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Rivista di Cultura Politica, Storica e Letteraria
Anno CXXIII – N. 5 / 2014
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■ DAL SOCIALISMO IDENTITARIO AL “SOCIALISMO LARGO”. MATERIALI DI RINO FORMICA
LA QUESTIONE SOCIALISTA OGGI
Emanuele Ceglie
L
POSTE ITALIANE S.p.A. Spedizione
in a.p.D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) Art. 1
comma 1, DCB Milano - Mens.
778000 057003
9
ISSN 1827-4501
13005
a questione socialista oggi, dal Socialismo identitario al Socialismo
“largo” è un di contenitore di materiali politici. Un raccoglitore di idee, analisi, riflessioni, semplici appunti, annotazioni; il tutto utilizzato, grosso modo
dal 2007 ad oggi, per partecipare a un evento specifico oppure per fissare una linea di ragionamento da sviluppare magari in seguito e in un giro più largo di discussioni. Insomma, allo
stesso tempo un memorandum di questioni e un tracciato per una storia e un’analisi politica
della Sinistra e del Paese, una sorta di reagente chimico da immettere in un contesto di dibattito pubblico che da troppo tempo è inerte. Nel libretto c’è un cuore e un cervello, un sentimento e una ratio, entrambi impiantati nella politica. Sto parlando di Rino Formica, una figura notoriamente atipica, rispetto all’idealtipo del politico di professione che lo vuole o
tutta tattica o tutto strategia in un quadro, naturalmente, dove se messe in competizione la
tattica prevale quasi sempre sulla strategia.
Questo libretto è una specie di contenitore di materiali politici. Un raccoglitore di idee,
analisi, riflessioni, semplici appunti, annotazioni; il tutto utilizzato, grosso modo dal 2007
ad oggi, per partecipare a un evento specifico oppure per fissare una linea di ragionamento
da sviluppare magari in seguito e in un giro più largo di discussioni.
Insomma, allo stesso tempo un memorandum di questioni e un tracciato per una storia e
un’analisi politica della Sinistra e del Paese, una sorta di reagente chimico da immettere in
un contesto di dibattito pubblico che da troppo tempo è inerte.
Nel libretto c’è un cuore e un cervello, un sentimento e una ratio, entrambi impiantati nella
politica. Sto parlando di Rino Formica, una figura notoriamente atipica, rispetto all’idealtipo del politico di professione che lo vuole o tutta tattica o tutto strategia in un quadro, naturalmente, dove se messe in competizione la tattica prevale quasi sempre sulla strategia. E
perché sia chiaro che non si vuole fare qui l’agiografia del personaggio, va detto che personalità di questo tipo si sono formate in “scuole” particolari e sono maturate dentro una particolarissima esperienza storico-politica collettiva, quella del socialismo autonomista italiano,
con l’accento posto sull’aggettivo “autonomista” e senza nulla togliere al valore di altre scuole. Si sta parlando di quella particolare esperienza che ha dovuto confrontarsi e scontrasi con
l’Ideologia italiana, scritta nella Carta costituzionale, l’ideologia dello “stare assieme”. Quella
Costituzione “ideologica” voluta soprattutto dalle componenti “organiche” delle due più
grandi forze politiche dell’Italia del dopoguerra: la sinistra democristiana e il PCI disegnato
da Togliatti. Va da sé che l’Ideologia italiana poteva essere ricondotta nel solco della normalità liberaldemocratica e delle sue regole dell’alternanza, solo a patto di usare buoni gruppi
dirigenti nonché la tattica più la strategia in una combinazione positiva di ardimento tattico
e di saggezza strategica. Ecco spiegate le ragioni della formazione di un gruppo dirigente di
“eccellenza”, quello socialista ed ecco spiegate anche le “atipicità” prodotte da quella esperienza.
Quella storia finì come sappiamo nel 1993 e incominciò un’altra storia, una storia senza
più il socialismo autonomista. Anzi una storia perfino contro la memoria di quel socialismo.
Lo sviluppo impetuoso degli avvenimenti di questo ultimo ventennio associato allo status di
semplice osservatore (quasi come ufficiali della riserva!) hanno creato le condizioni giuste
per una riflessione che, in questo libretto, si srotola in più direzioni ma che sempre ritorna
al suo nucleo originario: spiegare le ragioni della “diversità” dell’esperienza democratica
nazionale e la durezza dello scontro per una risposta “normale” che i socialisti hanno voluto
offrire alla governabilità del Paese, non riuscendoci. Un punto di osservazione certamente
non neutro ma sicuramente disincantato e critico rispetto alle recriminazioni e alle pulsioni
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La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7/08/1990 n.250
che ancora gravano sul campo di Agramante della Sinistra italiana.
Questo libretto è ispirato da Rino Formica ed è cresciuto in un rapporto pluridecennale di scambio culturale, nel senso
del confronto tra due culture politiche
con molti tratti convergenti ma non omologabili, non fosse altro che per ragioni
anagrafiche. La mia, maturata nella prima metà degli anni ‘60 tra i giovani comunisti per i quali la “via italiana al socialismo” è stata comunque una via “rivoluzionaria”, quella di Formica negli
anni “ruggenti” dell’antifascismo nelle
fila, assai scomode per quei tempi, di un
socialismo non “frontista” e che si incontrano all’angolo di strada della crisi del
berlinguerismo (siamo agli inizi degli anni ‘80) con le nuove prospettive aperte
dal riformismo del nuovo PSI.
Sullo sfondo c’era la Sinistra di governo, una sinistra che su quello sfondo oggi
proietta una immagine di sé perdente se
non informe. Se dunque l’ispirazione si deve a Formica, l’articolazione dei testi qui raccolti
mi appartiene, come mi appartengono non poche dilatazioni concettuali e di giudizio, soprattutto alcune indulgenze per un moderatismo (il fenomeno del berlusconismo) che ha dato
e sta dando pessima prova di sé ma che ha anche segnato un punto di frattura rispetto al moderatismo “consociativo” della Prima repubblica, dal quale un altro personaggio assai distante
dal “Cavaliere”, Bettino Craxi, tentò una difficile deviazione. Ebbene, di queste “forzature”
sono pienamente responsabile, nella condivisione di un punto centrale di giudizio politico e
di lettura storica delle vicende nazionali, vale a dire l’idea della forza passiva e conservatrice
esercitata dalla Costituzione “organica” sulla forma della nostra democrazia e sulla tormentata evoluzione del nostro sistema istituzionale verso un modello di governance adeguato al
tempo della globalizzazione. C’è una idea, in breve, che accomuna: la Sinistra di governo
del nuovo millennio o riparte da qui, da questa “larghezza” di visione o sarà un’altra cosa.
Per una guida alla lettura
I primi due capitoli, “La questione socialista oggi” e “Oltre la democrazia organica”, sono
rispettivamente dell’aprile e settembre 2007. Entrambi sono stati elaborati come base di discussione sulla forma della nostra democrazia nell’occasione del 60° anniversario della Carta
costituzionale. A settembre di quell’anno fu organizzato un convegno cui parteciparono vari
esponenti della Sinistra e in quella sede i due documenti furono presentati e dibattuti.
Il terzo capitolo dal titolo “Revisionismo e popolo” riproduce il documento presentato da
Formica alla manifestazione nazionale organizzata dai Socialisti democratici italiani (SDI)
per il lancio di una proposta di legge d’iniziativa popolare per l’elezione di un’Assemblea
costituente. La manifestazione si svolse a Vieste (Fg) il 21 settembre 2008.
Il quarto “L’uscita di sicurezza del Socialismo largo” è stato presentato a maggio 2012 a
Milano. La rivista e il circolo socialista “Critica sociale” convocarono i “volenterosi” per il
rilancio del quotidiano storico del PSI l’Avanti!, con Rino Formica direttore.
Il capitolo quinto “Oltre la stagione dei manifesti” e il sesto “L’Italia: una società senza nazione” sono del 2012, anno “terribile”: crisi del berlusconismo, rinascita del centrismo, il
fenomeno di massa del grillismo. E’ stata anche la stagione dei Manifesti politici, tra i quali
quello di Giulio Tremonti, al quale i due documenti, riprodotti nei capitoli quinto e sesto, rivolgono una attenzione simpatetica e alla stesso tempo critica.
Il capitolo settimo “Idee per una Sinistra senza l’idea del socialismo” e l’ottavo “Dalla
questione morale alla questione criminale: il declino della Sinistra” sono del 2013 e non hanno avuto circolazione. Vanno letti come un memorandum di questioni, predisposto con l’idea
di avviare un giro di discussioni, coinvolgendo circoli socialisti, associazioni, gruppi di militanti e di compagni. Un giro per l’Italia per parlare del “Socialismo largo”. s
Il volume è disponibile solo in formato ebook presso le librerie elettroniche (www.bookrepublic.it/book/9788868555122-la-questione-socialista-oggi/)
2 ■ CRITICAsociale
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■ PUBBLICHIAMO UN PARAGRAFO DEL CAPITOLO “OLTRE LA DEMOCRAZIA ORGANICA” DELL’EBOOK DI RINO FORMICA SULLA “QUESTIONE SOCIALISTA OGGI”
COSTITUZIONE ITALIANA E LA DEMOCRAZIA ORGANICA
S
Rino Formica
essant’anni fa, nel clima in fuocato dallo scontro sociale e da
grandi passionalità politiche, la
parte migliore della coscienza democratica
dell’Italia o per lo meno quella parte che aveva
avuto la maggioranza del consenso popolare,
elaborò la Carta costituzionale ispirandosi ai
principi della democrazia organica, che segnerà la storia della repubblica.
