.
Avremmo altresì un raggruppamento di forze e di paesi
per costruire una piattaforma di “governo” del prezzo del
greggio e del gas, senza essere succubi dello strapotere delle
grandi istituzioni finanziarie.
Gli ultimi due fanno giustizia della critica, che a volte gli
veniva rivolta, di essere un po’ troppo teorico e di volare
troppo alto. Ecofuel è stata un grandissimo successo imprenditoriale ed industriale ed il prodotto chiave (MTBE) è stato
commercializzato in tutto il mondo ed è stato parzialmente
fermato sul mercato americano con degli espedienti delle
varie lobbies dopo quasi 30 anni di successi.
Lo stesso dicasi per il progetto trading. Pur cogliendo
la nuova sfida del mercato petrolifero, che avrebbe consentito all’Eni di misurarsi con le altre Major in questo settore, il progetto fu accantonato perché, all’epoca del
pentapartito, non fu facile definire equilibri di vertice rassicuranti per tutti.
Ha vinto molto, ha subito sconfitte, non si è mai arreso
ed ha trasmesso sempre entusiasmo a chi gli stava vicino.”
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Fedele alle sue bussole sul ruolo strategico dell’azienda
Egam e Snam, il coraggio di Colitti a difesa dell’Eni
A ricordare una persona scomparsa va schivato il doppio
rischio del retore e del giudice. Nello stile scabro e preciso
delle parole di Marcello non v’erano mai tracce retoriche e
sentimentali né a me spetta il bilancio di una vicenda umana
tanto intensa di fatti privati e professionali e tanto ricca di
iniziative nella cultura e nella vita sociale. E questa larghezza e varietà di vita animata da una infaticabile curiosità per
tutto ciò che muove il mondo è forse il tratto più caratteristico della sua personalità, quel suo multiforme ingegno colto
da Tantillo nell’orazione funebre. Questa dote aveva però
un cardine su cui tutto ruotava: il lavoro nell’Eni vissuto con
passione e compenetrazione assoluta fino all’ultimo giorno.
Colitti, assieme a tanti altri grandi dirigenti cresciuti alla scuola di Mattei, era nel suo campo un uomo bandiera che né
per denaro né per prestigio avrebbe potuto avere altro destino. Scelgo perciò questo punto di vista per dire qualcosa
di quello che gli ho visto fare negli anni dell’ufficio studi,
quando io giovane di bottega lo vidi agire come economista
e stratega, e poi quando, con responsabilità più importanti,
lo vidi agire a difesa dell’Eni, prima opponendosi con durezza nel 1977 all’integrazione nel Gruppo delle aziende minerometallurgiche, ereditate dalla liquidazione dell’Egam, e molti
anni dopo battendo il ferro per evitare la separazione proprietaria della Snam dall’Eni che invece si compì nel 2012.
Nelle sue mani l’ufficio studi, con i precedenti illustri di
Fuà e Ruffolo, divenne una fucina di idee e di progetti e le
analisi macroeconomiche fatte per calibrare la pianificazione del Gruppo servivano anche ad orientare la strategia del
Gruppo. In questo ruolo Colitti mostrava le sue doti migliori
di analista e di stratega sapendo cogliere nel mare di dati e
di informazioni, di cui l’Eni poteva disporre quotidianamente dalle proprie aziende e uffici in giro per il mondo e dagli
studi degli analisti esterni più qualificati, i cambiamenti che
più avrebbero influenzato l’orizzonte dell’Eni. Tra le tante
cose fatte allora vale la pena di ricordarne tre particolarmente
importanti. Quando nel 1965, appena dopo la morte di
Mattei, iniziò una sistematica analisi delle tendenze dell’economia italiana conclusa nel 1970 in un rapporto intitolato
“L’Italia e l’Eni” dove gli obiettivi e le linee di sviluppo del
Gruppo nel lungo periodo erano intrecciate con la radicale
trasformazione strutturale dell’economia italiana di quegli
anni. Quando agli inizi degli anni ’70, al ritorno da un viaggio esplorativo negli Usa, dove l’Eni contava su un importante osservatorio del mondo degli affari nell’Agip Usa (società
fondata da Mattei e dedicata all’acquisto della tecnologie
energetiche) e su un altrettanto importante ufficio di rappresentanza presso le istituzioni americane, Colitti vide lungo e ci impegnò in un lavoro approfondito dell’economia
internazionale con una particolare focalizzazione sulle strategie delle prime venti compagnie petrolifere che produsse
“L’Eni in un mondo in rapida trasformazione”, un rapporto
che coincise con la prima crisi petrolifera del ’73 pesando
molto nell’orientamento strategico dell’Eni quando il mercato mondiale del petrolio cambiò definitivamente segno.
Quando tra il 1979 e il 1983 elaborò un progetto di cooperazione tra i paesi produttori di idrocarburi e i paesi consumatori d’Europa nella logica di bilanciare e sviluppare i reciproci interessi economici in modo da regolare e stabilizzare il
mercato dell’energia nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente; una iniziativa che sviluppava la fondamentale
innovazione di Mattei nella contrattazione delle concessioni
petrolifere in campo internazionale con un passo in più verso una integrazione economica e industriale delle due parti
facendo perno sull’energia. Tutto giocava a favore sul piano
delle idee e delle relazioni internazionali, tant’è che alcuni
tra i più importanti paesi produttori parteciparono agli studi, ma in quello stesso periodo si consumava la peggiore crisi
dell’Eni: nel 1979 l’affare Petromin costrinse alle dimissioni il
Presidente Mazzanti e fino al febbraio del 1983 si succedet-
tero al vertice due Commissari e due Presidenti, tutti e quattro dirigenti di estrazione Eni, ma nessuno di loro finì il mandato. Un periodo drammatico in cui il progetto di Colitti non
trovò purtroppo l’attenzione che meritava né dal vertice
dell’Eni né dal mondo politico che non colse l’occasione di
una svolta storica che avrebbe dato all’Italia e all’Eni grandi
opportunità economiche ed un primato politico nel mondo
arabo. Fu già chiaro allora che si trattò di una grande occasione sprecata; ancora più oggi, nell’attualità di guerre e di
crisi politiche che sconvolgono il Mediterraneo e il Medio
Oriente e si ripercuotono pericolosamente sull’Europa, quella
distrazione di allora appare come un colpa storica di chi poteva decidere e non seppe o non volle.
Come è chiaro da questi esempi, Colitti ebbe sempre due
bussole nella visione del ruolo strategico dell’Eni: come motore dello sviluppo del Paese e allo stesso tempo impresa
competitiva a livello internazionale; come officina organizzativa per tradurre in pratica i nuovi progetti. E nel suo stile
manifestava per intero la sua personalità eccentrica: creativo ma con molto metodo, nemico di analisi improvvisate e
superficiali, mai contento delle spiegazioni ufficiali e delle
estrapolazioni del passato mettendo in discussione ogni assunto aristotelico, polemico fino al sarcasmo ma pronto ad
incrociare il ferro con chiunque purché avesse buoni argomenti, informale nei rapporti gerarchici, ma esercitando in
pieno le sue responsabilità anche con durezza, uomo squadra con i propri collaboratori senza barriere di età e di rango
ma severo nella valutazione del lavoro, scrittore efficace di
rara concisione e chiarezza. Si imparava molto a lavorare con
lui, non nascondeva nulla delle sue informazioni e delle sue
idee, partecipava direttamente al lavoro di gruppo dando
pratico esempio del suo modo di impostare e sviluppare i
progetti e così era facile per noi “rubare” metodi e stile. In
questo Colitti è stato un grande maestro, anche molto duro
nel giudizio ma capace di riconoscimenti generosi quando
s’accorgeva del buon lavoro. Ma quel che conta di più dire
della sua personalità è che il suo valore professionale era
sostenuto da una dote di carattere rara nei mondi del potere e delle burocrazie: il coraggio.
Ebbe coraggio nel 1977 quando il Governo decretò (D.L.
103) l’affidamento fiduciario di 33 società del settore minerometallurgico all’Eni e di 14 del settore acciai speciali all’Iri
con il compito di valutarne entro sei mesi le possibilità di
risanamento industriale oppure di proporne la liquidazione
o la vendita a privati, senza prevedere una stabile integrazione nei due Enti. Tutte e 47 le società erano partecipate
Egam (con Efim il quarto ente delle Partecipazioni Stadall’Egam
tali) che le aveva ereditate nel 1971 dalla Montedison in uno
stato di crisi con il mandato di risanarle. Dopo soli 5 anni
invece la crisi si trasformò in un vero disastro industriale tant’è che Egam venne messo in liquidazione per l’evidente incapacità della sua dirigenza, ormai selezionata dai partiti
anziché dal merito. Il carattere straordinario e provvisorio di
questo provvedimento era chiarito dall’art. 2 del decreto dove
si prevedeva che durante i sei mesi “le partecipazioni
azionarie ..sono collocate dall’Iri e dall’Eni in speciali gestioni prive di personalità giuridiche e contabilmente e
finanziariamente separate” lasciando così intendere che Eni
ed Iri in questo compito sarebbero state libere di valutazioni
esclusivamente professionali, senza interferenze politiche.
Così non fu e Colitti vide subito il pericolo che il mandato
provvisorio si trasformasse in un inserimento stabile nell’Eni
con due rischi capitali: il rischio di forti perdite economiche
dovute alla totale inesperienza del management dell’Eni in
campo minerario e metallurgico; il rischio che l’inserimento
del management ex Egam, restato in sella grazie al sostegno
di interessi politici e sindacali, minasse l’integrità e lo stile
del management Eni che nelle scelte organizzative ed operative delle aziende conservava la necessaria autonomia da
segue a pag. 12
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Cenni biografici
Colitti, 60 anni di impegno nell’energia (1956-2015)
Nato a Reggio Emilia il 29 luglio 1932, Marcello Colitti
era entrato all’Eni nel febbraio del 1956 (tre anni dopo la
sua istituzione) a 24 anni come borsista dopo essersi laureato in legge nel 1954 all’Università di Parma, con una tesi sulle Partecipazioni Statali che non gli valse la lode perché considerata troppo politica, e ne era uscito nel 1999 a 67 anni
dopo essere tornato per un breve periodo alla presidenza di
Enichem.
Come spesso accade, le prime esperienze e i primi incarichi svolti per otto anni nell’Ufficio Studi Economici dell’Eni,
di cui era responsabile il prof. Giorgio Fuà, incideranno in
maniera determinante sulla sua carriera. Sono anni di grande impegno culturale segnati indelebilmente dalla personaMattei di cui nel 1979 scriverà una delle biolità di Enrico Mattei,
grafie ancor oggi più consultate (Energia e sviluppo in Italia,
la vicenda di Enrico Mattei, De Donato, Bari).
Colitti si occupa allora di energia, di sviluppo delle aree
arretrate del Paese, di teoria dell’impresa pubblica e prepara il primo bilancio dell’energia per l’Italia e per altri paesi,
temi al centro anche in seguito della sua attività e delle sue
analisi. Dopo una parentesi di quattro anni a capo del Servizio Relazioni Pubbliche, dove aveva lavorato nel 1964 sotto
Giorgio Ruf
folo
Ruffolo
folo, nel 1971 torna ad occuparsi a tempo pieno
di economia italiana ed internazionale e di programmazione, prima come responsabile del Servizio Studi Economici
nella direzione Programmazione e Controllo, poi dal gennaio 1976 come direttore per la Programmazione e lo Sviluppo
dell’Eni e dall’ottobre 1980 fino al 1983 come vice presidente e amministratore delegato per la programmazione e lo
Agip
sviluppo dell’Agip
Agip. Da ricordare di questi anni il lavoro svolto sulla rete nazionale di gasdotti, sull’impatto ambientale
della raffineria di Gela, sulla definizione dei termini economici e giuridici per l’esplorazione di idrocarburi in Adriatico,
sul riassetto dell’industria chimica. Un lavoro intenso e appassionato di cui nel 2008 ci ha tramandato i tratti salienti in
un volume fondamentale per capire il suo pensiero sul ruolo
delle Partecipazioni Statali e sul suo “modus operandi” (Eni,
cronache dall’interno di un’azienda, Egea/Bocconi, Milano).
In cui tra l’altro tracciò un suo ef
efficacissimo
ficacissimo ritratto che di
seguito pubblichiamo
pubblichiamo.
Presidente di Enichem Polimeri dal 1983, nel giugno 1985
viene nominato consigliere per l’energia del presidente
dell’Eni e dal gennaio 1986 ricopre contemporaneamente la
carica di presidente di Ecofuel
Ecofuel. Nel triennio 1993-1996 è impegnato come presidente di Enichem nel delicato e difficile
compito di risanare la chimica Eni. Incarico poi confermato
per un breve periodo nel dicembre del 1998. Uscito dal gruppo, nel triennio 1999-2001 ricopre la carica di presidente delUni
l’Uni
Uni, Ente nazionale di unificazione. Risale anche a quegli
anni la nomina di “Uomo dell’Anno 1996" della Staffetta
con cui, dal 30 ottobre 1999, inizierà una collaborazione
durata ininterrottamente fino al 15 maggio scorso con un
totale di 175 pezzi tutti reperibili sul sito del giornale alla
voce Colitti. Un appuntamento mensile in cui, sulla base della sua esperienza, esponeva opinioni e riflessioni su temi legati alla politica e ai mercati dell’energia, alla chimica, ai
prezzi del petrolio e al ruolo dei principali protagonisti.
Costante lungo tutto il corso della sua vita la presenza
nei luoghi e nei centri internazionali dove si parla e si discute di petrolio e di energia e, sulla scia dell’insegnamento di
Mattei, la ricerca di ogni possibile occasione di mediazione e
di dialogo tra i paesi produttori e consumatori. Un ruolo che
lo vede nel 1976 tra i promotori dell’Oxford
Oxford Energy Policy
Club e nel 1981 tra gli autori del “Modello
Modello interdependence
interdependence”
presentato a Roma con l’Oapec nell’aprile del 1981, un’attività che negli anni gli ha meritato, grazie anche ad una capacità di analisi non comune, la stima e la considerazione
dei massimi esperti internazionali. Frutto di questa esperienza
è tra l’altro il libro, pubblicato a quattro mani nel 1997 con
l’amico Claudio Simeoni “Perspectives of oil and gas: the
road to interdependence” (prefazione di Daniel Yergin).
Un’amicizia con i paesi arabi che gli valse tra l’altro la nomina a vice presidente della Camera di Commercio Italo-Araba
dal 2003 al 2013. Per finire va ricordato che, grazie alla sua
autorevolezza nel settore, Colitti nel 2010 fu chiamato dalEnciclopedia T
reccani a curare il capitolo dedicato all’era
l’Enciclopedia
Treccani
del petrolio del sesto volume, dal titolo l’Universo Fisico, dell’opera interdisciplinare XXI Secolo e che, al di fuori degli
interessi legati strettamente alla sua attività manageriale e
professionale, nel 2000 ha pubblicato La felicità è un’antenna parabolica (Gaffi editore) e nel 2010 Etica e politica di
Baruch Spinoza (Aliberti editore).
E’ morto a Roma il 19 agosto 2015 a 83 anni. L’ultimo suo
pezzo è apparso sulla Staffetta il 15 maggio scorso.
L’autoritratto del 2008
“Entrai all’Eni il due febbraio del 1956, un lunedì, e ne
sono uscito alIa fine del millennio.
Siamo cambiati, l’azienda e io, con un processo parallelo
di maturazione e di invecchiamento.
Forse ho potuto rimanervi a lungo proprio perché essa
cambiava con me e il nostro rapporto rimaneva più o meno
lo stesso.
Nel 1956 ero giovane, ignorantissimo di ogni cosa, se non
dei classici, imbevuto di teorie marxiste e rivoluzionarie,
libertario e impetuoso. Ero sempre fuori misura: un ragazzo
magro che diceva cose enormi, criticava tutto e tutti, con
una gran faccia tosta, tanta voglia di fare, e una grande fedeltà ai suoi valori culturali e morali.
L’Eni era nato da due anni e mezzo. Anch’esso era rivoluzionario, per vocazione del suo capo e per posizione oggettiva suI mercato; anch’esso diceva verità sgradite, ed era sempre fuori misura, materia di scandalo. Abbiamo combattuto,
io e l’azienda, per obiettivi che non erano tanto diversi. La
matrice ideologica non era proprio la stessa, ma abbiamo
vinto e perso assieme.
Siamo cresciuti, e questa è già una vittoria. Non abbiamo
fatto la rivoluzione, o, meglio, non abbiamo fatto proprio la
rivoluzione che volevamo. Crescendo, abbiamo perso parte
della nostra individualidità, siamo diventati più simili agli altri.
Non facciamo più tanto di nuovo, anche se ci rimane l‘idea
che I’innovazione sia Ia vera vocazione dell’impresa e dell’intellettuale entro di essa. Adesso sappiamo tanto di più,
siamo molto meno insicuri e non siamo quasi mai fuori misura.
Tanto siamo cambiati, che viene il dubbio che abbiano
vinto gli altri, quelli che ritengono che non si possa fare nulla di nuovo e che non valga mai la pena di cambiare; coloro
il cui rispetto per il potere diventa subito complicità; quelli
che sono negli affari o in politica per accrescere se stessi, non
per dare agli altri. Ma il nostro Paese ha raggiunto livelli ben
più alti: l’azienda, e io entro di lei, abbiamo dato tutto ciò
che potevamo.
Parlo di un bilancio parallelo per la mia vita di lavoro e
per lo sviluppo dell’azienda, ma non mi sono mai fatto illusioni suI mio ruolo. Mi sono divertito molto, ma solo di rado
ho potuto influenzare davvero le cose. Non posso proprio
raccontare la mia storia come «una storia al potere» come si
dice oggi.
Del resto, non ho mai condiviso l’illusione, diffusa soprattutto a sinistra, che vi sia un oggetto che si chiama «potere»
che si può afferrare, tenere stretto fino a gioirne come di
una bella donna; anzi, meglio, perché più lo si tiene stretto
più aumenta la forza di trattenerlo. Il potere è per forza reazionario, perché chi lo tiene non può rischiare di perderlo,
e chi lo afferra ha solo l’energia per tenerlo, e non per cambiare.
E poiché afferrarlo è difficile, è normale che ci riesca sol-
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tanto chi sa come raggiungerlo, e, una volta raggiunto, si
guarda bene dal metterlo a rischio.
Il problema era di cambiare il mondo, che è infatti cambiato, con l’apporto delle nostre fatiche. Che sia cambiato
proprio come volevamo, direi di no. Il nostro impegno ha
fruttato suI piano delle cose più semplici, della quantità piuttosto che della qualità, ma lo sviluppo c’è stato eccome.
La mia generazione ha superato i settant’anni. La potremmo chiamare la «generazione dello sviluppo», perché si è
affacciata suI mondo del Iavoro alla metà degli anni Cinquanta, poco prima che partisse il boom italiano, per cui ha lavorato durissimo. Quella che I’ha seguita si è divisa: una parte
ha cercato di cambiare con la violenza, anche perché nessuno la voleva seguire. L’altra si è messa a far carriera e soldi.
Le due parti si sono presto riunite.
La mia generazione è stata fortemente antifascista perché ha conosciuto il fascismo alIa fine degli anni Trenta, quando era diventato una farsa burocratica in contraddizione con
le sue stesse parole d’ordine. L’educazione nei balilla ci ha
per sempre guarito dalla retorica e dalla prosopopea.
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
È anche la più pacifista, perché ha visto la guerra e la
guerra civile nell’adolescenza e nella primissima giovinezza,
e sa che l’eroismo è solo una parola, mentre i morti in famiglia, le case distrutte e la fame sono ben reali.
È anche una generazione internazionale (molti di noi
hanno sposato donne di altri paesi), che ha creduto, prima di
ogni altra cosa, nella necessità di mettere l’ltalia in Europa,
di svecchiare così il Paese. È anche I’ultima generazione che
si ricorda della miseria, dei geloni, del freddo, del cibo scarso; e ha ben chiaro il salto di qualità fatto dal paese.
Questo libro non è la storia dell’Eni. Non ha pretese di
completezza, né vuole in alcun modo ricostruire la storia dell’impresa.
