SITI – anno quarto numero uno – periodico trimestrale – gen/mar 2008 – Poste Italiane S.P.A. – Spedizione in abbonamento postale – D L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n° 46) Art. 1, comma 1, DCB Ferrara
Superare la frammentazione dell’offerta turistico-culturale
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Una “museizzazione” dolorosamente necessaria
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Cultura e impresa, una scommessa in cui credere
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Il ruolo strategico dell’immaginario collettivo
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Un paesaggio da conoscere e da difendere
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Intervista allo scrittore iracheno Younis Tawfik
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Il paesaggio letterario
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Il Piano di gestione come Piano dei Piani
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I ponti dell’Unesco
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Gli alberghi diffusi
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Edimburgo, perfetto connubio di passato e presente
SITI • GENNAIO/MARZO 2008 • ANNO QUARTO • NUMERO UNO
SITI • anno quarto • numero uno
gennaio/mar zo 2008 • anno quar to • numero uno
TRIMESTRALE DI ATTUALITÀ E POLITICA CULTURALE
Associazione Città e Siti Italiani Patrimonio Mondiale
UNESCO
Siti
Trimestrale di attualità e politica culturale
dell’Associazione città italiane patrimonio mondiale Unesco
gennaio/marzo 2008 • anno quarto • numero uno (undici)
Sede: Piazza del Municipio, 2
44100 Ferrara
tel. 0532 419452 fax 0532 419263
[email protected] - [email protected]
www.sitiunesco.it
Direttore responsabile
Sergio Gessi
Coordinatore editoriale
Fausto Natali
Hanno collaborato a questo numero:
Patrizia Asproni, Maurizio Cecconi, Ascanio Celestini, Giuseppe
Alessandro Ciambrone, Adriano Cioci, Giancarlo Dall’Ara, Paola
Donatella Di Vita, Vittorio Emiliani, Claudio Fedozzi, Domenico Luciani,
Laura Mapelli, Raffaele Milani, Giacomo Natali, Roberto Pomo, Lucilla
Previati, Luca Rossato, Younis Tawfik
Autorizzazione del Tribunale di Ferrara n. 2 del 16/02/05
Progetto grafico e impaginazione
Antonello Stegani
Impianti e stampa
Tipolitografia Italia
Via Maiocchi Plattis, 36 – Ferrara
Si ringraziano Comuni, Province e Regioni per l’invio dei testi e del materiale
fotografico.
Crediti fotografici:
Elsa Mezzano, Ente Provinciale del Turismo di Caserta, Associazione Culturale
Nema, Mario Donadoni, Giacomo Natali, Andrea Bonfatti, Maurizio Caselli,
Alessandro Zangara, Raffaele Milani, Associazione Nazionale Alberghi Diffusi, Luca
Rossato, Parco del Delta del Po, Comune di Piazza Armerina, Comune di Barumini,
Comune di Porto Venere, Comune di Ferrara, Comune di Verona
L’editore è a disposizione degli aventi diritto per quanto riguarda eventuali
illustrazioni non individuate.
In copertina: Verona
AUTORI E INTERLOCUTORI
Patrizia Asproni – Direttore beni culturali del Gruppo Giunti. Presidente di Confcultura, Associazione Nazionale delle
Imprese private per la gestione, la valorizzazione e la promozione dei beni culturali. Segretario Generale dell’Associazione
Amici degli Uffizi, organizzazione no-profit che cura il fund-raising, le attività di restauro e le donazioni per il Museo. E’
membro della Commissione Cultura e del Comitato Tecnico “Organizzazione e marketing associativo” di Confindustria.
Maurizio Cecconi – Amministratore Delegato di “Villaggio Globale International”, società che ha curato più di 100 grandi mostre e oltre 60 progetti di valorizzazione dei beni culturali in Italia e nel mondo. Già consigliere comunale e assessore
a Venezia. Protagonista del rilancio del Carnevale di Venezia insieme a Maurizio Scaparro negli anni ‘80. Ha scritto articoli
ed interventi per numerosi quotidiani e riviste. Docente in master e corsi di specializzazione per le Università di Genova,
Padova, Girona (Spagna), Torino, Bologna e per la Cattolica. Consigliere di Amministrazione della Fondazione ArtMedia di
Bruxelles.
Ascanio Celestini – Attore e drammaturgo. Uno dei più rappresentativi esponenti della seconda generazione del “teatro
di narrazione”. I suoi spettacoli, frutto di un lungo lavoro di ricerca, sono incentrati sulle sue grandi capacità affabulatorie.
Ha scritto ed interpretato molti lavori teatrali (Cicoria, Baccalà, Fabbrica, Il racconto dell’acqua, Vita Morte e Miracoli, La
fine del Mondo, Radio clandestina, Cecafumo, La pecora nera, Scemo di guerra), ricevendo altrettanti riconoscimenti (UBU,
Bagutta, Fiesole under 40, Satira Politica, Fescennino d’oro, Vittorio Gassman e Hystrio). Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive (Parla con me, La storia siamo noi).
Giuseppe Alessandro Ciambrone – Architetto. Vincitore nel 1998 del concorso nazionale “Qualità del patrimonio
edilizio postale”. Unico premiato in Italia dalla “Fulbright Thomas Foglietta 2003-04 - California University” per un progetto
di sviluppo economico del mezzogiorno. Vincitore quest’anno di uno dei cinque master UNESCO in “Management del
Patrimonio dell’Umanità” - University College Dublin. Presidente Club UNESCO Castel Volturno (CE) e dell’Associazione
Albergatori Litorale Domitio.
Giancarlo Dall’Ara – Presidente dell’Associazione Nazionale degli Alberghi Diffusi. Autore di numerose pubblicazioni
sulla materia turistica. Si occupa di turismo dagli anni ’70. È stato responsabile organizzativo della Cooptur Emilia Romagna,
direttore di Unitur, e poi docente di Marketing del Turismo all’Università di Perugia. Ha elaborato Piani di sviluppo per Enti
turistici pubblici e privati in quasi tutte le Regioni d’Italia. Ha coordinato per molti anni l’immagine del Trentino turistico,
ha elaborato gli ultimi Piani di marketing della Regione Sardegna, ha lavorato per conto della Regione Valle d’Aosta e della
Regione Emilia Romagna.
Vittorio Emiliani – Giornalista, inviato del “Giorno” e del “Messaggero” che ha diretto per sette anni. E’ stato deputato
e poi consigliere della Rai. Ha pubblicato una quindicina di libri fra i quali “Se crollano le torri” (Rizzoli) dedicato ai beni
culturali. Ha curato per il Touring alcuni Libri Bianchi su Musei, Beni ecclesiastici, Beni archeologici e Paesaggio. Per Raidue
ha realizzato nel 1989 una inchiesta in sette puntate sui beni culturali. Per alcuni anni ha curato “Bellitalia” (Raitre). Presiede
il Comitato per la Bellezza.
Domenico Luciani – Architetto, urbanista, paesaggista. Dirige fin dalla sua origine (1987) la Fondazione Benetton Studi
Ricerche. Coordina il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino fin dall’inizio (1990). Ha curato, tra gli altri volumi,
“Luoghi, forma e vita di giardini e di paesaggi”, Premio Hanbury 2001. Ha pubblicato saggi e articoli in varie riviste italiane
e straniere. Ha fondato il “Centro Internazionale per la Civiltà dell’Acqua”. È membro di vari comitati scientifici internazionali
che seguono la trasformazione dei paesaggi europei. Lavora da alcuni anni sul tema della “nebulosa insediativa” veneta.
Partecipa a Treviso al lavoro di costruzione di una “Università del paesaggio”.
Raffaele Milani – Docente di Estetica presso il Dipartimento di Filosofia e il Dipartimento di Studi Linguistici e Orientali
dell’Università di Bologna. Direttore del Master post lauream in “Scienze e Progettazione del Paesaggio e dell’Ambiente”
e della Scuola Estiva Italian Design. Art, Society and Industry. Membro del Comitato Scientifico del progetto di ricerca: “Il
paesaggio culturale tra storia, arte, cultura” di Villa Vigoni. Membro della Comitato Scientifico istituito presso il Ministero
Francese dell’Ambiente sul tema: “De la connaissance des paysages à l’action paysagère”. Membro di ITKNET, International
Traditional Network Knowledge (Unesco, Ministero Italiano dell’Ambiente e Regione Toscana). E’ autore e curatore di volumi
sull’estetica del paesaggio.
Giacomo Natali – Laureato in Scienze della Comunicazione. Ha conseguito un Master in Geopolitica e frequentato corsi
di formazione nei campi della trasformazione dei conflitti, della comunicazione e delle risorse umane. È stato responsabile
di progetti di cooperazione internazionale in Italia e all’estero e docente in alcuni corsi per progetti di cooperazione. Si
occupa di geopolitica, politica estera e cultura internazionale per giornali e riviste quali Limes e Oltreillimes. Ha pubblicato
i libri “Diplomazia dal basso” ed “Aeschylus Street”. È presidente dell’Associazione di promozione sociale e cooperazione
internazionale Tangram.
Lucilla Previati – Laureata in Architettura a Venezia. Si occupa sia di progettazione che di urbanistica come libero
professionista, dal 1997 è direttore del Parco Delta del Po Emilia – Romagna, ruolo che tutt’ora ricopre. Ha insegnato “Gestione di un Parco e relativa normativa” integrativo di “Conservazione della natura e sue Risorse” all’Università di Ferrara.
Dal 1998 è presidente dell’Associazione “City Management”, associazione italiana per lo sviluppo del management nella
amministrazione locale.
Luca Rossato – Architetto, ha svolto ricerche in pianificazione e gestione territoriale alla Pontifìcia Universidade Catòlica do Paranà a Curitiba, in Brasile, dove ha lavorato all’Institudo de Pesquisa e Planejamento Urbano. Master in Urban and
Regional Planning in Developing Countries presso lo IUAV di Venezia, ha collaborato per alcuni mesi con la sede UNESCO di
Kathmandu in Nepal e con la ONG PAHAR in territorio indiano e nepalese svolgendo indagini sul patrimonio architettonico
locale. Attualmente collabora come urban designer con lo studio Pollard Thomas Edwards architects di Londra nel campo
del social housing e della riqualificazione urbana.
Younis Tawfik – Scrittore iracheno. Vive in Italia dal 1979, dove ha proseguito e completato i suoi studi laureandosi in
Lettere e Filosofia presso l’Università di Torino. Collabora con riviste e quotidiani, tra cui “La Stampa”, “Il Messaggero” e
“Il Giornale”. Insegna Lingua Araba all’Università di Genova. E’ presidente del Centro Culturale italo-arabo “Dar al Hikma”.
E’ autore di molte opere di narrativa e saggistica. Ricordiamo i romanzi La straniera (1999), vincitore di prestigiosi premi
letterari, La città di Iram (2002) e Il profugo (2006), oltre al saggio L’Iraq di Saddam (2003), tutti editi da Bompiani.
SITI • SOMMARIO
5 Editoriale
Superare la frammentazione dell’offerta
turistico-culturale
Non è più il tempo dell’estemporaneità e
dell’improvvisazione
di Gaetano Sateriale
7 Primo piano
Una “museizzazione” dolorosamente
necessaria
All’interno degli edifici ecclesiastici i due terzi
del patrimonio artistico nazionale
di Vittorio Emiliani
12
L’opinione
Cultura e impresa, una scommessa
in cui credere
Per una nuova politica di valorizzazione
del patrimonio culturale italiano
di Patrizia Asproni
18
L’analisi
Il ruolo strategico
dell’immaginario collettivo
L’economia dei beni culturali fra memoria,
ricordo e racconto
di Maurizio Cecconi
23
L’intervento
Un paesaggio da conoscere e da difendere
A Treviso un ciclo di seminari per il governo
e il disegno dei luoghi
di Domenico Luciani
28 L’intervista
Quel sogno chiamato libertà
Incontro con lo scrittore iracheno Younis Tawfik
di Adriano Cioci
32
Riflessioni
Sguardi dal Vittoriale
Il paesaggio letterario come paesaggio reale
di Raffaele Milani
37 In evidenza
Il Piano di gestione come Piano dei piani
Gli elementi essenziali del principale
strumento di conservazione, tutela e
valorizzazione dei siti Unesco
di Claudio Fedozzi
42 Val Camonica
Un cantore per l’arte rupestre
L’incontro tra Battista Maffessoli e l’artista
romano Ascanio Celestini
di Stefano Malosso
46 Parco del Delta del Po
Dal Delta sfociano nuove idee
Un progetto di valorizzazione che punta sul
senso di “bene collettivo”
di Lucilla Previati
50
Dossier Unesco
Tra acqua e cielo per unire terre e uomini
I ponti patrimonio dell’umanità
di Giacomo Natali
54 La proposta
Reggia, ma non solo
Un progetto di sviluppo sostenibile
per i siti campani
di Giuseppe Alessandro Ciambrone
58
Progetti
Un paese per albergo
Un diverso approccio allo sviluppo turistico
di Giancarlo Dall’Ara
62 Reportage
Edimburgo: medioevale, ottocentesca,
moderna capitale europea
Passato e presente, tradizione e innovazione
all’ombra del castello scozzese
più famoso del mondo
di Luca Rossato
66 Piazza Armerina
Un cuore antico al centro della Sicilia
“Un barocco sobrio e severo che riesce a far
parlare le pietre”
di Paola Donatella Di Vita
71
Porto Venere
Alta formazione in jeans
per la gestione dei territori
Un master in “Turismo e ambiente”
sull’isola di Palmaria
di Roberto Pomo
74
Crespi d’Adda
Al villaggio Crespi il tempo si è fermato
Il difficoltoso avvio dei progetti
di valorizzazione
di Laura Mapelli
78 Brevi
Notizie dall’Italia e dal mondo
EDITORIALE
NON È PIÙ IL TEMPO
DELL’ESTEMPORANEITÀ E DELL’IMPROVVISAZIONE
SUPERARE LA FRAMMENTAZIONE
DELL’OFFERTA TURISTICO-CULTURALE
di GAETANO SATERIALE
Presidente Associazione Città e Siti Italiani Patrimonio Mondiale Unesco
Pisa
a quantità e qualità del patrimonio storico, artistico e naturale che il
nostro Paese è in grado di offrire non teme confronti, ma il settore
turistico sembra non tenerne conto e continua a mostrare preoccupanti segnali di crisi. Nonostante la grande abbondanza di “materia
prima”, anche i più recenti dati sui flussi turistici confermano il trend
negativo che da qualche anno ci vede sistematicamente arretrare
nelle classifiche internazionali. La nostra storica “rendita di posizione”, preziosa eredità di un illustre passato, è infatti minacciata
sempre più da vicino dalla rapida ascesa dei Paesi della “nuova economia”. Qualche
esempio può essere utile per avere un quadro realistico delle situazione: la Cina,
unanimemente considerata la destinazione con maggiori potenzialità di crescita, in
dieci anni ha più che raddoppiato gli arrivi, gli Emirati Arabi li hanno triplicati e la
Croazia addirittura quintuplicati. Sembra proprio che la globalizzazione dei mercati
stia mettendo a dura prova l’italica “arte di arrangiarsi”. La tanto decantata capacità
di inventare geniali stratagemmi per superare i momenti di difficoltà, provvidenziale
in passato, ora mostra la corda ed evidenzia sempre più i limiti di un sistema turistico
che non ha saputo rinnovarsi e di un Paese che tarda a comprenderne il potenziale
di immagine e di sviluppo. La nostra millenaria vocazione all’accoglienza da sola non
basta a vincere una sfida così impegnativa. Non è più il tempo dell’estemporaneità e
dell’improvvisazione. Il turismo è destinato ad assumere un ruolo sempre più rilevante
nell’economia mondiale - entro il 2020 è previsto il raddoppio dei viaggiatori - e il nostro Paese deve riuscire ad adottare rapidamente le giuste contromisure per riconquistare il terreno perduto. C’è chi possiede immensi giacimenti petroliferi, chi una mano
d’opera pressoché inesauribile, chi una struttura tecnologica d’avanguardia, l’Italia
ha un patrimonio culturale unico al mondo e da questo deve partire per rilanciare
l’intero Sistema Paese. Una risorsa preziosa, irripetibile, non clonabile né delocalizzabile, che solo un’adeguata politica culturale, fondata sulla tutela, la conoscenza e
la promozione, può trasformare in opportunità di crescita e di sviluppo.
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ALL’INTERNO DEGLI EDIFICI ECCLESIASTICI CUSTODITI
I DUE TERZI DEL PATRIMONIO ARTISTICO NAZIONALE
UNA “MUSEIZZAZIONE”
DOLOROSAMENTE NECESSARIA
di VITTORIO EMILIANI
Urbino
Occorre rivedere l’approccio con il quale
in questi anni si sono affrontate le politiche
di settore, supportando lo sforzo delle amministrazioni locali con adeguate strategie ed investimenti di carattere nazionale. Il territorio e
la sua filiera delle qualità, pubbliche e private,
rappresentano uno straordinario atout sul quale sarebbe colpevole non investire risorse ed
energie. Il marchio Unesco è molto importante,
uno straordinario piedistallo che permette alle
nostre eccellenze storico-artistiche di porsi all’attenzione del mondo intero, ma da solo non
basta. I quarantuno siti italiani che possono appuntarsi il prestigioso logo con il frontone stilizzato del Partenone ben rappresentano la varietà
e la ricchezza del nostro patrimonio culturale,
ma se non vengono adeguatamente sostenuti
da proposte coerenti e concrete rischiano di
veder vanificato ogni tentativo di assumere quel
ruolo trainante che da più parti viene evocato.
La seconda “Giornata di studi delle città e dei
siti Unesco italiani”, in programma in aprile a
Ferrara, costituirà un’occasione importante per
rilanciare con forza la scommessa in cui abbiamo creduto dieci anni fa: superare la frammentazione dell’offerta turistico-culturale e favorire
l’aggregazione di risorse, capacità e competenze
per dare “anima e corpo” alle grandi potenzialità
del nostro Paese. “Fare sistema”, mettendo in
rete persone e istituzioni, città ed eventi, dando
sistematicità ed organicità agli interventi, non
può più essere un semplice auspicio, ma una
condizione imprescindibile per l’avvio di un solido processo di sviluppo.
Napoli il 23 ottobre scorso
il presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, ha
inaugurato il nuovo Museo
Diocesano col quale si è
riaperta dopo molti anni la
chiesa di Santa Maria Donnaregina Nuova, posta alla sommità di una teatralissima scala settecentesca: vi si possono ammirare
grandi tele di Luca Giordano, di Vincenzo Solimena,
di Massimo Stanzione e di altri maestri, nonché
sculture, marmi intarsiati e arredi sacri. Voluto dal
cardinale Crescenzio Sepe, il Museo Diocesano aggiunge un altro tassello di pregio al già ricco mosaico dei musei partenopei.
I musei ecclesiastici erano in Italia circa 600
una dozzina di anni fa, dei quali una quarantina nella
sola Toscana. Oggi se ne contano un centinaio di
più. Come mai questo sviluppo rapido e diffuso?
Intanto perché la crisi delle vocazioni sacerdotali
e la difficoltà di reperire personale di guardiania e
di assistenza (i vecchi sagrestani sono sempre più
rari) hanno indotto le curie vescovili a chiudere numerose chiese, nelle campagne (anche in pianura,
per esempio in Romagna) e nelle stesse città. Sbarrate e senza sorveglianza specifica, senza impianti
di allarme, che pure non sono molto costosi e che
soltanto in alcune provincie vengono pianificati fra
Firenze, Santa Croce
Chiesa ed Enti locali (un bell’esempio lo fornisce la
Provincia di Modena), le chiese sono da anni il bersaglio preferito dei “predoni dell’arte”, attrezzati e
instancabili. Negli anni Novanta circa un terzo di tutti
i furti d’arte perpetrati nel nostro paese riguardavano il patrimonio ecclesiastico, fra chiese, sagrestie,
conventi, abbazie, ecc. Una enormità. Tanto più che
negli edifici di culto – nonostante le leggi op-
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pressive dell’Ottocento – si stima che vi siano tutt’oggi i due terzi del patrimonio artistico nazionale.
Nel Sud anche di più.
Colpa, quella spoliazione, anche dei pochi e
tardivi censimenti da parte delle Soprintendenze
e dei troppo lenti inventarii da parte delle Diocesi
(negli ultimi anni decisamente progrediti, anche
se a macchie di leopardo). Al punto che, quando i
carabinieri dell’attrezzato Nucleo di Tutela del patrimonio artistico recuperavano refurtiva di origine
chiesastica di tipo generico (statue lignee, ex voto,
candelabri, confessionali, cassapanche, ecc.) non
sapevano poi a chi restituirli. Per anni e anni abbiamo, di fatto, spianato la strada ad autentiche razzie.
Come quella che colpì nottetempo una chiesa lucana spogliata dell’intero Presepe in pietra, quindi pesantissimo da trasportare, di Stefano da Putignano.
O, peggio ancora, quando la notte di ferragosto del
1990, ignorato da tutti, un Tir venne caricato con
ogni sorta di arredo – da una cinquantina di sculture
agli armadi – della chiesa palermitana del Cassaro.
Dove invece localmente, per esempio ad opera delle
Provincie Autonome di Trento e Bolzano, si sono
realizzati puntigliosi censimenti, i furti (“O le vendite
mascherate da furto”, notò un giorno, causticamente, Francesco Valcanover per anni soprintendente a
Venezia) sono drasticamente calati. Anche dell’80
per cento.
