IL DIARIO DI PADRE TIANDE
Introduzione (a cura di Gerolamo Fazzini)
<<Seguendo la polizia fuori da Shishi, non avevo assolutamente paura. Al contrario,
mi sentivo onorato. Quando avevo ricevuto il sacramento della cresima avevo promesso
che sarei stato un soldato coraggioso di Cristo per tutta la vita. Non avrei esitato a
soffrire e persino a sacrificare tutto me stesso. Quando divenni sacerdote promisi ancora
una volta di offrire la mia vita per il Signore Gesù: “Vivere per lui e morire per lui”. Oggi
ricevevo la grazia speciale del Signore di rendere testimonianza al vangelo. Era un
avvenimento così gioioso>>.
Le poche ma incisive frasi con le quali padre Tan Tiande ricapitola il suo arresto
bastano a restituire la statura umana e spirituale del protagonista e, di riflesso, il
tenore della sua autobiografia. Che, per l’intensità con cui è scritta e la crudezza di
molti eventi narrati, richiama al lettore gli Acta martyrum (Atti dei martiri) dei primi
secoli della cristianità.
Straordinaria per varie ragioni, la storia di padre Tan è comune a molti sacerdoti
cinesi della sua generazione. Nato nel 1916 a Shunde, nella provincia del Guangdong, da
una famiglia cattolica da molte generazioni, dopo gli studi di filosofia e teologia nel
seminario regionale della Cina meridionale a Hong Kong, nel 1941 è stato ordinato
sacerdote diocesano nella cattedrale detta “Shishi” (significa <<casa di pietra>>) di
Guangzhou (Canton). Ha esercitato l’attività pastorale inizialmente a Guangzhou, poi
nell’isola di Hainan, quindi a Hong Kong per ritornare poi nuovamente a Guangzhou nel
1951. Incarcerato nel 1953, padre Tiande è stato richiuso in un campo di lavoro forzato
nel nord-est della Cina. Sarà liberato solo nel 1983. Lì ha sperimentato tutta la durezza e
la follia di quell’inferno. Leggiamo, ad esempio, nel Diario: <<Fui rinchiuso in una stanza
strettissima. Per tutto il giorno mi era possibile soltanto stare seduto a gambe
incrociate. Non potevo alzarmi o distendermi. Dovevo avere il permesso della guardia se
volevo andare al gabinetto e persino per schiarirmi la gola. Solo dopo aver ricevuto il suo
permesso potevo alzarmi. Non mi era consentito parlare assolutamente con nessuno, e
nemmeno assopirmi, altrimenti sarei stato sottoposto a una dolorosa sferzata sulla
lingua>>.
Le pagine che seguono - nelle quali è riepilogata la vita e la prigionia di questo
coraggioso testimone della fede del nostro tempo - sono state scritte a Guangzhou nel
1990, a sette anni di distanza dal ritorno alla libertà.
Oggi padre Tan ha superato i 90 anni, gode di buona salute, continua a esercitare la
sua attività pastorale presso la parrocchia della cattedrale ed è molto amato dai
cattolici della città. <<Chi lo conosce - ha scritto di lui padre Giancarlo Politi,
missionario del Pime, esperto di realtà cinesi - rimane impressionato dalla sua
somiglianza con quanto di san Francesco si è abituati a pensare. Quasi trent’anni di
lavori forzati nella fredda provincia settentrionale dello Heilongjiang, invece di domarlo
o renderlo un relitto umano ripiegato su se stesso, lo hanno reso un uomo libero,
essenziale, senza paure. Avvicinarlo è una benedizione: si percepisce quanto la fedeltà a
Cristo, l’amore totale e unico per lui possano rendere bella un’esistenza>>.
Chi scrive lo può confermare. Ho incontrato padre Tiande nel corso di un viaggio in
Cina nell’estate del 2005. Alto, asciutto, il volto come levigato dalle sofferenze della
vita, padre Tan mi ha colpito profondamente per la serenità che riesce a trasmettere
all’interlocutore. La forza e l’autenticità della testimonianza di fede che padre Tan sa
offrire con estrema semplicità e la capacità straordinaria di parlare di detenzione,
torture e privazioni disumane senza mai tradire un moto di odio o un sentimento - pur
umanissimo - di rabbia o desiderio di vendetta, lasciano nell’interlocutore un segno
indelebile.
A chiunque lo incontri, padre Tiande appare immediatamente un uomo “mosso dallo
Spirito”. Egli stesso nel Diario dice di sé, senza vanto: <<La parola del Signore ha messo
radici talmente profonde in me che lo spirito del vangelo è nello stesso midollo delle mie
ossa. Credere in Dio fa parte del mio essere. Tutto ciò che facevo e dicevo dimostrava
che io credevo in Dio. Questo era il mio grande orgoglio. Quando ero in carcere e nel
campo di lavoro, mi facevo sempre il segno della croce e pregavo prima e dopo i pasti>>.
Confessioni che hanno dell’incredibile. Come incredibile è la forza di considerare un
dono di Dio trent’anni di prigione nelle terribili condizioni dei gulag cinesi. <<Ma io ho
sempre pensato che il Signore nostro fosse più forte di tutto. Sapermi amato, essere
consapevole che la mia vita è “preziosa ai suoi occhi” m’ha salvato dalla disperazione,
dalla futilità dei gesti ripetuti ogni giorno, dalla paura di una vita senza senso>>.
A tale capacità di abbandono al Padre l’anziano prete cinese abbina un amore
appassionato alla Chiesa. Solo un uomo che sente in sé la forza della vocazione di
pastore può esprimersi come fa padre Tiande nelle righe finali del suo Diario: <<Ho
ricevuto così tante grazie da Dio in tutti questi anni. Cosa posso fare in cambio? Vorrei
spendere ogni energia per la sua Chiesa fino a sacrificare la mia vita>>. Al momento
dell’agognata liberazione, il suo primo pensiero è per la sua gente, per i “suoi” cristiani:
<<Cosa era accaduto al mio gregge, rimasto separato da me? Come se l’erano cavata,
durante quegli anni lunghi e tormentati? Erano ancora lì i miei vecchi amici?>>.
