SentireAscoltare n°1 – Ottobre 2004
Indice
Speciali………………….3
Devendra & Friends
Pre war or not Pre War?
3
Intervista a Devendra Banhart & Friends
4
La casa dei Nostri Sogni: Intervista alle Coco Rosie 6
Steve Piccolo
Grupo Salvaje
8
13
Monografie…………… 15
The Thrills
Libertines
Kim Hyortoy
15
17
20
Album del mese……...24
Devendra Banhart
Tom Waits
Giant Sand
Daniel Johnston Tribute
Ben Harper
Elliott Smith
R.e.m.
Fatboy Slim
Steve Piccolo
Grupo Salvaje
Altri album…………… 32
Dontcareful
3x0
Bloc Party
Ciccone
Pane
I/o
Miss Kittin
Skyphone
The Juniper Band
Panda Bear
Yuichiro Fujimoto
Electrocute / Dead Combo
Swayzak
Denise James
Nou
Luciano Cilio
Redazione
Edoardo Bridda
Stefano Solventi
Ivano Rebustini
Antonio Puglia
Hanno collaborato a questo numero:
Luca D'Ambrosio
Gianni Avella
Daniele Follero
Michele Saran
Riccardo Maselli
Fabrizio Zampighi
Martino Lorusso
Davide Valenti
Guida spirituale
Live……………………. 41
Adriano Trauber [1966-2004]
Psychic tv
Coco Rosie + Devendra Banhart & The Queens
of Sheeba
Progetto grafico
Roberta Fanti, Karin Andersen, Edoardo Bridda
Rubriche……………….43
Classic Album Revisited: Leonard Cohen
La promiscuità dell’arte contemporanea:
Arte/ non Arte
Copyright ©2004 SentireAscoltare
Tutti i contenuti di questo magazine sono proprietà
dei rispettivi autori
SentireAscoltare n°1 - Ottobre 2004
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Speciali
Devendra Banhart & Friends
di Antonio Puglia e Edoardo Bridda
In occasione del tour di Devendra Banhart e Coco Rosie che ha toccato il nostro Paese per ben cinque volte,
SA si interroga sulla cosiddetta scena pre-war. Chi ne sono protagonisti? Perchè questi artisti vengono
accomunati tra di loro? E poi, si può effettivamente parlare di una vera e propria scena?
Pre-war or not pre-war?
di Antonio Puglia
Ci sono storie che sembrano facili da raccontare. A volte si crede di
poter cogliere il senso, l’essenza più intima e profonda di qualcosa in
un attimo, affidandosi soltanto a pochi indizi, ad intuizioni
immediate. Nel caso di Devendra Banhart, una manciata di canzoni
snocciolate in un anno circa di attività (Oh me, Oh my… / Black
Babies EP) sembravano già aver fornito le giuste coordinate per
incasellare facilmente questo giovane e singolare cantautore nel confuso panorama odierno. Un solitario,
allucinato e visionario artista lo-fi, un freak, ingenuo cantore del proprio mondo interiore; dunque, via
libera ai paragoni (più o meno azzeccati) con i vari Barrett, Bolan, Johnston, M Ward. Etichette di
comodo, ed in un certo senso necessarie: il bisogno di categorizzare a tutti i costi, di sistematizzare un
quid che va ad alterare un panorama conosciuto, è un’operazione logica e naturale, che spesso scatta da
meccanismi inconsci. Allo stesso modo, in concomitanza del fiorire di una produzione più matura del
Nostro (lo stupefacente Rejoicing in the Hands, seguito a ruota da pochi mesi dall’album gemello Nino
Rojo), si sono affacciati sulle scene alcuni musicisti a lui immediatamente accostabili, come Coco Rosie
e Vetiver; a questo punto si è addirittura ipotizzata l’esistenza di una scena, chiamata sintomaticamente
pre-war folk, di cui Devendra sarebbe una sorta di caposcuola, guru mistico, gran maestro di cerimonia.
Il fatto è che, lo si voglia o meno, una scena in qualche modo esiste. O almeno, sembrerebbe così. Gli
artisti in questione non soltanto risultano affini a Banhart per sensibilità e approccio compositivo
(semplicità delle trame sonore, classicità stilistica, naiveté ai limiti dell’infantile), ma sono
effettivamente legati alla sua vicenda artistica ed umana. Devendra ha fatto pienamente parte del
progetto Vetiver sin dagli inizi, intrecciando con il leader Andy Cabic un legame musicale che, pur
nell’apparente diversità tra i due, appare inossidabile. Dal canto loro, le sorelle Sierra e Bianca Casady
condividono con lui non solo l’immaginario, ma anche significative esperienze di vita e di palco. E la
scena potrebbe addirittura allargarsi, se si tiene in considerazione l’estemporaneo progetto Queens of
Sheeba - supergruppo venuto fuori negli ultimi concerti del Nostro - che vede in azione membri di
White Rainbow, Little Wings e YACHT. Ma è pur vero che ognuno di questi musicisti persegue il
proprio progetto autonomamente: basta ascoltare il (bellissimo) debutto dei Vetiver quest’anno per
capire che quelle di Devendra Banhart e Andy Cabic, pur intrecciandosi, restano due entità musicali
distinte; lo stesso si può dire per le Coco Rosie, che gridano la loro indipendenza rivendicando un
approccio del tutto spontaneo e naturale, dichiarandosi affini più ad artisti come Antony & the
Johnsons o ai classici che allo stesso Devendra. Quest’ultimo, per la stessa natura ibrida e personale
della sua musica, sembra voler prepotentemente sfuggire a sistematizzazioni. Ogni uscita del Nostro, sia
essa un disco o uno spettacolo dal vivo, porta sempre nuovi elementi, spesso inaspettati (chi ha avuto
modo di vedere in azione i Queens of Sheeba sa di cosa si sta parlando). Pretendere di poter ricostruire la
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sua storia, la sua personalità a 360° diventa tanto difficile quanto aleatorio. A conti fatti, Pre-war or not
pre-war? Aldilà di (pur legittime) scelte di comodo, sarebbe forse preferibile intendere Devendra
Banhart ed i suoi amici “soltanto” come una delle più belle e promettenti realtà musicali dei nostri tempi.
Senza bisogno di etichette.
Intervista a Devendra Banhart & Friends
di 2004 Antonio Puglia, Edoardo Bridda
Un po’ per caso, un po’ per fortuna, lo scorso 6 Ottobre abbiamo incontrato
Devendra Banhart al Rainbow club di Milano prima del concerto insieme
alle Coco Rosie.
Sono le cinque del pomeriggio, e il nostro uomo si sta preparando per il
soundcheck; ci sono due ragazzi con lui: uno lo riconosciamo, è Andy Cabic dei Vetiver, nascosto da una folta barba, l’altro
è senza maglietta e sembra il più giovane (risulterà essere Adam Forkner dei White Rainbow). Accanto a loro c’è uno
spilungone che, del tutto indifferente, cammina sulle mani e a yoga sulla pista del Rainbow; è a torso nudo ed ha un barbone
che lo fa sembrare un sosia di Will Oldham (nel corso della conversazione scopriremo che si tratta di Kyle Field dei Little
Wings). Devendra e i suoi amici stanno provando un pezzo con le chitarre, l’atmosfera è rilassata e cordiale, sul tavolo c’è
una bottiglia di vino; noi ne approfittiamo per avvicinarci. Lui ci riconosce, si alza in piedi e ci abbraccia, subito dopo ci
presenta agli altri. Gli chiediamo se c’è tempo di far due chiacchiere: lui senza esitare ci invita a sederci con loro, dopo averci
comunque avvisato che non abbiamo molto tempo perché tra poco cominceranno le prove. Tra un tentativo (fallito) di parlare
in spagnolo ed altri convenevoli, poggiamo il registratorino sul tavolo e cominciamo con le domande. Ovviamente siamo
curiosissimi.
Questa sera allora suonerete in trio?
Siamo uno, ma in realtà siamo in cinque! Siamo i “Driftwood Voltron”: io, White Rainbow, YACHT,
Little Wings e Vetiver.
Voltron... il robot! (protagonista di una famosa serie tv di cartoni anni ’80, ndr.)
Si, un robot di legno! Ognuno di noi è un diverso tipo di legname (indicando i compagni, ndr.): lui
(Adam) è il salice, lui (Andy) è “Acadian Driftwood” (relitto acadiano?), LittleWings (Kyle Field) è la
quercia, YACHT (Jona Becktolt, il batterista) è la sequoia, e io sono il sughero.
Sei stato in tour quest’estate?
No, sono stato in vacanza nel sud della Francia, a St.Marie de la Mer, insieme alle Coco Rosie. Abbiamo
fatto grandi nuotate e passeggiate a cavallo e abbiamo visto qualche corrida. Abbiamo anche suonato
insieme, ovviamente.
Dobbiamo intervistare anche loro, dopo di te.
Buon per voi! Dovremmo smettere adesso allora, così potrete intervistarle più a lungo. Credo la loro sia
musica che meriti maggiore attenzione della mia…(sempre modesto il ragazzo, ndr.)
Abbiamo tempo per fare entrambe le interviste!
Bene.
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Parliamo del tuo nuovo disco, Nino Rojo. Sappiamo che è stato registrato durante le stesse session
del precedente. Credo che un po’ tutti si stiano chiedendo perché hai scelto di pubblicare
trentadue canzoni in due dischi diversi…
Perché funzionano l’uno indipendentemente dall’altro, anche se sono collegati tra loro. Il formato che mi
piace di più è il vinile, quindi usciranno presto entrambi in un doppio LP.
L’anno prossimo?
Tra qualche mese. Stasera purtroppo non abbiamo vinili da vendere…
Nel disco c’è una cover, Wake Up Little Sparrow di Ella Jenkins. Cosa puoi dirci di questa artista?
Ha appena vinto un Grammy quest’anno. Ha scritto tantissimi dischi incredibili, è un genio, è
meravigliosa, un angelo del paradiso. Ti consiglio You’ll sing a song and I’ll sing a song. O qualsiasi
altro dei suoi dischi!
E’ musica per bambini, vero?
E’ musica per tutti! Sono per lo più canzoni per bambini da cantare in coro.
Nell’intervista che ci hai concesso la scorsa primavera hai parlato di questo nuovo album come il
figlio del precedente. Cosa significa?
Rejoicing in the hands è l”Imperatrice dorata”, ovvero il sole. E’ la madre. Nino rojo è il figlio rosso, o
il sole rosso (gioca sulla pronuncia sun/son, ndr.)
Ci è sembrato un disco più colorato di Rejoicing…
Si, è più allegro perché le canzoni vengono dalla prospettiva di un bambino.
Si, infatti, come la filastrocca “Little Yellow Spider”…
Esatto! Adam Forkner (lo indica) suona la chitarra in quel pezzo.
Ci è piaciuto moltissimo anche il disco dei Vetiver… Tu ed Andy
suonerete qualcosa insieme stasera?
Si, faremo due nuove canzoni che ha scritto lui, e quattro che
abbiamo scritto insieme.
Tra cui “Crazy Love” (in verità “Amour Fou”, ndr.)?
Sì… ma non è una canzone di Van Morrison! (si riferisce a Crazy
Love da Moondance, 1971)
Nella data di Milano del maggio scorso hai dichiarato, tra le altre cose, la tua ammirazione per
Paolo Conte…
Oh si! “Chk! Chk! It’s wonderful, it’s wonderful, good luck my baby”! (canticchia divertito, ndr.)
Ci sono altri artisti italiani che conosci o apprezzi?
Sì! Fabrizio de Andrè (all’unisono con Andy, ndr.)! Hai qualcuno dei suoi dischi?
Si, certo. E’ un artista molto popolare qui da noi.
Davvero? Ci piace molto quella sua canzone tratta dalla colonna sonora di Big Night… (Andy gli fa
notare che il pezzo a cui si riferisce è in realtà di Matteo Salvatore, ndr.). Ah sì, De Andrè è quello
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dell’”elefante” (si riferisce probabilmente a Giugno ’73, ndr.)… Si, si, ci piacciono molto… E’ merito di
Andy se conosciamo questa musica. E’ roba che cercavamo da un po’ di tempo… E, se questo risponde
alla tua domanda, Amedeo (Pace, ndr.) dei Blonde Redhead è italiano… mi piacciono molto anche loro.
I tuoi live set spesso presentano, insieme agli originali, anche brani dei tuoi artisti preferiti.
(Townes van Zandt, Fred Neil, Neil Young). Faresti mai un disco di sole cover?
Non è un cattiva idea! Potrei farlo… ok, lo farò per te! (ride, ndr.)
Vieni spesso accostato a Daniel Johnston… che rapporto hai con questo artista?
Si, mi piace, conosco qualcosa di suo ma non è tra i miei favoriti… lo sai chi è invece uno che trovo
fantastico? (Si avvicina e sussurra in un orecchio, ndr.) M. Ward !
E di Mark Lanegan cosa ci dici?
E’ ok! Mi piace molto…
Dato che ci siamo, facciamo anche qualche domanda ad Andy sui Vetiver, altrimenti può sembrare
che stiamo parlando soltanto del tuo progetto!
Oh, fate bene! Credo il suo progetto sia quello più importante…(ci risiamo, ndr.)
Non senza averci offerto un bicchiere di vino per un veloce brindisi, Devendra si allontana per il soundcheck, lasciandoci soli
on Andy. Anche se il tempo è pochissimo, questo biondo e timido ragazzo riesce comunque a raccontarci qualcosa. “Il
progetto Vetiver è nato quando mi sono trasferito a San Francisco. Ho cominciato a scrivere le canzoni allora, ma non le
avevo mai registrate o suonate dal vivo. Non volevo fare tutto da solo, così mi sono messo a cercare persone che potessero
aiutarmi a mettere su un progetto.. ed è stato così che ho conosciuto Devendra. Allora ho cominciato a registrare del
materiale, e gradualmente la mia musica ha cominciato a girare come demo agli amici… c’è voluto molto tempo, circa tre
anni… Molte canzoni erano già vecchie di un paio di anni quando sono state registrate… ed è passato un anno prima che
fossero pubblicate”. Alla domanda se ha scritto nuovo materiale, ci risponde con un sorriso modesto, dicendo non essere
prolifico quanto Devendra… E’ tempo di andare e, prima di salutarci, ci ripromettiamo di approfondire il discorso in futuro.
Come ultimissima battuta, Andy ci confessa di essere molto curioso di come reagirà il pubblico al concerto della sera, dato
che sarà una cosa molto diversa da tutto quello fatto finora sia dai Vetiver che da Devendra. Noi sentiamo di doverci fidare…
La Casa dei Nostri Sogni - Intervista alle Coco Rosie
di Edoardo Bridda, Antonio Puglia
Finito il concerto al Rainbow, ci incontriamo finalmente con le Coco Rosie sul tetto
del locale per l’intervista concordata. Intuiamo subito che la faccenda sarà più breve
del previsto: le ragazze sono stanche, il loro aereo ha portato ritardo (causa
principale dello slittamento del nostro incontro, previsto per il pomeriggio) e pare
abbiano avuto dei disguidi che non vogliono svelare. Forse il pubblico non le ha
soddisfatte, forse è solo una giornata un po' particolare. Sierra, la mora, è più affabile, ti guarda dritto negli occhi e ha
qualcosa di affettuoso e materno; Bianca, la castana dal viso di fanciulla, sembra leggermente lunatica. Dopo un inizio un po’
freddo, in cui apprendiamo che lo pseudonimo Coco Rosie ricalca i loro soprannomi da bambine, la conversazione si scioglie
quando chiediamo come hanno conosciuto Devendra Banhart. Risponde una divertita Bianca: "Abbiamo abitato porta a porta
per anni senza mai conoscerci! Ai tempi in cui Devendra si era trasferito dal Venezuela nel canyon dell'Encinal noi eravamo
dietro l'angolo, eppure non ci siamo incontrati fino a un paio di anni fa in Francia". Quando si dice il destino… Adesso che
l’atmosfera è più rilassata, proviamo a parlare di qualcosa di più concreto.
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La vostra musica si basa su di un approccio molto innocente, quasi infantile; certe melodie e l’uso
di giocattoli come strumenti musicali lasciano pochi dubbi in proposito. E’ stato frutto del caso o
era una cosa che avevate già in mente da tempo?
Beh, diciamo che è stata la cosa più naturale che siamo riuscite a fare quando abbiamo iniziato a suonare
insieme. Abbiamo voluto mantenere un approccio che non snaturasse quello che siamo.
Le atmosfere che rievocate sono state assimilate, per sonorità ed ascendenze, a quelle di Devendra
e Vetiver. C’è stato chi ha parlato, in tal senso, di musica pre-war. Quanto vi riconoscete in questa
definizione?
Non possiamo negare che la maggior parte della musica che ci ha influenzato provenga dal passato, ma
quello che noi facciamo, lo facciamo qui e adesso. Noi siamo quello che vogliamo esprimere, e
apparteniamo al nostro tempo. Non ci interessano questo tipo di discorsi.. preferiamo continuare a fare
musica in maniera naturale, come abbiamo fatto sinora, senza pensare troppo alle categorie.
Vi sentite comunque parte di una scena insieme agli artisti con cui avete suonato stasera?
E’ molto bello fare questa parte del nostro tour insieme ai ragazzi…ci sono profonde affinità tra di noi.
Ma non ci piace cristallizzarci in un genere preciso. Diciamo che siamo soltanto persone che suonano
insieme perché spinte da stimoli comuni, e che continueremo a lavorare insieme finché ci divertiremo a
farlo!
Ci sono dei temi particolari da cui attingete per le vostre liriche?
Ci interessa l'intimità, la sfera degli affetti. Ci piace raccontare storie che possono essere espresse sia in
prima che in terza persona.
Niente temi sociali dunque...
Generalmente no, si tratta di storie personali… anche se c’è una canzone del nostro disco (Lyla, ndr.) che
parla di una prostituta dell'Est a Parigi, che potrebbe essere letta anche in questo modo. Di solito
preferiamo esprimere quello che abbiamo dentro, osservare il mondo di ogni giorno con lo sguardo
domestico di chi sta fuori della vita alienante di tutti i giorni.
Nella vostra musica abbiamo avvertito un’interessante commistione tra Europa (lirismo melodico
francese à la Piaf) ed America (soprattutto nell’impostazione musicale tra folk, gospel e spiritual).
Come sensibilità, vi sentite più europee od americane?
Sinceramente non abbiamo mai pensato alla nostra musica in questi termini… ma credo che sia piuttosto
naturale. In fondo siamo americane che vivono in Francia. Certo, Edith Piaf è stata uno dei nostri ascolti
preferiti di sempre, ma ci sentiamo molto lontane dalla sua prospettiva musicale e di vita. E’ stata una
donna profondamente diversa da noi… Se invece c’è qualcuno a cui ci sentiamo particolarmente affini,
quello è Antony (dei Johnsons, ndr.).
Sappiamo infatti che il mese prossimo dividerete la seconda parte del tour europeo…
Si, ma sfortunatamente non toccheremo l’Italia…E’ un peccato, perché Antony è semplicemente
straordinario. Il suo disco ci ha letteralmente ossessionate…
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Steve Piccolo
di Antonio Puglia
Musicista di avanguardia jazz nei Lounge Lizards, autore di tormentoni pop anni ’80 (Self Control di Raf),
produttore di glorie dell’indie nostrano (Massimo Volume), docente di progettazione sonora all’Accademia
Carrara di Bergamo, infine protagonista di spedizioni sonore tra osservazione e ricerca (l’ultimo Expedition
insieme a Gak Sato e Luca Gemma). Ma chi è veramente Steve Piccolo? Ce lo siamo fatti raccontare
direttamente da lui nel corso di un appassionato ed esaustivo scambio di e-mail.
Steve Piccolo racconta Steve Piccolo
di Antonio Puglia
Qual è l’idea dietro il progetto “Expedition”?
Stavo cercando un modo di mettere il mio lavoro in diretto contatto con
il mondo e con la vita. Ripercorrevo le invenzioni sonore del ventesimo
secolo, pensando al ruolo dei rumori, ai suoni concreti, al famoso
paesaggio sonoro. Sentivo che la musica aveva perso qualcosa della sua
capacità di rappresentare, ridotta a poco più di una semplice colonna
sonora, un arredamento acustico o un bene di consumo. Senza
generalizzare, soltanto per me stesso, volevo ‘rifondare’ l’approccio ad
essa.Ho cominciato col contestualizzare alcuni brani musicali suonati dal
vivo dentro un racconto variabile, che poteva essere costruito per
un’occasione, un luogo, una ricorrenza, un particolare incontro tra
musicisti, poeti, attori, ecc. Siccome nei miei testi tendo a rielaborare
ossessivamente gli stessi temi da anni, trovare un filo rosso non era difficile.
La narrazione che faceva da contenitore per il concerto e per tutti gli interventi possibili, all’inizio, si
basava su episodi trovati nei “Diari segreti” di Bruce Chatwin; dicevamo di essere in comunicazione
con il suo spirito, che ci aveva dettato i suoi diari postumi. Così giocando, potevo inventare cose assurde,
attribuendole tutte al povero Chatwin! Immediatamente ho capito che la trovata era buona: potevo
proporre musica anche abbastanza avventurosa senza ‘perdere’ il pubblico. Il racconto dava
all’ascoltatore la possibilità di godere di suoni che forse non avrebbe apprezzato al di fuori di quel
contesto.
Com’è nata la collaborazione con Gak Sato e Luca Gemma?
Luca Gemma faceva parte dei primi concerti di questo tipo, più di cinque anni fa, quando abbiamo
deciso di sviluppare il progetto in coppia. Due voci che cantano e narrano, senza un vero gruppo: i suoni
‘mancanti’ potevano provenire da ospiti o dall’ambiente.
I nostri spettacoli si sono evoluti, siamo passati da Chatwin a un lungo pezzo narrato sull’idea del
pericolo. Ad un certo punto ci siamo trovati con un gruppo di 12 musicisti sul palco: due batteristi, tre
chitarre, tante voci. Manuel Agnelli, Emidio Clementi, ma anche jazzisti come Nino Locatelli e
Filippo Monico, Cristiano Calcagnile. Bellissimo, ma ingombrante. Erano, comunque, le prime
“Expedition” (29 gennaio 1999, CS Leoncavallo, Milano).
Nel frattempo abbiamo conosciuto Gak Sato. Ho lavorato un po’ sul suo disco Tangram, e ho capito
che invece di suonare con quella folla di gente potevo semplicemente lavorare con lui e Luca. Gak è
capace di gestire suoni ambientali, loop, tracce ritmiche, percussioni, e alcuni strumenti molto
interessanti (il theremin, per esempio). Mi ha insegnato ad usare nuovi programmi per plasmare i suoni
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registrati in giro. A questo punto il mio desiderio di creare musica che avesse un diretto rapporto con il
mondo e con la vita sembrava raggiungibile. L’uso non soltanto di incontri con persone ma anche di
suoni locali - magari trovati in workshop con studenti o altri - dava un nuovo senso al rito del concerto.
La narrazione sottolineava il senso di partecipazione, esplicitando certi aspetti dei suoni.
Chi altro è stato coinvolto nella realizzazione del disco?
Sul pezzo ‘Return of the Stray Man’ il grande Painè ha inventato una base ritmica. Su ‘TransRussian
Lecture’ si sente la voce di Nathalie Du Pasquier per la frase in francese. La copertina e il libretto
(bellissimi) sono l’opera di Luca Pancrazzi, rinomato artista visivo e anche parte del gruppo DE-ABC
(con me e Gak). Con DE-ABC promuoviamo iniziative in cui arte e suono si mescolano (in modo
interessante spero); per esempio, abbiamo costruito cabine d’ascolto da mettere in giro per la città di
Milano, e fatto installazioni per musei (Palazzo delle Papesse a Siena) e gallerie.
