Appunti di vita
(“qua nessuno c’ha il libretto di istruzioni”)
Che se amore o dolori, gioie o rimpianti, non
lasciassero un graffio sul cuore, saremmo solo
uomini…
2
Sommario
Introduzione di Pina Varriale
pag. 5
Frammenti d’autore - Una parola data,
cento parole per incastonarla
pag. 9
Poesie?
pag. 67
Storie e altri brevi racconti
pag. 135
Personale
pag. 205
Cenni biografici
pag. 255
3
4
Introduzione
(di Pina Varriale)
L’amore, la rabbia, l’illusione, i sentimenti,
tutta la variegata e composita gamma dei
sentimenti umani trovano la forma e
l’apparente leggerezza del componimento
poetico in questi “frammenti di vita” di
Roberto Mazzuia.
Non a caso parliamo di leggerezza
apparente poiché quasi mai, se non nella
forma lirica, si può cogliere il senso
profondo del sentire umano. Lo spirito, il
pensiero, l’affanno che dura un momento
o, come talvolta ci sembra, tutta una vita,
non hanno migliore e più efficace
espressione di quella poetica.
Abile narratore da tratti stilistici nervosi ma
precisi, Roberto Mazzuia offre, in questa
sorta di diario dello spirito, un'immagine di
sé diversa dall’uomo impegnato nel sociale,
attento alle problematiche più scottanti che
lo hanno visto, nel tempo, promotore e
autore di spettacoli-denuncia, cantautore,
convinto sostenitore della legalità e dei
diritti umani.
In questa raccolta, pur senza rinunciare
all’attenzione per gli “ultimi” emerge l’io
più riservato e la visione, prendendo
spunto dal contesto sociale (L'affamato non
5
fa differenza. Del tipo di grano o della
qualità dell'acqua. Incurante della quantità
di sale. E del pizzico di zucchero a dorar la
crosta non chiederei conto) si fa intima (Il
tribunale assolverebbe il mio furto/Ché non
si negano briciole di pane al moribondo.
Così
al
cuore
agonizzante
schegge
d'amore, frammenti di affetto, scaglie di
bene) e profondamente sofferta.
Difficile non lasciarsi catturare dalla malia
di questi versi, dalla suggestione di parole
che hanno la forza di un grido e la levità di
una carezza.
Bene ha compreso Roberto Mazzuia il
potere e la responsabilità che da ciò ne
deriva:
Le parole scorrono veloci come tela di
ragno tessuta senza sforzo apparente.
Fluiscono libere e leggere mascherando la
loro vera forza.
A noi, suoi lettori, resta il compito, peraltro
piacevole, di coglierne il senso, il fine e,
non da ultimo, l’indiscutibile bravura del
Poeta.
Pina Varriale
6
Note su Pina Varriale
Pina Varriale è nata a Napoli nel 1957.
Giornalista per diversi quotidiani e periodici
tra cui “Napolisera”, la”Voce”, il
“Notiziario”, “Arte più Arte”, il “Tergo”,
“Lievito”, ha curato e condotto servizi di
attualità e culturali per emittenti
radiofoniche e televisive. Si è occupata dei
“ragazzi a rischio” progettando e
realizzando un laboratorio artistico e
teatrale. Ha scritto e messo in scena lavori
teatrali originali per i bambini delle scuole
elementari e per i ragazzi delle Scuole
Medie. Ha tradotto testi letterari dal
francese, dallo spagnolo e dall’inglese. Ha
partecipato come pittrice a numerose
mostre regionali e nazionali. Ha pubblicato
diversi libri per adulti: “Il viaggio di Elsa”
(ed. Il Borghetto,1992), “L’uomo blu” (ed.
Kairòs, 2005), “Stazione centrale” (Homo
Scrivens, 2006), “Il vicino” (Scheletri.com
2006), “La caccia” (Magnetica Ed., 2006),
“Il capolavoro” (Magnetica Ed., 2006), “La
catena spezzata” (Magnetica Ed. 2006),
“Evento casuale” (Nuovi Autori
Fantascienza, 2006), “Schegge di buio”
(Magnetica, 2007). Fra i suoi numerosi libri
per ragazzi: “I bambini invisibili” (Piemme,
2008), “Ragazzi di camorra” (Piemme,
7
2007; vincitore del “Premio Bancarellino”
2008), “Leo punto e a capo” (Mondadori,
2006), “Quando la luna divenne saracena”
(A. Mondadori Scuola, 2006), “Non ditelo a
Cialí. Dal Volturno a Cassino, 1943”
(Mondadori, 2004) e “La banda dei
Cherubini” (Mondadori, 2003). Nel catalogo
di “Orecchio acerbo”, “Al solito posto”
illustrato da Francesca Ghermandi (2006).
8
Frammenti d’autore
Un gioco.
Un termine assegnato, cento parole per
incorniciarlo.
9
10
Frammenti d'autore – Discinto
(15.04.08)
Non ti offendere davanti al mio sguardo
discinto.
Non ti posso spogliare con gli occhi se non
è quel che vorresti.
Se sono le mie mani quali lame per i tuoi
poveri vestiti e le mie labbra quale acqua
per la tua pelle arsa, non da me dipende,
fanciulla cara.
Son forse io ad averti lasciata divorare
dalle fiamme della passione e a non
intervenire in tuo soccorso? Riconoscilo! Io
non c'ero.
Ma, ecco, son idrante se vai cercando
acqua. Son petrolio se alimentar le
fiamme. Son... incerto, ora, mia cara...
paradiso o inferno quel che il tuo sguardo
sottintende?
11
Frammenti d'autore – Raffreddore
(17.04.08)
Maledetta e persistente come il peggior
raffreddore.
Togli il fiato e scuoti come starnuti in serie
che svuotano e lasciano spossati.
Maledetta e vigliacca come chi colpisce alle
spalle e senza preavviso scombina piani,
sogni e progetti, a domani o fra dieci anni
destinati.
Marciti i miei sorrisi, patetico e inutile nel
pregarti di ricordare le promesse e i tuoi “ti
amo come sei”.
Eccomi come sono! Esattamente come mi
sono presentato, esattamente come sapevi
fossi.
I tremori non si placano e nulla può
scaldare. Per ora...
Il tempo di recuperare un fazzoletto e
spazzarti via prima che diventi polmonite...
12
Frammenti d'autore – Operaio
(18.04.08)
E ancora...
Ti seguo all'inseguimento dell'ultimo
capriccio e osservo le tue risate plateali, il
tuo essere disinteressata a tutto ciò che
non sia tu fingendo di provare interesse
per altri.
Senti occhi puntati, che brami, e l'occhio di
bue ti illumina: in scena!
Ogni tanto mi cerchi, quasi avessi bisogno
del mio assenso. Fedele al mio ruolo,
operaio specializzato in ruffianeria,
annuisco: sei tu la più bella del reame.
Alla prova di un ultimo capo, attendo,
muso a terra, la tua uscita.
Scodinzolo alla gioia delle tue forme in
fiera evidenza.
Una ciotola di carne in cambio del mio
onore...
13
Frammenti d'autore – Precario
(18.04.08)
Mi basto.
Conobbi la mia sete di indipendenza al
primo vagito che, certamente, emisi prima
che la levatrice mi sculacciasse. So per
certo che le avrei pisciato in testa se mi
avesse sfiorato.
Posso dormire a terra o nel miglior hotel.
Indossare indistintamente un abito di
sartoria come un'alpaca peruviana. Amare
una donna o indurne cento a sentirsi lei.
Posso stare con mille persone ed essere
amabile con tutte, ma perseguirò attimo
per attimo la necessità di stare con me.
Preparato al passo finale, quando, da solo,
varcherò la soglia che mi spoglierà del
ruolo precario, passeggero, di essere
vivo...
14
Frammenti d'autore – Nebbia
(24.04.08)
Fidati.
Se non dei miei occhi della mia
intelligenza. E se non d'essa del mio amore
per te.
Lo saprai se fermarti o no.
Tieni la mia mano e attenta ai tuoi passi.
Conosco il bosco della vita passo per passo
e non ci accadrà nulla. Serpi non ci
sorprenderanno né radici ci faranno
inciampare.
Se fosse, ho tendini tesi a soccorrerti e
come una madre sbranerei chiunque ti
minacciasse.
Questa nebbia non avrà ragione di noi né
del nostro amarci senza condizioni.
Oltre la collina, il sole sorprenderà il tuo
sorriso e il mio, mai spento, per averti
accanto…
15
Frammenti d'autore – Nemico
(24.04.08)
Allungo il bastone che regge l'elmetto.
Scoccherai un altro dardo, lo so.
Colpisce e rimbalza, ma ho capito dove sei.
Non mi avrai, capisci? Mai più.
Scatto dal mio rifugio e finto la direzione.
L'ennesimo tentativo di colpirmi va a vuoto
mentre accelero dalla parte opposta.
Cento metri! Solo cento metri che un uomo
terrorizzato può compiere competendo coi
campioni. Non puoi avere il tempo di
ricaricare anche se procedo zigzagando.
Non puoi!
Il nemico mi centra tra le scapole. Cupido
non ha perso tempo e la sua mira non
conosce incertezze.
Stramazzo ai tuoi piedi. Perdutamente
innamorato di te...
16
Frammenti d'autore – Impassibile
(04.05.08)
Conosco la strada. La porta è quella che fu
di casa mia. Nostra.
Rimani impassibile, ma ci penserai. Gli altri
uomini ci sperano, vorrebbero, si illudono.
Io lo so.
I nostri giochi hanno impregnato le mura.
L'odore del caffè e delle sigarette, come
ogni angolo su cui ci siamo amati, ti
parleranno di me e di noi.
Conosco la tua smania di libertà e il
bisogno di spazi e fughe. Li provavo prima
che tu ti rendessi conto di questi bisogni.
Ma non pensare di poter semplicemente
usare i miei numeri come paracadute.
Prima che per te, esisto per me...
17
Frammenti d'autore – Pane (03.06.08)
Distinguere, dici?
L'affamato non fa differenza. Del tipo di
grano o della qualità dell'acqua. Incurante
della quantità di sale. E del pizzico di
zucchero a dorar la crosta non chiederei
conto.
Se le mani che l'han lavorato son possenti
o delicate. Se avezze o novizie.
Affamato mi avvicino al desco e furtivo
allungo la mano prima che il padrone mi
colga.
Il tribunale assolverebbe il mio furto.
Ché non si negano briciole di pane al
moribondo. Così al cuore agonizzante
schegge d'amore, frammenti di affetto,
scaglie di bene.
Se avvelenata è questa pagnotta, possa tu
essere il mio ultimo pasto...
18
Frammenti d'autore – Bocca
(03.06.08)
Uscirono parole d'amore accompagnate da
occhi sinceri.
Schegge di emozioni puntinarono messaggi
al mio cuore.
Non vidi le mani agitarsi a rafforzare i
concetti. Non diedi importanza alle lacrime
e alle espressioni facciali. Quasi non feci
caso al suo lento avvicinarsi.
Seguii rapito l'incedere di movimenti, le
increspature della rosea bellezza. Assaporai
la dolcezza dei suoni, la ricercatezza dei
termini, l'effetto di ogni movimento della
tua bocca mentre spargevi incanto e
meraviglia su quest'anima che non credeva
possibile accogliere tanto, non in una sola
vita, non nella mia.
Labbra incandescenti incisero
indelebilmente il tutto sulla mia pelle.
19
Frammenti d'autore – Tradimento
(03.06.08)
Gli uomini, al sicuro, giocavano a carte e
bevevano acquavite.
Lanciò la carta vincente sbattendola sul
tavolo di fortuna prima di ingollare una
lunga sorsata dell'inebriante nettare.
Sorrise.
Di donne parlavano confusi dall'alcool. Di
donne altrui e dei loro giacigli compiacenti.
“E se la tua donna lo facesse a te?”, gli
chiesero.
“Il tradimento non esiste finché non ride
con un altro come ride con me!”, rispose
ubriaco.
Non vide il cenno di assenso del compagno
di gioco agli occhi furtivi alle sue spalle.
“Il tradimento non esiste”, ripetè prima di
accorgersi che uno solo di loro sarebbe
sopravvissuto.
20
Frammenti d'autore – Straniero
(03.06.08)
Guadagno centimetri nel tuo territorio.
Passi sicuri e calcolati riducono le distanze.
Il terreno non è il mio, ancora. Una lingua
sconosciuta vorrebbe essere minacciosa,
ma suona suadente.
Straniero sul tuo suolo ho sete di
conquista. Le mie armi saranno deposte ai
tuoi piedi, ma sarai tu a chiedermi di
armarmi ancora. Il tempo, le strategie e
azioni a sorpresa renderanno certo il
risultato.
Riconoscimi “Re, il mio Re”. Incorona il mio
capo. Riconosci che nessuna sconfitta ha
avuto mai lo stesso sapore di vittoria.
Sentiti ora principessa nel castello che fu
tuo e che ora è la nostra dimora.
21
Frammenti d'autore – Ombra
(03.06.08)
Abbaiano i cani ai passi pesanti
sull'acciottolato.
Esco per calmarli, ma il richiamo si spenge
in gola realizzata l'assenza di una ragione
per quei passi. Che si avvicinano, sicuri,
incuranti dei latrati minacciosi.
“Chi è là?”, grido.
“Sono io”, la risposta con la mia stessa
voce.
Si zittiscono i cani. Si appiattisce la mia
anima.
Il momento della conta è arrivato, puntuale
come la morte e come la morte incapace di
accettare pagamenti posticipati.
Nella ricerca di una risposta, cedo. Quando
ho perso la miglior parte di me, fedele
ombra? La lasciai per un rimorso? O,
peggio, per un rimpianto?
22
Frammenti d'autore – Arno (10.06.08)
La spiaggetta ospita forme quasi nude in
stagioni meno cariche di malinconia.
Sopporta il mio peso mentre sfilo e ripiego
il cappotto, cui poggio i maglioni tolti
assieme.
Il gelo mi assale mentre combatto con le
scarpe.
Ma è altro il gelo che mi ha già ucciso
illudendomi che il sonno fosse ragione di
ristoro e non di morte.
La città sonnecchia intorno a me e indugia
nel tepore delle coperte ancora un attimo.
Non sente lo sciabordio dei miei piedi
all'ingresso nelle tue acque. Poco importa,
che tu sia l'Arno antico. Contano le tue
fauci pronte ad accogliermi, vinto...
23
Frammenti d'autore – Briciole
(10.06.08)
So accontentarmi, sai?
Mai chiesi di ubriacarmi ad ampie sorsate.
O di staccar bocconi.
Briciole. Solo briciole di te.
Sorrisi non miei, sì poco stimati, e
frettolosamente scossi come frammenti di
pane su cui avventarmi.
Echi di voce donata ad altri che lasciano
scie su cui becchettare come piccione nella
piazza.
Sguardi ammirati dalle bellezze ch'io so
cogliere, ma che, mute, non possono
ricambiare.
Minuscole briciole per noi abitanti del nulla,
mai visti, mai desiderati, spesso minacciati
da passi incauti.
Briciole da portare nella mia tana, ma, le
tue, da non dividere con nessuno ché
nessuno le saprebbe sì apprezzare.
24
Frammenti d'autore – Nodo (12.06.08)
Un filo sottile.
Le parole scorrono veloci come tela di
ragno tessuta senza sforzo apparente.
Fluiscono libere e leggere mascherando la
loro vera forza.
Ogni parola un nodo, ogni frase un'opera
d'arte imperlata di rugiada.
Chi sei tu, capace di attrarmi e farmi
dimenticare che il sonno non è lieve ma
foriero di morte?
Ho smesso di dibattermi e mi abbandono
all'oblio.
“Lei lo baciò con l'anima sulle labbra”,
cantava il poeta.
Se morte dev'essere, questa sia. Un
cappio, un bacio ammaliante, il lungo
sonno a impedire di poter desiderare
un'altra vita per morire di nuovo. Così.
25
Frammenti d'autore – Carezza
(14.06.08)
Il timore di un rimorso diverrà l'eterno
dolore di un rimpianto.
Ci saranno occhi, mani e labbra. In ognuno
di questi cercherai quanto ti ha sfiorato e
hai perso.
Ci saranno musiche e soli e gocce di
pioggia. Ci saranno odori, parole e giochi.
Ognun d'essi sarà bruciante ricordo di ciò
che poteva e non fu mai.
Ombrelli proveranno a riparare; aggetti a
ombreggiare. Voci getteranno acqua a
spegnere bruciature sull'anima.
Lui sarà lì, inconsolabile promessa
disattesa.
Una carezza e una schiena lontana gli
ultimi atti di ciò che fu tuo, ma svendesti al
mercato delle utopie...
26
Frammenti d'autore – Babbo
(14.06.08)
Una piccola manina nella mia. Un
gigantesco scalino da superare. Una strada
da attraversare.
C'è la costruzione da finire, nata solo
perché tu la possa distruggere.
C'è la pala di plastica che ci attende e terra
smossa da scavare.
Ci aspettano voci insulse da fare, risate
sguaiate da assaporare. Animali da
scarabocchiare, parole da correggere dopo
averne sorriso.
La cavalletta da cercare e la coccinella da
guardare senza spaventarla, perché, sai, è
preziosa.
“Babbo, vieni?”
C'è un cuore che si potrebbe fermare ogni
volta che lo fai sentire importante. Che
d'importante, qui, c'è solo il tuo futuro da
lasciarti disegnare...
27
Frammenti d'autore – Chiasso
(14.06.08)
Mi sei malattia incurabile. Bronchite che
spezza i polmoni. Cancrena che divora le
membra.
Ti urlo che mi sei asma soffocante. Cancro
divoratore.
Rompo il silenzio rompendo suppellettili,
brandendo una sedia a sfasciar vetrine e
bicchieri esposti. Sfogo rabbia e gelosia
rovesciando mobilia, sbattendo a terra
ritratti.
Strappo vestiti per arrivare al cuore e
strappar lui stesso, insopportabile batteria
che ritma musiche assordanti.
Scalcio i vetri, a pugni la porta. Rumori di
libri, elettrodomestici sfasciati, echi di
sogni e promesse e speranze. Bestemmio
urlando al sangue dalle mani e dall'anima.
Il chiasso della tua assenza sovrasta ogni
inutile azione.
28
Frammenti d'autore – Cielo (20.06.08)
Sospeso.
Mi fissi e gli occhi mi si bagnano. Il
contatto è già un abbraccio, un intreccio di
lingue, di corpi assatanati.
Da quassù scopro quanto sia piccolo il
mondo e i suoi abitanti come formiche
impazzite.
Case come Lego, umane discordie a far
sorridere gli dei. Ampi spazi deridono il
caos di vite sovrapposte in scatole
inquinanti.
Invidia, rabbia, delusioni per ragioni che,
da qui, appaiono ignobilmente stupide. In
questa purezza, non voglio condannare,
forse, incoraggiarli ad alzare gli occhi.
La vita è altrove. È nel cielo terso della tua
anima, dove mi sento unico e privilegiato
nuotatore...
29
Frammenti d'autore – Prato
(20.06.08)
C'è magia. C'è vita.
Piccole gocce irrorano e insetti zompettano
alla ricerca di cibo. Forse, a esser cibo loro
stessi.
C'è pace. C'è poesia.
Il silenzio si inchina al frinire e al mio
stendermi sul morbido e umido materasso.
Uccelli si abituano alla mia presenza e,
vigili, ricominciano la loro danza.
Mi scuoto e la mia folle corsa spazza via ali
in uno scappar di mondi invisibili. Allargo le
braccia e urlo ridendo la gioia di essere
uomo, folle ed ebbro di te.
Un prato, un cielo, uno spicchio di mare il
mio posto, uno qualunque dentro di te.
30
Frammenti d'autore – Ingenuità
(28.06.08)
Lui non saprà mai che le tue labbra furono
create per me.
Né che quando le bacia distrattamente o
non le bacia affatto commette sacrilegio
maggiore di quando vi preme le sue con
ardore.
Nella sua ingenuità non realizzerà che i
tuoi seni furono scolpiti a misura delle mie
mani e la tua pelle vellutata per le mie
labbra.
Godrà delle fonti dei tuoi lombi senza
chiedersi per chi furono preparati, solo per
addormentarsi al lato opposto del tuo
possente amore, soddisfatto e ingrato per
il dono ricevuto.
Da quassù, io, angelo maledetto, medito di
farmi uomo ed esserti ricompensa.
31
Frammenti d'autore – Vela (29.06.08)
Dieci passi.
Mi volto di scatto a fintar di offendere e
rimango così, il braccio teso, l'arma scarica
puntata.