Nonostante la fede granitica del sacerdote, l’interminabile prigionia lo mette a dura
prova. Non mancano i momenti di sconforto, persino di angoscia. È lui stesso a
raccontarlo: e la sua grandezza sta nel non esitare a mostrarsi vulnerabile nel momento
della prova estrema. I carcerieri, a loro volta, non perdono occasione per tormentare
quel prigioniero speciale, particolarmente determinato. Vogliono fiaccarne la resistenza,
piegarne il coraggio, minarne la fede. Le provano tutte. <<Potevo sentire il boato della
folla che stava sotto il palcoscenico - si legge nel Diario -. Non ricordo una sola parola di
quello che dicevano. So soltanto che ero del tutto tranquillo. “Credi ancora in Dio?”,
chiese il funzionario del partito con disprezzo. “Perché no?”, risposi. “Perché non viene
a liberarti?”, mi disse per prendermi in giro. “Dio è libero di salvarmi o no. Qualunque
cosa accada, credo fermamente in lui”. “Senti un po’ il gusto di queste catene alle
gambe”, e così dicendo, se ne andò via>>.
Sa bene, padre Tan, che non è merito dell’apostolo se – ieri come oggi - trova la
forza di reggere alle accuse, fronteggiare la menzogna. Sa bene che se ciò accade è in
virtù di una grazia speciale. <<L’uomo vuole sempre vivere, e teme la morte. Io non
faccio eccezione. Come potevo avere quel coraggio, allora? Da dove veniva?>>.
Aggiunge: <<Per chi non ha fede, un giorno in carcere è come un intero anno. Ma io ho
fede. Ero in pace con Dio e con me stesso. Tutte le sofferenze che sopportavo per
amore di Gesù divennero per me una gioia>>.
Parole che suonano come un attestato di convinta fiducia in Dio, nel Dio di Gesù
Cristo, quel singolare rabbi che duemila anni fa volle una croce per cattedra. Dalla sua
liberazione in poi, padre Tiande si è dedicato in particolare alla catechesi e alla
formazione del catecumeni. Ma la sua semplicissima stanza, al secondo piano
dell’episcopio di Guangzhou, non è mai vuota: è diventata un’oasi per molti. Gente che
si siede a parlare con lui, accolta dal suo sorriso e dalla sua premura.
La salute e l’età avanzata sarebbero altrettanti alibi per ridurre l’impegno e
risparmiare le forze. Ma non sarebbe da padre Tiande. <<Quando vedo così tanta gente
che chiede di conoscere Dio e di imparare il catechismo, provo una gioia immensa.
Questa gioia è un pungolo interiore, che mi spinge a continuare. I miei fratelli sacerdoti
alla cattedrale sono o troppo vecchi o troppo malati per lavorare. Non abbiamo alcun
prete giovane per aiutarci. Perciò io devo continuare questa giusta battaglia. L’amore di
Dio mi spinge ad andare avanti... So che la corona di Dio non è troppo lontana e mi
aspetta. Come disse san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal
2,20). Quindi, sebbene il mio carico di lavoro giornaliero sia molto pesante, io non mi
sento così soffocato come qualcuno potrebbe pensare. Proprio il contrario: mi sento
euforico ogni volta che le mie parole di consolazione o di incoraggiamento possono
aiutare qualcuno a ritrovare la fiducia nella vita>>.
È il medesimo auspicio che formuliamo nel consegnare al lettore queste pagine.
Autobiografia di padre Tan Tiande
Una scelta di vita
Nell’ultimo decennio il Signore ha compiuto opere meravigliose in me e, attraverso di me,
miracoli difficili da spiegare. Sembra che io sia il solo a saperlo, fino a questo momento. Io che ho
ricevuto così tanti doni dal Signore, posso ora testimoniare la sua bontà. Voglio che tutti lodino il
Signore con me, dicendo: <<L’anima mia magnifica il Signore...>>.
Feci ritorno alla diocesi di Canton dopo aver terminato gli studi al seminario regionale della
Cina meridionale nel 1941. Fui ordinato dal vescovo Antonio Fourquet: si trattò del più sacro,
meraviglioso e tuttavia impegnativo dono che il Signore mi ha fatto. Egli mi voleva per predicare la
sua verità e condurre molti alla salvezza. In quel periodo la Cina era occupata dai giapponesi. Non
c’è bisogno che io racconti della loro brutalità, né delle sofferenze che i miei compatrioti patirono
durante la loro occupazione. Lo sanno tutti. Ma ciò che è strano è il fatto che io potessi viaggiare
liberamente per i territori occupati, portando conforto ai miei fratelli e sorelle sofferenti.
Amministrai il battesimo e pregai per i moribondi. Eppure non fui mai maltrattato od ostacolato dai
soldati giapponesi. Mi fidavo completamente del Signore. Nonostante fossi così impegnato a
viaggiare per predicare il vangelo, non ebbi mai a soffrire. Al contrario, feci l’esperienza di una
grande pace e gioia interiore.
Quando l’occupazione giapponese finì e tornò la pace, uno dei miei compagni di classe dei
giorni del seminario regionale, padre Huang Zhongwen, che aveva svolto attività missionaria
sull’isola Hainan, mi invitò a stare con lui per assisterlo nel lavoro di evangelizzazione in quel
territorio. Accettai subito, sebbene non provassi alcuna particolare attrazione per quell’isola.
Pensavo che, andando là, avrei servito il Signore e portato la salvezza a molta gente. Mi preparai a
penetrare in quell’isola sterile allo scopo di predicare il vangelo di Cristo.
Non appena arrivai (1947), mi misi immediatamente al lavoro, viaggiando da nord a sud (da
Haikou a Yulingang) e da ovest a est (dal distretto di Lingao a quello di Wenchang). Mi recai
persino nelle aree montane dove vivevano le tribù limiao. Inizialmente costruii una capanna di
paglia per celebrare la messa e tenere gli incontri. Servì, in seguito, anche come nostra abitazione.
Rimasi sulle montagne dell’isola Hainan per tre anni. L’aria era malsana e le zanzare fastidiose, e
alla fine contrassi la malaria. Gli abitanti del luogo mi spinsero a ritornare nella mia città per farmi
curare. Così partii.
