N. REG.SENT. 2/2013
N. R.G.N.R. 3469/2011
N. R.G.Assise 3/2012
REPUBBLICA ITALIANA
__________________________
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI PALMI
PRIMA SEZIONE DI CORTE DI ASSISE
SENTENZA
In data 13.7.2013
depositata in cancelleria il
Il Cancelliere
Composta dai signori:
__________________________
dott.ssa Silvia CAPONE
PRESIDENTE
dott.ssa Maria Laura CIOLLARO
GIUDICE A LATERE
__________________________
Fatto avviso deposito sentenza
Lì ………………………………….
sig. M. Fortunata Gargano
GIUDICE POPOLARE
sig. M. Rosa Borrello
GIUDICE POPOLARE
sig. Ferruccio Demaria
GIUDICE POPOLARE
Il Cancelliere
__________________________
Addì ………………………………
Estratti esecutivi ………………...
sig. Teresa Cosoli
GIUDICE POPOLARE
sig. Graziella Scidone
GIUDICE POPOLARE
…………………………………….
Questura
Art. ……………… Camp. Pen.
sig. Natalina Cammareri
GIUDICE POPOLARE
Addì
Redatt…… sched….. Casellario.
Con l’intervento dei Pubblici Ministeri dott. G. CREAZZO – Procuratore della
Repubblica, dott.ssa G. MASCI – Sostituto, dott. F. PONZETTA – Sostituto
……………………………………
e com. elettorale ……………. ...
……………………………………
ha pronunciato la seguente
Il Cancelliere
SENTENZA
Nei confronti di:
1) CACCIOLA Giuseppe, n. il 12.3.1981 a Cinquefrondi residente in Rosarno via Sicilia, n. 7,
detenuto presente
Assistito e difeso di fiducia dall’avv. Antonio Cimino del foro di Palmi e dall’avv. Gianfranco
Giunta del foro di Reggio Calabria.
2) CACCIOLA Michele n. il 16.12.1958 a Rosarno ivi residente in via Don Gregorio Varrà 26,
detenuto presente
1
Assistito e difeso di fiducia dall’avv. Antonio Cimino del foro di Palmi e dall’avv. Carlo Morace
del foro di Reggio Calabria
3) LAZZARO Anna Rosalba, n. il 10.7.1964 a Taurianova residente in Rosarno via Don
Gregorio Varrà 26, detenuta agli arresti domiciliari presente
Assistita e difesa di fiducia dall’avv. Antonio Cimino del foro di Palmi
IMPUTATI
a) del reato di cui all’art. 110, 572 comma 2 c.p. perché, in concorso morale e materiale tra loro,
attraverso reiterati atti di violenza fisica, consistenti nel malmenarla in più occasioni nonchè mediante vessazioni
psicologiche, attuati nel corso di un lungo periodo di tempo, maltrattavano la figlia e sorella Maria Concetta
Cacciola la quale, in conseguenza dei gravi e reiterati maltrattamenti, si determinava alfine a togliersi la vita
ingerendo acido muriatico.
In particolare ponevano in essere le seguenti condotte:
1. le impedivano di uscire liberamente di casa e di avere amicizie, in particolare da quando il marito Salvatore
Figliuzzi era detenuto in carcere, malmenandola e comunque vessandola ad ogni violazione delle “regole” da essi
imposte;
2. intorno al mese di giugno del 2010 Cacciola Michele e Cacciola Giuseppe, avendo appreso da lettere anonime
che la loro congiunta intratteneva una relazione extraconiugale, la picchiavano violentemente, cagionandole la
frattura ovvero l’incrinatura di una costola, quindi le impedivano di recarsi in ospedale per ricevere le cure,
costringendola a rimanere chiusa in casa ove la facevano clandestinamente curare da sanitario di loro fiducia per
circa tre mesi;
3. a partire dal giugno 2010, in conseguenza dell’arrivo delle predette lettere anonime, Giuseppe Cacciola insieme
ai cugini (figli di Domenico Cacciola) la sottoponeva a continui pedinamenti;
4. dal 27.7.2011 all’8.8.2011, periodo in cui Maria Concetta Cacciola si trovava in località protetta a
Genova, in conseguenza della sua scelta di collaborare con la giustizia, Lazzaro Anna Rosalba e Michele
Cacciola effettuavano continue pressioni psicologiche – consistenti, tra l’altro, nella minaccia di allontanare per
sempre i figli da lei - per costringerla a fare ritorno a Rosarno e ritrattare le dichiarazioni rese all’Autorità
giudiziaria;
Con la recidiva reiterata ex art. 99 comma 4 c.p. per Cacciola Michele
Con la recidiva ex art. 99 comma 1 c.p. per Cacciola Giuseppe
In Rosarno fino al 20.8.2011 (giorno della morte della Cacciola mediante ingestione di
acido muriatico).
b) del reato di cui agli artt. 81, 110, 611 c.p. perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno
criminoso, in concorso morale e materiale tra loro, usavano violenza e minacce per costringere Maria Concetta
Cacciola a commettere fatti costituenti reato. In particolare, mediante violenze psicologiche e minacce di non farle
più vedere i figli, la costringevano a registrare un’audiocassetta, destinata ad essere portata a conoscenza
dell’Autorità Giudiziaria, contenente la ritrattazione di tutte le dichiarazioni precedentemente rese agli
inquirenti riguardanti responsabilità del padre Cacciola Michele e del fratello Cacciola Giuseppe, e la
responsabilità di ulteriori soggetti dalla stessa indicati da Cacciola Giuseppe e Cacciola Michele quali autori di
episodi di omicidio fra cui quello di Macrì Palmiro.
Condotta finalizzata a far commettere a Maria Concetta Cacciola i delitti di:
- falsa testimonianza, avendo costei nella registrazione falsamente affermato di aver reso dichiarazioni all’AG
perché spinta dalla rabbia nei confronti del padre Michele Cacciola e del fratello Giuseppe Cacciola e perché
voleva andare via di casa;
2
-
favoreggiamento personale, poiché, essendo la stessa obbligata a deporre in quanto parte offesa del delitto di cui
all’art. 572 c.p., con la ritrattazione aiutava i suoi familiari ad eludere le investigazioni dell’Autorità;
- autocalunnia, essendosi nella registrazione falsamente incolpata del delitto di calunnia nei confronti del padre
Michele Cacciola e del fratello Giuseppe Cacciola, nonché di ulteriori soggetti indicati quali autori di episodi di
omicidio fra cui quello di Macrì Palmiro.
(capo di imputazione così modificato all’udienza del 31.5.2013)
Con la recidiva reiterata ex art. 99 comma 4 c.p. per Cacciola Michele
Con la recidiva ex art. 99 comma 1 c.p. per Cacciola Giuseppe
In Rosarno fino al 12.8.2011
PPOO: Figliuzzi Salvatore, Figliuzzi Carmela (in qualità di tutrice esercente la potestà sui
minori Figliuzzi Alfonso, Figliuzzi Gaetana e Figliuzzi Rosalba).
CONCLUSIONI DELLE PARTI
Il Pubblico Ministero:
ritenuta la responsabilità di CACCIOLA Giuseppe, CACCIOLA Michele e LAZZARO Anna Rosalba in ordine
a tutti i reati loro ascritti, chiede la condanna per tutti gli imputati alla pena complessiva di 21 anni di reclusione, di cui
18 per il capo a) e 3 per il capo b) previo riconoscimento del vincolo della continuazione; chiede altresì disporsi
l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la sospensione della potestà genitoriale, nonché la trasmissione degli atti per
quanto di competenza in ordine alle deposizioni di Gentile Emanuela, Figliuzzi Alfonso e Ceravolo Michele.
L’Avv. Antonio Cimino in difesa di tutti gli imputati:
assoluzione da tutti i reati ascritti perché il fatto non sussiste. In subordine l’applicazione del minimo della pena e la
concessione dei benefici di legge.
L’Avv. Gianfranco Giunta in difesa dell’imputato CACCIOLA Giuseppe:
assoluzione da tutti i reati ascritti perché il fatto non sussiste.
L’avv. Carlo Morace in difesa dell’imputato CACCIOLA Michele:
assoluzione da tutti i reati ascritti perché il fatto non sussiste.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con decreto del 20-07-2012 il Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Palmi
disponeva il giudizio immediato nei confronti di CACCIOLA Michele, CACCIOLA Giuseppe e LAZZARO
Anna Rosalba, chiamati a rispondere dei delitti meglio specificati nei capi di imputazione trascritti in
epigrafe.
All'udienza del 29 novembre 2012, il Presidente della Corte insediava i giudici popolari
procedendo all’appello nominativo nell’ordine di estrazione e dichiarava che i giudici popolari titolari e i
giudici popolari supplenti Martino Grazia e Pataffio Laura avevano prestato giuramento nella sessione
del 28-09-2012, mentre gli ulteriori supplenti nella sessione del 4-10-2012.
La Corte, rilevata la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 147 comma 2 disp. att. c.p.p.,
autorizzava le riprese audiovisive e la divulgazione televisiva del dibattimento, vietando la sola ripresa
delle immagini degli imputati per non avervi gli stessi acconsentito.
Le Difese eccepivano preliminarmente la nullità del decreto di giudizio immediato per
violazione dell’art. 453 comma 1 ter c.p.p., essendo stato emesso prima che il provvedimento cautelare
3
diventasse definitivo; nonché per violazione dell’art. 454 comma 2 c.p.p. sotto il profilo della violazione
del diritto di difesa, adducendo la mancata trasmissione dei verbali completi delle dichiarazioni rese da
Maria Concetta Cacciola nell’ambito di altro procedimento penale. Il P.M. si opponeva e la Corte, a
seguito della camera di consiglio, pronunciava l’ordinanza di seguito trascritta: “La Corte, a scioglimento
della riserva sulle questioni preliminari, osserva: la Difesa di CACCIOLA Giuseppe ha sollevato eccezione di nullità del
decreto di giudizio immediato per violazione dell’art. 453 comma 1 ter c.p.p., sostenendo che il G.I.P. presso il Tribunale
di Palmi non avrebbe potuto emettere, in seguito all’ordinanza del Tribunale del Riesame di RC emessa in data
17.5.2012 (depositata in data 17.7.2012), decreto di giudizio immediato stante la non definitività del provvedimento
cautelare. La giurisprudenza addotta a sostegno della tesi, e meglio indicata a verbale, non risponde all’arresto
giurisprudenziale più recente e consolidato, a tenore del quale, sulla possibilità di chiedere il giudizio immediato nei
confronti dell’imputato in stato di custodia cautelare dopo la decisione del Tribunale del Riesame e prima della definitività
di tale pronuncia, si è affermata la correttezza dell’opzione in quanto coerente sia con la lettera dell’art. 453 c.p.p comma
1 ter, che parla di definizione del procedimento di riesame anziché di definitività del suo provvedimento conclusivo, sia con
la sentita necessità di accelerare i procedimenti con imputati detenuti, finalità quest’ultima che sarebbe frustrata se il
ricorso al rito immediato fosse subordinato all’imponderabile durata del giudizio di legittimità e delle possibili fasi
rescissorie (Cass. Sez. 1, 3310 del 21.12.2011; sez. 2, 6 aprile 2011 n. 17362; sez. 1, n. 42305 dell’11.11.2010).
È appena il caso di aggiungere – a tale proposito – che il precedente giurisprudenziale costituito dall’ordinanza di nullità
del decreto di giudizio immediato emesso da questo Tribunale in composizione collegiale in data 14.12.2010, è stato
oggetto di sentenza di annullamento senza rinvio da parte della Corte di Cassazione in data 28.6.2011. L’eccezione va
pertanto rigettata nei termini appena esposti. Quanto all’ulteriore questione sollevata dall’avv. Morace – cui si sono
associate anche le altre Difese – relativa alla violazione dell’art. 454 comma 2 c.p.p. sotto il profilo della mancata
trasmissione dei verbali completi delle dichiarazioni rese da Maria Concetta Cacciola nell’ambito del procedimento penale
nr. 1351/11 R.G. Atti D.D.A. si deve in questa sede rilevare come, per pacifica giurisprudenza di legittimità, “una
volta disposto il giudizio immediato il Giudice del dibattimento non può sindacare la sussistenza delle condizioni
necessarie alla sua adozione, poiché non è previsto dalla disciplina processuale un controllo ulteriore rispetto a quello tipico
(ai sensi dell’art. 455 c.p.p.), attribuito al giudice per le indagini preliminari al momento della decisione sulla richiesta di
giudizio immediato. Invero il riconoscimento della possibilità del giudice del merito di sindacare il provvedimento del g.i.p.
– che abbia accolto la richiesta di giudizio immediato avanzata dal p.m. – risulterebbe in contrasto con quelle esigenze di
celerità e di risparmio di risorse processuali che caratterizzano il rito” (Cass. Sez. 6, 6989 del 10.1.2011; sez. 4,
46761 del 25.10.2007; Corte Cost. ordinanza 371 del 2002). Senza recedere dalla superiore valutazione di
inammissibilità dell’eccezione, osserva la Corte nel merito che alcuna omissione ha compiuto il p.m. avendo in effetti, per
pacifica ammissione delle parti, trasmesso tutti gli atti di indagine in suo possesso. Nessun rilievo può essere mosso
all’Ufficio di Procura in ordine alla mancata ostensione delle parti del verbale di s.i.t. “omissate” trattandosi di atto di
indagine secretato per esigenze investigative della Procura Distrettuale. Per questi motivi rigetta tutte le eccezioni proposte
dalle Difese”.
Dichiarata aperta l’istruttoria dibattimentale, le parti avanzavano le rispettive richieste di prova e
la Corte decideva con ordinanza pronunciata in udienza ed allegata al verbale, da intendersi in questa
sede integralmente richiamata, con la quale ammetteva le prove richieste dal P.M. e dalla Difesa (ad
eccezione delle relazioni di servizio del 21.8.2011, del 23.8.2011, del 24.8.2011 e del 29.8.2011 prodotte
dal P.M. non costituendo le stesse atti irripetibili), ammetteva tutte le intercettazioni telefoniche e
ambientali richieste dal P.M. (rigettando l’eccezione di inutilizzabilità sollevata dalla Difesa di Cacciola
Michele per i motivi meglio indicati nella citata ordinanza), e disponeva perizia trascrittiva.
Si procedeva infine all’esame del teste Rattà Francesco.
Alla successiva udienza del 14-12-2012, l’avv. Angela Gaetano in rappresentanza dell’avv.
Panuccio Dattola, nominato curatore speciale dei minori Figliuzzi Alfonso, Figliuzzi Gaetana e Figliuzzi
4
Rosalba con provvedimento del 6.3.2012, chiedeva di essere rimessa in termini per la costituzione di
Parte Civile e per l’esercizio di tutte le facoltà conseguenti adducendo di non aver ricevuto notifica del
decreto di giudizio immediato. Il P.M. si opponeva rilevando la carenza di legittimazione sostanziale e
processuale del richiedente in seguito all’intervenuta nomina del tutore da parte del Giudice Tutelare
presso il Tribunale di Palmi, e le Difese si associavano rilevando altresì l’intempestività della richiesta ai
sensi dell’art. 491 c.p.p.; la Corte, a seguito di camera di consiglio, rigettava l’istanza per difetto di
legittimazione attiva, pronunciando l’ordinanza a verbale di seguito trascritta: “a scioglimento della riserva,
letto il Decreto del Tribunale per i Minorenni, allegato all’atto di costituzione di PC per documentare la legittimazione
dell’odierno istante, rilevato che la nomina dell’avv. Francesca Panuccio Dattola è stata effettuata nell’ambito del
procedimento per la dichiarazione di decadenza di Figliuzzi Salvatore dalla potestà genitoriale ai sensi dell’art. 78 comma
2 c.p.p., a tenore del quale si procede alla nomina del Curatore Speciale quando vi è conflitto di interessi tra il
rappresentante ed i minori dallo stesso rappresentati. Tuttavia la norma appena citata al comma 1 limita efficacia della
nomina «finchè subentri colui al quale spetta la rappresentanza o assistenza», rilevato pertanto che, per effetto della
sopravvenuta nomina da parte del Giudice Tutelare presso il Tribunale di Palmi del tutore per le due bambine e del tutore
provvisorio per Figliuzzi Alfonso, ai sensi dell’art. 77 comma 2 c.p.p. l’esercizio dei diritti civili e ai sensi dell’art. 77
comma 1 c.p.p. delle stesse rappresentanze del procedimento nel processo penale compete alle figure tutorie nominate dal
Giudice Tutelare regolarmente citate nell’ambito di questo procedimento giusto decreto di questo Presidente del
25.10.2012 con cui su richiesta dell’Ufficio di Procura veniva differita la prima udienza al fine della regolare vocatio in
ius anche dei rappresentanti legali delle Persone Offese. Tutto ciò premesso dichiara inammissibile, per difetto di
legittimazione attiva, l’istanza proposta dal difensore del curatore speciale nominato dal Tribunale per i minorenni e
dispone procedersi oltre”.
L’avv. Giunta, per la difesa di CACCIOLA Giuseppe, eccepiva poi l’inutilizzabilità
dell’intercettazione telefonica del 13.8.2011 ore 13.20, in uscita dalla Casa Circondariale di Larino, per
difetto della specifica autorizzazione prevista ai sensi dell’art. 18 ter ord. pen.; il P.M. si opponeva
rilevando come il colloquio fosse legittimamente registrato nei confronti di un soggetto consapevole di
essere captato ai sensi dell’art. 4 bis ord. pen. La Corte, all’esito della camera di consiglio, accoglieva
l’eccezione sollevata dichiarando inutilizzabile la conversazione in argomento con ordinanza dettata a
verbale, cui in questa sede ci si riporta integralmente.
Veniva dunque conferito incarico di trascrizione delle intercettazioni telefoniche (eccetto quella
del 13.8.2011 c/o la Casa Circondariale di Larino) e ambientali richieste dal P.M. al perito Antonino
Noto, concedendo allo stesso il termine di 60 giorni per il deposito dell’elaborato.
Si procedeva poi all’escussione del teste Carli Carlo; durante la sua deposizione l’avv. Morace,
per la difesa di CACCIOLA Michele, eccepiva l’inutilizzabilità della testimonianza – nella parte in cui
venivano riferite le dichiarazioni apprese dalla persona offesa – per violazione dell’art. 195 comma 4
c.p.p.; la Corte, a scioglimento della riserva assunta, rigettava l’eccezione pronunciando la seguente
ordinanza allegata al verbale d’udienza: “la questione posta all’attenzione della Corte è stata oggetto di approfondita
trattazione da parte della giurisprudenza di legittimità che ha delineato i limiti del divieto di testimonianza sancito
dall’art.195 c.p.p. nella citata sentenza Sez.Unite n.28-05-2003 Torcasio. Come è noto l'art. 195/4° c.p.p., nella
vigente formulazione, vieta la testimonianza del funzionario di polizia "sul contenuto delle dichiarazioni acquisite da
testimoni con le modalità di cui agli art. 351 e 357/2° lett. a e b". Si è voluto circoscrivere il divieto della testimonianza
indiretta, in attuazione della nuova formulazione dell'art. 111 Cost. soltanto agli atti tipici di contenuto dichiarativo
compiuti dalla p.g., i quali devono essere documentati mediante la redazione di un apposito verbale.
Ne consegue che gli "altri casi per i quali l'art. 195/4° legittima la testimonianza de auditu del funzionario di polizia si
riducono alle sole ipotesi in cui dichiarazioni di contenuto narrativo siano state rese da terzi e percepite dal funzionario "al
di fuori di uno specifico contesto procedimentale di acquisizione delle medesime", in una situazione operativa eccezionale o
di straordinaria urgenza e, quindi, al di fuori di un "dialogo tra teste e ufficiale o agente di p.g., ciascuno nella propria
5
qualità".”
Pertanto il riferimento alle "modalità di cui agli art. 351 e 357 c.p.p." contenuto nell'art. 195/4° c.p.p. non può essere
interpretato nel senso di rendere legittima la testimonianza di secondo grado del funzionario di polizia in caso di mancata
verbalizzazione dell'atto di acquisizione delle informazioni ricevute solo ove ne sussisteva l’obbligo. Per dare un senso
all’eccezione prevista dall’art.195 comma 4 c.p.p. l’interpretazione aderente ai principi ordinamentali è che “gli altri casi”
quindi riguardino le dichiarazioni percepite dal funzionario di polizia al di fuori del suo compito istituzionale di soggetto
destinato a raccoglierle, compito al quale precisamente intende alludere il rinvio agli artt.351 e 357 c.p.p.. A queste
condizioni, la testimonianza dell’ufficiale o dell’agente di p.g. non si differenzia da quelle di qualunque cittadino perché le
informazioni non sono state ricevute nell’esercizio di un potere ad hoc, funzionalmente rivolto all’accertamento del fatto, e
dunque il divieto non potrebbe essere applicato. Rispondono a tali requisiti le dichiarazioni raccolte nel corso di una
diversa attività di indagine (portate incidentalmente a conoscenza degli organi di P.G. e vertenti su circostanze diverse da
quelle oggetto di indagine) o nel corso di attività anche atipica (quale, come nel caso di specie, la notifica dell’atto garantito
nei confronti della persona offesa quale rappresentante legale del figlio minore Figliuzzi Alfonso). La sopravvenuta
irripetibilità della dichiarazione oggetto di testimonianza, in ragione dell’intervenuto decesso della dichiarante, rende
utilizzabile la testimonianza in applicazione della deroga espressa di cui all’art.195 comma 3 c.p.p.. La testimonianza
pertanto è ammissibile”.
Nel corso della medesima deposizione veniva ordinato l’allontanamento dall’aula dell’imputato
Michele CACCIOLA il quale, nonostante i ripetuti ammonimenti, proferiva parole ingiuriose nei
confronti del teste.
Venivano infine escussi i testi Boracchia Ivan e Ceccagnoli Gianluca.
All’udienza del 17 dicembre 2012, veniva completata l’escussione del teste Gianluca Ceccagnoli;
veniva quindi acquisita, nulla opponendo le Difese, la documentazione prodotta dal P.M., e
specificamente l’istanza di differimento presentata in sede di indagini preliminari da LAZZARO Anna
Rosalba con allegata certificazione sanitaria, a firma del dott. Michele Ceravolo, attestante le precarie
condizioni di salute dell’imputata.
All’udienza del 31 gennaio 2013, veniva sentito il teste Currò Francesca; all’esito della sua
deposizione il P.M. chiedeva l’acquisizione – quale documento – del colloquio del 13.8.2011 delle ore
13.30 tra Figliuzzi Salvatore, all’epoca detenuto presso la Casa Circondariale di Larino, la figlia Gaetana
e la sorella Giorgia, depositando memoria a sostegno della propria istanza. La Difesa si opponeva
riportandosi all’eccezione già sollevata in sede di ammissione dei mezzi di prova. La Corte riservava la
decisione.
Venivano di seguito escussi gli ulteriori testi Esposito Salvatore, Lucia Fortunato, Orsino
Enrico, Coco Ilenia.
Introdotto l’isp. Priteso Pasquale, il P.M. chiedeva che si procedesse all’ascolto in aula della
cassetta contenente la voce di Maria Concetta Cacciola in quanto funzionale all’esame del teste; la
Difesa si opponeva rilevando come la richiesta fosse da qualificarsi come integrazione probatoria ai
sensi dell’art. 507 c.p.p. ed invitando nel contempo la Corte a disporre eventualmente perizia sul
contenuto del nastro. La Corte, all’esito della camera di consiglio, pronunciava la seguente ordinanza
trascritta a verbale: “a scioglimento della riserva, rilevato che dalle indicazioni dell’addetto al servizio di registrazione
dell’attività di udienza risulta che il testo del supporto audio ascoltato in aula costituirà oggetto di trascrizione in quanto
registrato, ritenuto che la prova sia rappresentata proprio dal supporto audio e che la perizia trascrittiva è solo uno
strumento eventuale per consentire la traduzione in forma grafica del testo, ritenuto che nel caso di specie, stante l’unicità
del colloquio è possibile procedere all’ascolto con trascrizione rimessa al tecnico, accoglie le richiesta del P.M.”.
6
Si procedeva dunque all’apertura del plico sigillato, già allegato al fascicolo del P.M., ed
all’apertura della busta contenente la cassetta; in seguito all’ascolto di quest’ultima venivano escussi i
testi Pasquale Priteso, Garruzzo Salvatore, Trunfio Antonino e Teatino Alessandro. Venivano poi
acquisite le consulenze tecniche redatte, rispettivamente, dagli ultimi tre testi.
La Corte disponeva, ai sensi dell’art. 507 c.p.p., perizia fonico-trascrittiva sull’audiocassetta al
fine di accertare eventuali anomalie nella registrazione. Su rinuncia del P.M. non opposta dalle Difese
veniva revocata l’ordinanza di ammissione dell’esame dei testimoni Cuiuli, Surace, Busà e Gugliandro,
stante la sopravvenuta superfluità della prova.
All’udienza del 7 febbraio 2013, a scioglimento della riserva assunta in data 31-01-2013 sulla
richiesta di acquisizione del colloquio telefonico di Figliuzzi Salvatore del 13.8.2011, la Corte
pronunciava la seguente ordinanza: “allega il richiedente che la registrazione del colloquio telefonico effettuata ai
sensi degli artt. 18 dell’Ordinamento Penitenziario e 39 comma VII del reg. esecutivo, disposta ex lege nei confronti dei
detenuti ex 4 bis della legge penitenziaria, costituisce un documento fonografico in quanto tale utilizzabile nel processo
anche a fini probatori.
Non condivide questa Corte la distinzione per categorie tra atti processuali e documenti prospettata dall’Ufficio di
Procura che ancora la definizione di documento alla sua formazione extraprocessuale e per fini diversi da quelli probatori:
documento, ai sensi dell’art. 234 c.p.p., è qualunque supporto rappresentativo di fatti, persone o cose mediante fotografia,
cinematografia, fonografia o qualsiasi altro mezzo. Piuttosto il codice di procedura penale disciplina l’acquisizione dei
suddetti mezzi rappresentativi in maniera diversa, a seconda che si siano già formati fuori dal processo o che invece il
mezzo di prova si cristallizzi nell’ambito del procedimento.
Ciò premesso non corre dubbio che la registrazione del colloquio telefonico, richiesto dal detenuto condannato con
sentenza definitiva per uno dei reati di cui all’art. 4 bis della legge penitenziaria, rappresenti un documento fonografico.
Ma anche il supporto fonico su cui è impresso il colloquio intercettato è un documento fonografico, costituente prova nel
processo, solo eventualmente accompagnato dalla perizia trascrittiva che ne agevola la intelligibilità mediante la traduzione
in forma grafica.
Diverso tuttavia è il regime di utilizzabilità processuale del colloquio captato clandestinamente in forza del
decreto intercettivo e del colloquio telefonico autorizzato nei confronti del detenuto o internato per i reati di cui all’art. 4 bis
dell’ord. penit.
Per la individuazione della disciplina applicabile nei due casi soccorre la definizione di intercettazione telefonica
effettuata dalla sentenza Sez. Un. 28 maggio 2003 n. 36747/3 Torcasio.
Secondo la citata sentenza le intercettazioni regolate dagli artt. 266 e segg. c.p.p. consistono nella captazione
occulta e contestuale di una comunicazione o conversazione tra due o più soggetti che agiscano con l’intenzion di escludere
altri e con modalità oggettivamente idonee allo scopo, attuata da soggetto estraneo alla stessa mediante strumenti tecnici di
percezione tali da vanificare le cautele ordinariamente poste a protezione del suo carattere riservato. Ne consegue che la
registrazione fonografica di un colloquio, svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, ad opera di un soggetto
che ne sia o partecipe o comunque ammesso ad assistervi, non è riconducibile, quantunque eseguita clandestinamente, alla
nozione di intercettazione, ma costituisce forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, della quale può disporsi
legittimamente anche a fini di prova nel processo secondo la disposizione dell’art. 234 c.p.p., e fatti salvi gli eventuali
divieti di divulgazione del contenuto della comunicazione che si fondino sul suo specifico oggetto o sulla qualità rivestita
dalla persona che vi partecipa.
Pertanto la registrazione fonografica di conversazioni o comunicazioni realizzata, anche clandestinamente, da
soggetto partecipe di dette comunicazioni o comunque autorizzato ad assistervi, costituisce – sempre che non si tratti della
riproduzione di atti processuali – prova documentale secondo la disciplina dell’art. 234.
Non vi è dubbio che la registrazione del colloquio telefonico dei detenuti per i reati di cui all’art. 4 bis della legge
penitenziaria è autorizzata ex lege.
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In merito si rileva che il d.l. 187/93 è intervenuto sulla norma regolamentare (successivamente sostituita dal 7°
co. Dell’art. 39 reg. esec.) articolando la disciplina sulla distinzione tra detenuti ed internati per i reati di cui all’art. 4 bis
ord. penit. e tutti gli altri ristretti: per questi ultimi l’autorità competente a disporre il visto di controllo sula
corrispondenza (oggi individuata dall’art. 18 ter comma 3° ord. pen.) può stabilire che «le conversazioni telefoniche
vengono ascoltate e registrate», mentre per i primi «è sempre disposta la registrazione». In tal modo nei confronti dei
detenuti sottoposti a regime ordinario costituisce un’eccezione l’ascolto e la registrazione delle comunicazioni telefoniche,
subordinandola ad un espresso provvedimento giudiziario accessorio a quello di accoglimento dell’istanza, corredato di una
congrua motivazione; per i detenuti considerati dal legislatore maggiormente pericolosi è invece la legge stessa a statuire in
ogni caso la limitazione della libertà di comunicazione, con esclusione di qualsiasi discrezionalità da parte dell’a.g. Per
questa categoria di detenuti, quindi, il provvedimento dell’autorità giudiziaria volto ad autorizzare le conversazioni
telefoniche costituisce ipso iure anche la fonte autorizzativa della registrazione delle medesime conversazioni.
Ne consegue che il detenuto per uno dei reati di cui all’art. 4 bis della legge penitenziaria già nel richiedere
l’autorizzazione al colloquio telefonico rinuncia implicitamente alla riservatezza del colloquio ben sapendo che la stessa
legge esecutiva impone la registrazione della comunicazione, che verrà effettuata da un dipendente dell’amministrazione
penitenziaria deputato anche all’ascolto.
La compressione a monte effettuata dal legislatore del diritto alla riservatezza del colloquio del detenuto per uno
dei reati ex art. 4 bis in favore della esigenza di prevenzione dei reati rende superflua l’applicazione della disciplina delle
intercettazioni, che finirebbe per inutilmente sovrapporsi alla captazione già autorizzata per legge.
Ne consegue che, in costanza di specifico provvedimento autorizzativo emesso dall’autorità giudiziaria competente,
la registrazione dei colloqui dei detenuti per i reati di cui all’art. 4 bis della legge penitenziaria, in quanto strumento
captativo non clandestino ed eventuale ma certo e noto anche ai conversanti, è processualmente utilizzabile. Per questi
motivi acquisisce il colloquio telefonico di cui alla richiesta del P.M. e dispone sin da adesso perizia trascrittiva dello stesso,
riservando il conferimento dell’incarico al perito Noto Antonino alla prossima udienza”.
Si procedeva dunque all’escussione della teste Pesce Giuseppina; la Difesa insisteva per sentirla
ai sensi dell’art. 210 c.p.p., il P.M. si opponeva rilevando l’assenza di qualsiasi profilo di connessione tra
i reati ascritti alla collaboratrice di giustizia e quelli oggetto del presente procedimento. La Corte,
ritenendo condivisibili le osservazioni del P.M., rigettava la richiesta con ordinanza trascritta a verbale
cui, in questa sede, ci si riporta integralmente.
All’esito della deposizione l’imputata LAZZARO Anna Rosalba rendeva spontanee dichiarazioni
e, su richiesta del P.M., la Corte acquisiva una missiva del 24.6.2011, inviata dal detenuto Palaia Rocco
alla moglie Pesce Giuseppina, in quanto oggetto della deposizione della teste e dalla stessa consegnata
spontaneamente all’A.G.
Venivano poi sentiti i testi Leonardo La Vigna e l’avv. Morace si opponeva acchè il teste
riferisse sulle dichiarazioni rese da Maria Concetta Cacciola nel corso del procediemnto per la
sottoposizione al programma di protezione, in quanto acquisite in forma diversa da quelle previste dal
codice di procedura penale ed in quanto non oggetto di percezione diretta del teste. Il P.M. insisteva
nell’esame del teste così come articolato nel capitolato di prova rilevando che l’acquisizione delle
dichiarazioni era intervenuta nel corso di un procedimento amministrativo e che, dunque, non
necessitava del rispetto delle norme procedurali previste dal codice; il Presidente, condividendo le
ragioni esposte dal P.M., disponeva procedersi regolarmente all’esame.
Veniva quindi introdotta la minore Figliuzzi Gaetana; la Corte disponeva che l’esame di
quest’ultima avvenisse a porte chiuse ex art. 472 comma 4° c.p.p. e che, ai sensi dell’art. 498 comma 4
bis c.p.p., lo stesso fosse condotto con le modalità di cui all’art. 398 comma 5 bis c.p.p. al fine di
assicurare la serenità della testimone. All’esito della deposizione, su richiesta dell’avv. Cimino veniva
acquisita corrispondenza epistolare tra la teste e l’imputato Michele CACCIOLA.
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Il P.M. produceva documentazione indicizzata; la Difesa chiedeva termine sino all’udienza di
rinvio per interloquire in merito.
All’udienza del 25 febbraio 2013, il perito Antonino Noto confermava l’elaborato peritale
depositato in atti ed assumeva l’incarico di trascrivere le ulteriori conversazioni intercettate di cui
all’elenco integrativo depositato dal P.M., chiedendo termine di 15 giorni per l’espletamento dello
stesso.
Veniva quindi conferita perizia fonico-trascrittiva sulla microcassetta ascoltata all’udienza del
31.1.2013 al prof. Luciano Romito, concedendogli termine di 30 giorni per il deposito dell’elaborato.
Si procedeva poi all’escussione dei testi La Camera Domenico e Gentile Emanuela.
La Difesa chiedeva l’acquisizione della documentazione meglio specificata nella richiesta scritta
che depositava e contestualmente si opponeva alla richiesta di produzione documentale formulata dal
P.M. all’udienza del 7.2.2013. La Corte riservava la decisione.
All’udienza del 7 marzo 2013 il processo veniva rinviato per precaria composizione della
Corte.
All’udienza del 24 marzo 2013, si procedeva all’escussione dei testi Improta Pasquale,
Shevelova Nataliya e Lombardi Vincenzo.
L’imputato Michele CACCIOLA rendeva spontanee dichiarazioni.
All’udienza dell’8 aprile 2013, veniva esaminato il perito Noto in merito agli esiti dell’attività
di trascrizione di cui era stato incaricato e che era stata espletata con deposito dell’elaborato in atti, e si
procedeva, ai sensi dell’art. 210 c.p.p., all’esame degli Avvocati Gregorio Cacciola e Vittorio indagati in
procedimento connesso; all’esito delle deposizioni veniva acquisita la documentazione sottoposta in
visione agli stessi nel corso delle rispettive deposizioni, nonché di copia fotostatica dell’agenda dell’avv.
Cacciola.
All’udienza del 13 maggio 2013, alla quale l’imputato CACCIOLA Michele era rinunciante, con
il consenso delle parti all’inversione dell’ordine di assunzione delle prove, veniva sentito prima il teste
Figliuzzi Alfonso (indotto dalla Difesa) – ai sensi dell’art. 472 comma 4° c.p.p. stante la minore età dello
stesso – e poi il teste del P.M. Dodaro Stefano.
Su richiesta della Difesa si procedeva alla comparazione tra l’originale dell’agenda depositata in
cancelleria dall’avvocato Cacciola e le fotocopie della stessa (acquisita all’udienza dell’8.4.2013)
verificandone – nel contraddittorio tra le parti – la corrispondenza.
Veniva esaminato il perito Luciano Romito il quale confermava il contenuto dell’elaborato
peritale depositato in atti.
Il P.M. chiedeva produrre tabulati telefonici ed elaborati della P.G., epurati delle parti valutative,
su supporto informatico e su copia cartacea; la Corte, nulla opponendo le Difesa, acquisiva la
documentazione richiesta.
Gli imputati CACCIOLA Giuseppe e LAZZARO Anna Rosalba dichiaravano di non voler rendere
esame e su richiesta del P.M., nulla opponendo le Difese, venivano acquisiti ai sensi dell’art. 513 c.p.p. i
verbali di interrogatorio resi dalla LAZZARO e da CACCIOLA Michele dinanzi al G.I.P. di Palmi in data
13.2.2012.
Si procedeva infine all’escussione dei testi della Difesa Mammoliti Giuseppina, Pepè Maria
Carmela, Fazzari Teresa e Cacciola Gregorio.
9
Su rinuncia dell’avv. Cimino, nulla opponendo le altre parti, veniva revocata l’ordinanza di
ammissione dell’esame dei testimoni Figliuzzi Anna Rosalba, Gentile Maria Concetta, Grasso Desiree e
Fazzari Dorette, stante la sopravvenuta superfluità della prova.
All’udienza del 31 maggio 2013, venivano sentiti i testi (indotti dalla Difesa) Montagnese
Anna Carmela, Fazio Patrizia, Tutino Maria Concetta, Ceravolo Michele, Fazio Alessandra, Berrica
Alessandra (la cui consulenza tecnica di parte veniva acquisita d’ufficio dalla Corte), Cacciola Rocco e
Tirintino Morena.
L’avv. Cimino rinunciava all’esame del teste di lista Ventre Domenico e del consulente fonico
Crocitta Roberto e, nulla opponendo le altre parti, la Corte ne revocava l’ordinanza ammissiva.
Su richiesta della medesima Difesa veniva acquisita copia a colori del “quadretto” regalato da
Cacciola Maria Concetta alla madre, oggetto della deposizione di Pepè Maria Carmela.
Il P.M. formulava avviso di deposito di attività integrativa di indagine ai sensi dell’art. 430 c.p.p.,
ed in particolare ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’operazione cd. “Califfo” su
supporto informatico e decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dal P.M. presso la Procura
Distrettuale di Reggio Calabria del 5.4.2013 nell’ambito dell’operazione cd. “Tramonto”; nota del
29.5.2013 con allegati verbali di s.i.t. rese da Cacciola Maria Concetta in data 25.5.2011 e 28.6.2011,
trasmessa dalla D.D.A. di Reggio Calabria alla Procura di Palmi.
Il P.M. procedeva infine alla modifica del capo b) dell’imputazione come da nota scritta allegata
al verbale d’udienza, di cui dava lettura.
A questo punto il Presidente avvisava gli imputati della facoltà di chiedere termine a difesa e gli
stessi – tramite i loro difensori – dichiaravano di volersene avvalere.
All’udienza del 25 giugno 2013, l’avv. Cimino rinunciava ai residui testi della propria lista e la
Corte, nulla opponendo le altre parti, ne revocava l’ordinanza ammissiva.
Il P.M. chiedeva l’acquisizione del decreto di fermo emesso dalla Procura Distrettuale presso il
Tribunale di Reggio Calabria nell’ambito del procedimento n. 9762/11 R.G.N.R. D.D.A. a carico di
Pesce Giuseppe+altri, meglio conosciuto come “operazione Califfo”, e del decreto di fermo e relativa
ordinanza di convalida emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Palmi nell’ambito del procedimento n.
891/12 R.G.N.R. D.D.A. nei confronti di Spanò Aurora+altri, meglio conosciuto come “operazione
Tramonto”, al solo fine di documentare il dato storico dell’emissione di provvedimenti cautelari in
seguito alle dichiarazioni di Maria Concetta Cacciola.
Chiedeva altresì l’acquisizione del verbale di sommarie informazioni testimoniali rese dalla p.o.
in data 25.5.2011, in forma più estesa rispetto a quello già acquisito, in forma omissata, all’udienza del
29.11.2012; nonché verbale di sommarie informazioni reso da Maria Concetta Cacciola in data 28
giugno 2011 con allegato fascicolo fotografico sottoposto in visione alla testimone di giustizia per la
ricognizione.
Le Difese si opponevano a tutte le richieste del P.M. reiterando l’eccezione di nullità del decreto
di giudizio immediato e della modifica del capo di imputazione, in quanto l’azione penale risultava così
esercitata sulla scorta di atti solo parzialmente ostesi alla Difesa; in subordine chiedeva che la Corte
d’Assise di Palmi interloquisse formalmente con la Procura Distrettuale presso il Tribunale di Reggio
Calabria in ordine all’attualità delle esigenze di mantenimento, almeno parziale, del segreto istruttorio
sulle dichiarazioni rese dalla Cacciola.
Le Difese chiedevano altresì, nell’interesse dei propri assistiti, l’ammissione al rito abbreviato sia
in relazione al capo b) dell’imputazione, formalmente oggetto di modifica, sia in relazione al capo a),
10
evidenziando i rapporti di stretta connessione tra le due fattispecie; invocavano a tale proposito una
lettura “allargata” della sentenza della Corte Costituzionale del 22.10.2012.
La Corte, all’esito della camera di consiglio, acquisiva la documentazione prodotta dal P.M. e
rigettava le richieste delle Difese pronunciando la seguente ordinanza: “La Corte, sentite le Parti, a
scioglimento della riserva osserva. A seguito di attività integrativa di indagine, svolta dal P.M. durante la celebrazione del
dibattimento, e pertanto dopo il decreto di giudizio immediato, è stata chiesta dallo stesso requirente l’allargamento della
piattaforma probatoria mediante la produzione della documentazione di cui oggi è stata richiesta l’acquisizione.
A fronte delle questioni sollevate dalle Difese, non è ultroneo precisare che le indagini integrative si caratterizzano per il
fatto che il loro obiettivo, a differenza delle indagini preliminari che sono funzionali all’esercizio dell’azione penale, è
quello di formulare per mezzo di esse, richieste al giudice del dibattimento, come recita testualmente l’art.430 comma I
c.p.p.. Tra le attività dibattimentali a cui sono finalizzate le indagini integrative rientrano certamente anche tutte quelle
volte a meglio definire l’esercizio dell’azione penale attraverso gli istituti della modifica del capo di imputazione mediante
descrizione di un fatto diverso da quello in origine contestato, o della contestazione suppletiva ai sensi dell’art.12 lett.b)
c.p. o di circostanza aggravante.
La disciplina in questione è espressione del principio di continuità delle investigazioni, come affermato dalla Corte Cost.
con pronunzia del 3 febbraio 1994 n.16.
Deve pertanto essere fugato il campo da ogni questione adombrata dalle difese in punto di patologia dell’evoluzione
dibattimentale conseguita.
In primo luogo, stante il rapporto funzionale sopra evidenziato tra le investigazioni integrative e le richieste del P.M. al
giudice del dibattimento, non si ritiene che l’acquisizione dei nuovi elementi al dibattimento costituisca un antefatto
necessario ed indispensabile alla modifica del capo di imputazione. Tale accezione è ancor più sostenibile alla luce della
giurisprudenza di legittimità che consente che la modifica dell’imputazione o la contestazione del reato concorrente possano
essere effettuate dopo l’avvenuta apertura del dibattimento e prima dell’espletamento dell’istruzione dibattimentale, e
dunque anche sulla sola base degli atti già acquisiti dal P.M. nella fase delle indagini preliminari (Cass. Sez.Unite 28
ottobre 1998; Sez.IV 19-02-2004).
In secondo luogo la produzione, sotto forma di verbali di s.i.t. delle dichiarazioni rese da persona ormai deceduta, non può
essere negata in ragione degli omissis apposti a parte dei verbali stessi.
Sul punto occorre ribadire il distinguo tra il vaglio di attendibilità che della propalatrice dovrà effettuarsi nei procedimenti
scaturiti dalle dichiarazioni accusatorie rese nei confronti di terzi, nell’ambito dei quali la CACCIOLA ove in vita
avrebbe assunto la qualifica di testimone di giustizia, dalla valutazione della sua attendibilità nel presente procedimento,
in cui la CACCIOLA è persona offesa rispetto ai reati oggetto di cognizione. Nei primi infatti la CACCIOLA, in
quanto soggetto portatore di accuse del tutto estraneo ai fatti narrati, deve essere ritenuta attendibile a seguito di rigoroso
vaglio attraverso un giudizio di attendibilità intrinseca ed estrinseca; nel presente procedimento la CACCIOLA è invece
conoscitrice diretta dei fatti da lei narrati in quanto vissuti in prima persona, e pertanto la sua attendibilità va vagliata
secondo i canoni definiti dalla giurisprudenza in merito alle dichiarazioni rese dalla persona offesa.
Ne consegue che la presenza delle parti omissate non è ostativa all’acquisizione delle parti degli stessi atti già ostese.
Non è altresì sindacabile da parte di questa A.G. la scelta del P.M. distrettuale di mantenere la copertura investigativa a
tutela delle indagini in corso ai sensi dell’art.329 c.p.p., con conseguente dichiarazione di inammissibilità della richiesta
formulata dalle difese sul punto.
Nulla quaestio sull’acquisibilità dei provvedimenti cautelari nei limiti probatori richiesti dal P.M., e ritenuta la rilevanza
degli stessi.
Tutto ciò premesso acquisisce tutta la documentazione oggi prodotta dal P.M.
Quanto all’eccezione sollevata dall’Avv. Giunta, vertente sulla richiesta di restituzione degli atti al P.M. per effetto della
modifica dell’imputazione in relazione a reato per cui è prevista la celebrazione dell’udienza preliminare, la Corte osserva
che la modifica effettuata dal P.M. ha riguardato un segmento della condotta già insito nella contestazione originaria, non
essendo mutata la qualificazione del reato, ed essendosi il P.M. limitato a specificare la portata delle “dichiarazioni
11
precedentemente rese agli inquirenti “ dalla CACCIOLA.
Persistono pertanto i presupposti di cui all’art.453 c.p.p. per l’immediato cautelare, non concretandosi la modifica dell’
imputazione in un mutamento del titolo da reato a citazione diretta a reato per cui è prevista l’udienza preliminare, ed
essendo stati comunque gli imputati in condizione di difendersi già in sede di interrogatorio ex art.294 c.p.p..
Infine deve essere dichiarata inammissibile la richiesta degli imputati di definizione del procedimento con le forme del rito
abbreviato con riguardo a tutti i reati loro contestati.
A seguito delle pronunce della Corte Costituzionale la disciplina dei riti alternativi in seguito alla modifica del capo di
imputazione è così sinteticamente rappresentabile:
a) Alla modifica dell’imputazione mediante la descrizione di fatto diverso ai sensi dell’art.516 c.p.p. e/o
contestazione suppletiva ai sensi dell’art.517 c.p.p. per effetto della sopravvenienza processuale c.d. patologica
(esercitata sulla base di elementi già presenti agli atti del P.M. nella fase delle indagini preliminari) consegue la
facoltà dell’imputato di chiedere la definizione con riti alternativi (Corte Cost.333 del 18-12-2009);
b) Alla contestazione suppletiva ai sensi dell’art.517 c.p.p. a seguito di emergenze dibattimentali c.d. “fisiologiche”
(esercitata sulla base di elementi probatori sopravvenuti nel corso del dibattimento) consegue la facoltà
dell’imputato di chiedere la definizione con le forme del rito abbreviato (Corte Cost.237 del 22-10-2012).
Dalla lettura delle norme citate come interpretate dalla Corte Costituzionale nelle sentenze richiamate, si desume pertanto
che a seguito di modifica del capo di imputazione, per descrizione di fatto diverso ricompreso nell’alveo della condotta
originariamente contestata, non già per effetto di elementi investigativi presenti agli atti del P.M., bensì sopravvenuti per
effetto dell’integrazione probatoria (e pertanto nell’ambito della fisiologia del processo per quanto sopra già motivato), come
verificatosi nel caso in esame, all’imputato, che non esercitando tempestivamente la facoltà di chiedere riti alternativi ha
accettato il rischio dell’evoluzione del processo, è garantito il diritto di difesa unicamente mediante l’articolazione di nuove
richieste istruttorie.
Tale ultimo diritto trova il suo fondamento giuridico non solo nell’art.493 c.p.p. quale effetto dell’allargamento dei mezzi
di prova nel caso di specie operato dal P.M., ma anche nell’art.519 comma II ultimo periodo come modificato dalla
sentenza della Corte Costituzionale n.241 del 3 giugno 1992 che non subordina più l’ammissione delle nuove prove alla
ricorrenza dei presupposti di cui all’art.507 c.p.p.”.
In seguito alla pronunzia sopra riportata l’avv. Morace sollevava questione di legittimità
costituzionale dell’art. 516 c.p.p., in relazione agli artt. 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui non
consente la definizione con il rito abbreviato a seguito della modifica del capo di imputazione per
effetto dell’evoluzione fisiologica del dibattimento; ed in particolare per violazione dell’art. 3 Cost. nella
misura in cui si verifica una disparità di trattamento e una violazione del principio di uguaglianza
rispetto all’ipotesi in cui è consentita la definizione con il rito abbreviato a seguito di contestazione
suppletiva per effetto della cosiddetta evoluzione fisiologica del dibattimento; e per violazione dell’art.
24 Cost. perché si limiterebbe la scelta dell’imputato nell’accesso ai riti alternativi.
Il P.M. chiedeva termine per poter interloquire depositando in Cancelleria memoria scritta e la
Corte aggiornava il processo ad altra data.
All’udienza del 3 luglio 2013, la Corte scioglieva la riserva assunta il 25 giugno dando lettura
della seguente ordinanza allegata al verbale di udienza: “A scioglimento della riserva sulla questione di
legittimità costituzionale proposta dalle difese all’udienza del 25 giugno 2013 dell’art.516 c.p.p., in riferimento agli artt.
3 e 24 secondo comma della Costituzione «nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice
del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al processo concernente il reato la cui contestazione è modificata in
dibattimento, quando la modifica deriva da fatti emersi solo nel corso dell’istruzione dibattimentale» osserva: appare utile
ai fini della soluzione della questione sollevata ripercorrere brevemente l’evoluzione della giurisprudenza costituzionale in
materia di riti speciali e garanzie dell’imputato.
Con la sentenza n.237 del 22-10-2012 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art.517 c.p.p., nella parte in
12
cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al
reato concorrente emerso nel corso dell’istruzione dibattimentale, che forma oggetto della nuova contestazione.
La Corte ha ripercorso la propria articolata giurisprudenza sulla questione, già posta al suo esame nei primi anni
successivi all’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, ed all’epoca risolta negativamente sulla base di una
duplice considerazione: per un verso la circostanza che l’interesse dell’imputato ai riti alternativi trovasse tutela solo in
quanto la sua condotta processuale risultasse effettivamente foriera di una deflazione dibattimentale, scopo proprio del rito
speciale (sentenze n.129 del 1993, n.316 del 1992 e n.593 del 1990; ordinanze n.107 del 1993 e n.213 del 1992);
per altro verso la circostanza che modifica dell’imputazione e nuova contestazione di reato concorrente costituissero
eventualità non infrequenti in un sistema imperniato sulla formazione della prova in dibattimento e, pertanto, non
imprevedibili in astratto, laddove, per contro, in base alla disciplina dell’epoca, la variazione del tema dell’accusa rimaneva
preclusa nel caso di accesso ai riti alternativi, ivi compreso il giudizio abbreviato, sicchè si disse il “rischio” della nuova
contestazione dibattimentale rientrava nel calcolo in base al quale l’imputato si determinava a chiedere o meno tale rito
(sentenze n.129 del 1993 e n.316 del 1992; in prospettiva analoga sentenza n.593 del 1990; ordinanze n.107 del
1993 e n.213 del 1992).
Punto di evoluzione è rappresentato nella successiva sentenza n.265 del 1994 – con la quale fu dichiarata l’illegittimità
costituzionale degli artt.516 e 517 c.p.p., nella parte in cui non consentivano all’imputato di richiedere “il
patteggiamento” relativamente al fatto diverso e al reato concorrente contestato in dibattimento, allorchè la nuova
contestazione concernesse un fatto già risultante dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale – e con
la “omologa” sentenza n.333 del 14-12-2009, di illegittimità costituzionale dei medesimi articoli nella parte in cui essi
non prevedevano la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente
sempre a contestazioni dibattimentali c.d. “patologiche”: vale a dire al reato concorrente ed al fatto diverso oggetto d
contestazione dibattimentale, quando la nuova contestazione traeva origine da un fatto già risultante dagli atti d’indagine
al momento dell’esercizio dell’azione penale.
Ulteriore fattore di evoluzione storica è stato individuato dalla Corte nella riforma del rito abbreviato in esito alle radicali
modifiche apportate dalla L.479 del 16-12-1999.
L’immodificabilità dell’imputazione non rappresenta più uno dei vantaggi del rito prescelto – a cui era collegato l’effetto
premiale della riduzione della pena- come si coglie dal meccanismo dell’integrazione probatoria riconosciuta alle parti, che
consente a che il P.M. proceda alle contestazioni previste dall’art.423 comma 1 c.p.p. (fatto diverso, reato connesso e
circostanza aggravante) con corrispettivo riconoscimento all’imputato già ammesso alla definizione del processo con il rito
abbreviato, della facoltà di chiedere che il procedimento prosegua nella forme ordinarie.
Alla reversibilità dal rito speciale a quello ordinario testè citata corrisponde d’altra parte la soluzione non univoca,
rimessa alla mera “occasionalità”, della regressione del procedimento, con conseguente rimessione in termini dell’imputato
nella facoltà di chiedere la definizione con rito abbreviato nei casi esemplificativi evocati dalla Corte: nell’ipotesi in cui, per
decisione del pubblico ministero, l’imputazione connessa venga esercitata separatamente, con autonoma azione penale fuori
dal processo; oppure nell’ipotesi in cui, a seguito di modifica della contestazione o di contestazione connessa per cui non vi è
stata la celebrazione dell’udienza preliminare – invece prevista in relazione al reato non a citazione a diretta – ai sensi
dell’art.521 bis c.p.p. il giudice disponga con ordinanza la trasmissione degli atti al P.M. con conseguente regressione del
procedimento.
Alla luce di tale nuovo panorama ordina mentale la Corte ha rilevato in conseguenza come l’imputato che subisce una
contestazione suppletiva dibattimentale venga a trovarsi in posizione diversa e deteriore – quanto alla facoltà di accesso ai
riti alternativi e alla fruizione della correlata diminuzione di pena – rispetto a chi, della stessa imputazione, fosse
chiamato a rispondere sin dall’inizio, con la soluzione secondo la quale, se all’originaria accusa ne viene aggiunta un’altra,
sia pure connessa, non possono non essere restituiti all’imputato termini e condizioni per esprimere le proprie opzioni . Da
qui la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art.517 c.p.p. nella parte in cui non prevede
la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato
relativamente al reato concorrente emerso nel corso dell’istruzione dibattimentale, che forma
13
oggetto della nuova contestazione.
Così descritta l’evoluzione della normativa attraverso le pronunce della Corte Costituzionale, non appare superfluo
premettere la natura indefettibile del rapporto di pregiudizialità che deve sussistere tra il prospettato quesito di
costituzionalità e la definizione del giudizio a quo: soltanto una questione rilevante nel processo a quo può costituire
oggetto del giudizio di costituzionalità.
E nella valutazione della rilevanza non può non richiamarsi la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale
secondo la quale “il giudice del rinvio è legittimato a sollevare dubbi di costituzionalità concernenti l’interpretazione
della norma, quale risultante dal principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione: e ciò in
quanto – essendo vincolato al rispetto di tale principio – egli non ha altro mezzo per contestare la regula iuris di cui è
chiamato a fare applicazione che quello di sollevare l’incidente di costituzionalità” (sentenza n.204 del 2013).
Nel caso che ci occupa, per quanto di seguito si esporrà, per questo giudice l’interpretazione della norma nell’elaborazione
apportata dalla Corte di Cassazione assume rilievo risolutivo sotto un duplice profilo.
In primo luogo non ci si può discostare dal principio elaborato dalla giurisprudenza di legittimità della
inammissibilità della domanda di definizione parziale nei procedimenti oggettivamente
cumulativi (sul punto si veda ordinanza della Corte Costituzionale n.67 del 2008 che ha dichiarato la manifesta
inammissibilità della questione relativa all’art.516 c.p.p. sollevata nel procedimento in cui vi era stata la richiesta di
abbreviato parziale, proposta solo con riguardo al titolo di reato modificato).
Di tale principio ben mostra di essere a conoscenza la parte proponente che ha esteso la richiesta di giudizio abbreviato,
oltre che al capo B), in relazione al quale il P.M. ha operato la modifica della contestazione, anche al capo A) della
rubrica, allegando la stretta connessione tra i due reati ed il riverbero della modifica del capo B) anche al reato connesso di
cui al capo A).
E ciò in quanto non è ammessa la richiesta di giudizio abbreviato “parziale” (riferita cioè ad una parte soltanto delle
imputazioni cumulativamente formulate contro la stessa persona) in base all’orientamento costante della Corte di
Cassazione, sul rilievo che, nel caso di richiesta parziale il processo non verrebbe definito nella sua interezza, onde
rimarrebbe ingiustificato l’effetto premiale derivante dal rito speciale, che è stato voluto dal legislatore soltanto al fine di
deflazionare il ricorso alla fase dibattimentale per ciascun processo, e non per ciascun reato, come è esplicitamente previsto
dall’art.438 c.p.p., laddove si riferisce alla richiesta di definizione nell’udienza preliminare del “proceso” riguardante
l’imputato (ex pluriuso Cass. Sez.IV 5 luglio 2006, n.30096, Arcari).
La richiesta di definizione con il rito abbreviato è pertanto ammissibile nella misura in cui essa riguardi tutti i reati
contestati. Nel processo oggetto di cognizione, soggettivamente ed oggettivamente cumulativo, la domanda è stata proposta
nell’interesse di tutti gli imputati e per la definizione di tutti i reati loro contestati, sia quello modificato al capo B), sia
quello nella formula originariamente contestata al capo A).
Superato questo primo controllo di ammissibilità in senso positivo occorre adesso verificare se ricorre l’antefatto storico,
presupposto indefettibile perché gli imputati possano invocare la remissione in termini: la variazione sostanziale
dell’imputazione per effetto della modifica apportata dal P.M. sulla scorta degli esiti dell’istruzione dibattimentale.
Sostiene il proponente che la modifica del capo B) dell’imputazione assume natura sostanziale, ipotizzando persino che,
sia pure con la tecnica della modifica della contestazione originaria, in effetti il P.M. abbia effettuato una vera e propria
contestazione di ipotesi suppletiva ai sensi dell’art.517 c.p.p.. Così testualmente la difesa “Non vi è dubbio che la
contestazione suppletiva abbia ad oggetto un fatto non marginale rispetto al capo A (maltrattamenti aggravati dalla morte
per suicidio). Anzi il capo A) contiene quale scopo dei maltrattamenti la ritrattazione, temporalmente vicina al suicidio e
che tale da integrare una serie di autonomi reati.”
Ed è proprio questa la questione da valutare in punto di rilevanza: assume la modifica effettuata dal P.M. del reato di
cui al capo B) della rubrica gli estremi di quella variazione “sostanziale” per entrambi i capi di imputazione, per i quali è
stata proposta la richiesta di giudizio abbreviato, ed in relazione alla quale l’imputato deve essere rimesso in termini per
compiere le valutazioni di convenienza del rito alternativo al dibattimento, pena la violazione tanto del diritto di difesa che
del principio di eguaglianza?
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E’ necessario soffermarsi a questo punto sul concetto di “variazione sostanziale”, già affermato dalla Corte Costituzionale
nella sentenza n.333 del 2009, e mutuato nella 237 del 2012 relativamente alla contestazione suppletiva, laddove è la
stessa Corte ad affermare che “sarebbe, per converso, illogico – e comunque non costituzionalmente necessario – che a
fronte della contestazione suppletiva di un reato concorrente (magari di rilievo marginale rispetto ai temi di accusa),
l’imputato possa recuperare a dibattimento inoltrato, gli effetti premiali del rito alternativo anche in rapporto all’intera
platea delle imputazioni originarie, rispetto alle quali ha consapevolmente lasciato spirare il termine utile per la richiesta”.
Soccorre a tal punto la giurisprudenza della Corte di Cassazione – alla quale peraltro il giudice del rinvio per quanto
sopra detto deve attingere - formatasi in tema di modifica del capo di imputazione ai sensi dell’art.516 c.p.p., e sulla
enucleazione dei concetti di fatto diverso e fatto nuovo di cui agli artt.516 e 518 c.p.p..
Secondo la Cassazione per “fatto diverso” che comporta la necessità della modifica ai sensi dell’art.516 c.p.p. (pena la
violazione del principio della correlazione tra accusa e sentenza di cui all’art.521 c.p.p.) deve intendersi non solo un fatto
storico che integri una diversa imputazione restando invariato – talchè la modifica non riguarda gli elementi ontologici
dell’accadimento reale - ma anche un fatto che abbia connotati materiali difformi da quelli descritti nel decreto che dispone
il giudizio, mentre la locuzione “fatto nuovo” concerne un accadimento del tutto difforme per le modalità essenziali
dell’azione o per l’evento ovvero del tutto diverso da quello contestato (Cass. 14 marzo 1994 Mangiapia).
Si è osservato altresì che sul piano logico non è sempre possibile una precisa distinzione tra fatto diverso e fatto nuovo,
poiché si tratta di una linea di demarcazione convenzionale, da riscontrare caso per caso: deve comunque tenersi presente,
come criterio orientativo, che il fatto nuovo può coesistere con quello per cui si procede, mentre il fatto diverso risulta
incompatibile.
Si è affermato inoltre che il fatto non è che il complesso di quegli accadimenti che integrano il reato nella sua giuridica
configurazione di elementi costitutivi e circostanziali di cui esso consta, di tal che, quando si operi non una modifica di tali
elementi (nel senso sopra menzionato della ontologica incompatibilità dei secondi rispetto ai primi in origine contestati), ma
soltanto una diversa loro valutazione, si è al di fuori della ipotesi in cui si rende necessaria, ai sensi dell’art.516 c.p.p. la
modifica del capo di imputazione (Cass. 14 novembre 1991, Casanova).
Si procede pertanto all’enucleazione degli elementi costitutivi del reato di cui all’art.611 c.p. – l’unico direttamente
interessato dalla modifica - attraverso il processo della sussunzione dalla fattispecie concreta, (nei suoi connotati oggettivi
riscontrati attraverso la modifica della contestazione effettuata dal P.M.) in quella astratta, per affermare se di modifica ai
sensi dell’art.516 c.p.p., e pertanto di variazione sostanziale come definita dalla Corte Costituzionale quale presupposto
per la remissione in termini per i riti speciali, si è trattato o piuttosto di modifica marginale.
Orbene l’originaria contestazione del delitto di cui al capo B) consiste nella ipotesi dell’uso della violenza (psicologica) e
della minaccia (di non far vedere alla CACCIOLA i figli), finalizzato alla consumazione di diversi reati-scopo (falsa
testimonianza, favoreggiamento personale, autocalunnia), questi ultimi tutti ipotizzati consumati dall’unica condotta posta
in essere dal soggetto passivo, descritta ed individuata nella registrazione dell’audio-cassetta contenente la ritrattazione di
tutte le dichiarazioni in precedenza rese agli inquirenti.
La condotta in origine contestata appare pertanto descritta compiutamente nell’elemento oggettivo – violenza e minaccia -,
nell’elemento soggettivo – il dolo specifico - ovvero il fine di costringere la donna a commettere fatti costituenti reato. Non
può non rilevarsi che con la modifica dell’imputazione il P.M. si è limitato ad integrare il profilo descrittivo della
medesima condotta in punto di elementi diversi da quelli costitutivi, aggiungendo ai soggetti incolpati dalle propalazioni
della CACCIOLA, e poi favoriti dai reati scopo (CACCIOLA Giuseppe e CACCIOLA Michele), “terzi soggetti”
(non identificati), incolpati dalla CACCIOLA di uno specifico delitto (l’omicidio di Macrì Palmiro).
Ad opinione del giudicante, diversamente da quanto sostenuto dalla difesa, l’elemento di novità, aggiunto a seguito della
modifica della rubrica da parte del P.M., non innova o varia alcuno degli elementi costitutivi della fattispecie, tutti già
compiutamente descritti nella formulazione originaria, e rimasti immutati nella loro essenza ontologica, anche a seguito
della modifica della imputazione apportata dal P.M..
Quest’ultima pertanto ha determinato una variazione della condotta in elementi assolutamente marginali, al punto non
solo da non consentire di ipotizzare il fatto diverso secondo l’accezione della giurisprudenza di legittimità sopra richiamata
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– atteso che non ha inciso né sulla qualificazione giuridica né su elementi costitutivi e circostanziali del reato, tutti già
compiutamente definiti nella contestazione originaria del delitto di cui al capo B) – ma da escludere con certezza di poter
affermare la ricorrenza della variazione sostanziale.
Ne consegue che deve escludersi variazione sostanziale anche con riferimento al delitto di cui al capo A), la cui condotta
non è stata attinta da alcuna modifica, e rispetto alla quale la variazione apportata al capo B) tutt’al più rappresenta gli
estremi dell’integrazione di elementi rilevanti sotto il profilo del nesso teleologico di una parte della condotta, neppure
contestato dal P.M. in origine (o successivamente).
Difetta pertanto ad opinione della Corte il presupposto della variazione sostanziale di entrambe le imputazioni contestate,
per cui gli imputati possano invocare di essere rimessi in termini per compiere le valutazioni di convenienza del rito
alternativo al dibattimento.
La richiesta di sollevare la questione di legittimità costituzionale deve essere pertanto rigettata per difetto di rilevanza nel
presente giudizio, non ricorrendo la variazione sostanziale dei capi di imputazione per poter valutare l’ammissibilità della
richiesta di abbreviato da parte degli imputati”.
A questo punto, ai sensi dell’art. 468 c.p.p., si procedeva con la richiesta dei nuovi mezzi di
prova; su richiesta del P.M. veniva acquisita, nulla opponendo le Difese, sentenza della Corte di
Cassazione relativa alla posizione cautelare di LAZZARO Anna Rosalba e missiva del 24.4.2013
costituente oggetto di deposito ex art. 430 c.p.p.
L’avv. Cimino chiedeva, ai sensi dell’art. 507 c.p.p., l’effettuazione di accertamenti medico legali
ed esame radiologico sul cadavere di Maria Concetta Cacciola previa riesumazione dello stesso al fine di
verificare l’inesistenza di tracce di lesioni alle costole; nuovo esame del teste Pasquale Improta anche
per consentire di valutare l’attendibilità dello stesso in relazione a quanto da lui dichiarato in merito agli
ultimi contatti telefonici avuto con la vittima e quanto emerge dai tabulati, nonché la trascrizione delle
intercettazioni telefoniche delle ore 00,16 e 11,56 del 20.8.2011; l’esame del teste ingegnere Corsaro,
consulente di parte nominato dalla Difesa, affinchè riferisca in ordine ai bunker di cui aveva parlato
Maria Concetta Cacciola al fine di valutare l’attendibilità; il P.M. si opponeva.
La Corte rigettava tutte le richieste non ritenendo le stesse integrazioni istruttorie assolutamente
necessaria ai fini della decisione e riservandosi l’ascolto diretto in camera di consiglio, secondo il
parametro della rilevanza e non dell’assoluta necessità, delle intercettazioni richieste dalla Difesa.
Dichiarava infine chiusa l’istruttoria dibattimentale e utilizzabili tutti gli atti legittimamenti
acquisiti, rinviando il processo per la discussione.
All’udienza del 10 luglio 2012 l’avv. Morace chiedeva l’acquisizione di alcune conversazioni
telefoniche, ricomprese nel materiale intercettivo già presente in atti, evidenziando come si trattasse di
mera trascrizione di prova già acquisita al fascicolo per il dibattimento effettuata su incarico della Difesa
al consulente di parte Roberto Teti.
Il P.M. non si opponeva.
La Corte, all’esito della camera di consiglio, acquisiva la consulenza di parte con la seguente
ordinanza: “rilevato che sino all’effettivo inizio della discussione le parti possono prospettare l’acquisizione di documenti
di cui il Giudice acquisisce le risultanze mediante lettura; rilevato che nel caso di specie si chiede l’acquisizione di
consulenza di parte che non rientra tra gli atti di cui può essere disposta la lettura ove non ci sia l’accordo delle parti;
rilevato che nel caso di specie il P.M. si è limitato a non opporsi all’acquisizione non raggiungendo l’accordo ex art. 493
comma 3 c.p.p.; ritenuto che l’acquisizione mediante lettura della relazione di consulenza tecnica di parte, in assenza della
previa audizione del suo autore, integra una nullità di ordine generale a regime intermedio ex art. 178 comma 1 lett. c)
c.p.p. soggetta ai limiti di deducibilità di cui all’art. 182 c.p.p. e alla sanatoria di cui all’art. 183 comma 1 lett. a) c.p.p.,
nel senso che la parte presente al compimento di detta nullità deve dolersene immediatamente nelle forme prescritta pena
decadenza e la conseguente sanatoria dovuta all’accettazione dell’effetto dell’atto. Ritenuto che alla non opposizione del
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P.M. all’acquisizione della consulenza vada attribuito significato di comportamento concludente di rinuncia a sollevare la
nullità e di manifestazione di volontà ad accettare gli effetti dell’atto, per questi motivi acquisice la relazione di consulenza
di parte”.
Ascoltate le richieste conclusive rispettivamente formulate dalle parti alle udienze del 10
dell’11 e del 13 luglio 2013, all’esito della discussione la Corte, nella composizione esclusiva con i
giudici popolari titolari si ritirava in camera di consiglio, e deliberava la sentenza come da dispositivo in
atti di cui si dava lettura in pubblica udienza.
MOTIVI DELLA DECISIONE
§ 1. Premessa
“Vorrei stare sola per mettere un po’ di tranquillità nella mia mente non ho nulla, se almeno ci fossi tu, anche
per svagarmi, invece, esco se devo prendere qualcosa altrimenti la vita è monotona, pagherei cosa pur di avere un po’ di
tranquillità, invece chissà quante ancora ne devo passare”.
Così si esprimeva Maria Concetta Cacciola il 15 luglio 2007, in una lettera inviata al marito
detenuto (n. 44 acquisita in atti); ciò che successe nei quattro anni successivi dimostra quanta verità vi
fosse in quelle sue amare parole.
Il presente processo ha infatti ad oggetto la ricostruzione degli ultimi mesi di vita di una giovane
donna di Rosarno che – poco più che trentenne – si era determinata a collaborare con la giustizia per
ribellarsi alla vita che sin da bambina le era stata imposta, in cui non si riconosceva e di cui si sentiva
prigioniera; una vita spentasi improvvisamente e prematuramente la sera del 20 agosto 2011.
Maria Concetta Cacciola non era una persona qualsiasi per le Forze dell’Ordine e per l’Autorità
Giudiziaria, cui – nel maggio 2011 – aveva deciso di rivolgersi.
Lei stessa – come si vedrà – aveva confermato ai suoi interlocutori di provenire da una nota
famiglia mafiosa di Rosarno, da sempre gravitante nell’orbita della cosca Bellocco cui era peraltro legata
anche da vincoli di parentela; ed infatti la zia Cacciola Teresa – sorella del padre CACCIOLA Michele –
aveva sposato il boss Bellocco Gregorio cl. 55, mentre il marito Salvatore Figliuzzi era stato condannato
in via definitiva nel processo cd. “Bosco Selvaggio” per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p., quale
soggetto affiliato proprio ai Bellocco.
La storica esistenza di tale cosca e l’operatività della stessa sul territorio di Rosarno – sul quale
esercitava il proprio potere mafioso dividendolo con la famiglia Pesce – era stata del resto accertata da
una serie di sentenze passate in giudicato, specificamente quelle relative ai processi “De Stefano
Paolo+59”, “Pesce Giuseppe+altri” (cd. “Mafia delle Tre Province”), “Tirreno”, “Porto”,
“Conchiglia”, “Tallone d’Achille” ed in ultimo proprio “Bosco Selvaggio”.
Questa premessa è doverosa in quanto l’istruttoria dibattimentale svolta ha dimostrato come la
vicenda di cui ci si occupa non possa in alcun modo essere letta al di fuori del contesto di ‘ndrangheta
in cui è nata ed in cui si è tragicamente conclusa; circostanza che ha portato questa Corte a ritenere che
molti dei reati contestati siano in realtà aggravati sia dal metodo mafioso sia dalla finalità di agevolare la
‘ndrangheta, in particolare il gruppo costituito dalle famiglie Bellocco-Cacciola.
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Ebbene, in data 11 maggio 2011 Maria Concetta Cacciola, figlia di Michele CACCIOLA e Anna
Rosalba LAZZARO e sorella di Giuseppe CACCIOLA, si era presentata presso la Tenenza dei Carabinieri
di Rosarno.
Qui la donna, approfittando della convocazione ricevuta per la notifica di un’informazione di
garanzia nei confronti del figlio Alfonso Figliuzzi (indagato per il reato di guida senza patente), aveva
manifestato ai militari presenti – i marescialli Carlo Carli e Francesca Currò – l’intenzione di parlare di
questioni riguardanti la sua famiglia, e più specificamente della condizione personale che viveva
all’interno della stessa; in quel contesto, tuttavia, aveva anche rappresentato l’esigenza di andare via dalla
Caserma al più presto in quanto – a suo dire – se i suoi parenti avessero saputo che si stava
intrattenendo lì a rendere dichiarazioni l’avrebbero di certo ammazzata.
Nella specifica circostanza la Cacciola aveva solo potuto accennare alla natura dei problemi che
aveva in famiglia; nel corso dell’anno precedente (dunque nel 2010) erano state infatti recapitate presso
la sua abitazione delle lettere anonime che l’accusavano di intrattenere una relazione extraconiugale
mentre il marito era in carcere. A dire della giovane tali missive avevano scatenato i sospetti del fratello
Giuseppe, il quale aveva cominciato a pedinarla insieme ai cugini, figli di Cacciola Domenico (cfr. sul
punto deposizione del teste Carli, pag. 39 trascrizione udienza 14.12.2012), per trovare le prove del suo
tradimento.
A conferma del controllo che i familiari esercitavano su di lei, i militari avevano potuto
riscontrare personalmente come la Cacciola, mentre parlava con loro, venisse raggiunta telefonicamente
dalla madre, che le chiedeva insistentemente dove fosse.
La donna si era quindi congedata rappresentando l’impossibilità di muoversi liberamente e, di
conseguenza, di potersi ripresentare “spontaneamente” nei giorni successivi; aveva infatti lasciato
intendere che in quell’occasione aveva avuto modo di raggiungere la Caserma solo in quanto le era stato
notificato un invito scritto.
I Carabinieri avevano dunque deciso di invitarla oralmente a ripresentarsi il successivo 19
maggio, giorno in cui era fissato l’interrogatorio di garanzia del figlio.
In tale data Maria Concetta Cacciola si era nuovamente recata al cospetto dei due militari e
aveva confermato le dichiarazioni rese in precedenza arricchendole di ulteriori particolari; aveva infatti
riferito di intrattenere effettivamente – da circa due anni – una relazione extraconiugale con un soggetto
originario di Reggio Calabria che lavorava in Germania. Quanto al suo matrimonio, aveva rivelato che
non era più felice da tempo, già da prima della detenzione di suo marito, ricordando che in una
circostanza, dopo un litigio avvenuto per futili motivi, il coniuge le aveva addirittura puntato contro una
pistola. Aveva anche raccontato di quell’episodio in famiglia, esprimendo già in passato la volontà di
separarsi; il padre tuttavia, per tutta risposta, le aveva detto “questo è il tuo matrimonio, questa è la tua vita e
così te la tieni” (cfr. deposizione mar. Currò, pag. 9 trascrizioni udienza 31.1.2013).
Aveva poi riferito di una serie di episodi rivelatori delle vessazioni e violenze che asseriva di
subire in casa.
Ad esempio aveva detto che una volta, l’anno precedente, si era recata a Reggio Calabria con
un’amica di cui non aveva voluto fare il nome. Quando erano rientrate, ritardando a causa del
maltempo il ritorno normalmente previsto per le 12.30, il padre le aveva dato uno schiaffo.
In un’altra occasione era stata picchiata dal padre e dal fratello ed aveva riportato la lesione di
una costola; in relazione a tale episodio aveva specificato di essere rimasta tre mesi a casa, di non essere
stata portata in ospedale né sottoposta ad alcun esame radiologico in quanto i familiari si erano limitati
a chiamare un medico amico di famiglia, tale dottor Ceravolo, zio di Michele Bellocco, il quale non
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aveva prodotto nemmeno un referto. Aveva ricondotto la causa di tali aggressioni sempre al contenuto
delle lettere anonime recapitatele.
Aveva poi anche pensato di andare via, di scappare di casa; ma non appena comprati i biglietti
per partire (avrebbe voluto raggiungere un’amica al nord Italia) li aveva dovuti strappare in quanto una
sua conoscente aveva visto un suo familiare recarsi presso l’agenzia di viaggi per chiedere cosa avesse
acquistato. Lei a quel punto aveva dovuto inventare una scusa per giustificare la sua presenza lì.
La Cacciola, in questo contesto, aveva anche manifestato di nutrire più timore nei confronti del
fratello Giuseppe che del padre; riteneva infatti che le ire di quest’ultimo potessero essere più
facilmente placate da sua madre, mentre invece aveva descritto Giuseppe come un soggetto
particolarmente testardo, che era riuscito a guadagnarsi rapidamente il rispetto della popolazione. Aveva
detto chiaramente che, ovemai il fratello fosse riuscito a procurarsi le prove della sua relazione
extraconiugale, non avrebbe esitato ad uccidere lei ed il suo amante. La donna mostrava di sapere
addirittura come sarebbe successo, parlava continuamente del fatto che l’avrebbe fatta sparire e diceva
agli operanti “un giorno ho paura che si presenti mio fratello e mi dica vieni con me, vieni via” (cfr. deposizione del
teste mar. Carli, pag. 47 trascrizione udienza 14.12.2012).
Aveva inoltre riferito di poter godere di tanto in tanto della complicità della cognata, la quale,
per garantirle un po’ più di libertà, la informava circa gli spostamenti del fratello; aveva infatti rivelato
che costui era solito recarsi spesso al nord Italia e ricordava che in un’occasione era partito in seguito ad
un omicidio. Anche l’uomo che frequentava, del resto, le aveva detto di aver visto Giuseppe in un
autogrill vicino Milano, mentre era in compagnia del figlio di Gregorio Bellocco.
La stessa cognata l’aveva poi messa in guardia dal parlare sia in casa che al cellulare, lasciandole
intendere che Giuseppe potesse aver installato qualche dispositivo atto a captarne le conversazioni.
L’oppressione che i parenti esercitavano su di lei si ripercuoteva, in maniera estremamente
negativa, anche sulla sua vita sociale.
Le amiche che aveva, infatti, si dovevano confrontare con la gelosia dei suoi familiari sicchè si
erano gradualmente allontanate; lei stessa temeva per la loro incolumità e addirittura per quella dei loro
figli ritenendo possibile che, qualora ne avesse chiesto e ricevuto in qualche modo l’aiuto – anche solo
economico –, avrebbe potuto esporle al rischio di gravi ritorsioni.
In conclusione, la donna aveva chiesto aiuto, dichiarandosi pronta a parlare con qualsiasi
autorità pur di poter andare via di casa e ricevere protezione.
Dopo questi primi due incontri i militari, resisi conto della delicata situazione in cui versava la
persona che avevano dinanzi, avevano provveduto ad informare i propri superiori.
Ed infatti il 23 maggio successivo il tenente Gianluca Ceccagnoli, unitamente al capitano Ivan
Boracchia – all’epoca comandante della Compagnia di Gioia Tauro – aveva proceduto a sentire
personalmente Maria Concetta Cacciola su impulso della D.D.A. di Reggio Calabria, al fine di fornire
alla magistratura maggiori ragguagli in ordine al tenore delle dichiarazioni che la donna intendeva
rendere.
Gli investigatori hanno riferito di essersi trovati di fronte ad una donna terrorizzata, ma allo
stesso tempo determinata. Terrorizzata in quanto anche in quell’occasione non aveva esitato a
manifestare apertamente la propria paura di morire, di essere uccisa; determinata in quanto si mostrava
fermamente decisa a rivelare i dettagli della propria vita trascorsa a Rosarno e ad abbandonare
quell’ambiente familiare.
Il tenente Ceccagnoli, in particolare, ha proceduto ad illustrare le prime dichiarazioni raccolte da
Maria Concetta Cacciola inquadrandole nell’ambito del patrimonio conoscitivo già noto ai Carabinieri
di Rosarno.
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Il teste ha ribadito che il motivo principale che aveva portato la Cacciola presso la Tenenza era
stata la volontà di allontanarsi da un contesto familiare che la voleva ancora legata ad un matrimonio
che lei considerava finito; il marito si trovava infatti detenuto da diversi anni per reati associativi e lei
aveva intrapreso una relazione extraconiugale con un uomo di cui – in quel contesto – non aveva
voluto fornire le generalità.
Nel momento in cui la famiglia era venuta a conoscenza della situazione, tuttavia, la donna
aveva cominciato a temere per la propria incolumità fisica. Anche in quell’occasione, aveva confidato di
avere paura soprattutto del fratello Giuseppe, il quale – a suo dire – l’avrebbe potuta far “scomparire”,
espressione con la quale aveva inteso fare esplicito riferimento agli omicidi di lupara bianca.
Le sue preoccupazioni erano tanto più fondate in quanto aveva detto di appartenere ad una
famiglia di ‘ndrangheta, dalla quale voleva allontanarsi dichiarandosi pronta a rivelare quanto a sua
conoscenza in ordine al contesto associativo di riferimento e anche ad alcuni omicidi.
Tali primissime dichiarazioni si inserivano perfettamente nel quadro delineatosi in seguito alle
varie attività di indagine svolte nel corso degli anni sul territorio di Rosarno; la famiglia Cacciola, infatti,
era già nota agli inquirenti, non solo per i numerosi precedenti di cui erano gravati i suoi componenti
(ivi compresi gli odierni imputati CACCIOLA Michele e CACCIOLA Giuseppe), ma anche e soprattutto
per la sua conclamata contiguità alla potente famiglia mafiosa dei Bellocco di Rosarno, con cui aveva
intrecciato anche rapporti di parentela; il teste ha in particolare specificato che Cacciola Teresa, zia di
Maria Concetta per essere sorella del padre Michele, era sposata con Gregorio Bellocco cl. 55, soggetto
attinto da varie sentenze di condanna (passate in cosa giudicata) che ne avevano evidenziato il ruolo di
vertice nell’organigramma della cosca Bellocco.
In data 25 maggio 2011, Maria Concetta Cacciola era stata portata al cospetto dei magistrati
della D.D.A. di Reggio Calabria ed in seguito a tale incontro, ritenuta la delicatezza della sua situazione
personale in ragione della gravità delle dichiarazioni rese, ne era stato deliberato il trasferimento in una
località protetta; nella notte tra il 29 e il 30 maggio, infatti, la donna era stata prelevata da Rosarno e
portata in una struttura di Cassano sullo Jonio, dove aveva trascorso i primi giorni della sua nuova vita.
Sui dettagli dell’iter amministrativo afferente al programma di protezione disposto nei confronti
di Maria Concetta Cacciola ha deposto il teste Leonardo La Vigna, all’epoca dei fatti Direttore del
Servizio Centrale di Protezione.
Costui ha avuto modo di riferire che, in seguito alla proposta della D.D.A. di Reggio Calabria
datata 26 maggio 2011, erano state immediatamente attivate nei confronti della donna – ai sensi dell’art.
17 L. 88/91 – le misure economiche del trasferimento in una località che, per il momento, era
conosciuta solo dall’inquirente e non dall’organo di protezione.
Il 20 luglio la proposta era sfociata in piano provvisorio di protezione, momento a partire dal
quale la gestione della collaboratrice era passata a tutti gli effetti al Servizio Centrale. A questo
proposito il teste ha anche riferito che, mentre la proposta riguardava l’ammissione della Cacciola al
programma come testimone di giustizia, la Commissione l’aveva poi approvato come collaboratrice.
Giova sin d’ora evidenziare come l’esatta qualifica assunta dalla donna nell’ambito del
programma di protezione non ha particolare rilevanza ai fini che ci occupano; la deposizione del La
Vigna sul punto è infatti rimasta generica e poco circostanziata, anche in considerazione del fatto che
nell’unico documento ritualmente acquisito al fascicolo del dibattimento (il verbale di s.i.t. del
25.5.2011) la Cacciola risulta essere stata escussa come semplice persona informata sui fatti e nulla è
mai emerso in ordine alla possibilità che la stessa fosse stata nel frattempo indagata. Il riferimento ad un
presunto malcontento manifestato dalla giovane in relazione alla sua condizione – cui la Difesa ha pure
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fatto ripetutamente cenno nel corso dell’attività istruttoria – è poi rimasto parimenti del tutto
indimostrato dal momento che – come si avrà modo di vedere più avanti – la Cacciola, in quel periodo
sottoposta ad attività tecnica, non ha mai confidato nulla del genere alle persone che le erano accanto e
che ben conoscevano la sua situazione.
Si precisa dunque che, quando nel corso della presente trattazione si parlerà di Maria Concetta
Cacciola come di una “collaboratrice”, il termine verrà utilizzato nel suo generico significato di
“soggetto che collabora con la giustizia”, senza alcuna pretesa di definire in maniera tecnica uno status di
cui non è stato possibile avere alcuna precisa contezza.
Ebbene, il La Vigna ha proseguito riferendo che, nelle more dell’approvazione del programma,
il Nucleo Operativo di Protezione aveva disposto un’intervista con l’interessata, volta ad ottenere un
quadro generale della sua situazione.
Nel caso di specie la Cacciola aveva fatto presente di voler entrare nel programma perché non si
sentiva tranquilla; anche in quella circostanza aveva sostenuto di vivere in uno stato di disagio perché i
familiari la limitavano nella libertà e nei movimenti. Aveva in proposito riferito che, nell’ottobre 2010
dopo il matrimonio del fratello Gregorio, aveva assunto delle pillole di “moduretic” in quanto il padre
l’aveva percossa.
Il 22 luglio era stata trasferita a Bolzano, ed in quel contesto aveva affermato di voler lasciare i
propri figli minori – Alfonso di sedici, Gaetana di dodici e Rosalba di sette anni – alle cure della madre
riservandosi di valutare in seguito la possibilità di ricongiungersi a loro.
Il teste ha altresì riferito che la donna non fu sottoposta ad alcuna visita medica in quanto di
regola non era prevista e l’interessata, d’altra parte, non ne aveva mai fatto richiesta non segnalando
alcuna necessità in tal senso.
Appena un paio di giorni dopo il trasferimento, tuttavia, la Cacciola aveva commesso una prima
violazione ospitando un pregiudicato, tale Genise Salvatore.
Il 27 luglio, pertanto, ne era stato disposto il trasferimento in altra regione – precisamente a
Genova – che fu eseguito il 1° agosto.
Anche in quell’occasione la collaboratrice aveva preferito non procedere ancora al trasferimento
dei figli.
A questo proposito occorre sgomberare il campo da un ulteriore equivoco. Maria Concetta
Cacciola, ben lungi dal voler approfittare del programma di protezione per liberarsi dei propri figli,
aveva solo voluto rimandare il momento in cui si sarebbe fatta raggiungere da loro; e ciò appare tanto
più comprensibile se solo si pensa che, in quel periodo, la donna veniva ripetutamente spostata da una
località all’altra, in attesa di una sistemazione definitiva.
Il suo desiderio di poter avere i bambini con sé – che trapela già dalle poche parole dette al
riguardo dal teste La Vigna – diventa assolutamente evidente nella telefonata di cui al prog. n. 130 del
6.8.2011 (sulla quale si tornerà ripetutamente nel corso della presente trattazione), quando la
collaboratrice, parlando con la sua amica Emanuela Gentile, le aveva confidato di aver vanamente
richiesto i figli ai propri genitori in quanto sapevano che se glieli avessero mandati sarebbe “finita”, non
sarebbe tornata più indietro (Maria Concetta: “Io non so Emanuela. Io non ho idea. Io… Io vorrei tornare a casa
per i miei figli, perché i figli non me li mandano. Non vedi che non me li hanno mandati” Emanuela: “Ah,
non te li hanno mandati?! Ma li hai richiesti i figli??!” Maria Concetta: “No, i miei non me li
hanno mandati i figli. Non me li mandano, perché loro hanno capito che se mi mandano i
figli…” Emanuela: “Eh?!” Maria Concetta: “…è finita, no?! Non ritorno più” Emanuela: “Aahh non
ti… quindi tu ai figli li hai mandati a chiamare e non te li hanno mandati?!” Maria Concetta: “No, no, non me
li hanno mandati. Io li ho richiesti e non me li hanno dati i figli, hai capito?”…).
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Ancora – come si avrà modo di illustrare più avanti – i figli di Maria Concetta, ed in particolare
la figlia Tania (Gaetana), assumeranno un ruolo fondamentale per determinare definitivamente la donna
a fare ritorno a Rosarno.
Ebbene, nella mattinata del 3.8.2011, tra le ore 2.00 e le ore 3.00, il personale del Servizio di
Protezione aveva ricevuto un sms dalla Cacciola, la quale aveva loro riferito di trovarsi in compagnia
della madre, del padre e dei due fratelli, arrivati nottetempo dalla Calabria; i familiari la stavano
conducendo a Reggio Emilia presso l’abitazione di alcuni parenti, identificati in Lazzaro Vittoria e
Misiano Leo.
La donna aveva avuto cura di fornire agli operanti sia il nome della località in cui si trovava (La
Svolta di Toano in Provincia di Reggio Emilia) sia l’indirizzo preciso (via dei Mutilati di Guerra 27),
rivelando che l’intento era quello di proseguire l’indomani verso Rosarno.
Tali indicazioni deponevano nel senso che la Cacciola fosse stata portata lì contro la sua volontà
e che, invece, fosse sua intenzione quella di tornare indietro e proseguire il percorso di collaborazione;
si era pertanto provveduto ad informare della situazione il personale del ROS (ciò in quanto le Forze di
Polizia, pur non sapendo in via generale dove si trovino i soggetti sotto protezione, hanno più
possibilità – operando sul territorio – di raggiungere immediatamente gli interessati), che era stato
quindi investito del compito di prelevarla e riconsegnarla al Nucleo Operativo di Protezione.
Dal momento che la Cacciola sosteneva di aver incontrato i parenti nei pressi dell’Ospedale al
fine di salvaguardare la riservatezza della località protetta, era stato possibile riportarla nell’abitazione in
cui era stata sistemata originariamente.
Il 7 agosto la donna si era nuovamente incontrata con la madre, con il fratello Gregorio e con
una delle figlie minori; ancora una volta aveva fatto presente di aver dato loro appuntamento nei pressi
della Questura a Genova dopo aver fatto loro credere di essere arrivata in treno, provenendo non dalla
città bensì da una località vicina a Genova, ciò sempre al fine di tutelare la riservatezza della località
ricettiva in cui si trovava.
A questo punto, tuttavia, nonostante il suo dissenso, si era ritenuto necessario disporre – in data
9 agosto – il suo trasferimento a Chiavari.
La Cacciola, tuttavia, non ebbe a raggiungere mai l’appartamento messole a disposizione perché
si rese irreperibile, omettendo stavolta di comunicare alcunché al Servizio di Protezione.
Il teste La Vigna ha spiegato che in questa fase il soggetto era da intendersi sempre ammesso al
programma in quanto, pur essendo stata proposta la revoca da parte dell’AG procedente, la stessa
doveva essere ancora deliberata dalla Commissione; fino a quel momento, dunque, qualora le Forze di
Polizia investite delle ricerche l’avessero rintracciata, avrebbero dovuto solo contestarle la violazione ed
ordinarle il rientro nella località protetta.
Nel caso di specie ciò non era avvenuto in quanto solo in data 17 agosto la donna aveva
contattato i militari del ROS di Reggio Calabria rappresentando loro di essere nuovamente a Rosarno
ma di voler rientrare nel programma in quanto temeva per la propria incolumità.
Quello che successe nei giorni successivi costituisce la triste cronaca delle ultime ore di vita di
Maria Concetta Cacciola, ed in questa sede vi verrà fatto solo un rapido cenno in quanto sarà necessario
tornarci più volte nel corso della trattazione.
Nella notte tra il 17 e il 18 agosto, infatti, era stato approntato un servizio presso la Caserma dei
CC di Rosarno, dove i militari erano in attesa del contatto con l’interessata per poterla prelevare; ma il
18 mattina la Cacciola aveva fatto sapere che, a causa di asseriti problemi di salute della figlia, era
costretta a rinviare il trasferimento ad un momento più favorevole.
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Alle 21.20 del 20 agosto, tuttavia, mentre gli operanti aspettavano ulteriori indicazioni da parte
della donna, la Sala centrale del Dipartimento di PS aveva comunicato che Maria Concetta Cacciola era
stata rinvenuta cadavere presso la sua abitazione.
§ 2. Le intercettazioni telefoniche e ambientali
Il difficile e tormentato percorso di collaborazione intrapreso da Maria Concetta Cacciola,
culminato – come si è appena visto – con la sua stessa morte, può essere ripercorso anche attraverso la
viva voce della protagonista e delle persone a lei più vicine; i militari della Tenenza di Rosarno infatti, su
delega della D.D.A. di Reggio Calabria, avevano messo subito in moto un’attività investigativa di
riscontro alle dichiarazioni rese dalla donna, attività che si era compendiata principalmente in
intercettazioni ambientali, veicolari e carcerarie, nonché telefoniche sulle utenze cellulari di Maria
Concetta Cacciola e della madre Anna Rosalba LAZZARO.
Sul punto ha diffusamente deposto il tenente Ceccagnoli, che ha illustrato gli sviluppi delle
indagini sulla scorta delle conversazioni captate.
A tale proposito è opportuno fissare sin d’ora – per motivi che si avrà modo di chiarire più
avanti – i momenti in cui si è cadenzata tale attività.
In data 11 luglio 2011 era stato disposto il servizio di intercettazione ambientale veicolare
sull’autovettura Mercedes “Classe B” di Michele CACCIOLA. Il 3 agosto 2011 era stato dato avvio
all’attività tecnica sull’utenza 3423630970, intestata a Pasquale Improta ma in uso a Maria Concetta
Cacciola, mentre il successivo 11 agosto su quella di Anna Rosalba LAZZARO.
Il teste ha spiegato al riguardo che gli iniziali tentativi di monitoraggio della famiglia Cacciola
(posti in essere subito dopo le primissime dichiarazioni rese dalla donna) erano stati vani in quanto da
una parte le utenze messe in prima battuta sotto controllo non avevano dato traffico, e dall’altra non
era stato possibile piazzare l’ambientale sull’auto di Michele CACCIOLA, ciò in quanto la stessa non
veniva mai lasciata fuori controllo sul territorio di Rosarno.
Le difficoltà rappresentate dal tenente Ceccagnoli hanno trovato pieno riscontro nelle risultanze
processuali, che hanno dimostrato quanto fossero scaltri i componenti, soprattutto maschi, del nucleo
familiare di Maria Concetta nell’utilizzare i cellulari. Basti pensare che è stato possibile captare Michele
CACCIOLA solo in modalità ambientale e che, nell’unica conversazione telefonica in cui vi è traccia della
sua voce (la n. 280 del 3 agosto 2011, di cui si avrà modo di parlare più avanti), egli aveva parlato da
un’utenza di cui non è stato possibile identificare il titolare o l’effettivo utilizzatore (durante
l’interrogatorio reso dinanzi al g.i.p. l’imputato ha detto di aver usato il telefono della moglie ma non ne
ha saputo indicare il numero, contraddicendosi più volte a fronte delle domande rivoltegli; cfr. pagg. 2930 e 56-57 trascrizioni udienza del 13.2.2012); Giuseppe CACCIOLA non è stato mai intercettato
direttamente e, nel corso dell’interrogatorio di garanzia reso dalla madre LAZZARO Anna Rosalba, è
emerso che costui non possedeva alcun telefono cellulare all’epoca dei fatti (cfr. pag. 26 trascrizioni
udienza del 13.2.2012). Un dato del genere, che potrebbe apparire quasi inverosimile al giorno d’oggi,
diventa invece facilmente comprensibile se inquadrato nel contesto mafioso in cui la stessa
collaboratrice aveva inserito la sua famiglia, e pertanto non può che essere letto come un chiaro intento,
da parte degli imputati, di eludere eventuali controlli o investigazioni da parte dell’Autorità Giudiziaria.
Ebbene, come si accennava, solo in data 11 luglio 2011 era stato possibile operare l’installazione
dell’ambientale sulla Mercedes “Classe B” nel Comune di Lagonegro, ed in particolare nel tratto di strada
che i coniugi CACCIOLA Michele e LAZZARO Anna Rosalba avevano dovuto percorrere per recarsi a
Larino a far visita al genero Figliuzzi Salvatore, che si trovava ivi detenuto.
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Quanto all’identificazione dei conversanti, il Ceccagnoli ha detto di aver partecipato
materialmente al pedinamento sino a Larino e di aver quindi constatato di persona la presenza,
all’interno dell’autovettura, dei coniugi Cacciola e della nipote Tania Figliuzzi; acquisiti dunque subito
tono e timbro di voce dei conversanti, era stato possibile identificarli facilmente in seguito, e ciò a
prescindere dai servizi di osservazione che pure erano stati predisposti nel corso dell’attività
investigativa.
È a questo punto opportuno passare in rassegna le conversazioni captate dall’11 luglio in avanti
per avere un quadro chiaro ed oggettivo delle vicissitudini personali che si trovava in quei giorni ad
affrontare Maria Concetta Cacciola, al di là di quanto lei stessa avrebbe riferito agli inquirenti ed al
personale del NOP.
Dai primi colloqui che si avrà modo di esaminare (RIT 1203/11 progg. 18 e 19 dell’11.7.2011),
intercorsi in particolare tra i genitori di Maria Concetta, emerge come gli stessi fossero ormai a
conoscenza della reale causa dell’allontanamento della figlia, ovvero della sua scelta di collaborare con la
giustizia, e – pur non potendo conoscere l’esatto contenuto delle dichiarazioni da lei rese –
manifestassero una chiara preoccupazione per ciò che avrebbe potuto rivelare; è soprattutto il padre
Michele a non farsi capace dell’accaduto ed a scagliarsi non tanto contro la propria congiunta, quanto
contro le Forze dell’Ordine, ed in particolare contro quella che lui chiama – con accezione dispregiativa
– la “marescialla”, che si sarebbe approfittata della debolezza della figlia per indurla a collaborare. Il
teste Ceccagnoli ha chiarito che tale appellativo era riferibile di certo al maresciallo Francesca Currò,
che ha definito un militare particolarmente bravo ad instaurare rapporti di fiducia con l’utenza,
soprattutto con le vittime di reati, e che aveva accolto Maria Concetta Cacciola quando costei si era
recata in caserma per la prima volta.
CONVERSAZIONE N° 18 – DEL 11/07/2011 ORE 20:15.16
…omissis…
Voce Maschile: “Dove gli mettevano le bombe, le cosche, sotto il culo, quelli che dovevano
pagare. Li facevano eroi. Poi diventano eroi, poi dicono «l’eroe!». Sanno quanto male
hanno fatto alle persone?! Poi li chiamano eroi!, li chiamano. Quando gli sparano
quelle bombe sotto lo sterzo, a lei e a quella puttana che …(incomprensibile)…”
“Aundi nci zippavanu i bombi i coschi sutta u culo, chiddi chi avianu u paganu. I
facianu eroi. Poi si fannu eori, poi dinnu «l’eroi!». Sanno quantu mali ficeru e cristiani?!
Poi i chiamanu eroi!, i chiamau. Quandu nci sparanu chiddi bumbi sutta u sterzu, a
idda e a chidda puttana che …(incomprensibile)…”
DA 00H 01M 18S A 00H 01M 27S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Come la riprendi, chi sa cosa fa là. Chi sa qua cosa c’è sotto. Io dico che qua
…(incomprensibile)… Cosa sa questa qua?!” “Comu a ripigghi, cu sapi chi faci
ndàni. Cu sapi càni chi c’è sutta. Io dico ca cà …(incomprensibile)… Chi sapi chista
ndocu?!”
DA 00H 01M 46S A 00H 02M 00S NON CONVERSANO
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Voce Maschile: “Cazzi sa! Digli che io sono vent’anni che lavoro per lei” “Cazzi sapi!