In “Expedition” mi è sembrato di trovare elementi sia di musica per film che di musica da viaggio
(mi riferisco in particolare a certe atmosfere evocate ed al frequente uso di field recordings). Che
tipo di paesaggi sonori avevate in mente?
Hai ragione che a volte (anche dal vivo) c’è un certo “effetto cinema”. E’ affascinante il rapporto tra
narrazione e suono nella cinematografia, ma è comunque un linguaggio che ormai tutti conoscono.Con i
soundscape senza immagini cerchiamo di capire qualcosa del nostro mondo ascoltandolo, o comunque di
suggerire un ascolto più attento. Dicevo spesso che la nostra musica poteva essere ascoltata con un
walkman, in giro per il mondo, ma usando un auricolare solo, lasciando un orecchio aperto per i suoni
ambientali. Difficilmente le persone si fermano per ascoltare l’ambiente. Questa mancanza di
apprezzamento o di atteggiamento critico nei confronti dei suoni del mondo si riflette in una certa
incapacità di capire e apprezzare la musica contemporanea in generale… manca una cultura di vero
ascolto. La ‘musica’ è onnipresente, un vero bombardamento, ma nessuno ci fa caso. L’introduzione dei
rumori all’interno della musica sembra agire come una specie di vaccino, improvvisamente l’ascoltatore
si sveglia, sente la musica e sente anche il paesaggio sonoro. Prima non stava ascoltando nessuno dei
due. Quando funziona è fantastico, uno stato di alterazione. Ma non è facile, ci vuole un equilibrio
perfetto, una certa ambiguità in cui non si capisce dove la musica finisce e il rumore comincia, o
addirittura non si capisce quali suoni vengono dal palco e quali suoni vengono dal mondo.
Il jazz (unito ad un certo blues metropolitano) continua ad essere una componente fondamentale
della tua musica. In che modo credi che questo linguaggio musicale possa adattarsi ai nostri tempi
e, se possibile, raccontarli?
Più che un linguaggio, ormai per me il jazz rappresenta un approccio, un modo di toccare lo strumento,
di interagire con altri musicisti e altri suoni, di lasciare che i pezzi emergano da una pratica di
improvvisazione. Comunque le categorie hanno lo stesso destino delle ‘razze’… metissage totale. La
cosa bella è che in molti casi riescono a conservare la propria vitalità, o addirittura di aumentarla. Se il
blues può adattarsi ai nostri tempi? Credo proprio di sì… basta guardare MTV! Tutto quel bel R&B
viene direttamente dal blues. Anche il rap, hip hop… non è altro che talkin’ blues. L’evoluzione sta nei
suoni, nella tecnologia, nei vestiti, e soprattutto nella base ritmica. Secondo Gak, dal suono della batteria
si può quasi sempre capire non solo in che decennio, ma in che anno un disco è stato fatto.
Molte tracce dell’album hanno come tema preponderante il viaggio, inteso per lo più come
“deriva” da un posto all’altro (penso, per esempio, a “Transrussian Lecture”). Credi che l’essere
apolide, il non avere un preciso punto di riferimento - sia geografico che culturale -sia una
condizione ormai stabile dell’uomo dei nostri giorni?
Il viaggio è forse l’allegoria più vecchia del mondo. Era naturale adoperarla per rendere esplicito il
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nostro desiderio di entrare in contatto con gli abitanti dei posti dove andavamo per suonare. Comincio a
credere che lo spazio della spedizione – un viaggio di osservazione, esplorazione, studio – può diventare
una dimensione alternativa rispetto al triste paradosso di essere contemporaneamente sempre più
globalizzati e sempre più provinciali. Nella spedizione hai la gioia di conoscere realtà molto radicate, ma
allo stesso tempo sei libero di viverle senza conflitti d’identità. Hai mai pensato al fatto che quasi tutte le
musiche vitali del mondo hanno radici geo-specifiche? Motown, Seattle, Bristol, Brazil, il reggae. Se
hanno tempo per crescere localmente, con produzione, distribuzione e consumo locali, diventano grandi
e non muoiono piu. Purtroppo la rapida mercificazione di un’industria avida, controllata da pochi giganti
multinazionali, spesso uccide questi movimenti prematuramente. Noi cerchiamo di ricreare lo stesso
spirito, anche se non abbiamo una nostra identità locale. In fondo non è l’appartenenza che conta, è
l’approccio. L’approccio di jazz o di hip-hop (quello vero) è aperto ad ogni contaminazione. Per questo
dicevo che quando il jazz diventa un linguaggio codificato non mi interessa più.
La domanda è: possiamo ricreare la spontaneità che cresce localmente senza essere locali? Io credo di sì:
basta non farsi mercificare fino a perdere completamente la propria identità.
Abiti a Milano ormai da qualche anno… quanto è naturale per un newyorchese vivere in una delle
più grandi metropoli italiane? Guardando alcuni scatti del servizio promozionale mentre si ascolta
il disco, sembra quasi ci sia un filo che unisce la tua sensibilità musicale a questi luoghi… i suoni, i
colori, gli odori, le atmosfere della metropoli…
Forse ho già risposto qui sopra… non sento di appartenere a nessuna città, veramente. Però non ho dubbi
di appartenere alla ‘città’, nel senso generale del termine: certamente non appartengo alla campagna!
Almeno per adesso, la cultura si sviluppa dove c’è gente. E poi la musica, per me, non è un’attività
solitaria, anche se passo tante ore da solo nello studio concentrato sul lavoro. Ma per combinare qualcosa
di buono devo lavorare con tante altre persone, progetti diversi che si mescolano…
Una piccola curiosità…: nel disco troviamo anche una rilettura di “A day in the life” dei Beatles.
Potresti spiegarci il perché di questa scelta?
Nei primi concerti dell’Expedition usavo molto i giornali. Il palco era tappezzato di quotidiani, anche il
teatro, e leggevamo notizie. Giornali rigorosamente locali, ovviamente. Era un altro modo di lasciare il
rumore del mondo infiltrarsi nello spettacolo. A Day in the Life è un cut-up di notizie, una deriva urbana.
Corrisponde quasi perfettamente alla mia idea di canzone.
Sei spesso coinvolto in progetti ed eventi a carattere multimediale. Oltre all’aspetto musicale, in
quale misura ti interessa quello visuale?
Errare humanum est… l’abuso della parola multimediale mi rende triste. Non avrebbe mai dovuto
entrare nel lessico artistico. Una presentazione di un rappresentante industriale può essere
multimediale… ma l’arte lo è sempre stata, senza nessun bisogno di questo termine! Un vaso greco con
una decorazione dipinta è già multimediale…
Quanto all’uso di materiale visivo durante gli spettacoli, usare i video durante un concerto spesso crea un
grosso problema. Le immagini rischiano di diventare tappezzeria visiva, così come la musica diventa
mero commento. Le due cose invece devono nascere insieme, da un’idea che rende necessario l’uso di
entrambe le tecniche. La stessa cosa vale per la mescolanza di poesia o letteratura con la musica.
Credo che oggi ci sia un fraintendimento diffuso del significato del termine (molto di moda) “sinestesia”.
Continuo a sentire parlare di un coinvolgimento di tutti i sensi, che ben presto porta a un bombardamento
multimediale di tutti i nostri poveri organi di percezione. Invece l’idea, credo, sarebbe di evocare una
sensazione in uno dei nostri sensi attraverso un altro. Esempio banale: lo stimolo visivo di un quadro che
raffigura fiori può suggerire all’olfatto il profumo dei fiori stessi. Ormai, quando collaboro con artisti
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visivi, cerchiamo di creare qualcosa di organico: il video può avere una colonna sonora, una mostra di
quadri può avere dei suoni nella galleria, un happening può essere fatto con tutti i media possibili
contemporaneamente. Lavoro con tanti artisti su progetti diversi. Ma non sono multimediali!
Le tue prime esperienze artistiche in Italia sono state come autore di musica leggera… un
ambiente musicale molto differente da quello dei Lounge Lizards. Che ricordo conservi di quelle
esperienze di venti anni fa?
La fama di essere (sebbene un po’ per caso) co-autore di un brano che ha venduto tantissimi dischi negli
anni ‘80 mi ha creato qualche problema al livello di identità ‘pubblica’. Purtroppo l’industria vuole
sempre metterci dentro categorie… Sono sempre stato affascinato dal piccolo meccanismo magico della
canzone. Una buona canzone è un gioiello di sinestesia, una forma di comunicazione potentissima e
universale. Il rapporto parole-musica è un grande mistero: coinvolge contemporaneamente i due emisferi
del cervello in un gioco che ti dà anche un piacere fisico.Quindi per me è stato molto naturale volermi
infiltrare nel mondo della musica pop: puoi imparare tante cose là dentro.
Un’esperienza che doveva essere una missione quasi di turismo culturale è diventata, invece, con il
megasuccesso di Self Control, un lavoro. Se hai scritto il pezzo numero uno in classifica ti chiamano
tutti! Ho lavorato molto in Italia, ma anche in California, a Londra, a Parigi…
Dopo qualche anno mi sono reso conto che non avevo più tempo per fare la musica che mi piaceva.
Verso il 1987 sono tornato a NY e ho cercato di svuotare i banchi della memoria. Ho dovuto ricostruire
la mia vita, in un certo senso. Per fortuna i soldi dei lavori pop mi hanno permesso di prendere qualche
anno di tempo per ritrovare la mia identità.
Sei stato il produttore di “Da qui” dei Massimo Volume e ti abbiamo recentemente visto ospite in
“Stanza 218” degli El Muniria di Emidio Clementi. Com’è nata la vostra amicizia?
Una sera di qualche anno fa, si sono presentati a casa mia a Milano due pallidi sconosciuti, Emidio
Clementi e Egle Sommacal. Si sono seduti sul divano e molto grevemente mi hanno chiesto se avevo
voglia di ascoltare i due CD che avevano già pubblicato, per pensare a una collaborazione futura. Avevo
paura fosse l’ennesimo gruppetto pop con tanti tatuaggi e poche idee. Poi ho visto che un pezzo (bello) si
chiamava Il Primo Dio, dal libro di Emanuel Carnevali (che ho amato molto). Ho ascoltato il CD. E ho
deciso di lavorare con loro… Hanno avuto un grande impatto sulla scena italiana, in un certo senso, ma
purtroppo questo non basta per tenere in vita un gruppo, con i tempi che corrono. Comunque mi piace
molto anche El Muniria.
Cosa ti piace dell’attuale scena musicale italiana?
Ultimamente ho sentito alcune autoproduzioni interessanti… tanti musicisti hanno capito che il futuro
della musica non è nelle case discografiche, neanche nei cd, ma nella ricerca, nello scambio, in nuovi
modi per presentare e diffondere le opere. Qualche nome? A Cesena gli Aidoru, a Latina i Neo, o i
progetti di persone come Lo Brusci (Timet), che da anni fa musica stimolante fuori dagli schemi del
business. Poi musicisti come Vincenzo Vasi, Mirko Sabatini, Walter Prati, che vivono in un mondo fatto
di improv, jazz, elettronica, contaminazioni varie. In ambito più ‘colto’, mi piace il gruppo Alter Ego,
con Francesco Dillon al violoncello. Solo per citare alcuni.
Credo che ci sia un grande pubblico di curiosi, persone che amano sentire cose nuove. Stranamente non
esiste nessuna programmazione nei locali o nei festival per questo pubblico.
In generale, quali sono gli ascolti che ultimamente ti hanno più appassionato?
Vuoi proprio farmi riempire il sito? Difficile essere breve, faccio un sample dei dischi sul tavolo…
Erykah Badu, Roswell Rudd/Mali-cool, Xenakis, Harry Partch, Gordon Mumma, Alison Knowles,
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Cornelius, Sonny Rollins Alfie soundtrack, Elliott Sharp “Velocity of Hue”, il Codice Montpellier,
Isidore Isou, Sun Ra, Baobab Orchestra, Ravi Shankar…
A che tipo di progetti ti dedicherai dopo “Expedition”?
Forse è arrivato il momento per separare, di nuovo, la ricerca sulla canzone da tutto il resto. Adesso ho
voglia di fare un concerto e un CD di soli brani vocali con gli strumenti al minimo, e anche un progetto
senza parole, senza canzoni, usando improv e elettronica. Sono già programmati, poi, progetti con DEABC (un grande installazione sul ruolo del suono nella propaganda) e con alcuni artisti visivi.
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Grupo Salvaje
di Luca D'Ambrosio
Grupo Salvaje, ovvero: la dimostrazione di come oggi - a cinquant’anni dalla nascita del rock’n’roll - si
possa essere “alternativi” partendo semplicemente da Elvis Presley, tirando dritto per la strada maestra,
passando per Leonard Cohen e Bob Dylan, fino a lambire quei territori tanto cari a Kurt Wagner e Mark
Lanegan. Con l’uscita di “In Black We Trust”, abbiamo fatto due chiacchiere con Ernesto González, voce e
chitarra della formazione spagnola.
The Band in Black
di Luca D'Ambrosio
Grupo Salvaje, ovvero: la dimostrazione di come oggi - a
cinquant’anni dalla nascita del rock’n’roll - si possa essere
“alternativi” partendo semplicemente da Elvis Presley, tirando dritto
per la strada maestra, passando per Leonard Cohen e Bob Dylan,
fino a lambire quei territori tanto cari a Kurt Wagner e Mark
Lanegan. Un viaggio, vivo e pulsante, che esordisce a Madrid e che vede coinvolti cinque personaggi
abbagliati dall’America dei perdenti, quella cantata da Johnny Cash e raffigurata da Sam Peckinpah.
Non a caso due sono i riferimenti della formazione madrilena: il titolo dell’album, In Black We Trust, e
il nome della band, Grupo Salvaje, tratto dal film The Wild Bunch. Un percorso musicale che si agita tra
le pieghe del soul-country e le tiepide oscurità di un rock classico e moderato; equilibri armonici che, in
talune occasioni, sembrano mescolare torpore e stralunata malinconia. Una band che si imbratta di nero,
simbolo di intimità e silenzio, nobiltà ed eleganza, ma che spesso diventa immagine di dolore e
malvagità. Grupo Salvaje, ovvero: la prova evidente di come oggi la cultura rock abbia assunto un
carattere ed un valore universale. Da New York a Madrid, nel bene e nel male.
Intervista
di Luca D'Ambrosio
Ernesto, quale disco porti nel cuore?
Nessun disco, ma una canzone, “Ghost Town” degli Specials.
Cosa stai ascoltando ultimamente?
Una cosa passata da un po’, Cuckooland di Robert Wyatt.
In Black We Trust sembra uscito da quell’America che noi tutti amiamo. Come siete arrivati a fare
un disco del genere, soprattutto in Spagna?
Non lo sappiamo, suppongo che sia stato l’amore di cui parli. Amiamo la musica americana e la cultura
rock’n’roll, ed è molto difficile capire per noi dove finisca l’America che amiamo e dove inizi quella che
“odiamo”, anche perché in quella che amiamo c’è comunque molta merda. Non so come riusciamo a fare
canzoni così in Spagna. Prima del Grupo Salvaje avevo un’altra band, The Privata Idaho. Spain is Pain
è il titolo del loro ultimo album. Quel sentimento è ancora vivo nel Grupo Salvaje.
Pensi che il rock sia ormai una cultura universale e non più strettamente americana o inglese?
Sì, certo!
Una cultura per pochi fortunati o per pochi sfigati?
Per pochi fortunati. Siamo persone fortunate per il fatto che siamo (tu e noi) pronti ad assaporare il
rock’n’roll. Gli altri sono sfortunati, non noi, tu sai…
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Spassoso il video di "Elvis, Love Us!". Ti senti proprio come lui?
No. Ci interessa il suo modo di cantare e di esibirsi. Ci interessa capire come sia diventato un mito... la
sua vita, la sua morte, questo ci interessa di lui, nient’altro!
Le vostre canzoni parlano di dolore, amore, religione e inquietudine. Cose semplici e comuni.
Argomenti che, in fin dei conti, appartengono a tutta l’umanità…
Vero. Argomenti che, purtroppo, sembrano comuni a tutti noi. Diciamo purtroppo, perché se la gente
pensasse un po’ di più a queste cose non ci sarebbero guerre o religioni. Comunque ciò che vorremmo
provocassero i testi delle nostre canzoni sono reazioni politiche e sociali, come fece il rock‘n’roll negli
anni ‘60 e ‘70. Oggi il rock non è più in grado di cambiare la società. E la colpa è delle persone coinvolte
soltanto nel business.
Nome del gruppo e titolo dell’album sono dei chiari riferimenti alla tua formazione culturale. Non
vi sentite fuori moda?
Sì, certo. Siamo completamente fuori moda. Solo David Bowie è in grado di seguire la moda e fare cose
interessanti quando si parla di rock. Il nome del gruppo, come saprai, è un omaggio a Sam Peckinpah e
ai personaggi di "The Wild Bunch" del 1969: Pike Bishop, Angel, Mapache… Probabilmente il western
più bello che sia stato mai girato. Un tempo aprivamo le nostre performances con il primo sermone del
predicatore, sai quando la banda di Pike arriva al villaggio dove avverrà lo scontro...
C'è un po' di confusione su quando sia nato il Grupo Salvaje...
Vero. Siamo nati nel 2001, ma non chiedermi la data esatta.
Per quanto riguarda la formazione?
Siamo sempre gli stessi, anche se al Fib, il Festival Internacional de Benicassim 2004, con noi c'erano
Gonzalo Incàn all'organo e al piano e Abel Hernandez dei Migala alla chitarra e alle tastiere. Non
sappiamo però se Gonzalo e Abel entreranno a far parte della band. Tocca a loro decidere.
So che non è facile da spiegare, ma cosa occorre per scrivere una canzone?
Molto difficile da spiegare, già… Beh, servono una chitarra acustica a 12 corde, un pezzo di carta e una
parte d’amore. Sì, perché se non abbiamo amore non abbiamo nulla. Credo che l’amore sia la cosa più
importante della vita. Possiamo vivere senza genitori, senza soldi, senza casa, ma senza amore non si
vive.
Vi vedremo in Italia?
Non sarà facile. Nella primavera del 2003 avevamo in programma tre date nel vostro Paese, ma alla fine
non ci è stato possibile venire, perché lavoriamo tutti dal lunedì al venerdì…
Nel tuo cassetto ci sono altre canzoni?
Sì. Penso che il prossimo album uscirà nel 2005. Inoltre vorremmo registrare un mini album di cover.
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Monografie
The Thrills
di Edoardo Bridda
Dall'ingenuo folk pop in odor di Byrds, Beach Boys e Neil Young di So Much For The City al sensuale e
limato pop-rock d’annata del nuovo Let's Bottle Bohemia: i Thrills mettono tra parentesi il sole della
California di Brian Wilson e zompano sinuosi nei Settanta con l’aiuto del suo vecchio compare Van Dyke
Parks.
Dublino/California sola andata
di Edoardo Bridda
Sarà forse merito di Morrissey, che li ha voluti come supporter di
un suo concerto alla Royal Albert Hall; o forse del mercato stesso,
che ha loro consentito di occupare tempestivamente una cella nel
mosaico rétro che ha contaminato - e tutt'ora contamina – le charts
di quest’inizio di millennio; o - non da ultimo - sarà anche merito
della Virgin e dei passaggi a sua emittenza MTV, se questi giovanissimi dublinesi si sono piazzati
direttamente all'attenzione dei media nel 2003. Eppure i Thrills di Conor Deasy, già forti di un
indiscusso successo di pubblico, si sono anche fatti amicizie importanti e insospettabili, in barba alle
perplessità della critica specializzata e ai detrattori. Peter Buck dei R.E.M. e Van Dyke Parks,
l'arrangiatore di Brian Wilson, prendono da sempre le difese del gruppo noncuranti dei giudizi, anche
pesanti, che vengono rivolti alla band da entrambe le parti dell'Atlantico. E non c'è da meravigliarsi: i
ragazzi di Dublino, come appaiono nel loro debutto discografico So Much For The City, suonano un
pop smaltato di caramella folk California d'annata, con la benedizione dei più ovvi padrini: Beach Boys
nelle armonizzazioni vocali, Byrds per le atmosfere, CSN per le svirgolate country, il Dylan delle
Highway per l'uso dell'hammond. Insomma i soliti noti, confezionati in una formula sempreverde e,
proprio per questo, non esente da una certa stucchevolezza. Le cose non si fanno più facili con le liriche:
tutta estasi ed esaltazione dello Stato più mitizzato (e sputtanato) del globo, quello di Mr. Olimpia,
Schwarzy l'austriaco. E se comunque l'oggetto del desiderio non sono le spiagge di Baywatch ma località
quali il Big Sur e Santa Cruz, descritte nel più bucolico dei modi ed opportunamente utilizzate per
titolare anche i singoli di maggior successo, esse non sono di certo da meno in quanto a stereotipi.
Eppure queste due laccate e trasognate canzoni country pop convincono e, indubbiamente, il bubblegum
melodico è prodotto nel più raffinato e ricercato dei modi, unendo semplicità e un'estetica rétro
meticolosamente riesumata. Tuttavia, come direbbe il nostro Bugo, il cosmo ha un suo ciclo, e i singoli e
quel sound così riconoscibile che li contraddistingue saturano ben presto il mercato. Così è sempre stato
e così sempre sarà: l'exploit degli irlandesi rischia di durare il tempo di un soffio nel vento per poi fare,
magari tra dieci o vent'anni, la gioia dei collezionisti e dei critici più spelucchini. Passato di continuo per
ogni media, da NME a Top of the Pops in giù, il brivido Thrills rischia già a pochi mesi dall’uscita
dell’albo di cadere nel dimenticatoio, tanto che in un mercato ipercinetico e incerto come quello attuale il
piccolo mito sembra ormai tramontato da tempo immemore. E invece non è trascorso neppure un anno
dal debutto e, per non rischiare l'autoparodia e/o una probabile stroncatura incrociata da parte della
stampa internazionale, i Nostri (e il loro esperto staff) meditano di cambiare rotta e naturalmente di
battere il ferro di una popolarità sfuggente, prima che si raffreddi del tutto. Per Let's Bottle Bohemia, in
uscita il 20 settembre, non cambia niente se non per un (a Noi) consueto teletrasporto. Fuori il country e
tantomeno i sapori californiani, dentro un pop pianistico e ottimista, appena venato di nostalgia e
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arrangiato in modo più leggiadro. Lo sguardo è verso i Settanta, decennio che i Nostri, grazie al
patrocinio di Parks, reinterpretano in modo (sembra) più naturale, evitando così di scomodare i soliti
sospetti. Sarà anche in questo caso una bolla di sapone?
