Provincia di Perugia
DA UN BUIO ALL’ALTRO
IL LAVORO DEI CONTADINI DI COLLINA
NEGLI ANNI TRENTA - SESSANTA
DEL NOVECENTO
ALDO FRITTELLI
Provincia di Perugia
Progetto grafico
Ufficio Relazioni Esterne, Editoria e Centro Stampa
Testo e disegni
Aldo Frittelli
Ringraziamenti
Espressioni di gratitudine devo ad Armando Biselli, Carla Boldrini e a Felicetta Rossetti per la
preziosissima collaborazione e per i numerosi consigli elargiti
A Carlo Alberto Cenci per le consulenze tecniche specifiche
A Maria Teresa Bombetti e Giovanna Casagrande per la consulenza prestata
Ringrazio inoltre Natale Bonucci, Giuseppe Ciurnella e Francesco Sargenti per avermi aiutato a
ricordare
DA UN BUIO ALL’ALTRO
IL LAVORO DEI CONTADINI DI COLLINA
NEGLI ANNI TRENTA - SESSANTA
DEL NOVECENTO
ALDO FRITTELLI
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PREMESSA
La descrizione dei lavori agricoli mezzadrili, praticati fino agli anni
Cinquanta del Novecento nel territorio circostante Perugia, trae origine dalla mostra fotografica “San Marco e dintorni nel tempo,” tenutasi
a San Marco di Perugia nell’autunno 2001.
Tra i vari temi presi allora in esame dal gruppo di lavoro di cui
ho fatto parte, non è mancata anche una panoramica, seppure generica, sull’agricoltura praticata negli anni sopra indicati. Da ciò è nato in
me il desiderio di ricordare, in dettagliata successione, le principali
opere agricole annuali, situandole entro alcune preliminari considerazioni di ordine generale.
L’idea di descrivere in dettaglio il lavoro manuale delle popolazioni rurali è nata non tanto per romantica nostalgia di un passato relativamente recente, né per rimpianti di alcun genere, ma per rendere
giustizia a un’attività umana in moltissimi casi praticata quasi eroicamente, allo scopo di “strappare” magri raccolti da terreni spesso
impervi e sassosi. Una testimonianza, la mia, vissuta in prima persona
sin da quando, adolescente, partecipai a svariate opere agricole, frutto del lavoro di parenti o conoscenti contadini.
Non essendo ancora disponibili tutti gli attuali mezzi meccanici, in quegli anni la raccolta dei prodotti non si poteva realizzare
che alla maniera antica, maneggiandoli numerose volte, in momenti
diversi e distanziati. I lavori più impegnativi, come la fienagione, la
mietitura, la carratura, la trebbiatura, la vendemmia, richiedevano
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l’opera di numerose persone e una notevole quantità di tempo e di
energie.
In questi ultimi anni sono sorti un po’ dovunque importanti
musei della civiltà contadina, ma sia gli utensili che i macchinari ivi
custoditi riescono solo limitatamente a far comprendere ai visitatori di
più recente generazione quanto impegnative fossero le attività agricole, fino a qualche decennio fa.
Neanche le rare fotografie dell’epoca, per quanto preziose, riescono ad essere esaustive per coloro che, per ragioni di studio o per
semplice curiosità, avessero interesse a saperne di più; esse infatti, non
consentono di cogliere sottili e delicate sfumature nel rapporto tra
l’uomo e i suoi animali da lavoro, né emozioni legate ad una operosità
dura, ma comunque gioiosa.
L’autore
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AGRICOLTURA COLLINARE NEI DINTORNI
DI PERUGIA TRA IL 1930 E IL 1970
Come in una sorta di rinnovata attualità, da alcuni anni, in
tutta la regione, vengono riproposte nel mese di luglio brevi trebbiature di grano con antiche macchine trebbiatrici, come si effettuavano fino ai primi anni Sessanta. Questi eventi, oggi quasi folcloristici, sono pretesto per alcune riflessioni riguardanti tutti i
lavori dei nostri contadini, così come si sono svolti fino a pochi
decenni fa entro le regole dell’arretrato sistema mezzadrile.
L’organizzazione agraria del limitato territorio che sarà
preso in considerazione non differiva, nell’insieme, da quella dell’intera provincia. I patti agrari mezzadrili, che hanno regolato i
rapporti tra proprietari e contadini fin dal XIII secolo, dal 1964
non vengono più applicati.
La giornata lavorativa dei contadini iniziava prima dell’alba in
tutti i giorni dell’anno e si concludeva ben oltre il tramonto,
come essi stessi dicevano: “da un buio all’altro.” Un tipo di agricoltura particolarmente dura, specialmente quella attuata in alta
collina, da cui i mezzadri riuscivano a trarre redditi estremamente bassi; in moltissimi casi un’agricoltura “eroica”, condotta quasi
al limite della sussistenza.
E’ doveroso sottolineare che gli appezzamenti di terreno
collinare, posti a coltura mista, erano spesso assai disagevoli per
l’accentuata pendenza; essi richiedevano, per la loro coltivazione,
Paesaggio agrario collinare (foto E. Mezzasoma)
un dispendio di tempo e di energie rilevanti, se confrontati con
alcune corrispondenti coltivazioni di pianura. Gli oliveti plurisecolari, ad esempio, costituiti da raggruppamenti di grossi tronchi ubicati sul ciglio di frequenti e ravvicinati greppi,* ostacolavano non poco
l’aratura, la semina e la falciatura.
Un’attenta osservazione del paesaggio agrario collinare, anche
se in parte abbandonato da alcuni decenni, permette ancora di “leggere” le nostre campagne, modellate nel corso del tempo dal lavoro di molte generazioni di contadini. Ad esempio, si possono ancora individuare i ciglionamenti, attuati per mezzo di greppi; i terrazzamenti, sostenuti da muri a secco; le carrarecce,* per agevolare il
trasporto dei prodotti; le piccole canalizzazioni, denominate
“forme,”* per incanalare le acque piovane ed arginare gli effetti
* Per le voci indicate con asterisco, vedi glossario.
Casa colonica (foto E. Mezzasoma)
disastrosi del dilavamento del suolo, o i piccoli stagni per abbeverare gli animali e per irrigare limitate superfici di terreno.
I terreni erano quasi dovunque messi a coltura forzatamente
promiscua (seminativi, olivi e viti) a causa delle limitate dimensioni
dei poderi* (mediamente di 8-10 ettari) talvolta frammentati in più
campi anche di modesta superficie. Tali appezzamenti consentivano
piccoli allevamenti di bestiame, generalmente bovino, suino e avicolo.
Tra i campi, in alcuni casi marcati perimetralmente da siepi, si
inserivano, sui pendii più accentuati, lembi di macchia.1 Spesso il
paesaggio agreste era (ed è) arricchito da numerose querce plurisecolari, situate ai margini dei campi o sui greppi, cresciute e mantenute da generazioni per le preziose ghiande utilizzate nell’alleva-
1
In questi ultimi decenni, nei poderi abbandonati, la boscaglia sta riconquistando quanto
le era stato sottratto tanti secoli fa.
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mento dei suini. I punti più depressi dei campi erano spesso punteggiati da trosce* di acqua piovana “catturata” nelle stagioni autunnali e invernali.
Un’altra caratteristica del paesaggio mezzadrile è ancora oggi
rappresentata dalle case coloniche, ubicate spesso sui punti meno
produttivi o sulla parte alta del podere, allo scopo di agevolarne la
sorveglianza.
La loro tipologia è in genere costituita da un piano terreno e
da un primo piano (meno frequente qualche esemplare dotato di
torre piccionaia, dalla caratteristica cornice - posatoio a gradoni)2 .
Nei poderi prossimi alla città, accanto a una coppia di buoi o
di vacche per il traino dell’aratro, del carro e della treggia,* erano
presenti una o più mucche da latte; la vendita di questo alimento
metteva a disposizione del colono mezzadro modeste quantità di
denaro (da dividere comunque con il proprietario), in quasi tutti i
mesi dell’anno.
Nei poderi di 5-6 ettari non sempre era possibile mantenere
una coppia di buoi, a causa della ridotta quantità di erba fresca e di
2
La tipologia più frequente delle case coloniche era in genere costituita da un piano terreno in cui era situata la stalla dei bovini (talvolta separata dall’erbaio), la cantina, il pollaio e
la porcilaia (quest’ultima in molti casi non era altro che un basso corpo di fabbrica addossato alla casa stessa, mentre il pollaio era sempre dotato di una voliera). Al primo piano della
casa si accedeva quasi sempre per mezzo di una scala esterna monorampa che terminava in
una loggetta, dalla quale si entrava direttamente nella grande cucina e da questa nelle camere e nel granaio. La cucina era corredata di un grande camino di norma caratterizzato da due
nicchie laterali, dette “i cantoni”, dotate di panche fisse. Il corredo del camino era costituito
da due grandi alari di ferro, detti i “capofochi,” i cui elementi verticali recavano a più livelli
ganci per lo spiedo e, all’estremità superiore, un cerchio orizzontale che, se necessario, poteva accogliere un piatto. Dall’ampia canna fumaria pendeva una catena dai grandi anelli che terminava con un gancio al quale si appendeva il paiolo, detto il “caldaro”. Altri elementi di corredo del camino erano le gratelle e i treppiedi, unitamente alla paletta e alle molle per muovere la brace e i tizzoni. Il camino stesso era infine affiancato da due fornelli in muratura, alimentati da carbone di legna. In una nicchia della cucina, dotata di finestrella, era collocato il
lavello in muratura, corredato di un vano sottostante in cui veniva riposto il paiolo, mentre
al di sopra della finestrella era appesa una piattaia lignea. Su un’altra parete erano infine ancorate una rastrelliera e un’estesa mensola, sulle quali erano sistemate rispettivamente pentole metalliche e pignatte fittili.
Buoi al lavoro (collezione Roila)
fieno producibili. In questi casi, due coloni di poderi contigui si
accordavano a mantenere un capo per ciascuno: gli animali venivano così utilizzati a giorni alterni sui due poderi (tale modo di operare veniva definito con l’espressione “appaiarella”).
In occasione delle attività agricole più impegnative (falciatura
e raccolta del fieno, mietitura, trebbiatura, vendemmia) i coloni
erano soliti “tenere l’opera”* (scambio reciproco di manodopera
non retribuita, cui erano dovuti solo cibo e bevande per l’intera
giornata; se i prestatori d’opera erano braccianti, il loro compenso
si effettuava con denaro o con prodotti agricoli).
Casa colonica in rovina (foto E. Mezzasoma)
Fino agli anni Cinquanta le condizioni di vita degli agricoltori di collina erano rimaste a livello quasi primordiale.
I disagi principali erano rappresentati da case coloniche
fatiscenti, prive quasi sempre dei più essenziali servizi igienici; da
rifornimenti idrici, talvolta lontani dalle case, comunque costituiti da pozzi o cisterne spesso di dubbia potabilità; da collegamenti con le strade maestre o vicinali, costituiti di frequente da
piste, veri e propri pantani nelle stagioni piovose; da antiquata
illuminazione con lampade ad olio o ad acetilene (di illuminazione elettrica erano in genere dotate le case più prossime alla città
o alle frazioni). Infissi di porte e finestre, privi da tempo di
manutenzione, nella stagione invernale mal difendevano dal freddo e i miasmi delle stalle, situate al piano terreno, invadevano
costantemente l’abitazione posta al piano superiore.
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Questi ed altri disagi, unitamente alla scarsa e discontinua
disponibilità di denaro, nell’immediato dopoguerra spinsero i
contadini a intraprendere alcune forme di lotta.
Nell’estate del 1945 ebbe inizio una mobilitazione dei mezzadri per sollecitare una più favorevole suddivisione dei raccolti; lo scontro con i proprietari terrieri si acuì, tanto da giungere
allo sciopero della trebbiatura che, dopo alcuni giorni, venne
ripresa tramite mediazioni.
Il conflitto si riaprì nel 1946 e si concluse con la mediazione del presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cui fece seguito un accordo preparato dal ministro dell’agricoltura Antonio
Segni (l’accordo prevedeva una ripartizione al 53% a favore del
contadino e un accantonamento del 4% della parte padronale
per opere di miglioria).
Ciò nonostante le rivendicazioni continuarono anche negli
anni Cinquanta a causa dei persistenti bassi redditi dei mezzadri
(a questo malcontento si aggiunsero inoltre - nel 1956 e 1957 annate agrarie disastrose, 3 che intorno agli anni Sessanta,
contribuirono ad attivare un sempre più rapido spopolamento
delle campagne).
Alle prime avvisaglie di abbandono, soprattutto da parte dei
giovani coloni, alcuni più accorti proprietari terrieri, agevolati anche
da nuove leggi favorevoli, attuarono qualche miglioria: restauro delle
case più malandate, realizzazione di servizi igienici, costruzione di
stalle per bovini e porcilaie distaccate dalle abitazioni, creazione di
3
Nei primi mesi del 1956 si verificarono numerose ed abbondanti precipitazioni nevose,
che si accumularono l’una sull’altra per settimane. Le ripetute gelate notturne danneggiarono
le colture e in modo particolare gli oliveti. Anche gli olivi secolari, specialmente se ubicati su
appezzamenti esposti a mezzogiorno, furono distrutti, tanto da renderne necessario l’abbattimento (contrariamente a quelli situati sui pendii esposti alla tramontana che, anche se un po’
malconci, riuscirono a sopravvivere e a produrre un modesto raccolto). Nelle notti del 6 e 7
maggio 1957 si verificarono invece due tardive gelate che arrecarono gravissimi danni a tutte
le coltivazioni e in modo particolare ai vigneti.
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laghetti per l’irrigazione dei campi, elettrificazioni, ecc. (anche se
era ormai troppo tardi).
In un primo tempo, forse per non incrementare la disoccupazione, l’esodo venne frenato da leggi emanate nel periodo anteguerra, che impedivano a chi era nato contadino di cambiare attività; chi non esibiva un apposito documento, noto come “Libretto
di Lavoro”, non poteva essere assunto da alcun imprenditore.
Rimosso successivamente tale ostacolo, con il progressivo
nascere di industrie piccole, medie e grandi, unitamente al crescente sviluppo edilizio ci fu l’abbandono di tale antiquato tipo di agricoltura, che determinò il definitivo tramonto della mezzadria.
Dagli ultimi decenni del Novecento i proprietari praticano
infatti l’agricoltura collinare del territorio in forma “diretta”, con
l’ausilio degli ex coloni, denominati “giornalieri”.
Abbandonati gli appezzamenti più impervi, introdotta qualche
nuova coltura, scomparsi buoi e vacche da traino, tutte le operazioni
ora vengono effettuate con macchine agricole: trattori, spargiletame,
frangizolle, rastrelli, presse per paglia e foraggi, mietitrebbiatrici, ecc.
Trattore anni Cinquanta (proprietà Longetti)
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Per gli antichi oliveti, costituiti da esemplari di grandi dimensioni, esiste qualche difficoltà di mantenimento, specialmente se
situati su terreni in forte pendenza. Comunque la sempre più scarsa mano d’opera per la raccolta del prodotto viene compensata in
natura con 7 Kg di olio per ogni 100 Kg di olive raccolte.
Per la coltivazione della vite si è invece passati dalla coltura
detta “a vite maritata” (vite più acero) ai vigneti specializzati, anche
se limitati a pochi appezzamenti.
