Gabriele Baldelli*, Vanessa Lani**
Gli ultimi lavori a San Michele e l’Arco d’Augusto
In ricordo di un amico: Lidiano Bacchielli
Vecchie e nuove indagini archeologiche: dagli aspetti rappresentativi agli aspetti difensivi di una porta
urbana1
Nel 2006, quasi all’inizio dei lavori di recupero
e restauro ora appena ultimati nell’importante
complesso monumentale di San Michele2, inscindibile dal romano Arco d’Augusto3, mentre all’interno della chiesa, ripulendo e quindi
riprendendo un vecchio scavo4, rimasto ingombro di macerie per circa settant’anni e prima
incomprensibile, ci si procurava l’occasione di
indagare stratigraficamente per la prima volta il
cavo di fondazione di un tratto delle mura augustee di Fanum Fortunae5; in corrispondenza per
giunta di un elemento particolarmente significativo di esse come la torre sud del celebre Arco.
Nell’adiacente sagrestia, invece, pur senza più arredi rimasta tale quale si era venuta a configurare
dopo gli ultimi lavori noti al suo interno - “per
le fondamenta” poco dopo la metà del XVIII
secolo6 -, la semplice rimozione del pavimento
ha consentito inaspettatamente7 due scoperte
fondamentali. Lungo tutto il perimetro, quella
del bel paramento in blocchetti parallelepipedi
di arenaria (cd. “opera vittata”) dell’ambiente
romano8 in cui la sagrestia stessa fu all’inizio ricavata, intonacando le pareti e coprendo l’originaria volta a botte in conglomerato cementizio
con altre due volte abbinate, molto più basse;
la riscoperta, inoltre, quasi a mezzo dello stesso ambiente, di quel muro romano trasversale
che nella pianta di Rossini9 marca, rispetto alle
di poco precedenti ricostruzioni di Mancini10 e
Poletti11. Una differenza importante12, poi però
passata sotto silenzio probabilmente perché dallo stesso architetto incisore graficamente interpretata in modo fuorviante, con il poco comprensibile netto distacco - che le nuove scoperte
definitivamente smentiscono - del relativo corpo
di fabbrica dal pilastro laterale dell’Arco.
Le conseguenze dello scavo e delle scoperte di
cui sopra, sviluppate in un continuo e stretto
rapporto dialettico tra progettisti, committenza
e direzione dei lavori da una parte, maestranze
dall’altra e, infine, Soprintendenze, mostrano
ora il prestigioso complesso monumentale oggetto d’intervento nella pressoché piena leggibilità delle sue componenti storico-architettoniche; con una superstite consistenza tra esse di
quella romana davvero ragguardevole ed anzi, in
tale misura, prima non immaginata, restituendo in tutta la sua materiale consistenza alla porta
maior delle mura augustee di Fanum Fortunae il
suo originario rapporto funzionale13 con il resto
dell’intera cinta difensiva, come di vera e concreta macchina obsidionale, costruita secondo
le regole poliorcetiche più aggiornate dell’epoca.
Non quindi di mero monumento rappresentativo del potere imperiale del principe, solo fondato su una particolare tipologia del prospetto,
su precisi rapporti metrologici, sull’equilibrio di
partiture funzionali e membrature decorative e
sul messaggio delle iscrizioni che reca.
Di tutto ciò, anche con qualche importante riconsiderazione di elementi sia di comparazione
strutturale (relativamente al muro interno di rinforzo delle torri e al tipo di fondazioni di queste)
sia decorativi (assenza di rivestimento lapideo
nella facciata dell’Arco) si dà conto nelle pagine
che seguono, da parte di una dei giovani archeologi che in due successive riprese hanno con me
lavorato in cantiere, la quale all’ultimo momento14, con cortesia di cui dobbiamo esserle grati,
ha accettato di sostituirmi in tale compito.
(GB)
A fronte
Interno della chiesa di San
Michele prima dell’arretramento della facciata: in
primo piano lo scavo del
1935, già in parte ricoperto, probabilmente nella
tarda primavera del 1937,
dalle macerie della demolizione del soffitto
(SBAM)
Veduta del vano A durante
i recenti scavi, dove si
distinguono le principali
strutture murarie
(SBAM)
97
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Prima illustrazione delle nuove scoperte15
Gli ultimi interventi di scavo archeologico hanno interessato due aree distinte: l’interno della
Chiesa di San Michele (vano A) e la sua ex sacrestia (vani B, C, D); un’ultima fase di sola documentazione si è invece focalizzata su quanto
emerso in un ambiente adiacente (vano E) e nei
suoi corrispondenti sia al piano interrato che a
quello superiore del palazzo.
All’interno della chiesa sono stati ripuliti e rilevati i muri del torrione che, come noto, demoliti nel 1493 in occasione della edificazione della
chiesa, riportati poi in luce e messi in pianta16
nel 1937 in seguito ai lavori per l’arretramento della facciata della stessa, rimasero celati fino
al recupero attuale. I tre muri perimetrali della
torre, determinanti una pianta a ferro di cavallo, larghi 1,65 m sono conservati per un’altezza
di circa 1,30 m, mentre il muro di chiusura sul
quarto lato, che coincide con la fiancata sinistra
della chiesa, raggiunge in alzato un massimo di
7,60 m, se pur con segni evidenti di risarcimenti
di età rinascimentale. Nello spazio interno, in
corrispondenza della parte di muratura curva,
un setto a forma di “T”, con muri larghi 0,85
m e conservati per circa 1,30 m, agisce da catena e crea aree di risulta colmate da terrapieni,
dando più rigidità alla struttura17 e allo stesso
tempo determina un vasto ambiente rettangolare18 totalmente cieco (vano A)19. Il piano terra
della torre doveva avere, dunque, un ingresso
sopraelevato all’interno, allo scopo di garantire
una maggior sicurezza, a cui si accedeva tramite
una scala in legno o muratura, di cui non è stato
possibile individuare le tracce a causa dello stato
di conservazione delle strutture e dei rimaneggiamenti posteriori. Tutte le murature, tra loro
saldamente legate e quindi costruite in un’unica
fase, nelle pareti interne del vano non presentano una vera faccia a vista ma una sorta di rozzo
paramento di filari in conci di pietra sommariamente sbozzati, mentre, nel prospetto esterno
semicircolare, mostrano il bel paramento in opera vittata con conci regolari di arenaria, ancora
98
apprezzabile nell’alzato del muro di sud-ovest.
