RIVISTA SEMESTRALE DI STORIA, CULTURA E AMBIENTE A CURA DEL GRUPPO DI STUDI DELLE VALLI SAVENA, SETTA, SAMBRO
CONTIENE I.P.
Anno XV - N. 29 - II Semestre 2005
€ 8,50
RIVISTA SEMESTRALE DI STORIA, CULTURA E AMBIENTE A CURA DEL GRUPPO DI STUDI DELLE VALLI SAVENA, SETTA, SAMBRO
29
SAVENA SETTA SAMBRO
29
Spedizione in A.P. - 45% - Art. 2 comma 20b - Legge 662/96 - Anno XV - N. 29 - II Semestre 2005 - Bologna
L’arte di assicurarsi
Presenti ai principali eventi dell’arte per sostenere la cultura.
Presenti dal 1838 per assicurare al meglio l’uomo,
i suoi valori e le sue espressioni artistiche.
Anche assicurarsi è un’arte.
SAVENA, SETTA, SAMBRO
periodico semestrale a cura
del Gruppo di Studi delle valli
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Anno XV, numero 29
Secondo semestre 2005
Autorizzazione del Tribunale di
Bologna N. 6031 del 28/10/91
In copertina: Il castello di Montorio (Monzuno), foto di M. Bacci.
Particolare della statua di
Marco Aurelio: restauro
sponsorizzato da RAS
SOMMARIO
Fondovalle Savena e altre cose loianesi
intervista di Eugenio Nascetti
Le pietre di Poggio Moreccio
di Vittorio Lenzi
TOPONOMASTICA
Scanello tra Longobardi e Bizantini
di Eugenio Nascetti
La curtis di Scanello
di Paolo Bacchi
Primordi dell’illuminazione pubblica a Castiglione dei Pepoli
di Michelangelo Abatantuono
Gorgognano: è rimasto solo il ricordo
di Roberto Nanni
La Torre Orologio di Castiglione dei Pepoli
di Michele T. Mazzucato
Autunno 1944: ordine di sfollamento a Castiglione dei Pepoli
di Giulia Nicoletti
Ennio Marchi. Breve storia di una grande vita
di Giovanni Marchi
Padre Bernardino Maria Piccinelli
di Angelo Naldi
La scomparsa di tre pittori dell’Appennino tra ricordo e memoria
di Gian Luigi Zucchini
Alimentazione e gastronomia nell’Appennino bolognese
di Cristina Bignardi
Gli agriturismi del nostro Appennino (5)
di Daniela Bernardi
FÒIA TONDA
Il montanaro della foglia tonda
di Adriano Simoncini
Dialetto e linguaggio giovanile (2)
di Annarita Degli Esposti
OBIETTIVO NATURA
Una stagione col falco pellegrino
di Umberto Fusini, foto di William Vivarelli
Colti al volo
di William Vivarelli
Gita autunnale nel bosco di Scascoli
a cura della classe 3a della Scuola Elementare di Pianoro V.
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Sante vocazioni nell’alta valle del Sambro
di Rosina Calzolari Gabrielli
Matrimonio in montagna
di Milla Arisi
Madonna dei Fornelli 15 maggio 1945: strage di operai di C. dell’Alpi
di Terziglio Santi
Nella memoria e nel cuore: la mia chiesa
di Serena Bertini
Un campo di grano…
di Gianluca Boninsegni
Il ponte sul Savena
di Orsola Bianconcini Brizzi
Tragica sorte di una famiglia grizzanese avvelenata dai funghi
di Claudio Cappelletti
Non ti scordar di me
di Giancarlo Rivelli
Tra il Pilastrino, la Crocetta e la Salgataccia
di Beppe Lucchi
Nuvola
di Fabrizio Monari
Medaglia d’oro a Monzuno
di Renato Mazzanti
Analisi dei residenti stranieri nei comuni delle valli Savena, Setta, Sambro
di Fausto Desalvo
Valli di Zena, Idice e Sillaro. Percorsi nel tempo tra storia e realtà
di Matteo Benni
NOVITÀ IN LIBRERIA
LETTERE AL DIRETTORE
AI SOCI
Indice degli inserzionisti
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Fondovalle Savena e altre cose loianesi
intervista di Eugenio Nascetti
Una semestrale che si occupa di storia, tradizioni, cultura e
ambiente dell’Appennino non ha tra i suoi fini quello di trattare argomenti di cronaca quotidiana, ma non può neppure esimersi dall’affrontare temi che, per la loro importanza, incidono sulla vita delle
nostre comunità pregiudicandone lo sviluppo.
Per questo motivo abbiamo deciso di realizzare una serie di interviste ai sindaci della zona sui problemi principali delle comunità che
amministrano, correndo il rischio di fornire informazioni che la
nostra cadenza semestrale può rendere facilmente superate, ma con
la certezza di rendere un servizio ai lettori che, conservando la rivista, avranno una memoria scritta di alcuni avvenimenti destinati a
essere dimenticati. Iniziamo col sindaco di Loiano, Giovanni
Maestrami, nel comune del quale si è verificata, nel corso del 2005,
una grave emergenza che intendiamo trattare perché i suoi effetti
vanno ben oltre la sfera degli interessi degli abitanti della Valle del
Savena. Il tono confidenziale con cui mi rivolgo al sindaco è dovuto, oltre che ad un’antica frequentazione, dal mio incarico di consigliere al Comune di Loiano.
Quali sono i problemi più avvertiti nel tuo comune?
I problemi che stanno a cuore ai loianesi sono molti, ma quelli di
maggiore interesse collettivo per i quali vengo più frequentemente
interpellato sono la viabilità, in particolare il pendolarismo di tutti
coloro che lavorano nei comuni vicini o in città e i collegamenti per
le aziende che operano in loco, la possibilità di usufruire di buoni
servizi sociali, didattici, sanitari e la sicurezza in tutti i suoi aspetti.
E qual’è la situazione contingente che preoccupa in maggior
misura l’amministrazione?
Attualmente ci preoccupa molto la riapertura della strada di fondovalle Savena, bloccata da una grande frana, e la riorganizzazione
dei servizi comunali per migliorarne la qualità, dare maggiori servizi ai cittadini razionalizzando, dove si può, e ridurne il costo.
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La frana è appena precipitata nel Savena e sulla fondovalle. (La foto è stata scattata
dai vigili del fuoco)
Da quando la fondovalle è interrotta e cosa è successo esattamente?
La strada è stata interessata il 12 marzo 2005 da una grande frana
da crollo nella zona delle Gole di Scascoli: il materiale staccatosi dal
costone che incombe sulla riva sinistra del Savena è stato stimato in
circa cinquantamila metri cubi di roccia; alcuni dei massi precipitati sulla sede stradale hanno le dimensioni di una casa di tre piani; il
tratto interessato misura circa cento metri. L’evento avrebbe potuto
avere conseguenze fatali per alcuni automobilisti in transito che si
sono salvati per pochi secondi.
Gli agenti della polizia municipale, i carabinieri e i vigili del
fuoco sono intervenuti prontamente per bloccare il traffico, verificare la situazione ed impedire il formarsi di un lago di grandi dimensioni che avrebbe messo a rischio le zone abitate più a valle. Anche
costoro hanno corso un rischio grave ma calcolato: il Savena, reso
impetuoso dallo scioglimento della neve, si è subito cercato un passaggio e l’ha trovato sopra le barriere paramassi poste a monte della
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strada, spazzandole via pochi minuti dopo il loro intervento, mentre
si verificavano altri piccoli crolli.
Quali sono le cause della frana?
Sin dai primi sopraluoghi si è visto che il vero problema delle
Gole di Scascoli non era il lato sinistro che è franato ma il lato in
destra del fiume che fa parte di una grande frana millenaria. Infatti, i
geologi intervenuti a seguito dell’attivazione dell’unità di crisi costituita dalla prefettura, dalla regione, dalla provincia e dal nostro
comune, hanno spiegato che tutto il lato destro della valle è interessato da una enorme frana che scende dal limite dall’abitato della
valle fino al fiume: venti milioni di metri cubi di terreno calano alla
velocità di qualche centimetro l’anno. Nei secoli il fondo della vallata si è ristretto fino alle attuali dimensioni di un angusto passaggio
per il corso d’acqua e per la strada tra pareti rocciose a ovest e un
ripido scivolo di terreno instabile a est.
Si sono verificate altre frane in quella zona?
Abbiamo la testimonianza di un crollo verificatosi nel 1954, ma
è probabile che ve ne siano stati altri di cui non è rimasta memoria
anche perché quella zona, impervia e disabitata, era frequentata nel
passato solo da pochi bagnanti estivi e da qualche pescatore. Da
quando la strada è percorribile si sono verificati nel 1990 il crollo di
una parete rocciosa che ha ostacolato il corso del fiume ed eroso la
strada, e nel 2002 una frana di grosse dimensioni che ha interrotto
la fondovalle per molti mesi, il tutto a pochi metri dall’attuale disastro. Si sono poi verificate numerose altre piccole frane e cadute di
massi in quel punto e nel limitrofo territorio del comune di Pianoro.
Dopo questi eventi non si temevano altre frane e non sono stati
effettuati controlli periodici?
La possibilità di nuovi crolli non era mai stata completamente
esclusa e probabilmente non lo sarà del tutto neanche in futuro. La
preoccupazione attuale è quella di modificare il percorso in modo
da evitare in assoluto che eventuali prossime cadute di materiale
possano di nuovo interessare la sede stradale, vista l’instabilità della
valle.
Il versante crollato era monitorato con un sistema di sensori e di
laser in grado di rilevare costantemente ogni minimo movimento
della parete. Nella giornata precedente era stato riportato uno spostamento negativo di circa due millimetri, ovvero la fenditura lungo
la quale è avvenuto il distacco si era leggermente chiusa.
La sequenza degli eventi e la loro relativa imprevedibilità fa pen5
sare che il tracciato della strada sia sbagliato.
La nostra amministrazione ha un grande interesse a ottenere la
riapertura della strada nel minor tempo possibile e con le più ampie
garanzie di sicurezza, e riteniamo inutile la ricerca di eventuali errori compiuti nel passato, sulla progettazione e nella realizzazione del
tracciato. Evidentemente le informazioni geologiche a disposizione
dei tecnici e degli amministratori dell’epoca non inibirono la realizzazione dell’opera: il motivo per cui non si optò per un’altra soluzione strutturale per superare le Gole di Scascoli fu di natura essenzialmente economica, come lo è tutt’ora.
Sarà possibile riattivare la strada, in che modo e con quali tempi?
Alle ultime due domande nessuno ha purtroppo risposte precise,
si prevedono comunque tempi lunghi perché la situazione attuale è
molto grave, soprattutto in destra del fiume e la mole di lavoro da
fare è grande. Si deve considerare inoltre che in futuro rischi simili a
quelli corsi negli ultimi due crolli non si devono più ripetere.
Scartata definitivamente, per problemi economici di alti costi e
tempi lunghi, l’ipotesi di una galleria sul versante sinistro del fiume
che avrebbe dovuto tagliare tutto il tratto delle gole, attualmente si
sta terminando lo sgombero del materiale crollato e provvedendo
alla rimodellazione del versante, poi si inizierà la preparazione del
versante destro per la realizzazione del nuovo tracciato.
L’apertura di una pista provvisoria prima della cattiva stagione
non potrà essere realizzata perché tecnicamente non è possibile,
considerata l’instabilità del versante. La soluzione proposta dai tecnici è quella di alzare l’attuale tracciato e spostarlo sul lato destro
per allontanarlo dal fiume, asportando le frazioni di pareti maggiormente soggette al pericolo di crollo. Nei 300 metri successivi saranno necessari due piccoli viadotti, per rendere sicuro il percorso.
A una prima impressione questa soluzione sembrerebbe non
essere definitiva.
Vista la situazione a oggi, è difficile pensare che in futuro ci possa
essere un percorso diverso da quello proposto, sicuramente sarà
necessario prevedere costi di manutenzione più alti perché la strada
correrebbe, come ora, sulla grande frana ‘lenta’ e potrebbe progressivamente deteriorarsi, ma sarebbe al sicuro dal rischio di crolli.
Chi ha la responsabilità della situazione?
La responsabilità formale è del presidente della Regione EmiliaRomagna che è stato nominato Commissario Straordinario per l’emergenza, ma evidentemente sono i tecnici a proporre le soluzioni
da attuare.
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Quali sono i danni?
I danni complessivi sul territorio montano sono difficilmente
quantificabili ma certamente ingenti e interessano, oltre agli abitanti del comune di Loiano, quelli dei comuni vicini, in particolare di
Monghidoro, Monzuno e San Benedetto Val di Sambro. Un gruppo
di cittadini e di imprenditori ha costituito un comitato per evidenziare i disagi, rivolgere proposte agli amministratori e sollecitare la
riapertura. Le attività economiche della media e alta valle hanno
registrato i danni più gravi ma l’area colpita è molto più vasta.
Sul piano della viabilità occorre notare che la nostra è una zona
di pendolari e il traffico è attualmente concentrato sulla strada della
Futa con effetti che ognuno può immaginare. I collegamenti con la
città e le autostrade erano particolarmente difficili già prima della
chiusura e il traffico è destinato ad aumentare anche per la crescita
continua del numero dei residenti.
Cosa sta facendo la tua amministrazione?
Abbiamo migliorato la piccola viabilità alternativa utilizzata da
chi abita nella zona, studiato alcune misure per attenuare il danno
alle realtà imprenditoriali più colpite, cercato di fornire informazioni complete e corrette alla popolazione, collaborato proficuamente
con gli enti e le amministrazioni interessate, richiesti e ottenuti finanziamenti per la sistemazione dell’area, e ora stiamo seguendo i lavori con assiduità.
Ritieni quello della fondovalle Savena un caso isolato?
No, purtroppo non è un caso isolato, il dissesto idrogeologico è
uno dei problemi più vasti e complessi per tutte le amministrazioni
montane e se in futuro Stato e Regione non investiranno in modo
consistente, i danni per frane o smottamenti su tutto il territorio
saranno gravi con ripercussioni anche sulla pianura. Le competenze
e le autorità interessate sono molte, da quella del ServizioTecnico di
bacino ai Consorzi di Bonifica, dalla Regione alla Provincia e alla
Comunità Montana, ma gli interventi di prevenzione sono sempre
insufficienti e la situazione molto degradata.
Quando mi sono insediato la strada di fondovalle Zena era interrotta nel comune di Monterenzio, a pochi metri dal confine col
comune di Loiano, per una frana da crollo: siamo riusciti a riattivarla in tempi brevi e con costi abbastanza contenuti, ma la situazione
di cui stiamo parlando è molto più complessa.
Di fronte agli eventi che si verificano frequentemente non ci si
può sempre giustificare con le precipitazioni straordinarie e con le
piene decennali o centenarie, ma è necessario agire tempestivamen-
7
Sono iniziati i lavori sul fronte della frana: si
innescano mine per frantumare gli enormi
macigni. (La foto è stata scattata dal personale della Protezione Civile).
te per rafforzare un sistema che si sta
rivelando troppo fragile. Occorre
partire da interventi piccoli ma
importanti: stiamo mantenendo efficiente il sistema di raccolta delle
acque ai bordi delle strade comunali
con la pulizia delle cunette e la riattivazione e la sostituzione dei tombini; cerchiamo di stimolare gli agricoltori a una corretta regimazione delle acque che defluiscono dalle
coltivazioni; prestiamo un’attenzione particolare alle situazioni di
potenziale pericolo come i cantieri e le cave.
In diversi punti del comune le strade mostrano problemi perché sono poste su terreni cedevoli: abbiamo un programma interventi strutturali. Tuttavia i nostri progetti devono fare i conti con un bilancio che
non ci permette di realizzare tutto subito: credo che i colleghi degli altri
comuni abbiano gli stessi problemi e siano impegnati come noi ogni
giorno per risolverli. Per la zona interessata dal crollo sulla Fondovalle
Savena abbiamo ottenuto un consistente finanziamento dal Ministero
8
dell’Ambiente finalizzato alla riduzione del rischio derivante dal dissesto e alla stabilizzazione della grande frana di Scascoli.
Abbiamo ancora poco spazio per tutto il resto.
Gli argomenti a cui abbiamo accennato necessitano di spazi ben
più ampi della fondovalle. Il nostro paese sta vivendo una situazione simile e opposta a quella che si verificò negli anni Sessanta e
Settanta quando, a causa dell’abbandono delle campagne, il numero dei residenti scese al minimo storico di poco più di milleottocento. Ora siamo in quattromilaseicentocinquanta abitanti, continuiamo
a crescere e, pur avendo molti anziani, ci stiamo svecchiando in
virtù di un saldo naturale attivo: da questo dato si possono desumere le esigenze a cui l’amministrazione deve offrire risposte. Per questo motivo dobbiamo ricordare quanto accadde nel tempo dello spopolamento e affrontare la situazione attuale con sensibilità e senso
pratico.
Il tessuto sociale della nostra comunità risente della provenienza
recente e disparata di tante famiglie insediatesi negli ultimi anni,
prive di quella ‘ragnatela’ sociale di parentele, amicizie e conoscenze che fa sentire a proprio agio chi vive da sempre in paese.
L’integrazione e la creazione di una coscienza ‘paesana’ sono la
sfida per il futuro, assieme al rafforzamento di un tessuto imprenditoriale e commerciale ancora troppo debole, al potenziamento dei
servizi alle famiglie e alle imprese, e alla tutela dell’ambiente che si
realizza anche attraverso gli interventi di riduzione del dissesto idrogeologico e soprattutto migliorando la viabilità.
Buon lavoro.
Grazie e buon lavoro anche a voi che con la vostra rivista tenete
sempre vive le nostre tradizioni e vi occupate delle problematiche di
questo territorio montano. Arrivederci.
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Sicurezza Ambiente
Qualità
AREA CERTIFICAZIONI
Organismo notificato per collaudo e verifica ascensori
Abilitazione Ministeriale verifiche impianti elettrici e messe a terra
Marchio CE Direttiva Macchine
Controllo metodo di Prod. Biologico, G.U. n. 137/04
Certificazione CE per Emissioni Acustiche Ambientali
Consulenza per Certificazione di Qualità - ISO/9000 - VISION 2000
AREA SICUREZZA
Sicurezza e salute negli ambienti di lavoro (DLgs 626/94)
Sicurezza negli alimenti (sistema HACCP - DLgs 155/97)
Protezione ambientale e Piani di emergenza
AREA AMBIENTALE E DI LABORATORIO
Valutazioni strumentali di agenti chimici, rumore, amianto, ecc.
Gestione rifiuti, acque di scarico, emissioni in atmosfera
AREA EDILE
Progettazione edile ed ambientale
Direttiva Cantieri (DLgs 494/96 e DLgs 528/99)
AREA FORMAZIONE
Corsi di formazione e per Responsabile Sicurezza Prev. e Protezione
(RSPP), Rappresentante dei lavoratori (RLS); Pronto Soccorso, Rischio
incendio basso-medio-elevato, per carrellisti, rischio chimico, ecc.
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Le pietre di Poggio Moreccio
di Vittorio Lenzi
La misteriosa epigrafe a Poggio
Moreccio di Badi ha suscitato
l’interesse di un altro
valente studioso
L’epigrafe e un altro manufatto in pietra rivenuti a Poggio Moreccio
di Badi aprono un interessante capitolo di ricerche e di ipotesi sulla
storia alto-medioevale della Valle del Limentra. Lo scritto di Paolo
Bacchi, che ha ufficializzato e messo a fuoco la scoperta di Paolo
Petazzoni, fissa già gli aspetti salienti del rinvenimento e ne ricava
alcune fondamentali conclusioni(1). Si delinea la presenza nella zona,
intorno al 1036, di un edificio religioso, una chiesa con ospitale, situato a lato della via che collegava il comitato pistoiese alla pianura padana e a Bologna.
Il lavoro di Bacchi ha già acquisito due punti importanti: la data
dell’epigrafe (1036) ed il profilo del donatore, Guglielmo dei conti
Cadolingi detto il Bulgaro, appartenente alla dinastia che a quel tempo
signoreggiava sul contado di Pistoia (mentre la città era passata in
potere del vescovo) e sul Valdarno fiorentino. Guglielmo dedicava
molto impegno alle strutture viarie e ospitaliere, che apparivano un
eccellente strumento per il controllo del territorio.
L’esame dell’epigrafe, zeppa di abbreviazioni, deve procedere di
pari passo con la ricostruzione della topografia medioevale, utilizzando alcuni significativi toponimi esistenti o esistiti nell’area. Per dare
maggiore chiarezza alla mia ipotesi di lettura, preferisco esporne
prima il risultato finale, cioè lo scritto che ritengo di intravedere nella
pietra incisa di Poggio Moreccio, riservandomi di esporre nel seguito
il ragionamento da me seguito:
WELL
CO
M
AD L. F
MXXXVI
IACOMOMAT.
Sono partito dal presupposto che i circoletti (una sorta di “o” piccole) corrispondano a punti. La “O” finale di “IACOMO”, piuttosto
grande, sembra assolvere la doppia funzione di punto e del dativo cor11
L’epigrafe di Poggio Moreccio di Badi, risalente all’XI secolo.
rispondente alla dedicazione. Trascrivo ora la mia proposta completa
di lettura e la relativa traduzione italiana:
WELLIGELMUS COMES
MONTIS AD LUCUM FLORENTINI
1036
S. IACOMO MATIE
(Guglielmo conte di Montelupo Fiorentino, 1036, a S.Giacomo della
Massa)
Lo studioso L. Chiappelli(2) ha sottolineato l’estrema diffusione del
potere cadolingio nel comitato pistoiese e fiorentino, isolando alcune
località (in genere luoghi impervi e selvaggi) dove questi nobili di dura
stirpe longobarda avevano castelli e case forti: Ripalta presso le mura
di Pistoia, Monte Orlandi, Montemagno (presso Quarrata) e soprattutto Montecascioli e Salamarzana di Fucecchio (nel Valdarno fiorentino). Nel 1034, anno assai prossimo a quello della nostra epigrafe, il
centro di potere della dinastia cadolingia si collocava appunto nel
castello di Salamarzana(3). Nel 1096 il conte Uguccione figlio di
Guglielmo risiedeva invece nel castello di Montecascioli(4). Alcuni dei
“monti” sopra nominati potrebbero offrire una alternativa alla mia ipo12
tesi, ma essi non sembrano purtroppo presentare un aggancio plausibile con le successive lettere “AD L.F” dell’epigrafe. Questo aggancio
appare invece realizzabile con la località di Montelupo(5), situata nello
stesso Valdarno fiorentino che sappiamo aver ospitato gli importanti
castelli cadolingi di Montecascioli e Salamarzana di Fucecchio..
A onor del vero nessuna fonte storica attribuisce a Guglielmo detto
il Bulgaro la contea di Montelupo, così come nessuna fonte ci segnala quale fosse la sua contea (doveva pur averla). Tra i Cadolingi e
Montelupo è comunque esistito un possibile collegamento. Fra i secoli IX e XI, infatti, la zona di Montelupo, strategicamente importante per
la presenza da tempo immemorabile di un ponte sull’Arno, fu zona di
confine e di conflitti tra i Cadolingi di Fucecchio, i conti Guidi di
Pistoia e i conti Alberti che tenevano il castello di Capraia, di fronte a
Montelupo(6). Nel 1203 i Fiorentini eressero a Montelupo un forte
castello, per contrastare i Pistoiesi e i signori di Capraia, che erano
consorti dei conti Alberti. Sembra che prima del 1203 il castello inferiore di Malborghetto, detto Montelupo, appartenesse anch’esso ai
signori di Capraia per cui i Fiorentini lo disfeciono perché non voleva
ubbidire al Comune(7). Secondo una diceria popolare, il nome di
Montelupo avrebbe avuto origine dalla sua funzione di soggiogare il
castello di Capraia (come dire: il lupo sbranerà la capra).
Passiamo all’ultima riga della scritta, dove appare una successione
di lettere (“ACOMOMAT”) che non ha alcun significato senza una
interpunzione; la quale, a mio avviso, va posta dopo “ACOMO”,
tenendo presente la quasi certa origine ospitaliera dell’epigrafe e il suo
probabile riferimento a San Giacomo. Resta l’abbreviazione “MAT”,
riferibile al genitivo“Matie”, da pronunciarsi “Mazie”, corrispondente
al vocabolo “Massa”(8), largamente usato nell’alto medioevo per indicare una tenuta, un agglomerato di poderi appartenenti a uno stesso
proprietario, che in questo caso non poteva essere che lo stesso
Guglielmo. Secondo Leonello Bertacci(9), estintasi la dinastia dei
Cadolingi dopo la morte di Ugo (Uguccione) figlio di Guglielmo, la
sua vedova Cecilia sposò in seconde nozze un conte Alberti, determinando il passaggio a questa famiglia di gran parte dei possedimenti già
cadolingi. Ma una circoscrizione territoriale formata da Suviana, Badi,
Stagno, Moscaccia, Casio, Granaglione, Succida, Capugnano e
Monteluco (Montelocco di Gaggio Montano), in conformità alle
disposizioni testamentarie di Ugo, finì ai Lombardi di Stagno, suoi vassalli. Appaiono in tal modo dimostrati i legami tra Guglielmo ed il territorio di Badi e Suviana.
Per una interpretazione dell’epigrafe del 1036 ed in particolare dell’abbreviazione “MAT” appaiono molto significativi due toponimi
conservatisi in zona, vale a dire Massovrana e La Maccia. Qui in
epoca altomedioevale le masse dovevano essere due: la Massa sopra13
na o superiore(10) corrispondente a Badi e la subtana, quella di sotto,
che ha dato il nome alla successiva Suviana(11). Tra le due masse, come
elemento divisorio, si ergeva il crinale della Serra mezzana(12) (oggi la
località Serra, in riva al lago).
Va premesso che in questa area, lungo la strada che costeggiava la
riva sinistra della Limentra, sono stati in funzione almeno due antichi
ospitali. Il primo, situato presso la chiesa di Sant’Ilario del Monte di
Badi e ricordato nel 1103, venne acquisito più tardi dall’abbazia di
San Salvatore in Agna; e Sant’Ilario mantenne pertanto una funzione
ospitaliera nel territorio della Limentra orientale(13). Non sappiamo se
la sua struttura ospitaliera avesse la stessa dedicazione della chiesa o
se fosse invece dedicata a San Giacomo o ad altro Santo.
Più in basso, poco a nord di Sant’Ilario è esistito in epoca imprecisata l’ospedale di Suviana, sul quale Serafino Calindri ci fornisce uno
schematico ragguaglio(14):
Avea un Ospedale probabilmente dentro il suo Castello, che era nel
luogo dove è ora la parrocchiale, dalle di cui rovine avvanzate vedesi, che era cinto di grosse mura, guarnito di una torre e di un baluardo, con una sola porta, ed in sito assai forte almeno da tre parti…
Come si vede, il Calindri non ha riconosciuto nella sua visita a
Suviana l’ospedale, che doveva essere scomparso da secoli e comunque non era riconoscibile come edificio. La congettura dell’Abate,
secondo la quale questa struttura poteva essere stata racchiusa all’interno del castello, è invece da escludersi, poiché l’attività ospitaliera
era completamente differenziata da quella militare e proseguiva anche
di notte, quando le porte dei castelli erano rigorosamente chiuse.
L’Ospitale del Pratum Episcopi (Pistoia) suonava la campana ininterrottamente da compieta a mezzanotte, per orientare e richiamare i
viandanti sperduti(15); e forse questa consuetudine era generalizzata,
per lo meno nelle zone più insidiose. In taluni casi, come a Bazzano,
l’edificio ospitaliero si appoggiava per maggior sicurezza all’esterno
delle mura castellane, a fianco di una porta. L’ospedale di Suviana
doveva aver cessato l’attività ben prima del 1570, quando la Curia
bolognese fece compilare un atlante illustrato delle singole pievi, raffigurante le chiese, gli oratori, qualche castello e anche gli ospedali e
ospedaletti(16). Nella zona che ci interessa, corrispondente alla pieve di
Capanne, vengono disegnate solo tre chiese (Sant’Ilario e le parrocchiali di Badi e Suviana) e nessun ospedale. Gli estimi hanno conservato invece alcuni interessanti toponimi. Il Castagnedo di Giacomo
(Estimi di Suviana del 1725 e del 1775) confinava coi beni della chiesa parrocchiale e doveva essere piuttosto esteso, appartenendo a tre
proprietari (nel 1775 Bartolomeo Tonali, Andrea Biasoli e
14
G.B.Marchetti); si può pensare che non si trattasse di un Giacomo
qualsiasi, ma proprio del Santo dedicatario dell’epigrafe di Poggio
Moreccio e dell’ospedale. Anche l’antica borgata Pida(17), non lungi
dalla chiesa, potrebbe far pensare a una storpiatura popolare di “ospedale”; ma l’ipotesi appare un po’ forzata e richiederebbe maggiori elementi di prova. Gli Estimi del 1700 riportano anche le località Il Prà
dell’Opera e Li Beni dell’Opera, denominazioni che sembrano differenziarle dai comuni beni della chiesa(18).
Note
(1) P. Bacchi, L’epigrafe di Poggio Moreccio presso Badi, in Savena Setta Sambro n. 27 / 2° semestre 2004.
(2) L. Chiappelli, I conti Cadolingi , i conti Guidi ed il Comitatus pistoiese in Bullettino storico
Pistoiese, XXIV, 1932, pagg. 118-121.
(3) N.Rauty, Comunità rurali e signorie feudali nel contado e nella montagna pistoiesi tra XII e XIII
secolo, in “Signori feudali e comunità appenniniche nel medioevo”, Centro Studi Valle del Reno e
Società Pistoiese di Storia Patria, 1995, pag.22.
(4) Regesta Chartarum Italiae; Le carte del Monastero di S. Maria in Montepiano (1000-1200) n.
30, a cura di R. Piattoli, Roma 1942, pag.VII.
(5) Per l’etimologia di Montelupo ho considerato la derivazione da Mons ad lucum, situato cioè
presso un bosco (sacro?).
(6) www.museomontelupo.it/mu/i/storia/stmlup/4guidi.htm
(7) G.Villani, Cronaca, libro V cap. 31; citato nel Dizionario Corografico Universale dell’Italia
(Toscana) 1855 pag. 686.
(8) Nota agli studiosi è la massa di Lizzano.
(9) L. Bertacci, La montagna bolognese nell’alto medioevo, in “Nuèter-ricerche” n.5 / 1995, pagg.
180-181.
(10) ASBo, Estimi del Contado Serie I busta 2 Badi e Suviana 1540: A Mà soprana (Antonio e Carlo
Giusti); A Mà sovrana (Aymerico del fu Bartolomeo Carini).
(11) Le denominazioni documentali due-trecentesche di Suvigliana e Sivigliana appaiono meno
antiche della forma popolare e dialettale Suviana oggi conservata. E’ un caso non infrequente nel
nostro Appennino.
(12) ASBo, Estimi del Contado Serie II Busta 164 Suviana 1700: Serra Mezzana (Heredi di
Domenico Gianotti).
(13) R.Zagnoni, (Antilopi-Holmes), Il romanico appenninico bolognese pistoiese e pratese, Gruppo
Studi Alta Valle del Reno, 2000, pag. 245.
(14) S.Calindri, Dizionario Corografico, vol. V, pag. 165.
(15) R. Zagnoni, Il romanico appenninico, op. cit. pag. 252.
(16) M. Fanti, Una cartografia cinquecentesca delle pievi del territorio bolognese, ne “Il
Carrobbio”, Anno XVI, 1990, pag. 148.
(17) È esistita anche la forma A Pita. Cfr. ASBo, Estimi del Contado Serie II, busta 164, anno 1578
(Un terreno di Pellegrino di Batista).
(18) ASBo, Estimi del Contado Serie II busta 164, Suviana anno 1700.
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Scanello fra Longobardi e Bizantini
Due documenti medievali
attestano nei toponimi
tracce germaniche
su base latina
L’amico Paolo Bacchi sta svolgendo un ottimo lavoro di ricerca su
un presunto insediamento longobardo nei pressi di Scanello: spero
che qualche riflessione sulla toponomastica della zona possa essergli
d’aiuto.
Una volta deciso l’argomento, per trarre il massimo beneficio dall’indagine, occorre reperire una documentazione quanto più possibi-
Vignale è un piccolo nucleo abitato, posto in prossimità di Scanello, di cui si trova traccia in documenti del XIII secolo. Nei dintorni non si conservano né si coltivano le vigne
da cui trae il nome.
17
TOPONOMASTICA
di Eugenio Nascetti
TOPONOMASTICA
le antica e completa sui nomi dei luoghi del territorio in esame. In questo caso mi sono stati forniti due documenti di grande valore storico,
sui quali potranno essere svolti approfondimenti che vanno bene al di
là della toponomastica.
Il più antico, non datato ma riferibile all’anno 1135, è stato regestato da uno studioso tedesco un secolo fa e si presenta quindi in una
forma perfettamente leggibile; proviene dall’archivio capitolare del
Duomo di Pisa e consiste in una breve descrizione dei rapporti economici, degli usi e dei servizi intercorsi tra alcuni abitanti di Scanello
e dei paesi vicini e la grande contessa Matilde di Canossa al tempo in
cui deteneva l’intera curia, con lo scopo palese di conservarli a favore del clero pisano al quale era stata ceduta.
Ho avuto il secondo in fotocopia dell’originale, depositato
all’Archivio di Stato di Bologna, e dopo una lunga e faticosa attività di
interpretazione e traduzione, per me inusuale, ho potuto ‘decifrarlo’
quasi completamente: il lavoro sarà utile per il futuro perché contiene
qualche interessante e utile informazione. Si tratta di un estimo dei
fumanti redatto nel 1315 al fine di determinare il patrimonio che fungeva da base imponibile per il calcolo e l’esazione delle imposte.
Nella carta del XII secolo compaiono una ventina di toponimi di
cui solo sette attengono sicuramente alla zona investigata, mentre l’estimo del XIV secolo, pur molto posteriore al periodo longobardo, è
una vera e propria miniera di microtoponimi e include un centinaio di
nomi di località comprese nella curia e una ventina poste nel versante bolognese e fiorentino dell’Appennino.
La prima osservazione è la verifica della presenza, in forma pressoché invariata, nel documento del 1315 dei sette toponimi rilevati in
quello del 1135, come Scanellum, Braila, Cafagiti, Vethianum,
Quinthianum, Niathianum e Monte.
Ciò che caratterizza i due documenti è la predominanza dell’elemento latino. Scanello è al centro di una zona in cui sono particolarmente numerosi i toponimi prediali, ovvero i luoghi il cui nome trae
origine dall’antico proprietario del fondo che ne costituì il primitivo
centro di aggregazione: Quinzano, Vezzano, Gragnano e Gnazzano
sono i centri più antichi e relativamente più popolati dell’area.
Di origine prettamente latina sono i toponimi che descrivono le
caratteristiche del terreno: le Lagune, la Valle, la Plana, la Lama
Arcipreti, la Ruvina, il Pozolum de Favula, Bedostacium, Planum,
Toletum, Tola de la Lama, Lagoxellum, la Planella, Fossa Cecha,
Monte, Podium Sancti Martini illustrano la presenza di acquitrini,
laghetti, zone pianeggianti più o meno estese, piccoli rilievi.
Dal latino vengono i toponimi legati alla flora spontanea e alla coltivazione di piante, cereali e foraggio: Vignale, Panigale, Pratexellus,
Culore di Merticho, Quarzedinum, Campedellus longus, Castanueus
18
19
TOPONOMASTICA
de prato, Pratum Johannis, Ortale, Pirum rubeum, Piro pignollo,
Agrifogla, Albareta.
Particolarmente diffusi, e provenienti anch’essi dal latino, sono i
nomi che raccontano la fatica degli antichi coloni che ‘roncavano’ il
terreno incolto, estirpando la vegetazione, per renderlo adatto all’aratura e alla semina: Ronco Guscelli, Plane de Roncori, Roncudi,
Roncacius.
Ancora latini i nomi legati alle infrastrutture civili o religiose come
Pratum de fontana, Campus de crux, Mercidale comunis, Terra de
puteo, Puzatum, o alla viabilità come Trebum comunis, Via publica,
Trebonum, Strata comunis.
Si incontrano diverse clisure, ovvero recinti formati da arbusti spinosi o costruiti con legname per delimitare e difendere le proprietà, il
bestiame e gli abitanti stessi della campagna: Clisura de Rubeis,
Clisura heredis domini Albertonis, Clisura de Guarinis, Clisurola,
Clisura de castello.Con riferimento al castello si trova anche un Pratum
de castello che scaccia ogni dubbio sulla presenza di una di quelle
strutture sempre ricche di fascino e interesse.
Scorrendo i confini delle proprietà si rileva un dettaglio che può
essere d’aiuto per comprendere l’organizzazione ecclesiastica della
curia: una proprietà confina sia con i beni della chiesa di San Giovanni
di Scanello che con quelli della chiesa di San Biagio di Scanello.
Questo porta a pensare che fossero contemporaneamente attive due
chiese: una di giuspatronato feudale e l’altra di competenza comunale, a meno che non si rilevi documentalmente che una avesse sostituito la seconda, distrutta per cause belliche o naturali ma forse ancora
titolare di un beneficio. Non conosciamo dove fosse collocata la chiesa di San Biagio della quale rimane traccia nell’attuale parrocchiale
dedicata a San Giovanni Battista (santo in grande venerazione presso
i longobardi) che ha un altare titolato al vescovo taumaturgo, arricchito da una pala di buona mano seppur maldestramente ridipinta.
Quelle citate non sono le uniche chiese della curia che ne aveva
altre tre: San Martino, Santa Maria di Gragnano e San Bartolomeo di
Vezzano. Mentre i possedimenti dei religiosi che le officiavano compaiono regolarmente nel documento, quelli di pertinenza delle chiese
non sono censiti perché, credo, i beni ecclesiastici erano sottoposti ad
altro tipo di tassazione. Tuttavia ne conosciamo l’esistenza perché a
quel tempo la localizzazione dei terreni non avveniva, come ora, con
l’attribuzione di un numero e la visualizzazione su una pianta, ma
semplicemente con l’indicazione del nome del terreno (di qui la
microtoponomastica) e l’elencazione dei confinanti, tra i quali anche
le chiese.
L’elemento linguistico longobardo, seppur minoritario, è ben presente nei nomi dei luoghi circostanti Scanello con due toponimi ben
TOPONOMASTICA
caratterizzati e di sicura origine. La versione è leggermente diversa nei
due documenti: Cafagiti e Braila nell’atto del 1135 e Caffagius e
Braina in quello del 1315, in cui si trova anche una Brainaza. Il
Pellegrini spiega come gahagi indichi, nell’idioma longobardo, un
pascolo o un bosco recintato: è una voce largamente diffusa nell’Italia
settentrionale e in Toscana ma presente anche nel meridione;
nell’Appennino tosco-emiliano compare, oltre che sotto la forma di
Cafaggiolo anche come Gaggio. Il termine braida connotava, per i longobardi, una distesa di terreno piano, coltivabile a frutteto o a vigneto; è un toponimo molto frequente nella sua forma originaria e in
numerose varianti: Bra, Brera, Braglia, Breda.
Un altro toponimo, Vardarie, potrebbe testimoniare la presenza di
antichi abitatori di ceppo germanico poiché credo contenga il termine
warda, col significato di luogo di osservazione, che ha dettato tanti
famosi toponimi come quello del Lago di Garda ed è già presente nel
territorio loianese sotto la forma di La Guarda.
Volendo azzardare una valutazione sul rapporto tra gli antichi nomi
dei luoghi circostanti Scanello e la popolazione che li ha prodotti, si
può affermare che questo territorio rappresenta forse la zona di confine tra un’area di maggiore concentrazione di toponimi longobardi o
genericamente ‘barbarici’, ben indagata dal Benati nel suo studio sulla
toponomastica monghidorese, e una zona settentrionale in cui la presenza quasi esclusiva dell’elemento latino testimonia a favore di un
lungo dominio bizantino.
Se queste semplici considerazioni, assieme agli scarsi ma interessanti riscontri archeologici finora emersi, combaceranno con le verifiche storico-documentali che Paolo Bacchi sta effettuando, si accenderà una luce su un periodo oscuro della storia di Scanello.
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La curtis di Scanello
di Paolo Bacchi
Testimonianza fra le altre
dell’egemonia dei Longobardi
fino al maturo Medio Evo
Gli antecedenti storici
La quasi totale mancanza di documentazione costringe chi si occupa di storia dell’alto Medioevo nel territorio montano tra Firenze e
Bologna, a formulare ipotesi basate su indizi appartenenti a discipline
diverse integrate dalle fonti storiografiche di carattere generale. Oggi,
esaurito o quasi questo modo di procedere nella ricerca, si ritiene che
solo diverse campagne di scavo condotte nei siti archeologici più promettenti potranno chiarire nel futuro i numerosi problemi storici
emersi ma rimasti ancora senza risposta.
Come è noto, la conquista longobarda, avvenuta alla fine del VI
secolo destrutturò quasi completamente il precedente sistema amministrativo romano, basato sui municipia, e quindi sulla prevalenza
delle città rispetto alle campagne, queste ultime organizzate per pagi
e vici.
Anche le nostre valli non evitarono tale disarticolazione; lo comproverebbe tra l’altro la quasi certa collocazione del limes (o meglio
dei limes), nella lunga guerra combattuta tra longobardi e bizantini, in
pieno territorio bolognese, nelle medie valli dei corsi d’acqua e la presenza in epoca carolingia di organismi giuspubblicistici documentati
soprattutto nei territori occidentali dell’Emilia, ma presenti un po’
ovunque anche in pianura(1). Nella parte orientale della montagna
bolognese, nei territori degli antichi municipia di Bononia e Claterna,
confinanti a sud con quelli di Florentia e Faesulae, troviamo nel secolo IX un organismo giuspubblicistico chiamato in un documento
dell’891 Iudicaria de quattuor castellis(2).
Si trattava di un comprensorio forse risalente alla tarda età longobarda, governato da un fidelis del marchese di Tuscia con il probabile
titolo di iudex (= dux = gastaldus) avente funzioni amministrative e
giudiziarie. Questa formazione territoriale era composta da quattro
centri minori chiamati castelli: Monte Cerere, Barbarolo(3), Brento(4) e
Gissaro (ora Castel de’ Britti), le prime due località sedi anche di pievi.
Gli storici ritengono che nel primo Medioevo gran parte del territorio montano tra Bologna e Firenze fosse controllato dal fisco regio,
22
retaggio forse di situazioni politiche e amministrative precedenti, ove
i Longobardi, frammentati in piccoli nuclei, si inserirono agevolmente, privilegiando i siti strategicamente più rilevanti.
Tale situazione perdurò fino alla metà dell’VIII secolo allorché,
allontanati i Bizantini fino quasi a Ravenna, venne meno l’esigenza di
condurre una guerra di posizione, come era stato fino ad allora. Fu
così che le proprietà del fisco passarono progressivamente sotto il controllo dei monasteri e dei signori laici che gravitavano intorno alla
corte prima imperiale e poi marchionale. Anche per le nostre valli possiamo congetturare un simile percorso storico, ma solo in via ipotetica,
attingendo alla storiografia generale e basandoci sulla testimonianza
dei pochissimi documenti superstiti. La conquista franca portò, tra
tante innovazioni, anche un nuovo sistema sociale imperniato sull’ordinamento feudale accompagnato, a livello economico, dalla
introduzione della organizzazione curtense.
Nella Tuscia e nel resto del regno italico s’impose un ceto di funzionari di origine transalpina(5) che governava, per conto
dell’imperatore, accanto a una aristocrazia di origine feudale vassallatica, in buona parte di matrice longobarda. Le due istituzioni erano
distinte ma fortemente intrecciate, tanto da divenire alle volte indistinguibili(6). Si costituì pertanto un ceto dominante, fondato sul possesso
delle terre, ottenute anche in beneficio, che nel tempo, allentandosi i
legami gerarchici con il potere centrale, acquisì anche potere giurisdizionale non solo sui propri servi, aldii e coloni (manentes), ma anche
su tutti coloro che risiedevano sul territorio da loro controllato. Contestualmente a questa rivoluzione politico-amministrativa si diffuse,
negli stessi luoghi ove si rilevava la presenza del feudo, l’azienda curtense, un’organizzazione economica che coniugava al meglio le
risorse naturali e umane disponibili in quel periodo storico, con risultati notevoli sul piano dell’efficienza.
Il sistema curtense italiano: brevi cenni(7)
La corte era un organismo fondiario privato o pubblico di varia
ampiezza. Essa aveva caratteristiche diverse a seconda del tipo di
organizzazione agraria e fondiaria, e a seconda del rapporto che
intratteneva con l’amministrazione locale o centrale. Comune era la
caratteristica di essere costituita da due parti distinte. La prima, chiamata pars dominica o dominicum, era gestita direttamente dal signore
per mezzo di amministratori (villici o missi o actores) e numerosi servi
detti prebendarii, poiché a loro spettava solo il vitto e l’alloggio (come
per i loro predecessori romani). La seconda, la più ampia e produttiva,
chiamata pars massaricia o massaricium, era divisa in poderi (mansi)
condotti da coloni detti massari.
La produzione agricola di queste corti era varia e articolata, poiché
23
il proprietario tendeva all’autosufficienza, ricorrendo al mercato solo
in casi estremi, privilegiando l’interscambio fra le proprie curtes, dislocate nei terreni più diversi e a varie quote. La tendenza all’autarchia
assoluta era un mito, giustificato dall’insicurezza dei tempi, ma dovuta anche all’orgoglio del signore di possedere tutto quello che
occorreva a se stesso e alla comunità.