Aspetto il colpo dell'avversario mio. La
pallottola viaggia veloce a cercarmi, come
cavallo lanciato al galoppo, come piroga
dalla vela spiegata.
Mi vuole come l'amante l'altrui donna,
come il killer il sangue a fiotti.
Nello spazio eterno che ci separa rivedo la
ragione per cui son qui all'albeggiar del
giorno, a spazzar via una notte insonne.
Ho il tempo per una lacrima, l'ultima, a
sancir non già la fine mia, già occorsa, ma
quella dell'unica cosa io abbia potuto
chiamare “amore”.
32
Frammenti d'autore – Morte
(29.06.08)
Sgranerai gli occhi, stupito.
Allungherai le mani alla grossa bocca che la
mia lama ti avrà aperto sul collo.
Proverai un'ultima invocazione d'aiuto, ma
l'ultimo stantuffare dei tuoi polmoni
genererà solo un gorgoglio di sangue.
Asciugherò la mia arma dal tuo ignobile
liquido rosso, lentamente, affettatamente.
Il tempo che il tuo capo crolli
definitivamente sulla maglia inzuppata.
Ti dissi: “Io sono la morte, non tentare di
fottermi”. Rispondesti: “Non mi fai paura”.
Sbagliato. Ho letto il terrore nei tuoi occhi
quando realizzasti di avermi provocato a
odio mortale.
Scanso il plasma uscendo. Uno sputo di
disprezzo parte dai miei occhi.
33
Frammenti d'autore – Sorriso
(29.06.08)
Odio queste eterne ore di attesa. Il
lanciarti messaggi senza sapere se
arriveranno a destino.
Ore che dovrebbero avermi visto rincorrerti
giocoso sulla sabbia per raggiungerti in
mare. Inarcare le sopracciglia davanti alla
tua ennesima, affascinante, presa in giro.
Brandire il mio miglior sorriso e caricarlo di
malizia nel momento in cui impedire al mio
corpo di avvinghiare il tuo non mi sarebbe
stato più possibile.
Conto i minuti che mancano alla prossima
volta in cui sentirò la tua voce.
La brezza che alimenta la brace della mia
sigaretta conduce un “Mi manchi” affidato
al vento.
Sto bene. Ora sì.
34
Frammenti d'autore – Cuore
(29.06.08)
Tentarmi, dici?
Resistere alle tentazioni non è affar mio.
Anche se non considero virtù eccelsa
visitare letti e dissolvere questi pochi anni
in piaceri vuoti.
Vorresti essermi sigaretta da consumare in
fretta dopo un caffè; o concubina che
rinfresca questa estate spalmandomi d'oli
profumati e agitando ventagli?
Se mi conoscesti come dici sapresti che ho
il pisello attaccato al cuore e i due non
viaggiano mai soli. Non mi sei tentazione
perché non mi interessa un'altra tacca
sull'uccello.
Non arrivi alla mia patta perché in nessun
modo passi per il petto e nulla hai perché
questi accessi possano esserti schiusi.
35
Frammenti d'autore – Cambiamenti
costanti (02.07.08)
Hai preso la mia sicurezza e ne hai fatto
zerbino.
Hai trovato l'accesso secretato pure a me
stesso e hai messo a soqquadro un'intera
esistenza cesellata perché i cambiamenti
costanti, necessari, fossero minimi e
indolori.
Dipendo da te come dal sole. Fossero
capricci o principi severi non vi sarebbe
differenza alcuna.
Cammino tra la gente nudo ed esposto, in
balia dei venti, incapace di stabilità nel mio
incedere. Amare ed essere ebbri appaiono
due diverse vie per approdare alla stessa
mancanza di equilibrio.
Rido di me stesso davanti allo specchio
dell'umanità che riflette l'ipocrisia del mio
sguardo fiero.
36
Frammenti d'autore – Lucida follia
(02.07.08)
Siedo su vecchi gradini che immagino
antichi a guardare alberi immobili che
immagino agitati.
Il fumo che espiro sale pigro, ma voglio
disegni forme conosciute, che infatti vedo.
Applico al quadro un leprotto curioso,
svolazzare di farfalle e i colori dell'autunno.
Bacio la mia pelle cotta dal sole con le
labbra fresche lasciate dal gelato non
gustato.
Tossendo non tossisco, guardando non
guardo, pensando non penso.
Sedendo corro e piangendo rido e ne ho
ben donde.
Che il tuo non esserci ed esser qui mi sta
portando a violare ogni legge naturale,
rendendo questa lucida follia, offuscata
sanità di mente.
37
Frammenti d'autore – Guerra civile
(02.07.08)
Non vedo la telecamera riprendermi
mentre non fuggo, allungo un passo
all'altro, senza meta, senza voglia.
Nel TG parlerai di guerra civile che
null'altro vuol dire se non che uomini, fino
a ieri vicini che si scambiavano, a bisogno,
zucchero e favori, estraggono dal cilindro
la loro parte peggiore.
Puoi documentare le mie lacrime, ma che
dire delle loro mani, dei loro sessi, delle
loro risa su di me? I corpi straziati di chi fu
mio e a cui appartenni, ma che dire dello
squarcio nel cuore?
Lasciami la dignità. Non usare le mie silenti
lacrime per introdurre la pubblicità.
(dedicato alla fuggitiva dal Kossovo le cui
lacrime non posso scordare)
38
Frammenti d'autore – Silenzio
assordante (03.07.08)
Era una mano, la sua carezza. Ed era una
voce consolante che cercavo da bambino.
Nel silenzio assordante che regna nel vuoto
della mia anima dispenso affetti e carezze
e voce indiscriminatamente. Dissipandoli.
Dissipandomi.
È dalle tue tette che vorrei fossero
asciugate le lacrime. Dalla tua lingua
leccate le ferite. Un giaciglio qualunque su
cui abbandonarmi e lasciarti succhiare
tutto il male.
Scossi brividi e singhiozzi prenderei a
renderti quanto ho ricevuto riversando su
di te tutto il bene di cui, sai, sono capace.
Coriandoli di buono, petali di affetto a
rendere gloriosa, trionfale, la marcia verso
una nuova vita.
39
Frammenti d'autore – Sollievo
(12.07.08)
Lascia scrosciare l'acqua.
Non sono le tue dita a sfiorare la tua pelle,
ma le mie, avide dei tuoi brividi.
Né sono milioni di gocce d'acqua a
picchiettare e dare ristoro, ma le mie
labbra dissetanti per la tua sete.
Non è acqua che cola, né la tua mano
premuta a far sussultare il tuo intimo e
prezioso scrigno, ma una lingua, la mia,
che di te ora dispone, vita o morte.
Tua è la gamba piegata e che preme, tuo il
capo rovesciato, tuoi tutti i sensi tesi a
succhiare il meglio di questo temporaneo,
precario, instabile, sollievo.
40
Frammenti d'autore – Sublime
(12.07.08)
Fosti innocente e gioioso scartando regali
di Natale.
Stupito e ammirato alla finestra del
microscopio che spalancava un mondo
invisibile.
Fosti tu ad esultare per un gol, la sfera tra
le mani di un maldestro portiere e una
porta di cartelle, nella strada dimenticata
da Dio appena fuori di scuola.
E chi era il primo a soccorrere la più bella,
a tessere poesie e improbabili rime? O il
più bravo a centrare l'altrui tappo e a
ingrossare il proprio bottino?
Tu che hai tutta la mia rabbia mentre tra
gli uomini rendesti sublime la capacità
d'esser ministro di morte.
41
Frammenti d'autore – Temporale
(12.07.08)
Destami di tuoni e di lampi illuminami!
Sbattimi di vento, quale foglia lasciata
dall'albero e da te accolta nei tuoi vortici!
Subissami d'acqua, trascinami dove non
voglio andare, forse perché ignoro il
destino che mi riservi. Violentami l'anima
con fulmini terrificanti e colpiscimi di
grandine il cuore, ché, ora tuoi, lo puoi
fare.
Ma lasciami un fresco respiro, il dormire
coperto da un lenzuolo, la purezza dell'aria
e il suo esser cristallina, mentre riempio i
polmoni del profumo della pioggia, quali
premi per essermi concesso a te, Divino
Temporale, devastante anomalia, che ha
saccheggiato per sempre la mia
quotidianità.
42
Frammenti d'autore – Collera
(12.07.08)
Rovescia il cielo la sua furia fatta d'acqua e
squarci di luce.
Dal buio avvolto allunghi la mano e la
porta cede, unico rumore innaturale.
Un passo. Un altro. Guardingo strizzi gli
occhi a indovinar figure. O movimenti.
Cocci segnalano il tuo incedere. Ragnatele
ti avvolgono quali lenzuola. Sudari, direi.
Inciampi in una sedia rovesciata e soffochi
la maledizione a mezz'aria massaggiando il
punto dolente.
Sorrido.
Non sai che questo è l'unico male, tra tutti
i dolori del mondo che ti aspettano, che
non avevo previsto. Gratuito.
Che a incitar a collera la morte porta a
pregare che sopraggiunga spedita.
43
Frammenti d'autore – Lilla (12.07.08)
Non ci crederesti ma ti vedo e ti sento.
Parli di me, braccia incrociate al petto,
come ancora fossi e non credi che stia
assistendo alla tua trita farsa.
Nomini un dio che non conosci, Sue parole
che disconosci con una vita tutt'altro che
sobria e dedicata.
Giro attorno al tuo alzar di mani, nella tua
tunica bianca.
La stola lilla si presta al mio gioco mentre
la stringo al tuo collo cadente.
La folla si alza, sbigottita, e accorre.
Due morti nello stesso, dicono, sacro
luogo.
Apri gli occhi e mi scruti, attonito, mentre
annuisco col capo. Ora sai.
44
Frammenti d'autore – Pianto
(25.07.08)
Di gocce a milioni ho seppellito d'acqua
potenziale cibo e corpi straziati.
Di pianto ho bagnato fronde e panni stesi
quando nuvole rabbiose si fondevano,
nere, con venti adirati. Ombrelli alzati e
subito strappati ché il dolore mio ti colpisse
e rendesse vana la tua difesa.
Torrenti incalzavano, lasciando il percorso
tracciato, a dispensar rabbia o disperati
appelli di soccorso. Vani.
Ombre scure, pesanti, dipinte da pittore
iroso, calavano stille come schiaffi,
brucianti in origine, infuocate a destino, a
rovesciar teste, a scuotere schiene, a
scaricar bestemmie quali fulmini e
tempeste.
Pioggia versai pur non essendo mai io
cielo.
45
Frammenti d'autore – Interruttore
(25.07.08)
Un ordine come un altro. Quante vite hai
già falciato?
Acquattato aspetti il segnale convenuto.
Sirene lontane annunciano che il momento
è prossimo. I calcoli destinati al successo
opere di menti perversamente abili. Di te,
non basta che un dito.
Fosse una bolla d'aria nella siringa o il gas
di scarico di un'automobile. Un colpo di
pistola o una lametta a squarciar polsi...
no, tu non vali, tu non servi, che per un
dito.
L'interruttore dà vita a un boato. Anime
zittite come sirene mute.
L'uomo più inutile del mondo a lanciare
uomini veri nel mito.
(al maledetto coglione e al suo interruttore
che generarono la strage di Capaci)
46
Frammenti d'autore – Spalle
(27.07.08)
Un bicchiere di latte tra le mani. Immagino
i baffi tracciati a contornar la bocca.
Capelli incoronano. Tessuti non coprono.
Risaltano.
Di passi silenziosi avanzo, di sorrisi
assaporo il momento. La mente pesca nella
memoria e trova l'odore esatto della tua
pelle. E il suo sapore che la bocca brama.
Il capo si piega, il braccio si alza, la gola
riceve le ultime gocce.
Il mondo si ferma in quell'istante, nel tuo
succhiare, ingorda.
Labbra assetate muoiono sulle tue spalle,
che le mani circondano. Godo del tuo
abbandonarti sorridente, tu, a tua volta
bicchiere di latte per me.
47
Frammenti d'autore – Casa (27.07.08)
Un pavimento d'erba il letto. Stelle e una
pallida luna a coronare il soffitto.
Una falda per dissetarmi e un torrente per
lavar la stanchezza.
E foglie a milioni a mascherare il ronzare, il
frinire e il cinguettare.
Non ho cassetti se non nella memoria dove
frugare se serve. Dove spesso non mi
accosto nemmeno. Nessuna anta da aprire.
E piatti e bicchieri, eran così necessari?
Tu dell'arcobaleno vestita, di rugiada
imperlata, di raggi di sole dispensatrice. Tu
ossigeno, tu acqua, tu cibo. Tu certezza,
sicurezza, fonte di ristoro.
Tu che ovunque io sia sento e chiamo casa.
48
Frammenti d'autore – Scogli
(27.07.08)
Ti conosco ormai.
Per tua natura maledetta, giochi con me un
gioco mortale. Ho accettato l'idea, del resto
è inevitabile, di perdere tutto un giorno.
Ma fino ad allora i tuoi tranelli, i tuoi
trucchi, gli scogli sommersi, saranno sfide
cui offrirmi e di cui ridere una volta
superate.
Ho rispetto di te, sleale combattente.
Quanto basta, o vita, per non rischiare più
del necessario. I tuoi colpi bassi mi
priveranno, forse, momentaneamente del
sorriso.
Giocare una partita già persa, per godere
di mille battaglie vinte, sapendo che
perderò comunque la guerra, mi sta
divertendo assai. Dimmi, e tu?
49
Frammenti d'autore – Girasoli
(27.07.08)
Il percorso è noto.
Ponti e larghe strade. Auto da superare.
Natura da costeggiare.
Un pianoforte dispensa magia e strappa
sorrisi. Ora espressioni malinconiche. È di
te che parla, a te si ispira.
Orde marcianti in file ordinate dalle gialle
criniere si estendono a perdita d'occhio,
pacifica invasione, messaggeri d'amore.
Disarmati e disarmanti, mi accompagnano,
mi guidano.
Il percorso lo sai, paiono dire.
Il percorso lo so, annuisco.
Mi chiamano fratello, i girasoli del mondo,
il cui destino li porta a seguire i capricci del
sole, sorridendo del mio volto
perennemente rivolto alla luce che emana
da te.
50
Frammenti d'autore – Motivazione
(30.09.08)
Datemi un porto.
Il gelo attanaglia gli uomini e li induce a
dormire e qui, dormire è morte.
Quanti ne ho persi? Sveglia! Svegliati,
stupido! Non mi frega un cazzo se non ce
la fai più, se abbandonarsi è dolce e
resistere sofferenza.
Cammina, idiota! Anche tu! Sbatti quelle
mani, pigliamoci a schiaffi!
Che mi siete insopportabili ormai nella
vostra rassegnazione, ma ho bisogno di voi
per arrivare a destino. O potrei governare
mai da solo questa nave?
Senza midollo, venduti alla morte per un
po' di torpore. Senza sogni. Senza fini.
I suoi occhi nei miei, la mia motivazione.
51
Frammenti d'autore – Avanza
(01.10.08)
Non sono passi incerti quelli che odo.
C'è un fondo di assoluta sicurezza nei piedi
che scuotono il selciato. E nelle braccia che
non ciondolano, danno equilibrio e ispirano
l'incedere.
I tuoi occhi non lasciano dubbi. È me che
vuoi. Schivi con lo sguardo il mondo che
formicola attorno. Non ti curi dello sbatter
di spalle contro altre spalle. Della folla hai
scelto. Me.
Arreso mi arresto anche se il flusso rende
precaria la mia stabilità. Immoto, se non
immobile, come un addio.
Quando Lei avanza nulla puoi se non
obbedire al suo sguardo. Chinare il tuo.
Ringraziare. Salutare. Morire.
52
Frammenti d’autore – Cielo (12.10.08)
Se questa fosse una vita normale, al mio
risveglio, stamani, avrei trovato il tuo
corpo abbandonato al mio fianco.
Avrei evitato di respirare, alzandomi, per
non turbare il tuo riposo.
Avrei aspettato, silenzioso, il momento di
servirti un sorriso e una mano tra i capelli
lasciandoti coccolare dal lenzuolo.
Bacio di quaggiù il sole, unico punto di
contatto.
Con un raggio, so che non ti tratterrà dal
riceverlo.
Combatto col bisogno di non intrappolarmi
ancora nel pensiero di te. Erigo argini che,
come acqua, scientificamente aggira,
erode, straripa.
Attendo la luna, stanotte, per sentirmi di
nuovo sotto lo stesso cielo.
53
Frammenti d'autore - Tenerezza
L'uomo si dimenava legato alla sedia. Il
bavaglio non gli impediva di emettere
suoni strozzati.
Lei gli girava intorno godendo del terrore e
degli inutili tentativi di liberarsi della sua
nuova vittima.
Il carnefice prescelto teneva la canna della
pistola puntata alla nuca del malcapitato.
Il pretesto per questa ulteriore anima
sacrificale erano i soldi. Tanti soldi.
La ragione vera, il fatto che lei è predatrice
di vite, poco importa di chi e chi gliele
fornisce.
Ancora agonia... lascialo a chiedersi
perché e come potrebbe uscirne.
Passò la mano sul viso del killer con
tenerezza.
“Spara”, sussurrò melliflua.
Lui sparò.
54
Frammenti d'autore - Sabbia
Una manciata. Trattengo a stento il suo
inesorabile fuoriuscire.
L'amore come sabbia: si riducono i termini,
le dimensioni. Mi duole la mano e voglio
uscire.
Sono io, sei tu, non so. Forse, noi.
Granello dopo granello scivola via e
cominci a vedere quanta sabbia non è stata
mai nella tua mano. E ti attrae.
Granelli di risa. Di complicità. Di passione.
Semplicemente spariscono.
Quando te ne sarai andata e poche perle di
sabbia saranno rimaste nella mia mano
sudata, le tratterrò, muse di alcuni dei
ricordi più dolci, insegnamenti nei percorsi
che mi hanno portato ad essere quello che
sono.
55
Frammenti d'autore - Vetri
Carta smerigliata graffia sgraziatamente
questo cuore. Asciuga le mie lacrime miste
al sangue che sgorgano dagli occhi.
Cammino sui vetri di un'esistenza che non
è la mia, che non ho scelto, che non ho
voluto.
Non sento più il dolore. L'uscita è là. Anche
se non riesco a vederla troverò la maniglia.
Le catene nella carne non mi tratterranno,
non più.
Fuori di qui, la vita che ho scelto.
Nudo, povero, claudicante, sanguinolento
mi affaccerò. Il sole avrà pietà di me e non
infierirà sui miei occhi e le mie ferite.
Essere un uomo libero non è mai stato
semplice...
56
Frammenti d'autore - Arancione
Dormi, Amore, dormi.
Veglio su di te ammirando ogni
movimento, ogni curva, ogni onda del tuo
corpo abbandonato.
Sei bella, Amore mio, sei bella.
Mi sazio di te, ma è solo un attimo.
Le dita bramano ancora i brividi della tua
schiena al loro delicato passaggio.
Le labbra si seccano desiderando il tuo
sapore, saliva, sudore o umore che sia.
Il mio membro vuole ancora perdersi in te,
violando l'inviolabile tempio, profano nel
sacro, aspettando l'assoluzione del tuo
orgasmo.
Sazio gli occhi in questa notte insonne nel
rispetto del tuo riposo.
Fra di noi, il tuo striminzito pizzo
arancione...
57
Frammenti d'autore - Tela
Tessi la tua tela e incatena questo cuore.
Quando sentirai la bava vibrare non sarà
per un tentativo di fuga, per la paura di
essere risucchiato, ma perché un cuore
nasce per pulsare e darsi quando non ha
motivi per opporsi.
Tessi la tua tela e ingabbiami a vita.
Ché la mia sorte sia vivere e morire tra le
tue spire abbandonandomi tra le tue abili
braccia non opponendomi affatto a che tu
possa succhiare ogni mio pregio.
Tessi la tua tela e stringimi.
Che il poco che ho brama unicamente
d'esser tuo, di gioire per un tuo solo
sorriso.
58
Frammenti d'autore - Buio
C'è di più di questa solitudine profonda
nonostante te e centinaia d'altri volti
intorno.
Di più dell'esser solo nonostante sorrisi e
strette di mano.
C'è di peggio del sentirsi in un deserto a
girare su sé stesso e non scorgere altro
che dune e sabbia. O di arrancare in un
bosco minaccioso e senza fine.
Di trovarsi in balia delle onde nello
sterminato mare, imprigionato nella tela di
un ragno o perso tra le note malinconiche
di una canzone.
C'è il fatto di amare all'infinito questo buio
e non aver voglia alcuna di rivedere la
vostra, inutile, parvenza di luce.
59
Frammenti d'autore – Sussurro (6
aprile 2008)
La voce proveniva da lontano, ovattata
come un sussurro.
