n.7
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The Godfather
Lev Nikolaevič Tolstoj
di JACOPO CIRILLO
J
acques Monod ha scritto un libro veramente pesante, un mattone alla
Filippo Pennacchio diciamo, che si chiama Il caso e la necessità. Per
carità di Dio, non leggetelo. Anche perché basta il titolo per riflettere. Io ho
letto tre libri di Tolstoj, tutti incredibilmente corti: di uno se ne è parlato su
Finzioni numero due, degli altri se ne parlerà adesso. Li ho letti praticamente di seguito, consigliati da due persone diverse, e in ordine casuale: prima
La morte di Ivan Il’ic, poi Padre Sergij. Se li avessi letti nell’ordine inverso
non avrei capito quello che sto per blaterare, dunque il caso nella successione è diventato necessità per la comprensione. È stato necessario che il caso
abbia scelto. Insomma, vabbè, abbiamo capito.
Nella Morte di Ivan Il’ic si parla della morte di Ivan Il’ic per un male incurabile. E del lento avvicinarsi della fine, in un viaggio allucinante nella sua
psiche, tanto da far pensare, seriamente, che Tolstoj fosse morto per riuscire
a (de)scrivere così bene. Sembra l’autobiografia di un morto. Te l’aspetti in
Lovecraft, non in Tolstoj, insomma. Alcune marche narrative intra ed extradiegetiche però, come l’uso della terza persona o l’effettivo stato di salute dell’autore, portano ad attribuire la stranezza alla sua abilità e non a
un’esperienza extracorporea.
In Padre Sergij si parla della conversione di Padre Sergij da promettente
principe della guardia imperiale a monaco in cerca di santità. Anche qui,
un’abilità irritante nel cogliere tutto quello che succede nella testa del protagonista. A questo proposito il buon Igor Sibaldi, traduttore di lungo corso,
dice benissimo che “un’esperienza religiosa altrui non esiste, è una contraddizione in termini”. Un po’ come la morte. E alla fine il buon Sergij non
muore nemmeno, dunque stavolta potrebbe essere davvero l’autobiografia
di Tolstoj, un santo wannabe, se non fosse per un incredibile verbo finale:
“In Siberia andò […] e adesso vive là” (p.86). Boom! Un urlo all’indicativo
presente.
Dunque abbiamo: due quasi autobiografie che, lette nell’ordine giusto,
definiscono una gradazione di possibilità di identificazione crescente ma
allo stesso tempo disattesa (morte: impossibile; vita in Siberia: improbabile)
ma, soprattutto, consacrano Tolstoj nell’Olimpo dei narratori. Infatti: o si fa
come Lovecraft, che parla per bocca di un morto nelle profondità di Cthulhu (facileee); o si fa come Tolstoj, che scrive talmente bene da instillare il
dubbio.
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Sommario
La citazione del mese
Le vite ortogonali
Nobel minori
Libri (quasi) mai letti
Biografie Edulcorate
Letterature Involontarie
Recensione/1
Le città letterarie
Mattoni
Metaletterari su carta
5
6
7
8
9
10
12
13
14
15
Punizioni!
La lettera che muore
Oh, Scena!
Pillole di Scienza
Viaggi
I ferri del mestiere
La posta dei lettori
Ghost World
Iperboloser
Contributi da
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Editoriale
O
h, salve. Benvenuti al nuovo numero di Finzioni,
più bello del precedente e meno del successivo.
ci abbia messo lo zampino.
Ma soprattutto - è questa la novità del mese - sta arrivando RadioFinzioni! Esatto, stiamo creando un programma musicalletterario di un’ora a puntata, in cui ci
saranno notizie, letture, traduzioni di racconti inediti,
sciocchezze e insospettati abbinamenti libro-canzone.
Presto i podcast sul sito finzionimagazine.it e la programmazione settimanale su Radio Sonora (www.sonora.ra.it).
Per una combinazione non so quanto fortuita, in questo Finzioni numero sette si parlerà di maiali. Sia come
base per una lardosemantica di provincia, sia come fonte
di sostentamento per nebbiosi e dediti porchettari. Ma c’è
molto altro, come Vite ortogonali di Jacopo Donati che,
dopo aver concluso la serie di Beaten Beatitudine, torna
prepotentemente sulla carta facendosi beffe di Plutarco e delle sue Vite parallele; oppure Punizioni!, dove il
chiacchieratissimo ultimo libro di Dan Brown viene allo
stesso tempo denigrato e apprezzato da una persona che
aveva giurato a se stesso di non leggerlo mai e poi mai. E,
per dare un tono di adulta serietà al tutto, all’interno vi
aspettano anche scottanti rivelazioni su Gargamella e la
fine del suo rapporto con i Puffi e in che modo Roald Dahl
E, ci raccomandiamo, abbonatevi a Finzioni su
finzioni.bigcartel.com. Costa meno di una birra ma
sballa di più (a meno che la birra non la compriate alla
bocciofila del paese, allora costa meno quella).
La Redazione
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Alla fine Gargamella si sveglia e si accorge di aver sognato i Puffi sotto l’effetto di un allucinogeno scoprendo così che in effetti i Puffi non sono mai esistiti.
Un mio amico l’altra sera
La citazione del mese
Giovanna Nuvoletti e Roald Dahl
di JACOPO CIRILLO
L
a serie televisiva dei Puffi
finisce con Gargamella che
si sveglia e si accorge che è stato
tutto un sogno. È vero, scaricatevi
la puntata[1]. Che finale deludente,
scoprire che il vecchio stregone
era l’onirico demiurgo di tutta Pufflandia. Io l’ho imparato qualche
tempo fa e, come con le grandi delusioni d’amore, adesso i finali a
sorpresa un po’ mi spaventano e, di
certo, non mi ispirano fiducia.
Ecco perché un libro come Dove
i gamberi d’acqua dolce non nuotano più di Giovanna Nuvoletti mi è
piaciuto così tanto: perché non c’è,
davvero, un finale. La storia di tre
generazioni di potenti aristocratici
che si snoda attorno alla mitica Capannina di Forte dei Marmi ha una
struttura decisamente ricorsiva:
succedono sempre le stesse cose
negli anni e il loro succedersi assicura una ripetizione infinita nelle
generazioni che devono ancora
venire, anche se, di fatto, non verranno mai. Niente scossoni allora:
a pagina 50 si sa già come finisce
perché se ne intuisce la struttura.
Di certo non succederà qualcosa
così trascendente/trascendentale
come il sogno di Gargamella (che
sia maledetto).
È la lotta, antica come quella del
bene e del male, tra la soddisfazione superficiale del “hei, non me
l’aspettavo” contro la più consapevole soddisfazione intellettuale del
“tutto progressivamente va al suo
posto, come avevo intuito”.
Poi però arriva Roald Dahl, quello che ha scritto La fabbrica di cioccolato e, nella fattispecie, anche
una serie di racconti “di humour
sofisticato e macabro” curati da
Guanda. La cosa più notevole dei
corti di Dahl sono i finali. Spesso la
parte più spaventevole e imprevista sono proprio le ultime righe ma,
nonostante la mia scottatura puffosa (puffarbacco), ne sono affascinato. Perché i finali, in Roald Dahl,
fanno senso, sia perché sono un
po’ funerei, sia, soprattutto, perché
elaborano e riorganizzano tutto il
5
significato del racconto, in maniera decisa e sorprendente. Non sono
banali colpi di scena come quello di Gargamella (che non spiega
nulla e nulla aggiunge alla narrazione), sono piuttosto “produttori
retroattivi” di senso. Come nella
più letterale delle tradizioni, il racconto si compie nel finale.
Che è meglio!
[1]
Scaricare illegalmente contenuti
audio e video da internet è un reato. Voi
rubereste una borsetta? E Finzioni? No,
Finzioni è a gratis.
Le vite ortogonali
Samuel Pickwick vs Hans Schnier
di JACOPO DONATI
P
lutarco scrisse una serie
di 24 biografie che prese il
nome di Vite parallele. Per ognuna
prese una figura greca ed una romana, le mise una affianco all’altra
e ne cercò le similitudini. Ma qui si
parla di finzione, mica di realtà!, e
così i miei grandi saranno i personaggi d’inchiostro dei libri. Lavoro
ben più umile il mio che, oltre a
esaminare solo una parte della vita
di questi personaggi, ne sottolineerà le differenze.
Hans Schnier
la parete grigia della diga, la crepa
che da piccola e invisibile diventa
tutto d’un tratto evidente, serpeggia fino in cima e poi c’è solo acqua.
Nel caso di Hans, sostituite all’acqua il liquore.
I cattolici diventano il bersaglio preferito del clown che in seminario ha proprio un fratello,
Leo. Hans compone il numero del
seminario per ottener soldi pure
da lui che sarà l’unico che potrà
offrirglieli. Ma Hans li rifiuterà:
Leo, infatti, ha fraternizzato col
nemico, Züpfner. Hans respinge
l’unica mano disposta ad aiutarlo e
finisce per odiare tutti coloro a cui
riesce ad addossare le sue colpe. È
il frutto degli sbagli che continua a
commettere e di quella che crede
integrità mentre altro non è se non
testardaggine.
Samuel Pickwick
R
H
ans Schnier è un clown
ventisettenne e alcolizzato,
partorito da Böll in Opinioni di un
clown. Non è di certo un clown che
fa ridere, anzi: si piange addosso,
spara a zero su tutti e passa il tempo a scorrere il dito sul disco del telefono, alla ricerca di qualcuno che
gli presti un po’ di soldi. Fallito è la
prima parola che viene in mente.
E qui entra in campo Maria, la
sua compagna prima che un certo
Züpfner arrivasse e se la portasse
via. Maria fu per Hans la crepa sul-
iassumere la vita di Pickwick
non è difficile, è impossibile.
La penna è di uno dei più grandi
romanzieri di tutti i tempi, Charles Dickens, e Il circolo Pickwick è
tra i libri più divertenti che abbia
scritto.
Pickwick parte con tre amici in
giro per l’Inghilterra, alla ricerca di
tutto ciò che merita di essere osservato. Troveranno storie incredibili,
personaggi strambi e una valanga
di guai. Un personaggio incarna
tutto ciò: Jingle. Jingle parla veloce, più veloce della sua bocca che
spezza le frasi, e risulta così energico che Dickens non può che tenerlo
6
in vita.
Le strade di Pickwick e Jingle
si separano dopo che questi l’ha
umiliato in più occasioni, ma si
ricongiungeranno: Pickwick, in
prigione per un malinteso con la
sua padrona di casa, fa un giro per
gli altri piani del carcere e incontra Jingle. Lo ritrova nell’ala degli
indigenti, prossimo alla morte, e
quella vista gli fa riconsiderare tutte le vicende passate. Fa preparare
un pranzo che lo rimetta in forze,
salda il suo debito e gli trova un lavoro. Quando anche la sua padrona
di casa sta per varcare la stessa soglia, Pickwick si decide a pagare il
debito che per cocciutaggine l’aveva portato lì e perdona tutti i suoi
nemici.
Fossero persone in carne ed ossa,
Pickwick batterebbe Schnier su
tutti i fronti. E infatti, uno finisce in
una casa di campagna, circondato
dai suoi amici e dai loro figli; l’altro,
triste e sconsolato, chiede l’elemosina sui gradini della stazione. Chi
è più felice tra i due è evidente.