Inci ca eu avi vint’anni chi lavuru pe idda”
DA 00H 02M 07S A 00H 02M 08S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Vent’anni che lavoro per lei” “Vint’anni chi lavuru pe idda”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “(incomprensibile) parla di tutte cose” “(incomprensibile) parra i tutti
cosi”
Voce Femminile: “Ci hanno rovinato” “Ndi ruvinaru”
DA 00H 02M 18S A 00H 02M 26S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… in giro. E’ probabile che manda qualcosa che ha in
giro, e devo andare a pagarli ancora, o va… o va il maresciallo donna a pagarglieli”
“…(incomprensibile)… pedi pedi. E’ capaci u manda ncuna cosa ca avi pedi pedi, e
haiu gghiri mi pagu ancora, o vaci… o vaci a marescialla mi nci paga”
Voce Femminile: “Non va nessuno” “No vaiu nuddu”
Voce Maschile: “Va lei a pagarglieli. Indegna di merda!” “Vaci idda mi nci paga. ‘Ndegna i
merda!”
Nella successiva conversazione di cui al prog. 19, registrata alle ore 20.18 dell’11 luglio 2011,
Michele CACCIOLA, pur continuando ad inveire contro le Forze dell’Ordine ed a rammaricarsi per la
condotta della figlia, comincia a riflettere su come porre rimedio alla situazione; è da una parte convinto
che gli inquirenti non potessero avere in mano nulla di concreto contro di lui perché altrimenti – dice –
lo avrebbero già arrestato. Dall’altra pensa al modo migliore per far tornare Maria Concetta sui suoi
passi, esprime la volontà di nominarle un buon avvocato e di rassicurarla sul fatto che verrà perdonata
non appena farà ritorno a casa.
In definitiva, emerge in maniera evidente il suo progetto di blandirla al fine di indurla a ritrattare;
a tale proposito è particolarmente significativa la frase che pronunzia parlando con la moglie: “E se ha
firmato ce la vediamo noi, se ha firmato qualche carta. Che poi me la ve… ce la vediamo noi con i Giudici.”; e poi
subito dopo, a sottolineare il timore per le dichiarazioni della figlia: “tu pensi che mi faccio arrestare!eh!”
Si riporta di seguito l’intero passaggio della conversazione in esame:
CONVERSAZIONE N° 19 – DEL 11/07/2011 ORE 20:18.57
Michele: “…(incomprensibile)… sai perché? In modo che diventa da maresciallo deve
arrivare… deve diventare capitano. Là, a fare la puttana col Giudice”
“…(incomprensibile) sai perché? Amuri mi diventa i maresciallo avi ‘rrivari… avi
diventari capitano. Ndà, mi faci a puttana cu Giudici”
DA 00H 00M 09S A 00H 00M 12S NON CONVERSANO
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Michele: “Perché adesso la fa con il maresciallo (incomprensibile), poi la fa con il Giudice, ma
sempre una troia è” “Pecchì mo’ a faci cu maresciallo (incomprensibile), poi a faci cu
Giudici, ma sempre na troia è”
DA 00H 00M 19S A 00H 00M 39S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Non l’ha capito allora …(incomprensibile)… tranello” “No capisciu
tandu …(incomprensibile)… tranello”
Michele: “Sì. Ormai!”
DA 00H 00M 45S A 00H 01M 27S NON CONVERSANO
Michele: “Tu lo sai cosa si dice per lei, tu lo sai. E’ pentita. Tutti la stessa cosa
dicono…” “Tu u sai chi si staci icendu pe idda, tu u sai. E’ pentita. Tutti a stessa cosa
dinnu…”
Voce Femminile: “Eh!”
Michele: “…va… va… va là chi parla, eh! Tutti …(incomprensibile)… Tutti la stessa cosa
stanno dicendo” “…va… va… va ndà cu parra, eh! Tutti …(incomprensibile)… Tutti
a stessa cosa stannu dicendu”
DA 00H 01M 42S A 00H 01M 45S NON CONVERSANO
Michele: “E lei che non se ne vuole venire altrimenti lei se ne poteva venire. Di
mandarli tutti a vaffanculo e di venirsene. Che gli mandiamo il migliore
avvocato là, per fargli culo così, a questi quattro cosi indegni” “E idda che no
voli u si ndi veni pecchì sennò idda no ci ndi potia veniri. Mi manda tutti a ‘ffanculo e
mi si ndi veni. Ca nci mandamu u megghiu avvocato ndàni mu nci faci u culu così, a sti
quattru cosi ‘ndegni”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… invece”
Michele: “…(incomprensibile)… E che lei, secondo me, si spaventa, chi sa cosa pensa
che gli faccio” “…(incomprensibile)… E ca idda secundu mia ci spagna cu sapi chi
nci pari che nci fazzu”
Voce Femminile: “Ah?”
Michele: “Questa è lei che ha paura, secondo mia, sennò questa non …(incomprensibile)…”
“Chista è idda che si spagna, secundu mia, sennò chista no …(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 12S A 00H 02M 14S NON CONVERSANO
Michele: “Secondo me” “Secundu mia”
DA 00H 02M 16S A 00H 02M 18S NON CONVERSANO
Michele:
“…(incomprensibile)…
Lei
penso
che
non
si
è
resa
conto
…(incomprensibile)… Può darsi che no… ora davvero che… Non si è resa
conto di quello che ha fatto. Ma ha fatto una minchiata, tornate a casa e vaffanculo.
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Mandali a vaffanculo a tutti. E mandaci un messaggio che vuoi ritornare a casa, che
glielo diciamo noi a loro se ti liberano, eh! Se ti mandano a casa, che non ha fatto
nessun reato. Che reato ho fatto io nella mia vita?! (incomprensibile). Né lei né io,
(incomprensibile). Lei pensa di non avere dove andare. Ha una casa, ha tre figli,
che ritorni a casa”
“…(incomprensibile)… Idda pensu ca no ci rendiu cuntu
…(incomprensibile)… Può darsi ca no… Mo’ davvero ca… No si rendiu cuntu i
chiddu chi fici. Ma na minchiata fici, venitindi pa casa e vaffanculo. Mandali a ‘ffanculo
a tutti. E mandanci n’ambasciata ca voi u ti ndi veni pa casa, ca nciu dicimu nui a iddi
se ti liberanno, eh! Se ti mandano pa casa, ca no fici nuddu reato. Chi reato fici io nta
me vita?! (incomprensibile). Né idda e no eu, (incomprensibile). A idda ci pari ca non
avi aundi u vaci. Nd’avi na casa, nd’avi tri figghi, mi si ricogghi pa casa”
DA 00H 02M 59S A 00H 03M 00S NON CONVERSANO
Michele: “Che ritorni a casa. Che dopo una settimana non facciamo parlare nessuno a
Rosarno. …(incomprensibile)…” “Mi si coghi pa casa. Ca dopu na settimana facimu
no mu parru nuddu nta Rosarno. …(incomprensibile)…”
DA 00H 03M 14S A 00H 03M 17S NON CONVERSANO
Michele: “Ha tre figli. Tra altri due giorni gli esce il marito” “Nd’avi tri figghi. N’atri dui
iorna ci nesci u marito”
DA 00H 03M 21S A 00H 03M 36S NON CONVERSANO
Michele: “E’ stata lei che non ha visto niente nella sua vita. …(incomprensibile)… e
non ha visto tutta la verità, eh! A tredici anni se n’è scappata, e ha fatto sempre
la vita diii… di cosi. A tredici anni si è distaccata. Ecco perché questa qua era
fragile in quel modo. Hanno approfittato di quella… di quella cosa.
…(incomprensibile)… gli racconto tutta la vita di questa ragazza, voglio vedere quale
Giudice è, di (incomprensibile) donne, a una cosa di queste, a dirgli a me accusi?! Su
che cosa mi doveva accusare?! Su quello… tutto il bene che gli ho fatto, di questo mi
doveva accusare?! Te lo dico io perché,e gli spiego… gli spiego la vita sua, di questa
ragazza. Io penso che qualsiasi Giudice dice «ma cosa stanno facendo qua? Ma cosa
hanno fatto questi indegni di merda? Adesso li sistemo a tutti». Approfittare di una
povera crista che nella sua vita non ha visto mai niente. E’ logico che quella
pensava chi sa cosa ha preso, il cielo con le mani. Questi quattro cornuti.
Pensava che prendeva il cielo con le mani. …(incomprensibile)…” “Fu idda ca no
vitti nenti nta vita soi. …(incomprensibile)… e no vitti tutta a verità, eh! A tridici anni
ci ndi fuiu, e fici sempri a vita iii… i cosi. A tridici anni si distaccau. Ecco pecchì chista
cà era fragili i nda manera. Aprofittaru i nda… i ndà cosa. …(incomprensibile)… u nci
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cuntu tutta a vita i sta fighiola càni, vogghiu u viu quali Giudici eni, i (incomprensibile)
fimmani, a na cosa i chista cà, mi nci ici a mia veni e accusava?! Supra a chi mi avia
accusari?! Supra a chiddu… tutto u beni chi ci fici, i chistu m’avia accusari?! Tu dicu io
pecchì, e ci spiego… ci spiego a vita soi eu, i sta figghiola càni. Io penso ca qualsiasi
Giudici dici «ma chi stannu fandu càni? Ma chi ficeru sti indegni i merda?! Mo’ i
sistemu a tutti». Approfittai i na povera crista che no vitti mai nenti nta vita sua. E’
logico, ca chidda ci pensava ca cu sapi chi pigghiau, u cielo chi mani. Sti quattru
cornuti. U cielo chi mani ci pensava ca pigghia. …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Calmati Michele”
Michele: “Ti facciamo questo, ti facciamo quello”
DA 00H 04M 48S A 00H 04M 50S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Non è contenta”
Michele: “Può essere mai contenta. Ma lei non lo sa che i figli dove li porta? Che noi
facevamo come lei” “Può essere mai cuntenta. Ma idda no sapi ca i figli aundi i porta?
Ca nui faciamu comu a idda”
Voce Femminile: “Eh!”
Michele: “Dove li porta questi ragazzi?! Li toglievi dalle loro radici per portarli dove?! Per
portali dove?! A fare cosa?! Che vita fanno?! Chi li mantiene questi ragazzi?! Li
mantiene lei?, che non è buona neanche a scopare il pavimento” “Aundi i porta sti
figghioli?! I cacciavi du pedi, mi porta aundi? Mi porta aundi?! U fannu u chi?! Chi vita
fannu?! Cu ci campa sti figghioli?! I campa idda?, ca non è bona mancu u scupa nterra”
DA 00H 05M 18S A 00H 05M 23S NON CONVERSANO
Michele: “O glieli mantiene il maresciallo donna?!” “O nci campa a marescialla?!”
Voce Femminile: “Sììì! …(incomprensibile)…”
Michele: “Glieli mantiene il maresciallo donna” “Nci campa a marescialla”
DA 00H 05M 33S A 00H 05M 37S NON CONVERSANO
Michele: “Quando si… quando si rende conto. Magari lei stessa, per dire, io ritorno a casa,
voglio andarmene a casa là da mio padre e da mia mamma” “Quandu si… quandu si
rendi cuntu. Magari idda stessa, pe diri, io mi ricogghiu pa casa, vogghiu u mi ndi vaiu
a casa ndà di patrima e ndi me mamma”
DA 00H 05M 46S A 00H 05M 49S NON CONVERSANO
Michele: “Io questo dico. Non vuoi andare da tuo padre, te ne vai dei figli, hai un marito.
Lasciatemi stare che non ho fatto niente. Questo gli deve dire” “Io chistu dico. No voi
iri ndi patrima, ti ndi vai ndi figghi, nd’hai nu maritu. Assatemi futtiri ca no fici nenti.
Chistu avi u mi ci dici”
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Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Michele: “Questa per davvero non ha fatto niente. E se ha firmato ce la vediamo noi, se
ha firmato qualche carta. Che poi me la ve… ce la vediamo noi con i Giudici.
(incomprensibile) mi faccio arrestare! Tu pensi che mi faccio arrestare! Eh!”
“Chista ndocu pe davvero no fici nenti. E se firmau nda vidimu nui, se firmau ncuna
carta. Ca poi m’ha vi… nda vidimu nui chi Giudici. (incomprensibile) mi fazzu
‘ttaccari! Tu pensi ca mi fazzu ‘ttaccari! Eh!”
Voce Femminile: “Statti calmo che ti arrestano” “Statti calmu ca t’attaccano”
Michele: “Sì, che vengano” “Sì, u venunu”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Michele: “Che vengano ad arrestarmi. Voglio vedere di cosa mi accusa! Voglio vedere di cosa
mi accusa” “U venunu u m’attaccanu. Vogghiu u viu i chi m’accasa! Voghiu u viu i chi
m’accusa”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Michele: “Che vengano! Basta che mi mandano… che mi mandano la figlia a casa,
…(incomprensibile)… mi può mettere il ferro. Di mandarmi la figlia a casa questi
quattro cornuti di merda” “U venunu! Basta u mi mandanu… u mi mandarianu a
figghia pa casa, …(incomprensibile)… mi poti mentiri o ferru. U mi mandanu a
figghiola a casa sti quattru cornuti i merda”
DA 00H 06M 38S A 00H 07M 11S NON CONVERSANO
Michele: “Avevo una famiglia che… che me la invidiavano. Guarda questi indegni di merda,
guarda! Mi divertivo a guardarli a questi nipoti. Il giorno chi c’era più contento di me,
chi c’era più contento di me. Almeno mi hanno lasciato questi, ma mi hai preso la
figlia. Oh indegni gli prendete i figli ai padri, ai padri… ai padre gli prendete i figli,
dov’è questa legge? Questa legge è? Per combattere a me mi prendi la figlia?! Per
combattere a me?! Tu pensi che mi combatti… mi combatti. Cosa ti ho fatto per
combattermi? Cosa ti ho fatto per combattermi? Se avevate qualcosa mi avevate
arrestato! Deve infamarmi lei per vedere se gli scappa qualcosa. Cosa deve sapere lei di
me?! Quanto ho lavorato?!” “Avia na famigghia chi… chi m’ha ‘nvidiavanu. Guarda
sti indegni i merda, guarda! M’ascialavu mi guardu sti niputi. O iornu cu nc’era cchiù
cuntentu i mia, cu nc’era cchiù cuntentu i miaa. Almenu mi dassaru chisti, ma mi
pigghiasti a figghia. Oh ‘ndegni ci piati i figgi e patri, e patri… e patri nci pigghiati i
figghi, aund’è sta leggi? Chista leggi è? U mi cumbatti a mia mi pigghi a figghia?! U mi
cumbatti a mia?! Tu mi pari ca mi cumbatti… mi cumbatti. Chi ti fici mi mi cumbatti?
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Chi ti fici u mi cumbatti? Se nd’aviavu ncuna cosa m’aviavu ‘ttaccatu! Avi u mi mpama
idda u vi se ci scappa ncuna cosa. Chi avi sapiri idda i mia?! Qantu faticai?!”
DA 00H 08M 01S A 00H 08M 14S NON CONVERSANO
Michele: “…(incomprensibile)… lavorare” “…(incomprensibile)… fatigari”
DA 00H 08M 16S A 00H 08M 19S NON CONVERSANO
Michele: “Devo badare a questi ragazzi qua, per… per sistemarli” “Haiu mi badu sti figghioli
cà, pe mi… pe mi sistema”
DA 00H 08M 23S A 00H 08M 42S NON CONVERSANO
Michele: “Ma come diceva nella lettera? Cosa ha detto nella lettera l’hai visto? «Ti lascio i miei
figli che stanno più be… stanno più bene con te che con me»” “
…omissis…
Le successive conversazioni captate nell’auto di Michele CACCIOLA, registrate sempre al RIT
1203/11, sono del 2.8.2011; dal tenore delle stesse si capisce che, a quella data, i genitori di Maria
Concetta avevano ripreso i contatti – quanto meno telefonici – con la figlia, tanto che si erano messi
subito in viaggio verso il nord Italia per andarla a prendere. Pur non essendo ancora sotto controllo le
utenze cellulari della collaboratrice e di sua madre, stralci di telefonate tra le due vengono captate in
auto, in modalità ambientale. Da tali brani si capisce che Maria Concetta cercava di prendere tempo
dicendo loro di non potersi muovere ancora per qualche giorno, giustificazione ritenuta poco credibile
dai suoi stessi interlocutori che insistevano invece affinchè la figlia chiamasse al più presto un avvocato
CONVERSAZIONE N° 228 – DEL 02/08/2011 ORE 12:55.53
DURATA: 00H04M 05S
AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
DA 00H 00M 00S A 00H 00M 05S NON CONVERSANO
DA 00H 00M 06S A 00H 00M 09S Segnale debole – assenza audio
DA 00H 00M 10S A 00H 00M 19S NON CONVERSANO
DA 00H 00M 20S A 00H 00M 56S Segnale debole – assenza audio
DA 00H 00M 59S A 00H 01M 03S squillo telefono cellulare
Parla al telefono
Voce Femminile: “Pronto?! … Ah! Cosa c’è? … Eh. Che ti… cosa ti hanno detto? …
Sino? … A giovedì? … Come non ti puoi muovere da là?” “Pronto?! … Ah! Chi
avi? … Eh. Chi ti… chi ti isseru? … Fina? … A Giovedì? … Comu no ti poi moviri i
ndocu?”
Voce Femminile: “Aspetta”
Parla al telefono
… Voce Femminile: “Eh! … E beh, altri due giorni, dopodomani è” “Eh! … E beh, atri dui
iorna, dopodomani è”
30
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… Digli che non è vero, …(incomprensibile)… cosa
c’entra” “…(incomprensibile)… Inci ca non è vero, …(incomprensibile)… chi c’intra”
Parla al telefono
Voce Femminile: “Sai cosa fai? Telefona all’avvocato. … Telefona all’avvocato” “Sai
chi fai? Chiama all’avvocato. … Chiama all’avvocato”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Parla al telefono
Voce Femminile: “Ma tu con la famiglia devi stare. … No, loro gliel’hanno dovuto
dire. … Eh! … Aspetta che ti passo il papà” “Ma tuni ca famigghia a stari. … No,
iddi nci l’epperu e diri. … Eh! … Aspetta ca ti passu o papà”
DA 00H 02M 11S A 00H 02M 13S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Cetta. … Sì, ma tu… Perché non puoi… … Ma vedi che non è vero
niente! … Ma vedi che non è vero niente! … Cosa c’entra questo fatto. Tu sei
libera puoi andare dove vuoi! … Ma… ma perché non telefoni all’avvocato?,
scusa. … Telefona all’avvo… all’avvocato e digli all’avvoca… e digli
all’avvocato che ti stanno tenendo sequestrata. … Brava. Fino a giovedì adesso.
Chi l’ha detto fino a giovedì? … Ma che cazzo c’entra lei?!, io non… io non
l’ho…” “Cetta. … Sì, ma tu… Pecchì no poi… … Ma vi ca non è vero nenti! … Chi
c’intra stu fattu. Tu si libera poi iri aundi voi! … Ma… ma pecchì no chiami
all’avvocato?, scusa. … Chiama all’avvo… all’avvocato e dinci all’avvoca… e dinci
all’avvocato ca ti stanno tenendo sequestrata. … Brava. Fino a giovedì mo’. Cu tu dissi
finu a giovedì? … Ma chi cazzu c’intra idda?!, eu no… eu non l’ho…”
Voce Femminile: “Fermati. Fermati che non c’è linea” “Fermati. Fermati ca no pigghia a
linea”
Voce Maschile: “No”
Parla al telefono
Voce Maschile: “Non l’ho capito, io, cosa c’entra lei?! … Ah? … Devi telefonare a chi?”
“Non l’ho capito, io, chi c’intra idda?! … Ah? … E telefunari ndi cui?”
Voce Femminile: “Cosa ha detto?” “Chi dissi”
DA 00H 03M 28S A 00H 03M 29S Non si sente conversare
Voce Femminile: “Non la fanno uscire” “Na fannu u nesciunu”
31
Voce Maschile: “Dice che giovedì deve salire questa puttana, ah! Per vedere se la può
convincere un’altra volta” “Dice che giovedì avi nchianari sta puttana, ah! Mi vidi sa
poti convinciri n’atra vota”
Voce Femminile: “Sì. Non la fa uscire” “Sì. Na faci u nesci”
DA 00H 03M 39S A 00H 03M 47S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Dopodomani. Oggi è martedì”
DA 00H 03M 50S A FINE CONVERSAZIONE NON CONVERSANO
In seguito ad un successivo contatto telefonico, Maria Concetta rivela ai genitori (che sono in
viaggio ma probabilmente diretti in una località diversa da quella in cui era la figlia) di trovarsi a
Genova, e da loro appuntamento nei pressi dell’Ospedale.
La conversazione che segue è importante anche perché, dalla stessa, già emerge il ruolo di Anna
Rosalba LAZZARO che funge da continuo supporto al marito nello spronare le figlia a tornare con loro;
sia pressando direttamente lei sia avvalendosi, indirettamente, della mediazione della nipote Tania, che
invita più volte a contattare la mamma per dirle che la sta raggiungendo.
CONVERSAZIONE N° 244 – DEL 02/08/2011 ORE 16:31.01
…omissis…
Parla al telefono
Voce Femminile: “Tania?! … Ma ti ha telefonato? … No, (incomprensibile). … Mannaggia
la
Madonna. … E cosa
so io.
Da quando ha
telefonato a questa,
…(incomprensibile)… … Eh, da quando ha parlato con lei e gli ha detto di no, che
deve aspettare a giovedì. … Eh, sale lei qua. Se si ammazzava questa bastarda, puttana,
troia, puttana! … E adesso sto aspettando. Pensavo che aveva telefonato lei. … Lei mi
ha detto che… perché quelli gli hanno detto di sì, invece quando hanno telefonato a
questa gli ha detto di no. … E perché? Perché è cretina. … Eh. Gli piace pure a lei”
“Tania?! … Ma ti chiamau? … No, (incomprensibile). … Mannaia la Madonna. … E
chi sacciu io. I quandu chiamau a chista, …(incomprensibile)… … Eh, i quandu
parrau cu chidda e nci issi ca no, ca avi spettari a giovedì. … Eh? … ‘Nchiana idda cà.
Se si amazzava sta bastarda, puttana, zoccola, puttana! … E mo’ staiu spettandu. Mi
pensava ca idda era che mi chiamau. … Idda mi dissi ca… pecchì chiddi ci isseru ca sì,
invece quandu telefonaru a chista ci dissi ca no. … E pecchì? Ca è cretina. … Eh. Ci
piaci a idda puru”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Parla al telefono
Voce Femminile: “Lascia che vediamo, dai! E ti telefono” “Assa ca vidimu, dai! E ti chiamo”
Voce Maschile: “Fai mandare a lei un altro messaggio” “Fai u nci faci n’atru messaggio”
32
Parla al telefono
Voce Femminile: “Mandagli un altro messaggio. … Tania!, digli che io sono arrivata,
manda un altro messaggio. … E mandaglielo… mandagliene un altro, Tania,
perché è probabile che lo vede dopo tanto. Eh. Digli che la nonna è… già è
arrivata. Eh. Ciao. Mi raccomando” “Mandanci n’atru messaggio. … Tania!, inci ca
io ‘rrivai, manda n’atru massaggio. … E mandancillu… mandacillu n’autru, Tania, ca è
capaci ca u vidi dopu tanto. Eh. Inci ca a nonna eni… già ‘rrivau. Eh. Ciao. Mi
raccomando”
DA 00H 08M 53S A 00H 10M 06S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Lei… lei l’ha convinta” “Idda… idda a storciu”
DA 00H 10M 09S A 00H 10M 12S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… E loro hanno fatto in questo modo”
“…(incomprensibile)… E iddi ficeru i stamanera”
Voce Femminile: “E chi sta là?” “E cu staci ndà?”
Voce Maschile: “Dove?” “Aundi?”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Noo, …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Qualcosa gli è successo perché… per non telefonare” “Ncuna cosa ci
succediu pecchì… no mi poti chiamari”
Voce Maschile: “Sì, sicuramente gli hanno preso… gli hanno preso la…” “Sì, sicuramenti ci
pigghiaru… ci pigghiaru a…”
Voce Femminile: “E sennò cosa era diventata? «Portami i jeans, portami la tuta tua». Mi
faceva venire qua?! Eh! Stamattina hai sentito quando parlavo in macchina, poi mi ha
telefonato di nuovo. Non si sente neanche bene” “E sennò chi avia diventatu?
«portami i jeans, portami a tuta toi». Mi facia u vegnu càni?! Eh! Stamatina a vidisti
quandu parrau nta machina, poi mi chiamau addinovu. No si sente bonu mancu”
DA 00H 11M 03S A 00H 11M 05S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Quando ha telefonato la seconda volta per l’avvocato che non risponde.
…(incomprensibile)…” “Quando chiamau u secundu pe l’avvocato ca no rispundi.
…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Appena hanno fatto telefonare a questa (incomprensibile)” “Appena
ficeru chiamari a chista (incomprensibile)”
DA 00H 11M 19S A 00H 11M 31S NON CONVERSANO
33
Voce Femminile: “Questa puttana lurida, puttana. (incomprensibile)” “Sta puttana lorda,
puttana. (incomprensibile)”
DA 00H 11M 35S A 00H 11M 49S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 11M 52S A 00H 12M 13S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 12M 15S A 00H 12M 16S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Se lei lo sa non la fa ritornare. E’ indegna” “Se idda u sapi na faci u torna.
E’ ‘ndegna”
Voce Maschile: “Perché non viene?” “Pecchì no veni?”
Voce Femminile: “Perché la minaccia” “Ca minaccia”
Voce Maschile: “E che la minaccia cosa gli dice?” “E ca minaccia chi nci dici?”
DA 00H 12M 27S A 00H 12M 29S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Cosa gli fa che la minaccia?” “Chi nci faci ca minaccia?”
Voce Femminile: “E la minaccia perché è indegna” “E a minaccia ca è indegna”
DA 00H 12M 34S A 00H 12M 44S NON CONVERSANO
DA 00H 12M 45S A 00H 13M 12S Tratto incomprensibile
Voce Femminile: “Se siamo arrivati!” “Se ‘rrivammu!”
Voce Maschile: “Io me ne fotto che siamo arrivati, ma io me ne vado. Che vada con quello
là…” “Eu mi ndi futta ca ‘rrivai, ma eu mi ndi vaiu. Mi vaci cu chiddu ndà…”
Voce Femminile: “Aspetta che vediamo se telefona. Siamo arrivati qua! Domani mattina
andiamo là e ce ne ritorniamo” “Aspetta u vidimu se telefona. Arrivammu càni! U
matinu iamu ndà e nci ndi venimu”
Voce
Maschile:
“Andiamo
là
…(incomprensibile)…
Ah?”
“Iamu
ndà
…(incomprensibile)…. Ah?”
Voce Femminile: “Perché …(incomprensibile)…” “Pecchì …(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Non lo sa” “No sapi”
Voce Femminile: “Sìì!”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “No!”
DA 00H 13M 35S A 00H 13M 39S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Telefono io a Cetta, e faccio …(incomprensibile)…” “Chiamu io a Cetta,
e fazzu …(incomprensibile)…”
DA 00H 13M 47S A 00H 13M 56S NON CONVERSANO
34
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “E ammettiamo che lei fra poco telefonata” “E fai cuntu ca idda chiama
n’atru morzu”
DA 00H 14M 01S A 00H 14M 02S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Devi aspettare. Per oggi, solo oggi è. …(incomprensibile)… Sono le
cinque. Aspettiamo fino alle sei, le sette, vediamo cosa succede. Ieri alle cinque mi ha
telefonato” “Ha ‘spettari. Pe oggi è, sulu oggi è. …(incomprensibile)… Su i cincu.
Spettamu finu e sei, i setti, vidimu chi succedi. Aeri e cincu mi chiamau”
DA 00H 14M 24S A 00H 14M 28S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Ormai aspettiamo e domani mattina …(incomprensibile)…” “Spettamu
ormai e u matinu …(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “(incomprensibile)”
DA 00H 14M 33S A 00H 16M 21S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 16M 25S A 00H 18M 17S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 18M 19S A 00H 22M 33S NON CONVERSANO (A 00H 22M 22S si sente un suono forse un messaggio in arrivo)
Voce Maschile: “Chi è?” “Cu è?”
Voce Femminile: “Tania”
Voce Maschile: “E’ arrivato niente? Che dice? E’ arrivata una risposta?” “’Rrivau nenti? Chi
dici? ‘Rrivau na risposta?”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 22M 42S A 00H 24M 14S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “Lei gli ha detto che ha saputo che se n’è andata, secondo me” “Idda nci issi
ca ha saputo ca si ndi iù, secundu mia”
Voce Femminile: “No”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 24M 25S A 00H 24M 26S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 24M 32S A 00H 25M 10S NON CONVERSANO
DA 00H 25M 11S A 00H 25M 15S Suono di un telefono cellulare
Parla al telefono
35
Voce Femminile: “Tania! … No, non ti ho telefonato. … Ti ho telefonato prima. …
Adesso?! No! … No, non… … Quale? … Eeee a casa è. … E adesso non mi ricordo.
… A casa c’è. … Eh, …(incomprensibile)… Eh. Tua sorella cosa fa? … Ah? … Non
si sente niente. … Eh. … (incomprensibile)”
“Tania! … No, no ti chiamai. … Ti
chiamai prima. … Mo’?! No! … No, non… … Quali? … Eee a casa eni. … E mo’ no
mi ricordo. … A casa c’è. … Eh, …(incomprensibile)… Eh. To sorata chi faci? …
Ah? … No si senti nenti. … Eh. … (incomprensibile)”
Voce Maschile: “Gliel’ha mandato il messaggio?” “Nciu mandau u messaggio?”
Parla al telefono
… Voce Femminile: “…(incomprensibile)… … Sì, sì. Va bene dai. Non si sente niente in
questo telefono. … Ah? … E va bene dai. … Ha rotto la chiave?, nella porta?! … Ci
sentiamo dopo dai. Ciao. Ciao” “…(incomprensibile)… … Sì, sì. Eh. Va bonu dai.
No si senti nenti nta stu telefono. … Ah? … E va bonu dai. … Ha rumpiu a chiavi?,
nta porta?! … Ndi sentimu dopu dai. Ciao. Ciao”
Voce Femminile: “Questo telefono non si sente niente” “Stu telefunu no si sente nenti”
DA 00H 26M 45S A 00H 28M 14S NON CONVERSANO
DA 00H 28M 15S A 00H 28M 18S Suono di un telefono cellulare
Parla al telefono
Voce Femminile: “Pronto?! … Ah Cetta, dimmi. … Ti ha mandato il messaggio. … Eh,
quasi, sì. … Ah? … A Genova?! … Sì! Eh! … Va bene. … Va bene. Com’è… …
Com’è?, tutto a posto? … Ah? … Ma perché non hai telefonato dopo? … Dove siete?,
m ha detto il papà. … Ah, va bene dai. … E certo che lo (incomprensibile), qua con
me è, in macchina. … Va bene. Ah? Ah? … Quanto ci mettiamo? Un tre ore”
“Pronto?! … Ah Cetta, dimmi. … Ti mandau u messaggio. … Eh quasi, sì. … Ah? …
A Genova?! … Sì! Eh! … Va bonu. … Va bonu. Com’è… … Com’è?, tutto a posto?
… Ah? … E ma pecchì no chiamasti dopu? … Aundi siti?, mi ha detto u papà. … Ah,
va bonu dai. … E certo ca u (incomprensibile), cà cu mia eni, nta machina. … Va
bonu. Ah? Ah? … Quantu nci mentimu? Na trina d’uri”
Voce Maschile: “Fino a là?” “Fino a ndà?”
Voce Femminile: “Eh”
Voce Maschile: “Noi? Fraaaa…” “Nui? Fraaaa…”
Parla al telefono
Voce Femminile: “Va bene dai. Telefona più tardi, Cetta” “Va bonu dai. Chiama cchiù tardu,
Cetta”
Voce Maschile: “Passamela (incomprensibile)”
36
Parla al telefono
… Voce Femminile: “Sì, che (incomprensibile)… parla con il papà” “Sì, ca
(incomprensibile)… parra cu papà”
Voce Femminile: “Teni”
Parla al telefono
Voce Maschile: “Cosa c’è? … Sì. … Ah, non ti fanno muovere. … Eh,
…(incomprensibile)… Eh. … Là, ci vediamo là all’ospedale. … Va bene” “Chi avi?
… Sì. … Ah, no ti fannu u movi. … Eh, …(incomprensibile)… … Eh. … Ndà, ndi
vidimu ndà o spitali. … Va bene”
DA 00H 30M 24S A FINE CONVERSAZIONE NON CONVERSANO
Dalle conversazioni successive emerge come la Cacciola fosse alla fine salita a bordo
dell’autovettura dei genitori per fare rientro a Rosarno insieme a loro.
I discorsi captati all’interno dell’automobile durante il viaggio di ritorno, che – come si è già
accennato – vide la famiglia sostare una notte a Cerretolo in provincia di Reggio Emilia, sono di difficile
comprensione in quanto, pur essendo piena estate e facendo molto caldo, gli occupanti avevano deciso
di non avvalersi dell’aria condizionata e di tenere tutti i finestrini abbassati; le parole sono dunque
risultate spesso coperte da vento e rumori di sottofondo, cosa che ha consentito (sia al personale
operante che al perito nominato dalla Corte) di cogliere solo esclamazioni o espressioni particolarmente
alterate.
Nel prog. n. 264 delle ore 20.52 circa, ad esempio, si evince che la Cacciola, incalzata dai
genitori, aveva iniziato ad illustrare loro il contenuto delle dichiarazioni rese ai magistrati, risultando
chiaramente percepibile il riferimento ad un omicidio e, subito dopo, un’imprecazione della LAZZARO.
Emergono inoltre altre due tematiche importanti; la prima legata al concetto di disonore e
vergogna che potrebbe ricadere sulla famiglia Cacciola in seguito all’allontanamento da casa di una sua
componente. La seconda, ancora una volta, attiene alle argomentazioni utilizzate dai coniugi per
convincere la figlia a tornare definitivamente sui suoi passi: prima tra tutte l’opportunità di
ricongiungersi ai suoi tre bambini, quindi la prospettazione di perdono e comprensione da parte di tutti
i familiari, ed infine la possibilità di allontanare tutte le accuse ritrattando.
CONVERSAZIONE N° 264 – DEL 02/08/2011 ORE 20:52.58
…omissis…
Voce Femminile: “E quando io ti ho detto se non torni a casa (incomprensibile) senza
figli” “E quandu ti dissi io se no torni a casa (incomprensibile) senza figghi”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah, la situazione” “Ah, a situazioni”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 03M 09S A 00H 03M 12S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Brava”
37
Concetta: “Me li ricordo le cose. Che tua mamma ha detto che …(incomprensibile)…” “Mi
ricordu eu i cosi. Ca to mamma issi ca …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Per i figli?! Ah puttana!” “Pe figghi?! Ah puttana!”0
Concetta: “No, no, …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Bastardi, puttane” “Bastardi, puttani”
Concetta:
“Mia
mamma
non
…(incomprensibile)…”
“Me
mamma
no
…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…?”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Dovrebbe sistemarti i figli?” “Averia i ti conza i figghi?”
Concetta: “Eh. …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Eheh!”
Concetta: “Te li porto là” “Ti portu ndà”
Voce Femminile: “Brava”
Voce Maschile: “Cetta, non …(incomprensibile)… a nessuno, non ci fanno niente a
nessuno, non ti preoccupare. Che io sacrifici per te ne ho fatti e se ne deve fare
ancora ne faccio. Non ti preoccupare di niente. A me sai cosa mi succede?…”
“Cetta, no …(incomprensibile)… nuddu,
no ci fannu nenti a nuddu, no ti
preoccupari. Ca io sacrifici pe tia ndi fici e se nd’haiu a fari ancora i fazzu. No ti
preoccupari i nenti. A mia sai chi mi succedi?…”
DA 00H 03M 53S A 00H 04M 07S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 04M 08S A 00H 04M 12S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 04M 16S A 00H 04M 24S NON CONVERSANO
DA 00H 04M 25S A 00H 04M 40S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Maschile: “Io avevo il pensiero che te n’eri andata con qualcuno” “Io nd’aviva u
penseru ca ti ndi isti cu ncunu”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… queste cose che hai fatto li puoi cambiare, gira,
rivolti. Ma tu puoi sapere le cose veramente come stanno? Ah?!
…(incomprensibile)…
Ho
detto
quando
si
rende
conto
se
ne
viene”
“…(incomprensibile)… sti cosi chi facisti i poi cambiri, gira, vota. Ma tu poi sapiri i
cosi veramenti come stannu? Ah?! …(incomprensibile)… Issi quandu si rendi cuntu si
ndi veni”
DA 00H 04M 59S A 00H 05M 01S TRATTO INCOMPRENSIBILE
38
DA 00H 05M 02S A 00H 05M 47S NON CONVERSANO
DA 00H 05M 48S A 00H 05M 59S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Femminile: “E io ce l’avevo, ce l’avevo posato” “E io l’avia, l’avia posatu”
Concetta: “Ma io telefonavo. Io ogni volta che potevo telefonare vi telefonavo” “Ma io
chiamavu. Io ogni vota ca potia chiamari vi chiamavu”
Voce Femminile: “Eee ce l’avevo posato” “Eee l’avia posato”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 06M 13S A 00H 06M 17S NON CONVERSANO
DA 00H 06M 18S A 00H 06M 47S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 06M 32S A 00H 06M 48S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Già… già da questa parola qua la lettera non capisco…” “Già… già i sta
parola cà a littera no capisciu…”
Voce Femminile: “Ha capito” “Capisciu”
Voce Maschile: “…Devi rinunciare a tutto. Puoi rinunciare a una fi… a tua figlia che ti
…(incomprensibile)…, cosa sono diventato? Che ti… ti… ti… ti ho riempito d’oro.
Io non sapevo quello che ti dovevo fare” “…A rinunciari a tutto. Poi rinunciari a na
fi… a figghia toi ca ti …(incomprensibile)…, chi diventai? Ca ti… ti… ti… ti nd’orai.
Io no sapia chiddu chi t’haiu e fari”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Quello che dovevo fare per te io te l’ho fatto” “Chiddu che t’avia fari io pe
tia tu fici”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Che indegna di merda” “Chi ‘ndegna di merda”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… tuo padre?” “…(incomprensibile)… to patri?”
DA 00H 07M 17S A 00H 07M 21S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 07M 22S A 00H 07M 34S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Concetta: “…(incomprensibile)…
DA 00H 07M 38S A 00H 07M 47S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 07M 48S A 00H 08M 08S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Femminile: “Faceva un omicidio? Ah disgrazia mu campa!” “Facia n’omicidio? Ah
disgrazia mu campa!”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 08M 21S A 00H 08M 25S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “Si è approfittato di una innocente” “S’approfittau i na ‘nnocenti”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
39
Concetta: “No”
DA 00H 08M 35S A 00H 08M 44S NON CONVERSANO
DA 00H 08M 45S A 00H 09M 01S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Concetta: “(incomprensibile) tu ti devi separare” “(incomprensibile) tu t’ha separari”
Voce Maschile: “Addirittura”
Concetta: “Tuo marito …(incomprensibile)…” “To marito …(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Lei mi diceva «non ha fatto niente»” “Idda mi icia «no fici nenti»”
Concetta: “(incomprensibile)”
Voce Maschile: “Lo sai cosa ho detto io? Cercano…” “U sai chi dissi io? Cercanu…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Mi ha detto a me, mi ha detto a me, c’era tua mamma, «lei non se n’è andata
con nessuno»” “Mi issi a mia, mi issi a mia, c’era mammata, «idda no si ndiù cu
nessuno»”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “A lei gli hanno fatto il lavaggio del cervello, gli hanno fatto il lavaggio del
cervello, dice, c’è il sangue di mia sorella che si (incomprensibile) all’epoca… Te
l’hanno detto questo fatto? Te l’hanno detto questo fatto?” “A idda a inchiru i testa, a
inchiru i testa, ici, c’è u sangu i sorama ca nci (incomprensibile) tandu… Tu isseru stu
fattu? Tu isseru stu fattu?”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Io volevo… volevo pe mu ma… ma ormai, ho detto, se aveva un
compagno, capisci?” “Io volivi… voliva pe mu ma… ma ormai, issi, se aviva nu
compagnu, capisci?”
DA 00H 10M 11S A 00H 10M 16S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 10M 17S A 00H 10M 21S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… che ti rilassi, che ritorni con i tuoi figli e con tuo
marito. …(incomprensibile)…” “…(incomprensibile)… Mi ti rilassi, mi ti ricogghi chi
figghi toi e cu maritata. …(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 10M 31S A 00H 10M 35S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Concetta:
“…(incomprensibile)…
se
mi
sistema
i
figli,
sì,
sto
con
lei”
“…(incomprensibile)… se mi sistema i figghi, sì, staiu cu idda”
Voce Maschile: “Vedi che erano minacce queste qua” “Vi’ ca eranu minacce chisti ndocu”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Che non la tocca nessuno, no” “Ca na tocca nuddu, no”
40
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… quando arriviamo gli chiamiamo e gli diciamo
dove sei” “…(incomprensibile)… quando ‘rrivano nci chiamamu e nci dici aundi si”
Voce Maschile: “Non la tocca nessuno, non ti preoccupare” “Na tocca nuddu, no ti
preoccupari”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Loro quando ti vedono a casa tua” “Iddi quandu ti vidunu a casa toi”
Voce Femminile: “Eh!”
Voce Maschile: “Quando ti vedono a casa tua gli diciamo «c’è mia mamma, che c’è?». Loro
sai cosa fanno questi qua …(incomprensibile)…” “Quandu ti vidunu nta casa toi, nci
icimu «c’è mammasa, chi avi?». Iddi sai chi fannu chisti ndocu …(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 11M 39S A 00H 11M 49S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 11M 50S A 00H 12M 11S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Maschile: “…ci sono quelle cazze di pillole, non li prendevano quelle pillole” “…nd’avi
chiddi cazzu di pinnuli, ne pigghiavanu ndi punnuli”
Voce Femminile: “Ci sono un pacco di pillole a casa” “Nd’avi nu paccu i pinnuli a casa”
Voce Maschile: “Sai cos’erano quelle pillole?” “Sai chi gghieranu ndi pinnuli?”
Voce Femminile: “Naftalina”
Voce Maschile: “Naftalina”
Voce Femminile: “Ah”
DA 00H 12M 18S A 00H 12M 30S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 12M 31S A 00H 12M 40S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Sai cosa gli faccio? Gli faccio qualche denuncia” “Sai chi nci fazzu? Nci
fazzu ncuna denuncia”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Ee… Che questi qua… questi qua siccome erano nervosi ieri sera, hai
capito?” “Ee… Ca chistu ndocu… chisti ndocu siccome avianu i nervi iri sira, hai
capito?”
Voce Femminile: “Sì. Eh”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
41
Voce Maschile: “Una puttana! Una puttana! …(incomprensibile)… Una puttana! Non ti
preoccupare per questo fatto!!” “Na puttana! Na puttana! …(incomprensibile)… Na
puttana! Non ti preoccupari pe stu fatto!!”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Una puttana!” “Na puttana!”
DA 00H 13M 27S A 00H 13M 44S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 13M 45S A 00H 13M 59S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Maschile: “Era uno i Rosarno”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “L’omicidio di suo marito[?]” “Uuu omicidio i maritasa[?]”
DA 00H 14M 08S A 00H 14M 12S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 14M 13S A 00H 14M 35S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 14M 36S A 00H 14M 43S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 14M 44S A 00H 15M 27S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Maschile: “Io quanto ridavo con te… Io quando gridavo, le grida che facevo a casa, e
loro sapevano quando gridavo se gli dicevo qualcosa a mia figlia” “Io quantu gridava
cu tia… Io quandu gridava, i gridati chi faciva ndà intra a casa, e iddi sapivanu quandu
gridava se nci icia ncuna cosa a figghiama”
Concetta: “…(incomprensibile)… prima o poi”
Voce Femminile: “Ah disgrazia”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Mi registravano le cose a me nella macchina, Cetta” “Mi registravanu i
cosi a mia nta machina, Cetta”
Voce Maschile: “E registravano le cose, ma non… non… non gli convenivano” “E
registravano i cosi, ma no… no… no ci convenianu”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 14M 55S A 00H 16M 07S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Quel giorno quando …(incomprensibile)…, ha detto Gregorio che poi li
toglieva, che fra un paio di giorni viene, e poi …(incomprensibile)…”
“Chiddu iornu
quandu …(incomprensibile)…, issi ca poi i cacciavi Gregorio, n’atru paru i iorna issi ca
ve ni, e poi …(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Mi ha buttato qualche microspia” “Mi iettau ncuna microspia”
DA 00H 16M 23S A 00H 16M 35S TRATTO INCOMPRENSIBILE
42
Voce Femminile: “Che ti trovano” “Ca ti trovanu”
Voce Maschile: “Che ti trovano. …(incomprensibile)… Cazzate sono” “Ca ti trovanu. Ici
…(incomprensibile)… Cazzati su”
Concetta: “No, no. No, …(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 16M 48S A 00H 16M 50S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “Sì, ma qua non ce ne sono” “Sì, ma cà no nd’avi”
Concetta: “Noo”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “E cosa ti hanno messo?” “E chi ti zipparu?”
DA 00H 17M 04S A 00H 17M 10S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “L’hanno tolta quella?” “A cacciaru chidda?”
DA 00H 17M 12S A 00H 18M 10S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 18M 11S A 00H 18M 13S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “Che la vogliono, un altro paio di giorni vedi che la vogliono” “Ca vonnu,
n’atra para i iorna vi’ ca vonnu”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Vedi che la vogliono un altro paio di giorni, devono fare le cause,
(incomprensibile), la vogliono” “Vi’ ca vonnu n’atra para i iorna, hannu u fannu i
causi, (incomprensibile), a vonnu”
DA 00H 18M 27S A 00H 18M 29S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Poi sembra che lei chi sa cosa gli ha detto” “Poi pari ca idda cu sapi chi nci
dissi”
DA 00H 18M 34S A 00H 18M 58S NON CONVERSANO
DA 00H 18M 59S A 00H 19M 02S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Maschile: “Ora li sistemo io. Tu ora di qualsiasi cosa… ti ho detto di fregartene di
qualsiasi cosa! Sono pensieri nostri questi qua! Tu non ti preoccupare di niente
completamente” “Ora sistemo eu. Tu ora i qualsiasi cosa… ti dissi mi ti ndi futti i
qualsiasi cosa! Su penseri i nostri chi cà! Tu no ti preoccupari i nenti completamenti”
Voce Femminile: “Ah”
DA 00H 19M 17S A 00H 19M 23S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Stai tranquilla”
Voce Femminile: “(incomprensibile)”
43
Voce Maschile: “Cetta, ti giuro, ti giuro il papà che nello spazio di dieci giorni non si
parla più di questo fatto a Rosarno, stai sicura e tranquilla. La vergogna dovrebbe
venire…” “Cetta, ti giuro, ti giuro u papà che nto spazio i deci iorna no si parla cchiù i
stu fattu nta Rosarno, statti sicura e tranquilla. U scornu averria veniri…”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “A noi ci possono dare il torto non a te. A noi ci…
…(incomprensibile)… no a te. Tu hai una vita davanti, badati la tua
famiglia…” “A nui ndu ponnu dari u tortu no a tia. A nui ndu…
…(incomprensibile)… no a tia. Tu nd’hai na vita davanti, badati a famigghia toi…”
Voce Femminile: “Sembra che io vado al (incomprensibile)” “Pari ca io vaiu o
(incomprensibile)”
Voce Maschile: “…a tuo marito, eh!” “…a to marito, eh!”
Voce Femminile: “…non vado da nessuna parte” “…no vaiu a nudda vanda”
Voce Maschile: “Tu d’ora in poi vuoi andare ad accompagnare i figli a scuola, vai con tua
mamma, non pensare che è cambiato” “Tu d’ora in poi voi mu vai mi levi i figghi a
scola, vai cu mammata, no mi ti pari ca cambiau”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “E fregatene di tutti, non ti preoccupare. Poi… poi vedrai quando
vieni a casa che nessuno se la prende (incomprensibile). Me la prende… io me
la prendevo mai con te? Me la prendevo con te?, e ti abbandonavo e me ne
fottevo di te? Se tu mi avevi fatto uno sgarro. Se mi avevo fatto uno sgarro,
perché non me lo meritavo. Se mi avevi fatto uno sgarro me ne fottevo di te. Io
sono sicuro al 100%, lo sa tuo fratello, lo sanno tutti, lo sa tutto Rosarno, di
quelle cose non me ne fa, di altre cose magari sì. Io voglio… la figlia voglio
farla ritornare a casa, non voglio che… che sta con questi cani luridi. Una figlia
di mamma e di padre. E meglio di tua madre e di tuo padre, e dei fratelli tuoi,
ricordati che non c‘è nessuno” “E futti i tutti, no ti preoccupari. Poi… poi vedrai
quandu veni a casa ca nessuno sa pigghia cu (incomprensibile). M’ha pigghia… io m’ha
pigghiava mai cu tia? M’ha pigghiava cu tia?, e t’abbandunava e mi ndi futtiva i tia? Se
tu m’avi fattu nu sgarru. Se m’avi fattu nu sgarru, pecchì no mu meritava. Se m’avi
fattu nu sgarru mi ndi futtiva i tia. Io su sicuro al cento per cento, u sapi fraita, u sannu
tutti, u sapi tutto Rosarno, i chij cosi no mi ndi faci, i atri cosi magari sì. Io vogghiu…
a figghia vogghiu m’ha cogghiu pa casa, no ca vogghiu m’ha… mi l’hannu sti cosi
lordi. E megghiu i mammata e di paita, e di frati toi, ricordati ca no c’è nessuno”
Concetta: “Lo so” “U sacciu”
44
Voce Femminile: “Ricordatelo” “Ricordatillo”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ricordatelo che non c’è nessuno meglio di tua mamma e di tuo padre.
Che se io devo fare sacrifici per mia figlia, io vado e li faccio tutti i sacrifici, vado e li
faccio i sacrifici. Perché sei sangue mio, l’hai capito? Sei sangue mia. E se io devo
passare problemi vado e li passo, non mi interessa. L’importante che tu sei con tua
mamma, con i tuoi figli e con tuo marito, e di farti la tua vita, senza che
iniziamo. …(incomprensibile)… Perché lo sanno cosa facciamo! Che sono
vent’anni che facciamo questa vita noi. Non avevano bisogno di te per venirmi
ad arrestare, hai capito? Stai sicura e tranquilla. E poi che facciano quello che
vogliono, io mi so difendere, non sono… io non sono di quelli che sono venuti a
ricattarti in tutti i modi. Questi cani luridi. Non ti preoccupare per me. Badati i tuoi
figli, a tua mamma, che questa sta morendo. …(incomprensibile)… E l’hai capito
…(incomprensibile)…” “Ricordatillu ca no c’è nessuno megghiu di mammata e di
paita. Ca se io haiu fari sacrifici pe figghiama, io vaiu e i fazzu tutti i sacrifici, vaiu e i
fazzu sacrifici. Pecchì si sangu meu, u capiscisti? Si sangu meu. E se eu haiu passari
problemi vaiu e i passu, no mi interessa. Abbasta ca tu si cu mammata, chi figghi toi e
cu maritata, e mi vai mi fai a vita toi. E ora t’ha fari a vita tua, senza mi cuminciamu.
…(incomprensibile)… Pecchì u sannu chi facimu! Chi avi vint’anni chi facimu chista
vita nui. Non avianu bisognu i tia u mi venunu u mi ‘ttaccanu, hai capito? Statti sicura
e tranquilla. E poi mi fannu chiddu chi vonnu, io mi sacciu difenderi, no su… no su io
i chiddi chi vinneru u ti ricattanu i tutti i maneri. Sti cani lordi. No ti preoccupari pe
mia. Badati i figghi toi, a mammata, ca chista sta morendo. …(incomprensibile)… E u
capiscisti …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Non è che ti sto gridando, sai, Cetta. Io… quello che ho passato io…
solo io lo so quello che ho passato io, però non mi interessa più niente. A me lo so
che non mi hai disonorato! Che se eravamo altre famiglie ti potevi stare con
loro, me ne fottevo che ti ammazzavano[?] o ti ammazzavi, a me male non me
ne facevano niente, qualsiasi cosa facevi” “Non è ca ti staiu gridandu, sai Cetta.
Eu… chiddu chi passai io… sulu io u sacciu chiddu chi passai io, però no mi interessa
nenti cchiù. A mia u sacciu ca no mi disonorasti! Ca se eramu atri fmigghi ti potivi stari
cu iddi, mi ndi futtiva ca t’ammazzavanu[?] o t’ammazzavi, a mia mali no mi ndi
facivanu nenti, chiddu chi facivi facivi”
45
Voce Femminile: “(incomprensibile)”
Voce Maschile: “L’eroe. …(incomprensibile)… che tu non mi hai fatto niente di altre cose io
ho toccato il cielo con le mani, ho toccato! Di altre cose non mi vergogno. Poi fare
pure a meno di parlare di altre cose!! Perché non me ne fotte niente di altre cose! Il
mio pensiero e dei tuoi fratelli era quello. Ci siamo tolti quello dalla testa, cioè dai
piedi, basta! E lo sanno tutti a Rosarno che non esiste niente, stai sicura, no quello che
dice lei o quello che dici tu. Lo sa tutto Rosarno che non hai detto niente” “L’eroi.
…(incomprensibile)… ca tu no mi facisti nenti i autri cosi, io toccai u cielo chi mani
toccai! I autri cosi no mi vergogno. Poi fari puru a menu u parri i atri cosi!! Ca no mi
ndi futti i nenti eu i autri così! A mia chiddu ndà era u pensaru meu e di frati toi. Ndu
cacciammu chiddu supra a testa, cioè supra i pedi, basta! E u sannu tutti a Rosarno ca
non esisti nenti, statti sicuro, no chiddu chi dici idda o chiddu chi dici tu. U sapi tutto
Rosarno ca non dicisti nenti”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Stai tranquilla. Le persone sanno tutta la verità. Sanno che ti… ti… ti hanno
ricattato, sanno tutte cose. Tutto sanno. E se ti mi avevi telefonato dal primo giorno,
tu dal primo giorno eri a casa ma, eh!” “Statti tranquilla. Sannu tutta a verità i cristiani.
Sannu ca ti… ti… ti ricattaru, sannu tutti cosi sannu. Tutto sanno. E se tu m’avi
telefonato du primu iornu, tu du primu iornu eri a casa mia, eh!”
Voce Femminile: “Ah?”
Voce Maschile: “Eri a casa mia. Ma se me l’avessi detto da quando hai fatto… sei andata in
Caserma…” “Eri a casa mia. Ma se me l’avissi dittu i quandu facisti… isiti a
Caserma…”
Voce Femminile: “Sei andata in Caserma” “Isti a Caserma”
Voce Maschile: “…non ti succedeva niente di queste cose qua” “…no ti succediva nenti i sti
cosi ndocu”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Va bene. E’ probabile che ti hanno pure drogato” “Va bonu. Ti dograru
puru è capaci”
Voce Femminile: “E’ vero, lo sai?!” “E’ vero, u sai?!”
Voce Maschile: “Sembra che non lo fanno” “Pari ca no fanno”
Voce Femminile: “E’ vero”
Voce Maschile: “Sembra che non lo sanno” “Pari ca no fannu”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “So a uno con cui l’hanno fatto” “Io sacciu a uno chi u ficeru”
46
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “So a uno con cui l’hanno fatto. Con uno l’hanno fatto per davvero, con un
uomo” “Io sacciu a uno chi u ficeru. A unu u ficeru pe davvero, a nu cristiano”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “A Marasco… a Marasco sai come l’hanno fatto pentire? Ah? Che gli hanno
portato la droga” “A Marasco… a Marasco u sai comu u ficeru pentiri? Ah? Ca nci
levaru a droga”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “(incomprensibile)”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… Io ho cinquanta… 53 anni e cosa mi serviva più la
vita (incomprensibile)? Cosa mi è servita la vita a me?! …(incomprensibile)… Cosa mi
è servita la vita?!”
“…(incomprensibile)… Io nd’haiu cinquanta… 53 anni e chi mi
servia
vita
cchiù
da
(incomprensibile)?
Chi
mi
serviu
a
vita
a
mia?!
…(incomprensibile)… Chi mi serviu a vita?!”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 24M 24S A 00H 24M 26S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “E cosa vuole? Che …(incomprensibile)…” “E chi voli? Ca
…(incomprensibile)…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 24M 31S A FINE REGISTRAZIONE NON CONVERSANO
Il tema dell’onore, inteso secondo i canoni interpretativi della famiglia Cacciola e del contesto
sociale di cui è permeata tutta la vicenda per cui è processo, ricorre – come si avrà modo di evidenziare
meglio nel corso delle trattazione – in molti altri atti di indagine, ed in particolare nella già citata
conversazione telefonica intercorsa con l’amica Emanuela Gentile, in cui la stessa Maria Concetta
Cacciola esprime la convinzione che non vi può essere perdono per lesioni dell’onore (ma sul punto si
tornerà approfonditamente più avanti).
Nella conversazione ambientale veicolare di cui al prog. n. 267, sempre del 2 agosto 2011,
Michele CACCIOLA sprona ancora la figlia a ritrattare nonostante la palpabile perplessità di quest’ultima.
CONVERSAZIONE N° 267 – DEL 02/08/2011 ORE 21:30.11
…omissis…
Michele: “Sai cosa vuol dire non (incomprensibile)? Che tutto quello che hai detto non
è vero” “Sai chi vuol diri no (incomprensibile)? Ca tutto chiddu chi dicisti non è vero”
Concetta: “Non è vero …(incomprensibile)…”
Michele: “E cosa ti fanno a te?” “E chi ti fannu a tia?”
Concetta: “Niente, però …(incomprensibile)…”
47
Michele: “Sei incensurata” “Si incensurata”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Michele: “Se …(incomprensibile)… ti cercano tutto. Senti a quello che dice Michele. Senti a
quello che dici tuo padre. Basta, chiudiamola questa… questa storia” “Se
…(incomprensibile)… ti cercanu tutto. Senti a chiddu chi dici Michele. Senti a chiddu
chi dici paita. Basta, chiudi mula sta… sta storia”
…omissis…
In un passaggio successivo della medesima conversazione comincia tuttavia a trasparire il
comportamento ambivalente dei coniugi Caccioli, protettivi e rassicuranti in apparenza ma in realtà
preoccupatissimi che la figlia possa in qualche modo sfuggire nuovamente al loro controllo; ed infatti,
quando Maria Concetta scende dalla macchina (presumibilmente nei pressi di un Autogrill) per andare
in bagno, Michele si affretta a dire alla moglie di seguirla per accertarsi che non mandi messaggi,
compito che la LAZZARO esegue fedelmente:
Voce Femminile: “Vedi che qua sono i bagni. Cammina” “Vi’ ca cà su i bagni. Cammina”
Concetta: “Dove sono i bagni?” “Aundi su i bagni?”
Michele: “Qua” “Cà”
A 00H 19M 46S si sente aprire uno sportello
Voce Femminile: “Aspe’”
Michele: “Cetta aspetta”
Voce Femminile: “Aspetta”
A 00H 19M 49S AUTOVETTURA FERMA
Michele: “Entra con lei dentro che non mandi qualche messaggio” “Trasi cu idda intra
no mu scrivi”
Voce Femminile: “Ah?”
Michele: “Che non mandi qualche messaggio” “No mu scrivi”
A Cerretolo tuttavia – come si è già avuto modo di accennare – Maria Concetta era riuscita a
superare il momento di debolezza che l’aveva spinta a seguire i genitori ed aveva contattato il Servizio
Centrale di Protezione per farsi venire a prendere; che la sua volontà di riprendere la collaborazione
fosse autentica è circostanza in questo caso quanto mai evidente per il semplice fatto che era stata
proprio lei a rendersi reperibile fornendo al personale del NOP le indicazioni necessarie per essere
raggiunta e prelevata (cfr. deposizione del teste La Vigna).
Nelle conversazioni successive emerge tutto il disappunto dei coniugi Cacciola per il nuovo
ripensamento della figlia.
I due, tuttavia, sembrano addebitare ancora una volta la responsabilità del suo allontanamento
alle Forze dell’Ordine, colpevoli – a loro avviso – di averla plagiata e di tenerla “sequestrata” contro la
sua volontà; tale convinzione rende Michele ancora più determinato nel progettare la ritrattazione della
giovane, confidando nel fatto di riuscire facilmente a convincerla.
Ed infatti, nella telefonata registrata al prog. n. 280 del 3.8.2011 ore 10.11 – di fondamentale
importanza anche per quanto si dirà nel prosieguo in ordine al coivolgimento dei due legali nominati
48
dalla famiglia della collaboratrice – Michele CACCIOLA, sempre dall’interno della sua autovettura,
chiama un soggetto di nome Giuseppe (che lui stesso, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, ha
identificato nel figlio, coimputato nel presente procedimento) e gli chiede di prendere un appuntamento
con tale Gregorio in una località denominata “Purgatorio”; gli dice che dovranno prima scrivere
qualcosa loro in quanto “lei non capisce niente” e che deve stare tranquillo perché, nonostante i Carabinieri
se la siano portata via, “a lei la teniamo noi”(Parla al telefono Voce Maschile: “Che c’è? … Sì. … No,
aaaa… a Firenze. … Sì, va bene, sì. … Sai cosa fai? A Firenze, a Firenze. Sì. Sai che fai Giuseppe? Vedi se
rintracci a Gregorio e gli dai un appuntamento per quanto ritorno io. Però no là dove sto, ci
vediamo al Purgatorio. … Prima la scriviamo, che lei non capisce niente. … Sì, sono venuti e se la
sono presa. … (incomprensibile) cinque meno un quarto … Loro hanno detto che non possono fare, deve parlare col
magistrato, per… per dirgli che lei non vuole più avere niente a che fare, e poi se ne può andare dove vuole. … Adesso
sono venuti i Carabinieri e hanno parlato con me. … I Carabinieri quando se la sono portata. Sono venuti a casa, là…
… Sì, adesso sono… adesso sono là, soli. … Stai tranquillo che a lei la teniamo noi. …
…(incomprensibile)… gli spiava le cose. … …(incomprensibile)… Sì, il magistrato, sì, in sua presenza deve dirgli che
non vuole essere più protetta, va bene? … …(incomprensibile)…”).
Si riportano di seguito ulteriori brani – del medesimo tenore – tratti delle conversazioni di cui al
RIT 1203/11 progg. 299 e 300 del 3.8.2011 (rispettivamente registrate alle ore 14.23 e 14.39).
Lo stato di evidente agitazione in cui versa il CACCIOLA, in particolare, mal si concilia con le sue
parole volte a sminuire – quasi se ne volesse convincere lui stesso – la portata delle possibili
dichiarazioni rese dalla figlia; è tuttavia evidente che l’uomo nutre una forte preoccupazione per le
conseguenze che dalle stesse potrebbero scaturire, mostrando di temere addirittura per l’incolumità dei
propri familiari.
CONVERSAZIONE N° 299 – DEL 03/08/2011 ORE 14:23.51
…omissis…
Voce Maschile: “…a una mamma. E cornuto pensa che la mandavo a scuola solo per fare
verbali, solo per fare verbali, …(incomprensibile)… a una troia. Ma fai la giustizia, ma
fai la giustizia. Puttana, fai la giustizia. No, le tragedie. No, le tragedie. Lei non lo sa
che questa ragazza non sa niente?! Non sa niente! Questa ragazza che sa. Cosa
può sapere una donna a casa mia?! Una donna a casa mia?! Sa tutti i cazzi di
Rosarno, una ragazza. …(incomprensibile)… sa tutti i cazzi di Rosarno.
Sapeva. E io glieli raccontavo” “…a na mammasa. E cornuto pensa ca mandava a
scola sulu mi faci verbali, sulu mi faci verbali, …(incomprensibile)… a na troia. Ma fai
a giustizia, ma fai a giustizia. Puttana, fai a giustizia. No, i tragedi! No i tragedi. Idda no
sapi ca sta figghiola no sapi nenti?! No sapi nenti! Sta figghiola chi sapi. Chi poti sapiri
na fimmana nta me casa?! Na fimmana nta me casa?! Sapi tutti i cazzi i Rosarno, na
figghiola. …(incomprensibile)…, sapi tutti i cazzi i Rosarno. Sapia. E eu nci cuntavu”
Voce Femminile: “(incomprensibile)”
49
Voce Maschile: “I cazzi miei glieli raccontavo a mia figlia …(incomprensibile)…,
andavo e glieli raccontavo a mia figlia.
Lei non sa che facevo io
…(incomprensibile)… Non sa niente …(incomprensibile)… non sa niente!
…(incomprensibile)… E verrà un momento che si scoprirà, non pensare” “I
cazzi mei nci cuntava a figghiama, …(incomprensibile)…, iva e nci cuntava a
figghiama. Idda no sapi chi faciva eu …(incomprensibile)… No sapi niente
…(incomprensibile)… no sapi niente! …(incomprensibile)… E verrà u momento chi
si scoprirà no mi ti pensi”
DA 00H 06M 56S A 00H 06M 58S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Verrà il momento che si scoprirà, perché qualche giorno
…(incomprensibile)… Gliele dico io le cose. …(incomprensibile)… Siamo
arrivati al punto, che secondo me, «dici così, dici così». E’ facile. E’ facile in
questo
modo
fare
il
collaboratore.
Perché
questa
non
gli
basta
…(incomprensibile)…, questa puttana di merda, non gli basta” “Verrà u momento chi
si scoprirà, pecchì ncunu iornu …(incomprensibile)… Nci dicu eu i cosi.
…(incomprensibile)… Arrivammu o puntu, che secundu mia, «dici così, dici così» E’
facili. E’ facili i stamanera mi faci u collaboratori. Pecchì chista no nci basta
…(incomprensibile)…, sta puttana i merda, no ci basta”
Voce Femminile: “Vogliono le prove” “Vonnu i provi”
Voce Maschile: “Vedi che mezze prove non ne hanno. …(incomprensibile)… prove. Là a
fare il collaboratore. E’ facile a dire «digli che te l’ha detto tuo fratello», «dici che
te l’ha detto tuo padre», «dici che te l’ha detto tuo fratello», «dici che te l’ha detto
la vagina di tua mamma». E’ facile così. …(incomprensibile)… In questo modo è
facile. …(incomprensibile)… A una come lei gli ha dato…” “Vi’ ca menzi prove no
nd’hannu. …(incomprensibile)… provi. Ndà, mi faci u collaboratore. E’ facili a diri,
«dici ca tu dissi faita», «dici ca tu dissi paita», «dici ca tu dissi faita», «dici ca tu dissi
paita», «ici ca tu dissi u sticchiu i mammasa». E’ facili così. …(incomprensibile)… I
stamanera è facili. …(incomprensibile)… A una comu idda nci ezzi…”
Voce Femminile: “Gli hanno offerto” “Nci offriru”
Voce Maschile: “Gli hanno offerto centomila euro per… per… per una cosa, per una firma?!
Però vai e trovali poi, dopo che gli ha dato centomila euro, che vada a trovarle lei,
…(incomprensibile)…, che vada a trovarle lei. …(incomprensibile)…” “Nci offiru
centumila euri pe… pe… pe na cosa, pe na firma?! Eh! Però vai e trovali poi, dopu ca
nci ezzi centomila euro, mu vaci mi trova idda, …(incomprensibile)…, mu vaci mi
trova idda. …(incomprensibile)…”
50
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “E la puttana ride. La vedi la puttana come ride. A te si squaglia il cuore di tua
figlia. Questa troia di merda ride, questa troia. A te ti squaglia il cuore e lei ride. Perché
lei vuole fare la lurida. Lei vuole che ci ammazzano. Vuole farci ammazzare
…(incomprensibile)… Hai capito! Non hai capito?! Gli assassini sono loro!
Perché vuole che ci ammazzano in questo modo. Dice così li ammazziamo!
Davvero. Quando niente niente li ammazziamo, tramite… Vuole che ci
ammazzano. …(incomprensibile)… E poi dicono che siamo noi le male parti. Le
male parti li facciamo noi. …(incomprensibile)… E poi ridono nelle… nelle procure
ridono che ci hanno ammazzato. Si è ammazzata la mamma di una collaboratrice!
L’hanno fatta collaboratrice! Come fa una ragazza che non sa neanche… ma neanche
se …(incomprensibile)… l’hanno fatta collaboratrice! Eh indegni della loro vita!
Mannaia la Madonna della Montagna! Neanche se vivo altri …(incomprensibile)… e
gli ammazzo la figlia pure. …(incomprensibile)… Io per questo vivo, vedi, che me ne
fotto. …(incomprensibile)… chi gliel’ha mandata… chi gliel’ha mandata l’ambasciata a
questa grande troietta? Chi gliel’ha porta l’ambasciata a questa troia di merda? Ormai
ha il potere, capisci?, questa puttana di culo. Il potere del… potere di distruggere le
famiglia. Hanno il potere di distruggere le famiglie, anche per farci ammazzare,
anche per farci ammazzare, hai capito?! Ci sequestrano i figli, se li prendono. Se io
gli avevo sequestrato la figlia a lei (incomprensibile)! Lei mi ha sequestrato la figlia a
me. Mi ha sequestrato la figlia a me. A una malata, a una malata che
…(incomprensibile)…”
…omissis…
CONVERSAZIONE N° 300 – DEL 03/08/2011 ORE 14:39.57
Michele: “…(incomprensibile)… è zoppo che è zoppo, però a Palmi ha fatto tanto Ernesto,
ha fatto tante cose …(incomprensibile)…, eh! (incomprensibile), questi sparano,
spara” “…(incomprensibile)… è zoppo che è zoppo, però a Palmi fici tanto Ernesto,
fici tanti cosi …(incomprensibile)…, eh! (incomprensibile), chisti sparanu, spara”
DA 00H 02M 20S A 00H 02M 21S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Michele: “Spara”
DA 00H 02M 23S A 00H 02M 27S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Michele: “…(incomprensibile)… l’ho visto pure io, sai. …(incomprensibile)… procura”
“…(incomprensibile)… u vitti puru ieu, sai. …(incomprensibile)… procura”
DA 00H 02M 30S A 00H 02M 40S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 02M 41S A 00H 03M 08S SI SENTE SOLO FRUSCIO
51
Michele: “…(incomprensibile)… pure a lei. A Gioia, lì sopra nella superstrada”
“…(incomprensibile)… puru a idda. A Gioi, ndà supra a superstrata”
DA 00H 03M 19S A 00H 03M 20S NON CONVERSANO
Michele: “Sparo alla figlia che se né scappata, con un marito e tre figli. Bastardi.
…(incomprensibile)…
ma
non
l’hanno
capito,
non
l’hanno
capito.
…(incomprensibile)… non l’hanno capito che è donna e gli sembra… e gli sembra
che… trova sta grande coppola di cazzo!! Trova, a casa mia. Bastardi, porci! Questa
troia lurida! Se li sequestrano. …(incomprensibile)… se li sequestrano per fare la bella
vita. Che quella cosa gli dici ora? Cosa gli doveva dire?! Ah?! Non sapeva cosa dirgli,
perché glielo dicono. Intanto abbiamo la collaboratrice qua! Abbiamo la… A mia figlia
l’hanno fatta collaboratrice qua! Io so che ce l’hanno fatta collaboratrice”
Nel prosieguo della medesima intercettazione, Michele CACCIOLA intrattiene una breve
conversazione telefonica con Gregorio, soggetto già nominato in precedenza nel colloquio con
Giuseppe e che – per i motivi di cui si dirà più avanti – si ritiene di dover identificare senza ombra di
dubbio nell’avv. Gregorio Cacciola. I due concordano di vedersi nel tardo pomeriggio di quella
stessa giornata, in un posto indicato come “là sopra”.
Michele Parla al telefono
Michele: “Grego’, io sono, Michele. … Senti un poco. Ieri sera mia figlia se n’era venuta, si
era liberata là, se n’era venuta. …(incomprensibile)… dopo quattro ore, che io sono
arrivato all’una e un quarto, l’una e venti là. Sì, di notte, lì da mio cognato. Stamattina
alle cinque sono venuti e se la sono presa. … E gli hanno detto che… Se la sono presa,
gli hanno detto che lei non può stare là, in malo modo. Se la sono presa e se ne sono
andati. … Io gli ho detto che li denuncio che …(incomprensibile)…, che ha un
avvocato qua, tutte queste cose qua. … …(incomprensibile)… … Non se la sono
presa qua …(incomprensibile)… No, se la sono presa loro. Però… però io vado
stamattina …(incomprensibile)… Eh. Io domani mattina… domani mattina vado
…(incomprensibile)… … Sì, sì, se la sono presa, se la sono portata, ci hanno detto che
prima deve essere interrogata da… da un magistrato, da un magistrato e poi gli
tolgono… … Dunque, mia figlia è malata, è malata malata” “Grego’, eu su, Michele.
… Senti nu pocu. Ieri sira me figghia si nd’avia venutu, s’avia liberau ndà, si nd’avia
venutu. …(incomprensibile)… dopo quattro ore, che io arrivai all’una, e ci… e cincu,
arrivai all’una e nu quartu, l’una e vinti ndàni. Sì, di notti, ndà ndi chenatema.
Stamatina e cincu vinneru e sa pigghiaru. …. E nci isseru ca… Sa pigghiaru, nci isseru
ca idda no poti stari ndà, i bruttu a bruttu. Ncia pigghiaru e si ndi iru. … Eu nci dissi
ca i denunciu, ca …(incomprensibile)…, ca nd’avi n’avvocato càni, tutti sti cosi cà. …
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…(incomprensibile)… … No ncia pigghiaru cà …(incomprensibile)… No, ncia
pigghiaru iddi. Però… però io vaiu stamatina …(incomprensibile)… Eh. Io domani
matinu… domani matinu vaiu …(incomprensibile)… … Sì, sì, ncia pigghiaru, ncia
levaru, ndi isseru ca avi d’esseri prima interrogata da… da un magistrato, da un
magistratu e poi nci caccianu… … Dunque, me figghia è malata, è malata malata”
In sottofondo si sente: Voce Femminile: “E’ combinata male” “E’ cumbinata mali”
Michele: “E’ combinata male. … Io sto rientrando. … Sì, domani mattina parliamo per… vai
e parli tu. Eh, dico, io, tu, mio cugino Gegorio e parliamo tutti e tre. Sì, tutti e tre
…(incomprensibile)… E domani mattina quando vieni …(incomprensibile)… … Lei
se n’era venuta, era con me, solo perché non li ha avvisati loro sono venuti a
prendersela. Gli ho detto «era libera», perché non li ha avvertiti nessuno. … Gli ho
detto «ma lei è libera?», «sì, ma lei ha magistrato. Solo il magistrato la può liberare». La
stanno tenendo… l’hanno messa carcerata, la stanno tenendo incatenata. … Ah? …
No. … …(incomprensibile)… gli affitto una casa dovunque sia. «Mi vergogno», dice
«mi vergogno». Gli affitto una cosa da un’altra parte e si sta da un’altra parte, giusto?
… Io stasera arrivo verso… (incomprensibile). Ora che ora sono?, le due? Le tre. Io
verso le sei, sei e mezza sono là. … Eh. … Ci vediamo là sopra. … Va bene, dai!”
Nella conversazione di cui al prog. 301, delle ore 14.59 del 3.8.2011, viene captata – sempre in
modalità ambientale in quanto le utenze cellulari delle interessate ancora non erano sotto controllo –
una telefonata tra la LAZZARO e la figlia, ove è oltremodo evidente la pressione, anche e soprattutto
psicologica, esercitata della prima nei confronti della seconda per farla desistere dal percorso di
collaborazione. La donna dice infatti di stare “morendo” e cerca di convincerla prospettandole la
possibilità di prendere una casa in affitto lontano da Rosarno, dove l’avrebbe potuta raggiugere insieme
ai figli.
È interessantissimo notare come, alla fine della conversazione, Maria Concetta esprima la ferma
volontà di non recedere dai suoi propositi; la madre, infatti, subito dopo averle chiesto di ritrattare le
proprie dichiarazioni, esclama – chiaramente ripetendo la risposta appena ricevuta dalla figlia – “come
non esiste?!”; ciò costituisce un dato di fondamentale importanza – e che può sin d’ora considerarsi un
punto fermo – in ordine alla spontaneità della collaborazione di Maria Concetta Cacciola.
Si riporta di seguito il brano di interesse:
CONVERSAZIONE N° 301 – DEL 03/08/2011 ORE 14:59.38
Parla al telefono
Voce Maschile: “Pronto?! … …(incomprensibile)… … (incomprensibile) ti passo a
mamma”
… Voce Femminile: “…(incomprensibile)… sto morendo. … E cosa ti hanno fatto che
non puoi venire? Non ti hanno firmato il foglio. … Ma (incomprensibile) per loro o
per te? Pensavo che …(incomprensibile)… … Cetta…” “…(incomprensibile)… staiu
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morendo. … E chi ti fici ca no poi veniri? No ti firmaru u fogghiu. … Ma
(incomprensibile) pe iddi o pe tia? Pensavo ca …(incomprensibile)… … Cetta…”
Voce Maschile: “Digli che gli affitto una casa al Nord” “Inci ca nc’ha ‘ffitto na casa pe
supra”
Parla al telefono
Voce Femminile: “Ti affitto una cosa, me ne vengo pure io con te. … Me ne vengo
pure io con te. … Eh, ha detto il papà che ti affittiamo una casa, e vengo pure
io con te. … Lui lì …(incomprensibile)… … Eh, ma tu vieni con me però. …
Tu te ne vieni con me e con i figli. … Eh! E lasciala stare, Cetta. Lascia stare
tutte cose. … Ah? … Eh” “T’affitto ncuna casa, mi ndi vegnu puru io cu tia. … Mi
ndi vegnu puru io cu tia. … Eh, dissi u papà ca t’affittammo na casa, e mi ndi vegnu
puru io cu tia. … Iddu ndocu …(incomprensibile)… … Eh, ma tu veni cu mia però.
… Tu ti ndi veni cu mia e chi figghi. … Eh! E dassara stari, Cetta. Lassa stari tutti cosi.
… Ah? … Eh”
Voce Maschile: “Di dire la verità” “Mi ici a verità”
Voce Femminile: “Ah?”
Voce Maschile: “Di dire la verità che non sapeva niente” “Mi ici a verità ca non sapivi
nenti”
Parla al telefono
Voce Femminile: “No Cetta. Ascolta un poco, ascolta. Tu gli devi dire la verità Cetta, che tu
non sapevi niente. … Come non esiste?! … Dimmi” “No cetta. Ascolta nu pocu,
ascolta. Tu nc’ha diri a verità Cetta, ca tu no sapivi nenti. … Come non esisti?! …
Dimmi”
FINE CONVERSAZIONE
Le conversazioni successive (RIT 1203/11 progg. 302 e 306 del 3.8.2011) sono del medesimo
tenore; nel prog. 306, in particolare, viene fatto nuovamente riferimento al Gregorio già menzionato in
precedenza, che Michele dice di voler mandare in Procura il giorno successivo. Anche in questo caso le
ulteriori emergenze processuali su cui ci si soffermerà più avanti dimostrano inequivocabilmente che
tale soggetto deve identificarsi nell’avv. Gregorio Cacciola.
CONVERSAZIONE N° 302 – DEL 03/08/2011 ORE 15:39.39
Parla al telefono
Voce Femminile: “Sai cosa fai? Falla chiamare” “Sai chi fai? Mandala chiamandu”
Voce Maschile: “Digli che chiudi tutte cose” “Inci ca chiudi tutti cosi”
Parla al telefono
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… Voce Femminile: “Eh. … …(incomprensibile)… Va bene, ne parliamo Cetta. … Ah? Io
è da quando siamo partiti, guarda, da quando siamo partiti che io e tuo papà
piangiamo. … Ah?” “Eh. … …(incomprensibile)… Va bonu, ndi parlamu Cetta. …
Ah? Io avi i chi partimmu, guarda, avi i chi partimmu ca nda facimu ciangendu io e
paita. … Ah? ”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Parla al telefono
Voce Maschile: “Puoi chiudere quando vuoi. Cetta… Cetta! Cetta, Cetta…” “Poi
chiudiri quandu voi. Cetta… Cetta! Cetta, Cetta…”
Voce Femminile: “Lasciala stare, stasera…” “Lassa stari, stasira….”
Parla al telefono
Voce Maschile: “Ma non solo per questo fatto qua, puoi chiudere tutte cose. Lascia
stare quello che dice lei. … Lo dici tu che non puoi fare niente, Cetta!! Lo dici
tu che non puoi fare niente! Ma tu cosa vuoi fare… Ma tu cosa vuoi fare con
questi inganni qua?! Per portarmeli fino a dentro. … Sì, ma gli devi dire a lei
(incomprensibile) davvero! … E se no viene lei non glielo dici oggi o domani?” “Ma
no sulu pe stu fattu ndocu, poi chiudiri tutti cosi. Lassa stari chju chi dici idda. … U
dici tu ca ni poi fari nenti, Cetta!! U dici tu ca no poi fari nenti! Ma tu chi voi u fai…
Ma tu chi voi u fai cu sti carretti ndocu? U mi porti finu a dintra. … Sì, ma nc’ha diri a
idda (incomprensibile), davveru! … E se no veni idda no nciu dici vogghiu oggi o
domani?”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 19S A 00H 02M 29S Segnale debole – non si sente
A 00H 02M 30S SI SENTE SOLO FRUSCIO
A 00H 02M 31S FINE CONVERSAZIONE
CONVERSAZIONE N° 306 – DEL 03/08/2011 ORE 15:51.32
…omissis…
Parla al telefono
Voce
Maschile:
“Non
mettere
a
nessuno.
…
Sì,
io
stasera
parlo
con
…(incomprensibile)… e domani lo mando in Procura a Gregorio. … Lo mando
in Procura io. Tu se ti dicono che ti mettono l’avvocato… … Ah? … Ma se tu…
se tu …(incomprensibile)… Cetta! … No! Con quelli che vengono la mattina gliela
devi fare la nomina. …(incomprensibile)…” “No mettiri a nuddu. … Sì, io stasira
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parru cu …(incomprensibile)… e domani u mandu a Procura io a Gregorio. … U
mandu a Procura io. Tu se ti dinnu ca ti mentunu l’avvocato… … Ah? … Ma se tu…
se tu …(incomprensibile)… Cetta! … No! Cu chiddi chi venunu a matina ci l’ha fari a
nomina. …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Digli che (incomprensibile) stamattina, il maresciallo” “Inci ca
(incomprensibile) stamatina u marasciallo”
Parla al telefono
Voce Maschile: “Cetta, torna… tornatene… tornate indietro, Cetta. Tornate indietro
che questi… questi qua vogliono il nostro male. Loro lo sanno che tu… che tu
non sai niente, e tu glielo devi dire che non sai niente! Eh. Va bene?! …
Cetta?!” “Cetta, torna… tornatindi… tornatindi arretu, Cetta. Tornatindi arretu ca
chisti… chisti ndocu u mali vonnu i nui atri. Iddi u sannu ca tu… ca tu no sai nenti, e
tu nci l’ha diri ca no sai nenti! Eh. Va bonu?! … Cetta?!”
Voce Maschile: “Ha chiuso” “Ha chiusa”
DA 00H 02M 33S A 00H 02M 45S NON CONVERSANO
A 00H 02M 46S squillo telefono cellulare
Voce Maschile: “Parla tu” “Parra tu”
DA 00H 02M 47S A 00H 02M 48S squillo telefono cellulare
Voce Maschile: “Parla tu. Te’ parla” “Parla tu. Te’, parra”
Parla al telefono
Voce Femminile: “Cetta. … Eh, lo so. Eh, ho capito. … Che staccano il telefono? … Ah, va
bene, va bene. … Ah? Hai mangiato? … Perché non hai mangiato? … Ah? … Eh. Va
bene ti raccomando, sai Cetta. … Va bene, mi hai giurato su i tuoi figli” “Cetta. …
Eh, u sacciu. Eh, capiscia. … Ca staccanu u telefunu? … Ah, va bonu, va bonu. … Ah.
Mangiasti? … Pecchì no mangiasti? … Ah? … (incomprensibile). … Ah? … Eh. Va
bonu t’arracomando, sai Cetta. … Va bonu, mi giurasti supra i figghi toi”
DA 00H 03M 45S A 00H 03M 52S segnale debole - audio assente
DA 00H 03M 53S A 00H 04M 09S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 04M 10S A 00H 04M 23S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 04M 23S A FINE REGISTRAZIONE SI SENTE SOLO FRUSCIO
Il 3 agosto 2011, come si è già accennato, era stata avviata attività tecnica anche sul telefono di
Maria Concetta Cacciola (RIT 1596/11). Gli operanti avevano concentrato i loro sforzi nell’individuare
le utenze a lei in uso dal momento che le ricerche su quelle a lei formalmente intestate non avevano
dato alcun esito.
Il tenente Ceccagnoli ha chiarito che la paura della collaboratrice, nonostante fosse prassi
invalsa nel suo contesto di provenienza quella di non avvalersi di schede direttamente riconducibili
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all’utilizzatore del telefono per sfuggire ad indagini eventualmente disposte dall’AG, era invece che
fossero i parenti a poterla controllare estraendo i tabulati; le parole riferite dal teste in proposito
costituiscono, a ben vedere, ben più di una semplice ipotesi investigativa dal momento che – come si
ricorderà – era stata la stessa Maria Concetta a confidare ai militari dell’Arma di essere continuamente
pedinata e controllata.
In effetti la scheda in uso alla Cacciola, recante n. 3423630970, risultava intestata ad Improta
Pasquale, un soggetto che la donna aveva conosciuto su di un social network, e con il quale aveva
allacciato una relazione affettiva, dapprima coltivata solo attraverso contatti telefonici, e poi proseguita
quando l’uomo l’aveva raggiunta in almeno due occasioni (sia a Cassano sullo Jonio che a Genova)
fornendole la sua sim card.
Ebbene, sempre in data 3 agosto 2011, vengono captate sull’utenza di Maria Concetta Cacciola
alcune significative telefonate intercorse con la madre.
Nel prog. n. 6 (RIT 1596/11) delle ore 22.23, la LAZZARO esorta la figlia (che aveva chiamato
solo per sapere come era andato il viaggio) a tornare sui suoi passi ed a chiamare al più presto
l’avvocato per farsi venire a prendere, rassicurandola sul fatto che avrebbero provveduto loro a qualsiasi
spesa; in questa conversazione viene anche riproposto il tema dei figli, utilizzati dall’imputata (neanche
troppo velatamente) come incentivo per convincere la giovane a recedere dai suoi intenti.
TELEFONATA IN USCITA N° 6 – DEL 03/08/2011 ORE 22:23.08
UTENZA CHIAMATA: 393474028347
Voce Femminile: “Pronto?!”
Concetta: “Mamma?!”
Voce Femminile: “Ah!”
Concetta: “Oh, sei arrivata?” “Oh, ‘rrivasti?”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “Sei arrivata?” “’Rrivasti?”
Voce Femminile: “Sì, sono arrivata” “Sì, arrivai”
Concetta: “Ah. Ah, ho telefonato apposta per domandare… per sapere se eravate
arrivati” “Ah. Ah, chiamai apposta mi domandu... u viu se ‘rrivastuvu”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “Ho telefonato apposta per sapere se eri arrivata” “Chiamai apposta u viu se
‘rrivasti”
Voce Femminile: “Eh. Sai cosa fai?” “Eh. Sai chi fai?”
Concetta: “Eh? Adesso mi sono svegliata” “Eh? Mò mi rivigghiai”
Voce Femminile: “Eh. Sai cosa fai? Domani mattina…” “Eh. Sai chi fai? U matinu…”
Concetta: “Eh?!”
Voce Femminile: “…telefona all’avvocato…” “…chiama all’avvocato…”
Concetta: “Eh”
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Voce Femminile: “…che me… gli diamo i soldi noi…” “…che me… nc’hamu i sordi
nui…”
Concetta: “Eh”
Voce Femminile: “…che viene a prenderti. E ti porta dove vuoi tu, o da zia Giovanna o
da zia Angela…” “…che ve e ti pigghia. E ti leva aundi voi tuni, o da zia Giovanna o
da zia Angela…”
Concetta: “Eh”
Voce Femminile: “…che ti mando pure i figli “…Ca ti mandu i figghi puru”
Concetta: “Eh?”
Voce Femminile: “Che ti mando pure i figli, Cetta” “Ca ti mandu puru i figghi, Cetta”
Concetta: “Mamma, queste cose le ho capite. Lo so, però adesso non mi fa, hai
capito?” “Mamma, sti cosi i capiscia. U sacciu, però no mi faci moni, capiscisti?”
Voce Femminile: “No! Tu devi lasciare stare tutte cose, Cetta” “No! Tu a dassari tutti
cosi stari, Cetta”
Concetta: “Eh, ma io…”
Voce Femminile: “Per l’anima…” “Pe l’anima…”
Concetta: “Va boh ma…”
Voce Femminile: “…per l’anima dei morti…” “…pe l’anima di morti…”
Concetta: “Lo so…” “U sacciu…”
Voce Femminile: “…Adesso Cetta” “…Mo’ Cetta”
Concetta: “…lo so, lo so. Lo so non c’è…” “…u sacciu, u sacciu. U sacciu no c’è…”
Voce Femminile: “Lo sai cosa?” “U sai chi?”
Concetta: “Lo so quello che devo fare. Tu non ti preoccupare di niente” “U sacciu chi
haiu e fari. No ti preoccupari tu i nenti”
Voce Femminile: “Cetta, aspetta un attimo. Cetta, tu allora… Tu…” “Cetta, aspetta
n’appena. Cetta, tu allura… Tu…”
CADE LA LINEA
A fronte dell’evidente titubanza della figlia, che addirittura chiude improvvisamente la
conversazione, la LAZZARO diventa ancora più perentoria nella telefonata di pochi minuti successiva (la
n. 7 delle ore 22.26), quando la pone di fronte ad una scelta, una sorta di aut aut: Maria Concetta deve
decidere se stare con la famiglia o con la giustizia (“devi stare o con noi o con loro”).
L’imputata appare addirittura ossessiva quando esorta la figlia a chiamare al più presto,
l’indomani mattina, un legale di loro fiducia; costui, indicato come Vittorio “Pisano”, è da identificarsi
senza dubbio nell’avvocato Vittorio Pisani, il quale aveva effettivamente assunto, per conto della
famiglia Cacciola, un incarico sul cui oggetto si avrà modo di intrattenersi approfonditamente.
In questo contesto il ricatto psicologico messo in atto dalla LAZZARO non potrebbe essere più
evidente dal momento che costei non esita a minacciare la figlia paventandole, nel caso non esegua le
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sue istruzioni, la perdita dei suoi affetti più cari, ovvero la madre e i figli (“No, guarda, se tu non gli telefoni
domani mattina ti puoi dimenticare di me”, “allora, se tu domani non fai questo…omissis…dimenticati di me”,
“Tania manculicani cosa ha fatto”, “la figlia si è messa a piangere quando ha visto che non vieni”, “Eh. La piccola
non ha voluto neanche parlare”, “Cetta, ma tu devi pensare che hai i figli. Qua hai tre figli che stanno morendo”, “Sì,
Cetta. Però tu devi pensare una cosa: o scegli la famiglia, a noi…”).
Ancora meno alternative le lascia il padre Michele, il quale si esprime in questi termini: “No
giura. Lo deve fare se vuole e se non vuole”, “Digli che domani lo so se gli telefona, se non gli telefona…”, “No, se vuole
la distruzione della nostra famiglia di fare così”).
Interessantissimo è il tenore complessivo di tutta la conversazione, che vale dunque la pena di
riportare integralmente:
TELEFONATA IN USCITA N° 7 – DEL 03/08/2011 ORE 22:26.01
UTENZA CHIAMATA: 393474028347
Voce Femminile: “Pronto?!”
Concetta: “Mamma?!”
Voce Femminile: “Ah!”
Concetta: “Eh. No, ho dovuto chiudere” “Eh. No, nd’eppi u chiudu”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “Hai capito?” “Capiscisti?”
Voce Femminile: “Ascolta”
Concetta: “Mamma, aspe’…”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “…aspe’, fai parlare me e poi parli tu. Aspetta. Devo andare, lo so già, basta. L’ho
capito che…” “…aspe, fai mu parru a mia e poi parri tu. Aspetta. Haiu e ghiri, u sacciu
già, basta. U capiscia ca…”
Voce Femminile: “Cosa?” “Chi?”
Concetta: “So già come devo fare, basta” “U sacciu già comu haiu e fari, basta”
Voce Femminile: “No Cetta…”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…stasera quando siamo ritornati… Mi fai parlare, cazzo!” “…stasira
comu ndi ricogghimmu… Mi fai u parru, cazzo!”
Concetta: “Non puoi parlare! L’hai capito che non puoi parlare che ti chiudono!, l’hai
capito?!!” “No poi parrari! U capiscisti ca no poi parrari ca ti chiudono!, u capiscisti?!!”
Voce Femminile: “E me ne fotto di loro che mi chiudono!” “E mi ndi futtu d’iddi ca mi
chiudono!”
Concetta: “E chi …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Devi stare o con noi o con loro” “O cu nui o cu iddi a stari”
Concetta: “Eh, lo so” “Eh, u sacciu”
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Voce Femminile: “No! Tu devi fare così: io domani… - che ho parlato stasera con l’avvocato
- …domani… Cetta?!” “No! Tu ha fari i stamanera: io domani… - ca parrai stasira cu
l’avvocato - …domani… Cetta?!”
Concetta: “Sì, ti sento, ti sento”
Voce Femminile: “Domani…”
Concetta: “Eh”
Voce Femminile: “…telefona all’avvocato” “…telefonanci all’avvocato”
Concetta: “Eh, va bene” “Eh, va bonu”
Voce Femminile: “Hai capito? Viene l’avvocato, che noi gli abbiamo già dato i soldi”
“Capiscisti? Veni l’avvocato stessu, ca nci ezzimu i sordi già nui”
Concetta: “Eh, va boh dai”
Voce Femminile: “Viene l’avvocato lì” “Veni l’avvocato, ndocu”
Concetta: “Eh, va bene” “Eh, va bonu”
Voce Femminile: “Eee… è… Ah?” “Ee… esti… Ah?”
Concetta: “Sì, lo so” “Sì, u sacciu”
Voce Femminile: “Vit… Eh. Vittorio…”
Concetta: “Va bene” “Va bonu”
Voce Femminile: “…da Pisano”
Concetta: “Va bene” “Va bonu”
Voce Femminile: “Cetta, giura che domani mattina lo fai” “Giura ca u fai, Cetta, u matinu”
Concetta: “Sì, no, gli telefono, domani mattina gli telefono” “Sì, no, u chiamu, matinu u
chiamu”
Voce Femminile: “No, guarda, se tu non gli telefoni domani mattina ti puoi
dimenticare di me” “No, se tu no chiami, guarda, u matinu ti poi scordari i mia”
Concetta: “Guarda”
Voce Femminile: “Perché… No, io sono distrutta, Cetta. Io mi…” “Pecchì… No, io
sugnu distrutta, Cetta. Io mi…”
Concetta: “Guarda”
Voce Femminile: “…io sto morendo, hai capito?” “…io staiu morendo, capiscisti?”
Concetta: “Guardala. Ti sto dicendo di sì, basta! Mi lasci in pace, mamma” “Guardala. Ti
staiu dicendu ca sì, basta! Mi dessi in paci, mamma”
Voce Femminile: “Ma giurami! Giuralo! Domani mattina” “Ma giurami! Giuralo! Matinu”
Concetta: “Se non l’avevo fatto non avevo…” “Se no l’avia fattu non avia…”
Voce Femminile: “Tu non capisci, Cetta. Loro ti stanno usando” “Tu no capisci, Cetta. Iddi
ti stannu usando”
60
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli che non capisce. Solo l’avvocato la disbriga” “Inci ca no capisci. Sulu
l’avvocato a sbriga”
Voce Femminile: “Ha detto che solo l’avvocato… Io stasera ho parlato con l’avvocato…”
“Issi ca sulu l’avvocato… Io parrai cu l’avvocato stasira…”
In sottofondo si sente:
Michele: “E la disbriga subito” “E a sbriga subitu”
Voce Femminile: “…mi ha detto… ha detto che solo lui la può disbrigare” “…mi issi… sulu
iddu issi ca poti sbrigare”
Concetta: “Eh. E va boh. Basta, ba… basta”
Voce Femminile: “Capisci…”
Concetta: “Sì, sì”
Voce Femminile: “Puoi telefonare anche adesso per dirglielo” “Poi puru chiamari a sta ura
mi nciu dici”
Concetta: “Eh, va boh dai” “Eh, va boh iamu”
Voce Femminile: “Telefonagli adesso” “Chiamalu a sta ura”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, domani mattina. Domani mattina. Digli di telefona… digli di telefonargli
domani mattina” “No, matinu. U matinu. Inci mu chiama… inci mu chiama matinu”
Voce Femminile: “Cetta, siamo andati dall’avvocato e ha detto che tu…” “Cetta, ca immu
ndi l’avvocato e dissi ca tuni…”
Concetta: “Mh?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Se la disbriga l’avvocato” “Ncia vidi l’avvocato”
Voce Femminile: “Si disbriga tutte cose l’avvocato” “Ncia vidi tutti cosi l’avvocato”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di fissargli un appuntamento come l’ha fissato a noi” “U nci fissa n’appuntamento
comu ndu fissau a nui”
Voce Femminile: “Come l’hai fissato a noi” “Comu ndu fissasti a nui”
In sottofondo si sente:
Michele: “La fa salire sulla macchina e la porta dove vuole” “Sa nchiana nda machina e a
leva aundi voli”
Voce Femminile: “E ti porta dove vuoi tu” “E ti leva aundi voi tuni”
Concetta: “Va boh (incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Che i figli…” “Chi i figghi…”
61
In sottofondo si sente:
Michele: “I figli vanno lì” “I figghi venunu ndocu”
Voce Femminile: “Hai capito? I figli vengono lì con te” “Capiscisti? I figghi venunu
ndocu cu tia”
Concetta: “Va bene”
Voce Femminile: “Ah?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Se ne va dalla zia Angela, dove vuole” “Si ndi vaci nta zia Angela, aundi voli”
Voce Femminile: “Non vuoi venire qua, te ne vai dalla zia Angela, dalla zia Santina, dove
vuoi” “No voi u veni cà, ti ndi vai da zia Angela, nda zia Santina, aundi voi”
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)… in tutti i modi” “…(incomprensibile)… i tutti i maneri”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Stai zitto”
Voce Femminile: “Non sei stonata, Cetta. Ti stanno stonando loro, no che sei stonata tu.
Tu devi scegliere o a noi o a loro” “No si stronata, Cetta. Ti stanno stronandu iddi,
no ca si stronata tu. Tu hai scegghiri o a nui o a iddi”
DA 00H 02M 23S A 00H 02M 25S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E allora. Perché…” “E allura. Pecchì…”
DA 00H 02M 27S A 00H 02M 29S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E perché te ne sei andata stamattina?” “E pecchì ti ndi isti stamatina?”
DA 00H 02M 32S A 00H 02M 33S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E chi è venuto?, loro sono venuti a prenderti?” “E cu vinneru?, iddi
vinneru u ti pianu?”
A 00H 02M 36S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Tu lo sapevi che venivano a prenderti?” “Tu u sapivi ca venunu u ti
pigghianu?”
Concetta: “Mamma, se…”
A 00H 02M 40S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “L’immaginavi” “T’ha ‘mmagginavi?”
A 00H 02M 42S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “Se lei voleva fermarsi poteva stare” “Se idda voliva u si ferma potia stari”
62
Voce Femminile: “Però tu potevi stare, che io… dopo che te ne sei andata tu mi hanno
chiamato i carabinieri e mi hanno detto che tu… Mi hanno detto che tu… Che tu gli
hai detto che vuoi andartene sennò perché…” “Però tu potivi stari, ca io… mi chiamu
i Carbineri dopu chi ti ndi isti tuni, e mi disseru ca tu… Mi isseru ca tuni… Ca tu nci
icisti ca voi u ti ndi vai sennò perchè…”
DA 00H 02M 57S A 00H 03M 02S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Aspetta che ti passo un secondo…” “Aspetta ca ti passu nu secondo…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “Parla tu” “Parra tu”
Voce Femminile: “Ah?!”
Michele: “Parla tu. …(incomprensibile)… Domani mattina …(incomprensibile)…” “Parra
tu. …(incomprensibile)… U matinu …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Sì”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “Gli dà l’appuntamento per domani?” “Nci duna l’appuntamento per domani?”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Mi stai stonando, eh!” “Mi stai stronando, eh!”
Voce Femminile: “Mi senti?”
Voce Femminile: “Ah”
A 00H 03M 22S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ti sto dicendo che io quando pa… quando siamo ritornati siamo passati
da Vittorio…” “Ti staiu dicendo io comu pa… comu ndi ricogghimmu passammu i
ndà ndi Vittorio…”
Concetta: “Eh?!”