Impossibile per me resistere a quella
sottintesa promessa di libertà.
“Portami via”, ripetevo mentalmente come
un mantra.
Mi prendesti per mano e senza una parola
mi conducesti per sentieri scevri da
macchie umane: niente lamenti, niente
dolore, nessuna paura.
Poi capii.
La mia natura è lottare per conquistare i
miei spazi, vincere le mie sfide, combattere
per i miei ideali.
Anche quando la morte si fa bella, ma hai
ancora un singolo sogno da perseguire,
vuoi rituffarti nella mischia degli uomini e
lasciarla attendere.
Proseguisti, ma io tornai sui miei passi...
60
Frammenti d'autore – Cera (06 aprile
2008)
Tensione cieca.
Una candela rubata illumina quel buio
tombale e rischiara i miei passi.
La sensazione di non essere solo mi
opprime e lascia i miei sensi acuiti come
fossi un pesciolino in attesa del balzo del
predatore.
Che arriva!
Un salto all'indietro e mi ritrovo seduto per
terra, urlante.
Raccoglie la mia candela e illumina il suo
volto terrificante. La sua possanza mi
ridicolizza.
“Chi sei?”, oso.
“Lo sai bene”, risponde sorridendo
perverso mentre la cera cola sulla sua
mano senza che faccia una piega.
Una zaffata di zolfo lasciò per un attimo il
ricordo di quest'anima destinata all'oblio.
61
Frammenti d'autore – Mare (08 aprile
2008)
Di ricordi guizzanti come pesci. Di pregi
affascinanti quali coralli o difetti urticanti
come anemoni.
Stento a rivelare le parti scabrose e le
relego sul fondo, mortali come punture di
razza, da non indispettire.
La sensibilità del delfino e la maestosità
della balena, cozzano con lo squallore dello
scorfano o la volgarità di chi si ciba delle
sue stesse uova.
Ma tant'è, contraddizioni immense ci
vogliono ora placidi e rassicuranti, ora
impetuosi e minacciosi. Passionali e
appassionati, amiamo difendere ciò che è
nostro o ci è stato dato in affido.
Mi immergo in te, o mare, per sentirmi
ancora uomo...
62
Frammenti d'autore – Argento (08
aprile 2008)
Sentieri a me nuovi. Strade battute
unicamente da chi evitava accuratamente
le vie principali.
Vi han solcato carovane di fuggiaschi,
contrabbandieri d'alcool e argento. Vi
hanno scorto da lontano gli inseguitori, ma
non hanno osato percorrervi.
Donne col burka portavano acqua agli
uomini, abbeverando i cammelli, preziosi
compagni. Lunghe vesti di lana a riparare
dal caldo cocente.
Chiudo l'acqua e fisso ancora i miei occhi
allo specchio.
Fuggiasco o inseguitore, ladro o guardia,
ancora con timore o perfetta padronanza
solco quei sentieri. Sempre nuovi, non
avendo ancora interamente compreso i
polverosi percorsi della mia anima né
alcuna delle sue contraddizioni.
63
Frammenti d'autore – Rosso (09 aprile
2008)
Godo del tuo capo rovesciato all'indietro al
passaggio della mia lingua sulla coscia
bianca.
La mano ora afferra, ora accarezza l'altra
parte schiusa pronta a ricevermi. Ma non è
il momento, non adesso.
È tempo di risalire verso i seni generosi e
lasciare la mano sfiorare quel filo rosso che
protegge il bottino più ambito.
Affondo. Il viso sul tuo petto, la bocca sul
capezzolo, la mano fra le gambe.
Ascolto. Il tuo vibrare appaga e stimola, il
tuo stringermi e graffiarmi la schiena
invita.
Schiudimi le tue ostriche, lingua con
lingua, sesso con sesso. Voglio le tue perle,
adesso...
64
Frammenti d'autore – Timore (09
aprile 2008)
Guardingo.
Quello che scorgo in fondo a quegli occhi è
pericoloso assai.
Le conferme arrivano dalle parole, dal tono
della tua voce, dalle piccole rughe ai lati
della bocca.
Potrei innamorarmi, sai? Rimanere stregato
e avvinghiato dalla tua anima che senza
timore si mostra attraverso le tue iridi.
Rapito dai tuoi gesti, dalle tue labbra che
sfiorano le mie guance, dal profumo crudo
della tua pelle rubato nel fugace contatto.
Avevo giurato mai più. Affetto, amicizia.
Sesso e complicità, forse.
Avevo giurato...
E mi ritrovo spergiuro, felice di esserlo, a
rivelarti il meglio e il peggio di me, senza
timore...
65
Frammenti d'autore – Brivido (09
aprile 2008)
Possenti braccia ti cinsero e mani forti ti
offrirono ori e preziosi.
Fosti la principessa di ricchi signori, la
regina di imperatori e sultani. Popoli ti
amarono e onorarono quale indiscussa
Signora delle loro vite.
Che ho da offrire, ora, io, uomo mortale e
fallace, padrone solo dei vestiti che
indosso?
Quale brivido cerchi, mia Signora, quale
promessa?
Di fedeltà eterna non sono capace, ho solo
sogni da perseguire ostinatamente con o
senza di te.
Ma se è un'anima inquieta che cerchi e la
semplicità di una vita senza certezze,
prostrati e chiamami Signore, che quel
castello è il mio...
66
Poesie?
Prosa, forse?
Appunti di vita, mia o di qualcuno che,
prestandomi gli occhi, mi ha permesso di
rubare schegge delle sua.
67
68
Albero morto (16.08.08)
Il dolore è quello di un addio.
Il suono è quello di qualcosa che si rompe.
E che nessuna colla può ricomporre.
In piedi come un albero morto in attesa
che la vita ne faccia legna da ardere.
Il sole non abbaglia. Il vento non scuote.
Ombra desolata nella notte, rifugio di
animali nefasti.
L'anima gronda sangue in lacrime, le mani
come rami aggrappati al nulla.
E nessun fulmine ad aver pietà e a
squarciare in due il cuore che un dio
malvagio mantiene in vita.
Cambierà il mondo intorno. Si vestirà di
colori e suoni. Si ovatterà del bianco di una
sposa.
L'essermi ridato alla vita, l'ennesima
ragione per detestarla.
69
Immoto e immutabile, subisco il suo
essermi attorno.
E il suo deridermi per l'ingenuità di credere
che avesse davvero avuto qualcosa per
me.
70
Amami (12.08.08)
Sarò sigaretta se vorrai farti del male.
E temporale se è rabbia che devi sfogare.
Incrocerò fulmini e tesserò lampi nei giorni
bui.
Spirerò venti a cacciar malinconie.
E bassa marea per sfamarti di telline.
Corrente di fiume non reggerà il confronto
se è fretta ad animarti.
Indosserò ali potenti perché tu possa
toccare il sole e baciar le stelle.
Mani come piume disseteranno la tua pelle,
labbra come rugiada la rinfrescheranno.
Sarò vapore se vorrai star sola,
giullare per strapparti un sorriso.
Padre per le tue confessioni di bambina,
uomo per trascinarti al di là degli ostacoli.
Brezza di mare per allietare il sonno,
profumo di lavanda a distendere l'anima.
71
Soffocherò il prigioniero ribelle e i suoi
tentativi di fuga.
Annegato è già, il dispensator d'affetti.
Ma tu amami, stella del mattino, linfa
vitale.
Amami, arcobaleno lunare, aurora boreale,
sole notturno cui devo la mia insonnia.
Che del tuo amore mi possa nutrire
e che per esso mi possa felicemente
consumare.
72
Arrenditi (13.09.08)
Arrenditi.
Accerchiato il castello. Presa per fame e
per sete.
C'è pane. E c'è acqua.
Arrenditi.
La parole non fluiscono. I ragionamenti si
spengono.
La vita porta i suoi doni. Per far proseguire
la vita.
Posa le armi. Il nemico non è nemico.
E' il regalo di Dio al tuo bisogno d'amare.
E di essere amata.
Arrenditi.
La resa è onore, talvolta.
Il cibo è forza per continuare a onorare gli
impegni.
Il tuo divincolarti strema.
73
Arrenditi.
Abbandonati a me. Io, nemico. Io, forza.
Io, cibo.
74
Assenza (16.12.09)
Se i venti avversi della vita ti avessero
portato a divenire zoppa
il mio braccio non si sarebbe allontanato da
te,
per accompagnarti,
e ti avrei amata allo stesso modo.
Forse, con maggiore tenerezza.
Se tuoni e fulmini maligni ti avessero
costretta su una sedia,
le ruote a mò di gambe,
ne sarei stato il motore,
felice di poter rombare alle tue spalle,
gli occhi a versar affetto alla tua nuca, le
parole alla tua anima.
Se su un letto, supina, a rimirar il soffitto,
invidie e sortilegi ti avessero relegata,
sarei stato infermiere non permettendo ad
75
alcuno di aver cura di te.
Mani guantate di dolcezza, voce amabile
nel raccontarti fiabe,
lacrime trattenute fino al tuo riposo.
Ma se la vita ha deciso di rendermi zoppo,
o su una sedia a ciondolare, o su un letto
ad aspettar la morte,
come chi ha visto la tua schiena andar via
e trovato il tuo numero costantemente
muto,
mai rassegnato al nulla,
amerò all'infinito ciò che rimane di te, la
tua assenza.
76
Bambina (13.09.09)
Se non sei la cosa più bella del mondo,
allora è il mondo a essere più brutto.
e se la carta d'identità dice che non sei una
bambina, non guardarla. io non la aprirò.
Mi limiterò a seguire il tuo sguardo capace
di meravigliarsi ancora di ciò che il mondo
non vede. A volte disprezza.
E a meravigliarmi con te.
Mi limiterò a invocare il tuo sorriso, denti
da latte, e ad adorarlo al suo apparire.
sincero, vero. Puro.
Sfonderò il muro che erigi a protezione ed
entrerò in quell'anima bianca indossando
maschera e pinne per schivare ferite come
scogli, accarezzando pensieri guizzanti
come pesci, sogni dai colori dei coralli.
E più giù, attratto da fenditure mai
esplorate e dagli affascinanti segreti che ti
rendono ciò che sei.
Vinto, libererò l'ultimo soffio senza
accorgermi che è morte.
77
Che se morte dev'essere, sia così. Perso in
te, bambina.
78
Dentro di te (17.07.08)
Sono dentro di te.
Passeggio di stanza in stanza,
le mani alla bocca contorta in un “ohh!” di
meraviglia.
Fascinosi dipinti, magistrali mobilie.
Ogni angolo finemente cesellato,
di ori amabilmente lavorato.
Sono dentro di te.
Intuivo le meraviglie. Ero certo fossi il
meglio del meglio tra il meglio.
Così come quando arrivo all'ala diroccata
nessuna sorpresa mi coglie.
Sapevo di ferite, di squarci, di pianti
inconsolabili.
Cado sulle ginocchia davanti a quello
scempio.
Soffro di un male che adesso è anche il
mio.
79
Chi poté, crudele e immondo,
sarebbe distrutto solo dal mio sguardo.
Che le mani no, non lo toccherebbero
affatto.
Quelle sono per te, io, abile artigiano
che, riscosso,
estrae strumenti di valente restauratore,
pomate e unguenti per le ferite a
consolare.
Colori pastello per la tua anima
e fiori ovunque, quelli gialli, di campo.
Carezze come sui capelli
alla stanza della tua autostima
così che possa, per un attimo soltanto,
vederti coi miei occhi e seppellirti della mia
stessa meraviglia.
Sono dentro di te.
Fra te e la tua guarigione
il tuo fidarti e affidarti, per l'ultima volta.
Del resto, vedi,
sono già qua. Dentro di te.
80
Devo fare a meno di te (03.12.08)
Dimmi...
Davvero credi che il tempo abbia visto mai
l'amore con questo volto?
Che due anime siano riuscite ad azzerare
spazi dopo aver capito che erano figlie
dello stesso dio?
“Devo fare a meno di te...”
Guardami...
Che questi occhi possano posarsi su
un'altra donna e sentirsi di nuovo a casa?
O queste orecchie ascoltare un'altra voce e
riconoscere l'altra mezza mela?
Dio!
“Devo fare a meno di te...”
Che altri passi generino la stessa gioia?
Che altre mani lo stesso desiderio? Che
altre labbra possano ricevere il battito di
questo stesso cuore?
Lasciami la rabbia, la sete di
81
autodistruzione che parole e promesse
ardite generano mentre rimbalzano nella
mia testa.
Non biasimare il bisogno di stordirmi, che
questo barcollare non sia dato solo dalla
tua assenza quale punto di appoggio.
Nave senza più un porto, aquilone senza
cielo, corallo senza mare, ho bisogno di
altro male per affievolire quello che mi
lasci.
“Devo fare a meno di te...”
Il giorno in cui non considererò un errore
aver amato è lontano.
Ferite di coltello infuocato su cui il sale
frigge sciogliendosi e mi costringe a urlare
mio malgrado sono il presente.
Presente che non volevo, non ho chiesto,
non sono ancora disposto ad accettare.
Mai, sarò disposto ad accettare.
Perdono il tuo bisogno di trovare ragioni
per disprezzarmi. Ma non pensare farò lo
stesso.
82
Perdono il tuo bisogno di fare a meno di
me. Meno, il fatto che mi sia concesso di
non poter fare a meno di te.
Come non posso perdonare questa pioggia
e questo cielo nero che non è di malinconia
aggiunta che ho necessità, né che la mia
voce urlante sia coperta dal tuono.
“DEVO... fare a meno di te...”
Che il mio egoismo non ti sfiori, che il tuo
cammino sia privo di intralci.
Che il mio dolore si trasformi in gioie per
te, in questo assurdo karma.
Che tutti gli dei dell'universo rovescino su
di te affetti tante quante sono le gocce che
adesso han riservato a me.
“Devo fare a meno di te...”
Che possa anch'io imparare a fare a meno
di me.
Che di te, nessuna lezione saprà erudirmi.
83
84
L’amore conta (28.10.08)
Puoi chiamarlo come cazzo ti pare.
Nasconderlo nelle pieghe dell'amicizia.
Mimetizzarlo in sguardi pietosi.
Si legge nel suo sguardo di sbieco e nel
sorriso appena accennato.
Soffoca nel voltarti dall'altra parte quando
era in tuo potere tendere una mano.
Eccolo, è là! Nel capo appena inclinato, le
pupille leggermente all'in su.
Erompe davanti alle lacrime di una donna
di cui non saprai mai nulla se non che,
adesso, è là, sola, e avrebbe bisogno che
lo tirassi fuori. Ma forse ti vergogni...
Lo chiamo col suo nome, io che non so la
differenza tra la liceità di una lingua in
bocca o di una tra le cosce.
Puoi chiamarlo come cazzo ti pare.
Si piegano gli angoli della bocca davanti al
pancione di una donna.
85
Eruttano i pori se mi parli di popoli
schiacciati, di bimbi violati, di uomini
disperati.
Chiamalo empatia, amicizia, sensibilità.
Chiamalo affetto, volontariato,
disponibilità.
Dagli un solo nome, il suo.
Quello che li racchiude tutti. Quello che fa
arrossire.
Chiamalo pure come cazzo ti pare. Magari
ti risponderà.
O avrai il coraggio di dire “io amo” e di
ammettere che, senza questo dono,
saremmo fango amalgamato dallo sputo di
un Dio povero.
L'amore conta... O conosci un altro modo
per ingannar la morte?
86
Laute mance (30.09.08)
Come un cameriere al Palombini,
bardato a servirti per le briciole di quanto
incassi.
Nessun sollievo dalle laute mance.
Affettati gesti di superiorità vestiti da
gratitudine.
Via la cravatta! E questo bianco e nero.
Ti afferro e rido di te, dispensatrice di vita
mediocre.
Fuori il mondo, che esiste per me e che per
me si fa bello.
Padrone di stracci, dice.
Del mio sorriso, rispondo.
E di te, vita, che hai perso un servitore
acquistando un alleato, nel farti bella, mio
malgrado.
87
88
Mani (11.11.08)
Si affaccenderanno intorno a queste mani
uomini ben intenzionati,
le bocche contorte in una smorfia di
pietoso disgusto.
Sciogliendole dalle tasche
noteranno, non primi, la lunga linea della
vita
e si chiederanno quale fato ironico l'abbia
concessa e poi spezzata.
Si sorprenderanno a realizzarvi la forma
intatta del tuo cuore,
il solco pulsante,
e annuiranno.
Che il concessionario temporaneo di tal
divino manufatto
si sia arreso alla miglior vita possibile,
nascondendo le membra che l'ospitarono
nel disperato tentativo di proteggere gli
occhi dall'ultimo rimpianto,
89
sarà cosa accettabile anche dall'umile,
funesto, portantino.
90
Genitori, primi insegnanti
Il papà sfreccia con la sua auto obbligando
l'autista con la precedenza a una frenata
brusca. Non solo non chiede scusa, ma lo
manda sonoramente a quel paese...
La mamma col carrello al supermercato si
intrufola come niente fosse e ruba il posto
a due persone anziane più lente nei
riflessi...
La mamma lascia l'auto con i lampeggianti
d'emergenza in una zona riservata agli
handicappati. “Torno subito. Devo solo
prendere il pane”, pensa...
La cena non è pronta. Gli imprevisti hanno
fatto tardare la mamma e tutto viaggia con
15 minuti di ritardo. Tanto basta al papà
per inveire contro di lei a voce alta, sempre
più alta...
La partita fra ragazzi è finita. Papà
sostenitori delle opposte fazioni si
spintonano sugli spalti: il rigore c'era o non
c'era?
In visita ai nonni, mamma apostrofa la
nonna con un “sei vecchia e non capisci
91
niente”...
I bambini vedono. I bambini sentono. I
bambini assorbono. I bambini imparano.
Se tuo figlio sa chiedere “per favore” o
scusarsi l'avrà sicuramente imparato da
te...
92
Figli del mare
Che fossero onde infrante sugli scogli i tuoi
capelli,
perle d'ostrica i tuoi occhi
o la voce della risacca le tue gote;
che parlasse la lingua delle correnti la tua
bocca
e che i gesti sian figli degli anemoni,
dimmi, qual uomo mortale non sa?
Ma delle profondità abissali e delle
sventure che han conosciuto
o degli abitanti non censiti nascosti in rocce
profonde;
degli spettri sepolti sotto le sabbie eterne
o degli scrigni preziosi solo sognati;
del bene che fai mitigando climi, scoprendo
terre durante le maree,
lasciando andare stille preziose a dissetar
terre,
93
sol io parlarne posso.
Perché, noi, siamo figli dello stesso mare.
E la rena che ci accolse ci baciò entrambi.
94
Apriti
O credi che non abbia mai visto
colate di lacrime come piogge di Monsone?
O sentito in petto
cocci di cuore scontrarsi come batacchi?
Che le mie mani non siano mai gelate,
doloranti e immobili, in attesa di cadere
infrante?
O che notti e giorni non mi abbiano mai
sorpassato
mentre attendevo solo il buio assoluto?
Dimmi!
Quale vento pensi non
attraverso questo corpo?
sia
passato
O quale tempesta abbia virato prima di
provare la sua forza?
95
Quale schiaffo il male avrà risparmiato
mentre urlavo "colpisci! colpisci ancora"?
Chi ha fermato fulmini di invidia
quand'era in suo potere scagliarli?
O agitato mari, a fatica placati,
per affondare la mia libertà?
Nulla di ciò che ti coglie è sconosciuto
nella misura in cui un'isola non mappata
è dissimile dalle altre...
96
Tuo
Mi permettesti di posare gli occhi sul tuo
sguardo.
Mi cavai i miei e ti dissi, “Prendili. Sono
tuoi”.
Abbozzasti un sorriso stupito. Mi strappai le
labbra e ti dissi, “Sono per te”.
Corremmo insieme e ti cedetti le mie
gambe.
Ci abbracciammo e ti regalai il mio torace.
Mi prendesti le mani e anch'esse divennero
tue.
Capisti che nella mia mente esistevi solo tu
e ti impossessasti, col mio permesso, del
mio capo.
Ogni cosa di me da te toccata rimaneva
indegna d'esser mia ancora.
Non ti disdegnai di alcunchè di mio. Non
potei.
Te ne andasti portandomi con te per
97
sempre.
(Alla sola donna cui mi diedi senza sognare
mai di ritornare in possesso di me)
98
Di questo si vive
Per questo si vive.
Per l’innocente imbarazzo di un bambino
Che piega i tuoi tratti alla tenerezza.
Per la buffa e goffa fuga di un fagiano
Apparentemente disperso in disperse
campagne.
Del muovere una gentilezza
E dell’incasso di un sorriso grato, si vive.