So Much For The City (Virgin, 2003)
di Edoardo Bridda
Volati in prima classe da Dublino a S. Diego per una vacanza di quattro mesi in vista di registrare quello che sarà il loro
debutto discografico, questi cinque ragazzi capitanati dal belloccio e versatile cantante/leader Conor Deasy devono aver avuto
le idee chiare sulle canzoni che andavano a comporre. Fin troppo diciamo noi, visti i risultati scaturiti da quelle session
bagnate dal sole. L'impianto melodico, memore tanto del Beach Boy Brian Wilson quanto dei Beatles, gli arrangiamenti
perfettamente ripescati e tirati a lucido dagli anni d'oro della costa occidentale tra il Dylan delle Highway, il Crosby acidulo
dei Byrds, lo Young bucolico dei CSNY, sono tutti elementi compressi in 11 brani ottimamente arrangiati, tra agresti midtempos e (tante) ballate per pomicioni d'altri tempi al ballo scolastico, ognuno congegnato per avere una sua personalità e,
aggiungiamo, ognuno debole a modo suo. A dispetto del loro nome, i Thrills non danno i brividi: Santa Cruz You're Not That
Far, il caramelloso singolo apripista, si ricorda più per la sua ostinata ricerca d'immaginario californiano che per l'effettiva
bontà della melodia, mentre brani come Don't Steal Our Sun (più marziale e beatlesiana) rivelano oltremodo i difetti
dell'eccessivo uso di una formula, sì vivace e variegata, ma irrimediabilmente ed eccessivamente stucchevole, ingessata in una
ricerca passatista che finisce per diventare involontariamente parodistica. Tra melasse al ralenti (Deckcharis and Cigarettes),
carie dentarie (Old Friends New Lovers, Hollywood Kiss), anonimati pop (Just Travelling Through), scherzi country-rock
(Say It Ain't So) e ruffiane ballate dylaniane (la conclusiva 'til The Tide Creeps In), il brano migliore è sicuramente il singolo
Big Sur, l'unico dove melodia e arrangiamento raggiungono una perfetta fusione. Splendido, a tal proposito, l'intro cosmico
per synth (raro esempio d'aggiornamento del folk lisergico del Crosby dei Byrds), azzeccata la melodia col suo andamento
scanzonato, semplici ma efficaci le partiture per banjo e hammond. Se si mette da parte questa soddisfacente parentesi, So
Much For The City, una volta neutralizzati gli effetti speciali che vorrebbero mascherare alcuni brani in modo da farli
sembrare diversi da come sono (i prodigi arrangiativi non fanno sempre miracoli), soffre nella scrittura in sè e, pur piacevole
ad un ascolto distratto, non c'è alchimia al mondo che lo possa salvare da una stroncatura. (4.9/10)
Let's Bottle Bohemia (Virgin, 2004)
di Edoardo Bridda
Parafrasando il ritornello del primo singolo tratto dal loro secondo album viene proprio da chiederselo: Whatever happened,
my friends? Cos'è successo ai Thrills? Dove sono finiti quegli ingenui ragazzi innamorati dei Beach Boys? Dove sono andati
a finire i maglioni di lana Aran e le Kilkenny? Nel video che accompagna Whatever Happened to Corey Haine, il leader
Conor Deasy, al centro della scena, è un belloccio dandy ottimista fintamente trasandato, noncurante di una serie di
vicissitudini hippy che gli capitano attorno. Un gruppo di giovani – prevalentemente fresche ragazzine - si baciano, giocano,
si dipingono il corpo e ballano; l’estetica è quella della California di fine ’60, ma l’aria uggiosa è quella di Dublino. Il gruppo
suona un pop scintillante che non si vergogna di giocare con gli archi (periodo Bee Gees e Rocky 1): la voce del cantante in
primo piano, il pianoforte a accompagnare la melodia, che in questa come in quasi tutte le altre canzoni soppianta nella
costruzione dei riff di chitarra e slide. Dunque, dal country-folk di So Much For The City si passa al pop dei Settanta, con
l’ineffabile zampino di alcuni professionisti dell’industria musicale. E non c’è che dire: Dave Sardy (produttore di Marilyn
Manson e Johnny Cash), Mr Van Dyke Parks (l’arrangiatore preferito da Brian Wilson, presente in The Irish Keep GateCrashing), e infine Peter Buck (ospite in Faded Beauty Queens) hanno svolto un lavoro egregio, vestendo le liriche di un
Deasy più maturo con un classico flavour americano, senza che questo porti l’ascoltatore alla facile citazione. Tell Me
Something I Don't Know, che gioca inizialmente su un crudo riff garagista, si trasforma in una ballata mid-tempo con almeno
un paio di cambi di ritmo (e qui l'effetto speciale, di mascherare l'insicurezza come in passato, aggiunge invece sale
all'impasto); stesso discorso per il leggiadro piglio scanzonato di Faded Beauty Queens, con il chitarrista dei R.E.M. a
aggiungere un prezioso contributo al mandolino; You Can't Fool Old Friends With, con sottile gioco straniante del synth korg,
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punta sulla più genuina delle soluzioni calcando sul ritornello; Found My Rosebud trasforma il rock degli Who in lucido pop;
Rev Not For All The Love in the World presenta persino la caramella fiabesca dei Mercury Rev. Le risacche country del
debutto sono solo un lontano ricordo e con un Deasy che si destreggia a mo di Rod Stewart meno epico ma più
(ostentatamente) sensuale, i brani di Let's Bottle Bohemia (originariamente noto con l'ironico working title di Let's Battle
Insomnia) scorrono senza intoppi e cadute di tono. A fronte di arrangiamenti superlativi, quest'album possiede la spina dorsale
che mancava al precedente. Per cui: dopati o no, non importa: i Thrills vincono le olimpiadi del pop. (6.8/10)
Discografia trattata
So Much For The City (Virgin, 2003)
Santa Cruz (You're Not That Far) / Big Sur / Don't Steal Our Sun / Deckchairs and Cigarettes . / One Horse Town
/ Old Friends, New Lovers / 1 Say It Ain't So / Hollywood Kids / Just Traveling Through / Your Love Is Like Las
Vegas / Til the Tide Creeps In
Let's Bottle Bohemia (Virgin, 2004)
Tell Me Something I Don't Know/ Faded Beauty Queens / Whatever Happened To Corey Haim? /
Saturday Night / Not For All The Love In The World / Our Wasted Lives / You Can't Fool Old Friends
With Limousines / Found My Rosebud / The Curse Of Comfort / The Irish Keep Gate-Crashing / A City Of
Long Nights (Hidden track)
The Libertines
di Antonio Puglia e Edoardo Bridda
Se nel panorama odierno c’è una band balzata agli onori della cronaca più per dissidi interni che per il
verbo musicale da essa divulgato, è senz’altro quella di Carl Barat e Pete Doherty. Parliamo dei Libertines,
ovvero di come i vecchi cliché del rock’n’roll lifestyle sono, oggi più che mai, duri a morire.
London’s (still) burning
di Antonio Puglia
La storia recente dei Libertines ricorda più la biografia non autorizzata di
un travagliato gruppo rock dei ’70 che l’avventura di uno dei tanti
gruppuscoli odierni, magari contenti soltanto di salire sul carro del rock and
roll revival e di guadagnare la copertina del magazine di turno. Le peripezie
del membro fondatore Pete Doherty, tra vicende giudiziarie, ricoveri in
cliniche disintossicanti, improvvisi abbandoni ed infingardi colpi di coda (il
progetto alternativo/antagonista Babyshambles) sembrano riportarci ai bei
tempi in cui un musicista, se non sfasciava le camere d’albergo e non finiva sotto arresto ogni due
settimane, non poteva essere considerato una rockstar degna di quel titolo. Eppure i Libertines sono stati
(anche) altro. Alla luce del palliduccio ritorno di questi giorni, sembrano lontani i tempi di Up the
Bracket, in cui i ragazzi londinesi mostravano di essere la vera alternativa al monopolio targato Strokes
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rivelandosi capaci di saper coniugare lo stesso verbo di Casablancas & co. in idioma britannico, alla
maniera di Kinks e Clash per intenderci. Un gruppo dalla scrittura sicura e dall’identità ben precisa, per
quanto palesemente derivativo; un po’ come i - mai abbastanza – celebrati Jam di Paul Weller, con la
differenza di non poter far affidamento su dinamiche di gruppo tanto stabili nel tempo da lasciare segni
più tangibili di un esordio promettente. Almeno finora…
Le ultime vicende legate ai Nostri - probabile conseguenza dello hype spasmodico che si crea
sistematicamente intorno ad ogni next big thing – mostrano quanto una certa estetica rock, basata sulla
trasgressione ad ogni costo e sull’autodistruzione, sia non solo dura a morire ma si sia perfino adattata ai
nostri tempi. Fenomeni come l’ascesa e la (apparente) caduta dei Libertines si spiegano facilmente,
specialmente quando – come in U.K. - c’è tutto un sistema mediatico che appoggia ed incoraggia
implicitamente certi comportamenti, considerati ancora scandalosi dall’etica vigente, ma accettati da chi
conosce le regole del gioco. E così stili di vita che trenta anni fa erano rottura, adesso sono norma; in
virtù di questo, fanno e faranno discutere sempre di più rispetto alla musica in sé. Proprio quello che è
capitato ai Libertines, che in fondo sono solo quattro ragazzi che, fedeli alla lezione dei loro maestri
Strummer e Jones, ci hanno ricordato che London’s (still) burning.
Up the bracket (Rough Trade, 2002)
di Antonio Puglia
1996, Bethnal Green, East End londinese, due giovanissimi squatter, i chitarristi Carl Barat e Pete Doherty, decidono di
unire le forze per scrivere assieme delle canzoni. 2001, assestata la line-up con l’arrivo di John Hassal e Gary Powell, la
band è al completo. Un demo spedito alla leggendaria Rough Trade e di lì a poco un contratto coi fiocchi. La prima uscita, il
singolo What a waster (prodotto da Bernard Butler), li mette in luce agli occhi della stampa specializzata. Molti occhi sono
puntati sulla giovane band certi di aver individuato nei quattro la risposta britannica agli Strokes. E in effetti i Libertines
consolidano la crescente reputazione facendo da supporter proprio al gruppo newyorkese; in aggiunta, trovano un padrino di
eccezione addirittura nell’ex Clash Mick Jones, che scorge subito il potenziale iconoclasta dei ragazzi e si offre come
produttore del loro disco d’esordio. Sullo scorcio del 2002 esce così l’acclamato Up the bracket, che consacra i Libertines
come l’ennesima next big thing. Aldilà dell’inevitabile clamore mediatico che accompagna uscite del genere, questo album
mostra come i londinesi, servendosi del canovaccio offerto dall’inflazionato suono new-garage di inizio millenno, abbiano
saputo trovare un linguaggio personale attingendo dalla tradizione musicale britannica. In una successione quasi didascalica,
melodie in odore di Beatles si innestano nelle maglie di inevitabili boogie di marca Stooges (Vertigo, Death on the Stairs),
sentori wave-pop di scuola Smiths e primissimi Cure collidono con lo sferragliare metallico delle chitarre elettriche
(Horrorshow, Time for Heroes), la lezione dei Kinks – talvolta filtrata da quella dei Jam – viene efficacemente ripresa in
azzeccate filastrocche elettro-acustiche (l’hit single Boys in the Band, Tell the King, Radio America); a caratterizzare il tutto,
l’attitudine punk’n’roll dei Clash (più che evidente nella title track, in The Boy Looked at Johnny e I Get Along), che informa
di sé anche le rallentate e “pop” Begging e The Good Old Days Rock. La riuscita unione tra sensibilità melodica britannica e
furore di esecuzione rende Up the Bracket un disco equilibrato, scorrevole e coerente nel suo svolgimento. Difficile
immaginare per i Libertines un debutto migliore. (6,8/10)
The Libertines (Universal, 2004)
di Edoardo Bridda
Divenuti lo zimbello di quella stessa stampa che li aveva tanto esaltati nel 2002, i Libertines riescono a dare alle stampe
l'atteso sequel del fortunato debutto Up The Bracket soltanto oggi, dopo due anni di innumerevoli traversie. The Libertines,
seconda prova dal titolo omonimo che dovrebbe calcare l'accento sulla rinascita del gruppo dopo l'estromissione di Doherty
per i consueti problemi di droga (si veda pertanto l'eloquente copertina che specula proprio su questo aspetto) e l’ingresso
nella major Universal, è tuttavia un album che mette in luce le difficoltà della band nel trovare una direzione, o comunque nel
sintetizzare le buone intuizioni punk'n'roll in cui l'ex Clash Mick Jones aveva tanto creduto. Pur rimanendo sul filo di una
certa godibilità (frutto senz'altro di mani sapienti in cabina di regia), in sostanza manca sicurezza nella scrittura, altalenante
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specie se confrontata a quella dell'esordio; pertanto brani sbilenchi ed ironici come Don't be shy, sberleffo Stones di fine
settanta, l'attacco Cramps di Arbeit Macht Frei, il glam nervoso di Campaign Of Hate e il punk-blues di The Saga ricordano
più l'ennesima garage band di turno col pilota automatico inserito che i Libertines di un tempo. Migliori, ma neppure di molto,
gli emul-Doors di Road To Ruin, il doo-wop di What Katie e - perché no - la traccia à la Kinks Narcisst, anche se a salvare
realmente il galeone dal naufragio ci pensano brani melodici come What Became Of The Likely Lads e The Ha Ha Wall (che
non avrebbero sfigurato sull'esordio), The Man Who Would Be King e Last Post On The Bugle; forse infine il migliore
episodio è proprio il singolo Can't Stand Me Now, in virtù soprattutto di astuti inserimenti rock'n'roll nella struttura portante
del brano. L'esibizione dal vivo del gruppo all'Indipendent Days Festival di Bologna lo scorso settembre non ha fatto altro
che confermare le impressioni qui evidenziate: Carl Barat e soci faticano a carburare, complice anche la difficoltà ad inserirsi
nell'amalgama del nuovo arrivato Anthony Rossomando. Sicuramente questo è un periodo di transizione per la band
londinese, evidentemente ancora alla ricerca di nuovi equilibri e di una identità stabile. Di certo non va dimenticato, senza
tanti giri di parole, che i Libertines non saranno mai i nuovi Clash, semmai una credibile risposta agli Strokes (che a loro volta
non saranno mai i nuovi Velvet Underground o i nuovi Television); tolti i riferimenti sacrali e le sentenze premature su chi
farà la storia e chi non la farà, le perplessità rimangono, ma la sufficienza è assicurata. (6.0/10)
Discografia trattata
Up the bracket (Rough Trade, 2002)
Vertigo / Death on the Stairs / Horrorshow / Time for Heroes / Boys in the Band / Radio America / Up the
Bracket / Tell the King / The Boy Looked at Johnny / Begging / The Good Old Days / I Get Along
The Libertines (Universal, 2004)
Can't Stand Me Now / Last Post On The Bugle / Don't Be Shy / The Man Who Would Be King / Music When The
Lights Go / Narcissist / The Ha Ha Wall / Arbeit Macht Frei / Campaign Of Hate / What Katie Did / Tomblands /
The SagaRoad To Ruin / What Became Of The Likely Lads
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Kim Hiorthøy
di Edoardo Bridda
Una sensibilità intima, domestica, quotidiana. Folk che si fa musica elettronica e viceversa. Racconti che
suonano senza bisogno di parole. Quadretti color pastello e field recordings, feste in casa tra amici e
pomeriggi in cameretta, Aphex Twin e i Kings of Convenience. Eccovi Kim Hiorthøy.
Il lato intimo dell’elettronica
di Edoardo Bridda
Noto negli ambienti di arte grafica come autore delle copertine di
Motorpsycho e dei musicisti di etichette quali la Smalltown
Supersound e la Rune Grammofon, Kim Hiorthøy, timido e ossuto
trentenne nato a Trondheim nel nord della Norvegia, è un ragazzo
tutt'altro che statico. Poliedrico e iper-produttivo sin dalla metà degli anni novanta, l'artista è attivo in
molteplici campi: oltre al design si occupa anche di regia e scrittura e, non da ultimo, si è cimentato con
la musica elettronica e concreta destando l’attenzione della critica.
Accostato a nomi legati alla scena IDM per l'uso di timbri analogici e ritmi pastello, Hiorthøy è stato
paragonato all'Aphex Twin ambientale di Selected Ambient Works II e I Care Because You Do;
quest’illustre influenza/infatuazione gli ha permesso di ottenere ampi riscontri a livello internazionale sin
dal 2000, data di pubblicazione dell'esordio discografico Hei. Benché l'approccio fanciullesco di
Hiorthøy permetta l’accostamento al genio della Cornovaglia, la sua arte timida rileva da subito un
carattere più mite e per nulla vertiginoso, diurno più che notturno, alla ricerca di semplicità più che di
desolazione, proiettato nella dimensione quotidiana più che in quella metafisica.
Non sorprende che nelle influenze musicali del Nostro compaia perciò il nitore della musica nipponica,
weltanshaung intrisa di tinte anche forti, ma compresa in figure minute e ordinate; come non desta
stupore nemmeno la vicinanza alla scena che alcuni critici cominciano a chiamare nu folk tronica,
ovvero quel genere strumentale che vira le sonorità della scuola Warp inizio novanta verso forme più
sensibili e emotive.
Four Tet amabilmente prima e Arovane propriamente dopo - e in un certo senso Milosh - potrebbero
essere alcuni punti di riferimento per comprendere la musica di Hiorthøy: un suono casalingo che si
avvale dell'uso di macchine analogiche e di teneri motivi fanciulleschi, lontano dalle fascinazioni
metalliche e acquatiche, dall'intellighenzia glitch, dalle logorroiche ricerche di errori software, fruscii e
reiterazioni sonore.
Suoni più o meno organizzati, talvolta solamente concreti (come nel caso di For The Ladies), sempre
home-made, casalinghi per bisogno ma anche per attitudine, alla ricerca di un mezzo espressivo che si
lascia alle spalle il significante più vicino al concetto di modernità e progresso kraftwerkiano.
Musica portatile come stile di vita, o meglio archivio sonoro portato a spasso per gli ambienti del vivere,
magari dimenticato in un angolo con il tasto play (non volevi dire rec?) in funzione, o magari spento.
Oppure dispensa di idee e spunti da proporre agli amici, per anche ballarci sopra …ma senza esagerare
(si ascolti Live Shet).
La musica di Hiorthøy, per certi versi una versione elettronica della sensibilità dei Kings Of
Convenience(anch'essi norvegesi, ma di Bergen), rivela quanto di questi tempi l'esplorazione sonora si
leghi alla semplicità e quindi costituisca la confidente preferita per esprimere, senza l’ausilio delle
parole, il valore della quotidianità.
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Hei (Smalltown Supersound, 2000)
di Edoardo Bridda
Benché non propriamente in linea con le tendenze glitch ed electro-clash che di lì a poco si faranno largo nel mercato
elettronico, Hei, prima prova dell’artista norvegese, viene felicemente accolta dalle riviste di musica specializzata. Su basi
drill (drum)’n’bass, ma molto più frequentemente attraverso i breakbeat amati dal genio della Cornovaglia, il norvegese
costruisce con gusto, come piccoli bonsai, timidi brani umorali e alcune composizioni più ritmate che trasformano gli scenari
danzerecci della techno (come dell’house come della drum’n’bass) in giocosi quadretti dalle tinte pastello.
Il suono, fanciullesco e a volte autunnale, svela una sensibilità legata in ugual misura sia all’orientale che all’occidentale; in
questa chiave, suoni acquatici (Politiska Dikten Återvänder, Teckningar Och Folk) e compostezze zen si mescolano all’uso
svagatamene cameristico di strumenti acustici quali pianoforte, viola, violino e chitarra (un percorso che non sarà estraneo ai
Sack Und Blumm e a molta nu elettronica tedesca). Hiorthøy possiede un occhio di riguardo per la musica giavanese (il
gamelan per l'utilizzo di timbri acquatici) ma non tralascia altresì l’impronta techno detroitiana (le tastiere in Torture
Happiness) e i suoni concreti (i dialoghi di Politiska Dikten Återvänder, le risate e le fischiettate di Giving And Talking Book
e i piatti di Teckningar Och Folk); questi ultimi, benché in questa sede poco utilizzati, mettono a fuoco una weltanshauug a
tratti infantile (Den Fula Skogen Bakom Köket) ma fondamentalmente domestica, giocosa, nitida e composta (Juli).
Caratteristica dell’artista è la reticenza a svelare i propri sentimenti: l’intimo svolgersi degli affetti domestici è di fatti
catturato nella sua essenza eminentemente descrittiva, l’ideale contraltare a una natura silenziosa e invernale osservata dalla
finestra di casa o dal finestrino di un’automobile (Hänger Långsamt I Luften, 12, Hip Hop Is A Way Of Life), oppure, come
accade in divertite rivisitazioni di brani house (Giving And Talking Book è di fatto una versione ambient lo-fi di When I Fell
In Love), la risacca flemmatica di mattine seguenti a feste danzerecce.
Hei non raggiunge le vette di I Care Because You Do (Aphex Twin, 1995) e il paragone in sé non sarebbe neppure corretto;
piuttosto rappresenta una buona collezione di acquerelli sonori, un albo folk nell’era di un’umanità che attraverso l’elettronica
riscopre se stessa, senza bisogno di parole. (6.8/10)
Melke (Smalltown Supersound, 2002)
di Edoardo Bridda
A due anni dall’esordio discografico Kim Hiorthøy si riaffaccia sul mercato con Melke, licenziato secondo prassi dalla fida
Smalltown Supersound. Il sound di questa seconda prova riprende sostanzialmente le coordinate di Hei: percussioni
acquatiche (Det blev fel), carillon (Nu kommer Cathrine inn, hon lutar sig mot dörrposten) e in generale quel fare lo-fi
moderatamente svagato che tanto era piaciuto nel precedente lavoro con un piglio maggiormente attento alle ritmiche
(drillate/tichettate/triturate) e agli inserti concreti.
Come se non bastasse, per aggiungere varietà e togliere ogni dubbio di snobismo, sono presenti brani che puntano tanto
sull’italian house (le tastiere à la Black Box di Going down - ostete jantemix) quanto sulla drum’and’bass à la Aphex Twin
(Nu kommer Cathrine inn, hon lutar sig mot dörrposten), tanto sul piglio giocoso dei Daft Punk (As If) quanto su una sorta di
techno per bambini (Ready 4 love - fattigmannsremix).
Sul versante più caratteristico del Nostro, Melke riscopre ambienti già battuti ma li profuma di jazz (Doktor Watson-trikset), li
dilata in soffici malinconie (i dieci minuti di Evil House, Evil Day), li farcisce di suoni concreti che, ogni tanto, li collocano in
secondo piano (in Ting som virker il protagonista è il parlato bofonchiato una ragazza). Apice di questa poetica, il brano On
sun day, dove il musicista mescola un lamento di tromba a sofisticati giochi percussivi e ammalianti melodie circolari a suoni
eterei.
In Melke, album più vario e maturo del suo predecessore, Hiorthøy mette maggiormente a fuoco una formula personale,
superando il limite della descrizione sensoria in favore di una ricerca maggiormente incentrata sugli stati d’animo. (7.0/10)
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Live Shet (Smalltown Supersound, 5 maggio, 2004)
di Edoardo Bridda
Questa singolare uscita è una sorta di "the best" di alcuni dj set dell’artista. L’accento è posto maggiormente sui breakbeat e
non mancano le citazioni di brani altrui, pratica a cui Kim ci ha abituato già ai tempi di Hei.
L’atmosfera è quella di una festa in casa tra birre, fumo di sigarette e chiacchiere divertite, come nel caso dell’iniziale
Untitled 1, un breakbeat al sapor di Boards Of Canada, oppure, nella seguente Untitled 2, happy techno giocata sopra a
sonorità orbital-iane.