Nobel Minori
“Foe” di J.M. Coetzee
di VIVIANA LISANTI
C
osa fareste, se in seguito
ad un naufragio, vi trovaste su un’isola deserta? Le prime
settimane scivolerebbero veloci
nella necessità di soddisfare bisogni primari quali bere e mangiare;
nel tentativo disperato di attirare
l’attenzione di possibili salvatori
accendendo un fuoco sulla spiaggia. Ma una volta costruiti degli
strumenti rudimentali con i quali
cacciare e pescare, trovata una sorgente d’acqua fresca e un luogo riparato dove riposare; una volta rassegnati all’idea di dover trascorrere
ancora molti mesi, forse la vita intera su quell’isola sperduta in mezzo all’oceano, allora cosa fareste?
Susan Barton, che su quell’isola
si trova, non ha dubbi: troverebbe il
modo di tenere un diario sul quale
scrivere di sé, della vita che si trascina lenta su quell’isola cosicché
i futuri viaggiatori, approdandovi,
possano leggere la testimonianza
della sua presenza, assicurandole
di non cadere nell’oblio. Un’esigenza non condivisa dal coinquilino
Cruso, che su quell’isola è arrivato molto tempo prima eppure non
ha mai pensato di scrivere, tanto
meno di insegnare a scrivere a
Venerdì, lo schiavo nero suo compagno di sventura, al quale hanno
tagliato la lingua in circostanze
misteriose. Come fa Cruso a non
avvertire l’impellenza di fissare indelebilmente quello che gli sta accadendo? Giacché gli anni passano
e con il tempo i ricordi sono destinati a sfumare, cosa porterà sulla
terraferma della sua avventura, nel
caso venisse tratto in salvo?
“Vista da un osservatorio troppo
lontano, la vita comincia a perdere
la sua peculiarità. Tutti i naufragi
diventano lo stesso naufragio, tutti i naufraghi lo stesso naufrago,
scottato dal sole, intristito dalla
solitudine, vestito delle pelli degli
animali uccisi.”
Per Susan sono i dettagli a sancire la differenza, a far si che ogni
esperienza sia irripetibile. Ed è la
scrittura a far si che la vita si faccia
storia cioè che un evento vissuto
nel passato, attraverso la rielaborazione racchiusa nell’atto di
scrivere, venga ordinato cronologicamente, con un inizio e una fine,
ed acquisti finalmente un senso.
La scrittura quindi è necessaria a
trasformare il vissuto in qualcosa
di comprensibile, o per lo meno di
indagabile.
L’urgenza di capire, di trovare
un significato all’anno trascorso
sull’isola, spinge Susan, una volta
tornata in Inghilterra, a conferire
ad uno scrittore, Foe, l’incarico di
scrivere la sua storia.
E qui inizia il travaglio di Foe,
ovvero simbolicamente il difficoltoso cammino che intraprende qualunque scrittore insignito
dell’arduo compito di trarre da una
materia confusa, imperfetta, quale
è la vita, un’opera d’arte compiuta.
Cruso è morto durante il viaggio
dall’isola alla terraferma, Venerdì
è muto e non sa scrivere, Susan,
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la musa di Foe, racconta della vita
sull’isola come di un’esperienza
monotona : giorni che si susseguono tutti uguali, che si trascinano
nella noia. Lo scrittore deve affidarsi alla finzione della narrazione
nel tentativo di rendere il romanzo
interessante: riempie i vuoti con la
fantasia; trae dal silenzio di Venerdì le parole; dai fantasmi dei ricordi
di Susan crea i personaggi del suo
libro.
Ma queste abilità non bastano.
La gestazione dell’opera sembra
non finire mai, il percorso è più
complicato di quanto Susan pensasse. La nobile arte che esercita
Foe non si risolve nel trascrivere. E’
un’arte misteriosa e indispensabile, un’arte sacra.
“Chi racconta una storia (…)
deve divinare quali episodi della
sua vicenda racchiudono promesse di compiutezza, districandone i
significati nascosti, intrecciandoli
insieme come si intreccia una corda. A districare e intrecciare come
in ogni mestiere, si può imparare.
Quanto però al determinare quali
episodi racchiudono una promessa (come le ostriche le perle) non a
torto quest’arte si chiama divinazione.”
Foe, J.M Coetzee (Einaudi, 145
p., € 15)
Libri (quasi) mai letti
“L’amante” di Marguerite Duras
di MARIA GIOVANNA ZICCARDI
L
a finzione dei libri quasi mai
letti nasce molto più banalmente di quanto possiate pensare.
I libri si leggono, si rileggono, si
sfogliano, si scelgono, si giudicano,
e si “sentono”, anche. Anzi, più li si
ama, più capricciosa diventa l’epidermide: quell’istinto che si somma alla curiosità e alle conoscenze,
ma comunque le precede tutte e
forse alla fine si prende pure l’ultima parola.
Ecco perché non leggo L’amante.
Fondamentalmente non avrei altro
da dire, ma visto che mi concedono
altre 3052 battute da spendere, cerco di spiegare in che senso. A me,
prima che a voi.
Se entro in libreria senza sapere
che esiste Marguerite Duras e incontro un titolo che fa L’amante, io
tiro dritto. Voi no? Confessiamolo: i
libri si scelgono, proprio perché un
po’ si sentono, anche dal nome. E a
ben vedere non è nemmeno un criterio tanto assurdo: da una storia
che si chiama così mi aspetto tutto quanto di più prevedibile possa
ruotare intorno ad un amante. È
associazione di idee. Per questo
editor accorti hanno trasformato Pansy in Via col vento, L’ultimo
uomo d’Europa in 1984, Prime impressioni in Orgoglio e pregiudizio.
Poi non è vero che da un titolo
estroso esca il libro della mia vita.
Ma forse perché dice tutto, forse
perché non dice abbastanza, forse perché resta grigio e anonimo,
dall’amante io non mi aspetto proprio nulla di stimolante.
Facciamo finta, invece, di sapere
benissimo che esiste Marguerite
Duras, che è una grande scrittrice
e che L’amante è il suo “best seller”.
Questo mi trattiene sul libro: anziché tirare dritto mi fermo, lo guardo, lo prendo in mano, lo sfoglio.
Ma non mi invita, mi invita piuttosto alla cautela. Istintivamente associo alla parola “best seller” uno
spreco di tempo; il libro che legge
il mio vicino di ombrellone; il libro
che regalo a chi conosco, non a chi
amo. E poi, non mi piace che ad essere coronata come tale sia proprio
una delle ultime opere della scrittrice. Potrebbe essere il culmine
del percorso letterario; ma potrebbe essere vero anche il contrario:
che Marguerite abbia ceduto qualcosa di sé, abbia barattato forza
espressiva, potenza di significati,
con qualcosa di più mite, di più accessibile, di più facile. Che accade
quasi per distrazione e si ritrova
perfetto per essere “sold”.
Continuo a fiutare: sentore di banalità, la banalità in cui è troppo facile cadere quando si batte
il sentiero, vischioso e rischioso,
amore/sesso/biografia. Non mi
fido di queste contaminazioni evidenti, smaccate. Temo che gonfino
la storia per poi afflosciarla in una
“piccola storia”, che mi lascia senza niente in mano o mi fa venire
voglia - orrore - di vedere il film (e
dire, puntualmente, immancabilmente, la frase fatale: «Era meglio il
libro») oppure mi lascia smarrita e
delusa, afflosciata appunto: «È tutto qui? o sono io che non capisco?».
8
Ma ancora: lo stile di Marguerite è
spoglio eppure densissimo; è una
grande artista perché scrive con
spessore, perché scava anime e linguaggio. Lo so perché ho letto due
dei suoi libri minori, Occhi blu capelli neri e Giornate intere tra gli alberi. Ritroverei lo stesso senso raffinatissimo della discrezione? Le
altezze, i chiaroscuri, i fantasmi?
Quale abilità, per il miliardario cinese e la quindicenne francese, di
fare gli acrobati sull’esistenza? Di
sviscerare volando?
Non mi fido, io, dell’amante.
E ringrazio questa rubrica per concedermi il lusso di essere semplicistica.
Biografie edulcorate
Daniel Wallace
di ANDREA MEREGALLI
D
aniel Wallace, diciamocela
tutta, non se lo fila nessuno.
Cioè, voglio dire, se Tim Burton,
quel giorno, proprio quello, avesse
deciso di farsi un giro anziché un
film, noi, di Daniel Wallace, non
avremmo mai sentito parlare.
dre sta morendo, un figlio corre
al capezzale, una madre soffre di
brutto, una nuora è decisamente
gravida. E poi arrivano i giganti, i
nani, il circo, le streghe, le gemelle
siamesi, la città sommersa, il fiume, il grande pesce.
Film? Hai detto film? Ma quale?
Sai, ce ne sono tanti in commercio,
razza di zuccone! Ah, quindi voi,
manco il film conoscete? Ma, scusate, redazione. Scusate. Il lettore
medio di Finzioni è così scialbo?
Così puerile? Così balocco? Cirillo,
non va bene. Non ci sto. Mi parlavi
di cultura, di gloria, di tette mastodontiche. E che cazzo! Comunque,
scusate, mi è passata. Ora respiro
profondamente e mando giù due
gocce di quelle forti. Ok. Quindi.
Vediamo.
ca, ho trovato anche Il Re dei cocomeri (2003). Bello, anzi, bellissimo.
Proprio le storie che piacciono a
me. Una paese e la sua sagra. E tutti
i cazzi e i mazzi. Gente un po’ pazza. Situazioni grottesche. Tra il sì e
il no. Questo surreale che ci aggrada. E un sacco di uomini vergini.
Del 2007 è Mr. Sebastian e l’ombra del diavolo e, questo romanzo, non avete scuse, lo si trova
con prepotenza nelle librerie. Io,
pensate, non l’ho nemmeno cercato, me lo sono trovato lì, con la
copertina blu, accattivante, quasi
erotica. Praticamente è la vicenda
di un uomo di colore che sbianca.
No, ragazzi. Non è la biografia del
compianto Michael Jackson. E no,
ragazzi. La parola “vitiligine” non
viene mai nominata. Lui è un mago
e se la deve vedere con il demonio.
Big Fish! (1998)
Brutto affare.
Sì, diamine! L’ha scritto proprio
lui! E non è un libro egregio? Io lo
trovo pregevole. E lo trovo ricco e,
tra l’altro, lo trovo molto meglio del
film che, a sua volta, lo trovo molto
meglio di tanti altri film che trovo
rispettabili.
Tutto qui? Cioè, ci hai fracassato le palle e te la sei menata con
questo Daniel Wallace che, poi, ha
scritto solo tre libri?
Ehm, cioè, sì. Effettivamente. È
così. Non è colpa mia se i biliardi di
racconti che ha scritto, nessuno si è
preso la briga di tradurli. Ha vinto
dei premi, questo qui. Ma niente.
Io trovo cose e parlo con gente.
E Daniel Wallace è nato nel 1959,
in Alabama, Stati Uniti d’America.