Vorrebbe essere la storia di una persona rimasta tanti anni
dentro un’azienda e che in essa si è, entro certi limiti, realizzata. Per questo, la narrazione risulta in qualche punto compressa, in altri dilatata su cose forse minori nella vita dell’impresa che sono trattate in dettaglio, mentre altre più grandi
sono appena accennate, se io non vi ho avuto un ruolo. Questa, ovviamente, non è neanche un’autobiografia.”
segue da pag. 10
Egam e Snam, il coraggio di Colitti a difesa dell’Eni
interessi esterni all’azienda. Nei mesi successivi Colitti dette
battaglia sostenendo con forza in seno al vertice dell’Eni i
suoi argomenti contrari all’assorbimento partendo dal fatto
che l’Eni poteva certamente fare bene una analisi contabile
e finanziaria per certificare i conti ma non aveva invece al
proprio interno alcuna competenza professionale per valutare e poi sviluppare queste attività. Colitti non contava solo
sulla evidenza delle sue ragioni ma anche sul fatto che in
forza del mandato ricevuto per legge il vertice dell’Eni aveva la piena facoltà di dire Sì o No, purché ne fosse convinto e
ne avesse il coraggio. Ma la dirigenza ex Egam entrata “provvisoriamente” negli uffici dell’Eni si organizzò come una vera
e propria lobby, con appoggi politici e sindacali e di parte
della stessa dirigenza Eni, contrattaccando per dimostrare
ottimistici piani di risanamento e gli importanti vantaggi per
Eni dall’integrazione delle nuove attività. Lo scontro tra i sostenitori dell’una e dell’altra posizione durò per mesi e fu
aspro e persino drammatico per la rottura in seno alla dirigenza Eni, mai successa prima, ma nel 1978 il vertice dell’Eni
si convinse a dire Sì; venne così creato il settore minero-metallurgico con tutte e 33 le società ex Egam ricevendo in cambio dallo Stato una dote di 577 miliardi che secondo gli
“esperti” di quella lobby sarebbe certamente bastata a risanare i conti e rendere competitive le aziende. Così non fu e
dopo 21 anni l’intera attività venne liquidata dopo una perdita di oltre 2,5 miliardi di euro, dieci volte la “dote”, con un
danno evidente per l’Eni che in quegli anni sottrasse un capitale enorme alle proprie attività nella ricerca di petrolio e
gas e nell’industria.
Ebbe coraggio Colitti anche molti anni dopo quando dopo
la privatizzazione dell’Eni nel 1992 si cominciò a discutere
della necessità di separare Snam da Eni per rispettare la normativa europea sulla concorrenza recepita nel 2000 dal decreto Letta. Secondo le regole europee sulla concorrenza la
separazione di un’azienda dal gruppo di appartenenza diventa necessaria per due principali motivi: quando l’azienda
assicura al Gruppo di appartenenza una posizione dominante; quando gli scambi tra l’azienda e il resto del Gruppo possono alterare i risultati di bilancio se le transazioni vengono
fatte a prezzi convenzionali. Nel caso della Snam l’appartenenza all’Eni non creava una posizione dominante in quanto l’accesso alla rete gas è regolato da precise procedure che
mettono alla pari tutti i clienti, distributori e industrie, sotto
il controllo della Autorità dell’energia e in quanto da tempo
Snam opera in libera concorrenza con produttori e importatori di gas; il secondo motivo è invece consistente in quanto
Snam comprava e vendeva dalle altre aziende del Gruppo.
In questa situazione era sufficiente separare la gestione contabile e finanziaria di Snam dal resto del Gruppo Eni (il cosiddetto unbundling) in modo da garantire la trasparenza
dei conti mantenendo in capo all’Eni la proprietà di una società-chiave per la sua solidità finanziaria e per la sua strategia di sviluppo. Su queste ragioni poggiava l’opposizione di
Colitti alla separazione proprietaria calcolando il grave danno per l’Eni sotto due profili: veniva a mancare la cosiddetta
rendita finanziaria del metano ricavata nel dopoguerra dai
giacimenti della Val Padana, a prezzi bassi però a sostegno
della ricostruzione industriale post bellica, e reinvestita interamente per finanziare la realizzazione di una rete nazionale ed internazionale che non ha pari al mondo per livello
progettuale e tecnologico; altrettanto importante il ruolo
storico di Snam come “levatrice industriale” di SnamProgetti,
Saipem e Nuovo Pignone che sulle commesse per la
metanizzazione (al pari di quelle per la ricerca mineraria)
fecero leva per mettere a punto originali modelli di progettazione e avanzate soluzioni tecnologiche e così diventando
leader mondiali in molti settori nel campo dell’energia da
idrocarburi. Dagli anni ’90 quando era ancora dirigente
dell’Eni e per tutto il duemila Colitti scrisse e discusse di queste ragioni senza mai rassegnarsi. Ma nel 2012 la proprietà
di Snam fu separata da Eni che ne mantiene ora una modesta quota di poco più dell’8%, ininfluente in termini finanziari ed operativi. Ma qual è il risultato virtuoso di questa
separazione voluta dai sacerdoti della concorrenza? La leva
di comando di Snam è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti (partecipata per l’81,5% dallo Stato e per il 18,5% da
oltre 50 Fondazioni bancarie) che ha circa il 32% della azioni; il restante 60% del capitale azionario è flottante nella
proprietà di una miriade di azionisti (oltre 1.400 dalle ultime
rilevazioni Bloomberg) che hanno competenze e cuore solo
nella finanza. Il risultato è che una società fortemente caratterizzata dalla tecnologia come Snam non ha più una guida
industriale, la Cdp che per compito istituzionale è prudente
garante del risparmio postale lo investe invece a rischio in
industrie di cui non ha alcuna competenza gestionale, lo Stato
e le Fondazioni bancarie azioniste di Cdp mostrano interesse
solo al dividendo, così come la larga maggioranza fatta di
azionisti-finanzieri. Come modello di governance un vero
pasticcio che mette un monopolio strategico nelle mani di
un’azionariato tutto finanziario e in grandissima parte privato costringendo una società dai tempi necessariamente
lunghi ai tempi corti dei risultati trimestrali. E anche per la
concorrenza, che dire di Snam detentore del monopolio della rete di trasporto nazionale e azionista al 100% di Italgas?
Non è forse Italgas concorrente di altri 300 distributori? Non
è forse questa una chiara situazione di posizione dominante? Di cui pochi o nessuno sembra accorgersi. Insomma
Marcello Colitti ha perso ma aveva ragione .
Onore alla Staffetta che lo ha ospitato per tanti anni e
(Roberto Macrì)
sente il dovere di ricordarlo.
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Il primo incontro e le considerazioni sulla sua tragica morte
Colitti e Mattei, il maestr
o che trasformò la sua vita
maestro
Un rapporto speciale quello di Colitti con Mattei, una sorta di fulminazione sulla via di
Damasco, che segnò tutta la sua vita aziendale e professionale. Una figura che, come scrisse,
cresceva nella sua memoria man mano che si allontanava: nelle sue dimensioni operative per
i grandi risultati raggiunti in un tempo brevissimo; a livello di intelligenza per le intuizioni
folgoranti che ebbe non solo sul mercato, ma anche nel quadro più ampio dei rapporti economici, sociali e politici del mondo; nella sua dimensione umana per la dedizione al suo
progetto, il suo disinteresse, la sua modestia e per il suo fascino. Per GB Zorzoli, si veda il suo
ricordo, Mattei per Colitti più che il capoazienda fu un secondo padre, il primo avendolo
perso drammaticamente a tredici anni. Due le testimonianze che di seguito pubblichiamo: il
ricordo del suo primo incontro con Mattei, tratto dal libro “Eni, cronache dall’interno di
un’azienda”, e un brano del libro “Energia e sviluppo in Italia: la vicenda di Enrico Mattei”
già pubblicato sulla Staffetta il 26 ottobre 1987 a 25 anni dalla morte.
L’incontro con il Capo
“Sono le otto e un quarto. Sono in ufficio perche c’è più
caldo che nella mia stanza d’affitto, e il posto più caldo è la
stanza del capo, Giorgio Fuà. Squilla insistente il telefono.
Entro e sollevo il ricevitore.
«Giorgio, vieni giù per favore». Click.
Rimango per un attimo stupito, Esco dalla stanza e incontro l’usciere.
«QuaIcuno ha chiamato il professor Fuà» gli dico: «Ha
detto: Giorgio vieni giù per favore».
«E’ il presidente» dice quello, la faccia sgomenta. Mi prende un braccio e mi spinge verso le scale. «Corra, corra, non
può mica farIo aspettare!».
«E dov’è?».
«AI secondo, al secondo», e quasi mi butta giù dalle scale. AI secondo piano avvicino un segretaria.
«Il presidente ha cercato il professor Fuà» dico debolmente.
Lei mi squadra, lo sguardo opaco. «Fuà non c’è?» chiede
con voce atona.
Faccio cenno di no.
«Se ha chiamato, qualcuno deve andare» e anche lei mi
tocca il braccio per spingermi verso una porta socchiusa.
Entro. Il presidente è solo, assorto nella lettura. Saluto.
«Sei tu Giorgio?» chiede senza alzare la testa. Apro la
bocca per spiegargli, ma lui alza la testa e mi vede. Balbetto
che sono dell’ufficio di Fuà, sono appena arrivato, ma non
mi fa finire.
«Lei è uno dei ragazzi di Fuà. Bene, bene! S’accomodi», e
mentre mi siedo, si alza, lungo lungo, gira attorno alIa scrivania e mi siede accanto.
«Bene, bene», ripete: «Qui abbiamo bisogno di giovani,
c’è tanto da fare, ci vogliono cervelli freschi, idee nuove. Lei
è un economista?».
Rispondo che mi sono laureato in legge con una tesi sull’IRI, che ho una borsa di studio. Lui ascolta come se fossero
le notizie più importanti del mondo.
«Bene, bene! Sull’IRI. L’impresa pubblica, siamo noi quella,
dobbiamo lavorare più degli altri, l’ltalia è povera, deve andare più in fretta. Ma questa volta abbiamo il gas, questa volta ce la facciamo. Che faceva prima di venire da Fuà?».
Rispondo che facevo pratica da avvocato, ma che pensavo di emigrare.
«Ecco!» il presidente si scalda: «Ecco! gli italiani elemosinano lavoro all’estero! Non deve succedere più. Dobbiamo
studiare, fare cose nuove, ci vogliono i giovani... ».
Entra una segretaria, avvisa di una telefonata.
«Sì.» dice il presidente, e si alza.
«Adesso non abbiamo tempo» mi dice: «Porti queste carte a Giorgio, gli dica di chiamarmi».
Mi tende la mano.
«Auguri, buon lavoro, si ricordi che bisogna studiare. Non
c’è mai tempo» dice sorridendo e alzando il ricevitore.
Mi trovo fuori, e m’accorgo che non gli ho detto il mio
nome.”
Quando Mattei morì
“Il 27 ottobre 1962 il jet di Mattei si schiantò a Bescapé,
presso l’aeroporto di Linate cui era diretto, con i motori a pieno regime, tanto da conficcarsi nella terra resa molle dalle
piogge e dal temporale che infuriava nella zona al momento
del disastro. Questa meccanica rese non comune il sinistro, e la
commissione d’inchiesta dell’Aeronautica, dopo un paziente
lavoro di ricerca delle parti dell’area, ricostruzione a terra ed
esame tecnico dei motori e delle altre parti, non riuscì ad indicarne la causa precisa. La commissione escluse l’esplosione in
volo, ma non seppe spiegare perché mai fosse caduto un aereo i cui strumenti funzionavano tutti e dopo l’incidente non
presentavano tracce di arresto o malformazioni. Così, la tragedia lasciò una serie d’interrogativi, poi raccolti in forma visiva dal film di Rosi. Non essendo possibile scioglierli qui, è utile
soffermarci sulle condizioni politiche ed economiche in cui si
trovavano l’Eni e Mattei al momento della sua morte.
Sul piano politico, la situazione italiana era ancora estremamente incerta, e la prospettiva di un accordo fra socialisti
e democristiani aveva portato ad una certa radicalizzazione
sia a livello generale, sia nell’entourage di Mattei, nell’Eni e
nelle società del gruppo. Andava crescendo un certo disaccordo fra Mattei e l’ala più conservatrice dei suoi collaboratori, legata direttamente alla Dc, che gli rimproverava l’appoggio al centro-sinistra e temeva che la sua pressione finisse per caricare tale formula di un contenuto troppo
innovatore, e quindi pericoloso per il mantenimento di determinate posizioni democristiane. Furono gli stessi a preparare quella linea di entrata dell’Eni nella Dc e di freno, se
non di aperta opposizione, ai tentativi di programmazione,
che caratterizzerà la posizione dell’ente nei primi anni dopo
la scomparsa del suo creatore.
Del resto, tale linea reagiva a due fatti importanti.
In primo luogo, Mattei sentiva più che mai l’esigenza di
mantenersi al fianco della sinistra Italiana, anche per far dimenticare l’appoggio iniziale dato al governo Tambroni. Egli
appoggiò vigorosamente sulla stampa e in sede politica il
progetto socialista di nazionalizzazione dell’energia elettrica: ma questo fattivo appoggio si tinse anche del colore fosco della vendetta, perché il fallimento del grande disegno
energetico degli ultimi anni Cinquanta aveva reso sempre
più inesorabile la faida fra Mattei e l’industria elettrica, accesa subito dopo la guerra con il progetto Valerio di privatizzazione dell’Agip ed estesa alla Finelettrica con la vicenda
geotermica. Motivo politico e motivo fazioso erano per Mattei tanto importanti da indurlo ad accettare persino una soluzione istituzionale estranea a quel sistema delle Partecipazioni Statali che gli stava tanto a cuore.
In secondo luogo, la differenza crescente fra il ritmo d’investimento del gruppo Eni e le sue disponibilità finanziarie
aveva cominciato a preoccupare seriamente molti dirigenti
dell’Eni che si chiedevano se non fosse ragionevole un’espansione meno veloce - soprattutto nella distribuzione petrolifera all’estero e nelle diversificazioni più lontane dal petrolio - ma più sicura sul piano finanziario e reddituale.
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In effetti, il rapidissimo sviluppo delle attività dell’Eni
aveva gonfiato a dismisura il volume degli investimenti in
corso di attuazione, e quindi non ancora a reddito, con i relativi oneri finanziari. Non essendo la rendita mineraria più
sufficiente a finanziare lo sviluppo, si profilavano per il gruppo strozzature finanziarie relativamente nuove che, nel boom
convulso degli ultimi anni Cinquanta, portarono ad un forte
aumento dei debiti a breve, conferendo all’intera gestione
del gruppo un elevato grado d’insicurezza. Il dissenso nell’impresa era acuito anche dalla certezza che Mattei non
aveva nessuna intenzione di cambiare strada: le ultime sue
proposte, come l’appello stampa da lui rivolto agli emigrati
perché tornassero in Italia e l’idea di creare un sistema atto a
mantenere al lavoro i pensionati, non incontravano certo l’approvazione di coloro che nel gruppo non accettavano più lasua politica di rapidissimo sviluppo.
Questo disagio del gruppo dirigente, unito a fatti d’altra
natura, indusse all’abbandono uno dei collaboratori più diretti di Mattei, Eugenio Cefis, che teneva i rapporti più stretti con la Democrazia Cristiana. Su questo complesso di difficoltà si innestarono poi i furibondi attacchi di Indro
Montanelli sul Corriere della Sera. II primo di questi, del 13
luglio 1962, iniziava non per caso con un’allusione ad un dibattito sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica.
D’altra parte la ricerca mineraria in Italia e all’estero dava
frutti troppo lenti per poter dare all’Eni una nuova base
operativa e finanziaria. Il primo carico di greggio iraniano
proveniente dai giacimenti scoperti dalla Sirip, società mista Agip-Nioc, arrivò a Bari il 19 marzo 1961; ma si trattava
appena di un inizio. Lo scontro con le grandi compagnie
sembrava più mortale che mai. Infine, tra i nemici dell’Eni si
era ormai schierata la destra francese, ferita dall’atteggiamento di Mattei sulla questione algerina, riassunto nella
sua famosa frase “non voglio che i miei tecnici si trovino a
dover lavorare sotto la protezione delle mitragliatrici francesi”.
Mattei aveva anche detto di considerare una fortuna che
l’Italia avesse perso le colonie, perché ciò la rendeva più accetta ai paesi in via di sviluppo; e che non vedeva la ragione di
mettere in pericolo questa posizione aggregandosi ad un’operazione che ognuno sapeva non sarebbe continuata indefinitamente nella forma presente. Com’è noto, l’Oas lo minacciava da tempo, e le sue minacce apparivano molto serie.
Stava preparando una risposta
Valutata nel suo complesso, questa situazione potrebbe
essere considerata di grave crisi. Ma, in realtà, essa non differiva molto dalla situazione normale. L’Eni si era sempre
sviluppato a ritmi più veloci di quelli normali, e la cautela,
sul piano operativo e finanziario, non era mai stata il punto
forte di Mattei. Come si usa dire nel gergo dei finanzieri
aziendali, l’Eni era overstretched, cioè troppo teso sul piano
finanziario; ma disponeva di buone possibilità di ripresa, non
appena fossero entrati in produzione gli investimenti in corso. I debiti a breve erano tanti, ma non rappresentavano una
seria minaccia, perché il potere contrattuale di Mattei verso
le banche era ancora forte. La campagna di Montanelli non
era qualcosa di nuovo; Mattei era abituato agli attacchi, e
sapeva di dover pagar cara la sua politica contro le società
elettriche. Gli attacchi di stampa gli ricordarono probabilmente le altre svolte della sua carriera, e forse lo stimolarono a cercar di uscire dalla situazione con mezzi paragonabili
ai ‘colpi’ con cui era riuscito a tirare dalla sua l’opinione pubblica italiana negli anni di partenza.
Le minacce dell’Oas andavano perdendo importanza mano
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a mano che la tragedia algerina si concludeva e i problemi,
petroliferi e no, assumevano più chiaramente il loro aspetto
di rapporti interni al gruppo dirigente algerino, e fra esso e gli
interessi francesi. Quali che fossero le sue intenzioni, il ruolo di
Mattei nella guerra d’Algeria era stato marginale: i rapporti
che egli ebbe a Tunisi ed a Roma con i capi ribelli non ebbero
importanza politica ed economica tale da perpetuare l’odio
dell’Oas anche dopo la conclusione della guerra e dopo il regolamento degli ultimi conti fra francesi e algerini.
Ad un uomo non abituato certo alla vita comoda, questi
problemi non dovevano sembrare terribili. E Mattei stava
preparando una risposta così importante da cancellare d’un
sol tratto tutte le difficoltà; un colpo comparabile alla visita
di Vanoni a Cortemaggiore: l’accordo con la Esso. L’Eni aveva
bisogno di greggio; gli americani e la Esso avevano paura
dell’offensiva petrolifera sovietica, e si rendevano conto che
per batterla dovevano accettare condizioni e formule contrattuali relativamente nuove.
Il piano d’azione americano verso Mattei era basato su
una valutazione accurata della psicologia dell’uomo. Esso
comprendeva una vera e propria offensiva di relazioni pubbliche: una laurea ad honorem dell’Università di Stanford
(Mattei attribuiva grande valore alle lauree e già ne aveva
collezionato cinque), una visita al presidente Kennedy, poi
la firma del contratto. La base dell’accordo era stata definita
con contatti ad alto livello politico: in un incontro con l’allora vice segretario di Stato, George Ball, presso l’Ambasciata
americana di Roma. II “Middle East Economia Survey” del 2
novembre 1962 scriveva che l’accordo “copriva questioni
come l’approvvigionamento a lungo termine di greggio
all’Eni (probabilmente dalla Libia), l’acquisto di una gran
quantità di attrezzature petrolifere dalla consociata dell’Eni,
Nuovo Pignone, e la fornitura alla compagnia di distribuzione dell’Eni, l’Agip, di prodotti petroliferi nelle aree nelle quali
l’Eni non ha ancora raffinerie”. Si trattava sostanzialmente
di una replica dell’accordo con l’Urss.
Il programma americano non poteva riuscire più gradito
a Mattei. Esso gli appariva come una vera e propria apoteosi,
il riconoscimento pubblico e solenne della realtà dell’Eni e
della politica petrolifera italiana; e tutto ciò senza che egli
avesse ritrattato nulla, senza che avesse cambiato una virgola alla sua politica anticolonialista e filo-araba. E’ facile immaginare il battage propagandistico e di stampa che ne sarebbe seguito, ed il vantaggio politico che Mattei, accettato
dagli americani e non più pericoloso sovversivo, ne avrebbe
tratto sul piano delle sue difficoltà con il centro-sinistra, con
le banche italiane ed internazionali e con i giornali che l’attaccavano.
Aveva bisogno di un altro anno soltanto; dopo la sua
riconferma, che doveva venire nel 1963, avrebbe cominciato
a preparare la propria successione, e nel 1966 si sarebbe ritirato a pescare: o almeno così diceva a tutti, rifiutandosi persino di discutere le fasi di certi piani operativi che si estendevano oltre il 1966. Forse era la civetteria dell’uomo che si
sente invecchiare e si vuol ritirare come un campione imbattuto; forse era il peso d’una vita di lavoro frenetico; forse la
sensazione della fine di un periodo eroico; forse l’intuizione
che non rimaneva se non operare senza scosse il trapasso da
una impresa guidata dal condottiero a un’impresa manageriale, meno avventurosa ma più solida e attenta alla continuità.
Ma non vi poté essere riposo per Mattei, e il volo del venerdì sera inaugurò il lungo week-end della morte.”
