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Nuova Narrativa Newton
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Dello stesso autore
Il collezionista di bambini
Il cacciatore di ossa
La porta dell’inferno
La casa delle anime morte
Il collezionista di occhi
Titolo originale: Dark Blood
Originally published in English by HarperCollins Publishers Ltd
Copyright © Stuart MacBride 2010
Traduzione dall’inglese di Alessandra Spirito
Prima edizione: marzo 2011
© 2011 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214
ISBN 978-88-541-2757-9
www.newtoncompton.com
Realizzazione a cura di Corpotre, Roma
Stampato nel marzo 2011 da Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)
su carta PamoSuper della Cartiera Arctic Paper Mochenwangen
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Stuart MacBride
Sangue nero
Newton Compton editori
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A Sarah
Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone viventi o defunte, avvenimenti, società, organizzazioni e luoghi reali ha l’unico scopo di dare alla narrazione un
senso di realtà e di autenticità. Tutti i nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono
frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia, e qualunque
eventuale somiglianza con fatti o persone reali è del tutto casuale. Uniche eccezioni i
personaggi di Julie Bultitude, Zoe Butler, Graeme Danby, Susanna Frayn, Dave Goulding, Allan Guthrie, Ian Haffenden e Fiona Martin, che hanno dato il loro esplicito
consenso ad essere personaggi di questo romanzo. I tratti caratteriali a loro assegnati sono stati ideati per le esigenze del testo e non comportano necessariamente una somiglianza con le persone vere.
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Gesù Cristo, fa freddo.
La luna grossa e tonda rende tutto bianco e nero. Gelo e ombra. Vita
e morte. Corri. Non fermarti. Continua a muoverti...
Steve incespica. Il fango smosso si è solidificato – va su e giù come
sulle montagne russe. Un piede urta contro una sporgenza dura come
un sasso e lui cade scompostamente sul terreno ghiacciato. Cerca di
non urlare mentre il braccio gli grida il suo dolore acuto.
Da qualche parte un cane abbaia. Un cane grosso. Uno schifoso e spaventoso cagnaccio. Avete presente? Un rottweiler, un dobermann: un
bastardo del genere. Grosso e nero, con migliaia di denti. Che lo insegue.
«Cazzo...». La parola scompare nel cielo notturno in una nuvoletta
bianca di fiato.
Un cane grosso.
Si tira su annaspando, resta fermo, cercando di recuperare l’equilibrio. Si sente male. Davvero troppo whisky. Rende tutto sfocato e caldo, anche se qua fuori è così freddo che le dita gli dolgono. Dà al mondo un odore di bruciato.
Steve procede barcollando, le braccia strette al petto, sprofondando le
ombre ai margini del cantiere edile. Gli alberi oscurano la luna indagatrice.
Con un po’ di fortuna, il buio nasconderà la traccia di sangue che si lascia dietro.
Il cane abbaia di nuovo. Più vicino.
Dopotutto la sua fortuna ha sempre fatto schifo.
Steve accelera. Barcolla, incespica, arranca.
Il suo piede sinistro infrange la superficie ghiacciata di una pozza e lui
si ferma. Trattenendo il respiro.
Steve si volta, e guarda l’ufficio del cantiere dietro di sé. Delle torce per7
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lustrano il terreno fangoso, delle voci soffocate arrivano nella sua direzione. Quel cane schifoso ringhia e guaisce, guidandole.
Continua a camminare.
Continua a muoverti.
Un piede davanti all’altro.
Steve costeggia la recinzione di due metri e mezzo: rete metallica e filo spinato che circondano il cantiere.
Stavolta quando inciampa finisce a capofitto in un fossato, scivolando
giù lungo l’argine, rami che si spezzano, il dolore che gli dilania il braccio, qualcosa che gli lacera una guancia con artigli spinosi. Ghiaccio
che si frantuma, e poi acqua così fredda che è come se gli tirassero un
altro pugno in faccia.
Riemerge sputacchiando sulla superficie del ruscelletto. Non è profondo, ma è gelato. Si dibatte fra i rovi, tirandosi fuori dall’acqua. Trema così forte che è come se avesse un martello pneumatico ficcato su
per il culo. I denti battono con tanta violenza da scheggiare lo smalto.
Il cane abbaia di nuovo. Indubbiamente più vicino adesso. Probabile
che gli abbiano tolto il guinzaglio a quella cosa dannata. Avanti, stronzo schifoso, trova Steve e squarciagli quella gola di ladro e doppiogiochista.
Steve si accascia di nuovo contro l’argine, cercando di non piangere,
l’acqua gelida che gli inzuppa i pantaloni, la giacca, i calzini, ogni-cazzo-di-cosa.
Riposa. Solo per un minuto. Riposa al buio, nella sicurezza del fossato, dove non può vederlo nessuno. Non è poi così male. Al freddo ci si
abitua dopo un po’.
Chiude gli occhi giusto per un secondo. Riprende fiato.
Riposa per un attimo...
E quando riapre gli occhi qualcosa lo sta guardando dritto in faccia.
Una sagoma grossa e muscolosa nell’oscurità, col fiato che esce addensandosi fra i denti aguzzi. Un manto nero riluce sotto la luna.
Bel cagnetto.
Abbaia, sobbalzando avanti e indietro a ogni verso terrificante che
emette, la bava che vola ovunque.
Oh cazzo Gesù.
Il coltello. In tasca ha un coltello a serramanico, ma le dita ghiacciate
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e gonfie non gli funzionano. S’impigliano nella giacca strappata. Imprecazioni. Lacrime. Freddo. PRENDI QUEL CAZZO DI COLTELLO!
E poi sente la voce: «Al diavolo, Mauser, meglio che non sia un altro
coniglio». Rumore di passi che scricchiolano sull’erba ghiacciata.
Steve estrae il coltello a fatica, lo tiene nella mano tremante, cercando
di premere il pulsante metallico. Andiamo, andiamo, andiamo.
E poi un uomo raggiunge quel mostro. Ha la luna alle spalle che gli
lascia in ombra il viso, trasformandolo in un essere oscuro dal fiato sulfureo nel silenzio improvviso. «Ehi Steve», dice. «Dove vai amico? Abbiamo appena cominciato...».
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«Commissario?». Un agente tremante afferrò il nastro blu e bianco
con su scritto «POLIZIA», sollevandolo e sgombrando la strada. «Sono
laggiù, signore».
Logan McRae fece scattare le sicure della sua Audi infangata, poi si
chinò per passare sotto il nastro e scivolò attraverso la sabbia pallida,
dirigendosi verso il capannello di persone raggruppate vicino alla tenda della Scientifica.
Si ergeva fra un paio di enormi dune di sabbia, la plastica bianca sventolava sotto il vento gelido che soffiava fischiando dal Mare del Nord.
In cielo non c’era una nuvola, ma il sole ancora basso non si era alzato
al di sopra del profilo frastagliato della pianura erbosa, e la scena del
crimine era immersa in una penombra blu.
Balmedie Beach, già nei suoi momenti migliori, non era esattamente
la Costa del Sol, ma alle dieci e mezza di una fredda mattinata di gennaio avrebbe congelato i capezzoli di un orso polare. Aberdeen – due
gradi a nord di Mosca.
Se ci fosse stato uno zoo in città, d’inverno avrebbero dovuto dare ai
pinguini dei berretti di lana.
«Commissario! Commissario McRae!». Un tecnico della Scientifica,
con indosso l’obbligatoria tuta bianca e le soprascarpe di plastica blu,
gli fece cenno di avvicinarsi. «Proprio come tutti gli altri, signore, aveva
ragione».
Fantastico – l’unica volta che davvero avrebbe voluto gli dimostrassero che aveva torto.
Logan firmò accanto al capo team della scena del crimine, poi a fatica
s’infilò nella tuta. Quella cercò di ribellarsi durante tutta l’operazione,
col vento che cercava di afferrarne gambe e maniche, aiutandola nei
suoi propositi di fuga. «La patologa?»
«È dentro, signore. Abbiamo finito con le fotografie e i campioni,
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quindi ci faccia segno quando vuole che smontiamo...». Indicò quello
che Logan sapeva lo stava aspettando nella tenda. «Mi ha capito...».
L’intera struttura scricchiolava e tremava e quando Logan entrò sentì
il vento gemere attraverso le giunture. Avevano montato due luci ad arco, il cui violento riverbero bianco rimbalzava sulla sabbia, facendo risaltare il respiro condensato di Logan quando si accovacciò accanto alla patologa.
Lei alzò lo sguardo verso di lui, gli occhi che luccicavano al di sopra
della mascherina che le copriva naso e bocca. Poi lo abbassò di nuovo
sulla testa, che giaceva su un lato nella sabbia pallida.
Era di una donna sulla ventina; gli occhi infossati e vitrei; i capelli fulvi schiariti dalla luce fino a sembrare quasi biondi; le lentiggini scure
contro la pelle di porcellana; la bocca aperta. Un mucchietto di sabbia
le si era accumulato dietro ai denti, un nonsoché di dorato che scintillava in profondità. Proprio come gli altri sei.
«Come lo sapevi?». La patologa estrasse la testa decapitata dalla sabbia. «Era proprio dove dicevi che sarebbe stata».
Logan li guardò mentre accomodavano la testa di Lucy in un sacchetto trasparente per la raccolta delle prove, lo sigillavano ed etichettavano. Una in più da aggiungere alla collezione dell’obitorio.
«L’ora della morte?».
La dottoressa Isobel McAllister si sfilò con uno schiocco i guanti di
nitrile e tirò indietro il cappuccio della tuta, lasciando ricadere sulle
spalle i lunghi capelli scuri. «Sai che non posso dirtelo».
Logan aprì la bocca per dire qualcosa, poi la richiuse quando Isobel
gli appoggiò una mano sul petto. Il suo tocco era caldo nel freddo della
tenda.
