Gabriele Tesauri: «l’artigiano della regia»
Abbiamo incontrato il regista Gabriele Tesauri che, con il suo Rusco – De rerum natura, inaugura il
festival “DiversaMente”. Tesauri, giovane artista formatosi con numerose e diversificate esperienze,
ha affrontato la sua seconda regia con la compagnia Arte e Salute formata dai ragazzi del
Dipartimento di Salute Mentale - A.u.s.l. di Bologna.
La visione della generale di Rusco ci ha dato l’impressione che si tratti di un minuzioso lavoro di
“artigianato”, capace di creare una solida e matura opera d’arte.
Tu sei regista, ma prima sei stato attore, ti occupi di teatro, ma ti è capitato di fare anche
cinema. Perché hai scelto di arrivare gradualmente alla regia?
«La regia è stata sempre una mia passione, ed è un ruolo che sento appartenermi, ma ho iniziato il
mio percorso con la scuola di recitazione Galante Garrone di Bologna, diplomandomi nel 1995.
Qualche anno dopo sono entrato a far parte della compagnia Arte e Salute, inizialmente come attore
e successivamente come assistente alla regia di Nanni Garella, direttore della compagnia. Credo
molto nei registi che arrivano da questo tipo di formazione. È indispensabile conoscere il
meccanismo dall’interno per poterlo mettere in moto nel modo migliore. Vedo il teatro come una
forma di artigianato, dove ogni tanto avviene un piccolo miracolo per cui un oggetto artigianale
diventa un capolavoro, un’opera d’arte appunto.
Il cinema invece lo faccio quando mi chiamano gli amici, come Guido Chiesa. È un altro mondo, un
altro modo di interpretare questo mestiere e sicuramente se in teatro devi amplificare, nel cinema
devi lavorare di interiorità, di sottrazione. Se capiterà continuerò a farlo, parallelamente alla mia
attività in teatro, perché credo che l’esperienza sia sempre utile. Il cinema è un’ottima palestra e
devo ammettere che mi diverte molto».
Cosa puoi riportarci della tua esperienza al fianco di Nanni Garella?
«Il mio rapporto con Nanni Garella è iniziato molti anni fa, sui banchi della Galante Garrone dove
ero suo allievo. Oggi c’è una grossa stima reciproca. Considero anche Nanni un artigiano, lui viene
dalla scuola di Castri e ha sviluppato un modo di lavorare che io ammiro. Nei suoi lavori c’è una
grandissima fedeltà al testo. È il testo che ti racconta tutto quello che devi mettere in scena, ed è da
lì che bisogna partire. Non da idee puramente teoriche, cercando forzatamente di costringere il testo
a quell’idea, a quei dogmi. Nel nostro lavoro devi metterti umilmente a servizio di quei materiali
che hai e da lì iniziare a costruire in maniera lineare, in maniera consequenziale. Facendo così,
anche la creatività viene rafforzata. Ho imparato molte cose da Nanni, per me è un maestro, e
continuare a lavorare con lui è molto stimolante».
Come e quando è nato il tuo rapporto con la compagnia “Arte e Salute” ?
« È nato come attore, per la messinscena del loro primo lavoro, Sogno di una notte di mezza estate
di Shakespeare, nel 1999. L’esperienza è stata intensa e il nostro rapporto si è rafforzato dopo il mio
passaggio professionale ad assistente alla regia. La mia partecipazione emotiva al progetto è sempre
stata molto forte, e vedendo i risultati di questa operazione e osservando come queste persone sono
cambiate, si sono trasformate negli anni, è logico che diventa sempre più impensabile separarsi.
Abbiamo condiviso un percorso e oggi ci sentiamo una grande famiglia».
Che tipo di rapporto hai con i ragazzi della compagnia Arte e Salute e come lavori con loro?
