AMOR VENDICATO
venerdì|11settembre
Chiostro ROSSAROL
Taranto
favola boschereccia in musica a quattro voci e coro
di Giovanni Paisiello
prima esecuzione assoluta in tempi moderni
revisione di Vincenzo Porzio
Sabrina Santoro, soprano
Roberta Andalò, soprano
Marina Esposito, mezzosoprano
Leopoldo Punziano, tenore
Choraliter, coro
Pierluigi Lippolis, direttore coro
Dario Candela, clavicembalo
Orchestra da Camera del
“Giovanni Paisiello Festival”
Mariano Patti, direttore
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Choraliter
soprani contraltitenori
Valeria La Grotta Roberta Pagano Fabio Perillo
Isabella Laviola
Dora Marangi
Roberto Tarso
Ida D’Ippolito
Loredana Barnaba
baritoni
Nicola Luzzi
Cosimo Zaccaria
Orchestra da Camera del “Giovanni Paisiello Festival”
viole
oboe
violini I
Michele Cataldo*
Laura Mazzaraco* Giuseppe Coro
Antonella De Frenza Marta Cacciatore
Vincenzo Barulli
fagotto
Arianna Latartara
violoncelli
Riccardo Rinaldi
Giorgio Lepore*
violini II
Lelia Lepore
corni
Mina Melucci* Gianni Ruta*
Cosimo Angiulli
contrabbasso
Pasquale Pichierri
Giuseppe Simonetti Andrea Pino
flauto
clarinetto
fagotto
Palma Di Gaetano
Giordano Muolo
Riccardo Rinaldi
* prime parti
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Argomento
Superbo Apollo dell’ucciso Pitone, imbattutosi in Cupido che
l’arco rassettava, motteggiandolo che un lascivo fanciullo
adoperare osasse armi sì forti, di lui si rise. Piccato da sì amari
rimproveri Amore, gliene giurò in faccia vendetta, ed infatti
con freccia d’oro Apollo, con altra di piombo ferì Dafne, figlia
del fiume Peneo ed emula di Diana nella caccia. Quindi ne avvenne che Apollo perdutamente amò la ninfa, ma questa odio
tale per lui concepì, che, vedutolo, si diede precipitosamente
alla fuga. Inseguilla l’amante nume e con preghiere e promesse
fino ad offerirsele sposo tentò invano di trattenerla. Giunta
intanto presso alle paterne sponde la sbigottita Dafne e non
vedendo più scampo, invocò in suo soccorso il genitore e la
Terra e fu istantaneamente trasformata in alloro. Deluso Apollo,
in memoria dell’amata ninfa adottò la novella pianta per sua
e delle di lei fronde ornò la chioma e la cetra. Questa favola
coi soliti vivacissimi colori ci viene rappresentata da Ovidio
nel libro primo delle Metamorfosi. Ma l’autore del presente
drammatico componimento s’è presa la libertà di modificare
alquanto il troppo rigido carattere da Ovidio a Dafne assegnato
per ravvivare in tal modo con qualche inviluppo l’azione e
rallegrare insieme con lieto fine l’animo degli ascoltanti.
INTERLOCUTORI
Amore in sembianza di Aminta cacciatore
Apollo
Dafne
Alceo
L’azione segue nella valle di Tempe.
La musica è del rinomato signor D. Giovanni Paesiello
all’attual servizio di S. M. in qualità di compositore.
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30
amor vendicato
Il Libretto
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Intermezzo per musica di Giovanni Paisiello
Roma, carnevale 1772
SCENA PRIMA. Amore da cacciatore
d’un infelice cor tutto il tormento.
AMORE
Sotto queste mentite
spoglie di cacciator chi riconosce
di Citerea, chi più ravvisa il figlio?
Mago possente è Amor. Tutti al suo cenno
servono obbedienti
e gli astri e gli elementi.
Invisibil si rende; in mille guise
talor le proprie cangia,
talor le altrui sembianze,
e così le apparenze altera e finge,
che i numi stessi a traveder costringe.