Presenti, al solito, gli inserti concreti, le intermissioni repentine di dialoghi sornioni, risate, botti, e i sample ritmici, qui
chiaramente più sostenuti allo stesso modo dell’uso delle tastiere. Su tutto divertono i richiami alla discografia amata dal
norvegese: dai Cure di Close To Me (Untitled 2) al synth pop (Untitled 4), dal Richard D. James prima maniera (Untiled 5)
al balearic sound ibizenco (Untitled 6). Un album non fondamentale ma senz’altro divertente ed appropriato nel contesto in
cui è inserito. (6.5/10)
Hopeness EP (Smalltown Supersound, 17 maggio, 2004)
di Edoardo Bridda
Il dato che si evince dall'ascolto di quest'ep è la qualità di scrittura che Hiorthøy ha maturato nei tre anni che lo separano dal
precedente lavoro (Melke). I brani di Hopeness, pur conservando la caratteristica timida e garbata che aveva contraddistinto
la firma dell'autore fin dall'esordio, acquistano in compostezza "classica" grazie a partiture più elaborate, senza comunque
perdere in naturalezza. Il norvegese non abbandona i propri riferimenti consueti - il breakbeat, le soluzioni drill, la
predilezione per i timbri acquatici, la techno e la compostezza del piccolo ensemble da camera - bensì li elabora in una nuova
e più raffinata sintesi personale che soltanto in alcuni punti pecca di manierismo (rischio tuttavia accettabile, vista la qualità
complessiva del lavoro).
Tra i brani perfettamente riusciti vi è sicuramente Mandarinerna, la traccia in apertura nonché la composizione più
classicheggiante del Nostro. Forte di una alternanza sobria e composta tra un tema e uno svolgimento, il brano si caratterizza,
nostalgico e leggiadro, sull'intreccio di un fraseggio liquido e un paio di pianole che si alternano tra loro con gli oramai
consueti ritmi aphextwin-iani sullo sfondo. Di sicuro pregio il brano successivo, Soliga Dagens Slappiga Trosor, che gioca
più sornionamente sul proliferare di suoni tastieristici/vibrafonici e su una sezione ritmica caratterizzata da sibili e
interferenze (i glitch); a cadenzare, un contrappunto di contrabbasso opportunamente samplizzato che colora la composizione
di un jazz aleatorio alla maniera dei Tortoise.
Ancora una volta la principale fonte d'ispirazione di Hiorthøy sono le melodie mutuate dai carillon (il vibrafono di Alt Maste
Bli Annorlunda), assieme a quell'urgenza citazionista che fa capolino ogni tanto e che in questa sede lo porta, ancora una volta
(e amabilmente), a pensare ai Cure (la cadenza ritmica di You Know The Score)
Soltanto negli ultimi due brani è possibile scorgere una maniera forse troppo indulgente (la stessa You Know The Score che
dura oltre i dieci minuti) e forse, alla luce del lavoro precedente, un po' di monotonia (l'ennesimo carillon raffazzonato di Ek
Bok Tistel Apple).
D'altronde Hiorthøy non penserà mica di continuare così all'infinito, vero? (6.0/10)
For The Ladies (Smalltown Supersound, 12 luglio 2004)
di Edoardo Bridda
Se fino a ora Hiorthøy aveva scelto di svelare e svelarsi al mondo attraverso ritmi e melodie, in quest’album il musicista
decide di liberare gli inserti concreti lasciando che siano essi stessi a comunicare (o semplicemente a stare) al posto della
musica.
For The Ladies è un album di registrazioni sul campo (ovvero di field recording attorno a casa del norvegese) e silenzi
cageiani, che sembra voler riecheggiare l’esistenzialismo di Wenders o l’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni. Ed è
forse in questa chiave, inserendo le telecamere alle orecchie, che un temporale inciso da un garage (o da una cantina) acquista
una dimensione aleatoria, una melodia in francese di pochi secondi catturata furtivamente imprime una sensazione o un aereo
che passa a bassa quota interroga sul nulla.
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Sembra non vi sia un piano in tutto questo, nessuna logica e nessun perché, specie se tra un inserto acustico e l’altro vi sono
casuali minuti di silenzio, e soprattutto quando è lo stesso Hiorthøy a dimenticare di togliere un frammento di nastro con i
sibili e suoni di quando si maneggia un registratore portatile.
Enigma su enigma è poi il titolo: For The Ladies, per le donne. A quali donne si riferirà Kim? Anche questo forse un
riferimento antonioniano? Sentire o ascoltare? A voi la scelta... (n.c.)
Discografia trattata
Hei (Smalltown Supersound, 2000)
Politiska Dikten Återvänder / Forskjellige Gode Ting / Den Fula Skogen Bakom Köket / Torture Happiness / Jag
Finns Inte Mer / Juli / Teckningar Och Folk / Det Vigsenkallelige Veddet Som Er Gjort / Giving & Taking Book /
Det Skulle Vigsenkallelige Veddet Som Er Gjort Og Makten TÅ Tilgi / Hängar Långsamt I Luften / Untitled / Hip
Hop Is A Way Of Life / Han Brydde Sig Inte Om Att Stiga Upp, Hela Dagen Lät Han Nya Bilder Och Funderingar
Komma Och Visste Inte Alls Vem Han Var. Det Var En Fridfull Och Mycket Spännande Dag
Melke (Smalltown Supersound, 2002)
Door Opens Both Ways / Doktor Watson-Trikset / Evil House, Evil Day / Ting Som Virker / On Sunday / Det Blev
Fel / Ready 4 Love Fattigmannsremix / As If / Sane / Tak / Going Down Ostete Jantemix / Nu Kommer Cahtrine Inn,
Hon Lutar Sig Mot Dörrposten / Ä ppelträd
Live Shet (Smalltown Supersound, 5 maggio, 2004
Track 1 / Track 2 / Track 3 / Track 4 / Track 5 / Track 6
Hopeness EP (Smalltown Supersound, 17 maggio, 2004)
Mandarinerna / Soliga Dagens Släppiga Trosor / Alt Måste Bli Anorlunda / You Know The Score / Ek, Bok, Tistel,
Äpple
For The Ladies (Smalltown Supersound, 12 luglio 2004)
01 - 10. Untitled
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ALBUM DEL MESE
Devendra Banhart - Nino Rojo (XL/Self, 2004)
Wake Up, Little Sparrow / Ay Mama / We All Know / Little Yellow Spider / A Ribbon / At the Hop / My Ships / Noah / Sister
/ Water May Walk / Hourseheadedfleshwizard / An Island / Be Kind / Owl Eyes / The Good Red Road / Electric heart
Ad appena cinque mesi dall’ottimo Rejoicing In The Hands, il giovane Devendra non molla la presa e ritorna, in barba al
marketing ed ai tradizionali meccanismi di promozione, con questo Nino Rojo. Del resto, le canzoni dei due dischi risalgono
alle medesime session (trentadue pezzi in due settimane, niente male!), quindi potremmo a ben ragione parlare del secondo
volume di un doppio album mancato (in formato cd, a dire il vero: il doppio vinile sarà presto messo in commercio). E’
d'altronde lo stesso Devendra a suggerirci una differenza più sostanziale che formale tra le due parti: se Rejoicing era
l’”Imperatrice dorata” - la madre - che si limita ad osservare e commentare, Nino Rojo - il “bimbo rosso” - è la curiosità, la
creatività e l’esuberanza che muovono all’esplorazione delle cose. Quella che potrebbe apparire come una bizzarra
spiegazione in giustificazione di una singolare strategia commerciale, si rivela, ascoltato il nuovo lavoro, più che mai fondata.
Un disco più terreno ed intimo, stupito di tanta magia a cui pare essersi appena approssimato.Non inferiore, ma in un certo
senso propedeutico al precedente, come la rincorsa sta al decollo. Stilisticamente le novità sono poche, cambiano semmai i
colori, la luce che pervade il tutto. Nient’altro che Devendra, dunque, lo stesso che conoscevamo (o no?), a mostrarci la
propria visione del mondo con l’innocenza sciroccata e sapiente di un bambino antico. Intonando filastrocche (l’iniziale e
programmatica Wake Up, Little Sparrow, cover dell’idolatrata Ella Jenkins), affidandosi ad arrangiamenti più variegati (il
fingerpicking ossessivo e il flauto ipnotico nella tesa Horseheadedfleshwizard, oppure i languori di harmonium su arpeggio
solare – con Andy dei Vetiver - nella dolcissima At The Hop), talora abbandonandosi a veri e propri divertissement (come in
We All Know, o quando sfarfalla la grazia misteriosa di un homunculus ebbro in Little Yellow Spider).
Qui il folk procede per bozzetti e sussulti (nell’emozionante semplicità di An Island – rintocchi di plettro sulla paletta – e
nello scazzo spampanato pervaso di Giamaica di The good red road, o come in Noah, dove il piano e un coro madreperlaceo
– una Coco Rosie? – si adagiano nel grembo d’un valzer Will Oldham).
Qui il jazz spira come una brezza trasversale (le vibrazioni Buckley - padre o figlio, fate voi - di My Ships, lo swing legnoso
e straccione della già citata We all know, il mood trasognato tra slittamenti di corde, opacità Vincent Gallo e mestizia Nick
Drake di A Ribbon). Qui il blues aleggia come una memoria insidiosa (nel lamento magnetico di Ay Mama, tra i chiaroscuri
di Sister – fingerpicking nodoso - e nell’impellente Be Kind – tra i sussulti sixties di armonica, piano e riccioli di chitarra fino
alla conclusiva dissolvenza in bianco).
Una strategia di piccoli passi, slittamenti minimi, spinte impercettibili che allargano i confini di genere, aprendoci pian piano
le porte di una dimensione poetica sempre più profonda e strutturata. Entrare nell’universo di questo ragazzo è una continua
scoperta. Uguale a sé stesso, ma sempre diverso, è come se egli ci svelasse di volta in volta un lato di quel diamante
sfaccettato che è la sua essenza artistica, che non ha forma, né luogo, né un tempo preciso. In questo senso il “messaggio” di
Devendra sembra essere il suo stesso esistere in quanto distorsione stilistico/temporale, tenera anomalia di passaggio sulle
cose. In fondo questo stralunato menestrello non è così enigmatico…è soltanto come sceglie di apparirci, sta a noi cogliere la
sua essenza, carpendola dai suoi suggerimenti. (8,1/10)
Antonio Puglia e Stefano Solventi
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Tom Waits - Real Gone (Anti, 2004)
Top of the Hill / Hoist That Rag / Sins of My Father / Shake It / Don’t Go Into That Barn / How’s It Gonna End / Metropolitan
Glide / Dead and Lovely / Circus / Trampled Rose / Green Grass / Baby Gonna Leave Me / Clang Boom Steam. / Make It Rain /
Day After Tomorrow. The human face of war / Chick A Boom (hidden track)
L'uomo è indiscutibile. Uno che si è regalato e ci ha regalato abissi di mestizia e decadenza e allegria invelenita. Uno intimo
di poeti e puttane, registi e pagliacci, marciapiedi e whiskey. Uno capace di governare con scellerata disinvoltura blues, jazz,
swing e rock, di flirtare col rumore e disarticolare le forme, di blandirci con gli Small Changes e i Rain Dogs, di seviziarci coi
Bone Machine e gli Swordfishtrombones, d'istigarci con gli Heartattack and Wine e i Frank’s Wild Years. Di tornare
ultracinquantenne splendido fiabesco fosco indipendente con un album dalla compiuta, allibente, straordinaria modernità
(Mule Variations). Di vivere una vita defilata, sobria, vera. L'uomo, dicevo, è indiscutibile.
Riguardo al qui presente disco, direi che:
- per la generosità di 74 minuti e passa suddivisi tra 15 tracce più una;
- per la cocciutaggine di mulo con cui tira le fila dei dischi passati senza negarsi il procedere;
- per la lucida coerenza, la graffiante asciuttezza, la qualità come minimo degna della scrittura, l'interpretazione ovviamente
intensa;
- per come sa far balenare a un tempo il tumido arcaicismo dell'ultimo Bob Dylan e le scellerate trasfigurazioni dei primi
Blues Explosion;
- per quel suono da stanza traslocata, da vuoto che si riempie all’improvviso;
- per la chitarra elastica e fibrosa, per il banjo astruso, per gli odori e i dolori portati in dote dal rientrante Marc Ribot;
- per un figlio (Casey) che (forse) è pazzo come il padre;
- per quei blues trafitti dai tropici, per la follia che infebbra gli errebì, per l'agra mestizia dei folk;
- per i peccati e i cavalli ciechi, per i coltelli e il tabacco, per Dog Street e l'Hush Hotel, per il rossetto sul vetro e l'occhio
buono di Roy Orbison, per gli orangutango e le pistole tatuate, per Caino, Abele e una Ford del '49, per Mike Tyson e Gesù di
Nazareth;
- in particolare, per come il reggae e il blues si avvinghiano e stemperano finché non sai più dove termina uno e inizia l’altro
in Sins of My Father, lunga e dolorosa come un funerale;
- per l’aria da James Brown sotto formalina nel laboratorio d’un pazzo risuscitatore di non-morti in Metropolitan Glide (le
corde slabbrate, le percussioni come il timbro del buio, Casey che strapazza il giradischi);
- per il Leonard Cohen nella danza in filigrana di Dead And Lovely;
- per quel vento di melodia che spazza la pioggerella dal cuore in Trampled Rose;
- per il rock ingoiato e vomitato come pillola ruvida di Baby Gonna Leave Me;
- per come Day After Tomorrow c’insegna la differenza tra un semplice dopodomani e un giorno dopo domani, quello che
tutti vorremmo (dovremmo) aspettare;
per tutto questo e per altro ancora, questo disco segue l'uomo con una certa scioltezza, lo rappresenta credibilmente qui e ora,
come e quanto gli immediati predecessori (Alice e Bloodmoney) a dir la verità non riuscivano. Aggiunge forse poco alla
vicenda artistica di Waits, ma quel poco è la netta sensazione di una senilità indomita, irascibile e appassionata. Mi sembra
abbastanza. (7,3/10)
Stefano Solventi
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Giant Sand - Is All Over The Map (Thrill Jockey/Wide, 2004)
Classico / NYC of time / Remote / Flying around the sun with remarkable speed / Cracklin water / Rag / Muss / Drab / Fool / Les
forçats innocents / Napoli / Hood (View from a Heidelburg hotel) / A classico reprise / Anarchistic bolshevistic cowboy bundle /
Ploy
Ma il gigante di sabbia non si era dissolto nella tormenta? Quel magico (o Calexico) desertico cuor di leone non aveva smesso
di pulsare un paio di anni orsono a suon di strampalate cover? Era stato lo stesso Gelb a dichiarare, come uno schiaffo
all'improvviso, l’estinzione del gruppo dopo quello stravagante ma non indispensabile Cover Magazine, dimettendo un
progetto non esattamente nel più convenzionale dei modi, considerati anche i vent’anni di onorata carriera.
Probabilmente l’impossibilità di poter contare su due vecchi/giovani compagni di avventure quali Covertino e Burns, ora
impegnati a tempo pieno nei Calexico, aveva convinto l’uomo dalle camice di flanella impolverate a dare forfait; e anche se i
Giant Sand erano certamente Howe stesso, il cantautore, oramai legato quel nome a un progetto allargato, aveva preferito
cogliere quell’occasione per rimettersi in gioco. E altrochè se lo ha fatto! Negli ultimi due anni, iniziando a firmarsi da solo il
ragazzone di Tucson ha pubblicato all’impazzata album “ufficiali” (The Listener) e specie di auto-bootleg, riesumato vecchi
progetti (The Band Of Blanky Ranquette) e attivato collaborazioni (Nada). Tutto a suo modo, tra dilettantismo e
professionismo, tra tradizione e distrazione, amnesia e sorpresa e quindi, non c’è una logica né premeditazione se altrettanto
repentinamente uscirà nei negozi un nuovo album targato Giant Sand… Non è il caso di stupirsi troppo: Howe è un tenero
pazzoide, non sai bene se più saggio o sbruffone, geniale o sciroccato, di quelli senza casa ovunque ma con la casa sempre nel
cuore, al punto da battezzare Ow Ohm (da pronunciarsi "Howe home") la propria minuscola, sgangherata etichetta. Una
discografia in via di progressivo frastagliamento si prospetta dunque all’orizzonte e questo Is All Over The Map si posiziona
proprio nel mezzo: tra gli excursus a tutto tondo dei "vecchi" Giant Sand e gli alambiccamenti in solitario di The Listener, tra
l'esotismo delle periferie sperdute e l'intimismo inderogabile, la brezza calda del deserto e gli agresti odori della Costa
Azzurra. Tra il richiamo forte, ai limiti del baldanzoso del cinerama country-rock-blues-jazz, e le flebili vicissitudini d'un
cuore malato di nostalgia esistenziale. Parafrasando Paolo Conte, qui è tutto raffazzonato, ma da professionisti. La band che
accompagna Gelb è la stessa già incontrata in The Listener: validi strumentisti danesi quali Anders Pedersen, Thoger T. Lund
e Peter Dombernowsky (contrabbasso, lapsteel, batteria, percussioni, mandolino.) che, assieme alla comparsata di amici quali
Vic Chesnutt (perverso cerimoniere in A Classico Reprise), l'ottima Scout Niblett (già al lavoro con Jason Molina, qui nel
nevrastenico country punk di Remote) e John Parish, rendono il disco musicalmente piuttosto godibile, per metà sporco e
energico e per l’altra arioso e trasognato, vivo e vivace. La magia del cantautore, intatta, sta ancora una volta nel sapersi
circondare di approssimazioni efficacissime, d’accostare timbri apparentemente inadeguati (la storta acidità dell'assolo a
squarciare la brumosa tenerezza folk-blues di Classico ad esempio, oppure i ruggiti country rock in coda alla già di per sé
poco probabile french-rumba di Les Forcats Innocents, o lo spicchio di deserto in coda al mambo opalino di Napoli.). Magia,
sì, e fragilità, il gigante che potrebbe polverizzarsi da un momento all'altro, il mandala sparpagliato prima ancora d'averlo
concluso: come quando s'appoggia a strutture malferme portate a bella posta in superficie (vedi la falsa partenza acida di NYC
of Time, spazzata via da chitarrone folk-rock) o quando scarta da uno stile dall'altro senza pulirsi le scarpe né cambiarsi
d'abito (dalle omeopatie caraibiche di Cracklin' Water - uscita in precedenza solamente nella versione europea di Hisser - al
frammento swing di Rag e al country-boogie stecchito di Muss che va a spegnersi nel grembo di un piano lunare). Si può dire
che Howe faccia di necessità virtù, inserendo anche la mancanza di Burns e Convertino nel suo progetto di "ricostruzione a
distanza", che lo porta ad imbastire e diroccare un west giocattolo in ogni angolo del mondo e dell'anima, vale a dire casa sua,
con il suo immaginario anche fanciullesco, con gli angoli senza sbocco e gli orizzonti sterminati, con la voglia di fuggirne e le
radici piantate fino al cuore del mondo. Quel luogo in cui si stringono - senza mai incontrarsi davvero - coordinate che
definiscono l'uomo, i suoi legami, i ricordi, i rimpianti, le speranze. Nella sua musica quindi l'esserci e il non esserci a un
tempo, l'interferenza continua del presente, dell'ora e qui che nega il sempre, della memoria che sgomita, soccombe però
resiste, mai quieta, però insopprimibile. (7.0/10)
Edoardo Bridda e Stefano Solventi
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A.A.V.V . - The Late Great Daniel Johnston - Discovered Covered
(Gammon/Wide, 2004)
Teenage Fanclub W/ Jad Fair - My Life Is Starting Over Again / Clem Snide - Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievience
/ Gordon Gano - Impossible Love / Eels - Living Life / T.V. On The Radio - Walking The Cow / The Rabbit - Good Morning You
/ Calvin Johnson - Sorry Entertainer / Bright Eyes – Devil Town / Death Cab For Cutie - Dream Scream / Beck – True Love
Will Find You In The End / Sparklehorse w/ Flaming Lips – Go / Mercury Rev - Blue Clouds / Thistle – Love Not Dead / Vic Chesnutt - Like A Monkey In
The Zoo / Starlight Mints - Dead Lovers Twisted Heart / M. Ward - Story Of An Artist / Guster - The Sun Shines Down On Me / Tom Waits – King Kong
Daniel Johnston è un genio schivo o un idiot savant a seconda di quanto cinismo siamo disposti ad investire nella
considerazione. Un maniaco depressivo dal tocco brillante e ingegnoso, uno che sa ancora imbroccare la strada più dritta tra
emozione e melodia, senza che sembri minimamente - guarda un po' - la più banale. Perché genuino e spontaneo, senza altri
additivi né coloranti che non una ipercromatica frenesia. Ascoltarlo è come sintonizzarsi per caso sulla frequenza malferma
del pianeta accanto, altro tempo altra dimensione, dove stupore e dolore danzano dentro lo stesso respiro, dove l’amore e la
sua impossibilità sono un’istigazione a sperare fantasticando (e fantasticar sperando). Quella grana spuria da lo-fi autentico,
quel timing traballante, quelle stonature letterarie: minima la distanza tra forma ed espressione, sottile al punto da lacerarsi la
membrana tra canzoni ed anima. La sua scoperta fu un'autentica rivelazione per chi – musicisti e ascoltatori - da anni
s'ingegnava di aggirare la diffusa sentenza/sensazione di fondo del barile, lambiccandosi tra ingegnerie soniche e nostalgie
posticce alla ricerca di purezze perdute e nuovi giacimenti. In ragione di ciò, non vi nascondo che ho affrontato l'ascolto di
questo disco con molta diffidenza. Certo, lo spiegamento di tanti e cotanti nomi più o meno alternativi è di quelli che fanno
balzare dalla sedia e motivano un acquisto a scatola chiusa, ma un paio di retropensieri nel cervellino mi sono sbocciati
spontanei: da un lato, il sospetto che un bel po' di costoro approfitti dell'improvviso alone di notorietà piovuto su Daniel dopo
i ragguardevoli riscontri ottenuti da Fear Yourself, chi per recuperare, chi per tener caldo, chi per conquistare finalmente il
favore/fervore dell'auditorio; dall'altro, il timore d'imbattermi in un atteggiamento del tipo "sentite quanto sarebbe stata bella
questa canzone se quel pazzoide fosse-stato-in-grado-di, come potete ben evincere dalla versione originale riportata nel
dischetto allegato". Dubbi che l’ascolto delle 18 cover non dissolve del tutto ma relega senz’altro sullo sfondo, evidenziando
come minimo rispetto e talora sincera passione per il catalogo johnstoniano. Il programma scorre gradevole ed eccitante pur
tra stordenti scossoni stilistici, ma la mancanza di eterogeneità era il pedaggio minimo da pagare per un’operazione del
genere. Nel rollercoaster di forme e calligrafie rimane comunque palpabile un filo rosso di accorata, obliqua, folle malinconia,
vale a dire pura essenza Johnston: se questo era l'obiettivo, può dirsi centrato in pieno. Scendendo nei dettagli, tra quelli che
timbrano decentemente il cartellino ci sono di sicuro i Thistle (una sbrigliata Love Not dead), The Rabbit (una addomesticata
Good Morning You) e Gordon Gano (una briosa Impossible Love), mentre appaiono piuttosto in palla Clem Snide (la
strascicata empatia folk-rock di Don’t Let The Sun Go Down On Your Grievience) e Vic Chesnutt (una Like A Monkey In The
Zoo mandata ad illanguidirsi su un tramonto di qualche spiaggia tropicale), per non dire di un Beck che ingrana il pilota
automatico e ci offre una True Love Will Find You In The End nello scarno e irresistibile idioma folk che ben sappiamo. Tanto
prevedibili quanto azzeccati i contributi di Eels (in mano loro Living Life – bozzetto sbrigativo e raffazzonato in origine - non
poteva uscire diversamente che così, limpida e indolenzita) e della virulenta accoppiata Teenage Fanclub/Jad Fair (per la
festosità sommaria e ghignante di My Life Is Starting Over Again), mentre mi era impossibile immaginare l'inquietudine
beatlesiana dei Guster (The Sun Shines Down On Me) e l'opacità bowieana degli Starlight Mints (Dead Lovers Twisted
Heart) perché mai pervenuti prima d’ora. Salta alle orecchie la componente "cinematica" in scaletta, dai Death Cab For
Cutie (una Dream Scream che evoca pastelli radioattivi Mercury Rev-Flaming Lips) ai Tv On The Radio (una Walking The
Cow tutta singulti, riverberi e vibrazioni), dai Mercury Rev (che per Blue Clouds innervano l'immaginario fiabesco con
piglio wave e cartigli country-rock) alla joint-venture da favola Sparklehorse/Flaming Lips, bravi a stemperarsi gli
espedienti l’un l’altro, tanto che sembrano collaboratori di lunga data (ne risulta una Go struggente, pervasa di speranza e
abbandono, acida e dolciastra, liquida e volatile). Per la serie "giovani cantautori crescono", ragguardevoli anche le prove di
Bright Eyes (che fa sbocciare la trasognata Devil Town in una fantasmagoria iridescente di piano e chitarre) e di M. Ward
(che in Story Of An Artist spende esotiche monete di mestizia su impalpabile fatamorgana di corde e synth), mentre per la
serie "non vogliono saperne di andare in pensione" ecco un Tom Waits vibrante cavernicolo (nella rude, arcaica ossessione
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reggae-blues di King Kong) e soprattutto un Calvin Johnson che col vocione da cow boy su percussioni lo-fi ridisegna Sorry
Entertainer al modo di una danza pellerossa, intrecciando una strana collana di alterigia, fragilità e mistero.
