a.a. 2013-2014
Dispense di
FILOLOGIA MEDIEVALE E UMANISTICA
(prof. Claudia Corfiati)
L’AEGIDIUS DEL PONTANO E LA CULTURA NAPOLETANA
ALLA FINE DEL QUATTROCENTO
1
INDICE
M. BARBI, La nuova filologia
G. PASQUALI, Cattedre di filologia italiana
F. PASTONCHI, Il manoscritto originale della Divina Commedia
MASUCCIO, Il Novellino, Dedica
MASUCCIO, Il Novellino, I III
T. CARACCIOLO, Vita di G. Pontano
B. GARETH, Sonetto C
J. SANNAZARO, Elegiae IX
B. GARETH, Canzone X
J. SANNAZARO, Arcadia XII
VESPASIANO DA BISTICCI, Vita di Alfonso
ADAM DE MONTALDO, De clara vita divi Regis Alfonsi oratio
G. BRANCATI, Raccomandazione per la biblioteca
EGIDIO DA VITERBO, Lettera al Pontano
G. PONTANO, Lettera ad Egidio
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MICHELE BARBI, La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori, da Dante a Manzoni,
Firenze 1938
GIORGIO PASQUALI, Cattedre di Filologia Italiana, Romanza, Medievale, in «Lo
Spettatore Italiano» (settembre 1949)
p. VIII
Anche allora grande incertezza d’idee e non felice applicazione di quelle che
s’avevano per migliori: c’era sì fra i giovani un grande interesse e diciamo pure
un grande entusiasmo, per questi studi [di filologia], e maestri quali il Carducci,
il Bartoli, il Monaci, il Rajna, incoraggiavano il movimento con l’esempio e con
buone iniziative; era un correre di città in città e da biblioteca a biblioteca, per
dare alla luce scritti antichi con quello stesso ardore con cui gli umanisti
correvano a liberare i classici dagli ergastoli dei barbari, e non mancò chi si
spingesse fino in Inghilterra per togliere dalla clausura degli ultimi Britanni il
fiorentissimo Sacchetti. Un Molteni e un Mazzatinti non erano di meno dei più
fervidi scopritori del Quattrocento.
p. X
Noi uscivamo [dalla scuola del Rajna] con la giusta idea che ogni testo ha il suo
problema critico, ogni problema la sua soluzione e che quindi le edizioni non si
fanno su modello.
All’uscita dall’Università uno scolaro sufficiente di latino e greco, purché abbia
avuto maestri non dico eminenti ma a modo, sa, anzi per assuefazione sente
che ha il dovere di interpretare ogni testo antico parola per parola, studiandosi
di rivivere il valore stilistico di ogni locuzione, riesce anche di regola a leggere
un apparato critico e a rendersi conto, informandosi, qualora sia necessario,
nella prefazione critica, se la coincidenza di determinati manoscritti in una
determinata lezione garantisca la scrittura dell’archetipo, sicchè ogni altra
lezione non possa essere se non o errore o congettura (recensio chiusa) o se e in
che limiti l’editore e il lettore abbiano diritto a scegliere tra le varianti,
regolandosi con i criteri del significato, dell’usus scribendi, della lectio difficilior e
pesando ciascuno di questi contro tutti gli altri (recensio aperta); sa anche
giudicare quanto in un certo scritto valga una tradizione, se cioè e in che limiti
vi sia il diritto, cioè il dovere di congetturare.
Diversamente un laureato in lettere moderne non sa quasi mai rendersi ragione
dei particolari, non sa interpretare… L’italianista non si degna nemmeno di
chiedersi cosa sia un testo e come si costituisca…
L’insegnamento della filologia italiana nelle Università perlomeno insegnerebbe
agli scolari a non credere ai maestri ciecamente, ma invece a discutere con loro
liberamente, perché i filologi, sia classici sia romanzi, non sono dogmatici e
sono tolleranti: filologo in Platone, quando la filologia non esisteva, significa
amator della discussione…
1
FRANCESCO PASTONCHI, Il manoscritto originale della Divina Commedia, in
«Corriere della sera» del 27 novembre 1949 (terza pagina)
Chi avesse potuto, quel mattino, da una fessura, vedere nel suo studio il
professor Eusebio Calanzi, il più insigne studioso di Dante e il più citato, le cui
affermazioni facevano legge, l’uomo che fin dalla giovinezza – se giovinezza fu
la sua, trascorsa nel chiuso della biblioteca – non si era concesso altri svaghi,
altri viaggi, altri entusiasmi, infine altro amore che non toccasse il Divino
poema, ricercandone e compulsandone le centinaia di codici sparsi nel mondo
per riuscire a darne una precisa classifica e rintracciarne le ascendenze e le varie
famiglie, e, pubblicato il colossale volume di tutte le varianti comparate e
discusse, risalire così al più probabile testo originale, chi avesse potuto
osservarlo, presso un enorme cassone, donde traboccavano confusamente
antiche ingiallite carte, davanti alla tavola su cui stava aperto un infolio, agitarsi,
gesticolare, convulso e ora chinarsi a voltare una pagina e un poco leggervi e
quindi rilevatosi alzar le braccia gettando sospiri e mettersi a saltabeccare in giro
allo studio con rotte esclamazioni, per tornare all’infolio e di nuovo piegato su
di esso sfogliarlo affannosamente e mormorare: “non è possibile, non è
possibile, eppure sì, è certo…” e allora correre all’uscio e tentarlo ad assicurarsi
che fosse ben chiuso e ancora accostarsi alla tavola, premersi tra le mani la testa
canuta quasi in atto disperato e a un tratto ergersi nella piccola persona e quasi
ingrandire in aspetto raggiante, ma subito poi ricadere prostrato: quegli non
avrebbe certo riconosciuto in lui così trasfigurato, l’ometto che s’era soliti
incontrare rasente muro, con sempre un libro sotto braccio, la persona
incurvata, la testa bassa, il passo schivante, come a dissimularsi, estraneo a tutti,
temente di venir trattenuto e interrotto nelle sue elucubrazioni
[…]
Insomma col procedere nella consultazione Eusebio Calanzi vedeva
profondarsi tutti i testi architettati dagli studiosi e soprattutto il suo. La testa gli
ronzava, dovette smettere la lettura, confuso, annichilito. Stava lì sospeso del
come fare. Divulgare la scoperta distruggendo il suo onore di studioso? Il
sogghigno dei colleghi strisciò lungo gli scaffali della biblioteca, danzò
grottescamente sull’infolio della Commedia e sulle sue povere sudate carte. Egli
pensò, e con insolita tenerezza, alla moglie e soprattutto a quelle terribili figlie
che questa volta non si sarebbero divertite e non avrebbero riso. Rinascondere
il manoscitto lasciando che altri, lui morto, lo scoprissero? Ma dove
nasconderlo? E in qual modo sopportare un tanto seguito? E se avesse dato la
notizia della scoperta, accompagnandovi la confessione del proprio fallimento,
comune infine a quello di tanti altri interpreti? Muoia Calanzi e tutti i filistei!
Ritirarsi, sparire dal mondo? Follia! Deliberò infine di soprassedere differendo
ogni decisione, e riprendere l’esame, esaurirlo, preparare un’edizione definitiva.
Gli parve di potersi acquietare in questa promessa d’attesa fatta a se stesso.
Illusione. Col passare dei giorni crebbe l’angoscia e, tenendola in sé chiusa
tanto più lo rodeva. Dalle pareti dello studio i suoi libri lo irridevano ironici. Le
mura della casa lo opprimevano. Prese ad errare per le strade senza meta,
sempre più curvo, parlottando a gran gesti. In famiglia si sforzava di parer
calmo, ma, se non la moglie, astratta, lo atterrivano le figliole nella loro sfidante
bellezza. Le notti insonni gli si riempivano d’incubi. Un mattino tuttavia lo
invase una strana allegrezza: balzò dal letto con passo di danza. […] Lo
costrinsero al letto, prima si ribellò, poi vi si assopì vaneggiante.
Si avvicinava l’inverno e già nelle alte stanze di quel vecchio palazzo stagnava il
freddo. Un giorno Eusebio Calanzi levatosi d’impeto corse nell’attiguo studio e
si mise a vuotare gli scaffali e a scaraventare con rabbia i suoi cari libri qua e là
sul pavimento: vi finì anche il fatale manoscritto scioltosi dalla custodia e
sfasciato: un misero scartafaccio. La moglie accorse a tanta rovina, invocò le
figliole che l’aiutarono a riportarlo in camera e metterlo a letto. Subitamente
ammansito egli vi si lasciò ricondurre piagnucolando come un bambino. Poi le
ragazze tornarono nello studio per riordinarlo alla meglio.
“Qui si gela. Se facessimo una fiammata…”, propose Lia. Ma la legna, già
preparata nel camino era umida e il fuoco stentava ad appigliarvisi. “Ci
vorrebbe un po’ di carta…”. “Prendiamo queste”, disse Matelda, accennando
allo scartafaccio. “Che cos’è?” – “Aspetta che guardo…: un Dante! Uno dei
tanti…” – “Maledetti! Sono i maggiori colpevoli dello stato di papà” – “Allora
dammi” – “È vecchio e sdrucito, ma ha una carta spessa… brucierà bene”.
Cominciarono a strapparne i fogli e a gettarli via via nel camino, alla fiamma
2
NOVELLINO DEL NOBELE MATERNO POETA MASUCCIO
GUARDATO DA SALERNO, INTITULATO A LA ILLUSTRISSIMA
IPOLITA D'ARAGONA E DE' VISCONTI, DUCHESSA DE CALABRIA; E
IN PRIMO IL PROLOGO FELICEMENTE COMENCIA.
[Dedica]
Como che io manifestamente comprenda e per indubitato tenga, inclita ed
eccelsa madonna, che al suono de la mia bassa e rauca lira non si convenga de
libro comporre, né meno de proprio nome intitularlo, e che più de temerità
dignamente sarò redarguito, che d'alcuna eloquenzia né multo né poco
commendato; nondemeno avendo da la mia tenera età faticato per esercicio il
mio grosso e rudissimo ingegno, e de la pigra e rozza mano scritte alcune novelle
per autentiche istorie approbate, ne gli moderni e antiqui tempi travenute, e
quelle a diverse dignissime persone per me mandate, sì como chiaro ne' loro tituli
si demostra, per la cui accagione ho voluto quelle che erano già disperse
congregare, e de quelle insieme unite fabricare il presente libretto, e quello per la
sua poca qualità nominare il Novellino, ed a te, sulo presidio e lume de la nostra
italica regione, intitulare e mandare; a tale che tu, con la facondia del tuo
ornatissimo idioma ed eccellencia del tuo peregrino ingegno, pulendo le multe
rugine che in esso sono, e togliendo e resecando le sue superfluità, ne la tua
sublime e gloriosa biblioteca lo possi licet indigne aggregare. E quantunque multe
ragione da quello me avessero quasi retratto, e dissuasomi lo non intrar a tal
lavore, pur novamente occurrendomi un vulgare esempio, quale non sono già
multi anni passati che dadovero intervenne a la nostra salernitana cità, a ciò
sequire m'ha confortato e spronato; e quello, primo che più ultra vada, de
ricontare intendo.
Dico adunque che nel tempo de la felice e illustra recordazione de la regina
Margarita fu in questa nominata cità un ricchissimo mercatante genovese, de gran
trafico e notivole per tutta Italia, il cui nome fu messere Guardo Salusgio, de
assai onorevole fameglia ne la sua cità. Costui dunque passeggiando un dì davanti
il suo banco posto in una strata chiamata la Drapparia, ove erano de multi altri
banchi e bottege de argentieri e sartori, e in quello passeggiare gli venne veduto
dinanzi ai pedi d'un povero sarto un ducato vineciano; il quale como che
lutulente e pisto multo fusse, nondemeno il gran mercatante, como multo
familiare de quella stampa, incontinente il cognobbe, e, senza indugio inclinatosi,
ridendo disse:
- Per mia fé, ecco un ducato!
Lo misero sarto, che repezzava un giuppone per avere del pane, como ciò vide,
vinto da venenosa invidia e, per la estrema povertà, da rabia con dolore, si
revoltò verso il cielo con le pugne serrate e turbato multo, maledicendo la iusticia
con la potenzia insieme di Dio, aggiungendo:
- Ben si dice, oro ad oro curre, e la mala sorte da gli miseri non si move già mai.
Io dolente, che tutto ogge me ho faticato e non ho guadagnato cinque tornesi,
non trovo si non sassi che mi rompono le scarpe, e costui, che è signore d'un
tesoro, ha trovato un ducato d'oro dinanzi li pedi mei, che ne ha quel bisogno
che hanno gli morti de l'incenso.
Il prudente e savio mercatante, che avea fra questo mezzo da l'argenteri che gli
stava de rimpetto con fuoco ed altri argomenti fatto retornare il ducato a la
pristina bellezza con piacevole viso si revoltò al povero sarto, e sì gli disse:
- Buono uomo, tu hai torto rimaricarti de Dio, per accagione che Lui ha
iustamente operato farmi trovar questo ducato, imperò che si ti fusse recapitato
in tue mani, lo averisti alienato da te, e se pur lo avessi tenuto, lo averisti in
qualche vili stracci posto, e sulo e a non proprio luoco lasciato stare; de che a me
avverrà tutto il contrario, perché 'l ponerò con suoi pari, e in una grande e bella
compagnia.
E ciò ditto, se rivolse al suo banco, e buttollo a la sumità di multe migliara de
fiorini che in quello erano.
Dunque avendo, como de supra ho già ditto, de le disperse novelle composto il
multo pisto e lutulente libretto, per tutte le già ditte ragione ho voluto a te,
dignissima argentera e perottima cognoscitrice de questa stampa, mandarlo, acciò
che cum gli tuoi facilissimi argomenti lo possi rembellire, e quello, devenuto
bello, tra gli tuoi ornati ed elegantissimi libri abbia qualche minimo luoco. Quale
a la loro decorazione ne adiungerà una altra maiore, perché, como vole il
filosofo, le cose opposite insieme coniunte, con maiore luce se distingue la loro
disaguaglianza. E ultre a ciò te supplico che, quando ti sarà concesso alcuno ocio,
lo leggere de ditte mie novelle non te sia molesto, però che in esse troverai de
multe facecie e giocose piacevolezze, che continuo nuovo piacere porgerti
saranno accagione. E si per aventura tra gli ascoltanti fusse alcuno santesso
seguace de' ficti religiosi, de la scelerata vita e nefandi vicii de' quali io intendo ne
le prime dieci novelle alcuna cosellina trattarne, che mordendo me volesse
lacerare, e dire ch'io como maledico e cum la venenosa lingua ho ditto male de'
servi de Iddio, ti piaccia per quello dal cominciato camino non desistere; però
che supra tale lite sulo prego la Verità, ch'al bisogno l'arme prenda in mia difesa,
e rendami testimonio che ciò non procede per dir male d'altrui, né per veruno
odio privato o particulare ch'io con tal gente me abbia.
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Anzi, per non tacere il vero, ho voluto ad alcuno gran principe e ad altri mei
singulari amici dare noticia de certi moderni e d'altri non multo antiqui travenuti
casi, per li quali se potrà comprendere cum quanti diversi modi e viciose arti nel
preterito gli sciocchi o vero non multo prodenti seculari siano da' falsi religiosi
stati ingannati, a tale che gli presenti faccia accorti, e gli futuri siano provisti che
da sì vile e corrutta generazione non si facciano per lo inanzi sotto la fede de ficta
bontà aviluppare. E ultra ciò cognoscendo io gli religiosi assai buone persone, me
pare de necessità esser costretto in alcuna cosa imitare i costumi loro, e massime
che la maior parte de essi, como hanno la cappa adosso, pare che loro sia
permesso e secreto e publico dire male de' seculari, aggiungendo che tutti siamo
dannati, e altre bestiagine da esserne lapidati. E se fuorsi opporre volessero che,
predicando, remordeno gli difetti de' gattivi, io a questo facilmente respondo che,
scrivendo, non parlo contra la vertù de' buoni; e cossì senza inganno o vantaggio
trapassaremo, e da pari morsi saremo tutti trafitti.
Dunque andando dietro a loro orme, e con verità scrivere le sceleragine e guasta
vita d'alcun de loro, niuno sel deve a noia recare. Nondemeno a coloro che
hanno l'orecchie impiastrate de santa pasta, che non possono de' religiosi udir
male, ottimo e sulo remedio me pare che a ditta infirmità sia, che, senza leggere o
ascoltare ditte mie novelle, andasseno con Dio, e sequendo la prattica de' frati,
ogne dì la cognosceranno più fruttuosa a l'anima e al corpo; i quali, essendo
abundanti d'ogne carità, de continuo la comunicaranno con le loro brigate. E tu,
valerosa e formosissima madonna, con la costumata umanità leggendovi, tra le
multe spine troverai alcun fioretto, quale te sarà accagione talvolta farte ricordare
del tuo minimo servo e ossequiosissimo Masuccio, quale de continuo a te si
ricomanda, e gli Dii priega per lo augmento de tuo felice e secundo stato. Vale.
***
I III
Argomento
Fra Nicolò da Nargni, innamorato de Agata, ottene il suo disiderio; vene il marito, e la muglie
dice il frate averla con certe reliquie liberata; trova le brache del frate a capo del letto; il marito
si turba; la muglie dice esser state de San Griffone, il marito sel crede e lo frate con solenne
processione ne le conduce a casa.
