ANDREA SELVA
FINALMENTE
SABATO
2011-2014
ANDREA SELVA è nato ad Agordo nel 1971, è
caposervizio del quotidiano Trentino e corrispondente de la Repubblica da Trento, dove
vive con la famiglia. Ha pubblicato tre libri e
con un terzo ha vinto un premio letterario.
Dal maggio 2011 è autore della rubrica “Finalmente sabato”, ogni sabato in prima pagina sul Trentino.
I racconti presenti in questo volume
sono stati pubblicati sul quotidiano Trentino
all'interno della rubrica Finalmente Sabato
Questo libro può essere acquistato
sul sito internet
www.ilmiolibro.it
2
Indice
Quelli che hanno l’erba più verde del vicino.........7
Perdere una gara alle 4 del mattino...................10
Ciao ciao, gas metano........................................13
A lezione di felicità.............................................15
Meteomaniaci....................................................18
Al ristorante con i mocciosi................................21
Partire per le ferie? Peggio che lavorare..............24
Se lo yogurt fa il turista.....................................26
La matematica imparata in cucina.....................29
L’educazione in alta quota.................................32
A 20 all’ora con il mal d’auto.............................34
Noi, pionieri della vaschetta...............................36
Quant’è difficile fare la spesa local.....................39
I miei pantaloni nuovi (rotti)..............................42
Pirati in bici, basta scherzi................................45
Lo strano autunno con le zanzare......................47
Quello che il self­service non ci darà mai...........50
Il primo giorno di scuola. Del papà....................53
Dodicimila persone e un fazzoletto.....................55
La pasta per la pizza, mangiatela voi..................58
Battere un chiodo. Ed essere felici.....................61
In montagna si va di notte.................................64
La (maschile) arte del barbecue..........................67
Toh, ora parlo con il telefonino..........................69
Ridatemi il vecchio porco...................................71
Aspettando il Natale con quel bimbo inglese.......75
L’albero di Natale: vero o finto?..........................78
Il memo di Natale..............................................81
La lettera di Natale alla rovescia........................84
Buoni (e facili) propositi.....................................86
Caccia al ricco sulle Dolomiti.............................88
Papà niente slitta, voglio il bob..........................91
Introvabili cataloghi...........................................93
Il contatore salta. Evviva il contatore.................95
Le leggende del grande freddo............................97
Quando l’auto diventa uno scuolabus................99
Baby amori senza età......................................101
3
Salvato da Twitter............................................103
La magia degli alberi pregiati...........................105
In bici ho visto cose che voi umani...................108
Veloce e lento, è il nostro tempo.......................111
Chi perde esce, chi vince resta.........................114
Il mio vecchio materasso..................................117
Sì viaggiare, senza accelerare...........................120
Sono tornati i buoni sconto..............................123
La battaglia della nanna..................................126
Il sale della vita è ridere con i figli....................129
L’ansia di prevedere il tempo...........................132
L’emozione della gita........................................135
La maglia, la maniglia e il fai da te...................138
Il Giro d’Italia che non si vede alla tivù............141
La vacanza è prima di partire...........................144
Caro studente, goditi le notti stellate................147
Abitare sulla sponda destra.............................149
Il nostro cinema all’aperto...............................151
Restare a secco per fare il pieno all’Eni............154
Se il turista si imbatte in Trenitalia..................157
In vacanza con i figli, ma senza videogiochi......160
La vacanza militare.........................................163
Scusi, a che ora sorge il sole?..........................166
I nostri nuovi vicini, col materasso al parco.....169
Cinquanta libri nello zaino...............................172
Pedalando tra le motociclette...........................175
La strana invidia per chi va in pensione...........178
I bambini spericolati nati prima di You Tube....180
Trip Advisor funziona. Ecco le prove................183
Vivere fino a cent’anni: ne vale la pena?...........185
Quando avevo la pappa pronta........................187
Foliage, va in scena l’autunno..........................189
200 anni di buoni motivi per salire in vetta......192
Il bimbo conteso e Re Salomone.......................195
Il videogiochi svizzero......................................197
Il lavoro a cui ho detto no................................200
Halloween. E qualcuno bussò alla porta...........202
Il senso del cuoco per il Lotto...........................205
Cercando l’auto nuova nei piazzali...................208
4
La notte in cui tagliai la “luce” al mio vicino.....210
Dal kerosene alle stufe a legna.........................213
Che nostalgia per le sgommate sulla neve........215
Puntualmente in ritardo..................................217
Recite scolastiche, guida alla sopravvivenza.....219
Cambiare regalo dovrebbe essere vietato..........222
L’affronto della raccolta dei rifiuti....................224
Altro che telecomando, si litiga per il tablet......226
Quanti segreti rivelati al bar............................228
Scoprire Linux con 10 anni di ritardo..............230
Il lusso (perduto) della convalescenza...............232
I veneziani con gli sci alla rovescia...................235
Come affrontare la sfida con il sommelier.........237
L’auto in sosta e l’autostop..............................239
Gli uomini volanti............................................242
C’era una volta il mondo in vetrina..................245
Una cosa divertente che non farò mai più........247
Falciatrice e rastrello, è la primavera...............249
La libera schiavitù del camper.........................251
Il regolamento per l’uso del frigorifero..............253
L’allarme suona? Dormi che passa...................255
Quanto mi costa viaggiare in val di Fiemme.....257
Addio Ruzzle, preferisco vivere.........................259
All’ospedale per un bernoccolo.........................261
Il collaudatore di scarpe e il calzolaio Alcide.....263
Le ferie “fai da te” nell’estate della crisi............265
Caro vicino, oggi tregua: come va?...................267
Il nuovo terrore sostituisce le antiche paure.....269
Il turista si vede dalla valigia...........................272
Lo zen e l’arte di tagliare il prato......................274
Come fuggire dal caldo e ritrovarsi al gelo........276
Cosa (non) portare nelle valigie “low cost”.........278
La scoperta (imprevista) della vela....................280
Quella cuoca è una (splendida) aguzzina..........282
L’orgoglio di avere il Muse sotto casa...............285
Non si finisce mai di imparare.........................287
Sentirsi intelligenti e ritrovarsi in coda.............289
In montagna con i bambini al guinzaglio..........291
Quando d’estate mangiavamo il Camillino........293
5
Il fascino di settembre.....................................295
L’uscita di emergenza è in fondo al pontile.......297
Il tradimento di mister griglia...........................299
Sono un ciclista da marciapiede......................301
Quando tuo figlio dice: voglio un cane..............303
Dolce scomodità di un hotel a 5 mila stelle......305
La triste città che rinuncia alle fontane............308
Se il tempo si ferma sui binari.........................311
Non avere paura dei morti...............................313
Internet, la lezione degli anziani.......................316
Che ansia la verifica fiscale..............................318
I bimbi digitali. Ma noi correvamo più veloci. . . .320
Liberi dalla robaccia........................................322
Il sorpasso della bici sull’auto..........................325
Noi padri che vestiamo i figli col pigiama..........327
Il regalo più bello nella notte di Natale.............329
C’è il black out, fermiamoci a pensare..............331
La parola magica per imparare a sciare............333
La neve ci apre le porte dell’avventura..............335
Al bazar cinese costa poco anche l’inutile.........337
La mia bicicletta nuova ha 40 anni..................339
Quando la neve abbatte le barriere..................341
Il dolce virus della nostalgia.............................343
La mia nuova dieta: mangia che ti passa..........345
Neve gialla e il muflone va dall’avvocato...........348
Il povero artigiano e il (ricco) consigliere...........350
Al Sella Ronda la luganega non c’è...................353
Il rumore della primavera................................355
6
Quelli che hanno l’erba più verde del vicino
In spregio alle regole di genere della lingua italiana penso che i fiori siano femmine. L’erba invece è maschio. Fateci caso, dietro un balco­
ne fiorito o un’aiuola colorata c’è probabilmen­
te una donna dal pollice verde. Ma se vedete un prato d’erba fitta rasato alla perfezione sta­
te certi che è l’opera di un uomo testardo e combattivo.
Meglio dichiararlo subito: siamo in corsa, con il pettorale numero 74, al concorso Piedicastel­
lo in fiore. Mia moglie mette i fiori e io, appun­
to, l’erba. Che poi nella rassegna di quartiere non sia prevista una specifica categoria per il prato è un dettaglio che mi pare irrilevante: ognuno fa quel che è capace. Ma è stato chiaro fin da subito che il mio compito – tra i due – era quello più difficile, poiché ottenere un per­
fetto prato all’inglese è un obiettivo contro na­
tura. E infatti la natura si è presto ribellata in­
caricando nell’ordine: stormi di uccelli di man­
giare i semi rimasti in superficie e un esercito di erbe infestanti a minacciare i miei sottili fili d’erba. Mancano all’appello le talpe e il mu­
schio. Ma quest’ultimo arriverà in autunno, come garantisce il vicino che per non sbagliare ha cementato il giardino. E da allora vive sod­
disfatto.
Io intanto tengo duro e irrigo il prato sera e mattina con ambizioni da professionista (usare il verbo innaffiare mi parrebbe riduttivo per l’impegno che ci metto) seguendo la regola uni­
versale che mi ha confidato il vivaista, riferen­
dosi alla terra: «Tegnila umida, ma no sta far 7
pozze» disse. Poi mi richiamò in gran segreto dicendo “tei putel…” (perché i vecchi del me­
stiere amano darsi arie con noi pivelli) e ag­
giunse: «Mai sotto il sole».
Naturalmente mi sono comprato un tagliaer­
be e ogni settimana entro in azione. Quando è il momento non sto nella pelle, ma poiché la mia erbetta ha solo un mese la tengo alta quat­
tro centimetri (che pare poco ma è tantissimo) in attesa di scendere a due come mi ha consi­
gliato un guru del giardinaggio. Che poi sareb­
be un mio parente. Parliamo di uno che dopo aver regolato il giardino con la macchinetta, ri­
finisce i dettagli con le forbici: barba incolta, ma prato rasato alla perfezione per la rabbia di sua moglie.
Niente Facebook, sul mio computer è sempre aperta una finestra del forum giardinaggio faci­
le dove scopro i segreti del loietto e della festu­
ca e verifico – calendario alla mano – i tempi di crescita dell’erba. Il fatto che il mio “appezza­
mento” si estenda per soli 40 metri quadri mi pare relativo perché – come sappiamo noi agri­
coltori – non è dalla grandezza della botte che si giudica il buon vino.
Giù in giardino, con la pompa dell’acqua in mano alle sette del mattino, oltre a rilassarmi ho imparato alcune cose ovvie (tipo che si rac­
coglie ciò che si è seminato, e aggiungerei “van­
gato”) e altre meno ovvie. Tra queste un princi­
pio che ha ricordato anche Mauro Corona all’incontro dell’ultimo Festival. E cioè che le nostre mani non sono fatte (solo) per battere sulla tastiera del computer o del telefonino. Dobbiamo imparare a usarle in qualche altro, 8
vecchio, modo per ritrovarle nostre. Quanto ha ragione.
Non sapendo (come lui) fare lo scultore e digi­
tando molto sul telefonino ho deciso che spor­
carmi le mani di terra come quando ero bambi­
no poteva essere una soluzione. Che gran sod­
disfazione.
(14 maggio 2011)
9
Perdere una gara alle 4 del mattino
Elenco delle cose che ho acquistato su inter­
net: computer, telefono fisso, frigorifero, forno a micro onde, forno normale, autoradio usata, mini lampadina usb da un dollaro proveniente da Hong Kong (volevo vedere se arrivava), bici­
cletta per bambini senza pedali (volutamente), scarponi da sci, scarpe, taglia erba elicoidale, biglietti aerei, biglietti del treno, case in affitto e naturalmente libri (ma li compro anche in li­
breria perché i librai mi sono più simpatici dei magazzinieri).
Elenco delle cose che non ho comprato su in­
ternet: la poltrona norvegese usata. Il mio sas­
solino nella scarpa, la mia spina nel fianco. Po­
trei andare in quel negozio vicino a casa dove la tengono in vetrina e togliermi lo sfizio. Ma io non voglio solo una poltrona, io voglio un’occa­
sione, insomma un affare. Di più, una vittoria. Peggio, una rivincita.
Era la notte fra il 5 e il 6 marzo quando la sveglia suonò alle quattro del mattino per ri­
cordarmi che l’asta stava per scadere. Senza nemmeno bere un caffè mi misi alla tastiera pronto a lanciare la mia offerta all’ultimo mi­
nuto, certo che nessuno (vista l’ora e vista la poltrona) avrebbe potuto rilanciare. Alle quat­
tro e dieci mi rilassai dopo aver premuto il ta­
sto “invio”, senza nemmeno far caso a quell’avviso che mi raccomandava di tenere d’occhio la situazione in continua evoluzione: che mai può evolvere, nel silenzio della notte, in un minuto appena?
Stavo per tornare a letto soddisfatto (sognan­
10
do la mia nuova poltrona usata) quando lo schermo mi avvisò che avevo perso l’asta. Ad­
dio poltrona. Tutta colpa di un anonimo rivale che all’ultimo secondo (ho detto secondo) pen­
sò di vincere rilanciando di un euro, approfit­
tando del diabolico meccanismo che gli appas­
sionati di ebay conoscono benissimo. Mi imma­
gino che avrà fatto sogni d’oro.
Mi è sempre piaciuto il commercio e le dina­
miche dei prezzi talvolta “sanguinose” come i pomodori che finiscono in discarica. Ho già scritto di quella volta che mi comprai alla Befa­
na la giacca che tenevo d’occhio dall’autunno. Le sfide mi appassionano. E su internet di più.
La regola universale che una volta insegnava­
no ai bambini (e probabilmente ancora) di con­
frontare i prezzi di almeno due negozi ora è moltiplicata all’infinito (diciamo fin dove arriva­
no i camion Tnt).
Prima di procedere all’acquisto confronto prezzi e modelli in tutta Europa, con una prefe­
renza per la Germania dove trovo spesso (e a buon mercato) le cose che mi piacciono. Mi il­
ludo che su internet possa esistere la “mano invisibile” che abbiamo studiato sui manuali di economia e che rende tutti soddisfatti (vendito­
ri e acquirenti) quando la concorrenza si fa perfetta. Cose che esistono solo sulla carta, tanto che non ne parlano più nemmeno al Fe­
stival.
E poi perché dovrei accontentarmi di una lampada di Achille Castiglioni nuova di zecca se posso trovarne una degli anni Sessanta come quella che mi sono fatto soffiare l’altro giorno alle sette e trenta del mattino? E’ che mi 11
faccio prendere la mano – come le donne ai sal­
di – e talvolta rilancio al punto che, quando perdo, tiro un sospiro di sollievo. Di fronte alle stangate reagisco con grande signorilità. Muto. Come quando la dogana norvegese fece lievita­
re a uno sproposito il prezzo dei maglioni.
In negozio ci passo eccome, alla continua ri­
cerca di un commesso che mi spieghi qualcosa che non so. O sappia convincermi che ho torto. E allora compro. Perché so come ringraziare chi mi dà il consiglio giusto.
L’importante è essere corretti: non provo le scarpe per poi ordinare in rete il numero esat­
to, se a qualcuno fosse venuto il dubbio. Corro il rischio. E ogni volta che arriva il corriere un po’ mi stupisco. Come quando la lampadina usb da un dollaro (proveniente da Hong Kong) arrivò dopo tre settimane, quando ormai quasi non l’aspettavo più.
(4 luglio 2011)
12
Ciao ciao, gas metano
Bisognerà pur scrivere chiaro e tondo sul giornale che la nostra caldaia è spenta ormai da oltre due mesi. Di più: abbiamo pure chiuso il rubinetto del gas, per essere sicuri di dire “ciao ciao metano ci rivediamo quest’autunno, l’acqua calda la produciamo con il sole”.
Siamo sinceri: quando abbiamo montato i pannelli sul tetto non ci credevamo fino in fon­
do. Ci pareva solo il modo di portare a casa l’agevolazione dello Stato. E a dire il vero non sono state sempre rose e fiori. Ad esempio ai primi di maggio quando, dopo due giorni di nu­
vole e pioggerella, il sottoscritto (che aveva dato la precedenza a moglie e figli) si è fatto una doccia­lampo a 30 gradi. Che non sarà un grande sacrificio ma certo non è il massimo del comfort. Finché nel pomeriggio è tornato il cie­
lo sereno, la temperatura del bollitore è schiz­
zata verso l’alto e sarebbe scattato pure l’applauso se non fossi stato solo, laggiù in cantina, a tenere d’occhio la ripresa del siste­
ma tracciando con la matita un grafico sul muro. Insopportabile come sappiamo essere solo noi eco­maniaci. Gente che ha bisogno di qualcosa in cui credere – almeno a casa pro­
pria – dopo aver perso troppe volte le elezioni (ma non è detta l’ultima parola).
Primavera calda e secca come mai negli ulti­
mi anni, dicono i meteorologi. E noi godiamo. Guardiamo le previsioni del tempo con atteg­
giamento nuovo, come farebbe un contadino. I pannelli servono anche a questo: una scusa per capire l’ambiente, appassionandosi alle ri­
13
sorse che la natura ci regala. Togliendocele – a volte – per farci capire quanto valgono. Non è un fatto di denaro ma una questione di princi­
pio: nessun camino fuma (da noi) quando apriamo l’acqua calda.
Solo un proprietario di pannelli può capire quanto diversa sia d’inverno e d’estate, l’incli­
nazione dei raggi solari sul suo tetto. Il sole sorge, culmina e tramonta con orari, traiettorie e temperature che cambiano ogni giorno. Fate­
ci caso. E’ un modo per riscoprire la natura. Altro che l’immutabile rubinetto del metano e la sua (falsa) promessa di essere una fonte ine­
sauribile. Un giorno di pioggia in una casa ali­
mentata con il sole insegna a fare i conti con i consumi di energia più di un corso all’universi­
tà. Bagno vietato finché non lo dico io. Che poi, nel mio piccolo, sarei l’energy manager.
Come l’amico di un mio amico, proprietario di un impianto fotovoltaico (per la produzione di elettricità), che alla moglie casalinga ha dato istruzioni ben precise: se c’è il sole carica la la­
vatrice e metti l’arrosto in forno, se è variabile stira i panni, se è nuvoloso guarda la televisio­
ne, quando piove leggi un libro. Un micro siste­
ma produttivo che si può permettere di riposa­
re quando cala l’energia. Un lusso sfrenato che potevamo però concederci qualche decina di anni fa, quando eravamo… poveri.
(28 maggio 2011)
14
A lezione di felicità
Guardando la vetrina di un negozio abbando­
nato ho visto come siamo diventati. Sulla ser­
randa arrugginita c’erano i manifesti e gli avvi­
si di corsi e iniziative a cui (presumo) ci affidia­
mo per avere stimoli e risposte. Del corso per imparare a respirare avrei avuto bisogno un paio d’anni fa quando un problema enorme (che ora su due piedi non ricordo) pareva pre­
mermi il torace tanto da farmi soffocare. Utiliz­
zai l’ultimo respiro per chiedere aiuto ad un parente e liberarmi in un istante. A questo ser­
ve la famiglia, prima ancora dello psicologo. Il mio “soccorritore” in realtà non fece nulla, sal­
vo rassicurarmi e lasciar lasciar passare un po’ di tempo, a dimostrazione che anche le que­
stioni più drammatiche talvolta si risolvono da sole (o si rivelano bazzecole) quando finalmente siamo pronti ad affrontarle. Chissà se esiste un corso per accantonare i problemi, ma conosco persone che di un corso così sarebbero docenti eccezionali. Noi ansiosi li chiamiamo incoscien­
ti, ma è perché siamo invidiosi del loro “sangue freddo”.
Le campane tibetane non so bene cosa siano, ma su quella serranda malandata c’erano molti avvisi di insegnanti di tecniche orientali: dai massaggi alla ginnastica passando per le arti marziali. Immagino che di quei mondi ci piac­
cia l’attitudine a stare in pace (ora) invece di dannarci nella speranza di trovare pace dopo morti. Però mi umilia un po’­ in quanto occi­
dentale – sapere che crescono i cultori dell’Oriente convinto come sono che la stessa 15
pace si potrebbe trovare in un convento (senza per questo prendere il saio) o ritirandosi per qualche giorno in un rifugio di montagna, dove non sono previsti né corsi né esami di ammis­
sione.
Essere genitori? Si impara, si impara… Rea­
lizzare i propri sogni? È quello che proviamo a fare ogni giorno, ci vorrebbe invece un corso per insegnarci a sognare qualcosa che sia a portata di mano. E poi il corso preferito dei trentini benestanti, cioè quello per la patente nautica che si frequenta d’inverno sognando di veleggiare in Corsica, Sardegna o tra le isole della Grecia. A uno di quei corsi c’era, qualche anno fa, anche l’ex sindaco di questa città. E c’è gente che ha frequentato il corso di una scuola chiamata con coraggio (e umorismo) Scuola nautica Monte Calisio. Peccato che all’arrivo dell’estate otto su dieci la patente la tengano nel cassetto e si accontentino di dare lezione agli skipper veri (dal divano) quando in televisione c’è la Coppa America. Sempre me­
glio che scendere in laguna, carnagione pallida e occhiali da impiegato, e chiedere al capitano se lui è in grado di uscire in mare anche di notte e col mare grosso, per sentirsi risponde­
re, magari di fronte ai figli: “Xe ovio, cossa ghe vol?”.
Con l’arrivo dell’estate su quella serranda i manifesti si sono fatti meno numerosi, ma nel­
le settimane scorse ho letto il titolo “Come es­
sere felici”. Ecco a voi il corso truffa, perché se funzionasse veramente saremmo tutti dispera­
ti. La felicità è infatti relativa e per avvicinarla – è brutto dirlo – abbiamo bisogno di qualcuno 16
che stia peggio. Persino il povero si consola se il vicino è un morto di fame. Lo sanno bene (senza rendersene conto) le pettegole di paese che passano le giornate raccontandosi i guai degli altri. Felici. Eppure una formula esiste pure in questo campo. Come scrisse quel fran­
cese di poche pretese (e grande saggezza): la fe­
licità è il silenzio dell’infelicità. Chiedetelo a chiunque abbia avuto l’occasione di sentirla urlare, l’infelicità.
Signore e signori, la felicità è un corso dal ti­
tolo curioso, affascinante (e un manifesto ac­
cattivante) con la platea attenta e numerosa. Che gran felicità, soprattutto se di quel corso siete l’insegnante.
(21 maggio 2011)
17
Meteomaniaci
Non vorrei essere nei panni del meteorologo che dovrà prevedere – oggi – il tempo che farà domani, giorno di festa, possibile finestra so­
leggiata dopo giorni di cielo grigio e pioggia, prima che lunedì, così almeno pare, tornino i temporali. Su questa domenica di giugno ab­
biamo tutti grandi aspettative e in caso di erro­
re negli uffici di Meteotrentino arriverà una te­
lefonata dai piani alti. Poco importa se ci sarà pioggia in un giorno che doveva essere sereno, l’importante è che non splenda il sole quando era previsto cielo coperto e temporali: è questa la situazione che più fa arrabbiare albergatori, baristi, ristoratori, gestori di rifugi e – di conse­
guenza – l’assessore.
Siamo diventati meteo dipendenti. Consultia­
mo le previsioni anche prima di uscire di casa per decidere se prendere l’ombrello, probabilità di precipitazioni alla mano: molto bassa, bas­
sa, media, alta. Fino a qualche anno fa avrem­
mo messo la testa fuori dalla finestra per dare un’occhiata al cielo.
Di fronte al meteo ci sono gli ottimisti, cate­
goria alla quale appartiene la signora S. che poi sarebbe mia moglie. Se Meteotrentino è ne­
gativo, passa subito al Centro di Arabba, quin­
di Bolzano e al limite Teolo finché qualcuno le regala una speranza, fosse anche un osservato­
rio dell’Arkansas con un satellite puntato sulle Dolomiti. Sempre meglio dell’oroscopo. Poco importa se poi prendiamo l’acqua, l’importante è andare a spasso.
18
Quindi ci sono i pessimisti, categoria a cui appartiene il signor L., in pratica mio padre. Uno che di fronte alla proposta di qualunque attività all’aperto ha una risposta pronta, sem­
pre quella: tanto piove. Le previsioni del tempo gli servono solo per conferma.
E infine ci sono i curiosi, quelli come me, che leggono le previsioni pure sul telefonino, alle 6 e 30 del mattino e poi l’aggiornamento delle 11, anche quando non ci servono, giusto per vede­
re se ci azzeccano. Al Filmfestival abbiamo im­
parato come il guru del meteo (così Reinhold Messner ha presentato il meteorologo austriaco Karl Gabl) ha dato il via libera alla conquista invernale del Gasherbrum II indovinando gli unici due giorni di bel tempo sulla vetta hima­
layana. Le chiamano “finestre”. Anche noi gen­
te normale, nel nostro piccolo, abbiamo le no­
stre “finestrelle”, come quella non prevista (ma nemmeno smentita da quei cerchiobottisti di Meteotrentino) che ho sfruttato mercoledì po­
meriggio fra le 14 e 10 e le 15 e 05 per dare una spuntatina all’ormai famoso prato (“Final­
mente sabato” del 2 giugno scorso).
Siamo gente tecnologica. Quando sentiamo le gocce battere sul tetto accendiamo il computer, ci colleghiamo in massa a Meteo Gardolo, guar­
diamo crescere in diretta la colonnina delle precipitazioni e diciamo: uh, come piove. Poi controlliamo nell’archivio on­line i temporali più violenti degli ultimi cent’anni e commentia­
mo: ah, però… Infine, se proprio vogliamo esse­
re precisi, ci colleghiamo al sito della Provincia per verificare di quanto è cresciuto l’Adige al ponte di San Lorenzo e torniamo a letto tran­
19
quilli, perché l’alluvione è rimandata a un’altra volta.
Precipitazioni sparse, rovesci isolati, schiari­
te, cielo coperto e zero termico: siamo tutti paz­
zi per il meteo a portata di mano sul computer. Chiamateci fanatici, ma è solo un’altra forma dell’antica abitudine – che non abbiamo perso e probabilmente non perderemo mai – di misu­
rare il mondo a cominciare dal cielo.
(11 giugno 2011)
20
Al ristorante con i mocciosi
L’auto rallenta sul ponte di San Lorenzo, ac­
costa al marciapiede, il finestrino scende, l’autista si sporge e chiede: scusi, dov’è che si mangia bene in questa città? Pensa, pensa, pensa, pensa. Alla fine allargo le braccia scon­
solato e – con tante scuse per i bravi ristoratori trentini – confesso: non lo so. E subito mi mor­
do la lingua perché nei cinque secondi che se­
guono mi vengono in mente almeno tre o quat­
tro ristoranti e birrerie da consigliare al volo. Ma l’auto è già partita.
Il fatto è che da sei anni a questa parte man­
giare bene è un lusso che abbiamo ormai di­
menticato (mangiare è sufficiente, possibilmen­
te in santa pace) e di fronte a un’auto sportiva con due porte solamente (e nemmeno un por­
tellone) non sappiamo più che pesci pigliare.
Eccoci qui, siamo noi: le coppie con figli, quelle che rovinano la cena al ristorante a tutti gli altri. Sembra ieri che guardavamo con aria di sufficienza i bambini fare i capricci o rincor­
rersi tra i tavoli e pensavamo (con la sicurezza di chi ha letto un paio di articoli di pedagogia su un giornale femminile) che a noi non sareb­
be mai successo. E invece è capitato.
Ma anche noi abbiamo le nostre rivincite. Come il 29 aprile scorso (o giù di lì) quando ci siamo presentati titubanti alla porta di un mo­
desto ristorante di montagna, a capo di un gruppo dove i mocciosi erano la preoccupante maggioranza.
Eravamo preparati al peggio quando è arriva­
ta la signora Ester a prendere in mano la si­
21
tuazione con l’esperienza dei suoi cin­
quant’anni, la forza dei suoi poderosi avam­
bracci (che per fortuna non è stata necessaria) e soprattutto qualche sporco trucco. Ad esem­
pio i pennarelli che sono comparsi in tavola prima ancora dei grissini, giusto in tempo per colorare gli allegri dinosauri disegnati sul menu.
I due tizi a bordo dell’auto coupé sarebbero inorriditi, ma noi abbiamo capito di essere fini­
ti al posto giusto. Il menu aveva porzioni vera­
mente piccole, perché i bambini non mangiano mai (figurarsi al ristorante) e di fronte a un piatto troppo pieno (che considerano un osta­
colo invalicabile) diventano nervosi. La panca era di legno: niente rivestimenti che si possono macchiare. Il cibo era ben diviso nei piatti – pa­
tatine da una parte, bistecca sul lato opposto – per evitare quei miscugli che ai bambini fanno schifo (giusto per usare le loro parole).
In quel ristorante i bambini avevano un pic­
colo rialzo per arrivare al tavolo (niente seggio­
lini scassati per noi famiglie che in casa abbia­
mo strutture in materiali indistruttibili appro­
vate dalla Nasa) e con un colpo di genio l’ener­
gica signora Ester ha portato in tavola con un certo anticipo i piatti dei piccoli ospiti, per poi indicare loro con fare militare l’annesso parco giochi (controllabile a vista dai tavoli del risto­
rante) e servire infine i genitori. Signore e si­
gnori ecco a voi il paradiso.
Alla fine abbiamo pagato allungando il ban­
comat senza nemmeno guardare il conto. E probabilmente, essendo in tanti, abbiamo spe­
so più dei due turisti che volevano (solo) man­
22
giare bene. Ma se c’è una come Ester ci faccia­
mo spennare volentieri. Pur di saltare almeno un turno al famoso ristorante, quello vicino alla rotatoria che – oltre al pasto – per i bambi­
ni mette in tavola pure la sorpresa. Un colpo veramente basso, tanto che di quei maledetti giochini in plastica, ogni settimana uno diver­
so, ovviamente uguali ai personaggi orrendi che si vedono in tivù, ne abbiamo ormai piena la casa.
(18 giugno 2011)
23
Partire per le ferie? Peggio che lavorare
Andare in ferie sarebbe tutto sommato sem­
plice e liberatorio se non fosse che il resto del mondo si rifiuta di prendersi una pausa e fa di tutto per renderci la vita complicata. Quando leggerete queste righe la famiglia S. sarà in fe­
rie per riposarsi delle fatiche spese per prepa­
rare la partenza. La lista è lunga: il settore ali­
mentare è stato organizzato in modo da arriva­
re al venerdì con il frigorifero quasi vuoto; il settore lavanderia è stato pianificato affinché gli abiti che ci servono siano pronti il giorno giusto; il settore abbigliamento ha visto co­
munque tutto il guardaroba stipato in valigia per evitarci la fatica delle scelte, ma già sappia­
mo che passeremo le vacanze indossando le nostre braghette preferite; non avendo cani e gatti ci siamo dovuti preoccupare solo di trova­
re un “padre” per l’ormai celebre prato che sop­
porterà due settimane senza tagli ma odia ri­
manere a secco. Sarà sempre lui (il signore del prato) a svuotare la cassetta della posta. E per fortuna non ci sono più le auto di una volta così ci siamo dovuti ricordare solo di controlla­
re l’olio.
Le pendenze con il Fisco sono state regolate e se ci saranno multe per il ritardo in alcuni pa­
gamenti, il responsabile della contabilità saprà certo farle sparire nel bilancio, gonfiando il ca­
pitolo delle ferie che come sempre pare sotto controllo e poi diventa un buco nero.
Abbiamo spiegato ai vicini che quando suona la sirena dell’allarme è il signore del prato (ciao papà) che si è dimenticato di disattivarlo. Con 24
un avviso ai ladri­lettori che a casa nostra non c’è nulla da rubare, nemmeno i libri della bi­
blioteca perché dopo tre lettere di richiamo ab­
biamo cominciato a vergognarci troppo e li ab­
biamo restituiti prima di partire.
La lista è lunga. Per uscirne vivi abbiamo ap­
plicato un metodo aziendale certificato, con una lunga serie di procedure, carta e penna alla mano, che si conclude con la chiusura dei rubinetti e della porta blindata, naturalmente alla presenza di un testimone maggiore di 14 anni, per evitare che dopo 800 chilometri di autostrada al responsabile della sicurezza (che poi sarebbe lo scrivente) possa venire il dubbio.
Quando leggerete queste righe saremo in viaggio sotto il sole, dopo esserci alzati all’alba perché, visto che ci fanno pagare pure il (final­
mente) sabato, non vogliamo perdere nemmeno un minuto. Ma anche se la procedura sarà sta­
ta rispettata passeremo i primi giorni a chie­
derci se davvero è tutto a posto. Con il dubbio che sul nostro tetto ci siano i pannelli solari in ebollizione (per la curiosità divertita dell’intero quartiere) e la certezza che il telefonino muto (che però continuiamo a tenere acceso) è solo l’evidente segnale che a casa ci sono guai tal­
mente grossi che nessuno ha il coraggio di co­
municarceli.
Poi – all’improvviso – quasi senza rendercene conto, ci scopriremo a mente sgombra, riposa­
ti, insomma: in vacanza. E sarà a quel punto che la vita ci richiamerà all’ordine, avvisandoci che è giunta l’ora di tornare.
(25 giugno 2011)
25
Se lo yogurt fa il turista
Immagina di salire in auto alle sette del mat­
tino (anche se avevi previsto di partire al mas­
simo alle cinque) e di imboccare l’autostrada diretto verso Sud. Avrai riempito il serbatoio fino all’orlo per limitare le soste al minimo, avrai sintonizzato l’autoradio per affrontare al meglio l’imbuto viabilistico di Bologna, dove tutta l’Italia settentrionale motorizzata spinge e sgomita per infilarsi verso il Centro. Essendo una giornata da bollino rosso ti sarai trovato comunque in coda, a chiederti perché la fila accanto procede più veloce. Facile concludere che si tratta di sfortuna, ma la realtà, come ha spiegato uno scienziato è che la coda più lenta è quella più affollata, cioè quella in cui ci sono più persone, insomma quella in cui probabil­
mente sei finito pure tu.
Mentre viaggi a venti all’ora, ma per lo più stai fermo con il condizionatore al massimo (a guardare la fila accanto scorrere irrimediabil­
mente più veloce) pensi che è una gran perdita quella di togliere alla sfortuna il suo fascino chiamandola probabilità: che gusto c’è a pren­
dersela con la statistica?
Così – con una mossa a sorpresa che nem­
meno gli scienziati avevano previsto – metti la freccia a destra e scopri il gusto di mangiare un panino in un paesino indifferente alle tue sorti, che vede il mondo scorrergli accanto (sull’autostrada) come se la cosa non lo riguar­
dasse affatto.
Risollevato il morale grazie a un bollettino di Onda Verde senza più toni da tragedia, ti ri­
26
metti in riga e riprendi velocità lungo l’Adriati­
ca (ma per lo scopo di questo articolo potrebbe essere benissimo l’Autosole) chiedendoti di tan­
to in tanto quali punte di calore raggiungono gli pneumatici che da ore ormai rotolano furi­
bondi sull’asfalto ruvido e rovente. Chiuso nel tuo elegantissimo forno scuro ti chiedi perché mai il nero è tra i colori preferiti dagli automo­
bilisti che – come te – hanno comprato l’auto a dicembre. Viva il grigio metallizzato che ti sem­
brava così anonimo. E poi quel dubbio che, an­
cora una volta per questioni di probabilità, non osi mettere alla prova: ma non è che i tutor au­
tostradali sono (almeno uno su due) una gran­
de messinscena?
Infine arrivi. Incredibile ma vero. Convinto dalla fatica del viaggio che mille chilometri sia­
no il limite invalicabile per gli automobilisti della domenica, soprattutto quelli che – come te – trasportano merce dall’umore (molto) va­
riabile come i passeggeri minori di anni tre.
Quando corri a far provviste al supermercato del paese (che essendo tu giunto in un altro mondo chiuderà alle dieci della sera) una figu­
ra familiare ti sorride dal frigorifero dei lattici­
ni: lo yogurt. Caro yogurt Sterzing Vipiteno al gusto di stracciatella, collega di viaggio e di av­
venture, che ci fai tu quaggiù? Chi ti ci ha por­
tato? Convinto sostenitore delle cose di casa, stai per mettere nel carrello una confezione da mezzo chilo, a un prezzo di poco superiore a quello di casa (qualcosa non funziona), ma su­
bito ti trattieni. Perché da casa sei distante quasi mille chilometri. Davanti al frigorifero pensi al viaggio bollente, al gasolio, al pedaggio 27
autostradale e – chissà perché – pure agli pneumatici roventi. Pensi che tutto questo, for­
se, può essere sopportabile per una famiglia che vuole vedere un po’ di mondo, ma gli yo­
gurt (e tante cose più o meno fresche che tro­
viamo al supermarket) non ha senso che fac­
ciano i turisti. E quindi, senza temere di far danno, per una volta compri l’altro.
(2 luglio 2011)
28
La matematica imparata in cucina
Leggo sul giornale il dibattito sui professori che non dovrebbero dare voti bassi, come due o tre, per non demotivare gli studenti: tuttalpiú un dieci, quando l’allievo se lo merita. E subito ricordo che poco più di vent’anni fa al liceo scientifico c’erano prof che spaziavano appunto dal due al dieci, ma il peggiore di tutti era quel­
lo che concedeva il sei a tutti, anche perché af­
fibbiare un due gli sarebbe costato troppa fati­
ca, determinato com’era a trascinare stanca­
mente la borsa lungo i corridoi della scuola fino alla pensione. Ed era pure colpa nostra, mascalzoni e fannulloni senza brama di sape­
re, che facevamo venire la depressione ai pro­
fessori. Andò così che quell’anno imparai più matematica e fisica lavorando l’estate nella cu­
cina di un hotel che sui banchi del liceo.
Sul libretto di lavoro c’era scritto lavapiatti, ma quando a fine giugno mi presentai in alber­
go venni promosso sul campo aiuto cuoco. Per essere precisi: commis de cuisine. A sentir par­
lar francese, mio padre mise subito le mani avanti: “Occhio che non sa nemmeno cucinare un piatto di spaghetti”. Ma poiché erano altri tempi (e soprattutto ero raccomandato da mio zio) i titolari risposero soltanto: imparerà.
Imparai. Sorpreso di quanti principi di termo­
dinamica e chimica si possono sperimentare nel gigantesco laboratorio che è la cucina di un albergo, dove si combinano elementi alle diver­
se temperature. Quanto alla biologia, vedere dal vivo un quarto di bovino (per gli amanti del genere, è ovvio) fu più istruttivo che sezionare 29
una rana come capitò quell’anno a scuola.
A comandare la brigata di cucina di cui ero l’unico subordinato c’era lo chef Alberto Casa­
nova, sinceramente incredulo, lui che aveva frequentato la scuola alberghiera, dell’ignoran­
za che uno studente di liceo sapeva dimostra­
re.
Due mesi e mezzo senza giorni di riposo. Questa era – e immagino sia ancora – la stagio­
ne estiva in albergo, dove avevamo preso pure l’abitudine di dare i nomignoli ai clienti: tra gli altri c’era “il generale” (che un tempo si diceva avesse combattuto e ogni anno inaugurava la stagione con la sua mancia anticipata) e c’era “la mummia”, cioè l’anziana che da tempo im­
memorabile occupava, sola, il tavolo numero 9.
Se vi è mai capitato di preparare la cena per dieci persone immaginerete che sfamarne ses­
santa, mezzogiorno e sera, potrebbe togliervi il sonno. Soprattutto se non sapete cucinare nemmeno un piatto di spaghetti. Ma a Ferrago­
sto, specializzato nelle mie umili mansioni, dormivo ormai sonni tranquilli. Avevo il compi­
to di predisporre gli ingredienti esplicitamente (e implicitamente) previsti dal menu. Spaghetti alla carbonara? Uova, pancetta e panna. Ca­
sunziei alla puina? Burro e ricotta affumicata. Quel giorno tra i secondi c’era cotoletta alla mi­
lanese. Facilissimo: uova e pan grattato. Ecco a voi il re della gastronomia. Era quasi l’ora del servizio quando il professor Alberto, con una strana smorfia che con il senno di poi poteva pure essere un ghigno, domandò in sede di esame: “è tutto pronto?” Ovvio. “E i limoi eli ondé?” rilanciò con quel suo strano modo di 30
parlare.
I limoni. Il pensiero di spedire al generale (e alla sua mancia anticipata) una cotoletta senza contorno di limone era troppo per un diciasset­
tenne liceale. Guardai l’orologio: mancavano venti minuti al pranzo. Vidi oltre la strada la serranda abbassata del fruttivendolo. Così in­
forcai la moto e partii – vestito da commis – alla ricerca disperata di una reticella di limoni bussando alla porta di zie e cugini vari che in quel paese per fortuna avevo in abbondanza, imparando la lezione che quando sei davvero nei guai sarà un parente – se ce l’hai – a lan­
ciarti un salvagente.
Post scriptum. Eravamo un albergo di mon­
tagna che aveva vissuto epoche migliori, in pratica una catapecchia che in seguito – per ri­
lanciarsi – dovette pure cambiare il nome. Però amavamo darci delle arie, ad esempio con quel­
le foto esposte all’ingresso di vip più o meno noti che avevano dormito nelle nostre stanze. Così quando quel giorno arrivò Rolly Marchi la signora decise che avevamo bisogno di un fac­
chino e mi spedì all’ingresso con una maglietta nuova. Lui era arrivato con un cappello da cow­boy e una Bmw vecchia pure per l’epoca, ma soprattutto quella valigia ricoperta da ade­
sivi con le città di mezzo mondo che – chiuso in cucina a tagliare limoni per tutta l’estate – mi fece venire voglia di fare il giornalista.
(9 luglio 2011)
31
L’educazione in alta quota
Accadono cose in alta quota che a valle non sarebbero possibili. E nemmeno al mare, con buona pace dei sostenitori della vacanza sulla spiaggia. In montagna può accadere – anzi ac­
cade spesso – che le persone si salutino lungo il sentiero (buongiorno, buonasera oppure so­
lamente ciao anche se non si conoscono per nulla.
Capita di sedersi su un sasso a guardare il panorama (oppure nel prato a fare un bel pic­
nic) e stare lì mezz’ora senza che nessuno ti chieda (per favore) se vuoi comprare qualche cosa. Pare niente, ma dopo una vacanza in spiaggia passata a dire “no grazie” dà una certa soddisfazione (senza offesa per tutti i venditori).
Può accadere che due persone sedute al tavo­
lo del rifugio, due sconosciuti con la pasta­
sciutta già servita, si facciano da parte e inviti­
no a sedere pure voi che stavate appunto cer­
cando posto (cose mai viste al ristorante).
Capita che lungo un passo dolomitico un uomo in pantaloni corti, barba incolta e zaino in spalla venga caricato su un’auto al primo colpo se si mette a lato della strada a fare l’autostop. Lo stesso uomo che se chiedesse un passaggio giù in città, pettinato e ben vestito, potrebbe attendere anche due giorni tra l’indif­
ferenza generale (parlo per esperienza persona­
le).
Difficile dire – in montagna – quanto guada­
gna una persona. Anche perché non ci sono auto di lusso a dichiarare il reddito. E poi in ri­
32
fugio non si va tanto per il sottile: quando le camere sono occupate, ricchi e poveri, tutti quanti in camerata.
Capita in montagna che anche cittadini che gettano per strada cartacce e sigarette tornino a valle con i rifiuti nello zaino. Perché dove c’è pulizia basta anche un’occhiataccia (non servo­
no mica multe) per mettere in riga le persone.
Ma la scena di ieri al parcheggio di Gardeccia – vista con gli occhi della città, dove i parcheggi sono luoghi di battaglia – era quasi surreale. C’era il pubblico dei Suoni delle Dolomiti che scendeva dal rifugio Vajolet dove Reinhold Messner aveva incantato mille persone con il suo racconto sulla storia delle nostre monta­
gne. E stavano tutti là – in fila per uno – ad aspettare il bus navetta. Cose mai viste giù in città dove i bus navetta non li prende mai nes­
suno e in caso di fila ci si fa valere a furbizie o gomitate. Fanno eccezione gli anglosassoni, ma quelli di ieri in val di Fassa (giuro) erano italia­
ni.
Sarebbe bastato uno di loro (uno solo!) per rompere l’incanto provando a dire «Lei non sa chi sono io» e scatenare la bagarre. Invece no, tutti zitti e composti in fila ad aspettare la na­
vetta. Il buon esempio a volte fa miracoli.
Miracoli dell’alta quota, dove il telefonino non prende e non riesce quindi a trasmettere la fretta e l’ansia. Miracoli che avvengono dove le montagne ci fanno capire che per quanto ci sentiamo grandi, sempre piccoli restiamo. Mi­
racoli da provare ad esportare giù in città.
(30 luglio 2011)
33
A 20 all’ora con il mal d’auto
Se vedete un’auto nera su un valico di mon­
tagna ai 20 all’ora, con i finestrini socchiusi anche d’inverno e l’autista che taglia i tornanti con la speranza (vana) di renderli più dritti, eb­
bene quelli siamo noi. Superateci – voi che po­
tete – magari senza protestare, perché a bordo c’è una persona che sta male.
Il suo nome è A. – poveretto – cioè il piccolo di casa che a soli due anni e mezzo è candidato a battere il record mondiale di mal d’auto: alla prima curva, diventa pallido, alla seconda pro­
testa, alla terza vomita. Allora facciamo pausa e il conto riparte da zero. Tre curve alla volta arriviamo su dai nonni.
In autostrada fila tutto liscio, in val di Fiem­
me pure (essendo piatta e liscia) ma sul passo San Pellegrino comincia il dramma: «Mamma sto male». Abbassiamo il finestrino. «Mamma sto male». Rallento l’andatura. «Mamma sto male». A quel punto giuro che alla prossima piazzola accosto, ma ormai è troppo tardi. Quindi litighiamo (noi, perché lui appena posa il piede a terra sta benissimo) su chi doveva portare i sacchetti, perché le salviette sono sempre in fondo al bagagliaio, perché non mi sono fermato subito e via dicendo. A chiudere la discussione in genere interviene il fratello maggiore che dal seggiolino accanto emette la sentenza: «Che puzza, lo fa apposta!».
Le abbiamo provate tutte, compresi i braccia­
letti tipo “agopuntura” che costano un occhio della testa, ma un po’ funzionano. Per essere sicuri ci siamo messi in viaggio a stomaco pie­
34
no, quindi a stomaco vuoto oppure con un pac­
chetto di cracker da sgranocchiare. L’ultima volta l’abbiamo fatto sedere davanti – come i grandi! – solo che lui nei momenti difficili vuole sua madre accanto. No problem, ho ceduto il volante e mi sono accomodato dietro, ma dopo quattro tornanti sono stato male io, perché il ragazzo deve aver preso da qualcuno.
Ai bei tempi era un viaggio di un’ora e mezza che ormai richiede un paio d’ore. Se si addor­
menta cogliamo l’occasione al volo e acceleria­
mo: ecco perché quel giorno sulla tangenziale di Predazzo filavamo a 100 all’ora signor agente della polizia stradale. Un’illusione di velocità che dura poco visto che quando sua maestà si sveglia ci rimettiamo a passo d’uomo.
Se vediamo un’auto ferma in piazzola (di soli­
to con il padre imbronciato al volante e la ma­
dre fuori con il piccolo passeggero) ci tiriamo su il morale: «Guarda un po’, i nostri colleghi».
I negozi di paese ci ringraziano, perché quan­
do Lui sta male fermiamo l’auto e facciamo la spesa. I bar dei camionisti pure. Ormai cono­
sciamo a memoria ogni piazzola.
Dicono che un giorno tutto questo finirà. Nel frattempo ci era venuto il dubbio che il piccolo A. potesse prendere in odio l’auto, questo stru­
mento di tortura che utilizziamo per le trasferte parentali. Niente paura: quando arriviamo in montagna scende un attimo – prende una boc­
cata d’aria e subito vuole risalire a bordo, na­
turalmente al posto di guida dove tiene il vo­
lante in mano simulando curve favolose. Forse ha ragione l’altro: lo fa apposta.
(5 novembre 2011)
35
Noi, pionieri della vaschetta
Quindi, alla fine, aveva ragione lei. Erano gli anni Settanta e Ottanta quando mia madre tor­
nava dal ristorante (dove all’epoca si andava solo per gli anniversari, le comunioni e i matri­
moni) con una vaschetta piena di avanzi. Par­
don, ottimo cibo. Che noi, infatti, mangiavamo la sera stessa. E poi il giorno dopo.
Con un occhio al cameriere e l’altro ai vassoi rimasti sul tavolo ancora mezzi pieni (tutta roba pagata, ci faceva notare) riempiva un con­
tenitore Tupperware che al momento giusto spuntava dalla borsa, oppure un sacchetto di plastica quando gli avanzi erano destinati al maledetto cane che all’epoca tenevamo in casa.
Carne, soprattutto. Ma anche lasagne, patate e torte: non le scappava niente. Peccato che io e mio fratello ci vergognassimo come ladri. Adolescenti eternamente imbarazzati, quando la vedevamo all’opera cercavamo di defilarci, perché portarsi a casa il cibo era considerata una cosa da pezzenti. La prova – se serviva – che provenivi da una classe sociale bassa, abi­
tuata a non buttare niente. Figuriamoci il cibo. Ma povertà o ricchezza qui non c’entrano, per­
ché non c’è niente da fare per chi ha ormai scolpito nel dna il fatto che il cibo non si spre­
ca. Così riempivamo la vaschetta. E come noi ho visto fare altri commensali di quei pranzi d’altri tempi: per forza, erano parenti nostri.
Trent’anni dopo scopriamo che avevamo ra­
gione noi. Anzi – onore al merito – aveva ragio­
ne lei, visto che ora portarsi a casa gli avanzi è ecologico (niente più rifiuti), addirittura “chic”, 36
con la Provincia che fornisce gratuitamente la vaschetta agli albergatori perché la regalino ai clienti quando rimane qualcosa di buono sul tavolo al termine del pasto. L’hanno lanciata l’agosto scorso, ma ieri all’inaugurazione della fiera “Fa’ la cosa giusta” sono tornati sull’argo­
mento: la chiamano eco­vaschetta (guarda un po’, senza saperlo eravamo ambientalisti) e hanno pagato pure un gastronomo per spiega­
re cosa fare con gli avanzi. Ma noi questo lo sa­
pevamo già, perché l’abbiamo fatto tante volte: mangiarseli.
Comunque di quelle vaschette noi non ne ab­
biamo più bisogno, visto che a casa nostra – modestamente – la vaschetta sono io: nessun cameriere osi toccare il mio piatto prima che abbia ripulito con il pane l’ultima traccia di sugo. Fatto questo, mi dedico ai bambini: pri­
ma di tutto è vietato ordinare quello che non si mangia e se poi qualcosa resta nel piatto prov­
vedo io, spazzolando anche l’ultima crosta di pizza bruciacchiata. Niente di speciale: ho im­
parato che in ogni famiglia che si rispetti c’è un bio digestore, è un lavoro da uomini e lo faccio volentieri. I camerieri – quelli snob, che una volta ti guardavano dall’alto in basso, o almeno così ci sembrava in quegli anni andati quando pareva un crimine passare il cibo da un piatto all’altro – capiscono benissimo, perché anche loro vanno al supermercato a fare la spesa.
Evviva la vaschetta, evviva lo chef che ci inse­
gna come utilizzare al meglio gli avanzi, evviva i ristoratori che invece di farti vergognare ringra­
ziano perché si ritrovano meno rifiuti da smal­
tire. E poi, tenetelo bene a mente: ogni cuoco 37
che si rispetti (professionista e non) soffre (al­
meno un po’) vedendo tornare indietro le pie­
tanze. Quindi, se in famiglia non c’è l'uomo­
vaschetta, al ristorante portate la vaschetta vera: farà contenti tutti.
(29 ottobre 2011)
38
Quant’è difficile fare la spesa local
E così ieri mattina, poiché era il mio giorno li­
bero, ripetendo a memoria le parole di Carlo Petrini (sostieni l’economia locale) mi sono re­
cato al supermercato. Mi scuserà il fondatore di Slow Food, che l’altro giorno ha consigliato vivamente ai liceali di Cles di darsi all’agricol­
tura, se per la fretta non ho potuto scegliere una bottega contadina. Ma ho voluto sbrigare la faccenda personalmente, prima che qualcun altro (a mia insaputa) portasse a casa bistec­
che argentine, mozzarelle campane e kiwi neo­
zelandesi duri come il marmo. Certo, poiché Petrini non è l’unico a fare raccomandazioni, la faccenda della spesa si è fatta piuttosto compli­
cata.
Oltre al vincolo della provenienza (Petrini), dovevo tener conto del vincolo delle offerte (im­
posto da mia moglie) perché noi, abituati alla grande fiera di sconti e promozioni, certi pro­
dotti ci sentiamo stupidi ad acquistarli a prezzo pieno e quindi avevo ricevuto preciso mandato di comprarli SOLO se erano in offerta. Da non dimenticare infine il vincolo degli imballaggi (che poi sarebbe un mio pallino) per evitare di tornare a casa con due borse di spesa di cui mezza pronta a tornare nel cassonetto. Sconta­
to il vincolo della stagionalità (su cui a casa siamo quasi tutti d’accordo) che ci impone di mangiare castagne in autunno e fragole in pri­
mavera. Credetemi, non è stato facile. Perso tra quei filari di prodotti che ammiccavano dagli scaffali mi sono quasi scoraggiato. Al di là di provenienza e stagionalità mi tentavano quelle 39
schifezze in offertissima che a noi piacciono da morire (appunto) ma sarebbero vietate dal dot­
tore. Così – tanto per cominciare a riempire il carrello – ho preso quattro bottiglie di latte fre­
sco intero (la quantità massima imposta dal vincolo della scadenza) e poi un sacchetto pie­
no di pane (che pur non essendo in offerta non violava alcuna norma del buon consumatore). Ho evitato per ripicca lo yogurt di quella marca prestigiosa che quest’estate telefonò al giornale per lamentarsi di un pezzo in cui sostenevo che era assurdo comprare in Puglia i latticini pro­
dotti mille chilometri più su (padroni di lamen­
tarsi, padrone di non comprarlo) e schivando il caffè (faccenda complicata dai diritti dei lavora­
tori che non mi sono sentito pronto ad affron­
tare) mi sono diretto agli scaffali del miele dove credevo di andare a colpo sicuro. E invece no.
Ho scoperto con orrore che non c’era miele trentino (!) e quello di Bolzano, spacciato come “prodotto locale” era invece composto da una miscela di mieli ungheresi, bulgari e argentini. Vade retro.
Le arance le ho comprate anche se erano spagnole perché avevamo Emilio con la febbre e bisognava fargli una spremuta. Incapace di stabilire a un primo esame se erano prodotte da galline ingabbiate o razzolanti, ho rinuncia­
to alle uova e di fronte a quella cioccolata squi­
sita che mi tenta sempre quando aspetto il mio turno alla cassa ho mantenuto la promessa di non comprare per quanto possibile prodotti delle multinazionali (una cosa che sta a cuore a mio fratello). Alla fine sono tornato a casa con pane, latte e una rete di arance per la 40
spremuta. Che guarda un po’ era più o meno quello di cui avevamo bisogno. Poco food, ma piuttosto slow. Domani si vedrà.
(22 ottobre 2011)
41
I miei pantaloni nuovi (rotti)
I miei pantaloni nuovi sono senza un botto­
ne, hanno due cerniere rotte e manca pure un’asola. C’è altro che non va? Mi ha detto la commessa (fingendosi sorpresa) quando sono andato alla cassa a protestare (fingendomi in­
dignato). Guardi che siete voi che dovete ven­
derli, mica io, ho risposto.
Ma sarà meglio partire dall’inizio. Sono anni ormai che non compro un paio di pantaloni a prezzo pieno. E’ diventata una questione di principio, anzi di linea: poiché ho la taglia 50 mi vanno a pennello gli abiti del campionario che acquisto a metà prezzo. Se dovessi ingras­
sare sarebbe un disastro economico. Chi è so­
vrappeso prenda nota: poiché il colesterolo, l’infarto e la morte ci sembrano eventi estranei non c’è motivazione migliore del portafoglio per evitare di mettere su chili.
Comunque ero lì che vagavo tra una distesa caotica di appendiabiti in un grande magazzino (l’unico che mi è rimasto da quando il reparto campionario di Pellizzari ha chiuso, assieme al negozio intero, facendomi sentire in colpa) quando ho visto un paio di pantaloni che face­
vano per me. Ma in camerino ho subito notato – con una malcelata sensazione di trionfo – che mancava un’asola, era saltato un bottone e c’erano pure due cerniere rotte. Anzi erano rot­
ti i due “pirulini” delle cerniere come ho fatto notare alla cassiera, rassicurandola che co­
munque mi stavano benissimo: «Quanto mi fa di sconto?».
«Le faccio 39 euro».
42
«Scusi, non vedo telecamere in giro: siamo su scherzi a parte?».
«Ma guardi che questi sono un bellissimo paio di pantaloni marca B., insomma un affa­
rone».
«Ma mi ha visto in faccia? Le sembro uno che compra pantaloni difettati?».
«Va bene, facciamo 37 euro e le do il nome di una sarta che glieli rimette a posto».
Così sono uscito dal negozio con i miei panta­
loni nuovi (senza un’asola, con un bottone in meno e due cerniere rotte) e il foglietto su cui era annotato il numero segretissimo della mia nuova sarta di fiducia. Quando l’ho detto a casa mi hanno guardato come si guarda un pirla, hanno scosso la testa e hanno continua­
to a mangiare la pastasciutta.
Ma io non mi sono arreso. Saltando il pranzo ho attraversato la città (naturalmente in bici­
cletta), sono entrato in un appartamento al se­
condo piano dove – come sempre in questi casi – c’era uno stanzino con gli armadi pieni di scampoli, fili e matasse, ho consegnato i panta­
loni a una donna il cui unico difetto era aver lavorato in passato per il giornale concorrente (“ma è stato tanti anni fa”, si è scusata pronta­
mente) e che mi ha detto subito: ci penso io. Alla fine me li ha fatti provare perché – già che c’era – ha detto che mi faceva pure l’orlo.
Cari esperti di marketing e consumi, volete una definizione della crisi? Cercare i pantaloni a metà prezzo, guardarsi soddisfatti nello spec­
chio del camerino e poi scoprire con piacere che c’è pure il difetto per andare alla cassa a ti­
rare sul prezzo. E poi pedalare in pausa pranzo 43
verso l’indirizzo segreto della sarta (sapendo benissimo che nelle mercerie del centro c’è la coda di gente che vuole riparazioni) e riscoprire (con grande soddisfazione) che gli oggetti si possono persino sistemare, che è certo meglio di buttare (riparare!) come cantava Battisti or­
mai 34 anni fa.
Se c’è del bello nella crisi (come sostiene quel Johnson che gira il Trentino a presentare la sua conferenza dal titolo azzeccato) è anche ri­
scoprire il valore delle cose. E magari rispar­
miare dieci euro su un paio di pantaloni confe­
zionati a basso costo chissà dove, giusto quelli che serviranno per pagare (volentieri) il lavoro di una sarta a Trento nord.
(15 ottobre 2011)
44
Pirati in bici, basta scherzi
Codice della strada e biciclette, un argomento che tiene banco a Pergine (dove i vigili hanno annunciato la linea dura) su cui posso parlare a pieno titolo visto che la mia prima multa da ciclista risale al 1985. Pedalavo di gran lena verso scuola quando un vigile urbano si mise di traverso per fare attraversare i pedoni sulle strisce. Poiché ero in ritardo (e senza freni) tirai dritto facendo attenzione a non investire nes­
suno. Cento metri più avanti trovai un altro vi­
gile che mi sbarrò la strada e – dandomi del lei, per mantenere la distanza da un pericoloso cri­
minale in erba – firmò una multa di 5 mila lire. Una cifra superiore alla mia paghetta, tanto che alla scadenza dei termini per il pagamento mi toccò confessare ai miei genitori che mi ave­
vano “beccato”.
Accolsero la notizia con incredulità, tanto che dovetti mostrare loro quel foglietto (custodito per due mesi nel diario) per convincerli che non volevo spillare soldi per giocare ai videogio­
chi: la mia multa. L’avevo presa veramente.
Mi guardarono con sospetto e preoccupazio­
ne, soprattutto mio padre. Cosa c’era che non andava in quel loro primogenito che di fronte al vigile non scarta di lato facendo perdere le sue tracce pedalando a più non posso? Bisognava farsi furbi. Non li avrei mai più delusi. Comin­
ciò quel giorno la mia lunga carriera di pirata su due ruote, multato a quattordici anni per la prima volta. E ultima.
Diciamo le cose come stanno: per noi ciclisti urbani che abbiamo le due ruote nel sangue 45
(chi fa parte del club sa cosa intendo) il codice della strada non esiste, l’importante è farla franca. Non si capisce perché non dovremmo telefonare mentre andiamo al lavoro pedalan­
do: il peggio che ci può capitare è di finire a terra. Non si capisce perché dovremmo scende­
re dal marciapiede e infilarci in una rotatoria: non possiamo mica rischiare la vita. Non si ca­
pisce perché dovremmo rispettare i sensi unici: e infatti in via Belenzani (dai e dai) è finita che il Comune ha cambiato la segnaletica.
Cari automobilisti, prima di scrivere lettere di protesta al direttore seguite il ragionamento. Alla base della nostra pirateria ci sono almeno due considerazioni. La prima: respiriamo il vo­
stro gas di scarico, mangiamo la vostra polvere (quando piove pure gli schizzi) e siamo presi di mira dai ladri, così ci prendiamo in cambio qualche libertà. La seconda: poiché i più deboli siamo noi (non si è mai visto un automobilista ucciso da un ciclista) ci capita di violare il codi­
ce quando è in gioco la nostra sicurezza. Il marciapiede, dove non c’è la ciclabile, all’ora di punta, è il luogo più sicuro: scusateci pedoni.
