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una canzone a trent’anni dalla legge Basaglia
I testi dei partecipanti al concorso
Le riflessioni degli operatori
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I testi dei partecipanti al concorso
Le riflessioni degli operatori
a cura di Gaspare Palmieri
Ha collaborato: Giulia Ferrazzi
Comune di Modena
Assessorato alle Politiche per la Salute
Assessorato alle Politiche Giovanili
CENTRO MUSICA.
Centro Regionale per la promozione
e la produzione musicale giovanile.
Via Due Canali Sud, 3
41100 Modena
tel. 059/2034810- fax 059/3134377
[email protected]
www.musicplus.it
Con il contributo di:
Ospedale Privato Villa Igea, Modena
Consorzio Solidarietà Sociale di Modena
Editing e progetto grafico di copertina:
Punto e Virgola - Bologna
Gli organizzatori desiderano ringraziare: tutti i gruppi musicali e i singoli artisti che hanno
partecipato al concorso, il pubblico intervenuto alle esibizioni musicali, l’Associazione Insieme a
Noi di Modena, il Dipartimento di Salute Mentale di Modena.
Finito di stampare nel gennaio 2010
Stampa:
Centro Stampa del Comune di Modena
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Indice
Presentazioni (Assessore Simona Arletti, Consorzio di Solidarietà Sociale)
Prefazione (Dr. Leo Lo Russo- Casa di Cura Villa Igea)
Lo stigma della malattia mentale:
dalla nave dei folli a l’Isola(di)Mento di Gaspare Palmieri
Come nasce una psychiatric band di Lucia Zanni
Una canzone?...Si può fare! di Grazia Fraccon
Un ponte oltre il muro di Radio LiberaMente
I testi delle canzoni
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PRESENTAZIONI
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i disturbi mentali siano ai primi
posti come carico di sofferenza e di disabilità per la popolazione e che tendano
all’aumento nei paesi industrializzati.
In uno studio nazionale recente è risultato che in Italia poco meno del 10% della
popolazione soffre nell’arco di un anno di uno dei disturbi mentali più frequenti e
più noti, quali depressione e ansia; inoltre poco meno dell’1% della popolazione
soffre di disturbi meno frequenti e più difficili da capire.
Inoltre sono molto numerose le persone che hanno problemi psicologici cosiddetti “sottosoglia”, che non sono abbastanza gravi perchè si possa fare una diagnosi secondo i criteri delle classificazioni internazionali delle malattie, ma che
comunque provocano malessere e difficoltà nella vita di tutti i giorni. Si stima che
circa il 3% della popolazione avrebbe bisogno di ricorrere a prestazioni di specialisti (servizi di salute mentale, psichiatri, psicologi, riabilitatori e altri operatori
psichiatrici).
L’iniziativa “Oltre il muro - una canzone a 30 anni della legge Basaglia” è nata
per porre l’accento sulle problematiche della salute mentale a Modena, attraverso il coinvolgimento del ricco background di band giovanili del territorio modenese. Gli Assessorati alle Politiche per la Salute ed alle Politiche Giovanili del
Comune di Modena, l’Azienda USL di Modena, l’Ospedale Privato “Villa Igea” di
Modena, il Consorzio Cooperative Sociali, in occasione del 30° anniversario
della legge 180/78 (legge “Basaglia” sulla chiusura dei manicomi), hanno proposto un bando di concorso rivolto a bands giovanili e singoli musicisti attivi sul territorio modenese.
Nell’ambito di una ricorrenza, come quella della 180, che rappresenta una conquista civile fondamentale per una società in continua evoluzione verso l’uguaglianza e le pari opportunità anche per chi parte da una condizione di svantaggio, abbiamo voluto coinvolgere i giovani musicisti affinchè vengano elaborati
contributi originali, per dare concretezza al pensiero di Franco Basaglia.
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Il concorso ha visto anche la partecipazione di bands e musicisti provenienti da
strutture psichiatriche nell’ottica di un coinvolgimento diretto delle persone affette da sofferenza mentale, e di una lotta contro qualsiasi tipo di pregiudizio o
discriminazione.
Lo spirito di questa iniziativa è quello di dare attenzione ai bisogni reali delle persone con sofferenza mentale, al rispetto dell'individualità, alla valorizzazione
delle abilità e soprattutto alla creazione di opportunità affinché le persone possano trovare diversi modi per esprimere la propria soggettività.
Il progetto “Oltre il Muro” ha avuto come punto di forza il fatto di essere un progetto di comunità, che ha messo cioè in rete i vari soggetti che lavorano sulle
problematiche della salute mentale in città: dagli enti pubblici, alle aziende sanitarie, alle strutture psichiatriche, agli enti di volontariato.
Ringrazio sentitamente tutti i partecipanti al concorso e alle serate live, i membri
della Giuria, gli operatori dell’Unità Operativa Salute e Sicurezza e del Centro
Musica, e tutti gli enti e associazioni che hanno permesso la realizzazione di questo progetto, nell’auspicio che si possa continuare a collaborare in questa direzione.
Simona Arletti, Assessore alle politiche per la salute del Comune di Modena
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Il Consorzio Solidarietà Sociale ha scelto di essere tra i soggetti promotori dell’iniziativa “Oltre il muro” in quanto in linea con gli obiettivi che il consorzio si
pone nel sottolineare l’importanza della comunicazione e dello scambio per
sostenere la salute mentale, per non creare situazioni di esclusione e per sensibilizzare la comunità verso questo tema molto più spesso presente e sempre più
spesso ignorato.
Ecco allora che anche la musica può essere uno degli strumenti efficaci, per
entrare anche nel mondo dei più giovani o dei più disinteressati.
È un modo per veicolare un messaggio di speranza e di leggerezza attorno al
tema, per non connettere la salute mentale solo ad un peso sociale, ad un problema o ad eventi di cronaca nera, ma anche a situazioni positive e di creatività.
L’idea alla base è che proprio questi spazi siano i più efficaci per eliminare quei
muri di silenzio e di disinteresse che sono ancora in piedi nonostante la sempre
maggiore integrazione nel territorio di appartenenza delle persone con disagio
psichico, dopo la legge Basaglia degli anni 80.
L’iniziativa è stata quindi una occasione per far riflettere sul tema e per creare occasioni in cui le persone con disagio si trovino in contesti alla pari di tutti i cittadini.
Consorzio di Solidarietà Sociale di Modena
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PREFAZIONE
Debbo innanzitutto confessare di aver vissuto questo compito affidatomi dall’amico e collega Gaspare Palmieri con una sorta di fastidioso subconscio conflitto interiore.
Perché se da un lato mi è parso immediatamente naturale accettare di buttare giù
alcune righe di prefazione, dall’altro non sapevo decidermi di cominciare a scrivere, fino a maledire la mia impulsività e forse superficialità per aver aderito alla
richiesta.
Mi è parso subito chiaro che non si trattava della solita pigrizia che ti fa rinviare a
dopo quello che potresti fare subito, ma ho dovuto leggere tutti i testi che mi
erano stati sottoposti per riuscire a “coscientizzare” il conflitto e ad avere chiare
le ragioni che si scontravano.
Sostanzialmente sentivo la necessità di alcune puntualizzazioni, ma temevo l’immagine di “grillo parlante” o di critico occhiuto che poteva derivarmene.
Alla fine ho deciso di correre i rischi, consapevole e disponibile verso le critiche,
ma anche al confronto e alla discussione che le brevi riflessioni successive possono generare.
Iniziative di grande valenza e impegno come la rassegna musicale “Oltre il muro”,
organizzata dal Comune di Modena per celebrare il trentennale della legge 180 e
patrocinata, tra gli altri, dall’Ospedale Privato Villa Igea, uniscono all’indubbio
merito di tenere vivo il dibattito sulla malattia mentale e sul pericolo di esclusione sociale che quasi sempre la accompagna, il rischio dell’evento spot, della
manifestazione estemporanea, non immune da un possibile scivolamento pietistico o demagogico .
Tale pericolo viene ulteriormente incrementato quando i malati di mente, fino a
quel momento isolati o chiusi nei luoghi della psichiatria, salgono alla ribalta e
diventano attori di manifestazioni esterne e/o pubbliche, suscitando per qualche
ora o per un giorno l’empatica partecipazione di tutti, per poi ritornare nella
disperata solitudine delle loro esistenze, magari fino all’occasione del trentennale successivo.
Mi rendo conto dei possibili margini di equivoco che possono essere indotti da
affermazioni come questa, per cui voglio subito chiarire che non sto affatto
negando la bontà e l’utilità di queste manifestazioni, ma indicandone casomai i
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possibili limiti, nella consapevolezza che dipende dall’impegno continuo di tutti
noi, operatori della psichiatria e non, evitare che rappresentino la classica foglia
di fico a copertura della nostra falsa coscienza.
La solidarietà e l’empatia col malato di mente sono fondamentalmente indispensabili ad evitarne l’esclusione e a favorirne i processi di guarigione, ma proprio
per questo necessitano di radicamento profondo e di pratica quotidiana, per gli
addetti ai lavori (che per quanto ovvio non è affatto scontato, così come alcuni
testi delle canzoni evidenziano) ma anche per il mondo esterno, dove il malato
deve continuare a vivere.
La lettura dei testi mi induce altresì ad una ulteriore riflessione.
Nella comune accezione viene spesso indistintamente usato il termine di disagio
o quello di malattia mentale, quasi che l’uno fosse una fotocopia dell’altro, fino a
sovrapporre l’alienazione indotta dall’esistenza moderna, coi suoi ritmi, la sua
intolleranza e i suoi paradossi (“ …a cosa serve il denaro se non hai il tempo per
spenderlo?”) con la malattia stessa.
Questa semplificazione, accettabile (o forse inevitabile) nel testo di una canzone, non deve però indurre conclusioni semplicistiche o confusioni concettuali,
essendo ben chiara la differenza tra il disagio esistenziale che una persona sa e
può affrontare da sé, senza dover ricorrere alla psichiatria e la malattia mentale,
che si differenzia nettamente per struttura, spesso per origine, per le manifestazioni e modificazioni comportamentali indotte, per la qualità e la quantità della sofferenza individuale provocate, al punto da necessitare di interventi specialistici.
Che poi gli interventi di cui oggi disponiamo siano ancora enormemente impari
rispetto ai compiti e agli obbiettivi di guarigione o soltanto di riduzione dei danni
della malattia, non modifica l’affermazione precedente, enfatizzandone casomai
le necessità di studio, approfondimento e ricerca che ne conseguono (“…La
nostra sofferenza non è mica un problemino, da curare con ricette scritte in un
cioccolatino…” da Impariamo a volare dei Fermata Fornaci).
Studio e ricerca, che non debbono riguardare solamente gli strumenti più tradizionali di terapia psichiatrica, quali gli psicofarmaci o le psicoterapie, ma anche
tutta quella gamma di interventi riassumibile nelle pratiche riabilitative e/o risocializzanti, che per essere effettivamente tali debbono avere come fine principale non tanto la permanenza più umana o rispettosa delle singole individualità nei
luoghi della psichiatria (obbiettivo encomiabile, ma pur sempre di minima) quan8
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to piuttosto l’autonomia definitiva del paziente, la sua liberazione dalla malattia,
la possibilità di fare a meno dell’organizzazione psichiatrica.
Per dirla con Benedetto Saraceno, non ci si può limitare ad “intrattenere”, pena
di cadere nel significato più letterale del termine e cioè nel “tenere dentro”.
Senza dimenticare l’aspetto più delicato , concettualmente difficile, ma al contempo più intrigante, rappresentato dalla relazione e dalla interdipendenza delle
varie tessere che costituiscono il mosaico complessivo dell’intervento psichiatrico, che rinvia più all’immagine di un puzzle complicato, piuttosto che a quella
di una decorazione bizantina.