Le fondazioni, di notevole consistenza, dove visibili fino al piano di appoggio, raggiungono la
profondità di 2,50 m, e, gettate in cavo armato,
formano uno una risega sporgente di 0,20 m,
ad eccezione che nel muro di sud-est dove la risega si allarga in una poderosa platea larga 2,20
m. Una simile fondazione, la cui straordinaria
larghezza si spiega in rapporto all’imponente
struttura da sostenere20, deve esser stata costruita
anche per il perimetrale di nord-ovest, ma non
all’interno della torre dove non ne rimane traccia, bensì esternamente, in corrispondenza di
quella ‘platea di fondazione’ rinvenuta durante
i lavori del 1935 e documentata nel rilievo della
porta effettuato allora21.
Per quanto riguarda l’indagine stratigrafica vera
e propria, questa si è concentrata sulla terra residua di costipazione dopo i lavori di scavo degli
anni ’30, con livelli archeologici ancora intatti,
alla base dei quali affiorava lo strato sterile di
ghiaia alla stessa quota del piano fondale dei
muri. Qui sono stati evidenziati i due tagli di
fondazione dei muri del perimetrale di sud-est e
rettilineo di sud-ovest. Il reinterro dei due cavi,
larghi rispettivamente 2,40 m e 1,15 m e tra loro
perpendicolari, presentava stessa composizione
di terreno e presenza di materiali, databili entro
la prima età imperiale22. Degli originari piani
di pavimentazione dell’ambiente non rimaneva
nessuna testimonianza, in quanto il livello più
alto residuo era ad una quota ben inferiore rispetto al piano di frequentazione romano. Un
piano in cocciopesto, invece, si conserva esternamente al muro del torrione verso sud-est, circa al
livello delle riseghe di fondazione e corrisponde
a quello rinvenuto alla base della porta d’Augusto - occultata come noto di 0,58 m rispetto al
piano stradale attuale -, venendo a costituire una
sorta di marciapiede che costeggiava il torrione.
Di particolare interesse si è rivelato il secondo
intervento di scavo, realizzato all’interno dei
locali dell’ex sacrestia, che ha consentito di individuare nuovi elementi, fino ad ora del tutto
GLI ULTIMI LAVORI
sconosciuti, accertando l’esistenza di un’area in
origine all’aperto (vano B) e di due piccoli ambienti (vani C e D) tra loro non comunicanti,
ricavati tra il vano A del torrione, le mura e il
fornice minore della porta. Qui lo scavo archeologico ha interessato gli strati più tardi, solo tramite piccoli saggi essendo stati raggiunti i livelli
di frequentazione di età augustea più o meno
alla quota delle riseghe di fondazione dei muri
messi in luce23. Da un esame accurato delle murature è stato possibile riscoprire una rilevante
presenza di tratti fondali e di alzato relativi alle
originarie murature di età romana. Il limite dei
vani C e D, sul lato di sud-ovest, è costituito dallo stesso muro di chiusura del vano A, di cui si
è documentata anche l’altra faccia. Questo, con
paramento in opera vittata, risulta interessato in
buona parte della metà superiore da risarciture di
età moderna e non presenta alcun taglio di fondazione, che, si desume, deve essere dalla parte
opposta, in coincidenza di uno degli scassi fatti
negli anni ’30 all’interno del vano A. A delimitazione del lato di nord-est del vano C, rimane un
tratto della cortina muraria vera e propria, conservata per un’altezza residua massima di 5,25
m, realizzata con paramento in opera vittata e
nucleo interno in opera cementizia di blocchetti
di pietra rozzamente sbozzati, conformemente
agli altri tratti di mura noti a Fanum Fortunae.
Della cinta è visibile anche il paramento sulla
faccia opposta, nel cortile interno del palazzo,
lungo un tratto da tempo noto e rilevato solo in
pianta24. Il terzo lato del vano C, a sud-est, è formato dal prolungamento del muro perimetrale
del torrione, largo 0,90 m e mantenuto in alzato
nella sua interezza (6,75 m), che mostra in entrambe le facce il suo paramento in opus vittatum
di blocchetti di arenaria squadrati, ad eccezione
di una piccola zona interessata da una risarcitura moderna. Nella parete, verso l’angolo est del
vano, si apre un passaggio, presso la cui soglia si
conserva un piccolo lacerto di piano d’uso - formato da malta, frammenti di graniglia, ghiaia e
malacofauna marina - e della sottostante prepa-
razione in terra battuta. L’accesso, ad arco a tutto
sesto con cunei d’arenaria, largo circa 0,60 m e
alto 2,30 m, metteva il piccolo ambiente, chiuso
sugli altri tre lati, in diretta comunicazione con
lo spazio esterno al torrione (vano B), ed era utilizzato come posto di guardia25. In seguito alla
rimozione della più bassa volta in canne e gesso,
una inaspettata scoperta ha permesso di ritrovare
l’originaria copertura del vano, voltata a botte e
priva di intonaco di rivestimento. L’altezza complessiva dell’ambiente (6,75 m), se si considera
anche lo spessore che doveva occupare il solaio
del primo piano, trova una rispondenza di quota
con la cornice marcapiano in arenaria conservata esternamente nella torre di nord-ovest (posta
a 7,00 m dal piano stradale romano)26. Nella
parte superiore del paramento dei muri di nordest e di sud-ovest, erano ancora riconoscibili i
fori utilizzati per l’alloggiamento della centina
della volta. Restano di difficile interpretazione,
invece, altre buche, alcune delle quali, poste a
3,75 m dalla riseghe di fondazione e allineate,
molto probabilmente servivano per l’ancoraggio
delle travi dei ponteggi27. Un muro, largo 0,85
m e alto 1,40 m, di cui, dopo la rimozione della
volta rinascimentale sopra citata, è stata messa
in luce anche la parte superiore, in asse ma non
contigua alla precedente, separava il vano C da
quello adiacente (D). Quest’ultimo, a nordovest era delimitato dal prolungamento dell’altro muro perimetrale del torrione, largo 0,70 m
e alto 1,45 m, che si univa lateralmente a quello
del fornice. A nord-est, invece, era definito da
un muro mantenuto almeno per un’altezza di
3,60 m, che addossato al fornice minore della
porta d’Augusto e alle mura, venne edificato in
un momento successivo rispetto a tutti gli altri;
benché realizzato nella stessa tecnica in opus vittatum, denota infatti minore accuratezza nella
messa in opera e l’utilizzo di blocchi d’arenaria
di reimpiego. Mancano tuttavia al momento elementi per una sua dazione più puntuale, che si
potrebbero determinare ad esempio con lo scavo
del reinterro della sua trincea di fondazione28. La
99
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
parete, che per il suo stato di conservazione ha
impegnato in una lettura piuttosto complessa,
disponeva in origine di due aperture, tamponate in età rinascimentale. Della prima, peggio
conservata, in quanto parzialmente demolita e
riadattata per la realizzazione di una soglia, resta
leggibile solo la struttura inferiore fino all’altezza
di 1,14 m per una larghezza di 1,15 m; la seconda, meglio riconoscibile nella sua interezza nonostante gli interventi successivi, ad arco a tutto
sesto in conci di arenaria, del tutto simile a quello documentato nel vano C, è caratterizzata da
un’altezza di 2,15 m e da una larghezza di 0,77
m. Vicino a questo passaggio si sono documentati resti del piano d’uso antico, riconosciuti in
un lacerto di cocciopesto rosato e nello strato di
preparazione sottostante in calce mista a terreno.