P.S. Ecco il pezzo che avevo scritto per questo (finalmente) sabato, l’ennesimo capitolo della sfida urbana tra auto e bici, una cosa da legge­
re col sorriso, se non fosse che l’altro giorno in via Piave un quattordicenne del 2011, pure lui pirata della bici, passando con il rosso è finito prima sotto l’autobus e poi all’ospedale. Venti­
sei anni fa si poteva rischiare una multa peda­
lando a perdifiato verso scuola, ora si rischia la vita. Purtroppo è finito il tempo di scherzare.
(8 ottobre 2011)
46
Lo strano autunno con le zanzare
A letto senza coperte, con le finestre aperte e le bibite giù in frigo, se non fosse che il sole tramonta alle sei del pomeriggio sembrerebbe d’essere in estate. L’altra sera sono uscito in terrazza a mezzanotte: stavo lì in maglietta a guardare i ragazzi sulle panchine del parco, chiedendomi se fosse normale tutto questo. Tanto più che due settimane fa avevamo pub­
blicato sul giornale le foto di Canazei sotto la neve e ora mettiamo l’Autan ai bambini e pas­
siamo le serate a dare la caccia alle zanzare. Con il telefonino in mano ho guardato le previ­
sioni per i giorni successivi e ho visto che saba­
to e domenica erano previsti 30 gradi. Così mi sono segnato di riposo. Tutti contenti per que­
sto magnifico settembre. Però – poiché mi piace anche il freddo e soprattutto fare il bastian contrario – mi sono messo alla ricerca di un appiglio per scrivere male di questo “caldo boia”, come l’ha definito la nostra vicina (in maglietta pure lei) facendosi una risata.
Parlare male di un settembre come questo, che impresa disperata: contenti i rifugisti per­
ché la stagione lunga regala grandi soddisfazio­
ni; contenti i bar del centro perché hanno i ta­
volini pieni; contenti i raccoglitori (fresco al mattino, sole caldo di giorno, niente pioggia), mentre gli agricoltori sono prudenti e aspetta­
no a tirare le somme (l’uva si è un po’ ristretta); contente le mamme con i bambini che il pome­
riggio stanno al parco fino a sera; contenti i proprietari di pannelli solari che si ritroveran­
no nel cuore dell’autunno senza aver ancora 47
acceso la caldaia.
Luca Mercalli ieri ha provato a lanciare l’allarme: «Mai così caldo negli ultimi 150 anni». Ma i colleghi di Meteotrentino – più pru­
denti – hanno detto che fa caldo come ad ago­
sto (!) ma comunque non è record visto che nel settembre del 1961 faceva ancora più caldo. Poiché all’epoca non c’ero, rivendico il diritto di dire: mai così caldo, con una media mensile di 21,1 gradi centigradi.
E il problema dov’è? A parte la frustrazione di essere andati in ferie in inverno (nel luglio scorso) per ritrovarsi al lavoro nel cuore dell’estate (ora) per trovare un problema vero bisogna chiamare il direttore di Meteotrentino Alberto Trenti, come ho fatto ieri mattina: scusi dottore, ci potrebbe rovinare la festa? Risposta: «I ghiacciai in questo settembre anomalo han­
no sofferto tantissimo». Il problema è che la gente comune dei ghiacciai se ne frega, quindi ho insistito: e allora? Risposta: «Ci sono ghiac­
ciai che stanno perdendo 3 centimetri al giorno di spessore e quindi si ritrovano con 70, 80 centimetri in meno a causa di questa estate prolungata che segna una delle stagioni più di­
sastrose. Tenga conto che il ghiaccio è acqua e quindi vita, perché la montagna senz’acqua è solo pietra». Ma per tagliare la testa al toro gli ho chiesto: se i ghiacciai si sciolgono c’è qual­
cuno che ci rimette? Risposta: «Ha presente tutte le dighe che fanno del Trentino un grande produttore di energia idroelettrica? Bene, d’estate funzionano (anche) con l’acqua che proviene dai ghiacciai. Se il ghiaccio non si rin­
nova, niente energia elettrica proveniente da 48
fonti rinnovabili, come appunto l’acqua che scende a valle». Direi che può bastare. Godia­
moci questo magnifico settembre sperando che non porti via troppo spazio all’autunno: anche passeggiare tra le foglie e mangiare castagne ai primi freddi in fondo ha il suo fascino. Mi scoc­
cerebbe perderlo.
(1° ottobre 2011)
49
Quello che il self­service non ci darà mai
Ehi attenti, ce la stanno facendo sotto il naso. Ci stanno facendo lavorare (gratis) senza che ce ne rendiamo conto. Si chiama self­servi­
ce, una rivoluzione che parte da lontano ma che sta prendendo una piega inaspettata. Quando si trattò di fare benzina a notte fonda o la domenica mattina – al self service appunto – ci parve (giustamente) una liberazione. Con l’unica precauzione che infilavamo solo 10 mila lire nella fessura (5 euro!) perché dell’automa­
zione non ci fidavamo fino in fondo.
Ogni volta che ci hanno affibbiato un lavoro da fare (fai da te) c’è sempre stata la contropar­
tita: con il Telepass tiriamo dritto al casello au­
tostradale e ci importa poco se c’è una tassa da pagare; al banco della frutta facciamo da soli apprezzando il fatto di poter scegliere in com­
pleta autonomia le banane che ci sembrano migliori. Idem per il pane. Sul lavaggio dell’auto fa da te ci sarebbe da discutere a lun­
go (siete mai usciti da lì con l’auto pulita vera­
mente?) ma almeno costa la metà rispetto a farla lavare da un addetto. Proprio come i mo­
bili che ci portiamo a casa in scatola, sperando che montarli sia davvero un gioco da ragazzi.
Ma quando al supermercato arriva il momen­
to di pagare, mi sfugge il motivo per cui dovrei preferire la cassa automatica (che è ormai arri­
vata nei principali supermercati della città) alla signora in carne e ossa.
Tempo e denaro: dicono gli esperti di marke­
ting. Ecco la formula vincente per convincere uno a far da sé: bisogna fargli risparmiare mi­
50
nuti oppure soldi. Poiché lo sconto non è previ­
sto, dovremmo andare alla cassa fai da te per impiegare meno tempo. Peccato solo che il pro­
blema delle code non sia nostro, ma del super­
mercato: chi farebbe mai la spesa in un nego­
zio dove si aspetta sempre un’ora? Problema ri­
solto con la nostra collaborazione (ma chiamia­
molo pure lavoro, visto che ci tocca fare i cas­
sieri), insomma riescono ad essere competitivi a spese nostre.
Così, di questo passo, ci dimenticheremo di quelle sublimi attività che potevamo svolgere nei (pochi) minuti di coda davanti alla cassa del supermercato. Come osservare la spesa della signora che ci precede – burro, pasta, me­
rendine e bevande zuccherate – per capire come si fa a diventare ciccioni. Oppure studia­
re la cassiera per capire dai pochi elementi a disposizione (il taglio dei capelli, gli orecchini, le mani e il modo di fare) chi è veramente quando si toglie la divisa. O ancora rendersi conto nel corso dell’attesa (perché i minuti quasi mai passano invano) che ci eravamo di­
menticati qualcosa e correre ai ripari; consolar­
si perché per una volta non è il nostro bambino quello che strilla perché vuole l’ovetto di cioc­
colata (li mettono sempre davanti alla casa pro­
prio ad altezza di moccioso); studiare le coppie in attesa accanto a noi e porsi l’eterna doman­
da: perché i fidanzati parlano e i coniugi stan­
no zitti? con la curiosità di sapere (ma senza pregiudizi) se quei due con l’insalata di gran­
chio e la bottiglia di vino bianco nel carrello, dopo cena andranno assieme pure a letto. Quante cose si possono fare nei cinque minuti 51
di una coda. Pensateci: da una parte la cassie­
ra, dall’altra la macchina automatica e il lavoro da fare (gratis). A voi la scelta.
(24 settembre 2011)
52
Il primo giorno di scuola. Del papà
Dal parto all’allattamento siamo nel regno delle madri. Ma quando comincia la scuola ar­
riva la rivincita dei padri perché, dopo goffi ten­
tativi di dare una mano con pappe, pannolini e nanne notturne con bimbi che chiamano sem­
pre mamma, mamma, mamma e mai papà (per fortuna), c’è finalmente qualcosa che sappiamo fare bene anche noi. Forse meglio: portare i fi­
gli alle lezioni la mattina. In realtà eravamo in due il primo giorno. Mica per lui, che dopo aver detto “ciao ciao” ha dimostrato di avere altro da fare che perdere tempo con due genitori ansiosi sulla porta. E’ che non volevamo perderci il gran giorno, una delle cose da segnare nel libro mastro della vita.
Se penso al mio primo giorno di scuola mi ac­
corgo che l’ho dimenticato, nebbia fitta, forse i capelli biondi di una bambina, niente più. Ma il Suo primo giorno lo ricorderò per sempre.
E’ lì, quando si tratta di consegnarlo – solo – alla vita (mica alla maestra dell’asilo) che si vede se finora avete fatto il vostro dovere di ge­
nitori. Se lui sa salutare, ringraziare, soffiarsi il naso, spiegare dove abita se per disgrazia si perde, sedersi al tavolo della mensa e mangiare senza tirare gli gnocchi, giocare con i compagni senza mettersi le mani addosso, aspettare il proprio turno prima di parlare, ma soprattutto salutare i genitori e cavarsela da solo.
Eravamo in tre il primo giorno, una conces­
sione a mia moglie che di solito comincia prima il lavoro: io, lei e il piccolo. Ma i patti erano chiari, un giorno e poi basta, questo è compito 53
mio: prima la scuola del grande, poi l’asilo del piccolo. Poiché la sera non ci sono, nessuno mi potrà togliere questo sublime piacere mattuti­
no. Il secondo giorno siamo andati alla fermata dello scuolabus: lui a piedi io in bicicletta. Così quando l’autobus è partito io l’ho seguito peda­
lando. Va bene lasciarli andare, ma bisognerà pur sapere la strada che percorrono la mattina e cosa succede quando l’autista apre le porte davanti al piazzale della scuola.
Succede che una maestra li mette tutti in fila sul marciapiede, li accompagna in classe fa­
cendo attenzione che non scappino (molto bene) e vostro figlio vi farà segno con la mano: “Papà, c’era un traffico bestiale”. Cose che non hanno prezzo.
Ho visto invece cose che con il primo giorno di scuola dovrebbero c’entrare poco. Piazzali vuoti a duecento metri dalla scuola con le auto dei genitori asserragliate davanti all’ingresso: è questo che vogliamo insegnare ai nostri figli? Oppure madri preoccupate perché in classe hanno visto troppi bimbi con la pelle scura, come se gli stranieri che ci sono in città (non li avete mai visti?) dovessero tenere a casa i figli. E quei genitori preoccupati perché il bambino è stato separato dall’amichetto dall’asilo, fanno forse finta di sapere che sono ben altre le prove affettive che la vita riserverà al loro figliolo?
Il primo giorno di scuola, che bellezza. Al ri­
torno a casa, nel pomeriggio, non mi ha voluto raccontare niente: come al solito. Poco importa: io c’ero. Insomma, ero presente. Non me lo sa­
rei perso per nulla al mondo.
(17 settembre 2011)
54
Dodicimila persone e un fazzoletto
La notizia non è che a sentire Francesco De Gregori eravamo in 12 mila, numero di cui ora siamo certi, dopo che i due giornali sono stati indecisi tra 10 e 15 mila spettatori. La notizia è che sui prati di Fuciade quella sera è stato tro­
vato un fazzoletto marca Tempo e mezzo sacco di spazzatura in tutto. Eravamo in 12 mila, ora lo sappiamo. A toglierci il dubbio ci ha pensato l’occhio del contadino – abituato a misurare quei prati da falciare – che ha guardato le foto­
grafie, ha calcolato la densità di esseri umani per ettaro e ha emesso la sentenza: 12 mila. Compresa quella signora di pianura che alzan­
do gli occhi verso il passo delle Cirelle (e poi giù sulla folla) ha chiesto al marito: «Ma ci tornia­
mo quassù per vedere com’è quando non c’è nessuno?». Signora mia, le ho risposto più ve­
loce del marito, torni pure quando vuole ma in­
tanto si guardi bene attorno perché uno spetta­
colo come questo chissà quando lo rivede. Do­
dicimila persone colorate stese su un prato sot­
to il sole, guardate con occhi indulgenti persino dal guardaboschi ambientalista: «Uno spettaco­
lo incredibile» ha detto Luigi Casanova. «Per una volta si può fare». Ma il bello doveva anco­
ra venire.
E’ giunta l’ora del bis. Mentre De Gregori cantava la Donna Cannone, qualcuno comin­
ciava ad agitarsi: le nuvole nere in cielo metto­
no sempre ansia alla gente di città che trova poco elegante salire in montagna con l’ombrel­
lo. Temendo la pioggia o la coda lungo la stra­
da qualcuno si infilava già lo zaino. Ma dove 55
andate? Fermatevi ancora qui sui prati. Salite su quella costa a vedere cosa c’è dall’altra par­
te (le baite della Valfredda sono belle come quelle di Fuciade). Lasciate che l’auto attenda giù al parcheggio. Godetevi – rilassati – lo spet­
tacolo straordinario di un’immensa processione che scende disciplinata verso valle.
E per chi è rimasto c’è stato lo spettacolo più grande (ci perdonerà il principe dei cantautori) quando su quell’immenso prato è rimasto… un fazzoletto (marca Tempo) raccolto da un ragaz­
zo dell’organizzazione spedito a raccattare car­
tacce. Ne hanno trovato uno solo, mentre gli operai del Comune di Soraga, che hanno bat­
tuto tutta la valle, hanno tirato su mezzo sacco di immondizia, di quelli neri che (prima della raccolta differenziata) tenevamo sotto il lavan­
dino.
Per essere sicuro ho chiamato il Comune di Soraga: mezzo sacchetto di rifiuti? Hanno con­
fermato. E mi hanno spiegato qual è il segreto: la pulizia è contagiosa. Nessuno ha il coraggio di sporcare un prato pulito. E poi bisogna met­
tere la gente alle strette. Niente vita comoda per il turista pigro che vuole svuotare in quota tasche e zaino. Quando lassù c’erano i cestini accadeva il disastro: montagne di rifiuti. Han­
no deciso di toglierli e si è verificato il miracolo.
Ma a me piace pensare che il merito di quei versanti immacolati sia anche del discorso del sindaco di Soraga che prima del concerto ha ringraziato i contadini fassani per aver prepa­
rato così bene quel giardino, insomma i prati di Fuciade, rasati come il (famoso) prato sotto casa. L’esercito ha capito: quando l’ospite si 56
comporta bene è sempre il benvenuto. Finché resterà solo un fazzoletto, ci sarà sempre posto per 12 mila persone sui prati di Fuciade.
(3 settembre 2011)
57
La pasta per la pizza, mangiatela voi
Pasta per la pizza. Ecco il nome in codice con cui a casa nostra chiamiamo quelle situazioni in cui ci ritroviamo a fare (senza possibilità di scampo) esattamente quello che non vogliamo. Uno di noi torna a casa con una cassetta di pe­
sche mezze marce (corredate da un nugolo di mosche) pronte per farne marmellata? Pasta per la pizza. Ci ritroviamo con la dispensa pie­
na di pappa reale (e il conto in banca più vuo­
to), solo perché una lontana parente si è im­
provvisata venditrice di ricostituenti naturali? Pasta per la pizza.
Siamo incastrati al saggio di danza della pic­
cola cugina proprio nel giorno più bello dell’estate, quando vorremmo essere ad almeno 2 mila metri di quota a goderci il mondo dall’alto in basso? Pasta per la pizza.
Il compagno di scuola che fa l’assicuratore ci propone la polizza vita di cui non possiamo fare a meno? Pasta per la pizza all’ennesima potenza.
Era un pomeriggio d’autunno di un paio d’anni fa quando una nostra vicina di casa – una donna dai facili entusiasmi – ci fece sapere che era diventata una maestra nel preparare la pasta per la pizza. Mica quella che si compra al supermercato, nossignore, lei preparava quella vera che cotta in forno a regola d’arte diventa meglio di quella in pizzeria. Provare per crede­
re, volle farcela provare la sera stessa presen­
tandosi alla porta con una terrina piena di pa­
sta per la pizza.
Poco importa se noi eravamo in partenza e 58
avevamo il frigorifero vuoto (quindi niente po­
modori, mozzarelle, funghi, prosciutto e altre cose che si possono mettere sulla pasta per la pizza per farla diventare, appunto, una pizza).
Poco importa se già contavamo di mangiarci un panino durante il viaggio e non avevamo nessuna voglia di metterci lì a scaldare il forno. Dai, dai, dai, non fate complimenti, andò a fini­
re che incapaci di buttare nel cassonetto gli ali­
menti (sono cose che ti vengono scolpite nel dna da piccolo) quel giorno mangiammo pasta per la pizza che, come ben sanno i pizzaioli, senza tutto il resto non è il massimo: in pratica è una crosta.
Ecco spiegato perché chiamiamo in questo modo (pasta per la pizza) quel sottile senso di disagio che ci prende quando prendiamo una strada che non è la nostra, insomma quando sentiamo odor di fregatura, ma non possiamo ribellarci per la paura di fare un torto a chi ab­
biamo di fronte.
Con gli estranei ormai siamo diventati bravis­
simi: sappiamo buttare giù il telefono agli ope­
ratori di call center e chiudere la porta in fac­
cia ai testimoni di Geova senza provare sensi di colpa, tant’è l’allenamento giornaliero a cui sia­
mo sottoposti.
Ma con parenti e amici diventa tutto più diffi­
cile. E’ per questo che quando ci vogliono ven­
dere un aspirapolvere (o un fantastico robot da cucina) si presentano talvolta a nome di una zia che non ha trovato di meglio che liberarsi del nemico rivelandogli in cambio il nostro nome. Mi capita talvolta di essere lì sul divano con le orecchie tese per captare una conversa­
59
zione che non va per il verso giusto: no che non ci disturbi, no che non abbiamo da fare dome­
nica mattina. Allora subito intervengo per met­
tere le cose in chiaro e dico: pasta per la pizza. Che frase miracolosa, perché ci ricorda di quel­
la sera che mangiammo le croste per far con­
tenti gli altri. E allora diciamo: “No, grazie”.
La pasta per la pizza per una volta, la dovrà mangiare qualcun altro.
(27 agosto 2011)
60
Battere un chiodo. Ed essere felici
All’epoca il mondo si divideva in due catego­
rie: quelli che chiamavano il vicino di casa per fare i lavoretti nel proprio appartamento e quelli che invece andavano alla porta accanto a prestare manodopera. Noi appartenevamo alla prima categoria. Mi pare di ricordare che la li­
nea di confine fosse su per giù quella fra trapa­
no e martello: finché c’era da battere chiodi nel muro ci riuscivamo benissimo da soli (anzi, malissimo, ma eravamo maestri nell’appendere il quadro in modo che nascondesse ogni maga­
gna); quando bisognava invece forare la parete e metterci un tassello (con il rischio di intercet­
tare un tubo dell’acqua) preferivamo chiedere aiuto. Un giorno mi sono chiesto: che ci fa tut­
ta questa gente in casa nostra? E da quando mi sono “messo in proprio” non permetto che nessuno venga da noi a sbrigare in venti minu­
ti un lavoretto che a me richiede mezza giorna­
ta, con la soddisfazione però di fingermi un eroe di fronte a moglie e figli (se non ci fossi io).
Penso che qualcosa sia scattato il giorno che vidi il signor G. smontare la sua vecchia moto pezzo a pezzo. Eravamo lì in garage con la moto appoggiata a un ciocco di legno e un grosso lenzuolo bianco steso sul pavimento su­
dicio. Più chirurgo che meccanico (anzi, direi anatomo patologo visti i risultati) il vecchio G. toglieva uno alla volta i componenti sporchi d’olio, nominandoli con solennità davanti a noi bambini e riponendoli sul lenzuolo nell’ordine esatto in cui li aveva prelevati. Così la moto avrebbe potuto riprendere forma seguendo il 61
percorso alla rovescia: l’antica tecnica di Polli­
cino applicata alla meccanica, un po’ come riavvolgere la pellicola di un film. Pipa, cande­
la, testa, guarnizione, prigionieri, pistone, biel­
la, albero e pignone: che spettacolo sconvolgen­
te la vivisezione di un motore. Che musica. La fine di un tabù. Peccato solo che la pellicola di quel film non venne mai più riavvolta e la moto fu dichiarata morta di un guasto irreparabile. O forse troppo costoso. O forse il signor G. vo­
leva solo vedere – come noi tutti, una volta nel­
la vita ­che cosa c’era dentro. E poi perse l’inte­
resse per quello che in fondo era un ferro vec­
chio.
Tutto questo solo per dire che sono diventato anch’io uno di loro: faccio da me. Talvolta mi faccio pure male. Ma prima di chiedere aiuto devo essere nei guai fino al collo. Superate le difficoltà con malta e intonaco, superata la paura delle scosse elettriche, mi è rimasto un certo disagio a trafficare con i rubinetti e per prudenza mi tengo alla larga dai tubi (tanto più se dentro ci passa il gas).
Riconoscerci è facile: noi sappiamo cos’è il mandrino e conosciamo la differenza che passa tra le macchie e le mecchie. Nel giorno libero vaghiamo tra le corsie dei due centri commer­
ciali di Trento nord dedicati al fai da te, alla ri­
cerca dell’attrezzo che ci manca. Poi, distratti da tutto quel ben di Dio, ci perdiamo a leggere le istruzioni (perché noi leggiamo le istruzioni) e ci dimentichiamo di ciò che ci serviva. Non è una questione di soldi: lassù all’Obi e al Brico incontro anche medici e avvocati. E’ che abbia­
mo bisogno di fare qualcosa con le mani, qual­
62
cosa che si tocchi e che si possa guardare di­
cendo infine: bel lavoro. Tre mesi da fa c’era quell’uomo venuto a casa nostra (ahimè, non si può far tutto nella vita) per mettere la rete del giardino. Vedendo che c’era da vangare la terra (quella su cui sarebbe cresciuto l’ormai mitico prato) mi prese il badile dalle mani dicendo: “Te fo veder mi come se fa!”. Poi si accorse che mi ero un po’ offeso e mi restituì l’attrezzo: “Scusa, no volevo rubarte el laoro”. Scommetto che a forza di istruirmi avrebbe vangato il giar­
dino gratis, solo per il piacere di farlo, ma non gli ho regalato la mia soddisfazione. Che cosa ci resta se nella corsa della vita – credendo di toglierci un fastidio – rinunciamo anche a pian­
tare un chiodo e a rivoltare la terra del giardi­
no?
(20 agosto 2011)
63
In montagna si va di notte
Tutta colpa di mio zio G. È stato lui, monta­
naro e cacciatore, uno che raramente è sceso dai 1.200 metri della frazione di montagna in cui ha stabilito il campo base della vita, uno che visto in spiaggia (dove comunque non l’hanno visto mai) farebbe lo stesso effetto di un africano al polo, è stato lui a mettermi in mente che in montagna si va al mattino presto, per fare rientro prima di mezzogiorno. Così, per farla breve, per lunghi anni, piacendomi dormi­
re fino a tardi (ai bei tempi anche più tardi del rientro dello zio) in montagna non ci sono an­
dato mai, vittima dell’antica regola dei monta­
nari mattinieri. Che comunque avevano le loro buone ragioni: salire quando il sole è ancora basso all’orizzonte, è meno faticoso; si evitano i temporali del pomeriggio e soprattutto partire di buon mattino è l’unico modo di raggiungere l’obiettivo se avete caricato lo zaino con un tra­
guardo ambizioso in mente. Ma le Dolomiti non sono il Monte Bianco. E questo pezzo non è de­
dicato a chi vuole scalare la parete sud della Marmolada o tornare a casa con un camoscio sulle spalle.
Capitò quindi che un bel giorno, ospite se­
dentario al campo base dello zio, osservai cu­
rioso due giovanotti partire spensierati – lui e lei – quando mancava poco a sera. Salire il sentiero quando gli altri scendono a valle: che stranezza. Sfidare il crepuscolo e poi il buio: che incoscienza. Come osavano quei due, pure di bell’aspetto, violare l’antica regola delle genti di montagna? Che sacrilegio. Eppure sentivo 64
che il sentiero di quei due sarebbe diventato il mio sentiero. Confortato pure da Fausto De Stefani, l’alpinista (lui), che un paio di settima­
ne fa sulle Dolomiti di Fassa ha confidato di frequentare la natura talvolta di notte. Sarà perché immersi nel buio, orfani della vista, si tengono le orecchie ben aperte e si aprono pure le narici per godersi il grande spettacolo di suo­
ni e profumi che va oltre il panorama.
L’altra sera ci siamo saliti pure con i bambi­
ni, per mangiare in malga e poi tornare a valle a piedi, senza pila, approfittando della luna piena che in questi giorni illumina i cieli dolo­
mitici. E naturalmente anche quelli di città. Solo che a fondovalle, alla luce arancione dei lampioni, non ci rendiamo conto delle ombre nette che i raggi della luna disegnano a terra nelle notti più serene. Quella notte lungo il sentiero, con gli occhi al cielo per cercare stelle cadenti, abbiamo dovuto spiegare ai piccoli che quel numero impressionante di luci che solca­
no la notte i cieli del Nordest non sono pur­
troppo astri in fin di vita, ma più banalmente aerei. Per non dire della scoperta che le muc­
che, non avendo zii montanari e cacciatori, pa­
scolano ignare (e quindi beate) anche a notte fonda, con un concerto di campanacci a fare da colonna sonora nell’oscurità.
Salite in montagna quand’è sera: troverete un parcheggio ormai semi vuoto e soprattutto rice­
verete in premio un bel tramonto. Ma poiché lo zio G. non aveva tutti i torti, siamo tornati in quota all’alba – fedeli per una volta all’antica regola – e abbiamo scoperto un altro spettaco­
lo. Fatelo anche voi, per una volta: colazione in 65
quota e pranzo a valle. E se siete tipi pigri, bi­
sognosi di una scusa per saltare giù dal letto quando fuori è ancora buio, prendete al volo (quest’anno o l’anno prossimo) l’occasione di un concerto, come quello che abbiamo ascolta­
to l’altra mattina al passo San Pellegrino.
(13 agosto 2011)
66
La (maschile) arte del barbecue
Non ho mai visto una donna fare un barbe­
cue come si deve. Anzi, per dirla tutta, non ho mai visto una donna fare un barbecue. Nessun problema. Lasciate pure che siamo a noi a sporcarci le mani con il carbone. Lasciate che siamo noi ad affumicarci (noi e il vicinato) per la soddisfazione nostra e poi dei commensali. Lasciate che siamo noi (che non ci formalizzia­
mo) a regredire allo stato di homo erectus e ri­
scoprire, almeno l’estate, il grande segreto del fuoco che qualche centinaia di migliaia di anni fa inaugurò, molto prima dell’età del ferro, quella della cottura. Nossignori, qui non stiamo parlando della fiammella azzurra del metano, che alcuni sacrileghi hanno la sfrontatezza di portare pure in giardino, invocando il progres­
so e la gran comodità. Qui parliamo del fuoco rosso, quello virile, insomma i carboni ardenti, cose da uomini preistorici, lasciateci giocare.
Attenti ai nostri consumi tutto l’anno, almeno a Ferragosto lasciateci comprare senza sensi di colpa la carne rossa, anche se abbiamo impa­
rato che è tra gli alimenti dall’impatto ambien­
tale più elevato, visto che mantenere una vacca è più impegnativo che coltivare un campo di riso o grano. Non ci fermeremo di fronte all’ultimo allarme (era l’estate scorsa) secondo cui la carne alla brace provoca il cancro. Non sarà la deliziosa crosta bruciacchiata di un co­
stina di maiale a fare paura a noi impavidi, gente capace di pedalare all’ora di punta in via Brennero e fare footing lungo l’Adige, proprio accanto all’autostrada.
67
Siamo gli uomini del barbecue. Riconoscerci è facile: seguite la colonna di fumo che si alza dal giardino domenica a mezzogiorno e poi chiudete gli occhi lasciandovi guidare dall’olfat­
to. C’è tutto un rito da rispettare. Non basta gi­
rare la manopola e premere l’interruttore pie­
zoelettrico, qui bisogna dare fuoco al carbone (concedendosi al massimo un accendifuoco ecologico, vietati i prodotti chimici che potreb­
bero rovinare gli alimenti) e poi aspettare una ventina di minuti finché l’esterno si ricopre di cenere biancastra. A questo punto via libera alla carne, sperando di aver calcolato la giusta quantità di combustibile (impossibile interveni­
re in corso d’opera), ostentando comunque vada un’ incrollabile sicurezza per non far pre­
occupare i vostri ospiti: siete o non siete il re del barbecue?
Per chi non è convinto ecco dieci buoni motivi per appassionarsi al barbecue: 1) si fa all’aper­
to; 2) si fa in compagnia; 3) è semplice, nono­
stante tutte le arie che si dà il responsabile del­
le braci; 4) è una buona scusa per mettere gli uomini al lavoro; 5) non restano pentole da la­
vare; 6) aiuta a capire che accendere un fuoco è una cosa diversa rispetto ad accendere il gas di casa; 7) il profumo di grigliata farà morire di invidia i vostri vicini; 8) nessuno troverà da ri­
dere se spolperete un pezzo di carne fino all’osso, naturalmente con le mani; 9) i bambi­
ni vi adoreranno; 10) e se qualcuno preferisce non mangiare carne si possono grigliare le ver­
dure.
(6 agosto 2011)
68
Toh, ora parlo con il telefonino
Finito il lavoro, torno a casa e poiché tutti sono a letto passo la serata a chiacchierare con il mio telefonino nuovo. Capirai che novità. Il fatto è che parlo con lui (esatto, con il cellulare) e gli impartisco raffiche di ordini che lui esegue immediatamente, senza sbagliare un colpo, con mia grande soddisfazione.
«Invia messaggio al collega G.» gli dico. Poi lo blocco appena in tempo perché non mi va di mandare messaggi a mezzanotte, soprattutto se non ho niente da dire. «Cerca su Google». E lui cerca. «Chiama il giornale». E lui chiama. «Guidami alla riva degli Schiavoni» e vedo aprirsi la mappa di Venezia al punto giusto, anche se sono sdraiato sul divano.
Non è tanto per la tecnologia (che comunque è eccezionale, niente a che vedere con i ricono­
scitori vocali di qualche anno fa, che ne im­
broccavano una su dieci) ma il fatto di trovare a fine giornata qualcuno che (finalmente) fa quello che gli dico senza protestare (o dire «no» prima che abbia finito di parlare) è un sollievo per la mente. Chi ha figli capirà.
Quando mi stufo di parlare comincio a tam­
burellare le dita sullo schermo e uso il mio te­
lefonino per farci un’infinità di cose, di cui elenco solo le prime che mi vengono in mente: navigare su internet; ascoltare la radio; leggere il giornale; scrivere un pezzo per il giornale; controllare il conto in banca; attivare il gps (se sono vicino alla finestra) per contare quanti sa­
telliti riesce a “vedere” il mio fido compagno; scattare una foto allungando il telefono dietro 69
la schiena e guardare finalmente da vicino (in­
grandito sullo schermo) quel maledetto brufolo che mi dà così fastidio; canticchiare quella canzoncina di cui non ricordo il titolo finché il telefono mi ripropone la versione originale con un video su YouTube (se non ci credete chiede­
te ai ragazzini).
Quando vado al lavoro a piedi – se mi gira – controllo la velocità sullo schermo: camminare a 4 all’ora è un gioco da ragazzi, allora ci do dentro e filo a 6 all’ora. Se nel tragitto mi viene in mente la frase del secolo (o più spesso l’appuntamento col dentista) premo un pulsan­
te e la registro. E quando sul marciapiede in­
contro un seccatore tiro fuori il telefono e mi salvo fingendomi impegnato. Sperando che le onde non mi facciano pentire (magari tra qual­
che anno) di avere tenuto così tanto il cellulare in mano (e in tasca) mi spavento un po’ quan­
do al calar della batteria mi cresce l’ansia.
P.S. Mi hanno fatto notare che il record mon­
diale di mal d’auto non apparterebbe a mio fi­
glio A. (vedi il “Finalmente sabato” della setti­
mana scorsa: una sosta ogni tre curve) ma ad una piccola passeggera che non arriva nemme­
no alla periferia della città senza sentirsi male. Intanto corro ai ripari: mi hanno consigliato di posizionare il seggiolino al centro (dietro) in modo che A. possa seguire il viaggio e stare bene. L’ennesimo suggerimento: così farò, vi saprò dire.
(12 novembre 2011)
70
Ridatemi il vecchio porco
Non è il Barney che conosco quello apparso l’altra sera sullo schermo del cinema Astra a Trento. Ha il volto troppo pulito, i modi troppo cortesi e le orecchie probabilmente troppo lava­
te per essere veramente lui.
Ridatemi il vecchio porco ­ penso mentre scorrono le immagini sullo schermo ­ quel ba­
stardo egoista, rissoso, rancoroso, bugiardo e vagamente alcolizzato che tutti noi (i suoi so­
stenitori) abbiamo imparato ad adorare leggen­
do (e rileggendo) il grosso libro con la copertina rossa che teniamo sottolineato sul comodino (o più probabilmente in bagno) pronto all’evenien­
za.
Non basta un Montecristo fra i denti e un bicchiere di Macallan in mano per fare di Paul Giamatti (l’attore) un autentico Barney Panof­
sky, cioè il personaggio creato dallo scrittore canadese Mordecai Richler. Quel Barney che ci ha insegnato a non vergognarci (troppo) dell’invidia che ci rovina la giornata quando il giornale cittadino dedica un trafiletto benevolo al nostro peggior nemico. Perché la vita di noi Barney ­ sia detto per inciso ­ è sempre piena di nemici.
Leggendo Barney sorridiamo della goffaggine che ci coglie quando ­ tutti impegnati a trovare la frase del secolo per conquistare la donna bellissima della nostra vita ­ ce ne usciamo semplicemente con un modesto: “Ti piace vive­
re a Toronto?” dimenticando nel taschino della giacca il foglietto con gli argomenti di conversa­
zione che ci eravamo annotati prima dell’incon­
71
tro. Quel Barney senza pudori che, ormai vec­
chio e solo, non disdegna di richiamare in ser­
vizio Miss Ogilvy, l’antica fantasia della giovane insegnante delle medie, che riesce ancora a far­
gli compagnia, infallibile, durante le notti soli­
tarie.
Detto questo andiamo avanti. Perché Barney­
Giamatti non sarà Barney Panofsky, come è naturale visto che i film non sono libri, ma ci sono tanti (buoni) motivi per correre al cinema a vedere “La versione di Barney”. Come hanno fatto venerdì all’Astra duecento spettatori, che sembrano pochi ma bastano per esaurire la sala 1. Successo ripetuto ieri, con una previ­
sione di permanenza in città di almeno due o tre settimane.
Primo motivo per correre al cinema. Ecco la via facile per conoscere il vecchio Barney evi­
tandosi la lettura (sublime, ma faticosa) di 490 pagine di cui le prime 100 sono una muraglia eretta dall’autore per selezionare i lettori am­
messi al paradiso. Comodo.
Secondo motivo per correre al cinema. Chi ha letto il libro vedrà finalmente Miriam (oh, Mi­
riam!) l’unico, vero, grande amore di Barney che l’attrice Rosamund Pike restituisce all’altezza dei sogni più esigenti. Affascinante.
Il terzo motivo per correre al cinema è cono­
scere dal vivo Izzy Panofsky, perché se Barney è riuscito (volutamente) un po’ annacquato, suo padre Izzy è davvero strepitoso, peggiore perfino dell’originale nel cercare la morte per infarto ­ lui, poliziotto della buoncostume in pensione ­ concedendosi l’ultima notte di pia­
cere in un bordello. Signore e signori ecco a voi 72
Dustin Hoffman, che se solo fosse stato più giovane sarebbe stato, lui sì, un Barney favolo­
so. Magistrale.
Quarto motivo. Depurata dalle sue tinte gialle e dalle pagine in eccesso “La versione di Barne” al cinema diventa una perfetta storia d’amore in tre atti attraverso i tre matrimoni di Barney Panofsky: prime nozze per gravidanza, seconde nozze per errore, terze nozze per amore. Ap­
plausi.
Quinto motivo. Scoprire che si può provare compassione anche per un vecchio porco quando la commedia diventa, a poco a poco, un film drammatico. Uno che ­ detto ancora per inciso ­ tradisce la moglie alla prima occa­
sione ma quando lei lo fissa dritto negli occhi vuota il sacco disperato, implorando l’ennesi­
mo perdono che questa volta non arriverà (oh, Miriam!). Uno che ­ questo è il punto ­ quando perde la memoria ridiventa ufficialmente il bambino che, sotto sotto, non aveva mai smes­
so di essere. Commovente.
Sesto motivo. Leggere sullo schermo la storia di un uomo e dei suoi errori per scoprire che in fondo il nemico vero sta dentro di noi: chi più di noi stessi (Barney docet) ha il potere di rovi­
nare la nostra vita, costruita faticosamente ca­
pitolo dopo capitolo? Istruttivo.
Tre matrimoni, un suicidio, due figli, due di­
vorzi, un amico morto e un’inchiesta per omici­
dio che si risolve solo alla fine del film. Il tutto in un bagno di ironia di prima classe. Ne “La versione di Barney” cinematografica c’è tutto questo. Insomma sette euro e mezzo spesi bene.
73
Fate come me: pagate il biglietto con venti euro, utilizzate le monetine del resto per com­
prarvi un bicchiere di Coca Cola al bar del ci­
nema (potete sempre fingere che sia un Macal­
lan) e terminato lo spettacolo correte in libreria per investire gli ultimi dieci euro nell’edizione tascabile del libro rosso pubblicato dall’Adel­
phi. Dopo il Barney da Oscar conoscerete il vecchio porco. Non ve ne pentirete. (16 gennaio 2011)
74
Aspettando il Natale con quel bimbo inglese
C’è questa pubblicità fantastica che gira su internet e che l’altro giorno mi ha risollevato la giornata. Me l’ha mandata un tizio che di solito spedisce sempre messaggi email con donne nude o Berlusconi. Talvolta con donne nude E Berlusconi. Stavo quindi per cancellarla quan­
do ho fatto “clic” per sbaglio ed è partito un vi­
deo pieno di poesia, dove la musica (bisogna ammetterlo) fa la parte del leone.
La storia è così: c’è un bambino inglese di sei anni che non vede l’ora che arrivi la mattina di Natale. Conta i giorni mangiando i cioccolatini del calendario dell’avvento, guarda con ansia le lancette dell’orologio che girano sempre troppo lente, osserva dalla finestra il cadere delle fo­
glie (e poi dei primi fiocchi di neve) in attesa che arrivi Babbo Natale. Questo almeno imma­
gina lo spettatore, finché arriva la sera della vi­
gilia quando il bambino di sei anni – sotto gli sguardi sbalorditi dei genitori e del fratellino – ripulisce il piatto fino all’ultimo pisello e corre a ficcarsi sotto le coperte, nel suo lettino al pia­
no superiore: com’è dolce dormire sognando un grande giorno.
Ma ecco che alle prime luci dell’alba il nostro eroe schiva con un balzo i doni che Babbo Na­
tale gli ha lasciato ai piedi del letto, apre la porta dell’armadio, preleva un pacco incartato con le sue mani inesperte e corre nella camera degli assonnati genitori a consegnare loro il suo regalo: titoli di coda del grande magazzino inglese (“non vedrete l’ora di consegnare i no­
stri regali”) e lacrime sui volti dei genitori 75
all’ascolto inchiodati davanti a un video che dura un minuto e mezzo.
Certo, nemmeno un allocco come me (e come il milione di persone che in pochi giorni ha guardato questo video su You Tube) può pen­
sare che esistano bambini di sei anni che schi­
vano i propri regali il giorno di Natale per con­
segnare il loro ai genitori. Ma chi non gradisce la melassa a questo punto è pregato di fermar­
si e voltar pagina.
Non è vero che chi acquista regali da John Lewis (ecco il nome del grande magazzino) non sta più nella pelle finché arriva l’ora di conse­
gnarli. E’ vero invece che fare il regalo giusto, quello in cui abbiamo messo una parte di noi stessi, sognando il regalo perfetto, è un’espe­
rienza elettrizzante, compresa l’ansia dell’ulti­
mo minuto quando temiamo di esserci messi troppo in gioco con il rischio di fare brutta figu­
ra.
C’è un’altra scena del genere in un altro film per allocchi (che naturalmente a me piace mol­
tissimo, anche se wikipedia giustamente gli de­
dica due righe) e si chiama The Family Man: è quando Tea Leoni consegna a Nicholas Cage il regalo che gli ha fatto per il loro anniversario e poi – lì sul letto, con il suo pigiama di flanella – non vede l’ora che lui lo scarti. Poco importa se dal pacco emerge un modesto abito da uomo di sottomarca, perché lei – così entusiasta – è bel­
lissima lo stesso. Anzi bella più che mai. Prima che qualcuno mi scriva come sempre via email per mettere i puntini sulle “i”, anticipo l’obie­
zione: bravo chi fa i regali giusti, ma bisogna essere bravi pure nel riceverli. Soprattutto 76
quando sono sbagliati. A Natale manca poco, cominciamo a esercitarci.
(19 novembre 2011)
77
L’albero di Natale: vero o finto?
Chi compra un albero di plastica finanzia una fabbrica cinese, chi si porta a casa un al­
bero di Natale vero finanzia il vivaista dietro casa e l’uomo che ha piantato (e tagliato) gli abeti su in montagna. Ovvio che questa matti­
na andremo a comprare un albero vero, senza timore di far torto alla natura, almeno qui in Trentino.
Vero o finto: ogni anno lo stesso dubbio. Quando l’ho chiesto a casa erano tutti d’accor­
do: vogliamo quello vero. Perché? Perché a noi le cose finte non piacciono. Risposta esattissi­
ma.
Che saranno mai quegli aghi sul pavimento (da pulire ogni mattina) di fronte all’aroma di resina che si diffonde nell’appartamento. Che sarà mai una mattinata spesa al vivaio (dove si scopre sempre qualcosa di nuovo) a cercare tra le decine di alberi quello giusto ­ metro alla mano ­ per il nostro angolo in soggiorno? Vuoi mettere la soddisfazione di farlo a pezzi ­ il no­
stro albero ­ quand’è passato il Natale e deve compiersi il suo destino, cioè finire nella stufa. E poi disperderlo, incenerito, tra i fiori del giar­
dino.
Ditemi invece un solo vantaggio dell’albero di plastica. Ah già, il prezzo: dopo l’acquisto sei a posto per sempre. Peccato che alla Befana ti ri­
trovi con quel pacco da conservare giù in canti­
na (o su in soffitta) nelle nostre case magazzino dove non consideriamo mai (sbagliando) i costi della logistica.
Pensate che orrore: un albero di plastica al 78
posto di quello vero. Provate a regalare un fiore di plastica a una donna: non riuscirete a con­
solarla dicendole che durerà per sempre. Un prodotto da discarica invece di un prodotto rin­
novabile come una pianta. Un prodotto che ar­
riva dall’altra parte del mondo invece di un al­
tro a chilometri (quasi) zero. Ripeto: almeno qui in Trentino. Probabile che a Milano vendano al­
beri del nord Europa. Ma l’albero che com­
prammo due anni fa (e che battezzammo natu­
ralmente Pino) veniva da un versante vicino a Sant’Orsola. Insomma un albero trentino.
Non pensate che sia per forza un albero ta­
gliato. L’abete che vi portate a casa potrebbe essere la punta di un albero più grande, che ri­
mane con le radici piantate a terra. Oppure un alberello cresciuto apposta per il mercato del Natale. Se la cosa non vi convince lo ripeto: ac­
quistando l’albero vero sosterrete un bosco in­
vece di una fabbrica di plastica. Direi che non c’è confronto.
Magari non andate troppo per il sottile, per­
ché la natura non è sempre come la vorremmo. Nei paesi di montagna capita che i guardabo­
schi mettano a disposizione dei cittadini i pic­
coli abeti che è giusto tagliare per dare respiro alle foreste: non ce n’è uno che sia tondo, non ce n’è uno che abbia la punta dritta, ma tutti quanti sono veri. Vi fa impressione l’idea di ta­
gliare un albero per portarvelo in casa? Forse perché non avete idea di cosa sia la legna: ogni inverno bruciamo nella stufa una pila di legna che è molto, ma molto, ma molto, ma molto più grande di quei quattro stecchi in cui si trasfor­
ma il nostro albero di Natale quando diventa 79
secco.
Quest’anno forse tenteremo l’esperimento, cioè l’albero nel vaso: dopo Natale lo porteremo in giardino e staremo a vedere se si ambienta, sperando che non soffra troppo il ferragosto di città. (3 dicembre 2011)
80
Il memo di Natale
Elenco delle cose che devo assolutamente fare prima di Natale: acquistare alcuni regali (uno so benissimo cos’è, degli altri purtroppo non ho idea); spedire i biglietti di auguri (lo dico sempre, poi a metà dicembre cambio idea perché ormai è troppo tardi); montare altre luci sul terrazzo perché quelle che già ci sono mi paiono troppo misere; fare quelle telefonate che non ho mai voglia di fare (solo che a Natale il senso di colpa si fa più prepotente); andare alla festa di Natale dell’asilo nido; andare alla festa di Natale della scuola elementare (che natural­
mente è lo stesso giorno del nido); andare a un brindisi di Natale a salutare persone a cui poi strapperò qualche notizia da scrivere sul gior­
nale; andare a un altro brindisi di Natale per salutare persone che mi potrebbero salvare se un giorno volessi cambiare lavoro; trovare una scusa per NON andare a una cena di vecchi amici a cui è parso l’ideale trovarsi prima di Natale; controllare mattina e pomeriggio su in­
ternet se hanno finalmente spedito le cose che ho acquistato per il pranzo di Natale (e che se va avanti così mangeremo a Capodanno come è successo l’anno scorso); controllare su internet mattina, pomeriggio e sera se finalmente è arri­
vata la tredicesima sul conto corrente; più un’altra serie di cose che su due piedi non ri­
cordo, tipo pagare conti, multe e contributi ob­
bligatori che quando (dopo le feste) mi torne­
ranno in mente avranno l’importo raddoppiato.
Poiché mi sembrava di impazzire ho seguito il vecchio metodo di scrivere tutte le cose su un 81
foglio bianco e poi di tirarci sopra una riga con la matita: che sollievo, che soddisfazione. Se non riceverete nella buchetta della posta un bi­
glietto di auguri con i miei due figli vestiti da elfi ora sapete perché (e nemmeno per email). Sempre meglio che vedersi arrivare (come mi è successo ieri qui in via Sanseverino 29) un bi­
glietto di auguri presidenziale con una firma pre stampata dell’amministratore delegato di una società turistica che fattura milioni di euro indirizzata a Luca Selva, presso il giornale “Il Trentino”, in via Missioni Africane 17, dove l’unica cosa esatta (in questo mix di informa­
zioni) era il mio cognome.
Davanti alla mia lista (finalmente) depennata mi risuonavano in testa le parole di don Piero (che poi sarebbe il nostro parroco) che ci esor­
tava a concentrarci sulle cose che contano. Mi fermo qui perché questo è un giornale laico, ma è evidente che la maxi lista era esagerata anche per quelli che intendono il Natale nel senso più mondano.
Ora so cosa farò, basandomi sull’esperienza dell’anno scorso quando all’ultimo momento comprammo una Stella di Natale (una di quelle piante con i fiori rossi) e poi non trovammo nemmeno il tempo di portarla alla persona a cui era destinata. Che vergogna. Dei biglietti d’auguri mai spediti ci siamo presto dimentica­
ti, ma quella pianta è rimasta lì su un davan­
zale dentro casa a ricordarci per tutto l’anno quella visita mancata. Non avete idea di quanto possano durare i fiori di una Stella di Natale. Sicuramente fino a Pasqua. Insomma, tutto il resto non lo so ma quest’anno ­ è una promes­
82
sa ­ troveremo il tempo di suonare a quel cam­
panello.
(17 dicembre 2011)
83
La lettera di Natale alla rovescia
La lettera a Babbo Natale al contrario, che trovata favolosa. Non è un’idea mia (peccato) ma l’ho scoperta su un giornale femminile di cui ­ sebbene abusivo ­ sono un avido lettore. Si fa così: niente richieste di cose da ricevere, si presenta invece la lista degli oggetti di cui ci si vorrebbe liberare.
Caro Babbo Natale, sono stato molto buono, vieni per favore con la slitta vuota e portati via tutto. Niente più ciarpame, che grande libertà: non saprei nemmeno da che parte cominciare.
Portati via la metà dei vestiti che tengo nell’armadio (e il 90 per cento di quelli di mia moglie, prima che ci pensi io a rischio del di­
vorzio).
Liberami, ti prego, dalle 3.143 mail che giac­
ciono nella mia casella postale e che alimenta­
no giorno dopo giorno un senso di colpa insop­
portabile che mi impedisce di premere il tasto “canc” (dei nemici me ne frego, ma nessuno tra gli amici crede più nei guasti del mio sistema di posta elettronica).
Occupati tu (perché io non ne ho il coraggio) della montagna di giochi plasticosi dei miei figli e dell’osceno mucchio di batterie consumate diffondendo per la casa musichette insopporta­
bili che popolano i miei incubi notturni.
Fai sparire, ti supplico, quella sostanza di origine sconosciuta, che da tempo immemora­
bile giace in un angolo del congelatore senza che qualcuno si prenda la responsabilità di in­
tervenire.
Fai piazza pulita degli oggetti che ingombra­
84
no la cantina, ricordi che dovrebbero documen­
tare il nostro passato ma trasformano le nostre case in assurdi musei dedicati alla memoria di noi stessi. Lasciami solo, questo sì, qualcosa di piccolo che possa saltare fuori all’improvviso (una vecchia fotografia, il souvenir di una va­
canza) e mi faccia esclamare: ah però! Come quando si tira fuori il giaccone invernale e si trovano in tasca 5 euro dell’anno precedente.
Scegli tu per me (che io sono indeciso) fra le 56 mila fotografie degli ultimi dieci anni, quelle che contano veramente. Altrimenti ­ stipate in un disco rigido che un giorno risulterà illeggibi­
le ­ non me ne godo nemmeno una.
Basta con quegli oggetti orrendi, sepolti giu­
stamente nell’angolo più remoto, che ci dimen­
tichiamo di tirare fuori quando viene a trovarci chi ce li ha regalati.
Via, via, via quei regali (anche i tuoi) che in­
vece di essermi utili mi hanno sottratto lo spa­
zio e l’attenzione che avrei dovuto invece dedi­
care ad altre cose.
Caro Babbo Natale, non portarmi niente, por­
tati invece via tutto, così avrò finalmente una casa libera dal ciarpame, dove si troverà sem­
pre spazio per ciò che conta veramente, la me­
tafora della vita che vorremmo, pensaci tu Babbo Natale che noi siamo troppo deboli per lasciare al check in le pesanti valigie che ci ostiniamo a trascinare ogni giorno e ad affron­
tare il mondo (leggeri) con il solo bagaglio a mano.
(17 dicembre 2011)
85
Buoni (e facili) propositi
Per evitare delusioni sceglierò per il 2012 un obiettivo che sia alla mia portata. Dichiaro quindi che l’anno prossimo mi laverò i denti (sempre) dopo aver mangiato la cioccolata. Non è un proposito da poco visto che ne mangio a chili (mattina e sera, bianca e nera, con le noc­
ciole e con il riso, al latte e fondente, se mi ca­
pita pure quella con le fragoline dentro) avendo tradito il proposito di un anno fa quando dissi ­ appunto ­ non mangerò più tavolette di cioc­
colata intere. Quest’anno voglio vincere facile: cioccolata a volontà, per lo meno mi laverò su­
bito i denti.
Avanti a piccoli passi. Mi sveglierò presto la mattina per andare al panificio e fare colazione con il pane fresco. Riprenderò ad andare in bi­
cicletta e mi accontenterò di salire come una volta fino a Candriai (il Bondone verrà in segui­
to).
Visto che è Capodanno risponderò almeno agli auguri di Natale, avendo cura di non fare gli auguri alle colleghe il giorno della Befana sentendomi brillante.
Non dirò più parolacce al volante. E non solo perché dietro ci sono i bambini che non vedono l’ora di ripeterle.
Darò la precedenza ai pedoni anche quando vado in bicicletta.
Eviterò ­ se ci riesco ­ di controllare la posta elettronica sul telefonino anche quando ­ sedu­
to sul wc ­ dovrei leggermi un bel libro.
Propositi di Capodanno, piccoli ma importan­
ti: invitare i vicini a bere un caffè ogni tanto (e 86
fargli i complimenti se la loro erba disgraziata­
mente cresce più verde della nostra); tirare una riga sulle voci delle nostre maledette liste (an­
che se non vi abbiamo tenuto fede) per evitare di non dormirci più la notte; avere più amici nella vita che su Facebook (ma su questo parto in vantaggio visto che su Facebook ho tre amici solamente); andare dal dottore appena c’è qualcosa che non va invece di tormentare i no­
stri famigliari.
E ancora: ascoltare di più le persone (c’è sempre qualcosa da imparare) facendosi un’idea su chi abbiamo di fronte in base a ciò che dice invece che osservandogli le scarpe (che restano comunque un ottimo indizio); te­
nere fede almeno alla metà dei propositi che fa­
remo questa sera. (31 dicembre 2011)
87
Caccia al ricco sulle Dolomiti
Sull’onda del blitz anti evasori di Cortina di­
laga nelle località dolomitiche un nuovo passa­
tempo (ma di tradizione antica) che si può pra­
ticare durante le vacanze di Natale. Si chiama «caccia al ricco», vince chi scopre un benestan­
te (in Italia un’autentica rarità, ma solo sulla carta), batte tutti chi smaschera addirittura un evasore.
Si pratica così: ci si reca nel parcheggio degli impianti di risalita, oppure all’esterno di un al­
bergo a quattro stelle, alla ricerca di un’auto prestigiosa. Ma non quelle da 50 mila euro che è facile vedere in strada tutti i giorni. Bisogna invece concentrarsi sulle vetture di gran lusso come ­ tanto per fare un esempio ­ un gigante­
sco Hummer (se non sapete che cos’è osservate con attenzione la fotografia). Una volta indivi­
duata la vettura giusta (non sarà difficile visto che in questi giorni sulle Dolomiti ne circolano moltissime) cercherete sulla carrozzeria altri indizi per capire la provenienza del denaro uti­
lizzato per acquistare il veicolo, come il distinti­
vo dell’ordine dei medici (di solito lo tengono in evidenza sul parabrezza) o di un’altra categoria professionale, ad esempio gli avvocati. In as­
senza di elementi ­ se volete giocare fino in fon­
do ­ prendete nota del numero di targa e digita­
telo sul vostro telefonino finché, collegandovi al sito dell’Automobile club, al costo di 5,65 euro (che io proverò a farmi rimborsare dal giornale), otterrete il nome del vostro (presun­
to) ricco. Nulla di strano, è una semplice visura del Pra, che ci permette però scoperte interes­
88
santi.
Ad esempio il fuoristrada che vedete nella foto ha un motore di 6 mila centimetri cubici di cilindrata che consuma 18 litri di benzina ogni 100 chilometri, ma nasconde nel bagagliaio una bombola del gas. Proprio come la Porsche di Checco Zalone in quel famoso film. Con un rapido passaggio su internet scoprirete che l’Hummer, immatricolato per la prima volta in Germania nel 2008, è intestato a una barista veneta poco più che trentenne, che l’ha acqui­
stato di terza mano poche settimane fa pagan­
dolo 29 mila euro. Se la giovane barista è un evasore delle tasse ce lo potrebbe dire solo la Finanza, ma dopo aver visto la sua casa di pe­
riferia (digitando su Google Maps il suo indiriz­
zo, gentilmente fornito dall’Aci) sappiamo che per vincere una sfida a «caccia al ricco» era me­
glio forse puntare sulla vettura accanto.
Le apparenze ingannano: le grosse auto non servono solo a smascherare gli evasori, ma an­
che quelli che vorrebbero solo sembrare ricchi. C’è grande curiosità, ammettiamolo. Tutta invi­
dia? Non solo. C’è anche la rabbia che affonda le sue radici nell’ingiustizia. Tutti vorremmo sapere il reddito (vero) del vicino che va in va­
canza all’estero a Natale e a Ferragosto (beato lui) ma per l’asilo nido del figlio paga una retta che è la metà della nostra. Oppure l’artigiano con la villa che prima di stabilire il prezzo ti chiede se la fattura è necessaria oppure no.
Un umile suggerimento al Fisco, oltre ai blitz a Cortina (perché no?) facciamo come in Fin­
landia dove basta mandare un sms e (al costo di 2 euro) ti dicono l’ultimo reddito del vicino: 89
sai quante sfide a caccia al ricco, sai quanti soldi guadagnati (il prezzo della curiosità e dell’invidia), sai (forse) quanti evasori smasche­
rati. (7 gennaio 2012)
90
Papà niente slitta, voglio il bob
Tutti i genitori che hanno più di quarant’anni si ostinano a comprare la slitta ai loro figli per scoprire (a fatto compiuto) che i piccoli vogliono il bob. Vaglielo a spiegare che Heidi e Peter avevano la slitta, che la slitta è un mezzo di trasporto (mica un giocattolo), che è fatta di le­
gno (e non di orrenda plastica). Inutile provare a giocarsi l’asso nella manica, spiegando che sulla neve compatta la slitta, con i suoi pattini stretti, è molto più veloce. «Papà vogliamo il bob». Anzi, per essere precisi: «Vogliamo quello con il volante».
Del bob piace l’adesivo con il numero da cor­
sa, i freni a mano e la scocca che lo fa sembra­
re un’automobilina. La slitta? Pfui, roba da vecchi. Così invece di andare a slittare sul pra­
to dietro casa (per quelli che hanno la fortuna di abitare in un posto dove scende ancora la neve) si va a “bobbare”. Che parola orrenda. Si devono rassegnare i genitori che comprando la slitta speravano di rivivere gli anni andati.
E poi c’è lo “snow tubing”, insomma quei gommoni con il rivestimento e le maniglie che si vedono sempre più nelle località turistiche. Sarebbe questa la grande novità? Non certo per noi quarantenni che ­ già una ventina di anni fa ­ avevamo gli originali: autentici gommoni da Tir (recuperati naturalmente dal Rigotti) che gonfiati senza copertone diventavano enormi ciambelle per scendere di notte sul Bondone, girando come trottole senza controllo lungo la Cordela, sperando (prima o poi) di fermarsi. Esatto: di notte, quando ancora non c’erano le 91
luci come quelle che giovedì sera hanno fatto restare tutti a bocca aperta.
Era una notte di febbraio. Eravamo in tre ­ tutti del liceo Da Vinci, nell’anno della maturità (sic!) ­ con una frontale agganciata al casco da motociclista (che indossavamo più per vanto che per prudenza) e un motto sottinteso che accomuna i ventenni (maschi) di ogni epoca: chi frena è uno sfigato. Così ci siamo lanciati nell’oscurità con le nostre camere d’aria giganti sperando di rallentare prima di ritrovarci tra gli alberi a Vaneze.
Scivolare con un gommone in una di quelle piste tracciate su misura è un gioco da bambi­
ni. Lanciarsi lungo una pista da sci è tutta un’altra cosa. Per fortuna i giovani hanno le ossa resistenti. Più resistenti anche dei pali di legno che una volta usavano per segnare le pi­
ste e che uno dei tre (inutile rivelare le genera­
lità visto che il reato di danneggiamento è ca­
duto in prescrizione) tranciò in pieno con una gamba schiantandosi poi contro un preistorico cannone della neve. Miracolosamente illeso.
E per questo (perché noi SAPPIAMO) che ora guardiamo i nostri figli scendere (con la slitta, il bob o il gommone, fa lo stesso) e diciamo: «Stai attento...». (14 gennaio 2012)
92
Introvabili cataloghi
L’altra sera nella mia cassetta della posta, chissà per quale errore, c’era il catalogo di un altro. Ma di fronte a quel titolo (che ho ricono­
sciuto al volo) non ho resistito, l’ho aperto e l’ho sfogliato, rallegrandomi la serata: «Gli in­
trovabili». I più giovani sono scusati, tutti gli altri sanno di che parlo. E’ quel catalogo d’altri tempi che propone oggetti che dovrebbero ren­
derci la vita più semplice, spesso assurdi, tal­
volta affascinanti, quasi sempre dal costo limi­
tato.
Ecco a voi la versione moderna della “pattine” (altro oggetto d’altri tempi) che, una volta in­
dossate, vi serviranno per pulire il pavimento strisciando i piedi da una stanza all’altra della casa. E che dire del salvadanaio a forma di ma­
ialino che non solo contiene i soldi (ovvio) ma conta pure le monetine grazie a un sensore in­
stallato sulla fessura? Il portachiavi che suona a un vostro fischio è un classico: ce l’avevamo pure noi, ma l’abbiamo dovuto disattivare per­
ché reagiva pure alle grida dei bambini (in casa nostra ogni minuto). La telecamera finta per mettere in fuga i ladri, che bellezza. Oppure un “ravviva fiamma” automatico per il barbecue, che poi sarebbe una specie di phon per soffiare l’aria sul fuoco.