AL CLARISSIMO POETA IOANNE PONTANO
Se de' veri amici como de se medesmo, magnifico mio Pontano, lo onore e
commodità se recerca, io, ancora che del numero de' tuoi minimi amici sia, a
quello cercare e volere e per ogne debito disiderare son costretto. Il che,
cognoscendote de tante singularissime vertù accompagnato, che lume de' retorici
e specchio de' poeti meritamente appellar te potremo, ultre le infinite altre
notivoli parte che in te sono, vedendo quelle de una sola macchia contaminate,
quale facilmente nettar si puote, non ho voluto in alcun modo tacerla. Ciò è il
continuo e con stretta prattica tuo conversare con religiosi d'ogne sorte; che
quanto ad un uomo de tanta integrità, como tu sei, maior mancamento e più
repreensibile sia che con eretici tener trame, tu medesmo iudicarlo porrai, atteso
con loro non altri che usurari, fornicatori e omini de mala sorte conversar si
vedono, a ciò che sotto tale ipocrita conversazione possano il compagno
ingannare. Dunque, non essendo lupo, non conviensi de la sua pelle foderarsi il
tuo mantello. Remuovite, ti priego, da sì reprobato e dannabile camino,
persuadendote massimamente a non sulo da tal prattiche al tutto retrarti, ma de
tua casa, como fussero de la contagiosa peste ammorbati, con decreto eterno
equalmente gli priva; e, ciò operando, d'ogne futuro suspetto ti traerai, e a loro
non darai materia intrar per l'uschio de la tua amistà a contaminar, como
sogliono, le tue brigate. E a ciò che a ditto precipicio correr non ti veggia, ultre le
prenotate ragione, ti mostrarò, per autorità del mio parlare e per esempio del tuo
futuro operare, ne la sequente novella a te dirizzata, che ragione rendìo l'amicicia
d'un santo religioso ad un medico catanese, de loro più ch'altro sequace, ancora
che gelosissimo fusse, e como e con quanta sottilissima arte da la muglie e dal
frate fusse stato il poveretto tradito e beffato.
Catania nobile e clarissima, como chiaro sapemo tra le notivole cità de l'insula de
Sicilia è nominata; ne la quale, non è gran tempo, vi fu un dottore de medicina,
maestro Rogero Campisciano nominato. Costui, quantunque de anni fusse pieno,
prise per muglie una giovenetta chiamata Agata, de assai onorevele fameglia de la
cità preditta, la quale, secundo la comune sentencia, era la più bella e legiadra
donna che in quelli tempi in tutta l'insula si trovasse; unde il marito non meno
che la propria vita l'amava. E perché rare volte o mai sì fatto amore vien senza
gelosia, in brevissimo tempo senz'altra accagione sì geloso ne divenne, che non
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sulamente dagli estrani ma da amici e parenti gli avia già la conversazione
interditta. E quantunque lui fusse multo domestico de' fra' minori, guardatore de'
loro dinari e procuratore de l'ordene, e finalmente tutto familiare e cosa loro,
nondemeno per maior sua cautela a la sua donna avia imposto e ordenato che de
loro conversazione, non manco che de' disonesti seculari, guardar si dovesse.
Avvenne intanto non poi longo tempo, che in Catania arrivò un fra minore, fra
Nicolò da Nargni nominato: questo, ancor che de' bizzochi sembrasse, e con un
paio de zochi como cippi de carcere, col corame al petto del mantello, col collo
torto e tutto pieno de ipocrisia andasse, pur egli era giovene, bello e ben
complessionato; ed ultra che in Peroscia studiato avesse e in la loro dottrina
solenne maestro devenuto, era un famoso predicatore, e stato già compagno tra
gli altri de san Bernardino, secundo chiaramente confirmava, del quale dicea aver
alcune reliquie, per le cui vertù Idio gli avia mostrati e continuamente de multi
miraculi gli mostrava; per la cui accagione e per divozione de l'ordene un
mirabilissimo concorso a la sua predicazione avea. De che accadde che, una
matina fra l'altre, predicando, vide tra la feminile turba madonna Agata nominata,
quale un carbunco tra multe bianchissime perle gli parve; e con la coda de
l'occhio talvolta percotendola, senza punto interrompere il suo sermone, fra seco
medesmo più volte disse felicissimo potersi tener colui, che de lo amore d'una sì
vaga giovanetta fusse fatto digno. Agata, como de ciascuno è usanza che la
predica ascolta, mirando fiso de continuo a lui, e parendoli ultre modo bello, non
con alcuna disordenata sensualità, che 'l marito fusse como il predicatore bello
fra se medesma disiderava, venendogli anche in pensamento e diliberazione da lui
volersi confessare. E con tal proposito dimorando, sì tosto como dal pergolo
scender il vide, fattaglise incontro, che gli donasse udienza il supplicoe. Il frate,
che ne l'intrinseco letissimo era, ma per occultar in faccia la sua magagna,
respuose non esser officio il confessare. A cui la donna disse:
- Or non goderò io per amor de maestro Rogero mio marito alcun privilegio con
vui?
suoi peccati, contando de la grandissima gelosia del suo marito, gli domandò de
gracia che per tal modo con sua vertù se adoperasse, che al marito tal fantasia del
capo traesse in omne modo, credendo fuorsi che tale infirmità si sanasse con
erbe e con impiastri, como il marito gli suoi infirmi guariva.
Il frate, che a tal proposta letissimo era tornato, parendogli la sua prospera
fortuna aprirgli l'uschio unde a fornire il suo disiderato camino intrar dovesse,
dopo che con assai ornate parole l'ebbe confortata, in cotal forma gli respuose:
- Figliola mia, non è da maravigliare che 'l tuo marito sì forte de te sia ingelosito,
perché, altramente facendo, per ben che savio e da me e da ogn'altro ne sarìa
reputato. Né de ciò lui inculpar si deve, procedendo questo per sula operazione
de la natura, quale avendote con tante e sì angeliche bellezze produtta, per niun
modo potrebbono senza grandissima gelosia esser possedute.
La donna, de ciò ridendosi, parendoli omai tempo retornarsi a le compagne che
l'attendeano, dopo alcun'altri dulci mutti, pregò il frate che l'assolvesse; quale,
gittato un gran suspiro, a lei pietosamente volto, cossì respuose:
- Figliola mia, niuna persona ligata può altri assolvere; unde, avendome tu in sì
piccolo spacio ligato, né me né te senza il tuo ausilio assolver porrei.
La gentil giovane, che siciliana era, la chiara cifra subito intese; e como che per
vederlo sì bello, e che de lei fusse priso summamente gli piacesse, pur che i frati
attendessero a sì fatte cose non poco maravigliosa ne devenne, como colei che
per la sua tenera età e per la solenne guardia del marito non sulamente con
veruno religioso avea avuta per alcun tempo prattica, ma per fermo si persuadeva
che 'l fare de' frati agli uomini non altramente fusse che a' pulli quando se
castrano. Ma cognoscendo chiaramente costui esser gallo e non capone, con
disiderio mai simile gostato, diliberandosi del tutto donargli il suo amore cossì gli
respuose:
Respuose il frate:
- Patre mio, lasciate il dolore a me, che venendo qui libera, tornarò serva de vui e
d'Amore.
- Poi che vui site muglie del nostro procuratore, veniti ultre, ché per suo rispetto
volenter intendo da ascoltarvi.
Il frate, con la maior gloria che mai sentisse, a la donna respuose:
E da parte tiratisi, e postosi il frate al solito luoco ove si confessa, e lei davanti
inginocchiatalisi, per ordene a confessare s'incominciò. E avendo narrati parte de'
- Dunque, poi che le nostre voglie son sì conforme, non trovarai tu modo che, da
questa cruda carcere in un medesmo punto uscendo, parimente la nostra florida
gioventù godiamo?
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Al che respuose che lei volentere il farebbe, se potesse:
- Io medesma andarò per esse.
- Nondemeno - soggiugnendo - pur adesso un modo nel pensier me occorre, che
con tutta la gelosia estrema de mio marito la nostra intenzione esequiremo. Unde
essendo io solita aver quasi ogne mese nel core una fiera passione, e tal che
d'ogne sentimento quasi me priva, né trovandosi insino a qui per argomento de
medico posser a quella in minima parte remediare, ed essendomi dichiarato da
donne antique ciò procedere da la matrice, e che com'io giovane sia e atta a
produrre figlioli né per la vecchiezza de mio marito ciò far si potrebbe, ho
pensato che, un de questi giorni che lui andarà in prattica in contado, me fingerò
esser da la solita passione oppressa; e mandando subito per vui che me prestate
alcuna reliquia de san Griffone, a conferirvi con esse a me secretamente
apparicchiato e con l'opera de una mia fidatissima fante, al nostro bel piacere
saremo insiemi.
E rattissima de quinci partitasi, trovato il frate e a lui fatta la ordenata
commissione, con un suo compagno, secundo avea promisso, giovene multo e al
mestiero attissimo, subito se misse in camino. E giunti in camera, accostatosi
divotamente fra Nicolò al letto ove la donna sula iacea, e da lei che caramente lo
aspettava con umilità grandissima recevuto, disse:
Il frate allegro disse:
- Figliola mia, beneditta sia da Dio, de quanto bene hai pensato, e parmi che tal
ordene esequire si deggia, e io menarò il nostro compagno meco, qual per
compassione non farà stare indarno la tua fidata fante.
E in tal conclusione remasti, con caldi e amorosi suspiri si diparterno. La donna,
tornata in casa, a la sua fante fe' palese l'ordene priso col frate per la comune loro
satisfacione e piacere. La fante, che multo lieta fu de tale novella, respuose ad
ogne suo commandamento essere de continuo apparicchiata. E como la loro
benigna fortuna permise, il maestro Rogero andò in prattica, secundo lo
antiveduto pensiero de la muglie, la sequente matina fora de la cità; e per non
dare a l'opera alcuno indugio, fingendose subito esser da la solita passione
assaglita, cominciò ad invocare san Griffone in suo soccorso. Al che la fante
consigliando disse:
- Perché non mandate vui per le sue sante reliquie, che da ogne uomo son sì
miraculose riputate?
La donna, como già tra loro preposto aveano, fando vista con fatica posser
parlare, a la fante voltatasi, disse:
- Anzi ch'io ten priego vi mandi.
A cui, pietosa mostrandosi, disse:
- Patre mio, pregate Dio e 'l glorioso san Griffone per me.
Al che il frate respuose:
- Esso Creatore ce ne faccia digni! Ma a vui bisogna aver buona divozione dal
canto vostro; che se la gracia sua volite recevere mediante la vertù de le reliquie
ho meco portate, convien che prima contritamente recorramo a la santa
confessione, a ciò che, sanata l'anima, facilmente il corpo si possa guarire.
La donna, respondendo, disse:
- Io non pensava né disiderava altro, e de ciò summamente ve supplico.
E ciò ditto, dato onesto conviato a quanti in camera dimoravano, non
remanendovi altro che la fante e 'l compagno del frate, serratisi dentro
ottimamente, a ciò che da nulla fussero impediti, ciascuno scrapistratamente con
la sua se appiccoe. Fra Nicolò sul letto montato, per meglio e senza alcuno
impazzo menare le gambe, parendogli fuorsi stare in sul securo, trattese le
mutande e al capo del letto bottatele, e con la bella giovene abbracciatose, la
dolce e disiata caccia incominciorno; e avendo il suo amaistrato levrere tenuto
uno longo spacio a laccio, da una medesma tana cavò arditamente dui lèpori; e
raccolto a sé il cane per cercare il terzo, senterno in su l'uschio de la strata
maestro Rogero a cavallo, quale era già da prattica tornato. Il frate con la maiore
pressa del mundo del letto bottatosi, da pagura e dolore vinto, de pigliar le
brache, che avia poste al capo del letto, totalmente si dimenticoe. La fante, anche
con poco piacere dal cominciato lavoro remossa, aperta la camera, e chiamate le
genti che in sala attendeano, dicendo che la sua madonna era per la Dio gracia
quasi del tutto guarita, laudando tutti e rengraziando Idio e san Griffone, gli fece
dentro a lor piacere intrare.
E arrivando fra questo mezzo il maestro Rogero in camera, trovando queste
novità, non meno del vedere esser cominciati a venir frati in sua casa fu dolente
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che del nuovo accidente de l'amata donna; la quale, a la vista ricognosciutolo
ultre modo cambiato, disse:
- Oh! Dio volesse - disse il frate - che retornare a la già lassata caccia a me fusse
concesso, como tu, quando a grato te sia, potrai fornire tuoi chiodi a centinaia!
- Marito mio, veramente io ero morta, se 'l nostro patre predicatore con le
reliquie del beatissimo Griffone non mi succorrea; quale avendomele al core
approssimate, non altramente da multa acqua è un piccolo fuoco spento, che
ogne mio dolore sostenuto mi fu per quelle immediate tolto.
Al che respuose il compagno:
Il marito credendo, udito che salutifero remedio a sì incurabile infirmità si era già
trovato, non poco fu contento, rengraciando Dio e san Griffone; ma al frate a
l'ultimo voltatosi, gli rendé infinite mercè, de quanto bene avea adoperato; e cossì
dopo alcuni altri divoti e santi ragionamenti priso conviato, il frate e 'l compagno
onestamente da là se parterno. E caminando, sentito il suo buon cane or là or
qua andar fuora de la scapola, recordandosi aver la catena al capo del letto
dimenticata, dolente ultre modo, al compagno revoltatosi, il successo accidente
gli racontoe; dal quale essendo al non dubitar confortato con ciò sia cosa che la
fante sarìa la prima che le trovarebbe e quelle occoltarìa, quasi ridendo, tale
parole suggiunse:
Il frate de ciò ridendose, con multi altri faceti mutti de lor fatta baruffa
occultamente tra loro si godevano.
- Maestro mio, ben demostrate non esser avezzo de star in disagio, volendo, ad
ogni luoco ove vi trovate, donare al vostro cane tutta la scapola ad un tratto; ma
fuorsi vui esequiti lo esemplo de' frati dominichini, quali de continuo portano i
lor cani senza alcuna lassa, e quantunque facciano de gran prede, nondemeno gli
cani allacciati sono più fieri e meglio aboccati, quando in la caccia se retrovano.
A cui il frate respuose:
- Tu di' il vero, e voglia Idio che del mio commisso errore scandolo non ne
siegua; ma tu como facisti de la preda che tra le unghie ti lasciai? So ben io che 'l
mio sparaveri prise ad un volo due starne, ed avendo per la terza tentato, se
venne il maestro; cossì egli se avesse prima fiaccato il collo!
Respuose il compagno:
- Quantunque io fabro non sia, m'era con tutte mie forze ingegnato fare dui
chiodi ad una calda, e già n'avia finito l'uno, e de l'altro tanto composto, che
appena vi restava a far si non la testa, quando la fante, l'ora che nacque
biastemando, disse: “Ecco il mio messere a l'uschio!”. Per il che da l'imperfetta
opera tolto, ove vui eravate me condussi.
- Io nol niego, ma più vale la piuma de tue prise starne, che quanti chiodi a
Milano si fanno.
Maestro Rogero, subito partiti i frati, accostatosi a la muglie e quella
accarizzando, toccandogli la gola e 'l petto, se 'l dolore gli avia data multa noia la
domandava; e in più diversi ragionamenti intrati, mossa la mano per acconciarli il
guanciale sotto 'l capo, gli venne priso un nastaro de le brache ivi dal frate lassate;
e fora tiratele, e cognosciuto de continente quelle esser de frati, cambiato tutto
nel vulto disse:
- Che diavolo vuol dire questo, o Agata? che vogliono queste brache de frati
significare?
La giovane donna, che prodentissima era, e nuovamente amor gli avia più
svegliato l'ingegno, non indugiando punto a la resposta, disse:
- E che è quello ch'io te ho ditto, marito mio, si non che queste miraculose
mutande essendo state del glorioso messer san Griffone, como una de sue
famose reliquie avendole il patre predicatore qui portate, l'onnipotente Dio per
vertù de quelle me ha già fatta gracia, e cognoscome esser del tutto liberata? E
per maior mia cautela e divozione, volendonele lui portare, de gracia gli chiesi
che insino a vespro me le lasciasse, e dopo lui medesmo o altro avesse per quelle
mandato.
Il marito, udita la subita resposta e sì bene ordenata, o il crese o de creder
mostrava; ma essendo natura de gelosi, da dui contrari venti era de tale accidente
il suo cervello continuo combattuto, che, senza altramente replicarlo, a la già fatta
resposta se quietoe. La donna, che sagacissima era, cognoscendolo alquanto
supra de sé stare, con nuova arte pensò toglierli totalmente dal petto ogne prisa
suspicione, e, revolta a la fante, gli disse:
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- Va via in convento, e, trovato il predicatore, gli dirai che mandi per la reliquia
me lascioe, che la Dio mercè insino a qui non ne ho più de bisogno.
La discreta fante, inteso a pieno quanto la donna in effetto disiderava, ratta al
convento conduttasi, fatto subito chiamare il predicatore, qual venuto a l'uschio,
credendosi fuorsi gli portasse la recordanza da lui già lasciata, con allegro viso
disse:
- Che novella?