Lo stato attuale delle pareti, troppo compromesse da interventi moderni per valutare la presenza
di eventuali fori di alloggiamento per le travi di
scale o solai, rende difficile attribuire una definizione architettonica o una valenza funzionale a
questo ambiente, in comunicazione con la corte
retrostante l’Arco29.
Per quanto riguarda gli altri depositi stratigrafici
indagati nei due vani C e D, al di sotto dei piani
pavimentali di età augustea sono stati individuati, tramite saggi, una serie di depositi, interpretabili come piani di livellamento del terreno30,
mentre superiormente sono stati intercettati
strati di abbandono di II-III secolo d.C.31. Solo
nel vano C è stato rinvenuto anche un piano di
frequentazione di media età imperiale (III sec.
d.C.), in relazione ad un focolare di forma quadrangolare ben conservato e ai resti di una struttura di ricovero a pianta rettangolare, testimoniata da una serie di buche di palo che dovevano
sostenere la tettoia. Questo livello era sigillato
da una serie di depositi di epoca tardo antica,
databili tra la fine del III secolo e la metà del IV.
Nel vano B, negli strati più alti coincidenti con
la fase tardo-antica, è attestato l’utilizzo dell’area
per scopi cimiteriali, testimoniato dalla presenza
di due sepolture: una, “a cappuccina”, formata
100
da tegole a spiovente tenute insieme sul culmine
da coppi, riferibile ad un individuo adulto; la seconda, “a cassone”, realizzata in muratura a secco, attribuibile ad almeno due individui. Le altre
strutture documentate sotto i depositi moderni
nel vano D, appartengono all’età rinascimentale. In particolare si tratta di un probabile ossario
con copertura a volta a botte laterizia rinvenuto
già vuoto e di una vasca di raccolta d’acqua, che
con la loro presenza hanno intaccato la stratigrafia sottostante fino ai livelli di epoca romana.
In seguito ai lavori di restauro nel vano E, è stato possibile mettere in luce, celato dall’intonaco
che rivestiva le pareti, anche l’altro prospetto,
sempre in opera vittata, del muro individuato
nel vano D. Un’attenta lettura del prospetto ha
permesso di distinguere le tracce di tre muri demoliti, che si sviluppavano verso nord-est, due
dei quali in origine determinavano uno stretto
corridoio in corrispondenza del piccolo passaggio ad arco. Tale muro a nord-ovest si addossa
a quello del fornice minore della porta, di cui
era ben riconoscibile la facciata interna, in opera quadrata con blocchi di arenaria e pietra calcarea, lavorati in maniera differente a seconda
della loro collocazione e a definizione dell’arco.
Superiormente si distingue una cornice modanata in calcare bianco, la medesima dell’intradosso e dell’imposta dell’archivolto del fornice
centrale; questa, immorsata a filo dei corsi d’arenaria, non lasciava spazio ad alcun ulteriore rivestimento in calcare32. Nel punto in cui termina
la parete del fornice si sviluppava verso nord-est
un altro muro, che si identifica come prosecuzione di quello già visto nel vano D e che nel
vano E delimitava l’interno della corte. La traccia di risulta della sua demolizione, che si segue
in parete solo a partire da una certa quota, rivelerebbe la presenza di un varco che probabilmente
permetteva l’accesso dalla strada agli ambienti
affacciati sul cortile. Lo stesso prospetto murario è stato individuato anche nella stanza corrispondente al primo piano del palazzo dove, anche se in pessimo stato di conservazione, è stato
GLI ULTIMI LAVORI
Vista settecentesca
dell’Arco d’Augusto,
dal Magini, 1789
(Biblioteca Federiciana
di Fano)
possibile riconoscere, oltre alla traccia del muro
appena citato, un arco di scarico che sormontava il fornice minore, per alleggerire l’apertura
sottostante33 e il piano d’imposta dell’archivolto
principale. Nella parete di sud-est del vano E,
in gran parte edificata in età moderna, inoltre, è
stato possibile verificare la presenza di un breve
tratto di muro, in opera vittata. Ponendosi come
proseguimento di quello già descritto a separazione dei vani C e D, nel tratto rimasto in alzato
non raggiunge quello della cortina muraria, dalla quale dista circa 2,60 m, per cui non è dato sapere se qui in origine vi fosse un punto d’unione
tra i due muri o un varco.
Infine, un cenno va dato riguardo la presenza di
altre murature romane nel vasto scantinato al
piano interrato del palazzo. Già da qualche anno
individuate e rese note34, possiamo aggiungere,
alla luce delle nuove scoperte e degli ultimi rilievi, che sicuramente coincidono con le fondazioni murarie e parte del primo alzato dei due muri
tra loro perpendicolari individuati nel vano E,
che delimitavano la corte quadrangolare (cavaedium)35 di cui la Porta d’Augusto era dotata36.
L’analisi più dettagliata della stratigrafia e la lettura filologica degli elevati, in conclusione, ha
permesso di confermare non solo l’unitarietà del
progetto costruttivo della cortina muraria, del
torrione e della porta, ma anche la loro realizzazione come complesso organico, venendosi a
determinare strutturalmente come unico blocco37. Lo stato di conservazione delle strutture
esaminate, che per arrivare ai giorni nostri hanno dovuto subire vistosi rimaneggiamenti, non
consente per ora di formulare altre considerazioni sull’architettura interna degli ambienti, né di
restituire a pieno il loro stato antico, rimanendo
però la forte suggestione evocativa della poliorcetica di età augustea, caratterizzata allo stesso
tempo da efficacia difensiva e monumentalità.