Il caposaldo della società organica è il superamento del sistema liberale fondato sull’indivisibilità del principio di libertà, e l’approdo
ad una forzata visione della integrazione tra libertà politica e libertà sociale.
Per democrazia organica si intende innanzi
tutto una cultura politica, organizzata attorno
a un nucleo, a una visione della politica, dei
rapporti istituzionali, sociali ed economici e,
nello stesso tempo, a una forma di organizzazione dello Stato e di tutti i soggetti politicoistituzionali a questo relazionati organicamente finalizzati alla determinazione di un modello politico.
Per democrazia organica inoltre si intende
l’egemonia dei partiti. La vita democratica
coincide con la vita dei partiti, vi si riconosce
totalmente, parte e si ripara nella vita dei partiti. La classe dirigente del paese è la classe dirigente dei partiti, è il ceto politico. La cultura
politica del paese è organica alla cultura politica dei partiti, anche quando si forma nel gioco
organico dello scontro politico. I partiti di massa tendono a identificarsi con il ruolo dello Stato e a collocarsi in una posizione di dominus in
tutte le relazioni istituzionali, civili e sociali.
Se dobbiamo trarre un bilancio e stabilire
quanto di quella ispirazione originaria sopravviva, bisognerà riconoscere che la società organica ha assorbito i grandi conflitti sociali e politici degli anni ’60, ha bloccato il terrorismo,
ha superato la crisi del comunismo, ha consentito l’ingresso in Europa, ha digerito Mani pulite, ma oggi è definitivamente consunta.
Va anche detto che la società organica, disegnata dai costituenti, si è concretamente riconosciuta nelle forme della democrazia consociativa e ha preferito una logica continuista
negli equilibri di potere piuttosto le rotture
(rotture formali e continuità sostanziali), abbracciando in questa visione opportunistica
tutte le forze politiche indistintamente.
I socialisti nella Costituente ebbero un ruolo
importante ma si divisero, per non portare il
peso della responsabilità della democrazia organica e non chiudere definitivamente le porte
a una democrazia delle libertà, a una democrazia liberalsocialista.
I socialisti pagarono un prezzo alto a questa
scelta: la presidenza dell’assemblea costituente e la scissione.
Per tale ragione oggi i socialisti hanno titolo
per mettere mano ai cardini della democrazia
organica e riaprire la prospettiva di una nuova
cultura politica, una visione della politica ispirata ai principi del socialismo democratico e
liberale italiano ed europeo.
La Costituente socialista deve ripartire da
quei luoghi della Carta democratica su cui si è
saldamente insediata la democrazia organica,
per slegare i lacci della nostra vita democratica
dalle contraddizioni ormai insopportabili determinate dalla crisi dei partiti, dalle insufficienze delle riorganizzazioni in atto sul fronte
dei partiti e dalle debolezze della società civile
e delle sue forme organizzate.
Da dove partire per una critica dell’ispirazione organicistica della Carta? Dal ruolo dei
Partiti. Dal ruolo dei sindacati. Dalla questione
vaticana e dalla forma burocratica data al rapporto tra laici e cattolici in Italia, rapporto che
è stato incardinato dall’art. 7 proprio nei termini di rapporto tra “potenze”.
Tre articoli-snodo della nostra Costituzione
da coinvolgere in una discussione politica di
massa, sia ben chiaro!, non da rinchiudere nelle stanze ovattate di commissioni straordinarie. Tre articoli: l’art. 7, l’articolo 39 (i sindacati); l’art. 49 (i Partiti).
La crisi della politica, oggi nel paese, ha assunto una tale forza distruttiva che richiede un
ritorno alle origini del problema. La pervicace
neutralizzazione di tutti i tentativi di riformismo sistemico ad opera dei protagonisti del
compromesso costituzionale (ricordiamo la furia con cui il fronte unito dei cattolici e dei comunisti si oppose al cosiddetto presidenzialismo craxiano) ha portato a lungo andare al degrado del tessuto ideologico dei partiti, alla superfluità delle culture politiche (che per essere
efficaci devono formarsi empiricamente, di
volta in volta) trasformando i partiti da comunità tenute assieme da una finalizzazione e da
un destino a una “comunità di servizio”.
Il Partito politico oggi è sempre più un contenitore di opinioni contingenti, sensibilità approssimate, istanze particolari, utilità e servizi.
Al servizio di chi e di cosa? Al servizio del leader, della leadership di gruppi dirigenti, del sistema politico ormai autonomo e sovranazionale, interconnesso alle centrali di coordinamento politico internazionale (i popolari, i socialisti, i conservatori, i liberali etc.); al servizio dei sistemi valoriali che si coagulano ormai
al di fuori dei partiti.
Si è passati, per inerzia e inedia, dal Partito
ideologico, dal partito-Chiesa al Partito- servizio. Col sovrapprezzo di assistere al fenomeno dell’incalzare di nuovi poteri (primo tra tutti quello bancario-finanziario) per occupare il
vuoto politico del Partito, snervato della capacità finalizzatrice. Con il rischio reale di creare
un nuovo organicismo nel sistema dei poteri,
una nuova democrazia organica, non più definita dalla centralità dei Partiti, ma dalla egemonia dei nuovi poteri. Insomma, un organicismo tecnocratico. Questo appare realisticamente e nient’affatto catastroficamente lo
sbocco autoritario dei processi più o meno democratici in atto in Italia.
Ripartire, dunque, dai punti di raccordo del
compromesso organico per ridiscuterli e riaprire la partita della forma e del destino della
nostra democrazia.
Riteniamo utile proporre una rassegna delle
posizioni che si espressero nel dibattito costituente, al fine di valutare la complessità di una
fase politica, le incertezze e le forti volontà dei
personaggi protagonisti, i valori e calcoli brevi
delle forze politiche. Per valutare la posizione
dei socialisti, sofferta come sempre, mai militarmente organizzata, sempre aperta a soluzioni non organicistiche, al dubbio dell’intelligenza e al destino della libertà.
E’ una lettura politica quella che si ripropone, per riaprire un orizzonte storico e per
orientare le battaglie di domani.
La forma-Partito nel dibattito all’Assemblea
costituente
La Costituente socialista deve rappresentare
nel quadro politico nazionale il passaggio
chiaro e riconoscibile verso la democrazia delle libertà e delle opportunità e deve collocarsi
in maniera altrettanto chiara e riconoscibile nel
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punto di rottura con la democrazia organica,
così come è stata concepita e voluta dai padri
costituenti.
Per democrazia organica, abbiamo detto, si
è inteso l’organizzazione dell’intera vita statuale-istituzionale, dello stesso sistema politico nonché della formazione civica e della partecipazione politica dei cittadini attorno alla
formazione e alla vita dei Partiti.
Il Partito, i Partiti, il sistema dei rapporti tra
i Partiti è stato e rimane tuttora il centro propulsore della vita democratica, il luogo in cui
si riflette e riproduce la stessa meccanica della
democrazia (possiamo dire che il modello
emiliano rappresenta il prodotto di successo di
un organicismo non totalitario). Modello emiliano che ha visto e per molti aspetti ancora
conserva una struttura imperniata sul Partitomunicipalità-Ente locale attorno ai quali ruotano i rapporti sociali ed economici (i sindacati, le associazioni, le cooperative) e rispetto
al quale modello solo “i nemici di classe” e la
conservazione possono pensare di mettere in
discussione.
Nei giorni appassionati del dibattito all’Assemblea costituente si realizza la prima grande
riforma politica della nuova Italia: attorno alla
questione dell’art. 49 della Costituzione e al
riconoscimento giuridico dei partiti si costruiscono le fondamenta della “democrazia
dei Partiti” (negli allegati si danno ampi stralci
di quel dibattito).
Dossetti, La Pira, Moro, Basso, Togliatti,
tutti convergono sul punto: l’Italia democratica deve rinascere dai Partiti. Il Partito è il punto di partenza e nello stesso tempo il punto di
confluenza dei processi di democratizzazione
dell’Italia che rinasce.
Riprendiamo quel dibattito del lontano
1946-47 per una ragione di giudizio sintetico,
rinviando alla documentazione per una più informata interpretazione storico-politica. In
quel dibattito svoltosi nella prima sottocommissione e nel dibattito generale dell’assemblea costituente si pongono le basi teoriche
della visione organicistica della democrazia e
di quello spirito costituente che diventerà la cifra sistemica del modello democratico nazionale. Riprendiamolo per comprendere non solo i rapporti di forza (liberali e liberalsocialisti
sono in netta minoranza) ma per cogliere le
convergenze tra integralismo cattolico e quello
comunista che acquisiranno nel tempo come
sappiamo intensità e potenza fino a formare un
abito di costituzione materiale.