La fante mal contenta respuose:
- Non buona, mercè de la vostra trascorragine; e sarìa ben stato peggio, si non
per la prodencia de la mia madonna.
- Che c'è? - disse il frate.
La fante puntualmente il fatto racontandogli, e soggiunto che gli parea, senza più
indugiare che con qualche cerimonia a pigliar la ditta reliquia mandar si dovesse;
e resposto il frate: “Sia in buon'ora!” e a quella donata licenzia e speranza de
ogne cosa mal fatta raconciare, andatosene de botto al guardiano, in tal forma gli
disse:
- Patre mio, io ho fatto de presente un grandissimo errore, quale possendose col
tempo punire, vi supplico non tardate col vostro soccorso, secundo la necessità
cerca, a quello in promptu remediare.
E per lo più breve modo possette ricontata la istoria, non poco il guardiano de
ciò turbandosi, e de la sua improdencia agramente reprendendolo, cossì gli prise
a dire:
- Or ecco le tue prodezze, valente uomo. Ben te credevi tu stare al sicuro; e se
non potivi far senza de cavartele, non avevi tu altro modo de occultarle, o in
petto o a la manica, o in qualunque altro luoco che supra de te fusse stato? Ma
vui, como avezzi a fare de questi scandalazzi, non pensate con quanto piso de
coscienzia e infamia del mundo nui li abbiamo a raconciare. Veramente io non so
qual causa me ritiene ch'io non te faccia, como a te si converrebbe, senza
misericordia incarcerare; nientedemeno essendo al presente più de bisogno usar
remedio che repreensione, correndoce massimamente l'onor de l'ordene, per altra
volta il serbaremo.
E fatta sonar la campanella a capitulo, congregati insiemi tutti i frati, e narrato
loro como in casa de maestro Rogero medico, per la vertù de le mutande che
furono del loro san Griffone, un miraculo evidentissimo Idio ce avia in quel
giorno mostrato; quale a tutti brevemente recordato, gli persuase che de
continente s'andasse in casa de ditto maestro, donde ad onore e gloria de Dio, e
augmentazione de' miraculi de lor santo, solennemente e con la processione la
ditta reliquia se pigliasse.
E cossì ordenato, fattili a coppia dividere, con la croce inanzi verso la signata
casa se avviarno. Il guardiano de un ricco piuviale vestito, col tabernaculo de
l'altare in braccio, con gran silenzio ordenati, a la ditta casa del maestro
arrivarono. Qui da lui sentiti, fattosi incontro al guardiano, e domandatolo de
l'accagione de tal novità, con allegro volto cossì, como preposto avea, gli
respuose:
- Maestro nostro carissimo, le nostre ordinazione vogliono che occultamente
debbiamo portare le reliquie de' nostri santi in casa de coloro che le domandano,
a tal che se l'infermo per alcun suo mancamento non recevesse la gracia, per non
diminuere in parte alcuna la fama de' miraculi, de nascoso ne le possiamo a casa
retornare; ma ove Idio mediante ditte reliquie un evidente miraculo mostrar
volesse, nui dovemo in tal caso, con ogne cerimonia e solennità che possiamo,
condurnele in chiesa, manifestando il ditto miraculo, e quello ascrivere in publica
forma. Unde essendo, como già sapete, la donna vostra de la sua periculosa
infirmità liberata e per la vertù de le nostre reliquie, semo venuti con questa
solennità a retornarnele a casa.
Il maestro, che tutto 'l capitulo de' frati con tanta divozione vedea, estimò che a
niun mal fare ne sarebbero mai tanti concursi; e donata indubia fede a le simulate
ragione del guardiano, avendo ogne suspetto pensiero da sé al tutto remosso,
respuose:
- Vui siate i benvenuti! - e prisi per mano lui e 'l predicatore, in camera, ove la
moglie stava, li menoe.
La donna, che in tal punto non dormia, con una tovaglia bianca e odorifera in fra
quel mezzo avea le ditte brache fasciate; quale il guardiano scoperte, con
grandissima reverenza le bascioe, e fattele dal maestro e da la muglie, e
finalmente da quanti in camera dimoravano, divotamente basciare, postele nel
tabernaculo che per ciò portato avea, dato il signo a' compagni, tutti
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accordandosi, “Veni Creator Spiritus” a cantare incominciorno. E in tal forma
discorrendo per la cità, da infinita turba accompagnati, a la lor chiesa condutti,
postele supra l'altare maiore, paricchi dì, per divozione de tutto il populo, che
aveano già il fatto miraculo sentito, star le lasciarono.
Maestro Rogero, disideroso de l'augmento de la divozione de le genti verso
quell'ordene, andando de continuo in prattica e fuori e dentro la cità, dovunque si
trovava, a pieno populo ricontava il solenne miraculo, che per vertù de le brache
de san Griffone Idio avea in sua casa demostrato. E fin che lui dimorava a far
tale officio, fra Nicolò e 'l compagno de continuare la cominciata e fertile caccia
non si scordavano, con piacere grandissimo de la fante e de la madonna. Quale,
ultre ogn'altra sensualità, seco medesma iudicava veramente tale operazione esser
sulo remedio a la sua acerba passione, sì como quello ch'era più approssimato al
luoco, unde tale infirmità si era causata; ed essendo lei muglie de medico, se
ricordava avere inteso allegare quel testo de Avicenna, dove dice che li remedii
approssimati giovano e li continuati sanano; per questo lei, e l'uno e l'altro con
piacere gostando, cognobbe del tutto essere de la non curabile passione de la
matre liberata per lo remedio oportuno del santo frate.
Ancora che tutte le parte de la narrata novella de gran piacevolezza siano piene, e
da spesso releggerle e ascoltare, nondemeno io vorrei che nel cospetto de color
se leggessero, che de continuo me stanno adosso con l'arco teso, mordendo e
remproverando il mio scrivere contro de questi falsi ingannamundo, a ciò che
con loro susurrare, ultre l'inganno e commisso adulterio per lo ribaldo frate,
dessero perfetto iudicio, qual publico eretico, qual de la fede de Cristo notorio
dispregiatore e de le sue opere e dottrina, avesse, non che fatto, ma pur pensato,
ponere un paio de brache fetide, albergo de pidocchi, de mill'altre spurcizie
repiene, dentro lo eletto vaso e vero recettaculo del sacratissimo corpo del
Figliolo de Dio. Leggasi pur ne la enormissima Passione de Cristo, ché non si
trovarà che i perfidi giudei, quantunque con grandissima iniquità e vituperio
l'uccidessero, li avesser mai fatto sì gran dispregio che a questo aguagliar si
potesse. Aprasi adunque la terra, e, una con li lor fautori, la multitudine de tanti
poltroni vivi li trangutisca, non sulo per gastigamento de' presenti, ma per timore
ed eterno esemplo di tutt'i futuri scelerati lor pari. Tuttavia, per non sostenir che i
mormoriti de ditti mei avversarii abbiano tanta forza, che dal cominciato ordene,
de narrare quel che con verità sento de questi tal soldati de Lucifero, possano
retrarmi, mostrarò appresso, ancora che non vogliano, un sottilissimo partito da
dui altri dannati religiosi pensato, per accumular pecunie e per cupidigia de farsi
prelati, secundo intenderite, nel mostrare de' loro ingannevoli miraculi, che senza
posserce reparare faciano.
***
TRISTANO CARACCIOLO, Vita di Giovanni Pontano (da LILIANA MONTI SABIA,
Un profilo moderno e due Vitae antiche di Giovanni Pontano, Napoli 1998, pp. 49-53;
trad. Monti Sabia)
Tu desideri sapere da me chi era, al suo primo giungere fra noi, Giovanni
Pontano (che più tardi poeticamente preferì dirsi Gioviano); il Pontano già
affermato e che esercitava alte cariche, grande nella scienza e nel sapere, e dopo
la morte addirittura grandissimo, quello lo conosci da te, poiché l’affetto e la
premura degli amici nel dare alle stampe le sue opere sono stati tali che, grazie
alla loro fatica e alla loro operosità, hanno trovato diffusione, oltre a quelle che
lui stesso aveva pubblicate, anche moltissime altre, rimaste finora ignote, che
così hanno potuto essere lette e ascritte a gloria del loro autore da tutto il
mondo che si diletta della lingua latina. È vero, su questo personaggio così
grande io - lo confesso sinceramente - conosco più particolari di te, a causa
della mia età, ma tali particolari li hanno resi degni del nostro ricordo la vastità
del suo sapere e l’integrità della sua vita successiva. In realtà, esordi ben più
illustri di quelli del Pontano li ha coperti di oblio l'inerzia che ad essi poi tenne
dietro: e infatti sono gli archi di trionfo e i palazzi di marmo che ci hanno fatto
conoscere le casupole della Roma primitiva.
Egli arrivò dunque fra noi quasi adolescente ancora, in grandi ristrettezze
economiche, da Perugia, dove, stando in esilio, aveva appreso i primi rudimenti
delle lettere: infatti dalla nativa Ponto (da cui deriva il nome di Pontano), nella
quale suo padre aveva perso la vita a causa delle discordie civili, sottratto
dall’accortezza della madre alla ferocia della fazione avversaria, era andato a
nascondersi a Perugia. Egli giunse, dunque, tra noi mentre era re Alfonso primo
d'Aragona, con la speranza di far fortuna alla corte di un principe tanto grande,
speranza che la sua bravura da una parte e l’amicizia degli uomini colti dall'altra
non resero vana: infatti dal giorno in cui approdò fra di noi si fece conoscere
dagli amanti delle lettere e da quanti potessero appoggiarlo.
Fra i personaggi di primo piano c'era allora Antonio Panormita, che illustrava al
sovrano la storia e la filosofia morale; egli, oltre ad essere ritenuto coltissimo, si
adoperava anche per sostenere e far progredire le persone colte; e siccome gli
piacevano il carattere e la condotta del Pontano, e soprattutto quelle poesie di
9
argomento leggero, nelle quali egli veniva mostrando a quale grandezza sarebbe
pervenuto, e parlava frequentemente di lui e del suo ingegno con gli amici,
accadde che lo accolse presso di sé Giulio Forte, persona ricca e generosa. Era
infatti capo della Tesoreria e, poiché era siciliano e conterraneo del medesimo
Antonio, gli prestava fede volentieri: indotto da lui, chiamò presso di sé il
Pontano e lo trattenne per un certo tempo in casa sua, vestendolo con grande
decoro e offrendogli il vitto della propria mensa. Da quel momento il nome del
Pontano cominciò ad esser noto come quello di persona di chiaro ingegno, e
quando il Panormita dovette recarsi come ambasciatore a Venezia, gli sembrò
opportuno condurre con sé il Pontano. Questi durante tutto il viaggio si mostrò
tale, quale in seguito noi lo abbiamo conosciuto, ma particolarmente a Firenze,
dove Cosimo de' Medici, persona acuta e resa esperta dalla lunga vita e dalla
pratica degli uomini, si vuole che abbia espresso su di lui un pronostico: infatti,
dopo aver ascoltato per caso alcune poesiole che il Pontano aveva diffuso tra i
Veneziani, avrebbe detto che, se la vita glielo avesse permesso, egli sarebbe
divenuto illustre per eloquenza e dottrina. Ritornò dunque dalla missione
diplomatica insieme con l'ambasciatore, nei riguardi del quale e di tutto il resto
del seguito egli si era comportato in modo tale da rendersi caro ed amabile a
tutti, e dovunque giungesse non tralasciava di andare a riverire nessuna delle
persone colte, ovunque lasciando di sé quella speranza che in seguito realizzò.
Poiché dunque tanti meriti lo raccomandavano, agli amici, che si era procurati
in gran numero e fra persone di elevata posizione sociale, sembrò opportuno
indirizzarlo a compiti più importanti e perciò lo fecero ammettere fra i più
ristretti collaboratori del segretario maggiore, che era, in quel tempo, il catalano
Antonio [sc. Giovanni] Olzina, per la lunga vita espertissimo del suo mestiere e
carissimo al re. Questi scrutato il viso del Pontano e ascoltate le sue parole, lo
ammise nella segreteria con molta benevolenza, e in seguito non cessò di
affidargli il disbrigo della corrispondenza ed altre mansioni consone a
quell'ufficio; ed egli le eseguiva in modo tale che pochissimi colleghi della
segreteria riuscivano a superarlo e molti, per giunta, benché più anziani nella
stessa carica, venivano da lui scavalcati.
Nel frattempo si chiariva la sua vocazione naturale: tutto il tempo in cui gli era
concesso di esser libero dalle sue mansioni di segretario, egli lo consumava nello
scrivere, componendo in particolare poesie di ogni genere, ed anche prosa, con
grandissimo successo. E già cominciava ad essere ascoltato con grandissima
ammirazione dal pubblico e a diventare famoso e, quando in qualche casa
privata commentava poeti e storici antichi, accorrevano ad ascoltarlo la maggior
parte delle autorità politiche ed i personaggi più importanti della nobiltà.
E poiché la fama delle sue virtù e del suo sapere era giunta al re Alfonso, a
questi sembrò di ben provvedere a don Giovanni di Navarra, suo nipote per
parte del fratello, se di un uomo tale, di straordinaria cultura e di specchiati
costumi, facesse il suo precettore ed educatore. A corte, anche se in una carica
più elevata, egli tenne la stessa condotta che gli era stata solita in precedenza.
C'era lì un personaggio che si prendeva cura del giovane e di tutto il suo seguito,
Pietro Torella, uomo severo e che faceva, come si suol dire, di testa sua: con lui,
e con tutti gli altri familiari del principe, il Pontano instaurò rapporti tali, che
non soltanto lo amavano, ma gli portavano anche grandissimo rispetto, finché,
morto il re Alfonso, a Giovanni di Navarra convenne tornare da suo padre, che
stava in Catalogna. In seguito a ciò, ritornando alla sua carica di segretario, che
nel frattempo non aveva abbandonato del tutto, prese a lavorare con tale
precisione e zelo, che cominciarono ad essere tenuti in gran conto i privilegi e le
lettere concepiti dalla sua mente e vergati dalla sua mano. In questa carica egli
perdurò, fra i primi segretari, fino all'arrivo di Ippolita Maria, duchessa di
Calabria e qui da parte di Antonello de Petruciis, primo segretario, molte
pratiche furono affidate a lui e, quando le circostanze richiedevano senno ed
eloquenza, rimesse alla sua discrezione. Tra queste occupazioni si risolse a
prender moglie, cosa dalla quale fino allora aveva rifuggito, e agli amici che gli
chiedevano perché mai ora, così all’improvviso, si decidesse a fare una cosa che
a lungo aveva ostinatamente rifiutato diede questa risposta: «Per non essere di
nuovo ammalato sotto il trattamento di Giovanni» (era questo un servo che egli
si cresceva); e sposò Ariadna Sassone, che spiccava per bellezza ed onestà. In
realtà il re Alfonso aveva apprezzato la moralità e la dottrina, di cui il Pontano
aveva dato prova nel vivere, un tempo, insieme con suo nipote, Giovanni di
Navarra; e fu in seguito ad un suo suggerimento che il figlio Ferdinando lo fece
nominare segretario e accompagnatore di Ippolita Maria, sua nuora, in quanto
uomo già sperimentato: in tale ruolo, come era stato promosso di grado, così
egli si mostrò più grande del solito. Ecco, ti ho presentato la vita di questo
personaggio a partire da quegli avvenimenti che, per la tua età, tu forse ignoravi;
per quel che ad essi segue, penso che tu la conosca bene tutta quanta per conto
tuo, e non ho alcun dubbio che, dato il suo carattere e la familiarità con cui egli
visse con te, ti sia cosa notissima come egli, quale segretario maggiore, quale
consigliere negli eventi bellici, quale ambasciatore presso i principi e infine quale
padre di famiglia, sia stato veramente grandissimo.
10
BENEDETTO GARETH (IL CARITEO), Le Rime, cur. E. Percopo, Napoli 1892,
pp. 118-119
Mostresi chiaro il dì più che non suole,
Et d'ogni nebbia scarco il ciel profondo,
Ch'oggi natura die' tal luce al mondo,
Che splende in terra, qual nel cielo il sole.
Dicamo hor caste, pie, sante parole,
Ecco 'l dolce natal , fausto et giocondo
Del gran Pontano, a null'altro secondo
In le virtù, ch'Apollo honore et cole.
Maio, salvo sii tu, sereno, adorno
Di rose et fior, ch'al lume di Poeti
Apresti gli anni al tuo septimo giorno.
Volgi et rinova i tuoi tempi quïeti,
Et sia sempre meglior il tuo ritorno,
Et più felice, et pien d'augurii lieti.
11
J. SANNAZARO, I 9 (Jacobi, sive Actii Synceri Sannazari Poemata, Patavii,
Josephus Cominus, 1751)
Elegia nona, de studiis suis, et libris Joviani Pontani.
Qui primus patrios potuit liquisse penates
Et maris, et longae taedia ferre viae;
Quem non moesta domus, quem non revocare parentes,
Non potuit fusis blanda puella comis:
Impius, et scopulis, et duro robore natus
Atque inter tygres editus ille fuit.