Da Canton mi recai ad Hong Kong. Ricordo che allora venni mandato immediatamente
all’ospedale del “Prezioso Sangue” sulla via Castle Peak, nel quartiere di Shamshuipo. Mentre stavo
recuperando le forze all’ospedale, il missionario del Pime padre Orazio De Angelis, che prestava
servizio alla chiesa del Rosario in via Chatham, mi chiese di andare là ogni domenica per dire la
messa e predicare. Il coadiutore della parrocchia, padre Zhou Ruoyu, era appena partito per Roma
per continuare gli studi. Io lo sostituii durante la sua assenza. Grazie alle cure premurose mostrate
nei miei confronti da molte infermiere e dagli amici, a poco a poco mi rimisi in salute. Un anno
intero di convalescenza trascorse piacevolmente, ancor prima che me ne rendessi conto.
Mentre mi stavo preparando a ritornare a Canton, padre De Angelis fece del suo meglio per
farmi rimanere ad aiutarlo nel ministero della sua parrocchia. Mi disse: <<Ci sono così tanti
cattolici cinesi nella parrocchia del Rosario. Hanno bisogno delle tue cure. Perché sei così deciso ad
andartene? La missione è la stessa in tutto il mondo. Perché devi tornare indietro? Stai solo
cercandoti guai!>>. Io compresi le buone intenzioni e la preoccupazione di padre De Angelis sul
mio conto ma me ne scusai, perché ero già preparato psicologicamente al ritorno a Canton.
<<Persona non grata>>
Tornai a Canton nel 1951 perché amavo il mio gregge, specie ora che la mia gente stava
attraversando un periodo difficile. Mi sentivo molto unito a loro. Volevo condividere le loro
sofferenze ed ero pronto anche a morire per loro.
Tornato alla cattedrale “Shishi”1 di Canton, ripresi a esercitarmi nelle attività atletiche (durante
gli ultimi sette anni di studio al seminario regionale ero stato campione assoluto per tre volte del
raduno annuale di atletica e delle gare di nuoto). Feci il giro di tutte le parrocchie, predicando la
Parola e discutendo con coloro che erano ostili alla religione. Creai dei forti legami sia con i
cattolici che con quelli al di fuori della Chiesa. Nel maggio del 1953, il mese della Madonna,
organizzai un pellegrinaggio a Sheshan, il santuario mariano vicino a Shanghai, una cosa mai fatta
prima. Questo modo di fare mi rese <<persona non grata>> agli occhi delle autorità.
Il 5 agosto di quello stesso anno i miei “crimini” furono pubblicati sui giornali, sia sul
Guangzhou che sul Nanfang. Non avrei mai pensato che le parole che padre De Angelis mi aveva
rivolto alla mia partenza da Hong Kong sarebbero divenute realtà tanto presto.
Quando i cattolici di Canton lessero la notizia sui due giornali, si raccolsero a Shishi per capire
cosa stava succedendo, se ero stato arrestato o no. Poteva essere l’ultima occasione per vederci.
Proposi subito di passare qualche momento in allegria e di tenere un’“ultima cena” di commiato.
Dissi loro: <<Se il peggio deve ancora venire e mi sarà possibile fare ritorno a Shishi vivo, allora ci
incontreremo qui un’altra volta; altrimenti saremo tutti insieme in paradiso!>>.
Quei ferventi cattolici mi tennero compagnia e non se ne volevano andare. Alle dieci di sera li
costrinsi a ritornare alle loro case dicendo: <<Ho bisogno di un po’ di tempo per raccogliere le mie
cose e prepararmi ad andare in prigione>>. Uscirono riluttanti. Poi mi recai dal vescovo Deng
Yiming2 e dai miei confratelli per salutarli. Quando ritornai nella mia stanza ero così stanco che
riuscivo appena a muovermi. Appena mi stesi sul letto per cercare di dormire un po’, sentii battere
alcuni rapidi colpi alla porta. Sapevo che l’ora era giunta. Andai ad aprire e trovai la polizia. Mi
mostrarono il mandato d’arresto e chiesero: <<Sei tu Tan Tiande?>>. Risposi: <<Sì>>. Li seguii
attraverso la porta principale di Shishi. Era molto buio fuori; sentivo un’aria fredda.
Questo rendere noto prima il crimine e poi arrestare il criminale non aveva precedenti. Le
autorità di pubblica sicurezza avevano prima pubblicato il mio crimine sui giornali, dandomi del
tempo per prepararmi psicologicamente. Poi vennero ad arrestarmi. Sembrava che volessero essere
cortesi.
Seguendo la polizia fuori da Shishi, non avevo assolutamente paura. Al contrario, mi sentivo
onorato. Quando avevo ricevuto il sacramento della cresima avevo promesso che sarei stato un
soldato coraggioso di Cristo per tutta la vita. Non avrei esitato a soffrire e persino a sacrificare tutto
me stesso. Quando divenni sacerdote promisi ancora una volta di offrire la mia vita per il Signore
Gesù: <<Vivere per lui e morire per lui>>. Non sarei mai venuto meno alla mia promessa. Oggi
ricevevo la grazia speciale del Signore di rendere testimonianza al vangelo. Era un avvenimento
così gioioso. Lo Spirito Santo mi ispirava dentro, dandomi coraggio e saggezza. Fratelli e sorelle in
Cina e al di fuori della Cina stavano pregando per me davanti al Signore, testimoniandomi una
preoccupazione e una solidarietà sia tangibili che spirituali. Questa era la mia grande forza, e mi
avrebbe sostenuto durante tutti gli anni di carcere. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, ho
l’occasione di scrivere queste parole e lodare il Signore.
<<Non possiedo né oro né argento>>
Un agente segreto del partito nazionalista era tra i miei compagni di prigionia durante gli anni di
carcere. Era costretto a portare le catene alle caviglie giorno e notte, perché era un soldato e un
agente segreto. Aveva dovuto sopportare anche un interrogatorio tremendo. La sua condizione era
di gran lunga peggiore della mia. Mi faceva soffrire vederlo così sfinito e depresso. Feci amicizia
con lui, ma come avrei potuto diminuire la sua sofferenza, anche solo per un po’? Io, che alla
mattina non sapevo quello che mi avrebbe portato la sera, facevo fatica a salvare me stesso. Come
avrei potuto trovare il modo di aiutare altri?
Le parole di san Pietro negli Atti degli Apostoli continuavano a venirmi in mente: <<Non
possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do>> (At 3,6). Potevo davvero dire che la sola
cosa che possedevo era Gesù Cristo. Ero pungolato ad agire da qualcosa dentro di me. Finalmente,
decisi di andare al fondo della questione. Avrei parlato di Gesù al mio compagno. Gli dissi: <<Stai
soffrendo così tanto. Credo davvero che solo Gesù Cristo possa alleviare la tua pena>>. Poi gli
spiegai brevemente gli insegnamenti della Chiesa, e gli insegnai a fare il segno della croce.