(VL)
101
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Prospetto laterale della
chiesa con l’elevato del
muro nord-est del vano A e
la traccia della demolizione
del perimetrale sud-est
(SBAM)
Parete nord-est dei vani C
e D delimitati da un muro
di separazione; nel muro di
II fase si distinguono i due
varchi (SBAM)
102
GLI ULTIMI LAVORI
Legenda di riferimento
Il muro sud-est del vano C
che immetteva verso l’area
esterna (SBAM)
Parete sud-ovest del vano
E con il muro di II fase e,
a destra, la faccia interna
del fornice minore sovrastato da un arco di scarico
(SBAM)
103
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Piante e prospetti tratti da
P. Mancini, Illustrazione
dell’Arco di Augusto di Fano,
Pesaro 1826
(Biblioteca Federiciana
di Fano)
104
GLI ULTIMI LAVORI
Note
* Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche
** Tecne srl
1. Nella sua seconda parte il titolo di questo paragrafo introduttivo intende richiamare quello del contributo di P. Gros, “Moenia”:
aspects défensifs et représentatifs des fortifications, in S. Van de Maele,
J.M. Fossey (a cura di), Fortificationes antiquae, Amsterdam 1992,
pp. 211-225 (non vidi).
2. Sin dal 1930 come tale presente nel ministeriale Elenco degli
Edifici Monumentali, vol. XXXIX, Roma 1927, pp. 39 e 41, anche
se smembrato nelle sue due componenti principali, di cui l’una (il
palazzo o Spedale) peraltro riduttivisticamente considerata secondo la mentalità estetizzante dell’epoca.
3. Ibid. p. 35. Di questo stretto rapporto testimonia la denominazione “arcum Sancti Michaelis” attestata sia dalle fonti archivistiche quattro-cinquecentesche (vd. i documenti citati da G.
Castellani, la Chiesa di S. Michele in Fano e gli artisti che vi lavorarono, in “Studia Picena” X, 1926, pp. 148 e 150) che ancora
da P. Nigosanti, Compendio historico della città di Fano, Venezia
1640, rist. anastatica Fano 1982, p. 77 s. Tale denominazione
non interruppe, tuttavia, la continuità di quella probabilmente già antica di “Porta Maggiore” (lat. porta maior), attestata in
precedenti altri documenti archivistici del XII-XIII secolo (M.
Frenquellucci, Le mura di Fano medievale fra città e territorio, in
F. Milesi (a cura di), Fano medievale, Fano 1997, p. 75) e sopravvissuta nell’uso locale corrente - e anche come odonimo ufficiale (P. Mancini, Illustrazione dell’Arco d’Augusto di Fano con una
lettera archeologica del signor Bartolomeo Borghesi, Pesaro 1826, p.
16, tav. V) - fino almeno ai primi dell’Ottocento (A. Aleandri,
Memoria istorica sull’Arco di Augusto, in A. Calogerà (a cura di),
Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filosofici, Venezia 1785, p. 13
e P.M. Amiani, in G. Colucci, Antichità Picene IX, Fermo 1790,
p. 115, il quale però nelle sue Memorie istoriche della città di Fano,
Fano 1751, passim, conosce anche i termini “arco d’Augusto” e
“Porta Augusta”. “Arco di Augusto Imp.”, da cui poi, d’attorno
la metà dell’Ottocento, anche nella toponomastica ufficiale (per
es. nella prima mappa urbana del Catasto Gregoriano) più semplicemente “Arco d’Augusto”, è designazione d’evidente origine
colta, che per la prima volta compare nel 1634 nella Pianta della
Città di Fano di Jacopo Lauro, poi ripetuta in successive analoghe
opere (cfr. M. Luni, La Porta d’Augusto a Fano dalla riscoperta al
novecento, in F. Milesi (a cura di), Fano Romana, Fano 1992, p.
169). Approfitto di questa occasione per una rettifica. Il plastico in gesso dell’Arco fanese, appartenente al Museo della Civiltà
Romana all’Eur (Roma) e riprodotto anche in EAA III (1960) s.v.
Fano, p. 591, fig. 712, a differenza di quanto scritto in G. Baldelli,
Per una nuova carta archeologica di Fanum Fortunae alla luce delle
più recenti acquisizioni archeologiche, in “Quaderni dell’Accademia
Fanestre” 1, 2003, p. 45, nota 14, non è da tempo più esposto al
pubblico “per ragioni di spazio”. In ogni caso è opera realizzata nel
novembre 1933 dal formatore faentino Pietro Fabbri su commissione del prof. Giulio Quirino Giglioli, nella sua veste di Direttore
Generale della Mostra Augustea della Romanità del 1937. Infatti
è diverso da quello dell’«Arco di Augusto come era fino al 1463»,
realizzato uno o due anni dopo su iniziativa del Direttore del
Museo Civico Malatestiano Conte Piercarlo Borgogelli dalla locale R. Scuola Artistica Industriale “A. Apolloni” e visibile, come
anche la replica in bronzo, in vecchie foto del museo fanese (F.
Battistelli, La Pinacoteca e il Museo Civico del Palazzo Malatestiano,
in A. M. Ambrosini Massari, R. Battistini e R. Morselli (a cura
di), La Pinacoteca Civica di Fano, Cinisello Balsamo 1993, rispettivamente a p. 13 e a p. 12 in alto. Sulla questione dei due diversi
plastici documenti in SBAM-AV Affari generali 10/1 Bimillenario
augusteo).
4. Un cenno ad esso è nella breve, ma accurata sintesi degli interventi d’isolamento dell’arco e d’arretramento della facciata
della chiesa per il Bimillenario Augusteo, in F. Menchetti, La
Chiesa e l’Ospedale di San Michele a Fano: storia e architettura dal
Quattrocento al Novecento, in “Nuovi Studi Fanesi”, 19, 2005, p.
39 s. Più articolato e per la prima volta in gran parte fondato sulla documentazione nell’Archivio della Soprintendenza per i Beni
Archeologici delle Marche (SBAM-AV Prov. Pesaro, cass. 3, fasc 2
Fano. Arco d’Augusto e Arretramento Chiesa di S. Michele), il quadro delle stesse vicende delineato da C. Galli, Lavori di restauro
all’Arco d’Augusto in Fano. Un quadro storico, in “Beni culturali:
tutela, valorizzazione e attività culturali” XV, 2007, n. 2, pp. 1521 (ovviamente nel 1911 il Soprintendente non era E. Brizio, ma
Innocenzo Dall’Osso). Il rilievo dello scavo, dato da G. Bartolucci,
Cenni storici sull’Arco d’Augusto di Fano, Fano 1935, fig. 1 e ripubblicato con perfetta leggibilità da V. Purcaro, Osservazioni
sulla «Porta Augustea» di Fano, in “Rendiconti Lincei” s. VIII,
XXXVII, 1982, pp. 142, fig. 1, si riferisce ad una fase molto preliminare del lavoro, essendo l’opuscolo del Bartolucci già stampato a
metà aprile, come risulta dalla lettera di ricevuta e ringraziamento
prot. nr. 1108 a lui diretta il giorno 16 dal Soprintendente Ettore
Ghislanzoni (SBAM-AV Prov. PU, cass. 3, fasc. 2, c. 174). Lo scavo, sorvegliato dall’Ispettore Onorario prof. Vittorio Menegoni,
direttore della Scuola “Apolloni” di cui il Bartolucci era docente, e visitato in alcune occasioni (oltre che dal conte Borgogelli)
dallo stesso Soprintendente, era iniziato il 26 marzo (lettera del
Podestà di Fano al Soprintendente prot. n. 3635 del 25.03.1935,
in SBAM-AV Prov. PU, cass. 3, fasc. 2, c. 167) a seguito di specifica disposizione del Direzione Generale alle Antichità e Belle
Arti (nota ministeriale prot. n. 811 del 14.03.1935, ibid., c. 202,
conforme al parere del Soprintende di cui a precedente nota
prot. n. 124 del 15.01.1935, ibid., c. 151), che lo avevano posto come pre-condizione per l’esame del progetto di arretramento
della facciata, e proseguì - nonostante il Borgogelli in lettera al
Soprintendente (ibid., c. 170) lo avesse giudicato “quasi terminato” già il 5 aprile - fino al successivo mese di giugno, quando
il prof. Menegoni scrive al Soprintendente (lettera del 7.06.1935,
ibid., c. 175) che ha stonacato “fino all’altezza delle porte” il muro
sinistro della chiesa, la cui “muratura continua in larghezza fino
alla platea in calcestruzzo”, e che, “continuato anche lo scavo,
abbiamo trovato il vergine alla profondità di m. 0,70 oltre i m.