Pensate un po’: prima di pubblicare Big Fish ha scritto 5 romanzi che
sono stati segati dagli editori. Tutti.
E 5.
Anzi. Ha scritto Elynora, un libro
per ragazzi, ci sono le illustrazioni,
anche.
Che fottuta figata!
Sicché, amici.
La storia la conosciamo. Un pa-
Sta di fatto che in Italia, bibliote-
9
Letterature
involontarie
Sapere di maiale.
Per una lardosemantica
di provincia
di EDOARDO LUCATTI
L
a semantica dei prototipi è
uno dei modi con cui posso
studiare il significato delle parole.
Comincio chiedendomi, ad esempio, quali sono i criteri in base ai
quali chiamo maiale un dato maiale. In effetti potrei chiamarlo animale, suino, ungulato artiodattilo,
maiale di mezza età o prossimo al
macello, maiale di Norcia. Perché,
il più delle volte, lo chiamo semplicemente maiale? L’idea è che nella
struttura categoriale vi sia un livello privilegiato o privilegiabile:
è il livello di base (maiale), distinto
dal livello sovraordinato (animale)
e da quello subordinato (suino di
razza mora romagnola). Dei molti
motivi per cui questo livello di base
è privilegiato rispetto agli altri, ne
affronterò uno che mi torna piuttosto utile. Questa sera non mi farò
una bistecca di animale, e nemmeno una bistecca di suino di razza
casertana; questa sera mi papperò
una braciola di maiale o, più semplicemente, mangerò del maiale.
“frassino”). Anche negli altri due
livelli, volendo, si possono classificare gli oggetti, solo che non
conviene. Dire di un maiale che è
un animale non mi costa nulla ma
non mi dice molto su ciò che ho di
Quindi il livello di base è privilegiato perché entra nelle mie azioni
quotidiane, e anche per questo è
il primo in cui i bambini percepiscono e classificano gli oggetti (dicendo “albero”, e non “vegetale” o
10
fronte. Dire di un maiale che è un
suino di razza mora romagnola mi
fornisce tante informazioni ma mi
costa anche una fatica elefantiaca
e proboscioidale. In sostanza, il
livello di base mi dice tutto quello
che generalmente mi serve senza
incasinarmi troppo la vita. Insomma: ha il migliore rapporto qualità/
prezzo. Se dico maiale so che me lo
posso mangiare, so che è più buono
del pollo (piantiamola con questo
insolente relativismo dei gusti, per
Dio), so che è intelligente e piuttosto stronzo, so che va cotto di
più rispetto al vitello e so che una
volta Homer Simpson ne ha rincorso uno morto che volava con una
mela in bocca. Faccio fatica a sapere queste cose? No, mi vengono
semplicemente in mente. Il livello
di base, come direbbero le felsinee
genti (aggettivazione tutt’altro che
basica), “è una gran bazza”. Ci sta
dentro tutto e non costa nulla, olè!
Cesare Cadeo e Giorgio Mastrota,
insigni studiosi di semantica dei
prototipi, la venderebbero senz’al-
tro così.
“Venite a Budrio che c’abbiam
del maiale!”. Con queste parole il
sindaco di Budrio, ridente località
del bolognese, ha chiuso la presentazione della festa del maiale che
si sarebbe tenuta di lì a poco nel
suo bel paesino. I giornalisti presenti hanno scrupolosamente preso nota e l’invito è stato riportato
nella sua fulgida efficacia. Pensate
se avesse detto che nel successivo
weekend budriese l’agroalimentare avrebbe schiuso i segreti della
produzione suinicola del territorio.
A me sarebbero venute in mente
conferenze sull’organolettica del
maiale, visite guidate ad allevamenti durante le quali qualcuno
si perde e la comitiva rimane bloccata ad aspettarlo tra i porci che
defecano sotto un sole cocente, e
forse cortei di vegani in protesta
che lanciano piselli reidratati contro gli espositori di una mostra zootecnica. La stanchezza mi avrebbe
afflitto prima ancora di cercare su
Google Maps dove diavolo si trovi
Budrio. Se invece avesse semplicemente promesso che sarebbe stata
“una bella festa con tanti animali”,
avrei potuto lasciarmi atterrire da
immagini di caste fattorie aperte
a bimbi boccoluti che danzano tenendosi per mano mentre i padri li
guardano maledicendosi lo scroto
e ciò che ebbe a uscirne in quella
notte buia e tempestosa.
Invece no. Lui ha detto: “c’abbiam del maiale”. L’efficacia
dell’invito è nel “del”, espressione
spesso abusata in questa zona della Bassa e tuttavia dotata di una
sua particolare arguzia che ne fa
un potente attivatore semantico.
Il “del”, infatti, preposto che sia al
termine del livello di base (“maiale”), ne squaderna l’ampio spettro
di informazioni (tutte a costo zero,
ricordiamolo) senza vincolarne la
selezione. In una sola volta ci troviamo circondati da un florilegio di
maiabilità, in cui stanno assieme
facendosi però apprezzare in tutto
il loro preciso sapore la braciola di
lombo, la chiazza di sugo della signora Luisa che ti serve gridando
sopra la tua testa che non ha capito l’ordinazione dell’altro tavolo
pieno di invorniti, il tendone della sagra, la panza piena del dopo
pranzo, i vecchi che ti dicono che
loro ai tuoi tempi scopavano di più,
un’altra braciola di lombo perché la
prima era troppo buona, il foglietto
col numerino che devi sventolare
nella calca quando è il tuo turno e
il vino della casa che si aggrappa al
palato e ci resta per una settimana.
Insomma: maiale è il prototipo,
l’esempio migliore della categoria
di cui fanno parte “quelle cose lì”,
quelle che “sanno di” maiale. Il
“del” è il passe-partout per scorrazzare liberamente in questa categoria, slumandosi tutte le nitide
e informative immagini che essa
contiene e potendo così scegliere,
DEL maiale, ciò che meglio s’accorda al nostro gusto d’accedervi.
11
Verboso
metro
20
15
10
5
0
Ritaglia il verb osomet ro
e attaccalo sulla schien a
del tuo amico verbos o
Recensione/1
Verboso
metro
L’eloquio deloquia: lo si
parametri, dunque, in
funzione di soglie di
verbosità che ne dipanino
l’evolvere, l’involvere e
l’avvolvere.
Da 0 a 5 espressioni
verbose.
Latenza del verboso. Il
singolare riluce nel
pauperismo dei villici,
ramingo dinoterio prosodico
scampato all’impudente
glaciarsi del dire.
Da 5 a 10 espressioni
verbose.
Brezza verbosa. Distendesi
l’eloquio lungo plaghe
d’orpelli musabili,
muscovite di senso che
rattiene la voce in
gibigiana.
Da 10 a 15 espressioni
verbose.
Telluria verbosa. Ciacchero
clivo del sema che
incerona l’abisso a meta,
liberando legioni d’una
lutulenza che ‘l pudore
tenea per ascosa.
Da 15 a 20 espressioni
verbose.
Verbocrazia. Tripudio
fulgente della lingua: di
fuètto s’agguizzano i
nervi palatali; ne
promana un sentire che
mal s’addice al fucato
anelito del frasaio e ben
si predica, invece, d’un
dire-miele la cui voce per ovunque - si dissipa.
Più di 20 espressioni
verbose.
Verborrimìa. Il nulla
s’attarda nel discorso e
ne fa vano asfodelo.
Maiali nella nebbia
Matteo Bettoli
P
rima di Maiali nella nebbia
avevo letto altri due libri con
dei suini nel titolo (L’era del porco
di Gianluca Morozzi e Porci con le
ali di Rocco e Antonia), uno mi era
piaciuto e l’altro no. Gli animali
nei titoli dei libri, se non sono libri
per mocciosi, raramente indicano
l’animale in carne ed ossa. Spesso
sono lì per far scena. Qui Gentili
parla di suini veri, quelli da mangiare, quelli sapidamente controversi
ma che piacciono un po’ a tutti, uomini e donne, timorati e disinibiti,
tralasciando solo i vegetariani. Nel
mezzo della nebbia ci stanno degli
uomini, anche se si vedono poco,
che dedicano la vita all’animale
che, tra tutti, provoca più imbarazzo e ironia: il suino.
raccontarla ci si mette Fellini. Una
ragazza della costa mi ha detto un
giorno “tu vieni dalla Romagna più
becera, quella del tavernello, senza
il mare, c’avete la nebbia... mangiate la piadina alta... quella strana,
con lo strutto.” Ora, credo che le
campagne marchigiane siano simili a quelle delle mie parti. Becere.
Eppure ricche di dolcezza, una dolcezza che ha il sapore della cura e
del sudore.
Essere porchettari non dev’essere
facile, allevare animali in genere
non dev’esserlo, soprattutto se il
frutto di tanta cura e fatica dovrà
essere inevitabilmente macellato.
Il processo tanto auspicato e oliato
si chiude con una morte, ma è una
morte che non distrugge bensì
trasforma, converte e decodifica.
Decodifica il maiale, rendendolo
accettato. Nessuno sfotte il prosciutto, neppure i vegetariani.
Ho detto “ci sono uomini” e poi
ho divagato. Sono individui induriti da un lavoro spesso ingrato,
salvo celebrazioni e piccole soddisfazioni. Sono mariti, anche se
le mogli nel libro si vedono poco.
Spesso sono macchiette, comiche e
malinconiche, forse rassegnate ad
essere uomini non troppo amati. In
mezzo ci stanno storie di amicizie
virili simili a quelle che compaiono
in tanti romanzi d’avventura, una
bromance intesa come romance tra
bro, fratelli, che vivono sulla fatica, sulla necessità l’uno dell’altro,
sull’amore per la bestemmia, sulla
durezza e sulla nebbia. Che ritorna,
come un qualcosa che cancella ma
che permette pure il ricordo. Cosa
ricordi? Ricordo la nebbia.
Ci sono uomini, dicevo. Sono
uomini spesso in mandrie, in piccoli assembramenti di esemplari,
riuniti dalla missione della conversione. Ho ricordi vaghi di quando
andavo in campagna da bambino
ma ricordo lo spazio. La campagna
che conosco, quella romagnola,
è anti-romantica, reale, pure se a
Maiali nella nebbia di Enrico
Gentili, ed. Tracce, 2007, 14 euro
12
Le città letterarie
Roma, A immaginare una vita ce ne
vuole un’altra
di AGNESE GUALDRINI
“Il colosseo sta alla borgata come
la vespetta sta allo scooter. Quella
campava mille anni, questo ogni
due mesi finisce dal meccanico”
A
ppena mi sono trasferita a
Roma ho iniziato a camminare. E camminare, insieme ai
viaggi in motorino, è forse il modo
migliore per vivere la città. Essendo
io una donna piuttosto imbranata
ed essendo la guida degli automobilisti romani totalmente priva di
criterio, non ho mai avuto il coraggio di comprare un motorino tutto
mio e ho finito per fare, ogni tanto,
solamente la passeggera dietro le
spalle di qualcuno. Sono quasi due
anni che abito qui e buona parte di
Roma l’ho girata a piedi.