Anni fa, a Napoli, il soprintendente Mario De
Cunzo fece alzare una cancellata attorno ad una
chiesa medioevale del centro perché anche lì, nottetempo, i ladri avevano fatto razzia di statuette e
di altri elementi ornamentali preziosi. Rivenduti poi
ad antiquari assai poco scrupolosi. Di qui la sempre
crescente “museizzazione”, resasi dolorosamente
necessaria, per le parti ornamentali esterne più pregevoli anche per l’aumento degli agenti inquinanti e
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quindi dei rischi di corrosione e di totale disfacimento. Del resto, o si riduce drasticamente il traffico
veicolare privato (e nelle grandi città come Roma
l’impresa appare ardua), oppure non resta che mettere all’esterno delle copie e “ricoverare” gli originali
in musei che sono un po’ mostra e un po’ ospedale
delle antiche pietre.
L’universo dei Musei religiosi è ormai tanto vasto quanto diverso al suo interno. Vi sono, ad esempio, i Musei delle Opere del Duomo, o comunque
delle maggiori Basiliche. Ad esempio il grande, tradizionale Museo dell’Opera del Duomo di Firenze (da
non trascurare, lo dico subito, quello di Prato) che
può offrire, nientemeno, una Pietà di Michelangelo e
due cori marmorei luminosi di scuola robbiesca, insieme ad altri pezzi di valore assoluto. Sempre nella
città del giglio, il Museo di Santa Croce, la chiesa
che ospita il Pantheon dei grandi Italiani, da Machiavelli a Galilei, da Foscolo a Rossini. Salendo verso
la collina fiorentina si incontra il Santuario della Madonna dell’Impruneta, immagine venerata e portata
in processione durante le più terribili epidemie, con
un museo singolare di argenti devozionali (alcuni
firmati da Lorenzo Ghiberti) donati dalla famiglia
de’ Medici. Ma, a proposito di ori e argenti, da non
perdere il Museo della Cattedrale di Lucca, di abbagliante bellezza. Mentre nell’area padana spicca il
Museo del Duomo di Ferrara (formidabile cattedrale
romanico-gotica) riallestito negli spazi di San Romano, lì vicino, col drammatico San Giorgio e il drago di Cosmè Tura, la serie dei marmi romanici del
Maestro dei mesi, i codici miniati da maestri della
scuola ferrarese, fra i primi in Italia, come Guglielmo
Giraldi, un caposcuola.
Poi c’è il folto gruppo dei Musei Diocesani, e
qui, al Nord, grandeggia quello di Milano che sotto il
magistero del cardinal Martini è stato allesti-
Montepulciano
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to nel convento di Sant’Eustorgio, con pezzi preziosi
fra le 400 opere esposte, dall’alto Medio Evo fino al
secolo d’oro della pittura lombarda, fra Cinquecento
e Seicento. Ma anche Bergamo può vantare un Museo Diocesano di prima grandezza. E così Parma
città ricchissima di passato anche religioso, tappa
fondamentale nel tragitto verso Roma dei pellegrini
provenienti da Canterbury e dalla Francia. Di nuovo
in Toscana, a Cortona, per un Museo Diocesano
non grande e però selezionatissimo dove ci viene
incontro la celebre Annunciazione di Beato Angelico, una crocifissione di Pietro Lorenzetti e uno dei
tre pittori “di casa”, il drammatico Luca Signorelli
(gli altri due sono il manierista Pietro da Cortona e il
futurista Gino Severini) presente in forze con quadri
e tavole. Nel Sud, mentre a Bari il Museo Diocesano
è disperso in più sedi e in fase di riprogettazione,
a Palermo lo stesso presenta un ampio panorama
di opere pittoriche, scultoree e musive che vanno
dal secolo XII all’Ottocento e che documentano le
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influenze culturali susseguitesi in città.
In Umbria, a Città di Castello, città poco battuta
dalle masse turistiche, va segnalato il delizioso Museo Capitolare che è stato allogato nelle stesse case
dove abitavano i canonici del Capitolo del Duomo
(dove c’è un affascinante Rosso Fiorentino), museo che ha inglobato pure la stradina acciottolata
che passava davanti a quegli edifici e che contiene
soprattutto arredi e strumenti chiesastici antichi e
finissimi. Per esempio, alcuni pastorali argentei di
scuola senese, che sono autentiche sculture. Ma v’è
un bel museo religioso pure ad Urbania, l’antica Casteldurante della ceramica rinascimentale, uno dei
tre centri principali con Urbino e Pesaro del Ducato
dei Montefeltro e poi dei Della Rovere.
Numerosi e sovente sontuosi sono poi i musei
di grandi conventi e abbazie, vanto di Ordini religiosi importanti come Monte Oliveto Maggiore nel
Senese, con affreschi mirabili. Da non trascurare
alcuni Musei dedicati, nelle città o addirittura nelle
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dimore natali, a pontefici significativi: ad esempio
la raccolta di ritratti, stampe, fotografie e oggetti
quotidiani che ripercorre il più lungo pontificato
della storia, quello di Pio IX, Giovanni Maria Mastai-Ferretti di Senigallia, o l’altra di Clemente IX,
al secolo Giulio Rospigliosi di Pistoia, papa per un
solo biennio fra 1667 e 1669, la cui casa, praticamente intatta, ospita un patrimonio decisamente
interessante.
Fra i nuovi Musei ecclesiastici ve ne sono di
molto moderni, ariosi e attrezzati, senza più barriere architettoniche di sorta. Alcuni invece sono
ricavati in spazi piuttosto angusti. Altri ancora all’interno delle chiese stesse – stavolta munite di
impianti d’allarme adeguati – e sistemati peraltro
in maniera marcatamente differente. Molto bene,
per esempio, a Bardone, sulla via Francigena, nell’Appennino sopra Parma, oppure a Grottammare
nelle Marche. In altre situazioni assai meno. Vi
sono poi città nelle quali si è realizzata una col-
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laborazione fra Chiesa e Comuni al fine di gestire
le raccolte ecclesiastiche all’interno degli stessi
Musei Civici. In altri casi è stato il Comune, proprietario dell’edificio di culto, a farsi carico anche
del Museo religioso (San Lorenzo a Borgo Sansepolcro) oppure lo Stato medesimo (San Francesco in Arezzo). Infine, sulla collina toscana,
che sino a ieri si spopolava, si sono creati, nella
collaborazione fra Parrocchie e Soprintendenza,
dei Musei Vicariali dove sono stati raccolte pale
d’altare, tele, sculture, arredi sacri provenienti da
chiese ormai chiuse di paesi semi-deserti. Col
patto però di restituirgliele se e quando (come in
qualche caso sta avvenendo) quei borghi si ripopolassero. Infine, un caso curioso, quello della
parrocchiale di Montemerano (Grosseto) sopra
Capalbio, dove nel museino c’è la cosiddetta Madonna della Gattaiola, una tavola nella quale uno
dei due angoli in basso è stato tenuto aperto per
far passare, appunto, gatte e gatti.
Montemerano
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PER UNA NUOVA POLITICA DI VALORIZZAZIONE
DEL PATRIMONIO CULTURALE ITALIANO
CULTURA E IMPRESA,
UNA SCOMMESSA
IN CUI CREDERE
di PATRIZIA ASPRONI
Presidente di Confcultura
l nostro territorio e il nostro patrimonio culturale formano un binomio
inscindibile e rappresentano un valore
aggiunto l’uno per l’altro. Valorizzare
il territorio partendo dalla valorizzazione dei beni culturali significa rendere il territorio più attrattivo anche
per investimenti produttivi non legati alla cultura.
L’Italia dispone di una risorsa unica al mondo, il
patrimonio culturale, la cui domanda di fruizione è
elevata e crescente, caratterizzato da risorse materiali (architetture, parchi archeologici, collezioni,
archivi) superiori rispetto agli altri paesi. In Italia
ci sono 4.200 musei sparsi su tutto il territorio,
oltre a quello che Paolucci definì “museo diffuso”.
Un’enorme ricchezza con poche risorse per valorizzarla.
Sostituire l’espressione “beni culturali” con
“patrimonio culturale” indica una consapevolezza,
non solo semantica, della mutata attenzione verso
la cultura, considerata ormai parte integrante del
bilancio di uno Stato. Economisti come Modigliani
e Kostoris sono stati fra i primi a considerare il
patrimonio culturale come “posta attiva del bilan-
cio dello Stato e potenziale fonte di copertura del
debito pubblico”.
Il patrimonio culturale è un bene non riproducibile, non rinnovabile, che si deteriora e consuma e
che deve essere anzitutto studiato e goduto. La sua
conservazione costituisce pertanto un imperativo
etico e politico fondamentale ed ineludibile. Siamo
consapevoli che per l’Italia un utilizzo inadeguato del
patrimonio culturale può comportare grandi rischi.
Un “consumo” non guidato può infatti generare il
degrado della risorsa stessa.
E’ dunque imprescindibile che la politica di
valorizzazione del patrimonio culturale risponda
a queste due esigenze: da un lato, alla logica di
conservazione per le generazioni future; dall’altro,
affronti la rilevanza dei beni per il territorio e la sua
identità culturale e diventi portatrice di conoscenza
e di benessere sociale ed economico per la comunità locale.
C’è chi pone la “questione morale del bene culturale” e si scaglia contro ogni forma di commercializzazione nell’ambito dei beni e delle attività culturali,
accusa “i mercanti nel tempio”. Dobbiamo ricordare
che la divulgazione è necessaria alla cono-
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scenza, e l’unico limite accettabile è di tipo qualitativo. Tutti vogliamo qualificare la fruizione dei beni
culturali, ma nessuno, a meno che non si sostenga
una concezione elitaria della cultura, può sostenere
che la limitazione dell’accesso rappresenti un valore
per la nostra società. Noi desideriamo far “fruire”
il nostro patrimonio e gestirlo come vero e proprio
bene collettivo. Preservare le risorse non significa
non usarle, ma usarle bene. I beni culturali attirano
il turismo, il turismo fa prosperare il commercio,
l’artigianato, l’enogastronomia. Tutto ciò produce
occupazione e quindi ricchezza che di nuovo crea
e investe nella cultura.
L’Italia è ancora considerata meta privilegiata del turismo internazionale, ma versa in questo
momento in quello che l’economista Marcus Olson ha definito “sclerosi istituzionale”, una sorta
di indurimento delle arterie organizzative e culturali. Abbiamo perso competitività in un mercato in
cui per molti anni abbiamo avuto una leadership
incontrastata. Nella crisi generale l’unico dato positivo nel nostro Paese lo ha fornito il segmento
del turismo culturale. Le presenze nelle città d’arte
sono cresciute del 94% negli ultimi quindici anni,
con un peso sul totale delle presenze turistiche di
circa il 24%. Ciò significa che un turista su quattro
è attratto dalle bellezze storico artistiche e dall’offerta di eventi culturali delle nostre città. Il flusso di
turisti indirizzato verso monumenti, musei, mostre
ed eventi culturali è cresciuto negli anni ad un tasso superiore alla media fino a rappresentare circa il
30% della domanda turistica e originare il 36% del
fatturato totale, pari a 31 miliardi di euro nel 2004
con un incidenza pari al 2% sul PIL.
Con una gestione illuminata del patrimonio
culturale viene a crearsi sia la crescita educativa
dei cittadini sia un indotto economico sul territorio
generato dai visitatori, contribuendo allo sviluppo
del benessere della collettività. Dunque, le politiche di valorizzazione devono essere affidabili e
sostenibili sia dal punto di vista tecnico-scientifico
che economico.
Secondo dati Istat, lo Stato, che detiene i musei
e i siti archeologici più importanti dal punto di vista
del valore culturale e dell’attrattività dei visitatori,
destina meno di 0,5 miliardi annui, cioè lo 0,03 del
PIL, ad investimenti per attività culturali. E’ un dato
che evidentemente ci crea delle preoccupazioni riguardo alle possibilità di sviluppo del settore.
Le politiche di valorizzazione dei beni culturali
e ambientali vanno quindi attuate con il modello più
efficace ed efficiente possibile, che per esperienza
è mutuato dal diritto privato e dall’organizzazione
aziendale. Sempre nel rispetto delle esigenze di
tutela, la gestione del patrimonio deve tendere a
maggiori livelli di autofinanziamento ottimizzando le fonti di reddito ma soprattutto controllando
i costi di esercizio per alleggerire il carico per il
settore pubblico. Il coinvolgimento degli operatori
privati nella valorizzazione dei beni culturali è perciò necessario. Bisogna “esternalizzare” tutte le
attività non “strategiche” per far fronte alla scarsi-
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tà di risorse. Quando si persegue ogni opportunità
di economia è chiaro che l’esternalizzazione deve
avvenire quanto più possibile nella logica del mercato, confrontandosi con la concorrenza ed eliminando intermediazioni che rallentano i processi e
allontanano l’efficienza.
La Legge Ronchey, che ha introdotto i servizi di
accoglienza nei musei italiani bandendo delle gare
per la gestione degli stessi e aprendo alle imprese
private, definì i servizi “aggiuntivi”, cioè di contorno,
non indispensabili. Tutto questo mentre altrove la
Réunion des musées nationaux aveva i servizi nei
musei da 150 anni e i musei americani venivano
concepiti insieme ai servizi al pubblico.
I risultati furono all’inizio sorprendenti: dopo il
primo mese di gestione da parte dei privati del sito
di Pompei gli introiti ebbero un aumento dell’80%, a
Firenze, agli Uffizi, del 45%.
Il difficile rapportarsi alle strutture statali non è
però stato premiante per le aziende. A fronte di inve-
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stimenti consistenti le pastoie burocratiche hanno
impedito la crescita e l’innovazione di un mercato
del settore.
A parole quindi sono tutti d’accordo: i beni culturali sono una risorsa economica per il Paese e per
il territorio nel quale si trovano. Ma quando si tratta
di passare dalle parole ai fatti iniziano i “distinguo”,
chi fa che cosa e come farlo.
I 400 musei statali, i maggiori per flusso di visitatori, hanno avuto 34,5 milioni di visitatori per un
introito complessivo di poco più di 104 milioni di
euro! Anche se in questo dato non rientrano, perché difficile da rilevare, le entrate date dall’indotto di
settore, che rappresenta certamente un valore aggiunto di dimensioni notevoli, non ultime le attività
legate al turismo culturale.
Le attività di commercial trading del British
Museum nel 2005/6 hanno generato ricavi per oltre 21 milioni di euro, quelle di Tate nel 2005 hanno superato i 30, la voce merchandising
Vicenza
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del Metropolitan nel 2004/5 ha raggiunto i 62, le
auxiliary activities del Moma nel 2005/6 ne hanno
raccolti più di 36, il merchandising del British 16, i
punti vendita del Louvre quest’anno hanno fatturato 21 milioni di euro.
Le attività di marketing organizzate che possano creare valore aggiunto e introito economico
sono di fatto impedite da inutili difficoltà legislative
e burocratiche, mentre altrove i musei fanno cassa
con iniziative collaterali. Il Louvre, affittando per
una sola notte e il giorno di chiusura il Museo alla
troupe del film “Il codice da Vinci” ha incassato 1
milione di euro, e cedendo il marchio ad Abu Dhabi
per 30 anni altri 400 milioni. Il museo di San Pietroburgo dopo il franchising ad Amsterdam e a Las
Vegas ne ha avviato uno a Ferrara.
Mentre gli altri musei si trasformano in “multinazionali della cultura”, i nostri musei si riempiono
di polvere e non riescono a trovare le risorse per
essere resi visibili e valorizzati. Ad eccezione dei
Musei Vaticani, che non a caso non si trovano in
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territorio italiano.
Che fare dunque? Innanzitutto promuovere un
nuovo sistema regolatorio, con leggi che tutelino
il patrimonio ma ne consentano una gestione liberalizzata e moderna; adottare norme fiscali che
consentano e incoraggino donazioni e interventi di
singoli e aziende; favorire una proficua collaborazione fra pubblico e privato, una partnership reale
e non una sudditanza a metà fra il mecenatismo
e l’erogatore di servizi. E naturalmente rendere i
nostri musei luoghi gradevoli nei quali recarsi con
piacere, con servizi efficienti; rivitalizzarli con la
creazione di eventi, mostre che entrino a far parte
dei circuiti; creare una forte alleanza fra beni culturali e operatori turistici per avere i visitatori lungo
tutto l’arco dell’anno; promuovere circuiti nei quali
i musei attrattori possano trainare quelli meno conosciuti; calendarizzare gli eventi per evitare inutili
sovrapposizioni.
Tutte modalità di buone pratiche, ma soprattutto di buon senso.
a missione che ispira l’azione dell’Associazione, costituitasi
nel 2001 per impulso dei principali operatori nell’ambito delle
attività museali sviluppate nel nostro Paese a seguito della
Legge Ronchey, è la convinzione che i beni culturali siano fattori di sviluppo e di progresso per l’intera società e che si debbano promuovere
in maniera sostenibile per una sempre maggiore e migliore fruizione con
l’incentivazione di forme ottimali di gestione dei servizi culturali e turistici. Confcultura, si pone al centro del dibattito culturale in atto per l’affermazione del sostanziale valore aggiunto
che il privato può dare alla valorizzazione del nostro patrimonio storico e artistico con l’obiettivo di raggiungere
forme più mature di collaborazione fra le istituzioni pubbliche e il settore privato specializzato. A questo fine Confcultura rappresenta le esigenze e le proposte delle “imprese della cultura” nei confronti delle principali istituzioni
politiche ed amministrative, incluse le Soprintendenze, le Direzioni Regionali, il Ministero per i Beni e le Attività
culturali, il Parlamento,il Governo e le forze sociali che operano nello stesso ambito dell’Associazione.
Ulteriori informazioni sul sito web www.confcultura.it .
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L’ECONOMIA DEI BENI CULTURALI
FRA MEMORIA, RICORDO E RACCONTO
IL RUOLO STRATEGICO
DELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO
di MAURIZIO CECCONI
Amministratore Delegato di Villaggio Globale International
l Giornale dell’Arte, nel suo numero di
dicembre, segnala come sia sempre
più evidente nel nostro paese il valore
economico della cultura. L’indicatore
di riferimento non è, come spesso accade, il significato che sta assumendo
il turismo legato alla cultura, quanto
piuttosto, il peso dell’argomento “beni culturali” nelle
università italiane. Master, corsi di specializzazione,
insegnamenti diversi, seminari e convegni lo testimoniano sia al sud che al nord nella penisola.
Vi è una ben strana discrasia. Se appare evidente come l’Italia sia, nei beni culturali, contemporaneamente il luogo della quantità e della diffusione
geografica, dall’altra appare ancora frammentaria,
discontinua e fragile la “politica” che accompagna il
valore ed il significato dei beni culturali.
Eppure sembrerebbe tutto chiaro. Di fronte a
prospettive economiche generali del nostro Paese,
che pur avendo superato le fasi recessive, sembrano
ancora e per molti versi deboli, parrebbe quasi lapalissiano dare un senso determinante a beni esistenti,
realmente unici e già consolidati nell’immaginario
collettivo. Ciò invece, accade poco ed in maniera
disomogenea, affidato spesso alla buona volontà o
all’iniziativa individuale. Credo sia un problema complesso, presente non solo per limiti di operatività,
quanto piuttosto per carenza strategica.
Partiamo da un dato. I beni culturali non vivono
mai in solitudine, sono sinergicamente legati - nei
fatti o nell’immaginario - ad altri beni, quali quelli
paesaggistici, ambientali, del d.o.c alimentare o del
made in Italy.
I legami sono evidenti. Espliciti nel rapporto con
il paesaggio e l’ambiente, realizzabili facilmente nel
legame con il d.o.c. alimentare e artigianale ed infine
già presenti nell’immaginario per quanto riguarda il
made in Italy e quindi il legame antico/moderno, per
quanto concerne lo stile e la creatività.
La diffusione straordinaria, ritrovabile, salvo eccezioni solo in Italia, premia ogni paese ed ogni contrada, contribuendo in questo modo alla conferma
della complessività dell’immaginario.
Se siamo stati e siamo lo straordinario sito della
conservazione e della tutela e abbiamo mantenuto il
valore del passato, dobbiamo oggi farci una ragione
più complessa del suo essere nel futuro.
Quando parliamo dell’Italia all’estero - in qualsiasi nazione - ed andiamo al nocciolo delle ragioni della
stima o del significato che l’Italia assume, o meglio
ancora, dell’attrazione che esercita, ci troviamo di
fronte, come spiegazione generale, al senso del valore della memoria.
L’interlocutore cioè, pur descrivendo si-
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gnificativamente ciò che gli piace, alla fine descrive
il nostro Paese come uno straordinario ed aperto
museo dell’antico e del moderno. E si badi bene che
in ciò rientrano pienamente, sia i monumenti che il
design, sia lo stile che il made in Italy.
Anche nei momenti più difficili che l’Italia ha vissuto, si è sempre sottolineata la grande capacità di
creatività e trasformazione, quel senso di genialità
che non proviene se non dall’essere, oggi o ieri, produttori di opere d’arte e conservatori di beni.
Se d’altronde è vero che nei paesi a capitalismo
avanzato, sempre di più la competizione economica
sarà sul significato vero e recondito e quindi sui “valori” del prodotto è evidente che l’immaginario gioca
un ruolo strategico.
Appare interessante ricordare come molte crea-
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zioni manifatturiere, siano delocalizzate e non più
prodotte nel nostro paese, ma mantengano, proprio
per quanto detto fino ad ora, un immaginario straordinariamente forte perchè italiano. Se parte di questo
valore è dovuto alle aziende stesse, parte ancora più
grande si rifà a quei significati storici, mantenuti nell’oggi, che tentavo di indicare. I beni culturali, hanno
quindi valore sia dentro di sé che fuori di sé, sono
intimamente significativi e straordinariamente concedenti ad altro la loro stima.