Lo fissò negli occhi. «Mi sei mancato...».
«Isobel, io...».
«Ah, no, tu niente!». Una dei tecnici della Scientifica si diresse verso
di loro a grandi passi: Samantha, i capelli rosso acceso dolorosamente
luminosi sotto la luce vivida. Tirò giù la lampo della tuta, mostrando
un prorompente décolleté pallido disseminato di tatuaggi. «È mio.
Non è vero, Logan?».
Isobel si morse il labbro inferiore. Distolse lo sguardo. «Oh, scusami,
non sapevo».
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«Ma forse...». Samantha si avvicinò e passò le dita sulla guancia di
Isobel. «Forse potremmo dividercelo».
Un dolore tagliente attraversò le costole di Logan. «Ahi, cosa...».
«Magari potremmo fare qualcosa di... speciale insieme».
«Mi piacerebbe». Isobel si leccò le labbra rosso sangue e posò la mano a coppa su uno dei seni di Samantha. «Mi piacerebbe un... Smettila
con questo cazzo di russare!».
«Uhm...?». Il sergente Logan McRae si raddrizzò con fatica sul sedile.
«Sono sveglio. Sono sveglio». Freddo. Buio. Una tosse cavernosa lo
scosse, e terminò con un brivido. «Dio...». Tirò su col naso. Si passò le
mani sulla faccia, sentendole raspare contro la barba corta e ispida.
«Che ore sono?».
Il commissario Steel era quasi invisibile al buio, ma poteva sentirla
muoversi sul sedile del passeggero della sua sporca FIAT marrone. «Stavi russando».
Il commissario spinse con forza il dito sul bottone dell’accendino,
aspettò che saltasse fuori, poi estrasse dal cruscotto una Silk Cut e la
accese. Il riverbero arancione le trasformò la faccia in una cartina topografica di rughe e ombre. La capigliatura da disastro ferroviario stava
nascosta sotto un cappello di pelliccia.
«Schifosamente freddo...». Logan scrutò il parabrezza appannato,
poi ripulì un oblò con la manica e guardò fuori la campagna illuminata
dalla luna. Avevano parcheggiato alla fine di un viottolo che dominava
un grande cantiere edile, proprio all’uscita della A90 – la strada da
Aberdeen a Ellon. Sbadigliò. «Devo fare pipì».
«Allora non avresti dovuto bere tutto quel caffè, non credi?»
«Sapevo che non si sarebbe fatto vedere».
«Insomma, chi è l’idiota che beve decaffeinato durante un appostamento?»
«Quindi, lui dov’è?»
«Se lo sapessi, non starei seduta qui in questo catorcio ad ascoltare il
tuo fottuto russare, non ti pare?»
«Bene, sia come sia». Logan si servì di una delle sigarette del commissario e l’accese con uno Zippo mentre usciva nella notte gelata.
«Chiudi quella cazzo di portiera!».
SLAM.
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Restò fermo un secondo, tremando, inalò una profonda boccata di
fumo, poi si avviò giù per il viottolo verso un gruppetto di alberi. Il terreno gli scricchiolava sotto i piedi, l’erba era ricoperta da una fitta coltre di brina, sotto la luce di una luna quasi piena ogni cosa appariva di
un unico colore. Era luminoso come di giorno.
Logan abbandonò il sentiero e si addentrò nel sottobosco.
Dio, faceva così freddo. Quella fottuta Steel e le sue fottute fonti segrete. Qual era il senso di avere una fonte segreta se era così “segreta”
da non riuscire a incontrarla?
La lampo, fruga, sorridi... aaaaaah. Oh sì... decisamente meglio.
Restò lì, mentre si alzava una nube di vapore dolceamaro, con la sigaretta penzolante da un angolo della bocca. Dieci giorni di fila senza un
solo giorno di riposo. Non c’era da meravigliarsi che fosse sfinito.
Da lì poteva vedere l’intero complesso: una striscia di fango ghiacciato
delimitata da recinzioni di reticolato metallico; mucchi di terra smossa
dai bulldozer; un ammasso di pallide fondamenta di cemento. Venti o
trenta case parevano quasi completate, un’altra mezza dozzina aveva
ancora le impalcature o era uno scheletro di mattoni. Alla fine ce ne sarebbero state quattrocento di quelle cose dannate, grazie alla McLennan Homes. Orribili tuguri squadrati per gente che aveva più denaro
che buon senso.
Lo sapeva Cristo come quel bastardo avesse ottenuto la concessione
edilizia.
L’ufficio del cantiere era un piccolo prefabbricato e, mentre Logan
guardava, qualcuno aprì la porta proiettando una pallida luce gialla
sulla terra smossa. Un cane abbaiò. Il suono di una radio. Poi la porta
si richiuse di botto e la luce sparì, sostituita dal cerchio fioco di una torcia che avanzava lungo il perimetro della recinzione. Bisognava essere
dei disperati per accettare un lavoro da guardiano notturno in un cantiere edile in pieno inverno. Con la consapevolezza che se qualcosa fosse sparito Malcom McLennan si sarebbe preso le tue palle.
Letteralmente.
Logan tirò su la chiusura lampo e si affrettò a rientrare in macchina,
via dal freddo. Chiuse dietro di sé la portiera con un tonfo. «C’è il Baltico, là fuori...». Girò la chiave di accensione e mise il riscaldamento al
massimo, avvicinando le mani alle bocchette dell’aria. Il commissario
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Steel si tirò su e guardò accigliata il parabrezza che cominciava a spannarsi. «Al diavolo, è in ritardo di due ore. Non resterò ancora qui a perdere tempo; fra noi c’è chi ha una moglie incinta da cui tornare».
Logan fece entrare con forza la retromarcia, ottenendone un alto stridio, poi si girò sul sedile e guardò fuori dal lunotto posteriore, facendosi
guidare dal chiarore lunare. La FIAT malconcia sobbalzò all’indietro
lungo il vialetto. «Glielo avevo detto che non si sarebbe fatto vedere».
«Bla. Bla. Bla».
«Dico solo che nessuno sarebbe così idiota da tradire Malk la Scure».
Logan rientrò a retromarcia sulla strada sdrucciolevole, accese le luci e
pigiò il piede con forza. Sperava in un’accelerata, ma non ottenne altro
che un basso gemito mentre l’auto lentamente trascinava il suo didietro arrugginito verso i cinquanta orari.
«Fermati all’Asda1 lungo il tragitto per casa, abbiamo finito il gelato».
«Con questo tempo?»
«Le voglie. Susan vuole biscotti al cioccolato e patatine al formaggio.
Nello stesso piatto. E prima che tu dica qualcosa, lo so: dovrò guardarla mangiare». La Steel si agitò irrequieta sul sedile. «Quest’arnese non
ci va più veloce?»
«No».
Restarono in silenzio mentre la campagna illuminata dalla luna gli
scorreva accanto. Campi di erba imbiancata dal gelo, terra arata, pecore dall’aria desolata, grosse balle di paglia avvolte in teloni di plastica
nera.
Logan rallentò quando giunse alla rotonda del quartiere periferico di
Bridge of Don. «Ha voglia di una pinta – per celebrare che finalmente
avrò un po’ di tempo libero? Il Dodgy Pete è ancora aperto».
«La moglie incinta, ricordi?». La Steel tirò fuori di nuovo le sigarette.
«E ti voglio di nuovo in pista giovedì mattina alle sette, allegro e pimpante. Non vogliamo che il signor Knox pensi che non siamo felici di
vederlo, non è vero? Dio solo sa che si farebbe venire in mente quel piccolo bastardo».
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Catena di grandi magazzini (n.d.t.).
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Il Jetstream 41 della Eastern Airways era minuscolo se paragonato al
737 della British Midlands alla postazione successiva. Logan era fermo
al riparo di una tettoia di plastica fuori del terminal e guardava il piccolo aereo blu e bianco avvicinarsi lentamente lungo la pista, le eliche
gemelle che rombavano sotto la pioggerella, le luci di navigazione ammiccanti nella semioscurità.
Il cielo da cui era disceso aveva il colore dell’argilla bagnata, un solido
lenzuolo grigio scuro steso da orizzonte a orizzonte, con sottili scaglie
di alba appena visibili lungo gli orli.
«Puntualissimo». Il commissario Steel sfilò le mani da sotto le ascelle
il tempo sufficiente a far apparire un pacchetto di sigarette, infilarsene
una in bocca, e accenderla. «Te lo dico, scommetto che dovremo perdere ancora tempo a...».
«Ehi, lei!». Un ometto con un giubbotto ad alta visibilità si affrettava
lungo il passaggio coperto nella loro direzione. «Qui non si può fumare. Il fumo è proibito in tutto l’aeroporto».
La Steel si tolse la sigaretta di bocca e gli disse di togliersi dai piedi.
«Polizia».
«Non mi interessa neanche se è il fottuto papa: non si fuma!».
«Oh, per amor di Dio». Prese un’ultima boccata di sfida e lasciò cadere la sigaretta sul pavimento di cemento, spegnendola con la punta
del piede. «Ecco, è soddisfatto?»
«Che non succeda più». Alzando il naso all’aria, girò i tacchi e se ne
andò con furia.
La Steel mostrò il medio alla sua schiena che si allontanava, mormorando: «Stronzetto nazista».
I motori del jetstream emisero un ultimo boato e con un dondolio
l’aereo si fermò. Lentamente i tergicristalli entrarono in azione cigolando, mentre il fischio delle pale delle eliche si smorzava. Degli uomini in
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sudice tute da lavoro e paraorecchi scaricarono i bagagli dalla stiva e li
ammucchiarono su un carrello. Ci fu un tonfo e il portellone si aprì
ruotando sui cardini inferiori e facendo fuoriuscire la scaletta. Una hostess tirò fuori la testa nel freddo del mattino e una folata di vento le
sollevò i lunghi capelli castani intorno alla testa come un’aureola. Con
espressione contrariata, la ritirò dentro. Benvenuti ad Aberdeen.