Come già detto, nell'altro disco - oltre al pulsante inedito Rock This Town, hard-blues che rimanda ai gigioneggiamenti
adrenalinici di Neil Young & Crazy Horse - ci sono le versioni originali, di cui potrete gustare la geniale scompostezza, la
gioia incredula, l'imprendibile obliqua tribolata baldanza. Non vi dirò che sono preferibili alle cover solo perché Johnston ci
mette troppo di quel suo essere fuori dagli schemi, fuori senno, fuori gioco, tanto da renderli una valuta per la quale non
esistono tassi di cambio attendibili. (7,4/10)
Stefano Solventi
Ben Harper with The Blind Boys of Alabama - There will be a light
(Virgin, 2004)
Take My Hand / Wicked Man / Where Could I Go / Church House Steps / 11th Commandment / Well, Well, Well /
Pictures Of Jesus / Satisfied Mind / Mother Pray / There Will Be A Light / Church On Time
Viene la tentazione di calcolare la distanza tra il Ben Harper che mi capitò d'incrociare quasi per caso molti anni fa (in
occasione di Arezzo Wave '95, era il tour che presentava al mondo l'opera seconda Fight For Your Mind) ed il qui presente
signorino. Tra quella dedizione generosa e scostante alla causa del soul (l’impegno di Curtis Mayfield e la consapevolezza di
Marvin Gaye), tra quelle delicate doglianze country-folk (via Ry Cooder), tra quei demoni funky-blues in bruciante
deterioramento psych (costanti i riferimenti “live” al Grande Padre Jimi Hendrix) e tra la vivida ossessione gospel, tra tutto
ciò insomma e l’odierna celebrazione di stereotipi black opportunamente scolpiti e disinnescati (stavo per scrivere
“sbiancati”) a beneficio del vasto pubblico (pagante). La scelta di farsi accompagnare dai The Blind Boys Of Alabama,
gospel-band dallo sterminato e rispettabilissimo passato colta da una benedetta sindrome della seconda (o terza o quarta)
giovinezza, rientra alla perfezione in questa strategia di abboccamento edulcorato d'autorevolezza.
Eh, il gospel: genere sdoganato da anni e a più riprese, dai Blues Brothers a Zucchero, da Peter Gabriel a Nick Cave.
Persino la massa più disattenta e frettolosa ha sviluppato gli opportuni succhi gastrici e la giusta flora intestinale per
accoglierlo nella propria dieta. Pur così "normalizzato", il gospel porta in eredità una sorta di pedigree etno-roots che lo rende
accessorio sonoro gradito a chiunque ami sollazzarsi senza per questo sentirsi (un po’) deficiente e - soprattutto - banale.
A queste coordinate sembra puntare There Will Be A Light, sesto album in studio per il dinoccolato ragazzo di Claremont
(California). È composto da undici tracce blues-soul-gospel, vale a dire costruito a partire da risaputi, prevedibilissimi luoghi
comuni dei generi suddetti, più o meno vagamente coniugati ai modi del pop-rock. Una gradevole, innocua, intorpidente
parata di esercizi di stile (a questo punto potrei pescare un po' di titoli, ma sarebbe esercizio ozioso, da effettuarsi random
senza cuore, per cui ve - e me - ne esento). La produzione - ottima - persegue una immediatezza levigatissima, una nudità
senza orpelli e un nitore che - per amor di naturalezza - finisce con lo stagliarsi innaturale. La scrittura è cordialmente
prevedibile, insomma perfetta per la bisogna: nessun appassionato o simpatizzante del genere dovrebbe trovare alcunché da
obiettare. Così come le cover (una Well, Well, Well scritta da Dylan per Steve Howe e quella Satisfied Mind a firma HayesRhodes già cantata da mezzo mondo al punto da sembrare un traditional, quasi più del traditional “vero” Mother Pray) si
adeguano con disinvoltura quasi irritante. Dunque? Dunque, non c’è nulla tra queste chitarre tenere e sanguigne, tra questi
organi vibranti, nel puntuale puntiglio di batteria e percussioni, nell’avvolgersi armonioso e a tratti sussultante delle voci (il
tratto più caratterizzante dell’opera), che smuova l’anima a commozione. Non avviene perché non s'intravede sotto la pelle
vellutata e scintillante della confezione quell’animus tormentato (in conflitto con il senso di perdita immanente, in lotta per
rivestire di senso l’irragionevole, la spiritualità, l’amore…) che da sempre muove il pianeta del soul. Senza cui il soul è nulla.
Non è cosa che si spieghi, non ci sono prove provate, schiaccianti. È. Si sente. E basta. O meglio, forse a dirmelo sono i Roots
e i Superfly, i Whats Going On e i What Colour Is Love, e – sissignori - i Welcome To The Cruel World e i Fight For Your
Mind. Alla cui luce questo disco è interessante come le previsioni del tempo di ieri, ed altrettanto sincero. Spalmato sulle
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piaghe dell’oggi come un lenitivo, quando e dove servirebbero specillo, bisturi e punti di sutura. Farà al caso di molti, of
course. Quanto al mio, che ve lo dico a fare. (4,8/10)
Stefano Solventi
Elliott Smith - From a Basement on the Hill (Anti-records, 2004)
Coast to Coast / Let's Get Lost / Pretty (Ugly Before) / Don't Go Down / Strung Out Again / Fond Farewell / King's
Crossing / Ostriches & Chirping / Twilight / A Passing Feeling / Last Hour / Shooting Star / Memory Lane / Little One /
A Distorted Reality is Now a Necessity to be Free
Se questo fosse davvero il disco che Elliott Smith aveva in mente, beh, ci avrebbe davvero lasciati col botto. Tutto ciò senza
considerare l'addivenente, inevitabile spremitura post-mortem, a partire magari dalle fantomatiche 15 tracce rimaste fuori
dalla scaletta: già, perché questo era stato annunciato come un doppio album, sorta di monumento definitivo lungo trenta
pezzi, e invece è stata fatta selezione, speriamo in obbedienza alle presunte intenzioni di Elliott.
Sia come sia, difficilmente From a Basement on the Hill deluderà i fans, anzi è probabile che il sensazionalismo dei media
provochi un rimbombo tale da richiamare qualche nuovo seguace (buon per loro). Ispirato in quantità e qualità paragonabili
agli illustri predecessori, il programma sciorina la ben nota calligrafia pop-psych di Smith, strutturata cioé su trepide
allitterazioni folk-rock e beatlesianità al crocicchio tra Lennon e George Harrison (più quest'ultimo, in realtà, anche se una
Strung Out Again si è prodigiosa a muoversi in perfetto equilibrio sul crinale ). Pesano semmai un po' di più nell'economia dei
pezzi il gioco degli strumenti, batterie nevrasteniche in vena di frastagliare i piatti (come nell'onirica ebbrezza di Shooting
Star), inneschi di chitarre irrequiete (a distorcere il centro di gravità nel valzer-blues di Don't Go Down, a trafiggere – assieme
all'ebbra allegria del piano - il corpo folk dell'iniziale Coast To Coast), perturbazioni sintetiche come fondali di malanimo (ad
esempio nella delicata, struggente Twilight). Naturalmente, non mancano all’appello quei suoi tipici passaggi attraverso le
impalpabili circostanze del cuore, e ci si riferisce ad una Last Hour estorta con ombrosa leggerezza d'arpeggio folk, al
valzerino oppiaceo di Little One (sbocciato in qualche cespuglietto acido d'un campo di fragole), oppure alla tenera
concitazione acustica di Let's Get Lost (un buffetto a McCartney e Paul Simon). E' insomma un disco che lascia la tragedia
fuori dalla porta, concepito e (quasi completamente) realizzato da un Elliott Smith ancora vivo, non dedito a prove tecniche di
scomparsa come - ad esempio – sembra per gran parte degli Sketches di Jeff Buckley. Piuttosto, ha l’aria di uno dei tanti
possibili modi per inneggiare alla vita - come ci suggeriscono la trepida litania folk di Fond Farewell e l'agrodolce popitudine
di Pretty (Ugly Before) - o d'indagarne argutamente l'insidia, come nel vaudeville ingrugnito tra fantasmagorie acide di King's
Crossing, o come nelle vivide concrezioni blues/psych della conclusiva A Distorted Reality is Now a Necessity to be Free,
una di quelle canzoni rimaste nell'aria dopo l'impatto sul mondo dell'asteroide Abbey Road. Per tutto ciò, suona ancora meno
comprensibile il suicidio di Elliott, più stridente il che e il come. Giusto però rispettarlo, ché non sono certo cose che vengono
decise alla leggera. Tanto più da parte di chi si è dimostrato capace di tanta agile e sofferta lucidità espressiva. Di tanto saper
cantare nell'ombra, attraverso l'ombra, la vita. (7,2/10)
Stefano Solventi
R.E.M. - Around The Sun (Warner, 2004)
Leaving New York / Electron Blue / The Outsiders / Make It All OK / Final Straw / I Wanted To Be Wrong / Wander Lust / The Boy
in the Well / Aftermath / High Speed Train / Worst Joke Ever / The Ascent of Man / Around the Sun
Se ve lo stavate ancora chiedendo, sì, Around the Sun dei R.E.M. è un disco dichiaratamente politico. Un disco che, come
ampiamente anticipato a mezzo stampa durante i mesi di lavorazione, vuole anzitutto sensibilizzare le coscienze degli
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americani in vista delle elezioni del prossimo 2 novembre; proprio come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore o l’intera
operazione Vote for Change, il tour di superstar della musica a stelle e strisce guidato da Bruce Springsteen al quale,
ovviamente, Stipe e soci hanno aderito (il video dell’apripista Leaving New York non lascia perplessità sul messaggio
sottinteso: Change). Non è certo il caso, almeno in questa sede, di entrare in territori tanto spinosi, o discutere sul valore,
l’efficacia, l’opportunità stessa di tali manifestazioni da parte del mondo dello spettacolo. Comunque sia, la chiara e netta
presa di posizione dei R.E.M. intorno alle problematiche attuali del loro paese non va letta come un’opportunistica mossa
dell’ultima ora: l’impegno politico è presente nella loro musica sin da lavori come Lifes Rich Pageant, Document e Green,
tutti risalenti alla controversa era reaganiana (come dimenticare, per esempio, una Exuming McCarthy?); era quindi
inevitabile che gli avvenimenti degli ultimi tre anni influenzassero, anche pesantemente, il nuovo lavoro del gruppo di
Athens. E’ stato necessario evidenziare questo aspetto perché, senza una doverosa premessa, Around the sun può anche
risultare un ascolto estenuante, se non addirittura sconfortante. La voluta omissione di brani di sicuro impatto in favore di
ballate malinconiche - che, secondo le intenzioni della band, vogliono esprimere in pieno il mood post-tragedia imperante
nell’America di George W. Bush - si traduce in una monocromia di fondo, in una piattezza che tende irrimediabilmente a
scoraggiare l’ascoltatore. A questo punto sembra evidente che stavolta, più che in passato, il contenuto abbia condizionato la
forma; ed è quindi in un certo senso naturale che, per rendere appieno l’oscurità dei nostri tempi, il modello su cui i R.E.M.
hanno plasmato le nuove canzoni non sia tanto la radiosa maniera di Reveal - che tuttavia sopravvive nell’impianto
strumentale, in un suono iperprodotto memore tanto del wall of sound spectoriano (Worst Joke Ever) che di inevitabili Beach
Boys e Beatles (Wanderlust) - quanto le melodie tristi e l’elettronica vintage piuttosto di Up (rievocato un po’ in tutte le
tracce, particolarmente in Electron Blue e High Speed Train). Le sonorità che in passato hanno canonizzato il suono dei
R.E.M. tornano solo a sprazzi, come in I Wanted to be wrong (a metà tra Green e Automatic for the people), Boy in the well,
la dylaniana Make it all Ok e Aftermath (costruita sul fortunato ed abusato canovaccio di Fall on me); fa un po’ storia a sé The
Outsiders, che vede l’ospite Q-tip (ex A tribe called quest) in un cameo hip hop che ha ben poco a che vedere con le
precedenti incursioni in quel campo (il funky solare di Radio Song da Out of Time, col rapper Krs One come special guest).
A conti fatti, niente di (particolarmente) nuovo sotto il sole, con la possibile aggravante per Stipe e soci di suonare monocordi,
retorici, in altre parole vecchi. Tutto da buttare, allora? No, per fortuna. La sensazione finale dopo l’ascolto è che, nonostante
tutto, il bersaglio sia stato colpito, anche se di striscio: una melodia semplice ma calzante (l’intreccio di parti vocali del
singolo Leaving New York), una particolare frase che condensa tutto lo spirito del disco ("Hold on world cos you don’t know
what’s coming", dall’emozionante title track), certe modulazioni vocali (l’inedito soul di The Ascent of man), tutti piccoli
elementi che subdolamente sedimentano nel subconscio e fanno crescere il disco ascolto dopo ascolto; e soprattutto una
gemma come Final Straw, un country folk travestito di elettronica, a metà tra il flusso di coscienza dylaniano e le visioni
acide di Tim Buckley, con uno Stipe appassionatissimo ("As I raise my head to broadcast my objections/As your latest
triumph draw the final straw/Who died and lifted you up to perfection/And what silenced me is written into law".. il
destinatario di queste parole si può individuare facilmente). Basterebbe solo questo per dimostrare che, quando impugnano le
armi a loro più congeniali senza impantanarsi nelle paludi della retorica, i R.E.M. sanno ancora colpire dritti al cuore ed
emozionare. Che è esattamente quello che ci si aspetta da musicisti sinceri come loro. (6,2/10)
Antonio Puglia
Fatboy Slim - Palookaville (Astralwerks, 2004)
Don't Let The Man / Slash Dot Dash/ Wonderful Night (feat Lateef) / Long Way From Home (feat Johnny Quality) / Put It
Back Together (feat Damon Albarn) / Mi Bebe Masoquista/ Push And Shove (feat Justin Robertson) / North West Three/
The Journey (feat Lateef) / Jin Go Lo Ba/ Song For Chesh / The Joker (feat Bootsy Collins)
A quattro anni di distanza dal discreto Halfway Between the Gutter and the Stars (2000) e dopo un paio di riempitivi usciti
nel 2002 (Live On The Brighton Beach e Big Beach Boutique II), Norman Cook, noto al grande pubblico come Fatboy
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Slim, torna a rianimare i disco club d’Europa con un nuovo lavoro concepito nella casa-studio di Brighton. Un album
desiderato, pensato e ben fatto, in cui “vecchio & nuovo”, “passato & presente”, “anticonformismo & gusto del momento” si
fondono alla perfezione, generando un modello di elettronica a misura d’uomo, abile come poche nel sollazzare il corpo e lo
spirito. Palookaville, questo il titolo che il deejay inglese ha scelto per la sua ultima creatura (lo stesso del film di Alan Taylor
del 1995), è un disco composto da dodici tracce a base di misture soul-funky-rhythm’n’blues, trasalimenti d’estrazione rock,
ritagli di breakbeat e libidini di genesi hip-hop. L'album vede la collaborazione di numerosi personaggi, tra cui: Damon
Albarn dei Blur (Put It Back Together); Lateef dei Blackalicious (Wonderful Night e The Journey) e Bootsy Collins
(bassista di Funkadelic e Parlamient), con il quale Fatboy Slim ha realizzato una splendida cover della Steve Miller Band
(The Joker). Considerata la popolarità del personaggio, non poteva mancare il classico tormentone da Mtv (il cosiddetto
singolo apripista): stiamo parlando di Slash Dot Dash (barra-punto-trattino), brano dalla tempra hard rock-dance, che
nonostante le continue (e nauseabonde) reiterazioni mediatiche, non perde impeto, vigore e profondità sonora.Se poi le
atmosfere di Song For Chesh dovessero rivelarsi piuttosto inconsuete, poiché prossime a quelle dei Pizzicato Five, mettete su
Jin Go Lo Ba e riconsegnerete il re del big-beat alle masse di Ibiza. Infine, se volete scavare nel cuore e nell’anima, ascoltate
North West Three e Don’t Let The Man, esempi inequivocabili di conoscenza e creatività musicale, peculiarità che hanno
sempre contraddistinto l ’evoluzione artistica dell’ex Housemartins fin dai tempi in cui si faceva chiamare Pizzaman.
Ora però siamo nel 2004 e c’è Fatboy Slim con Palookaville. Un cd raccomandabilissimo, sempre che abbiate voglia di fare
quattro salti in discoteca, ma senza smarrire la strada maestra. (7.0/10)
Luca D'Ambrosio
Steve Piccolo, Gak Sato, Luca Gemma – Expedition (Temposphere,
2004)
The wrighter inside / Nickels and dimes / A day in the life / Rumble/ Wasting days/ Sake out/ Return of the stray man/
Transrussian lecture / Anyway (flashback) / The exped ition / Ticket home / In this city
Sin dal 1999, Steve Piccolo si è dedicato ad Expedition, un progetto musicale ed artistico basato sull’idea della "dérive"
(mutuata da Guy Debord e dal movimento Situazionista). Nel corso di cinque anni di “spedizioni di turismo culturale” in giro
per il mondo, l’ex Lounge Lizards ha raccolto materiale sonoro proveniente dai luoghi visitati per riutilizzarlo, unitamente a
narrazioni e brani originali, come base delle sue performances: l’intento era quello di creare una musica ‘sinestetica’, che
riportasse l’ascoltatore ad un contatto più diretto con l’ambiente in cui vive. In un susseguirsi di collaborazioni aperte, l’artista
newyorchese è stato affiancato nel tempo da diversi compagni di viaggio,tra cui, occasionalmente, anche Manuel Agnelli ed
Emidio Clementi. Raggiunta l’intesa definitiva con il musicista elettronico giapponese Gak Sato e Luca Gemma (Rosso
Maltese), Piccolo ha finalmente realizzato questo disco, una sorta di diario che racchiude in dodici tracce l’esperienza di
Expedition .
In questo lavoro, i suoni raccolti dagli ambienti sono stati campionati, fusi con la musica elaborata culturalmente e incanalati
in composizioni basate su testi - narrati o cantati - che parlano di viaggio, di continui spostamenti, di casualità, di derive. Il
risultato è un album “metropolitano”, in cui l’ascoltatore, immerso tra field recordings e atmosfere oscure, viene proiettato in
una dimensione apolide; si rievoca non un luogo particolare, ma la Città in cui tutti viviamo. Una colonna sonora della vita di
ogni giorno, dunque, accompagnata da musica di indubbia classe, che comunque solo di rado riesce ad elevarsi ed entrare
totalmente in sintonia con il concept di base. L’unione tra i linguaggi propri dei tre artisti in questione - jazz fumoso dei club
della grande Mela, elettronica minimale ed oscura, sensibilità melodica italiana - risulta particolarmente efficace solo in
qualche episodio (l’iniziale The wrighter inside, Sake out, Rumble, In this city); il resto oscilla tra maniera (Transrussian
Lecture, Ticket home) e contaminazioni non troppo riuscite (il quasi trip hop di Nickels and Dimes). L’impressione generale è
che la musica di Expedition, al di fuori del suo originario contesto di fruizione e delle situazioni particolari da cui è stata
generata, abbia perso parte della sua originaria capacità evocativa (l'anonima rilettura di A day in the Life dei Beatles è, in tal
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senso, emblematica). Nonostante ciò, il disco presenta comunque momenti degni di attenzione, come il blues urbano di
Return of the stray man (impreziosito da una base di Painè), il frantic jazz di Anyway (flashback) e gli stranianti rumorismi
della title track. Aldilà di alcuni concettualismi (talvolta forzati), Expedition può rivelarsi un ascolto interessante. Se ne
consiglia, quando possibile, l’esperienza dal vivo. (6,3/10)
Antonio Puglia
Grupo Salvaje - In Black We Trust (2003, Acuarela – Venus)
A Christian Family / Oh! My Dear / How To Make God Come / Watercolour Summer / Roses & Despair / Sorrynonews /
Desheredada / Elvis, Love Us! / The Survivor
Fuori dal tempo, lontano dalle mode e ricolmo di quella stessa passione che anima la mia esistenza, In Black We Trust album che segna il debutto dei madrileni Grupo Salvaje - lascia trasparire quel “vecchio e caro spirito rock” di cui avevo
perso le tracce. Un condensato d’intimità, eleganza, mistero e nobiltà d'animo che riflette il nero della solitudine e del
silenzio; una miscela di coscienza e intuizione che brandisce le capacità primordiali di un autentico gruppo selvaggio (chiaro
il riferimento a The Wild Bunch di Sam Peckinpah del 1969). Un’opera completa che mette insieme Dio ed Elvis, dove
confluiscono, con lucidità e sentimento, una gran quantità di sensazioni come l’amore, il dolore e la disperazione. Canzoni
semplici, dolci e amare, oscure e sensuali, che si alimentano tanto di Leonard Cohen quanto dei Lambchop, e che in alcuni
passaggi sembrano celebrare il miglior Bob Dylan (How To Make God Come). L’elemento che distingue e condiziona gran
parte delle composizioni di questo lavoro è la voce di Ernesto González: riflessiva, profonda e piacevolmente mutevole; meno
oscura di Mark Lanegan (The Survivor), più vigorosa di Kurt Wagner (Watercolour Summer) e, in certi momenti (Oh! My
Dear), quasi come quella di Lou Reed. Ad affiancare il cantante spagnolo - che suona altresì chitarra ed armonica - ci sono
Carlos Perino (batteria, percussioni e cori), Javier Rincón (banjo), Oscar Feito (chitarra elettrica e mandolino) e Pepe
Hernández (chitarra elettrica e slide) con il coinvolgimento saltuario di Abel Hernández (piano, organo): validi musicisti e, al
tempo stesso, squisiti compagni di avventura. In Black We Trust è un disco dal taglio classico e fuori tendenza, ma pieno di
frammenti che bucano la pelle; un coacervo di eccitazioni che si estendono attraverso i delicati rimandi country-soul di A
Christian Family e Watercolour Summer, le penombre di Oh! My Dear e il fascino di Sorrynonews e Elvis, Love Us! (con
espressioni, manco a dirlo, à la Elvis Presley). Un catalogo di emozioni che coniuga la solennità del folk-rock (How To Make
God Come) con la dolcezza del pop (Roses & Despair); un esordio fluido ed avvolgente, sostenuto dalla malinconia di
Desheredada - track strumentale che richiama alla mente alcuni passaggi dei Black Heart Procession - e dalla quiete di The
Survivor, brano conclusivo dalle aperture narcotiche e cinematografiche. Con l’immagine di Elvis in copertina e il nome di
Joe Strummer trascritto in un angolo del booklet, la formazione spagnola sfoggia conoscenza e personalità tramite nove
episodi americani che si tingono di nero; quello stesso nero che Johnny Cash fece proprio come risposta alle ingiustizie che
affliggono il mondo. (8.2/10)
Luca D'Ambrosio
ALTRI ALBUM
Dontcareful - Linings (Snowdonia, 2004)
Sarà il caso di mettere le mani avanti (ogni tanto fa bene): non ho ancora stroncato un disco Snowdonia. Controllate,
controllate pure. Tutti bei voti, ben oltre la sufficienza. Qualcuno potrebbe (legittimamente) pensare a qualcosa di marcio, del
tipo Mr. Scotti e Mrs. La Fauci corrompono quel fetente del Solventi con spedizioni periodiche di cannoli e procaci bellezze
mediterranee. Nulla di tutto ciò (purtroppo). La spiegazione è semplice: non mi sono ancora imbattuto in un brutto disco
Snowdonia. Mi farebbe quasi piacere, mi toglierebbe l'impaccio. Invece, rieccoci: Dontcareful (aka Marco Ferrari e Nicola
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Zaroli) hanno sfornato un disco della madonna, cui l'ineffabile casa siciliana ha fornito apparato grafico nello stile che ben
sappiamo (genialoide e disarmante, bislacco e obliquo, provocante e provocatorio). S'intitola Linings ed è una follia
electroclash-funk-techno-jungle, ovvero come potrebbe suonare il futuro marcio, cinico e sprezzante che certamente ci
attende. Però un futuro nostalgico del passato, anzi un futuro che sembra passato: suono artificiale stretto nella gogna
tecnologica degli ottanta e novanta, rock stritolato techno, dance illiquidita & infestata, sdrucciolevoli ambiguità e superfici
patinate vaselina-neon. E' un disco divertente e feroce, divertente e lubrico, divertente e sarcastico, divertente e amaro. Le
trovate soniche si susseguono, si sormontano, si avvolgono (si prenda l'irresistibile motivetto minimale di Dwarves dance tra
mantici radenti e grasse emulsioni electroclash, oppure le compulsioni ritmiche tra laminati di luce wave in Big Shoulders,
oppure l'incrocio di fendenti punk-wave in coltura radioattiva di Session two). Minacce e scudisciate, perversione e malauguri,
sintesi aspre che divorano gli ammiccamenti da esse stesse apparecchiati. A tratti sembrano un miscuglio di Aphex Twin e
Prodigy a testa bassa e senza troppi fronzoli a fronzolare (Keep 9 seeds), altrove degli Underworld in amfetaminico orgasmo
Suicide (Lawyers don't play bass), ora un George Michael dopo provvidenziale outing pornografico (l'iniziale e iniziatica
Devil inMr. Jones) e addirittura un Manu Chao caduto nella tagliola dei più turgidi Depeche Mode (I need lies). Non è facile
insomma mantenere la calma, le coordinate sbarellano tempo due tracce, tanto vale abbassare le difese: specialmente di fronte
a The game about you (pazzamente funky in concitata-beffardella rincorsa dance) e Horses & porn (perversamente funky tra
liquori e liquami, zampettii androidi e innesti di bossa aliena). Aggiungete a questa carrellata di orgiastiche sensazioni
quell'aria da più idee che mezzi, da genio disperso in chissà quale macchia periferica, e il gioco è fatto: una delle più belle
sorprese dell'anno. (7,6/10)
P.S. Cinzia, Alberto, la prossima volta anche un po’ di cassata, cortesemente.