L’esodo dei contadini ha fatto sì che anche la zootecnia sia
stata fortemente ridimensionata nel territorio circostante Perugia.
Il patrimonio edilizio rurale, costituito spesso da esemplari
assai significativi e interessanti dal punto di vista delle tipologie
architettoniche, è sempre più fatiscente e, in alcuni casi, in completo abbandono. Alcune strutture sono state adattate ad attività agrituristiche, mentre altre, opportunamente ristrutturate, vengono
trasformate in eleganti residenze “rustiche”.
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OPERE AGRICOLE COLLINARI PRATICATE
FINO AGLI ANNI SESSANTA DEL NOVECENTO
(Per una opportuna e necessaria indicazione, va precisato che
gran parte delle opere agricole, di seguito esposte, seguendo la logica
successione stagionale, trovano tuttora la loro valida attuazione, anche
se agevolate da attrezzature, tecnologie e macchine non disponibili negli
anni indicati).
Concimazione
Prima della introduzione dei concimi chimici, la fertilizzazione
dei terreni si effettuava soltanto con letame di stalla, stagionato in
apposite concimaie, situate a una certa distanza dalle case coloniche. Il prodotto, caricato manualmente con il forcone* sul carro o
sulla treggia* e trasportato sul campo, veniva sparso manualmente
Treggia (proprietà Enrico Fiorucci)
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con lo stesso utensile prima dell’aratura.
L’impiego dei concimi chimici, introdotto tra le due guerre
mondiali, non fu all’inizio molto praticato, in quanto costoso. Nel
secondo dopoguerra il cospicuo abbattimento dei prezzi di tali prodotti ne favorì l’uso (unitamente al letame).
In genere si impiegavano due tipi di fertilizzanti chimici: il
primo a base di fosforo e l’altro a base di azoto. Il primo veniva
impiegato in autunno per la coltivazione di grano, orzo, avena; mentre il secondo si utilizzava in primavera. Durante lo spargimento
manuale, l’operatore talvolta si proteggeva le vie respiratorie con
un fazzoletto legato sul viso.
Aratura
Voltorecchio a ruote
(proprietà Nello Saccoccini)
L’aratura si effettuava con il voltorecchio,* lentamente trainato da una coppia di
buoi o di vacche aggiogati e continuamente
sollecitati dal bifolco4.* L’operazione si eseguiva con passaggi di andata e ritorno in
prossimità delle curve di livello, solitamente
iniziando dal punto più basso del pendio.
Allo scopo di tenere l’aratro in asse alla fetta
4 Le sollecitazioni si attuavano con la voce e piccoli tocchi di frusta, in quanto i buoi tendevano continuamente a fermarsi per la fatica.
Vale la pena di riflettere un momento sulla accentuata durezza di tale lavoro, sopportato
docilmente da questi miti animali. Il giogo,* appoggiato loro sul collo e ancorato con funi alle
corna, al momento del traino produceva una forte (e forse dolorosa) pressione, tale da creare un esteso e permanente callo. In estate gli stessi animali erano tormentati da numerosi
insetti (mosche e tafani) che li assalivano in tutte le parti del corpo, ma soprattutto lungo la
circonferenza dei bulbi oculari. I buoi si difendevano alla meglio, scrollando il capo e usando
continuamente la coda come una sorta di frusta. I terreni collinari, molto spesso sassosi, rendevano particolarmente aspra la fatica del traino, in quanto frequentemente il vomere incappava in pietre più o meno affioranti. Non meno gravoso era il lavoro del bifolco che, giunto
alla estremità del campo, mentre i bovini invertivano la direzione di marcia, doveva tenere sollevato l’aratro prima di intestarlo per il nuovo solco.
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di terreno da dissodare, uno degli animali percorreva il fondo del
solco già effettuato mentre l’altro procedeva a una quota più alta sul
terreno che il versoio del voltorecchio avrebbe capovolto
di lì a poco.
Le principali arature si
attuavano in estate. Altri dissodamenti si potevano effetAratura sul pendio
tuare anche in periodi diversi
dell’anno, ma soltanto in condizioni di terreno asciutto. Le arature estive iniziavano prima dell’alba,
venivano interrotte nelle ore centrali più calde,
riprendevano a metà pomeriggio e proseguivano
fin dopo il tramonto.
Quando il terreno era particolarmente resistente, o in
caso di arature più profonde, realizzate con qualche raro aratro a
ruote, denominato “carrettino,” il dissodamento si eseguiva con due
paia di bovini, di intesa con un colono confinante che metteva a
disposizione se stesso e i suoi animali. Al momento opportuno, tale
servizio veniva restituito. Questo tipo di traino era definito con l’espressione “arare alla strappa.”
Come già accennato, particolarmente dispendiosa di fatica era
l’aratura negli antichi oliveti, costituiti anche da gruppi di tre o
quattro tronchi contorti e assai estesi alla base. Ai piedi di essi il
voltorecchio non poteva operare, tanto che i buoi, giunti in prossimità dei fusti, dovevano aggirarli, lasciando inevitabilmente due
estesi triangoli morti (non arati); la loro superficie complessiva di
6-8 mq doveva essere dissodata manualmente con lo
“zappitello.”* Nella fase di aggiramento il bifolco, per mezzo
delle maniglie, sollevava alquanto il voltorecchio, al fine di non
Voltorecchio
danneggiare le radici. I bovini, passan-
do presso gli ulivi, cercavano di brucarne
le fronde, riuscendo anche a strappare,
con la robusta lingua, i rametti più bassi;
per evitare l’inconveniente essi venivano
muniti di una museruola metallica, denominata “boccaletta.”*
In tutte le arature rimanevano (e
rimangono) alle due estremità dell’appezzamento strisce di terra non arata di
Boccaletta
circa quattro metri; questo perché l’ara(proprietà Nello Saccoccini)
tro non può raggiungere il limite del
campo, avendo davanti a sé la forza trainante (ieri i buoi, oggi il
trattore).
Detta area, denominata “capitagna,”* veniva (e viene) lavorata, nella fase finale, con una serie di passaggi trasversali, paralleli
alle testate dei campi stessi.
I terreni arati, destinati alla semina dei cereali, che oggi vengono subito sminuzzati con appositi frangizolle, erano così lasciati all’opera relativamente disgregatrice delle prime piogge autunnali.
Dopo l’aratura era importante ripulire le “forme”* predisposte per lo smaltimento delle acque meteoriche, in quanto ostruite
qua e là dalle zolle precipitate dai greppi durante il dissodamento.
Semina di grano, orzo, avena
Gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre si attuava
(e si attua) la semina di questi cereali, dopo aver mescolato la
semente con prodotti utili a renderla repellente a insetti e uccelli
e a prevenire malattie funginee. Frantumate opportunamente le
zolle mediante un grande rastrello trainato dai buoi, il seminatore,
recando appeso a un avambraccio un canestro di semente, ne lan-
ciava una manciata alla
volta sul terreno; la
manovra, ritmata al
passo, si effettuava con
un moto rotatorio orizzontale del braccio dall’esterno verso l’interno,
con il pugno socchiuso.
Tale primitivo sistema di
semina era sostituito, in Rastrello per sminuzzare le zolle (proprietà Paolo Rossi)
alcuni casi, da qualche
macchina seminatrice, di
cui solo pochi coloni disponevano. Faceva seguito l’interramento
dei semi per mezzo del grande rastrello, seguito a rimorchio dall’erpice* e la frantumazione di rifinitura delle zolle più piccole con
la zappa.*
Sui campi così sistemati era inoltre necessario realizzare dei
solchi-canaletta distanti circa 8-10 metri, aventi una leggera pendenza verso i margini dell’appezzamento; la loro funzione era quel-
Assolcatore (proprietà Paolo Rossi)
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la di disciplinare le acque piovane, che altrimenti avrebbero potuto
innescare dannose ed estese erosioni.Tali canalette venivano realizzate con l’aratro assolcatore,* mentre le sbavature, prodotte ai
bordi del solco, erano accuratamente rimosse con la zappa. La pioggia raccolta in questi solchi era convogliata in altre canalette fisse,
denominate “forme,” e da queste nei fossi circostanti.
Raccolta delle ghiande
Intorno alla metà di
novembre si attuava la raccolta delle ghiande, utili ad
integrare l’alimentazione dei
suini; la limitata quantità di
prodotto raccolto serviva,
comunque, ad alimentare
pochi animali. I frutti caduti Canestro (proprietà Franco Mariucci)
spontaneamente dalle querce venivano recuperati da raccoglitori di
tutte le età; questi, chini o accovacciati, li raccoglievano manualmente uno a uno, riempendo canestri* di varie dimensioni.
Raccolta delle olive
Fino agli anni Cinquanta i proprietari dei poderi esigevano che
la raccolta delle olive non iniziasse prima della loro perfetta maturazione, pertanto era consuetudine iniziare il lavoro il 25 novembre
(festa di Santa Caterina d’Alessandria). A seconda delle annate più
o meno abbondanti e delle condizioni atmosferiche, le operazioni
potevano protrarsi anche per tutto il mese di dicembre.
I raccoglitori, incalzati dal rischio di una brutta stagione (compresa qualche precoce nevicata e le ridotte ore di luce), operavano
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con grande sollecitudine. Anche giornate di nebbia potevano ritardare il lavoro, sia perché lo scorrere della mano sulle fronde bagnate era (ed è) quasi impossibile e sia perché tale atto avrebbe arrecato danno agli olivi.
In alcuni casi si operava in giornate asciutte, ma comunque
proibitive per il vento gelido di tramontana; nella impossibilità di
operare con i guanti, il freddo tendeva a ridurre la mobilità delle
mani (inconveniente che si cercava di attenuare riscaldandole di
tanto in tanto su improvvisati falò o su un piccolo braciere).
Addossate scale a pioli a tutti i rami dell’olivo (per gli alberi
più antichi e più alti, specie se ubicati sul ciglio dei greppi, occorrevano scale lunghissime, costituite anche di 20 gradini), gli operatori “brucavano” con la mano socchiusa a pugno tutti i rametti
carichi di drupe, ripiegandoli dolcemente sul piccolo canestro che
portavano davanti a sé, appeso alle spalle.
Fino agli anni Cinquanta, non essendo in uso le grandi reti
attuali, i frutti che sfuggivano di mano, o fatti cadere in precedenza dal vento, venivano raccolti manualmente a terra, uno ad uno.
Crivello (proprietà Nello Saccoccini)
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Mulino manuale
A sera le olive, mondate dalle
foglie mediante un crivello, venivano
poste in apposite casse dal fondo
perforato da sottili asole di areazione.
Nei giorni successivi il prodotto
veniva caricato sul carro5 e trasportato al frantoio per la spremitura; ritardi di macinazione potevano
Molazza
5 Il carro agricolo in uso nel territorio perugino era dotato di due ruote il cui diametro
non superava l’altezza del pianale di carico, tanto che il veicolo, a seconda delle necessità, poteva essere utilizzato con la cassa oppure con un robusto telaio, entrambi smontabili. La cassa si
utilizzava per trasportare il letame, i sassi residui dello spietramento, le pannocchie del mais e,
durante la vendemmia, le bigonce. Il telaio, che si impiegava invece per il trasporto del fieno e
dei covoni, era costituito da quattro stanghe del diametro di circa 12 cm, parzialmente incastrate e vincolate tra loro per mezzo di bulloni. Le prime due, adagiate trasversalmente alle
estremità del pianale, sporgevano di circa 30 cm oltre il perimetro dello stesso; sopra di esse,
in posizione longitudinale, erano situate le altre due. La stabilità del telaio era garantita da spinotti metallici verticali.
talvolta determinare fermentazioni
dannose per la qualità dell’olio. Dopo
qualche giorno, con lo stesso mezzo
di trasporto si tornava al mulino per
ritirare l’olio novello con cui si riempivano barili* lignei della capacità di
50 litri; altri contenitori
dello stesso tipo,
ma di minore
capacità, erano
detti
“barlozze”*(25 litri) e barlozzini (15 litri).
Barile
In quell’occasione, era possibile effettuare talvolta un “assaggio”, mangiando una fetta di pane tostato, grondan-
Ziro (proprietà Nello Saccoccini)
6 La lavorazione di molitura, ieri come oggi, era effettuata da manodòpera specializzata.
L’accesso al laboratorio, oggi precluso ai non addetti per ovvie ragioni igieniche, negli anni
Cinquanta in alcuni casi non era così rigoroso, tanto che, su richiesta, per qualche minuto era
possibile effettuate una rapida visita non priva di emozioni, soprattutto per chi, adolescente,
la effettuava per la prima volta.
Nei locali, mantenuti a una temperatura di circa 20° da una stufa, operavano tre o quattro
mugnai ciascuno con le proprie mansioni (entrando ci si immergeva gradevolmente nel forte
profumo dell’olio che si espandeva per l’intero edificio). Tra i macchinari allora in uso colpiva
immediatamente, per accentuata espressione di forza, la molazza,* utilizzata per la prima fase
operativa. Essa era costituita da due grandi màcine di granito del peso di circa 1000 kg ciascuna, che si rincorrevano rotolando in cerchio in fondo a una tramoggia.* Lo schiacciamento delle
olive prodotto dalle due mole dava luogo a un blando sgusciamento laterale dei frutti; l’inconveniente era risolto da due raschiatoi, trascinati dalla stessa macchina al seguito di ciascuna
màcina, così che la poltiglia veniva riportata sulla linea di rotolamento dei due monoliti.
Effettuata una serie di passaggi, con la pasta di olive frante si riempivano degli involucri di
fibre vegetali, denominati “fiescoli,”* aventi la forma di una sottile doppia corona circolare, i
quali, sovrapposti in forma di pila sui pianali di alcune presse idrauliche, venivano sottoposti a
spremitura. L’olio, ancora misto ad acqua di vegetazione, gocciolava copiosamente dagli involucri stessi, raccogliendosi in appositi contenitori, passando poi in una macchina detta “centrifuga” che provvedeva a separare i due liquidi: da un doccione usciva l’acqua e da un altro il
biondo prodotto finito. In casa, l’olio veniva conservato in orci di terracotta dalla superficie
interna invetriata e dotati di robusto tappo di legno.
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te dello squisito protagonista6.
Potatura
Ultimata la raccolta delle olive, la stagione invernale consen-
Olivo dopo la slupatura (foto E. Mezzasoma)
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tiva una relativa tregua nelle opere agricole, fatta ovviamente eccezione per il settore zootecnico. Tempo meteorologico permettendo e ad intervalli di circa dieci anni si attuava, a rotazione, negli oliveti secolari, una particolare manutenzione dei tronchi, denominata “slupatura,” cioè per mezzo di utensili di varie forme (sgorbie,
scalpelli, ecc.) si asportava dalla parte cava dei fusti la “carie” o
“lupa” (malattia dell’ulivo); tale bonifica, che si spingeva per alcuni
decimetri sotto il livello del terreno, produceva anche profumate
schegge di legno che venivano utilizzate come combustibile.