Logan si lasciò andare contro la fredda parete di plastica e soffocò uno
sbadiglio.
La Steel lo guardò arricciando il naso. «Quanta roba ti sei scolato ieri
sera?».
Si strinse nelle spalle. «Solo un paio di bicchieri di vino».
«Già, e il resto. Puzzi come le mutande di un barbone».
«Ero in vacanza». Due giorni benedetti passati in casa a dormire, senza doversi preoccupare del cottolengo assortito di criminali.
«Eri a ubriacarti, piuttosto». Si frugò in tasca ed estrasse una scatola di
mentine extraforti. «Prendi».
Logan fece come gli veniva detto e masticò ubbidiente mentre il personale di terra finiva di scaricare i bagagli.
Un agente in uniforme apparve al suo fianco con tre grossi bicchieri
di plastica, mescolando l’aroma amaro dei chicchi di caffè tostato all’odore pungente del metallo surriscaldato che andava ormai affievolendosi. L’agente Guthrie guardò la pioggia gonfiando le guance, le
pallide sopracciglia rossicce quasi invisibili sotto la visiera del berretto.
«Magari darà un’occhiata al tempo e se ne tornerà a Newcastle», sorrise Guthrie con aria ebete.
La Steel lo guardò male. «Te la sei presa schifosamente comoda».
«Il richiamo della natura». Il poliziotto porse loro i caffè, poi rovistò
nella tasca del pile nero. «Vi ho preso anche un muffin...».
«Allora ritiro tutto: pure la cosa su tua nonna che si scopava gli asini».
Bevvero tutti e tre il caffè e mangiarono i muffin. Un flusso di persone
scendeva con passo pesante gli scalini dell’aereo, per poi accalcarsi
lungo il percorso che conduceva al terminal, stringendosi al petto i
propri portatili, cravatte e baveri svolazzanti nel vento.
La Steel guardò l’orologio. «Fra tre giorni, sarò come loro. Solo che
io mi troverò alle Canarie, non a surgelarmi i capezzoli nella soleggiata
Aberdeen».
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L’ultimo dei passeggeri prese un piccolo trolley rosso dal carrello e si
allontanò tirandolo attraverso le pozzanghere.
La Steel sbatté i piedi, le mani strette intorno al bicchiere fumante.
«Sicuro che fosse sull’aereo?»
«Affermativo».
«Allora dove diavolo sta? Non è mica...». S’interruppe. Un testone
rosa era apparso sulla porta del jet: i pochi capelli che restavano erano
stati rasati suppergiù della stessa lunghezza della barbetta alla moda
che copriva entrambi i menti. Il viso si allargò in un ampio sorriso che
mise in mostra una dentatura bianca e perfetta.
«Il commissario Steel, immagino». L’accento di Newcastle era inconfondibile, arrivò come un tuono nel mattino piovoso, rivaleggiando senza sforzo con il rombo distante del BD0671 che s’innalzava con ritardo
verso il cielo tetro.
La Steel tirò fuori la fotografia che la polizia della Northumbria aveva
spedito per e-mail, la guardò strizzando gli occhi, si accigliò, poi si accostò a Logan e bisbigliò: «Se quello è Knox, si è proprio lasciato andare». Alzò una mano e l’agitò in segno di saluto.
L’omone zoppicò giù per gli scalini e giunto alla fine si fermò, si voltò
e guardò indietro verso la cabina. «Be’, andiamo, è stata una tua idea, ricordi?».
Un viso sottile guardò fuori: Richard Knox. Naso appuntito, mento
appuntito, e denti sporgenti e storti che lo facevano somigliare un po’
a un ratto parzialmente rasato. L’attaccatura dei capelli stava visibilmente arretrando, forse per allontanarsi dalla faccia. «Freddo».
L’omone chiuse gli occhi per un attimo, borbottando qualcosa fra sé.
Poi disse: «Ci siamo già passati, Richard, sai di che sto parlando».
«Era solo un’osservazione». La voce di Knox era di quasi un’ottava
più alta, ma il timbro robusto era lo stesso. Si aggrappò al corrimano e
si sorresse per discendere i gradini fino all’asfalto bagnato. «Non sarà
così tutto il tempo, vero?».
Il commissario Steel gli sorrise. «No, di solito è molto peggio. Perché
non provate un posto più caldo, tipo l’inferno? In questo periodo dell’anno dovrebbe fare bello lì».
Knox le restituì lo sguardo, inespressivo. «Divertente. Lei è una signora davvero divertente».
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«E tu un piccolo stupratore senza palle».
«Ho scontato la mia pena. Pagato il mio debito con la società. Dio ci
ha perdonato».
«I miei coglioni! La gente come te...».
«Benissimo». L’uomo corpulento avanzò barcollando e si mise fra i
due. «Credo che in una sola mattina si sia creato abbastanza spirito di
squadra». Allungò la mano perché la Steel la stringesse. «Vicequestore
aggiunto Danby».
Lei guardò la mano per un attimo, poi l’afferrò e le dita scomparvero
nella stretta del vicequestore aggiunto. «Commissario Steel».
«Eccellente». Danby annuì, guadagnandosi un mento extra per il disturbo. «Ora, c’è qualche speranza di entrare prima di morire tutti assiderati?».
Lungo il tragitto per andare in città, Knox non disse molto, si limitò
a starsene seduto sul sedile posteriore della volante, schiacciato fra Logan e l’agente Guthrie, stringendo al petto un sacchetto dell’Asda
mentre la Steel guidava. Il vicequestore aggiunto Danby era molto più
loquace. «Perciò stavamo là, metà dei poliziotti di Newcastle, e ancora
non riuscivamo a trovare il nonnetto scomparso da nessuna parte. Avevamo controllato nei negozi, all’ufficio postale, in ogni capanno e garage nel raggio di cinque chilometri intorno a casa sua. Ormai faceva
buio e dovevamo abbandonare le ricerche per la notte. Appelli sui
giornali, alla radio, avevamo perfino ottenuto uno spazio di due minuti
durante il telegiornale della TV locale. Niente».
Knox si agitò sul sedile, strusciandosi contro Logan in quello spazio
ristretto. Da vicino odorava di lavanda e menta piperita. Come la borsetta di una vecchia signora. «C’è proprio bisogno di ascoltare questa
storia, un’altra volta?»
«Tre giorni dopo, il vecchio riappare nella biblioteca locale, ancora in
pigiama, vaneggiando di come è stato rapito dagli alieni. Naturalmente, sanno tutti che ha l’Alzheimer, non so se mi spiego, perciò gli fanno
una carezza sulla testa e trovano qualcuno che lo accompagni a casa.
Solo che lui seguita con gli alieni che l’hanno portato nel loro laboratorio sotterraneo e hanno fatto degli esperimenti su di lui. Sonde anali
e tutto il resto».
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Danby fece una smorfia, una mano stretta attorno alla maniglia sopra
la portiera dalla parte del passeggero, lo sguardo fuori del finestrino.
«Allora alla fine sua sorella chiama un dottore che visita il vecchio, no?
Indovinate un po’?».
Knox si schiarì la gola. «Lo fa apposta, non è vero? Vuole rovinare le
cose».
«Faccio solo conversazione».
«Be’, la smetta. Non è divertente».
«Rassegnati». Il vicequestore aggiunto tornò a fissare lo scenario desolato e grigio. In una bella giornata, Aberdeen scintillava... ma questa non
era una bella giornata. Gli edifici di granito se ne stavano cupi sotto le
nuvole pesanti, i muri grigi macchiati di scuro dalla pioggerella incessante. La luce dei fanali anteriori rimbalzava sulla strada bagnata, le luci posteriori sembravano un rosso sguardo rabbioso in mezzo ai fitti spruzzi.
Il commissario Steel accese la radio, rompendo il silenzio. Annie Lennox – la ragazza-del-posto-che-aveva-fatto-fortuna preferita di Aberdeen – cantava di com’era camminare sui vetri rotti. La canzone finì,
seguì il chiacchiericcio banale di un DJ che evidentemente pensava di
essere molto più divertente di quanto realmente fosse, un altro disco,
poi le notizie.
Londra completamente bloccata mentre le bufere di neve serrano in una
morsa l’Inghilterra. La A96 è stata chiusa fra Inverurie e Huntly in seguito a un tamponamento a catena. La McLennan Homes annuncia un
aumento di posti di lavoro per l’edilizia in crisi del Nord-Est. Un’azione
legale è stata avviata oggi contro la proposta espansione dei campi da golf
di Donald Trump. Buonasera, qui è Karen MacDonald. Oggi il Movimento di Salvaguardia per le Dune di Balmedie ha confermato che avrebbe intrapreso un’azione legale...
L’agente Guthrie sbuffò. «Come è possibile che ogni volta che cade
mezzo millimetro di neve l’Inghilterra va a gambe all’aria? Che manipolo di segaioli...». Ammutolì. Il vicequestore aggiunto Danby si era
girato sul sedile del passeggero per guardare dietro di sé.
«Ehm...». Le guance dell’agente arrossirono. «Voglio dire... è che...».
Guardò Logan. «Noi...».
Logan scosse la testa. «Scordatelo: la scena è tutta tua, tesoro».
Idiota.
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«Allora, agente». La voce di Danby rimbombava in quello spazio angusto. «Hai qualcosa da dire: ascoltiamo».
«Io volevo solo... è che... ehm...». Colpo di tosse. «Con la neve, che è
probabilmente, insomma, inaspettata, e i municipi che non provvedono
alla sabbia sulle strade...». Si contorse sul sedile. «Non ho niente contro
gli inglesi. Ho un sacco di amici inglesi...».
Damby lo guardò. «Da quanto tempo sei nel corpo di polizia?».
Guthrie si leccò le labbra. «Ehm... Sette anni».