Ecco perché l’economia dei beni culturali è complessa. Vive dentro di sé amministrando un bene e
generando gestione, manutenzione, restauro, didattica, editorialità, nuove tecnologie e quant’altro necessario al suo fruire. Vive in sinergia con un territorio,
dimensionando turismi diversi e generando legami
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profondi per la propria attrazione, con i prodotti d.o.c
dell’agricoltura e dell’artigianato, nonché la gastronomia, arricchendo paesaggi e definendo ambienti,
che si offrono al turismo sempre più significativo nel
nostro prodotto interno lordo.
Già qui inizia l’immaginario, perché il “viaggio”
è sempre più motivo di impressioni e sensazioni e
quindi il ricordo è straordinario veicolo, non tanto e
non solo, dell’oggetto principale della visita, quanto
dell’insieme delle cose che si sentono, si vedono, si
toccano, si assaggiano. Ed allora, si ricordano, si raccontano e comincia quella fantastica avventura che è
l’immaginario di un sito e dei suoi prodotti.
Ma questa economia genera parti collaterali importanti e nuove legate al concetto della memoria,
della riproducibilità e dell’interpretazione moderna.
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Catalogazione virtuale, multimediale, internet, audio
e radio guide, palmari, e telefonini di nuova concezione, spiegano, decodificano, leggono da vicino e da
lontano la ragione dell’immaginario: il bene. E nella
loro virtualità non lo sostituiscono, lo anticipano, lo
leggono, lo preparano.
Tutto quanto abbiamo detto, proprio sull’immaginario collettivo, costituisce l’altra straordinaria economia, impalpabile apparentemente ma di straordinario
valore pratico e di incredibile solidità e continuità di
funzione. E il bene culturale, con tutto ciò che gli è
legato, a differenza dei prodotti dell’impresa, appare
diverso come prospettiva ed opportunità. Denso di
valori da trasmettere, legato al prodotto che rappresenta, necessario per la sua umanità, non indistinto
nel suo essere sempre unico.
Roma
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A TREVISO UN CICLO DI SEMINARI
PER IL GOVERNO E IL DISEGNO DEI LUOGHI
Ferrara
La nascita di Ermitage Italia a Ferrara ne è significativo paradigma, perché riconosce nelle proprie ragioni le relazioni, lo studio, la riflessione e la
ricerca riconoscendo la città estense per quello che
è in questo campo: beni, università, esposizioni,
ambiente. E la scelta russa accade mentre si sciolgono altre sedi volute precedentemente solo per far
conoscere il grande museo di San Pietroburgo. Ciò
conferma l’investimento sull’Italia realizzato proprio
per i valori che rappresenta.
L’economia della cultura ha un’altra caratteristica significativa. Essa è necessariamente il luogo
indissolubile delle relazioni fra pubblico e privato.
Mai infatti, il pubblico potrà abdicare all’essere fondamentale proprietario, manutentore e conservatore del patrimonio, garantendone in questo modo
quell’immaginario tutt’altro che privato che gli compete e d’altra parte il privato, oltre che intervenire
nei processi di valorizzazione, ha dentro di sé, inscioglibile il senso del valore che, per le sue produzioni, l’immaginario dei beni produce. Nessuna delle
due parti può alienare compiti e prospettive. Ecco
perché a volte appare discrasica una situazione in
cui troppo poco viene fatto rispetto alla realtà e alle
prospettive.
Ecco perché non può esservi una cifra totalmente residuale nel bilancio dello stato, destinato
a questo mondo di beni, pur apparendo significativa
la determinazione del nuovo ministero, definito “ai
beni culturali, al turismo e al made in Italy”.
E ancora ecco perché alle imprese si chiede per
il futuro la fine del solo vecchio e importante mecenatismo, residuale ormai rispetto alle nuove funzioni
che lo stesso privato può assumere. Dall’altra parte
assume significato il dibattito sulle fondazioni bancarie perché esse appaiono troppo spesso una presenza limitata al nord e a parte del centro del nostro
Paese e quasi completamente assente al sud.
C’è bisogno in questo settore di più Stato e di
più impresa proprio per uno sviluppo che appare
non solo di prospettiva, ma fortemente necessario
oggi nell’economia dell’Italia. Un’economia che a
differenza di altre non segue fin dall’inizio una vocazione nordista, ma nazionale, che si dimensiona
territorialmente e non per cattedrali nel deserto, in
cui l’ambiente è necessariamente un valore, al di là
dell’etica e delle volontà umane. Un’economia infine,
che necessita investimenti continuativi ma non apicali. Se però, il dibattito, come dicevamo all’inizio,
rimane delegato solo all’università o al mondo degli
intellettuali, si è fuori dal seminato. Mai argomento
come questo è stato più generalista, più pregnante
per tutti.
Si diceva, parlando del “viaggio”, che esso ogni
volta che consente la vista di una meraviglia, suscita straordinarie impressioni e che il ritorno a vedere richiama sempre nuove idee e lascia di nuovo
stupefatti. Sono gli occhi che cambiano e che ogni
volta vedono qualcosa di nuovo e di diverso. È ora
che accada anche a noi.
UN PAESAGGIO
DA CONOSCERE E DA DIFENDERE
di DOMENICO LUCIANI
Direttore della Fondazione Benetton Studi e Ricerche
’inizio del XXI secolo segna una
svolta nella condizione di chi
lavora per conoscere, per salvaguardare e per valorizzare i
patrimoni di natura e di memoria che si sono accumulati nei
paesaggi nel corso del tempo.
Nell’arco di questi ultimi pochi anni, alla defatigante querelle sulla definizione del concetto di
paesaggio si è affiancato un lavoro di indagine
e di sperimentazione sul catalogo dei paesaggi
concreti, che pretendono interventi altrettanto
concreti di disegno e governo.
É una svolta sancita dalla “Convenzione europea del paesaggio”, un documento asciutto che
assume il connotato spaziale e antropologico dei
paesaggi, lo disloca sul terreno dell’etica e della
politica e lo fa entrare nel campo delle responsa-
bilità individuali e collettive. L’obiettivo è quello di
rendere valutabile e commensurabile la relazione
tra forma/vita del paesaggio e condizione umana
in esso, tra qualità del luogo e benessere della
persona (della comunità), tra degrado del luogo e
malessere della persona (della comunità).
Questa svolta è stata determinata da molti
fattori diversi, all’interno di quel processo storico di particolare complessità che possiamo
immaginare come crisi del moderno. Nell’arco
della seconda metà del XX secolo, sono stati proprio i fondamenti del moderno a divenire
portatori di tensioni. Lo possiamo osservare,
per restare in Europa, nel cambiamento di segno assunto dai modi, dai tempi, dai parametri
quantitativi del prelievo e del consumo, dagli
stessi strumenti di uso della natura. Non vi è un
momento di rottura.
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Manarola
Vi è una processuale deformazione che, in pochi
decenni nel secondo dopoguerra, arriva a una soglia di
rottura. Ci si accorge via via che l’uso dei patrimoni naturali è divenuto abuso. L’acqua è l’esempio più vistoso
e per molti versi drammatico. Ma altri indizi e spie si
manifestano: forme pervasive e bulimiche di consumo di territorio; crescite deregolate dell’insediamento;
perdite di alterità reciproca tra città e campagna, con
conseguente formazione di nebulose “non città/non
campagna”; modificazioni intensive e banalizzanti dell’agricoltura, con conseguenti impoverimenti ambientali e biotopici, con smagliature irreversibili delle fragili
reti e delle piccole misure dei sedimenti di memoria
stratificata.
Lo possiamo osservare nella trasformazione dei
comportamenti collettivi e individuali, trasformazione
impressionante per profondità e per diffusione, in particolare nelle attitudini individualistiche e ingovernabili
dell’insediamento e della mobilità.
É infatti soltanto in questi ultimi anni che abbiamo
potuto osservare il formarsi di una percezione della
soglia di malessere e di degrado in ambiti sociali che
travalicano le comunità scientifiche e gli “addetti ai la-
vori”. Il recente conflitto di idee e di interessi emerso
nell’alta pianura veneta intorno al proliferare deregolato
dell’attività di cava, costituisce, a questo proposito, un
caso di notevole interesse. Se ne era avuto già qualche
indizio con la vicenda di villa Emo Capodilista e l’iniziativa popolare per salvare uno dei paesaggi italiani mirabili; ma si poteva supporre che fosse un caso speciale,
nel quale interferiva di certo l’aura palladiana e (forse)
anche la preoccupazione della vergogna planetaria
che quella ferita avrebbe costituito. Nel caso di questo conflitto si è trattato invece di paesaggi ordinari,
di toponimi noti solo a chi vive o lavora nel posto o nei
dintorni. É apparso dunque evidente che il senso del
limite, e perfino l’idea di reato, che sono emersi dalle
prese di posizione civica, non nascono dalla lesione
prodotta alla maestà dell’arte, alla bellezza del posto,
alla notorietà del monumento, ma dal degrado subito
dalla qualità della vita delle comunità e delle persone,
dall’impoverimento dei patrimoni culturali e naturali
che nel tempo si erano, in quei paesaggi normali, in
quei luoghi ordinari, accumulati. Si tratta perciò di qualcosa che riguarda tutti i luoghi del nostro territorio, e
che inizia ad agire sull’intelligenza e sull’emozione di
tutti i cittadini, non solo degli ecologisti, dei soprintendenti, degli studiosi e dei comitati locali.
Qui sta il risultato più importante di tutta la battaglia di idee di questi ultimi decenni: si è finalmente
allargata e radicata l’idea di un rapporto stretto, inscindibile, fondativo, tra la qualità della vita delle persone (e
delle comunità) e la condizione dei luoghi nei quali esse
lavorano, apprendono, circolano, coltivano relazioni
sociali e culturali, si stringono insieme per segnare i
passaggi cruciali. Il caso delle cave si presenta perciò come una interrogazione sulle ragioni per cui sia
necessario continuare a devastare la trama minuta
dell’acqua e delle testimonianze di natura e di memoria
sulle quali si fonda la forma/vita di tutti i microcosmi di
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lunga durata, ordinari o straordinari, di cui il territorio
è composto.
La “conoscibilità” e la “responsabilità” costituiscono le condizioni per l’attività di disegno e governo dei
paesaggi. Esse presuppongono la identificazione dei
caratteri costitutivi dei luoghi, la conterminazione dei
loro ambiti, il programma pluriennale di modificazione, la pratica stagionale di rinnovo, le cure quotidiane.
Esse richiedono norme tese a regolare la convivenza
nello stesso spazio di patrimoni naturali, sedimenti
culturali e presenze umane (con implacabile corredo di
esigenze e di tensioni funzionali). L’attività di disegno e
governo si configura dunque come sistema coerente di
atti da compiere nel tempo, come definizione dei modi
e degli strumenti per compierli. Il lavoro nel paesaggio
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non è perciò né cosmesi oggettistica, né performance,
né land-art, né installazione artistica nel paesaggio. Il
disegno e governo del paesaggio formano la guida delle modificazioni, le quali hanno nel tempo esiti non tutti
prevedibili, poiché il rapporto tra immaginazione e concretizzazione che possiamo utilizzare nel lavoro paesaggistico non dispone delle iconografie millimetriche
e della cronometria che invece sono date nel rapporto
tra progetto, cantiere e realizzazione nell’architettura.
Possiamo dunque immaginare la definizione della
figura del responsabile del disegno e governo di paesaggi, chiamiamolo paesaggista, come un’auctoritas
riconoscibile, in grado di decidere azioni e modificazioni facendo interagire molti specialismi diversi. Il
profilo di una figura professionale siffatta è
Montalcino
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ancora privo di statuto scientifico e di curriculum formativo. Una sorta di direttore d’orchestra, che non ha il
compito di suonare i vari strumenti, ma di conoscerne
le potenzialità e metterne in valore le caratteristiche,
sapendo trarre da ognuno di essi un contributo coerente alla propria idea generale del testo da eseguire e
alla propria prassi esecutiva. In tutti e due questi (e in
altri) campi il bersaglio è dato dall’incrocio tra conservazione e innovazione, equilibrio perennemente mobile
e inevitabilmente soggettivo. In tutti e due questi casi i
connotati cruciali della formazione divengono lo spessore culturale e la vastità dell’esperienza.
Il paesaggista dovrebbe conoscere (e sapere
chi conosce) la storia delle idee e delle volontà dei
committenti o delle comunità pertinenti, le fasi di
costruzione della forma/vita del luogo. Perciò dovrebbe avere dimestichezza con gli archivi delle
fonti (scritte, disegnate, orali) e attitudine a valutare
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il peso che hanno avuto le varie forze nel corso del
tempo e che hanno le varie esigenze in campo nella
definizione dei programmi futuri.
Non si insisterà mai abbastanza, per la qualità e
per la vita stessa dei paesaggi, sull’importanza della
presenza umana e delle cure ininterrotte e amorevoli; sul mantenimento come pratica quotidiana; sulla
attenzione esecutiva ai dettagli che derivano dalla visione generale e dalle opzioni gestionali, scientifiche
e tecnico/artistiche programmate negli anni e distribuite con ordine nell’agenda delle stagioni, dei giorni
e perfino delle ore. Di contro, sarebbe bene abolire
l’espressione “restauro del paesaggio”, da ogni punto
di vista priva di senso. Si tratta di invertire la spirale
perversa degrado/restauro e garantire prima di tutto
la custodia responsabile, la tempestività e la continuità dei piccoli interventi.
La transizione decisiva dall’idea di tutela del pae-
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saggio intesa come vincolo all’idea di salvaguardia
e valorizzazione della “identità” e della “autenticità”
(altra parola-chiave che chiede riflessione) dei paesaggi come guida attiva delle modificazioni è una
transizione difficile. La difficoltà sta nell’assumere la
modificazione come linguaggio e, lungi dal cercare
(disperatamente e inutilmente) di arrestarla, nell’accettare il compito di indirizzarla verso nuove forme e
nuove vite future, che a loro volta conservino i caratteri fondativi.
La Convenzione europea definisce questo diritto
per tutti i luoghi, non solo in quelli dotati di speciale
intensità formale o densità monumentale o fascinazione percettiva. E forse, in questa fase storica di critica della modernità, si rivolge ancor più ai paesaggi
ordinari, feriti, degradati.
Nei luoghi che prendono forma da un pensiero
e da un gesto inventivo unitario si pone al centro,
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accanto al talento dell’inventore, la sapienza e la continuità di una guida che riesca a far vivere nel tempo
quella stessa invenzione, a ritrovarla, a rinnovarla, facendola rimanere se stessa, in tensione tra innovazione e conservazione. Questa tensione è, a sua volta (in
tutti i luoghi), risultato di una lotta senza sosta, tra le
forze che spingono alla rovina e le forze che spingono
all’elevazione. Sono gli stessi caratteri della natura e
degli artifici che tendono, contemporaneamente, da
una parte a perdere forma e dall’altra a ritrovarla, da
una parte a degradare la vita e dall’altra a rinnovarla.
Così, la tensione tra innovazione e conservazione può
presentare esiti diversi (dallo strappo al degrado fino
alla nuova qualità, e perfino alla bellezza inedita), a
seconda del posto e del momento. Ma è certo che in
ogni momento e in ogni posto, qualcuno, una comunità, una persona, un’istituzione, porta di quel diverso
esito la responsabilità.
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“L’Unesco in Iraq ha profuso energie notevoli per la conservazione del patrimonio
culturale, ma oggi la priorità è la tutela e il rispetto dei diritti umani”
INCONTRO CON LO SCRITTORE IRACHENO YOUNIS TAWFIK
QUEL SOGNO CHIAMATO LIBERTÀ
di ADRIANO CIOCI
Hatra
l 1979 è una data particolare per la
storia dell’Iraq – l’inizio del conflitto con l’Iran - ma è anche la data
del suo arrivo in Italia. Pura coincidenza o netta determinazione per
dare una svolta alla sua vita?
Netta determinazione! Ero un
giovane poeta e un ribelle contro
certi costumi sociali, regole e imposizioni. Così presi una decisione lucida e consapevole. Volevo continuare i miei studi ma sapevo,
seguendo e analizzando gli eventi, di non riuscire a vivere a lungo sotto un regime che stava
portando il paese verso l’abisso: la rivoluzione
islamica di Khomeini, la mobilità che coinvolse
l’Iraq come scudo contro l’ondata che rischiava
di travolgere tutto e la salita al potere di Saddam
Hussein che fu battezzata con l’eliminazione degli avversari interni. Tutto ciò aveva costituito un
valido motivo per lasciare il mio paese.
C’era un elemento in più : l’amore per Dante e per la letteratura italiana.
Avevo conosciuto l’Italia attraverso la lettu-
ra di testi letterari classici e moderni tradotti in
arabo, ma la Divina Commedia è stata l’opera
che più di ogni altra mi ha affascinato. Nutrivo
un forte desiderio di conoscere Dante più approfonditamente e di poter leggere le sue opere
in lingua originale. Pensavo che attraverso studi
comparati avrei potuto risalire ai contatti che allora coinvolsero le nostre culture e al ruolo del
Mediterraneo come ponte di incontro e di dialogo tra le civiltà.
Multiculturalismo e multietnicità sono valori non sempre applicati dall’umanità: quale
processo occorre innescare nell’individuo per
far sì che vengano ampiamente riconosciuti?
L’uomo per natura tende ad esplorare ogni
angolo della conoscenza, ma spesso non trova
i mezzi per farlo. La multiculturalità esiste già,
anche perché nessuna cultura, nell’epoca della
globalizzazione, è immune dal contagio e nessuna cultura è pura. Manca una convinta preparazione della società messa in atto attraverso i canali dell’informazione e dell’istruzione. Occorre
lavorare contro la strumentalizzazione fornendo
i mezzi per trasformare la collettività in un laboratorio culturale, ricco di iniziative e occasioni
per abbattere il muro dell’indifferenza.
Il suo romanzo “La straniera” – che Ben
Jelloun ha definito “crudele
come un crimine, scritto con
poesia e fantasia” – è stato
il suo ingresso nel firmamento letterario italiano. A cosa
deve il successo?
Nel 1999, quando è uscito
il libro, oltre al momento favorevole avevano giocato anche
numerosi fattori per il successo
di un’opera scritta totalmente
in lingua italiana da uno scrittore straniero residente in Italia.
Allora non possedevo la cittadinanza italiana e questo era un
fattore fondamentale per il successo. Per quanto
riguarda il caso letterario, invece, il romanzo in
prosa quasi poetica, intarsiato da versi che facevano da collante tra le vicende e il percorso
della storia, era alquanto insolito per il lettore
italiano che l’accolse bene. La scrittura a specchio per narrare due storie, lo stesso racconto
commovente che denunciava e che esaltava casi
che allora erano poco trattati,
l’essere straniero-estraneo, la
solitudine, la nostalgia, la memoria, la situazione di degrado
di alcune zone non solo di Torino ma di altre città e così via:
sono stati questi gli ingredienti
di un successo inaspettato.
Il romanzo “Il profugo” ripercorre le tappe della storia
della sua famiglia. Nel narrare vi è stato più dolore o più
liberazione?
Più liberazione. Ero riuYounis Tawfik
scito a raccontare al pubblico
italiano storie sconosciute di un paese dimenticato, dolori di guerre e di morti, di sofferenze
e di speranze. Volevo rendere partecipe con me
il lettore e coinvolgerlo per farlo toccare
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Baghdad
con i sentimenti e le emozioni la vera sofferenza
del mio popolo e di rendere la causa dell’Iraq non
solo una semplice notizia ma un racconto coinvolgente e alla portata di tutti.
Nel saggio “L’Iraq di Saddam” (2003) lei
esprime rabbia e speranza insieme. Dopo la
caduta del Rais nel paese vi è più rabbia e disperazione o il lume della speranza sta diventando vera e propria alba?
Nel libro avevo previsto come sarebbe diventato l’Iraq dopo la caduta di Saddam e che cosa
sarebbe successo dopo l’intervento. Purtroppo
oggi in Iraq non c’è nessun filo di speranza e la
gente vive nella disperazione assoluta. Ci vorrà
molto prima di arrivare ad una normalizzazione e
prima che i raggi dell’Alba sorgano all’orizzonte.
La letteratura irakena del dopo Saddam ha
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già un suo proprio filone o è espressione anch’essa di una confusione in atto?
Avevamo già una letteratura con una sua
particolarità che potrebbe essere resa conoscibile. Spero che l’Unesco, che già ha fatto molto
per il mio paese, si interessi anche della letteratura della diaspora irachena, degli scrittori rifugiati e degli esiliati politici dal 1979 fino ad oggi.
Già ai tempi di Saddam erano nate case editrici
irachene in Francia e in Germania e numerosi
scrittori denunciavano il regime con opere di
grande valore letterario. Questo continua ancora
oggi, mentre in Iraq gli scrittori vivono nel terrore
e nella fame, vendendo le loro opere sui marciapiedi. All’estero continua il filone della denuncia,
della lotta contro la violenza e dell’amore per un
paese in agonia.
L’Unesco ha riconosciuto i siti di Assour,
Hatra e Samarra, patrimonio mondiale dell’umanità. Quali sono le problematiche relative
alla loro conservazione?
Soprattutto la sicurezza. Non è granché consentito ai restauratori occidentali lavorare in un
clima apocalittico come quello iracheno. Ci sarebbe molto da fare, oltre alle opere di restauro
e di conservazione bisognerebbe mettere sotto
tutela altri monumenti che hanno subito danni a
causa degli attentati o dell’abbandono.