Con fede egli accettò Gesù come suo Signore. La mattina seguente lo guardai mentre si faceva
il segno della croce. In silenzio, pregai con lui chiedendo al Signore di rafforzare la sua fede. Poco
alla volta, divenne più sereno. Una sera mi disse piano: <<Gesù Cristo è veramente meraviglioso!
Ha davvero cambiato la mia sofferenza in gioia!>>. Spontaneamente, entrambi ci mettemmo a
pregare, ringraziando e lodando il Signore. Perché fu lui a cambiare il mio compagno di prigionia in
una persona completamente nuova, donando un senso alla sua vita. Prima che io lasciassi il carcere,
promise che se ne avesse avuto l’opportunità sarebbe certamente venuto a Shishi a farmi visita.
Fui trasferito in un campo di lavoro forzato3, una fabbrica di mattoni a Canton. Uno dei
capisquadra mi teneva sempre d’occhio. Cercava in continuazione di trovare qualcosa da ridire sul
mio conto, per rendermi le cose più difficili. Quando più tardi venne a sapere che ero un prete
cattolico, mi tenne d’occhio ancor più strettamente. Voleva controllare se avessi parlato contro
l’ateismo. Allora avrebbe avuto la possibilità di denunciarmi al caposezione, e mi sarei trovato
veramente nei guai.
Io sono nato in una famiglia cattolica da diverse generazioni. Inoltre avevo trascorso più di dieci
anni in seminario. La parola del Signore ha messo radici talmente profonde in me che lo spirito del
vangelo è nello stesso midollo delle mie ossa. Credere in Dio fa parte del mio essere. Tutto ciò che
facevo e dicevo dimostrava che io credevo in Dio. Questo era il mio grande orgoglio. Quando ero
in carcere e nel campo di lavoro, mi facevo sempre il segno della croce e pregavo prima e dopo i
pasti.
Un giorno questo caposquadra non poté più frenare la sua impazienza. Mi disse: <<Sei
veramente testardo. È ovvio che tu stai mangiando il cibo che ti dà il governo comunista, eppure
vuoi ancora ringraziare il tuo Dio. Non credi che il lavoro crei ogni cosa?>>. Io fui felicissimo che
me l’avesse chiesto. Ora avevo l’opportunità di insegnargli qualcosa. Gli parlai abbastanza
apertamente. <<Il lavoro può solo cambiare le cose – dissi -. Non può creare. Se i contadini non
avessero semi, terra, la luce del sole, l’aria e l’acqua, che lavoro potrebbero compiere? Qual è
l’origine del grano? Forse hai sentito il detto: “È il cielo che dà la vita e nutre la vita”>>. Se ne
andò via senza parole, arrabbiato. Quel giorno avevo seminato il seme delle mie stesse disgrazie.
La fede alla sbarra
È molto difficile per un cinese del sud, abituato a un clima caldo, sopportare il gelo dell’inverno
della Cina settentrionale4. Durante l’inverno, quando la fabbrica si doveva fermare, le autorità del
campo di lavoro usavano il tempo libero per la formazione ideologica dei prigionieri, così pure per
esercitazioni che modificassero le loro convinzioni personali. Il freddo del nord-est non può essere
immaginato da chi non l’ha mai sperimentato. E l’esperienza di un prigioniero, sottoposto al
lavaggio del cervello nel periodo più intenso di questo freddo tremendo, è ancora più difficile da
capire. Non solo io fui scelto per prendere parte a queste esercitazioni, ma dovevo esserne anche
l’attore principale.
Il mio crimine era la mia stessa condotta: predicare la religione mentre scontavo la mia
condanna. Dato che questo era il reato più grave del quale si potesse essere accusati, fu tenuto un
incontro pubblico per criticare e denunciare il colpevole. Tutti i prigionieri del campo di lavoro
dovettero prendere parte all’incontro. Io ero il protagonista, l’oggetto della critica di tutti i miei
compagni.
Il “regista” mi aveva legato le mani dietro la schiena. Il “truccatore” mi appese un grande
cartello quadrato al collo, che scendeva sulla schiena. Vi era scritto: <<Controrivoluzionario>>. Il
“regista” mi condusse sul palcoscenico e lesse il mio reato al pubblico: predicazione frequente della
religione in carcere e nessun segno di pentimento. La sentenza era il carcere a vita. Quando la
sentenza fu pronunciata, mi fece prostrare a terra davanti alle migliaia di persone che guardavano lo
spettacolo. Le mie gambe furono distese all’indietro, poi attorno vi legarono catene del peso di
diversi chilogrammi. In quel momento potevo sentire il boato della folla che stava sotto il
palcoscenico. Non ricordo una sola parola di quello che dicevano. So soltanto che ero del tutto
tranquillo. <<Credi ancora in Dio?>>, chiese il funzionario del partito atteggiando le labbra a
disprezzo. <<Perché no?>>, risposi. <<Dato che credi in Dio, perché non viene a liberarti?>>, mi
disse per prendermi in giro. <<Dio è libero di salvarmi o no. Qualunque cosa accada, credo
fermamente in lui>>. <<Senti un po’ il gusto di queste catene alle gambe>>, e così dicendo se ne
andò via.
Tra i prigionieri presenti c’era un credente di Shanghai, chiamato Gu Xianfu, membro di una
Chiesa protestante. Veniva da me e insieme trascorrevamo le serate discutendo sulle differenze tra
la sua Chiesa e quella cattolica. Il mio reato attuale era stato originato da quegli incontri in cui gli
avevo spiegato gli insegnamenti della nostra Chiesa. Fu terribilmente sconvolto e preoccupato
quando vide fino a che punto i suoi incontri con me mi avevano coinvolto e mi facevano soffrire
così tanto. Un giorno, dopo cena, quando mi capitò di essere solo con lui gli dissi: <<Ti ricordi il
vangelo, dove Gesù dice: “Beati i perseguitati a causa della giustizia”?>>. Poi gli spiegai molto
semplicemente le otto beatitudini e aggiunsi: <<Avere la possibilità di testimoniare il vangelo di
Cristo è una benedizione. Dovresti davvero congratularti con me!>>. Gli battei la mano
leggermente sulla spalla. Sorrise contento.