«Accetta un consiglio, agente: se mai vorrai diventare sergente, impara a mentire. Perché adesso come adesso fai schifo. Ci siamo capiti?».
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La Centrale della Grampian Police, alle nove meno cinque di un giovedì mattina, era molto più affollata di quanto avrebbe dovuto essere.
A quell’ora gli agenti del turno di giorno sarebbero dovuti essere per
strada, a proteggere la città dai suoi abitanti; invece ciondolavano nella
stazione di polizia, conferendo al luogo un’aria di disordine. Logan
avanzò con cautela per il corridoio, due caffè e un paio di involti di alluminio in equilibrio precario su una cartellina usata a mo’ di vassoio.
L’ufficio del commissario Steel era l’ultimo prima della rumorosa sala
comune del CID. Logan si fermò davanti alla porta e con attenzione risistemò le mani in modo da poter bussare senza rovesciarsi addosso il
liquido bollente.
Ma non riuscì ad arrivare a tanto.
Qualcuno dietro di lui tossì, e Logan si voltò per scoprire il commissario Beattie lì in piedi a braccia conserte. «Non saresti dovuto venire
da me come primissima cosa, stamattina, sergente?».
Cazzo. Il commissario Beattie: cento chili di inutilità con una barba.
«Sono dovuto andare a prendere Richard Knox».
Beattie abbassò gli occhi sulla moquette per un attimo. «Avremmo
dovuto passare in rivista quelle merci di contrabbando, ricordi? Borsette, lettori MP3, macchine fotografiche, profumi... che ne facciamo?»
«Hai già sentito gli Standard Commerciali?»
«No, credevo che tu...».
«Ti avevo detto di parlarci. Gesù, George, ora dovresti essere un commissario, ricordi? Non posso fare tutto al...».
La porta dell’ufficio del commissario Steel si aprì di botto, e lei si
bloccò trasalendo, la bocca aperta come se stesse per urlare qualcosa.
Gettò un’occhiata a Beattie, poi si voltò verso Logan. «Dove diavolo
sei stato?»
«Dovevo...».
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«Porta dentro il culo». Si sistemò i calzoni, fece un passo indietro,
aspettò che Logan entrasse, poi richiuse la porta in faccia a Beattie.
Il nuovo ufficio della Steel non assomigliava per niente a quello vecchio. I pannelli bitorzoluti del soffitto erano ancora bianchi, non ricoperti da un appiccicoso strato beige di nicotina; le pareti non avevano
ancora la tipica acne da Blu-Tack1; e la moquette aveva ancora un colore riconoscibile. Logan gli diede sei settimane, al massimo.
La Steel si stravaccò di nuovo dietro la scrivania e Logan le allungò
una tazza e un involto di carta di alluminio. Lei aprì il panino al bacon
e ci si immerse, parlando e masticando al tempo stesso: «Che abbiamo?».
Logan indicò la cartellina, ora con impressi i cerchi olimpici lasciati
dalle tazze di caffè. «Non molto. Da quello che sappiamo, Knox non
viene ad Aberdeen da quando aveva undici anni». Tirò via l’alluminio
dal suo panino alle uova fritte e gli diede un morso. Il tuorlo gli schizzò
sul palmo. «Cazzo...». Trasferì l’involto gocciolante nell’altra mano e
leccò via la chiazza gialla e appiccicosa. «Ho chiesto di recuperare tutti
i casi di aggressione sessuale a pensionati nei tre anni precedenti alla
sua partenza: due donne oltre i settantacinque. Nessun uomo».
«Bene. Così non avremo un mucchio di parenti arrabbiati che si intromettono causando problemi». Un altro morso, poi un sorso di caffè.
«Passiamo oltre: Erica Piotrowski?».
Logan frugò nella cartellina e tirò fuori un mucchio di moduli ricoperti di post-it spiegazzati. «Il processo è stato fissato dopo tre settimane partendo da martedì prossimo. Lei conferma la sua storia, ma il
procuratore pensa che se gliene daremo la possibilità si riconoscerà
colpevole di aggressione aggravata».
«Col cazzo. Ha inseguito il vicino con un coltello da macellaio, non
mi accontenterò di nulla di meno di un tentato omicidio». La Steel
contrasse le labbra e per un minuto buono fece ruotare da una parte all’altra la sua sedia girevole. «Altro?».
Logan le schiaffò le carte sulla scrivania, una alla volta. «La Scientifica ha trovato tracce delle fibre quando ha eseguito il kit stupro su Laura McEwan, e credono di essere in possesso di una quantità sufficiente
di DNA per un confronto se gli procuriamo un sospetto. Sono state
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Pasta adesiva utilizzata, fra l’altro, per attaccare fogli e poster alle pareti (n.d.t.).
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analizzate le impronte digitali del colpo all’ufficio postale di Oldmeldrum. Pare che il nostro amico signor Maclean sia tornato ai suoi vecchi trucchetti».
«Mandalo a prelevare». Il commissario si ficcò in bocca gli ultimi cinque centimetri di panino poi lanciò la pallina di carta stagnola nel cestino, borbottando: «Tira, e fa canestro!».
«Non ce n’è bisogno – la Stradale l’ha pizzicato per guida in stato di
ubriachezza. Era fuori a festeggiare la sua “inaspettata fortuna”». Logan piazzò sulla scrivania l’ultimo foglio.
«Ultimo, ma non per importanza, è saltata fuori un’altra partita di
banconote da venti contraffatte. Quella banca ad Albyn Terrace ci ha
chiamato ieri per dire che qualcuno ha provato a depositarne per il valore di quattromila e cinquecento sterline».
La Steel contrasse le labbra e cominciò a fare «Uhm», per qualche tempo.
«E il commissario Barbetta che voleva?»
«Che io facessi il suo cazzo di lavoro al posto suo».
«Bene, accomodatevi, accomodatevi». Il commissario capo Finnie
possedeva il tipo di faccia che normalmente appartiene alle creature
che vivono nel fango sotto qualche sasso: grosse labbra gommose, capelli spettinati alla Hugh Grant, occhi a punta di spillo. Era in piedi in
prima fila nel nuovo ufficio del CID e dava le spalle alle lavagne, in attesa del silenzio.
Logan si trascinò con la sedia fuori della zona riservata ai sergenti, e
si sistemò accanto alla Steel, che intanto armeggiava con il telefonino.
L’ampia sala odorava di vernice fresca, caffè appena fatto e curry
stantio. Neanche era possibile aprire una finestra: non ce n’erano. Ma
restava comunque molto meglio dell’antro soffocante al piano superiore dove lavoravano in precedenza. La zona centrale dell’ufficio era divisa in sei cubicoli, in cui stavano allineate delle scrivanie in impiallacciato di faggio – disposte in modo che gli agenti sedessero uno spalle
all’altro –, separati da bassi divisori di tessuto viola.
Alle nove e un quarto di mattina il CID al completo era lì – diciotto
agenti, quattro sergenti, tre commissari –, tutti che si agitavano a disagio mentre Finnie li intratteneva con l’abituale briefing giornaliero, in
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attesa che arrivasse al motivo per cui era stato loro concesso di bighellonare nell’ufficio per le ultime due ore e un quarto, bevendo caffè e lamentandosi del football.
«Punto successivo». Finnie diede un’occhiata ai suoi appunti. «Avrete
visto sull’illustre stampa locale che abbiamo un visitatore speciale che
resterà con noi nell’immediato futuro». Sollevò una copia dell’«Aberdeen Examiner» di quella mattina; il titolo «BELVA DEL SESSO SI STABILISCE NEL NORD-EST» si estendeva al di sopra di una foto sfocata di un
uomo in tuta da ginnastica. Richard Knox.
«Sì», disse qualcuno dalle ultime file, «come se qui non avessimo già
abbastanza pervertiti di cui occuparci».
«Scusate», Fiennie rivolse alla sala un sorriso gelido, «vi ho dato l’impressione che il briefing fosse aperto agli interventi del pubblico? Davvero? Perché non ricordo di averlo fatto».
Nessuno aprì bocca.
«Cerchiamo di comportarci come professionisti, che ne dite bambini?
Per cambiare».
Si voltò e indicò una figura massiccia che sedeva in prima fila. «Questo è il vicequestore aggiunto Danby della Northumbria Police, l’uomo
che innanzitutto ha messo dentro Knox. Il vicequestore aggiunto Danby ha cortesemente acconsentito a venire quassù, istruirci e aiutarci a
mantenere i contatti con la SaCRO. Vicequestore aggiunto?».
Danby si sollevò in piedi, si girò e rivolse un cenno del capo a tutti i
presenti. «Bene, Richard Knox...». Il suo vocione da basso riempì la sala con la stessa facilità con cui aveva riempito la volante. Prese un lungo
telecomando nero e lo diresse verso un grande televisore al plasma imbullonato alla parete posteriore fra il piccolo angolo cucina e gli armadietti.
Tutti fecero ruotare le sedie.
La faccia di Knox apparve sullo schermo, fissandoli con un occhio
pesto e un labbro gonfio. Era una vecchia foto, dei tempi in cui Knox
aveva più capelli, ma a parte quello era lo stesso roditore mingherlino.
«Richard Albert Knox venne condannato per la segregazione e lo stupro di un uomo sessantottenne affetto da demenza». Denby premette
di nuovo il pulsante sul telecomando e il torso di un uomo anziano ricoperto di lividi, croste e segni di morsi riempì lo schermo. «William
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Brucklay restò imprigionato per tre giorni e venne sottoposto a ripetute, violente aggressioni sessuali. Incatenato nello scantinato, percosso,
violentato, costretto a mangiare cibo per cani. Un uomo di sessantotto
anni... non so se mi spiego».
Danby si interruppe per un momento. «Al processo, Knox dichiarò
che la vittima era un partner sessuale consenziente a cui piacevano le
maniere rudi. Il giudice gli diede dieci anni».