2,50 già annunciati con la mia precedente lettera”, mentre infine,
il 26.06.1935, il Soprintendente Reggente Architetto Guglielmo
Pacchioni, riferendo al Ministero (con nota prot. n. 1532, ibid.,
c. 177) del sopralluogo effettuato con l’ing. Carlo Ughi, il conte
Borgogelli e il prof. Menegoni, conclude: “lo scavo che ha messo
ora in vista compiutamente le fondazioni del torrione semicircolare e dei due tratti di muro rettilineo che lo collegavano all’arco [sic
!] dovrebbe, a mio parere, rimanere aperto e internamente visibile
entro il vano dell’attuale chiesa”. Per la scarsa pratica dello scavo
stratigrafico da parte degli archeologi italiani del periodo tra le
due guerre operanti nei contesti d’età romana e non solo si veda
M. Barbanera, L’archeologia degli italiani, Roma 1998, pp. 152-
105
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
154. Sulla sofferta reggenza Pacchioni, che era Soprintendente per
l’Arte e l’Architettura Medievale e Moderna delle Marche, si veda
G. Baldelli, La prima ritrovata segnalazione e la vera provenienza di
un’epigrafe fanese, in “Picus“ XXVII, 2007, p. 231 s., nota 4 e P.
Astrua, in Dizionario biografico dei Soprintendenti storici dell’arte
(1904-1974), Bologna 2007, pp. 433-445.
5. Datate al 9/10 a.C. dall’iscrizione CIL XI 6218/19 sul fregio
dell’Arco, con presumibile riferimento alla loro ultimazione.
Per alcune diverse possibilità, contenute peraltro al massimo
nell’ambito di un ventennio, si veda tuttavia la discussione in L.
Bacchielli, La porta di Augusto a Fano nella cultura antiquaria locale, in L’antichità classica nelle Marche tra Seicento e Settecento, atti
del Convegno Ancona-Pesaro 15-17 ott. 1987, Atti e Memorie
della Deputazione di Storia Patria per le Marche, 93, 1988,
Ancona 1989, p. 62 s.
6. ASP-SASF, Relazione del Giudice dello Spedale Abate Felice
Carrara, in data 12 marzo 1767, brano trascritto da G. Castellani,
op. cit., p. 159.
7. Ma non del tutto, almeno per chi scrive, che sin dall’estate
2004, proprio in vista dei lavori già nei programmi dell’Amministrazione Comunale, che allora manteneva la proprietà dell’intero complesso architettonico, ebbe a chiedere all’assessore Marco
Paolini un sopralluogo nel vasto scantinato, effettuato poi, grazie
alla sua cortesia, il successivo 5 novembre. In quella occasione l’assessore fu accompagnato dal prof. Paolo Taus, che subito il giorno
dopo ne riferì l’esito positivo sulla stampa locale, anticipando alcune proprie conclusioni che poi ha sviluppato in successive pubblicazioni. Qui si nota soltanto che un cavaedium simile a quello
da lui ipotizzato era già stato congetturato da L. Poletti, Intorno
all’Arco d’Augusto di Fano. Ragionamento, in “Giornale Arcadico
di Scienze, Lettere e Arti” XXXIV, 1827, p. 17 e riproposto da
I. A. Richardsohn, Commemorative Arches and City Gates in the
Augustan Age, in “Journal of Roman Studies” XXIII, London
1933, p. 158, fig. 6/B.
8. In realtà originariamente duplice e, inoltre, dotato di doppia comunicazione con il corpo di fabbrica retrostante, nonché all’estremità sud di una posterula per le sortite all’esterno della città.
9. L. Rossini, Gli archi trionfali, onorari e funebri degli antichi romani, Roma 1836, tav. XI.
10. P. Mancini, op. cit., tav. V.
11. L. Poletti, op. cit., pp. 3-28, tav. s.n., che riterrei abbia potuto
tener conto, per la sua ricostruzione, anche dell’allora inedita prima pianta del Mancini (I. Di Stefano Manzella, Documenti inediti
sugli archi augustei di Fano e Rimini (1823-1825), in “Rendiconti
Lincei” s. VIII, XXXII, 1972, p. 451, tav. II/fig. 1), che sappiamo
(ibid., pp. 435, 442 e 459 s.) esser stata esaminata nei primi mesi
del 1824 a Roma dal Valadier.
12. Non credo per simmetrica trasposizione dell’identico muro
disegnato nella stessa pianta dietro la torre nord, la sopravvivenza del quale, già all’epoca (ma una verifica sul posto resta oggi
da farsi), sembrerebbe incompatibile con la planimetria del palazzo ora Severi data dieci anni prima da Mancini, op. cit., tav.