Chissà dove vanno a prenderli, chissà chi se li inventa, ma ognuno di noi ha preso in mano un “introvabile”. E ognuno di noi ha preso in mano uno di quei cataloghi, che ci portavano in casa una finestra di mondo. Mi sembra ieri che mio cugino ­ più vecchio di me di cinque 93
anni ­ mi avvicinò con fare circospetto dicendo­
mi di mollare l’altalena e andare con lui dietro la casa dove c’era una specie di legnaia. Ci an­
dai. Lì dietro mi chiese a bruciapelo: hai mai visto le donne nude? Dissi di no, dimenticando che in prima elementare avevo sorpreso una bambina nel bagno della scuola (ma avevo ri­
chiuso subito la porta dispiacendomi moltissi­
mo). Allora lui, con fare misterioso, tirò fuori un foglio a colori che teneva piegato in otto nel taschino della camicia e mi aprì il sipario sul mondo dei grandi: la pagina dell’intimo femmi­
nile nel catalogo Vestro primavera estate. Temo di averlo deluso perché quella pagina (ancora) non mi faceva nessun effetto, ma finsi ugual­
mente grande stupore. Inutile specificare che quelle donne nude, per i canoni attuali erano assai vestite. Ecco perché ho sorriso trovando nella cassetta della posta il catalogo degli intro­
vabili che ormai ­ cercando un po’ su internet ­ si trovano dappertutto.
(21 gennaio 2012)
94
Il contatore salta. Evviva il contatore
Apprendo dal giornale che mille famiglie tren­
tine sono passate al contratto di energia elettri­
ca superiore per evitare il distacco quando il consumo diventa eccessivo. Noi invece no, te­
niamo duro, continueremo a scendere in pigia­
ma a riattivare il contatore e ad accusarci l’uno con l’altro di sprecare corrente elettrica.
Cambiare il contratto quando il contatore sal­
ta perché consumiamo troppo, ma che discorsi sono? Sarebbe come correre in banca a chiede­
re un fido (invece di tirare la cinghia) quando finiscono i soldi sul conto corrente. Come pren­
dere anti dolorifici (invece di curarci) per anda­
re a sciare anche quando ci fanno male le gi­
nocchia.
Quando il contatore salta è come se partisse l’allarme: state consumando troppo, staccate qualche spina. In genere restiamo lì sospesi, talvolta al buio, sicuramente c’è qualcuno con l’aria colpevole che tiene il phon in mano (l’arma del delitto) e un altro che si crogiola al calore di quelle maledette stufette da bagno (dovrebbero vietarle). Quindi io mi improvviso carabiniere, pubblico ministero e giudice e ­ poiché i minorenni non possono essere proces­
sati ­ dichiaro colpevole mia moglie.
Stabilito questo, scendo a riattivare la cor­
rente e risalendo faccio il punto della situazio­
ne: nel seminterrato ronzii di pompe varie pro­
venienti dal reparto caldaia accanto alla lava­
trice; al primo piano controllo i forni, il frigori­
fero e la lavastoviglie sperando che la televisio­
ne sia in stand­by; al secondo piano “caldoba­
95
gno” e altre attrezzature di cui conosco solo va­
gamente la funzione; al terzo piano radio, com­
puter e caricabatterie con quattro telefoni inse­
riti.
Allora scendo le scale di questa specie di casa verticale dove mi tengo in forma spegnendo le luci rimaste accese dappertutto (c’è uno di noi che ha una paura tremenda dei fantasmi e non osa varcare la soglia di una stanza buia) e chiedo: «Vi sembro il presidente della società elettrica?». Sembro mia madre quando cercava­
mo di spillarle un po’ di soldi per la sala giochi: «Vi sembro la Banca d’Italia?».
Altro che nemico, il nuovo contatore digitale è il nostro migliore alleato nella lotta agli spre­
chi: se oltrepassiamo i limiti ci taglia la corren­
te. Non ci state dentro? Avete un problema da risolvere, ma pensateci bene prima di cambiare contratto, ascoltando gli “spassionati” consigli del vostro fornitore: non vi aspetterete certo che il pasticcere vi consigli una dieta senza zuccheri. Se non avete un laboratorio clande­
stino in casa tre chilowatt bastano e avanzano. Lo sapevate che ci sono lavastoviglie che hanno l’ingresso per l’acqua che arriva già calda, ma­
gari prodotta dai pannelli solari? Ma è solo un suggerimento.
Il fatto è che l’odiato contatore è un’ottima spia per avvisarci di quello che succede in casa nostra.
Come l’allarme sull’auto che ci avvisa quando andiamo troppo veloce: padroni di rischiare la multa o un incidente, ma c’è pure un’altra op­
zione, si chiama rallentare. (28 gennaio 2012)
96
Le leggende del grande freddo
Diceva il mio amico G. che quando fa freddo (ma freddo veramente!) le orecchie si ghiaccia­
no e poi cadono come le foglie dagli alberi in autunno: «Te ne accorgi solo quando resti sen­
za. E allora son dolori». Avevamo dieci anni e per provare se era vero giravamo tutto l’inverno senza berretto. Per noi il caldo estivo era una seccatura. Roba buona solo per le donne che vogliono rosolarsi al sole. Noi amavamo il fred­
do. Di più: il gelo polare. L’unico calduccio che potevamo tollerare era quello del caminetto ac­
ceso dopo una delle nostre scorribande.
Nelle mattine gelide di gennaio andavamo alla fermata dell’autobus con il giaccone aperto per far vedere quanto eravamo forti. E soffiava­
mo nuvoloni di fiato nell’aria per misurare la temperatura. Più denso era il fumo, più inten­
so era il freddo. Questa almeno era la teoria. Niente guanti, al massimo mettevamo le mani in tasca.
A sentir noi a Trento faceva meno 30, una volta l’Adige si era ghiacciato e ci si andava a pattinare, peccato solo non abitare in Russia perché i russi (beati loro!) dovevano tenere le auto accese tutta la notte altrimenti si congela­
va la benzina (oppure l’olio, secondo un’altra delle nostre teorie) e al mattino il motore non partiva.
Il freddo di sicuro metteva in moto l’immagi­
nazione. Eravamo già d’accordo che ci sarem­
mo fatti ibernare per ritrovarci nel 2030, scon­
gelati, a dare un’occhiata al mondo del futuro. Chissà perché ci pareva impossibile arrivarci in 97
altro modo, ad esempio sessantenni.
Nel famoso gennaio del 1985 ovviamente c’eravamo pure noi. Chiusero le scuole. E quin­
di noi andammo a scuola. Volevamo vedere se era chiusa veramente. Dall’estrema periferia dei Solteri alle medie Bresadola nel centro cit­
tadino, arrancando nella neve di via Brennero come Amundsen al Polo Sud: che spedizione memorabile. Immagino che per questioni co­
reografiche fossimo dotati pure di copricapo. Nel pomeriggio ­ davanti al famoso caminetto ­ si sciolse la suola delle mie scarpe che rimase “gommosa” finché si consumò del tutto.
Il “grande freddo” per noi era quello sufficien­
te (e purtroppo quasi mai lo era) per trasforma­
re in una lastra di ghiaccio il polveroso campo da calcio parrocchiale dove andavamo a patti­
nare. La domenica invece ci portavano sul lago di Canzolino dove ci chiedevamo quanto fosse spesso il ghiaccio. Il grande freddo, che meraviglia: non doveva­
mo mica pagare la bolletta del metano. Con un’infanzia da piccoli esploratori artici è chiaro che in una giornata come questa (la più fredda degli ultimi trent’anni!) riponiamo grandi aspettative. Peccato solo non poter essere con il gruppo di trentini che misurerà il freddo nel­
le doline di Marcesina (luogo mitico per i fred­
dofili) a scoprire se davvero quando il termome­
tro scende in picchiata si staccano le orecchie. (4 febbraio 2012)
98
Quando l’auto diventa uno scuolabus
Avvertenza per i vigili urbani e gli agenti della polizia stradale: ogni riferimento a fatti real­
mente accaduti è puramente casuale. Detto questo, ecco la storia. Eravamo lì alla fermata dello scuolabus con 5 gradi sotto zero quando ­ dopo mezz’ora d’attesa ­ è stato chiaro che lo scuolabus non sarebbe mai arrivato. Prima ab­
biamo pensato che forse l’autista era passato in anticipo cogliendo genitori e bimbi di sorpre­
sa. Ma vedendo altri bimbi in attesa alla ferma­
ta che c’è all’inizio della via, abbiamo capito che si trattava di un ritardo, forse un guasto, magari un incidente. Infine ­ quando ormai erano le otto e ci siamo stufati di battere i piedi per scaldarci ­ è stato chiaro che dovevamo ca­
varcela da soli. E qui mi sono un po’ sorpreso: dev’essere una pacchia la scuola del 2012 se nessuno fra i bambini ha nemmeno lontana­
mente ipotizzato di saltare un giorno di lezione. Noi scolari degli anni Settanta ci avremmo pro­
vato per molto meno.
Comunque eravamo lì: tanti bimbi e qualche genitore che si chiedeva come fare per portare a scuola gli scolari. In realtà per quanto mi ri­
guarda, poiché sono cavilloso e ho frequentato per troppi anni le aule dei tribunali, mi chiede­
vo più che altro chi fosse il colpevole di abban­
dono di minore nel caso di un bimbo solo alla fermata del bus che non arriva: il genitore o l’autista del pulmino? Poiché so benissimo la risposta (l’autista è innocente, per quanto ne­
gligente) ho preso in consegna metà di quella truppa, pronto a sfidare questa città nemica 99
dove basta passare con il rosso in bicicletta per prendersi una multa: «Tutti a bordo» ho detto, aprendo gli sportelli di una vecchia auto diesel euro 2 che a quell’ora del mattino doveva resta­
re parcheggiata.
Due davanti e cinque dietro (senza seggiolini, con il bagagliaio pieno di cartelle) ci siamo av­
venturati verso le scuole Bellesini, prima tappa del nostro viaggio fuorilegge.
Guidavo guardingo nel traffico, evitando le strade pattugliate, ripetendo mentalmente la scusa che avevo preparato per il vigile, con i miei piccoli passeggeri al colmo dell’eccitazione avendo capito che i fuorilegge questa volta era­
vamo noi. Due piccoli pakistani (che conoscono benissimo le regole del cricket), due magrebini giovanissimi (di cui non ho capito bene il nome), mio figlio e il suo migliore amico: eccoci qua. Alle Bellesini fuori i primi due, affidati al bidello che ci ha confermato che il pulmino era guasto. Avanti per le Schmid dove, con mano­
vra magistrale, in realtà forse un po’ troppo prudente, abbiamo evitato il vigile di quartiere parcheggiando quasi al Campo Coni e arrivan­
do comunque (quasi) in tempo per sentir suo­
nare la campanella.
Gli autisti di scuolabus non saranno d’accor­
do, ma un viaggio di primo mattino con sei “pe­
sti” che a bordo se la ridono è un antidoto per­
fetto a una grigia giornata invernale. Vale sicu­
ramente il rischio di una multa nella città dove multano persino i signori in bicicletta. (11 febbraio 2012)
100
Baby amori senza età
Non c’è un’età massima per festeggiare San Valentino, l’importante è averne voglia. Ma ci siamo dovuti chiedere, invece, se esiste un’età minima quando l’altro giorno uno dei piccoli ci ha chiesto se poteva invitare a cena la sua ami­
ca I. per San Valentino. Certo che puoi, abbia­
mo risposto un po’ spaesati, ma bisognerà ve­
dere se a lei va bene. Così, siccome noi adulti siamo fatti così, per vedere se lei era d’accordo abbiamo interpellato sua madre che ha dato il via libera al grande appuntamento.
Chissà chi ha messo in mente la festa di San Valentino a un bimbo di sei anni. Poiché in casa non siamo molto portati per certe sman­
cerie, ci siamo detti che era tutta colpa della televisione ed eravamo, quindi, piuttosto preoc­
cupati per come sarebbe potuta evolvere la se­
rata tanto attesa.
Preoccupazioni fuori luogo. Che fanno due bambini di prima elementare al loro primo ap­
puntamento? Ora lo sappiamo: disegnano con i colori sui fogli di carta stesi a terra, guardano i cartoni animati alla televisione, mangiano le pizze appena uscite dal forno tirando i fili della mozzarella, mentre lui prende coraggio e le spara grosse (sorprendendo i genitori che non lo riconoscono) e lei ride a crepapelle. Alla fine arriva l’ora di tornare a casa. Carico i due par­
goli sull’auto (più il fratellino di tre anni che seduto al colmo della felicità sul sedile poste­
riore in mezzo agli altri non ha la più pallida idea di cosa voglia dire “terzo incomodo”) e mi dirigo verso il ristorante dove i genitori della 101
bimba festeggiano il San Valentino degli adulti: «E’ andato tutto liscio, ecco qui la vostra bim­
ba». Anche la cena dei grandi è ormai finita, quindi andiamo tutti alla cassa, dove il ristora­
tore tira fuori le rose rosse per rendere omaggio alle donne presenti nel locale: una alla mamma di I., una alla sorella maggiore che ormai è grandicella, una all’altra signora che era sedu­
ta al tavolo assieme a loro. Non manca nessu­
no? E’ a questo punto che dà là sotto (all’altez­
za di un metro o poco più dove i piccoli risulta­
no spesso invisibili) arriva una voce di prote­
sta: «Una anche per lei!».
«Come scusa?» risponde il titolare del locale che non ha ben capito bene da dove arrivava la richiesta.
«Per favore, una anche per lei!» dice il bimbo, indicando la sua amichetta. Detto fatto, ecco la prima rosa per una bambina di prima elemen­
tare la sera di San Valentino. E una piccola le­
zione per gli adulti: non è mai troppo presto per regalare un fiore. (18 febbraio 2012)
102
Salvato da Twitter
Volevo convincere una collega a dare un’occhiata a Twitter, cioè quel sistema su in­
ternet dove si può dire ciò che si pensa (o si fa) in 140 caratteri appena. E perché dovrei dire ciò che penso in 140 caratteri appena? ha re­
plicato. Dacci un’occhiata lo stesso ­ le ho con­
sigliato ­ per vedere quello che pensano (o fan­
no) gli altri. Argomentazione povera, me ne rendo conto, con tutto quello che c’è da fare al mondo. Temo di non averla convinta.
Ero scettico anch’io, due anni fa, quando in anticipo sui tempi mi sono iscritto a Twitter. Scettico al punto che non ci sono più tornato, finché questo sistema è esploso e i colleghi del giornale mi hanno detto: e tu? E va bene, dia­
moci da fare, soprattutto ora che Twitter gira pure sul telefonino.
La rivelazione è stata il giorno che in televi­
sione c’era Celentano. Stavo lì sul divano, con il volume al minimo per non disturbare quelli che dormivano al piano di sopra e il piatto del­
la cena sulle ginocchia (miseria che solo chi ha orari da giornalista può capire).
Di fronte allo spettacolo imbarazzante che andava in onda su Rai Uno volevo chiamare un collega, un amico, un vicino di casa, qualcuno per chiedergli: ma è tutto vero o siamo su scherzi a parte?
Alla fine ­ poiché era troppo tardi ­ ho preso il telefonino e invece di comporre il numero mi sono detto: vediamo un po’ che dicono su Twit­
ter. Rivelazione: ecco a voi Adriano Celentano sul palcoscenico di un teatrino sgangherato a 103
prendersi i pomodori, gli insulti e gli sberleffi di un pubblico non pagante che finalmente dice (in diretta!) che quello che sta accadendo in te­
levisione fa veramente schifo. E per fare questo 140 caratteri sono più che sufficienti. Ecco a voi un uomo che chiede 300 mila euro per dire baggianate, “nudo” di fronte a un pubblico anonimo che commenta (su Twitter) dicendo cose intelligenti o (almeno) stupidaggini diver­
tenti, come se fossimo in uno di quei bar dove una volta si guardava la televisione tutti assie­
me.
Insomma, ho detto alla collega, vai su Twitter per vedere che aria tira, rischi di trovare gente più intelligente che in tivù. Di questo era già convinta. Forse seguirà il mio consiglio. E poi ho aggiunto: di tanto in tanto dai un’occhiata anche a quello che dice il tuo direttore, in modo da arrivare preparata alla riunione sa­
pendo già come la pensa. E poi ­ ogni tanto ­ fai come me che questa mattina (cielo sereno e sole caldo) scriverò che me ne vado a sciare, nel tentativo di fare invidia alle 19 persone che mi seguono (sui numeri devo ancora migliora­
re). (25 febbraio 2012)
104
La magia degli alberi pregiati
La vedi quella? E’ destinata ad essere una ca­
mera da letto. E quell’altro? Diventerà un violi­
no, oppure un pianoforte, mentre quello ­ ci scommetto ­ se lo porterà via uno scultore. Gli brillano gli occhi ­ al forestale ­ mentre indica i tronchi uno ad uno: non sono mica alberi qua­
lunque. E’ un’esperienza singolare, per noi gente di città, quella che si poteva fare fino all’altro giorno nel piazzale della Federazione allevatori, alla prima asta italiana di legname di pregio: guardare una camera da letto, prima ancora della nascita, insomma un albero gi­
gante di cirmolo, legno profumatissimo che per lunghi anni concilierà le vostre notti restituen­
do l’aroma accumulato in una vita. Una vita delle sue, naturalmente.
E per rendere l’idea della dimensione tempo­
rale di una pianta il forestale Giovanni Giovan­
nini di Piné ­ quello a cui brillano gli occhi quando parla di legname ­ sceglie un maestoso tronco d’abete, scorre le dita lungo gli anelli concentrici, guarda compiaciuto quanto sono regolari e compatti (segno di grande salute), quindi si ferma e dice: «Qui, più o meno, c’era Napoleone».
Dopo duecento anni è giunta l’ora di farne un pianoforte, oppure un violino o una chitarra vi­
sto che si tratta di un abete di risonanza, ga­
rantito val di Fiemme, con la fibra giusta per trasmettere al meglio le onde sonore: all’asta si partiva da 500 euro al metro cubo. Li hanno venduti tutti.
Per essere un albero di pregio bisogna avere 105
la schiena dritta, ma non basta. Bisogna essere stati tagliati da novembre a febbraio, quando in montagna è freddo e non ci sono insetti, muffe o parassiti a infilarsi sotto la corteccia. E non basta ancora: il taglio deve avvenire con la luna calante, meglio ancora nel giorno esatto indica­
to da una tabella che conoscono i boscaioli.
Il cirmolo profumerà le vostre notti, la quer­
cia profumerà il vino nelle botti, il faggio si pie­
gherà (senza spezzarsi) per realizzare i vostri mobili. Anche il frassino è elastico, il cedro è resistente, l’abete è mansueto e il larice è ner­
voso. E infatti a casa mia c’è larice dappertut­
to. Quel legno dalla scorza dura, perfetto per l’esterno, ma che a noi piace avere pure dentro, per camminarci sopra a piedi nudi e vedere come diventa rosso col passar delle stagioni.
Larice. Quando nel cuore della notte sentia­
mo uno schianto sappiamo che nel tavolaccio giù in taverna si è aperta un’altra crepa. E’ fat­
to di vecchie travi che per cinquant’anni sono rimaste intrappolate nel solaio di una casa di montagna, chiaro che vogliano sgranchirsi un po’. E dire che il falegname ci aveva avvisati. Per capire che tempo farà guardiamo la porta della camera degli ospiti: quando riusciamo a chiuderla senza sbatterla due volte, significa che presto pioverà.
Un giorno il bimbo più piccolo ha detto che c’era una goccia di miele sulla ringhiera delle scale: è stato quando gli abbiamo insegnato cos’è la resina (e guai a metterci dentro le dita). Sempre meglio dell’odiata scala di legno lamel­
lare, sepolto sotto dieci strati di vernice, che avevamo nella vecchia casa: mai una mossa, 106
mai uno scricchiolio, che tristezza.
Legno vero. Legno massiccio. Che bellezza. Osservando il tronco che vide Napoleone ho pensato alla cosa più antica che avevamo in casa, noi eredi di famiglie dove non c’erano ori e gioielli: era il vecchio letto di mio nonno in cui ­ se lo vorranno ­ dormiranno i nostri figli, tra molti e molti anni, quando avranno portato in discarica tutti gli altri mobili in laminato. (3 marzo 2012)
107
In bici ho visto cose che voi umani...
Poiché mi sono messo in mente di tornare ad andare in bicicletta (quella da corsa, non quel­
la normale che uso tutti i giorni) ho visto cose che avevo dimenticato e che le persone normali (tutti quelli che non hanno consacrato l’anima al dio pedale) non possono nemmeno immagi­
nare.
Ho visto (da dietro) pensionati sfrecciare a quaranta all’ora lungo la ciclabile, fermarsi al Bicigrill e appoggiare allo steccato le loro due ruote di ultima generazione che (ad un rapido esame socio­tecnologico del ciclista e del suo mezzo) dovevano essere costate al povero pro­
prietario almeno tre o quattro mesi di pensio­
ne. Oppure una fetta di liquidazione.
Ho visto un venditore di biciclette guardarmi schifato (me, che ero il suo cliente!) quando ha saputo che da qui all’estate non avrei percorso quei 4 mila chilometri di strada che lui riteneva il minimo vitale per un ciclista che vuole dirsi tale.
Ho ascoltato gente che non sa fare il conto della spesa calcolare con formule matematiche la misura ideale di un telaio partendo dall’altezza del cavallo che ­ per chi non lo sa­
pesse ­ si misura mettendosi di schiena contro un muro con una squadretta da disegno sotto l’inguine.
Ho conosciuto gente che in pausa pranzo ­ l’unico spazio della giornata che non deve con­
dividere con datore di lavoro, moglie e figli ­ in­
vece di mangiare, divora una barretta e si lan­
cia in bicicletta sognando che l’azienda (invece 108
di aumentare gli stipendi) si decida a mettere la doccia.
Ho saputo di gente che quando si discuteva se quel ciclista svizzero scattava come un boli­
de grazie a un motore elettrico nascosto nel piantone (che poi sarebbe un tubo del telaio) invece di indignarsi si è informata subito su in­
ternet, per vedere se quel motore è in vendita. E soprattutto quanto costa: addio doping, niente di meglio di un motore per battere gli amici.
Ho assistito impotente al monologo di un al­
tro venditore che ­ spiegandomi come sul casco non è giusto risparmiare, sui guanti nemmeno, sulle scarpe men che meno ­ voleva convincer­
mi ad investire mezzo stipendio (il termine è suo: investire) per rendere memorabili le mie pedalate. Per il momento non c’è riuscito.
Ho letto su internet di gente che per fare alle­
namento percorre la distanza che i comuni mortali considerano un’impresa epica da fare una volta nella vita, cioè cento chilometri. Parlo di gente che lavora in banca o alle poste e il Giro d’Italia lo guarda alla tivù.
Allora ­ preso dall’ansia, alla ricerca di un traguardo da tagliare con la mia nuova bici usata, un obiettivo per spingere con forza sui pedali e macinare chilometri ­ mi sono collega­
to al sito della Maratona delle Dolomiti dove però c’era già il tutto esaurito: 9 mila iscritti. Per decidere chi ammettere hanno dovuto tira­
re a sorte. C’è gente che ci prova da anni e quasi ha smesso di sperarci. Ci sarebbe una possibilità il 22 marzo per i biglietti maggiorati (fino a 400 euro!) ma io ho già speso tutti i sol­
109
di per la bici. Ancora per quest’anno pedalerò tranquillo, l’anno prossimo si vedrà.
(10 marzo 2012)
110
Veloce e lento, è il nostro tempo
E così l’altra mattina sono salito in sella alla mia nuova bicicletta da corsa usata. Poiché avevo i minuti contati (e un po’ mi sentivo in colpa per il tempo rubato a lavoro, famiglia e via dicendo) mi sono infilato nelle orecchie le cuffiette per massimizzare il tempo e trarre doppio vantaggio dalla pedalata. Niente musica (che pure dicono abbia un effetto dopante sugli sportivi dilettanti) ho scaricato invece da inter­
net alcune lezioni e conferenze in modo che le due ore di pedalata potessero servirmi anche come corso d’aggiornamento.
Per cominciare mi sono ascoltato quindi un professore americano che parlava della “geo­
grafia del tempo” (non scelgo a caso le lezioni), spiegando come la percezione del tempo sia re­
lativa al luogo e alla situazione in cui ci trovia­
mo, tanto che (senza tirare in ballo Einstein) in alcuni luoghi ­ tra cui evidentemente anche la pista ciclabile della valle dell’Adige ­ c’è gente che fa due cose contemporaneamente ­ come appunto ascoltare i professori e pedalare ­ con­
vinta che altrimenti non gli basterebbero le 24 ore della giornata.
Noi siamo fatti così, a differenza degli africani (come ho imparato dal docente americano) che non conoscono il concetto di perditempo, con­
siderando che i minuti trascorsi vivendo non possono mai essere considerati persi.
Noi invece siamo quelli razionali, secondo cui il tempo è denaro (l’ha detto il filosofo Bacone) convinti quindi che un’ora trascorsa senza far nulla di concreto sia, appunto, un’ora persa.
111
Deve essere per questo che abbiamo così tan­
ti termini (tutti negativi) per indicare chi fa cat­
tivo uso (insomma, non produttivo) del tempo che gli viene concesso: perditempo, perdigior­
no, posapiano, pelandrone, pigrone, poltrone, fannullone, bighellone, scioperato, pigro ed in­
dolente. Solo per citarne alcuni.
Ci sono luoghi dove la meditazione e la con­
templazione sono attività degne, altri dove in­
vece è vietato stare con le mani in mano. E’ permesso comunque andare in bicicletta in pausa pranzo considerando che fa bene al cuo­
re e quindi (si spera) allunga la vita. Sempre meglio che fumare sul terrazzo.
Poiché il docente che ho ascoltato per una quarantina di chilometri era una persona di spirito, ha saputo riassumere in una battuta una grande verità: Dio ha dato l’orologio agli svizzeri e il tempo agli africani. Detta così non avrei dubbi su quale dono scegliere (anche per­
ché non sono un grande appassionato di orolo­
gi), ma il professore americano faceva finta di dimenticare che in Africa, dove le giornate tra­
scorrono più lente, la vita media è dimezzata e quindi ­ a conti fatti ­ il cambio non conviene. Vogliamo il progresso? Ci tocca tenerci l’orolo­
gio e le esortazioni che ripetiamo ai nostri (po­
veri) figli: chi ha tempo non aspetti tempo; non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi. Mentendo spudoratamente perché, se dipen­
desse da noi, rimanderemmo tutto volentieri.
Altre cose sul tempo: ci sono i nostalgici che vivono nel passato (quanto si stava bene ai vec­
chi tempi), gli ambiziosi che progettano il futu­
ro (voglio avere quattro figli e far carriera) e gli 112
ansiosi che lo temono (riuscirò mai ad arrivare alla pensione?). Quello che invece non abbiamo mai imparato a fare è vivere (un po’) al presen­
te che ­ assicura il professore, che poi è uno psicologo ­ sarebbe la ricetta per la felicità. Lo sapevano anche i nostri nonni che nei momenti duri suggerivano: vivi alla giornata.
Del tempo si sono occupati in tanti, tra cui Dante che nel terzo canto del Purgatorio ha scritto: “chè perder tempo a chi più sa più spiace”. Nel mio piccolo, dopo due ore sui pe­
dali (ascoltando il professore) ho raggiunto la prova che fare due cose in una non va bene: concentrato com’ero sulla lezione, mi supera­
vano pure le signore.
E infine una certezza (che non è mia ma del compositore francese Hector Berlioz) che do­
vremmo tenere bene a mente quando facciamo grandi progetti da qui all’eternità: “Il tempo è un grande maestro, ma sfortunatamente ucci­
de tutti i suoi allievi”. (17 marzo 2012)
113
Chi perde esce, chi vince resta
Si dà il caso che davanti a casa nostra ci sia un parco pubblico con un tavolo da ping pong pseudo­regolamentare, nonostante il piano di cemento e la reticella di metallo. Così di tanto in tanto mi capita di osservare dalle finestre e dal balcone, con un certo distacco e senso di superiorità, le persone che nella bella stagione utilizzano quel tavolo.
A parte la grande maggioranza che usa il ta­
volo da ping pong per sedersi, sdraiarsi o (nel caso dei bambini) come trampolino da cui tuf­
farsi sul prato, bisogna ammettere che incredi­
bilmente c’è pure chi lo usa per giocarci, seb­
bene in questo caso sia necessario portare da casa le palette e la pallina.
Dopo un’osservazione durata ormai più di un anno posso stabilire che essi (i giocatori) si di­
vidono grosso modo in tre categorie: ci sono i genitori che fingono di divertirsi con i figli pic­
coli impegnati in una serie di scambi che rara­
mente arriva a tre palleggi; ci sono i ragazzi che fingono di non essere in grado di fare una schiacciata per non umiliare la fidanzata; e in­
fine c’è la curiosa categoria degli stranieri che arrivano la sera molto tardi e fingono di riusci­
re a vedere la pallina (che riescono comunque miracolosamente a colpire) alla luce gialla dei lampioni. Quando abbiamo cambiato casa sa­
pevamo che il parco la notte si sarebbe anima­
to, ma pensavamo a ben altro (e ben di peggio) che al ping pong notturno. Diciamo che è an­
data liscia.
Comunque sia, attorno a quel tavolo non ho 114
mai visto nessuno che sia nemmeno lontana­
mente all’altezza della grande scuola di ping pong che negli anni Ottanta ha caratterizzato la parrocchia dei Santi Martiri Anauniesi. Scuola da cui, modestamente, provengo e che deve la sua fortunata tradizione a un motto semplice e crudele: chi perde esce. Che può es­
sere inteso anche al contrario: chi vince resta.
Funzionava così: si giocava a turno e chi vin­
ceva la partita conquistare il diritto di sfidare il prossimo avversario. All’infinito. O meglio fin­
ché il parroco non ci spediva a casa o a messa.
Vinceva sempre lui, un tale G., due o tre anni in più di me, che giocava con una visiera para­
sole che non cedeva mai a nessuno (anche se in genere ci ritiravamo all’oratorio quando pio­
veva e all’interno bisognava pure accendere la luce) e un polsino di spugna anti­sudore che invece proponeva in prestito agli avversari quando (bontà sua) cedeva la racchetta. Propo­
sta che non ricordo sia mai stata accettata.
Il vecchio G., chissà che fine ha fatto. Su Fa­
cebook di lui mi pare non ci sia traccia. Aveva una paletta personale (mentre noi utilizzavamo quelle “spelacchiate” parrocchiali) che impu­
gnava alla cinese per spiazzare l’avversario. Ci alitava sopra con gesto plateale perché diceva che era il modo migliore per imprimere l’effetto alla pallina. Talvolta ­ senza arrivare all’undici o al ventuno ­ vinceva per cappotto e batteva la paletta sul tavolo tre volte, con quel gesto da bullo che mi faceva ribollire il sangue nelle vene. Diceva semplicemente: «Sotto a chi tocca, avanti il prossimo».
Ci vollero giorni e giorni di allenamenti clan­
115
destini per riuscire a scalzarlo dal suo trono ma quando finalmente ci riuscii era finita un’era perché G. e i suoi amici “grandi” decise­
ro che era giunta l’epoca del calcetto. Rimasi quindi padrone incontrastato di un tavolo de­
serto, finché un giorno mi ritrovai a bocca aperta davanti alla televisione quando scoprii come giocavano i campioni.
Ma ora ho il mio tavolo giù al parco. Penso che un giorno mi toglierò lo sfizio di scendere con la mia paletta personale (che uno di questi giorni comprerò al supermercato) per batterla sul tavolo guardando fisso negli occhi i miei due figli e dire (cercando di restare serio): «Sot­
to a chi tocca, avanti il prossimo». (23 marzo 2012)
116
Il mio vecchio materasso
Incredibile ma vero, ci hanno pagato per sta­
re ad ascoltare la dimostrazione di un prodotto. Soldi, soldi veri: prima ancora di iniziare la se­
rata nella sala di quartiere, il presentatore­ven­
ditore ha staccato un assegno da 600 euro e l’ha consegnato all’associazione sportiva di no­
stro figlio per ripagarci del disturbo. Dico la ve­
rità, non mi era mai capitato: in genere questi venditori si prendono la libertà di disturbarci gratis, cercando di convincerci che ci stanno facendo pure un favore. Mai trovato uno che fosse così elegante da pagare. Ma l’attenzione (e noi, lo giuro, quella sera siamo stati attentis­
simi!) in questo mondo pieno di distrazioni è merce rara, così rara che si paga: 20 euro per ogni coppia sopra i trent’anni, con il bonus per i gruppi veramente numerosi come il nostro. Applauso.
Avvertenza per il lettore. Qui non si parla di sprovveduti che gettano i loro soldi, ma di pro­
fessionisti che sanno benissimo quello che fan­
no. Tanto che ­ per fare un esempio ­ questo articolo sulla serata che ha fruttato un gruzzo­
letto alla società sportiva di mio figlio non rie­
sco a farlo pungente come vorrei. Chissà per­
ché.
Si parlava di materassi, ma non era una vera e propria vendita bensì una serata informativa sul sonno e i suoi effetti sulla salute. Avendole studiate all’università (nell’ambito di uno dei pochi corsi che mi sono stati veramente utili) ho riconosciuto, una ad una, tutte le armi se­
grete della persuasione (che poi sono leve psi­
117
cologiche) messe in atto con perizia dall’esperto venditore.
Quindi ­ se vi fosse venuto il dubbio ­ giunto a fine serata mi sono goduto il rinfresco, ma NON ho comprato il materasso. Anche perché il kit completo di reti motorizzate, materassi e via dicendo costava, in via del tutto eccezionale, 3 mila euro.
Il fatto è che quell’incontro non mi ha lascia­
to indifferente. Da quel venerdì, in effetti, accu­
so un certo mal di schiena, dolori muscolari, alla cervicale e un indolenzimento mattutino che ­ ora lo so ­ è dovuto al mio vecchio, male­
detto, materasso a molle, acquistato appena un anno fa. Ebbene sì: dormo su un materasso ortopedico a molle vecchio stile, anche se quel­
la sera non ho osato alzare la mano pubblica­
mente (come era stato richiesto) e confessarlo.
E dire che fino all’altro giorno quel materasso mi sembrava comodo e salutare: che belle dor­
mite mi facevo. Poi ho visto quel signore spie­
gare nel dettaglio ­ con un modellino di plasti­
ca in scala reale ­ cosa succede alla mia spina dorsale quando mi sdraio su un materasso ina­
deguato. E così ora passo le notti a rivoltarmi nel terrore di ritrovarmi con l’ernia al disco. Non basta: steso in camera da letto inorridisco all’idea degli acari che (sotto di me!) proliferano in un materasso da quattro soldi che non pos­
so nemmeno aprire e igienizzare. Ma questo è un altro problema che potrei risolvere (forse) comprando un aspirapolvere ultimo modello. Potrei ritrovare invece la serenità acquistando un materasso in lattice ultimo modello, ma or­
mai ne ho fatto un punto di orgoglio: caro ven­
118
ditore, io resisto.
Intanto per cercare di capire il fenomeno mi sono collegato a internet e ho scoperto che quella società ­ che poi è trentina ­ paga asso­
ciazioni in tutta Italia per organizzare incontri: «E’ un modo più efficace e meno costoso che organizzare visite casa per casa» ha spiegato quella sera il presentatore venditore, di cui ­ ol­
tre all’assegno ­ abbiamo apprezzato la fran­
chezza. Ma non immaginavamo che ­ come c’è scritto sul sito internet ­ in 16 anni di attività la ditta avesse sostenuto 20 mila associazioni investendo annualmente un milione di euro (lo dicono loro). Bisogna venderne materassi.
Se vi invitano andate tranquilli: l’associazione di vostro figlio guadagnerà 600 euro e voi (for­
se) non comprerete il materasso. Ma se siete tipi impressionabili, attenti al mal di schiena. (30 marzo 2012)
119
Sì viaggiare, senza accelerare
Chi l’avrebbe mai detto che noi, proprio noi, protagonisti ai bei tempi delle sfide in auto e in moto, cronometro alla mano, saremmo diventa­
ti automobilisti dal piede leggero: niente più ve­
locità, vince chi consuma meno benzina, pro­
prio come dicevano i nostri padri (e nonni) che avevano conosciuto gli anni Settanta.
Fuori il rospo: ai tempi in cui avevo quella specie di maxi moto mi divertivo a dichiarare (barando spudoratamente, ma non troppo) 15 minuti da Trento a Bolzano in autostrada. Sa­
ranno stati sei o sette anni fa al massimo, quell’epoca preistorica in cui gli automobilisti entravano al distributore senza nemmeno guardare il listino dei carburanti e potevano chiedere 10 euro senza abbassare gli occhi, perché con quella somma si faceva ancora un po’ di strada.
Ora non più. La velocità è male, il risparmio è bene. Quindi se mi capita di salire sul sedile del navigatore ­ perché mi piace leggere il gior­
nale, almeno finché non mi viene il mal di mare ­ comincio a dare istruzioni a mia moglie (che sta al volante) per il godimento massimo di quei due passeggeri non paganti che ospitia­
mo sul sedile posteriore: ti pare che siamo ad Indianapolis? non serve tirare le marce, piano con l’acceleratore, devi premerlo con delicatez­
za, come se ci fosse un uovo tra la suola della scarpa e il pedale, non te l’hanno insegnato all’autoscuola? bisogna essere elastici, inutile accelerare se poi c’è la curva ed è già ora di fre­
nare, non siamo mica azionisti dell’Eni, e ora 120
metti la sesta, forza su, non senti come urla (e consuma) il motore?
Bastano tre minuti di questi garbati consigli e l’auto si ferma in piazzola. Allora mi metto al volante di buon grado per dare il buon esem­
pio: eccomi in autostrada, con le gomme alla pressione massima (perché le controllo ormai due volte al mese) che sfrutto la scia dei cam­
per, proprio quelli che ai bei tempi superavo di slancio facendo gesti minacciosi con la mano.
Con il contagiri attorno ai 2 mila giri (che poi sarebbe il regime di massima efficienza, come ho letto da qualche parte sul libretto), accarez­
zo il pedale dell’acceleratore (come se ci fosse un uovo) e dichiaro il divieto assoluto, per que­
stioni aerodinamiche, di azionare il tetto apri­
bile concedendo solo per motivi di forza mag­
giore (di cui sono generalmente il responsabile) l’abbassamento parziale dei finestrini laterali.
Giunti sul passo dolomitico (che sofferenza la guida di montagna per noi automobilisti ri­
sparmiosi) affronto la discesa con il cambio in folle per recuperare il carburante perso in sali­
ta, anche se mentre caliamo di quota silenzio­
samente alla velocità di un missile ho il vago sospetto (visto il comportamento in curva della vettura senza freno motore) che sia una forma proibita di risparmio.
Quando si accende la spia del serbatoio tiro avanti finché all’orizzonte non si profila uno di quei (rarissimi) distributori che vendono gaso­
lio sotto marca a meno di 1,700 euro. L’avvi­
stamento in genere è salutato da un grido di fe­
licità proveniente dal sedile posteriore dove il passeggero non pagante che ha appena impa­
121
rato a leggere è ormai allenatissimo a ricono­
scere i numeri a più cifre: quando vede la scrit­
ta 1,6 scatta il boato. Infine arriviamo. Tutti giù dall’auto, anche il passeggero non pagante di dimensioni più minute che ­ tutto preso dai suoi pensieri ­ sale al posto dell’autista e co­
mincia a frugare tra i pedali finché, con aria un po’ delusa, chiede: «Papà, ma dov’è l’uovo di Pasqua?». (7 aprile 2012)
122
Sono tornati i buoni sconto
Evviva sono tornati i buoni sconto. Così al­
meno mi è parso l’altro giorno (quando me ne sono ritrovato uno tra le mani) e chiedo scusa a tutti i lettori se in realtà, a causa della mia distrazione, non mi ero accorto che non erano mai spariti veramente dal mercato. Comunque ho aperto il cellophane di un giornale che mi piace e ho trovato quel tagliandino rosa che, presentato al distributore di benzina di una ben precisa marca, vale uno sconto di 2 euro. Insomma: soldi, soldi veri, come se quel pezzo di carta fosse un’autentica banconota, mica una di quelle raccolte punti che ­ dopo centina­
ia di rifornimenti ­ si trasformano in un omag­
gio per il quale ci chiedono pure il contributo. Evviva il buono sconto, in pratica denaro, la promozione più apprezzata ai tempi della crisi.
Per essere sicuro l’ho girato sopra e sotto, alla ricerca dei caratteri microscopici nella cer­
tezza che sarei rimasto deluso scoprendo il trucco. E invece no, la mia era diffidenza mal riposta: devo usarlo entro luglio per acquistare almeno 30 litri di carburante. Vincoli che mi sembrano ragionevoli, peccato solo che ­ da una rapida indagine lungo il percorso tra casa e montagna ­ ricordo che la marca di benzina con lo sconto è in realtà tra le più care in asso­
luto: un pieno da loro mi costa quasi 4 euro in più rispetto ai distributori senza marca, in pra­
tica se faccio 50 euro e utilizzo il buono sconto vado in pari.
Comunque sia, viva il buono sconto, abbasso il regalino. L’avevo detto quando mi sono iscrit­
123
to a un “club” ricevendo in cambio una piccola coperta blu: «Piuttosto fatemi lo sconto». Caro signore ­ mi hanno risposto ­ se lei sapesse quando costa in realtà questa copertina “made in china” rimarrebbe assai deluso. Così, rinun­
ciando a conoscerne il valore, di tanto in tanto quel plaid che tengo nel bagagliaio dell’auto si rivela di grande utilità.
Ma in questi giorni mi concentro sul super­
mercato, di cui possiedo un buono sconto da 6 euro, non cumulabile (ma è lo stesso perché ne ho uno solo) da consumare in tre giorni precisi, con una spesa di almeno 30 euro, acquistando (quasi) ciò che voglio. Peccato che quel super­
mercato non sia raggiungibile in auto e portare a casa 30 euro di spesa in bicicletta non sia fa­
cile nemmeno per un ciclista incallito come me. Ma io ho un piano: acquisterò cose piccole, ma costose, che per di più si conservano bene, tipo grana, salumi e speck. Quindi consegnerò il mio buono e otterrò ­ a conti fatti ­ uno sconto del 20 per cento che è molto meno di un “3x2” (pari al 33 per cento) ma non mi obbliga a riempire la dispensa di cose che probabilmente non mi servono.
Devo solo ricordarmi di andare al supermer­
cato il giorno esatto, per evitare la spiacevole sensazione di molti anni fa (ero ancora un ra­
gazzino) quando in fondo al cassetto della cuci­
na, uno di quei cassetti in cui si può leggere attraverso gli strati sedimentati la vita di una famiglia intera, trovai una serie di mazzette or­
dinate e tenute assieme con gli elastici: colle­
zioni intere (e completissime) di tagliandini per partecipare ai concorsi, buoni scorso e buoni 124
omaggi. Quando mangio troppo la sera me li sogno ancora di notte quei tagliandini ritagliati dai dadi e dalle merendine, cartacce vecchie di anni, raccolte e custodite come si fa con i sogni e poi dimenticate come banconote ormai sca­
dute. (14 aprile 2012)
125
La battaglia della nanna
È quando la città si fa silenziosa e le luci dei palazzi – una ad una – si spengono che in casa nostra scoppia il conflitto di interessi tra due fazioni assolutamente contrapposte. Ecco da una parte quelli che vorrebbero andare a letto, dall’altra quelli che NON ci vorrebbero andare mai. Poiché siamo genitori democratici (insom­
ma incapaci di farci ubbidire) in genere la prendiamo alla lontana, dicendo qualcosa tipo: «Forza su, è ora di lavarsi i denti». Ma subito si infiamma la rivolta, con il più grande che af­
fronta sua madre protestando: «Guarda che noi siamo capaci di stare svegli anche fino a mez­
zanotte, vero papà?». A quel punto – tirato in ballo come se fossi l’unico responsabile per questi due figli tiratardi – mi tocca entrare in azione e sbrigarmela da solo, almeno quando sono in casa all’ora x, visto che il più delle volte me la cavo con l’alibi di ferro di tutti i giornali­
sti (ho fatto tardi al lavoro...).
I due nottambuli sono rapidissimi, ma ormai conosco e prevengo ogni loro mossa: latte? Ec­
colo qua. E che nessuno provi a chiedere il miele, perché l’ho aggiunto prima di infilare le tazze nel forno a microonde per scaldarlo “ap­
pena, appena”. Ormai non provano più a dire che “scotta” (o è “troppo freddo”) ma prendono comunque tempo degustando con lentezza il latte fresco, come se fosse un Macallan invec­
chiato 12 anni. Quindi lascio a loro l’iniziativa, ma so già cosa prevede il copione: «Storia!» or­
dinano all’unisono. E storia sia.
Modestamente, è il mio momento: spengo la 126
luce della stanza, accendo la lampada frontale che già mi sono allacciato in testa. Buio asso­
luto in sala, illumino solo il libro e le sue illu­
strazioni per bambini e con tono drammatico (ma non troppo, altrimenti si spaventano) co­
mincio a declamare le gesta di uomini che divi­
dono in due le acque del Mar Rosso, cercano di costruire torri alte fino al cielo, salvano gli ani­
mali dal diluvio e armati solo di una fionda sconfiggono giganti. Padri in cerca di ispirazio­
ne, che ci crediate o no, provate con una Bib­
bia per bambini: è comodissima. Evitate solo, per prudenza, di leggere la vicenda dell’uomo che uccise suo fratello e quindi – come è ovvio – modificate ogni storia in modo che si conclu­
da con qualcuno che fa la nanna, esattamente come dovrebbero fare i due monelli. Che però non ci stanno. Vorrebbero (ora!) fare la pipì, ma poiché l’hanno già fatta ordino che nessuno si muova, rimbocco le coperte al grande, infilo la pecorella di stoffa nel letto del più piccolo (che non si senta troppo solo), mi avvicino alla porta e prima ancora che possano urlare dispe­
rati accendo una lampadina sul corridoio che illumini di luce fioca la stanza, quanto basta perché anche il bambino più dotato di immagi­
nazione possa escludere la presenza di un fan­
tasma.
Missione compiuta. La casa è (finalmente) si­
lenziosa. Scendo in soggiorno, chiudo gli occhi e conto fino a dieci. Li riapro e me li ritrovo sul­
le scale: il più grande (che è il più pauroso) per mano a quello piccolo, con le facce di due con­
dannati a morte (questo per loro significa dor­
mire) che supplicano di vivere ancora un po’: 127
va bene, avete vinto, tutti qui sul divano a guardare le notizie col papà. Finisce davvero a mezzanotte, quando li riporto a letto tenendoli sotto braccio, uno per parte, come due barili, stremati dalla lotta contro la notte, ignari di quanto rimpiangeranno da grandi (!) quel son­
no profondissimo e bellissimo che arriva in dono a chi non sa che farsene: il sonno dei bambini.
(21 aprile 2012)
128
Il sale della vita è ridere con i figli
A chi insegue soldi, sesso e successo rispon­
de un’antropologa francese che il sale della vita è semplicemente essere qui, a godersi le cose di ogni giorno. Come entrare in un letto con le lenzuola fresche di bucato e bersi un caffè al sole di primavera. L’ho sempre sospettato. Così (per conferma) ho comprato il libro “Il sale della vita” con cui Francoise Héritier, allieva di Clau­
de Lévi­Strauss, sta scalando le classifiche.
Facile per un’intellettuale di successo (che campa facendo il lavoro che sognava e premet­
te di non aver conosciuto la miseria) affermare che il bello della vita è mangiarsi una Coppa del Nonno a Firenze (che comunque non è male) oppure guardare in cagnesco i bambini che fanno i capricci al supermercato. Ma biso­
gnerà pur dare ascolto a una che ha studiato l’uomo in varie sue versioni, quando scrive una lettera per spiegare a un amico medico (troppo) indaffarato che non dovrebbe sentirsi in colpa per un periodo di vacanza trascorso a “non far niente”. Questo è il libro: un’infinita serie di consigli su come godersi la vita al meglio, libe­
randosi (bravo chi ci riesce!) dal perenne senso di colpa per non aver fatto mai abbastanza.
Dice l’antropologa (una sorridente signora quasi ottantenne) che il sale della vita sono i pranzi in famiglia (ma non tutti), le pennichelle all’ombra, arrabbiarsi (ma non troppo) e legge­
re il giornale in santa pace (parole sante, signo­
ra professoressa). Ma poiché l’elenco continua per ben 64 pagine, da cui si intuisce che il sale della vita è una risorsa universale rintracciabi­
129
le alle più diverse latitudini, chi vuole saperne di più potrà comprare il libro. Oppure regalar­
lo, poiché scegliere un regalo azzeccato è una di quelle cose che ci rendono molto soddisfatti (parola di antropologa). Intanto, se una grande intellettuale francese non si vergogna di dire che il sale della vita è “fare gli scemi” o “arriva­
re a un appuntamento col fiatone” (entrambe attività in cui riesco molto bene) mi sento auto­
rizzato a confessare che mi piace da morire raccontare a un bambino la barzelletta dell’arancia che non va a fare la spesa perché... manda­rino; godo nel constatare che l’erba del mio giardino è più verde di quella del vicino, senza la necessità di avvisarlo che vi ho inve­
stito una quantità di fertilizzante sufficiente per un campo di pallone; amo assaporare le se­
rate di giugno naso all’aria, con fare da grande intenditore, per poi stecchire i presenti decla­
mando la mia grande verità: come si sono al­
lungate le giornate!; se giochiamo a chi sa più canzoni degli anni Ottanta sbaragliò il campo cantando «guardo il mondo da un oblò, mi an­
noio un po’» e quando torna l’ora solare mi chiedo seriamente cosa farò di utile in quei sessanta minuti, per poi dormire della grossa il mattino successivo.
La vita talvolta è un palcoscenico: non sono io quello che accende a regola d’arte il fuoco nella stufa (cosa che piace molto anche alla professoressa francese) ma rappresento in quel momento il custode dell’antico segreto che ri­
sale all’homo erectus; mi piace darmi arie da grande chef mentre cucino un uovo alla coque cronometro alla mano (perché nella vita ci vuo­
130
le professionalità) e quando corro in bicicletta sono Moser lanciato sulla pista di Città del Messico anche se vado a trenta all’ora. Lo so, ci sono cose più serie che essere soddisfatti per­
ché nella giacca tirata fuori dall’armadio avete trovato cinque euro dimenticati l’inverno prece­
dente (in realtà anche due vanno benissimo) ma dopo aver letto il libro “Il Sale della vita” mi consolo perché probabilmente non sono l’unico al mondo che ride a crepapelle cantando a squarciagola “Garabalda fa farata” coi bambini. (28 aprile 2012)
131
L’ansia di prevedere il tempo
Filmfestival della montagna, scena prima: Angelo Iellici, gestore del rifugio La Rezila in val di Fassa dice che quando Meteotrentino segna brutto tempo il suo rifugio resta vuoto. Scena seconda: gli albergatori di una grande stazione turistica tirolese (protagonisti di un documen­
tario) pregano perché arrivi la neve (e non la pioggia) come regalo di Natale. Il meteorologo Luca Lombroso (scena terza dal Filmfestival) la pensa come gli albergatori, proietta in sala una fotografia che lo ritrae sorridente sotto una co­
piosa nevicata e con un occhio al pubblico e l’altro a Twitter (debolezza di cui comunque si è scusato) dichiara: “Questo secondo me è il bel tempo”. Nella quarta scena un montanaro au­
tentico (specie in via di estinzione perché – come confessa lui candidamente – le donne moderne quelli come lui non li considerano) si augura invece che la neve non arrivi e che l’inverno imminente sia per lo meno “decente”, insomma che non faccia un “freddo cane”. Questo per lui vuol dire tempo bello. Per la quinta scena dal Filmfestival saliamo ai 3 mila metri di un ghiacciaio austriaco e ascoltiamo un tecnico spiegare che un aumento della tem­
peratura di un grado e mezzo sarebbe un disa­
stro per la sua società, la stessa che quando accende i cannoni sparaneve tutti assieme (sperando che faccia freddo abbastanza) spen­
de 500 mila euro al giorno. E infine (scena se­
sta, ma potremmo continuare) ecco l’alpinista Simone Moro in Himalaya chiamare il suo me­
teorologo di fiducia con il telefono satellitare, 132
chiedergli se è previsto un po’ di sole, chiudere la comunicazione e avvisare i compagni di spe­
dizione che essendo in arrivo una finestra di “bel tempo” bisognava salire sul Gasherbrum II (e soprattutto tornare giù) anche se fuori dalla tenda c’erano 50 gradi sotto zero. Il bel tempo è relativo: è bellissimo quando fuori piove a di­
rotto e potete girarvi dall’altra parte senza mantenere la promessa (estorta da un amico) di andare assieme su in montagna. È fantasti­
ca la pioggia che interrompe un inverno arido come quest’ultimo, anche se dopo tre giorni di rovesci incontrerete al panificio del quartiere il vostro amico Vittorio che, scuro in volto, si la­
menterà che non se ne può più di tutta questa umidità. Chi va in barca vuole il vento, chi va in bici lo detesta. Gli sciatori sono delicati: vo­
gliono la neve, ma preferiscono sciare con il sole. Gli escursionisti di pianura temono che essere sorpresi in quota dalla pioggia sia un’emergenza tale da richiedere l’intervento del soccorso alpino. Per chi ha paura di cammina­
re con il cappuccio e la mantella Iellici ha un consiglio: “Quando il cielo è grigio venite da me, troverete sempre un posto accanto al fuoco acceso”. Affare fatto. Il libro dal leggere me lo porto da casa, visto che sarò in compagnia di un gruppo di tedeschi con cui non potrò fare conversazione: gli unici – assicura il rifugista – che torneranno a casa soddisfatti per la sco­
perta del profumo del bosco quando piove. Di tante giornate assolate passate a fare il bagni­
no a Caldonazzo ricordo solo la pelle scottata e la fatica di stare in spiaggia da mezzogiorno alle due del pomeriggio. Indimenticabile invece 133
quel bagno sotto il temporale festeggiato con un solenne arcobaleno. Il tempo (meteorologi­
co) è bello perché è vario, se solo avessimo il tempo di godercelo. Di questo è convinto Egidio Bonapace (scena settima, e ultima, del mio Filmfestival) quando spiega che tutta quest’ansia di guardare le previsioni del tempo è perché (purtroppo) non possiamo permetterci nemmeno il tempo di aspettare, come una vol­
ta, che dopo la pioggia torni il sereno. (5 maggio 2012)
134
L’emozione della gita
Si è alzato di scatto alle sei del mattino senza che nessuno lo tirasse giù dal letto (!) e zam­
pettando ha raggiunto il bagno, dove l’abbiamo sentito lavarsi utilizzando persino l’acqua (!).
Quindi si è vestito da solo (!) con gli abiti che si era fatto preparare la sera prima (!) e ha fatto colazione senza storie (!). Infine si è caricato lo zainetto sulla schiena e di fronte a noi che guardavamo nostro figlio come se fosse un marziano sceso in terra, è sbottato protestan­
do: «Ehi, sbrigatevi o mi farete perdere il pull­
man della gita!». E’ partito di gran carriera per andare a vedere mucche e galline in una fatto­
ria della provincia di Verona, altro che i leoni e le giraffe che aveva visto tre settimane fa con mamma e papà: vuoi mettere il viaggio in cor­
riera con tutti i compagni di scuola e le mae­
stre?
E pensare che ai tempi delle scuole elementa­
ri noi alunni della sezione “a” avevamo una maestra d’altri tempi (che comunque era bra­
vissima) e la gita scolastica potevamo scordar­
cela: guardavamo partire e tornare i piccoli col­
leghi delle altre classi (quelle con le maestre al passo con i tempi) e noi in aula a cantare l’inno di Mameli.
Solo in quinta, quanta grazia, andammo tutti assieme al parco di Gocciadoro (dove c’era una giornata dedicata ai bambini) a bordo di una corriera noleggiata (chissà perché) dalla scuola: cinque chilometri seduti sui sedili in fondo al pullman con i compagni di classe. Che grande gita fu quella.
135
Le gite scolastiche, che nostalgia: Ravenna fu una partita di pallone vicino al mare; Padova un pic­nic consumato nel Prato della Valle; Mi­
lano la visita di non so più quale museo; a Pa­
rigi la colletta per pagare le spese di un compa­
gno che aveva perso tutti i soldi (non c’erano mica le carte prepagate); di Roma ricordo solo le notti trascorse a correre lungo i corridoi del­
la pensione Varese dove avevamo preso allog­
gio; delle Cinque Terre mi viene in mente una poesia di Montale; al lago di Como pioggia a ca­
tinelle; alla giornata sulla neve invece mi di­
menticarono all’Autogrill, ma mi presi la rivin­
cita inseguendo il pullman in autostop.
Erano comunque gite d’istruzione: si impara­
va a contare gli spiccioli che avevamo nel por­
tafoglio (per comprare un gelato e un souvenir) e a non perdere mai il contatto con il gruppo. Perché a quei tempi non c’era il cellulare: chi si perdeva era perduto veramente. C’era sempre qualcuno che tirava fuori un pacchetto di siga­
rette, ma non ho mai visto girare (tanto per dire) una bottiglia d’alcol. E se è accaduto sarò stato l’unico fesso a non accorgermene.
Non eravamo in fondo tanto diversi dal tizio con i brufoli, sceso da un pullman veneto par­
cheggiato lungo l’Adige, che l’altro giorno ho ri­
schiato di investire mentre pedalavo verso la redazione: bambini, ragazzini e ragazzi che vanno in giro con la testa per aria.
Per tornare al marziano che l’altra mattina all’alba non vedeva l’ora di andare in gita l’abbiamo recuperato a sera quando è sceso dal pullman. Teneva in mano un contenitore con un formaggino alla ricotta, cotto dal sole e dal 136
viaggio in pullman, che aveva preparato alla fattoria: «Buonissimo» ho detto, fingendo di as­
saggiarlo. Poi gli ho chiesto raccontami qualco­
sa: «Siamo stati sul trattore!».
Che gita fantastica deve essere stata, più o meno come quando ci portarono a Venezia a vedere San Marco, una giornata entusiasmante di cui ricordo, come se fosse allora, l’emozione... di un viaggio in vaporetto. (12 maggio 2012)
137
La maglia, la maniglia e il fai da te
Questa è la storia di come risparmiare alme­
no 50 euro riparando da soli la lavatrice e poi litigare su come spendere il denaro che si rite­
neva ormai perduto.
Tutto comincia in un noioso pomeriggio di domenica quando tu ­ che non hai mai caricato una lavatrice in vita tua ­ decidi di aprire l’oblò dell’apparecchio per vedere se la maglietta da ciclismo che stai cercando disperatamente è fi­
nita là dentro (dove non dovrebbe!) assieme al resto del bucato.
Ma la maledetta lavatrice, per un motivo che scoprirai solo in seguito, non vuole aprirsi. E custodisce come una cassaforte un groviglio di indumenti tra cui probabilmente c’è davvero la tua maglietta da ciclismo.
Poiché è quasi il tramonto e non vedi l’ora di inforcare la bicicletta tiri, tiri, tiri la maniglia della lavatrice finché (stac!) ti resta in mano. Naturalmente con la porta chiusa.
E’ vero, ti sei sempre vantato di essere forte: ma non così forte. E quindi ora vuoi trovare qualcuno a cui dare la colpa di quello che è successo. Ad esempio la casa produttrice della maledetta lavatrice che si è rotta l’unica volta nella vita che ti sei degnato di toccarla.
Così mandi al diavolo la bicicletta e picchiet­
tando sullo schermo del tuo telefonino ti con­
netti a internet per cercare di capire come sia potuta accadere questa tragedia.
La prima sorpresa è che Google appena digiti marca e modello della tua lavatrice comincia ad intuire che tu abbia qualche problema con 138
la maniglia. Sospetti fondati. Scopri anche che di maniglie come quella ce ne sono in vendita a decine (originali e non) e con un senso di trion­
fo ti consoli: non sei maldestro come sembra.
Ma poiché non hai idea di come si faccia a cambiare la maniglia di una lavatrice­cassafor­
te chiedi umilmente a tua moglie (che a questo punto è lì che ti guarda con sospetto mentre seduto in lavanderia navighi su internet indos­
sando solo un paio di calzoncini da ciclismo): secondo te quanto costerà riparare la maniglia della lavatrice? Risposta: l’hai rotta? Cinquanta euro solo per la chiamata.
Allora tu ­ che faresti qualunque cosa pur di non dover spiegare a un tecnico saccente come si è rotta la maniglia e poi dargli 50 euro sull’unghia ­ scopri che su internet, a guardar bene, ci sono anche le istruzioni per aggiustare maniglie troppo fragili (come quella della tua lavatrice) utilizzando un paio di cacciaviti Torx (maledetti americani) che naturalmente hai nella tua cassetta degli attrezzi.
Finisce che ordini la maniglia su Ebay (7 euro) e due giorni dopo trascorri una serata a smontare la lavatrice traducendo dall’inglese le istruzioni amatoriali messe in rete da un grup­
po di fanatici del fai da te.
Infine ­ dopo un tempo doppio rispetto a quello previsto – riemergi dal seminterrato e di fronte ad un pubblico dormiente dichiari soddi­
sfatto: visto? 50 euro guadagnati. Si apre così il capitolo secondo di questa storia, dedicato all’utilizzo del denaro rientrato improvvisamen­
te nella disponibilità domestica, con le seguenti proposte sul tavolo in ordine di età: acquistare 139
dei chupa chupa, acquistare un videogioco, fare la spesa al supermercato una volta (giusto per dire quanto possono essere tristemente po­
chi 50 euro).