Un altro clic e riapparve il viso di Knox, sorridente davanti alla parete
di cemento di un edificio. «Uscì in meno di sette, rilasciato sulla parola, e da allora vive sotto sorveglianza ventiquattro ore al giorno. Sappiamo che Knox è stato responsabile di almeno altre sei aggressioni a
uomini anziani prima che lo prendessimo, ma non siamo stati in grado
di dimostrarlo».
Danby premette qualcos’altro e lo schermo della TV si spense. «Non
fatevi ingannare da quella sua aria da santarellino di merda guidato dal
Signore – Richard Knox è un violento predatore sessuale che si eccita
con il dolore degli altri».
Ci fu un momento di silenzio, poi la stessa voce di prima protestò dal
fondo. «Quindi perché diavolo ce lo dobbiamo sorbire?»
«Ha scontato la sua pena». Danby incrociò le braccione. «Legalmente non abbiamo più diritto di limitare i suoi movimenti. Se fosse per me
starebbe rinchiuso in un piccolo buco buio per il resto dei suoi giorni,
non so se mi spiego. Ma da tre mesi può andare dove vuole».
Uno degli agenti in divisa alzò la mano. «Sì, ma perché Aberdeen?»
«Perché il sangue non è acqua».
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«Aspetta, magari questo può aiutare...». L’agente Guthrie spalancò le
tende, sollevando una nube di polvere. La luce pallida del mattino filtrò attraverso i vetri sudici del bovindo. Se era possibile, servì solo a
rendere quel posto ancora più brutto.
Un tempo probabilmente le tende di velluto erano di un rosso intenso, ma ora avevano il colore del sangue secco. La carta da parati era un
tripudio di rose stinte e tralci, gli angoli della stanza erano infestati da
familiari ragnatele nere di muffa. Lampade a stelo dal paralume infiocchettato, un divano sfondato, un set di tavolini sovrapponibili, la mensola di un camino ingombra di statuine di porcellana.
La traccia acre di antica pipì di gatto.
La Steel arricciò il naso. «Non pare esattamente uscita da una rivista
di arredamento, non è vero?».
Logan dovette convenire. L’intero posto pareva il magazzino di una
vendita di beneficienza, più o meno del 1975. «Ci guadagnerebbe con
un po’ di pulizie».
Richard Knox era fermo al centro del tappeto consunto, una mano
poggiata sullo schienale di una poltrona traballante, e sorrideva. «Mi
pare perfetto...».
Era una fatiscente villetta unifamiliare a Cornhill, con un giardino incolto sul davanti, grondaie malandate, un tetto ricoperto di muschio e
l’intonaco scrostato. Un paio di fotografie in bianco e nero stavano appese sul muro, sopra il caminetto, una di un uomo dall’aria arcigna con
un completo fuori moda, l’altra di una donna severa con un taglio di
capelli anni Cinquanta e lo sguardo corrucciato.
«Non ho mai incontrato il mio vero nonno». Knox le stava fissando.
«Il Signore l’ha chiamato a sé quando la mamma era ancora una bambina. Ma la nonna Murray era tremenda, sapete? Sempre a predicare
su Gesù di qua e la Bibbia di là». Knox sorrise. «Vorrei averla ascoltata
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quando ne avevo la possibilità. Scommetto che le cose sarebbero andate molto diversamente per me se avessi trovato Dio prima che il Diavolo trovasse me».
Piccolo bastardo infido. Da quando erano arrivati in quella vecchia casa lercia era praticamente raggiante. Lo seguirono da una stanza all’altra, aprendo tende, alzando polvere e muffa, entrando alla fine in una
camera da letto matrimoniale sul retro della casa, che dava su un lungo
cortile soffocato dai cespugli e dalle erbacce. Il grosso letto era affossato
al centro, il copriletto patchwork era chiazzato e portava tracce di unghiate di gatto. Knox si accomodò sul bordo, stringendosi al petto sempre la stessa vecchia busta della spesa.
Una testa di donna fece capolino dalla porta: occhialetti alla John
Lennon, guance paffute, capelli rossi corti e ricci. Un criceto con una
camicia da taglialegna che si presentò come l’agente Vattelapesca, del
Nucleo per la Prevenzione dei Crimini Sessuali. «A me pare a posto,
dal punto di vista della sistemazione, ma non sono comunque contenta
che Richard stia qui. Potrebbe essere un po’ rischioso, col fatto che apparteneva a un parente».
Il vicequestore aggiunto Danby scosse la testa. «Per quello non deve
preoccuparsi. Euphemia Murray si risposò dopo che il nonno di Knox
morì. Anche se qualcuno viene a conoscenza del nome da ragazza della
madre, non sarà lo stesso della vecchia».
Knox sorrise. «È sopravvissuta a due mariti. Ammirevole».
Il vicequestore aggiunto estrasse un foglio di carta dalla tasca. «Prima
di lasciarti nelle mani capaci dell’agente Irvine e della sua squadra,
dobbiamo scorrere i termini delle tue misure di prevenzione».
Knox gemette, poi ricadde a sedere sul copriletto, provocando il sollevamento di un’altra nuvola di polvere dal vecchio tessuto. «Dobbiamo? Insomma...».
«Sì, dobbiamo». Danby allungò il documento a Logan. «Vuole fare
gli onori, sergente?».
Logan si schiarì la gola. «Misure di prevenzione per reati sessuali nei
confronti di Richard Albert Knox, Cairnview Terrace trentacinque,
Aberdeen. Richieste dal dirigente generale Brian Anderson e approvate dal giudice McNab. L’ordinanza sarà valida per cinque anni dalla
data corrente e stabilisce...».
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«Che ne dice», l’interruppe Danby, «se saltiamo i preliminari e andiamo alle condizioni?»
«Oh, bene... ehm... non ti avvicinerai oltre una distanza di duecento
metri a una casa di riposo o a un centro ricreativo dove persone anziane possano riunirsi. Non contatterai nessun altro aggressore sessuale
dichiarato».
Knox sospirò teatralmente. «Sa, il potere di Dio può cambiare un uomo. Non c’è peccatore o disperato che non possa essere redento».
Il commissario Steel rise. «Sì, certo». I pollici che pigiavano a tutt’andare sulla tastiera del telefonino.
«Non consumerai alcolici fuori del tuo luogo di residenza».
«Pfffff... sono sorpreso che un giudice vi abbia fatto passare questo».
«Non ti accosterai a nessun membro del pubblico...».
Cipiglio. «Cosa?».
La voce di Danby giunse tonante dall’angolo. «Vuol dire che se ti trovi da solo con qualcuno, e gli provochi disagio, possiamo rinchiuderti
per cinque anni».
«Non è giusto. Non posso farci niente se qualcuno si sente a disagio,
no?». Knox gli fece un cenno con la mano. «Comunque, e per la confessione? Dovrò stare da solo col prete, no?».
Danby lo guardò severamente. «Tu sei protestante, non hai la confessione».
«Be’... e allora la gente che mi sorveglia? I miei guardiani?».
L’agente che somigliava a un criceto giocherellò con gli occhiali. «Di
questo non devi preoccuparti, Richard, saremo sempre in due. Abbiamo una squadra di specialisti della SaCRO che terrà le cose sott’occhio.
Non avrai problemi».
«Non guiderai alcun veicolo senza la presenza di un membro della sorveglianza».
Knox alzò le spalle e si lasciò cadere all’indietro fino a ritrovarsi steso
a guardare il soffitto, con le gambe penzoloni oltre il bordo del letto. Il
materasso cigolò.
«Quando ero piccolo, ricordo di averli sentiti qua dentro. La nonna
Murray e il nonno Joe. Avranno avuto sessanta o settanta anni, ma lo
facevano ancora ogni venerdì sera, puntuali come un orologio. Dalla
mia stanza sentivo il cigolio delle molle...».
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Dondolò le gambe, facendo gemere il materasso a tempo col movimento.
«Ci davano dentro qui mentre io stavo nella stanza accanto. Non credo che a lei piacesse davvero, ma era il suo dovere, capite? Soddisfare
i bisogni del vecchio».
«Giusto». Il commissario Steel si allontanò dal muro e si rinfilò il cellulare in tasca. «Per questa mattinata ne ho avuto abbastanza di questo
teatrino schifoso. Abbiamo finito?».
Logan controllò. «Ancora due cose: non entrerai in nessun bar per
gay e non ostacolerai nessuno degli organismi di sorveglianza. Questo
è quanto. Ti sono chiare queste restrizioni?».
L’omino si fece cadere un braccio sugli occhi. «Immagino di sì».
Logan restituì i documenti a Danby. «Vuole un passaggio per tornare
in Centrale?»
«Cosa?». Knox si mise seduto. «Non ci starai lasciando, vero Graeme? Sull’aereo sei stato silenzioso. Speravo cenassi insieme a me: sai,
del buon curry e qualche poppadom1. Possiamo aggiornarci un po’. Ricordare i bei vecchi tempi. Io, te e Billy Adams...».
Danby s’irrigidì, poi si girò e guardò fuori della finestra. «Un passaggio mi farebbe piacere».
«Allora», la Steel aprì il finestrino dal lato del passeggero e gettò una
pallottola di gomma da masticare su un taxi di passaggio, «vorrebbe
dirci come mai un vicequestore aggiunto si trascina per mezzo paese
per fare da baby-sitter a un piccolo stupratore disgustoso come Richard
Knox?».
Danby alzò e abbassò le ampie spalle mentre guardava scorrere il paesaggio. «Magari avevo solo voglia di una gita ad Aberdeen».
«Sì, e magari io ho il culo di Toblerone».
Seduto dietro col vicequestore aggiunto, Logan cercò di scacciare
quell’immagine.
Avevano lasciato guidare l’agente Guthrie. Il poliziotto si accodò alle
altre macchine in attesa di svoltare a sinistra su Westburn Road, fermandosi di colpo a pochi centimetri da un autobus articolato.