L’imponente patrimonio storico e architettonico dell’Iraq meriterebbe una maggiore
considerazione. In che direzione dovranno indirizzarsi gli sforzi del nuovo governo per una
giusta valorizzazione?
Il governo iracheno non può ancora far fronte con successo contro le milizie religiose, al
Qaida, la cosiddetta “resistenza”, e nemmeno
contro il degrado perché non possiede mezzi e
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risorse adeguati. Gli sforzi rischiano di diventare inutili quando non esistono le condizioni per
lavorare, per visitare e per valorizzare il proprio
territorio. Lo stesso cittadino ha bisogno di essere tutelato. Se le forze in campo non riusciranno a ripristinare la sicurezza e la pace in un
paese che sta per precipitare nel tunnel della
guerra civile, nessun governo potrà mai tutelare
i monumenti. L’Unesco in Iraq ha profuso energie notevoli ed ha lavorato egregiamente per la
conservazione dei monumenti e dei reperti archeologici, ma purtroppo in Iraq oggi la priorità
è quella della conservazione e del rispetto dei
diritti umani.
Qual è, secondo lei, il punto di forza dell’Unesco in Italia?
E’ quello di aver capito che lavorando in si-
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nergia, coinvolgendo istituzioni, privati, cultori
dell’arte e persino semplici cittadini, si può riuscire anche nell’impossibile. Aver dato alla popolazione la percezione e la responsabilità che
il passato e l’ambiente ci appartengono quasi
quanto la vita e la storia stessa, è un percorso
vincente. Ma vi è dell’altro: il ruolo positivo delle
istituzioni che hanno capito la necessità di una
legge sugli stessi siti Unisco e la presenza dell’Associazione “Città e Siti Italiani Patrimonio
Mondiale Unesco” che so essere attivissima.
Tutto questo pone l’Italia in posizione emergente
rispetto al panorama mondiale, una posizione
che ha guadagnato negli anni e che è il frutto di
una storia, di una tradizione, di una cultura e di
un’architettura che sono e che rimarranno invidiabili nel tempo.
Samarra
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IL PAESAGGIO LETTERARIO COME PAESAGGIO REALE
SPUNTI DA GABRIELE D’ANNUNZIO
SGUARDI DAL VITTORIALE
di RAFFAELE MILANI
a natura appare, ai nostri occhi,
come un vero e proprio spettacolo che richiede viva o assorta
partecipazione: le nuvole, i lampi,
gli squarci di cielo, le tempeste sul
mare, i deserti, ecc., sono scene
degne di uno Shakespeare che
pure in parte le ha rappresentate. Traspare dalle sue
manifestazioni un linguaggio inafferrabile, sospeso,
fatto di tracce, di cenni che ci rimanda a sintonie
Panoramica sul Lago di Garda
segrete. E vi sono modi assolutamente diversi per
trattarne. Lo sappiamo dagli innumerevoli esempi
letterari e pittorici, da Friedrich a Corot da Leopardi
a Proust. Lo sguardo ha, nella letteratura, infiniti risvolti evocativi che forniscono altri paesaggi.
Anche la città è paesaggio. Da essa possiamo
uscire nella natura (lo hanno fatto Socrate e Fedro),
in uno scambio tra la città e la campagna, ma possiamo anche entrare nella città, per vivere dentro la
contemplazione delle strutture architettoniche. Ogni
architettura è paesaggistica e favorisce un rapporto
educativo, tra ambiente e spirito. Essa si modifica al
nostro passaggio, alla mobilità del nostro sguardo,
come alla luce e alle stagioni. La vista e il nostro
corpo praticano una contemplazione tra l’interno e
l’esterno, tra ciò che è al di fuori e lontano e ciò che
è al di dentro e più piccolo e che si snoda davanti
ai nostri occhi. C’è una correlazione strettissima tra
l’esperienza estetica del paesaggio naturale e del
paesaggio urbano. Come l’uomo abita la terra, così
abita la città. Aggregati urbani piccoli o grandi possono essere la realizzazione di utopie rinascimentali
o moderne, ma la città o la metropoli, con le sue
piazze, i quartieri, gli edifici, i monumenti, può essere disorientante e creare un fenomeno di impressioni molto diverse. H. de Balzac (Ferragus), per esempio, descrive Parigi come il più delizioso dei mostri.
Tuttavia, che sia la Londra di H. Fielding, la Roma
di G. D’Annunzio, la Parigi di Baudelaire, la Torino
di F. Nietzsche, la Praga di F. Kafka, la Venezia di
J. Ruskin. Ciò che importa è l’incontro con il luogo
sognato, immaginato e che viene sostituito a quello
reale. A due diverse descrizioni letterarie dello stesso luogo corrispondono due luoghi evocativamente
diversi nella rappresentazione che viene offerta.
In questo panorama di elaborazioni mentali,
non possiamo non pensare a Gabriele d’Annunzio,
così sensibile all’antico come al moderno (“custode
della tradizione, promotore della modernità”), se vogliamo trovare un caso di paesaggio letterario realizzato. Potremmo anche ricordare il “look out”che
Victor Hugo fece costruire in cima alla Hauteville
House, a Guernesey, una specie di gabbia di vetro
per contemplare il mare. Ma D’Annunzio si presta
come esempio eclatante e totate. Basta leggere Le
Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi, i vari
taccuini, gli scritti giornalistici, e tanti spunti
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Nave Puglia
dalle sue opere per rendersi conto della sua venerazione per la natura e il paesaggio. Fino ad arrivare
a una vera e propria composizione del paesaggio
sotto la guida del sapere poetico. Ciò accade al
Vittoriale. Avremmo potuto prendere dei paesaggi
a confronto, nella rappresentazione che ne avevano
dato Petrarca o Manzoni, Dante o Pirandello e nella
loro attuale realtà. Tuttavia, la scelta di D’Annunzio
nasce dal fatto che, nel luogo ricreato a Gardone,
il Poeta inventa un’architettura della visione che
sposa realtà e artificio, memoria e illusione. Giardino e paesaggio s’incontrano in un’avventura dello
sguardo. Normalmente il senso dell’avventura non
dipende in generale da un prima e da un dopo, è
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incoerente, irregolare, non privilegia un sistema di
osservazione. Ma qui, al Vittoriale, esiste invece un
fatto curioso e nuovissimo: un’avventura meditata,
ordinata come in un testo letterario, secondo un
processo di similitudini, promosso da culti simbolisti e futuristi. Ha una componente che possiamo
considerare onirica, perché legata alla fantasia. Eppure è anche documento della storia in una specie
di follia spaziale. Basta farsi prendere dallo scorrere del tempo della visione, in una posizione fissa,
quasi da un qualunque punto di vista, nel giardino
e nel parco, per rendersi conto che si entra in una
fase diversa del vedere, si entra nel principio della
contemplazione. Ma come l’ha voluta e studiata il
Poeta, non come potremmo noi decidere che sia.
Ogni cosa sta al posto di un’altra. Siamo condotti in
un giardino-paesaggio letterario dove appunto è la
metafora a governare. In generale, vediamo sempre
frammenti, reliquie di realtà, di esperienze, segni
e memorie che ci vengono ricomposte in un tutto
apparentemente vacillante. Vince il nostro sguardo
errabondo. Pezzi sparsi di storia e di gesta, come
rovine di un’anima invasata.
Notiamo una sequenza di similitudini. Muoviamo dal fatto che, in questo luogo, la metafora è il genio dell’Imaginifico. Essa (metafora) è generalmente
intesa come una parola usata al posto di un’altra
per rendere un referente con un significato diverso.
Si tratta di un trasferimento semantico che si basa
su una parentela di somiglianza. In sostanza qui si
sostituisce a un’immagine un’ altra immagine, a un
paesaggio un altro paesaggio. Così come immaginava architetture1, immaginava i luoghi sull’architettura.
Sguardi dal Vittoriale:
1) La nave Puglia, geniale allestimento dentro
il parco, degno di un grande regista, invita a vedere
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non un lago, davanti a sé, ma il mare Adriatico. Anzi
guida questo genere di visione.
2) In un punto del parco, sembra di essere a
San Giusto, a Trieste, guardando verso il grande
golfo. Quel particolare punto favorisce il ricordo e fa
nascere alla vista il luogo lontano.
3) Nei giardini privati, per la loro struttura compositiva a terrazze, sembra di essere a Ravello che
conserva una delle più belle viste del Mediterraneo:
un belvedere d’eccezione.
4) I sassi del carso, segni disseminati in un limitato spazio verde, gli permettevano di passare tra
quei ricordi come un gigante in una geografia miniaturizzata. Teatro della distanza e della prossimità
che esalta il protagonista.
5) La cascata, con la divisione dei due rivi,
potrebbe essere stata pensata secondo modelli
giapponesi, shintoisti e buddisti (forse influenzata
da rappresentazioni giapponesi nella Prioria). Importanti appaiono i percorsi d’avvicinamento per
vedere la cascata come in un’inquadratura che diventa sempre più esplicita.
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6) Il teatro evoca l’atmosfera della Magna Grecia o della Grecia antica e dei suoi teatri, fuoco di
sguardi sul panorama circostante; forse cita quello
di Taormina in particolare.
Tutto ciò rientra nel disegno di un citazionismo
e di una frenesia antiquaria ovunque profusi, intriso di memorie guerresche come d’aure mitiche. In
questo regno della metafora, il paesaggio reale, ciò
che sta davanti a noi, si fa da parte, cede il posto a
un altro paesaggio, il paesaggio evocato, immaginato. Le forme del paesaggio reale diventano attori
di un spettacolo diverso, secondo un apparato di
similitudini. Il paesaggio letterario, immaginato dal
Poeta, diventa un paesaggio assolutamente reale.
Il paesaggio reale si trasforma in un paesaggio immaginario.
Il Vittoriale muta l’aspetto, cambia: da “ascetario” si fa isola silenziosa e profumata, abitata
dai fantasmi del mito; un’isola del Mediterraneo,
un’Itaca ideale e misteriosa, ma viva, ammantata
dallo spirito greco, da quello spirito che è comunque risultato comunque di un principio di
Il Mausoleo
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GLI ELEMENTI ESSENZIALI DEL PRINCIPALE STRUMENTO DI
CONSERVAZIONE, TUTELA E VALORIZZAZIONE DEI SITI UNESCO
contrasto, come precisa il Poeta nei suoi viaggi.
In una crociera del 1985 annota: “Lo spirito greco
è fatto della reazione continua dell’uomo contro la
personalità delle cose. Le cose, avendo una personalità così precisa e così forte, s’imponevano
all’uomo come un sopruso. L’uomo reagiva. Di
qui le magnifiche personalità dei Greci - reazione
contro le cose, per l’istinto di predominio. Eccitante il paesaggio. Gli alberi stessi della pianura, tra
Patros e Pirgo, così distanti gli uni dagli altri, non
sono personae? V’è un gran pino davanti al Museo
(di Corinto). Ha una forma e una voce proprie2.
“Anche nel Vittoriale contempliamo un scontro di
personalità: l’uomo, il Poeta, le cose e vi sentiamo
aleggiare lo “spirito greco”. Siamo anzi permeati
dallo spirito greco. In un diverso passo dei Taccuini, ebbe a dichiarare D’Annunzio: “Tutto qui è
dunque una forma della mia mente, un aspetto
della mia anima, una prova del mio fervore…”. Una
consonanza di temi che ritornano sul paesaggio
come categoria mentale che offre spazio all’immaginazione. Come visitatori, ci si sente spinti a
veleggiare nel Mediterraneo per via di uno strano
“trasognamento”3 con un desiderio di mare, di selva, di pietra, e di giacere, come lui, nella voluttà
d’essere “diversi e inconoscibili,
persi in una solitudine piena di apparizioni e di prodigi”. Lo spirito greco,
tensione armonica, ritorna in uno
stato di misurata ebbrezza. Il Vittoriale è l’armatura di trasognate essenze. Guardando verso il lago come
fosse un angolo di Grecia, sembra
di vedere quello spazio di mare che
divide Itaca da Cefalonia. Entriamo in
L’anfiteatro
un luogo mitico che si sovrappone a
quello oggettivo del lago.
Trasognamento. Quante volte,
afferma il Poeta, “la mia vita non è se non trasognamento! Sognare è una cosa, trasognare è
un’altra. La realtà mi si scopre a un tratto e mi si
approssima con una sorta di violenza imperiosa…
A un tratto ella (la realtà) si dissolve, si difforma,
si trasforma, assume l’aspetto del mio più segreto
fantasma…”4. Il Vittoriale, in un teorico abbraccio
tra visione d’interni e visioni d’esterni, è il risultato
di questo delirio ineffabile che ricrea i paesaggi.
D’Annunzio si pone oltre una linea, oltre un confine
tra due mondi: “Ne sorge un sentimento di lontananza e solitudine che mi circonda e mi fa simile a
un’isola senza radice”5.
Note
1 Si veda il bel libro di Carlo Cresti, Gabriele D’Annunzio, “architetto immaginifico”, Angelo Pontecorboli,
Firenze, 2005
2 G. D’Annunzio, Altri taccuini, a cura di Enrica Bianchetti, Mondadori, Milano I ed. 1976, p. 6.
3 Dell’attenzione, Zurigo, 5 settembre 1899, in Il venturiero senza ventura, 1924, p.1107
4 G. D’Annunzio, Dell’attenzione, cit. p. 1104
5 ibidem, p. 1105
IL PIANO DI GESTIONE
COME PIANO DEI PIANI
di CLAUDIO FEDOZZI
Coordinatore tecnico-scientifico
dell’Associazione Città e Siti Italiani
Patrimonio Mondiale Unesco
el suo saggio “fiducia e paura nella città” il sociologo
Zygmunt Bauman sottolinea
come effetti negativi della
globalizzazione, ad esempio, il fatto che, pur essendo l’inquinamento dell’aria o dell’acqua un fenomeno globale, sono le singole comunità locali a
doverne sostenere le conseguenze, potendo contare solo sulle proprie risorse; oppure il fatto che,
agli effetti disastrosi del terrorismo globale siano
i vigili del fuoco e le polizie locali che devono far
fronte.
In qualche modo credo
sia possibile leggere anche
la situazione di cui ci troviamo a trattare in un’ottica di
rapporto tra globale e locale, anche se, per fortuna, in
questo caso l’accezione di
globale è tutta in positivo.
Se è infatti l’UNESCO,
Organizzazione mondiale,
ad inserire alcune parti del
mondo nella Lista del Patrimonio dell’umanità, sono
poi le singole comunità locali a dover garantire
una buona gestione di questi beni, impegnandosi
a salvaguardarne gli elementi di eccellenza che ne
hanno determinato l’inserimento nella Lista, pur
potendo disporre di risorse sempre più limitate e,
spesso, insufficienti a garantire anche il normale
svolgimento delle attività istituzionali (“L’inscription sur cette liste consacre la valeur universelle
exceptionnelle d’un bien culturel ou naturel afin
qu’il soit protégé au bénéfice de l’humanité”).
Nel caso della Val d’Orcia, per fare un
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bia qualcosa da gestire (ad
esempio un’azienda) deve
fare un piano (sostanzialmente un insieme di obiettivi
da raggiungere ed un sistema di azioni per raggiungerli
in un arco temporale determinato) ed attivare una forma di controllo di gestione
(una serie di indicatori e di
unità di misura che servono
a verificare il grado di ragL’Orto Botanico di Padova
giungimento degli obiettivi
a cadenza periodica in rapesempio, in cui determinante risulta la salvaguarporto al tempo previsto). Ho semplificato molto
dia del paesaggio - un paesaggio antropizzato,
la questione, al limite della banalizzazione, ma in
fortemente caratterizzato dalla presenza della
questa occasione intendo richiamarne gli elementi essenziali, giusto per ricordare come, appunto,
coltura del grano e, comunque, prevalentemente
esista ormai una certa standardizzazione di questo
agricolo - gli indirizzi della Comunità europea in
tipo di strumenti. Nella fattispecie, però, la cosa
questo settore produttivo potrebbero determinare
risulta nella realtà molto meno semplice di quanto
una sensibile modifica dei prodotti e dei sistemi
appaia sulla carta. Diversi sono infatti i fattori che
di coltivazione e, quindi, incidere pesantemente
la complicano.
sull’integrità del paesaggio tutelato, senza che la
comunità locale possa fare alcunché per evitarlo.
Innanzitutto i soggetti.
Ecco dunque il nocciolo del problema: fin dove
Chi deve fare il piano di gestione?
la buona volontà, la convinzione, la passione che i
In qualche caso la risposta può essere relatiSindaci che qui sono intervenuti hanno dimostrato di avere, potranno da sole garantire una buona
vamente facile; per il centro storico di Firenze, ad
gestione del Sito riconosciuto dall’UNESCO, nel
esempio, lo potrà fare il Comune di Firenze. Ma per
senso che si diceva sopra?
la costiera amalfitana, ad esempio, chi lo farà? e
per l’orto botanico di Padova?
Il piano di gestione
Ho usato non a caso questi due esempi estremi:
Per dare risposta ad una simile domanda che,
• esistono Siti, come la costiera amalfitana,
in realtà, riguarda tutti i Siti italiani, può aiutarci lo
appunto, che comprendono decine di Comuni,
strumento del Piano di gestione di cui ogni Sito
diverse Province, spesso diverse Regioni, Enti
si deve dotare. La soluzione appare abbastanza
Parco, Comunità montane, Soprintendenze,
convenzionale e, quindi, semplice. Chiunque abecc.; in questi casi è fondamentale che qualcu-
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no assuma il ruolo di promotore dell’iniziativa,
di elemento trainante per tutti gli altri soggetti
coinvolti, con l’obiettivo di pervenire a forme di
accordo in cui tutti si sentano rappresentati e,
collegialmente, individuino le forme organizzative e procedurali attraverso cui pervenire alla
elaborazione del Piano di gestione ed alla sua
attuazione.
• l’orto botanico rappresenta invece quei
Siti, cosiddetti “puntuali”, per i quali, se da un
lato è molto facile individuare il “promotore” (in
quanto hanno solitamente un gestore), dall’altro
diventa invece assai più difficile decidere quali
siano i soggetti istituzionali da coinvolgere.
E qui è il caso di mettere in campo un secondo fattore, l’ambito territoriale interessato
dal piano.
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Qual è il perimetro dell’area che intendiamo gestire unitariamente?
Ovvero, per riferirsi ai casi precedenti, è immaginabile che l’orto botanico (di proprietà dell’Università) possa fare un proprio piano di gestione senza coinvolgere l’Amministrazione della città
al centro della quale si trova? E, ancora, è possibile
immaginare una gestione dell’orto botanico che
non tenga conto delle modalità di arrivo dei visitatori, dei punti in cui mangeranno, dei punti in cui
eventualmente si fermeranno a dormire, ecc…?
Questo per dire come l’ambito di riferimento
del piano, non sempre possa coincidere con il
perimetro del Sito iscritto nella lista; anzi, come
vedremo, questo è possibile in rarissimi casi.
Il Piano di gestione, se Piano deve essere,
deve, per quanto possibile, tener conto di tutti i fattori che possono positivamente o negativa-
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mente incidere sull’uso di un bene tutelato e deve,
per contro, cercare di valutare come l’uso del bene
stesso si ripercuota sul territorio circostante.
Potremmo in qualche modo dire che l’ambito
di riferimento del Piano è un primo, fondamentale
elemento di “progetto” del sistema di gestione che
si intende adottare.
L’individuazione dell’ambito richiede infatti una
scelta politico-gestionale circa la parte di territorio
su cui far ricadere l’impatto economico-organizzativo del sistema di gestione; sia in termini di impegno di risorse, sia in termini di ricadute positive
(chi spende, chi fa che cosa, chi ci guadagna).
Su quali strumenti inciderà il Piano di gestione?
In questo terzo fattore, strettamente correlato ai precedenti, sta la risposta ad una parte del
quesito.
Se infatti il piano di gestione si dovesse tradurre nella elaborazione, approvazione ed applicazione di un nuovo Piano, che, in quanto tale,
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si sommi a quelli già esistenti sovrapponendosi
ed intrecciandosi con questi, oltre a costituire un
appesantimento in termini di impiego di risorse (finanziarie, umane, di tempo, ecc.) molti dei soggetti istituzionali coinvolti tenderebbero a considerarlo un adempimento dovuto e rischierebbe di avere
effetti molto limitati.
Una possibilità concreta che possa invece
avere effetti positivi, senza gravare eccessivamente sugli impegni dei vari soggetti, risiede nel
far sì che il Piano di gestione definisca le ricadute
sui vari strumenti di gestione già in uso da parte
dei soggetti stessi: piani urbanistici, piani del commercio e dei pubblici esercizi, piani del turismo,
piani della mobilità e della sosta, programmazione
degli eventi e delle manifestazioni, programmazione delle opere pubbliche ecc.
Solo assumendo questa trasversalità (di contenuti e di competenze) ed utilizzando strumenti
usuali e consolidati, i soggetti interessati possono
riuscire a gestire correttamente il Sito, anche a parità di risorse.
Il Piano di gestione assume
pertanto valore di piano strategico,
finalizzato a coordinare e rendere
sinergica la programmazione tipica
e consolidata dei vari soggetti istituzionali coinvolti; in questo senso
lo si potrebbe definire “IL PIANO DEI
PIANI”; non in un’accezione di strumento sovraordinato ad altri ma, più
semplicemente e più modestamente,
di Piano che suggerisce indirizzi agli
strumenti, previsti da leggi e norme
vigenti, che i Comuni, le Province, i
Parchi e le altre Istituzioni presenti sul
territorio normalmente utilizzano per
Tivoli
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la gestione degli ambiti di rispettiva competenza.