L’unità funzionale delle aziende era assicurata dal lavoro coatto
prestato dai coloni del massaricium a favore della pars dominica.
Erano le cosiddette opera o corvées cui i coloni si assoggettavano per
vari giorni in un anno al fine di integrare il lavoro dei servi sulla porzione padronale della corte. Le opere erano pretese dal dominus
anche per motivi ideologici, col fine di vedere riaffermata la propria
sovranità su quelle terre e sugli abitanti che vi dimoravano. Anche i
donativi offerti periodicamente dai massari consistenti in offerte di
uova, pollame, torte eccetera, avevano precipuamente questa veste
simbolica di riconoscimento della podestà del signore.
La curtis di Scanello all’inizio del XII secolo
Non si conosce nulla sulla genesi della corte di Scanello, ma è
plausibile collocare la sua fondazione tra il IX ed il X secolo, grazie a
condizioni logistiche ottimali quali la collocazione del centro amministrativo non lontano dal castello, che a sua volta controllava il traffico verso la Tuscia, e in senso opposto verso la pianura del Po. Questo
fattore conferì al castello e alla corte una importanza economica e politica di tutto rilievo, che si evidenzierà, ad esempio, con chiarezza
nell’atto di partizione dell’ ingente eredità di un certo Adimaro (1034),
allorchè la località contesa venne documentata per la prima volta con
assoluta certezza(8). Un altro documento della prima metà del secolo
XII (più precisamente un inventario) descriveva con estrema precisione le pertinenze della corte e gli obblighi di tipo feudale dovuti dai
massari (ma non solo) a favore del signore, a quel tempo ancora la
contessa Matilde di Canossa, nonostante fosse già defunta(9).
Il documento(10)
“Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, Amen.
Al fine di conservare e mantenere il ricordo delle prestazioni, degli usi
e dei redditi, che la contessa Matilde riceveva ogni anno tramite il suo
amministratore dalla corte di Scanello da quegli uomini che qui sotto
si possono leggere, viene emessa questa breve memoria: il nome della
villa principale (nota A), cioè la cascina (nota B), da cui erano serviti
gli abitanti della stessa: Bonito, abitante presso Braila, cioè Cafagiti
(nota C), forniva un’opera (nota D) e un’albergaria (nota E), Attolino da
Cerreto, doveva le stesse prestazioni. Giannetto da Cerreto, Azzo
Balbo da Bibulano, Martinetto di Bibulano, Martinello di Pietro di
‘Ursa’, Guiduccio di Gerardo Uberto [….] e Albe[rto] [da] R…, pre-
24
Il piccolo centro di Scanello ha due punti caratteristici: la chiesa di San Giovanni Battista e Palazzo Loup.
stavano un’opera. Da Villa Vezzano: Giannetto Berardo di Bonfante,
un’opera e un’albergaria con l’aggiunta di un porco e di una pecora,
Braila un’albergaria, i mansi di Picccinello un’opera e un’albergaria, i
mansi di Barocio un’opera e un’albergaria, Boncio Crippo un’albergaria e un’opera, così Pietro de Giovanni di Ugo, così Rainuccio figlio di
A) Villa in area francese è sinonimo di curtis. Alessandro Barbero-Chiara Frugoni.Dizionario
del Medioevo, Bari 2001.
B) Cassina = cascina, casa colonica destinata all’abitazione degli agricoltori e al ricovero per
gli animali, dal latino medievale lombardo (attestato dal 781). D.E.L.I Diz. Etim. ling. ital,. Roma
1999.
C) Braila presumibilmente braida (longobardo) in origine campagna aperta, distesa pianeggiante ma anche ‘fondo rustico’; Cafagiti, forma toscana, derivante dal longobardo gahagi, con il
significato di bosco o terreno riservato. Per entrambi vedi AAVV, Nomi d’Italia, Novara 2004.
D) Opera o corvèes ( dal latino tardo corrogata opera), erano le prestazioni lavorative dovute
dai massari a favore delle terre tenute direttamente dal dominus.
Nei momenti cruciali dell’anno agrario, accanto ai servi si concentrava una numerosa folla di
coloni che prestavano forzatamente la loro opera al fine di migliorare la conduzione della pars
dominica. A.Barbero-C.Frugoni, ibidem, pag. 93. Queste prestazioni erano chiamate anche ‘angarie’ o, più raramente, warcinisca (facere).
Su questo termine occorre spendere qualche parola. Il Benati in Toponimi barbarici nella
montagna bolognese, Il Carrobbio VII Bologna 1981, cita il ‘Vico Guarcinense’ e la Warcinisca
callis, località situata presso Crevalcore. In un documento amiatino del 736 warcinisca facere
significava compiere lavoro obbligatorio. Un documento del XII secolo proveniente dal superstite
cartolario del monastero di S.Biagio del Voglio riporta un podere denominato ‘il Guerco’, situato
25
Gibbullo. Da Quinzano: Gerardo di Ramberto era obbligato a prestare un’albergaria. Da Guzzano: R[….](doveva) albergarla. Da Sfuriano:
il figlio di Uberto doveva un’albergaria, Albertino figlio di Teuzo pane,
vino e un’urna (nota F).Teuzo di Maiolo dava un’albergaria. Da Poriclo, la casa di D[….]era obbligata a prestare un’albergaria e un’opera,
così come il figlio del fabbro Andrea, la casa di Teuzo di Vitriceto, Pietro di Guidone e Berta, la casa di Martino, di Cristoforo, Pietro del
Monte erano obbligati a eguali prestazioni.
Da Anconella (nota G): Pietro di Ingo era obbligato a prestare un’opera e un’albergaria e a consegnare un porco e una pecora. Un egual
sorte toccava a Ildebrando del Serbo (servo) [….]. Al feudo (nota H) di
Ubaldo furono sottratti quindici mansi (nota I), una sorte analoga
(toccò) a quello di Girardo. Dall’affitto dei mansi di Vezziano erano
dovuti quattro danari (lucchesi). Della corte di Scanello le pertinenze
del marchese sono le seguenti: il castello (della stessa località) e quello di Monzuno. Appartengono al presbitero Lamberto di Brunone: la
casa (nota L) di Girardo di Arnaldo, la casa di Pietro (figlio) del prete,
la casa di Guidone di Casa Salara, la casa di Rambertino di ‘Lavacello’, infine la casa di Rofredo di Balda. Tutte queste (proprietà) sono
state sottratte con la violenza.”
Come si evince dall’inventario, la corte di Scanello aveva una
estensione molto vasta con proprietà decentrate; particolare, questo,
che richiama analoghe organizzazioni curtensi transalpine. La cassina
sembra fosse il centro di raccolta e di smistamento dei prodotti; con
ogni probabilità la pars dominica aveva subito profonde modifiche,
determinate dall’evolversi dei costumi agrari e dal lento declino del
sistema curtense(11).
Sotto l’aspetto ecclesiastico, le pertinenze della curtis ricadevano in
presso Montefredente. Il toponimo richiamava probabilmente la presenza di una azienda curtense fra le valli del Setta e del Sambro.
E) Albergaria: in età carolingia il conte godeva del diritto di essere alloggiato con i suoi uomini e i cavalli presso le comunità di rustici. Più tardi, venuto meno l’impero, il diritto rimase a favore della numerosa piccola nobiltà locale, che se ne avvaleva ampiamente. Con la decadenza del
sistema curtense il diritto venne sostituito da una corresponsione di danaro, divenendo una forma
di tassazione. A.Barbero-C.Frugoni ibidem, pag. 7
F) Pane, vino e ‘urna’ (unità di misura per liquidi): si trattava di donativi che i coloni erano
tenuti periodicamente a riconoscere al signore, in aggiunta alle corvèes o a un eventuale canone.
Il loro scopo era sostanzialmente di natura ideologica e serviva a ribadire la signoria del proprietario. Erano chiamati anche exenia.
G) ‘Ancona’ (oggi Anconella) deriva probabilmente, come l’omonimo capoluogo delle
Marche, dal greco agkòn con il significato di gomito (riferito alla morfologia del territorio). E’ presumibilmente un lascito bizantino in un territorio di confine.
H) Feudo: dal latino medievale feudum forse ricollegabile a una voce di origine germanica
che significava ‘bene’ o meglio ‘bestiame’. In forma schematica si può definire la ricompensa in
terreni che l’imperatore concedeva in via temporanea al fedele per i servizi (militari) effettuati in
suo favore. Questa forma economica ebbe grande sviluppo a causa della grande penuria di denaro circolante nell’Europa durante l’alto Medioevo.
I) Manso: dal latino medievale mansum. Era il podere affidato alla famiglia contadina affittuaria.
L) Casa: capanna, casa di campagna.
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prevalenza sotto la giurisdizione delle pievi di San Pietro in Barbarolo, di quella di S. Maria in Barbarese e della chiesa plebana di Santa
Maria di Monghidoro, di recente costituzione: un territorio posto a
raggera intorno a Scanello, senza tuttavia che lo stesso raggiungesse il
crinale appenninico. Delle località citate nell’atto, alcune sono scomparse, altre, la maggioranza, sono facilmente riconoscibili anche oggi.
Noto, nell’elenco dei possedimenti, una persistenza di toponimi fondiari romani, segno questo di una profonda colonizzazione delle
medie valli dell’Idice e del Savena, avvenuta presumibilmente già in
tarda età repubblicana e in parte mantenutasi anche in epoca barbarica, seppur con diverse modalità insediative. Il bosco e l’incolto non
dovevano mancare, come testimonierebbero nell’inventario i nomi
locali braila (braida) id est cafagiti (gahagi): i nomi di origine germanica indicavano una presenza della selva e del pascolo, indispensabili
per consentire l’allevamento del bestiame menzionato anche nell’atto
e per la raccolta dei frutti spontanei, necessari a integrare la dieta dei
villici(12).
In merito all’onomastica degli abitanti, rilevo come i coloni portassero in parte nomi di origine latina, mentre gli abitanti dei due castelli
avevano in prevalenza nomi di derivazione germanica. L’osservazione
è riportata come mera curiosità, anche se potrebbe essere indizio di
suddivisione sociale, presumibilmente originata anche da una diversa
origine etnica.
Come abbiamo letto nell’atto, le prestazioni più gravose erano
comprese nella voce ‘opere’, a cui facevano seguito altri obblighi
minori; desta un certo stupore rilevare come all’interno della curtis i
rapporti economici prescindessero o quasi dall’utilizzo della moneta
(è citata solo la corresponsione di dieci denari). La realtà era un po’
diversa, dato che la corte manteneva con l’esterno rapporti economici vivaci, che prevedevano sia uno scambio di prodotti in natura che
una discreta circolazione monetaria. A questo proposito ricordo ancora una volta che Scanello godeva di una posizione privilegiata,
essendo inserito in un sistema viario molto importante che riguardava
il collegamento tra Firenze e Bologna, città in cui le attività manifatturiere e commerciali erano in rapido sviluppo. Questo dinamismo
venne confermato nel XII secolo dall’istituzione ufficiale di una sede
di mercato da parte del comune di Bologna: una misura amministrativa che probabilmente istituzionalizzava ciò che già da tempo era
presente sul territorio(13).
Infine una curiosità: tra tanti coloni, massari e servi dediti allo sfruttamento della terra, compare anche un fabbro come unico
rappresentante di attività artigianali non particolarmente sviluppate
almeno fino alla soglia del pieno Medioevo. Ricordo infatti che il fabbro godeva di ampio prestigio sociale presso i villaggi, segno
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L’odierno abitato di Monterenzio, nella valle dell’Idice, ripreso dal Monte delle Formiche
(foto M. Abatantuono). Nella pagina accanto: foto M. Bacci.
dell’importanza primaria del suo mestiere nel fornire strumenti di lavoro (ma non solo) per la comunità(14).
Il tramonto della corte
L’inventario qui riportato è datato dallo Schneider in un periodo
compreso fra il 1120 e il 1150, successivo quindi alla morte della contessa Matilde avvenuta nel 1115; come si evince facilmente dall’uso
dei verbi, coniugati al passato, che non lasciano dubbi su questo particolare molto importante. Ricordo inoltre come la nobildonna non
godesse più da tempo della piena proprietà di quei beni, poiché gli
stessi erano da lei stati ceduti nel 1077 alla chiesa episcopale di Pisa(15)
forse anche a titolo di risarcimento per le malefatte compiute nel passato dal rapace genitore conte Bonifacio. Con ogni probabilità la
contessa si era riservata qualche diritto patrimoniale su queste proprietà, altrimenti non si comprende come il documento continuasse a
indicare nella potentissima dama la beneficiaria (ultima) di tanti obblighi feudali. Venuta meno Matilde, la situazione politica e sociale del
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suo vasto dominio si deteriorò rapidamente, aggredita da una miriade
di forze particolaristiche. La frase sibillina che conclude l’inventario
dei beni richiama questa realtà in rapido divenire Quae omnia male
ablata sunt, cioè tutte queste (proprietà) sono state usurpate con la violenza. L’espressione evidentemente allude a una condizione
patrimoniale caotica, ove alcuni gruppi di potere locale avevano già
usurpato le terre appartenenti alla chiesa di Pisa (e in ultima istanza
alla contessa) con la probabile complicità dei conduttori dei fondi.
Un successivo documento del 1135(16) ci mostra infatti come a un
certo Malavolta degli Ubaldini venisse concessa con un contratto di
livello(17) la quarta parte della corte e del castello di Scanello, salvaguardando solo formalmente le prerogative del vescovo pisano e il
ricordo delle volontà dell’onnipresente contessa, il cui spirito ancora
aleggiava in tutte queste vicende patrimoniali e politiche. Il documento a favore del Malavolta permette inoltre di restringere il periodo
temporale in cui l’inventario dei possedimenti matildici venne stilato.
Ritengo infatti che fosse redatto in una data posteriore alla morte della
contessa (1115 ) ma anteriore alla stipula del contratto di livello con il
Malavolta (1135). La chiesa di Pisa, forse per l’ultima volta, riuscì a
ripristinare la sua autorità traballante su quei beni affidandone l’uso,
anche solo parziale, al rappresentante degli Ubaldini, con ogni probabilità uno degli usurpatori.
Appendice: La curia di Roncastaldo
A breve distanza da Scanello si trova il piccolo borgo di Roncastaldo, attestato solo nel secolo XII. Il toponimo è formato da due termini:
‘ronco’, con il significato di terra disboscata e messa a cultura, un
nome che compare già nel secolo X per indicare quel laborioso processo di conquista dell’incolto intrapreso durante la timida ripresa
economica nell’ultimo secolo del millennio; ‘gastaldo’(18) era invece il
nome del rappresentante del re in età longobarda, incaricato di amministrare la proprietà fondiaria appartenente al fisco e di esercitare
alcuni compiti giurisdizionali sugli abitanti del territorio. Successivamente, in età franca e pre-comunale, il termine venne impiegato per
identificare gli amministratori dipendenti da conti, duchi, vescovi e in
genere da grandi proprietari terrieri. Nel nostro caso il nome potrebbe
essere la spia di un antico gastaldato longobardo, con l’aggiunta in
epoca posteriore (X sec.) del prefisso “ronco”, oppure più probabilmente stava a indicare le terre donate all’amministratore dal
proprietario di una grossa proprietà fondiaria (quella di Scanello?) a
titolo di compenso per i servigi resi al signore. A poca distanza dal
nostro luogo, presso il borgo di Trasasso, esiste la località Castaldo, che
rafforzerebbe le ipotesi precedentemente esposte.
Ricordo che Roncastaldo divenne, alla fine del secolo XIII, sede del
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Capitano della montagna del comune di Bologna insieme, ma in
tempi diversi, a Casio, Vergato e Scaricalasino (località nei pressi di
Monghidoro): evidentemente un territorio con costante vocazione
amministrativa.
Note
(1) Vito Fumagalli, L’Italia padana nei secoli IX e X, Torino 1981.
(2) Tiziana Lazzari, Comitato senza città, Torino 1998.
(3) Andrea Padovani, Iudicaria motinensis. Un contributo allo studio del territorio bolognese nel
Medioevo, in: Insediamenti, territorio e società nell’Italia medievale. Quaderno N.2 1989. L’autore
nel suo contributo indica con Barbarese il toponimo Barbarorum: si tratta con ogni probabilità di un
refuso.
(4) Paola Foschi, Brento: dai Bizantini al vescovo di Bologna, in: Il Carrobbio Anno XVI 1990.
(5) All’inizio del IX secolo a Firenze, caduta in una terribile decadenza durata decenni, venne eletto
un conte franco-alamanno di nome Scrot, che segnò, almeno simbolicamente, la rinascita della città
dopo le tenebre dell’epoca precedente.
(6) Luigi Provero, Apparato funzionariale e reti vassalatiche nel Regno italico, in: AAVV, Formazione
e strutture dei ceti dirigenti nel Medioevo, Roma 1988.
(7) Bruno Andreoli-Massimo Montanari, L’azienda curtense in Italia: proprietà della terra e lavoro
contadino nei secoli VII-XI, Bologna 1985.
(8) Il documento è molto noto tra gli studiosi del Medioevo bolognese. In esso Bonifacio, marchese
di Tuscia e padre di Matilde, ottenne tra l’altro il controllo della metà della corte e del castello di Scanello in seguito a una spartizione dell’eredità di tale Adimaro, avo comune di Bonifacio e Maginfredo
(forse della stirpe degli Ubaldini). Sul tema si veda ad esempio: Michelangelo Abatantuono, L’assetto precomunale della montagna bolognese, in: Monzuno. Storia, territorio, arte, tradizione,
Rastignano (Bo) 1999.
(9) Michelangelo Abatantuono, ibidem, pag 27.
(10)Il documento originale è in latino ed è pubblicato da Fedor Schneider, Toscanische studien VII
Listen einkınfte der grafin Mathilde aus inerer curtis Scanello, in: Quellen und forscnumgen aus italienischen archiven und bibliotheken, XI 1908. Se ne propone qui una traduzione in lingua italiana.
(11) L’inventario dei beni Matildici, ma più ancora l’elenco degli obblighi feudali a essi collegati, fa
ritenere che questi facessero riferimento a un periodo anteriore alla data della stesura del documento (prima metà del XII secolo), forse ai primordi dell’esordio politico della margravia, allorché la stessa
cedette questi beni alla Chiesa di Pisa (1075 ). Forse l’atto tendeva a ripristinare una condizione ideale di rapporti sociali e prestazioni ben definite che dopo la sua morte si erano andati via via
modificando e attenuando. Sull’argomento: Per la storia dei possessi matildici nell'appennino bolognese, in “Strenna storica bolognese”, Anno XXVVI (1976).
(12) Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza, Bari 2003.
(13) Paola Foschi, Merci, mercati, mercanti nella montagna bolognese nel Medioevo, in: Di baratti,
di vendite e d’altri spacci. Atti delle giornate di studio di Capugnano 2001, Porretta Terme 2002.
Calendario dei mercati. Anno 1288, pag. 189.
(14) Paola Foschi, ibidem, pag.165.
(15) Michelangelo Abatantuono, ibidem, pag. 27.
(16) Michelangelo Abatantuono, ibidem, pag.27.
(17) Era un contratto agrario scritto (la forma latina libellum alludeva appunto a un libretto) in cui un
coltivatore diretto detto appunto ‘livellario’ prendeva in affitto un terreno, per un periodo di tempo di
solito molto lungo, contro un censo in natura o in danaro, o contro prestazioni d’opera.
(19) Alessandro Barbero-Chiara Frugoni, Dizionario del Medioevo, pag.27.
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I primordi dell’illuminazione pubblica
a Castiglione dei Pepoli
di Michelangelo Abatantuono
1870: tre fanali a petrolio illuminano
le notti castiglionesi. Il regolamento
conservato nell’archivio
storico comunale
I primi esperimenti di pubblica illuminazione degli spazi urbani
nelle ore notturne risalgono al XVI secolo, ma è solo nella seconda
metà del Settecento che, perfezionandosi la tecnica, vengono abbandonati candele e lumi ad olio che erano in uso sin dai tempi antichi.
Nel 1763 a Parigi venne introdotto un nuovo tipo di lanterna a
riflettore o réverbère (un termine che in francese sarebbe diventato
sinonimo di lampione stradale). Al posto della candela conteneva una
lampada ad olio provvista di molti stoppini e dotata di due riflettori:
uno, semisferico e posto sopra la fiamma, proiettava la luce verso il
basso, un altro, leggermente concavo, la orientava lateralmente. Nel
1773 sempre in Francia venne utilizzato per la prima volta uno stoppino piatto che permise di ottenere una fiamma più larga, ma il vero
salto di qualità si ebbe con l’invenzione di Francois Amie Argand che
fra il 1783 e il 1785 realizzò una lampada nella quale lo stoppino era
tubolare cavo: permetteva di far giungere alla fiamma molta più aria,
la combustione era migliore e non si formava il fumo nero tipico di
una cattiva combustione.
La fiamma, la cui intensità poteva essere regolata per mezzo di un
congegno in grado di allungare o accorciare lo stoppino, era racchiusa in un cilindro di vetro che la proteggeva e potenziava l’effetto camino. La lampada Argand produceva una luce più luminosa, più bianca
e più ferma di tutte le lampade ad olio precedenti. Il combustibile
poteva essere olio vegetale, canfino (un olio resinoso), olio minerale
distillato dal petrolio, oppure kerosene, che risultò assai efficace per
rifornire le lampade.
Il petrolio era conosciuto fin dall’antichità anche in Italia: gli affioramenti naturali in varie zone della penisola, specialmente
nell’Appennino, incuriosivano gli abitanti di quei luoghi e interessavano gli studiosi, che ne proposero gli usi più svariati, compreso quello
medicinale. La vera storia del petrolio in Italia comincia però solo
dopo l’unità, quando si assistette ad un fiorire di operazioni imprenditoriali, spesso effimere o di debole impatto economico. La prima iniziativa significativa fu intrapresa nel 1860 da Achille Donzelli che
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La piazza di Castiglione nell’ultimo Ottocento in una fotografia di Alessandro Cassarini.
All’angolo della torre dell’orologio si nota uno dei tre “fanali a petrolio” installati nel
1870.
scavò due pozzi a Ozzano, in provincia di Parma, della profondità di
32 e 45 metri, con una produzione giornaliera di 25 kg di petrolio.
Un’altra figura interessante è quella del marchese Guido Dalla Rosa,
la cui famiglia nobiliare dominava la politica economico-sociale della
zona di Salsomaggiore, ancora in provincia di Parma. Professore universitario di matematica, Dalla Rosa fu un tipico uomo del
Risorgimento di idee liberali e riformatrici; verso la fine degli anni
Ottanta a Salsomaggiore realizzò - fra violente eruzioni di gas - un
pozzo (denominato “Trionfo”) della profondità di 308 metri, in grado
di fornire fino a 3.750 kg di petrolio al giorno. Le produzioni modeste
alimentavano piccole raffinerie, destinate a produrre “petrolio lam34
pante” per l’illuminazione pubblica e domestica. Le grandi città si
dotarono presto di impianti di illuminazione notturna, che venivano
dati in manutenzione ad impiegati della municipalità o a ditte private,
e via via anche i centri più piccoli si dotarono di tali apparati. A
Castiglione dei Pepoli la pubblica illuminazione ebbe inizio nel 1870,
quando il comune installò tre “fanali” a petrolio appaltando la manutenzione a Carlo Mattei (almeno fino al 1874) e redigendo un apposito regolamento, conservato presso l’Archivio storico comunale di
Castiglione, che di seguito si trascrive.
Regno d’Italia Provincia di Bologna
Comune di Castiglione dei Pepoli
Per provedere nella notte la illuminazione all’interno di questo
paese, il Comune ha fatto l’impianto di tre Fanali a petrolio. Pel servizio, e pel consumo del petrolio, e dell’occorente pei detti Fanali, od
illuminazione, il Comune vuole attuare un contratto d’appalto che
comprenda nello stesso appaltatore l’obbligo del servizio occorente
per regolare il pubblico Orologio sotto l’esatta osservanza del seguente regolamento.
Art.1° La illuminazione dell’interno di questo Capo luogo seguirà
nel tenere continuamente accesi e ben risplendenti nelle ore della
notte infradicendei suddetti tre fanali, al quale effetto saranno tenuti
ben ripuliti i reverberi, e i cristalli, e forniti dell’occorente petrolio di
buona quaità, con suo lucignolo di cotone proporzionato ai fanali
stessi.
Art.2° Gli obblighi di regolatare del Pubblico Orologio sono congiunti, e consistono nel caricare, e come suol dirsi tenere a segno la
machina.
Art.3° La illuminazione, od accensione dei fanali avrà principio
all’imbrunire della sera, e durerà tutta la notte.
Art. 4° L’occorente per la detta illuminazione inclusivamente alla
manutenzione ordinaria dei fanali sarà tutto a carico dell’Appaltatore,
come pure saranno a carico dell’Appaltatore stesso quei piccoli danni
soliti ad accadere, e cioè l’inverniciatura, e la sostituzione dei nuovi
vetri ai rotti per cause ordinarie, comprensivamente ai così detti tubi.
Art. 5° L’appalto, o cottimo incomincierà il primo dell’anno, e sarà
duraturo per un anno fino ad un preavviso di due mesi per una parte,
e per l’altra.
Art.° 6 Sarà in facoltà del Comune d’introdurre quelle modificazioni, o riduzione dell’illuminazione per quelle ore che credesse poterne
fare a meno.
Art. 7° L’annua corrisposta sarà pagata in rate eguali bimestrali
posticipati.
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Un’altra lampada a petrolio era stata collocata all’imbocco di via San Lorenzo, dirimpetto alla chiesa parrocchiale.
Art. 8° Il corrispettivo stesso potrà subire diminuzione proporzionale nel caso previsto dal succitato Art.° 5°.
Art. 9° Il corrispettivo in discorso rimarà determinato mediante gara
che sarà aperta in annue lire … [non indicato]
Art. 10° L’appaltatore dovrà dare idonea garanzia per l’adempimento degli obblighi assunti.
Art. 11° In caso di incessato addempimento degl’obblighi che corrono all’Appaltatore, questi incorrerà in una multa pecuniaria di £
1:00 lire una tutte le volte che uno, o più dei fanali sarà trovato non
far lume, e non ripolito a dovere nelle ore prescritte, nonché il ritardo
dell’accensione, o precoce smorzamento.
Art. 12° Se l’Appaltatore non farà uso di petrolio e di lucignolo di
buona qualità, da riconoscersi dal Municipio, sarà in facoltà di quest’ultimo di fare la provvista a carico dell’appaltatore medesimo.
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Art. 13° Contestata dal Comune la contravenzione il peso della
prova contraria starà a carico dell’Appaltatore, e la multa, o multe
saranno da Lui pagate mediante ritenzioni che il Comune farà nel rilascio dei mandati.
Art. 14° Ove non è previsto col presente regolamento s’intende che
avrà luogo la disposizione di legge.
Castiglione 7 aprile 1870
Il sottoscritto Carlo fu Olivo Mattei di Castiglione dei Pepoli, presa
cognizione delle condizioni, ed obblighi di cui al presente capitolato,
ha dichiarato e dichiara di assumere, siccome ha già assunto sino da
giorno sette corrente mese il contratto pel mantenimento del petrolio
occorrente per la serale illuminazione dei tre fanali in questo paese,
ed accensione di essi, e più il servizio occorrente per regolare il pubblico orologio, il tutto in congruità del capitolato di cui ad eccezione
soltanto che i detti tre fanali dovranno essere mantenuti accesi dalla
sera, all’un’ora dopo la mezza notte, e tanto il Mattei assume, e la
Giunta Municipale gli concede il contratto di cui sopra per la corrisposta serale di centensimi settanta così convenuti ogni eccezione in
contrario rimossa. E pel puntuale adempimento degli obblighi assunti il Mattei Carlo induce per sua garanzia il presente [?] Luigi di Olivo
Mei, il quale sebbene a nulla tenuto, pure volendolo si presta a fa’ la
garanzia come sopra. In fede le parti si firmano insieme ai Testimonii
Mattei Carlo
Luigi Mei signato solidale
Ruggeri Sindaco [?]
Comme stesse condizioni di cui sopra la Giunta concede al suddetto Carlo Mattei la continuazione del contratto per l’illuminazione
di questo paese pel venturo 1874, ed il medesimo accetta. In fede
Castiglione dei Pepoli 22 dicembre 1873
Carlo Mattei
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Gorgognano: è rimasto solo il ricordo
di Roberto Nanni
Su una collina ridente, che, con un dolce declivio, si eleva sul torrente Zena, vedesi la Pieve di Gorgognano, la cui storia non è sprovvista di memorie antiche. Così nel Bollettino della Diocesi di Bologna
del 1911 cominciavano le note storiche sulla Pieve di Gorgognano,
nel Comune di Pianoro. La collina ridente c’è ancora, ma della pieve
quasi non è rimasta traccia: tra l’ottobre del 1944 e l’aprile 1945 la follia degli uomini ha cancellato per sempre le memorie antiche. Ma
cominciamo molto e molto tempo prima.
Gorgognano fu antichissimo castello e comune. Una pergamena
del IX° secolo nomina il Castrum Gargugnani; dal XII secolo si hanno
notizie della chiesa, intitolata a San Giovanni Battista, sorta accanto
all’antico castello. Nel XII secolo il castello fu distrutto, ma non si
hanno notizie precise; si sa però che l’ultimo avanzo del castello
venne usato come fondamenta per il campanile della pieve.
Nel corso dei secoli Gorgognano subì numerose riforme amministrative: dal 1223 apparteneva al Quartiere di Porta Ravegnana, dal
1352 dipendeva dal Vicariato di Monzuno, dal 1396 al 1575 era sottoposto direttamente al Comune di Bologna, poi al Capitanato di
Roncastaldo; solo con la venuta di Napoleone divenne frazione del
Comune di Pianoro.
La Pieve di S. Giovanni Battista era la Matrice del Plebanato di
Gorgognano, che comprendeva altre nove chiese sparse nella zona;
ab immemorabili tempore, ebbe il diritto di fonte battesimale. Questi
antichissimi diritti suscitarono invidie, e nel 1772 dovette intervenire
l’arcivescovo di Bologna, cardinale Malvezzi, per confermare l’indipendenza della Pieve di Gorgognano.
La chiesa fu modificata e rimodernata nel XIII secolo, quindi fu rifatta quasi interamente nel 1836 dall’arciprete Francesco Vignadalferro,
e restaurata di nuovo nel 1897. Al campanile antico, guastato dalla folgore, fu sostituita una torre moderna con quattro campane inaugurate
nel 1897. La costruzione era di ordine ionico, l’interno aveva il soffitto a volta, a sinistra si incontrava la nicchia del battistero, poi gli altari della B. V. del Carmine e della Madonna del Rosario, che custodiva
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Foto della chiesa di Gorgognano del 1910 circa, tratta dal “Bollettino della Diocesi di
Bologna”.
la statua di San Giovanni Battista, patrono della parrocchia; a destra
l’altare di Sant’Isidoro agricoltore, e poi la cappella del SS. Crocifisso.
Sopra la porta maggiore vi era l’organo, costruito nel 1863 dagli organari Sarti e Orsi di Bologna; l’adiacente canonica, definita assai comoda e di vaga e gradevole veduta, fu quasi nuovamente riedificata nel
1834.
Nel 1783, anno in cui l’abate Serafino Calindri pubblicò il suo
Dizionario Corografico d’Italia, Gorgognano contava 387 anime divise in 60 famiglie; un falegname, un sarto, due molinari e un fabbro
erano gli artigiani; il rimanente della popolazione lavorava nell’agricoltura, che offriva poca uva, pochissima frutta, molta ghianda, molta
legna, pochissima seta, pochissime castagne, poco fieno e molto
pascolo. Due erano i borghetti, Gorgognano di sopra con 5 famiglie,
e Gorgognano di sotto abitato da 4 famiglie.
Tra gli anni 1925 e 1930 gli abitanti erano saliti a circa un migliaio;
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la scuola, sistemata in un locale a fianco della chiesa, contava 120
alunni in tre classi. Vi erano un calzolaio e un barbiere, ma ancora la
maggior parte degli abitanti traeva il sostentamento dal lavoro dei
campi. La vita era semplice, scandita dall’alternarsi delle stagioni e
profondamente permeata di schietta religiosità: il rosario, la semina
dei campi, le missioni popolari, la trebbiatura, la vendemmia.
Il 17 gennaio vi era la festa di Sant’Antonio abate, particolarmente
sentita, a cui dava un tono di solennità l’arrivo del predicatore. Il 3
maggio per la festa della Santa Croce i campi si riempivano di selve di
piccole croci, esposte la notte precedente perché si diceva che il
Signore le avrebbe benedette. Il 24 giugno c’era festa grossa per la
ricorrenza di San Giovanni Battista.
Le ultime notizie di Gorgognano si trovano su internet, nel diario di
guerra del 133° reggimento, 34a divisione di fanteria USA: anno 1944,
dopo settimane e settimane di lenta avanzata attraverso la penisola, il
23 ottobre viene preso Monte Belmonte, una spoglia collina situata un
chilometro a nord di Zena; il possesso di Monte Belmonte viene ritenuto molto importante nei piani tattici della 5a Armata USA: in una
telefonata il colonnello Braun si congratula per il buon lavoro fatto e
raccomanda di usare ogni mezzo nel caso di un contrattacco tedesco
durante la notte.
Solo l’artiglieria tedesca si fa viva, e gli americani si preparano al
balzo successivo: a quota 367, un chilometro a nord-est, secondo la
cartina vi sono ubicati una chiesa e un cimitero.
Il 26 ottobre vengono inviate due pattuglie verso la chiesa a nord
est di Gorgognano: si scatena l’inferno, le pattuglie sono costrette a
rientrare sotto una pioggia di proiettili di ogni tipo. I tedeschi (sono la
65a divisione fanteria e la 29a panzer grenadier) hanno sfruttato ogni
piega del terreno per rallentare l’avanzata, e hanno fatto della collina
di Gorgognano un centro di resistenza. Piove a dirotto giorno e notte
fino a fine mese, le strade sono impraticabili e i rifornimenti vengono
portati in prima linea a mano o con i muli; i combattimenti si limitano a scontri di pattuglie e bombardamenti dell’artiglieria. L’1 novembre viene tentato un attacco al “caposaldo della chiesa”, come viene
definito nei documenti ufficiali: è difeso da mitragliatrici, mortai,
campi minati e filo spinato, e la compagnia “L” deve rinunciare; il 4
novembre riprovano le compagnie “I” e “K” con un attacco dalla parte
del cimitero, arrivano a 70 metri dall’obbiettivo ma sono respinte.
Il 6 novembre il comando di reggimento ordina l’evacuazione di
tutti i civili presenti in zona di operazioni: 350 persone sono radunate
e inviate a Loiano. Questi i pensieri di un abitante che viene evacuato dai militari: Quello che era un paesaggio stupendo, ora appariva
come un unico grande cratere; non più traccia di vegetazione, non un
segno di vita. L’abitato di Gorgognano, appariva come un rigonfia40
Il colle di Gorgognano dove sorgela la chiesa (foto Roberto Nanni).
mento del terreno e nulla più. Il campanile, il nostro campanile, con
metà delle guglia asportate, resisteva ancora, scheletrico, spettrale.
Indugiai su tutto ciò che mi era stato caro e famigliare, poi, con il
cuore stretto, mi unii alla lunga colonna di profughi(1).
Continuano le scaramucce in zona: scontri a Casa Sevizzano, Casa
Trieste, quota 361, Casa Torriani, ma il “caposaldo della chiesa” rimane saldamente in mano ai tedeschi. Viene la neve, Natale, il 133° reggimento viene ritirato dalla prima linea e mandato in riposo a
Montecatini. Quando ritorna al fronte il 12 gennaio… è sempre
davanti alla collina della chiesa di Gorgognano!
Il tempo migliora, l’aviazione può dare una mano, vengono fatti i
preparativi per l’avanzata in primavera; finalmente, il 16 aprile 1945,
dopo un furioso bombardamento e due giorni di attacchi, gli americani riescono a “stabilire un appiglio sulle rovine della chiesa di
Gorgognano”. Da notare come è variata la dizione ufficiale del posto,
non più “caposaldo della chiesa” ma “rovine della chiesa”, dopo quasi
sei mesi di bombardamenti da una parte e dall’altra, non deve essere
rimasto molto in piedi…
Dopo tanta stasi, il fronte si muove: il 18 aprile vengono sbaraglia41
ti i tedeschi, il 21 la 34a è a Bologna. Gorgognano cade nell’oblio: la
distruzione è totale, gli abitanti che ritornano trovano solo buche e
macerie. Chiesa e borgo non verranno ricostruiti, un po’ alla volta la
natura riprende possesso di questi luoghi.
Passando ora in zona, non si immagina certo che su quell’anonima
collina un tempo vi fosse la Pieve di San Giovanni Battista, solo una
attenta osservazione permette di rintracciare qualche superstite pietra.
È rimasto solo il cimitero, dimesso da tempo, in stato di abbandono.
Ma le radici evidentemente sono tenaci, e questo cimitero, con la cappella invasa dai rovi, non è stato dimenticato da chi ha i propri cari
qui sepolti, e viene regolarmente visitato per ricordare chi ha vissuto
in questo fazzoletto di Appennino.
Un quaderno, una sorta di “diario”, raccoglie i pensieri di chi
passa: è sull’altare nella cappella; le annotazioni spaziano dal ricordo
per chi non c’è più alla protesta per lo stato di abbandono della struttura, eccone alcuni:
11/11/2000 - M. A. nata a Gorgognano è ritornata dopo 55 anni a
visitare il luogo di nascita
23/12/2000 - Qui a Gorgognano hanno vissuto prima della guerra
mio padre e la mia famiglia (nonni e zii). Lui si chiamava C. Al., mio
nonno C. Ar. C. G.
2000 - Al sig. Sindaco del Comune di Pianoro chiediamo di far
pulire un pò il cimitero. Grazie D. L. M.
01/11/2002 - Visita alle nonne e sorelle. Grazie per ciò che è stato
fatto sperando che migliori. G. F. G. E. G. A.
02/04/2004 – È molto triste vedere un disordine del genere: in questa terra ci sono nonna e due sorelle. G. A.
Di questa comunità, di questo centro religioso, entrambi carichi di
secoli di storia, nulla è rimasto se non qualche pietra sbrecciata e
qualche foto ingiallita: solo la memoria degli uomini tiene viva la
fiamma del ricordo di tempi, persone e luoghi oramai scomparsi.
Spero con questo mio scritto di aver alimentato la fiammella.
P.S: in cima al colle ci sono un paio di alberi di noce che danno
dei frutti particolarmente profumati, ottimi da raccogliere il 24 giugno
(S. Giovanni Battista) e da mettere in infusione per ottenere il “Nocino
di Gorgognano”, mentre il pastore che abita poco distante prepara il
“Pecorino di Gorgognano”…
Note
(1) Testimonianza raccolta da Don Orfeo Facchini nel libro “Monte delle Formiche”, editore
Renografica, Bologna 1990
42
Il cimitero di Gorgognano oggi (foto Mirko Sita).
Bibliografia
-
Serafino Calindri – Dizionario Corografico d’Italia – Bologna, 1781-1783
Le Chiese Parrocchiali della Diocesi di Bologna – Bologna, 1844-1851
CAI Bologna – L’Appennino Bolognese – Bologna, 1881
Raffaele Della Casa - Bollettino della Diocesi di Bologna, anno 2 n° 2, Nov. 1911
Giovanni Carpani – Storia di Pianoro – Bologna, 1975
O. Facchini e G. Marchetti – Monte delle Formiche – Bologna 1990
Internet
www.34infdiv.org/history/133inf/
(le coordinate citate nel sito fanno riferimento alla cartina IGM dell’epoca, diversa dall’attuale)
43
La torre Orologio
di Castiglione dei Pepoli
di Michele T. Mazzucato
Nella piazza principale del centro storico di Castiglione dei Pepoli
si possono ammirare il Torrione e il Palazzo della Ragione, fatti costruire dalla famiglia dei PEPOLI nel XV secolo su progetto dell’architetto
MARCHESINO QUONDAM JOANIS DE CENTO, ospite dei PEPOLI nel 1473, e
da sempre sede dei governi locali succedutesi nei secoli. Sul lato
opposto della piazza s’innalza invece la Torre dell’Orologio Pubblico.
Questo orologio meccanico fu voluto, con molta probabilità, dal marchese GIOVANNI PAOLO DEI PEPOLI (1667-1748). Ciò viene desunto dall’informazione lasciataci dal conte trapanese AGOSTINO SIERI PEPOLI
(1848-1910), della presenza cioè nella parte superiore della campana
L’orologio solare della Palazzina in una foto del 1938
44
1901
1916
La Torre dell’Orologio Pubblico di Castiglione dai primi del Novecento a oggi
45
dell’orologio della seguente epigrafe “+ Joanne Paulo Marchione
Pepuli Comite et Regente Castilionis. Anno 1724.” All’interno della
Torre dell’Orologio vi era anche un Teatro, una piccola sala di cui oggi
si è persa ogni traccia in seguito al sovrapporsi di ristrutturazioni e rifacimenti interni ed esterni alla struttura della Torre.
La facciata della Torre ha subito nel proseguo degli anni varie trasformazioni, di cui è possibile rendersi conto guardando le immagini
a corredo di questo scritto. Si può notare la presenza del motto latino
semper optime nella facciata del 1916, oppure l’arricchimento con
stemmi del comune (al centro, sotto l’orologio), dei Savoia (cantonale
sinistro) e del fascio (cantonale destro) nella facciata del 1930. Da
notare, visibile nell’immagine più recente, l’indicazione delle ore 4
segnata in cifre romane IIII anziché IV, che non è un errore, ma una
scelta estetica retaggio dell’antica orologeria e per non confondere le
ore IV con le ore VI per un’occhiata sbadata da parte del viandante.
La facciata della Torre, come la vediamo oggi, risale alla fine degli
anni ‘80 del XX secolo, quando venne inserito il nuovo quadrante in
sostituzione di quello precedente da sempre dipinto e anche venne
sostituito l’apparato meccanico con uno più moderno al quarzo. Il
precedente, di produzione italo-tedesca, era stato introdotto nel 1928
ed è ancora in sito e perfettamente funzionante. Esso richiedeva la
paziente e costante ricarica ogni tre giorni. La manutenzione, la revisione e la regolazione dell’orologio viene ancora oggi effettuata, per
conto dell’Amministrazione Comunale, dalla famiglia STEFANINIRIGHETTI proprietaria di uno dei negozi di orologeria più antichi di
Castiglione dei Pepoli.
Sulla medesima piazza, tra la Torre dell’Orologio e il Palazzo della
Ragione, si trova la Palazzina(1), fatta anch’essa costruire nel XVIII
secolo da GIOVANNI PAOLO DEI PEPOLI quale ampliamento del Palazzo:
nella facciata meridionale restano le tracce di un orologio solare con
stilo polare risalente ai primi anni del XX secolo(2).
È intorno all’anno mille che si fa risalire la data di nascita dell’orologeria meccanica. Alcuni indicano il 996 a opera di un ignoto monaco occidentale, altri l’anno 1086 quando il mandarino SU-SUNG progettò e costruì in Cina una grande torre astronomica segnatempo, in
legno e alta più di nove metri. Oltre a indicare la posizione degli astri
batteva le ore e le frazioni di ora con congegni meccanici alimentati
da un ingombrante e complicato meccanismo ad acqua. Invenzioni,
migliorie e perfezionamenti successivi portarono alla fine del XIII
secolo alla realizzazione dei primi grandi orologi da torre per i campanili delle chiese. Fra i primi esempi italiani si ricordano quello del
convento di San Domenico a Orvieto (1305), delle chiese di San
Eustorgio (1306) e di San Gottardo in Corte (1335) entrambe a Milano.
Questi nuovi strumenti per la misura del tempo ebbero una immedia46
ta diffusione tanto che per DANTE ALIGHIERI (1265-1321) l’orologio
meccanico era già una realtà ben nota. Infatti in due luoghi della
Divina Commedia dice:
Indi, come orologio che ne chiami / nell’ora che la sposa di Dio
surge / a mattinar lo sposo perché l’ami, / che l’una parte e l’altra tira
e urge, / tin tin sonando con sì dolce nota, / che ‘l ben disposto spirto
d’amor turge; / così vid’io la gloriosa rota / muoversi e render voce a
voce in tempra (Paradiso, X, 139-145); e: E come cerchi in tempra
d’orïoli / si giran sì, che ‘l primo a chi pon mente / quïeto pare, e l’ultimo che voli (Paradiso, XXIV, 13-15).
I primi orologi meccanici delle torri civiche o delle chiese scandivano la giornata delle varie comunità con i rintocchi delle campane e
non avevano la mostra(3), ossia il quadrante dove poter leggere le ore.
Successivamente apparvero il quadrante, la lancetta dei minuti e solo
nel XIX secolo quella dei secondi, indice della maggiore precisione
raggiunta. Da segnalare che esiste, unico nel suo genere in Italia, un
museo degli orologi da torre. Esso si trova a San Marco dei Cavoti
(Benevento) e raccoglie gli orologi da torre recuperati dal maestro artigiano SALVATORE RICCI.
Note
(1) I lavori per la costruzione della Palazzina iniziarono nel luglio 1700 e nel 1724 non erano ancora terminati a causa di contemporanee spese dei proprietari e pressioni fiscali da parte del governo di Bologna.
(2) L’orologio solare venne realizzato sopra a un grande stemma pepolesco dipinto a fresco entro
un mantello principesco che ancora si vedeva, seppur deteriorato, alla fine del XIX secolo.