Roma è una città letteraria di per
sé. Perché in sé racchiude tutto. La
maestosità di san Pietro, la desolazione del Laurentino, la pace di Villa Borghese, i sabati sera più coatti
che abbia mai visto sulla via ostiense, il bel mercato di Testaccio, gli
immigrati di Piazza Vittorio, la
chiccheria camuffata da donna trasandata del Pigneto. E si potrebbe
continuare per ore. Il mio sguardo è comunque ancora, e lo sarà
sempre, uno sguardo straniero. Lo
sguardo di chi non è nato a Roma e
di chi, trasferendocisi, ne subisce il
fascino, ne acquisisce il luoghi comuni e si esaspera per la sua totale
mancanza di funizionalità.
Tanti scrittori hanno parlato di
Roma e tanti romanzi hanno Roma
come sfondo.
è scritto come si muovono i miei
pensieri (e non è forse questa una
delle cose più portentose della lettura?), forse perché l’autrice, fiorentina, parla di questa città in un
modo così completo (dai luoghi più
oscuri a quelli più rassicuranti),
questo è un libro che mi ha colpita
molto. Riesce a tessere in un’unica
trama le aspettative di chi viene a
Roma per cercare un’opportunità
e la città per quella che davvero
è, senza elogi, senza infamie. Un
giudizio asciutto ma sentito su un
grande paesone fatto di tanti quartieri. Una città che ti può dare molto, se non pretendi da lei cose che
non potrà mai darti.
Elena Stancanelli, A immaginare
una vita ce ne vuole un’altra (Minimum Fax, 2007). Forse perché
Quando mi sono trasferita a
Roma tutti mi chiedevano un parere. Io mi sentivo a casa. Abitante,
zi di trasporto rende Roma una
città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma Nord sanno di
Roma Sud soltanto storie, luoghi
comuni, leggende e viceversa. Le
ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della salaria, i Rumeni di Anagnina. Se abiti al Trullo
non ci vai a Tor Bella Monaca, né da
Dragona ti azzardi a raggiungere
la Bufalotta. Puoi calare al centro,
questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui
quartieri”.
“La scarsa efficienza dei servi-
13
Allora, quale delle due vite è? Perché per immaginare
una vita ce ne vuole un’altra: la vita poetica non è immaginabile senza quella fatta dalla quotidianità e dalle
sue certezze.
a volte, della solitudine non sentendomi però mai davvero sola. Roma non è una città moderna, non ti offre
nemmeno così tanti divertimenti o svaghi come immagineresti; in certi momenti Roma è antica e quasi ti
sembra immobile. È lì: scorre ogni giorno sotto la tua
finestra.
Roma è tutte e due le cose insieme.
Mattoni
“L’uomo senza qualità”
di Robert Musil
Peso: 3, 86 kg
di FILIPPO PENNACCHIO
Q
ui a Mattoni – approcci pesanti a contenuti pesantissimi – non abbiamo certo bisogno
di fare dotte citazioni – al massimo
giochiamo sporco e spacciamo
come nostra la farina dell’altrui
sacco, in barba a qualsivoglia correttezza deontologica – o di tirare
in ballo chissà quali nomi per dimostrarvi che di letteratura e di
libri pesanti ne sappiamo a pacchi.
E però, per legittimare certe cose
pese che andiamo a dire, ogni tanto ci concediamo qualche strappo
alla regola e lasciamo la parola
a ospiti illustrissimi (in genere
anziani, visto che «i vecchi spaccano», cfr. finzionimagazine.it).
Oggi, ad esempio, il buon Umberto
Eco – sì, lo sappiamo eccome che
citarlo è banale, scontato, quello
che volete – ci spiega perché nessuno ha mai veramente voglia di
leggere libri che pesano più di due
chili: «Potremmo domandarci se
era necessario che Manzoni inserisse quelle informazioni storiche
sui bravi. Si sa benissimo che il lettore è tentato di saltarle, e ciascun
lettore de I promessi sposi ha fatto
così, almeno la prima volta». Noi
I promessi sposi non li leggeremo
mai, ci mancherebbe, ma quel che
ci interessa è la bella idea messa a
fuoco da Umberto: quando leggendo un libro incontriamo lunghe parentesi descrittive, pedantissime
ricostruzioni storiche, momenti in
cui, letteralmente, non succede un
bel cazzo di niente, noi lettori di
Palahniuk spesso ci annoiamo tantissimo, alziamo gli occhi al cielo e
se non succede qualcosa – qualsiasi cosa – nell’arco di un paio di pagine decidiamo di passare ad altro.
Ecco, una persona che decidesse di leggere L’uomo senza qualità
– ma suvvia, nessun (giovane) ha
oggi voglia né (soprattutto) tempo
di prendere in mano un librone che
14
per dire che era «una bella giornata
d’agosto» tira in ballo minimi barometrici, isoterme, isòtere e oscillazioni aperiodiche o che contiene
capitoli con titoli del tipo «Il capodivisione Tuzzi scopre un difetto
nel funzionamento del suo ministero» – dicevo, una persona che
decidesse di leggere L’uomo senza
qualità si troverebbe probabilmente in imbarazzo nel constatare che,
come minimo, ogni singola pagina
va saltata a piè pari: niente azione, niente personaggi memorabili,
niente frasi particolarmente epiche
o ciniche da riciclare come status
su Facebook. Al massimo il borghesissimo protagonista intorta un
paio di tipe, si sbatte per riabilitare un falegname psicotico alto due
metri che ammazza dei gran troioni e ci racconta di piccoli e grandi
crucci in seno all’Impero austroungarico (sì, si parla un sacco di
Impero austro-ungarico). Il resto è
tutto un discutere di massimi sistemi, di filosofia storia meteorologia
arte politica eccetera.
D’altra parte, tra le pagine di
quest’opera-monstre che sarebbe
assurdo definire “romanzo” – dentro a questo bestione massimalista
che a un incipit altamente vago e
dal quale, eccezionalmente, non
si ricava nulla fa corrispondere un
finale che non è tale, perché incompiuto e perché avrebbe potuto protrarsi all’infinito – c’è un po’ di tutto, disordine soprattutto: mentre la
scrive, a Musil si disfa tra le mani,
e il risultato è che pagina dopo pagina il Nostro finisce per pisciare
sempre più fuori dal vaso.
sun motivo in particolare: non c’è ragione di perdere
mesi dietro a libroni che tanto non avrete tempo e pazienza per finire e che comunque non vi cambieranno
la vita. Anche se lo si è già detto: oltre a tediarti immensamente e a lasciarti dei bei segni rossi sull’addome se li
leggi sdraiato sul divano, i “mattoni” nascondono tra le
loro pieghe sempre almeno una fondamentale lezione
morale. L’uomo senza qualità, ad esempio, fra le altre
cose introduce fatalmente al preciso significato della parola “mediocrità”: «Un giovane in fase di attività
mentale – non siete voi – irradia continuamente idee in
tutte le direzioni. Ma solo quelle che incontrano risonanza nell’ambiente gli vengono rinviate e si consolidano, mentre tutte le altre irradiazioni si sparpagliano
nello spazio e vanno perdute. E così nel corso del tempo
le idee comuni e impersonali si rafforzano da sé e quelle
eccezionali si perdono, così che quasi ognuno, con la
precisione di un congegno meccanico, diventa sempre
più mediocre»: come a dire che alla fin fine, chi più chi
meno, tutti, tanto per rimanere in ambito scatologico,
facciamo cacare almeno un po’.
Indi per cui eccoci arrivati alla solita domanda: perché mai leggere un “mattone”? (Ma anche, se volete,
perché leggere Mattoni?) Come al solito, e cioè per nes-
Et voilà. Discutetene pure. Anzi, siccome di sicuro
non correrete a leggere il suddetto (bellissimo) mattone, fatevene una ragione. Ciao eh. Alla prossima.
Metaletterari su carta
Come ti faccio lo scrittore
di LICIA AMBU
A
llora, a Moccia (bla, bla, bla,
lo sappiamo già) gli tocca
scegliere le frasi dei cioccolatini,
perché dice che si è guadagnato
sul campo una specializzazione in
sentimentalismo romantico. Una
specie di direttore editoriale della
Perugina, per capirci. Tassi glicemici raddoppiati.
Coelho invece aveva deciso di
fare un film della sua Strega, ma poi
si è detto perché non donare questa
gioia ai miei lettori? Che lo facciano loro il film. Si è indetto quindi
un concorso. Lui, però, ha scelto i
migliori quindici da presentare a
Roma, precisiamolo.
Annosa anche la questione del
nome. Il figlio di King per esempio,
è anche lui scrittore, sotto pseudonimo però, perché non vuole usufruire di papà. Come ogni segreto
di pulcinella, presto detto l’hanno
smascherato. Il suo libro lo leggono
15
lo stesso, ma lui resta il figlio di Stephen K.
Last but not least il Dan B. Finalmente la grande opera è uscita (v.
pag. 16). Dei lettori non frega niente a nessuno, l’importante è che la
chiesa possa di nuovo farsi pubblicità incazzandosi, che i massoni
abbiano un pr e, soprattutto, che
Tom Hanks firmi di nuovo.
Punizioni!
cambiando continuamente scena e
personaggi, probabilmente per rincoglionirci e non farci pensare alle
puttanate che ci sono scritte.
“Il Simbolo Perduto”
di Dan Brown
di JACOPO CIRILLO
“Oh mio Dio! Ho commesso un
terribile errore!”
riferimento massone, anche i miei
studenti lo capirebbero?
Warren Bellamy, architetto del
Campidoglio e massone, p. 376.
E non è tutto: quando Brown
vuol far capire che non c’è narrazione normale ma qualcuno che
sta pensando tra se e se, scrive le
frasi in corsivo, una roba inventata
al tempo delle pitture rupestri. E
per rendere la storia, cito da fonti
anonime, “acuta, esaltante, velocissima”, non fa altro che spezzettarla in maniera esasperata,
facendo durare ogni capitolo due o
tre pagine e terminandolo con rivelazioni spesso fasulle come ho appena trovato la risposta e, dunque,
N
on paghi di punirci qualitativamente, noi di Finzioni
abbiamo deciso di flagellarci anche
quantitativamente. Per questo, il libro punizione del mese è Il simbolo
perduto di Dan Brown, 600 pagine
di finti colpi di scena, mezzucci
narrativi e sceneggiature pensate
da cento scimmie messe davanti a
una tastiera ed esortate a scrivere
a caso.
Le cose sono due, o i protagonisti
del libro sono dei ritardati (e può
essere), oppure Dan Brown pensa
che i ritardati siamo noi. Ma com’è
possibile che l’atletico Robert
Langdon venga condotto con l’inganno a Washington e costretto a
portare con sé un pacchetto dal valore simbolico inestimabile e questi si renda conto dopo ben cento
pagine che è quello la cosa importante, ciò che i cattivoni cercano, e
non la sua bella faccia? (ma certo, il
pacchetto!)
E come è possibile che la terribile mano mozzata trovata al centro del Campidoglio con il pollice
e l’indice rivolti verso l’alto faccia
tribolare per decine di pagine il
vecchio Bob per poi fargli dire che
quella posizione è un chiarissimo
16
Ci sono centotrentatre (133) capitoli, senza contare il prologo,
l’epilogo e dieci pagine bianche
alla fine per le annotazioni e gli
insulti.