In sostanza, mentre nulla possono gli attori
locali nei confronti, ad esempio, delle decisioni
della Comunità Europea, molto possono ottenere
semplicemente “orientando” la loro gestione quotidiana secondo l’ottica indotta dal riconoscimento
dell’UNESCO che, nell’attribuire valore universale
ad un Sito, conferisce in capo a quella che potremmo definire la “comunità affidataria” di quel Sito la
responsabilità di conservarne, tutelarne e valorizzarne le peculiarità.
Per quanto riguarda, invece, il contenuto dei
Piani, ovvero la reale possibilità che essi possano
garantire una corretta gestione dei Siti, occorre
mettere in rilievo l’importanza di alcuni elementi:
• la consapevolezza. E’ di fondamentale importanza il fatto che ogni soggetto coinvolto sia
pienamente consapevole di agire all’interno di un
contesto particolare, solo il raggiungimento di un
elevato livello di consapevolezza da parte degli
amministratori locali, ma anche dei tecnici, degli
imprenditori, dei soggetti economici e sociali, dei
formatori e di chiunque abbia interessi in quel luogo, a partire dagli abitanti, può dare maggiori garanzie, non solo di corretta impostazione dei Piani,
ma anche di più facile attuazione degli stessi.
• la formazione. Questo elemento, strettamente correlato al primo, in quanto è uno degli
strumenti attraverso cui costruire la consapevolezza, assume però un significato particolarmente
rilevante se considerato per la sua capacità di poter trasmettere il cosiddetto “saper fare”.
Nei Siti culturali, come nei paesaggi fortemente caratterizzati dall’intervento dell’uomo, ciò che
può garantire un buon livello di conservazione e
Noto
di tutela è, ancor più di un buon piano, la capacità
di mantenere in vita, ma anche di mantenere viva,
cioè in grado di adattarsi al contesto e di aggiornarsi, la sapienza degli operatori locali. I terrazzamenti coltivati a limoni della costiera amalfitana,
ad esempio, nascono non già da un atteggiamento
conservativo nei confronti del paesaggio, ma dalla
combinazione tra la necessità di sfruttare al massimo i pochi ed impervi terreni disponibili e la capacità degli operatori locali di riuscire nell’intento
producendo un risultato in splendida armonia col
sito. Potremmo dire quindi, in questo caso come
in molti altri casi, che il valore più alto non sta probabilmente nel risultato estetico-paesaggistico,
ma nell’intelligenza, nella sapienza, nell’operosità
degli operatori locali.
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L’INCONTRO TRA BATTISTA MAFFESSOLI
E L’ARTISTA ROMANO ASCANIO CELESTINI
“Quando la sera portavo i calchi delle incisioni ai grandi del paese, loro mi dicevano
che non valevano nulla”
UN CANTORE PER
L’ARTE RUPESTRE
DELLA VALLE
CAMONICA
di STEFANO MALOSSO
aramente capita di assistere all’incontro di due personalità acute, che sembrano
completarsi l’una con l’altra
andando a colmarsi con le
proprie sensibilità. Quando
questo capita, si crea un’atmosfera magica, evocativa, come sospesa nel
tempo. E’ proprio questa la sensazione che si
prova quando scorrono davanti agli occhi le immagini del dvd “Viva la Democrazia di Battista!”
appena pubblicato grazie alla volontà degli Enti
locali che partecipano al Gruppo Istituzionale di
Coordinamento per la gestione del sito UNESCO
“Arte rupestre della Valle Camonica”.
Il video, della durata di circa venti minuti, documenta l’incontro tra l’artista romano Ascanio
Celestini e Battista Maffessoli, un vero e proprio
pioniere nella scoperta delle incisioni rupestri
camune, e della loro promozione nel mondo.
Ascanio Celestini
Il lavoro di Maffessoli, iniziato casualmente
quando ancora giovanissimo gli capita di scivolare su una pietra con degli strani segni incisi sulla
superficie, si è sviluppato per decenni supportato
solo dalla sua grande passione: in quegli anni non
esistevano infatti pubblicazioni che riguardassero
l’arte rupestre nella zona e anche gli archeologi non
avevano ancora percorso i sentieri di Capo di Ponte,
di Ceto, Cimbergo, Paspardo, Darfo Boario Terme e
degli altri numerosi comuni della Valle Camonica, in
provincia di Brescia, che oggi conservano le rocce
incise. La tenacia e lo speciale rapporto di Maffessoli con il suo territorio lo spingono alla ricerca indefessa di nuovi segni, di nuove rocce, interloquendo
con archeologici e ricercatori di tutto il mondo, diventando il loro referente sul territorio.
Il sito di Naquane, nel comune di Capo di Ponte,
diventa così un punto di riferimento essenziale per
chiunque voglia ammirare le meraviglie dell’arte rupestre. Nel 1955 viene ufficialmente istituito il Parco
Nazionale delle Incisioni Rupestri: è il primo Parco
Archeologico italiano, che racchiude al suo interno
oltre 100 rocce, principalmente incise tra il Neolitico
(VI-IV millennio a.C.) e l’Età del Ferro (I millennio
a.C.), ma anche riprese in età storica, romana, moderna e contemporanea.
La sua importanza è tale che nel 1979 l’arte
rupestre della Valle Camonica viene insignita dall’UNESCO del titolo di Patrimonio dell’Umanità: gli
scienziati e gli esperti del settore che accorrono al
sito sono guidati da Maffessoli stesso, con le conoscenze e le sue brillanti intuizioni che gli faranno
guadagnare la stima di tutti gli studiosi dell’arte ru-
Battista Maffessoli
pestre. E’ lui a scavare i primi sentieri, a svelare con
le sue grosse mani lo strato di muschio che ricopre
le incisioni, a fare i calchi che andranno a formare
un vasto archivio iconografico a disposizione del
pubblico curioso, a proporre la sua interpretazione
alle dinamiche dei disegni: ed è proprio nell’interpretazione che Battista Maffessoli si rivela una guida illuminante, tracciando un filo immaginario che
collega le incisioni rupestri ed il loro mistero alla
tradizione fiabesca della Valle Camonica e della sua
natura, come solo uno sciamano potrebbe fare.
“I Camuni, 4000 anni fa, sapevano che la terra è
rotonda. Sapevano che c’era lo spazio”
Il Parco è disseminato di incisioni la cui immagine ha fatto il giro del mondo.
A pochi metri dall’ingresso troviamo
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la Roccia 50: è una grande superficie incisa con
rappresentazioni di guerrieri, edifici, impronte di
piedi e iscrizioni in caratteri etruschi. Scendendo
lungo il sentiero incontriamo la Roccia 73: reca
una dettagliata raffigurazione di edificio, con le travi del tetto e, sul colmo, due elementi che sembrano teste di uccelli o di cavalli, poste a protezione
dell’abitazione. Più a valle si trova invece la Roccia
70 con la celebre raffigurazione del dio Cernunnos,
divinità del mondo celtico transalpino. Percorrendo
il sentiero all’inverso, ci imbattiamo nella Roccia
44, nella quale spiccano due piccole asce-alabarde incise con la tecnica filiforme. Qualche metro
più in là si trova la roccia più famosa dell’intero
Parco: la Roccia 1, o la “Cappella Sistina dei Camuni” come l’ha definita genialmente Maffessoli.
Essa offre un’estesa varietà di incisioni (quasi un
migliaio), tra le quali si possono osservare i telai
a struttura verticale, le raffigurazioni di palette, le
svariate scene di caccia al cervo, le raffigurazioni
di cavalieri e il cosiddetto “labirinto”, vero e proprio
mistero per chi tenta da decenni di decifrare i segni
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dell’arte rupestre camuna.
Non è rara la scoperta di nuove rocce e di
nuove incisioni che emergono sotto i terricci e
fra i sentieri del Parco, in continua mutazione
ed evoluzione. In questo senso, il sito di Naquane ha ancora molto da rivelare agli studiosi ed
appassionati che continuano a sondarlo per far
emergere nuove ricchezze artistiche: è una continua sorgente di scoperte.
“Il territorio è talmente vasto che io non
sono mai stato disoccupato”
Un grande ringraziamento va quindi al lavoro di Battista Maffessoli, che ci ha lasciati domenica 3 settembre 2006. Gli Enti locali della
Valle Camonica ne hanno voluto ricordare la figura con un video, a fianco di Ascanio Celestini. Ma non solo: il laboratorio di Battista Maffessoli è stato acquisito dal Comune di Capo di
Ponte e diverrà sede dell’Agenzia di promozione del territorio. Un modo per dare continuità
alla missione del “pioniere”
dell’arte rupestre: divulgare
il valore del territorio, seminare tra i giovani l’amore
per una storia millenaria, il
fascino di un racconto per
immagini della grande avventura umana.
Note
1 Il Comune di Capo di Ponte ha recentemente pubblicato
un bell’opuscolo dal titolo “Battista, cercatore di graffiti”.
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IL FUNERALE DEI VIVI
di Ascanio Celestini
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na volta eravamo saggi e il funerale ce lo facevamo da vivi. Ci andavamo con lo stomaco pieno di
maccheroni. Ci coprivamo la testa e camminavamo sulla strada del camposanto. Scalzi per sentire le pietre, per intendere il peso dei nostri peccati. Ci accompagnavano i compagni e le comari
in silenzio e piangevamo davvero perché la morte è una cosa seria pure quando si fa per scherzo.
Una volta credevamo a tutto perché ci sembrava che era tutto segreto. La natura non era un patrimonio da salvare come uno che si sta affogando e bisogna raggiungerlo col salvagente prima che si beva
troppa acqua. La natura era un marasma e noi ci stavamo dentro come il passeggero di una nave nel mare
in tempesta che spera nelle capacità di un comandante che manco conosce. Lo prega come si prega un
santo. Magari poi è un pilota automatico, una macchina che fa tutto da sola. Magari manco è una tempesta, ma il mal di mare che ha trasformato le piccole onde in una grande agonia. Una volta credevamo a
tutto perché ci sembrava che era tutto segreto. Adesso abbiamo dovuto perdere la fede per non rischiare
di affogare davvero nel mare grosso. Adesso al funerale ci andiamo solo da morti.
Ma io il funerale di un vivo l’ho visto davvero.
Emilio mi ha portato in Val Camonica da Battista
Maffessoli che mezzo secolo fa ha riscoperto le incisioni rupestri degli antichi Camuni. Ha inciampato
in un cervo, cioè in un graffito che lo raffigura. Al
paese dicevano che quei “pitoti” li aveva fatti un
capraio, ma poi in valle sono arrivati gli studiosi e
Battista ha continuato a scoprire le rocce. Toglieva
la terra e il muschio, faceva i calchi di gesso e accompagnava i dottori di mezzo mondo tra i guerrieri
e le danze grattate nella roccia. Al tramonto, prima
di tornare dalla sua donna vera che lo aspettava a
casa, si metteva vicino all’incisione di una piccola
donna antica. Le braccia chiuse in un cerchio e le
gambe a specchio. Si guardavano la valle insieme pure se erano un uomo e una pietra divisi da migliaia di
anni. Battista dice che una volta all’alba ha sentito un violino, è arrivata un’astronave con tutti gli scienziati
che erano passati nella valle e nel frattempo erano morti. Gli hanno detto “ce ne andiamo dai Camuni. Ci
sveleranno il mistero delle incisioni”. Io che non sono pratico né di astronauti, né di archeologia gli ho
chiesto se era una storia che si era inventato lui, un sogno o una cosa vera. Lui non ha risposto perché era
saggio e credeva ai segreti.
Poi siamo andati a mangiare e io non conoscevo quasi nessuno. C’era Emilio che avevo sentito al telefono un paio di volte, c’era Battista col quale avevo passeggiato per le rocce, che mi aveva mostrato un omino
corridore con i capelli dritti e lo chiamava “il bersagliere”, che mi aveva illustrato la roccia grande, la sua
cappella Sistina. Abbiamo mangiato e eravamo molto contenti. Ora è passato un anno e sono tornato in Val
Camonica. Emilio mi dice che quel giorno di maggio è stata l’ultima volta che Battista è salito sulle rocce. È
morto dopo qualche settimana, a settembre. E io non l’avevo capito che quello era il suo funerale da vivo.
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UN PROGETTO DI VALORIZZAZIONE
CHE PUNTA SUL SENSO DI “BENE COLLETTIVO”
DAL DELTA SFOCIANO
NUOVE IDEE
di LUCILLA PREVIATI
Direttrice del Parco del Delta del Po
Torre Abate
l tema dell’acqua può aiutare ad
elaborare e sperimentare nuovi
comportamenti ed esprimere nuovi
valori; ha implicazioni economiche,
politiche, sociali di vasta portata e,
nello stesso tempo, attorno all’acqua si aprono sfide ricche di tensioni ad alto contenuto progettuale.
In quest’ottica guardiamo all’immediato
futuro come passaggio ad una più vasta scala
applicativa, da mettersi in pratica nel più breve
tempo possibile. L’adozione di “aree campione”,
in cui il concetto di eco-sostenibilità dello sviluppo deve marciare di pari passo con l’uso delle
risorse limitate, costituisce un modello che inte-
ressa tutti i settori coinvolti (urbanistica, sviluppo industriale, agricolo, di servizi, ecc.) in grado
di autogenerare risorse e sviluppare politiche di
gestione territoriale integrate e di cui l’utilizzo
delle acque costituisce parte determinante ma
non esclusiva.
Ogni intervento proposto quindi dovrà essere
proporzionata espressione di equilibrio, e dovrà
rifuggire dal concetto, così frequentemente utilizzato in passato, della contrapposizione netta, impossibile nel Delta, della diversità naturale e delle
attività antropiche; ogni azione dovrà inserirsi inevitabilmente nel contesto di un neo-ecosistema.
Ecco perciò che, nel lavoro del Parco a fianco della ricostruzione e ripristino degli ecosiste-
mi con principi scientifici, dovrebbero trovare
spazio tutte le attività collegate al nuovo concetto di sviluppo e di conseguenza dovrebbero
essere favorite le imprese in grado di fornire
servizi tecnici, turistici e culturali, per la piena
fruizione del territorio. E’ questo lo spirito che ha
improntato la Gestione Integrata delle Zone Costiere (G.I.Z.C.) nella nostra regione e pertanto
l’avvio di questi sistemi di conservazione della
natura deve preludere ad una gestione integrata
degli spazi naturali, in grado di fornire elementi
di benessere anche per l’uomo.
Si è consci che tale modo di rivisitare la
realtà comporta una ampia differenziazione nel
modo di concepire la pressione antropica ed il
controllo del territorio fino ad oggi sviluppato,
all’interno di schemi che sono stati diffusi secondo visioni settoriali.
L’impianto complessivo delle proposte
progettuali relative al “sistema di fruizione”
del Parco, sempre inserito in un quadro di tutela ambientale “non negoziabile”, può portare
un contributo al dibattito sulla nuova Legge n.
2/07 della nostra Regione che istituisce con
l’art. 13/bis, i “sistemi turistici locali” ovvero, dando esplicita attuazione all’art. 5 della
Legge nazionale n. 135/01 che li definisce
come “contesti turistici omogenei o integrati,
comprendenti ambiti territoriali appartenenti
anche a regioni diverse, caratterizzati
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dall’offerta integrata di beni culturali, ambientali e di
attrazioni turistiche [...]”, ne declina ulteriormente i
connotati locali verso appunto una “[...] offerta integrata di località, beni culturali e ambientali, compresi i prodotti tipici dell’agricoltura e dell’artigianato
locale, e dalla presenza diffusa di imprese turistiche
singole o associate”.
In una “città della costa”, da Venezia ad Ancona,
fra le più accoglienti del mondo, il Delta del Po ha
certamente un ruolo strategico da giocare e i rapporti che il Parco continua a consolidare con l’insieme delle aree protette padane e dell’altra sponda
dell’Adriatico, favorisce il formarsi di una particolare
e nuova destinazione turistica europea.
Le proposte progettuali che il Parco avanza mirano anche a valorizzare i patrimoni degli Enti locali
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soci del Parco e dello Stato: valorizzare non vuol
dire “guadagnarci sopra”, ma progettare un sistema
di azioni che ne esaltino il ruolo di un “bene collettivo”, la natura di valore materiale e immateriale del
bene. A tale riguardo si dovrebbe aprire una riflessione, che ogni realtà locale specificherà con i propri connotati, attorno ai modi di intraprendere azioni
di realizzazione di valorizzazioni patrimoniali.
Un esempio concreto dell’avvio di questo metodo di lavoro è il progetto “Realizzazione e valorizzazione dei centri visita della Stazione Volano-MesolaGoro - 1° lotto Torre della Finanza e Torre Abà”.
La “messa in valore” inizia portando a sistema la straordinaria realtà al confine con il Veneto,
la Stazione “Volano-Mesola-Goro” (prima area del
Parco con il Piano approvato, con Deliberazione
LA CARTA D’IDENTITÀ DEL PARCO DEL DELTA DEL PO
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l Parco è stato istituito nel 1988 con apposita legge regionale. Il Consorzio del Parco è il “regista”
del Parco. Dal 1996 il Parco ha a disposizione uno strumento: il “Consorzio per la gestione del Parco
regionale Delta del Po”. E’ stato costituito dalle due Province (Ferrara e Ravenna) e dai nove Comuni
che hanno aree o sono collocati all’interno del Parco (Comacchio, Argenta, Ostellato, Goro, Mesola, Codigoro,
Ravenna, Alfonsine, Cervia) e dispone di uno statuto specifico che ne regola le attività istituzionali. La funzione
del “Consorzio”, attraverso i suoi organi, è proprio quella di coordinare e di essere elemento di coesione per la
promozione del territorio. Un Comitato Tecnico scientifico e una Consulta del Parco forniscono elementi preziosi
per il “lavoro” degli organismi dirigenti, ovvero, l’Assemblea (formata dai presidenti delle due province e dai
sindaci dei Comuni) e il Consiglio di Amministrazione. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito
web www.parcodeltapo.it .
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di G.R. n° 1626 del 31/07/2001). Questa Stazione
individua come strutture destinate a funzioni di
appoggio alla fruizione e allo sviluppo del Parco, le
strutture edilizie del sistema territoriale estense, veri
e propri elementi del territorio, in quanto punti strategici, e ancora riconoscibili di quel sistema (come
da dichiarazione UNESCO - 2 dicembre 1999), da
valorizzare in relazione alle aree circostanti del delta
ferrarese. Queste strutture sono da considerarsi ai
sensi dell’Art 28, comma 1 delle Norme Tecniche
di Attuazione “a tutti gli effetti parti integranti del
Parco, il quale potrà porre condizioni al loro utilizzo[...]”.
Il progetto interessa l’insieme dei beni della Stazione, ovvero il Castello della Mesola (Centro visite
della Stazione già attivo), i Punti Informazione di
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Torre Abate e Torre Palù (in corso di specializzazione) ed il Centro di Documentazione - Osservatorio
Birdwatching e punto informazioni per la fruizione
delle vie d’acqua del Parco di Torre della Finanza,
oltre a collegare i beni “storici” al Delta “attivo” di
Goro, alle potenzialità di sviluppare il birdwatching
in barca nella Sacca.
Nel 2008 si prevede l’apertura di Torre della
Finanza e di Torre Abà; in particolare gli interventi
in corso sull’ immobile di proprietà demaniale di
Torre della Finanza sono a cura del Parco, che sta
operando con fondi Obiettivo 2, tramite una convenzione che regola i rapporti tra Parco, Agenzia del
Demanio - Filiale di Bologna, Comune di Codigoro
e Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività
Culturali dell’Emilia-Romagna.
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I PONTI PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
TRA ACQUA E CIELO
PER UNIRE TERRE E UOMINI
di GIACOMO NATALI
l nuovo ponte Unesco racconta la storia di un uomo e di un’idea.
Nato non si sa se da genitori greci
o armeni, serbi o albanesi, cresciuto
cristiano, poi educato alla fede islamica e all’arte e alla tecnica della corte
del Sultano di Istanbul, l’architetto Mimar Koca Sinan può essere considerato il simbolo
stesso dello straordinario crogiuolo multiculturale
che fu l’Impero Ottomano nel suo periodo di maggiore splendore. Quelle stesse caratteristiche che
resero immortali le opere da lui progettate in oltre
cinquant’anni di servizio presso i più grandi Sultani
e che gli valgono ancora oggi il paragone con quel
Michelangelo, suo contemporaneo e, a dire il vero,
meno presente collega nelle liste dell’Unesco.
E ora, nel corso dell’ultima sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO, un’altra
delle sue straordinarie costruzioni è stata inserita
nella prestigiosa lista e non è probabilmente un
caso che si tratti proprio di un ponte. Il Mehmed
Pasha Sokolovic di Visegrad, in Bosnia, è stata una
delle sue costruzioni più tarde, dopo infiniti edifici
religiosi e civili, e costituisce una sintesi della sua
arte, ma simbolicamente anche dell’unione di culture e terre che egli stesso incarnava.
Ed è in fondo questo il destino di ogni ponte,
di rappresentare al tempo stesso la competenza
tecnica di una civiltà, l’unione di bellezza ed utilità,
lo sforzo comune per un risultato, in definitiva un
connubio tra i più alti tra arte e tecnica, tra uomo
e natura.
Sarebbe però forse più corretto dire che questo
è ciò a cui ogni ponte aspira: quante volte invece
la sua costruzione ha significato divisione, sfruttamento, distruzione di un ambiente, fino a rappresentare talvolta persino un rischio o una calamità:
basti pensare alle infinite diatribe per il passaggio
sullo Stretto di Messina o al recente caso della
città di Dresda, che rischia seriamente di perdere
il riconoscimento UNESCO, se insisterà nella costruzione del discusso ponte nella valle dell’Elba,
che potrebbe rovinarne per sempre l’ecosistema e
la bellezza.