(3) La parola mostra è rimasta nella lingua francese come montre per indicare l’orologio.
Bibliografia
ARBORIO-MELLA F., La misura del tempo nel tempo, Hoepli, Milano 1990
AA.VV., Macchine orarie, Ist. Beni Culturali, Bologna 2000
AA.VV., Saluti da Castiglione de Pepoli e dintorni, Castiglione dei P.li BO 1986
GUIDOTTI P., Il castiglionese dei Pepoli, CLUEB, Bologna 1998
MAZZUCATO M.T., “I fasti dei Pepoli”, Riv. Savena Setta Sambro n. 14/1998 pp. 25-29
MAZZUCATO M.T., “Gli orologi solari di Castiglione”, Rivista Savena Setta Sambro n. 18/2000 pp.
43-45
PALTRINIERI G., Calendario lunario, Calderini-Edagricole, Bologna 2000
47
Autunno 1944: ordine di sfollamento
a Castiglione dei Pepoli
di Giulia Nicoletti
Il presente scritto è tratto dalla tesi di laurea, premiata dal nostro
Gruppo di Studi, che l’autrice ha sostenuto nell’anno accademico
2002-2003 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di
Bologna col titolo Sacerdoti, comunità e guerra nell’Appennino bolognese 1943-45.Tra le fonti che l’autrice ha utilizzato per la stesura
della tesi vi sono i diari della Comunità dehoniana di Bologna sfollata
in quel periodo a Castiglione dei Pepoli. E proprio ai diari appartengono i brani in corsivo che seguono. Un primo estratto è stato pubblicato sul n.. 28 / 1° sem. 2005 della rivista col titolo 8 settembre 1943
a Castiglione dei Pepoli (per un involontario errore l’anno è indicato
invece come 1944: ce ne scusiamo con i lettori).
La casa (della Comunità dehoniana) di Castiglione era stata appena
ripulita dallo sporco, dal letame e dal disordine lasciato dall’ultimo
scaglione di tedeschi, talmente disgustoso da poter essere paragonato
allo stato della canonica di don Abbondio dopo il passaggio dei
Lanzichenecchi, descritto nei “Promessi Sposi”, quando cominciò a
serpeggiare in paese la notizia di un prossimo ordine di sfollamento:
Oggi circolano ancora più insistenti le voci di sfollamento. Verso
mezzogiorno passa una colonna di sfollati da Montepiano e perciò le
suddette voci acquistano sempre maggiore credito… Dopo poco padre Negri e frate Dal Lago tornano portando la nuova dello sfollamento del paese ordinato dalla autorità germanica per l’indomani. Immediatamente dopo aver abbozzato un istante i nostri piani, ci mettiamo al lavoro con le maniche rimboccate a fine di mettere a sicuro,
dal saccheggio delle truppe, tutte le cose di qualche valore. Sono le
9.30 di sera in un buio folto rischiarato ogni tanto da qualche fioca luce di candela perché la luce elettrica in questi momenti richiamerebbe l’attenzione degli apparecchi che rombano sopra le nostre teste. È
un lavoro febbrile, disperato. Cominciamo con l’ammonticchiare tutti
i paramenti di Chiesa e di Sagrestia con candelieri e candele. Si passa
quindi alle stoviglie e chincaglierie di cucina. Si apre un nuovo rifugio
sotto il corridoietto che conduce alla cantina e dopo avervi nascosto
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pentole, bicchieri, casseruole
e cento altre cose chiudiamo
tutto con la grossa pietra
smossa e la cementiamo. Finito questo lavoro, ci gettiamo
sopra i sacchi di farina, di riso,
zucchero e pasta. Quelli troppo pesanti li dimezziamo.
Molto riso dai sacchi viene
versato nelle damigiane vuote
e poi via al rifugio che da tempo avevamo immurato pur lasciando un pertugio sufficiente a ricevere un sacco da quintale. Il trasporto è difficilissimo
perché si deve accedere salendo sopra una catasta di legna
che abbiamo ammassato contro l’imboccatura liberata per
il momento solo nella misura
necessaria a introdurre la roba. È una fatica che ammazza.
Piove sudore da ogni porro
della pelle e sembriamo tanti
mugnai coperti di farina dai
capelli fino alle scarpe. Le mani sanguinano, la gola è riarsa
Fino al settembre 1944 funzionava un regolae le tempie battono forte. Si
re servizio di avvistamento di protezione
antiaerea stradale, a cui era addetto apposivuota l’ultima bottiglia di vino
to personale (foto Archivio storico Comunale
che è rimasta dopo aver tanto
di Castiglione dei pepoli - ASCC).
economizzato nelle settimane
passate. Un momento di sosta
e poi si riprende con moltiplicato ardore. Le suore hanno intanto preparato tutta la biancheria distribuita in piccoli fagotti e poi noi la mettiamo al sicuro. Battono le tre di notte e ormai siamo alla fine.
Qualche ora domani mattina e quindi valigia in ispalla attraverso
campi e prati per raggiungere i confratelli di Burzanella (dove già era
sfollata una parte della Comunità dehoniana, n.d.r)
La grande preoccupazione è quella di salvare i tre grossi suini che
grugnano nel loro porcile inconsciamente. Siamo disposti a cacciarceli avanti a bastonate verso Burzanella piuttosto che lasciarli preda
dell’appetito dei soldati. Alle tre ci buttiamo vestiti sopra i nostri letti e
alle quattro siamo di nuovo in piedi(1).
La pagina del 12 settembre prosegue nel racconto delle conse50
Alla fine di settembre il servizio di avvistamento antiaereo, dopo ripetuti bambardamenti, cessa. Presto sarebbero arrivati gli Americani (foto ASCC).
guenze provocate dal provvedimento: la gente è completamente disorientata, nessuno sa a quale partito appigliarsi; la sera precedente
erano stati distribuiti dei foglietti che contenevano istruzioni precise
circa lo sfollamento, stabilendo che questo doveva essere effettuato tra
il 12 e il 17 settembre, a meno che non arrivasse entro questo tempo
il corpo di “pulizia” [sic] germanico, nel qual caso il termine perentorio per lasciare le abitazioni era fissato nel limite delle sei ore. Volendo
chiedere chiarificazioni sul da farsi è lo stesso cronista che decide di
recarsi al comando e lungo il tragitto si imbatte in un soldato tedesco
e ne riconosce un viso noto: ne avevo fatto la conoscenza due mesi
addietro in casa nostra in una cordiale conversazione di mezz’ora.
51
Avendogli chiesto spiegazione della sua presenza in paese, viene a
sapere che il soldato era stato incaricato di accompagnare i profughi e
che a quest’ora avrebbe già dovuto essere in viaggio con i
Castiglionesi se non fosse giunto ieri sera tardi un ordine che sospendeva per il momento lo sfollamento.
La notizia si diffonde in un baleno tra la gente la quale comincia a
rasserenarsi un poco. Alle dieci e mezzo un soldato passa per il paese
e comunica ufficialmente che lo sfollamento non verrà più effettuato.
La popolazione si abbandona a grande gioia quasi liberata da un incubo che la schiacciava(2).
La stabilità, la possibilità di perdurare in uno stato emotivo di gioia
dinnanzi alla notizia che garantisce, almeno in una certa misura, l’ancoramento ad alcune certezze fondamentali, come quella del diritto a
conservare la propria casa e i beni materiali e affettivi in essa contenuti, erano merce rara in tempi come quelli, e il più delle volte il processo di disillusione inizia il suo corso in modo inaspettato e certamente precoce. Passarono poche ore dalla notizia della sospensione
che sopraggiunge un altro allarme:
…il prolungato e lacerante sibilo di cinque granate ci avverte che il
fronte è vicino e che si prospettano pericoli fin’ora sconosciuti. I
proiettili vanno a cadere a 200 metri da casa nostra sopra la strada
bolognese. Lontano romba forte il cannone e l’orizzonte è illuminato
dai bengala e dalle vampe delle bocche di fuoco e dal brillamento
delle bombe(3).
Il mattino successivo ci fu appena il tempo di recarsi al rifugio, precedentemente preposto allo scopo di proteggere la roba da furti e
abusi, per porvi le ultime cose, quando
…a un tratto si ode un fragore assordante, le mura tremano come
brutalmente percosse dalla mano di un gigante e parecchi vetri cadono frantumati… Dopo un quarto d’ora si ripete la lezione accompagnata questa volta da mitragliamenti e spezzonamenti…
Viene ferita alla schiena una povera giovane che viene tosto soccorsa e trasportata a Bologna. Verso mezzogiorno un terzo bombardamento. Il paese è deserto. Tutti coi bambini sulle spalle o in braccio,
con un involtino sulla schiena sono fuggiti nel bosco. Noi in fretta consumiamo il pranzo a secco e poi ci sottraiamo al pericolo, prendendo,
ad imitazione dei paesani, la via della macchia.
Saliamo fino in cima sopra la pineta di dove contempliamo un serrato duello d’artiglierie tedesche e inglesi. Il passo della Futa e i monti
circostanti sembrano camini fumanti. Le vallate echeggiano sinistramente. La serrabanda infernale non ha fine per tutto il giorno. Verso
notte i colpi si fanno un po’ più radi. Noi scendiamo dalla pineta verso
le 17. P. Franzini con fr. Dal Lago e fr. Pistoia sono partiti per
Burzanella perché si è deciso di ridurre al minimo indispensabile il
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numero di quelli che rimangono a Castiglione sotto il pericolo. Siamo
appena rientrati in casa che il rumore sordo di un apparecchio a bassa
quota ci avverte che è tempo di scendere al primo piano. Non siamo
ancora giunti che esplodono gli ordigni lasciati cadere dall’aereo, il
quale dopo aver assolto il suo compito si allontana presto. Il pericolo
si fa sempre più vicino e serio. Verso le 18 ci poniamo a cena. Sul più
bello balziamo in piedi e ci precipitiamo agli angoli della stanza perché il sibilo tagliente e premonitore delle granate che fendono l’aria ci
avverte che siamo sotto i tiri del cannone. Di lì a pochi istanti ai sibili
seguono le esplosioni terrorizzanti. Sembrano spaventosi colpi di
maglio con cui un titano percuotesse una casa. Alle prime esplosioni
seguono altre poi altre ancora. Dopo dieci minuti il fuoco infernale
cessa. Su due piedi si decide di lasciare la casa e di portarci a dormire nel nuovo stabile che la famiglia Cassarini(4) ci ha offerto. Uscendo
di casa vediamo che i pochi rimasti nel nostro quartiere ci avevano
preceduto nella decisione perché s’allontanavano con qualche materasso sulla schiena. Da essi veniamo a sapere che un pover’uomo il
quale abitava a pochi passi da noi era stato colpito da una scheggia ed
era già spirato. Dopo aver vissuto tali momenti di emozionante tensione non era certo facile il sonno. Difatti poco si dormì perché gli
apparecchi volavano bassi poco sopra i tetti delle case e davano a tutti
l’impressione che l’ala della morte volesse in questa notte sfiorare
minacciosa sopra tutto il paese(5).
Immersi in tanto affanno, tenuamente rinvigoriti da qualche ora di
sonno, il mattino successivo riescono a celebrare la Messa presso una
famiglia, poi il lavoro della giornata è già stabilito nel trasportare la
roba conservata nel rifugio; nessuno fa mancare la sua opera, nemmeno i padri riguardo ai quali il cronista commenta: Scena veramente nuova contemplare tre preti attorno a un carro tirato da buoi, e nemmeno i tedeschi che oltre a prestare volentieri carro e buoi aiutano a
portare a destinazione la roba. La scena successiva ha una certa spettacolarità, diviene uno spaccato di comicità in mezzo a pagine tanto
dure e angoscianti, e per conservar l’immediatezza e l’ironia del linguaggio lascio alle parole stesse della cronaca la narrazione:
Alle 16 cacciamo fuori a bastonate i tre suini con l’aiuto del papà
del chierico Borsi. Le tre bestie si manifestano di una ostinazione insospettata. Avrei mai creduto che il maiale fosse tanto testardo. Il mulo
al paragone è docile e intelligente. Ogni fossetta, ogni più modesto
buco terrorizzava i bestioni i quali fuggivano, ansimando e grugnendo, in tutte le direzioni. Dopo aver ricevuto una dose di inesorabili
randellate il più grosso si sdraia in un fosso e gli altri due si buttano
sopra di lui. Li lasciamo riposare un poco poi facciamo calare sulle
schiene bertose i nostri bastoni. Ma queste misure non bastano a deciderli di muoversi e allora chi li afferra per le orecchie e chi per la coda
53
e chi continua a far piovere loro
addosso una carica di legnate ben
nutrita. Finalmente si muovono. Ad
un tratto ci vengono incontro tre
tedeschi e ci manifestano il proposito di volerne comprare uno. Noi
naturalmente rifiutiamo ogni mercato. Allora vedendo che era inutile
insistere un soldato estrae una corda
e sta per afferrare ad una zampa uno
dei nostri tre capitali. Allora si estrae
di tasca il divieto di requisizione
scritto e sottoscritto dallo stesso
Comando di Piazza e lo si mette
sotto il muso di quello scimunito il
quale non aveva ancora capito che
non era possibile che noi ci mettessimo così temerariamente in tale
Ordine del Governatore Militare per
avventura senza essere sicuri del
lo sgombero di uno stabile che
fatto nostro. Quello lo legge mezzo
sarebbe stato poi occupato dalle
forze alleate (foto ASCC).
allibito e ce lo riconsegna con una
smorfia di delusione. Riprendiamo il
cammino che se volessimo descrivere in tutta la sua lunghezza e fatica non finiremmo più.
Giunti poco vicino alla meta il più grosso dei bestioni sbuffanti
come vaporiera si butta sotto una siepe e rifiuta ostinatamente di procedere. Questa volta non vale nessun argomento, né quello del riposo, né quello del bastone. Si tira, si spinge, si picchia. Tutto inutilmente. Allora si cacciano avanti con qualche carezza gli altri due
meno pesanti e uno attende col terzo in mezzo al sentiero di campagna. Fr. Tomasi corre a casa a prendere una grossa cassa in cui deponiamo la renitente bestia, il tutto collochiamo su di una scala e avanti a spalla fino al nuovo porcile. In una impresa che ci costò fatica
parecchia, rabbia non poca, e quattro belle ore di tempo. Ma la spina
era levata”(6).
Note
(1) Cr. Cast., 11 settembre 1944.
(2) Cr. Cast., 12 settembre 1944.
(3) Ibidem.
(4) Si tratta del sig. Cassarini che scrive il diario, di cui dispongo come fonte; cfr. nota n° 15.
(5) Cr. Cast., 13 settembre 1944.
(6) Cr. Cast., 14 settembre 1944.
54
Ennio Marchi. Breve storia
di una grande vita
di Giovanni Marchi
Medico a Vado per mezzo secolo
è rimasto nel cuore e nel ricordo
della sua gente come un padre
Ennio Marchi nacque a Castel
del Rio, sull’Appennino romagnolo, in provincia di Bologna, il
26 agosto del 1916. Il padre
Augusto era lo stimato fabbro del
paese, la madre Antonietta Zuffa
era ostetrica di condotta. Il ruolo
dei genitori nella formazione del
carattere di Ennio fu grande. Dal
padre, valente e ingegnoso artigiano e indefesso lavoratore,
apprese l’importanza del lavoro
manuale e il rispetto della dignità
dell’uomo a prescindere dalle
condizioni sociali e culturali.
Augusto, socialista, osservante
delle antiche e nobili tradizioni
libertarie romagnole, gli inculcò
il senso della libertà di pensiero e
la ripulsa di qualsiasi forma di
assolutismo. La coccarda rossa
con la quale Ennio comparve a
scuola agli albori del ventennio
fascista, espresse quella volontà
paterna di incidere indelebile
nella mente del figlio il sentimento d’appartenenza a una cultura:
quella della Libertà.
La madre Antonietta era animata da profonda fede religiosa; trattavasi di una religiosità aliena da eccessi formalistici ma profondamente cristiana nell’impegno caritatevole. La sua attività di ostetrica fu
autentica missione; ella fu un personaggio leggendario a Castel del
Rio, dove svolse per oltre quarant’anni la sua onorata professione.
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Ennio trasse da Antonietta “la Levatrice”(1) profonde lezioni di vita. Da
lei provenne il primo impulso verso l’arte medica che quella donna
praticava con abnegazione e scienza.
Gli anni della fanciullezza, nell’ambiente salubre di Castel del Rio,
furono sempre un caro ricordo per Ennio. Alieno per carattere da qualsiasi affettazione, non dimenticò mai i sentimenti sinceri della vita di
campagna e i semplici ma nobili principi della cultura di paese: onestà, rispetto della parola data e delle persone, umiltà. Regole antiche
ma eterne. In quegli anni felici, di vita all’aria aperta, di amicizie mai
dimenticate, nacque l’interesse per lo sport: il podismo, il salto, soprattutto il ciclismo, la disciplina più amata, l’autentica passione sportiva
della sua vita.
Gli anni degli studi superiori portarono Ennio lontano da Castel del
Rio, Antonietta e Augusto scelsero, coraggiosamente, per quel figlio
valente negli studi, una scuola di alto profilo. Il Nobile Collegio
Belluzzi di San Marino era un istituto prestigioso dove si educavano i
giovani con competenza e rigore. Meta obbligata di rampolli di famiglie benestanti di antiche tradizioni, quella scuola severa aveva nel
ginnasio-liceo classico il suo fiore all’occhiello. Ennio conobbe in
quelle aule il greco e il latino, si misurò con le stringenti valutazioni
degli insegnanti la lingua italiana, raggiunse una encomiabile conoscenza della lingua e della letteratura inglesi. Il ragazzo di campagna
stupì: vinse una medaglia quale miglior studente di lingua e letteratura greche, fu proficuo e vivace in tutte le materie, mostrando un interesse per i classici inglesi che non lo avrebbe mai più abbandonato.
Terminati con successo gli studi liceali, la scelta della facoltà universitaria cadde sul corso di laurea in Medicina. Alla medicina il giovane Marchi era chiamato da un profondo interesse umano e scientifico e da un retaggio spirituale indelebile: mamma Antonietta era stata
una maestra di vita, un modello da seguire. L’iniziazione all’arte medica fu gratificante: lo studente trovò la materia appassionante nella teoria e valida ragione di vita nelle applicazioni pratiche. Nacque in quegli anni il desiderio di praticare la medicina nel più autentico spirito
del giuramento ippocratico: come servizio, come missione. Marchi
bruciava le tappe per raggiungere al più presto il momento in cui
avrebbe potuto porre al servizio della gente la dottrina appresa, ma
gravi e sanguinose vicende – siamo all’inizio degli anni ’40 – stavano
sconvolgendo l’Europa e congiurando per ritardare l’agognato obiettivo. L’austera tranquillità dell’ateneo bolognese fu sconvolta dagli
eventi bellici, che videro tanti studenti vestire la divisa. Ennio fu chiamato alle armi alla fine del ’41 e, terminato il corso d’allievo ufficiale,
nel ’42 fu assegnato, sottotenente, al comando di un plotone dell’80°
fanteria di Mantova sul fronte russo(2).
Il giovane Marchi negli anni ’30 – gli anni dei consolidamento del
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regime fascista – aveva cercato di evitare ogni partecipazione consensuale alla politica di quel regime. In quei tempi bui e conformistici egli
omise di iscriversi al P.N.F. e, memore degli insegnamenti paterni,
ascoltò con orecchio assai critico l’insensata e roboante propaganda
bellicistica, propedeutica ai tragici eventi della guerra mondiale.
Ancor di più fu sconvolto e disgustato dalle leggi razziali e dal vedere
diversi suoi compagni e insegnanti, pur valenti e preparati, gravemente discriminati in quanto ebrei. Partecipò quindi alla guerra per dovere di servizio, non certo per convinzione. Da italiano e da ufficiale,
vestì però la divisa con onore.
Il fronte russo, crudele nel clima e nel furore bellico, vide quel giovane sottotenente distinguersi per la benevola comprensione di sottoposti e prigionieri, per le capacità di comando e per il coraggio
mostrato in numerose occasioni davanti al fuoco nemico. Memorabile
fu il durissimo scontro notturno che oppose il plotone Marchi a un
reparto di fanteria d’assalto sovietica. All’alba, vittorioso, il plotone italiano concesse ai superstiti russi di raccogliere pacificamente i propri
morti rimasti sul campo. Un cavalleresco “onore delle armi” a un
nemico sconfitto ma coraggioso.
Il battesimo del fuoco e l’iniziazione al coraggio del fronte russo
furono una scuola di vita assai importante per il nostro. Marchi, in una
fredda notte trascorsa con i suoi uomini in una pericolosa operazione
di ricognizione, esposti al rischio di un attacco alle spalle dei temibili
reparti d’esplorazione sovietici, promise che, tornato indenne in
patria, si sarebbe consacrato alla Medicina nel modo più autentico e
disinteressato. Sarebbe corso ovunque un sofferente avesse chiesto il
suo aiuto, prescindendo dal compenso, dagli onori, da qualsiasi beneficio mondano. Quella promessa il medico Ennio Marchi mantenne
con scrupolo. Rientrato in patria per portare a termine gli studi egli si
laureava nel 1943.
Non aderente alla Repubblica di Salò riuscì, non senza rischio e
fortuna, a sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La liberazione della zona
di Castel del Rio nel ’44 lo vide assumere il suo primo incarico sanitario ufficiale: fino alla primavera del 1945 fu aiutante del medico condotto del luogo, ruolo che ricoprì anche per parte del ’46, senza designazione ufficiale, per puro spirito volontario. Le testimonianze ricordano la premurosa attività svolta dal dott. Marchi nell’esercizio della
sua professione in quel paese devastato dalla guerra e invaso da profughi di ogni provenienza, quel paese che lo aveva visto nascere e al
quale ora si dedicava con competenza e passione.
All’inizio del 1947, la scelta che avrebbe dato una svolta alla sua
vita. Non si trovava un medico che volesse occuparsi di una delle
zone più disastrate dalla guerra dell’Appennino bolognese: Vado di
Setta. Fedele al suo impegno, Marchi si offerse con entusiasmo e Vado
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lo accolse con amore. Il paese era distrutto, esangue, i campi minati
ancora attivi martoriavano la popolazione, ovunque rovine, bombe
inesplose, dolore. Una situazione sanitaria e umana a dir poco terribile. In quegli anni di ferro il dott. Marchi costruì la sua leggenda. Non
conobbe il giorno e la notte, né pasti regolari né riposo, si espose a
ogni rischio, sopportò ogni fatica. Ovunque qualcuno soffrisse, egli si
prodigò, ovunque ci volle un medico, questi ci fu. Sono ormai storia
le serpentine nei campi minati con la mitica moto Guzzi 250, la sua
attività di ostetrico di chirurgo di consolatore di afflitti.
Alcuni neonati venuti alla luce sui monti, in case isolate, ebbero dal
dottore il battesimo cristiano che chiunque può impartire in condizioni di emergenza. Molti di costoro sono tuttora viventi. L’attenzione per
i neonati e i bambini – che fu espressa nella specializzazione in pediatria – lo portò a progettare e a far costruire rudimentali incubatrici
domestiche per i neonati prematuri, salvando così la vita a chi, nelle
terribili condizioni di quegli anni, non sarebbe altrimenti sopravvissuto. La stima e la simpatia che la popolazione locale gli manifestò fu
conseguenza dello zelo, della competenza, del disinteresse che il dott.
Marchi espresse in ogni momento della sua attività professionale. Le
testimonianze furono e sono a tutt’oggi innumerevoli. Quel paese
distrutto ebbe nel suo medico una sicurezza e una speranza.
Qualcuno, in un tempo in cui le istituzioni, le autorità, i servizi erano
ancora assenti o assai precari, era in ogni momento a disposizione
della gente. Per spirito di servizio, per senso del dovere, per carità cristiana o laica quest’uomo, questo medico, lenì le ferite di un popolo e
lo aiutò a rialzarsi in piedi.
Da allora, per mezzo secolo, il dott. Ennio non ha mai smesso di
curare la sua gente. Instancabile anche nella opera di prevenzione
sanitaria, si occupò con passione della prima infanzia. Diresse i consultori pediatrici di Gardelletta, Pian di Setta e Monzuno, ricevendo
dall’O.N.M.I. una medaglia e un encomio per la prestigiosa attività
svolta. Fu medico di reparto delle FF.SS. in un tempo in cui gravi incidenti sul lavoro turbavano la vita delle famiglie dei ferrovieri del luogo.
Lo ricordano con affetto i ciclisti del paese, attivo anche come medico sportivo, lo ricordano coloro i quali, senza alcuna malattia organica che li affliggesse, cercarono e trovarono dal Dottore una parola di
conforto, un consiglio, un chiarimento esistenziale, l’abbraccio di un
padre o di un fratello. Fu grande psicologo, seppe curare lo spirito oltre
che il corpo e dare ai suoi pazienti-amici, il senso della speranza nella
guarigione e in un futuro migliore.
Il suo prodigarsi, i suoi numerosi incarichi, incisero profondamente nella sua vita privata: in mezzo secolo – quelle nozze d’oro con la
Medicina – al cui compimento ricevette una medaglia d’oro
dall’Ordine dei Medici di Bologna – il dott. Marchi non si concesse
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mai due giorni consecutivi di ferie. Nell’adempimento della sua missione l’aiutò con amore e premura la moglie Pinuccia, “Stella Polare”
della sua vita, portata all’altare alla fine del 1954 e sempre con lui
nella buona e nella cattiva sorte per 42 anni.
La storia del dott. Marchi è la storia di una grande vita. Terminati
gli anni eroici e pionieristici della ricostruzione, il “Dottore” – questo
ormai il suo nome per antonomasia – svolse la sua professione con
immutato impegno ed entusiasmo, come vocazione, come missione
assoluta, ogni giorno della sua esistenza. Chi lo ha conosciuto e amato
ricorda che anche negli anni più recenti fu costantemente al servizio
dei suoi pazienti con la sua competenza, la sua umanità, il suo rigore
scientifico, con quella capacità di cogliere il senso autentico del dolore che, nel corso degli anni, si era fatta compartecipazione ancora più
intensa e profonda.
Ennio Marchi morì, dopo breve malattia, il 12 aprile del 1996,
lasciando dietro di sé l’amore e il dolce rimpianto di chi l’aveva conosciuto e amato. Ai suoi funerali, attorno alla sua famiglia, si sono stretti con calore e struggente affetto i cittadini di Vado e tanti, tanti suoi
antichi pazienti che a Vado non abitano più.
Note
(1) Antonietta Zuffa era anche chiamata la belia, cioè la balia, la levatrice appunto.
(2) L’80° Reggimento di Fanteria facente parte della Divisione Pasubio.
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Padre Bernardino Maria Piccinelli
di Angelo Naldi
Un nostro conterraneo in procinto
di salire agli Onori degli Altari.
Ricordi del nipote nel primo
centenario della nascita
Eccellenza e Monsignore sono
i titoli che gli competono quale
Vescovo Titolare di Guadiaba e
Ausiliare di Ancona; ma per tutti
coloro che l’hanno conosciuto
era, ed è ancora, semplicemente,
padre Bernardino. Molto probabilmente sarà chiamato così
anche quando, conclusa la causa
di beatificazione in corso(1), avremo il privilegio di onorarlo come
Beato.
Non intendo qui fare il ‘panegirico’ di questo servita del quale
papa Paolo VI, nella lettera di
nomina a vescovo, scrisse: Ben
note sono le virtù di questo pio,
umile, caritatevole, esemplare
pastore di anime. Aggiungere
alcunché alle lodi espresse dal
più alto magistero della Chiesa,
sarebbe del tutto pleonastico e
fuori luogo. Racconterò invece
Monsignor Bernardino Maria Piccinelli,
qualche aspetto della sua infannato il 24 gennaio 1905 al Fornello di San
Benedetto, morto il 1° ottobre 1984 ad
zia e alcuni particolari che testiAncona.
moniano il suo amore per la
nostra montagna. Lascio all’agiografia ufficiale di approfondirne, come si suol dire, ‘vita, morte e miracoli’ (e nella fattispecie i termini sono particolarmente appropriati!)
Dino, questo il suo nome di battesimo, cambiato in Bernardino
Maria all’atto di abbracciare la vita religiosa, nacque il 24 gennaio
1905 al Fornello(2) di San Benedetto Val di Sambro da Agostino e da
Adalgisa Marsigli, che già avevano due bambine: Caterina, nata il 18
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Padre Bernardino e la sua famiglia nel 1917. In senso orario: Beppino Laffi (padre), Clara,
Dino (padre Bernardino), Nello, Rosina, la madre Adalgisa, e, al centro, Caterina).
Febbraio 1900 (che andrà poi sposa a Francesco Naldi del Mulino di
Mandrullo) e Rosina, nata il 18 Agosto 1903 (che andrà monaca nelle
Suore Mantellate, assumendo il nome di Suor Lelia).
La nascita di Dino fu molto festeggiata: era il primo maschio; ma
soprattutto perché al sesto mese di gravidanza la mamma subì un for61
tissimo spavento (rischio di caduta per l’improvviso imbizzarrirsi del
cavallo che stava montando) e a seguito dell’accaduto non avvertì più,
per oltre un mese, movimenti del feto e relativi battiti cardiaci. Inoltre
la gestazione si protrasse fino al decimo mese e ormai si paventava la
premorienza del bambino, con gravi rischi anche per la salute della
mamma. Fortunatamente invece tutto si risolse positivamente, senza
conseguenze di sorta(3).
La prima infanzia di Dino, delle sue due sorelle e del fratellino
Nello, nato nel 1906, non fu fortunata: nel 1907 babbo Agostino, già
sofferente di ‘mal di cuore (a quei tempi le diagnosi erano del tutto
generiche), morì a 32 anni di età, lasciando alla giovane vedova, oltre
al gravoso compito di allevare - da sola - i quattro figli, ancora tanto
piccoli, anche l’onere - del tutto nuovo per lei - di gestire i due poderi di proprietà condotti dai contadini, nonché il bestiame e le porzioni di terreno fino ad allora curati direttamente, con l’aiuto di lavoranti, da Agostino. Ovviamente mamma Adalgisa non poteva che appoggiarsi alla propria famiglia, i Marsigli del Casone, trovando particolare
aiuto nel fratello maggiore Alfredo, a quel tempo ancora scapolo, che
fu, segnatamente per Dino, un secondo padre.
Per alcuni anni Dino visse quasi sempre al Casone e conservò un
vivo e caro ricordo di quei suoi anni d’infanzia. Durante gli stessi
sbocciarono i primi germogli di sensibilità religiosa, indotti anche dal
cristiano sentire e dalla generosità verso i bisognosi che aleggiavano in
famiglia: a Dino piaceva dormire in camera con lo zio Alfredo perché
gli raccontava tanti episodi della Bibbia e gli insegnava delle belle preghiere. I rudimenti della carità evangelica li apprese invece da zia
Àlida (sorella nubile di mamma Adalgisa, addetta ai lavori di casa). Al
riguardo padre Bernardino esplicitava spesso questo suo ricordo: al
Casone c’era l’abitudine di consentire a tutti i puvrètt della zona di
svernare nella stalla o nel fienile della cascina. Ogni mezzogiorno
veniva loro offerta una minestra calda e alla sera qualche fetta di
polenta; in cambio venivano richiesti dei lavoretti saltuari del tipo ‘spagliare la paglia’ e ‘governare il bestiame’. Dino aveva chiesto più volte
a zia Àlida il perché del generoso trattamento riservato a quei personaggi, ottenendo sempre la risposta che i diseredati debbono essere
aiutati perché in ciascuno di loro si nasconde Gesù. Convinto da questa asserzione, ben volentieri Dino aiutava la zia nell’operazione di
riempimento dei ‘baracchini’(4) dei singoli poveretti e familiarizzava
con loro; spesso però diceva tra sé: “Ma Gesù è proprio bravo a
nascondersi. Io non riesco mai a vederlo!”
Nel 1911 Dino ritornò stabilmente al Fornello; stavano per cominciare, anche per lui, gli impegni scolastici. In montagna, a quei tempi,
le scuole c’erano soltanto nelle frazioni più popolose: erano pluriclassi e si limitavano ai primi tre corsi elementari. Dino, insieme con le
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sorelle e con il fratellino, frequentò quelle di Cedrecchia che erano le
più vicine al Fornello. ‘Vicino’ è un po’ eufemistico: andare e tornare
da Cedrecchia ogni giorno a piedi, specie d’inverno e con il brutto
tempo, era quasi un’impresa!
Il rientro di Dino era motivato, oltre che dall’inizio della scuola,
anche dall’assetto di serena normalità che, fortunatamente, la famiglia
era riuscita a riprendere. Mamma Adalgisa aveva deciso di far eseguire importanti lavori di ammodernamento della casa; ne affidò la realizzazione a un giovane capomastro di Pian del Voglio: Beppino Laffi.
Data la distanza esistente tra la località di residenza e quella di lavoro, dopo un breve periodo di avanti-indietro giornaliero, Beppino si
rese conto che non poteva proseguire così: per poter seguire, ed eseguire, a dovere i lavori gli era necessario alloggiare al Fornello.
Mamma Adalgisa, pur di non perdere l’ottima prestazione professionale del capomastro, fu consenziente ad accordargli vitto e alloggio
per sei giorni la settimana. Si avviò così un assiduo contatto tra
Beppino e i bambini: il giovanotto dimostrò subito molta comprensione e affettuosità nei confronti di quei quattro bei bambini, orfani di
padre, e loro lo ricambiarono con piena sincerità.
La sintonia venutasi a creare tra Beppino e i bambini risvegliò in
mamma Adalgisa un sentimento che riteneva ormai morto e che, invece, la bontà d’animo di Beppino riaccese in pieno. Una sera, dopo la
consueta recita del Rosario, Dino si rivolse a Beppino: “Ma perché voi
non siete il mio babbo?,, e il giovanotto, di rimando: “Non lo so, chiedilo a tua mamma!”. Questa guardò Caterina (era la più grande e, contrariamente a Dino e Nello, aveva ben vivo il ricordo di babbo
Agostino) e quando vide nel suo viso un atteggiamento di consenso,
rispose, senza riuscire a nascondere viva commozione: “Bambini, se
voi siete d’accordo, anche per me va bene che Beppino sia il vostro
nuovo babbo”. Ogni volta che mia mamma, Caterina, raccontava questo episodio, concludeva: “Vi assicuro che quella serata fu per tutti noi
la più bella della nostra infanzia.”
Fu così acquisito un nuovo papà! L’unione di Beppino e Adalgisa fu
allietata dalla nascita di altre due bambine: Clara, nata il 10 maggio
1912 (che andrà, anche lei, nelle Suore Mantellate, prendendo il
nome di suor Adelia) e Marcellina, nata il 9 gennaio 1914 (che andrà
sposa a Inno Nanni di Valle di Sambro). Anche gli affari ripresero un
soddisfacente andamento. Adalgisa e Beppino cominciarono a riflettere sul da farsi per poter garantire ai figli un futuro sereno. Convennero
entrambi che il presupposto essenziale era fornire loro un adeguato
grado di istruzione, cosa assolutamente irrealizzabile restando al
Fornello.
Decisero che era necessario trasferirsi in città; ne parlarono con
don Adolfo e don Pietro Marsigli, rispettivamente arciprete e cappel63
lano di San Paolo Maggiore, in Via Carbonesi, a Bologna. Erano zii di
Adalgisa. Si dissero d’accordo con il progetto della nipote, promisero
il loro interessamento per riuscire a trovare un’adeguata opportunità di
lavoro a Beppino e un alloggio dignitoso per l’intera famiglia. Gli zii
mantennero la parola: per l’inizio dell’anno scolastico 1914-1915 la
casa, in via Santo Stefano 91, era disponibile e nello stesso periodo
Beppino veniva assunto presso il Pirotecnico Militare di Bologna.
L’idea del trasferimento in città creò nei ragazzi un entusiasmo indicibile; fu però anche l’occasione per far incorrere Dino in uno strafalcione rimasto famoso: mamma Adalgisa aveva un fratello frate
dell’Ordine dei Servi di Maria, padre Anselmo Marsigli(5), che trascorreva le vacanze estive con i conti Ranuzzi, nella loro residenza di Pian
del Voglio. Da qui gli era abbastanza comodo raggiungere i fratelli al
Casone e la sorella al Fornello. Durante una di queste visite, stava
intrattenendosi con i nipoti e chiese a Dino: “Il prossimo anno, che
classe fai?” e il ragazzino, con sussiego e parlando in italiano: “Signor
zio, non lo sapete che andiamo a Bologna e che io farò la coperta?”
“Che cosa? La coperta?” chiese lo zio, che non capiva. E Dino: “Sì, la
coperta; la terza l’ho già fatta!” Quest’ ultima frase chiarì l’equivoco:
in dialetto, l’ordinale femminile ‘quarta’ e il sostantivo ‘coperta’ hanno
identica fonìa; Dino riteneva di aver correttamente tradotto in italiano
il numero ordinale quérta del nostro dialetto. Ricordo che l’aneddoto
fu raccontato da padre Anselmo nel corso di un pranzo tenutosi in suo
onore al Casone tra tutti i parenti, nell’estate del 1950, durante il suo
rientro in Italia per l’Anno Santo. Sia lui che padre Bernardino al ricordo del fatto risero a crepapelle.
Al tempo del trasferimento a Bologna, Dino aveva poco meno di
dieci anni, aveva già imparato a servire Messa e più volte aveva manifestato l’intenzione di farsi sacerdote. I prozii di San Paolo Maggiore
apprezzavano molto quel ragazzino sempre puntuale e compunto a
servir Messa, sempre voglioso di partecipare alle funzioni religiose.
Cominciarono a pensare che poteva essere il caso di indirizzarlo alla
vita ecclesiastica; ne parlarono alla nipote, cui non parve vera l’idea
che il suo Dino potesse diventare un ministro di Dio.
Ottenuto il consenso di mamma Adalgisa, don Adolfo decise di presentare il nipotino al Rettore del Seminario: colse l’occasione di una
festa della sua parrocchia per organizzare una cena cui avrebbe presenziato monsignor Rettore; chiese alla nipote di farvi partecipare
anche Dino. La cosa suscitò grossa preoccupazione nel ragazzo: lui
non aveva mai neanche visto una cena ‘in punta di forchetta’; era contento che i prozii volessero presentarlo a Monsignore, ma era terrorizzato all’idea di sbagliare alcunchè e di fare, conseguentemente, brutta figura. Mamma Adalgisa, con il grande buon senso che la contraddistingueva, trovò la soluzione al problema: “Non ti devi preoccupa64
re, Dino! Faccio venire con te Caterina; ti starà vicino e se tu dovessi
sbagliare, te lo farà capire.Guarda sempre come fa lei e vedrai che
tutto andrà bene.”
Mamma Adalgisa si recò a ringraziare, doverosamente, don Adolfo
per la premura avuta e per la grande opportunità offerta a Dino. Colse
altresì l’occasione per far presente allo zio che riteneva sarebbe stato
opportuno che Dino venisse accompagnato da Caterina per evitare di
fargli attraversare da solo, di sera, il centro della città. Don Adolfo si
disse d’accordo e aggiunse che se, oltre ad accompagnare Dino,
Caterina si fosse fermata a cena, lui ne sarebbe stato ben lieto
(Adalgisa tirò un sospiro di sollievo: tutto poteva svolgersi come lei
aveva progettato).
La sera stabilita, Caterina e Dino si presentarono in parrocchia e la
cena ebbe inizio. C’erano, oltre ai familiari di don Adolfo e don Pietro,
diversi preti e monsignor Rettore; era rimasto vuoto il posto di don
Pietro. Don Adolfo lo scusò: aveva dovuto andare a far visita a un
infermo; sarebbe rientrato quanto prima.
Tutto procedeva per il meglio. Monsignore fece varie domande a
Dino, che rispose a tono. A Caterina sembrava che il fratello stesse
facendo un’ottima figura. Verso la fine della cena, prima che venisse
servita la frutta, rientrò don Pietro: salutò tutti scusandosi per il ritardo,
si sedette al suo posto – di fronte a Dino – e la cameriera gli servì il
primo (un bel piatto di passatelli in brodo). Subito dopo portò in tavola, per gli altri commensali, un cesto di mele. Dino ne prese una e
stava portandola alla bocca; un colpetto sui piedi e un’occhiata di
Caterina gli fecero capire che stava sbagliando: si guardò intorno e
vide che tutti avevano piantato la forchetta nella mela e che stavano
sbucciandola col coltello. Evidentemente anche lui doveva fare così;
posò quindi la mela nel piatto e fece l’atto d’inserirvi la forchetta. Forse
non centrò bene la mela, forse non dosò bene la pressione della mano,
fatto si è che il frutto decollò dal piatto di Dino e ricadde in quello,
non ancora vuoto, di Don Pietro. Che disastro! Passatelli e brodo dappertutto! Specie sulla veste talare del cappellano, sulla tovaglia e qualche spruzzo anche addosso a monsignor Rettore. Dino divenne all’istante rosso come un peperone e, forse anche per la tensione accumulata, non riusciva a profferire parola. Restò impietrito come una statua. Caterina avrebbe voluto sprofondare e sparire, ma ciò nonostante
si diede da fare per aiutare don Pietro a ripulirsi e Dino a riprendere la
sua normalità e a scusarsi adeguatamente.
Tutti, dopo i primi momenti di grande imbarazzo, cercarono di
minimizzare l’accaduto e di consolare, senza successo, Dino e
Caterina. Finalmente, quando Dio volle, la cena finì e tornando a casa
i due ragazzi poterono dar sfogo a tutto il loro ‘magone’ scoppiando
in un pianto dirotto. Padre Bernardino concludeva sempre così questo
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Padre Bernardino ad una fontana con una piccola parente.
racconto:“Tutto merito di quella mela se oggi sono un Servo di Maria
e non un prete secolare. Evidentemente la Madonna ha voluto così.”
Da quella brutta sera Dino non ebbe più il coraggio di presentarsi alla
chiesa di San Paolo Maggiore. Chiese allo zio padre Anselmo di poter
frequentare e fare il chierichetto nella sua chiesa: la basilica di Santa
Maria dei Servi, in Strada Maggiore. Padre Anselmo fu ben lieto di
accontentarlo. Qui Dino trovò la sua via; da qui il 13 ottobre 1917
(giorno reso famoso per l’apparizione della Madonna, a Fatima) Dino
partì per il Seminario Servita di Montefano (Macerata).
Passarono ben 11 anni prima che a Dino fosse concesso di ritornare in famiglia: durante tutto l’iter di avvicinamento al sacerdozio (ginnasio, liceo, noviziato, voti semplici, voti solenni, ordini minori, suddiaconato, diaconato, studi teologici fino al conseguimento della laurea in Sacra Teologia presso l’Ateneo Romano di Propaganda Fide)
rimase sempre lontano da casa e questo fu per lui un grande sacrificio:
amava troppo la sua famiglia, la sua terra, i suoi monti e ne sentì molto
la mancanza. In seguito cercò di ritornare il più spesso possibile a
Madonna dei Fornelli; per quanto io ricordi, le vacanze estive padre
Bernardino le ha sempre trascorse qui, nella casa costruita da babbo
Beppino negli ultimi anni ’20. Non ha mai mancato a questo appuntamento: anche negli anni della seconda guerra mondiale, anche negli
ultimi anni della sua vita nonostante il precario stato di salute e la
grave afasia che l’aveva colpito. Cercava di essere presente anche il 19
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marzo, onomastico e concomitante genetliaco di babbo Beppino, e il
9 settembre, giorno della tradizionale fiera locale.
La presenza di padre Bernardino era sempre occasione per patriarcali raduni conviviali di tutta la parentela; di solito, durante gli stessi,
zio Ernesto (il fratello minore di mamma Adalgisa), uno dei migliori
suonatori di ‘fisarmonica a bottoni’, della montagna, si esibiva in tutte
le variazioni del bal spéc,: Ruggeri, Tresca, Trescone, Giga, Runcastelda, Manfrina, ecc. A padre Bernardino quella musica piaceva moltissimo; diceva che era connaturata con la nostra montagna e che evocava il profumo dei campi arati e il caldo della trebbiatura nell’aia.
Durante quei bei pranzi spesso emergeva un’altra passione di padre
Bernardino: il dialetto. Per lui era una vera e propria lingua, più diretta e sintetica dell’italiano. Una sua esemplificazione al riguardo: fér la
mèscla. È una locuzione che non ha corrispondente in italiano; non è
‘fare il broncio’, non è soltanto ‘star per piangere’. È fér la mèscla,
punto e basta. Spesso chiedeva a noi nipoti più piccoli di rivolgerci a
lui in dialetto ed era molto dispiaciuto di non riuscire più a parlarlo
fluentemente, per dissuetudine.
Un’altra cosa di cui era innamorato: l’acqua delle nostre sorgenti.
Noi nipoti sapevamo che quando padre Bernardino arrivava, appena
sceso dalla corriera ed entrato in casa, il regalo che gradiva maggiormente era trovare sul tavolo una bella caraffa d’acqua dei Piròt, fresca
che appannasse la superficie esterna del recipiente.
Tutte le mattine, subito dopo la Messa, andava a piedi a bere un
abbondante bicchiere d’acqua a una delle varie fontane: ei Duzìn,
situata in un bosco tra il Fornello e il Casone, “ei Piròt,,, ubicata nell’abitato di Madonna dei Fornelli, sul confine dei campi di Enrico
Venturi e di Federico Musolesi, la Ca’ Nóva, sulla strada per Castel
dell’Alpi. Immancabilmente dopo una bella bevuta esclamava soddisfatto: “Laudato si, mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile, et
humele, et preziosa et casta”(7).