V. Quest’ultimo, peraltro, non solo nella tavola I della sua opera,
ma anche nella pianta del 1823 citata alla nota che precede, fornisce della sagrestia di San Michele la stessa pianta (indivisa) che
essa ha avuto almeno per tutto il novecento e che ancora aveva
all’inizio dei nostri lavori. Non escluderei, di conseguenza, che gli
“scavi indicati nella pianta [tav. XI]… fatti dall’architetto francese
Graneau [sic] nel 1826” (Rossini, op. cit., p. 17), di cui l’unica
106
altra traccia nota - con il cognome preceduto da una “M.” (per
Monsieur o per il nome di battesimo) - è nella didascalia della
tavola rossiniana, oltre che sicuramente l’interno della torre nord,
abbiano interessato con piccoli saggi anche la nostra sagrestia e
forse la stessa chiesa. Quanto al Graneau, o piuttosto Granneau,
nessun architetto, artista o altro personaggio di tal nome risulta nei principali dizionari biografici e neppure tra i pensionaires
dell’Accademia di Francia a Roma, il cognome essendo attestato nell’Ottocento soltanto ad Angers e dintorni, proprio di una
famiglia che espresse almeno uno scultore, Jacques Graneau
(Nantes 1817 - Angers 1891), su cui si veda bibliografia in Index
bio-bibliographicus notorum hominorum. Corpus alphabeticum. I Sectio Generalis, vol. 92, Osnabrück 1998, p. 200. Proprio nella
città di Angers era stato Provveditore del Liceo nonchè rettore
dell’Accademia, dal 1804 al 1811, il fanese conte Giovanni Ferri
de Saint Constant (su di lui si veda, con ampia bibliografia, P.
Alvazzi del Frate, Università napoleoniche negli “Stati romani”. Il
Rapport di Giovanni Ferri de Saint-Constant sull’istruzione pubblica, Roma 1995, pp. XXV-XVIII e Id., in Dizionario biografico
degli Italiani, XLVII, Roma 1997, pp. 166-168, s.v.), il quale nel
1826 da tre lustri, ma personaggio certo ancora influente per le
sue varie e numerose relazioni, si era ritirato nella città di nascita
dai suoi alti incarichi nell’amministrazione napoleonica, ultimamente alla testa della romana Sapienza. Non stupirebbe, pertanto,
che il nostro Graneau fosse della cerchia dei suoi amici e che proprio per la sua autorevole mediazione egli abbia avuto occasione
di condurre gli scavi cui il Rossini fece unico cenno. Del resto il
succitato conte Ferri, morto da quattro anni quando nel 1834 il
Rossini eseguì a Fano i suoi rilievi (Rossini, op. cit., p. 2) - e il cui
fratello Giacomo fu il primo presidente della Congregazione di
Carità, nella quale fin dal 1808, erano stati conferiti i beni della
Confraternita di S. Michele (G. Pelosi, Vicende della Schola di San
Michele o Conservatorio degli Esposti, in “Nuovi Studi Fanesi” 19,
2005, pp. 106 e 110), allora comprensivi di entrambi i palazzi ai
lati dell’Arco d’Augusto -, era stato sin dal luglio 1823 uno dei
principali promotori, nonché uno dei primi sottoscrittori, della
pubblicazione dell’opera del Mancini (Mancini, op. cit., pp. s.n.
[ma XIX] e p. 29 e Di Stefano Manzella, op. cit., p. 437 s., nota
10), uscita proprio nello stesso anno dello scavo Graneau. Nessun
documento su tale intervento ho trovato all’Archivio di Stato di
Pesaro tra le carte dell’occhiuta Delegazione Apostolica, che fino
all’anno prima, in stretta corrispondenza epistolare con il superiore Camerlengato Pontificio (si veda ibid., pp. 436-443 e 447-462,
tavv. II-VI), si era occupata dei restauri della porta fanese e, in
particolare, della sua torre nord. Maggior fortuna potrebbe avere
in tale ricerca qualche più agguerrito ed esperto archivista. Non
escluderei, comunque, che documenti al riguardo possano trovarsi
proprio tra le Carte Ferri-Saladini all’Archivio di Stato e Biblioteca
Federiciana di Fano.
13. Prima d’ora sempre o erroneamente risolto o lasciato almeno un po’ nell’indefinitezza, come ancora dagli autorevoli I. A.
Richardson, op. cit., p. 158, fig. 6B e H. Kähler, Die römischen
Torbürgen der frühen Kaiserzeit, in “Jahrbuch Deutsch. Arch.
Inst.” 57, 1942, p. 29, fig. 24, il primo dei quali recuperò, peraltro, forse da Poletti, op. cit., tav. s.n., ma senza citarlo (cfr. supra,
nota 7), l’idea dei vani rettangolari dietro le torri, poi trascurata
dal secondo. Fu in effetti l’architetto modenese, a parte lo spessore
e la struttura da lui attribuita per suggestione vitruviana e scarsa
conoscenza del luogo alla cinta muraria, colui che più si avvicinò
GLI ULTIMI LAVORI
in passato alla realtà ora evidente. Le strutture, invece, trovate dal
Graneau e in base a cui Rossini, op. cit., p. 2 e tav. IX, affermò
l’originaria “forma quadrata” delle torri, saranno state, piuttosto,
in gran parte, le stesse “platee” di fondazione e murature interne
affiorate sotto la torre sud nel 1935.
14. A causa di altro mio assorbente impegno, improvvisamente
insorto.
15. Le ricerche, dirette per la Soprintendenza, dal dott. Gabriele
Baldelli, sono state eseguite dagli archeologi di Tecne s.r.l.
La stratigrafia nei vani dell’ex sacrestia è ricostrutita in base alle
osservazioni di Simone Biondi. Per l’aiuto nello studio delle strutture murarie devo ringraziare Nicoletta Raggi che si è anche occupata della documentazione grafica e fotografica, realizzata con
un complesso lavoro di fotomosaico in cui per semplificare si sono
riportate solo le strutture romane. La linea tratteggiata indica la
integrazione proposta; in rosso, invece, le strutture attuali del palazzo. Si ringrazia infine lo studio Simoncini per la fornitura delle
planimetrie del palazzo.
16. V. Purcaro, Osservazioni sulla «Porta Augustea» di Fano, in F.
Milesi (a cura di), Fano Romana, Fano 1992, p. 195.
17. Per quanto riguarda le sostruzioni si veda Vitruvio 86,8,79;
F. Cairoli Giuliani, L’edilizia nell’antichità, Roma 1990, pp. 112118.
18. Come nella torre della Porta di St. Andoche ad Autun, che
presenta all’innesto del tratto di muro a semicerchio un muro
trasversale di questo tipo (J.P. Guillomet, A. Rebourg, L’enceinte
d’Autun, in AA.VV. Les enceintes augustéennes dans l’occident romain, actes colloque international de Nîmes 9-12 octobre 1985,
Nîmes 1987, p. 45).
19. Nel piano terra della torre non sono state riconosciute né aperture verso l’esterno, né tanto meno verso gli ambienti retrostanti
(vani C e D).
20. Fondazioni del tutto simili si ritrovano nella porta San
Sebastiano delle mura di Altino (B. M. Scarfi, M. Tombolani,
Altino preromana e romana, Quarto d’Altino 1987).