Non mihi circumstat solidum praecordia ferrum;
Nec riget in nostro pectore dura silex:
Ut possim dulcesque lares, limenque puellae
Linquere, et ignoto quaerere in orbe domum,
Sed Phoebi sacros cogor lustrare recessus,
Vocalemque undam, Thespiadumque choros:
Ut fugiam nigras supremo in funere flammas;
Et volitem populi docta per ora mei:
Meque inter claros attollat fama poëtas;
Nec rapiat nomen nigra favilla meum:
Et nostro celebrata superbiat Umbra sepulcro
Spernat et e Phariis marmora caesa jugis
Non tamen ut magni tumulum tentare Maronis
Audeat; aut tantum speret habere decus.
Sed quis tam niveis vellat mea colla lacertis?
Quis vetet optato membra fovere sinu?
An tanti fuerit sacro Parnassus hiatu,
Perque suas passim templa habitata Deas:
Ut tibi sit nitidos lacrimis corrumpere ocellos,
Discessumque fleas, cara puella, meum?
Ah pereat, quicumque leves sectatur honores;
Et sequitur famae nomina vana suae.
Tecum ego nocturnis dubitem cessare choreis?
Tecum ego conspersa gaudia inire rosa?
Deductumque levi crinem perfundere amomo?
Et noctem insolitis ducere blanditiis?
Trad. C. Corfiati
Sulle sue passioni e sulle opere del Pontano
5
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Chi ebbe il coraggio di lasciare prima i patrii penati e poi affrontare i fastidi del
mare e di un lungo viaggio, e che né la triste casa, né i genitori riuscirono a
richiamare indietro, né la dolce fanciulla dai capelli sciolti: quello fu tacciato di
essere empio, nato dalle roccie e dalla dura quercia e tra le tigri.
Il mio cuore non è corazzato di forte ferro, né nel mio petto c’è un una dura
pietra, tale che possa lasciare e i dolci antenati e la casa della mia ragazza e
andare a cercare in una terra sconosciuta una casa. Sono invece costretto a
percorrere i sacri rifugi di Febo, l’onda sonora e il coro delle Tespiadi, per
fuggire le nere fiamme nel momento estremo della morte e svolazzare per le
bocche dotte della mia terra. Che la fama mi accolga tra i poeti famosi e non
porti via una nera fiamma il mio nome e insuperbisca sul nostro sepolcro lo
spirito oramai famoso e disprezzi i marmi tagliati dalle alture di Faro, non
tuttavia tanto da osare sfidare la tomba del grande Marone o da sperare di avere
tanto onore.
Ma chi strapperà il mio collo da tanto bianche braccia? Chi impedirà che il mio
corpo si riscaldi nell’amato abbraccio? Forse di tanto potrebbe essere capace il
Parnaso con la sacra fonte, e i tempi abitati qua e là dalle sue dee, a far sì che tu
guasti con le lacrime i chiari occhietti e pianga, cara ragazza, la mia partenza? Ah
vada al diavolo, chiunque insegue i leggeri onori e va dietro ai vani nomi della
sua fama. Dovrei forse io esitare ad abbandonarmi alle danze notturne con te?
Con te di darmi ai piaceri al profumo di rosa? E di bagnare di leggero amomo i
capelli pettinati? E di passare la notte in insolite moine?
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Scilicet et Turcas Pontanus in aequora classes,
Alfonsi et fortes ducat in arma manus,
Qui nunc nascentis canit incunabula mundi,
Aureaque aetherea sidera fixa domo:
Utque imbres, lapidesque pluant, ut nubibus ignes
Exsiliant, salsas ut mare volvant aquas:
Hesperidumque hortos, excussaque poma draconi,
Rusticaque ad primos munera missa toros:
Delicias, Lepidina, tuas, resonansque vicissim
Pastorum argutis carmen arundinibus:
Qualiter et fulvis radiet Sertorius armis;
Et Pompejanus praelia tentet eques:
Audeat arguto neu quis contendere versu,
Ille vel aeterno digna Marone sonat.
Te pater irriguis audit Sebethus in antris,
Jurgia ad ingratas dum jacis ipse fores.
Inde vocas sacrum festas Hymenaeon ad aras,
Optati referens foedera coniugii:
Utque tuis primum surgens complexibus uxor,
Visa sit erepta virginitate queri.
Felix, qui fidos expertus conjugis ignes,
Vidisti sobolis pignora certa tuae:
Naeniolasque rudes cecinisti, et blanda parentis
Oscula, et ad cunas murmura nata suas.
Felix, excultum torsit quae Fannia vatem
Quaque illic regnum cinnama subripuit.
Quamvis dissidii leges patiantur amaras,
Spectabunt cineres nomen habere suos.
Eridani post haec sed te quis credat ad amnem
Populea canas fronde ligasse comas?
Et stellam cecinisse, atque impendisse querelas
Spectandos quum jam vix daret illa pedes:
Bajanosque sinus, myrtetaque cognita Nymphis,
Clausaque sulphureis antra recurva jugis:
Tum Superûm laudem, mutisque incisa sepulcris
Nomina, collapsos et reparare rogos:
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Sì? E allora Pontano condurrà per mare le flotte Turche e farà guerra al forte esercito di
Alfonso. E invece lui ora canta le origini del mondo creato e le stelle dorate fisse
nella casa del cielo, e come le piogge e i meteoriti cadano dal cielo e come il
fuoco si sprigioni dalle nubi e come scorrano nel mare acque salate, i giardini
delle Esperidi e i frutti portati via dal drago, e i doni della campagna mandati
per le prime nozze, tue delizie, o Lepidina, e il canto dei pastori che risuona
d’intorno con le acute canne; e come rifulse Sertorio con le armi splendenti e il
cavaliere Pompeiano attaccò battaglia.
E nessuno osi gareggiare con lui con versi arguti perché egli scrive cose degne
dell’eterno Marone. Il padre Sebeto nelle grotte umide ti ascolta, mentre lanci
maledizioni davanti alle porte ingrate; da lì chiami il santo Imeneo agli altari di
festa, raccontando i patti del caro matrimonio, e come la moglie alzandosi dai
tuoi abbracci sembrò in un primo momento lamentarsi della perduta verginità.
Beato te, che conoscendo il fedele sentimento della moglie, hai visto il certo
frutto della tua discendenza: hai cantato le rozze ninne nanne, e i dolci baci del
genitore e i sussurri nati vicino alla sua culla.
Felice fu Fannia che tormentò il poeta venerato, e alla quale il regno strappò
Cinnama. Benché soffrono delle amare leggi della separazione, aspetteranno che
le loro ceneri acquistino fama. Dopo di ciò chi crederebbe che tu presso al
fiume Eridano hai cinto le chiome con una corona di pioppo? E che hai cantato
Stella, e hai profuso lamenti quando lei ormai a stento ti concedeva di guardarle
i piedi, e le spiagge di Baia e i mirteti conosciuti alle Ninfe e le grotte chiuse e
incurvate tra le colline sulfuree; e ancora che ti metti a restaurare le lodi degli dei
e i nomi incisi su molti sepolcri, e le tombe andate in rovina.
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Denique Pindaricosque modos, resonantia plectra,
Et Methymnaeae fila novasse lyrae:
Quum tamen interea motus, atque agmina Regum,
Bellaque Campanae discutis historiae.
Quin et jucundo distringis saecula morsu;
dum vafer in Stygio disputat amne Charon.
Varronisque tui, Nigidique exempla secutus,
Grammaticae haud spretas incipis ire vias.
Carminis hinc numeros nostris depromis ab ausis,
Dignatus pueri verba referre senex.
Quid loquar, ut sacros Mariani exhauriat amnes
Aegidius, verum dum canit ore Deum?
Aut apta ingratos taxet sub imagine mores
Qui super infusas spernit Asellus aquas?
Te juvenesque, senesque colunt praecepta ferentem,
Parthenope spreto quae Cicerone legit:
Ex adytis quidquid Divûm sapientia pandit;
Et, Stagera, tui dogmata firma Senis:
Quid deceat fortemque virum; quae principis artes;
Largificas praestet quae dare dona manus:
Parendi leges quae sint, legesque loquendi:
Edat ut argutus lingua diserta sales:
Quid fortuna homini, quid det prudentia; quantum
Immanes animos incitus ardor agat;
Magnanimique viri quae sint ad singula partes,
Sive colat pacem, seu fera bella gerat
Nec fugis astrorum causas aperire latentes,
Et Ptolemaeaei fata reposta poli.
Salve, sancte Senex, vatum quem rite parentem
Praefecit terris Delius Ausoniis.
Non te Letheae carpent oblivia ripae;
Nec totum in cineres vertet avara dies.
Nec tibi plebejo ponetur in aggere bustum
Niliacas dabitur vincere Pyramidas.
Quid tibi victrices exspectas, Umbria, palmas?
Moenibus has patriae rettulit ille meae.
Ille suis longum studiis, et laude fruatur:
me juvet in dominae consenuisse sinu.
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E infine che tu hai rinnovato lo stile di Pindaro e i plettri sonanti e le corde della
lira di Metinna: mentre nel frattempo racconti le vicende e le schiere dei Re e le
guerre della storia campana. Certamente metti alle strette i moderni con morsi
salaci, quando sul fiume Stige fai disputare lo scaltro Caronte. E seguendo gli
esempi del tuo Varrone e di Nigidio, inizi ad andare per le strade non disprezzate
della grammatica. Per ciò partendo dalle nostre audaci osservazioni parli il ritmo
dei versi, degnandoti tu vecchio di riferire le parole di un ragazzo. Che dire del
fatto che Egidio si abbevera ai sacri fiumi di Mariano mentre canta con la voce il
vero Dio?
O del fatto che l’asinello che disprezza l’acqua versatagli sopra, censuri sotto una
immagine appropriata i costumi degli ingrati? E i giovani e i vecchi ti venerano
come colui che offre insegnamenti, che Partenope, messo da parte Cicerone,
raccoglie: dalla tua casa si spande una qualche sapienza divina, e, Stagira, i fermi
ammaestramenti del tuo Vecchio: cosa è appropriato per un uomo forte; quali
sono le arti del Principe, quali doni può dare una mano liberale, quale siano le
leggi dell’obbedienza e le leggi del parlare, come un uomo faceto costruisca i suoi
scherzi con linguaggio facondo, cosa dia la fortuna all’uomo e cosa la prudenza;
quanto un ardore infiammato guidi gli animi immani; e quali siano le funzioni di
un uomo magnanimo ad una ad una, sia che coltivi la pace sia che conduca
guerre feroci. Né lasci da parte la trattazione delle cause nascoste degli astri e dei
fati nascosti del cielo Tolemaico.
Salute, santo Vecchio, che giustamente padre dei poeti Apollo mise a capo delle
terre ausonie. Non ti coglierà la dimenticanza della riva del Lete, né l’avido
tempo ti ridurrà tutto in cenere, né in un campo pubblico si porrà la tua tomba,
che potrà vincere le Piramidi del Nilo. A che aspetti per te, o Umbria, i premi del
vincitore? Lui li ha riportati alle mura della mia patria, lui con i suoi studii a lungo
godrà della lode, io godrò di starmene nelle braccia della mia donna.
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14
BENEDETTO GARETH (IL CARITEO), Le Rime, cur. E. Percopo, Napoli 1892,
pp. 129-134
Canzone X
O non volgare honor del secol nostro,
Tra noi, come tra stelle un vivo sole,
Nato da generoso sangue, antico;
Quel che nel volto, in atto et in parole,
Et in pensiero al volgo ognihor dimostro,
No’ ’l celo a te, perfetto et raro amico.
Io piango et canto ardendo; et m’affatico
Indarno sempre in exaltar costei,
Ch’io adoro; onde, s’io veggio,
Intendo et laudo il meglio, et seguo il peggio,
Né ’ncolpo i duri fati, iniqui et rei.
Ché, ben ch’altra prometta quant’io cheggio,
Et d’ella io speri morte per mercede,
Sarà pur verso lei
L’ultima tal, qual fu la prima fede.
Così vivo, seguendo mia ventura
Fera et crudele, et quel, che posso, io voglio,
Poiché quel, che vorrei, non si può fare.
Sì cieco Amor mi tien, che non mi doglio
Di vedermi sepolto in fama oscura,
Lasciando a voi le palme insigni et chiare.
Non cominciai sì follemente amare,
Ch’io spere più d’Amor posser fuggire:
Ché passa il decimo anno,
Ch’io pugno meco per fuggir d’affanno,
Et per questo pugnar cresce il martìre;
Ché correr con la voglia è minor danno.
Poi che non può sospiro, o voce alcuna
Da la mia bocca uscire,
Che non risone Amore et la mia Luna.
Colui, che con soäve ingegno et arte,
Infiammar prima fe’ gli ombrosi mirti,
D’Ariadna cantando in dolci accenti;
Poi con più audaci et animosi spirti,
Examinando il ciel di parte in parte,
Dinumerò le aurate stelle, ardenti;
Scendendo poi, cantò degli elementi
Le nature diverse, e i varii mostri
Di quella discordante
Concordia, giunta in fede sì constante;
Lui celebre gli heroi di tempi nostri,
Lui de gli Alfonsi et di Ferrandi cante;
A me lasciando il chiaro, almo pianeta,
Ché co’ i favori vostri
Non può mancarmi il nome di Poëta.
Come fu vinta la novella Troia
Da man de l’Aragonio novo Achille,
Che restò vivo et lieto, et pien di honore;
Et come, extinte le vive faville
De l’ardor Tarentino, in pace et gioia
Ricovrò il patrio regno, vincitore,
Potrà cantar con voci alte et sonore
Pardo, che ’l somno oscuro in Helicona
Con chiari versi ha desto.
A lui conven, che faccia manifesto
Il glorïoso nome d’Aragona
A quei che poi verranno; et io con questo
Più dolce stil cantando la mia Diva,
Di sua bella persona
Farrò forse memoria eterna et viva.
L’insignie, li trophei, le opime spoglie,
Rapte da man di barbari infideli,
Di che ’l Rettor del ciel s’allegra et gloria;
Il domar di tyranni, impii, crudeli,
Il moderar de le sfrenate voglie,
Il sapersi goder de la vittoria,
Cante con versi d’immortal memoria
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Altilio, al cui cantar terso et polito
Le Nymphe di Sebeto
Menavan le lor danze, onde quel lieto
Hymeneo, Hymeneo sonava il lito
Del bel Tyrrheno mar, tranquillo et cheto.
Non vo’ ch’altro, ch’io sol, la lyra tempre,
Per far che l’infinito
Valor de la mia donna viva sempre.
Et tu, di cui l’ingegno ogni altro avanza,
Che l’una, et l’altra lingua hai exornata,
L’alme Muse evangeliche illustrando,
L’alma gentil per te più celebrata,
Da l’Aragonio honor l’altra speranza
Potrai lodar, sì come hor fai, cantando.
Né gir conven per lode incerte errando,
Ché da qua l’alpe et oltre, in mare, in terra
Son conosciuti et chiari
Gli atti di sua vertù, preclari et rari,
Giocondi in pace et animosi in guerra.
Et io vo’ pur cantar quei dolci et cari
Occhi celesti et quelle gote intatte,
Ché (se ’l veder non erra)
Son fresche rose, asperse in puro latte.
Ché, s’io contemplo o miro il chiaro aspetto,
Il riposato et non mortale incesso,
Da la mia bocca nasce un suon più vivo.
Ma se pur gli occhi miei guardar da presso
Ponno il soave, casto et latteo petto,
Mille Eneïde allhor, mille opre scrivo.
Se ’l fato non m’havesse in tutto privo.
Del grandiloquo stilo, in quel più bello,
Antiquo, alto idïoma
Non cantarei de la possente Roma,
Di Cesare, di Paulo o di Marcello;
Il mio signor, con l’honorata soma
Di trophei, mi darebbe nome altero,
Et non minor di quello
Forse, che diede Achille al grande Homero.
Canzon, nel sacro fonte d’Aganippe
Un poeta vedrai, sublime et raro,
Di lauro ornar la chiome,
Da le Muse chiamato in vario nome,
Hor Actio et hor Syncero, hor Sannazaro,
A lui la fronte inclina, et digli come,
Vivend’io ascoso in questa sorte humìle,
Di contentarmi imparo,
Ché non ogniuno arriva a l’alto stile.
***
JACOPO SANNAZARO, Arcadia, a cura di F. Erspamer, Milano 1990, pp. 220-237
XII
[…] Miserando spettacolo, vedendo io questo, si offerse agli occhi miei. E già
fra me cominciai a conoscere per qual cagione inanzi tempo la mia guida
abandonato mi avea; ma trovandomi ivi condotto, né confidandomi di tornare
più indietro, senza altro consiglio prendere, tutto doloroso e pien di sospetto mi
inclinai a basciar prima la terra, e poi cominciai queste parole:
— O liquidissimo fiume, o Re del mio paese, o piacevole e grazioso Sebeto, che
con le tue chiare e freddissime acque irrighi la mia bella patria, Dio ti esalte! Dio
vi esalte, o Ninfe, generosa progenie del vostro padre! Siate, prego, propizie al
mio venire, e benigne et umane tra le vostre selve mi ricevete. Baste fin qui a la
mia dura Fortuna avermi per diversi casi menato; ormai, o reconciliata o sazia
de le mie fatiche, deponga le arme. —
Non avea ancora io fornito il mio dire, quando da quella mesta schiera due
Ninfe si mossono, e con lacrimosi volti vèr me venendo, mi pusero mezzo tra
loro. De le quali una alquanto più che l'altra col viso levato, prendendomi per
mano, mi menò verso la uscita, ove quella picciola acqua in due parti si divide,
l'una effundendosi per le campagne, l'altra per occolta via andandone a'
commodi et ornamenti de la città. E quivi fermatasi, mi mostrò il camino,
significandomi in mio arbitrio essere omai lo uscire. Poi per manifestarmi chi
esse fusseno, mi disse:
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— Questa, la qual tu ora da nubilosa caligine oppresso pare che non riconoschi,
è la bella Ninfa che bagna lo amato nido de la tua singulare Fenice; il cui liquore
tante volte insino al colmo da le tue lacrime fu aumentato. Me, che ora ti parlo,
troverai ben tosto sotto le pendici del monte ove ella si posa. — E 'l dire di
queste parole, e 'l convertirsi in acqua, e l'aviarsi per la coverta via, fu una
medesma cosa.