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Frittelle di farina di lenticchie della cucina indiana (n.d.t.).
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A lato della strada si estendeva un parco, completo di stagno e di anatre dall’aria annoiata, un groviglio scuro di alberi spogli.
Il posto era quasi deserto, solo una madre col figlioletto che si tirava
dietro, per quell’ampia distesa verde marcio, un terrier dall’abbaiare
acuto.
Danby fece una smorfia. «Non posso credere che da voi non ci sia la
neve, stamattina a Newcastle ci arrivava alle orecchie».
«Ok, proviamo in un altro modo, va bene?». La Steel tirò fuori un pacchetto di gomme alla nicotina e fece uscire una pallina bianca dal blister
di alluminio. Masticando a bocca aperta: «Chi è Billy Adams?»
«Non ha importanza».
«Sembrava averne».
Il viso di Danby si indurì. «Lasci perdere, ha sentito?»
«È un ordine, signore?»
«La consideri una richiesta». Si rivolse a Logan. «Questa gente della
SaCRO, terrà d’occhio Knox?»
«SaCRO: Comunità di Salvaguardia per la Riduzione delle Offese. È un
ente benefico, il maggiore procacciatore di alloggi sovvenzionati per i
pregiudicati scozzesi, possiede squadre di volontari che sorvegliano
gente come Knox per tutto il paese. Be’, magari non esattamente come
Knox, ma insomma...».
La Steel alzò il finestrino. «Sa, alla fine lo scoprirò, quindi potrebbe
benissimo sputare il rospo».
Silenzio
«Vede, sono quella che definirebbe una stronza testarda».
Ancora silenzio.
«Davvero, posso essere un vero dito nel culo quando mi metto in testa
di...».
«Basta così, commissario. Lei faccia il suo lavoro e io farò il mio, non so
se mi spiego».
E stavolta il silenzio durò fino all’arrivo in Centrale.
«Amo i misteri». Il commissario Steel sedeva dietro la scrivania, una
mano ficcata nella scollatura della camicetta, intenta a sistemare il contenuto del reggiseno. «Dio mi ha dato un naso per una ragione – per ficcarlo negli affari degli altri. Chi credi che sia questo “Billy Adams”?».
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Logan fece spallucce e mollò la busta di Marks & Spencer 2 sulla scrivania del commissario. «Quelle grandi non le avevano più». Sgombrò
uno spazio fra le segnalazioni di furti e i documenti preparatori per un
processo, poi tirò fuori due confezioni piccole di sushi, un busta di patatine formaggio e cipolla e una bottiglia di Diet Coke.
La Steel aprì il pacchetto di patatine, se ne ficcò una manciata in bocca
e la fece seguire da un California roll. «Forse è il ragazzo di Danby?».
Logan pescò di nuovo nella busta: insalata di gamberetti e una bottiglia di acqua effervescente.
La Steel aggrottò la fronte. «Insalata? Gesù, tutto questo tempo e non
mi sono mai accorta che ti stavi trasformando in una checca. Eppure...». Un sorriso le si allargò sulla faccia. «Se questo vuol dire che quel
bocconcino appetitoso della Scientifica vuole fare un po’ di attività extra...».
«Sono a dieta, ok?»
«Era ora. Sei diventato un vero maialino». Qualcosa dalla sua tasca
emise un beep e la Steel estrasse il cellulare, osservando il display corrucciata. «Cazzo... Credevo fosse la mia talpa. È tutto il giorno che provo a raggiungerlo». Ingurgitò un nigiri al salmone con un sorso di Diet
Coke. «Finisci la tua insalata da frocetto, poi mettiti a scavare: voglio sapere chi è questo “Billy Adams” e voglio sapere come è collegato al vicequestore Lardo Tonante: tutto quello che riesci a trovare».
«Beattie vuole che io...».
«Non mi interessa». Si infilò le dita nelle orecchie. «La-la-la-la-la. Si
capisce che non mi interessa?»
«Non è con lei che si lamenta tutto il fottuto tempo».
«Quale parte di “la-la-la-la-la” non hai capito?». S’infilò in bocca un dito intinto nel wasabi e passò un minuto a fare boccacce. «Poi dovremo
fare qualcosa a proposito di queste banconote da venti contraffatte».
«Insomma, perché scomodarsi a dargli la promozione? Il mio culo sarebbe un commissario migliore».
«Vai in quella banca. Di’ loro che voglio i nastri della telecamera di sicurezza, vedi se riusciamo a scoprire chi ha fatto il versamento».
«La legge mai la roba che le do?». Logan rovistò nel mucchio di documenti nella vaschetta della corrispondenza del commissario, ripe2
Catena di grandi magazzini specializzati nella vendita di abbigliamento e delikatessen (n.d.t.).
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scando le stampate che le aveva schiaffato sulla scrivania prima del
briefing del mattino.
«Sto mangiando. Leggi tu».
«Abbiamo già le sue generalità – questo tipo ha provato a depositare
i contanti sul suo conto. Kevin Middleton. I soli precedenti che ha sono per guida in stato di ebbrezza dodici anni fa, ha accartocciato la sua
Jaguar intorno a un lampione a Cults, dopo un’asta di beneficienza».
La Steel sorrise mentre masticava. «Perfetto. Arresta quel coglione,
così possiamo andare avanti con le nostre vite. A proposito, hai più
pensato se ti andrebbe di fare il padrino?».
Logan quasi si strozzò con l’insalata. «Io... Ehm...». Sorso d’acqua.
«Non so se... ehm». Silenzio. «Comunque, com’è che non è la Sorveglianza Pervertiti a occuparsi di Knox? Come mai è un nostro problema?».
Il commissario strizzò gli occhi, facendo risaltare ogni ruga. «Il nostro
signore e padrone commissario capo Finnie crede che il Nucleo per la
Prevenzione dei Crimini Sessuali abbia bisogno di un superiore che sovrintenda personalmente al caso di Knox. Apparentemente è un caso
troppo importante. Apparentemente io ho esperienza di predatori sessuali. Apparentemente sono la persona più indicata a sostenere la squadra antischizzati in questa difficile e delicata operazione».
Appallottolò il sacchetto vuoto di patatine e lo lanciò nel cestino.
Mancato. «Il che vuol dire che Faccia di Rospo Finnie sa che Knox è
uno schifoso bastardo e, se qualcosa va storto, io sarò la responsabile».
«Magari non andrà tanto male».
«Naturale che lo farà: Knox avrà bisogno di qualcuno che lo sorvegli
fino al giorno della sua morte. Perciò non mi libererò di lui finché non
andrò in pensione. È un fottuto regalo a vita». La Steel si rabbuiò. «Ma
tu non preoccuparti: avrò la mia vendetta. Nel frattempo, vedi che riesci a trovare su questo Billy Adams su cui Danby fa tanto il misterioso».
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«Auch, Gesù, non di nuovo!». Il sergente Mark MacDonald arricciò
il naso, poi si premette una mano sulla faccia, nascondendo il pizzetto.
«Acc...». Afferrò una cartellina dalla scrivania e cominciò a sventolarla
avanti e indietro, facendo volare dappertutto le carte sulla scrivania di
Logan.
«Che stai...». Logan aggrottò la fronte, e poi la puzza lo investì. «Che
diavolo, Bob!».
Il sergente Bob Marshall si limitò a sogghignare. Se Dio esisteva, non
aveva fatto molta attenzione quando aveva messo insieme Bob. Grosse
orecchie sporgevano ad angolo retto da una testa quadrata con una
chiazza pelata in cima e un unico, folto sopracciglio davanti. Braccia
come spaghetti pelosi. Una scimmia con un completo lavabile in lavatrice.
«Cristo!». Mark sbatté gli occhi, poi spalancò la porta. «Che ti sei mangiato?».
Bob si diede dei colpetti sullo stomaco. «Nulla può battere il cavolfiore al formaggio con patatine fritte».
«Oh, no, è ovunque...». Logan si alzò e arretrò nella piccola zona della
Centrale delimitata per ospitare i sergenti. Sei scrivanie – quattro per il
turno di giorno, due per quello di notte –, tutte tranne una ricoperte di
carte, custodie ad anelli, monitor, tastiera, e una vaschetta per la corrispondenza straripante. Le pareti erano visibili a malapena sotto i diagrammi procedurali e una lavagna di sughero ricoperta di istantanee e
memorandum; un’altra lavagna con su scritti i nomi di tutti i sergenti
accanto all’elenco di casi in corso di cui si stavano occupando; una terza con la pianta della casa di uno spacciatore tracciata con un pennarello blu. E un triangolo giallo e nero in segno di pericolo montato sopra la scrivania di Bob.
Mark aprì e richiuse la porta ancora e ancora... «Altro che il fottuto
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Iraq, le dannate Nazioni Unite dovrebbero invadere il tuo culo. C’è
un’arma di distruzione di massa là dentro».
«Non posso farci niente se ho del talento».
Un po’ alla volta il puzzo svanì e le persone tornarono al lavoro. Logan completò un rapporto su due atti di esibizionismo nel Trinity Cemetery – bisognava essere coraggiosi per sventolare il pisello all’aria ad
Aberdeen nel mese di gennaio –, poi aprì internet e si mise alla ricerca
di Billy Adams: 12.900.000 risultati su Google.
Raffinò i criteri di ricerca, restringendoli a Newcastle: 358 risultati. A
quanto pareva c’era stato un peso piuma di nome Billy Adams negli anni Cinquanta, un chitarrista dei Dexys Midnight Runners negli anni
Ottanta, diversi uomini d’affari, dei fan di football... poi Logan incluse
nella ricerca il nome di Knox.
Un articolo del «Newcastle Evening Chronicle» era in cima alla lista:
«RITROVATO CORPO DI AGENTE SCOMPARSO».