Durante i soggiorni a Madonna dei Fornelli, il suo apostolato sacerdotale non fletteva d’intensità, anzi aumentava; era solito dire: “Va
bene l’allegria, vengano pure i bei pranzi; ma io non posso dimenticare che sono un operaio della vigna di Dio.” Si dedicava quindi alla
predicazione dei tridui preparatori delle varie feste patronali, che d’estate si svolgono in molte località della montagna. Diceva che erano
quelle le occasioni per gettare il seme delle vocazioni religiose. È
impressionante il numero di ragazzi che, trascinati dal suo carisma e
dal suo esempio, hanno intrapreso il cammino che porta ad abbracciare la vita religiosa nei Serviti e di questi una cospicua aliquota è
giunta al sacerdozio(7).
Mi sia consentita un’ultima puntualizzazione: a oltre 20 anni dalla
morte, il ricordo in Ancona di padre Bernardino è ancora vivissimo. Il
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12 giugno 2003 il Corriere Adriatico (il quotidiano di Ancona) scriveva: …i 48 anni trascorsi in Ancona resero padre Bernardino la persona più conosciuta e amata della città… In precedenza la stampa locale e regionale aveva dato risalto a vari eventi eccezionali della vita di
padre Bernardino, quali: gli oltre 30 anni di parroco della chiesa cittadina del Sacro Cuore; il salvataggio dai nazisti del famoso rabbino
Toaff, responsabile negli anni ’40 della Sinagoga di Ancona; la nomina, su richiesta di tutti i partiti politici, ad Assessore per l’Assistenza
nella prima Giunta Comunale del dopoguerra; i 15 anni di ministero
episcopale; il conferimento della medaglia d’oro del comune di
Ancona, con la motivazione di “Insigne benefattore della città”.
Caro zio, dal Fornello ne hai fatta di strada. Ora, coraggio, fai il
passo più prestigioso e importante: ti vogliamo Beato!
Note
(1) Padre Mario Azzalli, Vice Postulatore della causa di Beatificazione di Padre Bernardino, nel
2004 ha asserito che la Causa è oltre la metà del suo iter.
(2) Le note biografiche ufficiali su padre Bernardino lo dicono nato a Madonna dei Fornelli; l’indicazione è approssimativa: la sua casa natale è al Fornello, borgatina vicina , ma ben distinta da
quella in cui è ubicato il Santuario.
(3) L’episodio è stato raccolto, dalla viva voce di padre Bernardino, anche da don Dario Zanini che
l’ha riportato alle pagine 100 e 101 del volume La Madonna di Boccadirio, edito da Edizioni
dell’Immacolata, Pontecchio Marconi, 1980. Il felice esito dell’accaduto viene attribuito a una
‘grazia’ della Madonna.
(4) Così venivano chiamate le gamelle personali, sostitutive dei piatti, utilizzate per contenere e trasportare le singole porzioni di cibo.
(5) Padre Anselmo Marsigli (1876-1964), dopo 20 anni di ministero sacerdotale nella chiesa di
Santa Maria dei Servi in Bologna, andò missionario nello Swaziland (Africa del Sud) ed ivi restò
per 40 anni (dal 1924 al 1964); fu un grande portatore di civiltà in quelle terre selvagge.
(6) Dal Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi.
(7) Elenco i discepoli di padre Bernardino, originari di parrocchie vicine a Madonna dei Fornelli,
diventati sacerdoti nell’Ordine dei Servi di Maria: i fratelli padre Amedeo e padre Fernando
Marchioni della Fonte di Valgattara, i fratelli padre Agostino e padre Ugo Poli di Ca’ del Bosco di
Zaccanesca, padre Amedeo Piccinelli del Fornello (cugino di Padre Bernardino),padre Luigi Poli
dei Castagneti di Madonna dei Fornelli, padre Luigi Barbieri di Monzuno, padre Domenico
Musolesi di Zaccanesca, i fratelli padre Pietro e padre Paolo Gabrielli di San Benedetto Val di
Sambro, compaesani dei seguenti: padre Pellegrino Quarenghi, padre Marco Aldrovandi, padre
Domenico Nascetti (che fu cappellano militare dell’Armir in Russia e Medaglia di Bronzo al valore militare). Senz’altro l’elenco è incompleto; chiedo scusa per le involontarie omissioni.
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La scomparsa di tre pittori dell’Appennino
tra ricordo e memoria
di Gian Luigi Zucchini
C’è prima o poi per tutti un’ultima stagione, segnata dalla malinconia e dal silenzio. Quella dell’estate 2005 lo è stata per tre artisti del
nostro Appennino, che nella loro vita artistica hanno fermato i tempi,
le luci, i profili di queste terre da essi profondamente sentiti e vissuti.
Per primo ci ha lasciato Giuseppe Gagliardi. Una fine ormai attesa
dallo stesso pittore, che da diversi anni “aveva la valigia già pronta”,
come era solito dire con rassegnata serenità parlando amichevolmente in dialetto con gli amici. Gagliardi era nato nel 1902, un anno dopo
la morte di Giuseppe Verdi, quando erano ancora viventi Giosue
Giuseppe Gagliardi ritrae l’Appennino (1995).
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Carducci, Giovanni Pascoli,
Giovanni Verga, e Claude
Monet iniziava a dipingere la
serie delle ninfee a Giverny,
mentre Picasso da due anni si
era trasferito stabilmente a
Parigi e frequentava l’ambiente di Montmartre insieme agli
ultimi impressionisti. Oltre un
secolo di vita (è morto a 103
anni), contrassegnata dal duro
lavoro di ferroviere, ma dedicata anche in gran parte alla
pittura. A Monzuno frequentò
lungamente il gruppo che si
era formato intorno a Ilario
Rossi, sviluppando tuttavia un
suo percorso straordinariaGiuseppe Gagliardi, festeggiato a Monzuno in
mente pervaso da un lirismo
occasione del suo centesimo compleanno.
di lievissima traccia chiarista,
scandito soprattutto dall’originalità singolare di alcuni colori, che facevano subito distinguere la sua
pittura, come il rosa fragola e un tenerissimo verde, quasi sempre presente in molti suoi dipinti. A Trasasso, dove abitava per lunghi periodi
dell’anno, osservava le albe schiarire il crinale lontano dei monti, e ne
indagava il variare della luce in lunghe, quasi meditative osservazioni.
Nacque così la serie delle albe, in cui il figurativo si annullava nel cromatismo di un informale naturalistico, mentre poi continuava la produzione di opere in cui emergeva, tra il tenero profilo dei paesaggi o
i delicati abbozzi delle nature morte, quel “timbro chiaro” di cui aveva
parlato Francesco Arcangeli. Certo che se fosse vissuto lui…, diceva
spesso Gagliardi intercalando il discorso con qualche battuta in dialetto. E lasciava poi sospesa la frase, come a dire che se il critico non
fosse scomparso prematuramente, la sua pittura avrebbe avuto un
destino diverso, cioè più diffuso, più sostenuto anche da mercanti
importanti, essendo questa di notevole qualità e di originalità impareggiabile. Ricorderemo sempre la sua massiccia figura, il suo sorriso
aperto, e il basco ampio, da pittore antico. E il suo ricordo ci rimanderà alle albe chiare, alle nevicate sfuse nella luce argentea degli
inverni, alla dolcezza silenziosa delle nature morte e dei fragili fiori
che egli lungamente e variamente dipinse nel percorso della sua vita.
Poi, pochi giorni dopo Gagliardi, è scomparso all’età di ottant’anni
Walter Alvisi, distrutto in pochi mesi da un improvviso male incurabile. Con lui scompare uno degli ultimi, o forse addirittura l’ultimo, rap70
Una delle ultime opere di Raffaele Bartoli, pittore (così amava definirsi), monzunese
prematuramente scomparso a settembre.
presentante di quel gruppo di artisti che a Bologna avevano continuato un domestico postimpressionismo di impronta ancora macchiaiola.
Insieme con Marzocchi, Fiori, Pizzirani, Fioresi, Protti e altri, di cui in
qualche modo era amico, e di alcuni dei quali conservava in casa diversi dipinti o disegni, aveva coltivato da autodidatta la pittura, creando deliziosi quadretti che quasi sempre riproducevano i viottoli, i bo71
schi, le aperte lontananze della zona di Monzuno, dove
amava soggiornare per lunghi
periodi soprattutto durante l’estate. In quelle stagioni così
fervide di impegni artistici, frequentava Ilario Rossi e altri
pittori, che insieme costituivano quasi un cenacolo monzunese, una specie di scuola dove peraltro ciascuno si esprimeva secondo il proprio sentire. Le belle luci intrise di sole,
o il verde intenso dei cespugli
e dei boschi brillavano sulle
sue tele di varia dimensione,
insieme talvolta a qualche nevicata sfiorata da luci d’alba o
di crepuscolo, a mazzi di fiori
campestri, ad atmosfere addolcite da un delicato sentimento della natura. Era, quella di Alvisi, una pittura serena,
senza ambizioni di ricerca o
di innovazione sperimentale.
Dipingeva le cose così come
le vedeva e sentiva, con quella amabilità che era anche del
suo carattere, aperto al dialoWalter Alvisi: abilmente ha sputo cogliere nei
suoi dipinti le tipicità dei colori e delle lumigo, senza presunzione e senza
nosità delle terre bolognesi.
sussiego. Una pittura minore,
si potrebbe dire di quella di
Alvisi, ma piacevole, aggraziata e delicata nella sua dolcezza di altri tempi, di cui ancora, nei percorsi dell’Appennino, si può trovare concreta traccia in angoli di paesaggio quasi dimenticati, testimonianza di una natura sincera che pure, talvolta, si presenta con l’intatta originalità con cui egli la riproduceva nelle sue opere.
Infine, a settembre, ci ha lasciato sgomenti la scomparsa improvvisa, a cinquant’un anni, di Raffaele Bartoli, abitante a Trasasso, a pochi
chilometri da Monzuno, pittore, come egli stesso si definiva in un’intervista concessa tempo fa proprio a questa rivista, della montagna e
nello stesso tempo del mondo. Un artista geniale, aperto all’universo
vastissimo dell’immaginario, che amava lavorare con i bambini, e che
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dai bambini coglieva pure quell’originalità che connotava spesso la
sua pittura. Aveva dipinto paesaggi delle sue montagne, per molto
tempo, le case rustiche che sopravvivevano, cogliendone le screpolature, le ferite che il tempo aveva irreparabilmente provocato nella pietra, gli intonaci cadenti e sfusi nel rovinio dei sassi che costituivano le
povere murature delle abitazioni. Poi la fantasia aveva sempre più
invaso la sua tavolozza, la pittura diventava fiaba e invenzione di colori e di forme, si sfrangiava nel territorio impalpabile e sconfinato della
fantasia. Di lui ricordo, tra gli ultimi più recenti incontri, la mostra a
Monzuno di lavori eseguiti da ragazzi con problemi che egli aveva
guidato nell’esecuzione delle pitture, e il suo entusiasmo per aver
lavorato con loro, acquisendo in questa attività allegria e serenità nell’impegno. C’era dunque in lui una vocazione pedagogica, che aveva
scoperto nell’arte, per la quale e con la quale comunicare non soltanto delle suggestioni emotive o razionali, ma anche sviluppare un intenso rapporto interpersonale, e un reciproco arricchimento comportamentale. Amava la musica e la poesia, che pure scriveva.
Collaboratore di questa rivista, rallegrava con la sua presenza gli
appuntamenti conviviali che di solito si tengono in occasione dell’uscita di ogni nuovo numero.
Gagliardi, Alvisi, Bartoli ci mancheranno e resteranno nel ricordo
di quanti hanno potuto conoscere il loro lavoro, sentendoli presenti
nell’amicizia e nella visione artistica che essi hanno coltivato per tutta
la vita.
Mentre questo numero di Savena Setta Sambro inizia il percorso tipografico che lo vedrà stampato a Natale, apprendiamo con dispiacere che
anche Carlo Caporale ci ha lasciato. Anche a lui dunque, montanaro di
adozione, dedichiamo un affettuoso ricordo e un attestato di stima. Per
conoscere l’artista rimandiamo alla puntuale presentazione che ne ha
fatto il nostro critico Gian Luigi Zucchini nel n. 16 della rivista: vi si potrà
leggere il percorso che lo ha portato dalla città alla montagna, dall’incisione all’acquerello, dai temi politico-sociali alla poesia del paesaggio.
Caporale era personaggio noto e amato nelle nostre vallate per aver
trascorso lunghi anni a San Benedetto Val di Sambro, proficui di intensa attività artistica. Lo si poteva incontrare con cavalletto e pennelli –
un omone sorridente e pacioso – davanti a edifici rustici, nelle viottole dei borghi, nei boschi, lungo il Sambro o il Savena, intento a dipingere una natura che gli era divenuta consueta e cara. E anche la gente
di montagna gli era diventata amica: da sempre impegnato nel sociale, si offriva a tenere corsi di pittura ovunque lo richiedessero, per
adulti, per ragazzi, nelle scuole, nelle biblioteche… E i più dotati li
seguiva, stimolava, accoglieva con le loro opere alle proprie mostre.
73
Fra i meriti che gli riconosciamo, segnaliamo il seguente, noto
a pochi e pur non minore: l’aver
avviato alla conoscenza di artisti
e pubblico la Loggia della
Fornace, galleria espositiva del
comune di Pianoro che in questi
anni si è creata un nome. Grazie
anche a lui, che per primo iniziò
a presentarvi i suoi preziosi
acquerelli assieme ai lavori di
artisti della montagna che sceglieva a suo giudizio come meritevoli. Mostre annuali che s’intitolarono significativamente Artisti
della Valle del Savena e che
richiamavano una quantità di
suoi estimatori, valorizzando la
nuova galleria. Per riconoscenza
La Loggia della Fornace intendeva dedicargli una retrospettiva
che sarebbe riuscita senz’altro
notevole per qualità e numero
delle opere – e la proposta lo
inorgoglì. Ma la malattia era in
agguato. S’aggravò in fretta, poi
anche s’ammalò la moglie.
Carlo Caporale alla Loggia della Fornace
di Pianoro, in occasione di una mostra di
Nonostante il progetto fosse
sue opere.
ormai nella fase di realizzazione,
sconsolato vi rinunciò – e alla
Loggia della Fornace ancora ce ne dogliamo. Valga questo omaggio a
supplire in parte il mancato compimento. (a.s.)
74
Alimentazione e gastronomia
nell’Appennino bolognese
di Cristina Bignardi
(…) L’Appennino settentrionale è formato da numerose vallate, sette
delle quali incidono sul territorio bolognese. Storicamente è una zona
che ha conosciuto numerose dominazioni e transiti di diverse civiltà:
dagli Etruschi, ai Longobardi, ai Canossa. Sono state numerose le guerre di contesa, per esempio tra i Longobardi e l’Esarcato di Ravenna, e
il motivo sta nel fatto che l’Appennino Bolognese è il valico più importante che collega il nord e il sud d’Italia (…)
La vita, un tempo, in questi luoghi non era facile; il reperimento del
cibo non era un dato scontato come ai giorni nostri, caratterizzati da
abbondanza, a volte eccessiva, che porta allo spreco. Il punto di partenza delle mie considerazioni è la cosiddetta Inchiesta Jacini, condotta in Italia dal 1877 al 1885 e diretta dal senatore conte Stefano
Jacini. Essa fu il primo tentativo organico di indagine sulle condizioni
agricole italiane, all’indomani della recente costituzione dello Stato
italiano. Per l’attuazione dell’inchiesta, il territorio nazionale venne
diviso in circoscrizioni, a capo delle quali fu nominato un commissario. La Sesta Circoscrizione è quella che interessa Bologna e la sua
provincia. Il commissario era il senatore Carlo Berti Pichat; alla sua
morte subentrò il marchese Luigi Tanari. Al volume è allegato uno studio speciale sul Circondario di Vergato, redatto dall’ingegner Gustavo
Zambonini. Dai dati emerge una popolazione per lo più dedita all’agricoltura. Gli operanti giornalieri erano molto più numerosi rispetto ai
mezzadri; l’emigrazione temporanea, durante i mesi invernali, verso la
Maremma era fondamentale per la sopravvivenza. La grande proprietà
terriera era nettamente inferiore a quella del resto della Provincia di
Bologna. La fertilità del suolo era relativamente buona, anche se in
taluni comuni, come Granaglione, essa diminuiva sensibilmente. La
coltura del castagno era predominante; nella Relazione dell’ingegnere Zambonini si legge che le varietà più diffuse erano le mascarine, le
selvatiche, le laiole, le pastanesi, le molane e le lizzanesi (Relazione
Zambonini, Jacini, 1881: 737-738). I sistemi di coltivazione e di rotazione privilegiavano l’alternanza tra frumento e marzatelli o granoturco. In alcune località si coltivavano patate, le cosiddette serontine; vi
75
erano coltivazioni di segale e orzo, usate per produrre farine da
mescolare al grano (ibid.: 744). L’azienda agricola media era di circa
tre ettari; nei poderi di discrete dimensioni si praticava la mezzadria,
con contratti che seguivano le regole stabilite dalla Provincia. Il contratto era annuale, veniva quasi sempre rinnovato e prevedeva la divisione a metà di tutti i prodotti, eccezion fatta per le castagne, che
erano al terzo. Però Zambonini osserva come alcuni proprietari volessero il contratto per le castagne al quarto. Il mezzadro doveva custodire e allevare, sempre a metà, il bestiame, ed era tenuto ai suoi debiti tempi (feste comandate) a fornire le cosiddette onoranze alla proprietà, ossia uova, carne suina e pollame. Erano presenti allevamenti
di bovini, ovini e caprini (predominanti), suini ed equini. I pastori
erano generalmente proprietari dei loro armenti, con utili annui di 6 7 lire per pecora (ibid., 737-750).
Tutta la zona dell’Appennino Bolognese era priva di qualsiasi attività industriale e questo incideva sulle condizioni sociali ed economiche dei suoi abitanti, che vivevano in condizioni di povertà, nutrendosi di farina di castagne, un poco di granoturco e latte prodotto dal
bestiame; le carenze nutrizionali erano altissime e le malattie da denutrizione diffusissime. Il marchese Tanari (Jacini, 1881: 232-237) al
riguardo osservò: Al monte niente vino o pochissimo; [...] pane
pochissimo e per lo più di mistura; qualche minestra di frumento condita con il lardo; molta castagna in polenta; molto granoturco (scambiato con castagne, per amore più che altro di varietà) sotto la stessa
forma; pochissima carne ovina e più di rado porcina; poche ortaglie,
uova, latte e formaggio: per quanto se ne può avere dall’orticello e
dagli animali domestici che si allevano. E l’ingegnere Zambonini
(Jacini, 1881: 750), nella sua relazione sul Circondario di Vergato scrisse: Il vitto dei pastori mezzadri, ed anche dei coloni proprietari, al mattino si compone ordinariamente di frumento o di farina di castagne;
dopo il Mezzogiorno di minestre di tagliatelle con o senza legumi;
riso, pane scuro, formaggio e latticini, carne di maiale e di pollame,
vinello o acqua. Sono parchi e sobri anzi che no, massime nei mesi e
né giorni in cui tacciono o sono lievi i lavori. Qualche rara volta fanno
uso di vino, ma con molta parsimonia. L’operaio o il bracciante giornaliero poi usa per lo più frumento, e spesso con assai poco condimento o companatico.
A questo quadro non certo esaltante, che peraltro riguardava tutta
la penisola, si aggiunse, ai primi del ‘900, la diffusione della pellagra,
il cosiddetto Male della Miseria, un’avitaminosi dovuta al monofagismo alimentare a base di mais, che flagellò gran parte della pianura
padana e altre zone d’Italia. I casi registrati in Appennino non furono
mai alti come in pianura. La malattia si diffuse a seguito di alcune cattive annate dei raccolti di castagne, che spinsero a vendere la poca
76
farina di castagne, che era più costosa, per acquistare quella di mais,
più economica; anche in montagna vennero istituite le Locande
Sanitarie, dove i pellagrosi potevano consumare buoni pasto per integrare la loro dieta carente (Antilopi e Facci, 1991).
Sulla base dell’Inchiesta Jacini, di interviste a persone che hanno
vissuto il Dopoguerra, e di ricerche portate avanti dai Gruppi di studio
di storia locale, si è potuto tracciare uno schema abbastanza veritiero
dell’alimentazione diffusa in Appennino sino agli anni del cosiddetto
‘miracolo economico’, che portò al progressivo abbandono di queste
zone. Questa era un’ economia autarchica: si produceva ciò che si
mangiava.
Il ruolo principale era delle castagne. Questa era per definizione
l’economia della castagna, un mondo tutto volto alla manutenzione
dei boschi del cosiddetto albero del pane, caratterizzato dai casoni o
canicci o metati, le costruzioni dove si seccavano i frutti, per poi macinarli al mulino, per avere la scorta di farina dolce per tutto l’inverno.
Nella sola Monghidoro, nel 1874, vennero censiti 24 mulini. Con la
farina di castagne si faceva la polenta, i necci o patolle, le frittelle cotte
nel lardo. Di necessità virtù, la castagna è stata per secoli la regina
della gastronomia montanara. Il suo valore nutritivo era molto buono
e garantiva alle popolazioni locali una discreta riserva nutrizionale.
Tabella 1 – Valore nutritivo della castagna fresca ed essiccata.
Il pane veniva fatto una volta la settimana, con il lievito madre.
Oltre al pane venivano preparate le crescente secondo necessità.
La carne suina costituiva la fonte principale di apporto proteico;
quando era l’epoca dell’uccisione del maiale, si faceva festa per ventiquattro ore. Si aspettava l’arrivo del norcino, che avrebbe ucciso l’a77
nimale e preparato i tagli della carne. Con il sangue della bestia venivano fatti i sanguinacci. Dalla carne si traevano i salumi: fegatelli, salsiccia buona e salsiccia matta nella rete, salamini, ciccioli morbidi e
ciccioli secchi, pancetta arrotolata, prosciutto, spalletta, coppa d’estate e coppa d’inverno, lardo, vesciche di strutto (le vesciche di maiale
venivano riempite di grasso bollente e messe in cantina quale riserva
di grasso, assieme a tutti gli altri salumi a stagionatura).
L’unico condimento era il lardo di maiale; l’olio era il grande assente.
Le arzdòre, reggitrici, avevano il compito di gestire i prodotti del
pollaio (uova e galletti). Quest’ultimi costituivano le colazioni sostanziose per chi, d’estate, era impegnato nei lavori più pesanti nei campi;
le uova, oltre a essere usate per la sfoglia e per frittate con la pancetta, venivano vendute nei mercati, consentendo l’acquisto di zucchero
e sale (unici beni non producibili nel fondo).
Altro compito delle donne era la cura delle mucche; con il latte
facevano formaggi destinati al consumo familiare, le caciotte e il
burro, fatto a mano, a forma di colomba.
I prodotti dell’orto, che i patti in enfiteusi della mezzadria e le antiche regole del sistema curtense lasciavano per intero al contadino,
costituivano un ulteriore companatico.
Nella montagna la bravura delle contadine in cucina è ancora oggi
ricordata con nostalgia; la fragranza del pane, delle crescente nelle
teglie, degli arrosti. Come ha osservato Massimo Montanari (1979:
289): La cucina è ‘arte’ a tutti i livelli sociali, e anche (verrebbe voglia
di dire: soprattutto) la ‘cucina povera’, apparentemente semplice, sottopone i cibi a complesse elaborazioni, tanto più necessarie (per variare e migliorare le vivande) quanto più il regime alimentare è semplice
e ‘monotono’.” E Vito Teti, a sua volta, osserva (1998: 74): “Se la cultura non è legata alla scrittura, la cucina non è legata ai libri di cucina. La cucina popolare è una langue, che, nonostante limitazioni pratiche e il suo carattere ‘conservativo’, è ricca di fantasia e inventiva.
[...] E difatti le ricette contadine rivelano livelli di sofisticatezza superiori a quelli delle élite. [...] Le fonti folkloriche ricordano l’abilità delle
donne dei ceti popolari riguardo alla lavorazione dei pani, delle paste,
dei dolci, alla preparazione di minestre, insalate, legumi, alla conservazione dei salami e degli ortaggi.
Un discorso a parte meritano le crescente nei testi, oggi chiamate
tigelle. Testo, dal latino testu, indica l’attrezzo da cucina usato per
cucinare la pasta lievitata; tigella è eccezione di tiella, variante del più
comune teglia, derivante dal latino tegella; quindi oggi il termine tigella viene usato per distinguere il prodotto, la crescenta, e non più l’arnese usato per la cottura. (Cenni e Pozzi, 1979: 62). In tutta la monta78
gna, sin dall’età medievale, vi era la tradizione artigianale di fabbricare i testi con l’argilla rossastra, indispensabile per dare alla teglia la
giusta tenuta; il procedimento di cottura prevede di mettere la pasta
tra i testi vicino al fuoco del camino (mai sulla stufa, anche in tempi
più recenti, perché li rovina). L’impasto originale è costituito da sola
acqua, farina e sale; niente lievito, perché la pasta, tra i testi, leva da
sola (ibid.: 64). Durante la lavorazione, sulle formelle crude veniva
inciso un simbolo caratteristico, la rosa di montagna, fiore a quattro o
sei petali ovali, con altri motivi geometrici (ibid.: 66; Filippi, 1983:
78). La particolarità è che questo simbolo, assieme ad altri a carattere
propiziatorio, compare negli architravi delle case – torri
dell’Appennino. Si tratta di una immagine antichissima, presente su
una stele etrusca databile dal 420 al 390 a. C., conservata al Museo
Civico Archeologico di Bologna (Forlani e Troncon, 2001: 25).
L’origine del simbolo è di difficile collocazione, in quanto è attestato
in tutta l’area indo-europea, e il suo significato di ancora più critica
comprensione. Per taluni sarebbe la figura che consente più facilmente di trasmettere i dettati della geometria euclidea. Per altri, essa
sarebbe legata a culti solari di civiltà preistoriche; la connessione rosasole sarebbe testimoniata dalla presenza del simbolo sugli architravi
di porte e finestre, aperture che consentono l’ingresso del sole in casa
(ibid.: 25-26).
Presentiamo ora due ricette tipiche dell’Appennino, per far riflettere, da una parte, sull’abilità culinaria nel realizzare piatti gustosi con
ingredienti ‘poveri’, dall’altra sulla capacità che, in un tempo di carenza di cibo, le persone avevano nell’elaborare ricette bilanciate, dal
punto di vista nutrizionale, e utili all’organismo, nonostante la mancanza di conoscenze mediche. Una sono i Matusij. L’altra è l’agliata
(Jeda), citata da Giulio Cesare Croce nella commedia in dialetto vergatese Matrimonio della Michelina da Vergato in Sandrello da Monte
Budello (“Mi n’arriu a qul’aià, fadla un poc qui vesin”).
Tabella 2 – Matusji.
79
È importante osservare come nella prima versione della ricetta,
molto più povera di ingredienti, sia previsto l’uso di farina di castagne,
mentre nella seconda sia raccomandata la farina di mais.
Tabella 2 – Agliata.
Si noti come la prescrizione dell’uso di noci fresche ricorra solo
nella prima versione della ricetta.
Oggi assistiamo ad un rapido cambiamento di sensibilità nei confronti del cibo; è sempre più importante la qualità di quello che mangiamo. Di fronte ai rischi di frodi alimentari, l’ansia verso gli OGM,
l’aumentata sensibilità ambientale portano il consumatore a un’attenzione sempre maggiore verso l’etichetta. È notevolmente accresciuta
l’importanza di un acquisto consapevole, di una conoscenza del
significato dei marchi (DOP, IGP, STG, BIO, ecc). Di fronte alle recenti leggi sulla tracciabilità della filiera produttiva, il consumatore deve
essere attento e informato; in modo particolare, il consumatore deve
essere edotto su cosa comporta per il produttore l’acquisizione di un
marchio e di quanto questo possa incidere sul costo del prodotto finito. Questo per poter essere in grado di fare raffronti tra i prodotti e il
loro diverso costo in rapporto alla qualità.
Pensando all’Appennino Bolognese, esso si presenta come un territorio estremamente ricco sul piano ambientale, storico e culturale.
Un turismo attento e selezionato potrebbe trovare estremamente interessante questi luoghi e i suoi prodotti. Inoltre, la vicinanza con
Bologna potrebbe favorire e dare impulso all’acquisto di prodotti locali da parte dei cittadini. Il pregio della ‘filiera corta’ è evidente: il con80
sumatore può controllare più facilmente i prodotti che acquista sul
mercato locale, vedendo gli animali e le condizioni di allevamento, le
modalità di coltivazione di frutta e verdura e ancora le modalità di trasformazione. In tal senso una messa in rete di aziende agricole, agriturismi, operatori del turismo rurale e della gastronomia potrebbe dare
un notevole impulso. Per meglio approfondire questo tema, riportiamo una tabella, tratta dall’VIII Rapporto Nomisma, che spiega quali
sono le modalità di reperimento delle materie prime e di trasformazione, in relazione ai vari marchi o alle tipicità dei prodotti.
Tabella 3 - La “mappa strategica” dei prodotti tipici (Fonte: elaborazioni Nomisma,
2000: 31)
In conclusione, si desidera sottolineare come casi eccellenti di produzioni locali non manchino; per citarne alcuni, il Consorzio di
Produttori di Montagnamica, nella Comunità Montana delle Cinque
Valli, o “Sua Maestà il Nero”, formaggio a pasta dura pluripremiato,
prodotto dalla Cooperativa “Santa Lucia” di Rocca di Roffeno. Le possibilità dell’ambiente, ancora in larga parte non toccato dall’inquinamento, e la tradizione agricola rendono possibili produzioni di nicchia, che potrebbero portare un notevole vantaggio economico e, se
abbinate a programmi di lancio turistico, a una notevole rivalutazione del territorio.
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Note
(1) Testo presentato al Convegno organizzato dal Lions Club “Valli Savena e Sambro”, Nella qualità alimentare il futuro dell’agricoltura in montagna, 20 maggio 2005. Il presente articolo è un
estratto della tesi di specializzazione del Master Universitario in Cultura dell’alimentazione –
Università degli studi di Bologna – conseguito dall’autrice, dal titolo: “L’Appennino Bolognese.
Ipotesi per la creazione di un marchio di prodotti locali”.
Bibliografia
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1991 “La pellagra a Porretta negli anni 1900 – 1904”, in “Nuéter”, n. 34 – 2, Dicembre, Porretta BO.
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Nozze della Michelina dal Vergato in Sandrello da Monte Budello. Con il pasto rusticane fatto a
tutti i parenti et amici, et gli ordini del banchetto, vivande, trattenimenti, et altre cose belle da
intendere. In lingua rustica del nostro contato, in Ferrara, per Vittorio Baldini, 1603.
Filippi, G.
1983 “La rosa in montagna”, in “La Mùsola”, n. 33, Anno XVII, Maggio, Lizzano in Belvedere –
BO.
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2001 “Simbologia e ornato nella case – torri dell’Appennino”, in “Savena Setta Sambro”, n. 21,
Anno XI, I semestre, Rastignano - BO.
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1881 – 1886 Atti della Giunta per la Inchiesta Agraria e sulle condizioni della classe agricola,
Forzani, Roma, Volume II, Fascicolo II e III (Edizione Consultata: Sala Bolognese - BO, Forni, 1978
– 1988).
Maioli, Giorgio, Roversi, Giancarlo (a cura di),
Alla ricerca dei sapori perduti nell’Appennino Bolognese, Sala Bolognese (BO), Forni, 1993.
Montanari; M.
1979 L’alimentazione contadina nell’Alto Medioevo, Liguori Editore, Napoli.
Nomisma
2000 VIII Rapporto Nomisma sull’agricoltura italiana. Prodotti tipici e sviluppo locale, Il Sole 24
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Sabattini, G.
1975 “I mangiari di una volta: zampanelle bianche, matusji”, in “Nuéter”, n. 1, Agosto, Porretta BO.
Teti, V.
1998 “Le culture alimentari nel Mezzogiorno continentale in età contemporanea”, in Storia
d’Italia, Annali, Vol. XIII, L’alimentazione, a cura di Alberto Capatti, Alberto De Bernardi e Angelo
Varni, Giulio Einaudi Editore, Torino.
Nella pagina accanto: anni Trenta a Brentese, borgata di Campeggio. Il grano è nell’aia in attesa della trebbiatura: si cavano mannelle di paglia per la treccia (foto
concessa da Anna Maria Salomoni).
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Gli agriturismi del nostro Appennino (5)
di Daniela Bernardi
Ben sei gli agriturismi a Pianoro
che vanta una storia antica
testimoniata da chiese,
castelli, torri
Il viaggio alla scoperta degli agriturismi delle valli del Savena, del
Setta e del Sambro arriva a Pianoro, dove questa forma di accoglienza
turistica ha trovato una buona diffusione, contando ben sei strutture
disseminate in un territorio a vocazione agricola. Vediamo allora cosa
offrono, prima di passare a una breve rassegna delle bellezze naturalistiche, storiche e artistiche del territorio di Pianoro.
La Canovetta del Vento, situata in via della Collina, è un’antica casa
colonica ristrutturata che, mantenendo intatta la sua struttura originaria, offre, oltre alla ristorazione, cinque camere con servizi arredate
con antichi letti in ferro e mobili in stile rustico. Al centro di un’azienda agricola che produce coi metodi dell’agricoltura biologica cereali,
ortaggi, frutta, miele, piante officinali, e alleva animali di bassa corte,
l’agriturismo propone i sapori della vecchia cucina bolognese. Nella
sala del ristorante, ricavata in una stalla con volte a vela, il menu offre
primi piatti, pane al farro e pane bianco, crescente bolognese e sformati cucinati utilizzando i prodotti dell’azienda e di altre aziende
biologiche della zona. Il ristorante è aperto sabato sera e domenica a
pranzo.
Le Ginestre, sulla strada che da Pian di Macina va verso Pianoro
Vecchio, in via Pietro Nenni, da circa vent’anni offre cucina tradizionale e ospitalità. L’idea iniziale dei proprietari era quella di vivere in
campagna: nel 1976 acquistano così un fondo agricolo che ben presto si converte al biologico. A metà degli anni Ottanta l’idea
dell’agriturismo: viene ristrutturata la stalla da cui si ricavano quattro
camere doppie e la sala ristorante dove si possono assaggiare piatti
tipici della cucina bolognese preparati con i prodotti dell’azienda, a
volte rielaborati dalla fantasia del giovane cuoco, con incursioni nella
cucina altoatesina, dovute alla terra d’origine della proprietaria. All’interno dell’agriturismo sono stati creati spazi per la pratica dello yoga e
del karate, mentre è in previsione l’entrata delle Ginestre nel circuito
delle fattorie didattiche. L’agriturismo Pian delle Vigne, in via del
Sasso, è il più vecchio agriturismo dell’Emilia Romagna e vanta quello che, secondo il proprietario, è il vero modo di fare agriturismo, cioè
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come attività secondaria rispetto a quella agricola. I proprietari infatti
gestiscono l’azienda agricola e, su prenotazione, offrono una grande
varietà di primi e secondi piatti preparati ‘all’istante’, con la carne
degli animali da cortile allevati in azienda, marmellate e crostate preparate con la frutta del frutteto. Il tutto a seconda del tempo che i lavori
agricoli, nei vari mesi dell’anno, permettono di dedicare alla ristorazione. Sempre in via del Sasso, l’agriturismo La Morandina è
un’azienda agricola circondata da 18 ettari di terreno, dove sono coltivati soprattutto alberi da frutto e ortaggi. La nuova gestione, che ha
appena rilevato l’attività, offre ristorante con cucina bolognese, pane e
crescentine fatte in casa, liquori. Per quanto riguarda le attività sportive, presto verranno messi a disposizione dei visitatori i cavalli del
maneggio, per passeggiate nei dintorni dell’azienda.
Il Rulletto di Gorgognano è una azienda agricola di 200 ettari, che
comprende una riserva di caccia e due laghi da pesca. L’azienda ha
come attività principale l’allevamento e la macellazione di animali da
cortile, per cui la carne è il piatto forte del menu. Nella grande sala
ristorante, con 80 posti a tavola, oltre ai primi piatti della tradizione
bolognese, si trova carne ai ferri, anche di cinghiale proveniente dalla
riserva di caccia, cacciagione, funghi e tartufi. Oltre al ristorante l’agriturismo mette a disposizione sette camere da letto e quattro
piazzole per i camper.
L’agriturismo Cà Quercia Buca, in località Botteghino di Zocca,
offre ristorazione con cucina tipica bolognese e una sala ristorante con
120 coperti; numerose le attività sportive che si possono praticare,
come tiro con l’arco, mountain bike, trekking e pesca nel laghetto.
Questi gli agriturismi esistenti nel territorio di Pianoro. Una sosta
per gustare i piatti tradizionali della nostra cucina può ben conciliarsi
con una gita nei dintorni, alla scoperta dei tanti luoghi di interesse disseminati nella zona.
Sono da segnalare innanzi tutto due siti di grande interesse naturalistico: il Parco dei gessi bolognesi e calanchi dell’Abadessa e il
contrafforte pliocenico. Il primo è un parco naturalistico compreso
nelle vallate dello Zena, del Savena, dell’Idice e della Quaderna,
caratterizzato dalla presenza di affioramenti di minerali gessosi che
hanno creato uno straordinario fenomeno carsico: doline, altipiani,
valli cieche, rupi e grotte, acque sotterranee che riaffiorano, creano
scenari suggestivi. Da segnalare, all’interno del parco, le grandi grotte
del Farneto e della Spipola, le più grandi tra le centinaia di cavità naturali formatesi nelle rocce, e i calanchi dell’Abadessa, che insieme ai
gessi conferiscono un aspetto molto suggestivo a tutta l’area. Il contrafforte pliocenico è invece una vasta striscia di affioramento di rocce
arenarie che da Sasso Marconi, con la rupe del Sasso, arriva fino al
Monte delle Formiche. Imponenti pareti rocciose, una vera e propria
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La Canovetta del Vento è un’antica casa colonica ristrutturata
muraglia naturale che si eleva sulla pianura e che presenta una flora,
una fauna e una conformazione geologica affascinanti non solo per il
naturalista ma anche per il turista che si trova a passare in queste valli.
Una delle estremità del contrafforte è rappresentata dal Monte delle
Formiche. Sulla sommità sorge il santuario di Santa Maria di Zena,
distrutto dalla guerra nel 1944 e ricostruito nel 1957 nello stesso
luogo, sacro fin dall’antichità, appartenuto durante il Medioevo alla
contessa Matilde di Canossa. Qui ha luogo ogni anno un fenomeno
naturale insolito: all’inizio di settembre, in concomitanza con la festa
della Natività della Madonna, le formiche alate, note ai naturalisti
come Myrmica scabrinodis, arrivano a sciami da diverse zone dell’Europa fino alla chiesa dove concludono il loro volo nunziale
morendo sul sagrato. Oltre allo spettacolo delle formiche, il santuario,
data la sua posizione a 638 metri di altitudine, offre uno splendido
panorama sulle valli dell’Idice, dello Zena e del crinale appenninico.
Nei pressi della cima si può ammirare la Torre dell’Erede, costruita nel
XIII secolo, e il castello di Zena, appartenuto a Matilde di Canossa,
ampliato nel Seicento e restaurato alla fine dell’Ottocento dai marchesi Sassoli De’ Bianchi. Scendendo dal Monte delle Formiche,
passata Zula, si arriva a Pianoro. La seconda guerra mondiale ha
distrutto completamente il paese; dopo la fine del conflitto, al momento della ricostruzione, tra gli abitanti sono nati contrasti tra chi voleva
ricostruire il paese nello stesso luogo in cui sorgeva prima e chi invece era per una ricostruzione immediata in una nuova zona, più
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comoda alle comunicazioni e più salubre rispetto al precedente sito.
Nel 1950 venne approvata la decisione di creare Pianoro Nuovo, a
circa un chilometro dal vecchio abitato, il quale tuttavia venne ricostruito, diventando Pianoro Vecchio. Nel nuovo agglomerato spiccano
il municipio e la chiesa dedicata a Santa Maria Assunta che mostra
sulla facciata un gruppo in ceramica di Angelo Bianchini di Faenza
con Maria Regina Pacis, mentre a Pianoro Vecchio è la chiesa di San
Giacomo Maggiore, rifatta nel 1750; sull’altare maggiore è conservata una tela con i Santi Giovanni e Agostino attribuita alla scuola del
Francia. La presenza, a Pianoro, di una chiesa dedicata a San Giacomo, protettore dei pellegrini, non è casuale. Qui infatti inizia la strada
della Futa che fin dal Medioevo ha rappresentato il principale collegamento tra Bologna e Firenze. Via di pellegrinaggio sul cui percorso
sorgevano numerosi ospitali per le soste dei pellegrini, tra cui quello
attiguo alla chiesa di San Giacomo, via commerciale e percorso obbligato per i nobili europei che si recavano a Firenze, una delle tappe
principali del Grand Tour, la strada inizia a Pianoro il suo tratto appenninico che giunge fino al Passo della Raticosa e prosegue poi in
Toscana. Tornando nei pressi di Pianoro Vecchio incontriamo la notevole Torre dei Lupari, complesso architettonico di origine
quattrocentesca. Il nucleo più antico, rappresentato dalla torre costruita a scopo difensivo, è stato arricchito da altre costruzioni a scopo
abitativo riunite intorno a un cortile, creando un insieme architettonico di grande bellezza.
Tra le frazioni di Pianoro merita una visita Rastignano, dove si trova
la chiesa parrocchiale di San Pietro, del primo Cinquecento, che conserva la tela di Alessandro Tiarini con il Miracolo di San Pietro e il
bassorilievo dello scultore contemporaneo Luciano Minguzzi con il
Battesimo di Cristo. Nelle vicinanze di Rastignano, in località mulino
del Paleotto, si erge il bel ponte di pietra che porta alla strada per Sant’
Andrea di Sesto e il palazzo Ranuzzi - De’ Bianchi.
A Sesto sorge il palazzo Arienti, costruito nel Quattrocento su un
colle, mentre a Osteria si trova un caratteristico edificio con tre archi
di portico che in passato fu locanda e posta, dove le carrozze dei viaggiatori si fermavano per cambiare i cavalli lungo il tragitto tra Bologna
e Firenze. A Montecalvo sorge il palazzo, detto Palazzone, costruito
nel tardo Cinquecento nel luogo dove probabilmente sorgeva il castello dei Montecalvi, ricca e potente famiglia originaria di questa zona.
Il palazzo reca traccia di affreschi seicenteschi della scuola dei Carracci e di successive decorazioni pittoriche.
Da non dimenticare, infine, i tanti mulini ad acqua che punteggiano tutta la valle del Savena e che fino a qualche decennio fa erano
ancora funzionanti; alcuni di essi sono stati restaurati e sono visitabili.
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Studio
R A G. AL E S S A N D R O R A V A G L I A
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Il montanaro della foglia tonda
FÒIA
di Adriano Simoncini
Onna mèn la leva cl’étra
e tott’a dó al léven la faza
una mano lava l’altra
e tutt’e due lavano la faccia.
È una diversa riproposizione dell’altrimenti famoso apologo di
Menenio Agrippa sulla necessità che tutta le membra del corpo svolgano ciascuna la propria funzione nell’interessa comune. Anche il
89
TONDA
Questa rubrica è nata con la rivista e ha dunque ormai quindici
anni. Fu nominata fòia tonda a orgogliosa affermazione d’identità,
proprio adottando il detto sprezzante che quelli del piano usavano per
definire i rozzi montanari dell’alto Savena. Intorno agli 800 metri infatti fa il faggio dalla foglia rotondeggiante, se la si confronta con la
lunga, elegante foglia del castagno o con quella frastagliata della quercia che crescono più in basso. E questo già scrissi nel primo numero.
Ma – ciò che solo i fondatori sanno – il nome fu proposto come titolo
della stessa rivista. Non passò perché, si disse, il significato non sarebbe stato compreso dal largo pubblico a cui ci si intendeva rivolgere, e
dunque fu ristretto a una rubrica. La quale, come i lettori conoscono,
in genere raccoglie proverbi, detti, filastrocche e simile materiale orale
della nostra cultura che altrimenti andrebbe perduto, interrotto il filo
secolare che legava il passato al presente (e al futuro) attraverso la
parola parlata. Pertanto, trascegliendo dai miei decennali appunti,
continuo a proporre altri detti (ditàzen) per la maggior parte inediti a
ricostruire la figura del montanaro e il suo mondo.
Le generalizzazioni, specie se rivolte a etnie, comunità, gruppi di
persone, sono sempre riduttive e imprecise, se non false, perché l’uomo non è solo animale condizionato dall’istinto. È però vero che il
vivere insieme, il perseguire gli stessi modelli comportamentali, il credere nei medesimi valori creano un’identità di riferimento che, se pur
non vissuta da tutti e nel medesimo modo, distingue comunque una
cultura. Lo testimoniano nel nostro caso i proverbi, che sono spesso
ammonimenti morali e comunque riflessioni sul vivere (e sopravvivere) in montagna. Andiamo a incominciare.