(dalla Staf
fetta del 26 ottobre 1987)
Staffetta
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Quando venne eletto “Uomo dell’anno” della Staf
fetta
Staffetta
I grandi temi dell’energia nelle riflessioni di Colitti alla fine del 1996
La decisione di assegnare da parte della redazione della Staffetta il riconoscimento di “Uomo
dell’anno” a personalità in grado di lasciare un’impronta significativa nel campo dell’energia in
Italia, guadagnandosi un generale consenso di opinioni, risale al 1992 e da allora non si è mai
interrotta. Nel 1996 toccò a Marcello Colitti, quinto della serie. Molte le ragioni a favore di
questa scelta riassunti nell’editoriale del giornale dell’11 gennaio 1997: il traguardo di un ciclo
di lavoro nel gruppo Eni durato ininterrottamente quarant’anni (ne uscirà definitivamente nel
1999); la recente pubblicazione, con la collaborazione di Claudio Simeoni, di un’analisi fondamentale sulle vicende petrolifere mondiali degli ultimi trent’anni e sulle prospettive del petrolio
e del gas nel XXI secolo; l’approccio originale allo studio e alla soluzione dei grandi nodi dell’energia mondiale; il contributo dato alla presenza dell’Italia nei luoghi più prestigiosi di mediazione culturale, con una fitta rete di rapporti nei grandi paesi produttori e consumatori di
energia; l’esperienza, per molti aspetti unica, di osservatore dei fatti del petrolio e dell’energia
nell’arco di più decenni; l’esperienza altrettanto unica di aver vissuto in prima persona l’evoluzione dell’Eni da Ente di Stato a Società per azioni; e per finire, la stima di cui era circondato a
livello internazionale dai più grandi studiosi ed esperti dell’energia. Arrivando alla conclusione
che di uomini come Colitti, capaci di dialogare da pari a pari nel mondo dell’energia, ce ne sono
pochi. Di seguito un ampio stralcio delle riflessioni e delle osservazioni raccolte dalla redazione
della Staffetta nel corso di un forum svoltosi presso la sede di via Aventina poco prima del Natale
Dottor Colitti, dopo un periodo di sostanziale stabilità
sui mercati petroliferi, si assiste oggi ad una nuova ondata
di incertezza, che coinvolge l’intero mercato dell’energia.
Cosa sta succedendo?
Il mercato delle fonti di energia è un derivato del mercato del greggio: esiste un prezzo principale di cui gli altri settori risentono. Ciò non soltanto perché‚ le fonti di energia
sono legate l’una all’altra da svariati fattori, ma anche perché‚ il prezzo del petrolio è il sensore più sofisticato, quello
che reagisce prima alle situazioni di disagio, anche le meno
visibili. Generalmente, quando il mercato del greggio si muove, è segno di un disagio economico o politico (negli ultimi
tempi, soprattutto politico).
Se volessimo guardare indietro, dovremmo dire che vi è
stata negli ultimi 10 anni una stabilità eccezionale, inusitata.
In cui, paradossalmente, il fatto che il mercato fosse determinato dallo strumento più variabile e girovago possibile, i
“futuri”, ha prodotto il massimo di stabilità. Da un certo
punto di vista, questo è abbastanza logico, poiché‚ dal momento che tutti i giocatori agivano per determinare la stabilità, alla fine l’obiettivo comune è stato raggiunto. Tuttavia,
nella teoria, il sistema dei futuri avrebbe dovuto provocare il
massimo della instabilità. Invece, si sono avuti 10 anni di stabilità, che è un periodo lunghissimo per il mercato dei petroli. Un periodo molto lungo: l’epoca dell’Opec, per capirci, è
durata meno di 10 anni.
Del resto, il mercato del petrolio è caratterizzato da cicli
decennali. Il mercato degli anni ’50 (teso, con prodotti poco
reperibili e dominato dall’integrazione spinta) è finito agli
inizi degli anni ’60, quando si è affermato un mercato di grandi sconti caratterizzato da abbondanza di greggio (un contesto che ha permesso tra l’altro all’Agip di svilupparsi). I 10
anni successivi sono stati invece il periodo di gestione
dell’Opec, terminato con il controshock di Yamani che ha
dato vita al decennio di stabilità. Nessuno conosce il meccanismo che innesca il cambiamento, ma è un fatto che tutto
cambia ogni 10 anni.
Siamo entrati in un nuovo ciclo?
Probabilmente sì. Il mercato attuale è completamente
drogato dalle scelte politiche. Giuste o sbagliate che siano,
queste scelte hanno escluso dal mercato uno dei grandi produttori (l’Iraq) e hanno paralizzato lo sviluppo di altri due
giganti come Iran e Libia. Questi ultimi sono del tutto o in
parte paralizzati nei loro investimenti di sviluppo perché‚ non
hanno accesso ai mercati dei capitali a causa degli embarghi.
Di conseguenza, abbiamo un mercato petrolifero con tre
grandi produttori esclusi o messi in un cantone. Mi chiedo se
sia possibile mantenere la stabilità del decennio 1985-95 in
una simile situazione. Io ho qualche dubbio.
E se fosse proprio questo l’obiettivo di chi ha fatto le
scelte politiche?
Non credo che la politica internazionale si ponga obiettivi e attui azioni coordinate per raggiungere uno scopo così
ampio. Non credo che la politica di nessun Paese abbia uno
scopo definito. A mio avviso, i vari aspetti politici vengono
affrontati raramente tutti insieme.
Oggi, Washington non si preoccupa degli embarghi, anche perché‚ gli Usa sono in un momento di grande euforia
economica.
Comunque sia, in una fase di tensione come l’attuale,
basta un anno più freddo o che le compagnie cerchino di
risparmiare sul costo dello stoccaggio per determinare situazioni di scompenso. Questo influenza la percezione degli
operatori.
A suo avviso, i cicli che caratterizzano il mercato petrolifero hanno coinciso con il mutare dei rapporti di forza tra
le diverse aree? Oggi, ad esempio, non c’è più la potenza
sovietica...
L’unico mutamento che si può vedere chiaramente dall’uscita
di scena dell’Unione Sovietica è che agli Usa non importa più
che la Russia sia favorita dagli alti prezzi del petrolio. Gli Usa
non hanno guadagnato una ragione per tenere i prezzi alti ma,
semplicemente, non hanno più paura di favorire la Russia.
L’errore sulle previsioni del prezzo del greggio, che si
pensava sarebbe arrivato a 50 dollari al barile, è una delle
ragioni del crollo dell’ex Urss: avendo sbagliato previsioni, e
concentrato sull’industria del petrolio e del gas una grande
quantità di investimenti disordinati, i sovietici si sono trovati
spiazzati da prezzi molto più bassi.
Il nuovo ciclo parte comunque con una contrazione artificiale dell’offerta, dagli effetti difficilmente prevedibili. In
fondo, la riduzione dell’offerta aiuta e danneggia allo stesso tempo le compagnie petrolifere, che se da un lato trovano un freno allo sviluppo delle loro attività, dall’altro sono
favorite dalla crescita del prezzo.
Vorrei aggiungere che la tecnologia ha raddoppiato le
disponibilità del Mare del Nord: immaginate cosa succederebbe se le nuove tecniche venissero adottate su larga scala
anche negli Usa, dove esiste un’enorme quantità di giacimenti vecchi. C’è insomma una discontinuità tecnologica
molto forte, su cui bisognerebbe fare bene i conti.
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
A monte, dunque, c’è una regolamentazione, o perloferta, a cui corrisponde a valle
dell’offerta,
meno un controllo dell’of
una forte deregolamentazione...
Io non ho visto alcun effetto della deregolamentazione
sul mercato petrolifero.
Le compagnie si integrano perché‚ sono spaventate dalla
caduta dei margini. Ma si integrano a valle. Le operazioni
tipo BP-Mobil o Shell Oil- Texaco, in pratica, servono a contenere i costi.
E’ pur vero che è sempre esistita una sfasatura tra upstream e downstream, ma oggi il sistema di raffinazione
europeo distrugge valore piuttosto che aumentarlo. Come si
dice: il net-back è negativo.
Questo perché‚ il mercato dei prodotti petroliferi, soprattutto in Europa, non cresce più, di conseguenza la capacità
di raffinazione è esuberante. Nessuno, però, se la sente di
uscire dal mercato, che deve quindi remunerare anche i produttori marginali. Il prezzo continua così a scendere e, alla
fine, il valore del barile ricomposto con i prezzi dei prodotti
sfiora quello del greggio. Una simile situazione non può non
suscitare grosse preoccupazioni in Europa, dove il sistema
reagisce lentamente, e, con effetti più rapidi, nel reattivo
mercato Usa: non appena sono cominciati a calare i margini
di raffinazione, sono stati avviati i primi contatti e stipulati i
primi accordi, cercando la salvezza nell’aumento delle dimensioni.
E’ difficile fare previsioni. Ma certamente c’è uno scollamento tra l’upstream (in cui i costi della produzione diminuiscono grazie alla tecnologia, alle nuove ricerche e ai nuovi
ritrovamenti) e il downstream, che non riesce più a muoversi
a causa della sovracapacità e delle crescenti specifiche di
qualità ecologica dei prodotti.
Molti sostengono che upstream e downstream finiranno per equilibrarsi, cioè che alcuni decideranno di andar
andar-sene dalla raf
finazione. Lei ci crede?
raffinazione.
Di gente che se ne è andata, in 40 anni, non ne ho mai
vista.
Compagnie come BP e Shell se ne sono andate dall’Italia,
ma il nostro è un mercato marginale. Il mercato italiano, infatti, non esiste in senso stretto. Esiste un mercato del sud
Europa e l’Italia risente dei prezzi del Mediterraneo, come
del resto la Francia. Quello italiano ha una struttura interna
particolarmente rigida, è vero, ma nel complesso non è un
mercato che si comporta in modo diverso da quello francese.
Vi sono però degli aspetti particolari che lo dif
ferenziadifferenziano, come la poca concorrenza.
In Italia, i prezzi al consumo non sono più bassi che in
altri Paesi europei, ad eccezione dell’Inghilterra, che è un
mercato particolare.
E anche il mercato degli ipermercati in Francia o altrove
è particolare: non ci sono ipermercati sulle autostrade...
In Italia esiste tuttavia una compagnia leader
leader..
L’Antitrust ha detto che vi è una riduzione della concorrenza. E in effetti quella di Agip è una posizione piuttosto
“stravagante”, paragonabile solo a quella che aveva la Shell
Mex (Shell-Bp) in Inghilterra fino a 15 anni fa.
Il mercato italiano non è brillante. L’Inghilterra è un mercato diverso, poiché‚ c’è una tradizione di guerra tra le compagnie.
Inoltre, c’è stato il fenomeno del calo del prezzo del gas
che ha cambiato lo schema. Finalmente, è stato corretto il
paradosso di avere prezzi del gas simili a quelli dei Paesi consumatori, pur essendo un produttore.
Il mercato europeo è comunque condizionato dalla
stagnazione economica. Sostituire un impianto vecchio con-
viene di rado, anche se con le nuove tecnologie si abbassano
i costi. Di conseguenza, abbiamo impianti vecchi e un mercato ingessato. Come avviene anche nella chimica, nell’acciaio...
L’Europa è insomma un’area di quasi stagnazione, con
tutte le caratteristiche di un’area stagnante. Ciò implica un
invecchiamento delle aziende e dell’intera industria.
Sul fronte dei nuovi investimenti si può tuttavia citare
il matrimonio tra industria elettrica e petrolifera nella
gassificazione del tar
tar,, che comporta rilevanti investimenti
e un salto tecnologico.
Non so se la gassificazione sia giustificata dai ricavi effettivi o dal sussidio pubblico. Ma se quest’ultimo è preponderante, penso che non durerà: credo molto poco ai sussidi pubblici.
Il giorno che l’Enel sarà un venditore di energia come tanti
altri, allora si dovrà rivedere tutto e le cose cambierebbero
radicalmente. Se poi la gassificazione ha coinvolto gli americani è perché‚ agli Usa conviene venderci le tecnologie.
La posizione dell’Enel si può assimilare a quella della
Snam nel settore del gas?
Niente affatto, nel caso del gas la situazione è ben diversa poiché‚ la Snam non gestisce da sola il prezzo del gas.
Inoltre, la Snam controlla solo il grande trasporto del gas
perché‚ nessuno ha mai voluto investire nel settore. Sull’elettricità, l’Enel ha un monopolio di legge, mentre se qualcuno
vuole mettere un gasdotto in Italia nessuno glielo può impedire. Non è, insomma, un monopolio, ma uno stato di fatto.
Non solo, ma la situazione di “monopolio” si ferma al
livello delle città, dal momento che il sistema distributivo è
organizzato in modo diverso, e il prezzo viene deciso con un
negoziato tra un monopolista e un monopsionista: due soggetti che hanno uguale potere di mercato.
Quando la Snam si confronta direttamente con il consumatore finale, cioè con le grandi industrie, queste ultime
hanno potere di mercato sufficiente. Ma anche se volesse
usare un potere monopolista, la Snam avrebbe delle enormi
limitazioni, dato che non c’è nulla che vieti ad un’azienda di
costruire un tubo per portare il gas in Italia: se i russi o gli
algerini decidessero di arrivare in Sicilia o a Venezia con un
gasdotto, la Snam non potrebbe impedirlo.
E’ un monopolio teorico: un unico produttore in un’area
di mercato libera. Tant’è vero che la Snam non si comporta
come un monopolista, sviluppando e continuando a sviluppare il gas anche in un mercato abbastanza stagnante. Non
è il comportamento classico del monopolista!
Tra le due deregolamentazioni, quella del gas e dell’elettricità, ritiene dunque che ad essere dominante sarà
la seconda?
L’Enel ha un monopolio abbastanza immobile, nel senso
che non è riuscito a creare neppure capacità sufficienti: è un
importatore...
Ma è anche un problema economico: in quel campo conviene importare...
Ma andrebbe capito perché‚. Evidentemente non è per il
costo dell’olio combustibile, che ha lo stesso prezzo in Francia e in Italia...
Per una serie di scelte politiche è stato bloccato lo sviluppo della capacità, del carbone, del nucleare...
Secondo me hanno fatto benissimo a bloccare il nucleare. Se l’Enel non è riuscito a convincere gli italiani che operava bene, è colpa sua.
I cittadini e i consumatori hanno sempre ragione e non si
sono fidati.
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Con Monfalcone, avevano meno ragione di non fidarsi,
ma è comunque una loro scelta.
Non ritiene che debbano esistere delle regole di interesse generale in alcuni settori strategici come l’energia?
Qualunque principio generale non regge se la gente non
intende seguirlo. Certo, l’opinione pubblica può reagire anche emotivamente, ma alla fine è pur sempre lei che decide.
Rispetto agli anni ’80, il progetto interdipendenza
dell’Eni ha maggiori possibilità di successo?
Ho ripreso il “Modello Interdipendenza” nel libro che ho
scritto insieme a Claudio Simeoni (v. Staffetta 19/10/96 ndr)
perché‚ sono del parere che le idee non muoiono mai. Rimane il fatto che è una strada che i Paesi europei non hanno
seguito. Così, invece di fare dello sviluppo economico, abbiamo la guerra nel Mediterraneo, e l’Europa non ha fatto
nulla per impedirlo. Quello che è successo in Algeria si è sentito arrivare per 10 anni e nessuno ha voluto impedirlo. Dopo
di che, è scoppiato, e poteva andare molto peggio. L’Europa
non voleva occuparsi di una certa cosa perché‚ riteneva che
“il sacro egoismo”, come dicevano i nazionalisti della fine
dell’800, era più importante.
Qualcuno, però, dice che l’egoismo porta a un miglior
funzionamento del mercato.
In Europa, ma non fuori. Il mercato nel Nord dell’Africa
non funziona. Anzi, non esiste. L’Europa ha semplicemente
deciso di farsi gli affari suoi e di non volersene occupare (o di
occuparsene in forma di nostalgie post-coloniali come i francesi o a livello di velleità come gli italiani). D’altra parte, l’influenza dominante in Europa ce l’hanno i tedeschi e gli olandesi, che sono gli unici veri esportatori di investimenti, ai
quali non importa nulla del Mediterraneo.
L’Europa si è guardata l’ombelico, concentrandosi sulla
moneta comune, invece di occuparsi dei terribili problemi
giusto di là dal mare.
C’è bisogno in Italia di una politica energetica? La politica energetica è una scelta ideologica, che sta a monte
delle scelte tecniche.
Negli anni ’70 e ’80, in cui l’Europa ha tentato di fare una
politica dell’energia, non si sono ottenuti grossi risultati. Del
resto, la politica energetica di allora non ha comportato scelte
importanti: la Germania ha continuato a favorire il carbone,
mentre in Italia le leggi sulle fonti rinnovabili arrivano soltanto adesso, a dieci anni dalla crisi petrolifera.
In realtà, non si è riusciti a varare una programmazione
degna di questo nome e, a volte, si sono attuate scelte contraddittorie. Un esempio banale: quando sono aumentati i
prezzi del greggio e dei prodotti petroliferi, i Paesi europei
si sono stracciati le vesti ma hanno aumentato le tasse. Non
è un esempio brillantissimo: o non si badava al prezzo e si
aumentavano le tasse, o si badava al prezzo e si riducevano
le tasse. Non si può, come dicono gli inglesi, “correre con i
cani e scappare con la lepre”.
Ad occhio e croce, proprio nel momento in cui i Paesi
europei hanno fatto più rumore, i risultati sono stati pochi e
contraddittori. Di conseguenza, non so se oggi si possa davvero pensare ad una politica dell’energia. La politica dell’energia, quella vera, si fa oggi con i criteri ecologici, che sono il
fattore dominante, oppure si fa con la non politica urbanistica: tutti dicono che dovremmo salvaguardare l’industria
automobilistica, ma abbiamo costruito delle città che escludono le automobili e facciamo di tutto per impedire all’automobile l’uso dell’autostrada. I limiti di velocità sono tali da
scoraggiare i viaggi a lungo raggio, mentre le autostrade,
fatte per le automobili, sono percorse soprattutto dai camion. In pratica, l’industria automobilistica vende un pro-
dotto inutilizzabile. Siamo, insomma, nella contraddizione
più completa.
Quello che voglio dire è che risulta molto difficile trovare
una politica coerente per un mercato complesso come quello dell’energia.
Quello dell’automobile è un caso classico, ed è più o meno
così in tutt’Europa. Si ragiona a pezzi, e il coacervo delle cose
fatte risulta poi inesplicabile.
Siamo dunque condizionati dalla politica ecologica?
Sì. Ed è giusto, perché‚ questo ci spinge verso la produzione di prodotti meno inquinanti. Che poi siano più costosi
non importa, visto che se il prezzo dei prodotti petroliferi
importasse qualcosa le tasse che paghiamo sarebbero un crimine. Cosa importa aumentare di 5 lire la benzina per fare
un prodotto più pulito, che differenza fa?
E gli altri prodotti?
Se ci spostiamo dalla benzina, che è un bene particolare,
alle fonti di energia impiegate nella produzione industriale,
troviamo un mondo diverso, perché‚ si ha la sensazione che,
in Europa, il prezzo dell’energia per le industrie sia molto
diverso da Paese a Paese. I dati della Federazione dell’industria chimica di Bruxelles dicono che l’industria petrolchimica europea paga l’energia elettrica oltre il 30% in più dei
concorrenti statunitensi. E in alcuni Paesi, tra cui naturalmente l’Italia, vi sarebbe addirittura uno scarto superiore.
Sarebbe interessante vedere se è vero e da cosa deriva. Il
CEFIC, l’associazione europea dell’industria chimica, ha pubblicato un raffronto tra i costi nell’industria chimica Usa e in
quella europea da cui si deduce che quest’ultima ha costi
molto più pesanti: perché‚ è meno efficiente, ma anche perché‚ paga molto di più l’energia, soprattutto elettrica (che è
poi la fonte principale). Se questo è vero, allora si potrebbe
ricorrere alla politica dell’energia, ma per vedere se esistono
le possibilità per far sì che l’industria europea possa pagare
l’elettricità come i suoi concorrenti. Eppure, la politica
energetica non si è mai mossa in questo senso, ponendosi
sempre e solo problemi di disponibilità fisica.
A proposito di politica dell’energia. Quando in Itlia ci
fu l’esigenza di garantire una certa autonomia di approvvigionamento nacque l’Eni. Ma oggi, qual è il ruolo dell’azienda nel nuovo contesto mondiale? Le i crede che ci
sia ancora bisogno dell’Eni?
L’Agip, nata nel 1926, e l’Eni, nel 1953, furono create in
periodi di scarsità di energia. Una soluzione seguita del resto in tutto il mondo: si costituiva una compagnia nazionale
che, almeno, riusciva ad incassare qualcosa dai costosi flussi
di energia di importazione.
In Italia si è riusciti a costruire un’azienda molto forte e
solida, che è ora in una situazione invidiabile. L’Eni offre oggi
vantaggi tecnologici, economici, produttivi e occupazionali.
Ce n’è ancora bisogno? Gli americani non si chiedono se c’è
bisogno della Standard Oil. E se si chiedesse agli inglesi o
agli olandesi se serve ancoda la Shell, risponderebbero che
la domanda è senza senso.