Vorrei da ultimo soffermarmi sull’immagine del paziente psichiatrico, molto
romantica, ma assolutamente inesatta e fuorviante, che emerge, talvolta, nell’immaginario comune e che fa capolino anche in alcuni testi di queste canzoni ,
quella cioè dell’eroe positivo, portatore di valori alternativi, incompresi e repressi perché rivoluzionari, oppure di sensibilità artistiche sublimi, esprimibili pertanto solo attraverso linguaggi ermetici, non accessibili ai più.
E’ un’immagine al contempo moderna e antica, se è vero che in alcune comunità tribali il folle veniva accomunato alla divinità, che non può, per sua essenza,
risultare comprensibile agli umani.
Chiunque sia stato, anche solo per poche volte, in relazione con un paziente psichiatrico, sa come sia l’immensa sofferenza individuale l’elemento immediatamente percepibile che se ne ricava, fino a contagiarsi.
Non so proprio quanto positiva, rivoluzionaria o artistica possa essere considerata.
So per certo che un giudizio siffatto è utile a difendercene, a distanziarcene, a
non farcene carico, a liberarci, in definitiva di una relazione gravosa; senza aver
minimamente scalfito l’immenso vuoto e la disperata solitudine di Sabrina e delle
tante Sabrine come lei.
Dr. Leo Lo Russo, Direttore Sanitario Ospedale Privato Villa Igea
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LO STIGMA DELLA MALATTIA MENTALE:
DALLA NAVE DEI FOLLI A L’ISOLA(DI)MENTO
di Gaspare Palmieri
Nell’ambito della salute mentale, la parola stigma viene usata come sinonimo di
marchio, segno distintivo in riferimento alla disapprovazione sociale di alcune
caratteristiche personali. I greci furono i primi a servirsi di questa parola per
denominare una serie di segni fisici che potevano essere associati ad aspetti
riprovevoli, legati alla "condizione morale" dei soggetti che ne erano afflitti.
Questa accezione di giudizio, o meglio di pregiudizio, nei confronti della malattia
psichiatrica è diffusamente presente anche al giorno d’oggi, come se soffrire di
depressione o schizofrenia fosse una colpa, un motivo di vergogna, un peccato
da espiare con severe punizioni (ai tempi dei greci la follia era vista come punizione divina, curabile con pratiche spirituali o religiose). Alla base di questi atteggiamenti c’è quasi sempre qualche tipo di paura nei confronti del malato di
mente: la prima è senza dubbio la paura dell’ aggressività. A questo riguardo è
ormai noto come solo il 5-15% (pur essendo tali valori variabili secondo l'area
geografica ed il tipo di rilievo statistico) delle persone imputate di omicidio sono
dichiarate ai fini di legge affette da qualche forma di infermità mentale; il restante 80-85% delle persone che commettono reati gravi sono dichiarate per legge
capaci di intendere di volere. E' quindi profondamente errato il pregiudizio diffuso tra la popolazione e tra non pochi medici secondo il quale la maggioranza
delle persone che commettono reati efferati (penso ad esempio alle tante cronache di stragi famigliari), siano dei gravi malati di mente. Tra i fattori di rischio del
comportamento aggressivo nei malati psichiatrici gravi ci sono l’abuso di sostanze (in aumento in tutta la popolazione) e la mancata assunzione delle terapie farmacologiche. Quest’ultimo fenomeno è più frequente di quanto si creda, se si
considera che secondo alcuni studi più del 40% dei pazienti psichiatrici non
assumono correttamente le terapie proposte. Lo stigma influenza negativamente la corretta assunzione delle terapie, in quanto se l’opinione comune è che
assumere psicofarmaci sia qualcosa di vergognoso, che riduce a zombie, che
cambia la personalità, che non porta benefici, è chiaro che si cerca di evitarli. E’
come se qualcuno mettesse in giro la voce che i farmaci per il diabete o per l’ipertensione fanno male e vanno evitati, sicuramente qualche diabetico o iperteso
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smetterebbe di assumerli. Se usati in modo corretto e razionale gli psicofarmaci
possono dare risultati molto positivi, soprattutto se associati a trattamenti psicologici o riabilitativi. In questo caso il pregiudizio è nato da un uso sbagliato o esagerato (talvolta addirittura strumentale, sotto certi regimi) delle cure psichiatriche nel passato, in un’epoca in cui non c’era tutta la gamma farmacologica che
oggi abbiamo fortunatamente a disposizione. Un'altra paura, più profonda e
spesso inconsapevole, è quella di una sorta di “contagio” nello stare vicino al
malato psichiatrico. Questo timore è frutto dell’ignoranza e spesso dell’insicurezza: solo chi non conosce bene se stesso e soprattutto le parti più fragili di sé può
essere terrorizzato dall’incontro con un altro ritenuto diverso e imprevedibile.
Freud sosteneva addirittura che il terrore e l’evitamento del malato di mente
avrebbe alla base la presenza di nuclei inconsci di fragilità psicotica presenti
nella persona che teme questo incontro, in sostanza più facilmente “contagiabile”. Lo stigma aliena il malato espropriandolo dal suo essere persona unica, lo
estrania facendolo sentire “altro” rispetto al sano e spesso lo allontana dai contesti di vita attiva (famiglia, lavoro, comunità). Lo stigma impedisce di vedere
oltre la definizione totalizzante di malato l’intelligenza, gli affetti, i talenti, le passioni, l’ironia e tutte le qualità presenti nelle persone affette da malattia psichica.
La punizione principale inflitta ai malati psichiatrici è stata storicamente la reclusione in strutture manicomiali, chiuse in Italia grazie alla famosa legge Basaglia
del 1978 (di cui nel 2008 è ricorso il trentennale). Prima dei manicomi, la fantasia popolare distorta aveva prodotto l’idea di “imbarcare” i folli su barconi diretti
verso il mare aperto. Il primo capitolo di Storia della follia nell'età classica di Michel
Foucault è intitolato infatti Stultifera navis, con esplicita allusione al libro di
Sebastian Brant, teologo tedesco che nel 1494 scrisse il libro La nave dei folli.
Nello stesso capitolo, Foucault precisa che la "nave dei folli" non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di
allontanare i "matti" dalla comunità dei "normali", eventualmente proprio affidandoli a gente di mare:
Albrecht Dürer, 1506, da Stultifera navis: De fallaciis mulieribus vitandis.
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«Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri: a
Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo; nei primi anni del XV
secolo un pazzo criminale è spedito nello stesso modo a Magonza.
Talvolta i marinai gettano a terra questi passeggeri scomodi ancor
prima di quanto avevano promesso; ne è testimone quel fabbro di
Francoforte, due volte partito e due volte ritornato, prima di essere
ricondotto definitivamente a Kreuznach. Le città europee hanno
spesso dovuto veder approdare queste navi di folli.»
Fortunatamente oggi quelle barche non partono più, i manicomi sono chiusi, ma
la tendenza alla stigmatizzazione e a una sorta di evitamento del malato di mente
è ancora molto presente nella nostra società. L’Isola dei Folli è stata sostituita
dall’Isola di Mento, cioè l’isolamento, il dramma peggiore, a mio avviso, che vivono i malati psichiatrici gravi. I Servizi Psichiatrici territoriali svolgono un lavoro
preziosissimo, ma spesso non riescono a rispondere agli enormi bisogni di queste persone, soprattutto per quanto riguarda la risocializzazione e il reinserimento nel mondo dei “normali”, dopo le fasi acute della malattia.
I disturbi psichiatrici gravi (come ad esempio la schizofrenia o la depressione
maggiore) impoveriscono le capacità relazionali della persona, spingendola a un
drammatico ritiro dal mondo. Quando manca un solido supporto famigliare o
una rete sociale, il malato si trova solo con la propria malattia, destinata a peggiorare anche per via dell’isolamento.
Lo stigma è ancora fortissimamente presente nel nostro mondo ed è argomento
di studio e ricerca di scienziati e sociologi. Esistono addirittura appositi questionari che indagano la nostra attitudine nei confronti della persona affetta da
malattia mentale e alcune domande di questi tests sono davvero singolari, ma
purtroppo realistiche: Pensa che quest’uomo (lo schizofrenico) dovrebbe stare in
ospedale per tutta la sua vita? Le farebbe piacere se quest’uomo sposasse sua
sorella? Le farebbe piacere mangiare il cibo cucinato da quest’uomo? Si spaventerebbe se quest’uomo diventasse vicino di casa? Pensa che una delle cause
principali della condizione di quest’uomo sia una mancanza di forza morale o di
volontà?…eccetera,eccetera.
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Come risponderemmo a queste domande? E’ certamente difficile essere completamente sinceri e privi di ipocrisia.
Chi combatte contro lo stigma oggi in Italia? Ci sono associazioni di famigliari di
pazienti, gruppi di sensibilizzazione, rare trasmissioni televisive e poi c’è l’arte.
L’arte è sempre stata vicino alla follia, rappresentando a volte una finestra per la
società, sia attraverso le opere di celebri artisti affetti da malattie psichiatriche
(pittori come Ligabue, van Gogh, Modigliani e moltissimi altri; musicisti come
Beethoven, Coltrane, Parker, Kobain, ma la lista sarebbe lunghissima), sia più
recentemente con il coinvolgimento di malati psichiatrici in progetti creativi (si
pensi ad esempio al lavoro teatrale di Pippo del Bono). Quando il genio incontra
la follia, il risultato è spesso l’immortalità (in senso artistico chiaramente).
Anche la musica cantautorale italiana ha mostrato una certa sensibilità rispetto
al tema della condizione del malato psichiatrico e le strade della canzone e della
psichiatria si sono spesso incontrate. Citerò alcuni esempi che mi hanno colpito.
Molti hanno ancora impressa l’immagine di Simone Cristicchi, vincitore del
Festival di Sanremo del 2007, che sale in piedi su una sedia mimando il volo di
uccello a conclusione del suo brano “Ti regalerò una rosa”, contenuto nell’album
“Dall’altra parte del cancello” e incluso nel tour teatrale “Centro di salute mentale” (titolo piuttosto esplicito), sulla storia di Antonio, internato per anni in manicomio. “…la mia patologia è che son rimasto solo…” recita la canzone, a conferma di come l’isolamento venga vissuto come una grave complicanza della
patologia. L’immagine del malato psichiatrico “…tra puzza di piscio e segatura…”, affetto da “…malattia mentale e non esiste cura…” è a mio avviso troppo stereotipata, lontana dalla realtà attuale e fomentatrice di pregiudizio. Oggi le
cure esistono eccome, semmai il problema è che a volte, anche a causa dello
stigma, la persona rifiuta di curarsi. Comunque, piaccia o no, l’eco che ha avuto
la canzone è stata straordinaria.
Povia, vincitore del Festival di Sanremo dell’anno successivo, include nell’album
“Evviva i pazzi perché sanno cos’è l’amore” (altro titolo significativo) del 2005 la
canzone “Mia sorella” che ritrae senza troppi sforzi poetici una ragazza bulimica
“mia sorella è pazza e mangia e più che mangia e più che è sola, poi si chiude
in bagno, tira l'acqua e mette un dito in gola”, senza però spingersi molto oltre
a una descrizione sintomatologica di una giovane ragazza affetta da un disturbo
del comportamento alimentare.