Voce Femminile: “…e ho voluto parlare io. Lui ha detto a me che lui basta che tu gli
telefoni, lui… come hai fissato l’appuntamento con me lo fissi con lui, l’avvocato”
“…e vozzi u parru io. Iddu mi dissi a mia ca iddu abbasta tu mu chiami, iddu… comu
affissasti l’appuntamento cu mia u fissi cu iddu, l’avvocato”
In sottofondo si sente:
Michele: “Vi incontrate” “Ti ‘ncuntri”
Voce Femminile: “Vi incontrate dove vuoi tu, ha detto” “Ti incuntri aundi voi tuni, dissi”
In sottofondo si sente:
Michele: “Andate da chi è competente” “Iati a cu di competenza”
63
Voce Femminile: “Da chi è competente…” “A cu di competenza…”
In sottofondo si sente:
Michele: “E chiude tutto” “E chiudi tutto”
Voce Femminile: “E ha detto che lui chiude tutto” “E issi ca chiudi tutto iddu”
In sottofondo si sente:
Michele: “E ti porta dove vuoi tu” “E ti porta aundi voi tu”
Voce Femminile: “Hai capito? Anche se non vuoi venire qua…” “Capiscisti? Puru ca no voi
u ti ndi veni càni…”
A 00H 03M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “La zia Angela lo sa” “A zia Angela u sapi”
Voce Femminile: “La zia Angela ha detto che da lei puoi stare tutto il tempo vuoi” “A zia
Angela issi ca pe idda poi stari quantu voi ndàni”
DA 00H 03M 54S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “…stamattina” “…stamatina”
In sottofondo si sente:
Michele: “Prendiamo i figli e te li portiamo lì” “Pigghiamu i figghi e ti portamu ndani”
Voce Femminile: “Ti prendo i figli, te li porto lì, e mi sto pure io lì con te” “Ti pigghiu i
figghi, ti portu ndocu, e mi staiu puru io ndocu cu tia”
In sottofondo si sente:
Michele: “E ti paghiamo, come vuoi, digli” “E t’ha pagamu, comu voi, inci”
Voce Femminile: “Ti porto i sol… porto i soldi e tutte cose” “Ti portu i sor… portu i
sordi e tutti cosi”
Concetta: “Va bene”
Voce Femminile: “Hai capito?” “Capiscisti?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Che lei non ha bisogno di nessuno” “Ca no avi bisogno i nuddu idda”
Voce Femminile: “Che tu non hai bisogno di loro, della loro miseria” “Ca tu non hai
bisogno d’iddi, da miseria soi”
In sottofondo si sente:
Michele: “Però se non fa questo, gli devi dire…” “Però se no faci chistu càni, nc’ha
diri…”
Voce Femminile: “Eh”
In sottofondo si sente si sente battere
Voce Femminile: “Hai capito, Cetta?”
64
Concetta: “Mamma, (incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Allora, se tu domani non fai questo…” “Allora, se tu domani no fai
chistu càni…”
DA 00H 04M 15S A 00H 04M 16S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “…dimenticati di me” “…scordati i mia”
DA 00H 04M 18S A 00H 04M 19S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Se tu… se tu vuoi bene ai tuoi figli, a me e a tutti qua, a tuo padre e
ai tuoi fratelli, che tutti ti vogliono bene, hai capito? Che tutti pe… hanno preso i soldi
stasera per darglieli all’avvocato per domani” “Eh. Se tu… se tu voi beni e figghi toi e
a mia, e a tutti càni, a paita e ai frati toi, ca tutti ti vonnu beni, capiscisti? Ca tutti pe…
pigghiaru i sordi stasira u nci dunanu all’avvocato pe domani”
DA 00H 04M 33S A 00H 04M 35S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 04M 37S A 00H 04M 39S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Come «dovevano venire qua»?” “Comu «avianu arrivari càni»?”
DA 00H 04M 41S A 00H 04M 44S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Eh”
DA 00H 04M 47S A 00H 04M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Pure qua in Calabria avevano mandato. E cosa sei diventata?” “Puru cà a
Calabria avianu mandato. E chi diventasti?”
DA 00H 04M 53S A 00H 04M 53S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli di chiamare l’avvocato. Domani mattina di chiamare l’avvocato” “Inci mu
chiama all’avvocato. Domani matina u chiama all’avvocato”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 04M 59S A 00H 05M 00S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Perché te ne sei andata. E tu che reato hai fatto?” “Pecchì t’indisti. E chi
reato facisti tuni?”
A 00H 05M 04S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E se tu volevi stare là con me. Io avevo portato su… avevo portato su i
vestiti, c’eravamo portati i soldi per fermarci una settimana, io volevo portarti dal
medico. L’hai capito?” “E se tu volivi mi stai ndà cu mia. Io avia nchianatu… io avia
nchianatu i robi, nd’aviamu nchianatu i sordi u ndi stamu na settimana, u ti levu o
medicu eu volia. U capiscisti?”
A 00H 05M 14S segnale debole (non si sente l’audio)
65
Voce Femminile: “Io volevo portarti a Prato, dove vado io” “Io volia u ti levi a Prato, aundi
vaiu io”
DA 00H 05M 19S A 00H 05M 20S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Tu hai visto come sei ridotta” “Tu u vidisti comu si cumbinata”
DA 00H 05M 23S A 00H 05M 23S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile – segnale debole)…”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Ah?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di telefonare all’avvocato” “U chiama all’avvocato”
Voce Femminile: “Cetta, tu domani mattina devi fare solo questo” “Tu sulu chistu a fari u
matinu, Cetta”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di telefonare all’avvocato e dargli un appuntamento e di andarsene” “U chiama
all’avvocato u nci fissa n’appuntamento e mi si ndi vai”
DA 00H 05M 33S A 00H 05M 35S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Giura che domani mattina gli telefoni” “Eh. Giura ca u matinu u
chiami”
In sottofondo si sente:
Michele: “No giura. Lo deve fare se vuole e se non vuole” “No giura. L’avi a fari se voli e
se no voli”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 05M 41S A 00H 05M 43S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. E digli che tu vuoi venirtene a casa. O a casa… ti stai dove vuoi”
“Eh. E dinci ca tu voi u ti ndi veni pa casa. O pa casa… aundi voi ti stai”
In sottofondo si sente:
Michele: “Dove vuole” “Aundi voli”
A 00H 05M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Che qua loro hanno detto, tuo padre e i tuoi fratelli, tutti, che ti
danno… te lo danno loro lo stipendio ogni mese, ti pagano la casa se non vuoi stare
dalla zia Angela” “Eh. Ca isseru càni iddi, paita e i frati toi, tutti, ca ti dunanu… tu
passanu iddi u stipendiu o misi, ti paganu a casa se no voi u stai nta zia Angela”
In sottofondo si sente:
Michele: “E quando esce tuo marito se ne parla” “E quandu nesci maritata si ndi parra”
66
Voce Femminile: “E quando esce tuo marito se ne parla, hai capito? Ha detto che vengo
pure io con te lì” “E quandu nesci maritata ci ndi parra, capiscisti? Issi ca mi ndi vegnu
puru io cu tia ndocu”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Va bene?!” “Va bonu?!”
DA 00H 06M 09S A 00H 06M 11S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Non ho capito” “No capiscivi”
DA 00H 06M 13S A 00H 06M 14S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “No, è così. Ti giuro Cetta. Ti giuro, che mi venga un collasso stasera. E’
così” “No, è così. Ti giuro Cetta. Ti giuro, mu mi veni nu collasso stasira. E’ i
stamanera”
Concetta: “Va bene (incomprensibile – segnale debole)” “Va bonu (incomprensibile – segnale
debole)”
Voce Femminile: “E’ così Cetta” “E i stamanera Cetta”
Concetta: “Eh, e va beh (incomprensibile - segnale)”
Voce Femminile: “Io sono distrutta sennò così…” “Io sugnu distrutta sennò i stamanera…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “…perché io ho perso una famiglia. Qua dentro non c’è né armonia né
niente. I figli… La figlia si è messa a piangere quando ha visto che non vieni”
“…pecchì io perdivi na famigghia. Cà nintra no c’è no armonia e no nenti. I figghi… a
figghia si misi u ciangi appena vitti ca no veni”
Concetta: “Chi?” “Cui?”
Voce Femminile: “La piccola. Non ha voluto neanche parlare al telefono con me” “A
picciula. No vozzi mancu parra o telefunu cu mia”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh! Hai capito Cetta?!
Ti raccomando, domani mattina telefona
all’avvocato” “Eh! Capiscisti Cetta?! T’arraccumandu, u matinu chiama all’avvocato”
In sottofondo si sente:
Michele: “Lei domani mattina telefono all’avvocato…” “Idda u matinu chiama
all’avvocato…”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Eh?”
Michele: “…e di fissargli un appuntamento” “…e mu nci fissa n’appuntamento”
Voce Femminile: “Perché noi abbiamo già parlato con l’avvocato” “Pecchì già nui parrammu
cu l’avvocato”
67
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli di fissargli l’appuntamento” “Inci u nci fissa l’appuntamento”
Voce Femminile: “Ti… ti prendi… ti fissi l’appuntamento, che lui ha detto che viene a
qualsiasi orario” “Ti… ti pigghi ti fissi l’appuntamento, ca iddu dissi che veni a
qualsiasi orario”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, no, no, di fissargli l’appuntamento e va e gli disbriga tutte cose lui” “No, no,
no, u nci fissa l’appuntamento e vai e nci sbriga tutti cosi iddu”
Voce Femminile: “Eh! Capisci…”
In sottofondo si sente:
Michele: “E poi la porta dove… la porta dove vuole andare. Dalla zia Angela” “E poi a leva
aundi… a leva aundi voli iri. Da zia Angela”
Voce Femminile: “Dove vuoi ha detto” “Aundi voi issi”
In sottofondo si sente:
Michele: “La porta dove vuole lei” “A leva aundi voli”
Voce Femminile: “Se non vuoi scendertene qua” “Se no voi u ti ndi cali cà sutta”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Se ancora non te ne vuoi scendere” “Che ti pari che no voi u cali
ancora…”
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Ha detto tuo papà che me ne vengo io lì… sto io lì con te con la zia
Angela” “Issi u papà ca mi ndi vegnu io ndocu… staiu io ndocu cu tia ca zia Angela”
Concetta: “Va bene”
Voce Femminile: “Hai capito? O dalla zia Angela o dalla zia Giovanna, dove vuoi. Oppure
se vuoi da un’altra parte, dove vuoi tu” “Capiscisti? O da zia Angela o da zia
Giovanna, aundi voi. Oppuru se voi a n’atra vanda, aundi voi tuni”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di fare… l’interessante è che telefona all’avvocato” “U faci… l’interessante u
chiama all’avvocato”
Voce Femminile: “Eh! L’interessante…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Che chiuda tutto” “Mi chiudi tutto”
68
Voce Femminile: “…è che te ne esci da lì e di chiudere tutto” “…u ti ndi nesci i ndocu e mi
chiudi tutto”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
A 00H 07M 34S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Però gli devi telefonare, Cetta!” “Però l’hai chiamari, Cetta!”
In sottofondo si sente:
Michele: “Gli devi dire qua …(incomprensibile – segnale debole)…”
“Nc’ha diri cà
…(incomprensibile – segnale debole)…”
Voce Femminile: “Sì, Cetta. Però tu devi pensare una cosa: o scegli la famiglia, a
noi…” “Sì, Cetta. Però tu ha pensari a na cosa: o scegli a famigghia, a nui…”
DA 00H 07M 46S A 00H 07M 50S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ecco. Ecco”
A 00H 07M 53S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Tu no sa…”
DA 00H 07M 55S A 00H 07M 59S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Cetta, ma tu devi pensare che hai i figli. Qua hai tre figli che stanno
morendo” “Ma tu ha pensari, Cetta, ca nd’hai i figghi. Nd’hai tri figghi càni ca stannu
morendo”
In sottofondo si sente:
Michele: “E tutti hanno figli” “E tutti nd’hannu figghi”
Voce Femminile: “E che tutti hanno figli, Cetta. E io rimango sola come un cane qua
dentro” “E ca nd’hannu tutti figghi, Cetta. E io restu sula comu na cani cà intra”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 08M 11S A 00H 08M 12S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Voglio vedere domani” “Eh. Vogghiu u viu domani”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, se lei domani… non chiama più” “No, se idda domani… no chiama cchiù”
Voce Femminile: “Ah?”
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile – segnale debole)…”
Voce Femminile: “Te ne vieni” “Ti ndi veni”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di fissargli un appuntamento come ce l’ha fissato a noi” “Mi nci fissa
l’appuntamento comu ndu fissau a nui”
69
Voce Femminile: “Io… Hai capito? Come l’hai fissato a noi per vederci…” “Io… Capiscisti?
Comu ndu fissasti cu nui u ndi vidimu…”
DA 00H 08M 25S A 00H 08M 27S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “Ca …(incomprensibile – segnale debole)…”
DA 00H 08M 30S A 00H 08M 31S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Facciamo così” “Eh. Facimu i stamanera”
Concetta: “Sì, (incomprensibile – segnale debole)”
A 00H 08M 35S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Domani mattina telefonagli, non ti ra… non ti raccomando altro”
“Eh. U matinu chiamalu, no ti ra… no ti raccumandu autru”
A 00H 08M 40S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
A 00H 08M 42S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Lo puoi chiamare anche adesso, che lui risponde” “Puru a sta ura u poi
chiamari, ca rispundi iddu”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, adesso non c’è” “No, mo’ no c’è”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Ah?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Non c’è” “No c’è”
Concetta: “No, a (incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E’ uscito” “Nesciu”
DA 00H 08M 49S A 00H 08M 52S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Va bene. Fai così, hai capito?” “Va bonu. Fai i stamanera, capiscisti?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli che domani lo so se gli telefona, se non gli telefona…” “Inci ca domani
u sacciu se u chiama, se no chiama…”
Voce Femminile: “Eh. Ha detto che… Io lo so, perché ho il numero di telefono, l’hai visto
tu” “Eh. Issi ca… Io u sacciu, pecchì nd’haiu u numeru i telefono io, u vidisti tuni”
Concetta: “Di chi?” “I cui?”
Voce Femminile: “Di (I) Vittorio”
In sottofondo si sente:
Michele: “E non ce l’ha il numero?” “E no l’avi u numeru?”
70
Voce Femminile: “Tu lì non ce l’hai il numero?” “Tu no l’haiu u numeru ndocu?”
Concetta: “…(incomprensibile – segnale debole)…”
Voce Femminile: “E allora, domani mattina gli telefoni, che noi gliel’abbiamo già detto” “E
allura, u matinu u chiami ca nui nciu dissimu già”
In sottofondo si sente:
Michele: “E fissagli l’appuntamento” “E fissanci l’appuntamento”
Voce Femminile: “Fissa l’appuntamento per quando deve venire” “Fissa l’appuntamento pe
quandu avi a veniri”
In sottofondo si sente:
Michele: “Che lui viene là, che solo l’avvocato può (incomprensibile)” “Ca iddu nchiana ndà,
ca sulu l’avvocato poti (incomprensibile)”
Voce Femminile: “Ha detto… ha detto che sale solo… ha detto che sono solo cose
d’avvocato. Cetta, e ce l’ha detto stamattina quel maresciallo che è venuto a casa a
tranquillizzarmi” “Ca issi… issi ca nchiana sulu… issi ca sulu cosi d’avvocati eni. E
ndu dissi stamatina, Cetta, chiddu maresciallo chi vinni a casa u mi tranquillizza”
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 09M 30S A 00H 09M 34S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E lui stamattina il carabi… quei carabinieri mi hanno detto che sei…” “E
iddu stamatina u carbi… chiddi carbineri mi isseru ca sini…”
Concetta: “…(incomprensibile – segnale debole)…”
Voce Femminile: “Mi ha detto che sei nella cosa del ma… che ti deve giu… fare… giudicare
il magistrato” “Mi issi ca sini nta cosa du ma… ca t’avi giu… e fari… giudicare u
magistrato”
Concetta: “…(incomprensibile – segnale debole)…”
Voce Femminile: “Mi ha detto «se lei… se vostra figlia vuole venire se ne può tornare», gli
ho detto «e chiamateli, avvertiteli»” “«Se lei… se vostra figlia vuole venire…» mi issi
«…se ne può tornare». Nci issi «e chiamateli…» nci issi «…’vvertitili»”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 09M 52S A 00H 09M 53S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 09M 54S A 00H 09M 57S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Che sei sotto del magistrato cosa sei…” “Ca si sutta du magistrato chi
sini…”
71
In sottofondo si sente:
Michele: “Gli devi dire che lei non ha nessun reato” “Idda non avi nuddu rato nc’ha diri”
Voce Femminile: “Tu non hai nessuna cosa, Cetta” “Tu no nd’hai nessuna cosa, Cetta”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di telefonare all’avvocato” “U chiama l’avvocato”
Voce Femminile: “Telefonagli adesso, Cetta” “Chiamalo moni, Cetta”
In sottofondo si sente:
Michele: “E di non fare la tragedia. No adesso” “E no mu faci a tragedia. No mo’”
A 00H 10M 06S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “Di non fare…” “No mi faci…”
Voce Femminile: “Cetta!…”
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)”
Voce Femminile: “…Chiama all’avvocato, pe l’anima di morti”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 10M 11S A 00H 10M 12S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di dargli un appuntamento. Si disbriga tutto lui in una… in una… in una giornata”
“U fissa l’appuntamento. Sa sbriga tutto iddu nta… nta… nta na iornata”
Voce Femminile: “Cetta, tu devi fare così” “Tu i stamanera, Cetta, a fari”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, lo deve fare se vuole (incomprensibile) sennò…” “No, l’avi a fari se voli u
(incomprensibile) sennò…”
Voce Femminile: “Ah?”
A 00H 10M 23S segnale debole (non si sente l’audio)
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Ho parlato! Vai a sederti. Parli tu, parlo con lei, qua non si capisce un
cazzo” “Parrai! Va settati a na vanda. Parri tu, parru cu idda, cà no ci capisciu un
cazzo”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E allora…” “E allura…”
72
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah”
DA 00H 10M 39S A 00H 10M 45S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ti fissi… ti fissi l’appuntamento che lui in un… già noi presen… gli
abbiamo preparato le cose pe… dove deve venire “Ti fissi… ti fissi l’appuntamento ca
iddu nta nu… già nui presen… nci preparammo i cosi pe… aundi avi e veniri”
In sottofondo si sente:
Michele: “Gli devi dire che gli abbiamo preparato i soldi” “Nci preparammo i sordi nc’ha
diri”
Voce Femminile: “I soldi. Hai capito? Che gli abbiamo pagato tutte cose noi, il viaggio a lui
gliel’abbiamo pagato tutto noi” “I sordi. Capiscisti? Nci pagamu tutti cosi nui, u
viaggiu nciu pagamu tutto nui a iddu”
DA 00H 11M 00S A 00H 11M 02S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Sì”
DA 00H 11M 04S A 00H 11M 06S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Lo so. Però tu glielo devi dire a lui. E non credo che non vo…” “U
sacciu. Però tu nci l’ha diri a iddu. E no criu ca no vo…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Non credo che tu all’avvocato gli devi dire eee…” “No criu ca tu
all’avvocato nc’ha diri eee…”
A 00H 11M 15S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E allora, tu domani mattina gli telefoni e gli dici dove… dove deve venire
lui” “E allura tu u matinu nci telefini e nci dici aundi… aundi avi e veniri iddu”
Concetta: “Eh va boh”
Voce Femminile: “Hai capito?” “Capiscisti?”
Concetta: “Sì”
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Eh. Eh”
DA 00H 11M 26S A 00H 11M 28S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ah, loro l’avevano” “Ah, iddi l’avianu”
DA 00H 11M 31S A 00H 11M 41S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Aahh. E va boh. No, non è successo niente, dai. Me ne sono tornata a
casa” “Aahh. E va boh. No, no succediu nenti, dai. Mi ndi vinni pa casa”
73
A 00H 11M 47S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Me ne sono tornata a casa” “Mi ndi vinni pa casa”
DA 00H 11M 49S A 00H 11M 55S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Va bene. Di altre cose non ti preoccupare di niente” “Va bonu dai. I autri
cosi no ti preoccupari i nenti”
DA 00H 11M 59S A 00H 12M 02S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Tu… No, tu te ne devi uscire o per sì o per forza, Cetta, che tu non
sei una detenuta” “Eh. Tu… No, tu ti nd’hai nesciri o pe sì o pe forza, Cetta, ca no si
na detenuta tuni”
In sottofondo si sente:
Michele: “E non hai fatto niente” “E no facisti nenti”
Voce Femminile: “E non hai fatto niente. Tu non hai nessun reato” “E no facisti nenti. Tu
no nd’hai nessuno reato”
In sottofondo si sente:
Michele: “E tutti questi inganni…” “E tutti sti carretti…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “…glieli lasciamo là” “…nci dassamu ndà”
Voce Femminile: “E gli inganni che… che ci sono rimangono per chi l’ha fatti” “E i carretti
chi… chi nc’eninu restanu pe cu eninu”
A 00H 12M 17S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Hai capito? Che tu… tu non hai fatto niente, Cetta” “Capiscisti? Ca tu…
tu no facisti nenti, Cetta”
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)… e basta, e nessuno” “…(incomprensibile)… e basta, e nuju”
Voce Femminile: “Hai capito? Tu non hai fatto niente, qua nessuno. Che stanno morendo
tutti appena non ti hanno visto” “Capiscisti? Tu no facisti nenti, cà nessuno. Ca
stannu morendo tutti appena no ti vitteru”
Concetta: “E lo so” “E u sacciu”
Voce Femminile: “Hai capito?” “Capiscisti?”
DA 00H 12M 33S A 00H 12M 34S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 12M 36S A 00H 12M 38S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E sembra che io non lo so, Ce…” “E pari ca no sacciu io, Ce…”
DA 00H 12M 41S A 00H 12M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
74
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 12M 52S A 00H 12M 56S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E non lo so” “E no sacciu”
DA 00H 12M 58S A 00H 13M 05S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Lo so…” “U sacciu…”
DA 00H 13M 07S A 00H 13M 10S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “No, e sembra che noi abbiamo questo dubbio. Noi questo dubbio non ce
l’abbiamo” “No, e pari ca nui nd’avimu stu dubbiu. Nui stu dubbiu no l’avimu”
DA 00H 13M 14S A 00H 13M 17S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 13M 19S A 00H 13M 21S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Sì”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 13M 24S A 00H 13M 30S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Sì, sì, sì. Sì”
DA 00H 13M 33S A 00H 13M 37S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Lo so. Lo so. E sembra che a me non mi arrivano pure” “U sacciu. U
sacciu. E pari ca a mia no m’arrivanu puru”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 13M 42S A 00H 13M 45S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. E da me non vengono pure. Io pure ho di questi numeri” “Eh. E i
mia no mi venunu puru. Io no puru nd’haiu i stu numara”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. Cosa c’entra questo” “Eh. Chi c’intra chissu”
DA 00H 13M 54S A 00H 13M 58S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “No, no, lo so. Lo so, lo so” “No, no, u sacciu. U sacciu, u sacciu”
In sottofondo si sente:
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Michele: “Domandagli (incomprensibile)” “Domandaci (incomprensibile)”
Voce Femminile: “Eh”
A 00H 14M 08S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Sì, sì. Infatti”
In sottofondo si sente:
Michele: “Ricordagli di telefonargli” “Ricordanci mu chiama”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “No, lo sa, Michele” “No, u sapi Micheli”
In sottofondo si sente:
Michele: “No. Ricordaglielo un’altra volta” “No. Ricordancillu n’atra vota”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Focu”
A 00H 14M 17S segnale debole (non si sente l’audio)
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Ha detto che si ricorda” “Issi ca ncia ricorda”
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli che se domani mattina… di non telefonargli più sennò” “Inci ca se domani
matinu… no mu ndi chiama cchiù sennò”
Voce Femminile: “Sì, si è risentito, sai quanto ha pianto nella macchina pure lui, Cetta” “Sì,
nc’ha pigghiau, sai quantu ciangiu nta machina puru iddu, Cetta”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 14M 27S A 00H 14M 28S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Lui piangeva da una parte e io piangevo da un’altra. Vedi che è
arrivato tuo fratello per sapere, mi ha detto «e come sei combinata, tutta gonfia». Le
bestemmie che ha detto” “Eh. Iddu ciangia i na vanda e io ciangi i n’atra. Vidi ca
arrivau fraita u ncia ‘dduna com’eni, mi issi «e comu si cumbinata, tutta unchiata». Li
estimati chi fici”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh!”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 14M 41S A 00H 14M 42S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile – segnale debole)”
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Voce Femminile: “Mh. E hai capito Cetta? Tu non è che… Noi qua siamo… lo sai come
siamo combinati? Distrutti tutti” “Mh. E capiscisti Cetta? Tu non è ca… Nui cà
simu… U sai comu simu cumbinati? Distrutti tutti”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, se vuole la distruzione della nostra famiglia di fare così” “No, se voli a
distruzioni da famigghia nostra mu faci i stamanera”
Voce Femminile: “Lo vedi…” “U vidi. Nda…”
DA 00H 14M 58S A 00H 14M 59S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Me l’ha detto l’avvocato, Cetta” “Mu dissi l’avvocato, Cetta”
Concetta: “Cosa?” “Chi?”
Voce Femminile: “Queste cose qua l’ha dette l’avvocato” “U dissi l’avvocato sti cosi càni”
In sottofondo si sente:
Michele: “Che chiude tutto, gli devi dire, appena viene lì” “Chi chiudi tutto, nc’ha diri,
appena nchiana ndocu”
Voce Femminile: “L’avvocato ha detto che appena tu chiami a lui si chiude tutto. Che noi gli
abbiamo detto che tu no…” “Issi l’avvocato ca appena tuni chiama a iddu si chiudi
tutto, issi. Ca nui nci issimu ca tuni no…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Che là la minacciano” “Ca ndà a minacciano”
Voce Femminile: “Eh. Gli ha detto papà che tu non vuoi venire qua perché ti vergogni, che
qua e là” “Eh. Nci issi u papà ca tuni no voi u veni càni ca ti vergogni, ca cà e là”
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile) qualsiasi posto” “(incomprensibile) aundi veni veni”
Voce Femminile: “Ha detto che ti accompagna lui in qualsiasi posto. A un avvocato, non ti
mandiamo a uno…” “Issi ca t’accumpagna iddu aundi veni veni. A uno avvocato, no ti
mandamu a unu…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Non andiamo neanche noi” “No ghiamu mancu nui”
Voce Femminile: “Non veniamo…” “No venimu…”
In sottofondo si sente:
Michele: “L’avvocato”
Voce Femminile: “Non veniamo neanche noi. Quando tu mi dici dove sei, io vengo con i
figli. Vengo io con i figli. Hanno detto tuo fratello e tuo papà di stare io con te” “No
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venimu mancu nui. Quandu tu mi dici aundi sini, io vegnu chi figghi. Vegnu io chi
figghi. Issi fraita e paita u mi staiu io cu tia”
A 00H 15M 35S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “…che non fa niente. Ha detto…” “…ca no nci avi nenti. Issi…”
In sottofondo si sente:
Michele:
“…(incomprensibile)…
se
ne
va
dalla
zia
Angela
e
sta
Angela”
“…(incomprensibile)… si ndi vaci nda zia Angela e staci Angela”
Voce Femminile: “Sì. A zia Angela…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Fino a quando non esce Salvatore” “Fino a chi no nesci Salvatore”
Voce Femminile: “La zia Angla stamattina non ci ha raccomandato altro, «se lei vuole
tornare fatela tornare», pure il papà gli ha detto, «ti raccomando» gli ha detto” “A zia
Angela stamatina no ndi raccomandau autru, «se idda voli u torna ma fati u torna», u
papà puru nci dissi, «t’arraccomando» nci issi”
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Gli ha detto no… Papà gli ha detto a zio Leo che gli manda i soldi” “Nci
issi no… Nci issi u papà ca nci manda i sordi o zi’ Leo”
DA 00H 15M 53S A 00H 15M 54S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Papà sai cosa gli ha detto a zio Leo? «Ti mando i soldi ogni mese per
mantenerla», Leo gli ha detto «no…»…” “Eh. U papà sai chi nci issi o zi’ Leo? «Ti
mandu i sordi o misi pe ma manteni», «no…» nci issi Leo… nci issi u zi’ Leo…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Ma non sono cose che gli interessano a lei” “Ma no su cosi chi ci interessa a idda”
Voce Femminile: “…gli ha detto «che qua non c’è problema, lei può stare tutto il tempo che
vuole»” “…nci issi «ca no c’è problema càni, idda poti stari quanto voli»”
In sottofondo si sente:
Michele: “E là si divertono anche i figli” “E ndà nci scialanu puru i figghi”
Voce Femminile: “Hai capito?” “Capiscisti?”
Concetta: “Sì”
Voce Femminile: “Eh”
In sottofondo si sente:
Michele: “Fino a quando non esce suo marito” “Finu a chi no nesci maritasa”
Voce Femminile: “Fino a che non esce tuo marito, poi se ti decidi…” “Finu a chi no nesci
maritata, poi se ti decidi…”
78
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…e vuoi venire giù” “…e voi u ti ndi cali”
In sottofondo si sente:
Michele: “…fa quello che vuole” “…faci chiddu chi voli”
Voce Femminile: “Tu sai. Ma vedi che non c’è ne… vedi che non cambia niente. Tu devi
solo farmi questa carità a me” “Tu sai. Ma vi’ ca no c’è ne… vi’ ca no cambia nenti.
Tu m’ha fari sulu sta carità a mia”
Concetta: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Domani mattina di telefonare all’avvocato” “U matinu u chiami
all’avvocato”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, ci ha distrutto a tutti” “No, tutti ndi distruggiu”
Voce Femminile: “Eh. E apposta”
In sottofondo si sente:
Michele: “Ci ha distrutto a tutti” “Ndi distruggiu a tutti”
Voce Femminile: “Perché qua già sono arrivata e mi hanno visto tutti combinata male. Non
ho mangia…” “Pecchì già càni arrivai e mi vitteru tutti cumbinata i gara. No
mangia…”
In sottofondo si sente:
Michele: “No, no, ci distruggiamo tutti qua” “No, no, ndi distruggimu tutti cà”
Voce Femminile: “Senza mangiare. Ci distruggiamo tutti. E io cosa faccio sola dentro poi?”
“Senza mangiari. Ndi distrugimu tutti. E io chi fazzu sula intra poi?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Ci distruggiamo tutti” “Ndi distrigimu tutti”
Voce Femminile: “Io posso andare a mettermi un cappio al collo” “Pozzu iri u mi mentu nu
chiacchio o coddu io”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 16M 43S A 00H 16M 44S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Voglio vedere. Così domani mattina telefoni pure ai figli tuoi” “Eh.
Voghhiu u viu. Ca così u matinu chiami e figghi toi puru”
In sottofondo si sente:
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Michele: “Digli a chi ora gli telefona?” “Inci a chi ura u chiama?”
Voce Femminile: “Ha detto papà a che ora lo chiami? Ah?” “Issi u papà a chi ura u chiama?
Ah?”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 16M 54S A 00H 16M 58S segnale debole (non si sente l’audio)
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Ah?”
In sottofondo si sente:
Michele: “A che ora gli telefona?” “A chi ura u chiama?”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Ha detto che in mattinata” “Ici ca matinata”
In sottofondo si sente:
Michele: “Eh. Va bene”
Voce Femminile: “Eh. Hai capito?” “Eh. Capiscisti?”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “E digli di dargli un appuntamento” “E inci mi nci duna l’appuntamento”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Cosa? Cosa? Cosa stavi dicendo?” “Chi? Chi? Chi stavi dicendo?”
In sottofondo si sente:
Michele: “Di dargli all’appuntamento” “Mi nci duna l’appuntamento”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Sì. Ha detto di sì” “Sì. Issi ca sì”
In sottofondo si sente:
Michele: “Eh!”
Voce Femminile: “E non lo sai Cetta. No, non devi fare in questo modo, mamma mia,
Cetta” “E no sai Cetta. No, no a fari i stamanera, mamma mia, Cetta”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Va bene, tu Cetta… Ascolta Cetta. Io oggi avevo portato i soldi per
andare dal medico” “Va bonu, tu Cetta… Ascolta Cetta. Io avia portatu i sordi oggi pe
mu iamu o medicu”
A 00H 17M 29S segnale debole (non si sente l’audio)
In sottofondo si sente:
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Michele: “E me li sono portati indietro gli devi dire” “E mi portai arretu nc’ha diri”
Voce Femminile: “Eh. E ce li siamo portati tutti indietro” “Eh. E ndi portammu tutti arretu”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
In sottofondo si sente:
Michele: “Per andare a curarla, gli devi dire” “U vaiu m’ha curu, nc’ha diri”
Voce Femminile: “Io… tuo papà c’è qua. Melania ci sta cucinando un po’ di pasta che non
posso neanche muovermi. Gli cucina un poco di pasta a tuo padre” “Io… to papà cà
c’eni. Melania ndi sta cucinando n’appena i pasta ca no pozzu mancu pe mi mi movu.
U nci cucina n’appena i pasta i paita”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Perché non abbiamo mangiato. Oggi non ci siamo fermati neanche a
mangiare” “Ca no mangiammu. Mancu ndi fermammu u mangiamu oggi”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. Abbiamo fatto il viaggio senza neanche scendere. Mi ha
pregato di scendere «mangiati qualcosa», «non ne voglio, non voglio niente».
Arrivo qua…” “Eh. U viaggiu direttamente u ficimu, mancu scindiri. Mi pregau u
scindu «mangiati ncuna cosa», «no ndi vogghiu, no vogghiu nenti». Arrivu cà…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. E io sono arrivata qua, non ho preso niente, solo col caffè che ho
preso stamattina dalla zia” “Eh. E io ‘rrivai cà, nenti toccai, cu cafè o stamatina sugnu,
nda zia”
DA 00H 18M 01S A 00H 18M 02S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. E apposta, ti sembra bello così” “Eh. E apposta, ti pari bello i
stamanera”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E apposta, non è bella questa situazione. Ritorna e basta. Ti curi. Che hai
visto come sei combinata” “E apposta, non è bella sta situazione. Ricogghiti e basta.
Ti curi. Ca u vidisti comu si cumbinata”
In sottofondo si sente:
Michele: “E gli devi dire di mandarli ‘affanculo” “E mandali ‘affanculo nc’ha diri”
Voce Femminile: “Hai capito? Fregatene di tutte cose, fregatene dei soldi suoi, che a te non è
mancato mai niente” “Capiscisti? Futtitindi i tutti cosi, futtitindi di sordi soi, ca a tia
no ti mancu mai nenti”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
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Voce Femminile: “E apposta. A te non manca niente, che hai i fratelli e hai il padre” “E
apposta. A tia no ti manca nenti, ca nd’hai i frati e nd’hai u patri”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. Hai capito?” “Eh. Capiscisti?”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
In sottofondo si sente:
Michele: “Allora ha detto che in mattinata” “Allora in mattinata dissi?”
Si rivolge a Michele:
Voce Femminile: “Sì. Ha detto che domani mattina gli telefona” “Sì. Issi ca u matinu u
chiama”
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli che vado e glielo dico” “Inci ca vaiu e nciu dicu”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 18M 35S A 00H 18M 37S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Sì. Va bene. Allora facciamo così, ah?!” “Sì. Va bonu. Facimu i stamanera
allura, ah?!”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “La figlia? L’hanno lasciata là a mare. Che appena ha visto che no…” “A
figghia? A dassaru ndà o mari. Ca appena vitti ca no…”
Concetta: “A chiama… (incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E sì, perché sono tutte e dueee fatte. Tania manculicani cosa ha
fatto” “E sì, perchì sunnu tutti i duiii fatti. Tania manculicani chi fici”
A 00H 18M 58S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. La piccola non ha voluto neanche parlare” “Eh. A picciula no
vozzi mancu u parra”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E apposta. Uuuu… quest’altro, il grande, che è giovanotto…”
apposta. Uuuu… chist’autru, u grandi, chi gghiè giuvanedu…”
A 00H 19M 08S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh!”
A 00H 19M 10S segnale debole (non si sente l’audio)
82
“E
Voce Femminile: “Eh. «La fortuna tua», Cetta. Se vuoi tu ti cambia la fortuna” “Eh. A
fortuna toi, Cetta. Se voi tu ti cambia a fortuna”
DA 00H 19M 15S A 00H 19M 16S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “No Cetta. Dipende da te” “No cetta. A tia staci”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “L’hai capito? Dipende da te” “U capiscisti? A tia staci”
Concetta: “…(incomprensibile – segnale debole)…”
Voce Femminile: “Eh. Domani mattina telefonagli e ti metti d’accordo con lui” “Eh. U
matinu chiamalu e ti menti d’accordo cu iddu”
Concetta: “Va bene”
Voce Femminile: “Hai capito?” “Capiscisti?”
Concetta: “Va bene”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “No, non ho mangiato ancora. Eh” “No, no mangiau ancora. Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E io pure nella macchina. Meno male che li avevo portati con me” “E io
puru nta machina. Meno male ca mi l’avia portati appressu”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
DA 00H 19M 47S A 00H 19M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E apposta, lo vedi! Lo vedi che ti ho detto come…” “E apposta, u vi’! U
vi’ ca ti dissi comu…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “E apposta perché capiscono. Tu… Noi capiamo più di… Perché più bene
di noi non ti vuole nessuno qua” “E apposta ca capisciunu. Tu… Nui capiscimu cchiù
di… ca cchiù beni i nui no ti voli nuddu cà”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Ecco. E sembra che io stamattina non ti ho visto come sei combinata.
L’hai capito Cetta?” “Ecco. E pari ca io no ti vitti stamatina comu si cumbinata. U
capiscisti, Cetta?”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. E certo. Che vita. E che vita stai facendo. Eh! Allora l’hai capito? Eh”
“Eh. E certo. Chi vita. E chi vita chi stai facendu. Eh! U capiscisti allura? Eh”
83
In sottofondo si sente:
Michele:
“…(incomprensibile)…
la
stanno
ammazzando,
non
l’ha
capito?”
“…(incomprensibile)… a stannu ‘mmazzando, no capisciu?”
Voce Femminile: “Che noi già abbiamo dato i soldi all’avvocato” “Ca nui già nci ezzimu i
sordi all’avvocato”
In sottofondo si sente:
Michele: “Si rende conto che la stanno ammazzando?” “Nci rendi cuntu ca stannu
ammazzando!”
Voce Femminile: “Hai capito? Per il viaggio. Gli paghiamo tutte cose noi. Viene solo lui,
solo l’avvocato viene” “Capiscisti? Po viaggio. Ca nci pagamu tutti cosi nui. Veni iddu
sulu, l’avvocato sulu veni”
DA 00H 20M 30S A 00H 20M 32S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Viene solo l’avvocato…” “Eh. Veni l’avvocato sulu…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Sale in macchina con lui, e gli aggiusta… e poi gli (incomprensibile)” “Nci trasi nta
machina cu iddu, e nci giusta… e poi nci (incomprensibile)”
Voce Femminile: “Eeee…”
In sottofondo si sente:
Michele: “Va da chi è competente” “Vai aund’è i competenza”
Voce Femminile: “Se non vuoi andare in macchina con lui, viene…” “Se no voi u vai cu
iddu ca machina veni…”
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “…lo zio Leo con la zia Angela a prenderti” “…puru u zi’ Leo e ti pigghia
ca zia Angela”
In sottofondo si sente:
Michele: “Sale in macchina con lui” “Si mbarca cu iddu ca machina”
Voce Femminile: “Eh. Hai capito” “Eh. capiscisti”
In sottofondo si sente:
Michele: “Digli che può andare con lui” “Inci ca po ghiri cu iddu”
Voce Femminile: “Mh. Ha detto tuo papà che puoi andare pure in macchina con lui” “Mh.
Issi paita ca poi iri puru cu iddu ca machina”
In sottofondo si sente:
Michele: “Può andare in macchina con lui (incomprensibile)” “Po ghiri cu iddu ca machina
(incomprensibile)”
84
Voce Femminile: “Eh”
A 00H 20M 55S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E apposta. No, dico io se ti vergogni” “E apposta. No, dicu eu se ti
vergogni”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. …(incomprensibile – segnale debole)… Hai capito?” “Eh.
…(incomprensibile – segnale debole)… Capiscisti?”
DA 00H 21M 05S A 00H 21M 07S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Non ti stono, non ti stono. Basta che fai così come ti dico io” “No ti
strono, no ti strono. Abasta pe mi fai i stamanera comu dicu io. Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Ti corichi, ti rilassi e domani mattina quando ti alzi prendi e fai come ti ho
detto io sino adesso” “Ti curchi, ti rilassi e u matinu comu ti levi pigghi e fai comu ti
dissi io finora”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh. Non devi pensare alle stupidaggini, pensa alle cose serie” “Eh. No ha
pensari e babbarii, pensa e cosi seri”
A 00H 21M 25S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Dico io, non pensare che questa è una fesseria, che questa è una cosa…”
“Dicu io, no pensari ca è na fisseria chista, ca chista è na cosa…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “…che queste sono cose pesanti, Cetta” “…ca chistu sunnu cosi pisanti,
Cetta”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh!”
A 00H 21M 35S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E per questo tu a…” “E apposta tuni a…”
DA 00H 21M 38S A 00H 21M 39S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 21M 41S A 00H 21M 42S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Chi?” “Cui?”
A 00H 21M 44S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E lo vedi. Lo vedi che vuole il tuo male” “E u vidi. U vi’ ca voli u mali
toi”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
85
DA 00H 21M 48S A 00H 21M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “E allora prendi le mie parole, come sei uscita ieri…” “E allura pigghia i
paroli mei, come nescisti aieri…”
DA 00H 21M 53S A 00H 21M 57S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 21M 59S A 00H 22M 00S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 22M 02S A 00H 22M 07S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Sì”
DA 00H 22M 09S A 00H 22M 12S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 22M 16S A 00H 22M 22S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 22M 24S A 00H 22M 27S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Come, ti prende dappertutto…” “Comu, t’acchiappa a tutti i vandi…”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “…lui a te?” “…iddu a te?”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Eh”
A 00H 22M 34S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Ti ricatta, come?” “Ti ricatta, comu?”
In sottofondo si sente:
Michele: “(incomprensibile – segnale debole)”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 22M 40S A 00H 22M 43S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh. Tu devi fare le cose giuste. Cetta, devi fare le cose giuste” “Eh. Tu ha
fari i cosi giusti. I cosi giusti, Cetta, ha fari”
DA 00H 22M 48S A 00H 22M 49S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Sì, parla, parla” “Sì, parra, parra”
Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)”
A 00H 22M 53S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 22M 55S A 00H 22M 56S segnale debole (non si sente l’audio)
86
Voce Femminile: “Eh”
DA 00H 22M 58S A 00H 23M 00S segnale debole (non si sente l’audio)
Voce Femminile: “Che lei si prende giorni. E tu domani…” “Ca idda si pigghia iorna. E tuni
domani…”
Concetta: “Eh”
Voce Femminile: “Domani…”
DA 00H 23M 06S A FINE CONVERSAZIONE (00H 23M 15S) segnale debole (non si sente
l’audio).
E dunque, nonostante il primo tentativo dei coniugi di riportare a casa Maria Concetta fosse
fallito, in data 8 agosto LAZZARO Anna Rosalba, accompagnata da un uomo successivamente
identificato nel figlio Gregorio e dalla nipote Tania torna a Genova e, questa volta, riesce a raggiungere
e a riportare con sé la figlia a casa.
Nella conversazione dell’8 agosto 2011 (RIT 1596/11 prog. 326) appare ancora una volta
chiarissimo tutto il tormento interiore vissuto dalla giovane, divisa a metà tra la nuova scelta di vita e la
nostalgia dei suoi cari, resa ancora più acuta dalle insistenze della madre.
E tuttavia in questa intercettazione si comprende perfettamente come le giustificazioni che
Maria Concetta di volta in volta fornisce ai parenti per farli tornare indietro e convincerli del fatto di
non potersi muovere piuttosto che di non volerlo fare (riferisce infatti che il personale del Servizio di
Protezione l’avrebbe già spostata), costituiscano solo delle scuse per prendere tempo; i familiari, infatti,
che questa volta sono meglio informati sulla situazione giuridica della loro congiunta per aver mandato i
propri legali direttamente presso la D.D.A. di Reggio Calabria ad informarsi, le dicono di aver saputo
dal magistrato (nella persona del Procuratore Aggiunto, dott. Prestipino) che il suo status è quello di
donna libera.
A fronte dei residui tentennamenti della donna, determinante per piegare definitivamente la sua
volontà è il passaggio in cui la madre le fa sentire il pianto di sua figlia Tania.
TELEFONATA IN USCITA N° 326 – DEL 08/08/2011 ORE 15:33.44
UTENZA CHIAMATA: 393474028347
Voce Femminile: “Pronto?!”
Concetta: “Mamma?!”
Voce Femminile: “Dove sei?” “Aundi si?”
Concetta: “Ah, scendetevene” “Ah, calativindi”
Voce Femminile: “Perché?, dove sei?” “Pecchì?, aundi si?”
Concetta: “Perché già mi hanno spostato” “Pecchì già mi spostaru”
DA 00H 00M 15S La madre di Concetta alza il tono della voce
Voce Femminile: “Non è vero, Cetta!”
Voce Femminile: “Sì, sì, ma’”
Voce Femminile: “Non è vero!!…”
87
Concetta: “Sì”
Voce Femminile: “…ha chiamato l’avvocato!!” “…Chiamau l’avvocato!!”
Concetta: “Sì”
Voce Femminile: “Allora… Ancora!”
Concetta: “Cosa ha detto?” “Chi dissi?”
Voce Femminile: “Non parlare di scortare, Cetta!!” “No parrari i scortari, Cetta!!”
In sottofondo si sente:
Voce Maschile: “Passamela a me” “Passamilla a mia”
Concetta: “Cosa ti ha detto?” “Chi ti dissi?”
Voce Femminile: “Cetta, dove sei?!!” “Cetta, aundi sini?!!”
A 00H 00M 27S in sottofondo si sente un uomo gridare:
Voce Maschile: “Me la passi a me!!” “M’ha passi a mia!!
Concetta: “Cosa ti ha detto?” “Chi ti dissi?”
In sottofondo si sente:
Voce Femminile: “Mannaia la colonna”
Bambina: “[piange]”
Voce Maschile: “Cetta?!”
Concetta: “Ah, cosa ha detto?” “Ah, chi dissi?”
Voce Maschile: “Vedi che abbiamo parlato con l’avvo… con l’avvocato, ha detto che
ha parlato con Prestipino e ha detto che sei libera” “Vi’ ca parrammu cu l’avvo…
cu l’avvocato, issi ca parrau cu Prestipino e dissi ca si libera”
Concetta: “Eh?!”
Voce Maschile: “Sì!”
Concetta: “Ma chi te l’ha detto?, loro?” “Ma cu tu disseru?, iddi?”
In sottofondo si sente:
Voce Femminile: “Chiedigli dov’è?” “Inci aund’è?”
Voce Maschile: “L’ha detto Prestipino, gliel’ha detto Prestino a Gregorio” “U dissi
Prestipino, nciu dissi Prestino a Gregori”
Concetta: “E va boh. E allora lascia che mi faccio un paio d’ore e vi richiamo. Dai
chiudi” “E va boh. E allura assa ca mi fazzu na para d’uri e vi richiamo. Dai chiudi”
Voce Maschile: “Perché un paio d’ore, Cetta?!” “Pecchì na para d’uri, Cetta?!”
Concetta: “Perché lo devo chiamare. Chiudi, che adesso gli parlo io con loro” “Pecchì
l’haiu chiamari. Chiudi, ca mo’ nci parru eu a iddi”
Voce Maschile: “A chi devi chiamare?, Cetta?! Ma perchè devi fare così?!” “A cu a chiamari?,
Cetta?! Ma pecchì hai gari così?!”
88
In sottofondo si sente:
Voce Femminile: “Digli di venire, per l’anima dei morti…” “Inci mu veni, pe l’anima di
morti…”
Bambina: “[piange]”
Voce Femminile: “…che la figlia sta facendo il macello” “…ca a figlia sta facendu u
macello”
Voce Maschile: “Ma la senti tua figlia cosa sta facendo?” “Ma a senti a figghiata chi sta
facendo?”
Concetta: “Digli di stare tranquilla” “Inci u staci tranquilla”
Voce Maschile: “Cosa sta tranquilla, Cetta!! Che questa qua sta morendo!” “Chi staci
tranquilla, Cetta!! Ca chista cà sta morendo!”
In sottofondo si sente:
Voce Femminile: “Passami il telefono” “Passami u telefunu”
Concetta: “Va bene dai, lascia che adesso glielo dico. Chiudi, chiudi, che adesso
chiamo. Chiudi” Va bonu dai, assa ca mo’ nciu dicu. Chiudi, chiudi, ca mo’ chiamu.
Chiudi”
Voce Maschile: “Vieni da quella parte. Vediamoci da quella parte! Senti a me!” “Veni i ndà
vanda. Vidimundi i ndà vanda! Senti a mia!”
Concetta: “Vai dov’eravate, andate là” “Vai aund’eravu, iati iàni”
Voce Maschile: “Eh, vai nella gelateria” “Eh, vai nta gelateria”
Concetta: “Mh”
Voce Maschile: “Ciao, ciao”
Concetta: “Ciao.”
In data 8 agosto, quindi, Maria Concetta Cacciola si lascia convincere a tornare a Rosarno, ma il
viaggio avviene su di un’auto diversa dalla Mercedes “Classe B” che era sotto controllo; da quel giorno
infatti – come ha riferito il teste Ceccagnoli – gli strumenti di intercettazione diventano inutili perché
l’autovettura monitorata non viene usata ed i telefoni non servono più dal momento che gli interessati
possono parlarsi da vicino.
Tale black out, comunque, dura solo due giorni dal momento che Maria Concetta ricomincia ad
usare il cellulare per sentire Pasquale Improta e per contattare il maresciallo Salvatore Esposito, detto
“Gennaro”, in forza al ROS di Reggio Calabria.
Le conversazioni intercorse tra la Cacciola e l’Esposito, sono caratterizzate, da un lato, dalla
ferma volontà della donna di riprendere il programma di protezione; dall’altro dall’estrema difficoltà
che la stessa manifestava nel riuscire ad allontanarsi da casa.
La giovane si mostrava particolarmente preoccupata, non solo e non tanto per la sua incolumità,
quanto per quella della madre che – a suo dire – aveva ricevuto l’incarico di farle la guardia.
Il maresciallo Esposito ha illustrato in dibattimento l’evolversi dei contatti avuti con la
collaboratrice.
89
Ha riferito di aver trovato, al rientro dalle ferie, un bigliettino sulla propria scrivania che lo
informava del fatto che la signora l’aveva cercato.
Ed in effetti vi è traccia, in atti, di una telefonata intercorsa tra la Cacciola e altra operatrice del
Reparto, in cui la donna chiedeva di parlare con Gennaro già manifestando una certa apprensione per
l’atmosfera che respirava a casa:
TELEFONATA IN USCITA N° 764 – DEL 14/08/2011 ORE 20:31.24
UTENZA CHIAMATA: 390966501039
Voce Femminile: “Distaccamento di Gioia Tauro!”
Signora Cacciola: “Pronto?! Salve. C’è Gennaro?”
Voce Femminile: “No, non c’è. Lei chi è?”
Signora Cacciola: “La signora Cacciola. Vorrei parlare con lui però”
Voce Femminile: “Eee… No signora, il collega non c’è”
Signora Cacciola: “Quando lo posso trovare?”
Voce Femminile: “Non glielo so dire perché è fuori, quindi… Non so sinceramente quando
rientra. Cioè, lo posso far presente magari in settimana, ecco, martedì, mercoledì”
Signora Cacciola: “Quindi è in ferie”
Voce Femminile: “Sì, sì, ecco, per questo motivo. Non c’è. Io non so se… sinceramente se
rientra o prolungava. Dico, eventualmente se lo sento glielo posso far presente, ma più
di questo”
Signora Cacciola: “Per parlare con un… No, niente, non c’è nessuno al di fuori, quindi”
Voce Femminile: “No, al di… Cioè, oggi, in questo momento trova me, quindi. Sia lui che il
comandante non… non sono presenti in sede”
Signora Cacciola: “Quindi devo chiamare domani. Domani o dopodomani”
Voce Femminile: “No, domani sicuramente no. Le ho detto intorno… provi mercoledì,
giovedì”
Signora Cacciola: “Mh, mh. Sai che fa?”
Voce Femminile: “Sì”
Signora Cacciola: “Mi faccia un favore, non so se gli è rimasto il numero mio, gli rimane?”
Voce Femminile: “No, nel telefono no. Se vuole me lo posso trascrivere, se me lo detta”
Signora Cacciola: “Ecco, sì. Allora, gli dite che ha chiamato la signora Cacciola…”
Voce Femminile: “Sì?!”
Signora Cacciola: “…che lui sa chi sono e chi non sono…”
Voce Femminile: “Sì?!”
Signora Cacciola: “…gli dite che io ho bisogno…”
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Voce Femminile: “Signora, io le dico che ci siam visti l’ultima volta, quindi comunque
sappiamo, insomma, con chi stiamo parlando. Le ho chiesto il cognome giusto per…”
Signora Cacciola: “Siccome io… siccome non mi ricordo di lei”
Voce Femminile: “Va bene, non si preoccupi, eh!”
Signora Cacciola: “Gli dite che ho bisogno di… ho bisogno di parlare con loro, con
qualcuno”
Voce Femminile: “Sì, ma dico, eventualmente me lo lascia il recapito telefonico o no?”
Signora Cacciola: “Non gli rimane questo? Perché io non lo so nemmeno questo numero”
Voce Femminile: “No, qui a noi nel telefono non rimane. Va beh, io lo farò presente, se
hanno modo di contattarla, bene, altrimenti non so, magari richiama lei”
Signora Cacciola: “Allora, mo’ le spiego la situazione. Siccome io ero… Sa la mia storia,
giusto?”
Voce Femminile: “Mi sente?!”
Signora Cacciola: “Siccome non so se sa la mia storia, no?!”
Voce Femminile: “Sì! La so!”
Signora Cacciola: “Eh. E quindi io sono rientrata, mi hanno riporta… mi hanno portato qua
in Calabria”
Voce Femminile: “Perfetto”
Signora Cacciola: “E io ho avuto un pro… ho un problema: io vorrei rientrare, perché
non so come devo fare a rientrare. Quindi dovrei parlare con loro, perché io non
sono tranquilla. Quindi dovrei fare qualcosa per riuscire ad andare via di nuovo.
Come si può rientrare, e come devo fare tutto”
Voce Femminile: “Ho capito. Deve parlare eventualmente direttamente con loro. Io non
posso darle informazioniiiii, insomma che le possono essere utile, utili per questo
discorso qua”
Signora Cacciola: “Va bene. Quindi chiamo giove… marte… mercoledì/giovedì”
Voce Femminile: “Sì, intorno a mercoledì/giovedì. Io se dovesse essere che li sento, bene,
altrimenti se non rispondo io risponderà qualcun altro dei colleghi insomma”
Signora Cacciola: “Va bene, okay”
Voce Femminile: “D’accordo?”
Signora Cacciola: “Va bene, vi ringrazio. Va bene”
Voce Femminile: “Prego. Arrivederci, buonasera”
Signora Cacciola: “Salve”
Voce Femminile: “Buonasera.”
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In data 17 agosto 2011, alle ore 14.15 circa, il maresciallo Esposito riceveva effettivamente la
telefonata della Cacciola, la quale gli raccontava che in un momento di debolezza aveva ripreso i
contatti con i familiari, cui aveva rivelato la località protetta al fine di farsi portare la figlia; in quella
circostanza, invece, l’avevano convinta a tornare a Rosarno.
Anche in questo caso la giovane, pur rimanendo generica nel far riferimento alle fonti del suo
timore (escludeva infatti di sentirsi in qualche modo minacciata dal padre ma parlava genericamente di
cose “troppo sleali con gli altri”), manifestava un senso di paura per la sua incolumità e chiedeva di
riprendere il programma di protezione.
Rivelava inoltre, nel raccontare i particolari del suo rientro, di non essere stata portata subito a
casa, ma di aver dovuto fare prima qualcosa con gli avvocati.
TELEFONATA IN USCITA N° 877 – DEL 17/08/2011 ORE 14:14.53
UTENZA CHIAMATA: 390966501039
Gennaro: “Reparto Anticrimine”
Voce Femminile: “Pronto! Buongiorno. C’è Gennaro?”
Gennaro: “Eh signora, buongiorno. Come state?”
Voce Femminile: “Ah. Buongiorno. Così, così”
Gennaro: “Eh…”
Voce Femminile: “Eh!”
Gennaro: “…un po’ di vacanze ho fatto. Che è successo? Ho saputo che mi cercavate”
Voce Femminile: “E’ andata un pochino male. E’ andata un pochino male, perché
sono… ho avuto un po’ di debole, quindi io ho fatto portare a mia madre, ho
fatto portare a mia figlia, dov’ero, da lì è successo che mi hanno portato fino a
casa”
Gennaro: “Ma quindi voi siete a casa?”
Voce Femminile: “Purtroppo sì”
Gennaro: “E ma i vostriii…”
Voce Femminile: “Però… Ascolti. Mi ascolti. Siccome quando sono stata portata a casa,
non sono stata portata a casa immediatamente, quindi ho dovuto fare delle cose
con gli avvocati. Però”
Gennaro: “Ma questo la dottoressa è stata avvisata?”
Voce Femminile: “E non vi so dire. Non vi so dire perché sono stata portata…”
Gennaro: “Ma voi avete già parlato col Tenente di questo?”
Voce Femminile: “No, ho chiamato lei, perché non sapevo dove… come posso fare. Non
so come mi devo… Perché purtroppo sa come sono le condizioni qua da noi,
no?! E non so proprio come devo fare, perché non so a chi devo rintracciare, perché
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non mi hanno cercata, non mi hanno chiamata, non sono venuti a casa, quindi. Mi
hanno lasciata così, libera, qua dentro”
Gennaro: “Va beh, allora fate una cosa, dai. Mo’ io notizio subito, insomma ci sentiamo poi
domani mattina, va bene?”
Voce Femminile: “Eh, però…”
Gennaro: “Quindi voi dove state adesso?, a casa vostra a Rosarno?”
Voce Femminile: “Sì, sono a casa, perché vi sto raccontando sono… ho avuto un po’ di
debole e ho fatto portare a mia figlia, da lì non potevo venire giustamente, però
poiiii… Mi hanno lasciato così”
Gennaro: “E quindi vostra madre, i vostri genitori, vi hanno portato e vi hanno riportato qua
a Rosarno?”
Voce Femminile: “Sì, sono qua a casa mia, ma io… Lo sa com’è, no?!, le cose. Quindi… Un
po’ temo qua. Pure che non temo con mio padre, voglio dire, che non mi fa
niente, però temo io qua, le cose sono troppe sleali[?] con gli altri”
Gennaro: “Va bene signora, guardate, io devo notiziare. Mo’ notizio subito il comandante,
okay?! E quindi restiamo che ci sentiamo domani mattina”
Voce Femminile: “La chiamo io domani ma… Ma il mio numero gli rimane a lei?, o niente?”
Gennaro: “No, qua non me lo dà. Datemi un vostro numero?”
Voce Femminile: “Eh, aspettate che vi do il numero telefonico. Aspettate”
Gennaro: “E da quando è successo questo?”
Voce Femminile: “E’ già una settimana che sono qua”
Gennaro: “Va beh datemi il numero. Ma io sape… mi sembrava di aver capito che vi eravate
sentiti col Tenente”
Voce Femminile: “No, ho provato a chiamare però lei mi ha detto che non mi può dire nulla
perché devo parlare… Gli ho detto che voglio parlare con voi, quando ho visto che lei
non mi dava tanta cosa”
Gennaro: “Va bene. Datemi il numero signora”
Voce Femminile: “Eh, aspettate che guardo qua nel telefono. Aspettate”
DA 00H 02M 34S A 00H 02M 43S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Aspettate”
DA 00H 02M 45S A 00H 02M 58S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Niente, qua non riesco a trovarlo. Lo prendo e vi richiamo subito?, che
faccio?”
Gennaro: “Eh, chiamatemi subito, dai!”
Voce Femminile: “Va bene…”
93
Gennaro: “Okay?!”
Voce Femminile: “…okay. Grazie”
Gennaro: “A dopo signora. Grazie.”
Il maresciallo Esposito ha quindi riferito che, dopo aver informato i superiori della ripresa dei
contatti con la donna, era stato incaricato, previa verifica della sua perdurante volontà di aderire al
programma, di organizzare un servizio per andare a riprenderla.
Ed infatti, nella successiva telefonata del 17.8.2011 delle ore 14.20, la Cacciola ribadiva il suo
stato di paura, oltre che la sua volontà di tornare sotto protezione, e chiedeva di essere convocata in
Caserma con un pretesto per poter uscire dalla sua abitazione; la donna manifestava infatti
l’impossibilità di allontanarsi liberamente in quanto costantemente controllata dai propri familiari.
TELEFONATA IN ENTRATA N° 879 – DEL 17/08/2011 ORE 14:21.53
UTENZA CHIAMANTE: 390966501039
Voce Femminile: “Pronto?!”
Voce Maschile: “Signora?!”
Voce Femminile: “Ditemi”
Voce Maschile: “Eh. Ma voi che intenzioni avete? Cioè, voglio dire, volete di nuovo essere
portata via?”
Voce Femminile: “E non lo so come devo fare. Io non capisco più nulla, perché adesso mi
fa un po’ cosa tutto questo”
Voce Maschile: “Non lo so. Mi dovete dire voi, io raccolgo quello che è la vostra, diciamo
così, come vi devo dire, il vostro intento e notizio, e vediamo un attimino com’è la
situazione”
Voce Femminile: “E va bene, sì”
Voce Maschile: “Mi dovete dire voi però”
Voce Femminile: “Sì”
Voce Maschile: “Ve ne volete tornare di nuovo sopra?”
Voce Femminile: “Sì. Perché qua un po’ mi fa paura tutto questo, perché non vorrei
che… quando esce tutto… tutte ‘ste cose fuori, è normale che non sto più in
pace qua”
Voce Maschile: “Va beh. Quindi voi ve ne volete tornare sotto protezione, giusto?”
Voce Femminile: “Sì”
Voce Maschile: “Va bene signora. Allora facciamo così: io mo’ notizio e restiamo in contatto,
okay?”
Voce Femminile: “E in caso mi fa chiamare dalla dotto… Se posso avere pure… un
colloquio, come si dice, con la dottoressa, parlo con lei, vediamo che dice”
Voce Maschile: “E la dottoressa adesso è in ferie”
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Voce Femminile: “Mannaggia”
Voce Maschile: “Io già ve lo posso anticipare”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “Mi dovete far sapere voi”
Voce Femminile: “Sì. Però come facciamo?, da qua dentro?”
Voce Maschile: “Eheh”
Voce Femminile: “Devo fare una cosa, tipo, come se mi convocano in Caserma, faccio
un esempio, no?!…”
Voce Maschile: “E mo’…”
Voce Femminile: “…Perché lo so come sono”
Voce Maschile: “Mo’ vediamo un attimino, e vediamo un attimino, studiamo come fare. Ma
intanto notizio un attimo, e vediamo un attimino. Okay signora?”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “Restiamo che restiamo in contatto. Tanto il numero vi compare, giusto?”
Voce Femminile: “Sì, sì, mi compare. Sì, ce l’ho il vostro numero già”
Voce Maschile: “Okay. Okay signora, vi faccio sapere, va bene?!”
Voce Femminile: “Va bene, sì, sì”
Voce Maschile: “A dopo. A dopo. Arrivederci.”
Poche ore dopo, e precisamente alle 16.28 dello stesso giorno, i due si risentivano; Esposito le
chiedeva di ribadire ancora la sua volontà di proseguire il programma, e lei, nel dargliene per l’ennesima
volta conferma, esprimeva di nuovo una forte preoccupazione per la sua situazione personale; diceva di
essere stata portata subito dagli avvocati, che ormai la gente sapeva che lei era stata “con la legge” e che
le faceva paura “tutto il contorno”, riferendosi esplicitamente al rischio di dover subire ritorsioni per la
propria condotta. Confermava inoltre di essere assolutamente impossibilitata a muoversi da casa dando
anche ad intendere di non voler approfittare dei rari momenti in cui usciva con la mamma per non
esporla ad alcun rischio.
TELEFONATA IN USCITA N° 889 – DEL 17/08/2011 ORE 16:28.26
UTENZA CHIAMATA: 390966501039
Gennaro: “Carabinieri!”
Voce Femminile: “Pronto! Salve. Gennaro?!”
Gennaro: “Sì. Signora, buonasera”
Voce Femminile: “Ho visto la vostra chiamata”
Gennaro: “Eh, sì, meno male. Signora sentite, voi mi date conferma della vostra volontà
insomma di…”
Voce Femminile: “Sì, però aspe… Aspettate”
95
Gennaro: “Sì”
Voce Femminile: “Mo’ vi spiego. Siccome ci sono problemi, perché giustamente mi hanno
portato dagl’avvocati e via di seguito, no?!”
Gennaro: “Sì, signora”
Voce Femminile: “Eh. Io come faccio qua? Qua devo fare o come se voi mi portate là, ma
no per la protezione eee diciamo, tipo, un’altra cosa, perché come faccio io con mio
padre qua?, in famiglia?”
Gennaro: “Ma… Allora vi spiego signora. Adesso la cosa che è importante per noi: è capire
quella che è la vostra volontà. Poi in base, voi, a quello che mi dite che è la vostra
volontà, io rappresento a chi di dovere, perché devo… Sto facendo… fungendo solo
da intermediario, avete capito?”
Voce Femminile: “Ah, ah”
Gennaro: “Quindi voi mi dovete dare la vostra conferma se intendete… quali sono le
vostre intenzioni, se volete di nuovo spostarvi o meno mi dovete dare la
certezza. Io rappresento. E in più se avete questa intenzione dobbiamo vedere un
attimino quali sono le vostre possibilità di spostarvi”
Voce Femminile: “Eh, ma anche… ma anche se venite qua a casa, tipo, o come se mi
convocano… mi convocate, perché… Purtroppo devo fare così sennò come
cavolo esco, sennò questi chiamano gli avvocati e da qua non mi posso
muovere”
Gennaro: “Ma voi quando siete andati dall’avvocato?, vi chiedo scusa. Ieri vi hanno
portato dal legale?, siete andati?”
Voce Femminile: “Subito! Subito mi hanno portato. Subito”
Gennaro: “Ho capito. Ma comunque la vostra volontà è quella di proseguire con il
programma, insomma voglio dire, e di andare via da casa, spostarvi da casa”
Voce Femminile: “E perché ho pau… Ho paura. Ho paura. Non dico che i miei
familiari, di mio padre, adesso, adesso come adesso, però c’è tutto il contorno.
Si sanno le cose”
Gennaro: “Ho capito”
Voce Femminile: “Qua le cose girano, le voci girano «che sono stata con la legge», chi
ti senti parlare in un modo, ti senti tipo…”
Gennaro: “Ma vi avete paura di che cosa?… - Vi chiedo scusa - …di spostarvi oppure
avete paura di eventuali ripercussioni?”
Voce Femminile: “Di tutte e due cose…”
Gennaro: “Vi ripeto…”
96
Voce Femminile: “…(incomprensibile – si accavallano le voci)”
Gennaro: “…voi mi dovete dire con certezza quella che è la vostra intenzione, e poi a
seconda, insomma…”
Voce Femminile: “Voglio andare…”
Gennaro: “…di quella che è la vostra decisione, io rappresento. Se voi decidete di nuovo,
dice che vi volete spostare e cose, vediamo un attimino come organizzarci”
Voce Femminile: “Sì, sì”
Gennaro: “Fermo restando che voi, giusto, ho capito non vi potete spostare in alcun modo da
casa, giusto?”
Voce Femminile: “No, dovete venire… Per forza qualcuno dovete mandare, sì”
Gennaro: “Direttamente a casa, dei vostri genitori?”
Voce Femminile: “Sì”
Gennaro: “Voi siete a casa dei vostri genitori, giusto?”
Voce Femminile: “Sì, a casa mia. Sì, a casa mia”
Gennaro: “A casa vostra. Niente signora, vi ripeto…”
Voce Femminile: “Però…”
Gennaro: “…ditemi qual è la vostra intenzione, io rappresento e ci organizziamo se intendete,
voglio dire, spostarvi”
Voce Femminile: “Sì. Sì. Ho paura. Ho paura della gen… Di tutto quello che è stato
fatto pure ormai”
Gennaro: “Quindi mi confermate che vi volete spostare, giusto?”
Voce Femminile: “Sì”
Gennaro: “Va bene signora”
Voce Femminile: “Sì”
Gennaro: “Quindi da casa non vi potete muovere in alcun modo?”
Voce Femminile: “No. Pure che esco, esco un attimo con mia madre, però come faccio
con lei”
Voce Femminile: “E no, e va beh è ovvio”
Voce Femminile: “Eh, si mette nei… Poi succede un macello. Quindi è meglio farlo a
casa, tipo come se voi… dice «sì, me la prelevo perché la… la dottoressa la
convoca, che vuole parlare con lei», e così loro un po’ si squietano…”
Gennaro: “Quindi voi…”
Voce Femminile: “…senno’…”
Gennaro: “…voi pensate che l’unico modo è inventare una scusa…”
Voce Femminile: “Sì, dovete inven…” “Sì, aviti inven…”
97
Gennaro: “…venendo a casa…”
Voce Femminile: “Guardi…”
Gennaro: “…e spostandovi da casa”
Voce Femminile: “Dovete inventare una scusa, tipo, come se mi state arrestando, ecco.
L’unica soluzione questa è. Perché sennò non ci sarebbe altra soluzione” “Aviti
inventari na scusa, tipo come se mi state arrestando, ecco. L’unica soluzione chista è.
Perché sennò non ci sarebbe altra soluzione”
Gennaro: “Va bene. Signora sentite, rendetevi raggiungibile, ovviamente con le dovute cautele
e cose, in maniera tale che se vi chiamo, insomma, con il numero, voi lo vedete, non vi
può creare problemi, va bene?”
Voce Femminile: “Va bene. Io…”
Gennaro: “Io adesso notizio…”
Voce Femminile: “Io lo spe…”
Gennaro: “…un attimino…”
Voce Femminile: “Io lo spengo e salgo, così faccio di solito. Spengo e apro, spengo e apro il
telefono. Perché credevo che qualcuno dov’ero prima mi chiamavano, capito?”
Gennaro: “Non ho capito. Scusi”
Voce Femminile: “Io il telefono lo spengo e lo apro, perché loro non sanno nemmeno
che c’ho sto telefono, capito?”
Gennaro: “Ho capito. Io comunque adesso… noi abbiamo l’esigenze, sicuramente vi
dobbiamo contattare. Vedete voi in maniera tale che se poi vi contattiamo non vi può,
insomma, creare problemi. Okay?”
Voce Femminile: “Va bene, okay. Sì. Io…”
Gennaro: “Quindi io faccio presente che volete di nuovo allontanarvi da casa, però non vi
potete spostare, e vediamo un attimino quello che dicono”
Voce Femminile: “E giustamente nemmeno possono… se vengono qualcuno possono dire
che sono sotto progra… sotto protezione, questo. Tipo che è stato fatto dalla… dalla
dottoressa ‘sta cosa. Che lei mi cerca, che io devo rien… andare a parlare con lei.
Trovate voi una scusa, non lo so”
Gennaro: “Ho capito. Va bene signora…”
Voce Femminile: “Va bene”
Gennaro: “…aspettate un attimino allora, va bene?”
Voce Femminile: “Va bene”
Gennaro: “Io comunque vi contatterò, va bene?!”
Voce Femminile: “Va bene, sì”
98
Gennaro: “Okay signora?”
Voce Femminile: “Va bene”
Gennaro: “Ci risentiamo dopo”
Voce Femminile: “Ci risentiamo più tardi”
Gennaro: “A dopo.”
Alla fine della conversazione appena esaminata emerge inoltre che la Cacciola – come pure si è
accennato in precedenza – teneva nascosta ai familiari la scheda telefonica a lei in uso e sulla quale era
stata disposta attività tecnica. Questo dato è importante perché dimostra in maniera inequivocabile
come, durante tutta la sua permanenza a Rosarno, la donna non fosse libera di usare il telefono, che
teneva occultato in casa e della cui esistenza aveva informato solo la figlia Tania (che chiamerà da
quell’apparecchio proprio l’Improta la sera della morte della madre) e, forse, la LAZZARO (come si
desume da un’intercettazione ambientale veicolare, la n. 414 del 17 agosto 2011 ore 19.32, che verrà
esaminata nel prosieguo, e nella quale conversano Maria Concetta, Tania e l’imputata: Cetta: “Mi da
fastidio che ti vede con il telefono nella mani, altrimenti dice «che cazzo, ogni momento si compra telefonini»” Tania:
“(incomprensibile)” Cetta: “No Tania, non voglio che lo veda nessuno, posa questo telefono”
Voce Femminile: “Mettilo nella busta” Tania: “Qua” DA 00H 01M 02S A 00H 01M 03S NON
CONVERSANO Voce Femminile: “…(incomprensibile)…” Cetta: “E sembra che glielo deve far vedere,
gli compriamo i piccoletti” DA 00H 01M 09S A 00H 01M 10S NON CONVERSANO Voce Femminile:
“(incomprensibile)” DA 00H 01M 12S A 00H 01M 16S NON CONVERSANO Voce Femminile: “Ma ce
n’era… ce n’era un altro, c’era pure quello nero (incomprensibile)” Cetta: “Ma questo è TIM …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Questo invece è un Omnitel?” Cetta: “Quale?” Voce Femminile: “Questo qua” Cetta:
“No, il mio no, l’altro” Voce Femminile: “Mettila per bene, nascondi” Cetta: “Nascondilo quello
(incomprensibile), hai capito?”).
Nella successiva telefonata delle ore 22.50, la Cacciola proponeva all’Esposito di inscenare
addirittura un arresto per poterla portare via.
Il militare – come del resto si evince chiaramente dalla conversazione captata – ha riferito in
dibattimento di aver insistito con la donna affinchè fosse quest’ultima ad uscire, portandosi almeno fino
al cancello di ingresso dell’abitazione in quanto, da un lato, non poteva porre in essere un’attività di PG
fasulla; dall’altro riteneva preferibile operare in condizioni di maggiore sicurezza evitando di portare il
personale operante direttamente in casa dei Cacciola.
Maria Concetta anche in tal caso manifestava grossi problemi, facendo riferimento alla rigida
sorveglianza esercitata nei suoi confronti soprattutto dal padre e dal fratello; si diceva tuttavia
disponibile a provare ad allontanarsi in un orario qualsiasi, avendo cura di telefonare quindici minuti
prima ai Carabinieri per dar loro la possibilità di raggiungerla con la macchina.
TELEFONATA IN USCITA N° 950 – DEL 17/08/2011 ORE 22:49.59
UTENZA CHIAMATA: 390966501039
Voce Maschile: “Pronto?!”
Voce Femminile: “Pronto?! Io sono, la signora”
Voce Maschile: “Sì”
Voce Femminile: “Eee… dite”
99
Voce Maschile: “Possiamo parlare?”
Voce Femminile: “Sì, però c’è la bambina là dentro, quindi apposta aprivo e chiudevo,
aprivo il telefono e chiudevo. Ditemi”
Voce Maschile: “Signora allora, non c’è problema. Allora, la cosa importante è che mi
ribadite la vostra piena volontà di proseguire nel programma di protezione e…”
Voce Femminile: “Eh, eh”
Voce Maschile: “…e insomma di essere portata in una località, voglio dire, poi sceglieranno
il nucleo, come prima insomma”
Voce Femminile: “Ah, ah”
Voce Maschile: “Voi me la ribadite la volontà, giusto?”
Voce Femminile: “Sì. Sì”
Voce Maschile: “«Sì». Perfetto. Allora, voi…”
Voce Femminile: “Io però…”
Voce Maschile: “…in che modo proteste allontanarvi dall’abitazione?, anche più tardi”
Voce Femminile: “Oggi?”
Voce Maschile: “Orario”
Voce Femminile: “Ora?! E ora come faccio a uscire?!”
Voce Maschile: “Anche più tardi, signora”
Voce Femminile: “Mamma mia”
Voce Maschile: “Stanotte”
Voce Femminile: “Impossibile”
Voce Maschile: “Basta che uscite fuori dal cancello di casa e magari, insomma, cioè, ci sarà
qualcuno ad attendervi”
Voce Femminile: “E non possiamo fare qua?, che mandate qualcuno voi? Tipo, come
abbiamo parlato, tipo come se uno mi arresta, tipo una cosa così. Almeno
facciamo un imbroglio (Almenu facimu nu mbrogghiu)”
Voce Maschile: “E’ preferibile signora che tro… che, diciamo, magari troviamo prima una
strada del genere. Anche se voi uscite fuori dal cancello, in un qualunque orario,
magari pure più tardi durante l’arco notturno, non c’è problema. L’importante è che
magari voi uscite dall’abitazione come vi trovate…”
Voce Femminile: “Mh, mh”
Voce Maschile: “…e insomma ci sarà una macchina ad attendervi, magari ci fate uno squillo”
Voce Femminile: “Allora, un paio… Appena mi regolo io vi faccio uno squillo direttamente
io”
Voce Maschile: “Allora, ci fate uno squillo, però…”
100
Voce Femminile: “Va beh”
Voce Maschile: “…noi dobbiamo avere il tempo poi di partire da qua”
Voce Femminile: “Va bene, dai. Vediamo come posso fare qua, perché qua è difficile
che c’è mio padre e mio fratello qua vicino…”
Voce Maschile: “Eh, quindi…”
Voce Femminile: “…Rendetevi conto voi”
Voce Maschile: “Se… Fateci uno squillo, il tempo che noi partiamo da qua ci sarà un quarto
d’ora. Voi l’abitazione di vostro padre, giusto?…”
Voce Femminile: “Sì…”
Voce Maschile: “…vi trovate?”
Voce Femminile: “…Ma no o… Adesso no, c’è la bambina ancora sveglia…”
Voce Maschile: “No…”
Voce Femminile: “…vi faccio uno squillo io in caso”
Voce Maschile: “Sì, ci fate lo squillo”
Voce Femminile: “Va beh”
Voce Maschile: “L’abitazione qual è?, quella di vostro padre?”
Voce Femminile: “Quella”
Voce Maschile: “Via?”
Voce Femminile: “Sì, sì, quella. Via Don Gregorio Varrà”
Voce Maschile: “Via Varrà”
Voce Femminile: “Sì”
Voce Maschile: “E’ quella là salendo per via Maria Zita, giusto?”
Voce Femminile: “Sì, sì, quella, la villa”
Voce Maschile: “Dove abbiamo fatto la perquisizione insomma”
Voce Femminile: “La perquisizione. Sì, perfetto”
Voce Maschile: “Giusto?”
Voce Femminile: “Mamma mia. Sì”
Voce Maschile: “Perfetto. Signora…”
Voce Femminile: “E se… e se…”
Voce Maschile: “…allora aspettiamo un vostro squillo”
Voce Femminile: “Se la facciamo domani mattina, forse che è meglio?”
Voce Maschile: “Signora, guardate, facciamo in questo modo, vedete un attimino…”
Voce Femminile: “Per me forse è meglio la mattina, perché faccio che esco un attimo, e
almeno così… ma a… a quest’ora come faccio?”
Voce Maschile: “Ma sempre ad uscire di casa…”
101
Voce Femminile: “Sì”
Voce Maschile: “…per domani mattina?”
Voce Femminile: “Sì. Facciamo così”
Voce Maschile: “Guardate, restiamo in questo modo se per voi non ci sono problemi. Se
avete durante l’arco notturno, noi siamo qua”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “Ci fate uno squillo…”
Voce Femminile: “Va beh”
Voce Maschile: “…noi tempo un quarto d’ora arriviamo presto all’abitazione, troverete una
macchina, poi magari vi diciamo un attimino che modello è e cose…”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “…e ci mettiamo d’accordo, okay?”
Voce Femminile: “Io in caso non ce la fa…”
Voce Maschile: “Quindi noi stiamo qua”
Voce Femminile: “…in caso non ce la faccio facciamo domani mattina, la chiamo domani
mattina”
Voce Maschile: “Eh, eh, ci aggiorniamo domani mattina, va bene?”
Voce Femminile: “Va beh”
Voce Maschile: “L’importante, vi ripeto, è la… comunque al di sopra di tutto la vostra
piena volontà di aderire al programma e quindi di allontanarvi…”
Voce Femminile: “Sì, d’accordo”
Voce Maschile: “…Quindi mi raccomando. Me lo confermate signora?”
Voce Femminile: “Sì, sì, tranquillo”
Voce Maschile: “Va bene”
Voce Femminile: “Sennò non l’avrei richiamato”
Voce Maschile: “Perfetto. Allora noi aspettiamo un vostro squillo, okay?”
Voce Femminile: “Va bene, okay”
Voce Maschile: “A qualunque orario”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “Va bene? E’ preferibile. Voi l’importante è che uscite dall’abitazione, ci sarà
una macchina ad attendervi…”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “…Voi per qualunque comunicazione fate riferimento a questo numero qua,
noi stiamo qua…”
Voce Femminile: “Va bene, okay”
102
Voce Maschile: “…Va bene signora?”
Voce Femminile: “Va bene”
Voce Maschile: “Okay…”
Voce Femminile: “Ci sentiamo dopo allora se ce la faccio”
Voce Maschile: “…Attendiamo delle vostre notizie. Buonasera”
Voce Femminile: “Va bene. Salve, salve.”
I militari avevano vanamente atteso tutta la notte la telefonata della Cacciola che, invece, arrivò
solo la mattina dopo. La donna mostrava ancora di essere molto preoccupata per il fatto che la sua fuga
potesse nuocere alla madre la quale, evidentemente, aveva ricevuto dal padre l’incarico di tenerla sotto
controllo; si dice comunque pronta a tentare nel corso della notte successiva.
TELEFONATA IN USCITA N° 997 – DEL 18/08/2011 ORE 12:33.38
UTENZA CHIAMATA: 390966501039
Voce Maschile: “Sì!, pronto?!”
Signora Cacciola: “La signora Cacciola sono”
Voce Maschile: “Signora, dite”
Signora Cacciola: “Eee… Non ho potuto aprire il telefono, lo apro e lo spengo”
Voce Maschile: “Sì”
Signora Cacciola: “Eh. Senta, io in un altro modo come faccio?”
Voce Maschile: “Non ho capi…”
Signora Cacciola: “Non è facile. Il modo di uscire da qua non è facile, perché poi mi
padre se la prende…, perché mi lascia con mia madre, …e quello se la prenderà
con lei, dice «come, tu la vedi…»…”
Voce Maschile: “Va beh se voi vi allontanate pure in compagnia di vostra madre e vi recate,
che vi devo dire, alla Compagnia o qualcosa, in qualche modo?”
Signora Cacciola: “Voi non potete fare come ho detto io? Qua”
Voce Maschile: “Oppure girando per la strada, per i negozi, e trovate un attimino un
momento per… voglio dire, ci… ci…”
Signora Cacciola: “Perché non è…”
Voce Maschile: “…ci indicate la zona. Trovate una macchina ne pressi e, insomma, salite a
bordo della macchina e…”
Signora Cacciola: “Sapete che facciamo? Facciamo…”
Voce Maschile: “Sì, dite”
Signora Cacciola: “…stasera sul tardi, verso me… verso l’una, l’una e mezza”
Voce Maschile: “Stanotte?”
103
Signora Cacciola: “Eh. E facciamo che io esco da casa. Perché l’unica soluzione è
questa, perché se io esco con lei, lui se la prende con lei, dice «tu la vedevi»,
capito?”
Voce Maschile: “Quindi stanotte… l’unica soluzione è stanotte verso l’una, l’una e mezza?”
Signora Cacciola: “Eh sì, quella è, sì”
Voce Maschile: “E allora, guardate, aspettate un attimo signora, rendetevi reperibile un
attimo. Quindi che facciamo? In pratica aspetta una macchina fuori e riuscite a uscire
fuori e, insomma, salite a bordo della macchina?…”
Signora Cacciola: “Esatto, sì”
Voce Maschile: “…Giusto?”
Signora Cacciola: “Sì”
Voce Maschile: “Va bene signora, dai”
Signora Cacciola: “L’unica soluzione è questa”
Voce Maschile: “Allora, prati… Allora ci mettiamo d’accordo più tardi, va bene?”
Signora Cacciola: “Va bene”
Voce Maschile: “Io, insomma, notizio un attimino di questa situazione, vediamo come ci
possiamo organizzare…”
Signora Cacciola: “Io verso le tre lo riapro”
Voce Maschile: “…vi rendete reperibile, okay?”
Signora Cacciola: “Verso le tre io apro il telefono”
Voce Maschile: “Alle tre?”
Signora Cacciola: “Eh”
Voce Maschile: “Ma se vi chiamo subito?…”
Signora Cacciola: “Sì, sono qua”
Voce Maschile: “…tempo cinque minuti?”
Signora Cacciola: “Sono qua ancora, sì”
Voce Maschile: “Allora ci sentiamo… Va bene ci sentiamo alle tre, okay?”
Signora Cacciola: “Va bene, okay. Sì, va bene”
Voce Maschile: “Mi chiamate voi?”
Signora Cacciola: “Sì, vi chiamo io direttamente”
Voce Maschile: “E’ meglio. E’ preferibile”
Signora Cacciola: “Va bene…”
Voce Maschile: “Va bene?”
Signora Cacciola: “…okay. Ci sentiamo più tardi. Okay”
Voce Maschile: “Okay signora”
104
Signora Cacciola: “Grazie”
Voce Maschile: “Okay. A dopo, grazie”
Signora Cacciola: “A dopo.”
Alle 16.15 dello stesso 18 agosto, tuttavia, la signora chiamava nuovamente Esposito
manifestandogli la volontà di sospendere – almeno per un paio di giorni – il programma a causa
dell’asserito malore lamentato dalla figlia più piccola. Rassicurava tuttavia il suo interlocutore in ordine
al fatto che si sarebbe fatta viva qualora si fosse sentita in pericolo.
TELEFONATA IN USCITA N° 1001 – DEL 18/08/2011 ORE 16:13.00
UTENZA CHIAMATA: 390966501039
Voce Maschile: “Pronto?!”
Signora Cacciola: “Pronto?! Cacciola sono, la signora Cacciola”
Voce Maschile: “Eh. Signora”
Signora Cacciola: “Eh. Sentite, no, siccome prima non ho potuto chiamare…”
Voce Maschile: “Sì”
Signora Cacciola: “…Infatti…”
Voce Maschile: “No, no. Signora sentite, allora vi potete organizzare per spostarvi?”
Signora Cacciola: “Eh, però… Aspettate. Adesso sto… Vi volevo fare una domanda.
Siccome voglio aspettare an… voglio vedere un attimino le cose, perché c’è mia
figlia che sta male, la… la seconda. Infatti non è na cosa facile però…”
Voce Maschile: “Signora, vi ripeto, voi ci dovete dire voi non è che…”
Signora Cacciola: “No, voglio vedere come va, perché sta facendo dei controlli e ho
paura che… non si sente tanto bene. Aspetto due/tre giorni e vi richiamo”
Voce Maschile: “E quindi non vi volete spostare?”
Signora Cacciola: “Subito no”
Voce Maschile: “Non ho capito signora”
Signora Cacciola: “Adesso come adesso no subito”
Voce Maschile: “Ma voglio dire, però voi problemi non ne avete di pericoli, di queste
cose qui, giusto?”
Signora Cacciola: “Se vedo qualcosa la ri… la chiamo subito, vi chiamo… vi chiamo”
Voce Maschile: “Quindi ci contattate voi?”
Signora Cacciola: “Sì, sì, tranquillamente”
Voce Maschile: “Va bene signora…”
Signora Cacciola: “Va bene?”
Voce Maschile: “…okay”
105
Signora Cacciola: “Sì”
Voce Maschile: “Allora, va bene. Io vi… vi… Però, voglio dire, siccome che devo notiziare,
magari contattatemi, che vi devo dire, fra una decina di minuti, va bene?…”
Signora Cacciola: “No, non lo spengo, però…”
Voce Maschile: “…se c’è qualcosa, che ho l’esigenza magari di comunicarvi qualcosa”
Signora Cacciola: “Va bene, vi richiamo io, dai, più tardi”
Voce Maschile: “Va bene?”
Signora Cacciola: “Va bene. Okay, la ringrazio tanto”
Voce Maschile: “Fra una decina di minuti, okay?”
Signora Cacciola: “Va bene. Casomai, ancora non lo chiudo il telefono, non lo sto
chiudendo”
Voce Maschile: “Ah, allora vi richiamo… vi possiamo richiamare noi?”
Signora Cacciola: “Sì. Sì, sì, va bene”
Voce Maschile: “Va bene, okay…”
Signora Cacciola: “Okay, la ringrazio”
Voce Maschile: “…okay. A dopo signora, a dopo”
Signora Cacciola: “(incomprensibile)”
Dopo due giorni di assoluto silenzio, il 20 agosto 2011, Esposito aveva infine avuto notizia
dell’avvenuto decesso della Cacciola, morta per ingestione di acido muriatico.
I militari della Tenenza di Rosarno – come ha riferito il teste Ceccagnoli – avevano avuto
cognizione del tragico evento quasi in diretta dal momento che, alle ore 18.26 del 20 agosto (RIT
1203/11 prog. 434), veniva registrata una conversazione ambientale sulla Mercedes “Classe B” di Michele
CACCIOLA (ascoltata dagli operanti circa dieci minuti dopo).
Dal tenore delle espressioni captate – particolarmente concitate ed affrante – si capiva in
maniera inequivocabile che alla giovane doveva essere successo qualcosa di gravissimo e che la stessa
era stata caricata, esanime, sull’auto dei genitori i quali la stavano portando di corsa in Ospedale; anche
il GPS installato sulla vettura, del resto, aveva confermato lo spostamento da via don Gregorio Varrà a
Rosarno – dove era ubicata l’abitazione della Cacciola – fino a Polistena.
CONVERSAZIONE N° 434 – DEL 20/08/2011 ORE 18:26.45
DURATA: 00H40M 00S
AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
DA 00H 00M 00S A 00H 00M 09S NON CI SONO CONVERSAZIONI
A 00H 00M 10S AUTOVETTURA FERMA
DA 00H 00M 10S A 00H 00M 11S NON CI SONO CONVERSAZIONI
DA 00H 00M 12S A 00H 00M 14S LA PERSONA A BORDO DELL’AUTOVETTURA
SUONA IL CLACSON
106
DA 00H 00M 15S A 00H 00M 30S RUMORI D’AMBIENTE (passaggio autoveicoli e voci in
lontananza ecc.)
Voce Maschile: “Oh Pino, dagli un mano per caricarla, dagli. Dagli una mano tu che sei
forzuto, dai” “Oh Pino, anci na mano m’ha cariccannu, anci. Anci na mano tu chi si
forzuto, dai”
A 00H 00M 37S L’uomo a bordo scende dall’autovettura
Voce Maschile: “Dagli una mano, Pino, per caricarla, dai” “Anci na mano, Pino, m’ha
caricanno, dai”
DA 00H 00M 40S A 00H 01M 35S RUMORI D’AMBIENTE (passaggio autoveicoli, voci in
lontananza ecc.)
Voce Maschile: “Di qua, di qua, di qua. Attento al piede, papà, attento al piede. Facciamola
entrare da qua. Di qua, di qua” “I cà, i cà, i cà. Attentu o pedi, pa’, attentu o pedi.
Trasimula i cà. I cà, i cà”
DA 00H 01M 42S A 00H 01M 47S Voci in lontananza
Voce Femminile: “Mettimela qua. Mettimela” “Mentimilla càni. Mentimilla”
Voce Maschile: “Oh Angela, la prende…” “Oh Angela, a pigghi…”
Voce Femminile: “Mettimela qua” “Mentimilla càni”
Voce Maschile: “Angelo, la prendi questa…” “Angelo, a pigghi sta…”
Voce Femminile: “Mettimela qua!!” “Mentimilla càni!!”
Voce Maschile: “Sì”
Voce Femminile: “Mettimela… Attenti!” “Mentimilla… Attenti!”
Voce
Maschile:
“Piano
piano
…(incomprensibile)…”
“Chianu
chianu.
…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 02S A 00H 02M 11S incomprensibile più voci si accavallano
Voce Maschile 1: “Aspettate signora, aspettate. Uscite un poco. Aspettate signora. E pensate
che gli stiamo facendo le gambe, pure” “Spettate signora, spettate. Nesciti nu morzu.
Spettate signora. E pensate ca nci stamu fandu i gambi, puru”
DA 00H 02M 14S A 00H 02M 16S voci in lontananza
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile 1: “Spettate signora”
Voce Maschile: “Togliti da lì!!” “Levati i ndocu!!”
Voce Maschile 1: “Aspettate, scendete” “Spettate, scinditi”
Voce Maschile: “Togliti da lì!!! Togliti da li!” “Levati i ndocu! Nescintindi i ndocu”
DA 00H 02M 23S A 00H 02M 24S voci
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… cchiù”
107
Voce Maschile 2: “…(incomprensibile)… all’ospedale” “…(incomprensibile)… o spitali”
Voce Maschile: “Vado io, vado io” “Vaiu io, vaiu io”
DA 00H 02M 27S A 00H 02M 33S voci
Voce Maschile 1: “Cammina Michele, cammina” “Camina Michele, camina”
Voce Femminile 1: “Le chiavi, le chiavi” “I chiavi, i chiavi”
DA 00H 02M 36S A 00H 02M 39S voci
Voce Maschile 2: “Dov’era?” “Aund’era?”
Voce Femminile: “Dov’eri figlia?” “Aund’eri figghia?”
Voce Femminile 1: “Nella doccia” “Nta doccia”
DA 00H 02M 40S A 00H 02M 41S voci
Voce Femminile: “Figlia come sei combinata. Figlia del cuore mio” “Figghia comu si
cumbinata. Figghia du cori meu”
A 00H 02M 45S AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
Voce Femminile: “Questa è la figlia …(incomprensibile)…” “Chista è a figghia
…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 56S A 00H 03M 24S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Figlia mia svegliati” “Figghia mia svegliati”
DA 00H 03M 27S A 00H 03M 31S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “[piange] …(incomprensibile - piange e si dispera)… Dai, dai svegliati
[piange]”
DA 00H 03M 37S A 00H 05M 55S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile – piange e si dispera)…”
DA 00H 05M 58S A 00H 07M 11S NON CONVERSANO
A 00H 07M 12S l’uomo alla guida dell’autovettura suona il clacson
DA 00H 07M 13S A 00H 07M 16S NON CONVERSANO
A 00H 07M 17S l’uomo alla guida dell’autovettura suona il clacson
DA 00H 07M 18S A 00H 10M 41S NON CONVERSANO
A 00H 10M 42S l’uomo alla guida dell’autovettura suona il clacson
DA 00H 10M 43S A 00H 11M 08S NON CONVERSANO
DA 00H 11M 09S A 00H 11M 31S l’uomo alla guida dell’autovettura suona il clacson
DA 00H 11M 32S A 00H 12M 05S NON CONVERSANO
DA 00H 12M 06S A 00H 12M 07S l’uomo alla guida dell’autovettura suona il clacson
Voce Femminile: “[piange]”
A 00H 12M 09S AUTOVETTURA FERMA
108
DA 00H 12M 10S A 00H 12M 20S RUMORI D’AMBIENTE (sportelli che si aprono e si
chiudono, voci in lontananza, donna che piange e si dispera)
Voce Maschile: “Dai, dai” “Iamu, iamu”
DA 00H 12M 22S A 00H 12M 31S RUMORI D’AMBIENTE (donna che piange ecc.)
Voce Maschile: “Chiamate a qualcuno, chiamate a qualcuno per favore” “Chiamati a ncunu,
chiamati a ncunu pe favori”
DA 00H 12M 34S A 00H 12M 37S RUMORI D’AMBIENTE (donna che piange)
Voce Maschile: “Una barella, qualcosa, dai” “Na barella, ncuna cosa, dai”
DA 00H 12M 39S A 00H 12M 50S RUMORI D’AMBIENTE (donna che piange ecc.)
Voce Maschile: “Prendiamo qua, dai” “Piamu cà, dai”
DA 00H 12M 52S A 00H 13M 00S RUMORI D’AMBIENTE (donna che piange ecc.)
Voce Femminile: “Oh Dio, Dio, figlia mia [piange]”
Voce Maschile: “Portiamo una barella (incomprensibile)” “Portamu na barella
(incomprensibile)”
DA 00H 13M 08S A 00H 13M 19S RUMORI D’AMBIENTE (donna che piange ecc.)
A 00H 13M 20S le persone che si trovavano a bordo si sono tutte allontanate dall’autovettura (si
sente il pianto della donna sempre più in lontananza)
DA 00H 13M 21S A 00H 16M 23S RUMORI D’AMBIENTE (voci in lontananza ecc.)
A 00H 16M 24S una persona sale a bordo dell’autovettura
DA 00H 16M 25S A 00H 16M 28S
A 00H 16M 29S AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
DA 00H 16M 30S A 00H 27M 35S AUTOVETTURA IN MOVIMENTO (non ci sono
conversazioni)
A 00H 27M 36S AUTOVETTURA FERMA
DA 00H 27M 37S A 00H 27M 39S la persona a bordo dell’autovettura scende
DA 00H 27M 40S A 00H 29M 30S RUMORI D’AMBIENTE (abbaiare, passaggio autoveicoli ecc.)
DA 00H 29M 31S A 00H 29M 34S una persona sale a bordo dell’autovettura
A 00H 29M 35S AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
DA 00H 29M 36S A 00H 30M 29S
AUTOVETTURA IN MOVIMENTO (non ci sono
conversazioni)
A 00H 30M 30S AUTOVETTURA FERMA
DA 00H 30M 31S A 00H 31M 00S RUMORI D’AMBIENTE
A 00H 31M 01S AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
DA 00H 31M 02S A FINE REGISTRAZIONE AUTOVETTURA IN MOVIMENTO (non ci
sono conversazioni)
109
In quegli stessi minuti, dall’utenza in uso a Maria Concetta Cacciola (RIT 1596/11), erano state
registrate una serie di telefonate e sms intercorsi tra Improta Pasquale (che, lo si ricorda, era anche
l’intestatario della sua scheda) e sua figlia Tania, rimasta a casa mentre tutta la sua famiglia si era recata
in Ospedale; la prima persona che la bambina aveva dunque pensato di chiamare in quei drammatici
momenti, per raccontargli l’accaduto e chiedergli disperatamente aiuto, era stato proprio l’Improta.
Questo dato conferma il forte legame che si era creato non solo tra costui e la Cacciola, ma anche con
la stessa Figliuzzi la quale – evidentemente – era perfettamente al corrente della relazione sentimentale
della mamma.
TELEFONATA IN ENTRATA N° 1122 – DEL 20/08/2011 ORE 19:05.11
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Tania: “[parla piangendo: “Paolo?!”]”
Voce Maschile: “Maria?!”
Tania: “[parla piangendo: “Paolo! Io, Tania sono”]”
Voce Maschile: “Maria?!”
Tania: “[parla piangendo: “Io, Tania sono”]”
Voce Maschile: “Oh, ciao Tania”
Tania: “[parla piangendo: “Mamma è in ospedale”]”
Voce Maschile: “Mamma dov’è?”
Tania: “[parla piangendo: “E’ in ospedale”]”
Voce Maschile: “Come hai detto?”
Tania: “[parla piangendo: “E’ in ospedale”]”
Voce Maschile: “E’ all’ospedale?”
Tania: “[parla piangendo: “Sì, l’hanno trovata a terra”]”
Voce Maschile: “Quando Maria? Quando Tania?”
Tania: “[parla piangendo: “Non lo so, l’hanno portata in ospedale, perché si è bevuta una
cosa, non so che cos’era”]”
Voce Maschile: “L’hanno trovata a terra dove?, a casa?”
Tania: “[parla piangendo: “Cosa? L’hanno trova…”]”
Voce Maschile: “Eh, ti chiamo tra due minuti”
Tania: “[parla piangendo: “L’hanno trovata a terra”]”
Voce Maschile: “Aspetta che ti chiamo fra due minuti. Aspetta, aspetta.”
SMS IN USCITA N° 1127 – DEL 20/08/2011 ORE 19:04.56
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Paolo mamma e in ospedale nn si sa se e viva o morta kiama ti prego aiuto
110
SMS IN USCITA N° 1130 – DEL 20/08/2011 ORE 19:08.27
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Ti prego aiuto
TELEFONATA IN ENTRATA N° 1158 – DEL 20/08/2011 ORE 19:38.51
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Tania: “[parla piangendo: “Paolo!”]”