Esistenza obliterata nel momento in cui,
un rigagnolo d’acqua,
si sveglia di vita
nella meraviglia di girini e salamandre e
tritoni.
E quale ricchezza maggiore
Della soddisfazione dipinta negli occhi di un
figlio
Per una nuova conquista,
A cambiarne colore?
Di questo si vive.
Di aria e di raggi di sole,
di due dita inaspettate che ti sfiorano il
99
viso.
Di mani che si legano
E si accompagnano nello stesso sterrato.
Dello slancio di un uccello, della tela
imperlata di un ragno.
Di me, capace ancora di meravigliarmi,
e di te,
pur padrona del mio tempo,
che di potermi meravigliare ancora mi
concedi.
100
Persone
Ci sono persone,
lo dico e lo so,
che si sono sempre appartenute.
Granelli di sabbia,
figli della stessa rena,
che onde capricciose avvicinavano.
O allontanavano.
Incroci in brevi scorci temporali,
il tempo di una lacrima
di essere spazzata via,
inghiottita da una gioia altra.
Persone,
lo dico e lo so,
che, maledetta timidezza,
dannato orgoglio,
davanti alla confessione han trovato il fiato
monco.
Occhi negli occhi
In rubati frammenti
E la confessione di essere figli degli stessi
padri
Era già sottoscritta.
Persone,
101
lo dico e lo so,
che né tempi, né spazi, né mondi
o onde capricciose,
possono separare o,
peggio,
privare per sempre il fiato
dell’arto che a dire “Ti ho sempre amato”
è stato deputato.
102
Il volo
Disadorni pensieri libero.
Mani
danno insospettabile equilibrio
e l'andatura certa appare.
Occhi sfocano
confondendo il certo e l'immaginato.
Gambe
ingannate e ingenue li seguono.
Il volo
li riunisce in sé
spegnendoli lì,
dove esso stesso finisce.
103
104
Ora
il passato si dissolve.
Sparisce perché non merita di vivere nel
presente.
Inutile esercizio tentare di tenerlo in vita.
Come un vecchio padre sepolto,
Lascia di sé parole buone. Forse, duri
insegnamenti.
Ciò che poteva dare, l'ha dato.
Falsa utopia abbia qualcosa per te, ora.
L'ombra dell'oblio cancella sapori malati.
Al
palato,
dolci
richiami.
retrogusti sorprendenti.
Talvolta,
Il tuo cercarlo non lo riporterà in vita e,
non fosse per altro,
105
per questo dovresti ringraziare un dio.
Mentre vivi nel remoto, non vivi.
Condizione dei morti restare immoti in ciò
che fu.
Ogni passo è un addio,
Un'orma che non ha presente.
Dietro, il nulla.
Davanti, il mistero.
Ora, tu.
(a chi vive nella terra dei morti pur
potendo calcare il suolo dei vivi)
106
Se t’amo
Spruzzi di mare e colate di spuma
da scogli compiacenti.
Foglie a intonacare
arcobaleni.
cieli
e
mischiar
Se t'amo, gioisco del mio amore.
Il tuo difenderti a vita non mi confonderà.
Le mura erette non m'impediranno di
godere del castello
benché non veduto.
Conosco ogni ala, ogni mattone,
feritoia
e l'amerò come casa
perché casa è del cuore mio.
ogni
Sorreggerò edere e le colorerò dei colori
dell'autunno.
Renderò le barricate casa di uccelli
107
e rettili vi troveranno riparo.
Guizzanti
pesci
s'impadroniranno
fossato
cui animali si abbevereranno.
del
Posso vedere cavalli alati saltare tutto in
un balzo
e donne a raccoglier fieno
di sgargianti canti vestite.
Posso udire urla di bimbi festanti
E la parata passare a disegnare suoni
melodiosi.
Se t'amo è del mio amore che sono
innamorato
e né tempo né vita né morte mi possono
privare
di ciò che ho amato.
E se di destarmi,
108
per un attimo,
necessità sentissi,
dipingerò le tue mura dei colori del deserto
e di beduini assorti in compiti frugali.
O di navi di pirati festanti dopo il bottino.
O chi m'impedirà
di tracciare mari
dorate?
inesplorati
e
sabbie
Ché se t'amo, è dell'amore per te che sono
innamorato,
gioia che non può essere offuscata.
109
110
Angelo di dolore
È strano.
Nel giorno in cui il cuore gonfio sarebbe
esploso in note d'affetto e descrizioni di
bellezza;
lo spazio e il tempo si sarebbero fermati
per ascoltare romantiche effusioni;
le gambe avrebbero facilmente azzerato
distanze; le mani diffuso passioni; gli occhi
commozione.
È il destino...
Nel giorno in cui potevi regalare primavera
e fiori e colori,
oscuri il cielo e lo scolpisci di fulmini,
batti di male quale grandine,
inondi di fetido marciume un cuore ferito.
111
È strano...
È facile trovarsi a piangere per dolori
subiti.
Scoprirsi indegno dispensator di mali,
insopportabile...
112
Profumo di menta
Non c'è speranza, piantina.
Come hai potuto pensare che l'inverno
avrebbe avuto pietà di te?
Per le tue belle foglioline?
Per il profumo di menta?
Sciocca, piantina inutile!
Guardati attorno!
Si spengono alberi ben più forti
che pure regalano colori forieri di morte
a campi e città
totalmente indifferenti al loro soffrire.
Dimmi, stupida piantina, davvero credevi
che una mano
ti avrebbe colta
e trasferita, magari in una serra
termoriscaldata?
Oh, certo, con il giusto grado d'umidità,
certo...
113
Rido, sì, rido.
Stupida, stupida, stupida piantina!
Mi beffeggio della tua ingenuità,
rido della tua buona fede.
Dipingo il viso di rabbia pura
mentre ti strappo dal cuore,
le radici sanguinanti,
e ti sbatto a terra scalciandoti e pestandoti!
A te che,
incurante,
dispensi, esalando l'ultimo respiro,
il tuo stupido profumo.
A me, stupido terriccio.
114
Tre volte (26.09.08 ore 00.32)
Nella prima occasione in cui ti concederai
io ti avrò tre volte.
Non ci saranno risatine imbarazzate, nè
vergogna alcuna.
La prima sarà per te, per dissetarti di me.
Noi, avremo modo di saziarci di noi.
Infine, io avrò tutto di te per placare il
bisogno di saperti mia. Solo mia.
Un alone di sguardi oltre gli sguardi, di
sesso oltre al sesso, del più puro tra gli
amori sublimi avvolgerà i corpi, piegherà le
anime, solcherà i cuori.
Tempeste di tenerezza e mareggiate di
passione s'incroceranno sulle labbra e sulle
pieghe più intime a rovesciar occhi di
scoglio e capelli di anemoni.
Non ti sarà concessa replica.
Avrai anni per paragonarmi ad altri amori,
altri occhi, altre mani.
115
Una vita per elaborare i ricordi e abbellirli,
per far assungere a mito l'occasione in cui
fosti dea e conoscesti che mai donna poté
esser sì amata.
Nel giorno in cui saprai di esser chiamata a
rendere il tuo spirito
sorriderai sul molo della vita in partenza
consapevole del Paradiso.
E non avrai paura alcuna ad affidarti al
Generatore massimo dell'Amore che a te,
sola, rese già possibile.
Né capelli d'argento, né rughe volgari ti
incroceranno in viso e anche allora
lo specchio ti renderà giustizia nella tua
bellezza.
Da par mio, nell'istante dell'addio mi feci
cenere.
O, forse, quale Araba Fenice, risorsi a
dispensare ancora
ciò che tra voi, alcune, sanno chiamare
Amore.
116
Uccello nella voliera
Prigioniero.
Il risveglio è già dolore.
Cambiano gli scenari in questo viaggio da
fermo,
cambiano le proiezioni d'ombra per gli
itinerari quotidiani del sole.
Cambiano le stagioni e il cielo decide
se sarà di pioggia o di sole
il giorno concessomi.
Il mio guardare è dato dagli scacchi
della recinzione.
Nulla mi appare com'è,
blindato lo sguardo dalle sbarre del mio
amore per te.
Tutto mi appare come può,
dall’esatto punto da cui lieto,
ho scelto di guardare.
117
118
Vittoria
Non puoi capire, mamma.
Fossi mai riuscita a vedere davvero in
fondo ai miei occhi, capiresti anche adesso.
Non accetteresti, forse. Ma capiresti.
Se il sole ti chiama, tu rispondi.
Sai perfettamente che sarà l'ultima follia
che ti concederai, ma ti lascerai prendere
per mano e lo vorrai abbracciare.
Che la vita ha un senso solo se riesci a fare
cose impensate. Se accetti le sfide per
arrivare a dire “l'ho fatto mio”.
Non puoi capire tu che hai accettato amori
a metà, lavori odiosi e lunghi, solitari
silenzi.
Lei è bellissima oltre ogni dire.
Ha occhi di cerbiatta e mari profondi
nell'anima.
Ha la semplicità dei bambini e la saggezza
dei vecchi.
119
Splende di luce propria che si rinnova in
una catena di esplosioni nucleari.
Avrei dovuto rinunciare perché, mamma?
Per un futuro sicuro? Per le sfide di un
cruciverba?
Che senso hanno le tue lacrime, adesso?
Guardami. Ho vinto!
Ho avuto la vita che volevo, l'unica che mi
avrebbe reso ricco.
Non ci fossero queste cannucce che dal
naso mi raschiano la gola ti urlerei che
“sono stato amato! Io ho amato!”
Se non senti la mia voce. Se non vedi la
luce nei miei occhi. Se non stacchi i tuoi da
quella stupida linea quasi piatta, come puoi
capire il senso di questa lacrima? Che è di
gioia?
Io al tuo posto interrogherei le tue pupille e
mi sforzerei di vedere cosa c'è dietro.
Che quel monitor ti dirà solo che il cuore si
inaridisce, raggrinzisce come terra bruciata
120
dal sole.
Ma non ti dirà né ora né mai “perché”.
E anche la terra brulla può essere felice.
Che vittoria è esalare l'ultimo respiro
attraverso labbra piegate in un sorriso.
121
122
Vivo
Vivo.
Me lo dice la polvere, impalpabile come
un'assenza, che danza sull'unico filo di
luce.
Il suono di acqua che scorre, a un passo da
me, nel suo letto che fatica a contenerla
dopo gli sfoghi del cielo.
Vivo.
Le nuvole corrono a chiudere squarci
attraverso i quali il sole proietta ricordi di
sé.
L'umidità dell'erba infastidita dal mio peso
che mi gela le gambe.
Vivo. Ancora.
Il rumore attutito di passi e di sassi
calciati, il debole vento che indispettisce i
capelli.
Il fumo che scende nei polmoni e mi
abbandona in volute spazzate dalla brezza.
123
Sono vivo.
Le mani frugano tasche, scostano capelli,
ruotano anelli.
I pensieri si addomesticano alla grandezza
di ciò che è dato da vedere, terre, cieli,
spazi.
Si sopravvive all'insensatezza di
circoscrivere la vita all'oggetto dell'amore.
Al relegare occhi e mente a una particella
del tutto.
Si rivive nel momento in cui il paraocchi
cade, il mondo si rischiude.
Il germe rimane, la guarigione lenta.
Ridi, mondo, sfottimi.
Ci sono cascato ancora a scordare
maestosità e grandezze preda della
maniacale attrazione per una briciola di te.
Sfottimi, ma abbracciami, ti prego.
Fammi sentire, fatti sentire.
Tuo figlio è tornato.
124
Vivo. Ancora.
125
126
Danza
Lei danza.
Sul fumo di una sigaretta.
Sul nulla intorno.
Occhi bramosi incapaci di amare, padroni
del suo corpo,
suggono nettare da brandelli di pelle in
fiore
senza poter scalfire, neppure per un
attimo,
l'anima che è altrove.
Danza.
Fili di luce sulle unghie torturate,
rivelano a chi non punta altre destinazioni
del suo corpo,
l'ansia, l'attesa. La disperazione.
Esorcizza la vita e il suo piattume
con movenze ingenuamente sensuali,
dolce martirio per chi sta sotto
l'improbabile palco.
Lei danza.
127
Fuggita l'anima assieme alla musica,
scaccia mani come fossero zanzare.
Occhi secernono perle di male,
stillando un intimo ferito.
L'anima protesa a disinfettarla
esclusa dal suo spazio.
Il dolore disegna aculei che feriscono
chi non ha colpe, forse, soluzioni.
Lei danza.
Consapevole che le gambe cederanno,
che altre mani approfitteranno della sua
debolezza,
dalla fatica di cercare, fra milioni di occhi,
occhi con un'anima, vinta.
Il coraggio di vivere svenduto a una
pasticca.
La gioia di toccare, all'altrui svergognato
tatto.
La bellezza di un sorriso, all'inutilità della
malizia.
Passi lenti, perdenti, l'abbandonano a sé.
128
A spallate tra la folla che la vuole a terra,
esce l'angelo, vinto,
che non la vede mentre smette di danzare.
129
130
Due cuori
So cosa stai pensando.
“Eccolo qua. La voglia di tuffare la faccia
sul mio culo come un bimbo sulla torta alla
panna”.
Per tua fortuna ho scelto di essere sincero.
Non nego e rilancio.
Ti parlerò se vuoi delle lingue a mischiar
saliva e delle loro tracce come di lumache
sulla schiena.
Di mani avventuriere a scoprir anfratti e
fenditure tra i quali il tuo piacere si
nasconde come granchio sulla rena.
Ma c'è di più.
C'è l'istinto a fidarsi di quegli occhi di
cerbiatta. E il bisogno di tuffarmici quando
li disponi a sorriso, il capo appena chino, e
mi guardi rivolgendoli all'in su.
C'è che quello che intuisco mi induce a
voler dirti tutto affondando il viso tra i tuoi
seni, lacrime a bagnar la camicia.
C'è che voglio ascoltare le ragioni di quella
131
malinconia velata, ma non coperta, non
per me.
C'è che le barriere che hai eretto al mondo
che di te vorrebbe solo assaggi fugaci le
potresti deporre perché, vedi? queste mani
sapranno cullare quel cuore senza spargere
una sola goccia del suo sangue.
C'è che una mano tra i capelli ti farà
sentire meno sola e occhi diranno ai tuoi
“sei preziosa”.
La schiusura di finestre su scenari in cui le
parole rispetto, fiducia e attenzione hanno
un senso, preparerà la strada a un nuovo
mondo nel quale trovare rifugio quando la
vita estrae gli artigli a graffiare, ancora.
So cosa stai pensando.
Hai dato fiducia e te l'hanno rubata. Hai
aperto l'anima e vi hanno inciso frasi
oscene. Hai offerto tutta te e ti sei ritrovata
a brandelli sparsi dal vento impigliata fra i
rovi.
Lo so perché ero sul cespuglio a fianco,
le stesse ferite.
132
E due cuori trattati con carta smerigliata
non tireranno fuori gli aculei al loro simile.
Forse, si leniranno l'un l'altro le ferite e
troveranno pace e ragioni di perdono.
Forse, stagioni di ristoro.
133
134
Storie e altri brevi racconti
La vita ti scorre attorno. Ti affianca, ti
sorpassa. Ti circonda.
E tu non puoi fare altro che scattare
fotografie di parole.
135
136
Strano posto la stazione
È un posto strano la stazione...
Ti rendi conto di quanti stranieri partano
e solo col biglietto e un panino sostengano
l'economia.
Gente che non si avvicinerà mai al tuo
treno,
veloce, esclusivo, perché inaccessibile.
Milioni di passi anonimi, alcuni vocianti,
altri col cellulare all'orecchio, tutti
ugualmente insignificanti.
Scarabocchi di vita su un foglio presto
cestinato,
seppellito in fretta come le lacrime che li
piangeranno per un po'.
È uno posto strano la stazione...
Decine di culi, alcuni ignari, altri ostentati,
che potresti passare le ore a saltare
dall'uno all'altro.
Leccarli con gli occhi. Pizzicarli con la
mente.
Immaginando bei visi laddove vedi solo
137
baveri e capelli.
E invece ti soffermi sul barbone
dall'accento strano che ti chiede una
sigaretta
e ricordando la tua amica dal cuore
grande,
gliene offri due strappandogli un sorriso,
una benedizione in cui non credi
e due occhi arrossati.
E se qualcosa vuoi chiedere a Dio di
proteggere
non saranno quei bei culi pieni, ma i suoi
occhi.
Che posto strano la stazione...
Dove la malinconia davanti a tutto questo
inutile incedere
prende il sopravvento,
nonostante i senzatetto ti offrano ragione
per sorridere
mentre, unici, dividono avanzi degli avanzi
recuperati
coi piccioni che poi guardano litigare.
Dove la tristezza ti prende la mano e ti
conduce ancora da te,
immensa e grande, assunta a mito perché
138
scomparsa troppo presto.
Prima che l'abitudine spazzasse via la tua
bellezza autentica.
Mani si posassero stanche. L'anima
lasciasse le labbra che ti baciarono.
A te che induci riflessioni inutili, ma tanto
vere,
e raccogli l'inevitabile, ennesimo,
vaffanculo per avermi privato della
possibilità di una scelta,
lasciandomi qui, solo, a riempirmi della tua
assenza.
139
140
L’amante mortale
L'attesa è finita. Sono io la prescelta!
Chiusa nella mia corazza, non posso
nemmeno sgranchirmi, ma mi emoziona la
mano guantata che mi sfiora, mi rigira a
controllare la sinuosità delle mie forme.
Sono nata per fendere l'aria ed esplodere
in un trionfo mortale.
Mi fido del mio liberatore. Riposta in una
gabbia di cartone inneggiante al mio
Paese, sarei potuta essere stata concessa a
un qualsiasi uomo nato sotto questa
bandiera. O, peggio, sotto un'altra. Ma lui
mi ha promessa in sposa a un uomo
importante, si dice, Presidente.
Ci pensi? Io, umile serva, destinata ad
amore eterno con Lui!
Nella camera aspetto. L'attesa è snervante,
ma cerimonie di così alto rango richiedono
ufficialità e precisione, anche nei tempi.
Mi rilasso nell'impercettibile dondolio che il
mio tutore pratica per non farmi mancare
all'incontro del secolo. Sento le folle
festanti, le bande suonare marce in nostro
onore. Anche qui al buio non mi è difficile
immaginare bimbi a sventolar bandierine,
teste che si protendono verso il cielo a
rubar un'immagine di Lui. Di Lui, fra poco
mio, per sempre.
141
Se esiste una giustizia a questo mondo,
nulla andrà storto e la semplice figlia di un
artigiano stupirà il mondo nei secoli
avvenire rapendo un tal partito ed
entrando con Lui nella leggenda.
L'agitazione delle folle cresce! Dio! È giunta
infine l'ora?
Le moto che precedono il nostro corteo! E
ora, il rombo dell'auto! I bimbi Lo invocano
eccitati, la gente preme sulle transenne,
scatta foto, scandisce il nome dell'uomo
mio!
Percepisco la tensione del mio liberatore. Ti
bacerei per la cura con cui hai pianificato e
ora cerchi di rendere certo il nostro
incontro!
Oddio! Devo stare calma! Non sia mai che
la mia agitazione vanifichi il momento,
m'impedisca di realizzare questo sogno per
il quale, a dire il vero, ho ben poco
contribuito.
Dio! Come vorrei che, nel momento in cui
mi vedesse arrivare, mi trovasse perfetta e
custodisse eternamente la mia immagine
gelosamente!
Il botto soffocato segna che il momento è
arrivato. Volo da te, Amore mio! Mi getto
fra le tue braccia sorvolando le teste dei
nostri invitati, a migliaia, uomini e donne
che ti hanno amato per le tue parole
142
innovativamente rivolte a loro, al loro
bene, ai loro interessi. Li ammiro da
quassù e il mio amore per te cresce perché
sei un uomo fiero, leale, che parla e agisce
per spezzare regole, infrangere egemonie
storte, correggere sistemi perversi usando
la sua intelligenza e la sua audacia per
rovesciar tavoli da cambiamonete corrotti.
Non sono gelosa dell'affetto che ti viene
riconosciuto, ne sono, anzi, orgogliosa e
fiera.
Ma ora, Amor mio, abbi occhi solo per me,
solo per oggi, solo per questo che è il
nostro giorno col mondo spettatore
privilegiato del nostro evento.
Sfila l'abito del Grande e indossa quello
dell'uomo con le sue passioni, i suoi
desideri, le sue segrete perversioni. Allarga
le braccia e attendimi quale sposa
desiderata, quale amante sognata,
confidente preziosa.
Mostra a queste folle il tuo lato più
prezioso, la tenerezza di cui sei capace.