Ma infine ecco a voi la proposta vincente, cioè la mia: acquistare una nuova maglia da cicli­
smo in sostituzione di quella originale che ­ come nella miglior tradizione delle questioni fa­
miliari ­ NON era nella lavatrice­cassaforte e da quel giorno nessuno sa più dove sia finita. (19 maggio 2012)
140
Il Giro d’Italia che non si vede alla tivù
Sull’Alpe di Pampeago ieri è andato in scena l’alto spettacolo, quello che non si vede (più) alla tivù. Ho visto ciclisti partire da Trento la mattina per salire in val di Fiemme ad applau­
dire il Giro.
Ho visto ragazzi smilzi scalare i passi in atte­
sa dei corridori con un paio di banane appena nella tasca della giacca e tifosi sovrappeso cu­
cinare grigliate di carne e pesce sul barbecue piazzato a lato della strada.
Ho visto gente scaricare con grande cura la bicicletta da vecchie autovetture che valevano la metà rispetto alla due ruote e gente salire con il vecchio rampichino arrugginito.
Sui rettilinei ripidissimi che portano all’arrivo ho visto cicloturisti mettere il piede a terra e al­
tri salire come se fossero loro gli uomini di classifica. C’era gente nostalgica (e applauditis­
sima) che saliva con la maglietta di lana e una bicicletta vecchia quasi un secolo. E c’era gente in coda (non ci avrei scommesso una lira) per acquistare la maglia rosa a dieci euro: ma quando se la mettono?
A venti chilometri dall’arrivo ho visto famiglie (felici) accampate in piazzole dove gli automobi­
listi non si fermano nemmeno a fare la pipì. Poi sono arrivati i ciclisti veri: i primi vanno su ve­
loci che non li vedi neanche. Poi arrivano gli al­
tri, che macinano chilometri e non finiscono nemmeno sul giornale.
Ne ho visto uno tirare un pugno a un tifoso che voleva a tutti i costi spingerlo. Ne ho visto un altro implorare di essere spinto. Ho visto ti­
141
fosi (quasi tutti!) voltare le spalle ai corridori di secondo piano per guardare la gara vera alla televisione collegata al generatore fuori dal camper. Ho visto anche un corridore solitario sbirciare quella televisione durante la salita per vedere come stava andando là davanti. Ho vi­
sto ragazzi riprendere il gruppo con il telefoni­
no e poi guardarsi il video tutti contenti. Ho vi­
sto il campione del mondo (con la sua maglia iridata) raccogliere l’applauso della folla salen­
do come se fosse in gita. E poi la fila delle am­
miraglie strombazzanti (ognuna con cinque bici sopra il tetto) infilarsi (chissà come) in una mulattiera asfaltata di fresco e sfilare in mezzo ai pascoli.
Ho visto ciclisti salire così veloci da sembrare dei giganti, che quando sono scesi dalla bici avevano l’aspetto di liceali un po’ spauriti (del peso piuma di cinquanta chili) prima di infilar­
si in un pullman extra­lusso dove chissà cosa succede dietro i vetri scuri.
Sull’Alpe di Pampeago ho visto il Giro d’Italia che non si vede alla tivù. La grande festa della gente che guarda i numeri di gara sul giornale sperando di incitare il corridore giusto. Gli ap­
passionati della domenica che fanno scattare il cronometro sulle grandi salite e poi si chiedono se vengono da Marte quei tizi che salgono a ve­
locità doppia. E poi – nel tempo necessario per tirare fuori la maglietta dallo zaino – ho visto giovanotti far sparire le transenne, gli striscioni e la pubblicità da portare sullo Stelvio entro domani mattina.
Infine già che ero lì: ho chiamato mio padre al telefono (lui che era rimasto – naturalmente 142
­ davanti alla tivù) per sapere com’era andata. Così ho capito che era Kreuziger quello che sa­
liva a tutta birra sbuffando come una locomoti­
va (almeno a tre chilometri dall’arrivo dove mi ero piazzato). Benissimo, ma lo spettacolo vero – comunque la pensiate – era quello che non hanno mandato in onda. (26 maggio 2012)
143
La vacanza è prima di partire
Ci sono due tipi di turisti: quelli che si metto­
no in viaggio sapendo già in quale albergo dor­
miranno e quelli che giunti sul posto andranno alla ricerca di una stanza. E poi ci sono i turi­
sti 2.0, quelli che la vacanza la consumano a casa propria (trascorrendo le notti davanti a un computer collegato a internet) e quando arriva il momento di partire si lanciano alla ricerca di conferme di ciò che hanno già visto.
Si fa così. Prima si sceglie la destinazione (e anche su questo la comunità di internet si pre­
murerà di darvi innumerevoli consigli) poi si lancia il navigatore di Google e ­ simulando un volo aereo ­ si arriva sopra la località desidera­
ta. Meglio dare un’occhiata in giro prima di giungere nel luogo in cui trascorrerete le vostre vacanze. Eviterete, quanto meno, di ritrovarvi come mia moglie in Sicilia, ormai vent’anni fa, a guardare incredula il paesaggio, con una co­
pia di Bell’Italia in mano, incapace di convin­
cersi che la spiaggia ritratta in una foto a dop­
pia pagina era proprio quella distesa di spazza­
tura che aveva davanti agli occhi.
Ci sono discariche vicino alla spiaggia? L’autostrada e la ferrovia sono abbastanza lon­
tane? La zona industriale è a distanza di sicu­
rezza? Allora è giunto il momento di scendere a dare un’occhiata da vicino e cliccare sui tanti consigli che cominciano ad apparire sullo schermo: alberghi, campeggi, locali pubblici. Con le opinioni lasciate da chi vi ha preceduto. Se prevalgono i pareri negativi non lasciatevi impressionare troppo: il turista ama essere se­
144
vero e prendersi qualche rivincita dopo aver pagato il conto. Non fidatevi delle fotografie de­
gli operatori del turismo, guardate invece le mi­
gliaia di immagini amatoriali che i viaggiatori hanno già caricato sulla mappa.
Se siete particolarmente fortunati l’auto di Google sarà già passata con le sue macchine fotografiche davanti al vostro albergo e quindi potrete farci il giro attorno semplicemente muovendo il mouse. Continua a piacervi? Man­
date una mail per prenotare e scoprirete che sarà al completo perché le vie di internet sono sempre più battute.
Ormai lo hanno capito pure loro: chi non ha niente da nascondere pubblica sul sito internet la posizione esatta sulla mappa di Google. Gli altri non vengono nemmeno presi in considera­
zione dal turista 2.0 che quando arriva sul po­
sto gira l’angolo con sguardo indagatore per ve­
rificare che tutto corrisponda all’idea che si era fatto da casa, compresa la strada in terra bat­
tuta per arrivare al mare.
L’altra sera ­ sognando in attesa di partire ­ ho battuto palmo a palmo tutta la costa Ma­
remmana, quindi sono volato sul Conero e infi­
ne ­ preso dalla nostalgia ­ sono tornato in Pu­
glia, Corsica e Sardegna con una puntatina in Grecia.
Alle due di notte sono andato in montagna, fra le Dolomiti, dove c’è ancora la casa di mia nonna, per vedere se l’auto di Google era arri­
vata fin lassù. E per capire come quei luoghi sarebbero apparsi ad un turista potenziale. L’auto ci era arrivata nel luglio scorso in una giornata di sole e si era spinta fino al limitare 145
del bosco. Lì (incredibile!) davanti al fienile c’era mio zio che guardava dritto nell’obiettivo, sorpreso probabilmente da quella strana auto con le fotocamere sul tetto: non vado a trovarlo da anni, me l’ha fatto vedere Google, un buon motivo per andarci di persona. (2 giugno 2012)
146
Caro studente, goditi le notti stellate
Caro studente che esci dall’istituto superiore con gli occhi felici, prima di goderti questi no­
vanta giorni di vacanza (novanta) sappi che rimpiangerai tutta la vita queste estati di totale libertà.
I tuoi professori e genitori ti avranno già spie­
gato (speriamo) quanto è scarsa la risorsa tem­
po (che alla tua età pare infinito) e quanto è importante quindi evitare di sprecare le giorna­
te. Ma ti sarà forse utile un elenco delle cose che ora dai per scontate e tra ventidue anni (per esempio) non lo saranno più.
Goditi quindi le dormite fino a mezzogiorno perché, per quanto ti possa sembrare incredi­
bile, con il passare degli anni non ti riuscirà più di trattenere il sonno così a lungo. Dopo una giornata al lago o in montagna (perché mi piace immaginare che è lì che trascorrerai le ore migliori) mangia pure come un pazzo, per­
ché ci sarà tempo più avanti di seguire gli ap­
pelli all’alimentazione misurata. Trova il tempo per leggere quanti più libri prima di riscoprirti, un giorno, a rubare il tempo alla notte lottando contro le palpebre che si abbassano per consu­
mare qualche pagina. Viaggia (per settimane!) con un solo ricambio nello zaino sapendo che rimpiangerai il bagaglio leggero quando le tue vacanze assomiglieranno ad un trasloco. Dormi nel sacco a pelo (anche per terra) finché il tuo fisico te lo permette. Se ti capita di esplorare le notti, come è giusto, ricordati che ti ricorderai dei cieli stellati (e e delle notti di luna piena) molto più delle luci e del fumo di un locale. 147
Guida (con prudenza) l’auto che tuo padre ti fa trovare con il serbatoio pieno, aspettandoti fin­
gendo di dormire. Trovati una passione e con­
sumala fino in fondo perché non ti capiti un giorno di diventare un quarantenne che cerca di recuperare il tempo perduto. Scegli con cura l’università (se quella è la tua strada) ma sappi che guardando indietro scoprirai che le cose più importanti le avrai imparate fuori da quel palazzo. Pensa subito a quello che vuoi fare perché i grandi obiettivi richiedono investimen­
ti lunghi. Mangia la “pappa pronta” che trovi sul tavolo ma cogli l’occasione per imparare qualche trucco in cucina dato che toccherà a te, un giorno, metterti ai fornelli. E non farti fregare da chi ti vuol convincere che i lavori manuali valgono meno di quelli intellettuali.
Davanti a te novanta giorni d’estate: ce n’è abbastanza da stufarsi. Se solo ti viene la vo­
glia di provare, lavora: di questi tempi non sco­
prirai (purtroppo) l’ebbrezza del guadagno, ma sperimenterai la responsabilità e la soddisfa­
zione che si prova a “far qualcosa”.
Chissà se gli esami di questi anni provocano lo stesso stress di quelli di vent’anni fa, quan­
do ci si presentava davanti alla commissione tentando di trattenere a mente programmi in­
contenibili (studiati sui libri e sugli appunti quando ancora non c’era wikipedia). Non pen­
sarci troppo, altrimenti ti capiterà (come capita a noi della maturità del 1990) di svegliarti di notte sognando il prof di matematica. (9 giugno 2012)
148
Abitare sulla sponda destra
Noi che nella città di Trento abitiamo al di là del fiume siamo da sempre guardati con so­
spetto da quella maggioranza di trentini che non ha mai capito (e amato) l’Adige. E a nulla vale citare il famoso architetto (quello che ha disegnato la facoltà in collina) che da anni pre­
dica ai trentini di andare a riprendersi (e go­
dersi) il loro corso d’acqua come fanno tutte le città tranne la nostra. Poiché l’architetto è uno di noi, uno che abita al di là del ponte, rimane inascoltato. Partiamo dal ponte, quindi, per raccontare le scoperte quotidiane che si perde chi non frequenta il fiume.
Pare una banalità, ma il ponte ­ passaggio obbligato per migliaia di persone che ogni gior­
no si recano in città ­ favorisce le conoscenze e induce al saluto. Di più, obbliga a concedere almeno un cenno del capo al passante che si incontra lungo quei cento metri (un minuto e mezzo a piedi) che separano le due sponde, senza possibilità di scampo per i trentini doc che vorrebbero (ma non possono!) cambiare strada.
Su quel ponte sentiamo il vento del nord cor­
rere verso la pianura, senza trovare ostacoli e quindi potente come non accade in nes­
sun’altra via della città.
Guardando il colore e la quantità dell’acqua sappiamo se a Bolzano è piovuto senza il biso­
gno di controllare il bollettino meteo. Sappiamo che fa caldo quando gli stranieri che si riposa­
no sulle rive mettono i piedi in acqua. Sappia­
mo che è Capodanno quando vediamo (contenti 149
loro) i trentini fare il bagno. Sappiamo che è domenica perché ci sono le badanti dell’est che consumano il pic­nic. Sappiamo che è gennaio quando dall’acqua affiorano tanti sassi che quasi potresti attraversare il fiume a piedi. Sappiamo che è primavera quando i tedeschi si mettono in coda lungo la ciclabile dell’Adige.
Lungo il fiume si capisce cos’è la misera: ba­
sta sporgersi dalle ringhiere del ponte in una notte di pioggia per accorgersi che là sotto qualcuno ha piantato una tendina.
Quando piove per tre giorni noi che abitiamo sull’altra sponda ci fingiamo preoccupati per quant’è salita l’acqua, ma sono dieci anni che il fiume non si avvicina a sfiorare il famoso ponte come avvenne nell’autunno del 2002.
Questa città che ha spedito il fiume in perife­
ria per fare correre al suo posto una strada do­
vrebbe andare ogni tanto a ritrovarlo per fare vedere ai bambini le tane dei conigli e per sco­
prire che in estate in ragazzi vengono da Mila­
no per navigare con i gommoni.
I cani: ho promesso a un vicino di casa che avrei scritto quanto sporcano quei cani in pas­
seggiata da un ponte all’altro senza che i loro padroni prendano mai la multa. Ecco fatto. Ma mi interessa di più scrivere un’altra cosa: l’acqua del fiume è come il fuoco, poiché si muove (come la fiamma nel caminetto) nessu­
no si stupirà se ve ne state immobili a godervi lo spettacolo. Per non fare niente ci serve una scusa, il fiume è perfetto per stare un po’ impa­
lati senza fare la figura degli stupidi: cogliamo l’occasione. (16 giugno 2012)
150
Il nostro cinema all’aperto
A casa nostra quello che soffre il caldo sarei io, ma poiché sono sempre io quello che non vuole comprare il condizionatore mi tocca sof­
frire in silenzio.
Se non ci fosse la predisposizione avrei scuse da vendere: siete matti a rompere le pareti e portare tubi sul tetto per “quattro giornate” di caldo all’anno? Ma poiché in realtà sarebbe già tutto pronto, la mia strategia difensiva deve es­
sere molto più elaborata.
Inutile sostenere teorie universali secondo cui i condizionatori rinfrescano la casa ma fan­
no bollire il mondo. Di fronte ai familiari accal­
dati bisogna essere pratici: così per combattere il senso di colpa di chi poi va a rinfrescarsi in ufficio, la mattina mi alzo all’alba (quando la temperatura esterna è al minimo giornaliero) e faccio correre l’aria in casa aprendo opportuna­
mente le finestre in direzione nord­sud. Quan­
do si alza il sole (maledetto sole) comincio la chiusura ermetica della nostra abitazione, ab­
bassando le persiane e chiudendo pure le ten­
de.
Prima di uscire controllo la temperatura giù in taverna e se vedo che segna 22 gradi (com’era appunto l’altro giorno) tiro un sospiro di sollievo: se in mansarda la temperatura do­
vesse diventare insostenibile potrei sempre spedire tutti a dormire giù in cantina. Ed ecco svelato il mio piano d’emergenza, per fortuna mai applicato.
Alle 10 del mattino controllo il bollettino di Meteotrentino e quando segna temporali, se­
151
gretamente, godo.
Ogni giorno che passa è una conquista per­
ché poi si va in vacanza al mare (naturalmente in un posto dove c’è il condizionatore) e quindi al fresco in montagna. Se entro giugno non avrò chiamato l’idraulico per installare l’impianto potrò ritenermi salvo, ne riparliamo l’anno prossimo.
Giovedì era il giorno più lungo dell’anno, uffi­
cialmente siamo solo all’inizio dell’estate, ma quelli che resistono al condizionatore sanno che ogni giorno che passa c’è una manciata di minuti di sole in meno. Nel frattempo bisogna inventarsi dei diversivi.
Non potendo tenere le finestre troppo aperte (altrimenti sarà colpa mia se ci ritroviamo divo­
rati dalle zanzare) l’ultima mossa è stata il ci­
nema all’aperto. Si fa così: si prende un com­
puter portatile, lo si porta in giardino in mezzo all’erba, si piazzano un paio di seggiole davanti allo schermo ed ecco a voi un fantastico cine­
ma all’aperto.
Di solito al nostro cinema si proiettano i car­
toni, ma l’altra sera ci siamo guardati pure la partita. Con una controindicazione: poiché il segnale arrivava via internet, eravamo legger­
mente in differita. Così ci siamo ritrovati un po’ spaesati quando l’intero, sudato, rione è esplo­
so in un inspiegabile boato. Avevo appena ini­
ziato a pontificare che abitando noi in una zona dove ci sono molti stranieri, le altre fami­
glie stavano sicuramente guardando un’altra partita, quando finalmente anche sul nostro mini schermo Balotelli ha fatto gol.
Questione di stagioni: d’inverno amiamo ripa­
152
rarci al calduccio, d’estate soffriamo il caldo boia. E speriamo che continui, mi ha detto ieri sera un esperto di turismo, così le montagne del Trentino possono sperare di vendere un po’ di fresco. (23 giugno 2012)
153
Restare a secco per fare il pieno all’Eni
Come cercare (invano) di fare il pieno all’auto con lo sconto, ritrovarsi con il serbatoio vuoto, essere quindi obbligati a rifornirsi di gasolio al prezzo più caro sul mercato e ricaderci ancora il fine settimana successivo.
Questa storia comincia due settimane fa quando decisi ­ da buon padre di famiglia ­ di rifornire entrambe le auto approfittando degli sconti del week­end: mi raccomando che nes­
suno faccia il pieno ­ ho avvisato ­ perché ci penso io. Poiché abitiamo vicino ad uno di quei distributori sono passato di buon mattino ma c’era troppa coda. Nel pomeriggio la coda era raddoppiata, all’ora di cena c’erano auto che attendevano pure in strada, finché verso mez­
zanotte è arrivato il mio momento. A presidiare le pompe di carburante c’era una specie di mendicante a cui ho dato qualche euro, sicuro che pochi minuti dopo ne avrei risparmiati al­
meno il doppio (la fortuna va condivisa, altri­
menti si offende e ci abbandona) e invece è sal­
tato fuori che il gasolio era finito. Inutile corre­
re in tangenziale ­ come ovviamente ho fatto, consumando fra andata e ritorno un altro litro di gasolio ­ perché il distributore automatico era andato fuori servizio. Così nel cuore della notte di fronte alla spia del serbatoio che mi ri­
chiamava disperatamente all’ordine, per non restare a piedi mi sono rassegnato e ho fatto ri­
fornimento alla stazione di servizio più vicina, umiliato al punto che non ho nemmeno guar­
dato il prezzo.
Il secondo fine settimana del carburante a 154
basso costo credevo di essere preparato, ma la faccenda era diventata veramente complicata: nelle strade dei distributori con lo sconto si erano formati ingorghi; i lettori delle tessere bancomat andavano in tilt; signore anziane che non avevano mai fatto il pieno con il self servi­
ce rifiutavano di cedere la banconota da 50 euro e farsi aiutare; automobilisti troppo entu­
siasti si ritrovavano con il serbatoio pieno pri­
ma di aver erogato la quantità di carburante già pagato; persone di generazioni diverse fami­
liarizzavano calcolando il risparmio possibile in base alle differenti capacità del serbatoio men­
tre si diffondeva la voce (destabilizzante) che dall’altra parte della città vendevano benzina e gasolio a un centesimo in meno: tenere la posi­
zione e i nervi saldi o tentare l’avventura pun­
tando a un risparmio (ancora) superiore?
Stavo lì in coda e guardando nervosamente l’orologio prevedevo il mio secondo fallimento, tenendo d’occhio i miei compagni di avventura: gente che non aveva bisogno di risparmiare 6 o 7 euro per poi spenderli subito dopo al bar, al distributore automatico di sigarette o al nego­
zio di ricariche telefoniche. No, in ballo non c’erano quattro soldi ma il sapore della vendet­
ta: se davvero le compagnie petrolifere (il nemi­
co) stavano vendendo sotto costo, era nostro preciso dovere approfittarne.
Ma io avevo fretta, dovevo attraversare il Trentino per lavoro e mi son detto: troverò un distributore low­cost sulla mia strada. E così ­ tacitando la maledetta spia con 10 euro al col­
po ­ sono andato e tornato senza mai incontra­
re una di quelle pompe. E’ finita che ho fatto il 155
pieno il lunedì mattina, unico cliente di un benzinaio che per ringraziarmi mi ha pulito pure il parabrezza ma mi ha guardato come se fossi un turista tedesco con i calzini bianchi dentro i sandali. O l’automobilista più fesso della città di Trento. (30 giugno 2012)
156
Se il turista si imbatte in Trenitalia
Mettetevi nei panni del povero turista tedesco che ieri mattina ­ primo giorno di brutto tempo delle sue vacanze al lago di Caldonazzo ­ voleva raggiungere voleva raggiungere Trento con la ferrovia per visitare la città. Inutile mettersi al volante, ha pensato, lui che dopo aver parcheg­
giato la sua grossa auto il primo giorno di va­
canza non l’ha più spostata, utilizzando la bici­
cletta elettrica (che aveva portato dalla Germa­
nia) per andare a spasso e a fare la spesa. Inu­
tile prendere l’automobile ­ ha pensato ­ dopo aver visto passare vicino alla spiaggia quei tre­
nini moderni che lo devono aver convinto di es­
sere di fronte a una ferrovia efficiente. Così, fa­
cendosi aiutare, ha verificato l’orario su inter­
net e a metà mattina si è presentato alla sta­
zione. Non essendoci lo sportello ha acquistato i biglietti dal distributore automatico pagando in contanti perché (poco male) il lettore di ban­
comat e carte di credito non funzionava. Poi ha teso l’orecchio (chiedendo aiuto ai passeggeri italiani presenti in stazione) quando l’altopar­
lante ha annunciato che il suo treno (sospeso) non sarebbe mai arrivato: colpa sua che non aveva letto la scritta in caratteri minuscoli sul tabellone degli orari (e che sulle tabelle pubbli­
cate in rete non c’era).
Così si è presentato in stazione un’ora più tardi, dopo aver consumato un caffè al bar, dato che alla stazione di Calceranica non c’è nemmeno il gabinetto. Peccato che seduto al tavolino abbia perso l’autobus sostitutivo di cui la voce dell’altoparlante non aveva fatto cenno. 157
E nemmeno gli avvisi nella bacheca di Trenita­
lia.
I tedeschi (in vacanza) sono gente paziente, ma ugualmente il turista si è meravigliato quando ha scoperto che un altro treno del mat­
tino proveniente da Bassano viaggiava con 25 minuti di ritardo. Inutile stupirsi, visto che la corsa in arrivo dalla città alle 10 e 41, dopo nemmeno venti chilometri è giunta al lago con 11 minuti di ritardo. Non poteva sapere, il turi­
sta tedesco, che nei mesi scorsi i pendolari del­
la Valsugana (infuriati) avevano ricevuto uno sconto sull’abbonamento come risarcimento per i troppi ritardi e treni soppressi. Non pote­
va sapere che lo stesso assessore provinciale (in attesa di poter gestire in Trentino la rete ferroviaria attualmente affidata a Trenitalia) aveva definito “scadente” il servizio di traspor­
to. Ma ugualmente il turista ha finalmente ca­
pito perché noi italiani viaggiamo sempre in auto. Ad esempio noi della famiglia S. che in queste settimane abbiamo preso casa al lago ­ poco distante da quella del turista bavarese ­ e ogni mattina ci mettiamo alla guida per rag­
giungere il posto di lavoro giù in città.
Il nostro vicino tedesco (con l’auto in sosta tutta la vacanza) lasciato a piedi dalle ferrovie italiane: che vergogna. La stessa vergogna che avevamo provato una settimana fa, il giorno della semifinale Italia­Germania, quando nel cuore della notte sulle finestre delle casette in riva al lago è arrivata un’inquietante pioggia di mele, ancora piccole, acerbe e durissime, rac­
colte in un frutteto poco distante e lanciate dai giovani tifosi italiani al grido “tedeschi di m.”. 158
Tutta colpa delle auto con targa bavarese par­
cheggiate giù in cortile, peccato che tra le fine­
stre colpite dalle mele (per fortuna con le tap­
parelle abbassate) ci fossero anche le nostre. Che vergogna: prima i tifosi esaltati da una (vana) vittoria, poi le ferrovie che non funziona­
no. Ma il tedesco tornerà, perché il Trentino gli piace (l’Italia non lo so) nella speranza di trova­
re, prima o poi, una stazione con il bagno e un treno che arriva in orario.
(7 luglio 2012)
159
In vacanza con i figli, ma senza videogiochi
Di quell’annuncio che pubblicizzava un fine settimana di alpinismo mi ha colpito soprattut­
to una frase scritta in lettere maiuscole: non portare videogiochi.
Mi pare di vederli, i ragazzini, che nelle bran­
de del rifugio, invece di infilarsi nel sacco a pelo si strappano di mano la “console” per ve­
dere chi fa più punti. Peggio: mi risulta facile (avendone uno in casa della stessa specie, che sta contagiando pure il secondo) immaginarli mentre camminano lungo il sentiero con i gio­
chetti tra le mani e gli occhi fissi sullo scher­
mo, a un passo dal burrone.
Mi sono detto: forti questi accompagnatori della Sat a mettere in chiaro le cose prima di partire. Quindi ho voluto verificare su internet e ho scoperto che lo stesso avviso (non portare videogiochi) accomuna decine di iniziative in tutta Italia, dai campi estivi delle parrocchie ai ritiri delle squadrette sportive. C’è anche chi entra nello specifico indicando i modelli vietati (marca e sigla) aggiungendo che i mazzi di car­
te e altri giochi di società invece sono permessi. E il telefonino? Acceso solo qualche ora al gior­
no per chiamare i genitori, ma già questo è un grande passo falso di qualche educatore inge­
nuo che non sa che i giochi più famosi ­ ormai ­ sono quelli sullo smartphone.
Fuori il rospo: chi vi scrive è un grande esperto, formato alla scuola delle sale giochi d’altri tempi dove si giocava a suon di gettoni (meglio diventare bravi in fretta, ma i soldi non bastavano mai lo stesso) maneggiando il joy 160
stick furiosamente, fino a farsi venire le vesci­
che sulle mani.
Ebbene l’anno scorso, improvvisandomi edu­
catore, ho deciso che saremmo partiti senza computer, senza film e senza giochetti. Più che coraggio si trattava di incoscienza, come fu chiaro già durante il viaggio di andata quando ­ alle porte di Verona, diretti verso il profondo Sud Italia ­ dai sedili posteriori dell’auto, prima ancora dell’allarme rosso che ci costringe sem­
pre ad accostare perché qualcuno deve vomita­
re, arrivò la fatidica domanda: quanto manca?
Ma la scelta radicale dell’ex maniaco dei gio­
chetti (che poi sarei io) nel disperato tentativo di salvare i figli dalla nuova schiavitù è fallita miseramente di fronte alla porta aperta della casetta dei vicini (rassegnatevi, avrete sempre dei vicini, pure in vacanza) dove il nostro figlio maggiore decise di stabilirsi già il secondo gior­
no, avendo trovato in abbondanza presso i suoi nuovi amici ciò che nella sua crudele e ascetica famiglia gli era negato. Affetto? Cibo? Attenzio­
ne? No, dietro le pareti di quel bungalow aveva scoperto una televisione sintonizzata sul cana­
le 41 del digitale terrestre e una console carica di videogiochi.
Se volete sapere cos’è l’umiliazione andate a recuperare ogni sera il vostro primogenito se­
duto entusiasta con un paio di coetanei sul di­
vano di un estraneo che non ha letto (senza nemmeno immaginarne l’esistenza) quel libro sui “no” che aiutano a crescere.
Poiché è giunto il momento di (ri)partire il problema si pone un’altra volta: penso che con la scusa di leggermi il giornale ogni mattina in­
161
filerò il nuovo tablet in valigia. Sarà facile, all’occorrenza, scaricare un paio di giochetti per fare concorrenza ai vicini in caso di emer­
genza. Ma non dovrà succedere che mentre un’anziana di montagna scopre per la prima volta il mare a novant’anni (una delle notizie più belle che abbiamo scritto sul Trentino nei giorni scorsi, perché ci insegna che non è mai troppo tardi) ci siano ragazzini che vanno al mare tutte le estati e tornano a casa senza averlo visto.
(14 luglio 2012)
162
La vacanza militare
L’antica regola del viaggiatore (che risale ai tempi in cui ancora non era conosciuto il con­
cetto di vacanza) prevede che il numero ideale di persone in partenza sia: uno.
Posto che un numero maggiore di viaggiatori (due) potrebbe dar vita a un gruppo eccessiva­
mente autonomo, poco predisposto alla conta­
minazione con i luoghi e le realtà oggetto del viaggio. E un numero ancora superiore di per­
sone (tre o più) potrebbe creare difficoltà di rapporti interni al gruppo o inaspettati proble­
mi logistici. Non devono quindi intendersi come viaggiatori (né probabilmente ambiscono ad es­
serlo) i gruppi di vacanzieri che in massa si possono incontrare in questi giorni nei cam­
peggi delle più note località turistiche e di cui i trentini sono un campione molto rappresenta­
tivo, amando spostarsi in piena autonomia, senza dover chiedere nulla a nessuno (nemme­
no la strada giusta per arrivare al mare). In questi gruppi (che possono essere composti da più famiglie aggregate) esiste di norma un capo la cui massima aspirazione, invece dell’inutile vacanza, è la riproduzione esatta delle condi­
zioni di vita di cui i vacanzieri godevano a casa propria. Se possibile migliorate. Ecco perché ­ camper, roulotte o tenda poco importa ­ arriva­
ti al campeggio il primo passo è quello di sten­
dere un telo per prendere le distanze da erba, terra e insetti (i più organizzati portano da casa una pavimentazione componibile) e il secondo quello di montare la parabola per la televisione. Dalla velocità con cui si svolgono le operazioni 163
di allestimento del campo base (chiamarla piazzola sarebbe riduttivo) si possono trarre al­
meno due conclusioni: 1) il capo ha fatto la naja negli alpini; 2) la truppa (composta da moglie, figli, parenti e amici) è stata addestrata durante le stagioni precedenti con frequenti ri­
chiami alle procedure organizzati nel giardino di casa.
Per farla breve: l’obiettivo del vacanziere è quello di allontanarsi il più possibile dal con­
cetto di viaggio, ricreando casa propria in un altro posto. Ecco perché all’interno di quegli accampamenti (allacciati alle colonnine elettri­
che) si possono trovare frigoriferi, forni a mi­
cro­onde, computer collegati a internet attra­
verso la rete cellulare. E parcheggiate accanto all’auto ecco biciclette elettriche o motorini ri­
piegabili che chissà come hanno trovato spazio tra i bagagli. Mentre noi quando scende la sera prendiamo il tubetto dell’Autan, loro hanno montato una di quelle trappole che crepitano nella notte diffondendo sinistre luci azzurrine quando arrivano le zanzare. Per gonfiare il ca­
notto e i materassini noi ci sfiatiamo (perché abbiamo dimenticato a casa la pompetta) e loro tirano fuori il compressore. Montato il campo, anche per il capo dovrebbe essere giunto il mo­
mento della vacanza. Ma scatta invece la fase del confronto, con una perlustrazione delle piazzole vicine per verificare se qualcuno ha ideato soluzioni migliori nella colonizzazione del campeggio: un lavoro che non ha mai fine, sempre impegnati a “trappolare” con cavi elet­
trici, fil di ferro e cassette degli attrezzi da fare invidia a un’officina. Se li vedete impegnati ad 164
aiutare il vicino alla prese con un imprevisto non scambiatela per solidarietà tra simili, per­
ché si tratta invece di una manifestazione di superiorità, subito comunicata al resto della truppa: c’era un tedesco che si era dimenticato i fusibili di ricambio.
Inutile cercarli in spiaggia, perché saranno probabilmente impegnati a giocare a carte sot­
to la veranda e a dare acqua ai fiori. La vacan­
za (proprio come il suo lontano parente, il viag­
gio) ha questo di bello: ognuno la fa come gli pare.
(21 luglio 2012)
165
Scusi, a che ora sorge il sole?
La domanda è di quelle che lasciano spiazza­
ti: scusate tanto, dove si terrà l’alba domani? Mia cara signora, stia tranquilla che ovunque lei si trovi, domani mattina l’alba saprà trovar­
la. Abbia solo l’accortezza di lasciare le imposte aperte se ci tiene tanto ad essere raggiunta.
Ma lei insiste, vuole sapere dove si terrà l’alba dei Suoni delle Dolomiti (nel senso dello spettacolo) e soprattutto: a che ora esattamen­
te sorgerà il sole dietro le montagne? Ecco la domanda che lascia spiazzati noi gente di città abituati ad affacciarci alla finestra quando il sole è sorto ormai da un pezzo. Uno può avere mille cose contro i cacciatori, ma loro sanno di preciso quando la notte cede il passo al giorno. Idem per i boscaioli e per le guide alpine che talvolta prendono quota con il loro cliente quando è ancora buio pesto. Ma noi, che ne sappiamo noi di quando sorge il sole a luglio e agosto?
Quando leggerete questo articolo, sul Col Margherita (passo San Pellegrino) si sarà già tenuto lo spettacolo organizzato all’alba e noi presenti (gente che si è messa in cammino alle quattro e mezzo con le lampade frontali) avre­
mo risolto il dilemma dell’ora esatta: avendo puntato tutto sulle cinque e trenta vi saprò dire se ho dovuto pagare la colazione oppure no.
L’alba, questa sconosciuta. Lo sapevate che a 2.500 metri di quota, in piena estate, prima che sorga il sole la temperatura può scendere quasi a zero gradi? Ecco perché gli spettatori 166
che tornano l’anno successivo, conquistati da­
gli spettacoli all’alba, portano nello zaino co­
perte, sacchi a pelo e il thermos con il caffè bollente.
Dicono che le albe e i tramonti sulle Dolomiti siano tra i più belli al mondo, anche se Marco Paolini (che dei colori dolomitici è un grande esperto) descrisse spettacoli insuperabili all’orizzonte di Porto Marghera, dove le polveri sottili che veleggiano nell’atmosfera densa di anidride solforosa regalano sfumature indi­
menticabili. No grazie, ci teniamo il rosa tenue dei nostri Monti Pallidi.
Obiezione: ad alzarsi all’alba (in pratica se­
guendo il fuso orario di Mosca e San Pietrobur­
go) si resta “sbalestrati” tutto il giorno, accon­
tentiamoci del tramonto. Sarà vero per l’osser­
vatore più distratto, ma il vero intenditore sa che il tramonto è la scomparsa del sole (prima) e poi delle montagne. Mentre l’alba è l’esatto contrario: la comparsa delle montagne che co­
minciano a delinearsi nel cielo scuro e poi del sole. Uno spettacolo per pochi eletti: chi c’è sveglio alle cinque del mattino? A voi la scelta: sono sempre stato un sostenitore del tramonto, ma qualcosa sta cambiando.
Vi state appassionando al tema? Passate dal­
le albe solari a quelle lunari (che se non siete esperti di effemeridi vi sorprenderanno di tanto in tanto, chissà dove e chissà quando, ricor­
dandovi che c’è “vita” su nel cielo) e godetevi la grandezza (gigantesca) della luna appena sorta che appare smisurata per questioni di inclina­
zione che saprei spiegare persino io, se avessi la possibilità di tracciare un piccolo disegno 167
(cosa che in questa sede non mi è concessa).
Lo spettacolo dell’alba. Basta aggiungerci qualcosa e il gioco è fatto: musica, poesia, può bastare anche una guida che sappia racconta­
re i nomi delle vette mentre emergono dal buio.
Uno spettacolo raro (perché non vogliamo co­
glierlo) e gratuito: che bellezza. Se non potete prendere l’occasione dei Suoni delle Dolomiti, puntate la sveglia anche da soli. Non ve ne pentirete.
(28 luglio 2012)
168
I nostri nuovi vicini, col materasso al parco
La notizia è che sono arrivati i nostri nuovi vicini. Essendo persone riservate li abbiamo vi­
sti solo al quarto giorno, ma fin da subito sono stati evidenti i segni della loro presenza. Un materassino di gommapiuma, due cuscini e una coperta nascosti giù in giardino, natural­
mente dall’altra parte della rete, infilati malde­
stramente tra la siepe, dove c’è il parco comu­
nale. Sul versante pubblico non si vede quasi nulla, ma dal nostro lato li abbiamo notati su­
bito.
Abitando proprio di fronte ai giardini abbia­
mo fatto l’abitudine ai ragazzi che tirano tardi seduti sulle panchine o sul tavolo da ping pong, ma bisogna ammettere che queste nuove presenze nel (nostro) parco hanno creato un certo allarme: chi si corica la notte su quel ma­
terasso e poi scompare di buon mattino? Cri­
minali, drogati, clandestini, vagabondi puzzo­
lenti o extracomunitari provenienti da paesi dove gli sgarbi (tipo far sparire un cuscino na­
scosto tra la siepe) si vendicano con il coltello. Insomma niente di buono.
Così, sentendoci gravemente minacciati, ab­
biamo ipotizzato una serie di contro misure per liberare casa nostra da quelle presenze miste­
riose. Chiamare la polizia ci sembrava esagera­
to per gente che ­ in fin dei conti ­ si limita a dormire giù nel prato, quindi ho pensato che avrei potuto innaffiare l’erba e i gelsomini fa­
cendo finire “per errore” il getto d’acqua oltre confine, inzuppando quindi il materasso e la coperta dei nostri clandestini. Ma poiché Me­
169
teotrentino prevedeva temporali mi sono detto che qualcun altro, più in alto, si sarebbe preso eventualmente questa responsabilità.
Ovvio che al momento di andare a letto chiu­
diamo tutte le finestre del piano terra e attivia­
mo l’allarme (perché noi abbiamo un impianto d’allarme, passate pure parola). Ma per essere più sicuri abbiamo anche cambiato l’orario dell’illuminazione esterna che ora non si spe­
gne più nel cuore della notte (come prima, quando ci sentivamo sicuri e volevamo rispar­
miare) ma resta accesa fino alle prime luci dell’alba. Quando il nemico non si vede, fa più paura. Ecco perché a Piedicastello in questi giorni ­ oltre alla luna piena che consentirebbe di leggere il giornale ­ c’era pure un giardino il­
luminato a giorno.
Ieri mattina la scoperta, quando gli intrusi ­ disturbati probabilmente nel corso della notte dai fasci di luce dei nostri fari ­ hanno deciso di dormire fino a tardi, insomma uscire allo scoperto, tanto che i piccoli di casa pensavano che ci fossero i campeggiatori giù nel parco.
Saranno state le otto del mattino quando ci siamo affacciati sul terrazzo e abbiamo visto un tizio stiracchiarsi con le braccia fuori dalle coperte, guardarci dal basso verso l’alto e girar­
si dall’altra parte, forse nel disperato tentativo di ri­acciufare un sogno, uno qualsiasi, tanto per lui devono essere tutti migliori della realtà.
Avrà avuto (forse) 18 anni. Accanto aveva una ragazza, ancora addormentata, che si era presa quasi tutta la coperta, perché le notti trentine sono calde ma non per chi dorme ste­
so a terra: solo l’aver pensato di innaffiare il 170
materasso a quei due ragazzi di chissà quale paese mi ha fatto sentire un verme.
Dopo essersi lavati alla fontana, hanno na­
scosto le loro cose nella siepe e se ne sono an­
dati con un bagaglio leggero (una specie di bor­
sello in cui forse avevano qualche soldo) e sen­
za colazione.
Guardare il “nemico” in volto talvolta è utile per far passare la paura. Questa notte, tanto per cominciare, torneremo a spegnere le luci del giardino.
(4 agosto 2012)
171
Cinquanta libri nello zaino
Ci sarò anch’io ­ come tanti che ho sentito vantarsi in questi giorni ­ a partire per le va­
canze al mare o in montagna con cinquanta o più libri in valigia.
Niente paura, stanno tutti dentro il lettore di libri digitali che mi hanno regalato l’anno scor­
so e che da allora porto sempre con me. Se qualcuno pensava di comprare una di queste tavolette per evitare di sovraccaricare i bagagli legga qua, dove tra i tanti “sì” troverà pure qualche “ma”. Ma prima un’avvertenza: qui non si discute di quei tablet a colori di cui par­
lano tutti, ma dei lettori di libri (e solo quelli) che hanno lo schermo in bianco e nero e il grandissimo vantaggio di garantire la lettura sotto il sole di mezzogiorno (quando gli schermi a cristalli liquidi diventano invisibili) con una batteria che dura giorni interi e (in qualche caso) settimane.
Il fatto che possano contenere anche duemila libri è secondario, visto che in vacanza ne po­
trete leggere uno, due o tre al massimo (se sie­
te fortunati). Il grande vantaggio è che vi sta­
ranno tutti nella tasca pronti all’uso. Se uno non vi piace passate all’altro e ­ acquistando i libri su internet ­ ci prenderete gusto, anche perché gli e­book possono costare la metà ri­
spetto ai libri di carta. E infatti io ne ho acqui­
stati (e letti) almeno il doppio rispetto agli anni precedenti.
Ma queste sono cose ovvie, veniamo ai retro­
scena: i vostri familiari vi vedranno passare ore con quella tavoletta in mano, ridere, farvi seri e 172
commuovervi (naturalmente di nascosto) senza avere la minima idea di cosa state leggendo. Impossibile farsi un’idea sbirciando la coperti­
na, impossibile capire dallo spessore delle pagi­
ne lette (e da quelle che mancano) se siete al­
meno a metà dell’opera (e quindi se c’è un bar­
lume di speranza per la normale vita familiare).
E quando il libro sarà finito e vi verrà quella voglia irrefrenabile di passarlo a qualcuno altro che si fa? Se cedete il lettore non potrete conti­
nuare con i libri che vi restano. Non potrete nemmeno far girare il libro per divulgare le sto­
rie e la cultura che tanto vi stanno a cuore (a meno di non copiare i file, ma questa sarebbe tutta un’altra storia, in pratica una pugnalata all’autore che vi ha tanto appassionato).
Personalmente, essendo pazzo, mi è capitato di comprare libri già letti sulla tavoletta per farli leggere a qualcun altro. Così faccio con­
tenti pure i librai dove ­ lo confesso ­ ho pure sfogliato qualche libro vero prima di acquistar­
lo in formato digitale. Ho pure installato sulla tavoletta (per essere più comodo) qualche libro che avevo già acquistato su carta: tenere in mano un piccolo apparecchio da due etti è più piacevole che maneggiare un tomo da mezzo chilo in cui c’è tutta la vita di Steve Jobs.
Insomma ognuno faccia come preferisce, ma l’altro giorno mi ha colto il vero dubbio quando ho pensato ai miei cinquanta libri nuovi (regi­
strati sulla tavoletta, in pratica invisibili) e agli scaffali della libreria che una volta davano la misura di quanto si legge in casa nostra e che erano rimasti tali e quali a un anno fa. Ho pen­
sato allora a tanti anni fa ­ diciamo una trenti­
173
na ­ quando per assecondare la sete di lettura, oltre al giornalino che arrivava puntuale (altri tempi) il giovedì, cominciavo a sfogliare quei li­
bri che c’erano sugli scaffali più bassi. E chissà se era solo un caso se le opere meno adatte ai bambini stavano in alto (come le medicine e i detersivi tossici). La passione, per tutti noi del ventesimo secolo, è cominciata così: con una copertina, oppure una foto sul risvolto. Chissà che ne sarà dei nostri figli lettori ­ quando ver­
rà l’ora ­ alle prese con duemila libri nascosti nella tavoletta.
(11 agosto 2012)
174
Pedalando tra le motociclette
Avendo superato in passato troppi ciclisti sfrecciando in sella ad una moto mi capita ­ per la legge del contrappasso ­ di subire la stessa punizione. Ma i tempi sono cambiati.
Quelli che mi sorpassano in questi giorni sui passi dolomitici, mentre pedalo faticosamente verso l’alto, sono una nuova specie, lontana evoluzione di quei motociclisti che fino a qual­
che anno fa macinavano tornanti con il passeg­
gero a bordo e la visiera del casco alzata, fa­
cendo borbottare il motore e ricordandosi di salutare i “colleghi” sulla corsia opposta di marcia, alzando due dita dal manubrio.
Poiché non ho mai perso il vizio di origliare le conversazioni al bar (e di guardare le strane “imprese” documentate su You Tube) so per certo che in alcuni rettilinei i nuovi motociclisti sfrecciano ad oltre 200 chilometri all’ora. Per esempio sulla strada del passo San Pellegrino e del Fedaia dove i ciclisti la domenica devono pedalare con le ruote a pochi centimetri dal bordo destro della carreggiata, le orecchie tese per capire cosa succede là dietro. Non ci fa paura (un po’ di fastidio invece sì) il rumore sordo e leggermente aritmico dei grossi bicilin­
drici (leggasi Harley Davidson e Bmw). Quello che temiamo è il sibilo delle super sportive giapponesi che arriva acutizzato dall’effetto doppler (come le sirene dell’ambulanza in avvi­
cinamento) e che durante il sorpasso si trasfor­
ma in una valanga di decibel tale da lasciare i ciclisti tramortiti e rovinare la festa persino agli escursionisti sui sentieri.
175
Chiedo scusa al centauro di cui non ho iden­
tificato la provenienza, distratto com’ero dalla pazzesca larghezza della ruota posteriore, che l’altro giorno alle 9 di mattina mi ha sorpreso un po’ spostato verso il centro della strada, mentre salivo il passo Giau sull’asfalto fresco di Giro d’Italia, credendomi Pantani. Eppure mi è rimasta la sensazione, un po’ da birillo, che quel motociclista abbia preso la mira sulla mia spalla sinistra per poi scartare due centimetri di lato e darmi una lezione. C’era uno che pe­
dalava venti metri davanti a me che gli ha urla­
to (invano): muori! C’è aggressività su queste strade nei giorni di Ferragosto, ma certe cose non si dicono. Bisogna pensare a chi resta. Come quel padre che perse un figlio nel pome­
riggio di una calda domenica d’estate. Quel giorno mi toccò scrivere l’articolo e ancora oggi ­ sebbene siano passati quasi dieci anni ­ quando ci incontriamo gli do corda ricostruen­
do l’infinita serie di possibili cause per una tra­
gedia che di cause, ufficialmente, non ne ha avuta nessuna. Le madri piangono, si dispera­
no e infine (almeno all’apparenza) si rassegna­
no. I padri invece vogliono capire: misurano la strada, studiano il relitto della motocicletta, cercano testimoni, tirano righe e traiettorie su­
gli appunti, spiegano quant’era bravo il loro fi­
glio quando saliva in sella e non si rendono conto che proprio questa bravura è la causa (che non vogliono riconoscere) del loro dolore. Paura ci vuole, non bravura.
Dite ai motociclisti che alla fine dell’Ottocento c’era una donna inglese che per valicare un passo, quando ancora non c’erano le strade, 176
impiegava otto ore a dorso di mulo. Si chiama­
va Amelia Edwards e se la prendeva così como­
da, ma così comoda, che nelle sue esplorazioni ebbe tutto il tempo di prendere appunti, qual­
che schizzo, e poi raccontare le Dolomiti al mondo intero. Ho il sospetto invece che i piloti della domenica, che a valicare un passo ci met­
tono otto minuti, quando si concedono una pausa al bar l’unica cosa che possono raccon­
tare di queste montagne è il numero a tre cifre che sono riusciti a leggere impresso sul tachi­
metro.
(18 agosto 2012)
177
La strana invidia per chi va in pensione
Conosco due persone che sono disperate per motivi opposti: il primo vuole andare in pensio­
ne ma non può, il secondo invece ci deve anda­
re ma non vuole.
La cosa strana è che il primo ha ses­
sant’anni, il secondo appena cinquanta: meglio non farli incontrare, altrimenti si ammazzano. La questione tiene banco in queste serate esti­
ve: c’è chi descrive nei dettagli la strage che or­
ganizzerebbe se gli dicessero all’ultimo momen­
to che la pensione è rinviata e c’è chi si diverte a spiegare come gli cambierebbe la vita ­ come si fa quando si immagina di vincere al Supere­
nalotto ­ se davvero gli capitasse di mettersi a riposo a cinquant’anni. Al primo l’ho già detto: tieni duro, lo so che aspetti da quarant’anni, verrà anche il tuo turno, nella speranza che non cambino le carte in tavola un’altra volta. Al secondo, il pensionato per esigenze aziendali che vorrebbe tanto lavorare, non ho detto quasi niente, paralizzato com’ero dall’invidia. Corag­
gio, gli dirò alla prima occasione, è pieno il mondo di pensionati insospettabili: uno mi ha portato due volantini a casa l’altro giorno; un altro collabora per la ditta per cui ha sempre lavorato; sono pieni i campi di pensionati che vendemmiano e guidano i trattori, riparano i tetti, tagliano la legna e se proprio non trovano nulla da fare vanno a spasso in montagna o sulla pista ciclabile (dove mi sorpassano in bici). Altro che stare seduti sulle panchine del parco a dare il cibo ai piccioni. Ma quelli che invidio di più sono i viaggiatori: vanno al mare 178
d’inverno, al fresco d’estate e visitano le città d’arte durante le mezze stagioni. Chiedetelo alle agenzie viaggi: il turismo è dei pensionati. Quando mi raccontano le loro avventure io pro­
testo per come andiamo alla rovescia, li chiamo “vecchi” per vendetta e loro mi ribattono seria­
mente (ma ridono sotto i baffi) che noi abbiamo la gioventù. E quindi, caro amico che non vuoi mollare, che vuoi di più: hai la pensione in an­
ticipo sulla vecchiaia, in pratica un assegno in bianco, ti è piovuto in regalo il tempo che è la risorsa più preziosa, vedi di farne buon uso. Dice che poteva dare ancora molto al mondo del lavoro, ma che lavoro è diventato quello che non vuole un cinquantenne? Poiché viviamo in un paese dove è “vietato” dire quanto si guada­
gna, non so se l’insoddisfazione sia una que­
stione di denaro, ma per girare il mondo ci sono ancora (finché dura) i voli low cost, i piaz­
zali sono pieni di auto a prezzi scontati e per chi si accontenta si trovano pantaloni a 20 euro. Sulle strategie per sopravvivere alla pen­
sione anticipata si potrebbe discutere a lungo, ma il vero punto è un altro: la tristezza di un paese (per vecchi) dove c’è chi si ritrova con le nuove regole del gioco quando credeva di esse­
re giunto ormai al traguardo e i quarantenni che si scoprono ad invidiare i pensionati.
(25 agosto 2012)
179
I bambini spericolati nati prima di You Tube
Leggiamo in autostrada il cartello luminoso che ci avvisa: “Proteggi i tuoi figli, usa il seggio­
lino”. E pensiamo a quant’era bello, in quel mondo di pazzi e scellerati, viaggiare liberi là dietro, guardando il mondo dal lunotto poste­
riore, togliendoci la soddisfazione di fare le boc­
cacce alla vettura che seguiva. Eppure siamo sopravvissuti.
Facendo un po’ i capricci c’era persino la (fol­
le) possibilità di salire davanti, seduti sulle gi­
nocchia della mamma, a bordo di un’auto che aveva le cinture di sicurezza (quando le aveva) aggrovigliate in una matassa nascosta sotto i sedili. Non erano ancora obbligatorie. Ma dav­
vero papà non allacciavate le cinture di sicu­
rezza? Chiede un giovanissimo passeggero, stupito di tanta incoscienza, assicurato in quattro punti ad un seggiolino omologato che pare quello di un aereo. Certo – gli spieghiamo ­ era un mondo pericolosissimo dove si poteva morire persino andando in bicicletta (o a scia­
re) senza casco. Andavate a sciare senza casco? Ovvio, su quelle piste mal battute e tut­
te gobbe si scendeva così piano (ma così piano!) che non c’era pericolo di farsi male, tut­
talpiù – avendo sempre il culo nella neve con pantaloni e giacche a vento d’altri tempi – c’era il rischio di morire di freddo.
Ma noi bambini di una volta avevamo la scor­
za dura. Come il vecchio B., lanciato a tutta birra lungo la discesa di via Pietrastretta (dove all’epoca, senza auto in colonna, si raggiunge­
vano velocità pazzesche) quando volò dalla bici 180
e si massacrò gomiti e ginocchia avendo le mani troppo occupate a proteggere dai graffi l’orologio nuovo di zecca, regalo della prima co­
munione, un oggetto che oggi si trova sui ban­
chetti dei cinesi a due o tre euro, ma che all’epoca aveva un valore inestimabile, dotato com’era di cronometro e sveglia musicale. Op­
pure come il vecchio P. che avendo trovato in soffitta una vecchia slitta marca Davos decise di collaudarla scendendo una dopo l’altra – in piena estate – le cinque rampe di scale del con­
dominio Cristo Re: quando piombò in cortile gli toccò salire le scale in direzione opposta, tirato per le orecchie dalla madre che con l’altra mano portava sei borse della spesa. Proprio lei che all’ora di cena si sgolava per chiamarlo dal­
la finestra (non c’erano i telefonini per vedere dov’erano finiti i figli) mentre lui – dieci anni – nascosto giù in cortile ci faceva segno di non muovere una paglia.
Mi capitò, una volta, di dare una bastonata in fronte (per sbaglio) ad un amico che corse a casa lasciando a terra una scia di sangue, ma mi par di ricordare che la faccenda si risolse con tante scuse, una stretta di mano e via, son cose da ragazzi, anche perché nessuno si so­
gnava di tirare in ballo gli avvocati ed eravamo così pazzi da non essere nemmeno assicurati.
Era un mondo di pericoli reali dove il corag­
gio (o l’incoscienza) si misuravano dalla lun­
ghezza delle cicatrici, come quella che mi pro­
curai a nove anni tagliandomi il dito pollice fino al tendine mentre intagliavo un ramo con la roncola (l’ho già detto che eravamo pazzi). In quell’occasione ebbi almeno il buon gusto di 181
farla così grossa che nessuno osò sgridarmi. Solo mio zio cuoco – portandomi di corsa all’ospedale – disse “mui de boce” che tradotto vuole dire più meno “accidenti a questi figli asi­
ni che ci creano tutti questi grattacapi e non si può nemmeno bere il caffè in pace in un pome­
riggio d’estate”. Così le roncole sono sparite, viaggiamo allacciati ai sedili, pedaliamo con la testa protetta e non perdiamo mai di vista i figli (da quanti anni non sentiamo più le madri chiamare i bambini dalla finestra?) ma ci sco­
priamo preoccupati più che mai quando – nel silenzio delle nostre case – i bambini, da troppe ore, esplorano il mondo via You Tube. (1 settembre 2012)
182
Trip Advisor funziona. Ecco le prove
Sarebbe troppo facile scrivere male della ve­
trata in finto stile Liberty, che dà luce alla stanza da cui scrivo, solo perché la trovo orren­
da. Oppure potrei prendermela con il terribile inglese del ragazzo che ha trascorso la notte lottando contro il sonno alla reception, ma bi­
sogna essere onesti: è l’unico motivo per cui riesco a comprenderlo. Senza contare che è stato gentile a darmi due lampadine nuove (con attacco britannico, of course) quando gli ho fatto notare che le luci della stanza erano fuori uso. Le ho cambiate di persona, dopo es­
sermi raccomandato al cielo, cercando di non badare ai fili scoperti che attraversano le pare­
ti, come a casa di mia nonna più di trent’anni fa. Mi è bastata un’occhiata fuori dalla finestra ­ grovigli di cavi, antenne, comignoli e scarichi selvaggi sul retro di palazzi dalle facciate pre­
stigiose ­ per capire che qui a Londra si usa così. E siamo ai confini di Mayfair.
Potrei dire del bagno, ma passo oltre, distrat­
to dal dipinto in rilievo che ­ sopra il letto ­ rappresenta una scena di campagna con un tramonto inquietante a tinte fluorescenti. Il fri­
gorifero è vuoto, ma a mia disposizione: la dire­
zione dell’hotel si è da tempo rassegnata al fat­
to che i clienti di una struttura come questa non consumano gli snack e i mini alcolici che si trovano nelle stanze. La televisione trasmette solo programmi in lingua inglese, ma la rete wi­fi (gratuita) funziona benissimo e così men­
tre scrivo mi ascolto Radio Capital, reduce da una notte trascorsa a chiedermi se in questi lo­
183
cali alti tre metri e mezzo, ma dove sulle scale si sale e scende uno alla volta (assente l’ascen­
sore) ci fossero i fantasmi.
Potrei continuare a lungo (descrivendo l’angusto locale dedicato alle colazioni, pavi­
mentato con un prodotto tessile eccessivamen­
te peloso che chiamano moquette) ma prima che il giornalismo sconfini nel cabaret mi trat­
tengo e preciso: tutto come da copione, perché questo vecchio hotel inglese, che vorrebbe forse apparire antico, così eccessivo da risultare di­
vertente nell’esibire finti stucchi e mostruosa carta da parati, l’abbiamo già conosciuto nei dettagli prima di partire, leggendo decine di re­
censioni su Trip Advisor. Tutte autentiche (ora ne ho le prove) compreso il signore anziano, di probabile nazionalità tedesca, che esibisce in fotografia la sua soddisfazione, seduto su quel­
lo che è inequivocabilmente il MIO divano (an­
che se nell’immagine non appare COSÌ sfonda­
to) in una stanza chiamata, chissà perché, su­
perior. Soddisfazione che si spiega con una po­
sizione davvero centralissima e ­ naturalmente ­ da sua maestà il prezzo (almeno per chi arri­
va presentato da Booking.com).
Gli albergatori polemici dovranno rassegnarsi (e soprattutto farsi trovare preparati) perché nessuno potrà mai più fermare i turisti che usano Google Earth per vedere se veramente un villaggio è in riva al mare e leggono le recen­
sioni per essere sicuri che dal rubinetto non escano gli scarafaggi. Non ci vuole un genio per capire che la vendetta è sempre in agguato e la verità quasi sempre sta nel mezzo. (8 settembre 2012)
184
Vivere fino a cent’anni: ne vale la pena?
A giudicare dal numero di foto che arrivano in redazione, vivere cent’anni non dovrebbe fare più notizia. Ma ogni volta dibattiamo su quanto ci piacerebbe (o no) vivere così a lungo. Dicono alcuni scienziati che i centenari ci sono sempre stati, la novità è che aumentano di nu­
mero. Insomma potrà capitare che per avere la soddisfazione di una foto sul giornale (i più for­
tunati una festa di paese) di anni bisognerà compierne almeno 110.
Intanto, quando arrivano in redazione, guar­
diamo quelle foto e capiamo alcune cose. Pri­
mo: non esistono a memoria di giornalista ri­
tratti di centenari obesi. Sarà l’effetto della vec­
chiaia, ma se volete campare a lungo vi convie­
ne mangiare poco e ­ a giudicare dalle loro sto­
rie ­ lavorare a lungo. Secondo: sono quasi tut­
te donne, magari vedove da anni, tanto che c’è (fra noi) chi azzarda che l’elisir di lunga vita sia perdere il marito. Ma queste sono battute. C’è invece chi studia con grande interesse l’aumento dei centenari per capire come diven­
terà la nostra società. Si chiamano attuari e calcolano le speranze di vita per capire se sare­
mo in grado ­ fra trenta o cinquant’anni ­ di pagarci le pensioni. Sappiamo così che una bambina nata oggi avrà solo una possibilità su cento di compiere cent’anni, ma addirittura una su quattro di raggiungere i novanta. Ci sono tabelle in cui è riportata ­ ad ogni età ­ l’aspettativa di vita. Per curiosità ho guardato le speranze di questi signori che festeggiano i cent’anni e ho scoperto che sono pari a zero: 185
ecco forse perché di solito nelle foto di gruppo (dove quei signori di cinquant’anni sarebbero i nipoti) i festeggiati sono gli unici che non sorri­
dono.
Per quanto mi riguarda, secondo le statisti­
che potrei tranquillamente sperare di superare gli ottant’anni: affare fatto. Solo che, conoscen­
domi, temo che giunta l’ora avrò qualcosa da obiettare: non fumo, non bevo, il mio indice di massa corporea è nella norma, vado dal medico e dal dentista e ho venduto pure la moto. Quando sarà il momento mi sentirei truffato se non avessi diritto a un bonus.
Guardiamo quelle foto e ci chiediamo: vor­
remmo davvero arrivare a cent’anni? Risposta standard: me ne basterebbero ottantacinque in buona salute. Capirai che sacrificio. A giudica­
re da quelle foto si direbbe che è meglio essere centenari di paese (dove per il grande com­
pleanno arriva pure la banda) rispetto ai super anziani di città (che sicuramente esistono, ma di cui non abbiamo quasi notizia).
Vivere cent’anni, un sogno che per i nostri ni­
poti potrebbe diventare realtà. Ma attenzione, ci avvisano i signori della pensione che nella società dei centenari saranno i bisnonni a por­
tare al parco i pronipoti mentre i genitori e nonni saranno al lavoro ­ per far quadrare i conti ­ almeno fino a 75­80 anni. Chissà se ne sarà valsa la pena. (15 settembre 2012)
186
Quando avevo la pappa pronta
Chissà perché, mi hanno spedito l’invito al festival dei pigri. Deve essere perché quando mi sottopongono un problema rispondo sempre: «Per favore dammi la pappa pronta». “Dammi la pappa pronta” significa: già che ci sei dammi anche la soluzione. Ma non è pigrizia, lo faccio per sopravvivere in un mondo che va sempre più veloce. Essere pigri è un lusso che non mi posso (più) permettere ma ammetto di essere stato, in passato, pigrissimo.