di Stefano Solventi
3x0 – Treperzero (N.A.N.C. Records, 2004)
I 3x0 sono un quartetto di Agropoli (SA) attivo dal 1998, con alle spalle svariate partecipazioni a concorsi per emergenti (su
tutti, Rock Targato Italia) e la realizzazione di alcuni demo, l’ultimo dei quali risale al 2002. Dopo un recente cambio “in
corsa” di un paio di membri, la band ha realizzato durante la scorsa primavera questo cd omonimo, interamente autoprodotto
e distribuito da N.A.N.C Records. Le cinque tracce dell’ EP presentano un gruppo abbastanza sicuro, già sulla via di una
scrittura personale anche se, ancora facilmente, è possibile risalire a modelli preesistenti. I poli attorno a cui ruotano le
composizioni sono da un lato un cantautorato rock italiano di recente fattura (si provi ad immaginare i Marlene Kuntz che
intonano melodie alla Afterhours, ma è solo un esempio che non vuole essere fuorviante), dall’altro un pop mutante
permeato sia di anni ’80 (Cure) che ’90 (i Radiohead di mezzo); l’amalgama è caratterizzato ulteriormente da un uso
intelligente ed accurato di synth e samples, volto più a sottolineare le trame sonore in senso psichedelico che ad invadere il
campo. La sensazione che accompagna l’ascolto di questi brani è di piacevole sospensione, evocata da effetti space rock
(Fruscio, che trasuda Ok Computer da ogni nota), chitarre ora liquide (Giullare, barcollante à la Pavement/Grandaddy) ora
corpose (la cavalcata shoegaze Di Lei), compenetrazioni acustico-elettroniche (Malerba, tra Notwist ed ancora Radiohead),
ritmi lenti, densi e pastosi (i richiami wave di 3x0). Insomma, tutto sembra promettere bene per la band campana,
specialmente se a questo riuscito dischetto si aggiunge, per l’anno prossimo, l’allettante prospettiva di una produzione
artistica da parte dei Real World Studios. Chissà se poi è vero che, come suggeriva una vecchia storia di Dylan Dog, 3 x 0 =
3… (6,7/10)
Antonio Puglia
Bloc Party - Bloc Party EP (Wichita Recordings/V2, 2004)
Onestissimi figli di un passato che non vuole proprio saperne di andarsene via, i Bloc Party sono l’ennesimo gruppo nuovo a
salire sul carrozzone new-wave, post-punk, punk-funk... chiamatelo come volete, tanto oggigiorno poco cambia. Giovani,
carini e inglesi, questi Bloc Party sono in quattro; nella line-up figura pure un colored, ma nulla a che vedere con i grandiosi
funkettari di casa Factory A Certain Ratio. Piuttosto, è la famosa “banda dei quattro” di Leeds a essere chiamata in causa
nelle sei tracce, condite anche da un’attitudine alla Blur (vedi l ’uso della voce) post brit-pop. Peccato che questa collezione
di singoli aggiunga poco a quanto ascoltato recentemente dai vari Liars, Rapture, !!!.
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Stesse intenzioni, solite ritmiche al calor white-funk, ideali riempipista per festine di collegiali all'Anima mia e surrogati
eccellenti da piazzare tra una House Of Gelaous Lovers e Me And Giuliani Down By The School Yard, che tanto se si vuole
ballare la loro figura la fanno. Dispiace prendersela con i Bloc Party, considerando che in giro c’è gente inutile come Radio 4,
ma di questi suoni ne abbiamo tremendamente abbastanza! Anzi!!! Piuttosto, a quando un gruppo che si rifà ai Magazine?
(5,0/10)
Gianni Avella
Ciccone – Eversholt Street (Human Recordings, 2004)
Agli appassionati di indie rock il nome di questo esordiente trio inglese dovrebbe ricordare qualcosa: Ciccone Youth è stata
la sigla sotto la quale a metà anni ’80 i Sonic Youth hanno licenziato un singolo ed un LP in collaborazione con Mike Watt.
Anche se nella loro musica in effetti c’è ben poco di quel folle esperimento di hip hop lo-fi, è a quel panorama musicale che
guardano questi (ennesimi) giovanotti di buone speranze; il loro album di debutto , Eversholt Street, grida sin dalle prime
battute il verbo rock indipendente americano, così come lo avevano coniugato i gloriosissimi Pixies.
Se a quella (già di per sé) vincente formula si aggiunge una giusta dose di Inghilterra, il frullato emul-(indie) rock è bello e
servito: un po’di Clash (Flagellate), Kinks (You´re Beautiful, You´ll Get By, If Friday Falls Through), Smiths (If I Could
Prove You Wrong, My summer never comes), opportunamente mescolati a Blondie (Just Got Laid), Breeders (Boy oh Boy),
Pavement (Give Me One Good Reason To Carry on) e ovviamente Sonic Youth (F.U.U.K.). A completare il menu, una serie
di riuscite ballate: il rètro in stile Pulp di Oh Eversholt, le reminiscenze Velvet Underground (terzo disco) di Put me to Bed e
Last Breath, e la finale There is a Light, minimale tra Spacemen 3 e Slowdive. Riferimenti di questo tipo non possono che far
venire l’acquolina in bocca agli appassionati del genere, e il divertimento è garantito. Anche se mostrano una certa
dimestichezza nel trattare il loro materiale, quello che però manca ancora ai Ciccone è il carattere sufficiente per fare di
questo disco qualcosa di più che una simpatica e godibile compilation dei loro (e possibilmente, nostri) artisti preferiti. Noi
comunque, restiamo sintonizzati. (5.9/10)
Antonio Puglia
Pane – s/t (autoprodotto, 2004)
A colpirmi di più e subito è l’autorità con cui i Pane - le loro canzoni - s’impongono sui modelli a cui talora anche in modo
evidente rimandano. Forti d’una visione intensa, appassionata, austera, disegnata da una voce versatile (non capita spesso alle
nostre latitudini d’imbattersi in tali capacità interpretative) e da una dinamica cospirazione di flauto traverso, chitarra acustica,
pianoforte e batteria. Nelle otto tracce per poco più di 25 minuti che compongono questo omonimo lavoro d'esordio
(autoprodotto, dopo un prammatico iter di cdr), si alternano suggestioni Banco e folkitudine De André, declami CCCP e
scabrezze Marlene Kuntz, teatralità Avion Travel, deliri Doors e l'impalpabile spessore degli ultimi Talk Talk. Riferimenti
che, come dicevo, balenano strutturando ma non soverchiando il robusto tessuto poetico. I Pane spingono infatti senza
indugio sul peso specifico dei testi, sdegnosamente esoterici, infebbrati e solenni, fieramente desueti, pervasi di uno spleen
colto al crocicchio tra mitteleuropa decadente e decaduta. Vedi quando affrontano in flagrante asprezza scomodità presenti (la
micro-suite in tre movimenti di Termini Haus, nevrastenie tzigane, caligini di synth, miserie metropolitane) e passate (lo
straordinario telegramma ferrettiano di Rivoluzione, sussurro sordido digrignato spietato, pervaso d'immanente epica e
imminente tragedia), o quando scomodano nientemeno che le Rime di Ariosto per la palpitante Epicedio de morte (traccia
dalle chiare ascendenze Genesis-Banco). Il tono insomma si mantiene sempre alto, grave di senso, talora oscuro (come nella
romantica freddezza di Incudine), ma un’urgenza febbrile lo alleggerisce, lo solleva e affila, mentre come una cognizione di
tenerezza – o pietas che dir si voglia - sovrintende e assolve tutto. E’ il caso della pastorale ombrosità di Fiamma, ma ancor
più della toccante La sedia, che chiude il programma in diafano splendore: piano e voce come luce di candela, una strategia di
indelebili segni leggeri degna – non esagero - del Mark Hollis solista (e l’Hollis solista è davvero esagerato).
Se Passo lento è un’amara allegria in guisa di ballata che ricorda la Disamistade imbastita da Fossati-De André, Insonnia può
a ben ragione passare per il pezzo più ambizioso del lotto: lampanti le derivazioni folk-prog (la struttura contesa tra linearità
insistente e inopinate sospensioni, la bucolica inquietudine dell’atmosfera), spingono come possedute chitarra e piano in riff
ossessivi, il flauto disegna sdrucciolevoli scie pastello, la batteria procede tra flemma e sussulti come su una rotta di
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collisione, la voce recita un lucido delirio (riadattato da un profetico testo di Sylvia Plath) come avrebbe fatto un Demetrio
Stratos in stile Massimo Volume, o giù di lì. E’ insomma nel complesso un disco coinvolgente, nel quale s'intravede una
maturità artistica densa di futuro. In tempi e paesi normali, ci si attenderebbe sollecito interessamento da parte di più o meno
sedicenti case discografiche. Per tutti i volenterosi, i benemeriti appassionati o i curiosi semplici, casomai, c'è il loro sito.
(7,5/10)
Stefano Solventi
I/O – s/t (Ebria Records, 2003)
I/O è la prima uscita di Ebria Records, etichetta nata alla fine del 2002 ed affiliata a Bar LaMuerte di Bruno Dorella (nel
roster sono infatti presenti gli OvO). Lo scopo di questa label è, nelle parole dei fondatori Accursio Graffeo e Andrea Reali,
di “registrare, produrre e diffondere le musiche di ricerca e dintorni…”. Questo cd degli I/O, risalente alla primavera
dell’anno scorso, contiene un’ora circa di musica minimale raccolta in quattro mesi di prove in studio, il cui fine principale come indicato nelle note di copertina - è di catturare il processo di destrutturazione e di interazione tra gli elementi sonori,
piuttosto che soffermarsi sulla forma canzone o sulle dinamiche standard dell’improvvisazione. Suoni in assoluta libertà,
dunque: voce, batteria, chitarra, contrabbasso in collisione, tra minimalismi alla Can (IOBISA), improvvise escursioni no
wave, primordiali derive vocali (IOB), cacofonie beefheartiane, lunghi droni sospesi (IOC). Ancor prima che nel risultato in
sé, la sostanza di questi suoni va trovata nella ricerca stessa, nel tentativo di raggiungere una forma destinata a non arrivare
mai, ma soltanto suggerita, sfiorata, quasi sempre in modo del tutto casuale. Una musica “attiva”, basata essenzialmente su
iterazioni, volte ad ispirare un flusso di coscienza in cui i suoni acquistano un significato sempre diverso, che il fruitore
definisce per libere associazioni durante il processo di ascolto. Nella prossimo disco, la ricerca musicale degli I/O proseguirà
insieme ai Tanake; per Ebria records invece, è di imminente realizzazione la compilation relativa al Baa Festival tenutosi a
Milano la scorsa estate, cui hanno partecipato tra gli altri Zu, OvO, Pin Pin Sugar, Tasadai ed altri. (6.0/10)
Antonio Puglia
Miss Kittin - I Com (Astralwerks, 2004)
Accanto ai nomi - storici - di Fischerspooner, A.R.E. Weapons e Centuries, l'electroclash annovera Caroline Herve, alias
Miss Kittin. All'interno del clima culturale creato dagli hipster underground di New York sulle ceneri dei Suicide, Miss Kittin
(nata a Grenoble, Francia) si è sempre contraddistinta per un approccio personale, quasi autobiografico, discretamente distante
dalle sfavillanti esibizioni che fanno comunella con le sfilate di moda e le installazioni multimediali (vale a dire, due dei
principali tratti distintivi degli ultimi decorsi del movimento). Non solo, ha privilegiato, nel corso degli anni - per essere
precisi, dal 2001 - un via meditata e profonda, ai limiti della rivendicazione personale, e per far questo si è spesso servita di
collaboratori d'eccezione (tra tutti The Hacker, che addirittura firma il suo primo album, registrato tra il 1997 e il 2001 per la
International Deejay Gigolos).
Nel 2004 è la volta di questo I Com. Si parte con un'allegra idiozia che spertica sulla ripetitività del quotidiano (Professional
Distortion) e si approda a un forsennato synth-punk à la Cibo Matto (Meet Sue Be She), basato sulla libera associazione
fonetica, che si fonde con la vuotezza dei nomignoli vomitati - con altrettanta ostinazione - dai commercial spot. In mezzo ci
sta un Requiem for a Hit (ospite un campione in loop di L.A. Williams, poi mimato dalla stessa Herve): ritmica disco su
tremolo diafano, con rimandi retrò di Snap "so-90's", contrappunti stupidini di synth e, nell'inciso del pezzo, una specie di
finta rievocazione dell'ipotetica hit ormai morta e sepolta.
Da qui in poi arriva una certa svolta. Il disco, che già procedeva per continue botte emozionali dei più diversi registri, incontra
ora Happy Violentine, un tipico brano electroclash fatto di superbi incastri sonori e canto sospirato, e così facendo si permette
variazioni impreviste e fascinose. Il samba cyber-punk di mugugni dimessi e canto svogliato di Allergic approda addirittura a
una landa disco-dance ipnotica e malata di nichilismo congenito ("I'm allergic to myself"), e il vaudeville raggelato da folate
asettiche e synth-etiche di Kiss Factory acquista in arrangiamenti da New Order metafisici.
I Com scivola in effetti volatili electro (Clone Me) e medley techno-rave progressivi e incalzanti, con tanto di puntate da club
underground e incisi melodico-atmosferici (Soundtrack of Now), ma torna a farsi profondo in brani come I Come.com, in cui
lo spoken bisbigliato e quasi impaurito della Herve sulle innovazioni "wireless" duetta con una base minimale e rastremata da
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modulazioni glaciali. Neukolln ha un'altra sfuriata electro a mezza voce, con una buona tensione emotiva, quasi noir. Dub
About Me è forse il pezzo migliore del disco: rabbuiato, nervoso e dolente, ma pure molto ponderato, attraverso
l'arrangiamento a scansioni e una linea vocale da infante disillusa. 3eme Sexe, forte di un cantato in francese, conclude con un
pregevole recitativo-aria per voce, synth e sincopi ritmiche.
Altro disco molto personale, spesso retto interamente dalla voce della Herve, cui una produzione più sfumata e meno materica
avrebbe giovato. Un concept sull'alienazione data dalla cibernetica - calibrato sul registro retorico del climax -, che si lascia
prendere la mano dalla naivetè d'annata. Ma che pure ha la profondità di un'umile presa di coscienza. E riesce a parlare della
tecnologia tramite i segni della tecnologia. (6,3/10)
Michele Saran
Skyphone - Fabula (Rune Grammofon, 2004)
La colonia nordeuropea continua la sua saga. Stavolta, dopo Sigur Rós, Múm e Supersilent arriva un trio di musicisti danesi
a tentar di riscaldare le fredde lande della tundra e della taiga. Loro sono Thomas Holst, Keld Dam Schmidt e Mads Bxdker;
gli Skyphone. L'album di debutto - Fabula - esce per la Rune Grammofon (la stessa dei Supersilent), e si propone come
raccolta di brani strumentali a metà fra electro-ambient minimale e sperimentazione sonora improntata ad atmosfere sognanti
e soundscape visionarie. Anche se i nostri, a quanto sembra, di strada da fare ne hanno ancora un bel po'.
Dopo una Monitor Batik che accorpa xilofono digitale a sillabe scure e ostinate di chitarra, arrivano i pur belli accordi di
tastiera di In Our Time, che però a lungo andare diventano semplice esercizio new age, senza particolari evoluzioni di
struttura o forma degne di questo nome. La favoletta di suoni elettronici svolazzanti di Kinamands Chance, la chitarra
acustica di Cent Gauge, i droni assorti accompagnati da timbri liquidi e ritmica ultraminimale di Airtight Golem: sono tutti
brani in cui gli Skyphone mostrano la principale debolezza del disco, cioè non saper coniugare parti strutturali a intuizioni
armoniche nemmeno troppo efficaci.
Di contro, il trio dimostra un certo buon gusto - ma vogliamo credere che questo non sia altro che un discreto punto di
partenza - negli arrangiamenti e negli impasti progressivi di suono (chitarra, tastiere immateriali, campioni ed effetti). Si
vedano in questo Oleana (anche se, raggiunto un certo livello, il tutto diventa noiosa stasi), oppure l'orchestrazione aperta e
plastica di Sinne Gas (indebolita però da una melodia che lascia alquanto a desiderare). Mengpaneel, un labirinto ambienttrance di rumori forzosi e ostentati in riverbero continuo, alla lunga disorienta e non rende appetibile una parte di chitarra
indovinata e accattivante, finché il tutto confluisce in un'esposizione insensatamente reiterata. Stessa cosa dicasi per il bonsai
melodico di Pandamusic, in cui un minuscolo tema non trova evoluzioni significative, e che quand'anche prova a librarsi con
il synth fallisce negli intenti, spegnendosi prima di averne capito i potenziali svolgimenti.
Proseguendo, Gossamer è un altro passaggio a vuoto di evoluzioni strumentali prevedibili e di incastri talmente telefonati che
sembrano messi in piedi da un Brian Eno ripetente, Into Hill Country un elementare sketch di cut-up di arpeggio di chitarra, e
Brine nient'altro che una buona base ritmica su cui ritornano insistenti i soliti campioni digitali. Ma alla fin fine, quando
effetti e campioni si fanno da parte, non rimane che un contorto e farraginoso agglomerato di frasucole in continua
ripetizione, che vorrebbe essere minimal e avanguardistico, ma non si eleva dal semplice ambient più o meno sofisticato. Sì,
ci sono briciole di ispirazione sparse qui e là, però manca "semplicemente" la realizzazione. La pochezza melodica è risolta
con puntate sperimentali di poco conto, mentre fallisce l'incontro tra stilemi glitch, dettami ambient e dogmi electro: in
soldoni, manca soprattutto il dialogo tra tutti gli elementi (e non sono pochi) tirati in ballo. Il risultato è lo stesso
dell'imbarazzo derivante da una tiepida conversazione di cortesia, o di una foto digitale sgranata perché a risoluzione troppo
bassa. (4,5/10)
Michele Saran
The Juniper Band - Time For Flowers (Suiteside, 2004)
Dopo i riscontri ottenuti con i precedenti lavori, c’era da attendersi una consacrazione: invece questo Time For Flowers
mantiene molte premesse ma non risolve il dilemma circa la reale caratura della Juniper Band. Anzi, preso atto
dell’abbandono di tastierista e bassista alla fine delle registrazioni, il presente e il futuro del gruppo appaiono piuttosto
nebulosi. Il programma non delude, anzi denota una certa padronanza della materia e voglia di esplorare ulteriormente, però
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di converso l’insieme soffre la mancanza di coordinate “poetiche” nitide, d’una direzione a cui l’ascolto (e l’ascoltatore)
dovrebbero sentirsi diretti. Nove le tracce, mediamente buone, in bilico tra dominio delle e sudditanza alle forme, tra
versatilità e disomogeneità, tra inquietudini post-futuriste Radiohead e apocalissi da camera GY!BE, tra dark-folk Thalia
Zedek e country-rock Neil Young, tra garage e stoner, attitudini emo e baluginii prog. In generale, un vibrante sostrato
psichedelico sovrintende ogni episodio, pur negandosi esplosioni catartiche in favore di un’inerzia incandescente (a tratti
incontenibile). E’ il caso di Cult of the skull, ballata che s’apre a ventaglio su un dialogo spiazzante d’organino e flauto, il
crescendo crudo, denso e rabbioso, frastagliato di riverberi e scie di suono, caracollante come il funerale di un sogno. Ed è il
caso dell’iniziale Cold Bodies, solenni mantici di chitarre suonate ad archetto e baluginare cupo d’organi, chitarre lancinanti e
dimessi puntigli di piano, la svolta centrale che condensa un’onda d’urto progressiva, densa, a rilascio controllato. S’incendia
invece la componente acida nella deflagrante Gemini, corde esagitate e ruvido bordone d’hammond, funky avvinghiato al
propulsore garage-psych, il canto come l’urlo di chi sta guidando la locomotiva verso lo schianto, nulla di geniale però capace
di fare un boccone solo di tutti i Verdena sulla piazza. Una simile trama scabrosa presiede la messa in opera di To the glow
(sfasature toste e strascicate à la Afghan Whigs insidiate da gorghi elettrostatici) e della successiva Ropes, sorta di boogie
incrudito, feroce incrocio di corde come una Electioneering (nell’OK Computer dei Radiohead) appena rallentata, il canto di
Francesco piegato verso taglienti inflessioni Tom Verlaine. D’altro canto, Empty Spaces dimostra frequentazione con certo
folk-rock di grana più tradizionale, rammentando l’incedere accorato e caustico assieme dei Crazy Horse in Zuma da un lato,
e le brume sussultanti di Thalia Zedek (soprattutto nei vividi ricami di batteria) dall’altro, andando infine a spegnersi
nell’impalpabile abbraccio di armonica e piano. Detto di una Blue Star che spiana attitudini emo, baluginii prog, cambi di
tempo a schiaffi, indefinibili memorie jazz e foga ai limiti del metal (!!!), e rubricata la meditativa parentesi di Bring you
Flowers (chiacchiericcio sospeso nell’aria abitata da tastiere sghembe come marionette scordate, inquietante ma con un che di
sfocato), resta da riferire della macchinosa Every hour wounds (last one kills), blues acido schiaffeggiato da refoli sintetici
d’improvviso abitato da arpeggio di chitarra, tutto ciò prima d’imboccare un percorso di accumulazione d'ingredienti (synth,
feedback, riff, arpeggi, vocalizzi...) che non riescono a dissimulare il sapore di brodo un po’ allungato. In definitiva, un album
che non manca di attrattiva e a tratti di autentico fascino, ma lascia con un senso di schizofrenia irrisolta, di eccessi non
redenti che finiscono col sembrare velleità. Una bomba sul punto d’esplodere, col dubbio (il rammarico) che potrebbe non
farlo. In bocca al lupo. (6,1/10)
Stefano Solventi
Panda Bear - Young Prayer (Paw Tracks, 2004)
È una nobile causa quella che spinge Panda Bear aka Noah Lennox alla seconda prova solista: onorare la memoria del padre,
morto poco tempo fa. Young Prayer è bucolico, intimo, a tratti infantile. Frammenti acustici che profumano di West Coast
deviata a dimostrare, ancora una volta, l’efficacia di una chitarra e di una voce, del loro andare in simbiosi per “soli”
ventinove minuti, proprio come l’atto conclusivo di Nick Drake, Pink Moon, che non superava la mezzora (ma forse per il
Panda sarebbe il caso di toccarsi).