Di questa mia possanza oggi l’Olimpo
sia spettator, da questa
Febo ingannato il suo nemico ascoso
non tema e trovi in me. Con aureo dardo
da me piagato, ama la bella Dafne
di Diana seguace, arde per lei
l’ingiusto sprezzator de’ colpi miei.
Ma da strale di piombo insiem ferita,
inflessibil la ninfa a’ suoi desiri,
sorda ai prieghi, ai sospiri,
l’odia, l’abborre, e così l’un si strugge
di violento amor, l’altra lo fugge.
DAFNE
I detti tuoi tu spargeresti al vento.
Provi il dio superbo altero
questa man che chiama imbelle;
e se regge in ciel le stelle,
qui d’Amor l’eccelso impero
oggi apprenda a rispettar.
O quanto mi spiace
quell’aspra catena
che toglie la pace
a un libero cor!
APOLLO
Ah delle fiere istesse
che con tanto furor segui ed impiaghi
più barbara e inumana! Onde apprendesti,
se non dall’aspre rupi ov’erri ognora,
sì duri sensi, sì crudel costume?
Ah se sapessi, ingrata,
chi disprezzi, chi fuggi,
forse affetto e linguaggio
cangeresti con me.
DAFNE
T’inganni; eguale
di questi accenti miei sarebbe il suono,
se fossi Apollo istesso.
L’opra si compia omai; da un finto labbro
in lui si versi a lacerargli il seno
di geloso sospetto il reo veleno.
Ma con Dafne egli vien; di qua non lunge
nell’aguato il trarrò.
APOLLO
Ah quello io sono.
SCENA SECONDA. Apollo e Dafne
APOLLO
Sì, del tuo vago volto
l’adorator son io.
APOLLO
Dove ten voli
frettolosa così? Fermati, ascolta,
lascia l’usato orgoglio;
spiegarti, o Dafne, io voglio
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Avvezza al cimento
di belve feroci,
non sento le voci
d’un languido affetto,
non curo il diletto
d’un tenero amor.
DAFNE
Apollo!... Il nostro nume!... (Ohimè, che
ascolto!)
DAFNE
Tu Apollo?... E meco
così del cieco dio, così d’Amore
il nemico favella?
APOLLO
Tanto è il poter delle tue luci, o bella.
De’ primi affetti miei
l’unico, il primo oggetto,
Dafne gentil, tu sei.
Al vivo saettar de’ tuoi be’ rai
chi resister potea?
DAFNE
D’un mostro oppresso
se gisti altero, or vincer dei te stesso.
APOLLO
Perché tanto rigor? Vil fiamma impura
non arde nel mio seno; i nostri affetti
stringa dolce imeneo.
DAFNE
(No, la mia fede
inviolabil si serbi al fido Alceo).
APOLLO
Nuora del gran Tonante,
d’Apollo sposa, sederai nel cielo
alla superba Giuno, a Palla accanto;
invidiosa pompa
ivi farai di tua beltà. Le Muse
lusingheranno a gara
coll’auree corde e col soave canto
il tuo genio, il piacer. Da’ cenni tuoi
di Patara la reggia e Claro e Tenedo
suddite penderan. Che più? L’impero
sugli ampi stenderai stellati giri.
DAFNE
Eccelsa diva a sì gran meta aspiri.
Le natie selve ad abitar qui resti
ignobil ninfa.
APOLLO
È a tua virtù dovuto
ogni sublime onor.
DAFNE
Di Cintia austera
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nella scuola severa
le nuziali faci
fin da’ primi anni ad odiare appresi.
APOLLO
Dunque i miei voti accesi,
le mie promesse, i prieghi
nulla otterran da te?...
DAFNE
Grato, sincero,
indelebil rispetto, amor non mai.
APOLLO
E potrete indolenti,
vezzosi amati rai,
rimirar le mie pene... i miei... tormenti?
Belle luci a un fido amante
troppo fiere e troppo ingrate,
deh fingendo almen mostrate
qualche segno di pietà.