“Alla democrazia parlamentare non più rispondente alla situazione attuale, si è venuta
sostituendo la democrazia dei partiti già in atto” (Basso).
La Pira risponde dichiarandosi d’accordo
perché questa (la democrazia dei Partiti) corrisponde a una “visione organica dello Stato”.
Anche Moro dichiara di concordare “sul principio che la nostra democrazia si debba avviare verso le forme organiche da lui (Basso) prospettate”.
Dossetti rispondendo a un’obiezione dei liberali afferma che le osservazioni dell’on. Mastrojanni “non tengono conto del fatto che oggi la democrazia si orienta verso un indirizzo
diverso dalla struttura formalistica della democrazia parlamentare”.
Togliatti si spinge a richiedere una graduatoria di democraticità tra i partiti: “E’ assurdo
mettere tutti i partiti sullo stesso piano”.
Si potrebbe continuare con le citazioni e
concludere, col senno del poi e per paradosso,
che in quella discussione per la costituzionalizzazione dei partiti si realizza il compromesso tra la concezione leninista del partito propria dei comunisti e la versione integralista-organicista della società e dello Stato tipica del
cattolicesimo democratico e prevalente nel
gruppo dirigente democristiano.
Poniamo un quesito: si può sostenere che la
riorganizzazione democratica dell’Italia avviata dai costituenti sulla base della forma-Partito
costituzionalizzata, sulla base della assimilazione della vita interna e dell’organizzazione
dei partiti alle forma pubblica organizzata (e
viceversa), abbia realmente portato il Paese
verso quella prospettiva di democratizzazione
voluta dal sentimento democratico degli italiani e necessaria a connotare in senso liberale la
nostra democrazia? O piuttosto è stato anche
questo un episodio di rivoluzione passiva e di
continuità tra l’organicismo statuale del fascismo (che affidava alle “istituzioni” il compito
dell’organizzazione dello Stato totalitario e al
partito unico il compito di ideologizzazione
delle masse) e l’organicismo democratico del
compromesso tra comunisti e cattolici che ha
incardinato il processo della democrazia sulla
centralità dei Partiti e in una accezione addirittura “antiparlamentare”?
Sono dunque i Partiti la cellula costitutiva
dell’esperienza democratica. Dentro la struttura e l’organizzazione politico-ideale dei partiti si forma la cultura politica e istituzionale
del governo e del Paese, dentro la “società” dei
partiti si forma la classe dirigente, dentro lo
spazio della forma-Partito che è anche forma
della politica e delle istituzioni vive la democrazia e la specificità del modello italiano.
Alla luce di questo dibattito, si comprende
meglio la discussione che dal dopoguerra ad
oggi, sino alla fase attuale di riorganizzazione
del sistema dei Partiti, si è avuta sulla formaPartito, una discussione niente affatto astratta
ma solidamente piantata nella concretezza dei
rapporti di potere, per l’egemonia e per il governo del Paese.
Si comprende meglio il valore strategico della permanenza della forma organizzativa di tipo leninista del Partito comunista italiano (ancora difesa da Berlinguer in un celebre intervento del 1978), del lungo lavoro di supera-
mento della forma-partito centralista e burocratica avviato dal PSI (iniziato dalla Conferenza d’organizzazione di Firenze del 1975) e
della versione policentrica e correntizia della
Democrazia cristiana.
Nonostante la diversità delle formule organizzative adottate dai maggiori partiti nazionali, funzionali all’esercizio della dialettica
politica e funzionali al controllo delle aggregazioni sociali di riferimento, nonostante la distanza tra il partito-pesante del PCI e le forme
più o meno leggere e “laiche” volute dai socialisti e dai democristiani, la vita pubblica nazionale scorre lungo i canali dei Partiti senza
mai fuoriuscire dagli argini costituiti dalla nervatura partitica delle istituzioni e dello Stato.
Sino all’avvento della democrazia globale, sino all’affermazione della mondializzazione
che mette in crisi la forma totalizzante del Partito con le sue declinazioni nazionali.
LA “DEMOCRAZIA DEI PARTITI”
Leggere la Costituzione italiana come compromesso tra organicismi (quello comunistafrontista e quello cattolico-dossettiano), cioè
tra visioni organiche della democrazia non è un
modo riduzionista per svalutare il lavoro dei
costituenti, né per opporsi a una formula soffocante di intesa ai danni di minoranze laicoliberali nel nome di un giudizio storico. E’ operazione necessaria di disvelamento della matrice arretrata di una cultura politica che ha operato “organicamente” nel lungo lavoro costituente e che ha le sue radici nella storia del comunismo italiano e del movimento cattolico
(con rara ma significativa eccezione nella figura di De Gasperi), nel radicalismo e nella subalternità del proletariato italiano, in una visione dell’evoluzione democratica del Paese che
passa attraverso processi di pedagogia politica
e civile per mezzo del partito politico di massa
(agevolati in questo dall’opera di ideologizzazione e di politicizzazione del Fascismo).
Tutte le fasi di democratizzazione-moder-
nizzazione del Paese avvengono all’insegna
della strategia politica e di movimenti politico-ideali di stampo politico-partitico. La società, i processi e i movimenti sociali fanno da
contesto, sono i contorni di un disegno ascrivibile al soggetto collettivo del Partito, dei
Partiti. La storia civile del paese, con la breve
interruzione del Sessantotto, è storia “politica”, è storia di Partiti, è storia di gruppi dirigenti cresciuti nei partiti.
Anche l’esperienza del centro-sinistra, il primo incontro tra il socialismo italiano e il partito dei cattolici, non è inteso come occasione
storica ma sfuma e scolora in un evento di governabilità possibile, registro di nuovi e diversi rapporti di forza e riequilibrio di poteri.
L’Italia cambia e svolta solo quando c’è un
salto nell’organicismo politico degli assetti democratici e di potere (il centrismo prima e il
centro-sinistra poi), oppure c’è uno scatto di
autonomia nei gruppi dirigenti degli apparati
di partito, oppure quando irrompe la società
nella struttura e nella recinzione della politica.
Naturalmente la democrazia organica ha conosciuto momenti di splendori sia con il centrismo, quando la DC si è fatta Stato, ha modellato le strutture statuali (soprattutto nelle articolazioni economiche dell’impresa pubblica)
a immagine della sua particolare “socialità” e
immettendo nel circuito amministrativo il ceto
politico raccoltosi attorno a quel partito. Anche se va detto che la suddivisione correntizia
del partito della Democrazia cristiana è stata
un potente antidoto alla degenerazione burocratico-autoritaria e centralistica e, anzi, ha
rappresentato una forma originale di adesione
di questo partito all’articolazione della società
italiana e all’incorporazione e rappresentazione di interi pezzi di società e di ceto politicoamministrativo (si pensi al rapporto tra Sinistra di base e Mezzogiorno; tra Sinistra DC e
movimento sindacale etc.).
Un altro momento di gloria è stata, va da sé,
la fase tormentata dei governi d’unità nazionale sul finire degli anni Settanta, della quale
si è già detto in altra parte del documento.
Ma la democrazia organica è stata fortemente contrastata dall’esterno, come al tempo del
Sessantotto, la cui forte spinta sociale poteva
far prevedere un indebolimento “organico” dei
Partiti a favore delle strutture cosiddette intermedie della società, ma che in realtà rientrò
nel recinto organizzato dei partiti per la ragione del radicalismo politico e dell’ideologia “rivoluzionaria” che ne privilegiò gli aspetti per
così dire “organizzativistici” (si veda la proliferazione di movimenti e partitini, tutti a struttura rigorosamente leninista- centralista).
La reazione socialista al compromesso storico negli anni Ottanta, con il governo Craxi,
fu un momento di contrasto (dall’interno)
dell’organicismo. Craxi comprese che la formula pattizia del compromesso democratico
rappresentava la forma più alta di guida dall’alto, di centralizzazione dei processi di allargamento della democrazia, con gravi rischi di
autoritarismo. Ma Craxi non comprese che la
risposta alternativa doveva procedere non soltanto dal lato dei contenuti liberaldemocratici
e riformisti dell’azione di governo, non soltanto dal lato cioè della governabilità, ma andava
assegnato all’obiettivo della riforma dei partiti
e alla promozione della società organizzata
non solo entro formule partitiche, un alto grado di priorità. Al contrario, l’esperienza di quel
governo si mostrò, dal punto di vista sistemico, come la riduzione del “buon governo” alla
solita intesa verticistica.
Ma qual è l’inciampo più grande sulla strada
del modello organico della “democrazia dei
Partiti”, che ne mette irreversibilmente fuori
4 ■ CRITICAsociale
gioco i meccanismi di funzionamento?
Si chiama globalizzazione il punto di caduta
dell’organicismo democratico e, nel caso italiano, conosce una versione specifica che è la
europeizzazione, cioè la denazionalizzazione
di alcune funzioni essenziali di governo: la politica monetaria sopra ogni cosa, i regolamenti
unitari in diverse materie e discipline della vita
nazionale.