La potatura vera e propria degli olivi, delle viti e degli altri alberi
da frutto si effettuava nella seconda metà di febbraio e nel mese di
marzo; per gli olivi si faceva ogni due o tre anni, mentre per le vigne
e per i frutteti si ripeteva tutti gli anni. I rami tagliati degli olivi, denominati “brolle,”* prima di essere impiegati come combustibile venivano
spogliati di tutte le fronde per essere utilizzati come mangime per i
bovini. Tale recupero si effettuava con le cesoie in ambiente riparato
(solitamente la stalla) ed era effettuato dalle persone più anziane. Per
gli alberi si aveva cura di asportare eventuali polloni cresciuti alla base
o sui vecchi rami, di ridurre l’altezza di quelli più alti e di configurarne
la chioma in forma di calice.
Per le vigne si operava in due fasi. La prima (detta ”sbrecciatura”*) si limitava al taglio dei tralci inutili e a rimuovere le vecchie
legature; dopo qualche settimana, sostituiti i pali lignei di sostegno,
corrosi dalle intemperie, si procedeva alla legatura dei tralci ai fili di
7
Le vigne potevano essere organizzate in vari modi. Nella sistemazione a spalliera le viti,
allineate a filari, erano ancorate a due o più fili di ferro paralleli al terreno, sovrapposti e sostenuti alle estremità da pali di legno (più tardi sostituiti con quelli di cemento). Un’altra sistemazione abbastanza frequente era quella detta “a vite maritata”, costituita cioè da singole viti
piantate a pochi centimetri da un albero avente funzione di sostegno (solitamente un acero
campestre, comunemente detto “stucchio).”
Una variante a questa sistemazione poteva essere quella detta “a telone.” In questo caso
sui rami di due aceri contigui venivano ancorati due pali trasversali destinati a sostenere quattro fili di ferro. Sui fili stessi, controventati da sottili traversi, venivano distese e legate le viti.
In alcuni casi le viti potevano essere sistemate sopra un pergolato, impropriamente detto dai
coloni “il voltabotte;” mentre autentici voltabotte (sostenuti da strutture trasversali in ferro
sagomate a semicerchio) venivano realizzati per ombreggiare vialetti in prossimità di ville o
case padronali e per sostenere viti di uva da tavola.
28
ferro mediante rametti di salice più o meno sottili, comunemente
detti “venchi.”* I tralci recisi venivano raccolti in piccoli fasci per
essere utilizzati come combustibile per il camino o per il forno7.
Semina dei foraggi
Intorno all’ultima decade di marzo, si seminavano i foraggi
per l’anno successivo, costituiti da erba medica, trifoglio pratense
e lupinella, (quest’ultima, però, veniva seminata a parte).
Detta coltura serviva a produrre erba fresca, ma soprattutto una buona quantità di fieno, per alimentare gli animali nella stagione invernale.
Tale semina era
importante anche per
attuare un minimo di
rotazione agraria, in
quanto i cereali (grano,
orzo, avena) impoverivano fortemente il terreno
dagli elementi nutritivi,
mentre le leguminose
sopra menzionate ne
incrementavano il contenuto in azoto.
La semina delle
foraggere veniva in genere attuata in mezzo al
grano ancora alto pochi
centimetri (bulatura);
l’interramento dei semi
si effettuava con l’erpice,
trainato da un solo bue.
Erpice (proprietà Nello Saccoccini)
29
Altra pianta erbacea usata come mangime per gli animali e
come ottima incrementatrice di azoto nel terreno, era la favetta
(varietà di fava a legume corto, con soli quattro o cinque piccoli
semi).
A differenza dei foraggi indicati in precedenza, questa leguminosa veniva seminata in uno specifico appezzamento di terreno.
Semina del mais
La semina di questa graminacea (meglio conosciuta come
granturco) si effettuava nei primi giorni di aprile. Arato il terreno
e sminuzzate le zolle, si eseguivano solchi adiacenti sull’intero
appezzamento, entro i quali, con la mano
socchiusa, si lasciavano cadere i chicchi alla
distanza di circa 15 centimetri. Il loro rinterro si compiva con la zappa facendo in
modo da lasciare quasi intatti i cigli dei solchi stessi.
Circa a metà maggio si procedeva alla
zappatura manuale del mais per estirpare
le erbe infestanti, ma anche per rincalzare
ed eventualmente diradare le pianticelle.
Vangatura dei filari di viti
Vanghe
In primavera si procedeva a dissodare il terreno dei filari posti ai margini o in mezzo ai campi
seminativi; il trattamento, che si eseguiva manualmente con la
vanga,* si estendeva per una larghezza di 70-80 centimetri. Allo
scopo di fertilizzare il terreno così sistemato, su di esso veniva
seminata la favetta, che serviva anche ad arginare lo sviluppo di
erbe infestanti.
30
Impiego degli antiparassitari
Solferina o Solforatrice
(proprietà Terzilio Santuari)
Gli antiparassitari in uso fino
agli anni Cinquanta erano soltanto
quelli impiegati contro i parassiti
vegetali delle viti. A seconda dell’andamento stagionale (più o meno
umido) si interveniva più volte nel
periodo primaverile per difendere le
vigne (foglie e frutti) da alcuni tipi di
funghi parassiti, soprattutto dalla
peronospera e dall’oìdio.
La peronospera si combatteva spruzzando del solfato di
rame sui grappoli e sui pampini. L’operazione si attivava la sera
precedente il giorno di applicazione, ponendo i cristalli di solfato
di rame in un cesto immerso in un contenitore d’acqua di circa
200 litri; il prodotto, una volta disciolto, veniva mescolato con
latte di calce spenta.
Il preparato, popolarmente detto “verderame”, veniva applicato da una o due persone mediante pompe irroratrici appese alle
spalle ed azionate a mano. Il trasporto del liquido dal luogo di preparazione a quello di impiego veniva effettuato da altre persone
per mezzo di secchi (tutto il lavoro era definito con l’espressione
“dare l’acqua”).
Per quanto riguardava invece l’oìdio, bisognava intervenire tempestivamente dopo il verificarsi di particolari situazioni atmosferiche
sfavorevoli (ad esempio la nebbia); si
correva ai ripari inzolfando i grappoli
per mezzo di un inzolfatoio munito di
mantice (popolarmente detto “solferina”), appeso al dorso dell’operatore.
Falce fienaia (proprietà Nello Saccoccini)
31
Falciatura e raccolta del
fieno
Impegnative e laboriose
erano le operazioni di falciatura
e conservazione del foraggio, utilizzato per l’alimentazione di
alcuni animali nella stagione
invernale. L’operazione si effettuava manualmente nella seconda metà di maggio, per mezzo di
grandi falci dal lungo manico di
legno, dette appunto “falci fienaie.”*
All’utensile veniva impresso un rapido movimento traslatorio, secondo la direzione di un
arco di cerchio da destra a sini- Ribattitura della falce
stra, che il falciatore ritmava al
passo.
Durante la giornata di lavoro la falce stessa, smontata dal
manico, doveva essere “ribattuta” più volte per mezzo di apposita
martellina su una piccola incudine infissa nel terreno. Il
bordo tagliente della lama era inoltre mantenuto efficiente
con frequenti affilature,
attuate con la cote,
popolarmente detta
“cotarella”* (questo
utensile era mantenuto umido e custodito
in un corno bovino
appeso alla cinghia dei
pantaloni).
Cotarella
Affilatura della falce
32
In occasione della falciatura si provvedeva anche a
tagliare l’erba nata spontaneamente sui greppi e sui
bordi delle strade carrarecce.* Gli steli tagliati,
raccolti in mannelle, venivano disposti
Rastrello
con cura in direzione parallela alla
pendenza dei greppi stessi.
Questo lavoro di rifinitura, messo soprattutto in atto dagli anziani e
dalle donne, si effettuava con la classica falce* dalla lama ricurva (talvolta detta “falcinella).” Anche questo antichissimo utensile di tanto
in tanto doveva essere ribattuto con la martellina e
riaffilato con la cote.
Il fieno tagliato e lasciato essiccare al sole
per alcuni giorni, veniva successivamente rovesciato con la forca* per una più uniforme
essiccazione e quindi raccolto sui
campi in cumuli del volume pari a
una carrata; l’operazione si attuava
manualmente con l’utensile sopra
accennato e con il rastrello.
Dopo alcuni giorni faceva
seguito il trasporto degli stessi
cumuli presso la casa colonica, con
i quali si dava forma ad un unico
Pagliaio
grande cumulo, denominato “pagliaio.”*
Un carro a due ruote, trainato dai buoi, seguito da tre perso-
8
L’aia era un’area pianeggiante, raramente dotata di pavimento, situata presso le case
coloniche e adibita principalmente alla battitura dei cereali, dei semi del foraggio e dei legumi,
nonché alla spannocchiatura del mais. L’area era dotata di alcuni pali lignei (stolli) infissi nel terreno, intorno ai quali si realizzavano pagliai di fieno e di paglia. Al margine dell’aia era quasi
sempre presente una capanna, spesso suddivisa in due parti (in una di queste veniva sistemata la pula dei cereali, mentre nell’altra venivano ricoverati gli attrezzi agricoli). L’edificio di
muratura, con le pareti traforate da grigliati di mattoni, presentava il manto di copertura direttamente sistemato sulla struttura lignea (tetto definito dai muratori “a scollasorce”). Più raramente la capanna era interamente a struttura lignea, con copertura di paglia.
33
Carro agricolo (proprietà Azienda Agraria F.lli Mengoni)
ne, faceva la spola dai campi all’aia8.
Mentre il bifolco guidava gli animali, un altro, all’occorrenza,
tirava la fune di comando della martinicca.*
Fermato il carro presso il cumulo, uno di essi vi saliva e con
la forca sistemava con cura il foraggio che l’altro gli porgeva con
identico utensile.
Il terzo, che poteva essere anche un adolescente, si poneva
davanti agli animali, tenendoli per il morso, allo scopo di non farli
muovere. I buoi durante queste soste, se lasciati liberi, cercavano
Trasporto del fieno
34
infatti di brucare qualche filo d’erba alla loro portata, spostandosi
anche di qualche passo, rischiando così di far cadere colui che, in
piedi sul carro, stava sistemando il carico.
Al fine di garantire la stabilità del carico durante il trasporto, il foraggio veniva legato con grossa fune di canapa, tesa per
mezzo del verricello, in dotazione al carro. Una volta arrivati sull’aia, la carrata veniva scaricata con rapida manovra: sganciato il
timone del carro dal giogo, il carico veniva “dato all’aria” (con
espressione gergale), cioè a ruote ferme ribaltato indietro in
pochi secondi. Altri uomini, impugnando quindi la forca, procedevano alla realizzazione del pagliaio che, a lavori ultimati, poteva
raggiungere l’altezza di sei o sette metri.
La formazione effettiva del manufatto (se di dimensioni
medio-piccole) era eseguita da un solo uomo, coadiuvato da un
altro, mentre se il pagliaio era di grandi dimensioni veniva realizzato da due uomini, affiancati da uno o due aiutanti.
L’artefice del cumulo, impugnando la forca, sistemava con
cura il foraggio, disponendolo in grandi falde lievemente inclinate
verso l’esterno lungo la circonferenza, in modo da favorire l’allontanamento dell’acqua piovana. A ogni falda
sistemata, l’uomo faceva un passo in
avanti su di essa, seguendo un percorso in prossimità della
circonferenza stessa,
(per questo era definito colui che “faceva il giro”).
Realizzazione del pagliaio
35
L’altro uomo, oltre a colmare l’area centrale del pagliaio, poneva a
portata di forca del primo il prodotto che man mano veniva fatto
salire da terra (in questo caso si era soliti dire che egli “accostava”).
Fra gli uomini a terra, mentre due di loro (solitamente i più anziani) preparavano le forcate, gli altri, per mezzo di scale a pioli addossate
al pagliaio in formazione, attuavano una spola di sali-scendi, portando una
forcata di fieno al di sopra della testa. Questi ultimi, mentre con una
mano tenevano il manico della forca in verticale, appoggiandolo anteriormente alla spalla, con l’altra mano si aggrappavano ai gradini della scala
che risalivano, per deporre il fieno da sistemare.
Nella fase finale il diametro del pagliaio
veniva ridotto sempre più, tanto che gli uomini che vi operavano, uno alla volta ne discendevano. Rimasto al vertice del manufatto un
solo operatore, questi lo concludeva applicando
un cesto di terriccio, allo scopo di evitare dannose infiltrazioni d’acqua lungo il palo (quasi sempre
non tutte le scale raggiungevano il vertice del
manufatto, tanto che, per far scendere l’ultimo operatore, due uomini sollevavano il piede della scala
Tagliafieno
al di sopra delle proprie
spalle. Quando l’uomo alla sommità,
con grande cautela e aggrappandosi al palo, vi era salito, i due la
Pagliaio tagliato
facevano scorrere, deponendola dolcemente al suolo).
La superficie conica del pagliaio veniva
rifinita da terra
mediante una lunga
pertica che agiva su di
essa quasi come un
pettine, tanto che, a
36
lavoro ultimato, il manufatto si presentava come realizzato al tornio. In alcune annate, particolarmente favorevoli a seguito di qualche pioggia, si potevano effettuare altri tagli di fieno nei mesi estivi;
la quantità di prodotto, anche se più contenuta di quella primaverile, consentiva di realizzare almeno un altro pagliaio. Alla fine dell’estate le aie apparivano così corredate
da due o più pagliai di fieno (uno di paglia e in alcuni casi uno di pula).
Il mutare continuo della loro forma, dovuto al progressivo
taglio di grosse fette verticali, necessarie per il consumo del prodotto, nella fase finale li rendeva simili a grossi torsoli di mela con
relativo picciòlo: vere e proprie sculture che esaltavano lo spazio
circostante le abitazioni dei coloni (questi grossi cumuli, oggi sostituiti dalle “balle” pressate meccanicamente, caratterizzavano per
quasi tutto l’anno le nostre campagne; le loro immagini restano
ormai impresse soltanto nella memoria dei più anziani, o in qualche
rara fotografia).
Mietitura di grano, orzo e avena
Come è noto, nell’ultima decade di giugno si dava inizio alla
mietitura che, secondo la maniera antica, si effettuava con la falce
messoria9.
La famiglia contadina, nel lavoro della mietitura, era coadiuvata da alcuni braccianti e talvolta anche da parenti ed amici. L’attività
dei mietitori (uomini e donne), si svolgeva in maniera quasi festosa.
Tra un covone e l’altro, riaffilando la falce con la cote, si scambiava-
9 La falciatrice a trazione animale, già in uso nei poderi di pianura, era ostacolata notevolmente in quelli collinari dalle alberature, dai greppi e dai muretti di sostegno. Non va dimenticato che gli ulivi plurisecolari, a volte disseminati sul pendio in ordine sparso e ravvicinato,
presentavano (e presentano) fusti dalla base assai estesa ed articolata. La distanza tra questi
alberi e i greppi contigui, che a volte non superava i due metri, era insufficiente al transito dei
buoi e della falce, lateralmente molto sporgente.
37
La mietitura del grano (Foto Centro documentazione delle tradizioni popolari di Città di Castello - a cura
del Prof. L. Dalla Ragione)
no pettegolezzi, gli anziani raccontavano aneddoti e in alcuni casi si
intonavano canti a due voci o stornelli tradizionali, di cui purtroppo si è perduta memoria. Tutti gli uomini portavano un cappello di
paglia o di feltro, mentre le donne usavano un grande fazzoletto (in
estate, non solo durante la mietitura, molti camminavano scalzi,
Mietitori al lavoro
38
anche in mezzo alla seccia*, senza ferirsi.