Crede che una grande azienda petrolifera possa fare
politica energetica?
Nell’attuale situazione, un’azienda non può adottare
comportamenti diversi da quelli del mercato. Può però far sì
che il Paese stia dentro il mercato e tragga sviluppo e tecnologia dal business dell’energia.
Non bisogna poi dimenticare che il petrolio è un’industria politica, in cui gli eventi più importanti hanno spesso
un motivo politico molto forte. E in politica vi sono dei momenti in cui ci si siede a tavolino e si decidono le strategie.
L’Italia, che ha già perso troppi treni, dovrebbe cercare di
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
non rimanere esclusa da queste trattative, partecipando alla
corsa per acquisire risorse su cui abbiamo diritto come chiunque altro. Ma alla corsa si può partecipare solo con le grandi
imprese, che hanno le dimensioni e le capacità operative
necessarie.
E’ vero tuttavia che lo sviluppo di una grande impresa
pone sempre problemi complicati. Entro un certo limite, soprattutto per un’azienda petrolifera, c’è una continua osmosi
tra la sua capacità di essere credibile sul mercato politico e la
capacità di fare affari sul piano delle risorse naturali. Voglio
dire che la provenienza di un’azienda non è irrilevante quando un Paese produttore deve decidere a chi affidare le sue
risorse. Questo è per noi un problema molto grosso, perché‚
l’Italia a livello internazionale conta troppo poco. La grande
impresa, insomma, non può fare tutto da sola. Ha bisogno di
una linea di credibilità.
Per tornare alla domanda sul ruolo dell’Eni, io credo che
le aziende siano in grado di produrre enormi vantaggi, soprattutto quelle petrolifere che prendono decisioni importantissime sulla ripartizione delle risorse. Noi siamo però sempre metà dentro e metà fuori, perchè‚ la credibilità del nostro Paese oscilla paurosamente.
nanza, per studiarne gli effetti e per creare il consenso. Ma
non è un luogo dove si va a tenere conto degli interessi diversi dai propri. Questo si è rivelato un vantaggio, visto che
l’Opec è riuscita a sopravvivere ai prezzi stagnanti o al periodo in cui i Paesi produttori sembravano completamente tagliati fuori dal gioco. L’Opec ha poi superato la grave crisi
del 1984-85, quando i sauditi hanno dichiarato di non essere
più disposti a ridurre la propria produzione a favore degli
altri, e non dimentichiamoci che è sopravvissuta anche ad
una guerra tra due Paesi membri (prima tra l’Iran e l’Iraq e
poi tra quest’ultimo e il Kuwait): come flessibilità non è male!
Dopo le crisi, l’Opec sembra aver acquisito oggi maggiore
voglia di contare, ed è possibile che nei prossimi anni si possano aprire nuove opportunità. Se si contano i barili, e soprattutto le riserve, sembrerebbe logico supporre che l’Opec
conterà sempre di più, anche se le previsioni sulla produzione non-Opec si sono sempre rivelate sbagliate per difetto.
Rispetto al passato, il mutamento più profondo in seno
all’Opec è che molti Paesi membri vendono ora prodotti petroliferi e non greggio.
In altri termini, sono cambiati molti interessi e meccanismi.
Tutto ciò raf
forza la tesi secondo cui si otterrebbe un
rafforza
grande vantaggio da un rapporto più stretto tra Paesi produttori e consumatori, in particolare consumatori come l’Italia che sof
frono di una forte dipendenza...
soffrono
A proposito di luoghi di mediazione culturale sull’ener
sull’ener-gia, dove sono oggi i maggiori centri di dibattito? A Oxford,
del cui Club lei fa parte?
Certo. Ma il vantaggio del dialogo tra Paesi produttori e
consumatori non è tanto sul prezzo dell’energia, quanto
sulle opportunità e l’accumulazione che ne deriverebbe.
Faccio un esempio: nel Medio Oriente, si potrebbe determinare una condizione di maggiore razionalità tra Paesi poveri e Paesi che dispongono di capitali attivando flussi di
investimento.
Il dialogo tra produttori e consumatori è comunque
attivabile in molti modi. Si pensi al caso della legge sulla cooperazione internazionale. Quando se ne discusse, da parte
Eni si suggerì di intervenire nei Paesi in via di sviluppo finanziando la equity di questi Paesi nelle joint-venture produttive. In pratica, invece di erogare aiuti economici a pioggia, si
chiedeva l’avvio di un sistema che mettesse in grado il Paese
beneficiario di pagare la propria quota di progetti produttivi da avviare con le aziende occidentali. In questo modo, tutti avrebbero avuto interesse a produrre qualcosa e a non
distruggere il capitale. Inoltre, visto che disponendo di un
capitale proprio diviene possibile indebitarsi, un simile sistema avrebbe avuto un effetto “di leva” da uno a sei: per ogni
dollaro stanziato dall’Italia se ne sarebbero investiti nel Paese beneficiario da sei a dieci.
Un intervento di questo genere avrebbe anche reso il
nostro Paese molto più credibile a livello internazionale e
avrebbe consentito di avviare un dialogo tra produttori e
consumatori. Ma si preferì un intervento diverso.
Qual è il ruolo dell’Aie in tutto questo?
L’Aie avrebbe potuto costituire un canale di dialogo, ma
lo è stato solo in piccola parte. E se è vero che l’Agenzia è
nata per raggiungere obiettivi molto limitati (che non sono
stati peraltro realizzati), essa è ormai un personaggio in cerca d’autore. Sono stato due anni “chairman” dell’Industrial
Advisory Board dell’Agenzia e non sono mai riuscito a impostare una politica significativa: l’Aie fu creata per contrastare le situazioni di scarsità.
Che previsioni fa sul futuro dell’Opec? Ritiene che l’Or
l’Or-ganizzazione abbia ancora una funzione?
L’Opec è un’istituzione aperta, nel senso che è più un luogo di discussione e mediazione che una sede in cui si prendono decisioni. Le decisioni vere e proprie vengono prese dai
Paesi che vi partecipano, e l’Opec serve come cassa di riso-
Oxford è un’istituzione piuttosto singolare. E’ un club nato
20 anni fa in seno al Saint Anthony’s College per iniziativa di
un piccolo gruppo di esperti del settore, tra cui primeggiava
Edith Penrose. Il Club ha avuto poi un successo insperato,
tenuto anche conto che si tratta di un sistema aperto dove si
discute di argomenti molto sofisticati.
Agli esordi, i Paesi produttori avevano dei grandi personaggi che esercitavano un’azione di un certo prestigio. Di
conseguenza, dalle discussioni venivano fuori idee molto interessanti. Il modello interdipendenza, ad esempio, non è
altro che una variazione italiana di discorsi fatti a Oxford.
Oggi, all’interno del Club c’è meno dibattito, soprattutto
perché‚ i Paesi produttori non vogliono più convincere nessuno (ammesso che abbiano ancora delle tesi vere e proprie).
Quindi è diventato più un’area di informazione reciproca
dove si parla di strategie, di prezzi, di petrolchimica, di
razionalizzazione...
Il Club di Oxford funziona in modo molto semplice: c’è
una struttura universitaria che offre una stanza dove si discute e un minimo di servizio di segreteria. Il resto (albergo,
pasti, viaggio) è a carico dei soci. Il Club ha “figliato” un
seminario di venti giorni, che si tiene ogni anno al Saint
Catherine’s College e fa scuola ad una sessantina di giornalisti e dirigenti di medio livello delle compagnie petrolifere. I
professori del seminario sono gli stessi membri del Club, non
retribuiti. Dal corso è poi nato un istituto di ricerca, The
Oxford Energy Study Institute, diretto dal segretario del Club,
che svolge a pagamento studi molto interessanti.
Tutto questo è sbalorditivo. E’ stato creato solo perch‚
c’era un college universitario che ha avuto l’idea di utilizzare
le stanze che rimanevano vuote in agosto-settembre. Un caso
classico in cui una struttura universitaria è riuscita, senza investire un soldo, a creare un centro di attrazione internazionale.
Dove sono altri luoghi di mediazione?
Sono abbastanza frequenti in Inghilterra e in America. In
Italia invece nessuno si mette insieme se non c’è una Autorità superiore che ordina o prega di farlo. Nei paesi anglosassoni, viceversa, la gente si associa spontaneamente. In Italia
non c’è un luogo di mediazione culturale, poichè non c’è la
disponibilità di una istituzione ad offrire stabilmente un supporto, seppur minimo.
(dalla Staf
fetta dell’11 gennaio 1997)
Staffetta
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Le opinioni di Mar
cello Colitti dal 1999 al 2015
Marcello
Sono 175 i “pezzi” di Colitti pubblicati sulla Staffetta nell’ambito della collaborazione avviata
il 30 ottobre 1999, quando aveva appena lasciato il gruppo Eni, e interrotta il 16 maggio scorso
quando fu a malincuore costretto ad interromperla a causa della malattia da cui era stato colpito.
Il primo dedicato al rialzo da 11 a 25 dollari dei prezzi del petrolio e l’ultimo alle armi spuntate
dell’Arabia Saudita e alla decisione della Shell di acquistare la British Gas. Opinioni pubblicate a
cadenza mensile nella rubrica “Le opinioni di Marcello Colitti”, tutte disponibili online sul sito
della Staffetta, frutto spesso di contatti esclusivi e personali, in cui le sue esperienze passate
costituivano la base per riflettere sui mutamenti in corso nel mercati del petrolio, sulle nuove
strategie e sui nuovi modelli energetici, sul comportamento dei maggiori protagonisti. Opinioni
su cui, prima di buttarle giù, amava consultarci e confrontarsi. Ne pubblichiamo di seguito alcune
per l’attualità che mantengono rispetto a quando vennero scritte o per la capacità di cogliere per
primo l‘importanza di certe evoluzioni, come quando riconobbe la portata delle sconvolgenti
previsioni di Ed Morse sul boom petrolifero in Usa, diversi anni prima dal suo exploit, e sottolineò
la crescente importanza della Cina sullo scacchiere energetico mondiale, o ancora quando si lanciò in una ben argomentata ramanzina all’industria petrolifera dopo il disastro BP.
Se milioni di cinesi
cambiano energia
La Cina è già oggi un importante
paese petrolifero, con un consumo di
quasi 250 milioni di tonnellate (quanto
l’Italia e la Germania messe assieme) e
almeno due compagnie petrolifere di
rilevanza internazionale, che cercano di
ottenere concessioni in giro per il mondo per portare petrolio ad un’economia
in rapida crescita. Nonostante la recente battuta di arresto con tutta probabilità la Cina si svilupperà molto rapidamente negli anni a venire diventando
un grandissimo consumatore di energia.
Prevedere il consumo energetico di
un gigante come la Cina in cui le decisioni sull’energia sono tutte fondamentalmente di natura politica non è cosa
facile. Si può supporre che tendenze
attuali e le scelte politiche del Governo cinese in materia di gas e di petrolio determinino da qui al 2015 tassi
medi annui di sviluppo molto diversificati: con tutta probabilità un raddoppio del consumo totale di energia ed
un forte mutamento della sua struttura. Il carbone fino ad ora ha coperto in
Cina più della metà dei consumi di
energia, dato che la Cina ne è grande
produttore, con riserve molto ampie,
dell’ordine di centinaia di miliardi di
tonnellate. La produzione è costosa, la
combustione è inquinante, e lo sviluppo dei consumi avviene lungo le coste
non vicino alle miniere. Il carbone rimarrà la fonte principale per i consumi
termici di massa, mentre il petrolio coprirà soprattutto la domanda per i trasporti e la petrolchimica, ed entrerà nel
mercato termico solo per collocare la
produzione congiunta di olio combustibile, mentre il gas servirà a sostituire
il gas di città, oggi prodotto da carbone o da prodotti petroliferi ed anche
ad alimentare moderni impianti termoelettrici a ciclo combinato.
Insomma, nei prossimi anni in Cina
avverrà una versione moderna di quel
processo di sostituzione del carbone
che avvenne in Europa negli anni ’50
e ’60
’60, anche se le dimensioni dei consu-
mi consiglieranno probabilmente una
sostituzione più graduale. Il carbone potrebbe non perdere il ruolo di fonte
principale, giustificato dal volume delle riserve, ma scendere di quota, con un
aumento più contenuto di quello degli
idrocarburi. Questi ultimi aumenteranno ambedue la loro quota, arrivando assieme a ridosso del carbone. Il gas
arriverà al 10% dei consumi - una cifra
citata dallo stesso Governo cinese - e il
petrolio al 36%. L’elettricità primaria
aumenterà, ma scenderà di quota dal 7
al 4%. Quest’ultima previsione potrebbe essere troppo bassa, soprattutto per
quanto riguarda l’idroelettricità ma non
ci sono molte informazioni al riguardo.
Ogni aumento di questa fonte andrebbe comunque a svantaggio del carbone. In conclusione, i consumi di petrolio
passeranno da 246 milioni di tonnellate nel 2002 a quasi 600 milioni di tonnellate nel 2015, con un tasso di aumento di circa il 7%, quelli di gas saliranno
da 27 milioni di tonnellate di olio equivalente a 168, con un tasso di aumento
quasi doppio. Il carbone salirà anch’esso, da circa 520 milioni di toe a poco
più di ottocento, mantenendo una quota del 50%.
Rimane il problema di come approvvigionarsi di quantitativi così rilevanti.
Attualmente, la produzione di petrolio
copre solo i due terzi del consumo; prevedere lo sviluppo della produzione è
difficile ma sembra improbabile che essa
possa tenere il ritmo dei consumi, a
meno di nuove grandi scoperte che aumentino seriamente le riserve provate.
Il rapporto riserve produzione è già oggi
non molto alto (20 anni). Si deve perciò
immaginare non solo un forte aumento delle importazioni, ma anche della
raffinazione. Un aumento dei consumi
di circa 350 milioni di tonnellate di olio
equivalente all’anno implica di necessità un’adeguata capacità di raffinazione.
Se supponiamo che la capacità massima economica di una raffineria rimanga attorno agli attuali 10 milioni di tonnellate/anno, un aumento di queste dimensioni vorrebbe dire una trentina di
nuove raffinerie, o un aumento proporzionale degli impianti esistenti. Natural-
mente un aumento di queste dimensioni sta producendo qualche apprensione relativa alla bilancia fra domanda e
offerta di petrolio greggio, che qualcuno vede pericolante anche di fronte a
sviluppi perfettamente prevedibili. Non
vi è alcun dubbio che il maggior fornitore petrolifero della Cina, il Medio
Oriente ed in particolare l’Arabia Saudita ha la capacità di aumentare la produzione anche ben al di là del richiesto,
dato anche la stagnazione dei consumi
europei ed il rallentamento di quelli
americani.
Lo sviluppo della raffinazione andrà
con tutta probabilità di pari passo con
quello della petrolchimica, un settore
nel quale la Cina gioca già un ruolo
importante non solo come maggior
importatore mondiale di materie plastiche (seguito, sia pure da lontano,
dall’Italia) ma anche come localizzazione per nuove capacità. Le nuove raffinerie saranno di preferenza integrate
con impianti petrolchimici.
La produzione di gas dovrebbe aumentare, anche sulla base della priorità datagli dal Governo, ed anche perché i giacimenti di gas sono di solito
meno concentrati di quelli di petrolio:
ma una gran parte del gas verrà importato ed i progetti di importazione sono
già in avanzato stato di completamento.
Se abbiamo capito, i dati relativi ai
progetti in corso, in costruzione o in
avanzata elaborazione, si stanno posando due grandi metanodotti il West-East
ed il Shanxi-Beijin, alimentati da gas di
produzione interna, darebbero la possibilità di far salire la produzione intorno al 2015 a circa 62 miliardi di metri
cubi (mmc) portando il rapporto riserve
produzione a circa 24 anni dagli attuali
50 (a meno di un aumento delle riserve
disponibili). E’ inoltre previsto un aumento delle importazioni da zero a 38,7
miliardi di metri cubi al 2015 di cui 30
con un metanodotto dalla Siberia Orientale. In totale sono 10.000 km di metanodotto di trasporto esclusa la distribuzione (circa un terzo di quelli esistenti
in Italia) per circa 62 miliardi di metri
cubi di capacità di trasporto a cui van-
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
no aggiunti 8,7 miliardi come Gas Naturale Liquefatto (GNL). Il totale della
produzione prevista (30 mmc già in produzione oggi, più 32 mmc dei due grandi metanodotti) fa 62 mmc: aggiungendo i circa 39 mmc di importazione si raggiungono i 101 mmc, poco più del 50%
del fabbisogno previsto (186,6 mmc).
Come il resto possa essere approvvigionato è materia di supposizione. Tuttavia, la geografia dell’area ci può far
pensare che il grande metanodotto
West-East potrebbe perfettamente convogliare oltre che la produzione dei giacimenti cinesi della zona nord- occidentale del paese, anche una buona quantità di gas dai paesi caucasici, diretta non
solo verso la Cina ma anche verso la
Corea e il Giappone. Il terzo fra i grandi
progetti di metanodotti cinesi viene
proprio dalla Russia ma da un’altra direzione, dalla Siberia Orientale, e è previsto andare anche in Corea.
Lo sviluppo del consumo cinese di
energia richiederà investimenti rilevanti, nella ricerca petrolifera all’interno ed
all’estero, nelle raffinerie, nei sistemi
logistici, nelle pipelines per il gas e nell’ampliamento del sistema di produzione e di trasporto dell’energia elettrica.
Quantificare è oggi impossibile, ma secondo la Banca Mondiale la Cina ha nel
2002 superato gli Stati Uniti d’America
per quanto riguarda l’investimento diretto straniero che è stato di circa 57,2
miliardi di dollari, il 37% di tutti gli investimenti nei mercati emergenti. Sembra proprio che i capitali da investimento non verranno a mancare.
(dalla Staf
fetta del 26 luglio 2003)
Staffetta
Come salvar
e una porzione
salvare
della petr
olchimica italiana
petrolchimica
I paesi che un tempo si chiamavano
industrializzati stanno subendo un processo di deindustrializzazione: l’attività industriale pesa sempre meno sulla
loro economia. Entro certi limiti è un
fenomeno strutturale, ma sembra diventare un fattore di regresso e preoccupa i maggiori governi del mondo.
Poiché anche il nostro paese è largamente interessato da questo fenomeno, è il momento di discuterne, e soprattutto di verificare se esistano modi
non tanto di invertire la tendenza,
quanto di moderarla. Le cause strutturali del fenomeno si riferiscono al fatto
che, superato un certo grado di ricchezza nel tenore di vita dei cittadini e nella
loro dotazione di beni di consumo, la
domanda di servizi aumenta più rapidamente rispetto a quella di beni. È
però difficile attribuire al settore dei
servizi un vero e proprio valore aggiunto. Il valore aggiunto è, per definizione, quello che l’industria aggiunge alla
materia prima lavorandola, il che nei
servizi non si verifica. Lo sviluppo tecnologico opera nella stessa direzione:
aumenta la produttività del lavoro e
riduce l’occupazione
l’occupazione. La minor visibili-
tà dell’industria si riflette sul mercato
finanziario, che, negli ultimi dieci anni,
è stato poco interessato ad investire nelle industrie “tradizionali”. Oltre all’interesse per l’high-tech, esso è tuttora
affascinato dalle scalate ad imprese che
promettono grandissimi guadagni. Scalate di imprese industriali vere e proprie sono state meno visibili, il che mostra la scarsa propensione del mercato
finanziario ad occuparsi dell’industria.
Un’altra causa importante di deindustrializzazione dei paesi sviluppati è la
concorrenza globale. Paesi a forte popolazione ma a basso reddito, con una
forza lavoro ragionevolmente educata,
i cui salari sono commisurati al livello
economico del paese, hanno un basso
costo del lavoro per unità di prodotto.
Alcuni paesi “emergenti”, come la Cina,
l’India o la Malesia, non soltanto competono oggi nelle grandi produzioni
come l’acciaio, ma anche nell’elaborazione elettronica ed assistenza ai clienti. Una buona parte dell’elaborazione
elettronica è uscita oggi dagli Stati Uniti
e dall’Europa per svilupparsi in India e
la maggior parte dei call-center è oggi
in Paesi asiatici o africani a basso costo.
Negli Stati Uniti, la deindustrializzazione si è verificata principalmente per
l’esportazione di capacità produttiva e
quindi lo sviluppo avviene così senza aumenti di occupazione. Gli Stati Uniti
hanno reagito adottando la strategia
del dollaro basso che fa aumentare le
esportazioni. Una reazione opposta si
è verificata in Inghilterra, che ha optato per la strategia della sterlina forte
che aumenta sia il reddito dei servizi
finanziari, sia la capacità di influenzare
l’economia mondiale attraverso servizi
di alto livello finanziario ed imprenditoriale.