Che sei disposto per l'Amore eterno ad
accantonare ogni cosa, per un po' almeno,
come un padre fa se il figlio è malato o
l'amante che fugge da un tavolo
importante se l'amata chiama.
Sia quel tuo sorriso per me sola nel tempo
di un battito d'ali che dura la mia vita
143
libera dal bozzolo. Tendi le tue mani al
cielo da cui provengo ed esprimi lo stesso
silenzioso ringraziamento che è stato il mio
dal momento in cui ho capito che le nostre
vite sarebbero state legate da un patto
immortale.
Si aprano le danze, scorra il vino a fiumi,
s'imbellettino le dame e si vestano di
galanteria i cavalieri! Si immortalino i volti
degli sposi destinati a non invecchiare e si
tacciano i suoni di dolore nel mondo per
questo momento di Amore puro.
Alzino al cielo le bandiere i pennoni e
spieghino le vele le navi nei porti. Suoni
ogni strumento all'unisono la melodia degli
innamorati e cori innalzino preghiere
cantate di ringraziamento. Uomini di
questa terra si fondano in un unico colore e
le anime alzino nel timore gli occhi a Dio
che ha concesso il dono della felicità eterna
al loro amato Signore.
Cui vado incontro raggiante di gioia, certa
di rimanere nella sua testa e nel suo cuore
per sempre, compagna umile e devota cui
in questo giorno di letizia ha con un “Sì”
concesso la sua vita.
(al Presidente che tutti vorremmo, J. F.
Kennedy, e alla pallottola che lo consegnò
alla storia)
144
Le ragioni del male
La scatola l'aveva ottenuta liberando una
piccola bomboniera. Di quelle di cartoncino
fino, facili da aprire. Anche dall'interno.
Era stata voluta per proteggere una di
quelle tazze lavorate a mano che
facilmente finiscono in qualche vetrina di
credenza, quando non direttamente fra le
cianfrusaglie di casa.
Svolse il cordino colorato che la legava, il
quale sarcasticamente ricordava i nastri dei
pacchi regalo, e che era stato scelto
apposta per impedirne un'accidentale
apertura pur lasciando filtrare un minimo
d'aria. La depositò con cura sul corpo della
donna, che nuda e legata, emetteva suoni
indistinti attraverso il bavaglio sgranando
gli occhi grondanti lacrime.
Disegnò un segno della croce fra il capo e il
cuore e attese che i primi ospiti della
scatola facessero capolino prima di sfilarsi i
guanti a protezione delle mani e
allontanarsi.
Il cheiracanzio, o ragno dal sacco giallo, è
una specie comune in Italia. Il morso può
causare effetti rilevanti sull'uomo. Nausea,
vomito, finanche un senso di oppressione
145
toracica e collasso. Centinaia d'essi,
impauriti e affamati, facilmente la morte.
Ma quand'anche la colonia appena liberata
non avesse fatto il suo dovere, nella bara
in cui la stava richiudendo, la donna non
avrebbe avuto scampo. Non una volta
sigillata. Non in quel rudere dimenticato da
Dio e dagli uomini.
Era stato un semplice tocco di classe.
L'ultima delle atrocità tra quelle che la
donna aveva provato mentre era rimasta in
sua balìa per tre lunghissimi giorni.
Si voltò nuovamente verso la dimora
ultima della donna e uscendo immaginò il
rudere quale catacomba. Amen.
Con la scusa della visita a una cascata
scoperta qualche tempo prima, durante
uno di quegli improbabili giri a vuoto fra
ragazzotti in cerca di stupidi divertimenti,
Marco era arrivato al limitare del bosco,
laddove si faceva difficile da attraversare a
piedi, impossibile su uno scooter. Sara,
sedici anni come lui, la più bella ragazza
del quartiere e che, si vociferava, si era
concessa solo una volta a uno di quei
teppistelli affascinanti che ottenuto il
premio, ti sputtanano per l'intera città, era
davvero rimasta incantata a guardare il
salto nel nulla dell'acqua imbiancata di
146
spuma che spuntava dal nulla dal verde
acceso della vegetazione. Marco aveva
estratto da sotto la sella una sorta di plaid
e lo aveva steso sull'erba, così i due vi si
erano seduti e ammiravano il panorama,
spettacolare, a qualche centinaio di metri
in linea d'aria da loro. Marco veva ottenuto
a fatica la sua fiducia, ma Sara continuava
a essere restia a concedere i suoi favori.
Ma lui sapeva dove voleva arrivare. Sara
non gli aveva permesso, nei due mesi di
frequentazione, che baci e qualche
palpatina, ma senza mai bypassare i
vestiti. Fantasticava, lungo il percorso, che
la solitudine in cui si sarebbero trovati
l'avrebbe rilassata un po' e avrebbe trovato
la via per arrivare, se non a un rapporto
completo, a un minimo di soddisfazione.
Gli amici, quella sera, avrebbero avuto un
racconto che li avrebbe fatti rodere
dall'invidia, altro che i soliti sberleffi per
essere andato ancora in bianco con
l'inarrivabile bellezza!
Quando le si inginocchiò dietro, tastò la
tasca posteriore dei jeans per accertarsi
che il preservativo fosse lì. Cercava di
dominare l'eccitazione alimentata dalla sua
fantasia per trasformarsi nel più tenero
amante.
Iniziò a baciarle dolcemente il collo e non
147
fece caso al tentativo di Sara di liberarsi
dal suo abbraccio. Sara cedette
temporaneamente e si lasciò adagiare sul
plaid mentre la lingua di Marco scivolava
sulla sua e una mano saliva, dolce, ma
decisa, sotto la sua maglietta.
Il vulcano che si stava sprigionando in
Marco fu bruscamente interrotto quando si
udì distinto il suono di un ramo spezzato e
Sara, allarmata, scattò in piedi
guardandosi intorno mentre abbassava la
maglietta. Ci fosse stato un esercito
invasore, nulla avrebbe indotto Marco a
desistere dal perseguire il suo obiettivo.
“Non c'è nessuno, Sara. Guardati intorno!”,
disse.
“Ma l'hai sentito anche tu, no? Adesso mi
dirai che era un cervo, vero?”, rispose.
“Siamo in un bosco, tesoro”, fece con fare
falsamente consolante avvicinandosi e
cingendola alla vita. “Cadono rami,
passano animali. Cadono sassi. È normale,
non credi? Chi vuoi che ci sia qui, Cristo?”,
fece lasciando trasparire un pizzico di
frustrazione.
“Non so, Marco. Non mi sento tranquilla.
Per favore, andiamo via.”
“Ma che cazzo dici, eh?! Cazzo! Una volta
che siamo tranquilli, nessuno nel raggio di
chilometri... Sara, cazzo! Siamo solo io e
148
te!” e urlando queste frasi la riprese con
forza stendendola a terra.
“Marco! Ma sei impazzito?”, esclamò
mentre cercava di baciarla con foga e di
slacciare il cordone che faceva da cintura ai
suoi pantaloni leggeri. “Marco! Ma cosa...”
Marco non parlava. La teneva bloccata e
cercava di riempire la sua bocca della sua
lingua. Solo sporadicamente, mentre come
una furia le leccava il viso e il collo e con la
mano lottava con le sue mutandine,
biascicava un “Ti amo, Sara” poco
convincente.
Sara urlava e si dimenava. Nel farlo, si
ritrovò girata a pancia sotto, i pantaloni a
mezza coscia, e un ragazzo che non
riconosceva più steso su di lei. Non poteva
far caso al sesso di lui che nella lotta
premeva sulle sue natiche, eretto e
sensibile ai suoi movimenti e libero da
indumenti. Sara non seppe mai che fu il
suo divincolarsi disperato a portare Marco
al veloce orgasmo che le inzaccherò le
mutandine. Capì solo dopo che fu questo a
spegnere parte della foga e dell'ardore
violento di Marco dal quale, un po' alla
volta, riuscì a liberarsi.
Scattò in piedi urlando e piangendo,
rivestendosi. Marco la guardava ancora
mezzo nudo e la sentiva strillare le peggiori
149
oscenità gli avessero mai riversato.
Singhiozzando, cominciò a schiaffeggiarlo e
a prenderlo a calci, ma l'unica cosa che
faceva davvero male era la minaccia di
rivelare l'accaduto una volta rientrati. A
nulla parevano servire le scuse, le
promesse, le giustificazioni.
Forse per questo in Marco sorse la
consapevolezza che Sara non doveva
rientrare.
Senza tentare di calmarne la furia, Marco si
rialzò vestendosi. Accettò passivamente
altri due colpi e le invettive di lei mentre
raccoglieva un grosso sasso e, voltandosi
di scatto, la colpì violentemente al capo.
Investita da una fiammata cui seguì il buio
più totale avesse mai visto, Sara crollò a
terra.
“Devo farla sparire”, pensò Marco in preda
a una lucida follia.
“Devi finirla prima”, disse una voce
proveniente dal muro verde,
apparentemente invalicabile, che gli si
ergeva davanti.
“Chi cazzo c'è?!”, urlò istericamente il
ragazzo impaurito brandendo ancora il
sasso.
L'uomo uscì da un varco invisibile e con
calma olimpica proseguì. “Respira ancora,
non vedi? La devi finire prima”, fece
150
avanzando e indicando la ragazza.
“Non ti avvicinare! Non ti avvicinare o,
giuro che ti faccio secco!”, minacciò Marco.
“Sto parlando per il tuo bene. Lo capisci o
sei scemo del tutto?”, disse lo sconosciuto
alzando il tono e con estrema autorità. “O
adesso che sei in questo casino pensi di
premere il rewind e di far tornare tutto
come prima?”
Un attimo di silenzio attraversò lo spazio
fra i due. L'uomo riaddolcì il tono e con
fare paterno invitò il ragazzo ad
avvicinarsi. “Ti aiuto io, ok? Potresti essere
mio figlio. E non lascerei mio figlio nei
casini, non credi? Ti aiuto io. Non la troverà
nessuno, fidati. In cambio, prima di finirla,
mi ci lascerai giocare un po', ok?”
Marco accusava lo shock di quanto era
successo. 'Ho quasi violentato una ragazza.
Cui volevo bene tutto sommato. L'ho quasi
uccisa, anzi, sto per ucciderla davvero. E
questo demonio... da dove arriva?' Erano
questi i pensieri che rimbalzavano tra la
paura e la colpa, tra il desiderio di una vita
normale in futuro e la voglia che tutto si
potesse cancellare come con un colpo di
spugna.
“Sì, non è facile”, riprese l'uomo come se
gli avesse letto nel pensiero. “Credimi, lo
so. Ma tu hai diritto a una vita normale.
151
L'alternativa è pagare per sempre per
l'errore di un attimo. Pensaci e vedi se non
ho ragione.”
Il ragazzo tentennava e l'uomo,
avvicinatosi, lo prese per un braccio.
“Aiutami a portarla un poco più avanti”,
ordinò indicando il nulla che presagiva
quell'intreccio verde. “Me ne occupo io, ok?
Rifletti, non hai altra possibilità se non di
finire quanto hai iniziato”, concluse.
Sospinto, prese la ragazza per le gambe
mentre l'uomo l'afferrò sotto le ascelle
avviandosi camminando all'indietro.
Vedeva indistintamente che il sangue dalla
tempia di Sara usciva ancora, ma
lentamente, sotto un grumo ormai
coagulato. Il respiro, notò, pareva
stabilizzato.
“Io... io non volevo... non volevo, lo giuro”,
biascicò Marco.
“Il male spesso sgorga da solo”, disse con
fare rassicurante lo sconosciuto, girandosi
per un attimo verso di lui. “Ma richiede
sempre e in ogni caso di essere espiato”,
proseguì senza che Marco gli prestasse
attenzione.
Arrivarono non senza sforzo al casolare
abbandonato che l'uomo aveva lasciato
pochi minuti prima. Il freddo e l'umidità
attanagliarono il ragazzo e parvero non
152
disturbare l'uomo.
Sara fu adagiata a terra, sull'acciottolato
consumato stranamente pulito. Marco era
troppo scosso per notare i particolari, ma
non gli sfuggì la bara al centro della stanza
sostenuta da due cavalletti di ferro con
piccole rotelle.
“Quella è qui da chissà quanto tempo”,
fece l'uomo con fare rassicurante. “Se c'è
qualcuno lì dentro non darà disturbo
alcuno”, scherzò.
“Ora... che facciamo?”, chiese il ragazzo.
“Puoi stare con me. Se vuoi puoi finire
quello che hai iniziato”, fece l'uomo. “O
puoi andartene e scordarti di questa
giornata. Sparisci qualche giorno. Datti
malato e stattene a letto per un po'. Non
dare a nessuno modo di sospettare che
qualcosa di grave ti abbia turbato. Piano
piano ritroverai un po' di lucidità e la vita ti
aiuterà a dimenticare.”
“E... Sara?”
“E' in buone mani, credimi”.
Il ragazzo parve esitare. Voleva con tutte
le sue forze che la vita continuasse come
sempre. Ma non poteva tollerare di sentirsi
tra l'incudine e il martello, no, e non di
dover decidere subito a quel bivio, senza
essere sicuro di aver valutato tutte le
possibilità, quale strada intraprendere.
153
“Ok, me ne vado”, esclamò infine.
Nella mano dell'uomo era balenato un alare
arrugginito che alzò sopra la testa della
ragazza. “Il male va sempre espiato”, disse
mentre vibrò il colpo mortale.
Marco sgranò gli occhi e si sentì mancare.
Padrone di sé, l'uomo posò con cura lo
strumento di morte e sorrise davanti allo
spettacolo che gli si parava dinnanzi. Una
bara e due giovani corpi immobili.
Si diresse in un'altra stanza del rudere,
quella il cui tetto era crollato del tutto e a
cui ora i fitti rami facevano da copertura
non impedendo del tutto a una pallida luce
di guidare i suoi passi. Da uno stipetto
miracolosamente salvatosi dal crollo prese
sicuro una bottiglia di cloroformio, uno
straccio che ancora odorava della sostanza
e una boccetta di sali. Mise quest'ultima in
tasca e imbevette il tampone di cloroformio
per poi posarlo sul naso e la bocca del
corpo svenuto.
“Meglio essere sicuri”, pensò.
Con straordinaria sicurezza si caricò il
giovane corpo sulle spalle e si diresse in
direzione opposta a quella da cui era
venuto. Lo aspettava una camminata di
almeno mezz'ora con quel peso sulle spalle
per raggiungere la prima strada
frequentata della zona, ma la cosa parve
154
non spaventarlo affatto.
A dispetto dell'età apparente, circa
sessant'anni e del fisico minuto, l'uomo
raggiunse il suo obiettivo. Assicuratosi di
non essere visto depose il corpo di traverso
sul centro della carreggiata, confidando
nell'assoluta visibilità dello stesso su quel
rettilineo e nel buon cuore di qualche
autista di passaggio. Calcolò che in ogni
caso non sarebbe trascorso molto tempo
prima che si ridestasse autonomamente.
Valutando i rischi di quella soluzione,
decise che 'in ogni caso, non tutte le
ciambelle riescono col buco'.
Percorse più velocemente la strada del
rientro. Il pomeriggio estivo volgeva al
termine e la fitta vegetazione oscurava più
che altrove l'atmosfera. L'uomo ci mise un
secondo per abituare gli occhi alla semi
oscurità e si mosse nel suo ambiente
sicuro.
Gli parve di udire tonfi sommessi provenire
dalla bara al centro della stanza che un
tempo fungeva da salotto. Cadde una
prima volta in ginocchio e ringraziò.
Di scatto come si era concesso di disporsi
in umile preghiera, si rialzò e si diresse
verso il corpo del ragazzo che aveva
conservato gli occhi sbarrati, sgranati dalla
sorpresa esplosa nel momento in cui
155
realizzò di essere il destinatario della furia
dell'uomo. Con l'agilità e la destrezza di chi
si muove nel suo territorio lo caricò sulle
spalle e lo portò nel grande salone che un
tempo ospitava i pranzi e le cene della
numerosa, allora, famiglia. Scaricò come
un sacco il corpo del giovane in una bara
zincata e lo compose solo quel tanto che
ne permettesse la chiusura. Cosa che fece
con maestria.
Indietreggiò di qualche passo e si concesse
di sedere sull'uscio della stanza, avviando
come in un vecchio film le scene della
famiglia riunita intorno al tavolo. Rivedeva
la stanza arredata di mobili semplici, ma di
buona fattura. L'arazzo sulla parete
grande. I centrini di pizzo lavorati dalla
nonna sotto ogni suppellettile. I ritratti dei
bisnonni alle pareti e le ampie tende a
ovattare leggermente l'allegro vociare di
loro, bambini, che sotto lo sguardo
fintamente severo del nonno continuavano
i giochi lasciati nell'allora giardino.
La soddisfazione della mamma quando i
complimenti per il cibo fioccavano e
turbavano la vecchia nonna cui veniva
paragonata e che oramai non poteva più
svolgere le mansioni a lei care.
Spense la pellicola e realizzò per
l'ennesima volta che quel mondo se n'era
156
andato per sempre. Unico superstite, era
sopravvissuto anche alla propria moglie
dalla quale aveva avuto in dono quell'unica
figlia adorata. Sara, ironia della sorte, il
suo nome.
Gliel'aveva portata via un sedicente
innamorato, più grande di qualche anno,
che non si era limitato a tentare di sedurla.
L'aveva segregata per giorni, abusando di
lei sessualmente e riservandole ogni sorta
di crudeltà. La bara numero due,
stranamente nella diagonale opposta
rispetto alla numero uno, costituiva ora
parte dell'arredo del salone. Ospitava il
sedicente innamorato e ogni sorta di
immonda creatura fosse riuscito a chiudere
all'interno con lui. Gli parve di sentire
ancora le grida dell'uomo filtrare
nonostante la chiusura ermetica, ma fu
solo un attimo.
La bara numero uno, quella, l'unica,
bianca, ospitava la sua ragazza, pura come
acqua di fonte, insozzata da mani mosse
da un'anima perversa. Vi depose un bacio,
prima di voltarsi verso la bara numero tre,
lì di fianco, che ospitava un orco che una
giustizia ingiusta e malvagia aveva lasciato
libero nonostante una bimba di tre anni
gridasse vendetta dal mondo dei puri e
che, come Marco, aveva casualmente
157
trovato sul suo cammino mentre compiva
l'opera che il Signore gli aveva affidato,
svelandogli il destino che aveva in serbo
per lui dopo la morte della figlia. Compito
dal quale non si sottrasse affatto.
Fu su quel corpo animato dalle peggiori
bramosie che sperimentò il potere del sale
sulle ferite aperte. Un uomo di un metro e
novanta per centodieci chili piangere come
un bambino implorando la morte di
liberarlo non è uno spettacolo che si
dimentica facilmente.
La bara numero quattro, incidentalmente,
non sarebbe stata quella donna ancora
viva nell'altra stanza; del resto, qui, in
cimitero, sarebbero stati deposti solo i
morti; ma quella di, come si chiamava?
Marco, già. Malato di sesso come tutta la
sua generazione, disposto a uccidere per
mantenere intatta la sua vita, poco importa
se a scapito di quella di chi la vita la
meritava ancora.
Si inginocchiò nuovamente a pochi passi
dal macabro contenitore del corpo della
donna. Madre dell'assassino della figlia,
sapeva e aveva goduto col figlio delle
torture subite dalla ragazza. “E, si sa, il
male va espiato”, disse gettando
un'occhiata di traverso al feretro.
Abbassò il capo e congiunse le mani. Il
158
silenzio gelido che lo investì non lo scosse
che all'esterno di sé.
“Signore, a te devo il mio essere ancora in
vita. A te l'onore di esserti braccio per le
tue condanne. In questo stesso giorno mi
hai permesso di essere carnefice e
salvatore. Non so quali parole usare per
esprimerti la mia gratitudine per questi
privilegi che hanno reso questo giorno il
più felice da molto tempo in qua.
Guardo con attenzione ai tuoi disegni e
scopro che l'aver cercato di aiutare la
ragazza ha reso il mio compito esaurito in
quanto, a breve, questo luogo non sarà più
sicuro e io stesso sarò braccato
dall'assurda giustizia degli uomini che
perdona i malvagi e perseguita i tuoi umili
servitori.
Sono lieto di essere stato tuo strumento di
giustizia, privilegiato fra gli uomini e
indegno del tuo sguardo. Accogli, ti prego,
la mia anima e perdona le mie colpe. Tu
sai, mai volontarie”.
All'”Amen” si rialzò e iniziò a spingere la
bara contenente la donna in “cimitero”
dopo aver posato l'orecchio in più parti
vicino alla fessura tra il coperchio e la
cassa ed essersi reso persuaso che la
donna non fosse più.