Voce Maschile: “Tania dimmi, che è successo?”
Tania: “[parla piangendo: “Allora, l’hanno portata in ospedale”]”
Voce Maschile: “Stai calma, non piangere”
Tania: “[piange]”
Voce Maschile: “Da quanto tempo sta in ospedale? Non piangere. Senti a me, da quanto
tempo sta in ospedale Maria?”
Tania: “[parla piangendo: “Era a terra. Era tutto pieno d’acqua”]”
Voce Maschile: “Ma da stamattina l’hanno portata?”
Tania: “[parla piangendo: “No, no, prima. Una mezzoretta fa”]”
Voce Maschile: “Ma si è sentita male?”
Tania: “[parla piangendo: “No… Non so. L’hanno trova… Era… ha detto che va a
dormire e invece sopra non c’era, siamo andati a vedere sotto ed era sotto,
pieno d’acqua, ed era… ed era a terra lei”]”
Voce Maschile: “Sotto sta pieno d’acqua?”
Tania: “[parla piangendo: “Sì”]”
Voce Maschile: “Sotto dove?, scusa”
Tania: “[parla piangendo: “Nel garage era”]”
Voce Maschile: “E stava piena d’acqua?”
Tania: “[parla piangendo: “No, no, era a terra però respirava. E non… non sanno cosa ha
preso lei. E ora l’hanno portata in ospedale per vedere cosa gli è successo”]”
Voce Maschile: “Tania! Tania ascolta…”
Tania: “[parla piangendo: “Eh”]”
Voce Maschile: “…non è che gli ha dato qualcosa qualcuno?”
Tania: “[parla piangendo: “No, no, non so”]”
A 00H 00M 59S NON CONVERSANO (Tania piange)
Voce Maschile: “Ma sei sicura?”
Tania: “[parla piangendo: “Non lo so”]”
Voce Maschile: “Stai… stai calma Tania. Stai… Tania… Mannaggia”
111
Tania: “[piange]”
Voce Maschile: “A quale ospedale sta? Non lo sai?”
Tania: “[parla piangendo: “Cosa?”]”
Voce Maschile: “A quale ospedale sta?”
Tania: “[parla piangendo: “A Polistena”]”
Voce Maschile: “A Polistena. E’ vicino voi?”
Tania: “[parla piangendo: “Sì”]”
Voce Maschile: “Ma chi l’ha portata in ospedale?, tuo padre?, il nonno?”
Tania: “[parla piangendo: “Sì”]”
Voce Maschile: “E adesso tu non sai niente? Chi è andato?, il nonno e poi chi altro sta? Pure
tua nonna?”
Tania: “[parla piangendo: “Sì, e le mie zie”]”
Voce Maschile: “Ah. Manna…”
DA 00H 01M 31S A 00H 01M 32S NON CONVERSANO (Tania continua a piangere)
Voce Maschile: “Stai calma. Tania… Taniuccia, Tania non piangere. Dai non succede niente.
Mari’ non fa… Maria non faceva una cosa del genere, lo sai. Non ti
preoccupare”
Tania: “[parla piangendo: “Ho paura”]”
Voce Maschile: “Pure io ce ne ho paura. Pure io c’ho paura, Tania, pure io. Stai sola adesso?”
Tania: “[parla piangendo: “Eh?”]”
Voce Maschile: “Stai sola?”
Tania: “[parla piangendo: “No, c’è mia zia sotto”]”
Voce Maschile: “[sbuffa] Ma… Non hai provato a chiamare a tua mamma, a tua nonna per
vedere come sta?”
Tania: “[parla piangendo: “No, ce l’hanno qui il telefono”]”
Voce Maschile: “L’hanno rimasto qua il telefono? La nonna l’ha rimasto qua il telefono?”
Tania: “[parla piangendo: “Sì. Sai che faccio?”]”
Voce Maschile: “Sì?!”
Tania: “[parla piangendo: “Scendo sotto e vedo se ho notizie, e ti mando il messaggio
con questo telefono di mia ma… di mamma”]”
Voce Maschile: “Eh, quando sai fammi uno squillo che ti chiamo io. Fammi sapere
qualco…”
Tania: “[parla piangendo: “Okay, okay”]”
Voce Maschile: “Tania, subito però, lo sai?!…”
Tania: “[parla piangendo: “Sì, sì, va bene”]”
112
Voce Maschile: “…Perché io vengo da te ade… fra un po’. Dai”
Tania: “[parla piangendo: “Okay. Grazie”]”
Voce Maschile: “Okay. Ciao, ciao”
Tania: “[parla piangendo: “Ciao, ciao”].”
Poco dopo, al Pronto Soccorso di Polistena, era stato constatato il decesso di Maria Concetta
Cacciola.
Quella che si riporta di seguito è l’ultima conversazione registrata nella giornata del 20 agosto
sulla Mercedes “Classe B” (RIT 1203/11), quando, alle ore 22.53 circa, i coniugi Cacciola tornavano a
casa dall’Ospedale.
CONVERSAZIONE N° 437 – DEL 20/08/2011 ORE 22:53.53
DURATA: 00H06M 49S
AUTOVETTURA FERMA
Voce Maschile: “…(incomprensibile)… Rosalba là” “…(incomprensibile)… Rosalba jà”
Voce Femminile: “Adesso perché gli devono fare (incomprensibile)” “Mo’ pecchì c’hannu
fari (incomprensibile)”
Voce Maschile: “No, non è detto che gliela fanno…” “No, non è dittu ca ncia fannu…”
Voce Maschile 1: “No, non è…”
Voce Maschile: “…perchè ha parlato con l’avvocato” “…ca parrau cu l’avvocato”
Voce Femminile 1: “Ha parlato con l’avvocato” “Parlau cu l’avvocato”
Voce Femminile: “[piange e si dispera]”
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)… che è venuto l’avvocato” “…(incomprensibile)…
ca vinni l’avvocato”
Voce Femminile: “Fiiiglia” “Fiiiglia”
Voce Maschile 1: “E’ venuto l’avvocato” “Vinni l’avvocato”
Voce Femminile: “[parla piangendo e disperandosi: Fiiiiglia. Nooo, (incomprensibile) era
morta, chi mi porta a me”]” “[parla piangendo e disperandosi: “Fiiiiglia. Nooo,
(incomprensibile) era morta, cu mi leva a mia”]”
DA 00H 00M 19S A 00H 00M 24S la donna piange e si dispera
Voce Femminile: “[parla piangendo e disperandosi: Focu!”]”
Voce Maschile: “Pazienza” “Pacienza”
Voce Femminile: “[parla piangendo e disperandosi: (incomprensibile – parla disperandosi)”]”
DA 00H 27M 00S A 00H 00M 35S si sente la donna che continua a disperarsi e il suono che
avverte che le luci dell’autovettura sono accese e lo sportello aperto
A 00H 00M 36S AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
DA 00H 00M 36S A 00H 00M 50S NON CONVERSANO
113
Voce Femminile: “Dove l’hanno portata?” “Aundi a levaru?”
Voce Maschile 1: “A Reggio” “A Riggiu”
Voce Femminile: “Ah?”
Voce Maschile: “A Reggio. A Reggio. Se si poteva andare io ti portavo, siccome la devono
tenere che là c’è il coso a Reggio che è migliore di qua” “A Riggiu. A Riggiu. Se si
potia iri io ti levava, siccome l’hannu teniri ca ndàni c’è u cosu, a Riggio, ca gghiè
megghiu i cà”
Voce Maschile 2: “Qua non ce l’hanno?” “Cà no l’hannu?”
Voce Maschile: “No, non c’è a…”
Voce Maschile 1: “Nooo, per quella… per quella cosa della bocca” “Noooo, pecchì idda…
pe chidda cosa da ucca”
Voce Maschile: “E là hanno la cella, hanno la cosa. Siccome…” “E ndà nd’hannu a cella,
nd’hannu a cosa. Siccome…”
Voce Femminile: “Non la potevano portare a casa” “Na potivanu portari a casa”
Voce Maschile: “Non la possono tenere a casa” “Na ponnu teniri a casa”
Voce Maschile 1: “Non la possono tenere a casa tre giorni, due giorni” “Na ponnu teniri a
casa trii orna, dui iorna”
Voce Femminile: “Come, due giorni?! Perché?” “Comu dui iorna?! Pecchì?”
Voce Maschile: “E sino a lunedì come fai, sembra che domani puoi fare qualcosa. Ma c’era
Vittorio. A Vittorio all’avvocato l’hai visto?” “E fino a lunedì comu fai. Pari ca domani
poi fari ncuna cosa. Ma c’era Vittorio. A Vittorio all’avvocato u vidisti?”
Voce Maschile 1: “Sì, sì. C’era Vittorio l’avvocato”
Voce Maschile: “Si è preso… Il Giudice adesso si è preso il referto medico per spiega… il
medico gli ha spiegato come è successo e come non è successo. Quindi adesso lui parla
col Giudice, e sicuramente gliela evitano, non gliene fanno autopsia. Non gliene fanno.
Però se tu non la vuoi vedere trasformata devono fare in questo modo. Adesso gli
abbiamo domandato per andare a Reggio e mi ha detto di no, perché a Reggio quando
arriva la chiudono in una stanza e non può stare nessuno là, perché è chiusa nella cella.
Non possiamo stare” “Si pigghiau… U Giudici mo’, si pigghiau u referto medico, u nci
spiega… u medicu nci spiegau comu fu e comu no fu. Quindi mo’ iddu parra cu
Giudici, e sicuramenti nc’ha evitannu, no nci ndi fannu autopsia. No nci ndi fannu.
Però se tu no voi ma vidi trasformata hannu a fari i stamanera. Mo’ nci domandammo
u iamu a Riggiu e mi issi ca no, pecchì a Riggiu quandu arriva a chiudunu nta na stanza
e no po stari nuddu ndà, pecchì è chiusa nta cella. Pari ca potimu stari”
DA 00H 01M 53S A 00H 02M 02S NON CONVERSANO (si sente la donna che si dispera)
114
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 08S A 00H 02M 40S NON CONVERSANO
DA 00H 02M 41S A 00H 03M 04S NON CONVERSANO (si sente la donna che piange e si
dispera)
DA 00H 03M 05S A 00H 04M 07S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “[piange e si dispera] Fooocu! Fooocu fooocu!”
DA 00H 04M 15S A 00H 04M 34S NON CONVERSANO (la donna piange)
DA 00H 04M 35S A 00H 04M 37S suono di un telefono cellulare
Parla al telefono:
Voce Maschile: “Cosa vuoi (incomprensibile)? … Sì, ma tu… Tu dove sei? …
(incomprensibile). … Eh, falla dormire se vuole dormire. … Dagli latte. Mettigli il
pannolino o falla andare prima in bagno” “Chi voi (incomprensibile)? … Sì, ma tu…
Tu aundi si? … (incomprensibile). … Eh, falla dormire se voli dormiri. … Anci latti.
Mentincili u pannulinu o falla u vaci o bagnu prima”
DA 00H 04M 59S A FINE CONVERSAZIONE NON CONVERSANO
Il Commissariato di Gioia Tauro, informato dell’accaduto dal personale di PS presente presso il
presidio ospedaliero di Polistena, aveva quindi provveduto ad inviare subito una pattuglia in casa dei
Cacciola; i primi rilievi erano stati pertanto effettuati dalla Polizia di Stato e non dai Carabinieri, giunti
sul posto poco dopo.
L’ass. ca. Orsino, in forza alla Polizia Sscientifica del Commissariato di Gioia Tauro, ha riferito
in dibattimento di essersi recato insieme ad un collega presso l’abitazione della Cacciola alle ore 20,00
circa del 20 agosto, allertato dalla Sala Operativa.
Al momento del suo arrivo in casa era presente solo una bambina, dell’apparente età di 8 o 9
anni, per cui prima di entrare aveva deciso di attendere un adulto; di lì a poco era arrivato il fratello
della vittima, Gregorio Cacciola.
Ha descritto l’immobile come una struttura a tre piani, di cui due fuori terra, con due entrate,
una su via don Gregorio Varrà e l’altra su via Pola; il seminterrato era composto da un garage e una
tavernetta, al piano rialzato c’era l’abitazione dei coniugi CACCIOLA-LAZZARO, ed al primo piano quella
della defunta.
Gli operanti avevano subito chiesto di avere accesso alla tavernetta perché dalle indicazioni che
avevano ricevuto era emerso che l’evento si era consumato in un bagno di questo locale.
Erano entrati da via don Gregorio Varrà, avevano percorso una rampa per le macchine ed
avevano quindi avuto accesso ad ambiente piuttosto grande, a forma di “L” (foto nn. 1, 2, 3, 4 e 6 dei
rilievi allegati al sopralluogo tecnico n. 118/2011, in atti).
Il seminterrato si presentava quasi completamente allagato, ma i locali maggiormente interessati
dall’acqua erano il bagno e l’antibagno; le due ante scorrevoli del box doccia erano fuori dalla guida,
quella di destra – peraltro – aveva il pannello rotto ma a terra non vi erano frammenti di plexiglas; la
doccetta era appoggiata sul piatto, rivolta verso l’interno (cfr. foto nn. 32 e 34).
Nell’antibagno era stata poi rinvenuta una bottiglia con la scritta “Soflan” e, all’interno del
lavatoio, era stata riscontrata la presenza di altri flaconi di detersivi, tutti privi di tappo e vuoti (foto nn.
115
24 e 27). Si era quindi proceduto ad un prelievo di liquido dal pavimento, nella parte in cui formava una
specie di schiuma (visibile alla foto n. 35), ma il teste non ha saputo dire se i campioni fossero poi stati
effettivamente analizzati.
Nella tavernetta vi era un asse da stiro per terra (cfr. foto n. 7) e, nelle immediate vicinanze, dei
frammenti di vetro (foto nn. 14, 18, 19 e 20) presumibilmente provenienti da un vaso la cui base è
visibile alla foto n. 21 dei medesimi rilievi.
Il sopralluogo era poi stato esteso anche all’abitazione di Michele CACCIOLA, dove non era stato
riscontrato nulla di rilevante, e poi al primo piano nell’appartamento della signora, al quale si accedeva
attraverso una porta di ingresso autonoma che era stata loro aperta da Gregorio Cacciola. Qui si era
proceduto al sequestro di lettere, computer, telefoni e medicinali; i pc e i cellulari erano stati rinvenuti
nella stanza del figlio Alfonso, le medicine nel bagno, un diario nella stanza della figlia, e le missive nella
sua camera da letto.
L’isp. Priteso ha poi riferito sul secondo sopralluogo, effettuato in data 24 agosto 2011, ed ha
confermato la descrizione effettuata dal collega, concludendo che la scena era stata fortemente
inquinata dall’intervento dei soccorritori, motivo per il quale non era stato possibile acquisire elementi
utili per l’accertamento dei fatti.
Fin qui la scarna cronaca degli ultimi mesi di vita di Maria Concetta Cacciola, ripercorsa
attraverso le sole parole degli stessi protagonisti della vicenda e gli immediati riscontri di P.G.
Tali accadimenti verrano di seguito più approfonditamente analizzati e valutati – in uno con le
altre emergenze istruttorie – al fine di ricostruire le cause che hanno portato alla morte della
collaboratrice e di vagliare le altre accuse che vengono mosse agli odierni imputati.
§ 3. il capo a) della rubrica e la riqualificazione dell’evento morte.
Michele CACCIOLA, Giuseppe CACCIOLA e Anna Rosalba LAZZARO sono chiamati a rispondere
– al capo a) della rubrica – del delitto di cui agli artt. 110 e 572 comma 2 c.p. “perché, in concorso morale e
materiale tra loro, attraverso reiterati atti di violenza fisica, consistenti nel malmenarla in più occasioni, nonché mediante
vessazioni psicologiche, attuati nel corso di un lungo periodo di tempo, maltrattavano la figlia e sorella Maria Concetta
Cacciola la quale, in conseguenza dei reiterati maltrattamenti, si determinava alfine a togliersi la vita ingerendo acido
muriatico”; gli accertamenti esperiti in sede di indagini preliminari, infatti, hanno portato gli inquirenti a
ritenere che la giovane fosse deceduta in seguito all’ingestione, volontaria, di acido muriatico.
Se la causa di morte stricto sensu intesa è innegabilmente quella cristallizzata nel capo di
imputazione (più precisamente l’asfissia determinata dall’assunzione di una sostanza altamente tossica a
corrosiva), gli esiti dell’istruttoria dibattimentale svolta – a giudizio della Corte – impongono di
concludere che la donna non si sia inflitta autonomamente tale atroce morte ma che sia stata, al
contrario, assassinata.
Da una parte tale convincimento deriva dall’attenta valutazione degli atti di indagine, letti
unitamente alle acquisizioni dibattimentali ed agli accadimenti immediatamente successivi alla morte
della collaboratrice; dall’altra, dallo stato d’animo che la stessa Maria Concetta, nei giorni che ne hanno
preceduto la scomparsa, manifestava alle persone con le quali si confidava e che riteneva a lei più vicine.
Ebbene, si ritiene opportuno iniziare a trattare l’argomento dalle risultanze più propriamente
scientifiche, ovvero dagli accertamenti medici effettuati sulla vittima.
§ 3.1. La consulenza medico-legale di Antonino Trunfio
Sono stati in proposito sentiti in dibattimento due medici che si sono occupati, a diverso titolo,
del caso: Fortunato Lucia ed Antonino Trunfio.
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Il primo, in servizio presso il Pronto Soccorso di Polistena al momento dell’arrivo della
Cacciola, ha sinteticamente riferito di aver potuto, in pratica, solo constatarne il decesso; ha infatti
ricordato che la donna, entrata in barella già quasi cadavere, si presentava vestita, con il viso e i capelli
bagnati e la schiuma alla bocca, indice – quest’ultimo – di un problema respiratorio importante che ne
aveva evidentemente determinato la morte.
I parenti con i quali aveva parlato in quel frangente gli avevano detto che la giovane aveva
assunto qualche sostanza e gli avevano consegnato una bottiglia di plastica con etichetta riportante la
scritta “DAT 5 Acido muriatico” (è appena il caso di precisare che tale ultimo dato, pur non essendo stato
riportato dal teste in sede di esame, emerge da altri atti di indagine, quali il verbale di sequestro ed il
referto del Pronto Soccorso in atti, e la consulenza tecnica redatta dal dott. Trunfio, di cui si avrà modo
di parlare di qui a poco).
Le labbra erano scure, tumefatte, un po’ gonfie, e l’attività cardiaca residua consisteva in un
ritmo agonico, tanto che il tentativo di rianimazione (attuato sia attraverso il massaggio cardiaco sia
mediante l’apposizione di una cannula per liberare le vie respiratorie) non aveva dato alcun esito
proprio perché ormai non c’era più polso.
Il teste ha ricordato che la situazione riscontrata era ormai talmente compromessa che aveva
ritenuto del tutto inutile somministrare medicinali.
Antonino Trunfio è invece il medico che fu incaricato dalla Procura della Repubblica di Palmi,
in data 22 agosto 2011, di redigere una consulenza tecnica in ordine alle cause che avevano portato alla
morte di Maria Concetta Cacciola.
Il contenuto di tale elaborato – acquisito all’udienza del 31 gennaio 2013 – è stato illustrato in
dibattimento dallo stesso Trunfio e verrà in questa sede ampiamente scandagliato in quanto
inconciliabili appaiono a questa Corte le contraddizioni tra quanto in esso attestato e i dati oggettivi
risultanti dal materiale fotografico raccolto dallo stesso consulente, oltre che dalle testimonianze di
alcuni dei soggetti chiamati a deporre.
Ebbene, il Trunfio ha individuato la causa di morte in un’insufficienza cardiorespiratoria
secondaria a gravi lesioni degli organi interni, a loro volta determinate dall’ingestione di una sostanza
caustica, in particolare di acido muriatico; riferiva a tal proposito che le lesioni necrotiche ed escoriative
presenti sul volto della giovane e le lesioni necrotiche osservate nelle vie digerenti (esofago e,
soprattutto, stomaco e pancreas) erano del tutto compatibili con gli effetti di tale sostanza venefica e
che del resto, nell’espletare il suo incarico, aveva anche avuto cognizione del fatto che il medico di
turno del Pronto Soccorso aveva consegnato al personale del Commissariato di Gioia Tauro una
bottiglia di plastica riportante la scritta “DAT 5 Acido Muriatico”, rinvenuta dai parenti della Cacciola
vicino al suo cadavere.
Concludeva inoltre univocamente nel senso che l’evento-morte fosse dovuto ad un atto
suicidiario.
A sostegno di tale ipotesi riferiva di non aver riscontrato sul cadavere segni di colluttazione o di
aggressione da parte di terzi e faceva proprio un assunto, diffuso nella letteratura medico-legale, a
mente del quale l’ingestione di acido muriatico rientrerebbe tra le più comuni – e tipicamente femminili
– forme di suicidio; anche nella relazione di consulenza (cfr. pag. 41) si legge infatti: “nella maggior parte
dei casi si tratta di avvelenamenti a scopo suicidiario, con maggior frequenza nelle donne, che lo utilizzano comunemente
per scopi domestici. Rari sono gli avvelenamenti accidentali ed addirittura eccezionali quelli omicidiari”.
Il teste ha poi precisato, in merito alla dedotta assenza di segni di colluttazione, di non aver
rinvenuto le lesioni escoriative tipiche di un’aggressione, quali graffiature, lesioni da afferramento o
rottura delle unghie che, nel caso di specie, erano lunghe circa 1 cm oltre il letto ungueale e che dunque
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non avrebbero potuto rimanere integre qualora la Cacciola avesse tentato di difendersi dall’attacco di
terze persone.
Valutava inoltre significativa l’assenza di lesioni a carico delle mucose labiali e del cavo orale
(oltre che della faringe e della laringe) che potessero far ritenere possibile un’azione coercitiva, anche
con l’aiuto di mezzi meccanici, nella deglutizione della sostanza venefica; nonché i risultati dell’esame
chimico-tossicologico condotto su sangue e bile della vittima, in esito al quale era stato escluso che la
vittima fosse sotto l’effetto di sostanze psicotrope o in stato di alterazione alcolica tale da inibire o
scemare grandemente la sua capacità di resistere ad un’eventuale aggressione.
Le analisi effettuate avevano infatti accertato la sola presenza di caffeina e di un tasso
alcolemico minimo (dieci volte inferiore a quello previsto dal vigente codice della strada per
determinare lo stato di ebbrezza alcolica) che – a dire del teste – sarebbe potuto derivare anche da
fattori endogeni di putrefazione del cadavere considerato il lasso di tempo intercorso tra la morte e
l’autopsia (nello stesso senso cfr. anche deposizione di Teatino Alessandro e relativa relazione di
consulenza chimica acquisita all’udienza del 31.1.2013).
Interrogato sia dal P.M. che dalla Corte in ordine all’origine delle lesioni escoriative ed
ecchimotiche pure riscontrate sul cadavere della donna (e documentate dal materiale fotografico
allegato alla consulenza), il Trunfio si è detto sicuro che le stesse fossero compatibili con azioni di tipo
diverso da un’aggressione, ovvero con la caduta al suolo della vittima e con l’afferramento della stessa
durante la fase dei soccorsi e del trasporto in Ospedale.
In particolare le escoriazioni osservate al livello del ginocchio sinistro sarebbero compatibili con
l’accasciamento ed il conseguente urto contro il pavimento della gamba della donna; le lesioni
ecchimotiche alla superficie dorsale del polso destro (della dimensione di circa cm 5 x 3 circa) e quella
escoriativa alla superficie ventrale del medesimo polso, oltre che le escoriazioni (una delle dimensioni di
cm 3 x 1,5 e le altre due più sottili, di forma lineare) sulla superficie ventrale del polso sinistro e quella
sulla superficie dorsale della falange prossimale del primo dito della mano sinistra sarebbero indicative
dell’afferramento della vittima in tali punti all’atto di prestarle i primi soccorsi.
Le lesioni escoriate al collo e quella in prossimità della regione deltoidea sarebbero dovute ad un
trauma contusivo, in particolare da urto e strisciamento, avvenuto nelle fasi immediatamente precedenti
alla morte.
Sebbene il consulente abbia detto di non essere in grado di individuare con precisione il mezzo
che le aveva cagionate, ha concluso che, soprattutto quella alla regione deltoidea, era stata determinata
dall’impatto contro una superficie ampia e rigida, deponendo in tal senso sia la forma che le dimensioni
della lesione stessa.
Quanto alle lesioni che Maria Concetta Cacciola presentava sul volto, in particolare sul naso,
sulla bocca, sul mento e – in misura minore – anche nella regione frontale, le ha definite di tipo similescoriativo ma in effetti provocate dall’azione corrosiva del mezzo caustico e non dall’azione traumatica
di abrasione.
Secondo il professionista, le stesse sarebbero state determinate dal fatto che la vittima, dopo
aver ingerito l’acido, avrebbe avuto un violento conato di vomito, con conseguente “spruzzo”
dell’acido stesso sulla cute del viso.
A tale proposito il Trunfio, che ha concluso per una morte non immediata della giovane donna
(era stata infatti riscontrata nel sangue la presenza di linfociti che, in una reazione infiammatoria,
intervengono solo in un secondo momento) e per il mantenimento di una capacità reattiva autonoma
da parte della stessa sino al momento del collasso, ha anche detto che un eventuale tentativo della
vittima di cercare sollievo con l’acqua o comunque di lavarsi dopo il vomito non avrebbe fatto altro che
aumentare la superficie di contatto del mezzo caustico, non eliminandone di certo l’azione corrosiva.
118
Orbene, la ricostruzione operata dal Trunfio non convince, affatto.
I passaggi cruciali della sua consulenza tecnica (confermati ed illustrati nel corso del suo esame
dibattimentale) verranno infatti brevemente ma analiticamente ripercorsi alla luce delle ulteriori
risultanze dibattimentali, oltre che del comune buonsenso.
Prima di tutto occorre verificare se è condivisibile l’affermazione in base alla quale le lesioni
riscontrate sul cadavere della Cacciola non siano compatibili con un’aggressione bensì con delle
semplici operazioni di primo soccorso e trasporto in Ospedale.
Iniziando con l’analizzare le lesioni agli arti superiori, è vero che alle foto nn. 11), 12), 13) e 14)
della consulenza (pagg. 10 e 11) sono ben visibili le escoriazioni descritte dal teste; e tuttavia, a parte
l’ecchimosi sulla superficie dorsale del polso destro, che potrebbe in astratto essere compatibile con un
energico afferramento con le mani del soggetto da soccorrere, l’altra lesione, di natura questa volta
escoriativa, presente sulla superficie ventrale dello stesso è per forma, dimensioni ed apparente
profondità del tutto simile alla traccia di un’unghia conficcata nel polso della vittima.
Nonostante il consulente abbia detto di non aver riscontrato segni di “graffiature”, lui stesso
invece evidenzia delle sottili escoriazioni sul polso sinistro che possono definirsi, parafrasando le sue
parole, da “unghiatura” (cfr. pag. 42 della consulenza tecnica).
Già solo sulla base di questi primi dati le sopra descritte lesioni appaiono più compatibili con un
afferramento volto all’immobilizzazione ed alla coartazione piuttosto che al soccorso; ma ipotizziamo
comunque per un attimo – adeguandoci al ragionamento del tecnico – che Maria Concetta Cacciola se
le sia procurate durante le fasi del primo soccorso.
La donna presentava due ulteriori lesioni, simmetriche, nelle regioni scapolari destra e sinistra
(in prossimità della regione deltoidea), che il Trunfio ha ritenuto essere state provocate da un’azione di
sfregamento del corpo – posto in posizione supina – sul suolo.
L’ipotesi era dunque che qualcuno l’avesse presa per i polsi e trascinata sulla schiena, ormai
esanime, dall’appartemento all’auto; si legge infatti, a pag. 43 della relazione di consulenza: “queste
osservazioni, tenuto conto anche del racconto dei prossimi congiunti in cui è riferito il rinvenimento al suolo della sig.ra
Cacciola, il loro prodigarsi a prestare le prime cure e ad effettuare il trasporto della stessa presso l’ospedale di Polistena per
mezzo di un’autovettura, trovano una logica giustificazione con la trazione del corpo della sig.ra Cacciola – quantomeno
per un breve tratto – nel corso delle fasi sopra indicate”.
Ed invero, si ritiene assai singolare che gli stretti parenti della vittima – pur non avendo di certo
competenze specifiche in campo medico o di tecniche di primo soccorso – trovando la ragazza a terra,
priva di sensi ed in condizioni palesemente critiche, non abbiano trovato per aiutarla soluzione migliore
di quella consistente nell’afferrarle con violenza per i polsi – tanto da procurarle escoriazioni ed
ecchimosi – e trascinarla sul pavimento come un sacco, sollevandola da terra così poco da cagionarle
addirittura lesioni alle scapole.
È insomma davvero difficile immaginare che i familiari, che per istinto naturale dovrebbero
essere portati ad avere la massima cura ed attenzione per la propria congiunta moribonda, non si
fossero rappresentati il rischio di aggravare, con tale condotta, una situazione già compromessa.
Tale conclusione peraltro, ben lungi dal trovare conforto – come dice il consulente – nel
racconto dei soggetti che avevano assistito al rinvenimento della giovane, si pone invece in insanabile
contrasto con quanto dagli stessi riferito in sede di esame dibattimentale.
Particolarmente significative sono state, in proposito, le deposizioni dei testi Maria Carmela
Pepè e Rocco Cacciola.
La prima – cognata di Maria Concetta per averne sposato il fratello Gregorio – ha riferito, tra le
altre cose, di essere stata una delle prime ad accorrere sul luogo del tragico evento in quanto, vivendo in
un’abitazione adiacente, era stata attirata dalle urla della suocera. Dopo essere entrata nel salotto di casa
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ed aver trovato aperta la porta che dava sulle scale, si era precipitata nello scantinato, in direzione delle
grida.
Qui aveva trovato la cognata distesa a terra nel bagno, la suocera in preda alla disperazione ed il
suocero che cercava di rianimarla e chiedeva, al contempo, aiuto al vicino di casa Rocco Cacciola.
Particolarmente faticoso è stato l’esame della teste con riferimento alle concitate fasi di
soccorso; la donna infatti non ha saputo descrivere in maniera coerente la situazione che le si era
presentata davanti agli occhi (cosa che è risultata a questa Corte, lo si anticipa sin d’ora, piuttosto
inspiegabile).
Ha riferito genericamente che c’era acqua sul pavimento senza riuscire tuttavia ad essere chiara
se a terra fosse umido, bagnato o completamente allagato (ha parlato infatti incomprensibilmente di
“acqua normale”); non ha ricordato in quale posizione si trovasse Maria Concetta e nemmeno se fosse
riversa a faccia in giù o a faccia in su, per poi però affermare, subito dopo, di non aver fatto caso
all’ambiente circostante proprio in quanto la sua attenzione era focalizzata sulla cognata e che,
comunque, quest’ultima non presentava segni particolari sul volto.
Ha detto che dopo i primi tentativi di rianimarla, parlandole e toccandola, il suocero ed il vicino
di casa l’avevano caricata in macchina.
Anche in questo caso la teste ha avuto bisogno di parecchie sollecitazioni affinchè ricordasse in
che modo i due uomini l’avessero sollevata; alla fine ha dichiarato che la cognata era stata sollevata dal
busto, sotto le ascelle, e dagli arti inferiori, in particolare dalle ginocchia, proprio “per non farle male”
(PRESIDENTE – “E come l’hanno presa, ecco, lei dice che l’ha vista che l’hanno presa?” TESTE PEPÈ – “Ve lo
sto dicendo, uno da una parte e uno dall’altra.” PRESIDENTE – “Ecco, mi può spiegare che cos’è la parte, la parte è
sotto le ascelle?” TESTE PEPÈ – “Sì, di qua e dalle gambe.” PRESIDENTE – “Le gambe quale parte
delle gambe, questo le sto chiedendo, l’hanno sollevata dalle ascelle e dalle gambe?” TESTE
PEPÈ – “Sì.” PRESIDENTE – “Mi può dire da quale parte delle gambe? Dalle ginocchia, dai piedi, da quale
parte, ricorda?” TESTE PEPÈ – “Dalle gambe, dalle gambe qua, dalle ginocchia, l’hanno presa
per non farle male, uno da una parte e uno da un’altra, questo mi ricordo. Mi dispiace se non vi sto
dicendo ...” PRESIDENTE – “E quindi l’hanno accompagnata all’autovettura, caricandola sull’autovettura,
portandola diciamo di peso uno dalla parte superiore del corpo sotto le ascelle e l’altro dalla parte inferiore quindi negli
arti, alle ginocchia?” TESTE PEPÈ – “Cercavano di prenderla io mi ricordo uno era di qua e uno era di qua.”
PRESIDENTE – “Quindi uno era di qua si dà atto che il teste indica le spalle, quindi alle spalle l’hanno presa,
quindi immagino sotto ...?” TESTE PEPÈ – “Di qua.” PRESIDENTE – “Dal busto?” TESTE PEPÈ –
“Uno di qua e c’era uno di qua e uno di sotto, dalla parte ... forse non mi so spiegare, mi dispiace.”
PRESIDENTE – “Senta, quindi lei quest’immagine adesso l’ha ricordata diciamo di questo sollevamento avvenuto con
queste modalità?” TESTE PEPÈ – “Ve l’ho detto che l’hanno presa uno di qua e uno di là, ve l’ho detto dall’inizio,
non mi ricordo le cose specifiche ...” PRESIDENTE – “Uno alle spalle quindi dal busto e uno agli arti.”; cfr pag. 99
trascrizioni udienza 13.05.2013).
Anche Rocco Cacciola ha reso sul punto dichiarazioni che – sia pur solo in parte coincidenti
con quelle della Pepè – sono comunque inconciliabili con la ricostruzione del medico legale.
Il teste infatti – lontano parente nonché vicino di casa di Michele CACCIOLA – ha dichiarato di
essere accorso in aiuto di quest’ultimo nel tardo pomeriggio del 20 agosto 2011 e di aver trovato la figlia
riversa sul pavimento bagnato; ha detto che l’avevano presa – lui ed il padre dalle braccia e la madre
dalle gambe – e l’avevano adagiata su di una “tovaglia” (che poi ha chiarito trattarsi più specificamente
di un telo da bagno) usata a mo’ di lettiga per trasportarla sino alla macchina; a metà della rampa del
garage, tuttavia, l’uomo – affetto da problemi cardiaci – aveva accusato affanno e palpitazioni, motivo
per cui aveva dovuto affidare la giovane ad altre persone che erano giunte sul posto e che non sapeva
meglio individuare.
120
Il fatto che il testimone abbia aggiunto, alla fine della sua deposizione e compulsato sul punto
dalla Difesa, che l’uso del telo si era reso necessario in quanto il corpo bagnato di Maria Concetta
all’inizio scivolava loro dalle mani, non sposta i punti nodali della questione; in primo luogo, infatti,
nessuno dei testimoni ha detto di aver preso la ragazza dai polsi bensì dalle braccia ed in particolare – a
detta della Pepè – da sotto le braccia, addirittura dal busto. In secondo luogo non vi è traccia di
trascinamento della Cacciola in quanto lo stesso Cacciola Rocco ha dichiarato di aver preso la tovaglia
quando erano ancora in bagno, altrimenti – queste le sue parole – “non si poteva portare”; del resto, il fatto
che i soccorritori avessero tentato sin dal primo momento di sollevarla da terra esclude, evidentemente,
che sia stata trascinata sul pavimento, anche solo per un breve tratto.
Se poi – come si è già accennato – risponde ad un tanto comune quanto umano istinto di
protezione quello di prestare tutta l’attenzione possibile nei confronti di chi versa in condizioni critiche,
il fatto che nel caso di specie fosse stata usata un’estrema cura nel trasporto della donna emerge peraltro
anche dalle concitate frasi captate nella conversazone ambientale n. 434 del 20.8.2011 ore 18.26.45
(sopra riportata in forma integrale e che vale la pena di richiamare solo in un particolare passaggio:
Voce Maschile: “Oh Pino, dagli un mano per caricarla, dagli. Dagli una mano tu che sei forzuto, dai”A 00H 00M
37S L’uomo a bordo scende dall’autovettura Voce Maschile: “Dagli una mano, Pino, per caricarla, dai”
DA 00H 00M 40S A 00H 01M 35S RUMORI D’AMBIENTE (passaggio autoveicoli, voci in
lontananza ecc.) Voce Maschile: “Di qua, di qua, di qua. Attento al piede, papà, attento al piede. Facciamola
entrare da qua. Di qua, di qua” DA 00H 01M 42S A 00H 01M 47S Voci in lontananza Voce Femminile:
“Mettimela qua. Mettimela” Voce Maschile: “Oh Angela, la prende…” Voce Femminile: “Mettimela qua”
Voce Maschile: “Angelo, la prendi questa…” Voce Femminile: “Mettimela qua!!” Voce Maschile: “Sì”
Voce Femminile: “Mettimela… Attenti!” Voce Maschile: “Piano piano …(incomprensibile)…” DA
00H 02M 02S A 00H 02M 11S incomprensibile più voci si accavallano Voce Maschile 1: “Aspettate
signora, aspettate. Uscite un poco. Aspettate signora. E pensate che gli stiamo facendo le gambe, pure” …omissis…).
L’ipotesi formulata dal consulente, poi, mal si concilia con altri dati che sono emersi
dall’autopsia.
Ed infatti il corpo di Maria Concetta Cacciola presentava molteplici altre piccole escoriazioni.
Quelle riscontrate al ginocchio sinistro (foto n. 15 della relazione di consulenza) sono state
ritenute significative di un impatto contro una superficie rigida di ampie dimensioni, e dunque
compatibili con l’accasciamento al suolo della vittima. Sulle altre invece, quella sulla superficie anteriore
del terzo superiore e sulla superficie antero-mediale del terzo medio del braccio destro, quella nella
piega volare del gomito destro e quella sulla superficie laterale del gomito di destra, il tecnico non si è
soffermato; dal che si deve dedurre che o sono da ricondurre al medesimo impatto oppure, come quelle
sui polsi, alle operazioni di soccorso.
Le lesioni più interessanti, tuttavia, sono quelle osservate sul collo della giovane donna, tra cui
“spicca una lesione lineare di cm 1,5 posta nella metà destra subito al di sopra della sporgenza clavicolare” (foto n. 4
della relazione di consulenza).
Anche in questo caso il Trunfio ha ritenuto di ricondurre tali escoriazioni alla trazione del corpo
della Cacciola; è fin troppo facile tuttavia osservare che, ovemai quest’ultima fosse stata davvero
trascinata distesa sulla schiena, non avrebbe mai potuto procurarsi, in tale frangente, lacerazioni del
genere, sempre che non si voglia arrivare all’assurdo di sostenere che la donna, oltre che dai polsi, fosse
stata afferrata anche dal collo.
E allora appare molto più verosimile, e compatibile con la presenza delle molteplici lesioni
escoriative presenti sulle varie parti del corpo della vittima, che la stessa sia stata aggredita, afferrata con
violenza per i polsi al fine di bloccarle le braccia e, probabilmente, spinta contro un muro (di qui le
121
ecchimosi alle scapole) per impedirle ogni via di fuga. I segni sul collo sono viepiù ascrivibili al tentativo
di tenerle ferma la testa per farla deglutire.
E a nulla vale rilevare, come pure fa il consulente, che l’integrità delle unghie della Cacciola
deporrebbe per l’assenza di colluttazione e, dunque, di tentativi di difesa; non vi è infatti alcuna
possibilità di reazione con le mani o con le braccia da parte di chi viene immobilizzata, magari da più
persone, proprio attraverso l’afferramento dei polsi e del collo.
Ma il dato che, ancor più di ogni altro, convince in ordine alla totale inaffidabilità dell’operato
del medico legale, è costituito dalla ricostruzione che egli fornisce sulle abrasioni presenti sul volto della
giovane donna.
Come si è già accennato, le stesse – ed in particolare quelle più piccole visibili sulla fronte (cfr.
foto n. 2) – sono state ricondotte agli effetti di un conato di vomito; si legge infatti a pag. 39 della
relazione di consulenza: “nel caso in esame le minute lesioni cutanee a carattere necrotico osservate in regione frontale,
alla periferia della lesione al viso, testimoniano lo “spruzzo” dell’acido sulla cute del viso e rendono, pertanto, verosimile il
verificarsi di un violento conato di vomito (a “gettito”) dopo l’ingestione dell’agente caustico”.
Ebbene, anche in questo caso appare quasi superfluo osservare come il vomito sia soggetto alla
forza di gravità per cui, in un soggetto che è in piedi, dovrebbe necessariamente cadere verso il basso
coinvolgendo la bocca, il mento, ma anche gli indumenti, che sono invece stati rinvenuti in perfette
condizioni.
Lo stesso consulente ha affermato che, in casi del genere, la persona che ha assunto la sostanza
venefica mantiene una capacità reattiva autonoma finchè non interviene il collasso; ha parlato di ferite
dovute all’accasciamento al suolo della vittima, il che fa pensare ad una conclusiva perdita di sensi di
quest’ultima. In tal caso, come è ovvio, non si può ritenere che la donna, da svenuta, abbia vomitato
alcunché.
E allora si potrebbe al limite solo ipotizzare che la Cacciola, a terra e agonizzante ma ancora
vitale, abbia avuto un violento conato, a “gettito” appunto, tale da provocare lo spruzzo dell’agente
caustico addirittura verso l’alto, sulla sua fronte.
E però vi è un ulteriore elemento che rende assolutamente inverosimile un’ipotesi che già di per
sé – per quanto si è finora detto – appare poco credibile; dalle foto scattate durante l’esame interno del
cadavere, infatti, si scorge chiaramente che lo stomaco di Maria Concetta non era vuoto.
A pag. 23 della relazione di consulenza, infatti, si legge che “nello stomaco ci sono circa 70 cc di
materiale liquido color caffeano commisto a materiale alimentare in cui si riconoscono minute fibre vegetali, chicchi di riso e
semi di anguria”, affermazione supportata dall’allegata documentazione fotografica.
Ora, la presenza di residui di cibo consente di affermare che il tragico evento sia avvenuto poco
dopo il pasto (e ciò è compatibile con l’orario del suo rinvenimento dal momento che – lo si ricorda –
la morte per ingestione di acido muriatico non è immediata ma consente di sopravvivere anche per
alcune ore) e cioè quando la digestione non era ancora terminata. Da ciò si deduce che la Cacciola non
avrebbe potuto vomitare solo acido muriatico ma avrebbe dovuto vomitare anche, in tutto o comunque
in gran parte, cibo. È un dato obiettivo invece che sul corpo della donna non sia stata rinvenuta alcuna
traccia di bolo alimentare.
Si potrebbe al limite pensare che la vittima, dopo aver vomitato, abbia voluto pulirsi, magari
proprio con la doccia, il che spiegherebbe la presenza di acqua sul pavimento e sul suo cadavere.
Eppure, come si è già detto, la dislocazione delle abrasioni sul volto impone di ritenere che, se la
Cacciola avesse vomitato, avrebbe dovuto trovarsi – a voler tutto concedere – in posizione supina dopo
essersi accasciata al suolo, poco prima di perdere i sensi; il che rende davvero inverosimile l’ipotesi che
da quella posizione ed in quello stato abbia potuto anche soltanto prendere in considerazione l’idea di
compiere un simile gesto.
122
A ben vedere le lesioni in argomento appaiano invece fortemente indicative della fuoriuscita di
sostanza abrasiva dalla bocca di un soggetto che cercava di fare resistenza ad un’ingestione forzata,
probabilmente tenendo le labbra serrate o anche sputando fuori l’acido; mentre la presenza di acqua sul
pavimento del seminterrato è del tutto compatibile con il successivo tentativo – evidentemente riuscito
– di inquinare la scena di quello che si ritiene a questo punto di qualificare come un delitto di omicidio.
§ 3.2 lo stato d’animo di Maria Concetta Cacciola prima della sua morte
Sul carattere e la personalità di Maria Concetta Cacciola ci si è soffermati molto nel corso del
presente processo.
La Difesa degli imputati ha insistito nel descriverla come una persona fragile, depressa che,
soprattutto negli ultimi giorni della sua breve vita, era ormai soffocata dal senso di colpa, dalla vergogna
e dal rimorso per aver collaborato con la giustizia allontanandosi da casa e rendendo dichiarazioni
asseritamente mendaci all’Autorità Giudiziaria.
Ebbene, l’attenta lettura degli atti acquisiti nel corso dell’istruttoria dibattimentale dimostra in
maniera incontrovertibile che Maria Concetta Cacciola non era un soggetto né fragile né depresso, e ciò
che turbava suo animo da quando, quell’8 agosto 2011, si era fatta convincere a tornare a Rosarno non
era vergogna, ma era vera e propria paura. Paura per la sua incolumità, paura di dover affrontare un
destino che, suo malgrado, lei sapeva essere già segnato.
Ed è appunto questa la tematica che si intende affrontare nel presente paragrafo al fine di
dimostrare come i pensieri, le parole e i gesti della giovane – anche e soprattutto quelli dei giorni
immediatamente antecedenti alla sua morte – siano assolutamente inconciliabili con la volontà di
togliersi la vita.
Tutte le persone che si sono avvicendate sul banco dei testimoni – e che verranno illustrate più
in dettaglio nel prosieguo – l’hanno descritta come una ragazza allegra, solare e piena di vita.
E che Maria Concetta Cacciola fosse davvero una persona allegra lo si percepisce ascoltando la
sua stessa voce, ripetutamente captata nel corso dell’attività tecnica disposta in fase di indagini; era
ottimista, aveva progettato il suo futuro fino al giorno prima di morire, aveva voglia di vivere e,
soprattutto, aveva voglia di amare.
Ed è stato proprio questo desiderio di vita, malamente interpretato e strumentalmente
prospettato quale sintomo della sua “leggerezza” ed instabilità emotiva, il vero motore di tutte le sue
scelte.
Maria Concetta Cacciola aveva pagato il prezzo di chi – come spesso accade in realtà come
quella di Rosarno – ha smesso di crescere alle soglie dell’adolescenza sposandosi all’età di sedici anni ed
alimentando l’illusione di poter così ottenere l’indipendenza. Ed è per questo che, ormai trentenne e
madre di tre figli, aveva ancora voglia di innamorarsi come una ragazzina.
Fino al 2007 l’oggetto di questo suo sentimento continuava ad essere il marito Salvatore
Figliuzzi, in carcere già da qualche anno, al quale però lei sperava di potersi al più presto ricongiungere
confidando nella sua imminente scarcerazione; le missive che invia al coniuge in questo periodo
(oggetto di sequestro in data 20 agosto 2011) appaiono animate da un sincero affetto nei confronti
dell’uomo e da una certa insofferenza per le limitazioni che la sua condizione di moglie di un detenuto
le imponeva.
Nel 2011, tuttavia, a Salvatore Figliuzzi rimaneva ancora da scontare una lunga pena per gravi
reati e Maria Concetta aveva ormai perso la speranza di poter avere, con lui, la vita piena che desiderava
in maniera sempre più impellente. E allora, per lei, l’amore aveva cominciato a nascondersi tra le pieghe
di quel sentimento acerbo che può nascere con un colpo di fulmine occasionale come su internet.
123
Poco si è saputo sull’uomo di origine calabrese che viveva in Germania di cui aveva raccontato
agli inquirenti.
Molto di più, invece, si è detto circa il suo rapporto con Pasquale Improta e Domenico La
Camera; il primo conosciuto in una chat room ed il secondo durante il suo soggiorno a Cassano sullo
Jonio. Di entrambi Maria Concetta si fidava, e con ognuno di loro sarebbe stata disposta a rifarsi una
vita. In loro, di fatto, intravedeva la possibilità di un futuro migliore del suo presente.
Il suo animo pieno di speranza – sia pure confliggente con il dolore di lasciare i propri familiari
– è evidentissimo nella lettera che Maria Concetta Cacciola, nel maggio 2011, scriveva alla madre dopo
la sua decisione di abbandonare la sua abitazione di Rosarno e aderire al programma di protezione, e
che si riporta, di seguito, per intero:
“Non so da dove si inizia e non trovo le parole a giustificare questo mio gesto. Mamma tu sei mamma e solo tu
puoi capire, un o una figlia.. so il dolore che ti sto provocando, e spiegandoti tutto almeno ti darai una spiegazione a
tutto… non volevo lasciarti senza dirti niente. Quante volte volevo parlare con te e per non darti un dolore non riuscivo.
Mascheravo tutto il dolore e lo giravo in aggressività, e purtroppo non potevo sfogarmi e me la prendevo con la persona che
volevo più bene.. eri tu e per questo ti affido i miei figli dove non c’è l’ho fatta io so che puoi inc… ma di
un’unica cosa ti supplico, non fare l’errore mio… a loro dai una vita migliore di quella che ho
avuto io, a 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono
rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai. Ti supplico non fare l’errore a loro
che hai fatto con me… dagli i suoi spazi… se la chiudi è facile sbagliare, perchè si sentono
prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me. Ora non ce la faccio a continuare più voglio solo
dirti di perdonarmi mamma della vergogna che ti provoco ma pian piano mi sono resa conto che in fondo
sono sola, sola con tutti e tutto non volevo il lusso, non volevo i soldi.. era la serenità l’amore,
che si prova, quando fai un sacrificio ma avere le soddisfazioni a me la vita non ha dato nulla
che solo dolore, e la cosa più bella sono i miei figli che li porterò nel mio cuore, li lascio con
dolore, un dolore, che nessuno mi ricompensa. Non abbatterti perché non lo farai capire ai miei figli datti
forza per loro, non darglieli a suo padre non è degno di loro,stagli vicino ad Alfonso perché in fondo è stato sfortunato ne
ha subito da piccolo.. è per questo ha il carattere in quel modo, le femminucce so che ti sentono e per questo sto tranquilla
ma bada lui di più.. è più debole. Io vivrò finché Dio mi lascia ma voglio capire come si può trovare la pace in me stessa.
Mamma perdonami ti prego ti chiedo perdono di tutto il male che ti sto provocando. Ti dico solo che dove andrò
avrò la pace non mi cercate perché vi mettono nei casini. E non voglio arrivare dove sono
arrivati gli altri, per stare in pace. Ora non riesco a parlare più so solo io quello e come la sto scrivendo ma non
potevo lasciarti senza dirti e darti un saluto, so che non ti abbraccerò ne ti vedrò ma negli occhi ho solo te e i miei figli. Ti
voglio bene.. mamma abbraccia i miei figli come hai sempre fatto e parlagli di me non lasciarli a loro non sono degni di
loro di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi. So che non ti vedrò Mai perché questa sarà la volontà
del Onore, che ha la famiglia per questo che avete perso una figlia Addio ti vorrò sempre bene Perdonami ti chiedo
perdono. Addio”.
Ciò premesso, appare a questo punto necessario supportare analiticamente le considerazioni sin
qui svolte con le obiettive emergenze processuali.
In data 23 agosto 2011, il giorno dei funerali di Maria Concetta, gli odierni imputati Michele
CACCIOLA e Anna Rosalba LAZZARO ebbero a presentare un esposto alla Procura della Repubblica di
Palmi (indirizzato anche al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria, al
Consiglio Superiore della Magistratura, al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, al
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Messina e a Comando Generale dei Carabinieri di
Roma) con il quale accusavano i militari dell’Arma dei Carabinieri di Rosarno, oltre che la Magistratura,
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di aver approfittato dello stato di “depressione psichica” della figlia per convincerla, con l’inganno e la
promessa di una vita migliore, a dichiarare cose non vere, ricorrendo “alle forzature e alle invenzioni”.
Come si è già detto, Maria Concetta non era depressa e non aveva problemi psichici, né prima
di andar via da Rosarno né dopo avervi fatto ritorno.
Prova ne è innanzitutto il fatto che nel corso delle perquisizioni immediatamente successive alla
sua morte – come riferito dal teste Rattà e come si evince del resto dal verbale di sequestro del 20
agosto 2011 – non fu rinvenuto alcun medicinale che potesse essere indicativo di patologie psichiche.
Il teste Esposito, poi, che ha riferito di essersi recato a casa dei Cacciola dopo il trasferimento
della collaboratrice in località protetta al fine di chiedere alla famiglia degli abiti da poterle recapitare, ha
escluso che tra gli effetti personali consegnatigli – pur dopo notevoli resistenze – vi potessero essere
medicinali o psicofarmaci; ha affermato di non averla mai vista assumere o portare con sé nulla del
genere in tutte le occasioni in cui aveva provveduto ad accompagnarla presso l’Autorità Giudiziaria ed
ha infine aggiunto che, qualora avesse avuto bisogno di procurarsi medicine particolari, avrebbe
comunque dovuto informare prima lui, che dunque l’avrebbe saputo.
Anche il teste La Vigna ha riferito che la Cacciola non segnalò mai al Servizio Centrale di
Protezione alcuna particolare patologia né alcuna esigenza farmacologica, motivo per il quale non si
ritenne neppure necessario sottoporla a visita medica, adempimento che non è ordinariamente previsto.
Il teste Teatino, infine – che ha eseguito l’esame tossicologico sui campioni di sangue e bile
estratti dal cadavere della vittima – ha detto di non aver trovato tracce di sostanze psicotrope né di
benzodiazepine.
Rilevanti, a tale proposito, si appalesano anche le testimonianze di alcuni soggetti che, in vita,
hanno conosciuto Maria Concetta Cacciola.
È stata sentita in merito Giuseppina Pesce, la cui deposizione verrà illustrata più in dettaglio nel
prosieguo della trattazione, e che – per quanto qui interessa – ne ha tratteggiato significativamente la
personalità.
Vale solo la pena di premettere che la propalante – collaboratrice di giustizia sottoposta al
programma di protezione – è stata sentita in questa sede come testimone pura e semplice e non ai sensi
dell’art. 210 c.p.p.; ciò in quanto ella ha sì riferito i fatti che è stata chiamata a confermare in
dibattimento nell’ambito della sua collaborazione, ma non perché ne fossero parte integrante bensì solo
occasionalmente. I reati per i quali è imputata, infatti, non risultano in alcun modo connessi o collegati
con quelli contestati nel presente procedimento, né – del resto – le fonti delle sue conoscenze possono
dirsi in alcun modo riconducibili al contesto mafioso di appartenenza in ordine al quale, appunto, la
donna ha reso dichiarazioni all’AG (sul punto ci si riporta integralmente all’ordinanza di cui al verbale
d’udienza del 7 febbraio 2013). Ne deriva, evidentemente, che il suo narrato debba essere sottoposto
all’ordinario vaglio di attendibilità previsto ex art. 194 c.p.p. per i testimoni “comuni”, non
abbisognando invece di alcun riscontro esterno.
A tale proposito si anticipa sin d’ora che la perfetta compatibilità tra il contenuto delle
dichiarazioni rese dalla Pesce e le altre risultanze probatorie, in assenza di specifici e riconoscibili
elementi idonei a giustificare il sospetto che possa aver detto il falso, porta a ritenere la teste credibile su
tutto quanto da lei riferito.
Ebbene, Giuseppina Pesce, giovane donna nata e cresciuta a Rosarno e con un vissuto alle
spalle molto simile a quella di Maria Concetta Cacciola, ha detto di aver conosciuto quest’ultima sin da
quando erano bambine, e precisamente dall’età di otto-nove anni; erano diventate amiche
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semplicemente perché avevano la stessa età e – in un paese piccolo come Rosarno – frequentavano gli
stessi posti: le stesse scuole e l’oratorio da piccole, poi il supermercato, il pediatra per i bambini quando,
ormai entrambe sposate e con i rispettivi mariti in carcere, non si potevano concedere svaghi diversi
(ma sul punto, come si è già detto, si tornerà più avanti).
Ha definito Maria Concetta “una ragazza solare. Rideva sempre”; e poi ancora “era forte. Era ottimista.
Si curava tanto. Ci teneva tanto alla sua persona”.
Quanto all’eventuale assunzione di medicinali ha riferito di aver parlato con lei esclusivamente
di integratori per la dieta ma mai di psicofarmaci; ha poi dichiarato che Maria Concetta si controllava
spesso a causa di alcuni noduli alla tiroide e di problemi non meglio specificati alle ovaie.
Dello stesso tenore sono le dichiarazioni rese da Pasquale Improta.
Come si è già accennato quest’ultimo, soggetto residente a Napoli che aveva conosciuto Maria
Concetta Cacciola in chat nella primavera del 2011 e che intratteneva con lei una relazione affettiva, ha
riferito – quanto all’aspetto specifico del suo umore – che quando si decise ad andar via di casa la
donna era da una parte contenta, ma dall’altra soffriva per l’allontanamento dalla madre e dai figli; a
specifica richiesta di riferire se Maria Concetta gli avesse mai dato l’impressione di essere depressa,
l’uomo ha risposto “assolutamente no” aggiungendo che non prendeva neppure medicinali se non quelli
per la dieta per la quale – diceva – aveva una sorta di “fissa”.
Le parole di Giuseppina Pesce e Pasquale Improta su tale ultimo punto, peraltro già di per sé
concordanti, trovano un preciso riscontro negli esiti delle perquisizioni effettuate nei luoghi ove la
Cacciola dimorava, e cioè presso la sua abitazione di Rosarno e presso la località protetta.
Il primo verbale di sequestro infatti, datato 20 agosto 2011, da atto del rinvenimento nel bagno
del suo appartamento di alcuni farmaci di uso comune (come ad esempio un flacone di Froben) e dei
seguenti prodotti: nr. 2 confezioni di capsule avente nome Celluscience, nr. 1 confezione capsule
Dimagenina 66 mg forte, nr. 2 confezioni capsule Body spring, nr. 1 confezione di Crioven bustine (gel
crioflebotonico).
Nel successivo verbale datato 5 settembre 2011 di acquisizione, apertura, verifica e sequestro del
plico contenente gli effetti personali di Maria Concetta Cacciola e consegnato alla Procura della
Repubblica di Palmi dal Personale del N.O.P. Liguria, si da atto della presenza, tra altri farmaci di uso
altrettanto comune (tachipirina, bentelan), dei seguenti prodotti: nr. 3 scatole Natural Snella, un blister
Cellul Defend, un blister Cellucience.
Infine anche il teste della Difesa Anna Montagnese, medico di fiducia della Cacciola, ha detto
che la sua paziente non soffriva di depressione e che assumeva solo prodotti di uso comune per la dieta
dal momento che la stessa teneva molto alla sua forma fisica.
Non vi può essere dubbio, pertanto, in ordine al fatto che Maria Concetta Cacciola non facesse
uso di psicofarmaci ma solo – al più – di prodotti farmaceutici dimagranti.
E che la pretesa assunzione di medicinali fosse un’argomentazione che la famiglia della vittima
intendeva subdolamente introdurre al fine di screditare le dichiarazioni rese dalla congiunta all’AG, si
evince chiaramente in primo luogo dalle frasi che Michele CACCIOLA, durante il viaggio di ritorno da
Cerretolo a Rosarno, rivolge al legale di fiducia Gregorio Cacciola, indicative – evidentemente – di una
precisa strategia difensiva (prog. 300 del 3 agosto 2011, già citato: (Michele Parla al telefono) Michele:
“Grego’, io sono, Michele. … Senti un poco. Ieri sera mia figlia se n’era venuta, si era liberata là, se n’era venuta.
…(incomprensibile)… dopo quattro ore, che io sono arrivato all’una e un quarto, l’una e venti là. Sì, di notte, lì da mio
cognato. Stamattina alle cinque sono venuti e se la sono presa. … E gli hanno detto che… Se la sono presa, gli hanno
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detto che lei non può stare là, in malo modo. Se la sono presa e se ne sono andati. … Io gli ho detto che li denuncio che
…(incomprensibile)…, che ha un avvocato qua, tutte queste cose qua. … …(incomprensibile)… … Non se la sono
presa qua …(incomprensibile)… No, se la sono presa loro. Però… però io vado stamattina …(incomprensibile)… Eh.
Io domani mattina… domani mattina vado …(incomprensibile)… … Sì, sì, se la sono presa, se la sono portata, ci
hanno detto che prima deve essere interrogata da… da un magistrato, da un magistrato e poi gli tolgono… …
Dunque, mia figlia è malata, è malata malata”); in secondo luogo dal tenore degli sms che la donna
scambiava con lo stesso Improta dopo il suo rientro a casa, e precisamente in data 12 agosto 2011,
registrati sull’utenza in uso a Maria Concetta Cacciola.
In quei messaggi l’uomo le chiedeva come la stessero trattando i parenti e lei era chiara nel
rispondere che solo la madre le stava vicino; il fratello all’inizio “le aveva detto di tutto” mentre dopo –
dice genericamente – non le avevano più rivolto la parola e l’avevano portata dagli avvocati per
ritrattare e dire che usava psicofarmaci.
A quel punto l’Improta la metteva in guardia, consigliandole di chiamare in caso di pericolo
“loro” (sicuro riferimento alle Forze dell’Ordine che erano in contatto con lei) e di non accettare “la cosa
dei farmaci”.
Si riporta di seguito il testo integrale dei citati messaggi:
SMS IN ENTRATA N° 571 – DEL 12/08/2011 ORE 11:11.05
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: Hai ancora dubbi?io senza te sto male,mi ha detto altre cose poi ke ti dico a
voce.tu come stai come ti stanno trattando i tuoi
SMS IN USCITA N° 572 – DEL 12/08/2011 ORE 11:17.38
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: e@0P) @Mia madre bene ma mio fratello alnizio mi a detto tutto e di piu ora nn
mi rivolgono la parola.mi portano avvocati avvocat xfarmi ritrattare dirgli che
SMS IN USCITA N° 573 – DEL 12/08/2011 ORE 11:17.45
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: e@0P)* @uso pscofarmaci e che lo fatto xrabbia ...ora mia madre mi fa la
loro freddezza verso di te mi fa paura...ma io so xche lo fanno anche le mogli
SMS IN ENTRATA N° 574 – DEL 12/08/2011 ORE 11:22.54
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: Sta attenta se vedi ke le cose vanno male kiama loro.tuo padre ke fa,nn
accettare la cosa dei farmaci.
Si ritiene di poter anticipare sin d’ora che tali sms – su cui si avrà modo di tornare nel prosieguo
della trattazione – sono di fondamentale importanza anche in ordine alla contestazione mossa al capo al
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capo b) della rubrica, in quanto da essi emerge come gli odierni imputati si fossero adoperati
attivamente per far ritrattare la propria congiunta; proprio il 12 agosto infatti – come si vedrà – era stata
registrata l’audiocassetta che i coniugi Cacciola depositarono, dopo la morte della figlia, alla Procura di
Palmi insieme all’esposto. In quella registrazione Maria Concetta Cacciola dichiarava di aver reso
dichiarazioni accusatorie all’Autorità Giudiziaria per rabbia nei confronti dei familiari, e cioè guarda
caso utilizzando proprio quei termini che, nel messaggio all’Improta, aveva detto esserle stati suggeriti.
Sul carattere aperto e allegro di Maria Concetta Cacciola prima della collaborazione le
testimonianze sono state praticamente unanimi.
Ma anche dopo il suo ingresso nel programma di protezione, nel corso della sua permanenza a
Cassano sullo Jonio presso il villaggio agrituristico denominato “Colle degli Ulivi”, la donna si era fatta
fatta notare per il suo temperamento socievole e gioviale.
Natalia Shevelova, una dipendente della struttura, ha detto di averla conosciuta come una
persona allegra, frequentava la piscina, il ristorante e aveva fatto delle amicizie, soprattutto con
Domenico La Camera, un altro assiduo frequentatore del posto; ricordava che l’unico pensiero che la
turbava era la lontananza dai figli, soprattutto dalle due bambine più piccole.
Vincenzo Lombardi, titolare del villaggio, l’ha definita una “ragazza normalissima”, vivace,
apparentemente senza problemi; era anche molto socievole, tanto che aveva stretto parecchi rapporti
all’interno dell’agriturismo, in particolare con il suo amico d’infanzia Domenico La Camera.
Quest’ultimo – sentito in dibattimento – ha confermato di aver conosciuto Maria Concetta
Cacciola tra il mese di giugno e il mese di luglio del 2011 all’interno del villaggio turistico “Colle degli
Ulivi”, che lui frequentava in quanto amico dei titolari; ha detto di averla conosciuta solo con il nome di
“Maria”, ma di non sapere chi fosse realmente né cosa facesse lì. Solo nel corso della frequentazione
(durata un mese e mezzo circa), dal momento che lei non usciva mai dalla struttura e diceva di trovarsi
lì per lavoro, aveva cominciato a sospettare che avesse a che fare con la legge. Tuttavia, essendo la
donna restia a parlare della propria vita, aveva deciso di non approfondire con lei l’argomento.
I due avevano intrapreso una relazione sentimentale una settimana dopo essersi incontrati e
anche il La Camera l’ha definita una donna molto intelligente, vivace, in gamba.
Dopo il suo ritorno a Rosarno, invece, secondo la ristretta cerchia di amici e parenti non era più
quella di prima.
Tutino Maria Concetta, un’amica di famiglia, ha riferito che quando l’aveva vista non l’aveva
trovata aperta e sorridente come al solito ma più “seriosa”.
Le due cognate Mammoliti Giuseppina e Pepè Maria Carmela (mogli, rispettivamente, dei
fratelli Giuseppe e Gregorio) hanno detto che al suo rientro la giovane era giù di morale e si vergognava
ad uscire di casa.
E anche i due figli, Tania e Alfonso, hanno parlato a lungo di questo senso di vergogna che
aveva la mamma nel farsi vedere dalla gente del paese, vergogna per quello che aveva fatto, per aver
“parlato”.
Emanuela Gentile, una delle sue amiche più care (di cui si avrà modo di parlare ancora e a
lungo), ha riferito di essere andata a trovare Maria Concetta a casa dopo il suo rientro ma che, in
quell’occasione, lei non era la stessa, ma come assente, depressa.
Anche in questo caso le emergenze dibattimentali hanno dimostrato come, al di là del
comprensibile momento di difficoltà vissuto dalla donna, che dal momento del suo ritorno a Rosarno si
era dovuta confrontare con lo sguardo ostile e sospettoso di familiari e conoscenti, il sentimento che
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albergava nel cuore della giovane Cacciola non era affatto la vergogna per ciò che gli altri non le
avrebbero mai perdonato, ovvero la lesione dell’onore familiare (parole che lei stessa avrà modo di
usare in più di un’occasione) dovuto al fatto di essere “andata con la giustizia”; anzi, i suoi pensieri
erano tutti rivolti all’idea di riprendere il percorso che aveva interrotto in un momento di debolezza e
nostalgia delle proprie radici.
Non sono le parole di una donna che si vergogna di ciò che è e di ciò che ha fatto quelle che
rivolge alla LAZZARO in auto quando, uscendo di casa insieme a quest’ultima, aveva dovuto sostenere lo
sguardo severo dei suoi compaesani.
Nella conversazione n. 416 del 18 agosto 2011 (RIT 1203/11), di fronte alla madre che si chiede
e le chiede come comportarsi con la gente che le fa domande, Maria Concetta rivendica con forza la
propria libertà (Concetta: “E allora che te ne fotti di loro”… “Ma sono cazzo suoi, gli devi dire. Che cazzo so io?!
(incomprensibile)” “Accendo il telefonino. Faccio come voglio io”). Sembra anche accennare al fatto che la sua
attuale condizione non era migliorata rispetto a prima della sua partenza (Concetta: “Non dovevo fare
niente, e basta. Ero là e basta ormai. Ero …(incomprensibile)…” Voce Femminile: “Come mai
…(incomprensibile)… te ne vai?” Concetta: “E che cazzo ti dovevo dire in una volta?!” Voce Femminile: “Prima
di andartene” Concetta: “E non era la stessa cosa di ora?” Voce Femminile: “No” Concetta: “No. Va beh”) e,
infine, racconta alla madre con quali toni aveva fronteggiato una persona che aveva incontrata alla
Posta (tale Angela cognata di Giusi) e che l’aveva guardata male (Concetta: “Mi guardano, tipo, come se
io… Vedi che quella mi ha guardato male, mi sono girata e gli (incomprensibile) «che cazzo guardi a me»”) Voce
Femminile: “Mah!” Concetta: “«Mi guardi tu a mia»”).
CONVERSAZIONE N° 416 – DEL 18/08/2011 ORE 11:17.25
DURATA: 00H22M 47S
AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
Concetta: “Mannaggia la miseria, mannaggia” “Mannaia la miseria, mannaia!”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “Quello là cos’è?, il libretto?” “Chiddu ndà chi è?, u libretto?”
Voce Femminile: “Sì”
Concetta: “E cosa cazzo lo vuoi il libretto” “E chi cazzu u voi i libretto”
Voce Femminile: “Infatti”
DA 00H 00M 13S A 00H 00M 24S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Cosa ti ha detto cosa?” “Chi ti issi cosa?”
Concetta: “No. Però si è comportata bene con me questa, possono dire quello che vogliono.
Ha detto che…” “No. Però si comportau pulita cu mia chista, ponnu diri chiddu chi
vonnu. Issi ca…”
Voce Femminile: “A me sai cosa è rimasto impresso?” “A mia chi mi restau ‘mpressu?”
DA 00H 00M 36S A 00H 00M 38S NON CONVERSANO
Concetta: “Dimmi”
Voce Femminile: “La parola diiii cosa” “A parola iiii cosa”
Concetta: “Di chi?” “I cui?”
129
Voce Femminile: “Che è venuta là” “Chi vinni ndà”
Concetta: “Chi è?” “Cu è?”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “Chi?” “Cui?”
DA 00H 00M 45S A 00H 00M 48S NON CONVERSANO
Concetta: “(incomprensibile)?”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “Ah, sta per lui” “Ah, staci pe iddu”
Voce Femminile: “Vedrai”
Concetta: “…(incomprensibile)…?”
Voce Femminile: “No”
Concetta: “E allora che te ne fotti di loro” “E allura chi ti ndi futti d’iddi”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… di Rosarno ti porta tua mamma”
“…(incomprensibile)… i Rosarno ti leva mammata”
Concetta: “Ma sono cazzo suoi, gli devi dire. Che cazzo so io?! (incomprensibile)”
“Ma su cazzo soi, c’ha diri. Chi cazzu sacciu io?! (incomprensibile)”
Voce Femminile: “Sono cazzi suoi, Cetta, le persone mi domandano” “Su cazzi soi,
Cetta, a genti mi domandanu”
DA 00H 01M 07S A 00H 01M 11S NON CONVERSANO
Concetta: “Accendo il telefonino. Faccio come voglio io” “Dummu u telefonino. Fazzu
comu vogghiu io”
Voce Femminile: “Accendi questo telefonino, è da ieri” “Dumma stu telefonino, avi da ieri”
DA 00H 01M 18S A 00H 01M 21S NON CONVERSANO
Concetta: “Non dovevo fare niente, e basta. Ero là e basta ormai. Ero
…(incomprensibile)…” “No mi avia e fari i nenti, e basta. Eru ndà e basta ormai.
Avia …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Come mai …(incomprensibile)… te ne vai?” “Come mai
…(incomprensibile)… ti ndi vai?”
Concetta: “E che cazzo ti dovevo dire in una volta?!” “E chi cazzu ti avi adiri a na vota?!”
Voce Femminile: “Prima di andartene” “Prima u ti ndi vai”
Concetta: “E non era la stessa cosa di ora?” “E non era a stessa cosa i ora?”
Voce Femminile: “No”
Concetta: “No. Va beh”
DA 00H 01M 38S A 00H 01M 44S NON CONVERSANO
130
Concetta: “Mi ha detto… Si è messa a parlare, no?!, (incomprensibile), mi ha detto
«minchia, si può dire che sei una donna con le palle tu»” “Mi issi… Si misi u
parra, no?!, (incomprensibile), mi issi «minchia, si può dire che si na fimmana chi
palli…» mi issi «…tu»”
Voce Femminile: “Perché?” “Pecchì?”
Concetta: “Ah? …(incomprensibile)…”
DA 00H 01M 59S A 00H 02M 03S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Allora!” “Allura!”
Concetta: “Tu lo sapevi?” “Tu u sapivi?”
Voce Femminile: “Sì”
Concetta: “Però no… no, si è comportata bene” “Però no… no, si comportau pulita”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “Ah?”
Voce Femminile: “Con (incomprensibile) sta” “Cu (incomprensibile) staci”
Concetta: “E non l’hai vista sua cognata che è rimasta” “E na vidisti a chentasa che restau”
Voce Femminile: “Chi?” “Cui?”
Concetta: “Sua cognata, la sorella di Saverio” “Chenatasa, a soru i Saveri”
Voce Femminile: “Ah”
Concetta: “Hai visto che è rimasta, proprio ha spalancato gli occhi …(incomprensibile)…
Pensavo (incomprensibile) di salutarla ma…” “Vidisti ca restau, proprio sbalancau
l’occhi …(incomprensibile)… Pensava …(incomprensibile)… ma salutu ma…”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “Pensavo (incomprensibile) di salutarla ma non ci riesco. La benzina adesso gli è
arrivata” “Pensavu (incomprensibile) m’ha salutu ma no m’affiu. A benzina mo’ ci
‘rrivau”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 42S A 00H 02M 50S NON CONVERSANO
Concetta: “Eh, ma la devi smettere, mamma, però, ah! …(incomprensibile)… e poi parli”
“Eh, ma l’ha smettiri, ma’, però, ah! …(incomprensibile)… e poi parri”
Voce Femminile: “Così potevo fare” “Così potia fari”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 03M 04S A 00H 03M 17S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Malanova, non c’è un posto” “Malanova, no c’è nu postu”
DA 00H 03M 20S A 00H 03M 23S NON CONVERSANO
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Voce Femminile: “Io se non faccio questo aggiornamento non posso fare niente” “Io se no
fazzu st’aggiornamento no pozzu fari nenti”
Concetta: “Mamma dammi questo coso dell’aggiornamento” “Mamma ammi stu cosu i
l’aggiornamento”
Voce Femminile: “Te’”
DA 00H 03M 30S A 00H 03M 33S NON CONVERSANO
A 00H 03M 34S suono di clacson
Voce Femminile: “Chi era?” “Cu era?”
Concetta: “Il marito di (incomprensibile)” “U Marito i (incomprensibile)”
DA 00H 03M 38S A 00H 03M 40S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Come …(incomprensibile)… hai” “Come …(incomprensibile)… nd’hai”
A 00H 03M 45S si sente chiudere uno sportello
DA 00H 03M 46S A 00H 06M 52S RUMORI D’AMBIENTE (passaggio autoveicoli, voci in
lontananza ecc.)
Voce Femminile: “Niente. Non si può fare niente” “Nenti. No si può fari nenti”
Concetta: “Perché?” “Pecchì?”
Voce Femminile: “Perché no. Non c’è linea. Di ritornare domani” “Ca no. No c’è linea. Mi
vegnu domani”
DA 00H 07M 00S A 00H 07M 02S NON CONVERSANO
Concetta: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “(incomprensibile)”
Concetta: “Ah?”
Voce Femminile: “Neanche una lira” “Mancu na lira”
Concetta: “Prenditi questi” “Piati chisti”
DA 00H 07M 08S A 00H 07M 16S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “E tu?”
Concetta: “(incomprensibile)”
DA 00H 07M 19S A 00H 07M 43S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Che schifo però. …(incomprensibile)…” “Chi schifu però.
…(incomprensibile)…”
Concetta: “Ti fai u bancomat …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Sì. Invece in questo modo no, con il libretto” “Sì. Invece i stamanera no,
cu libretto”
Concetta: “Ma te l’ho detto” “Ma tu dissi”
132
Voce Femminile: “No, ma io me lo tolgo. Mi prendo i soldi, e poi prendo e faccio la
richiesta …(incomprensibile)… E vale la pena ogni momento, e cosa mi interessa a
me” “No, ma eu mu cacciu. Mi pigghiu i sordi, e poi pigghiu e fazzu a richiesta
…(incomprensibile)… E vali a pena ognui morzu, e chi mi interessa a mia”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 08M 13S A 00H 08M 18S NON CONVERSANO
Concetta: “Ma vedi che è brutta cosa, altrimenti…” “Ma’ vi’ ca è brutta cosa, senno’…”
Voce Femminile: “Chi è?” “Cu è?”
Concetta: “…non lo poteva fare. Carmela” “…no poteria fari. Carmela”
Voce Femminile: “Ahah, l’hai vista?!” “Ahah, a vidisti?!”
DA 00H 08M 23S A 00H 08M 58S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 09M 03S A 00H 09M 14S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Povera sventurata con quella …(incomprensibile)… nella testa” “Povera
sventurata cu chidda …(incomprensibile)… nta testa”
Concetta: “E va boh, …(incomprensibile)…”
DA 00H 09M 19S A 00H 09M 52S NON CONVERSANO
Concetta: “L’hai vista aaa la cognata di cosa, di Giusi alla Posta come mi ha guardato”
“A vidisti aaa a chenata i cosa, i Giusi a posta comu mi guardau”
Voce Femminile: “Chi era?” “Cu era?”
Concetta: “Angela”
Voce Femminile: “Non la conosco io” “Na canusciu io”
Concetta: “In modo cattivo mi ha guardato. E’ entrata, mi ha guardato…” “Ca mala
via mi guardau. Trasiu, mi guardau…”
Voce Femminile: “Io non l’ho vista” “Na vitti io”
DA 00H 10M 07S A 00H 10M 08S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Se li è fregati” “Nci futtiu”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Se li è presi. (incomprensibile). Scendi tu?” “Nci pigghiau.
(incomprensibile). Scindi tu?”
A 00H 10M 18S AUTOVETTURA FERMA
Concetta: “No, scendi tu” “No, scindi tu”
DA 00H 10M 20S A 00H 10M 27S NON CONVERSANO
133
Voce Femminile: “Dieci uero, dammi dieci euro. …(incomprensibile)…” “Deci euro, dammi
deci euri. …(incomprensibile)…”
Concetta: “Tieni qua (incomprensibile)” “Te’ cà (incomprensibile)”
DA 00H 10M 34S A 00H 11M 18S RUMORI D’AMBIENTE
Voce Femminile: “Almeno non me li vede e non me li frega” “Almeno no mi vi’ e no mi
futti”
DA 00H 11M 21S A 00H 11M 23S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “E me li tengo io questi dieci euro” “E mi tegnu eu sti deci euro”
Concetta: “Tieni. Tieniteli” “Te’. Tenitilli”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 11M 29S A 00H 11M 54S NON CONVERSANO (A 00H 11M 42S autovettura in
movimento)
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 12M 02S A 00H 12M 05S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “E va boh ho pure cento euro. Portami a farmi i capelli, portami” “E va boh
nd’haiu puru centu euro. Levami u mi fazzu i capiddi, levami”
Voce Femminile: “Mo’?”
Concetta: “Eh sì, …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Lascia che vediamo se c’è lui a casa” “Assa u vidimu se c’è iddu a casa”
Concetta: “E lui non la lascia sua figlia” “E iddu na dassa a figghia sua”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “Sì”
DA 00H 12M 22S A 00H 13M 12S NON CONVERSANO
Concetta: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Chi è?” “Cu è?”
Concetta: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Ah”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “A machina …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Questo? No, di un cugino è” “Chistu? No, i nu cuginama è”
Concetta: “Ah, va boh”
Voce Femminile: “No”
134
DA 00H 13M 22S A 00H 13M 25S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Oh, guardano in faccia proprio… Vero? Pure a me” “Oh, sbircianu
nta faccia propria… E’ vero? Puru a mia”
Concetta: “Mi guardano, tipo, come se io… Vedi che quella mi ha guardato male, mi
sono girata e gli (incomprensibile) «che cazzo guardi a me»” “Mi guardanu,
tipo, comu se ieu… Vi’ ca chidda mi guardau brutta, mi girai e nci (incomprensibile)
«chi cazzu guardi a mia»”
Voce Femminile: “Mah!”
Concetta: “«Mi guardi tu a mia»”
DA 00H 13M 40S A 00H 13M 43S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Adesso passo di nuovo” “Mo’ nci passu addapedi”
DA 00H 13M 45S A 00H 13M 49S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 13M 57S A 00H 14M 09S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Guarda come ti guarda” “Guarda comu ti guarda”
Concetta: “…(incomprensibile)… mi guarda con la coda” “…(incomprensibile)… mi
guarda ca cuda”
DA 00H 14M 15S A 00H 14M 23S NON CONVERSANO
DA 00H 14M 24S A 00H 14M 28S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 14M 29S A 00H 14M 49S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Che ora è?” “Chi ura è?”
Concetta: “Le undici” “L’unidici”
Voce Femminile: “Ah?”
Concetta: “Le undici” “L’undici”
Voce Femminile: “Noo, oltre le undici. Le undici e mezza sono” “Noo, passati. L’undici e
menza su”
DA 00H 14M 58S A 00H 15M 00S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Concetta: “No”
Voce Femminile: “Perché no?” “Pecchì no?”
Concetta: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 15M 09S A 00H 15M 19S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Ah?”
135
DA 00H 15M 21S A 00H 15M 25S NON CONVERSANO
Concetta: “Suona” “Sona”
A 00H 15M 27S suono di clacson
DA 00H 15M 28S A 00H 15M 39S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Domani. Domani allora” “Domani. Domani allura”
Concetta: “Devo farmi la piega, non ce la fa?” “Haiu u mi fazzu a piega, no nc’ha faci?”
DA 00H 15M 43S A 00H 15M 50S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Non può venire lei a fartele a casa” “No po veniri idda mi ti faci a casa”
Concetta: “Ah?”
Voce Femminile: “Non può venire lei a casa a farteli” “No po veniri idda a casa mi ti faci”
Concetta: “A che ora se ne va?” “A chi ura si ndi vaci?”
Voce Femminile: “E cosa faccio? No. Devo aspettare qua?” “E chi fazzu? No. Haiu spettari
cà?”
Concetta: “E sì, dai. Vai a mettere la benzina” “E sì, dai. Vai mettiti a benzina”
Voce Femminile: “Un momento che la parcheggio. No” “Un momento ca parcheggio. No”
Concetta: “Vai a mettere la benzina” “Va mettiti a benzina”
Voce Femminile: “Noo!”
DA 00H 16M 15S A FINE CONVERSAZIONE RUMORI D’AMBIENTE
Nella successiva conversazione – di pochi minuti successiva a quella appena esaminata – Maria
Concetta (identificata come voce femminile 1), non facendosi capace del fatto che qualcuno avesse
potuto guardarla male, sbotta e confida alla madre di voler andare via (“io me ne vado mamma!”).
CONVERSAZIONE N° 417 – DEL 18/08/2011 ORE 11:59.39
DURATA: 00H08M 02S
AUTOVETTURA IN MOVIMENTO
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah?”
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 00M 04S A 00H 00M 09S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “Mamma però la devi finire, ah!” “Ma’ l’ha finiri però, ah!”
Voce Femminile: “Cosa sto facendo?! E non girdare…” “Chi staiu facendo?! E no
gridari…”
Voce Femminile 1: “La smetti”
Voce Femminile: “…ah!”
Voce Femminile 1: “Madonna mia”
136
Voce Femminile: “Non posso dire Madonna mia, non posso dire niente” “No pozzu diri
Madonna mia, no pozzu dir nenti”
Voce Femminile 1: “Tu di più mi stai facendo morire” “Tu i cchiù mi stai facendu u
moru”
DA 00H 00M 19S A 00H 00M 32S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “Sto pensando a quella come mi ha guardato male” “Staiu pensandu
a chidda comu mi guardau brutta”
DA 00H 00M 35S A 00H 00M 36S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…?”
Voce Femminile: “Secondo me sì” “Sucendu mia sì”
Voce Femminile 1: “Eh”
DA 00H 00M 41S A 00H 00M 43S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “E poi che cazzo mi ha guardato in quel modo? Dove ce l’abbiamo
questa confidenza io e lei?” “E poi chi cazzo mi guardau i ndà manera? Aundi
l’avimu sta confidenza eu e idda?”
Voce Femminile: “Troppo…”
Voce Femminile 1: “Eh?”
Voce Femminile: “Troppo cose” “Troppi cosi”
DA 00H 00M 54S A 00H 00M 58S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “Con calma. Nooo, così no”
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “No”
Voce Femminile 1: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Va boh cosa c’entra? …(incomprensibile)… Ah?” “Va boh chi c’intra?
…(incomprensibile)… Ah?”
Voce Femminile 1: “Io me ne vado, mamma” “Io mi ndi vaiu ieu, ma’”
DA 00H 01M 19S A 00H 01M 56S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 00S A 00H 02M 12S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 02M 15S A 00H 02M 23S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)… quattrocento euro”
Voce Femminile: “Ah?”
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
137
DA 00H 02M 29S A 00H 02M 39S NON CONVERSANO
A 00H 02M 40S AUTOVETTURA FERMA – Scendono dall’autovettura
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… ieri sera? Non ne ha lasciati? Malanova”
“…(incomprensibile)… ieri sira? No ndi dassau? Malanova”
DA 00H 02M 46S A FINE CONVERSAZIONE RUMORI D’AMBIENTE
Nelle due conversazioni del giorno successivo (progg. 431 e 432 del 18.08.2011) Maria
Concetta continua a rimpiangere la sua vita lontana da Rosarno (in questo senso depone la frase “lì
erano tutti buoni, mamma”) ed appare ancora estremamente combattiva e reattiva nei confronti di chi la
guarda con disapprovazione (Concetta: “Si girano a guardarmi come gli imbambolati” … “A quella gli ho detto
«vedi che ti cade il muso»”).
CONVERSAZIONE N° 431 – DEL 19/08/2011 ORE 18:37.54
DURATA: 00H07M 10S
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Cammina” “Camina”
DA 00H 00M 03S A 00H 00M 23S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 00M 25S A 00H 00M 36S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “(incomprensibile)”
Voce Femminile: “Perché li pensi” “Pecchì i pensi”
Voce Femminile 1: “Ma mi sento… Non era così prima” “Ma mi sentu… Non era così
prima”
Voce Femminile: “Ah?” “Ah?”
Voce Femminile 1: “Ma adesso proprio…” “Ma mo’ propriu…”
Voce Femminile: “Perché pensi, i figli, le cose” “Pecchì pensi, i figghi, i cosi”
Voce Femminile 1: “Perché li ho visti” “Pecchì i vitti”
A 00H 00M 53S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “Adesso sarà peggio, sarà più dura questa volta” “Mo’ sarà cchiù peggiu,
sarà cchiù dura sta vota”
DA 00H 00M 59S A 00H 01M 11S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)… «quando esci, non vai da nessuna parte. Qua, là.
Ti rendi conto. La potevi fare stare al Nord, che cazzo te la sei portata a fare qua»”
“…(incomprensibile)… «quandu nesci, no vai a nudda vanda. Cà, là. Ti rendi cuntu. A
potivi nchianari pe supra, chi cazzu ta portasti a fari cà»”
Voce Femminile: “Adesso ce n’era un altro là sopra” “Mo’ nd’avia n’atru ndà supra”
138
Voce Femminile 1: “Un altro fantasma ha visto quest’altra” “N’atru fantasma vitti chistatra”
Voce Femminile: “Sì”
Voce Femminile 1: “Lì erano tutti buoni, mamma, non c’è nessun che mi…” “Ndà
eranu tutti puliti, ma’, non c’è nuddu chi mi…”
Voce Femminile: “E cosa ti devono fare?” “E chi nd’hannu i ti fannu?”
Voce Femminile 1: “No…”
Voce Femminile: “Cosa hai fatto?, qualcosa a qualcuno?” “Chi facisti?, ncunu cazzu a
ncunu?”
Voce Femminile 1: “No, dico, vedi…” “No, dico, vidi…”
Voce Femminile: “E allora. Ci passiamo il tempo qua dentro, cammina” “E allura. Ndi
passamu u tempu cà intra, camina”
A 00H 01M 53S AUTOVETTURA FERMA – scendono dall’autovettura
DA 00H 01M 54S A FINE CONVERSAZIONE RUMORI D’AMBIENTE
CONVERSAZIONE N° 433 – DEL 19/08/2011 ORE 19:18.28
DURATA: 00H08M 48S
Concetta: “E va boh …(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “…(incomprensibile)… stamatina”
Concetta: “Scendi …(incomprensibile)…” “Scindi …(incomprensibile)…”
Voce Femminile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Ah?”
DA 00H 00M 12S A 00H 00M 15S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “(incomprensibile)”
DA 00H 00M 18S A 00H 00M 59S NON CONVERSANO
Concetta: “Mi ha detto che apposta che mi… Ha detto a me che apposta che mi sono fatta…
che ne ho prese due, che ne prese tre, che ne ho pre…” “Mi issi a mia ca apposta che
mi… Issi a mia ca apposta ca mi fici… ca ndi pigghiai dui, ca ndi pigghiai tri, ca ndi
pi…”
Voce Femminile: “Dove stai andando, Cetta?” “Aundi stai endu, Cetta?”
Concetta: “Là”
Voce Femminile: “E di qua giri?!” “E i cà giri?!”
Concetta: “E perché dove…” “E pecchì aundi…”
Voce Femminile: “Che se ci vedono dicono «dove ve ne siete andate?»” “Ca se ndi
vidunu dinnu «aundi vi ndi istuvu?»”
139
Concetta: “Perché non puoi girare?!” “Pecchì no poi girari?!”
Voce Femminile: “Gua’, bastardi”
DA 00H 01M 15S A 00H 01M 21S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “Di qua sì” “I cà sì”
Voce Femminile: “Sì, da qua puoi girare” “Sì, i cà poi girari”
Concetta: “Sì, da qua si va verso là” “Sì, i cà si vaci pe ndà”
DA 00H 01M 24S A 00H 01M 29S NON CONVERSANO
Voce Femminile 1: “Per me quelle quattro (incomprensibile)” “Pe mia chiddi quattru
(incomprensibile)”
Concetta: “Ma io ancora non so neanche come vado” “Ma io ancora no sacciu mancu comu
vaiu”
Voce Femminile 1: “Eh, lo so che è…” “Eh, u sacciu che è…”
Concetta: “E vedi che sa le cose” “E vidi ca sapi i cosi”
Voce Femminile: “Mh?”
Concetta: “Niente, le sa le cose” “Nenti, i sapi i cosi”
DA 00H 01M 40S A 00H 01M 57S NON CONVERSANO
Concetta: “Si girano a guardarmi come gli imbambolati” “Si giranu u mi guardanu comu
i ‘llampati”
Voce Femminile: “Eh”
Concetta: “A quella gli ho detto «vedi che ti cade il muso»” “A chidda nci issi «vidi ca ti
cadi u mussu»”
Voce Femminile: “Chi è?” “Cu è?”
Concetta: “A una là dentro” “A una ndà intra”
Voce Femminile 1: “Era con i capelli lunghi?” “Chi capiddi longhi era?”
DA 00H 02M 06S A 00H 02M 07S NON CONVERSANO
Concetta: “Guardava così”
Voce Femminile: “No, adesso è entrata” “No, mo’ trasiu”
Concetta: “Ahahahah la sorella di cosa è quella” “Ahahahah a soru i cosa chidda eni”
Voce Femminile: “Di chi?” “I cui?”
Concetta: “Iii…”
DA 00H 02M 16S A 00H 02M 19S NON CONVERSANO
Concetta: “Della moglie di Ninì” “Da mugghieri i Ninì”
DA 00H 02M 20S A 00H 02M 23S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “…(incomprensibile)…?”
Concetta: “Sì”
140
DA 00H 02M 26S A 00H 02M 35S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)…”
Voce Femminile: “Grazia non se ne va mai” “Grazia no si ndi vaci mai”
DA 00H 02M 39S A 00H 03M 04S NON CONVERSANO
Concetta: “Ma poi tua mamma viene?” “Ma poi to mamma veni?”
Voce Femminile: “Non credo Cetta. Sua mamma veniva mai?!”
“No criu Cetta. So
mammasa venia mai?!”
Concetta: “Eh, sto dicendo, non veniva nessuno. Tania!” “Eh, sto dicendo, no venia nuddu.
Tania!”
A 00H 03M 16S AUTOVETTURA FERMA
DA 00H 03M 17S A 00H 03M 23S NON CONVERSANO
Concetta: “…(incomprensibile)… telefono, eh!” “…(incomprensibile)… u telefunu, eh!”
Voce Femminile: “Mh”
DA 00H 03M 27S A 00H 03M 30S NON CONVERSANO
Voce Femminile: “(incomprensibile) prendi quella cosa che non arrivo” “(incomprensibile)
pià ndà cosa che no chicu”
Concetta: “E come arrivo?” “E comu arrivo?”
Voce
Femminile:
“Non
ce
la
fai.
…(incomprensibile)…”
“No
c’ha
fai.
…(incomprensibile)…”
DA 00H 03M 37S A FINE CONVERSAZIONE RUMORI D’AMBIENTE
Si fa poi fatica ad immaginare che una donna prostrata al punto di meditare di darsi la morte
fosse andata tranquillamente a farsi la piega ai capelli poco prima di suicidarsi.
Al riguardo si evidenziano le dichiarazioni rese dalle testi Alessandra e Patrizia Fazio, titolari di
un negozio di parrucchiera presso il quale Maria Concetta era solita recarsi; entrambe hanno riferito di
ricordarla come una ragazza sempre sorridente, e di non aver notato in lei nulla di diverso anche
nell’ultima occasione in cui l’avevano vista lì, cinque o sei giorni prima della sua morte.
Peraltro nella conversazione sopra esaminata – la n. 416 del 18 agosto 2011 – emerge come la
Cacciola, in effetti, si fosse premurata di fare la messa in piega due giorni prima del suo presunto
suicidio (Concetta: “E va boh ho pure cento euro. Portami a farmi i capelli, portami”…omissis…
Concetta: “Devo farmi la piega, non ce la fa?” DA 00H 15M 43S A 00H 15M 50S NON
CONVERSANO Voce Femminile: “Non può venire lei a fartele a casa” Concetta: “Ah?” Voce
Femminile: “Non può venire lei a casa a farteli” Concetta: “A che ora se ne va?” Voce Femminile: “E cosa
faccio? No. Devo aspettare qua?” Concetta: “E sì, dai. Vai a mettere la benzina”).
A tale proposito corre l’obbligo di evidenziare come tale dato sia perfettamente e
significativamente in linea con la descrizione fornita dal medico legale circa lo stato, perfettamente
curato, in cui si trovava il cadavere (“…depilata e ben curata nell’igiene. Indossa una vesta di cotone nero,
allacciata in corrispondenza della regione nucale, una canotta di colore nero, una pancierina di analogo colore, così come il
reggiseno che presenta una bordatura di perline, degli slip di colore azzurro e lilla”; cfr. pag. 4 relazione di
consulenza a firma del dott. Trunfio).
141
Ancora, non è una donna depressa quella che, nei giorni immediatamente antecedenti alla sua
morte, si confida con gli uomini che le stanno accanto, ma una persona che cerca con tutte le sue forze
una via di uscita, consapevole di aver commesso un errore non già andando via di casa, ma piuttosto
avendovi fatto ritorno.
Assai significativo è il fitto scambio di sms che la Cacciola e l’Improta ebbero tra il 12 e il 13
agosto.
Il 12 agosto Maria Concetta non solo fa intendere chiaramente come la strategia posta in essere
dai suoi parenti sia quella di portarla dagli avvocati per farla ritrattare (tema cui si è già accennato
innanzi), ma esprime anche tutta la sua voglia di trovare il modo di allontanarsi di nuovo da Rosarno,
dove ormai è consapevole di non poter più stare; incita l’Improta a organizzarsi per andare via insieme
e gli chiede di contattare “Gennaro” per spiegargli la situazione e chiedergli aiuto.
SMS IN USCITA N° 575 – DEL 12/08/2011 ORE 11:17.54
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Che chiamo amo nn ti anno cercata piu quindi gli avvocati stanno facendo le sue
cose ...mio padre cn indifferenza....sto male sai troppo...
SMS IN USCITA N° 580 – DEL 12/08/2011 ORE 11:42.54
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Sa che vado via se vedo male...ma di buono qui nn vedo nulla e lei a capito
pa sistemati le cose nn voglio stare qui
SMS IN USCITA N° 603 – DEL 12/08/2011 ORE 15:04.18
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: e@08% @O provato a chiamarti ma tu nn ci 6 parliamo dopo...parla cn
gennaro digli che i miei mi portano in tutti avvocati che xcolpa della mia
leggerezza sn qui
SMS IN USCITA N° 604 – DEL 12/08/2011 ORE 15:04.24
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: e@08%* @ cosa posso fare? Alle 5 vado dal avvocato xle 4 ti chiamo
Il tredici agosto la donna, riferendo delle insistenze esercitate dai genitori affinchè lei andasse a
trovare il marito (la frase di cui allo sms n. 665 “mio padre dice che devo andare da lui” va infatti intesa in
questo senso anche alla luce delle risposte inviate dall’Improta, tra tutte quella degli sms di cui ai progg.
739 e 740 in cui dice “mi hai detto ke tua madre ti disse ke devi andare da tuo marito questa è una cosa tua ma devi
solo fare visita o rimanere con lui”), dice di sentirsi in gabbia e si chiede come fare ad uscirne.
142
Ancora, la Cacciola dice all’Improta di vergognarsi delle cose che aveva detto; a tale proposito
va evidenziato come, in questo sms (prog. n. 759), la donna non poteva di certo riferirsi alle
dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria e, di conseguienza, ai contenuti della collaborazione, dal
momento che in quel caso, sarebbe stato davvero illogico, nel messaggio successivo, sollecitare ancora
una volta il suo interlocutore a chiamare Gennaro per dirgli che voleva rientrare nel programma di
protezione.
SMS IN USCITA N° 665 – DEL 13/08/2011 ORE 19:47.55
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Dove 6...martedi mio padre dice che devo andare da lui mamma xko nn capisce
niente...mi sento in gabbia adesso come posso fare?
SMS IN ENTRATA N° 668 – DEL 13/08/2011 ORE 19:53.19
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: Devi andare da lui? Sta attenta digli dove devi andare.
SMS IN USCITA N° 669 – DEL 13/08/2011 ORE 19:58.40
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Come devo andare nn o capito...
SMS IN ENTRATA N° 671 – DEL 13/08/2011 ORE 20:00.37
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: Digli a tua madre ke nn vuoi andarci.Quando tempo devi stare la.
SMS IN USCITA N° 672 – DEL 13/08/2011 ORE 20:03.42
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Mia madre lo sa mi dice di andare e evitare xadesso ..sai al di fuori mia madre i
miei figli e le mie amiche le mie cognate nn mi danno retta....
SMS IN USCITA N° 706 – DEL 13/08/2011 ORE 23:54.59
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Ascolta cm posso uscire da sta cosa?mi vergogno delle cose che o detto
SMS IN ENTRATA N° 739 – DEL 14/08/2011 ORE 12:34.58
143
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: e@08* @Capisco ke hai detto a loro tante cose,ma nn devi vergognarti x
uscirne ci vuole tempo mi hai detto ke tua mamma disse ke devi andare da tuo
marito quest
SMS IN ENTRATA N° 740 – DEL 14/08/2011 ORE 12:35.00
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: e@08* * @a e una cosa tua,ma devi solo fare visita o rimanere con lui.
SMS IN USCITA N° 759 – DEL 14/08/2011 ORE 20:21.53
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: Pa prova a chiamare gennaro spiegagli come e andata e gli dici che voglio
rientrare
SMS IN ENTRATA N° 767 – DEL 14/08/2011 ORE 21:17.55
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: e@08* @Amore mio io accetto tutte le tue decisioni,basta ke noi due nn ci
perdiamo.se vuoi rientrare hai capito ke stai in pericolo.vita mia ti amo so ke e
diff
SMS IN ENTRATA N° 768 – DEL 14/08/2011 ORE 21:18.00
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Testo SMS: e@08** @icile ma cerca di stare calma ke sistemiamo tutto.chiedi a tua
mamma che vuoi andare a vivere in un altra casa.
Nonostante le ripetute richieste della donna, tuttavia, l’Improta non chiamerà mai “Gennaro”,
che Maria Concetta provvederà invece a contattare personalmente nei giorni successivi, e precisamente
il 17 agosto (come emerge dalle intercettazioni telefoniche già esaminate).
A tale proposito l’Improta ha riferito in dibattimento che la Cacciola, nell’occasione in cui si
erano visti, gli aveva dato il numero di Gennaro ma lui in quel momento era in vacanza e non l’aveva
portato con sé, motivo per il quale non era riuscito ad avvisarlo.
È tuttavia verosimile che l’uomo avesse sottovalutato la situazione in cui realmente versava la
giovane, o che forse – più semplicemente – non fosse veramente animato da quei sentimenti che diceva
di nutrire e non intendesse affatto costruire un futuro insieme a lei; egli infatti, nonostante le dicesse di
aver capito che era in pericolo, le consiglia alla fine – in maniera piuttosto sconfortante – di chiedere
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alla mamma di poter andare a vivere in un’altra casa, come se ciò potesse essere la soluzione a tutti i
suoi problemi.