In Francia e Germania il fenomeno
è stato meno pronunciato. Si direbbe
che la maggior coesione degli attori dell’economia francese e tedesca e la maggior connessione fra loro e lo Stato abbia prodotto un freno alla deindustrializzazione. In sostanza, la deindustrializzazione è frutto di un processo di
redistribuzione planetaria dell’attività
industriale, ma sembra che il fenomeno sia in qualche modo gestibile, almeno nella sua velocità, dagli Stati e dai
responsabili delle imprese interessate.
Il problema è che l’economia non è un
motore che possa procedere al minimo
per lungo tempo: chi non cresce si riduce, prima in senso relativo, rispetto ai
propri concorrenti, poi in senso assoluto, rispetto al proprio passato. Questo
è un limite che l’Italia sembra avere già
oltrepassato. Il nostro Paese ha sempre
importato materie prime ed esportato
manufatti. Se il sistema importa però
anche i semilavorati, la situazione diventa pericolosa. Anche questo sembra sia
accaduto al nostro paese, che è già in
una situazione di contrazione del reddito. In Italia tutte le cause di deindustrializzazione hanno operato assieme
producendo praticamente la scomparsa delle industrie principali, in partico-
lare l’industria metallurgica, e si rischia
oggi di perdere anche la petrolchimica.
Il fenomeno è aggravato dal fatto che
la grande industria ha oggi in Italia
un’immagine fortemente negativa: è
considerata, forse con qualche ragione,
arrogante, troppo legata alla politica,
dotata di un potere eccessivo e non legittimo. La Confindustria ha segnato il
passaggio ai suoi massimi livelli dalla
grande alla piccola industria, quest’ultima non meno politicizzata della prima, ma di minor capacità strategica e
minor correlazione con il sistema complessivo.
La petrolchimica è un’industria di
base, che fornisce materie prime ad industrie e servizi: basta pensare all’impossibilità di avere una grande distribuzione senza contenitori trasparenti, sterili, leggeri ed a basso costo.
Dopo una serie di eventi davvero singolari, come la totale “ristatalizzazione
operata, più o neno obtorto collo, dall’Eni, la petrolchimica italiana è, oggi,
tutta nelle mani di un’impresa che ha il
legittimo obiettivo di concentrarsi nel
suo core business - ricerca e produzione
di petrolio e gas. La mancanza di investimenti nella produzione di materie
plastiche ha prodotto un curioso fenomeno: l’Italia è divenuta in pochi anni il
maggior importatore di materie plastiche del mondo dopo la Cina. E’ possibile proporre qualcosa che possa non dico
invertire la marcia, ma almeno arrestare il degrado e portare un elemento progettuale su cui discutere? La difficoltà
di superare l’apatia e di distrarre l’opinione pubblica dai problemi immediati
è molto grande, ancor più nel caso di
un’industria che ha cattiva fama. Bisogna anzitutto affrontare il tema dell’ambiente: la produzione di olefine e
di poliolefine non è inquinante. Le
poliolefine sono prodotti puliti sia nel
ciclo produttivo che nell’uso che se ne
fa, tanto che sono usati con alimenti.
Sono leggere, flessibili e riciclabili al
100%: non vi possono essere difficoltà
ecologiche. Gli impianti moderni sono
così ottimizzati da essere sicuri, ed anche la CO2 addizionale può essere compensata nei modi permessi.
Bisogna quindi fare del nuovo chiudendo col passato: chiudere gli impianti vecchi che hanno dato cattiva fama
all’industria e che insistono su zone a
vocazione turistica.
Un nuovo impianto - un cracker - che
produca olefine, cioè etilene e propilene
(da polimerizzare poi in poliolefine, cioè
polietilene e polipropilene) verrebbe alimentato a Virgin Naphta. Poiché questo è un prodotto da raffineria, il nuovo cracker sarà integrato con una raffineria esistente, così da permettergli non
solo di usare materia prima senza costi
di trasporto, ma anche di utilizzare i gas
di raffineria. Le raffinerie italiane sono
efficienti e alcune anche di dimensioni
ragguardevoli. Il cracker deve essere di
dimensioni molto grandi e secondo le
tecnologie più avanzate. Questo impianto, nuovo e con le necessarie econo-
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
mie di scala, avrebbe costi competitivi.
Essenziale è di coinvolgere quello che
oggi è il principale, anzi, l’unico operatore petrolchimico italiano: l’Eni. Questo
implica naturalmente che sia possibile
trovare anche dei finanziatori privati, ma
i volumi da finanziare non sono enormi.
Sembra impossibile che lo Stato Italiano
possa ignorare un progetto di questo
tipo. Non si può certamente tornare alle
Partecipazioni Statali, ma lo Stato deve
operare attivamente per influenzare l’opinione pubblica, predisporre gli strumenti di finanza pubblica, ed operare
sull’aspetto logistico. Per riassumere. E’
possibile preparare e realizzare un progetto che porti una nuova porzione della petrolchimica italiana ad avere un
chiaro vantaggio competitivo su gli altri
produttori europei. Le sue possibili linee sono la costruzione di un nuovo
cracker di grandissime dimensioni, integrato con una grande raffineria, con
nuovi impianti di produzione di poliolefine e una struttura logistica efficiente,
accompagnati dalla chiusura di Porto
Marghera. Un progetto che creerebbe il
centro petrolchimico più profittevole
d’Europa, e libererebbe aree di prima
qualità per lo sviluppo turistico.
(dalla Staf
fetta del 31 luglio 2004)
Staffetta
Lettura in chiave impr
enditoriale
imprenditoriale
del disastr
o BP
disastro
«Come molte altre compagnie petrolifere, quella (che ha avuto l’incidente nel Golfo del Messico) affida a terzi
ormai da tempo le operazioni, anche le
più critiche, sacrificando il suo controllo delle operazioni all’esigenza di risparmiare denaro. Le piattaforme come
quella dell’incidente sembrano dei veri
e propri villaggi, con diverse catene di
comando dei grandi contrattisti. I lavoratori delle varie imprese quasi non si
conoscono fra loro. La specializzazione
ed il taglio dei costi possono andare
troppo oltre. .... Il prossimo passo dell’industria dev’essere quello di rallentare, o, meglio, rovesciare la tendenza all’
“outsourcing”».
L’ex presidente della filiale Usa della Shell, John Hofmeister, che ha rilasciato questa dichiarazione ad un giornale
americano, non intende certo indicare
la causa dell’incidente, ma aggiunge che
la confusione potrà ostacolare la ricerca delle cause e anche lo sforzo per impedire che simili incidenti avvengano di
nuovo.
E’ probabile che vi sia un rapporto
fra gli incidenti ed il comportamento
dell’impresa, specie quando essi si ripetono. Chi scrive non è certo in grado di
dare una opinione in materia. Ma una
domanda si può porre. Abbiamo sempre saputo che un pozzo in eruzione si
chiude con un pozzo deviato che lo cementa
menta. La cosa risale, almeno per me,
alle eruzioni di metano nella V
alle PaValle
dana
dana. Oggi, nessuno sembra aver proposto quella soluzione, che sembrereb-
be ovvia, anche perché da tempo si sostiene che un pozzo deviato in mare si
fa allo stesso modo che in terra, anche
se con maggior complessità e maggior
costo e un tempo più lungo.
Ma torniamo alla dichiarazione dell’ex manager della Shell. Egli ripete ciò
che si dice da tempo e cioè che le compagnie petrolifere stanno spingendo
troppo in là il loro “dimagrimento”.
Forse esse vedono il loro futuro come
semplici venditori di petrolio greggio,
senza un collegamento stabile con le
altre fasi dell’industria. Ma, in realtà,
anche nella fase chiave, nell’E&P,
l’outsourcing è ormai la tendenza dominante, che ha già fatto crescere le
compagnie contrattiste a livelli mai toccati e ha creato una fonte alternativa
di tecnologia petrolifera che non è più
nelle mani delle compagnie.
Forse queste ultime pensano che il
punto chiave sia la gestione della finanza, e che tutto il resto possa essere affidato a terzi. La finanza, perché bisogna
controllare giorno per giorno il corso
delle azioni, per evitare scalate totali o
parziali e bisogna non scontentare gli
azionisti che possono da un momento
all’altro “sfiduciare” il management. La
compagnia si può quindi ridurre alla finanza, ed a due funzioni chiave: alla lettura ed interpretazione della linee sismiche con il play back; ed al negoziato
con i paesi produttori – a cui qualcuno
aggiunge il rapporto con il Governo
Americano. Il resto si sostiene, può essere affidato a terzi, con il vantaggio che
la posizione del committente è sempre
più comoda di quella del contrattista.
Ma la cosa non è così semplice. Il problema è che la credibilità delle compagnie petrolifere non aumenta, ma, anzi,
diminuisce, e le compagnie non possono più atteggiarsi, come hanno sempre
fatto, come l’unica possibile fonte accettabile non solo di tecnologia, ma
anche di petrolio greggio. Le raffinerie
sono oggi l’oggetto di una vera e propria strategia di abbandono, che sembra non considerare il loro ruolo come
fonti della qualità del prodotto, che invece dovrebbe essere oggi una delle
principali preoccupazioni. E la tendenza a privilegiare il profitto sopra ogni
altra cosa, in una industria complessa,
che ha sempre coperto tutte le fasi del
lavoro, non si è fermata alla raffinazione, ma ha già aggredito la distribuzione, un’area un tempo gelosamente custodita dalle compagnie, che ne facevano una vera e propria questione di
bandiera.
L’industria sta ad un punto pericoloso per il suo prestigio, che fino a poco
tempo fa era intatto, nonostante qualche posizione politica forse troppo dura.
Se le grandi compagnie non sono più
dirette responsabili di ciò che avviene,
c’è da pensare che qualche altro si debba accollare il compito di garantire che
le cose si facciano al meglio e con le tecnologie più adatte.
Del resto le compagnie hanno già rinunciato da tempo la responsabilità del
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prezzo di ciò che esse producono, il petrolio greggio. Già negli anni ’70 con il
prezzo Opec, che le compagnie trovarono ottimo, perché offriva loro tutti i
vantaggi del free rider, quello di guadagnare molto potendo accusare altri
di gonfiare i prezzi; e, qualche tempo
dopo, con lo stesso atteggiamento verso il mercato dei futuri, ove le compagnie operano oggi come qualsiasi altro
finanziere, e la responsabilità del prezzo è “del mercato”.
Ma il loro ruolo dovrebbe sicuramente essere diverso, dato il grande
volume di greggio che esse producono
e utilizzano. Nessuno rimpiange le sette sorelle dominanti, padrone del greggio nella loro stretta integrazione. Dall’entrata del greggio russo, nei primi
anni ’60, e dalle ulteriori scoperte in
Africa e nell’America Meridionale, si è
formato un mercato, poi in buona parte caduto in mano ai produttori Opec.
Oggi nemmeno questi ultimi sono dominanti, e neanche loro controllano il
prezzo, dato che la manovra dei volumi da produrre non è sufficiente a controllare il mercato dei futuri; ma la loro
funzione è chiara e definita, mentre le
grandi compagnie sembrano essere su
una traiettoria di ritirata dal mercato.
Non sembra, questa, una via percorribile senza gravi pericoli. Il petrolio potrà durare ancora parecchio, e la
sua durata dipende dalle nuove riserve che si scoprono giorno dopo giorno. Queste a loro volta dipendono dalle nuove tecnologie in tutte le fasi, ma
soprattutto nelle due estreme, la E&P
e il mercato dei prodotti, la prima per
le nuove riserve e il secondo perché si
devono migliorare i prodotti così che i
consumatori possano sapere che stanno utilizzando i prodotti migliori possibili.
E’ possibile che la strada sia una
maggior collaborazione fra tutti i responsabili nel mondo del petrolio. S’è
già affermata la tendenza di qualche
major a lavorare con le imprese dei paesi
consumatori, come ad esempio la Cina.
Questa sembra una possibilità importante. Se c’è un interesse delle compagnie a restare sul mercato, ed a far durare il loro prodotto, una delle strade
percorribili è questa.
Del resto, anche i paesi produttori
dovrebbero assumere delle ulteriori
responsabiltà. Molti fra essi collaborano già con le major, in molti paesi in cui
queste ultime sono ben accette. Ma i
legami contrattuali che corrono fra di
loro sembrano essere invecchiati, troppo complessi, e dalle conseguenze spesso impreviste, come l’effetto di riduzione della produzione che si è verificato
a prezzi molto alti. Si dovrebbe oggi,
collaborare con strumenti più semplici
e con un interesse comune a mantenere in vita un prodotto fino a che non se
ne trova un altro, o un complesso di prodotti, capace di sostituirlo senza danno
per i consumatori e senza bisogno di ricostruire tutte le infrastrutture dell’epoca del petrolio.
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Quest’ultimo è un punto fondamentale. Buona parte delle infrastrutture
oggi in funzione, le autostrade, gli aeroporti, la crescita delle città, praticamente tutto ciò che oggi caratterizza il
nostro pianeta, è legato all’uso del petrolio, ed il suo esaurimento potrebbe
creare una vera e propria rivoluzione a
livello mondiale, a meno di non avere
dei succedanei, se possibile migliori, che
ci permettano di cambiare il sistema con
la necessaria gradualità.
(dalla Staf
fetta del 21 maggio 2010)
Staffetta
Petr
olio Usa, le pr
evisioni
Petrolio
previsioni
sconvolgenti di Ed Morse
“Per la prima volta dal 1949 gli Stati
Uniti sono diventati un esportatore di
prodotti petroliferi, ed hanno superato
la Russia come maggior esportatore di
prodotti petroliferi”.
“Gli Stati Uniti sono diventati l’area
in cui la produzione di petrolio e di gas
cresce più rapidamente. Aggiungendo
il Messico ed il Canada si ottiene un tasso di crescita più alto di quanto possa
sostenere l’Opec”.
“La conseguenza più interessante
sarà la reindiustrializzazione degli Usa,
basata sul costo della materia prima petrolifera più basso del mondo, forse con
l’eccezione del Quatar”.
“...l’impatto cumulativo della nuova produzione, del ridotto consumo e
delle attività associate potrà aumentare il Gdp reale (degli Stati Uniti) del
2.0% o al 3.3%, e cioè da 370 a 624
miliardi di dollari, di cui 274 per la sola
produzione di idrocarburi, mentre il resto verrà generato dall’effetto moltiplicativo e dalla reindustrializzazione
dell’economia americana”.
Queste quattro frasi, tratte dalla prima pagina di “Energy 2020” (Citygroup
ed.), lo studio preparato da Edward Mor
Mor-se e dai suoi collaboratori, indicano che
il risveglio dell’industria petrolifera del
Continente Nord Americano è arrivato
alla quantificazione. Le ipotesi ottimistiche già presentate nel volume di
Daniel Yergin sono ora confortate da
calcoli molto approfonditi, con un corredo abbondante di dati geologici ed
economici. In sostanza dal 2011 al 2020
la produzione petrolifera americana è
prevista aumentare da 9,0 mbd (milioni
di barili/giorno) nel 2011 a 15,6 mbd nel
2020, con un aumento di 6,6 mbd, pari a
circa il 70%. Un volume di produzione
mai raggiunto finora da nessun paese.
Aggiungendo i due paesi limitrofi, Messico e Canada, il totale del 2020 sale a
26,8 mbd, una cifra straordinaria. Nel
2020, la produzione petrolifera degli
Stati Uniti verrà per il 24,4% dalla produzione in acque profonde; per il 19,2%
dallo Shale Oil; per il 7% dall’Alaska e
per il 14,7% dalla produzione di petrolio
“non convenzionale”. A questa cifra,
pari al 65,% del totale, si deve aggiungere un 25% di Natural Gas Liquids, ed
un milione e mezzo di barili giorno, pari
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
al 9,7 %, dei Biofuels. La maggior parte
della nuova produzione è quindi dovuta a tecnologie nuove o quasi nuove: le
grandi profondità marine; lo Shale Oil;
il petrolio “non convenzionale”, le aree
con Permafrost, come l’Alaska, ed i
Biofuels.
La prima considerazione da fare è
che i timori che ogni tanto riaffiorano
sull’esaurimento delle riserve petrolifere mondiali, e le conseguenti ipotesi di
crollo generale dell’economia, originano dalla sottovalutazione dello sviluppo tecnologico e delle capacità dell’industria mondiale di affrontare temi
nuovi e nuove prospettive. La seconda
considerazione, abbastanza ovvia, è
che gli Stati Uniti saranno per un lungo periodo sostanzialmente vicini
all’autosuf
ficienza, e diverranno
all’autosufficienza,
esportatori di prodotti petroliferi ver
ver-so l’Europa, oltre che di gas
gas. Lo sviluppo produttivo avviene in un momento
in cui la domanda Usa di combustibili e
di carburanti tende a diminuire, come
avviene in Europa, o per lo meno, a non
aumentare. Il documento cita come
cause di tale rallentamento i cambiamenti demografici, la maggior efficienza delle macchine, e la commercializzazione di massa delle nuove tecnologie, ma non cita il prezzo dei carburanti, fortemente aumentato anche negli
Stati Uniti.
Con lo sviluppo del gas naturale, e
la forte tendenza a ridurre la domanda
di prodotti petroliferi, che lo studio calcola si sia ridotta di due milioni di barili
al giorno dal 2005 a oggi , la produzione petrolifera finirà per lasciare forse
più di 700.000 barili giorno per l’esportazione di greggio o di prodotti, sufficienti a provocare una vera e propria
rivoluzione nel mercato petrolifero internazionale. Naturalmente, lo studio
non nasconde, anzi sottolinea, che raggiungere questi obiettivi implica una
“politica nazionale” dell’energia che
lasci ampio spazio alla ricerca ed allo
sfruttamento dei giacimenti, e che consideri anche l’esportazione di gas e di
petrolio come utili all’economia americana. E certo vi saranno sicuramente
problemi rilevanti sul mare e in terraferma, sulle conseguenze di trivellazioni
diffuse in tutto il territorio e nelle aree
marine. Lo sviluppo della produzione interna degli Stati Uniti deve fare i conti
con chi si preoccupa dell’effetto ambientale delle tecniche moderne, che
sono abbastanza pervasive, e che richiedono un controllo molto stretto e continuo, e la definizioni di nuove procedure, anche abbastanza complesse.
La politica che deriva da questa nuova realtà non è quella dell’autosufficienza, ma quella di un paese che non
solo diventa un esportatore petrolifero, ma sostiene anche una vigorosa ripresa dell’attività petrolchimica, data
l’abbondanza di cariche da cracker e
quindi la capacità di competere con le
produzione dei paesi produttori del
Medio Oriente, quelli che hanno maggiormente sviluppato finora quell’indu-
stria. Lo studio analizza infatti la situazione della petrolchimica americana e
indica fin da adesso le possibilità di sviluppo offerte dagli impianti esistenti e
da impianti nuovi da costruire. Dopo
le grandi dichiarazioni sul primato della finanza nell’economia moderna, abbiamo qui un progetto di sviluppo vigoroso dell’industria, che potrebbe credo insegnare qualcosa anche alla nostra Europa.
Il rovesciamento del sistema che vedeva negli Usa il maggior importatore
di petrolio porterebbe ad una situazione completamente nuova. La storia del
mercato petrolifero americano è abbastanza complessa. Dopo la guerra del
’40, Eisenhower aveva decretato la chiusura del mercato americano, per evitare la concorrenza alla produzione interna di petrolio. Questo sistema scomparve negli anni ’70 quando i paesi produttori aumentarono il prezzo del petrolio, proprio nel momento in cui la produzione americana non riusciva più a
soddisfare la crescente domanda. Le
grandi compagnie petrolifere americane non ne soffrirono, anzi: potevano
vendere il loro petrolio del Medio Oriente e del Nord Africa al prezzo americano, che aveva raggiunto lo stesso livello del resto del mondo. La domanda crescente negli Stati Uniti rendeva sempre
più necessaria l’importazione, fino a che
il paese divenne il maggior importatore mondiale, e la sua politica estera assunse perciò come compito primario
quello di garantire le vie di approvvigionamento del petrolio del Medio
Oriente. Quest’obiettivo, assieme all’interesse per Israele, fu in effetti il concetto fondamentale della politica estera americana.
E’ molto difficile dire che cosa avverrà adesso. Gli Stati Uniti dovranno ridefinire la loro strategia internazionale,
un processo che sembra già iniziato.
Non vi è dubbio che l’industria petrolifera americana spera di esportare gas
naturale e prodotti petroliferi in primo
luogo verso i paesi emergenti, che sono
quelli che aumentano ancora in modo
rilevante la domanda di energia, anche
perché la domanda interna del paese
non aumenterà in futuro allo stesso ritmo della produzione. La rilevante capacità di raffinazione degli Usa consentirà l’esportazione di prodotti petroliferi, piuttosto che di petrolio greggio, anche verso l’Europa, il che avrà certamente un riflesso negativo sulla situazione
della raffinazione europea, che deve
fare i conti con una domanda stagnante e con una capacità sovrabbondante
rispetto alla domanda.