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Il professor Roberto Vecchioni, nell’album “Per amore mio” del 1991, canta nella
canzone Tommy il dispiacere per il suicidio di un amico dentista, ponendo l’accento sulla sofferenza dell’amico che ha compiuto un gesto che non può essere
giudicato da un punto di vista morale “…se l'hai messo vicino a un assassino,
toglilo di lì Signore…”. Poi accenna a una sorta di toccante senso di colpa, che
nasce spesso in chi sopravvive a queste tragedie “quando poi sarà il momento
digli che io c'ero e non ho fatto in tempo”. Nel complesso il testo trasmette una
forte empatia per la persona che soffre, lontana da giudizi o ipocrisie.
Ha trattato con grande acume l’argomento dello stigma il compianto Giorgio
Gaber che nel brano “Dall’altra parte del cancello” contenuta nell’album “Far
finta di essere sani” del 1973 pone il dubbio su quale sia il limite fra salute mentale e malattia. Quando canta sarcasticamente “…Noi siamo sani, noi siamo
sani, noi siamo normali, noi che sappiamo di contare sul cervello, siamo sicuri,
siamo forti, siamo interi e noi dall’altra parte del cancello…”, mostra come certe
normalità forzate nascondano in realtà profondi disagi.
Non si può poi dimenticare la canzone “Un matto- dietro ogni scemo c’è un villaggio” contenuta nell’album di Fabrizio de Andrè “Non al denaro, né all’amore,
né al cielo” del 1971, ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master. “Tu
prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole…”,
attacca Faber con il solito meraviglioso lirismo , per poi mettere in luce l’epilogo
triste di molti malati “…di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia, una morte
pietosa lo strappò alla pazzia".
Questi sono solo alcuni esempi di come la musica d’autore ha riflettuto sulla condizione del malato psichiatrico, con gradi diversi di retorica, poeticità, drammaticità e solidarietà. Nelle canzoni “il matto” a volte è vittima della società che lo
isola, a volte è una creatura indifesa che stimola protezione, a volte è un individuo dotato di risorse speciali, proprio perché la malattia gli fa superare i confini
del banale e dello scontato.
Al di là delle singole sfaccettature, credo sia fondamentale che le canzoni, nella
loro straordinaria sinteticità e capacità comunicativa, rappresentino una risposta
al silenzio e all’indifferenza su questi temi. La canzone può essere potentissima,
tre o quattro minuti di messaggi che possono colpire direttamente il cuore o la
testa di un’intera popolazione, più efficaci di libri, video, conferenze, manifestazioni. La musica è una forma d’arte che penetra dentro l’uomo e può rimanere
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per lunghi periodi, fino a diventare una vera ossessione. La musica inoltre dà piacere, entusiasmo, emoziona e soprattutto è in grado di riunire, di aggregare sotto
lo stesso tetto persone diversissime per cultura, istruzione, provenienza geografica e, perché no, livello di follia.
È la consapevolezza di questo potere della canzone che ci ha spinto a ricordare
i trent’anni della Legge Basaglia con il concorso Oltre il Muro, in cui abbiamo invitato tutti i musicisti modenesi a scrivere un testo ispirato a due frasi storiche di
Franco Basaglia e a un terzo tema più generale. Le tracce proposte sono state le
seguenti:
1.“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo
è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare
tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.” Franco Basaglia.
2.“Non esistono persone normali e non, ma donne e uomini con punti di forza e
debolezza ed è compito della società fare in modo che ciascuno possa sentirsi
libero, nessuno sentirsi solo.” Franco Basaglia.
3. “Il mio manicomio”: a 3O anni dalla legge Basaglia i tanti aspetti della diversità e del disagio.
La risposta dei musicisti modenesi è stata decisamente soddisfacente, con più
di quaranta gruppi e cantautori che si sono cimentati sull’argomento. Ci ha inoltre colpito molto la risposta di gruppi nati nell’ambito della riabilitazione psichiatrica, costituiti da pazienti e operatori (che qualcuno chiama anche “psychiatric
bands”) e che usano la musica come strumento espressivo terapeutico. Alcuni
di questi gruppi si sono formati appositamente per il concorso.
È innegabile che questi ultimi siano tecnicamente meno preparati dal punto di
vista musicale, rispetto a band o cantautori professionisti o semiprofessionisti, o
che comunque calcano le scene della provincia da molti anni, ma abbiamo trovato l’autenticità dei testi prodotti da persone che vivono sulla propria pelle lo
stigma, il difficile cammino quotidiano della riabilitazione e l’angoscia spesso
insopportabile, assolutamente impagabile e ineguagliabile.
La finale del concorso ha quindi visto sul palco “psychiatric bands” e non, giovani musicisti con musicisti più esperti, musica cantautorale insieme a musica
rock, in un mix davvero interessante e unico.
La maggior parte dei gruppi ha scelto di scrivere testi ispirati al primo e al secon15
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do tema, in quanto le frasi di Franco Basaglia sono evocatrici di riflessioni anche
dopo tanti anni, come se la chiusura dei manicomi avesse rivoluzionato sicuramente la vita di tanti malati, ma sull’attitudine dei “normali” verso la patologia psichica c’è ancora tanto da fare.
In questo libretto riportiamo i testi degli artisti che hanno partecipato e qui cercherò di esprimere qualche commento su quelli che a mio avviso hanno colto
aspetti più interessanti e più vicini a quello che vedo ogni giorno nella mia pratica clinica.
Partirei dalla canzone vincitrice “Il muro”, dei Namastè, che riprende anche il titolo del concorso e di cui Grazia Fraccon racconta la nascita nel suo bell’intervento di seguito. Il tema del “muro” in psichiatria è sicuramente molto significativo.
Il muro fisicamente può rappresentare una prigione, ma a volta anche un importante fattore di contenimento dell’angoscia. Qui si parla però dei muri di pregiudizio nelle nostre teste, nei confronti delle persone con forte disagio psichico.
Questi muri possono cadere se si pensa di avere a che fare prima che con malati, con persone che provano emozioni, che piangono e ridono come gli altri, che
hanno aspettative, sogni, programmi di vita (anche se spesso confinati all’interno delle istituzioni psichiatriche). Nel testo c’è anche un invito a noi medici a
essere più umani e a ricordarci che, soprattutto in psichiatria, la cura non si può
imparare solo sui libri o ai corsi specialistici: “…dico grazie a lei dottore, nascondendo quello che ho nell’anima, non capisce che ho bisogno solo di un abbraccio questa è la verità…”.
I Fuali, nella loro Più in fondo dell’inferno, esprimono tutta la rabbia e la frustrazione per una situazione di malattia dove “Cammini su un sentiero di stracci e
spazzatura e hai perso ogni speranza di una buona ventura” e non risparmiano
critiche al mondo della psichiatria dove ” uomini in divisa chiamano l’ambulanza, all’ospedale contengono legati in una stanza”. Sono parole dure, ma sicuramente autentiche perché vissute in prima persona.
Anche in altre canzoni emerge il ritratto un po’ freddo e cinico degli operatori psichiatrici (in particolare psichiatri e infermieri) come in La mia malattia dei
Reperta “Il camice bianco ti guarda e ride pure lui”, o nell’Alleanza dei Judy Lee
dove “Il neon è spento e il dottore è andato via sbuffando un po’”.
C’è da chiedersi se questa immagine negativa, che spesso si ritrova nei film
(anche senza arrivare alla mostruosità dello psichiatra Hannibal Lecter), nei libri
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o nei siti dell’antipsichiatria, corrisponda o meno alla realtà. La domanda che
possiamo porci è se siamo davvero così o esiste una forma di stigma anche
verso psichiatri, psicologi, infermieri, educatori? A mio avviso esiste, e ha origine probabilmente da certe pratiche di una psichiatria un po’ cialtrona, che erano
comuni soprattutto nel passato (e forse ancora oggi in certe zone più arretrate
del Paese).
Fortunatamente i Where I sleep in Volterra (celeberrimo luogo manicomiale),
descrivono invece un operatore dal volto più umano ed empatico “ho guardato
l’infermiere che mi aveva accompagnato fino alla porta, c’era qualcosa che
voleva dirmi ma non sapeva come cominciare, le lacrime gli scendevano giù
lungo il viso, lo sguardo fisso sulla sua mano destra, appoggiata alla mia spalla”.
Padre Gutierrez, nella sua “Come un matto”, delinea il ritratto di un matto romantico, delicato e cortese, ricordandoci che la follia si nasconde anche in sentimenti irrazionali e imprevedibili come l’amore, che ci spinge a talvolta a ignorare, e
perché no a schernire, il resto del mondo che vuole esprimere giudizi: “io rido,
come un matto rido, perché sono pazzo di te”. Il matto ne esce come un individuo libero, che supera i confini delle convenzioni sociali e in grado di ignorare il
tanto temuto giudizio esterno.
Devo ammettere, uscendo per un attimo dalla neutralità di giurato, che il testo
Nesso sconnesso di Tommy Togni mi ha colpito davvero moltissimo. Il brano
affronta il tema del rapporto tra normalità e malattia, rispondendo in modo puntuale a una domanda provocatoria “ti sei mai chiesto chi è il pazzo? Sono io o
sei te? Potresti chiedertelo, qualche volta se vuoi, potresti rischiare di risponderti: comunque noi “. Le immagini usate dal cantautore per descrivere il nesso
sconnesso tra normalità e follia sono molto originali e poetiche e la conclusione
che “quella luce che ogni uomo ha nel cuore, non è certo malattia”, non credo
abbia bisogno di ulteriori commenti.
Anche il cantautore Maurizio Toffanetti, nel proprio brano, racconta del “prezzo
amaro della differenza”, che spesso porta all’isolamento “dove le mie paure mi
trasportano in un mondo immaginario, dove la normalità sono io e coloro che mi
assomigliano”.
I giovani Vanesia in Manicomioufficio raccontano invece l’alienazione di una routine quotidiana dove il disagio nasce da una vita grigia e senza fantasia: “in
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manicomio ci vado tutti i giorni…loro lo chiamano andare a lavorare”. Il brano
propone poi una domanda apparentemente ingenua, ma filosoficamente attuale
nella nostra società consumistica: “ma alla fine a che cosa serve il denaro, se
non hai tempo per spenderlo?”, che stimola riflessioni sulla reale qualità della
vita nel mondo moderno. Qui comunque si parla più di disagio esistenziale, che
di follia, due dimensioni ben distinte.
Miss Ba.ro.lo in Prigioniero di sé mette in guardia rispetto al rischio di restare
intrappolati non solo tra i muri dei manicomi o delle carceri, ma anche dalle catene delle proprie paure e sprona la persona a uscire dal guscio e a far sentire la
propria voce “non chiuderti su te stesso…e grida al mondo io sono qua”.
Tra i brani composti dalle psychiatric bands credo possa essere menzionato il
ritornello della canzone dei Fermata Fornaci “tanta strada ancora abbiamo da
fare, a volte siamo pacchi da dimenticare, ci sono persone che ci vogliono aiutare, persone delle quali ci dobbiamo fidare”, che descrive molto sinceramente
la condizione di certi malati psichiatrici, destinati a una sorta di tour forzato tra
diverse strutture e servizi, la cui destinazione finale è molto incerta.
Certe volte mi chiedo se la musica possa rendere questo difficile viaggio leggermente più sopportabile, e la mia impressione è che possa fare molto di più di
quello che abbiamo pensato fino ad ora.
Con i commenti alle canzoni mi fermerei qui, invitando comunque i lettori a leggere attentamente anche le altre canzoni che non ho citato, sicuramente ricchissime di stimoli di riflessione.
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COME NASCE UNA PSYCHIATRIC BAND
di Lucia Zanni
I Darkiska sono un gruppo rock nato tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 all’interno dei gruppi musica di una Residenza Psichiatrica e del Centro Diurno che vi
è associato.
L’idea di inserire nelle attività della Residenza un gruppo musica è venuta quasi
subito dalla nascita della Residenza stessa, che risale ad appena cinque anni fa.