Il lavoro si svolgeva sotto la gran luce dei “dì canicolari,”
accompagnato dal continuo frinire delle cicale. Tutti operavano
affiancati alla distanza di circa due metri, iniziando solitamente dal
punto più basso del pendio o, in caso di terrazzamenti, anche in
senso trasversale, parallelamente alle curve di livello.
Acquazzoni primaverili, uniti a raffiche di vento,“allettavano” talvolta in tutte le direzioni estese superfici di cereale complicando non
poco il lavoro dei mietitori. Essi infatti, per recidere gli steli, dovevano
Fasi di realizzazione del balzo
1
2
3
4
5
6
39
7
8
portarsi dalla parte opposta alle
spighe coricate, aggirando in tutte
le direzioni il normale fronte di
avanzamento della mietitura.
Gli operatori, curvi sulla
mèsse, la recidevano a circa 8
cm da terra, raccogliendola con
l’altra mano in voluminose mannelle che deponevano con cura
dietro di sé, trasversalmente,
sopra il predisposto “balzo.”*
In questa fase la falce, utilizzata quasi come un uncino, serviva anche a mantenere in ordine il
fascetto di steli che altrimenti una
sola mano non avrebbe potuto
contenere; la mèsse così recisa
veniva accumulata in quantità tale
da formare un covone, denominato “gregna.”*
Mentre uno dei mietitori
legava i covoni, altri, tra cui qual10
9
Barchetti di grano
Dopo circa un paio di settimane dalla mietitura, bisognava trasportare i covoni sull’aia.
Allo scopo di agevolare la formazione del carico, la ruota a monte del carro veniva fatta scendere nel solco in modo che il suo pianale venisse a trovarsi il più possibile prossimo alla orizzontalità.
che adolescente, li radunavano in punti appropriati,
solitamente a monte di un
solco-canaletta 10. Al tramonto i covoni stessi venivano accatastati, con disposizione a croce, in catene di
“barchetti.”*
La perdita di liquidi,
dovuta alla fatica e alla elevata temperatura, richiedeva
frequenti moderate bevute
di vino e di acqua che i mietitori attuavano passandosi
l’un l’altro sempre lo stesso
bicchiere (inesistenti ancora i
bicchieri di plastica). Nei
poderi più poveri, al fine di
economizzare il vino, talvolta
si usava una miscela di acqua
Legatura di un covone (Foto Centro documentazione
delle tradizioni popolari di Città di Castello - a cura del e aceto, detta appunto “aceProf. L. Dalla Ragione)
tello” (la distribuzione delle
bevande era effettuata di
tanto in tanto dagli adolescenti, solitamente denominati “i forca”*
che, dopo il servizio, deponevano i fiaschi o i bottiglioni all’ombra di
un albero).
Il lavoro dei mietitori iniziava di buon’ora e si interrompeva
durante le ore centrali della giornata.
Intorno a mezzogiorno tutti tornavano alla casa colonica per
consumare il pasto, dopo il quale alcuni schiacciavano un pisolino
all’ombra degli alberi o di un pergolato, mentre altri ribattevano la
falce e le donne riassettavano la cucina o accudivano agli animali da
cortile. Intorno alle ore 16 tutti tornavano al campo per continua-
41
re la mietitura, che si protraeva finché c’era luce a sufficienza. Il lavoro pomeridiano veniva comunque interrotto intorno alle ore 18 per
consumare una merenda seduti sui covoni o sui greppi. Lo spuntino
era costituito per lo più da uno spicchio di focaccia (solitamente
detta “torta al testo”), da alcune fette di prosciutto e da un bicchiere di vino. Il cibo, preparato in casa dalle massaie, veniva trasportato
in una canestra,* mantenuta abilmente in equilibrio sul capo per
mezzo della “coroia”* (tale metodo consentiva loro di avere le mani
libere per trasportare altri oggetti).
Carratura (Foto Centro documentazione delle tradizioni popolari di Città di Castello - a cura del Prof. L. Dalla
Ragione)
42
Carratura
Nel mese di luglio, a una o due settimane dal termine della
mietitura, tutti i covoni venivano trasportati sull’aia per la imminente trebbiatura; questo lavoro, denominato “carratura,” era svolto da
otto-dieci uomini.
Il trasporto si attuava in maniera simile a quella già descritta
per il fieno, possibilmente impiegando due carri (più raramente uno
solo) privi della cassa, sostituita da un telaio e tre persone per ogni
carro. Il carico veniva sistemato a mano, ponendo i covoni trasversalmente rispetto al veicolo, con le spighe orientate all’interno,
mentre il trasferimento dai barchetti al carro si effettuava con la
forca. Dopo le necessarie legature con il così detto “funicchio”*
aveva inizio il trasporto.
Prima di raggiungere le strade carrarecce, nell’attraversamento dei campi più accliviati, i carri, in alcuni casi, seguivano qua e là
le curve di livello; in tali passaggi il carico, strapiombando verso
valle, correva qualche rischio di ribaltamento. Intervenivano
allora i due accompagnatori che, camminando accanto al
veicolo, puntellavano la carrata con le proprie
forche.
Durante il trasporto il bifolco
precedeva di circa due metri gli animali da traino, tenendo le cordebriglie raccolte in una mano,
mentre gli altri due seguivano il
veicolo con le rispettive forche in
spalla (uno di loro, se necessario,
Giogo
azionava la martinicca).
11 Assai
interessante questa sorta di accortezza, quasi simbiosi tra il bifolco e i suoi animali che indugiavano a fare mezzo passo indietro; egli allora li rassicurava più volte con voce
sommessa, perché arretrassero tranquillamente.
43
Se il trasporto si effettuava per lunghi tratti di salita, a seconda della lunghezza, il percorso veniva interrotto una o due volte per
circa un minuto, in modo da far riprendere fiato agli animali (si
tenga conto che la fatica era aggravata non poco dal grande caldo).
In questa fase il conducente, fermati i buoi, li faceva arretrare di
alcuni centimetri, al fine di attenuare la pressione esercitata loro sul
collo dal giogo11.*
Dopo l’ordine di fermata, quello successivo di arretramento
era preceduto dalla messa in sicurezza del trasporto, attuata tempestivamente dai due accompagnatori, che provvedevano a rincalzare con due pietre le ruote del veicolo.
Gli uomini che intanto operavano sull’aia, liberata dalle erbacce nei giorni precedenti, davano forma a un grosso cumulo di covoni, denominato méta* o barcone;* la sua pianta ovale o rettangolare con angoli smussati assumeva in altezza la sagoma di un pagliaio.
Il carro carico di covoni, giunto a destinazione, veniva fermato presso la méta; i buoi aggiogati venivano staccati dal veicolo e
subito riattaccati a un altro carro vuoto, pronti a ripartire.
Disciolto il carico, un operatore saliva sulla carrata per trasferirla con la forca sul cumulo in formazione (nei casi più rari in
cui si utilizzava un solo carro, il carico veniva ribaltato a terra e
Realizzazione del barcone dei covoni
44
subito spostato sulla méta). Il barcone veniva impostato dal suo
nucleo centrale, disponendo i covoni verticalmente, a contrasto tra
di loro, con le spighe in alto; a questo primo gruppo se ne addossavano altri sempre più adagiati, avendo cura di non far toccare le spighe a terra. Come per il pagliaio, un uomo faceva “il giro”, percorreva cioè il perimetro del barcone disponendo i covoni ben addossati gli uni agli altri, con le spighe rivolte all’interno del manufatto.
Egli li afferrava con una mano sulla legatura e con l’altra su un
ciuffo di steli, a metà strada tra la legatura stessa e le spighe.
Sistemato il covone, l’operatore avanzava su di esso in ginocchio,
ripetendo ritmicamente l’operazione12.
Altre persone (una o due), all’occorrenza anche adolescenti,
“accostavano”, cioè porgevano a portata di mano i fasci di cereale a colui che faceva il giro. Gli accostatori avevano inoltre l’incarico, non meno importante, di attuare, (in piedi) un secondo filare di
covoni, più interno, parzialmente sovrapposto a quello perimetrale
e di colmare l’area centrale del barcone.
Quando il cumulo superava i 2,50 metri di altezza, si rendeva
necessaria un’altra manovra: appoggiata una scala a pioli al barcone,
un uomo vi saliva a mezza altezza, ponendosi di spalle al manufatto e,
impugnando a sua volta la forca, attuava con gli altri una manovra di
passamano. Incrementandosi ulteriormente l’altezza della méta che, a
lavori ultimati poteva raggiungere l’altezza di cinque-sei metri, sulla
stessa scala, ma ad una quota più alta, si poneva un altro uomo per
effettuare con gli altri identica manovra; in tal modo, con due o tre
passaggi, i covoni giungevano a destinazione.
Quando la larghezza del manufatto, ormai rastremato alla som12 Un encomio particolare, anche se ormai tardivo, meritano questi realizzatori di pagliai
e di barconi, manufatti in un certo senso paragonabili ad effimere opere d’arte architettoniche.Tutto è facile quando è risolto, anche se ci si doveva chiedere come facessero costoro a
determinare le dimensioni planimetriche di tali cumuli e soprattutto come riuscissero al
momento giusto a rastremarli. La rastremazione era indispensabile affinché eventuali piogge
non danneggiassero il prodotto, perché, se iniziata troppo presto, il manufatto sarebbe rimasto senza punta (cioè scoperto), mentre, se iniziata tardivamente, una parte del prodotto
sarebbe rimasta a terra fuori della sua sede.
45
mità, era di circa un metro, si realizzava una sorta di
cresta di coronamento, disponendo gli ultiScorgiato
mi covoni trasversalmente su due o tre
strati sovrapposti e orientati tutti per lo stesso verso; su di essi infine venivano infisse le croci di canna, già piantate tra le mèssi nel mese
di maggio.
Dopo la carratura era consuetudine dare a chiunque la possibilità di effettuare la “spigolatura”; ovvero ricercare e raccogliere tra le
stoppie le poche spighe disperse.
Trebbiatura
Nel mese di luglio si effettuava la trebbiatura dei cereali per
mezzo di macchine che, trainate da un trattore e dai buoi, si spostavano da un’aia all’altra. Va comunque ricordato che talvolta, ma
sempre più raramente, piccole quantità di orzo o di avena venivano
ancora battute manualmente con il correggiato, detto anche “scorgiato”* o “scorgiattolo;” (l’espressione gergale era “battere a bastoMacchina trebbiatrice (proprietà Franco Calzoni - Tavernelle)
Macchina trebbiatrice in funzione (proprietà Longetti - Passaggio di Bettona)
ne”). Con questo antico metodo i covoni venivano distesi sull’aia
uno accanto all’altro, su due opposte file, con sovrapposizione delle
spighe che venivano battute con una
Motore a vapore
serie di colpi da quattro o più uomi(proprietà Franco Calzoni - Tavernelle)
ni, disposti frontalmente. Un gruppo
di battitori affiancati colpiva le spighe
in tempi alternati rispetto agli altri
(quando le mazze dei primi colpivano,
quelle degli altri, roteando al di sopra
delle teste, prendevano slancio per il
colpo successivo). Allontanata la
paglia con la forca, i chicchi di cereale dovevano essere mondati dalla
pula. L’operazione si attuava con
metodo assai primitivo, possibilmente
con l’ausilio di una leggera brezza:
lanciato in alto il prodotto con una
pala concava, la pula, più leggera, veniva allontanata dall’aria. In seguito era
Trattore “Landini” anni Trenta (proprietà Paolo Rossi)
necessaria una ulteriore rifinitura, che si attuava con un setaccio
chiamato “giujara.”* Tale lavoro si effettuava sotto un loggiato o in
altro locale della casa colonica, nei giorni successivi alla battitura (o
in altri momenti).
Sino alla fine dell’Ottocento, battere con tale primitivo sistema
cospicue quantità di cereali richiedeva settimane e grande dispendio di
La battitura del grano (Foto Centro documentazione delle tradizioni popolari di Città di Castello - a cura del
Prof. L. Dalla Ragione)
48
energie, mentre intorno ai primi anni del Novecento, l’operazione si
fece più agevole tramite macchine trebbiatrici,* azionate da pesanti
motori a vapore che i buoi trainavano da un’aia all’altra. Il motore a
vapore venne successivamente sostituito dal motore a combustione
interna (trattore Diesel), che consentiva anche il traino della trebbiatrice ed eliminava del tutto il rischio di incendio.
La trebbiatura spesso iniziava prima dell’alba e si protraeva in
continuità per molte ore della giornata, (nei poderi più grandi anche
per tutto il giorno). Le preliminari operazioni di piazzamento delle
macchine erano riservate esclusivamente a tre o quattro uomini, incaricati dal proprietario delle stesse, denominati appunto “macchinisti.”
Essi innanzi tutto sistemavano la trebbia accanto al barcone, verificandone con una livella l’orizzontalità. Sul davanti di questa, a diretto contatto, veniva sistemato l’elevatore portapaglia, impropriamente detto
“la scala”, mentre la forza motrice (il trattore) era allineata alcuni metri
Il battitore
(particolare della
trebbiatrice)
13
Intorno alla fine degli anni Cinquanta, allo scopo di ridurre i gravi rischi di infortuni, la
trebbia venne dotata di un proprio elevatore dei covoni, snodato e girevole, munito alla sommità di un proprio congegno per recidere i balzi. Si eliminavano così il macchinista imboccatore e l’addetto al taglio dei legacci, escludendo la loro presenza troppo ravvicinata all’organo
trebbiante (il battitore)*. Gruppi di pulegge, con le rispettive cinghie di trasmissione situate
lungo i fianchi della trebbia, vennero schermati da griglie metalliche, mentre la figura dell’uomo con il rastrello, intento ad estrarre la pula da sotto la macchina, venne eliminata mediante l’impiego di tubature componibili caso per caso, entro le quali un aspiratore la trasferiva
direttamente nel luogo voluto. Quest’ultimo accorgimento non ebbe però successo, in quanto spostava l’inconveniente della gran polvere all’interno della capanna nella quale nessuno
voleva operare. L’aspiratore fu allora sostituito da un elevatore come quello utilizzato per il
pagliaio, anche se di più ridotte dimensioni.
14 Altri tipi di trattori, all’epoca di più recente produzione, erano detti “a testa calda”, in
quanto il loro avviamento si otteneva pre-riscaldandoli con un bruciatore a petrolio o a gas
per alcuni minuti.
49
dietro la trebbia. Frenate le macchine e rincalzate le ruote al fine di
garantirne la massima stabilità, tra la puleggia principale della trebbiatrice e quella del trattore veniva posta una grossa cinghia di trasmissione che, unitamente alle numerose pulegge e cinghie minori della
trebbia, azionava complessi meccanismi (pressoché inesistenti fino ai
primi anni Cinquanta le norme di sicurezza contro gli infortuni, che
vennero poste in atto soltanto intorno al 1955)13.
Avviato il motore con alcuni giri di manovella solitamente effettuati da un uomo di robusta corporatura,14 quindici–diciotto prestatori
d’opera, precedentemente radunatisi, davano inizio alla battitura15.