Bei tempi quelli in cui si andava a scuola solo la mattina e potevamo, io e mio fratello, tra­
scorrere i pomeriggi sul divano dibattendo su chi dei due si doveva alzare per andare in cuci­
na (cinque metri più in là) a prendere qualcosa da mangiare, di solito una merendina confezio­
nata o un pacco di biscotti perché era troppo faticoso aprire il frigo e imbottire un panino col prosciutto. Poiché io avevo avuto l’idea (di sgra­
nocchiare qualcosa) sostenevo che toccava a lui metterci il lavoro. E durante il “viaggio” do­
veva anche cambiare canale visto che la nostra televisione (vecchio rudere che nostro padre si rifiutava di sostituire) non aveva il telecoman­
do.
Ricordo con orrore che se c’era da piantare un chiodo nel muro eravamo capaci di usare un batticarne pur di non scendere in garage a prendere il martello. Per non dire di quelle do­
meniche d’inverno in cui restavamo inchiodati a letto sordi a ogni richiamo fin quasi a mezzo­
giorno, quando il senso di colpa superava l’indolenza e ci impediva di presentarci a tavola 187
in pigiama. Quando, di tanto in tanto, rileggo quel racconto di Italo Calvino, “I figli poltroni”, rimango sempre a bocca aperta: la nostra foto­
grafia. Chissà di chi sono figli, i miei, che alle sei e mezza del mattino sono svegli come grilli anche se il pomeriggio stanno a scuola fino alle quattro e mezza. E poi a calcio. Oppure a mu­
sica.
Compiuti vent’anni allargai i miei orizzonti per conoscere altre forme di incredibile pigrizia, come quella di un padre che nei primi anni No­
vanta ­ quand’era uno dei rarissimi proprietari di cellulare ­ telefonava alla figlia di scendere in strada per risparmiarsi la fatica di uscire dall’auto e suonare il campanello. Pensavo fos­
se uno sfizio da ricchi, ma ora che le tariffe sono scese scopro che nella mia famiglia ci sono parenti (acquisiti, sottolineo) che si telefo­
nano da un piano all’altro per evitare di fare le scale. Bell’esempio, tanto che se in casa chie­
do: dov’è la mamma? Mi sento rispondere: pro­
va a chiamarla con il telefonino.
Ma io non chiamo, corro. Sarà la legge del contrappasso che mi presenta il conto (dopo quegli anni spensierati) oppure la consapevo­
lezza che la pigrizia in un mondo che corre può costare (troppa) fatica. Quella di chi resiste (inattivo) di fronte alla mole di cose che richie­
dono la sua attenzione. Quella di chi rimanda a sera (e poi al giorno dopo) un’incombenza scomoda che nessuno vuole sbrigare e poi si ri­
trova esausto per NON aver fatto qualcosa. Es­
sere pigri, beato chi se lo può (ancora) permet­
tere. (22 settembre 2012)
188
Foliage, va in scena l’autunno
C’è questa pubblicità bellissima che ­ dopo la bella stagione ­ annuncia l’arrivo della stagione più bella. Per chi ha voglia di godersi l’autunno ecco le istruzioni di un vero esperto. Lui è Mar­
cello Mazzucchi, residente in val di Fiemme, tecnico forestale di professione, poeta del bosco per passione, uno che gli alberi li conosce alla perfezione, anche quando danno il meglio di sé stessi prima di ritirarsi per l’inverno.
Quella del bosco ­ ci spiega ­ è una sinfonia a più voci che parte dall’alta quota per scendere fino a valle. Tutto il contrario della primavera che invece comincia dalla città e poi sale in montagna.
Lo sapete voi quando parte l’autunno? Quello astronomico è il 23 settembre, ma quello dei colori arriva più tardi, quando i primi freddi consigliano alle piante di mettersi a riposo: via la clorofilla (che è verde) largo ai carotenoidi che rendono le foglie colorate. Questo in Tren­
tino succede in genere attorno alla prima deca­
de di ottobre, ma chi vive nelle vallate più alte sarà abituato alle partenze anticipate. Comun­
que non c’è fretta perché lo spettacolo, soprat­
tutto nel caso di una stagione mite, è destinato a durare almeno un mese.
Il primo a tingersi di rosso sarà il sorbo degli uccellatori, seguito dalle macchie arancioni dei larici alle quote più alte. Ma in Trentino l’autunno dipingerà i suoi colori sulla base gialla dei boschi di larici, che è uno degli alberi più diffusi. Vi piacciono le tinte forti? Mazzuc­
chi vi consiglia di cercare il rosso inconfondibi­
189
le dei ciliegi. Soffrite di un complesso di inferio­
rità nei confronti degli americani che si danno arie chiamando tutto questo “foliage”? Proprio loro che quando si avvicina il momento prepa­
rano i bollettini dell’autunno per avvisare i tu­
risti sul giorno esatto in cui ­ dal Vermont al New England ­ scoppierà l’autunno? Allora cer­
cate un acero, che con la sua foglia imponente e geometrica (proprio quella che disegnerebbe un bambino su richiesta) è il simbolo del Cana­
da: ci sono pure da noi. Ma non sottovalutate le foglie larghe della vite che colorano la Rota­
liana e i versanti della valle di Cembra, quando è quasi ora di stappare il vino novello. Oppure il castagno che ­ regalandoci pure le castagne ­ va considerato il sovrano della stagione più bella.
Scoprire l’autunno (o più semplicemente “an­
dare per colori” come ama dire Mazzucchi, con­
sigliando a chi “va per funghi” di prolungare la stagione) significa scoprire la media montagna (in pratica dalle colline sopra la città fin dove arriva il bosco) proprio quella che viene snob­
bata l’estate e l’inverno quando è l’alta quota a farla da padrona. Non è solo questione di colo­
re, poiché le foglie secche sotto i piedi produco­
no un suono che accompagnerà le vostre pas­
seggiate, finché vi fermerete e i vostri figli vor­
ranno ammucchiarle per poi saltarci in mezzo.
Solo chi ha un albero in giardino (oppure abi­
ta vicino a un parco pubblico) può rendersi conto davvero di quante foglie produca un al­
bero. Nel bosco restano al suolo, miliardi di fo­
glie che tornano alla terra e le restituiscono la vita. In città invece, dopo esserci divertiti un 190
po’, cominceranno a darci fastidio e allora chia­
meremo il camion del Comune perché venga a raccoglierle e se le porti via. (29 settembre 2012)
191
200 anni di buoni motivi per salire in vetta
Andare in montagna, seguendo percorsi più o meno verticali, in base alle proprie capacità, ri­
chiede una grande fatica. Ognuno ha le sue motivazioni. Compresi i 25 mila che sono saliti sul Castellazzo quest’estate dove c’è il Cristo pensante.
All’inizio furono i cacciatori, motivati a salire per abbattere le prede migliori. Poi vennero gli scienziati che affrontavano le quote più alte (ad esempio il Monte Bianco) con giganteschi e fra­
gili barometri nello zaino per studiare la pres­
sione atmosferica. Lassù c’erano anche i con­
trabbandieri che per ovvi motivi dovevano sali­
re (e scendere) per evitare i controlli lungo i va­
lichi.
Quando l’alpinismo non era ancora nato c’erano già ­ sebbene rari ­ i primi scalatori animati da motivazioni trascendenti. Come il prete che all’inizio dell’Ottocento pensò di avvi­
cinarsi a Dio scalando la Marmolada: forse lo trovò, di certo non tornò a casa poiché perse la vita durante la discesa.
Fatica, pericolo, paura: per salire lassù ci vo­
leva un buon motivo. A costo di inventarselo, quando fu chiaro che la conquista delle monta­
gne ­ come dicono da anni ormai molti alpinisti ­ è la conquista dell’inutile. Prima della secon­
da guerra mondiale Emilio Comici voleva salire in verticale seguendo la traiettoria di una goc­
cia d’acqua quando cade. L’obiettivo di Paul Preuss? Arrampicarsi senza chiodi né corda. C’era pure il “diavolo” Tita Piaz che in vetta si sentiva più forte del Signore. Morirono tutti di 192
morte prematura.
Una volta chiesero all’alpinista inglese George Mallory perché voleva scalare l’Everest. Rispo­
sta: «Perché è là». Forse è per la motivazione debole che nel 1924 morì assieme al compagno di cordata sulla montagna himalayana e anco­
ra oggi non sappiamo se sia arrivato in cima oppure no.
Oltre cinquant’anni più tardi, Messner salì sulla montagna più alta del mondo senza bom­
bole di ossigeno per provare ai medici che un uomo poteva sopravvivere anche lassù. Sceso a valle ancora non gli credevano, tanto che gli toccò raggiungere la stessa quota a bordo di un aereo, in modo che gli altri passeggeri (muniti di maschera ad ossigeno) potessero vederlo re­
spirare l’aria rarefatta.
Terminate le “grandi” motivazioni la gente continuò a scalare le montagne. E soprattutto a frequentarle, per la prima volta, senza biso­
gno di cercare tante scuse: lo chiamano turi­
smo. C’è chi va a sciare, c’è chi va a funghi (in­
credibile: è tra le prime cause di morte e non per avvelenamento), c’è chi fa trekking per te­
nersi in forma e altri che dopo ore di fatica si abbuffano in rifugio. Un ottimo motivo per sali­
re è semplicemente quello di guardare giù. E per convincere i bambini più pigri a scarpinare possiamo regalargli uno di quei libretti con le pagine bianche dove stampare i timbri dei rifu­
gi: chi ha più timbri vince, vedrete che saliran­
no come capre.
Ora scopriamo che l’estate scorsa 25 mila persone sono salite sul Castellazzo (passo Rol­
le) per vedere il Cristo pensante e (forse) prega­
193
re. E scatta la protesta di cui scriviamo in que­
sti giorni. Una statua e 25 mila pellegrini (in una sola stagione) solleva polemiche più di 12 mila spettatori riuniti in quota (in un giorno solo) per ascoltare un cantautore: era l’agosto di un anno fa, grande giorno con De Gregori a Fuciade.
Se 25 mila persone scelgono di camminare lungo un facile sentiero di montagna i monta­
nari facciano festa e i puristi si mettano il cuo­
re in pace: sono più di 200 anni che la gente cerca una buona scusa per avventurarsi in quota. Lasciate che ognuno si emozioni come crede. (6 ottobre 2012)
194
Il bimbo conteso e Re Salomone
Disse re Salomone: portate una spada. Di fronte a lui due donne che pretendevano, en­
trambe, di essere madri di un bambino ancora in fasce.
Portate una spada, disse il re, tagliate il pic­
colo in due parti e consegnatele a ciascuna di loro. Quindi, di fronte alla supplica di una delle due donne affinché lasciasse il bimbo alla riva­
le, re Salomone sentenziò: «E’ lei la madre, con­
segnatele suo figlio».
Tremila anni dopo, non c’è stato un giudice così saggio da stabilire la verità, facendo il bene di un figlio conteso. Ma che poliziotti sono quelli di Padova che prelevano un bambino di 10 anni e lo trascinano di peso credendo di fare il loro dovere? E che padre è l’avvocato che ­ codice alla mano ­ invoca il diritto di vedere il figlio e si fa valere tirandolo per i piedi? E che madre è quella che organizza un esercito di fa­
miglia, reclutando nonni e zia per pattugliare la scuola e impedire all’ex marito di portarsi via il bambino?
La prima regola del mestiere di genitore è di volere così bene ai propri figli da fare il loro bene. La letteratura e le cronache sono piene di padri e madri (poveri) che si levano il pane di bocca per sfamare la prole; di padri (eroi) che rischiano la vita per salvare quella del figlio; di madri (coraggio) che sfidano il mondo, la crimi­
nalità, i potenti armate solo del coraggio dei sentimenti per difendere i propri figli.
Ma senza essere Roberto Benigni, che ne “La vita è bella” protegge il piccolo Giosuè dagli or­
195
rori della guerra, la realtà di tutti i giorni è pie­
na di genitori che si sacrificano, rinunciano e soffrono per assicurare il meglio ai propri figli. Cuore di mamma non vuole che sui bambini si giochino battaglie: non serve aver fatto l’uni­
versità (come i due genitori padovani) per ca­
pirlo. Sono cose che non si imparano ma al momento giusto vengono spontanee a meno di non essere rimasti (nonostante l’età adulta) dei bambini.
A casa nostra ieri non si è parlato d’altro che di quel padre, quella madre e quei poliziotti in­
capaci di capire che la forza pubblica (autoriz­
zata dalla corte d’appello “se strettamente ne­
cessario”) quando si parla di un bambino di dieci anni non vuole dire “forza di braccia”.
Re Salomone, tremila anni fa, aveva un gran­
de vantaggio: c’era una madre pronta a farsi da parte pur di salvare il figlio. Il tribunale dei giorni nostri questa fortuna non l’ha avuta.
Dice il genitore del bambino conteso che ora il caso è risolto: il bambino finora “sequestrato” è stato liberato e finalmente anche lui avrà due genitori. E non si rende conto che suo figlio, nel momento in cui viene catturato per essere affidato a un istituto (dove suo padre avvocato potrà finalmente dimostrargli quanto gli vuole bene), in quel momento il povero bambino di genitori (che vogliono il suo bene) non ne ha nemmeno uno.
(13 ottobre 2012)
196
Il videogiochi svizzero
Erano anni in cui, a casa nostra, sembrava che per comprare qualcosa di speciale (e a buon mercato) bisognasse andare, chissà per­
ché, in Svizzera. Non solo cioccolata e orologi (che banalità) ma anche le ultime novità che era difficile trovare in Italia. E di sicuro non si trovavano in Trentino. Come ad esempio un vi­
deogioco ultimo modello, a doppio schermo, su cui riuscii a mettere le mani nei primissimi anni Ottanta dopo che alle mie suppliche per settimane avevano risposto: “Lo facciamo por­
tare dalla zia”. Quando in seguito vidi lo stesso videogioco (identico!) nelle mani di un altro bambino, protestai ufficialmente: “Hai anche tu una zia in Svizzera?”. Ma i parenti emigrati in questo caso non c’entravano: era cominciata la globalizzazione.
Conobbi in seguito i sostenitori dello shop­
ping a Livigno, dove bastava riempirsi il baga­
gliaio di liquori e sigarette e già ti eri pagato il viaggio. Ma poiché in casa nostra il fumo era bandito e non si beveva a sufficienza da giusti­
ficare una trasferta, abbiamo lasciato che a Li­
vigno andassero gli altri, gente esperta che co­
nosceva tutti i trucchi per nascondere macchi­
ne fotografiche, impianti stereo e persino televi­
sori (che all’epoca non erano ancora piatti) nel vano della ruota di scorta per farla franca alla dogana.
Con internet tutto è cambiato. Altro che Sviz­
zera, sono anch’io tra quelli che hanno fatto acquisti in America (e in Norvegia) e poi si sono ritrovati il pacco tassato perché il prezzo non 197
comprendeva le tasse doganali. Sbagliando si impara. Ma gli acquisti spesso sono una scusa per mettere il naso fuori casa, come le signore della valle di Non che – complice la banca terri­
toriale per eccellenza, insomma una Rurale – volevano andare in Piemonte a fare spese in un super outlet, in pratica l’antitesi dei negozietti del Trentino. Ne è venuto fuori un polverone con tanto di interrogazione provinciale. E dire che loro l’avevano presa alla leggera, dandosi appuntamento con un manifesto in cui c’era scritto semplicemente: donne! Cioè il grido di battaglia degli ambulanti del mercato: donne! venite donne! guardate che qualità, donne! buon prezzo solo per oggi, donne!
Mi dicono che mio nonno – in tempi che io francamente non ricordo – nonostante non avesse il becco di un quattrino, la domenica pagasse sempre il caffè al bar dopo la messa (per i bambini il gelato) nel paesino di monta­
gna in cui viveva dicendo testualmente: “Biso­
gna pur dare da vivere a questa gente”. Venne ricompensato quando – qualche anno dopo – aprì a sua volta quel bar in cui io, mio cugino e mio fratello avevamo libero accesso al frigo dei gelati.
Memore di questa lezione, mi sono sempre ostinato a portare la bicicletta a riparare, an­
che quando forse non ce n’era bisogno, nel ne­
gozio di un meccanico che ora forse dovrà chiudere. Ho acquistato anche vari ricambi da lui (e non su internet) sperando segretamente che comprasse il giornale (almeno il sabato). Temo che il giornale l’abbia letto al bar, ma ha ricambiato ostinandosi sempre a non farmi pa­
198
gare nulla, girando una vite e mettendo una goccia d’olio invece di tenersi la bicicletta e poi presentarmi il conto. E’ per questo, perché è troppo onesto, che forse chiuderà. (20 ottobre 2012)
199
Il lavoro a cui ho detto no
Mai stato schizzinoso (parlando di lavoro) ma quando la ministra ha detto ai giovani di non essere “choosy” (schizzinosi) ho ripensato a quell’unico lavoro a cui dissi: «No grazie».
Non era il lavapiatti (e poi l’aiuto cuoco) occu­
pazioni che non prevedevano un solo giorno di riposo durante i due mesi estivi. Le consiglierei agli insegnanti che protestano all’idea di dover lavorare 24 ore a settimana (continuando a go­
dersi le ferie extra large) e poi nei forum su in­
ternet si beccano gli insulti degli operai che stanno 40 ore in fabbrica.
Per tre stagioni lavorai anche come bagnino al lago, lavoro che sembra comodo (ma non è) e che aiuta i giovani più timidi ad avere a che fare con le persone di ogni tipo che affollano le spiagge.
Battendo tesi di laurea (degli altri) al compu­
ter e trascrivendo atti dei convegni non posso dire di essere diventato ricco, ma ho imparato molte cose. Mentre fare lo strillone di questo giornale (pensando che in qualche modo mi avrebbe aiutato prima o poi a scriverci sopra) mi aprì gli occhi su come funziona il mercato: una domenica mattina mi piazzarono troppo vicino a un edicola e così vendetti un pugno di copie, nemmeno sufficienti a coprire la paga di 30 mila lire che mi avevano promesso. Ma mi pagarono ugualmente perché ­ disse l’uomo del marketing ­ era una questione promozionale.
Se conosco a menadito le vie di questa città ­ periferia compresa ­ è anche perché con un amico vi ho distribuito volantini prima che ar­
200
rivassero i pakistani. Non eravamo mica “choo­
sy”. Sapevamo che da ogni esperienza portava­
mo a casa qualcosa in più rispetto ai quattro soldi che riuscivamo a mettere in tasca.
Come quell’anno che andai a raccogliere mele con gli amici, prima che arrivassero i polacchi, e ci divertivamo a vedere un raccoglitore anzia­
no che si rivolgeva al conte (che poi era il pro­
prietario del frutteto) chiamandolo signore ma dandogli del “tu”.
Ma quel giorno all’università di Trento dissi: «No grazie». Si trattava di inserire titoli di libri in un data base: una forma di sostegno allo studio per gli studenti. Poiché anni di battitura tesi mi avevano reso velocissimo chiesi: «Dove sono i miei libri che mi sbrigo e vado a casa?». «Guarda che sei pagato all’ora, mi risposero, quindi ti conviene andare lento. Bisogna che stai qui fino a mezzogiorno, se sei veloce come dici vorrà dire che poi andrai fuori a fumarti una sigaretta».
Che sorpresa: il primo lavoro in cui bisogna­
va andare lenti. Peccato che io non fossi un fu­
matore e alla lentezza c’era il rischio di fare l’abitudine. Così ­ per una volta “choosy” ­ mi sono tolto il lusso di dire «no», senza rimpianti, al lavoro più comodo che mi sia mai stato offer­
to perché ­ al di là dei soldi ­ non mi avrebbe restituito niente. (27 ottobre 2012)
201
Halloween. E qualcuno bussò alla porta
Ci voleva Halloween perché a casa nostra, alle otto di sera, qualcuno venisse a farci visita a sorpresa. Eravamo lì a mangiare le castagne, con alcuni bambini travestiti da pipistrello e da streghetta, quando abbiamo sentito suonare il campanello.
Certo anche noi riceviamo visite ogni tanto, ma per lo più si tratta del postino (quando ha bisogno di una firma) o dei testimoni di Geova (che non si arrendono mai). Del resto chi ver­
rebbe a cercarci in una casa quasi sempre vuo­
ta (con l’allarme inserito) senza fare prima un colpo di telefono per assicurarsi che ci sia qualcuno.
Un tempo era diverso tanto che – nell’appar­
tamento in cui abitavo con i miei genitori – per evitare di dover correre ogni volta, ci eravamo abituati a lasciare la porta aperta. C’era la vici­
na che veniva a bere il caffè e chiedeva “per­
messo” quando ormai era in soggiorno. E c’era un mio amico che aveva deciso di stabilirsi di­
rettamente a casa nostra dove – in quell’epoca in cui la televisione trasmetteva appena sei ca­
nali ­ poteva contare su quell’immenso giaci­
mento di Topolini e altri fumetti che tenevo nel­
la mia stanza. Una sera eravamo seduti a tavo­
la per la cena, credendo di essere soli, quando sentimmo una voce fuggire attraverso il corri­
doio. Era lui che – riemerso dalla montagna di giornalini sotto cui si era sepolto – si scusava e correva fuori nel buio: “Si è fatto tardi, sarà meglio che vada a casa”. Tornò da sua madre attraversando via Brennero con due salti, 202
quando ancora non sopportava un traffico di 50 mila veicoli al giorno.
Cito due casi e tralascio gli altri per pruden­
za, dato che c’è ancora gente che legge il gior­
nale in questa città. Ma non pensavo avrei mai rimpianto la (sana) invadenza degli antichi vici­
ni che varcavano la soglia di casa nostra più volte al giorno per sedersi in cucina e raccon­
tarci (di persona!) la loro versione su come an­
dava il mondo. Tanto che ora, quando ne ho fin sopra le orecchie delle informazioni che mi ar­
rivano a migliaia sul telefonino e sul computer, se qualcuno varca la soglia di casa mia gli chiedo a bruciapelo: dai, raccontami un pette­
golezzo.
Comunque eravamo lì alle otto della sera quando è suonato il campanello. Alla porta c’erano tre bambini vestiti da maghetti: “Dol­
cetto o scherzetto?” mi hanno chiesto. Ovvia­
mente li ho fatti entrare per unirsi ai nostri bambini e ai loro amici. Quando è stata ora dei saluti, il piccolo E. ha fatto il diavolo a quattro per uscire pure lui a suonare i campanelli del quartiere. Là fuori – nella notte buia e tempe­
stosa (veramente) – ho sentito un vicino, pro­
babilmente colto alla sprovvista, raccomandar­
si di tornare anche il prossimo anno che avreb­
bero trovato ben altri dolcetti. E poi ho sentito un telefonino cellulare suonare in tasca alla bimba più grande: era la madre che voleva es­
sere rassicurata di tanto in tanto, mentre la fi­
glia suonava i campanelli nel quartiere buio e multietnico. Non sono mai andato pazzo per le tradizioni americane (tanto più che in alcuni dei nostri paesi ci sarebbe San Martino) ma c’è 203
voluto Halloween, in città, per riportare i bam­
bini (da soli!) sulle strade.
(3 novembre 2012)
204
Il senso del cuoco per il Lotto
Se mai dovesse venirmi voglia di tentare la fortuna al gioco, mi basterà pensare alla faccia pallida del mio amico A. per cambiare idea e te­
nere i soldi in tasca. Era un’estate di fine anni Ottanta. Lui era il cuoco e io il suo aiuto, fedele alla linea del capo anche fuori dall’orario di cu­
cina. Fu così che lo seguii ­ ovviamente ­ quan­
do si trattò di diventare ricchi sfondati giocan­
do al Lotto. Lui (che li aveva) ci metteva i soldi, io correvo in moto alla ricevitoria e avrei rice­
vuto un’adeguata (sebbene non precisata) ri­
compensa quando finalmente avremmo vinto.
Poiché eravamo alle prime armi non sapeva­
mo quali numeri giocare, finché lui tirò fuori dal taschino un ritaglio di giornale con i nume­
ri che da molto tempo non venivano estratti. La scelta cadde sul 17 della ruota di Cagliari che era perfetto – a suo dire – perché 1 più 7 fa 8 che era, appunto, il suo numero fortunato. Quanto a me, avendo da poco compiuto 17 anni (combinazione!) non potei che essere d’accordo.
Il piano era questo: giocare il 17, fino all’estrazione. “Potrebbe anche non uscire mai” gli feci notare io, che pur essendo più basso in grado avevo comunque superato il quarto anno del liceo scientifico. “Impossibile” tagliava corto il cuoco. “E’ la legge dei grandi numeri: deve uscire, prima o poi!” spiegava con la sicurezza dei suoi trent’anni, lui, che dopo la bocciatura alle professionali era filato dritto a lavorare. Ero giovane e insicuro, così corsi a giocare le puntate invece di fargli notare che per invocare 205
la legge dei grandi numeri avremmo dovuto scommettere due o tre mila anni (e non un’estate appena).
Ascoltavamo le estrazioni del Lotto alla radio, ma il 17 di Cagliari non voleva saperne. Si pro­
filò quindi un problema nuovo: di quel passo, in caso di vittoria, non avremmo recuperato nemmeno i soldi spesi. “Bisogna raddoppiare” sentenziò lui, disposto ad allearsi con il titolare dell’albergo (e quindi a dividere con lui la vinci­
ta) per combattere la (s)fortuna aumentando la posta in maniera progressiva. Fu così che mi ritrovai a correre alla ricevitoria con somme sempre più importanti (e imbarazzanti) in cui confluivano anche i contributi del “generale”, cliente storico dell’albergo, uomo dalle mance generose, che aveva deciso di arricchirsi ulte­
riormente dichiarando guerra al 17.
Giunti al culmine della stagione al gruppo degli scommettitori si era unito pure il frutti­
vendolo. Mattina, mezzogiorno e sera, nei no­
stri pensieri c’era solo quel numero maledetto, finché i grandi azionisti – un sabato mattina – presero la sofferta decisione: “Una sì e una no”. Mancavano i soldi, avremmo giocato a estrazio­
ni alterne, una sì e una no, contando sul fatto che la fortuna ci avrebbe assistito. E il 17 uscì, naturalmente, il primo giorno di “riposo” quan­
do scese il silenzio in quell’albergo dell’area do­
lomitica in cui da allora non c’è più la camera numero 17 e non si accettano clienti sardi. Di Lotto e di ricchezza il mio amico cuoco – pallido in volto – non volle più parlare. Ci salutammo a fine stagione, senza che potessi confidargli il mio senso di colpa per aver giocato i soldi inve­
206
ce di trattenerli. Ero giovane, ma non troppo per imparare la lezione: il banco vince sempre, le regole sono inique, mai più giocata nemme­
no una schedina.
(10 novembre 2012)
207
Cercando l’auto nuova nei piazzali
Il patto era chiaro: quando si ferma la cam­
biamo. Ma la nostra vecchia auto (14 anni tra due mesi) pare non fermarsi mai. L’altro giorno si è accesa una spia rossa a tradimento. Forse ci siamo.
L’estate scorsa ci siamo fatti fregare in pieno: ci siamo presentati dal meccanico per un gua­
sto da 100 euro, ma alla fine il conto è triplica­
to. Così, per orgoglio, dopo aver speso 300 euro abbiamo deciso che bisognava “ammortizzarli”.
Intanto ­ per non farci cogliere di sorpresa ­ abbiamo iniziato a pensare a come sostituirla. Anche perché a febbraio c’è la revisione e ci vergogniamo un po’ a presentarci al controllo con quel rottame che fuma come un transa­
tlantico e quando c’è il piano anti­smog non possiamo nemmeno andare a fare la spesa.
L’altra sera su un sito internet abbiamo digi­
tato il nome di un modello che potrebbe fare al caso nostro e ­ nel giro di 200 chilometri ­ sono venute fuori un centinaio d’auto, già immatri­
colate, che attendono solo di essere comprate. Certo, modelli di fine serie, ma qualcuno deve pure comprarli.
Nel 1999 la nostra utilitaria ­ acquistata an­
che allora super scontata ­ costava 16 milioni di lire. Quattordici anni dopo, mentre tutto raddoppiava, possiamo comprarne una più grande, più accessoriata, per meno di 9 mila euro: una volta i concessionari facevano i soldi, ma è di gran lunga meglio essere un’acquirente d’auto, di questi tempi, che un venditore.
Ce n’è una che sto tenendo d’occhio: imma­
208
tricolata un anno fa (!) è ancora in un piazzale, nuova di zecca, ad aspettare un compratore. La vendono con uno sconto del 36 per cento, come se fosse un cappotto ai saldi di gennaio tanto che ­ forse per far sembrare l’acquisto meno triste ­ usano per il canale di vendita una parola che va di moda: outlet. E ci sono pure le offerte “last minute”. Potrei comprarla domani, ma di auto così ce ne sono in giro una marea. Attenderò finché mi pagheranno anche le spese di demolizione dell’auto vecchia: non mi basta il prezzo da saldo, voglio una resa to­
tale.
Sono cambiate le domande. Una volta si chie­
deva: quanto fa? Ora la domanda è: quanto co­
sta? Mentre aspettiamo che la nostra vecchia auto tiri le cuoia, passeggiamo all’interno dei parcheggi leggendo le sigle delle auto in sosta. Per fortuna c’è gente ottimista in giro (che ma­
gari ha rinunciato a cambiare casa) e si è com­
prata una di quelle nuove auto (bellissime) alla moda. Ma per fortuna ci siamo anche noi, quelli che danno una mano a svuotare i piazza­
li pieni di auto italiane. (17 novembre 2012)
209
La notte in cui tagliai la “luce” al mio vicino
L’assemblea condominiale non prevede vie di mezzo: c’è chi l’attende con entusiasmo e chi non la sopporta. Per quanto mi riguarda, ap­
partengo alla seconda categoria. Ma ora ­ final­
mente libero dai vicini di pianerottolo ­ mi pos­
so togliere il lusso di scriverci un articolo e ri­
velare (nel finale) segreti inconfessabili.
C’era in quelle assemblee chi si divertiva a fare le pulci al preventivo dell’amministratore e poi pagava senza storie la spaventosa polizza assicurativa (contro cui io mi sono sempre bat­
tuto invano) che doveva garantire il nostro mo­
desto condominio ma era degna di un gratta­
cielo (almeno così siamo tutti più tranquilli, di­
cevano i vicini).
C’è sempre chi ­ come me ­ vorrebbe far da sè, ad esempio installando in proprio (e rispar­
miando) le cassette postali fuori dalla porta (come vuole la legge) e c’è chi invece insiste per incaricare personale specializzato in questi complessi lavori di manutenzione straordinaria perché “così poi siamo tutti più tranquilli”.
Poi se c’è da ritoccare una parete, spunta sempre il nome di un impresa pronta a fare un prezzo di favore (“è mio cugino, possiamo stare tutti tranquilli”).
In tema di pulizie mi si rizzavano i capelli in testa all’idea di incaricare una ditta del settore per pulire l’unica rampa di scale: «Poiché sono molto ripide, ci vuole personale assicurato, così siamo tutti più tranquilli» dicevano i vicini. Al­
meno sul punto vinse la mia proposta (un mese a turno) ma devo ammettere che avevamo 210
le scale pulite un mese sì e due mesi no.
All’inizio passò la linea dell’amministrazione “fai da te” ma dopo un paio d’anni di conflitti di interesse ci siamo arresi e abbiamo nominato un professionista, riconoscendogli quello che lui definiva un compenso minimo ma che per­
sonalmente ho sempre giudicato un furto per un edificio di appena otto proprietà.
C’era chi gli scriveva lettere puntigliose per chiedergli di richiamare all’ordine i vicini. Per quanto mi riguarda ho sempre preferito ­ anco­
ra una volta ­ fare da me. Come quella notte che non riuscivo a prendere sonno perché l’odiato inquilino del piano inferiore era andato a letto lasciando acceso il ventilatore del ba­
gno, come accadeva un po’ troppo spesso. Tutti dormivano tranquilli, tranne me, sintonizzato sulla lunghezza d’onda di quelle pale in movi­
mento: una vibrazione che mi entrava nel cer­
vello.
Basta. Poiché sono una persona civile evitai di suonargli il campanello alle due di notte e fi­
lai dritto al piano terra per tagliargli la corren­
te. Quindi risalii di corsa quattro piani con passo felpato per godermi (finalmente) la notte silenziosa.
Tempo due minuti e venni assalito da sensi di colpa di proporzione crescente: e se il vicino avesse avuto cibi pregiati e costosissimi nel congelatore? e se avesse puntato la radiosve­
glia elettrica alle sei del mattino per prendere il treno? e se la notte dormisse collegato a una bombola di ossigeno e giacesse quindi ­ per causa mia ­ agonizzante?
Meglio il ventilatore dell’angoscia, spinto dal 211
rimpianto scesi ai quadri elettrici dove lo in­
contrai vestito, come me, in ciabatte e canottie­
ra: «Salve professore, anche lei è rimasto senza energia elettrica?». «Eh, caro dottore, saranno gli sbalzi di corrente». «Non fanno più gli im­
pianti di una volta». «Certo che no, per fortuna». «Buona notte!». «Buonanotte a lei, ca­
rissimo!».
Vita da condominio, da quando abbiamo tra­
slocato non ne ho mai sentito la mancanza. (24 novembre 2012)
212
Dal kerosene alle stufe a legna
Dev’essere per colpa di un trauma infantile che mi preoccupo tanto del riscaldamento. Ri­
sale tutto agli anni Settanta quando nel vec­
chio condominio Cristo Re. Pare impossibile, ma avevamo una scorta di almeno venti tani­
che che mio padre riempiva personalmente, mettendosi in coda di buon mattino all’ingros­
so di carburanti della ditta Fambri Camillo: non era l’unico che in quegli anni temeva di ri­
manere a secco.
Poiché frequentavo le scuole elementari non potevo sospettare che fosse illegale farsi un de­
posito personale di kerosene giù in garage, ri­
cordo invece che una sera ­ al ritorno dalle va­
canze di Natale, in una casa gelida che era ri­
masta vuota due settimane ­ la stufetta non partì. Mio padre armeggiò invano con gli “ugel­
li” facendo ridere a crepapelle me e mio fratello che non capivamo cosa c’entrassero gli “uccel­
li”, mia madre dichiarò ufficialmente che in casa c’erano otto gradi, preparò una cioccolata calda per tutti, lasciò accesi i quattro fuochi del piano cottura (a gas) e filammo tutti assie­
me a letto sotto una montagna di coperte. Dis­
sero i nostri genitori che una volta era sempre così, anzi peggio visto che la mattina poteva ca­
pitare ­ su in montagna ­ che la condensa sulla finestra si trasformasse in una pellicola di ghiaccio. Che grande notte fu quella: la notte in cui decisi, comunque, che a me non sarebbe mai più successo.
Così ora ­ che sono diventato l’energy mana­
ger di una casa a quattro piani ­ faccio le prove 213
già in settembre per vedere se l’impianto parte e il riscaldamento a pavimento sale alla tempe­
ratura giusta, cioè quanto basta per riscaldare la casa senza svuotarmi il conto in banca. Poi quando arriva l’inverno vero (secondo i calcoli miei e di Meteotrentino sarà oggi, al massimo domani) giro a controllare i termometri distri­
buiti per la casa. E se qualcuno protesta che fa freddo gli ordino di mettersi un maglione oppu­
re accendo (finalmente!) una delle due stufe a legna, sognando segretamente il grande black out che possa spegnere tutte le caldaie collega­
te alla rete elettrica facendo di casa nostra l’unico posto caldo del quartiere.
Credevo di essere previdente quando l’estate scorsa ho ordinato due metri steri di legna rac­
comandandomi che fosse bella secca, pronta per essere bruciata. Me l’hanno consegnata l’altro giorno: una bella pila di faggio in giardi­
no, pronta per affrontare il freddo. Ma fin dalla prima accensione è stato chiaro che quella le­
gna non bruciava: fiamma pigra e gialla, fumo nero, niente caldo. Ci hanno venduto legna umida e mercoledì ­ se manterranno al pro­
messa ­ verranno con il camion a riprenderse­
la. Nel frattempo l’uomo del kerosene, cioè mio padre (ciao papà!) verrà a trovarci nella nostra nuova casa, togliendosi la soddisfazione di sca­
ricare dall’auto due cassette di legna secca, pronte per l’uso.
(1° dicembre 2012)
214
Che nostalgia per le sgommate sulla neve
Noi giovani di montagna guardavamo con aria di superiorità i turisti che ­ ai primi fiocchi ­ montavano le catene. Ci vantavamo di salire in cima al passo con le gomme estive, per di più totalmente lisce. Facevamo intendere che era tutta questione di dosare con sapienza l’acceleratore e la frizione. In casi estremi mon­
tavamo le chiodate (che erano legali) e annun­
ciavamo il nostro arrivo in piazza con una fre­
nata che faceva salire dall’asfalto sciami di scintille. Le gomme termiche o lamellari (di cui si cominciava a sentir parlare) ci sembravano cose da fighetti: l’importante era munirsi di co­
raggio. Alla prima neve, quando i nostri padri ci raccomandavano di restare in casa (perché sulle strade c’era il ghiaccio) c’era sempre uno che aveva un’auto disponibile e allora salivamo tutti a bordo, senza meta, giusto per vedere fin dove saremmo arrivati con le nostre gomme dal battistrada consumato. Quando l’auto si fer­
mava salivamo in due sul cofano anteriore (uno per parte, proprio sopra le ruote) nel tentativo, spesso vano, di conquistare un po’ di aderenza. Poiché eravamo giovani e incoscienti affronta­
vamo un problema alla volta: l’importante era conquistare la salita, metro dopo metro. Alla discesa, quando l’auto diventava una slitta in­
governabile, avremmo pensato in seguito. In un inverno nevoso fui testimone oculare del tentativo di far riprendere la marcia a una Fiat Panda, per l’occasione soprannominata Sban­
da, infilando un vecchio plaid scozzese sotto le ruote: ci piaceva giocare al Camel Trophy, ma 215
sapevamo quand’era ora di fermarsi tanto che nessuno, in quella notte che i nostri vent’anni rendevano gloriosa, trovò il coraggio di investi­
re la giacca a vento nella riuscita dell’impresa. Il bello era che in quelle strade bianche e silen­
ziose c’eravamo solo noi: pareva che con la neve non si dovesse circolare. E quando (e se) arrivavamo in cima al passo, ci sentivamo dei pionieri. Poi abbiamo dovuto mettere la testa a posto: abbiamo imparato a montare le catene facendo le prove nel cortile (cronometro alla mano, perché ci piaceva essere competitivi) e infine ci siamo comprati le gomme invernali. Non tanto perché erano da fighetti, ma perché sono diventate obbligatorie. Così quando viag­
giamo prudenti nella neve, magari a bordo di una quattro per quattro, con il lavavetri antige­
lo, la batteria nuova e una pala infilata nel ba­
gagliaio (che ci suggerisce un’idea di avventura, ma in realtà ci serve solo per scavarci un par­
cheggio quando arriviamo a destinazione), guardiamo ancora con una certa invidia (e no­
stalgia) i ragazzi che si divertono come matti disegnando cerchi perfetti nel piazzale, tirando il freno a mano.
(8 dicembre 2012)
216
Puntualmente in ritardo
Ci sono quelli che arrivano sempre in antici­
po (e saliranno sul treno) e quelli che arrivano all’ultimo minuto (e quindi lo perderanno). Ap­
partengo a questa seconda categoria: sono (puntualmente) in ritardo.
Visti i precedenti ritengo che sia un fatto ere­
ditario, ma so per certo che quando si avvicina l’ora (qualsiasi ora) vedo le persone intorno a me agitarsi, incredule, e sollecitarmi a fare pre­
sto: non ti prepari? Allora io invito tutti alla calma, perché l’ora dell’appuntamento ancora non è giunta e quindi non mi sento ­ formal­
mente ­ in ritardo. Poi corro e la mia strada di­
venta un percorso a ostacoli disseminati da un regista occulto con l’obiettivo di rallentarmi. Davanti a me persone abituate a prendersi per tempo (sono quelli che arrivano in anticipo) che si fermano al semaforo. Non dico con il rosso (che mi pare ragionevole) ma pure con il giallo, provocandomi grande fastidio perché ­ quando l’acqua mi arriva alla gola ­ non sopporto chi se la prende comoda.
Dicono che è questione di programmazione, ma non è vero niente. So organizzarmi bene anch’io, ma il fatto è che quando il navigatore dell’auto mi dice che per arrivare a Moena ser­
ve più di un’ora e mezza io me la rido sotto i baffi: cinquanta minuti ­ stabilisco con suffi­
cienza ­ che poi è il record dichiarato (senza mai fornire prove) da un mio amico poliziotto ai tempi in cui frequentava la scuola alpina. Poi, impegnandomi al massimo, ci metto un’ora ma fa lo stesso: perché noi ritardatari (con una 217
certa dose di prepotenza di cui bisognerà pur fare ammenda) siamo convinti intimamente che dieci minuti ci debbano essere concessi e cominciamo a inventare scuse solo se superia­
mo il quarto d’ora.
Finché si tratta di perdere un treno fatti no­
stri, il problema si pone quando c’è qualcuno che ci aspetta. Siamo gente a modo, sappiamo benissimo che è una questione di rispetto, ep­
pure è più forte di noi. Chi ci sta aspettando (se non è in posizione di punirci, capita pure quello) si consoli, perché noi ritardatari paghia­
mo un prezzo altissimo: sudore, ansia, batti­
cuore. Tutto per cinque minuti passati a fare i fatti nostri. Ad ogni ritardo giuriamo che mette­
remo la testa a posto, ma sappiamo che ci ca­
scheremo sempre (fino all’ultimo) perché nella lotta contro il tempo (l’unica vera risorsa scar­
sa) vogliamo sempre averla vinta. A costo di ra­
pinare al prossimo una manciata di secondi.
E’ tutta colpa di una visione distorta del tem­
po: vogliamo massimizzare i momenti felici (compresi quei dieci minuti ­ svegli ­ sotto le coperte) e minimizzare le seccature (le code e i contrattempi) che nelle nostre giornate occupa­
no la parte principale.
(15 dicembre 2012)
218
Recite scolastiche, guida alla sopravvivenza
Buon natale! Se stai leggendo queste righe non è perché sei sopravvissuto alla fine del mondo (a cui non ha creduto mai nessuno) ma perché hai superato indenne la settimana pri­
ma del Natale. Recite scolastiche comprese.
Le fissano sempre nel pomeriggio di un gior­
no lavorativo, quando alle feste manca poco, la gente sembra impazzita e attraversare la città è un’impresa. Ma tu ­ genitore apprensivo, domi­
nato dai sensi di colpa ­ non vuoi mancare, perché hai visto tutti quei film drammatici in cui lo sfortunato protagonista muore ricordan­
do che tanti anni prima, quando andava all’asi­
lo oppure alle scuole elementari, il suo sciagu­
rato padre (o la sua snaturata madre) non si erano presentati al teatro della scuola per ap­
plaudirlo allo spettacolo dopo che si era prepa­
rato un anno intero.
Naturalmente tu non vuoi che questo accada al tuo bambino, quindi molli il lavoro e ti preci­
piti alla recita dove ti unisci a una piccola folla che indossa cappotti, guanti e berretti (non sa­
pendo dove metterli) nonostante la temperatu­
ra sia vicina ai trenta gradi.
Poco importa se non si vede niente (come al solito sei arrivato in ritardo e sei in ultima fila), fa lo stesso se non si sente nulla (non ci sono soldi e le scuole hanno tagliato anche le spese per i microfoni), pazienza se gli altri genitori hanno portato con loro bambini di età inferiore agli anni tre (non sapendo dove lasciarli) e il rumore in sala è superiore quindi alla colonna sonora che arriva dal palcoscenico. Non impor­
219
ta infine se le maestre (che non hanno studiato musica e spettacolo) hanno deciso di mandare in scena una rappresentazione in quattro atti.
Non ti importa di nulla perché ­ di nascosto, ma non troppo ­ continui a controllare le chia­
mate non risposte e i messaggi sul telefonino per due motivi almeno: primo perché temi di essere licenziato per giusta causa dopo aver trascorso i pomeriggi di dicembre alle recite, ai saggi musicali e agli auguri di Natale dei tuoi figli; secondo perché ti vuoi dare un tono, fa­
cendo capire agli altri genitori che tu ­ esatta­
mente tu ­ avresti di meglio da fare (e di più utile per le sorti del mondo intero) che perdere tempo ascoltando quattro mocciosi che canta­
no e strimpellano.
Ma poi, come nella miglior tradizione narrati­
va, ecco il colpo di scena, quando sul palco ap­
pare il protagonista assoluto dello show, su cui si concentrano le luci della ribalta e gli occhi del pubblico (soprattutto i tuoi) nonostante sia (chissà perché...) in posizione defilata rispetto al centro della scena.
Eccolo lì, l’attore nato (o il cantante solista, poco importa) per cui tutti siete lì, insomma LUI, la stella del musical, il dominatore del pal­
coscenico, capace con uno sguardo di far salire l’entusiasmo alle stelle, tanto che solo per un improvviso scatto di decenza ti trattieni e resi­
sti dall’avvisare con un tocco di gomito il tuo vicino che quello lassù è tuo figlio. Infine, poi­
ché sei un uomo molto fortunato, la star di Broadway smette di cantare e comincia a im­
provvisare. Avendoti individuato in mezzo al pubblico ti guarda dritto negli occhi, sorride e 220
agitando la manina pronuncia una battuta che nessuno aveva scritto nel copione: ciao papà! E’ allora che ti dimentichi (quasi) del telefonino che continua a vibrare furioso nella tasca del giaccone, ti spelli le mani ad applaudire come non ti accadeva da vent’anni, dimentichi la cit­
tà che rumoreggia là fuori e unisci la tua voce a quella dei bambini un po’ stonati che canta­
no a squarciagola: auguri di buon Natale.
(22 dicembre 2012)
221
Cambiare regalo dovrebbe essere vietato
C’ero anch’io due giorni fa, in un negozio del centro, per cambiare il mio regalo, in compa­
gnia di gente senza ritegno che entrava con una camicia e usciva con un paio di pantaloni. Cambiare regalo dovrebbe essere vietato, per­
ché se togliamo il pensiero che ci è stato dedi­
cato resta solo uno scontrino, in pratica dena­
ro.
Per quanto mi riguarda, non volendo umiliare il donatore, mi sono tenuto i guanti nuovi (vale l’idea) cambiando solo la misura. Però conosce­
re il prezzo ha fatto svanire un po’ di poesia: pensavo di valere un po’ di più, ma poiché sot­
to sotto sono tirchio (e in famiglia anche se ab­
biamo i conti separati i soldi sono di tutti) mi sono consolato.
Cambiare un regalo, che sofferenza: pare di offendere chi ha pensato a te. Eppure ero l’uni­
co a farmi problemi in quel negozio pieno di clienti insoddisfatti, cercando di giustificare il mio donatore per la svista di fronte alle com­
messe totalmente indifferenti (“prenda pure quello che vuole“) ignare del fatto che un regalo sbagliato può provocare danni enormi, ma è anche una lezione da imparare: ti pare che io possa indossare una cosa del genere? disse la donna al marito. Tentar non nuoce, pensò lui (ma stette zitto). Talvolta un regalo può essere un inno al cambiamento. Più spesso è la prova materiale di una triste incompatibilità.
Regali sbagliati. Personalmente appartengo alla categoria dei distratti. Insomma, mi capita di regalare le stesse cose, dimenticandomi che 222
le ho già regalate l’anno prima. Oppure di rega­
lare oggetti che il ricevente già possiede e ­ avendoli sotto occhio tutti i giorni ­ quando li rivedo nel negozio mi sembrano stranamente familiari e quindi li acquisto al volo penosa­
mente convinto di andare sul sicuro. E invece l’apertura del pacco si rivela una tragedia: chi lo riceve non sa se ridere o piangere. Sempre meglio di quei mariti (o fidanzati) che pur di non varcare la porta di una gioielleria (ma ba­
sterebbe pure una fioreria) spendono un patri­
monio in regali tecnologici sapendo già che sul computer o sulla televisione nuova saranno loro a mettere le mani.
Per anni ho ricevuto (gradite) banconote da mia nonna che ormai non usciva più di casa: una delle ultime primavere regalò la pensione intera a noi due unici nipoti, che per l’occasio­
ne la scortammo in banca con la cassiera che ci guardava storto come se fossimo truffatori di vecchiette. Ma sono perfettamente d’accordo sul fatto che donare buoni acquisto è squalli­
do. Però c’è un vantaggio da non sottovalutare: il buono è l’unico regalo che compri a Natale ma si concretizza quando sono arrivati i saldi. Se fossi uno di quelli che l’altro giorno cambia­
va il pigiama col maglione, quasi quasi ci farei un pensierino.
(29 dicembre 2012)
223
L’affronto della raccolta dei rifiuti
Cari signori della raccolta rifiuti, potete ri­
sparmiare il viaggio per venire a casa nostra a ritirare il bidone da 120 litri della spazzatura indifferenziata perché non lo esponiamo quasi mai. Tanto meno ora che ­ come ci avete infor­
mato con una lettera ­ ogni svuotamento ci verrà messo in conto. La realtà è questa: tolto il vetro, l’organico, la carta e gli imballaggi non resta quasi niente. Peccato che ­ calcolando che nella nostra zona le case dovrebbero costa­
re 3 mila euro al metro quadrato ­ alla raccolta dei rifiuti dobbiamo dedicare un certo capitale immobiliare: mezzo metro quadrato in cucina (in pratica tutto il mobile sotto il lavello) e un metro quadrato in cantina dove teniamo acca­
tastati i nostri contenitori e la spazzatura pron­
ta per finire al Crm. Sempre meglio di quello che avveniva nella casa precedente, dove alla causa dei rifiuti avevamo dovuto sacrificare la terrazza sul tetto che ai bei tempi andavamo a prendere il sole.
Il principio base a cui ci ispiriamo è questo: tutto ciò che entra in casa (purtroppo un sacco di roba inutile) prima o poi deve uscire. Così una volta ogni due mesi carichiamo la macchi­
na diretti verso la discarica: le ramaglie di là, l’erba di qua, gli ingombranti di là. E poi le bat­
terie scariche, una quantità impressionante che non siamo riusciti ad abbattere nemmeno con le pile ricaricabili.
Facciamo parte di un popolo di scaricatori semi­professionali. Il sabato mattina al centro raccolta materiali controlliamo con la coda 224
dell’occhio quello che getta il vicino (la spazza­
tura è un grande indizio per capire qualcosa di una persona) e persino i guardiani dei casso­
netti ci sembrano troppo superficiali quando indicano il cartello degli ingombranti per getta­
re oggetti che ­ a nostro giudizio ­ potrebbero benissimo essere smontati e riciclati.
Mentre ci interroghiamo sui grandi dilemmi della vita (perché un barattolo di vetro va ­ giu­
stamente ­ nel vetro mentre un bicchiere rotto deve finire nel residuo?) ho visto mia moglie di­
videre a metà il sacchetto in cui si mette il pane del supermercato: di qua la carta, di là la parte trasparente. Tanta buona volontà do­
vrebbe essere premiata, ad esempio come in Norvegia dove ­ nel lontano 2006 ­ ci divertiva­
mo a infilare bottiglie di plastica e di vetro nei raccoglitori installati presso i supermercati, per ottenere in cambio buoni sconto: in pratica ri­
vendevamo la nostra spazzatura. Se potessimo farlo anche a casa diventeremmo ricchi.
A Trento invece ci tocca subire un affronto quotidiano: ogni volta che portiamo in strada i bidoni del porta a porta vediamo ­ poco più in là ­ la spazzatura accumulata dai giganteschi condomini popolari che sembrano esenti dalle regole che riguardano tutti noi: bidoni dell’organico pieni di rifiuti raccolti in borse di plastica, cassonetti della carta riempiti di sca­
toloni di cartone (che andrebbero portati al Crm) e sacchi di spazzatura indifferenziata ab­
bandonati a terra. Ecco lo spettacolo che ti fa passare la voglia di tenere da qualche parte in casa i tuoi cinque bidoni personali. (5 gennaio 2013)
225
Altro che telecomando, si litiga per il tablet
Sembra passato un secolo da quando a casa nostra si litigava per tenere il telecomando. Ora la televisione è passata in secondo piano e fac­
ciamo a botte per conquistare il tablet. La bat­
taglia comincia di buon mattino quando, se non sono svelto ad allungare la mano sul co­
modino, c’è sempre qualcuno che, quatto quat­
to, mi soffia la tavoletta sotto il naso prima che possa leggere il giornale. Non bisogna abbassa­
re la guardia nemmeno a colazione quando il tablet serve per guardare che tempo fa (prima ancora di mettere il naso fuori dalla finestra) oppure, quando cade nelle mani sbagliate, per giocare ai videogiochi a tutto spiano.
Il primo l’abbiamo comprato l’anno scorso, il secondo pochi giorni fa perché la situazione era diventata insostenibile: troppe liti, ormai è chiaro che ci affidiamo alle nuove tecnologie per affrontare la realtà e chi resta senza tablet (visto che in casa siamo in quattro) deve ripie­
gare sul telefonino e accontentarsi di esplorare il mondo attraverso una finestrella a quattro pollici dopo aver conosciuto le meraviglie di uno schermo grande più del doppio.
Sdraiati sul divano con la tavoletta in mano sembriamo probabilmente gente strana, ma quante cose possiamo fare: guardiamo film; gi­
riamo video; leggiamo riviste, libri e giornali; consultiamo la posta elettronica, controlliamo il conto in banca prima di comprare qualcosa (naturalmente senza muoverci da quel divano), cerchiamo su wikipedia il significato di una pa­
rola che abbiamo appena sentito alla televisio­
226
ne (guardare semplicemente la tivù ci parrebbe riduttivo); verifichiamo su twitter se altri stan­
no guardando un programma assieme a noi e soprattutto cosa ne pensano.
Quando siamo in auto controlliamo se la strada è giusta e magari cerchiamo un bel po­
sto dove fermarci; al ristorante facciamo partire i cartoni animati con la speranza di riuscire a scambiare quattro chiacchiere mentre i bambi­
ni guardano la Pimpa. E se il cameriere ci serve in ritardo ci vendichiamo in diretta con una re­
censione su Trip Advisor.
C’erano una volta i padri che sbraitavano perché i figli lasciavano le luci accese in giro per la casa. Ora capita che il sottoscritto perda la pazienza dopo essersi seduto su una tavolet­
ta elettronica finita tra i cuscini del divano, ov­
viamente scarica: «Ma quando imparerete a metterla in carica quando la batteria è esauri­
ta?».
Del rischio di restare senza cena i bimbi d’oggi se ne fregano, ma si mettono in riga se li minacci di tagliare il collegamento a internet. Per forza: non potrebbero più guardare la Pep­
pa o i Barbapapà su YouTube. Meglio tenerseli buoni: pensavamo che sarebbe arrivato molto più avanti il momento in cui avremmo impara­
to qualcosa (noi) da loro. E invece no. E’ suc­
cesso l’altro giorno, quando uno di loro ha det­
to: guarda papà, si fa così.
(12 gennaio 2013)
227
Quanti segreti rivelati al bar
La pausa caffè può fare la fortuna del croni­
sta: quante ore passate al bar con lavoratori impegnati a raccontarmi le sventure del loro ufficio. Mai che gli venisse il dubbio che fosse inopportuno spifferare le malefatte dei loro di­
rettori. Alla fine del colloquio me ne uscivo ­ complice ma soprattutto grato per lo scoop ­ con un plico di fotocopie nascoste nello zaino: pagava la Provincia anche per quelle.
Se mai qualche giovane entusiasta mi doves­
se chiedere un trucco del mestiere gli risponde­
rò così: se vuoi sapere che succede in un pa­
lazzo frequenta il bar all’angolo. Io almeno fa­
cevo così, confidando nel fatto che per i baristi non è previsto il segreto professionale. E a quanto mi risulta nemmeno per gli uscieri.
Se presente, preferivo lo spaccio interno dove (le rare volte che toccava a me pagare) godevo abusivamente dello sconto dipendenti per risol­
vere pure il problema del pranzo. Il giornalismo da bar, teorizzato pure da qualche direttore di giornale, vivrà finché ci saranno fonti disposte a rubare una pausa caffè. Anche se nella zona di Belluno dove, rispetto al Trentino, si punta­
va molto di più sul vino.
In seguito mi capitò di raccogliere notizie in un palazzo ministeriale (di cui non scrivo i det­
tagli perché tengo famiglia) dove mi capitava di bivaccare al bar (prendo a prestito la definizio­
ne da un pubblico ministero che ora non c’è più) assieme ad alcuni altri giornalisti. Ma era­
vamo comunque superati in permanenza da­
vanti al bancone da alcuni impiegati, cultori 228
appassionati e puntuali del cappuccino di pri­
mo mattino e dell’aperitivo a mezzogiorno.
Talvolta succede ­ a noi giornalisti ­ di scrive­
re le condanne di questi “fannulloni” che pas­
sano troppo tempo al bar (o a far la spesa) in­
vece di essere al lavoro. Allora ci stupiamo, come se non li avessimo visti mai, di come sia possibile uscire dal palazzo e tornare con le buste piene del supermercato.
Ovvio che qualcuno ­ magari uno di quelli che tiene la macchinetta del caffè elettrica sempre pronta sulla scrivania e non esce in cortile a fumare le sigarette ­ perda la pazienza e faccia partire l’esposto anonimo, finché sull’altro lato della strada spuntano i carabi­
nieri in borghese con la telecamera nascosta.
I giudici del Tar di Trento nei giorni scorsi hanno usato una parola che ha fatto notizia in tutta Italia: indecorosa. Era la pausa del dipen­
dente che aveva sentito il bisogno di un caffé, di buon mattino, un minuto dopo aver timbra­
to il cartellino. Peccato che in quel momento suonasse invano al campanello un suo diretto superiore. Oltre che indecorosa, fu una pausa caffè davvero intempestiva. Ma dopo aver sfrut­
tato (al bar) le debolezze dei dipendenti stufi per ricavarne notizie per il giornale, mi sento di dire solo questo: beato quel tale che ama il suo lavoro tanto da svolgerlo più volentieri della pausa.
(19 gennaio 2013)
229
Scoprire Linux con 10 anni di ritardo
Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine mi sono tolto un sassolino dalla scarpa. Era il febbraio del 2003 quando mi venne in mente ­ povero il­
luso ­ di installare Linux sul computer: l’altro giorno ce l’ho fatta.
Tutto cominciò leggendo la biografia di Linus Torvalds, un programmatore finlandese che pare appartenere alla preistoria dei computer (ma ha poco più di quarant’anni) e che un gior­
no, invece di diventare miliardario, chiese via internet se qualcuno aveva voglia di dargli una mano a inventare un nuovo sistema operativo: “Così, per hobby” disse ai suoi colleghi. Poiché avevo deciso di smettere di investire stipendi interi per acquistare i computer di Steve Jobs, mi colpirono due parole che le riviste di infor­
matica usavano per il sistema operativo Linux: libero e (soprattutto) gratuito. E poi il pinguino mi sembrava un simbolo più simpatico della mela morsicata. Per farla breve, in quel febbra­
io 2003 (che ricordo molto nevoso) mi ritirai in montagna dove passai una settimana intera, giorno e notte, con qualche pausa per nutrirmi, a tentare di installare il sistema libero e gratui­
to sul mio computer portatile, utilizzando una serie di dischetti che vendevano dal giornalaio. Mi arresi al settimo giorno dichiarando: “Non voglio mai più sentir parlare di distribuzioni, repository, kernel, shell e Linux”.
Ma qualche mese fa, mentre mangiavo polen­
ta e crauti alla festa del rione, mi si è seduto accanto un tecnico informatico che ha comin­
ciato a parlarmi di questo sistema operativo li­
230
bero e gratuito, finché l’ho fermato: “Quello che bisogna essere ingegneri informatici per farlo funzionare?”. Risposta: guarda che le cose sono cambiate, vieni da noi il martedì che te lo spiego.
Così sono andato il martedì sera alla bibliote­
ca comunale, dove ci sono questi esperti di Li­
nux che ti aiutano a installare il sistema opera­
tivo libero e gratuito, quello che non ha biso­
gno di antivirus, che non diventa una lumaca dopo due anni di utilizzo e che (speriamo) non ti fa domande imbarazzanti alle quali non sai mai cosa rispondere. Domande tipo: “Si deside­
ra apportare modifiche al computer mediante programmi sconosciuti tipo juckeck.exe?”. Do­
mande a cui io rispondevo “no” due volte al giorno finché mi sono stufato.
Ora ho Linux e ­ con dieci anni di ritardo ­ posso finalmente dire che funziona. Mi hanno aiutato ad installarlo martedì scorso dopo un tentativo andato a vuoto (se proprio vogliamo essere sinceri) ma niente in confronto a quella settimana maledetta. Quando il computer si è acceso ero così contento che ho chiesto: anche se siete volontari, si può regalarvi qualcosa? avete almeno una cassa comune per la pizza? Risposta: la pizza andremo a mangiarla assie­
me quando tornerai (perché tornerai) a chiede­
re aiuto. Quanto al regalo, se utilizzerai il soft­
ware libero e ne parlerai in giro sarà il regalo migliore che ci potrai fare. Detto fatto.