Guardò le altre bare, cinque, aperte e che
159
non sarebbero state usate malgrado le sue
stime di successo. Si diresse verso quella
della figlia, la sfiorò passando oltre, e si
diresse allo stipetto dei medicinali da cui
estrasse una boccetta. Tornò dalla sua
piccola e si stese sulla bara bianca
ingollando il contenuto della bottiglietta.
Quando un ultimo rantolo lo fece cadere a
terra, lui non se ne accorse.
Lui, la ragione del male, scosse il capo.
Spettatore non più divertito dal ripetersi
apparentemente eterno delle azioni e delle
reazioni che il male reclamava, si alzò
visibilmente annoiato.
“Uomini. Lo stesso bisogno di potere. Di
disporre della vita altrui. Di esserne
padroni, per soddisfazione, per bramosia.
Per giustizia... Ah! La giustizia! Uomini,
fiamme dell'inferno! Solo uomini...”
Quando uscì alla ricerca di altri carnefici,
cui mancava solo un motivo per
trasformarsi in omicidi e con lo scopo di
fornirglielo, un nugolo di insetti si alzò
infastidito dall'odore di zolfo...
160
Innamorato della vita
Innamòrati di me.
Non posso non amare i tuoi capelli lunghi e
neri. O i tuoi, corti e spettinati.
Non so rinunciare al tuo abbraccio di bimbo
e alle corse nei prati.
Innamòrati di me.
Io sono quello che apprezza le fusa e il
ciondolare sgraziato di una coda che chiede
carezze.
E non so non meravigliarmi dell'acqua
cristallina di un torrente invernale.
Sono quello che sugge, estasiato, qualsiasi
concetto o idea sorprendente, come pure
un semplice battito d'ali.
E che sgrana gli occhi, ancora, davanti allo
stesso cielo stellato.
Innamòrati di me.
So ancora piangere per una parola
sgarbata o per una volpe investita per
161
strada.
Sono quello che implora il tuo amore per i
tuoi figli che sembri aver dimenticato.
Sono io che ho difeso più volte il bene che
ci dai e che sì spesso sembra non
importare.
Guardami! So perdermi ancora, ancora
sorprendermi, ancora innamorarmi
perdutamente di te, anche se a volte
sembri dare in modo controllato.
Perchè, lo sai, so dare. E ti darei tanto,
tutto forse. Ma tu, ti prego, innamòrati di
me.
E di noi, così pieni d'amore, di rispetto, di
apprezzamento per te, vita.
162
Cinico show
Ahahahaha!!!
Davvero credi mi importi se mi
dimenticherai o no? Se mi odierai perfino?
Credi che viva nella speranza di rimanere
nello scrigno in cui conservi i tuoi più bei
ricordi?
Guardami. Mi importa di sopravviverti, di
trovare un nuovo posto ora che ho perso il
mio.
Che finisca in fretta questo purgatorio nel
quale mi dibatto come un idiota facendomi
del male per disprezzare te.
Essere stato un buon ricordo è davvero
l’ultimo dei pensieri.
È smettere di ferirmi e di ferire le
crocerossine di turno, certe di salvarmi da
me stesso e da te. È cessare di farmi
coccolare illudendole che, chiusa la
parentesi, sarò loro eternamente grato e
aprirò il portagioie della mia anima e le
ricompenserò.
163
Oddio, le risate…
È finirla di stordirmi di alcol con la scusa di
riuscire poi a dormire mentre si affaticano
nell’ennesimo pompino, da cui mi sciacquo
in fretta per fuggire con due baci discreti
sul loro sorriso modello “Sono la più brava,
vero? E non hai visto niente…”
È l’attesa del giorno in cui non sfiderò più
le leggi della natura con la mia auto,
mentre aspetto che si ricarichi il fucile per
sparare l’ennesima pallottola nella bocca o
nel culo della prossima infermierina.
Mi importa di riuscire a tagliare il cordone
di speranza, che non voglio tagliare; di
annullarti dai miei pensieri dove voglio tu
rimanga Regina; di smaltire in fretta
queste vagonate di cure, d’affetto, di
attenzioni che ho ammucchiato per te e
che ancora sogno di poter scaricare sul tuo
uscio.
Mi importa che Dio non ascolti le
bestemmie, che le gomme tengano in
curva, che le corde vocali non si spezzino,
che le lacrime non m’impediscano di
vedere il passeggino che scende dal
164
marciapiedi.
M’importa che questo maledetto temporale
cessi e il cielo si colori, di nuovo, di rosso
acceso regalandomi una nuova alba, un
nuovo giorno, una nuova vita.
Che i pugni sul muro a sanguinar le mani,
a dimenticare che hanno baciato i tuoi
capelli, si plachino e possa trovarmi uomo
fortunato per aver avuto i tuoi occhi
addosso come nessuno ha avuto mai.
E di finire di odiare questo respiro, questo
battito, questo inutile incedere che, tuoi,
mi rendesti come un anello che non ha
ragione di essere ospitato da un dito.
Ritrovandomi.
Spezzando gli insulsi perché, che hanno, di
nuovo, temporaneamente trasformato una
vita incline al dare in un cinico show.
165
166
Confessione (15.08.08)
Mi chiedo il perché di me e la risposta è in
questa foto.
167
A quindici anni si guarda lontano. Oltre la
laguna. Oltre il mare.
Si hanno domande, tante, e risposte,
poche, azzardate, in attesa di conferme.
Si ha la rabbia di chi non ha avuto tempo
di crescere e si è trovato grande prima del
tempo.
Si ha voglia di cambiare il mondo e
raddrizzarlo a misura d'uomo. Di tutti gli
uomini.
Non si accettano i “non si può” e i “va
così”. Si odiano i “non possiamo farci
niente”.
Mi chiedo perché nel giorno in cui mi
ritorna tra le mani questa immagine mi
prenda lo stesso nodo in gola.
Mi chiedo perché piangevo per dolori non
miei, cercando disperatamente di
raccogliere ragazzi che buttavano la vita,
solo per vedergliela sfuggire beati nella
loro dose.
Mi chiedo perché si avesse questo
smisurato bisogno di amare e di essere
168
amati. Dove la parola amore aveva un
senso che era tale solo per te.
La risposta in una foto.
Sono ancora là, con qualche risposta in più
che ha generato nuove domande. Con la
stessa rabbia per gli schiaffi sul viso altrui.
Con lo stesso cuore che pompa più di
quanto possa accogliere una persona sola.
Ecco cos'è.
Sono ancora là, a quindici anni, a guardare
al largo di Cà Roman.
Dispiaciuto di essere cresciuto in fretta.
Felice di non essere cresciuto più.
169
170
Non si muove foglia…
“La vostra condotta lasciva è stata
disprezzata da coloro che vi hanno fin qui
condotto e comincia ad esserlo anche per
questa corte al pari della vostra insolenza!”
“Ma Santità. Dire “pane al pane” e “vino al
vino” mai è stato reato!”
“Non si è trattato di semplice... “dire”, mi
risulta. Pare lei sappia abilmente circuire le
anime deboli e usare con abilità la sua...
sciabola, Messere...”
“Suvvia, Santità. Non crederete davvero
alle voci che si rincorrono per strada! E
poi: guardatemi! Cosa avrei più di qualsiasi
altro uomo abbia calcato questa scena da
potermi permettere l'amore e le grazie di
cotante fanciulle?”
“Non giocate con me... Messere! Vi ricordo
di aver potere di vita o di morte su di voi,
ammesso che la vostra possa esser
considerata “vita”!”
“Santità, non mi posso pentire. Il Vostro
Signore mi ha donato dei talenti e io
semplicemente li spendo con cura...”
171
“Non bestemmiate, figlio del Demonio!
L'avete sentito tutti! Non bestemmiate
davanti a questa corte ché, per l'Iddio che
ho il privilegio di rappresentare, vi faccio
tagliare la testa in questa stanza stessa!”
“Voi! Non io, voi! Avete insegnato e
continuate a farlo che non si muove foglia
che Iddio non voglia. Ora... chi sta
muovendo questa mia povera... foglia?”
E' duro. E' duro e puzza di morte.
Quest'ultimo cuscino non è di piume d'oca
come quelli dei giacigli che ero solito
frequentare. Ed è comica la posizione in cui
mi trovo e che sì spesso era delle
compagnie mie, imploranti di avere ancora,
e ancora, e ancora del mio pube poggiato
sui loro graziosi culetti agitati.
Gridano, affamati del mio sangue. La
maschera copre il volto del mio carnefice,
braccia alzate a brandire l'arma che
purificherà questa immonda terra dalla mia
presenza. Solo alcune fanciulle piangono.
Le vedo. Le sento.
“Non piangete per me, mie care. Quello
che vi ho donato nessun uomo potrà più
portarvelo via!”, vorrei gridare. Ma taccio.
172
Il mio ultimo pensiero, il mio ultimo grido
sia per voi... Giudici!
“Io! Io muoio per la vostra invidia! Muoio
perchè non potete tollerare io abbia avuto
in dono, quanto voi potete solo rubare con
la forza nelle stanze in cui trascinate
giovani vergini o, pagando, averne un
surrogato. Muoio perchè non c'è nulla di
più detestabile di un uomo mediocre che
ottiene senza costrizione quanto voi
anelate e sottraete coattivamente. Muoio
ché non potete comprendere i disegni del
vostro stesso dio che dà a voi disprezzo e a
me godimenti e amore. La mia morte non
vi porterà la tenerezza, l'abbandono, le
carezze e i sospiri, ma moltiplicherà gli
insulti, le lacrime e gli sputi, di coloro su
cui poggerete la vostra immonda bramosia.
E un altro mediocre messere vi sottrarrà
l'amore delle vostre figlie e delle vostre
giovani mogli e godrà di doni che
semplicemente voi non-avrete-mai!”
La folla si disperde. L'ultima eco si spegne.
Alcuni cuori tramano vendetta che si
compirà, puntuale, a prezzo della vita. Del
resto, “non si muove foglia...” e chi rimesta
questa... voglia?
173
(Al gran dispensatore d’amore, Don Juan
Tenorio)
174
Occhi negli occhi
Espiro.
La voluta si perde mentre i polmoni
regalano nicotina al sangue che rallegra i
muscoli.
La città è mia, oggi. E lo sa.
Catturo con la coda dell'occhio una ventata
di capelli e mi giro mentre la mano si
riavvicina alla bocca col suo veleno
mortale. Ma è altro il veleno che uccide
ogni movimento.
Lo secernono i tuoi occhi che sorridono al
mio stupore.
Oh, io non cedo. Oh, neanche tu.
Immagini rallentate di passi frettolosi e di
una mano fumante su una bocca
spalancata.
Occhi che ridono negli occhi, si indagano, si
sfiorano. Si toccano.
Rigiri il capo dopo avermi sorpassato e
avermi lasciato così, occhi lucidi di saliva
175
dopo un bacio, occhi tramortiti dopo un
orgasmo, occhi padroni del mondo, velati
da una sigaretta e dal suo fumo già
consumata a metà.
Siamo stati amanti, lo sai? Lo sai, e
annuisci voltandoti e cercandomi ancora.
Sorrido.
Non ho più voglia di fumare...
176
Una manciata di parole
La tela in un foglio.
Una manciata di parole a dar forma e
colore a un'immagine che la mente traccia
come pennello di abile pittore.
“Ferma, non muoverti”. Si sceglie
un'espressione ispiratrice e la vita, tua
musa, si blocca.
La goccia non scivola. Lo sguardo non
muore. I rumori si tacciono.
Intingi ancora e colori capelli, sfavilli stelle
o intristisci un cuore.
Senti l'anima rispondere a ogni rilettura e
ogni volta scorgi una pennellata che non
ricordavi d'aver dato e una sfumatura che
definisce, infine, l'emozione.
Parole come tempere, congiunture che
determinano sfumature cromatiche ardite.
Non ti offendere, anima, se non sempre
dipingo di te.
Di certo, ogni volta, in mezzo a quel
177
mucchio di lettere scagliato sulla tela, c'è
un pezzo di me.
178
Il sogno di Viola
L'uomo che la accompagnava era alto e
vestiva di scuro.
Lo sguardo fiero e sicuro, puntato dritto
davanti ai suoi passi, risultava al tempo
stesso tenero e rassicurante per Viola.
Alzando gli occhi, Viola allungò la mano e
la strinse in quella dell'uomo che, senza
parlare, la raccolse.
Nel silenzio, il percorso aveva un che di
fantastico, ma ricco di intensa malinconia.
La piccola Viola ascoltava lo sciabordìo
delle onde che baciavano la spiaggia
appena illuminata dalla prima, fioca, luce
del sole. Ma d'intorno, il film che vedeva
era proiettato in bianco e nero.
Fu al cambiare dello scenario che Viola
ruppe il silenzio e disse: “Io quella spiaggia
l'ho vista”.
L'uomo annuì. “Sì, Piccola. L'hai vissuta.”
Al sentire per la prima volta la voce
179
dell'uomo, Viola provò un senso di
maggiore distensione. Stava bene con lui.
E fu per questo che chiese: “Vista o
vissuta, che cambia?”
L'uomo, sorridendo, spiegò: “La natura non
si vede con gli stessi occhi di un altro.
Ognuno la 'vive' a modo suo. E tu vivesti
quell'angolo di mondo in modo tale che
non si scorderà mai di te.”
La piccola Viola avrebbe avuto milioni di
domande dettate da milioni di pensieri a
loro volta partoriti dalle parole dell'uomo.
Ma gli scenari si susseguivano e Viola, nel
suo incedere, trovava di volta in volta
ragioni di stupore. La casa dei nonni
incastonata nella campagna. L'asilo
frequentato da piccola. Il fuoco della casa
in montagna delle ferie di qualche anno
prima.
Fu quando incontrò il vecchio gatto che
l'aveva felicemente accolta nella casa dei
genitori che riacquistò la parola per
esclamare: “Ciuffo!”. Nel farlo lasciò la
mano dell'uomo e si accucciò per riceverlo,
ma Ciuffo, come non l'avesse vista, la
attraversò.
180
La sorpresa si dipinse sul suo volto e dalla
sua bocca un'espressione di stupore rimase
imbrigliata. “Ma...”
Si girò verso l'uomo che non aveva smesso
di camminare e voltandosi verso Ciuffo che
si allontanava cominciò a correre finché lo
raggiunse e gli riprese la mano.
Alzò gli occhi verso il suo sguardo che non
si voltava mai verso di lei con fare
indagatore, ma la domanda morì ancora in
gola. “Ma...”
Il rassicurante sorriso risplendè ancora sul
volto dell'uomo che spiegò: “Ciuffo non è
più con te. Quello che vedi adesso non è
più con te. Lo puoi ricordare, ma non lo
puoi toccare.”
Essere cuccioli d'uomo permette di poter
afferrare concetti non espressi, ma di non
esprimerli, quasi che il dar loro voce
imponesse la razionalizzazione definitiva. E
tacque.
Davanti all'uscio di casa, Viola lasciò la
mano dell'uomo e si fermò, determinata.
Per la prima volta l'uomo la guardò,
fermandosi e voltandosi verso di lei.
181
Sorridendo espresse un “Bhè?” che
aspettava una spiegazione.
Viola cominciò a piangere, un pianto
sempre più disperato. Colmo di tenerezza,
come solo un uomo apparentemente rude
può fare, l'uomo si avvicinò e senza
toccarla si accovacciò di fronte a lei. Non
disse nulla e attese che i singhiozzi si
calmassero, paziente, gli occhi puntati su
quelli di Viola, chiusi ma traboccanti di
lacrime.
“Ho capito, sai?”, lo attaccò Viola tra gli
ultimi singhiozzi.
“Capito cosa?”, fece l'uomo. La piccola
ricominciò a piangere, ma questa volta
abbracciò l'uomo che le offrì la spalla e la
cinse con una mano. “Ho capito che non
rivedrò mai più i miei genitori.”, disse
alzando il tono rotto dal pianto. “Ho capito,
che non rivedrò più niente. Che non
abbraccerò più i nonni. Che io... io sono
morta!”
Il sorriso si allargò sulla bocca dell'uomo.
Vide che la piccola Viola aspettava una
conferma, ma le chiese: “Vorresti morire?”
Stupita e arrabbiata Viola esclamò: “Certo
182
che no! Voglio la mamma, voglio mio
papà!”
L'uomo la cinse più forte e cominciò a
spiegare.
“Io sono Sogno. Il Sogno della Notte. Non
sono l'Angelo della Morte. Ti riporto ciò che
è stato tuo perché tu lo scolpisca nelle
stanze più pregiate del cuore, a perenne
ricordo, o monito, o lezione. Perché tu
sappia che ciò che amiamo non muore e
può accompagnarci, sostenerci, ma anche
giudicarci, sempre e ovunque.
Chi ti accoglierà al tuo risveglio; chi amerai
nel tuo cammino; tutti loro passeranno e
se non succederà sarà solo perché tu,
prima di loro, sarai passata.
Ma non c’è modo di chiamare vita la vita se
non dandosi e accettando ciò che chi ama
dona e di sentirsi felici per aver avuto il
dono del loro amore.
Loro… noi… passeremo. Le impronte
dell’amore dato e ottenuto non saranno
spazzate da nessun mare e le ritroveremo,
o le ritroveranno altri, intatte nel ricordo di
chi ha calpestato tal rena.”
183
Il risveglio fu lieve. Sorrisi saziarono più
del latte.
Il cuore gonfio delle tracce di ciò che
amato c’era e di ciò che amato era stato,
riprese a emanare primavere a rallegrare
anime di nevi invernali perennemente
ovattate.
Che le stelle non chiedono nulla in cambio
del loro bagliore se non di ricordarlo nelle
notti in cui non sono.
184
Il vecchio e Marco
In una sera come tante, in un paese come
tanti, dei giovani (come tanti) sedevano sui
loro scooter e ridevano. Marco, il bullo del
gruppo, unico in piedi, teneva banco a voce
alta, agitandosi e scuotendo i capelli, neri e
spettinati.
Alle loro spalle un boschetto. Di fronte la
campagna. A destra e a sinistra si snodava
la strada che univa la grande città e il
primo paese dopo la periferia dove
abitavano.
In questa sera come tante, come sempre,
a quell’ora non transitava quasi nessuno.
Fu per quello che l’apparizione improvvisa
di un vecchio, che pareva provenire dalla
città, li colse di sorpresa.
Marco, il più bullo, cominciò ad apostrofarlo
tra le risa degli amici. Senza curarsene, il
vecchio continuava nel suo lento incedere
aiutato da un bastone, finchè si fermò e,
lentamente, cominciò ad accovacciarsi
guardando con interesse qualcosa. Stupore
e meraviglia, dipinsero quel volto scavato
dalla vita.
185
“Hei, vecchio”, esordì Marco. “Hai trovato
qualche euro per la sbronza?” Gli amici
risero rumorosamente, ma il vecchio,
voltandosi solo un attimo verso di lui,
replicò: “Una formica. A quest’ora. Non ha
smarrito la strada. Continua infaticabile il
suo lavoro. Guarda! Trascina la carcassa di
un insetto!”
Marco si avvicinò dondolandosi come solo i
veri bulli sanno fare, certo di essere
seguito dallo sguardo della banda che si
aspettava un’altra ragione per ridere, fosse
solo forzatamente.
Spinse il vecchio sulla spalla, per girarlo
verso di sé, ma questo cadde, seduto sul
selciato. “Hei vecchio! Ma sei stordito?”,
chiese con fare ironico con un tono
sufficientemente alto perché dall’altra parte
della strada lo udissero.
Tra le risa, prevedibili, dei ragazzi, il
vecchio sorrise. Puntò i suoi occhi scuri in
quelli di Marco e senza traccia alcuna
d’odio replicò: “Amare le piccole cose e
custodirle. È la prima regola. Ricordatene
stanotte, quando sognandomi, ti
sveglierai.”
186
A Marco ci volle un attimo per realizzare e
tornare a indossare i panni del bullo. Tanto
bastò perché il vecchio si alzasse e sparisse
nella notte inseguito dagli insulti di Marco e
dal coro irrispettoso dei suoi amici.
Ma quella notte, il sonno di Marco fu dolce.
Quando si svegliò, forse intorno alle 3 del
mattino, stava sognando di passeggiare col
vecchio tra le meraviglie, mai apprezzate
del creato.
Inutile dire che non dormì più quella notte.
Al mattino, al lavoro, era poco concentrato.
I suoi titolari sapevano che un ragazzo di
quindici anni può avere distrazioni e lo
ripresero spesso. Ma non potevano
immaginare che il suo sguardo non fosse
perso dietro gli occhi di qualche ragazza.