Un inganno io sol vi chiedo
che lusinghi il mio pensiero;
e un inganno passaggiero
da voi pur si negherà?
SCENA TERZA. Dafne sola
DAFNE
Dafne infelice! In quale
periglioso cimento,
a qual difficil prova
il fedel si ritrova
tuo bersagliato cor! D’un nume amante
al furioso ardore
chi resister potrà?... Resista amore,
resista la mia fé... Ma dove sei,
Alceo, mio ben? Come da te lontana
viver lieta poss’io?
Senza te non ha calma il pensier mio.
Ma la tema, l’affanno al lasso piede
rallentano il vigor. Si prenda alfine
su quel muscoso sasso
breve ristoro al fresco umore accanto.
O quanto è grato, o quanto
è soave dell’acque il mormorio...
O come i lumi stanchi
occupa... appoco... appoco... un lento oblio!...
Dolce sonno, amica quiete,
l’ale placide stendete
sull’afflitto mio pensier. (Si addormenta)
SCENA QUARTA. Apollo, Amore da cacciatore,
Dafne che dorme
APOLLO
Ed è ver quanto narri?
AMORE
Al grande Apollo
non si recano fole.
APOLLO
È dunque Alceo
di Dafne amante?
AMORE
Arde per lei.
APOLLO
Ma quale
è della ninfa il cor?
AMORE
D’eguale acceso
impetuosa fiamma.
APOLLO
E pur qui meco
o quanto ella mostrossi
d’amor nemica!
AMORE
Arte non nuova è questa
di labbro femminil.
APOLLO
Le offersi indarno
la destra, il cor. Tutto rifiuta, e poi
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ama la forsennata un vil mortale!
AMORE
Costume delle donne usato e strano.
Prevale in esse ambizion; ma intanto
quel genio che il capriccio ognor consiglia
sprezza il suo meglio ed al peggior s’appiglia.
APOLLO
Ma un ardor così occulto
donde sapesti, Aminta?
AMORE
Un tempo io fui,
soffri, signor, che il dica, amante anch’io
della ninfa infedele; indi a me tolse
quel volubile cor l’infido Alceo,
già amico e poi rival.
APOLLO
Le tue vendette
oggi Apollo farà. Seguimi... Oh dio! (Nel partire
si avvede di Dafne che dorme e si arresta)
Che mai veggo! Al riposo
abbandonò le membra, al sonno i lumi
la tua, la mia nemica. Opra più bella,
dimmi, fe’ mai natura! E sotto un volto
così gentil s’asconde
tanta perfidia! O come è mai diverso
da quel sembiante il cor! Ma già si scuote,
già dal sonno si desta. (Si ritira in disparte con
Amore fra la boscaglia)
DAFNE
Orride larve...
che volete da me?... La quiete invano
cerca un’alma agitata... I sogni stessi
congiurano a turbarla... Il mio nemico,
l’odioso nume fin sognando io veggio
che mi assale, m’insegue...
APOLLO
(Intorno il guardo (Ad Amore)
volge e seco ragiona).
DAFNE
I miei spaventi (S’alza e cammina pensosa
soffermandosi di tratto in tratto)
crescono ad ogni passo! In queste selve
più sicura io non son; asilo porga
alla tremante figlia
fra le sue braccia il genitor Peneo;
fuggasi. Ma che miro! O caro Alceo! (Vede
Alceo e si avvanza ansiosa ad incontrarlo)
SCENA QUINTA. Alceo, Dafne ed Apollo con
Amore che non visti ascoltano
ALCEO
Sola alfin ti ritrovo,
mia sospirata Dafne; un sì felice
contrastato momento
o quanto sospirai!
Ma qual nube importuna
de’ tuoi vivaci rai
conturba il bel sereno!...
Quai nella mesta fronte
tristi pensieri ascondi?
Ah tu immobil mi guardi e non rispondi?...
Sì, t’intendo, infedel. Troppo loquace
è quel labbro che tace.