Sono passati trent’anni da quella sera. Vedo ancora il viso radioso di Gu Xianfu davanti ai miei
occhi. Non ho idea di dove sia ora. Tuttavia, credo che il vangelo del Signore si sia radicato
profondamente in lui. Prego affinché egli possa sempre mantenersi fedele al vangelo ed essere un
vero seguace di Gesù Cristo.
(…)
<<Ma neppure un vostro capello perirà>>
Un anno dopo, un certo giorno venni chiamato da un giudice del tribunale per un colloquio. Mi
disse bruscamente: <<Sei migliorato molto dallo scorso anno. Il tribunale ha deciso di ridurti la
pena. Non dovrai più scontare l’ergastolo ma rimanere in carcere soltanto per un altro anno e
mezzo. Hai niente da dire in proposito?>>. <<Niente>>, risposi freddamente.
Un anno prima, quando mi avevano condannato al carcere a vita senza la sentenza di alcun
tribunale ufficiale, non avevo fatto obiezioni, ma avevo accettato la sentenza volentieri. A
quell’epoca, sapevo benissimo che non avevo commesso nessun crimine. Così, l’accettazione
“spontanea” della mia sentenza non aveva nulla a che vedere con la questione della mia innocenza.
Volevo solo imitare Gesù a compiere ciò che mancava ai patimenti della Chiesa. Con mio grande
stupore, un giudice del tribunale faceva ricorso per me e di sua volontà riduceva la mia sentenza.
Ero completamente sconcertato.
Quando i miei compagni di prigionia seppero la novità della sentenza ridotta, furono sopraffatti
dalla gioia e corsero a congratularsi con me. La mia fredda reazione li sorprese moltissimo. I
capigruppo, i dirigenti del partito, il capo-brigata, in una parola tutti i funzionari del carcere,
vedendo che la mia vita di prigioniero continuava come prima, si prendevano gioco di me e
dicevano che ero sotto il potere degli spiriti, addirittura posseduto da loro. Ecco perché non avevo
alcuna reazione nei riguardi di quanto accadeva fuori nel mondo. Il mio vecchio amico, il
caposquadra che mi stava sempre alle costole, disse con molto sarcasmo: <<Tutto il suo corpo,
persino il midollo stesso delle sue ossa, è riempito dagli spiriti! Non è più un essere umano!>>.
Ero estremamente lusingato di questa “reputazione” che i funzionari del carcere mi avevano
appiccicato. Che ogni lode e onore vada al Padre! Credo fermamente che tutte le sofferenze
sopportate per amore del mio Signore non siano state invano. I semi del vangelo erano già stati
seminati nei loro cuori. Sono certo che questi semi germoglieranno in futuro, perché Dio cambierà
tutto ciò che è male in qualcosa di buono. Aspetto con impazienza la venuta di questo giorno!
Ogni volta che il campo di lavoro organizzava qualche campagna o “assemblea formativa”, io
ero sempre l’attore principale agli occhi di quelli che criticavano o denunciavano altri: un veterano
del palcoscenico dove venivano tenuti quegli incontri violenti. In quel periodo io mi sentivo onorato
di venire scelto. Quello che è strano è che oggi, trent’anni più tardi, ogni volta che ricordo quegli
incontri in cui venivo criticato e denunciato, le mie ginocchia cominciano improvvisamente a
tremare, al punto che faccio fatica a stare in piedi. L’uomo vuole sempre vivere e teme la morte. Io
non faccio eccezione. Come potevo avere quel coraggio, allora? Da dove veniva?
Quando studiavo in seminario, dovevo leggere la Bibbia in latino. A causa delle difficoltà della
lingua, non riuscii mai molto bene. A dispetto di ciò, ogni volta che venivo denunciato le parole di
Gesù mi tornavano improvvisamente in mente: <<Metteranno le mani su di voi e vi
perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e
governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà l’occasione di rendere testimonianza>> (Lc
21,12-13). Non sono proprio vere queste parole? Questo è ciò che Gesù ci aveva detto molto tempo
prima. I suoi seguaci non possono evitare le persecuzioni. Perciò io accettai le mie sofferenze con
gioia, dato che sapevo che non erano vane. La ricompensa era semplicemente <<un’occasione per
rendere testimonianza>> a lui!
Un discepolo non è migliore del suo maestro. Ora, se Gesù era disposto a soffrire e persino
morire, io, il suo discepolo, dovrei evitare la sofferenza? <<Mettetevi bene in mente di non
preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza a cui tutti i vostri avversari non
potranno resistere, né controbattere>>. Gesù ha anche detto: <<Sarete odiati da tutti per causa del
mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le
vostre anime>> (Lc 21,14-19). Oggi, oltre a non aver perduto un solo capello, la mia salute è di
gran lunga migliore della salute di quelli della mia età, e persino di quelli di vent’anni più giovani
di me.
<<Dio, dove sei?>>
Durante i trent’anni in cui vissi nel nord-est, l’agricoltura era la mia occupazione principale.
Ogni anno, quando arrivava la primavera, dovevamo cercare di concimare un terreno duro come
l’acciaio. Usavamo picconi per scavare la terra. Una volta reso il terreno più morbido, lo
innaffiavamo e vi piantavamo i semi. Oggi, descrivendo tutto ciò, non mi sembra così tremendo. In
realtà a quel tempo eravamo denutriti. Tutto quel lavoro era al di là delle nostre forze, cosicché
anche ogni minuto era un’agonia. L’agricoltura in un campo di lavoro è molto diversa da quella
ordinaria. I contadini devono lavorare duramente, ma lo fanno con una certa speranza. Sanno che il
loro lavoro non è vano, perché dopo qualche mese avranno un raccolto ricco. Fino a quando una
persona può guardare al futuro con speranza, può sopportare grandi fatiche. Ma la gente nei campi
di lavoro sa perfettamente che, nonostante gli sforzi, non ci sarà ricompensa. Non avranno alcuna
parte del raccolto che i campi producono. Quel che è peggio, è che nessuno riconosce che tu hai
avuto qualcosa a che fare con il raccolto. In pratica, non considerano neppure che tu esisti! Questa
esperienza del non essere riconosciuti è rovinosa per un essere umano. La sofferenza che causa è più
terribile di ogni fatica fisica.