C’erano altri link al «Newcastle Journal», «News Post Leader», «Sunday Sun», «Morpeth Herald», e al «Whitley Bay News Guardian». Perfino alcune testate nazionali si erano occupate della vicenda. Logan cliccò sul link del «Chronicle».
Sotto il titolo c’era la foto di una tenda blu della Scientifica, del tipo
utilizzato per preservare una scena del crimine. Era circondata da cespugli sparsi, alcuni alberi, e si vedeva un traliccio sullo sfondo. Un
tecnico della Scientifica avanzava in direzione della macchina fotografica, portando una scatola di plastica nera. Scorrendo ancora l’articolo
c’era un’altra foto: un uomo sorridente con corti capelli biondi, naso
storto, occhi azzurri. Secondo la didascalia, si trattava del «COMMISSARIO BILLY ADAMS (42)».
A quanto pareva avevano rinvenuto il corpo nella Ford Mondeo di famiglia, in un’area disabitata a nord di Newcastle. La storia del ritrovamento non forniva molti particolari sulla causa della morte, ma si concentrava invece – e non c’era da meravigliarsi – su come le squadre di
ricerca della polizia lo stessero cercando dalla sua scomparsa da casa,
avvenuta il mercoledì precedente. Venivano riportate le parole della
moglie. Quelle del commissario che aveva condotto le ricerche. Una
dichiarazione del giovane che aveva ritrovato l’auto. E un breve resoconto della carriera del commissario Adams. Arresti nell’ambiente del34
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la droga, tre indagini di omicidio, un caso eclatante di rapimento che
era sfociato in tragedia...
Logan disseppellì il telefono da sotto un mucchio di rapporti in via di
completamento e chiamò la Centrale della Northumbria Police.
«Be’?». L’ufficio del commissario Beattie Barbetta era disseminato di
faldoni – impilati sulla moquette, gli scaffali, il davanzale, perfino le sedie. Perciò Logan fu costretto a restare in piedi. Il solo posto non ricoperto dai faldoni era la scrivania di Beattie. Che era ricoperta di fogli e
briciole di biscotti.
Logan gli passò il rapporto sugli atti di esibizionismo. «Per quanto ne
sappiamo lo ha fatto due volte, probabilmente di più. Ogni volta davanti a giovani madri con il passeggino».
Beattie si piegò in avanti sulla sedia, inarcando le sopracciglia. «Magari non fa l’esibizionista con le madri, ci hai pensato? Magari lo fa con
i bambini!». Il commissario sorrise, evidentemente orgoglioso delle
proprie capacità deduttive. Come uno Sherlock Holmes cicciotto che
fosse caduto da piccolo sbattendo la testa.
«Non essere stupido George. Sceglie delle vittime che sa non potranno corrergli dietro. Tu abbandoneresti il tuo bimbo in un cimitero per
inseguire un maniaco che ti ha appena mostrato l’uccello?»
«Oh». Beattie si dedicò a grattare via una macchia di caffè sulla scrivania nuova. «Che mi dici delle merci contraffatte?»
«Hai parlato con gli Standard Commerciali, come ti avevo detto?»
«Io... ehm... speravo potessimo andarci insieme. Sai, per mostrare un
fronte unito».
«Tu chiamali, ok? Non dovremmo neanche occuparcene, le merci taroccate sono compito loro».
«Sì, ma la quantità dei...».
«È comunque compito loro».
«Finnie vuole che ci dedichiamo a quella cosa della cooperazione fra
agenzie: noi, gli Standard Commerciali e la finanza». Beattie rovistò in
mezzo al putiferio che aveva sulla scrivania. «Non dovrebbe volerci
molto, giusto un paio d’ore e...».
«Dovrai discuterne con la Steel. Sono impegnato con lei tutto il giorno».
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Beattie fece sporgere il labbro inferiore e piegò gli occhi all’ingiù. Tipico sguardo da “cucciolo smarrito”. «Ma Finnie vuole vedere dei risultati».
«Allora fatti aiutare da Rischio Biologico Bob o da Mark. O da Doreen. Eh? Che ne pensi di dare un po’ di fottuto lavoro a lei, invece di affibbiare tutto a me?»
«Benissimo». Il commissario tornò ai suoi faldoni, diventando rosso.
«Chiamerò gli Standard Commerciali da me».
Logan lo lasciò ai suoi impegni.
«Maledetto affare...». Il commissario Steel armeggiava con il meccanismo di chiusura della sua finestra infilandoci dentro i denti di una
forchetta.
Logan chiuse la porta e si buttò su una delle sedie dell’ufficio.
«Mi ripeta perché hanno promosso Beattie».
«Non è sicuro fare le finestre in modo che non si possano aprire più
di due centimetri. E se c’è un incendio?»
«Quel segaiolo inutile non saprebbe trovare uno stronzo in una latrina».
Il commissario infilò di nuovo i rebbi nel meccanismo. «Perché non mi
dai una mano?»
«Pensavo dovesse ridurre le sigarette».
«Questa è una violazione dei miei diritti umani... apriti bastarda!».
Per un minuto si accapigliarono col meccanismo, poi la Steel riuscì a
piantarsi la forchetta nel pollice. «Aaaahhhhh...». Storse la faccia, poi
gettò nel cestino quell’affare inossidabile e si infilò in bocca il dito sanguinante.
«Perché non può andare fuori a fumare, come una persona normale?».
La Steel si limitò a lanciargli un’occhiataccia.
«Comunque». Logan estrasse il suo taccuino. «Billy Adams, alias
commissario Billy Adams, della Northumbria Police. Ha fatto un sacco
di roba contro la criminalità organizzata, e delle operazioni sotto copertura contro un grosso gangster di Newcastle di nome Maitland. Si è
ucciso all’incirca sei settimane dopo che Knox è andato in galera. E intendo che si è ucciso sul serio».
Si tolse il pollice di bocca. «Che diavolo vorrebbe dire?»
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«Secondo il sergente con cui ho parlato, il commissario Adams ha inghiottito antidepressivi a sufficienza da rallegrare una comitiva di dark
al luna-park, una bottiglia di gin e si è messo in bocca la canna di un fucile».
«Non scherzava, allora, il nostro Billy».
«Ha aperto un cratere nel tettuccio della Mondeo, in una zona industriale abbandonata. È restato lì al sole per quattro giorni, prima che
trovassero il corpo. Già l’avevano trovato le cornacchie».
La Steel tornò a succhiarsi il pollice, borbottando a bocca piena: «Allora come mai Danby è così sensibile sull’argomento?»
«Non ne ho idea». Logan si spostò verso il bordo della sedia. «Ho fatto
anche una ricerca nel file su Knox, nel caso ci fosse un collegamento. Ci
sono molte parti contrassegnate come “riservate”. Nessun particolare
utile».
«Quelle riguarderanno gli altri stupri di cui blaterava Danby. Risaliranno a prima degli omicidi di Soham1, quando tutti pensavamo di dover
essere molto prudenti prima di far finire accuse non comprovate sulla
fedina penale di qualche schifoso bastardo. Il Data Protection Act 2 del
cazzo».
Logan si strinse nelle spalle. Probabilmente aveva ragione.
Silenzio.
Poi il commissario si alzò. «Prendi il cappotto, andiamo a far visita a
qualcuno a proposito di certe banconote false».
«Macché, gli affari vanno uno schifo, a essere sinceri». L’uomo con la
tuta sporca di grasso parlò girando la testa al di sopra della spalla mentre aspettava che l’acqua nel bollitore sudicio si scaldasse. «Questa dannata recessione quasi non ha sfiorato Aberdeen, ma improvvisamente
nessuno vuole più comprare un’auto. Capisce? Ipocriti bastardi».
L’ufficio dava su quello che sembrava un ex recinto per il bestiame,
dove ora un piazzale di cemento grigio ospitava un assortimento multicolore di macchine di seconda mano parcheggiate paraurti contro pa1
Si fa riferimento a un caso reale di omicidio. Nell’agosto 2002 a Soham, in Inghilterra, due
bambine di dieci anni vennero uccise e per l’omicidio fu condannato il bidello di una scuola del
posto (n.d.t.).
2
Legge emanata dal Parlamento del Regno Unito nel 1998 che regolamenta la tutela dei dati
personali (n.d.t.).
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raurti, i parabrezza ricoperti di cartelli attaccati con il nastro adesivo
che proclamavano l’«AFFARE DELLA SETTIMANA!!!». Un paio di calendari erano appesi alle pareti bianche di foratini, in tutti erano raffigurate chiavi inglesi e altri attrezzi da meccanico. Il commissario Steel finì
di sfogliarne uno e fece una smorfia, prima di appollaiarsi sul bordo
della scrivania malconcia. «Che ne è stato delle donne nude?»
«Latte, due di zucchero, giusto?». L’uomo versò il caffè in polvere in
tre tazze allineate sul davanzale.
«Sì».
Logan scosse la testa. «Per me solo latte».
«Ok...». Aggiunse l’acqua calda e il vapore appannò il vetro, nascondendo il piazzale. Il garage era nascosto in fondo a una strada di campagna, da qualche parte fra Westhill e Loch of Skene, ed era circondato da alberi e campi pieni di bestiame al pascolo.
«Signor Middleton». Logan osservò l’uomo che annusava un cartone
di latte parzialmente scremato. «È sicuro che non riconoscerebbe chi le
ha dato i contanti?».
Middleton versò il latte nei loro caffè. «Non so. Non l’avevo mai visto
prima».
La Steel accettò la tazza, prendendola con entrambe le mani e inspirando il vapore caldo. «Se fossi una stronza sospettosa – cosa che sono
– sarei tentata di dire che il suo uomo del mistero pieno di banconote
da venti false non è mai esistito. Lei ha cercato di riciclare i soldi».