FÒIA
nostro è riferito alla collettività e, in ambito più ristretto, alla famiglia,
che un tempo era numerosa e diversificata per competenze e gerarchie: l’arzdór, l’arzdóra (reggitore e reggitrice, i patriarchi sovrani), i
fratelli, le nuore, i nipoti, zii e zie… Comunque – suggerisce il detto –
il montanaro è solidale: lo costringe la stessa ostilità della natura,
aspra, avara. Solidale e ragionevole:
a vlér che la cosa l’as mantègna
TONDA
un vòga e l’éter e vègna
a volere che la cosa si
mantenga
una vada e l’altro venga.
Bisogna cioè, nei contratti, nelle controversie, negli interessi in contrasto – confini dei campi, divisioni di eredità, dote alle sorelle, compravendite di bestiame, ma anche semplicemente quotidiani rapporti
di vicinato o di vita in comune – bisogna venirsi incontro, rinunciare
ciascuno a una parte delle proprie pretese, trovare un giusto mezzo se
si vuole che la ‘cosa’ vada a buon fine, la relazione continui con soddisfazione (o almeno contentatura) di tutti. E ancora:
chi vól che l’amicézia la tègna
un panirìn che vòga e un che vègna
chi vuole che l’amicizia
tenga
un panierino che vada e
uno che venga.
Paniere (panér, panirìn, panéra, a seconda delle dimensioni) deriva
da pane: era cioè un cesto di vimini con manico che serviva per il trasporto a mano o a braccio di modiche quantità di alimenti. Pane
innanzi tutto, cibo primario nella nostra cultura contadina, ma anche
formaggi, uova, castagne, funghi, frutta e verdure dell’orto, eccetera.
Col paniere si portava da mangiare nei campi a uomini e donne impegnati a mietere o ad arare, ma anche – e a questo si riferisce il proverbio – si mandavano doni in natura al padrone, ovviamente, e a persone importanti della comunità, per rispetto e per mantenersele ben
disposte in caso di bisogno, e dunque al parroco, al maresciallo dei
carabinieri, al segretario comunale, al maestro, non si sa mai, ma
anche a conoscenti per sdebitarsi di un favore ricevuto, a famiglie in
difficoltà, a donne che avevano partorito da poco, a parenti e amici.
Ma se un paniere doverosamente andava, un altro – magari metaforico – prima o poi doveva tornare al mittente. Attenti però a chi s’approfitta della disponibilità del prossimo se trasmuta in dabbenaggine:
din dan don
e còr sèmper i pió cuaión
90
din dan don
corrono sempre i più
coglioni (bischeri)
Che invece è saggio a bene intenderlo: non esclude che si debba
aiutare chi è nel bisogno: occorre comunque premunirsi contro gli
accidenti prevedibili, prendere cioè le precauzioni che i colpiti dalla
disgrazia non hanno forse messo in atto.
Avvertimento che ha il simile – ma ancora più crudo – nel castiglionese:
chi as tol cura dla pelle di atri la sua es la magnan i can
chi si prende cura della pelle degli altri la sua se la mangiano i cani.
Pelle qui, come del resto in italiano, ha valore di vita. Tuttavia il
detto è bello – icastico mi viene da dire – proprio per la fisicità dell’espressione: pelle del corpo che quasi obbligatoriamente chiama il
paragone dei cani che azzannano chi non si cura di sé per badare agli
altri (e i cani d’un tempo eran famelici e si buttavano sugli avanzi quali
che fossero).
Colgo l’occasione per trascrivere almeno due altri felici modi di
dire, che per rendere crudamente realistico un concetto utilizzano in
metafora parti del corpo. Sulla pelle:
91
TONDA
quent e brusa a ca’ ed chiéter purté l’aqua a ca’ vostra
quando brucia a casa degli altri portate l’acqua a casa vostra.
FÒIA
È la sarcastica constatazione, che vale da ammonimento, del proverbio sopra riportato, che pure attesta inequivocabilmente la solidarietà comunitaria. Quando suonavano le campane a raccolta per una
minaccia che incombeva sul borgo – la più frequente l’incendio di
un’abitazione o di una capanna che avevano travi, soffitti, scale di
legno o erano colme di paglia e di fieno – tutti correvano coi secchi
dell’acqua e paioli e calderine a far la catena fino alla più vicina fontana che lo spegnesse, per contenere la disgrazia della sfortunata famiglia e perché le fiamme non si propagassero. Ma – i proverbi sono
metafore che vanno oltre il significato letterale – il detto fùstiga a un
tempo chi prevarica in nome del pubblico bene e chi viene raggirato
in nome della causa comune.
Del resto non pochi sono gli appellativi con cui il montanaro definiva colui che si lascia abbindolare da parole ipocrite – e un esempio
è appunto coglione (ma il più nostro è pistòl, che non ha il corrispondente in italiano se non forse nel lombardo pistola, non l’arma, che
vale bischero, fesso: pistòl però è più pregnante, carico com’è di
disprezzo e di volontà di offendere. Donde derivi non so: in francese
pistolet vale tipo strambo, originale1).
Integra il precedente questo che segue, che appare cinico a una
prima frettolosa lettura:
FÒIA
TONDA
92
perché i só fió instòghen indré da chiéter is tirén la pèl in có
perché i suoi figli non stiano dietro a quelli degli altri si tirarono la
pelle sul capo.
Capèli da capèl (cappello). Gli occhi, in tutte le culture, sono il
bene più prezioso dell’uomo. Miracolosi e indifesi a un tempo.
Mangiarsi, cioè dissiparsi fin l’ultima difesa degli occhi è il massimo
della rovina: non resta evidentemente più nulla del patrimonio di
famiglia. La sfrenatezza del figlio sta portando al disastro economico:
quasi una drammatica parafrasi della parabolo del figliol prodigo, resa
plasticamente dal detto. Del resto il nostro parlare incolto, o meglio
illetterato, rifugge dalle astrazioni e per quanto può si tiene al concreto: ancestrali retaggi animistici da progenitori che materializzavano
anche la divinità, làscito inconscio che ha insaporito e reso poetico il
dire montanaro fino all’ultima generazione contadina.
Un’ultima annotazione lessicale. Si diceva magnès la cà, e pudér,
la dót / mangiarsi la casa, il podere, la dote. Non si diceva, cioè, perdere vendere dare via o simili espressioni, ma ‘mangiarsi’ la casa e il
resto: involontaria (o consapevole?) sottolineatura del bisogno primario che assillava quotidianamente il montanaro e che qualsiasi mutamento di condizione poteva rendere problematico.
Ma per tornare dove siam partiti, cura dunque innanzi tutto i tuoi
interessi. E si faccia comunque attenzione a quelli che gridano e
lamentano troppo spesso contro tutto e tutti. Perché
la róda pió tresta de car l’è quella c’la zirla
la ruota più trista del carro è quella che cigola.
San Benedetto Val di Sambro ottobre 1944. Il fronte della guerra è appena passato, un
soldato americano fotografa tre fratellini davanti alla casa dei nonni: Arnaldo, Ivana e
Valeria Simoncini.
93
TONDA
av magna infin al capèli ed i oc’
vi mangia perfino le coperture degli occhi (cioè le palpebre).
FÒIA
Riferito a genitori che hanno sopportato ogni sorta di sacrifici per
evitare che la prole si trovasse in futuro in condizioni d’inferiorità. Si
investiva nei figli la speranza di una vita migliore, dai padri non conseguita e non conseguibile. Ma il detto è bellissimo per la forza espressiva che fa vedere quanto intende significare: la pelle divenuta quasi
una capparella (era il nostro mantello) o uno scialle che ci si allungava fin sulla testa nelle situazioni difficili: freddo, pioggia, vento, neve,
buio da paura.
E ancora sui figli (e sugli occhi):
FÒIA
I trasporti contadini, è noto, avvenivano con carri di legno (bróz,
bróza, car, carèt, muntadora…) su strade selciate, mulattiere, cavedagne che mettevano a dura prova le strutture del mezzo. Di legno le
ruote, se pur cerchiate di ferro, di legno l’assale, era inevitabile che col
tempo si usurassero fino a spaccarsi. E appunto il cigolio era il segnale della prossima possibile rottura. Efficacissima la similitudine, ricavata come sempre dall’esperienza quotidiana.
Che richiama il detto seguente:
TONDA
fèm brót c’a crétic tót
fatemi brutto che critico tutti.
Del resto era un mondo duro – e non aggiungo altri aggettivi, se
non un detto testimoniale:
um manchéva sémper un sold a fer un frènc
mi mancava sempre un soldo a fare un franco.
Che commenterò, a Dio piacendo, la prossima volta.
Note
(1) Ma il Dizionario etimologico di G. Devoto (più esattamente Avviamento alla etimologia italiana, Le Monnier Firenze 1968) recita: pistola (moneta), dal frc. pistole epiteto scherzoso degli scudi
spagnoli, più piccoli di quelli francesi, come le pistole sono più piccole degli archibugi (la sottolineatura è mia, a suggerire ipotesi che non ardisco confermare: pistole in francese si pronuncia
comunque come il nostro pistòl).
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Dialetto e linguaggio giovanile (2)
FÒIA
di Annarita Degli Esposti
Il dialetto
Questionario sul dialetto e il linguaggio giovanile
Età: anni………Sesso: M
F
Luogo di nascita
Luogo di residenza
Professione del padre
Professione della madre
Hai fratelli/sorelle? sì
no
Se sì quanti e di quale età?
Prima di iniziare il tuo percorso scolastico hai appreso, in famiglia, per
primo il dialetto (eventualmente specificare quale dialetto) oppure
hai appreso per primo l’italiano?
95
TONDA
Il questionario e le tabelle che seguono sono tratti dalla tesi di laurea, premiata dal nostro Gruppo di Studi, che l’autrice ha sostenuto
nell’anno accademico 2003-2004 presso la Facoltà di Lettere e
Filosofia dell’Università di Bologna col titolo Dialetto e Linguaggio
giovanile. Un’indagine a Sasso Marconi. Un primo brano introduttivo
è stato pubblicato sul n. 28 / 1° sem. 2005 della rivista, al quale rimandiamo gli interessati all’argomento.
Il questionario può risultare un valido esempio per ricercatori che
intendessero registrare lo stato attuale del dialetto nelle nostre vallate.
Le tabelle sono interessanti perché colgono, attraverso le risposte
dei giovani interpellati, le abitudini linguistiche di una generazione
montanara per la quale il dialetto non è ormai più la seconda lingua..
Va comunque precisato che le tabelle sono state volutamente semplificate dalla redazione. Riportano infatti solo i totali delle risposte, mentre le originali indicano sesso, fasce intermedie d’età e classi di reddito della famiglia dei componenti il campione indagato.
FÒIA
Se non hai mai appreso il dialetto, ti piacerebbe comunque
poterlo imparare? sì
no
Se invece lo hai appreso, lo sai parlare? sì
no
Lo sai comprendere? sì
no
In casa,con te e la tua famiglia, vive una persona anziana
(nonna/o, zia/o…) che parla il dialetto? sì
no
I tuoi genitori parlano dialetto? sì
no
Se sì, lo parlano tra loro
, con te
o in entrambi i casi
?
Intorno ad alcuni argomenti, in casa tua, si parla in dialetto? sì
no
Se sì intorno a quali?
Pensi che parlare il dialetto possa essere un ostacolo nei
rapporti con gli altri? sì
no
Secondo te la scuola dovrebbe vietare o favorire l’uso del
dialetto?
Con gli amici parli in dialetto? sì,spesso
; sì, a volte ;
no,mai
.
Se sì con quale tipo di amici: di scuola
, del tempo libero
, di particolari attività come il calcio
, un gruppo
musicale
, altro?
Se poi te ne ricordi, in quali circostanze: al bar
, in classe
, per corteggiare le ragazze/i
, con la squadra di
calcio
, basket
, pallavolo
, altro ?
TONDA
Potresti fare un esempio di una frase in dialetto che usi
spesso con gli amici?
Con gli amici, con i compagni di scuola, usi un linguaggio
particolare, che gli adulti non usano o non capiscono?
sì
no .
Se sì con chi in particolare (compagni di scuola
, amici
nel tempo libero , altro)?
Leggi abitualmente giornali giovanili? sì
no
Se sì, sai dirne alcuni?
Il linguaggio usato in queste riviste pensi che sia del tutto
inventato
,vicino alla realtà
, del tutto reale
?
Puoi indicare altre tue letture abituali?
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Come trascorri il tuo tempo libero? Con gli amici
, guardando la TV
,ascoltando musica
, facendo sport
,
altro
FÒIA
TONDA
La famiglia
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FÒIA
TONDA
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Una stagione col falco Pellegrino
OBIETTIVO
di Umberto Fusini, foto di William Vivarelli
NATURA
Col tempo che passa a volte si
sente la voglia di isolarci un po’ o
almeno cambiare certe abitudini
comunque stressanti. Nulla di
meglio allora che entrare ancor
di più a contatto della natura e,
come nel nostro caso, ‘insidiare’
il privato di un animale, un
uccello che è fra i rapaci uno dei
più famosi, il Falco pellegrino, il
quale anche nel nome scientifico
mantiene intatta la nomenclatura
falco peregrinus. Su questo splendido uccello si è detto ormai tutto
o quasi – e cito ancora una volta
il libro di J. A. Baker del 1967, ma
uscito in Italia 12 o 13 anni dopo.
L’autore vi racconta dieci anni di
osservazioni sul Falco pellegrino
e, ottimo scrittore, ci intrattiene
pagina dopo pagina con piacevole appagamento. Ma quel libro è
Parete rocciosa di Sadurano: la freccia
introvabile e dunque racconterò
indica il nido del falco pellegrino.
una nostra stagione, la stagione
che William e io abbiamo passato sul Contrafforte Pliocenico assieme a Lui, il mitico uccello bramato
dai falconieri per fare ancor oggi, come nei tempi antichi, la caccia col
falco. Che è caccia aerea, perché il Pellegrino è un rapace nobile, che
non si abbassa a cacciare prede al suolo, ma solo in cielo, dove avviene la battaglia – e lassù Lui non ha rivali.
12.01 ore 14,15: giornata fredda e incerta con poco sole. Mi posiziono in faccia alla parete di Sadurano. Ho con me binocolo (Leica 10
x 40) e cannocchiale (Zeiss 60 x 85). Il Pellegrino è nel vecchio nido,
100
101
NATURA
che è poi una cavità o rientranza nella roccia, perché i ‘veri’ falchi non
costruiscono il nido, ma depongono direttamente sulla nuda roccia.
Sta spolpando una preda. Chi sarà la vittima?
15.01 ore 10.00: giornata che si preannuncia serena, qualche
grado sotto zero. Nella parete poco sopra il vecchio nido le cornacchie grigie stanno bisticciando. Ore 10,30 il sole sta riscaldando le
pareti del contrafforte, però niente Pellegrino.
Ore 10,35: mentre stavo ripartendo, ho visto arrivare il Pellegrino
con una preda che gli appesantiva notevolmente il volo.
27.01 ore 14,10: giornata fredda, serena, limpida, insomma stupenda. La coppia dei Pellegrini c’è! Sono in vigile riposo: sulla fessurazione alta del diedro estremo a ovest si vedono molto bene. Ci sono
anche notevoli scarichi di deiezioni. La femmina ha il sottogola leggermente rosato, il maschio è più sul bianco. La femmina si sta facendo una accurata toelette, si gratta la faccia e... caga.
29.01 ore 14,15: giornata di alta pressione e buona visibilità, tem-
OBIETTIVO
Giovane falco pellegrino con in bocca la preda da poco catturata.
OBIETTIVO
NATURA
peratura sui 7,5°. Lungo la strada che porta alla rupe, nei punti esposti a sud, ho visto fuori le prime Lucertole muraiole, nulla di meglio
dell’anno. Vicino a Ca’ Sassi, nel bosco esposto a sud, sono comparse le viole! Il Pellegrino, alle 14,50, è uscito dalla parete e si è lanciato
contro un altro che veniva dallo Zena. Sembrava molto arrabbiato, poi
sono partiti assieme verso sud. Mah? Ecco che il Pellegrino è tornato
e la femmina gli è vicino su di un ramo sporgente a destra: il maschio
ha lasciato il posatoio e... meraviglia, è salito in groppa alla femmina
e ha copulato! Stupendo – ore 15,05 – è una data particolarmente
importante, l’accoppiamento è in anticipo!
31.01 ore 14,45: giornata grigia e fredda (0°), per ora non vedo
niente. Visto uno dei Pellegrini: è appollaiato su di uno sperone vicino al luogo dove c’è stato l’accoppiamento. Ore 15.10: è ripartito
verso sud, poi sono tornati entrambi e compiono bellissime acrobazie.
Ora sono in tre ?! e battagliano fra di loro. Non riesco a capire se il
terzo intruso è una femmina o un Lanario: sono molto veloci e distanti, e la luce non mi aiuta per niente, è pessima. Sì, è un Falco lanario.
09.02 ore 14,30: i Pellegrini sono arrivati in coppia e si sono messi
nel nido, non so se hanno o meno la preda. La giornata è terribile,
vento forte, freddo, acqua e... Mah...
17.02.99 ore 14,15: giornata variabile (serena), 9°. Appena giunto
ho visto una coppia di grosse Poiane che stavano attraversando lo spazio dei Pellegrini, battaglia inevitabile. Sono due Poiane calzate, lo
posso stabilire con certezza perché ho il binocolo e la guida sottomano e sono comodamente seduto in auto. Lo scontro in tutto dura 2
minuti, poi le Poiane vanno per la loro strada verso est.
19.02 ore 14,20: sereno, temperatura sugli 8°, il Pellegrino è là,
sotto il Leccio centrale in alto, su di una radice sporgente e sta facendosi toelette. Ore 14,35 è arrivato anche il partner si incontrano in
aria, ma non c’è preda, poi si posano, uno al nido l’altro di lato poco
distante e si chiamano. Ore 14,55 si sono accoppiati di nuovo.
21.02 lunedì: la molta neve, 30 cm, non mi consente di andare
all’appuntamento.
02.03 ore14,15: giornata con leggera foschia, temperatura sui 18°.
La coppia di Pellegrini è presente, uno sta appollaiato e l’altro vola a
tratti e poi sparisce. Non sembra che abbiano, per ora, deposto.
15.03 ore 14,20: giornata calda con un po’ di foschia. Nel venire
ho visto il primo Ramarro della stagione. Il Pellegrino femmina sta
covando nel nido, la si vede bene quando si sistema sulle uova. Tutto
è OK. Ore 15,10: è uscita a mangiare e si è messa poco sopra.
18.03 ore 15,00: è venuto fuori il sole, la femmina è nel nido e...
si vede anche una piccola ala bianca che si dimena. Sono nati, quanti sono? Nel ritorno anche la prima vipera della stagione che sta riscaldandosi dopo tanto freddo.
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NATURA
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OBIETTIVO
01.04 ore 13,40: temperatura elevata, sereno con leggera foschia,
sulle pareti non si vede niente. È un buon momento per stabilire dove
costruire una mascheratura provvisoria per scattare qualche foto senza
disturbare questi superbi rapaci. Con William si decide di salire fino al
primo gradone dell’enorme parete, poi con l’attrezzatura al seguito (in
particolare una macchina fotografica Canon EOS 1D Mark II, obiettivo
500 mm f4 + 1,4) e molta attenzione ai difficili passaggi da farsi, cercare un punto sufficientemente alto per poter fotografare gli arrivi al nido
dei genitori con preda, soprattutto senza dare loro fastidio. L’abbiamo
trovato, siamo distanti, ma coi mezzi di William riusciremo a fare buone
cose. Dobbiamo salire in due, perché se la coppia si accorge della
nostra presenza dovremo fare il gioco del ‘cuculo’. Difatti gli allarmi che
lanciano dall’alto ce lo confermano. Vediamo dunque se funziona il
‘trucco’, che consiste nell’approfittare del fatto che, come dicono alcuni studiosi, gli uccelli non sanno contare (sembra che il cuculo tragga
vantaggio da questa carenza ‘matematica’ e parassiti i nidi di alcune
specie di uccelli, senza bisogno di costruirsene un proprio). Entriamo
tutti e due nel mascheramento, poi esco soltanto io e ritorno indietro. Le
grida dall’alto risuonano come un rimprovero e mi dicono che faccio
bene ad andarmene da dove sono arrivato. Perfetto: dopo che sono tornato a distanza di sicurezza per loro, non vengo più ‘sgridato’. È proprio
vero, non sanno contare… Tutto ritorna al silenzio e William dovrà soffrire un po’ di caldo, ma così é.
10.04 ore 10: cielo un po’ coperto con vento. Sul luogo incontro
una guardia provinciale, preoccupata. Perché ? C’è un Pellegrino in
più. In effetti questo individuo non ancora adulto – lo si vede dal piumaggio, a meno che non sia una sottospecie – crea distrazione al
maschio della coppia nidificante.
13.04 ore 9: giornata ventosa variabile. La notte scorsa, dopo un
forte vento, ha piovuto. Ora qualche sprazzo di sole illumina la parete est del contrafforte: vedo vicino una coppia di Gheppio in dolce
distensione; la femmina è uscita da poco a riscaldarsi, prima solleva
una zampa poi l’altra. Del Pellegrino nessuna traccia. I Gheppi continuano a fare streching al sole: arti inferiori, poi arti superiori, poi il
collo e così via… infine si accoppiano.
15.04 ore 9,00: giornata grigia e fredda. Dopo aver sentito i richiami del Pellegrino, vedo la sagoma che si stacca dalla parete centrale
e vola verso la fessurazione orizzontale bassa: si mette nella buca che
è molto chiazzata del bianco delle deiezioni, segno evidente che è
parecchio usata. Poco dopo parte e non la vedo più perché va verso
il bosco dei castagni dietro la parete. Dopo un minuto riappare con
preda negli artigli, non la fa vedere e non la mangia. Ore 9,50: stanno mangiando un piccione (anzi solo la femmina, mentre il maschio
è a 50 metri da lei e osserva). Nel frattempo sono sopraggiunte delle
OBIETTIVO
NATURA
cornacchie grigie che da sopra osservano e aspettano.
21.04 ore 14,30: giornata calda e serena. I Pellegrini volano vicino
alla parete e sono chiassosi, poi uno si posa in parete (sembra la femmina, ma le distanze possono ingannare se non li si vedono assieme)
e l’altro entra nella fessurazione orizzontale. Ne esce dopo pochi
minuti, un po’ di volo e lamenti poi si posa poco sopra. Sono partiti
in caccia alle 14,50 e alle 15,25 non erano ancora rientrati o almeno
io non li ho visti.
25.04 ore 15,30: giornata variabile. Il Pellegrino maschio è sul
bordo del nido a farsi toelette, quanta cura dedica al suo piumaggio.
È stupendo vedere: gira il capo, lo ruota di 180° e anche oltre, avvicina il becco fino alla parte terminale della schiena che inarca per raggiungerla meglio. Molto sotto la parete, in un buco, c’è il nido di una
coppia di Gheppio.
29.04 ore 9,00: giornata fresca e serena. La pioggia di stanotte,
anche se poca, ha rinfrescato parecchio. Contro la parete per ora non
si vede nulla. Ore 9,35: è arrivata la femmina, si è posata sul nido per
poco, poi è ripartita. Ore 9,40: arriva la coppia, la femmina ha una
preda fra gli artigli, poi dopo alcuni incontri con il maschio che se ne
va, perde la preda e non la recupera.. Poco dopo riparte. Ore 10,30:
la mattinata si è fatta splendida, nel nido si vede un Pellegrino che
imbocca i piccoli, poco dopo arriva anche l’altro col rifornimento che
lascia al nido, poi riparte. Il tutto è semplicemente favoloso.
05.05 ore 10,40: da alcuni giorni, causa la stagione piovosa e nebbiosa, non sono venuto a controllare come vanno le cose. Il vedere i
due Pellegrini in volo mentre parcheggio l’auto non può che farmi piacere. Ore 10,45: uno entra nel nido e l’altro si piazza su un ramo a
fianco: di vedetta? Ne è uscito dopo pochi minuti. Ore 11,05: è passata una Cornacchia grigia, la femmina è uscita dal nido e l’ha rincorsa per un attimo fino a farla scomparire. Poi anziché rientrare nel
nido, si è posata sopra, all’esterno. È una femmina strana, le ali alle
estremità hanno un assetto disordinato. Ore 11,15: stupendo! Una
Poiana si è presentata nel raggio visivo dei Pellegrini: simultaneamente sono partiti all’attacco, poi, subito dopo aver ottenuto l’effetto voluto, sono rientrati e si sono accoppiati in alto a sinistra. Dopo, il
maschio è volato via per posarsi di nuovo poco sopra il nido.
09.05 ore 9,00: giornata serena, calda, dolce. Lo sentono anche gli uccelli che riempiono l’ambiente tutt’intorno col loro canto delizioso. Ci sono i Pellegrini, la coppia è posata sul roccione frontale verso Ca’ Sassi, uno
di fianco all’altro a circa un metro di distanza. La femmina sta mangiando
più in basso, il maschio alle 9,05 è partito in direzione di rio dei Cani. È tornato alle 9,10 di nuovo al suo posto. Niente: volano, giocano, mangiano e
fanno ancora l’amore. Insomma, una vita da sogno.
18.05.98 ore 9,50: giornata bella. Oggi andremo a fare il secondo
104
OBIETTIVO
NATURA
OBIETTIVO
NATURA
e ultimo servizio fotografico di questa storia. Perciò prepariamoci alla
fatica dell’arrampicata aumentata dal caldo della stagione. Sappiamo
bene come muoverci e come comportarci, perciò sarà solo questione
di calma e sopportazione. Con l’esperienza della volta scorsa non ci
sono stati problemi, con la cautela che William usa in queste situazioni so che tutto andrà per il meglio. I giovani pellegrini sono cresciuti, sono belli, grandi e grossi. Erano tre i neonati e tre sono i baldi
giovanotti ormai pronti all’involo.
Ormai le nostre osservazioni saranno più sporadiche e fatte dall’interno dell’auto o comodamente con binocolo o cannocchiale seduti in
qualche spiazzo erboso. Per i giovani pellegrini, invece, comincerà la
parte più difficile della loro vita. L’abbandono del nido non sarà un
fatto improvviso, ma verranno preparati alla caccia che per loro
diverrà fonte di vita. Sono stati rimpinzati al punto da essere più grossi dei loro genitori, quindi hanno una discreta dose di riserva energetica. Ma non potranno contare a lungo sui legami familiari: nel giro di
un mese circa, dovranno abbandonare la zona e andare raminghi in
cerca di una vita loro tutta nuova e piena di grossi pericoli. D’altra
parte per gli animali selvatici è una regola; il Falco pellegrino è sì forse
il signore dei cieli, ma vita sulla ‘terra’ è dura per tutti, e le regole di
chi ha impostato il creato hanno pochissime eccezioni.
Comunque in questi tempi il Falco pellegrino ha incontrato il favore della società, tant’è che nidifica in alcuni casi perfino in città Le
coppie sono aumentate e il trend continua. I casi che si registravano
una volta di ruberie di uova o di piccoli neonati dal nido, sembra non
si verifichino più, anche se non si sa mai… L’attenzione che si è rivolta a questo stupendo rapace ha fatto sì che si siano eliminati problemi
che ne avevano minato l’esistenza: continuare a cercare di conoscerlo sempre meglio è sicuramente un fatto positivo.
Le mie righe, peccando di presunzione, sono scritte a questo fine e
niente più. Semplici note: chi vuole avere dati ‘scientifici’ dovrà muoversi in altre direzioni e consultare altri autori. Le foto di William sono
invece una testimonianza di come anche in natura si possano cogliere, senza fare danni, attimi di vita di irripetibile bellezza. Occorre però
possedere conoscenze adeguate, non basta essere fotografi.
L’esperienza che si ha alle spalle – ultraventennale la nostra – quasi
sempre è una garanzia (quasi sempre però, ed è bene ricordarlo).
Stiano invece tranquilli coloro che temono che il divulgare certe informazioni possa giovare a qualche malintenzionato: i malintenzionati
sono sempre bene informati. Fare della divulgazione può, semmai,
portare qualche ‘bene intenzionato’ dalla nostra parte, dove per quanti si possa essere, non saremo mai in troppi.
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Colti al volo
OBIETTIVO
di William Vivarelli
NATURA
Airone cenerino (Ardea
cinerea) è il più diffuso
Airone europeo.
Si incontra in laghi,
spiagge, lagune, fiumi,
pantani e altre zone d’acqua. Nidifica generalmente in colonie su alberi in
prossimità dell’acqua: nel
nostro territorio si conoscono tre “garzaie” (zone
dove nidifica in colonie).
Misura in altezza circa 90-95 cm., l’apertura alare in volo è di
cm.195 .
L’alimentazione è costituita soprattutto da pesci, crostacei, anfibi,
rettili, piccoli mammiferi, uccelli e insetti.
Negli ultimi anni la popolazione è aumentata e nonostante rimanga un migratore (sverna in Africa), alcuni esemplari restano tutto l’anno approfittando degli inverni più miti.
La fotografia è stata scattata nel luglio 2005 in valle Savena.
Macchina fotografica: Canon EOS 1 D Mark II
Obiettivo
500 mm f 4 + 1,4
Diaframma
6,3
Sensibilità
ISO 320
Esposizione
2000 ml
108
Novella
si fa in due
Trattoria “I Mulini”
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La Baracchina
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Gita autunnale nel bosco di Scascoli
a cura dell’ l’attuale classe 3a
della Scuola Elementare
di Pianoro Vecchio
Finalmente siamo arrivati: il bosco è di fronte a noi bambini, alle
maestre e ai signori Fusini e Simoncini.
C’è una nebbiolina bassa che mette i brividi e che non ci fa vedere il sole dietro alla collina. Il bosco di castagni profuma tanto di terra
bagnata, di muschio, di erba, di funghi e di acqua. Che silenzio, sembra che la natura stia dormendo: però noi bambini siamo felici di
vedere il bosco con tutti i suoi tesori e cominciamo a gridare ogni volta
che vediamo un grosso fungo, una fitta ragnatela, muffe sui funghi e
sui tronchi…
Ci inoltriamo per il sentiero, dopo aver visto un nespolo pieno di
frutti, e il cielo sopra alle chiome degli alberi è grigio, mentre i castagni hanno ancora le foglie di un bel verde cupo macchiato di arancione. I tronchi sono marroni e screpolati, alcuni sono storti, mentre
altri sono cavi con del muschio dentro. In alto dei buchi tondi raccontano che di lì sono passati il becco del picchio e le zampette del
ghiro.
Ai piedi degli alberi le radici si alzano sul terreno ricoperte di
muschio. Sparse dappertutto ci sono tante foglie che sono già cadute
per terra, insieme ai ricci spinosissimi di un bel marrone scuro. Qua e
là vediamo tante castagne sparpagliate, oppure ancora dentro ai ricci:
quasi sempre i frutti sono tre: “Una per il padrone, una per il contadino, una per lo spigolino”.
Il sentiero sale per il pendio tra la nebbia, tra le rocce piene di stelline di muschio, tra l’erba; ai suoi fianchi si allungano verso il basso
canaloni pieni di ricci. A un tratto si sente un ruscello nascosto da un
tappeto di edera e più avanti scorgiamo una pozza d’acqua scavata dai
cinghiali…e intorno, dappertutto, tanti funghi, tutti diversi: rossi, lisci,
neri come la notte, arricciati, a campanellino… capolavori della natura. Nascoste tra le foglie e i fili d’erba vivono chiocciole e lumache.
Finalmente esce un raggio di sole, il bosco si illumina e la nebbia
sparisce: il sentiero è più ripido e continua a seguire la luce. Adesso
siamo in un altro bosco: il cielo è più azzurro, il sole dà calore a querce cariche di ghiande, a pini silvestri con gli aghi disposti a ciuffi di
111
La classe terza della Scuola Elementare di Pianoro Vecchio, protagonista dell’escursione nel bosco di Scascoli.
due, a cipressi, mentre i castagni che amano l’umidità, a poco a poco
spariscono.
Incontriamo arbusti di erica, ginepro, ginestra e, tese tra i rametti,
luccicano le ragnatele. Il sottobosco è ricco di cespugli di fragole, di
gerani, di garofani, di ortiche e di rovi di more: è molto diverso da
quello di prima, perché là l’uomo deve tenerlo pulito per vedere le
castagne quando è ora di raccoglierle.
Il signor Fusini, quando arriviamo sul ciglio della strada, tiene in
mano, senza paura, una mantide religiosa con l’addome gonfio di
uova. La nostra gita è terminata: felici e contenti abbiamo spigolato
anche noi!
112
113
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Sante vocazioni religiose
nell’alta valle del Sambro
di Rosina Calzolari Gabrielli
L’autrice dello scritto che segue ha novant’anni. È nata e vive nel nostro Appennino, nell’alta
valle del Sambro. Affidandosi alla memoria,
intende testimoniare le virtù cristiane della sua
famiglia e della gente montanara. Questo stesso
scritto, che pare quasi una preghiera per l’ispirato fervore del linguaggio, testimonia di un modo
di vivere con abbandono nella fede cristiana, un
tempo consueto. Lo pubblichiamo come il lontano eco di una cultura che si affidava al sacro per
affrontare con speranza le difficoltà di una dura
esistenza.Volutamente abbiamo conservato, contrariamente all’uso odierno, le reverenziali maiuscole adoperate dall’autrice anche per i nomi
comuni che hanno attinenza con la religione cattolica.
Suor Maria
Calzolari.
Celeste
Padre Pietro, Padre Paolo e Padre Donato
Gabrielli erano fratelli, Sacerdoti e missionari dei
servi di Maria, figli di Leonardo Gabrielli e Genuina Lenzi, genitori
esemplari di fede cristiana e preclari virtù. Essi con viva fede, amore e
coraggio portarono la parola di Dio in Paesi lontani, dove la gente era
bisognosa di ogni sostentamento spirituale, fisico e morale, offrendo
tutto il loro aiuto con fiducia, speranza e carità. Trascorsero la maggior
parte della loro vita in Terra di Missione, sotto lo sguardo benedicente
di Gesù e Maria Santissima, Madre di tutta l’umanità.
Padre Donato Gabrielli si ammalò per il clima, poi in seguito a tanti
sacrifici, disagi e sofferenze, morì ancora giovane in Brasile, offrendo
la sua vita per la diffusione del Regno di Dio e la salvezza delle anime.
Quando gli altri due fratelli tornarono in Italia, furono affidati loro
incarichi di fiducia e responsabilità.
Padre Pietro Gabrielli fu nominato Superiore Provinciale della
Provincia Romagnola dei Servi di Maria e fu incaricato della ricostru117
zione del Santuario “Santa Maria delle Grazie” a Pesaro, distrutto
completamente durante la 2a Guerra Mondiale, che fu da lui ricostruito con tanta bravura e meraviglia di tutti.
Padre Paolo Gabrielli fu nominato Maestro dei Professi del Collegio
Internazionale Sant’Alessio Falconieri, situato sul Gianicolo, a Roma e
Superiore Provinciale.
La loro casa paterna fu costruita dai genitori nella località chiamata Costa di Sù, situata nell’alta valle dove scorre il torrente Sambro, e
le fa corona l’ Appennino Tosco Emiliano. Sopra la porta della casa esiste ancora una nicchia con la statuetta di Sant’Antonio da Padova e
anche una pietra di marmo bianco con incisa la scritta:
AEGRI SURGUNT SANI
G.L. 1913
(Gli ammalati guariscono da qualunque infermità)
In quella località vi erano altre due case distanti l’una dall’altra
circa cinquanta metri: in una abitava la numerosa famiglia di Orfeo
Calzolari, nell’altra la famiglia di Francesco Piccinelli, che era fratello
del padre del Sacerdote Servo di Maria Bernardino Piccinelli, che nel
1966 venne nominato da Paolo VI Vescovo ausiliare dell’Arcivescovo
di Ancona(1). E il 16 marzo 1996, nella Chiesa del Sacro Cuore in
Ancona, è stato letto il decreto arcivescovile di apertura del processo
informativo diocesano sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità di
Padre Bernardino Maria Piccinelli. Preghiamo la Vergine Maria
Immacolata perché conceda questo grande dono di avere Beato il
servo di Dio Bernardino Piccinelli, per il bene della Santa Madre
Chiesa e del nostro paese, dove lui è nato e cresciuto.
Il Vescovo Bernardino Maria Piccinelli era figlio di Agostino
Piccinelli e Adalcisa Marsigli, genitori di fede viva pieni di carità e
amore. Francesco Piccinelli uomo buono e vigilante rimase vedovo,
pertanto nostra madre e la sorella dei tre fratelli missionari si presero
cura delle due bambine più piccole, Desidera e Annunziatina, come
fossero le proprie figlie e per noi bambine erano carissime sorelle.
Poco distante abitava la numerosa famiglia di Dionigio Vaccari, uomo
giusto e generoso verso i bisognosi.
I nostri genitori erano coetanei dei tre fratelli sacerdoti e missionari con i quali avevano vissuto la fanciullezza, essi erano molto contenti
che tutte noi bambine andassimo da loro, per ascoltare la parola di
Dio. Nella stagione estiva, quando i tre fratelli missionari venivano a
trovare la loro famiglia, noi bambine, tutte assieme, andavamo con
entusiasmo a salutarli ed eravamo assidue nell’ascoltare i loro insegnamenti. Ci ricevevano fuori all’aperto e poi ci parlavano di Dio,
della Vergine Santissima, Madre di Gesù, Madre della Chiesa e Madre
118
nostra e ci additavano la via della
rettitudine e dell’amore verso Dio
e verso il prossimo, perciò oltre ai
cari e bellissimi ricordi dobbiamo
ringraziarli con immensa riconoscenza, come anche la loro sorella Maria, che con tanta pazienza
e amore ci avviava al lavoro del
cucito e del ricamo.
Maria era una bravissima ricamatrice, infatti fece una meravigliosa tovaglia per l’altare maggiore in tela di lino bianco, tutta
ricamata a mano a punto smerlo
con grappoli d’uva e tralci e al
centro l’Ostia Consacrata. Tale
tovaglia porta la data 1927 e fu
da lei regalata alla Chiesa di San
Benedetto, suo paese natale. La
sorella Maria amò generosamente i poveri e il decoro della sua
Chiesa di San Benedetto Val di
Sambro, così sta scritto nella sua
memoria. Il loro esempio e i loro
insegnamenti furono molto istruttivi, semplici e fondamentali.
Una di noi sorelle, di nome
Elide, si è fatta monaca di clausura dell’Ordine Agostiniano, pren- Chiesa di San Benedetto Val di Sambro:
tovaglia da altare ricamata nel 1927 da
dendo il nome di Suor Maria Maria Gabirelli e il conopeo di moire ricaCeleste: è diventata anche rica- mato a telaio da suor Maria Celeste
matrice e come suo primo lavoro Calzolari nel 1936.
fece un bellissimo conopeo per il
Tabernacolo del SS. Sacramento
di stoffa di moire di seta pura, color avorio, tutto ricamato a mano a
telaio e a punto raso con rose composte di tante sfumature, poi donato alla Chiesa del suo paese nativo. Suor Maria Celeste Calzolari, definita la scrivana di casa nel giornalino La Rupe del Monastero
Agostiniano di Pennabilli, scandisce i suoi giorni nella preghiera e nel
lavoro, perché il Signore conceda a tutti abbondanza di salute e divine benedizioni, pace al mondo intero e sante e buone vocazioni per
il nostro bene e per la Santa Madre Chiesa(2).
Un’altra sorella di nome Lucia è diventata missionaria
dell’Immacolata di Padre Kolbe. Lucia è citata nel libro scritto dal suo
119
direttore Padre Luigi Maria Faccenda dell’Ordine Francescano: Per
non tradire il ricordo. Nel libro il Padre direttore ricorda i funerali di
Lucia Calzolari, che furono una manifestazione calorosa di tutto il
paese, presenti amici, parenti e moltissime missionarie: tutti ricordano
la sua testimonianza di profonda carità, di grande serenità e di continuo apostolato. Il suo Direttore, Padre Luigi M. Faccenda continua
dicendo: Celebro i solenni funerali, parlo di lei e della sua missione e
assicuro i paesani che in Cielo Lucia è una grande protettrice che intercede per piccoli e grandi, per giusti e peccatori e per tutti coloro che
hanno assopito o addormentato il dono della fede. E ora sul mio tavolo, le testimonianze vanno sempre più crescendo, per cui riporterò
quelle più genuine e più compenetranti. Lucia inoltre, pur continuando con rettitudine il suo fecondo apostolato, si dedicò anche alle cure
del padre infermo per sette anni, con buona capacità e tanto affetto
assieme alla sorella più piccola di nome Anna, la quale è sempre stata
coi genitori, accudendoli con devozione, umiltà e infinito amore.
Le vocazioni delle due sorelle Suor Maria Celeste, Monaca di clausura Agostiniana, e Lucia, Missionaria dell’Immacolata di Padre Kolbe,
sono sbocciate nella famiglia di Orfeo Calzolari e Clarice Bartoli, genitori di fede cristiana e timor di Dio. Un’altra sorella di nome Itala era
maestra della Scuola Elementare del nostro paese, il suo alunno
Giuseppe Civerra, figlio di una guardia forestale, ha dichiarato e testimoniato che la sua vocazione è divenuta dalla sua maestra Itala
Calzolari. Giuseppe Civerra è diventato sacerdote e missionario
dell’Ordine Dehoniano, astronomo e Direttore di un orfanatrofio ad
Andria (Bari) e definito dai suoi superiori l’uomo dalle mille iniziative.
Padre Civerra afferma: “Per noi guardare le meraviglie del creato è una
lode del Signore e un modo semplice di far comprendere la grandezza e l’amore di Dio. I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue
mani annunzia il firmamento”.
Ringraziamo il Signore di questa fioritura di Sante Vocazioni
Sacerdotali e religiose sbocciate nelle famiglie vicine di casa, nell’alta
valle baciata dal sole, del torrente Sambro di San Benedetto. Terra
benedetta da Dio!
Note
1 Su Padre Bernardino Piccinelli si veda in questo stesso numero della rivista il ricordo del nipote
Angelo Naldi scritto in occasione del centenario della nascita. (N.d.R.)
2 Suor Maria Celeste Calzolari è morta il 12 settembre 2005 ed è stata sepolta nel cimitero di San
Benedetto Val di Sambro al suono di un doppio di campane, il medesimo doppio che accompagnò la sua partenza dal paese per il convento di clausura. Così ha voluto la sorella, autrice di questo ricordo. Il campanile e le campane le erano particolarmente cari, tanto che quando, avanti
negli anni, telefonava alla famiglia il giorno della festa di Sant’Antonio, patrono del paese, diceva
al nipote: “Fammi ascoltare per telefono il suono delle campane.” (N.d.R.)
120
Matrimonio in montagna
di Milla Arisi
Neve, zuccherini e burle
accompagnano gli sposi
Era una mattina chiara, ottobrina, con un cielo sereno, splendente,
di un azzurro intenso come gli occhi della sposa. Un vecchio disse,
segnandosi: “Oggi è una giornata strana, un cielo così di questa stagione...” e si interruppe per non sembrare un uccello del malaugurio.
A Ripoli, un giovane, anche lui con due occhi azzurri ingenui da bambino, si preparava per andare a chiedere a un amico un passaggio.
L’amico era riuscito, non si sa come, a rimediare una vecchia motocicletta militare, e in paese si vociferava che l’avesse fatta fuori a un
tedesco, durante gli ultimi mesi di caccia che c’era stata tra partigiani
e tedeschi particolarmente incattiviti dalla brutta piega della guerra.
Iusféin, così si chiamava, gli confermò che poteva dargli il passaggio,
ma che doveva prima passare per San Benedetto e quindi si sbrigasse
perché lui aveva da andare poi in giro per fatti suoi, un po’ misteriosi.
Bruno, questo il nome dello sposo (a quell’epoca motti giovani si
chiamavano così in memoria di un figlio di Mussolini morto molto giovane), si rivolse alla madre e alle sorelle: “Mi raccomando, preparate
gli zuccherini; non so a che ora arriveremo.” E corse via abbottonando la giacca, residuo di un vecchio cappotto del padre che essendo
diventato troppo stinto per il genitore era stato trasformato nella giacchetta bella del figlio che si andava a sposare in un tempo di grandi
ristrettezze. Dopo una breve ma rapida corsa la motocicletta sbuffando e tossendo arrivò nei pressi di Qualto. Era troppo presto per la cerimonia e Bruno si fece metter giù ai Fornelli dicendo: “Vai, vai che hai
fretta. Faccio quattro passi a piedi.” Inoltre la giacca gli si era impolverata alquanto poiché le strade non erano asfaltate ed erano particolarmente polverose data la stagione piuttosto secca.
In casa della sposa c’era un grande trambusto. Misia, diminutivo di
Artemisia – nome imposto alla nipote tanto attesa dopo una serie di
maschi dallo zio prete che si dilettava di erboristeria – Misia si stava
preparando. Non era ancora il tempo degli abiti bianchi, che dovevano teoricamente simboleggiare la verginità della sposa, o almeno indicare una capacità economica che consentiva di buttare soldi in un
abito da mettere solo in quella occasione “speciale” ci si vestiva come
123
capitava, solo con un abito nuovo, o rinnovato, per solennizzare un
momento fondamentale della vita dei giovani.
Una zia di Misia, che si era sposata prima della guerra, aveva indossato un bellissimo abito nero, sostenendo che, se il matrimonio è la
tomba dell’amore, I’unico abito adatto era quello. Misia, giovanissima
diciottenne, molto graziosa con quegli occhi azzurro intenso che contrastavano con 1a chioma nerissima e naturalmente riccia, aveva optato per un abito di lanetta leggera di colore grigio perla, e per la testa
aveva ottenuto dalla nonna un bellissimo velo di pizzo. Le scarpe con
il tacco altissimo erano pure grigie, i guanti bianchi di pizzo le erano
stati prestati da un’amica con cui qualche volta era andata a ballare.