Quattro o cinque dei più giovani salivano sul barcone e, per
mezzo di forche, ponevano i covoni sopra l’impalcato praticabile
della trebbia, dove un macchinista, disceso in una piccola cavità, ne
imboccava uno alla volta nella macchina con le spighe in avanti. Lo
affiancava un uomo in piedi che, impugnando una falce, provvedeva
a tagliare i balzi, sincronizzando i suoi movimenti con quelli del
macchinista16.
Degli operatori sul barcone soltanto uno di loro, rimanendo
pressoché fermo sullo stesso punto, porgeva i covoni in grembo al
tagliatore di balzi, avendo a sua volta cura di sincronizzare ogni passaggio con i movimenti dell’altro. Il perfetto sincronismo di movimenti attuato dal porgitore di covoni, dal tagliatore di balzi e dal
macchinista imboccatore era indispensabile sia per ridurre rischi di
infortuni e sia per economia di tempo (ogni passaggio si realizzava
15
I prestatori d’opera erano in massima parte i contadini del territorio circostante,
ai quali bisognava restituire “l’opera” quando veniva il loro turno; ad essi si aggiungeva
qualche bracciante, definito solitamente con l’appellativo di “casengolo,”* unitamente ad
amici e parenti.
16 Le macchine trebbiatrici utilizzate nei poderi di collina erano di taglia medio-piccola,
allo scopo di rendere relativamente più agevole il loro trasporto sulle ripide carrarecce.
Nei più vasti poderi di pianura si utilizzavano invece trebbie più larghe, aventi una maggiore capacità operativa, tanto che si impiegavano due persone per tagliare i balzi, una a destra e
l’altra a sinistra del macchinista imboccatore. In questo caso sull’impalcato della macchina era
però necessaria un’altra persona per accostare i covoni al tagliatore che veniva a trovarsi dalla
parte opposta al barcone (escluso il macchinista, le persone di servizio sopra la trebbia talvolta erano donne).
50
infatti in tre o quattro secondi); tutti gli altri uomini sul barcone
attuavano da ogni punto di esso manovre di passamano, cioè accostavano.
Quattro uomini, forca in pugno, si incaricavano di realizzare il
grande pagliaio, operando con particolare sollecitudine, a causa del
continuo flusso di paglia in arrivo. Due di loro, come per il pagliaio del
fieno, facevano il giro, mentre gli altri due accostavano e colmavano l’area centrale. Questi ultimi venivano quasi ininterrottamente a trovarsi
sotto la pioggia di paglia e di polvere fatta affluire dalla macchina.
I primi due, nel loro operare, tenevano d’occhio il progressivo
ridursi della méta, dovendo di conseguenza rastremare sempre di più
il manufatto (non avendo tempo di scendere a verificare la simmetria
del pagliaio per l’incalzare continuo del portapaglia, un uomo anziano, da terra, dava direttive in tal senso: “dai più letto a monte”!
Oppure:“Riduci un po’ verso la capanna”! E nella fase finale:“Ritiralo,
ritiralo”! Con il significato di ridurre rapidamente il diametro del
Chiusura e trasporto del sacco
51
pagliaio, in quanto la materia prima stava per finire).
Tre uomini, dietro la trebbiatrice, rimuovevano i sacchi pieni
di chicchi, sostituendoli con altri vuoti e provvedendo anche alla
loro pesatura, sotto l’occhio vigile del fattore o del proprietario
del fondo, chiamato dai coloni “il padrone”.
Il dispositivo di pesatura veniva sistemato alla distanza di una
decina di metri, possibilmente all’ombra di un albero o di un muro
(poco lungi era disponibile una seggiola per uno dei personaggi
sopra accennati).
Ai sacchi di iuta, riempiti e scostati dalla trebbiatrice, venivano provvisoriamente arrotolati i lembi della imboccatura, sia per
non disperdere i chicchi, sia per dar forma a una sorta di doppia
maniglia.
Il loro trasporto fino alla bilancia veniva
attuato agevolmente da due uomini che si ponevano uno di fronte all’altro davanti al contenitore, afferrando con una mano le estremità di uno
stesso matterello, lungo circa 90 centimetri.
Affiancato l’utensile orizzontalmente a 15
centimetri da terra davanti al sacco, quest’ultimo
veniva inclinato e adagiato sul matterello, mentre
con l’altra mano i trasportatori afferraBigonzo (o bigoncia)
vano le rudimentali
maniglie sopra accennate, mantenendone bene avvolte le spire.
Durante il breve percorso il
sacco, in posizione orizzontale, procedeva con il fondo in avanti per
essere, di lì a poco, adagiato verticalmente sul pianale della basculla.
Una volta sulla bilancia, il
contenitore veniva riaperto e, con
Basculla
52
il cereale contenuto in una bigoncia, se ne aggiustava il peso netto
di 100 chili.
Dopo la definitiva sigillatura con una cordicella, quelli del proprietario venivano addossati a un greppo o a un muro, prima di
essere portati a destinazione, mentre quelli del colono venivano
trasportati sul dorso dagli stessi addetti (con espressione dialettale “a l’orca”) e svuotati definitivamente nel granaio (il trasportatore, nel porsi il carico sulle spalle, era coadiuvato dagli altri due).
Il lavoro più ingrato, per l’accentuata quantità di polvere, era
svolto da un uomo anziano, impegnato a rimuovere la pula che,
impetuosamente espulsa dal ventilatore, andava accumulandosi sotto
la trebbia (egli era talvolta coadiuvato, ma solitamente per breve
tempo, anche da qualche volontario adolescente).
L’operazione si effettuava con un grande rastrello ligneo, dai
denti ricurvi.
Altri due uomini, caricata la pula stessa su di un grande telo, la
trasportavano all’interno della vicina capanna, dove un altro anziano
munito di forca provvedeva al suo assestamento (qualora l’aia non
fosse stata dotata della capanna, con la pula si realizzava un piccolo
pagliaio).
Il pulsare del motore e il più sommesso rombo della trebbia
attutivano quasi del tutto il fruscio della paglia, prodotto dal suo
continuo rimaneggiamento (sull’aia, apríca e calda, tutti agivano
Forca (proprietà Nello Saccoccini)
53
avvolti da una sottile nuvola di polvere e di pagliuzze, che andavano a depositarsi anche sui campi e sugli alberi circostanti).
Lo scoppiettio del motore giungeva all’orecchio degli operatori sul pagliaio, relativamente attutito, trovandosi essi a circa 20
metri di distanza, mentre era più evidente il monotono “troktrok” dei rastrelli portapaglia sulla puleggia di rinvio, posta alla
sommità dell’elevatore (nel successivo passaggio in discesa, i
rastrelli stessi, trainati dalla cinghia, dondolavano di qua e di là, in
una sorta di festosa danza, scomparivano in fondo alla tramoggia e
ripartivano con un nuovo carico).
L’inizio dei lavori e i brevi intervalli, alternati di tanto in tanto
per rifocillarsi, erano segnalati da un macchinista con un fischietto, di cui era dotato il trattore. Se la trebbiatura iniziava prima dell’alba (di solito intorno alle 4 ), il primo intervallo si effettuava
dopo circa un’ora, per prendere una bevanda calda (in genere
orzo, oppure latte ed orzo) con una fetta di “torcolo” (ciambellone) o qualche altro tipo di dolce.
Ripresi i lavori, dopo circa un’ora e mezza si effettuava un
piccolo pasto con pane e formaggio, o pane e prosciutto e un bicchiere di vino (altri intervalli si rendevano necessari, specialmente
nelle ore più calde del giorno, per distribuire bevande).
Nei poderi più estesi, con grandi quantità di cereali da trebbiare, prima del pranzo finale venivano consumati altri spuntini
intermedi (ad eccezione del pasto conclusivo, tutti gli altri venivano consumati rimanendo ciascuno al proprio posto, per cui qualcuno si incaricava di rifornire gli uomini sul pagliaio, mediante una
scala a pioli).
Cibo e bevande venivano di solito distribuiti da alcune
ragazze o comunque dalle donne più giovani, che si presentavano indossando lindi grembiuli, in contrasto con l’aspetto degli
operatori sull’aia, già coperti di polvere e di sudore (solitamente
alle ragazze era riservato qualche garbato complimento, al quale
esse rispondevano con argute parole, compiaciute e sorridenti).
54
Durante il corso dei lavori, di tanto in tanto si rendevano
necessari altri brevi intervalli, sempre segnalati dal capo-macchinista per mezzo dell’accennato fischietto. In alcuni casi era necessario smontare quei crivelli, particolarmente intasati da semi di
avena selvatica, che ne riducevano notevolmente l’efficienza; oppure, all’innalzarsi del pagliaio, si doveva provvedere al prolungamento dell’elevatore (più raramente bisognava riparare o sostituire
qualche cinghia di trasmissione, consunta per usura. In tutte queste occasioni si approfittava per rifocillare con bevande gli operatori, i quali utilizzavano tutti gli stessi tre o quattro bicchieri).
Lavoro non meno importante era svolto dalle donne, giovani e anziane, nella preparazione dei pasti e particolarmente del
pranzo finale, di solito a base di oca. I preparativi, iniziati il giorno
precedente, si concludevano al termine dei lavori con una grande
tavolata, all’ombra di olmi o di gelsi, ma in qualche caso, anche
sotto una pergola (per tradizione i bocconi migliori erano destinati al proprietario del podere, ai macchinisti e al fattore, che
mangiavano in un tavolo loro riservato, secondo una consuetudine strana e discriminante).
Nei giorni successivi, tra i consueti lavori, l’aia, rimasta in
disordine, cosparsa di cumuli di paglia, di pula ed altri residui della
trebbiatura, veniva accuratamente riassettata (mentre le galline,
finalmente liberate dal pollaio, ricominciavano a razzolarvi, ricercando in ogni angolo i pochi chicchi di cereale dispersi).
Setacciatura dei cereali
Nelle settimane successive alla trebbiatura, parte del grano
raccolto e destinato al mulino, veniva sottoposta a una ulteriore rifinitura per liberarla da qualche seme di erbe infestanti (avena selvatica, veccia, ecc.) sfuggito alla selezione della macchina trebbiatrice.
A tale scopo l’antico utensile, denominato giujara*, era sem-
pre più spesso sostituito da
un crivello circolare di lamiera perforata (diametro m.
1,50) che veniva appeso al
soffitto con una fune, facente
capo ad un anello centrale.
Versata una opportuna quantità di cereale nel setaccio,
l’operatore gli imprimeva un
moto continuo per alcuni
minuti, inclinandolo di circa
15-20 gradi, secondo le dire- Giujara
zioni delle generatrici di un
cono virtuale. I semi estranei si accumulavano così tutti al centro
del setaccio e quindi venivano agevolmente rimossi.
La setacciatura dei cereali si poteva effettuare anche prendendo
a nolo per qualche giorno una macchina abbastanza maneggevole,
denominata “svecciatoio”, costituita da setacci a tamburo rotante e
azionata per mezzo di una manovella.
La stessa macchina, suddivisa in due tronconi, una volta assemblata raggiungeva una lunghezza di circa tre metri.
Riempita una tramoggia, i grani defluivano in un crivello
vibrante, prima di essere introdotti nel tamburo separatore e classificatore.
In alcune casse, disposte trasversalmente sotto la macchina,
si raccoglievano separatamente i semi infestanti, i corpi estranei e
il prodotto mondato (quest’ultimo era classificato, per le dimensioni delle cariossidi, in tre categorie).
Bonifica dai sassi affioranti negli appezzamenti ricchi di “scheletro”
56
Nel mese di settembre, o nelle giornate invernali asciutte, si
procedeva alla eliminazione manuale dei sassi affiorati al momento
delle arature dai campi seminati a prato, allo scopo di rendere più
agevole la falciatura del foraggio.
Radunati prima in piccoli mucchi e successivamente caricati
sul carro, essi venivano accumulati sugli angoli morti degli appezzamenti (inagibili all’aratro), o anche in punti di scarsa fertilità.
In alcuni casi le pietre più grandi venivano utilizzate per la
costruzione di muretti di sostegno a secco, mentre le più piccole
per consolidare tratti stradali fangosi.
Raccolta del mais
Nel mese di settembre le pannocchie di questo cereale, più
Spannocchiatura del mais
57
noto con il nome di “granturco”, dopo essere state raccolte in
canestri, venivano deposte nella cassa del carro, per essere trasportate sull’aia. Le grosse spighe, ancora ricoperte dell’involucro, venivano sistemate in forma di
basso cumulo, dall’andamento semicircolare
del diametro di cinque o sei metri.
Dopo il tramonto uomini, donne,
adolescenti e bambini, seduti sul cumulo
stesso, attuavano al chiaro di luna la spannocchiatura o scartocciatura, ( detta in
vernacolo “specciolatura”*).
Crino
Il lavoro effettuato manualmente si concretizzava nel liberare una pannocchia alla volta dalle
cinque o sei brattee del cartoccio; le spighe così sistemate venivano gettate al centro del semicerchio, dove rimanevano per qualche
giorno ad essiccare al sole. Un’alternativa di essiccazione poteva
essere quella di concatenare
mazzi di pannocchie, legate tra
loro per mezzo dei cartocci
esterni più grandi, appendendoli
poi alle facciate delle case esposte a mezzogiorno. Al termine di
questo lavoro, veniva consumata
una squisita minestra di ceci,
insaporita da lardo di maiale,
(minestra con il battuto) oppure
qualche fetta di “torcolo” (ciambellone) e un bicchiere di vino
(in alcuni casi poteva inoltre
seguire qualche ballo al suono di
una fisarmonica).
Sino alla fine degli anni
Sgranatrice di mais (proprietà Patumi)
58
Quaranta, durante la spannocchiatura, qualche anziano raccoglieva ancora in un crino* le brattee più interne delle pannocchie, che
utilizzava successivamente come imbottitura di pagliericci.
Dopo alcuni giorni faceva seguito la liberazione dei chicchi di
granturco dai tutoli, con un operazione chiamata “sgranatura”.
Anche questo lavoro veniva svolto dopo cena da più persone, in
un locale del piano terreno o sotto una loggia. La sgranatura si
effettuava con l’ausilio di apposite macchinette azionate da una
manovella. Una ulteriore rifinitura manuale era comunque necessaria per distaccare i pochi chicchi
ancora aderenti ai tutoli (solo nei
primi anni Cinquanta fecero la
loro apparizione alcune macchine sgranatrici azionate da un
trattore che le trasportava di aia in
Testo per la cottura
aia).
delle focacce
Il cereale, prima di essere riposto nel granaio, veniva lasciato
sull’aia per qualche giorno al sole, caratterizzando così, con estese macchie arancioni, l’area circostante le case coloniche.
Il mais serviva principalmente ad alimentare gli animali, anche
se, con la farina, si faceva la polenta e si preparava una focaccia
cotta sul testo*, popolarmente detta “torta di granturco”.
I grossi steli del mais, denominati dai
coloni “costoni”, venivano utilizzati
quale combustibile, come pure i
tutoli delle pannocchie.