Lettore, io ti giuro, se quella deità che in fin qui di scriver questo mi ha prestato
grazia, conceda, qualunque elli si siano, immortalità agli scritti miei, che io mi
trovai in tal punto sì desideroso di morire, che di qualsivoglia maniera di morte
mi sarei contentato. Et essendo a me medesmo venuto in odio, maladissi l'ora
che da Arcadia partito mi era, e qualche volta intrai in speranza che quello che
io vedeva et udiva fusse pur sogno; massimamente non sapendo fra me stesso
stimare, quanto stato fusse lo spazio ch'io sotterra dimorato era. Così tra
pensieri, dolore e confusione, tutto lasso e rotto, e già fuora me, mi condussi a
la designata fontana. La quale sì tosto come mi sentì venire, cominciò forte a
bollire et a gorgogliare più che il solito, quasi dir mi volesse: — Io son colei cui
tu poco inanzi vedesti. — Per la qual cosa girandomi io da la destra mano, vidi
e riconobbi il già detto colle, famoso molto per la bellezza de l'alto tugurio che
in esso si vede, denominato da quel gran bifolco Africano, rettore di tanti
armenti, il quale a' suoi tempi, quasi un altro Anfione, col suono de la soave
cornamusa edificò le eterne mura de la divina cittade.
E volendo io più oltre andare, trovai per sòrte appiè de la non alta salita
Barcinio e Summonzio, pastori fra le nostre selve notissimi, i quali con le loro
gregge al tepido sole, però che vento facea, si erano retirati, e, per quanto dai
gesti comprender si potea, mostravano di voler cantare. Onde io, benché con
orecchie piene venisse de' canti di Arcadia, pur per udire quelli del mio paese e
vedere in quanto gli si avvicinasseno, non mi parve disdicevole il fermarmi; et a
tanto altro tempo per me sì malamente dispeso, questo breve spazio, questa
picciola dimoranza ancora aggiungere. Così non molto discosto da loro, sovra la
verde erba mi pusi a giacere. A la qual cosa mi porse ancor animo il vedere che
da essi conosciuto non era; tanto il cangiato abito e 'l soverchio dolore mi
aveano in non molto lungo tempo transfigurato. Ma rivolgendomi ora per la
memoria il lor cantare, e con quali accenti i casi del misero Meliseo
deplorasseno, mi piace sommamente con attenzione avergli uditi; non già per
conferirli con quegli che di là ascoltai, né per porre queste canzoni con quelle,
ma per allegrarmi del mio cielo, che non del tutto vacue abbia voluto lasciare le
sue selve; le quali in ogni tempo nobilissimi pastori han da sé produtti, e dagli
altri paesi con amorevoli accoglienze e materno amore a sé tirati. Onde mi si fa
leggiero il credere, che da vero in alcun tempo le Sirene vi abitasseno, e con la
dolcezza del cantare detinesseno quegli che per la lor via si andavano. Ma
tornando omai ai nostri pastori, poi che Barcinio per buono spazio assai
dolcemente sonata ebbe la sua sampogna, cominciò così a dire, col viso rivolto
verso il compagno; il quale similmente assiso in una pietra, stava per
rispondergli attentissimo:
Barcinio, Summonzio, Meliseo
Barc.
Qui cantò Meliseo, qui proprio assisimi,
quand'ei scrisse in quel faggio: — Vidi, io misero,
vidi Filli morire, e non uccisimi. —
Summ.
Oh pietà grande! E quali Dii permisero
a Meliseo venir fato tant'aspero?
perché di vita pria non lo divisero?
Barc.
Quest'è sol la cagione ond'io mi esaspero
incontra 'l cielo, anzi mi indrago e invipero,
e via più dentro al cor mi induro e inaspero,
pensando a quel che scrisse in un giunipero:
— Filli, nel tuo morir morendo lassimi. —
Oh dolor sommo, a cui null'altro equipero!
Summ.
Questa pianta vorrei che tu mostrassimi,
per poter a mia posta in quella piangere;
forse a dir le mie pene oggi incitassimi!
Barc.
Mille ne son, che qui vedere e tangere
a tua posta potrai; cerca in quel nespilo;
ma destro nel toccar, guarda nol frangere.
Summ.
— Quel biondo crine, o Filli, or non increspilo
con le tue man, né di ghirlande infiorilo,
ma del mio lacrimar lo inerbi e incespilo. —
Barc.
Volgi in qua gli occhi e mira in su quel corilo:
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— Filli, deh non fuggir, ch'io seguo; aspettami,
portane il cor, che qui lasciando accorilo. —
Summ.
Dir non potrei quanto lo udir dilettami;
ma cerca ben se v'è pur altro arbuscolo,
quantunque il mio bisogno altrove affrettami.
Barc.
Una tabella puse per munuscolo
in su quel pin. Se vuoi vederla, or àlzati,
ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.
Ma per miglior salirvi, prima scàlzati,
e depon qui la pera, il manto e 'l bacolo,
e con un salto poi ti apprendi e sbàlzati.
Summ.
Quinci si vede ben, senz'altro ostacolo
— Filli, quest'alto pino io ti sacrifico;
qui Dïana ti lascia l'arco e 'l iacolo,
Questo è l'altar che in tua memoria edifico;
quest'è 'l tempio onorato, e questo è il tumulo
in ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico.
Qui sempre ti farò di fiori un cumulo:
ma tu, se 'l più bel luogo il ciel destìnati,
non disprezzar ciò che in tua gloria accumulo.
Vèr noi più spesso omai lieta avicìnati;
e vedrai scritto un verso in su lo stipite:
«Arbor di Filli io son; pastore, inclìnati». —
Barc.
Or che dirai, quand'ei gittò precipite
quella sampogna sua dolce et amabile,
e per ferirsi prese il ferro ancipite?
Non gian con un suon tristo e miserabile,
«Filli, Filli» gridando tutti i calami?
che pur parve ad udir cosa mirabile.
Summ.
Or non si mosse da' superni talami
Filli a tal suon? ch'io già tutto commovomi;
tanta pietà il tuo dir nel petto esalami.
Barc.
Taci, mentre fra me ripenso, e provomi
se quell'altre sue rime or mi ricordano,
de le quali il principio sol ritrovomi.
Summ.
Tanto i miei sensi al tuo parlar si ingordano,
che temprar non gli so. Comincia, agiùtati;
ché ai primi versi poi gli altri s'accordano.
Barc.
— Che farai, Meliseo? Morte refùtati,
poi che Filli t'ha posto in doglia e lacrime,
né più, come solea, lieta salùtati.
Dunque, amici pastor, ciascun consacrime
versi sol di dolor, lamenti e ritimi;
e chi altro non può, meco collacrime.
A pianger col suo pianto ognuno incitimi
ognun la pena sua meco communiche,
benché 'l mio duol da sé dì e notte invitimi.
Scrissi i miei versi in su le poma puniche,
e ratto diventàr sorba e corbezzoli;
sì son le sòrti mie mostrose et uniche.
E se per inestar li incido o spezzoli,
mandan sugo di fuor sì tinto e livido,
che mostran ben che nel mio amaro avezzoli.
Le rose non han più quel color vivido,
poi che 'l mio sol nascose i raggi lucidi,
dai quai per tanto spazio oggi mi dìvido.
Mostransi l'erbe e i fior languidi e mucidi,
i pesci per li fiumi infermi e sontici,
e gli animai nei boschi incolti e sucidi.
Vegna Vesevo, e i suoi dolor racontici.
Vedrem se le sue viti si lambruscano
e se son li suoi frutti amari e pontici.
Vedrem poi che di nubi ognor si offuscano
le spalle sue, con l'uno e l'altro vertice;
forse pur novi incendii in lui coruscano.
Ma chi verrà che de' tuoi danni accertice
Mergilina gentil, che sì ti inceneri,
e i lauri tuoi son secche e nude pertice?
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Antinïana, e tu perché degeneri?
Perché ruschi pungenti in te diventano
quei mirti che fur già sì molli e teneri?
Dimmi, Nisida mia (così non sentano
le rive tue giamai crucciata Dorida,
né Pausilipo in te venir consentano!),
non ti vid'io poc'anzi erbosa e florida,
abitata da lepri e da cuniculi?
Non ti veggi'or più c'altra incolta et orida?
Non veggio i tuoi recessi e i diverticuli
tutti cangiati, e freddi quelli scopuli
dove temprava Amor suo' ardenti spiculi?
Quanti pastor, Sebeto, e quanti populi
morir vedrai di quei che in te s'annidano,
pria che la riva tua si inolmi o impopuli!
Lasso, già ti onorava il grande Eridano,
e 'l Tebro al nome tuo lieto inchinavasi;
or le tue Ninfe appena in te si fidano.
Morta è colei che al tuo bel fonte ornavasi
e preponea il tuo fondo a tutt'i specoli:
onde tua fama al ciel volando alzavasi.
Or vedrai ben passar stagioni e secoli,
e cangiar rastri, stive, aratri e capoli,
pria che mai sì bel volto in te si specoli.
Dunque, miser, perché non rompi e scapoli
tutte l'onde in un punto et inabissiti,
poi che Napoli tua non è più Napoli?
Questo dolore, oimè, pur non predissiti
quel giorno, o patria mia, c'allegro et ilare
tante lode, cantando, in carta scrissiti.
Or vo' che 'l senta pur Vulturno e Silare
c'oggi sarà fornita la mia fabula,
né cosa verrà mai che 'l cor mi esilare.
Né vedrò mai per boschi sasso o tabula
ch'io non vi scriva «Filli», acciò che piangane
qualunque altro pastor vi pasce o stabula.
E se avverrà che alcun che zappe o mangane,
da qualche fratta, ov'io languisca, ascoltemi,
dolente e stupefatto al fin rimangane.
Ma pur convien che a voi spesso rivoltemi,
luoghi, un tempo al mio cor soavi e lepidi,
poi che non trovo ove piangendo occoltemi.
O Cuma, o Baia, o fonti ameni e tepidi,
or non fia mai che alcun vi lodi o nomini,
che 'l mio cor di dolor non sude e trepidi.
E poi che morte vuol che vita abomini,
quasi vacca che piange la sua vitula
andrò noiando il ciel, la terra e gli uomini.
Non vedrò mai Lucrino, Averno o Tritula,
che con sospir non corra a quella ascondita
valle, che dal mio sogno ancor si intitula.
Forse qualche bella orma ivi recondita
lasciàr quei santi piè, quando fermarosi
al suon de la mia voce aspra et incondita;
e forse i fior che lieti allor mostrarosi
faran gir li miei sensi infiati e tumidi
de l'alta visïon ch'ivi sognarosi.
Ma come vedrò voi, ardenti e fumidi
monti, dove Vulcan bollendo insolfasi,
che gli occhi miei non sian bagnati et umidi?
Però che ove quell'acqua irata ingolfasi,
ove più rutta al ciel la gran voragine
e più grave lo odor redunda et olfasi,
veder mi par la mia celeste imagine
sedersi, e con diletto in quel gran fremito
tener le orecchie intente a le mie pagine.
Oh lasso, oh dì miei vòlti in pianto e gemito!
Dove viva la amai, morta sospirola,
e per quell'orme ancor m'indrizzo e insemito.
Il giorno sol fra me contemplo e mirola,
e la notte la chiamo a gridi altissimi;
tal che sovente in fin qua giù ritirola.
Sovente il dardo, ond'io stesso trafissimi,
mi mostra in sogno entro i begli occhi, e dicemi:
«ECco il rimedio di tuoi pianti asprissimi».
E mentre star con lei piangendo licemi,
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avrei poter di far pietoso un aspide;
sì cocenti sospir dal petto elicemi.
Né grifo ebbe giamai terra arimaspide
sì crudo, oimè, c'al dipartir sì sùbito
non desïasse un cor di dura iaspide.
Ond'io rimango in sul sinestro cubito
mirando, e parmi un sol che splenda e rutile;
e così verso lei gridar non dubito:
«Qual tauro in selva con le corna mutile,
e quale arbusto senza vite o pampino,
tal sono io senza te, manco e disutile». —
Summ.
Dunque esser può che dentro un cor si stampino
sì fisse passïon di cosa mobile,
e del foco già spento i sensi avampino?
Qual fiera sì crudel, qual sasso immobile
tremar non si sentisse entro le viscere
al miserabil suon del canto nobile?
Barc.
E' ti parrà che 'l ciel voglia deiscere,
se sentrai lamentar quella sua citera,
e che pietà ti roda, amor ti sviscere.
La qual, mentre pur «Filli» alterna et itera,
e «Filli» i sassi, i pin «Filli» rispondono,
ogni altra melodia dal cor mi oblitera.
Summ.
Or dimmi, a tanto umor che gli occhi fondono,
non vide mover mai lo avaro carcere
di quelle inique Dee che la nascondono?
Barc.
— O Atropo crudel, potesti parcere
a Filli mia — gridava —; o Cloto, o Lachesi,
deh consentite omai ch'io mi discarcere!—
Summ.
Moran gli armenti, e per le selve vachesi
in arbor fronda, in terra erba non pulule,
poi che è pur ver che 'l fiero ciel non plachesi.
Barc.
Vedresti intorno a lui star cigni et ulule,
quando avvien che talor con la sua lodola
si lagne, e quella a lui risponda et ulule.
O ver quando in su l'alba esclama e modola:
— Ingrato sol, per cui ti affretti a nascere?
Tua luce a me che val, s'io più non godola?
Ritorni tu, perch'io ritorne a pascere
gli armenti in queste selve? o perché struggami?
o perché più vèr te mi possa irascere?
Se 'l fai che al tuo venir la notte fuggami,
sappi che gli occhi usati in pianto e tenebre
non vo' che 'l raggio tuo rischiare o suggami.
Ovunque miro, par che 'l ciel si ottenebre,
ché quel mio sol che l'altro mondo allumina,
è or cagion ch'io mai non mi distenebre.
Qual bove all'ombra che si posa e rumina,
mi stava un tempo; et or, lasso, abandonomi,
qual vite che per pal non si statumina.
Talor mentre fra me piango e ragionomi,
sento la lira dir con voci querule:
«Di lauro, o Meliseo, più non coronomi».
Talor veggio venir frisoni e merule
ad un mio roscignuol che stride e vocita:
«Voi meco, o mirti, e voi piangete, o ferule».
Talor d'un'alta rupe il corbo crocita:
«Assorbere a tal duolo il mar devrebbesi,
Ischia, Capre, Ateneo, Miseno e Procita».
La tortorella, che al tuo grembo crebbesi,
poi mi si mostra, o Filli, sopra un alvano
secco, ché in verde già non poserebbesi;
e dice: «ECco che i monti già si incalvano;
o vacche, ecco le nevi e i tempi nubili;
qual'ombre o qua' difese omai vi salvano?».
Chi fia che, udendo ciò, mai rida o giubili?
E' par che i tori a me, muggendo, dicano:
«Tu sei, che con sospir quest'aria annubili». —
Summ.
Con gran ragion le genti s'affaticano
20
per veder Meliseo, poi che i suoi cantici
son tai che ancor nei sassi amor nutricano.
Barc.
Ben sai tu, faggio, che coi rami ammantici,
quante fïate a' suoi sospir movendoti
ti parve di sentir suffioni o mantici.
O Meliseo, la notte e 'l giorno intendoti,
e sì fissi mi stan gli accenti e i sibili
nel petto, che, tacendo ancor, comprendoti.
Summ.
Deh, se ti cal di me, Barcinio, scribili,
a tal che poi, mirando in questi cortici,
l'un arbor per pietà con l'altro assibili.
Fa che del vento il mormorar confortici,
fa che si spandan le parole e i numeri,
tal che ne sone ancor Resina e Portici.
Barc.
Un lauro gli vid'io portar su gli umeri,
e dir: — Col bel sepolcro, o lauro, abbràcciati,
mentre io semino qui menta e cucumeri.
Il cielo, o diva mia, non vuol ch'io tàcciati,
anzi, perché ognor più ti onori e celebre,
dal fondo del mio cor mai non discàcciati.
Onde con questo mio dir non incelebre,
s'io vivo, ancor farò tra questi rustici
la sepoltura tua famosa e celebre.
E da' monti toscani e da' ligustici
verran pastori a venerar quest'angulo,
sol per cagion che alcuna volta fustici.