Sia io che il gruppo degli operatori avevamo in mente che nelle attività di riabilitazione sarebbe stato importante aggiungere la musica come elemento espressivo e di comunicazione universale per favorire la relazione e la socializzazione.
Essendo una struttura appena aperta, c’era da decidere come organizzare questi gruppi, quali operatori fare partecipare e da chi farli condurre. Abbiamo optato di fare condurre tutte le attività di gruppo, non solo quelle di musica, a persone esperte d’arte (maestri di musica, di danza, d’arte espressiva) senza una formazione specifica nel campo della psichiatria, affiancati dagli operatori della
struttura preparati e formati dal punto di vista psichiatrico.
Abbiamo scelto appositamente che i maestri d’arte fossero non-operatori né
terapeuti e portassero il loro apporto solo come esperti della loro tecnica, non
mediata da “interferenze” psichiatriche. Pensavamo che per i nostri ospiti fosse
utile avere la possibilità di instaurare con loro un rapporto libero da intenzionalità terapeutiche, anche se in presenza di persone specializzate che potessero
mediare e facilitare la conduzione e la partecipazione al gruppo. E così dopo
pochi mesi dall’apertura sono iniziati tre volte alla settimana, due volte per la residenza e una per il centro diurno, gli incontri strutturati di due ore a cui partecipano gli ospiti (7 nei gruppi della residenza e 12 per il centro diurno) il maestro di
musica Oriano Ricci e un’operatore della struttura. Da alcuni mesi abbiamo
aumentato a quattro i gruppi settimanali.
Gli incontri si dividono in una prima parte di ascolto e una seconda di riproduzione di brani musicali con l’accompagnamento alla chitarra del maestro e il coro
degli ospiti. Fin dai primi incontri, il maestro ha dato risalto alle singole capacità
musicali e canore dei pazienti dando loro la possibilità di esibirsi e aiutandoli a
migliorare nell’uso di strumenti e della voce . Nel corso degli anni sono stati
acquistate altre chitarre, una pianola e una batteria elettronica. Dalla riproduzio19
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ne di brani tratti dai musichieri si è passati all’idea non solo di riprodurre la musica, ma di comporre dei brani inediti.
Anche in questo caso tutto è nato mediante il dialogo, la conoscenza tra maestro
e ospiti e dalla necessità di fare esprimere i pazienti con modalità facilitanti,
meno dirette, più autentiche e diverse dai normali strumenti utilizzati in psichiatria (colloqui, gruppi verbali, ecc). Così si sono raccolti tra gli ospiti scritti, poesie,
diari, frasi e si sono musicati assieme a loro, creando melodie, ritornelli e canzoni vere e proprie.
Abbiamo prodotto quasi una cinquantina di brani inediti, interamente scritti dai
ragazzi della struttura e musicati dal maestro di musica insieme a loro. Un vero
tesoro di contenuti, vissuti, emozioni e sentimenti autentici. Queste esperienze
hanno permesso a tante persone di aprirsi, di fare non solo leggere agli altri parti
nascoste dentro di loro, ma condividerle e trasmettere oltre che ricevere, facendoli sentire protagonisti nell’avere creato qualcosa da loro stessi, completamente.
In questo clima di condivisione, si sono potuti esprimere tutti, le persone che
avevano già competenze musicali e quelle che avevano il desiderio di imparare e
anche chi aveva bisogno di esternare i propri vissuti, si sono creati legami relazionali affettivi molto importanti tra gli ospiti, tra ospiti e maestro e operatori. Il
lavoro annuale dei gruppi ha come obiettivo generale l’esibizione nelle feste
interne alla residenza, che si svolgono due volte l’anno.
In seguito abbiamo inciso un CD con l’aiuto degli amici di Oriano che hanno
messo a disposizione la loro sala di incisione.
Dalla fine del 2008 si è delineata la band con Oriano e Stefano alla chitarra e
Robby alla voce: i Darkiska.
Il gruppo è nato spontaneamente dalla voglia di tre persone di suonare e cantare insieme, e di fare sentire agli altri la propria musica.
Darkiska è un nome che ha dato Robby, voce e vera e propria immagine del
gruppo. Lui dice che Darkiska non ha un significato unico, che cambia il significato a seconda dei giorni e delle situazioni, ma che contiene l’idea della speranza. Quest’anno hanno partecipato al concorso “Oltre il muro”, al festival delle
Abilità differenti, esibendosi al teatro Asioli di Correggio, al parco Amendola
all’interno della manifestazione “Loving Amendola” e a Tarquinia all’interno del
Festival Nazionale delle Bands Psichiatriche, presentando sempre brani inediti di
loro composizione.
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Da un gruppo nato come intervento strutturato dove la musica è usata come
strumento di comunicazione, sono nati i Darkiska, un gruppo di persone che
amano fare musica e che hanno avuto l’occasione di incontrarsi all’interno di una
struttura psichiatrica. Credo che quando provano e suonano non sia più importante chi sia maestro e pazienti, sono semplicemente i Darkiska.
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UNA CANZONE?...SI PUÒ FARE!
di Grazia Fraccon
Ho volutamente citato nel titolo uno degli appuntamenti che più ho gradito, tra i
tanti che hanno celebrato l'importante ricorrenza dei 30 anni dalla Legge
Basaglia, sto parlando del film di Giulio Manfredonia “Si Può Fare”, del quale mi
è piaciuto in particolar modo l'atteggiamento ingenuo, non inquinato da alcun
pregiudizio del personaggio interpretato da Claudio Bisio.
Quel suo fare “pragmatico” che gli permette di avvicinarsi ai malati mentali valutandone innanzi tutto le capacità e che solo dopo si scontra con il “limite”.
Non è facile addentrarsi nella sofferenza psichica senza cadere in noiosi luoghi
comuni o insensibili mediocrità.
“Purtroppo,nella nostra società, se una persona starnutisce o tossisce ha l'influenza e ci sentiamo tutti dispiaciuti per lui, riusciamo a stabilire un contatto.
Se un tale ha un tumore proviamo compassione ...mentre se uno ha una malattia mentale...diciamo 'è fuori di testa'...non riusciamo a entrare in contatto! Non
capiamo a pieno che si tratta di una malattia e questo ha conseguenze tragiche...” Bob Moses a proposito di Jaco Pastorius.
(Bill Milkoski:Jaco Pastorius la straordinaria e tragica vita del più grande bassista del mondo. Edizioni Nuovi Equilibri 2001)
Se mi fossi lasciata prendere da tutti i limiti di Sabrina Biondi Russo, quando le
ho proposto l'idea di scrivere il testo di una canzone, non sarei nemmeno partita per questa importante avventura.
L'incoscienza attribuibile al mio rapporto istintivo con la musica, mi ha lasciata
travolgere dall'entusiasmo di rendere “comunicabili” i pensieri, le emozioni, i
sentimenti di una giovane ragazza di 23 anni ospite ora della Comunità “La
Barca”, dopo diverse degenze in reparti ospedalieri e altri tentativi di inserimento in varie Comunità del territorio.
Ma la musica nel mio mestiere è un ottimo “connettore”.
Così mentre imprecavo sotto la tortura di Sabrina che mi “urlava” un testo di Fabri
Fibra nelle orecchie, in quel suo perfetto ripetere ogni singola parola, trovavo un
pezzo di lei...una connessione con il suo mondo “vissuto dentro una scatola”.
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Trovai un altro pezzo di lei in una splendida lettera di ringraziamento che scrisse
alla nostra volontaria insegnante di Ginnastica Rosaria Bedosti, nella quale
Sabrina era stata assolutamente in grado di esprimere i suoi sentimenti, con una
connessione tra gli avvenimenti che non sempre le viene facile.
Esiste un mondo parallelo fatto di educatori musicisti e psichiatri cantautori, un
mondo parallelo alla mia professione che si sposa bene con la mia attitudine di
pura musicofila.
Nella musica e nell'arte sono da sempre presenti esempi di personalità affette da
disturbi di personalità, caratteristiche di anormalità necessarie, prodigi precoci,
umori forti o atteggiamenti indomabili, eppure restiamo incantati di fronte a ciò
che ci hanno lasciato in eredità, sia esso un dipinto o un opera musicale, e conosciamo bene quanto il loro riconoscimento abbia avuto luogo ben dopo la loro
morte, avvenuta sempre in circostanze tragiche.
Diventa pertanto un piacere lavorare con colleghi che condividono le mie passioni e straordinario sperimentarne gli effetti positivi nella pratica del nostro lavoro.
Senza addentrarsi nelle questioni “colte” attribuibili alla musicoterapia propriamente intesa, è possibile notare nelle stanze dei nostri pazienti, anche ex O.P.
(pazienti provenienti da ospedali psichiatrici), i loro corredi musicali, fatti di vecchie musicassette, abilmente trasferite da una residenza all'altra, collezioni di
radio, impianti stereo, vinili, magliette degli idoli e calendari. Per non parlare di
piccole “manie musicali”, come quelle di un caro paziente cinquantenne che
ancora oggi non perde alcun annuale appuntamento con lo Zecchino D'Oro, nè
con il Festival di Sanremo.
Di fatto vorrei con semplicità ed umiltà dimostrare come nella pratica quotidiana
la musica sia presente nelle nostre “azioni” di cura o come possa essere tenuta in
considerazione nell'aiutarci a comprendere il mondo interiore delle persone con le
quali lavoriamo, partendo dalla nostra esperienza, interrogandoci sulle connessioni che legano una particolare musica ad uno specifico vissuto, alla profondità dell'emozione che una determinata canzone è stata in grado di suscitarci, fino a farci
ridere a crepapelle o piangere senza ritegno. E così può succedere di vedere qualcuno piangere per la prima volta in sei anni di cure, solo durante l'ascolto di una
vecchia canzone alla radio, magari mentre siamo in macchina.
La musica accompagna le loro esistenze, esattamente come accompagna le
nostre e spesso ne sottolinea i ricordi. Potrei citare mille esempi, di come un
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motivetto pop sia stato più efficace nel migliorare il tono dell'umore di un paziente che 100 parole di facile, ma scontato, conforto. Potrei raccontarvi di come i
pazienti hanno affrontato l'ansia ad un concerto rock, e tanto altro ancora.
Ma torniamo a noi ed alla nostra canzone.
Quando il Dott. Gaspare Palmieri mi illustrò l'idea del concorso, mi risultò immediato pensare a Sabrina. Io lo “sentivo” con il cuore che avrebbe potuto scrivere
qualcosa di significativo per se stessa e “intuivo” che poteva essere un “risultato” importante anche solo partecipare al concorso. Non esiste momento più
importante della giovinezza per “farsi sentire” attraverso la musica e comunicare uno stato dell'anima, attraverso questo veicolo così privilegiato.
Sapevo che avrei potuto contare sul mio collega e musicista Frank Paulis, per
due ragioni fondamentali. La prima per il suo contagioso entusiasmo, la seconda per l'amorevole affidabilità che avrebbe adoperato per arrivare fino alla fine.
Queste erano le premesse importanti. Non si stava giocando al concorso della
scuola, stavo per chiedere a Sabrina di scrivere qualcosa che avesse a che fare
con la malattia mentale, con l'esperienza della degenza negli ospedali psichiatrici, sulla sofferenza e sul desiderio di giustizia e di libertà.
E' stata necessaria tanta cautela, e a posteriori, non è stata forse nemmeno
abbastanza. Ho dovuto saper aspettare il momento giusto, per evitare che
Sabrina si buttasse a capofitto in un “euforico” progetto forse a rischio di eccessivo “idealismo”.