II matrimonio era fissato per le dieci, ed erano già le nove e mezzo.
Lo sposo non si vedeva. “Oddio, non arriverà in ritardo?” si chiedeva
la madre della sposa preoccupatissima per il rinfresco da preparare
all’uscita dalla chiesa. Le amiche della sposa erano tutte in agitazione.
Misia era la prima tra di loro a sposarsi, e andava a vivere lontano da
Qualto, andava a Ripoli: certo si sarebbero riviste, ma non sarebbe più
stata la stessa cosa. Ecco, era venuta l’ora di avviarsi alla chiesa. Il sole
splendeva ancora chiaro e tiepido, la gente era già entrata per vedere
gli sposi, mentre le donne finivano di sistemare gli zuccherini nelle
ceste, coprendoli con burazzi di canapa tersi di bucato.
La cerimonia non fu molto lunga, il parroco aveva recitato un’omelia breve, ma molto sentita e aveva fatto piangere la madre della
sposa ricordando la giovane età della ragazza e l’aiuto che aveva sempre dato alla famiglia, col suo lavoro in casa e nei campi. Il tempo, pur
breve, pareva non passare mai per gli sposi che non vedevano l’ora di
ritrovarsi fuori con i parenti e gli amici. Li aspettava anche un cammino piuttosto lungo, dovevano infatti andare fino a Ripoli, alla casa di
Bruno, dove avrebbero iniziato la loro vita comune. Finalmente il parroco arrivò all’Ite missa est, e loro dovettero ancora aspettare prima di
uscire, per firmare tutte !e carte matrimoniali.
Si sentiva fuori uno strano silenzio rotto da grida di bimbi. Quando
si fecero sull’uscio della chiesa si fermarono impietriti.
Nevicava!
E la cosa doveva essere cominciata già da tempo perché c’era uno
straterello di neve fresca di circa cinque centimetri. Certo con la neve
che copriva le macerie delle case distrutte dalla guerra il paesaggio era
molto diverso: sembrava quasi che le case, i campi, quei pochi castagni sopravvissuti allo sterminio sommersi da quel biancore, fossero
ancora intatti. Le vecchie pietre di arenaria con cui si erano costruiti
gli edifici spiccavano scure a bellissime. In mezzo a tutto quel bianco
gli sposi si diressero alla casa di Misia, rincorrendosi con tutti i paesani per prendere meno neve possibile, e ridendo e scherzando e scivolando sul selciato petroso prendevano al volo gli zuccherini che le
124
donne, al riparo di un portichetto, tiravano loro addosso. A casa, giusto il tempo di prendere un caffè abbastanza buono per la particolarità della giornata e fare un minimo di colazione, dopo il digiuno
doveroso dalla mezzanotte, come usava ancora in quel periodo, per
poter fare la comunione, e poi via, tutti insieme parenti e amici, con
le scarpine buone della cerimonia, a piedi, di corsa verso Ripoli, dove
la mamma di Bruno aveva già preparato il pranzo di nozze.
Passando per Sant’Andrea salutarono il parroco di quella chiesa,
parente lontano di Bruno. Scendendo verso Ripoli la neve era molto
diminuita, non nevicava più e cadeva solo una pioggerella molto fastidiosa, ma indubbiamente meno pericolosa. Stettero a tavola per tutto
il pomeriggio, ridendo di cose misteriose, che sapevano solo gli amici
di Bruno. Finalmente venne l’ora di salutare tutti mentre la neve caduta a Qualto si stava sciogliendo a qualcuno non si spostava dalla casa
degli sposi. Bruno e Misia si ritirarono nella camera da letto, e mentre
lei osservava sbalordita, Bruno cominciò a chinarsi e a guardare sotto
il letto, togliendo man mano campanacci di cui fermava il batacchio
per evitare che suonassero. Poi disse a Misia di controllare le imposte,
perché anche lì doveva esserci qualcosa. Infatti Misia notò che c’erano degli spaghi che tenevano legate le chiusure. Piano piano per non
farsi sentire, riuscì a tagliare gli spaghi, poi chiese a Bruno: “Ma che
cos’è questa roba? Perché hai messo queste cose in giro per la stanza
e poi me le fai togliere?” E Bruno: “È un’usanza dei paese quando c’è
un matrimonio. Non hai capito perché ci sono i campanacci sotto il
letto? E le imposte chiuse perché gli sposi non si alzino troppo presto,
e non possano aprire le finestre finché non ci sono tutti gli scapoli del
paese ad assistere alla levata?”
Misia si diverti molto a queste parole. Ma pare che gli amici fossero rimasti molto delusi e se la presero con Iusféin, rimproverandolo di
aver spifferato le loro intenzioni a Bruno mentre lo accompagnava a
Qualto. Iusféin ricordò quante volte lo stesso Bruno aveva partecipato
ad acconciare i letti matrimoniali di amici o parenti che si erano sposati prima di lui. “A lui credevate di farla?” Tutti dovettero ammettere
l’evidenza della cosa e riconoscere che si erano dimenticati del particolare.
Fu un matrimonio molto felice, durò molti anni e Bruno non riuscì
a sopravvivere a lungo alla morte di Misia, l’amore che li aveva uniti
in vita li mantenne vicinissimi nella morte.
125
126
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e realizzazione
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manutenzione di parchi e giardini
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ornamentali, con piattaforma
aeree e in tree/climbing
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materiali diversi, porfidi, arenarie,
materiali ghiaiosi, ecc.
I r r i g a z i o n i automatiche e
semiautometiche
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Madonna dei Fornelli 15 maggio 1945:
strage di operai di Castel dell’Alpi
di Terziglio Santi
Alla vigilia della poderosa ultima offensiva alleata contro le esigue forze tedesche, le strade delle nostre vallate erano tutte perfettamente transitabili e la manutenzione era assicurata da centinaia di
operai che vi lavoravano. Ma otto giorni prima dell’offensiva tutti i
lavori vennero sospesi per non intralciare l’afflusso di uomini e armi
alla linea del fronte.
Non c’era altra possibilità d’impiego e così si ritornò al campicello per seminare i prodotti della primavera; poco o nulla c’era da sperare nel grano perché pochissimo si era seminato in autunno a causa
al passaggio del fronte. Il costo della vita alle stelle fece presto esaurire le poche AM-lire(1) risparmiate nel periodo in cui si lavorava.
Nelle nostre strade i lavori non ripresero più, ma da parte dell’esercito sud-africano si assumevano operai da impiegare sulla direttissima Bologna-Firenze.
Così il 19 aprile, un giovedì, alle 6.45 giunse a Castel dell’Alpi un
camion che senza grosse difficoltà ci portò alla stazione di Grizzana
per iniziare la ricostruzione della linea che a causa della guerra era
stata ridotta in un ammasso informe di rovine. Dovemmo costatare
amaramente che per ragioni belliche avevamo visto in azione trattrici e gru che avrebbero sollevato un vagone, agevolando il lavoro e
la nostra fatica. Invece la nostra attrezzatura consisteva in piccone e
pala, qualche martello demolitore e tenaglie a bracci lunghi per lo
spostamento dei binari. Non c’era carenza di operai perché a centinaia arrivavano da Camugnano, Castiglione dei Pepoli e da altre
località. Il lavoro era faticoso e pieno di insidie, ordigni bellici inesplosi e mine collocate un po’ovunque che i bonificatori sudafricani
cercavano di rimuovere; noi di tutto ciò eravamo consapevoli, ma
era l’unica occupazione possibile. Si ripeteva ciò che era avvenuto
ai reduci della guerra 1915-18. Anche per essi l’unica occupazione
fu lavorare nei cantieri della Direttissima.
Dopo alcuni giorni il primo intoppo: il ponte Bailey sul Setta presso la stazione di San Benedetto era stato rimosso e una macchine
operatrice stava lavorando per costruire una pista lungo il greto del
129
Setta. Dietro-front e dovemmo tornare a casa da Rioveggio. Il mattino dopo guadammo il Setta passando per quella disagevolissima
pista. Il camion con sopra una sessantina di uomini, tutti in piedi,
ondeggiava paurosamente, comunque giungemmo a destinazione.
Poi un avvenimento tragico: un operaio incappò in una mina o altro
ordigno e rimase ucciso. Pare fosse della zona dello Zanchetto, ma
non ne sono certo perché lo stesso giorno, era l’8 maggio, ci fu
comunicato che il giorno dopo avremmo lavorato a Vado di Setta.
Gli alleati dilagando nella Val Padana incontravano numerosi
corsi d’acqua; per superarli occorrevano ponti, così anche il ponte
sul torrente Sambro a Valle era stato rimosso. In sostituzione, sulla
sinistra era stata aperta una pista che seguiva i1 greto del torrente fin
presso il mulino, qui superava il torrente e rientrava nella strada normale. Ma quel tragitto era tale che un minimo di prudenza c’indusse a scendere e percorrerlo a piedi. Giungemmo a Vado, ma sarebbe più esatto dire alle macerie di Vado: il ponte sembrava un enorme pachiderma il cui scheletro affiorasse qua e là scomposto; degli
archi originali non esisteva più nulla, qualche pila emergeva ancora
ma pareva una mascella semisdentata, altre sembravano vergognarsi dello stato in cui erano ridotte. Travature in ferro poste dai tedeschi
per ripristinare il traffico erano state divelte, contorte; altre ritte sembravano relitti di una foresta bruciata.
Pochissime case mostravano i muri intatti fino al primo piano;
faceva eccezione una casa posta sul punto più alto e quindi più
esposta all’offesa bellica: veniva da pensare che volesse imitare
Capaneo, per qualche pezzo di muro che arrivava al tetto. I potenti
Bull Dozer avevano brutalmente rimosso tutto ciò che ostruiva la
strada che attraversava il paese, ripristinando il passaggio verso
Bologna.
Noi giungemmo fino alla piazza, ma la rampa che portava alla
stazione era piena di macerie e dovemmo fermarci. Su un gippone
che ci aveva raggiunti c’erano le pale, i picconi e i martelli demolitori; cominciammo a rimuovere le macerie, ma solo il giorno dopo
raggiungemmo la stazione. Faceva grande impressione osservare che
nei tratti di terreno scoperti, posti in allineamenti quasi geometrici,
c’erano i crateri dei proiettili esplosi in quantità superiore a uno ogni
metro quadro. Ma quel che atterriva e lasciava sgomenti era la mancanza assoluta di persone del luogo; mai visto qualcuno che dicesse: io sono nato qui. Se paragonata a Vado si poteva considerare
Grizzana come rimasta indenne. Nulla era ricuperabile, i fabbricati
rasi al suolo, i porta cavi della linea tutti a terra e frantumati, traverse e binari divelti e contorti, alcuni scagliati fuori dalla sede ferroviaria.
In questo marasma cominciammo a rimuovere e caricare sui
130
camion macerie e tutto ciò che era distrutto, e ci preoccupava trovarvi numerosi ordigni inesplosi: ve n’erano di tutti i tipi e di tutti i
calibri. È vero che le vicende della guerra ci avevano abbruttiti e
quasi resi insensibili ad avversità e durezze, ma anche fra noi cominciò a serpeggiare il dubbio che il viaggio in quelle condizioni e un
lavoro del genere avrebbero anche potuto condurci a veri e propri
guai. Ma il bisogno di guadagnare qualcosa per sopravvivere era
reale, perché partiti gli americani il costo della vita era andato alle
stelle; qui prendevamo settanta lire al giorno, quasi una miseria, ma
erano troppo necessarie per noi. Poi c’era anche una questione d’orgoglio perché dichiararci vinti?
Esisteva anche una sincera convinzione di dover compiere un’opera civile e meritoria, contribuendo a riportare la vita dove regnava
la morte, a questo modo aiutando i vadesi a tornare nella propria
terra; inoltre il ripristino delle vie di comunicazione avrebbe facilitato il ritorno dei nostri prigionieri sparsi per ogni dove e comunque
favorito la ripresa economica... Così continuammo e lenta, ma
costante, la nostra opera si materializzava positivamente.
Si arrivò a1 15 maggio. Come usuale, poco prima delle sette giunse il camion: avrebbe fatto il carico completo perché era giorno di
paga. Salimmo, i primi si spinsero vicino alla cabina – tra questi vi
ero anch’io – poi man mano gli altri. A Madonna dei Fornelli salirono altri sei o sette e il camion, che era un Chevrolet a cassone
lungo e sponde alte, fu pieno zeppo di uomini posti tutti in piedi. Si
partì. Fatti circa 200 metri, giunti al Fornello di Sotto il camion
sbandò a sinistra e si avvertì chiaro che era già inclinato paurosamente, tanto che alcuni uomini precipitarono dal cassone. Così
inclinato il camion continuò la corsa infilando la carrareccia che
portava alle case del Fornello. A questo punto un urlo disperato –
ODDIO! – uscì dalle labbra di tutti, ma fu spento dal fracasso del
ruzzolare dell’automezzo dopo un salto di quattro, cinque metri.
L’essere stato vicino alla cabina di guida mi salvò dal rimanere
schiacciato o per lo meno compresso dal peso del camion nell’impatto del ribaltamento. La cabina infatti non si schiacciò del tutto,
ma l’urto col terreno fu tremendo, sembrò che mi si spezzassero tutte
le ossa: dolori lancinanti allo stomaco e al fegato, il respiro affannoso, la vista mi si annebbiò e la testa era tambureggiata da suoni
metallici… Ma non persi i sensi perché la mia prima considerazione
fu : “Meno male che sono ancora vivo”.
Per qualche minuto restai lì un po’ di fianco col viso verso terra.
Davanti a me non c’era nessuno, gli altri erano leggermente indietro
o quasi alla pari. Sentii un urlo, era di una donna che veniva dalle
case di sotto: nel vedere cos’era successo cadde in terra. Quell’urlo
mi scosse . Alzai un po’ su la testa e nella misura che mi permetteva
131
la condizione in cui mi trovavo
(avevo sopra di me due compagni di cui uno, Severino Santi,
morì) mi volsi per guardare un
po’ indietro. Alla vista apparve
una scena spaventosa: un
ammasso di corpi avvinghiati
uno sull’altro, chi a testa in giù,
molti sepolti sotto gli altri, bocche spalancate in diversi atteggiamenti che stavano tra la sofferenza e il terrore – e nessuno si
moveva e di nessuno si sentiva
la voce, tanto che pensai: “Sono
tutti morti”, anche perché, ormai
copiosi, scorrevano i rivoli di
sangue.
Ma quel che più mi fece inorridire fu la vista di un ragazzino
che si trovava a circa due metri
da me; dall’interno di una coscia
fuoriusciva un osso per almeno
15 centimetri e un zampillo di
sangue fluttuava intorno all’osso; non ressi e volsi lo sguardo
altrove. Nello stesso istante senLa stele a ricordo dei lavoratori caduti il
15 maggio 1945 a Madonna dei Fornelli.
tii: “Prendetemi su, aiutatemi.”
La voce era forte come copioso
era lo zampillare del sangue; al
diminuire del flusso sanguigno cedeva anche la voce, che lentamente diventò rantolo. Poi il rantolo si spense mentre continuava
ancora a scorrere un po’ di sangue. Così morì Primaveri Gino, aveva
16 anni.
E così morirono altri sette, senza la minima assistenza. Non vidi
gli altri caduti, ma a Primaveri Gino l’osso spezzato nella fuoruscita
aveva evidentemente intercettato l’arteria femorale. Forse sarebbe
stato sufficiente un laccio emostatico per salvare quella giovane vita.
Intanto da Madonna dei Fornelli era un accorrere di gente, ma
alla vista di un così orribile spettacolo non facevano nulla e si
disperavano. Cito un caso che mi sembra emblematico: vidi davanti
a me Aldo Varignana con le mani nei capelli e le lacrime agli occhi
allontanarsi; eppure era considerato uno dei più tosti di Madonna
dei Fornelli. Ma le grida isteriche dei venienti scosse quell’ammasso
di disgraziati e allora le urla di disperazione e i lamenti di dolore
132
Nel 41° anniversario della tragedia Terziglio Santi commemora i lavoratori caduti.
andarono alle stelle.
Poi la popolazione tutta, vincendo la repulsa iniziale, cominciò a
organizzarsi per i soccorsi portando o accompagnando i meno gravi
in paese. Nella mancanza assoluta di materiale sanitario adeguato
alla gravità delle ferite si cominciò a stracciare lenzuoli, asciugamani, tele e a distribuire alcolici e altri generi di conforto. Io pensavo:
“Qui è impossibile cavarsela…” Il camion era l’ultimo, non c’erano
telefoni, gli unici mezzi erano la bicicletta e il cavallo, ma con questi arrivare a Vado… Anch’io, dopo che mi furono tolti da sopra due
uomini, dei quali uno – Severino Santi – era morto, fui portato in
paese e adagiato in terra davanti alla chiesa: una gamba stritolata,
naso rotto con copiosa perdita di sangue, due costole fratturate e
altro.
La popolazione si prodigava ma non poteva fare più di tanto.
Finalmente poco prima delle dieci giunse una jeep partita da Vado
in cerca del camion che non avevano visto arrivare e da quel
momento si può dire che ci sentimmo meno soli. Alle 11,30 cominciarono ad arrivare i camion che caricarono i feriti sui duri cassoni
di ferro: parte furono portati a Bologna, altri a Firenze. Ma per otto
compagni non ci furono interventi perché ormai deceduti. Fui caricato insieme a Onorato Belgio, Ezio Marchi, Mario Baldi, Raffaele
133
Baldi e Ardilio Baldi; ci assisteva Enrico Pinetti (zio di Ezio Marchi),
che in possesso di una bottiglia di cognac ogni tanto ce ne passava
un sorso.
Il viaggio fu di una sofferenza inaudita. Solo verso le 16,30 giungemmo al Rizzoli che non ci accettò, dando indicazioni per il
Sant’Orsola, dove fummo adagiati per terra su delle coperte all’interno di un cortile pieno di ricoverati provenienti da tutto
l’Appennino, da Monterenzio a Castel d’Aiano, quasi tutti feriti dallo
scoppio di mine. Era ormai sera quando su un’ambulanza fummo
portati in via Brocchindosso nei locali della Scuola Albini, che era
stata adibita a ospedale. In condizioni alquanto precarie per il gravoso impegno cui doveva far fronte il personale sanitario, cominciammo a ricevere le prime cure che furono di sollievo anche se ci
rattristò la notizia che altri sei operai erano deceduti prima di raggiungere l’ospedale. Il numero dei morti salì dunque a14.
Di questo nessuno parlò: con la dignitosa umiltà tipica della gente
di montagna, i caduti furono raccolti e rinchiusi in rozze bare le cui
tavole provenivano dai tronchi dei nostri boschi e con un unico funerale furono sepolti alla meglio, non essendo il cimitero capiente a
ricevere un così alto numero di salme. Rimasero, sì, nel cuore delle
famiglie, che erano tutte coinvolte essendo il paese minuscolo. Per il
resto furono avvolti in una vergognosa dimenticanza.
Al contrario dei morti alla stazione di Bologna e di quelli della
stazione di San Benedetto Val di Sambro, dove convergono autorità,
televisione e giornalisti, per questi nessuno si è degnato di pronunciare una parola. Indignato per tutto ciò, presi io l’iniziativa di ricordarli nel 40° della loro morte, chiedendo l’adesione dei comuni dell’alta valle del Savena. Con somma amarezza costatai che nessuno
sapeva nulla di un fatto così grave. Sorpresa a Monzuno, come a
Loiano e Monghidoro; le risposte furono le stesse: “Ma quando è
stato? NON SAPPIAMO NIENTE!”
Pur nella delusione, tirai avanti con l’ansia e il timore di un totale insuccesso. Ma non fu così. I quattro comuni cui avevo chiesto l’adesione furono presenti con gonfaloni, sindaci e assessori, il
Compartimento ferroviario di Bologna mandò un alto dirigente. Ma
più importante ancora fu una marea di popolo che sorprese tutti!
Proprio questa partecipazione dimostrò che nel paese era ancora
vivo il ricordo dei caduti. Visto un tale risultato, pregato dalla popolazione ripetei la commemorazione anche l’anno successivo e il
risultato fu sorprendente: aderirono 14 comuni appartenenti a tre
province, tra gli altri il gonfalone del comune di Bologna e Barberino
del Mugello col sindaco; Ravenna, dove abitavo, fu presente col
gonfalone del comune e della provincia. A questo punto ricordai
all’amministrazione di San Benedetto V.S. e alle pro-loco di Castel
134
dell’Alpi e di Madonna dei Fornelli che spettava a loro continuare.
Le assicurazioni furono tante ma sono state tutte e da parte di tutti
disattese.
Come non ha avuto seguito la proposta di intitolare una via a questi sfortunati umili lavoratori che persero la vita per il progresso della
società.
Caduti a Madonna dei Fornelli
BARGIOTTI UBALDO
GIRONI ADELMO
MARCHI ORLANDO
PRIMAVERI GINO
SANTI MARIO
POLI ADELIO
CHICCONI RENZO
SANTI CESARE
BIANCHINI UBALDO
SERRA NELLO
SANTI SEVERINO
SANTI UGO
BARGIOTTI AUGUSTO
BARGIOTTI CARLO
di
di
di
di
di
di
di
di
di
di
di
di
di
di
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
anni
15
15
16
16
18
19
25
30
33
33
35
38
40
43
Note
(1) Moneta cartacea emessa dalle forze alleate.
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Nella memoria e nel cuore: la mia chiesa
di Serena Bertini
Un volteggiare di farfalle e un indicibile profumo d’aria tersa… un
suono festoso di campane.
Ai piedi del biancospino s’intrecciava il convolvolo rosa e primule
e viole ai margini del fosso. Al di là della siepe l’occhio spaziava sul
verde intenso dei prati, sul giallo dorato del grano, sull’ondeggiare dei
pennacchi che il granoturco offriva al vento, sul bruno delle zolle
fumanti, sui buoi aggiogati alla terra e, in lontananza, s’immergeva in
un’azzurrità diffusa che rendeva più dolce il limitare dell’orizzonte.
Non più di così. Eppure camminavo lungo la strada verso la chiesa
pervasa da un’imperscrutabile sensazione di felicità.
Mi accoglieva la signora Maria, “zia Maria”. Mi prendeva per mano
e mi svelava i segreti della canonica nascosti, per me, dietro la porta
che si apriva sull’angusta cucina dove la fragranza del pane e il leggero profumo delle particole appena uscite dallo stampo si univano,
indissolubilmente.
Una fettina di pane, un pezzetto di formaggio, qualche ritaglio di
cialda erano doni graditi nell’ora che precede il mezzogiorno prima di
partecipare al sacro rito.
“Arciprete, dia una speciale benedizione alle bambine… che ne
hanno bisogno!” sottolineava la mamma, e un leggero senso di colpa
distoglieva il mio sguardo da tutto quello che mi stava attorno.
Entravo in chiesa dalla porta laterale che comunicava con la canonica. Saliti pochi gradini l’incanto del luogo mi conduceva lungo il
percorso della via crucis tracciato dai quadri appesi in sequenza alle
pareti. Poi era la volta, celeste, e i visi sorridenti e paffuti degli angioletti sostenuti per incanto da piccole ali, e gli angeli che reggevano un
drappeggio con una scritta indecifrabile, e le statue dei santi Pietro e
Paolo dominanti dall’alto di una nicchia, e il pulpito imponente al
quale si affacciava il predicatore di turno…
Nella pagina precedente: una vecchia immagine della chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista di Monzuno.
138
Il suono della campanella annunciava l’ingresso dell’arciprete don
Castelli che a capo chino saliva i gradini dell’altar maggiore.
Parole incomprensibili pronunciate frettolosamente davano inizio
al sacro rito e, di tanto in tanto, gesti sfuggenti delle mani quando girava il capo verso i fedeli. Poi la predica, e io capivo che bisognava essere buoni, non far questo non far quello; il peccato veniale, il peccato
mortale… il peccato originale; l’inferno, il purgatorio, il paradiso; il
limbo, luogo destinato ai non battezzati, che io identificavo con quell’angolo buio e appartato del cimitero dove venivano sepolti i bambini appena nati e morti senza battesimo. Terribile… io ero fortunata!
Ancora il suono della campanella: era il momento solenne dell’elevazione.
In ginocchio, le mani sul viso. Non si doveva guardare quel sottilissimo pane… l’ostia consacrata, il corpo di Gesù… Mistero della
fede!
La voce della mamma che sussurrava al mio orecchio speciali preghiere:
“Sia lodato e ringraziato ogni momento
il Santissimo e Divinissimo Sacramento…”
“Dolce cuor del mio Gesù
fa ch’io t’ami sempre più…”
“Mamma celeste, Maria Immacolata…”
e il calore del suo respiro sul collo e il suo profumo di mamma, e
il mio totale abbandono a lei, mia forza e mia certezza. Mistero dell’amore!
Se fosse veramente esistita una mamma celeste che mi avesse
accolta, un domani, fra le sue braccia… sarebbe stato bello!
Cammino lungo la strada che porta alla chiesa. Un via vai di automobili e un odore acre nell’aria.
Fra i muri delle case fazzoletti di terra e cielo. Chi mi ha generato
dorme il sonno profondo di giorni senza tempo.
Nel cuore una struggente nostalgia per le cose che non tornano.
139
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Un campo di grano...
di Gianluca Boninsegni
Riflessioni di un piccolo
agricoltore dell’Appennino
Per i bambini cresciuti in campagna, il dio mitologico da venerare
con ammirazione infinita è la mietitrebbia. Quando sei piccolo ti
fanno salire sul trattore, ti metti al posto di guida per fare “brum brum”
e magari ti metti a piangere perché non trovi lo sterzo: i cingolati, tanto
diffusi un tempo, si guidano con due leve! Sulla mietitrebbia invece
tutto questo non è concesso. La mietitrebbia si può solo guardare dal
basso: alta, mastodontica, minacciosa, è come Zeus in cielo!
Ho vissuto da bambino gli ultimi anni della mietilega, ho caricato
i covoni sul carro e ho visto la trebbiatrice funzionare nell’aia, mossa
da una cinghia collegata a un possente trattore color arancio. Mi sento
un fossile vivente quando racconto che sono andato con la nonna a
spigolare nei campi di grano! Le macchine agricole, da noi, sono sempre arrivate in ritardo, dopo aver “debuttato” in pianura.
Ma un bel giorno arrivò la mietitrebbia autolivellante, nata per lavorare sui nostri terreni in pendenza. Ho ripensato alla mia lontana venerazione per la mietitrebbia quando quest’anno ho visto un immenso
campo di grano pronto per essere mietuto, con poco distante una mietitrebbia dell’ultima generazione, nell’attesa di lavorare. Per chi ama la
campagna, un campo di grano maturo è un paesaggio bellissimo,
soprattutto la sera quando l’aria non è più così calda e i grilli fanno da
colonna sonora. Mi sono ricordato di quando essere adulto per me
significava poter guidare quel mastodonte, che nella mia fantasia è
sempre di colore rosso, come la prima volta che l’ho visto. Rivedo
nella cornice di un tramonto Giuseppe Marchesi alla guida di una
Laverda rossa che entra a Livergnano, trainando la barra falciante
smontata. È una soggezione che mi è rimasta, pur avendo visitato tante
fiere ed esposizioni di macchine agricole, da Bologna a Verona: non
sono mai salito in una cabina di guida.
Che cos’è un campo di grano? È stato per secoli la massima espressione dell’agricoltura: rinunciando a macinare un chicco di grano si
poteva seminarlo e raccogliere non meno di diciotto chicchi… Così
mio zio Ernesto Bollini tesseva le lodi del San Pastore, una varietà di
grano rustica che si adattava anche ai terreni marginali, riconoscibile
141
dal tipico colore rossastro delle cariossidi. Il grano, alto come una persona nel 1910, ora non supera il mezzo metro d’altezza, ma si è quadruplicata la resa, passando dai dieci quintali a ettaro a non meno di
quaranta, potendo raggiungere anche sui terreni dell’Appennino i sessanta-settanta quintali!
Aumentata la resa sono però calati i prezzi. Oggi con i soldi ricavati dalla vendita di un quintale di grano si può comprare al massimo
una ciabatta; poco più di quarant’anni fa quattro paia di scarpe buone,
mentre “prima della guerra” c’era chi mangiava il pane bianco solo a
Natale e Pasqua. Nel passato, chi possedeva tanta terra era ricco senza
far fatica, perché la lavoravano per lui i suoi mezzadri; mentre i miei
nonni e tanti compaesani agricoltori in proprio dovevano andare a fare
i muratori, essendo i loro poderi troppo piccoli per sfamare una famiglia. Oggi, coltivare grano facendo lavorare la terra agli altri, può consentire una patta con le spese solo nelle annate buone. Anche chi lavora la terra in proprio non riesce sempre a far quadrare il bilancio, perché i costi di produzione tendono ad aumentare più dei guadagni.
Al grano le nostre scuole d’agraria dedicavano tante ore di lezione,
mentre agli studenti non preparati il professore diceva: “Non sai neppure il grano!” Forse per scaramanzia, ma per un certo periodo gli studenti dell’Agraria di Loiano, ammassati in fondo alla corriera cantavano: “Che ne sai tu di un campo di grano! Io so tutto, faccio l’IPSA a
Loiano.”
I miei amici contoterzisti di montagna fanno con i trattori quello
che una volta si faceva con le braccia: un poco di agricoltura e sempre più lavori per l’edilizia, come scavi e movimento terra. In inverno,
come una volta i braccianti tiravano su qualche soldo spalando la neve
sulla Statale della Futa, ora i trattoristi montano la pala per ripulire le
strade. Prima della guerra lavorare i campi era l’unica possibilità di
lavoro per tanti. Oggi la campagna rimane soprattutto una passione:
papa Giovanni XXIII, figlio di agricoltori, descriveva nell’enciclica
Mater et Magistra il lavorare la terra come un lavoro nobile, che si vive
nel tempio maestoso della creazione e che richiede conoscenze sempre aggiornate di chimica, biologia e meccanica.
Anch’io amo l’agricoltura e torno appena mi è possibile a lavorare
almeno qualche ora sul poderino di famiglia, acquistato con tanti
sacrifici all’inizio degli anni venti dai miei bisnonni. Ma come sarà il
futuro della nostra agricoltura? E se avrò dei nipotini, questi sogneranno ancora di salire su una mietitrebbia?
Nella pagina accanto: trebbiatura. Sono gli anni Quaranta o forse Cinquanta (Archivio
Comune Pianoro).
143
Il ponte sul Savena
di Orsola Bianconcini Brizzi
Anni ’50, la montagna si spopola:
di scuola in scuola anche i bambini
vivono l’abbandono dei luoghi natii.
Alla fine di ottobre del 1952 la mia famiglia lasciò la casa di
Buganè Grande e si trasferì allo Spennacchio, un piccolo podere nella
parrocchia di Musiano. Cominciammo dunque ad andare a scuola a
Pian di Macina e ci rendemmo conto che tutto era cambiato per noi
bambini. La scuola aveva tante aule e ognuno entrava nella propria
classe. Io frequentavo la terza elementare, mio cugino la quarta e mio
fratello Remo la quinta.
I primi giorni mi sentivo un po’ a disagio in una classe di bambini
sconosciuti che mi osservavano come venissi da un altro pianeta. Fra
l’altro, l’anno scolastico era già iniziato da un mese e io avevo dovuto cambiare i libri di testo. La maestra era una signora di mezza età,
molto distinta e dolce nel modo di porsi nei confronti degli alunni, cercava in tutte le maniere di farmi sentire a mio agio, ma ci vollero
parecchi giorni per adattarmi.
All’uscita della scuola mi ritrovavo con mio fratello e mio cugino.
Facendo ritorno attraversavamo sul ponte il fiume Savena; c’era un
gruppo di bambini che percorrevano quel tragitto con noi, abitavano
in una frazione chiamata “Frascari”. Tra questi ragazzi c’era Guerrino,
che era il capo del gruppo. Indossava sempre un pellicciotto nero, ma
non saprei definire di che tipo di pelliccia si trattasse: era molto usurato, forse aveva già fatto il giro dei fratelli maggiori in famiglia.
Quando Guerrino correva per sfuggire a qualche bambino dopo una
rissa, il pellicciotto gli svolazzava dietro la schiena, morbido come
fosse di un tessuto leggero. Portava sempre con sé la fionda, fatta con
la biforcazione di un ramo d’albero e un elastico, con la quale scagliava piccoli sassolini indirizzati a i suoi avversari.
Il viso di Guerrino aveva alcuni lievi cicatrici, la pelle olivastra,
sempre abbronzata, il carattere era ribelle e testardo. Subito si mise in
contrasto con mio fratello Remo. All’uscita della scuola si facevano
piccoli dispetti e le parole erano sempre in tono minaccioso, fino al
termine del ponte; dopo, Guerrino col suo gruppo proseguivano verso
la collina e noi percorrevamo una stradina che costeggiava il fiume
fino al podere Caselle, una piccola salita ed eravamo a casa.
145
L’inverno fu molto rigido e lungo, si era ghiacciato anche il piccolo stagno vicino alla nostra casa. Le mie sorelle Assunta e Bruna si
divertivano a scivolare sul ghiaccio, utilizzando l’asse ricurvo di una
vecchia botte, e Assunta, cadendo, si era incrinata una spalla. Le avevano immobilizzato l’arto per un mese; appena guarita era tornata al
lavoro d’apprendista che svolgeva presso una sarta da uomo a San
Ruffillo.
Per andare al lavoro e abbreviare il tragitto passava per una scorciatoia attraverso i campi e raggiungeva il fiume, attraversandolo su
una ponticella molto precaria, fatta con traversine di legno che a ogni
piena il fiume portava via. Una sera d’inverno, tornando dal lavoro,
mio padre era andato ad attenderla vicino alla ponticella che era completamente coperta dal ghiaccio. Assunta, per attraversarla, aveva
dovuto togliersi le scarpe e percorrerla a carponi, col rischio di scivolare nel Savena.
Il fiume si era portato via anche Giacomo, un anziano che abitava
in una casa vicina. Era tornato tardi dall’osteria, aveva bevuto molto,
come era solito fare, ed era scivolato nel fiume. Dopo due giorni di
ricerche fu trovato il corpo molto più a valle.
Andammo tutti al funerale di Giacomo, la sua fine tragica ci aveva
molto turbato. Di questo evento rimanevano dentro di me tante
domande senza risposte: come era scivolato? Ma la verità sulla sua
morte se l’era portata via il fiume, diventando uno dei suoi tanti segreti che non ci è dato sapere.
In marzo le giornate si facevano più tiepide e, tornando da scuola,
anche Remo e Guerrino sembrava che avessero smussato i loro contrasti. Passando sul ponte al ritorno da scuola, guardavamo l’acqua
scorrere e notammo che proprio sotto l’arco centrale c’era un isolotto
ampio, dove l’acqua scorreva attorno. A Remo venne l’idea di lasciare cadere le borse sull’isolotto e lanciò una sfida: chi aveva il coraggio, lasciava cadere la cartella nel fiume. Dal ponte tutti avevamo teso
il braccio con la borsa di scuola sospesa nel vuoto, ma nessuno aveva
il coraggio di lasciarla. Remo e Guerrino la lasciarono cadere per
primi, e noi, per dimostrarci coraggiosi li imitammo, così le nostre cartelle di scuola finirono in un isolotto sotto il ponte del Savena.
Subito dopo cominciò il problema, come fare per andare a recuperarle. Bisognava attraversare il fiume e la corrente era molto forte, l’acqua gelata. C’eravamo avvicinati incerti alla riva, quando Guerrino si
tolse le scarpe e i calzini e attraversò il corso d’acqua in un punto dove
era poco profonda. Eravamo convinti che avrebbe recuperato anche le
nostre borse ma, a sorpresa, prese solo la sua, incurante delle minacce di Remo. Salì la riva senza avvicinarsi, prese scarpe e calzini e se
ne andò a casa correndo. Noi rimanemmo sbalorditi per questo brutto tiro e, dopo mezz’ora, mio cugino Oreste, preso dalla rabbia, attra146
versò l’acqua con scarpe e calzini e recuperò tutte le borse.
Arrivammo a casa verso le tre. In casa erano tutti allarmati per il ritardo, le sgridate e qualche sculacciata non le potemmo evitare. Remo
giurò di farla pagare cara a Guerrino, tornò la spaccatura nel gruppo
e all’uscita della scuola Guerrino ci girava al largo: ricominciarono a
piovere i sassolini lanciati dalla sua fionda.
Allo Spennacchio imparai ad andare in bicicletta. Era un mezzo
pesante, di colore verde metallizzato. L’avevamo comprata d’occasione e molti in famiglia stavano imparando a usarla in previsione del trasferimento in pianura, dove sarebbe stato indispensabile saperla adoperare. Nonostante mi avessero detto di non salirvi, nel pomeriggio,
quando i miei andavano a fare la pennichella, io prendevo la bicicletta e m’avviavo giù per una stradina in discesa: la bicicletta prendeva
velocità e io, che non sapevo usare bene i freni, cadevo. Ma non mi
diedi per vinta, continuando imparai ad andarvi.
Stava quasi per finire la scuola, Remo era stato rimandato a settembre, doveva imparare a memoria una poesia di Giovanni Pascoli,
Breus. Era molto lunga e proprio non riusciva a impararla: a forza di
sentirgliela leggere, oramai io la sapevo a mente. Comunque a settembre fu promosso.
La mia famiglia aveva trovato un podere in pianura, a Quarto
Inferiore, una frazione di Granarolo dell’Emilia, e avevano già firmato
il contratto. Nella nuova abitazione c’era la luce elettrica, era un grande cambiamento nella nostra vita. Per la festa dei Santi avremmo fatto
il trasloco.
Ricominciai la quarta elementare a Pian di Macina. Quando dissi
alla mia maestra che andavamo ad abitare a Granarolo, le si riempirono gli occhi di lacrime mentre mi diceva: “Ti eri appena ambientata
e già vai via. Tutti questi cambiamenti di scuola non giovano di certo
ai bambini nel rendimento scolastico”. La ricordo ancora con tenerezza, quella dolce maestra che sapeva capire veramente i propri alunni.
Contemplo a lungo la fotografia di scuola, cerco di richiamare alla
memoria i nomi dei miei compagni, alcuni li ricordo, molti li ho
dimenticati. Penso a ognuno di loro e mi chiedo come sarà stata la
loro vita. Molti di essi saranno già nonni. Ma, guardandoli, non me lo
riesco a immaginare: che strana è la fotografia, che ferma il tempo in
una immagine per sempre. Per me, rimangono sempre bambini, come
li lasciai nella scuola di Pian di Macina.
Nella pagina precedente: La classe terza della scuola elementare di Pian di Macina
dell’anno scolastico 1952-53, insegnante Vittoria Benvenuti Cavara. Orsola, l’autrice, è
la terza da sinistra nella seconda fila.
148
Tragica sorte di una famiglia grizzanese
avvelenata dai funghi
di Claudio Cappelletti
Il 5 giugno 1939 un fonogramma della Regia Questura di Bologna
informa che alle 15,30 del giorno precedente sono stati ricoverati
all’Ospedale Sant’Orsola con prognosi riservata per avvelenamento da
funghi Monti Ada, nata a Grizzana il 17.7.1901 residente a Stanco, e
i figli Degli Esposti Albertino di Bernardo di anni 14 scolaro, Rina di
anni 8 scolara, Giovanna detta Adriana di anni 6. Nel frattempo
Mafalda di anni 10 scolara, è deceduta alle 13 nella casa di Stanco.
Il Resto del Carlino del 6 giugno riporta la pietosa morte dei quattro ragazzi che ha portato il lutto in una modesta famigliola colpita da
un’atroce fatalità.
Davanti al Pretore di Bologna compare il padre Bernardo Degli
Esposti, maniscalco di anni 41 (Grizzana, 20.4.1898), il quale ricostruisce i momenti della tragedia: la famiglia ha fatto colazione con
funghi e cipolla, a sera si sente male prima Mafalda, poi lo stesso succede alla moglie e quindi ad Adriana. Al mattino manda Alberto dalla
nonna dove c’è l’altra figlia scoprendo che è stata male. Verso le 7 di
sabato va in negozio perché deve lavorare e vede che anche il figlio
sta male; pensa ai funghi mentre la moglie incolpa la cipolla.
Alle 8 chiede all’amico e postino del paese di avvertire il medico di
Grizzana. Il postino va al telefono dell’albergatore del paese; il dottore risponde che può trattarsi di una colica per funghi poco cotti e suggerisce uno specifico fatto con uova e acqua. Al ritorno il postino lo
comunica alla signora che prepara la soluzione, ma i figli non riescono a ingerirla. A mezzogiorno, dovendo ancora lavorare, il maniscalco manda il cognato a chiamare il dottore che però è a Pian di Setta
dove lo trova telefonicamente, ricevendo assicurazione che appena
terminato l’ambulatorio sarebbe andato. Vedendo che non arriva, alle
16 prende il cavallo e lo incontra a Scovè, dove il medico gli ordina
una medicina che il maniscalco scende a prendere in farmacia a Pian
di Setta.
Lo ritrova poi nella casa di Stanco alle 21 intento a curare i malati.
Il giorno dopo gli va a riferire della situazione e gli viene risposto di
tranquillizzarsi. Sulla strada del ritorno incontra il cognato che gli dice
149
invece dell’aggravarsi di Mafalda. Ancora una volta chiamano il dottore che manda a prendere delle punture a Vergato; vedendo che non
migliorano li fa portare tutti a Bologna all’una. Mentre si preparano al
trasporto Mafalda muore alla presenza del parroco di Tavernola. Un
agricoltore presta la sua opera per adagiare i malati sul camion; presenza necessaria perché per una frana a Pian di Setta, che impedisce
di proseguire, sono trasportati poi con una macchina.
La moglie dopo un mese di degenza torna alla casa vuota: resta
solo Ruffillo di 14 mesi. Una famiglia è distrutta e una comunità sconvolta dalla tragedia. Il padre il 28 luglio 1939 sporge denuncia al
Procuratore del Re chiamando a testimoni del comportamento del
medico alcune persone del paese. Il 5 settembre viene sentito il medico che escludendo ogni responsabilità personale, denuncia come l’esposto non si debba a iniziativa del maniscalco, ma a ispirazione
malevola di qualcuno che cerca di speculare sulla disgrazia.
Il 15 novembre in Pretura a Vergato il maniscalco conferma le
dichiarazioni rese e in un esposto successivo contesta le dichiarazioni
del dottore che nega di aver ricevuto più di una telefonata, addossando di fatto responsabilità di trascuratezza al maniscalco. Compaiono
anche altri testimoni, che si contraddicono fra loro.
Il 16 novembre è la volta del segretario comunale, che riferisce di un
colloquio avuto con il dottore, il quale lamenta la versione falsata de il
Resto del Carlino che non pubblica una sua rettifica, pubblicata invece
su L’Assalto(1). Pietro Palmieri (futuro primo sindaco della Grizzana liberata) testimonia poi di aver sentito nel locale dell’albergatore del paese,
un paio di giorni dopo i funerali, il medico, il maniscalco e il segretario comunale parlare della disgrazia, in particolare della relazione tossicologica e della versione del quotidiano bolognese.
Il maniscalco nell’interesse della verità chiede al Procuratore del Re
di interrogare nuovamente persone che sarebbero state presenti alle
telefonate intercorse, manifestando il timore che alcuni testi siano reticenti per evitare fastidi. È trascorso tempo, siamo al 15 gennaio 1940,
quando compare un volantino firmato il popolo di Grizzana che si
aggiunge all’iter processuale. Questo il testo:
Noi Grizzanesi vi facciamo noto che sono falsi molti testimoni (...)
che hanno deposto per il dottore… a riguardo dell’avvelenamento dei
ragazzi di Stanco.
[Il dottore] è il segretario del Fascio, è un prepotente, sale per la sua
posizione, per i suoi quattrini, per gli intrighi che fa a mezzo dei suoi
parenti… è un vero delinquente sotto la maschera di sorriso e di gentilezze.
Ill.mo signor Procuratore del Re liberateci da questo mostro, da
questo fannullone, da questo VILE, da questo usurpatore, da questo
150
sfruttatore che prende lire venticinque per ogni certificato che deve
fare a noi operai richiamati per avere il sussidio per le nostre famiglie.
Voi solo potete fare a Grizzana tanto bene per quanto male hanno
fatto gli altri [l’Amministrazione…].
Vi salutiamo
Il 20 marzo 1940 il Medico Provinciale dichiara che se i fatti si sono
svolti come riferisce l’interessato, l’opera del medico comunque a
nulla sarebbe valsa. Il P.M. sostiene degna di biasimo la condotta del
medico, ma esclude che sia colpevole direttamente e ordina l’archiviazione degli atti (16 maggio 1940: per quanto negligente non aveva
potuto influire sulla sorte dei quattro bambini). In seguito il
Procuratore Generale del Re, avanzando il sospetto che se si fosse
intervenuti subito forse qualcuno si sarebbe salvato, ordina il 15 agosto 1940 che si proceda a carico del dottore per omissione d’atti d’ufficio e omicidio colposo (l’omissione d’atti d’ufficio è reato estinto con
amnistia concessa dal R.D. 15.2.1940, n. 77; resta quindi l’imputazione di omicidio colposo; di conseguenza il 14.9.1940 si ha perizia
medico legale).