Vendemmia
Tra la fine di settembre e i primi di
Botte
59
ottobre, all’approssimarsi della vendemmia, si procedeva alla pulizia di
tutti i recipienti necessari
(con particolare riguardo
per le botti)* e alla loro
stagnatura. L’operazione durava
una decina di giorni e si effettuava
mantenendo nel recipiente un po’
d’acqua che veniva schizzata con una
pala più volte al giorno. I ripetuti
risciacqui miravano anche a rimuovere i frammenti di incrostazioni lasciate
Usciolo
dal vino (gromma), parzialmente distaccate dalle
doghe. Per le botti più grandi le incrostazioni venivano rimosse da una persona che vi si introduceva attraverso l’“usciolo.”*
Se al momento del riempimento si fosse comunque manifestata qualche modesta fuoriuscita di mosto, la sigillatura si
faceva mediante un impasto di grasso animale (sego) e
polvere di carbone.
La vendemmia vera e propria si articolava in due
momenti diversi: uno sui campi e l’altro in cantina.
Nella prima fase uomini donne e ragazzi, impugnando
cesoie e canestri, si disponevano sui due lati dei filari per
raccoglierne i grappoli mentre, nel caso di viti sistemate a
telone o vincolate agli aceri, l’uva veniva raccolta per mezzo
di scalandrini. I canestri riempiti erano svuotati in alcuni
recipienti di legno, denominati “bigonzi”* (bigonce), della
capacità di circa 90 litri, il cui contenuto veniva parzialmente costipato con la “pistarella.”* Tali recipienti, una volta
riempiti, venivano spostati per brevi distanze da due persone mediante la “portarella,”* per essere caricati sul carro,
trasportati in cantina e svuotati nel “canale.”*
Il lavoro in cantina era svolto da sei-otto uomini e
Pistarella
60
qualche adolescente, alla presenza del fattore o del proprietario
del podere.
Quattro persone (compresi gli adolescenti), dopo essersi lavati
piedi e stinchi fuori della cantina, venivano trasportati sulle spalle da
un operatore fino al canale, dove attuavano la pigiatura dell’uva con
i piedi (con espressione dialettale iniziavano “a pistà”).
Questo antico sistema, cominciava con un primo sommario
Portarella
trattamento del prodotto che veniva successivamente accumulato con un forcone su un lato del canale, mentre il mosto veniva
fatto defluire dal foro di scarico in un piccolo tino o in una
vasca.
Dal cumulo ora accennato, denominato “ barcaccia,”* le vinacce venivano
riprese poco alla volta e
definitivamente ripassate
(con queste, in un angolo
della vasca, si realizzava un
piccolo cumulo, detto “la picciòla,”* sul quale saliva uno degli
Bocca di canale
61
Pigiatura dell’uva con i piedi nel canale
operatori, al fine di strizzarle opportunamente).
Non essendo disponibili le pompe oggi in uso, il mosto veniva trasferito nella botte del colono e in quella del proprietario con
un barile riempito per mezzo di un secchio. Un uomo, coadiuvato
da altri due, caricato il barile pieno sulla spalla, lo trasportava e lo
deponeva in prossimità del bordo superiore della botte, dove un
altro, seduto a cavalcioni sul grande recipiente, lo ribaltava
sull’“imbottatore”* ( al fine di non dimenticare il conteggio, ad ogni
barile svuotato, veniva tracciato con il gesso un breve segno orizzontale sulla faccia anteriore della
botte).
In alcuni casi, il mosto
spettante al proprietario del
podere veniva trasportato
con il carro nella sua cantina in
città; il trasferimento si attuava
con barili, chiusi da un rudimentale tappo di paglia.
Le vinacce della picciòla venivano trasferite con il forcone in una bigoncia e svuoImbottatore (o imbottavino)
62
tate nel tamburo dello “strettore,”* dove uno dei
pigiatori del canale si trasferiva per la
opportuna costipazione. Riempito il
tamburo (denominato “crinaccio”)* venivano sistemati sulla vinaccia alcune piastre e prismi di legno, sui quali agiva la
madrevite.
Successivamente quattro uomini
(una coppia di fronte all’altra), azionando
una leva metallica con movimenti alternati orizzontali, attuavano la definitiva
spremitura (il mosto così ottenuto veniva miscelato con quello proveniente dal
canale).
La spremitura suddetta, nella fase finaTorchio (o strettore)
le, opponeva una crescente resistenza,
tanto che ai quattro uomini, addetti alla
manovra, si doveva aggiungere lo sforzo di altri due.
Quando la madrevite era giunta a “rifiuto” (cioè non si riusciva a farla avanzare ulteriormente) con espressione molto efficace il torchio veniva fatto “riposare” per qualche minuto, mentre un
sempre più sottile filo di mosto defluiva nel contenitore sistemato sotto il suo doccione. Di lì a poco, era possibile far avanzare
ancora di alcuni denti il meccanismo premente, per ravvivare, seppure brevemente, il prezioso rigagnolo (tale manovra veniva ripetuta più volte).
Le vinacce, dopo la prima spremitura, venivano estratte dal
torchio sotto forma di cilindro compatto, che doveva essere
tagliato a metà con l’accetta.
Esse, prima di essere nuovamente spremute, venivano
“strefolate”* (modesta comunque la quantità di mosto che si riusciva ad estrarre).
63
Allo scopo di economizzare per qualche tempo il vino vecchio, le vinacce, ripetutamente spremute, venivano infine poste
in un tino* con un po’ d’acqua e dopo due giorni nuovamente
torchiate.
Se ne otteneva così un vinello, denominato “maniere”* (la
bevanda, abbastanza gradevole anche se di sapore asprigno, non
poteva comunque essere conservata molto a lungo).
Le opere enotecniche, attuate in cantina con i metodi primor-
Strefolatura delle vinacce dopo la prima torchiatura
64
diali ora descritti, si protraevano per molte ore, in un clima di serena euforia, (anch’essa alimentata da gustosi aneddoti, facezie, barzellette, risate, rumori... particolari).
Nelle settimane successive il mosto, lasciato fermentare nelle
botti, si trasformava in vino che, tradizionalmente, veniva assaggiato l’11 novembre, in occasione della festa di S. Martino.
Allevamento del bestiame
A seconda delle dimensioni dei poderi, venivano mantenuti
alcuni capi di bestiame: qualche mucca per la produzione di vitelli e
di latte, alcuni suini (piuttosto scarsi invece i capi equini, limitati o
assenti gli ovini).
Come già indicato, accanto a questi animali veniva mantenuta anche una coppia di buoi o di vacche da lavoro, solitamente di
razza chianina (altri animali, quali conigli, anatre, oche, tacchini, galline, erano allevati per uso della famiglia contadina, tenuta comunque ad offrire qualche capo al proprietario del fondo)17.
Le ridotte dimensioni dei poderi e la loro coltivazione promiscua non consentivano di mandare al pascolo gli animali che, di
conseguenza, dovevano essere accuditi in tutti i giorni dell’anno,
con un lavoro molto impegnativo (primo tra tutti il quotidiano
rifornimento d’erba che, una volta tagliata, veniva trasportata sulle
spalle con il crino dai campi alla stalla).
17 Per quanto riguarda l’allevamento avicolo, le massaie provvedevano, al momento
opportuno, a sistemare in un nido le uova da covare, che affidavano ad una chioccia, chiamata in gergo “la peccia.”* Questa operazione era definita con l’espressione “piantare la peccia.”
La cova avveniva in ambiente separato dal pollaio, affinché l’animale non venisse disturbato.
Dopo l’incubazione di tre settimane e la schiusa di tutte le uova, la chioccia con i pulcini ricominciava a razzolare nelle immediate vicinanze della casa, proteggendo i suoi piccoli sotto le
ali dal freddo della notte o dalla pioggia, se sorpresi all’aperto.
Talvolta alla chioccia venivano fatte covare uova di anatra che essa non era in grado di
riconoscere, tanto che, dopo la nascita degli anatroccoli, talvolta si assisteva a un fatto curioso, quasi comico: quando chioccia e anatroccoli si trovavano a passare lungo il perimetro di
uno stagno i piccoli, istintivamente, si gettavano in acqua con evidente sorpresa e stupore
della madre, che continuava a richiamare dalla riva “l’indisciplinata” prole.
Bovino (foto E. Mezzasoma)
Durante la stagione primaverile e nel primo periodo estivo si
utilizzava erba fresca, sminuzzata nella stalla per mezzo di una macchina azionata manualmente, chiamata “trinciaforaggi.” A estate
inoltrata, quando l’erba coltivata cominciava a scarseggiare, si utilizzavano anche foglie di olmo o di gelso e, dove possibile, anche di
edera; la loro raccolta si compiva con una scala a pioli e un sacco
di iuta mantenuto aperto da un cerchio di legno che, collegato ad
un uncino, si appendeva ai rami secondo necessità. Altre foglie, utilizzate come mangime, erano quelle del mais, di cui venivano spogliate le piante, al fine di favorire una migliore esposizione delle spighe al sole. Ai vegetali menzionati veniva inoltre mescolata anche
un po’ di pula. L’alimentazione invernale dei bovini e dei pochi equini si effettuava invece con il fieno.
La somministrazione si effettuava due volte al giorno e si pro-
66
traeva per circa due ore ciascuna. Ai bovini da lavoro, soprattutto nel periodo delle arature estive, il cibo veniva invece distribuito in un primo turno prima dell’alba, onde iniziare l’aratura nelle
ore più fresche della giornata. All’elevarsi della temperatura,
intorno alle ore 10.30 si effettuava un intervallo con rientro alla
stalla, dove gli animali venivano rifocillati. Faceva seguito qualche
ora di riposo prima di una nuova alimentazione, che si attuava
intorno alle ore 15.30 per circa un’ora. Seguivano altre ore di aratura fino al tramonto, mentre al rientro serale si effettuavano l’ultima alimentazione della giornata e il relativo abbeveraggio.
I bovini, legati alla mangiatoia, venivano riforniti in continuità
dal bifolco per mezzo di una cesta. Il medesimo, nel frattempo
provvedeva a rimuovere il letame e a trasportarlo con una carriola fino alla concimaia, dopo di che rinnovava la paglia della lettiera* e, ogni due o tre giorni, puliva il mantello degli animali mediante striglia e spazzola. Tutti i capi venivano inoltre abbeverati per
mezzo di un mastello che egli spostava da un animale all’altro. Alle
Contenitore e misurini per il latte (proprietà Franco Mariucci)
67
mucche destinate alla produzione di latte veniva somministrata
nell’abbeveraggio anche una certa quantità di farinello (residuo
della macinazione del grano), che nella stagione invernale veniva
stemperato in acqua tiepida.
I vitellini partoriti dalle mucche da latte, generalmente venivano venduti dopo circa cinquanta giorni dalla nascita, mentre i
vitelli prodotti dalle vacche chianine si vendevano una volta raggiunto il peso di due-tre quintali. Questi giovani animali erano
custoditi in un box e liberati tre volte al giorno per la poppata.
Per l’alimentazione dei suini si utilizzava di tutto: erba, barbabietole, zucche, frutta caduta dagli alberi, ghiande (alcuni mezzadri, prossimi alla città, per integrare tale alimentazione, nelle prime
ore del mattino si recavano presso ristoranti e pasticcerie a prelevare rifiuti di cucina o di forno, trasportandoli in un contenitore
con un carretto a mano o trainato da un asino).
Le cucciolate di porcellini venivano portate al mercato per
essere vendute a circa tre mesi dalla nascita, una volta raggiunto il
peso di 25-30 chili. Per gli altri animali da cortile l’alimentazione si
effettuava con erba, semola, mais e piccole quantità di grano di
taglia inferiore alla norma, definito in gergo “ésca”.
Direttamente collegata al mantenimento di mucche era la
produzione di latte che, munto manualmente due volte al giorno,
veniva portato in città per essere distribuito ai clienti solitamente
di primo mattino. Il mungitore, seduto a fianco dell’animale, lavati sommariamente i capezzoli, li strizzava ripetutamente in apposito secchio, tenuto stretto tra le ginocchia.
Nella stagione calda il latte munto nel tardo pomeriggio, da
distribuire il mattino seguente, veniva conservato al fresco in un
contenitore calato con una fune in fondo a un pozzo in prossimità
dell’acqua, a 8-10 metri di profondità (fino agli anni Sessanta non
esisteva infatti a Perugia la Centrale del latte). Il prodotto veniva
trasportato in contenitori di alluminio della capacità di 10-12 litri,
corredati di appositi misurini. La distribuzione, casa per casa, veni-
68
Lattaio (Foto Centro documentazione delle tradizioni popolari di Città di Castello
a cura del Prof. L. Dalla Ragione)
69
va effettuata tutti i giorni dell’anno, sia dagli uomini che dalle donne,
tenuti ad indossare bianchi indumenti. Essi partivano a piedi dalle
case coloniche, distanti dalla città anche due chilometri, trasportando
a mano (o più raramente su una bicicletta) due contenitori. Il servizio
risultava particolarmente disagevole in caso di pioggia, ma soprattutto
in occasione di nevicate, dovendo talvolta percorrere anche sentieri
piuttosto impervi, prima di arrivare in città.
L’orto
Nelle immediate vicinanze delle case coloniche, una piccola
parte di terreno veniva coltivata ad orto che, recintato da reti, graticci, o siepi, per evitare l’introdursi degli animali da cortile, veniva
irrigato con l’acqua di trosce, pozzi e cisterne per mezzo di annaffiatoi (i prodotti coltivati erano generalmente: insalata, cavoli,
pomodori, cipolle, aglio, carciofi, patate, legumi, rape, sedano, prezzemolo).
Il terreno destinato agli ortaggi veniva dissodato con la
vanga,* mentre la concimazione si eseguiva con il letame che
due persone trasportavano sul luogo di impiego per mezzo del
Zappa e zappitello
70
barellone.*
Le pianticelle, al momento del trapianto, venivano sistemate
in solchi paralleli realizzati con lo zappitello, mentre con la zappa
si realizzavano file di fosse, posizionate a quinconce,* entro cui si
piantavano cavoli e patate.
Sempre presenti inoltre, in qualche angolo dell’orto, alcune
piante aromatiche, quali salvia e rosmarino.
Lavori complementari
Nelle giornate di pioggia o di neve, dopo aver accudito agli
animali, si provvedeva alla manutenzione degli utensili o a crearne
di nuovi.
Con l’attrezzatura essenziale, costituita da cesoie, roncola,
ascia, sega, martello, chiodi, tenaglie, verrina e raspa, si realizzavano:
scale a pioli, canestri, crini, scope di erica, manici per rastrelli e per
forche, trogoli.
L’ambiente privilegiato per tali lavori era la stalla dei bovini, la cui temperatura risultava più mite per la presenza dei
grandi animali.
Nelle asciutte giornate invernali si attuava anche la ripulitura di greppi e aree marginali, dalla infestante vegetazione spontanea,
quali rovi, vitalbe e prugnoli.
Questi, una volta recisi, venivano raccolti in fascine e utilizzati come combustibile per il forno.
Lavoro delle donne contadine
Gravoso, (come sempre) per quantità ed impegno, era il lavoro delle donne, giovani e anziane.
Alle “normali” attività domestiche (preparazione e cottura del
pane e di tutti gli altri pasti, bucato, rammendo, custodia dei minori, somministrazione di cibo agli animali da cortile ecc.) si aggiungeva quella ancora più pesante dell’approvvigionamento di erba, che
71
Donne che trasportano l’erba con il crino
loro stesse trasportavano sul dorso con il crino dai campi a casa
(questo lavoro era definito con l’espressione “andare a far l’erba”).