Questa nuova situazione tocca sicuramente in modo molto preciso la posizione dell’Opec, che fino ad ora ha giocato un ruolo fondamentale nella soddisfazione della domanda petrolifera mondiale, e che da ora in poi sarà sottoposta
alla concorrenza di un produttore, il quale possiamo dare per scontato vorrà avere un peso nella definizione del prezzo,
già oggi definito dal mercato dei futuri
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
sulla base di due greggi prodotti non
dall’Opec, ma dall’industria petrolifera
privata, negli Stati Uniti e nel Mare del
Nord. Non è certo che la produzione
americana premerà sul prezzo, e tenderà a contenerlo o addirittura a ridurlo.
Ma certamente la produzione Opec avrà
un concorrente, basato sul maggior
mercato mondiale, che avrà interesse a
vendere sul mercato globale. I paesi produttori dell’Opec potranno sentirsi minacciati, così come si sentirono per le
scoperte nel Mare del Nord negli anni
’70-’80 del secolo scorso. Oppure, potrebbero considerare la possibilità di bilanciare la nuova capacità produttiva americana, rendendo negoziabile il loro
greggio. Non sembra impossibile che il
maggior produttore dell’Opec, l’Arabia
Saudita, consideri la possibilità di vendere il proprio greggio in modo da renderlo negoziabile, creando quindi un
mercato effettivamente capace di definire il prezzo anche al di là della speculazione sul mercato dei futuri.
(dalla Staf
fetta del 21 aprile 2014)
Staffetta
Con il gas più facile
opea
traghettar
e l’economia eur
traghettare
europea
verso il futur
o
futuro
Se guardiamo indietro nel tempo,
troviamo che il prezzo alto del greggio
è rimasto in vigore per molto tempo e
nessuno pareva disponibile a cambiare
la situazione, meno che mai, i grandi
produttori. Più di recente, quando l’economia europea ha cominciato ad entrare in recessione il prezzo dell’energia,
non solo del petrolio, ma anche del gas
e della elettricità, ha portato ad una drastica riduzione dei consumi che dura
tuttora ed è particolarmente forte per
benzina e di gasolio. Nel frattempo, i
paesi europei, preoccupati dell’eccessivo inquinamento ambientale, e del costo alto dell’approvvigionamento di
petrolio, hanno cominciato a sviluppare nuove produzioni di elettricità utilizzando l’energia del vento o quella del
sole. Il prezzo del petrolio era alto, e le
nuove tecnologie erano perciò remunerative, sia pure di poco, ma il sistema
non era stabile. Negli Stati Uniti d’America s’era sviluppata una nuova tecnologia per produrre olio e gas e i nuovi
produttori cominciarono a scuotere il sistema proponendo grandi correnti di
esportazioni di greggio e di gas, con
indicazioni qualche volta premature ma
sufficienti a creare un certo grado di preoccupazione nella mente di un grande
venditore di petrolio.
Il paese leader dell’Opec, l’Arabia
Saudita, si è reso gradatamente conto
che, da un lato, il prezzo alto del greggio rendeva competitiva la nuova tecnologia “rinnovabile” adottata in Europa e, dall’altro che la nuova produzione dagli scisti Usa, anche se non
esportata, esercitava una pressione rilevante sul mercato del greggio e mi-
nacciava di ridurre gradatamente le
esportazioni Saudite negli Usa.
Questa serie di pressioni ha condotto il leader dell’Opec a maturare la decisione di battersi sul mercato mantenendo il più possibile la propria quota
del mercato mondiale dell’energia, e a
dichiararsi disposto a seguire il mercato invece di dirigerlo, lasciando che le
quotazioni vengano direttamente dal
mercato e non dal produttore. Il mercato dei futuri ha preso immediatamente la palla al balzo, ed il prezzo ha cominciato a scendere come nessuno si ricordava di aver visto. Gli altri produttori, Opec e non, si sono fin dall’inizio opposti in tutti i modi, ma non sono riusciti a convincere i Sauditi a ridurre la
produzione per far salire il prezzo. Tagliare la produzione farebbe salire il
prezzo dell’olio, e si ritornerebbe alla
situazione precedente, con le rinnovabili favorite dal prezzo alto del greggio.
Naturalmente, la mossa saudita ha
avuto e sta avendo dei gravi effetti sul
grande rivale, la Russia ed anche su Iran
ed Iraq ma la conseguenza più rilevante potrebbe riguardare proprio lo sviluppo delle rinnovabili.
Adesso , i paesi consumatori di energia come l’Europa, devono far i conti
con la nuova situazione. Se il petrolio
scende e rimane basso, è ancora possibile investire in fonti che hanno forse
perso una buona parte della loro capacità competitiva? Da un lato il prezzo
basso del petrolio potrebbe far riprendere l’economia europea che ristagna
da anni, dall’altro il prezzo basso mette
gli investimenti in impianti rinnovabili
in una situazione difficile rispetto alla
competizione con gli impianti a petrolio. In ogni caso, grazie alla manovra dei
sauditi, la situazione si è chiarita e non
ci sono più incertezze.
Fino a quel momento, si diceva che
il prezzo del petrolio era il miglior aiuto alle fonti rinnovabili che erano e sembravano dover rimanere concorrenziali
con il petrolio alto. Il problema non è
tuttavia se la domanda di petrolio aumenterà, il problema è se il basso costo
del petrolio metterà fuori mercato le
fonti rinnovabili. Il prezzo del petrolio
potrebbe far sì che la produzione di
elettricità da olio o gas risulti meno cara
di quella delle rinnovabili, con i loro problemi di discontinuità.
E’ chiaro che il problema interessa
in egual misura tutti i paesi europei. La
situazione ha ormai raggiunto un livello al quale è necessario chiarire le posizioni che i paesi europei vogliono prendere e su quale scelta cada la loro decisione. Da un lato il problema dell’inquinamento ambientale incalza e con il timore di una nuova grande uscita di gas
dai ghiacci in scioglimento; dall’altro le
condizioni delle rinnovabili possono diventare meno positive.
Sarebbe il momento di definire in
modo chiaro come operare nei prossimi anni, tenendo presente che sarà
molto difficile che l’Arabia Saudita cambi politica, data anche la posizione di
23
aperta rivalità con la Russia, e di superiorità verso gli altri paesi del Medio
Oriente. Inoltre, il paese ha fortemente
rinsaldato i propri rapporti con gli Stati
Uniti, ed in particolare con il partito
conservatore che dall’epoca dei Bush
padre e figlio aveva rapporti stretti con
l’Arabia Saudita.
Un discorso di questo tipo deve necessariamente avere un’apertura sull’intera Europa, dato che le economie dei
vari paesi sono già legate fra loro.
La situazione così complessa potrebbe essere affrontata con una scelta di
una fonte di energia che “traghetti“
l’economia europea verso una nuova
struttura. A mio parere, si dovrebbe
portare in primo piano il gas naturale,
la fonte convenzionale che ha il minor
tasso possibile di inquinamento ambientale. In più, l’Europa ha già le strutture
di trasporto e di stoccaggio e di distribuzione capillare praticamente su tutto il territorio. Il gas metano ha oggi un
mercato che sta diventando globale, sia
per le scoperte mineraria in tutto il
mondo, sia per il progresso nei mezzi di
trasporto.
Questa “globalizzazione” del gas
naturale, cioè, la creazione di un mercato mondiale potrà compensare di volta in volta problemi di produzione e di
trasporto riducendo così, i possibili problemi dalla parte dell’offerta, in parte
per ragioni fisiche o politiche L’ipotesi
di grandi esportazioni americane verso l’Asia e l’Europa potrebbero realizzarsi anche se il prezzo tenderà a rimanere più alto in Asia, e particolarmente in Cina, che in Europa. Il grande progetto cinese di importazione di gas
dalla Russia potrebbe creare una situazione di due prezzi diversi, uno per il
gas dal tubo russo, ed uno dalle navi
americane.
In conclusione, ogni sforzo si dovrebbe realizzare per mantenere una
molteplicità di fonti di gas , la cui funzione sarebbe quella della fase di passaggio dalle fonti energetiche a quelle
rinnovabili. Il metano è usato come carburante e potrebbe pertanto svolgere
una azione rilevante nella fase di trasformazione, anche perché lo stoccaggio del gas è oggi meno costoso e meno
incerto di quello dell’elettricità.
Comunque si voglia affrontare una
situazione così complessa, sembra inevitabile che si prepari uno studio completo di tutti gli aspetti della nuova situazione della produzione e dell’uso
dell’energia. Io credo personalmente
che il sistema attuale di governo non
sia in grado in Italia di produrre uno studio di quest’ampiezza in un tempo ragionevole. E’ necessario affrontare questo complesso di problemi con una mentalità industriale. Si tratta di un lavoro
da affidare ad una grande impresa internazionale, che abbia un serio interesse alla situazione italiana, ed una conoscenza delle fonti di energia e del loro
sfruttamento.
(dalla Staf
fetta del 17 gennaio 2015)
Staffetta
24
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Lanciato a Roma nell’aprile del 1981 in un grande convegno
Il “modello Inter
dipendenza”, l’idea fissa a cui Colitti rrestò
estò sempr
e fedele
Interdipendenza”,
sempre
Sulla scia dell’insegnamento e del lascito morale e culturale di Mattei, Colitti per tutta la vita ha messo al
centro della sua attività l’obiettivo di migliorare i rapporti tra i paesi consumatori e produttori di energia,
facendone il perno di un progetto che potesse essere il punto di partenza di una serie di iniziative di reciproco
e mutuo interesse per entrambi. Un tema su cui lavorò a lungo e che fu per lui, come in seguito ebbe occasione
di rilevare, “un successo e uno scacco”, riferendosi all’esito del grande convegno-seminario “Sviluppo attraverso la cooperazione” tra Oapec, Italia e Paesi dell’Europa del Sud organizzato a Roma nell’aprile del 1981 in cui
venne presentato il “modello Interdipendenza” messo a punto alla fine degli anni ’70, quanto era direttore per
la Programmazione e lo Sviluppo dell’Eni, in collaborazione con Alì Attiga
Attiga, segretario generale dell’Oapec
(l’organizzazione dei paesi arabi esportatori di petrolio), che aveva incontrato e frequentato a Oxford. Di questo evento la Staffetta, con la collaborazione dell’ufficio stampa dell’Eni, diede una grande copertura dedicandogli due speciali, uno alla vigilia il 6 aprile 1981 per richiamare l’attenzione sulla sua importanza e uno il 18
aprile, di ben 30 pagine, per pubblicare il resoconto sommario dei lavori aperti il 7 aprile dal presidente del
Consiglio, Arnaldo Forlani, e chiusi il 9 aprile da Alberto Grandi, presidente dell’Eni, e che vide l’intervento dei
massimi rappresentanti del mondo arabo e dell’Europa meridionale: il più grande incontro fra paesi produttori
e consumatori di petrolio che sia mai avvenuto. Nelle pagine che seguono un ampio stralcio della ricostruzione
postuma che ne diede Colitti nelle pagine finali del libro “Eni, cronache dall’interno dell’azienda” pubblicato
nel 2008, il programma pubblicato sulla Staffetta del 6 aprile 1981, la presentazione del modello fatta nella
intervento di Colitti,
Colitti in qualità di vice presidente dell’Agip, nella prima sessione del semiseduta inaugurale, l’intervento
nario sulle nuove caratteristiche del mercato dell’energia, la dichiarazione finale diffusa al termine dei lavori,
e un positivo commento di Alfredo Giarratana in uno dei suoi “rilievi” settimanali pubblicati regolarmente
sulla Staffetta fino al 1982. Da rilevare infine che, a conferma della passione che aveva messo in questo progetto, Colitti, oltre a tornare in argomento su questo tema nel libro pubblicato nel 1997 con Claudio Simeoni
“Perspectives of oil and gas: the road to interdependence”, ne ha fatto oggetto di riflessione sulla Staffetta nel
2000 (Perchè non rilanciare il “progetto interdipendenza”?), nel 2005 (Perché è tornata di moda
l’interdipendenza) e nel 2009 (Prezzi del greggio, idee per un “progetto Interdependence”).
La ricostruzione postuma del 2008
L’incontro Oapec-Europa
“Di fronte alIa crisi petrolifera degli
anni Settanta, all’aumento dei prezzi del
greggio, alIa brutale gelata creditizia e
monetaria che piombò tutta l’Europa in
una profonda recessione, avevo cercato
di proporre gli accordi di sviluppo, di sostenere che, poiché i paesi produttori
avevano grandi risorse, si sarebbe potuto impostare un discorso di collaborazione industriale e produttiva capace di trarre qualche beneficio dalla disgrazia.
Avevo incontrato a Oxford Ali Attiga, il segretario generale dell’Oapec il
più articolato ed eloquente fra i portavoce dei paesi produttori.
L’amico libico
Ali Attiga è piccolo, col viso tondo e
due occhi vivissimi, la voce fonda; ha il
temperamento vulcanico ma facile alIa
depressione del vero mediterraneo. I suoi
studi americani – Ali ha studiato negli
Stati Uniti, è stato ministro dell’Economia nell’ultimo governo di Re Idriss, subito prima della rivoluzione di Gheddafi
– hanno aggiunto alIa sua vis polemica
mediterranea il gusto della battuta e
dell’argomento logico, esposto correttamente e succintamente, senza retorica.
Le prime riunioni del Club di Oxford
erano dominate dalla sua personalità,
dalla sua capacità di polemizzare in modo civile, senza mai uscire dalle regole
della cortesia e sempre con un grande
senso dell’umorismo, che costituisce credo la sua caratteristica più spiccata.
Gli interventi di Ali Attiga terminavano sempre con un invito ai paesi consumatori a consumare di meno, a limi-
tare il ricorso al petrolio, così che i produttori potessero avere un orizzonte
temporale abbastanza lungo per creare ricchezza alternativa.
Non c’è bisogno di dire che alcune
di queste affermazioni suonavano giuste, altre meno, e che vi erano abbondanti ragioni di discussione.
Per esempio, non si può proprio dire
che i paesi produttori si siano comportati come preconizzava Attiga. Tra tutti, solo I’Arabia Saudita, il paese che ad
Attiga piaceva di meno per l’autocrazia
reale che ancor oggi lo contraddistingue, ha realizzato in buona parte un
programma simile. Credo che ad Attiga
non sia mai sfuggito l’aspetto paradossale di questo fatto. Tuttavia, sulla necessità di sviluppo dei paesi produttori
vi era, fra me e lui accordo completo e
da questo accordo nascerà poi il tentativo di organizzare una discussione fra
produttori e consumatori.
Ne discutemmo a lungo, Ali e io, a
Oxford e altrove, e si stabilì fra noi una
forte simpatia reciproca. Ambedue cercavamo un modo per rimettere in moto
una situazione polarizzata in due fronti
contrapposti, ognuno con le sue ragioni,
che non comunicavano se non da lontano o per interposta persona. Sembrava
a me e ad Ali che così si sarebbero perse
delle occasioni importanti per dare impulso allo sviluppo economico mondiale
e in particolare delle aree mediterranee.
Certo, ambedue pensavamo che non
sarebbe stata una cosa facile, anche
perché le istituzioni che rappresentavamo erano molto più caute di noi, con
una forte tendenza a smentirci se ci fossimo mossi troppo innanzi.
Il consiglio dell’Oapec è costituito da
tutti i paesi arabi esportatori di petrolio
e l’accordo fra loro, social-nazionalisti
nasseriani o baathisti, e conservatori sauditi o kuwaitiani, era altrettanto difficile
di quello fra produrtori e consumatori.
Ali è libico e pertanto non molto
accetto, anche se la levatura intellettuale, la cultura americana e la carriera precedente alIa rivoluzione di Gheddafi lo
rendevano accettabile ai sauditi. Di solito, la mancanza di consenso al vertice
conduce a una riduzione delle competenze e delle funzioni dell’ organismo,
e all’Oapec, che era nato come un grande progetto strategico, tendevano a rimanere solo competenze di tipo diplomatico o di studio. Come segretario
generale, Attiga aveva impostato una
strategia ben piu impegnativa: quella
di creare imprese finanziarie e industriali panarabe, con le quali avviare in concreto una strategia di sviluppo. La più
importante e nota fra queste e l’Apicorp
(Arab Petroleum Investment Corporation), concepita come polmone finanziario della politica di sviluppo dei paesi arabi. Il suo capo, Nureddin Farrag,
un egiziano di alto livello culturale, divenne anch’egli mio amico e partecipò
di persona e come istituzione a tutte le
vicende di cui stiamo parlando.
Ma la strada «operativa» trovava
molte difficoltà e, comunque, non escludeva l’altra funzione, di cercare il dialogo.
Perché non si sarebbe potuto fare
qualcosa con l’Italia e con l’Eni, che aveva almeno una reputazione, quella del
terzomondismo di Mattei e della sua
lotta contro le sette sorelle?
Su questo punto ci trovammo subito
d’accordo. Avevamo però ben chiaro che
segue a pag. 26
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Il programma definitivo del seminario
Lo “Sviluppo attraverso la cooperazione tra Oapec,
Italia e paesi dell’Eur
opa del Sud”
dell’Europa
Roma - Palazzo Barberini - 7/9 aprile 1981
Martedì 7 aprile 1981
Seduta inaugurale
Ore 9: Discorso di apertura del Co-Presidente del Seminario e Presidente della Sessione, Alberto Grandi, Presidente Eni, Italia.
Indirizzo di saluto:
Arnaldo Forlani - Presidente del Consiglio dei Ministri, Italia
Allocuzioni di:
- Emilio Colombo - Ministro degli Affari Esteri, Italia
- Yousef Ahmad Al-Shirawi - Ministro dello Sviluppo e
dell’lndustria, Baharain
- Pierre Aigrain - Segretario di Stato per la Ricerca, Francia
- Abdussalam AI-Zagaar - Segretario di Stato per il Petrolio, Libia
- Ignacio Bayón Marine - Ministro per I’Industria e l’Energia,
Spagna
- Ali A. Attiga - Co- Presidente del Seminario e Segretario generale, Oapec.
Prima sessione
Tema: Energia e sviluppo economico
Presidente della sessione: Mohammed El - Emadi - Direttore
generale e Chairman del Board of Arab fund Economic and
Social Development
Ore: 11.30
11.30: “Il petrolio nell’economia italiana ed europea: possibilità di cooperazione con i paesi produttori”.
Relatore: Marcello Colitti - Vice-Presidente Agip, Italia
Commento: Abdel Kader Maachou - Consulente Oapec
Ore: 12.45:
12.45 ”Il ruolo del petrolio nei paesi della Oapec”.
Relatore: Mohammed Khouja - Consigliere Economico Kuwait
Fund for Arab Economic Development, Kuwait
Commento: Pierre Desprairies - Presidente Istituto Francese deI
Petrolio, Francia
Ore 13
13: Discussione
Seconda sessione
Tema: Sviluppo delle risorse energetiche
Presidente della sessione: Vladimir Lemic - Presidente lna, Jugoslavia
Ore 15.30
15.30: “Requisiti per lo sviluppo delle risorse energetiche
integrative” (visione dei paesi consumatori)
Relatore: Umberto Colombo - Presidente Comitato Nazionale
Energia Nucleare (Cnen), Italia
Commento: Fahdil AI-Chalabi - Vice Segretario generale Oapec
Ore 16.15
16.15: “Requisiti per lo sviluppo delle risorse energetiche
integrative" (visione dei paesi produttori)
Relatore: Adnan Shihabebbin - Direttore generale lnstitute for
Scientific Research, Kuwait
Commento: Emmanuel J. Voulgaris - Presidente Hellenic Aspropyrgos Refinery, Grecia
Ore 17.30
17.30: Discussione
Mercoledì 8 aprile 1981
Terza sessione
Tema: Tecnologia e sviluppo del potenziale umano
Presidente della sessione: Abdullatif AI-Hamad - Direttore generale Kuwait Fund for Arab Economic Development, Kuwait
Ore 9
9: “Training per lo Sviluppo Economico”
Relatore: Vittorio Merloni - Presidente Confindustria, Italia
Commento: Abdel Kader Chanderly - Consulente
Ore 9.45
9.45: “Training, problemi attuali e fabbisogni futuri nei
paesi Oapec: con particolare riguardo all’industria degli
idrocarburi”
Relatore: Burhan Eddin Daghestani - Direttore generale Arab
Petroleum Training Institute - Bagdad, Iraq
Commento: Nicola Melodia - Presidente Snamprogetti, Italia
Ore 11
11: Discussione
Quarta sessione
Tema: Nuove frontiere in scienza e tecnologia
Presidente della sessione: Abdus Salam - Presidenza del Centro
Internazionale di Fisica Teorica, Trieste, Italia
Ore 14.15
14.15: Presentazione: Silvio Garattini - Direttore lstituto
Mario Negri, Milano, Italia
Ore 14.45
14.45: Tavola rotonda sultema, con la partecipazione di
studiosi arabi ed europei:
- Abdul Aziz AI-Wattari - Vice Segretario generale Oapec
- Enrico Cernia - Presidente Assoreni, Italia
- Antoine Zahlan - Presidente Science Policy Research Unit, Università del Sussex
- Mahdi Manjaraa - Professore Università di Rabat, Marocco.