Il 26 settembre 1940 viene sentito come testimone l’autore delle
autopsie, il quale riferisce che le alterazioni rinvenute, anche sulla
base delle descrizioni dei vari autori di scuola, corrispondono all’avvelenamento da ammannite falloides, funghi che non irritano immediatamente e con un principio tossico che viene assorbito lentamente.
Il 12 novembre il maniscalco scrive al Procuratore Generale di
Bologna ribadendo il ritardo nell’intervento del medico e del conseguente ricovero, l’infondatezza dell’articolo pubblicato da L’Assalto, e
denunciando che alcuni testimoni nelle loro deposizioni non hanno
detto la verità perché lui è un povero operaio e il dottore un’autorità.
Seguono nuovi atti di confronto: il 27 novembre 1940 l’interrogatorio dell’imputato che si dichiara innocente, la telefonista di Pian di
Setta che ricorda la chiamata del segretario dei Sindacati Operai (all’epoca del processo già morto in guerra) ricevuta verso le 17 nella trattoria gestita assieme alla madre, il 28 il postino che conferma la sua
deposizione, poi il 2 novembre la farmacista di turno all’epoca.
Il 2 dicembre nel frattempo era stato risentito il medico che ricorda
la visita fatta quel giorno a casa del parroco don Magli a Pian di Setta,
la cui madre era malata, e il 4 dicembre compare la paziente uscita
senza farsi curare il dente dal dottore perché questi si era allontanato
d’urgenza. Sempre il 4 dicembre il maniscalco conferma le tre chiamate al dottore, alle 8,30 attraverso il postino, alle 14 attraverso il sindacalista e la terza, prima delle 17, fatta dal figlio quattordicenne dell’albergatore, che negherà sempre il fatto anche in confronti diretti con
testimoni.
151
Alla fine la sentenza è un non doversi procedere contro il dottore
per insufficienza di prove. La data è il 29 gennaio 1941. Ma la sentenza ha un’appendice. L’avvocato del maniscalco due giorni dopo
scrive al procuratore Generale del Re chiedendo di sentire il medico
condotto di Castiglione dei Pepoli, che negli stessi giorni avrebbe salvato delle vite da avvelenamento da funghi. Il 2 febbraio la richiesta
viene accolta e il 10 dello stesso mese a Castiglione dei Pepoli il medico descrive analoghi casi risoltisi positivamente anche se in epoche
anteriori, nel 1934 e nel 1937.
Il processo che abbiamo ripercorso nel suo iter coi diversi punti di
vista delle parti in causa si conclude, dopo aver rivelato una rete di
relazioni e rapporti nella comunità rurale che saranno destinati a deteriorarsi. Si è preferito non citare i nomi dei protagonisti, se non quelli
della povera famiglia che nel frattempo ha avuto due gemelli e che si
allontanerà per sempre dalla frazione grizzanese, lasciando dietro di
sé i quattro figli nel cimitero di Tavernola. Le notizie, desunte dagli atti
del processo, ricostruiscono un clima, restituendoci ritmi e abitudini di
vita che verranno abbandonati nel dopoguerra. Le dichiarazioni dei
testi, nella loro tragicità, contribuiscono anche se parzialmente a disegnare il profilo di un territorio rurale e il ruolo dei suoi abitanti ai tempi
dell’entrata in guerra.
Ma aldilà delle sentenze e delle testimonianze, anche contradditorie, sulla base delle quali ognuno può dare una propria interpretazione alla verità del dramma, alcune domande rimangono senza risposta:
chi ha ispirato ad esempio il volantino a firma il popolo di Grizzana
che è comunque una decisa denuncia politica sullo sfondo di un
drammatico momento storico? Una tragedia famigliare anticipa le
divisioni già profonde destinate a esplodere negli anni di guerra.
Note
(1) Se il Carlino scrive che i dolori insorgono dopo poche ore, che al momento della chiamata è
assente e che il ricovero in ospedale è tardivo, il medico sul settimanale della rivoluzione fascista
replica il 16 giugno 1939 che viene chiamato solo il giorno dopo per lievi disturbi, che dopo
mezz’ora era al letto dei pazienti e che sui risultati che si sarebbero potuti conseguire con il trasporto all’ospedale il sabato sera si appella agli studiosi che ben conoscono l’azione tossica tardiva dei funghi…
152
Non ti scordar di me
di Giancarlo Rivelli
Dalle memorie di un ufficiale
americano: un grande ricordo
da un piccolo dono e un intreccio
di emozioni più forti del tempo.
Jim Maxwell arrivò in Italia il 20 febbraio 1944. Dopo aver passato
alcuni mesi impiegato nel deposito dei ricambi nelle lontane retrovie
del fronte raggiunse la 88ª divisione di fanteria USA, 351° reggimento, 2° battaglione, compagnia E, con la quale avrebbe passato il resto
del suo tempo, solo il 15 maggio seguente. Partito con il grado di capo
della squadra mitragliatrici, fu promosso primo tenente nell’inverno
seguente, poi ufficiale esecutivo della compagnia e infine comandante della compagnia E appena dopo il passaggio del Po, nell’aprile ‘45,
grado che mantenne fino al giorno in cui fu rimpatriato, il 12 novembre 1945. Ma andiamo con ordine.
Zena, Livergnano, Trasasso
Il reparto di Jim, seguendo il lento avanzare del fronte occupò varie
posizioni e giunse nell’ottobre 1944 al Castello di Zena, nella valle
omonima, per tenere le posizioni scavate di fronte ad esso. Poi venne
spostato su posizioni difensive lungo la Statale 65 (oggi derubricata a
provinciale), ovvero la strada della Futa. Scelto come ufficiale che
doveva preparare il successivo spostamento della sua compagnia, Jim
passò attraverso Livergnano, dirigendosi verso le retrovie, e giunse in
un luogo (potrebbe essere appena oltre Sabbioni, in località
Sant’Antonio, oppure la stessa Loiano) dove, in attesa dei suoi uomini,
dovette subire le potenti bordate, fortunatamente solo in partenza, di
un cannone di grosso calibro (chi dice un 240 mm, chi un 305 mm
allungato, di origine navale) che si dice sparasse su di un importante
incrocio viario a Bologna. Si racconta che gli abitanti rimasti nelle case
vicine, o più verosimilmente i soldati ivi alloggiati, fossero costretti a
tenere le finestre costantemente aperte per evitare che i pochi vetri
rimasti interi andassero in pezzi a ogni volata. Caricati poi i soldati del
suo reparto sugli autocarri a notte inoltrata, rischiarata dalla luce dei
molti riflettori che disposti nel fondo della valle del Savena illuminavano le nuvole (tecnica utilizzata dagli alleati per facilitare la guida di
notte a fari spenti), con un lungo giro li condusse a Trasasso, località
che divenne la loro base per i giorni successivi, spesi a costruire posi153
La chiesa di Trasasso nel primo dopoguerra.
zioni difensive nelle immediate retrovie del fronte: si era nell’imminenza dell’offensiva d’aprile e l’intero 351° reggimento era stato posto
in riserva.
Cucina da campo
Mentre i soldati trovavano una sistemazione poco meno che precaria nelle tende, nelle case del borgo e tutto attorno, gli ufficiali, e fra
questi Jim, furono ospitati nei locali posti sopra e alla destra del campanile della chiesa parrocchiale, in un’ampia stanza sita al primo
piano. Parroco di Trasasso nei travagliati anni della guerra era don Aldo
Rossi, solito attendere ai doveri dell’ufficio pastorale, in un ambiente
di montagna povero quanto aspro, cavalcando un docile asinello.
Don Aldo aveva un vezzo, certamente curioso per non dire inusuale: allevava una coppia di pavoni e raccoglieva le piume policrome che essi perdevano a ogni muta. Questi splendidi animali erano
ancora vivi quando Jim arrivò a Trasasso, la qual cosa fa pensare o che
la loro carne fosse pessima e che il fatto fosse ben noto ai tedeschi,
oppure che questi ebbero un briciolo di rispetto nei confronti del prete
(o della bellezza, espressa dai pavoni). La cucina da campo che forni154
va il cibo caldo quotidiano ai soldati era disseminata tra il borgo e
l’edificio parrocchiale, parte
nello spazio ove ora si trova il
ristorante “La capannina” e parte
alla sinistra della chiesa, e attirava ovviamente anche gli abitanti
del luogo, i quali trovavano di
che sfamarsi con quanto rimaneva dal rancio, generosamente
distribuito ai civili dagli americani (uguale fortuna non ebbero
coloro che dovettero provare,
nella zona del Sambro e del
Setta, la stizzita, rigida, intransigente presenza degli inglesi, che
non dimenticarono mai di far ben
presente chi era il vinto e chi il
vincitore, negando anche un
tozzo di pane e in alcuni casi
addirittura riprendendo ciò che
era stato regalato alla stremata
Bill Emmerthal e Jim Maxwell (a destra).
popolazione dagli americani).
Fra i tanti che gravitavano
attorno alla cucina vi era anche
Guglielmo, allora bambino di otto anni, sofferente di zoppia, cresciuto nella vicina Ca’ dei Sospiri, che rimase nell’orbita degli americani
per tutto il tempo della loro permanenza in loco (da inizio ottobre
1944 a metà aprile 1945), venendo vestito come un piccolo soldato,
con tanto di fucile. Guglielmo doveva in seguito abitare negli stessi
locali occupati dagli ufficiali americani. Dirigeva la cucina da campo
il sergente William “Bill” Emmerthal, l’uomo più amato di tutta la
compagnia, non tanto per la qualità delle razioni distribuite, quanto
per la sincera dedizione a servire i suoi uomini, tanto da essere soprannominato “la mamma”. Era un uomo più anziano degli altri, probabilmente volontario.
Un dono prezioso
Don Aldo volle invitare a cena gli ufficiali alloggiati nei locali parrocchiali e, si può ben immaginare con chissà quale sacrificio, volle
confezionare con le sue mani sfoglia e ripieno per una terrina di ravioli, cibo molto apprezzato dagli ospiti alleati. Poi, terminata la cena e
prima del commiato (essendo quegli uomini prossimi alla partenza in
quanto destinati ad altra parte del fronte), traendole da un mazzetto
155
gelosamente conservato, con
gesto inatteso quanto gradito,
donò a ogni ufficiale una bellissima piuma di pavone: dopo anni
di guerra e di tesseramento, dopo
mesi e mesi di occupazione tedesca, proprio non rimaneva più
nulla da regalare, se non un
oggetto appena più di un simbolo.
La permanenza di Jim e dei
suoi a Trasasso non durò oltre
una settimana: la mattina del 21
aprile, scesero il ripido sentiero
verso Campaduno, poi a destra
fino al Savena, attraversato su di
un ponte in sasso, per arrivare a
Molino Donino che poterono
La penna di pavone donata a Jim
vedere in funzione, con loro
grande diletto. Da lì, caricati
sugli autocarri, vennero spostati nella valle del Reno e poi nella pianura, fino al Po e oltre: la guerra era oramai al capolinea, destinata a
concludersi dopo una decina di giorni.
A distanza di 60 anni Jim conserva ancora quella piuma di pavone,
unico dono possibile in circostanze impossibili: ed è, per lui e per
quelli che ne conoscono la storia, un oggetto di grande valore.
“Verba volant, scripta manent”
Ma il legame con il territorio di Trasasso è durato nel tempo anche
per il sergente Bill : lui però, come capirete, se lo è procurato. Infatti,
probabilmente fra un turno e l’altro di cucina, ebbe il tempo di fare
una capatina alla chiesa e di lasciare, in un punto ancora non individuato del campanile (ammesso che non sia stato già coperto da qualche restauro), il suo nome e indirizzo, scritto o inciso da qualche parte.
Nell’estate del 1958 don Mario Sassatelli, responsabile dell’Azione
Cattolica e in vacanza nella casa o “colonia” di Trasasso, trovò evidentemente i riferimenti lasciati da Bill e gli scrisse una cartolina che,
dopo un po’ di strada a vuoto, trovò il legittimo destinatario: Gentile
signore, questa sarà per lei una grande sorpresa. Guardi il campanile
nella cartolina: riconoscerà un posto dove è passato come soldato. Il
suo nome è rimasto scritto nel legno dalla primavera 1945. Le chiedo
perdono se ho osato scriverle questa cartolina. Spero che lei la riceva
con piacere. Le invio cordialmente i miei migliori auguri di ogni
buona cosa.
156
Il testo della cartolina.
Come le lumache, ovvero piccola morale
La guerra, come ogni violenza, cancella, annulla, nasconde,
appiattisce, ma ogni uomo, anche e a maggior ragione in quelle tragiche circostanze, lascia dietro di sé una scia, una traccia, un ricordo.
Ognuno in quanto individuo, per sua natura, con la divisa come con
la tonaca (in definitiva anch’essa divisa, ma del soldato di Cristo) o con
l’abito di tutti i giorni, come una lumaca o come un Pollicino, consciamente o inconsciamente tende a lasciare un segno, a futura
memoria, quasi a voler tracciare e rendere ricostruibile il percorso
della propria esistenza, come per dire: “Non ti scordar di me, non ti
scordar di me, non ti scordar di me: io sono unico.”
Perché la vita è un passaggio.
157
Tra il Pilastrino, la Crocetta e la Salgataccia
di Beppe Lucchi
All’inizio degli anni ‘70
la vita di un gruppo di ragazzi
in un antico borgo di montagna
I ricordi sono musica, mi disse don Gelmini alcuni anni fa. E io,
diventato musicista, me ne sono ricordato di recente durante una
lunga convalescenza per una malattia al ginocchio. E così, come in un
magico flashback cinematografico, peraltro non privo di licenze narrative di aggiunte emotive, eccone di seguito uno dei risultati.
Si svolgeva principalmente all’interno di questo triangolo, che identifica con sufficiente precisione il centro storico di Monghidoro, la
nostra vita di ragazzi di paese. Al di là il mistero, che incuteva curiosità avventuristica e paura allo stesso tempo. Il primo ricordo che riesco a focalizzare nella mente, mi vede seriamente impegnato sui ‘balini’ di paglia dell’Androna nelle prime esperienze erotiche collettive,
insieme a Fanta, Tobia e Beppe Monti, con l’odore di erba bagnata che
entrava da fuori. Ovvero la trasposizione monghidorese di una nota
scena felliniana che si svolge all’interno di un’auto degli anni ’30, con
i fari lampeggianti a tempo, tratta da Amarcord (premio Oscar nel
1973). Usciti con soddisfazione dalla stalla, provvidi furono i vicini
rusticani coi quali avidamente ci rifocillammo, recuperando parte
delle energie disperse. Ignari che già imperversava il ’68, il nostro
veloce ‘fai da te’ altro non era che l’innocente avvicinamento pratico
alla filosofia di vita professata da Kennedy, davanti al flipper o al jukebox del bar della Pia. Raghèz, arcurdév: l’impurtènt l’è mèttel dénter
(in senso squisitamente calcistico), ci suggeriva col suo tipico look
anni ’70. Capelli alla Woodstock, occhiali Ray-Ban specchiati, camicia semiaperta con catena dorata pendente al collo, ‘braghe a campana’, momentaneamente imbianchino di professione ma con una forte
passione per il drumming alla Rolling Stones.
Iniziarono poi i primi approcci amorosi con le nostre coetanee
locali. Il Castellaccio e il giro della Strada Nuova erano gli scenari classici per le notti d’estate. Successivamente arrivò il Club privato, allestito in un locale della zia di Fanta adiacente il giardino dei Giorgi,
ideale per trascorrervi il periodo invernale, socializzando e ascoltando buona musica. Epitaph dei King Crimson era un bellissimo lento,
abbastanza lungo per poter concretizzare l’approccio. Anche la galle158
ria del cinema Aurora si prestava bene allo scopo, tant’è vero che non
ricordo affatto i film proiettati, mentre ricordo benissimo certi effetti
collaterali. Quando l’anagrafe ci consentì d’entrare al Faro, addirittura
con l’aggiunta del fascino di essere disc-jockey, si verificò una svolta
epocale in quanto venimmo addirittura in contatto con ragazze dei
paesi vicini, finanche di Bologna e di Firenze.
Ei balón era il principale sport praticato; più tardi lo fu anche il tennis. Da subito giocai in porta per vocazione naturale, praticando le
prime ‘parate’ nella loggia del palazzo settecentesco in cui abitavo.
C’era una piccola apertura interna che immetteva direttamente nel bar
di Marchioni, prima che si trasformasse in ferramenta. Ricordo perfettamente il sorriso bonario del signor Lino ed Santìn, amico di mio
nonno Donato, il quale mi regalava sempre delle caramelle. Nerio,
Nino, Giorgio, Piero e Ivano giocavano volentieri con alcuni di noi
ragazzi più piccoli. Andavo a chiamare Manolo nella vecchia bottega
di falegnameria del padre, ai piedi del Castellaccio, per poi raggiungere gli altri al campo parrocchiale. Mi bombardavano di tiri in porta
sino all’imbrunire. Formammo una discreta squadra juniores che vinse
sia il torneo dei bar col Pineta, che il trofeo Valserena. Michele era il
nostro capitano. Ricordo la finale col Montefredente, vinta ai rigori
dopo un iniziale svantaggio di 2 reti a 0. Uno lo parai al portiere avversario Monari e uno lo segnai, spiazzandolo. In difesa, Beppe Lorenzi,
Chiodo e io eravamo una garanzia. Il pericolo maggiore era solitamente rappresentato dagli indimenticabili autogol di Tognotto, nostro
valoroso terzino destro. Una volta, contro il Loiano, nel tentativo di
liberare l’area da un innocuo cross, mi piazzò un’imparabile palla nel
sette. Mi abbracciò teneramente, scusandosi. Vincemmo 4 a 2. Intorno
a ferragosto si giocavano sempre partite-spettacolo. Contro Dalla e
Morandi vincevamo senza problemi; ma quella sera, contro Bulgarelli
e Savoldi, non dovevamo proprio vincere. Il primo tempo si concluse
1 a 0 a nostro favore, con gol di Manolo, facendo fare brutta figura ai
due calciatori professionisti. Durante l’intervallo venne qualcuno negli
spogliatoi obbligandomi a non disputare il secondo tempo, adducendo motivazioni d’immagine. Vinsero 6 a 1.
Arrivò Di Siena da Bari, e iniziammo a giocare a tennis. Mitiche
le serate con Vincenzo, Alberto, Fiorella e Romanino, prima sui campi
da gioco e poi a tavola da Donati al Ramazzotto. Oppure da Enzo e
Rosa a cantare a squarciagola Nel blu dipinto di blu (meglio conosciuta come Volare), con Gardo che bussava da sotto perché la pianola, peraltro suonata malissimo e a tarda ora dal padrone di casa, disturbava non poco. Il granaio nel sottotetto della casa natia era un posto
magico, pieno delle più svariate cianfrusaglie dismesse. Insieme ad
Aurelio, giocavamo con le marionette del teatrino per interi pomeriggi. Di domenica, andavamo talvolta a partecipare alla classica tombo159
Squadra giovanile di calcio del Monghidoro nel 1974 (dall’archivio della società sportiva Ramazzotti).
la che si svolgeva nella sede parrocchiale. Ricordo di averne vinta una
di ben 175 Lire (? 0,09); all’epoca mi sembrarono tantissime. Che
Aurelio sarebbe diventato un medico scrupoloso, me ne accorsi dalla
cura meticolosa con la quale mi preparava il ‘barilino’ con la mortadella nella bottega alimentare di Delma e Licinio, in piazza
Ramazzotti.
Attendevo fremente l’arrivo dei miei zii e dei miei cugini da Marina
di Carrara, seduto su una panchina in sasso davanti al vecchio municipio. Quando nei pressi della Esso scorgevo la vecchia Lancia Fulvia
HF rossa, o la nuova Lancia Beta azzurra, mi sentivo la gioia crescere
dentro. Proprio come quando si avvertiva il rombo dei bolidi da corsa,
seguiti dalla classica scia dell’odore dell’olio di ricino, impegnati nelle
prove della Bologna-Raticosa. All’uscita da scuola, ci precipitavamo in
tanti nel curvone della Strada Nuova per vedere le fiammeggianti Alfa
33 che ci sembravano essere cromaticamente più veloci (l’è ròssa)!
Sovente, imperversava la bufera. E d’improvviso la neve era già fonda,
nel silenzio dintorno, con le cavalle formate dal vento. Allora mia
nonna obbligava mia madre a recitare il rosario in latino, in una stanza ove la luce fioca sprigionava da alcune candele, auspicando che
giovasse all’incolumità dei due autisti di famiglia impegnati ogni giorno a lavorare sui tornanti della Futa: mio nonno con le sue Lancia, e
mio padre con le vecchie corriere della SITA. Poi finalmente arrivava
160
maggio, mese tradizionalmente dedicato alla Madonna. Si partecipava in coro alle funzioni religiose serali, annunciate dal magico passaggio della ‘scarabattola’ (piccola tavola di legno con battenti percossi da maniglie di ferro) per le vie del borgo antico, accompagnata
dal grido ossessivamente reiterato e cadenzato de: l’è l’óra ed la funziòn!
L’alternanza delle stagioni era meravigliosa, specie nell’esplosione
dei colori delle foglie d’autunno, del grano e del verde dell’Alpe d’estate, condizionando anche la diversità dei nostri passatempi preferiti
sino allo spettacoloso tramonto. Da giugno a settembre il pallone e il
fiume, dopo nel bosco in cerca di funghi e castagne. D’inverno, se il
freddo ci faceva smettere di giocare a guardie e ladri, oppure di slittare se c’era la neve, entravo di frequente nella calda atmosfera della
bottega di Lino il barbiere. Donne e motori erano gli argomenti rigorosamente più trattati. Il conto di barba e shampoo ce lo si giocava al
meglio delle tre ‘chiusure’. Lino e Tiritto erano due comici nati, una
sorta di Totò e Peppino alla Scaricalasino. Nelle molte cene che ho
consumato con Ronny insieme a Lino, la differenza d’età tra noi e lui
veniva completamente azzerata grazie alla modernità del suo indiscutibile talento ironico. E nel divertirci come matti, alcune di queste formidabili battute le ho anche trascritte, nel dialetto originario, per non
disperderne il micidiale effetto comico. Ne riporto una breve antologia. Negli anni ’70 il farmacista del paese, con la sua avvenente consorte, era inquilino del Lanzoni al quale chiese di alzare a 25 gradi il
riscaldamento centralizzato, perché in casa voleva stare in libertà.
Lino gli rispose: dutór, mé s’avéss una spósa cume la sua an piarèvv
gnenc ei térmo! Guerra del Golfo nel 1991. I soldati di Saddam, miseramente, si arrendono nel deserto alla potenza delle forze anglo-americane. Lino: i’avéven di mucasìn chi paréven quij ed Filipini! Da
Benvenuti, in attesa di principiare la cena, Danilo elencava dettagliatamente tutti gli optional che aveva richiesto nella sua nuova auto.
Lino: ti è méss enc ei fèr da stir?
La nostra, quella del boom economico, è stata un’adolescenza
spensierata e felice. E non è certo poca cosa. Anzi, direi che oggi, nell’era di Internet, con la cultura del divertimento completamente soppiantata da quella dello sballo, mi rendo conto che è stata un grande
privilegio. La Monghidoro che ho brevemente descritto non esiste più,
e non solo per la naturale perdita d’identità dovuta al decesso di molti
dei suoi personaggi più caratteristici. Nel senso più profondo, manca
proprio quella particolare atmosfera dell’anima che quasi sempre
coincide con la stagione dell’infanzia, vissuta felicemente senza esserne coscienti. Da oltre un decennio imperversa infatti la globalizzazione, con i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, multietnica e multiculturale.
Ma quando sovente mi rifugio sul Tirreno dell’alta Toscana, e dai piedi
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delle Alpi Apuane guardo al crepuscolo le luci della costa accendersi
dalla Versilia sino a Livorno, è proprio questa Monghidoro ferma nel
tempo che mi emoziona ancora e per sempre, come un grande capolavoro dell’arte o della canzone italiana d’autore, custodita intimamente nella memoria del cuore. Perché è proprio dalla bellezza che
ho potuto vedere e imparare che, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, ho imparato a trarne l’intensità che dà senso al vivere...
soprannomi
Fanta (Alberto Vaioli), Tobia (Alessandro Ferretti), Kennedy (Angelo Macchiavelli),
Nino (Antonio Maurizzi), Chiodo (Claudio Vaioli), Tognotto (Antonio Ferretti),
Romanino (Romano Calzolari), Enzo (Vincenzo Di Siena), Gardo (Edgardo Gardi),
Aurelio (Arnaldo Vitelli), Delma (Adelma Gitti), Tiritto (Cesare Lanzoni),
Ronny (Alessandro Ferretti)
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Nuvola
di Fabrizio Monari
Al più grande di tutti
i nostri eroi
Lo sentivo, dietro di me. Non andava più forte, forse non stava recuperando terreno, ma era lì, duro come il legno. Benché non sentissi
rumore, avvertivo la sua presenza. Sembrava che gli alberi ai margini
della strada riuscissero a passarsi la voce e a far sì che questa mi precedesse: trasmettevano un messaggio che si muoveva sotto la terra e
risaliva lungo le radici. Quei pioppi nell’Umbria volevano avvertirmi:
non ha mollato. Ce l’hai ancora dietro, ma va forte e non sente la stanchezza. Lascia che corra, quella testa dura, cittadino d’un milanese,
che mi corra dietro. L’ho sempre saputo che è bravo, ma non salirà
sulle mie spalle per vedere il mondo. Non sarò io, l’agnello del suo
sacrificio. Diverrà grande ammazzando un padre minore, non me.
Buio alla partenza, la coda della notte ci aspettava. Ero partito che
si contavano le stelle, tutte rivolte a oriente, in attesa del riposo che il
sole avrebbe regalato loro. Avevo svegliato le campagne d’Emilia, ma
c’era già gente in piedi lungo la strada, a respirare la polvere, l’aria
increspata che mi lasciavo dietro. Eravamo partiti in tanti, più di sessanta. Uno alla volta, tutti i migliori tranne lui, alle quattro erano già
per strada. Conoscevo l’odore delle gomme, il sentore dell’olio bruciato. Li avrei presi uno alla volta, entro sera. Dovevo solo fare la rotta
tenendo alto il viso, cercare i pali del telegrafo per anticipare le curve.
I casolari allineati sulla via Emilia sussultarono, le bestie si misero a
tremare, perché il rumore era forte.
Quell’otto di aprile, la campagna si affacciò ai miei occhi, chiedendo che almeno l’ascoltassi. Non l’ho mai amata, la campagna. L’ho
vista fare schiavo mio nonno, poi mio padre e dare loro solo un pugno
di nebbia, prima di avere un po’ di pace. Con me non ce l’ha fatta, me
non mi ha avuto, e non mi avrà. Ci passerò sopra, fin che vanno queste gambe e le braccia tengono il volante, le lascerò il segno del mio
passaggio. Vidi il treno che fumava, là vicino l’argine. L’avrei raggiunto e perduto dietro di me, senza che nulla potesse. Ruote di ferro, binari lisci e diritti come fucilate. Sedili puliti, dentro, e niente polvere.
Lo aspettavo ai passaggi a livello, e li contavo, i nostri possibili
incontri, dieci, venti e cinquanta, poi smisi di pensarci. Ho sperato,
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nella mia vita, che arrivasse il treno, il grande treno, quello che mi
avrebbe portato via, ma non si è azzardato nemmeno lui: allora ho
corso, corso come un leone e come una belva, senza voltarmi indietro, mai.
A mezza mattina aggredii l’Appennino col sole davanti. La primavera sembrò camminare all’indietro, tornare piccola e pentirsi, fino a
voler scomparire. Mentre salivo quelle rive gli alberi perdevano colore e lassù alla Raticosa erano segni nudi contro il cielo. Domai quelle
curve con la frusta e col bastone, le misi al loro posto una per una.
Terra e sassi, ciottoli che schizzavano via, le gomme da cambiare. Ma
da lassù si abbracciava la Toscana, e io mi rivolsi a lei, come a un’amica dolce e fedele.
Benedissi quella terra di vigne e cipressi, la mano fuori dal finestrino, gli uomini che sventolavano i cappelli. Presi il tedesco poco dopo
Firenze, gli altri caddero a uno a uno, senza resistere. Sapevano di me
e in fondo mi aspettavano impazienti, benché andassero come i fulmini di una tempesta. C’era qualcosa che temevano, qualcosa che li
rendeva certi di come, se non si fossero mosse le montagne, avrei
avuto ragione di loro.
Solo lui, con la sua faccia da signore e le sue sterzate perfette, sembrava immune. Chissà cosa avevamo, che ci univa. Perché quella
corsa non avrebbe avuto senso senza uno dei due. Lo stesso scopo,
che nulla avrebbe potuto cambiare, lo stesso verdetto da ottenere. Poi
la gente avrebbe parlato di noi, per tanti anni a venire, ci avrebbe dato
il posto che ci spettava. Ne avrebbe parlato la radio, dalle due parti del
mare, e tutti avrebbero cercato di indovinare il nostro viso. Il suo,
bello, lisciato bene, e il mio, appassito come quello di un soldato
ormai vecchio.
La giornata era buona. Le città erano già sveglie, in fila indiana.
Pochi minuti per scuoterle, prenderle per le spalle e girarle verso di
noi. Una fiammata, come quando vedi una bella donna, e poi via.
Quando fui per quei paesi capii che sarei durato a lungo, che i figli di
quelle campagne avrebbero detto di sapere chi fossi, sentendo il mio
nome.
Alzai il piede, vicino a un piccolo paese. La sciarpa volava via,
avrei voluto lasciarla a quel bimbo dagli occhi scuri. Il dolore mi ha
stomacato, i cento all’ora a ogni curva non mi strappano più lacrime.
Lo so che mi vedete come una leggenda, che parlate di me nella sera.
I ragazzi vi guardano, ascoltano e ripetono nella mente il mio nome,
facile da imprimere nella memoria, impossibile da dimenticare. Sono
io, quello che attraversa il cielo, e quando siedo sul vento egli mi riconosce e accetta la mia sella, non cerca più di ribaltarmi. Sarò ancora
quello che volete che io sia, sarò quello che ero nato per essere da
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quando mio zio, baffi grandi e odore di terra, mi portò dietro la stalla,
a vedere le ruote della sua moto. Fu così che cominciò la storia, trenta anni fa, una guerra di mezzo.
L’anno scorso li avevo messi in fila tutti, non era stata più dura di
quanto mi aspettassi. Mi ero fatto l’idea, chissà perché, che quest’anno lui non sarebbe venuto. Immaginavo che avrebbe impiegato l’inverno per cercare di capire quale fosse il suo posto, ma mi sbagliavo.
I giovani devono sempre dimostrare qualcosa, ce n’è di quelli che
hanno una specie di diavolo che li mangia dal di dentro e non riescono a farlo tacere. E poi è un bell’uomo, quel ragazzo lì, e deve
avere delle donne che gli stanno dietro, lo accarezzano alla sera, gli
parlano e gli dicono delle cose. Sono io, che in questa carcassa porto
un peso più grande di me. Sono stanco di fabbricare i vostri sogni, di
essere nelle vostre notti, di indicarvi l’America che prima o poi verrà
anche fra questi filari.
Roma la grande, Roma dell’impero era schierata per me. Centomila
in piedi, le braccia alzate, tese verso il cielo come fossero baionette.
Era questo il mezzogiorno che volevate, e io ve l’ho dato. Una muraglia di gente, nessuno che avesse un viso. Ma di voi tutti non ho paura,
non sarete più niente e vi perderò ai primi tornanti della Salaria. Chissà
dov’è arrivato lui, adesso. Cambia le gomme, ragazzo, che la strada le
mangia e le rovina, anche se quando passi sembri disegnare la via,
non come me, che vorrei saltarle addosso.
Il pomeriggio venne col mare, una tavola celeste stesa alla nostra
destra. Il mio secondo mi diede di gomito: una nave grande, che usciva dal porto per qualche sponda lontano da qui. Non c’era bisogno
che mi chiamasse, il mare lo guardavo anch’io, con la coda dell’occhio, perché mi piaceva, mi dava l’idea che ci si stesse bene, con tutta
quell’acqua e quel vento. Doveva essere dolce, farsi portare piano
dalle onde e il sole che ti scalda la faccia. Perché ce n’è, di cose dolci,
in questa vita. Devo essere io che non ho imparato a vederle. Quelle
poche che ho incontrato le ho fatte diventare secche, e poi bruciate.
Se guardo dentro, c’è solo la loro cenere, da raccogliere a pugni e
seminare dietro di me.
Nel cielo c’era sereno. Non avrebbe piovuto, mi dicevo. La macchina sopportava la mia mano e teneva, sentii che era decisa a portarmi fino alla fine. Facemmo sosta ancora una volta, prima di entrare in
Romagna. Sopra Rimini il cielo si fece grigio e poi scuro, là verso il crinale. Le nuvole vennero giù alla svelta e cominciarono a macinare le
prime gocce. Fu allora che lo persi di vista, perché fino a quel momento sapevo cosa avrebbe fatto. Io lo vedevo, dieci chilometri dietro, o
venti, in ogni tratto di strada, lo vedevo dentro di me, vedevo come
prendeva le curve, la sua rincorsa. Quella caligine, invece, ci cadde
addosso come una coperta bagnata, e lui riuscì a nascondersi.
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A Faenza il sole si riaffacciò da dietro le nubi. Mi accorsi che l’aria
era pulita e le ombre verso la bassa diventavano lunghe. Il primo fumo
uscì dai camini. Rifacemmo Bologna, e poi Ferrara, quando ormai
cominciava a fare buio. Riprese una pioggia sottile, paziente. Accesi i
fanali e mi fermai per cambiare le gomme, sapevo che era l’ultima
volta. C’era poco, c’era ancora poco, un morso da dare alla notte che
arrivava, uno strappo solo. Viene l’oscurità ed è il momento dei forti,
ragazzo: accendi i fari, e fa che vadano almeno un metro più in là
delle gocce e del loro volo. Quell’acqua mi dava noia, ma avevo visto
di peggio. La macchina ci provava, a scappare via, tirava e strappava
le briglie, sembrava rifiutare Venezia, ma andava, andava ancora.
Lo vidi passare nella nebbia, tagliare la pioggia della pianura con la
sua freccia rossa. Lo salutai, come si saluta un nemico diventato più
forte. Lo salutai, come si saluta chi ti porta via un amore troppo pesante per le nostre spalle, difficile da sostenere, del quale sappiamo di
doverci liberare, anche se dopo moriremo. Colsi nel suo sguardo una
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specie di timore, una richiesta. Sembrò che il tempo si fosse fermato,
in quel breve istante. Gli rimandai un consenso, e una carezza. Vai,
passa, milanese, quando mi avrai battuto le leggende finiranno e gli
uomini non avranno più futuro. Vai, io sono stanco e sono vecchio, lo
sono sempre stato. Corrimi davanti, per oggi e per sempre. La gente ti
abbraccerà come ha abbracciato me, le donne sorrideranno al tuo viso
asciugato dalla corsa. Sento cadere le forze, adesso, mentre tu passi
sui ponti della laguna.
Molti di quelli che mi attendevano abbassano lo sguardo e si chiedono se io sia finito. Ma in tanti si levano i cappelli e urlano, un urlo
solo sulla grande pianura, il mio nome a ogni curva, le scritte sui muri
delle case, tutte uguali, “Vai, Nuvola”. E allora spingo, spingo su quel
pedale maledetto: che vada forte questa bestia, che vada fin dove la
può portare la mia disperazione, che spacchi il cuore di chi mi ha
amato, di tutti quelli che mi hanno pensato. Che si veda il suo sangue,
o il mio. Sono io, il figlio di questa pianura, e la voglio onorare, anche
se fosse l’ultima volta.
Ti riprenderò, così tutti diranno che i tuoi trent’anni sono troppo
pochi, per me che ho visto la guerra e ne sento una dentro, che urla.
Cosa vuoi che conti questa corsa, questo mio fuggire. Ti passerò
davanti, e tu mi dovrai rispetto. Avrai il mio magro sorriso e imparerei
a conoscere la mia faccia di pietra, tutte le notti che verrò a trovarti nei
tuoi sogni. Tu con la tua pulizia, il tuo ordine, il tuo andare pulito
come fossi un dottore.
C’è vento, qui, aria della Germania che viene giù fredda e si infila
sotto la pelle. Non mi ero accorto che la primavera fosse ancora così
indietro, in questo povero paese. Forse ero io, a scaldarne le strade e i
cuori, ero io che bruciavo come una fiamma e portavo l’estate. Tornerò
a sentire il caldo con quest’agosto, o con quello che mi porterà via,
quando questa terra non avrà più bisogno di me e del mio dolore.
Achille Varzi precedette Tazio Nuvolari, di nove minuti. Era l’otto aprile 1934.
167
Medaglia d’oro a Monzuno
di Renato Mazzanti
Il 20 marzo 2004, avendo letto sui giornali che era stata concessa
mesi prima la medaglia d’oro al valore civile a Casalecchio di Reno,
inviai al Presidente della Repubblica Antonio Ciampi una lunga lettera
nella quale raccontavo le tragiche vicende di Vado, il mio disgraziato
paese: cinquanta bombardamenti a causa del ponte-viadotto della ferrovia Direttissima Bologna-Firenze, i dieci morti del primo bombardamento e la totale distruzione finale, tranne sei case, di tutto il paese;
l’occupazione tedesca; i venti civili fucilati per rappresaglia dai tedeschi; i morti vadesi nella strage di Marzabotto; il trasferimento dei vadesi nel centro profughi di Firenze operato dagli americani e i vadesi
rimasti costretti dai tedeschi a raggiungere a piedi, donne vecchi e bambini, Bologna; e infine la nascita in Vado, nella canonica davanti all’autorevole testimone don Eolo Cattani, della brigata partigiana apartitica
Stella Rossa attorno a Musolesi Mario, detto Lupo, e il contributo quindi dato da Vado alla Resistenza. Per questi motivi chiedevo al
Presidente Ciampi “che fosse concessa a Vado la medaglia d’oro al
valore civile”. La lettera era accompagnata da miei tre articoli pubblicati precedentemente sulla rivista Savena Setta Sambro: Questo era
Vado prima delle bombe – E Vado andò in frantumi – Fra Scascoli e
Monterumici prima l’inferno e poi la salvezza. La lettera era infine corredata da 24 fotografie di Vado distrutta, della collezione di Giorgio
Quadri.
Mandai poi fotocopia del tutto al sindaco di Monzuno prof. Marchi,
il quale si associò alla richiesta. Appresi anche dal sindaco che il
Comune aveva avanzato richiesta di medaglia d’oro al “valore militare”
nel ’70 e nel ’98, sempre negata per illegittimità, e che il sindaco stava
tentando di riaprire, con qualche cavillo, la medesima richiesta.
Questa volta però la mia richiesta della medaglia d’oro a Vado per il
valore civile è stata concessa da Ciampi, come è ovvio, al Comune di
Monzuno. La consegna della medaglia è avvenuta il 25 aprile, festa
della Liberazione, con una cerimonia solenne nel cortile del Quirinale,
e oltre al Comune di Monzuno sono stati insigniti altri sette comuni italiani. Tutt’intorno nel cortile erano sistemati reparti di tutte le Forze
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Un’immagine della consegna della medaglia d’oro al valor civile al comune di Monzuno, insieme ad altri sette comuni italiani.
Armate; c’era una banda militare; i civili, fra cui una cinquantina di
vadesi e monzunesi, collocati in una apposita zona, e nel parterre delle
autorità sedevano, oltre a Ciampi, i presidenti del Senato e della
Camera, il presidente della Corte Costituzionale, il presidente del
Consiglio, rappresentanti di associazioni e dei partiti fra i quali Romano
Prodi. Di ogni comune veniva illustrata una breve storia. Quando è
stato chiamato il Comune di Monzuno, il gonfalone si è portato davanti al Presidente, affiancato dal sindaco Marchi, il gonfalone si è abbassato, e mentre Ciampi vi apponeva la medaglia, veniva detta la motivazione a voce alta, la televisione faceva apparire due testimoni, il sottoscritto che ha raccontato il primo bombardamento di Vado, e l’altro
vadese Franco Fontana, partigiano, che ha raccontato una sua esperienza. Finita la consegna delle medaglie, il Presidente si è intrattenuto
con i civili.
Ecco il testo della mia lettera inviata al Presidente e alcune fotografie di Vado che vi erano accluse:
Illustre Caro e Amato Presidente
Sono un professore di lettere di ottantuno anni, naturalmente in pensione, dopo avere insegnato per trentaquattro anni. Ho insegnato dapprima nelle Scuole medie di Faenza, San Giovanni in Persiceto e
Bologna, poi nel Liceo Scientifico “E. Fermi” di Bologna, dove ho ter169
minato la mia carriera. Nel 1991 ho pubblicato nei Grandi Libri
Garzanti, collana economica, la traduzione con testo latino a fronte dei
Tristia di Ovidio, cinque libri di elegie in forma di lettere alla moglie e
agli amici dall’esilio. E nel 1998 nella collana preziosa Le Pleiadi Einaudi - la traduzione delle elegie di Tibullo e dei poeti del Corpus
Tibullianum nel volume Poesia d’amore latina. Quest’anno dovrebbe
uscire, finalmente, nei Tascabili Einaudi la mia traduzione, sempre con
testo latino a fronte, delle Odi e degli Epodi di Orazio, che ho consegnato all’editore sei anni fa.
Ma non Le scrivo per parlarle di me, bensì per farLe conoscere le
vicende belliche del mio disgraziato paese. Il paese dove sono nato e
cresciuto, anche se oggi abito a Bologna, si chiama Vado di Setta in provincia di Bologna. È una stazione ferroviaria della Direttissima
Bologna-Firenze, dopo Bologna, San Ruffillo, Pianoro, e ha nome
Monzuno-Vado. Monzuno, sebbene inferiore a Vado per numero di
abitanti e attività economiche, è capoluogo del Comune fino dal riordinamento napoleonico del 1804 e si trova a 650 metri sul mare, a una
distanza di dieci chilometri dalla stazione.
Vado, nel fondovalle, oltre alla stazione ha un viadotto-ponte che
passa sulle sue case e attraversa il fiume Setta, lungo 320 metri, ponte
che fu obiettivo dei bombardamenti americani del 1944 e causa purtroppo della distruzione di tutto il paese, come dirò. Vado (dal latino
vadum che significa guado) si trova a circa 30 chilometri a sud di
Bologna, sul fiume Setta che confluisce nel Reno a Sasso Marconi, e
sulla strada statale che da Sasso Marconi porta a Castiglione dei Pepoli,
valica l’Appennino a Montepiano e scende a Prato e a Firenze. A Vado
passa anche l’Autostrada del Sole.
Circa alla stessa distanza da Bologna si trova, sul fiume Reno e parallelo a Vado, Marzabotto. Fra le due valli del Setta e del Reno si erge un
sistema collinare che culmina nel Monte Sole e nel Monte Sàlvaro: un
vasto territorio disseminato di borgatine che nel 1944 non erano altro
che piccoli poderi coltivati a grano, granoturco, fieno e vite, e che oggi
sono solo “seconde case”e in gran parte “parco di Monte Sole”. Questo
territorio, quasi tutto in comune di Marzabotto, fu il teatro della tristissima nefanda “strage di Marzabotto”. A Vado nacque nell’ottobre 1943,
ad opera di una decina di giovani facenti capo a Mario Musolesi detto
Lupo, quella che divenne la Brigata partigiana apartitica “Stella Rossa”.
Questi giovani cominciarono col raccogliere e nascondere le armi che
in seguito all’armistizio dell’8 settembre erano state abbandonate dal
dissolto reparto dell’esercito che fino a quella data aveva fatto la guardia alla ferrovia Direttissima Bologna-Firenze. Questi giovani in un
primo tempo contrastarono e fronteggiarono pubblicamente l’attività
dei fascisti poi, per non essere arrestati, “si diedero alla macchia” nel
territorio dominato da Monte Sole, precedentemente descritto. La
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“nascita ufficiale” però della Brigata è considerata l’incontro fra Lupo e
alcuni di detti giovani con un inviato del Partito Comunista di Bologna
in rappresentanza del Comitato di Liberazione Nazionale. Tale incontro “clandestino” si tenne nei primi di novembre nella canonica di
Vado, di fronte all’arciprete don Eolo Cattani e al parroco di
Monterumici, autorevoli testimoni. Nell’incontro i giovani vadesi presero il solenne impegno di dare vita appunto a una Brigata partigiana
che avrebbe operato “secondo i fini del C.L.N.”, la Brigata che, come
si è detto, prese poi il nome di Stella Rossa.
Quel primo nucleo a poco a poco si ingrossò dapprima con alcuni
militari alleati e russi sfuggiti ai tedeschi buttandosi dai treni, poi con
apporti dalla zona circostante, da Bologna e dalla pianura. Nei mesi di
marzo-aprile 1944 si raggiunsero le dimensioni di una vera Brigata di
circa 200 partigiani e si ebbero, con le sigle “Mario si prepara” e “gli
uccelli cantano” annunciate da Radio Londra, due lanci notturni di
materiale inglese: armi, i famosi Sten, bombe, munizioni, divise e cibarie. La Brigata fin dal primo nucleo fu molto attiva e ardimentosa contro le retrovie tedesche, con attacchi a sorpresa a reparti, azioni di sabotaggio ai rifornimenti, alle opere di fortificazione della “linea gotica” e
con azioni di repressione delle attività dei fascisti locali. Tedeschi e
fascisti tentarono di annientarla con “feroci rastrellamenti” senza riuscirci: la Brigata resse agli scontro diretti e con spostamenti dalla zona
primitiva di Monte Sole alla zona di Pietramala, poi verso il modenese,
di nuovo a Monte Sole, a Pietramala, per assestarsi definitivamente a
metà settembre nella zona primitiva di Monte Sole, in attesa dell’arrivo
ormai prossimo dell’esercito americano non lontano.