Il momento giusto arrivò una mattina del mercoledì, quando ci dedichiamo solitamente all'attività di computer. Sabrina era con me quella mattina, il concorso
era già partito, erano stati fissati i tempi ed i modi, Frank aveva dato la sua disponibilità a prendere in considerazione il testo, per poi comporre la musica e proporlo alla sua band : i Namastè.
A Sabrina bastarono alcune informazioni sul Dott. Basaglia, sulla Legge 180, e un
po’ di ispirazione, che credo abbia trovato nei nostri “anziani” pazienti, che nel
manicomio di Reggio Emilia ci hanno speso anche più di trent’anni.
Con il suo fare “selvaggio” si buttò sulla tastiera del primo computer a disposizione
e dopo quindici minuti mi chiamò per leggere quella tempesta di immagini, emozioni e parole scaturite dal suo stomaco, senza un necessario passaggio dalla ragione.
Ricordo che mi disse: “Ma io non sono capace”.
Io le ricordai che se Fabri Fibra era in grado di mettere insieme tutte quelle frasi, per
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me poteva avere qualcosa da dire anche lei, che di rap italiano ne ascoltava tanto.
Le diedi solo l'indicazione di ascoltare un ipotetico ritmo, nella sua testa, per
determinare la metrica delle frasi, e di lasciarsi andare. Tanto ci sarebbe stato
qualcuno più in grado di noi, capace di provarne a fare una vera canzone.
Quando stampai la prima copia del testo ero felice. Sabrina ci era riuscita. Non si
era fatta prendere dallo sconforto, dall' idea ricorrente di non essere capace di
fare nulla di buono, non lo aveva stracciato, non lo aveva macchiato di colore,
non lo aveva scagliato contro nessun muro, nè buttato in alcun cestino. Me lo
aveva consegnato.
Frank Paulis mi guardò incredulo e mi chiese: “Davvero lo ha scritto lei?”.
Risposi di sì.
Dissi a Frank che trasformare un’esplosione di parole in canzone sarebbe stato
comunque un compito non facile.
Il silenzio regnò fino al pomeriggio in cui ci trovammo in ufficio e Frank prese un
foglio e la sua chitarra e mi chiamò in una sala adiacente.
E lì fu la prima volta che ascoltai “Il Muro”. Una bella alchimia aveva mischiato il
mondo raccontato da Sabrina al mondo musicale di Frank Paulis.
E se posso dire quello che penso, si è trattato di un intenzionale progetto terapeutico realizzato. Cosa è il nostro lavoro se non la capacità di restituire un’idea
del mondo inaffrontabile, impossibile, angosciante, inaffidabile, in un’idea
che conservi la propria soggettività ma che possa aprirsi al possibile un po’
più praticabile?
Quel testo era stato restituito a Sabrina in modo tale che mantenesse le parti
sane, le strutture funzionanti, i contenuti efficaci, arricchito da una musica che si
ribella e che lascia ampio respiro alla speranza, qualsiasi fosse lo spessore di
quel muro del quale parlava, esso “…non sarebbe mai riuscito a dividere il suo
mondo, da quello in cui viviamo noi”.
Così chiamammo Sabrina. Mi risulta un po’ difficile raccontare l'emozione nel
guardarla mentre ascoltava la sua crisalide divenuta farfalla.
La canzone era nata, libera nell'aria.
Il giorno in cui Frank mi comunicò che la canzone era in finale, iniziai a comprendere che l'ansia da prestazione avrebbe giocato brutti scherzi a noi tutti,
che condividevamo il progetto.
Fu allora che iniziai a chiedere aiuto all'intera equipe: da un semplice testo, stava
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per arrivare un momento dove Sabrina avrebbe mostrato agli altri una faccia
diversa.
E questa faccenda stava diventando “qualcosa che dava da fare”.
Anche per me era una prima volta. E solo pochi giorni prima della finale, mi trovai a “camminare su di un lastrico di vetro, che pareva sgretolarsi”.
Sabrina era nuovamente ricoverata in ospedale, non stava bene, per niente. E
per me non c'era alcuna finale, se non ci fosse stata lei.
Come potevo immaginare che fosse stato possibile portarla ad un evento così
importante, forse anche chiassoso, proprio ad un giorno dalla dimissione da un
reparto di Diagnosi e Cura.
Così arrivò una nuova ri-conferma alla lezione che non bisogna mai essere soli
nel nostro mestiere.
Condividere le paure, stabilire le strategie, individuare le risorse ci aiutò enormemente ad accompagnare Sabrina verso l'inaspettato.
Così insieme ai colleghi Massimo Pasqualin e Luce Brighenti ed un ospite, partimmo per quella finale. Non eravamo preoccupati del risultato, credo che quello
che ci lasciava perplessi era il come Sabrina poteva reagire nel “ri-ascoltarsi” di
fronte ad un pubblico.
Come avrebbe accolto la faccenda che “una nuova e diversa parte di se’” veniva
mostrata agli altri.
A lei il difficile compito di valutarsi, accettarsi o rifiutarsi.
A lei il difficile compito di essere valutata, accettata o rifiutata.
Questa faccenda riguardava lei, Frank Paulis ed i Namastè che avevano arrangiato con grande entusiasmo la canzone.
Quella umile, innocente e disperata canzone, senza una musica, si era trasformata al punto di divenire la più bella. Il Muro di Sabrina Biondi Russo e Frank
Paulis eseguita dai Namastè quella sera vinse il primo premio. Sabrina si mostrò
al pubblico abbracciata ai musicisti felice insieme a Frank Paulis commosso.
Mi disse che aveva bisogno di bere, di fumare e di andare a casa.
Guardai soddisfatta i miei amici-colleghi e dissi: tutto è ok, ora è meglio ritirarsi.
Abbiamo fatto del nostro meglio.
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UN PONTE OLTRE IL MURO
di Radio LiberaMente
La passione per la musica ci ha unito, ci ha permesso di conoscerci e di costruire infiniti ponti tra di noi e tra noi e l’esterno. Perché non è la salute mentale a fare
da collante, ma la musica.
Ogni incontro è un passo in più per chi è spaventato dalle due ore di ritrovo, ma
poi trova la forza per uscire una serata, per chi teme di parlare in pubblico, ma poi
trova la forza di intervistare.
Per chi ogni giorno ha a che fare con il muro.
Il muro, un qualcosa di fisico, che divide ma che ci protegge. Un qualcosa di
mentale, la diffidenza o la paura di chi è dentro, che pensa di non essere in grado
di stare fuori. Un qualcosa di mentale di chi è fuori e ha paura di chi è diverso.
Allora quale è la storia di vita che raccontiamo ogni giovedì dal Vibra? Quella di
risorse e difficoltà diverse messe insieme per farci sentire, per avere voce, per
raccontare di noi e di chi ha voglia di farsi raccontare. Ci riuniamo a parlare del
più e del meno, tra amici, emozionandoci nel rivederci. Ci chiamiamo Radio
LiberaMente.
Costruiamo trasmissioni, impariamo ad intervistare, a partecipare ad iniziative in
modo attivo, magari conducendole, questo perché ci piace divertirci con la musica. Qui nella radio mettiamo assieme ciò che sappiamo fare, ognuno per le proprie caratteristiche, chi sa parlare bene, chi ha una bella voce, chi sa mettere su
musica, chi sa intervistare, chi sa commentare, chi sa riassumere, chi sa scrivere. Trovare modi per continuare a credere nelle energie e nelle risorse di tutti talvolta ci pone a confrontarci con momenti di impasse, di sconforto o di grande
carica.
Ed allora abbiamo attraversato un ponte con questa avventura di “Oltre il muro”:
siamo usciti dal Vibra, abbiamo conosciuto persone abbiamo fatto ciò che ci
piace: ascoltare musica ed uscire insieme.
La nostra radio, le nostre trasmissioni sono un modo per coinvolgere persone
esterne, è faticoso, per alcuni di noi sarebbe meglio stare al Vibra, mettere su
musica. Ci si trova meglio a giocare in difesa, perché il presentarsi davanti ad un
pubblico è una sfida.
Questo progetto ha permesso il nostro debutto da conduttori, a presentare ed
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intervistare i vincitori del concorso, e da opinionisti a scrivere sul progetto. Ci ha
permesso di mettere in pratica ciò che abbiamo appreso in questo anno di lavoro insieme.
Allora in redazione ci siamo chiesti se la follia chiederebbe alla musica di
raccontarla.
Non sappiamo, lo hanno deciso le istituzioni ed alla follia va bene così, è una vita
che decidono gli altri. La follia è spesso solitudine, nel suo muro di dentro e fuori.
La musica no, non è sola, passa tra le orecchie di tanti, è la colonna sonora della
nostra vita, tiene compagnia, ricorda storie di vita, comunica. La musica se ci
piace la pensiamo, un ritornello ci torna in mente.
La follia spaventa perché se ne parla poco e spesso in modo scorretto, connesso alla cronaca nera o come una cosa lontana. Parlarne in modo positivo è il
nostro obiettivo.
Non siamo a conoscenza di un altro progetto che abbia deciso di affrontare,
coinvolgendo band giovanili, quella “zona franca” che mette in comunicazione
musica e follia: le possibilità espressive della prima e il mondo complesso, che fa
paura, e controverso della seconda.
Diversi gruppi che hanno partecipato al concorso o interpretano il ruolo di un
paziente psichiatrico che, uscito dalla struttura in cui era ricoverato, si trova
improvvisamente a dover “dialogare” e interagire con l’esterno, o il ruolo di un
sintomo o di un pensiero o di un’ansia.
Se l’obiettivo era far parlare e far ascoltare la salute mentale ci si è riusciti e l’hanno fatto anche persone fuori dal rapporto quotidiano con la salute mentale.
Dar voce a queste canzoni significa arrivare anche a chi non vede la follia, a chi
pensa sia lontana, a chi non sa cosa sia, a chi il disagio lo prova, lo vive (anche
se poi può capitare che uno se ne possa avere a male), a chi usa la musica per
esprimere un proprio disagio.
Alcuni dei brani che abbiamo sentito sembrano la metafora della vita di
alcuni di noi.
Per quanto ci riguarda la musica è un veicolo importante per far stare insieme le
persone. Le canzoni del concorso sono un modo per esprimere ciò che si può
dire sul disagio mentale, con un modo che attira persone, con un ponte che fa
divertire e che rimane in testa.
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L’iniziativa Oltre il muro è stata un’occasione per ritrovarsi, festeggiare e creare
uno spazio di condivisione…ci chiediamo quanto tempo debba passare per
avere la possibilità di partecipare ad un’altra iniziativa simile! Perché a noi piace
emozionarci! Come pensiamo a tanti altri…noi lo facciamo con la musica….e voi?
La redazione di Radio LiberaMente
Alberto, Aldo, Angelo, Bruno, Carlo, Cecco, Davide, Luca, Lucio, Manuela, Max,
Patrizia, Sonia
Circolo Culturale Left - Social Point
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I TESTI DELLE CANZONI
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IL MURO
Namastè e Sabrina Biondi Russo
Il muro le teneva strette quelle mie catene, che mi legavano corpo e anima
e quella sensazione che sapeva un po’ di vuoto ed urla che riempivano la testa
ero l’aquila nel deserto, un pesce tutto solo in un acquario.
Ma allo stesso tempo un comandante con la granata
che voleva a tutti i costi abbattere quel muro che stava lì.
La granata era di ghiaccio, male al muro certo non faceva
era forte e fredda tra le mani, purtroppo nell’impatto non si scioglieva,
la granata e la speranza, il muro resisteva e restava lì.
Il muro lui da solo non sarebbe mai riuscito a dividere il mio mondo da quello in cui vivi tu
se solo tu sapessi che io posso anche sorridere, il muro a questo punto cadrebbe giù.