Kevin Middleton si irrigidì. «Pensa che sarei tanto stupido da versare
contanti falsi sul mio conto in banca? Quanto dovrei essere idiota?».
La Steel alzò le spalle. «Magari pensava che fossero abbastanza buone
da superare i test della banca».
Middleton rise, poi si accomodò sulla sedia girevole dietro la scrivania. «Scherza, non è vero? Se avessi voluto riciclare dei soldi sarei andato dagli allibratori. O al casinò. O a uno di quei combattimenti di cani a Dundee. Chissà perché ho la sensazione che una banca saprebbe
cosa cercare».
«Ok, ok». La Steel lo guardò, la testa piegata da un lato. «Ovviamente ci ha riflettuto molto».
«Con questo che vorrebbe dire?»
«Andiamo, non trova un po’ strano che un idiota venga qui con più
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di quattromila sterline nuove di zecca per comprare una delle sue schifose macchine?»
«Oggi un sacco di gente fa affari in contanti. Nessuno stronzo si fida
più di quei coglioni ladri delle banche. È più sicuro tenerli sotto il materasso».
«E se sono contanti, può sempre accidentalmente dimenticare di dichiararli al fisco, no?».
Middleton si rabbuiò. «Io qui sono la vittima, ok? Sono sotto di quattromilacinquecento sterline! Per non parlare della Honda Civic».
Logan bevve un sorso del suo caffè istantaneo: era amaro, sapeva di
bruciato, con goccioline di grasso che luccicavano in superficie. «Se ha
venduto la macchina, avrà gli estremi del compratore, no? Per il libretto
di circolazione».
Middleton tossì, girò la sedia da una parte all’altra, fissando un catalogo di pezzi di ricambio. «Sentite, forse stiamo esagerando un po’.
Voglio dire, magari il tipo non sapeva che i soldi erano...».
La Steel lo interruppe. «Non dica stronzate. Ci dia quei dati o la trascino in Centrale e la metto dentro per riciclaggio di soldi falsi e tentativo di avvelenamento di un funzionario di polizia con caffè scadente».
Middleton se ne restò per un po’ in un silenzio torvo, poi si alzò e borbottando si diresse verso uno schedario beige in un angolo dell’ufficio.
Frugò in uno dei cassetti e ne estrasse un libretto di circolazione. Lo
mostrò e la Steel glielo strappò di mano, gli diede un’occhiata sbrigativa, poi lo passò a Logan. «Leggi».
Logan lo aprì ed esaminò la parte dedicata al nuovo proprietario, accuratamente compilata con una biro blu. «Sa che dovrebbe mandarlo
alla motorizzazione, vero?»
«Come mai voi bastardi non pensate ad arrestare pedofili e rapinatori,
eh?»
«Bla, bla, bla». La Steel bevve un altro sorso e fece una smorfia. «Abbiamo un indirizzo?»
«La macchina è intestata a un certo Douglas Walker a Peterculter».
«Ecco qua, non era così difficile, no?». La Steel mise giù la tazza sulla
scrivania e si alzò, spazzolandosi il fondo dei calzoni. «Andiamo sergente, usciamo da qui prima che il signor Middleton minacci di preparare
altro caffè».
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Logan la seguì nel piazzale, abbottonandosi la giacca contro il freddo.
Dei cespugli di rovo costeggiavano il muretto a secco che delimitava il
parcheggio, le loro sagome scheletriche marrone scuro erano chiazzate di
brina dove ancora quel sole pallido non era riuscito ad arrivare. Infilò le
mani in tasca, poi s’impietrì, guardando una delle autovetture: una Honda Civic rossa. Ricontrollò il libretto di circolazione. «Commissario?».
La Steel continuò a camminare, tirando fuori il telefono.
Dietro di sé, Logan sentì Kevin Middleton che chiudeva a chiave il
garage. Poi l’uomo li sorpassò frettoloso, facendosi strada fra le auto
usate verso una Range Rover parcheggiata lungo la strada.
Logan gli gridò dietro. «Dove, esattamente, crede di andare?»
«Ehm, un appuntamento dal dentista».
La Steel si appoggiò all’auto d’ordinanza del CID, mentre digitava sulla tastiera del telefonino. «Sbrigati; fa un freddo fottuto qua fuori. Se
mi si induriscono di più i capezzoli c’è il rischio che cieco qualcuno».
Logan indicò la Honda con un cenno del capo. «Quella è la macchina
che dice di aver venduto per quattromilacinquecento sterline».
«Ehm... no che non lo è. Solo perché è dello stesso modello...».
«E dello stesso colore, e con lo stesso numero di targa». Logan sollevò il libretto. «Come lo spiega?»
«È... uhm». Middleton si accasciò contro una Ford Fiesta, guardando
il cielo basso e grigio, il fiato che formava nuvolette mentre imprecava.
«Me la sono ripresa. Ok?»
«Ah, sì?»
«Andiamo, erano quattromilacinquecento sterline!».
«Che senza dubbio reclamerà dalla sua assicurazione». Logan scorse
con gli occhi le macchine radunate sul piazzale. «Ha avuto una visita
degli Standard Commerciali recentemente il signor Middleton? Che
controllassero che i contachilometri non fossero truccati? Le autovetture sicure su strada? Niente auto saldate?»
«Cosa avrei dovuto fare? Sono un piccolo imprenditore, non posso
permettermi di farmi fregare! Lo sapete come...».
«Oh, per amor del cielo». La Steel sbatté i piedi. «State zitti tutti e due.
Ho freddo e sono stufa e se non vi dispiace vorrei tornare a casa prima
dell’arrivo della prossima fottuta era glaciale». Voltò loro le spalle. «Logan, muovi il culo. Ce ne andiamo».
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«Ma...».
«Adesso». Montò in macchina e sbatté la portiera.
Fantastico. Niente valeva quanto l’appoggio del proprio superiore. Logan puntò un dito contro Middleton.
«Non è finita qui».
«Grazie tante». Logan cambiò la marcia e accelerò, superando un minibus in seconda corsia. «È stato bello. Mi ha fatto sentire potente». Il
traffico aumentava man mano che si avvicinavano alla rotonda di Kingswell. L’ora di punta intasava le vie di scorrimento da e per Aberdeen
più di un Mars fritto 3 nelle arterie.
La Steel aprì il finestrino dell’auto e soffiò una boccata di fumo nel
freddo del pomeriggio, il cellulare appiccicato all’orecchio. «Che volevi
fare? Arrestarlo? Sequestrargli tutte le macchine? Passare il resto della
serata a compilare delle fottute pratiche?»
«È un imbroglione».
«Che orrore, un rivenditore di auto usate che imbroglia. Chi l’avrebbe
pensato? Deve essere il primo».
«È...».
«Andiamo Steve, rispondi a questo maledetto telefono!». Fece una
smorfia, la sigaretta stretta fra gli incisivi. «Finnie farà venire un commissario da Fraserburgh per occuparsi dei miei casi mentre sono via. Cerca
di non lagnarti troppo, ok? Dài l’impressione che io abbia tutto sotto
controllo».
«Fantastico. Coinvolgiamo qualcun altro». Logan strinse più forte il
volante.
«Steve. È la mamma. Dove diavolo sei? Richiamami». Riagganciò. «Una
casella vocale».
«Mi sarei potuto occupare io dei casi. Io li conosco a fondo. Già faccio tutto il fottuto lavoro. Invece dovrò occuparmi di qualche campagnolo ignorante...».
«Bla, bla, bla. Quanto sei lagnoso. Ringrazia solo che non ho lasciato
che passassero la consegna a Beattie».
Piccole consolazioni.
3
Un negozio di fish and chips in Scozia ha introdotto questo piatto: il Mars impastellato e fritto (n.d.t.).
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La Steel rinfilò il cellulare nella giacca. «Non so decidere se sono più
incazzata o preoccupata per Steve».
«Steve chi?»
«Polmont, il mio informatore».
Il che spiegava il messaggio «È la mamma» – era per mantenere il segreto, nel caso qualcuno ascoltasse.
Logan aggrottò la fronte. «Come mai sa perfino come si chiama? Le
informazioni personali non dovrebbero restare dall’altro lato del “corridoio sterile”, o qualunque altra definizione idiota usino adesso? Chi
altro sa chi è?»
«Nessuno». Gettò la cenere fuori dal finestrino. «Solo io, Faccia di Rospo Finnie, e adesso tu».
«Pensavo che tutte le cose che riguardano gli informatori fossero gestite dagli 007. Come mai...».
«Ascolta, è così e basta, ok? E sta’ zitto». Aspirò rabbiosamente una
boccata dalla sigaretta. «Si tratta di informazioni assolutamente top secret. Capito?».
Logan sospirò. «Credo di saper...».
«Non sto scherzando. Se viene fuori, giuro su Dio che userò il tuo buco di culo etero come scaldapiedi. Fa l’elettricista al cantiere edile di
Malk la Scure».
«È quello che aspettavamo lunedì? Gliel’avevo detto – nessuno è così
idiota da fare la spia. Cos’è, vuole suicidarsi?»
«È proprio quello che temo... povero bastardello, per quanto ne so,
potrebbe giacere morto in un fosso ormai».
«Allora vada a casa sua, vada a trovarlo».
Lei fece una smorfia. «Non ho l’indirizzo».
«Rintracci il cellulare tramite la rete GSM. Se resta fermo durante la notte, è a casa sua». Logan spinse il piede sulla frizione, mise a folle e si fermò dietro una lunga coda. «Che mi dice dei contanti falsi? Vuole procurarsi un mandato per il tipo che ha comprato la macchina?»
«Stasera?». La Steel lo guardò esterrefatta. «Sei matto? Intanto che
rientriamo alla base saranno le cinque passate. Procurati qualche troglodita del turno serale che lo vada a prendere. Io vado a casa».
«Ma...».
«Non farmi fare “la-la-la” un’altra volta».
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Setta vamp-La cacciatrice 1-232