Di analogo tenore è la conversazione che Maria Concetta Cacciola intrattiene, in data 16 agosto
2011, con Domenico La Camera; pur mostrando di non avere con quest’ultimo la stessa confidenza che
aveva con l’Improta (parla per sottintesi e non gli spiega la situazione nei dettagli), anche a lui tuttavia
dice di non essere tornata a casa di sua spontanea volontà e di essersi resa conto che ormai non poteva
più vivere a Rosarno.
Per ciò che si dirà in seguito è anche importante evidenziare come Maria Concetta riveli al La
Camera di aver messo a conoscenza sua madre della propria volontà di andare via di nuovo.
TELEFONATA IN ENTRATA N° 834 – DEL 16/08/2011 ORE 14:35.48
UTENZA CHIAMANTE: 393201489465
Maria: “Pronto?!”
Domenico: “Ehilà!”
Maria: “Ehilà! Com’è?”
Domenico: “Amore mio tutto a posto?”
Maria: “Eh, così. Male, male”
Domenico: “Ma dove sei?”
Maria: “A casa”
Domenico: “Mh?”
Maria: “A casa mia”
Domenico: “Casa tua giù?”
Maria: “Ah, ah”
Domenico: “Eh, e mi fa piacere”
Maria: “A me no”
Domenico: “E perché?, scusa. Eh, se ti sei ritirata a casa perché non ti fa piacere?”
Maria: “Perché non sono tornata io”
Domenico: “Eh, eh, chi ti ha fatto tornare?”
Maria: “Mia madre”
Domenico: “Mh. E va beh, sei contenta?, scusa”
Maria: “No”
Domenico: “Ci sono i figli, Mari’”
Maria: “Va beh, lasciamo perdere”
Domenico: “Mh?”
Maria: “Eeee… non si può”
Domenico: “Non si può? Non puoi stare?”
Maria: “Eh?”
145
Domenico: “Non puoi stare?”
Maria: “No, no”
Domenico: “E quindi?”
Maria: “Eh?”
Domenico: “E quindi?”
Maria: “Quindi quando segui una strada non puoi fare ritornare (incomprensibile)”
“Quindi quando segui na strata no poi fari u torni (incomprensibile)”
Domenico: “E mo’ che devi fare?, te ne devi tornare?”
Maria: “Ah?”
Domenico: “Te ne devi riandare?”
Maria: “Non ho capito”
Domenico: “Che devi fare? Deviii…”
DA 00H 01M 12S A 00H 01M 13S NON CONVERSANO
Maria: “Sono cose delicate, Domenico” “Su cosi delicati, Dome’”
Domenico: “Mh”
Maria: “Non puoi… ormai non c’è nulla”
Domenico: “«Ormai»?”
Maria: “Non c’è nulla qua più”
A 00H 01M 25S NON CONVERSANO
Domenico: “Mh?!”
Maria: “Noo. Stamattina ho provato ad uscire, sono andata alla Posta, a chi senti parlare male,
ti senti dire una cosa sbagliata, e quindi ti feriscono, no?!” “Noo. Stamatina provai u
nesciu, ià a Posta, cu i senti parlari mali, ti senti diri na cosa sbagliata, e quindi ti
ferisciunu, no?!”
DA 00H 01M 37S A 00H 01M 39S NON CONVERSANO
Domenico: “Mh, mh”
Maria: “Non è… non si può vivere più così. Infatti gliene ho parlato pure a mia
mamma, gli ho detto «io non è che posso fare questa vita, io non posso vivere
qua»” “Non è… non si può vivere più così. Infatti ci ndi parlai puru a mamma mia, ci
issi «io non è che pozzu fari sta vita, io non pozzu viviri cà»”
DA 00H 01M 49S A 00H 01M 51S NON CONVERSANO
Maria: “Non èèèè… Non è più questa… non puoi fare più questa… questa cosa. Ormai hai
fatto quello che hai fatto però non puoi stare, capito?” “Non èèèè… Non è più
questa… no poi fari cchiù sta… sta cosa. Ormai facisti chiddu chi facisti però no poi
stari, capito?”
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A 00H 02M 02S NON CONVERSANO
Domenico: “E adesso quelli ti riprendono un’altra volta?, scusa” “E mo’ chiddi ti ripigghianu
na’tra vota?, scusa”
Maria: “Non lo so. Mo’ vediamo. Ora se riesco mi…”
Domenico: “Ah?”
Maria: “Vediamo. Vedo se riesco a contattare a qualcuno” “Vediamo. Viu se riesco u contatto
a ncuno”
DA 00H 02M 13S A 00H 02M 14S NON CONVERSANO
Maria: “Doma… Ormai sono in ferie” “Doma… Ormai su in ferie”
DA 00H 02M 17S A 00H 02M 19S NON CONVERSANO
Domenico: “[sospiro] Non lo so. Vedi un po’”
Maria: “Non posso fare, non è cosa”
DA 00H 02M 24S A 00H 02M 25S NON CONVERSANO
Maria: “In un momento di debolezza sono arrivata fino a qua, poi cose sbagliate,
quindi non puoi fare. No, ormai non c’è più niente” “I nu momento i debolezza
arrivai finu a cà, poi così sbagliati, quindi no poi fari. No, ormai no c’è nenti cchiù”
…omissis…
Alla luce di quanto appena riportato, dunque, non può esservi alcun dubbio in ordine al fatto
che Maria Concetta Cacciola, fino a due giorni prima della sua morte, fosse determinata ad andare via
da Rosarno e a riprendere il percorso di collaborazione.
E, per come si è già anticipato, il motivo per cui aveva tanta premura di andar via era
determinato dal fatto che si sentiva in pericolo.
Maria Concetta aveva confidato senza remore i suoi timori sin da prima di tornare a Rosarno.
Del 6 agosto 2011 sono due conversazioni, particolarmente interessanti, che la ragazza ha
intrattenuto con la sua amica Emanuela Gentile e con Pasquale Improta quando era ancora a Genova,
libera di parlare.
La prima (RIT 1596/11 prog. n. 130 delle ore 12.10), piuttosto lunga, verrà di seguito riportata
per intero perché ritenuta di eccezionale rilevanza nel suo complessivo tenore, tanto da contenere in sé
tutte le tematiche oggetto della presente indagine.
È in questa conversazione – più che in ogni altra – che la giovane analizza in maniera
estremamente lucida la sua situazione, fornendo uno spaccato formidabile di quel degenerato tessuto
sociale in cui si è trovata sino allora a vivere ed in cui teme di essere di nuovo risucchiata per colpa della
sua debolezza, delle sue umanissime difficoltà a recidere un legame di sangue; è qui che mostra una
crescente consapevolezza delle conseguenze che dovrà affrontare per aver cagionato agli uomini della
famiglia una lesione dell’onore che, secondo la distorta visione di chi è contiguo alla mafia, non può
essere perdonata. E il disonore che lei ha cagionato è doppio, non solo perché i suoi familiari avevano
scoperto la sua relazione extraconiugale (dice infatti di aver saputo dalla madre che si erano procurati i
tabulati del suo telefono ed avevano scoperto i suoi contatti con un uomo) ma anche perché aveva
collaborato con la giustizia, cosa che – a suo dire – brucia al padre “più del fuoco e della fiamma”.
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È ancora qui che la Cacciola ripete in maniera quasi ossessiva – sia alla sua amica sia alla di lei
sorella (Lisetta detta Cetta) – di essere spaventata e dice di temere che le rassicurazioni dei parenti più
stretti (soprattutto del padre) siano solo un modo per convincerla a rientrare e a rimangiarsi tutte le
accuse che aveva mosso loro; a tale proposito riferisce che i familiari si erano già premurati di reperirle
un avvocato che potesse provvedere in tal senso (“Però io, Emanuela, ti dico la verità a te come una sorella…”
Emanuela: “Eh?!” Maria Concetta: “…io ti devo dire una co… la verità: io un poco mi spavento”… Emanuela:
“Eh. A chi glielo dici?!” Maria Concetta: “Io mi spavento a ritornare, Emanuela, perché adesso…” Emanuela: “E
a chi glielo dici?! Onestamente. Onestamente guarda…” Maria Concetta: “Tu lo sai che questi fatti non te li
perdonano, no?!” … Maria Concetta: “Me lo dicono tutti, «renditi conto di quello che ti aspetta, perché ormai l’hai
fatto, il passo l’hai fatto», una cosa e un’altra… Ti dicono che ti perdonano però che so nel cuore… Se te lo dicono in
questo momento e poi fra un po’ di tempo ti fanno… Dici la verità Emanuela”… Maria Concetta: “…però io mi
spavento, Emanuela”… Maria Concetta: “Io un poco mi spavento. Io un poco mi spavento” Emanuela: “Tu ti
spaventi di tuo fratello” Maria Concetta: “Mi spavento a ritornare, perché io penso «le cose sono delicate, le cose sono
assai eeee…» … Maria Concetta: “Lisetta, un poco mi spavento” Lisetta: “Un poco. Devi essere sicura tu di quello
che fai” … Maria Concetta: “Io ho parlato con mia mamma… Mia mamma mi dice «vieni, fottitene di tutti, non
sentire a nessuno», però io ho paura, Cetta. Ho paura! Ho troppa paura” Lisetta: “Lo so che ti spaventi…” Maria
Concetta: “Mi spavento perché pri…” Lisetta: “…di tuo fratello” … Maria Concetta: “Emanuela, lo sai perché
mi spavento?…” Emanuela: “…che tu neanche immagini” Maria Concetta: “Sai perché mi spavento un poco?…”
Emanuela: “Mh?!” Maria Concetta: “…la verità. Perché penso io «se ritorno…»…” Emanuela: “Mh?!” Maria
Concetta: “…«…loro lo sanno perché devo torna…»… Loro lo fanno apposta per farmi tornare, hai capito?, un poco”
Emanuela: “Mh” Maria Concetta: “Perché dicono «almeno tu mi togli queste cose che ci sono», capito?” Emanuela:
“Mh!” Maria Concetta: “Eh. Dici, tu torna” Emanuela: “Mh!” Maria Concetta: “Questo è quello che mi
spaventa, Emanuela. Li sappiamo queste cose come vanno nelle famiglia nostre, no?! Almeno nella mia famiglia” …
Maria Concetta: “Mia mamma mi ha detto «Cetta, ma tu hai tabulati con un uomo»” Emanuela: “Eh?!” Maria
Concetta: “Eh. Gli ho detto… E poi ho preso in quel momento gli ho detto la verità a mia mamma…” Emanuela:
“Eh?!” Maria Concetta: “…non sono riuscita a dirgli di no” Emanuela: “Eh?!” Maria Concetta: “Quando mi
ha detto in quel modo, mi ha detto «vedi che loro sanno tutto»” Emanuela: “Mh!” Maria Concetta: “Quando una
mam… Quando ti dicono «vedi che loro sanno tutto» tu cosa fai?” Emanuela: “Certo” Maria Concetta: “Ho preso e
mi sono ritirata. Gli ho detto «allora mamma, non vengo». Poi scendono lì sotto, arrivano lì e gli dicono che è tutto a
posto, mi dice che è tutto a posto, di tornarmene che non succede niente. Tu ti spaventi un poco?, dici la verità”
Emanuela: “Sì. Sì. Questo lo deve sapere il tuo cuore, bella mia. Tu devi sapere” Maria Concetta: “Eh. Dentro di
me un poco mi spavento, pure che lui dice «sì, vieni», perché per lei sono figlia, lo so…” Emanuela: “Sì” Maria
Concetta: “…però gli uomini…” Emanuela: “Eheheh” Maria Concetta: “…lo so come sono fatti” Emanuela:
“Sì” Maria Concetta: “Specialmente gli uomini là da me, no?!” Emanuela: “Sì” Maria Concetta: “Dice «ritorna,
ritorna eee…»…” Emanuela: “Sì” Maria Concetta: “…dice «così ritratti tutte cose, quello che hai detto e quello che
non hai detto», capito?” Emanuela: “Ah, tu per discolparli da tutte le cose a loro” Maria Concetta: “Dice «tu te la
vedi con l’avvocato», dice «mettiamo l’avvocato, ti togli tutte queste cose», già quando scendo e tutto” Emanuela: “E tu
dici: la garanzia mia, della mia vita dov’è?” Maria Concetta: “E la vita mia poi dov’è? Io lo so, Emanuela! Io pure
che tu… loro mi dicono così. Mia mamma quel giorno mi ha detto «oh figlia, vedi che hanno tutti i tabulati. Vedi che
hanno il tabulato che tu parlavi con un uomo», gli ho detto io… Ho preso a mia mamma, per dire la verità, in quel
momento gli ho detto la verità” … Maria Concetta: “E’ distrutta ma adesso da quant’è che mi sente li fa facili,
«telefonami, telefonami, non ti fare». Però mi fa… Emanuela, io mi sento… Tu lo sai, io mi spavento, Emanuela! Io mi
spavento”… Maria Concetta: “Io… Lui mi ha giurato, mi ha giurato «ti giuro, ti ho giuro che devo morire io per
toccarti a te», però Emanuela!” … Maria Concetta: “Anche se sono così, vedi, che mi sen… che sono chiusa dentro,
non vado da nessuna parte perché giustamente non conosco a nessuno, e tante cose. Però, Emanuela, io… Quelli che mi
mancano te l’ho detto, mi mancano i miei figli. Io mi spavento a ritornare, Emanuela” DA 00H 18M 08S A 00H
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18M 09S NON CONVERSANO Maria Concetta: “Io…” Emanuela: “Lo vedi” Maria Concetta: “Io mi
spavento troppo a ritornare” Emanuela: “E no, perché non è una cosa facile” Maria Concetta: “Ah?” Emanuela:
“Non è una cosa… Sai quello che lasci ma non sai quello che trovi” Maria Concetta: “Quello che trovo, ecco. Già…”
Emanuela: “Ee…” Maria Concetta: “…già metti…” Emanuela: “Non è una cosa facile” Maria Concetta:
“Pensa che per fare questo passo è stato difficile, no?! Pensa a ritornare indietro, che so quello che c’è stato e quello che ho
passato prima senza fare niente” Emanuela: “Eh, figurati adesso, tu dici” Maria Concetta: “Figurati adesso. Io un
poco mi spavento, mi spavento… Un poco? Un poco assai mi spavento” “io mi spavento un poco Emanuela, mi
spavento, mi spavento molto”).
E che le parole della Cacciola non siano fantasie di una mente delirante è dimostrato in maniera
inequivocabile dal fatto che la Gentile segue perfettamente il suo discorso, mostrando di capire e
condividere i suoi stessi timori e le sue stesse perplessità, consigliandole addirittura di non tornare se
non si fosse sentita sicura ed offrendole tutto il suo appoggio nel caso si fosse invece decisa a fare
rientro a casa; addirittura ritiene che la principale fonte delle paure dell’amica fosse il fratello, che
definisce “agguerrito”, un “malato mentale”, identificando in lui la causa principale dei suoi problemi.
Il fratello di cui parla la Gentile in questa conversazione è proprio l’odierno imputato Giuseppe
CACCIOLA; ciò si evince sia dal fatto che successivamente, nel corso della stessa telefonata, lo definisce
come il maggiore (e Giuseppe è effettivamente il fratello maggiore di Maria Concetta) quando racconta
che per la vergogna da cui temeva evidentemente di essere stato colpito in seguito all’allontanamento
della sorella si era chiuso nella casa al mare, non si faceva vedere più in giro e si era fatto crescere la
barba lunga; sia dal fatto che la stessa Gentile, pur rendendo in dibattimento una testimonianza che –
come si vedrà – è nella sua quasi totalità palesemente falsa, ammette di aver parlato proprio di lui con
l’amica quel 6 agosto, scusandosi addirittura pubblicamente con l’imputato per gli aggettivi irrispettosi
che gli aveva rivolto.
Ma ciò che colpisce di più in questa conversazione – e che desta notevole allarme sociale – è la
maniera in cui le due amiche parlano delle sorti riservate a donne come loro quando commettono un
errore. Danno infatti per scontato che condotte come quella tenuta da Maria Concetta siano
usualmente punite con la morte.
Emanuela Gentile le dice che la prima cosa che avevano pensato quando era andata via era che
fosse morta e le racconta che addirittura sua madre aveva ricevuto – durante la sua assenza – visite di
persone che la consolavano paragonando il suo caso con quelli di altre donne defunte – evidentemente
in circostanze simili a quelle in cui era scomparsa Maria Concetta – trenta o quarant’anni prima. Poi,
cercando di rassicurarla, le dice di aver saputo che il padre si era impegnato a non toccarla e non farla
toccare qualora fosse tornata, dando dunque per scontato che invece – di norma – avrebbe dovuto
esserlo.
Ma è addirittura la stessa Cacciola a chiedersi se abbia senso tornare a casa dai suoi figli per
vivere al massimo un altro anno e mezzo.
La piega inaspettata che presero poi gli eventi dimostrerà come la giovane Cacciola si fosse
sbagliata, perché la punizione che si aspettava le sarebbe stata inflitta molto prima.
…omissis…
Maria Concetta: “Che ci sono cose brutte lì?” “Chi nc’è cosi brutti pe ndocu?”
Emanuela: “No, no, e cosa deve esserci. Non c’è niente di brutto qua” “No, no, e chi nd’avi
u nc’è. No c’è nenti i bruttu cà”
Maria Concetta: “Hanno smesso? Hanno smesso?” “A finiru? A finiru?”
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Emanuela: “Sìì. Sì, sì. Guarda, di quello che so io, sì” “Sìì. Sì, sì. Guarda, i comu sacciu io, sì”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “Guarda, di quello che so io, io so che c’è tuo papà che manchicani, ah!…”
“Guarda, i comu sacciu io, io saccui ca nc’eni paita che manchicani, ah!…”
Maria Concetta: “Eh. Sai che…” “Eh. Sai ca…”
Emanuela: “…cento per cento” “…centu pe centu”
Maria Concetta: “…ho parlato con mia mamma, con mio padre, sai?!” “…parrai cu mamma,
cu patrima, sai?!”
Emanuela: “Sììì…”
Maria Concetta: “Non gli dire niente” “Non ci diri nenti”
Emanuela: “…E giura!”
Maria Concetta: “Oh! Non gli dire nessuno a completamente” “Oh! No nci diri nenti a
nessuno completamente”
Emanuela: “Noo…”
Maria Concetta: “Neanche a mamma m…” “Mancu a mamma m…”
Emanuela: “…E tu sai”
Maria Concetta: “No, neanche a mia mamma” “No, manco a mamma mia”
Emanuela: “No. E tu sai. Tu sai. Io te lo posso giurare…” “No. E tu sai. Tu sai. Eu tu
pozzu giurari…”
Maria Concetta: “Gli ho telefonato a loro” “I chiamai”
Emanuela: “…guarda, che non abbia fortuna di vedere mia figlia…” “…guarda, no mi
nd’haiu fortuna mi viu a figghiama…”
Maria Concetta: “Gli ho telefonato a loro” “I chiamai”
Emanuela: “…vivere” “…campari”
Maria Concetta: “Gli ho telefonato a loro” “I chiamai”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “Sì”
Emanuela: “E cosa ti hanno detto?” “E chi ti disseru?”
Maria Concetta: “E che vuoi si sono me… Mi ha detto che mi perdonano che… basta che
ritorno a casa, che per loro sono perdonata, che loro lo sanno che non sono con
nessuno, che sono qua” “E chi voi nci mi… Mi issi ca mi perdunanu ca… basta u
tornu a casa, ca pe iddi su perdunata, ca iddi u sannu ca no su cu nessuno, ca su cà”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “Eh”
150
Maria Concetta: “Mio padre mi ha detto «vieni a casa, che ti giuro che non ti tocca
nessuno»” “Mi issi «venitindi pa casa, ca ti giuro ca no ti tocca nessuno» patrima”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “Eh! E adesso vediamo, perché qua le cose sono un poco delicate, non è
che io posso fare quello che voglio. Perché…” “Eh! E mo’ vidimu, pecchì cà i cosi su
nu pocu delicati, non è che io pozzu fari chiddu chi vogghiu. Pecchì…”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “…io avevo provato ad andarmene e poi appena mi sono mossa…” “…io
avia provato u mi ndi vaiu e poi appena mi moticai…”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “…già erano arrivati a prendermi” “…già avianu arrivatu u mi pianu”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “Le cose non sono come voglio io. Però io, Emanuela, ti dico la verità a
te come una sorella…” “I cosi no su comu vogghiu ieu. Però io, Emanuela, ti dico a
verità a tia comu na soru…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…io ti devo dire una co… la verità: io un poco mi spavento” “…io
t’ha diri na co… a verità: io nu poco mi spagnu”
Emanuela: “Eh. A chi glielo dici?!” “Eh. A cu nciu dici?!”
Maria Concetta: “Io mi spavento a ritornare, Emanuela, perché adesso…” “Io u mi ndi
tornu arretu, io, mi spagnu, Emanuela, pecchì mo’…”
Emanuela: “E a chi glielo dici?! Onestamente. Onestamente guarda…” “E a cu nciu dici?!
Onestamente. Onestamente guarda…”
Maria Concetta: “Tu lo sai che questi fatti non te li perdonano, no?!” “Tu u sai che sti
fatti no ti perdunanu, no?!”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “Passamela un attimo” “Ammilla n’attimo”
Emanuela: “Eh. Tu sai quello che hai fatto, sai quello che fai e sai quello che ritornando…”
“Eh. Tu sai chiddu chi facisti, e sai chiddu chi fai, e sai chiddu chi torni arretu…”
Maria Concetta: “Quello che mi aspetta” “Chju che m’aspetta”
Emanuela: “…Non so neanche io che dirti” “…No sacciu mancu io chiddu chi mi ti dico”
Maria Concetta: “Quello che mi aspetta. Tutti me lo dicono” “Chju che m’aspetta. Tutti mu
dinnu”
Emanuela: “Eh!, eh!”
151
Maria Concetta: “Me lo dicono tutti, «renditi conto di quello che ti aspetta, perché ormai
l’hai fatto, il passo l’hai fatto», una cosa e un’altra… Ti dicono che ti perdonano
però che so nel cuore… Se te lo dicono in questo momento e poi fra un po’ di
tempo ti fanno… Dici la verità Emanuela” “Mu dinnu tutti «renditi cuntu i chiddu
chi t’aspetta, pecchì ormai u facisti, u passu u facisti», na cosa e n’atra… Ti dinnu ca ti
perdunanu però chi sacciu nto cori… Se tu dinnu a stu momento e poi n’atra para i
tempu ti fannu… Ici a verità Emanuela”
Emanuela: “Cosa so io. E tuo papà cosa ti ha detto?” “Chi sacciu ieu. E paita ch ti dissi?”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “Tuo papà cosa ti ha detto?” “Paita chi ti dissi?”
Maria Concetta: “Chi?, mia mamma e mio papà?” “Cui?, mamma mia e papà mio?”
Emanuela: “Tu padre? Tuo padre? Tuo padre?” “Paita? Paita? Paita?”
Maria Concetta: “Che non mi fa nie…” “Ca no mi faci ne…”
Emanuela: “Io comunque so che tuo padre non ti vuole toccare minimamente” “Io
comunque so ca paita no ti voli toccari minimamenti”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “So che lui è sulle furie anche con tuo fratello…” “Sacciu ca è sulle furie anche
con tuo fratello, iddu…”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “…«Avessi preso le parole tue d’allora»” “…«U m’avia pigghiatu i paroli toi
d’allora»”
Maria Concetta: “Chi gliel’ha detto?, lui?” “Cu nciu dissi?, iddu?”
Emanuela: “No, no, no. Lui tuo fra… So che tuo padre a tuo fratello manchicani…” “No,
no, no. Iddu frai… sacciu ca paita a fraita manchicani…”
Maria Concetta: “A fra…”
Emanuela: “…so che ha un odio per lui pazzesco. Di quello che so io, ah!” “…sacciu
ca nd’avi n’odio pe iddu na cosa pazzesca. I comu sacciu io, ah!”
Maria Concetta: “Eh. Perché a mi…” “Eh. Pecchì a mi…”
Emanuela: “Dice che tutto questo casino è successo per lui” “Dice ca tutto stu casino
succediu pe iddu”
Maria Concetta: “Eh. Sembra che loro non lo sanno, io gliel’ho detto nella… al telefono. Io
mi sono messa a piangere, mio padre si è messo a piangere pure. Mi sono
emozionata…” “Eh. Pari ca iddi no sannu, io nciu dissi nta… nto telefono. Io mi misi
u ciangiu, patrima si misi puru u ciangi. Mi ezzi cosa…”
Emanuela: “Eh”
152
Maria Concetta: “…appena l’ho sentito. Mi ha detto «io ti perdono»” “…appena u ntisi. Mi
issi «io ti perdugnu»”
Emanuela: “Comunque, io so che tuo padre sta soffrendo assai per te” “Comunque, io sacciu
ca iddu è chi soffre assai pe tia, paita”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “Se vedi a tua mamma… Guarda, se vedi a tua mamma com’è combinata” “Se
vidi a mammata… Guarda, se vidi a mammata com’è cumbinata”
Maria Concetta: “L’ho vista, l’ho vista” “A vitti, a vitti”
Emanuela: “Come «l’hai vista»?” “Come «a vidisti»?”
Maria Concetta: “L’ho vista. Loro non mi hanno visto, ma io l’ho vista” “A vitti. Iddi no mi
vitteru, ma io a vitti”
Emanuela: “Sì?!”
Maria Concetta: “Sì”
Emanuela: “Va boh, non voglio sapere” “Va boh, no vogghiu u sacciu”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “Gurda, tuo padre ti posso dire che l’altra sera è andata mia figlia per portargli…
Io non ci riesco ad andare là. Devo essere sincera con te, da quant’è che non ci sei tu
io…” “Paita, guarda, ti pozzu diri ca l’atra sira iù figghiama pe mu nci leva… Io no
m’affido mi vaiu pe ndà. Ti devo essere sincera, i quant’avi ca no ci si tu io…”
Maria Concetta: “Eh. No, ma mio padre mi van…” “Eh. No, ma patima mi van…”
Emanuela: “…a tua mamma la voglio bene…” “…a mammata a vogghiu beni…”
Maria Concetta: “…mi vantavano”
Emanuela: “…la rispetto…”
Maria Concetta: “Me l’ha detto” “Mu dissi”
Emanuela: “…Guarda, io a tua mamma la rispetto, tutte cose, però il mio legame eri tu, tu lo
sai. Ho mandato mia figlia a portargli il regalo a tua figlia, gli ho comprato…”
“…Guarda, io a mammata la rispetto, tutti cosi, però u legami meu tu eri, tu u sai.
Mandai a figghia mu nci leva u regalu a figghia, nci ‘ccattai…”
Maria Concetta: “Me l’ha detto mia mamma” “Mu dissi mamma mia”
Emanuela: “…tutte cose per la scuola” “…tutti cosi pa scola”
Maria Concetta: “Me l’ha detto mia mamma” “Mu dissi mamma”
Emanuela: “Eh. E mia figlia ha detto che tuo padre manchicani. Ha detto che manchicani…
manchicani tuo padre com’è…” “Eh. E issi figghiama ca paita manchicani. Issi ca
manchicani… manchicani paita com’è…”
Maria Concetta: “Lo so”
153
Emanuela: “…ha detto che guai se aprono il discorso tuo…” “…Issi ca guai se iaprunu u
discorso toi…”
Maria Concetta: “E’ distrutto”
Emanuela: “…dice che guai se toccano le figlia” “…ici ca guai se toccanu a figghia”
Maria Concetta: “Sì” “Sì”
Emanuela: “La grandi” “A ‘randi”
Maria Concetta: “…è distrutto. E’ distrutto…”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “…è distrutto. Lo so che è distrutto. Però Emanuela…” “…è distrutto. U
sacciu che è distrutto. Però Emanuela…”
Emanuela: “E’ distrutto na cosa pazzesca”
Maria Concetta: “Emanuela. Io ho parlato con loro, io lo so…” “Emanuela. Io parrai cu
iddi, io u sacciu…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…che lui mi perdona e tutte cose…” “…ca iddu mi perduna e tutti
cosi…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…però io mi spavento, Emanuela” “…però io mi spagnu, Emanuela!”
A 00H 05M 04S NON CONVERSANO
Maria Concetta: “Io un poco mi spavento. Io un poco mi spavento” “Io nu pocu mi
spagnu. Io nu pocu mi spagnu”
Emanuela: “Tu ti spaventi di tuo fratello” “Tu ti spagni i fraita”
Maria Concetta: “Mi spavento a ritornare, perché io penso «le cose sono delicate, le cose
sono assai eeee…»” “Mi spagnu u tornu arretu, pecchì fazzu io «i cosi su delicati, i cosi
su assai eeee…»”
Emanuela: “Può darsi… Può darsi pure chee, Cetta, che tuo padre ha capito tante cose. Che
tuo padre ha capito per davvero tante cose, tanti sbagli che tu non hai fatto veramente,
ah! Che tuo fratello era proprio agguerrito lui, che era per davvero malato
mentale. Scusa che ti dico in questo modo, ah! Che tuo padre sta soffrendo per
te… Stai tranquilla che a te, secondo me, tuo padre non ti fa… non ti fanno
avvicinare neanche con un dito da tuo fratello” “Può darsi… Può darsi puru chiii,
Cetta, ca paita capisciu tanti cosi. Che paita capisciu pe davvero tanti cosi, tanti sbagghi
che tu pe davvero ne facisti, ah! Che fraita era proprio incanito iddu, chi gghiera pe
davveru malatu mentali. Scusa ca ti dicu i stamanera, ah! Che paita staci soffrendo pe
154
tia… Stai tranquilla ca a tia, secundu mia, paita no ti faci… no ti fannu mancu
avvicinari cu nu ditu a tia fraita”
Maria Concetta: “Ma io mi vergogno, Emanuela, pure (puru)”
Emanuela: “Di chi ti vergogni?” “I cu ti vergogni?”
Maria Concetta: “Mi ha detto mia mamma «frega…»…” “Mi issi mamma «futti…»…”
Emanuela: “Di chi ti vergogni?” “I cu ti vergogni?”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “Di fregarsene delle persone” “Mi si ndi futti da genti”
Maria Concetta: “Mi ha detto mia mamma «fregatene delle persone»” “Mi issi mamma mia
«futtitindi da genti»”
Emanuela: “Di chi ti vergogni? Che cazzo hai fatto per vergognarti? Ah?!…” “I cu ti
vergogni? Che cazzo hai fatto pe mu ti vergogni? Ah?!…”
Maria Concetta: “E va boh”
Emanuela: “…Cosa hai fatto?” “…Chi facisti?”
Maria Concetta: “Eh, ma sono qua…” “Eh ma su cà…”
Emanuela: “Te ne sei andata con qualcuno?” “Ti ndi isti cu ncunu?”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “Passamela, passamela” “Ammilla, ammilla”
Maria Concetta: “E ma sono qua, Emanuela! E’ peggio ancora, ti rendi conto?” “E ma su cà,
Emanuela! E’ peggio ancora, ti rendi cuntu?”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “Passamela un attimo” “Amilla n’attimo”
Emanuela: “Sì. Cioè… Ma cosa hai fatto?! Ma che cazzo hai fatto tu per vergognarti?! Non
hai fatto niente. Anzi gli devi far capire che tu non te ne sei andata con nessuno” “Sì.
Cioè… Ma chi facisti?! Ma che cazzo hai fatto tu u ti vergogni?! No facisti nenti. Anzi
nc’ha fari capisciri, finta, ca tu no ti ndisti cu nessuno”
Maria Concetta: “No, ma loro lo sanno, loro lo sanno” “No, ma iddi u sannu, iddi sannu”
Emanuela: “Cioè, a te ti hanno sballato! A te ti hanno sballato… il cervello ti hanno sballato
bella mia! Dove tuo fratello, dove chi per tuo fratello a te ti hanno sballato la testa!”
“Cioè, a tia ti sballaruo! A tia ti hanno sballato… u ciriveddu ti sballaru bella mia!
Aundi fraita, aundi cu pe fraita ti sballaru a tia a testa!”
Maria Concetta: “Eh. E cosa so. Io un poco mi spavento, Emanuela, ti giuro” “Eh. E chi
sacciu. Io nu poco mi spagnu, Emanuela, ti giuro”
155
In sottofondo si sente:
Lisetta: “…(incomprensibile)… passamela un attimo”
“…(incomprensibile)… ammilla
n’attimo”
Maria Concetta: “Passamela…” “Ammilla…”
Emanuela: “Questo qua…” “Chistu cà…”
Maria Concetta: “…passamela…” “…ammilla…”
Emanuela: “…guarda il cuo…” “…guarda u co…”
Maria Concetta: “…passamela” “…ammilla”
Emanuela: “Eh. Bella mia, questo qua lo deve sapere il tuo cuore. Comunque, vedi che tua
mamma è disposta a tutto e sono tutti per te…” “Eh. U cori toi chistu cà, bella mia,
l’avi sapiri. Comunque, vidi ca mammata è disposta a tutto e su tutti pe tia…”
Maria Concetta: “Eh, l’ho sentita” “Eh, a ntisi”
Emanuela: “…pure a rimetterci la vita lei” “…puru u mi nci mpizza idda a vita”
Maria Concetta: “La sento, la sento…” “A sento, a sento…”
Emanuela: “Lo vedi!” “U vi’!”
Maria Concetta: “…ogni tanto gli telefono. Lei che sem…” “…ogni tanto a chiamu. Idda
chi sem…”
Emanuela: “Lo vedi!” “U vidi!”
Maria Concetta: “Lei piange. Gli dico «mamma, non parlare con nessuno…»…” “Idda
ciangi. Nci fazzu «ma’ no parrari cu nuddu…»…”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “No n’attimo. N’attimo”
Maria Concetta: “Oh, non ti dire che ti ho chiamata, ah!”
Emanuela: “No, no, statti tranquilla cento per cento”
Si rivolge a Lisetta:
Emanuela: “Aspetta” “Spetta”
Maria Concetta: “Mai, mai, mai, mai”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Non fare nomi” “No fari nomi”
Lisetta: “Cetta!” “Ce’!”
Maria Concetta: “Ah bella mia”
Lisetta: “Bella mia…”
Maria Concetta: “Lisetta!”
Lisetta: “…ritorna se il tuo cuore dice di ritornare, che noi qua ti sosteniamo. Te ne vieni con
noi con la macchina in giro per il paese. Stai tranquilla che non sei sola” “…ricogghiti
156
se u cori toi dici u ti ricogghi, ca cà nui ti affiancamu. Ti ndi veni cu nui ca machina
paisi paisi. Stai tranquilla ca no si sula”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Noo, l’impicco” “Noo, i ‘cchiaccu”
Lisetta: “Che io…” “Ca io…”
Maria Concetta: “[ride]”
Lisetta: “…sai come ragioniamo noi, no?! Perché non hai fatto niente di male. Lo sai?! Sai che
tutti i giorni speravo in questa telefonata e non la ricevevo mai” “…sai comu a
ragiunamu nui, no?! Pecchì no facisti nenti i mali. U sai?! Sai ca tutti i iorna speravu sta
telefonata e na ricevia mai”
Maria Concetta: “[ride]”
Lisetta: “Fiato mio. A te, ritorna. Minchia come mi hai fatto contenta! Vedi che ho chiamato
a Emanuela, si sono spaventati [ride]” “Sciatu meu. A tia, ricogghiti. Minchia chi preju
chi nd’eppi! Vi’ ca chiamai a Emanuela, si scantaru [ride]”
Maria Concetta: “Come stai?” “Comu ti senti?”
Lisetta: “Vedi il cuo… quello che ti dice il cuore fai” “Vidi u co… chiddu chi dici u cori toi
fai”
Maria Concetta: “Io…”
Lisetta: “Noi ti sosteniamo. Io con te…” “Nui t’affiancamu. Io cu tia…”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “E tuo padre pure” “E paita puru”
Lisetta: “…vieni a casa mia, ti prendi il caffè, usciamo nel paese” “…veni a casa mia, ti pigghi
u cafè, nescimu nto paisi”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “…(incomprensibile)…”
Lisetta: “Lo sai che io delle persone me ne sbatto le palle” “A mia da genti u sai ca mi ndi
sbattu i palli”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Come me le sbatto io le palle” “Comu mi sbattu i palli io”
Maria Concetta: “Eh, però mi vergogno”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Specialmente di tuo fratello” “Specialmente i fraita”
Maria Concetta: “Mi credi?” “Mi cridi?”
157
Lisetta: “Non devi vergognarti. Ti sosteniamo noi, te ne vieni con noi in paese, figlia, con la
macchina con noi” “No nd’hai u ti vergogni. T’affiancamu nui, ti ndi veni cu nui nto
paisi, figghia, cu nui ca machina”
Maria Concetta: “Eh. Sì, con mamma mia…”
Lisetta: “Tranquilla che…”
Maria Concetta: “Lo sai cosa mi ha detto mio padre?” “U sai chi mi issi patrima?”
Lisetta: “Mh?!”
Maria Concetta: “La stessa cosa, ritorniamo sempre alle stesse cose. «Tu tanto non è
che devi uscire da casa, esci solo con tua mamma», «e un’altra volta ritorniamo
alle stesse cose» gli ho detto io” “A stessa cosa, tornamu sempri o punto d’accapo.
«Tu tanto non è ca a nesciri d’intra, nesci sulu cu mammata», «e n’atra vota tornamu a
coppi» nci issi eu”
Lisetta: “Lo vedi. Però, guarda, tua mamma… tua mamma lo sa?, si!” “U vidi. Però, guarda,
mamma toi… mamma toi u sapi?, sì!”
Maria Concetta: “Ah? Sì, sì, gli ho telefonato” “Ah? Sì, sì, a chiamai”
Lisetta: “Ma tu l’hai vista?, no!” “Ma a vidisti tu?, no!”
Maria Concetta: “Ah?”
Lisetta: “L’ha vista a tua mamma?, no!” “A vidisti a mammata?, no!”
Maria Concetta: “Se l’ho vista?” “Se a vitti?”
Lisetta: “Eh! No!”
Maria Concetta: “Lei non mi ha visto però io l’ho vista” “Idda no mi vitti però io a vitti”
Lisetta: “Ah. A te, vedi di incontrarci noi, che io vengo, sai?! Che io a te ti voglio troppo
bene, me ne fotto di quello che dicono le persone [ride] Lo sai” “Ah. A tia, vidi mi ndi
cuntramu nui, ca ieu vegnu, sai?! Ca io a tia ti vogghiu troppu beni, mi ndi futtu chi
dinnu a genti [ride] U sai”
Maria Concetta: “Bella mia, bella”
Lisetta: “A te, vedi che ti saluta tanto Lina, Lina, la vedo sempre che prega per te, bella mia”
“A tia, vi’ ca ti saluta assai Lina, Lina, a viu sempre chi prega puru idda pe tia, bella
mia”
Maria Concetta: “E Lina… Lina cosa ha detto? Cosa ha detto?” “E Lina… Lina chi dissi?
Chi dissi?”
Lisetta: “Lina è dispiaciuta, assai, assai, assai. Pure lei dice «vorrei abbracciarla, vorrei
vederla», tutti i giorni mi dice «novità? Novità?», gli dico «no Lina», «novità?», «no
Lina», «se hai novità dimmelo», «no Lina, io non ne ho novità»” “Lina è dispiaciuta,
assai, assai, assai. Puru idda faci «volaria m’abbraccio, volarria ma vidu», tutti i iorna mi
158
faci «novità? Novità?», nci fazzu ieu «no Lina», «novità?», «no Lina», «se nd’hai novità
dimmillu», «no Lina, io no nd’haiu novità»”
Maria Concetta: “No, no, non…”
Lisetta: “Sempre. No, no, novità non ne ho per nessuno, lo sai. Però guarda, decidi quello
che vuoi fare per il tuo bene, ma se decidi di venire a casa tua…” “Sempri. No, no,
novità no nd’haiu pe nuddu, u sai. Però guarda, decidi chiddu chi voi u fai po beni toi,
ma se decidi u ti ndi veni a casicedda toi…”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “…(incomprensibile)…”
Lisetta: “…noi… noi ti sosteniamo, guarda” “…nui… nui t’affiancamu, guarda”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Io sì”
Lisetta: “Vengo subito a trovarti e ti sosteniamo, e camminiamo insieme” “Vegnu subito u ti
trovu e t’affiancamu, e caminamu insieme”
Maria Concetta: “Rosetta, un poco…” “Rosetta, nu pocu…”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Minchia, che ce ne sono …(incomprensibile)…” “Minchia, ca nd’avi
…(incomprensibile)…”
Maria Concetta: “Lisetta, un poco mi spavento” “Lisetta, nu poco mi spagnu”
Lisetta: “Un poco. Devi essere sicura tu di quello che fai” “Nu pocu. Nd’hai u si sicura tu i
chiddu chi fai”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Gliel’ho detto pure io” “Nciu dissi puru io”
Maria Concetta: “Io ho parlato con mia mamma… Mia mamma mi dice «vieni, fottitene di
tutti, non sentire a nessuno», però io ho paura, Cetta. Ho paura! Ho troppa paura” “Io
parrai ca a mamma… mamma mia mi faci «venitindi, futtitindi i tutti, no sentiri a
nuddu», però io mi spagnu, Cetta. Mi spagnu! Mi spagnu troppu”
Lisetta: “Lo so che ti spaventi…” “U sacciu ca ti spagni…”
Maria Concetta: “Mi spavento perché pri…” “Mi spagnu pecchì pri…”
Lisetta: “…di tuo fratello” “…i fraita”
Maria Concetta: “…prima era una cosa, e adesso ancora è peggio” “…prima era na
cosa, e mò ancora è peggiu”
Lisetta: “No, ma è probabile che con questa cosa invece ti sostengono tutti, lo sai?!
Per non fare di nuovo qualche… qualche pazzia” “No, ma è capaci cu sta cosa
invece u ti affiancano tutti, u sai?! No mu fai n’atra vota ncuna… ncuna pazzia”
159
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Poi lui paga” “Poi iddu paga”
Lisetta: “Ecco. E infatti, guarda, stai tranquilla che sulla sedia poi mette a lui” “Ecco. E
infatti, gua’, stai tranquilla ca a seggia a iddu poi menti”
In sottofondo si sente:
Emanuela: “Loro pagano” “Iddi paganu”
Lisetta: “…(incomprensibile)…”
Maria Concetta: “Cosa sta dicendo questa pazza?, cosa dice?” “Chi sta dicendu sta paccia?,
chi dici?”
Lisetta: “Cosa dice? Come vanno le cose. Allora bella mia, ti passo a Emanuela” “Chi dici?
Comu vannu i cosi. Allura bella mia, ti passo a Emanuela”
Maria Concetta: “Va bene, ciao” “Va bonu, ciao”
Lisetta: “Ti raccomando telefonami di nuovo, okay?” “Ti raccomando telefonammi n’atra
voticeda, okay?”
Maria Concetta: “Sì, ti telefono. Quando c’è qualcosa ti telefono, va boh?” “Sì, ti chiamo.
Quand’è ncuna cosa ti chiamu, va boh?”
Lisetta: “Eh, mi telefoni, e in più se in caso qualcosa vedi che io vengo ad incontrarti per
vederti” “Eh, mi chiami, e più se in caso ncuna cosa vidi ca ieu vegnu all’incontro u ti
viu”
Maria Concetta: “Eh, va boh”
Lisetta: “Io me ne fotto di tutti. Okay? Ciao” “Io mi ndi futtu i tutti. Okay? Ciao”
Maria Concetta: “Va bene. Ciao bella mia, ciao” “Va bonu. Ciao bella mia, ciao”
Lisetta: “Ciao bella mia, ciao”
Maria Concetta: “Ciao bella mia”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “Sto venendo” “Staiu venendo”
Emanuela: “Oh bella mia”
Maria Concetta: “Oh! [ride]”
Emanuela: “Senti un poco. Tu devi sapere. Ma secondo me, guarda, no… secondo il
mio parere non ti fa niente perché… poi sa a cosa va incontro lui, hai capito?”
“Senti nu pocu. Tu nd’hai u sai. Ma secundu mia, guarda, no… secondo il mio parere
no ti faci nenti pecchì… poi sapi a chiddu chi vaci all’incontro poi iddu, capiscisti?”
Maria Concetta: “Per mio padre, no?!, dici tu?” “Pe patrima, no?!, dici tu?”
Emanuela: “Eh, eh, eh. E poi sa, magari, se ti succede qualcosa chi paga?” “Eh, eh, eh.
E poi sapi, magari, se ti succede ncuna cosa cu paga?”
160
Maria Concetta: “Eh, eh. Sì”
Emanuela: “Eh, eh, eh. Hai capito?” “Eh, eh, eh. Capiscisti?”
Maria Concetta: “Sì, questo sì. Però…” “Sì, chistu sì. Però…”
Emanuela: “Eh!”
Maria Concetta: “…mi spavento troppo. Io adesso in questa settimana vedo se mi posso
liberare” “…mi spagnu troppu. Io mo’ nta settimana viu se mi pozzu liberari”
Emanuela: “La tua cosa sai cos’è? La cosa tua sai chi è di più? La vergogna. Ma non devi
vergognarti. Vedi che ci sono state cose peggiori. Peggiori! In famiglie, Cetta,
che non ce l’aspettavamo, eppure! Piano piano passa tutto. Stai tranquilla che
vicino di me ci sono io, vicino a te ci sono io. Lo sai, no?!” “A cosa toi sai chi gghiè? A
cosa toi chi gghiè cchiù sai? A vergogna. Ma no hai u ti vergogni. Vidi ca nci furunu
cosi peggiu. Peggiu! Nta famigghi, Cetta, che mancu nd’aspettaumu, eppure! Chianu
chianu passa tutto. Statti tranquilla ca vicinu a mia ci sugnu io, vicinu i tia nci sugnu io.
U sai, no?!”
Maria Concetta: “Mamma mia mi dice… Io gli ho tele… gli ho telefonato e gli ho parlato di
te, gli ho detto…” “Mamma mia mi faci… Io no nci chia… a chiamai e nci parrai i tia,
nci issi…”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “…«Emanuela? Emanuela cosa dice?», mi ha detto mio padre «eh, quella
ragazza si metteva la testa sul coso per te»” “…«Emanuela? Emanuela chi dici?»,
«eh…» dici «…nda fighiola…» mi issi patrima «…nci zippava a testa supru u cosu pe
tia»”
Emanuela: “Ed è vero, gli ho detto che mi metto la testa sul ceppo per te… sopra un ceppo
per te. Dice la verità. Gliel’ho detto io” “Ed è vero, nci issi ca mi ’zziccu a testa supra u
cozzu pe ti… supra nu cippu pe tia io. Dici a verità. Nciu dissi io”
Maria Concetta: “Ha detto…” “Issi…”
Emanuela: “«Tutta la colpa è stata di vostro figlio» gli ho detto io (nci issi io)”
Maria Concetta: “Gliel’hai detto?” “Nciu dicisti?”
Emanuela: “Gliel’ho detto io!” “Nciu dissi io!”
Maria Concetta: “E cosa ha detto?” “E chi dissi?”
Emanuela: “«Tutti questi problemi sono accaduti per vostro figlio che è malato
mentale»” “«Tutti sti problemi eppinu veniri pe figghiata che è malato mentali»”
Maria Concetta: “E lei che…” “E idda chi…”
Emanuela: “Gliel’ho detto in faccia…” “Nciu dissi nta facci…”
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Maria Concetta: “E lei cosa ha detto? E lei cosa ha detto?” “E idda chi dissi? E idda chi
dissi?”
Emanuela: “…all’epoca. All’epoca non mi ha risposto tuo padre, non mi ha risposto. Gli ho
detto «viene a chiamare a me per dirmi come e quando?! Di andare a trovarseli l’indizi
se ce li ha!»” “…tandu. Tandu no mi rispundiu paita, guarda, no mi ha risposto. «A
mia…» ci issi «…veni u mi chiama pe mi dici come quando?! U vaci pe mi nci
trova…» nci issi io «…l’indizi…» nci issi «…se l’avi!»”
Maria Concetta: “Eh. E cosa hanno detto? Non hanno detto niente?” “Eh. E chi disseru?
No disseru nenti?”
Emanuela: “Gli ho detto «che l’hanno distrutta! L’hanno portata in condizioni di andare… di
andare ad ammazzarsi da qualche parte», come lo dico a te. «Ma chi ha torto deve
pagare, ma no una volta, cento volte», la verità” “Nci issi io «che l’hanno distrutta!» nci
issi io «A portaru a condizioni mu vaci mi si… u vaci u s’ammazza a ncuna vanda» nci
issi io, comu dicu a tia. «Ma cu avi tortu mu paga…» nci issi io «…ma no na vota,
cento voti», a verità”
Maria Concetta: “Eh. E mio padre cosa ha detto?” “Eh. E patrima chi dissi?”
Emanuela: “Non mi ha risposto, Cetta. Non mi ha risposto” “No mi rispundiu, Cetta. Non
mi ha risposto”
Maria Concetta: “Madonna”
Emanuela: “Gli ho detto io… E poi gli ho detto «mettetevi in testa, chi cazzo si
avvicina a voi altri?!»” “Nci issi io… E poi nci issi «mentitivi nta testa, cu cazza
s’avvicinava…» nci issi io «…a vui atri?!»”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “Vedi che gli ho detto come sto dicendo a te” “Comu ti dicu a tia vidi ca nciu
dissi, sai?!”
Maria Concetta: “Eh. E non ha risposto?!” “Eh. E no rispundiu?!”
Emanuela: “Gli ho detto «chi cazzo si avvicina a voi altri?! Ah?! Sapendo di chi è figlia
e di chi non è figlia, chi si permetteva mai?!»” “«Chi cazzu s’avvicinava…» nci issi
«…a voi altri?! Ah?!» nci issi io «Sapendo i cu è figghia e i cu non è figghia cu si
permettiva mai?!» nci issi io”
Maria Concetta: “E cosa ha detto?” “E chi dissi?”
Emanuela: “«Sapete cosa vi dico?» gli ho detto… Poi gli ho detto a tua mamma «e tu
difenditi a figlia in tutti i modi, a costo di prendere a tutti qua dentro a coltellate, a
colpi di ascia, ammazza a tutti, ma difenditi la figlia». Come dico a te” “«Sapiti chi vi
dico?» nci issi io… Poi nci issi io a mammata «e tu…» nci issi io «…difenditi a figghia
162
cu mani e cu pedi, a costo u cchiappa a tutti…» nci issi io «…i cà intra a cuterati…» nci
issi io «…a faccettati, ammazza a tutti, ma difenditi…» nci issi io «…a figghia» a
mammata. Comu dicu a tia”
Maria Concetta: “E’ vero”
Emanuela: “Vedi che ci sono certi cugini tuoi che prima mi salutavano, vedi che
adesso a me non mi salutano più nessuno, lo sai?!” “Vidi ca nd’avi certi cugini toi
ca prima mi salutavano, vidi ca mo’ a mia no mi salutanu cchiù nuju, u sai?!”
Maria Concetta: “Non ti salutano?”
Emanuela: “Noo. E una tua zia… Che poi un giorno te lo racconto. Una tua zia quando
mi vede mi guarda male. Che dice… Perché hanno detto che la prossima che
deve pagare devo essere io” “Noo. E na zia di toi… Chi poi nu iornu tu cuntu. Chi
na zia di toi quandu vidi a mia mi guarda cu l’occhi storti. Ca dici… Pecchì disseru ca a
prossima a d’esseri io chidda ca avi a pagari”
Maria Concetta: “Ah”
Emanuela: “Dice che io ero a conoscenza di tutte cose, vedi!…”
“Ici ca io era
consapevoli a tutti cosi, i vi’!…”
Maria Concetta: “E va boh lascia stare” “E va boh lassa stari”
Emanuela: “…Quando io non sapevo niente di te” “…Quandu io no sapiva nenti i tia”
Maria Concetta: “Mia mamma sembra che non lo sa. Mia mamma lo sa” “Mamma mia pari
ca no sapi. Mamma mia u sapi”
Emanuela: “Quando io non sapevo niente di te, né che te ne sei andata, né che non te ne sei
andata, né dove sei, niente! Hai capito?!” “Quando io no sapiva nenti i tia, no ca ti
indisti, no ca no ti indisti, no aundi si, niente! Hai capito?!”
Maria Concetta: “Emanuela, lo sai perché mi spavento un poco?” “Emanuela, u sai pecchì
mi spagnu nu pocu?”
Emanuela: “Guarda, mi devo prendere una rivincita con le mie mani…” “Guarda, m’haiu a
pigghiari na rivincita nte mani mei…”
Maria Concetta: “Emanuela, lo sai perché mi spavento?…” “Emanuela, u sai pecchì mi
spagnu?…”
Emanuela: “…che tu neanche immagini” “…che tu mancu t’ammaggini”
Maria Concetta: “Sai perché mi spavento un poco?…” “Sai pecchi mi spagnu nu pocu?…”
Emanuela: “Mh?!”
Maria Concetta: “…la verità. Perché penso io «se ritorno…»…” “…a verità. Pecchì fazzu io
«se tornu…»…”
Emanuela: “Mh?!”
163
Maria Concetta: “…«…loro lo sanno perché devo torna…»… Loro lo fanno apposta
per farmi tornare, hai capito?, un poco”
“…«…iddi u sannu pecchì haiu e
torna…»… Iddi a fannu apposta u tornu, capiscisti?, nu pocu”
Emanuela: “Mh”
Maria Concetta: “Perché dicono «almeno tu mi togli queste cose che ci sono»,
capito?” “Pecchì dici «almeno tu mi cacci sti cosi chi c’eninu», capito?”
Emanuela: “Mh!”
Maria Concetta: “Eh. Dici, tu torna”
Emanuela: “Mh!”
Maria Concetta: “Questo è quello che mi spaventa, Emanuela. Li sappiamo queste
cose come vanno nelle famiglia nostre, no?! Almeno nella mia famiglia” “Chistu
è chiddu chi mi spagnu io, Emanuela. I sapimu sti cosi comu vannu nte famigghi
nostri, no?! Almeno nta famigghia mia”
Emanuela: “Si Cetta, ma io penso che una volta che è così loro no…” “Sì Cetta, ma io penso
ca na vota che ghiè cosìni iddi no…”
Maria Concetta: “E che so, Emanuela…” “E chi sacciu, Emanuela…”
Emanuela: “…Cioè, penso io…”
Maria Concetta: “…se è una cosa fatta apposta. Che ne so io. Penso io «e se la fanno
apposta». Perché quella sera che… Allora, adesso ti dico la verità. Quel giorno che ho
telefonato a mia mamma…” “…se ghiè na cosa fatta apposta. Chi sacciu io. Fazzu io
«e se ha fannu apposta?». Pecchì chja sira chi… Allura, mo’ ti dicu a verità. Chju iornu
che chiamai a mamma…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…mia mamma mi ha detto «Cetta…»… Emanuela, questa cosa non glielo
dire a nessuno” “…mamma mi issi «Cetta…»… No nciu diri a nuddu, Emanuela, sta
cosa”
Emanuela: “Noo, puoi stare tranquilla” “Noo, poi stari tranquilla”
Maria Concetta: “Mia mamma mi ha detto «Cetta, ma tu hai tabulati con un uomo»”
“«Cetta…» m issi «…ma tu nd’hai tabulati cu nu cristianu» mi issi mamma mia”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “Eh. Gli ho detto… E poi ho preso in quel momento gli ho detto la verità a
mia mamma…” “Eh. Nci issi io… E poi pigghiai nta sta cosa ci issi a verità a mamma
mia…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…non sono riuscita a dirgli di no” “…no m’affidia u nci dicu ca no”
164
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “Quando mi ha detto in quel modo, mi ha detto «vedi che loro sanno
tutto»” “Quandu mi issi i jà manera, mi issi «vi’ ca iddi sannu tuttu» mi issi”
Emanuela: “Mh!”
Maria Concetta: “Quando una mam… Quando ti dicono «vedi che loro sanno tutto» tu cosa
fai?” “Quandu na mam… Quandu ti dinnu «vi’ ca iddi sannu tutto» tu chi fai?”
Emanuela: “Certo”
Maria Concetta: “Ho preso e mi sono ritirata. Gli ho detto «allora mamma, non
vengo». Poi scendono lì sotto, arrivano lì e gli dicono che è tutto a posto, mi
dice che è tutto a posto, di tornarmene che non succede niente. Tu ti spaventi
un poco?, dici la verità” “Pigghiai e m’arritirai. Nci issi «allura ma’…» nci issi io
«…no vegnu». Poi calanu ndoca sutta, arrivanu ndocu e ci dinnu ca è tutto a posto, mi
dici ca è tutto a posto u mi ndi tornu ca no succedi nenti. Ti spagni tu nu pocu?, ici a
verità”
Emanuela: “Sì. Sì. Questo lo deve sapere il tuo cuore, bella mia. Tu devi sapere” “Sì. Sì.
Chistu u cori toi l’avi sapiri bella mia. Tu nd’hai u sai”
Maria Concetta: “Eh. Dentro di me un poco mi spavento, pure che lui dice «sì, vieni»,
perché per lei sono figlia, lo so…” “Eh. Intra i mia nu pocu mi spagnu, puru ca
iddu dici «sì, venitindi», pecchì pe idda su figghia, u sacciu…”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “…però gli uomini…” “…Però l’omani…”
Emanuela: “Eheheh”
Maria Concetta: “…lo so come sono fatti” “…u sacciu comu su fatti”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “Specialmente gli uomini là da me, no?!” “Specialmente l’omani ndà ndi
mia, no?!”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “Dice «ritorna, ritorna eee…»…” “Dici «ti ndi cali, ti ndi cali eee…»…”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “…dice «così ritratti tutte cose, quello che hai detto e quello che non
hai detto», capito?” “…dici «così cacci tutti cosi, chiddu chi dicisti e chiddu che no
dicisti», capito?”
Emanuela: “Ah, tu per discolparli da tutte le cose a loro” “Ah, tu mi scurpi i tutti i cosi a
iddi”
165
Maria Concetta: “Dice «tu te la vedi con l’avvocato», dice «mettiamo l’avvocato, ti togli tutte
queste cose», già quando scendo e tutto” “Dici «tu t’ha vidi cu l’avvocato», dici
«mentimu l’avvocato, ti cacci tutti sti cosi», già quandu calu e tutto”
Emanuela: “E tu dici: la garanzia mia, della mia vita dov’è?” “E tu dici: la garanzia mia,
della vita mia aund’è?”
Maria Concetta: “E la vita mia poi dov’è? Io lo so, Emanuela! Io pure che tu… loro mi
dicono così. Mia mamma quel giorno mi ha detto «oh figlia, vedi che hanno tutti
i tabulati. Vedi che hanno il tabulato che tu parlavi con un uomo», gli ho detto
io… Ho preso a mia mamma, per dire la verità, in quel momento gli ho detto la verità”
“E a vita mia poi aund’è? Io u sacciu, Emanuela! Io puru ca tu… Iddi mi dinnu così.
Mamma mia chiddu iornu mi dissi «oh figghia…» mi issi «…vidi ca nd’hannu tutti i
tabulati. Vi’ ca nd’hannu a tabulata ca tu parravi cu nu cristianu», nci issi io… Pigghia a
mamma mia, pe diri a verità a ndu momento pigghiu e nci dissi a verità”
Emanuela: “Mh?!”
Maria Concetta: “Gli ho detto io… Gli ho raccontato le cose come sono, no?!…” “Nci issi
io… Nciu cuntai i cosi comu stannu, no?!…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…Quando gli ho detto in quel modo si è messa a piangere, mi ha detto
«figlia, tu devi sapere. Io ti aiuto, ti aiuto in tutti i modi»” “…Quandu nci issi i jà
manera nci misi u cinangi, mi issi «figghia tu ha sapiri» mi issi «io t’aiuto, t’aiuto i tutti i
maneri» mi issi”
Emanuela: “Mhmh”
Maria Concetta: “Mi ha detto «anche se tu ritorni io ti aiuto pure in un altro modo, però
vienite…»… Però io nella mia mente ho detto «allora fate tutto questo così io riesco a
togliere tutto»” “Mi issi «puru ca tu ti ndi veni io ti aiuto puru i n’atra manera» mi issi
«però…» mi issi «venitin…»… Però io nta menti mi issi «allura chista cà a fati pe mi io
riesciu u cacciu tutto»”
Emanuela: “Mh. Mh, mh. Tu ti devi regolare, bella mia” “Mh. Mh, mh. Tu t’ha regolari bella
mia”
Maria Concetta: “Eh, io…”
Emanuela: “Tu ti devi regolare” “Tu t’ha regolari”
Maria Concetta: “No, e in queste cose, Emanuela, non ci riesci, perché ti senti confusa, mi
sento ti… tipo imbarazzata. Non so neanche come devo fare, credimi. Non so proprio
come devo fare” “No, e nta sti cosi, Emanuela, no t’ha fidi, pecchì ti senti confusa, mi
166
sento ti… tipo imbarazzata. No sacciu mancu comu haiu e fari, cridimi. No sacciu
proprio comu haiu e fari”
Emanuela: “Non so neanche io. Ma tu l’avvocato ce l’hai? Un avvocato buono ce l’hai?…”
“No sacciu mancu io. Ma tu l’avvocato l’hai? N’avvocato bonu l’hai?…”
Maria Concetta: “No, non po…”
Emanuela: “…Hai parlato con qualche avvo…” “…Parlasti cu ncunu avvo…”
Maria Concetta: “No, non ne posso…” “No ndi pozzu…”
Emanuela: “Non hai niente” “No nd’hai nenti”
Maria Concetta: “Però l’avvocato che ho messo è que… che voglio mettere è quello…”
“Però l’avvocato che misi è chi… chi vogghiu u mentu è chiddu…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…che mi ha detto mia mamma, ed è questo di lì” “…che mi issi mamma
mia, e gghiè chistu i ndocu”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “Se metto questo di lì già…” “Mettendo chistu i ndocu già…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…si sa le cose come vanno, no?!” “…si sa i cosi comu vannu, no?!”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “Io non so Emanuela. Io non ho idea. Io… Io vorrei tornare a casa
per i miei figli, perché i figli non me li mandano. Non vedi che non me li hanno
mandati” “Io no sacciu Emanuela. Io no nd’haiu idea. Io… Io volaria u tornu a casa
mia pe i figghi mei, pecchì i figghi no mi mandanu. No vi’ ca no mi mandaru”
Emanuela: “Ah, non te li hanno mandati?! Ma li hai richiesti i figli??!” “Ah, no ti mandaru?!
Ma i mandasti cercandu i figghi?!”
Maria Concetta: “No, i miei non me li hanno mandati i figli. Non me li mandano,
perché loro hanno capito che se mi mandano i figli…” “No, no mi mandaru, i
mei, i figghi. No mi mandanu, pecchì iddi capisciru ca se mi mandanu i figghi…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…è finita, no?! Non ritorno più” “…è finuta, no?! No tornu cchiù”
Emanuela: “Aahh non ti… quindi tu ai figli li hai mandati a chiamare e non te li hanno
mandati?!” “Aahh no ti… quindi tu i mandasti chiamando e figghi e no ti mandaru?!”
Maria Concetta: “No, no, non me li hanno mandati. Io li ho richiesti e non me li
hanno dati i figli, hai capito?” “No, no, no mi mandaru. Io i mandai cercandu e no
mi dezzeru i figghi, capiscisti?”
Emanuela: “Mizzica!”
167
Maria Concetta: “Per questo io un poco mi faccio, penso «qua mi sembra che tempo
passa ma questi mi… o in un modo…»… Quello se ne fotte che non si parla
più con mamma e padre” “Apposta io nu pocu mi fazzu, fazzu io «cà mi pari a mia
ca tempu nci passa ma chisti mi… o i na manera…»… Chiddu si ndi futti ca no nci
parra cchiù cu mamma e patrima»”
Emanuela: “Mh, mh”
Maria Concetta: “Capito?”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “Eh. Dice «me ne fotto che non mi parli, almeno io non passo che ho
la sorella così»” “Eh. Dici «mi ndi futtu ca no mi parri, almeno io no passo ca
nd’haiu a soru così»”
Emanuela: “Come può darsi pure di no, Ce… che magri dice «adesso che è così, la pago io.
Considera che gliela pago io», hai capito? Che so, è una situazione troppo brutta,
troppo delicata” “Comu può darsi puru ca no, Ce… che magari dici «mo’ che gghiè
così…» ici «…a pagu ieu cosi, considera ca ncia pagu io», capiscisti? Chi sacciu, è na
situazioni troppu brutta, troppu delicata”
Maria Concetta: “Emanuela…”
Emanuela: “Non so…” “No sacciu…”
Maria Concetta: “…mamma mia…”
Emanuela: “…cosa risponderti” “…chi mi ti rispundu”
Maria Concetta: “…mia mamma, poveretta… mia mamma, poveretta, li fa facili”
“…mamma mia, povereda… mamma mia poveredda i faci facili”
Emanuela: “E’ distrutta”
Maria Concetta: “Eh!”
Emanuela: “Mamma tua è distrutta”
Maria Concetta: “E’ distrutta ma adesso da quant’è che mi sente li fa facili, «telefonami,
telefonami, non ti fare». Però mi fa… Emanuela, io mi sento… Tu lo sai, io mi
spavento, Emanuela! Io mi spavento” “E’ distrutta ma mo’ i faci facili i quant’avi
che mi senti, «chiamami, chiamami, no ti fari». Però mi fa… Emanuela, io mi sento…
Tu u sai, io mi spagnu, Emanuela! Io mi spagnu”
Emanuela: “Eh, eh! Mi metto nei tuoi panni. Se ero io ero la stessa” “Eh, eh! Mi mentu nte
panni toi. Se gghieru ieu eru a stessa”
Maria Concetta: “Eh. Non mi metto… Eh. Io penso «sì, io so già quello che…». Va boh,
dici, c’è mio padre, però che so loro come sono fatti? Io li so come sono fatti” “Eh.
168
Non mi mentu… Eh. Io fazzu «sì, io sacciu già chiddu chi…». Va boh, dici, c’è
patrima, però chi sacciu iddi comu su fatti? Io i sacciu comu su fatti”
Emanuela: “Tu dici, magari, oggi è con me e poi che so come gli gira la bandiera” “Tu
dici, magari, oggi è cu mia e poi chi sacciu come nci gira bandera”
Maria Concetta: “Eh. Come si dice? La famiglia non perd… di queste cose non
perdonano” “Eh. Comu si dici? A famigghia no perd… i sti cosi no perdunanu”
DA 00H 16M 20S A 00H 16M 22S NON CONVERSANO
Emanuela: “E cosa so io” “E chi sacciu ieu”
Maria Concetta: “Già l’onore non lo perdonano, questa cosa poi gli è caduta più del
fuoco e del… e della fiamma” “Già l’onore no perdunanu, sta cosa poi nci catti
cchiù du focu e du… e da fiamma”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “Capito?”
Emanuela: “Minchia! Bella mia, e tu ti devi regolare. Tu ti devi regolare… Io non ti dico né
stai né ritorna. Tu li conosci meglio di me, tu sai a quello che vai incontro, e tu sai tutte
cose” “Minchia! E tu, bella mia, t’ha regulari. Tu t’ha regulari… Io no ti dicu no statti e
no venitindi. Tu i canusci megghiu i mia, tu sai a chiddu chi vai all’incontro, e tu sai
tutti cosi”
Maria Concetta: “Come mi dicono tutti, mi dicono «vedi che tu sai a quello che vai
incontro»” “Come mi dinnu tutti, mi fannu «vi’ ca tu sai a chiddu chi vai incontro»”
DA 00H 16M 47S A 00H 16M 48S NON CONVERSANO
Maria Concetta: “Io so veramente a quello che vado incontro, e un poco mi spavento a
ritornare. Mia mamma mi dice «stai tranquilla che non ti tocca nessuno, non ti
tocca nessuno», tu da mamma!, tu da padre!” “Io sacciu veramenti a chiddu chi
vaiu incontro, e nu pocu mi spagnu u tornu eu. Mamma mia faci «stai tranquilla ca no
ti tocca nuddu, no ti tocca nuddu», tu i mamma!, tu i patri!”
A 00H 16M 57S NON CONVERSANO
Maria Concetta: “Capito?”
Emanuela: “Mh, mh”
Maria Concetta: “Però lo so io. Capito cosa voglio dire? Io…” “Però u sacciu eu. Capito chi
vogghiu diri ieu? Io…”
Emanuela: “Eh!”
Maria Concetta: “Io non mi fido”
Emanuela: “Magari tu dici «mia mamma e mio padre vivono una vita»” “Magari tu dici
«mamma e patrima campanu na vita»”
169
Maria Concetta: “Mia mamma e mio padre… Eh! Dici sì, e poi? Tu lo sai, quando… dopo
un paio di mesi che parla quello, poi dopo un poco a mio padre gli sfascia tutto,
come sempre, no?!” “Mamma e patrima… Eh! Dici sì, e poi? Tu u sai, quandu…
dopo na para i misi chi parra chiddu, poi dopu nu pocu a patrima nci sfascia tutto,
comu a sempri, no?!”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “Io… Lui mi ha giurato, mi ha giurato «ti giuro, ti ho giuro che devo
morire io per toccarti a te», però Emanuela!” “Ieu… Iddu mi giurau, mi giurau, «ti
giuro, ti giurai u moru io pe mi ti tocchino a tia», però Emanuela!”
DA 00H 17M 25S A 00H 17M 27S NON CONVERSANO
Emanuela: “E io che so. Non so che dirti, guarda…” “E chi sacciu io. No sacciu chi mi ti
dicu, guarda…”
Maria Concetta: “Sono troppo…” “Su troppu…”
Emanuela: “…So so…” “…Sacciu su…”
Maria Concetta: “…presa di paura” “…pigghiata i paura”
Emanuela: “Guarda, è una situazione troppo brutta” “Guarda, na situazioni troppu brutta è”
Maria Concetta: “Eh. Io non m’affi…”
Emanuela: “Bruttissima”
Maria Concetta: “Io… Io ho tempo un paio di giorni per firmare la carta per ritornarmene a
casa. Però dentro di me, Emanuela, penso «la firmo. Io li chiamo, adesso firmo e me
ne vado», vengono quelli a firmare e poi gli dico di no” “Io… Io nd’haiu tempu na
para i iorna u firmu a carta u mi ndi calu pa casa. Però io intra i mia, Emanuela, fazzu
«a firmu. Io i chiamu, mo’ firmo e mi ndi vaiu», venunu chiddi u firmu e poi nci dicu
ca no”
Emanuela: “Mh, mh”
Maria Concetta: “Non mi sento pronta. Pure che…” “No mi sentu pronta. Puru ca…”
Emanuela: “E ti devi sentire pronta” “E t’ha sentiri pronta”
Maria Concetta: “Anche se sono così, vedi, che mi sen… che sono chiusa dentro, non vado
da nessuna parte perché giustamente non conosco a nessuno, e tante cose. Però,
Emanuela, io… Quelli che mi mancano te l’ho detto, mi mancano i miei figli. Io
mi spavento a ritornare, Emanuela” “Puru ca su così, vi’, ca mi sen… ca su chiusa
intra, no vaiu a nudda vanda pecchì giustamenti no canusciu a nuddu, e tanti cosi.
Però Emanuela io… Chiddi chi mi mancanu tu dissi, mi mancanu i figghi mei. Io mi
spagnu mi tornu arretu, Emanuela”
DA 00H 18M 08S A 00H 18M 09S NON CONVERSANO
170
Maria Concetta: “Io…”
Emanuela: “Lo vedi” “U vi’”
Maria Concetta: “Io mi spavento troppo a ritornare” “Io mi spagnu troppu u tornu arretu”
Emanuela: “E no, perché non è una cosa facile” “E no, pecchì non è na cosa facili”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “Non è una cosa… Sai quello che lasci ma non sai quello che trovi” “Non è na
cosa… Sai chiddu chi dassi ma no chiddu chi trovi”
Maria Concetta: “Quello che trovo, ecco. Già…” “Chiddu chi trovu, ecco. Già…”
Emanuela: “Ee…”
Maria Concetta: “…già metti…” “…già menti…”
Emanuela: “Non è una cosa facile” “Non è na cosa facili”
Maria Concetta: “Pensa che per fare questo passo è stato difficile, no?! Pensa a ritornare
indietro, che so quello che c’è stato e quello che ho passato prima senza fare niente”
“Pensa mu fazzu stu passu fu difficili, no?! Pensa mu tornu arretu, che sacciu chiddu
chi nci fu e chiddu chi passai prima cu nenti”
Emanuela: “Eh, figurati adesso, tu dici” “Eh, figurati cu mo’ tu dici”
Maria Concetta: “Figurati adesso. Io un poco mi spavento, mi spavento… Un poco? Un
poco assai mi spavento” “Figurati mo’. Io nu pocu mi spagnu, mi spagnu… Nu
pocu? Nu pocu assai mi spagnu”
Emanuela: “Eh, eh. Senti un poco, ma i tuoi ne hanno parlato con il grande?, penso” “Eh,
eh. Senti nu pocu, ma i toi ndi parraru cu grandi?, penso”
Maria Concetta: “Con il grande?” “Cu grandi?”
Emanuela: “Non so, hanno parlato qualcosa con il grande?, dico io” “No sacciu, parraru
ncuna cosa cu grandi?, dico io”
Maria Concetta: “Lui sa tutto” “Tutto sapi iddu”
Emanuela: “Aahh, sì?!”
Maria Concetta: “Mia mamma mi ha detto «che è disperato. Se lo vedi è disperato, ti fa pena,
ha la barba lu…»… E’ disperato?! Se n’è andato a casa a mare” “«Ca è disperato…» mi
issi mamma «…se u vidi è disperato, ti faci pena, nd’avi a barba lo…»… E’ disperato?!
Nc’indiù a casa o mari”
Emanuela: “Ah, per questo io non vedo più a Giusy” “Ah, apposta na viu cchiù a Giusy io”
Maria Concetta: “No, si sono presi la casa a mare” “No, nci pigghiaru a casa o mari”
Emanuela: “Là vicino a tuo cugino?” “Ndà vicinu i cugino toi?”
Maria Concetta: “Ah, sì, sempre là” “Ah, sì, sempri ndà”
Emanuela: “Là a Nicotera?” “Ndà a Nicotera?”
171
Maria Concetta: “Eeee… Sì, sì, là, sempre là” “Eeee… Sì, sì, ndà, sempri ndà”
Emanuela: “Sì, sì, sì. Minchia!”
Maria Concetta: “Hai capito?” “Capiscisti?”
Emanuela: “Ah, per questo non vedo più al ragazzo?” “Ah, apposta no viu cchiù o figghiolu”
Maria Concetta: “No, e va beh, quelli sono sempre… Adesso se ne sono andati in
villeggiatura, giustamente” “No, e va beh, chiddi sunnu sempri… Mo’ si ndi iru in
villeggiatura, gistamenti”
Emanuela: “Mh”
Maria Concetta: “Figurati, loro fanno finta di niente, Emanuela!” “Figurati, iddi fannu finta i
nenti, Emanuela!”
Emanuela: “Oh Cetta, per me la parola migliore è quella che non si dice” “Oh Cetta, pe mia
a megghiu parola è chidda che no nesci da ucca”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “La parola migliore è quella che non si dice” “A megghiu parola chidda che no
nesci da ucca è”
Maria Concetta: “No, lo so, lo so. Lo so…” “No, u sacciu, u sacciu. U sacciu…”
Emanuela: “Eheheh”
Maria Concetta: “…per me possiamo parlare che se… posso parlare. Però ti voglio dire,
Emanuela…” “…pe mia potimu parrari ca se… pozzu parlari. Però ti vogghiu diri,
Emanuela…”
Emanuela: “Per me la parola migliore è quella che non si dice” “Pa mia a megghiu parola è
chidda ca no nesci da ucca”
Maria Concetta: “Io…”
Emanuela: “Comunque guarda che lui non si è vesto più… da quando è successo il fatto tuo
non si è più visto in giro” “Comunque guarda ca iddu no si vitti cchi… i chi fu u fattu
toi no si vitti cchiù in giro”
Maria Concetta: “Va beh, si vergogna” “Va beh, si vergognau”
Emanuela: “Con la barba lunga è vero, che ha la barba lunga. Lui che si vestiva
sempre di nero, che sembrava un corvo nero, adesso…” “Ca barba longa è vero,
ca a barba l’avia longa. Iddu ca era sempri vestutu i niru ca pariva nu corvo niru,
mo’…”
Maria Concetta: “Va boh, è stato sempre in questo modo” “Va boh fu sempri i stamanera”
Emanuela: “Sì. Sì, sì, sì. Ma adesso di più” “Sì. Sì, sì, sì. Ma mo’ cchiù ‘ssai”
Maria Concetta: “Eh, eh”
172
Emanuela: “Poi ti dico, io non lo vedo proprio… Te lo dico io” “Poi ti dico, io avi che no
viu propria… Tu dicu io”
Maria Concetta: “E l’ultima volta che ti ha chiamato cosa ti ha detto?” “E l’ultima vota che
ti chiamau chi dissi?”
Emanuela: “Quella volta, la prima e l’ultima volta, allora. Per te. «Se so qualcosa. Se tu ti sei
confidata con me. Se so dove sei. Se te ne sei andata con qualcuno, di dargli una
traccia», gli ho detto «io?!, so?! Ma come ti permetti a dirmi se so dov’è tua sorella
e con chi se n’è andata?! Proprio tu che non dovresti parlare per niente, non mi
dovresti chiamare a me». Vedi che gliene ho dette di tutti i colori, sai?!” “Tandu fu,
a prima e l’ultima vota, allora. Pe tia. «Se sacciu ncuna cosa. Se tu ti confidasti cu mia.
Se sacciu aundi si. Se ti ndi isti cu ncunu, u nci ugnu na pista», «io?!, sacciu?! Ma come
ti permetti u mi dici a mia se sacciu aund’è sorata e cu cui scindi?! Propria tu…» nci issi
io «…ca no nd’avveristi u parri i nenti, no mi chiami i nenti…» nci issi «…a mia». Vi’
ca nci ndi dissi i cotti e crudi, sai?!”
Maria Concetta: “Eheh?! E cosa ti ha detto?” “Eheh?! E chi ti dissi?”
Emanuela: “Lui, ti dico, non ha risposto. Non mi ha risposto” “Iddu, ti dicu, no rispundiu.
Non mi ha risposto”
Maria Concetta: “Minchia!”
Emanuela: “No, con lo sguardo a terra era e con lo sguardo a terra è rimasto” “No, a facci
nterra era e a facci nterra l’avia”
Maria Concetta: “Sì. Si è vergognato, capisci?” “Sì. Si vergognau, capisci?”
Emanuela: “Gli ho detto «proprio tu! Tu che gli hai proibito di uscire con me»”
“«propria tu!…» nci issi io «…tu ca a proibisti u camina cu mia» nci issi io”
Maria Concetta: “…(incomprensibile – si accavallano le voci)…”
Emanuela: “Sì. Gli ho detto «tu che gli hai proibito di uscire con me vieni a
domandarmi dov’è?! Non so dov’è. E vai a trovarla. Prega la Madonna della
Montagna che non abbia combinato qualche fesseria, vai. Tramite te è sulla
bocca di tutti, perché ve la siete tolta davanti»” “Sì. «Tu…» nci issi «…ca a
proibisti mi camina cu mia, veni u mi domandi a mia…» nci issi «…aund’è?!» nci issi
ieu «No sacciu…» nci issi «…aund’è. E vai trovala…» nci issi «…prega a Madonna da
Muntagna no mi cumbinau ncuna babbaria…» nci issi io «…và. Medianti i tia m’è nta
ucca i tutti» nci issi io «ca va cacciastuvu davanti»”
Maria Concetta: “Hai fatto bene. E cosa ti ha detto?” “Hai fatto bene. E chi ti dissi?”
173
Emanuela: “Non ero solo io, c’era suo cugino con lui. Eeee… Guarda, te lo dico io,
(incomprensibile). Ti devo dire la verità” “Non era sula io, c’era cuginasa cu iddu.
Eeee… Guarda, tu dicu io, nci (incomprensibile). T’ha diri a verità”
Maria Concetta: “Hai fatto bene”
Emanuela: “Sì, sì”
Maria Concetta: “Però mia mamma e mio padre me l’ha detto «Emanuela ti difendeva in
tutti i modi»” “Però mamma e patima mu dissi «Emanuela…» dissi «…ti difendiva a
mani e da pedi» mi dissi”
Emanuela: “Ma è la verità. Scusa, vieni e mi dici a me «quando siete andati a Reggio se vi ha
seguito qualcuno?»… - quel giorno che sei venuta all’ospedale con me, con mia
mamma - …«se ti sei allontanata da me», «4 ore siamo state in ospedale e 4 ore è stata
con noi». Pure mia mamma, la verità, che mia mamma quando è successo il fatto tuo,
tu non c’eri eri a Savona, mia mamma ha detto «che non si permettano! Che con noi
era e con noi è rimasta la ragazza. Che non dicano infamità! Che
…(incomprensibile)…»” “Ma è verità. Scusa, veni e mi dici a mia «quandu istuvu a
Riggiu se vi seguiu ncunu?»… - chiddu iornu che venisti o spitali cu mia, cu mamma
mia - …«se ti spostasti i mia», «quattr’uri stezzimu o spitali e quattr’uri stezzi cu nui».
Puru mamma mia, a verità, ca mamma mia quandu fu u fattu toi, tu no c’eri eri a
Savona, issi mamma mia «no mi si permettunu! Ca cu nui era e cu nui stezzi…» issi
«…a figghiola. No mi dinnu infamità! Ca …(incomprensibile)…» issi mamma mia”
Maria Concetta: “E gliel’hai detto «infamità»?” “E nciu dicisti «infamità»?”
Emanuela: “Sì. Mia mamma ha detto «se la cercano, di andarla a trovare da altre parti, di non
trovare le spiegazioni con noi». Ti giuro!” “Sì. «Se a vannu trovandu…» issi mamma
mia «…mu vannu ma trovanu cu atri vandi, no ma trovanu cu nui a scafuni» issi
mamma mia. Ti giuro!”
Maria Concetta: “Eh. E cosa gli ha detto? E quando gli avete detto che non mi sono mossa
cosa ha detto?” “Eh. E chi nci issi? E quandu nci icistuvu ca no mi movia chi dissi?”
Emanuela: “Niente, ci hanno creduto. Gli ho detto «andate, andate a Reggio e informatevi
con chi volete. Ma state facendo solo del male, state infangando a vostra figlia». Ma
adesso te…” “Nenti, nci cridiru. «Iati…» nci issi io «…iati nta Riggiu e ‘nformatevi cu
cui voliti» nci issi io «ma state facendo solo del male» nciu dissi io «state infangando…»
nci issi io «…a vostra figghia». Ma mo’ tu…”
Maria Concetta: “Sì, va beh”
174
Emanuela: “Ma io adesso te lo dico calma a te, ma quel giorno mi dovevi vedere, figlia. Cosa
mi doveva fare a me un cavallo? Niente” “Ma io mo’ tu dicu calma a tia, ma chiddu
iornu avi u mi vidi, figghia. Chi m’avia a fari a mia nu cavallo? Nenti”
Maria Concetta: “Hai fatto bene”
Emanuela: “Fattelo dire da tua mamma. Guarda, fattelo dire da tua mamma” “U tu dici
mammata. Guarda, u tu dici mammata”
Maria Concetta: “Hai fatto bene”
Emanuela: “Tua mamma, tua mamma, tua mamma te lo deve raccontare, guarda”
“Mammata, mammata, mammata avi u tu dici, guarda”
Maria Concetta: “Hai fatto bene”
Emanuela: “Non mi faceva niente un cavallo a me, guarda. Per le cose giuste, Cetta. Cetta, io
sono per le cose giuste. Io gli ho detto a tuo padre quel giorno «io per vostra figlia mi
faccio tagliare la testa, perché non è vero tutto quello che state dicendo. Adesso…
Adesso viene vostro cognato…», gli ho detto a tua mamma «…viene tuo fratello, poi
viene quello e dice questo. Tutti sapevano e nessuno fino adesso ha sorvegliato.
Adesso tutte le cose vengono a galla». Mi sono arrabbiata!” “Nenti nu cavallo m’avia
fari a mia, guarda. Pe così giusti, Cetta. Cetta, io su pe i cosi giusti. Io nci issi a paita
chiddu iornu, «io…» nci issi «…pe vostra figghia mi fazzu tagghiari a testa, pecchì non
è vero…» nci issi «…tutto chiddu chi stati dicendu. Mo’… mo’…» nci issi «…veni
vostru cugnatu…», nci issi a mamma tua «…veni fraita, poi veni chiddu e dici chistu.
Tutti sapivanu…» nci issi io «…e nuddu finu a mo’…» nci issi io «…tinni occhio.
Mo’…» nci issi io «…tutti i cosi po larghu…» nci issi ieu «…nesciunu». Sbalestrai”
Maria Concetta: “Hai fatto bene”
Emanuela: “Mi sono arrabbiata! «E prima sapevano che andava qua, prima sapevano che
andava là, prima ceci e poi fave. Prima sapevano tutti e nessuno l’ha controllata.
Adesso tutti sapevano. Prima si sono fatti tutti i fatti loro, adesso tutti sapevano.
Adesso tutti quanti “io sapevo questo”, quello sapeva quello, quello sapeva altro,
perché? Perché sono buoni a mettere zizzanie. Devono solo lavarsi la bocca e basta»
gli ho detto quel giorno” “Sbalestrai. «E prima sapivanu ca ià cà, prima sapivanu ca ià
là, prima ciceri e poi favi…» nci issi io «…prima sapivanu tutto e nuddu.. e nuddu a
tinni sutt’occhiu. Mo’ tutti sapianu. Prima si ficeru tutti i cazzi soi, mo’…» nci issi io
«…tutti sapianu. Mo’ tutti quanti “io sapia chistu”, chiddu sapia chiddu, chiddu sapia
l’atru, pecchì? Pecchì su boni pe mi nfocanu…» nci issi «…pe mi mentunu focu» nci
issi io «Mi si lavanu a ucca sulu e basta» nci issi io chiddu iornu”
Maria Concetta: “E non ti hanno detto…” “E no ti isseru…”
175
Emanuela: “Guarda, fattelo dire da tua mamma” “Guarda, mu tu dici mammata”
Maria Concetta: “E non ti hanno detto niente?” “E no ti isseru nenti?”
Emanuela: “Tuo padre non mi ha risposto, poi soprattutto quando gli ho detto
«scusate, ma chi s’avvicinava a vostra figlia sapendo chi siete voi?!»” “Paita
guarda no mi rispundiu, poi soprattutto quando nci dissi io «scusati…» nci issi io
«…ma cu s’avvicinava a vostra figghia sapendu…» nci issi «…cu siti vui?!»”
Maria Concetta: “[ride]”
Emanuela: “Come vi dico a voi, in questo modo” “Comu vi dicu a vui, i stamanera”
Maria Concetta: “Hai fatto bene”
Emanuela: “Pure a tuo fratello. Puoi tuo fratello dice «qua e là», gli ho detto a tuo fratello «tu,
voi, specialmente voi a Rosarno non sapete quanto valgono e quanto pesano le
persone?! Chi sono e chi non sono?! Se sono seri o se sono spostati?! Voi non lo
sapete?! Che sapete vita e cielo, terra e miracoli delle persone, minchia!»” “Puru a
fraita. Poi dici fraita «cà e là», «senti…» nci issi io a fraita «…tu…» nci issi «…tu…» nci
issi io «…vui, specialmente vui nti Rosarno no sapiti i cristiani quantu valunu e quantu
pisanu?! Cu sunnu e cu no sunnu?! Se su seri o se su spostati?! Vui no sapiti?!…» nci
issi ui «…Che sapiti vita e cielo, terra e miracoli di cristiani…» nci issi io
«…minchia!»…”
Maria Concetta: “E no ti…”
Emanuela: “…Così!” “…I stamanera!”
Maria Concetta: “E non ti ha risposto?” “E no ti rispundiu?”
Emanuela: “Non mi ha risposto. Guarda, vedi che una cavalla con me non mi teneva testa
quel giorno” “Non mi ha risposto. Guarda, vi’ ca na cavalla cu mia no appattava
chiddu iornu”
Maria Concetta: “Hai fatto bene, hai fatto bene”
Emanuela: “Vedi che le parole non so neanche io come mi uscivano a raffica…” “Vi’ ca i
paroli no sacciu mancu io comu mi nescianu a raffica…”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “…Credimi. Le parole mi uscivano a raffica, una dietro all’altra mi uscivano.
Perché, guarda, avevo una rabbia quel giorno, guarda, talmente…” “…Cridimi. I
paroli mi nescivanu a raffica, una appressu a n’atra mi nescianu. Pecchì, guarda, nd’avia
na raggia chidu iornu, guarda, talmente…”
Maria Concetta: “(incomprensibile – si accavallano le voci)”
Emanuela: “…una cosa pazzesca. Perché pensavo a te che è venuto a dirmi che te ne sei
andata, non sapevo né se te ne sei andata, né dove te ne sei andata, con chi te ne sei
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andata, non sapevo niente. Cioè, ero ritornata dal carcere già incazzata con mio marito,
poi mi man… sento questa notizia tua, non sapevo se era vero, non sapevo se era una
finzione, onestamente. Ti devo dire la verità!” “…na cosa pazzesca. Pecchì pensava a
tia ca vinni e mi dissi ca ti ndisti, no sapiva no se ti indisti, no aundi ti indisti, cu cui ti
indisti, no sapiva nenti. Cioè, m’avia ricigghiutu già ducarceru ca nd’avia i cazzi mei
nchianati cu maritama, poi mi man… mi sentu sta notizia i tia, no sapiva se gghiè veru,
no sapiva se gghiera na finta finzioni, onestamenti. T’ha diri a verità!”
Maria Concetta: “Hai fatto bene, hai fatto bene”
Emanuela: “Quindi pensavo io «che cazzo… me se è una finzione e sono venuti a
domandarmi a me, che ca…»… Cioè, ho pensato mille cose. Il cervello che me l’ero
fottuto la notte pensando se è vero o non è vero, se è vero o se non vero, se è vero o
non è vero” “Quindi faciva io «chi cazzu…» faciva io «…ma se è na finta finzioni e
vinneru u mi domandanu a mia…» issi io «…chi ca…»… Cioè, ndi pensai milli. U
ciriveddu chi mi l’avia futtutu a notti pensando se gghiè vero o se non è vero, se gghiè
vero o non è vero, se gghiè vero o non è vero”
Maria Concetta: “No, no, Emanuela. Poi… Mia mamma poi mi ha creduto perché si vede
che avranno chiesto all’avvocato, no?!, su queste cose qua…” “No, no, Emanuela.
Poi… Mamma mia poi mi cidiu pecchì si vidi ca epperu domandari all’avvocato, no?!,
supra sti cosi cà…”
Emanuela: “Eh?!”
Maria Concetta: “…e hanno visto che sono sola. Io non è che ho qualcuno qua dentro
oppure dici, sai, te ne sei andata con qualcuno” “…e vitteru ca su sula. Io non è ca
nd’haiu uno cà intra oppure dici sai ti indisti cu ncunu”
Emanuela: “Eh, eh”
Maria Concetta: “Come una… come una stupida” “Comu na… Comu na storta”
Emanuela: “E apposta, guarda”
Maria Concetta: “Ti voglio dire… Mia mamma, loro lo sanno” “Ti voglio dire… Mamma
mia, iddi u sannu”
In sottofondo si sente:
Rosalba:
“…(incomprensibile)…
finché
non
abbiamo
avuto
sue
notizie”
“…(incomprensibile)… finchè no eppimu notizie soi”
Maria Concetta: “Cosa ha detto?” “Chi dissi?”
Emanuela: “Noi, guarda, finché non abbiamo avuto notizie tue siamo morti tutti quanti”
“Nui, guarda, finchè no eppimu notizie toi morimmo tutti quanti”
Maria Concetta: “Ah?”
177
Emanuela: “Onestamente ci… che fino a quando non abbiamo avuto tue notizie, cioè, come
adesso, che adesso tu ci hai telefonato, onestamente speravamo che… - la verità Cetta
mia - …che eri morta. Onestamente noi abbiamo pensato questo” “Onestamenti
ndi… ca fino a che no eppimu notizie toi, cioè, comu a mo’, ca mo’ tu ndi telefonasti,
onestamente speraumu ca… - A verità Cetta mia - …ca no c’eri cchiù supra a faccia
da terra. Onestamenti nui chistu pensaumu”
Maria Concetta: “Se non vi telefonavo?” “Se no vi chiamavu?”
Emanuela: “No, pensavamo che eri morta. La verità” “No, pensaumu ca no c’eri cchiù
supra a facci da terra. A verità”
Maria Concetta: “Oh vedi che…” “Oh vi’ ca…”
Emanuela: “Noi questo pensavamo” “Nui chisti pensaumu”
Maria Concetta: “Quando si dovevano lavare le mani loro, Emanuela!” “Quandu nci avianu
lavari i mani iddi, Emanuela!”
Emanuela: “Eh, eh. Perché te ne sei andata dalla sera alla mattina, te ne sei andata…” “Eh,
eh. Pecchì ti indisti da sira a matina, ti indisti…”
Maria Concetta: “Sì, ma…”
In sottofondo si sente:
Lisetta: “…(incomprensibile)…”
Maria Concetta: “…Emanuela se eri tu… Emanuela se eri tu cosa facevi?, ti facevi
ammazzare?” “…Emanuela se gghieri tu… Emanuela se gghieri tu chi facivi?, ti
facivi ammazzari?”
Emanuela: “Sì. Ma senti un poco, ma io non è che sapevo i problemi tuoi…” “Sì. Ma senti
un poco, ma io non è ca sapia i problemi toi…”
Maria Concetta: “Sì, va beh. Ma io non è che li raccontavo” “Sì, va beh. Ma io non è che i
cuntavu”
Emanuela: “…Sapevo bene o male il fatto della famiglia, che non andavi d’accordo,
che ti litigavano in continuazione, che tuo (incomprensibile) ti controlla. Però
alla fin fine, il succo io non è che lo sapevo, perché tu mi dicevi sempre «che ci sono
cose che si possono dire e cose che non si possono dire», ti ricordi?” “…Sapiva beni o
mali u fattu da famigghia che no gghivi d’accordo, ca ti scerriavanu in continuazioni, ca
to (incomprensibile) ti controlla. Però a fini a fini, u succo io non è ca u sapia, ca tu
sempri mi dicivi a mia «che ci su cosi ca si ponnu diri e cosi ca no si ponnu diri», ti
ricordi?”
Maria Concetta: “Sì”
178
Emanuela: “Eh! E adesso cosa vuoi, ho visto che non ci sei più, a tua mamma che si è vestita
di nero…” “Eh! E mo’ chi voi, vitti ca no ci su cchiù, a mammata che si vestiu i
niru…”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “…chiunque veniva da tua mamma gli diceva «va bene, rassegnati. Sai la tizia così,
la tizia così». Minchia un giorno… un giorno ho perso la ragione, guarda fatello
raccontare da tua mamma. Un giorno è venuta una e gli ha detto «e va bene,
(incomprensibile) mio non si è rassegnata, qua e là, pipiti e popiti», quando se n’è
andata questo gli ho detto «senti un poco, sua mamma si è rassegnata perché la figlia è
morta o il figlio ce l’ha morto. Ma tu chi cazzo te l’ha detto che tua figlia è morta?!!».
Fattelo dire da tua mamma, guarda” “…cu venia venia ndi mammata ci dicia «bonu…»
ici «…rassagneti. Sai a tizia così, a tizia così». Minchia nu iornu… nu iornu sbalestrai,
guarda mi tu cunta mammata. Nu iornu si ndi vinni una e nci issi «e bonu,
(incomprensibile) mia no si rassegnau, cà e là, pipiti e popiti», mi votai io quandu si ndi
iù chista «senti nu pocu…» nci issi «…mammasa si rassegnau pecchì a figghia…» nci
issi io «…l’avi morta o u figghiu l’avi mortu. Ma tu figghiata cu cazzu tu dissi…» nci
issi io «…ca è morta?!!». Fai mi tu dici mammata, guarda”
Maria Concetta: “Eh. Sì. Perché mia mamma …(incomprensibile – si accavallano le voci)…”
“Eh. Sì. Pecchì mamma mia …(incomprensibile)…”
Emanuela: “Gli ho detto a tua mamma «fammi il cazzo del favore chi viene qua di togliere a
tutti a calci in culo. Perché non vengono e ti dicono “va bene, adesso ti telefona, è
probabile che adesso arriva, è probabile che ha avuto un momento di debolezza o un
momento di nervi”», tutti vengono per consolarla a tua mamma” “Nci issi io a
mammata «fammi il cazzo del favore…» nci issi a mammata «…caccia a tutti a puntati
nto culo…» nci issi io «…cu veni cà. Ca no venunu e ti dinnu “bonu, mo’ ti telefona, è
capaci chi mo’ arriva, è capaci ca a cchiappau magari nu momento i debolezza o nu
momento i nervi”», tutti venunu pe ma consolano a mammata”
Maria Concetta: “Eh. Invece di consolarla la buttavano più giù” “Eh. Invece ma consolano
a sderrupavanu, capisci?”
Emanuela: “No, venivano a consolarla per dirgli «va bene, rassegnati»…” “No, venivanu ma
consolano pe mu nci icivanu «bonu, rassegnati»…”
Maria Concetta: “Eh”
Emanuela: “…questo era quello che dicevano tutti” “…chista era a parola i tutti”
179
Maria Concetta: “Me l’ha detto mia mamma, ha detto che tutti gli dicevano «va boh,
rassegnati…»…” “Mu dissi mamma mia, issi ca tutti nci facivanu «bonu,
rassegnati…»…”
Emanuela: “Eh!”
Maria Concetta: “…«…che non è né la prima né l’ul…»… Pensavano che me n’ero andata
con qualcuno” “…«…ca non è no a prima no l’ul…»… Nci paria ca mi ndi ià cu
ncunu”
Emanuela: “No, o che te ne sei andata con qualcuno o pensano che sei morta” “No, o ca ti
indisti cu ncunu o nci pari ca moristi”
Maria Concetta: “Che sono morta. Eh…” “Ca moria. Eh…”
Emanuela: “Ti giuro. Perché facevano paragoni di persone di trent’anni fa, quarant’anni fa,
che sono morti, hai capito?” “Ti giuro. Pecchì nci portavano paragoni i tutti i personi i
cui i trent’anni, i cui i quarant’anni fa, magari, ca no c’eranu cchiù supra a faccia da
terra, capiscisti?”
Maria Concetta: “No, va boh…”
Emanuela: “Dicevo io… dicevo io «ma guarda tu», gli ho detto un giorno a tua mamma «ma
tu ti rendi conto cosa ti stanno dicendo?»” “Facia io… facia io «ma guarda tu», facia io
a mammata «ma tu ti rendi cuntu…» nci issi a mammata un iornu «…chi ti stannu
dicendu?»”
Maria Concetta: “Eh, mia mamma me lo diceva, sai” “Eh, ma mamma mia mu dicia, sai”
Emanuela: “«Ma non possono paragonare tua figlia a queste persone qua» “«Ma no ti ponnu
paragonari a tia a figghia cu sti personi cà»”
Maria Concetta: “Me l’ha detto mamma mia, mi ha detto «che tutti gli dicevano che sono
morta, rassegnati che è mor…»… E dice che lei non si è rassegnata” “Mu dissi
mamma mia, mi issi «ca tutti nci icivanu ca su morta, rassegnati ca mori…»… E dici ca
idda no si rassegnau”
Emanuela: “Eh, eh. Io non so, guarda. Io questo gli dicevo a tua mamma, guarda. Tua
mamma te lo può dire, quelle due volte che sono andata gli dicevo «prega la Madonna
come la sto pregando io, e il Signore che tua figlia ti telefoni, che ti telefoni…»…”
“Eh, eh. Io no sacciu, guarda. Io chisti cà eninu i paroli mei cu mammata, guarda.
Mammata tu po diri, chiddi dui voti chi gghivi io, nci facia io «prega a Madonna comu
staiu pregando io, e u Signuri pe mu ti chiama figghiata, mu ti chiama…»…”
Maria Concetta: “Ma guarda Emanuela, io l’unico sbaglio che ho fatto, e te lo dico e te lo
ripeto, che gli ho telefonato. Perché io se non gli telefonavo io continuavo la cosa
180
mia” “Ma guarda Emanuela, io l’unico sbagghiu chi fici, e tu dicu e tu ripetu, ca
chiamai. Pecchì io se no l’avia chiamata io continuavaaaa a cosa mia”
Emanuela: “Mh?!”