Tutto, tutto mi dice:
«Fido amante infelice,
Dafne non è più tua; gli affetti sui
Dafne a te tolse e ne fe’ dono altrui».
DAFNE
Spietato, e questa rendi
al mio costante amore, alla mia fede
ricompensa e mercede?
Per te l’onor ricuso
dell’apollinea destra e per te sdegno
degli astri il vasto regno,
per te del più bel nume
rifiuto il dolce affetto,
i teneri legami,
e tu m’insulti e tu infedel mi chiami?
ALCEO
A un eccesso d’amor perdona, o cara,
questo sfogo innocente. Il tuo bel core
abbastanza m’è noto.
Ma meno amante o generoso meno
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quello d’Alceo non è. M’ascolta, o Dafne.
D’un rival sì potente
io mal reggo al confronto. Egli ti adora,
ei si strugge per te; ti vuol felice,
e felice esser devi...
DAFNE
Ah tornin pria
a confondersi insiem la terra e il cielo,
ch’io te lasci d’amar. Di cento e cento
numi nemici l’ira io non pavento.
APOLLO
(Chi può l’empia soffrir?) Perfida, invano (Si
avvanza Apollo)
schernir tu pensi impunemente un nume.
ALCEO
(Che sorpresa fatal!)
DAFNE
Qual colpa mai... (Ad Apollo)
APOLLO
Il fingere non val, tutto ascoltai.
Odimi, o fido Aminta. Alla severa
Cintia costei si guidi; ella che ognora
in sua rigida scuola
i molli affetti ad abborrire apprese,
d’una fiamma furtiva
gastigo abbia e rossor dalla sua diva.
Lungi per sempre dal cospetto mio
vada l’indegno Alceo, di gravi oppresso
catene il piè, nelle cimmerie grotte,
dove l’orrida notte,
eterna mia nemica,
fra l’ombe tetre e tra i fantasmi ha regno;
ivi soffra il rigor d’un giusto sdegno.
AMORE
Eseguirò tuoi cenni.
ALCEO
E ne condanni
senza ascoltarci, Apollo?
DAFNE
Almen sospendi
il fulmine crudel.
APOLLO
Sol pochi istanti
a risolver ti lascio, ingrata ninfa.
Scegli qual più ti piace, o la vendetta,
o la destra d’Apollo. Il mio rivale
dal labbro stesso aspetti
il suo destin; tu lo condanni o assolvi. (Parte)
SCENA SESTA. Dafne, Alceo, Amore
DAFNE
Alceo...
ALCEO
Dafne...
DAFNE
Che pensi?...
ALCEO
E che risolvi?...
DAFNE
Ah discaccia ogni timore,
rasserena i mesti rai;
questa fé che ti giurai,
idol mio, ti serberò.
ALCEO
Se mi serbi il tuo bel core,
bacerò le mie catene
e pensando a te, mio bene,
infelice io non sarò.
DAFNE
Vanne dunque.
ALCEO
Io parto.
a due
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Addio.
DAFNE
Senti, ohimè!...
ALCEO
Che vuoi?...
DAFNE
T’arresta.
ALCEO
Che incertezza, o cara, è questa?
a due
Chi turbò la pace, oh dio,
del felice nostro amor!
Alme fide, alme costanti,
negherete i vostri pianti
a un sì barbaro dolor? (Partono seguiti da
Amore)
SCENA SETTIMA. Apollo solo
APOLLO
Mio combattuto cor, che mai risolvi?
Vuoi clemenza o rigor? Pietà? Vendetta?
Sì, puniscasi Alceo. Ma di qual colpa?
Perché Dafne egli adora?...
E innocente sei tu che l’ami ancora?
Son colpevoli e rei,
se delitto è l’amore, uomini e dei.
Ma puniscasi pur... La bella ninfa
ch’or pietoso t’abborre, allor tiranno
e crudel t’amerà?... No, no; ritorni
l’amico in libertà. Ma se felice
rivale ei ti togliesse
il sospirato ben, misero Apollo,
che sarebbe di te... Confuso io sono.