21. Si veda V. Purcaro, op. cit., p. 195.
22. Da segnalare un cucchiaino in osso, un coperchio d’anfora e
un fondo di sigillata (schede nn. 1- 3).
23. Di tutti i muri sono stati messi in luce alcuni tratti delle fondazioni murarie, che presentano una risega sporgente rispetto al
muro dai 0,10 m ai 0,25 m.
24. M. Luni, op. cit, fig. 22 in alto.
25. Nell’area B non è stato possibile verificare la presenza del piano
pavimentale rinvenuto esternamente al torrione poco più a sudovest. A far supporre che qui ci troviamo all’esterno della torre è
anche il paramento del muro, che nella parete rivolta verso l’area
B risulta molto più accurato e del tutto simile a quello rilevato nel
tratto di muratura curva.
26. Che la cornice sia un elemento presente in origine nella torre è
testimoniato anche dalla sua presenza nel rilievo della porta inciso
sulla facciata di San Michele (Luni, op. cit., pp. 116-117). Questa
in arenaria gialla, tuttavia, potrebbe esser frutto di un intervento
tardo-rinascimentale.
27. Il calcolo effettuato sulle quote ed altre considerazioni a carattere generale non permettono di prenderle in considerazione
quali alloggiamenti delle travi di un solaio. Per la costruzione delle
impalcature e la centinatura delle volte, si veda F. Cairoli Giuliani,
L’edilizia nell’antichità, Roma 1990, pp. 98-104 e 194-199; J.P.
Adam, L’arte di costruire presso i romani: materiali e tecniche,
Milano 2001, pp. 84-90 e 189-205.
28. Potrebbe trattarsi anche solo di una fase costruttiva, considerato il lungo periodo di cantiere di quasi un ventennio che comportò
la edificazione delle mura di Fanum Fortunae, si veda P. Sommella,
L’Italia antica: l’urbanistica romana, Roma 1988, pp. 176-177.
29. Le torri, specie quelle che affiancavano le porte a cavaedium,
in età augustea trovano al loro interno le applicazioni più diverse, anche senza ruoli direttamente collegati ad esigenza di difesa.
Per confronti con le partizioni interne e le strutture rinvenute in
torri di età romana si veda: G. Lange, Torri romane in Valle d’Aosta: Arnaz, Gressan, La Tour d’Hereres e Morgex, estratto dal 44°
Bulletin de l’Academie Saint Anselme, Aosta 1969; L. Karlsson,
Fortification towers and masonry techniques in the hegemony of
Syracuse, 405-211 B.C., Stockholm 1992; J. P. Adam, Approche
et défense des portes dans le monde hellénise, in S. van de Maele,
J. M. Fossey, op. cit., pp. 5-43; P. Garmy, L. Maurin (a cura di),
Enceintes romaines d’Aquitaine : Bordeaux, Dax, Perigueux, Bazas,
Paris 1996; J. Napoli, Recherches sur les fortifications linéaires romaine, Roma 1997.
30. In questi strati sono stati rinvenuti diversi frammenti in ceramica sigillata, anche con marchio di fabbrica (schede nn. 4-7).
31. Fra i materiali recuperati si segnala una moneta in bronzo
(scheda n. 8).
32. Come invece proposto da V. Purcaro, op. cit., p. 200.
33. Allo stesso modo che si riscontra nella porta Rosa di Velia, per
cui si veda J. P. Adam, op. cit., p. 176 fig. 382.
34. Si veda G. Baldelli supra a nota 7.
35. Per il termine si veda Varrone, De lingua latina, V, 161 e
Vitruvio VI, 3. Il tipo di porta trova numerosi confronti: Porta
Venere di Spello (P. Gros, Mura e porte urbiche, in P. Gros,
L’architettura romana : dagli inizi del III secolo a. C. alla fine dell’alto impero, Milano 2001, p. 39; F. Rebecchi, Les enceintes augustéennes en Italie, in AA.VV., op. cit., p. 139; L. Baiolini, La forma urbana dell’antica Spello, in L. Quilici, S. Quilici Gigli, Città
romane 3: città dell’Umbria, Roma 2002, pp. 61-120); Porta dei
Leoni di Verona (P. Gros, op. cit., p. 41); Porta Palatina di Torino
e Porta Pretoria ad Aosta (P. Gros, op. cit., p. 42; F. Rebecchi, op.
cit., p. 148); Porta d’Augusto a Nîmes (P. Gros, op. cit., p. 52; P.
Varène, L’enceinte augustéenne de Nîmes, in AA.VV., op. cit., pp.
17-24; P. Varène, L’enceinte gallo-romaine de Nîmes. Les murs et
les tours, Paris 1992; Porta d’Arroux e Porta St. Andrè a Autun (P.
Gros, op. cit., p. 53; J. P. Guillomet, A. Rebourg, op. cit., pp. 4150); Porta di Arles (A. Frova, L’arte di Roma e del mondo romano,
Torino 1961, p. 478), pp. 41-50.
36. Per gli studi sulla porta d’Augusto e le mura si veda: V.
Purcaro, op. cit., pp. 195-208; M. Luni, La cinta muraria di
Fanum Fortunae (Fano), in F. Milesi op. cit., pp. 89-138; M. Luni,
op. cit., pp. 153-182; L. De Sanctis, Le mura Augustee, in L. De
Sanctis, Quando Fano era romana, Fano 1998, pp. 56-62; L. De
Sanctis, La Porta di Augusto, in L. De Sanctis, op. cit., pp. 63-72;
M. Luni, La cinta muraria e la Porta di età Augustea, in M. Luni,
Studi su Fanum Fortunae, Urbino 2000, pp. 74-124; M. Luni, Le
mura e la Porta d’Augusto in età tardo-antica, in M. Luni, op. cit.,
pp. 141-148.
37. Mentre si conoscono casi, come la porta Palatina di Torino o
la porta Pretoria ad Aosta, in cui le torri furono costruite prima
delle cortine (P. Gros, op. cit., p. 42).
107
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
I materiali provenienti dallo scavo
1) Cucchiaio
2007. Fano (PU), Arco di Augusto-Chiesa di San Michele. Vano A, us 10.
Piccolo cucchiaio (cochlear) in osso. Manico dritto a sezione circolare con terminazione appuntita,
coppetta di forma circolare poco profonda. Decorato sulla parte convessa del cucchiaio da quattro
tratti di linee incise convergenti. Questo tipo di cochlear, attestato in area vesuviana anche in bronzo
e argento, era utilizzato per mangiare frutti di mare e uova. Lungh. 11,5 cm (I sec.d.C).