(26 gennaio 2013)
231
Il lusso (perduto) della convalescenza
Da tre giorni sono a casa con l’influenza: un giorno di febbre alta, uno così così, uno di ripo­
so e domani (oggi per chi legge il giornale) tor­
no al lavoro a contagiare qualcun altro. Non so per voi, ma per me comincia sempre con una notte di incubi pilotati dalla febbre. Poiché la sera precedente avevo visto un film sulla storia (complicata) di un concerto orga­
nizzato a Parigi da un gruppo di musicisti russi perseguitati dal partito comunista, quella notte io divenni ­ naturalmente ­ un direttore d’orchestra alle prese con strumentisti improv­
visati (per l’occasione i miei colleghi), un teatro da 20 mila posti da riempire (nei sogni mi piace esagerare) e un gruppo di feroci critici tra il pubblico (tra cui spiccava il volto pallido del mio vecchio prof di matematica) pronti a stron­
care la mia carriera. Mi sono svegliato in un bagno di sudore, chiedendomi: che ho fatto per meritare tutto questo? Semplice: mi ero becca­
to l’influenza.
Il resto è la storia di noi tutti, in questi giorni: paracetamolo (che poi sarebbe la tachipirina di chi vuole spendere poco) e riposo a letto. Per quanto mi riguarda adotto una strategia che ha sempre funzionato: resto immobile, a pan­
cia in su, con le braccia incrociate sul petto e gli occhi chiusi, come una mummia, finché mi passa, dovesse durare anche due giorni. Chi si affaccia alla mia porta si spaventa (è morto?) ma la tattica dà buoni risultati, tanto che alla fine, sopravvissuto all’alternanza di ondate di calore, brividi, testa che scoppia e gola in fiam­
232
me, sempre con un bicchiere d’acqua e una pa­
stiglia pronti sul comodino, mi alzo e chiedo se sono pronti gli spaghetti con il grana, cioè la parola d’ordine per dire che sto bene.
Mi secca ammetterlo, ma sull’eterno dibattito forse ha ragione il mio dottore: 18 ore a letto sono meglio di qualsiasi antibiotico, poveri noi che non ce le possiamo (più) permettere. Non è solo una questione di lavoro: è che non abbia­
mo più posto per una malattia nelle nostre vite organizzate all’ultimo minuto. Bei tempi quelli in cui c’era la convalescenza. Due anni fa an­
dai all’ospedale di Borgo Valsugana per un in­
tervento chirurgico e mi spiegarono che, mera­
viglie della sanità moderna, sarei tornato a casa la sera stessa. Mantennero la promessa, peccato che il paziente che lasciò l’ospedale alle 18 di quel giorno non ero io, ma un vecchio di ottant’anni, con la mia carta d’identità in ta­
sca, che salì sul sedile posteriore dell’auto pie­
gato in due, tenendosi la pancia con le mani e supplicando (invano) la moglie di evitare le bu­
che lungo la strada. Altro che day hospital, avrei pagato qualsiasi prezzo per una notte in quel letto d’ospedale se me l’avessero concessa. Comunque ­ breve o corto che sia ­ dopo la feb­
bre dell’influenza viene il bello: uno o due gior­
ni di riposo. Inutile illudersi di rifarsi, in queste poche ore, di tutti i film e libri che la vita frene­
tica ci ha sottratto negli ultimi anni. Tanto vale prendersela comoda, senza sensi di colpa, e trascorrere la mattina a letto con il vostro com­
pagno di influenza, cioè vostro figlio di otto anni (sette e mezzo, correggerebbe lui se leg­
gesse questo articolo), leggendo vecchi giornali­
233
ni e guardando cartoni animati che sapete or­
mai a memoria, così non dovete nemmeno im­
pegnarvi per capire quando è il momento di spaventarsi, ridere o commuoversi. Oggi lui continuerà il suo riposo: “Fuori fa freddo ­ gli dirò ­ ti conviene restare là sotto al caldo, an­
che se ti sembra una condanna”. Rimarrà a casa una settimana almeno, come toccava a me quand’ero ragazzino.
(2 febbraio 2013)
234
I veneziani con gli sci alla rovescia
Sarà forse per un atavico senso di inferiorità, maturato agli albori del turismo quando i va­
canzieri si chiamavano “signori”, che i monta­
nari hanno sempre amato prendere in giro i cittadini in vacanza sulle Dolomiti.
I “signori” erano più ricchi di noi (che infatti affittavamo loro stanze e appartamenti, ma al mare non ci andavamo mai). Erano più belli (perché la ricchezza non renderà felici ma co­
munque migliora l’aspetto); mangiavano al ri­
fugio (e invece noi avevamo i panini nello zaino). Erano persino laureati, ma quando cari­
cavano gli sci sull’auto il dottore o l’ingegnere li mettevano con le punte rivolte in avanti: ah! ah! ah!
All’arrivo dei “signori” ci consolavamo guar­
dando le catene montate (inutilmente) sulle ruote anteriori di una lussuosa Mercedes 220 D che ­ come noto ­ aveva la trazione posterio­
re. Ci davamo di gomito, osservandoli in paese con i piedi bollenti, protetti da un paio di “do­
posci” super pelosi mentre invece di nevicare (maledizione!) pioveva.
Dalle mie parti (cioè in provincia di Belluno) quelli che provenivano dalla città li chiamava­
mo tutti “veneziani”. Non c’era distinzione fra Treviso, Padova e Rovigo: per noi erano tutti veneziani, impegnati a far manovra sui tornan­
ti più stretti dei passi dolomitici (Venezia! pri­
ma allarga e poi stringi!) oppure parcheggiati le domeniche d’estate con il tavolino nella piazzo­
la dove, partiti di casa per cercare l’aria buona, presi dalla fame, improvvisavano un pic­nic in 235
mezzo ai gas di scarico.
Che soddisfazione vedere quelle vetture con la targa di pianura in sosta sotto un tetto spio­
vente pronto a scaricare una valanga, che go­
duria guardarli girare nel parcheggio della fu­
nivia facendo danni con gli sci, finché ­ a forza di salire in montagna ­ i cittadini sono diventa­
ti esperti più di noi.
Sicuramente più di me che ­ non più tardi di due settimane fa ­ mi sono ritrovato al volante di un’auto (la mia!) che, dopo una notte al gelo, saliva singhiozzando, in prima, verso le piste. Un sospetto ce l’avevo, ma per essere sicuro ho chiesto consiglio alla prima stazione di servizio dove mi hanno preso in giro: eccone un altro che ha fatto il pieno di gasolio estivo. A dire il vero, poiché volevo risparmiare, mi sono ferma­
to al Q8 di via Brennero (a Trento, mica a Ve­
nezia!) senza nemmeno guardare se c’era il car­
tello “diesel artico”. Per fortuna quando il sole è salito alto in cielo la nostra auto ha ripreso a funzionare.
Veneziano più che mai, mi sono consolato due giorni fa quando mi sono unito al coro di sberleffi per quell’auto che si aggirava in valle di Fassa con un paio di sci caricati in modo anomalo. L’hanno segnalata a Campitello e poi a Soraga, sembrava una leggenda d’altri tempi, finché Giacomo Janac (gattista di Moena) ha fornito le prove della sua esistenza fotografan­
do con il suo telefonino una spettacolare auto­
vettura con gli sci caricati... di traverso. Se con le regole della montagna non vi sentite a vostro agio consolatevi: peggio di così non si può fare.
(9 febbraio 2013)
236
Come affrontare la sfida con il sommelier
Mistero risolto. Ci sono voluti sette anni ma ora so, finalmente, cosa pensa il sommelier mentre fingo di assaggiare il vino che mi ha ap­
pena versato nel bicchiere.
Sapevo di essere in buona compagnia, tra quelli che soffrono di fronte allo sguardo inter­
rogativo del cameriere che attende il via libera per versare il vino all’intera tavolata. Ne scrissi nell’aprile del 2006 su questo giornale, ma la mia consolazione è stata massima qualche giorno fa, quando ho letto in un libro intitolato “Momenti di trascurabile felicità” che l’autore, Francesco Piccolo, è felice “quando il cameriere torna al tavolo con la bottiglia di vino che ab­
biamo scelto, stappa la bottiglia, annusa il tap­
po, e poi guarda tutti i presenti per scegliere chi debba assaggiare il vino. E non sceglie me”.
Bisogna essere abili per non essere scelti. Ca­
paci di salvarsi all’ultimo secondo (quando il sommelier già punta su di voi: siete o non siete i più carismatici dell’intera tavolata?) facendo cenno che due posti più in là c’è un uomo di esperienza, a cui certo non si può togliere il privilegio di decretare se il vino è degno di esse­
re versato. Ma se vostro suocero nonostante l’età è un uomo dai riflessi pronti, replicherà dicendo semplicemente “largo ai giovani” e ri­
spedirà così l’amaro calice al mittente.
Son cose da uomini. Bisogna assumersi le proprie responsabilità facendo girare il vino nel bicchiere, fingendo professionalità mentre prendete tempo cercando qualcosa da dire che possa sembrare intelligente. Non di fronte al 237
sommelier (lui ha già capito) ma di fronte al crudele pubblico dei vostri commensali che non si accontentano di un semplice “nulla osta” ma ­ sollevati dal fatto che non tocca a loro ­ ora pretendono un commento illuminan­
te. Ma figuriamoci che giudizio può arrivare da un semi­astemio terrorizzato dall’idea di auto­
rizzare il sommelier a servire in tavola una bot­
tiglia di aceto.
Ma nei giorni scorsi ho scoperto che una for­
ma diversa di felicità, caro Francesco Piccolo, può pure essere quella di trovare un sommelier che invece di farti l’esame ti fornisce subito le risposte. Come Roberto Anesi che ­ vedendoti in difficoltà ­ ti suggerisce che cosa stai beven­
do prima che tu possa dire qualche stupidaggi­
ne. E’ vero che qualche temerario ha provato, nel suo ristorante in val di Fassa, a rispedire indietro una bottiglia. C’è stato anche chi ha innescato un duello sulla qualità del vino, ignorando forse la quantità di bottiglie che deve aver assaggiato un sommelier per fregiarsi del suo titolo. Ma ­ e qui arriviamo alla soluzione del mistero ­ quando il sommelier arriva al vo­
stro tavolo con la bottiglia già stappata, potete star sicuri che ha già valutato il vostro vino per evitare di fare, lui, brutte figure. Quindi fidate­
vi e magari rilanciate chiedendogli semplice­
mente: “Lei che ne dice?”. Se è uno bravo, sarà lieto di decantare il vino al posto vostro.
(16 febbraio 2013)
238
L’auto in sosta e l’autostop
Quando gli dissi che volevo raccontare i suoi mondiali lasciando l’auto in sosta, il presidente De Godenz rispose: «Se ti troverai nei guai chiamerai un taxi. Anche se mi pare che non sia questa la tua idea». Detto fatto: prima not­
te, primo taxi. Partenza falsa, ma la colpa è mia: posso migliorare.
Andare senz’auto si può, ma bisogna mettersi d’impegno. Alzarsi prima la mattina, program­
mare gli appuntamenti con anticipo (non si può chiedere all’autista di un bus di accelerare o prendere una scorciatoia) e soprattutto pren­
dersela (un po’) comoda. Primo giorno: navetta alimentata a idrogeno con lezione inclusa du­
rante il viaggio su come questo gas possa ali­
mentare un motore elettrico e muovere un pul­
mino. Per il momento ho capito che l’idrogeno si fa con il metano (cosa che mi ha lasciato un po’ stecchito) ma ogni mattina io e gli ingegneri che ci sono a bordo andiamo avanti con il pro­
gramma: bisognerà tornarci su. La sera mi sono fatto accompagnare alla cena di benvenu­
to a Predazzo dove (come spesso accade quan­
do ci si diverte) ho calcolato male i tempi del ri­
torno: sono riuscito a salire sulla navetta fino a Cavalese (c’eravamo io e una decina di stranie­
ri) ma ho perso l’ultima corsa per il villaggio Veronza, dove hanno alloggiato noi giornalisti per rendere le cose più complicate. Con me c’era un collega russo determinato a salire a piedi sotto la nevicata, ma poiché volevo essere ospitale ho chiamato un taxi con l’assicurazio­
ne (clamorosa menzogna dettata dall’orgoglio) 239
che l’avrebbe rimborsato il mio giornale. Al te­
lefono mi ha risposto Pier8 (cioè Carlo Demat­
tio) che per soli 15 euro (grazie al bonus della comunità di valle) ci ha portato lassù dopo un’attesa di dieci minuti appena. Vorrei pub­
blicare il suo numero di cellulare per ricam­
biarlo di tutte le dritte che mi ha raccontato sui trasporti pubblici di valle ma poiché lo tro­
vate comodamente su internet posso evitare che l’ordine professionale mi richiami per pub­
blicità occulta. Il mattino successivo ho deciso che mi sarei dedicato al car­sharing, che nel mio caso significa viaggiare a sbafo sull’auto dei colleghi. Mi sono ritrovato così a Predazzo dove ­ essendo davvero un pivello quando si tratta di mezzi pubblici ­ sono riuscito a sba­
gliare l’orario del ritorno aspettando una mezz’ora a lato della strada. Per lasciare l’auto ferma bisogna prendersela un po’ comoda. Come quel dirigente televisivo che si gode i mondiali sul suo divano in pelle (lo raccontia­
mo nell’inserto). Niente giornalismo d’assalto, in cambio però sono in grado di riferire (cari or­
ganizzatori dei mondiali) la voce dei miei com­
pagni di viaggio, illustri sconosciuti ma profes­
sionisti nel consumare le scarpe: bello salire in telecabina dal fondovalle fino al Cavalese, ma il Palafiemme è un po’ troppo lontano e ci vorreb­
bero cartelli alle fermate perché chi arriva dal Giappone non ha ben chiaro che Predazzo vie­
ne dopo Ziano e prima di Moena. Per il momen­
to basta così, anche perché non vorrei perdere la navette delle 21.30. Andiamo avanti con questa sfida (giusta) di tenere l’auto in sosta che poi non è una sfida mia, ma della valle. Di 240
una valle di Fiemme che pare il Trentino all’incontrario: invece di parlarsi addosso si fanno coraggio e forza l’uno con l’altro per rag­
giungere i loro obiettivi. Sono tutti gentili. Tan­
to che un giorno ­ pur di fare bella figura, come è capitato a me con il collega russo ­ qualcuno è arrivato a dirmi: se ti trovi ancora a piedi sul­
la statale 48 chiama pure me invece del taxi, per 15 euro ti porto a casa io. Non dirlo un’altra volta. (23 febbraio 2013)
241
Gli uomini volanti
Lassù, dopo una scalata di oltre 300 gradini, il primo istinto è quello di fare un passo indie­
tro e trovare qualcosa a cui aggrapparsi. Loro invece no: si lanciano lungo la pista ghiacciata (una scelta senza ritorno: quando gli sci sono infilati nei binari è vietato cambiare idea) e al momento giusto, in tre decimi di secondo, sca­
tenano tutta l’energia di cui sono capaci per ri­
tardare il più possibile l’arrivo a terra.
Un volo da campionati del mondo può durare tre o quattro secondi, ma ci sono alcuni tram­
polini dove gli atleti atterrano a 240 metri dopo essere stati in aria anche per sette secondi: in questo caso non si parla più di salto ma di volo con gli sci.
Gli “uomini volanti” bisogna prenderli da pic­
coli. Il primo salto si può fare già a sette anni, sui piccoli trampolini da 10 metri quando un allenatore dall’occhio esperto capisce subito chi ce la può fare e chi invece è meglio che se­
gua un’altra strada. Basta un movimento in volo, una piccola contrazione o un’incertezza per indicare la paura.
E’ uno sport nato in Norvegia, che in Italia ha un grande nemico: le madri italiane, quelle che solo a sentire la parola trampolino si spaventa­
no anche se poi accettano che i figli ­ se pro­
prio vogliono correre ­ si lancino sulle piste da sci dove si raggiungono velocità ancora maggio­
ri.
«Ma in questa disciplina nessuno si è mai fat­
to male davvero» spiega Andrea Longo, già combinatista azzurro, medaglia d’argento in 242
coppa del mondo, uno che ha cominciato a sal­
tare seguendo l’esempio dello zio ed ora è pa­
dre di un figlio di 13 anni che sta imparando a “volare” con gli sci. Del resto, a guardarli di lato, seguendo il profilo della pista che accom­
pagna il loro volo, risulta evidente che i saltato­
ri non sono mai a più di 5 o 6 metri da terra. Che comunque è come saltare dalla finestra del secondo piano.
Bisogna essere leggeri (perché se vuoi librarti in aria ogni etto di troppo è una zavorra), biso­
gna essere concentrati e soprattutto avere co­
raggio. E infine ­ per usare le parole schiette di Longo ­ vietato avere “troppe seghe mentali”, in uno sport dove anche un centimetro in più di tuta può fare la differenza, trasformando il tuo corpo in una fusoliera (ma sono vietate le tute troppo impermeabili all’aria), con gli sci allar­
gati ai piedi come se fossero le ali di un uccello. Una tuta costa 300 euro o poco più, ma va cambiata spesso perché dopo qualche salto si deteriora e perde le sue prestazioni.
Vince chi sa “annusare” il vento, con l’aiuto dell’allenatore che ­ poco più sotto ­ ti aiuta a capire quando è il momento giusto per partire. Si va per gradi e ogni salto su un trampolino nuovo è come un rito di iniziazione. Il punto di arrivo è il trampolino più alto, nel caso di Pre­
dazzo il k120, dove siamo saliti ieri mattina.
Gli uomini dell’organizzazione dei mondiali di Fiemme 2013 erano impegnati a tracciare le scie nel ghiaccio: larghezza 11 centimetri, pro­
fondità 2 centimetri, è praticamente impossibi­
le che uno sci scappi fuori. L’importante ­ rego­
la base di ogni saltatore ­ è di non piegare mai 243
le gambe in volo come l’istinto ti suggerirebbe caldamente di fare. Ma del resto a dare retta all’istinto, lassù a cento metri d’altezza, biso­
gnerebbe scendere... a piedi.
(24 febbraio 2013)
244
C’era una volta il mondo in vetrina
Erano anni in cui, in attesa di connessioni più potenti, la nostra finestra sul mondo era una vetrina. Chiaro che, passati trent’anni, quando ho visto quella vetrina vuota, ci sono rimasto male.
Lì davanti io e i miei compagni delle scuole medie (e poi del liceo) abbiamo trascorso pome­
riggi interi, con qualche ritaglio di giornale con­
sumato in tasca per ricordarci cavalli, presta­
zioni e soprattutto velocità massima: un nume­
ro a tre cifre che ci consentiva di sognare.
Dietro al vetro c’erano loro ­ le moto ­ che per noi volevano dire tutto: mobilità, libertà e ma­
turità. Con una di quelle moto si poteva ­ ad esempio ­ andare a verificare se davvero, come dicevano, sul lago di Garda la primavera arri­
vava con un mese di anticipo rispetto alla città. Si poteva, probabilmente, arrivare fino al mare: irraggiungibili senza telefonino in tasca. Si po­
teva ­ tanto per dirne un’altra ­ portare a spas­
so una compagna di scuola sfidando il codice della strada. E per chi saliva sul sellino poste­
riore valeva la regola (non scritta) di piegarsi in curva nonostante la paura e soprattutto far si­
lenzio. Muti, bisognava stare, senza protestare, magari fino all’ospedale (che non era poi un’ipotesi così remota).
Era una vetrina per tutti i gusti: moto sporti­
ve, moto da turismo e ­ sulla sinistra ­ motoci­
clette usate per sognare a buon mercato. E se ancora non era sufficiente, duecento metri più su, sempre in via Brennero, c’era la seconda tappa (obbligatoria) per noi ragazzini che prima 245
di andare a casa dopo la scuola schiacciavamo il naso sul vetro dove c’erano le moto da endu­
ro, recitando a memoria le pagelle della rivista Motociclismo. Non c’erano ancora i grossi scoo­
ter che si usano ora in città e quelli della Ve­
spa, magari con l’autoradio montata nel porta oggetti, non li prendevamo nemmeno in consi­
derazione. Non essendoci internet, per guarda­
re le moto ­ pare incredibile ­ bisognava andare al negozio di persona.
In quella vetrina mi è capitò di entrare tante volte, compresa quel giorno che usavo ancora le stampelle dopo essere atterrato su un ca­
mion (prima) e poi sull’asfalto.
Per vedere il mondo bisognava muoversi di persona e una due ruote ci pareva il mezzo mi­
gliore, estate e inverno, anche perché aspettare diciott’anni per sperimentare l’ebbrezza dei mo­
tori ci sembrava una tortura.
Quella vetrina l’ho rivista l’altro giorno: vuo­
ta. Quasi non ci credevo, tanto che ho fatto il giro dell’isolato per passarci davanti in auto un’altra volta. Per un attimo ho temuto che il negozio avesse chiuso, ma l’avevano solo tra­
sferito in una via di periferia dove c’è meno traffico e più parcheggio. Un po’ mi sono con­
solato: per vedere le moto nuove non serve più bivaccare davanti a una vetrina, ma c’è ancora mercato per le emozioni (vere) di una volta.
(9 marzo 2013)
246
Una cosa divertente che non farò mai più
A quarant’anni suonati (e con sette figli in tre) per convincerci di essere giovani siamo sa­
liti sulla giostra più spaventosa che ci sia, una specie di gigantesco frullatore, facendo finta di non aver paura.
La prima volta in bicicletta senza rotelle, il primo tuffo di testa dal trampolino di tre metri, la prima corsa in moto a cento all’ora, la prima discesa libera oppure la ferrata: ognuno è libe­
ro di scegliersi le sfide che vuole, noi giornalisti del Trentino ieri pomeriggio, nel nostro piccolo, siamo saliti in tre sul Booster che ­ secondo un rapido sondaggio tra i giostrai ­ dovrebbe esse­
re l’attrazione che mette in circolo più adrenali­
na del Luna Park di Trento. E ci dispiace per quella specie di Bungee Jumping che invece di farti precipitare (come avviene quando ti butti già da un ponte appeso ad un elastico) ti lancia verso l’alto seduto in una sfera di metallo.
Booster significa acceleratore. Il ragazzo che sta alla cassa ti rassicura dicendo che mai nes­
suno si è sentito male a fare il giro della morte volando a 90 chilometri all’ora, a trenta metri d’altezza, con le gambe che penzolano nel vuo­
to, tranne un paio di persone che erano salite dopo aver bevuto troppa birra. Poi però ammet­
te che lui ­ soffrendo un po’ di mal di mare ­ la sua giostra non l’ha mai provata di persona. Così intervistiamo due ragazze che mettono piede a terra dopo essere state “frullate” avanti e indietro e decidiamo che si può fare. Chiedia­
mo però all’operatore di farci girare solo due o tre volte perché poi ­ qualunque cosa accada ­ 247
dovremmo chiudere il giornale.
Bisognerebbe investigare sulle motivazioni ancestrali che ci spingono (fin da bambini) ad esplorare la cantina buia che ci terrorizza, a cercare il brivido sporgendoci da una terrazza al quinto piano, a concludere la visione di un film che ci spaventa a morte oppure a provare (ormai grandi, perché quando eravamo piccoli c’era solo il Tagadà) una giostra che promette di spingerti verso l’alto come farebbe un cac­
ciabombardiere.
Comunque sia, quando hai scelto di salire a bordo non c’è più niente da fare, con il collega saggio che ti fotografa dal basso e una gabbia di metallo che ti mantiene in posizione. Quan­
do il Booster parte non serve guardare il volto pallido del collega U. («un altro giro sarebbe stato fatale») per capire che sarà peggio di quanto avessimo immaginato, ma alla fine si sopravvive. E il collega P. ­ ai bei tempi il re del Tagadà, che nel suo curriculum vanta pure una caduta libera sulla Space Vertigo di Gar­
daland ­ deve ammettere che questo Booster va giù duro. Per quanto mi riguarda, farò vedere le foto ai miei figli piccoli consolidando la loro incondizionata ammirazione: dieci minuti di gioco in compagnia ci vogliono, giusto il tempo per “Una cosa divertente, che non farò mai più” come disse (se vi fosse venuto il dubbio leggen­
do il titolo) un grande scrittore americano.
(16 marzo 2013)
248
Falciatrice e rastrello, è la primavera
Falciatrice? Pronta. Rastrello? Pronto. Conci­
me? Pronto. Capisco che è arrivata la primave­
ra quando passo in via Brennero e vedo che fuori dal centro commerciale sono spuntate le cassettine con i fiori. Allora metto la freccia, entro nel parcheggio e ­ preso dall’ansia ­ co­
mincio a girare tra gli scaffali per vedere se c’è tutto ciò che mi serve. Non voglio farmi trovare impreparato il giorno in cui il sole si sarà fatto scottante. Secondo i miei calcoli questo non ac­
cadrà oggi, forse sabato prossimo o al più tardi il 6 aprile, quando metterà i fiori anche il ma­
nico del badile. Perché noi che aspiriamo al pollice verde crediamo che i proverbi nascon­
dano grandi verità.
Sono in buona compagnia: uomini e donne non fa differenza, per lo più anziani che hanno molto tempo disponibile. Osservo con attenzio­
ne gli articoli che acquistano e mi immagino il giardino a cui si dedicheranno. Il mio carrello invece spesso resta vuoto: sono nuovo del me­
stiere e ho ancora molto da imparare, anche perché da una stagione all’altra (distratto dalle emergenze della vita) mi dimentico i principi fondamentali dell’uomo di campagna e devo iniziare da capo la mia faticosa formazione.
Poiché sono ignorante (ma preciso) leggo le istruzioni sulle scatole della semenza e del con­
cime e poi (colto da mille dubbi) torno a casa a riordinare le idee. Meglio seminare l’erba in au­
tunno o in primavera? Quand’è il momento giusto di spargere il concime? Qual è la giusta dose d’acqua? Come proteggersi dalle erbe infe­
249
stanti? Dovrei forse rinunciare al prato all’inglese e ripiegare su un volgarissimo ­ ma morbido ­ trifoglio? Da quando ho capito che di fronte a ogni problema ogni vivaista ha una di­
versa soluzione, faccio da solo consultando quell’enciclopedia di giardinaggio che tengo in bagno e mi affido a internet per risolvere i di­
lemmi dell’ultimo minuto.
Poiché sono un agonista, anche in giardino è una battaglia: contro il muschio (solfato di fer­
ro), contro gli insetti (veleni di ogni tipo), contro il feltro che soffoca il prato (rastrellate a tutto spiano) e contro i bambini che giocano a pallo­
ne: chi l’avrebbe mai detto, tanti anni fa, che sarebbe toccato proprio a me diventare il catti­
vo del quartiere?
La mia vicina mi guarda dall’altro lato della rete e probabilmente si chiede perché non de­
dico tutte queste energie ­ come fa lei ­ a un orto: almeno avrei qualcosa da misurare, pesa­
re e infine mettere in tavola. E invece ho in mezzo al prato i cumuli di fango sollevati dai lombrichi (l’altro mio grande problema). Di bel­
lo c’è che questo fazzoletto di 30 metri quadri che a noi sembra il Central Park ci riserva sempre qualche sorpresa. Ad esempio: quel ce­
spuglio di lamponi che in inverno sembrava condannato, saprà riprendere vigore e regalarci ancora tutti quei frutti? Non vedo l’ora di sco­
prirlo.
(23 marzo 2013)
250
La libera schiavitù del camper
Un camper ci ha divisi. Da quando i nostri amici per la pelle ne hanno acquistato uno non li vediamo più: appena escono dall’ufficio sal­
gono a bordo e partono, perché bisogna am­
mortizzarlo.
Che grande contraddizione, un oggetto che ti illude di affrontare in grande libertà gli spazi sconfinati (il camper) e si rivela invece la schia­
vitù di partire a tutti i costi nel weekend pa­
squale spazzato dal maltempo, per ritrovarsi in gruppo in uno squallido parcheggio alla perife­
ria di Roma. Con l’ansia di dover pianificare i tempi del ritorno per non restare incolonnati a Barberino del Mugello.
Avete indovinato: questa è invidia. Poiché ap­
partengo all’altro partito, di quelli che il fine settimana vanno a trovare i nonni nella casa (di mattoni) su in montagna, mi tocca denigra­
re i camperisti per rivalutare le nostre scelte: in pratica, non potendo essere uno di loro, ho de­
ciso che li odio.
Quando me ne trovo uno davanti, sbuffo e impreco finché riesco a sorpassarlo, lanciando sguardi di sufficienza dal finestrino per dimo­
strare la mia superiorità. I miei figli, avendo al massimo otto anni, fanno il tifo per me agitan­
dosi sui sedili posteriori, ma quando ci fermia­
mo a fare il pieno si avvicinano a quei bestioni e cominciano a supplicare: papino, ne compria­
mo uno anche noi? No, rispondo con tono au­
toritario: noi vogliamo stare comodi, seduti ac­
canto al fuoco, riuniti in dieci attorno al tavolo, invece di rinchiuderci in quelle scatolette per 251
sardine che per di più non contribuiscono all’economia locale. E così li ammutolisco.
Ma (segretamente) ripenso a quelle quattro settimane passate ad esplorare la Norvegia, quando mi sentivo il re del circolo polare artico guidando per chilometri, con il sole di mezza­
notte all’orizzonte, il nostro camper a noleggio.
Allora teorizzo: il camper va bene in Scandi­
navia, dove c’è spazio per tutti, il campeggio è una filosofia di vita e si può accendere un fuo­
co libero in riva al lago. Oppure in Corsica, a patto di evitare le strade troppo strette. Qui da noi molto meglio il bed&breakfast. Però poi, quando mi ritrovo a viaggiare sul passo San Pellegrino nel cuore della notte, anche quando il termometro segna quindici gradi sotto lo zero, sarei tentato di essere uno di loro per re­
stare lassù a dormire sotto le stelle. Ma lavo­
rando una domenica su due il discorso (per ora) è chiuso. Il camper ci capiterà di noleg­
giarlo, di tanto in tanto, per inseguire i nostri amici. Il resto del tempo lo passeremo a rac­
contarci quanto scomodi sono questi mezzi così grandi (ma sempre troppo piccoli) che non si sa mai dove parcheggiarli.
Nel frattempo domani chiameremo i nostri amici in fuga per vedere se veramente il navi­
gatore li ha portati nella capitale o se hanno cambiato idea come i camperisti si vantano (bugiardi) di poter fare all’ultimo minuto. Ovunque siano, buona Pasqua.
(30 marzo 2013)
252
Il regolamento per l’uso del frigorifero
E così a casa nostra ora abbiamo un regola­
mento. E’ una carta scritta con la calligrafia di uno scolaro di sette anni, attaccata con il na­
stro adesivo sulla porta del frigo, che poi è uno dei nostri grandi problemi.
Leggendo quella carta si capisce (quasi) tutto su come vanno le cose da noi. Primo: non si li­
tiga. Secondo: non si alza la voce. Terzo: si guarda la scadenza. Quarto: si mangia prima della scadenza. Quinto: si cerca di non rompe­
re niente. Sesto: non perdere niente. Settimo (aggiunto in un secondo momento): si obbedi­
sce alla mamma (del papà, è implicito, chi se ne frega). Seguono le firme di tre componenti della famiglia e un tratto identificativo del quarto, ancora analfabeta (ma per poco).
Come il lettore avrà immaginato il regolamen­
to è spuntato l’altro giorno, dopo l’ennesimo li­
tigio perché il frigorifero era pieno di roba sca­
duta, le chiavi dell’auto erano finite chissà dove e qualcuno (rimasto ignoto) aveva bloccato il computer inserendo un oggetto non identificato nella fessura del dvd.
Chiavi e computer a parte, Il frigorifero è un problema enorme. Poiché abbiamo scelto l’ulti­
mo modello, di quelli che non hanno mai biso­
gno di essere “sbrinati”, funziona ininterrotta­
mente ormai da quasi tre anni (l’epoca del tra­
sloco) e là dentro ­ dietro i barattoli dei funghi sott’olio ­ ci potrebbe essere (e probabilmente c’è) qualsiasi cosa.
Quando dagli strati inferiori della nostra di­
spensa, sedimentati e dimenticati spesa dopo 253
spesa, emerge all’improvviso un alimento so­
spetto, scatta la caccia al colpevole: quale delle due suocere che frequentano casa nostra ha introdotto quell’oggetto sconosciuto, in un con­
tenitore anonimo senza data di scadenza?
Personalmente sono di bocca buona, ma ho l’intestino (molto) tenue e temo sempre di finire avvelenato. Passi lo yogurt scaduto, ma quan­
do le bistecche cambiano colore sbotto e attac­
co il mio sermone: «Ricordate che noi siamo quello che mangiamo, quindi aprire il frigorife­
ro è come guardarsi allo specchio e quello che vedo qui dentro non mi piace». E mentre butto la roba nell’immondizia (differenziando) mi scaldo al pensiero dei soldi che finiscono in di­
scarica.
Chiaro che poi un bambino di seconda ele­
mentare scrive un regolamento per vietare (re­
gola numero due) di alzare la voce.
Intanto ­ per dare il mio contributo ­ ho riba­
dito la regola fondamentale di chi va a fare la spesa: prelevare sempre il latte fresco dal fondo dello scaffale, lasciando che altri clienti acqui­
stino le bottiglie in prima fila che scadono il giorno dopo.
Infine mi sono ripromesso di spiegare ­ prima o poi ­ al giovane autore del regolamento che li­
tigare per un frigorifero (troppo) pieno è un lus­
so sfrenato, nella speranza di non dover mai li­
tigare perché il frigo resta vuoto.
(6 aprile 2013)
254
L’allarme suona? Dormi che passa
La nostra percezione della sicurezza va a pe­
riodi: ci capita di andare a letto lasciando la porta aperta, ma poi accade qualcosa che ci consiglia di sprangare anche le finestre. Ora ­ per esempio ­ viviamo barricati.
Premessa: in casa nostra da rubare non c’è niente. Anzi, siamo sommersi dalla robaccia che da mesi tento invano di vendere su e­bay. Gli alimentari del frigo ­ come ho già avuto modo di raccontare ­ sono in gran parte scadu­
ti e gli unici soldi che un malvivente potrebbe recuperare da un raid in casa Selva sono quelli della ciotola degli spiccioli, sempre piena di inutili centesimi perché le monete da 1 e 2 euro non faccio a tempo a togliermele dalle ta­
sche che subito spariscono.
Siamo così disordinati che se dal comodino mancasse ­ per esempio ­ un orologio, oppure il cellulare, prima di pensare ai ladri comince­
remmo a cercarlo disperatamente tra i cuscini del divano, in macchina, persino in giù in can­
tina, incolpandoci l’un con l’altro.
Comunque ­ ritenendo di essere noi stessi preziosi a sufficienza, soprattutto quando dor­
miamo e quindi, temporaneamente, non liti­
ghiamo ­ abbiamo fatto installare l’allarme. Peccato che sia diventato una barzelletta. Quando di notte suona la sirena ormai anche i bambini si girano dall’altra, sicuri che papà è tornato dal giornale. Quando suona la mattina è la mamma che uscita a dare acqua ai fiori. Non ho avuto il coraggio di chiederlo, ma penso che nessuno tra i vicini si spaventi più (o pensi 255
di chiamare la polizia) quando apriamo la fine­
stra sovrappensiero e setendo scattare l’allar­
me ci uccidiamo giù per le scale per inserire il codice.
Ci ridiamo sopra, eppure i ladri ci sono. Non solo nell’immaginario dei nostri figli (dove il la­
dro è il protagonista delle storie più affascinan­
ti, soprattutto quando si muove con passi fel­
pati, assieme al lupo, nel cuore della notte pro­
tetto dall’oscurità) ma anche nel giardino dove sono sparite due biciclette. Nel secondo caso hanno portato via una city bike quasi nuova lasciando in cambio una specie di rottame ar­
rugginito. Vista la differenza ­ offesissimo ­ non ho nemmeno toccato la “graziella” scassata che mi avevano lasciato per consolazione tanto che due giorni dopo ­ offesi pure loro ­ si sono por­
tati via anche quella. Liberi di non crederci (non ci credevo nemmeno io) ci hanno portato via pure le scarpe. Eravamo su in montagna quando mia moglie (credendo che non la sen­
tissi) ha telefonato clandestinamente a mio pa­
dre per chiedergli di correre a mettere al sicuro la borsa che si era dimenticata sotto casa. Col­
pa mia ­ naturalmente ­ che metto fretta a tutti quanti. Nemmeno il tempo di chiudere la tele­
fonata che la borsa con le scarpe da neve era sparita. Cari ladri, non vi siete fermati nemme­
no di fronte ai calzini che c’erano all’interno: un po’ per voi (bisogna essere disperati) e un po’ per noi (a quelle scarpe ci eravamo affezio­
nati) ci siamo rimasti male.
(13 aprile 2013)
256
Quanto mi costa viaggiare in val di Fiemme
Viaggiare in auto attraverso i paesi altoatesi­
ni che confinano con la valle di Fiemme mi sta costando troppo caro: mentre noi trentini riem­
piamo le strade di finti “speed check” loro, zitti zitti, ci stangano sul serio.
L’ultima multa è arrivata pochi giorni fa: una busta verde con l’intestazione bilingue del Co­
mune di Montagna. Mi è bastata un’occhiata per capire cos’era senza nemmeno aprirla, ep­
pure mi sono detto: non è possibile, perché so benissimo che in quella zona ci sono gli auto­
velox e quindi vado piano. E invece no: vien fuori che quel lunedì mattina andavo ai 68 all’ora che (con lo sconto di 5 chilometri con­
cesso dal codice della strada) erano 3 chilome­
tri più del consentito. Fanno 55 euro.
Ricordo benissimo com’è andata: ero al tele­
fono (con l’auricolare) con un signore che mi aspettava a Pampeago e mi diceva di sbrigarmi, così mi sono distratto un attimo, ho accelerato quando ormai ero fuori dal paese e (zac!) mul­
ta. Se avessi saputo che mi sarebbe arrivato a casa il conto, quel giorno avrei evitato di fer­
marmi esattamente in quel paesino (al ritorno. nel pomeriggio) per mangiarmi una fetta di strudel nel caffè che c’è in piazza (conservo an­
cora lo scontrino, signor sindaco) decantando­
ne la bellezza e la tranquillità. Sarà forse per­
ché mi sono sentito tradito che la prima reazio­
ne è stata di tornare sul luogo del delitto e pro­
curare un danno all’amministrazione comunale pari a 55 euro. Ma mi passerà.
Le sconfitte bruciano. Anche perché pochi 257
giorni prima ­ sentendomi furbo ­ avevo foto­
grafato un’altra pattuglia della polizia munici­
pale a passo San Lugano e avevo pubblicato l’immagine su internet per mettere in guardia i colleghi automobilisti. Quando mi vide con il telefonino l’uomo che c’era a bordo di quella Panda bianca abbassò lo sguardo. Mi immagi­
no il perché: l’auto era semi­nascosta e l’appa­
recchio era probabilmente regolato in modo da non consentire il minimo errore agli automobi­
listi, come quel giorno ­ nello stesso posto ­ che mi arrivò una multa perché viaggiavo a 51 all’ora (al netto dello sconto).
Mi brucia, quest’ultima multa, perché quan­
do sono a piedi, magari con un bambino in una mano e il sacchetto del pane nell’altra, sono il primo a imprecare contro le auto troppo veloci, ma quelli con cui me la prendo corrono molto di più di 50 o 60 all’ora. Una volta credevo che le pattuglie regolassero l’autovelox per fare le multe solo a chi corre davvero. Povero illuso.
Pagherò (come ho pagato un’altra multa a Predazzo, vergognandomi pure un po’ perché in quel caso avevo torto marcio) ma prima fuori le prove. Così ho scritto al vigile urbano perché mi faccia avere la fotografia. Voglio vedere dov’era. Se verrà fuori che l’autovelox non era mimetizzato, farò la pace con Montagna e (for­
se) mi fermerò ancora a bere il caffè.
(20 aprile 2013)
258
Addio Ruzzle, preferisco vivere
Pensavo che dopo il Tetris non mi sarebbe mai più successo, invece tre giorni fa ho dovu­
to cancellare un programma dal telefonino cel­
lulare perché me lo sognavo anche di notte. E’ andata più o meno allo stesso modo di tanti anni fa: un giochino all’apparenza innocuo che prende possesso della tua vita e non ti dà tre­
gua nemmeno quando dormi. L’altra volta (con il Tetris) smisi di giocare dopo aver visto all’opera mio fratello. Credevo di essere bravo a impilare mattoncini nel modo giusto sullo schermo, ma quando vidi in azione lui (che po­
teva resistere per ore davanti al computer sen­
za commettere errori, anche alla massima velo­
cità) rimasi senza parole e presi la grande deci­
sione: può bastare. Ma a distanza di vent’anni quella musichetta ipnotica ancora mi tormen­
ta.
Ora è accaduto un altra volta con il Ruzzle, quella scacchiera virtuale con 16 lettere da comporre formando il maggior numero di paro­
le possibili. Poiché mi piace vincere, credevo che quel gioco di parole di cui si parla ormai da mesi (arrivo sempre tardi) fosse l’ideale: metter­
le in fila è il mio mestiere, solo in questo pezzo (tanto per dire) ce ne sono circa 500, lo faccio di lavoro, fatevi sotto dilettanti. Ma prima di sfidare ignari giocatori (come potrebbe fare un giocatore di poker professionista presentandosi al bar Sport) mi sono allenato in solitaria, fin­
ché mi sono presentato in rete cercando rivali alla mia altezza.
Che batosta: mentre mi fondevo il cervello 259
per scovare una parola tipo “parapiglia” un’anonima Sabri84 mi distruggeva mettendo in fila “parà”, “gli”, “piglia”, “ara”, “li”, “gli”, “già”, “gip”, “ali” e via dicendo.
E’ cominciato un periodo drammatico duran­
te il quale ­ avendo proibito ai miei figli di usa­
re il tablet per motivi disciplinari (uno) ed edu­
cativi (l’altro) ­ mi dovevo rinchiudere in bagno per allenarmi in santa pace, tradito solo dalla colonna sonora che usciva dal buco della ser­
ratura. E poi la notte quando ­ impaziente di fronte ai tempi d’attesa dei miei sfidanti tra una partita e l’altra ­ ingaggiavo partite multi­
ple con tre, quattro, cinque, anche dieci diversi giocatori in contemporanea, con lo stesso im­
pegno che ci avrebbe messo Garri Kasparov con gli scacchi e una sostanziale differenza: perdevo (quasi) sempre, incredulo, sgomento, umiliato, di fronte all’evidenza che ci sono ra­
gazzini che in mezzo a un mucchio di lettere sanno vedere una parola come “torra” che se­
condo me esiste solo su Ruzzle.
Passavo le notti a declinare plurali (arnia, ar­
nie), contrari (erto, otre) e tempi verbali (sali, salivo, saliva). E perdevo. E ri­perdevo quando chiedevo la rivincita. Finché, consolato da un collega che ­ come me ­ aveva scoperto che fare i giornalisti con Ruzzle non dà vantaggio (molto meglio aver passato l’infanzia sulla settimana enigmistica) l’ho cancellato con un colpo di pol­
pastrello sul telefonino. E ho ricominciato a vi­
vere.
(27 aprile 2013)
260
All’ospedale per un bernoccolo
«Caro signore, quando lei (come me) avrà tre figli, eviterà di portarne uno al pronto soccorso per un semplice bernoccolo». Una lezione che risale ormai a sei anni fa, ma di cui ho fatto te­
soro.
Un pomeriggio torrido d’agosto in un piccolo centro di montagna. Siamo soli in giardino, io e il piccolo E, quando lui, con un’abilità che ha caratterizzato gli anni della sua prima infanzia, cade, testa avanti e mani indietro, battendo il capo sul cemento con un tonfo: pianti e urla finché si addormenta di schianto di un sonno profondo e impenetrabile. Essendo io un teori­
co della sanità (e per di più ansioso, quindi del­
la peggior specie) sulla base di quanto appreso su un manualetto, gli diagnostico un pericolo­
so trauma cranico e mi precipito all’ospedale, avvisandoli dell’emergenza con una telefonata.
Da casa nostra al pronto soccorso saranno una decina di chilometri, percorsi in una man­
ciata di minuti: io davanti a guidare come un pazzo, lui dietro con la testa a ciondoloni nono­
stante l’autoradio con il volume al massimo, usata invano come sveglia. E’ un piccolo ospe­
dale di montagna, dove troviamo ad aspettarci una discreta folla tra medici (uno), infermieri (una) e i parenti che nel frattempo sono conve­
nuti in quello stato di agitazione riservato ai primogeniti.
Quando prelevano il piccolo ferito dal seggio­
lino provo un senso di sollievo, certo che la sa­
nità pubblica saprà fare la sua parte. Non pos­
so sospettare che toccherà a me (il padre co­
261
scienzioso, l’autista eroe) finire sotto accusa. «E quindi lei sarebbe il padre» dice il medico. Esattamente, rispondo.
Lui mi domanda: «E da che altezza sarebbe caduto?». In realtà aveva i piedi a terra ­ spiego ­ ma con rapido calcolo gli faccio notare che la testa del piccolo, quando è in posizione eretta, è a circa 90 centimetri d’altezza.
«Questo bambino dorme» afferma il medico. E io concordo, evidenziando che la sonnolenza (dopo un trauma) è un sintomo che non va sot­
tovalutato. E già sono impegnato nella ricerca di un alibi che possa scusarmi per non aver saputo prendere al volo il mio bambino prima dell’impatto.
«E dove ha battuto esattamente?» interroga ancora il dottore, cercando il punto preciso su una testa che tra graffi e bernoccoli (me ne rendo conto solo ora) sembra un campo di bat­
taglia.
Finisce con la paternale che non ho più di­
menticato: «Quando lei (come me) avrà tre figli, eviterà di portarne uno al pronto soccorso per un semplice bernoccolo». Mi è tornata buona l’altro giorno quand’ero in giardino a leggere il giornale, interrotto da un giovanotto che mi chiedeva preoccupato se era mio figlio quello caduto dallo scivolo poco più in là. L’ho squa­
drato e gli ho detto: «Caro mio, quando tu, come me...». Una lezione che si impara in fretta , non c’è nemmeno bisogno di arrivare al terzo figlio.
(4 maggio 2013)
262
Il collaudatore di scarpe e il calzolaio Alcide
Ormai è deciso: farò domanda per diventare un collaudatore di scarpe della nota marca L. Se ti prendono (a loro insindacabile giudizio) te ne mandano a casa un paio e tu vai in giro per vedere come vanno.
E’ un campo in cui ho esperienza. Lo feci, senza nemmeno essere un “collaudatore uffi­
ciale”, qualche anno fa, quando scelsi un paio di scarpe della nota marca C. come simbolo del mio blog: dovevano comunicare un approccio semplice alle notizie, ma anche la data di sca­
denza. Era deciso infatti che avrei chiuso il blog quando le scarpe si fossero rotte. Ma quel­
le (dopo sei anni e mezzo!) resistono intere.
Non è per le scarpe gratis, ma quell’annuncio mi è sembrato una buona scusa per ricordare ciò che si può fare con un paio di scarpe ai pie­
di. Non solo il giornalismo, che sempre meno si pratica consumando le suole sulle strade.
Partiamo da lontano: «Quando c’è la guerra bisogna pensare prima alle scarpe e poi al cibo, perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovare roba da mangiare ma il contrario non vale» spiegava un prigioniero greco a Primo Levi in viaggio (a piedi) verso l’Italia (La tregua).
C’è stata una generazione tirata su senza scarpe, io invece appartengo a quella che le scarpe le lucidava ogni domenica mattina. Ri­
cordo il padre del mio amico G. sgridare il figlio che procedeva verso la chiesa prendendo a cal­
ci un sasso come fosse un pallone: «Te gai le scarpe masa bone?».
Quando ancora non c’era il velcro, allacciarsi 263
le scarpe da soli (a nodo doppio!) era un primo passaggio alla conquista dell’autonomia. Con le scarpe giuste si potevano sognare grandi scala­
te, corse velocissime, salti formidabili, la tra­
versata di un ruscello.
Prendi un uomo e ­ se vuoi capir chi sia ­ guardagli le scarpe. Comunque io non mi sono mai vergognato delle scarpe grosse di mio zio che venne giù dalla montagna per accompa­
gnarmi a “farmi dare” (come diceva lui) “una cresimata” dal vescovo. Anzi, le scarpe grosse sono quelle che preferisco, da quando ­ erava­
mo ragazzini ­ potevamo saltare dai muretti senza mandare in fiamme le piante dei piedi. C’era uno di noi che si vantava di avere gli am­
mortizzatori nel tacco, ecco perché sorrido ai ragazzini che vanno in giro fieri con le lucette posteriori.
C’è uno a Trento che di scarpe è un vero esperto, cioè Alcide Degasperi (il calzolaio) che sempre più spesso le sistema mentre i clienti attendono a piedi scalzi: disprezza le scarpe che non si possono riparare, mentre guarda soddisfatto i modelli che si lasciano rimettere a nuovo. Un giorno me ne ha tirate dietro (disgu­
stato) un paio che costavano un patrimonio.
Collaudare le scarpe? Non c’è scusa migliore per camminare. Ecco perché ho spedito la do­
manda. Poi non stupitevi se vedete uno dietro l’angolo che indossa un paio di scarpe strane e si fa una foto ai piedi.
(11 maggio 2013)
264
Le ferie “fai da te” nell’estate della crisi
Di buono c’è che non è mai costato così poco andare in vacanza. Basta collegarsi a internet e darsi un po’ da fare, ma la vacanza low­cost è un percorso ad ostacoli, disseminato di traboc­
chetti.
Primo passo: cercate in rete una casa in affit­
to (magari con vista mare) e troverete l’apparta­
mento di un medico milanese che ha investito i suoi risparmi nella seconda casa in Sardegna e vuole rifarsi dei lavori di manutenzione e so­
prattutto dell’Imu pagata l’anno scorso.
Il dottore è molto teso perché questo maggio invernale non fa venire voglia di spiaggia, i pa­
dri di famiglia tengono volentieri i soldi sul conto corrente e nel calendario della sua abita­
zione al contrario degli anni scorsi ci sono mol­
te (troppe) settimane libere. Insomma, vi con­
fermerà via email che la casa è disponibile e poi al telefono vi farà lo sconto.
Secondo passo: prenotate un aereo per volare fin laggiù. Nei giorni più “caldi” (venerdì sera e sabato mattina) i voli sono già completi. Ma per una vacanza veramente low­cost bisogna esse­
re disposti ad alzarsi nel cuore della notte e presentarsi in un aeroporto di periferia all’alba: solo così si può volare in Sardegna in quattro spendendo poco più di duecento euro (andata e ritorno). Ma occhio al bagaglio e alle spese: la compagnia più economica di tutte vi farà salire a bordo con il bagaglio a mano ma non vedrà l’ora di rifarsi del prezzo (stracciato) del bigliet­
to facendovi pagare una seconda valigia (100 euro per 15 chili!), oppure il cambio del nome 265
sulla prenotazione (160 euro!). Si paga anche per salire primi a bordo e andare a caccia del posto migliore (10 euro) mentre prenotare il se­
dile vicino al finestrino costa 15 euro. Rifiutate i drink (sono a pagamento) ed evitate di scari­
care l’app ufficiale della compagnia aerea sul telefonino (vi faranno pagare pure quella).
Una volta atterrati sull’isola avrete bisogno di un’auto. La più economica è la Fiat Cinquecen­
to che per voi quattro andrà benissimo visto che (per risparmiare) avrete lasciato il bagaglio grosso a casa. Subito dopo aver prenotato l’auto telefonerà un ragazzo da un numero straniero che però parlerà benissimo l’italiano (misteri dei call center delocalizzati) per convin­
cervi a firmare un’assicurazione aggiuntiva per non rovinarvi la vacanza in caso di incidente. Ma voi resisterete (una vacanza low cost preve­
de una dose di rischio) e lo saluterete cordial­
mente.
Poi, colti dal dubbio, scoprirete che solo la­
sciare la vostra auto in sosta un settimana nell’aeroporto di partenza (una striscia d’asfal­
to in mezzo ai campi) vi costerà 65 euro. Qual­
cuno vi farà notare che sarebbe stata più eco­
nomica una settimana “all inclusive” in Tuni­
sia, in quei villaggi dove si ingrassa un chilo al giorno perché nessuno vuole rinunciare al buf­
fet (gratis) pomeridiano. Ma vuoi mettere una vacanza “fai da te” negli anni della crisi?
(25 maggio 2013)
266
Caro vicino, oggi tregua: come va?
Oggi tregua. E’ la festa dei vicini: almeno per un giorno sospendiamo le ostilità, alziamo lo sguardo in ascensore e dopo aver detto buon­
giorno o buona sera proviamo a chiedere: come va?
Una volta mi stupivo di fronte all’indifferenza dei vicini. Erano anni in cui ­ giovane collabo­
ratore di giornale, ancora alloggiato presso mamma e papà ­ prendevo coraggio per suona­
re il campanello dell’appartamento accanto a quello del morto e chiedevo informazioni per al­
lungare l’articolo. Così i vicini mi tenevano sul­
la porta, dicevano che il morto era una persona per bene, buongiorno e buonasera, ma di lui non sapevano dirmi nemmeno il nome di batte­
simo, figuriamoci l’età.
Poi andai a vivere da solo e mi resi presto conto che la vecchia palazzina dove ero cre­
sciuto, con la vicina che veniva a bere il caffè dopo mangiato, era un mondo ben diverso (probabilmente era l’epoca ad essere diversa) da quello in cui se il morto fossi stato io i vicini non mi avrebbero riconosciuto neppure in foto­
grafia (tanto tardi rientravo la notte per poi dormire fino a metà mattina).
Col tempo ho avuto un vicino spacciatore che riconobbi in fotografia il giorno che finì sul giornale (e dire che sembrava un tipo simpati­
co), un vicino iettatore (che cercavo di non in­
contrare mai sulle scale, per evitare che ­ pro­
babilmente ignaro, ma potentissimo ­ eserci­
tasse i suoi poteri su di me) e una vicina isteri­
ca che sicuramente sta raccontando in giro che 267
se n’è andata di casa a causa mia.
Ora andiamo molto meglio. Nel senso che condividiamo solo un muro con una signora che giura di non sentire i nostri figli che si scannano anche di notte. Eppure nonostante l’età deve avere l’udito ancora molto buono vi­
sto che l’altro giorno mi ha chiamato al cellula­
re perché si era accorta che nel nostro bagno era rimasto aperto un rubinetto e temeva che casa nostra sarebbe finita allagata.
Una vicina ideale, anche perché non ha nem­
meno l’auto che ­ secondo quanto ho capito ­ è una delle prime cause di litigio: c’è gente pron­
ta ad uccidere chi occupa abusivamente un parcheggio privato.
L’altra causa di litigio sono gli animali. E qui quello pronto ad ammazzare sono io, ad esem­
pio quel cane che in un giardino poco distante inizia a guaire quando il padrone se ne va e smette appena torna: immagino che il proprie­
tario sia convinto di avere un bravo cagnolino. Un giorno, prima che mi vengano i bruciori di stomaco, gli infilerò una lettera anonima nella cassetta della posta.
Ma oggi è la festa dei vicini, sospendiamo le ostilità. Prima di diventare cattivi cerchiamo di capire il “nemico”. La cronaca nera ci insegna che molti brutti fatti accadono anche in fami­
glia, ma il buon senso ribatte che è più difficile litigare con uno che almeno una volta ti ha suonato il campanello per offrirti un caffè.
(1 giugno 2013)
268
Il nuovo terrore sostituisce le antiche paure
Chi l’avrebbe mai detto che alla mia età sarei diventato così spaventosamente coraggioso? Proprio l’altro giorno ho regolato l’ultimo conto in sospeso col passato.
Ho guardato un film terrificante, che all’epo­
ca delle scuole medie mi sconvolse la vita al punto che per raggiungere il bagno dalla cuci­
na dovevo assicurarmi che il percorso fosse (e restasse) illuminato, con le porte spalancate in modo da rimanere in contatto costante con il resto dell’umanità. Mi venne il dubbio ­ atroce a quell’età ­ che non avrei mai più potuto attra­
versare un corridoio buio, figuriamoci fare la pipì dietro una porta chiusa col rischio che qualcuno premesse l’interruttore della luce a tradimento. Così quando l’altro giorno ho visto il nostro figlio maggiore farsi accompagnare per mano dal piccolo (che odia) per scendere in cantina dopo aver illuminato la casa a giorno, ho ricordato. E sorriso.
Ora sono coraggiosissimo. Potrei persino re­
plicare le imprese di mio zio montanaro, capa­
ce di fronte ai nostri occhi sbalorditi di aggirar­
si a tentoni in una casa antica (e senza illumi­
nazione elettrica), facendosi largo tra le ragna­
tele cercando chissà cosa tra vecchi bauli e in­
quietanti ritratti in bianco e nero. Noi bambini, pietrificati nella piccola stanza in cui ci aveva abbandonati per dedicarsi ai fatti suoi, lo chia­
mavamo: zio? Ma lui non rispondeva, perché era di poche parole o forse si divertiva a sentire le nostre voci impaurite in quella catapecchia dove ad ogni passo rispondevano scricchiolii di 269
legno, rosicchiar di tarli, zampettare di topi e Dio sa cosa.
Sono diventato come lui. Rido della paura dei bambini e godo a provocarla, spiegando nei dettagli cosa succede nella botola del seminter­
rato mentre dormiamo. Chiaro che poi nel cuo­
re della notte ci ritroviamo in quattro nel letto­
ne al terzo piano.
Con un paio di scarpe grosse ai piedi potrei calpestare la testa di una vipera senza darmela a gambe, correndo per chilometri, come quel giorno che ­ a otto anni ­ ne incontrai una al li­
mitare del bosco. Forse, da morta, potrei anche toccarla per vedere se la pelle è viscida come sembra e pareggiare il conto con mio figlio (in questo arditissimo) che quel giorno al circo si prese la rivincita facendosi fotografare con un pitone al collo.
Per troppi anni ho dato ascolto a mio cugino (quello che al cimitero mi calò nella fossa delle ossa) secondo cui una mattina mi sarei risve­
gliato (vivo!) in una bara. Così un giorno che eravamo alle pompe funebri mi sono disteso in una di quelle casse per esorcizzarne il terrore. Peccato solo che all’epoca non avessi un cellu­
lare, altrimenti ora potrei esibire una foto del mio funerale in esclusiva.
Avendo quarant’anni ­ e una certa esperienza di cronaca nera ­ i cadaveri non mi fanno più paura, anche se mia zia esagerò sul finire degli anni Settanta quando voleva che noi piccoli cu­
gini baciassimo il nonno prima dell’addio.
Comunque, se dovesse servire come prova di ardimento sono pronto a schiacciare con il dito uno di quei ragni pelosi con la croce sulla 270
schiena. Agli occhi dei miei figli sono, quindi, coraggiosissimo. Il vincitore (come noi tutti) della battaglia contro le paure che da secoli vengono alimentate dalle nostre fantasie. Non si capacitano quindi di come un eroe del mio spessore possa impallidire e farsi muto se un pomeriggio, mentre sto scrivendo un pezzo come questo, telefona il meccanico ­ il nuovo terrore ­ per avvisarmi di quanto mi verrà a co­
stare la riparazione dell’auto.
(8 giugno 2013)
271
Il turista si vede dalla valigia
Guarda la valigia e scopri il viaggiatore. Mi è capitato di portarne tante, valigie, quando lavo­
ravo in un albergo, per scoprire che anche il facchinaggio può insegnare molte cose.
Eravamo un hotel che amava darsi delle arie, così quando arrivava qualche ospite illustre la signora, tutta agitata, veniva da me in cucina, dove facevo l’aiuto cuoco, a nominarmi facchi­
no su due piedi. Bastava dire: togliti il grem­
biule.
Quel giorno nella hall c’era una vecchia vali­
gia, tappezzata di adesivi ed etichette, testimo­
nianza di viaggi in tutto il mondo. Mi disse la signora che bisognava portarla nella stanza di Rolly Marchi.
Dev’essere per il trauma provato quel giorno (a vedere cinque continenti su una valigia dopo un’estate un’estate trascorsa a pelar patate) che ancora oggi se mi capita di salire su un ae­
reo, tengo per settimane la targhetta del volo appiccicata alla maniglia del bagaglio: mi piace far finta di essere internazionale, anche quan­
do vado a Cencenighe la domenica.
Sull’autostrada guardo i turisti diretti al mare con i bagagli pure sul tetto. E’ un modo di non viaggiare: cambiano posto per due o tre settimane, portandosi la casa dietro.
C’è chi viaggia leggero per risparmiare. Sono i viaggiatori delle compagnie aeree low cost, che fanno pagare il bagaglio supplementare più di un passeggero.
Eppure si trova sempre un sistema per non rinunciare alla “roba” di cui amiamo circondar­
272
ci.
Un’estate in Sicilia mi venne il “tic” di portar­
mi a casa alcuni sassi della spiaggia. Peccato che fossimo in moto, un mezzo di trasporto che impone una certa disciplina.
Andò a finire che spedii i miei sassi per po­
sta, infilando nel pacco anche un paio di vaset­
ti di capperi sotto sale per giustificare il costo della spedizione.