In questo processo sovranazionale saltano le
regole e i vincoli nazionali delle relazioni politiche, saltano i rapporti meccanici tra partiti
e i rispettivi insediamenti sociali, saltano le relazioni tra gruppi e apparati di partito. Le culture politiche e gli interessi specifici che regolavano i rapporti interni al ceto politico non
amministrano più i vecchi legami, le vecchie
correnti. Le logiche politiche nazionali si mescolano con quelle sovranazionali. La sovranazionalità europea entra in contrasto con la
globalizzazione mostrando le angustie di una
mera visione europea, evidenziando sempre
più le necessità di esporsi alla competizione,
di definire strumenti autorevoli ed efficaci di
regolamentazione dei flussi globali.
I Partiti nazionali, insomma, diventano componenti di un sistema, non sono più il centro
del sistema. Accanto ai Partiti e spesso in competizione con questi vi sono altre strutture e altri soggetti di rappresentanza, altri interessi organizzati e “raggrumati” in organizzazioni, individualità professionali che competono con
leadership politiche (il caso Berlusconi può essere ascrivibile a questa fenomenologia), culture politiche che per essere riconosciute hanno
necessità di incorporare la globalizzazione e
per affermarsi non hanno bisogno del timbro
della propria scuola nazionale e di partito ma
devono saper ricercare il punto di equilibrio tra
interesse nazionale e interesse sovranazionale.
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gretario e dei gruppi dirigenti del PD, cui assistiamo in questi giorni di vigilia elettorale,
non solo contrasta con la prassi di prevaricazione degli apparati ma è il segno strutturale
di una contraddizione irrisolta, anzi della incapacità di superare la “tradizione”, è la dimostrazione della forza attrattiva dei vecchi modelli, con il ricadere irrimediabilmente nel partito-apparato (al plurale, vale a dire nella sommatoria di apparati che amplificano gli effetti
della burocratizzazione). Quali sono i processi
in atto (nel PD) di formazione di una cultura
politica unitaria? Il fusionismo politico-ideologico che è lenta ma programmata agglutinazione di pensiero e di esperienze si tramuta in
semplice sommatoria, anzi in palese distinzione delle antiche famiglie in nuovi sistemi correntizi e nuovi schemi di alleanze.
Dov’è il Partito diverso? Dov’è quel modello che doveva essere il luogo di un policentrismo organizzativo (soggetti politici assieme
con soggetti sociali-professionali e interessi
democraticamente organizzati) tenuto assieme
da una solida cultura riformista e da forti grup-
menti a copertura della domanda di masse giovanili in condizioni lavorative di precarietà o
di in occupazione, non è dato sapere. Così come non convince la soluzione proposta di tenere assieme un fronte così largo con il semplice ricorso alla “cultura del conflitto”, con
l’unica risorsa del principio di contraddizione
di classe in grado di “far avanzare” i processi
democratici e nello stesso tempo di produrre
soluzioni e sbocchi positivi per i conflitti.
Si propone uno strano ibrido politico. Per la
Sinistra alternativa la cultura di governo non
coincide con il riformismo ma piuttosto si alimenta e si arricchisce attraverso il conflitto e
tanto più con esso si intreccia (governo e conflitto) tanto più è prodiga di buoni risultati.
Di quello che accade a Destra non conviene
parlare per scelta precisa di economia della nostra discussione.
Va registrata solamente una analogia sul
fronte sia dei fenomeni aggregativi sia della
confusione e dell’incertezza dei progetti e delle strategie, dovute alla necessità di tenere assieme e di occupare contemporaneamente il
pi dirigenti radicati nella specificità e nella rete
del localismo, tipico della realtà italiana? Si
vedono solo i prodromi di un fenomeno di infeudamento politico determinato dall’inedito
intreccio di rinnovati mescolamenti di alleanze
e nuovi sistemi di potere su base territoriale.
Altrettanto sta accadendo nella cosiddetta
aggregazione della Cosa rossa. In questo caso
il progetto fusionista si complica in quanto
convergono forti matrici organizzative e resistenti insediamenti politico-sociali, trasportati
da protagonisti con basi sia nella tradizione del
comunismo italiano, del radicalismo operista
che in quella del movimentismo giovanile e anti-istituzionale, ambientalista e antiamericano.
Come si possa conciliare la continuità con
la tradizione comunista di stile berlingueriano,
la difesa ad oltranza del blocco sociale operaio
con il Welfare allargato richiesto dai movi-
centro moderato e il radicalismo conservatore
e anti-sistema, ancora presente in dimensioni
massive.
Il Socialismo largo per battere la Destra larga. Abbiamo detto che l’ispirazione organicistica originaria si è col tempo “sfarinata”. Rimane come “zoccolo” sub-culturale, retro-cultura politica della cultura politica nazionale,
retorica di ultima istanza.
Sin dal lontano 1947, in verità, dovette fare
i conti e piegarsi alla durezza del quadro internazionale e interno. Poi lasciò il campo alle
forme consociative e compromissorie per dare
risposte fallaci e “unitarie” all’irrompere della
complessità, per poi essere definitivamente
travolta dal pluralismo della società, dei soggetti economici e sociali, dalla forma sovranazionale dei governi. L’organicismo si travestì
da “autonomia del politico” per sopravvivere
PD E COSA ROSSA:
RINNOVAMENTO
NELLA CONTINUITA
̀
I
l modello di partito politico e il sistema politico basato sulla democrazia organica dei
Partiti è in crisi irreversibile. La Costituente
socialista gioca la propria legittimazione a
soggetto politico di governo sulla qualità della
risposta a questa crisi che è crisi dell’organizzazione e del sistema della politica in Italia.
La Destra larga di Sarkozy ha cominciato il
cammino dell’elaborazione dell’alternativa alla crisi dell’attuale sistema di globalizzazione.
E a Sinistra?
Se è fuori discussione che la costituzione del
Partito democratico (PD) sta dando luogo a
varie iniziative di ristrutturazione e di aggregazione di partiti sia nel centrodestra, sia al
Centro che in tutta l’area del radicalismo e del
movimentismo di Sinistra, è altrettanto vero
che il PD di per sé non costituisce esempio di
risposta a quella specifica crisi della formaPartito che è data dal ruolo totalizzante ed
esclusivo dei Partiti nella dialettica politica e
di governo e si colloca in perfetta continuità
con l’ideologia organica assegnata ai Partiti
dalla Costituzione.
Si può dire che il maggiore motivo di debolezza del processo democratico (il PD) sta nella consapevolezza di dover superare in tutta
fretta i modelli tradizionali di organizzazione,
di aprirsi al policentrismo sociale organizzato
per fare spazio a nuclei di società democratica
aggregata in movimenti, di dare rappresentanza e ruolo politico a questi movimenti e, nello
stesso tempo, registrare da parte del gruppo dirigente ulivista l’incapacità di dare soluzione
onorevole al busillis.
L’inflazione di democraticità e di regole garantiste nelle procedure per l’elezione del se-
all’avanzare dell’autonomia del sociale e soprattutto all’autonomia delle forze economiche del capitalismo mondiale.
In un campo disegnato dal vuoto di organicismo, dalla sconfitta delle grandi ideologie,
dell’esaurimento del compromesso socialdemocratico e della stessa questione sociale (ristretta alle fasce marginali della società), dalla
vittoria del capitalismo a ovest come a est, al
nord come al sud, in questo campo si insedia
la Destra larga. Di questa Destra Sarkozy è
l’alfiere.
Se l’economia capitalistica domina sull’intero scacchiere mondiale e si intreccia con tutti
i sistemi politici (si chiama mercatismo, unione di liberalismo e comunismo, con l’occhio
evidentemente al modello cinese, che è anche
il modello asiatico, ma anche forse il modello
russo) se dunque l’economia è un vettore che
cammina secondo un tracciato ineludibile
(l’economia come la forma di un nuovo materialismo storico) la politica riesce finalmente
a emanciparsi dall’economia e può dispiegare
il suo potenziale, a quel punto solo tecnico, lasciando alle forze politiche la possibilità di differenziarsi solo su basi ideologiche.
A quali conclusioni giunge la Destra moderna? Presto detto: l’economia è globalizzata
(sotto forma di mercatismo), la Politica è tecnica di governo delle contraddizioni e ricerca
dell’equilibrio possibile, la società si organizza
e si differenzia secondo valori (le ideologie) e
non più su una linea di difesa degli interessi
materiali. Il ritorno trionfale dell’ideologia,
dunque, come nuovo orizzonte della politica e
della modernità.
In altre parole, la politica non degrada in
ideologia (come abbiamo erroneamente pensato con lo sguardo rivolto al secolo scorso)
ma si riconverte in tecnica più ideologia seguendo un livello superiore di organizzazione
sociale, un livello di società che, superate le
vecchie formule di divisione classista, si riarticola secondo una pluralità di interessi e di visioni sempre meno dettati dall’economia e
sempre più immateriali (valoriali) che prima
erano compressi nel contenitore del classismo.