Ma in un modo o nell’altro le discussioni, lo
stupore, così come le polemiche, davanti ad un
ponte sono le stesse da migliaia di anni, e pare di
vedere negli occhi dei veneziani lo stesso interesse
per il Ponte di Calatrava che dovevano avere i loro
antenati nell’assistere alla costruzione del Ponte di
Rialto.
I ponti riconosciuti dall’Unesco
L’UNESCO riconosce dunque da tempo l’importanza di quei ponti nei quali la bellezza e la funzionalità si sono fusi, venendo a creare un luogo
Lo Stari Most di Mostar
ed un oggetto di fondamentale valore. Sono infatti
molti i ponti presenti in città ed aree già inserite
nell’elenco dei luoghi patrimonio dell’umanità (è
ad esempio il caso dei ponti siti nel centro storico
di Roma o del “ponte giapponese” di Hoi An, in
Vietnam) ma vi sono addirittura sei ponti che sono
riconosciuti essi stessi come meritevoli di essere patrimonio dell’umanità: in Francia il magnifico
ponte romano du Gard e il pont de Avignon del Palazzo della “cattività” dei Papi, in Spagna il ponte
trasportatore di Vizcaya dalla strana cabina sospesa, nel Regno Unito l’eponimo ponte della Ironbridge Gorge, capolavoro dell’architettura della rivoluzione industriale, infine in Bosnia Erzegovina, oltre
al già citato ponte di Mehmed Pasha Sokolovic,
anche il più famoso “Stari Most” (Ponte Vecchio)
di Mostar, distrutto nel corso della guerra del 1993
e del quale è stata terminata la ricostruzione nel
2004, restituendo a quella martoriata terra il più
tangibile segno della volontà di superare le divisioni e ripristinare la comunicazione e i collegamenti
tra le comunità dei due lati del fiume Neretva.
I criteri di eleggibilità
In varie occasioni le commissioni Unesco
hanno analizzato quali caratteristiche debba possedere un ponte per ottenere l’ambito riconoscimento, ma è in particolare il documento “Context
for World Heritage Bridges” realizzato congiuntamente da ICOMOS e TICCIH nel 1997 a
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costituire un importante punto di riferimento in
questo campo. Le caratteristiche fondamentali
elencate sono: il fatto di rappresentare un capolavoro del genio creativo umano; di avere esercitato
grande influenza nello sviluppo delle tecnologie,
delle costruzioni, delle comunicazioni; di rappresentare un esempio particolarmente fulgido di una
determinata tipologia, sia dal punto di vista tecnico
che stilistico e cronologico. Come altri siti, inoltre,
deve essere caratteristico ed autentico dal punto di
vista del design, dei materiali, della abilità costruttiva, del contesto. Verranno dunque considerati i
più ovvi fattori quali età, rarità, integrità, prestigio
del costruttore, oltre a fattori più tecnici quali superstruttura, substruttura, evoluzione delle tecniche di costruzione e così via. Significativamente
non sono considerati ostacoli al riconoscimento
il fatto che un ponte possa essere stato spostato
dalla propria sede originaria (come
nel caso di alcuni pionieristici ponti ferroviari statunitensi) oppure il fatto di essere stato ricostruito
in seguito a distruzione dell’originale (a patto che
la ricostruzione garantisca e documenti l’assoluta
fedeltà all’originale, come nel già citato caso del
ponte di Mostar o nel caso del ponte Kintaikyo in
Giappone) fattore che come vedremo è di particolare importanza anche per la candidatura del ponte
italiano di Bassano del Grappa. Infine il ponte dovrà naturalmente avere ricevuto una forma di protezione legale e un sistema di garanzia della sua
conservazione.
che l’Italia non possiede alcun ponte inserito
singolarmente). I ponti
italiani in questo senso più rappresentativi,
già candidati ufficialmente nella Tentative
list o che avrebbero
certamente le caratteristiche per poterlo
essere, sono dunque
il ponte romano di
Saint-Martin, vicino ad
Aosta, risalente al 25
A.C. quando serviva al
transito oltre la Dora Baltea in direzione delle Gallie;
il ponte di legno di Bassano del Grappa, portato a
termine nel 1569 su disegno di Palladio, distrutto nel
corso del secondo conflitto mondiale e ricostruito
nel 1948 (il che tuttavia, come visto, non costituisce
affatto un ostacolo, ma semmai una conferma del valore, anche simbolico ed emotivo, di tale costruzione)
ed infine il moderno ponte del Risorgimento di Roma,
costruito nel 1911 in cemento armato per riunire i luoghi della Esposizione Internazionale d’Arte.
I tanti ponti del Medioevo e del Rinascimento
sono invece molto spesso già presenti nella lista
UNESCO come parte integrante delle città che li
ospitano (è il caso di Ponte Vecchio e Ponte Santa
Trinità a Firenze, del Ponte di Rialto a Venezia e di
molti altri).
Un caso particolarmente significativo, infine, è
costituito dal misterioso ponte-diga di Valeggio sul
Mincio. Costruito in grande velocità nel 1393, per volontà di Gian Galeazzo Visconti, pare per prosciugare
la nemica Mantova o al contrario per allagarla o forse
con altre più miti funzioni mai del tutto appurate, è
Il ponte Kintaikyo
Ponti Unesco per l’Italia?
Può dunque essere interessante, in base a queste premesse, provare a ragionare su quali ponti
italiani potrebbero rispettare tali criteri (ricordiamo
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Il ponte Mehmed Pasha Sokolovic di Visegrad
stato recentemente segnalato dal World Monuments
Watch come uno dei cento monumenti mondiali a
rischio. Questa affascinante costruzione giace infatti
parzialmente distrutta, o forse mai completata, denuncia l’organo della fondazione privata World Monuments Fund, in una grave situazione di instabilità
strutturale.
Quando una traccia così importante della nostra storia viene lasciata andare in rovina o quando questa viene distrutta deliberatamente come
accadde nel tragico caso di Mostar, vittima del
conflitto di un paese in disfacimento, che voleva
anche simbolicamente sostenere l’irreparabile cesura tra mondi e culture che fino ad allora avevano
convissuto dando vita anche a momenti di sublime
grandezza, ciò che perdiamo è molto di più di semplici pietre o tronchi o travi d’acciaio. E’ l’essenza
stessa della ricerca di una armonia, di un senso, di
un percorso che solo insieme potremo affrontare
anche in futuro. E’ la memoria e la testimonianza
della sfida di un mondo possibile, che fortunatamente si ostina a restare tra noi.
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UN PROGETTO
DI SVILUPPO SOSTENIBILE
PER I SITI CAMPANI
REGGIA, MA NON SOLO
di GIUSEPPE ALESSANDRO CIAMBRONE
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l Patrimonio dell’Umanità nella Regione
Campania ed in particolare nella Provincia di Caserta è in pericolo a causa della
grave crisi emergenziale nel settore dei
rifiuti, delle vere e proprie guerriglie urbane fra organizzazioni malavitose, del
basso profilo dell’educazione scolastica
nel campo della tutela culturale ed ambientale e dell’altissimo livello di disoccupazione. L’immagine della
regione è fortemente compromessa ed il turismo, che
dovrebbe essere la maggiore fonte di introito economico, ne risente negativamente. Il progetto sottoposto all’attenzione dell’Unesco propone di realizzare un
network fra i cinque siti campani, utilizzando la rete
di trasporti esistente, in modo da rappresentare la
regione nel mondo attraverso la propria cultura.
L’inestimabile patrimonio architettonico e naturalistico della Campania è costituito:
1. dal Complesso monumentale di Caserta.
L’unicità del complesso, creato da Carlo III di Borbone
nel 1750 circa, consiste nella connessione fra il Palazzo, il giardino Reale, il paesaggio circostante e la città di
San Leucio realizzata per rispecchiare l’idealistico principio della meritocrazia nella lavorazione e produzione
serica;
2. dal Centro storico di Napoli. La colonia greca del 470 a.C. conserva nel suo tessuto urbano e nelle
sue architetture il segno culturale delle diverse dominazioni europee e mediterranee succedutesi nei secoli;
3. dal Sito Archeologico di Pompei. Le rovine,
sopravvissute all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., testimoniano una vivida rappresentazione di un particolare stile di vita della società romana che non ha uguali altrove;
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4. dalla Costiera Amalfitana. Gli eccezionali
esempi di insediamenti architettonici mediterranei si
inseriscono straordinariamente negli incredibili scenari naturalistici;
5. dal Parco del Cilento e la Certosa di Padula.
Oltre ad ospitare il drammatico gruppo di santuari, fra
cui la Certosa, il Parco ha avuto un ruolo chiave per gli
scambi commerciali, culturali e politici tra le colonie
greche e le popolazioni indigene etrusche e lucane.
Oltre alla presenza dei Siti Unesco, il turismo potrebbe essere anche agevolato dai prezzi contenuti, se
comparati con quelli di altre Regioni come la Toscana,
il Veneto ed il Lazio. Inoltre numerosi turisti sono invogliati a visitare la Campania per le famosissime isole
di Capri ed Ischia che annovero ogni anno fra i propri
ospiti star del jet set internazionale e che in passato
venivano visitate soprattutto da americani,tedeschi,
giapponesi e svedesi che vedevano in questa terra la propria meta preferita di soggiorno. A questo straordinario patrimonio si contrappongono
le recenti problematiche descritte all’inizio, che
devono essere affrontate attraverso: politiche di
risanamento ambientale (bonifiche di discariche
e siti di stoccaggio di eco-balle, raccolta differenziata…); potenziamento specializzato delle forze
dell’ordine per la particolare emergenza criminale; training nel settore delle attività turistiche e di
educazione ambientale per studenti e disoccupati. I turisti che arrivano a Napoli non ricevono
un’adeguata accoglienza per l’insufficienza di servizi, come gli information points, e di personale
specializzato capace di comunicare con visitatori
di diverse nazionalità.
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con quelli del Veneto, sebbene sui territori di entrambe
le regioni insistano cinque
Siti Unesco, si deduce che
il flusso turistico campano è
di quattro volte inferiore rispetto a quello veneto. Nella
provincia di Caserta le problematiche sono accentuate
dalla presenza di turisti che
Il Belvedere di San Leucio
non soggiornano in città, ma
visitano la Reggia solo per
La città è anche priva di un Piano di
poche ore prima di ripartire. Ciò comporta
gestione commerciale: nella stagione estil’aumento del traffico veicolare, dell’inquiva, dove si registra un aumento dei flussi
namento atmosferico e dei rifiuti urbani.
turistici, molte attività, fra cui i negozi di
La proposta progettuale suggerisce la realizzazione di un “distretto culturale caserabbigliamento, sono chiuse ed i visitatori
tano” che riunisca fisicamente, utilizzando
non sono invogliati a trattenersi per molti
i trasporti esistenti, ed idealmente, secongiorni. Le strade sporche con cumuli di rifiuti, il percepibile senso di insicurezza che
do il progetto originario, il sito Unesco
si registra soprattutto nell’area del porto e
costituito dalla Reggia, dall’Acquedotto
nei pressi della stazione ferroviaria centradel Vanvitelli e dal complesso di San Leule sono segnali di un settore, quello turicio. I turisti infatti considerano Patrimonio
stico, che fatica a decollare. Dal confronto
dell’Umanità solo la Reggia e non visitano gli altri due capolavori architettonici. Il
dei dati turistici annuali della Campania
UNA VOCAZIONE DA COLTIVARE
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iuseppe Ciambrone è l’unico italiano fra i cinque vincitori dei Master in “Management del Patrimonio
dell’Umanità” finanziati dall’UNESCO, dall’Associazione Vocation Patrimoine e dalle multinazionali assicurative AXA e Mazars. La premiazione si è tenuta lo scorso 5 novembre nel quartier generale dell’UNESCO a Parigi alla presenza del vice Direttore Generale dell’UNESCO madame Francoise Rivière e del Ministro della
Cultura e delle Comunicazioni francese madame Christine Albanel. Gli altri vincitori sono stati Kinley Gyeltshen
(Butan), Damon Vahabi Moghaddam (Iran), Rusudan Mirzikashvili (Georgia), Gonzalo Banda-Cruz (Ecuador). Il
bando di gara richiedeva una proposta per il recupero di un sito UNESCO, possibilmente annoverato nella Lista dei
Siti mondiali in pericolo, favorendo esplicitamente i candidati dei paesi in via di sviluppo.
L’acquedotto del Vanvitelli
“distretto culturale” deve essere realizzato
come un’area vibrante e dinamica con attività ricreative e turistiche (ristoranti, caffetterie, bookstores…).
La realizzazione del network regionale e
provinciale deve includere un’attiva partecipazione dei cittadini, delle associazioni di
settore e degli imprenditori nelle scelte di
pianificazione pubblica a diversi livelli territoriali. I cittadini devono essere informati
e devono offrire il proprio contributo attraverso idee e progetti, anche auto-sovvenzionati, che si integrino nella proposta di
recupero dei siti Unesco. Deve inoltre essere incoraggiata una partnership pubblicoprivata per la valorizzazione del patrimonio
culturale ed ambientale, sia per disporre di
maggiori investimenti sia per sensibilizzare
la società civile ai temi della conservazione
e tutela. La politica di recupero sociale ed
ambientale, la maggiore specializzazione
nell’ospitalità e nella professionalità turisti-
ca e ricettiva, opportunamente pubblicizzati, comporterebbero un aumento di visitatori maggiormente distribuito sul territorio
campano e casertano, con percorsi culturali legati ai siti Unesco ed alle attività di
svago. Un management plan regionale che
funga da coordinamento dei management
plans dei cinque siti Unesco e che, come
un cabina di regia, consenta di monitorare
le problematiche inerenti l’incremento turistico e lo stato di conservazione dei Siti. Lo
sviluppo sostenibile è inteso come crescita
economica e sociale del territorio e come
tutela del patrimonio ambientale e culturale
dei siti Unesco campani, per la nostra e per
le generazioni future.
Note
1 dati reperibili dai siti istituzionali delle regioni Campania e Veneto
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UN DIVERSO APPROCCIO ALLO SVILUPPO TURISTICO
UN PAESE PER ALBERGO
di GIANCARLO DALL’ARA
Presidente dell’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi
l panorama italiano dell’ospitalità diffusa sta lentamente
cambiando. Alle formule ormai tradizionali quali i B&B,
le Country house, le aziende
agrituristiche, si stanno affiancando nuove forme di ospitalità,
alcune delle quali nate spontaneamente (dimore storiche, case albergo, reti
ospitali…), altre frut to di strategie lega-
te ai temi della compatibilità ambientale,
della valorizzazione, della cultura locale
e frut to di riflessioni sui modelli di sviluppo turistico-territoriale. Così a fianco
di tante formule di ospitalità “impor tate”, si cominciano a trovare proposte
che coniugano un approccio al turismo
made in Italy, il sapore locale e la cultura ospitale dei luoghi. Una delle formule
che mostra di avere grandi potenzialità,
e che riesce ad attirare
l’at tenzione
e l’interesse della
domanda, degli operatori e dei media,
non solo italiani, è
l’albergo diffuso.
Se l’agriturismo
è bello, ma isolato,
e il Bed & Breakfast
rappresenta spesso
ciò che si cerca ma
al prezzo di dover
stare a casa di altri
e con altri, l’albergo
diffuso propone una
via diversa. Quella di
una proposta “innovativa”, carat terizzata dalla diffusione
orizzontale
Semproniano
Sant’Angelo Muxaro
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delle unità ospitali, con la possibilità di
usufruire di servizi alberghieri (ristorazione, piccola colazione, accoglienza,
pulizie, spazi comuni, assistenza...) per
tut ti gli ospiti che alloggiano nei vari
stabili, il tut to con una organizzazione
e gestione unitaria di tali servizi. L’albergo diffuso non è dunque una sommatoria di case, ma una vera e propria
strut tura ricet tiva alberghiera originale,
carat terizzata dal fat to che tut ti i servizi
alberghieri vengono garantiti agli ospiti
anche se alloggiano in camere sparse
in un centro storico abitato, e vicine fra
loro. Gli edifici dell’albergo diffuso sono
di norma case di pregio, o almeno abita-
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zioni tipiche, di sapore locale appunto, in
un contesto di interesse storico e culturale, ristrut turate e ammobiliate in modo
tale da coniugare i comfor t dei servizi
con l’autenticità della proposta.
Non solo: il centro storico, o il borgo
nel quale sorge l’Albergo Diffuso, si carat terizza per un numero di abitanti tale
da garantire agli ospiti la possibilità di
avviare relazioni, di avere rappor ti interpersonali con i residenti e gli altri ospiti.
L’idea di base è che, più che clienti di un
albergo, si è per qualche giorno par te di
un vero e proprio vicinato, qualcosa che
ha a che vedere con la vita di una comunità “temporanea”. Da questo punto
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IL MANIFESTO DELL’ALBERGO DIFFUSO
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lbergo Diffuso: un modello originale di ospitalità e di gestione dei
servizi alberghieri.
L’albergo diffuso è un albergo orizzontale, un progetto di ospitalità integrato nel territorio, nella sua cultura e nella sua comunità.
L’Albergo Diffuso è una proposta ospitale italiana, concepita negli anni ’80
in Friuli e messa a punto come modello di ospitalità originale negli anni ’90 in
Sardegna e in altre regioni del nostro paese.
L’albergo diffuso è un “luogo” ospitale, e si differenzia dai “non-luoghi” per il suo essere fortemente radicato nel territorio e nella sua cultura, che diventano componenti di base dei servizi
ospitali offerti.
La sua formula gestionale, si caratterizza per una marcata coerenza con i temi dell’autenticità,
dell’esperienza, della relazionalità e dello sviluppo locale.
Tra l’Albergo Diffuso e le altre forme di ospitalità diffusa vi è la stessa differenza che esiste tra
un albergo e un residence, tra un albergo e un B&B, tra un albergo e un affittacamere.
Caratteristiche di un Albergo Diffuso sono:
• la gestione unitaria;
• l’offerta di servizi alberghieri e ambienti comuni a tutti gli ospiti alloggiati nei diversi edifici
che lo compongono;
• un ambiente “autentico” fatto di case di pregio, ammobiliate e ristrutturate non “per turisti”, ma pensando a residenti, seppure temporanei;
• una distanza tra gli immobili che non è tale da impedire alla gestione di offrire a tutti gli
ospiti, non solo i servizi alberghieri, ma anche l’esperienza stessa della formula ospitale;
• la presenza di una comunità viva;
• una gestione professionale non standard, non simile a quella che caratterizza gran parte
degli alberghi che fanno parte di catene alberghiere, né tantomeno simile a quella rigida dei
grandi alberghi in stile “Ritz”, ma coerente con la proposta di autenticità dell’esperienza, e
con le radici nel territorio;
• uno stile riconoscibile, una identità leggibile in tutte le componenti della struttura ricettiva,
che non configura come una semplice sommatoria di case ristrutturate e messe in rete.
Per saperne di più www.alberghidiffusi.it
Bosa
di vista l’albergo diffuso è una strut tura
che si carat terizza per avere due hall,
una dentro e l’altra appena fuori dell’albergo. E per questo il paese o il borgo
che lo vuole ospitare, anche se di piccole dimensioni, si deve presentare come
una realtà viva, animata, e dotata di tut ti
i servizi di base propri di qualsiasi “comunità viva” (passeggiata, negozi, farmacia, chiesa, edicola, bar, pro loco…),
condizioni, a ben vedere, che non mancano nel nostro Paese!
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PASSATO E PRESENTE, TRADIZIONE E INNOVAZIONE
ALL’OMBRA DEL CASTELLO SCOZZESE PIÙ FAMOSO DEL MONDO
EDIMBURGO: MEDIOEVALE,
OTTOCENTESCA, MODERNA
CAPITALE EUROPEA
di LUCA ROSSATO
dimburgo è una città eclettica,
sorprendente e affascinante che
fino all’ultimo sguardo riserva
nuove emozioni anche al visitatore più distratto. La sua caratteristica principale è la varietà di
spazi urbani che offre, frutto della
sua storia, un mix di passato e presente, di tradizione e di innovazione.
Il nucleo medioevale della città, si è costituito
attorno all’imponente castello edificato sulla sommità di un cono vulcanico; Castle Rock, è una collina i cui primi abitanti (le testimonianze più antiche
risalgono all’850 a.C.) furono probabilmente attratti
proprio dalla presenza di questa altura difensiva naturale. Nel corso dei secoli, malgrado la città venga
saccheggiata sette volte dagli inglesi, Edimburgo
all’ombra della sua fortezza cresce costantemente.
Nell’XI secolo si registrano i primi mercati mentre le
sue mura furono costruite attorno al 1450 delimitando la zona della città vecchia. Le descrizioni di
meravigliati cronisti dell’epoca che ebbero occasione di addentrarsi nel centro medioevale della città ci
raccontano di come al suo interno venne raggiunta
una incredibile densità abitativa con palazzi anche
di dodici piani, tra i più alti conosciuti di quel periodo. Dal Royal Mile, strada principale del centro
lunga appunto circa un miglio, fuoriescono i tanti
Il Castello
La città vecchia
“closes” vicoli stretti e ripidi che scendono verso la
base della collina attraverso interminabili scalinate
e sfocianti in piazzette e piccoli spazi aperti tra gli
antichi edifici. Questo asse viario, in realtà somma
di quattro diverse strade, collega l’antico castello
di Edimburgo (uno dei monumenti più visitati del
Regno Unito) con il moderno edificio del nuovo parlamento scozzese, un salto tra passato e futuro di
questo paese ricco di storia e tradizioni millenarie.