E leggeran nel bel sasso quadrangulo
il titol che a tutt'ore il cor m'infrigida,
per cui tanto dolor nel petto strangulo:
«Quella che a Meliseo sì altera e rigida
si mostrò sempre, or mansueta et umile
si sta sepolta in questa pietra frigida». —
Summ.
Se queste rime troppo dir presumile,
Barcinio mio, tra queste basse pergole,
ben veggio che col fiato un giorno allumile.
Barc.
Summonzio, io per li tronchi scrivo e vergole,
e perché la lor fama più dilatesi,
per longinqui paesi ancor dispergole;
tal che farò che 'l gran Tesino et Atesi,
udendo Meliseo, per modo il cantino,
che Filli il senta et a se stessa aggratesi;
e che i pastor di Mincio poi gli piantino
un bel lauro in memoria del suo scrivere,
ancor che del gran Titiro si vantino.
Summ.
Degno fu Meliseo di sempre vivere
con la sua Filli, e starsi in pace amandola;
ma chi può le sue leggi al ciel prescrivere?
Barc.
Solea spesso per qui venir chiamandola;
or davanti un altare, in su quel culmine,
con incensi si sta sempre adorandola.
Summ.
Deh, socio mio, se 'l ciel giamai non fulmine
ove tu pasca, e mai per vento o grandine
la capannuola tua non si disculmine;
qui sovra l'erba fresca il manto spandine,
e poi corri a chiamarlo in su quel limite;
forse impetri che 'l ciel la grazia mandine.
Barc.
Più tosto, se vorrai che 'l finga et imite,
potrò cantar; ché farlo qui discendere
leggier non è, come tu forse estimite.
Summ.
Io vorrei pur la viva voce intendere,
per notar de' suoi gesti ogni particola;
onde, s'io pecco in ciò, non mi riprendere.
Barc.
Poggiamo, orsù, vèr quella sacra edicola;
ché del bel colle e del sorgente pastino
lui solo è il sacerdote e lui lo agricola.
21
Ma prega tu che i vènti non tel guastino,
ch'io ti farò fermar dietro a quei frutici,
pur che a salir fin su l'ore ne bastino.
Summ.
Voto fo io, se tu, Fortuna, agiutici,
una agna dare a te de le mie pecore,
una a la Tempestà, che 'l ciel non mutici.
Non consentire, o ciel, ch'io mora indecore;
ché sol pensando udir quel suo dolce organo,
par che mi spolpe, snerve e mi disiecore.
Barc.
Or via, che i fati a bon camin ne scorgano!
Non senti or tu sonar la dolce fistula?
Férmati omai, che i can non se ne accorgano.
Melis.
I tuoi capelli, o Filli, in una cistula
serbati tegno, e spesso, quand'io volgoli,
il cor mi passa una pungente aristula.
Spesso gli lego e spesso, oimè, disciolgoli,
e lascio sopra lor quest'occhi piovere;
poi con sospir gli asciugo, e inseme accolgoli.
Basse son queste rime, esili e povere;
ma se 'l pianger in cielo ha qualche merito,
dovrebbe tanta fé Morte commovere.
Io piango, o Filli, il tuo spietato interito,
e 'l mondo del mio mal tutto rinverdesi.
Deh pensa, prego, al bel viver preterito,
se nel passar di Lete amor non perdesi.
BISTICCI, Vita di Alfonso, in Vite di uomini illustri, a cura di A.
Greco, Firenze 1970, pp. 94-97
VESPASIANO DA
Amava assai i litterati, come è detto, et sempre, mentre che istava a Napoli, ogni
dì si faceva legere a meser Antonio Panormita le Deche di Livio, alle quali letioni
andavano molti signori, legevale il Panormita. Facevasi legere altre letioni della
Sancta Scrittura, et d'opere di Seneca, et di filosofia. Poco tempo gli restava,
ch'egli nollo consumassi degnamente. Sendo nella Marca con gli exerciti, per
ricuperalla alla Chiesa, che la teneva il duca Francesco ne' tempi di papa Eugenio,
fece in modo tra la gente di sua Maestà, e l'autorità sua d'eservi in persona, et
Nicolò Picinino che v'era mandato dal Duca Filippo, feceno in modo, che in
brieve tempo riebe alla Chiesa ogni cosa, che fu tenuta cosa maravigliosa. In
questo tempo, sendo di state, ogni dì si legeva una lettione di Livio per lo
Panormita, et andavanvi tutti quegli signori aveva seco, ch'era cosa degna a
vedere, che in luogo dove molti perderebono tempo a giucare sua Maestà lo
spendeva in queste letioni. Aveva seco maestri in teologia et filosofi
singularissimi. Eranvi, in fra gli altri, dua excellentissimi uomini, uno si chiamava
maestro Sogliere, che gli dette il vescovado di Barzalona, eravene uno altro, si
chiamava meser Ferando, uomo maraviglioso, et di sanctità di vita et grandissimo
teologo et filosofo. Questo fu di tanta sanctità di vita, che il re, per la riverentia
aveva in lui, non solo aveva in grandissima riputatione, ma egli lo teneva assai,
perchè quand'egli udiva cosa alcuna che sua Maestà avessi fatto, che non fussi
giusta et onesta, egli lo riprendeva; et era di tanta autorità, et di tanta sanctità di
vita, che avendogli voluto il re dare più benefici et vescovadi et altri benefici, mai
ne volle ignuno, per non volere quello peso alla sua conscientia. Era confessoro
di sua Maestà et fu cagione per la sua <Maestà> di grandissimo bene, come nel
fine si dirà. Era ispesso con questi maestri in teologia, o a domandare di dubi, o
fagli disputare di varie cose. Era in modo afetionato agli uomini dotti, che quanti ne potè avere a provisione,
gli toglieva.
ADAM DE MONTALDO GENUENSIS AD CALISTUM TERTIUM SUMMUM
ROMANORUM PONTIFICEM De clara vita divi Regis Alfonsi oratio (da T. De
Marinis, La biblioteca napoletana dei re d’Aragona, I, pp. 225-227: 226)
Diem ueneris custodit in qua pro solio sedens omnium se exhibet auditorem.
Deinde adit prandium in quo magis quam esse disserere quidem solicitus est.
Sumpto autem prandio se retrahit in eminentiori castelli loco unde paululum
moratus bibliothecam librorum omnium uoluminibus singularem redit more
praehabito audiundi legi a doctissimo uiro quodam, imperat quicquam lectionis
dari. Illic enim auscultandi omnium maxima fit delectatio, cum multifaria
humanae monumenta vitae atque historiarum elegantiae ad exempla uirtutum et
uitiorum audiuntium militum cuiusque generis ac caeterorum tradantur. Ibique
concursus uehementissimus est dominorum auctoritatis quorum propter
maiestatis clementiam custodes introeundi nemini libertatem denegauere.
Postea uero quam perfecta lectionis congratulatio est, consuetudine principis
communi refectionem multi generis pomorum regi et reliquorum praesentiae
gratia communicandi ferunt. Subsequenter cratheras magnos statuunt et uina
22
coronant. Inter quae autem histrio quandoquidem burlazotus facetus
caeterorum omnium fabulator miranda interponit cuiusmodi regiae eo tempore
maiestati solent plurimum delectationi esse.
Trad. Corfiati
Si riserva [da altri impegni] il venerdì, nel quale sedendo davanti al trono dà
udienza a tutti. Poi va a pranzare, anche se più che a mangiare è dedito a
conversare. Quindi finito il pranzo si ritira nella parte più alta del castello, da
dove dopo essersi trattenuto alquanto si reca nella sua biblioteca speciale per le
copie presenti di tutte le opere e secondo un costume consueto di ascoltare
qualcosa letto da un uomo di cultura, ordina che sia data lettura di qualcosa. E lì
infatti vi è grandissimo diletto ad ascoltare di tutto, perché vengono esposti
svariate testimonianze della vita umana e della eleganza delle storie perché siano
esempio di virtù e di vizi per chi ascolta che siano soldati o di tal genere o di
altro. E lì vi è un’enorme affluenza di signori di un certo rango a cui per la
clemenza di sua maestà i custodi non negarono mai a nessuno la libertà di
entrare. Poi però che vi è stata perfetta soddisfazione della lettura, per abitudine
da principe cortese portano alla presenza del re e degli altri un rinfresco di frutta
di molti tipi da condividere. In seguito sistemano grandi coppe e coronano i
vini. E tra queste cose poi talvolta un attore, un buffone, un narratore faceto tra
tutti gli altri si esibisce in spettacoli di tal fatta che sogliono in quei momenti
procurare grandissimo divertimento alla regia Maestà.
23
GIOVANNI BRANCATI, Raccomandazione per la biblioteca (da T. De Marinis, La
biblioteca napoletana dei re d’Aragona, I, pp. )
Franciscum Petrucianum Antonelli Petruciani secretarii tui filium, virum sane
omnium iudicio et moribus et doctrina praestantissimum, cum de te mecum
aliquando incidisset in collocutionem dicere memini, ad ceteras tuas virtutes
accedere extemporaneam miram quandam ac prope divinam eloquentiam, nec
se putare quenquam aut fuisse aut fore unquam, qui inter loquendum sententiis
uteretur aut frequentioribus aut gravioribus; retulitque ex iis mihi plurimas
quibus equidem sic sum oblectatus ut eas velut oracula quaedam Apollinis
Delphici memoriae mandarim. Sed illa me omnium maxime oblectavit qua idem
ipse Franciscus se dixit fuisse aliquando abs te admonitum, illud esse optimi viri
fidissimique ministri officium ut Principis cui ministrat, si possit quam maxime
commodum procuret; si id non possit, quam minime incommodum. Hanc enim
ipsam sententiam usque adeo iudicavi omnium dignissimam ut eandem non
modo memoriae, verum etiam litteris mandaverim, quibus in omne aevum cum
ceteris a te praeclarissime et factis et dictis elucere possit; quae sit eiusmodi, ut
eam equidem possim facile contendere superare singulas quae fuerint ex ingenio
Socratis profectae, illius qui oraculo Apollinis eiusdem quem modo nominavi
sapientissimus iudicatus est. Nam qui alteri non principi modo, sed cuivis
ministrat, nisi eius aut commodum procuret aut minus incommodum, hic
iniquissimus planeque infidissimus sit, nihil quidem minus quam si eius sit
proditor a quo beneficii plurimum acceperit; recteque illud praecipitur
ministrum aeque domini rem debere procurare ac uxorem mariti rem procurare
certum est, quam hoc ipso naturam parentem parciorem avarioremque genuisse
omnes suspicantur. Neque eandem ipsam sententiam memoriae litterisque
mandare mihi satis visum est, sed ei me etiam egregie parere, sicque debere, ut
quoad vires meae patientur, semper sim aut tuum commodum procuraturus aut
minus incommodum: qui summa tua erga me beneficentia munere fungens tui
Bibliothecarii, iure optimo in numero ministrorum tuorum et esse et videri
debeo.
Trad. Corfiati
Ricordo che Francesco Petrucci, figlio del tuo segretario Antonello Petrucci,
uomo sicuramente tra tutti molto eminente per giudizio costumi e dottrina, una
volta che con me si era trovatao a parlare di te, diceva che alle altre tue virtù si
aggiungeva una certa ammirabile e quesi divina estemporanea eloquenza, e che
lui non credeva che nessuno sia esistito o mai esisterà, tale che sappia utilizzare
massime all’interno di un discorso o con maggiore frequenza o più importanti; e
me ne riferì molte di queste, delle quali veramente mi sono così compiaciuto
che le ho mandate a memoria quasi fossero oracoli di Apollo delfico. Ma una in
particolare tra tutte mi piacque soprattutto, con la quale lo stesso Francesco
disse di essere stato una volta da te ripreso, ovvero che è compito proprio di un
uomo ottimo e fedelissimo ministro che quando può persegua il più gran
vantaggio per il principe che serve; quando non è possibile, ciò che è il più
piccolo svantaggio. Questa massima infatti fino a tal punto ho stimato la più
giusta che non solo l’ho imparata a memoria, ma l’ho anche trascritta, in modo
che in ogni tempo possa risplendere insieme agli altri famosissimi tuoi e fatti e
detti; e che è di tal fatta, che potrei facilmente affermare che questa supera ogni
singola sentenza che fu prodotta dall’ingegno di Socrate, di colui che per
oracolo di quel medesimo Apollo che ho nominato poco fa fu giudicato il più
sapiente. Infatti chi serve non solo il principe ma un’altra qualsiasi persona, se
non ottiene o il suo vantaggio o il minimo svantaggio, è ingiustissimo e
chiaramente infedelissimo, niente meno che se fosse traditore di colui dal quale
ha ricevuto grandissimi benefici; e giustamente si consiglia che il ministro con
equità debba occuparsi delle cose del signore ed è certo che la moglie si occupa
delle cose del marito, che madre natura ha generato più avara e più avida di lui,
come tutti immaginano. Né questa medesima massima mi è sembrato
sufficiente affidare alla memoria e alla scrittura, ma credo che io debba anche
nel miglior modo obbedirvi, sicché per quanto lo permettano le mie forze,
sempre mi occuperò del tuo vantaggio o del minor tuo svantaggio: io che per
grandissima tua benevolenza nei miei confronti ho la funzione di Bibliotecario,
devo essere e essere considerato nel numero dei tuoi servi più che giustamente.
24
Quamobrem semper ex illo, ex quo idem ipse Franciscus eiusmodi me tuam
docuit sententiam, altius cogitavi diligentiusque inspexi quid tibi mea haec
ministratio commodi praestare possit, quo uti in te officio videar quod ipse
optimi fidissimique ministri esse sapientissime rectissimeque censuisti. Sed
quum omnia mihi ante oculos velut quodam in speculo se obiiciunt, quae mei
ipsius sunt muneris, deprehendo equidem quattuor esse dumtaxat a me curanda,
in quibus ut accepisti antehac non nihil incommodi, ita posthac si meo curentur
arbitrio multum es accepturus commodi. Praeter enim chartas quibus constant
volumina Bibliothecae unica supellex, praeterque librarios ea exscribentes,
miniatores exornantes, compaginatores compaginantes, nihil equidem video
eiusdem mei esse muneris, siquidem non de custodiendis in Bibliotheca ipsa
libris, non de iisdem excolendis, non de emendandis nunc loquor, quae sunt
quidem mei ipsius muneris velut minora quaedam membra, sed de maioribus
illis loquor, quae neglecta multum videntur relatura incommodi: eaque illa ipsa
sunt quattuor quae modo recensui. De chartis. Chartae hactenus in Etruria ab iis
ipsis emptae sunt qui harum aeque ac ceterarum rerum negotiatores sunt;
deprehendoque emptas cum lucro negotiatorum ipsorum non parvo, siquidem
duobus verbi causa emptae sunt nummis quae vendi illic singulis consueverunt.
Itaque primum tuum commodum fore intelligo, si Florentiae minimo a nobis
ante intellecto pretio negotium detur aut amico aut ministro alicui tuo, qui sit
eodem semper empturus, neque a negotiatoribus ipsis, sed a chartarum ipsarum
autoribus, ne illis sit perlucrandi facultas; quandoquidem sine lucro interdum
duplici interdum etiam triplici, nunquam simplici quicquam habent venale.
Atque chartarum ipsarum vis parva vicibus singulis emenda non videtur, sed
quantum vis maxima modo ei qui emit adsit iudicium, quo neque crassas neque
scabras neque luteas emat, sed pro modo exiles leves ac candicantes. In parva
enim vi rerum omnium saepius qui emit decipitur, in magna nonnunquam qui
vendit. De librariis. Librarii sunt tibi ordinarii numero septem: quibus ante me
Bibliothecarium pactum decretumque fuerat salarium et quantum eius causa iis
esset mensibus singulis exscribendum. In his te decipi sunt qui ratione
contendant, qua plus ipse solvis quam princeps ullus non in Italia modo sed in
quavis parte orbis totius solvere dicatur; mihique fit verisimile, qui sim certior
factus qua et Florentiae ipsi et Venetiis mercede exscribatur, quae sunt hoc
quidem tempore orbis ipsius aut certe Italiae urbes omnium clarissimae.