Ore 17
17: Discussione
Giovedi 9 aprile 1981
Quinta sessione
Tema: Sviluppo comune e cooperazione tra paesi del sud Europa e il mondo arabo
Presidente della sessione: Omar Muntassir - Segretario di Stato
per l’lndustria Pesante, Libia
Ore 9
9: “Commercio ed Industria: per uno sviluppo “downstream” nei paesi Oapec”
Relatore: Sheikh Ali Khalifah AI Sabah - Ministro del Petrolio,
Kuwait
Commento: Filippo Maria Pandolfi - Ministro dell’lndustria, Italia
Ore 9.45
9.45: “Per un’approccio dinamico allo sviluppo economico”
Relatore: Giuseppe Ratti - Coordinatore per gli Affari internazionali Eni, Italia
Commento: Robert Mabro - Fellow of St. Antony’s College,
Oxford
Ore 11
11: Discussione
Ore 12
12: Sintesi delle conclusioni tecniche
- Abdul Aziz AI-Wattari - Vice Segretario generale Oapec
- Romano Prodi - Ordinario di Economia Politica Università degli Studi, Bologna, Italia
Sessione conclusiva
Tema: Problemi e prospettive dell’interdipendenza
Presidente della sessione: Giovanni De Michelis - Ministro delle
Partecipazioni Statali, Italia
Ore 14:
14 Ordine provvisorio degli interventi:
- René Ortiz - Segretario generale Opec
- Stefanos Manos - Ministro dell’Industria e dell’Energia, Grecia
- Tayen Abdul Karim - Ministro del Petrolio, Iraq
- Stoyan Matkalijev - Ministro dell’Energia e dell’Industria,
Yugoslavia
- Serbulent Bingol - Ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali, Turchia
- Belkacem Nabi - Ministro dell’Energia e delle Industrie Petrolchimiche, Algeria
- Ricardo Baiao Horta - Segretario di Stato per I’Energia e le
Miniere, Portogallo
- Abdul Jabbar Dhahhak - Ministro del Petrolio e delle Risorse
Minerarie, Siria
- Winstin Abela - Ministro dell’Energia, Sviluppo e Telecomunicazioni, Malta
- Constantinos Kittis - Ministro del Commercio e dell’Industria,
Cipro
Ore 16
16: Note conclusive:
- Alberto Grandi - Co-Presidente del Seminario, Presidente Eni,
Italia
- Ali A. Attiga - Co-Presidente del Seminario, Segretario generale, Oapec
Ore 17
17: Conferenza stampa
26
avremmo incontrato delle serie difficoltà da parte italiana e da parte araba.
La parte italiana risentiva dell’ossessione occidentalista della sua politica
estera, per cui a ogni proposta dell’Eni
veniva autorevolmente risposto, come
se non lo sapessimo, che l’ltalia «è in
Europa» e che «la sua politica estera è
quella dell’Europa» e «attenti non cadere nel Terzo Mondo».
In pratica, ciò voleva dire che non si
doveva far nulla che potesse dispiacere
agli americani; che il terrore di «non
essere accettati in Occidente» rendeva
ciechi e sordi di fronte a ogni opportunità di difendere la nostra posizione sui
mercati dell’energia.
Era inutile rispondere che nessuno
aveva mai messo in dubbio la geografia e la storia; che era proprio la nostra
natura di europei a imporci di portare
in Europa qualcosa che fosse capace di
arricchirne la politica; che quel qualcosa poteva benissimo essere un diverso
rapporto con i produttori di petrolio e
il Magreb. AItrettanto inutile, quasi
blasfemo, richiamare l’attenzione suI
fatto che gli americani avevano verso i
paesi produttori una politica che nel
migliore dei casi sacrificava gli interessi
europei e nel peggiore li colpiva espressamente.
Infine, il ministero degli Esteri ha per
lungo tempo tenuto in sospetto le industrie che fanna politica estera, almeno quando non sono di Torino, un sospetto che verso l’Eni diventava spesso
esplicita disapprovazione. Ciò rendeva
difficile l’organizzazione di un incontro
così importante che fu poi oggetto di
decisa ostilità, se non proprio del ministero, tutto sommato inerte piuttosto
che contrario, almeno del ministro.
D’altra parte, l’Eni aveva anch’esso
una forte tendenza a negare la propria
politica originaria e ad attestarsi sulle
posizioni ufficiali. Nel periodo di cui
parliamo attraversava una fase difficile, con una girandola di commissari e di
presidenti che non avevano molta voglia di fare delle cose importanti.
Per parte araba, le difficolta erano
quasi speculari: l’Eni era coinvolto in un
grande scandalo con il maggior produttore arabo di petrolio. Poiché era ovvio
che quel paese non aveva alcuna intenzione di parlare con l’Eni, ottenere, se
non il suo appoggio, almeno la sua neutralità nel consiglio di amministrazione
dell’Oapec era impresa non da poco.
Inoltre, c’era da considerare il generale scetticismo dei membri dell’Oapec
sull’utilità di iniziative diplomatiche in
un momento in cui si sentivano vincitori, e pensavano di avere solo da perdere a parlare con chicchessia. Un progetto così ambizioso creava in quei paesi
l’esigenza di controllarlo da vicino per
evitare che li portasse a prendere degli
impegni che non desideravano, né con
gli italiani né con gli altri. Ma controllarlo non potevano, perché proprio i
loro migliori intellettuali, oltre a
Nurredin Farrag e ad AIi Attiga, il suo
vice AI Wattari e l’ economista dell’Oa-
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Il “rilievo” di Alfr
edo Giarratana
Alfredo
Ouesta volta il rilievo non si rivolge a uno dei tanti casi o avvenimenti singolari, che possono far stupire o che sono da deplorare. Una volta tanto ci fermeremo
a considerare quel Seminario promosso dall’Oapec e dall’Eni sullo “Sviluppo attraverso la cooperazione tra Oapec, Italia e paesi del sud Europa” preparato da
lungo tempo e giunto finalmente alla ribalta. Adesso tutta I’attesa è rivolta alle
sue conclusioni. L’attenzione è fissa sulla parola “cooperazione” per la cui ricerca
si affannano non solo le nazioni presenti al convegno, ma tutto il mondo. Come
molte delle promesse troppo belle, anche la cooperazione non basta desiderarla,
bisogna conquistarla.
Esiste un’esperienza ottenuta fra prove e riprove, difficoltà di ogni genere,
contributi positivi e negativi, che hanno turbato il corso degli ultimi anni, offrendo materia di riflessione e di orientamento. I fantasmi minacciosi che turbarono il
mondo durante la crisi del 1973-74 sono sepolti. L’inquietudine che agitava il
mercato ad ogni aumento del prezzo del greggio si è quasi sopita. Assistiamo al
fatto che perfino la guerra tra Iran e Irak con tutte le sue distruzioni proprio nel
campo del petrolio non ha avuto per niente conseguenze catastrofiche. Il settore
in tutti i suoi aspetti e per tutta la sua vastità resta incerto, ma tranquillo.
L’Occidente ha affrontato la prova con vigore ed ha ridotto la domanda di
energia in modo più rapido e incisivo di quanto si pensava. L’Oriente ha cominciato a fare i suoi conti con maggior vigore e guardando all’avvenire per non cadere
in errori ai quali fino a ieri non aveva pensato. Si tratta di grossi problemi considerati singolarmente, e ancor più complessi considerati assieme. Ci sembra questa la
materia dell’assise romana, la quale ci ricorda quell’altra assise dalla quale nacque il MEC. Roma dovrebbe essere propizia ad una conclusione ottimista.
Agli uomini altamente rappresentativi presenti a Roma tocca proprio la ricerca di una strategia dalla quale emerga quella collaborazione molte volte invocata e più spesso lasciata in sospeso. Ma anche questo non deve impressionare negativamente. Bisogna pensare che appena trenta anni orsono i paesi produttori
non si conoscevano neppure tra di loro e tra loro e i paesi consumatori non esistevano rapporti diretti. Il mercato petrolifero si poteva considerare un fatto privato. Conforta pensando ai passi fatti. Il mondo petrolifero attuale è tutto diverso e
per molti aspetti tutto nuovo. A guardare I’elenco delle personalità presenti al
Seminario c’è da essere sorpresi e può considerarsi quasi un miracolo aver presente un così vasto consenso di personalità direttamente responsabili della materia
in causa. Il fatto stesso dell’adesione rappresenta un vincolo di fiducia, una premessa augurale.
Va aggiunto che si tratta di rappresentanti di strutture statali che ormai hanno maturato una larga esperienza e si muovono suI filo di un interesse generale
di cui conoscono i motivi e i limiti. Tutto si profila in modo favorevole alla ricerca
di un coordinamento per arrivare in seguito ad una collaborazione che dia un
senso più stretto a quella interdipendenza di interessi della quale tutti sono testimoni perché rappresenta il contenuto della integrazione economica della quale
vive la società moderna.
Il fine della collaborazione sarà esaminato e discusso sotto due aspetti: quello
tecnico e quello politico, non facili entrambi. Ma dei problemi facili è superfluo
occuparsi. E’ necessario invece affrontare quelli difficili ed è ancora più necessario
risolverli.
Ouesto è il compito che si presenta agli illustri ospiti di Roma ai quali e affidato I’avvenire di due gruppi di paesi che si affacciano suI Mediterraneo.
(dalla Staf
fetta del 6 aprile 1981)
Staffetta
pec, Ibrahim Ibrahim, che avevano proposto il progetto, rifiutavano di essere
usati per controllarlo.
Avevamo queste limitazioni davanti agli occhi, ma non intendevamo farci
paralizzare e perciò decidemmo di andare avanti, di mirare alto, di creare un
progetto troppo importante perché fosse possibile fermarlo. E qui veniva il problema che ai nostri occhi era quello principale: quello della proposta che volevamo fare, del contenuto culturale e
politico delle relazioni al convegno. Era
necessario elaborare un’idea non irrilevante, ma nello stesso tempo accettabile agli interessi dominanti. Ci voleva
cioé un approfondimento, qualcosa di
nuovo che permettesse di dimostrare
davvero, dati alla mano, la bontà e l’opportunità dell’impostazione. L’idea
dell’interdipendenza fra produttori e
consumatori di greggio doveva passare
da parola d’ordine di convegni e discussioni politiche a una proposta quantitativa, misurabile e valutabile rispetto
agli andamenti probabili del reddito e
del commercio mondiale.
Il modello Interdependence
Nacque perciò l’idea di un grande
modello che riproducesse l’economia
dei due gruppi di paesi e simulasse gli
effetti non solo di diversi prezzi del
greggio, ma anche di diverse politiche
di sviluppo: per esempio, dell’esportazione di capitali dall’Europa e dai paesi
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Presentato in occasione del Seminario Oapec di Roma
Come è nato il “modello inter
dipendenza” dell’Eni
interdipendenza”
Nel corso del Seminario Oapec di Roma è stato presentato ufficialmente il Modello Interdipendenza
(The Interdependence Model), predisposto dall’Eni per simulare e valutare differenti strategie di comportamento dei paesi produttori e consumatori e aprire la strada allo studio di una comune piattaform di collaborazione. Il contenuto del Modello è sintetizzato in tre volumi pubblicati a cura dell’Eni (Summary Reports,
Appendices, Annexes). Si tratta di un modello economico globale la cui elaborazione ha impegnato un
gruppo di lavoro molto articolato e interdisciplinare nell’ambito della direzione Programmazione dell’Eni.
Lo studio del Modello è stato realizzato da un gruppo di
lavoro, costituito nell’ambito della direzione Programmazione e Controllo dell’Eni, sotto la supervisione di Marcello Colitti,
attualmente vice presidente dell’Agip, e con il coordinamento
di Domenico Tantillo, responsabile degli Studi Economici. La
definizione e l’operatività delle linee generali del modello sono
state messe a punto da Martino Lo Cascio. Su specifici aspetti il
gruppo di lavoro si è avvalso della collaborazione dei seguenti
istituti di ricerca: Battelle Memorial lnstitute di Ginevra, Istituto di Ricerca e Progettazione Economica e Territoriale (Ecoter)
e Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma.
Suggerimenti su alcuni aspetti dello studio sono stati forniti da Alberto Clô dell’università di Modena.
Nell’ambito del gruppo di lavoro i compiti sono stati ripartiti nel modo seguente:
1) Macroeconomia dei paesi Oapec: Gabriele Marruzzo,
Mario Mazzarino, Gianni Di Marzio, Ingrid Pedroni, Lorenzo
Gallico, Umberto Triulzi.
2) Analisi regionali, progetti infrastrutturali e fabbisogni
paesi Oapec: Peter Fano, Vincenza Trotta, Gianantonio Bresciani, Enzo Cagliano.
3) Mercato e mobilità del lavoro nei paesi Oapec: Maria
produttori ricchi come Saudi Arabia e
Kuwait verso i paesi arabi poveri; dell’apertura del mercato europeo ai loro
prodotti ecc. Si trattava di raccogliere
per la prima volta una mole enorme di
dati, studiarne le coerenze interne,
metterli in uno schema econometrico
flessibile, creando così un grande substrato suI quale testare gli scenari, che
a loro volta dovevano essere elaborati,
per poi comprenderne e spiegarne i risultati. A tal fine, era necessario elaborare delle ipotesi sul volume di produzione di petrolio e sul suo prezzo, che
dovevano esserre accette agli arabi senza perdere credibilità, restando chiaro
che non dovevano essere previsioni, ma
ipotesi da valutare. Infine, il lavoro voleva giungere, una volta riconosciuti i
vantaggi di una certa politica economica, a gettarne le basi concrete, elaborando progetti e proposte d’investimenti industriali comuni.
Non era certo cosa facile. Il gruppo
italo-arabo che lavorò a Roma per circa
due anni sotto la direzione di Martino
Lo Cascio, Paolo Baronti e Ibrahim Ibrahim, impegnò tutta la capacità di elaborazione economica dell’Eni e fece
un lavoro egregio. Le incertezze sui
mezzi a disposizione e la complessità del
lavoro crearono delle grosse difficoltà
e richiesero un impegno molto pesante
anche da parte mia.
Il programma si poté realizzare, anche se con qualche difetto. Per esempio,
Chiara Turci.
4) Progetti industriali e agricoli nei paesi Oapec: Libero
Carriero, Angelo Incerti, Francesco Cravino, Nazzareno
Tomassini, Paolo Gardin, Magherita Paolini, Norman Accardi,
Marco Cambellotti, Gabriele Zanioi.
5) Mercato internazionale del petrolio e del gas naturale;
Raffaello Pezzoli, Antonio Piccoli, Vincenzo Granata, Vittorio
Jucker.
6) Offerta internazionale di petrolio e gas naturale: Raffaele Romagnoli, Allessandro Pellei.
7) Sistemi energetici nei paesi Ocse: Vittorio D’Ermo,
Massimo Conforti, Omelia Laurenti, Francesco De Lorenzo.
8) Dati e sistemi di processo del modello: Alberto Sorce,
Paolo Vianello, Maria Vallesani, Aurora Mancini.
La Banca Dati, concernente i progetti industriali, infrastrutturali e agricoli nei paesi Oapec, è stata preparata da
Donatalla Torzo Fontana, Matilde Talli, Lea Di Giorgio.
La predisposizione del manoscritto è stata curata da Laura Angiulli, Antonella Daprà, Lea Di Giorgio, Wilma Molinari
e Mirella Tersigni.
il modello fu sempre troppo ampio per
essere flessibile e di facile gestione. Col
senno di poi, si può dire che il progetto
riuscì anche meglio del previsto, ma faIlì
suI punto più delicato: non riuscì a fare
notizia, ad attrarre l’attenzione né dei
politici né dell’opinione pubblica. I giornali ne parlarono, certo, anche se in
modo non proporzionale all’importanza
di avere a Roma i ministri del petrolio di
tutti i paesi arabi e di potere discutere
con loro del tema allora fondamentale
dell’economia italiana.
Il fatto è che mancò completamente
la disponibilità dei politici: né il governo
né il Parlamento diedero all’evento più
di quanto richiesto da un’interpretazione molto stretta del protocollo e in qualche caso anche meno. Tipico fu il caso di
una cena ufficiale su invito della parte
araba andata deserta dai ministri italiani, che accamparono il pretesto di un incontro urgentissimo, che però, ammesso
che lo fosse davvero, si svolse al Grand
Hotel, dove furono per caso visti banchettare proprio da coloro che nello stesso
posto li avevano invitati.
D’altra parte, riuscire entro l’Eni di
allora a realizzare un progetto del genere fu pressoché un miracolo: dovuto,
in porzione non indifferente, a un consulente che io non avevo mai incontrato prima, l’ambasciatore Orlandi Cantucci, al quale avevano chiesto di entrare nell’affare se non proprio per fermarlo, almeno per limitarne i danni. Orlandi
(dalla Staf
fetta del 9 aprile 1981)
Staffetta
Contucci si convinse del progetto tanto
che ne divenne il più accanito difensore e uno dei fattori del suo successo.
Come dire, non bisogna mai disperare
dell’intelligenza degli uomini.
In ogni caso, la mia posizione all’Eni
diventava sempre più difficile e quando
si aprì il convegno il 7 aprile 1981 io non
ero più direttore dell’Eni, ma vice presidente dell’Agip. L’intervento sul modello lnterdependence fu fatto dal mio amico Beppe Ratti, allora tornato come direttore per l’estero. Io feci una relazione
sulle risorse minerarie d’idrocarburi a livello mondiale. Il convegno, in quanto
tale, fu un successo clamoroso e tutti i
notabili arabi che vi parteciparono, più
di 200 su un totale di circa 400 invitati,
dichiararono che era stato il più brillante e il più bello fra tutti i convegni fatti
dall’Oapec, e non solo per il livello dei
paper e dei partecipanti, ma anche per
la bellezza della sala (la Pietro da Cortona
a Palazzo Barberini), l’efficienza dell’organizzazione e dei servizi.
Da quell’incontro così ampio un risultato si ebbe: cominciarono con l’Oapec e l’Apicorp le discussioni per quello
che doveva poi diventare il progetto
Mtbe (l’additivo per le benzine pulite),
che portò alIa costruzione del primo impianto world scale del mondo ad AI
Jubail, in Arabia Saudita, e alIa creazione di una nuova società del Gruppo Eni,
l’Ecofuel, di cui fui fondatore e presidente fino a metà del 1993.”
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Dalla relazione di Marcello Colitti al seminario Oapec
Le caratteristiche del mer
cato dell’energia nel 1981
mercato
Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione della parte iniziale della relazione del vice presidente
dell‘Agip, Marcello Colitti, che ha aperto i lavori della prima sessione del seminario Oapec in corso da martedi
a Roma (v. Staffette 6,7,8/4). Si tratta della parte dedicata ad una analisi delle modifiche intervenute nel
mercato dell’energia dopo la crisi del 1973 da cui emerge, secondo Colitti, la necessità di una cooperazione
basata sull’interdipenza tra paesi produttori e paesi consumatori partendo da un secondo ciclo di valutazione del potenziale petrolifero dei paesi Oapec. Altre due aree di cooperazione sono, secondo Colitti, quella
del gas naturale e della sua trasformazione, e quella dell’integrazione downstream dei paesi produttori,
aree entrambe dove I’Agip con la sua esperienza e la sua tecnlogia può giocare un ruolo molto rilevante.
Tre interpretazioni della crisi del ‘73
La rivoluzione petrolifera degli anni 70 puo essere interpretata in almeno tre modi. Innanzitutto, come la risultante
dell’azione indipendente delle forze di mercato, come reazione cioé alla scarsità di petrolio causata dal rapido aumento dei consumi e che rischiava di superare la crescita delle
riserve. La decisione di moltiplicare i prezzi del petrolio è
stata presa da persone che in effetti hanno agito sotto la
guida della “mano nascosta” del mercato. Secondo una seconda interpretazione i paesi produttori all’inizio degli anni
’70 hanno fatto il primo passo importante verso il loro sviluppo economico e politico,assumendo il controllo totale del
petrolio, I’unica risorsa che offre loro la possibilità di accumulare capitale.
Infine, in base ad una terza interpretazione, gli eventi
degli anni ‘70 possono essere visti come I’espansione su scala
mondiale del controllo delle Stato sull’industria petrolifera.
AlI’inizio la rivoluzione petrolifera si è presentata ai paesi consumatori sotto forma di un forte aumento del prezzo
della materia prima su cui era basata la loro economia. Nonostante i numerosi allarmi, I’aumento arrivò come uno shock
improvviso, una crisi scoppiata prima che si potesse trovare
un rimedio per fronteggiarla e prima che si potesse intenderne in pieno il significato. Il boom economico che aveva
provocato tensioni nei prezzi delle materie prime si bloccò
di colpo e I’intera macchina dello sviluppo economico si arresto. I paesi consumatori, presi dai loro problemi di bilancia
dei pagamenti e dell’inflazione, non si dedicarono immediatamente a trovare delle risposte alla nuova situazione”. La
stagnazione economica e la stabilità dei prezzi monetari del
petrolio che ne seguirono incoraggiò alcuni a pensare che
bastasse non fare niente perché il problema sparisse automaticamente. Invece si era verificata una modifica strutturale nell’offerta della materia di base dell’economia moderna
e iI problema non sparì.
