sabato 15 novembre 2014
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ARTI | 43
u LE FAVOLE DELL’A B B O N DA N Z A
quel viso che racconta
PAOLO LANDI
n Il vestito parla nella pubblicità di Stone Island. E parla chi lo indossa. Tutto appare estremamente essenziale
in queste immagini su fondo
bianco ma un casting sapiente e il design innovativo dei
capi dicono molto di più di
tanti slogan o payoff. Poiché
il volto è la parte del corpo
più rilevante per la comunicazione non verbale e rappresenta il mezzo privilegiato
per esprimere le emozioni,
Stone Island ha fatto una ri-
cerca di volti inconsueti, al di
fuori degli stereotipi e del
mercato dei modelli, moderni mercenari che passano da
una campagna all’altra.
Inoltre il linguaggio dei gesti, particolarmente delle
braccia e delle mani è, nelle
immagini di Stone Island,
preciso e elaborato. In alcune
culture, come quella giapponese, influenzate fortemente
dal buddismo zen, il silenzio
è considerato una virtù e i gesti sono altamente stilizzati.
Ecco allora i protagonisti delle foto di Stone Island ripresi
di fronte, con le braccia al-
lungate lungo il corpo, lo
sguardo che fissa l’obiettivo e
sembra quindi guardare chi
guarda.
Gli studiosi di cinesica, la
scienza che studia i gesti e i
movimenti dal punto di vista
comunicativo, classificano le
varie culture in termini di
quantità e di qualità di comunicazione gestuale, mettendo
ai primi posti le culture mediterranee e quelle del medio
oriente. Nonostante Stone
Island sia un marchio italiano, nelle sue immagini c’è poco della gestualità, eccessiva,
esuberante e passionale di
noi popolo latino. La compostezza che traspare da queste
foto sembra piuttosto appartenere alle culture nord europee o anglo-americane, con i
loro segnali sulla distinzione
di status sociale, di distacco
formale espressi anche dagli
abiti. Che, nella campagna
Stone Island, sono descritti
con molta accuratezza. Sotto
una foto si legge per esempio:
«Trench in raso di cotone di
origine militare. Il capo è stato tinto e poi decolorato con
una pasta corrosiva in alcune
zone, le parti stinte vengono
in seguito dipinte manual-
mente con un motivo tartaruga... ». Sembra di tornare
alla pubblicità informativa,
quella che le più aggressive
strategie di immagine hanno
soppiantato in favore della
comunicazione allusiva, a
volte intimidatoria di chi non
ha bisogno di spiegare nulla
poiché quel che conta è la potenza del suo marchio, su cui
non si discute.
Stone Island invece ci parla dei suoi abiti, con generosità. E le espressioni del volto,
la gestualità dei ragazzi che li
indossano ci dicono molto di
Stone Island.
CAMPAGNA Un modello di Stone Island
l IL TESSILE IN EMILIA
u I N T E RV I STA
n In battuta d’arresto soprattutto nel
2013, il settore bolognese manifatturiero trova oggi la sua possibilità di rilancio nell’export. Se già lo scorso anno
il settore degli intermediari del commercio, rallentato nei due anni precedenti, aveva beneficiato della tendenza positiva (+ 9,8%) dell’intermediazione relativa alle materie prime agricole e tessili (la sola tendenza positiva
del settore nei sette anni di crisi), per il
2014 l’appiglio è il commercio con l’estero. La ripartenza dell’export, già nei
tre mesi finali del 2013, segnava più
3,3% nel sistema moda. A inizio 2014
il trend ha trovato conferma, per arrestarsi però tra aprile e giugno, con dinamiche in calo superiori all’1%. Quel-
Pagliacorta, laboratorio di design e
artigianato.