Le madri, con i minori non ancora in grado di camminare,
durante alcuni lavori sui campi portavano con sé i bambini, che facevano trastullare seduti in una canestra.
Le donne, residenti in poderi prossimi alla città, allo scopo di
poter disporre di un po’ di denaro, si accollavano volontariamente
un’altra fatica molto impegnativa che, pur non avendo nulla a che
vedere con le opere agricole, è doveroso ricordare: il lavoro di
lavandaie.
Inesistenti in quegli anni le lavatrici domestiche, esse si recavano in città a prendere la biancheria da lavare, trasportandola sul
capo in voluminosi fagotti.
Il lavoro di lavandaie delle donne contadine, comune anche a tutte
72
le altre donne di umile ceto che lo hanno espletato per secoli nello
stesso modo, merita d’essere ricordato in dettaglio, al fine di evidenziare la fatica e l’impegno supplementari.
I detersivi si limitavano alla soda e alla saponina, affiancati dal classico sapone da bucato, che talvolta veniva fatto in casa.
Nella prima fase operativa i panni venivano bagnati, insaponati e
strizzati al lavatoio o in un mastello; in un angolo della cucina venivano poi sistemati dentro un recipiente fìttile, denominato “scina”,*
posto sopra un piccolo basamento.
Riempita la scina fino a 10-15 centimetri dal bordo superiore, i
panni venivano coperti da un telo di iuta, il cui perimetro superava il
bordo stesso.
Sul telo si poneva uno strato di cenere alto 5-10 centimetri, sul
quale si versavano in continuità secchi d’acqua bollente, per 60-90
minuti.
L’acqua, attraversata la cenere, si infiltrava lentamente attraverso
la biancheria, trascinando sostanze detergenti contenute nella cenere
stessa, fino a scaricarsi in un contenitore sottostante (il liquido, di
colore nocciola, denominato “ranno”, si poteva ancora utilizzare
come “detersivo” per strofinacci
od altro).
Al termine del
ciclo, la cenere
bagnata contenuta
nel canovaccio, veniva
utilizzata
nell’orto
come fertilizzante, mentre la biancheria, estratta
dalla scina, doveva essere
risciacquata più volte al
lavatoio o in una troscia.
Quando d’estate l’acqua
nelle campagne scarseggiava, le
Scina per il bucato
73
lavandaie si recavano lungo i fossi, distanti anche 500 metri, portando
in una canestra sul capo la biancheria da sistemare. Giunte sul posto,
in ginocchio sulla riva, procedevano ai risciacqui strizzando più volte i
capi su una lastra di pietra inclinata sull’acqua e poiché il bucato,
anche se pulito, non risultava mai di un bianco assoluto, prima dell’ultima strizzatura, veniva lasciato per alcuni minuti immerso in un recipiente d’acqua in cui era stata sciolta una polvere azzurra, che chiamavano “il turchinetto.” Al fine di espellere l’acqua dal tessuto dei capi più
grandi (come le lenzuola) li sottoponevano a torsione: due di loro li
afferravano alle estremità, avvolgendoli in direzioni opposte. Il bucato
veniva successivamente asciugato al sole, disponendolo su fili tesi tra
paletti, oppure sui prati o sulle siepi.
La stiratura finale si effettuava con un ferro di ghisa cavo, nel cui
contenitore si ponevano dei carboni accesi; più raramente si usava un
ferro pieno, di identico metallo, che si faceva scaldare in prossimità del
fuoco. Dopo le complesse e laboriose operazioni, il bucato veniva
Ferro da stiro in ghisa (proprietà Franco Regnini)
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Assai laboriose erano anche le operazioni relative alla preparazione e alla cottura del pane, che si sviluppavano come segue: nel
tardo pomeriggio precedente il giorno programmato per la panificazione le donne, con loro espressione, “mettevano il lievito” che, previa diluizione in acqua tiepida, veniva impastato con un po’ di farina e
sistemato nella madia, al centro di una sorta di vaschetta realizzata
con tutta la farina da impastare successivamente.
Dopo alcune ore si procedeva all’impasto finale
con l’aggiunta dell’acqua necessaria;
seguiva il taglio della pasta, secondo la pezzatura prevista per dar
forma ai così detti “filoni”, del
peso di un chilo. I filoni crudi
venivano quindi sistemati sopra
un’apposita tavola coperta da un
telo bianco, avendo cura di separarli tra le pieghe del telo stesso.
Faceva seguito la definitiva lievitazione che si protraeva per qualche
ora.
In questa fase una piccola
quantità di pasta, su cui veniva incisa
una croce, si riponeva nella madia,
custodita tra due piatti contrapposti.
Era così predisposto il nuovo lievito
naturale, da utilizzare per la panificazione della settimana successiva.
Nel frattempo si procedeva a
Donna che trasporta filoni di pane
riscaldare il forno, bruciando fascine costituite da tralci di vite o rami di ulivo derivanti
dalla potatura, ma anche da rovi, prugnoli, vitalbe, erica e altri vegetali già recisi ed essiccati.
Il forno in muratura, a pianta circolare, era situato al piano ter-
75
reno della casa colonica ed era costituito da una bassa volta di laterizi
la cui bocca era definita da tre grandi mattoni refrattari (stipiti ed
architrave) che veniva chiusa da uno sportello di ferro.
Inesistenti i termometri di cui sono dotati i forni di oggi, la giusta temperatura veniva definita empiricamente in base all’esperienza
tramandata da generazioni.
Gli stipiti della bocca del forno in primo momento annerivano
per il fumo poi, gradualmente, assumevano un colore biancastro;
segnale, questo, che la temperatura raggiunta all’interno era quella giusta per la cottura del pane.
L’infornata si effettuava con destrezza e rapidità mediante una
pala di legno.
In fase di cottura e al momento della sfornata, un gradevolissimo
profumo di pane si espandeva all’intorno. I dorati filoni, riportati in casa
con grande soddisfazione di chi li aveva prodotti, divenivano irresistibi-
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riconsegnato a domicilio.
Nei primi anni Cinquanta fecero intanto la loro apparizione caldaie
bollitrici di lamiera zincata che si ponevano sopra un braciere. Il loro
funzionamento era simile a quello di una nota caffettiera; esse segnarono la fine dell’impiego della scina e della cenere, definitivamente
sostituite dalla saponina e dai moderni detersivi.
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Rivisitando oggi il territorio e i luoghi testimoni delle trascorse vicende di vita contadina si stenta a riconoscerli (in molti
casi anche gli alberi da frutto, da decenni senza potatura, sono talmente cresciuti da occultare le antiche visuali, mentre le sterpaglie cercano di invadere gli appezzamenti; qualche casa colonica va
perdendo la copertura, qualche altra è ridotta a un cumulo di
macerie).
Ciò nonostante le immagini del paesaggio agrario collinare di
un tempo, immagazzinate nella memoria, possono raffrontarsi con
quelle attuali, tanto che, osservando oggi quegli stessi poderi, non
si riesce a cancellare il ricordo della eccezionale cura con cui erano
78
mantenuti in tutte le stagioni.
Accanto alla rassegna delle opere agricole mezzadrili e alle
tecnologie, a volte elementari, indicanti un modo di operare rimasto quasi immutato nel tempo, vanno evidenziati anche i gesti, i
comportamenti, le consuetudini e le tradizioni tramandate di
generazione in generazione.
Uno specifico aspetto era, ad esempio, rappresentato dalle
usanze devozionali.
Una di queste si attuava ponendo in mezzo alle messi alcune
croci di canna, dotate di un rametto di ulivo benedetto nella
Domenica delle Palme.
Nei giorni che precedevano importanti festività religiose
(Pasqua, Ascensione, ecc.), era anche usanza accendere all’imbrunire festosi falò.
Questi brevi fuochi di paglia venivano attivati fuori dalle case
coloniche, in punti, per così dire “strategici,” in modo che potessero essere ben visibili.
Nella stalla, inoltre, era sempre appeso un oleografico quadretto raffigurante S. Antonio Abate, protettore degli animali
domestici.
Ulteriore usanza era poi quella che, a volte, si attuava alla
fine della giornata, specialmente in occasione dei lavori legati ai
raccolti (mietitura, trebbiatura, spannocchiatura, vendemmia), così
che in quei momenti si intrecciavano scherzi, stornelli, canti corali e talvolta danze.
L’agricoltura di oggi, rispetto a quella del recente passato, è
stata profondamente modificata e si attua con una infinità di mezzi
meccanici inimmaginabile nei primi anni del Novecento.
Essa deriva comunque dall’esperienza vissuta e affinata per
secoli dai contadini, artefici diretti dell’“arte” di coltivare piante ed
allevare animali utili alla alimentazione di tutti.
La loro umile e faticosa attività (preziosa per tutti i ceti sociali di ogni tempo) è stata, a volte, considerata ingiustamente con suffi-
79
cienza.
I contadini di ogni epoca, anche se analfabeti o semi-analfabeti,
sono invece meritevoli di essere ricordati ed apprezzati per la loro
operosità e per la grande sapienza; essi sono stati indubbiamente
autentici “maestri” di agricoltura e di vita.
L’intenso e fecondo operato dovrebbe quindi avere evidenziato un’attività che, nonostante le necessarie e logiche metamorfosi,
non ha mai perso la sua “presenza”, quale umana partecipazione,
atta a rendere vivo un lavoro che una umile mano realizzava e realizza: un “portato” fondamentalmente utile e particolarmente efficace per la sopravvivenza umana.
Tra i modi di essere delle famiglie contadine va ricordata, infine,
anche la grande generosità nel prestare aiuto o accoglienza a chiunque
ne avesse avuto bisogno.
Generosità e saggezza, guadagnate nei secoli in seno a famiglie
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patriarcali, a contatto con la natura e con gli animali da lavoro, conseguenti al costante impegno, hanno dato loro una visione concreta e
aperta della vita nel rispetto di tutti.
GLOSSARIO
Alcune voci del glossario sono riportate con espressione dialettale
perugina, affiancate da traduzione in italiano.
Assolcatore
Aratro il cui vomere fisso era configurato a triangolo isoscele ed era raccordato con un versoio ligneo a due falde simmetriche
rispetto all’asse della bure (timone dell’aratro). L’assolcatore si utilizzava sui terreni già arati e sminuzzati, per realizzare canalette di
scolo o i solchi per la semina del mais.
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Balzo
Manufatto nastriforme di antichissima e ingegnosa invenzione, realizzato e utilizzato dai mietitori di cereali per legare i
covoni.
Il balzo veniva realizzato mediante la giunzione di due mazzetti di culmi dello stesso cereale, costituiti ciascuno da qualche
decina di unità. Sia il giunto che la legatura del covone si effettuavano per mezzo di opportune manovre di torsione, attuate in
pochi secondi con grande destrezza dal mietitore. La stabilità del
giunto e della successiva legatura era assicurata dalle estremità
ritorte che, aderendo al fascio di cereale, non avevano alcuna possibilità di distendersi.
Barcaccia
Cospicua quantità di uva, sommariamente pigiata e accumulata
presso un lato del canale, prima di essere definitivamente ripassata.
Barchetto o Cavalletto
Piccolo cumulo di covoni che si realizzava sui campi dopo la
mietitura. La sua sistemazione planimetrica a croce consentiva una
migliore essiccazione del prodotto, destinato a rimanere sul posto
per 10-15 giorni.
Il barchetto era costituito da cinque strati sovrapposti di
83
quattro covoni ciascuno, le cui spighe venivano a trovarsi così
tutte nell’area centrale della croce; ogni barchetto era concluso da
un covone posto diagonalmente alla sommità.
Quando i barchetti si realizzavano su appezzamenti di accentuata acclività, era necessario impiegare uno o due covoni in più
sotto il braccio di croce a valle, in modo da assicurarne la verticalità. Essi venivano realizzati in catene più o meno numerose, solitamente a monte di un solco-canaletta, allo scopo di agevolare le
successive operazioni di carico sul carro.
Barcone
Grande cumulo di covoni, alto anche 5-6 metri, che si realizzava sull’aia alcuni giorni prima delle trebbiatura. La forma planimetrica dei barconi era circolare per quelli più piccoli, mentre per
quelli più grandi era ovale o rettangolare con angoli arrotondati.
Il profilo dei barconi era identico a quello dei pagliai anche se,
quelli a pianta rettangolare, erano configurati alla sommità da una
linea di colmo orizzontale.
Barellone
Barella lignea, strutturalmente costituita da due stanghe e
due traverse alle quali era vincolata una cesta di forma semicilindrica, realizzata con grossi vimini. Il barellone veniva impiegato da
due operatori per trasportare il letame.
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Barile
Recipiente ligneo generalmente della capacità di 50 litri, utilizzato per il trasporto di vino o di olio.
La sua forma, simile a una botte dai fondi ovalizzati, era costituita da doghe tenute insieme con quattro fasciature lignee la cui
giunzione era identica a quella dei cerchi delle bigonce.
Barlozza
Piccolo barile di capacità inferiore alla norma, di solito 15 o 25
litri.
Battitore
Organo della trebbiatrice che, ruotando a forte velocità e cooperando con il controbattitore (fisso), agisce per sfregamento delle spighe, provocando la fuoruscita dei chicchi dalle stesse e dalla pula.
Bifolco
Uomo addetto alla cura e all’impiego dei buoi nei lavori
agricoli. Il bifolco, incaricato del governo quotidiano dei buoi, riusciva ad entrare in simbiosi con essi, tanto che, a volte, un semplice tocco, una carezza, o un gesto erano sufficienti ad ottenere
dagli animali stessi prestazioni che altri non avrebbero ottenuto.
85
Bigonzo
(Bigoncia)
Recipiente ligneo di forma tronco-conica capovolta, prevalentemente usato per la vendemmia. Tale contenitore era costituito da doghe tenute insieme per mezzo di tre caratteristiche cerchiature lignee, dalla ingegnosa giunzione senza colla e senza chiodi.
Boccaletta
Museruola metallica che si poneva sul muso dei buoi durante l’aratura o la semina negli oliveti. Gli animali, se sprovvisti della
boccaletta, passando ai piedi degli olivi, cercavano di mangiarne al
volo le fronde schiantando così i rametti più bassi.
Botte
Grande recipiente ligneo dalla forma paragonabile a due
tronchi di cono uniti per le virtuali basi maggiori, utilizzato per la
conservazione del vino.
La botte è costituita da una serie di doghe leggermente
ricurve verso l’esterno, combacianti come i conci di un arco e
tenute insieme da 4 o 6 cerchioni di ferro.
Alle due estremità (corrispondenti alle basi minori) sono
incastrati due fondi a superficie piana, su uno dei quali è situata
un’apertura rettangolare con un lato minore sulla circonferenza,
chiudibile da un elemento denominato “usciolo.”
Tale elemento, dallo spessore tronco-piramidale, viene
86
inserito dall’interno verso l’esterno e serrato mediante un traverso incuneato (o negli esemplari più recenti, da un grosso
dado filettato).
Le botti vengono allineate alle pareti delle cantine con l’asse virtuale parallelo al pavimento, adagiate su robusti supporti di
legno.
Brolle
Rami di olivo, derivati della potatura, le cui fronde venivano
recuperate e usate come mangime per i bovini, mentre la parte
legnosa era utilizzata come combustibile.
Canale
Grande vasca di muratura, profonda circa un metro, situata
all’interno della cantina, entro cui si pigiava l’uva con i piedi.