Maria Concetta: “Sì”
Emanuela: “Tu dici: gli hai telefonato e ti sei indebolita” “Tu dici: a chiamasti e ti indebolisti”
Maria Concetta: “Io gli ho telefonato e mi sono indebolita, perché sennò io, Emanuela, io a
ritornare so chi… so, so come sono fatti” “Io a chiamai e mi indebbolia, pecchì
sennò io, Emanuela, io u tornu arretu sacciu chi… sacciu, sacciu comu su fatti”
Emanuela: “E che so. Mannaia la puttana! Io che so” “E chi sacciu. Mannaia la puttana! Chi
sacciu io”
Maria Concetta: “A me certe volte mi dicono pure loro qua «pensaci, pensaci, non fare le
cose di fretta, perché non sai quello che ti succede. Tu sei qua e stai già con il pensiero,
pensa quando te ne vai cosa ti succede. Non stai mai in pace»” “A mia certi voti mi
fannu puru iddi cà «pensaci, pensanci, no fari i cosi ‘ffrettati, ca no sai chiddu chi ti
succedi. Già tu si càni e già stai cu penseru, pensa quandu ti ndi vai chi ti succedi. No
stai mai in paci»”
A 00H 27M 41S NON CONVERSANO
Emanuela: “Questo è pure vero” “Chistu è puru vero”
Maria Concetta: “Perchèèè voi dite dentro di… Non puoi stare mai in pace, ormai c’è la
vergogna, ci sono i tuoi che ormai… o bene o male dicono che non fa niente, però alla
fin fine che sai?” “Pecchìììì vui iciti intra i… No poi mai stari in paci, ormai c’è a
vergogna, c’eninu i toi che ormai… o beni o mali fannu ca ti passa, però a fini a fini chi
sai?”
A 00H 27M 54S NON CONVERSANO
Maria Concetta: “Il cuore di un altro cosa dice” “Nto cori i n’autru chi dici”
Emanuela: “Questo è pure vero” “Chistu è puru vero”
Maria Concetta: “Eh, eh, eh. Io in fondo in fondo…”
Emanuela: “Cosa vuoi che ti dico. Guarda, bella mia, io non so. Non so cosa risponderti a
questo punto. Tu giustamente sai quello… perché hai fatto questo passo, e
giustamente sai se non ritorni perché non ritorni” “Chi voi u ti dicu. Guarda, bella
mia, io no sacciu. No sacciu chi mi ti rispundu a stu punto. Tu giustamente sai
chiddu… pecchì u facisti stu passu, e giustamenti sai se no torni pecchì no torni”
Maria Concetta: “No, io un poco mi spavento…” “No, io nu pocu mi spagnu”
Emanuela: “Quindi!”
181
Maria Concetta: “…Emanuela. Io non so cosa devo fare. Io ci sto pensando veramente
seriamente seriamente, guarda” “…Emanuela. Io no sacciu chi haiu e fari. Io ci staiu
pensandu veramenti seriamenti seriamenti, guarda”
Emanuela: “E pensaci. No un poco, pensaci assai” “E pensaci. No nu pocu, pensanci assai”
Maria Concetta: “Mia mamma mi sta pregando. Oggi quando gli ho telefonato «ti sto
pulendo casa». Io non mi sento, Emanuela!” “Mamma mia mi sta pregandu. Oggi
quandu a chiamai «ti staiu pulizandu a casa». Io no mi sento, Emanuela!”
Emanuela: “Focu! Tua mamma non vede l’ora che ritorni” “Focu! Mammata nci pari
cent’anni u ti ricogghi”
Maria Concetta: “Sì, mia mamma, sì. Mia mamma mi vuole là, però Emanuela io non mi
sento facile” “Sì, mamma mia, sì. Mamma mia mi voli ndà, però Emanuela io no mi
sentu facili”
Emanuela: “Sì, perché tu giustamente conosci a loro, conosci come sono” “Sì, pecchì tu
giustamenti canusci a iddi, canusci comu sunnu”
Maria Concetta: “Io posso capire in questo momento che lo dicono… Che vuoi, a mio padre
gli manco, a mia mamma gli manco, però io penso «tempo ci vuole peròòò…»…” “Io
pozzu capisciri a stu momento ca u dinnu… Chi voi, a paita nci mancu, a mamma nci
mancu, però fazzu ieu «tempu nci voli peròòò…»…”
Emanuela: “Tu dici so se poi… certo, i problemi li coprono, e poi cambia atteggiamento?”
“Tu dici sacciu se poi… certo, i problemi magari i cumbogghianu, e poi pe mi cangia
atteggiamento?”
Maria Concetta: “Eh, non so cosa succede dopo. Già parte dall’inizio «da casa non ti
muovi se non esci con tua mamma»” “Eh, sacciu poi chi succedi. Già parte in
partenza «da casa no ti motichi se no nesci cu mammata»”
Emanuela: “Adesso? Un’altra volta?” “Mo’? N’atra vota?”
Maria Concetta: “«Telefono non ne hai. Telefono non ne hai. Il computer te lo
dimentichi»” “«Telefono no nd’hai. Telefono no nd’hai. Computer tu scordi»”
Emanuela: “Adesso? Te l’hanno detto adesso?” “Mo’? Tu disseru mo’?”
Maria Concetta: “Sì, sì, me l’hanno detto adesso. Da una parte dico «e che cazzo! Torniamo
punto e d’accapo!…»…” “Sì, sì, mu dissiru mo’. I na vanda fazzu io «e chi cazzo!
Tornanu a punto e d’accapo!…»…”
Emanuela: “Allora, no…” “Allura, no…”
Maria Concetta: “…«…Se torniamo punto e d’accapo…»” “…«…Se tornamu punto
d’accappo…»”
182
Emanuela: “Allora… Cioè, già ti hanno detto che telefono non ne hai, computer non ne hai
e non esci di casa se non esci con tua mamma” “Allura… Cioè, già ti isseru ca
telefono no nd’hai, computer no nd’hai e no nesci da casa se no nesci cu mammata”
Maria Concetta: “Ecco”
Emanuela: “Te l’hanno ridetto un’altra volta questo fatto?, come a prima?” “Tu tornaru a
diri n’atra vota stu fattu?, comu a prima?”
Maria Concetta: “Torniamo punto e d’accapo” “Tornamu a punto e d’accapo”
Emanuela: “Iiiiaaa”
Maria Concetta: “Tu te l’ha senti, Emanuela? No!” “Tu t’ha senti, Emanuela? No!”
Emanuela: “Quindi non è che dice dopo questa brutta esperienza, queste brutte cose che
sono successe, magari, diamogli un poco di fiducia in più, per prendere fiato, niente?!”
“Quindi non è che dici dopu sta brutta esperienza, sti brutti cosi che nci furunu,
magari, amunci n’appena i fiducia i cchiù, pe mi pigghia sciatu, nenti?!”
Maria Concetta: “Mh”
Emanuela: “Noo”
Maria Concetta: “Infatti non è che dicono lascia che la capisco, cerco di darle un
aiuto, no!” “Infatti non è ca dinnu assa ca capisciu, cercu pe mi damu na manu, no!”
Emanuela: “Noo”
Maria Concetta: “Tante cose. Io mi spavento, Emanuela, non mi sento pronta” “Tanti cosi.
Io mi spagnu, Emanuela, no mi sentu pronta”
Emanuela: “Eheheh. Se già sono partiti con questo… con questa cosa che stai dicendo tu,
niente telefono, niente…” “Eheheh. Se già partiru cu stu… cu sta cosa comu stai
dicendu già tu, nenti telefunu, nenti…”
Maria Concetta: “Io gliel’ho detto ieri a mia mamma, e gliel’ho detto oggi, gli ho detto
«mamma, tu lo sai perché me ne sono andata», cerco di farla, però lei si spaventa
perché sa che… Lei vorrebbe portarmi a casa perché sa che non mi fa… non li
posso… non la vedo più, capito? Perché lei lo sa che se io faccio questa strada…” “Io
nciu dissi aieri a mamma, e nciu dissi oggi, nci issi «mamma, tu u sai ieu pecchì mi ndi
ià», cercu m’ha fazzu, però idda si spagna pecchì sapi ca… idda volaria u mi tira pa
casa pecchì sapi ca no mi fa… ne pozzu… na viu cchiù, capito? Pecchì idda u sapi ca
se io fazzu strada…”
Emanuela: “Mh, mh”
Maria Concetta: “…i miei non me la porterebbero né adesso né mai a vedermi. Anche se io
faccio domande che voglio vedere a mia mamma, non me l’ha portano” “…i mei no
183
m’ha portarianu no mo’ e no mai mi vidi. Puru ca io fazzu domandi ca vogghiu u viu a
mamma, no m’ha portanu”
Emanuela: “Sì, sì, sì”
Maria Concetta: “Capito? Dice «sei pazza?»” “Capito? Dice «si pazza?»”
DA 00H 30M 22S A 00H 30M 24S NON CONVERSANO
Emanuela: “Eh. Pensaci. Dicono che la notte porta… come si dice? …rifletti” “Eh. Pensaci.
Dici ca notti porta… comu si dici? …rifletti”
Maria Concetta: “Ma sono tre mesi che penso, penso, però la ruota mi gira sempre da una
parte, Emanuela” “Ma avi tri misi chi pensu, penso, però a rota mi gira sempri a na
vanda, Emanuela”
Emanuela: “Ai figli, lo so” “E figghi, u sacciu”
Maria Concetta: “Ai figli. Penso io «e chi cazzo me la fa fare a ritornare, poi so se vivo
un anno, se vivo un altro anno e mezzo»” “E figghi. Fazzu eu «e cu cazzo ma faci
fari u tornu, poi sacciu se campu n’anno, se campo n’atrannu e menzu»”
Emanuela: “Eh. E apposta. Tu ti devi regolare ormai” “Eh. E apposta. Tu t’ha regolari
ormai”
Maria Concetta: “Loro queste cose non le perdonano, e lo sappiamo tutti” “Iddi sti cosi
ne perdunanu, e u sapimu tutti”
Emanuela: “Eh Cetta, se tu stessa dici che queste cose non le perdonanoooo è
inutile… è inutile che ti domandi…” “Eh Cetta, se tu stessa dici ca sti cosi ne
perdunanuuuu è inutili… è inutili chi ti domandi…”
Maria Concetta: “Sì”
Emanuela: “…«ci penso, ci penso e ci penso»” “…«nci pensu, nci pensu e nci pensu»”
Maria Concetta: “Perché se so che le telefonate ce l’hanno, e mio padre non me ne
parla, solo mia mamma…” “Pecchì se sacciu che i telefonati l’hannu e no mi ndi
parra patrima, sulu mamma mi…”
Emanuela: “E non?”
Maria Concetta: “Le telefonate ce le hanno, e mio padre non me ne parla, me ne parla solo
mia mamma, giusto?” “I telefonati l’hannu, e papà mio no mi ndi parra, mi ndi parra
sulu mamma mia, giusto?”
Emanuela: “Sì, perché tuo padre quel giorno il fatto delle telefonate me l’ha domandato pure
a me, del You e My. Mi ha detto «senti…»… Io onestamente… perché è la verità, io
non sapevo niente di questo cazzo di You e My. Gli ho detto «scusate ma questo You
e My non lo poteva avere con qualche amica sua, con qualcuna… Perché io pure ce
l’ho lo You e My, ce l’avevo con mia sorella»” “Sì, pecchì chiddu iornu u fattu di
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telefonati mi di domandau puru a mia, du You e My, paita. Mi issi «senti…»… io
onestame… pecchì è a verità, io no sapia nenti i stu cazzu i You e My. Nci issi io
«scusati, ma stu You e My…» nci issi io «…ma no potia aviri…» nci issi io «…ncuna
amica soi, cu ncuna… Pecchì io puru l’haiu u You e My, l’avia cu sorma»”
Maria Concetta: “Eh. Però ce l’avevi con tua sorella. Loro invece hanno visto che il
numero non è… è di un uomo, hai capito?” “Eh. Però l’avivi cu sorata. Iddi invece
vitteru ca u numaru non è… eni i nu cristianu, capiscisti?”
Emanuela: “E hanno visto… E dice che sempre la stessa persona ti faceva la ricarica a te” “E
vitteru… E dici ca sempri a stessa persona ti facia sempri a ricarica a tia”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “Ti ricarica sempre il telefono questa stessa persona” “Ti caricava sempru u
telefunu sta stessa persona”
Maria Concetta: “Questo mi ricaricava…” “Chistu mi caricava…”
Emanuela: “A te” “A tia”
Maria Concetta: “…il telefono a me?” “…u telefunu a mia?”
Emanuela: “Eh!”
Maria Concetta: “Eh, sì. E mi hanno detto pure…” “Eh, sì. E mi isseru puru…”
Emanuela: “Gli risultavano… Eh. Gli risulta pure non so quanto euro di ricarica. Cioè, da
quello che ho sentito dire io, ah! Perché io gli ho detto «guardate, You e My pure io e
mia sorella ce l’abbiamo. Non andate appresso dello You e My»” “Nci risultavano…
Eh. Puru sacciu quanti euro di ricarica nci risulta. Cioè, i comun ntisi diri io, ah!
Pecchì io nci dissi «guardati, You e My…» nci issi io «…pure io e sorama…» nci issi
«…l’haiu. No ghiti appressu du You e My» nci issi io”
Maria Concetta: “Eh, eh”
Emanuela: “Perché giustamente io conosce… conoscendo a te, Cetta, che tu sei stata sempre
con due piedi in una scarpa, figlioli, e non è che dici quando uscivi con noi non ci hai
dato mai motivo, niente. Quando eri preoccupata dicevi sempre «si cono cose che si
possono dire e cose che non si possono dire, Emanuela», onestamente” “Pecchì
giustamente io canusce… canuscendu a tia, Cetta, ca tu stacisti sempri cu dui pedi nta
na scarpa, figghioli, e non è ca dici quandu nescivi cu nui no ndi dasti mai motivo,
nenti. Quandu eri preoccupata a parola toi sempre dicivi «ci su cosi che si ponnu diri e
cosi che no si ponnu diri, Emanuela», onestamente”
Maria Concetta: “Gli hai raccontato che ti dicevo queste parole io?” “Nciu cuntasti ca ti dicia
sti paroli io?”
185
Emanuela: “Sì, sì, gliel’ho detto. Gliel’ho detto! Che le parole sue erano sempre queste, che le
parole tue sono sempre state… Ed è la verità Cetta, tu mi dicevi sempre che ci sono
cose che mi puoi dire e che non mi puoi dire a me” “Sì, sì, gliel’ho detto. Gliel’ho
detto! Che i paroli soi erano sempri chisti, che i paroli toi furu sempri… E gghiè a
verità Cetta, tu mi dicivi sempri ca nci su cosi che mi poi diri e cosi che no mi poi diri a
mia”
Maria Concetta: “(incomprensibile – si accavallano le voci)”
Emanuela: “Mi dicevi bene o male le cose, che magari litigavi con loro, le cose che
combinava tuo fratello, che gli dava fastidio che uscivi, ceci, fave, queste cose
qua. Ma Cetta nei cazzi tuoi personali, tu mi stai dicendo a me che ti hanno detto che
hanno il tabulato, a parte che l’avevo già saputo il fatto del tabulato io,
onestamente…” “Mi dicivi beni o mali i cosi che magari ti scerriavi cu iddi, i cosi che
cumbinava fraita, magari, ca nci dava fastidu ca nescivi, ciceri, favi, sti cosi cà. Ma Cetta
nei cazzi tuoi personali, tu mi stai dicendo a mia ca ti dissi ca hannu u tabulato, a parti
ca già l’avia saputo u fattu du tabulato io, onestamente…”
Maria Concetta: “Emanuela ascolta”
Emanuela: “…perché l’ho sentito dire, però non ci ho creduto…” “…pecchì u ntisi diri,
però no ci cridia…”
Maria Concetta: “Ascolta”
Emanuela: “…per dire la verità” “…pe diri a verità”
Maria Concetta: “Loro il fatto del tabulato, hanno tutto il nome di quell’uomo” “Iddi u fattu
du tabulato, nd’hannu tutto u nomi i chiddu cristianu”
Emanuela: “Mhmh?”
Maria Concetta: “Sono arrivati fino a quest’uomo” “Arrivaru finu a chiddu cristianu”
Emanuela: “Sono andati a casa di quest’uomo qua?” “Iru a casa i chistu cristianu ndocu?”
Maria Concetta: “Sì. Hanno tutto il tabulato…” “Sì. Hannu tutto u tabulato…”
Emanuela: “Cioè, non so chi è e tantomeno mi interessa chi è, a me, quest’uomo” “Cioè, no
saciu cu è e tantomeno mi interessa cu è a mia stu cristianu”
Maria Concetta: “No, no, no, va boh”
Emanuela: “Ma sono andati fino dentro casa?” “Ma iru finu a intra?”
Maria Concetta: “Io so che sono andati fino a casa, sì” “Io sacciu ca iru finu a casa, sì”
Emanuela: “Di quest’uomo qua?” “I stu cristianu ndocu?”
Maria Concetta: “Sì. Hanno i tabulati, hanno tutte cose con quest’uomo, non te ne parlano,
ti dicono che basta che non gli hai fatto le corna loro ti perdonano. Sanno che tu glieli
hai fatti, dentro di loro…” “Sì. Nd’hannu i tabulati, hannu tutti cosi cu stu cristianu,
186
no ti ndi parranu, ti dinnu ca basta no mi nci facisti i corna iddi ti perdunanu. Sannu ca
tu nci facisti, intra d’iddi…”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “…Tu che cazzo facevi?” “…Tu chi cazzu facivi?”
A 00H 33M 14S NON CONVERSANO
Maria Concetta: “Ma a mia mamma, giustamente, la tengono pulita pulita” “Ma a mamma
mia, giustamente, a tenunu pulita pulita”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “Gli ha detto «cerca di fare ritornare la figlia». Mio papà dentro di lui è di
due cuori, come ti devo dire?, la figlia e poi l’onore. Hai capito?” “Nci issi «cerca
u ti tiri a figghia». Papà mio intra iddu nd’avi dui cori, come t’ha diri?, a figghia e poi
l’onore. Capiscisti?”
Emanuela: “Sì, sì”
Maria Concetta: “Eh. E adesso in questo momento ha detto che vuole la figlia, però
dentro di lui c’è quell’altro fatto” “Eh. E mo’ a stu momento issi ca voli a figghia,
però intra d’iddu c’è chiddatru fattu”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “E tu ti fidavi, Emanuela?” “E tu t’affidivi, Emanuela?”
Emanuela: “E guarda, se tu qua… tu ti regoli i fatti tuoi…” “E guarda, se tu ndocu… tu ti
regoli i fatti toi…”
Maria Concetta: “Se io ancora no…”
Emanuela: “…magari di quello… Ecco, tu ti regoli i fatti tuoi, di quello che hai fatto e loro
hanno i tabulati, e che sono andati fino a casa a prendere questa persona; bella
mia dove devi andare più?!” “…Magari i chiddu… Ecco, tu ti regoli i fatti toi, i
chiddu chi facisti e che iddi nd’hannu, magari, i tabulati, e ca iru finu a intra u
chiapparu a sta persona; bella mia aundi nd’hai u vai cchiù?!”
Maria Concetta: “Io (incomprensibile) Emanuela”
Emanuela: “Dove devi andare più?!” “Aundi nd’hai u vaiu cchiù?!”
Maria Concetta: “Eh, eh. Mia mamma mi dice «fino a quando vivo io non ti toccano»”
“Eh, eh. Mamma mia mi faci «fino a chi campu io no ti toccanu»”
Emanuela: “Se tu vedi a tua mamma è combinata quattro ossa…” “Se tu a vidi a mammata è
cumbinata quattru ossa…”
Maria Concetta: “L’ho vista, l’ho vista” “A vitti, a vitti”
Emanuela: “…che neanche la terapia va a fare più” “…ca mancu a terapia vaci u faci cchiù”
Maria Concetta: “L’ho vista, l’ho vista” “A vitti, a vitti”
187
Emanuela: “Neanche la terapia” “Mancu a terapia”
Maria Concetta: “L’ho vista. No, dice che adesso deve andare, giorno 20, mi diceva” “A vitti.
No, dici ca mo’ avi ghiri o vinti, mi dicia”
Emanuela: “Mh?!”
Maria Concetta: “No, ma va, va. Perchèèè… perché io la sto tenendo un poco… gli dico
che… la sto tenendo un poco così, no?!, gli dico…” “No, ma vaci, vaci. Pecchìììì…
pecchì io a staiu tenendu nu pocu… nci dicu ca… a staiu tenendu nu pocu così, no?!,
nci dicu…”
Emanuela: “Mh, mh”
Maria Concetta: “…che sì, che ritorno, aspetto perché devo fare domandine, qua e là. Però
io se vorrei… So come va a finire, perché queste cose so come vanno a finire. Però
Emanuela ti giuro, io ancora non me la sento” “…ca sì ca vaiu, ‘spettu ca nd’haiu u
fazzu domandini, cà e là. Però io se volarria… Sacciu comu vaci a finiri, pecchì sti cosi
sacciu comu vannu a finiri. Però Emanuela ti giuro, io no ma sento ancora”
Emanuela: “E ripensaci. Pensaci! Pensaci ma non una volta” “E ripensaci. Pensaci! Pensaci
ma no na vota”
Maria Concetta: “Io non me la sento…” “Io no ma sento…”
Emanuela: “Cento e una vota”
Maria Concetta: “Mi sento proprio… come si dice?…”
Emanuela: “Eh”
Maria Concetta: “…la cosa sulle spalle” “…a cosa supra i spaddi”
Emanuela: “Eh. Pensaci una vo… no una volta, mille e una volta. Prendi le parole mie. Tu
sai quanto ti voglio bene e sai quanto ti stimo. E sai che se hai bisogno di me corro
pure in America per te” “Eh. Pensaci na vo… no na vota, mille e una volta. Pigghia i
paroli mei. Tu sai quantu ti vogghiu beni e sai quantu ti stimo. E sai ca se nd’hai
bisognu i mia scappu puru a ‘Merica pe tia”
Maria Concetta: “[ride]”
Emanuela: “Lo sai. E nessuno sa niente, tre me e te rimane. Però pensaci, perché una volta
che tu mi hai detto che sono arrivati al punto (incomprensibile) a casa di
questo qua, che hanno il tabulato. Cetta mia!” “U sai. E nuju sapi nenti, tra me e
te resta. Però pensaci, pecchì na vota che tu mi dicisti a mia ca arrivaru o punto
(incomprensibile) a casa i chistu ndocu, ca nd’hannu u tabulato. Cetta mia!”
Maria Concetta: “Mamma mia, quella sera, guarda, quando mia mamma me l’ha detto, mi ha
detto…” “Mammia mia, chidda sira, guarda, quando mamma mia mu dissi, mi issi…”
188
Emanuela: “Io quel giorno l’ho saputo. Onestamente sono rimasta di merda” “Io chiddu
iornu u seppi. Onestamenti restai i merda io”
Maria Concetta: “Ah?”
Emanuela: “Io quel giorno là quando hanno detto il fatto del tabulato…” “Io chiddu iornu
ndà quandu disseru po fattu du tabulato…”
Maria Concetta: “Ah”
Emanuela: “…che tuo padre mi ha detto «vedi qua, c’è pure il tabula…», io sono rimasta di
merda. Gli ho detto «guardate che lo You e My ce l’abbiamo io e mia sorella, non vuol
dire», dice «no, qua c’è pure il nome». Però il nome non l’ha detto, però la verità non
so né tantomeno mi interessa, e tantomeno voglio saperlo da te, ti devo dire la verità”
“…che paita mi issi «vidi cà, c’è puru u tabula…», io restai i merda. Nci issi «guardati
ca u You e My l’haiu puru io e sorama, no vuole dire…», «no…» dici «…cà c’è puru u
nomi». Però u nomi no dissi, però a verità no sacciu né tantomeno mi interessa, e
tantomeno vogghiu mu sacciu i tia, t’haiu diri a verità”
Maria Concetta: “Mh”
Emanuela: “Però… Dice «Sì, gli hanno fatto pure la ricarica, qua e là». Però…” “Però… «Sì,
nci ficeru puru a ricarica, cà e là» ici… Però…”
Maria Concetta: “Lei sa 400 euro di ricarica, dice, no?!, avevo” “Idda sapi quattrocento euro
di ricarica, dice, no?!, nd’avia”
Emanuela: “Eh! Sì”
Maria Concetta: “In un mese” “Nta nu misi”
Emanuela: “Sì, sì”
Maria Concetta: “Eh, me l’ha detto mia mamma, me l’ha detto. Mi ha detto «Cetta, hanno i
tabulati tuoi, figlia. Nega sempre». Quando tu dici «Cetta, hanno i tabulati tuoi. Nega
sempre»…” “Eh, mu dissi mamma mia, mu dissi. Mi dissi «Cetta…» mi sissi
«…nd’hannu i tabulati toi, figghia» mi issi «nega sempri». Quandu tu dici «Cetta,
nd’hannu i tabulati toi. Nega sempre»…”
Emanuela: “Sì”
Maria Concetta: “…tu che cazzo insisti?!” “…tu chi cazzo insisti sci?!”
Emanuela: “Va boh. A te, ci sentiamo dopo…” “Va boh. A tia, ndi sentimu dopu…”
Maria Concetta: “Va boh chiudo”
Emanuela: “…che io mi sto preparando per andare al matrimonio” “…ca io mi staiu
preparando mi vaiu o matrimonio”
Maria Concetta: “Va boh”
189
Emanuela: “Acqua in bocca, ah! Va bene? Statti tranquilla per me al cento per cento”
“Acqua in bocca, ah! Va bonu? Statti tranquilla i mia o centu per centu”
Maria Concetta: “Eh. va bene, sì” “Eh. Va bonu, sì”
Emanuela: “Va bene? Eh!” “Va bonu? Eh!”
Maria Concetta: “Okay Emanuela, ti voglio bene” “Okay Emanuela, ti vogghiu beni”
Emanuela: “Ciao bella mia. Pure io bella mia” “Ciao bella mia. Puru io bella mia”
Maria Concetta: “Baciami la bambina” “Basami a figghiola”
Emanuela: “Ciao”
Maria Concetta: “Ciao”
Emanuela: “Ciao bella mia, ciao.”
Di analogo tenore sono le conversazioni che, in quegli stessi giorni, la Cacciola intratteneva con
l’Improta.
Nello sms di cui al prog. 42 (rit 1596/11), del 5 agosto ore 00.34, Maria Concetta fa
nuovamente riferimento a onore e perdono dicendosi sicura che, qualora fosse tornata a casa, avrebbe
perso definitivamente la possibilità di continuare la loro storia perché i familiari non perdonano
“l’onore e la dignità”, entrambe cose che lei aveva leso.
SMS IN USCITA N° 42 – DEL 05/08/2011 ORE 00:34.41
UTENZA CHIAMATA: 393486943723
Testo SMS: e@00( @So che se torno a casa ti o perso.i miei nn perdonano l onore e la
dignita e io gli o toccato tutte e 2 di queste.paa finche o l ultimo mio respiro io
ti
Nella conversazione di cui al prog. 156, del 6 agosto, intercorsa poche ore dopo quella con la
Gentile, la Cacciola – evidentemente tormentata tra la tentazione di cedere alle pressioni dei suoi e la
voglia di proseguire il suo percorso di collaborazione, chiede aiuto e consigli anche all’Improta.
Anche a lui rivela di aver paura di tornare a casa (“Però, Pa’, io c’ho paura di tornare indietro, eh!”…
“A me fa paura tornare a casa, eh!”… “A me fa paura tornare a casa”) e che teme soprattutto il padre e il
fratello, gli uomini della famiglia, alle cui rassicurazioni non crede fino in fondo anche perché – come le
aveva detto sua figlia Tania – avevano cominciato a parlare tra di loro senza farsi sentire dalla madre,
comportamento che reputa sicuro indice di pericolo (Maria: “Però non ce la faccio a tornare a punto e d’accapo,
perché so già come va a finire” DA 00H 14M 14S A 00H 14M 16S NON CONVERSANO Pa: “Mh! Capito”
DA 00H 14M 18S A 00H 14M 22S NON CONVERSANO Pa: “Ee… Dici tu «dicono… dicono una cosa e
poi ne fanno un’altra»?” A 00H 14M 28S NON CONVERSANO Maria: “Lei no. Lei non credo” DA 00H
14M 32S A 00H 14M 33S NON CONVERSANO Maria: “Ma gli altri sì” Pa: “«Gli altri» sarebbero… tuo
padre?!” Maria: “E’ un pooo’…” Pa: “Tuo fratello?!” Maria: “E sì, un po’… perché me l’ha detto la mia amica
che… con mio fratello si vedono. Tania mia ha detto l’altra sera che parlano… quando mio padre parla con lui parla con
lui parlano da soli, non parlano davanti a mia madre” Pa: “Mh” Maria: “Già quando non parlano davanti a mia
madre io capisco perché lo fanno”).
190
Nonostante il conforto fornitole dall’uomo, che cerca di tranquillizzarla prospettandole
l’eventualità che suo padre e suo fratello potessero parlare anche di altre faccende, Maria Concetta non
ha dubbi sul fatto che in questo momento il loro unico pensiero è costituito da lei e dalla situazione in
cui li ha messi di fronte alla loro società, perché – dice – “adesso questo gli prude” (Pa: “Eh, però non è
detto che parlano da soli per il fatto tuo” Maria: “Eh va beh. Adesso come adesso mica c’hanno un’altra storia, un’altra
cosa, adesso questo gli prude”).
È poi sorprendente vedere come la Cacciola anticipi prodigiosamente il corso degli eventi
dando per scontato che la porteranno da un avvocato e la faranno ritrattare, tanto da temere che –
ovemai dovesse decidere di tornare a casa – potrebbe non essere più creduta dai magistrati (Maria:
“Quando ti portano a casa, ti fanno ritrattare, ti fanno firmare, ti fanno fare tante cose, eh!, poi quella mi può dire «ma
‘vvafanculo», no?!”).
Si riporta di seguito l’intero testo della telefonata captata, che verrà poi – come la precedente –
ripresa in altri punti della trattazione per ulteriori aspetti rilevanti.
TELEFONATA IN ENTRATA N° 156 – DEL 06/08/2011 ORE 19:17.15
UTENZA CHIAMANTE: 393486943723
Maria: “Ehi!”
Pa: “Mi senti adesso?”
Maria: “Mo’ sì, mo’ ti sento”
Pa: “Ah. E allora che ha detto?”
Maria: “E poi niente, si è girata mi ha detto «lo so…» dice «…tua mamma ha ragione», perché
mi ha detto sta male, l’ha vista, no?!”
Pa: “Mh”
Maria: “Dice «io l’ho vista a tua mamma com’è combinata…» dice «…però tu pensaci.
Pensaci, non fare le cose affrettate»”
Pa: “Mh”
Maria: “«Perché tu conosci pure i tuoi come son fatti»”
Pa: “Sì”
Maria: “Capito? Eh?”
Pa: “Sì. Ah”
Maria: “Ha ragione, eh!”
DA 00H 00M 32S A 00H 00M 33S NON CONVERSANO
Maria: “Mi ha detto tu…”
Pa: “(incomprensibile) hai detto…”
Maria: “Eh?”
Pa: “Hai detto… hai detto «dovevo chiamarla perché dovevo capire delle cose»”
Maria: “Eh?”
Pa: “Perciò hai detto «io la devo chiamare perché devo capire delle cose»?”
191
Maria: “Eh sì, perchéèè…”
DA 00H 00M 46S A 00H 00M 47S NON CONVERSANO
Pa: “Perché?”
Maria: “Perché lei sa… sa tanto, no?!, e quindi mi può aiutare di più, no?!”
Pa: “Sì”
Maria: “E quindi mi ha detto giusto, no?! Mi ha detto «è tua mamma, e lo so che sta male…»
dice «…è giusto che dovessi…»… Perché mia mamma… Che vuoi, dice «tua mamma
è normale che ti vuole a casa, però tu devi pensare…»…”
Pa: “Mari’, senti una cosa ma…”
DA 00H 01M 11S A 00H 01M 12S NON CONVERSANO
Maria: “Ma dove sei, amo’?”
Pa: “Eh, adesso mi son messo qua sulla strada, sulla bici, perché là stava pieno di gente però
non si sentiva, almeno qua ti sento”
A 00H 01M 22S NON CONVERSANO
Pa: “Eh, mi senti adesso?”
Maria: “Madonna!”
Pa: “Oh! Senti un po’, tu a tua mamma l’hai vista, no?!”
Maria: “Sì”
Pa: “Come l’hai vista, Maria? Sincera me lo devi dire”
Maria: “A mia mamma?”
Pa: “Sì. Come l’hai vista?”
Maria: “Combinata, tipo, di cosa?”
Pa: “Che impressione ti ha fatto?”
Maria: “Che impressione che mi ha dato mia mamma?”
Pa: “Sì”
Maria: “Mia mamma mi dà una buona impressione, è normale, è mia mamma”
Pa: “Eh. Nel senso, ti ha… Ti dà un po’ di sicurezza o no, Maria?”
Maria: “Suuuu… su delle cose te l’ho detto, mi ha detto delle cose che in quel momento me
ne sono andata, capito?”
Pa: “Ti ha detto delle cose che in quel momento te ne sei… Quando te ne stavi andando?”
Maria: “No, prima di an… prima di decidere che me ne andavo”
Pa: “Però io posso dirti una cosa?”
Maria: “Eh?!”
Pa: “Diciamo che… Va beh, come dici tu loro c’hanno un carattere, questo e quell’altro, però
il fatto che ti ha detto del tabulato, ti puoi fidare di mamma tua, no?!”
192
Maria: “Sì, questo lo so”
Pa: “Perché ti ha detto una cosa…”
A 00H 02M 36S NON CONVERSANO
Pa: “Dico, mica… se era un’altra che… non te la diceva”
Maria: “Sì, questo lo so”
DA 00H 02M 43S A 00H 02M 44S NON CONVERSANO
Pa: “Eee… fisicamente come sta tua mamma?”
Maria: “Male”
DA 00H 02M 49S A 00H 02M 51S NON CONVERSANO
Maria: “Se la vedi è combinata male”
DA 00H 02M 53S A 00H 02M 54S NON CONVERSANO
Pa: “Mh”
DA 00H 02M 56S A 00H 02M 57S NON CONVERSANO
Pa: “Sicuro?”
Maria: “Eh?”
Pa: “L’hai vista male?”
Maria: “Fisicamente sta male, se la vedi, sì. Però, Pa’, io c’ho paura di tornare indietro, eh!
Non… non… non diciamo una cazzata…”
Pa: “Eh, è normale”
Maria: “…Non posso direee…”
DA 00H 03M 11S A 00H 03M 12S NON CONVERSANO
Pa: “Ho capito Maria”
Maria: “Mica posso dire «è passato tutto», per i miei è difficile che passano ste cose,
no?!”
Pa: “Mh”
A 00H 03M 19S NON CONVERSANO
Pa: “Ho capito”
Maria: “Eh?”
Pa: “Ho capito. E niente”
DA 00H 03M 24S A 00H 03M 26S NON CONVERSANO
Maria: “Eee…”
Pa: “Tu hai parlato… Mica l’hai sentita oggi?, no!”
Maria: “A mia madre?”
Pa: “Eh!”
Maria: “L’ho sentita prima, sì”
193
Pa: “Minchia, no c’hai fai”
Maria: “Eh?”
Pa: “Tu non ce la fai”
Maria: “Non ce la faccio, vero?!, dici”
Pa: “Non c’ha fai. Tu… Maria posso dirti una cosa?”
Maria: “Eh”
Pa: “Tu si troppo brava”
Maria: “Son troppo?”
Pa: “Sei troppo brava”
Maria: “Troppo cretina”
Pa: “No, no, cretina no, non lo dire”
Maria: “Son cretina, guarda”
Pa: “Sei troppo brava. Perché…”
Maria: “Di quello che mi hanno fatto non dovrei…”
Pa: “Perché…”
Maria: “Ne ho passate, Pa”
Pa: “Perché tutto quello che mi hai detto tu, l’ultima volta, il fatto della costola”
Maria: “Mh, mh”
Maria: “Ricordi? E’ vero, no?!, il fatto che mi hai detto tu?, quello là?”
Maria: “Sì”
Pa: “Oh!, mi senti?”
Maria: “Sì, ti sento”
Pa: “Il fatto che… che ti hanno mandato all’ospedale, ti stavano mandando
all’ospedale, il fatto che alzano le mani, che tu sei grande e ti alzano le mani
addosso, e tuuu ti stai prendendo… come si dice? Da noi si dice «te lo pigli per
l’amor di Dio senza dire niente»”
Maria: “Come si dice?”
Pa: “Te lo dico in napoletano, dai” “Tu dicu in napoletano, ia”
Maria: “Eh”
Pa: “Si dice «ta’ piglia ppa l’ammore i Dio senza dire niente», capito?, si dice. Hai sempre tutte
queste cose però non parli e te li tieni”
Maria: “Le tengo dentro, vero?”
Pa: “Sì”
Maria: “Mh”
Pa: “Perchèèè davvero ne stai passa… ne hai passate con loro, eh!”
194
Maria: “Eh, eh, eh”
Pa: “Perché se erano… se era un’altra al posto tuo, davvero poi non avrebbe mai piùù… come si dice? - …non li avrebbe neppure più chiamate, non avesse proprio…
l’avrebbe mandati via e basta. L’avrebbe fatto… L’avrebbe fatto soffrire come stavano
facendo soffrire lei”
Maria: “Eh, ma io l’ho fatto”
Pa: “No tua mamma però. No tua mamma però, eh!”
Maria: “Ma io…”
Maria: “Perché tua mamma… Perché da quello che ho capito tua mamma è un’altra pasta,
diciamo”
Maria: “Eh?”
Pa: “E’ un’al… Tua mamma è una vittima come te”
Maria: “Eh, è vero”
Pa: “Da quello che ho… da quello che ho capito io. Mo’ può essere pure che sto dicendo
stronzate, però…”
Maria: “…(incomprensibile)…”
Pa: “…così ho capito. Hai capito?”
Maria: “E’ vero, è vero”
Pa: “Ma lo sai che ti amo?”
Maria: “Eh”
Pa: “Lo sai che ti amo”
Maria: “Sì”
Pa: “Ah non lo sai”
…OMISSIS…
DA 00H 11M 51S A 00H 11M 52S NON CONVERSANO
Pa: “Tua mamma che ha detto?”
DA 00H 11M 54S A 00H 11M 55S NON CONVERSANO
Maria: “Niente, abbiamo parlato così, non è che…”
Pa: “(incomprensibile)”
Maria: “Le solite cose, di tornare a casa, tante cose”
DA 00H 12M 02S A 00H 12M 10S NON CONVERSANO
Pa: “Oh!, ci sei?”
Maria: “Sì”
DA 00H 12M 13S A 00H 12M 14S NON CONVERSANO
Maria: “Ci sono, ci sono”
195
Pa: “Ci sei, ci sei”
Maria: “Sì”
Pa: “Eeee… Che volevo dirti?”
DA 00H 12M 22S A 00H 12M 24S NON CONVERSANO
Pa: “E allora ti ha fatto male parlare con quella amica tua?”
Maria: “No, ho capito tante cose. Ho capitooo…”
DA 00H 12M 32S A 00H 12M 33S NON CONVERSANO
Maria: “E ho capito…”
Pa: “Hai capito?”
Maria: “…Ho capito tante cose”
Pa: “Maria, che hai capito?”
Maria: “Non lo so, ancora ci devo pensare”
Pa: “Hai capito però ci devi pensare. Allora non hai capito niente”
Maria: “No, ci devo pensare alle cose”
DA 00H 12M 48S A 00H 12M 54S NON CONVERSANO
Pa: “Maria, a cosa devi pensare?, me lo dici?”
Maria: “Mh?”
Pa: “A che… A che cosa devi pensare?”
Maria: “Non capisco, non riesco a darmi una spiegazione”
Pa: “Non riesci?”
Maria: “Non riesco a capire perchèèè…”
A 00H 13M 09S NON CONVERSANO
Maria: “Non ce la faccio a tornare indietro”
DA 00H 13M 11S A 00H 13M 12S NON CONVERSANO
Pa: “Non riesci a capire?”
Maria: “Non riesco a tornare indietro. Non è facile tornare indietro”
Pa: “Lo so”
DA 00H 13M 23S A 00H 13M 25S NON CONVERSANO
Maria: “E basta”
DA 00H 13M 27S A 00H 13M 30S NON CONVERSANO
Pa: “Eee… Va beh, tua mamma mica te… ha iniziato a dire un’altra volta «torna a casa»?,
queste cose qua?”
Maria: “Sì”
DA 00H 13M 38S A 00H 13M 40S NON CONVERSANO
196
Maria: “E mi confonde, mi confonde le idee se sento lei in quel modo. Quando la sento
mamma pare che tocca il cielo; va beh, è questo che sono sua figlia e tocca il cielo. A
lei manco, però mi confonde le idee”
Pa: “Perché, Maria, ti confonde le idee? Ti dice cose che tu non vorresti o cose che non sai?”
DA 00H 13M 59S A 00H 14M 00S NON CONVERSANO
Maria: “Non è che dice…”
Pa: “Oh!, mi senti?”
Maria: “Non è che mi dice cose che… però…”
DA 00H 14M 06S A 00H 14M 07S NON CONVERSANO
Pa: “«Però»?”
A 00H 14M 09S NON CONVERSANO
Pa: “Oh!”
Maria: “Però non ce la faccio a tornare a punto e d’accapo, perché so già come va a finire”
DA 00H 14M 14S A 00H 14M 16S NON CONVERSANO
Pa: “Mh! Capito”
DA 00H 14M 18S A 00H 14M 22S NON CONVERSANO
Pa: “Ee… Dici tu «dicono… dicono una cosa e poi ne fanno un’altra»?”
A 00H 14M 28S NON CONVERSANO
Maria: “Lei no. Lei non credo”
DA 00H 14M 32S A 00H 14M 33S NON CONVERSANO
Maria: “Ma gli altri sì”
Pa: “«Gli altri» sarebbero… tuo padre?!”
Maria: “E’ un pooo’…”
Pa: “Tuo fratello?!”
Maria: “E sì, un po’… perché me l’ha detto la mia amica che… con mio fratello si
vedono. Tania mia ha detto l’altra sera che parlano… quando mio padre parla
con lui parla con lui parlano da soli, non parlano davanti a mia madre”
Pa: “Mh”
Maria: “Già quando non parlano davanti a mia madre io capisco perché lo fanno”
Pa: “Mh”
Maria: “Capito?”
Pa: “Mh!”
Maria: “Quindiii…”
DA 00H 15M 05S A 00H 15M 07S NON CONVERSANO
Maria: “E quindi ci sto… ci devo pensare”
197
DA 00H 15M 10S A 00H 15M 11S NON CONVERSANO
Pa: “Eh, però non è detto che parlano da soli per il fatto tuo”
Maria: “Eh va beh. Adesso come adesso mica c’hanno un’altra storia, un’altra cosa,
adesso questo gli prude”
Pa: “Mh?!”
Maria: “E sì, dai”
DA 00H 15M 26S A 00H 15M 28S NON CONVERSANO
Maria: “Questa è la cosa che gli dà più…”
DA 00H 15M 31S A 00H 15M 32S NON CONVERSANO
Maria: “Mi brucia lo stomaco, mamma mia”
Pa: “Eh. Hai fumato?”
Maria: “No, no, non sto fumando. Non ne sto nemmeno comprando”
DA 00H 15M 40S A 00H 15M 41S NON CONVERSANO
Pa: “Brava”
Maria: “No, la verità”
Pa: “Tu hai fumato solo quella sera?”
Maria: “Sì, ho fumato quella sera e poi basta”
Pa: “Brava. Va beh Maria, ti brucia lo stomaco perché non stai mangiando”
Maria: “Eh?”
Pa: “Non stai mangiando”
Maria: “Non lo so, ma mi brucia… mi brucia un po’ lo stomaco, capito?”
Pa: “Però è il nervoso quello, lo sai?! Quando uno sta nervoso ti prende così”
Maria: “Ma che ne so, guarda. Non so nemmeno più…”
A 00H 16M 10S NON CONVERSANO
Maria: “…niente più”
DA 00H 16M 13S A 00H 16M 17S NON CONVERSANO
Maria: “Non riesco a capire”
DA 00H 16M 20S A 00H 16M 32S NON CONVERSANO
Pa: “Amo’?!”
Maria: “Oh”
Pa: “Io non ti posso dire niente di queste cose, lo sai?!”
Maria: “Eh?”
Pa: “Io non so cosa… cosa ti doveri dire in queste cose qua”
DA 00H 16M 44S A 00H 16M 45S NON CONVERSANO
Maria: “[Con tono di voce bassissimo: “Ma vattene (Ma vattindi)”]”
198
Pa: “Mi senti?”
Maria: “Lo so, lo so”
DA 00H 16M 51S A 00H 16M 53S NON CONVERSANO
Maria: “Lo so”
DA 00H 16M 55S A 00H 16M 56S NON CONVERSANO
Maria: “Sono… Non so, non ho idea”
Pa: “Tania era… sei riuscita a parlare un po’ con Tania?, o no?”
Maria: “Sì, sì. Quando ho telefonato ho parlato con lei”
Pa: “E che dice Tania?”
Maria: “E va beh, Tania capisce che… perché l’ho fatto, no?!, e quindi… Bella mia mi
fa «eh, lo so, lo so. Eh, lo so» mi fa. Lei lo sa. Quindi, lei riesce a capire che
sono arrivata… Mi… per la cosa di mia mamma sto arrivando a un capolinea,
hai capito?”
DA 00H 17M 29S A 00H 17M 30S NON CONVERSANO
Maria: “Hai capito?”
Pa: “Mh. Ma era meglio che…”
Maria: “Che non la chiamavo dall’inizio”
Pa: “Mari’… Va boh. Comunque tu non ce la facevi, arrivavi sempre…”
Maria: “Eh?”
Pa: “Arrivava sempre il punto che tu la vole… ti veniva voglia… la voglia di sentirla”
Maria: “Sì, questo sì”
Pa: “Mo’ anche se la sentivi fra un anno ti faceva la stessa impressione che… che ti ha fatto
adesso, capito?”
Maria: “Sì. Però c’era la distanza, capito?”
Pa: “Mh”
Maria: “Invece sentendola ho un po’…”
Pa: “Sentendola. Ma il guaio è stato vedendola, Maria”
Maria: “Eh?”
Pa: “Quando l’hai vista. Allora… Mo’ ti dico io. Quando l’hai vista…”
Maria: “Mh”
Pa: “…e quando il fatto che mi hai detto che…”
A 00H 18M 22S NON CONVERSANO
Pa: “Come si dice? Ha dormito a… accanto a te”
Maria: “Sì”
DA 00H 18M 28S A 00H 18M 29S NON CONVERSANO
199
Pa: “Gua’, non ci sta niente da fare, oh!, la mamma è sempre la mamma, non c’è niente da fa’”
Maria: “[ride]”
Pa: “Lo sai?! Proprio non c’è niente da fare”
Maria: “Eh, lo so. Mannaggia la miseria”
Pa: “Tu lo sai, tu sei mamma quindi lo sai meglio di me, no?!”
Maria: “Eh, eh. Ma io riesco a capirla”
DA 00H 18M 48S A 00H 18M 49S NON CONVERSANO
Maria: “Mica non la capisco, la capisco”
DA 00H 18M 52S A 00H 18M 55S NON CONVERSANO
Pa: “Lei dice che… Sì. Se fosse… Mo’ ti dico una cosa, diciamo, diciamo per assurdo, no?! Se
fosse capito a una figlia tua, tu cosa avresti fatto, Maria?”
A 00H 19M 07S NON CONVERSANO
Maria: “Ma io capisco”
Pa: “No, ascoltami un attimo. Se capitava una cosa che è capitata a te a tua figlia, tu cosa
avresti fatto?, quando tua figlia ti chiamava?”
Maria: “Gli dicevo «torna a casa», è normale”
DA 00H 19M 24S A 00H 19M 28S NON CONVERSANO
Maria: “E’ normale che gli dico «torna a casa»”
Pa: “Vedi. Ma non è normale, e che è il cuore che ti… ti… Come si dice? Il cuore proprio
dice… che ti fa… che ti fa dire certe cose”
Maria: “Eh, ma io lo so, lo so”
DA 00H 19M 41S A 00H 19M 45S NON CONVERSANO
Maria: “Eh, mah!”
DA 00H 19M 47S A 00H 19M 48S NON CONVERSANO
Pa: “Mari’, tu cosa pensi?”
Maria: “Eh, eh, a me mi fa paura. Te lo dico chiaro”
Pa: “Mh”
DA 00H 19M 56S A 00H 20M 00S NON CONVERSANO
Pa: “Va beh”
DA 00H 20M 02S A 00H 20M 03S NON CONVERSANO
Maria: “A me fa paura tornare a casa, eh!”
Pa: “Non ci tornare, Mari’”
Maria: “Eh?”
Pa: “Non ci tornare se c’hai paura”
Maria: “A me fa paura tornare a casa”
200
DA 00H 20M 13S A 00H 20M 15S NON CONVERSANO
Pa: “Perché se è come dici tu, no”
Maria: “Eh?”
Pa: “Non esiste”
Maria: “Cosa?”
Pa: “Ah?”
Maria: “Cosa?”
Pa: “Non esiste che tu torni a casa ee… e paghi le pene, Maria”
Maria: “E?”
Pa: “Paghi le pene”
Maria: “Questo è sicuro”
DA 00H 20M 35S A 00H 20M 38S NON CONVERSANO
Pa: “Tu c’hai fino a lunedì, giusto?”
DA 00H 20M 41S A 00H 20M 42S NON CONVERSANO
Maria: “No, non è che ho tempo fino a lunedì. Lunedì loro partono, se… sta a me la
decisione, non è che… Se io voglio, se non voglio non voglio”
Pa: “Che significa «loro partono»? Vanno in vacanza?”
Maria: “Va beh, saba… loro sabato e domenica non ci sono, poi vengono lunedì e poi… per
vedere come stai più che altro, hai capito?”
Pa: “Mh”
Maria: “Però se tu non frattempo vuoi pensarci hai tempo di pensarci”
Pa: “Mh. Ho capito”
Maria: “Mica loro ti mandano via”
Pa: “No. Siccome c’avevi paura prima, ti ricordi?
Maria: “Eh?”
Pa: “Quando dicevi «ma se questi mi mandano via»”
Maria: “[ride] No, non mi vogliono… non mi vogliono mandare via [ride] ormai [ride]”
Pa: “Tu che paura… Tu questo mi dicevi «ma se questi domani mi mandano via», ti ricordi?”
Maria: “Eh, ma hanno capito che non dico bugie (palle)”
Pa: “Appunto. Io quante volte te l’ho detto sto fatto?”
Maria: “Eh?”
Pa: “Quante volte te l’ho detto?”
A 00H 21M 41S NON CONVERSANO
Maria: “Eh! Però!”
Pa: “Ti ho detto sempre…”
201
Maria: “Sì”
Pa: “Un sacco di volte te l’ho detto…”
Maria: “Io la paura ce l’ho sempre”
Pa: “…che a quella gli piaci”
Maria: “Eh?”
Pa: “La paura ce l’hai sempre che loro ti mandano via?!”
Maria: “No, quella no. Il fatto che se io torno a casa, no?!, poi che succede?”
Pa: “Maria…”
DA 00H 21M 59S A 00H 22M 00S NON CONVERSANO
Pa: “Il fatto che se tu torni a vedere a Tania, no?!”
Maria: “Io torno?”
Pa: “Vai a vedere a Ta… a casa diciamo, no?!”
Maria: “Eh?!”
Pa: “Puoi sempre… Si può fare il fatto che ti dissi io?”
Maria: “Èèè… difficile”
Pa: “Sei sicura?”
Maria: “Eh, mh”
Pa: “Sei sicura?”
Maria: “Sì”
A 00H 22M 25S NON CONVERSANO
Pa: “Ah”
Maria: “E’ molto difficile”
DA 00H 22M 30S A 00H 22M 33S NON CONVERSANO
Pa: “Perché tu… Tu mi dicesti che loro ieri però ti hanno detto in un’altro modo”
Maria: “Eh?”
Pa: “Ti hanno detto in un modo diverso ieri, loro”
Maria: “Sì. Però su… Cioè, mi deve rivedere lei, devo essere ricredibile e tante cose”
DA 00H 22M 51S A 00H 22M 54S NON CONVERSANO
Pa: “Comunque tu sei credibile, non è che non sei credibile”
Maria: “Sì va beh, però”
DA 00H 22M 59S A 00H 30M 01S NON CONVERSANO
Maria: “Quando ti portano a casa, ti fanno ritrattare, ti fanno firmare, ti fanno fare
tante cose, eh!, poi quella mi può dire «ma ‘vvafanculo», no?!”
Pa: “Ma vah Mari’, non te lo dice”
202
Maria: “Quelli potrebbero… Quella può dire «tu li hai fatti venire fino a là a prenderti,
mica… nessuno sapeva dov’eri tu. Tu l’hai detto, se non lo dicevi». Colpa loro non ne
hanno. Capito?”
Pa: “E chi gliel’ha detto? Tu può sempre dire che ti ha vistooo qualcuno”
DA 00H 23M 31S A 00H 23M 33S NON CONVERSANO
Pa: “Oh!, mi senti?”
Maria: “Eh, ma non… non lo so com’è”
DA 00H 23M 38S A 00H 23M 39S NON CONVERSANO
Pa: “Come il fatto che quando stavi giù ci stava quella persona che conosceva tuo padre”
Maria: “Sì”
Pa: “Quindi può capitare, no?!, un fa… un fatto di questi”
Maria: “Quello che mi ha com…”
Pa: “Ti ricordi?”
Maria: “Sì”
Pa: “Eh, scusa. Non poteva capitare che veniva qualcuno là e ti veniva a prendere?”
Maria: “Eh?”
Pa: “Pensa se veniva qualcuno lì a prenderti?”
Maria: “Madonna mia! E’ stata una fortuna che l’hanno saputo quando io già ero
andata via”
Pa: “Eh! Se stavi un’altra settimana però che cazzo succedeva?”
Maria: “Eh, morivo là dentro, eh, eh”
Pa: “Eh. Perché vedi come… Perché io te l’ho detto, «io quello lì…»… Tu me l’hai detto
dopo questo fatto qua, ma io dal primo momento che non ho mai… quando tu mi
dicesti «va beh, sta distante questo qua», ho detto «il fatto puzza»”
Maria: “Sono stata un po’ disgraziata, dai!”
Pa: “Sì. Perché te ne accorgi, Maria, quando è… Scusa, a me che… che mi frega che tu c’hai
un passato così?! Eh, eh, mica mi metto fuori, dietro, così, così”
Maria: “Va beh, forse l’ha fatto…”
Pa: “Però…”
Maria: “…l’ha fatto per vantarsi (per avanto) lui, no?!”
Pa: “Per?”
Maria: “Per avanto si dice, no?! Per vantarsi, «sai chi c’era? C’è tizia qua», capito?”
Pa: “Eh, appunto. A te ti stava… Perché se era un altro si doveva stare zitto”
Maria: “Quello l’ha fatto solo per vantarsi, capito?”
Pa: “Eh, a inguaiare te”
203
Maria: “E mi ha inguaiata, certo che mi inguaiava”
Pa: “Eh”
A 00H 25M 09S NON CONVERSANO
Pa: “Appunto, no?! Perché magari se lui e… Giustamente tu mi hai detto che tuo padre l’ha
saputo…”
Maria: “Mh, mh”
Pa: “…E può essere pure che si stavano già organizzando per venirti a prendere, no?!, che ne
sai!”
Maria: “Sicuramente” “A voglia!”
Pa: “Eh, perché è normale, no?! Perché se tu sai dove sta tua figlia non te la vai a prendere?”
Maria: “Certo”
Pa: “Eh. Però chi sa come venivano a prenderti”
Maria: “[sospira] Eh, eh”
Pa: “Mh?!”
Maria: “Puoi immaginare, no?!”
Pa: “Mh”
Maria: “Che era tutto all’inizio…”
Pa: “(incomprensibile)”
Maria: “…è stata tutta la cosa all’inizio, quindi quando venivano non è che venivano…, come
si dice?, …in segno di pace”
Pa: “Eh!”
Maria: “Eh, eh”
A 00H 25M 46S NON CONVERSANO
…OMISSIS…
Pa: “Io ho detto che ti prendo”
Maria: “Io non aspe… Pa?!”
Pa: “Che c’è? Eh”
Maria: “Io non aspetto altro guarda”
Pa: “Sì. Te l’ho detto a me mi devi… Forse non te lo dovevo dire adesso, perché io so che ci
vuole… almeno ci vogliono tre, quattro/cinque mesi per fare tutto quello che sto
facendo, che sto pensando di fare, però ti prendo. Ho deciso. Pure se tu stavi con
un’al… ti metti con un altro, io ti vengo a prendere dove stai stai”
Maria: “[ride]”
Pa: “Sì”
Maria: “Prometti che pure che non mi sentirai verrai”
204
Pa: “Ascolta. Ascolta n’attimo. Posso dirti una cosa? Mo’ non ti devi… (incomprensibile)…”
Maria: “Eh?”
Pa: “Ieri, no?!, quando dicevi «fammi vedere la casa tua com’è», queste cose qua, ti ricordi?”
Maria: “Sì”
Pa: “Ma lo sai perché l’ho fatto?”
Maria: “Che cosa hai fatto?”
Pa: “Per vedere come fare, dove stavi, per vedere…”
Maria: “Eh”
Pa: “…Oh, io ho fatto di …(incomprensibile)…”
Maria: “Eh?”
Pa: “Ho fatto i film, diciamo i film, il piano in testa a me”
Maria: “[ride] Ti sei fatto il piano [ride]”
Pa: “Sì”
Maria: “Eh?”
Pa: “No, te l’ho detto, mi son messo a pensare, e poi ho detto «fammi vedere dove abita, dove
sta, com’è la casa» queste cose qua”
Maria: “E hai visto com’è? Hai visto com’è casa mia?”
Pa: “Sì. (incomprensibile) scendo giù… No, non ti…”
Maria: “Ah?”
Pa: “Diciamo che ti ho preso con l’inganno, no?!”
Maria: “E va boh”
Pa: “Però volevo capire delle cose”
Maria: “E ma guarda che tutto… tutto intorno… son tutte famiglie quelle che stanno”
Pa: “A me non mi interessa”
Maria: “Mh?”
Pa: “A me non mi interessa”
Maria: “Non ti interessa”
Pa: “Se deciso una cosa la faccio”
A 00H 33M 56S NON CONVERSANO
…OMISSIS…
FINE PROGRESSIVO
E tuttavia, come si è già visto, appena due giorni dopo (in data 8 agosto 2011) e nonostante
tutte le sue paure, Maria Concetta aveva deciso di fare ritorno a casa, sicuramente spinta dalla mancanza
dei figli, esternata con toni accorati anche ad Emanuela Gentile (si ricordi in proposito come sia
possibile apprezzare, dall’ambientale in auto di cui al prog n. 326, come le ultime resistenze opposte
dalla donna alle insistenze dei familiari fossero state superate proprio facendole sentire al telefono il
205
pianto disperato di Tania), forse spinta dalla vana speranza di essere perdonata, di costituire l’eccezione
a quella triste regola che ella stessa dimostrava di conoscere così bene; forse convinta di poter far
rientro nel programma qualora le cose fossero andate male.
E che le cose andassero sempre peggio dopo il suo rientro a Rosarno è dimostrato in maniera
inconfutabile dal contenuto di tutte le comunicazioni che ebbe in quel periodo.
Si è già detto degli sms scambiati con Pasquale Improta, in cui esprimeva la ferma volontà di
riprendere la sua collaborazione con la giustizia.
Nello stesso senso depongono quelli inviati a Domenico La Camera, in cui Maria Concetta,
dopo giorni di silenzio, durante i quali aveva interrotto ogni comunicazione, dice di essere “nei guai
brutti” dando altresì ad intendere di non essere libera di parlare (“non chiamare né sms mi farò viva
io”).
SMS IN ENTRATA N° 187 – DEL 07/08/2011 ORE 00:08.22
UTENZA CHIAMANTE: 393201489465
TESTO SMS: Mo rispondi.
SMS IN ENTRATA N° 264 – DEL 07/08/2011 ORE 20:36.07
UTENZA CHIAMANTE: 393201489465
TESTO SMS: Quando accendi il telefono fatti sentire?
SMS IN ENTRATA N° 265 – DEL 07/08/2011 ORE 20:41.06
UTENZA CHIAMANTE: 393201489465
TESTO SMS: Quando accendi il telefono fatti sentire?
SMS IN ENTRATA N° 287 – DEL 07/08/2011 ORE 22:09.01
UTENZA CHIAMANTE: 393201489465
TESTO SMS: Quando accendi il telefono fatti sentire?
SMS IN ENTRATA N° 306 – DEL 07/08/2011 ORE 22:44.06
UTENZA CHIAMANTE: 393201489465
TESTO SMS: Stronza perke non rispondi.t.v.b.
SMS IN USCITA N° 315 – DEL 08/08/2011 ORE 01:21.03
UTENZA CHIAMATA: 393201489465
TESTO SMS: Sto nei guai brutti.nn chiamare ne sms mi faro viva io tvb
206
SMS IN USCITA N° 602 – DEL 12/08/2011 ORE 15:00.02
UTENZA CHIAMATA: 393391823289
TESTO SMS: Sn tornata a casa pultroppo mi anno beccata...xadesso nn posso parlare
dammi tempo ok tvb
Concetti che ripeterà nella telefonata del 16 agosto già esaminata sopra, e sulla quale – quindi –
non si tornerà.
I timori della Cacciola non scemeranno con il passare dei giorni, anzi, diverranno sempre più
concreti, tanto allarmanti da spingerla, il 17 agosto 2011, a contattare di nuovo, personalmente, il suo
contatto al ROS dei Carabinieri (Gennaro) al quale manifesterà ancora una volta il suo stato di paura
ora non tanto determinato dall’atteggiamento del padre dal quale sembra essere stata in qualche modo
rassicurata, ma dalla gente, da quello che definisce “tutto il contorno” (cfr. prog. 877 del 17.8.2011 ore
14.14: “Sì, sono qua a casa mia, ma io… Lo sa com’è, no?!, le cose. Quindi… Un po’ temo qua. Pure che non
temo con mio padre, voglio dire, che non mi fa niente, però temo io qua, le cose sono troppe
sleali[?] con gli altri”; e prog. n. 879 del 17.8.2011 ore 14.21: “Sì. Perché qua un po’ mi fa paura tutto
questo, perché non vorrei che… quando esce tutto… tutte ‘ste cose fuori, è normale che non
sto più in pace qua”; e prog. n. 889 del 17.8.2011 ore 16.28: Voce Femminile: “E perché ho pau…
Ho paura. Ho paura. Non dico che i miei familiari, di mio padre, adesso, adesso come adesso,
però c’è tutto il contorno. Si sanno le cose”, Gennaro: “Ho capito”, Voce Femminile: “Qua le cose
girano, le voci girano «che sono stata con la legge», chi ti senti parlare in un modo, ti senti
tipo…” Gennaro: “Ma vi avete paura di che cosa?… - Vi chiedo scusa - …di spostarvi oppure avete paura di
eventuali ripercussioni?” Voce Femminile: “Di tutte e due cose…” …omissis… “Sì. Sì. Ho paura. Ho
paura della gen… Di tutto quello che è stato fatto pure ormai”).
Il 18 agosto, tuttavia, la Cacciola chiama di nuovo i Carabinieri, che erano in attesa di un suo
segnale per potersi attivare e recuperarla, e chiede di sospendere temporaneamente l’operazione. Non è
dato sapere il motivo di questo tentennamento perché la giustificazione che ella adduce, ossia il malore
della sua figlia più piccola, non ha trovato alcun riscontro nel corso dell’istruttoria svolta.
Quello che però è certo è che Maria Concetta non avrà più modo di mettere in atto il suo
proposito in quanto, circa 48 ore dopo, verrà rinvenuta cadavere dai suoi genitori.
§ 3.3 Conclusioni sulla riqualificazione dell’evento morte
Alla luce della complessiva disamina appena effettuata appare a questa Corte assolutamente in
contrasto con le emergenze processuali ritenere che Maria Concetta Cacciola il 20 agosto 2011 si sia
tolta la vita.
Militano contro questa tesi degli elementi logici insuperabili.
Il suicidio come gesto estremo, compiuto al culmine di uno stato di prostrazione fisica e
psicologica, è del tutto inconciliabile tanto con la personalità solare ed ottimista della donna, così come
emersa da ogni atto del presente processo, quanto con il contegno dalla stessa tenuto fino a poche ore
prima della morte.
Non è una donna depressa quella che il 18 agosto andava con la madre alla ricerca di un
parrucchiere, il cui aspetto fisico fino all’intervenuto decesso appariva curato nei minimi dettagli e che
continuava a progettare un futuro lontano da Rosarno insieme al suo amante.
207
Significativa in proposito è la telefonata tra Maria Concetta Cacciola e Pasquale Improta (di cui
al prog. n. 1020 del 18 agosto 2011 fatta trascrivere dalla Difesa ed acquisita all’udienza del 10.7.2013)
in cui la donna, appena due giorni prima della sua morte, diceva al suo compagno di volerlo raggiungere
al più presto (CACCIOLA M.C. – Mi promet... mi prometti che dopo che torni dall’ospedale trovi casa?
IMPROTA P. – Non ho capito. CACCIOLA M.C. – Mi prometti che dopo che torni dall’ospedale trovi casa?
IMPROTA P. – Dopo che torno dall’ospedale? CACCIOLA M.C. – Trovi casa. IMPROTA P. – Sì, te lo
prometto. CACCIOLA M.C. – Eh? IMPROTA P. – Te lo prometto. Te lo prometto. Mi credi, alle promesse mie?
O no? CACCIOLA M.C. – Io sì, e lo sai. IMPROTA P. – Tu mi prometti che te ne vieni per sempre con me?
CACCIOLA M.C. – Eh? IMPROTA P. – Mi... mi prometti che te ne vieni per sempre con me? CACCIOLA
M.C. – Sì. IMPROTA P. – E buttiamo questi telefoni e tutto? CACCIOLA M.C. – Sì... sì. IMPROTA P. –
Ok. CACCIOLA M.C. – Sì, sì. IMPROTA P. – Io non le di... io non le dimentico, eh, le promesse. CACCIOLA
M.C. – Eh? IMPROTA P. – Io non dimentico quando fanno le promesse le persone, ricordati. CACCIOLA M.C. –
Eh, nemmeno io. IMPROTA P. – Fiato mio, che dici? CACCIOLA M.C. – Mi manchi, mi manchi, mi manchi un
casino; cfr. trascrizioni prodotte dalle Difese ed acquisite all’udienza del 10.7.2013).
Anche nelle ultime conversazioni, progg. 1053 e 1076 del 19 agosto 2013, nulla nel suo
comportamento lasciava presagire la sua intenzione di togliersi la vita.
Si è invece ampiamente dimostrato come la Cacciola fosse una donna che aveva paura; ma la
paura e il desiderio di fuga, in una mente sana come si è provato essere quella della collaboratrice,
costituiscono l’espressione più spiccata dell’istinto di autoconservazione dell’uomo, evidentemente
inconciliabile con la volontà di infliggersi la morte.
A favore di questa impostazione depongono anche elementi di carattere tecnico – scientifico; si
è in proposito ampiamente spiegato come assolutamente in contrasto con i dati obiettivi emersi dalla
sola visione del materiale fotografico in atti siano le conclusioni cui è giunto il consulente del P.M.
A questo proposito vale solo la pena evidenziare come il dato di letteratura medica riportante
l’ingestione di acido muriatico come causa tipica di suicidio (diffusa soprattutto tra le donne) e del tutto
eccezionale di omicidio non tiene in considerazione – né ovviamente potrebbe farlo – i casi di omicidio
perpetrati sotto forma di apparente suicidio allo scopo di assicurare l’impunità all’autore del delitto; è
evidente che, in questo caso, una diffusa modalità di suicidio potrebbe diventare un tipico metodo di
omicidio.
Ed allora, senza ripercorrere nel dettaglio le considerazioni che sono state già
abbondantemente espresse, la conclusione che si impone è che Maria Concetta Cacciola sia stata uccisa.
Non è compito di questa Corte, in mancanza di elementi di prova specifici emersi in
dibattimento, quello di individuare l’autore o gli autori del fatto; è tuttavia un dato obiettivo e che non
può certo essere sottovalutato quello a mente del quale la Cacciola sia andata incontro ad un destino
che ella stessa – come le persone a lei più vicine che vivevano nel suo stesso contesto – sapeva essere
già segnato.
E così era consapevole del fatto che lesione dell’onore, da lei attuata addirittura in una duplice
forma (quella del tradimento in senso stretto, in quanto la relazione extraconiugale che aveva intrapreso
rappresentava una violazione dell’onorabilità sua e, di riflesso, anche dei suoi parenti; e quella del
tradimento in senso lato, inteso come violazione della regola di omertà che impone di non passare dalla
parte della giustizia), l’avrebbe esposta soprattutto nei confronti del proprio nucleo familiare; ed infatti
la Cacciola, parlando con Emanuela Gentile dei rischi che aveva corso già quando erano cominciate a
circolare le prime voci sulla sua infedeltà, si esprimeva così: “…Emanuela se eri tu… Emanuela se
eri tu cosa facevi?, ti facevi ammazzare?” (cfr. prog. n. 130 del 6 agosto 2011 sopra riportata).
Per non parlare della sicurezza che mostrava la stessa Gentile nell’individuare la principale fonte
di pericolo in Giuseppe CACCIOLA (“Che tuo fratello era proprio agguerrito lui, che era per
208
davvero malato mentale.” … “… Stai tranquilla che a te, secondo me, tuo padre non ti fa… non
ti fanno avvicinare neanche con un dito da tuo fratello”); pensiero che Maria Concetta condivideva
così profondamente da ritenere che neanche l’intercessione dei genitori avrebbe potuto far desistere il
fratello dal desiderio di ripristinare l’onore familiare violato (“Quello se ne fotte che non si parla più
con mamma e padre” … “Eh. Dice «me ne fotto che non mi parli, almeno io non passo che ho
la sorella così»”).
D’altra parte non c’è bisogno di addentrarsi in complicate analisi sociologiche (che in questa
sede risulterebbero un fuor d’opera) per capire quale fosse la punizione prevista per questo tipo di
mancanze; né c’è necessità di rievocare precedenti in materia di cui pure la cronaca giudiziaria è
tristemente piena, ma basta affidarsi alle sole semplici parole di Maria Concetta Cacciola (tanto più
credibili in quanto captate a sua insaputa, mentre parlava spontaneamente con le persone di cui si fidava
di più), che temeva di dover pagare con la propria vita e che temeva soprattutto gli uomini della sua
famiglia, cui evidentemente sapeva essere riservato il compito di cancellare l’onta subita.
È dunque proprio in questo ambito che vanno ricercate – a giudizio di questa Corte – le dirette
responsabilità della sua morte.
A sostegno di questa impostazione si potrebbe dire – ancora una volta contraddicendo il
consulente tecnico Trunfio – che l’ingestione forzata di acido muriatico, nell’evocativo gesto di tappare
la bocca a chi parla troppo, è un metodo tipicamente utilizzato dalla mafia per uccidere i collaboratori
di giustizia.
E neppure vale osservare – ancora a sostegno della tesi del suicidio come evento morte
aggravante il delitto di cui all’art. 572 c.p. – che l’omicidio di mafia non avviene a così breve distanza
temporale dalla ritrattazione; è vero che la stessa Maria Concetta aveva detto ad Emanuela Gentile che,
qualora fosse rientrata a casa, le sarebbe rimasto al massimo un anno o un anno e mezza di vita; è vero
che è ormai strategia consolidata anche tra le fila della criminalità organizzata quella di aspettare che le
dichiarazioni dei collaboratori si “sgonfino”, che perdano peso a beneficio della ritrattazione, e che si
celebrino quindi i processi che da quelle dichiarazioni eventualmente scaturiscano senza che le stesse
rischino di divenire irripetibili ai sensi dell’art. 512 c.p.p.
E però, così opinando, si omette di considerare un dato che nel caso di specie risulta essere
caratterizzante e distintivo rispetto ad altre situazioni analoghe; Maria Concetta Cacciola infatti, ben
lungi dall’essere rientrata nei ranghi, continuava ad intrattenere i suoi rapporti “proibiti” e, soprattutto,
aveva deciso di andar via di nuovo.
I Cacciola si trovavano in definitiva di fronte al rischio che la ragazza riprendesse a collaborare
rimangiandosi quanto dichiarato nella sua ritrattazione. E ciò costituiva un rischio che – a prescindere
dal più severo vaglio di attendibilità cui avrebbe dovuto essere sottoposta – non potevano permettersi
di correre.
A questo proposito va ricordato che, per quante precauzioni la giovane avesse potuto prendere
per non farsi sentire quando parlava al telefono, c’era almeno una persona della sua famiglia cui aveva
confidato la sua volontà di rientrare nel programma: sua madre; glielo dice chiaramente nel corso della
conversazione ambientale n. 416 del 18.8.2011 (“io me ne vado mamma!”), e ne parla con Domenico
La Camera nel corso della telefonata del 16.8.2011 (prog. 834) già esaminata (Maria: “Non è… non si
può vivere più così. Infatti gliene ho parlato pure a mia mamma, gli ho detto «io non è che
posso fare questa vita, io non posso vivere qua»”).
E la fiducia che Maria Concetta ha riposto fino al suo ultimo giorno di vita nella mamma, in chi
l’aveva generata e a cui si sentiva unita da un legame quasi simbiotico (come emerge dalle intercettazioni
ma come hanno avuto modo di dichiarare anche i testi sentiti sul punto), è stato forse il suo errore.
209
Non si intende qui di certo dubitare della sincerità della LAZZARO quando piange disperata sul
corpo esanime della figlia durante la corsa in ospedale; ma non si può escludere – alla luce degli
elementi raccolti – che ella si fosse resa veicolo, forse anche inconsapevole, della sua fine.
Da poi da pensare la reazione del padre Michele, che pure mostra tutta la sua apprensione nelle
fasi di soccorso, ma che già in macchina, di ritorno dal pronto soccorso, di fronte al dolore della moglie
riesce pronunciare un’unica parola: “pazienza” (cfr. conversazione n. 437 del 20 agosto 2011 ore 22.53).
È oltremodo significativo come nessuno dei soggetti captati nelle fasi immediatamente
successive alla morte di Maria Concetta, che si era apparentemente suicidata, si sia mai chiesto il motivo
di un simile gesto, che è la domanda più frequente che ci si pone in casi del genere; quasi come se tutti,
estranei o complici che fossero, sapessero comunque quale era stata la vera sorte della povera ragazza.
In questo senso assume una luce diversa anche l’intercettazione ambientale veicolare n. 455, del
22 agosto 2011, intercorsa tra Michele CACCIOLA ed un uomo non identificato (indicato come Voce
Maschile 1); in questa conversazione l’ipotesi del suicidio (“si è ammazzata”) viene quasi proposta dallo
sconosciuto interlocutore al CACCIOLA come la soluzione ad un problema, sottolineato anche dalla
domanda rivoltagli dell’imputato (“e che facciamo? che dobbiamo fare?”):
CONVERSAZIONE N° 455 – DEL 22/08/2011 ORE 18:59.22
DURATA: 00H16M 46S
DA 00H 00M 00S A 00H 02M 24S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “(incomprensibile)”
DA 00H 02M 26S A 00H 02M 33S NON CONVERSANO
Voce Maschile 1: “E’ piena di soldi questa borsa” “E’ china i sordi sta borsa”
DA 00H 02M 36S A 00H 02M 39S NON CONVERSANO
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)… a nessuno” “…(incomprensibile)… a nuddu”
DA 00H 02M 42S A 00H 03M 03S NON CONVERSANO
Voce Maschile 1: “C’è pure questo” “C’è puru chistu”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 03M 06S A 00H 03M 59S NON CONVERSANO
DA 00H 04M 00S A 00H 04M 16S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 04M 17S A 00H 04M 49S SI SENTE SOLO FRUSCIO
DA 00H 04M 50S A 00H 04M 55S TRATTO INCOMPRENSIBILE
DA 00H 04M 56S A 00H 05M 19S NON CONVERSANO
DA 00H 05M 20S A 00H 07M 37S NON CONVERSANO
DA 00H 07M 38S A 00H 07M 49S TRATTO INCOMPRENSIBILE
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “E che facciamo? Che dobbiamo fare? (incomprensibile)” “E chi facimu?
Chi hamu e fari? (incomprensibile)”
Voce Maschile 1: “Si è ammazzata” “S’ammazzau”
DA 00H 07M 50S A 00H 08M 43S SI SENTE SOLO FRUSCIO
210
DA 00H 08M 44S A 00H 09M 14S TRATTO INCOMPRENSIBILE – il fruscio copre le voci
DA 00H 09M 15S A 00H 09M 42S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “E invece”
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Io non so niente. Io so solo che ho perso una figlia” “Io no sacciu
nenti. Io sacciu sulu ca perdia na figghia”
DA 00H 10M 09S A 00H 10M 17S NON CONVERSANO
Voce Maschile 1: “Ieri dice …(incomprensibile)…” “Aieri dici …(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “(incomprensibile)”
Voce Maschile 1: “(incomprensibile)”
DA 00H 10M 26S A 00H 11M 06S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 11M 10S A 00H 12M 36S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile 1: “Quel perito di Reggio è, (incomprensibile)” “Chiddu peritu i Riggiu è,
(incomprensibile)”
DA 00H 12M 40S A 00H 12M 55S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 12M 58S A 00H 13M 05 SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 13M 07S A 00H 13M 42S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile 1: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
DA 00H 13M 50S A 00H 14M 05S SI SENTE SOLO FRUSCIO
Voce Maschile 1: “Lei ha avuto la debolezza quando facevano là fuori …(incomprensibile)…
medicine (incomprensibile) Da là…” “Idda nd’eppi a debolizza quandu facianu ndà
fora …(incomprensibile)… A via medicini (incomprensibile) I ndà…”
Voce Maschile: “…(incomprensibile)…”
Voce Maschile 1: “L’hanno indebolita. …(incomprensibile)…”
“…A deboliru.
…(incomprensibile)…”
Voce Maschile: “Gli dovevano indebolire le corna che ha, cosa gli dovevano indebolire. Che
non sa neanche se (incomprensibile). Cosa gli dovevano indebolire, me l’hanno
ammazzata la figlia. Me l’hanno ammazzata” “Nd’avianu u nci indeboliscianu i corna
211
chi nd’avi, chi nc’avianu indeboliri. Ca no sapi mancu se (incomprensibile). Chi
nd’avianu u nci indebolisci, m’ammmazzaru a figlia. M’ammazzaru”
DA 00H 14M 36S A 00H 14M 40S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Questi cornuti di merda” “Sti cornuti di merda”
DA 00H 14M 43S A 00H 14M 50S NON CONVERSANO
Voce Maschile: “Dovevano indebolirgli le corna” “Nd’avianu u nci indebolisciunu i corna”
DA 00H 14M 53S A FINE REGISTRAZIONE NON CONVERSANO
L’ulteriore passaggio della conversazione, in cui gli interlocutori parlano di una borsa che
evidentemente è stata appena caricata in macchina e dicono che è piena di soldi, appare a dir poco
inquietante e da approfondire soprattutto se messo in relazione alla frase di poco successiva, in cui i
due commentano il fatto che il perito – e in quel contesto non può che trattarsi del medico legale
incaricato di eseguire l’autopsia su Maria Concetta Cacciola – è di Reggio Calabria.
A questo proposito va affrontata la questione della relazione di consulenza redatta da
Antonino Trunfio.
È evidente che la pura e semplice non condivisibilità dell’operato di un perito – e tanto più di
un consulente di parte – non potrebbe mai portare, di per sé, ad una valutazione dello stesso in
termini di falsità.
E tuttavia, nel caso di specie, la censura che si deve muovere al Trunfio non consiste tanto
nell’aver abbracciato la tesi del suicidio (tesi che, di per sé, avrebbe anche potuto essere sostenuta)
quanto nel non aver assolutamente preso in considerazione, pur in presenza dei fortissimi elementi
di contraddizione evidenziati dalla Corte, nessuna ipotesi alternativa.
È per questo che deve disporsi la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica in sede
per le determinazioni di competenza con riferimento all’attività di consulenza medico-legale dallo
stesso svolta nel presente procedimento.
La trasmissione degli atti in relazione al delitto di omicidio aggravato dalla premeditazione e
dall’uso del mezzo venefico, così diversamente qualificato l’evento morte descritto al capo a) della
rubrica, invece, dovrà essere vagliata all’esito delle ulteriori risultanze istruttorie, che verranno
analizzate nel prosieguo della trattazione e che hanno indotto questa Corte a ritenere sussistente, per
tale fattispecie, l’ulteriore aggravante di cui all’art. 7 D.L. 152/1991.
§ 4. I maltrattamenti di cui al capo a) della rubrica
Riqualificato l’evento morte nella diversa fattispecie descritta agli artt. 575 e 576 n. 2 c.p., rimane
ora da esaminare la condotta residua di cui sono chiamati a rispondere gli odierni imputati al capo a)
della rubrica, ovverosia il delitto di maltrattamenti in forma “semplice”.
A questo proposito si deve infatti ricordare che la disposizione normativa di cui all’art. 572
comma 2 c.p. originariamente contestata, pone a carico dell’agente l’evento più grave (lesione personale
grave o gravissima, o – come nel caso di specie – la morte della persona offesa) per il solo rapporto di
causalità materiale tra lo stesso e la condotta. Per la sussistenza di tale aggravante speciale, pertanto, è
sufficiente che da atti diretti a maltrattare (ed integranti già di per sé reato) sia derivata, come
conseguenza non voluta, la morte della persona offesa; ma non è configurabile il reato aggravato
dall’evento di cui all’art. 572 comma 2 c.p. quando la morte del familiare, che sia stato fino a quel
momento sottoposto a maltrattamenti, sia cagionata intenzionalmente. In tali circostanze – ed in questo
senso la lettura della norma è supportata da pacifica giurisprudenza – “non è neppure configurabile il nesso
212
teleologico tra il reato di maltrattamenti e quello di omicidio volontario, rappresentando quest’ultimo un salto qualitativo
rispetto ai comportamenti di prevaricazione e violenza in ambito familiare posti in essere fino a quel momento nei confronti
della vittima” (cfr. Cass., sez. I, 21 febbraio 2003-8 aprile 2003, n. 16578, CED 224797).
Si è ritenuto che non sia configurabile l’ipotesi aggravata di cui all’art. 572 comma 2 c.p. ma
quella di omicidio volontario addirittura quando la morte della vittima sia causalmente collegata alla
condotta di maltrattamenti posta in essere nei confronti della stessa, oltre ad essere oggetto della sfera
rappresentativa e volitiva dell’agente (cfr. Cass., sez. I, 14 maggio 2008-28 maggio 2008, n. 21329, CED
240084, in cui la Suprema Corte ha confermato la sussistenza del delitto di omicidio volontario nella
condotta di due conviventi che avevano omesso di somministrare il cibo ad una bimba, continuamente
sottoposta a maltrattamenti e di cui avevano la responsabilità della cura e dell’educazione, ritenendo
condivisibile l’impostazione secondo cui rientra nella cognizione e nell’esperienza di qualsiasi individuo,
pur se dotato di modeste facoltà cognitive e intellettive, che la mancata somministrazione di cibo ad un
bambino è destinata a provocarne la morte).
Nel caso che ci occupa – come si vedrà – non sussiste un nesso teleologico ma neppure un
qualsivoglia collegamento causale tra i maltrattamenti che pure Maria Concetta Cacciola ebbe a subire
nel corso della sua vita e la morte che le fu infine inflitta.
Si ritiene infatti che tanto gli eventi che portarono alla decisione di eliminarla quanto le ragioni
ad essa sottese (di cui si avrà modo di parlare più avanti) costituiscano una serie causale del tutto
autonoma ed indipendente rispetto ai fatti di maltrattamento.
Ebbene, le condotte specificamente contestate agli odierni imputati al capo a) della rubrica,
integranti il delitto di cui all’art. 572 c.p., sono così descritte:
1. [Giuseppe CACCIOLA, Michele CACCIOLA e Anna Rosalba LAZZARO]le impedivano di uscire
liberamente di casa e di avere amicizie, in particolare da quando il marito Salvatore Figliuzzi era detenuto
in carcere, malmenandola e comunque vessandola ad ogni violazione delle regole da essi imposte;
2. intorno al mese di giugno 2010 Cacciola Michele e Cacciola Giuseppe, avendo appreso da lettere anonime
che la loro congiunta intratteneva una relazione extraconiugale, la picchiavano violentemente, cagionandole la
frattura ovvero l’incrinatura di una costola, quindi le impedivano di recarsi in ospedale per ricevere le cure,
costringendola a rimanere chiusa in casa ove la facevano clandestinamente curare da un sanitario di loro
fiducia per circa tre mesi;
3. A partire dal giugno 2010, in conseguenza dell’arrivo delle predette lettere anonime Giuseppe Cacciola,
insieme ai suoi cugini (figli di Domenico Cacciola) la sottoponevano a continui pedinamenti;
4. dal 27.7.2011 all’8.8.2011, periodo in cui Maria Concetta Cacciola si trovava in località protetta a
Genova, in conseguenza della sua scelta di collaborare con la giustizia, Lazzaro Anna Rosalba e Michele
Cacciola effettuavano continue pressioni psicologiche – consistenti, tra l’altro, nella minaccia di allontanare
per sempre i figli da lei – per costringerla a fare ritorno a Rosarno e ritrattare le dichiarazioni rese
all’Autorità giudiziaria.
Si anticipa sin d’ora che, pur ritenendo la Corte provata la sussistenza – nella loro materialità –
di tutte le condotte sopra descritte, verranno trattate in questo paragrafo solo le prime tre; la quarta, per
ragioni di ordine espositivo e di carattere sistematico determinate anche dalla diversa qualificazione
giuridica che è stata data al fatto (sotto il profilo della ritenuta sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7
D.L. 152/91), verrà trattata unitamente alla condotta contestata al capo b) della rubrica.
§ 4.1 i maltrattamenti di cui ai punti nn. 1, 2 e 3 del capo a)
213
Le prime e principali fonti di prova in relazione a questo segmento della condotta contestata agli
odierni imputati sono costituite proprio dalle dichiarazioni rese da Maria Concetta Cacciola ai
Carabinieri della Tenenza di Rosarno, e a cui si è già fatto cenno.
Presentatasi davanti ai marescialli Carli e Currò prima, al tenente Ceccagnoli ed al capitano
Boracchia poi, la donna aveva deciso di fidarsi delle Forze dell’Ordine, aprendo loro le porte della
propria prigione domestica e raccontando di una vita di soprusi e vessazioni; la situazione era
precipitata definitivamente nel 2010, quando le erano state recapitate delle lettere anonime, in seguito
alle quali i suoi più stretti congiunti (in particolare il padre ed il fratello) avevano cominciato a
sospettare che ella avesse una relazione extraconiugale ed avevano di conseguenza stretto ancora di più
i controlli attorno a lei, vietandole di uscire di casa da sola, malmenandola e addirittura pedinandola (sul
contenuto dettagliato di tali dichiarazioni, in ordine alle quali hanno deposto i testi Carli e Currò, si
rimanda a quanto già illustrato sub § 1).
La Cacciola aveva poi ripetuto quanto già riferito ai militari anche ai magistrati ed al personale
del NOP, ribadendo di essere limitata nella libertà e nei movimenti dai propri familiari e di avere
pessimi rapporti con il padre e con i fratelli (cfr. deposizione del teste La Vigna, anch’essa esaminata sub
§ 1).
A questo proposito appare opportuno sottolineare come le testimonianze degli ufficiali di p.g.
che hanno riportato in dibattimento le dichiarazioni rese loro della cacciola siano perfettamente
utilizzabili ai fini della decisione, non operando nel caso di specie il divieto di cui all’art. 195 comma 4°
c.p.p.; ed infatti il divieto di testimonianza indiretta è in primo luogo circoscritto ai soli atti tipici di
contenuto dichiarativo compiuti dalla p.g. che devono essere documentati mediante la redazione di un
apposito verbale, ma non anche alle dichiarazioni raccolte nel corso di una diversa attività di indagine o
nel corso di attività atipica quale era, nel caso di specie, la notifica dell’atto garantito nei confronti della
cacciola quale rappresentante legale del figlio minore figliuzzi alfonso. in secondo luogo la sopravvenuta
irripetibilità della dichiarazione oggetto di testimonianza, in ragione dell’intervenuto decesso della
dichiarante, rende utilizzabile la testimonianza in applicazione della deroga espressa di cui all’art. 195
comma 3 c.p.p. (sul punto ci si riporta integralmente all’ordinanza pronunziata all’udienza del
14.12.2012).
Le parole della donna, conoscitrice diretta dei fatti narrati in quanto da lei percepiti e vissuti
personalmente, potrebbero anche costituire da sole la prova dei maltrattamenti subiti.
Si ricorda infatti che ai fini della formazione del libero convincimento del giudice le
dichiarazioni della persona offesa, ove intrinsecamente attendibili, costituiscono vera e propria fonte di
prova sulla quale può essere fondata, anche esclusivamente, l’affermazione di colpevolezza
dell’imputato; e ciò vale soprattutto per i reati maturati in ambito familiare, l’accertamento dei quali
passa, nella maggior parte dei casi, dalla necessaria valutazione del contrasto tra le dichiarazioni della
p.o. e quelle dell’imputato, quasi sempre unici protagonisti dei fatti in assenza, non di rado, di riscontri
oggettivi che supportino la maggiore credibilità dell’uno o dell’altro.
E tale vaglio di attendibilità – che deve necessariamente passare anche per un controllo sulla
credibilità soggettiva del propalante – è, nel caso di specie, senz’altro positivo.
Da una parte infatti si è sgombrato il campo da ogni dubbio in ordine all’assenza, nella Cacciola,
di qualsiasi patologia di natura psichica che potesse in qualche modo minarne l’equilibrio mentale.
Dall’altra, le dichiarazioni dalla stessa rese ai Carabinieri, al personale del NOP, ai magistrati e –
come si vedrà – anche agli amici più intimi, sono caratterizzate da coerenza, linearità e, soprattutto, da
un’estrema costanza.
214
Maria Concetta Cacciola ha riferito sempre negli stessi termini i dettagli dei maltrattamenti
subiti, senza mai omettere nulla e senza mai aggiungere nuovi elementi che possano dare l’impressione
che ella volesse fornire versioni di comodo o compiacere in qualche modo i suoi interlocutori.
Al di là di tali dichiarazioni, comunque, sono presenti in atti una serie di ulteriori dati che
valgono a corroborare la genuinità delle sue accuse, fungendo da precisi riscontri alle stesse.
Appare a questo punto opportuno affrontare prima di tutto la condizione personale della
Cacciola antecedente al giugno 2010, rilevante per le valutazioni in ordine alla condotta contestata al
punto n. 1 del capo a).
Ebbene, nel corso della perquisizione effettuata presso l’abitazione della Cacciola subito dopo il
suo decesso, erano state rinvenute e sequestrate circa 70 lettere che la donna aveva scritto al marito nel
corso del 2007, quando quest’ultimo si trovava detenuto presso il carcere di Larino (cfr. verbale di
sequestro del 20.8.2011).
Seppure in molte di esse la Cacciola si limiti a lamentarsi con il Figliuzzi dei genitori di lui, a suo
parere colpevoli di non prestarle adeguata assistenza affettiva ed economica durante la detenzione del
figlio, il contenuto di alcune missive (sulle quali ha anche deposto il teste Coco) è invece è fortemente
indicativo delle vessazioni esercitate sulla donna.
Nella lettera n. 2 (datata 9.12.2007), ad esempio, la giovane esprime estremo disagio per la
detenzione del marito, in seguito alla quale era rimasta completamente sola “mercoledì mi è caduto il mondo
addosso, aspettavo tanto questa cassazione, come se, mi sentivo che dovevi uscire, però nello stesso momento avevo il cuore,
scuro, come se avessi il presentimento non avevo voglia di parlare, con nessuno, sai cosa ti dico? sto uscendo pazza, dimmi
tu, e se le cose restassero così, a cosa mi domando serve la mia vita, è 4 anni che sono sola, problemi
sola, in tutto e per tutto, 3 figli da crescere, come si dice povera e pazza, e tutto questo è come
un’agonia, ti distrugge lentamente, guarda io non ero così, mi piaceva uscire, nel senso
svagarmi, ora è da mercoledì che non ho voglia di nulla faccio le cose perché le devo fare”; nella
n. 3 (datata 25.11.2007) nel condividere con il marito tutto il suo entusiasmo per essere stata invitata ad
un matrimonio, dice che da circa sette anni non partecipa a cerimonie del genere (“ io è da sette anni
se non sbaglio che non vado a matrimoni”).
Particolarmente significativa ai fini della decisione è la missiva contrassegnata dal n. 4 (datata
4.11.2007) in cui la Cacciola racconta di un episodio occorsole pochi giorni prima e che evidenzia la
pressoché totale privazione della libertà che i familiari imponevano alla ragazza e la conseguente, forte
limitazione che subiva nell’intrattenere qualsiasi tipo di relazione sociale; scrive così Maria Concetta:
“sono troppo stanca della mia vita, esco la mattina per andare a portare i figli a scuola, poi se
mi deve mandare mia madre per comprare qualcosa o per fargli le ricette, dal medico, e ora
che rosy non va più da Laura esco poco, però alla mia famiglia non li accontenti mai, parlano
sempre, gli dico perché non li portate voi a scuola, e li andate a riprendere? Non posso avere
contatto con nessuno, a cosa mi serve la mia vita quando non posso avere contatti con
nessuno? Oggi ti spiego erano le 5, quella mia amica stefania i miei la conoscono, sanno che sono persone serie, e tutto,
perché se no, figurati se li facevo venire sia loro, che io, anno una bella amicizia pure con mia madre, mio padre li conosce
bene, comunque sono persone che non hanno a che fare con nessuno, solo con noi perché sono persone abbastanza riservate.
Allora ti racconto cosa mi è successo oggi come ti dicevo un’ora fa mi chiamò perché alle volte
gli viene a fare la puntura a mia madre, mi disse se ho tachipirina, perché aveva la febbre
vedendo che lei si mette a disposizione su tutto gli dissi aspetta che vedo e vengo con mio
figlio, e così ho fatto, te lo detto dove abitano sono i proprietari dove abitava rosetta, ti finisco il discorso dopo 15
minuti circa alfonso mi disse c’è né andiamo stavamo parlando, e poi mi sono alzata, e c’è né
215
stavamo andando, appena abbiamo aperto il portone vidi mio fratello e Mia Madre con mio
padre, peppe non so, però mio padre si mise a parlare e gesticolare con la bocca ho capito e era
così c’è né stavamo tornando gli dissi sai che fai a Stefania vieni che ho lo sprai per la gola,
vieni a casa con noi, appena siamo tornate c’erano a casa però stavano riuscendo perché ha
venuta mia madre per prendersi la bustina, gli disse questa mia amica e dà 15 munuti che ha
arrivata e c’era pure alfonso cosa che loro l’anno visto gli disse mio padre che a lui non
interessa che io ho il marito carcerato e devo stare ha casa, gli disse lei allora io qua non devo
venire, questa è una mancanza di fiducia, ti giuro sono rimasta male, io per lei, sapendo
quanto sono serie tutte due sorelle, poi i miei se ne sono di nuovo andati, gli dissi io non te la
prendere non lo fanno per te, ma loro sono così, volevo morire in quel attimo perché ci
vogliamo bene con lei con sua sorella, e sentirlo dire quella parola che io devo stare a casa, mi
sono sentita come una bambina, però la rabbia mia sai qual è che è la prima volta che esco un
attimo per andare a portargli la medicina e mi trattano come se avessi 10 anni? E come posso
campare se non posso nemmeno respirare? Io so, dove vado cosa faccio, si dice male non fare
e paura non avere, dimmi tu cosa ho fatto di male, se non posso avere nemmeno uno svago, gli
piace vedermi disperata dalla mattina alla sera”… omissis … “cosa faccio di male per meritare tutto
questo, e 4 anni che sono sola e parlando su di me stessa potrei stare 1 vita, però trattata così no, non posso
campare così, tu mi dici che mi devo rassegnare che un altro anno sarai a casa, io ti dico solo 1 cosa non c’è la faccio
più ora capisco quando le persone si tolgono la vita, perché così non è vita”.
Nella missiva n. 12 del 5 agosto 2007 parla al marito dell’acquisto di un telefonino che la madre
le aveva dato perché lo portasse con sé quando loro non c’erano (“diciamo però a noi non ci serve, l’ha preso
mia madre perché quando partono dicono che io devo avere il telefono se esco, se vogliono dire qualcosa”) e poi ancora,
dice che la sua vita da quattro anni si è trasformata in un incubo (“sono stanca di tutto ciò e 4 anni che la mia
vita si è trasformata, e un incubo, se fossi nel mio cervello capiresti quanto dolore, ho è alle volte ho paura, paura, di non
essere capita, da chi dovrei essere, tu, e come se questa battaglia e tutta la mia, e nessuno può fare nulla, io so solo che non
sono più come una volta, ridevo al solo pensiero di tutte le cose, ora non l’ho faccio più”).
Una testimonianza significativa, in merito allo stile di vita imposto a Maria Concetta Cacciola, è
stata offerta da Giuseppina Pesce, appartenente alla omonima famiglia di ‘ndrangheta operante in
Rosarno; e il suo apporto conoscitivo in merito è tanto più importante in quanto proviene da un
soggetto che viveva in una condizione analoga a quella della giovane, provenendo dallo stesso contesto
socio-culturale di cui ci stiamo occupando ed avendo intrapreso – circa un anno prima di lei – analogo
percorso di collaborazione con la giustizia; percorso che, anche nel suo caso, era stato interrotto per le
pressioni dei familiari (come ha avuto modo di riferire su domanda della Difesa) ma che lei era poi
riuscita a riprendere definitivamente.
E la grande vicinanza tra le due donne si evince dal fatto che probabilmente Maria Concetta
Cacciola proprio in Giuseppina Pesce e nella sua scelta aveva visto un esempio, una speranza di riscatto
dal momento che quando decise di andar via da Rosarno lasciò in macchina un bigliettino con su scritto
“Vado dalla mia amica Giusy” (sul punto si tornerà sub § 6).
Anche Giuseppina Pesce, come Maria Concetta Cacciola, aveva cominciato a convivere a 13
anni con colui che divenne poi suo marito, dopo aver fatto la “fuitina”, e a quindici già era in attesa
della prima figlia.
La Pesce ha detto che la loro amicizia, iniziata sin da bambine (dall’età di 8-9 anni) aveva subito
una sorta di battuta d’arresto quando entrambe si erano sposate ed avevano avuto figli, situazione che,
tenendole impegnate in casa, ne aveva ridotto notevolmente le occasioni di frequentazione; in quel
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periodo, peraltro, la Pesce ha riferito di aver visto la Cacciola sempre in compagnia del marito, motivo
per il quale, quando si incrociavano per strada, si limitavano ad un fugace saluto.
Di estremo impatto la deposizione della teste nella parte in cui ha descritto quello che, per
ragazze come loro, costituiva il passaggio dalla fanciullezza all’età “adulta”, il momento in cui gli
spensierati giochi da bambine lasciavano il posto alla responsabilità di un marito e di una casa: “Diciamo
che non... usciva col marito. Poi aveva il marito e usciva... fino a che c’è stato usciva col marito e quindi cambiò in
generale, perché spos(t)andoti cambia, cioè non hai più... cioè non vai più a fare quello che facevi prima, quindi usciva col
marito... era, insomma, sempre con la suocera o le cognate. Non era più limitata a quello che facevamo prima. Cioè
cambia, no? Da un momento all’altro ti cambiano le cose. Cioè fino all’anno prima andavamo a scuola e poi è cambiato.
Poi avevamo una casa... perché subito avevamo la casa, quindi dovevamo badare alle pulizie domestiche e tutto, insomma,
quello che comprende poi una convivenza” (cfr. pag. 73 trascrizioni udienza del 7.2.2013)
Dall’arresto del Figliuzzi, tuttavia, le due avevano avuto modo di ricominciare a parlarsi
quotidianamente quando si vedevano all’uscita della scuola dei bambini, dal pediatra, o al supermercato
dove la Pesce in quel periodo lavorava. A tale proposito la teste ha riferito che quando Maria Concetta
si recava a fare la spesa da lei, si tratteneva a chiacchierare per un po’.