Ogni giorno che passava credevo che fosse anche l’ultimo
mentre il muro mi guardava , fiero con un ghigno che sorrideva
sono il muro dell’indifferenza, costruito ad arte dalla città
spengo il cuore della gente, strappo loro la felicità.
Il muro lui da solo non sarebbe mai riuscito, a dividere il mio mondo da quello in cui vivi tu
se solo tu sapessi che io posso anche sorridere, il muro a questo punto cadrebbe giù.
Costruito per proteggerti solo dalle mille tue paure e se nessuno ti comprende
il dottore pensa che le cure devono essere efficaci, ti daranno un po’ di serenità
dice che il mio amico alieno non esiste, è pura fantasia
che c’è un mondo più reale, aspetto solo che sia andato via
dico grazie a lei dottore, nascondendo quello che ho nell’anima
non capisce che ho bisogno solo di un abbraccio, questa è la verità.
Il muro lui da solo non sarebbe mai riuscito,a dividere il mio mondo da quello in cui vivi tu
se solo tu sapessi che io posso anche sorridere, il muro a questo punto cadrebbe giù.
Non piangevo ormai da tempo, la sofferenza è un’abitudine
un bel giorno arriva un uomo, che riempie la mia solitudine
stringo in mano la risposta questo certo, il muro lo abbatterà
È la legge 180, questa legge mi ha ridato la dignità.
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COME UN MATTO
Padre Gutierrez
Dall'altro lato della strada arrivo
e d'altro canto non è un gran mistero
in fondo è vero che nel mio comportamento c'è qualcosa di impulsivo
è poi questione di punti di vista
perché di fatto tutto ciò che vedo
apparentemente non esiste almeno a quanto dice il mio psicanalista
e c'è qualcosa che non gli ho mai detto
che in fin dei conti non andrebbe fatto
ma son distratto e credo che stavolta ve ne parlerò.
Io rido, come un matto rido, perché sono pazzo di te
e grido, come un matto grido, se io sono pazzo ci sarà un perché
forse è per via delle mie braccia tese del baciamano ad essere cortese
per dare affetto io non bado a spese e questa appare già un'anomalia palese
oppure a causa del mio tic nervoso, puoi ritenermi poco decoroso
ma ormai l'ho detto non trattengo il riso e detto per inciso non vorrei fermarmi mai.
E allora rido, come un matto rido e un vero motivo non c'è
e grido, come un matto grido, qualcuno mi spieghi perché
io rido, come un matto rido, perché sono pazzo di te
e grido, come un matto grido, se io sono pazzo ci sarà un perché.
Dall'altro lato della strada arrivo, saluto il mondo col mio bel sorriso
ma poi m'accorgo dalla sua espressione, che non è per niente del mio stesso avviso
ed è per questo che rido da solo ed è per questo che vivo da solo
ed è per questo che son sempre solo e rido.
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NESSO SCONNESSO
Carlo Togni
Se vi spiegassi il significato vero di questa canzone, mi prendereste per matto
perchè soltanto i matti capiscono il significato vero, di ogni canzone
lasciate perdere, non è roba per voi. Lasciate perdere, non è certo roba per voi.
Voi che morite di noia dentro alle vostre menti sane, così sani di mente
da potervi permettere di mentire e che usate il giudizio come un’arma esclusiva
puntando il dito sul supplizio della mia deriva.
Si dice in giro che sono malato e cosi sia
ma quella luce che vedo nel cuore, non è certo malattia
le mie parole sono figlie del vento e volano via
perchè c’è un nesso sconnesso in ogni uomo riflesso
davanti allo specchio della sua follia.
Sono diventato matto perchè ho avuto il coraggio di inseguire tutti quei colori
che illuminano da ieri e da sempre le mie deliranti visioni
annegando in una pozzanghera di coriandoli dimenticato dal mondo
nascosto dietro la seconda ombra di un recinto dove spesso mi confondo
fatto di mura su misura, fatte apposta per me. Ti sei mai chiesto chi è il pazzo? Sono io o sei te?
Potresti chiedertelo, qualche volta se vuoi,
potresti rischiare di risponderti: comunque noi.
Sono diventato matto per non sentire più ignobili idiozie
telegiornali fatti di guerre e dal perbenismo di religiose ipocrisie
e adesso intorno il silenzio ed è un rumore muto, la mia casa un immenso spazio vuoto
abito nella mia anima, che di muri ne è senza, sorrido al nulla perchè ho raggiunto
il nessun posto della mia essenza, mentre la mia radiolina è impazzita, perchè ha raggiunto dio.
Allora dimmi chi è il pazzo? Sei tu o sono io? Allora dimmi chi è il pazzo? Sei tu o sono?
Brucino le unghie del gatto, per affidare la responsabilità dei suoi graffi all’universo
quell’universo cosi perfetto che da quaggiù è cosi simile a dio.
Allora dimmi chi è il pazzo? Sei tu o sono io? Allora dimmi chi e il pazzo? Sono io o sei tu?
Potresti chiedertelo, qualche volta se vuoi, potresti rischiare di risponderti…
Comunque è questo che sono e cosi sia
ma quella luce che ogni uomo ha nel cuore, non è certo malattia
i miei pensieri li ho visti nel vento, che volavano via
perchè c’è un nesso sconnesso, in ogni uomo riflesso, davanti allo specchio della sua follia.
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E TUTTO È UN GIOCO
Darkiska
Qui non mi piace neanche un po’
perché non c’è la libertà!
Sogno nella notte infranto e chiuso qua.
Ma ci saranno giorni migliori
dei giorni dei nostri cuori,
tra mille fiori dipinti, la mia fiamma arderà.
Cerco una vita nuova, via da questa via,
dove la gente ti giudica e non lo sa,
e allora via, via fuori di qua!
Siamo o non siamo noi?
Se la morte è libera.
Se domani arriverà non mi prenderà!
Cerco una vita nuova, via da questa via,
dove la gente ti giudica e non lo sa,
e allora via, via fuori di qua!
Tu chi sei? Non lo dire…
Ma se vuoi…
Affronto la città, vedo la gente
ubriacarsi qua e là;
affronto la città con pregiudizio
della gente indifferente!
Cerco una vita nuova, via da questa via,
dove la gente ti giudica e non lo sa,
e allora via, via fuori di qua!
Tu chi sei? Non lo dire…
Ma se vuoi…
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IMPARIAMO A VOLARE
Fermata Fornaci
Cosa bisogna dire, cosa bisogna fare
dove bisogna andare, per nasconder la paura
scruta dentro te stesso e scoprirai che spesso
non sei la sola causa del malessere che hai.
I pregiudizi sono le catene di oggi
ci rendon prigionieri dei timori della gente
che ha paura del contatto con le diversità
temute persino dalla buona società.
Hai dormito sempre sonni tranquilli?
Non ti ha mai assalito qualche perché?
Come quando un sogno tramontando ti ha fatto trasalire
prima che il sogno successivo ti potesse assorbire.
Tanta strada ancora abbiamo da fare a volte siamo pacchi da dimenticare
Ci sono persone che ci vogliono aiutare, persone delle quali ci dobbiamo fidare.
La nostra sofferenza non è mica un problemino
da curare con ricette scritte in un cioccolatino.
E qui c’è un gran bisogno di molta comprensione
non di quella religione che si chiama compassione.
Tanta strada ancora abbiamo da fare,a volte siamo pacchi da dimenticare
ci sono persone che ci vogliono aiutare,fidiamoci di loro e lasciamoci un po’ andare.
Ogni essere umano ha diritto di star bene
senza impedimenti ostili e speculazioni di iene.
Star bene è un diritto non è una pretesa
che spicchi il volo chi sta male
verso una mano tesa.
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PIÚ IN FONDO DELL’INFERNO
Fuali
Cammini su un sentiero di stracci e spazzatura
hai perso ogni speranza di una buona ventura
le borse sotto gli occhi di un sonno disperato
avuto solo in grazia di un cocktail calcolato.
È il medico che dosa e alterna gli ingredienti
tu inghiotti e digerisci malgrado gli eccipienti
la gente non ti vede o non ti vuole vedere
e fumi i tuoi minuti davanti ad un bicchiere.
La diagnosi impietosa ti pone sul crinale
bersaglio troppo facile per chi vuole sparare
lo stigma è trasparente: alcolista o drogato
o forse schizofrenico, meglio ospedalizzato.
E uomini in divisa chiamano l’ambulanza
all’ospedale contengono legati in una stanza
ora bestemmie e grida salgono fino al cielo
ricovero coatto: tu vedi solo nero.
Il mondo e i suoi colori, quel po’di libertà
hai perso in un istante, ti affidi alla pietà
vetri che non permettono di vedere all’esterno
sei piombato nel fondo più fondo dell’inferno.
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COMPORTAMENTO DA PAZZO
MonnaLisaClacson
Il signor Rossi vende trattori grossi
lavora anche la domenica per fare soldi
ma la mattina lui va a messa
perché nella morte non sa cosa lo aspetta
Il panettiere anche lui a messa
è già sveglio da molte ore
nel suo dormire non è normale
rispetto alle altre persone
E i patimenti di un uomo e la sua donna
e lo scolaro che ubbidisce
e poi c’è un pazzo che smadonna
e una madonna che impazzisce
E poi c’è un pazzo che ama i brutti
e ce n’è uno che ama i belli
e ancora un altro che ama i belli e i brutti
e infine uno che caccia sol dei rutti
Ed ecco un bimbo che uccide i bambolotti
e la sorella che ama dare fuoco
una ninfomane che ha perso i denti
con il sorriso da pallottoliere vuoto
Un uomo alto a cui è andata male
la vita, l’amore, il suo lavoro da cane infame,
ma non pervinto, la testa gli si apre
su un’altra strada diversa dalle altre strade
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Su di una porta, una targhetta d’oro
due guanti bianchi come la coscienza
io malato, lascio parlare loro
che la mia mente non sa di sapienza
E un esaltato brandendo un pugno in mano
la bava di una folla di coglioni
urla di vivere in un certo modo
è un pazzo che non tollera altre visioni
x2:
Se siamo pazzi, lo siamo tutti.
Se siamo vivi, siamo figli della follia.
Sono pazzi sia i belli che i brutti.
Non esiste il comportamento della pazzia.
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IL SILENZIO DELLE TUE NUVOLE
Luca Liviero
Il silenzio delle tue nuvole, il vento dei miei sguardi
penso a te anche quando non mi guardi.
Sto cercando me stesso, ma non mi scoprirò mai,
voglio solo che sia adesso, quel momento tra di noi.
Sento il mio risveglio, l’accarezzo come non mai,
penso al mondo che ho stravolto.
Un gioco nuovo nei miei guai,
i tuoi sguardi li ricordo, ma mi chiedo perché
mi soffermo a guardarla, anche quando non c’è.
Freddo acciaio, un destino non ce l’ho,
ma il mio affronto, sarà il padrone del mio no.
Il silenzio delle tue nuvole, il vento dei miei sguardi
penso a te anche quando non mi guardi.
È un gioco di errori, non trovo soluzione,
la mia mente mi guida, comincia la sfida.
Ripensando ai sogni, alla loro ipocrisia
voglio solo che non sia tolto nulla della vita mia.
Continui a guardarci, muovi le tue pedine
per te è solo un gioco, l’importante è il tuo scopo.
Mi rinchiudo in me, nella mia volontà,
di capire perché tutto questo
un giorno finirà.
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LA DIFFERENZA
Maurizio Toffanetti, Marie Paule Kobus, Alessandro Greggia
I tuoi occhi mi penetrano l'anima
e scrutano il male oscuro della mia vita
non vorrei possedere questa trasparenza
ma non posso nascondere la mia innocenza
E’ vero, so di essere diverso,
marginale, discusso, estroverso,
senza limite ne costrizioni
libero le mie emozioni.