Vincitori della prima edizione
del bando, nel 2009, i due creativi
che l’hanno ideato, hanno dato fiducia all’arte che sta tra le loro mani
e all’amore che li unisce, aggiudicandosi per 8 anni lo spazio di una
ex stamperia d’arte, nella stradina
di cui portano il nome. Specializzati
nella manifattura di bigiotteria e
complementi d’arredo, reimpiegano Lego (che comprano dai fondi di
magazzino nord-europei) e pezzi di
pc Apple (di cui vanno a caccia nei
mercatini dell’usato o nelle cantine
dei centri dell’azienda americana,
dove dormono il sonno eterno i dispositivi status symbol di questa generazione). Destrutturati e invertiti, i tasti dei Mac diventano anelli,
spille, braccialetti pop ed eleganti,
lontani dal minimalismo voluto da
Steve Jobs. Forti a Bologna e Torino, la Dotta e l’Austera, i bijoux del
Vicolo vendono molto anche in Corea e Australia.
Altra coppia sanguigna: Sarah e
Andrea Giusti, fratello giurista e
sorella economista, a capo di Homely Cool, azienda dai metodi artigianali e dalla produzione quasi industriale, che propone calzini tatuati. Tra i pionieri del vintage rivisitato, i Giusti si sono presto accorti
che se la crisi fa rinunciare alle spese importanti, non scalfisce il desiderio di stravaganza. E siccome la
stravaganza, come il diavolo, sta
nei dettagli, hanno pensato di dedicarsi a collant, calzini, parigine e,
da quest’anno, all’underwear. I disegni, che per Homely Cool realizzano i maestri tatuatori di True Love Tatoo (modenesi, come Guccini), sono stampati in digitale su
stoffe naturali (le materie prime
grezze vengono comprate all’este-
lo che si evince, incrociando i dati degli
ordini totali con quelli provenienti dai
paesi stranieri (che hanno sfiorato il +
3,4% tra aprile e giugno), è che la domanda del comparto manifatturiero è
sostenuta dalle esportazioni, che attestano una crescita complessiva, fino a
settembre, pari a quasi due punti percentuali. Le imprese individuali, che
sono la metà delle imprese bolognesi e
sono la maggior parte del settore che ci
interessa, chiudono meno, ma aprono
anche con più difficoltà (nel 2014 ne
sono nate 661, mentre nel 2013 sono
state 773). Le imprese oggi registrate
nel manifatturiero sono 10.235 e la loro crescita è dello 0,05%.
(Dati dalla Camera di Commercio)
un dandy tra
quadriglia e osterie
Stili | I consigli di Tommaso
Pandolfo Fanchin, un edonista
patrizio fuori dal tempo
ro, per il resto è tutto fatto in casa).
Il prodotto finito viene confezionato in un sacchetto sottovuoto,
che dimostra come i Giusti siano attenti ai trend della moda (quest’anno va il junk food: Moschino ha fatto sfilare ragazze che sembravano
menu del McDonald’s). Quest’anno
Homely Cool ha venduto più di 20
mila pezzi.
Tra gli accessori che meglio incarnano l’idea bolognese di un riuso creativo e imprescindibile dalla
Salopette con due misure
di asole, vestitini che
diventano top: ogni capo
è pensato per seguire
la crescita dei piccoli
tradizione laboratoriale, colpiscono le borse di Giorgia Palmirani,
fondatrice di Saisei (rinascita, in
giapponese: semplicemente, quando Giorgia ha avviato la sua impresa, suo figlio balbettava parole tra
cui distinse proprio Saisei), create
con tessuti di recupero (su tutti:
torselli – rotoli di canapa impiegati
nei corredi, quando ci si sposava come in un film di Pupi Avati; coperte
e tende militari).
Ex architetto, Giorgia ha anche
lei partecipato – vincendo – a Incredibol. Disegna le sue borse e le fa
cucire da due cassaintegrati modenesi. Come molti suoi colleghi concittadini, riscuote ottima accoglienza sui mercati stranieri, America e Giappone uber alles.
Così Bologna si accende di opportunità e diventa un ombelico di
tutto.
RITRATTO Tommaso Pandolfo Fanchin
n «L’Osteria del Sole è una delle ultime osterie d’Italia dove, nel rispetto della tradizione, non si mangia,
ma si beve e basta: il cibo lo si compra nelle salumerie intorno. Io una
volta sono partito da Schio con un
intero prosciutto sotto il braccio».