E però, e però, alla fine me lo
sono letto tutto, e in pochi giorni.
Sia perché sembra un lungo pensierino dato da una maestra paziente a uno studente modello di
terza elementare, sia perché, insultatemi, è interessante. È questo il
problema di Dan Brown: dice delle
cose interessanti ma le dice male.
Ma sono talmente interessanti –
massoneria, noetica, Invisibile
College, crittografia, SMSC – che
ci si passa sopra volentieri, un po’
come l’insegnante suo e di David
Foster Wallace (sì, erano compagnucci di banco) che disse, rispetto a DFW, “Dan è bravo, ma in una
maniera più tranquilla”.
Looooser!
La lettera che muore
Quante Kcal ha un libro?
E quanti Km ti permette di percorrere?
di MICHELE MARCON
B
entornati a La Lettera che
muore, la rubrica di Finzioni
che tiene sempre i piedi in due staffe. E che, per capire come cambia il
mondo, torna indietro al Medioevo. Già, perché oggi voglio parlarvi di un oggetto a tutti noi molto
caro, un oggetto di cui si paventa
la scomparsa ormai da un lustro
bello e buono. Come avrete capito
sto parlando del nostro più amato
compagno di viaggio: il libro.
Fu solo nel Medioevo infatti che
il libro divenne un vero e proprio
oggetto di consumo, quasi come
lo intendiamo noi. La cultura europea medievale, tra scriptoria
monastici e spinte scolastiche, introdusse un nuovo tipo d’appetito
e di conseguenza un nuovo tipo
d’appetente. Tipo, quest’ultimo, in
cui noi di Finzioni, e immagino anche voi, ci riconosciamo appieno.
Sto parlando del cosiddetto topo da
biblioteca.
Petrus Comestor, del quale ho
anticipato le gesta il mese scorso,
fu il capostipite e il più famelico
esemplare di questa stirpe di roditori beneducati, e noi non siamo altro che suoi epigoni. Ovviamente si
tratta di un nomignolo affibbiatogli
dagli invidiosi, ma lui ne andava
così fiero che vi dedicò addirittura
il proprio epitaffio: “Petrus eram…
dictusque comestor, nunc comedor”, che suona più o meno così:
“Pietro sono stato… e chiamato il
divoratore, ora sono divorato”. Tutti
all’epoca sapevano che ciò che Pietro il Mangiatore mangiava erano i
libri. E Pietro il Mangiatore era più
che felice di essere conosciuto con
questo nome e si vantava del fatto
che, pur rimanendo giorni e notti
chiuso tra quattro pareti ricolme
di voluminosi libri, viaggiasse più
di qualsiasi avventuriero. Un po’
come il ragazzetto di Baudelaire:
“Pour l’enfant, amoureux de cartes
et d’estampes, l’univers est égal à
son vaste appétit…”.
Oggi le nostre concezioni di
viaggio e di appetito sono completamente cambiate. Le barrette
energetiche prendono il posto della pastasciutta, mentre i più strenui sostenitori dell’ebook, ovvero
dell’acerrimo nemico del nostro
caro libro, tentano di farci credere che quest’ultimo prodigio della tecnologia permette di godere
maggiormente della letteratura in
viaggio, evitando dolorosi mal di
schiena dovuti all’eccessivo peso
dei voluminosi libri. Non pensano che tutto ciò comporterebbe la
privazione di un’indispensabile
nutriente: come se uno con carenze di ferro cominciasse a ciucciare
un martello piuttosto che mangiare un bel piatto di fegato alla veneziana. E Petrus Comestor lo sapeva
bene: si è riempito la pancia di libri
ed è vissuto più di cent’anni.
Ma come negare lo sviluppo
17
tecnologico? In ultima analisi non
posso che trovarmi d’accordo con
gli strenui sostenitori, e confessare
che prima o poi comprerò anch’io
il prodigioso supporto. Ancora una
volta, e come sempre, dipende tutto
da noi e da cosa decidiamo di fare
dei mezzi a nostra disposizione. Se
volete alleggerirvi la schiena e la
coscienza, usate pure l’ebook. Ma
se come me volete nutrire il corpo
e lo spirito, non dovete fare altro
che divorare un caro vecchio libro:
è ricco di fibre e chilocalorie, fonti
d’energia indispensabili all’organismo. Insomma, provate voi a digerire cavi elettrici e microchip!
P.S. Ancora a proposito del viaggio. Io non credo a tutto quello che
mi dicono, ma credo in quello che
leggo. Coleridge ha chiamato questa cosa “sospensione dell’incredulità”. Perciò credete a questo: in
un bel libro di Massimiliano Governi c’è scritto che nei libri vecchi
e ammuffiti si possono trovare dei
parassiti che, una volta depositati sulla muffa delle pagine e delle
copertine, rilasciano delle spore
allucinogene. Questa è la prova definitiva che con i libri si viaggia… e
che viaggi!
Oh, Scena!
Oh, Sonja!
di SIMONE ROSSI
Astrov: “Una donna può essere
amica di un uomo solo in questa
successione: prima conoscente, poi
amante, poi amica”.
Vania: “Che filosofia triviale”.
B
affi, cravatte, calosce, svegliarsi presto per mettere
via il fieno, un ciccione soprannominato Frittella, dottori alcolizzati
come in Ombre Rosse, della gran
vodka, della gran polka, del gran
samovar. “Cechov è la stella di una
scuola di giovani scrittori capaci
solo d’infilzare fatterelli e piccole
impressioni, che ricordano quei
rosari di funghi secchi esposti sui
banconi dei negozi di alimentari”.
Come no, caro Waliszewski: intanto di te non si ricorda quasi nessuno, e invece Zio Vanja di Cechov è il
protagonista della settima puntata
di Oh, Scena!.
Ivan Petrovic Vojnickij aka Uncle Vania, in his own words: “Dormo quando non dovrei dormire, a
pranzo e a cena, mangio piatti pesanti, bevo vino: questa non è una
vita sana. (...) Ho sprecato la mia
vita. Col mio talento, intelligenza,
audacia... se fossi vissuto normalmente, sarei potuto diventare uno
Schopenhauer, un Dostoevskij...
Ho perso la bussola, sto diventando
pazzo... Mamma, sono disperato!
Mamma!”. Zio Vanja è un vecchio
brontolone con un complesso di
Edipo grande grande, ma Zio Vanja non è una commedia di vecchi
brontoloni. E non è nemmeno una
tragedia, nonostante i colpi di pi-
stola del finale: Zio Vanja, signora
mia, è un’invettiva in quattro atti
contro la spocchia intellettualoide.
“Da 25 anni quest’uomo insegna e scrive d’arte, e di arte non
capisce un accidente. Da 25 anni
rimastica idee altrui, sul realismo,
naturalismo e altre baggianate. Per
25 anni ha insegnato e scritto cose
che gli intelligenti sanno a memoria e che agli idioti non interessano
affatto: cioè da 25 anni ha venduto
aria fritta”. Sono sempre parole di
Zio Vanja, dirette questa volta a
uno che è più vecchio e più brontolone di lui: il prof Serebrjakov,
intellettuale in pensione con una
moglie giovane & gnocca e tanti di
quei soldi da poterci comprare una
villetta in Finlandia. “Cose che gli
intelligenti sanno a memoria e che
agli idioti non interessano affatto”
è un po’ la figura che il giovane Bud
Fox fa con il vecchio Gordon Gekko in Wall Street: “Ragazzo, dimmi
qualcosa che non so”. E’ la figura
che non vorrebbe fare Oh, Scena!
(ehi, ma questa è una meta-puntata!): parlare di classici del teatro
russo d’inizio Novecento con la saporita leggerezza dell’aria fritta e il
rischio costante di perdere lettori
per strada, perché quelli che hanno
studiato sono lì che sbadigliano, e
quelli che non hanno studiato hanno smesso di leggere alla parola
“calosce”.
Come se ne esce? Fuggendo. Sì,
ma in che direzione? Tra le braccia di chi? “La cosiddetta gente
colta poi, come si fa ad andarci
d’accordo? Mi stanca. Tutti i nostri
18
cari amici hanno piccoli pensieri,
piccole passioni e non vedono più
in là del proprio naso: in altre parole, sono stupidi. E quelli un po’
più intelligenti sono isterici: rosi
dall’analisi, spaccano i capelli in
quattro... si lamentano, sputano
veleno, hanno il verme della calunnia: ti si accostano ghignando, ti
guardano in cagnesco, ti squadrano, ti etichettano: “Questo, è uno
psicopatico” oppure “Quello è un
parolaio”. E quando non sanno che
etichetta appicicarti in fronte, dicono: “E’ un uomo strano, proprio
strano!”. Amo le foreste: è strano.
Non mangio carne: anche questo,
strano”. Ti sbronzi invece di visitare i pazienti: è strano. La moglie
gnocca del prof è innamorata di
te: è strano. Questo era Astrov, un
altro vecchio brontolone in questa
commedia di vecchi brontoloni
che, per l’appunto, è tutt’altro.
Poi c’è Sonja che è brutta, e a un
certo punto lo dice proprio: “Che
cosa terribile, essere brutta!”, e verso la fine del Secondo Atto ci sono
due pagine strappa mutande in cui
la brutta Sonja cerca di intortarsi il brutto Astrov, e lui è vecchio
e sbronzo e non capisce, e fuori
piove, mangiano insieme e lui se
ne va, e Sonja rimane sola, però le
viene da ridere: “La sua anima e il
suo cuore sono ancora chiusi per
me; ma perché mi sento così felice?”. Perché tu hai l’amore, piccola
brutta Sonja, hai un sentimento incandescente che brucia l’aria fritta,
e io mi rifugerei proprio tra le tue
braccia. Spegni la luce, però.
D
opo la festa dell’unità i manifesti restano appesi per
mesi. E si scoloriscono. Che triste,
perché si scoloriscono? Appena
stampati sono così sfavillanti...
Succede che la luce del sole, soprattutto la componente ultravioletta
che porta con se più energia, quando interagisce con le molecole di
inchiostro le spacca. E da colorate
diventano bianche. Un chimico fisico (brutta gente) vi direbbe che la
molecola decompone e i frammenti restanti non hanno coniugazione
sufficiente per assorbire la radiazione visibile. Diventano bianche,
appunto.
inorganici costano molto di più dei
coloranti organici. In secondo luogo la tossicità: molti pigmenti sono
infatti a base di piombo o cadmio,
estremamente tossici, quindi ora
vietati. Ma capiamo perché i vestiti
e i lenzuoli della nonna non hanno
ancora cambiato colore.
E ora il consueto angolo alcolico:
perché le bottiglie di rosso sono fatte col vetro scuro. Il vetro marrone
infatti assorbe tutta la luce lasciando il vino al buio dentro la bottiglia, preservandolo così dall’invecchiamento fotochimico.
Infatti il vino rosso, assorbendo
e resiste meglio. A ogni modo le
bottiglie di bianco sono comunque
belle spesse e verdi. Al riparo dalla
luce, sempre!