Ci fu una carestia nazionale che durò tre anni. Ciò intensificò gli stenti nei campi di lavoro, che
già avevano scorte insufficienti. Ogni giorno alcuni dei miei compagni morivano di fame. In quegli
anni, il mio compito era quello di seppellire i morti. Durante questa carestia il governo incoraggiava
tutti a fare grande economia. Dunque, era uno spreco assoluto usare una bara di legno per seppellire
un prigioniero che era morto. Allo stesso tempo, i miei compagni non se la sentivano di gettare
semplicemente i cadaveri in un fosso. Allora qualcuno pensò a un modo ingegnoso di risolvere il
problema: venne fabbricata una bara con il fondo girevole. Il cadavere veniva messo in questa bara
e poi trasportato e sistemato sopra il fosso; il fondo della bara veniva sganciato e il cadavere cadeva
nel fosso, così la bara poteva essere usata per un altro cadavere.
La gente potrebbe chiedersi come io sia potuto sopravvivere in queste condizioni tremende. Per
chi non crede è un enigma senza soluzione. Per chi ha fede è la volontà di Dio. La vita è il suo dono
più prezioso all’uomo. Devo avere grande cura di questo dono, per non essere un ingrato. Perciò,
per sopravvivere, mangiai erbe selvatiche e la corteccia degli alberi. Mangiai persino pollame morto
da diversi giorni. Rubai anche il foraggio destinato ai cavalli e lo mangiai. Avrei mangiato
qualunque cosa, in quei giorni. Solo le pietre, il fango e il letame non facevano parte della mia
dieta. Per chi non ha mai patito la fame, è impossibile immaginare la sofferenza tremenda che essa
provoca.
Solo quando uno è vestito e nutrito può valutare onori o disgrazie. Questo è vero. Durante quei
tre anni di dura carestia cominciai a sperimentare personalmente la natura brutale dell’uomo:
egoismo, crudeltà, scaltrezza, inganno... Cosa può fare un bruto che ha il potere di ragionare? Vissi
in condizioni tali da sperimentare le azioni brutali dei miei compagni, e scoprire ciò che un bruto
può compiere. Questo dolore era anche più grande della fame. Avrei voluto correre nei campi e
gridare ad alta voce: <<Dio, dove sei?>>. Non so quante volte ho pensato di farla finita. Ma proprio
al momento cruciale vedevo Gesù sulla croce che mi guardava con occhi misericordiosi... e lo
sentivo dire: <<Oh, uomo di poca fede, dubiti forse che io ti ami?>>.
In balia delle onde
Passai decenni nel campo di lavoro, conducendo una vita monotona: lavoro di giorno e sonno
di notte. Non c’era mai alcun cambiamento. Si viveva come macchine, intorpiditi e indifferenti.
Pioggia o sole, neve o calore, continuavamo a lavorare con lo stomaco vuoto. Quando lavoravo
più forte, sentivo lo stomaco brontolare. Si poteva quasi pensare che tuonasse. Era un segnale
d’avvertimento dalle viscere del mio corpo, che mi dicevano che il carburante era insufficiente e
che dovevo affrettarmi per provvedere a ciò che era necessario. La sola cosa che potevo fare in
quei momenti era di chiedere al mio Signore e Maestro di aiutarmi. Meditai sul suo digiuno di
quaranta giorni e lo udii allontanare la tentazione del demonio. Se il Maestro fu tentato, così lo
sarebbe stato il discepolo. Pregai per questo, e rinvigorii il mio spirito.
In carcere c’erano delinquenti ma anche gentiluomini. Furti, scippi, risse e violenze sessuali
capitavano sovente nelle celle. Eppure vi erano alcuni che non avrebbero mai fatto qualcosa di
male agli altri per vantaggio personale. La maggior parte di questi erano “controrivoluzionari” o
prigionieri “politici”. Sebbene entrambi i tipi di prigionieri vivessero insieme, si poteva capire
subito, dalla loro condotta, chi fossero i malviventi e chi i gentiluomini. Mentre ero in prigione mi
feci molti amici tra i prigionieri che provenivano da tutta la Cina: da Shanghai, dallo Shandong,
dal Jiangsu, da Pechino e da Tianjin. Questo gruppo, tutti fratelli nella stessa afflizione, una volta
trovata l’occasione si riuniva per chiacchierare. Ci aiutavamo e sostenevamo a vicenda. Questo era
l’unico piacere che ci era dato in carcere. Sfortunatamente, i giorni felici non durarono a lungo. In
base ai regolamenti del carcere, i prigionieri dovevano essere spostati di frequente. La vita, lì, era
come le onde fluttuanti del mare.
Il miraggio della libertà
Nel 1966, allo scadere del mio periodo di prigionia, venni rilasciato. Ma dovevo rimanere a
lavorare nel campo. Ero un uomo libero, nominalmente, ma quando chiesi il permesso di
ritornare a casa per il Capodanno5 o altre festività, mi venne sempre rifiutato. A quelli di noi che
dovevano rimanere nel campo veniva applicato il titolo di <<lavoratori di seconda categoria>>.
Alcuni di questi chiedevano in continuazione il permesso di tornare a visitare le loro famiglie, ma
spesso non erano ascoltati. Decisero di tornare a casa comunque, e poi di ritornare al campo.
Tutt’al più, se scoperti, sarebbero stati sottoposti a <<critica>> e punizioni.
Fino al 1975 avevo già fatto molte richieste di tornare a casa a Canton per visitare la mia
famiglia, ma tutte le volte non furono accolte. Alla fine decisi di seguire l’esempio degli altri
lavoratori. Me ne sarei andato senza dirlo. Quel giorno, di mattina presto, salii sul treno che
andava verso sud. Pensavo tra me che presto avrei rivisto la mia famiglia, dalla quale ero stato
separato per più di vent’anni. La gioia che provavo in quel momento non può essere descritta a
parole. Tuttavia, <<il cielo ci deluse>>. Il treno era appena giunto nel distretto di Hulan (era
diretto ad Harbin), quando venni arrestato. Mi furono messe le manette ai polsi e fui portato da
due robuste guardie alla prigione del distretto. Così mi trovai nuovamente in carcere.
<<La tua casa è là dov’è il tuo cuore>>
Soffrii molto di più in questo carcere che non nel campo di lavoro.