Se il terreno politico e nello stesso tempo la
sfida della Destra moderna (larga) è definita
dai valori e dalle identità e dalla fine della questione sociale, la risposta del Socialismo largo
deve competere sul piano dei valori (le libertà
non garantite, anzi negate, dal neo- capitalismo autoritario) e sul disegno di una nuova
questione sociale che non replichi l’antistorico
schema classista.
Il Socialismo largo deve sottrarre alla Destra
la “qualità” dei riferimenti valoriali (libertà,
solidarietà ma anche sicurezza e merito, non
“salario per tutti” ma “opportunità per tutti”)
e deve rilanciare la questione sociale, sapendo
che oggi questa si coniuga come: qualità della
vita, economia eco-compatibile, lotta alle nuove povertà nel Nord e nel Sud del mondo, risposte alle solitudini e alle marginalità sempre
meno economiche e sempre più sociali ed esistenziali).
Se la democrazia organica è stata superata
dal pluralismo della società, dal pluralismo
della Politica, dal pluralismo dei valori ma anche dal trionfo del capitalismo “a una dimensione” (o se vogliamo: del capitalismo a democrazia variabile) compito dei socialisti è garantire sempre uno sbocco democratico e “plurale” ai processi di modernizzazione e globalizzazione.
Se la Destra pensa a una gestione “limitativa” delle libertà in nome della sicurezza e delle identità, la Sinistra deve far avanzare l’intero fronte della libertà e della sicurezza, dell’etica e della laicità, della questione sociale e
delle pari opportunità, della questione sociale
e della questione etica. Se lo scontro sarà tra
CRITICAsociale ■ 5
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la Destra moderna e la vecchia Sinistra, la
sconfitta è già all’orizzonte.
Il socialismo democratico e largo deve saper
legare le Libertà, le autonomie, i doveri con le
solidarietà; le forme inedite del soggettivismo
e del privatismo con l’interesse generale. I socialisti devono costruire una nuova ingegneria
delle libertà, contro le ingegnerie burocratiche
e le ristrutturazione degli apparati, che è quel
che accade oggi nella Sinistra. Nel dibattito
oramai aperto (ma mai concluso) sulla riforma
della Costituzione dobbiamo immettere i fluidi
delle nuove libertà. Libertà e riconoscimento
per forme di organizzazione degli interessi politici e degli interessi economici entro il quadro del bene comune e della solidarietà. I socialisti assieme con le altre forze democratiche
costruttori di una stagione revisionista.
Nel 60° anniversario della Carta costituzionale spetta ai socialisti il compito di aprire un
serio e vasto dibattito sulle difficoltà della politica con la fine del ruolo dei Partiti nella società organica.
La Costituente socialista deve porsi l’obiettivo di andare oltre la democrazia organica e
aprire un nuova fase di modernizzazione del
Paese.
Negli anni ’80 l’iniziativa socialista seppe
interrompere e mettere in crisi il ciclo delle
modernizzazioni passive promosse all’insegna
della democrazia organica, inaugurando il primo ciclo riformista a guida socialista, che potè
partire a condizione di colpire il punto più duro e conservatore del sistema di potere dato a
quel tempo: l’egemonismo del comunismo italiano sul sindacato e sulla classe operaia, un
lascito della democrazia del compromesso.
Oggi come allora, ma sempre in condizioni
di minorità politica, i socialisti devono sostituire la strategia della governabilità (meglio
dire della “buona governabilità”) adottata negli anni ’80 con un nuovo fronte di lotta politica che sconvolga le due tendenze in atto nella
Sinistra (sul fronte democratico e su quello alternativo e movimentista) unificate dalla logica continuista, dalla legge del “rinnovamento
nella continuità”.
Questa nuovo fronte di lotta deve essere il
fronte delle libertà, dell’autonomia della società che affianca l’autonomia del politico,
delle responsabilità, del merito, dei doveri,
della solidarietà.
Oggi come allora va trovato l’anello debole
della catena consociativa-organicistica che ancora avviluppa la democrazia italiana. Il punto
debole è in quelle parti della Carta costituzionale che racchiudono la visione organica e partitocratrica che ha alimentato e continua ad alimentare le culture politiche e di governo.
L’iniziativa socialista deve puntare a rimuovere quella cultura, rinnovare quei punti, non
nel chiuso delle Commissioni bicamerali ma
in una vasta discussione pubblica, aperta alla
società.
Non di una iniziativa istituzionale c’è bisogno ma di una iniziativa di massa.
Elenchiamo schematicamente alcuni capitoli
sui quali va esercitata in apposite sezioni di lavoro una discussione approfondita.
Metter mano al ruolo dei Partiti nel tempo
della globalizzazione. Comprendere che la riforma dei Partiti non passa esclusivamente dal
rinnovo dei meccanismi interni, cioè dal loro
grado di democraticità, ma si configura nel
rapporto con le nuove forme delle aggregazioni sociali (i movimenti, le “condensazioni” come le chiama De Rita), si riconosce dalla capacità dei Partiti di fluidificare la comunicazione tra società politica, istituzioni di governo
e società plurale.
Valorizzare il ruolo di soggetto politico au-
tonomo del sindacato al tempo della contraddizione tra gli interessi corporati delle fasce
protette del mercato del lavoro e gli interessi
generali, di lungo periodo delle nuove generazioni che affrontano senza adeguate protezioni
i rischi delle ristrutturazioni produttive e della
globalizzazione.
Ridiscutere l’art. 39 della Costituzione vuol
dire rifiutare il ruolo subalterno del sindacato
ai partiti. Ribaltare la concezione del sindacato
come parte passiva della società organica che
lo voleva Agenzia pubblica per i contratti, ufficio pubblico salariale. Ridiscutere l’articolo
39 ha il significato di rafforzarlo nel ruolo autonomo di soggetto politico, attore generale
assieme con altri della politica del paese e
dell’allargamento della democrazia.
Mettere mano alla sovranazionalità delle decisioni nazionali, senza respingerne il valore
positivo e innovativo ma prevedendo, per alcune grandi questioni di interesse nazionale, il
ricorso alla volontà dei cittadini.
Bisogna rimettere mano alla Questione cattolica, salvaguardando il bene prezioso della
pace religiosa, partendo anche qui dalla Costituzione, da quell’articolo 7 che sancì lo scambio politico, il compromesso tra comunisti e
cattolici e che finì per amministrativizzare da
un lato e privatizzare dall’altro il rapporto tra
laici e cattolici (il cattolicesimo democratico
che privatizzò la delega politica facendone
strumento di potere e di egemonismo), con il
risultato di costituzionalizzare un concetto di
laicità con il segno dell’ambiguità, dell’incertezza e dell’opportunismo burocratico.
Su questo punto la Costituente socialista deve dire parole chiare perché ne va la prospettiva del paese e la permanenza stessa del soggetto socialista (sul tema I socialisti e i cattolici rimandiamo al recente convegno organizzato da Socialismo è Libertà il 9 luglio scorso
a Roma).
Agli inizi degli anni ’60, con il primo centro-sinistra l’incontro tra socialisti e cattolici
determinò la prima grande svolta politica del
paese e fu un incontro tra due visioni della
questione sociale e delle modernizzazioni che
si scontrarono e si scambiarono. Il limite e la
forza di quell’esperienza è ancora oggetto di
acceso dibattito tra politici e storici.
Per anticipare una discussione che dovremo
affrontare con sistematicità possiamo dire che
uno dei limiti consistette nella mediazione partitica del rapporto tra socialismo e cattolicesimo in Italia, nelle condizioni determinate dalle
vicende, dalla storia e dalla rigidità del PSI e
della DC e dai vincoli del sistema politico nazionale (e dal ruolo di opposizione governante
dell’allora PCI).
Oggi l’incontro tra socialisti e cattolici può
avvenire su basi assai diverse, ma non meno
proficue. Negli anni ’60 socialisti e cattolici
erano portatori di due diverse concezioni della
questione sociale. Oggi il rapporto potrebbe
iscriversi nel confronto tra le questioni sociali
ancora aperte ma non più dilaceranti come allora, le questioni delle libertà e le questioni
dell’etica.
Socialità, libertà, eticità possono essere i lati
di un terreno comune di confronto per una
nuova svolta politica del Paese e per una concezione non esclusiva della laicità.
Conviene tentare.
IN CONCLUSIONE
L’ispirazione organicistica della nostra Costituzione ha dunque segnato l’esperienza democratica del Paese, nel bene e nel male. Ha
consentito il superamento in positivo e non
traumatico di passaggi di fase cruciali ma ha
determinato la rigidità del sistema politico, di
cui ancora soffriamo, che fa dell’Italia un caso
“anomalo”.
La società italiana è andata maturando una
cultura pluralistica che la pone allo stesso livello delle culture politiche più avanzate. Al
contrario, il sistema politico e dei Partiti è ancora attratto da un campo di forze ideologiche
e culturali che appartiene al passato. Prova ne
è che tutti i tentativi di revisione-rivisitazione
della Costituzione si sono fermati sulla soglia
di quella Prima parte che ne custodisce gelosamente i principi ispiratori, dando vita a una
discussione concentrata esclusivamente sulla
razionalizzazione dei meccanismi di governo
e sulle “buone pratiche” di funzionamento delle istituzioni.