Tempo fa conobbi un chimico
messicano, che lavorò alla Corona,
in Messico. Mi disse che la Corona
appena imbottigliata è molto meglio, poi peggiora un casino. Quella
che arriva al bar è già pessima: tutto a causa della bottiglia bianca e
sottile. Non protegge la birra dalla
luce e quella poi degrada rapidamente. Ecco perché bisogna metterci del limone. Alla fine l’effetto
è sempre buono, ma se fosse imbottigliata nel vetro della Peroni,
Pillole di scienza
Vetrate colorate
di FABIO PARIS
Questa cosa è abbastanza comune per le molecole organiche, quelle basate sul carbonio che sono alla
base della vita, e di cui tutto quello
che non è pietra o ferro è composto
(sì, ci sarebbe molto altro, ma semplifichiamo un po’). Infatti tutte le
cose molto colorate sono sensibili
alla luce. Non va bene conservare
il prosciutto all’aperto, perderebbe
sapore, oltre a seccarsi.
tantissima luce, ne è molto sensibile, meno il vino bianco, che
essendo chiaro interagisce meno
Questo fenomeno è però comune solo ai coloranti organici. Quelli
inorganici, derivanti dalle pietre e
contenenti metalli pesanti, sono
estremamente stabili, e non temono affatto la luce. Perché allora non
si usano per i nostri vestiti, così
da far durare di più i colori? Beh,
i motivi fondamentali sono due:
in primo luogo i costi: i pigmenti
19
la bionda messicana sarebbe molto
più gustosa. Ma meno sexy, come
dissero al mio amico messicano.
H
o installato su Firefox un
gioco che si svolge durante le navigazioni in Internet. É
una cosa un po’ da nerd chiamata
PMOG, Passively Multiplayer Online Game. Il mio ruolo é quello di
aprire porte che collegano diversi
siti. In poche parole, chi ha lo stesso add-on installato, andando su
un determinato sito troverà una
porta creata da me che gli suggerisce di passare in un altro. Faccio la
stessa cosa quando leggo libri.
Non sono particolarmente interessato alle evoluzioni stilistiche,
ai tripli salti mortali della lingua,
alle gare di voli circolari e pindarici attorno a
concetti spesso rubati
ad autori passati. Certo
non mi passerebbe mai
per la mente di acquistare uno dei classici
della mocciologia, ma
neppure acclamo chi, superati i divertissement,
con circonvoluzioni retoriche dice il nulla ma
lo dice molto bene, cordi
rompendo i giovani più
di Socrate e con buona
pace sia di Platone che di
quel dio che avrebbe dovuto sapere
se ad una sorte migliore sia andata
Atene, e noi con lei, o il condannato a morte. Noto in verità con uno
stupore mitigato dall’abitudine
che vengono sfornati più libri con
idee precotte di quante baguette
precotte sforni la Panizzeria. Ciò
che interessa maggiormente me e
la mia lettura é vedere come la vita
di un personaggio, o di un concetto
filosofico, che poi é lo stesso, vengano ad incrociarsi con la mia vita
privata.
lo sui single (Finzioni n° 3) ed alla
faccia di Fermina Daza, che, diciamocelo, un poco se lo merita! Del
resto ora che malvolentieri sopporto la routine necessaria alla quotidianità vorrei mille volte avere
la macchina del tempo e ritornare
all’epoca di una delle due Innominabili della mia vita, come a creare una porta tra il personaggio de
I promessi sposi e le due figure che
hanno segnato «i migliori anni della nostra vita» come la canzone di
Renato Zero.
L’Innominabile Runaway vaga
per una cittadella che si crede cit-
Viaggi
Porte
Apertura mentale, porte chiuse,
connessioni. Extracogito ed ergo
extrasum intitola Chumy Chùmez una serie di vignette dove tra
amanti ci si dice ciò che nella realtà
non si può: «Io ti amo molto! Ogni
volta che desidero vederti morta,
mi pento». A proposito dell’artico-
ALESSANDRO POLLINI
tà, vive una immaturità che crede
edonismo, legge di Lorca Gli Incontri di una lumaca avventurosa piuttosto che Alba: «Oggi il mio cuore
é arido/ come una stella spenta».
L’Innominabile Return vaga per
una city che si crede the world, vive
una selfishness che crede indipendence, non sa chi sia Gabriel Garcia
Marquez ma segue i Giant allo stadio di New York. Io riguardo le foto
ispaniche nuotando nell’inquietudine che mi ha trasmesso la lettura
di Senilità al liceo -la professoressa
diceva che non era inquietante e
che avrei dovuto leggerlo ma a me
é parso comunque angosciante- ed
evito di scrivere U.S. sui muri come
Zeno, che nel caso potrebbe davvero significare United States e per
un breve periodo lo ha significato.
Scrivo di letture mentre potrei essere a lavorare da Starbucks facen-
20
do grandi sorrisi e servendo Gingersnap Latte o Peppermint Mocha
Twist o cos’altro bevono di orribile
ed ipercalorico mentre tifano il
football americano. Se avessi la
macchina del tempo e ritornassi
all’epoca di una delle due Innominabili della mia vita, probabilmente ne cercherei una terza. «Volere é
potere e potendo rifar tutto/ forse
costruirei dove prima avrei distrutto» canta Antonio di Rocco.
Tutto é così denso da perdersi nei
significati. Troppe parole possono
portare al caos, o al caso, che talvolta é addirittura peggiore. Faccio
mie le parole di una fiaba di
Ermanno Bencivenga: «Quando ero piccolo avevo un grosso
problema. [...] Succedeva che
mi facessero male i pantaloni,
quando la mamma li metteva
in lavatrice e quella specie di
ventola li sbatteva di qua e di
là. Mi faceva male la porta se
il vento la chiudeva con gran
fracasso, mi faceva male il
gatto se qualcuno gli tirava la
coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva lo zio
Pasquale, che pesa più di un
quintale e a momenti la sfonda».
Mi sono venuti in mente in questo articolo: Platone - Apologia di
Socrate Critone (Laterza, 139 pp.
7,50 euro); Chumy Chùmez - Siamo tutti di extra (Città armoniosa,
107 pp. Fuori commercio); Alessandro Manzoni - I promessi sposi
(Garzanti, 540 pp. 9 euro); Gabriel
Garcia Marquez - L’amore ai tempi
del colera (Mondadori, 376 pp. 12
euro); Federico García Lorca - Tutte
le poesie (Rizzoli, 1207 pp. 14 euro);
Italo Svevo - Senilità (Garzanti,
202 pp. 7,50
euro); Italo Svevo La coscienza di Zeno (Barbera, 424
pp. 10 euro); Ermanno Bencivenga
- La filosofia in quarantadue favole
(Mondadori, 93 pp. 9 euro)
I ferri del mestiere
“This book is a book” Cronache dalla Frankfurt Buchmesse
di AGNESE GUALDRINI
L
a Fiera del Libro di Francoforte è una bolgia, un viavai
di gente addetta ai lavori che normalmente invece di camminare
corre. Corre per i corridoi, sui tapirulan e sulle scale mobili. Si tratta
della fiera dell’editoria più grande
del mondo dove non si vendono e
non si acquistano libri ma si cerca
di acquistarne e di venderne i diritti di traduzione. Le parole d’ordine
sono: buona conoscenza dell’inglese, buona conoscenza dei libri che
si vogliono proporre, fiuto nello
scovare i titoli degli altri. Il tutto
avviene in uno spazio enorme pervaso da un intenso e inconfondibile odore di Bratwurst – tanto che a
volte ti chiedi se invece di trovarti
in mezzo ai libri tu non sia per caso
finito all’Ocktober Fest.
Il martedì si arriva e si monta lo
stand: pile di cataloghi da sistemare, pile dei libri da esporre, locandine da attaccare. Appena ti appresti
ad aprire le scatole inizia a montare l’ansia. Perché abbiamo spedito
così pochi cataloghi? Perché abbiamo così pochi libri? E come mai
l’arancione di questa locandina
è venuto così arancione? E chi ha
deciso di fare i manifesti proprio
di questi titoli invece di quegli altri
libri, poverini, che invece sono così
più importanti? Dopo le domande
angoscianti di rito il tuo stand, nonostante l’allarme generale, risulta
piuttosto accogliente. Pulisci bene
i tavolini e gli scaffali. Disponi le
sedie come se dovessi dare un ri-
cevimento. Il mercoledì si inizia.
Ognuno ha una scheda di appuntamenti dislocati più o meno ovunque: generalmente al tuo stand se
devi vendere i tuoi titoli, allo stand
dell’editore straniero se vuoi curiosare tra i suoi. Gli appuntamenti
durano non più di mezz’ora. La
fretta regna sovrana. Devi parlare
velocissimo e dire le cose salienti.
I primi giorni non so come mai ma i
tuoi libri e quegli degli altri ti sembrano bellissimi e interessatissimi,
ascolti con attenzione e valuti in
maniera consapevole se quello che
sul momento leggi – non più di 3 righe di presentazione in inglese – fa
per te o meno. Se ti interessa ti fai
mandare la copia in casa editrice.
Se ti interessa moltissimo fai un’offerta sul momento. Se non ti interessa lasci perdere.
La carica iniziale inizia tuttavia
a scemare i giorni successivi, forse complici le serate finite tardi in
quello stesso locale dove ri-incontri tutti quelli che hai visto durante
il giorno in fiera (e la domanda è:
ma perché ci ostiniamo a tornare
sempre lì, mentre un pianista suona brutte canzoni italiane e la cosa
più economica, una birra, costa 10
euro?). Arrivi al sabato che le ansie
iniziali si sono totalmente dissipate: invece di correre ti lasci trasportare dal tapirulan; il tuo stand ha
le sedie in disordine, le ditate sui
tavolini e le orecchie sulle locandine. I tuoi libri e quelli degli altri
editori ti sembrano autentiche fol-
21
lie e se mentre dialoghi ti estranei
per un attimo ti chiedi seriamente
che senso abbia essere lì con uno
sconosciuto da un tempo indefinito
a parlare, per esempio, di narrative
non fiction. La cosa rincuorante è
che in questo straniamento generale non ti senti mai sola: negli ultimi appuntamenti c’è chi ti offre
il gelato invece del catalogo, chi
cerca di svenderti l’intera parete
dello stand pur di liberarsene, chi
ti ascolta con lo sguardo fisso nel
vuoto. Nessuno sa più cosa dire,
tanto che qualcuno per parlarti
di un libro può esordire dicendoti
“this book is a book” e rimanere per
un minuto buono in silenzio. Come
a dire: del resto, questo libro, non è
né più né meno che un libro.
La domenica si riparte e sono
avanzati un sacco di cataloghi. Non
hai trovato il bestseller che speravi,
ma la fiera non è andata male. Lasci il padiglione ovattato dall’odore
di Bratwurst e il giorno dopo sei di
nuovo in casa editrice. Squilla il
telefono. Rispondi e un autore ultraottentenne in preda al panico
ti chiede se puoi aiutarlo perché
quella notte non ha dormito: non si
ricorda più in quale dei sui 11 libri e
precisamente in quale pagina compare la parola “Novecentismo”. È
convinto che io possa dargli immediatamente una risposta.
Purtroppo o per fortuna, mi sento di nuovo a casa.