Che dubbiezza fatal! L’ordin sconvolto
è degli affetti miei... de’ miei pensieri...
Quel che tema io non so, né quel che speri.
Pugnano nel mio petto
l’odio, l’amor, lo sdegno,
il torbido sospetto,
la tenera pietà.
Flutti sì fieri in calma
ridurre io pur vorrei,
ma troppo oppressa l’alma
tanto vigor non ha.
SCENA OTTAVA. Amore e detto
AMORE
In traccia appunto io giva
di te, signor.
APOLLO
E qual novella, Aminta,
lieta mi rechi? Il tuo giocondo aspetto
cose annunzia giulive.
AMORE
Or or, se vuoi,
tua la ninfa sarà.
APOLLO
Se voglio? Oh dio!
Come? Dove? Favella.
AMORE
I tuoi desiri
ad arte io secondai
e de’ tormenti suoi pietà mostrai.
Volge ella il piè veloce
ver le paterne sponde, unico scampo
creduto a’ suoi perigli. Or tu non lento
raggiungila, signor. Ai prieghi mesci
le minacce, il comando. Un nuovo assalto
quel già abbattuto core
docil ti renderà.
APOLLO
Troppo prometti.
AMORE
Ah tutto perderai, se più qui aspetti.
Nell’arte dell’amar, credimi, Apollo,
inesperto ancor sei;
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se vincer vuoi, siegui i consigli miei.
APOLLO
Vado; ma dimmi, il suo diletto Alceo...
AMORE
Restò fra’ tuoi seguaci. Ah Febo, e quale
timidezza è la tua? Fu degli audaci
sempre amica la sorte; inutil rendi
quanto io feci per te. Deh corri, vola;
sì bella preda il più indugiar t’invola.
APOLLO
Sì, volo; il petto io sento
tutto avvampar d’inusitato foco;
sì, vincitor qui tornerò tra poco.
SCENA NONA. Amore solo, poi Alceo
AMORE
Quanto è folle colui che amor disprezza!
Seguendo un vago ciglio,
ecco un saggio, un gran nume,
degli oracoli il dio la propria sorte
antiveder non sa; cerca il suo bene
e va incontro agli affanni ed alle pene.
ALCEO
Aminta generoso, arde anco in petto,
dimmi, del mio signor l’odio, lo sdegno?
Ov’è l’idolo mio? Di lei mi cale,
nulla di me.
AMORE
Non paventar; fra poco
il tuo destino cangerà d’aspetto;
di più dirti non posso.
ALCEO
Ah di speranze
non favellarmi, Aminta. Uso io ne sono
la fallacia a provar. Cupido stesso
in questo loco al credulo mio core
quai più volte non fe’ lieti presagi!
Vane lusinghe. Io più nol vidi; in altro
ciel l’incostanti piume
volse forse il crudel barbaro nume.
E vuoi ch’io speri?
AMORE
Oh troppo ingiusto Alceo,
quanto è diverso Amor da quel che pensi!
Soffri; aspetta l’evento;
se tel promise Amor, sarai contento.
Cuori amanti, v’ingannate
se chiamate – Amor crudele;
non è Amore un infedele,
serba a tutti Amor la fé.
ALCEO
(Fedeltà senza esempio!)
SCENA DECIMA. Apollo e detti
APOLLO
Amor mi spinge
a inseguirla veloce. Ella nel corso
l’aure più lievi avvanza. «O bella», io grido,
«raffrena il piè, cessi un terrore insano;
io nemico non son». Ma grido invano.
Ostinata più fugge; a me la speme,
a lei sprone è il timor; già le son presso
e già la man per trattenerla io stendo,
quando... (Oh ciel, tutto sento
gelarmi il sangue in rammentarlo solo!)
APOLLO
Aminta... Alceo... conforto.
ALCEO
Numi, che mai sarà!
ALCEO
Ohimè, che avvenne
di funesto, o signor?