La fama di città moderna si lega però ad Edimburgo solo a partire dal XII secolo, quando per un
centinaio di anni si susseguono diversi piani urbanistici di sviluppo della città. E’ in questo periodo
che alla città vecchia inizia a contrapporsi la città
nuova dal gusto neoclassico, costituita da larghi
viali sapientemente pavimentati, parchi pubblici e
piazze di forme sempre differenti. Nel corso degli
anni una maglia di strade ortogonali si sviluppa
ai piedi del castello parallelamente alla Princes
Street, vero spartiacque tra l’ordine e l’armonia
neoclassici ed il tortuoso disegno del vecchio centro storico; un sobrio ed elegante sviluppo urbanistico che raddoppia la dimensione della città e in
pochi decenni porta la “New Town” di Edimburgo
ad imporsi presto all’attenzione internazionale
diventando un mirabile prototipo di ampliamento
urbano da seguire o a cui fare riferimento per simili
interventi di taglio neoclassico dell’epoca. Passeggiando per questa nuova parte di città si apprezza
la sequenza di spazi aperti progettati, curatissimi
giardini sui quali si affacciano palazzi dagli angoli
smussati, forme arrotondate che abbracciano altre squadrate, bellissime finestre che fuoriescono
dalle nobili facciate per catturare più luce naturale
possibile, elemento che da queste parti purtroppo
spesso scarseggia tutto l’anno.
Proprio per questo mirabile dualismo tra
innovazione e tradizione nel 1995, su in-
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dicazione dell’ICOMOS (International Council on
Monuments and Sites), la città di Edimburgo viene
nominata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità
come raro esempio di crescita medioevale e per
la sua mirabile pianificazione urbana ottocentesca.
E’ sufficiente una breve ascesa alle verdi alture attorno alla città per rendersi conto di come le due
tessiture urbane convivano in perfetta armonia
e per godere della suggestiva vista della Firth of
Forth (gioco di parole che indica l’estuario, appunto “Firth”, del fiume Forth) la baia situata a pochi
chilometri dal centro cittadino. Ma Edimburgo non
è solo densa di storia e circondata da meravigliosi panorami, la città ha anche saputo rinnovare la
propria immagine di giovane capitale europea con
opere di architettura contemporanea finite sulle
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riviste più importanti del settore. L’incredibile edificio del nuovo parlamento scozzese degli architetti
Miralles-Tagliabue ed il riuscitissimo ampliamento
del museo di Scozia dello studio Benson-Forsyth
sono solo le punte di diamante dell’architettura
contemporanea ad Edimburgo; a questi progetti,
che hanno sancito l’inizio di una nuova rinascita
per la città, sono infatti seguiti altri di minore importanza ma non di minor qualità, un nuovo look
per una città che negli anni ha saputo giocare con
i suoi diversi volti, da quello medioevale del centro
storico a quello composto e sobrio dei viali ottocenteschi alle forme innovative dei moderni edifici,
senza tuttavia mai perdere quel fascino che ne fa
tutt’oggi e probabilmente sempre di più in futuro
una ambita meta turistica.
IL NUOVO PARLAMENTO DI SCOZIA
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al 1997, dopo che il secondo referendum sull’istituzione del parlamento scozzese si concluse con una
maggioranza di voti a favore, centinaia di milioni di euro sono stati investiti per dare un volto contemporaneo alla capitale Edimburgo.
Nel luglio del 1998 il concorso per il nuovo edificio del parlamento scozzese vede la vittoria dello studio Enric
Miralles - Benedetta Tagliabue, di Barcellona, il quale descrisse la Scozia come “una terra, non una serie di città ed
il suo parlamento dovrebbe essere capace di riflettere la terra che rappresenta”.
Purtroppo dopo solo cinque mesi dall’inizio dei lavori Enric Miralles, uno degli architetti più talentuosi del
momento scompare prematuramente lasciando un’aurea di sventura sulla costruzione che non svanirà fino al suo
completamento. Nel corso degli anni infatti, insieme all’edificio crescono scandali, ipotesi di boicottaggio, scelte
sbagliate da parte del governo che fanno lievitare i costi iniziali fino all’incredibile cifra di seicento milioni di euro
(degli ottanta previsti inizialmente).
L’edificio, inaugurato nel 2004, è subito divenuto un simbolo della città anche se poco amato dagli stessi
Scozzesi nonostante i maggiori premi di architettura lo abbiano acclamato come capolavoro mondiale.
La sua complessità lo rende un edificio di difficile comprensione, un insieme di forme che compongono un
fiore che sboccia dal terreno nascendo dalla scura roccia vulcanica e i cui petali ricordano le chiglie delle barche
capovolte dei pescatori scozzesi quando non utilizzate.
La sensibilità compositiva di Miralles emerge proprio attraverso la riproposizione delle chiglie come elemento
fondante del progetto; l’architetto amava definirle come delicate presenze sui terreni scozzesi, sagome fluttuanti
nel paesaggio che caratterizzarono l’edificio del nuovo parlamento celebrando la nascita della nuova Scozia.
Il nuovo Parlamento scozzese
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UN CUORE ANTICO
AL CENTRO DELLA SICILIA
di PAOLA DONATELLA DI VITA
Assessore al Patrimonio Monumentale
e alle Aree Archeologiche di Piazza Armerina
ella parte più interna della Sicilia vi è una cittadina, Piazza
Armerina, che vanta secoli
di storia e che permette al
viaggiatore di respirare, percorrendo le strade
della città antica, lo spirito di un tempo ormai
lontano. Imponenti architetture civili e religiose
fanno da quinta alle stradine di impianto medioevale lasciando intuire il susseguirsi delle
dominazioni, degli stili e delle culture.
Ma nonostante un cuore antico così ricco, Piazza Armerina è soprattutto nota
per la presenza, nel suo
territorio, a circa cinque
chilometri dalla città,
della Villa Romana del Casale.
Tremila e cinque-
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“Un barocco sobrio e severo che riesce a far parlare le pietre”
cento metri quadri di pavimento mosaicato,
vero e proprio tappeto di pietra, strutture architettoniche degne di una residenza aristocratica
e risalenti al III-IV sec. d.C. hanno infatti reso
la Villa Romana uno dei monumenti più noti al
mondo.
Più di quaranta ambienti tra atrio, peristilio,
terme e servizi, giardini, triclinio, basilica, appartamenti privati con sale absidate, permettono durante la visita, anche se solo per poco
tempo, di cogliere la dimensione del lusso che
doveva regnare sovrano in una villa romana.
Gli ignoti artisti del tardo impero vi hanno
raffigurato scene di vita
quotidiana,
episodi
della mitologia, scene di caccia, in una
cornice figurativa caratterizzata da un comune
denominatore: la supremazia
dell’astuzia e dell’intelligenza
dell’uomo rispetto le forze, allora
poco conosciute, della natura e dell’elemento divino.
Alcune di queste scene sono note
in tutto il mondo, come quella
della dieci ragazze in bikini o
del cubicolo della cosiddetta
scena erotica, od ancora del
corridoio della grande caccia,
dove un ritmo possente ed
incalzante ci fa rivivere tutte
le fasi della “caccia alle fiere”,
preludio agli spettacoli nel Circo
Massimo.
Il complesso architettonico e
musivo fu interamente portato
alla luce, nell’estensione attuale, dopo le campagne di scavo di Orsi, Pace e Bernabò Brea,
da Gino Vinicio Gentili negli anni ’50 e successivamente “musealizzato” dall’architetto Franco Minissi, che optò per la conservazione dei
mosaici in situ realizzando una struttura di fruizione su passerelle metalliche e una struttura
di copertura e protezione trasparente, ancorata
su ricostruiti brani di muratura.
Da circa un anno questo gioiello dell’Unesco, riconosciuto tale sin dal 1997, secondo i
criteri I (rappresenta un capolavoro del genio
creativo dell’uomo), II (ha esercitato un’influenza considerevole in un dato periodo o in
un’area culturale determinata, sullo sviluppo
dell’architettura, delle arti monumentali, della
pianificazione urbana o della creazione di paesaggi) e III (costituisce testimonianza unica o
quantomeno eccezionale di una civiltà o di una
tradizione culturale scomparsa), è interessato
da un nuovo imponente intervento di restauro,
riqualificazione e musealizzazione del sito che
dovrebbe por fine ad anni di disattenzione ed
incuria.
La Villa Romana, negli ultimi anni è stata
purtroppo protagonista di atti vandalici, delle
rotte dell’archeomafia, è stata in prima pagina
sulla stampa di tutto il mondo per l’allarmante
stato di degrado in cui si trovavano i famosi
mosaici che ogni anno catturano l’attenzione di
quasi mezzo milione di visitatori.
Nel 2003 la Regione Sicilia, cui compete la
proprietà del monumento, decise di investire
nel recupero della Villa individuando un finanziamento specifico, a valere su fondi POR, di
circa 18 milioni di euro per la sostituzione della
copertura e per il restauro dei pavimenti
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in mosaico ed in opus sectile e degli affreschi,
affidandone la progettazione al Centro Regionale per la Progettazione ed il Restauro diretto
dall’architetto Guido Meli.
Parallelamente si muoveva la Provincia Regionale di Enna che, nell’ambito della progettualità del PIT 11, destinava circa sei milioni di
euro per la realizzazione dei servizi esterni alla
Villa (parcheggi, area commerciale etc.).
Nel 2004 inoltre la Regione Sicilia istituiva,
con propria legge, l’Alto Commissariato della
Villa Romana, individuando in Vittorio Sgarbi il
garante dell’iter progettuale ed amministrativo
degli interventi in programma, impegnandolo
anche nel delicato compito di predisporre le
linee guida per la realizzazione degli interventi.
Oggi entrambi i progetti sono stati appaltati
e sono in corso di realizzazione e dovrebbero,
entro la fine del 2008, restituire alla Villa un’immagine degna della sua fama.
I due cantieri che alla fine costituiranno un
unicum sul territorio, sono andati ad incidere
su un tessuto archeologico che ha presentato una realtà in un certo senso inaspettata:
la presenza di un insediamento medioevale di
vaste proporzioni, al cui
scavo sta lavorando ormai
da quattro anni la missione archeologica de La
Sapienza, diretta dal prof.
Patrizio Pensabene, che
dovrà
necessariamente
integrarsi con le testimonianze di epoca romana.
A cantieri conclusi il
Panoramica
restauro però non potrà
dirsi finito. L’intervento di
recupero in corso è molto delicato e se per
alcuni ambienti sarà definitivo non lo sarà
per altri per i quali dovrà essere programmata un’accurata e costante opera di protezione
e di manutenzione.
Le nuove scoperte archeologiche inoltre
aprono spazi nuovi all’interpretazione del
ruolo della Villa nel territorio e nel tempo.
Dopo l’abbandono della Villa a partire dal
VI sec. d.C. e sino all’epoca medioevale, nel
sito denominato Casale (da qui il nome della
Villa), fu mantenuto un piccolo insediamento
che lentamente scomparve, anche a causa di
una poderosa alluvione che distrusse gran
parte delle strutture esistenti.
Quasi contemporaneamente alla scomparsa di questo insediamento le fonti storiche
cominciarono a riportare notizie sull’attuale
cittadina di Piazza (Armerina fu aggiunto nel
1862).
In poco tempo la cittadina, edificata su
impianto normanno, si ingrandì ed assunse
un ruolo di prestigio nella storia di Sicilia.
Sede dei più importanti ordini religiosi,
di diocesi, di università, di senato nel XVIII
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secolo, ha pian piano purtroppo perso il suo
prestigio risentendo in ciò della crisi delle
aree interne e del sempre maggiore peso che
hanno assunto nei secoli le città costiere.
Oggi Piazza Armerina è una cittadina di
circa ventunomila abitanti, all’interno della
quale traspare il prestigio e la ricchezza di un
tempo ormai passato e che vede nella Villa
Romana del Casale un possibile volano per
uno sviluppo sostenibile del territorio sia dal
punto di vista turistico che culturale.
L’acropoli della città, a più di settecento
metri di altezza, è dominata dall’imponente
mole della Cattedrale e dal palazzo Trigona, la
famiglia nobile più rappresentativa della città
che ha interpretato nel tempo vero e proprio
ruolo di mecenate per Piazza Armerina.
La Cattedrale fu costruita per esplicita
volontà testamentaria del barone Marco Trigona tra il XVII ed il XVIII secolo. Il palazzo
Trigona fu ceduto nel 1959 alla Regione per
farne un museo ed attualmente sono in corso
i lavori di restauro propedeutici all’allestimento museale.
Vi troveranno posto i numerosi reperti
archeologici provenienti da diverse zone del
territorio oltre che quelli provenienti dalla
Villa: reperti mai esposti prima d’ora fatte
eccezione per le mostre archeologiche che
il Comune ha cominciato ad allestire solo nel
2006.
Sempre su piazza Cattedrale insiste il
Museo Diocesano, che ospita al momento
delle mostre temporanee.
Nel percorrere le strade del centro storico
sembra quasi di sentire ancora il suo-
La Villa Romana del Casale
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UN MASTER IN “TURISMO E AMBIENTE” SULL’ISOLA DI PALMARIA
ALTA FORMAZIONE IN JEANS
PER LA GESTIONE DEI TERRITORI
di ROBERTO POMO
Direttore del Dipartimento Amministrativo del Comune di Porto Venere
Il centro storico
no degli zoccoli dei cavalli delle truppe che in
tempi antichi hanno segnato le varie fasi delle
vita della città: prima fra tutte quella normanna
ricordata oggi nel celebre Palio dei Normanni,
che ogni anno, dal 12 al 14 agosto, fa tornare
indietro la città di quasi mille anni.
Le strade del centro storico ci sorprendono con un susseguirsi di scoperte “architettoniche”: il convento di San Francesco, il
castello Aragonese, il collegio dei Gesuiti, il
convento dei Benedettini, la chiesa di Sant’Anna che fronteggia quella di Sant’Ignazio
di Loyola, il palazzo del Senato, la chiesa di
San Giovanni completamente affrescata dal
Borremans e dalla sua scuola, il convento di
San Domenico, le chiese ed i conventi “fuori
le mura”.
Molte di queste “scoperte” sono purtroppo
chiuse al pubblico ed in attesa di intervento,
ma qualcosa nel centro storico si sta muovendo: vi sono in corso cantieri di restauro sia di
iniziativa pubblica che privata, molti cittadini
stanno ritornando a vivere in centro storico,
i B&B aumentano a ritmo vertiginoso e comincia a notarsi la presenza in città dei “viaggiatori” che, a differenza dei “turisti” visitano
la città per scelta e per portar via l’anima e il
ricordo dei luoghi, non solo con immagini da
cartolina.
Nel caso di Piazza Armerina, in particolare, portano via un eccezionale album di immagini di un barocco sobrio e severo che lascia
poco spazio alla ricerca del dettaglio, a volte
fantastico, fantasioso o grottesco, proprio di
questo stile, ma che riesce ancora a far parlare le pietre.
a formazione di una classe di
giovani esperti nella gestione
dei territori e dei loro beni ambientali e culturali può essere
considerato obiettivo prioritario
per tutti coloro che operano
nel settore della tutela e della
valorizzazione del siti UNESCO. Il Comune di Porto
Venere e l’Università di Pisa continuano ad operare
in tal senso con la seconda edizione del Master di
primo livello in “Turismo e ambiente”, con sede a
Porto Venere.
L’iniziativa si conferma come un’esperienza uni-
ca nel panorama internazionale: non solamente per
il suo profilo di Scuola di alta formazione, garantito dalle competenze dell’Università di Pisa e dalla
collaborazione con docenti di importanti università
europee, ma soprattutto perché ha sede in un luogo unico dal punto di vista paesaggistico e turistico
quale l’Isola Palmaria, al centro del sito iscritto nella
lista dei Beni Patrimonio Mondiale dell’Umanità e
del Parco Naturale Regionale.
Il Master si prefigge di formare persone capaci di
gestire politiche ambientali e culturali in luoghi ad alta
vocazione turistica, in luoghi cioè in cui la promozione
turistica è rivolta ad un target elevato di per-
Tino e Palmaria
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Il Centro di Educazione Ambientale
sone consapevoli che il valore aggiunto di un’offerta
turistica consiste nella salvaguardia e nella promozione delle risorse ambientali e storico – culturali.
La buona riuscita della prima edizione del master è testimoniata anche dal livello degli enti e delle
istituzioni presso cui gli allievi hanno effettuato il
periodo di stage; per citarne solamente alcune si
possono ricordare: dipartimento del turismo della
Porto Venere
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Presidenza del Consiglio dei Ministri, Parco Nazionale delle Cinque Terre, Ente del Turismo di Lugano,
Secolo XIX di Genova, Camera di Commercio della
Spezia, Autorità Portuale della Spezia, Comune di
Porto Venere, Comune di Capri. Ulteriormente un
ottimo risultato è rappresentato dal fatto che, a
pochi mesi dalla conclusione del periodo di stage,
numerosi allievi, circa l’ottanta per cento dei partecipanti, hanno ottenuto un contratto di collaborazione dalle rispettive amministrazioni.
Nella seconda edizione le materie di insegnamento saranno sempre più legate alla peculiarità del
luogo in cui si svolge il corso, anche con l’inserimento di numerose lezioni sul patrimonio mondiale
dell’umanità UNESCO. In particolare questo tema
sarà affrontato sotto due aspetti diversi: da un lato
si cercherà di mettere in rilievo le difficoltà che si
riscontrano nella gestione e nella tutela di un ter-
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ritorio Patrimonio Mondiale dell’Umanità; dall’altra
si illustreranno i piani di gestione dei siti UNESCO,
evidenziando come gli stessi possano diventare
“modelli” per la gestione di territori di grande valore
ambientale e culturale, a prescindere dal loro inserimento nella World Heritage List.
La struttura del corso, organizzata in moduli, seguirà tre grandi linee: “La comunicazione al servizio
dell’ambiente. Introduzione ai linguaggi multimediali”,
“Programmi di gestione dell’ambiente”, “La promozione turistica delle risorse ambientali e culturali”.
L’obiettivo è che l’articolazione del Master possa consentire una preparazione adeguata, sia da
un punto di vista teorico, sia attraverso laboratori,
esercitazioni e periodi di stage, ad affrontare la gestione di comprensori di grande valore storico culturale ed ambientale.
Un ultimo cenno meritano anche gli aspetti più
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All’interno del Centro
prettamente organizzativi. In particolare il Comune
di Porto Venere mette a disposizione degli allievi,
gratuitamente, l’ospitalità per tutta la durata delle
lezioni in un proprio Centro di Educazione Ambientale posto al centro del Sito e del Parco Naturale
Regionale: un’eccellente occasione per una “full
immersion” a stretto contatto con le tematiche e le
problematiche di un Sito UNESCO.
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IL DIFFICOLTOSO AVVIO DEI PROGETTI DI VALORIZZAZIONE
AL VILLAGGIO CRESPI
IL TEMPO SI È FERMATO
di LAURA MAPELLI
respi d’Adda, nel 1995, è stato
riconosciuto dal Comitato del
Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco quale esempio eccezionale dei “villaggi
operai” sorti fra l’Ottocento e
il Novecento in Europa e Nord
America, espressione della filosofia di industriali
illuminati nei confronti delle loro maestranze.
Fino agli anni Settanta dell’800 in questa zona
del Medio Corso dell’Adda non vi erano altro che
boschi e culture, finché Cristoforo Benigno Crespi,
figlio di un “tengitt” (tintore) di Busto Arsizio, decise di impiantare qui il proprio stabilimento tessile. Oltre 125 anni fa, nel luglio del 1878, gli operai
cominciarono infatti a produrre filati e poi tessuti
pregiati nei capannoni della nuova fabbrica.
Crespi era in tutto e per tutto una piccola città
moderna, un centro residenziale strutturato sul
modello delle città giardino ottocentesche e dotato di servizi estremamente innovativi tra cui spiccavano l’illuminazione elettrica e la capillare rete
idrica, oltre che di servizi per la comunità quali la
Chiesa, le scuole, il dopolavoro, i bagni pubblici, i
lavatoi, l’ospedale, il cimitero.
Il villaggio operaio, portato a termine alla fine
degli anni venti, dava alloggio a più di mille lavoratori, divisi in operai, impiegati e dirigenti, che
alloggiavano in case diversificate in base al loro
status sociale di appartenenza.
Crespi d’Adda può essere quindi definita
come una splendida e affascinante realizzazione
in cui si intrecciano le esigenze di profitto, quelle
filantropiche e le ambizioni di una famiglia di industriali “illuminati”.
L’Associazione Culturale NEMA, senza fini
di lucro, opera sul territorio dal 1991 per la valorizzazione storica e culturale del villaggio. Già
dal suo nome infatti è possibile comprenderne
le caratteristiche: di origini greche, il nome è un
chiaro riferimento non solo alla realtà produttiva
e alla lavorazione industriale del filo di cotone,
ma anche al profondo legame di collaborazione
e amicizia che da sempre contraddistingue e lega
i suoi membri, tutte persone residenti del luogo,
laureati o laureandi e appassionati di archeologia
industriale, che da anni sono mossi da un sincero
e profondo amore per Crespi.
A più di dieci anni dall’ingresso di Crespi d’Adda all’interno della Lista del Patrimonio Mondiale
dell’Umanità, la situazione della piccola frazione
non è cambiata di molto: le grandi opere, e nemmeno quelle piccole, non sono state intraprese.