La sera seguente, Marco e i suoi compagni
erano ancora là dove si ingannava la
solitudine fingendo di essere amici
inseparabili. Mentre Marco si avventurava
in un racconto fantasioso della fantastica
conquista estiva, ancora una volta il
vecchio sbucò dal nulla.
Gli amici incitavano Marco perché lo
187
aggredisse verbalmente ancora, ma Marco
ci mise un po’ per calarsi nei panni del
bullo forte coi deboli. Comunque lo fece.
Questa volta, incurante degli affronti, il
vecchio si paralizzò a contemplare una
stella proprio alle spalle del gruppo. Marco
lo affiancò e con fare sbruffone mimò un
cannocchiale fra le sue mani. “Vecchio!
Non vedo nulla! Sarà che è buio?” Tra le
risa del mucchio, il vecchio replicò: “Quel
puntino è in realtà più grande non solo del
mondo che conosci, ma del mondo intero.
Ricordatene stasera, quando ti cadrà il
sapone.”
Mentre il vecchio riprendeva il cammino,
Marco lo seguì con lo sguardo. Vistolo
silenzioso gli amici lo incitarono, ma tutto
quello che riuscì a dire fu: “Stupido
vecchio! Io uso il bagnoschiuma!”
Avrebbe potuto giurare che appena prima
che il buio lo inghiottisse il vecchio fosse
sparito, quasi fosse un fantasma. Nel
tornare dagli amici che reclamavano il suo
show, Marco, turbato, inventò una scusa e
rientrò.
Scuro in volto, disse alla madre che
188
avrebbe fatto una doccia, ma... riuscite a
immaginare cosa provò quando la madre
gli disse che doveva ripiegare su una
saponetta, giacché il bagnoschiuma era
finito? E come rimase di stucco, quando,
nonostante mille attenzioni, il sapone gli
cadde?
L'indomani al lavoro, a causa della
disattenzione, si fece male. Cosa da niente,
solo un graffio. Ma capì che gli incontri
delle sere precedenti lo avevano turbato. E
non solo perché il vecchio sembrava
prevedere cose che sarebbero successe.
Era la sua serenità, la sua pace interiore,
cose da lui mai provate, a non lasciarlo
indifferente.
Così, la sera, stesso posto, stessa ora,
stessi amici, stava seduto sul suo
motorino. Niente spettacoli. Niente
spacconate. Niente storie inventate. Lungi
dal preoccuparsi di lui, gli amici
protestavano per il mancato divertimento.
E il vecchio arrivò.
Vedendo Marco privo di parole, anche gli
amici tacquero.
189
Esattamente di fronte a loro, dall'altra
parte della strada, il vecchio tese l'orecchio
come alla ricerca di un suono che udiva
solo lui. Marco, questa volta pieno di
riverenza, si avvicinò e gli chiese cosa
stesse ascoltando.
Gli amici quasi non credevano fosse lo
stesso Marco che conoscevano!
“Shh”, fece il vecchio. “Ascolta il silenzio.
Respirane la pace. Assaporane la
profondità e la bellezza.”
Marco, abituato a musica martellante a
tutto volume, agli schiamazzi con gli amici,
al rumore della fabbrica dove il padre
l'aveva costretto avendo saputo del suo
bigiare la scuola, ascoltò. Per la prima
volta sì stupì di quello che udiva.
Pace. Ammirazione. Girò il capo verso la
stella che attirava l'attenzione del vecchio
la sera prima e in quel silenzio assordante
si meravigliò.
Sorridendo, il vecchio gli disse: “Stasera,
all'ospedale, non avere paura. Ma impara.
E se avrai capito, da domani... Azione!.”
190
Il vecchio gli diede una pacca sulla spalla e
sparì dopo pochi passi. Sarà stato per il
volto di Marco, o perché anche loro
avrebbero giurato che il vecchio fosse
scomparso ben prima che il buio lo
ghermisse, ma solo a sé stessi per non
rischiar figure, fatto sta che nessuno parlò.
E il silenzio rimase l'unico suono. Almeno
finché Marco accese il motorino e senza
una parola di saluto, si diresse a casa.
Mentre riponeva lo scooter nel magazzino
udì il suono di un'ambulanza.
Pensò, sì, a qualche vicino. Ma
immediatamente ricordò le parole del
vecchio e, mollato lo scooter a terra, corse
a perdifiato arrivando giusto in tempo per
vedere quelle persone che portavano via la
madre.
Spaventato dalle cannucce che spuntavano
dal naso della mamma, Marco gridava di
voler sapere, ma venne allontanato in
modo sbrigativo. Guardò l'ambulanza
sparire e ascoltò il suono della sirena
finché non lo udì più.
Di nuovo corse, questa volta al motorino, e
191
inseguì l'ambulanza fino all'ospedale. In
corsia dovette attendere, senza notizie,
assieme al padre.
Gente andava e veniva. Barelle. Bende.
Sangue. Pianti disperati. Preghiere. Il
vecchio...
Marco aveva capito l'ultima lezione. Aveva
capito e non dubitava più. Quasi non si
curò che un medico, in camice verde,
venisse a rassicurarli che la mamma stava
bene e che presto sarebbe tornata a casa.
Lo sapeva già!
Non dormì nemmeno quella notte. Quelle
ore gli servirono per elaborare un piano,
che puntualmente, mise in atto la sera
seguente.
Al ritrovo, unico in piedi, cominciò a
cercare in terra finché trovò un piccolo
scarafaggio. E descrisse agli amici quanto
fossero utili alla terra menzionando nozioni
apprese nelle ultime lezioni di scienze cui
era stato attento, prima che qualcosa gli
facesse credere che imparare fosse
superfluo.
Bhè, cari amici, Marco contagiò i suoi
192
compagni. Dopo qualche giorno erano tutti
e sette a dispensare la saggezza legata alle
piccole cose, alle piccole ma immense
cose, al valore dell'amore per i familiari e
al rispetto dei deboli.
In breve, l'intero paese si spendeva per
fare altrettanto e in qualche anno anche la
grande città ne fu contagiata.
Il bene fatto, il buon esempio, sono
contagiosi. Me ne ricordo sempre, prima di
uscire la sera.
E adesso scusatemi. Ma ho un nuovo
Marco, che in realtà si chiama Giulio, cui
far vedere una formica. E devo partire
presto. Sapete, sono vecchio e cammino
lentamente...
193
194
Il sogno
Non è così, diletta, che mi puoi catturare.
Sono lo stropiccìo del cuscino,
l’affondo del viso,
l’ultima coccola e il mezzo sorriso che ti
verga le labbra
l’attimo prima del commiato.
Sono il sogno, la parodia della vita,
le mani e la voce di ciò che vorresti
ma che tuo non può essere.
Sono il sogno che si regala chi ancora
crede
ai doni che scendono dal camino,
alle promesse di un uomo,
allo scodinzolio di un cane.
Sono poche ore di gioia,
il mondo lontano,
l’isola che non c’era, che c’è e non ci sarà
più.
195
Risa vere, di incredulitudine,
di “Mio Dio! Proprio a me!”,
risate del cuore, gonfio e appagato,
che non immagina, o non vuol sapere,
che il risveglio è certo e vicino.
Non è allungando una mano che mi puoi
carpire.
Immateriale come una bugia,
non mi puoi legare.
Mi puoi conservare solo lasciandomi libero
e vivendomi per ciò che stato sono:
un dono, un bacio del divino,
uno schiaffo della vita che ti desta
a dire “Son degna!”.
Un sussurro d’angelo
a ricordarti che preziosa
nessuna.
al
par
tuo,
Un sorriso dipinto negli occhi,
196
la consapevolezza nuova,
il destino di nuovo sul tuo palmo,
il potere non già di sognare ancora,
ma di essere sogno, tu stessa, a tua volta.
197
198
La mia Africa
Non chiedermi di che Amore ti amo. È di
quello che so. Di quello che posso.
Chiediti se come ti amo è in armonia col
tuo bisogno di essere amata.
Che tu sia bella come il pezzo gospel di
“Prelude to...” o fresca come un
acquazzone estivo non ti permette di
cambiarmi.
Non di rinchiudermi fra quattro mura e
chiamarla casa che, sai, il mio aereo è fuori
e mi attende quale moderno Finch-Hatton.
Chiediti se saprai aspettare i miei ritorni e
godere del mio esserci quando potrò
esserci, quando il richiamo di noi si farà
insopportabile.
Io non ti chiederò chi ha preso il mio posto
quando non c'ero, tu non farlo mai. Che il
mio sentirmi tuo proteggerà il mio cuore da
insidie esterne, ma della bocca, chissà?
Che il mio sentirmi vivo non può
prescindere dalla terra e dal cielo, dai
paesaggi che cambiano più o meno
199
velocemente a seconda di quanto pesa il
piede sull'acceleratore.
Dal prendere altri uomini per il collo e
trascinarli nella più fantastica delle
avventure, dimostrando che, passo dopo
passo, il sentiero si svela e il successo è
solo un nuovo punto di partenza.
Ti amerò di ore al telefono ad ascoltare la
tua voce, di passeggiate tra i fiori che
diventeranno fieno per lasciare il posto al
brullo inverno. Di mani avide di te perché
sei mancata e mai stancate dal tuo esserci
sempre.
Ti amerò di posti nuovi che vorrò
condividere con te e dei tuoi racconti a
colmare le mie assenze.
Ti amerò di un figlio o più che vorrei coi
tuoi occhi e il tuo intelletto e a cui
insegnare ad amare le cose per quello che
sono e non per quello che vorremmo
fossero.
Ti amerò fino al giorno in cui qualcuno ti
avviserà che il mio aereo è caduto e io non
ci sono più perché non posso tollerare
l'idea che la morte mi prenda quando non
200
so più tenere la cloche della mia vita.
Ti amerò, sì, ti amerò...
Io ti amo. Dimmi, tu ami me?
201
202
Morire
Allora è questo morire...
E' realizzare pienamente le ferite inferte
e non avere il tempo per implorare il
perdono.
Comprendere la pienezza della portata
degli sbagli evitati
e infliggersi pene per non averli commessi.
Eccola, la temuta morte...
Colei che spezza sogni e progetti,
che dona al fuoco dei posteri cassetti di
scritti e appunti.
Pupille di pietà e ultimi tocchi
misericordiosi di lacrime,
e un letto per i fortunati,
occhi di solitudine nel cogliere tutti di
sorpresa.
Solitudini di un accidente, di un incidente,
solitudine di chi non c'è mai stato
quando altri allungavano una mano.
Benvenuta Signora Misteriosa...
203
Nel momento in cui infrangi speranze e
desideri,
rapisci affetti e gioie;
nel momento in cui spegni dolori, mali
inventati
o reali,
invidie e rancori;
proprio ora che colmi di vuoto il mio
esistere,
rendendomi bozzolo in balia di germi
immondi;
ora, nel momento in cui la copertina è
richiusa
e uno scaffale buio mi aspetta, quale libro
di dimenticare,
nemmeno la decenza avesti
di presentarti nel tuo miglior intimo sexy.
204
Personale
Di me. Di chi sento mio. Di chi mi ha avuto
suo.
205
206
Sogni
Non ci posso credere.
“Cosa cazz... o ci fai qua?”
“Ah, bhè... Buongiorno, eh?!”
“Ma porc... scusami se sono appena
appena sorpreso.”
“Bhè, prego...”
“Allora? Voglio dire, da dove sbuchi? Dove
sei stato? Come stai?”
“Dove sono stato... dove vuoi che sia
stato? Adesso volevo solo fare due
chiacchiere con te.”
“Bhè, giusto... tutto normale...”
Ignora e tira dritto. Si siede.
“Insomma sei diventato un uomo...”
“A quanto pare. Sto viaggiando verso la
mezza età ormai, altro che...”
“E hai sempre fatto quello che ti è parso.
207
Lunghe litigate e non hai fatto nemmeno
militare.”
“Avevi dubbi?”
“Speravo ascoltassi qualche volta. E
comunque alla fine mi assomigli proprio in
tutto...”
“Ehi, ehi, frena. Ho i tuoi stessi occhi,
credo la somiglianza si fermi qui. E ormai,
per quel che vale, sono più vecchio di te.”
“Sarà, ma, per esempio, fumi anche tu
trenta sigarette al giorno...”
“Vero, però io me le posso permettere e
non lascio mio figlio senza mangiare per
questo.”
“Guidi una macchina di cui non ti frega un
cazzo. Sporca, segnata...”
“Con la differenza che a me non frega
davvero un cazzo ma a te dava fastidio.
E...”
“Scommetto che tra poco porterai tuo figlio
a pescare con te come facevamo un
tempo.”
208
“Se gli farà piacere senz'altro. Escludendo
le visite alle tue troie prima di tornare a
casa. Se mi somiglia poco, non gli piacerà
aspettarmi in salotto mentre le ispeziono
nella loro camera.”
“Mi pare che anche tu agiti parecchio il
pisello...”
“Alt. Io do e prendo affetto e non frequento
troie e spesso il pisello sa stare al suo
posto. Inutile spiegarti certi sottili
differenze, vero?”
“Se lo dici tu...”
“Non dico niente. Non so su che canale sia
sintonizzato quando mi guardi...”
Si alza e fa per uscire. Forse per sempre
stavolta.
“Speravo in un incontro diverso...”
Anch'io. Speravo di avere il tempo di dirti
che ti ho perdonato tutto. Che ho capito
che essere uomini, compagni, padri è
tutt'altro che semplice specie quando
nessuno ti ha aiutato a diventare uomo, o
compagno, o padre. Come per me. Come
209
per te.
E che soffro a non poter far conoscere il
nonno a mio figlio, che avrei combattuto
tutta la vita con te, come è sempre stato
nei pochi anni in cui ci siamo frequentati.
E che prima o poi ti avrei fatto sputare il
fatto che sei orgoglioso di me anche se non
ho seguito i tuoi sogni, magari proprio per
questo, perché ho seguito i miei.
Ma la sveglia del telefonino manda “The
carpet crowlers” ed è ora che i sogni
tornino nel cassetto. Da cui estraggo quelli
da fare da sveglio per una nuova giornata
da sfidare.
210
Al bivio
Mi raccontava, lui di una quindicina d'anni
maggiore,
di
quando
il
Lombardia
arrivavano i veneti e i "meridionali" e di
come si formassero spontaneamente
gruppi solidali fra loro finalizzati a dare una
casa a ognuno.
Tutti
assieme
lavoravano
nei
fine
settimana e uno dopo l'altro otteneva il
nido per sé e per la propria famiglia. Poco
importava se io l'avevo per primo, per
secondo o per ultimo: il bene comune,
l'obiettivo, era che tutti, prima o poi, ne
avremmo avuta una.
Mentre ascoltavo il racconto e sognavo
attorno a me un mondo altrettanto solidale
intuivo il limite contro cui cozzò, la soglia
contro la quale si infranse lo spirito
solidale: avuto ciascuno la propria casa,
tutto si fermò e ognuno cominciò a operare
per il bene dei propri cari, sì, ma solo
quello immediato: mangiare, coprirsi e, più
211
in là, per beni forse utili, ma sempre più
personali,
come
avere
un'auto,
un
televisore e così via.
NESSUNA società in nessun tempo, tra
quelle cosiddette "progredite" ha mai
compreso che il bene comune va oltre
l'avere un tetto. Le strade, l'illuminazione,
un parco per i bambini... fino all'aria che si
respira e al territorio ceduto al cemento e
all'asfalto, non sono mai stati visti come un
bene comune primario per il quale lottare,
aggregandosi, e impedire soprusi.
Ci si coalizza per impedire al vento e alla
pioggia di farci soccombere, ma contro
l'altro uomo, quello più forte, quello più
scaltro, quello più assetato di potere,
quello che ti può schiaffeggiare con ben
altra forza rispetto a un acquazzone,
ebbene, contro quello si brontola al bar
davanti a un bicchiere di vino, ma non si
combatte. Talvolta, lo si invidia.
212
Oggi non ci si può permettere di costruire
casa per noi e altri "immigrati" e ben poche
ragioni abbiamo per solidarizzare fintanto
che
non
annetteremo
alla
nostra
concezione di "bene comune" non soltanto
ciò che dà un tetto nell'immediato, ma, con
lungimiranza, ciò che dovrebbe restare ai
nostri figli. i quali non mangeranno
automobili né respireranno televisori o
inutili figurine plastificate, ma che facciamo
cibare, ogni giorno, della nostra vanagloria
per un 72 pollici e una felpa firmata.
E ora che è più che mai chiaro che non
possiamo delegare in bianco a qualcuno ciò
che è bene comune, dobbiamo ripartire da
qua. Solidarizzare con la capacità di
mettere da parte qualche nostro interesse
o privilegio, allontanare tutti i "prima io" e
la voglia di primeggiare, essere disposti a
fare anche da gregari talvolta.
213
Riuscirci o lasciare carboni ardenti su cui
camminare ai nostri figli, questo il bivio.
214
La mafia e noi
“Papà,” chiederà un giorno mio figlio, “ma
cos’è la mafia?”
“E’ il male che si evolve e si fa bene. O si
presenta come tale”, inizierò a rispondere.
Poi, attento a non annoiarlo, riprenderò.
“La visione romantica dice sia nata come
forma di rivoluzione, un tentativo di
portare a un popolo stremato un po’ di
ricchezza. Vero o no, è cresciuta e come
tutte le forme di potere, anche quelle
benintenzionate, ha finito con l’alimentarsi
del potere stesso.
“Io sono il potere, perciò, se vuoi avere un
negozio, devi pagarmi una sorta di ‘tassa’.
E così via per qualsiasi attività uno
svolgesse…”
“Anche tu paghi questa ‘tassa’, papà?”
“Direttamente no. Nessuno passa in ufficio
215
a chiedermi quello che in gergo si chiama
‘pizzo’. Ma indirettamente tutti paghiamo
molti ‘pizzi’ perché oggi, la mafia, sottrae
molte ricchezze allo Stato, a noi Cittadini,
quindi, e lo Stato per questo impone nuove
tasse.”
“Ma perché lo Stato non si libera della
mafia, papà?”
“Perché, tesoro… la mafia è furba. È
scaltra. Riesce a nascondersi nelle pieghe
della società, a presentarsi come se fosse
un’associazione di uomini incolti e barbari,
ma oggi più che mai la mafia e lo Stato
sono la stessa cosa. E se i sodali un tempo
erano umili abitanti, per esempio, di un
quartiere costruito dalla mafia; e che
quindi le erano grati di poter avere una
casa, oggi i sodali sono umonculi che
bramano potere e posizioni dominanti. I
quali, non avendo talenti propri, si
inchinano alla mafia e la servono per
tornaconto: giornalisti, politici, magistrati,
216
poliziotti… tutta gente che aspira a
ottenere maggiore potere e denaro e che
finiscono schiavi della mafia stessa.”
“E… e noi? Perché non facciamo qualcosa?
Non ci ribelliamo, non li prendiamo a
cazzotti?”
“Perché… di sicuro ce ne stiamo troppo
facilmente a brontolare per le malefatte dei
sodali mafiosi e agiamo poco. Ma il gioco
del potere è così fatto che chi vorrebbe
fare qualcosa è spesso soffocato dalla vita,
dalle responsabilità.
“Vedi, papà, per esempio, vorrebbe fare
qualcosa. Ma deve lavorare, vero? E deve
cercare di seguire te e tuo fratello meglio
che può. Il potere fa sì che i soldi bastino
sempre meno e tu devi lavorare di più e ti
rimane meno tempo per altro…”
“Sì, papà, ma… stai dicendo che quando tu
non ci sarai più e io sarò grande, a mia
217
volta non potrò fare nulla e i miei figli a
loro volta saranno costretti a vivere in un
mondo mafioso?”
Non so più cosa sto dicendo, vorrei dirgli,
ma non posso.
So che i nomi di ciò che la mafia è
diventata, oggi è sui giornali tutti i giorni:
cosa sono i Verdini, i Cosentino, i Carboni o
i Lombardi? Sodali. Come chi dovrebbe
opporsi in maniera clamorosa (i D’Alema, i
Bersani, i Veltroni e i Franceschini) e
invece attendono la prossima occasione di
“dialogo”. Sodali.
Perché chi tira davvero le fila non ha né la
faccia di Berlusconi, né di Dell’Utri. Si serve
di loro, ha in mano il Vaticano sempre più
colluso (o ci siamo scordati cos’era già dai
tempi dello IOR?) e io a quei nomi non ci
so arrivare.
So che ci danno in pasto i mafiosi e i
camorristi vecchio stampo, quelli con la
218
lupara facile e venti termini nel loro
vocabolario, a centinaia, ormai. Perché non
servono più.