Per questo motivo, sempre per la stessa ragione per cui Francesco mi insegnò quella tua
massima, ho meditato più profondamente e ho pensato con attenzione a cosa questo
mio incarico possa portare di giovamento a te, di quale compito sembro investito nei
tuoi confronti, cosa tu hai creduto e con somma sapienza e con somma giustizia
bisognasse aspettarsi da un ottimo e fidatissimo servo. Ma dopo aver esaminato davanti
agli occhi come in uno specchio tutte quelle cose, che sono di mia specifica pertinenza,
ho capito che quattro sono sicuramente oggetto di mia particolare cura, e in queste
come finora hai ricevuto un qualche svantaggio, così d’ora in poi, se saranno gestite
come dico io, riceverai molto vantaggio. A parte infatti la carta, della quale sono fatti i
volumi della Biblioteca, unico corredo, e a parte i copisti che ci scrivono, i miniatori che
la ornano, e gli impaginatori che la rilegano, niente vendo veramente che sia mia propria
pertinenza, e non parlo ora dell’attività di vigilare sui testi, che è certo di mia pertinenza,
ma quasi come parte più piccola, ma parlo dei compiti più importanti, che qualora
fossero oggetto di negligenza credo che porterebbero molto svantaggio: e si tratta di
quelle quattro cose che ho elencato sopra. Sulla carta. La carta certo in Toscana viene
acquistata da quegli stessi che fanno commercio di queste e di altre cose; faccio rilevare
che sono comprate con guadagno di quegli stessi commercianti non piccolo, dal
momento che vengono acquistate per esempio a due denari mentre lì solitamente sono
vendute a uno. Quindi credo che potrebbe essere un primo tuo vangaggio, se una volta
indagato preventivamene sul minor prezzo si dia incarico ad un amico o a un qualche
tuo ministro, che vada a comprarle a quel medesimo prezzo, non da quei commercianti,
ma dalle officine in cui si fabbricano le carte, per non dare a quelli possibilità di
guadagno; senza guadagno infatti non vendono proprio niente e talvolta è il doppio
talvolta il triplo, mai al prezzo di base. E inoltre non sembra giusto comprare piccole
quantità di carte di volta il volta, ma una quantità massima purchè colui che compra
abbia un certo discernimento, col quale compri carte né spesse né ruvide né sporche,
ma nella giusta misura sottili leggere e bianche. In una piccola quantità infatti di tutte le
cose spesso chi compra viene raggirato, in una grande talvolta chi vende. Sui copisti. Di
copisti ordinari ce ne hai sette: per i quali, prima che io fossi bibliotecario, era stato
pattuito e deciso un salario e quanto essi dovessero al mese trascrivere in base alla paga.
Vi sono alcuni che a ragione vanno dicendo che tu su questi sei stato raggirato, perché
spendi più tu di quanto si dica che spenda qualsiasi signore non solo in Italia ma in
qualsiasi altra parte del mondo; e a me pare verisimile, perché sono stato informato a
qual prezzo si trascriva a Firenze e a Venezia, che sono in questo momento certo le più
famose città del mondo o certo dell’Italia.
25
Equidem multorum verbis ausim affirmare qua librarii in utraque illa urbe
exscribunt, mercedem parte paene tertia minorem esse qua nostri ipsi librarii
exscribunt, tametsi illi neque inelegantius neque inconcinnius neque etiam
inemendatius exscribere dicuntur. Quod quidem ipsum ne quis putet a me
commentum tui ostentandi gratia commodi a me optati, velim omnes intelligant
atque ipse imprimis eorum ipsorum quos nunc habes librariorum abiisse hinc
quosdam sperantes alibi se conditionem adepturos praestantiorem, moxque
omni spe frustratos eodem huc rediisse, palam profitentes nunquam librariis
solvi liberalius quam Neapoli ubi ipse rex ades omnium qui vivant
liberalissimus. Itaque hoc tuum fuerit alterum commodum, ut librariis ipsis
aliquid addatur exscribendum quod sit aequum ferreque ipsi possint, non ex
mercede demendum, ne aut Florentinorum aut Venetorum more librariorum a
te tractari omnino videantur. Aequum est enim te utramque gentem liberalitate
superare quam cetero virtutis genere superaveris. Habendam itaque censeo
rationem et litterae manusque elegantiae et eius ipsius emendationis, atque ita
pro his meritis scriptoribus ipsis singulis id ipsum quod modo dixi aliquid
addendum: quod spero librarios ipsos non iniquo animo laturos si nolent
iniquiores arrogantioresque videri ac sui commodi quam tui ministerii
studiosiores. Certum est enim omnes minus exscribere quam aequum sit. De
loanne Marco nihil me meminisse oportet: qualis enim mihi repertus est, talis
videtur ferendus. Repertus est autem certo salario conductus, tecumque dicitur
pepigisse ut sive exscribat, sive non exscribat, nihil possit interesse mea.
Cynicum enim se esse ait, malleque omni conditione carere atque ex Italia
universa abire exulem quam mihi laborum suorum reddere rationem nec alteri
ulli ne tibi quidem ipsi, qui sui ipsius iuris esse statuerit alterius nullius. De
miniatoribus nihil equidem adhuc habeo certi plusne hic quam alibi an minus iis
solvatur; tamen cum plures Neapoli sint miniandi facultate praediti, omnesque
ambitiosissime de praestantia contendant, nec minus de consequenda
conditione, facillimum puto posse inveniri, qui miniandi Bibliothecae tuae
volumina negocium suscipiant longe minore mercede quam ii faciant qui eadem
ipsa volumina a se minianda patris tui privilegio contendunt convincereque
conantur; iamque se mihi quidam obtulit hoc ipsum facturum et quidem
elegantius ac concinnius quam qui magistri perhibentur celebriores.
Quanto a me oserei dire contro le parole di molti che i copisti in entrambe
quelle città trascrivono con un compenso che è quasi un terzo di quello con il
quale i nostri copisti trascrivono, anche se dicono che quelli non lo fanno con
minor eleganza o con minor ordine e nemmeno in maniera più sciatta. E questo
certo, perché nessuno creda che me lo sia inventato per mettere in mostra il
vantaggio che io desidero per te, vorrei che tutti sappiano e tu specialmente che
alcuni di quelli stessi che ora hai come copisti se ne erano andati da qui
sperando di trovare altrove una condizione migliore e poi persa ogni speranza
sono tornati qui nuovamente, chiaramente dichiarando che mai i copisti
vengono pagati con più liberalità che a Napoli dove sei presente tu re il più
genereosi di tutti i viventi. Quindi questo sarà un secondo tuo vantaggio, che a
questi stessi copisti bisogna dare qualcos’altro da scrivere, per quanto sia giusto
e possano essi sopportare, e non bisogna diminuirgli il salario, perché non
sembri che tu li tratti proprio come usano i Fiorentini o i Veneziani. E’ infatti
giusto che tu superi per liberalità l’uno e l’altro popolo, che tu hai già superato
per altro genere di virtù. Quindi penso che bisogna tenere il conto e dei caratteri
e dell’eleganza della mano e della sua stessa correttezza, e così in base a questi
meriti ad ogni scrittore affidare in più qualcosa come ho detto sopra: cosa che
spero che i copisti sopporteranno con animo giusto, altrimenti, sembrerebbero
più ingiusti e più arroganti e più attaccati al proprio vantaggio che al tuo
servizio. Certo è infatti che tutti scrivono meno di quanto sia giusto.
Su Giovan Marco non è necessario che ricordi alcunché: così come lo ho trovato,
tale sembra che lo si debba sopportare. Ma l’ho trovato con un contratto a
tempo indeterminato, e si dice che abbia pattuito con te che sia che scriva
qualcosa, sia che non scriva, io non me ne debba occupare. Dichiara infatti di
essere Cinico, e di preferire essere privo di qualsiasi sostentamento e lasciare
l’Italia tutta esule piuttosto che render conto a me del suo lavoro o a qualsiasi
altro che non sia tu stesso, perché ha deciso di essere sotto il suo stesso
controllo e di nessun altro. Sui miniatori niente per conto mio finora so di sicuro
sul fatto che si paghino qui più che altrove o meno; tuttavia dal momento che a
Napoli ce ne sono molti dotati della capacità di ornare, e tutti con grande
ambizione si fanno concorrenza e per avere rinomanza e per avere incarichi,
ritengo che possa essere molto facile trovare qualcuno che prenda il lavoro di
miniare i volumi della tua Biblioteca per un compenso molto inferiore rispetto a
loro, che affermano che quei medesimi volumi devono essere miniati da loro
per un decreto di tuo padre, e tentano di convincermi di ciò; e già qualcuno mi
si è presentato che farebbe e certo in maniera più elegante e ordinata di questi
sedicenti celebri maestri.
26
Neque ignoro eos ipsos quibus a nobis dantur volumina minianda, dare eadem
aliis quibus mercedis minimum quiddam persolvant, ipsique sine suo labore
multum lucrentur, mox ea dicturi a se miniata. Nec illud etiam ignoro, exclusos
esse ab huiusmodi miniandi munere quosdam qui eorum ipsorum qui sunt
recepti facile praeceptores esse possent, idque vel odio accidisse vel invidia vel
affectu animi aliquo, quo quisque carere debet qui eius cui ministrat integre
commodum procurare beneque rem gerere, cupit. Quare afferri res haec
miniatoria in medium potest atque ei dari qui se opere commendabiliori,
mercede viliore miniaturum pollicebitur; quanquam equidem luxuriam illam
miniorum, in quam isti lucri gratia excurrunt, reiciendam censeo,
recipiendamque simplicitatem aut certe mediocritatem, quod illa impendium,
haec venustatem prae se ferat. Atque hoc tertium fuerit tuum commodum: non
enim dubito quin aliquis novus accedet pro nostro voto miniaturus, aut iidem
illi qui nunc miniant, lucrandi aviditatem deponentes, religioni fortasse sibi fore
putabunt non aequa miniare mercede, hoc praesertim tempore, quo artificum
fabrorumque multum, pecuniarum parum admodum inveniatur. De
compaginatoribus. Quartum ex iis quae praeposueram commodum videbitur
manifestius, si ei qui eadem ipsa compaginat volumina certum annuumque
statuatur salarium, quo suo compaginandi munere uti quidem commode possit,
sed quo ex tuo aerario pecuniarum minus exancletur. […]
De emendis voluminibus nunc mihi videtur disserendum, utrum tibi utilius sit
futurum foris ea emi an domi, hoc est Neapoli, vel emi vel exscribi. Nemo sane
ibit inficias ubique longe viliore exscribi mercede quam Neapoli, ubi librarii sunt
admodum pauci et qui sunt rei caritate quod exscribunt sanguine ipso, ut aiunt,
commutare didicerunt.
E so bene che questi stessi ai quali noi diamo i volumi da miniare, danno quelli
stessi ad altri che pagano con un minimo compenso, e loro guadagnano molto
senza alcuna fatica, e poi diranno che sono stati miniati da loro. Né ignoro
inoltre il fatto che sono esclusi dall’incarico di miniatori alcuni che di quelli
stessi che sono invece accettati facilmente potrebbero essere maestri, e questo
credo che accada per odio o meglio invidia o per qualche altro sentimento
ostile, dal quale dovrebbe astenersi chiunque desidera procurare giustamente
vantaggio e governare bene le cose di colui che serve. Per ciò questa arte
miniatoria andrebbe liberalizzata e che sia dato a colui che promette di eseguire
l’opera in maniera più lodevole e con un compenso inferiore; benché a mio
vedere quella lussuosità delle miniature, per la quale costoro per amor di
guadagno incorrono, ritengo sia da rigettare, e da accogliere invece la semplicità
o almeno una via di mezzo, perché quella porta spesa, questa eleganza. E questo
sarebbe il tuo terzo vantaggio: non dubito infatti che si farà avanti qualche
nuovo miniatore che corrisponda ai nostri desideri, o quelli stessi che ora
miniano, abbandonando l’avidità, forse si faranno scrupolo di chiedere un
compenso iniquo, in questo momento poi, in cui si trovano molti artisti certo e
pochi soldi. Sui rilegatori. Tra questi vantaggi che ti avevo esposto il quarto ti
sembrerà più che evidente, se decidereai di dare un compenso sicuro e annuo a
colui che ti rilega quegli stessi volumi, in modo che possa eseguire al meglio il
suo compito, certamente, ma in modo anche che si attinga il meno possibile
dalle casse dello stato. […]
Sull’acquisto dei volumi ora mi sembra di dover discutere, se sia più utile in futuro
comprarli all’estero ovvero e comprarli e copiarli in patria, cioè a Napoli.
Nessuno negherà sicuramente che ovunque si copia con un compenso inferiore
che a Napoli, dove i copisti sono molto pochi e quelli che ci sono per la
scarsezza di sostanze hanno imparato a scambiare ciò che scrivono, come
dicono loro, con il sangue.
27
Florentiae audio inveniri facillime quicquid voluminum desideretur absolutum
et quidem mercede adeo viliore, ut si illic omnia emerentur quae tuae desunt
Bibliothecae, procul dubio tuis impensis non nihil parceretur. Sed illic emenda
tibi esse nunquam equidem sic consuluerim ut dimittendos quos nunc habes
librarios suadere videar, vel quod me nostratibus et librariis et miniatoribus et
compaginatoribus adversari iniquissimum est, vel quod te hos habere addecet ut
tuis prosis magis quam exteris, quemadmodum facere semper consuevisti, qui et
excogitasti novas et exteras huc advocasti facultates non sane quo tibi, sed quo
tuis ipsis plurimum prodesses, quos habueris semper carissimos, ut plures se
tuo beneficio hodie domi suae degere profiteantur, quibus victus causa
honestioris orbis universus erat peragrandus. Emenda itaque foris volumina
consulo quidem, si qua erunt venalia, quorum exemplaria haberi hic non facile
poterunt; sed non ita ut librarios ipsos dimittas, quibus consuluerim addendum
aliquid exscribendum, quod ipsi erunt aequo animo laturi. Nam etsi
commodum esset sine controversia non parvum volumina ipsa foris emere,
tamen sit etiam commodum tuis prodesse, quale semper optasti. Illud non
modo non consuluerim, sed plane faciendum dissuaserim, ut quae hic Neapoli
exscribuntur volumina tibi ab aliis ullis emantur quam ab iis ipsis qui exscribunt
vel quod aequum sit illud ipsum lucri te consequi quod ii consequuntur qui
volumina ipsa emunt, quo tibi mox vendant, vel quod eisdem illis qui exscribunt
et citius ipse solvis et liberalius. Neque hoc tibi commodum videatur
negligendum, quod sit ante quam Bibliotheca ipsa libris omnibus compleatur
tantum evasurum, ut eo agere utilius aliquid facile possis. Quod enim amiseris
lucri quod potueris consequi sine alterius vel iniuria vel iactura, id imprudenter
amisisse accusari mox poteris.
Ho sentito dire che a Firenze si trovano molto facilmente tutti i volumi che si
desiderano scolti e certo ad un prezzo a tal punto inferiore, che se si
comprassero lì tutti quelli che mancano alla tua Biblioteca, senza dubbio si
potrebbe risparmiare qualcosa sulle spese. Ma non ti sto dando questo consiglio
di comprare lì per quanto mi riguarda perché voglio persuaderti a che tu debba
licenziare i copisti che hai ora, sia perché sarebbe una cosa assurda mettermi
contro i copisti i miniatori e i rilegatori nostrani, sia perché ti conviene averli
presso di te perché tu possa favorire i tuoi piuttosto che gli stranieri, nel modo
in cui hai sempre fatto, tu che non solo hai escogitato nuovi talenti, ma ne hai
chiamati qui dall’estero non certamente per giovare a te, ma moltissimo proprio
ai tuoi, che tu hai sempre avuto carissimi, sicché la maggior parte oggi per tuo
beneficio possono dire di abitare in una loro casa, quando avrebbero dovuto
andar girando il mondo intero alla ricerca di un più onesto sostentamento.
Credo dunque che bisogna comprare fuori i volumi certo, se ve ne sono in
vendita, di quelli di cui qui non è possibile reperire una copia facilmente; ma
non così da licenziare i copisti, ai quali ti ho consigliato di dare qualcosa da
copiare in più, cosa che loro accetteranno di buon animo. Infatti anche se senza
ombra di dubbio sarebbe un vantaggio non piccolo comprare fuori i volumi,
tuttavia è anche un vantaggio giovare ai tuoi, cosa che hai sempre scelto. E
questo poi non solo non lo consiglierei, ma ti dissuaderei sicuramente dal fare,
che i volumi che si copiano qui a Napoli tu li vada a comprare da altri che non
siano gli stessi che li trascrivono sia perché è giusto che tu abbia lo stesso
guadagno di quelli che li comprano, e che dopo te li vendono, sia perché tu
paghi è più velocemente e con maggiore liberalità quelli che li scrivono. E non
devi tralasciare questo altro vantaggio, che passerà tanto tempo prima che la
Biblioteca si riempa di tutti i libri, che potrai facilmente fare qualcosa di più utile.
Infatti ciò che perderesti in un quadagno, che avresti potuto ottenere senza
offendere né calpestare altri, questo potresti poi essere accusato di aver perso
per mancanza di saggezza.
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Sic age, tibique persuade, inter ea quae commendatione dignissima unquam
egisti, ita hanc ipsam tuam elucere Bibliothecam, ut omnium eam intuentium sit
sententia, nihil te post victoriam regnumque pacatum fecisse vel melius vel
utilius vel etiam gloriosius: litteras enim bonasque artes, quas musas poetae
vocant, velut exstantes loco excepisti dignissimo easdemque sic dicasti, ut nihil
tuis libris, qui musarum ipsarum dicuntur opera, aut dignius aut praestantius
esse possit, ut iure bibliotheca ipsa sic loquatur:
Bibliotheca fui multos neglecta per annos,
Quae sum Ferrando principe culta pio.
Invenies in me quae scripserit omnis vetustas,
Seu te graeca magis sive latina iuvant.
Omnia doctrinae miro congessit amore
Ferrandus posthac alter in orbe deus.
Vale.
Suvvia, e convinciti, che tra le imprese che hai compiuto sempre molto degne di
lode, tanto risplende questa tua Biblioteca, che è opinione comune di tutti quelli
che la vedono, che niente hai fatto di meglio, di più utile e anche di più glorioso
dopo la tua vittoria e la pace nel Regno: la letteratura infatti e le buone arti, che i
poeti chiamano Muse, le hai accolte in un luogo molto degno come se fossero
vive e a quelle stesse così lo dedicasti, che niente di più degno o di più grande
può dirsi dei tuoi libri, che son detti opera delle stesse Muse, sicché a buon
diritto la Biblioteca in persona dirà così:
Fui una biblioteca trascurata per molti anni
Ma ora sotto il pio Re Ferdinnado son rispettata
Troverai in me cio che l’antichità tutta ha scritto
Sia che ti piaccia la letteratura greca sia ancor più quella latina.