La Posta dei Lettori di
Matteo Bettoli
di MATTEO BETTOLI
B
ettoli, nel film Io sto con gli
ippopotami, oltre a cuocere
delle frittatone d’uova di struzzo
e a dare delle pizzone in faccia a
bislacchi turisti giapponesi, i due
protagonisti si trovavano a fare i
conti con un Sud Africa fresco di
apartheid. Non le sto a spiegare,
forse giassà, ma in una scena ambientata in un casinò un cliente si
lamenta col direttore che oramai è
uno schifo, non c’è più rispetto, si
fanno entrare tutti, “anche i neri”.
Il direttore risponde all’incirca
“ma come, non lo sa? il mondo non
si divide più tra bianchi e neri, ma
tra ricchi e poveri”. Il cliente manda giù amaro, viso pallido forse spaventato dal non essere sul
pezzo sulle ultime tendenze della
segregazione. Le racconto questo
perchè Palomo Valens-Valens è
appena uscito in libreria con un
libro-discussione che munge questo dialogo budspenceriano già
nel titolo, Il mondo non si divide
tra ricchi e poveri, ma tra fotogenici e non-fotogenici (ed. Le Carrube
dei Porci, 10 euro). Che ne pensa?.
Hugo, Rovello
Penso che Valens-Valens, nato
Jeffrey Canidone, potesse scegliersi un nome da scrittore serio e non
da tipologia di australopiteco. Se
facciamo finta di niente e valutiamo il nostro Palomo come scrittore, però, dobbiamo dargli atto
che le intuizioni non roboano solo
nel titolo ma si sviluppano pure in
complessi panegirici a pane e salame. Dopo le disamine intitolate
Valà che Serge Gainsbourg avrebbe
venduto più dischi se solo fosse sta-
to decente e Se si estingue il naked
mole rat io non piango giunge il
centralissimo capitolo La sindrome da Carlo d’Inghilterra. L’autore riconduce alla non-fotogenia
dell’aspirante monarca l’origine
del suo essere ignorato un po’ da
tutti ed il doversi dedicare alla
caccia alla volpe 24/7. Non si potrebbe spiegare, altrimenti, il fatto
che “William flirta con una decerebrata come Britney Spears eppure
sembra il monarca perfetto; il principino Harry si gonfia di birra / si
fa gonfiare dai buttafuori un giorno sì e l’altro pure, va alle feste di
carnevale vestito da nazista, perde
i capelli in modo aggressivo, plagia le tesi di storia dell’arte e pure
lui sarebbe un monarca più fico di
Carlo”. In più ci metti che la regina
Elisabetta non abdica e allora ciao
ciao, Carlo salta il turno al trono.
•
C
aro Bettoli, Da quando ho
cambiato il mio status su
Facebook i amici non mi cagano
più di Filadelfo Seventisisser (ed.
Spicchi, 6 miseri euro) è ormai
un piccolo caso editoriale. Scritto in prima persona e inquietante proprio per questo (Filadelfo
c’ha 43 anni, pergiuda), il libro è
la classica marchetta al fenomeno del momento condita con una
storiella prescindibile. C’è dentro
tutto quello che c’è di solito in ‘ste
menate: un sedicenne (Galvano)
con lo sbattimento della scuola,
l’amore per la sbarba di turno che
lo spinge a cambiare lo status da
22
*single* a *it’s complicated*, il
pacco continuo agli amici perché
di andare a giocare alla play non
si ha più voglia e “solo lei dà senso
alla mia esistenza”, i tormentoni
(“è un classico”) la ribellione codificata e il consumismo di prodotti
ma pure di simboli, ideologie, culti e chi più ne ha più ne consumi.
Ma?
Tancredi, Vincenza
“M
a” che? “Ma” possibile
che mi dovete scrivere di questi abomini, che poi me
li devo pure andare a leggere, e
intanto Finzioni non paga gli stipendi da Marzo. Filadelfo scrive in
prima persona facendo il sedicente
sedicenne -e questo è già sordido
di per sé- ma, non pago, Filadelfo
infila nel suo capolavoro pure la
salagiochi, le Harley Davidson, le
radioline per sentire il campionato
la domenica pomeriggio e le soste
in autogrill. Ruminando: Filadelfo
vuole fare il giovine, si è fatto spiegare da un cugino di terzo grado
cos’è “smandrappo” oggi (Facebook) ma poi lo integra con ciò che era
spericolato quando sedici anni ce li
aveva lui, nel 1982. Ci si mette pure
uno scienziato a bruciare la letteratura in Da quando ho cambiato il
mio status su Facebook i amici non
mi cagano più: è il Professor Carovani, disilluso antropologo emarginato dalla comunità di antropologi e oramai pure dalle comunità
di recupero, che prenderà Galvano
sotto la sua ala protettiva invitandolo alla riflessione e ribadendogli
continuamente “ma poi, in 25000
anni di storia dell’uomo, cosa non
è un classico?”.
•
G
entile Bettoli, i vandali
sono intorno a noi e costruiscono sul loro vandalare in giro
ora *manifestazioni precarie*, ora
*dittature del significante*, ora
*sovversioni situazioniste*, ora
*derive schizzocreativiste*, ora
*divisioni sociali collettivizzate*.
Ma basta dai. Non vedo niente di
romantico in tutto ciò, eppure un
numero sempre maggiore di scrittori idolatrano perditempo armati
di bombolette, di scalpelli o solo di
teste bacate. Dove andremo a finire? Cialtroni come Banksy si aggirano indisturbati per le strade di
Londra sporcando muri grigi eppure seri e rigorosi, artisti visuali
come i norvegesi Tier & Smellson
fanno spogliare uomini donne &
animali e occupano piazze della
Scandinavia con corpi ignudi che
a sentir loro sono arte, stregoni
guatemaltechi come Guillermo
Verduga piazzano teche di vetro
in Piazza Rossa e costringono attoniti individui post-bolscevichi
muniti di ventiquattrore ad osservarli mentre cucinano il minestrone. Poi arriva Terzo Parenti
e ci costruisce il bestseller di rottura Pensa che bello se scalpello
col martello il ******* al David di
Donatello, diario di un vandalo
fan(t)a(s)tico.
Sassarelli, Cascata Piacentina
P
ensa che bello se scalpello col
martello il ******* al David
di Donatello (ed. Compiacenti, 11
euro) rappresenta un romanzamento di un fenomeno sempre più
presente nelle strade del mondo:
la depravazione. Scenari apocalittici venivano prospettati da Asimov già negli anni 50, mutazioni
trans-sensoriali erano premonite
da Krichton, opere abusate e malcitate venivano date alle stampe in
23
continuazione durante la guerra
del Kippur (L’anno del sole quieto di Tucker), ma niente lasciava
presupporre che il vandalismo
potesse diventare punto di riferimento. L’ossessione per il David di
Donatello del nostro protagonista
è quantomeno ridicola: lo scalpello
come arma di rottura è stata superata dall’arte del plagiare, manipolare, ingannare. Terzo Parenti è
indietro, su queste cose, forse è ingenuo: cosa ci interessa un fanatico
che vuole mettere in difficoltà una
statua bronzea? Rimane qualche
considerazione sparsa sulla furia
iconoclasta dei nostri tempi, furia
che non ha niente a che fare col
cavallo del west che beve solo caffè
ma che non è altro che una sostituzione di vecchi simboli con nuovi
simbolicci plastificosi.
scrivete a:
[email protected]
Ghost World
“Swallow Me Whole”
di Nate Powell
di MARINA PIERRI
I realize now that I know a
supreme order.
When I give in to it, I channel it.
And when I channel it, only then
do I find peace.
Ruth
E così, tra le fiabe, gli incubi, le
storie d’amore, la Storia e i supereroi, il mio percorso a zig zag tra le
migliori graphic novel – che qui vi
presento - mi ha trascinato verso
Swallow Me Whole, che per certi
versi è la più terribile di tutte.
Mi perdonerete, spero, se vi racconto una cosa che mi riguarda:
sono figlia di due psichiatri, beh,
da quando sono nata. La pazzia per
me non è mai stata un tabù, o qualcosa di alieno. Camminavo nei corridoi pieni di malati quando avevo
sei anni, sentivo nomi strani di
malattie che poi imparavo ad associare a sintomi. Per questo ci sono
volute poche pagine per capire che
Ruth, la protagonista di Swallow
Me Whole - il primo romanzo di
Nate Powell (vincitore peraltro del
prestigioso Eisner Award) – fosse
una bambina schizofrenica. La sua
vicenda fa male. È doloroso entrarci ed è doloroso uscirne.
Dal momento in cui conosciamo i due personaggi principali, in
un ospedale, vicino a una donna
anziana (la nonna) in un letto, si
apre un vortice di pena. Powell, che
ha lavorato per anni con pazienti
psichiatrici, fa il più grande regalo
e la più grande cattiveria che uno
scrittore possa fare a me in quanto
lettore: mi costringere ad adottare
un punto di vista molto preciso, di
più, fa sì che io venga risucchiata in
un’altra vita e in un altro mondo;
quello della piccola Ruth, che colleziona insetti (è affetta da un disturbo ossessivo-compulsivo molto pronunciato) per gestire un forte
sfasamento tra la realtà e l’immaginazione. La accompagnerò, nel
corso del racconto, nella sua adolescenza e poi fino all’impossibile finale: vedrò coi suoi occhi e parlerò
con la sua voce, ma, soprattutto, vivrò la sua incapacità di vivere una
vita “normale”, a una sola dimensione, dentro un solo universo.
Accanto a lei, il fratellino Perry, a sua volta, soffre di continue
allucinazioni. In entrambi i casi,
il malessere conduce chi lo vive a
coltivare un certo tipo di talento:
la scienza per Ruth, il disegno per
Perry. In entrambi i casi, la malattia corrisponde all’espressione
dell’unicità,
dell’individualità,
della formazione della personalità.
Per questo e per altri, più ovvi motivi (l’età anagrafica, tipo), Swallow Me Whole racconta anzitutto
l’amarezza dell’adolescenza. Solo,
qui l’amore, che pure esiste, non è
problematico o controverso e forse
non lo sono neppure più di tanto i
rapporti con i coetanei. È la vita
stessa a essere ingestibile, la quo-
24
tidianità, la banalità di azioni che
noi consideriamo perfettamente
normali. Questo fa del lavoro di
Powell qualcosa di assolutamente differente, più coraggioso, più
tremendo di tutte le altre graphic
novel sulla pubertà che forse leggerete mai.
Infine, lo sapete, da figlia di
due psichiatri, ho imparato anche
la controversia della psichiatria.
Cioè: di certi assiomi della psichiatria. Esiste un determinismo semplicista (come molti determinismi),
per dirne una, che vuole che tutti i
problemi siano legati alla famiglia.
Powell non è leggero sul tema: i figli
sono malati per colpa dei genitori,
ma i la colpa dei genitori – che non è
una colpa – è essere a loro volta malati di silenzio, incomunicabilità,
distanza. E qui arriviamo alla fine
del libro, che non ho voluto capire,
ma purtroppo ho finito per capire.
È un epilogo surreale, ma nella sua
surrealtà punta un dito, dritto, non
ignorabile, che taglia come se fosse
un coltello.