Proprio in quel periodo leggevo le biografie di Gianni Agnelli. Non tanto per la storia ma per­
ché ero ipnotizzato (come quando si guarda un film dell’orrore e non si riesce più a smettere) da tutti quei particolari su come vivono i ricchi, quelli che possono salire su un aereo a Torino, volare in Sardegna per vedere il tramonto e ri­
salire in Costa Azzurra per la cena, lamentan­
dosi di come la vita possa risultare noiosa. Mi colpì quel particolare dell’avvocato Agnelli e cioè che viaggiava sempre senza valigia. Così, invece di allacciarmi l’orologio sopra il polsino, cominciai a viaggiare senza valigia pure io. Solo che mi capitava di trovarmi a Cencenighe in maniche di camicia a farmi prestare un maglio­
ne da mio suocero perché faceva un freddo cane.
Quando questo articolo sarà sul giornale io sarò al mare (per due giorni) con un bagaglio all’apparenza leggerissimo, se non fosse per quell’oggetto piatto, del peso di 340 grammi, che rappresenta un peso enorme: quello piace­
vole di decine di libri ancora da leggere e quello (terrificante) di 9 mila messaggi email non letti.
(15 giugno 2014)
273
Lo zen e l’arte di tagliare il prato
Ormai è ufficiale: come ha notato giustamen­
te il mio vicino (che mi osserva dal terrazzo) passo più tempo a tagliare il mio prato (e a concimarlo) che a restarci sdraiato sopra. Giù nel prato ho imparato che l’ora giusta per dar­
gli acqua è la mattina (così non si forma il mu­
schio), che quando il sole diventa cattivo l’erba va lasciata (un po’) più lunga così si fa ombra da sola, che quando arriva l’autunno bisogna arieggiare il terreno in modo che il nutrimento possa arrivare alle radici e via dicendo.
Quante ore passate giù nel prato, anche alle 7 del mattino in questi giorni in cui già alle 5 gli uccellini del parco suonano la sveglia. Il vi­
cino ­ che non ha dormito per il caldo ­ si alza con la sigaretta già accesa, mi guarda e proba­
bilmente pensa che sono matto, soprattutto quando mi arrabbio perché c’è chi osa mettere piede nel giardino subito dopo che è sceso il temporale (è vietatissimo, perché a camminare sulla terra bagnata si possono fare danni ine­
narrabili).
Ma come me dovrebbe essere matta la vicina che concorre da favorita al concorso balcone fiorito del rione, oppure la cuoca (per passione) che trascorre ore a preparare con cura mania­
cale le torte che i bambini divorano alla festa del quartiere, leccandosi i baffi senza nemmeno rendersi conto che hanno la bocca piena di tre strati di Pan di Spagna inframezzati da crema Chantilly. Per non dire di quell’uomo che passa le giornate a lucidare a specchio le cromature di una motocicletta d’altri tempi, per ridare 274
nuova vita a un ferro vecchio che probabilmen­
te non calvalcherà mai più, anche perché da quando gli è andata l’anca fuori posto non rie­
sce più a salire in sella.
I buddisti mi perdoneranno se tutto questo, noi che siamo occidentali, osiamo chiamarlo Zen: attenzione, concentrazione e soprattutto pace. Anzi, pace interiore: come dice Kung Fu Panda, che poi è il mio livello di filosofia, ma non c’è da vergognarsi se anche Valentina Vez­
zali dopo aver vinto le olimpiadi ha detto di aver tratto ispirazione da quel cartone animato che aveva visto con suo figlio.
Taglio il prato ­ invece di dormirci sopra ­ perché mi piace farlo. Vale anche sul lavoro: potrei ammirare per ore una pagina di giornale ben fatta. Ecco il miracolo (il piacere!) per cui tante persone si attardano la sera (o si sveglia­
no presto la mattina) per svolgere e portare a termine un lavoro, magari mal pagato: la pas­
sione di fare qualcosa con l’impegno che ci mette chi vuole lasciare il segno. E non impor­
ta se si tratta di un filo d’erba destinato ad in­
giallire, un fiore che prima o poi appassirà o una crema dal sapore effimero (ma dolcissimo). Finché non ci faranno passare la voglia di in­
naffiare un prato microscopico in mezzo all’asfalto, di tenere un fiore sul balcone e luci­
dare una motocicletta (anche se abbiamo supe­
rato gli ottant’anni) avremo una speranza.
(22 giugno 2013)
275
Come fuggire dal caldo e ritrovarsi al gelo
Vediamo il lato positivo: dopo l’estate bollente del 2003 (che sembrava annunciare la fine del mondo) eccone un’altra che non dimentichere­
mo più e che ci divertiremo a raccontare ai no­
stri nipoti. La vicina dirà di quell’anno in cui seminò i pomodori a fine giugno (sapendo che non sarebbero mai diventati rossi). I maestri di sci del passo Valles ricorderanno quella gara di slalom disputata su una valanga in piena esta­
te. I proprietari dei bar si lamenteranno che a vedere le partite c’era la gente (poca) seduta ai tavolini in giacca a vento. I malghesi racconte­
ranno delle mucche che pascolavano cercando l’erba tra la neve. E noi ­ modestamente ­ rac­
conteremo di quell’anno che, inguaribili ottimi­
sti, ai primi di aprile, con l’obiettivo di sfuggire al caldo boia, affittammo una casa a Caldonaz­
zo e ci ritrovammo a giugno a patire un freddo cane in riva al lago.
La mattina sono il primo che si sveglia e ­ giusto per fare qualcosa di utile ­ corro al pani­
ficio dove attendo l’apertura con un gruppo di tedeschi e olandesi. Poiché siamo al lago indos­
siamo ciabatte e pantaloncini corti, ma poiché si gela battiamo i piedi sull’asfalto e ci freghia­
mo le mani per scaldarci. Il solito tedesco an­
ziano compra il giornale e un po’ mi fa pena perché la prima cosa che guarda sono le previ­
sioni del tempo. Peccato che il suo quotidiano arrivi con un giorno di ritardo e quindi legge con grande interesse (e delusione) che tempo ha fatto ieri. Comunque sia, brutto. E soprat­
tutto freddo.
276
Poiché sono al lago (e non mi va di sprecare i soldi dell’affitto) prima di andare al lavoro, co­
sti quello che costi, mi faccio la nuotata che ho sognato tutto l’inverno. Se vedo un raggio di sole farsi largo per un attimo divento allegro e propongo: ragazzi, chi viene a fare un tuffo? Ma nessuno si fa avanti, quindi mi offro volontario e mi allontano una cinquantina di metri dalla riva, cercando di non dare a vedere, con uno scatto d’orgoglio, che l’acqua gelida mi toglie il fiato.
L’altra domenica ­ in uno slancio di entusia­
smo ­ abbiamo affittato uno di quei pedalò con lo scivolo, ma quando siamo stati in mezzo al lago il cielo si è coperto.
Nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente, ma se una di queste sere, tornando dal lavoro, portassi a Caldonazzo i piumini sotto cui dor­
miamo l’inverno, mi accoglierebbero con un ap­
plauso.
L’altro giorno ­ a San Vigilio ­ mi sono perso la grigliata, ma mi è parso di capire che ci fosse un certa intimità: tutti stretti attorno al fuoco. Nel pomeriggio mi hanno riferito che i bambini, forse trascinati da quei tedeschi­altoatesini che abitano accanto a noi, sono entrati in acqua fino alla vita, bagnandosi addirittura il costu­
me: un bagno al lago a fine giugno (grande no­
tizia!) mi hanno avvisato subito con un mes­
saggino telefonico che terrò a ricordo di questo (indimenticabile) giugno.
(29 giugno 2013)
277
Cosa (non) portare nelle valigie “low cost”
Contro le compagnie aeree che provano a far­
ti pagare il bagaglio in eccesso a peso d’oro ci vuole una di quelle bilance per pesare le vali­
gie: su internet ce ne sono moltissime, ma tro­
varne una in città non è stato facile. Poiché la partenza è troppo vicina (e della consegna in due giorni mi fido solo fino a un certo punto) sono entrato in un negozio di caccia e pesca per comprare una di quelle bilance che si usa­
no per pesare le trote in riva al lago: invece del pesce ci appenderemo i bagagli.
Abbiamo un limite di dieci chili a testa (chi sgarra paga 60 euro) ma calcolando che solo la valigia pesa due chili e mezzo non c’è niente da scherzare. Per essere sicuri abbiamo chiamato il numero dell’assistenza (che è a pagamento pure quello) e abbiamo chiesto: è vero che an­
che gli zainetti, le borse e gli oggetti che sicura­
mente qualcuno di noi vorrà comprare all’aero­
porto vanno infilati nell’unico bagaglio a mano consentito dal nostro biglietto super scontato? «E’ vero, signore» ha risposto una voce low cost (nel senso che rispondeva da chissà quale pae­
se dove la manodopera è a buon mercato e 10 chili sono tantissimi). Allora abbiamo raccolto la sfida: benissimo, vediamo chi la spunta.
Dalle prime prove è stato subito evidente che con magliette, boxer e pantaloni corti non avre­
mo problemi: in un mucchietto di 2 o 3 chili ci sta un sacco di roba. Il vero problema sono le scarpe, che però per fare il bagno non sono in­
dispensabili. Ombrelli nemmeno a parlarne, che poi portano sfortuna. Ferro da stiro? Vieta­
278
tissimo, anche perché sarebbe inutile in un ba­
gaglio che non prevede nemmeno le camicie. Sapone, shampoo e dentifricio? Li vendono an­
che al mare. Libri? Nessuno. C’è il rischio che un best seller da 800 euro con copertina rigida ci faccia sballare di un paio d’etti. I nostri due tablet sapranno contenere tutta la cultura che ci serve, giornali e cartoni animati compresi: le compagnie aeree low cost vanno fronteggiate con la tecnologia, visto che una schedina da 16 giga sta su un polpastrello, non muove la bi­
lancia ma può contenere un’intera libreria e una decina di film.
Poiché partiamo alle sette del mattino nessu­
no si stupirà se ci presenteremo all’aeroporto indossando felpa e giacca, lasciando leggera la valigia. Nessuno troverà da ridire se avremo le tasche piene (almeno le mie garantisco che lo saranno) di caricatori, telefonini cellulari e spi­
ne elettriche.
Che poi, per dirla tutta, ci toccherà barare: poiché non abbiamo trovato collaborazione tra i due compagni di viaggio più giovani (che sulla paletta e secchiello non hanno voluto sentir ra­
gioni) abbiamo già preparato un pacco che viaggerà sul camper dei nostri amici assieme a teli da mare (quelli giganti pesano più di mezzo chilo!), maglioni di riserva (se vien fuori che ne­
vica anche in Sardegna) e c’è pure l’ombrello­
ne. L’ennesima sconfitta sul fronte del viaggiar leggeri.
(6 luglio 2013)
279
La scoperta (imprevista) della vela
Per anni ho osservato le barche dalla riva ­ come la volpe l’uva ­ chiedendomi, con finta noia e indifferenza, che ci trovassero quelli là nel veleggiare inutilmente avanti e indietro. Lunghe estati trascorse sulla torretta da bagni­
no a fare la guardia ai bambini in ammollo (mentre i genitori tedeschi si facevano i fatti loro), passando il tempo a cercare di capire come possono le barche (e i windsurf) avanzare contro vento.
A bordo non c’ero salito mai, ma quanto a teoria ero un “professionista” perché osservavo le manovre col binocolo, ma soprattutto perché i termini della navigazione a vela avevano su di me un effetto ipnotico: virata, strambata, mu­
rata, bolina, traverso, boma, fiocco, scotta, de­
riva, paterazzi.
E poi quei venti che facevano venire la pelle d’oca solo a sentirli nominare (i quaranta rug­
genti e cinquanta urlanti) quando, nel cuore della notte, doppiavo Capo Horn leggendo un libro di navigatori solitari sdraiato sul divano.
C’ero anch’io, in quelle notti, davanti alla tivù, a guardare gli italiani sfidare gli equipaggi più forti al mondo. Ma soprattutto mi capitava di passare ore passeggiando lungo il molo, all’epoca in cui ancora andavo al mare in moto e mi pareva poca cosa la libertà delle mie due ruote, messa a confronto con quella garantita da una vela e da uno scafo.
Dice il mio amico Mauro, intervistato dal giornale a cui ha raccontato la sua nuova vita di manager in Cina, che del Trentino rimpiange 280
soprattutto il fatto che in pochi minuti si pos­
sano raggiungere le piste da sci. Sono d’accor­
do. Tempo fa mi capitò di scrivere che i rifugi alpini stanno alla montagna come un porto si­
curo al mare, ma ora mi è venuta voglia di ve­
dere le montagne dall’acqua e mi sono ricorda­
to ­ caro Mauro ­ che oltre alle piste da sci ab­
biamo pure i laghi.
Quindi mi è parsa una scusa buona per avvi­
cinarmi a un pontile quella di iscrivere il nostro primogenito a un corso di vela. Ovvio che poi sono salito sul gommone assieme all’istruttore e ­ in mezzo al lago di Caldonazzo, dove nel po­
meriggio si alza perfino un po’ di vento ­ veden­
do la vela della barchetta di mio figlio farsi la­
sca ho anticipato il maestro e ho urlato: cazza! E poi ancora: cazza la randa! Che gran soddi­
sfazione.
Quando è venuta l’ora di rientrare è accaduto un fatto decisivo: ho visto sul pontile una sedia a rotelle abbandonata. Era quella di un signore che andava a spasso in mezzo al lago, perché a San Cristoforo portano in barca anche le per­
sone disabili purché siano abbastanza motivate (loro) da non aspettare vent’anni per togliersi lo sfizio. Così ­ grazie alla lezione di un uomo che non può più camminare ­ ho capito che era giunto il mio momento, quello di iscrivermi a un corso e se davvero la vela è una scuola di vita saprò finalmente cosa vuole dire (veramen­
te) avere il vento in poppa.
(13 luglio 2013)
281
Quella cuoca è una (splendida) aguzzina
Questa è la storia di come la più sincera ospitalità può diventare un incubo per chi ac­
cetta un invito a cena in una terra sconosciuta. Sei lì seduto a tavola, ancora inconsapevole del fatto che secoli di storia,
tradizione e orgoglio familiare stanno per ab­
battersi su di te ­ uomo del nord ­ ospite di una casa sull’isola dove una donna, che a pri­
ma vista appare innocua, rappresenta in realtà un popolo intero.
Poiché l’aria di mare mette fame, invece di passare inosservato (come dovresti) ti metti in evidenza tra i presenti spolverando tutti gli an­
tipasti e facendo tanti complimenti. Poiché sei trentino, alla prima portata chiedi il bis perché il piatto è buonissimo, alla seconda lo concedi per gentilezza, alla terza cominci a preoccupar­
ti e ti chiedi (abituato a polenta e luganega) quanto ci sarà in realtà da mangiare. Ma ormai è troppo tardi, perché risulta chiaro a tutti che sarai tu il predestinato: non le donne (che de­
vono pensare alla linea), non i bambini (che sono già fuori a giocare), non gli altri uomini (che sono spariti chissà dove a fumarsi una si­
garetta). Resti solo tu a fronteggiare, con dispe­
rata educazione, le giuste rivendicazioni del po­
polo sardo che si presentano sul tuo piatto nel­
le forme più disparate a raccontare storie di mare, montagna e pascoli di vacche magre bruciati dal sole.
Sono passati (purtroppo) gli anni ruggenti in cui ti vantavi di avere un potente bio digestore al posto dell’apparato digerente, con il quale 282
sapevi smaltire in tempi record chilogrammi di sostanze commestibili (e non) per rilanciare punto su punto alle sfide culinarie di qualun­
que casalinga.
No, ora annaspi, prendi tempo, chiedi un bic­
chiere di miracolosa Coca Cola o almeno dell’acqua molto gasata nel tentativo, vano, di ricavare un po’ di spazio là sotto, in una pancia che ormai è piena come un otre.
Spigole, orate, orecchiette, gnocchetti e mol­
luschi, manca ancora tutta la carne (che in Sardegna non va presa alla leggera) mentre tracannando un bicchiere di micidiale vino bianco (che giureresti fosse Tocai) cerchi dispe­
ratamente un diversivo e la signora ti chiede: signor Andrea, lo gradite (voi!) un altro po’ di pecorino?
Cerchi rifugio in bagno, ma passando in cor­
ridoio non ti sfugge l’orrida vista di una cucina dove giacciono ancora accumulate ­ tra padel­
le, teglie e tegami ­ grandi quantità di derrate alimentari preparate nel corso di lunghe gior­
nate di lavoro.
Ti viene il dubbio che per tenere alta la ban­
diera sia stato aperto un mutuo al negozietto del paese, ma ugualmente cerchi il coraggio per scuotere la testa (e coprire timidamente il piatto con le mani) quando arriva la frittura.
E’ a quel punto che sul volto della tua aguzzi­
na appare una smorfia: se solo si fosse offesa sarebbe facile liquidarla sottraendosi con un balzo alla stretta mortale, ma è delusione anzi (peggio!) tristezza il sentimento di questa don­
na finora felice di farti sentire a casa tua (dove in realtà tiri avanti a pasta in bianco e insala­
283
ta).
Quindi ti arrendi dolcemente con il respiro corto e il battito del cuore accelerato: prego si­
gnora mia fate (voi!) di me ciò che volete, ucci­
detemi (voi!) con il colpo finale a base di dolcet­
ti sardi, mirto e “file e feru”.
E pensi con vergogna a tutte le volte che per accogliere gli amici giunti da lontano sei corso all’ultimo momento nella piazza del rione per procurarti cinque cartoni di pizza Margherita.
(20 luglio 2013)
284
L’orgoglio di avere il Muse sotto casa
Grazie al Muse ritroveremo (forse) l’orgoglio di essere trentini, in una città dove avevamo esaurito le bellezze (o almeno le curiosità) di cui vantarci di fronte ad amici e parenti in visi­
ta.
Sono passati decenni da quando bastava por­
tare i parenti di montagna in piazza Dante (all’epoca un magnifico giardino di città) per farli rimanere di stucco, soprattutto quando vedevano l’aquila chiusa in gabbia. Oppure, quando ancora si poteva salire in macchina, li accompagnavamo sul Doss Trento a visitare il monumento, dove passavamo il tempo osser­
vando la città e c’era sempre qualcuno che rac­
contava la storia di Cesare Battisti.
Con gli zii di montagna, salivamo in funivia fino a Sardagna a guardare la città dall’alto e poi gli orsi nella buca. Terrificante, lo so, ma sempre di meglio che salirci ora, con la stessa funivia di novant’anni fa, a guardare una buca vuota senza nemmeno un bar, sognando Bol­
zano dove allo stesso prezzo (un biglietto dell’autobus) si sale su un impianto nuovo di zecca e si arriva a Renon che ­ mi perdoneran­
no i residenti di Sardagna ­ è davvero un altro pianeta.
Per lunghi anni abbiamo campato sul centro storico rimesso a nuovo: guardate qui che bel­
lezza. E i nostri ospiti dovevano ammettere che una città così splendente, con i marciapiedi bianchi e rossi, non l’avevano vista mai. Ma sono passati trent’anni, durante i quali siamo rimasti fermi.
285
Ammetto di essermi intrufolato più volte nel­
la nuova facoltà di Lettere per ammirare quella specie di navicella spaziale dove studiano ­ so­
spesi tra le vetrate ­ gli studenti dell’Università di Trento. Ma ora abbiamo il Muse che, per quanto mi riguarda, sarebbe bello da visitare anche se non avesse gli animali appesi, il ghiacciaio finto e quel gigantesco scheletro di balena. Nel prezzo del biglietto c’è pure la salita alla terrazza dove ­ circondati dai pannelli sola­
ri ­ vedrete la città (finalmente!) da una nuova prospettiva, con l’antico palazzo delle Albere tornato protagonista.
Oggi e domani sarà gratis, ma se tra sei mesi non vorrete spendere i nove euro per l’ingresso, ci farete il giro attorno, tanto è di vetro: cammi­
nerete sulle passerelle in mezzo alle vasche d’acqua, sbirciando la serra tropicale, speran­
do che ci siano abbastanza soldi per tenere le luci accese anche la sera, perché il Muse illu­
minato è un grande spettacolo.
E in attesa di vedere se il nostro museo saprà stupirci con le sue iniziative, come ha fatto ne­
gli ultimi anni, speriamo che la caffetteria sia all’altezza dell’atrio spettacolare in cui si affac­
cia. Perché nei grandi musei si può andare an­
che solo per un caffè.
Poiché siamo trentini ci piace discutere di quanto c’è costato (70 milioni di euro) e quanto ci costerà (8 milioni all’anno), portiamoci inve­
ce i bambini e poi nostri ospiti: abbiamo qual­
cosa che li lascerà a bocca aperta.
(27 luglio 2013)
286
Non si finisce mai di imparare
Spero di arrivare a ottant’anni (che segreta­
mente considero il minimo sindacale, ma sarà quel che sarà) e di avere ancora memoria suffi­
ciente per ricordarmi la storia del signor Carlo Franzoi.
I lettori più attenti ricorderanno quel signore di Venezia che mercoledì scorso ha puntato la sveglia alle sei del mattino, si è infilato il casco in testa e lo zainetto sulle spalle, è salito sulla sua motoretta e alle dieci in punto, l’orario di apertura del museo, si è presentato al nostro giornale per chiedere un’informazione: «Scusa­
te signori, sapete dirmi dov’è il Muse?». Ci era arrivato vicino, ma prima di indicargli l’edificio di vetro dietro l’angolo gli abbiamo chiesto: scusi signore, ma lei quanti anni ha? Risposta: ottanta.
Quante lezioni possiamo imparare dal signor Carlo Franzoi, meccanico e capo magazziniere in pensione, che invece di addormentarsi da­
vanti alla televisione ha deciso di dedicarsi alla cultura. Ad esempio che il mattino ha l’oro in bocca, che non è mai troppo tardi e che non bi­
sogna scoraggiarsi se la vita riserva momenti di tristezza, come la morte di un figlio.
E poi ­ lui lo sa benissimo ­ quante cose si possono vedere con una moto che viaggia a sessanta all’ora lungo le strade provinciali. Molte più che lanciati a centottanta nella cor­
sia di sorpasso in autostrada. E si incontrano più persone con cui parlare. L’importante è avere sempre una buona scusa per andare a esplorare nuovi orizzonti. Proprio una bella 287
storia. Che me ne ricordava un’altra.
In fondo non servono tanti effetti speciali per fare un film da Oscar. Basta prendere un vec­
chietto, metterlo su una piccolo trattorino che serve a rasare i prati e riprenderlo mentre at­
traversa la pianura americana (lanciato a dieci chilometri all’ora lungo le strade secondarie) per raggiungere il fratello malato con cui non parla da dieci anni.
Sarebbe forse un film palloso se non l’avesse fatto David Lynch. Era il 1999 e ancora c’è gente che piange quando lo vede, magari senza sapere che si tratta di “una storia vera”, pro­
prio come dice il titolo.
Il vecchio Alvin ­ questo il nome del protago­
nista ­ non andava per musei, ma aveva davve­
ro un buon motivo per mettersi in viaggio: «Per­
ché quando sei vecchio ­ racconta alla gente che incontra lungo il percorso ­ non c’è nessu­
no che ti conosce bene come un fratello della tua età. Un fratello è un fratello».
Alla fine ­ dopo aver percorso quasi quattro­
cento chilometri ­ arriva a destinazione, di fronte a una casetta malandata, sperduta nel Wisconsin. Finisce che il fratello si affaccia alla porta, aiutandosi pure lui con due bastoni a causa degli acciacchi dell’età, guarda quel trat­
torino incredulo e chiede al vecchio Alvin: «Hai fatto tanta strada con quel coso per venire qui da me?» Risposta: «Sì, Lyle». E il film finisce lì, perché non c’è più niente da dire.
(3 agosto 2013)
288
Sentirsi intelligenti e ritrovarsi in coda
Se c’è una cosa che mi provoca un piacere immenso è viaggiare in autostrada e scoprire una coda di auto sotto il sole, bloccate nella carreggiata opposta. Mi fa sentire intelligente. Quando mi capita discuto per chilometri sull’opportunità di calcolare accortamente par­
tenze e rientri, per non ritrovarsi intruppati e rovinarsi la vacanza, finché ­ con un orecchio alla radio e l’occhio al navigatore ­ mi ritrovo anch’io rallentato e poi in coda.
Allora soffro, sbuffo, calcolo percorsi alterna­
tivi, tenendo conto pure di sterrati e stradine comunali, tutto, pur di macinare un po’ di strada sotto le ruote, con il rischio di metterci il doppio, pur di muoversi, perché durante un viaggio non c’è niente di peggio che star fermi. E’ psicologia.
Il fatto è che in coda ­ quando non c’è il pae­
saggio che sfila veloce a distrarre i nostri pen­
sieri ­ riflettiamo su noi stessi, magari osser­
vandoci allo specchio nell’auto ferma accanto alla nostra, dove una moglie tedesca con i piedi nudi sul cruscotto guarda il marito in cagnesco perché a casa mancano ancora ottocento chilo­
metri e i bambini chiedono ogni due minuti: quando arriviamo? Tanti esseri umani, con tante storie diverse e il denominatore comune di essere tutti prigionieri nelle nostre roventi gabbie di metallo.
Allora la grande domanda è questa: meglio stare in coda o tentare la fortuna su un tragitto secondario? Quando sono in giro per l’Italia (o per l’Europa, tanto più) me ne sto buono e zitto 289
in fila, anche quando vedo quello davanti a me, che ha la targa locale e l’aria di chi la sa lunga, fare inversione a “u” e infilare una stradina. Potrei seguirlo, ma resto disciplinato in fila, per riservare a lui il privilegio di sentirsi intelligen­
te.
Ma quando gioco in casa ­ su e giù per l’Autobrennero ­ allora mi scateno. Avete pre­
sente Furio, l’insopportabile pignolo di Verdo­
ne, quando chiama il servizio percorribilità dell’Aci? Un dilettante. Guardo Twitter, control­
lo le telecamere, telefono al centro operativo e se c’è un accenno di coda giro al largo. Poi ­ quando incrocio l’autostrada tagliando per i frutteti della Rotaliana ­ noto con disappunto che la fila d’auto ha cominciato a camminare. E questo non lo accetto: perché per dare un senso alla mia fuga dovrebbero stare fermi im­
mobili finché arriva la protezione civile con le bottigliette d’acqua. E che nessuno osi insinua­
re il dubbio che forse era meglio restare sulla strada maestra, perché non c’è niente di peggio che scoprirsi fessi dopo essersi illusi di essere i più furbi: si sa, ma non si dice. Poiché son Fu­
rio ­ nel senso di Verdone ­ so che questa mat­
tina (sabato) ci sarà il bollino nero su entrambe le direzioni di marcia in A22. Dovendo rientrare in città mi alzerò all’alba con l’obiettivo di bere il caffè all’area di Paganella Est­ alle porte della città ­ alle sette del mattino. Con la speranza che non sia un piano troppo intelligente.
(10 agosto 2013)
290
In montagna con i bambini al guinzaglio
Se solo gli orsi potessero parlare raccontereb­
bero ciò che si vede in montagna a Ferragosto: bambini al guinzaglio e mamme che hanno paura delle mucche perché ­ avendo le corna ­ sono sicuramente tori.
Precisazione per il Telefono azzurro: il guin­
zaglio del bambino non era attaccato al collo, ma ad un’imbragatura che si allacciava sulla schiena. Faceva comunque impressione veder correre il cane sul prato mentre il bambino po­
teva esercitare la propria libertà nel raggio di due metri, aumentabili a discrezione del padre che poteva dare corda al figlioletto con la pres­
sione di un bottone.
Povero bambino, tenuto al guinzaglio sul pra­
to dove pascolavano (libere) le mucche che la madre considerava pericolosi tori avendo le corna sulla testa. Da grande si vendicherà, iso­
landosi come l’adolescente che al suono dei campanacci preferiva quello del lettore mp3.
C’è chi porta i figli sullo zaino e poi ­ poiché in montagna siamo tutti una famiglia ­ si mette a cambiare il pannolino sul tavolone del rifugio prima di lasciare spazio agli altri per il pranzo (vista ieri, venerdì 16 agosto alle ore 11 e 55 al rifugio Venezia sul Pelmo, ma non documenta­
ta fotograficamente causa choc).
C’è chi ritiene che andare in mountain bike voglia dire portarla su e giù sulla schiena lun­
go sentieri impervi (liberissimi di farlo) e poi ci sono gli escursionisti a mio giudizio più simpa­
tici, parenti stretti del (presunto) lupo di mare che bazzica i pontili fumando la pipa ma non 291
molla mai gli ormeggi. Sono quasi esclusiva­
mente maschi, arrivano al rifugio (perché oltre non osano e soprattutto non lo ritengono ne­
cessario) dove esibiscono la loro sterminata cultura (teorica) d’alta quota: se c’è qualcuno in parete estraggono il binocolo (ne hanno sem­
pre uno nello zaino) e commentano la scalata descrivendo ai presenti il grado di difficoltà, in alternativa cominciano a commentare il pano­
rama declamando vette (e relativa quota), colli, vallate e paesi del fondovalle. E non ne sbaglia­
no mai uno.
C’è chi sale con i bastoncini da escursioni­
smo (è la moda del momento) e chi ricicla quel­
la vecchia piccozza (giocattolo?) con la targhet­
ta del rifugio inchiodata sul manico di legno, proprio quella che per decenni era rimasta di­
menticata nel porta ombrelli della casa di mon­
tagna.
C’è chi scende dai ghiaioni con le scarpe da ginnastica e chi usa gli scarponi anche per an­
dare dal panettiere. C’è chi usa la cartina e chi ci mette il doppio (ma vuoi mettere la precisio­
ne!) ad orientarsi con il gps che ­ finché c’è bat­
teria ­ rincuora il proprietario dicendogli: tu sei qui.
Ma di bello c’è che si vede la gente contenta. Persone che sembrano aver seguito l’invito di Dino Buzzati in quel romanzo in cui si parlava di orsi: “Tornate alle montagne, come si viveva felici, altro che in questi malinconici palazzi”.
(17 agosto 2013)
292
Quando d’estate mangiavamo il Camillino
Mi è parsa una cosa ovvia, l’altro pomeriggio, avendo un po’ di fame (ma non troppa) avvici­
narmi al bancone del bar e domandare un Ca­
millino. Non vi dico la faccia della giovane bari­
sta.
Chi ha meno di quarant’anni non legga que­
sto pezzo perché lo troverà assurdo o privo di interesse. Parlo per noi, noi che sappiamo cos’è un Camillino e ovviamente una Coppa dei Campioni. Noi che abbiamo mangiato in due bocconi un Mottarello per poi bloccare con lo stecco di legno la manopola del calcetto. Noi che prima del Calippo (che mi pare ci sia anco­
ra) volevamo il ghiacciolo Arcobaleno lasciando che fosse la mamma a mangiare l’ultimo pezzo (amaro) verde menta. Noi che a volte ci rinfre­
scavamo ­ udite, udite ­ con un Magic Cola. Noi che lasciavamo il Cornetto ai grandi e ordi­
navamo un Gommolo, quel cono bianco e rosa che in fondo aveva la gomma da masticare, uno di quei gelati preferiti dai bambini (come quelli con lo stecco di liquirizia e ripieni di qualche porcheria) ma odiati dai genitori: per­
ché non ti prendi un bel Cremino?
Di gelati, lo dico con modestia, sono stato un grande esperto: nipote di una coppia di nonni titolari di un bar di montagna ho avuto per anni facile accesso al frigo, assieme a mio cugi­
no e a mio fratello. Ovvio che quel bar fosse de­
stinato alla chiusura, evento che ancora oggi ­ scherzi del senso di colpa ­ nel cuore della not­
te, in balia degli incubi peggiori, collego alle no­
stre scorpacciate di gelati. Per fortuna ora so 293
che ­ per quanto spiacevole ­ non basta il furto di otto gelati Piedone per portare un bar al fal­
limento. E nemmeno l’appropriazione indebita di dieci bottigliette di Coca Cola per vedere chi riesce a emettere (chiedo perdono!) il rutto più forte. Con l’attenuante, vostro onore, che il co­
dice familiare in vigore all’epoca (un gelato al giorno) era davvero troppo severo.
Così, ricordando antichi delitti, di fronte al volto impassibile della giovane barista ignara di cosa sia stato il Camillino, mi sono avviato ver­
so il retro del vecchio tabià dove sapevo che mio zio aveva riparato una tettoia riciclando al­
cune lamiere colorate, proprio quelle che furo­
no esposte fuori dal bar con i listini Algida ed Eldorado: cono Zaccaria (500 lire), ghiacciolo Dalek, quello al mirtillo che ti lasciava la lin­
gua viola (200 lire), Granita, che bisognava aspettare almeno cinque minuti prima di riu­
scire a scalfirla con il cucchiaino di plastica (500 lire), Stecca Lecca, quello famoso con lo stecchino di liquirizia che si piegava prima del­
la fine del gelato (300 lire).
Che estati, quando un gelato dal nome fanta­
sioso poteva cambiarti la giornata. Sarà per questo che ho guardato i miei due piccoli figli, ho tirato fuori un pugno di monet e li ho avver­
titi: via libera (prima che ci ripensi) andate al bar e prendete il gelato più assurdo che potete. Tra vent’anni, chissà, ve lo ricorderete ancora.
(24 agosto 2013)
294
Il fascino di settembre
Settembre è un Capodanno all’incontrario: è chiaro che ci troviamo di fronte a una svolta, ma invece di accelerare ci possiamo (quasi) ri­
lassare. Come amo settembre, mese in discesa.
Dev’essere un effetto dei lunghi anni trascor­
si a scuola se il mese di settembre ci pare sem­
pre l’inizio di tutto, come quando eravamo ra­
gazzini. Ma tutto sommato era un mese allegro perché ­ pensateci un po’ ­ era il più distante dagli scrutini e dagli esami.
Ora che siamo cresciuti abbiamo preso il vi­
zio di passare l’estate con una parola d’ordine: ne riparliamo a settembre, anche perché ad agosto pare finisca il mondo. Ma questa specie di Capodanno bis possiamo affrontarlo con cal­
ma. Chi aveva l’ansia di presentarsi all’estate al massimo della forma fisica può finalmente tirare il fiato e lasciar andare la pancia sotto la camicia.
Dolce settembre, il mese di noi pigri: poiché le serate si accorciano si può restare a casa dopo cena senza provare sensi di colpa. E ma­
gari sperare di dormire la mattina perché gli uccellini non cantano più alle quattro. Può far caldo (ma non troppo), si dorme con la finestra chiusa (e non si sente il camion del vetro all’alba) ma si può ancora mangiare in giardino o in terrazza.
Theodor Christomannos era uno che di turi­
smo se ne intendeva: fu lui ­ austriaco di nome greco vissuto a cavallo tra Ottocento e Nove­
cento ­ a dare il via alle vacanze sulle nostre montagne con la costruzione della Grande 295
Strada delle Dolomiti, ormai più di cent’anni fa. A chi gli chiedeva quand’era il momento mi­
gliore per venire in vacanza da queste parti il pioniere del turismo rispondeva che in estate c’era il clima più favorevole, in inverno (con la neve) il paesaggio più spettacolare, in autunno colori sorprendenti, ma il cielo più azzurro era sicuramente quello di settembre. Secondo i miei calcoli questo potrebbe accadere martedì prossimo quando Meteotrentino ha previsto la figurina del piccolo sole senza nuvole e io ­ provvidenzialmente ­ sarò in ferie.
Ricordo come se fosse oggi la sofferenza acu­
ta di un settembre di quindici anni fa in cui dovevo raggiungere Bolzano per lavoro, osser­
vando dall’autostrada le montagne che sem­
bravano vicinissime nell’aria trasparente. Me l’ha confidato il mio direttore di quel tempo: le sue vacanze migliori sono sempre state a set­
tembre. Pure le mie, perché in Sardegna a metà luglio temevo di morire, circondato in riva al mare da razze umane selezionate nei secoli dei secoli per resistere sotto il sole di mezzo­
giorno. Quelli come me, invece, sognano il sole settembrino che bacia ma non morde.
Per chi non deve vendemmiare o raccogliere le mele settembre è un mese da affrontare in comoda discesa verso ottobre, quando arriverà l’ora legale a chiudere il capitolo. Lasciate fare a settembre, non vi deluderà.
(31 agosto 2013)
296
L’uscita di emergenza è in fondo al pontile
Appena siamo saliti in barca è stato chiaro che nei nostri destini non ci sarà la sfida a Capo Horn, ma in quattro giorni a veleggiare sul Garda abbiamo comunque imparato molte cose.
Ora sappiamo qual è la differenza tra genna­
ker e spinnaker, tra orzare e poggiare, qual è il fiocco e quale invece la randa, cos’è una scotta, cosa vuol dire cazzare e come si fa una gassa. Ma questo sarebbe niente se non avessimo im­
parato la prima regola, e cioè che stare in mez­
zo al lago è molto (ma molto!) meglio che resta­
re sul pontile a guardare gli altri in mezzo al vento, chiedendosi (increduli) com’è possibile che tutte quelle vele non si scontrino tra loro.
L’uscita dal porto (sotto gli occhi dei curiosi) non vi spaventerà più dopo aver visto due atleti incastrarsi tra le barche prima dell’allenamento (ah, ah, ah!). E finire in acqua travolti dal boma durante una strambata non è poi questa tragedia, soprattutto se il sole scotta e un ba­
gno è quello che ci vuole. Vi vendicherete risa­
lendo a bordo pronti a domare la prossima raf­
fica di vento sotto gli occhi del vostro figlio di otto anni, che poi è il secondo allievo sulla bar­
ca, a dimostrazione che non c’è da aver paura. Sarà lui la scusa buona per imparare un’altra regola nota solo a noi (sic!) velisti, quella che insegna come si fa la pipì in barca. E soprat­
tutto in quale direzione.
In mezzo all’acqua si può volare ma talvolta bisogna darsela calma (come non siamo più abituati a fare) e aspettare che torni il vento, 297
ascoltando la barca alle prime raffiche per ve­
dere “cosa ci chiede”.
E’ dura ammettere che in caso di emergenza la forza esplosiva di un istruttore poco più che ventenne (il cui nome, Santiago Lopez, evoca acque di oceani lontani) è molto (ma molto!) più efficace delle chiacchiere di un quaranten­
ne giornalista, ma sono stati comunque i miei 82,5 chilogrammi di sedentarietà (posizionati al posto giusto) a salvarci da una sicurissima scuffiata. Perché in barca ­ dove tutti, bambini compresi, devono fare il proprio dovere ­ anche un peso morto può diventare prezioso.
Scrissi una volta, parlando di montagna, che dove la strada finisce comincia il mondo vero. Ora posso aggiungere: quel mondo comincia pure dove termina il molo. Oppure, per usare le parole che mi ha regalato un collega: quando si lascia la strada per prendere il sentiero (in questo caso una rotta) si entra in un’altra di­
mensione, dove il tempo e lo spazio hanno un altro valore. I paesi da lontano sono piccoli, ma tutto è più chiaro dalla vetta. Vale anche quan­
do dall’acqua ti volgi alla riva.
Passare quattro giorni nell’altra dimensione (al sole di settembre) dà dipendenza, come sap­
piamo noi che il fine settimana ci ritroviamo in coda: ma che l’accesso al mondo vero sia un sentiero o un pontile, l’importante è tenere sempre aperta questa porta. Che poi sarebbe la nostra uscita di emergenza.
(7 settembre 2013)
298
Il tradimento di mister griglia
Tutta colpa del mio (ex) amico B. E’ lui il re­
sponsabile del fallimento miserabile dell’ultima grigliata estiva. E dire che fino all’altro giorno lo chiamavamo “mister griglia” per quella sua attitudine naturale a stare vicino al barbecue senza paura di affumicarsi, controllare le braci, aggiungere ancora un po’ di legna e dichiarare infine, con grande solennità, dopo aver assag­
giato i bocconi migliori, a lui riservati, che la carne era pronta per essere servita.
E invece no, si è presentato un sabato sera, con un vassoio di pomodori in mano, avvisan­
do i presenti che era diventato vegetariano. Ma da quando? “Da giovedì mattina ­ ha spiegato ­ quando a colazione mi sono mangiato l’ultimo spiedino”. Così, mentre le costine di maiale e le salsicce si raffreddavano a centro tavola, ne è seguito un lunghissimo dibattito su quanti et­
tari di prateria ci vogliono per ottenere una bi­
stecca di manzo (per non dire di cavallo, quan­
te tonnellate d’acqua si prosciugano per una fettina di vitello e soprattutto quanto vicina sa­
rebbe la fine del mondo se tutti gli uomini un giorno decidessero di mangiare carne.
Poiché sono un signore non gli ho chiesto quanti soldi avrebbe risparmiato cancellando la macelleria dalla lista della spesa. Mi sono li­
mitato invece a fargli notare che esistono pure le carni bianche e sono stato processato per di­
rettissima (e condannato) per le torture subite da migliaia di polli in gabbia.
Vegetariano da due giorni, “mister griglia” si era preparato leggendo i libri di almeno due 299
scienziati. Mi sono guardato bene, quindi, dal tirare fuori quel salame buonissimo, fatto come li faceva mio zio ai vecchi tempi, quando li te­
neva a stagionare in cantina, dove li tagliava improvvisando lezioni sulla bontà del maiale di fronte a un pubblico di soli uomini. E’ finita che i peperoni sono andati a ruba e noi abbia­
mo rosicchiato la carne avanzata per una setti­
mana.
Tutt’altra musica nel ristorante in cui mi hanno portato la settimana scorsa, dove “mi­
ster griglia” l’avrebbero buttato fuori a calci. Il proprietario, prima delle ordinazioni, ha spie­
gato la filosofia del suo locale che si può rias­
sumere così: un inno al maiale. Poi hanno por­
tato prosciutti cotti e crudi e salami di ogni tipo (ed era solo l’antipasto) tanto che, ancora turbato dal sermone del mio (ex) amico, ho chiesto sottovoce alla cameriera se tutto questo nel frattempo non fosse stato dichiarato illega­
le. E non avevo ancora visto il lardo da spalma­
re sulle tigelle e gli gnocchi fritti. Lei ha replica­
to serafica: «Guardi signore che abbiamo anche la verdura!» indicando un paio di gambette di sedano che pensavo fossero lì per coreografia. Bando ai sensi di colpa, almeno per una sera ci siamo divertiti un mondo a passarci pietanze grasse e caloriche che avrebbero messo a dura prova “mister griglia”.
(14 settembre 2013)
300
Sono un ciclista da marciapiede
Persa da tempo la battaglia della strada è in corso una guerra tra poveri per il dominio del marciapiede, con ciclisti e pedoni che si guar­
dano in cagnesco per quel metro d’asfalto (o poco più).
Lo ammetto: abbandonata ogni speranza di diventare un ciclista vero, mi sono ridotto ad essere un ciclista da marciapiede, dove salgo spesso e volentieri. L’alibi è sempre quello: ap­
pena scendo in strada mi ammazzano. Ma in realtà vale solo quando vado in città con i bam­
bini, perché da solo potrei anche lanciarmi nel­
la corsia centrale della rotatoria del Bren Cen­
ter e combattere a spallate per la precedenza, confidando sulla paura innata degli automobi­
listi di ritrovarsi la fiancata rigata.
La realtà è un altra: il marciapiede, che gran comodità, soprattutto quando si può salirci per evitare l’attesa al semaforo rosso. Il fatto è che noi ciclisti di città avremmo la presunzione di essere i benefattori dell’umanità: non siamo forse noi che lasciamo l’auto a casa, evitando di intasare i parcheggi e di inquinare l’atmosfe­
ra? Così ci arroghiamo qualche diritto come ­ appunto ­ quello di utilizzare il marciapiede come corsia preferenziale assieme ai pedoni che consideriamo (in buona fede!) nostri colle­
ghi. E invece no, come dimostra la piazzata che mi ha fatto un vecchietto (forse un po’ sordo) quando l’altro giorno gli sono piombato addos­
so mentre procedevo a zig zag (ma con pruden­
za) tra la gente.
I dilemmi sono questi: possiamo andare, noi 301
ciclisti, nella zona pedonale dove le auto sono bandite? Sarebbe davvero un peccato doverci rinunciare. E poi: che succede se da un mar­
ciapiede all’altro attraversiamo le strisce pedo­
nali senza scendere dalla sella? Ma capita di non essere i benvenuti nemmeno in strada, come dimostra la scenata di un automobilista che mi invitava (con gesti perentori) a liberare la carreggiata (dove stavo pedalando in via del tutto eccezionale) per ritirarmi su una “presun­
ta” pista ciclabile dove il Comune vorrebbe re­
legare in un’impossibile (ma in questo caso le­
gale) convivenza noi ciclisti e gli odiati pedoni.
Qualcuno, davvero, ci odia. Non si spiega in altro modo la durata del semaforo di via Bren­
nero riservato alle biciclette che resta verde meno di cinque secondi con le auto che romba­
no ad un metro di distanza. Pedalando in via Moggioli ho informato i miei due figli che circa trent’anni fa, su quelle strade, si disputavano le corse a tappe di noi bambini, dove il pericolo massimo era quello di cadere in curva sbuc­
ciandosi un ginocchio. Non riuscivano a cre­
derci, con il loro caschetto in testa.
Però, bisognerà pur riferire anche quel che c’è di positivo: trent’anni dopo ­ tra piste cicla­
bili e qualche fuga sul marciapiede ­ siamo riu­
sciti a raggiungere Mc Donald’s a Trento sud senza mai scendere in strada: vuoi mettere la soddisfazione di presentarti al Mc Drive in bici­
cletta?
(21 settembre 2013)
302
Quando tuo figlio dice: voglio un cane
La risposta è no. Pare incredibile, ma è pro­
prio la mia voce (insolitamente autoritaria) quella che replica a due bambini la cui doman­
da è sempre quella: papi, possiamo prendere un cane?
Sembra uno di quei film in cui il protagonista ­ bambino buono e sensibile ­ diventa un adul­
to freddo e insopportabile, dimentico (chissà come, chissà quando) di tutte le cose che gli piacevano da piccolo. Peccato che quel tale sa­
rei io: «Scordatevi il cane e pure il gatto».
E poco importa se alla fermata dello scuola­
bus l’altra mattina si è presentata una bambi­
na con il cagnolino al guinzaglio. E il giorno successivo un altro bimbo è arrivato tenendo in braccio un secondo cane, proveniente dalla stessa cucciolata, incassando l’ammirazione dei compagni stregati da quel mucchio di pelo con due occhi. Papi, ne prendiamo uno anche noi? Te lo scordi.
Eppure anch’io ­ tanti anni fa ­ andavo a let­
to più contento se c’era il gatto a farmi compa­
gnia. E mi svegliavo felice se lo stesso gatto al mattino faceva le fusa. Generazioni di gatti con lo stesso nome (così si usava allora, almeno in casa nostra) compreso quello che tornò a casa con un topaccio in bocca (credendo di farci contenti) e quella che una volta sparì per setti­
mane, finché avevamo perso la speranza, per ripresentarsi infine alla porta magrissima, ma salva.
Poi arrivarono i cani, miscugli di razze diver­
se con un denominatore comune: erano i più 303
brutti del quartiere. Roba da vergognarsi a por­
tarli in giro. Almeno io mi vergognavo, ma ave­
vo quell’età in cui ci si vergogna pure di essere al mondo. Mia nonna invece aveva gli uccellini, anch’essi con un punto in comune: si chiama­
vano tutti “Pippo”. Dovevamo essere davvero una famiglia di poca fantasia, visto che mio zio i cani da caccia ­ di razza segugio ­ li chiamava tutti “Lola” (se erano femmine) oppure “Monti” (se erano maschi) ma molto prima che il pro­
fessore diventasse presidente del consiglio.
A quei tempi non serviva guardare i cartoni per sapere che i gatti mangiano gli uccellini, bastava osservare il nostro che si arrampicava fino alla gabbietta cercando di infilare una zampa tra le sbarre. Quanto ai pesci ­ i pochi che sono capitati in casa nostra ­ mia madre può negare finché vuole ma io ho in mente l’immagine di un pesce rosso morto che finisce nel wc: dopo breve dibattito abbiamo stabilito che il misfatto deve essere avvenuto a casa di un parente. Mistero invece sulla tartaruga spa­
rita dal giardino di mio fratello (il famoso zio Nicola) nonostante fosse stata cresciuta (l’ingrata) a foglie di lattuga.
Indegno discendente di due rami familiari che tenevano sotto casa mucche, galline e co­
nigli, mi scopro a negare ­ oltre al cane ­ persi­
no un gatto. Chissà che questo non sia un film a lieto fine, dove il protagonista cattivo un gior­
no si sveglia e cambia idea.
(28 settembre 2013)
304
Dolce scomodità di un hotel a 5 mila stelle
E’ stato a 2 mila metri di quota, quando il cielo cominciava a farsi nero, che mi sono gio­
cato, con finta indifferenza, una frase ad effetto per celebrare il nostro grande evento. Eravamo appena giunti sulla porta del rifugio, in ritardo come sempre, quando, indicando le prime stel­
le, ho solennemente dichiarato: «Perché accon­
tentarsi di un hotel a 5 stelle quando possiamo averne 5 mila?». Peccato che la frase non fosse mia (infatti è lo slogan di una pubblicità) ma comunque ho strappato un sorriso ai (pochi) presenti che, ignari del plagio, hanno dichiara­
to ai nostri figli: vostro padre è un vero poeta.
E’ iniziata così la nostra memorabile notte in alta quota (attesa per tutta l’estate) ospiti di un rifugio di montagna.
Lassù può capitare, come capitò appunto quella notte, di incontrare una comitiva di sole donne procedere nel buio, sul sentiero illumi­
nato dalle lampade frontali e giungere al rifugio senza paura, appena in tempo per la cena. Nessuna stranezza, visto che erano tedesche.
Può capitare inoltre di incontrare un paio di malgari ormai a fine stagione, giunti al rifugio per bere l’ultimo bicchiere accompagnati da un cane. L’occasione per sentirsi recitare l’ormai mitica frase: papi, ne prendiamo uno anche noi?
A duemila metri, dopo alcune ore di cammi­
no, può capitare ­ come è accaduto ­ di ritro­
varsi a tavola con i piatti ripuliti dagli avanzi (miracolo!) e vedere gli occhi dei bambini chiu­
dersi appena la testa tocca il cuscino per ria­
305
prirsi solo al mattino, appena in tempo per fare colazione (secondo miracolo).
Per scoprire l’avventura basta poco. Con un po’ di immaginazione (giusto un pizzico per il­
ludersi di vedere gli orsi al limitare del bosco) può essere sufficiente risalire il sentiero all’ora del tramonto, quando gli altri rientrano a valle. Ma davvero dormiremo lassù nella baita? Cer­
to, piccolo, ma acceleriamo il passo, prima che un lupo ci sorprenda nella notte.
In un hotel a 5 mila stelle (dove il lusso sfre­
nato è avere due letti a castello in una minu­
scola cameretta) nessuno si lamenta se il ba­
gno è in fondo al corridoio. Perché il silenzio è rotto solo dal ronzio di una minuscola turbina che ­ alimentata da un ruscello ­ fornisce gior­
no e notte energia elettrica al rifugio.
Ma una sorpresa ci attende al mattino quan­
do ­ seduti di fronte al caffelatte ­ proveniente da una stanzetta riservata, ci raggiunge una musichetta familiare: papi, c’è la Peppa anche quassù! Protesto: impossibile, non prende nemmeno il telefonino, non può esserci la tele­
visione! Invece la moglie del gestore allarga le braccia, quasi per scusarsi, e ci fa segno che là dietro ci sono i suoi due figli che guardano i cartoni alla tivù: una piccola concessione alla modernità durante l’estate d’alta quota, dove le giornate di maltempo possono sembrare inter­
minabili. Ma dura pochi minuti ­ giusto il tem­
po di familiarizzare davanti al piccolo schermo ­ e nell’«hotel pluristellato» accade il terzo mira­
colo, quando i due piccoli montanari abbando­
nano i cartoni animati e corrono con i nuovi amici cittadini a gettare sassi nel torrente e a 306
vedere i cavalli che pascolano poco distante. Provate a chiedere al direttore di un albergo a “sole” cinque stelle se può garantirvi tutto que­
sto.
(12 ottobre 2013)
307
La triste città che rinuncia alle fontane
Nel tentativo di riprenderci una piazza abbia­
mo eliminato una fontana, sperando (forse) che chi occupa giorno e notte la zona della Portela si trasferisca altrove, magari spinto dalla sete (sic!). Se vi capita di passare accanto a Torre Vanga date un’occhiata all’angolo della piazzet­
ta Da Vinci ­ un luogo che i trentini hanno da tempo dimenticato ­ dove, ai margini di un mi­
nuscolo giardinetto, c’è un’orrenda toppa d’asfalto nero, ancora fresca, per coprire il buco lasciato dalla fontanella.
Gli operai sono arrivati martedì mattina, ma a dire il vero il Comune prima di eliminare del tutto quella fontana verde aveva deciso di te­
nerla chiusa per una stagione, tanto che il ba­
rista poco distante cominciava ad innervosirsi perché la gente l’estate continuava a chiedergli “un bicchier d’acqua del sindaco”.
Che brutta città stiamo diventando: rinuncia­
mo a una fontanella pur di togliere dalle strade la gente che ci dà fastidio. Come quel tale che per far dispetto alla moglie fece del male a sé stesso. O la madre sciagurata che buttò via il bambino assieme all’acqua sporca.
Dicono che quella fontanella era diventata una specie di bivacco, dove gli ubriaconi (che nella zona pare abbondino) mettevano i cartoni di vino e le birre al fresco.
Colpa nostra, che passiamo le giornate in uf­
ficio e poi in casa (chiusi a doppia mandata) e andiamo a fare la spesa in auto al centro com­
merciale, invece di scendere a piedi nel negozio sotto casa. Che infatti è stato chiuso oppure è 308
stato sostituito, guarda un po’, da un altro ne­
gozio che vende prodotti per stranieri.
Abbiamo abbandonato le nostre piazze e poi ci lamentiamo se qualcun altro (emarginati, ma anche stranieri e giovani che fanno chiasso) le usa come se fosse casa sua. E abbiamo paura a camminare la sera sotto gli sguardi degli ac­
cattoni perché sul marciapiede ci ritroviamo sempre soli, con i passi che risuonano sinistri sotto i portici. Chissà come doveva essere viva­
ce quel quartiere popolare quand’era pieno di gente semplice, botteghe e osterie.
Via la fontana, tanto per noi (che portiamo sempre una bottiglietta d’acqua nella borsetta o nello zaino perché bere fa bene alla salute) era diventata del tutto inutile. Togliamo anche le panchine, tanto andiamo sempre di corsa, fi­
guriamoci se abbiamo il tempo di sederci un attimo a guardare la gente che passa: quand’è l’ultima volta che ci siamo concessi questo lus­
so?
Non sottovalutiamo il gesto di eliminare una fontana. Andate a chiederlo a un ciclista, uno di quelli veri, che si avventurano nelle nostre valli e sanno dove fermarsi a riempire la bor­
raccia quando il sole si fa torrido, fosse anche al cimitero dove un goccio d’acqua si trova an­
che d’inverno.
Anche Renzo Piano ha riempito d’acqua il suo quartiere. E nel parco delle Albere ci sono un paio di fontanelle a pulsante che ­ per motivi a me del tutto sconosciuti ­ non sono ancora sta­
te attivate: hanno paura dei barboni pure lì?
L’acqua è sollievo, benessere, allegria: una città che rinuncia a una fontanella (sperando 309
che con l’acqua spariscano pure gli accattoni) è una città che ha rinunciato a vivere.
(19 ottobre 2013)
310
Se il tempo si ferma sui binari
Per vivere l’illusione di fermare il tempo (e per togliersi qualche curiosità sul ritorno dell’ora solare) si potrebbe salire su un treno questa notte e riflettere su quanto durano sessanta minuti fermi sui binari mentre l’orologio della stazione segna sempre le tre in punto.
C’era quella fiction televisiva in cui una don­
na stanca e stressata sognava, di tanto in tan­
to, di poter fermare il tempo, con un semplice gesto della mano, per godersi (finalmente!) un’ora (anche una sola!) tutta per lei. Questo accadrà questa notte quando il macchinista di un qualsiasi treno notturno, giunto in una qualsiasi stazione, tirerà il freno e spegnerà il motore. I pochi passeggeri svegli guarderanno il grande orologio dal finestrino e scopriranno che segna le 3 in punto. Quindi decideranno che fare: qualcuno leggerà un libro, qualcuno scenderà per fare una passeggiata nella città deserta, qualche ottimista si metterà alla ricer­
ca di un bar o di un fornaio con la saracinesca aperta, altri giocheranno nervosamente con il telefonino (senza nessuno da chiamare perché il tempo si è fermato) e qualcuno si scoprirà forse a pensare (magari con fastidio fuori luo­
go) quant’è lunga un’ora seduti a non far nien­
te, con la spiacevole sensazione di sprecare un’ora “regalata”, finché il treno si rimetterà in moto e l’orologio della stazione segnerà (anco­
ra!) le 3 in punto.
L’ora solare ritorna nella notte (come avviene ormai da quasi cent’anni) perché è il momento in cui i disagi sono minori. Andatelo a dire a 311
quelli che questa notte lavoreranno un’ora in più, come gli addetti dell’ufficio movimenti del­
la stazione ferroviaria dove il treno spegnerà il motore. Saranno ricompensati con un’ora di la­
voro straordinario segnata in busta paga, an­
che se Trenitalia si ricorderà di detrarre la stessa ora a chi sarà in turno la primavera prossima quando tornerà l’ora legale. Bisogne­
rebbe essere lì con loro per scoprire quanto dura un’ora mentre l’orologio resta fermo e in stazione scende il silenzio, rotto solo dallo sfer­
ragliare di qualche treno merci perché quelli (regolamento alla mano) continueranno a viag­
giare visto che non hanno l’orario da rispettare. Su quello che accade in stazione nel cuore del­
la notte in cui è previsto il cambio dell’ora si sa poco, perché gli unici ferrovieri che spiegano nel dettaglio cosa accade alle tre di notte sono ­ indovinate un po’ ­ gli svizzeri.
Quanto vale un’ora? Secondo Terna (la socie­
tà che distribuisce l’energia elettrica) in 7 mesi l’ora legale ci ha fatto risparmiare 93 milioni di euro grazie alle serate più lunghe. Ma un’ora (un’ora sola!) può valere molto di più. Chiedete­
lo ai Matia Bazar: «Chiudo gli occhi, senza te le serate non finiscono mai... per un’ora d’amore non so cosa darei». Oppure a un signore di nome Umberto Bertini che nella sua carriera firmò cinquecento canzoni tra cui una che, sul finir degli anni Trenta, faceva così: «Un’ora sola ti vorrei, per dirti quello che non sai».
(26 ottobre 2013)
312
Non avere paura dei morti
Scopro che ci sono genitori che non portano i bimbi al cimitero. Noi invece sì. Come ieri, quando mi sono avventurato, con il nostro fi­
glio maggiore per mano, alla ricerca della tom­
ba più antica. Eravamo in un piccolo cimitero di montagna e la tomba più antica era di un tale Sebastiano, nato nel 1846 quando ­ ho spiegato al mio piccolo compagno ­ Garibaldi non aveva ancora fatto l’Italia unita. Abbiamo calcolato che se fosse vivo oggi avrebbe più di centosessant’anni, fatto impossibile visto che l’uomo, quando gli va di lusso, supera di poco il secolo di vita. Ma il ricordo di quell’antico Se­
bastiano, uomo umile a giudicare dalla lapide, ma sufficientemente benestante da comprarsi un posto a tempo indeterminato al camposan­
to, non si era ancora spento visto che sulla tomba c’era ancora una pianta di crisantemi fresca.
Poco più in là c’era un’altra lapide ­ purtrop­
po in stato di abbandono ­ con la foto sbiadita di un bambino, il nome di battesimo e due soli numeri: 1927­1927. Che vuole dire? «Significa che non è vissuto nemmeno un anno».
Poiché lo vedevo spaesato ho sentenziato: «Di morti non sai niente, non come me che alla tua età avevo già visto un morto vero, che poi sa­
rebbe il tuo bisnonno». Davvero? «Certo, erano anni in cui i morti prima di portarli al cimitero si tenevano in casa, mica nascosti all’ospedale, veniva la gente, parlavano sotto voce, dicevano cose strane tipo “guarda com’è rimasto bello” oppure “pare che dorma”, qualcuno restava 313
nella stanza con il morto anche di notte conti­
nuando a dire preghiere, alla fine si mangiava e si beveva e c’era sempre chi si divertiva a far paura a noi bambini. Come i miei cugini che una volta mi hanno calato nella buca delle ossa e un’altra volta, quando eravamo andati a cimitero al buio (per vedere chi aveva più co­
raggio) sono scappati via lasciandomi solo in mezzo a un mare spaventoso di lumini».
E hai avuto paura? «Da morire, perché all’epoca avevo molta fantasia e anche se non c’erano i fantasmi sapevo inventarmeli ­ veris­
simi ­ da solo, esattamente come sai fare tu che infatti sei pauroso. Ma non preoccuparti, con gli anni crescerai e diventerai coraggioso come me, perché non è vero quello che diceva mia nonna, che poi sarebbe la tua bisnonna, quella che vedi in quella vecchia foto in bianco e nero». E cioè? «Che se di notte ti alzi, c’è un morto sotto il letto che ti afferra per i piedi». E c’è sul serio??? «Te lo escludo nel modo più as­
soluto, anche perché di tanto in tanto do un’occhiata persino io che sono grande, giusto per esserne sicuro».