Tutto per un ammirevole amore di sapienza raccolse
Ferdinando, d’ora in poi un secondo dio nel mondo.
29
EGIDIO DA VITERBO OSA, Lettere familiari, I, cur. A. M. Voci Roth, Roma
1990, pp. 111-115
Trad. Corfiati
Egidius Pontano1 S.D.
Roma, 3 novembre [1500?]
Roma, 3 novembre 1500
Carissimo Pontano,
Si consilii tui animique mei institutum sequerer, vir clarissime, nec tantum a te,
immo vero nec a me ipso tantum abessem, ut nec te nec item mecum mihi nec
horam quidem vel exiguam esse liceat. Me tibi mihique pari vi Roma abstulit,
quodque forte vix credas, tecum loqui frequentissime videor, mecum vero
nunquam.
Quis enim sese ad me confert e cultiori turba, qui res tuas, studia tua, Lepidinam
illam tuam Phosphoro et sole clariorem non plus admirando quam recensendo
laudet? Quisquis is fuerit, quo cum de re litteraria sermo fiat, sive sideralis
discipline, sive vite aut morum, sive oratorie, sive poesis studiis sit, sermonem
protinus a te incipit, tecum trahit, ac tandem claudit tecum. Ut mecum audires
interdum altercantium hominum pugnas, dum a suis quisque te studiis
appellandum esse contendit. Philosophum te philosophi faciunt, vatem vates,
mathematici mathematicum, ancipiti undecumque certamine que in te
clarissimarum artium claritate prestet. Huiusce ea sunt que uti te et spectare et
audire videar sepissime faciunt, mecum vero et esse et loqui Tyberini fluctus et
urbanorum tumultuum estus prohibent, flantibus enim non ethesiis ut ad Pharias
fauces, sed notis austrisque letalibus obruit miserrima civitas terre marisque
imperiis [impetis] assueta. Expecto ut littere tue nubium et aquarum molestiam
animo pellant meo, Lune enim laxam fluxamque licentiam Iovianis auris
temperatum iri. Hortor postremo te (ut soleo) ad studia religionis et vias Domini,
qui, fortunis, liberis, etate ipsa demum vite abeunte et abeunte in interitum
mundo, unicum presidium esse potest. In omni vita per etatis gradus fuisse te
scio probatissimum, integerrimum, optimum, sed qualem inter mortales esse
decuit. Nunc vero, immortalibus adeundis factus promptior, indue immortalium
mentem, nec inter homines claruisse sufficiat, sed te quoque iunge Deo, ut aut
Deus evadas, aut certe ascribaris numero filiorum Dei.
Se avessi seguito il tuo suggerimento e il mio cuore, o uomo illustre, non soltanto
da te, ma certamente nemmeno da me stesso tanto mi sarei allontanato, che non
mi sia possibile stare nemmeno una piccolissima ora né con te né con me stesso.
Con pari violenza Roma mi ha portato via da te e da me, e cosa che a stento
potrai credere, mi sembra di parlare molto spesso con te, con me invece mai.
Non ve ne è uno tra i più dotti, che quando viene a trovarmi non lodi con
ammirazione piuttosto che con un semplice resoconto le tue vicende, le tue
opere, la tua famosa Lepidina, più brillante della stella del mattino e del sole.
Chiunque sia colui col quale ci si mette a parlare di questioni letterarie, ovvero di
scienza astronomica, o ancora dello studio della vita o dei costumi, o ancora di
oratoria e poesia, il discorso inizia sempre da te, si muove con te e infine si
conclude con te. Certo che con me ne sentiresti ogni tanto di accese contese tra
persone che si mettono a litigare, perché ciascuno ribadisce con forza che tu devi
essere enumerato nel loro settore disciplinare. I filosofi ti considerano un
filosofo, i poeti un poeta, i matematici un matematico, e da una parte e dall’altra
c’è aspra contesa su quale tra le discipline più illustri tu pratichi al meglio. Tali
sono le circostanze che fanno in modo che mi sembri di avere a che fare con te e
di vederti e di ascoltarti, ma le acque del Tevere e il fuoco delle risse cittadine mi
impediscono di essere e parlare con me, poiché qui al soffio non certo di venti
etesii, come alla foce del Nilo, ma di noti e di austri dannosi la città poverissima
va in rovina, abituata oramai agli attacchi della terra e del mare. Attendo che le
tue lettere caccino dal mio cuore il fastidio delle nubi e della pioggia, infatti sarà
mitigata dalle brezze di Gioviano la dissolutezza sciolta e sfrenata della luna. Ti
esorto infine (come sempre) agli studi religiosi e alla via di Cristo, che a chi sta
per abbandonare i beni, i figli e lo stesso tempo infine della vita e sta
abbandonando con la morte il mondo, può essere l’unico sostegno. In tutta la
vita – lo so bene – ad ogni tappa dell’esistenza sei stato il più onesto, il più
integro, il migliore, ma quale è giusto che uno sia tra i mortali. Ora invece, che sei
diventato più pronto ad avvicinarti agli immortali, vesti l’animo degli immortali,
né sia sufficiente essere stato famoso tra gli uomini, ma anche tu unisciti a Dio,
in modo che o tu riesca un dio, o certamente tu sia ascritto nel numero dei figli di
Dio.
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Omnes dii esse possumus, ut David et apostolus canunt, et filii Excelsi omnes.
Namque ut Lucretius non abnuit omnibus ille idem pater est, non aer, unde
fecundus imber decidit, sed celi faber est et auriga Deus, qui ut sacer ei testatur
interpres... Hoc itaque remo veloque in postremo navigationis insurgendum est,
ut palme et premiorum certi, mortem non querelis et clamore perstrepentes more
et vulgi et suum, sed sapientes viros atque bonorum prescios olores imitati cum
cantu et voluptate subeamus. Quod quidem felicissimum genus mortis, immo
beatissime vite genus qui sortiri possunt, non illi aut obire aut emori existimandi
sunt, sed ab integro gigni et nasci potius, feliciore etiam genitura quam que in
geminis et tertia domo obtinuit fortunatum procul a sole Mercurium. Quis enim
in fortunis numeret abesse a formosissima luce, ab austro procul esse
pulcherrimo? Cum sacrum vatem audias libentius, qui bene sancteque e mundi
morte nascentes eo minus adire iustitie et vere lucis solem docet, et quoniam
fons exuberantis est luminis, in eo sese prorsus mersabunt pie ac felices animule.
Inebriabunt in alme lucis pelago, aquas haurient de fontibus Salvatoris, nec
arceri ulla necessitate poterunt a solis fluvio et torrente voluptatis, unde superne
fluviorum rex Eridanus devolvitur amnis, ut etiam in tuo vate arcanum
agnoscas, qui fortunatos campos irrigari eo fluvio monet qui de filio solis leto
prosilierit, quod sexto de republica magni Platonis didicit, ubi de boni filio, de
sole animorum, de eorum luce a Dei filio propinata mentibus multa disputantur.
Tandem ita claudi epistolam velim, si tamen nobis id persuaseris, ut qui a sole in
terris abfuimus, illi saltem in celo iuncti simus.
Vale. Ex Urbe, III Nonas Novembres.
Tutti possiamo essere dei, come cantano Davide e l’apostolo, e tutti figli
dell’Eccelso. Infatti come Lucrezio non negò che per tutti quanti vi è un unico padre
[Lucr. II 992], non l’aria, da dove cade una feconda pioggia, ma il creatore del
cielo e l’auriga Dio, che come gli testimonia quel sacro interprete… Con questo
remo dunque e con questa vela bisogna muoversi nel tratto finale della
navigazione, in modo che sicuri della palma e dei premi, affrontiamo la morte
non con lamenti e grida schiamazzando secondo il costume e del volgo e dei
maiali, ma come uomini sapienti e ben coscienti del bene futuro imitando i cigni
con canti e gioia. E coloro che possono godere di questo certamente felicissimo
genere di morte, anzi genere di vita beatissima, non bisogna credere che
spariscano o muoiano, ma che siano generati ex novo e nascano piuttosto, con una
genitura più fortunata anche di quella che nei Gemelli e nella terza casa presenta
un Mercurio fortunato lontano dal Sole. Chi infatti considererebbe tra le fortune
essere lontano da una luce bellissima, essere lontano da un bellissimo a[u]stro?
Dal momento che ascolti volentieri il santo poeta, che insegna che coloro che
nascono dalla morte del mondo bene e santamente eppure raggiungono il sole
della giustizia e della vera luce, e poiché è fonte di luce traboccante, in lui le
animucce pie e felici si immergeranno completamente. Si ubriacheranno del mare
dell’alma luce, berranno le acque dalle fonti del Salvatore, né potrano trattenersi
per nessun motivo dal fiume del sole e dal torrente del piacere, donde di sopra socrre
l’acqua d’Eridano [Verg. Aen. VI 658-59) re dei fiumi, perché tu sappia riconoscere
il mistero anche nel tuo poeta, che racconta che i campi fortunati sono bagnati da
quel fiume che proruppe dal figlio del sole morto, cosa che nel sesto libro de re
publica del grande Platone si dice, dove si discutono molte cose a proposito del
figlio del bene, del sole delle anime, della loro luce che è offerta alle menti dal
figlio di Dio.
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Iohannes Iovianus Pontanus Egidio S.D.
Napoli, 13 dicembre 1500
Bene habet, minime ipsi absumus. Nam et litteras tuas dum lego, mecum ipse
loqueris, et cum tibi respondeo, presens tete alloquor, simulque congressi una
etiam verba conferimus, qui presentie fructus quidem est quam suavissimus.
Quid autem in amicitia optatius quam presentia uti mutuisque congressionibus?
Aut quid amicitiam ipsam magis testatur aut constituit quam assidua sermonis
familiaritas orationisque communicatio? Bene habet igitur, nam presentes ipsi
sumus, et presentie ipsius muneribus fruimur utimurque officiis.
Sed tu velim desinas eorum mihi mentionem facere, quibus vel ineptie mee sunt
cordi vel ignorantia parum est cognita. Qua in re quid aliud tibi respondeam
quam quod Egidius, ut vir bonus, consuevit benedicere, ut verax autem a natura
non recessit? Non quod mentiri didicerit, sed quod ut Christianus et sacerdos, ut
Augustinianus nimium in credulitatem propensus est atque fidem. Ut enim
predicatorum eximius credi sibi in maximis atque divinis vult rebus, sic ipse aliis
nimium credit, vel concedit potius, in amici presertim laudibus doctrineque
commendatione. Qua in re eo etiam est propensior, quod se me alterum, ut
quidem est, cum dicat, audit nimirum libenter laudes (ut hominum ingenium est)
suas. Desina igitur his posthac moribus dissuere velle amicitiam nostram.
Peccavi, corrigo unitatem, uni enim sumus et voluntate et cogitationibus, addam
et expetitionibus ac rerum humanarum despicientia.
Quod autem ingravescentis me etatis admones, dicam libere quid sentio. Primam
quidem hominis etatem mortalem eam esse nominandam, quo tempore id quod e
celo, id est a Deo, divinum in nos influxit, assuesceret mortalitate ab ipsa infici
suaque ab excellentia declinare, postremam vero immortalem, quo rursum
tempore divina illa pars, confecto iam itinere, regredi in celum incipiat. Itaque
facile patior ab Egidio meo, a me scilicet ipso, in etate [im]mortali immortalitatis
me<e> ipsius admoneri, id quod volens et sponte ipsa mea iam ago, acturus
etiam libentius tali presertim admonitore ac consiliario.
Caro Egidio,
Fai bene, noi non siamo per niente lontani. Infatti e mentre leggo le tue lettere, tu
parli con me, e quando ti rispondo, mi rivolgo a te come se fossi presente, e
allora insieme incontratici ci scambiamo parole: e questo è certamente il più
dolce frutto della vicinanza. Cosa poi più desiderabile in una amicizia che poter
godere della vicinanza e di reciprochi incontri? O cosa più testimonia l’amicizia
stessa o la sostanzia che una continua conversazione familiare e uno scambio di
discorsi? Fai bene dunque, infatti noi siamo presenti, e godiamo dei doni di
questa presenza e dei doveri connessi.
Ma vorrei che la smettessi di farmi menzione di coloro, per i quali o le mie
sciocchezze stanno a cuore ovvero che poco conoscono la mia ignoranza.
Riguardo a questo che cosa altro dovrei risponderti se non che Egidio, da uomo
onesto, era solito dire bene, poiché in vero il verace non si è allontanato dalla
natura? Non per il fatto che ha imparato a mentire, ma perché da Cristiano e da
sacerdote, da Agostiniano è eccessivamente propenso alla credulità e a prestar
fede. In quanto è il più notevole dei predicatori vuole che gli si creda sulle
questioni più importanti e divine e così lui crede troppo agli altri, o piuttosto
cede, in particolare riguardo alle lodi di un amico e ai buoni giudizi sulla sua
dottrina. E a questa cosa è ancor più propenso, per il fatto che poiché dice di
essere quasi un secondo me, come veramente è, ascolta molto volentieri (cosa
tipica degli uomini) le sue lodi. Smetti dunque d’ora in avanti di mettere a
repentaglio con questo modo di fare la nostra amicizia - ho sbagliato, correggo –
la nostra unità, infatti siamo una sola cosa e per volontà e per pensieri, e
aggiungerei anche per desideri e per un po’ di follia riguardo le questioni umane.
Sul fatto poi che mi ammonisci, dal momento che sto facendo vecchio, dirò
liberamente quello che penso. La prima stagione certo dell’uomo va sicuramente
chiamata mortale, e in questo periodo quel qualcosa di divino che dal cielo, cioè
da Dio, è penetrato in noi, si abitua ad essere contaminato dalla mortalità e ad
allontanarsi leggermente dal suo stato di eccellenza. L’ultima invece immortale, e
in quel periodo nuovamente quella parte divina, ormai concluso il suo viaggio,
comincia a ritornare verso il cielo. Quindi facilmente accetto di essere ammonito
dal mio Egidio, ossia da me stesso, in questa stagione mortale su quella stessa
mia immortalità, cosa che volentieri e spontaneamente già faccio, e farò ancora
più volentieri soprattutto avendo avuto un tale ammonitore e consulente.
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Quod vero ad me scribis, vel presens potius ac coram dicis, tecum esse non
posse, in quod, obsecro, erratum, o bone Egidi, in quod, inquam, erratum adeo
pronus incidis? An secum non est Egidius, qui assiduus cum Deo est, qui de Deo
semper cogitat, Deum ubique et queritat, etiam inventum mortalibus ostendit,
accedendique ad illum viam aperit, iterque maxime certum docet?
Inundationes Tyberinas fero quam egerrime propter communia incommoda.
Scias tamen agros quoque Campanos sataque fere omnia sub lacunis desedisse, ut
future annone charitates sint non mediocriter extimescende.
Sed claudenda est epistola, ne divinis a cogitationibus misteriisque ab illis suis
Egidium sevocem. Itaque sic habeto desiderium tui Neapolitanos cepisse
universos, mirifice vero tum litteratos tum patritios.
Ad alias quasdam epistole tue partes nihil dicam, de iis enim quia presentes ipsi
sumus coram rationem habebimus. Unus tamen ut absens te et rogabo et
obtestabor, ut memineris Augustini te in verba iurasse, Mariani optimi et
disertissimi viri memorie vel omnia quidem a te ipso deberi.
Recte vale, atque in divinis sive sermonibus sive predicationibus regna.
Neapoli, Idibus Decembribus MD.
Ma il fatto che mi scrivi, ovvero presente piuttosto mi dici in faccia, che tu non
puoi essere con te, in quale errore – per pietà – o buon Egidio, in quale – dico –
errore sei caduto così malamente? Forse Egidio non è con sé, perché è
continuamente con Dio, perché a Dio sempre pensa, Dio ovunque cerca, e una
volta trovatolo lo mostra ai mortali, e apre la via che porta a lui, e insegna la
strada massimamente sicura?
Decisamente mal sopporto le inondazioni del Tevere per i fastidi che ne derivano
per tutti. Sappi tuttavia che anche le campagne della Campania e quasi tutte le
colture sono state allagate, sicché bisogna temere e non poco scarzezza dei
prossimi raccolti.
Ma devo chiudere questa lettera, per non tener lontano Egidio dalle meditazioni
divine e da quei suoi ministeri. E così sappi che tutti i Napoletani hanno nostalgia
di te, e in maniera particolare poi e i letterati e i patrizi.
Sulle altre parti della tua lettera non dirò niente, su queste cose infatti qualora ci
troveremo a quattr’occhi avremo modo di discutere. Uno solo tuttavia da assente
e chiederò e supplicherò, che tu ti ricordi di aver giurato sulle parole di s.
Agostino, che tutto quasi devi alla memoria dell’ottimo ed eloquente Mariano.
Sta bene e sii il re dei discorsi sacri e delle prediche.
Napoli, 13 dicembre 1500
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