Ha ribadito poi più volte, anche su sollecitazione della Difesa, che nella loro condizione di
mogli, soprattutto quando i mariti erano detenuti, erano piuttosto limitate nei movimenti (“Che non...
non è che noi siamo... eravamo delle ragazze normali, cioè tipo ci incontravamo per caso... cioè non è che c’è un rapporto di
amicizia, le amiche, esci o insomma la libertà di avere un rapporto con qualcuno, cioè devi fare la madre, la moglie, la
figlia e devi stare a quello insomma. Non puoi...”, e ancora: “Non potevamo frequentarci come volevamo. Non eravamo
libere di dire: andiamo a mangiare una pizza, andiamo a mangiare un gelato. Per noi le occasioni dove potevamo
conoscerci erano quelle, Avvocato, la scuola, il supermercato e... a casa, alcune volte anche a casa...”; cfr. pagg. 31 e 44
trascrizioni udienza del 7.2.2013), ma una delle occasioni in cui era invece loro concesso di uscire
autonomamente era il giorno della festa delle donne.
Ha ricordato infatti che un anno in cui si erano frequentate di più (e che lei ha collocato attorno
al 2007-2008; cfr. pag. 24 trascrizioni udienza del 7.2.2013: “5/6 anni fa”) aveva invitato anche Maria
Concetta ma lei le aveva risposto di non poter andare perché non glielo permettevano; a detta della
teste la Cacciola non aveva fatto riferimento a persone specifiche ma, poiché in quel periodo il marito
era in carcere e lei viveva con i genitori, era chiaro che il divieto provenisse dal suo stretto nucleo
familiare.
Quando parlavano, la Pesce vedeva in Maria Concetta una ragazza sofferente, limitata più di
quanto non lo fosse lei stessa; ha poi chiarito questa sua affermazione precisando che, per ciò che aveva
avuto modo di constatare, era sempre chiusa in casa, non aveva amiche, non era mai in giro da sola,
usciva esclusivamente in compagnia della madre o delle cognate (in particolare della moglie del fratello
Giuseppe). A questo proposito ha altresì aggiunto che le uniche occasioni in cui la vedeva da sola erano
mentre aspettava i bambini all’uscita di scuola e al supermercato.
La Pesce ha poi ricordato come sin dall’infanzia Maria Concetta fosse terrorizzata dal fratello,
stato d’animo che manifestava ogni qualvolta riteneva che egli potesse muoverle un qualche rimprovero
(“Sempre quando uscivamo, in qualsiasi occasione – ripeto – anche in un momento movimento che ci spostavo più in là,
lei era come terrorizzata e continuava sempre a dire: “Se mi vede mio fratello. Andiamo via. Andiamo via”, cioè lo
manifestava, non è che c’era bisogno che lo intuivo. Era evidente.”, cfr. pag. 53 trascrizioni udienza 7.2.2013).
In un’occasione in particolare, poi, aveva personalmente visto l’odierno imputato Giuseppe
CACCIOLA mettere le mani addosso alla sorella; la teste ha infatti riferito che da ragazzine, quando
avevano circa 11-12 anni ed era cominciata l’età dei primi innamoramenti, era nata una simpatia tra
Maria Concetta e suo cugino Ciccio “pecora” e che lei era a tal punto spaventata per il rischio che
fratello lo potesse venire a sapere da ripetere continuamente “se lo sa mio fratello mi ammazza”. Una volta
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scoperto il “fidanzamento” infatti, Giuseppe era andato a prenderla mentre stavano giocando in strada
con altri ragazzini di Rosarno e se l’era portata via strattonandola e tirandole i capelli, circostanza che
ricordava in quanto le era rimasto impresso il particolare di un cerchietto caduto dai capelli dell’amica.
La Pesce non ha avuto dubbi nel dire che Giuseppe CACCIOLA in quell’occasione era stato
violento, l’aveva picchiata.
Questo episodio, pur potendo apparire di per sé poco significativo in considerazione dell’epoca
remota e del contesto puerile in cui ebbe a verificarsi, assume tuttavia una sua specifica valenza alla luce
delle complessive risultanze sinora rassegnate; innanzitutto perché in un ambiente quale quello che si è
appena descritto, dove le donne si sposano a 13 anni, a 11 anni quella che è oggettivamente una
bambina non può già più considerarsi tale agli occhi della sua famiglia, che – in questo caso tramite il
figlio maggiore – assume il ruolo di garante e controllore di frequentazioni che potrebbero facilmente
sfociare in un matrimonio più o meno gradito.
In secondo luogo perché serve a confermare ancora una volta come la Cacciola avesse avuto da
sempre paura del fratello, la cui personalità, caratterizzata da un atteggiamento possessivo e violento sin
dalla primissima adolescenza, non era evidentemente maturata nel corso degli anni.
La prova delle vessazioni subite riposa anche in due documenti più volte citati dalla Difesa; da
una parte nella lettera che Maria Concetta aveva scritto alla madre prima di andare via di casa (sopra
integralmente riportata) in cui, pur affidandole i suoi figli, la supplicava di non fare con loro gli stessi
errori commessi con lei, di non tenerli “chiusi” (“Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto
con me… dagli i suoi spazi… se la chiudi è facile sbagliare, perchè si sentono prigionieri di
tutto. Dagli quello che non hai dato a me.”).
Dall’altra nella registrazione depositata dai coniugi Cacciola insieme all’esposto e contenente la
ritrattazione della donna (di cui si parlerà approfonditamente sub § 5.1 e 5.2); qui Maria Concetta
riconduceva le ragioni della sua decisione di collaborare alla rabbia che nutriva nei confronti dei
familiari per i maltrattamenti cui la sottoponevano, sui quali dunque – evidentemente – non aveva
inteso ritrattare (si riporta di seguito il solo brano di interesse nella trascrizione operata dalla P.G.:“Mi
chiamo CACCIOLA Maria Concetta, oggi è dodici agosto, voglio chiarire quello che mi è successo a maggio. In occasione
di una convocazione per mio figlio in caserma, vedendo i Carabinieri ho pensato avevo dei problemi in famiglia. Erano
arrivate delle lettere anonime… quindi… vedendo loro, mi semb… cercavo di aggrapparmi a una mia liberazione.. per il
momento. Avevo problemi di famiglia, non ero capita, gelosia, mio marito in carcere erano arrivate lettere anonime,
mi alzavano le mani, mi chiudevano a casa, non potevi uscire non potevi avere amicizie. Si
precisa che da un paio d’anni che c’era ‘sta storia poi, da quando sono arrivate queste lettere anonime non si viveva,
che… era arrabbiata…Da loro volevo fargliela pagare. L’unica mia cosa quando sono andata, ho parlato con i
Carabinieri dicendo che se mi possono dare una mano che io ho problemi con la mia famiglia, che ho paura
che mi succede qualcosa con mio padre e mio fratello Giuseppe e mio padre Michele. Non mi
facevano uscire.” … omissis …).
Un altro importante dato attiene ai risultati dell’estrazione dei tabulati dall’utenza cellulare di
Maria Concetta Cacciola; a questo proposito, infatti, il teste Coco ha riferito che dalla verifica sul
traffico telefonico relativo all’utenza 3482160394 a lei intestata era emerso un tentativo di chiamata,
esattamente in data 20 aprile 2011, al Centro contro la violenza sulle donne di Lanzino; sebbene la
responsabile della struttura, interrogata al riguardo, avesse risposto che nessuna richiesta di intervento
risultava a quel nome, tale elemento, letto unitamente a tutti gli altri, depone nel senso che la Cacciola,
nel periodo immediatamente precedente all’inizio della sua collaborazione, avesse pensato anche di
intraprendere quella strada.
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Ulteriore prova dei maltrattamenti subiti dalla Cacciola, soprattutto nei suoi ultimi mesi di vita,
si rinviene nelle parole del figlio Alfonso, captate nel carcere di Larino in data 19.10.2011 (RIT
1202/11), mentre questi si trovava a colloquio con il padre:
Figliuzzi Salvatore: “E non avete parlato mai con lei? Con la mamma non avete parlato mai?
Cioè, non avete preso mai discorsi «cosa ha fatto?, cosa non ha fatto?»?” “E no
parlastuvu mai cu idda? Ca mamma no parlastuvu mai? Cioè, no iapristuvu mai
discursi «chi fici?, chi no fici?»?”
Figliuzzi Alfonso: “Sì, gli ho detto «perché te ne sei andata?»” “Sì, nci issi «pecchì ti
indisti?»”
Figliuzzi Salvatore: “E lei cosa ti ha detto? Non avete parlato…” “E idda chi ti dissi? No
parlastuvu…”
Figliuzzi Alfonso: “E ha detto «eh, perché non hai visto come mi trattavano»” “E dissi,
«eh, pecchì no vidisti comu mi trattavano»”
DA ORE 10:21.55 A 10:21.56 NON CONVERSANO
Figliuzzi Salvatore: “E come la trattavano? Cioè, io ancora… io ancora non so…” “E
comu a trattavano? Cioè, io ancora… io ancora no sacciu…”
Figliuzzi Alfonso: “Allora, praticamente non… non la facevano uscire”
“Allora,
praticamente na… na facivanu u nesci”
Figliuzzi Salvatore: “Eh! E poi? Ma da quanto tempo non la facevo uscire?” “Eh! E Poi? Ma
da quantu tempu na facivanu nesciri?”
DA 10H 22M 07S A 10H 22M 09S NON CONVERSANO
Figliuzzi Alfonso: “Non so, peee… boh! Pe na… negl’ultimi due/tre mesi” “No sacciu,
peee… boh! Pe naa… nta l’ultimi dui/tri misi”
Figliuzzi Salvatore: “Eh, da quando arrivavano le lettere” “Eh, i quandu arrivavano i litteri”
Figliuzzi Alfonso: “Da quando arrivavano le lettere?” “I quandu arrivavano i litteri?”
Figliuzzi Salvatore: “[fa cenno di sì con la testa]”
Figliuzzi Alfonso: “Ma che cavolo di lettere erano queste?” “Ma chi cavulu i litteri eranu
chisti?”
Figliuzzi Salvatore: “Lettere…” “Litteri…”
Figliuzzi Alfonso: “Ma a me non hanno detto niente di queste lettere” “Ma a mia no mi
disseru nenti i sti litteri”
Figliuzzi Salvatore: “Tu ora fai finta di non sapere niente. Tu non sai niente? Ma la
picchiava? Chi la picchiava?” “Tu ora fai finta ca no sai nenti. Tu no sai nenti? Ma
nci minava? Cu nci minava?”
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Figliuzzi Alfonso: “Il nonno, va boh per spavalderia, che è un pagliaccio di merda. Lo
vedi il Signore come l’ha castigato” “Uuu nonno, va boh pe buffoneria, che nu
pigliaccio i merda è. U vi’ u Signuri comu u castigau”
Figliuzzi Salvatore: “A chi ha castigato?” “A cu castigau?”
Figliuzzi Carmen: “Cosa dici!” “Chi vai dicendo!”
Figliuzzi Alfonso: “Al nonno Michele” “O nonno Micheli”
Figliuzzi Salvatore: “E perché ha castigato a lui?” “E pecchì u castigau a iddu?”
Figliuzzi Alfonso: “Ha fatto… per la prepotenza che ha…” “Fici… pa prepotenza chi
nd’avi…”
Figliuzzi Salvatore: “Eh! E ha castigato a lui?” “Eh! E castigau a iddu?”
Figliuzzi Alfonso: “Sì, a lui” “Sì, a iddu”
Figliuzzi Salvatore: “A lui castigato?!” “A iddu castigau?!”
Figliuzzi Alfonso: “[fa cenno di sì con la testa]”
Figliuzzi Salvatore: “Il Signore ha castigato a noi, no a lui” “Castigau a nui u Signuri no a
iddu”
Figliuzzi Alfonso: “Va boh, per colpa sua ha castigato a tutti. Hai capito? E’ sbagliato
il ragionamento che faccio io?” “Va boh, pe curpa sua castigau a tutti. Capisci? E’
sbagliato u ragionamento ca fazzu ieu?”
Figliuzzi Salvatore: “Certo che è sbagliato” “Certo ca è sbagliato”
Russo Saverio: “E’ sbagliato [fa cenno di sì con la testa]”
Figliuzzi Alfonso: “Perché? Dimmi perché?” “Pecchì? Dimmi pecchì?”
Figliuzzi Salvatore: “Perché se gli capitava qualcosa a lui, il Signore lo castigava, però il
Signore non è che ha castigato a lui, ha castigato…” “Pecchì u Signuri se nci capitava
ncuna cosa a iddu u castigava, però u Signuri non è ca castigau a iddu, castigau…”
Figliuzzi Alfonso: “Ha castigato a tutti” “Castigau a tutti”
Figliuzzi Salvatore: “No, ha castigato a noi. A lui cosa ha castigato?” “No, castigau a nui. A
iddu chi castigau?”
Figliuzzi Carmen: “Cioè, lui ha perso una figlia” “Cioè, iddu perdiu na figghia”
Figliuzzi Alfonso: “Perché non ha perso una figlia pure lui” “Pecchì no perdiu una figghia
puru iddu”
Figliuzzi Salvatore: “Ah, ha perso una figlia” “Ah, perdiu na figghia”
Figliuzzi Alfonso: “Sì”
Figliuzzi Carmen: “Alfonso, lui ha perso una figlia…”
Figliuzzi Alfonso: “Lui ha perso una moglie…” “Iddu perdi una mugghieri…”
Figliuzzi Carmen: “…tu hai perso la mamma” “…tu perdisti a mamma”
220
Figliuzzi Alfonso: “…io ho perso una mamma” “…io perdia na mamma”
Figliuzzi Carmen: “Eheheh Capisci? E’ diverso”
Figliuzzi Alfonso: “Lui prima faceva tutto il geloso, il prepotente. Io, guarda qua,
arriva fino al limite della gelosia per non farmela neanche uscire con la
macchina, se doveva comprare qualcosa per noi, ah?! Cosa sono queste cose?
Ah!” “Lui prima faica tuttu u gelusu, u prepotente. Io, guarda cà, arriva fino o limite
da gelusia pe no ma faci mancu nesciri ca machina, se nd’avi u catta ncuna cosa pe nui,
ah?! Chi gghieranu chisti? Ah!”
Figliuzzi Carmen: “Di quello che mi ricordo io lei usciva normalmente con la macchina [fa
un’espressione come voler dire: non so] ” “I chi mi ricordu io idda nesciva
normalmente ca machina [fa un’espressione come voler dire: non so]”
Figliuzzi Alfonso: “E poi guarda qua… guarda qua, poi i Carabinieri hanno fatto
anche la loro parte, però la causa principale è stato lui. Perché io sono rimasto
quando gli ho detto a mamma «oh mamma, perché te ne sei andata?», «e non
sai come mi teneva?, non hai visto come mi trattava?»” “E poi guarda cà…
guarda cà, poi i Carbineri ficeru puru a parti soi, però a base principale fu iddu. Pecchì
io no restavi quandu io nci dissi a mamma «oh mamma, pecchì ti indisti?», «e no sai
comu mi teniva, no vidisti comu mi trattava»”
Figliuzzi Salvatore: “Io di queste cose qua non sapevo niente”
Nel rassegnare ancora una volta la singolarità del fatto che oggetto della discussione tra due
soggetti che hanno da poco perso, rispettivamente, una moglie e una figlia non siano tanto le ragioni del
suo presunto suicidio quanto le ragioni del suo precedente allontanamento, si evidenzia come, nel corso
del colloquio, Alfonso riscontri in maniera granitica e cristallina il racconto fatto dalla madre ai
Carabinieri; con le sue parole, che lungi dall’essere un de relato appaiono chiaramente il frutto della sua
diretta percezione, egli accusa esplicitamente il nonno Michele di essere la causa principale di quanto
occorso alla mamma. Lo definisce “pagliaccio di merda”, dice che era geloso e prepotente al punto che
la picchiava e non la faceva uscire di casa.
Una triste serie di deboli bugie è stata la deposizione resa da Alfonso Figliuzzi nel corso del
dibattimento; ancor più sconfortante se solo si pensa che neppure la morte della madre è riuscita a
scalfire il muro di omertà dietro cui egli si è trincerato, mostrando di aver evidentemente scelto la
distorta scala di valori e la logica del quieto vivere familiari.
Ebbene, egli ha definito “bellissimi” tanto i rapporti tra lui e sua madre quanto quelli tra
quest’ultima i nonni e lo zio Giuseppe.
Ha negato di aver mai visto suo nonno picchiare sua madre o di aver mai saputo che la stessa
avesse subito una qualsivoglia limitazione della sua libertà; anzi, a suo dire, i nonni avevano incitato la
mamma ad uscire di casa dopo il suo rientro a Rosarno in quanto lei ripeteva di vergognarsi a farsi
vedere in giro. L’unico divieto che le ponevano era quella di uscire fuori da Rosarno e Gioia Tauro in
quanto – a loro parere – poteva essere pericoloso.
221
Nonostante le plurime e serrate contestazioni del P.M., il teste ha confusamente cercato di
giustificare le parole da lui pronunziate durante il colloquio dicendo che, quando aveva parlato in quei
termini del nonno, si riferiva solo alla gelosia che si era scatenata in lui dopo l’arrivo delle lettere
anonime; aveva poi deliberatamente mentito nel riferire che suo nonno non faceva uscire la mamma di
casa per il semplice fatto che non sapeva cosa rispondere alle domande del padre e perché era
arrabbiato, voleva dare a qualcuno la colpa della perdita che aveva subito.
Infine, quando aveva risposto alla domanda “ma la picchiava? Chi la picchiava?” con la precisa frase
“il nonno. Va boh per spavalderia …” in realtà aveva capito che il padre, con quella domanda, si stesse
riferendo a dei meri rimproveri verbali.
Il contrasto tra le dichiarazioni rese in giudizio ed il contenuto dell’intercettazione sopra
riportata è talmente chiaro che non necessita – a giudizio di questa Corte – di molti commenti; vale solo
la pena di osservare come nel corso di quella conversazione non si fosse mai parlato di semplici
rimproveri bensì di vere e proprie percosse. Inoltre non è plausibile che le limitazioni alla libertà della
Cacciola riguardassero solo le uscite da Rosarno e Gioia Tauro (che comunque non sarebbero
giustificabili in ragione di una generica quanto incomprensibile pericolosità) in quanto, anche in questo
caso, l’affermazione di Alfonso è lapidaria e inequivocabile (“arriva fino al limite della gelosia per non farmela
neanche uscire con la macchina, se doveva comprare qualcosa per noi, ah?! Cosa sono queste cose? Ah!”) a meno che
non si voglia ritenere che, per acquisti ordinari, la donna dovesse uscire da Rosarno.
È infine davvero poco credibile che Alfonso abbia mentito al padre, dicendo cose così gravi nei
confronti di un suo stretto congiunto solo per rabbia; la conversazione, infatti, non è avvenuta “a
caldo”, subito dopo la morte di Maria Concetta Cacciola, ma dopo ben due mesi e, dunque, quando era
ormai trascorso un lasso di tempo tale da consentire una certa elaborazione dell’evento.
Per tutte le ragioni appena esposte si ritiene dover trasmettere gli atti relativi alla testimonianza
di Figliuzzi Alfonso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Reggio Calabria
per le determinazioni di competenza.
Uno degli episodi sintomatici dei maltrattamenti subiti, di cui la Cacciola – come si ricorderà –
aveva parlato ai Carabinieri, era quello dello schiaffo ricevuto dal padre quando era tornata a casa in
ritardo dopo aver accompagnato un’amica presso il Reparto di ematologia degli Ospedali Riuniti di
Reggio Calabria.
Sebbene la Cacciola non avesse voluto riferire subito agli investigatori il nome della persona che
aveva assistito alla scena (ma lo rivelerà innanzi ai magistrati in data 25.5.2011, cfr. verbale di s.i.t.
acquisito in atti), lo stesso si può facilmente ricavare dagli atti del processo.
Questa circostanza è infatti l’unica che Michele CACCIOLA ha ammesso nel corso
dell’interrogatorio reso dinanzi al g.i.p. in data 13.2.2012 (acquisito ai sensi dell’art. 513 c.p.p. all’udienza
del 13.5.2013), quando ha dichiarato: “in forma assoluta, a me non mi fanno un mostro, a me non mi possono fare
un mostro, io a mia figlia gli ho tirato uno schiaffo una volta e metto come testimoni che gli ho tirato uno schiaffo, a
Gentile Emanuela, a sua sorella e a sua figlia” (cfr. pag. 38 delle trascrizioni), chiedendo addirittura che
queste persone venissero chiamate a deporre perché – a suo dire – “loro sanno tutto di quella casa, erano
amici suoi”.
Tania Figliuzzi – il cui esame è stato particolarmente faticoso a causa delle numerose
contestazioni che il p.m. ha dovuto muoverle – ha detto di non aver mai visto nessuno dei suoi familiari
picchiare la mamma e di ricordare, tra le amiche di quest’ultima, Emanuela Gentile, la quale però non
era molto ben vista in casa a causa di una non meglio specificata cattiva nomea che aveva in paese.
222
Ha poi ammesso che una volta, dopo essersi recata a Reggio Calabria con lei, sua madre era
rincasata in ritardo ed il nonno l’aveva sgridata; ha tuttavia ribadito di non ricordare nessuno schiaffo,
di cui pure aveva parlato in sede di indagini preliminari e che le è stato puntualmente contestato.
A conferma delle dichiarazioni confessorie rese dallo stesso imputato sul punto, traccia di tale
episodio si rinviene anche nella conversazione n. 130 del 6.8.2011 che Maria Concetta Cacciola
intrattiene proprio con Emanuela Gentile.
In questa telefonata la Gentile si mostra indignata e adirata per il comportamento che i familiari
di Maria Concetta le avevano riservato; Giuseppe, in particolare, le aveva rivolto domande insistenti ed
allusive accusandola di aver coperto in qualche modo la sorella, anche quando erano andate in ospedale
a Reggio Calabria (Maria Concetta: “E l’ultima volta che ti ha chiamato cosa ti ha detto?” Emanuela:
“Quella volta, la prima e l’ultima volta, allora. Per te. «Se so qualcosa. Se tu ti sei confidata con me. Se so dove sei. Se te
ne sei andata con qualcuno, di dargli una traccia», gli ho detto «io?!, so?! Ma come ti permetti a dirmi se so
dov’è tua sorella e con chi se n’è andata?! Proprio tu che non dovresti parlare per niente, non
mi dovresti chiamare a me». Vedi che gliene ho dette di tutti i colori, sai?!” Maria Concetta: “Eheh?! E
cosa ti ha detto?” Emanuela: “Lui, ti dico, non ha risposto. Non mi ha risposto” Maria Concetta: “Minchia!”
Emanuela: “No, con lo sguardo a terra era e con lo sguardo a terra è rimasto” Maria Concetta: “Sì. Si è
vergognato, capisci?” Emanuela: “Gli ho detto «proprio tu! Tu che gli hai proibito di uscire con
me»” Maria Concetta: “…(incomprensibile – si accavallano le voci)…” Emanuela: “Sì. Gli ho detto
«tu che gli hai proibito di uscire con me vieni a domandarmi dov’è?! Non so dov’è. E vai a
trovarla. Prega la Madonna della Montagna che non abbia combinato qualche fesseria, vai.
Tramite te è sulla bocca di tutti, perché ve la siete tolta davanti»” Maria Concetta: “Hai fatto bene.
E cosa ti ha detto?” Emanuela: “Non ero solo io, c’era suo cugino con lui. Eeee… Guarda, te lo dico io,
(incomprensibile). Ti devo dire la verità” Maria Concetta: “Hai fatto bene” Emanuela: “Sì, sì” Maria
Concetta: “Però mia mamma e mio padre me l’ha detto «Emanuela ti difendeva in tutti i modi»” Emanuela: “Ma
è la verità. Scusa, vieni e mi dici a me «quando siete andati a Reggio se vi ha seguito
qualcuno?»… - quel giorno che sei venuta all’ospedale con me, con mia mamma - …«se ti sei
allontanata da me», «4 ore siamo state in ospedale e 4 ore è stata con noi». Pure mia mamma, la
verità, che mia mamma quando è successo il fatto tuo, tu non c’eri eri a Savona, mia mamma ha detto «che non si
permettano! Che con noi era e con noi è rimasta la ragazza. Che non dicano infamità! Che …(incomprensibile)…»”
Maria Concetta: “E gliel’hai detto «infamità»?” Emanuela: “Sì. Mia mamma ha detto «se la cercano, di andarla
a trovare da altre parti, di non trovare le spiegazioni con noi». Ti giuro!” Maria Concetta: “Eh. E cosa gli ha detto?
E quando gli avete detto che non mi sono mossa cosa ha detto?” Emanuela: “Niente, ci hanno creduto. Gli ho detto
«andate, andate a Reggio e informatevi con chi volete. Ma state facendo solo del male, state
infangando a vostra figlia». Ma adesso te…” Maria Concetta: “Sì, va beh” Emanuela: “Ma io adesso
te lo dico calma a te, ma quel giorno mi dovevi vedere, figlia. Cosa mi doveva fare a me un
cavallo? Niente” Maria Concetta: “Hai fatto bene” Emanuela: “Fattelo dire da tua mamma. Guarda,
fattelo dire da tua mamma” Maria Concetta: “Hai fatto bene” Emanuela: “Tua mamma, tua mamma, tua
mamma te lo deve raccontare, guarda” Maria Concetta: “Hai fatto bene” Emanuela: “Non mi faceva
niente un cavallo a me, guarda. Per le cose giuste, Cetta. Cetta, io sono per le cose giuste. Io
gli ho detto a tuo padre quel giorno «io per vostra figlia mi faccio tagliare la testa, perché non è
vero tutto quello che state dicendo. Adesso… Adesso viene vostro cognato…», gli ho detto a tua mamma
«…viene tuo fratello, poi viene quello e dice questo. Tutti sapevano e nessuno fino adesso ha sorvegliato. Adesso tutte le
cose vengono a galla». Mi sono arrabbiata!” Maria Concetta: “Hai fatto bene” Emanuela: “Mi sono arrabbiata!
«E prima sapevano che andava qua, prima sapevano che andava là, prima ceci e poi fave. Prima sapevano tutti e nessuno
l’ha controllata. Adesso tutti sapevano. Prima si sono fatti tutti i fatti loro, adesso tutti sapevano. Adesso tutti quanti “io
sapevo questo”, quello sapeva quello, quello sapeva altro, perché? Perché sono buoni a mettere zizzanie. Devono solo
223
lavarsi la bocca e basta» gli ho detto quel giorno” Maria Concetta: “E non ti hanno detto…”Emanuela:
“Guarda, fattelo dire da tua mamma”).
Ma il coraggio di Emanuela Gentile, che aveva fronteggiato a testa alta i Cacciola pur di
difendere la sua amica, che li aveva apertamente accusati di dire solo “infamità” nei suoi riguardi, che si
sarebbe fatta mettere “la testa sul ceppo” per lei, si è improvvisamente dissolto non appena si è seduta
sul banco dei testimoni, quando la donna ha deciso di non restituire un briciolo di dignità neppure alla
memoria della persona nei cui confronti aveva proclamato tanto affetto e tanta lealtà.
Nel corso del suo esame dibattimentale, infatti, la Gentile non solo ha rinnegato quasi ogni
parola di quelle dette a Maria Concetta nella telefonata del 6 agosto, fornendo alla maggior parte di esse
significati del tutto inverosimili, ma ha asserito di non ricordare neanche molte delle ammissioni che
pure aveva fatto in sede di indagini preliminari; a quest’ultimo proposito ha addirittura riferito di aver
subito pressioni, dal momento che chi l’aveva interrogata l’avrebbe sottoposta ad una raffica di
domande aggressive adombrandole la possibilità di essere ritenuta complice della morte dell’amica (che
lei, per errore o forse per una sorta di lapsus, definisce in prima battuta “omicidio”; TESTE GENTILE
– “Ma dicevano che se io non dicevo la verità...che se... che sono consapevole oppure io di un omicidio, cioè proprio delle
strane parole.” P.M. DOTT.SSA MASCI – “Che lei è consapevole di che cosa?” TESTE GENTILE –
“All’omicidio di... al suicidio di Maria Concetta, cioè mi dicevano tante cose che io quel giorno ero presa dal panico, ero
sconvolta pure, cioè non riuscivo a capire nulla”, cfr. pagg. 82 e 83 trascrizioni udienza 25.2.2013).
Dalla sua deposizione è emerso infatti che, quando fu escussa a s.i.t., aveva inizialmente negato
finanche di aver sentito Maria Concetta in quei giorni; poi, messa davanti alla trascrizione di quella
conversazione, aveva detto di aver mentito per paura.
La teste, lungi dal confermare in dibattimento i timori nutriti nei confronti della famiglia
Cacciola, ha tuttavia ammesso di essersi giustificata, in quella sede, dicendo: “Ho un marito e tre figli, vivo a
Rosarno e tutti sanno come funzionano le cose lì, quindi preferivo farmi i fatti miei” (cfr. pag. 92-93 delle
trascrizioni di udienza).
Ebbene, il significato di spontanea adesione ai canoni imposti dal rispetto delle regole di omertà
che la Gentile, in sede dibattimentale, intendeva dare a tale frase si infrange contro l’evidente allusione a
ciò che tutti sanno succedere a Rosarno quando di tali regole viene fatta violazione; è infatti chiara
l’evocazione di conseguenze negative, di ritorsioni nei confronti di chi “sbaglia”.
D’altronde, la prova del fatto che la Gentile fosse molto spaventata già il 6 agosto si rinviene in
un passaggio davvero inequivocabile della telefonata, in cui la donna rivela all’amica che “certi suoi
cugini” non la salutano più e che, ritenendola evidentemente complice del tradimento di Maria
Concetta, le avevano detto che la prossima a pagare sarebbe stata proprio lei (Emanuela: “Vedi che ci
sono certi cugini tuoi che prima mi salutavano, vedi che adesso a me non mi salutano più nessuno, lo sai?!” Maria
Concetta: “Non ti salutano?” Emanuela: “Noo. E una tua zia… Che poi un giorno te lo racconto. Una tua zia
quando mi vede mi guarda male. Che dice… Perché hanno detto che la prossima che deve pagare devo
essere io” Maria Concetta: “Ah” Emanuela: “Dice che io ero a conoscenza di tutte cose,
vedi!…”).
Alla luce di tale, doverosa, premessa va letta l’intera deposizione di Emanuela Gentile; costei ha
descritto come ottimi i suoi rapporti con Giuseppe CACCIOLA nonostante nella conversazione lo
definisca un malato mentale e racconti dell’aspro confronto che avevano avuto quando l’uomo l’aveva
accusata di coprire la sorella, nonché con tutti gli altri suoi parenti nonostante sia emerso come ella
fosse invece poco gradita alla famiglia e come qualcuno addirittura la minacciasse.
224
Ha detto di non aver mai visto Michele CACCIOLA picchiare sua figlia, negando pure l’episodio
dello schiaffo – che lo stesso imputato ha invece ammesso di averle dato in sua presenza – in occasione
del rientro da Reggio Calabria.
Ha detto che anche Maria Concetta aveva rapporti ottimi con tutti i suoi familiari quando per
tutta la durata della conversazione captata le due non fanno altro che parlare esplicitamente del fatto
che per la collaboratrice tornare a casa avrebbe significato mettere a rischio la propria vita.
Appare anche evidente come la Gentile, pur dicendo di non essere a conoscenza dei dettagli
della situazione personale della sua amica, sapesse che i rapporti di quest’ultima con la famiglia non
erano buoni sin da prima che ella cominciasse a rendere dichiarazioni all’A.G.; si esprime infatti in
questi termini: “… Sapevo bene o male il fatto della famiglia, che non andavi d’accordo, che ti
litigavano in continuazione, che tuo (incomprensibile) ti controlla. Però alla fin fine, il succo io non è
che lo sapevo, perché tu mi dicevi sempre «che ci sono cose che si possono dire e cose che non si possono dire», ti ricordi?”
“Mi dicevi bene o male le cose, che magari litigavi con loro, le cose che combinava tuo fratello,
che gli dava fastidio che uscivi, ceci, fave, queste cose qua. Ma Cetta nei cazzi tuoi personali, tu mi stai
dicendo a me che ti hanno detto che hanno il tabulato, a parte che l’avevo già saputo il fatto del tabulato io,
onestamente…”
Ma Emanuela Gentile era anche perfettamente consapevole del fatto che Maria Concetta fosse
fortemente limitata nella sua libertà personale dall’opprimente controllo dei suoi parenti; ciò è
dimostrato dal fatto che quando l’amica le dice di non credere del tutto ai genitori, i quali da una parte
le promettevano il perdono e dall’altro le avevano fatto capire che – una volta tornata – non avrebbe
potuto uscire da sola né avere computer o telefono, Emanuela esclama: “un’altra volta?”, “come a
prima?” (Maria Concetta: “Io posso capire in questo momento che lo dicono… Che vuoi, a mio padre gli manco, a
mia mamma gli manco, però io penso «tempo ci vuole peròòò…»…” Emanuela: “Tu dici so se poi… certo, i
problemi li coprono, e poi cambia atteggiamento?” Maria Concetta: “Eh, non so cosa succede dopo. Già parte
dall’inizio «da casa non ti muovi se non esci con tua mamma»” Emanuela: “Adesso? Un’altra
volta?” Maria Concetta: “«Telefono non ne hai. Telefono non ne hai. Il computer te lo
dimentichi»” Emanuela: “Adesso? Te l’hanno detto adesso?” Maria Concetta: “Sì, sì, me l’hanno detto
adesso. Da una parte dico «e che cazzo! Torniamo punto e d’accapo!…»…” Emanuela: “Allora, no…” Maria
Concetta: “…«…Se torniamo punto e d’accapo…»” Emanuela: “Allora… Cioè, già ti hanno detto che telefono
non ne hai, computer non ne hai e non esci di casa se non esci con tua mamma” Maria Concetta: “Ecco”
Emanuela: “Te l’hanno ridetto un’altra volta questo fatto?, come a prima?” Maria Concetta:
“Torniamo punto e d’accapo” Emanuela: “Iiiiaaa” Maria Concetta: “Tu te l’ha senti, Emanuela? No!”
Emanuela: “Quindi non è che dice dopo questa brutta esperienza, queste brutte cose che sono successe, magari, diamogli
un poco di fiducia in più, per prendere fiato, niente?!” Maria Concetta: “Mh” Emanuela: “Noo” Maria
Concetta: “Infatti non è che dicono lascia che la capisco, cerco di darle un aiuto, no!”
Emanuela: “Noo”).
La Gentile in questo caso ha giustificato le sue parole cercando di allontanare da sé qualsiasi
percezione diretta di tali circostanze e dicendo che le stesse, invece, le erano state solo riferite da Maria
Concetta; le risultava del resto che quest’ultima fosse libera di uscire anche senza la madre dal momento
che usciva con lei.
Tale affermazione, tuttavia, non convince.
Innanzitutto vi è la prova – in atti – che Emanuela Gentile non fosse ben vista dai parenti della
Cacciola e che, addirittura, Giuseppe avesse proibito alla sorella di vederla (è la stessa Gentile a
raccontare di averglielo rinfacciato quando si erano scontrati); risulta infatti che nell’unica occasione in
cui Maria Concetta era uscita con l’amica (peraltro accompagnata dalla madre e dalle figlie di
quest’ultima) aveva dovuto subire le ire e le percosse del padre.
225
In secondo luogo la cognizione – sia pure de relato – degli attriti tra Maria Concetta e i suoi
familiari contraddice la dichiarazione iniziale della teste, che aveva esordito parlando di ottimi rapporti
tra la collaboratrice e i suoi stretti congiunti; a questo proposito corre infatti l’obbligo di puntualizzare
come, dal tenore della conversazione captata (il cui tratto di specifico interesse si è appena sopra
riportato), non si possa neppure dire che la Gentile non avesse creduto ai racconti dell’amica dal
momento che, se le fosse risultato qualcosa di diverso, le avrebbe dovuto chiedere spiegazioni o
esprimere perplessità invece di interloquire con partecipazione e di risponderle a tono, mostrando di
conoscere e comprendere perfettamente le circostanze che le venivano rappresentate.
Un’affermazione del genere, infine, contrasta con la cognizione diretta, che la Gentile pure
aveva avuto, del controllo asfissiante che i genitori ed il fratello della Cacciola esercitavano su di lei.
Prova ne è il vero e proprio interrogatorio cui lei stessa aveva detto di essere stata sottoposta da
parte di Giuseppe (alla presenza di un non meglio identificato cugino, del quale la donna si è ben
guardata – anche in questa occasione – dal fare il nome), che insisteva nel chiederle cosa sapesse sulla
presunta relazione extraconiugale della sorella e se qualcuno le avesse seguite durante il loro viaggio a
Reggio Calabria.
Ulteriore prova ne è la conversazione che aveva dovuto sostenere con i genitori dell’amica, i
quali, dopo avere scoperto che la figlia aveva attivato un scheda telefonica (cd. “You&Me”) per parlare
con un uomo, le avevano chiesto informazioni in merito, mostrandole o comunque facendole capire di
essere riusciti a procurarsi i tabulati.
Tale ultima circostanza, oltre a coincidere con le informazioni che anche Maria Concetta stessa
aveva avuto dalla madre, aveva talmente turbato la Gentile da portarla a sconsigliare vivamente
all’amica di tornare a casa se i suoi parenti erano addirittura arrivati al punto di rintracciare l’uomo con il
quale si sentiva (Emanuela: “… magari di quello … Ecco, tu ti regoli i fatti tuoi, di quello che hai fatto e loro
hanno i tabulati, e che sono andati fino a casa a prendere questa persona; bella mia dove devi
andare più?!” … Emanuela: “Lo sai. E nessuno sa niente, tre me e te rimane. Però pensaci, perché una volta
che tu mi hai detto che sono arrivati al punto (incomprensibile) a casa di questo qua, che
hanno il tabulato. Cetta mia!” Emanuela: “… che tuo padre mi ha detto «vedi qua, c’è pure il tabula …», io
sono rimasta di merda. Gli ho detto «guardate che lo You e My ce l’abbiamo io e mia sorella, non vuol dire», dice «no,
qua c’è pure il nome». Però il nome non l’ha detto, però la verità non so né tantomeno mi interessa, e tantomeno voglio
saperlo da te, ti devo dire la verità”).
La vera e propria ossessione mostrata dai Cacciola per i movimenti della figlia – di cui
l’estrazione dei tabulati telefonici appare una delle espressioni più invasive e preoccupanti – porta a
ritenere viepiù credibile Maria Concetta quando aveva parlato ai CC dei continui pedinamenti cui
veniva sottoposta da parte del fratello Giuseppe e dei cugini (figli di Cacciola Domenico), riportando
l’episodio in cui l’avevano seguita fino all’agenzia di viaggio dove si era recata per comprare dei biglietti
e andarsene di casa (di cui si è parlato più in dettaglio sub § 1).
La logica conseguenza delle valutazioni svolte in ordine alla testimonianza di Emanuela Gentile
non può che portare alla trasmissione degli atti relativi alla sua testimonianza alla Procura della
Repubblica di Palmi per le valutazioni di competenza.
Ritenute dunque provate le condotte descritte ai punti nn. 1 e 3 del capo a) della rubrica, va ora
analizzata l’ulteriore condotta di maltrattamento specificamente contestata ai soli Michele e Giuseppe
CACCIOLA al punto n. 2 del medesimo capo, consistente nell’aver picchiato Maria Concetta fino a
cagionarle “la frattura ovvero l’incrinatura” di una costola.
226
Anche in ordine a tale episodio la fonte di prova principale è costituita dalle dichiarazioni della
p.o., la quale aveva riferito ai Carabinieri che attorno al mese di giugno 2010, dopo l’arrivo a casa delle
lettere anonime, il padre e il fratello l’avevano malmenata provocandole la frattura di una costola; in
questa circostanza i familiari non si erano preoccupati di portarla in ospedale né di sottoporla ad esami
radiologici di sorta, ma l’avevano fatta visitare privatamente da un amico di famiglia che non aveva
prodotto nessun referto, e l’avevano tenuta a casa per tutta la durata della degenza (cfr. deposizioni testi
Carli e Currò).
La Cacciola aveva specificato che il medico in questione – di cui aveva indicato solo il cognome,
“Ceravolo” – era uno zio di Michele Bellocco e lavorava presso l’Inam di Rosarno; i militari avevano
dunque verificato che l’unico sanitario che si chiamava così ed operava in quel comprensorio era
Michele Ceravolo, soggetto che, nel marzo del 1994, era stato tratto in arresto con l’accusa di
favoreggiamento nei confronti del latitante Pesce Carmine cl. 65 (cfr. deposizione del teste Ceccagnoli,
udienza del 17.12.2012).
Tutti i testi sentiti in dibattimento sul punto hanno escluso che Maria Concetta avesse mai
potuto fratturarsi una costola o comunque subire traumi o contusioni di qualsiasi genere; Gregorio
Cacciola e Melania Pepè hanno insistito soprattutto sul fatto che la donna aveva partecipato senza
problemi al loro matrimonio, celebratosi in data 10 luglio 2010, e che era stata molto attiva anche
durante i preparativi; cosa che, ovviamente, avrebbe portato ad escludere che la stessa fosse rimasta a
casa per tre mesi.
Dello stesso tenore sono le dichiarazioni rese dalla nonna, Fazzari Teresa, e dall’altra cognata
Mammoliti Giuseppina (moglie di Giuseppe), la quale ha altresì escluso di aver mai visto medici – tanto
meno il dott. Ceravolo – recarsi a casa di Maria Concetta per curarla.
Sul valore che – a giudizio di questa Corte – assume la testimonianza di Alfonso Figliuzzi si è
già ampiamente parlato, e non si ritiene dunque necessario soffermarsi su quanto da lui riferito in
merito.
Gaetana Figliuzzi ha parimenti escluso che i nonni o gli zii si fossero mai resi protagonisti di
episodi di violenza, ed ha invece riferito di un incidente d’auto in cui erano rimaste coinvolte lei e la
mamma, a seguito del quale quest’ultima si era fatta male proprio alle costole. In quella circostanza si
erano anche recate in Ospedale per farsi visitare ma nessuna delle due, fortunatamente, aveva subito
gravi conseguenze dall’accaduto.
Ebbene, se tale episodio si fosse realmente verificato qualcuno degli stretti familiari sentiti in
dibattimento avrebbe dovuto ricordarlo e riferirlo, non fosse altro perché in macchina c’era anche la
bambina; tutti i testi escussi hanno invece asserito con certezza che Maria Concetta avesse mai subito
traumi al torace.
Ma la prova del fatto che anche Tania Figliuzzi ha mentito nel momento in cui ha tentato di
giustificare in questo modo i dolori lamentati dalla mamma si rinviene – ancora una volta – nel
contenuto di un’intercettazione telefonica, e precisamente quella di cui al prog. 156 del 6.8.2011
intercorsa tra Maria Concetta Cacciola e Pasquale Improta.
Nel passaggio di interesse infatti, si capisce chiaramente che la donna aveva confidato anche al
suo amante l’episodio di grave violenza subito perché è proprio l’uomo, nel soppesare con lei i pro e i
contro di un suo eventuale ritorno a Rosarno, a rievocare l’evento di cui, evidentemente, i due avevano
già parlato.
Si riporta di seguito il brano di riferimento:
Maria: “Di quello che mi hanno fatto non dovrei…”
Pa: “Perché…”
227
Maria: “Ne ho passate, Pa”
Pa: “Perché tutto quello che mi hai detto tu, l’ultima volta, il fatto della costola”
Maria: “Mh, mh”
Maria: “Ricordi? E’ vero, no?!, il fatto che mi hai detto tu?, quello là?”
Maria: “Sì”
Pa: “Oh!, mi senti?”
Maria: “Sì, ti sento”
Pa: “Il fatto che… che ti hanno mandato all’ospedale, ti stavano mandando
all’ospedale, il fatto che alzano le mani, che tu sei grande e ti alzano le mani
addosso, e tuuu ti stai prendendo… come si dice? Da noi si dice «te lo pigli per
l’amor di Dio senza dire niente»”
L’Improta, esaminato sull’argomento, ha confermato il contenuto dell’intercettazione
dichiarando di aver saputo da Maria Concetta che, durante un litigio con il padre, costui le aveva rotto
una costola; ha altresì chiarito di aver usato l’espressione “ti hanno mandato all’ospedale” (che peraltro
corregge subito dopo in “ti stavano mandando all’ospedale”) come un modo di dire perché lei non gli
aveva mai detto di essere andata in ospedale in seguito alla lesione riportata.
È evidente dunque che la Cacciola aveva riferito l’episodio, nella stessa maniera in cui l’aveva
raccontato alle Forze dell’Ordine, anche ad un soggetto con il quale si confidava, con il quale parlava
liberamente, e con il quale non avrebbe avuto nessun motivo di mentire dal momento che era del tutto
estraneo al suo contesto di provenienza.
Né d’altra parte coglie nel segno il rilievo difensivo, a mente del quale l’Improta stesso non
credesse alla donna e le chiedesse, in questa conversazione, se fosse vero ciò che lei gli aveva
raccontato; da una parte, infatti, non vi è alcuna domanda né alcuna richiesta di conferma da parte
dell’Improta il quale – al contrario – inserisce l’argomento come un dato di fatto incontestato.
In secondo luogo, se è vero che il teste ha detto di non aver creduto da subito alle parole della
donna, alla sua storia familiare ed anche ai maltrattamenti che diceva di subire (affermazione che desta
comunque qualche perplessità risultando inconciliabile con la sua intenzione – espressa a Maria
Concetta e ribadita anche in dibattimento – di lasciare la moglie per lei), è altrettanto vero che lo stesso
ha chiarito di averle cominciato a credere quando aveva visto che era davvero sotto protezione, e in
particolar modo dal momento in cui, in maniera assolutamente improvvisa e repentina, era stata
trasferita al nord.
Alla data della conversazione, intercorsa il 6 agosto 2011, Maria Concetta Cacciola era già stata
spostata e si trovava a Bolzano, per cui si deve ritenere che l’Improta credesse ormai pienamente alla
donna, come peraltro lui stesso le dice nella medesima intercettazione (Pa: “Comunque tu sei
credibile, non è che non sei credibile”).
Altrettanto priva di pregio è l’ulteriore obiezione della Difesa, che ha evidenziato come, nel
corso dell’autopsia eseguita sul cadavere della collaboratrice, non sia stata rinvenuta alcuna traccia di
frattura alle costole.
In proposito il teste Trunfio ha dichiarato che le lesioni ossee sono soggette ad un processo di
“consolidamento” nel tempo, ragion per cui se in ipotesi la donna ne avesse riportata una in epoca
antecedente all’esame autoptico (come nel caso di specie) non si sarebbe potuta vedere se non per
228
mezzo di specifici esami radiografici che avrebbero consentito di apprezzare la formazione del callo
osseo attorno alla frattura.
Nel caso di specie, peraltro, tali esami non erano stati eseguiti perché, da una parte, non
formavano oggetto dei quesiti rivoltigli al momento del conferimento dell’incarico (il P.M. ha a tale
proposito evidenziato come le dichiarazioni della Cacciola erano state inviate dalla D.D.A. di Reggio
Calabria alla Procura di Palmi solo in data 26.8.2011, e dunque dopo il conferimento dell’incarico al
medico legale; cfr. lettera di trasmissione acquisita all’udienza del 31.1.2013); e, dall’altra, non
rientravano nel protocollo dell’esame effettuato che, riguardando una morte chiaramente cagionata da
ingestione di un mezzo venefico, prevedeva la sottoposizione del cadavere ad esami tossicologici ma
non a quelli radiografici (previsti invece nel caso di esami necroscopici per morti da traumi contundenti
e simili).
Si deve peraltro in questa sede rimarcare che la contestazione operata dal P.M. riguarda la
frattura ovvero l’incrinatura di una costola; di qui la decisione di rigetto della richiesta – formulata ai
sensi dell’art. 507 c.p.p. dalla Difesa – di riesumazione della salma al fine di consentire l’effettuazione
dei citati esami radiografici.
Ed invero, non potendosi escludere che Maria Concetta Cacciola avesse impropriamente
definito “frattura” ciò che poteva essere in realtà solo una forte contusione, si deve concludere che
l’apporto probatorio che tale integrazione avrebbe fornito, ben lungi dall’apparire assolutamente
necessario ai fini della decisione (così come richiesto dalla norma), sarebbe al contrario risultato del
tutto inconsistente.
Alla luce degli elementi sopra rassegnati, dunque, non si può neppure dare credito alle
dichiarazioni rese in dibattimento dal dott. Michele Ceravolo; egli, infatti, ha detto di essere medico di
continuità assistenziale nel Comune di Sant’Agata d’Esaro, in provincia di Cosenza, ma di aver lavorato
in passato anche come medico di guardia a Rosarno, paese in cui vive.
Interrogato in ordine ai suoi rapporti con i membri della famiglia Cacciola, il teste ha detto di
conoscerli – essendo anch’egli rosarnese – ma di non avere né rapporti di parentela né di
frequentazione.
Con riferimento ai contatti di tipo professionale intrattenuti con loro, ha detto di essere stato
chiamato da Michele CACCIOLA solo per visitare sua moglie Anna Rosalba LAZZARO, in un’occasione
prima degli eventi per cui è processo ed in altre due o tre occasioni dopo la morte della figlia; ha invece
escluso nella maniera più assoluta di aver mai curato Maria Concetta Cacciola.
Le dichiarazioni del Ceravolo, nella parte in cui egli ha ammesso di aver visitato quanto meno la
LAZZARO, contrastano in primo luogo con quanto riferito da Tania Figliuzzi, la quale aveva detto di
conoscere il sanitario ma che nessuno della famiglia si era mai fatto curare da lui in quanto avevano la
loro dottoressa (di analogo tenore è anche la deposizione di Mammoliti Giuseppina la quale, tuttavia, si
è limitata a dire di non averlo mai visto andare dai suoceri); in secondo luogo appaiono poco credibili se
solo si pensa che Michele CACCIOLA – in assenza di pregressi rapporti professionali, di amicizia, o
comunque di un evento particolare che avesse potuto giustificare il sorgere di un rapporto fiduciario –
per far controllare la moglie si fosse rivolto ad un soggetto che operava addirittura in un’altra provincia
piuttosto che alla Guardia Medica di Rosarno o al proprio medico di famiglia.
Il teste – a fronte delle domande rivoltegli dal P.M. sul punto – non ha saputo dare una
spiegazione plausibile, limitandosi a rispondere che, nella sua qualità di medico, ogni qualvolta riceve
una chiamata si reca a prestare la sua opera professionale.
E allora, se è vero – come è vero – che Michele Ceravolo andò a visitare la LAZZARO e che tale
circostanza non avrebbe potuto essere negata dal teste dal momento che in atti vi è documentazione
medica a sua firma (datata 24.8.2011 ed allegata ad una richiesta di differimento dell’escussione a s.i.t.
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della LAZZARO che era stata fissata per quel giorno in Procura) attestante le precarie condizioni di salute
della donna, la piccola Figliuzzi o ha detto il falso nel goffo tentativo di allontanare qualsiasi tipo di
ombra dai nonni o comunque non ha ricordato correttamente una circostanza che è invece riscontrata
documentalmente.
Ma non si può credere neppure a quanto dichiarato dallo stesso Ceravolo nel momento in cui
dice che nessun rapporto di fiducia vi era tra lui e i Cacciola, dal momento che sarebbe davvero
irragionevole ritenere che quattro giorni dopo la morte di sua figlia, Anna Rosalba LAZZARO avesse
deciso di affidarsi alle cure di un perfetto sconosciuto.
Del resto il Ceravolo, nello spiegare le circostanze del suo arresto conclusosi con il suo rilascio il
giorno successivo e senza l’elevazione di alcuna contestazione a suo carico (almeno così si desume dalla
sua deposizione) ha riferito che, nell’occasione, era stato rinvenuto un latitante – rispondente al nome
di Pesce Carmelo – in casa di suo suocero; tale dato, sia pure neutro ai fini di qualsiasi ipotesi di
responsabilità personale del teste, vale comunque a provare una certa vicinanza di costui all’ambiente
criminale di Rosarno, in cui la famiglia Pesce si pone in posizione apicale e di cui anche la famiglia
Cacciola fa parte integrante.
Le dichiarazioni di Maria Concetta Cacciola, dunque, devono ritenersi anche in questa parte
perfettamente attendibili; da ciò deriva la sussistenza del delitto di maltrattamenti consumati anche nella
forma della frattura o incrinatura della costola.
Alla luce delle considerazioni appena esposte va invece disposta la trasmissione degli atti relativi
alla testimonianza di Michele Ceravolo alla Procura della Repubblica di Palmi e di quelli relativi alla
testimonianza di Gaetana Figliuzzi alla Procura della Repubblica presso Tribunale per i Minorenni di
Reggio Calabria per le determinazioni di rispettiva competenza.
§ 5. I maltrattamenti di cui al capo a) punto n. 4; il delitto di cui al capo b) della rubrica e la
consumazione dei reati-fine.
Come si è già avuto modo di accennare al paragrafo che precede, le condotte descritte al punto
4 del capo a) ed al capo b) dell’imputazione verranno trattate congiuntamente.
Ciò in quanto si ritiene che i maltrattamenti che la Cacciola ebbe a subire nel periodo in cui si
trovava a Genova sotto protezione e le violenze su di lei esercitate per costringerla a commettere un
reato, siano intimamente connessi innanzitutto quanto all’oggettiva consistenza di tali azioni criminose,
contestate sotto forma di pressioni psicologiche e minacce di non farle vedere più i propri figli; in
secondo luogo quanto alla finalità di farle ritrattare tutte le dichiarazioni in precedenza rese agli
inquirenti; infine – dato che assume un valore assorbente per quanto concerne il tipo di pronuncia che
la Corte ha deciso di adottare in merito – quanto alla ritenuta sussistenza, per entrambe le condotte,
dell’aggravante di cui all’art. 7 del D.L. 152/1991.
A questo proposito giova sottolineare come le fattispecie di reato di cui ci si accinge a trattare,
essendo poste a tutela di beni giuridici differenti (la famiglia da una parte e la persona dall’altra),
possono concorrere; secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, infatti, nel delitto di cui all’art.
572 c.p. restano assorbiti solo i delitti di percosse e minacce, i quali sono elementi costitutivi della
violenza fisica o morale propria dei maltrattamenti, ma non i reati che offendono un bene giuridico
diverso da quello dell’assistenza familiare (Cass. 15 maggio 1982, Corrado, CP 83, 899; Cass. sez. I, 9
novembre 2005-24 febbraio 2006, n. 7043, CED 234047; Cass. sez. III, 6 maggio 2010-15 giugno 2010,
n. 22769, CED 247639; Cass. sez. VI, 19 giugno 2003-5 agosto 2003 n. 33091, CED 226443).
Ed ancora il reato di violenza concorre materialmente con il delitto di maltrattamenti in famiglia
quando le violenze e le minacce del soggetto attivo siano adoperate, oltre che con la coscienza e volontà
di sottoporre la vittima a sofferenze fisiche e morali in modo continuativo e abituale, anche con
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l’intento di costringerla ad attuare un comportamento che altrimenti non avrebbe posto in essere
volontariamente (cfr. Cass. sez. VI, 30 aprile 1999-24 giugno 1999, n. 8193, CP 00, 2276; Cass. sez. VI,
18 dicembre 1989-2 novembre 1990, n. 14413, CP 92, 309); ipotesi, quest’ultima, che si attaglia
perfettamente al caso di specie in cui la violenza, oltre ad integrare il reato di maltrattamenti in famiglia
nella forma descritta al punto 4 del capo a) della rubrica, si pone anche come elemento costitutivo della
fattispecie di cui all’art. 611 c.p., essendo stata posta in essere per costringere la vittima a ritrattare ed a
commettere, come si vedrà, gli ulteriori delitti di cui agli artt. 372, 378 e 369 c.p.
§ 5.1 La condotta di Michele CACCIOLA, Giuseppe CACCIOLA e Anna Rosalba LAZZARO
Per poter trattare in maniera organica questo aspetto della presente vicenda processuale, appare
opportuno partire dai dati oggettivi acquisiti agli atti del dibattimento e poi ricostruire – nella maniera
più precisa possibile – l’esatta successione degli eventi che portarono alla morte della giovane.
Ebbene, in data 23 agosto 2011 Michele CACCIOLA e Anna Rosalba LAZZARO depositavano
presso la Procura di Palmi un esposto con il quale chiedevano di far luce sulla morte della loro figlia
Maria Concetta, a loro dire completamente plagiata da magistratura e Forze dell’Ordine che l’avevano
indotta a rendere dichiarazioni non veritiere approfittando della sua debolezza psicologica (più
precisamente definita “depressione psichica”) e prospettandole l’illusione di una vita migliore. Lei stessa
del resto, dopo essere tornata a casa, aveva ammesso di aver agito mossa solo dalla rabbia che provava
verso i propri familiari, causata da qualche “scenata di ordinaria e naturale gelosia”, e dai suggerimenti
degli stessi interroganti, recepiti solo per ingraziarsi le loro simpatie.
Allegata all’atto vi erano la lettera con cui Maria Concetta aveva affidato i figli alla madre prima
di allontanarsi da Rosarno ed una registrazione – con relativa trascrizione – in cui la giovane, prima di
morire, ritrattava personalmente le dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria spiegando i motivi del suo
gesto.
Del contenuto della registrazione (sulla quale è stata disposta anche perizia fonica) si tratterà più
avanti.
Appare invece per ora opportuno soffermarsi sulla genesi di tale documento, che passa –
necessariamente – anche attraverso la ricostruzione dei fatti fornita dagli imputati (nel corso degli
interrogatori di garanzia resi dinanzi al g.i.p. in data 13.2.2012) e dai loro difensori di fiducia, gli
avvocati Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani, finora rimasti solo sullo sfondo di questa vicenda ma che,
per tale specifico profilo, assumono a giudizio di questa Corte un ruolo fondamentale.
La fondatezza dell’impostazione accusatoria, in base alla quale frutto di pressioni e minacce non
sarebbero state le prime dichiarazioni di Maria Concetta bensì la ritrattazione, potrebbe a ben vedere
affermarsi anche solo sulla scorta di alcune delle intercettazioni telefoniche e ambientali già citate a
proposito delle condotte esaminate in precedenza, dalle quali si evince in maniera chiarissima come la
ritrattazione non fosse stata una scelta autonoma della giovane ma una vera e propria imposizione da
parte della sua famiglia.
Le conversazioni di interesse verranno di seguito riportate solo nei brani più significativi:
- nell’ambientale n. 264 del 2 agosto 2011 delle ore 20.52, quando Maria Concetta era in auto
con i genitori diretta alla volta di Reggio Emilia, il padre le dice: “queste cose che hai fatto li puoi
cambiare, gira, rivolti.”, mentre la madre – evidentemente facendo riferimento a quanto stava
riferendo la figlia in merito al contenuto delle sue dichiarazioni – esclama: “Faceva un
omicidio? Ah disgrazia mu campa!”, e ancora: “Ah disgrazia!”.
- nel prog. 267 del 2 agosto 2011 delle ore 21.30, Michele CACCIOLA ribadisce il concetto già
espresso poco prima: “…(incomprensibile)… tu al processo, perché devi andare al processo? Tu non sai
niente” … “Sai cosa vuol dire non (incomprensibile)? Che tutto quello che hai detto non è vero” … “Se
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-
…(incomprensibile)… ti cercano tutto. Senti a quello che dice Michele. Senti a quello che dici tuo padre.
Basta, chiudiamola questa… questa storia”.
nella conversazione n. 280 del 3 agosto 2011 ore 10.11, Michele CACCIOLA, adirato per il
ripensamento della figlia che durante la notte aveva contattato il Servizio di Protezione e si
era fatta riportare nella località protetta, telefona al figlio Giuseppe e gli dice di prendere
appuntamento con Gregorio concordando di scrivere prima qualcosa “che lei non capisce
niente” (“Sai che fai Giuseppe? Vedi se rintracci a Gregorio e gli dai un
appuntamento per quanto ritorno io. Però no là dove sto, ci vediamo al Purgatorio.
… Prima la scriviamo, che lei non capisce niente. … Sì, sono venuti e se la sono presa. …
-
-
(incomprensibile) cinque meno un quarto … Loro hanno detto che non possono fare, deve parlare col
magistrato, per … per dirgli che lei non vuole più avere niente a che fare, e poi se ne può andare dove vuole.
… Adesso sono venuti i Carabinieri e hanno parlato con me. … I Carabinieri quando se la sono portata.
Sono venuti a casa, là… … Sì, adesso sono… adesso sono là, soli. … Stai tranquillo che a lei la
teniamo noi. … …(incomprensibile)… gli spiava le cose. … …(incomprensibile)… Sì, il magistrato,
sì, in sua presenza deve dirgli che non vuole essere più protetta, va bene?”);
nella conversazione n. 301 del 3 agosto 2011 ore 14.59, Michele CACCIOLA e la LAZZARO
parlano al telefono con la figlia dall’auto durante il loro viaggio di ritorno a Rosarno e
insistono ancora perché ritratti (Voce Femminile: “…(incomprensibile)… sto morendo. … E
cosa ti hanno fatto che non puoi venire? Non ti hanno firmato il foglio. … Ma (incomprensibile) per loro o
per te? Pensavo che …(incomprensibile)… … Cetta…”, Voce Maschile: “Digli che gli affitto una
casa al Nord” Voce Femminile: “Ti affitto una cosa, me ne vengo pure io con te. … Me ne vengo pure
io con te. … Eh, ha detto il papà che ti affittiamo una casa, e vengo pure io con te. … Lui lì
…(incomprensibile)… … Eh, ma tu vieni con me però. … Tu te ne vieni con me e con i figli. … Eh! E
lasciala stare, Cetta. Lascia stare tutte cose. … Ah? … Eh” Voce Maschile: “Di dire la verità”
Voce Femminile: “Ah?” Voce Maschile: “Di dire la verità che non sapeva niente”).
Particolarmente interessante è la frase pronunziata al termine della conversazione dalla
LAZZARO, che evidenzia la ritrosia di Maria Concetta (le cui parole non sono udibili in
quanto la telefonata è captata in modalità ambientale dall’auto in cui sono ormai presenti
solo i genitori) a seguire le loro direttive; la madre infatti, dopo aver chiesto per l’ennesima
volta alla figlia di dire che non sapeva niente, esclama con stupore: “come non esiste?!”
(Voce Femminile: “No Cetta. Ascolta un poco, ascolta. Tu gli devi dire la verità Cetta, che tu non
sapevi niente. … Come non esiste?!”);
nella conversazione n. 306 del 3.8.2011 ore 15.51, i coniugi Cacciola raccomandano alla
figlia di nominare l’avvocato procuratole dal padre e non quello che le consigliano gli
inquirenti, che – come le dicono – “vogliono il nostro male” (Voce Femminile: “Pronto?!
… Eh, dimmi. … Cetta, …(incomprensibile)…? … Eh! … (incomprensibile) … E si nomina
domani. … …(incomprensibile)… Perché? (Pecchì?) … …(incomprensibile)… Va boh Cetta,
…(incomprensibile)…” Voce Maschile: “Sì, ma l’avvocato se vuole lo chiamano là” Voce
Femminile: “Ma l’avvocato se vuole telefonarti lì può telefonare, vero?”Voce
Maschile: “…(incomprensibile)…” Voce Femminile: “Ha detto di no” Voce Maschile:
“Come non può chiamare” Voce Femminile: “Ah? … Ah? … Va bene dai” Voce Maschile:
“Ma lei l’ha nominato l’avvocato” Voce Femminile: “Ma tu l’avvocato non ce l’hai?” Voce
Maschile: “Gliel’ho messo io” … Voce Femminile: “O te l’hanno messo loro l’avvocato. …
Di Roma?” Voce Maschile: “A u… ma…” Voce Femminile: “Ma la fai tu la nomina” Voce
Maschile: “No, digli di non mettere a nessuno” … omissis… Voce Maschile: “Non mettere a
nessuno. … Sì, io stasera parlo con …(incomprensibile)… e domani lo mando in Procura a Gregorio. …
232
Lo mando in Procura io. Tu se ti dicono che ti mettono l’avvocato… … Ah? … Ma se tu… se tu
…(incomprensibile)… Cetta! … No! Con quelli che vengono la mattina gliela devi fare la nomina.
…(incomprensibile)…” … omissis … Voce Maschile: “Cetta, torna… tornatene… tornate
indietro, Cetta. Tornate indietro che questi… questi qua vogliono il nostro male.
Loro lo sanno che tu… che tu non sai niente, e tu glielo devi dire che non sai niente!
Eh. Va bene?! … Cetta?!”).
-
Emerge qui anche la pressione psicologica operata dai due per piegare Maria Concetta ai
loro voleri, consistente nell’utilizzare i suoi figli, sui quali la LAZZARO fa giurare Maria
Concetta per assicurarsi la sua obbedienza (Voce Maschile: “Ha chiuso” Voce Maschile:
“Parla tu” DA 00H 02M 47S A 00H 02M 48S squillo telefono cellulare Voce Maschile: “Parla tu.
Te’ parla” Voce Femminile: “Cetta. … Eh, lo so. Eh, ho capito. … Che staccano il telefono? …
Ah, va bene, va bene. … Ah? Hai mangiato? … Perché non hai mangiato? … Ah? … Eh. Va bene ti
raccomando, sai Cetta. … Va bene, mi hai giurato su i tuoi figli”);
nelle conversazioni telefoniche nn. 6 e 7 del 3 agosto 2011 ore 22.23 e ore 22.26, è la
LAZZARO a ripetere in maniera ossessiva alla figlia di nominare l’avvocato che le avevano
procurato, Vittorio Pisani, che l’avrebbe portata dove voleva. Evidentissima è la violenza
psicologica esercitata sulla giovane, che la madre cerca di convincere per un verso
blandendola, prospettandole subdolamente la possibilità di ricongiungersi ai suoi figli (che i
genitori si dicono pronti a mandarle ovunque avesse deciso di stare) e rinfacciandole la loro
sofferenza; per altro verso ponendola dinanzi ad una scelta perentoria (“o noi o loro”) ed
infine minacciandola apertamente di privarla del suo affetto per sempre (Voce Femminile:
“Eh. Sai cosa fai? Domani mattina…” Concetta: “Eh?!” Voce Femminile: “…telefona
all’avvocato…” Concetta: “Eh” Voce Femminile: “…che me… gli diamo i soldi noi…”
Concetta: “Eh” Voce Femminile: “…che viene a prenderti. E ti porta dove vuoi tu, o da zia
Giovanna o da zia Angela…” . Concetta: “Eh” Voce Femminile: “…che ti mando pure i
figli” Concetta: “Eh?” Voce Femminile: “Che ti mando pure i figli, Cetta” Concetta:
“Mamma, queste cose le ho capite. Lo so, però adesso non mi fa, hai capito?” Voce Femminile: “No!
Tu devi lasciare stare tutte cose, Cetta” Voce Femminile: “Devi stare o con noi o con loro”
Concetta: “Eh, lo so” Voce Femminile: “No! Tu devi fare così: io domani… - che ho parlato
stasera con l’avvocato - …domani… Cetta?!” Concetta: “Sì, ti sento, ti sento” Voce Femminile:
“Domani…” Concetta: “Eh” Voce Femminile: “…telefona all’avvocato” Concetta: “Eh, va
bene” Voce Femminile: “Hai capito? Viene l’avvocato, che noi gli abbiamo già dato i soldi”
Concetta: “Eh, va boh dai” Voce Femminile: “Viene l’avvocato lì” Concetta: “Eh, va bene”
Voce Femminile: “Eee… è… Ah?” Concetta: “Sì, lo so” Voce Femminile: “Vit… Eh.
Vittorio…” Concetta: “Va bene” Voce Femminile: “…da Pisano” Concetta: “Va bene”
Voce Femminile: “Cetta, giura che domani mattina lo fai” Concetta: “Sì, no, gli telefono, domani
mattina gli telefono” Voce Femminile: “No, guarda, se tu non gli telefoni domani
mattina ti puoi dimenticare di me” … omissis … Voce Femminile: “Hai capito? I
figli vengono lì con te” … omissis … Voce Femminile: “Non sei stonata, Cetta. Ti stanno
stonando loro, no che sei stonata tu. Tu devi scegliere o a noi o a loro” … omissis …
Voce Femminile: “Ti sto dicendo che io quando pa… quando siamo ritornati siamo passati da
Vittorio…” Concetta: “Eh?!” Voce Femminile: “… e ho voluto parlare io. Lui ha detto a me che
lui basta che tu gli telefoni, lui… come hai fissato l’appuntamento con me lo fissi con lui, l’avvocato” In
sottofondo si sente: Michele: “Vi incontrate” Voce Femminile: “Vi incontrate dove vuoi tu, ha
detto” In sottofondo si sente: Michele: “Andate da chi è competente” Voce Femminile: “Da chi
è competente…” In sottofondo si sente: Michele: “E chiude tutto” Voce Femminile: “E ha
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-
detto che lui chiude tutto” In sottofondo si sente: Michele: “E ti porta dove vuoi tu” Voce
Femminile: “Hai capito? Anche se non vuoi venire qua…” … omissis … Michele: “Prendiamo i
figli e te li portiamo lì” Voce Femminile: “Ti prendo i figli, te li porto lì, e mi sto pure io lì
con te” In sottofondo si sente: Michele: “E ti paghiamo, come vuoi, digli” Voce Femminile:
“Ti porto i sol… porto i soldi e tutte cose” Concetta: “Va bene” … omissis … Michele: “Però
se non fa questo, gli devi dire…” Voce Femminile: “Eh” In sottofondo si sente si
sente battere Voce Femminile: “Hai capito, Cetta?” Concetta: “Mamma, (incomprensibile
– segnale debole)” Voce Femminile: “Allora, se tu domani non fai questo …” Voce
Femminile: “…dimenticati di me” Voce Femminile: “Eh. Se tu… se tu vuoi bene ai tuoi
figli, a me e a tutti qua, a tuo padre e ai tuoi fratelli, che tutti ti vogliono bene, hai capito? Che tutti pe…
hanno preso i soldi stasera per darglieli all’avvocato per domani” … omissis … Michele: “Digli di
chiamare l’avvocato. Domani mattina di chiamare l’avvocato” … omissis … Voce Femminile: “Eh.
Giura che domani mattina gli telefoni” In sottofondo si sente: Michele: “No giura. Lo deve
fare se vuole e se non vuole” … omissis … Voce Femminile: “Io sono distrutta sennò
così…” Concetta: “(incomprensibile – segnale debole)” Voce Femminile: “…perché io ho
perso una famiglia. Qua dentro non c’è né armonia né niente. I figli… La figlia si è messa a
piangere quando ha visto che non vieni” Concetta: “Chi?” Voce Femminile: “La
piccola. Non ha voluto neanche parlare al telefono con me” … omissis … Michele:
“Digli che domani lo so se gli telefona, se non gli telefona…” … omissis … Michele:
“No, se vuole la distruzione della nostra famiglia di fare così”);
la conversazione telefonica n. 130 del 6 agosto 2011 quando Maria Concetta Cacciola
confida ad Emanuela Gentile che i suoi non le avevano mandato i figli perché avevano
capito che, con loro vicino, non sarebbe tornata più indietro (Maria Concetta: “Io non so
Emanuela. Io non ho idea. Io… Io vorrei tornare a casa per i miei figli, perché i figli
non me li mandano. Non vedi che non me li hanno mandati” Emanuela: “Ah, non te
li hanno mandati?! Ma li hai richiesti i figli??!” Maria Concetta: “No, i miei non me li hanno
mandati i figli. Non me li mandano, perché loro hanno capito che se mi mandano i
figli…” Emanuela: “Eh?!” Maria Concetta: “…è finita, no?! Non ritorno più”
-
Emanuela: “Aahh non ti… quindi tu ai figli li hai mandati a chiamare e non te li hanno mandati?!”
Maria Concetta: “No, no, non me li hanno mandati. Io li ho richiesti e non me li
hanno dati i figli, hai capito?” Emanuela: “Mizzica!”);
nei messaggi del 12 agosto 2011 la Cacciola confidava a Pasquale Improta che sarebbe stata
portata dagli avvocati per la ritrattazione alle 17.00 di quel giorno (progg. 572 e 573 “ ora nn
mi rivolgono la parola.mi portano avvocati avvocat xfarmi ritrattare dirgli che uso
pscofarmaci e che lo fatto xrabbia”, e progg. 603 e 604: “O provato a chiamarti ma tu
nn ci 6 parliamo dopo...parla cn gennaro digli che i miei mi portano in tutti avvocati
che xcolpa della mia leggerezza sn qui cosa posso fare? Alle 5 vado dal avvocato xle
4 ti chiamo”), e quello dell’indomani in cui la donna diceva al suo compagno di provare
vergogna per ciò che aveva detto (prog. 706 del 13 agosto 2011: “Ascolta cm posso uscire
da sta cosa?mi vergogno delle cose che o detto”);
-
nella telefonata di cui al prog. n. 878 del 17.8.2011, Maria Concetta Cacciola manifestava a
Salvatore Esposito detto “Gennaro” l’intenzione di riprendere la collaborazione e le sue
preoccupazioni per i comportamenti dei familiari, che l’avevano accompagnata dall’avvocato
per farla ritrattare (Voce Femminile: “Però… Ascolti. Mi ascolti. Siccome quando sono
stata portata a casa, non sono stata portata a casa immediatamente, quindi ho
dovuto fare delle cose con gli avvocati. Però”; prog. n. 889 del 17.8.2011: Voce
234
-
Femminile: “Mo’ vi spiego. Siccome ci sono problemi, perché giustamente mi hanno portato dagl’avvocati
e via di seguito, no?!” … omissis … Gennaro: “Ma voi quando siete andati dall’avvocato?, vi chiedo
scusa. Ieri vi hanno portato dal legale?, siete andati?” Voce Femminile: “Subito! Subito mi
hanno portato. Subito”);
e nella telefonata del 13 agosto 2011 in uscita dalla Casa Circondariale di Larino (utilizzabile
in quanto registrata nel corso di colloqui telefonici autorizzati nei confronti di soggetto
detenuto per reati di cui all’art. 4 bis o.p.; cfr. sul punto ordinanza allegata al verbale
d’udienza del 7.2.2013, cui in questa sede ci si riporta integralmente), in cui Tania Figliuzzi,
dopo aver dato al padre Salvatore la notizia del ritorno della mamma a casa, gli dice
chiaramente che il giorno prima era stata dall’avvocato, da “Pisano”, per registrare. Il
Figliuzzi quando capisce di cosa sta parlando la figlia chiude sbrigativamente l’argomento
per poi tornarci su e chiederle chi dei legali si fosse “impegnato”, la piccola risponde sia
Gregorio che Pisano, ma più Pisano perché “ha tutte le cose registrate”. (Tania: “Papà!”
Figliuzzi Salvatore: “Amore” Tania: “Rianimati che ti dico una cosa” Figliuzzi Salvatore:
“La?” Tania: “Rianimati” Figliuzzi Salvatore: “Non ho capito” Tania: “Rianimati” Figliuzzi
Salvatore: “Le?” Tania: “E’ tornata mamma” Figliuzzi Salvatore: “Come «è tornata
mamma»?” Tania: “Eh!” … omissis … Figliuzzi Salvatore: “Lo sai che sono un pochettino con le
lacrime agl’occhi” Tania: “Perché?” Figliuzzi Salvatore: “Per quello che mi hai detto” Tania: “Io
appena l’ho vista sono scoppiata a piangere” Figliuzzi Salvatore: “Eh, amore mio” DA 00H 05M 54S
A 00H 05M 55S NON CONVERSANO Figliuzzi Salvatore: “E come sta adesso?” Tania:
“Eh. Mo’… ieri è andata dall’avvocato” Figliuzzi Salvatore: “E sono?” Tania: “E’ andata
dall’avvocato” Figliuzzi Salvatore: “Lei?” Tania: “Sì” Figliuzzi Salvatore: “Da chi?, da
Gregorio?” Tania: “No, da Pisano” Figliuzzi Salvatore: “Da Pisano. Perché?” Tania: “Per
registrare” Figliuzzi Salvatore: “«Per»?” Tania: “Per registrare” Figliuzzi Salvatore: “Ah,
ho capito” Tania: “Lo sai che gli avevano detto?” Figliuzzi Salvatore: “Eh, va beh, poi
parliamo qua, quando sei qua” Tania: “Mh, mh” … omissis … Figliuzzi Salvatore:
“…Ma chi si è impegnato?” Tania: “Eh?” Figliuzzi Salvatore: “Chi si è impegnato?” Tania:
“Come «chi si è impegnato?»? Di avvocati?” Figliuzzi Salvatore: “Eh” Tania: “Gregorio e Pisano.
Però più Pisano perché aveva… ha tutte le cose registrate” Figliuzzi Salvatore: “Ho capito”).
Alcuni di questi passaggi sono stati specificamente contestati a LAZZARO Anna Rosalba e
CACCIOLA Michele nel corso dell’interrogatorio di garanzia reso in data 13.2.2012 dinanzi al g.i.p. di
Palmi; e tuttavia, a fronte degli stessi, gli imputati hanno fornito spiegazioni incongrue, a tratti
addirittura risibili.
La LAZZARO ha confusamente quanto incomprensibilmente dichiarato di non ricordare quasi
nulla di ciò che era stato detto in macchina, alla sua presenza, nelle giornate del 2 e del 3 agosto 2011.
La donna non è risultata credibile in particolare quando ha specificato di non aver sentito
neppure il passaggio in cui il marito parlava al telefono con il figlio Giuseppe, anche perché poi non ha
avuto alcuna esitazione nell’identificare nell’avvocato Gregorio Cacciola il soggetto (di nome Gregorio)
di cui i due stavano discutendo.
Con riferimento alla telefonata del 3 agosto 2011, in cui aveva ripetutamente invitato la figlia a
ritrattare intimandole alfine una scelta (“o con noi o con loro devi stare”) ha sostenuto di voler intendere che,
qualora Maria Concetta avesse voluto continuare a stare lontano da casa, avrebbe potuto prendersi i
figli e rimanere con loro dove stava; tale tentativo di spiegazione si pone in chiaro ed insanabile
contrasto con tutti gli altri passaggi della medesima conversazione, nei quali l’imputata, quando
prospettava alla figlia la possibilità di mandarle i nipoti, si riferiva sempre all’ipotesi in cui lei si fosse
235
decisa ad abbandonare la collaborazione e la località protetta. Prova ne è il fatto che la LAZZARO per
convincerla le diceva di essere pronta a raggiungerla insieme ai bambini, mentre non si faceva scrupolo
nell’invitarla a dimenticarsi di lei qualora, invece, avesse deciso di perseverare nella sua scelta.
Non può quindi esservi alcun dubbio in ordine al fatto che l’imputata, in un ideale
ricongiungimento affettivo, collegasse la sua figura in maniera molto stretta a quella dei nipoti, per cui la
scelta che Maria Concetta avrebbe dovuto compiere era radicale, tra la sua famiglia (figli compresi) e le
Forze dell’Ordine; e per capire come tale ricatto emotivo avesse svolto la funzione di fortissima leva per
le successive determinazioni di Maria Concetta, non c’è bisogno di ripercorrere le deposizioni dei tanti
testimoni che hanno parlato di un rapporto bellissimo tra la giovane e sua madre, di un legame quasi
simbiotico (“sembravano sorelle” dice Maria Carmela Pepè all’udienza del 13.5.2013); non c’è neppure
bisogno di valorizzare l’affettuoso tenore delle parole scritte sul quadretto (prodotto dalla Difesa ed
acquisito in atti all’udienza del 31.5.2013) che la Cacciola aveva regalato all’imputata per il suo
compleanno al momento del suo ritorno a casa.
Per avere il senso di quanto la giovane collaboratrice fosse legata alla mamma, basta riportarsi al
contenuto della lettera che le aveva lasciato quando aveva deciso di andare via, quando – nonostante
tutto – si era determinata ad affidare proprio a lei i suoi figli; ed è proprio questa fiducia che
evidentemente Maria Concetta continuava a riporre in colei che pure aveva contribuito a tenerla tutta la
vita “chiusa”, prigioniera, e nella quale però forse intravedeva la flebile speranza di un possibile
cambiamento, di un moto di ribellione, che faceva di Maria Concetta la donna solare e ottimista di cui
tutti hanno parlato e che, probabilmente, ne ha determinato anche la rovina. Ed è proprio questa
fiducia e questo amore immenso che rende ancora più deprecabile il comportamento di sua madre, che
non ha esitato ad approfittarsene minacciando la figlia di allontanarsi per sempre da lei.
La LAZZARO, ancora, ha dichiarato di non riuscire a spiegarsi neppure il contenuto degli sms
inviati dalla figlia a Pasquale Improta e della telefonata intercorsa tra la nipote Tania ed il genero
Salvatore Figliuzzi, in cui si parlava di una ritrattazione registrata dall’avvocato Pisani, limitandosi a dire
genericamente di non aver mai visto avvocati a casa in quanto spesso in quei giorni le capitava di uscire;
è al riguardo del tutto superfluo osservare come, in entrambe le circostanze, non si fosse mai parlato del
fatto che gli avvocati si fossero recati da Maria Concetta a questo scopo ma, piuttosto, del fatto che la
donna fosse stata portata da loro.
Quanto allo specifico aspetto del rinvenimento dell’audiocassetta contenente la ritrattazione
della giovane, la LAZZARO ha raggiunto l’apice della sua contraddittorietà; ha infatti detto che il nastro
era stato rinvenuto da suo marito all’interno di una camicia il giorno dopo la morte della figlia (e cioè il
21 agosto) ma di aver trovato la forza di ascoltarla solo dopo i funerali (svoltisi il 23 agosto). Quando le
è stato fatto notare che proprio il giorno del funerale lei e Michele CACCIOLA avevano depositato in
Procura l’esposto con allegata proprio quell’audiocassetta, e che dunque sarebbe stato impossibile per
lei ascoltarla in un momento successivo, si è corretta dichiarando di essersene fatta fare una copia su
supporto magnetico dall’avvocato Cacciola (cui l’originale era stato immediatamente portato) e di non
ricordare se le fosse stato consegnato prima o dopo il 23 agosto.
Ha infine ammesso di non sapere dove il marito avesse ascoltato la cassetta per poter capire che
vi fosse incisa la voce della figlia, in quanto non ricordava ci fossero registratori in casa loro.
Sul punto anche Michele CACCIOLA ha reso dichiarazioni molto contraddittorie; ha riferito che
nella telefonata del 3 agosto (captata in modalità ambientale sulla Mercedes) stava chiedendo a Giuseppe
di prendere appuntamento con un avvocato (confermando che si trattava dell’avvocato Gregorio
Cacciola) in quanto era la figlia ad aver detto di volerne nominare uno; tale spiegazione si pone in
insanabile contrasto con quanto emerge dalle conversazioni della sera di quel medesimo giorno, nel
236
corso delle quali è invece lui – insieme alla moglie – a ripetere incessantemente ad una perplessa Maria
Concetta di telefonare l’indomani stesso all’avvocato, e a dirle che l’avrebbe dovuto fare volente o
nolente.
Riguardo alla frase da lui pronunciata in quel contesto “prima la scriviamo, che lei non capisce niente”
ha sostenuto che con “lei non capisce niente” intendeva riferirsi a quello che le veniva detto da chi
l’aveva indotta a collaborare; mentre con “la scriviamo” voleva dire “le nominiamo un avvocato” nel
senso di “iscriverla da un avvocato”, conferendo così al termine un’accezione che non trova alcun
riscontro né nella lingua italiana né, tantomeno, nel lessico dialettale.
Nonostante l’evidente incoerenza di tale spiegazione, l’imputato ha insistito nell’affermare che
anche quando la nipote Tania aveva detto al padre che la mamma il giorno prima si era recata
dall’avvocato Pisani per “registrare” intendeva esprimere lo stesso concetto, ovvero quello della
“registrazione” della nomina difensiva presso lo studio legale.
È indubbio che i vocaboli utilizzati (“prima la scriviamo” e “registrare”) già di per sé soli, ma
anche e soprattutto se letti nel contesto di continue e martellanti richieste di tornare a casa e ritrattare,
depongono inequivocabilmente nel senso del previo confezionamento di un testo da parte degli
imputati da far poi registrare alla giovane.
D’altronde la giustificazione fornita da Michele CACCIOLA appare tanto più inverosimile in
relazione alle parole pronunziate dalla nipote; innanzitutto perché appare davvero strano che una
bambina di appena dodici anni potesse utilizzare un termine del genere attribuendo allo stesso un
significato diverso da quello suo proprio, quasi tecnico. In secondo luogo perché è stata la stessa Tania
a contraddire il nonno quando ha deposto nel corso del dibattimento.
La Figliuzzi ha infatti prima tentato di negare l’evidenza, dicendo che il giorno in cui era tornata
la mamma erano venuti a casa gli avvocati Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani, che le avevano
semplicemente suggerito di andare presso il loro studio per “annullare” la sua collaborazione, senza
parlare di alcuna registrazione; poi però, su contestazione, ha confermato che il nonno e la nonna
avevano accompagnato la madre dagli avvocati Cacciola e Pisani per fare la registrazione che poi era
stata anche trovata in casa loro durante la perquisizione (il riferimento è, in questo caso, alla copia
riversata su cd di cui aveva parlato la LAZZARO).
Ancora, il racconto di Michele CACCIOLA si è rivelato incongruente e contraddittorio quando ha
dovuto riferire in ordine alle circostanze del rinvenimento dell’audiocassetta; ha infatti detto di averla
trovata nel taschino di una sua camicia e di aver pensato che potesse provenire dalla figlia perché, nei
giorni immediatamente successivi alla sua morte, era alla ricerca di qualche parola che potesse spiegare
le ragioni del suo gesto. Non avendo tuttavia un registratore in casa, aveva preso in prestito un
apparecchio da un negozio – del quale tuttavia non ha saputo fornire neppure il nome – aveva sentito
solo le prime frasi che vi erano incise (“le prime parole, ho staccato la cassetta”, cfr. pag. 47 trascrizioni
interrogatorio del 13.2.2012) e quindi, resosi conto che si trattava della voce di Maria Concetta, l’aveva
subito consegnata all’avvocato Cacciola senza neppure immaginare che tipo di contenuto potesse avere
(“io non pensavo neanche di quelle parole là”, cfr. pag. 47 trascrizioni interrogatorio del 13.2.2012); insieme al
legale aveva infine concordato di trascriverla, di portarla alla Procura della Repubblica e poi di darla alla
stampa.
Messo di fronte all’inverosimiglianza di un tale racconto e soprattutto della reazione di un padre
il cui primo pensiero, dopo essersi reso conto di aver trovato le ultime parole della figlia morta suicida,
sia quella di consegnarle ad un avvocato e non piuttosto di sentirle almeno una volta fino alla fine,
Michele CACCIOLA è tornato sui suoi passi ed ha cambiato versione (“Certo che l’ho ascoltata tutta”… “al
negozio l’ho ascoltata”, cfr. pag. 48 trascrizioni interrogatorio del 13.2.2012).
237
L’enorme congerie di dati sopra rassegnati appare dunque più che sufficiente a dimostrare in
maniera incontrovertibile come l’audiocassetta in questione non fosse frutto di uno spontaneo
ripensamento di Maria Concetta, ma dell’imposizione di un testo preparato dai familiari con l’evidente
complicità dei due legali.
Solo per completezza espositiva devono a questo punto prendersi in considerazione gli esiti
degli accertamenti tecnici disposti sul nastro, ed in particolare della consulenza di parte del tecnico
nominato dalla Procura Salvatore Garruzzo (acquisita all’udienza del 31.1.2013 all’esito della sua
escussione) e della perizia disposta dalla Corte e affidata al prof. Luciano Romito.
Il teste Garruzzo ha riferito di aver analizzato il file audio fornitogli dal P.M. e di aver
riscontrato che la registrazione, dopo circa 10 minuti, si interrompeva per poi essere riavviata; ha
precisato che, a suo parere, si trattava di due incisioni effettuate in momenti diversi e poi unite in una
sola traccia. Ha altresì dichiarato che, attorno ai 3 minuti e 15-16 secondi, aveva potuto avvertire una
voce di sottofondo, che sembrava appartenere ad un’altra persona, che diceva in tono molto basso “e
tutto”.
Anche l’isp. Priteso, che aveva curato la trascrizione del nastro, ha riferito di aver udito,
mediante l’ascolto in cuffia, una voce diversa da quella della Cacciola; a suo dire infatti, mentre la
defunta pronunciava le parole “ho riacquistato la serenità”, un’altra persona le avrebbe suggerito le parole
“che cercavo”.
All’esito di tali deposizioni è stata disposta perizia fonica e trascrittiva sull’audiocassetta
contenente la registrazione.
Si riporta di seguito il testo completo della trascrizione effettuata dal perito Romito:
“Allora mi chiamo CACCIOLA Maria Concetta, oggi è dodici agosto (--) voglio dire (---) quello che mi è
successo a maggio (--) [00:00:13,943 si sente un rumore come di un microfono o del registratore
spostato]. In occasione di una convocazione per mio figlio in caserma (--) vedendo i carabinieri ho pensato (--)
avevo dei problemi in famiglia (--) [si sentono alcuni rumori come lo spostamento del microfono o del
registratore e subito dopo un rumore come di un foglio 00:00:29,680], erano arrivate delle lettere
anonime (-) [stessi rumori di prima] e quindi vedendo loro (--) mi semb (--) cercavo diii, di aggrapparmi a una
mia liberazione per il momento (---). Avevo problemi di famiglia, non ero capita, gelosia, mio marito in carcere (--) [pausa lunga 00:00:05,479 con all’interno il rumore di una porta che si chiude in lontananza],
tornando … erano arrivate lettere anonime, i miei alzavano le mani, ti chiudevano a casa, non potevi uscire non
potevi avere (-) amicizie … si precisa che è da (--) un paio d’anni che [vi è un abbassamento dell’intensità
della registrazione, una interruzione evidente il tutto della durata di 00:00:02,066] [#]ano queste
lettere anonime (---) non si viveva (---), che ero arrabbiata (-) da loro (---) volevo fargliela pagare, l’unica mia cosa
quando sono andata, ho parlato con i carabinieri (--) dicendo chee (-) se mi possono dare una mano che io ho
problemi con i miei fam [#] con la mia famiglia (-), [si sente un rumore come i precedenti, una pagina
girata o un click sul microfono 00:01:35,933] che ho paura che mi succede qualcosa (-) [00:01:38,255 si
sente una porta che cigola aprendosi] con mio padre e mio fratello (-) che Giuseppe e mio padre Michele, non
mi facevano uscire (---) [durata della pausa 00:00:05,328 sospiro, inoltre si sente una voce in
sottofondo esattamente al minuto 00:01:49,929] dopo qualche giorno (-) mi hanno detto di si che devono
parlare con dei superiori (-) e poi è arrivato il comandante (--), da li (-) è successo che mi hanno sentita (--), io ho
detto delle cose (-) per arrivare allo scopo di andare via da casa, dicevo, ho detto pure delle cose che mi sono
infangata anche io stessa per il fatto di andarmene via da casa mia perché quella era mia cosa di fargliela pagare (-), la rabbia (--), poi mi hanno detto di si, dopo due giorni (--) sono, mi hanno riconvocata in caserma (-) sempre
con la scusa della moto, sono sce [#] arrivata (-) e c’era una macchina pronta (-) e sono venuti due magistrati (-) a
parlare con loro (--). Lei all’inizio miii (-) sentivo confusaaa, tante cose, però poi (-) ho capito che (-) volevo andare
238
via ed ero disposta a dire cose (-) che non c’erano, che non esistevano (--) sempre perché io volevo andare via, gliela
volevo far pagare (-) e liberarmi di tutta staa sofferenza (--) e tutto [prodotto a bassissima voce] (--), dopo mi
faaa il magistrato (-), dice (-) da lunedì si prepari era di venerdì (--) “si prepari che entro lunedì (-) andiamo,
andate via (--) da qua perché (--) ed è successo così (--) no il sabato sono venuti a prendermi (--) mi hanno
telefonato (-), mi hanno detto cheee (-) che stanno arrivando per prendermi, che era scattato il piano protezione (--).
Da lì mi hanno portata a Cosenza (--), dopo tre giorni (-) sono venuti di nuovo i magistrati (-), tutti e due (-),
facendo pressione (-) su delle cose, su delle famiglie (-) io sempre perché ero presa di rabbia dicevo, mettevo sempre
mio padre e mio fratello, sempre in tutto (-), perché (?) perché ce l’avevo con loro e quindi gliela volevo far pagare e
tutti e due (--) nemmeno (--) poi lì gli dicevooo sono ritornati di nuovo dopo (--) un altro paio di giorni, sono stata
un mese quasi un mese e mezzo a Cosè [#] un mese quasi e mezzo a Cosenza (--) poi ho telefonato dicendo che
c’erano persone, io avevo paura e mi voglio spostare e da lì mi hanno portato a Bolzano (--), a Bolzano (-) io già a
Bolzano avevo (-) intenzione di tornare indietro perché mi stavo rendendo conto quello che stavo combinando, perché
per rabbia (--) dicevo cose che non c’erano (--), sempre sentito dire (--), io dicevo cose che giustamente le sentivo,
sentivo le persone parlare, il giornale, le cose (--) però io mettevo sempre mio padre e mio fratello anche se non (--)
non c’erano, solo per rabbia (---) e poii (--) a Bolzano io avevo fatto (-), io avevo (-), avevo fa [#] avevo capito che
volevo parlare con qualcuno, che volevo un avvocato perché (--) stavooo (-) rendendo conto quello che stavo
combinando perché non era giusto quello che stavo combinando (--) per la rabbia (-) e tutto (--), mi rendevo conto
che stavo mettendo delle persone che non, non c’entravano poi alla fine (--). Sono stata a Bolzano (-) gli ho detto
che voglio un avvocato, io anche a Cosenza avevo precisato che vorrei parlare con un avvocato (-) e loro mi dicevano
che non posso avere avvocati (-) perché (--), cui (-) eee la legge non permette perché (-) un testimone non può avere
un avvocato (-) e io (-) mi rendevo conto quello che stavo facendo però (--) non sapevo (-) se non parlavo con un
avvocato non mi facevano (--), gli facevo far cap[#], gli facevo capire che voglio tornare indietro (--) e loro mi
dicevano non tornare perché ci sono i tuoi, renditi conto la famiglia, il paese non ti accetta (--) su quello che hai
fatto, la famiglia non ti perdona, se prima tiii (-) ti volevano far fuori per un (--) che supponevano una relazione
pensa adesso quello che ti succede (-), non tornare indietro (-) e io la pauraaa (-) in quel momento (-) sapendo
quello che avevo combinato che era troppo grande quello che avevo combinato, stavo combinando, avevo paura (-) di
tornare veramente indietro (--) però lo facevo capire (-) che io voglio parlare con un avvocato che vorrei tornare sui
miei passi (--). Come sono arrivata a Bolzano (-) [00:06:47,962 si sente una voce in lontananza] ho
cominciato aaa (-) sul computer a cercare mia figlia (-), volevo sentire mia figlia (-), da lì ho parlato con mia madre
sempre perché io ero cosciente di quello che stavo combinando (--) e volevooo tornare indietro (-) per questo ho
cominciato a sentire mia madre per vedere quello che dicono (--), mi sentivo quello che avevo fatto (-) e io avevo
cerca’ [#] avevo detto a mia madre [rumore] a qu[#] (-) aaaa (-) preciso che (-) a Bolzano (-) avevo visto delle
persone che mi hanno più o meno riconosciuta (-) e loro mi hannooo da lì il gruppo (-) che c’è (-) mi hanno
trasferita immediatamente perché dice che (-) non puoi avere contatti con persone che ti possono conoscere (-) e mi
hanno spostata a Genova, da Genova (-) io ho richiamato di nuovo mi madre dicendo che la voglio vedere (-) perché
a me mi mancava (--), quando ho sentito mia madre al telefono ho sentito mio padre pure al telefono (-) già mi ero
reso conto quello che avevo combinato (--), mia madre è salita a Genova quando hanno saputo che mia madre è
salita a Genova (--) loro mi dicevano che deveee che non posso avere contatto con la famiglia perché io avevo fatto
asco’[#] (--) [sotto il rumore di fondo si sente una voce in lontananza esattamente al minuto
00:08:05,825], avevo fatto la denuncia su mio padre sempre e mio fratello (-) e quindi tu non devi avere contatto
con la famiglia, quando sono salita in macchina con mio padre ho capito che mio padre (--) mi aveva già (--)
perdonato (--) lo sbaglio che stavo combinando (-) e mi sentivooo (-) niente (-) sono stata sette ore con mia madre e
mio padre (-), siamo arrivati a Reggio Emilia (-) siamo passati tutta la notte però io avevo sempre la paura di
tornare in Calabria (-) perché la mia era la paura di tornare in Calabria non di (-) di mio padre, non avevo paura
di mio padre (--), di tornare in Calabria (-), che mi sono (--), di spontanea volontà mia me ne sono andata di
nuovo con i carabinieri tornando un’altra volta a Genova, loro mi hannooo (-) dett[#] “sei sicura che non gli hai
239
detto ai tuoi che sei a Genova (?)” (--) e io negavo invece a mia madre (-) glielo avevo detto che stavo a Genova (-),
loro sono rivenuti a trovarmi (--) lo stesso che gli dicevo a mia madre che voglio parlare con un avvocato (-) da lì ho
chiamato l’avvocato (--) Vittorio (--) Pisani (--) dicendo che mi sento confusa perché loro mi dicevano non mettere
avvocati, l’avvocato hai sentito che non ti ha difeso, non ti vuole difendere (--) giustamente io mi impaurivo perché
non sapevo come mi devono approcciare con l’avvocato e io gli dicevo che mi sento un po’ confusa (--), quando hanno
sentito in questo modo mi hanno detto di non chiamare più l’avvocato, che io sono testarda, che non possooo non
devo chiamare, non devo chiamare la mia famiglia, di chiudere il telefono, di spegnere tutto (--). Quando ho capito
che devo spegnere tutto non me la sentivo ho richiamato di nuovo mia madre (-) dicendo di salire un’altra volta a
Genova (-), quando è salita mia madre è salita mia madre, mio fratello (--) e mia figlia (-) e poi da li me ne sono
voluta andare di spontanea volontà mia (---) [rumore di passi] adesso preciso che voglio (-) nominare gli avvocati
(--) [rumore di una porta che si chiude] per tutelarmi (--), l’avvocato Gregorio Cacciola (-) e Vittorio Pisano
[seconda interruzione 00:10:15,433] è da tre[#] èee (---) [00:00:03,390 si sente un rumore] è da tre
giorni che sono a casa mia (-) traaa (-) mio padre, mia madre e i miei fratelli (-), i miei figli (--) e ho riacquistato
la serenità che cercavo (-) [terza interruzione 00:10:34,682] vorrei (-) aggiungere che avevo scritto la lettera (-)
che aggiungo con questa registrazione (-) e vorrei lasciata in pace nel futuro con (---) [00:10:45,770 stesso
rumore di pagina o di microfono toccato] il futuro e non chiama’[#] e non essere chiamata (--) da
nessuno”.
Il Romito ha illustrato in dibattimento le conclusioni compendiate nell’elaborato peritale
(acquisito all’udienza del 13.5.2013); ha dichiarato di aver riscontrato nel nastro tre interruzioni (una
dovuta all’attivazione del tasto “stop”, una a quella del tasto “pause” e l’ultima ad un’interferenza) e
quindi quattro sessioni di registrazione che ha ritenuto essere state effettuate tutte nel medesimo
ambiente. Il percepibile calo di intensità del tono nella terza interruzione era ascrivibile – a suo parere –
ad una maggiore distanza tra il locutore e il microfono (cfr. pag. 18 della relazione peritale).
Ha detto di aver misurato innumerevoli pause, a volte molto lunghe e collocate in contesti
inusuali (come tra verbo ed oggetto o tra preposizione, articolo e nome), e di aver udito in due punti (al
minuto 00:01:49 e 00:08:05; cfr. pag. 20 della relazione peritale) una voce di sottofondo inintellegibile
per la sua scarsa intensità.
A parte tale dato, che deponeva per la presenza di almeno un’altra persona nella stanza, ha
concluso nel senso che il parlatore fosse, in tutte e quattro le sessioni, sempre lo stesso soggetto.
Quanto ai rumori di sottofondo, il perito ha detto di aver sentito porte che si chiudevano e fogli
che venivano mossi; così come il suono dello spostamento del microfono sul tavolo che indicava un
avvicinamento dello stesso al locutore e non il contrario.
Ha dichiarato che il genere di pause riscontrate tra una parola e l’altra potessero essere
compatibili con la lettura di un testo scritto da altri e che potessero essere dovute alla difficoltà di
comprendere la calligrafia altrui; conclusione che dunque si allinea perfettamente all’impostazione
accusatoria.