APOLLO
Giunt’alla riva
del paterno suo fiume, al ciel le braccia
la stanca ninfa ergendo,
dal genitor, dalla gran madre antica
soccorso implora e in un balen rimane
di ruvida corteccia
cinta qual ritrovossi; in verdi rami
vidi l’eburnee mani
stendersi e la dispersa aurea sua treccia.
Io che arrestar non posso
l’impetuoso corso, oltre mi caccio,
credo Dafne abbracciar ma un tronco abbraccio.
Quell’affetto che sol gode
della frode – e del timore
sembra Amore, Amor non è.
APOLLO
L’alma non regge
all’estremo cordoglio; il labbro appena
può profferir qualche interrotto accento.
AMORE
(O qual piacer di quel dolore io sento!)
ALCEO
Porga all’ansante fianco
questo sedil riposo.
APOLLO
Udite, amici;
meraviglie dirò. Da’ tuoi consigli
spronato, Aminta, della vaga Dafne
l’orme a seguir m’affretto. In sul pendio
giunto di questo colle, il guardo inchino
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e veggio lei che il passo
ver le prossime move onde paterne.
Ella si volge al calpestio; me vede
e quasi l’ali al piede
l’odio allor le porgesse o lo spavento,
rapida s’allontana in un momento.
AMORE
O portento inaudito!
ALCEO
O fiera scena!
APOLLO
Privo di senso allora
rimango al par di lei;
m’ingombra il sen, la mente un triste orrore;
questi ne svelgo alfin teneri rami,
indi sul caro legno
lagrime verso e caldi baci imprimo,
d’un infelice affetto ultimo pegno.
ALCEO
Crudele, e colei piangi
che spingesti tu stesso
a sì tragico fin? Misera Dafne,
ma più misero Alceo! Tutto perdesti.
Che ti resta a sperar? Così il destino,
Aminta ingannator, cangiò d’aspetto?
Questo è il piacer, questo il contento, ahi lasso!
che ad Alceo promettesti?... Amore, Apollo,
numi tutti del ciel, chi in tronco, in sasso,
in erma alpestre rupe
per pietà mi trasforma? E tu, sollievo
d’un disperato cor, perché non vieni,
morte, il corso a troncar de’ mali miei?
Ahi! Meco sol tanto crudel tu sei?
Ho perduto il bel sembiante,
no, non trovo alcun ristoro,
ho perduto il mio tesoro;
la mia ninfa, oh dio, dov’è?
Questi monti e queste piante
sempre udranno i miei lamenti;
chi mai vide tra i viventi
sventurato al par di me?
Dafne mia, felice amante
vissi ognora a te dappresso;
odio or tutto, odio me stesso
che diviso io son da te.
AMORE
Tempra l’acerba doglia, amico Alceo.
APOLLO
Troppo son giusti, il veggo,
i rimproveri tuoi; dal mio misuro
il tuo dolor... Ma quai da lungi ascolto
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liete accostarsi a noi confuse voci?
AMORE
(La bell’opra è compita, il mio trionfo
vicino è omai). Qual la cagion ne sia,
signor, ch’io voli ad indagar permetti;
tutto da me saprai, se qui mi aspetti. (Parte)
S’ode il coro da dentro.
CORO
Viva il dio fanciullo arciero
che sull’alme ha dolce impero,
che de’ numi è il domator.
APOLLO
Qual canto ingiurioso!
Chi esalta il mio nemico? E chi sì ardito
viene Apollo a schernir?
ALCEO
Sogno o traveggo?
Quella Dafne non è, che al fianco assisa
del faretrato pargoletto nume
sul trionfal suo carro a noi s’appressa
tra cento e cento amori
inghirlandati di festivi allori?
SCENA UNDECIMA ED ULTIMA. Compariscono assisi sul carro trionfale ornato di allori
Amore colle sue proprie divise e Dafne. Amorini all’intorno con picciole scuri di luminoso
argento alla mano, tutti incoronati di lauro.
Apollo ed Alceo.