Il canale era dotato di un foro di scarico, solitamente realizzato in un concio di pietra sporgente dal muro, denominato
“bocca da canale”. Tale elemento, sempre modanato all’esterno, in
alcuni casi veniva raffinatamente intagliato in forma di rosone.
I canali più antichi erano sempre sopraelevati dal pavimento
della cantina di circa un metro, per consentire di porre un piccolo tino sotto la bocca di scarico.
Canestra
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Cesta di vimini di forma circolare, priva di maniglie.
Canestro
Cesto di vimini di forma ovalizzata, munito di manico trasversale.
Capitagna
Ciascuna delle due strisce di terreno che rimangono da
arare alle estremità del campo, dove cioè l’aratro inverte la marcia. Le capitagne venivano (e vengono) dissodate da una serie di
passaggi paralleli ai lati di testa degli appezzamenti.
Carrareccia
Strada campestre sterrata, adibita al transito di carri e macchine agricole; con tale termine vengono definite anche le tracce
delle ruote dei carri lasciate sul terreno bagnato.
Carratura
Il trasporto dei covoni dal campo all’aia, simultaneo alla realizzazione del barcone.
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Casengolo (Bracciante)
Salariato agricolo, residente in modeste case di campagna
in affitto, al quale non era affidato alcun podere da coltivare.
Coroia (Cercine)
Grande fazzoletto arrotolato e avvolto in forma di piccola
ciambella che un tempo le donne si ponevano sul capo per agevolare il trasporto di oggetti, quali brocche, cesti, ecc..
Cotarella (Cote)
Utensile fusiforme per affilare falci e coltelli, costituito da
una pietra abrasiva, lunga circa 20 centimetri.
Crinaccio
Contenitore cilindrico adagiato sul pianale del torchio,
usato per la spremitura delle vinacce.
Il cilindro è costituito dalla sola superficie laterale, definita
da doghe lignee verticali, lievemente distanziate e vincolate da cerchiature di ferro.
Al fine di agevolare lo scarico delle vinacce dopo la spremitura, esso è in realtà suddiviso in due semicilindri che vengono
uniti da appositi chiavistelli.
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Crino
Leggero contenitore cilindrico realizzato con rametti di salice (diametro e altezza circa 60 centimetri), utilizzato per il trasporto di erba, fieno o paglia.
La sua struttura essenziale era costituita da due cerchi di
legno (solitamente di alloro), che ne definivano le basi geometriche, di cui soltanto una era chiusa da un graticcio.
La superficie laterale era costituita da rametti del diametro
di circa 8 millimetri, distanti 4-5 centimetri, posti in verticale e
opportunamente ancorati ai cerchi di base.
Il crino, una volta riempito, veniva trasportato sul dorso dell’operatore che lo tratteneva per mezzo di un bracciolo di corda
doppia passato sopra una spalla.
Erpice
Congegno agricolo trainato dai buoi o dal trattore, fatto strisciare sul terreno per frantumare piccole zolle, interrare semi, rompere la crosta del suolo, fino a una profondità di 6-8 centimetri.
L’erpice è costituito da una serie di elementi di ferro dentati e snodati tra loro, collegati a graticcio.
Falce
Antico utensile usato per mietere i cereali (falce messoria), ed
90
anche per tagliare l’erba.
E’ costituita da una sottile lama ricurva, quasi semicircolare,
larga 3-4 centimetri, recante ad una estremità una impugnatura di
legno.
Un altro tipo di falce, molto più grande (falce fienaia) è costituita da una lama leggermente ricurva e lunga 60-70 centimetri, vincolata ad un manico di circa metri 1,50 dotato di particolari impugnature.
La larghezza della lama diminuisce gradualmente da circa 15
centimetri presso l’attaccatura, fino a ridursi a zero alla estremità
opposta.
Fiescolo (Fiscolo)
Sottile contenitore realizzato con fibre vegetali usato per
agevolare l’estrazione dell’olio dalle olive frante.
Il fiescolo è costituito da due pareti parallele in forma di
corona circolare unite lungo la circonferenza maggiore (esse formano una sorta di tasca entro cui si pone la pasta di olive da sottoporre a spremitura).
Forca
(A) Utensile agricolo utilizzato per spostare fieno, paglia,
erba.
La forca è formata da un manico di legno lungo circa metri
1,50 recante a una estremità due rebbi metallici lievemente curvi
e paralleli, lunghi circa 25 centimetri.
Un primitivo tipo di forca era ricavato da un unico ramo di
91
olmo biforcuto o triforcuto che, una volta scortecciato, veniva per
qualche tempo sottoposto a modellatura.
(B) Appellativo scherzoso perugino (singolare e plurale)
usato un tempo per definire un bambino o un adolescente.
Forcone
Forca munita di quattro rebbi.
Forma
Canaletta fissa, solitamente a sezione trapezoidale, scavata
nel terreno ai margini dei campi (nelle forme vanno a defluire le
acque piovane, per essere convogliate nei fossi).
Funicchio
Grossa fune di canapa, utilizzata per legare il fieno o i covoni caricati sul carro o sulla treggia.
Giogo
Strumento ligneo col quale si univano insieme due bovini da
traino. Il giogo era opportunamente intagliato alle estremità per
adattarlo al collo degli animali, mentre al centro era fissato un
92
robusto anello (campanella) per l’attacco del timone del carro o
dell’aratro.
Giujara
Setaccio di forma circolare costituito interamente di elementi vegetali. Il fondo della giujara era formato da sottilissime
canne del diametro di circa 4 millimetri, parallelamente legate
con nastrini di salice alla distanza di circa 2 millimetri.
Il bordo rialzato di forma tronco-conica, alto circa 10 centimetri, era costituito da una treccia di paglia avvolta a spirali
sovrapposte lungo la circonferenza.
Erano in uso due tipi di giujara: il primo serviva a setacciare grano, orzo, avena, mentre l’altro si utilizzava per il mais.
La loro differenza si ravvisava nel graticcio dal fondo più o
meno fitto.
Questo antico utensile era spesso sostituito da un crivello
dal fondo di lamiera perforata, vincolata a un bordo cilindrico di
legno piegato.
Gregna (Covone)
Fascio di spighe di grano, orzo o avena legato con un mazzetto di steli dello stesso cereale.
Greppo
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Scarpata erbosa, quasi sempre artificiale. I greppi sono stati
realizzati su terreni agricoli in forte pendio allo scopo di renderli
più agevoli; tale sistemazione viene definita “a ciglioni”.
Imbottatore (Imbottavino)
Sorta di grande imbuto ligneo di forma parallelepipeda cava,
usato un tempo per svuotare i barili di mosto o di vino nelle botti.
Intagliato in un tronco lungo circa 50 centimetri, era dotato di un
doccione metallico, che si inseriva nel cocchiume del contenitore.
Lettiera
Strato di paglia che ricopriva parzialmente il pavimento
della stalla, sul quale stazionavano e dormivano i bovini. Anche i
suini dormivano sulla paglia, ma in un box separato da quello del
trogolo.
Maniere
Vinello a bassissima gradazione di sapore asprigno, ricavato
dalle vinacce già sottoposte a spremitura, immerse nell’acqua per
alcuni giorni e nuovamente spremute.
Martinicca
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Antico ingegnoso dispositivo di frenatura dei carri agricoli.
Un sistema di funi, collegate ad una leva, con minimo sforzo esercitato anche da un adolescente consentiva di frenare lungo le
discese carichi di notevole peso. (Le ganasce lignee della martinicca agivano direttamente sulla superficie di rotolamento dei cerchioni delle ruote).
Méta
Sinonimo di barcone.
Molazza
Macchina usata per impastare alcuni tipi di malte ma anche
per frangere bacche o semi oleosi. Essa è costituita da una coppia
di màcine lapidee del peso anche di 10 quintali ciascuna, montate
a distanza ravvicinata sullo stesso asse orizzontale. Le màcine
rotolano in cerchio in fondo a una tramoggia, mosse a bassa velocità da un albero motore verticale (anticamente una sola macina
veniva fatta girare da un asino bendato).
Opera
Scambio reciproco di manodopera non retribuita attuato nei
lavori agricoli mezzadrili più impegnativi.
95
Pagliaio
Grande cumulo di fieno o di paglia che, fino agli anni
Cinquanta, si realizzava sulle aie delle case coloniche.
Soppiantato oggi dalle così dette “balle” pressate meccanicamente, esso ha costituito un metodo primitivo, ma efficace, per
la conservazione all’aperto di tali prodotti.
Di forma tronco-conica capovolta nella parte inferiore e
conica in quella superiore, era imperniato intorno a uno stollo
ligneo verticale infisso nel terreno (con espressione dialettale
denominato “metùlo”).
La superficie conica, esposta alle intemperie, assumeva
dopo qualche mese le caratteristiche di una crosta dello spessore di circa 8 centimetri. che proteggeva dalle infiltrazioni d’acqua la massa sottostante.
Al momento della utilizzazione il pagliaio veniva tagliato con
apposito utensile in fette verticali larghe circa un metro e profonde
cinquanta centimetri. Nell’occasione l’operatore aveva cura di modellare il taglio alla sommità in modo da formare una sorta di gronda.
Peccia (Chioccia)
Gallina che, generalmente in primavera, attraversa un periodo in cui non depone più le uova e assume un particolare portamento rigonfiando le penne ed emettendo un particolare verso,
atto al richiamo dei pulcini. In questa situazione, alla peccia possono essere affidate delle uova che essa cova volentieri (per tre
settimane) fino alla schiusa.
96
Picciòla
Piccola quantità di vinacce, definitivamente pigiate, che si
accumulavano in un angolo del canale prima di essere introdotte
nel torchio.
Pistarella (Follatore)
Bastone lungo circa 1 metro, avente un’estremità leggermente
tri-forcuta, utilizzato per costipare sommariamente i grappoli d’uva
nelle bigonce.
Podere
Terreno, solitamente di proprietà privata, destinato a coltura, generalmente lavorato da una sola famiglia.
Portarella
Barella lignea, costituita da due stanghe unite da due traverse che veniva utilizzata durante la vendemmia per brevi spostamenti delle bigonce piene d’uva.
Quinconce
Tipica sistemazione degli alberi e di alcuni ortaggi disposti in
97
file parallele ma sfalsati di mezzo passo, al fine di ottenere la più
completa esposizione al sole.
La disposizione a quinconce si basa su un reticolo virtuale di
triangoli equilateri, in cui gli alberi sono situati in corrispondenza
dei vertici.
Sbrecciatura
Prima fase di potatura delle viti. La sbrecciatura si limitava al
taglio dei tralci inutili e alla rimozione di vecchie legature.
Scina
Recipiente in terracotta di forma tronco-conica capovolta,
utilizzato per fare il bucato o, talvolta, per preparare modeste
quantità di solfato di rame. Il diametro della sua apertura, accentuato da robusto bordo, e la sua altezza, potevano raggiungere in
alcuni casi anche un metro. Dotata di un foro di scarico in prossimità della base, talvolta presentava, a mezza altezza, una lieve
aggettivazione sporgente dentellata.
Scorgiato (Correggiato)
Antico utensile agricolo di legno, usato un tempo per battere i cereali o i legumi secchi.
Il correggiato era costituito da un manico lungo circa metri
98
1,50 alla cui estremità era collegata con una cinghia di cuoio una
mazza fusiforme snodata denominata “vetta”, lunga circa 70 centimetri.
Impugnato l’utensile, si faceva ruotare in aria la vetta, mandandola a percuotere le spighe o i baccelli da sgranare.
Seccia (Stoppia)
La superficie dei campi dopo la mietitura dei cereali, irta di
steli di paglia mozzati dalla falce.
Specciolatura (Spannocchiatura)
La rimozione manuale delle brattee, costituenti l’involucro
delle pannocchie di mais.
Strefolare (Sgretolare)
Disgregare manualmente le vinacce già sottoposte alla spremitura nel torchio, prima di essere nuovamente torchiate.
Strettoio (Torchio)
Tipo di pressa, azionata manualmente, per la spremitura
delle vinacce.
99
Lo strettoio è costituito da un pianale dal perimetro rialzato a cui è vincolata una grossa vite verticale, da un contenitore
cilindrico per le vinacce e da una madrevite; quest’ultima, sospingendo delle piastre lignee adagiate sulle vinacce, provoca la fuoriuscita del mosto.
Testo
Disco di terracotta refrattaria che, una volta infuocato, si utilizzava per cuocere le focacce. L’utensile, del diametro di 30–40
centimetri e dello spessore di 2, era dotato di una maniglia situata al centro di una faccia.
Tino
Contenitore ligneo per il mosto o le vinacce, di forma tronco-conica, costituito da doghe tenute insieme da cerchi di ferro.
Tramoggia
Contenitore di forma tronco-piramidale o tronco-conica
capovolta applicato a diversi tipi di macchine.
All’interno della tramoggia si pongono materiali solidi
incoerenti da sottoporre a macinazione o classificazione.
La sua carica si effettua dall’alto, mentre il contenuto fuoriesce inferiormente per gravità.
100
Trebbiatrice
Macchina agricola non semovente, utilizzata per separare
le cariossidi dei cereali dalla pula, dalla paglia e da altri semi estranei.
La stessa serve anche a trebbiare i semi delle foraggere.
Gli organi della trebbiatrice sono: il battitore e il controbattitore, i crivelli, lo scuotipaglia, i ventilatori, l’elevatore a noria, lo
sbarbatore, ecc..
Negli ultimi decenni questo tipo di trebbiatrice è stato
sostituito dalla mieti-trebbiatrice semovente, dotata di una falce a
barra e di altre apparecchiature che la mantengono sempre in
posizione orizzontale, anche sui campi accliviati.
Treggia
Particolare tipo di veicolo agricolo basso e privo di
ruote, trainato dai buoi e utilizzato un tempo sui pendii più
scoscesi.
Troscia
Modesto stagno di acqua piovana, utilizzato per risciacquare
il bucato o per annaffiare.
Usciòlo
101
Apertura situata su uno dei fondi delle botti utilizzata per
consentirne la pulizia interna (anche l’elemento di chiusura di tale
apertura).
Vanga
Utensile agricolo costituito da una lama trapezoidale o
triangolare, fissata ad un manico ligneo lungo circa metri 1,20 e
utilizzata per dissodare piccole superfici di terreno. Dopo l’infissione, effettuata esercitando una pressione con il piede su apposita staffa, la zolla veniva rovesciata e frantumata.
Venco (Torchio)
Rametto flessibile e ripiegabile di alcuni tipi di salice, utilizzato per legare i tralci delle viti durante la potatura.
Voltorecchio
Tipo di aratro metallico ribaltabile, il cui versoio, nei passaggi di andata e ritorno delle arature, consente il rovesciamento
della fetta di terreno sempre sullo stesso lato.
Zappa
Attrezzo agricolo costituito da una lama generalmente
quadrata con il lato di circa 15 centimetri, fissata perpendicolarmente ad un manico ligneo lungo circa metri 1,50. Si usa per sminuzzare piccole zolle, fare solchi o piccole fosse, ecc..
Zappitello (Zappone)
Zappa a due lame contrapposte, larghe rispettivamente circa
8 e 4 centimetri.
FInito di stampare nel mese di Maggio 2006
dalla Tipografia Grifo - Perugia
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