C
i sono due modi per raccontare storie: la noiosa verità
e la mirabolante esagerazione dei
fatti. L’esagerazione dei fatti, o iperbole, è bella perché è una caricatura. Wittgenstein (yawn) diceva che
fare una caricatura non è altro che
privilegiare e mettere l’accento su
una parte in rapporto con il tutto,
creando dunque, dico io, una sproporzione. O meglio, un’asimmetria.
L’asimmetria fa ridere e fa pensare,
perché non è regolare, dunque buffa,
e va messa a posto gestalticamente
con la propria testa. L’iperbole, la
storia esagerata, segue esattamente questa dinamica: è divertente e
fa lavorare il cervello. Fa ridere e fa
pensare.
Ci sono poi due ruoli che si alter-
nano nelle storie: la banalità dei
vincitori e il sorprendente spessore
dei perdenti. Le storie dei vincitori
sono retroattivamente incastrate
nel rasoio di Occam: la soluzione
è spesso la più semplice e ovvia.
Quando le leggi, sembra che tutto
sia andato liscio, che sia successo
quello che doveva succedere e niente
altro. L’eroe ha vinto perché è buono, la soluzione più semplice è che
vinca. Non si scappa.
come Karate Kid. Solo che loro perdono per costituzione.
Le storie dei perdenti invece sono
più belle perché i perdenti, per tirare
acqua al loro mulino, si raccontano
in modo più personale, più soggettivo, si guardano dentro non potendo
ovviamente aggrapparsi alla rassicurazione dei fatti oggettivi. Trovano la verità dentro di sé, non fuori,
In questa rubrica accoppieremo
felicemente questi due fenomeni,
raccontando storie esagerate di
grandi perdenti. Quel ganzo di Walter Benjiamin ha detto che la storia
è il bottino dei vincitori. L’iperbole,
allora, è la risorsa, forse l’ultima,
dei perdenti.
E la verità soggettiva è infinitamente più interessante: come diceva
qualcuno (quel qualcuno era Kierkegaard ma avevo paura di annoiarvi ancora di più), con soggettivo
non si intende un attributo relativistico ma una appropriazione della
verità in termini esistenziali. La verità per me.
Iperboloser
I Fratelli Gracchi
di JACOPO CIRILLO
Il piccolo Tiberio Sempronio
Gracco odiava la guerra e la violenza. Lo ripeteva sempre. Guerra:
brutta! Ecco, a 17 anni militò in
Libia per quasi una decade, tornò
a Roma semianalfabeta, si fece il
mazzo per studiare, fu eletto questore – ah, finalmente un po’ di
pace – e subito ripartì per le battaglie contro i Numantini.
Gracco si era un po’ rotto le
balle della guerra e della violenza
(violenza: cattiva!) e quindi prese un po’ sottogamba l’impegno,
causando una disastrosa sconfitta
per i romani, che lo insultarono al
suo ritorno a casa e cominciarono
a scrivergli contro frasi oscene sui
muri.
Un giorno a Tiberio venne la bella idea di mettersi contro i più ricchi e potenti e di difendere Muzio
Scevola e per questo venne preso a
bastonate e gettato nel Tevere.
Il fratellino minore Gaio, il cui
nome già gli aveva causato molti
traumi infantili irrisolti, continuò
da perfetto sconosciuto l’abile e
lungimirante opera del fratello
contro le persone più potenti e
influenti di Roma. L’insicurezza
datagli dal suo ambiguo nome di
battesimo gli spalancò il cervello e,
legislativamente, lo fece ragionare
come un politico illuminato del
XXI secolo. Per questo promulgò le
temibili Leges Semproniae su questioni di magistratura libera e cittadinanza allargata (e viceversa).
25
Ma allora questi non imparano
proprio mai, pensarono i ricchi
plutocrati e, com’è come non è, lo
costrinsero a farsi uccidere da un
servo in un bosco (o viceversa).
Contributi da:
Jacopo Cirillo non è mai riuscito a spiegare a sua
nonna cosa fa nella vita. Prima per colpa della semiotica, adesso per colpa di una casa editrice. Ha cofondato questa rivista solo per poterle dire: faccio il
co-fondatore di una rivista. E anche, ma secondariamente, per poter dire quello che gli pare sui libri che
legge.
di suonare l’organetto per strada: conscio di ciò, per
non pensarci, passa buona parte del suo tempo a scrivere, a leggere e a inseguire innumerevoli passioni che,
per lo più, svaniscono nel giro di pochi giorni lasciando
il posto a nuove manie.
Agnese Gualdrini, 27 anni, laureata in Filosofia nel
lontano 2005. Da ormai un anno vive e lavora a Roma in
una casa editrice con un non ben definito ruolo di giano bifronte (saltella tra l’ufficio diritti esteri e la valutazione degli innumerevoli dattiloscritti che ogni giorno
invadono la posta). Adora il caffè amaro, il lungotevere,
i libri di Natalia Ginzburg e cantare anche se violentemente stonata.
Carlo Zuffa nelle ultime due decadi non ha raggiunto traguardi degni di nota e ritiene che la sua
infanzia sia stata traviata dal finale di “Marcellino
Pane e Vino”. Ora, di notte nel buio della sua cameretta, studia piani segreti per i COBRA, i quali gentilmente gli hanno concesso un pò di tempo libero per
co-fondare Finzioni.
Viviana Lisanti è laureata in scienze storiche e studia cultura editoriale all’Università Statale di Milano.
Momentaneamente si guadagna da vivere spacciandosi per grafica nonostante non possa vantare alcuna
conoscenza in merito. Nessuno fin’ora se ne è ancora
accorto, quando verrà smascherata sarà costretta a far
fruttare una laurea a detta di molti “inutile”.
Licia Ambu pensa che avere una sola personalità sia
uno spreco di spazio. In fase di definizione a ciclo continuo, ama in ordine sparso (e intercambiabile) un sacco
di cose. Attualmente la posizione più quotata per guardare il mondo le sembra a testa in giù.
Matteo Bettoli nasce in epoca reaganiana su un carro
di bovini, dal quale eredita la passione per la dinamicità. Scostante, ombroso e pretenzioso - questo dicono
di lui gli amici - a 21 anni controlla i principali media di casa: 3 televisioni, 2 computer, l’abbonamento
all’Espresso e la radio ricevuta in regalo per la cresima.
Decide allora di trasferirsi. Passa un po’ di tempo a zonzo occupandosi di robe politiche. Ultimamente lavora
a Bruxelles dove viene spesso bollato con l’espressione
*lobbista*.
Edoardo Lucatti. Edo. Ode. Deo. Un essere flesso
nell’edibile, nella lirica e in un soprannaturale deodorante. Performer di incauta protervia, aruspice della significazione e calciapalle di poca morale. Semiònte per
alcuni, semiòta per altri, è una piccola fucina di omaggi
al vostro personale sconcerto teoretico.
Michele Marcon ama così irrazionalmente le lettere
da aver avuto la leggerezza di confessare in famiglia
una certa velleità letteraria. Il giorno dopo il padre si
presenta a casa con una maglietta del Milan autografa:
“Allo scrittore Michele, Kakà”. Nonostante incertezze
Jacopo Donati studia Filosofia estetica a Bologna. La
sua carriera universitaria gli permetterà, al massimo,
n. 7 / Novembre 2009
[email protected]
www.finzionimagazine.it
26
sull’autenticità, Michele si sente fregato: gli tocca diventare uno scrittore, non è più un affare privato. Per
ora è un abile lettore, ma la cosa triste è che tifa Juve
praticamente dalla nascita.
portale musicale Vitaminic.it ma scrive anche su Rolling Stone, PIG Magazine e Blow Up. Ascolta una media
di tre nuovi dischi al giorno, legge, guarda un sacco di
film e serie televisive americane.
Andrea Meregalli è un pensatore di quasi venticinque
anni. In questo istante medesimo si arrovella su quesiti
del tipo: “Cosa farò da grande?”. Assiduo frequentatore
di autostrade nonché massimo esperto in campo internazionale di prodotti quali friggitrici, scalda patate,
piastre per panini e salamandre, ama molto abbinare
correttamente i boxer con le calze. Passa buona parte
della sua giornata a leggere le scritte oscene sulle porte
dei cessi nei centri commerciali.
Simone Rossi vive alla Casa del Cuculo, “un posto
dove ci piove dentro” (cit.). Di giorno scrive, di sera suona, di notte dorme. Tutti e tre troppo poco. Una volta è
stato in Etiopia: il viaggetto è diventato un libretto, La
luna è girata strana (Zandegù, 2008). Sta volentieri senza scarpe e fa un po’ fatica ad arrivare a fine mese. Tende a scrivere sui muri palindromi intellettualoidi tipo
in girum imus nocte et consumimur igni. Il suo gatto si
chiama Chomsky, ma non si vedono da un po’.
Fabio Paris nasce impagliato, e così finirà, per evitare che gli amici ballino sulla sua tomba. Zingaro, in
accezione monicelliana, ha studiato chimica, seguendo la sua passione per la geopolitica. Ora vive facendo
l’inviato da Pittsburgh per Finzioni e spacciandosi per
esperto di nanotecnologie.
Greta Travagliati, semiotica appassionata di arte,
Proust e culturalizzazione della merce. Si interessa di
tendenze e chincaglierie del contemporaneo anche se
avrebbe preferito vivere nell’800. Attualmente vive a
Milano dove lavora in un centro ricerche e dove spera
aprano presto Starbucks colorati, una pasticceria turca
ed un centro di gravità permanente a forma di pera.
Filippo Pennacchio, già in tenera età plagiato dalla
figura di Lee Harvey Oswald, a tutt’oggi suo eroe personale, vive a Milano, dove studia, fa la spesa alla Pam,
frequenta concerti di dubbio gusto e beve dei gran birroni. Quando non sa che fare, ammortizza i propri desideri nel sapere, manco fosse un personaggio delilliano,
leggendo libri dalle cinquecento pagine e oltre. Di conseguenza, alle volte si annoia tantissimo.
Matteo Treleani è dottorando in semiotica a Paris Diderot e ha una curiosa passione per i campi non affini.
Amante dei miti greci e della musica barocca, è un sommo sostenitore dell’arte dell’insignificanza, ovvero del
non voler dire nulla.
Maria Giovanna Ziccardi, laureata in giurisprudenza
a Trento nel lontano 2008, sotto una nevicata epocale,
ha una spiccata vocazione per i lavori non pagati. Si
barcamena tra case editrici, udienze e cronaca locale.
Pensa che la matematica sia alla base del declino della
civiltà moderna e crede che chi è capace di fare la conversione euro-lira sia dotato di capacità divinatorie.
Ama leggere e scrivere, ma non leggere quello che ha
scritto.
Alessandro Pollini é laureato in Psicologia ma non
legge nella mente delle persone. Da quando ha iniziato a seguire Voyager é convinto che l’uomo non sia mai
andato sulla luna, ma i Templari si. Ha ventotto anni ed
é bellissimo.
Marina Pierri ha 28 anni e vive a Milano, dopo dieci gloriosi anni passati a studiare/lavorare/fare radio/
fare la dj in quel di Bologna. Si occupa a tempo pieno del
Finzioni è disponibile
solo su abbonamento.
Abbonati o richiedi gli arretrati su
http://finzioni.bigcartel.com
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www.finzionimagazine.it
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numero 7 - Finzioni