Questo è l’anello debole della “catena democratica” del Paese: una società evoluta e
plurale e un sistema bloccato da una cultura
ispirata all’integralismo e all’organicismo appartenuto alle due maggiori forze politiche che
hanno edificato, in un gioco sottile di contrapposizione-integrazione-collaborazione, l’impianto democratico costituzionale.
Su questo anello debole deve concentrasi
l’azione dei socialisti italiani, deve farsi sentire
l’iniziativa della Costituente socialista.
Va usato il “pugno” della determinazione in
un “guanto” di prudenza, realismo e saggezza.
Non va chiesta l’abolizione pura e semplice di
tre articoli della Carta (l’articolo 7, il 39 e il
49). Va sollecitato un grande dibattito politico
e di massa sui tre pilastri che tengono ancora
in piedi la cultura organicistica, con questa,
una situazione contraddittoria, confusa, manipolativa e riduttiva della vita democratica.
Ridiscutere l’art. 7 non vuol dire rinunciare
alla pace religiosa e un tonfo nel passato. Piuttosto il contrario, un salto in avanti nel rapporto tra Stato e Chiesa, per slegare il dialogo tra
laici e cattolici dai meri vincoli burocraticocontrattuali, per riscrivere assieme regole di
una nuova laicità, che accomuna (non solo
contrattualmente) i sentimenti religiosi alle necessità statuali di governo del pluralismo e della complessità sociale. Per fare in modo che il
sentimento religioso (al plurale) non sia il liquido di contrasto della modernità, ma diventi
componente di una nuova laicità e strumento
di governo della modernità (riprendendo una
importante intuizione di Habermas).
Per dibattere l’articolo 39 sul Sindacato. Per
ridare forza, soggettività, autonomia al Sindacato. Per archiviare definitivamente la stagione del sindacato “cinghia di trasmissione”, per
sottrarlo alla funzione di semplice agenzia salariale. Insomma per aprire nel paese una discussione sulle condizioni che portano il sindacato ad essere soggetto del pluralismo politico e non potere “corporato”, soggetto del sistema e non contraddizione del sistema.
Va ripreso l’articolo 49 della Costituzione,
sui Partiti. La forza della crisi ha imposto che
la ridiscussione del ruolo dei partiti venga oggi
ripreso nelle forme dell’antipolitica, nelle forme qualunquistiche della “casta”.
Va invece ripreso da quel punto, da quell’articolo, perché da lì sgorga l’acqua che ha fertilizzato il campo ideale della democrazia italiana e fatto crescere la sua cultura politica.
Rinnovare quella cultura politica non solo è
importante ma assolutamente necessario.
Sessant’anni fa i socialisti tentarono di impedire il congiungimento degli integralismi,
tentarono di limitarne i danni, tra limiti e contraddizioni. Oggi i socialisti devono riprendere
quella battaglia senza dimenticare il giudizio
di Calamandrei di una Costituzione “poco lungimirante”. s
Rino Formica
6 ■ CRITICAsociale
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■ LETTERA A MACALUSO SU TOGLIATTI E LA DEMOCRAZIA ORGANICA
LA LEGITTIMAZIONE ANTIFASCISTA
È LA BASE DELL’UNITÀ POLITICA
Rino Formica
C
aro Emanuele, ho letto il tuo libro e dico subito che vi ho trovato conferma del fatto che
passione e rigore possono essere tenuti assieme solo a partire da una grande esperienza politica, la tua, vissuta, tra l’altro in un rapporto
diretto con Togliatti, appunto con passione militante unita a rigore e autonomia. Al termine
della lettura ho pensato che il libro avrebbe potuto avere un altro titolo, forse paradossale:
Togliatti, un uomo solo. Replicando quello del
libro della figlia di Alcide De Gasperi che ha
raccontato la solitudine politica del padre.
Togliatti e De Gasperi sono state figure centrali dell’Italia repubblicana. La mia non vuole
essere una battuta ma vuole cercare di fissare
il nocciolo della tua riflessione sul “partito
nuovo” e sulla figura di Togliatti: la svolta di
Salerno è stata una grande intuizione, una formidabile costruzione politico-ideale, una sintesi originale di politica estera e politica interna (l’Europa dopo Yalta) che, nonostante il
prestigio internazionale e la forza politica del
suo ideatore, è rimasta nei fatti minoritaria nel
PCI. Una linea certamente condivisa, tu sostieni, ma con altrettanta certezza non compresa
nella sua tessitura strategica dalla maggioranza
del popolo e del gruppo dirigente comunista.
Fatto sta che le due “solitudini” si sono dispiegate entro scenari diversi e soprattutto con esiti
diversi. In fondo Togliatti, nella vicenda del
post-fascismo nazionale, è risultato un personaggio vincente mentre De Gasperi ha visto,
da perdente, l’Italia risorgere e crescere nella
democrazia. Ma questa è un’altra storia.
Il Togliatti da te raccontato (con il supporto
di una corposa e selezionata documentazione)
risulta un personaggio “incompreso”. Infatti la
via italiana al socialismo fu osteggiata dall’Urss e dal suo agente fiduciario ancorché di
grande spessore politico e intellettuale, Secchia. Fu interpretata “autonomamente” da
Amendola e “creativamente” da Berlinguer. La
“sinistra comunista” (come tu la chiami passando sopra le infinite differenze e sottigliezze
politiche e ideologiche che l’hanno contraddistinta, dal gramscismo movimentista di Ingrao
all’anti-gramscismo operaista di Mario Tronti)
vi si oppose fieramente e apertamente, vedendone non tanto i limiti “democraticistici” ma il
risultato del deliberato decentramento della
“questione operaia” (e del partito operaio)
dall’orizzonte della via italiana al socialismo.
L’unico che ne comprese la ratio, la difese (dal
“secondo” Berlinguer e dal “secondo” Craxi)
e ne sviluppò il pensiero a ridosso delle profonde trasformazioni del Paese e dello scenario
mondiale, ne revisionò la “meccanica” troppo
condizionata sia dai fattori esterni e sia dalla
crisi nazionale del politico e delle istituzioni fu
Napolitano, un altro uomo solo. E non a caso,
potremmo dire con il senno del poi!
E adesso entriamo nel vivo delle questioni
da te proposte, tra le quali in primis c’è la domanda: quale è stata la vera natura del PCI, inteso quello della “svolta”, un partito anti- sistema, del sistema o nel sistema? Indubbiamente
questo è il punto di partenza imprescindibile
per dare una versione non propagandistica e accademica della “via italiana al socialismo”. La
domanda non ha una risposta secca (come tu
ben sottolinei) e non può risolversi in un determinismo storicistico basato sul rapporto tra
Stalin e Togliatti. La risposta deve prevedere
una “trama” nella quale inserire un ragionamento articolato, un percorso, un processo politico, che parte dalla Costituzione, parte cioè
dall’idea togliattiana della Costituzione come
processo, come programma politico di costruzione di un modello di democrazia, dentro il
quale si devono riconoscere sia le forze politiche che le forme politiche della democrazia e
al di fuori del quale si devono collocare tutte
le forze “antidemocratiche” da combattere.
In sostanza solo dentro il quadrato delle forze politiche che hanno voluto la Costituzione,
solo dentro il perimetro totalizzante di quel
programma democratico è consentita la legittimazione democratica, solo nell’ “arco costituzionale” è possibile vedere e riconoscere il
profilo sistemico e ideale della democrazia della nuova Italia, al di fuori c’è solo l’opacità della reazione. In sostanza deve risultare evidente,
e mi pare che una accorta storiografia oggi non
registra più incertezze su questo punto, che tra
la visione della democrazia progressiva che è
stata di Secchia e quella di Togliatti non vi è
solo una differenziazione tattica ma è di sostanza. Nella visione di Secchia le vie nazionali alla
democrazia di matrice terzinternazionalista sono l’espediente per “entrare” nel campo della
democrazia borghese per decretarne le incompatibilità e su queste innestare processi conflittuali a sbocco rivoluzionario. In Togliatti, all’opposto, l’idea della via nazionale al socialismo deve trovare le “vie” per rendersi compatibile e accompagnarsi per un lungo tratto con
le esperienze di liberaldemocrazia, pena lo
stesso esaurimento del progetto rivoluzionario
e, dall’altro, l’affievolimento dello spirito delle
Costituzioni di natura liberal-borghese.
Gli interventi di Togliatti alla Costituente
vanno letti come un continuo e travagliato
esercizio di costruzione di un ponte tra queste
visioni delle “Costituzioni delle libertà”, diverse ma non estranee, le libertà e i diritti individuali e le libertà e i diritti dei movimenti
sociali organizzati. Di questa ricerca di collegamenti (ma anche di un travaglio interiore)
ne è prova questo passaggio dell’intervento di
Togliatti, nella seduta dell’11 marzo 1947 nel
quale è evidente il tentativo di ricercare un
nesso (un compromesso?) tra “vecchie” scuole
costituzionali e i nuovi costituenti:
“Oserei dire che nel nostro lavoro non ci
hanno dato grande aiuto i giuristi (...). Molte
formulazioni del progetto sono certamente deboli, perchè giuridicamente non siamo stati bene orientati e effettivamente fu un errore non
includere nella Commissione i rappresentanti
della vecchia scuola costituzionalista italiana.