«Fin da subito l’idea di questo progetto era quella di creare una compagnia di professionisti, cioè di
lavoratori dello spettacolo. I nostri attori, dopo un corso di formazione di alcuni anni, hanno
ricevuto il libretto Enpals, per cui sono dei professionisti e noi ci rapportiamo a loro in modo
assolutamente professionale. Non sappiamo fare altrimenti, non conosciamo i metodi terapeutici,
per cui ci comportiamo come con tutti gli altri attori, e abbiamo riscontato che questo funziona.
Queste persone, alle quali viene data la possibilità di lavorare, hanno un miglioramento della loro
vita perché vengono reinseriti nella società, fanno qualcosa di riconosciuto, e fanno anche qualcosa
che altri non sanno fare. Tutto questo risulta un valore aggiunto nella socializzazione, quando si
confrontano con le altre persone nella quotidianità.
Mi reputo fortunato a lavorare con i componenti di questa compagnia. Hanno una notevole capacità
di improvvisazione, di immedesimazione nel personaggio, qualità che professionisti usciti dalle
scuole fanno molto fatica a raggiungere in breve tempo, e che in loro invece è comparsa
immediatamente. Nello stesso tempo posseggono una grande capacità epica, per questo ho messo in
scena i Drammi didattici di Brecht, e funziona bene anche Pinter (che metteremo in scena con
Nanni questa primavera). Hanno questa epicità, questa scissione, quasi naturale. In loro puoi vedere
chiaramente il gioco del dentro e fuori, quel “sono un attore e sto facendo una parte”».
Inauguri il festival “DiversaMente” con lo spettacolo Rusco - De rerum natura, liberamente
ispirato a Lucrezio. Quale rapporto intellettuale hai con l’autore e con l’idea di «recupero»
che è alla base dello spettacolo?
«Rusco nasce dalla collaborazione con il Gruppo Hera, e con la voglia di occuparci di ambiente.
I nostri ragazzi hanno fatto i reporter e sono andati nei vari siti di Hera raccogliendo materiale.
Analizzando quello che avevamo osservato, ci siamo ritrovati tutti colpiti dal processo di riciclaggio
dei rifiuti. Un oggetto che viene buttato, attraverso il riciclo e la trasformazione, può essere
rimesso in circolo come qualcosa di utile all’interno di un circuito sociale. Abbiamo pensato di
partire dall’origine dell’indagine di questo tema e tra i primi c’era sicuramente Lucrezio e quindi
Epicuro, con l’idea che “nulla nasce da nulla ma tutto viene generato da una distruzione
precedente che diventa una creazione nuova”.
Lucrezio, traduttore di Epicuro per i Romani, è stato un grandissimo poeta. È riuscito nel “ gioco”
che vorrei fare io, cioè grandi teorie filosofiche portate con una forma poetica che risulti
accattivante. Il mio tentativo è quello di tradurre nuovamente queste teorie filosofiche, in una
maniera non ammorbante, sì che possano divertire e interessare, e magari anche emozionare».
Sia in Rusco, che precedentemente in Drammi didattici, tramite la compagnia Arte e Salute,
hai raccontato storie di vita quotidiana, che rispecchiano i quesiti esistenziali della società
moderna. Da cosa nasce in te questa esigenza?
«Le domande sull’esistenza, o quelle che Brecht proponeva nei Drammi in una visione un po’ più
didattica, oppure i quesiti che vengono posti in Rusco, sono argomenti che mi interessano
personalmente, perché credo che fare questo mestiere, e quindi fare l’artigianato, è fare qualcosa in
cui credi. Per me la forza del teatro sta nel riuscire a dare una visone diversa del mondo, portare il
pubblico a porsi dei quesiti che permettano di prendere la vita in maniera diversa. Metterlo in scena
con i ragazzi è molto semplice perché loro anche nella quotidianità ti raccontano che si può vivere
in un altro modo, rispetto a “quell’ansia del benessere” tipico della nostra società. I miei attori sono
sempre lì a dirmi: “Ma che problemi ti fai?”».
Antonio Raciti
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Intervista a Gabriele Tesauri di Antonio Raciti