Guida all’opera in breve:
L’elisir d’amore
Francesco Lora
Insieme col Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, la Norma di Vincenzo Bellini e la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti stesso, L’elisir
d’amore è una delle sole quattro opere pre-verdiane rimaste senza interruzione nel repertorio fino ai nostri giorni. La sua fortuna immediata e duratura avrebbe stupito in primo luogo l’autore. La prima rappresentazione
del suo Ugo conte di Parigi, il 13 marzo 1832 al Teatro alla Scala, era stata
accolta con freddezza, né egli aveva ancora messo a punto una strategia
per riaccattivarsi il pubblico milanese. La riabilitazione giunse in modo
imprevisto, con una di quelle corse contro il tempo che avrebbero fatto
la disperazione di chiunque altro e che sembravano invece giovare all’ispirazione di Donizetti. Durante la stessa primavera del 1832 l’impresario
Alessandro Lanari aveva preso in affitto il Teatro alla Canobbiana, sala meneghina di secondo rango, ma si era poi trovato senza un compositore per
la nuova opera programmata. La situazione fu salvata dall’avventatezza di
Donizetti, che trascinò nel progetto il librettista Felice Romani: stimolandolo con senso di sfida, gli comunicò di essersi impegnato a mettere in
musica un melodramma nel giro di quattordici giorni, e di essere disposto
a cedergliene sette per la stesura di un libretto nuovo con soggetto ancora
da definire.
Romani accettò, ma per la scarsezza di tempo non poté indugiare a cercare una fonte inedita; meno di un anno prima era andato in scena, all’Opéra
Comique di Parigi, Le philtre con musica di Daniel Auber e poesia di Eugène Scribe: egli si limitò a tradurre e adattare questo testo, di facile fruizione
per il pubblico francese come per quello italiano; esso era infatti costruito
con caratteri e situazioni che la tradizione teatrale aveva già collaudato in
lungo e in largo. Adina, la borghese capricciosa; Nemorino, il contadino
ingenuo; Belcore, il militare sbruffone; Dulcamara, il dottore ciarlatano.
Ecco il quartetto convenzionale e vincente dei personaggi principali, dove
Adina disprezza l’amore di Nemorino e preferisce le mostrine di Belcore,
dove Nemorino si arruola con Belcore per pagarsi l’elisir d’amore di Dul-
(Testo tratto dal programma di sala di L’elisir d’amore, a cura dell’Ufficio Redazione del
Teatro Lirico di Cagliari)
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FRANCESCO LORA
camara, dove le ragazze del paese cascano morte per Nemorino alla notizia
di una sua eredità, dove Nemorino ignaro si illude dell’effetto dell’elisir
(schietto vino di Bordeaux, in verità) proprio mentre Adina fa i conti con
la coscienza, lo affranca dall’esercito e se lo porta infine all’altare. Rispetto
agli ingredienti teatrali di Scribe e Auber, una novità va nondimeno attribuita a Romani e Donizetti, ossia quella di aver inserito nell’azione una
traccia languorosa e malinconica, fida compagna dell’espressione musicale
del tenore romantico; una traccia inestimabile, se è vero che pagine tra le
più apprezzate dell’opera – il cantabile «Adina, credimi, te ne scongiuro»,
nel finale dell’atto I, e
la romanza «Una furtiva lagrima», a tre quarti
dell’atto II – affondano
proprio in essa la loro ragion d’essere.
Si è qui detto dei personaggi, ma non ancora
degli interpreti scritturati. La situazione preoccupava Donizetti, che
mise in guardia Romani
sugli ostacoli posti dalla
compagnia di canto. Il
soprano tedesco Sabine
Heinefetter debuttava
in Italia dopo consensi
in Germania, a Parigi e
a Vienna, ma un dramma giocoso richiedeva il
perfetto possesso della
parola, mentre Donizetti
liquidava la sua pronuncia dell’italiano con un «ciò che dice lo sa lei». Il tenore Giambattista Genero, a detta del compositore, soffriva di balbuzie, e il
basso buffo Giuseppe Frezzolini aveva vibrato caprino o addirittura stampo
«canino». Singolare era infine il caso del baritono francese Henri-Bernard
Dabadie, che all’Académie Royale de Musique di Parigi aveva creato parti
protagonistiche nel Moïse et Pharaon, nel Comte Ory e nel Guillaume Tell
di Rossini, nonché proprio la parte di Jolicœur – corrispondente di quella
di Belcore – nel Philtre di Scribe/Auber: a dispetto della prestigiosa carriera
nella madrepatria, in Italia la sua fama aveva eco modesta, e nella tensione
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G U I D A A L L’ O P E R A I N B R E V E
del nuovo contesto anche Donizetti
lo descriveva con un «val poco».
Come che sia, la prima rappresentazione dell’Elisir d’amore alla
Canobbiana, il 12 maggio 1832, fu
acclamata dal pubblico, promossa
dalla critica e seguita da oltre trenta
repliche, e riconciliò insomma d’un
tratto la platea milanese con Donizetti dopo lo sfortunato Ugo. Fu
chiara agli occhi dei più la sobrietà
dello spettacolo, da un libretto e da
una partitura non fatti per accogliere
ricercatezze e sperimentazioni, a una
compagnia di canto dove non avevano spazio i divi massimi del momento ma piuttosto tenaci professionisti.
Fu tuttavia proprio la semplice simpatia intercorsa tra poesia e musica e
interpreti e spettatori, tenera o comica che fosse, a segnar subito il punto di
forza della nuova opera, mai più venuto meno dalle recite parigine del 1839
a quelle napoletane del 1842, fino ai nostri giorni e in tutto il mondo.
A p. 12: Il librettista Felice Romani (1788-1865).
Sopra: Eugène Scribe (1791-1861). Stampa da un disegno di Giuseppe Cattaneo.
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