Utopia, malessere, diffidenza,
odio, sguardi e sofferenza
"il prezzo amaro della differenza"
il prezzo amaro della differenza.
Le mie paure mi trasportano
in un mondo immaginario
dove la normalità sono io
e coloro che mi assomigliano.
Non questa gente regolare
che non sa’ riflettere, dare,
un po’ d'amore, un gesto banale
per sentirmi anch'io normale.
Utopia, malessere, diffidenza
odio, sguardi, sofferenza,
il prezzo amaro della differenza
che pesa sulla nostra coscienza.
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MANICOMIOUFFICIO
Vanesia
In manicomio ci vado tutti i giorni
la gente dice che è normale
ho un cartellino per identificarmi
loro lo chiamano andare a lavorare.
Non importa chi sei! Non importa chi sei!
Sei quello che fai! Sei quello che fai!
Non importa chi se! Non importa chi sei!
Sei quello che fai!
8-12-14-18
Do i numeri!Do i numeri! Forse sono matto o no
Forse è la società che è malata davvero…
Sacrificio per chi?
Ma alla fine a che cosa serve il denaro
se non hai tempo per spenderlo,
è palesemente illogico!
In manicomio ogni cosa è programmata
ed ogni giorno sembra uguale
passo le ore a fissare una schermata
ed ora ho perso il mio equilibrio mentale!
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FAMIGLIA PAZZIA
Tappeti Sonanti
La casa dei Pazzi è l’ultimo dei sette palazzi in fondo alla via,
entrare è facile basta suonare Famiglia Pazzia.
Al primo piano ci ho dormito anch’io, in un letto sfatto in compagnia di Dio.
Col capo chino su un cuscino bagnato, ho piano e chiesto il tempo fosse tornato,
ho lottato, gridato, preso a calci il mio cuore di vetro.
Ma il focolare di quella stanza è all’ultimo piano:
la stanza rossa e al centro il gran divano, comprato da chi con due soldi di follia,
è entrato scalzo nella Famiglia Pazzia.
La Dama Bianca denudò i suoi seni e il vagabondo ne succhiò i veleni,
un altro uomo saltò lì dal tetto,
il quarto invece ci fece un giretto, la moglie del capo ci fece l’amore,
la figlia del morto ne cambiò il colore.
Prima di entrare a piedi nudi nella stanza del delirio
ne parlai ben bene col Bianco Coniglio, che altero e impettito continuava a dire
che era l’unica via per poter morire.
Distrutta e affranta da quell’assurda presenza, predisposi con cura la mia partenza
e agghindata a festa come un’ago di Pino, versai la Speranza in un bicchiere di vino.
Sette vite persi in quel palazzo, sette manciate di dolore,
sette punti, sette bende, sette anni, sette ore,
sette nasi rossi da pupazzo e vomitare la vita, abbracciando la Pazzia,
che poi chiamai Sorella Mia.
La casa dei Pazzi è l’ultimo dei sette palazzi in fondo alla via.
Entrare è facile basta suonare Famiglia Pazzia.
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L’ALLEANZA
Judy Lee
Il neon è spento e il dottore è andato via sbuffando un po’.
L’infermiera vuole andare in Africa, ma è ancora qua.
La donna delle pulizie ha un’uniforme sul comò,
la stira ogni giorno ma non mi dice per chi lo fa.
Mi sento solo accanto a te.
Dammi un’ora e ti spiegherò
la mia proposta per allearmi con te
che hai la forza in più di me.
Mio padre ha un’ultima occasione e non la sprecherà.
Mia moglie mi guarda in faccia e piange, ma non per me.
Il volontario, una volta al mese, dice che mi salverà,
stringe i pugni in tasca, pensa ad altro ma non so cos’è.
Mi sento solo accanto a te.
dammi un’ora e ti spiegherò
la mia proposta per allearmi con te
che hai la forza in più di me,
che hai la forza in più di me.
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PRIGIONIERO DI SÉ
Miss. Ba. Ro. Lo.
Si chiude una porta, ti cambia la vita, ti senti perduto in un metro quadrato
muore la gioia, non hai più speranza, dividi la cella con chi non conosci
ti senti schiacciato da una condanna, che ti vuole colpevole e forse lo sei
ma al punto in cui ti trovi non ti serve gridare, hai sono cambiato posto alla tua prigione
da una cella virtuale fatta di preconcetti e di ipocrisia, ad una cella di cemento intrisa di
follie tutta la vita è una galera, che costruisci coi tuoi eccessi
sei prigioniero di te stesso, sei prigioniero di te stesso
sei prigioniero solo delle tue paure
sei prigioniero d’un passato che non puoi dimenticare
sei prigioniero di ciò che non vuoi vedere, perché hai paura di soffrire.
Cerchi libertà di pensiero e di parola
ma rinchiudi la tua mente in un labirinto di scuse
che ti privano della vera libertà
libertà che non puoi trovare fuori di te
ma solo dentro, ma solo dentro, ma solo dentro, dentro, dentro, dentro di te
in un qualunque posto ti trovi, se non abbatti i tuoi muri
non puoi librarti nel cielo della vita
non chiuderti su te stesso
ma apri le braccia come Cristo
e grida al mondo io sono qua
non chiuderti su te stesso
ma apri le braccia come Cristo
e grida al mondo e grida al mondo
e grida al mondo e grida al mondo
io sono qua, io sono qua, io sono qua, io sono qua, io sono qua
io sono qua, io sono qua, io sono qua, io sono
non chiuderti su te stesso, ma apri le braccia come Cristo
e grida al mondo e grida al mondo e grida al mondo
e grida al mondo e grida al mondo
io sono qua, io sono qua, io sono qua, io sono qua, io sono…
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MARCO CAVALLO
Alex Pescarolo
La verità sulle atrocità che può compiere l’uomo
era dentro queste quattro mura
vieni qui tre minuti con me
ti farò percepire qual’era
qual è la mia atroce paura.
Dall’elettroshock ai farmaci un po’
puoi farmi star zitto o salvarmi
non c’è più dio non ci sono più io
dentro di me solitudine fuori dolore.
Forse tu non lo sapevi ero vicino
ma tenuto nascosto
ora invece mi vedi
non so in cosa credi ma ascoltami
forse dovrai interpretare i miei sguardi
se vuoi ritrovarmi e non perdermi.
Io ti sento, io ti sento,
sono qui per non farti cadere giù.
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LA MIA MALATTIA
Repetra
Guardami mentre tutto gira
guardami mentre tutto esplode
dentro di me.
Tutto vola via leggero
guarda e ridi un po’ anche tu.
Tutta l’aria che respiro è torbida
conigli viola che girano e rigirano
luci soffuse che mi sorridono.
Le gambe tremano
non ce la fanno più.
Tutto sparisce via, forse pazzia,
la chiamano follia.
Tutto sparisce via, è pazzia,
La mia malattia.
L’anima come ogni cosa è sospesa
galleggia nella polvere.
Il camice bianco ti guarda
e ride pure lui.
Non guarisci più.
Tutto sparisce via, forse pazzia,
la chiamano follia.
Tutto sparisce via, è pazzia,
La mia malattia.
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NEOREMA
Neorema
Ho perso il senso che spinge a credere
mentre vivo non lo vedo
mi toglie il fiato e lascia lividi
per strappare ogni difesa.
Dolce veleno, sono ancora perso.
Se ne andrà il germe di follia.
Cresce, nuotando nel vuoto.
Se ne andrà, come una malattia.
Cado, se resto nel buio.
Il compromesso è ciò che amplifico
mentre grido non mi senti
inizio è fine, il resto è un alibi
che ti uccide se lo accetti.
Dolce veleno, sono ancora perso…
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VOLTERRA
Where I Sleep
Sono trascorsi trent’anni dall’ultima volta che ho visto le stanze di questo luogo
ora sembra tutto diverso, i pavimenti sono ingombri di vetri che riflettono la luce del sole.
Pareti e soffitti si incurvano lievemente in ogni direzione possibile,
e lungo i muri l’intonaco sgretolato si mischia ai frammenti di vetri
capelli e unghie spezzate.
Ricordo ancora come fosse ieri il giorno in cui mi hanno detto che potevo tornare a casa
ho guardato l’infermiere che mi aveva accompagnato fino alla porta
c’era qualcosa che voleva dirmi ma non sapeva come cominciare
le lacrime gli scendevano giù lungo il viso, lo sguardo fisso sulla sua mano destra,
appoggiata alla mia spalla
fuori nella valle c’era solo il vento che sollevava la polvere dalla strada
e scuoteva le cime spoglie degli alberi.
L’angoscia che mi pervade nel rivedere quei luoghi non è molto diversa
da quella che provo ogni giorno da quando sono libero
e solo ora capisco che valore abbiano la libertà
e la mia vita che è stata solo una tra le tante possibili.
Ricordo solo che era estate il caldo era soffocante e non c’era un alito di vento
Mi rimane solo una mappa disseminata di pensieri che rincorrono parole
che non si chiudono mai in una definizione
tutto questo sembra avere un senso ma in realtà non ne ha
come le persone che incontro per la strada e non si accorgono del tempo che passa
e di come cambia ciò che li circonda.
Ho come l’impressione di vivere in una serie di frammenti senza né asse né centro
questa sera vorrei poter riavere i miei sogni.
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KANDINSKIJ
Baffodoro
Semplicemente vendo le mie idee
toglierò la polvere da me
chimicamente scopro ciò che fai
scendere la scala degli dei
navigare il male, lucidando i miei
fallimenti marci ipocriti.
Sadicamente lacerandoti
assaggio surrogati di piacere
ancora arde la mia malattia
salvarsi senza sembrare normale
lamenti, percosse, bestemmie e fantasie
vuoti di memoria fragili.
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SENZA ALI
Linfa
Gettati nel vuoto e poi prega di saper volare
la natura è immorale, non ti deve niente.
Labbra che si mordono, mentre voi andate oltre
Mani che si avvinghiano tra loro per non esser sole.
Perché non scegli me? Perché non vieni a prendermi?
E’ indispensabile cadere per avere attenzione?
Scelgo di sbagliare strada, di non sapere dove vado
le luci sono accese, ma io tengo ancora gli occhi chiusi.
Le ore colano sui muri, i giorni mi precedono.
Non è mai cambiato niente, non hai mai cambiato niente.
Sono ancora senza ali, non le ho avute mai
non è mai cambiato niente, non ho mai cambiato niente.
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ARKHAM TOUR
My speaking shoes
Lei attraversa lentamente la mia porta
per mascherare il suo abuso
sa che parole usare
come un topo incantato dal flauto
impazzisco
e mi sento intrappolata
intrappolata nel mio cervello
paranoia mia vecchia amica,
paga la sua visita un’altra volta,
non c’è tempo per pensarci.
E sei già corsa via
e ancora una volta vendo Jekill per il mio mister Hide.
Lei attraversa lentamente la mia porta
per mascherare il suo abuso.
Sa che parole usare
incessante come una vena che batte.
E rischia di bruciare
di bruciare nel mio cervello.
Paranoia mia vecchia amica,
paga la sua visita un’altra volta,
non c’è tempo per pensarci
e sei già corsa via
e ancora una volta vendo Jekill per il mio mister Hide.
Farei di tutto per il mio mister Hide.
Farei di tutto per il mio mister Hide.
Paranoia mia vecchia amica,
paga la sua visita un’altra volta
non c’è tempo per pensarci
e sei già corsa via
e ancora una volta vendo Jekill per il mio mister Hide.