Diversi episodi mostrano tutto il peso di una
mancata programmazione a lungo termine e di
un progetto di salvaguardia, di conservazione e
promozione turistico-culturale del luogo, dato che
dal 1995 è in costante aumento il numero delle
persone che scelgono Crespi come meta delle visite culturali, toccando punte di diverse decine di
migliaia di visitatori annui.
La pluralità degli interessi e delle realtà presenti si sono spesso scontrate l’una con l’altra
portando ad uno stallo dei necessari interventi
per la gestione di un luogo tanto importante e
ricco di storia. Tra queste realtà le due principali
sono da un lato i turisti, con l’annesso aspetto della promozione culturale, dall’altro i crespesi, piccola comunità radicata nel villaggio con le proprie
legittime richieste quotidiane.
L’intento è quello di sensibilizzare enti e cittadini alla visione del villaggio come una risorsa per
lo sviluppo, più che come uno scottante problema
che è meglio non affrontare.
La particolare posizione di Crespi d’Adda, lun-
go il Medio Corso dell’Adda, ricco di importanti e
pregiate testimonianze legate all’Archeologia Industriale, avrebbe dovuto favorire l’incontro e la
collaborazione degli enti che agiscono sul territorio per la realizzazione di una rete di promozione
culturale. In realtà appare chiaramente la mancanza di un coordinamento globale e il persistere
di piccole realtà ancora abbastanza chiuse.
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C R E S P I
Il problema forse più evidente è quello
non solo del riuso della fabbrica, ma anche
quello della frammentazione della proprietà.
Attualmente la maggior parte delle strutture
esistenti a Crespi d’Adda sono di proprietà
privata: da un lato la fabbrica e i terreni annessi (attualmente in vendita) insieme con la
Villa Padronale (il cui destino potrebbe essere
non strettamente legato a quello della fabbrica), dall’altro lato le villette operaie e dirigenziali ancora abitate e quindi con esigenze
quotidiane totalmente diverse.
La prassi ormai consolidata da tempo in
numerosi Comuni italiani è quella della “progettazione partecipata con i cittadini”, con
D ’ A D D A
l’intento di permettere ad ogni cittadino di
riappropriarsi della città, rendendolo partecipe
delle scelte dei nuovi assetti funzionali dell’area urbana in cui vive.
E’ proprio questa la grande sfida che Crespi d’Adda è chiamata ad affrontare, poiché un
progetto sbagliato potrebbe rapidamente portare
allo sconvolgimento del villaggio.
Diversamente da altri casi in cui le attività didattiche sono diretta conseguenza di un piano di
promozione culturale e turistica, a Crespi d’Adda
la presa di coscienza del turismo come risorsa,
insieme con l’attività turistica già esistente, può
rappresentare un primo passo verso la riappropriazione della consapevolezza del territorio,
ASSOCIAZIONE CULTURALE NEMA
L’
unesco • associazione città e siti italiani patrimonio mondiale
Associazione Culturale Nema è un’associazione senza fini di
lucro, iscritta al Registro Provinciale dell’Associazionismo,
che opera nel mercato della promozione turistica, culturale
e ambientale dal 1991. Nata in seno all’Amministrazione Comunale di Capriate San Gervasio, è cresciuta negli anni
operando sempre più attivamente nel garantire un’accoglienza ai sempre più numerosi gruppi in visita. Composta da
giovani laureati, laureandi e studenti universitari appassionati di storia, arte, natura e valorizzazione delle proprie origini
culturali, è diventata nel tempo uno dei punti di riferimento più autorevoli per tutte le attività culturali legate al villaggio
operaio e al territorio di Crespi d’Adda. Da sempre impegnata nella creazione di un servizio competente, accogliente e
professionale, ha, tra l’altro, contribuito in modo sostanziale al progetto coordinato dal “Centro Sociale Fratelli Marx”
conclusosi positivamente nel 1995 con l’inserimento del piccolo paese operaio nella World Heritage List dell’UNESCO.
Dal 2000 ha predisposto interventi didattici e culturali, mirati a facilitare la comprensione dei fenomeni urbanistici,
sociali, culturali e legislativi legati all’industrializzazione, che vengono proposti a scuole, enti, biblioteche e associazioni
culturali. Nel 2003 è stata inaugurata una nuova sezione, nominata Selanis, che ha avviato ulteriori progetti nell’ambito
dell’educazione ambientale, della zooantropologia, della storia, dell’archeologia e dei laboratori teatrali.
Per ulteriori informazioni: www.associazionenema.it
fase fondamentale per una scelta politica forte in
grado di portare ad una coesione e ad un piano di
sviluppo prima culturale e poi turistico del nostro
villaggio industriale.
In questa logica, che lega il turismo dell’Archeologia Industriale e la salvaguardia e conservazione del sito stesso, l’Associazione Culturale
NEMA da anni è impegnata nell’ampliamento delle relazioni con gli enti del territorio.
In particolar modo, negli ultimi anni, l’Associazione si è adoperata anche al fine di creare
forti legami con le realtà nazionali ed internazionali inserite nell’ambito dell’Archeologia Industriale, partecipando a convegni e simposi (basti
pensare alla partecipazione all’International TICCIH Congress 2006, tenutosi presso i carissimi
amici ternani dell’ICSIM, Istituto per la Cultura e
la Storia d’Impresa, di cui Crespi d’Adda ha rappresentato un’importante tappa durante il Post
Congress Tour), ma anche organizzando eventi
dedicati nello specifico a Crespi d’Adda. Tra questi, il più importante è stato il Convegno organizzato in occasione del Decennale dell’inserimento
di Crespi d’Adda nella World Heritage List dell’Unesco, per focalizzare l’attenzione degli esperti sulle problematiche presentate sopra.
Quindi, accanto alla nostra attività quotidiana
di visite guidate, è su questi obiettivi che stiamo
investendo, convinti che la necessità di Crespi
d’Adda sia quella di uscire dal suo isolamento e
così dalla sua staticità.
Crediamo sia giusto, anzi doveroso, confrontarsi continuamente con le altre realtà, prendendone spunti e critiche, creando collaborazioni
che portino ad un circolo virtuoso utile al settore
dell’Archeologia Industriale e anche al turismo ad
essa legato.
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* Notizie dall’Italia e dal mondo
AD ASSISI IL CORSO
“INSEGNARE I DIRITTI UMANI”
A
ncora una volta Assisi diventa punto d’incontro
per l’approfondimento e le conoscenze per la
tutela dei diritti umani. Lo ha fatto con un corso
intitolato “Insegnare i diritti umani”, riservato ai docenti
di ogni ordine e grado provenienti da tutto il territorio
nazionale. L’iniziativa, organizzata dall’Ufficio per il Sostegno alle Nazioni Unite – Unesco di Assisi e la SIOI
(Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale), si
è svolta nella sede comunale dal 12 al 16 novembre.
“Questo programma
– ha dichiarato Maria Aristei Belardoni,
assessore delegato
all’Onu – è soltanto
una fase del percorso tracciato dall’Ufficio per il Sostegno
alle Nazioni Unite
di Assisi. E’ imminente, infatti, l’inizio di un progetto che ha per tema la
conoscenza delle attività del presidio stesso, finalizzato
ad una forte capillarizzazione sul territorio, con fruizione
da parte di scuole ed associazioni. Lo scopo è quello
di creare un ideale e pratico filo conduttore tra valenze
locali ed internazionali”.
NOVE NUOVI RAPPRESENTANTI
NEL COMITATO
DEL PATRIMONIO MONDIALE
A
unesco • associazione città e siti italiani patrimonio mondiale
anno quarto • numero uno • gen/mar 2008 www.sitiunesco.it
ustralia, Bahrein, Barbados, Brasile, Cina, Egitto, Giordania, Nigeria e Svezia sono i nuovi Stati
che per i prossimi quattro anni faranno parte dell’importante organismo Unesco. L’elezione è avvenuta
nella sede centrale di Parigi durante i lavori dell’Assemblea generale dei 184 Stati aderenti. Il Comitato
del patrimonio mondiale, composto anche da Canada,
Cuba, Israele, Kenya, Madagascar, Mauritius, Marocco, Perù, Repubblica di Corea, Spagna, Tunisia e Stati
Uniti, si riunisce
ogni anno per deliberare le iscrizioni
e le cancellazioni
dalla World Heritage List (attualmente 851 siti su 141
Stati membri) e per
verificare lo stato di conservazione dei siti iscritti e
decidere le eventuali azioni a sostegno della loro salvaguardia.
RESTITUIRE LE OPERE D’ARTE
TRAFUGATE ILLEGALMENTE:
UN DOVERE MORALE
L
a Princeton University Art Museum e il Ministero per i Beni e le attività culturali hanno
raggiunto un accordo per la restituzione di
otto opere d’arte conservate nella collezione del Museo.
Il Mibac in cambio si è impegnato a concedere in prestito al museo americano altri manufatti di prestigio e di
interesse storico-artistico equivalente a quello dei beni
trasferiti. Nella lotta contro gli scavi e il commercio illegale di beni archeologici si inserisce anche la trattativa
con Gerome Eisenberg, titolare della
galleria Athena di
New York, per la
riconsegna di otto
oggetti, fra i quali
tre piccoli bronzi
etruschi (sottratti
negli anni Settanta
dal Museo Etrusco
di Chiusi, dal Museo
della necropoli di Spina a Ferrara e dal deposito della
soprintendenza di Ercolano), tre vasi dipinti del quinto
secolo a.C. e una statua romana del primo secolo. Il
Mibac ha, inoltre, annunciato la restituzione alla Repubblica Islamica dell’Iran di quarantuno preziosi reperti
archeologici di provenienza iraniana e rinvenuti in provincia di Milano.
Notizie dall’Italia e dal mondo *
L’UNESCO MINACCIA
DI CANCELLARE DRESDA
DALLA “LISTA”
S
e il discusso ponte nella valle dell’Elba a
Dresda, in Germania, verrà costruito, così
come decretato dal tribunale amministrativo di Bautzen, in Sassonia, l’Unesco cancellerà la
città tedesca dal Patrimonio Mondiale dell’Umanità,
ad appena tre anni dall’inserimento. La minaccia
era nell’aria da tempo, ma le autorità tedesche non
hanno inteso modificare il contestato
progetto che mette
a rischio una rara
specie di pipistrello
che popola l’area
nella quale sarà
costruito il ponte.
La decisione definitiva verrà presa nel luglio 2008, ma l’Unesco ha
già dichiarato che Dresda “probabilmente” perderà
il riconoscimento. Drastico provvedimento che, fino
ad ora, aveva colpito solo il “santuario degli orici”
in Oman. Il progetto del ponte è stato approvato nel
2005 da un referendum popolare, in quanto ritenuto
dai cittadini un mezzo indispensabile per risolvere i
problemi di circolazione stradale.
AL VIA IL PROGETTO ARCHEOMAP
È
stato presentato a Palermo nel dicembre
scorso “Archaeomap - Archaeological Management Policies”, il progetto, finalizzato
alla creazione di una rete tra siti archeologici, costieri e subacquei del Mediterraneo per migliorare la
fruizione del patrimonio culturale dell’area mediterranea, è finanziato dall’Unione europea. L’iniziativa
punta a favorire lo sviluppo di specifiche politiche
scientifiche e tecnologiche e di strumenti al servizio
della protezione delle zone costiere, in particolare
dei siti archeologici. Undici le località costiere interessate al progetto: le isole Egadi nel Canale di Sici-
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lia, Sinis in Sardegna, Cartagine in
Tunisia, Tipasa in
Algeria, Pharos ad
Alessandria d’Egitto, Tiro in Libano,
Salonicco in Grecia, Empuries in
Catalogna, Malta,
Gibilterra, Rada di
V illefr anche -surMer in Costa Azzurra. Archeomap
sarà
coordinata
e vedrà come capofila la Soprintendenza del Mare
della Regione Sicilia.
LO SCHEDARIO DEI PRIGIONIERI DI
GUERRA NELLA MEMORIA UNESCO
L
’Unesco ha iscritto nel Registro della “Memoria del Mondo” lo schedario dell’Agenzia
internazionale dei prigionieri di guerra del
periodo 1914-1923, esposto al museo della Croce
Rossa e Mezzaluna Rossa di Ginevra. L’archivio, creato agli inizi della prima guerra mondiale, comprende
sei milioni di schede manoscritte con
i dati dei prigionieri
di guerra di quattordici Paesi, in maggioranza
soldati
francesi e tedeschi
ma anche balcanici. Entro il 2014
tutto il materiale
documentale sarà
reso disponibile su
Internet. L’Unesco
ha inteso attribuire l’importante riconoscimento allo
schedario della Croce Rossa in quanto ritenuto “testimonianza unica della sofferenza umana durante la
Prima Guerra e opera pionieristica nella protezione
dei civili”.
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unesco • associazione città e siti italiani patrimonio mondiale
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B R E V I
* Notizie dall’Italia e dal mondo
GEMELLAGGIO TRA ASSISI E
SANTIAGO DE COMPOSTELA
I
consigli comunali di Santiago de Compostela
ed Assisi hanno entrambi approvato, in modo
unanime, l’atto di gemellaggio tra le due città.
In queste settimane è avvenuto lo scambio formale
dei documenti. Per Santiago de Compostela Assisi
è la prima città italiana con la quale stringe un gemellaggio, seppure in questi anni numerose siano
state le proposte avanzate in tal senso. Sono molte
le assonanze spirituali e culturali tra i due centri, a
partire dal viaggio che San Francesco effettuò in
Galizia, e a Santiago in particolare, considerata la
meta privilegiata
dei pellegrini che,
almeno una volta
nella vita, affrontavano l’esperienza di un percorso
ricco di fede e
suggestione.
Il
sindaco di Assisi, Claudio Ricci e quello di Santiago, Xosè Sànchez Bugallo, ufficializzeranno il gemellaggio nel corso del 2008, con date ancora da
definire, ma probabilmente la cerimonia nella città
Serafica si terrà a maggio o ad ottobre, mentre nella cittadina spagnola si potrebbe scegliere la festa
dell’apostolo Giacomo, il 24 e 25 luglio.
DIECI ANNI DI GUGGENHEIM
A BILBAO
I
l Guggenheim Museum di Bilbao, l’avveniristico museo firmato Frank Gehry, compie dieci
anni e li festeggia offrendo al suo decimilionesimo visitatore un viaggio a New York per due
persone. Quota cinque milioni doppiata nel 2002,
dieci milioni cinque anni dopo: numeri impressionanti per un museo che alla sua nascita aveva
messo a soqquadro il mondo dell’arte trasformando
una grigia cittadina dei Paesi Baschi in una delle capitali mondiali dell’arte contemporanea. Il progetto
all’inizio fu molto
criticato per il suo
elevato costo e per
il carattere quasi
sperimentale
di
molte delle innovazioni costruttive,
ma l’inaspettato
successo a livello
mondiale, che ha portato enormi benefici alla città,
ha messo a tacere ogni giudizio negativo. Nel 2000
il Guggenheim di Bilbao ha ricevuto il premio “Museo europeo dell’anno”, riconoscimento mai ottenuto da nessun museo italiano.
UN BOSCO DI 500 SALICI
NEL DELTA DEL PO
A
500 salici, in un’area all’interno del Parco del Delta del Po, il compito di compensare le emissioni di CO2 emesse da
SANA, il Salone Internazionale del Naturale che si
svolge ogni anno alla Fiera di Bologna. L’accordo
fra AzzeroCO2 (la società creata da Legambiente,
Kyoto Club e l’Istituto di Ricerche Ambiente Italia)
e SANA prevede infatti di inserire fra le strategie
per cercare di ridurre la “febbre del pianeta” anche
una efficace opera
di riforestazione.
SANA 2007 ha
“consumato” circa 350.000 Kg di
anidride carbonica fra elettricità,
riscaldamento,
materiale cartaceo informativo e
trasporti. La piantumazione dei 500 salici (alberi
giovani con una forte crescita che garantiscono un
buon assorbimento di anidride carbonica) compenserà il danno ecologico prodotto dalla manifestazione e contrasterà in modo specifico e concreto il
cambiamento climatico.
Notizie dall’Italia e dal mondo *
IRAQ, CONTINUA IL SACCHEGGIO
DEI BENI CULTURALI
Q
ais Hussein Rashid, direttore degli
scavi presso il ministero della Cultura
iracheno parlando nella sede parigina
dell’Unesco, ha sollevato il problema dell’insufficienza vigilanza dei siti archeologici iracheni.
L’esigua disponibilità di personale,
solo 1400 uomini
per proteggere i
12.000 siti, non
riesce a frenare il
saccheggio e alimenta un fiorente
mercato clandestino (soprattutto via Internet).
L’Interpol e il
Consiglio Internazionale dei musei,
per cercare di limitare i danni, hanno compilato una lista rossa
dei reperti saccheggiati in Iraq a partire dal 2003
e propongono una moratoria sulla loro commercializzazione.
2008 ANNO INTERNAZIONALE
DELLE LINGUE
L
’Assemblea Generale della ONU, a
sostegno della diversità linguistica
come dirit to di ogni individuo e parte della sua eredità culturale, ha proclamato
il 2008 Anno Internazionale delle Lingue. La
nona Giornata
Internazionale della Lingua
Madre ricorrerà
il 21 febbraio
2008. La proposta avanzata
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dalla delegazione francese è stata approvata all’unanimità. Il compito di coordinare
le at tività commemorative è stato affidato
all’UNESCO. La risoluzione segnala l’impor tanza di at tribuire alle sei lingue ufficiali
delle Nazioni Unite (spagnolo, arabo, russo,
cinese, francese e inglese) lo stesso livello di impor tanza e rivendica il dirit to di ogni
cultura di usare la propria lingua autoctona
per preservare la propria identità.
UNA NUOVA COLLANA
DI ROMANZI PER RAGAZZI
DEDICATA ALL’UNESCO
È
da poco uscita, edita da PassePar tout
Edizioni, una collana di libri per ragazzi incentrata sul Patrimonio culturale
dell’Umanità. La serie, intitolata “Il mondo di
Mauro & Lisi”
e scrit ta da Dilet ta
Nicastro,
ruota
at torno
alle
avventure
di due simpatici
fratelli che vengono coinvolti in
alcune missioni
per cercare di
salvare
alcuni
siti Unesco in pericolo . Le avventure”, racconta
l’autrice, “sono
diver tenti, allegre e spumeggianti, ma sono al
tempo stesso un modo per raccontare quel patrimonio culturale e naturale che appar tiene a
tut ti noi e che l’Unesco tutela giorno e not te per
tramandare alle generazioni future”. L’obiet tivo
della serie editoriale è quello di educare i giovani alle meraviglie del mondo che li circonda
tramite storie diver tenti, ricche di misteri, fur ti,
pedinamenti e mappe segrete.
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L’ASSOCIAZIONE CITTÀ E SITI ITALIANI PATRIMONIO MONDIALE UNESCO
F
ondata nel 1997 dai Comuni di Alberobello,
Andria, Capriate S. Gervasio, Ferrara, Matera, Ravenna e Vicenza, ha saputo diventare, in meno di un decennio, un importante punto di
riferimento per tutte le località italiane sui cui territori
sono presenti beni culturali e naturali inseriti nella
World Heritage List. Il sodalizio, del quale fanno parte 49 soci fra Comuni, Province, Regioni, Comunità
Montane e Parchi in rappresentanza di 38 dei 41 siti
italiani, svolge una intensa attività di sostegno alle
politiche di tutela e di promozione dei territori insigniti del prestigioso riconoscimento internazionale. La
rete delle città Unesco, in un’ottica di superamento
della frammentazione dell’offerta culturale, si pone
come parte attiva di un processo dinamico che crede
nel valore strategico di alleanze integrate e funzionali
e che persegue con tenacia gli obiettivi di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale e
paesaggistico italiano.
Il presidente dell’Associazione è Gaetano
Sateriale - sindaco di Ferrara. Il comitato direttivo è composto dai rappresentanti dei comuni di Assisi, Andria, Firenze, Portovenere,
Modena
Tivoli, Urbino, Verona e Vicenza. La presidenza e la
segreteria hanno sede presso il Comune di Ferrara Piazza Municipale n. 2 - tel. 0532-419917 - fax 0532418331 - e-mail: associazione.unesco@comune.
fe.it. Sito internet: www.sitiunesco.it.
L’elenco completo dei soci:
Comune di Alberobello, Comune di Amalfi, Comune di Andria, Comune di Aquileia, Comune di Assisi, Comune di Barumini, Comune di Capriate San
Gervasio, Comune di Caserta, Comune di Cerveteri,
Comune di Ercolano, Comune di Ferrara, Comune di
Firenze, Comune di Lipari, Comune di Matera, Comune di Modena, Comune di Montalcino, Comune
di Napoli, Comune di Noto Comune di Padova,
Comune di Palazzolo Acreide, Comune di
Piazza Armerina, Comune di Pienza, Comune di Pisa, Comune di Porto Venere,
Comune di Ravenna, Comune di Riomaggiore, Comune di Roma, Comune di San
Gimignano, Comune di Siena, Comune
di Siracusa, Comune di Sortino, Comune di Tarquinia, Comune di Tivoli,
Comune di Torino, Comune di Torre
Annunziata, Comune di Urbino, Comune di Venezia, Comune di Verona, Comune di Vicenza, Comunità
Montana di Valle Camonica, Parco del Delta del Po, Ente Parco
archeologico e paesaggistico
della Valle dei Templi, Provincia
di Ferrara, Provincia di Pesaro
e Urbino, Provincia di Salerno e
Regione Veneto.
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Superare la frammentazione dell`offerta turistico