Le vicende della Brigata sono narrate in varie pubblicazioni, ma
molto minutamente in Gianfranco Lippi, La Stella Rossa a Monte Sole
e Il Sole di Monte Sole, Ponte Nuovo, Bologna.
Il 15 ottobre 1943 io giungevo a Vado e mi presentavo ai Carabinieri,
reduce dalla mia vicenda militare. Ero partito 1’8 febbraio 1943, studente universitario del 2° anno di lettere, arruolato nel XII battaglione
d’istruzione di stanza a Campobasso. Il primo luglio il battaglione fu
inviato in “Zona d’operazioni” a Manduria fra Taranto e Lecce. Eravamo
attendati in un uliveto, vestiti di panno grigioverde a 38 gradi all’ombra, armati di fucile ‘91 con 18 cartucce e una bomba a mano in due,
addetti alla “difesa mobile degli aeroporti” avendo di mobile un povero mulo e le nostre gambe. Gli alleati erano già in Sicilia. A metà agosto eravamo fra Foggia e Manfredonia, rintanati nelle case coloniche
del Tavoliere, con accanto la contraerea tedesca. Il 9 settembre, dopo
l’annuncio dell’armistizio della sera prima, spàrsasi la notizia che i
nostri ufficiali erano stati fatti prigionieri dai tedeschi, il battaglione si
sfasciò. Con alcuni amici raggiunsi il Gargano, dove rimasi dieci giorni in una grotta lungo un fosso non lontano da San Giovanni Rotondo
171
da dove, contro il consiglio di
Padre Pio, ebbe inizio la mia estenuante marcia, 15 chilometri al
giorno, fino a San Benedetto del
Tronto. Lì, quando le ginocchia
non reggevano più, trovai finalmente un treno, rischiosissimo
per la sosta ad Ancona dove i
tedeschi catturavano e spedivano
in Germania, col quale arrivai,
con una mela e senza un soldo,
fino a Faenza da mia zia. La guerra che non avevo conosciuto da
Particolare della consegna della medaglia d’oro al comune di Monzuno.
militare, la conobbi a Vado, dove
il ponte della Direttissima sul
Setta non poteva non essere un
grosso obiettivo di guerra. Infatti il 18 maggio 1944, festa
dell’Ascensione, alle 10,10 ci fu il primo bombardamento delle “fortezze volanti” americane. Ci furono dieci morti, fu spezzata un’arcata
del ponte, e distrutte le case attigue fra cui la mia. Il giorno dopo alla
stessa ora: nuovo bombardamento, spezzate due arcate, distrutto tutto
il borgo e lesionati gli edifici della piazza, farmacia, scuole, casa del
fascio, chiesa. I tedeschi rimediavano con grosse putrelle di ferro alle
arcate spezzate ristabilendo il transito dei treni, ma subito tornavano gli
aerei a bombardare e sempre più ci rimetteva l’abitato di Vado. Così un
terzo bombardamento abbatté anche gli edifici della piazza.
Io e la mia famiglia con una valigia di roba emigrammo a Scàscoli
in comune di Loiano, ospiti di un cugino di mio padre, dove vivemmo
circa due mesi e mezzo in pace fino a quando i tedeschi in ritirata
occuparono anche quella zona e io dovetti scappare e vagare per un
mese e mezzo lungo le pendici e le falde di Monterumici, baluardo dei
tedeschi, tempestato dalle incursioni e dall’artiglieria americana. I
vadesi che non trovarono riparo nelle colline circostanti vivevano nei
rifugi e nelle case diroccate, con scarsezza di cibo e acqua, con disagi
e paure inimmaginabili, e inoltre coi tedeschi che prendevano gli uomini validi e li portavano a lavorare chissà dove.
Vado subì più di 50 incursioni aeree.
Il 29 settembre ci fu la nefanda “strage di Marzabotto” nella zona di
Monte Sole, dove da pochi giorni si era sistemata la Brigata Stella
Rossa. I tedeschi in ritirata, volendo impadronirsi di Monte Sole e
Monte Sàlvaro come baluardi contro l’avanzata degli alleati, attaccarono con mille uomini, due colonne risalenti dalla valle del Setta, due
dalla valle del Reno, una quinta scendente da Grizzana Morandi: un
assedio condotto con mitragliatrici, bombe, mortai, contraerea sparan172
te dalle colline di Vado. L’attacco avvenne di sorpresa nelle prime ore
del mattino quand’era ancora buio e pioveva. La Brigata fu travolta, il
comandante ucciso, tutte le borgate incendiate e tutte le persone uccise e trucidate. Le vittime furono settecento o ottocento, fra cui molti
vadesi colà riparati. Il primo di ottobre ci fu inoltre un’appendice proprio in Vado: i tedeschi “rastrellarono” una trentina di persone e ne fucilarono venti nei pressi.
L’8 ottobre gli americani arrivarono e si attestarono a Ca’ di Serra, un
chilometro dal centro di Vado, che era tenuto dai tedeschi. Così i vadesi, una parte stipata nei rifugi lungo il fosso della Blogna e gli altri in
altri rifugi e negli anfratti delle case diroccate, vennero a trovarsi fra due
fuochi, in mezzo a una guerra di scontri di pattuglie, con grandi rischi
e sempre maggiori disagi soprattutto per il venir meno delle risorse. Poi
gli americani cessarono la loro offensiva decidendo di passare l’inverno nelle posizioni raggiunte.
In novembre i tedeschi concentrarono tutti i vadesi rimasti nella
località la Briglia, portarono via sui camion gli uomini validi, e costrinsero gli altri, anziani, vecchi, donne e bambini, ad andarsene a piedi in
una notte piovigginosa a Sasso, poi da qui a Bologna, dove furono ricoverati nella caserma Cialdini.
Da parte loro gli americani sgombrarono la loro zona dai civili e li
portarono a Firenze nel Centro Profughi, un casermone dove giungemmo a metà novembre anch’io e la mia famiglia, dove dormimmo per
parecchio tempo su una coperta militare stesa sul pavimento e si viveva di farinata di piselli americana, nostro soggiorno di due anni e sette
mesi, che mi permise tuttavia di riprendere gli studi e laurearmi.
Per tutto l’inverno continuarono i bombardamenti e i cannoneggiamenti americani sulle postazioni tedesche, cosicché i miseri resti di
Vado furono ulteriormente frantumati e definitivamente polverizzati
dalla grande offensiva dell’aprile 1945 che portò gli americani il 18 a
liberare Vado e il 21 a Bologna. Di Vado rimasero in piedi l’asilo infantile e il Palazzo (una specie di castello quattrocentesco sulla collinetta
che incombe sulla piazza) e cinque o sei case malconce lontane dal
centro. Il resto, piazza e il borgo, solo un cumulo di macerie che fu
spianato dalle ruspe. Questa la tragedia di Vado e il lungo martirio della
gente di Vado (che ho raccontato in un articolo che accludo). Tutti
sanno della strage di Marzabotto, com’è giusto, ma la tragedia di Vado
è rimasta nota solo ai vadesi.
Recentemente nel 2003 è stata concessa la medaglia d’oro al valore civile a Casalecchio di Reno, questo mi fa sperare che possa essere
concessa con maggiore ragione a Vado che fu totalmente distrutto e
protagonista della Resistenza. Non so quale sia l’iter burocratico per
ottenere tale onorificenza. Ma, da privato cittadino, mi rivolgo direttamente al mio Presidente della Repubblica e Gli chiedo formalmente,
173
mediante questa lettera, che “a Vado che a causa della guerra fascista
ha subito più di 50 bombardamenti aerei ed è stato totalmente distrutto, che ha avuto 20 suoi cittadini fucilati per rappresaglia, altri suoi cittadini trucidati nella strage di Monte Sole, inoltre morti e mutilati a
causa delle mine, e che ha avuto gran parte nella Resistenza, sia concessa la medaglia d’oro al valore civile”.
Il mio sogno di cittadino vadese sarebbe che o a Roma, direttamente dal Presidente della Repubblica, o a Vado, Marzabotto, Bologna, da
un suo rappresentante, venisse finalmente apposta sullo stendardo del
Comune di Monzuno la medaglia d’oro concessa a Vado per il valore
civile. Spronerò il Sindaco di Monzuno ad attivarsi per ottenere un’udienza dal Presidente della Repubblica e a informarsi sull’ iter burocratico richiesto (iter che immagino assai lungo e temo inconcludente)
ma intanto oso suggerire, con una certa dose d’improntitudine ma
anche di fiducia, al mio Presidente di incaricare il suo segretario di mettersi in contatto telefonico col Sindaco di Monzuno prof. Andrea
Marchi (tel. n. 0516770396 / 051 6773311).
Caro Presidente, dopo quanto Le ho raccontato, Le sarà facile immaginare quale sia lo stato d’animo di un vadese e dei vadesi sopravissuti a tanti travagli inflitti dal fascismo ad assistere oggi a un revisionismo
storico che oscura la Resistenza e riabilita il fascismo; a sentire oggi un
Presidente del Consiglio, che non ha mai partecipato a una cerimonia
del 25 aprile e mai pronunciato la parola Resistenza, definire “villeggiatura” il confino fascista e “meno odioso il fascismo” di certa burocrazia togata; a sentire inoltre il Presidente del Senato affermare, in
parole povere, che è ora di finirla col mito della Resistenza e dell’antifascismo: grande mortificazione, umiliazione, rabbia impotente. La
concessione della medaglia d’oro a Vado sarebbe un non piccolo
conforto, quasi un risarcimento.
Spero che questa mia lettera non si perda per le strade della burocrazia, ma arrivi nelle mani del Presidente e che il Presidente trovi mezzora di tempo per leggere questa mia ricostruzione (e i due articoli
acclusi) che dà solo una pallida idea di quella che fu la realtà; e che
Egli stesso si faccia in parte promotore di quanto chiedo.
Ringrazio il mio Presidente per avere fatto tornare nell’animo degli
italiani il sentimento di patria, per avere reso popolare l’inno di Mameli
e per il suo richiamo quasi quotidiano alla Resistenza. Gli auguro affettuosamente di completare fruttuosamente il suo settennato e di essere
di nuovo rieletto, e di godere con la sua Gentile Signora lunghi lunghi
anni di buona salute.
Grazie, grazie, grazie ed evviva, evviva al mio caro Presidente.
Renato Mazzanti
174
Analisi dei residenti stranieri nei comuni
delle valli Savena, Setta, Sambro
di Fausto Desalvo
È stato osservato che questa rivista è destinata a restare a lungo negli
scaffali delle biblioteche, quindi qualcuno forse leggerà queste righe
fra cinquanta anni. La popolazione che si troverà allora nei nostri
comuni sarà molto diversa da quella di oggi, che sta cambiando sotto
i nostri occhi in modo molto rapido e quindi la persona probabilmente non sarà di origine italiana. L’articolo desidera fare il punto su questo evento, oggi relativamente recente, che ha fatto seguito prima allo
spopolamento dei paesi di montagna e poi al crollo della natalità della
popolazione residente, che ha comportato l’immigrazione da paesi
stranieri.
La nostra rivista già si è occupata del fenomeno, che allora cominciava ad essere percepibile, con un articolo di Fabrizio Monari nel
n.17, che analizzava gli iscritti alla scuola dell’obbligo nel 1999.
Tab. 1 - Residenti stranieri in totale
Nel 1981 (non sono riuscito a trovare dati più lontani, perché il
175
fenomeno fino ad allora era poco interessante e quindi non analizzato dall’ISTAT), come riporta la Tab. 1, gli stranieri residenti nei nostri
comuni erano in tutto 80 e di questi 38 a Pianoro e 30 a Sasso
Marconi. Solo una dozzina popolavano gli altri comuni e nessuno si
trovava a Monghidoro e Monzuno. Non è disponibile la disaggregazione per nazionalità.
Nel 1991 il numero complessivo cresce a 335 (circa quattro volte
in dieci anni), gli stranieri sono presenti in tutti comuni, ma sempre
nell’ordine delle decine di persone. Nei dieci anni fino al 2001 il
numero quasi si decuplica (aumenta di otto volte) e arriva a 2746; in
ogni paese ci sono centinaia di stranieri. In soli due anni, nel 2003,
arrivano a 3490, con un aumento del 27% e comincia a sentirsi il loro
peso sul totale dei residenti, che a Monghidoro, Loiano e Grizzana si
aggira sul 10 % e negli altri va da un minimo del 3,5 di Pianoro al 6,8
% di Monzuno. Valori questi ultimi analoghi al complessivo provinciale (5,1%), al comune di Bologna (5,7) e ad altri comuni della montagna (per esempio Porretta 6,5). In tutti i rimanenti comuni della provincia, solo Vergato arriva al 10%, la valle del Savena risulta quindi la
più accogliente.
L’analisi dei paesi di provenienza inizia nel 1994 (non ho trovato
dati più indietro nel tempo nel molto disponibile Servizio statistico
provinciale, che desidero qui ringraziare per la collaborazione): nella
176
177
Tab. 2 si può osservare che gli stranieri allora residenti (in totale 709)
provenivano in maggioranza dal Marocco (177), dalla Tunisia (132) e
dalla Yugoslavia (104). Molto più modeste risultavano le altre presenze, tanto che gran parte erano accorpate sotto una unica voce.
Nella Tab. 3 (dove si analizzando le presenze nel 2003) ritroviamo
ai primi due posti il Marocco (1112) e la Tunisia (374). La Yugoslavia
(ora disciolta) perde il terzo posto, pur accorpando la Macedonia con
Serbia e Montenegro (232), essendo sorpassata dal Pakistan (275) e
dall’Albania (265). Fa seguito una nutrita serie di paesi che sono rappresentati nelle nostre valli, alcuni come Nigeria, Cina, Egitto,
Senegal, Perù, Brasile, Ghana ed Eritrea per ora in modo simbolico,
altri con colonie a volte consistenti (per esempio 35 filippini e altrettanti provenienti dal Bangladesh a Pianoro).
Questo fenomeno appare destinato a crescere, creando numerosi
problemi, non di mia competenza. Io desidero fotografare la realtà dei
numeri con lo spirito di far osservare al cinese, che ci leggerà fra cinquanta anni nella biblioteca di Monzuno, che nel 2003 non c’era
ancora un suo conterraneo residente in quel comune.
178
Riccardo
I Suonatori della Valle del Savena quando Riccardo era ancora con noi.
Nubi bianche viaggiano per il cielo di questi anni, sono velate di
pioggia. I nostri occhi si fermano, e guardano file di alberi, erba e terra.
Verranno i fiori, vedrai, e con essi il dubbio di non esserci detti le cose
meravigliose che pure abbiamo visto. Chissà dov’è, che ci siamo persi,
e dov’è la strada per ritornare. Ma adesso guarda: nebbia grigia su per
la vallata, case che si addormentano, vegliate da una luce. (f.m.)
179
Valli di Zena, Idice e Sillaro
Percorsi nel tempo tra storia e realtà
di Matteo Benni
Il volume, ultimissima pubblicazione
del Gruppo di Studi, è disponibile
nelle librerie e nelle edicole
È un territorio vasto e profondamente variegato, quello della provincia di Bologna. Disposizioni ambientali, processi di sviluppo sociale,
vicende storiche, sono tutti aspetti
che si declinano in modo spesso assai differente a seconda delle zone,
delle vallate, dei comuni che circondano il capoluogo emiliano, su cui
di volta in volta si fissa lo sguardo.
Nel corso degli anni, anche grazie al Gruppo di Studi Savena Setta
Sambro, sono venute alla luce varie
pubblicazioni che hanno potuto approfondire in modo preciso e dettagliato gli aspetti naturali e l’evoluzione storica di diversi e importanti
settori del territorio bolognese.
Questo importante progetto prosegue con la nascita di un nuovo
volume: Valli di Zena, Idice e Sillaro
– Percorsi nel tempo tra storia e
realtà. La pubblicazione è stata realizzata con il coordinamento del
Gruppo di Studi Savena Setta
Sambro e di Geolab, sotto l’egida della Provincia di Bologna e grazie
ai contributi della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e della
Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, e abbraccia, come bene
appare dal titolo, un arco di territorio vasto, policromo, ricco di suggestioni naturali e storiche. Grazie alle conoscenze e al prezioso lavoro organizzativo del prof. Gilmo Vianello, curatore dell’opera, un
nutrito ed eterogeneo gruppo di autori ha potuto esplorare a fondo e
da molteplici angolature i vari aspetti e le diverse vicende delle tre val180
late in questione. Il volume è suddiviso in tre sezioni. La prima, La storia dell’ambiente e dell’uomo, è anche la più estesa e riporta i frutti dei
diversi lavori di ricerca degli autori. Si comincia con lo studio della
rappresentazione dei caratteri ambientali, dall’altimetria, all’idrografia,
alla geologia, fino ad arrivare alla vegetazione e alla fauna selvatica.
Si passa poi allo studio dei segni storici della presenza umana: un dettagliato excursus attraverso l’evoluzione degli insediamenti abitativi,
dalla preistoria ai giorni nostri, corredato da due importanti paragrafi
di approfondimento, sulle vicende della via Flaminia minore tra età
romana e medioevo e sull’importanza fondamentale di due studiosi
come Francesco Orsoni e Luigi Fantini, senza dimenticare il ruolo
della toponomastica. Infine, una approfondita riflessione riguardo alle
trasformazioni del territorio, riflessione che coinvolge aspetti come le
vicissitudini del sistema idrografico nelle zone di pianura, l’evoluzione dell’uso agricolo e forestale dei terreni, lo sviluppo del sistema insediativo, la modificazione del paesaggio attraverso i nomi dei luoghi.
Il repertorio cartografico dei capoluoghi di comune è il titolo della
seconda parte del volume, probabilmente quella visivamente più coinvolgente e affascinante. Le pagine di questa sezione esplorano i territori dei quindici comuni delle tre valli di Zena, Idice e Sillaro attraverso una sequenza di immagini satellitari, cui sono affiancate fotografie
da terra delle emergenze più rilevanti nelle zone di volta in volta riprese e anche suggestivi scatti aerei effettuati grazie all’utilizzo di un velivolo ultraleggero.
La terza e ultima parte del volume è intitolata I percorsi tra passato
e presente ed è pensata per promuovere il coinvolgimento attivo dei
lettori, invitandoli a esplorare il territorio descritto nelle pagine precedenti e fornendo loro, a questo proposito, una serie di itinerari da
seguire, corredati di percorsi ottimamente dettagliati e illustrati nelle
loro diverse tappe. In questo modo è possibile instaurare un rapporto
realmente interattivo tra ciò che si legge, ciò che si vede e ciò che si
vive, che è in fondo lo scopo ultimo di tutte le pubblicazioni di questa natura. Si può scegliere, dunque, se avventurarsi sulle alture dei
percorsi di crinale o rilassarsi nella piatta tranquillità dei percorsi di
pianura, se seguire le curve dei torrenti attraverso i percorsi di fondovalle o avventurarsi tra gli alti e i bassi dei percorsi trasversali, o si può
infine decidere di sbirciare tra i meandri dei percorsi nascosti.
Valli di Zena, Idice e Sillaro – Percorsi nel tempo tra storia e realtà
è un volume prezioso, frutto del lavoro professionale di diversi autori,
corredato da una lunga serie di suggestive immagini e realizzato utilizzando le tecniche più aggiornate per lo studio e la rappresentazione del territorio. Un altro importante passo avanti nella fondamentale
opera di valorizzazione e riscoperta della vasta provincia bolognese.
181
Monzuno: storia, territorio, arte, tradizione
NOVITÀ
18,10
Orchidee spontanee dell’Appennino bolognese
2,50
Picco e pala. La Direttissima
18,10
M. Abatantuono, L. Righetti, Gli Alberti
18,10
C. Agostini, F. Santi , La strada Bologna-Fiesole del II 31,00
Soci
13,00
2,50
15,50
15,50
26,00
secolo a.C. (Flaminia Militare)
IN
18,10
M. Ascari, S. Tisselli, La Locanda dei misteri
9,30
D. Benni, G. Vianello, Il torrente Savena, la sua valle 31,00
M. Ascari, Bologna dei Viaggiatori
13,00
7,80
26,00
LIBRERIA
i suoi mulini
Mario Facci, Il conte Cesare Mattei
G. Marconi e D. Mongardi, C’era una volta il mare
L. Righetti, Il castiglionese di fine ’800
19,00
25,00
13,00
L. Righetti, La nascita dell’industria idroelettrica nella
14,00
L. Righetti, Silenzio sulla piazza di Castiglione
11,00
A. Simoncini, Ai cancelli del vento
10,50
A. Simoncini (cur.), Case a Torre nell’Appennino Bolo- 10,00
valle del Brasimone
16,00
20,00
11,00
18,10
10,00
9,00
9,50
9,00
gnese
A. Simoncini (cur.), I mulini della valle del Savena
10,50
9,50
10,50
21,00
9,50
19,00
9,00
17,00
5,50
5,50
45,00
8,00
14,00
5,50
5,50
35,00
A. Simoncini (cur.), Il pellegrinaggio nelle valli dal
Savena al Setta
A. Simoncini, M. Bacci, Il tempo delle favole
E. Stefanini e M. Abatantuono, Dal Medioevo alla
Repubblica
S. Tisselli e C. Brizzi, Occhi di Lupo
M. Valentini, Montefredente
M. Valentini, Qualto
G. Vianello, Valli di Zena, Idice e Sillaro
Avvertenze
Gli ordini dei volumi possono essere effettuati direttamente dal sito web del
Gruppo di studi (sezione “Libri in vendita”), o telefonicamente all’Ufficio
Segreteria, tel. 051/39.69.42.
182
NOVITÀ
183
LIBRERIA
Mi tornano tempi finiti, l’incipit
(inconsapevole? voluto?) della
nuova raccolta di poesie di Liliana
Cenacchi, quasi un manifesto, una
poetica che dichiara e potentemente riassume l’ispirazione più
vera dell’autrice: melanconia del
rimpianto, rifiuto del presente, dolorosa fuga nel proprio passato –
tempo felice di consonanza con la
natura, di empiti vitali, di incontenibile voglia di vivere. Il suo discorso è piano, trasparente. Rifugge cioè le oscurità, le durezze, le a
volte irrisolvibili ambiguità – quasi
un esoterismo per iniziati – di molta poesia contemporanea. Vi si avvertono echi pascoliani, rimandi a
Ungaretti. Ma non per questo è
prevedibile o scontato: le parole
sono spesso scritte in modo nuovo,
straniante – da poeta appunto.
Qualche esempio: il primo pallido
sole / spremeva una nebbia sulfurea; e poi: quel sole bambino / che
annaspava in un mare / di vapori e
di fumi; e ancora: il cielo è tutto
buio / solo Venere stilla / gocce di
luce, e bellissimo: spume di nuvole…: bisogna leggere per scoprire
le perle che la nostra dissemina
qua e là nella pagina.
Il triste autunno è la stagione
dell’oggi, più volte descritto nel
motivo ricorrente delle foglie cadute e pur vive di un’estrema giornata. E pioggia e nebbia che tuttavia parlano al cuore che vuole
ascoltare, teso a cercare un compagno nel buio dell’esistere. Il sole
stesso – glorioso e vitale, dio di luce in tutte le cosmogonie e teofanie pensate dall’uomo – il sole
stesso in lei partecipa del destino
di finitezza e di mortalità che è del
tutto. Eppure la tavolozza di Liliana è ricchissima di colori, la sua
tecnica è fotografica, quasi macro,
nei particolari di scorci e vedute.
Minuzioso realismo pittorico che
tuttavia predilige effetti sfumati,
immagini che si perdono. Compiacimento idilliaco, a tutta prima,
che versi improvvisi lacerano a
scoprire l’angosciante riflessione
sul senso del nostro esserci: oro e
fuoco i tramonti / trasparenze perlacee / … ma quei cieli non sono
più ritornati. E ancora: sprizzano /
ciuffi di giovani foglie /… non sai /
se sono nate da poco / o già vicine
a morire. Versi che fermano l’attimo irripetibile dell’apparire e la
IN
Stagioni della natura
e stagioni della vita
NOVITÀ
IN
LIBRERIA
sua conseguente fragilità. L’Appennino, coi suoi cieli percorsi da
nubi inquiete, il verde cangiante di
prati e boschi, i paesi raccolti, è il
riferimento costante – se pur non
citato – del suo dettato. C’è addirittura una poesia che visivamente
esplicita la condizione dell’anima
montanara nel tempo contadino,
resa nella rappresentazione (metaforica?) di un antico borgo: in alto / molto in alto /… spunta la cuspide del campanile. / Nel grembo
del monte / e sotto la chiesa / s’accuccia la casa / vecchia di sasso.
Che dire di più?
Col passare degli anni anche
l’esercizio della memoria si estenua, svigorisce e con esso la scrittura che appare all’autrice sterile e
vana. Una difesa forse della coscienza, o soltanto un principio di
morte che distrugge la propria storia assieme alle cellule del corpo
che invecchia.
Anche i ricordi si sfaldano, resta il
presente angoscioso, il pensiero
della fine: poi il tempo a poco poco / s’è chiuso davanti a me / e ora è
soltanto l’imbocco / di un tunnel
buio. Ma la vita pretende la speranza, o almeno le illusioni: m’illudo che sia un’aurora / questo tramonto. Abbisogna di fede in un
perché, in un padre che sa. Ma
quella di Liliana è fede incerta,
umanamente contraddittoria: da
lassù avevo chiesto una risposta. /
Forse l’ho avuta ma non so qual è.
Ha compreso comunque che ci
sono – ed è già tanto - / compagni
di strada. Ed è privilegio grande /
poter condividere / con gli altri il
dolore: l’acquisita consapevolez184
za che solo la solidarietà può supplire l’impossibile felicità smarrita
con l’adolescenza. Anche se la
conclusione è desolata: è condizione propria dell’uomo / di me e
di te / la solitudine.
Acquerello di stagioni dunque
non banale, la scrittura di Liliana,
ma poesia amica – nostra e dei nostri monti – se pur dolente. La poesia – se è davvero tale e non soltanto una sequela di parole suddivisa
in versi rimati o ritmati o nemmeno
– parla all’intimo di ciascuno. Tuttavia, chi ha oltrepassato la soglia
della terza età più facilmente si riconosce nel suo riflettere a voce alta e sente che Liliana parla anche
per lui. Perché se ti volgi intorno /
scopri che ti circondano ormai /
più assenze che presenze. / E allora
ti auguri / di non essere l’ultima foglia / a cadere dal ramo. (a.s.)
Liliana Cenacchi, Girotondo di Stagioni. Poesie
2000-2003. (Gli interessati ad avere il libro possono rivolgersi direttamente all’autrice).
Un folaio che scrive
Renato Tattini - loianese, sindacalista, politico militante (se
può darsi questa definizione di
chi nel breve orizzonte di una comunità montanara disinteressatamente s’impegna per veder realizzati i propri ideali) – è alla seconda prova letteraria. Forzandola sua natura di ‘folaio’, e certo
con sudore, perché Tattini appartiene alla cultura orale del mondo
contadino. Che faceva della parola parlata, ‘spicca’, lo strumento unico della comunicazione fra
generazioni. Ma per voler tra-
Arturo Palmieri e la
Rocchetta del conte Mattei
L’associazione ONLUS “S.O.S.
Rocchetta. Comitato per la tutela
della Rocchetta Mattei” ha curato
la riedizione del volume di Arturo Palmieri In Rocchetta con Cesare Mattei. Ricordi di vita paesana, pubblicato a Bologna nel lontano 1931. La nuova e lussuosa
edizione è arricchita da fotografie
inedite del castello di Graziano
Pederzani e da disegni di Luigi
Ontani, pittore di fama internazionale originario di Riola, dove
ha conservato come propria residenza il delizioso villino Roma185
LIBRERIA
Renato Tattini, Gente di Loiano, Casanova
Editore, Faenza 2005, € 10.
IN
me una consapevole volontà pedagogica: stare insieme per capirsi, accettarsi, vivere al meglio, al
di là di ogni appartenenza politica, religiosa, ideologica. È dunque documento di un’epoca, testimonia con schiettezza abitudini e rapporti comunitari che si sono sfilacciati se non perduti. E ritrae con semplicità personaggi
‘eroici’, nel senso che vivevano
comportamenti oltre la misura,
temporanea ribellione a esistenze
di quotidianità sottomessa, sacrificata o comunque da diversi:
personaggi che via via sono
scomparsi quando la vita di tutti
si è livellata a stati di benessere
accettabili e si è imposta l’omogeneizzazione dei modelli per
opera soprattutto della televisione. (a.s.)
NOVITÀ
mandare vicende, personaggi,
esperienze meritevoli di memoria
occorrono oggi altri mezzi, finite
le veglie, chiuse le stalle i seccatoi le osterie i mulini, frettolosi e
consumistici i mercati e le fiere,
veloci e solitarie le strade, deserti
i sagrati delle chiese. Dunque un
libro (forse già anticaglia anch’esso come strumento). Certo lo spirito salace, burlone, immaginoso
che dava vita al dialetto montanaro e che era proprio dei folai d’un
tempo, inevitabilmente si stempera nella scrittura italiana, pulita
e corretta (è passata al filtro rispettoso ma attento del professor
Adriano Monari), attraverso cui i
fatti e i personaggi loianesi vengono raccontati. Tuttavia un’eco
eloquente, un’immagine ironica
e vera di quel mondo al crepuscolo rimane nelle pagine del nostro, convinto che la storia locale,
coi suoi modesti eventi, coi suoi
eroi in sedicesimo – ma teneramente umani perché non v’è luogo remoto in cui l’esistere non
ponga la sua domanda di senso a
ciascuno – meriti d’essere raccontata.
È questa convinzione che l’ha
spinto a scrivere, rispondendo
con un contributo personale all’interrogativo se davvero la generazione che ci incalza attenda un
discorso sul passato. Il libro infatti – di piacevole lettura anche ai
non loianesi, perché paradigmatico di una cultura comunitaria
non esclusiva ma vissuta nelle
nostre vallate nell’immediato dopoguerra e nei primi anni del miracolo economico – il libro espri-
NOVITÀ
IN
LIBRERIA
mor, già parte delle dépandances
costruite dal conte Mattei intorno
alla Rocchetta. Qui, alla presenza
dei tanti soggetti che hanno contribuito al progetto editoriale, primo fra tutti la Provincia di Bologna, è stato presentata la riedizione del testo che Palmieri, storico
della montagna bolognese, dedicò a quello singolare personaggio che fu Cesare Mattei (18091896).
Il testo si presenta in versione
bilingue italiano/inglese, impreziosito da ori sulla copertina e da
caratteri svolazzanti che, a dispetto dell’estetica, rendono faticosa la lettura. Il testo di Palmieri,
seppure non rigoroso dal punto
di vista storico, descrive la vita e
l’opera di Cesare Mattei, filantropo, scopritore e fervente sostenitore dell’elettromeopatia, ideatore e padrone del castello della
Rocchetta, raro esempio di eclet-
tismo architettonico, oggi in rovina. Di gradevolissima lettura, il
testo racconta la vita quotidiana
al castello, la variegata corte che
lo frequentava, le abitudini e le
manie del conte, i suoi slanci di
generosità verso i paesani.
Nel testo, oltre alle fotografie
delle stanze del castello prima
della rovina, si trovano i testi e gli
spartiti delle canzoni che venivano cantate a corte, la riproduzione delle carte intestate con l’effigie della Rocchetta usate dal conte e la riproduzione dell’opera
L’elettroConte Mattei di Luigi Ontani, il quale ha arricchito l’inizio
di tutti i capitoli con eleganti
maiuscole disegnate.
In appendice sono state aggiunte, da parte del Comitato
S.O.S. Rocchetta, note storiche
sul conte, sul castello e sui successi dell’elettromeopatia, oltre al
racconto del progressivo declino
dell’edificio, che oggi si presenta
abbandonato e cadente. (d.b.)
Arturo Palmieri, In Rocchetta con Cesare Mattei. Ricordi di vita paesana, ONLUS “S.O.S.
Rocchetta” (tel. 348/0434380), 2005, € 22.
La montagna bolognese
dell’Ottocento
in due romanzi storici
Dopo una vita trascorsa nella
scuola, Galileo Roda dedica i
propri anni di pensionato alla ricerca storica e alla scrittura (fra
l’altro ha vinto nel 1999 il Premio
di narrativa inedita Arcangela Todaro Faranda). Ora pubblica addirittura in contemporanea due
186
LIBRERIA
187
IN
Galileo Roda, Guerrazzi e la sua banda, edito
in proprio 2005, € 12
Galileo Roda, Morte al Malpasso, Pendragon,
Bologna 2005, € 12.
NOVITÀ
romanzi, entrambi interessantissimi come contributo storico alla
conoscenza di vicende poco note o addirittura sconosciute che
hanno coinvolto la gente del nostro Appennino intorno all’unità
d’Italia e nella seconda metà
dell’800.
Guerrazzi e la sua banda, di
cui diamo la copertina, è la storia
di alcuni banditi della valle del
Dardagna che consente all’autore di allargare il discorso sulle
condizioni dei montanari durante il governo del papa prima e
sulla politica unitaria dei Savoia
poi. Discorsi sostenuti da una
quantità di documenti crediamo
mai pubblicati. Roda infatti, sulle
tracce del bandito Guerrazzi, ha
assiduamente frequentato per
ben tre anni l’Archivio di Stato di
Bologna e quelli di Modena, Pistoia e Firenze. Il lavoro riguarda
in particolare la valle del Dardagna e i territori vicini: Porretta, il
Limentra, il modenese, il pistoiese, il comprensorio di Vergato.
Non si tratta comunque di un libro di interesse puramente locale
– e il giudizio vale anche per l’altro, di cui diremo – in quanto i
motivi ideali che lo animano attingono alla generale umanità.
Il secondo, Morte al Malpasso, ha per sottotitolo fatto cruento del 13 luglio 1890. Racconta
infatti di una rissa iniziata durante una partita a carte nell’osteria
di una borgata fra i monti. La rissa si interrompe più volte per riprendere, come usava per la irosa caparbia dei montanari, nell’aia antistante e a conclusione di
un ballo in una casa vicina. Il
confronto si conclude tragicamente nel buio della mezzanotte
entro la gola detta appunto del
Malpasso. La vicenda – studiata
sulle carte d’archivio ma rimasta
oscura nonostante il processo –
trova completo chiarimento soltanto da una fortunata circostanza svelata nel libro.
Una scrittura elegante, dotta,
scorrevole, sostiene entrambe le
opere, indubbiamente originali e
preziose testimonianze storiche,
che tuttavia intendono presentarsi piuttosto come romanzi di piacevole lettura che come erudite e
scientifiche ricostruzioni. (a.s.)
È morto il Maestro
LETTERE
AL
DIRETTORE
Monteacuto Ragazza è in lutto.
Mi ha telefonato mio fratello: “Sai che è morto il Maestro”. “Come
sta il Maestro?” avevo chiesto la settimana prima a suo nipote
Giampaolo, che lo ha seguito amorevolmente in questi ultimi anni.
“Non bene”. “Vorrei proporlo come presidente dell’iniziativa editoriale Quei ed Muntagó. Sono infatti coordinatore di un progetto che prevede l’edizione di un libro + DVD di cui i monteacutesi saranno scrittori e attori. Anche Lui ha scritto un libro, Storia del Campanile e della
Chiesa di San Savino - Monteacuto Ragazza - Grizzana Morandi, e lo
ha dedicato a tutti i monteacutesi di ieri, di oggi e di domani. Questa
estate potremmo organizzare una festa con Lui. Vorremmo che le giovani generazioni incontrassero e si confrontassero con gli anziani di
Monteacuto”.
Questo colloquio tra me e Giampaolo si teneva la settimana prima
della sua morte nella ex scuola elementare di Monteacuto, ora sede
dell’associazione cacciatori e attuale ritrovo degli abitanti della zona.
Presso questa scuola il maestro Ezio Polazzi ha insegnato alla generazione del dopoguerra. Cinque classi elementari, alcune composte di
tre o quattro alunni, due maestri in tutto.
Ma il Maestro per tutti era solo lui, monteacutese purosangue. Gli
altri erano supplenti che accettavano d’insegnare temporaneamente in
queste zone povere, disagiate, senza strade asfaltate, senza elettricità,
dove le case raramente erano fornite di acqua e servizi igienici.
Il Maestro mi ha insegnato a scrivere con le aste, a imparare a
memoria le tabelline di matematica. In classe voleva che parlassimo in
italiano, ma non era facile ottenere questo. L’italiano era per noi bambini una lingua straniera. Come tutti i monteacutesi parlavamo tutto
l’anno solo in dialetto. Ci vergognavamo a parlare in italiano. Per
paura di perdere la nostra identità? Di essere considerati snob? Perché
ritenevamo questa lingua per persone straniere ricche che venivano
occasionalmente da un altro mondo, ad esempio da Bologna, Prato,
Vergato?
Terminate le elementari per accedere alla scuola media era necessario l’esame di ammissione. Era un esame molto selettivo per chi proveniva da questo tipo di scuole.
Allora il Maestro gratuitamente mi dava lezioni a casa sua nella storica torre della Macina. È stato anche merito suo, dei suoi insegnamenti e del suo aiuto e interessamento se ho potuto proseguire gli
studi. Per questo “Grazie Maestro! Vivrai sempre in me, in quello che
mi hai tramandato”. Ho ancora i quaderni coi temi pieni di errori evidenziati con forza dalla tua matita rosso e blu. Scrivevi a larghe lette188
189
DIRETTORE
Spettabile Redazione, mi chiamo Stefano Galli e vi scrivo per
aggiornarvi sulle novità che riguardano la vite ultracentenaria situata
in territorio pianorese e fotografata da Luigi Fantini. La cosa mi interessa direttamente in quanto ho iniziato a curare di persona tale pianta dal 2002, mantenendola pulita dai rovi che la soffocavano e facen-
AL
Rinasce la vite del Fantini
LETTERE
re, con una tempra che rimaneva impressa in molte pagine: “Frasi dialettali”. Medesime annotazioni si sono ripetute per me fino agli ultimi
anni del liceo.
Pochi anni fa a Campolo i suoi alunni hanno organizzato una cena,
una festa in suo onore. Eravamo in tanti attorno al nostro Maestro. Tutti
felici assieme a Lui come fossimo tornati bambini. Nel dopoguerra le
persone più colte della parrocchia, frazione di Grizzana Morandi,
erano il prete don Giovanni Tozzi Fontana e il maestro Ezio Polazzi:
tutti ricorrevamo a loro.
Il Maestro non è stato soltanto un insegnate elementare, ma un
insegnante di vita, una persona umile e per questo da tutti vissuto
come un amico. Ha fatto molto e gratuitamente per lo sviluppo di
Monteacuto. Voglio solo ricordare che, grazie alla sua attiva presidenza del consorzio, nella seconda metà degli anni ‘50 l’elettricità ha raggiunto le principali abitazioni. Caro Maestro sei stato e sarai una Luce
per noi, in tutti i sensi. Grazie.
Un tuo allievo
Silvio Bonifacci
LETTERE
AL
DIRETTORE
dovi gli interventi del caso. Il risultato è che la vite sta molto bene, ho
ottenuto per talea altre due piante vicino alla pianta madre, sono
venuto in contatto con un’azienda produttrice di vino che si è interessata alla cosa e ha ottenuto un vino che promette bene. In questi anni
mi hanno contattato diverse persone e sono apparsi numerosi articoli
sulla stampa locale, inoltre ho raccolto tutte le notizie che ho potuto
su questa vite e ho diverso materiale fotografico. Se interessa a qualcuno della redazione penso vi sia materiale per un articolo sul prossimo numero, questa mia lettera non rende onore alla vite e le cose da
dire sono molte. Sulla vostra rivista (n.24, pag. 111 e n. 25 pag. 184
– n.d.r.) ho letto un articolo di Umberto Fusini e una lettera di Enrico
Fantini (nipote di Luigi) sull’argomento e spero che Enrico legga queste poche righe che mi auguro gli portino una gradita notizia.
Stefano Galli
Spett.le Redazione di Savena Setta Sambro
La cosa piú seria che ci sia al mondo? L’umorismo. (Oscar Wilde)
Consapevole come sono che la vostra rivista é prettamente culturale ritengo tuttavia che una battuta umoristica le si addica ogni tanto.
Esiste un vecchio detto latino che recita: omne tulit punctum, qui
miscuit utile dulci; forte di queste valide ragioni stavolta propongo io
la nota umoristica che la Redazione potrebbe inserire nelle pagine
della rivista che il dott. Macciantelli ha definito “la più bella della
Regione”.
Sanno tutti che Monzuno è ‘la perla’ dell’Appennino: é il paese di
montagna più vicino a Bologna, ha il clima ideale per persone anziane, gode di un panorama unico di fronte al contrafforte pliocenico.
Questo per introdurre un fatto. L’estate scorsa un caro amico di
Bologna mi pregava di accompagnarlo a Monzuno in cerca di una
casa in vendita. Ci volle una giornata intera per cogliere tutte le occasioni. Buon’ultima lo accompagnai alla Ca’, dove sapevo che vive un
bravo giovanotto, solo, senza figli. Mi sembrò una ghiotta occasione
per trattarne l’acquisto. Quel giovane, alla mia proposta, una gaffe
completa, uscì con queste parole: “Ma non ti sembra ancora un po’
presto?” Restai di gelo e l’amico che mi accompagnava scoppiò in una
risata incontenibile! Io e lui quando ci incontriamo dopo tanto tempo,
ridiamo ancora adesso!
Per rientrare in argomento, umorismo spontaneo, di getto come un
bel fungo: alla sera non c’è, al mattino lo vedi splendere al sole e lo
raccogli con tanta soddisfazione, perché imprevisto.
Guido Mastacchi
Bologna, 6 giugno 2005
190
A Sestola l’annuale incontro dei gruppi di studio
Il sito web del gruppo di studi (www.savena.it) è stato recentemente
rinnovato nella sua veste grafica, al fine di razionalizzare i contenuti e
fornire un migliore servizio ai
navigatori dell’Internet. In particolare si è attivata una nuova
sezione dedicata all’e-commerce: in questa sezione del
sito sono presenti tutti i volumi
e i titoli editoriali che il gruppo di studi mette in vendita. In
tal modo sarà più facile ordinare le pubblicazioni (rimangono attivi anche i metodi tradizionali) e tutto avverrà attraverso una semplice procedura
automatizzata. (m.a.)
191
SOCI
Rinnovato il sito del gruppo di studi
AI
Domenica 9 ottobre si è tenuto l’annuale incontro dei gruppi di studio
e delle associazioni culturali della montagna bolognese e modenese.
Quest’anno le delegazioni (una decina) sono state ospitate dall’associazione E’ scamàdul di Sestola, in provincia di Modena.
Si tratta di un’ottima occasione per confrontarsi su esperienze, problemi comuni e attività future. Ogni associazione porta il bagaglio della
propria esperienza e lo condivide con gli altri.
Ogni anno, inoltre, viene prescelto un tema su cui approfondire le
riflessioni; quest’anno si è scelto come argomento il dialetto e ne è
nata una viva discussione da cui è scaturita l’unanime convinzione
dell’importanza dello studio di questo grande serbatoio di cultura che
va ormai scomparendo, anche se oggettivamente risulta assai arduo e
forse insensato riproporlo alle nuove generazioni come lingua parlata.
(m.a.)
Soci benemeriti
Graziano Massa
Soci Sostenitori
Angelo Lumini
Bologna
San Benedetto V.S.
AI
Nuovi Soci
SOCI
Luisa Acqaderni
Luisa Seppi
Graziano Baiesi
Teresa Borghi
Gilberto Cevenini
Carmela C. Bernardi
Lillia Coramelli
Luca Franchi
Francesca Gironi
Angela G. Ravaglia
Enzo Graniti
Ugo Guidoreni
Sasso M.
Sasso M.
Sasso
Castenaso
Pianoro
Sasso M.
Sasso M.
Sasso M.
Rastignano
Sasso M.
S. Benedetto
Sasso M
Paola Naldi
Stefania Nencini
Aldino Perla
Aldina Puccetti
Giuseppina Salomoni
Benedetta Scaramagli
Arturo Scarpellini
Luigi Stefanini
Egle Teglia
Andrea Tolomelli
Livia V. Antisari
Gian Marco Zanetti
Pianoro
Castiglione
Sasso M.
Bologna
Monzuno
Bologna
Creda
S. Benedetto
Castiglione
Castiglione
Bologna
Bologna
La Redazione e la Direzione
della Rivista augurano a
tutti i Soci e Lettori e alle
loro Famiglie Buon Natale
ed un sereno anno nuovo.
Indice degli inserzionisti
RAS
Pag. (II)
Sidel
(10)
Bed & Breakfast Lodole
(16)
Il Forno di Calzolari
(21)
Falegnameria Vaccari
(32)
Cooperativa l’Operosa
(48)
Ravaglia Alessandro
(88)
In Piazzetta
(98)
Faldini
(99)
MontagnAmica
(107)
Novella
(110)
SACA Bologna
(115)
192
CASP Valle del Brasimone
Coop Reno
Ma.ra.v
Case & Cose
Villa 4 mori
Mercatone di Baldini
Ditta Ermilli Giuseppe
Profumeria Beauty Top
Fioreria Arte Fiore
Corbo Costruzioni
Emil Banca Credito Coop.
(116)
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(IV)
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giugno 2012 - Gruppo di Studi Savena Setta Sambro