Fui rinchiuso in una stanza strettissima. Per tutto il giorno mi era possibile soltanto stare seduto
a gambe incrociate. Non potevo alzarmi o distendermi. Dovevo avere il permesso della guardia se
volevo andare al gabinetto e persino per schiarirmi la gola. Solo dopo aver ricevuto il suo permesso
potevo alzarmi. Non mi era consentito parlare assolutamente con nessuno, e nemmeno assopirmi,
altrimenti sarei stato sottoposto a una dolorosa sferzata sulla lingua.
Per chi non ha fede, un giorno in carcere è come un intero anno. Ma io ho fede, ed ero in
grado di rendermi conto che la nostra casa è là dov’è il nostro cuore. Ero in pace con Dio e con
me stesso. Tutte le sofferenze che sopportavo per amore di Gesù divennero per me una gioia.
Alla fine decisi di fare appello per il mio caso al Tribunale del popolo. Credo che, nonostante
Dio abbia l’ultima parola sui progetti dell’uomo, dovevo fare tutto ciò che era in mio potere per
risolvere la mia situazione. Dopo otto anni, il mio caso era come un sasso gettato nell’oceano:
non si sapeva assolutamente nulla. Un giorno (del 1983), proprio mentre stavo per abbandonare
ogni speranza circa il mio appello, uno dei capi mi disse di rimanere nella cella. Aveva anche
fatto preparativi per mandarmi in infermeria per riposare. Che ragione c’era dietro questo
“trattamento speciale”? Uno dei prigionieri più anziani lo interpretò come il primo passo verso la
mia imminente scarcerazione. E così fu. Alcuni giorni più tardi il caposezione incaricato
dell’istruzione mi disse: <<Il tuo caso è già stato riesaminato. Sei innocente e verrai rilasciato>>.
Più tardi scoprii che era stato mio nipote, che vive negli Stati Uniti, a darsi moltissimo da fare per
fare ricorso a mio nome e ottenere il mio rilascio.
Finalmente a casa
Passai attraverso tutte le formalità richieste per abbandonare il campo di lavoro nel nord-est.
Sapevo che mi sarebbe stato possibile fare ritorno a Canton presto. Comunque, non scrissi subito
per informare i sacerdoti della cattedrale Shishi. Potevano esserci stati molti cambiamenti a Canton
durante i trent’anni della mia assenza, sia per quanto concerneva il personale che le vicende della
Chiesa. Inoltre mi sembrava di non sapere più nulla della vita cittadina, essendo rimasto confinato
per trent’anni in campagna. Avevo bisogno di un periodo di transizione prima di potermi adattare a
vivere a Canton. Decisi di andare ad abitare con mia sorella, che lavorava ai cantieri navali di
Huangbu. Sarei rimasto lì per un po’, cercando di capire che cosa voleva Dio da me.
Dopo essermi riposato per sei mesi, gradatamente mi riadattai alla complicata vita di città. In
quel periodo, la gente della cattedrale Shishi veniva a Huangbu a farmi visita. Trovarono che le mie
condizioni generali erano abbastanza buone, così mi invitarono con sollecitudine a ritornare alla
cattedrale Shishi al servizio della comunità cattolica. Era davvero qualcosa che aspettavo da tanto
tempo! Cosa era accaduto al mio gregge, rimasto separato da me? Come se l’erano cavata, durante
quegli anni lunghi e tormentati? Erano ancora lì i miei vecchi amici? Mi avrebbero riconosciuto?
Migliaia di domande nascevano nella mia mente. Io ero più che mai impaziente di conoscere le
risposte.
Decisi di tornare alla cattedrale Shishi con loro. Mentre stavamo arrivando, vidi da lontano la
mia amatissima cattedrale troneggiare su tutto il resto come un tempo: sembrava esattamente la
stessa di trent’anni prima, con le due alte guglie che si stendevano come due grandi braccia per
augurarmi il benvenuto. Spontaneamente affrettai il passo. Volevo rinchiudermi nell’abbraccio
della mia Madre amata. Volevo trovare rifugio nelle sue braccia e far parlare il mio cuore. Come mi
trovai di fronte alla porta scolorita, le lacrime presero a scorrermi sul viso. Aprii la porta con forza e
vidi l’interno in rovina6. Sentivo che un vento freddo mi colpiva da ogni parte, e le mie ginocchia
cominciarono a tremare. Oh, Madre amatissima, attraverso quale agonia sei passata! Che dolore e
che insulti! Hai bisogno che io ti dica qualcosa? Tu comprendi tutto, perché ci sei passata di
persona.
Non so per quanto tempo rimasi inginocchiato nella cattedrale. Mi ricordo solo che, quando alla
fine mi rialzai in piedi, il grande peso che mi aveva schiacciato per tutti quegli anni se ne era
andato. Mi sentii liberato. Promisi alla mia Madre amatissima che avrei fatto buon uso del resto
della vita per essere un servo fedele di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.
Quando celebrai la mia prima messa domenicale dopo il ritorno alla cattedrale Shishi, ero così
emozionato che facevo fatica a parlare. Dopo la liturgia, uscii a salutare i cattolici che mi
circondavano così felici. <<Bellissimo, padre Tan è tornato...>>. <<Padre Tan, si ricorda di mia
figlia? Adesso ha due bambini...>>. <<Padre Tan, mio figlio ora studia all’università...>>. Questi
cattolici così affettuosi continuavano a parlare. Le rughe profonde sui loro volti e i loro capelli grigi
senza vita erano la testimonianza di tutte le sofferenze attraverso le quali erano passati. Avevo gli
occhi umidi di lacrime. Mi sentivo un nodo alla gola. Non riuscivo a dire niente. Misi le mani sui
loro capi e impartii loro la benedizione di Dio. Solo l’amore di Dio poteva consolarli, incoraggiarli
e sostenerli.
Una testimonianza
Riportiamo la testimonianza di un uomo che ha conosciuto dopo la sua liberazione
padre Tiande, l’unico dei protagonisti di questo libro ancora vivente.
Il reverendo padre Tan Tiande è un sacerdote della cattedrale di Guangzhou, molto
amato e rispettato dai suoi parrocchiani. Oggi ha più di 80 anni e si è sempre dedicato,
anima e corpo, alla verità della fede, alla salvezza delle anime.