I paesi consumatori perciò si convinsero che dovevano
cambiare la lora situazione energetica attraverso politiche
di conservazione dell’energia e di sostituzione del petrolio.
Tenuto conto dei complessi fattori che caratterizzano i sistemi energetici, queste politiche hanno dato dei frutti prima
di quanto la maggior parte della gente prevedesse.
Non vi è dubbio che I’ammontare di energia consumata
per unita di Pnl (prodotto nazionale lordo) nei paesi europei
è diminuita drasticamente dall’inizio degli anni ‘70 ad oggi.
La diminuzione è molto più rilevante se prendiamo in considerazione solo la quota petrolifera consumata per unità di
Pnl, anziché tutta I’energia.
Naturalmente, un fenomeno così complesso ha trovato
molti alleati. L’industria pesante, che più di tutti dipende
dall’energia, ancora oggi sta attraversando una grave crisi a
causa della sua sovracapacità e del rallentamento nella domanda. I servizi e le industrie leggere stanno aumentando la
loro quota nell’economia. In alcuni casi si è sfiorata la saturazione energetica, specialmente nei consumi domestici anche perché I’aumento dei prezzi ha cominciato a colpire in
modo serio i consumatori. Tutto ciò è andato avanti per alcuni anni, con effetti cumulativi.
L’ultima crisi, e il nuovo giro di aumenti dei prezzi dei
petroli che I’ha seguita, ha prodotto una reazione non dissimile dalla prima, e cioé la recessione più gli altri fattori.
Le principali caratteristiche della nuova situazione
La situazione attuale presenta tuttavia alcune interessanti
caratteristiche che meritano di essere brevemente descritte.
Prima di tutto va osservato che ora la domanda petrolifera è
realmente elastica rispetto agli aumenti dei prezzi. Per lungo tempo era stata considerata inelastica, probabilmente
perché i livelli dei prezzi erano troppo bassi.
Anche se difficile da misurare, questa nuova elasticità ai
prezzi è realmente un’espressione sintetica della nuova situazione. La politica e i fattori di mercato già citati, con I’aggiunta
del trend ascensionale dei prezzi del petrolio, riducono entrambi iI “contenuto petrolifero” del Pnl, specialmente al margine, e predispongono i consumatori di petrolio a ridurre la
domanda quando sono messi di fronte ad aumenti dei prezzi.
L’attuale stabilità - o leggero declino - della domanda
petrolifera nell’Europa Occidentale può essere spiegata in
questi termini. E’ difficile dire se I’elasticità funzionerà anche in senso contrario, se cioé il consumo di petrolio riprenderà a salire se i prezzi in termini reali scenderanno. Non
sarei affatto sorpreso se ciò non accadesse: se cioé la modifica strutturale nell’offerta di petrolio avesse portato con se
anche una modifica strutturale nella domanda.
La seconda caratteristica dell’attuale situazione è che il
rallentamento nella domanda petrolifera,sta modificando
I’intera struttura del mercato dell’energia. Fino al 1975, il
consumo di energia era concentrato suI petrolio, per una
quota pari al 57 per cento nell’Europa Occidentale e al 70,3
per cento in Italia: il petrolio era largamente consumato lungo I’intero spettro degli usi finali di energia. Ora ci stiamo
invece orientando verso una pluralità di fonti. Se il trend che
sta manifestandosi attualmente nel mercato dell’energia
continuerà in questi ternini, essa darà luogo probabilmente
ad una struttura simile a quella indicata nello schema. Due
principali mercati potrebbero assorbire l’80 per cento della
domanda totale di energia nell’Europa occidentale intorno
al 1990: quello dei trasporti e delle materie di base per Ia
chimica da una parte (21 per cento) e quello degli usi termici
ad alta temperatura ed impiego intensivo (caso tipico quello
delle industrie e dei servizi pubblici) dall’altra. Il primo mercato resterà certamente legato ai prodotti petroliferi medi e
leggeri, con qualche concorrenza da parte dei liquidi ottenuti dal carbone e dal gas naturale. Il secondo si orienterà
verso il carbone, con concorrenza da parte dell’energia nucleare e anche dei prodotti petroliferi pesanti.
Sugli altri due mercati, quello del riscaldamento degli
ambienti a bassa temperatura e dell’acqua per usi domestici, il primo avrà il gas naturale e il secondo I’energia solare e
geotermica come fonti di energia principali.
Tuttavia, la concorrenza sarà più diversificata, potendo andare dal carbone gassificato ai distillati medi, all’energia nucleare, ecc. Questi due ultimi settori insieme copriranno il 20 per
cento del mercato dell’Europa occidentale intorno al 1990.
I fattori che rendono incerto il quadro
Se la reaItà rifletterà veramente questo quadro, ciò dipende da numerosi fattori, quattro dei quali richiedono una
certa attenzione,
• Il primo fattore è fine ache punto noi prevediamo che il
carbone possa “penetrare”, quanta parte cioé questa fonte
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STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
Dichiarazione finale del seminario Oapec/Italia/Paesi sud eur
opei
europei
Pubblichiamo di seguito il testo integrale italiano della dichiarazione congiunta resa nota al termine
dei lavori del seminario di Roma. La dichiarazione ha come titolo “Direttive relative alle proposte conclusive del seminario messe a punto dai prof. AI Wattari e Prodi”. Abdul Azziz AI Wattari è il vice segretario
generale dell’Oapec; Romano Prodi, ex ministro dell’Industria, ha svolto in questi mesi un ruolo delicato
dietro le quinte per creare attorno al seminario il massimo dei consensi.
Gli elementi che sono emersi nel corso del seminario, sostenuti da approfonditi studi ed analisi, consentono la formulazione di alcune direttive sulle quali può essere fondata
la collaborazione tra i paesi dell’Oapec, l’Italia e gli altri paesi dell’Europa Meridionale.
Queste direttive possono essere così enunciate:
(a) Esiste una convergenza da parte dei diversi paesi che
hanno partecipato al seminario nel riconoscimento che essi
hanno reciproci vantaggi, per quanto non mutualmente
esclusivi, quali partner nella cooperazione: i paesi dell’Oapec,
quali fornitori di idrocarburi; le nazioni industrializzate dell’area del Mediterraneo quali fornitrici di tecnologia, knowhow e, in linea più generale, di esperienze e risorse per l’assistenza allo sviluppo delle attività industriali.
(b) Essi possono operare insieme per assicurare l’evoluzione più opportuna dell’interdipendenza tra paesi
dell’Oapec e paesi industrializzati. A tale scopo essi possono
iniziare con scambi di informazioni sistematiche e periodiche sulla realtà delle economie dei loro rispettivi paesi.
(c) Ciascun paese può naturalmente partecipare per proprio conto ad attività come l’acquisizione di partecipazioni
in società, la creazione di istituzioni finanziarie, la negoziazione di accordi commerciali ecc., e lo sviluppo di attività industriali connesse al settore petrolifero e di altre attività
manifatturiere.
Queste direttive possono, a conclusione del seminario, aprire la strada alla creazione di diversi strumenti con i quali contribuire a realizzare gli obiettivi di cooperazione qui emersi.
Avendo come obiettivo generale la possibilità di istituire
una commissione congiunta sulla base di un comune accordo, si potrà dare vita ad un certo numero di gruppi di lavoro.
I gruppi di lavoro, volti ad approfondire le analisi presentate
nel corso di questo seminario, potrebbero riguardare - ad
esempio - i seguenti temi:
(a) Studi economici e tecnici sulla possibile evoluzione
dell’interdipendenza tra i paesi dell’Oapec ed i paesi industrializzati.
(b) L’esplorazione nel campo del petrolio e del gas naturale nei paesi dell’Oapec e le loro esportazioni verso l’area
del Mediterraneo.
(c) La possibile costituzione di joint ventures per un’integrazione a valle nei settori del trasporto degli idrocarburi,
della raffinazione, del marketing e della distribuzione di prodotti finiti ed in attività petrolchimiche.
(d) La cooperazione nella formazione e nell’addestramento del personale riguardante lo sviluppo delle attività indicate in precedenza e di altre attività economiche.
(e) Le prospettive di cooperazione nella ricerca scientifica e nella tecnologia in settori reciprocamente concordati
quali la lavorazione degli idrocarburi, l’energia nucleare, altre forme di nuove fonti energetiche e la conservazione dell’energia.
(f) Studio e sperimentazione di concrete forme di cooperazione nell’industria manifatturiera, con particolare riguardo alle imprese di medie e piccole dimensioni.
Per tutti gli aspetti indicati in precedenza, o per molti di
esse, lo scambio di informazione ed il loro ulteriore approfondimento potrebbero portare alla formulazione e alla esecuzione di studi di fattibilità per progetti specifici, che potranno anche dare luogo alla realizzazione di joint ventures.
assorbirà del suo mercato di base e fine a che punto penetrerà
negli altri, sia sotto forma solida che liquida o gassosa. La risposta dipende prevalentemente dagli investimenti nella trasformazione degli impianti e nei sistemi logistici capaci di distribuire il carbone in maniera economica ai piccoli utenti. Tutto ciò potrebbe favorire una rapida crescita nel ruolo del carbone dal 1985 al 2000, purché, naturalmente, I’attuale rapporto tra prezzi del carbone e del petrolio rimanga immutato.
• Il secondo fattore è il ruolo del gas naturale. Anche in
questo caso si tratta di un problema di investimenti e di prezzi.
Portare gas ai mercati di consumo implica progetti finanziari
e tecnici colossali. Il gas potrebbe essere spinto dal prezzo
fuori dal mercato; in alternativa, potrebbe assorbire una parte
del mercato del carbone, specialmente allorché la copertura
della domanda di picco nelle centrali elettriche e una parte
del consumo industriale del gas può aiutare a livellare il fattore di carico nei sistemi di trasmissione.
L’Italia ha già varato un grosso programma per aumentare le sue forniture di gas naturale ed è probabilmente il paese più interessato ad ulteriori sviluppi in questo campo. Ma
le incertezze sono ancora molto elevate.
• Il terzo fattore è il ruolo dei prodotti petroliferi pesanti, che saranno in gran parte spiazzati dal carbone. Per essere utilizzati, essi dovranno essere trasformati attraverso impianti di conversione molto costosi. Ancora una volta si tratta di un problema di investimenti e di prezzi, ma possiamo
fondatamente presumere che il differenziale ottenibile dalla conversione continuerà a rappresentare un forte incentivo a investire in questo campo, e nel campo dei greggi pesanti, che potrebbero dare importanti quantità di petrolio
se saranno trattati secondo le regole.
• Il quarto fattore è che il quadro non sarà lo stesso per
tutti i paesi europei. L’ltalia è uno di quelli probabilmente
più dipendenti dalle importazioni e il meno abituato al carbone. Non ha un sistema logistico per il carbone perché la
sua industria si è sviluppata nell’era del petrolio.
(dalla Staf
fetta del 13 aprile 1981)
Staffetta
Il caso Italia
Nel caso dell’ltalia, la “crisi petrolifera” ha interrotto una
stabile crescita del contenuto energetico della sua economia,
che stava portandosi sui livelli europei. L’ltalia è ora iI paese
più dipendente dal petrolio dell’Europa Occidentale e per noi
la “fattura petrolifera” è cruciale. L’ltalia vive combinando
energia importata con materia prima importata e vendendo i
prodotti manifatturati sui mercato internazionale. Questo è
evidentemente un equilibrio molto delicato, che può essere
mandato all’aria molto facilmente, specialmente per improvvisi cambiamenti nel corso delle importazioni.
Infatti, se prendiamo i tre anni 1960, 1970 e 1980 troviamo che la fattura petrolifera è passata da 0,29 a 1,25 e infine
a 20,5 miliardi di dollari. Questo rappresenta un aumento di
quattro volte tra il 1960 e il 1970 e di 16 volte nell’ultimo
decennio. Le quantità di petrolio importato (al netto delle
esportazioni) sono passate nel primo decennio da 21,9 a 118,9
milioni di tonnellate e sono scese a 97 milioni tra il 1970 e il
1980. Se vogliamo misurare il fenomeno senza I’effetto dell’inflazione e della svalutazione della lira, la fattura petrolifera deve essere misurata in rapporto al commercio estero
dell’ltalia. Nel 1960, l’ltalia pagò le sue importazioni di petrolio con il 6,5 per cento delle sue esportazioni; nel 1980 iI
paese ha dovuto pagare le sue aumentate importazioni di
petrolio con il 26,3 per cento della sue esportazioni.
30
Il fatto che ciò possa accadere dice molto sulla capacità di
resistenza dell’economia italiana, ma sottolinea anche il grave
peso a cui si deve sobbarcare. L’ltalia ora esporta circa il 21
per cento del suo Pnl, una percentuale simile a quella della
Francia e non molto più piccola di quella del più robusto
paese europeo, la Germania. Sarà difficile superare questo
livello e il peso pertrolifero potrebbe diventare ancora più
gravoso in futuro perché l’ltalia probabilmente sarà incapace, al contrario degli altri paesi europei, di sostituire una elevata quota del suo petrolio, se non attraverso il ricorso crescente a importazioni di gas naturale.
Le alternative dei paesi produttori in materia di prezzi
Ora i paesi produttori controllano il mercato del greggio
e sono normalmente in grado di fissarne il prezzo.
Essi possono prendere le loro decisioni in proposito basandosi su due gruppi di fattori alternativi: la situazione e le
previsioni del mercato petrolifero e il loro proprio sviluppo
economico. Il fatto che questi due tipi di fattori in un qualsiasi momento potrebbero sortire risultati similari, non deve
dissimulare la loro diversità di base.
Se colui che fissa il prezzo vedrà se stesso nelle vesti di un
“interprete” del mercato, egli fatturerà quanto “il mercato
può sopportare” e troverà la giusta posizione anche attraverso esperienze negative ed errori. Egli potrà rendersi conto che le vendite di petrolio potranno finanziare lo sviluppo
del suo paese, e tratterà questa considerazione come appartenente ad un livello differente, da decidersi solo dopo che
prezzi e quantità del petrolio da vendere siano stati definiti
per proprio conto. Egli non governerà il mercato, ma lo potrà influenzare. Per esempio, egli potrà tentare di riflettere
la tendenza a lungo termine del mercato, pianificando una
curva di esaurimento delle riserve petrolifere in parallelo con
le probabili richieste dei consumatori. Nel breve periodo potrà
adeguare la produzione petrolifera per evitare che temporanei surplus disturbino il mercato.
Se invece si regolerà con “I’ipotesi di sviluppo”, colui che
fissa il prezzo deciderà primariamente sulla base delle opportunità e obblighi dello sviluppo, particolarmente per
quanto riguarda il necessario capitale di accumulo, e farà di
tutto per massimizzare lo sviluppo economico piuttosto che
gli utili del petrolio. Questi ultimi saranno utilizzati per finanziare I’accumulo e per appoggiare il consumo attraverso
il trasferimento verso gli introiti familiari spendibili. Ma
I’accumulo, oltreché essere limitato dalla scarsità di risorse
diverse dal capitale, richiede tempo. Sarebbe inutile, dal
punto di vista di un qualsiasi produttore singolo, creare più
capitale attraverso la vendita di petrolio di quanto egli possa utilmente investire.
Il produttore di petrolio potrebbe trovare strategie alternative per risolvere questo problema. Uno è costituito dall’integrazione economica fra i paesi membri dell’Oapec, con
movimenti di capitali e mano d’opera da paesi dove I’uno o
I’altro sono abbondanti verso quelli con scarsità. Ciò aumenterebbe le opportunità di investimento e aiuterebbe il livello di sviluppo globale del produttore stesso.
Un’altra strategia potrebbe consistere negli investimenti
all’estero: una soluzione pratica. Ma la difesa degli investimenti e i relativi utili richiede una sagacia non inferiore a
quella che servirebbe per superare i limiti interni agli investimenti.
Infine, il flusso del petrolio stesso può essere regolato in
maniera tale da produrre solo gli introiti necessari, con ciò
prolungando anche la vita delle riserve. Ma il fattore tempo
costituisce una variante straordinariamente incerta; allungare
i tempi di una qualsiasi operazione significa aumentarne le
incertezze, specialmente in tempi di alta inflazione.
Nello scegliere una di queste strategie, il paese produttore dovrà tenere conto anche delle influenze esterne.
Come abbiamo visto, improvvise impennate di prezzo nel
petrolio comportano recessioni su scala mondiale che alIa
fine riducono il livello di sviluppo dello stesso paese che ha
fissato i prezzi. La crescita zero nei paesi industrializzati inol-
STAFFETTA QUOTIDIANA – 19 SETTEMBRE 2015 – N. 167
tre innesca una riduzione nella domanda di petrolio e delle
risorse che ne provengono, riduzioni che influenzano negativamente la stessa base di sviluppo del paese produttore. Il
prezzo del petrolio influenza anche i prezzi dei beni e servizi
che i paesi Oapec debbono importare: la relazione esistente
fra i prezzi del petrolio e I’inflazione può non essere altrettanto importante per i paesi dell’Oapec che importano notevoli quantità di beni di consumo e di capitale.
Infine, se il paese che fissa il prezzo attribuisce un’importanza fondamentale al controllo statale dell’industria petrolifera, egli sarà interessato principalmente ad estendere tale
controllo. La rivoluzione petrolifera degli anni ‘70 ha tolto
dl mezzo I’integrazione verticale, mano mano che i paesi produttori si sono impossessati della fase a monte e alle compagnie è stata lasciata quella a valle. I prezzi del greggio sono
ora soggetti alle decisioni politiche dei produttori, mentre
quelli dei prodotti raffinati sono maggiormente soggetti alle
variazioni del fattore offerta-domanda, specialmente in periodo di mercato fiacco, e alla speculazione. L’integrazione a
valle dei paesi produttori sui propri mercati domestici e all’estero potrebbe comportare una nuova unitarietà dell’industria, almeno in alcune aree.
I paesi produttori devono decidere anche su altre circostanze. La distribuzione geografica del greggio è divenuta
una scelta politica e il greggio tende a scorrere con precisi
movimenti bilaterali. Il consumatore che per una qualsiasi
ragione si trova a corto trova gli approvvigionamenti supplementari che gli necessitano con difficoltà ed a prezzi maggiorati. Ciò minaccia di creare nuovamente quella rigidità
nel mercato petrolifero che esisteva quando tutto il greggio
scorreva attraverso i canali integrati delle multinazionali.
Questa nuova rigidità è ulteriormente aumentata dai differenziali che esistono ora fra i vari greggi, che esorbitano
ampiamente dalle effettive differenze nei costi di approvvigionamento o, tanto più, dalle differenze ottenibili con la
raffinazione dei vari tipi di greggio e dalla vendita dei relativi prodotti su un qualsiasi mercato. L’importatore che ha greggi di alto prezzo non è in grado di compensarli acquistandone altri a prezzo più basso e rapidamente diventa un operatore marginale con più alti costi energetici.
La necessità di un progetto interdipendente
Dobbiamo ora domandarci: la situazione attuale può dirsi soddisfaciente? È stabile? E’ in grado di garantire la migliore utilizzazione delle riserve di petrolio e il livello massimo nello sviluppo economico dei paesi Oapec?
La risposta base, mi sembra, è che vi è ancora spazio per
un miglioramento. Il sistema è soggetto a possibili errori,
specialmente nei casi più sofisticati. La produzione potrebbe essere ridotta a livelli troppo bassi in seguito a valutazioni pessimistiche dei consumi futuri o con I’intento di spingere verso I’alto i prezzi. I produttori sono tuttora incerti
sull’effettivo livello delle loro riserve e, di conseguenza, sul
corretto periodo del loro esaurimento. Il loro sviluppo, anche se effettivamente in atto, non è sufficientemente coordinato con la crescita economica del mondo in generale. I
consumatori si sentono incerti sulle quantità ottenibili, il
che spiega, in parte, i loro comportamenti per esempio per
quanto riguarda I’accumulo delle scorte, e sui prezzi, che in
qualche modo tendono ad aumentare. Siamo ora ad un crocevia e dobbiamo sviluppare la cooperazione basata
sull’interdipendenza fra consumatori e produttori. Un confronto è certamente il modo migliore per aumentare I’incertezza e i rischi di improvvise crisi. La cooperazione può
svolgersi a due livelli. Il primo globale, basato su una comune piattaforma di conoscenze in merito allo sviluppo dell’economia mondiale e delle esigenze dei paesi produttori
e consumatori, il secondo, più pratico, tra le compagnie petrolifere nazionali delle due parti. Il “modello interdipendenza” messo a punto dall’Eni intende offrire uno strumento in questa direzione.
La selezione e l’impaginazione del materiale sono state curate da Micaela Porretto
(dalla Staf
fetta del 9 aprile 1981)
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