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DISAGIO GIOVANILE
Rebel Flag
Ogni tanto penso che posso perdere i miei guai
ma rimango qui
ogni tanto penso che queste sensazioni
siano vane e non posso fingere
non so perché nel mio profondo
rimanga gentile, rimanga cieco
ci dev’essere una ragione oscura
perché io non riesca a trovare pace nella mia mente.
Ah…
Bene, qualcuno potrebbe dirmi perché
non riesco a togliere il fumo
e potrebbe dirmi perché qualche volta
vorrei poter volar via lontano
sì, lo so che sono un sognatore
e forse è solo uno scherzo
ma non posso smettere di sognare e di scherzare
nonostante dovrei trovare altre vie..
Ah…
Qualche volta penso di aver paura di vedere la luce del sole
e qualche volta penso di aver paura di sentire l’oscurità della notte
sì, mi piace suonare la musica
e cantare le mie canzoni, giusto per divertimento
e non so se tutte queste sensazioni siano giuste o sbagliate.
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IL CAMMINO VERSO LA FOLLIA
Reverve
Lei si muove intrusa in me
e il suo odore mi fa gola,
poi si muove per tirarmi giù
vorrei andare…
vorrei una stabilità
vorrei una stabilità
Lei si muove intrusa in me
e il suo odore mi fa gola,
qui si muore brilla lassù
vorrei andare…
vorrei una stabilità
vorrei una stabilità
vorrei una stabilità
vorrei una stabilità
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AL CAPITANO DI QUESTA BARA
Comedi club
Come un cavallo senza briglia, verso sera un giorno
come un fanciullo buono senza vento, un senza tribù
come un vascello, senza vele, dentro il mare al porto.
Dal cielo il vento: fammi andare o impazzirò.
Olio alle corde grida e sputa sopra i fatti tuoi.
La nave partirà per dove no non lo saprai mai.
C’era un gran buio dopo un po’ e un brivido d’inverno
più freddo non avremo finché il cielo resta su
vento alla poppa che dal freddo riscaldò d’inferno.
Ah capitano la tua barca imbarca invidia nella mia bara.
D’amore chi ce n’ha, ne tenevo un po’ da parte
Ad esser sinceri disse non ci basterà
serve il tuo!!
Olio alle corde grida e sputa sugli affari tuoi.
Di marca o contrabbando no non lo sapremo mai.
Vento al culo e senza briglia do dei soldi a chi lo piglia.
C’era un vascello senza vele dentro il mare aperto,
casse di rum col mondo dentro ed anche tu sei là.
Olio alle corde grida e sputa sui parenti tuoi.
La nave partirà e la rotta prima o poi lo sai.
Olio alle corde grida e fottiti con quel che vuoi,
la nave partirà e la rotta prima o poi la scoprirai.
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L’IMMAGINE REALE
Novelune
Quest’attimo che sfugge non è servito a niente.
Se ho occhi per guardare ciò che è scritto in cielo
ti aggiri tra la gente muta e indifferente
e non riesci a distinguere il vero
nell’imbarazzo di una scelta troppo ardita
non riesci ancora a comprendere
ma sai rimuovere l’immagine perdente
di chi ti vuole un po’ più fragile.
E verrà a prenderti l’immagine che c’è
e sarà reale consuetudine in me.
Non hai riscontri, ma sai già come muoverti
accoccolandoti tra le tue abitudini
e navigando su quei dubbi insaziabili
ma calpestando cieli scomodi.
Fino a quando tu salterai
in quell’attimo tu, tu vedrai.
E verrà a prenderti l’immagine che c’è
e sarà reale consuetudine in me
E verrà a prenderti l’immagine…
Sarò sicuro, sarò forte, sarò ciò che voglio,
ma devo decidere dove sto guardando la mia anima.
Sarò un uomo forte, sarò un uomo sbagliato
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LA RETE
Vicolocorto
Dentro la rete, la tua coscienza è rimasta lì
infreddolita, intrappolata nelle lancette della quotidianità.
Rompi la rete, togli gli inganni, le tue bugie
guarda lo specchio, sembri più vecchio ma non è colpa sua.
Taglia la rete, slega i tuoi sogni dai pensieri tuoi
il vento soffia, brucia più forte il tempo che scappa via con lei.
Si consuma lento il ghiaccio che hai,
nel bicchiere dei tuoi giorni.
E’ leggera guarda sta già volando via
va via come la luna, si nota appena corre via.
E’ leggera guarda sta già volando via
dipingi la tua tela non fartela rubare, adesso no!
Con la tua rete puoi catturare la sua allegria
lei ti è vicina, come il respiro ti seguirà finché ci sei.
Forse la rete è sempre stata la tua malattia
credimi amico, non puoi durare a lungo senza di lei.
Cercala dentro le stanze aperte della tua follia
il vento soffia, ti bagna il cuore di vita e d’ironia.
Si riscalda lento il ghiaccio che hai
nel bicchiere dei tuoi sogni.
E’ leggera guarda sta già volando via
va via come la luna, si nota appena corre via.
E’ leggera guarda sta già volando via
dipingi la tua tela non fartela rubare, adesso no!
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IL CIRCO
MilaServeAiTavoli
Buonasera brava gente, proseliti qua e là
dipende l’occorrenza, veniamo punto a caso
da un popoloso porcaio, per tentar di divertirci un po’
di solito mi trovo sola, a fare cerchi in un pavimento
lastricato in marmo bianco, liso al bordo
gradino per gradino, dalla luce al fievole tetro ebano,
per me redolente libidine sono le vostre facce felici.
Vagolare fideistico della mia bell’età
sarà brutto invecchiare, ma peggio lasciare giovani
questa sonora risata ah ah, ah, ah, ah, ah, ah
prima e dopo il mio spettacolo, sono solo una serva,
qui è tutto del padrone del tendone
che predica sempre errare è umano
ma perseverare è diabolico.
Glori, glori, alleluia
Col pretesto del rispetto, intollerante efferato
riluttante nel finir, quel che ha iniziato
ma lunga la strada, stretta la via
voi dite la vostra, che io ho detto la mia.
Per me redolente libidine sono le vostre facce felici.
Vi ringrazio tanto e aspetto tutti prima o poi
nel nostro dantesco gitano girone.
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RITMO DI LUNA
Marshell
Definire quello che siamo non è facile
donne col cuore legato, da un amore sfumato.
Noi siamo tutto e niente, qualcosa che sfugge anche alla mente
Occhi profondi e assorti in corpi viandanti e polimorfi.
Uguali e diverse idee manifeste.
Tutto ridicolo e folle forse, ma scoppia dentro e fa male
e l’amore di tutte le lune, di nuovo si posa e cattura
la carta bianca e vive forte e dolce
ed io con lui…
Donne guerriere d’amore, contro il loro dolore
donne che fan violenza, perché han perso la pazienza
donne che hanno paura, di un mondo che in fondo le cattura
donne che a dirsi ti amo, han poi bisogno di un divano
ma questo amore, esiste Signore!!!
Vivere veramente ogni momento di te, parole al vento
e attesa illusa di averti accanto, ancora un poco
socchiudo dolcemente i miei occhi e tu forte e dolce
vivi in me nel sogno…
Socchiudo dolcemente i miei occhi e tu forte e dolce
vivi in me nel sogno…
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UN GIORNO DI ORDINARIA DEPRESSIONE
Piovedistravento
Le piante sono morte, perché non le ho annaffiate
ho diecimila scuse, forse sono un po’ svenute
sono rimasto solo, ad ascoltare il freddo
dodicimila insetti, che cantavano in falsetto.
Ahii!
Nel forno ci ho trovato,un millepiedi e gli ho parlato.
Ahii!
Nel frigo vuoto un moscerino, mi ha guardato.
Era: congelato , sbalordito, attonito.
Pioveranno rane stanotte!
Pioveranno rane stanotte!
Pioveranno rane stanotte!
Se non torni qui, ho recitato male
nel film dei miei difetti
penso che andrò all’Ikea
a bere whisky coi commessi.
Pioveranno rane stanotte!
Pioveranno rane stanotte!
Pioveranno rane stanotte!
Se non torni qui.
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UN PO’ DI LUCE IN PIÚ
T.E.O.
Apro gli occhi con lo sguardo di chi sa che altre ombre passeranno sulle labbra.
Altri sogni poi cadranno in lontananza, senza il minimo disturbo per
chi non ha coscienza.
Quasi sento respirare il buio, nel silenzio tutto è freddo, tutto tace.
Ma anche quando quella goccia di speranza, affonda nella pelle cercando l’impazienza
cerco nella notte risposte ai miei perché, non trovo altro che foto sparse di me.
Una accanto all’altra come per incanto, svaniscono i colori e ritorno al mio pianto.
Almeno tu riscaldami dalle paure che mi abbracciano,basterebbe un po’di luce in più
in questo buio che non lascerò, mi hanno detto “non puoi restare”.
Mi hanno urlato “fatti curare”.
Mi hanno scritto sulla faccia che non avevo niente di normale.
Tutto è nato da uno sbaglio fatto solo per amore
di chi poi mi ha rifiutato per non sentirsi male.
Cerco nella notte risposte ai miei perché, non trovo altro che foto sparse di me,
una accanto all’altra, come per incanto, svaniscono i colori e ritorno al mio pianto.
Almeno tu riscaldami dalle paure che mi abbracciano.
Basterebbe un po’di luce in più in questo buio che non lascerò.
Per ogni volta che ho avuto freddo, per ogni volta che non sono stato accolto.
Per ogni strana coincidenza, che legava la speranza
alla voglia di vedermi fuori da una stanza.
Basterebbe un po’ di luce in più
in questo buio che non lascerò.
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L’ENFANT
Pangea
D’ogni tuo fiore ho perso lo stelo
d’ogni petalo in pugno,
reso l’odore
saprei perdermi
non vorrei credermi.
Inerme, e come verme
vender cara la pelle.
Oh mon ami.
Ami ogni tuo sporco piacere
ogni tua cessata sconfitta
sobria la libertà, libera la scelta
di stringere l’amato peccato.
L’enfant contre le route.
E dei tuoi resti spoglierai le mura
e di ciò che vorresti culleresti l’urla.
Eludermi non puoi
del tuo gesto, implacabile tormento.
E la tua voce è un ricordo vago
è aria che chiudo fra le tue mura
so di non sorprenderti.
Sapresti eludermi
tra queste gocce di rugiada.
E la tua follia mi riempie gli occhi,
i tuoi occhi sono pieni della mia follia.
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SICK IN THE HEAD
Blue Balls Monkeys
Sabato notte, indosso i miei vestiti
allora esco, perché odio gli show televisivi
vado al negozio per comprarmi un pacchetto di sigarette
la notte sta correndo senza freno dalla mia testa alle mie gambe.
Malato nella testa, stando in attesa
oh baby vieni giù in città con me!
Fumo una sigaretta, ho un ragazzo alto
la vita è uno scherzo, il corpo un giocattolo
la notte è veramente scura e urto la strada
guidando una macchina con gli occhi chiusi.
Malato nella testa, stando in attesa
oh baby vieni giù in città con me!
Io non conosco veramente dove sia lo scopo
io so solo che amo il rock and roll.
Quando sono felicemente triste, io vivo nella notte
stando in attesa mi sento bene.
Malato nella testa, stando in attesa
oh baby vieni giù in città con me!
Malato nella testa
Malato nella testa
Malato nella testa
Malato nella testa
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Gli autori
Gaspare Palmieri, medico psichiatra e cantautore, Ospedale Privato Villa Igea
Lucia Zanni, medico psichiatra, Ospedale Privato Villa Igea
Grazia Fraccon, educatrice professionale Comunità Socio riabilitativa La Barca
Leo lo Russo, Direttore Sanitario, Ospedale Privato Villa Igea
Simona Arletti, Assessore alle politiche per la salute del Comune di Modena
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