Nulla però del folletto di Tanwort-in-Arden, almeno in superficie; in Young Prayer, più che cantare, il Panda declama il suo
continuo scrutare interiore, la sofferenza che reca un lutto (qualsiasi esso sia) e costringe a rinchiudersi in una casa per
armarsi di sola tristezza Niente di più distante dagli Animal Collective, come peraltro è giusto che sia. Solo semplici bozzetti,
senza titoli e senza gioia. Proprio come un albero spoglio in pieno autunno… (8,0/10)
Gianni Avella
Yuichiro Fujimoto - Komorebi (Smalltown Supersound / Wide maggio 2004)
Yuichiro Fujimoto è un giovane artista giapponese legato alla cerchia di musicisti che gravita intorno alla Smalltown
Supersound, etichetta di spicco della cosiddetta nu-folk tronica. Non deve quindi stupire che il suo esordio Komorebi abbia
come mentore il designer/musicista Kim Hiorthøy: entrambi infatti condividono la medesima weltanschauung, che scaturisce
da una naturale propensione per l’intimità e si traduce in emotive e spontanee descrizioni sonore di focolai domestici e ricordi
dell’infanzia. Ma se il norvegese esprime il suo mondo attraverso una pletora di suggestioni, ricorrendo a strumenti sia
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elettronici che tradizionali e abbracciando ambient, techno e jazz, il nipponico lascia il digitale ai margini per dare massimo
risalto all'intimità dell’analogico in bassa fedeltà.
Komorebi è una raccolta di quadretti ultra lo-fi per xilofono, chitarra e pianoforte, appena farciti di glitch o suoni concreti in
sottofondo; l’esecuzione è a tratti approssimativa, ma sempre carica di pathos, così come certe sonorità sono volutamente
grezze e distorte. Più che dipingere, Fujimoto preferisce tratteggiare a matita o schizzare impressionisticamente di colore la
tela, come a voler catturare sul momento sensazioni, nostalgie, rimpianti di un Giappone tradizionale, domestico e rurale (si
ascolti anche Chib); in altre parole, il musicista non medita sui modi di organizzare il suono, ma predilige l'espressione "a
grappolo", mostrando in questo una sensibilità tipicamente orientale. Tra composizioni per chitarra che potrebbero ricordare il
Dave Pajo più narcotico (Slow Beat) o John Fahey (Lost Tape Found), riff circolari di piano, minute improvvisazioni di
xilofono, giochi di riflessi d'acqua (See Water), ubriache melodie anni '30 e persino un coro, il risultato è una musica tanto
ingenua quanto ispirata, somministrata con dolcezza e confidenza, astratta dalla vita di tutti giorni eppure evocativa di
ambienti familiari. Per quanto godibile, questo album non è comunque esente da difetti: aldilà di quegli aspetti nipponici che
lo rendono tanto semplice quanto fascinoso, Fujimoto non è esente da un certa autoreferenzialità e autoindulgenza. C' è
tempo. (6.0/10)
Edoardo Bridda
Electrocute – Troublesome bubblegum (Emperor Norton/Rycodisk, 2004)
Dead Combo – Dead Combo (Output Recordings, 2004)
Ormai si attinge alle sonorità degli anni ottanta da ogni parte e questo è abbastanza giustificato dalla dimensione classica che
ha assunto la musica di quell’epoca con il peso dei suoi vent’anni di vita, che proporzionati ai circa cinquant’anni di rock,
rappresentano una bella fetta di storia di questa musica. Naturalmente, i risultati non sono sempre entusiasmanti e spesso se ne
farebbe tranquillamente a meno. Come si farebbe a meno dell’esordio delle Electrocute, un duo di ragazze berlinesi di chiara
impronta new wave. Drum machine e chitarre distorte che sparano riff di scadente garage rock. Nella maggior parte
dell’album sembrano uno strano incrocio tra le Bananarama e le L7 (Nobody likes us, Kleinder dicker junge, car bomb
derby, Venus fly trap) e non vanno tanto oltre. Qualche sprazzo di interesse si sente di sfuggita nelle atmosfere di North 14 e
nel simpatico surf elettronico di cops copulating, per fortuna due pezzi strumentali che ci risparmiano per un pò le vocine da
teen-ager lamentose in stile Paola e Chiara punk. Poco altro, a parte Blow up, un fastidioso episodio nello stile della peggiore
dance anni ’80. Di peggio c’è sempre, ma superare queste due non è molto difficile. Basta un pò di fantasia. (4.0/10)
Per quanto anche i Dead Combo attingano a piene mani dagli eighties, le loro influenze sono più nobili (Ministry e Suicide,
soprattutto) e i risultati sicuramente all’altezza della situazione. Niente di nuovo, per carità, ma almeno di un disco così un pò
di cose interessanti si possono dire. Chitarra, drum machine e la voce distorta costituiscono la base di un sound duro e scarno,
uno scheletro sonoro rivestito di grida vocali e chitarristiche. I riferimenti, più o meno diretti, ai Ministry si intuiscono già
sull’attacco di You don’t look so good e rappresentano un punto fermo della musica del gruppo. Un altro elemento cruciale
per i due musicisti è, senza dubbio, una certa attitudine punk che spesso e volentieri si unisce a sporchi riff garage (Sunny e
Come on baby, yeah), fino a sfociare, in maniera tanto sorprendente, quanto piacevole, nella techno “vecchia maniera” di
Tech out, una vera perla di fantasia electro che mette a confronto le basi della techno e il glitch, con un con un gusto per le
basse frequenze che oggi va tanto di moda, dalla musica elettronica al folk. Non manca neanche l’ironia ai Dead Combo: la
cover di Let’s dance di David Bowie, registrata dal vivo in chiave electro-rumorista, sa un pò di simpatico e pretenzioso
sfottò, come anche il pubblico palesemente finto di Splinters, l’altro pezzo live, un pop-rock che fa il verso agli Oasis.
Peccato che questa ironia di fondo diventi pacchiana, con la citazione di Also sprach Zarathustra di Strauss in 2002 (con
altrettanto pacchiano riferimento al 2001 di Kubrik). C’è spazio anche per gli Stooges, di cui Doxies blanch è un chiaro
riferimento, in questo esordio discografico che di idee ne avrebbe da vendere se non fossero un pò datate. Se questo disco
fosse uscito una quindicina di anni fa sarebbe stato qualcosa di più di un buon disco. Ma quindici anni sono tanti! (6,5/10)
Daniele Follero
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Swayzak – Loops From Bergerie (!K7, 2004)
Due anni sono passati da Dirty Dancing, esordio per la !K7, e i produttori David ‘Brun’ Brown & James Taylor, in arte
Swayzak sono tornati con un album destinato a rimanere uno dei lavori più validi e stimolanti di quest’anno in campo
elettronico.
Se Dirty Dancing stemperava le suggestioni deep-house degli esordi in un impianto fortemente electro-pop e riscuoteva un
gran successo in Europa, trainato da singoli d’impatto come Make Up Your Mind, In The Car Crash e I Dance Alone, il nuovo
lavoro si pone come vera e propria sintesi dell’esperienza artistica del duo scozese. Da un lato si assiste al recupero di quel
feeling umbratile e notturno dei primi album, dall’altro al tentativo di pervenire a strutture più concise ed essenziali,
maggiormente orientate verso la forma-canzone superando gli stilemi electro delle ultime produzioni. A questo
contribuiscono gli innesti di Kenny Paterson, ormai membro effettivo del gruppo, e del batterista/percussionista bolognese
Francesco Brini, cui si affiancano Richard Davies, Clair Dietrich e Mathilde Mallen alle voci.
Registrato in un antico casolare chiamato Bergerie, nel Sud della Francia, con strumentazione per lo più analogica, l’album ha
il sapore di certe produzioni ’80s decadenti e stilizzate, con un impianto piuttosto minimale e un sound che sembra mutuato
da un contesto live. Posta in apertura, Keep It Coming mette subito in chiaro l’impronta pop del lavoro, collocandosi “a metà
strada tra New Order e Cabaret Voltaire”, secondo le parole dello stesso Brun. Another Way caracolla in spirali techno
inglesi fin nel midollo trascinata dal cantato desolato e solitario di Richard Davies che si insinua anche negli incastri ritmici di
My House. Oltre alle canzoni c’è spazio anche per i due strumentali Bergerie e Jeune Loup, la prima è un cavalcata lisergica
costruita su un loop ipnotico e straniante, la seconda una divagazione tech-ambient dai tratti angosciosi. Snowblind, cantata da
Brun, ha l’eleganza e la compostezza di certe produzioni d’oltralpe mentre in Then Ther’s Her si rinnova la magia dub delle
prime produzioni targate Swayzak, con il basso a sostenere il soliloquio di una distaccata Clair Dietrich. Nella complessa
8080 percussioni afro e umori western si fanno da sfondo ai maliziosi loop vocali di Mathilde Mallen prima di convergere
nell’electro robotica di Speakeasy con un Richard Davies vocoderizzato a puntino. Le atmosfere dub, notturne e seducenti di
The Long Night chiudono in bellezza un album che non mostra cadute di tono e resta uno dei più lucidi tentativi di dare
seguito alla controversa stagione dell’electro, senza mettere da parte la spinta propulsiva che queste sonorità hanno dato al
mondo dell’elettronica ma guardando, al contempo, a possibili sviluppi futuri. (8.0/10)
Martino Lorusso
Denise James – It's Not Enough To Love (Rainbow Quatrz / Goodfellas, 2004)
Arriva come uno sbuffo di vapore, una nuvola inconsistente e misteriosa, vaga e impalpabile. Si chiama Denise James, da
Detroit, non solo terra di agri rigurgiti blues-rock a quanto sembra.
Le note biografiche ci segnalano una gavetta operosa attraverso band più o meno (o per nulla) note come Volebeats, Teach
Me Tiger, Dirt Eaters e Jills. Licenziato un primo omonimo lavoro nel 2001 sotto l'egida di Alan McGee e della sua
Poptones, Denise ci riprova oggi spalleggiata dal producer Matthew Smith (degli Outrageous Cherry) e dal tecnico del
suono Jim Diamond (già al lavoro per White Stripes).
Ne risulta una curiosa commistione di umori french-pop e jingle-jangle Byrds (flagrante in Love Has Got Me Crying Again),
folk acidulo sul punto di debordare slow-core (come in Sweet, processione tenue sotto una calda luce d'organo e teneri fervori
di chitarra, tra gli Yo La Tengo più diafani e certi estenuanti tremori Slowdive), apnee polverose Clientele e languide
decadenze Velvet Underground (vi basti Don't Let Her Go This Time).
Pop perlopiù chitarristico, pervaso da oblique sottigliezze che portano in dono un po' di mestizia per ogni canzone, sia pure
travestita da gaia ballerina (il Byrds-style eclatante di No More Goodbyes, l'iniziale Hold On this time – con inattese devianze
Beach Boys/Kinks) o distillata da una saltellante irriverenza country-rock (in Come Home To Me, nel lungo strumentale Just
Like That), per non dire di quando in Absolutely Sad tiene fede ai propositi del titolo sulle tracce di un acidulo gorgoglio di
chitarra. Casomai a questo punto vi fosse venuta la curiosità, devo deludervi: non c'è nella voce di Denise (ligia al proprio
effondersi su un falsopiano di velluto grigio) il misterioso ingrediente che crea dipendenza. In realtà non riesce mai a
sollevarsi da una condizione di dignitosissima accessorietà, ciò che vale anche per la scrittura (essendo la James autrice di
tutti i pezzi).Rimane tuttavia il fascino strisciante dell'intuizione “ambientale”, quel suono che prova a farsi tempo e luogo e
condizione dell'anima, quel cedere alla diffusa sensazione di perdita più o meno irrimediabile (emblematica in questo la quasi
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smithiana title-track, ma anche l'ingenua confessione di Your Every World – con la tromba, i coretti e tutto – avrebbe buone
capacità di stordirci, non fosse per la melodia che rammenta un po’ troppo la pessima I Just Call To Say I Love You del
peggior Stevie Wonder).Una prova controversa ma gradevole, appena troppo prevedibile eppure a tratti ipnotica. Non
scordiamocene del tutto: il prossimo lavoro potrebbe svelarci l'arcano. (6,4/10)
Stefano Solventi
Nou - Slut Rock (One Little Indian, 2004)
Uno di quei dischi che manda a puttana il giochino del “file under”, per la disperazione del povero recensore e per la gioia di
chi ascolta senza assilli di sorta. In trenta minuti scarsi per dieci tracce veniamo infatti presi a schiaffi electro-funk e punkrock, consolati da lusinghe blues-folk, storditi da scalcianti RnB e redarguiti da sobbalzi hip-hop. Il tutto a cura di questo
quartetto inglese capeggiato dal produttore, cantante, chitarrista e compositore Ozzie Jones, la cui partner Noura si ritaglia un
meritato ruolo di front-woman in virtù di una verve vocale capace di spigoli ed effusioni, lascivia e sberleffo, vigore e
ombrosità.
Affabile come un soft-drink e tagliente come una rasoiata, il programma di Slut Rock si dimostra fin dal primo assaggio
estremamente contagioso: una strategia ininterrotta di depistaggi e sterzate, un gioco ironico e cinico che non si fa scrupoli di
aprire masticando il frammento doo-wop di Lollipop come fosse una cicca da buttare per poi aprire all’hip hop sensuale e
sbruffoncello di Coco Butta (tra le cui maglie balena l’ineffabile effige dei Bran Van 3000), prima che la scarica di watt e
anfetamina di Slut Rock scuota le fragili fondamenta delle aspettative a suon di Stooges via Blues Explosion. Sembra uno
scherzo, non lo è, anzi sì: cosa dire di una Victoria che incrocia B.B. King, Kinks e Sly Stone, di una Terrorist che coniuga
furia Dead Kennedys ed efferatezze acustiche Violent Femmes, dell’irresistibile call & response del rigurgito Beastie Boys
che risponde al titolo di Discipline Punish? E della fanghiglia Mississippi che inzacchera l’accorata sordidezza folk di Where
Have You Been All My Life, della congiura ormonal-sintetica in sella a moog sfrigolante di Make Me Your Girlfriend
(plausibile anello di congiunzione tra Prince e !!!) e dell’appiccicosa irriverenza hip-hop di Coochie Time?
Vien voglia di farsi scivolare tutto addosso con noncuranza, ma ne rimani impiastricciato, non esci pulito da quegli sbreghi
atonali di chitarra, da quel balenare psichedelico feroce, da quel gusto per l’energia svelta e impura. E poi quel
risolvere/raccogliere/redimere/assolvere tutto nel folk-soul ispido e accorato di Little Girl, questione di chitarra acustica e
voce, di dolcezza ammorbata e amarezze sprimacciate, con poca voglia di scendere a patti ed è questa – amici – la loro forza.
Un disco piccino e grintoso, il segnale di una cosa di cui – credo – parleremo ancora. (7,3/10)
Stefano Solventi
Luciano Cilio - Dell'universo assente (Die Schachtel, 2004)
C’era un tempo l’avanguardia pop italiana. Un periodo, gli anni ’70, fertile per uno Stivale che rivaleggiava, senza sfigurare,
con le più blasonate Inghilterra e America: Area, il primo Battiato, il progressive. Vari movimenti e vari epicentri, tra i quali
svettava la scena partenopea, divisa tra fusion multicolore (i Napoli Centrale) e progressive rock (gli Osanna), senza
dimenticare l’Alan Sorrenti di Aria, l’unico a potersi fregiare dell’appellativo di Tim Buckley italiano, e non solo.
Collaboratore di quel Sorrenti era Luciano Cilio, artista partenopeo prematuramente scomparso ventun anni fa (si tolse la vita
quando di anni lui ne aveva trentatré), autore di un unico album, Dialoghi del presente, pubblicato nel 1977 dalla Emi e mai
più ristampato. Oggi, grazie a Fabio Carboni e Bruno Stucchi, proprietari della Die Schachtel, quel disco, integrato con
altro materiale del Nostro, ritorna a far parlare di sé: in pratica, l’opera omnia di un artista andatosene via troppo presto e
inevitabilmente sconosciuto ai più. Dell’universo assente - questo il titolo scelto da Girolamo De Simone, curatore del
progetto e stimato pianista contemporaneo, amico di Cilio -, rispecchia il senso mediterraneo partenopeo: un folk bucolico
libero e improvvisato, accostabile alle musiche di combi quali Third Ear Band e Popol Vuh, in un certo senso anticipatore
della musica ambient teorizzata da Brian Eno (le composizioni risalgono alla fine degli anni ’60).
Minimali strutture pastorali, armonizzate per chitarra, piano, flauto, violoncello, contrabbasso, qualche voce sparsa e
percussioni. Passione per la musica, specchio riflesso dell’Io di Luciano, triste ma speranzoso. “In queste registrazioni si può
chiaramente percepire una necessità che raramente si trova nella musica: un momento nel quale si può veramente sentire un
artista in reale contatto con se stesso. Luciano Cilio coglie quell'attimo sospeso nel tempo, come un autentico testamento
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emotivo, qualcosa da tenere a cuore”: queste le note di copertina, redatte nientepopodimeno che da Jim O' Rourke. Miscela
sapiente di passione mediterranea e avanguardia colta, Dell'universo assente è un album semplicemente splendido. (9.0/10)
Gianni Avella
Live
Psychic Tv – 2 ottobre 2004 TPO, Bologna
Il fatto che il caro vecchio Genesis P-Orridge si facesse rivedere in pubblico dopo
un bel po’ di anni rappresentava già di per sé un evento. La curiosità, per chi fosse
già a conoscenza del suo cambio di sesso, non era, evidentemente, solo musicale.
<<Come sarà “la” Genesis?>> si saranno chieste le varie generazioni che nell’arco
di quasi trent’anni hanno seguito le gesta dell’artista inglese trapiantato negli Stati
Uniti. Non c’erano, infatti, solo ventenni iniziati da poco alla musica degli Psychic
Tv al Tpo di Bologna, ma anche persone di mezza età che hanno avuto la fortuna di potersi godere, a suo tempo, la
rivoluzione musicale dei Throbbing Gristle. Bastava darsi un’occhiata in giro per accorgersi di partecipare ad un evento di
una certa importanza.
All’attesa,quando c’è di mezzo Genesis P-Orridge si unisce sempre una consistente dose di curiosità, viste le scelte spiazzanti
che hanno fatto di lui un personaggio sfuggente e imprevedibile. Inutile dire che l’attenzione, sin dalle premesse era incentrata
su di lui, considerata l’assenza di nomi di rilievoe il fatto che gli Psychic Tv sono sempre stati una sua (e solo sua) creatura
.Nessun album da recensire, né particolari performace annunciate. Possibile che sia solo un concerto?
Dopo un’ora e mezzo di attesa oltre l’orario di inizio previsto compaiono alcuni giovinetti che potrebbero essere un ipotetico
gruppo supporto formato dai nipotini di Orridge. E invece sono proprio loro: David Max ( chitarre) ; Alice Genese ( basso) ;
Lady Jaye ( samplers) ; Eddie ODowd ( batteria) - Markus Fabulous Persson ( tastiere), ovvero i PTV 3, la terza metamorfosi
della storia degli Psychic Tv. Genesis/Breyer P-Orridge arriva di seguito, come una star, con sotto braccio un librone un po’
consumato. Minigonna rossa laccata; stivali rosa con tacco a spillo; orecchini a pendolo d’oro; maglietta scollata; caschetto
biondo e calze a rete. Genesis indossa tutto ciò che di più tipicamente femminile possa esistere, ma di femminile non ha
niente. Con quei vestiti da puttana, due spalle da scaricatore di porto e la pancia da alcolizzato,la “divina” Genesis sembra un
personaggio venuto fuori da un qualsiasi libro di Bukowsky. Insomma, non proprio l’artista a cui si era abituati. Nonostante i
radicali cambiamenti, però, la sua voce, lamentosa e graffiante, malinconica e sprezzante è sempre quella e lo si sente subito.
Ma non basta chiudere gli occhi per sentirsi proiettati indietro di una quindicina d’anni. L’acid rock con venature
psichedeliche con cui inizia il concerto è a suo modo spiazzante, ma non per la novità musicale che rappresenta, né per la sua
bellezza. Semplicemente non ce lo saremmo aspettato. L’attitudine rumorista della band viene fuori dopo una mezz’ora,
quando Genesis imbraccia un basso totalmente distorto e dirige la prima di varie improvvisazioni noise che scandiranno il
concerto di lì in avanti. Rumorismi chitarristici su ritmi ipnotici scanditi dalla batteria tra cui si divincolano i racconti e le
grida di Genesis: è questa la formula prevalente del THIRD COUMING DETOUR OV EUROPE, che non ha lo scopo di
presentare un disco nuovo, bensì “UNCLEAN VERSE-IONS OV THEE HYPERDELIC HITS”.