La realtà è che negli ultimi venti o trenta anni
la scienza giuridica si è staccata dai principi
della nostra vecchia scuola costituzionale. In
fondo quali erano questi principi? Erano da un
lato i principi del diritto romano e dall’altro i
grandi principi delle rivoluzioni borghesi, elaborati poi attraverso l’esperienza costituzionale dell’Ottocento. Negli ultimi venti o trenta
anni, invece, sono affiorate e sono state accolte, soprattutto nel nostro paese, dottrine diverse (...) che riconoscono e collocano la sovra-
nità non nel popolo, ma soltanto nello Stato e
danno quindi ai diritti individuali soltanto un
carattere riflesso.(...) E questo spiega perchè,
quando abbiamo dovuto scrivere una Costituzione democratica e abbiamo chiesto l’ausilio
dei giuristi, essi non sono stati in grado di darci un aiuto efficace. Per darcelo (...) bisognava
che ritornassero a qualche cosa che avevano
dimenticato, e non erano sempre in grado di
farlo. Questo è un motivo profondo delle debolezze e del carattere equivoco di molte tra le
formulazioni del testo che sta davanti a noi”.
Questa è la grande operazione politica, vincente, di Togliatti, il legame indissolubile e la
formazione di un blocco unico tra democraziaantifascismo-Costituzione; questo è il suo capolavoro e, al tempo stesso, la grande scommessa di agganciare con la formula della democrazia progressiva le grandi correnti democratiche che si alzavano dalla nuova Europa e
dalle frontiere liberate dai totalitarismi. Naturalmente tralascio di entrare nel merito delle
discussioni, delle alleanze e delle opposizioni
(tra le quali l’opposizione di De Gasperi a un
simile “organicismo”) che caratterizzarono i
lavori della Costituente e consentirono la costituzione di una ideologia, quella che si è riduttivamente definita “consociativismo”.
Il punto è che la via italiana al socialismo
(con annesse “riforme di struttura”) si costruisce tutta attorno a questo asse sistemico e ideologico. Fu, per Togliatti, un deliberato ed efficace esorcismo della questione democratica.
Togliatti non risolse mai, fino al Memoriale di
Yalta, il problema della democrazia e tutte le
citazioni dei testi togliattiani da te utilizzate
confermano questo nodo politico e teorico. Il
modello democratico nazionale, per Togliatti,
non ha il carattere generale, classico della liberaldemocrazia ma quello particolare segnato
dalla Resistenza e dalla Costituzione. Quando
Togliatti parla di sviluppo democratico e di
partiti (questi sono la democrazia che si organizza) non si colloca nelle semplici procedure
liberaldemocratiche per la formazione del governo ma ha in mente un duro antagonismo,
un contrasto frontale contro le forze reazionarie per l’attuazione del programma democratico sancito dalla Costituzione contro la quale
si possono raggruppare, per l’appunto, esclusivamente tutte le forze conservatrici.
Nell’importante intervento svolto da Togliatti l’11 marzo del 1947 all’Assemblea costituente sul primo progetto di Costituzione, il
leader del PCI definisce bene il ruolo che l’antifascismo deve avere nella costruzione del
modello di democrazia nazionale, nel presidio
della democraticità della Costituzione e colloca la “via italiana” e la “democrazia progressiva” in questo preciso punto di incontro-scontro tra forze democratiche e reazionarie. In sostanza l’antifascismo per Togliatti (ma per
l’intera sinistra italiana perfino in quella di
matrice socialdemocratica) non è semplicemente un sentimento democratico, un sentimento da alimentare di continuo con l’impegno civile e politico nella dialettica liberaldemocratica ma è il filtro selettivo delle nuove
classi dirigenti, tanto più legittimate a governare quanto più ispirate dai principi “sociali”
e di emancipazione.
Diamo la parola a Togliatti:
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“ (...) noi non rivendichiamo una Costituzione socialista. Sappiamo che la costruzione
di uno Stato socialista non è il compito che sta
oggi davanti alla nazione italiana. Il compito
che dobbiamo assolvere oggi non so se sia più
facile o più difficile, certo è più vicino. Oggi
si tratta di distruggere sino all’ultimo ogni residuo di ciò che è stato il regime della tirannide fascista; si tratta di assicurare che la tirannide fascista non possa mai più rinascere;
si tratta di assicurare l’avvento di una classe
dirigente nuova, democratica, rinnovatrice,
progressiva, di una classe dirigente la quale
per la propria natura stessa ci dia garanzia
effettiva e reale, che mai più sarà il paese
spinto per la strada che lo ha portato alla catastrofe, alla distruzione”.
Ed è su questo terreno della legittimazione
antifascista delle forze politiche, al quale viene
attribuito un valore discriminante (dentro o
fuori la democrazia) che si forma lo schema
compromissorio del sistema politico nazionale, schema che sarà ripreso e sviluppato dalle
due culture politiche protagoniste della Costituente: il comunismo italiano e il cattolicesimo
democratico. Togliatti in quella stessa seduta
dell’11 marzo ‘47 interviene proprio su questo
punto con grande chiarezza.
“Nè io ritengo sia necessario, per assolvere
al compito da me indicato, fare quella che è
stata chiamata una Costituzione di compromesso. Che cos’è un compromesso? Gli onorevoli colleghi che si sono serviti di questa
espressione, probabilmente l’hanno fatto dando ad essa un senso deteriore. Questa parola
non ha però in sé un senso deteriore; ma se
voi attribuite ad essa questo senso, ebbene,
scartiamola pure. In realtà, noi non abbiamo
cercato un compromesso con mezzi deteriori
(...) meglio sarebbe dire che abbiamo cercato
di arrivare ad una unità, cioè di individuare
quale poteva essere il terreno comune sul quale potevano confluire correnti ideologiche e
politiche diverse, ma un terreno comune che
fosse abbastanza solido perchè si potesse costruire sopra di esso una Costituzione, cioè un
regime nuovo, uno Stato nuovo (...)”.
La democrazia è dunque per Togliatti una
condizione “sospesa” che trova una sua forma
solo nel quadro dello scontro di classe che vede da un lato i partiti della conservazione, i
gruppi “avidi ed egoistici della plutocrazia”, il
“grande capitale monopolistico” e dall’altro
gli obiettivi avanzati della Costituzione. Secondo Togliatti, i partiti “ammessi” alla vita
democratica dovranno avere “una base nel popolo e un programma democratico nazionale”
e mantenere “la loro unità per far fronte a ogni
tentativo di rinascita del fascismo”. Questi sono i paletti della democrazia secondo Togliatti,
l’antifascismo e la Costituzione.
Siamo dunque di fronte a una vera e propria
via italiana alla “democrazia” e Togliatti costruisce un assetto strutturale entro il quale il
nostro sistema politico, negli anni a venire e
con alterne vicende, prenderà forma e andrà a
definirsi per progressiva moltiplicazione, intreccio e stratificazione degli sviluppi proprio
di quel principio costitutivo che vuole la forma democratica indissolubilmente legata alla
formula costituzionale. Da qui, pure, discendono altri due caratteri “forti” del nostro particolare modello democratico: la difficoltà a
definire l’unità nazionale superando i vincoli
ideologici, tuttora operanti, dell’antifascismo
e dell’anticomunismo (ed è una difficoltà che
dispiega i suoi effetti perversi sulle nostre ultime vicende politiche) e, su un altro piano ma
non completamente slegato dal primo, l’idea
“totalizzante” del partito.
Si può affermare che il partito togliattiano è
il modello prevalente se non nazionale del partito politico (al di là dei “tecnicismi” o forma-
lismi di organizzazione delle correnti interne
alle forze politiche), per la sua visione organicistica del rapporto tra politica e società, ruolo
della politica e delle istituzioni e finanche del
rapporto tra sfera pubblica e privata. Ma su
questi aspetti, all’interno della mia riflessione,
sto procedendo ad approfondire la ricerca sulla
cosiddetta “specificità” del nostro modello di
democrazia per comprendere le ragioni non
contingenti per cui tale “specificità” piuttosto
che stemperarsi rispetto a un modello “europeo” di democrazia tende, piuttosto, ad allargarsi.
E veniamo all’altro snodo del tuo libro: il
PSI e il valore fondante dell’unità del movimento operaio inteso come scenario di fondo
che ha, con alterne vicende, dominato la linea
dei due partiti di massa della Sinistra italiana
sino quasi alla fine degli anni ‘70. Su questo
punto va detto con chiarezza che il PSI non
solo è dentro la logica unitaria ma ne è condizionato. Anche l’autonomismo di Nenni ne
è subalterno. Infatti l’operazione del PSU è
finalizzata ad accrescere il potere contrattuale
dei socialisti (unificati) nei confronti della
DC ma non del PCI. L’autonomismo di Nenni non fuoriesce in nessun caso dall’unità del
movimento dei lavoratori, che resta il vincolo
ideologico del socialismo italiano, fino a Craxi. In un mio recente intervento (Il PSI nella
crisi della prima Repubblica, Marsilio 2012)
ho distinto le due versioni dell’autonomismo
socialista, l’autonomismo funzionale e l’autonomismo conflittuale, segnato per l’appunto dal passaggio del Midas. Perché il Midas
è il punto di passaggio sia della questione socialista (che non si riproporrà più sotto il vincolo unitario) sia della eredità e della tradizione togliattiana, che prenderà con Berlinguer tutt’altra direzione, come tu spieghi
molto bene.