Bibl. S. Bruni (a cura di), Le navi antiche di Pisa, Pisa 2000, p. 293, fig. 4 (in osso); P. G. Guzzo
(a cura di), Storie da un’eruzione: Pompei Ercolano Oplontis, Catalogo della Mostra (Napoli 2003),
Milano 2003, p. 159 n. I.51 (in argento); M. Beretta, G. Di Pasquale (a cura di), Vitrum: il vetro fra
arte e scienza nel mondo romano, Catalogo della Mostra (Firenze 2004), Firenze 2004, p. 240 n. 2.44
(in argento).
2) Frammento di fondo piano
2007. Fano (PU), Arco di Augusto-Chiesa di San Michele. Vano A, us 8.
Argilla rosata depurata, vernice rossa semilucida di buona qualità. Frammento di fondo piano con
attacco del piede di forma non identificabile, in terra sigillata nord-italica. All’interno due cerchi
concentrici scanalati con decorazione a rotella delimitano il bollo radiale in cartiglio rettangolare
GRA/TUS. I bolli radiali, tipici della fase più antica della terra sigillata italica, vengono abbandonati
probabilmente verso il 15-10 a.C. in favore di quelli singoli e centrali. Il bollo del figulo Gratus,
attestato nel Corpus Vasorum Arretinorum in diverse varianti ma non in questa forma, è riferibile,
anche se con qualche incertezza, a un ceramista della valle del Po, attivo in età augustea. Alt. max. 6,2
cm, largh. max. 9,5 cm (Prima età Augustea).
Bibl. L. Mazzeo Saracino, Terra sigillata nord-italica, in Enciclopedia dell’Arte Antica, Atlante delle
forme ceramiche, II; Roma 1985, pp. 175-230; A. Oxé, H. Comfort, Corpus Vasorum Arretinorum: a
Catalogue of the Signatures, Shapes and Chronology of Italian Sigillata, Bonn 1968, p. 611 e p. 215 n.
754.
108
3) Tappo
2007. Fano (PU), Arco di Augusto-Chiesa di San Michele. Vano A, us 10.
Tappo d’anfora, tecnica a stampo. Argilla rosa con inclusi di cotto di piccole dimensioni. Tracce
di incrostazioni scure lungo il bordo e su parte delle superfici superiore e inferiore, probabilmente
riferibili alla pece utilizzata per sigillare le anfore. Forma circolare con presa cilindrica in posizione
centrale quasi del tutto abrasa; a metà circa della superficie del disco quattro piccoli umboni a distanza
regolare in parte abrasi. Facendo riferimento alla tipologia utilizzata dalla Chinelli per gli esemplari di
opercula in argilla provenienti da Aquileia, il nostro tappo è attribuibile al I tipo (realizzati a stampo),
databili in base ai confronti bibliografici prevalentemente tra il II sec. a.C. e il I sec. d.C. Spessore 1,4
cm, diametro 9,0 cm (II sec. a.C.- I sec. d.C).
Bibl. R. Chinelli, Coperchi d’anfora, in Scavi d’Aquileia, 1991, pp. 243-259 e tavv. 44-48; R. Chinelli,
Coperchi d’anfora, in Scavi d’Aquileia, 1994, pp. 464-491 e tavv. 73-75.
(VL)
4) Frammento di coppa con bollo in planta pedis T·RF in terra sigillata nord italica, con decorazione
applicata
2007. Fano (PU), Arco di Augusto- Chiesa di San Michele. Vano C, uuss 66, 67.
Argilla camoscio-rosata pallida, vernice corallina. Frammento di coppa emisferica con orlo appena
rientrante e assottigliato, piede basso ad anello inclinato, modanato. Decorazione esterna con doppia
serie di fini tacche a rotella entro registro formato da coppie di scanalature sotto l’orlo e poco sopra la
metà del corpo. Appliques nella parete verticale formate da spirali a doppia voluta. Forma Ritterling
109
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
8. Sul fondo solcature concentriche e bollo in planta pedis T·RF, con legatura RF. In questa forma il
bollo trova diversi confronti puntuali in Italia e nelle province. Alt. 4,2 cm, diam. orlo 11,3 cm, piede
5,2 cm (Età augusto-tiberiana).
Bibl. L. Mazzeo Saracino, op.cit., n. 23; A. Oxé, H. Comfort, op.cit., n. 1600.
5) Frammento di terra sigillata italica con bollo CLADI in planta pedis
2007. Fano (PU), Arco di Augusto- Chiesa di San Michele. Vano C, us 67.
Argilla rosata, vernice rossa di buona qualità. Frammento di fondo di coppa in terra sigillata italica
di produzione aretina. Piede basso ad anello, inclinato. Sul fondo bollo in planta pedis anatomico
CLADI, con C iniziale abrasa. Alt. cons. 1,2 cm, piede 5,8 cm (Età augustea).
Bibl. A. Oxé, H. Comfort, op. cit., n. 441.
6) Frammento di terra sigillata italica con bollo C·VOLV in planta pedis
2007. Fano (PU), Arco di Augusto- Chiesa di San Michele. Vano C, us 67.
Argilla rosata, vernice rossa di buona qualità. Piccolo frammento di fondo di forma non determinabile.
Terra sigillata italica. Sul fondo in planta pedis anatomico, bollo C·VOLV con legatura LV. In questa
forma il bollo non trova attestazioni note ma può essere riferito al produttore C. VOLVSENVS.
Spess. fondo. 0,2 cm, lungh. 4,1 cm, largh. 5,8 cm (Età augustea-tiberiana).
Bibl. A. Oxé, H. Comfort, op. cit., n. 2470.
110
7) Frammento di terra sigillata italica con bollo C·MAR […] in planta pedis
2007. Fano (PU), Arco di Augusto- Chiesa di San Michele. Vano D, us 92.
Argilla rosata, vernice rossa di buona qualità. Piccolo frammento di fondo di piatto in terra sigillata
italica, piede ad anello obliquo. Sul fondo solcature concentriche e bollo in planta pedis C·MAR, con
legatura MA, produttore arretino. Spess. fondo. 0,7 cm, piede 3,1 cm (Età augustea-tiberiana).
Bibl. A. Oxé, H. Comfort, op. cit., n. 959.
8) Asse di Tiberio
2007. Fano (PU), Arco di Augusto- Chiesa di San Michele. Vano C, us 47.
D/ DIVVS. AVGVSTVS. PATER Testa radiata, a sin. R/ Ara con porta a due battenti; all’esergo,
PROVIDENT; nel campo S C.
AE asse. Diametro 2,8 cm (Ultimi anni di Tiberio, 36-37 d.C.).
Bibl. H. Mattingly, E. A. Sydenham, C.H.V. Sutherland, R.A.G. Carson, Roman Imperial Coinage,
London 1984, p. 95,6.
(SB)
111
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Gli ultimi lavori a San Michele e l`Arco d`Augusto