Poi c’è l’Osteria Bottega, con Minarelli, l’oste più coinvolgente d’Italia
e l’Osteria dei Poeti, sempre gremita di gente che canta. Tommaso
Pandolfo Fanchin ama quella Bologna edonista, rumorosa, imperfetta
e provinciale. Quella delle donne
che Luigi Settembrini e Chiara Boni, in Vestiti, usciamo (Mondadori,
1986), definiscono portatrici sane
di opulenza, tolleranza e simpatia.
Tommaso è un trentenne, si occupa
di relazioni internazionali ed è un
cultore della moda classica maschile, tanto che per il magazine di controcultura e educazione estetica I
fiori del male cura la deliziosa rubrica dizionario d’eleganza, un libretto
visivo per il perfetto gentiluomo.
Tommaso si definisce un patrizio
(«non un nobile perché in realtà
non ho diritto a titoli») e vive nella
I FIORI DEL MALE
mamma dell’Emilia una vita spassosa e d’antan, ben distante da quella che un immaginario ormai frusto
ci fa ricondurre ai personaggi annichiliti di Andrea Pazienza, agli
squatter, ai punkabbestia (nel 2003
Tommaso a Bologna
frequenta salotti
dove si balla la
quadriglia dei Lancieri
erano talmente tanti che lo stilista
autoctono Navarro dedicò a loro
una collezione). Tommaso, invece,
a Bologna frequenta salotti dove si
balla la quadriglia dei Lancieri:
«quest’estate parlavo con una contessa che si diceva indispettita da
come la quadriglia non sia più, come dovrebbe essere, uguale a sé
stessa, ma venga continuamente
contaminata», ci racconta per sottolineare come sia fondamentale la
fedeltà alla norma, la sua conservazione intenerita e fedele. In via Castiglione c’è il suo amato Circolo
della Caccia. Sui colli bolognesi, infatti, si pratica la venagione (e le
battute sono proprio come quella di
Mary Poppins: gentiluomini in
tweed, cavalli, calessi), ma Tommaso non partecipa: «la caccia alla volpe senza la volpe è insensata: persino i cani si seccano di inseguire un
cavaliere che scappa». Chissà come
l’avrebbe disegnato, Andrea Pazienza, un appuntamento del genere. Certo non credevamo che sui colli ci fosse molto altro che ragazzi in
Vespa 50 special. E invece. La Bologna percepita, per quanto diversa
da quella che vive lui, non infastidisce minimamente Tommaso, che è
il contrario di un reazionario trincerato nei suoi castelli (di princìpi,
s’intende): a lui piacciono le declinazioni plurali, purché sia il decoro
a regolarne la convivenza. Certamente, sceglie un tenore e uno stile
che restano inappuntabili – e, in
fondo, sensati – se non li si rimaneggia.
L’amore che lo lega alla fissità inglese, Tommaso lo indossa grazie a
Dante De Paz, titolare della storica
drapperia bolognese De Paz, in via
Ugo Bassi, punto di riferimento incrollabile per la selezione di tessuti
d’oltremanica (gli Shetland, i cashmere, i pettinati, l’Irish donegal,
il Thornproof, il tartan) con cui vengono confezionati gli abiti che riempiono il guardaroba del perfetto
gentiluomo. Insieme al tartan, la
camicia bianca («c’è un’ incomprensibile guerra in atto alla camicia bianca da giorno: si è sempre
portata e sempre si porterà», ci racconta come se le discettazioni sui
dettagli di stile fossero pane per tutti i denti); lo smoking («mai indossarlo prima delle 18.00, fatta eccezione per quando si va al festival di
Wagner a Bayreuth, che inizia molto presto nel pomeriggio e finisce a
tarda notte», quindi non si possono
fare due cambi d’abito ed è ammesso direttamente quello da sera); il
completo di lino per l’estate («il mio
sarto bolognese per la bella stagione
è stato fino a poco tempo fa Visciotti, uomo straordinario aiutato da
una moglie splendida, Adalgisa, che
già col suo nome mi ispirava devozione»). Opulento come Bologna,
non democratico come lei, ma parimenti tollerante, Tommaso interpreta con serietà il suo ruolo. Non
con impertinenza, ma con dolcezza.
S.S.
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