******
Vale la pena sottolineare in questa sede che la fattispecie descritta all’art. 611 c.p. è un reato di
pericolo, che si consuma nel momento stesso dell’uso della violenza o della minaccia ed
indipendentemente dal realizzarsi del reato-fine; se però quest’ultimo reato si realizza, l’autore della
violenza o della minaccia risponde del reato eventualmente commesso dal soggetto coartato a
prescindere dalla punibilità di quest’ultimo, secondo gli ordinari principi in tema di concorso di persone
nel reato (cfr. Cass. sez. II, 22 ottobre 2003-10 novembre 2003, n. 42789, CED 227312; Cass. sez. VI, 2
aprile 2003-12 giugno 2003, n. 25711, CED 225478).
240
Nel caso che ci occupa il deposito in Procura dell’audiocassetta contenente la ritrattazione di
Maria Concetta Cacciola ha sancito l’effettiva consumazione dei reati che la collaboratrice era stata
costretta a compiere; ed in particolare quello di falsa testimonianza, avendo costei falsamente affermato
di aver reso dichiarazioni non veritiere all’A.G. solo per rabbia nei confronti dei familiari (cfr. Cass. 1
gennaio 1984, Memoli, Mass. Cass. pen. n. 162676 che ha ritenuto sussistente il reato di cui all’art. 611
quando la minaccia sia diretta a costringere qualcuno a commettere il reato di falsa testimonianza, anche
se questi non abbia ancora assunto la qualità di testimone); quello di autocalunnia, essendosi falsamente
accusata del delitto di calunnia nei confronti del padre, del fratello e degli altri soggetti che aveva
coinvolto con le sue dichiarazioni; e quello di favoreggiamento personale, avendo la stessa aiutato i suoi
familiari ad eludere le investigazioni dell’Autorità pur essendo obbligata a deporre contro di loro in
qualità di persona offesa del reato di maltrattamenti.
È dunque evidente come degli ulteriori delitti di cui agli artt. 372, 378 e 369 c.p. debbano essere
chiamati a rispondere, in concorso, coloro che avevano determinato la Cacciola a commetterli, ovvero –
per tutto quanto si è sopra detto – gli odierni imputati.
§ 5.2 La posizione degli avvocati Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani
Appare a questo punto opportuno ripercorrere le testimonianze degli avvocati Gregorio
Cacciola e Vittorio Pisani, i quali hanno reso esame ai sensi dell’art. 210 c.p.p.; a giudizio di questa
Corte, infatti, gli elementi già sussistenti a loro carico, che ne avevano comportato l’iscrizione nel
registro degli indagati, sono stati corroborati dalle nuove emergenze dibattimentali.
Gregorio Cacciola ha riferito di aver ricevuto presso il suo studio, verso la fine di maggio 2011,
la visita di Michele CACCIOLA – suo cliente da molti anni nonché suo cugino di primo grado – il quale
gli aveva raccontato che la figlia Maria Concetta, tre o quattro sere prima, era uscita di casa a bordo
della sua autovettura e non vi aveva fatto ritorno; il padre della ragazza si era mostrato particolarmente
preoccupato anche perché, pur essendosi rivolto ai Carabinieri la notte stessa della scomparsa, aveva
notato una sorta di indifferenza da parte loro in quanto – a suo dire – non si erano attivati
adeguatamente.
Il giorno successivo l’imputato aveva rinvenuto, parcheggiata davanti al “Conad” di via
Nazionale Sud a Rosarno, la macchina a bordo della quale la giovane si era allontanata; anche in questo
caso aveva provveduto a segnalare subito la circostanza ai militari, che avevano proceduto
all’effettuazione dei rilievi ma che gli erano sembrati, ancora una volta, poco partecipi della vicenda.
A questo punto l’avvocato aveva deciso dapprima di portarsi personalmente presso la Tenenza
di Rosarno e poi, dal momento che il maresciallo con cui aveva parlato non gli aveva saputo dare alcuna
delucidazione in merito alla vicenda, aveva preparato una denuncia (datata 30 maggio 2011)
preannunciando telefonicamente in Caserma il deposito della stessa da parte dell’interessato.
Aveva tuttavia appreso da Michele CACCIOLA che tale iniziativa non aveva avuto alcun seguito
in quanto, quando
quest’ultimo si era recato presso la Tenenza, i militari avevano cominciato a
perdere tempo, chiedendogli le ragioni della sua presenza e facendolo aspettare senza dargli spiegazioni;
l’uomo pertanto, sentendosi preso in giro, aveva deciso di allontanarsi senza depositare l’atto.
Il legale aveva quindi redatto un secondo esposto (questa volta depositato dal suo assistito il
giorno successivo presso la Procura della Repubblica di Palmi) nel quale aveva provveduto a segnalare
sia la scomparsa della ragazza, sia il ritrovamento dell’auto, sia l’atteggiamento indolente dei Carabinieri.
Dal momento che il trascorrere dei giorni non aveva portato ad alcuna novità e che la famiglia si
era fatta insistente cercando contatti con frequenza quasi giornaliera, l’avvocato aveva suggerito la
nomina di un altro difensore che potesse aiutarlo a seguire adeguatamente la vicenda.
241
La scelta dei Cacciola era ricaduta sull’avv. Vittorio Pisani, che l’avv. Cacciola – attorno alla
metà di giugno – aveva nominato suo sostituto processuale insieme alla collaboratrice di studio Stefania
Gullo.
Il Cacciola ha specificato che la nomina a sostituto processuale era solo un modo per accelerare
i tempi del conferimento dell’incarico ma non aveva alcuna valenza “gerarchica” dal momento che lui e
l’avv. Pisani erano sempre stati autonomi nello svolgimento dell’incarico, pur concordando
preventivamente le decisioni da assumere; ha comunque tenuto a chiarire che, da quel momento sino
all’8 agosto, egli non aveva preso alcuna iniziativa a causa dei suoi molti impegni professionali,
limitandosi a farsi aggiornare dal cugino sugli sviluppi del caso.
In seguito aveva saputo che solo quando i Carabinieri, attorno alla metà di luglio, si erano
presentati a casa di Michele CACCIOLA per chiedere gli indumenti della figlia la famiglia aveva intuito
che la causa dell’allontanamento della giovane potesse riguardare una sua attività di collaborazione con
la giustizia; a distanza di circa una settimana da quell’evento, poi, Maria Concetta aveva ripreso i contatti
con la madre e con la figlia manifestando la volontà di tornare a casa.
Successivamente la ragazza aveva dato appuntamento ai genitori a Genova e, dopo averli
incontrati, era salita sulla loro auto per rientrare a Rosarno; durante una sosta a casa della zia, tuttavia,
erano arrivati i Carabinieri (non sapeva dire se chiamati dalla Cacciola o meno) che l’avevano riportata
indietro.
L’avv. Cacciola ha detto di avere appreso, sempre dal cugino Michele, che la giovane aveva più
volte contattato telefonicamente l’avv. Pisani per chiedergli come sarebbe potuta tornare a casa senza
problemi; tale circostanza gli era poi stata confermata anche dal collega, con il quale si era trovato
d’accordo nel ritenere preferibile non prendere alcuna iniziativa fin quando non fossero state chiare le
effettive intenzioni della ragazza.
Solo in data 8 agosto i due legali si erano recati insieme presso la Procura di Reggio Calabria ad
un appuntamento che l’avv. Pisani aveva autonomamente preso con un magistrato della D.D.A. al fine
di chiedere delucidazioni in merito alla situazione della collaboratrice; qui avevano avuto un breve
colloquio con il dott. Prestipino (anche alla presenza della segretaria e di un Ufficiale dell’Arma), il quale
aveva detto loro che Maria Concetta Cacciola era una donna libera e non aveva alcun programma di
protezione.
Dopo questo incontro Michele CACCIOLA li aveva informati del fatto che la figlia era tornata a
Rosarno e che voleva parlare con loro; Maria Concetta, tuttavia, aveva fatto sapere di non volerli vedere
né a casa sua né allo studio, bensì in un luogo diverso perché – secondo quanto fu loro riferito –
provava vergogna e non voleva farsi vedere in giro; pertanto il dichiarante, accompagnato in macchina
da Giuseppe CACCIOLA in una data che ha ritenuto di poter collocare attorno al 9 agosto, si era recato
in un’abitazione privata a lui sconosciuta per incontrare la collaboratrice (è stato acquisito in atti uno
schizzo redatto dal legale in sede di interrogatorio di garanzia dove ricostruiva l’ubicazione dei locali nei
quali si era svolto l’incontro; cfr. documentazione acquisita all’udienza dell’8.4.2013).
Ha ricordato che sul posto, oltre lui e l’avv. Pisani, c’erano sicuramente la Cacciola, Anna
Rosalba LAZZARO ed il parente che li aveva portati in macchina (a tale proposito ha detto di non essere
sicuro se si trattasse del fratello Giuseppe o del padre Michele).
Durante il colloquio che avevano avuto, comunque, Maria Concetta era stata molto generica,
aveva parlato loro delle lettere che erano arrivate a casa, dei diverbi e delle gelosie che ne erano scaturiti;
aveva poi detto che, nel corso di quattro incontri avuti con Carabinieri e magistrati, aveva accusato i
familiari per rabbia riferendo cose che aveva sentito o letto sui giornali ma della cui veridicità non era
sicura. Aveva anche fatto intendere, alla presenza di tutti, che qualcosa le era stato addirittura suggerito
da chi la interrogava.
242
In seguito la giovane aveva chiesto all’avv. Cacciola di parlare con lui riservatamente; i due si
erano pertanto appartati in una stanzetta dove Maria Concetta aveva ammesso di non aver accusato i
familiari solo dei generici fatti di armi e droga di cui aveva parlato poco prima, ma di fatti ancora più
gravi, di ben quattro omicidi. A quel punto l’avv. Cacciola le aveva reiterato l’invito alla cautela già
rivoltole poco prima insieme al collega, raccomandandole prudenza nel prendere qualsiasi decisione
data l’estrema delicatezza della situazione.
Dopo averla tranquillizzata, quindi, si erano accordati per vedersi di lì a qualche giorno.
Il successivo incontro, infatti (che l’avvocato ha ritenuto potersi verosimilmente collocare in
data 12 agosto) si era svolto presso il suo studio alla presenza dell’avv. Pisani, di Maria Concetta e di
Michele CACCIOLA; inizialmente i legali le avevano parlato davanti al padre, chiedendole se fosse
convinta della sua decisione. Poi, notando il disagio della ragazza, che si mostrava indecisa e cercava di
prendere tempo, avevano ritenuto opportuno far appartare il genitore.
Anche da sola, tuttavia, la giovane aveva continuato a manifestare incertezza e, pur senza
comunicare il motivo di tale titubanza, aveva chiesto loro qualche giorno per poter riflettere; i due
avvocati le avevano quindi suggerito – pensando di poterla così aiutare a superare le sue difficoltà – di
scrivere un memoriale, e avevano preso accordi per risentirsi telefonicamente.
Da quel momento però l’avv. Cacciola non aveva avuto più alcuna notizia fino alla sera del 20
agosto, quando aveva ricevuto la straziante telefonata di Michele CACCIOLA che gli aveva comunicato la
morte di sua figlia.
Piuttosto confuso ed impreciso è poi divenuto il narrato del dichiarante in relazione al
momento in cui era venuto a sapere dell’esistenza della registrazione ed agli eventi che ne erano seguiti;
ha infatti riferito che il cugino, due o tre giorni dopo il decesso della figlia, gli aveva detto di aver
rinvenuto la microcassetta in un armadio, precisamente in una giacca o in un vestito.
Non è stato tuttavia possibile ricevere dall’avvocato una risposta precisa in ordine al momento
esatto in cui gli era stata comunicata la circostanza del ritrovamento; ha infatti detto dapprima di
“credere” che tale notizia gli fosse stata data nel corso dei funerali di Maria Concetta, durante i quali
Michele CACCIOLA gli aveva chiesto di appartarsi per parlargli di una cosa “seria”. Poi però si è
corretto, sostenendo di non poterlo affermare con certezza.
Ha però confermato di averne parlato, due giorni dopo la morte della ragazza, con il cugino il
quale, nella stessa sera, gli aveva portato la registrazione, la relativa trascrizione e una lettera con
impressa la calligrafia della figlia.
Su domanda del P.M. – che ha chiesto chiarimenti in ordine alla esatta successione degli eventi
– il Cacciola ha tuttavia nuovamente collocato il momento in cui aveva appreso dall’imputato
dell’esistenza del nastro nel corso delle esequie, contraddicendosi talmente da arrivare addirittura a
dichiarare di non riuscire a ricordare se i funerali si fossero svolti prima o dopo l’autopsia (si ritiene
utile, a tale proposito, riportare l’intero passaggio relativo a questa parte dell’esame: P.M. – Ma questa,
diciamo così richiesta di appartarvi quando è avvenuta, se lo ricorda? TESTE CACCIOLA – Due giorni dopo, l’ho
detto. P.M. – Sì, ma nel corso del funerale sempre? TESTE CACCIOLA – Non mi ricordo se mi ha detto durante il
funerale ci dobbiamo appartare perché dobbiamo parlare di una cosa seria, di una cosa delicata e mi riferì dell’esistenza di
questa cassetta, che avevano trovato in un armadio, all’interno di ... non so, di una giacca, di un vestito, non mi ricordo.
P.M. – Apprese soltanto della notizia in questa occasione dell’esistenza di questa cassetta? TESTE CACCIOLA –
Appresi della notizia e mi ricordo che poi sul tardi, più tardi, insomma dopo, mi portarono la cassetta ... P.M. – Dopo
i funerali gliela portarono? TESTE CACCIOLA – No, no, no. P.M. – E quando? TESTE
CACCIOLA – I funerali mi pare che furono ... adesso non mi ricordo se furono fatti subito, se dopo l’autopsia, adesso
non mi ricordo quando sono stati fatti, però eravamo durante il funerale, ci siamo appartati quando mi
hanno portato la cassetta e ricordo che mi hanno portato anche la trascrizione della cassetta, oltre ... P.M. – Mi
243
faccia capire un secondo, un attimo solo Avvocato perché c’è un po’ di ... Allora, durante il funerale di Maria Concetta
Cacciola il Michele Cacciola la contatta per dirle che ha bisogno di parlare di una cosa importante, si ricorda che è
avvenuto questo? TESTE CACCIOLA – Mi pare che è così. P.M. – Bene, sempre durante o al termine del funerale si
apparta con Michele Cacciola e avete questo scambio? TESTE CACCIOLA – Non so se al termine del funerale,
perché adesso non mi ricordo quando c’è stato il funerale, perché non so se ha ... P.M. – Lasci perdere quando c’è stato,
se si ricorda che c’era il funerale, poi a me non interessa, poi risaliamo quand’è il giorno del funerale, c’era il funerale
di Maria Concetta Cacciola, Michele Cacciola la contatta, vi appartate un attimo al termine del
funerale, si ricorda? TESTE CACCIOLA – Mi pare di sì. Sì. P.M. – Che cosa succede, le comunica
dell’esistenza di questa cassetta? TESTE CACCIOLA – Esattamente. P. M. – Successivamente quand’è che
materialmente... poi lei ha parlato che questa cassetta le viene consegnata, si ricorda quando avviene questa
consegna della cassetta? TESTE CACCIOLA – Nella serata stessa. In serata, sicuramente, perché non è
passato tanto tempo da quando me lo dice a quando materialmente mi consegnano... P. M. - Quindi dopo i
funerali? TESTE CACCIOLA – Non so se dopo i funerali. P. M. – Però l’ha detto lei, Avvocato, mi
perdoni, altrimenti non ci capiamo. TESTE CACCIOLA – Scusi, io adesso i funerali non so quando sono avvenuti,
perché c’era il problema dell’autopsia, non lo so, questo per essere precisi. P.M. – Ma il funerale è dopo
l’autopsia. TESTE CACCIOLA – E non mi ricordo se è stato prima o dopo, io ricordo però che
sono passati due giorni, più o meno. P.M. – Dalla morte? TESTE CACCIOLA – Dalla morte. P. M. –
Benissimo. TESTE CACCIOLA – Questo lo ricordo. P. M. – Ma l’importante che si ricorda l’evento funerale, poi il
giorno non mi interessa, lei mi dice non mi ricordo quando, ma quando cosa intende il giorno quando è avvenuto?
TESTE CACCIOLA – Dottoressa, io le sto dicendo quello che ricordo. Allora, due giorni dopo la morte ricordo che il
papà mi chiamò per dirmi che c’era necessità di parlare con me. Mi pare che mi accennò pure dell’esistenza di questa
cassetta, ci siamo incontrati poi nella tarda serata, più tardi a studio, mi hanno portato la cassetta, la trascrizione e una
lettera vergata a firma ... insomma era la calligrafia della figlia. P.M. – Allora, il giorno stesso in cui lei apprende
dell’esistenza di questa cassetta le viene anche materialmente consegnata, in un momento successivo? TESTE
CACCIOLA – Sì. P.M. – Quindi lei nello stesso giorno apprende dell’esistenza e riceve materialmente ...? TESTE
CACCIOLA – E mi viene pure consegnata. P. M. – Senta, chi è che gliela consegna? TESTE CACCIOLA – Il
papà. P.M. – Michele Cacciola. Che cosa le consegna precisamente? TESTE CACCIOLA – Una piccola
minicassetta, la trascrizione della cassetta e una lettera della figlia, uno scritto della figlia non una lettera. Cfr. pagg. 4748-49 trascrizioni udienza dell’8.4.2013).
Il Cacciola ha proseguito dicendo di aver ascoltato il nastro da solo a casa e di aver poi redatto,
insieme al collega Pisani (che – a suo dire – era già informato dell’esistenza della registrazione al
momento in cui lui lo contattò) ed ai familiari di Maria Concetta un esposto basato sul contenuto
dell’audiocassetta e sui racconti dei genitori della vittima; esposto che, in data 23 agosto 2011, era stato
depositato in Procura e poi messo a disposizione degli organi di stampa.
Ancora una volta ha detto di non ricordare se, a quella data, erano già stati celebrati i funerali
della giovane.
Ha poi negato di aver mai curato la trasposizione del nastro da audiocassetta a cd o di essere
mai stato incaricato di un compito simile. Ha invece dichiarato di aver visto il cd solo al momento del
deposito dell’esposto quando gliene venne fornita una copia; non ha tuttavia saputo dire se il dischetto
gli fu consegnato da CACCIOLA Michele oppure dall’avv. Pisani.
L’avvocato ha detto di non sapersi spiegare il senso delle intercettazioni telefoniche in cui tanto
Maria Concetta quanto sua figlia Tania si riferivano a registrazioni effettuate dai legali (sms progg. n.
572 e 573 del 12 agosto dalla Cacciola a Improta Pasquale e telefonata del 13 agosto 2011 tra Tania
Figliuzzi e suo padre, già esaminati) ma ha escluso che una cosa del genere potesse mai essersi verificata
presso lo studio di uno di loro.
244
Ha altresì riferito di non essere a conoscenza del motivo per cui Maria Concetta, i primi di
agosto, aveva preferito contattare l’avv. Pisani – che lo affiancava – piuttosto che rivolgersi
direttamente a lui, che difendeva da sempre la sua famiglia; era comunque venuto a sapere tanto dei
contatti tra i due quanto di quelli tra la ragazza e i familiari subito dopo il loro verificarsi.
Ha invece escluso di aver avuto notizia del primo incontro tra Maria Concetta e i genitori
(avvenuto a Genova il 2 agosto) prima del colloquio dell’8 agosto presso la Direzione Distrettuale
Antimafia di Reggio Calabria.
A quest’ultimo proposito, gli sono state chieste delucidazioni in merito alla telefonata di cui al
prog. 280 del 3 agosto (captata in modalità ambientale a bordo della Mercedes durante il viaggio di
ritorno da Genova) in cui Michele CACCIOLA chiedeva a suo figlio Giuseppe di prendere appuntamento
con Gregorio al “Purgatorio”; ma il teste ha riferito di non conoscere alcuna località a Rosarno che
potesse chiamarsi così, ritenendo possibile che in quell’occasione Michele stesse chiedendo dell’altro
figlio suo omonimo.
Gregorio Cacciola ha poi spiegato che l’oggetto del mandato inizialmente conferitogli da
Michele CACCIOLA riguardava la scomparsa della figlia e che, in relazione a tale incarico, la sua attività
era consistita nel redigere due esposti, dei quali però soltanto il secondo era stato depositato in Procura.
Successivamente, quando a fine luglio la ragazza aveva dato notizie di sé ed aveva palesato le
ragioni del suo allontanamento, il mandato aveva sostanzialmente mutato oggetto, ed era diventato
quello di tutelare la giovane tanto nel gestire il suo rientro a casa quanto nel valutare l’opportunità di
sporgere eventuali denunce; a tale proposito ha precisato che quest’ultima parte del mandato si era poi
effettivamente concretizzata solo dopo la morte di Maria Concetta alla quale, in vita, non aveva invece
fatto altro che consigliare prudenza.
Anche l’avvocato Pisani ha spiegato in dibattimento il ruolo da lui assunto nella vicenda
dichiarando di non aver mai ricevuto incarichi per conto della famiglia Cacciola fin quando, il 16 giugno
del 2011, era stato contattato dall’avv. Gregorio Cacciola il quale cercava qualcuno che potesse
collaborare con lui per la scomparsa di Maria Concetta; ha riferito che il collega gli aveva chiesto di
recarsi in Procura per tentare di acquisire qualche notizia, ciò in quanto i suoi precedenti tentativi non
avevano prodotto alcun risultato utile.
Il Pisani dunque, dopo aver ricevuto la sera stessa la nomina a sostituto processuale, era andato
a depositarla il giorno successivo presso la Procura di Palmi cercando anche di parlare con il
Procuratore che, però, non era in sede.
I primi rapporti diretti con la famiglia Cacciola erano intervenuti solo verso fine luglio, quando
egli era venuto a sapere che la giovane aveva ripreso i contatti con i parenti attraverso una chat e che
stava collaborando con la giustizia; la circostanza gli era stata rappresentata, oltre che dal collega, anche
da Michele e Giuseppe CACCIOLA, i quali si erano recati personalmente al suo studio informandolo del
fatto che in quei giorni, a seguito di alcune perquisizioni, erano stati rinvenuti dei bunker; una scoperta
– questa – che era stata ritenuta possibile frutto proprio delle dichiarazioni della Cacciola.
In relazione ad uno dei procedimenti che ne erano scaturiti, peraltro, l’avv. Pisani aveva poi
ricevuto anche nomina a difensore di fiducia; ciò in quanto uno dei bunker in questione era stato
rinvenuto nell’azienda agricola di Cacciola Teresa, sorella di CACCIOLA Michele e moglie di Bellocco
Gregorio cl. 55, soggetto da lui assistito da circa sette/otto anni.
Ha altresì ricordato che qualche giorno dopo – e precisamente il 1° agosto – uno dei familiari di
Maria Concetta (il papà o uno dei fratelli) si era nuovamente rivolto a lui anticipandogli che, poiché la
ragazza aveva bisogno di un avvocato, l’avrebbe presto contattato telefonicamente (a questo proposito
il teste ha chiarito che i parenti erano in possesso del suo numero). A distanza di circa mezz’ora, infatti,
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il legale aveva ricevuto due telefonate: la prima, cui non aveva risposto, sul cellulare; la seconda, che era
stata effettuata sul telefono fisso, gli aveva dato modo di parlare per la prima volta con la signora.
Quest’ultima, nel corso della conversazione, gli aveva confermato di stare collaborando con la
giustizia ma gli aveva anche manifestato la necessità di nominare un avvocato in quanto – a suo dire –
voleva interrompere il programma e tornare a casa.
A quel punto il legale le aveva rappresentato l’inopportunità che fosse lui, in qualità di penalista
operante sul territorio di Rosarno e dunque nella veste di potenziale difensore di soggetti nei cui
confronti la donna aveva reso dichiarazioni, ad assumere l’incarico e le aveva detto che comunque, per
interrompere il programma, non aveva bisogno di un avvocato ma avrebbe dovuto invece contattare il
Servizio di Protezione e i magistrati; ha poi escluso che durante la telefonata fosse stato fatto alcun
riferimento ai contenuti della collaborazione anche perché la signora non si era mostrata
particolarmente convinta della scelta da intraprendere.
Il Pisani ha poi riferito di non aver informato subito il collega Cacciola del contatto; da una
parte, infatti, egli aveva dato per scontato che ci avrebbero pensato i familiari ad avvertirlo, dall’altra
aveva preferito portarsi immediatamente presso la Tenenza di Rosarno in quanto non sapeva come
gestire la situazione.
In quella circostanza aveva parlato con il tenente Santuccio, il quale gli aveva consigliato in
prima battuta di andare a parlare il giorno successivo con il tenente Ceccagnoli a Gioia Tauro; poi,
quando l’avv. Pisani gli ebbe rappresentato la propria indisponibilità in tal senso a causa di un viaggio di
lavoro già programmato per l’indomani, il militare gli aveva suggerito di mettere per iscritto una
segnalazione, cosa che – una volta tornato allo studio – il professionista aveva puntualmente fatto
provvedendo a depositare lo scritto quella sera stessa (cfr. documentazione acquisita all’udienza
dell’8.4.2013).
Su sollecitazione del P.M. il teste ha poi riconosciuto di aver omesso alcuni passaggi riferendo
che quel giorno aveva ricevuto ulteriori telefonate da parte della Cacciola; pochi minuti dopo il primo
contatto, infatti, la donna lo aveva chiamato altre due volte ma, quando egli aveva risposto (in un’unica
occasione), la signora gli aveva detto di aver sbagliato numero e di cercare l’avvocato Gregorio.
Successivamente, circa venti minuti dopo, si era presentato presso il suo studio il fratello della
ragazza, Gregorio, il quale gli aveva chiesto come mai si fosse rifiutato di difendere la sorella ed al quale
lui aveva esposto le medesime motivazioni fornite in precedenza alla diretta interessata.
Dopo circa quindici minuti da quella visita, infine, la Cacciola lo aveva richiamato dicendogli
che forse si era spiegata male e che la sua intenzione era quella di rientrare a casa. Egli a quel punto
aveva ancora una volta insistito nel consigliarle di parlarne con l’Autorità Giudiziaria; solo
successivamente a questi eventi si era recato presso la Tenenza di Rosarno.
Il pomeriggio del 4 agosto la Cacciola lo aveva nuovamente contattato rappresentandogli di aver
parlato con il personale del Servizio di Protezione e di aver saputo che, per interrompere la
collaborazione e rientrare dal programma, aveva la necessità di nominare un avvocato.
Il legale a quel punto, pur continuando a raccomandarle di conferire con i magistrati, si era
determinato a recarsi l’indomani mattina presso la Procura di Reggio Calabria; ciò in quanto – a suo
dire – aveva bisogno di delucidazioni in materia e, non avendo mai avuto esperienze professionali con
collaboratori di giustizia, voleva capire se vi potessero essere ragioni ostative alla sua nomina.
Il Pisani aveva a tal fine redatto un’altra nota (indirizzata alla D.D.A. di Reggio Calabria ed ai
Carabinieri, anch’essa acquisita all’udienza dell’8.4.2013) in cui chiedeva che gli venisse concesso un
nulla osta per assumere la difesa della signora.
La mattina del 5 agosto, pertanto, si era portato in Procura dove era stato indirizzato da uno dei
magistrati che si stavano occupando della vicenda (il dott. Musarò), il quale gli aveva consigliato di
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depositare l’istanza e di tornare dopo qualche giorno (nell’occasione presero infatti appuntamento per
l’8 agosto) in modo da avere la possibilità di affrontare la questione anche con il Procuratore Aggiunto
e con l’altra collega incaricata (ovvero il dott. Prestipino e la dott.ssa Cerreti).
Su specifica domanda del P.M. l’avvocato ha affermato con certezza che in questa fase i
Cacciola non avevano mai parlato con lui dei contenuti della collaborazione né – tantomeno – di
registrazioni o di ritrattazione, ciò in quanto il loro unico pensiero era quello di trovare un modo per far
tornare a casa la figlia, del cui allontanamento si mostravano molto dispiaciuti.
Solo in quel momento comunque, ovvero in occasione dell’appuntamento dell’8 agosto presso
la Procura di Reggio Calabria, egli aveva deciso di avvertire anche l’avv. Cacciola, il quale si era offerto
di accompagnarlo.
I due si erano quindi recati insieme al CEDIR, ove avevano trovato solo il dott. Prestipino;
quest’ultimo, nel corso di un brevissimo colloquio, aveva detto loro che Maria Concetta Cacciola – per
quanto lo riguardava – era una donna libera per cui non aveva bisogno di alcuna autorizzazione (la
richiesta di nulla osta depositata dal Pisani, nel frattempo, era stata esitata con una pronunzia di non
luogo a provvedere; cfr. documentazione acquisita all’udienza dell’8.4.2013).
L’avv. Pisani ha ricordato che, in sua presenza, il collega aveva subito informato i familiari
dell’esito dell’incontro, comunicando loro che la stessa era libera di autodeterminarsi.
Il teste ha poi proseguito riferendo di aver saputo del ritorno di Maria Concetta a Rosarno la
sera dell’11 agosto, quando si era presentato presso il suo studio Giuseppe CACCIOLA che, dopo averlo
informato delle modalità del rientro (erano andati a prenderla il fratello Gregorio e la figlia Tania), gli
aveva chiesto di andare a casa loro per parlare con lei.
Nonostante le perplessità manifestate dall’avvocato a fronte di una tale richiesta, il CACCIOLA gli
aveva detto che non poteva portare sua sorella allo studio in quanto costei diceva di vergognarsi, e che
– comunque – ad aspettarlo in macchina c’era anche l’avv. Cacciola. A quel punto Pisani aveva deciso
di seguirlo in auto (una Panda di cui non ricordava il colore), ma solo durante il tragitto aveva capito
che non si stavano dirigendo nella casa di famiglia bensì in una diversa abitazione, ubicata sulla
Nazionale nei pressi del Commissariato di P.S., e che aveva pensato fosse comunque riferibile a loro o a
parenti.
Qui i tre avevano incontrato Maria Concetta (che era in compagnia della mamma) e si erano
intrattenuti a parlare per un po’ della permanenza a Genova e a Bolzano, senza però mai fare cenno né
ai motivi che l’avevano spinta a tornare a casa né ai contenuti della collaborazione.
Dopo pochi minuti l’avv. Cacciola e Maria Concetta si erano appartati in un’altra stanza; dopo
circa un quarto d’ora di colloquio riservato, il collega era uscito e, senza ulteriori spiegazioni, gli aveva
detto che potevano andar via.
Sulla strada del ritorno l’avv. Cacciola, pur non rivelando ancora il contenuto delle dichiarazioni
della ragazza, gli aveva detto che costei aveva accusato alcuni familiari per rabbia affermando cose non
rispondenti alla realtà; il collega reputava altresì necessario svolgere delle investigazioni difensive sul
punto e farsi spiegare dalla Cacciola ciò che era avvenuto, sia con riferimento alle dichiarazioni rese sia
con riferimento alla sua gestione da parte della magistratura e dei Carabinieri.
Dal momento che il Pisani non condivideva tale soluzione, ritenendo ostativo a qualsiasi
indagine difensiva in materia il disposto dell’art. 391 bis c.p.p. (che fa divieto di rivelazione delle
domande formulate dal p.m. e delle risposte date), i due erano rimasti d’accordo per rivedersi il giorno
dopo e parlare più tranquillamente con la signora.
Nel primo pomeriggio del 12 agosto, pertanto, vi era stato un successivo incontro presso lo
studio dell’avv. Cacciola al quale avevano partecipato sia Michele CACCIOLA che la figlia.
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Quest’ultima aveva riferito quanto rappresentatogli il giorno prima dal collega, ovvero che
molte delle cose che aveva detto erano state determinate dalla rabbia che nutriva nei confronti dei
familiari ma, anche in quel frangente, non aveva fatto alcun riferimento ai contenuti della
collaborazione e continuava ad apparire poco convinta, non manifestando una volontà univoca e
determinata in un senso o in un altro; tanto che, dopo tale incontro, l’avv. Cacciola si era convinto ad
abbandonare l’idea dell’indagine difensiva ed a consigliarle di mettere con calma per iscritto tutto ciò
che voleva dire.
Il collega in quella circostanza gli aveva rappresentato l’esigenza di andare qualche giorno in
vacanza e gli aveva dato un foglio contenente alcuni indirizzi (il Ministero della Giustizia, la Procura
della Repubblica, la Direzione Distrettuale Antimafia, il Dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria; cfr. documento acquisito all’udienza dell’8.4.2013) raccomandandogli, qualora gli fosse
stato consegnato il memoriale durante la sua assenza, di inviarlo a quei destinatari predisponendo una
sorta di nota di accompagnamento.
Il teste ha riferito di non aver avuto più notizie della collaboratrice sino alla sera del 20 agosto,
quando un parente della giovane (tale Marco Arcuri) l’aveva chiamato dicendogli che era successa una
tragedia e chiedendogli di raggiungere immediatamente l’Ospedale di Polistena, dove Michele
CACCIOLA stava avendo dei problemi con la Polizia di Stato. Lì aveva visto la ragazza nella sala
mortuaria.
Aveva saputo dell’esistenza di una registrazione solo in data 22 agosto, giorno in cui l’avv.
Cacciola lo aveva contattato chiedendogli di raggiungerlo al suo studio e rappresentandogli di aver
ricevuto, dai familiari della Cacciola, la trascrizione della ritrattazione ed uno scritto che la ragazza aveva
lasciato in un cassetto.
Il Pisani ha a tale proposito escluso che fosse mai stato inciso un nastro presso il suo studio
dove, a suo dire, la Cacciola non si era mai recata; ha infatti attribuito ad un pensiero distorto di Tania
la frase da lei riferita al padre nel corso della telefonata del 13 agosto.
L’avv. Cacciola, nella medesima circostanza, lo aveva altresì informato di aver ricevuto
l’incarico di presentare una denuncia-querela, che in quel momento stava già preparando.
Il Pisani ha dichiarato di essersi trovato ancora una volta in disaccordo con il collega in ordine ai
contenuti ed ai toni del documento che erano – a suo parere – troppo accesi; si parlava infatti di
forzature nella collaborazione e venivano rivolte accuse a magistrati e Carabinieri di cui non potevano
essere sicuri dal momento che la stessa dichiarante aveva mostrato enormi perplessità in merito alla
ritrattazione.
A detta dell’avv. Pisani solo la mattina del 23 agosto, in occasione della presentazione
dell’esposto alla Procura della Repubblica di Palmi, aveva avuto contezza anche dell’esistenza
dell’audiocassetta; l’avv. Cacciola poi, dopo il deposito dell’atto, aveva anche distribuito i cd (che egli
aveva visto per la prima volta in quell’occasione), consegnandone una copia alla LAZZARO e tre copie a
lui, che le avrebbe dovuto inviare ad altre Autorità Giudiziare; compito che egli non aveva mai assolto
ritenendolo non necessario.
L’ultimo evento di cui ha riferito, accaduto i primi giorni di settembre, riguardava una visita di
Giuseppe CACCIOLA il quale, sostenendo di aver trovato un altro dei documenti redatti da Maria
Concetta nel quale la sorella parlava di quattro omicidi, gli aveva sottoposto in visione un foglio bianco
con delle scritture in inchiostro rosso con cui aveva detto di voler integrare l’esposto. L’avv. Pisani,
tuttavia, non riscontrando alcuna corrispondenza tra la scrittura impressa sul foglio e quella del
manoscritto, aveva cercato di dissuaderlo da tale proposito.
Ebbene, il narrato dei due professionisti appare incoerente e contraddittorio.
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A giudizio di questa Corte, infatti, le risultanze istruttorie depongono inequivocabilmente nel
senso che gli avvocati in questione abbiano contribuito attivamente a realizzare la volontà dei Cacciola
diretta a far ritrattare Maria Concetta, agendo al di fuori di qualsiasi possibile mandato difensivo lecito e
mettendo loro a disposizione le proprie competenze professionali e i loro mezzi.
Ed infatti, oltre a contraddirsi più volte reciprocamente, le loro deposizioni contrastano in
maniera insanabile sia con il contenuto delle intercettazioni telefoniche e ambientali sopra riportate, sia
con le dichiarazioni rese dagli odierni imputati nel corso dell’interrogatorio di garanzia.
La ricostruzione dei fatti fornita dall’avv. Gregorio Cacciola, in particolare, ha costituito un
continuo tentativo di giustificare circostanze che non potevano in alcun modo trovare fondamento in
un rapporto professionale.
Ed infatti le dichiarazioni del Cacciola sono state regolarmente smentite dalle risultanze
istruttorie a partire da quando ha affermato, all’inizio della propria deposizione, di frequentare la casa di
Michele CACCIOLA solo per motivi professionali; Tania Figliuzzi ha infatti detto di averlo visto a casa
spesso in quanto, oltre ad essere il legale di suo padre, erano legati da un vincolo di parentela
(PRESIDENTE – Ma l’Avvocato Cacciola... tu era la prima volta che lo vedevi l’Avvocato Cacciola Gregorio?
TESTE FIGLIUZZI – No, perché era anche prima di mio padre. PRESIDENTE – Era anche l’Avvocato di tuo
padre? TESTE FIGLIUZZI – Sì. PRESIDENTE – È stato l’Avvocato di tuo padre? TESTE FIGLIUZZI –
Sì, sì. PRESIDENTE – Ma tu dove l’hai visto? In questa circostanza, in questa occasione tu dove l’hai visto
l’Avvocato Cacciola che già conoscevi? TESTE FIGLIUZZI – Nella situazione? PRESIDENTE – Sì. TESTE
FIGLIUZZI – È venuto una volta a casa. PRESIDENTE – È venuto lui a casa vostra? TESTE FIGLIUZZI
– Sì, sì. Però non per parlare con mia mamma, veniva sempre. PRESIDENTE – Era un frequentatore di casa vostra?
Veniva spesso? TESTE FIGLIUZZI – Sì, sì, perché siamo parenti. PRESIDENTE – Con che cadenza veniva a
casa vostra? TESTE FIGLIUZZI – In che senso? PRESIDENTE – Ogni quanto veniva? TESTE
FIGLIUZZI – Certe volte, quando voleva. PRESIDENTE – Cioè? Tu ogni quanto lo vedevi a casa vostra?
TESTE FIGLIUZZI – Ogni tanto, non sempre. PRESIDENTE – Una volta a settimana? Una volta al mese?
TESTE FIGLIUZZI – Una volta al mese. PRESIDENTE – Una volta al mese circa? TESTE FIGLIUZZI
– Sì, sì. PRESIDENTE – Sempre per questo rapporto di parentela che c’era? TESTE FIGLIUZZI – Sì, sì.; cfr.
pagg. 180-181 trascrizioni verbale d’udienza del 7.2.2013).
La bambina ha reso sul punto dichiarazioni del tutto sovrapponibili a quelle del nonno, il quale
– in sede di interrogatorio di garanzia – non ha esitato a dichiarare che l’avvocato Gregorio Cacciola, in
quanto figlio del fratello di suo padre e quindi suo primo cugino, andava a casa sua quando voleva per
ragioni legate alla loro parentela e che ciò era avvenuto anche quando Maria Concetta era tornata a
Rosarno dopo la sua iniziale collaborazione (cfr. pagg. 59 e 60 trascrizioni udienza del 13.2.2012).
D’altronde, proprio in relazione alla drammatica vicenda di cui ci si occupa, l’avv. Cacciola non
è stato in grado di chiarire – nonostante le insistenti domande rivoltegli sul punto sia dal P.M. sia dalla
Corte – quale fosse l’oggetto del mandato professionale conferitogli dal cugino.
A tale proposito ha infatti cercato di sostenere che, quando a fine maggio Maria Concetta aveva
fatto perdere le sue tracce, il suo incarico era solo quello di capire che fine avesse fatto. E tuttavia, a ben
vedere, tale compito doveva essersi ben presto esaurito se è vero – come è vero – che sin dalla metà di
luglio la giovane già non era più una persona scomparsa ma era, a tutti gli effetti ed anche agli occhi
della famiglia con cui aveva ripreso i contatti, una testimone di giustizia.
Bisogna anche sottolineare come sia stato proprio lui a dichiarare che la sua attività fino a quel
momento, oltre a compendiarsi nella redazione di due esposti dal contenuto del tutto generico (solo
uno dei quali era stato poi depositato), non poteva consistere in nient’altro che nell’attendere notizie e
nel mantenere i contatti con i familiari della giovane che, oltretutto, erano anche suoi parenti; tale
osservazione non è fine a se stessa se solo si pensa che l’avv. Cacciola ha giustificato la necessità di
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nominare l’avv. Pisani come suo sostituto processuale proprio con la sua impossibilità di conciliare tale
gravosa incombenza con i suoi impegni professionali.
Ebbene, non si può nascondere la forte perplessità che suscita tale affermazione non potendosi
credere che il Cacciola, al solo fine di far fronte alle preoccupazioni dei suoi stessi parenti, avesse avuto
bisogno di nominare, addirittura in aggiunta alla propria collega di studio, anche l’avv. Pisani con il
quale – come si vedrà – aveva avuto occasione di collaborare solo sporadicamente.
La successiva attività dell’avv. Cacciola era consistita nel recarsi presso la Procura della
Repubblica di Reggio Calabria per conferire con i magistrati della D.D.A. l’8 agosto 2011.
Ma a quella data, evidentemente, il suo incarico non poteva più consistere nel ritrovare la
giovane, la causa del cui allontanamento era ormai nota; ed allora il legale ha ritenuto di affermare che il
rapporto professionale era sempre rimasto in piedi ma che ne era mutato l’oggetto, divenuto quello di
tutelare Maria Concetta nei confronti di chi – secondo quanto da lei stessa riferito – l’aveva forzata ad
intraprendere il suo percorso di collaborazione.
E tuttavia tale spiegazione non convince anzitutto perché il racconto dell’avv. Cacciola è stato
oltremodo contraddittorio quando, rispondendo dapprima al P.M., egli ha detto di aver saputo dei
contatti tra Maria Concetta ed i familiari e del loro primo incontro a Genova (durante i quali la donna
avrebbe riferito delle pressioni) solo dopo il ritorno della ragazza a Rosarno, e dunque dopo l’8 agosto;
mentre, nel rispondere alle domande rivoltegli dalla Corte, ha dichiarato di aver voluto conferire con i
magistrati proprio per capire se la donna fosse sottoposta a regime di protezione o se fosse libera di
parlare ed incontrare familiari e terze persone, così ammettendo di sapere perfettamente, all’epoca, che
tali incontri si erano già verificati (TESTE CACCIOLA – Ma credo che era quella di capire qual era la
condizione di questa ragazza, perché noi sapevamo che era sotto servizio di protezione, poi ad un certo punto però
aveva questa libertà di chiamare i familiari, di incontrarsi con i familiari, non c’era una scorta,
non c’era nulla, quindi anche noi si vagava così nelle tenebre, nelle nebbie. Allora volevamo capire dalla Distrettuale,
da qualcuno che era responsabile di questa vicenda, se ci poteva dare delle spiegazioni insomma. PRESIDENTE –
Quali nebbie? Vuole spiegare in termini tecnici. TESTE CACCIOLA – Va bene, noi sappiamo, almeno per
quanto mi consta, Presidente, quando si è sotto servizio di protezione non si ha la possibilità di
colloquiare con nessuno o quantomeno di contattare familiari o altre persone terze, questa era
la cosa che ci sfuggiva, mentre questa ragazza addirittura aveva avuto un contatto diretto con i
familiari, si erano già incontrati e stava per fare rientro a casa. Poi è stata bloccata come spiegavo prima e
quindi da lì è tornata non sappiamo dove e poi ha ripreso nuovamente i contatti con i familiari. Cfr. pagg. 80-81
trascrizioni verbale d’udienza dell’8.4.2013). D’altra parte non si può pensare che tali informazioni gli
potessero essere state fornite dall’avv. Pisani (il quale aveva a quella data instaurato un rapporto diretto
con la Cacciola), sia perché quest’ultimo si era limitato – a detta di entrambi i professionisti – a recepire
l’intenzione di rientrare che in quei giorni esprimeva la collaboratrice, sia perché appare francamente
incredibile che l’avv. Cacciola fosse venuto a sapere dall’avv. Pisani dei contatti tra Maria Concetta e i
suoi stessi clienti piuttosto che direttamente da questi ultimi, dai quali era stato sin dall’inizio nominato
e veniva tenuto costantemente informato.
In secondo luogo, sempre secondo quanto riferito da entrambi i legali, lo scopo
dell’appuntamento con i magistrati della D.D.A. di Reggio Calabria era quello di capire quale fosse la
condizione della collaboratrice e non quello di ricercare eventuali responsabilità in ordine a quanto da
lei asseritamente lamentato.
Orbene, non potendosi in questa sede immaginare che un avvocato penalista esperto come
l’avv. Cacciola possa ritenere che la sottoposizione a regime di protezione sic et simpliciter sia sinonimo di
divieto di avere contatti con chicchessia, appare evidente come, invece, il fine ultimo dell’abboccamento
in Procura fosse di natura meramente esplorativa, volto a carpire informazioni sullo stato di libertà o di
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detenzione della collaboratrice e sulle eventuali responsabilità in cui i familiari della stessa avrebbero
potuto incorrere realizzando il loro proposito di andarla a riprendere per farla ritrattare; peraltro, se
l’incarico dei due legali fosse stato davvero quello di difendere Maria Concetta Cacciola, gli stessi
avrebbero dovuto agire su mandato di quest’ultima e non dei suoi parenti, così come invece avevano
continuato a fare per loro stessa ammissione (PRESIDENTE – Ma la vostra finalità in quel momento era
quella di assistere i familiari della Cacciola o la Cacciola? Eravate difensori di Maria Concetta o dei
familiari? TESTE CACCIOLA – No, noi eravamo i difensori ... PRESIDENTE – Eravate state contattati
anche telefonicamente dalla Cacciola, vi diede un mandato Maria Concetta Cacciola? TESTE CACCIOLA – Io
non ho mai parlato con la Cacciola Maria Concetta. PRESIDENTE – A Pisani diede un mandato?
TESTE CACCIOLA – Ma più che un mandato voleva sapere se doveva essere assistita da un legale, ritengo. Non
credo che abbia dato un mandato vero e proprio, questo non ci credo. Io personalmente difendevo la famiglia
Cacciola, difendevo Michele Cacciola, la signora Lazzaro, il fratello, insomma la famiglia e poi
in un secondo tempo si profilò la necessità di tutelare sotto quello profilo che io ho già segnalato la signora.
PRESIDENTE – In quella fase era necessario verificare qual era esattamente, lei sa benissimo che se Maria Concetta
Cacciola fosse stata indagata in ragione delle dichiarazioni che aveva reso, certo il Procuratore non l’avrebbe detto a lei in
un incontro informale, no? TESTE CACCIOLA – Certo, certo, sicuro. PRESIDENTE – E allora lei cosa si
aspettava dal Procuratore Prestipino che non fosse coperto dal segreto investigativo? TESTE CACCIOLA – Presidente,
non è che noi ci aspettavamo chissà che cosa, io penso che il Procuratore Prestipino se ci doveva dare qualche indicazione
l’avrebbe data voglio dire, non eravamo noi che impedivamo ... PRESIDENTE – Ma in relazione a che cosa?
TESTE CACCIOLA - ... Non era la nostra presenza che impediva la possibilità al Procuratore
Prestipino di dire guardate, io in questo momento non le posso dire nulla, ci sono delle attività
di indagine che sono segrete e quindi questo lo poteva fare, non l’ha fatto. Lui ci ha detto
semplicemente ... PRESIDENTE – Che anche questo avrebbe avuto il suo significato. TESTE CACCIOLA –
Certo. PRESIDENTE – E non ve l’ha detto? TESTE CACCIOLA – No. Ci ha detto semplicemente voi volete
sapere questo, io vi dico che è una donna libera. PRESIDENTE – Ma questo perché temevate possibili ripercussioni
sulle iniziative che Michele Cacciola, la signora Lazzaro potevano assumere nei confronti della figlia? Cioè non è ben
definita la vostra posizione, la sua posizione quantomeno, poi sentiremo anche l’Avvocato Pisani, in ordine al vostro
ruolo, all’attività, alle finalità di questo colloquio, proprio in relazione alle iniziative, alla condizione dei genitori. Cioè
temevate che potessero esserci delle conseguenze negative per i genitori rispetto a Maria Concetta, che era sottoposta ad un
regime, al punto da volerne verificare il regime? TESTE CACCIOLA – No Presidente, noi questo ... almeno a me
personalmente non è mai passato per la testa, perché voglio dire il contatto il genitori con la ragazza
l’avevano già avuto giorni prima, non era successo nulla. Non era questo il punto. Il punto noi volevamo
capire da quest’iniziativa del collega, che poi è stata pure da me condivisa, ma non è stata una mia iniziativa, fosse dipeso
da me non è che mi interessava tanto neanche questa parte, però l’ho condivisa sinceramente, quando lui mi ha detto ho
preso contatti con un Procuratore della Distrettuale, dico va bene, tu quando hai quest’appuntamento? Dice giorno otto.
Vengo pure io, non ci sono problemi, voglio capire pure io direttamente dal Procuratore come stanno le cose. E là due
parole, abbiamo chiesto sulla condizione e lui ci ha detto no, è una donna libera per quanto mi riguarda. Tutto qua.
PRESIDENTE – Libera da che cosa? TESTE CACCIOLA – Dal regime di protezione, non era più sotto regime
ci ha spiegato, questo ci ha detto. PRESIDENTE - Ma perché la Cacciola in occasione del suo colloquio con Pisani
aveva manifestato limitazione della sua libertà? TESTE CACCIOLA – Per quello che io ricordi, lei manifestava la
volontà di rientrare, di tornare a casa e di spiegare l’errore che aveva commesso. PRESIDENTE – Sì, questa era in
ordine alla sua volontà, ma la mia domanda era diversa. Cioè vi notiziò di limitazioni, di restrizioni della sua libertà
personale? TESTE CACCIOLA – Nello stesso tempo evidentemente si sentiva, come dire, un po’ condizionata da un
qualcosa che non riusciva ... PRESIDENTE – Ma per l’impegno a cui ...? TESTE CACCIOLA – Forse per
l’impegno che aveva assunto. PRESIDENTE – O perché invece c’erano limitazioni oggettive? TESTE CACCIOLA
– O perché magari lei avvertiva che vi erano delle limitazioni per quanto riguarda la sua capacità e la possibilità di
251
movimento, forse era questo, ma non riusciva. PRESIDENTE – Io le sto chiedendo se lei lo ha saputo da Pisani, se
gliel’ha detto Maria Concetta Cacciola? TESTE CACCIOLA – No. PRESIDENTE – O se invece ... TESTE
CACCIOLA – Io non l’ho saputo, Presidente. PRESIDENTE - ... È un’ipotesi quella che lei sta facendo in questo
momento? È un’ipotesi? TESTE CACCIOLA – Sto immaginando. PRESIDENTE – Allora l’ipotesi vale quanto
vale, lei lo sa benissimo. Ma lei, Avvocato, ci conosciamo in queste aule, è un Avvocato penalista. TESTE
CACCIOLA – Sì. PRESIDENTE – Quindi sa bene che cos’è un regime di protezione? TESTE CACCIOLA –
Certamente. PRESIDENTE – E la condizione in cui si trova chi è sottoposto a regime di protezione? TESTE
CACCIOLA – Certo che lo so. PRESIDENTE – Che le consti, il testimone sottoposto a un regime di protezione ha
delle forme di limitazione della libertà personale? TESTE CACCIOLA – Penso di sì. PRESIDENTE – È
ristretto, al punto da potere affermare che è ristretto e da dovere sentirsi dire è libero? TESTE CACCIOLA – So che
non è a rigore ristretto, so pure che però viene tutelato da incontri che possono nuocere alla propria libertà, alla propria
dignità, alla propria persona. PRESIDENTE – Chiarisca meglio questo concetto perché non l’ho capito. Viene tutelato
da incontri che possono nuocere alla sua dignità in che senso? TESTE CACCIOLA – No, no, no, volevo dire
all’incolumità, mi correggo. PRESIDENTE – Quindi riceve una protezione per prevenire possibili ritorsioni connesse
all’oggetto delle dichiarazioni che rende. TESTE CACCIOLA – Sì. PRESIDENTE – Quindi l’assistenza o il
servizio che è apprestato è quello di tutelare la sua incolumità fisica, ma da qui alla domanda che io le ho posto, che lei
sappia, in generale, comporta una privazione della libertà personale? E nello specifico Maria Concetta Cacciola disse di
essere privata della sua libertà personale? TESTE CACCIOLA – Allora, a me consta che non c’è nessuna privazione
della libertà personale e nello specifico Maria Concetta Cacciola parlò con il collega, io non so che cosa disse in particolare,
poi con me abbiamo avuto uno scambio di battute con il collega, ma io non sono in condizioni di dare delle indicazioni
precise, Presidente, se non nei termini che ho dato. Cfr. pagg. 87-92 trascrizioni verbale d’udienza dell’8.4.2013).
E che dell’intenzione dei familiari di andare a riprendere la ragazza – così come del resto del
primo viaggio a Genova – l’avv. Cacciola fosse in quel momento ben conscio non si desume solo dalle
continue contraddizioni in cui egli è caduto (non ultima quella di cui al passaggio appena riportato) ma
anche dalla telefonata del 3 agosto 2011 (più volte citata) in cui Michele CACCIOLA chiedeva a Giuseppe
di prendere appuntamento con Gregorio al “Purgatorio”; a questo proposito appare superfluo rilevare
come l’obiezione dei difensori in ordine all’esatta identificazione dei due soggetti nominati sia superata
dalle dichiarazioni rese dagli stessi imputati Michele CACCIOLA e Anna Rosalba LAZZARO i quali hanno
ricondotto i due nominativi, rispettivamente, a Giuseppe CACCIOLA ed all’avv. Gregorio Cacciola.
Ed ancora che il termine “scrivere”, utilizzato in relazione a qualcosa che Maria Concetta non
sarebbe stata in grado di capire, si riferisca univocamente – al di là delle risibili spiegazioni fornite in
merito da Michele CACCIOLA – al testo della ritrattazione che padre e figlio avrebbero dovuto preparare
con la complicità dell’avvocato Cacciola è dimostrato in maniera inequivocabile dal confusissimo
racconto di quest’ultimo in merito al momento in cui era venuto a sapere dell’esistenza della
registrazione e di cui si è già ampiamente parlato; basterà in questa sede sottolineare come il
professionista, nell’affannarsi a negare di aver mai visto quel nastro prima della morte della
collaboratrice, non si è reso conto di aver spostato troppo in avanti il momento in cui ne avrebbe avuto
conoscenza, collocandolo nel giorno dei funerali della vittima. Ed infatti tale dato si pone in contrasto
insanabile con il resto del suo racconto, in quanto egli alla fine di un tormentatissimo esame ha
conclusivamente detto di aver avuto notizia della registrazione durante le esequie, di aver ricevuto
materialmente in consegna l’audiocassetta nella stessa serata e di aver poi depositato l’esposto il giorno
successivo; tale ricostruzione, si diceva, viene completamente smentita dalla successione storica degli
eventi, risultando accertato (cfr. sul punto anche l’interrogatorio di Anna Rosalba LAZZARO) che i
funerali di Maria Concetta Cacciola erano stati celebrati il 23 agosto 2011, ovvero in data coincidente a
quella del deposito dell’esposto.
252
L’unica ragione plausibile per cui l’avv. Cacciola avrebbe dovuto mentire in maniera tanto palese
al riguardo non può che rinvenirsi nella sua pregressa conoscenza della registrazione che, alla luce di
tutto il materiale istruttorio ed intercettivo in atti, gli doveva necessariamente derivare dal contributo
fornito alla realizzazione della stessa.
Non meno compromessa appare la posizione dell’avv. Pisani il quale, oltre a non aver saputo
fornire una spiegazione plausibile al contenuto di alcune intercettazioni telefoniche che lo
coinvolgevano, ha reso dichiarazioni che sono risultate in molti punti completamente divergenti da
quelle del collega.
Anche per lui valgono le considerazioni già espresse in merito all’effettiva sussistenza di un
mandato professionale lecito sotteso all’attività da lui svolta in relazione a questa vicenda; nel caso
dell’avv. Pisani, peraltro, non è stato possibile neppure comprendere quale fosse stata la genesi e l’esatta
natura del suo incarico.
Egli infatti ha dapprima affermato di aver ricevuto unicamente una nomina a sostituto
processuale da parte dell’avv. Cacciola (come da quest’ultimo riferito) e di non aver avuto contatti
diretti con la famiglia di Maria Concetta prima di fine luglio; poi, quando gli è stato rappresentato che
all’esito della perquisizione svolta presso il suo studio in sede di indagini preliminari era stato rinvenuto
un atto di nomina da parte di Michele CACCIOLA in suo favore datata 5 luglio 2011 (acquisita all’udienza
dell’8.4.2013), ha ammesso di aver incontrato anche prima gli odierni imputati, dai quali si considerava
di fatto personalmente incaricato, pur ribadendo di non aver mai depositato quell’atto in quanto non lo
riteneva necessario.
E tuttavia, mentre l’avv. Cacciola ha dato ad intendere che il nome del sostituto processuale gli
fosse stato suggerito proprio dagli odierni imputati, l’avv. Pisani ha più volte affermato di non aver mai
avuto rapporti pregressi con costoro, tanto da dirsi convinto che la nomina in suo favore fosse
determinata dalla stima professionale di cui godeva presso il collega, con il quale non aveva mai
collaborato stabilmente ma aveva condiviso – sia pure solo occasionalmente – qualche difesa (ha al
riguardo citato un procedimento per rapina a carico di Biondo Antonino).
Eppure, nel corso dell’esame, è emerso che all’avv. Pisani il nome di Michele CACCIOLA non era
del tutto sconosciuto dal momento che egli assisteva da tempo (circa sette – otto anni) Gregorio
Bellocco cl. 55, cognato dell’odierno imputato per averne sposato la sorella Teresa, nonché figura
apicale dell’omonima cosca di ‘ndrangheta operante nel territorio di Rosarno.
È stato poi lo stesso Pisani ad ammettere di essere stato nominato difensore di fiducia da
Cacciola Teresa nell’ambito di un procedimento scaturente proprio dalle dichiarazioni della nipote ed
avente ad oggetto il rinvenimento di bunker nei terreni di sua proprietà; rinvenimento che l’avvocato ha
detto di aver appreso da Michele e Giuseppe CACCIOLA quando aveva parlato con loro a fine luglio
(anche se dovendosi retrodatare il primo incontro con costoro all’inizio del mese – ciò in
considerazione della sottoscrizione, da parte di Michele CACCIOLA di una nomina datata 5 luglio –
questa notizia avrebbe potuto essergli stata comunicata anche molto prima).
Così stando le cose, è evidente che quando l’avv. Pisani, in data 1° agosto 2011, ebbe a ricevere
la telefonata di Maria Concetta Cacciola, era perfettamente consapevole del fatto che, in quel momento,
assumere la sua difesa sarebbe stato non solo meramente inopportuno in astratto (a tale proposito il
dichiarante ha parlato dei suoi clienti come “di persone che potevano essere interessate potenzialmente dalle
dichiarazioni della collaboratrice”, cfr. pag. 186 trascrizioni udienza 8.4.2013), ma avrebbe costituito un vero
e proprio motivo di incompatibilità in concreto atteso che il risalente rapporto fiduciario con il marito
di un’indagata si era poi effettivamente cristallizzato in una formale nomina da parte di quest’ultima; e
allora un professionista diligente non avrebbe potuto fare altro che agire come l’avv. Pisani ha
253
dichiarato di aver fatto, ovvero suggerendo alla giovane Cacciola di rappresentare le sue intenzioni
all’Autorità Giudiziaria.
E però il comportamento del Pisani, che potrebbe anche sembrare sino a questo punto corretto
e lineare, diventa inspiegabile quando, pochi giorni dopo, egli cambia idea e decide di portarsi
personalmente presso la Procura Distrettuale di Reggio Calabria per avanzare una richiesta di “nullaosta” ad assumere la difesa della collaboratrice; richiesta che – a ben vedere – non ha alcun fondamento
giuridico.
Il legale ha spiegato che, con tale iniziativa, aveva inteso da una parte rendere il più possibile
trasparenti i suoi contatti con la collaboratrice e, dall’altra, assecondare le continue richieste della
Cacciola e dei suoi familiari che insistevano nel prospettargli la necessità di nominare un legale per
poterle consentire l’uscita dal programma di protezione; siffatte giustificazioni, tuttavia, non sono
credibili in quanto – a detta dello stesso Pisani – la diretta interessata non si era mostrata troppo
convinta dell’idea di tornare a casa (incertezza che aveva continuato a manifestare anche dopo il suo
rientro a Rosarno), né d’altra parte – al contrario di quanto riferito dall’avv. Cacciola – in quel frangente
la donna gli aveva mai parlato di presunte pressioni subite nel corso della sua collaborazione. Non c’era
dunque alcun motivo valido che potesse giustificare – anche agli occhi del difensore – la necessità di
una nomina, che semmai sarebbe potuta intervenire solo in seguito all’interruzione della collaborazione
e della segnalazione di eventuali fatti di rilievo penale.
Ed allora appare molto più verosimile – anche alla luce delle intercettazioni telefoniche e
ambientali esaminate (captate tra il 2 ed il 3 agosto 2011, quindi a ridosso della prima visita di Pisani in
Procura del 4 agosto) – che le insistenze provenissero da parte dei familiari di Maria Concetta piuttosto
che da quest’ultima la quale, invece, opponeva una strenua resistenza a tale soluzione (non a caso, nella
conversazione n. 306 del 3.8.2011, Michele CACCIOLA dice alla figlia “Non mettere a nessuno. … Sì, io
stasera parlo con …(incomprensibile)… e domani lo mando in Procura a Gregorio. … Lo mando in Procura io ..”).
In questo frangente dunque l’avv. Pisani (al pari dell’avv. Cacciola) non aveva assunto la veste di
tutore degli interessi di Maria Concetta Cacciola, bensì di quelli dei suoi familiari (e non solo di quelli
più stretti, per come si avrà modo di chiarire più avanti), che volevano a tutti i costi far ritornare la
ragazza sui propri passi costringendola a ritrattare.
In quest’ottica diventa più comprensibile anche il nulla-osta richiesto in Procura, che assume a
questo punto il chiaro significato di precostituzione di una scusa per accertare lo status libertatis della
giovane e garantire agli odierni imputati la possibilità di recuperarla senza correre rischi.
E ancora una volta in un’ottica di tutela degli imputati e, di conseguenza, di piena adesione alla
loro condotta criminosa non può che essere letto il comportamento, altrimenti incomprensibile e a dir
poco disinvolto, dei due legali, che invece di mantenere la libertà di autodeterminazione che si
converrebbe a due professionisti – solitamente liberi di stabilire luoghi e tempi dei colloqui con i propri
clienti – non hanno esitato a rispondere immediatamente alla “convocazione” di Giuseppe CACCIOLA,
accettando di seguirlo in macchina senza sapere neppure dove fossero diretti.
Infine, sul coinvolgimento anche dell’avv. Pisani nell’atto conclusivo del progetto criminoso
degli odierni imputati, ovvero nel confezionamento di una ritrattazione da far registrare a Maria
Concetta, non vi può essere alcun dubbio; in merito al tenore – chiarissimo – della telefonata intercorsa
tra Salvatore Figliuzzi e la figlia Tania, non può semplicemente concludersi che la bambina avesse male
interpretato qualche espressione sentita dagli adulti quando aveva riferito che la mamma il giorno prima
era andata da “Pisano” per registrare; ciò sia perché la frase di Tania coincide perfettamente con quanto
sua madre, in quegli stessi giorni, confidava a Pasquale Improta (sms del 12 e del 13 agosto 2011) sia,
soprattutto, perché poi le sue parole hanno trovato pieno riscontro nell’effettivo ritrovamento della
registrazione.
254
Del resto, è proprio sulla registrazione che i contrasti tra le deposizioni dei due avvocati
(nonché tra le stesse e le dichiarazioni degli imputati) sono più netti.
Sull’inverosimiglianza delle dichiarazioni rese in merito dall’avv. Cacciola ci si è già soffermati
abbondantemente; basti solo ricordare che lo stesso ha detto di aver ricevuto copia del nastro da
CACCIOLA Michele o addirittura dall’avv. Pisani il quale, peraltro, avrebbe saputo dell’audiocassetta in
maniera autonoma rispetto a lui.
L’avv. Pisani ha invece detto che era stato proprio il collega ad informarlo dell’esistenza della
registrazione il 22 agosto ed a consegnargli tre copie della stessa su cd al momento del deposito
dell’esposto in Procura.
È evidente come lo strenuo tentativo non solo di negare di aver avuto conoscenza dell’esistenza
dell’audiocassetta prima della morte di Maria Concetta, ma anche di prendere in tutti i modi le distanze
da qualsiasi responsabilità nella sua duplicazione, dimostri come i due difensori fossero talmente consci
della rilevanza di tale elemento da non esitare ad incolparsi a vicenda, a costo di rendere dichiarazioni
diametralmente opposte e assolutamente inconciliabili.
L’inconsistenza delle versioni dai medesimi rese, che si infrange inevitabilmente contro
l’assoluta univocità del materiale intercettivo acquisito in atti, non può che portare a ritenere che gli
stessi abbiano – quanto meno – contribuito alla perpetrazione del delitto di cui all’art. 611 c.p.
contestato al capo b) della rubrica agli odierni imputati. Anche per la loro posizione va dunque disposta
la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica nei termini di cui si dirà più innanzi.
*******
Come si è già accennato, tuttavia, le risultanze dibattimentali hanno consentito di ritenere che,
tanto i maltrattamenti e le vessazioni esercitate su Maria Concetta Cacciola per convincerla a ritrattare
quanto il suo omicidio, siano maturati nel contesto ‘ndranghetistico di riferimento della famiglia della
ragazza e che dunque, i predetti reati risultino aggravati ai sensi dell’art. 7 D.L. 203/91 nella sua duplice
forma, sia in quanto commessi con metodo mafioso sia in quanto posti in essere al fine di agevolare
l’associazione di stampo mafioso denominata ‘ndrangheta, ed in particolare la sua articolazione
costituita dalla cosca Bellocco-Cacciola.
§ 6. La sussistenza dell’art. 7 D.L. 203/91 per il delitto di omicidio aggravato, per la condotta di
maltrattamenti descritta al punto n. 4 del capo a) dell’imputazione e per i delitti di cui agli artt.
611, 369, 372 e 378 c.p.
Si è già avuto modo di osservare come i maltrattamenti posti in essere nei confronti di Maria
Concetta Cacciola dopo la scoperta della sua collaborazione si atteggiassero in maniera piuttosto diversa
da quelli che la ragazza aveva dovuto subire in precedenza, non solo nel corso dell’infanzia ma anche
poco prima del suo allontanamento da casa, quando i familiari avevano cominciato a sospettare che ella
potesse avere una relazione extraconiugale; ed infatti alle sopraffazioni fisiche, alle percosse ed alla
violenza era stata sostituita la subdola pressione psicologica, a volte nascosta dietro il velo di
un’apparente comprensione.
Alle minacce di sottrarle l’amore dei figli e della madre, infatti, i familiari alternavano la
promessa di una vita migliore e più libera, lontana da Rosarno, se solo si fosse decisa a recedere dalla
sua scelta di collaborare.
Ciò in quanto l’unico obiettivo che in quel momento si ponevano i parenti della Cacciola era
quello di farle ritrattare le accuse che aveva sostenuto dinanzi ai magistrati.
Il contenuto di tali accuse, del resto, si può agevolmente evincere dal verbale di s.i.t. che la
giovane aveva avuto modo di rendere in data 25 maggio 2011 e che è stato acquisito all’udienza del
255
25.6.2013 in una versione parzialmente epurata dagli “omissis” da cui era coperta quella acquisita
all’udienza del 29.11.2012 (e che ha portato anche alla modifica del capo di imputazione così come
riformulato all’udienza del 31.5.2013).
In quella sede aveva dichiarato di provenire da una famiglia mafiosa, notoriamente inserita nel
contesto della ‘ndrangheta di Rosarno ed in particolare federata alla cosca Bellocco; specificava infatti
che suo padre, Cacciola Michele, era fratello di Cacciola Teresa, la quale aveva sposato Bellocco
Gregorio, che la storia giudiziaria collocava ai vertici dell’omonima consorteria criminosa operante nella
piana di Gioia Tauro.
Aveva detto di conoscere anche i fratelli dello zio Gregorio (Carmelo, Giuseppe, Michele e
Umberto) ed i rispettivi figli.
Del resto anche suo marito, Salvatore Figliuzzi, era detenuto da molti anni avendo riportato
condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso (con riferimento proprio alla cosca
Bellocco) nei processi “Passo Passo” e “Bosco Selvaggio”.
Il suo organico inserimento all’interno delle due famiglie le aveva consentito di assumere una
serie di informazioni in relazione alle attività illecite di entrambi i gruppi criminali; aveva riferito a tale
proposito di essere a conoscenza di particolari relativi ad armi nella disponibilità della famiglia Cacciola
e di bunker nella disponibilità sia dei Bellocco che dei Cacciola. Aveva inoltre aggiunto di poter fornire
notizie utili in merito a diversi fatti di sangue imputabili alla predetta cosca, come l’omicidio di Salvatore
Messina, di Biagio Vecchio e di Palmiro Macrì.
La collaboratrice aveva ricondotto quest’ultimo, in particolare, ad una lite tra il padre di Malvaso
Pasqualino (genero di Bellocco Carmelo) e Nicodemo Macrì (figlio di Palmiro), rivelando agli inquirenti
di aver saputo dal padre (a sua volta costantemente aggiornato da Bellocco Domenico detto Micu U
Longu, figlio di Bellocco Giuseppe) che, dopo aver subito un’aggressione all’interno della sua abitazione,
Nicodemo Macrì aveva sparato a Malvaso Pasqualino cagionandogli lesioni talmente gravi da
costringerlo su di una sedia a rotelle. In seguito a tale episodio i figli di Bellocco Carmelo avevano
cominciato a monitorare l’abitazione del Macrì il quale, già prevedendo la loro reazione, si era procurato
una pistola (“tale circostanza fu riferita da Micu U Longu a mio padre all’interno della mia abitazione e io ho sentito
personalmente la frase «avia già a pistola in coddu’» accompagnata dal gesto di mimare l’atto di tenere una pistola in
mano”). Aveva poi saputo dal padre e dal fratello che i Bellocco non avevano potuto colpire Nicodemo
perché si era reso latitante (o era stato arrestato) ragion per cui suo padre Palmiro, per evitare che fosse
ucciso il figlio più piccolo, aveva deciso di uscire di casa consapevole di poter essere ammazzato al
posto suo, cosa che in effetti era accaduta (cfr. verbale di s.i.t. del 25 maggio 2011 acquisito all’udienza
del 25.6.2013).
Le dichiarazioni di Maria Concetta Cacciola erano apparse – sin da subito – di rilevo
investigativo tale da rendere necessaria l’immediata adozione, nei suoi confronti, di un piano
provvisorio di protezione (le cui successive vicende sono già note).
Che la Cacciola fosse credibile e che dietro le sue accuse non vi fossero né disagi psicologici né
sentimenti ostili nei confronti dei familiari si evince da una serie di dati, molti dei quali già passati in
rassegna e sui quali non si tornerà.
Basti qui ricordare che mai in una sola delle conversazioni captate Maria Concetta, che in quei
momenti si sentiva libera di parlare e non poteva immaginare di essere intercettata, ha detto di aver reso
dichiarazioni false all’Autorità Giudiziaria; anzi, nella conversazione n. 156 del 6 agosto 2011, la donna
– che in quel momento stava prendendo in considerazione l’idea di cedere alle richieste dei familiari e
tornare a casa – accennando al suo percorso di collaborazione aveva detto a Pasquale Improta “Eh, ma
hanno capito che non dico bugie (palle)”.
256
Ma il dato che a questo proposito più rileva, è che le dichiarazioni della collaboratrice erano
talmente attendibili da aver trovato puntuale riscontro nella successiva attività di indagine posta in
essere dalla P.G. e da aver contribuito a fondare due importanti provvedimenti di fermo, con successiva
emissione di ordinanze di custodia cautelare, in cui tali dichiarazioni si sono definitivamente
cristallizzate; si tratta delle operazioni portate avanti dalla D.D.A. di Reggio Calabria e denominate,
rispettivamente, “Califfo” e “Tramonto” (acquisite agli atti del dibattimento all’udienza del 25.6.2013).
Ma in atti, a ben vedere, vi è la prova che l’attività di collaborazione di Maria Concetta stesse
creando molta preoccupazione anche tra le fila dei componenti della stessa cosca di appartenenza che,
dunque, avevano così dimostrato di essere i primi a ritenere attendibile la ragazza.
A questo proposito bisogna tornare ancora una volta alla deposizione dell’avv. Pisani, il quale
ha riferito che, verso la fine di luglio, i familiari della Cacciola erano andati da lui e gli avevano parlato
del rinvenimento di alcuni bunker, evento dal quale – a loro dire – avevano dedotto la collaborazione
della propria congiunta.
La veridicità del mero dato storico di tale rinvenimento è documentata proprio nel corpo del
provvedimento “Califfo”, ove si legge che il 20 giugno 2011 i Carabinieri della Compagnia di Gioia
Tauro, del ROS e dello Squadrone Elitrasportato dei Cacciatori avevano effettuato delle perquisizioni
che avevano portato al sequestro di alcuni bunker in due fabbricati di proprietà della famiglia BelloccoCacciola siti, rispettivamente, in Rosarno ed in agro di Candidoni.
Come correttamente osservato dal P.M. durante la sua requisitoria, il dato che in questa sede
rileva non è tanto la qualificabilità di quei locali come bunker o la riconducibilità degli stessi ad un
soggetto piuttosto che ad un altro (circostanze che, essendo oggetto di un diverso processo, sono
ancora tutte da dimostrare), quanto invece il campanello d’allarme che tali operazioni avevano costituito
per i parenti di Maria Concetta, e non solo per il suo stretto nucleo familiare ma anche per i diretti
destinatari delle indagini che erano – nel caso di specie – proprio i plenipotenziari della cosca Bellocco;
ed infatti Michele CACCIOLA non avrebbe avuto alcuna ragione di collegare quelle perquisizioni alla
scomparsa della figlia se non fosse stato consapevole del fatto che l’esistenza di quei nascondigli era
conosciuta solo da soggetti interni alla sua famiglia.
Ma tale circostanza, a ben vedere, assume anche un diverso ed ulteriore significato; se infatti è
vero che il rinvenimento dei bunker era avvenuto poco dopo la metà di giugno (la data del sequestro
costituisce in questo senso un dato certo), è altrettanto innegabile che non solo i Cacciola ma anche i
Bellocco avevano ragione di sospettare molto prima della fine di luglio che l’allontanamento di Maria
Concetta potesse essere collegato ad una sua scelta di collaborare con la giustizia.
Alla luce di ciò non appare più così singolare che la scelta del difensore da affiancare all’avv.
Cacciola fosse ricaduta proprio sull’avv. Pisani; costui infatti, pur non avendo mai assistito la famiglia di
Michele CACCIOLA, era tuttavia già da molti anni difensore di fiducia di suo cognato Gregorio Bellocco,
le cui proprietà erano state interessate dai sequestri. E dietro questa nomina (non a caso il documento
rinvenuto presso lo studio del Pisani reca data 5 luglio 2011, ed è quindi di poco successivo alle
perquisizioni) si cela tutta la preoccupazione che i Bellocco stavano cominciando a nutrire in ordine alle
dichiarazioni di Maria Concetta ed agli esiti nefasti che le stesse avrebbero potuto sortire sugli affari
criminali dell’intera cosca.
In quest’ottica l’avv. Pisani non poteva che assumere il ruolo di garante degli interessi specifici
del gruppo Bellocco (laddove quelli del gruppo Cacciola erano tutelati, appunto, dall’avv. Gregorio
Cacciola) oltre che rappresentare, per la cosca, un canale di comunicazione diretto con la collaboratrice,
attraverso il quale quest’ultima avrebbe dovuto assolutamente essere indotta a desistere dalla sua scelta
e dunque a ritrattare.
257
E non si può escludere che anche quei cugini di Maria Concetta di cui parlava la Gentile il 6
agosto, sia quelli che la guardavano male e non la salutavano più, che le mandavano a dire che la
prossima sarebbe stata lei, sia quello che era con Giuseppe quando avevano parlato, potessero essere
proprio i cugini Bellocco che avrebbero in tal modo, con la loro presenza, fatto sentire tutto il peso del
loro coinvolgimento nella vicenda.
Del resto la stessa Maria Concetta Cacciola, nel corso della telefonata captata il 18 agosto 2013
(prog. n. 1020, la cui trascrizione è stata prodotta dalla Difesa all’udienza del 10.7.2013) diceva a
Pasquale Improta di percepire una strana freddezza nei suoi confronti, un’indifferenza, e di aver notato
l’insolita presenza in casa di parenti che prima non si facevano vedere mai (IMPROTA P. – Che volevo
dirti, amo’... ci sta qualcosa a casa tua? Niente? È tutto normale? CACCIOLA M.C. – No, però... IMPROTA P.
– Hai finito con gli Avvocati? CACCIOLA M.C. – Però... come si dice, le senti le cose quando non
vanno come devono andare, no? IMPROTA P. – Eh beh... tu adesso... va beh, io sì, io me ne accorgo quando
senti quelle cose fred... senti quel tipo di freddezza, giusto? CACCIOLA M.C. – Freddezza, oppure quando
sen... tipo quando vedi l’indifferenza. IMPROTA P. – Sì... eh, sì, è normale. CACCIOLA M.C. – Eh,
quando c’è un po’ di indifferenza, oppure quando vengono dei parenti a parlare, che non
venivano mai... senti, no, che c’è qualcosa che non va. IMPROTA P. – Sì, ti senti estraneo comunque.
CACCIOLA M.C. – Eh, ecco. E poi, ti posso dire una cosa? Adesso sì, mi sento veramente estranea. IMPROTA P.
– Ti senti estranea. Eh, capita pure a me. CACCIOLA M.C. – Sì, sì... eh? IMPROTA P. – Ti senti estranea, te
ne vorresti scappare... non... scappare nel senso che... CACCIOLA M.C. – No, tipo che... come che ormai
questa qua non è più la mia vita, capito? IMPROTA P. – No, ti senti a disagio, Maria. CACCIOLA
M.C. – Tipo... come se io non la vedo... IMPROTA P. – Sei sempre a disagio. CACCIOLA M.C. – Tipo... come se
io non la vedo la mia vita più così, capito?); e la stessa – come si ricorderà – nell’esprimere le sue
preoccupazioni al maresciallo Esposito parlava di cose “troppo sleali con gli altri” e della sua paura per
“tutto il contorno” (cfr. progg. 877 e 889 del 17.8.2011)
Un altro dato molto importante che serve a provare come Michele CACCIOLA avesse saputo
quasi subito della collaborazione della figlia ed avesse interessato della questione tutta la ‘ndrangheta di
Rosarno, riposa anche nella deposizione di Giuseppina Pesce.
Quest’ultima ha infatti riferito di aver appreso la notizia della collaborazione di Maria Concetta
da uno dei suoi cognati, che l’aveva chiamata per dirle che Michele CACCIOLA era andato da lui a
chiedere notizie della figlia, in quanto nella sua macchina (rinvenuta verso la fine di maggio come
emerge dalla deposizione dell’avv. Gregorio Cacciola) avevano trovato un bigliettino in cui lei aveva
lasciato scritto di voler raggiungere la sua amica Giusy; dal momento che in quel periodo, invece, la
Pesce aveva ripreso i contatti con i suoi familiari – cosa di cui, a suo dire, tutti in paese erano ormai
informati – l’odierno imputato aveva subito pensato di poter trovare nella famiglia di costei un valido
aiuto per rintracciare Maria Concetta e farla desistere dal suo intento di emulare l’amica.
Ancora, Giuseppina Pesce ha riferito che le medesime circostanze le erano state rappresentate
in una missiva inviatale dall’allora marito Rocco Palaia, datata 24 giugno 2011 ed acquisita in atti
all’esito della sua deposizione; in quella lettera l’uomo le aveva parlato della visita del padre della
collaboratrice a suo fratello Gianluca, volta a scoprire se la figlia fosse davvero con lei, ed aveva
paragonato la sua situazione a quella di Maria Concetta Cacciola, facendo riferimento non solo alla
relazione extraconiugale che si diceva potesse avere, ma anche al fatto che stava collaborando e che,
come lei, era stata messa sotto protezione in virtù delle dichiarazioni che aveva iniziato a rendere (“dice
che sta facendo dichiarazioni cmq ne ha combinate di tutto e di più”).
Peraltro nel corpo di quella lettera il Palaia, utilizzando toni di velata minaccia nei confronti
della coniuge, aveva detto che Maria Concetta avrebbe meritato di essere uccisa per il suo tradimento,
rendendo il concetto con un’espressione dialettale piuttosto significativa: “chimmu ammazzanu”.
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Tutti i dati sopra rassegnati valgono a dimostrare che la collaborazione della Cacciola era un
argomento che travalicava i ristretti confini delle sue mura domestiche per andare ad interessare tutto
l’ambiente della criminalità organizzata di Rosarno.
Le pressioni e le violenze su di lei esercitata per costringerla a ritrattare (e conseguentemente a
commettere gli ulteriori reati di cui agli artt. 369, 372 e 378 c.p.), dunque, oltre ad essere di per sé
indicative di un vero e proprio metodo mafioso (del resto la stessa tecnica era stata utilizzata anche per
Giuseppina Pesce da parte della sua famiglia, come da lei stessa riferito) non possono considerarsi
avulse dall’ulteriore finalità di favorire gli interessi della cosca Bellocco-Cacciola, essendo chiaramente
volte ad impedirle di portare avanti le accuse contro i suoi affiliati.
Allo stesso modo ritiene la Corte che, per le medesime ragioni, anche la decisione di uccidere la
collaboratrice affondi le sue radici nella finalità di favorire la cosca.
Nel paragrafo dedicato alla riqualificazione dell’evento morte, infatti, si è già chiarito come la
ritrattazione della donna da un lato fosse sufficiente a lavare l’onta del disonore subito dalla famiglia
solo nel breve termine; è la stessa Maria Concetta, infatti, a confidare ad Emanuela Gentile di temere
che, qualora avesse fatto ritorno a casa, avrebbe avuto ancora poco da vivere.
D’altra parte è stato altresì evidenziato come la ritrattazione stessa avesse rischiato di diventare
improvvisamente inutile quando la Cacciola, pochi giorni dopo il suo ritorno a Rosarno, aveva
manifestato il suo desiderio di ritornare nella località protetta e, dunque, di riprendere il percorso di
collaborazione.
Aveva espressamente palesato tale intenzione quanto meno alla mamma, dal momento che,
nella conversazione ambientale del 18 agosto 2011 n. 417, le dice espressamente “Io me ne vado mamma”.
Del resto è emerso in dibattimento come sia la mamma Anna Rosalba LAZZARO sia la figlia
Tania fossero a conoscenza di un telefono che Maria Concetta teneva nascosto al resto della sua
famiglia e che utilizzava tanto per parlare con Pasquale Improta quanto per contattare “Gennaro” al
quale, proprio in quegli stessi giorni, aveva chiesto di poter rientrare nel programma di protezione.
È dunque verosimile che la decisione di eliminarla fosse maturata proprio in quell’ultimo
periodo, quando il rischio che scappasse di nuovo aveva reso impellente la necessità di rendere
“irrevocabile” la ritrattazione delle sue accuse.
§ 7. La condanna degli imputati Michele CACCIOLA, Giuseppe CACCIOLA e Anna Rosalba
LAZZARO per i maltrattamenti di cui al capo A) punti nn. 1, 2 e 3 ed il relativo trattamento
sanzionatorio
La riqualificazione operata dalla Corte in merito a molti degli addebiti mossi agli odierni
imputati consente di pervenire a sentenza di condanna solo per le condotte descritte ai punti nn. 1, 2, 3
del capo a) della rubrica.
A tale proposito gli elementi probatori emersi a carico di Michele e Giuseppe CACCIOLA – a
parte le dichiarazioni di Maria Concetta che li ha posti sempre al centro delle sue sofferenze e sulla cui
attendibilità ci si è già pronunciati – sono talmente tanti che vale la pena riportare solo quelli più
significativi.
La colpevolezza di Michele CACCIOLA si fonda sul contenuto della lettera n. 4 del 4.11.2007 (gli
disse mio padre che a lui non interessa che io ho il marito carcerato e devo stare ha casa), sulla
trascrizione della ritrattazione del 12.8.2011 (mi alzavano le mani, mi chiudevano a casa, non
potevi uscire non potevi avere amicizie. … omissis … che io ho problemi con la mia famiglia,
che ho paura che mi succede qualcosa con mio padre e mio fratello Giuseppe e mio padre
Michele. Non mi facevano uscire), sul colloquio in carcere tra il genero Salvatore Figliuzzi e il nipote
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Alfonso (Figliuzzi Salvatore: “Tu ora fai finta di non sapere niente. Tu non sai niente? Ma la
picchiava? Chi la picchiava?” Figliuzzi Alfonso: “Il nonno, va boh per spavalderia, che è un
pagliaccio di merda.” … omissis … “Lui prima faceva tutto il geloso, il prepotente. Io, guarda
qua, arriva fino al limite della gelosia per non farmela neanche uscire con la macchina, se
doveva comprare qualcosa per noi, ah?! Cosa sono queste cose? Ah!” … omissis … “la causa
principale è stato lui. Perché io sono rimasto quando gli ho detto a mamma «oh mamma,
perché te ne sei andata?», «e non sai come mi teneva?, non hai visto come mi trattava?»”), sulla
conversazione telefonica n. 156 del 6 agosto 2011 tra Maria Concetta e Pasquale Improta (Pa: “Perché
tutto quello che mi hai detto tu, l’ultima volta, il fatto della costola” … omissis … Pa: “Il fatto
che… che ti hanno mandato all’ospedale, ti stavano mandando all’ospedale, il fatto che alzano
le mani, che tu sei grande e ti alzano le mani addosso, e tuuu ti stai prendendo… come si
dice? Da noi si dice «te lo pigli per l’amor di Dio senza dire niente»”) e sulle stesse dichiarazioni
dell’imputato che in sede di interrogatorio di garanzia ha ammesso di avere, almeno in una circostanza,
picchiato la figlia.
Gli elementi di prova a carico di Giuseppe CACCIOLA sono in gran parte comuni a quelli del
padre; e in più la sua responsabilità si fonda anche sulla telefonata n. 130 del 6 agosto 2011 tra Maria
Concetta ed Emanuela Gentile, già più volte citata (Emanuela: “«Tutta la colpa è stata di vostro
figlio» gli ho detto io” Maria Concetta: “Gliel’hai detto?” Emanuela: “Gliel’ho detto io!” Maria
Concetta: “E cosa ha detto?” Emanuela: “«Tutti questi problemi sono accaduti per vostro figlio
che è malato mentale»”. E ancora, Emanuela: “Gli ho detto «proprio tu! Tu che gli hai proibito
di uscire con me»”).
Qualche parola in più si ritiene invece di dover spendere sulla posizione di Anna Rosalba
LAZZARO, di cui pure si deve affermare, in questa sede, la penale responsabilità in ordine alla condotta a
lei ascritta al punto n. 1 del capo a) dell’imputazione; non si può infatti omettere di considerare il fatto
che, tra gli imputati, la mamma fosse quella che Maria Concetta riteneva a lei più vicina, cui si sentiva
legata da un profondo sentimento d’affetto. Non è un caso che la Cacciola nel riferire alle Forze
dell’Ordine dei maltrattamenti subiti abbia sempre evitato di coinvolgere sua madre, menzionando
espressamente solo il padre ed il fratello; si ricorderà che anche quando parlava al telefono con il
maresciallo Esposito, la giovane cercava in tutti i modi tutelarla dalle possibili conseguenze che avrebbe
potuto subire in seguito alla sua decisione di scappare di nuovo di casa.
Ciò in quanto il ruolo che la LAZZARO ha assunto nella vicenda era sicuramente meno attivo e
più defilato, almeno nella fase antecedente alla scoperta della collaborazione (dopo la quale diviene
invece addirittura decisivo), ma pur sempre importante.
È un dato di fatto che proprio nel momento in cui la Cacciola parlava ai militari della Tenenza
di Rosarno dei controlli asfissianti cui veniva sottoposta e rappresentava loro l’esigenza di andar via
dalla Caserma al più presto per non destare sospetti, fosse stata proprio la mamma a chiamarla
ripetutamente al telefono per accertare dove si trovasse.
È altresì emerso dalle dichiarazioni di Giuseppina Pesce come la LAZZARO accompagnasse
costantemente Maria Concetta le rare volte in cui quest’ultima usciva di casa curandosi di non lasciarla
mai da sola.
E tale condotta non può che essere sintomo della consapevolezza con cui l’imputata aveva
accettato ed eseguito l’incarico di controllare i movimenti della figlia, che le era stato evidentemente
affidato dagli uomini della sua famiglia.
La vera e propria adesione della LAZZARO a tale modello comportamentale emerge poi in
maniera evidentissima dalle intercettazioni telefoniche e ambientali; prima tra tutte quella del 2 agosto –
già citata – in cui Michele CACCIOLA intima alla moglie di seguire la figlia fino al bagno per assicurarsi
260
che non mandasse messaggi (Michele: “Entra con lei dentro che non mandi qualche messaggio”
Voce Femminile: “Ah?” Michele: “Che non mandi qualche messaggio”); dalla conversazione
ambientale n. 264 del 2.8.2011: Voce Maschile: “Tu d’ora in poi vuoi andare ad accompagnare i
figli a scuola, vai con tua mamma, non pensare che è cambiato”; dall’ambientale in carcere del 19
ottobre 2011, in cui Alfonso Figliuzzi dice al padre che la mamma non veniva fatta uscire da sola, è
riscontrata in maniera netta dalle ambientali del 17 e 18 agosto 2011, dalle quali si evince che tutte le
volte in cui Maria Concetta era in macchina, effettivamente, era presente con lei anche sua madre.
Ed infine dalle telefonate del 17 e 18 agosto con il maresciallo Esposito, in cui la donna rivelava
esplicitamente al militare quale fosse il compito di sua madre (prog. n. 889 del 17 agosto 2011, Voce
Femminile: “No. Pure che esco, esco un attimo con mia madre, però come faccio con lei ” …
omissis … “Eh, si mette nei… Poi succede un macello.” e prog. n. 997 del 18 agosto 2011: “Non è
facile. Il modo di uscire da qua non è facile, perché poi mi padre se la prende…, perché mi
lascia con mia madre, …e quello se la prenderà con lei, dice «come, tu la vedi…»…”).
E che il disvalore della condotta della LAZZARO fosse stato in qualche modo percepito anche
dalla collaboratrice si evince dal contenuto, chiarissimo, della lettera allegata all’esposto del 23 agosto
2011, in cui Maria Concetta, quando si trova a tu per tu con la mamma e non corre il rischio di esporla
a pericoli di alcun genere, riconosce inequivocabilmente il suo ruolo di “carceriera” e dunque complice
dei maltrattamenti subiti (“Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me… dagli i suoi
spazi… se la chiudi è facile sbagliare, perchè si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che
non hai dato a me.”).
Passando ora al trattamento sanzionatorio va osservato come le modalità particolarmente
allarmanti della condotta, il dilatatissimo arco temporale in cui la stessa è stata posta in essere e
l’intensità del dolo da cui è risultata connotata, non consentono di concedere a nessuno degli imputati
le circostanze attenuanti generiche.
Va invece riconosciuta agli imputati Michele CACCIOLA e Giuseppe CACCIOLA la recidiva loro
rispettivamente contestata; non si può infatti affermare che la stessa non sia indice di una maggiore
pericolosità dei condannati essendosi dimostrato come le fattispecie per cui si procede affondino le loro
radici proprio nel retroterra criminale dal quale gli stessi provengono.
Ciò premesso, considerati tutti i criteri di cui all’art. 133 c.p., si ritiene equo applicare a
CACCIOLA Michele la pena di sei anni di reclusione (PB: anni tre di reclusione, aumentata della metà ai
sensi dell’art. 99 comma 4° c.p.) e a CACCIOLA Giuseppe la pena di cinque anni e quattro mesi di
reclusione (PB: anni quattro di reclusione, aumentata di un terzo ex art. 99 comma 1° c.p.); con la
precisazione che si è ritenuto di applicare una pena base più elevata nei confronti di CACCIOLA
Giuseppe dal momento che costui, tra gli imputati, è risultato essere quello più attivo nel porre in essere
il segmento di condotta per il quale si perviene oggi a sentenza di condanna.
A tale pronunzia segue di diritto, ex art. 535 c.p.p., la condanna di entrambi gli imputati al
pagamento delle spese processuali e di custodia cautelare in carcere.
Michele e Giuseppe CACCIOLA vanno poi dichiarati interdetti dai pubblici uffici per la durata di
cinque anni ai sensi dell’art. 29 c.p.
La pena da irrogare nei confronti di LAZZARO Anna Rosalba può invece essere contenuta, per il
ruolo più marginale seppur compiacente sopra descritto, in due anni di reclusione, oltre al pagamento
delle spese processuali; nonostante la sua incensuratezza non si ritiene di poter concedere alla prevenuta
il beneficio della sospensione condizionale della pena non essendo favorevole la prognosi in ordine al
fatto che ella si asterrà in futuro dal commettere altri reati, anche in considerazione delle ulteriori
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fattispecie di reato ravvisate, per le quali si è ritenuto disporre la trasmissione degli atti alla Procura della
Repubblica di Palmi e alla D.D.A. di Reggio Calabria.
§ 8. Trasmissione degli atti e disposizioni finali
Ai sensi dell’art. 521 comma 2° c.p.p. va disposta la trasmissione degli atti alla Procura della
Repubblica di Palmi in ordine ai delitti di cui agli artt. 575 e 576 comma 1 n. 2 c.p. – così riqualificato
l’evento morte descritto al capo a) della rubrica – all’art. 572 comma 1 c.p. – relativamente alla condotta
di maltrattamenti contestata al punto n. 4 del capo a) – ed all’art. 611 c.p. contestato al capo b).
Per tutti questi reati la ritenuta sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 D.L. 152/91 comporta
una diversa competenza funzionale dell’organo giudicante che ha disposto il rinvio a giudizio (nel caso
di specie il decreto di giudizio immediato), non essendo più competente il G.i.p. presso il Tribunale di
Palmi bensì il G.i.p. distrettuale presso il Tribunale di Reggio Calabria; ed infatti è principio di diritto
espresso dalla Suprema Corte di Cassazione quello secondo il quale “qualora, nel corso del dibattimento, il
fatto risulti diverso da quello descritto nel decreto che dispone il giudizio e appartenga alla competenza per materia di un
giudice superiore, non potendo il p.m. modificare l’imputazione e procedere alla relativa contestazione, il giudice non può
pronunciare sentenza di proscioglimento per il reato contestato, ma deve disporre la trasmissione degli atti al p.m. perché,
dopo aver emendato l’imputazione, promuova l’azione penale dinanzi al giudice competente” (cfr. Cass., sez. I, 15
giugno 2010-14 luglio 2010, n. 27212, CED 247714; Cass., sez. I, 17 marzo 2010-17 maggio 2010, n.
18509, CED 247200).
Ne consegue che dovrà essere il P.M. presso il Tribunale di Palmi, dopo aver emendato
l’imputazione, a trasmettere a sua volta gli atti alla Procura Distrettuale presso il Tribunale di Reggio
Calabria perché proceda dinanzi al giudice competente.
Diversamente va disposta la trasmissione degli atti direttamente alla Procura della RepubblicaD.D.A. di Reggio Calabria per quei reati, pure emersi all’esito dell’istruttoria dibattimentale svolta, per i
quali non è stato mai disposto il rinvio a giudizio; e dunque, per gli odierni imputati, in ordine alle
fattispecie di cui agli artt. 110, 369, 372 e 378 c.p. aggravate dall’art. 7 D.L. 152/91, e per gli avvocati
Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani in ordine ai reati che l’organo requirente riterrà di dover
specificamente ravvisare nella loro condotta, così come sopra ampiamente descritta.
Va altresì disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per
i Minorenni di Reggio Calabria per quanto di competenza in ordine alle testimonianze rese dai minori
Alfonso Figliuzzi e Gaetana Figliuzzi nel corso del presente procedimento.
Va invece disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di
Palmi per quanto di competenza in ordine alle deposizioni di Emanuela Gentile e Michele Ceravolo
(sulla cui ritenuta falsità ci si è già espressi), nonché in relazione alle testimonianze di Maria Carmela
Pepè e di Gregorio Cacciola; la prima in quanto totalmente reticente sulla ricostruzione degli ultimi
giorni di vita della cognata e, soprattutto, sulle fasi di soccorso prestato a quest’ultima. Il secondo
soprattutto in quanto, pur avendo ammesso di aver vissuto in famiglia sino al 10 luglio 2010, ha escluso
categoricamente che la sorella fosse mai stata mai maltrattata.
Quanto alla consulenza medico legale svolta da Antonino Trunfio ed alla sua testimonianza, per
le ragioni indicate in parte motiva, si dispone la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica in
sede per le ipotesi di reato che riterrà di ravvisare.
262
La complessità della stesura della motivazione per la gravità delle imputazioni ha giustificato
l’indicazione del più lungo termine di deposito previsto ex art. 544 comma 3 c.p.p.
Ai sensi dell’art. 304 comma 1° lett. c) c.p.p. va infine disposta la sospensione dei termini di
durata massima di custodia cautelare durante la pendenza dei predetti termini.
P.Q.M.
Visti gli artt.521, comma I, 533 e 535 c.p.p. dichiara CACCIOLA Michele e CACCIOLA Giuseppe e
LAZZARO Anna Rosalba colpevoli del delitto di cui all’art.572 comma I c.p., relativamente ai punti 1,2
e 3 del capo A) della rubrica, così diversamente qualificato il delitto ivi loro ascritto.
Ritenuta la recidiva contestata, condanna CACCIOLA Michele alla pena di anni 6 di reclusione, e
CACCIOLA Giuseppe alla pena di anni 5 e mesi 4 di reclusione, oltre al pagamento delle spese
processuali e di sofferta custodia cautelare in carcere.
Condanna LAZZARO Anna Rosalba alla pena di anni 2 di reclusione, oltre al pagamento delle spese
processuali.
Visto l’art. 29 c.p. dichiara CACCIOLA Michele e CACCIOLA Giuseppe interdetti dai pubblici uffici
per la durata di anni 5.
Visto l’art.521 comma II c.p.p. ordina la restituzione degli atti alla Procura della Repubblica in sede in
ordine ai seguenti reati:
Delitto di cui all’art.572 comma I c.p. relativamente alla condotta descritta al punto 4 del capo
A) della rubrica;
- Delitto di cui agli artt.575, 576 comma 1 n.2 c.p. per aver impiegato un mezzo venefico ed agito
con premeditazione, così diversamente qualificato l’evento morte descritto al capo A) della
rubrica;
- Delitto di cui all’art.611 c.p., contestato al capo B) della rubrica,
tutti aggravati ai sensi dell’art.7 del D.L.152 del 13-05-1991 per avere agito con metodo mafioso ed al
fine di agevolare l’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata 'ndrangheta, ed in particolare la
cosca BELLOCCO-CACCIOLA.
-
Ordina altresì la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica in sede nei confronti di Gentile
Emanuela, Pepè Maria Carmela, Cacciola Gregorio, e Ceravolo Michele per quanto di competenza in
relazione alla testimonianza dagli stessi resa, e nei confronti di Trunfio Antonino per quanto di
competenza in relazione all’attività di consulente medico-legale dallo stesso svolta nel presente
procedimento.
Ordina la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di
Reggio Calabria nei confronti di Figliuzzi Alfonso e Figliuzzi Gaetana per quanto di competenza in
relazione alla testimonianza dagli stessi resa nel presente procedimento.
Ordina la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica D.D.A. presso il Tribunale di Reggio
Calabria per quanto di competenza nei confronti di tutti gli imputati in ordine agli ulteriori reati di cui
agli artt.110, 369, 372, 378, c.p., tutti aggravati dall’art.7 del D.L.152 del 13-05-1991 per avere agito con
metodo mafioso ed al fine di agevolare l’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata
'ndrangheta, ed in particolare la cosca BELLOCCO-CACCIOLA.
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Ordina la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica D.D.A. presso il Tribunale di Reggio
Calabria per quanto di competenza nei confronti degli avvocati Cacciola Gregorio e Pisani Vittorio.
Visto l’art.544 c.p.p. riserva nel termine di giorni 90 il deposito della motivazione.
Visto l’art.304 c.p.p. sospende la decorrenza dei termini di durata della custodia cautelare durante la
pendenza del suddetto termine.
Palmi il 13-07-2013
Il Giudice est.
Dott.ssa Maria Laura Ciollaro
Il Presidente
Dott.ssa Silvia Capone
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