APOLLO
Che prodigi son questi?
DAFNE
Eccelso nume,
cessi la meraviglia; Amor può tutto,
tutto cede ad Amor. Da te raggiunta,
volsi al cielo i miei voti e in un momento
da dura allor mi vidi esterna scorza
racchiusa intorno; i tuoi sospiri accesi,
i lamenti ascoltai, pietà ne intesi.
Dopo breve silenzio, ecco di cento
e cento scuri ai replicati colpi
la corteccia si fende, e intatta e illesa
al bel raggio del giorno
fra quieti alati geni io fo ritorno.
APOLLO
Strane cose mi narri!
AMORE
Il mio potere
confessa, Apollo, alfin. De’ tuoi disprezzi
giurai vendetta. I vilipesi strali
in te incendio d’amor, di sdegno in Dafne
furioso destar. Arte fu mia,
d’Aminta cacciator sotto il sembiante,
pria la ninfa alla fuga, ad inseguirla
poi te, Febo, incitar. Tutto io disposi,
vendicato è già Amor. Torni or in calma,
nume, la tua grand’alma;
e se d’un dì sì memorabil vuoi
la letizia compir, di questi amanti
con generoso cor, dio d’Elicona,
rendi pago il desir, la fé corona.
ALCEO
(Da quel labbro dipende
la mia felicità).
DAFNE
(Secondi il cielo
principi così lieti!)
ALCEO
(Ah troppo io sono
audace allo sperar!)
DAFNE
(Vincer sé stesso
quanto è difficil mai! Pensoso parmi).
APOLLO
Cedo Dafne ad Alceo, cedo a te l’armi.
Purché non turbi in avvenir mia pace,
tutto si faccia, Amor, quel che a te piace.
Ma il fortunato alloro
fia della cetra al par caro ad Apollo
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e formi ai grandi eroi fregio e decoro.
Gli augusti eccelsi, i trionfanti duci,
le Muse, i vati e le sublimi scienze
della fronda immortal cingan la fronte;
sia premio e sprone insiem la bella pianta
alla virtude ognor; sott’aspro verno
serbi suo verde ammanto,
né la folgore mai le strisci accanto.
DAFNE
O felici presagi!
ALCEO
O lieta sorte!
DAFNE ed ALCEO
Viva Apollo il pietoso, Amore il forte.
APOLLO
Più non arde nel mio petto
quel furore, quel sospetto;
già ritorno in libertà.
AMORE
Sembra Amor pien di fierezza,
ma poi cangiasi in dolcezza
la sua breve crudeltà.
DAFNE ed ALCEO a due
Numi eccelsi, i nostri voti
paghi sono e appien contenti;
obbliati i suoi tormenti
più bramar Dafne / Alceo non sa.
APOLLO e AMORE, DAFNE e ALCEO
Ma se le nostre / vostre gare e vendette...
Tutti
Tanto cagionano fra noi piacer,
o dolci gare, vendette care,
che dopo torbida fiera procella
calma sì bella fate goder!
LICENZA
La Gloria io son. Dalle ognor liete cime
del sacro monte ecco due serti io reco
della cara agli dei delfica fronda,
dal biondo Apollo e dalle Muse stesse
per voi tessuti, o gran FERNANDO, o augusta
eccelsa CAROLINA, onor del trono,
delizia de’ mortali. Ecco con questi,
che de’ sublimi eroi sol premio sono,
messaggiera de’ numi io vi corono.
CORO
O come fulgido il sacro alloro
unito tremola al giglio d’oro,
monarchi amabili, sul vostro crin!
41
Con egual gloria, con pari orgoglio
ornare i Cesari sul Campidoglio
nol vide il popolo già di Quirin.
Bene in voi scorgesi qual luce spande
un cor benefico, un’alma grande
e sempre affabile la maestà.
Se i giusti principi cari al ciel sono,
ai regni sudditi questo suo dono
serbi propizio per lunga età.
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amor vendicato - Giovanni Paisiello Festival