E’ Craxi il primo a rompere il “blocco ideologico” costituito dall’intreccio unità antifascista- Costituzione-democrazia progressiva, una
rottura che voleva essere condizione essenziale per la liberazione e lo scongelamento della
democrazia bloccata e la modernizzazione del
sistema politico italiano. Finché la esperienza
democratica si è riconosciuta esclusivamente
nel conflitto di classe per la definitiva sconfitta
del blocco conservatore, rispetto al quale non
era pensabile alcuna alternanza, in quanto il
movimento dei lavoratori non può riconoscere
a questo blocco alcuna legittimità democratica
a governare, finché la democrazia si è mantenuta in questo circuito chiuso non è stata possibile alcuna esperienza di socialismo autonoma da quel blocco ideologico. Craxi è il primo, dunque, a separare di fatto il socialismo
italiano dalla via italiana al socialismo e “costringere” Berlinguer a prendere atto, agli inizi
degli anni ‘80 e in aperta opposizione al governo Craxi, dei destini diversi della Sinistra
in Italia e a ripiegare dal compromesso storico
alla “diversità” del PCI.
Tu sei convinto che la svolta di Berlinguer
(una svolta “azionista” la chiami) trova una
giustificazione nella radicalizzazione dell’autonomismo di Craxi, e vedi giusto. Dove non
convengo con te è su un giudizio indifferenziato e negativo delle due svolte, di Craxi e di
Berlinguer, anche se si sono tenute assieme e
assieme sono cadute e soprattutto è difficile da
sostenere che una ripresa (creativa) della “vita
italiana” di Togliatti (come ebbe a sostenere
Napolitano nel 1981 in polemica con Berlinguer) avrebbe consentito da sola la ripresa del
rapporto unitario a sinistra e dato l’avvio alla
normalizzazione del sistema politico nazionale. Così come è da condividere pienamente
l’idea, con la quale chiudi il libro, secondo cui
il cortocircuito tra diversità-questione moralegiustizialismo non soltanto è completamente
estraneo alla tradizione del togliattismo e del
comunismo italiano, anzi ne capovolge la logica “laica” (la laicità della politica è propria
della visione di Togliatti) ma ha compromesso
(e speriamo non definitivamente distrutto)
l’identità della Sinistra in Italia. Resta il dubbio che questa miscela di nuovismo e giustizialismo abbia rappresentato il propellente per
le involuzioni e le miserie della Seconda repubblica.
Hai scritto un libro importante e hai approfondito la ricerca su una fase storica e su un
personaggio “strategico” per l’insediamento
nell’occidente capitalistico di una esperienza
politica “diversa”, forse alternativa alla vicenda del leninismo ma in ogni caso organica a
questa. Forse l’operazione togliattiana di occidentalizzazione del leninismo per sottrarla
alla sua versione “asiatica” (proseguita da Berlinguer e si veda a proposito la sua intervista a
Scalfari del 2 agosto del 1978) ha conosciuto
così tanti oppositori interni a ragione della sua
temerarietà e della impossibilità, teorica e pratica, di ricercare “terze vie” se non all’interno
delle storie (al plurale) della democrazia in
Occidente, che sono state e sono storie riuscite
di democrazia solo nel conflitto tra socialismo
democratico e liberalismo.
Può esserci un’obiezione da parte tua, rivolta alla mia lettura di Togliatti che pretende di
interpretarlo attraverso le lenti di Popper! Può
essere che tu abbia ragione, in fondo Popper
(per fare un nome rappresentativo di un’area
politica e culturale) è entrato nelle nostre biblioteche solo alla metà degli anni ‘80 (e che
fatica!). La risposta sta nella chiave interpretativa su cui ruota il tuo lavoro e che deve indurci ad ulteriori approfondimenti, quando affermi che solo con l’inserimento del togliattismo dentro le linee di sviluppo del socialismo
europeo (non semplicemente contrapponendolo alla socialdemocrazia) è possibile valorizzare l’elaborazione e l’esperienza politica di
Togliatti. In fondo questo è stato il tentativo di
risposta, dei miglioristi e più in generale di tutti i riformisti, alla crisi dell’89, utilizzando le
risorse del socialismo europeo. Quel tentativo
fallì. s
Emanuele Macaluso, Comunisti e riformisti.
Togliatti e la via italiana al socialismo, Feltrinelli 2013
■ UN COMMENTO SUL NEO SEGRETARIO PD
NON SONO I TRENT’ANNI
CHE FANNO IL POTERE
Rino Formica
“Si tratta di un’interruzione spettacolare
del tran tran politico, oppure è un ciclo storico? Questo è ciò che si deve valutare: dobbiamo ancora capire chi sono, come si sono
formati e ancor più chi rappresentano”. Rino
Formica, classe 1927, intellettuale non organico nella segreteria di Bettino Craxi, ministro
della Prima Repubblica, non ne fa una questione generazionale, non ha l’età per avere in antipatia i giovani. Semmai, ha qualche appunto
da muovere alla generazione di mezzo, quella
oggi rottamanda. Ma questi renziani, questi
trentenni: non accetta che si confonda il dato
biografico con quello politico. Non le sembra
già chiaro, non sono semplicemente ciò che dicono di sé, la nuova generazione che trionfa
per la sconfitta di un’intera classe dirigente?
“Quando il soviet dei soldati, il soviet dei contadini e il soviet degli operai presero il potere
si sapeva chi c’era dietro: l’esercito, gli operai,
i contadini. Si sapeva il perché e che cosa sarebbe accaduto. Nel ’43-’45 ci fu un cambio
generazionale, ma dietro c’era la guerra persa,
la classe dirigente fascista da cambiare, gli Alleati. Era chiaro chi rappresentava chi, con
quali forze. Oggi la rottura di un ciclo è avvenuta senza traumi, come sbocco necessario per
fare qualcosa di diverso o per offrire un passatempo al paese stremato”.
Non era un trentenne nemmeno quando
al Midas, nel 1976, si presero il Psi: Craxi
42 anni, lui già 49. Quella che chiamarono la
congiura dei quarantenni non fu solo un “fatto
generazionale, fu il passaggio all’autonomismo autosufficiente del Psi”. Verifica dei poteri, come per i soviet, come per la generazione costituente. “Sono questioni di storia, cioè
profonde; non di cronaca, cioè di gossip e persone. Bisognerebbe non leggere i giornali”.
Preferisce capire se la ribellione sociale di
questi giorni sia guidata, o anonima. Così come capire il passaggio di poteri nel Pdl e nel
Pd, che non è avvenuto per confronto demo-
cratico, ma attraverso una scissione e una rottamazione presentata come generazionale.
Eppure, il dato di fatto è che è avvenuto:
un passaggio, trentenni che prendono il comando dopo il fallimento dei sessantenni. “Ma
non vedo la mano, dietro a Renzi. Nel novembre del 2012, D’Alema mandò avanti il suo
ideologo Beppe Vacca che in un’intervista al
Fatto disse: ‘Se Renzi si prende il partito, in
due mesi lo mandiamo a casa’. Ora che cosa è
accaduto? Renzi ha preso il Pd e D’Alema è
stato mandato a casa in due giorni. Com’è stato possibile, se non è chiaro di quale forza sociale, reale, Renzi è il rappresentante?”. Nelle
società contadine, dice Formica evocando per
un attimo il vernacolo pugliese “si diceva che
‘da un guasto viene l’aggiusto’. Ma quelle erano società ordinate, lente. In questa società veloce, globale, basterà il guasto per fare l’aggiusto? Non so. Non è solo questione di biografia, di età. E’ chi si muove e cosa rappresenta. La domanda è politica”.
Assodato ciò, ci sono da sistemare anche
i vecchi. Quale ruolo possono avere? “Il problema non è cosa faranno, ma se saranno capaci di fare autocritica sul loro ventennio. Sono stati vent’anni di orgia distruttiva: dei partiti e dei sindacati, due corpi intermedi cui la
Costituzione aveva affidato un ruolo decisivo
nella rappresentanza democratica. Sono stati
distrutti, non è un caso che la parola d’ordine
oggi, al culmine di quei vent’anni, sia ‘rottamare’. Ma oggi è anche la vittoria della ragione: la vittoria del cambiamento che deve accadere. Però la ragione senza la tradizione, il
passato, sarebbe solo spettacolo. Invece ci
vuole anche questa emozione, la tradizione va
usata per fecondare la ragione. Si può rottamare il personaggio, non quanto ha prodotto. Per
questo ci vuole una verifica. Finora, ciò che
crediamo di vedere limpidamente come un
chiaro passaggio generazionale è invece un
confuso passaggio politico”. s
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la questione socialista oggi