La monotonia non è, comunque, mai stata una caratteristica tipica degli Psychic Tv ed anche questa performance lo dimostra:
la tensione rumorista e rumorosa viene spezzata di tanto in tanto da canzoncine mielose ed ironicamente romantiche,
provocando una sensazione di straniamento irritante e piacevole allo stesso tempo.
La band è solida, con un’impostazione post-rock un po’ manierista, ma i nipotini di Genesis sono poco più che comparse in
uno spettacolo dominato dalla presenza della zia Breyer.
Nei nuovi panni Genesis P-Orridge è un bel po’ lontano dalla figura nichilista che spesso e volentieri non si curava del
pubblico. Distribuisce baci, scherza con le prime file e trova anche il tempo e la voglia per una litigata estemporanea con uno
sfigato che gli grida cazzate a ripetizione. Esce scocciato, rientra e mostra le tette gridando “I’m not a fascist!”, riferito
all’anonimo imprecatore, guadagnandosi un bel po’ di applausi. Scherza molto sulla sua condizione di trans: si presenta
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dicendo di essere “ancora Genesis P-Orridge”, poi indossa una maglietta con una sua vecchia foto e sussurra sorridendo:
“questo sono io”. Si diverte anche un po’ a storpiare Lady Jane e Stranger in the night cantandole come farebbe un ubriacone
all’osteria. A volte fa sorridere, a volte un po’ pena nei panni della rock star decaduta prima ancora del successo.
Alla fine del concerto si ha l’impressione di essere stati trascinati dagli Psychic Tv senza essere mai stati coinvolti
completamente nell’ipnotismo della loro musica. Una di quelle situazioni in cui non sai se sei più contento di aver visto
l’ennesima trasformazione di un’icona dell’underground musicale degli ultimi trent’anni o sei più rammaricato per non aver
avuto la possibilità di goderti la signorina Orridge senza tette e con più creatività.
Daniele Follero
Coco Rosie + Devendra Banhart & The Queens of
Sheeba – Live al Rainbow Club, Milano, 6 Ottobre 2004
L’appuntamento è di quelli da non perdere: due tra i nomi più in vista della
cosiddetta scena pre-war uniscono parte dei rispettivi tour europei per una serie
di date che toccano anche l’Italia per ben cinque tappe; un evento di per sé
carico di aspettative, che non solo ha mantenuto le promesse, ma ha riservato
anche molte sorprese. Aprono la serata Bianca e Sierra Casady, che, complici
le luci soffuse, hanno ricreato le atmosfere intime e fiabesche del loro La
Maison de mon Rève. Sul palco c’è di tutto: giocattoli, tastiere, rhythm box e persino un’arpa. Le due sorelle, che si alternano
alle voci e a strumenti vari, sono accompagnate dagli interventi minimali di un polistrumentista e di una “human beat box”
(un musicista di colore che accompagna ritmicamente i brani con la voce), ingredienti sonori che rendono le loro ninnenanne
ancora più stranianti ed irreali. Il concerto procede senza particolari scossoni per circa quarantacinque minuti, fatta eccezione
per qualche problema tecnico che di tanto in tanto disturba la resa sonora di alcuni brani: oltre a questo, le Coco Rosie
sembrano un po’ fuori fase (l’intervista concessaci dopo il concerto confermerà queste impressioni). Peccato, occasione
riuscita solo a metà. Si passa al secondo atto.
Che al buon Devendra piacesse giocare lo si era capito da un po’. Chi ha avuto l’opportunità di vederlo dal vivo negli ultimi
mesi ha sperimentato la sua sana follia on stage, tra bizzarre introduzioni, sberleffi irriverenti, parole biascicate e
(volutamente?) confuse; come controparte, il suo naturale carisma, la sua forte presenza, l’atmosfera religiosa in cui è capace
di immergere gli astanti con soltanto chitarra, voce ed un pugno di canzoni memorabili (tra originali da Rejoicing in the
Hands e Nino Rojo ed alcune preziose cover). Alla luce di tali aspettative, era forse meno facile prevedere il colpo di coda del
Nostro in quest’occasione. Chi si aspettava una serata intima tra cuscini, candele e bastoncini di incenso, deve aver provato
una bella sorpresa nel vedere Devendra presentarsi sul palco con una band di cinque elementi, i Queens of Sheeba (a.k.a. The
Driftwood Voltron, cf. intro ed intervista). Il repertorio affrontato da questo improvvisato combo (soli cinque giorni di prove!)
ruota quasi interamente attorno agli ultimi due dischi di Devendra, ma c’è spazio anche per alcune canzoni di Vetiver (su
tutte Amour Fou, quadriglia impazzita scritta a quattro mani col Nostro) e Little Wings (country rock convenzionale ma
godibile). A parte un paio di momenti intimisti in cui viene lasciata intatta l’originale impostazione acustica (l’iniziale Little
yellow spider e A sight to behold, da brividi), i classici del cantautore texano-venezuelano vengono immersi in una
dimensione nuova, diversa, in cui ogni musicista riesce a ritagliarsi il proprio spazio senza prevaricare sull’altro. Così Will is
my friend si gonfia di sfumature ancora più gospel e blues, This is the way diventa una cavalcata imbizzarrita guidata dal
banjo, There was sun e An Island acquistano nerbo e spina dorsale. Devendra si è circondato di amici, non di sessionmen, e la
cosa è tangibile: nessuna meraviglia se l’atmosfera che si crea sul palco somiglia sempre più a una festa di amabili
fricchettoni; brani come The good red road, Be kind e This beard is for Siobhan (in assoluto il momento più coinvolgente)
diventano quindi il pretesto per esecuzioni infuocate, goliardiche e divertite. Ma la maggiore sorpresa arriva a chiusura
concerto: tre brani del tutto inediti, che (come ci ha confidato Andy dopo lo show) sono stati composti coralmente nel corso
delle prove per il tour. Il gruppo gira, gli ingranaggi sono ben oliati e c’è largo spazio per l’improvvisazione e l’esplorazione:
ecco quindi Banhart lasciare la chitarra e trasformarsi in una sorta di sciamano invasato, mentre i Queens of Sheeba si
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destreggiano abilmente tra scatti frenetici alla Stones, lunghe dilatazioni psichedeliche, tribalismi afro e ritmi reggae. Alla
faccia del pre-war folk. Non ci è dato di sapere con certezza se questa formazione possa avere un futuro: potrebbe apparire sul
prossimo disco di Devendra, o forse su quello dei Vetiver, o restare semplicemente un episodio isolato, un divertissement
estemporaneo di cinque musicisti che, prima di ogni cosa, sono amici. Poco importa, finché ci sono artisti di questo calibro in
circolazione, c’è solo da stare allegri.
Antonio Puglia
Rubriche
Classic Album Revisited
Leonard Cohen - Songs of Leonard Cohen (Columbia, 1967)
Suzanne / Master song / Winter Lady / The stranger song / Sisters of mercy / So long, Marianne / Hey, that’s no way to say
goodbye / Stories of the streets / Teachers / One of us cannot be wrong
Mentre i Beatles davano alle stampe Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band definendo una volta per tutte le linee guida del
movimento psichedelico inglese, mentre i Grateful Dead sottoscrivevano, con l’album d’esordio, la propria appartenenza a
quell’ acid rock che di lì a breve avrebbe generato schiere di “viaggiatori”, mentre i Doors fondevano, nell’opera omonima,
blues ed accenti lisergici col fine di espandere le “huxeliane” porte della percezione, usciva, in sordina, anche il primo disco
del canadese Leonard Cohen.
Originario di Montreal ed artista atipico per il periodo – nessun legame evidente con la cultura hippy -, prima di approdare
alla musica Cohen si era dimostrato scrittore ispirato ed apprezzato a livello internazionale, grazie ad opere quali The
Favourite Game, Flowers Of Hitler e soprattutto Beautiful Losers. Poeta e romanziere in possesso di uno stile vivacemente
influenzato da riferimenti religiosi e al tempo stesso in grado di scuotere gli animi ed affascinare grazie a raffinate strutture
linguistico - metaforiche, Cohen decideva, in seguito ad alcuni contatti avuti con personalità artistiche newyorkesi, di
evolvere la propria proposta letteraria accostandola a musiche autografe di matrice folk. Nasceva così Songs of Leonard
Cohen.
Il disco, in linea con alcune delle produzioni cantautoriali del periodo, procede su un binario estetico ben preciso: da una parte
la voce profonda dell’autore ad esplorare le splendide derive melodiche dei brani, dall’altra arpeggi di chitarra che
sottolineano la ritmica ed il carattere degli stessi. Se a grandi linee le musiche si ispirano agli stilemi del country senza però
cedere a sonorità troppo tradizionali in questo senso, esse brillano al tempo stesso di luce propria, in virtù di un originalità
fatta di malinconie sottili ed inclinazioni melodiche dal retrogusto europeo. Il tutto, filtrato da un’ attitudine compositiva ed
un approccio alla tecnica spesso poco ortodosso ma ugualmente intrigante, mantiene una fondamentale coesione grazie ad
efficaci arrangiamenti, strutturati su archi dall’identità sospesa e cori mai invasivi.
Nei quaranta minuti del disco l’autore affronta tematiche di natura esistenziale senza scadere nell’ovvietà, anzi dimostrando
una ricchezza di sfumature davvero invidiabile: l’amore folle e al tempo stesso innocente di Suzanne, la compassionevole
spiritualità di Sister Of Mercy, il cinismo e la disillusione di Teacher, i toni riflessivi di Hey That’s No Way To Say Goodbye,
la solitudine e l’abbandono di The stranger song. Testi complessi, di non facile lettura, che per maturità ricordano, in alcuni
frangenti, quelli del Bob Dylan meno politico.
Songs of Leonard Cohen, nella sua semplicità apparente, è un'opera di grande spessore e profondità. Cohen riuscirà a
ripetersi sugli stessi livelli anche nei successivi Songs From a Room e Songs of Love and Hate, suscitando l’ammirazione e
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meritandosi la stima di grandi artisti. Tra questi vogliamo ricordare Fabrizio De Andrè, che del musicista canadese riprese,
fornendone una splendida rivisitazione nella lingua di Dante, la già citata Suzanne e Joan Of Arc.
Fabrizio Zampighi
La promiscuità dell'arte contemporanea
una rubrica d'arte a cura di Davide Valenti
Perché si distingue tra Arte e non-Arte? E’ possibile creare, pensare, sentire, senza ricorrere al proprio Io?
Quanto ha inciso la morale occidentale sullo sviluppo del concetto di arte? Qual è la differenza tra arte ed
espressione? Qual è il legame tra arte ed ordine sociale?
0. Arte non-arte
L'arte iniziata con gli espressionisti, che si suole chiamare
“contemporanea”, ha una connotazione molto “filosofica”. Una delle
motivazioni di fondo delle opere appartenenti a questa categoria, per non
dire quella da cui scaturiscono tutti gli altri significati, è la volontà di
avvicinarsi alla realtà. Quest' affermazione potrebbe sembrare
paradossale, vista la grande produzione astrattista, dadaista, surrealista;
produzioni che sembrano staccare dal vecchio concetto di “imitazione”
tutta la produzione attuale. Da un altro punto di vista, la visione delle
opere contemporanee induce a intravedere un futuro in cui davvero l'arte
si libera dai limiti della censura e anche del suo nome. Questo
apparentemente paradossale avvicinamento alla realtà si scorge
facilmente nel concetto stesso espresso dall'espressionismo, voler
esprimere come io percepisco e sento la realtà. L'immagine che ho del
mondo, di un paesaggio, di una donna, di un uomo, è un'immagine
puramente retinica? Oppure la mia immagine, già nel suo formarsi sull'occhio, non è carica di me, del
mio io? Il problema dell'espressione è quello di voler comunicare l'io, esso è l'unico modo di comunicare
il mondo. Allora si può dire che l'espressionismo si allontani dalla realtà? Dalla nostra prospettiva si può
dire il contrario: l'espressionismo innesca nell'arte un processo di comunicazione “più totale”, i suoi
colori e le sue forme distorcenti vogliono trovare l'universale. A questo punto viene da chiedersi: è
possibile creare, pensare, sentire, senza il proprio io? Tutto ciò è lapalissiano, tuttavia non viene preso in
considerazione abbastanza nella nostra cultura se non si tiene conto delle sue necessarie implicazioni,
quelle per cui la realtà e l'arte sono la medesima cosa.
L'espressionismo vuol dire di più rispetto a prima e le correnti successive vorranno dire ancora di più su
ciò che vediamo e sentiamo. È un processo di progressivo avvicinamento alla realtà. La realtà si deforma
negli espressionisti per essere più vera; essi cercano di mentire in maniera minore sulla realtà rispetto
all'arte precedente. I cubisti cercheranno di mentire ancor meno volendo cogliere la totalità dell'oggetto,
della sua idea in noi, deformandolo ancora di più. Col dadaismo, che annuncia la morte dell'arte, non
esiste più un oggetto singolo così come esso non esiste singolarmente nella nostra mente ma è legato
caoticamente a tutta la nostra esperienza e agli oggetti che essa contiene. Così l'avvicinamento alla realtà,
coincidendo la realtà con la nostra esperienza di essa, non può che condurre alla realtà stessa, e cioè alla
eliminazione della sua rappresentazione. Rappresentare la realtà, sebbene deformandola, non coglie
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ancora la sua essenza, la quale è colta attraverso la sua manifestazione. E allora è da intendere
letteralmente l'affermazione “ogni uomo è un artista”.
Tutta questa riflessione può riempirsi ancor più di senso alla luce di un atteggiamento nuovo e amorale
(inteso come aldilà di ogni morale culturalmente costituita). La necessità che spinge ogni uomo ad agire
può essere altresì riscontrata, nell'arte, nella necessità con cui un artista esegue, millimetro dopo
millimetro, la sua opera. I movimenti attraverso i quali l'opera giunge al suo compimento sono tutti
necessari, tanto quanto lo sono tutti gli altri: mangiare, dormire, fumare, ridere, piangere, parlare, stare in
silenzio...
Dove sta allora la differenza tra l'arte e il resto delle azioni della vita se entrambe sono azioni necessarie?
Dove possiamo trovare l'eccellenza di un artista se la sua opera equivale a qualsiasi altra azione in
termini di perfezione? Se ogni atto che l'uomo compie è necessario, allora ogni atto inteso artisticamente,
ogni opera sarà perfetta.
Arte e morale
A questo punto ci accorgiamo di quanta parte abbia la morale vigente
nella considerazione delle opere d'arte: se un tempo un artista poteva
essere lodato più di un altro in base alla sua maggiore capacità nella
rappresentazione, oggi, dopo le nostre riflessioni, non possiamo più
distinguere se sia “migliore” un “artista” o un uomo qualunque, un
“non artista”. La morale viene qui chiamata in causa dalla domanda:
perché l'artista è stato fino ad oggi lodato più di altri per le sue opere?
Ci troviamo allora immersi nella morale cristiana che trova il suo
fulcro nell'idea del libero arbitrio. Infatti, se ogni uomo è libero di
scegliere la sua strada, di perfezionarsi in una disciplina in maniera
assolutamente indipendente dalla sua esperienza, allora più degno di
lode sarà quell'uomo che più si sarà perfezionato. Gli artisti più
grandi saranno allora quelli che soddisferanno maggiormente le concezioni di bellezza o di espressività
del proprio tempo, le quali sono pure legate strettamente alla morale. Tale morale ha infatti distinto il
bello dal brutto, e quindi l'arte dalla non-arte, in maniera parallela alla distinzione tra buono e cattivo. Il
legame tra queste categorie possiamo trovarlo nell'osservazione dell'indignazione della casalinga alla
vista, ad esempio, della nudità, della parolaccia, in televisione. Possiamo facilmente notare che queste
espressioni dell'uomo, come l'esibizione della nudità o il linguaggio contenente riferimenti al corpo, sono
eliminate, nella nostra cultura, dall'ambito artistico e culturale e, quando non lo sono, ciò avviene per
giustificare quella manifestazione col termine “arte” e renderla innocua. Non si vede come in questo
fenomeno si possano distinguere arte e morale.
La prospettiva che vogliamo esporre si oppone radicalmente a queste categorie. Essa infatti mette nel
contenitore dell'arte tutte le espressioni, tutte le manifestazioni dell'uomo, e così facendo prelude ad uno
stravolgimento di quei valori morali ancora vigenti. Se tutto è arte, allora tutte le manifestazioni
dell'uomo devono essere accettate e lodate nella loro “bontà” in quanto necessarie e “perfette”.
In contrasto con la concezione moralistica dell'arte, e volendo distinguere l'arte dalla morale, siamo
chiamati ad introdurre in quel contenitore le manifestazioni della vita umana che ne sono state fino ad
ora escluse a causa dell'indistinzione precedente. Dobbiamo allora chiederci: quali atti umani eliminati
dalla morale dalla categoria di buono sono per questo stati eliminati dalla categoria di arte? La risposta,
date le precedenti premesse, può essere: sono stati eliminati dall'arte tutti gli atti umani rimanenti.
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Ancora, per rispondere al perché di questa posizione paradossale, dobbiamo rivolgere l’ attenzione alla
nostra morale comune. Essa si basa sulla distinzione tra bene e male. Queste due categorie sono
considerate non relativamente a qualcosa, ma in sé. In questo modo si configurano come categorie le
azioni e le cose buone e le azioni e le cose cattive, laddove “buone” e “cattive” sono nozioni
indipendenti da quelle di “utile” o “piacevole”. Stando così le cose, la vita dell'uomo virtuoso consisterà
nell'evitare le azioni ritenute cattive e nel compiere quelle ritenute buone. È evidente intuitivamente che
alla base della possibilità di distinzione netta delle due categorie sta l'introduzione del concetto di libero
arbitrio: se posso scegliere tra due possibilità in qualsiasi momento della mia vita allora sono libero di
scegliere indipendentemente dai condizionamenti del mondo esterno. Da qui deriva la legittimità della
punizione in quanto l'azione dell'uomo che infrange determinate regole del sistema civile vigente è
ritenuta cattiva proprio in quanto libera e quindi volontariamente cattiva. Senza la credenza nel libero
arbitrio, l'uomo non sarebbe più in grado di pensare i concetti di bene e male in sé: se l'uomo non fosse
libero di agire ma si trovasse costretto ad agire in modi assolutamente necessari, non sarebbe più
concepibile la punizione.
Arte ed espressione
Il concetto di espressione indica la capacità dell'opera di comunicare
allo spettatore delle emozioni. Più precisamente, un'opera d'arte
esprime qualcosa quando la sua contemplazione evoca in noi,
attraverso associazioni analogiche, una serie di immagini
contemporanee, di simboli, pressoché infiniti, che le danno un senso.
Questo processo mentale coincide con l'induzione di emozioni in
quanto ogni immagine evocata porta con sé una carica emotiva legata
all'esperienza fisica più che razionale, al senso più che al significato.
Ma perché si distingue tra arte e non-arte? Sembra che la distinzione sia
ancora fondata sul libero arbitrio: viene detta arte un'opera composta
volontariamente dall'artista e che egli chiama “arte”, mentre è non-arte
un oggetto prodotto da un uomo che non definisce la sua opera “arte”.
Tuttavia capita spesso che un oggetto che non è detto arte evochi in noi emozioni molto forti, abbia
un'espressività molto più forte di quella di molte opere che stanno nei musei. È questa arte? Stando alla
convinzione che le opere di ogni uomo sono tutte necessariamente perfette in sé, allora essa è arte ed è
arte ogni opera dell'uomo. Perché questa concezione desta scandalo ancora oggi?
Erano ancora gli inizi del novecento quando Duchamp iniziò a porre nei musei gli oggetti della vita
comune e quando i futuristi auspicavano l'eliminazione dei musei. Eppure ancora oggi sono presenti nei
musei opere che vogliono essere “intellettuali”, vogliono “elevare lo spirito”, vogliono “suscitare
emozioni”, vogliono “essere lodate per la bravura dell'artista”. Sono questi dei fantasmi? Come possiamo
escludere oggi dai musei tutta la produzione che viene detta non-artistica? Come dirla ancora nonartistica? Forse manca all'arte un altro passo perché muoia davvero e si dissolva nella vita? Il processo di
avvicinamento alla realtà deve forse ancora compiersi?
Le obiezioni a questi quesiti solitamente tendono a mostrare che non tutte le opere sono espressive, che
non tutte suscitano emozioni e che quindi non tutte sono “arte”. Ma come non notare che la
comunicazione quotidiana di ogni uomo, ma anche di ogni animale, fiore o pietra nell'universo, induce
emozioni, produce senso, è fortemente espressiva, e volontariamente, più di quanto non lo sia un'opera in
un museo? Una lettera d'amore, un insulto di un amico, un bacio, una semplice conversazione con uno
sconosciuto che suscita in noi interesse, la visione di un animale esotico durante un viaggio in Africa, l'
esperienza di un pic nic in Francia, la visione di una donna con un bambino in braccio...
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Arte e società
L'arte riproduce ancora le manifestazioni della vita. Ma esclude dalla
riproduzione quelle manifestazioni che sono contrarie alla morale
preservatrice dell'ordine vigente: tutte le altre opere dell'uomo sono
escluse perché la loro introduzione vorrebbe dire “tutto è bello”, tutto
è da lodare, tutto è sacro, tutto è giusto. Se ogni museo dovesse
contenere qualsiasi produzione di ogni uomo, la quale di per sé
suscita emozione, allora i musei si allargherebbero lasciandoci
contemplare il mondo come opera d'arte perfetta. Esisterebbe un solo
museo dove ogni azione non potrebbe essere punita poiché sarebbe
ritenuta necessaria e quindi non cattiva. Un mondo in cui ogni oggetto sarebbe amato soltanto perché
esistente e in cui l'odio per l'altro uomo non avrebbe posto. Un mondo in cui ogni uomo potrebbe
vendere all'altro la propria riproduzione della vita, un quadro, una scultura, uno spettacolo, ma queste
riproduzioni sul mercato sarebbero infinitamente maggiori e non più lodate di altre manifestazioni vitali.
Un mondo in cui ci si sposterebbe da un posto ad un altro lontano più per godere della visione di una
donna che per contemplare un' opera d'arte sempre inferiore a quella.
L'accumulazione di forti esperienze vitali prevarrebbe sulla volontà di accumulazione di esperienze
estetiche. In fondo l'esperienza estetica è da noi cercata in quanto ci fa vivere un'esperienza incivile che
noi non potremmo vivere nella società in cui viviamo. Questa caratteristica della fruizione artistica ci
mostra l'arte in quanto processo di avvicinamento all'oggetto, e quindi alla vita, ma ci mostra anche l'arte
in quanto ostacolo al raggiungimento di quello. Se l'artista evita di svolgere un'azione incivile nella sua
società e fa svolgere quell'azione al suo personaggio, allora il sistema vigente è preservato grazie alla
presenza dell'arte.
Questa doppia identità, sovversiva e conservatrice, dell'arte è sempre stata presente nella storia della
civiltà. Alla paura di Platone di introdurre la poesia, sovvertitrice degli animi e dell'ordine, nella sua
Repubblica, fa eco la necessità della tragedia come evento catartico, liberatorio delle emozioni e valvola
di sfogo, teorizzata da Aristotele. Il disagio che la civiltà non può eliminare a causa del suo vivere civile
confluisce nell'arte. Per questo motivo i governanti di ogni regione e di ogni stato non eliminano la
produzione artistica, ma allo stesso tempo ne limitano la libertà per il pericolo determinato dal suo
aspetto sovversivo. In questo modo ad una imposizione di tiepidezza all'arte corrisponde nella società un
piccolo grado di delinquenza corrispondente all'arte non espressa.
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