Ma quand’è che si muore? «Se lo chiedi a uno statistico ti dirà che tu ­ essendo un maschio nato nel 2005 ­ puoi sperare di vivere fin quasi alla fine del secolo; se lo chiedi a un medico ti spiegherà che è un fatto di salute e buone abi­
tudini, ad esempio è molto meglio non fumare; secondo il parroco dipende dalla volontà di Dio (e dobbiamo farci trovare pronti, cioè con la co­
scienza a posto) mentre altri ti parleranno del destino. Ma su una cosa sono d’accordo tutti». E cioè? «Nessuno sa quando viene l’ora di mori­
314
re. Ma per fortuna noi uomini siamo program­
mati per non pensarci e viviamo felici e spen­
sierati (più o meno) guardando sempre avanti, a testa bassa, come se fossimo immortali. Quando la morte ci fa paura cerchiamo di ri­
derci sopra e ci inventiamo feste tipo Hallo­
ween, ma almeno una volta all’anno cerchiamo di ricordarci chi eravamo, chi siamo e chi sare­
mo ed è per questo che oggi siamo qui tutti as­
sieme al cimitero».
(2 novembre 2013)
315
Internet, la lezione degli anziani
A far lezione ai bambini o agli anziani c’è spesso un grande vantaggio: vai lì per insegna­
re e quando torni a casa ti rendi conto che ti hanno insegnato (loro) qualcosa. I bambini ti sorprendono con quelle domande ingenue che ti fanno vedere il mondo con occhi diversi. E sono più importanti le loro domande delle ri­
sposte che puoi dare. Ma nei giorni scorsi mi è capitato invece di andare a fare una lezione all’università della terza età. Il titolo? Dalla car­
ta a internet come cambia la fabbrica delle no­
tizie. Peccato che quando ho messo piede nell’aula mi sono reso conto ­ da tutte quelle teste bianche ­ che l’età media era più elevata di quanto avessi immaginato.
Così ho improvvisato un piccolo test sul cam­
po: quanti di voi hanno un collegamento a in­
ternet? Solo una piccola minoranza dei presen­
ti ha alzato la mano. Tanto valeva buttarla sul ridere, raccontando ­ ad esempio ­ di mio pa­
dre, proprio lui che nei primi anni Novanta non voleva acquistare il computer perché tanto “questi cervelli elettronici non servono a nien­
te”, e che invece l’altro giorno era lì davanti allo schermo che acquistava su internet il frigorife­
ro nuovo.
E poi ho raccontato di com’è cambiato il mondo dell’informazione negli ultimi vent’anni partendo dal fatto che non devo più scendere a fregare il giornale al mio vicino abbonato (come facevo quando abitavo a casa dei miei genitori) ma appena mi sveglio prendo il tablet dal co­
modino e leggo le notizie senza attendere il po­
316
stino.
Quella lezione era stata fissata alle tre del po­
meriggio, non mi sono stupito, quindi, quando ho visto un signore in terza fila concentrarsi sempre più, fino al punto da sembrare quasi addormentato. Non ci sarebbe nulla di male, dato che alle mie lezioni vidi dormire anche una ragazzina. Ed è quello che mi merito poi­
ché sono colpevole ­ vostro onore ­ di aver dor­
mito quel giorno di tanti anni fa che mi ritrovai in prima fila alla conferenza di un politico.
Comunque non mi sono perso d’animo e ho continuato a raccontare le meraviglie di un mondo che non è mai stato tanto informato, raccomandando comunque ai presenti di ac­
quistare il giornale ogni mattina per tenersi ag­
giornati e garantirmi lo stipendio.
Quando è giunto il momento delle domande, ha preso la parola un signore che si è detto d’accorso sulle meraviglie di internet che gli consentono (tanto per dire) di vedere le foto della sua nipotina lontana: «Ma non crede ­ si­
gnor giornalista ­ che con la lettura dei giornali sul pc o sui piccoli schermi di tablet e telefoni­
ni, ci sia il rischio di una grande superficialità?». Ho pensato ai cinque giornali che avevo letto sul tablet quel mattino, di cui mi ricordavo a malapena tre o quattro notizie e gli ho detto: «Caro signore, ha ragione. La lezio­
ne oggi me l’ha impartita lei».
(9 novembre 2013)
317
Che ansia la verifica fiscale
Quando ti arriva a casa una lettera dell’Agen­
zia delle Entrate non è quasi mai un bel mo­
mento (anche se hai la coscienza a posto) so­
prattutto se fatichi a comprendere che cosa vo­
gliono.
Sono uno dei 4 mila trentini a cui il Fisco ha chiesto di portare fatture, scontrini e ricevute di bonifici bancari per vedere se la denuncia dei redditi di tre anni fa è regolare. Detta così pare semplice, ma poiché periodicamente mi vanto di buttare al macero quintali di cartacce, quando mi chiedono un documento provo sem­
pre un brivido lungo la schiena.
Come quella volta che mi chiamarono dalla motorizzazione per chiedermi una carta che provasse la demolizione di una vecchia auto­
vettura: «Può bastare una fotografia della mac­
china distrutta in una scarpata con me dentro l’abitacolo?». Grazie signore ­ disse la voce al telefono ­ ma preferiremmo la ricevuta di uno sfasciacarrozze. Proprio quella che riuscii a tro­
vare (finalmente!) dopo notti di ricerche attra­
verso gli strati sedimentari di carta che riem­
piono i nostri cassetti e che servono a provare che siamo nati, che abbiamo studiato, che ci siamo sposati (e poi magari abbiamo divorziato), che ci siamo ammalati (e poi guari­
ti), che abbiamo comprato casa (e poi l’abbia­
mo rivenduta) e soprattutto che paghiamo le bollette e non abbiamo guai con la giustizia.
Ora l’Agenzia delle Entrate voleva vedere i contributi pagati alla nostra baby sitter, lo scontrino d’acquisto del frigorifero, le ricevute 318
delle rette dell’asilo nido e soprattutto le fatture pagate per la ristrutturazione della casa con relativi bonifici che riportano codici fiscali, par­
tite iva, date, causali e gli estremi delle leggi sulle agevolazioni.
Su quei bonifici, all’epoca in cui mi capitò di effettuare i pagamenti, circolavano leggende spaventose: c’erano siti internet che davano consigli tutti diversi sulle procedure da seguire. Dicevano ­ ad esempio ­ che bastava sbagliare una lettera o una cifra per rischiare di perdere ogni beneficio. Chiaro che mi sono presentato intimorito negli uffici di via Brennero, dichia­
randomi subito un analfabeta del settore.
Di fronte a me c’era una signora gentile e molto paziente (molto diversa dall’idea che mi ero fatto degli ispettori del Fisco) che con l’aiu­
to di una vecchia calcolatrice Olivetti ha spul­
ciato le fatture una ad una per verificare che i conti tornassero. Tornavano.
Ci avremo messo una mezz’ora (per non sba­
gliare mi ero preso tutto il giorno libero) e sono tornato a casa sollevato, con le mie carte nello zaino. Ma prima un’impiegata ha girato verso di me lo schermo del computer e mi ha fatto vedere una schermata in cui erano elencati ­ guarda un po’ ­ tutti i miei bonifici: «Di voi la­
voratori con il Cud e delle vostre detrazioni sappiamo quasi tutto» ha detto. «Il vero proble­
ma sono quelli di cui non sappiamo quasi nul­
la».
(16 novembre 2013)
319
I bimbi digitali. Ma noi correvamo più veloci
Contro questi piccoli geni, che a quattro anni comandano il telefonino con il pollice più mobi­
le che l’uomo abbia mai visto, possiamo pren­
derci almeno una rivincita: noi, che siamo i loro genitori, correvamo più veloci.
Lo dice uno studio pubblicato nei giorni scor­
si dai giornali: i bambini d’oggi corrono meno veloci dei loro genitori. Tiè. Ma in fondo lo sa­
pevamo già, noi cresciuti negli anni in cui la parola correre era riduttiva. Perché noi ­ signo­
re e signori ­ ce la davamo a gambe: quando non c’erano telecamere ad ogni passo, bastava correre più veloci del vento per girare l’angolo e sperare di farla franca dopo qualche marachel­
la.
Pigri eravamo pigri, anzi pigrissimi. Tanto che a casa nostra, sdraiati su quel divano, per cambiare canale quando ancora non c’era il te­
lecomando, cercavamo disperatamente di rag­
giungere i pulsanti del televisore con un mani­
co di scopa, nel tentativo di risparmiarci quel metro e mezzo di fatica. Ma le trasmissioni co­
minciavano alle cinque del pomeriggio (!) e c’erano solo tre canali. Non ci restava che cor­
rere, anche senza motivo, lungo strade di città dove il peggio che ci poteva accadere era cadere sull’asfalto e “sbucciarci” le ginocchia. E in caso di pioggia i corridoi delle fascistissime (ma bellissime) scuole elementari Raffaello Sanzio sembravano fatti apposta per correre, con quei disegni di piastrelle che parevano corsie. L’ulti­
mo che arriva fa la penitenza. E allora corri fin­
ché ti scoppiano i polmoni e le piante dei piedi 320
vanno a fuoco.
Per capire cosa intendo, andate a rivedere quel film di Gabriele Salvatores, “Io non ho paura”, che inizia proprio con una gara di cor­
sa fra bambini in un campo di grano, dove l’ultima del gruppo è una cicciona sudata, che però corre veloce pure lei, sotto il sole, perché quelli erano anni in cui filavano veloci anche i ciccioni. Lo dice lo studio: l’ultimo arrivato in una gara disputata nel 1998 (mica negli anni Settanta!) al giorno d’oggi batterebbe oltre la metà dei suoi piccoli rivali, troppo impegnati a correre (per finta) con la Wii.
Diciamola tutta: questi sono bambini che non corrono più, hanno di meglio da fare in questi anni in cui le emozioni arrivano dagli schermi (grandi e piccoli). E se lo fanno spunta sempre una di quelle madri sciagurate a dire: piantala di correre che sei tutto sudato.
Eppure basta guardare le foto dei bambini impegnati in una corsa (quelli piccoli, prima che arrivi il cronometro a rovinare tutto) per capire cosa si perde chi tiene il sedere sulla se­
dia: i bambini quando corrono, ridono. E se hanno la bocca troppo aperta, perché devono respirare, se la ridono con gli occhi. Per questo, quando uno di loro ancora mi sfida a “chi arri­
va primo laggiù in fondo” colgo l’occasione al volo e naturalmente lo lascio vincere di mezzo passo (anche se appartengo alla generazione dei campioni) per regalargli la soddisfazione di essere il più veloce e non fargli mai passare la voglia di correre a gambe levate.
(23 novembre 2013)
321
Liberi dalla robaccia
Ci sono tanti motivi diversi per riempire la casa di roba e (purtroppo) di robaccia: ci sono cose che ci servono, ma ancora di più sono gli oggetti che ci potrebbero, un giorno, chissà mai, servire. Ci sono le cose a cui siamo affe­
zionati, le scatole sopra l’armadio che siamo troppi pigri per tirare (finalmente) giù e quelle in soffitta o in cantina di cui non ricordiamo nemmeno l’esistenza. E poi ci sono le cose a cui siamo affezionati come ­ ad esempio ­ i miei quaderni delle scuole elementari che una per­
sona che conosco ha voluto inspiegabilmente conservare (grazie mamma). Ci sono infine gli oggetti di cui ­ ammettiamolo ­ siamo schiavi perché ce lo impone lo Stato (faldoni di ricevute e fatture) oppure il nostro inconscio. La misura di questa schiavitù si misura con il prezzo che siamo disposti a pagare per archiviare queste cose. A Mattarello c’è un deposito dove vi chie­
deranno 20 euro mensili al metro quadro per togliervi il pensiero.
L’idea (che a Trento è nuova ma oltre i confini provinciali è un modello ormai affermato) è ve­
nuta ai fratelli Lorenzo e Alberto Pisoni, 43 e 40 anni, che hanno creato il “magazzino delle cose”. Dice Lorenzo che gli anni passati a fare l’agente immobiliare gli hanno insegnato molte cose sulle debolezze delle persone (ad esempio i collezionisti di farfalle e francobolli) e sui difetti delle case moderne prive di soffitte e con canti­
ne microscopiche.
Siete sommersi dalla roba? Non riuscite a li­
berarvi dei vostri oggetti? Andate al deposito 322
dove digiterete un codice numerico ed entrerete in un luogo asettico con 52 box di varie misure a vostra disposizione. Dicono i fratelli Pisoni che il concetto è quello di un albergo, si paga a giornata, solo che i graditi ospiti sono i vostri scatoloni.
Henry David Thoreau (l’autore di Vita nei bo­
schi) sosteneva che un uomo è ricco in propor­
zione alle cose di cui può fare a meno. Ripeteva il protagonista di Fight Club: “Le cose che pos­
siedi alla fine ti possiedono”. Ma questa è filo­
sofia, la realtà è che nei box affittati ci sono i mobili di una ragazza che si è sistemata in un monolocale in attesa della casa nuova; ci sono i faldoni di alcuni professionisti che così hanno risolto il problema dell’archivio; c’è l’attrezzatu­
ra elettronica di alcune ditte che altrimenti avrebbero dovuto custodire gli strumenti nei furgoni; c’è perfino la roba (o la robaccia, senza offesa) di un signore che ha liberato un riposti­
glio finestrato e (in tempi di crisi) ne ha ricava­
to una cameretta per il figlio.
Per quanto mi riguarda vorrei la casa sgom­
bra cose (e quindi di pensieri) al punto da sfio­
rare di continuo la crisi coniugale. Il magazzino potrebbe essere una soluzione: ecco come mantenere il cordone ombelicale con la roba, senza averla più tra i piedi. Ma ricordo sempre quel signore che conobbi tanti anni fa, la sera che mi spedirono a raccontare l’incendio che aveva distrutto il suo maso su in collina. Stava lì in pigiama, con una coperta dei pompieri sul­
le spalle, e mi raccontava delle foto di famiglia distrutte dalle fiamme. «Non abbiamo nemme­
no più i vestiti, ma in fondo ­ disse ­ siamo sta­
323
ti fortunati, perché ciò che conta veramente si è salvato». E accarezzò la testa del bimbo che teneva in braccio.
(30 novembre 2013)
324
Il sorpasso della bici sull’auto
La bicicletta ha sorpassato l’auto. Avviene tutti i giorni lungo le strade di città dove ­ per gli spostamenti brevi ­ le due ruote sono il mezzo di gran lunga più veloce. Ma il vero sor­
passo ­ storico ­ è quello nelle vendite.
Per la prima volta in Italia ­ come nella mag­
gior parte dei paesi europei ­ sono state vendu­
te più biciclette che automobili. Notizia contro­
versa, che ci racconta di un settore in crisi (l’auto), dei costi del carburante e delle polizze assicurative fuori controllo e del problema dei parcheggi. Ma è una notizia che possiamo leg­
gere anche in chiave positiva: finalmente l’Italia ha cominciato (o meglio, ha ripreso) a pedalare: 1 milione e 600 mila biciclette e 1 milione e 400 mila auto nel 2012, questo dicono le stati­
stiche. Ma il vantaggio delle bici è probabil­
mente molto superiore a questi numeri, perché le auto si comprano (e basta) mentre le bici si recuperano, si trovano (in cantina), si rimetto­
no in sesto, si prestano e purtroppo si rubano. E quando sei vittima di un furto, magari tiri fuori una vecchia mountain bike dal garage per usarla in città. Come la mia che ha ventidue anni, ma non li dimostra tanto che quando ar­
rivo al giornale mi prendo lo sfizio di scendere quei cinque scalini che portano all’ingresso senza nemmeno smontare dalla sella (provate a farlo con la macchina).
Non è solo una questione di costi, perché an­
che noi ciclisti urbani abbiamo l’auto ferma sotto casa con il bollo dell’assicurazione da pa­
gare. E’ una questione di velocità: quando ab­
325
biamo fretta ­ non c’è dubbio­ andiamo in bici­
cletta. E poi scopriamo nuove strade, magari facendoci largo tra i pedoni, come quella che dalla ciclabile lungo l’Adige ora porta dritta in città passando per il Muse.
Con la bicicletta si socializza meglio. Infatti ho un “amico sconosciuto” che durante la bella stagione saluto sempre quando torno a casa per il pranzo e lui pedala verso la città. D’inver­
no non lo vedo più, forse perché soffre il fred­
do, e un po’ mi manca.
In questa città che può vantarsi di essere la prima in Italia per qualità della vita bisogna ammettere che abbiamo un bike sharing che fa pena. Così ognuno usa la sua bicicletta e am­
miro moltissimo quei signori (ancora pochi in realtà) che pedalano su quelle biciclette smon­
tabili (niente di nuovo, c’era una volta la Gra­
ziella) perché so che arrivano alla periferia del­
la città in auto (mica si può pretendere che uno pedali da Pergine a Trento) e poi tirano fuori la bici dal bagagliaio per raggiungere il centro senza stress.
Siamo colpevoli, perché in una famiglia di 4 persone abbiamo 2 auto, di cui una che consu­
ma come un camion. Ma abbiamo pure sette bici, più un’ottava che forse non conta perché è di quelle senza pedali che servono per impara­
re. Se il futuro della mobilità urbana è la bici noi siamo pronti.
(7 dicembre 2013)
326
Noi padri che vestiamo i figli col pigiama
Uno crede di aver superato a pieni voti l’esa­
me del bravo papà e poi scopre di aver spedito all’asilo il figlio col pigiama. Ecco la cronaca di due giorni trascorsi a fare il padre a tempo pie­
no.
Grande rispetto per le madri, ma cosa volete che sia preparare la colazione, portare i figli all’asilo e a scuola e andare a riprenderli nel pomeriggio? Solo che a me un pareggio non ba­
stava, volevo una vittoria e così ­ in vista di una trasferta di lavoro di mia moglie ho orga­
nizzato le cose in grande: due giorni di ferie (niente nonni e baby sitter), libero accesso al letto grande, cena fuori tutte le sere e licenza di guardare la televisione fino a tardi. Subito sono finito sul banco degli imputati: «Sei veramente diseducativo». Ma ormai la truppa era dalla mia parte: «Mamma, quando parti?».
Al di là del fatto che avevo procurato un paio di quei cartoni animati appena usciti che anco­
ra non si trovano in giro (la mia arma segreta) come molti padri ho nella cura dei figli un ap­
proccio scientifico aziendale: noi contiamo i cucchiaini di zucchero, misuriamo la tempera­
tura del latte, calcoliamo al secondo il trasferi­
mento casa­scuola e poi cadiamo sui dettagli. Mi è stato infatti riferito che il figlio più piccolo è arrivato all’asilo con la maglia del pigiama. Eppure posso assicurare che era assolutamen­
te simile a una di quelle magliette all’ultima moda. E quello grande si è presentato in men­
sa per due giorni senza i buoni pasto, ma per fortuna ci hanno fatto credito e gli hanno dato 327
da mangiare lo stesso. Senza contare che ­ for­
se per paura di far tardi ­ siamo arrivati mezz’ora prima all’appuntamento con il denti­
sta e mi sono dimenticato di controllare se c’erano i compiti da fare.
In quei due giorni ci sono state telefonate im­
previste in cui c’erano visite mediche da fissare e appuntamenti di Natale da ricordare, ma ho pregato tutti di richiamare a breve, quando avrebbero trovato la titolare, visto che io ero in turno solo per un paio di giorni e non potevo prendermi responsabilità di quel livello.
Per il resto tutto bene, a parte la nostra pun­
tatina in quella specie di ristorante dove si può mangiare a volontà a prezzo fisso che si è rive­
lata un vero fallimento, visto che l’unico che aveva voglia di abbuffarsi (anche per giustifica­
re il conto) era il sottoscritto. I due rampolli in­
vece si erano già riempiti la pancia di Coca­
Cola, visto che avevo liberalizzato pure quella.
Alla seconda sera, quando cominciava a farsi tardi, uno dei due ha confessato che gli man­
cava (un po’) la mamma perché i papà hanno la barba che pizzica e non sono bravi a fare le carezze. Ma ­ improvvisando un po’ ­ ho saputo dargli dimostrazione del contrario, perché an­
che noi padri barbuti, per due giorni appena, sappiamo essere all’altezza. Maglie del pigiama a parte. Il vero problema, come sanno benissi­
mo tutte le madri, è esserlo a tempo pieno.
(14 dicembre 2013)
328
Il regalo più bello nella notte di Natale
A tutti quelli che ieri affollavano i negozi alla ricerca (disperata) di qualcosa per Natale, vor­
rei raccontare la storia del regalo più bello, ri­
cevuto da uno sconosciuto in una notte di tanti anni fa.
Era una notte buia e tempestosa, lungo i tor­
nanti di un passo dolomitico su cui la mia vec­
chia Panda rossa si arrampicava allegra nono­
stante ci fossero quindici centimetri di neve ba­
gnata e viscidissima accumulati sulla strada.
Di spazzaneve nemmeno l’ombra, come se il mondo intero si fosse fermato per la messa di Natale.
In discesa ecco una Ford Orion con le portie­
re bucate dalla ruggine, ferma di traverso, con un tizio africano coperto da una finta giacca a vento, che forse vedeva la neve per la prima volta, figuriamoci se sapeva montare le catene.
Tiro giù il finestrino (serve aiuto?) e mi fermo poco distante. Quando vede che la mia auto morde la neve con sicurezza (mentre la sua sci­
vola all’indietro come una slitta impazzita) si mostra molto stupito.
Gli racconto quindi che noi uomini di monta­
gna abbiamo un certo sesto senso per la neve, omettendo (con un pizzico di perfida disonestà) di chiarire alcuni particolari tecnici come le proprietà stupefacenti dei pneumatici da neve, per di più se sono chiodati, come nel mio caso. E comincio a sistemare le catene che si sono aggrovigliate come una matassa attorno ai mozzi della sua Ford scassata.
«Qui servirebbe un po’ di luce» brontolo 329
nell’oscurità, con un tono burbero che prendo a prestito dal mio meccanico quando vuol far­
mi credere che il guaio è serio per poi aumen­
tare il conto. «Non c’è problema, amico» dice lui. E tira fuori dall’auto uno scatolone pieno di accendini Bic con cui comincia a rischiarare la notte.
Ci avremo messo una ventina di minuti: io con le mani congelate, lui con le dita ustionate dalla fiammella, con i fiocchi di neve che si ac­
cumulavano sui suoi capelli ricci.
Intorno a noi nemmeno un’anima. Alla fine salgo alla guida di quell’auto (che scopro essere anche una camera da letto) e la faccio partire lentamente per portarla in un tratto di strada meno ripido.
Non potete nemmeno lontanamente immagi­
nare quanto sono bianchi i denti di quell’uomo nerissimo, in quella scurissima notte di Natale, quando vede la sua auto carica di carabattole aggredire la neve come quella di un uomo di montagna.
Finisce che ci stringiamo la mano e faccio per tornare alla mia Panda quando sento che mi chiama: «Ehi amico, aspetta un attimo!». Mi giro e vedo che mi corre dietro tenendo in mano un elefantino color mogano ricoperto di perline: «Questo è per te». Bisogna dire che io li odio quei soprammobili esotici che a casa no­
stra non c’entrano nulla. Eppure lo prendo con grande gratitudine: il più bel regalo di Natale, dono di un amico sconosciuto che chissà dov’è finito.
(21 dicembre 2013)
330
C’è il black out, fermiamoci a pensare
Purtroppo quando è saltata la corrente ero già sceso in città per lavorare, ma come avrei voluto essere lassù in montagna ­ con i miei fi­
gli ­ a godermi la tempesta di Natale con il suo lungo black­out.
Quanto avrei voluto essere lì mentre la casa diventava all’improvviso silenziosa, senza la musichetta infernale dei video giochi e nemme­
no il ronzio del frigorifero. Che poi, quando il black­out si è rivelato (molto) più lungo del previsto mi giurano che sia bastato seppellire gli alimenti nella neve e poi godersi la cucina bollente grazie alla stufa a legna.
Quanto avrei voluto essere lì ad assistere alla rivincita della vecchia stufa costruita ses­
sant’anni fa dalle Officine Parissenti su quelle infernali stufette a pellet che si vantano di fun­
zionare a legna, ma quando stacchi la corrente vedi il fuoco che si spegne.
Ho chiamato le due pesti al telefono (funzio­
nava) e ho chiesto: cosa fate? Imbeccati da chissà chi mi hanno risposto: le cose di una volta. Che vuole dire divertirsi con la slitta die­
tro casa senza rimpianti, perché tanto le seg­
giovie sono ferme. Che vuole dire giocare a car­
te, scacchi, dama perché la televisione è muta. Che vuole dire restare tutti assieme in un paio di stanze, fin dove arriva il calore del fuoco.
Come avrei voluto ­ soprattutto ­ essere lì a veder scendere la notte, inesorabile, alle cinque della sera e farla finalmente da padrona senza l’odiata insegna (dell’odiata banca) a inquinar­
mi l’orizzonte con le sue luci colorate togliendo­
331
mi lo spettacolo del cielo.
Poiché non c’ero, non saprò mai qual è dav­
vero il colore della notte nel nostro piccolo pae­
se di montagna che i lampioni metropolitani colorano improvvidamente di arancione.
Mi dicono che il figlio maggiore sia stato ini­
zialmente disperato per due motivi almeno: 1) quando è saltata la corrente non ha avuto ov­
viamente il tempo di salvare una partita della Wii che era (a suo dire) da primato; 2) poiché il black out è durato tutto il giorno non ha avuto (naturalmente) la possibilità di iniziarne subito un’altra. Ma la disperazione si è trasformata in grande soddisfazione quando si è trattato di scrivere il tema di italiano che era previsto nel­
la lista dei suoi compiti: quante cose da rac­
contare dopo la scoperta che un interruttore della luce e un telecomando possono perfino (oh che sorpresa!) rivelarsi disubbidienti al toc­
co del padrone.
Quanto avrei voluto starmene lì in poltrona a dettare un pezzo come questo (perché sia chia­
ro che, nonostante abbia superato da poco i quarant’anni, ho avuto la breve fortuna di spe­
rimentare un’epoca ormai perduta in cui gli ar­
ticoli si dettavano al giornale) senza che mi po­
tesse sfiorare il pensiero di salire in auto. Per­
ché è inutile sprecare benzina, nel giorno in cui il black out paralizza pure i distributori. La tempesta di Natale va rispettata, chi l’ha vissu­
ta ha capito il messaggio: fermiamoci a pensa­
re.
(28 dicembre 2013)
332
La parola magica per imparare a sciare
Il percorso da seguire per raggiungere la pa­
dronanza dei segreti dello sci è lungo e fatico­
so, ma in alcuni casi può essere sufficiente una parola per compiere all’improvviso notevoli progressi.
Ci sono vari motivi per iscrivere un figlio pic­
colo al corso di sci. Ci sono genitori che spera­
no di tirar su un figlio campione, ma senza più Tomba sono ormai una minoranza. Ci sono quelli che hanno capito che mezza giornata di maestro di sci (in gruppo) costa sempre meno di una baby sitter e dopo aver portato i bambi­
ni al campo scuola prendono la prima seggiovia e spariscono. Ci sono quelli che si presentano sulla neve con la giacca da città perché non sanno sciare ma sognano per il figlio un desti­
no più sportivo. E poi ci sono quelli come noi, che vorrebbero al più presto portarsi dietro i bambini sulle piste, ma non sanno da che par­
te cominciare e allora chiedono aiuto al mae­
stro.
I problemi da affrontare sembrano infiniti: bi­
sogna imparare a mettersi gli scarponi, allac­
ciarsi il casco, agganciare gli sci, tenere i ba­
stoncini (ma questo viene dopo), rialzarsi quan­
do si cade e sperare che non nevichi o tiri ven­
to altrimenti sono guai perché i bambini (che sono saggi) vogliono andare nel rifugio. Questo è quello che ha passato il piccolo in queste va­
canze di Natale.
E poi abbiamo il grande, che ormai scende quasi ovunque ma ­ avendo preso tutto dal pa­
dre ­ alle piste nere preferisce un panino con la 333
salsiccia e produce mirabolanti resoconti delle sue discese che sono (purtroppo) molto più av­
venturosi di quello che avviene in realtà. Aven­
do preso dal padre, sono molti quelli che trova­
no da ridire sul suo stile: avanti col busto! tieni le braccia aperte! guarda a valle! mantieni la diagonale! Ma lo sci alpino è una faccenda complicata ed è alto il rischio di demoralizzarsi quando gli sci non rispondono ai comandi.
Alla fine abbiamo deciso di fare un paio di pi­
ste assieme ­ soli io e lui ­ per cercare di risol­
vere il problema di questo sedere troppo indie­
tro, come se la discesa gli facesse un po’ paura invece di sedurlo come accade ad altri bambi­
ni. Dopo una decina di curve, quando mi è par­
so che fosse sulla strada giusta, l’ho fatto fer­
mare e mi sono inginocchiato sulla neve per essere alla sua altezza, come deve essere quan­
do si vuole fare un discorso “a tu per tu”. L’ho guardato dritto negli occhi, gli ho detto che an­
dava molto bene e infine ho pronunciato la pa­
rola magica.
E’ andata che sua madre, quando l’ha visto arrivare in fondo alla pista così convinto, gli ha chiesto divertita: cosa ti ha detto il papà che all’improvviso hai imparato a sciare? Ma lui è rimasto zitto, a godersi meritatamente il suo successo. Perché una carota (quando uno ne ha bisogno e soprattutto se la merita) può fare più di mille bastonate. Soprattutto quando sei sulla strada giusta e qualcuno ti dice: bra­vis­
si­mo.
(4 gennaio 2014)
334
La neve ci apre le porte dell’avventura
La neve è bianca, pulita, copre le brutture e assorbe i rumori regalandoci il silenzio. Ma il vero motivo per cui amo la neve è che spalanca (anche di fronte a noi adulti) le porte dell’avventura.
La neve allunga le distanze: provate ad af­
frontare (con un metro di neve fresca al suolo) una di quelle semplici passeggiate estive per rendervene conto. La neve rende complicato (e quindi avventuroso) anche andare a fare la spesa dall’altra parte del paese oppure salire la rampa del garage. La neve ci ricorda ­ almeno una volta l’anno, quando viene l’ora di spalare il vialetto ­ che è un delitto sprecare i muscoli di cui siamo dotati per pigiare il tasto di un te­
lecomando. La neve punisce gli elegantoni e ri­
chiede gli scarponi, che poi sarebbero le mie calzature preferite. La neve è il contrario della noia, se non altro perché porta con sé un inter­
rogativo: ma quanta ne arriverà?
Sono un sognatore e quindi tengo nel baga­
gliaio dell’auto una piccola pala che mi servirà per cavarmi dai guai quando resterò impanta­
nato nella giungla. Ho pure una corda che ­ le­
gata all’argano di un collega esploratore ­ po­
trebbe salvarmi da un’improvvisa piena o ­ ap­
punto ­ da una colossale nevicata.
Ma i sogni ogni tanto si avverano, come l’altro giorno quando sono giunto su un passo dolomitico, coperto da almeno un metro e mez­
zo di neve, assieme a un parente di cui non ri­
velerò il nome perché in questo mondo crudele c’è bisogno di pietà.
335
E’ finita che ci siamo ritrovati in una specie di parcheggio, dove è stato chiaro che l’anoni­
mo parente ­ con le ruote affondate per metà ­ non sarebbe mai riuscito a rimettersi in carreg­
giata. Era inutile anche la pala (che ho tirato fuori all’istante) visto che l’auto quasi toccava con il pianale.
Così ­ tra le donne presenti ­ qualcuna ha buttato lì che bisognava chiamare i vigili del fuoco. Ma noi le abbiamo subito zittite: «Mette­
te subito via quei cellulari, a costo di restare qui fino a Pasqua». Il mio parente parlava per orgoglio, mentre io ero determinato non farmi scippare da nessuno la gloria di un salvataggio in piena regola, per di più davanti agli occhi dei miei figli.
Ho tirato fuori la corda e il gancio traino, ho fatto allontanare tutti, ho messo la manopola su 4x4 e ho accelerato. In pochi minuti erava­
mo pronti a ripartire. E soprattutto avevo rego­
lato un vecchio conto in sospeso con quel pa­
rente ­ di cui non rivelo il nome perché mi sen­
to buono ­ che tanti anni fa, quando ancora avevo la Panda scassata, mi aiutò a mettere in moto l’auto un giorno che c’erano diciotto gradi sotto zero. Facendomi notare che non si va in giro d’inverno senza i cavi della batteria. E ora posso aggiungere: ma nemmeno senza la corda per il traino. Uno pari.
(11 gennaio 2014)
336
Al bazar cinese costa poco anche l’inutile
Il prezzo giusto di un martello è 1 euro e 20 centesimi, soprattutto se è lungo una ventina di centimetri, perfetto quindi per le mani di un piccolo cinese. Questo almeno è quello che ri­
sulta dalla visita a un bazar orientale
Ci sono andato su consiglio di una madre a cui avevo chiesto dove aveva comprato una pic­
cola lanterna di carta per la festa di suo figlio: “Dai cinesi” mi ha risposto. Così ci sono andato anch’io, dai cinesi, in quel bazar dove ci sono oggetti di ogni tipo che costano pochissimo.
Lì dentro, passeggiando tra gli scaffali, mi sembrava di essere in un quel catalogo d’altri tempi (si chiamava gli Introvabili) dove potevi ordinare a basso prezzo oggetti in realtà inutili di cui però ti convincevi di avere un gran biso­
gno.
Cerchi una telecamera finta per far paura ai ladri? I cinesi ce l’hanno. Fuochi d’artificio? Ci sono. C’è pure un oggetto che si chiama “inser­
to per porta” e in realtà è un banale seghetto a mano, tanto per dire che devono ancora fare progressi nel settore traduzioni.
Perdendo tempo nel bazar ho scoperto in realtà di averne perso molto di più trascorren­
do interi pomeriggi nel vano tentativo di aggiu­
stare giocattoli delicatissimi che in realtà co­
stano meno della colla con cui mi sono attacca­
to anche le dita. E stavo per acquistare una torcia elettrica dal prezzo inferiore alle sue bat­
terie (che pure erano incluse!). Ma forse è nor­
male. Come la mia stampante che ­ acquistata in offerta ­ è costata meno dell’inchiostro (in­
337
cluso pure quello!).
E poi ho visto l’automobile telecomandata. Cioè il desiderio negato della mia infanzia; il vero motivo (inconscio) per cui ancora oggi tut­
te le mattine mi sveglio all’alba interrogandomi su ciò che mi manca; il simbolo della differenza tra bambini appartenenti a classi sociali diver­
se; l’oggetto irraggiungibile che ho ammirato per anni con il naso schiacciato davanti alla vetrina del negozio di giocattoli finché sono cre­
sciuto e mio padre mi ha comprato il motorino (grazie papà). Quell’automobilina a forma co­
stava ­ ora ­ 19 euro. Un sogno diventato a buon mercato, di cui non importa più a nessu­
no.
Così sono uscito dal Bazar a mani vuote, an­
che perché i cinesi mi tenevano d’occhio come se fossi un ladro. Forse perché toccavo e foto­
grafavo tutto, compresi i lumini da cimitero “Lux Eterna” che risultavano “Made in Italy”, giusto per rafforzare le leggende sui cinesi che non si sa che fine fanno quando muoiono.
E’ finita che ­ prima che chiamassero la poli­
zia ­ sono salito sulla mia Bianchi da corsa del 1973, una bicicletta di colore celeste, come quelle di Fausto Coppi, che non si aggiusta con la colla e che, dopo che l’ho rimessa in sesto, ancora fa girare la testa agli intenditori per la strada. Un oggetto che da solo meriterebbe una puntata sul giornale (facciamo sabato prossi­
mo) più di mille carabattole che costano un euro o poco più e non le vorrei nemmeno se me le regalassero.
(18 gennaio 2014)
338
La mia bicicletta nuova ha 40 anni
La mia bicicletta nuova ha compiuto da poco quarant’anni e appartiene ­ come alcuni vini, ma non tutti ­ a quel genere di cose che miglio­
rano col tempo. Ecco la sua storia.
Per capire la storia di questa bicicletta biso­
gna andare indietro negli anni quando ­ so­
gnando di essere Fausto Coppi ­ varcai la so­
glia di un negozio in Corso Tre Novembre che vendeva biciclette di marca Bianchi. Sarà stato verso la fine degli anni Ottanta e ­ poiché non avevo molti soldi ­ ne acquistai una (molto) usata e (molto) malandata che costava 100 mila lire, ma aveva quel colore inconfondibile (il celeste Bianchi appunto) che prometteva grandi imprese.
Inseguendo un sogno, ipnotizzato da quella tinta pallida, commisi un grosso errore mador­
nale perché quella bicicletta ­ che montava un cambio Campagnolo mentre il ciclismo già co­
minciava a parlare giapponese ­ aveva fatto or­
mai il suo tempo.
Durò poco: giusto il tempo di cambiare un paio di tubolari, sostituire qualche raggio e la Bianchi finì dimenticata in un garage, appesa a un chiodo sul soffitto, dove rimase fino all’anno scorso. Ma ora ho avuto la mia vendetta: con quella bici d’altri tempi pedalo per la città e quando mi fermo al semaforo trovo sempre qualcuno che vuole sapere la sua storia, affa­
scinato da tanta nudità (della bici).
Per riportare in vita una bicicletta di qua­
rant’anni fa bisogna smontarla pezzo a pezzo. E poi rimontarla buttando via tutto quello che 339
non serve, secondo una tendenza moderna che è quella delle bici “fisse” o “single speed”.
Io ho fatto così: via i freni (sostituiti da una ruota con freno a contro pedale), via il cambio (che tanto in città non serve), via quindi tutti i cavi e le guaine, via la doppia corona (ho tenu­
to solo quella piccola). Il risultato è una bici nuda, che fila come un treno ed è silenziosissi­
ma.
Se sporcarvi le mani vi spaventa, sappiate che dopo una giornata passata a battere la ta­
stiera di un computer un po’ di grasso è quello che ci vuole. Se non sapete da che parte co­
minciare, partite da internet dove troverete le istruzioni che vi servono per smontare il movi­
mento centrale o la serie sterzo senza chiedere aiuto a un meccanico.
Così ora quando vengo al lavoro faccio la strada lunga e poi ­ poiché ancora non sono contento ­ tiro dritto lungo la ciclabile. Questa nuova bici è un inno all’essenzialità, come le barche a vela di certi velisti antichi, convinti che meno cose ci sono, meno cose si possono rompere. Vale anche per le bici.
La ricompensa è il complimento di una ragaz­
za all’angolo della strada che guarda questa specie di cimelio e con sincerità (mi è bastato guardarla negli occhi per saperlo) dice: “Ehi, che bella bici!”. Una bellezza senza tempo: quando la bici è uscita dalla fabbrica, lei non era ancora nata.
(25 gennaio 2014)
340
Quando la neve abbatte le barriere
Ho scritto di recente di come la neve allunghi le distanze, tanto che può diventare un’impre­
sa persino fare la spesa. Ma ieri ­ pala in mano ­ mi sono ricordato di quella nevicata, tanti anni fa, che ci rese più vicini.
Erano gli anni gloriosi della mia infanzia, quando ancora abitavamo a Cristo Re. Sotto di noi c’era una signora che chiamavamo sempli­
cemente Adami­C., perché così c’era scritto sul pianerottolo dove la incontravamo talvolta, buongiorno e buonasera.
Di tanto in tanto, quando la salutavo come si deve, aggiungendo magari qualche chiacchiera, poteva succedere che la signora Adami­C. si la­
sciasse andare a una battuta, sempre quella: «Come te parli ben, popo. Te parli come che te salti». Perché in quel condominio costruito ne­
gli anni Cinquanta, che negli anni Settanta co­
minciava a invecchiare, noi bambini vivaci era­
vamo considerati, dagli inquilini anziani, come una sventura.
Un giorno nevicò. E poiché era un giorno di festa ci ritrovammo in cortile a giocare a palle di neve. Quindi ­ animati da un improbabile spirito di solidarietà ­ cominciammo a spalare la neve davanti al piccolo garage in cui l’Adami­C. parcheggiava, con infinite manovre, la sua minuscola Fiat 126. Andammo avanti finché l’accesso fu libero. E poi ancora, fino al cancello principale, poi scese il buio e bisognò tornare a casa.
Giunti al primo piano vedemmo aprirsi la sua porta. Pensammo che volesse sgridarci perché 341
avevamo spalato tutta la sua neve, senza nem­
meno chiederle il permesso. E invece ci invitò a bere un caffelatte. Perché cioccolata ­ disse ­ non ne aveva.
Là dentro, in quel piccolo appartamento, sul cui soffitto giocavamo a calcio e a far le corse, scoprimmo dalle vecchie fotografie che era sta­
ta un tempo sposata. Salutarci da quel giorno fu più semplice. E fu più facile, in seguito, dar­
si una calmata quando la sentivamo battere, da sotto in su, col manico di scopa.
Qualche anno dopo arrivò la nevicata storica, quella del 1985, ma ormai avevamo cambiato casa. Quel giorno venne a pranzo da noi un amico che ­ pur avendo la famiglia lontana ­ era rimasto bloccato in città. Spalò la neve con gli altri papà del condominio e poi passammo il pomeriggio a giocare a Monopoli, grandi e pic­
coli.
Noi (!) che giocavamo a Monopoli tutti assie­
me: deve essere stato a causa nostra che conti­
nuò a nevicare così tanto.
Ieri, mentre spalavo la neve in cortile, mi è tornata in mente la signora Adami­C. e mi sono reso conto che di questa vicina di casa, buon­
giorno e buonasera, conoscevamo due cognomi ma non abbiamo mai saputo il nome.
Cari bambini del 2014, se avete una vicina di casa spalate la neve anche davanti al suo gara­
ge: se non una cioccolata, ci guadagnerete un caffelatte. E poi, senza paura, prima di andare via, chiedetele almeno il nome.
(1 febbraio 2014)
342
Il dolce virus della nostalgia
Si diffonde su internet il virus della nostalgia, quello che ci spinge a divertirci (un mondo!) a raccontare sulla rete globale come siamo e so­
prattutto come eravamo nei nostri piccoli cen­
tri e quartieri.
Capita così che invece di usare la rete per esplorare il mondo nella sua immensità, la sfruttiamo per raccontare le nostre piccole cose, che poi sono quelle che ci fanno battere il cuore.
Ad esempio, solo noi che siamo cresciuti ai Solteri negli anni Settanta e Ottanta possiamo capire perché ­ ancora oggi ­ usciamo di casa per “andare in città”, anche se la città ha as­
sorbito il nostro quartiere di periferia ormai vent’anni fa.
Noi, che quand’eravamo ragazzi facevamo la Parigi­Dakar correndo con il motorino lungo le campagne di Centochiavi, dove nei canali gra­
cidavano le rane prima che crescessero i palaz­
zi.
Noi che quando hanno costruito il Bren Cen­
ter (in mezzo a quel deserto) ci siamo sentiti americani.
Noi che a Maggio ai Solteri (se non sapete cos’è peggio per voi) andavamo a rubare le ci­
liegie.
Noi che negli inverni più freddi (cioè quasi tutti quelli di un tempo) pattinavamo al prezzo di 1000 lire su un campo di ghiaccio realizzato dai ragazzi più grandi con la pompa dell’acqua.
Noi che su quello stesso campo ­ ricoperto di autentica sabbia sahariana ­ abbiamo giocato 343
a calcio quando i campi sintetici ancora non c’erano.
Noi che diciamo ancora “la cava del Redi”, anche se adesso ci hanno costruito una batte­
ria di condomini.
Noi che una volta andavamo a passeggio lun­
go una stradina che saliva verso la collina e poi ci hanno costruito in mezzo il maxi­tunnel di Martignano.
Noi che ­ come tutti ­ abbiamo le nostre pic­
cole storie che ci piace raccontare (e ricordare) anche se poi abbiamo cambiato casa e abbia­
mo conosciuto nuovi quartieri e nuove persone. Ma sono le storie di un tempo che ­ più delle altre ­ ci fanno venire la pelle d’oca. Forse per quella capacità che abbiamo di selezionare i fatti in modo che fra tutti i ricordi ­ a distanza di tempo ­ prevalgono i più belli.
In questi giorni in cui si diffonde il virus della nostalgia ho appreso che non sei fiorentino se non sai chi è il Gano, cioè il duro di San Fre­
diano. Ma non mi serve essere di Firenze per immaginare chi fosse, visto che ne avevamo uno anche noi. Anzi, più d’uno.
Potrei scrivere tante di quelle storie, ma qui sul giornale mi trattengo perché nei nostri quartieri di periferia è cresciuta gente (me com­
preso) capace di tagliarti le gomme al primo er­
rore.
Come si stava bene (per essere nostalgici fino in fondo) quando ci potevamo permettere il lus­
so di qualche marachella. Come eravamo felici, quando andavamo in giro per i Solteri, quando ancora non c’erano tutte queste telecamere.
(8 febbraio 2014)
344
La mia nuova dieta: mangia che ti passa
Leggo sempre su questo giornale i suggeri­
menti del dottor Michele Pizzinini per mangiare bene e tenersi in forma. Ma poi faccio di testa mia e ­ poiché sono debole ­ mi abbuffo a più non posso.
La mattina faccio una colazione abbondante, come prevede ogni dieta che si rispetti, perché ho bisogno di energia per affrontare la giorna­
ta. Poiché sono uno sportivo (nel senso che trent’anni fa facevo qualche gara di nuoto) sul­
le fette di pane tostato mi posso concedere an­
che il burro. Doppia razione, tanto so già che andrò al lavoro a piedi o in bicicletta. Ma poi fi­
nisce che piove, nevica, sono in ritardo e vado in auto.
A mezzogiorno mangio molto, perché ho una fame bestia, contando sul fatto che avrò tutto il pomeriggio per smaltire le calorie accumulate, comodamente seduto in redazione.
Verso sera, dopo un paio di cioccolate alla macchinetta del caffè (premendo il pulsante “molto dolce” per compensare le amarezze) gio­
co d’anticipo e mangio ancora per evitare il ma­
dornale errore ­ condannato da tutti i medici e i dietologi ­ di ritrovarmi alle dieci di sera, affa­
mato, con la tentazione di cucinarmi un piatto di spaghetti prima di dormire.
Infine arrivo a casa e ­ poiché ho fatto tardi al giornale, come sempre ­ scopro che le due pesti sono già nel mondo dei sogni e mi sono perso il resoconto della giornata. Quindi mangio, anche perché non si capisce cosa avrei combinato di tanto grave per meritarmi il castigo di andare a 345
letto senza cena.
In genere in cucina trovo una serie di avanzi che costituiscono la mia dieta (a)variata. Poiché sono affamato, mentre scaldo il purè nel forno a micro onde mi sbrano mezza cotoletta fredda e mando giù due forchettate di spinaci.
A quel punto potrei dirmi soddisfatto, ma io non mi accontento di essere sazio, voglio di più: voglio essere satollo. E, con gli occhi che mi brillano, ricordo che in frigorifero ci dovreb­
be essere un salame.
Dicono che le ciliegie sono buone, tanto che una tira l’altra. Ma avete mai provato con le fette di salame? Le taglio sottili, come particole, con il movimento zen di un coltello affilato come la spada di un samurai. Sono così sottili che una non mi basta, ne voglio un’altra e un’altra ancora. Naturalmente con il pane per­
ché da piccolo mi hanno impresso nella co­
scienza a lettere di fuoco che saziarsi di (sola) carne è un lusso che non ci possiamo permet­
tere.
Quando il pane finisce ripiego sui grissini fin­
ché ­ alle ore 23 circa, leggendo avidamente le notizie sulla crisi di governo come se fossero i capitoli di un romanzo ­ mi rendo conto di es­
sermi mangiato quasi un salame intero. E allo­
ra lo finisco, perché sarebbe un peccato avan­
zarne un pezzettino.
Per spegnere i bruciori di stomaco (e preveni­
re l’acidità) non mi resta che una vaschetta di gelato al fior di latte. La affronto armato di un cucchiaio da cucina per scoprire se davvero lì sotto, come c’è scritto sulla confezione, c’è uno strato di meringa. C’è! Posso andare a dormire 346
tranquillo chiedendomi ­ caro dottor Pizzinini ­ per quale grazia divina continuo a pesare 83 chili (che sono comunque troppi) invece dei 120 che forse meriterei.
Se le mie notti sono sempre più agitate, con la pancia troppo piena, la colpa deve essere di mia nonna. Sopravvissuta a lunghi anni in cui il cibo probabilmente scarseggiava, grande alle­
vatrice di conigli e galline a cui tirava il collo di persona, riempiva il piatto a noi nipoti dicendo: mangia che ti passa.
(15 febbraio 2014)
347
Neve gialla e il muflone va dall’avvocato
La neve è gialla e anche i mufloni vanno dall’avvocato. Due notizie che abbiamo pubbli­
cato nei giorni scorsi sul Trentino e che ci rac­
contano qualcosa di questo incredibile inverno. Ridiamoci un po’ sopra.
La neve è gialla. Almeno quella che è caduta mercoledì scorso. E se non ci credete, salite in montagna a verificare di persona. Dicono che la Natura pensa a tutto e forse è vero, visto che i tre metri di neve che ci sono sui passi dolomi­
tici ora ­ sporcati dalla sabbia del Sahara ­ si scioglieranno molto prima. Però non deve esse­
re un bello spettacolo.
Strano? Sempre meno del muflone che va dall’avvocato, com’è successo a Canazei dove una femmina incinta (e affamata) nell’impossi­
bilità di trovare cibo altrove si è rivolta allo stu­
dio dell’avvocato Talmon. La foto l’abbiamo pubblicata in prima pagina sul giornale di mer­
coledì e l’hanno ripresa pure le televisioni.
Per restare in tema di animali, sulle Dolomiti hanno fatto notizia i cervi che si sono rifugiati in una stalla a mangiare il fieno delle mucche.
Infine abbiamo visto i gatti delle nevi spostar­
si dalle piste da sci alla strada del Fedaia per dare una mano agli spazzaneve che si erano fermati (e temo siano ancora fermi lì) davanti a un paio di valanghe alte più di sette metri.
Lassù ci sono una decina di persone isolate, ma hanno una motoslitta per scendere a Cana­
zei a fare la spesa. Un giorno ho chiamato l’amico A. ­ proprietario di un rifugio sul passo ­ per chidergli: come va? Mi ha risposto che 348
proprio in quel momento usciva dal bar che c’è dall’altra parte della diga. Ho protestato: mi prendi in giro, se la strada è chiusa come fa il bar ad essere aperto? Risposta: siamo tutti qui bloccati, un giorno il mio collega fa il barista e io il cliente, il giorno dopo ci scambiamo, in­
somma ci aiutiamo tra di noi.
In dicembre e gennaio ­ che sono stati molto caldi, quando arriverà la bolletta del metano se ne accorgeranno anche gli scettici ­ è nevicato come non accadeva dal 1951. Almeno in mon­
tagna. E’ nevicato così tanto che a Predazzo hanno dovuto chiudere gli impianti di risalita minacciati dalle valanghe. Mal comune mezzo gaudio? Sul versante bellunese della Marmola­
da una valanga non si è limitata a “muovere” un paio di piloni, ma ha spazzato via l’intera seggiovia.
Troppa neve (bianca o gialla non importa) fa male anche al carnevale: a Campitello è crolla­
to un “mulino” che da anni usavano il martedì grasso per una rappresentazione. A San Marti­
no è crollato il vecchio cinema e sul passo Rolle il proprietario di una baita ha aperto la porta e si è ritrovato una slavina in cucina.
Di buono c’è che i turisti restano a bocca aperta: ho visto i tedeschi parcheggiare l’auto sotto un muraglione di neve e dire “wunderbar”. Perché anche una semplice po­
lenta ha il sapore di una conquista (meraviglio­
sa) quando la neve è più alta della finestra.
(22 febbraio 2014)
349
Il povero artigiano e il (ricco) consigliere
Questo è un pezzo populista (chi non gradi­
sce il genere legga altrove) dedicato a un arti­
giano appassionato che ha un unico difetto: non sa farsi pagare il lavoro quanto vale.
Frequento la sua bottega e ogni volta mi sor­
prendo del blocco che lo coglie quand’è il mo­
mento di presentare il conto. A quel punto ab­
bassa gli occhi, calcola il costo del materiale, minimizza il valore del suo lavoro (come se gli mancasse la fiducia in sé stesso) e alla fine, troppo spesso, se ne esce con qualche cifra ri­
dicola che non ha proporzione (lo sa lui e lo sa pure il cliente) con il servizio offerto. E aggiun­
ge: «Il resto me lo pagherai la prossima volta». Cioè mai, perché gli pare brutto chiedere soldi a gente che ne ha pochi, proprio lui che sa cosa vuole dire avere il conto in rosso. Ma il punto è un altro, gli piace talmente il suo lavo­
ro che è grato di poterlo fare. E lo farebbe pure gratis se non fosse per le bollette da pagare. Al­
lora ci scherza sopra e avverte la clientela: mi è venuto un lavoro così ben fatto che se dovessi presentarti il conto andresti in rovina, quindi per questa volta vai tranquillo.
E poi ci sono alcuni dei nostri consiglieri pro­
vinciali. Gente che in questi giorni si è vista re­
capitare cifre milionarie. Alcuni di loro ­ forse per un comprensibile imbarazzo ­ nei giorni scorsi hanno spento il telefono, rifiutandosi di commentare i maxi­rimborsi che hanno otte­
nuto in cambio del taglio alle pensioni.
Esatto: gli hanno tagliato la pensione e per non contrariarli gli hanno dato in cambio i sol­
350
di anticipati.
Pochi commentano, deve essere per la spro­
porzione (evidente a tutti) che c’è fra il compen­
so e il lavoro svolto. Alcuni di loro sanno cos’è la fatica: un bidello, un tecnico e un insegnan­
te (giusto per citare tre casi concreti) avrebbero impiegato una vita intera per guadagnare un milione di euro se non fossero diventati (udite, udite!) consiglieri provinciali.
I consiglieri provinciali. Devono essere stati ben importanti ­ nel passato ­ per percepire ci­
fre che liquidate in un colpo solo fanno spaven­
to. Eppure leggendo il lungo elenco di vecchiet­
ti, uomini che devono aver lasciato il segno nel­
la storia del Trentino, incontro nomi che non conosco. Mea culpa, faccio il giornalista da soli 15 anni, scusate l’ignoranza, ma chissà che pensa di questi milionari sconosciuti un giova­
ne senza lavoro.
Devono venire da un altro pianeta se è vero che un signore condannato per furto di orologi ci mette la faccia per difendere il suo vitalizio da 6 mila euro netti al mese e un’altra signora prende le parti di gente (come lei) che ha tra­
scorso vent’anni in politica, senza avere idea dell’effetto che fanno vent’anni in fabbrica.
Dicono che sono diritti acquisiti. Vadano a spiegarlo al signor C. (giusto per citare uno che conosco) che dopo quarant’anni passati nei tombini ad aggiustare tubi del gas, al freddo e al caldo, con la pioggia e con il sole, pensava di aver diritto alla (magra) pensione. E invece gli hanno detto: abbiamo scherzato, ne riparliamo tra due anni.
I consiglieri invece no: pretendono il diritto 351
(acquisito) all’opulenza. In un mondo sempre più precario (figlio dell’epoca da loro ammini­
strata) ricevono ricchi premi che li rendono ric­
chi sfondati al confronto delle famiglie impove­
rite. Sotto il palazzo ieri c’era un signore con un cartello che diceva: «Restituite il maltolto». E’ arrivato un politico e ha girato al largo. A che punto siete arrivati ­ cari consiglieri ­ per schivare a capo chino un cittadino che vi aspetta per dirvi: vergognatevi?
(1 marzo 2014)
352
Al Sella Ronda la luganega non c’è
Nel primi giorni di bel tempo di quest’inverno folle tutti a fare il Sella Ronda con gli sci. Ma ecco dieci regole da seguire (tra panini alla “lu­
ganega” e discese in libera) per chi vuol fare questo giro.
Prima regola, partite presto la mattina: a fine giornata ­ se vi sarete concessi qualche varian­
te ­ tra piste e impianti di risalita avrete per­
corso più di settanta chilometri e oltre 8 mila metri di dislivello. Meglio prendersi per tempo.
Secondo: il percorso più breve non la preve­
de, ma perché non provare una discesa lungo una pista di coppa del mondo di discesa libera come la Saslong in val Gardena? Evitate però di scendere in posizione a uovo per misurare la velocità con il gps e farsi fotografare dagli ami­
ci.
Terzo: scierete fra le montagne più belle del mondo, ma se non le conoscete resistete alla tentazione di indicarle per nome ai compagni di seggiovia che ­ più bravi di voi ­ vi potrebbero correggere. Volete farvi una cultura? Al Col Ro­
della c’è una tabella panoramica che farà al caso vostro.
Quarto: non pensate di farla franca utilizzan­
do uno skipass gratuito (quello che vi conse­
gneranno alla biglietteria ma che è riservato ai bambini più piccoli) perché al cancelletto fa un suono diverso e vi sorprenderanno subito.
Quinto: non dite (come l’altro giorno un turi­
sta romano che voleva saperla lunga) che tutta la neve di quest’inverno durerà fino all’estate perché non è vero. Con il sole di questi giorni 353
in realtà basteranno poche settimane.
Sesto: al rifugio non chiedete un panino alla “luganega” perché potrebbero anche non capir­
vi. E’ accaduto l’altro giorno al rifugio Bec de Roces sul passo Campolongo, dove il ragazzo che stava al bancone (straniero) ha risposto (divertito) che non aveva mai sentito chiamare in questo modo una “salsiccia”. Comunque il panino era buonissimo.
Settimo: lungo le stradine di collegamento (ad esempio dal passo Sella verso Pian del Gralba oppure dal passo Gardena verso Colfosco) guardatevi attorno invece di superare gli altri sciatori per arrivare primi all’impianto succes­
sivo.
Ottavo: per completare il Sella Ronda (code permettendo) vi serviranno cinque o sei ore, ma non sentitevi dei campioni se riuscirete a ter­
minare il giro in un tempo inferiore. C’è gente che è riuscita a compiere l’intero percorso at­
torno al gruppo del Sella per due volte inclusa anche la salita a Punta Rocca (Marmolada). Quest’anno il collegamento con la Regina è chiuso a causa di una valanga: comunque non provateci, il record infatti appartiene a uno sciatore agonista.
Nono: se vi sentite in forma fate il giro in sen­
so orario (percorso arancione) che è più sporti­
vo e divertente rispetto a quello in senso anti orario (percorso verde).
Decimo: meglio uno strudel di una grappa, anche perché avrete bisogno di gambe solide per arrivare in fondo.
(15 marzo 2014)
354
Il rumore della primavera
Ieri mattina, 21 marzo, alle ore 9 e 30 circa, ho sentito distintamente, con una certa dose di sorpresa e incredulità, il rumore che fa la pri­
mavera quando arriva: è una specie di scric­
chiolìo, timido ma inarrestabile.
Ero in casa, all’ultimo piano, quando tra una martellata e l’altra degli operai che lavoravano poco distante, ho sentito un rumore dietro le spalle. Mi sono voltato, ma non c’era nulla di anomalo e me ne sono fatto una ragione. Un attimo di silenzio e poi di nuovo, una specie di fruscio, quasi impercettibile: abbiamo i topi in casa? è rimasta la radio accesa con il volume al minimo? ci sono i tarli che rosicchiano le travi del tetto?
Se un rumore del genere ­ inquietante e mi­
sterioso ­ mi avesse colto nel cuore della notte mi sarei potuto spaventare, ma era mattina e avevo altro da fare. Finché uno scricchiolìo più forte, come di un foglio di carta patinata che si dispiega, mi ha paralizzato in mezzo alla stan­
za: era il fiore. Spingeva così forte per farsi lar­
go tra le foglie che è diventato il protagonista della casa. Sono rimasto a guardarlo e l’ho vi­
sto muoversi, come in quei documentari in cui si vede una giornata intera concentrata in po­
chi secondi. Si stiracchiava come se volesse at­
tirare la mia attenzione. Forse per vendicarsi di quel giorno di tanti anni fa in cui ho smesso di considerare le piante dopo aver scoperto (con una certa delusione) che le piante carnivore mangiano al massimo qualche insetto, mentre mio cugino aveva previsto la mia morte inghiot­
355
tito (ancora vivo) dalle foglie affamate e minac­
ciose di una giungla africana.
Se mi avessero chiesto, prima di ieri mattina, che rumore fa la primavera avrei risposto sen­
za esitazioni: il canto all’alba degli uccelli. Ma ora conosco il suono di un fiore quando sboc­
cia. Prima lui e poi suo fratello, che si è affac­
ciato al mondo pochi secondi dopo, mentre ero ancora lì ad osservarli.
Capisco benissimo, cari lettori, che ieri e nei giorni precedenti saranno sbocciati milioni di fiori, ma pensiamo un attimo ai due bulbi che avevo di fronte in quel vaso di vetro. Sono stati interrati assieme l’autunno scorso, poi hanno trascorso l’inverno in cantina dove ­ al riparo dal freddo e dalla luce ­ hanno messo radici. Non è escluso che io abbia brontolato, osser­
vando distrattamente quei due oggetti misterio­
si mentre cercavo gli sci o gli scarponi: chi è che lascia in giro le cipolle in questa casa? E’ un miracolo che non li abbia presi a calci. Infi­
ne ieri mattina, primo giorno di primavera, dopo quattro mesi di attesa, sono sbocciati a pochi secondi di distanza, obbedienti al grande orologio senza numeri e lancette che noi non siamo più grado di ascoltare.
Che spettacolo, che fiori esuberanti i nostri due giacinti rumorosi. Speriamo solo che non abbiamo anticipato troppo i tempi ­ magari per eccesso di zelo ­ visto che domani è prevista ancora neve.
(22 marzo 2014)
356
Scarica

finalmente sabato - La Repubblica.it