Perché la mafia è altro: è quello che ha
trasformato anche noi in, volontari o
involontari, sodali.
219
220
Cose
Ci dev'essere una ragione per cui la gente
si attacca alle cose.
La cura maniacale per l'auto... la domenica
mattina all'autolavaggio e aspira, aspira...
e lucida, lucida...
La copertina che sennò il notebook prende
freddo...
La maglia firmata e, occazzo!, un filo tirato
e non la posso usare più. e io ne andavo
matto...
Cose di nessuna utilità, oggetti
esposizione e dei quali dire "è mio!"
da
Piccole, rassicuranti, cose.
Che non tradiscono. non sbagliano.
Accettano
passivamente
il
culto
dell'adoratore e ricambiano con scintille di
luce se alla luce le esponi. Ma che puoi
221
riporre in anfratti bui se temi te le possano
rapire.
Come se a imbucarle e a nasconderle non
te le fossi sottratte da solo...
Lucidassimo affetti.
Coprissimo cuori raggelati dalla vita.
Avessimo stretto in quell'abbraccio non la
foto consunta, ma il soggetto allora in vita.
Ricoprissimo d'attenzioni non colei che ci
scarrozza, ma colei che ha scelto di fare
strada incerta con noi.
O chi si è imbattutto in noi, per chissà
quale volere, e ci è stato affidato per
trasformare i di richiesta pianti notturni in
autosufficienza...
Meno gratitudine alla tele che ci ha tenuto
compagnia un'ora e più a chi ci ha
222
accompagnati fino a quando abbiamo detto
"posso andare da solo".
Morissero tutte le cose e sapessimo far
rivivere i medesimi sentimenti verso gli
uomini...
223
224
Io
Io sono ricco.
Ho me.
E non ho bisogno di vestiti, ma di avere
caldo.
Non di un'auto, ma di potermi spostare.
Non ho necessità di cibi, ma di mangiare.
Non di sorrisi, ma di sorridere.
Non di plausi, ma di applaudirmi.
Non di essere amato, ma di amarmi. E
amare.
Il sole ce l'ho, il cielo lo tocco.
Non avere nulla di ciò che non ha valore, la
vera ricchezza.
225
226
Amare
Che se hai avuto la fortuna di capire, e i
doni per farlo, che il segreto è AMARE...
Poco importa se gli oggetti dell'amore
hanno la fragilità di chi ha il cuore senza
scudi o con danni potenzialmente mortali...
Poco importa se uno nasce troppo grande e
l'altro ha gli occhi a mandorla pur non
essendo nato in Asia...
Tu chiedi di poter AMARE e chissenefrega
se le notti insonni saranno milioni, per
vagiti inattesi o il terrore di un telefono
che, "Dio! NO!", non deve suonare...
Hai braccia forti e dedizione a sufficienza
non per proteggerli da tutto, ma per
prepararli per quando non esisterà
protezione. un giorno, nemmeno la tua...
Senti come mai è stato che, come te prima
di loro, alzeranno gli occhi al cielo e ti
227
cercheranno un giorno in una stella a cui
rivolgeranno un saluto, un bacio, una
domanda. Che non avrà comunque risposta
se non gliel'hai lasciata prima, in qualche
angolo di sé...
AMARE è in questo: accompagnare
rispettando
l'altrui
vocazione,
l'altrui
aspirazione,
l'altrui
limite,
senza
imposizioni né presenza forzata.
È guardare da lontano, gioendo per loro,
scattando prima della caduta, leggendo
nelle lacrime o nella rabbia il non detto...
Il rafforzare pareti del cuore cercando
l'occasione per scavarvi e capire come
intonacare e irrobustire.
È il capire dove sono i limiti imposti dalla
natura, che non conosci, che non sai e per
i quali non esiste scuola, e darti occasioni
di gioia mentre impari e fai ciò che puoi
traendone soddisfazione.
228
AMARE è questo. È sentire il cuore
allargarsi ad ogni pensiero. È voler capire il
perché di un gesto o di una parola fuori
posto.
È vivere ogni giorno come fosse l'ultimo e
dedicarlo all'oggetto dell'amore.
Non per te. Ma perché da qualche parte è
scritto che questo è il tuo ruolo e se merito
hai, può essere solo quello di non
rifiutarlo...
(a Jonathan, cuore senza scudi, e Daniel,
cuore a mandorla...)
229
230
Padre
Che poi ti basta bussare un attimo
alla porta di un dolore altrui...
Magari finto, come quello di un film,
ma che chiede comunque "chi è?" con la
tua voce...
E...
Forse perché il vecchio acido
potrei essere io tra un po'...
E l'ingratitudine di un figlio non ha confini
fino a quando i peli della barba, quelli
bianchi,
non sovrastano talmente quelli originali
da farli sentire fuori posto e indurli,
essi stessi, a conformarsi...
E' che...
Quando te ne vai è sempre troppo tardi.
231
E uno ti ama, capisci, anche se mentre lo
dice ti dimostra il contrario.
E... bhè, ormai non può più fare a meno di
te...
Ma... deve.
Deve ripartire da dove hai lasciato tu,
come davanti a una tela incompleta da
ultimare a tutti i costi...
E' che...
Forse se so amare è anche grazie a te,
anche se avrei voluto un semplice
abbraccio
e non un furto per delle scarpe che non ho
più
e con cui, comunque, non potrei giocare
ancora...
E' che...
232
Di là c'è un mondo, il mio,
fatto di occhi in cui specchiarsi
e di cuori che battono anche per me...
E tu sai,
che anche se sono pochi i pensieri per te,
tu ci sei sempre perché...
Il pennello che ora ho in mano,
per dare qualche tocco alla tela,
la quale qualcuno continuerà dopo di me,
è lo stesso che fu tuo e che cuccioli d'uomo
che mi sopravvivranno
useranno a loro volta...
Il testimone di chi ha corso e di chi corre
ora e di chi correrà poi...
Solo allora, forse, cadrai nell'oblio.
In attesa che ti raggiunga anche là...
233
234
Ripartire
Non importa chi ci ha costretto e a che
cosa;
non contano le umiliazioni, le aspettative
riversate su di noi e disilluse perché noi
eravamo e siamo altro;
non hanno valore gli sbagli, a milioni, il
fango in cui ci siamo dibattuti e che
ancora, secco, ci imbratta;
svaniscono gli stordimenti, le ore di
assenza cedute in cambio di una qualsiasi
dose, alcool, droga o sesso che siano;
non importa se il risveglio avvenga solo
ora, dopo che ci siamo giocati mezza vita e
accettato cmq ruoli per i quali non
eravamo preparati.
Conta che ora siamo svegli. Vivi.
Conta la voglia di trovare dell'acqua pura
235
con cui lavarci. E che troveremo.
Conta quello che saremo da ora in poi, noi,
veri; noi con aspettative reali solo per noi.
Noi coi nostri sogni e unghie in quantità
per aggrapparci ad essi e perseguirli.
Conta il nostro essere ancora bambini in
questo modo di finti adulti.
Contano la pazienza, la determinazione, le
nuove alleanze.
Conta il non vendersi più. di più, il non
svendersi.
Contano il sole sulla faccia quanto la
pioggia a punzecchiare la pelle.
Il vento tra i capelli e la luce degli occhi,
faro ad attirare altri occhi nel porto della
nostra, unica, anima.
Conta il riconoscimento che noi stessi
236
diamo a noi stessi, il valore espresso, non
in soldi, ma in disponibilità ad amare.
La mano che attendavamo senza aspettarla
è già tesa verso di noi...
237
238
Padre di tuo nipote
Mi svegliasti scuotendomi piano.
Scattai silenziosamente in piedi e mi vestii
in cucina per non svegliare i miei fratelli.
Era domenica e alzarmi alle 5 e mezza per
andare a pescare il mio premio. Io, te e
una sola canna da pesca...
Uscendo dalla piccola 500, io, infinitamente
più piccolo, incoccia la testa e bestemmiai.
La prima volta davanti a te. Che mi dicesti
ridendo che era roba per te.
Non avresti condiviso la mia vergogna
verso l'oggetto della bestemmia. E non te
lo rivelai mai...
L'enciclopedia era aperta sul tavolo. Ti
smentiva clamorosamente, non fosse stato
per la tua ultima, patetica, difesa: “E'
sbagliata la definizione sull'enciclopedia”.
Sperai in cuor mio fosse solo colpa
dell'alcool ma sapevo che non era così.
Dopo una corsa solitaria di 40 metri avevo
infilato il portiere uscito al limite dell'area.
239
Il terzo fischio dell'arbitro arrivò mentre il
pallone varcava la linea del gol.
Ti vidi correre verso di lui mentre ero a
terra e gli occhi gonfi di lacrime
offuscavano il tuo cercarlo per colpirlo...
Ora sono qua. Ti assomiglio più di quanto
avrei voluto. Fuori come dentro.
Ho un figlio che so ci somiglierà.
Ha già occhi scuri e ricci ribelli. E, sempre,
l'ultima parola.
Saresti impazzito, lo so. Avrei faticato il
giorno in cui è nato per averlo un secondo
per me.
Avremmo litigato per il tuo dargliele vinte.
Per le battute a doppio senso di cui rido, da
solo, senza dirle, ma che tu avresti
riversato.
Gli avresti parlato in un dialetto che, dove
siamo, non avrebbe capito nessuno.
Tranne lui.
Ti saresti commosso ogni volta che avresti
sentito la parola “nonno” riferita a te.
Avresti pianto come un bambino la prima
240
volta che l'avresti sentita.
Saresti stato disposto a rubare per un dono
da fare. A uccidere per un'ingiustizia da
correggere. A dare la vita per la vita da
salvare.
Ma non hai avuto abbastanza vita per tutto
questo. Se non in me.
Io, tuo figlio. Padre di tuo nipote.
Io, il padrone del tuo esserci ancora, del
tuo esserci sempre, del tuo condividere
tutto quello che non avesti mai.
241
242
Piccolo mondo
Della semplicità di quattro accordi e della
molteplicità di melodie che ne traiamo.
Di due occhi grandi eppure cuccioli rapiti
ad ascoltare o eccitati a raccontare.
Di contatti di mani, grandi e piccole, o di
corpi stesi l'uno sull'altro o rotolarci a
terra.
Di voli funambolici, di “Papà non mi fa
cadere” e del tuo volerne ancora.
Del tuo strano modo di interpretare il
“nascondino”, mentre aspetti dietro di me
che finisca la conta e ridi alla finzione di
cercarti altrove. Tu, vuoi essere subito
trovato.
Della bellezza del tuo riso cui non ho fatto
l'abitudine e mi emoziona ancora, ogni
volta, al punto di viverci.
Del piacere derivante dal fare le cose
insieme, sia tagliare l'erba, o scovare
cavallette o il farci la barba col rasoio
elettrico.
243
Della tua passione per i tuoi libri, di
personaggi che conosci a memoria fin dalla
prima lettura o del tuo trovare la “P” di
papà dove io non l'ho scorta.
Del bacio della buonanotte o della tua
vocina al telefono quando non torno e del
tuo fuggire un secondo prima ch'io chieda
“hai fatto il bravo?”.
Dei modi in cui ci coalizziamo a prendere in
giro colei cui dobbiamo il nostro esserci
incontrati, ma col rispetto che moltiplica
per tre le risa.
Di questo e altro ti amo. Per questo e oltre
fuggo volentieri da me e dal mio mondo
per arrivare da te.
Che nessun mondo è grande quanto il tuo
piccolo mondo. No, non per me.
(al Piccolo Ribelle che mi ha liberato dal
gioco del non essere padre)
244
Consapevolezza nuova
(07.09.08 ore 3.00)
Non ho colpa se il mondo dorme e io mi
rigiro senza pace.
Né di esser nato vecchio e trattenere,
adesso, la follia dell'adolescenza.
Non ho colpa se non ti ho saputo salvare.
Al massimo, fosse stata una morte meno
stupida, sarei potuto morire con te.
Né delle venti vite spezzate da un buco sul
braccio, i denti già marciti.
Non ho colpa se amo come so, dove il mio
tutto può esserti “tutto” o “niente”.
Ringrazio di saper amare. Ancora.
Non ho colpa se vedo oltre e se due più
due fa sempre quattro.
Né del fatto che so ascoltare, ma che ne ho
due palle tante di ascoltare. Lamenti.
Lamenti. Lamenti.
Non ho colpa se ti aspettavi tanto da me e
ho tradito le tue aspettative. Perché io, da
te, non mi aspetto altro che sappia ricevere
245
quanto ho da offrire. E non ho colpa se
pretendo altrettanto da te.
Aggrappato a questa ringhiera sputo rabbia
e dolori nascosti. Vomito alla luna il nero
che mi lascia ogni volta che si fa piccola
falce per poi scomparire.
Urlo senza voce. Bestemmio senza
maledire. Uccido senza lasciare vittime.
Per riprendere il sorriso e la voglia di
esserci e dare ciò che è giusto. Che non è
maschera. È scelta.
Che non ho colpa se ho capito di poter
scegliere solo quando i graffi erano già
stati lasciati e, più profondo di tutti, la
convinzione che non vi fosse scelta.
Ma condanna sia, d'ora in poi, se il
prendere o il lasciare; il lamentarmi o
l'agire; il piangere o il ridere, non nascano
dal mio decidere.
Perché ora sì. Ora sarei colpevole...
246
Io padre, tu figlio
E arrivano le mie due ore per stare con te.
Da spremere fino all'ultima goccia, perché
preziose.
I giochi sono i nostri: un Tarzan con la
bronchite; un “ma quanto ti vuole bene
papà?” e un sorriso e due minuscole
braccia allargate a mimare l'immenso
mentre una vocina esplode in un
“taaaanto”!
Accucciati a guardare gli alberelli i cui semi
hanno attecchito. I cervi volanti e le
coccinelle da rispettare.
C'è la pappa da apprezzare e le tue cadute
per insegnarti a rialzarti, da solo, che la
vita non guarderà se hai qualcuno vicino
quando vorrà metterti alla prova o tentare
di fiaccarti.
Storie che conosci a memoria e che
divertono perché anticipi la mia lettura
aspettando le mie espressioni falsamente
stupite.
La doccia nella vasca e il nero seppia che
cola perché tu, la vita, la vivi appieno.
247
E le mie mani tra i tuoi riccioli perché è ora
della nanna e le tue cucciole dita da infilare
tra le mie...
C'era una volta un uomo. Viveva e amava.
Quell'uomo è morto per sempre e la sua
fine ha coinciso col tuo essergli stato
messo in braccio, come il tuo pianto morì
al canto della canzone che cantavo quando
eri tra noi non essendoci ancora.
Al suo posto nacque un padre. Avido di
sapere, come te. Capace di meravigliarsi,
come te. Voglioso di risa e di corse e di
“ciapalo! ciapalo!” e di cambi di stagione a
veder cambiare i colori.
Io padre, tu figlio.
L'uomo che credeva di sapere cosa fosse
l'amore è umiliato ogni sera perso nei miei
occhi che ora sono i tuoi.
248
Quelli come me…
Quelli come me si alzano in fretta per
permettere a te di continuare a dormire.
Quelli come me rincasano tardi per
permettere a te di avere più tempo per te.
Quelli come me ti preparano il caffè che sia
dolce e aromatizzato il tuo risveglio.
Non ti fanno soccombere sotto un peso,
chiudono la finestra che non ti colga il
freddo.
Quelli come me ti scaldano le mani e se
hanno le loro libere è per passarle sui tuoi
capelli.
Quelli come me non aspettano la cena, la
preparano. E se indumenti son da
sistemare li sistemano.
Quelli come me potano le rose in attesa del
sorriso che a suo tempo ti daranno.
249
Ti passano il telefono che squilla, zittiscono
il mondo per favorire il tuo riposo.
Quelli come me raccolgono in mazzi i fiori
di campo mischiando raggi di sole ad
abbellirli.
Quelli come me raccontano storie a
strappare note di dolcezza alle tue labbra.
Quelli come me vivono ogni istante per
quelle come te.
Ma nulla è gratis. L'amore incondizionato e
incondizionabile è quello per un figlio.
Quelli
come
me
non
chiedono
ringraziamenti o alcunché in cambio.
Quelli come me non danno per avere.
Quelli come me non misurano i gesti e non
li pesano su bilancia di giustizia.
250
Chiedono una ragione, una sola, ogni
tanto, per continuare ad essere, senza
sentirsi stupidi, come quelli come me...
251
252
2030
A 65 anni non guardi più la vita come se il
futuro fosse infinito.
Prendi ogni cosa come un regalo, un dono
in più, magari l'ultimo, da assaporare.
Sul mio sdraio assaporo il tepore del sole, il
verde di nuovo brillante dell'erba; l'acqua
tornata cristallina e piena di vita.
Abbiamo corso un rischio talmente grande
che solo a pensarci mi vengono i brividi.
Per avidità, incuria, disprezzo, la nostra
terra ha rischiato di essere come noi:
vecchi senza futuro.
Amo questa nuova generazione. ragazzi di
ogni provenienza che, presa in mano la
situazione,
hanno
imposto
drastici
cambiamenti di rotta.
Idealmente
mano
nella
mano,
hanno
253
marciato compatti strappando i cancri ad
uno ad uno. Qualcuno di loro è caduto in
battaglia: il regno del male non cede il
passo senza fare vittime. Anche a loro
dobbiamo il dono di aria da respirare e
acqua da bere.
Niente più mostri che vomitano merda non
digeribile dal suolo, merda assassina di
piante, di animali. Di uomini.
Ringrazio Dio per il privilegio di aver visto
tutto questo e poterlo raccontare.
Fossi morto temendo il peggio, un futuro
inesistente per i miei figli, sarebbe stata
morte infame.
Il giorno in cui mi spegnerò, immaginerò
quella folla compatta, unita per un bene
comune.
E potrò sorridere, ricordandomi mano nella
mano con loro, sapendo di non aver
vissuto invano...
254
Cenni biografici
Nasco a Mestre, il 21 ottobre 1965.
Venezia è la casa che mi sono scelto.
Ovunque sia, lo è ancora. Perché il mare;
la storia; l’assenza di automobili; i milioni
di facce diverse tra loro.
Nasco con un pallone tra i piedi e una
penna in mano. E quando non dribblo o
cerco un gol, scrivo, scrivo, scrivo…
La maestra mi mandava già alle elementari
a leggere i miei temi alle altre classi di pari
età. Già allora non capivano che scrivevo
per me. “Perché pubblichi, allora?” Ho
maturato la presunzione che sia un mezzo
per incontrarci, capirci e diventare parte di
un’unica, bella cosa.
Non ricordo della prima poesia o racconto,
ma perfettamente della prima canzone. Un
compagno canticchiava tutto il giorno il
ritornello orecchiabile di un pezzo che, non
avendo mai avuto una radio, o un
mangiadischi, non conoscevo. Presi quel
ritornello e ne feci una canzone.
L’aneddoto vuole che lasciai il foglio su cui
l’avevo scritta sul tavolo per lavarmi le
mani prima di cena, intenzionato a farla
255
sentire ai miei una volta finito di mangiare.
Al mio ritorno dal bagno trovai mio padre
col foglio in mano, il quale, comprendendo
dovesse trattarsi di una canzone, provava
a cantarla.
Mi vergognai a morte, strappai il foglio,
prima dalle sue mani, poi a brandelli. La
serata si chiuse con le mie moine verso
mio padre temendo che il giorno dopo non
mi portasse a pesca con lui.
Avevo circa undici anni, ma capii due
lezioni: la prima che della propria
creatività, nemmeno dovesse piacere a
nessuno tranne che a te, non ti devi
vergognare mai: è un dono e tu sei
fortunato. La seconda, elaborata davvero
solo molto tempo dopo, che se ti va di
pescare con me prendimi esattamente
come sono, paturnie incluse, o vai pure da
solo.
Adesso vivo in provincia di Varese, ma non
è mai detto che un posto che non sento
casa mi abbia per sempre.
Ho pubblicato qualche scritto in forma di ebook e un CD musicale, “Volume 1”, che
raccoglie un po’ di ciò che ho scritto
nell’arco di, direi, venticinque anni.
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Ho due bambini meravigliosi, un lavoro che
amo, affetti a non finire, mani che digitano
più che scrivere, ormai, orecchie che
sentono e piedi per schiacciare le foglie
secche in autunno. E ancora la voglia di
godere di ogni singola gioia e di ogni
singolo malanno, che essere vivi, al giorno
d’oggi, è un gran bel privilegio.
Specie se, almeno per me, sento di non
aver ancora esaurito le ragioni per scrivere
dell’altro, se un pallone, purtroppo, ancora
non lo posso maltrattare.
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Appunti di vita - Roberto Mazzuia