Sono un disabile. Nonostante abbia più di 40 anni, non ho mai nemmeno osato
pensare di sposarmi, come il resto della gente fisicamente abile. Potevo solo sperare di
vivere il più a lungo possibile sotto la cura dei miei genitori. Invece mia madre è morta
di malattia nel 1980 e con la sua scomparsa sono spariti tutta la tenerezza e il calore
materni che mi avevano accompagnato da quand’ero bambino. Nel 1990 anche mio
padre, che è sempre stato severo nell’educarmi, è morto di cancro. Ero completamente
distrutto e sentivo che la vita non aveva alcun senso senza l’amore di una famiglia.
Mentre languivo in questo stato di confusione e smarrimento, un uomo, guidato
dall’“Amore” che domina l’universo, mi condusse nella parrocchia di padre Tan. Mi
ritrovai così in una grande famiglia composta da migliaia di persone.
Padre Tan sa dosare equamente tenerezza materna e severità paterna. È generoso e
disponibile e ben presto divenni un suo frequentatore assiduo. Riceve così tante visite
dai suoi catecumeni che la sua casa sembra un mercato in un cui la gente va e viene
continuamente. I suoi amici provengono da luoghi e ranghi sociali diversi, e coprono una
fascia di età molto ampia. Tutta questa gente porta di solito con sé il proprio dolore,
ragioni nascoste, rabbia e rimpianti. Conoscono il reverendo Tan di fama e vengono ad
ascoltare i suoi insegnamenti e a ricevere consolazione. Non importa chi siano:
milionari, funzionari di alto rango, signore eleganti, poveri operai, disabili dai corpi
distorti, malati senza speranza... Ricevono tutti la stessa calorosa accoglienza dal padre
Tan. La sua piccola casa di dieci metri quadrati è sempre intrisa di un’atmosfera di
fraterna uguaglianza, armonia e calore.
Padre Tan dona a tutti una copia del Catechismo, un libretto che contiene i più
comuni e importanti insegnamenti del nostro universo. Egli lo spiega attentamente e
instancabilmente ai suoi ascoltatori. Parla di filosofia e teologia: Dio, lo Spirito Santo, i
nostri progenitori, la beata Vergine Maria, l’inferno e il paradiso, la risurrezione, i dieci
Comandamenti e i quattro precetti della Chiesa. Sun Yat-sen, padre della nostra patria,
disse che <<la religione può compensare l’insufficienza delle leggi>>. Padre Tan insegna
con gioia alla gente a seguire i comandamenti di Dio, a praticare le virtù e a fare
penitenza compiendo buone azioni. Ha un carisma particolare nel ridare forza e coraggio
alle persone. Dopo aver ascoltato i suoi insegnamenti, alcuni si sentono il cuore
alleggerito da sangue e lacrime, altri trovano la soluzione ai loro complessi problemi di
relazione, i giovani che sono vittime di tentazioni immorali si risvegliano, chi è corrotto
desidera restituire il maltolto... Con l’aiuto di padre Tan, tutti tornano al proprio lavoro
o studio con spirito rinnovato e maggiore entusiasmo.
Padre Tan ama profondamente il suo paese e la sua gente dagli occhi scuri, i capelli
neri e la carnagione bruna. Prima della liberazione e dopo la Rivoluzione culturale, ha
rinunciato in diverse occasioni di stabilirsi a Hong Kong per la sua opera di
evangelizzazione. Ha preferito restare nel contesto semplice della cattedrale di
Guangzhou. È solito dire: <<Sono un pastore: non posso abbandonare le mie pecore di
Guangzhou>>. Padre Tan è rimasto internato in un campo di lavoro nella Cina nordorientale per trent’anni, nel periodo in cui la sinistra aveva il pieno potere. Ha imparato
<<ad avere il cielo come coperta, la nuda terra come letto, a bere dai ruscelli e a
mangiare lo sterco dei cavalli>>. Considera quella sfavorevole esperienza come una
prova di vita assegnatagli da Dio. Con la sua fede e la sua forza di volontà, ha
attraversato la notte oscura per andare incontro all’alba, rafforzando il proprio corpo
nelle difficoltà.
Padre Tan indossa sempre abiti dello stesso colore e ama camminare scalzo. Ha il
fisico di un anziano contadino in buona salute. Fa tesoro della luce del sole e dell’aria
fresca e lavora instancabilmente ed energicamente notte e giorno.
(da Kung Kao Po, 6 gennaio 1995)
Note
1) La cattedrale di Canton, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, è comunemente chiamata
“Shishi” (cioè <<casa di pietra>>), perché i muri e le colonne sono di granito. È un maestoso
edificio in stile neo-gotico, la cui costruzione, durata venticinque anni, fu completata nel 1888.
2) Monsignor Domenico Deng Yiming (in lingua cantonese: Tang invece di Deng) fu
arrestato il 5 febbraio 1958 e liberato dopo oltre ventidue anni di carcere, di cui sette passati in
completo isolamento. Il suo diario di prigionia, dal titolo Nelle carceri di Mao, è stato pubblicato
dalla Emi (Editrice missionaria italiana) di Bologna.
3) I campi di lavoro forzato, chiamati con un eufemismo <<campi di rieducazione attraverso
il lavoro>>, sono per lo più zone incolte e periferiche da dissodare o fabbriche con lavori pesanti.
Oltre allo sfruttamento di una manodopera a basso costo, le autorità si propongono di riformare la
mentalità dei condannati, vincendo la loro resistenza psicologica.
4) Padre Tan Tiande fu trasferito al nord nel 1955.
5) Il Capodanno, che è lunare e quindi non ha data fissa ma varia ogni anno, è la festa
principale del popolo cinese.
6) Durante i dieci anni di turbolenza della rivoluzione culturale, tutto ciò che era all’interno
della cattedrale di Canton (altari, sedie, banchi, vasi sacri, statue dei santi ecc.) fu selvaggiamente
distrutto e bruciato. I lavori di restauro iniziarono nel 1979. Quando padre Tan ritornò a Canton,
evidentemente l’interno della cattedrale non si presentava più come in passato. La cattedrale resta
ancora oggi molto diversa rispetto al periodo antecedente l’avvento del comunismo. Sono
scomparsi tutti gli altari laterali, tutti gli ornamenti interni che la abbellivano, l’altare centrale con
il coro è andato interamente distrutto; sono scomparse anche le vetrate colorate.
7) Il paesaggio di Guilin (che significa <<foresta di cinnamomi>>), nella provincia del
Guangxi, è considerato tra i più belli di tutta la Cina e tra i più pittoreschi del mondo.
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IL DIARIO DI PADRE TIANDE