Prefazione del Comandante Generale
Le premesse dalle quali muove questo lavoro sono state essenzialmente due
ed entrambe conseguenti alla recente evoluzione della minaccia terroristica: le
risoluzioni ONU e i regolamenti comunitari. E’ sulla base delle linee d’azione da
essi tracciate, infatti, che i Legislatori nazionali e tutti gli organismi di repressione
(Autorità giudiziaria, Forze di polizia e Servizi di informazione e sicurezza) hanno
impostato la controffensiva.
Si tratta di una sfida che contempla l’ampliamento dello scenario strategico
dal piano più strettamente militare a quello d’interdizione dei flussi di
alimentazione del terrorismo internazionale. Fra questi particolare rilievo
assumono quelli economici e finanziari. Appare, quindi, determinante la capacità
di congelarli, specie nei confronti di quei fenomeni di estremismo e integralismo
religioso che sono oggi avvertiti come i più pericolosi per l’equilibrio e la
sicurezza mondiali.
Questa caratterizzazione in senso economico-finanziario dell’azione di
contrasto non può che accentuare il ruolo istituzionale della Guardia di Finanza.
Da tali presupposti si è tratta la consapevolezza che le pulsioni e le
manifestazioni del terrorismo internazionale d’ispirazione islamica non potevano
essere comprese e impedite senza un’analisi dello scenario storico, religioso e
culturale nel quale esso viene a collocarsi. Da qui la decisione di esaminare il
fenomeno nell’ottica e per le finalità che più interessano al Corpo.
Il risultato è costituito da questo rapporto di analisi che, muovendo da un
ampio inquadramento del contesto geopolitico di riferimento, sofferma la propria
attenzione sull’attuale situazione degli Stati con un più marcato influsso
maomettano, nella regione mediorientale, nel nord Africa, in Asia centrale, nel sud
est asiatico.
Seguono approfondimenti sull’analisi della presenza musulmana in Italia e, per gli
aspetti di più stretto interesse del Corpo, del sistema bancario e finanziario
utilizzato dal mondo islamico. Viene infine proposta una panoramica della politica
normativa internazionale e interna d’intervento, strutturata anche in tavole
sinottiche che ne agevolano la comparazione.
La Guardia di Finanza intende concentrare la propria attenzione
sull’individuazione e disarticolazione dei meccanismi di passaggio di risorse
finanziarie dalle attività economiche ai gruppi terroristici. Ciò nella
consapevolezza che una minaccia così diffusa e insidiosa può essere affrontata
solo con un’azione globale e coordinata. In tale ambito la Guardia di Finanza,
attraverso la propria professionalità di corpo di polizia economico-finanziaria,
potrà svolgere un ruolo di sicuro rilievo.
Gen. C.A. Alberto Zignani
Premessa
Questo rapporto di analisi strategica di intelligence ha essenzialmente due scopi:
creare nella Guardia di Finanza una conoscenza generale del terrorismo
internazionale di matrice islamica, tale da inserire in un adeguato contesto di base
il contrasto al finanziamento di questo fenomeno, missione che il Corpo vuole
sempre più perseguire e sviluppare, in linea con le sue precipue competenze;
individuare le conseguenti linee strategiche d’intervento.
E’ essenziale precisare preliminarmente che le informazioni utilizzate in questo
contesto sono esclusivamente provenienti da fonti aperte.
Si è ritenuto infatti che il suddetto panorama informativo, generato da numerosi
soggetti da tempo attivi nello specifico settore, fosse già abbastanza ampio e
variegato, in relazione ai predetti obiettivi.
Si è, quindi, proceduto ad una vasta raccolta, selezione, esame e integrazione
delle informazioni, per ottenere un prodotto organico che delinea, e in alcuni casi
distilla, le caratteristiche generali dello scenario di riferimento da molteplici punti di
vista, quali quello storico, culturale, religioso, geo-politico, economico-finanziario,
criminale, normativo.
E’ infatti questa olografica conoscenza - da cui possono emergere fattori chiave,
elementi strutturali del fenomeno – che potrà condurre ad una corretta impostazione
di lungo periodo della complessiva attività info-operativa.
Il rapporto è aggiornato a settembre 2002, per gli avvenimenti d’attualità, e a
novembre 2002, per i provvedimenti normativi di maggior rilievo.
Naturalmente, data la natura dell’informazione elaborata, ossia intelligence
proveniente da fonti aperte, va da sé che la maggior parte delle affermazioni necessita
dei conseguenti riscontri investigativi.
In ogni caso, il documento non si presta ad un’ampia diffusione, ma deve essere
mantenuto all’interno di una ristretta cerchia di “addetti ai lavori”.
Posto quanto precede, per approfondimenti, scambi di esperienze o degli
elementi informativi caratterizzati da una maggior riservatezza, è necessario far
riferimento al Comando Generale della Guardia di Finanza – II Reparto.
Sintesi dei contenuti
I primi capitoli sono dedicati al background storico-culturale dell’ Islam per cogliere le
differenze essenziali tra quella mentalità e la nostra ed acquisire, quindi, le giuste chiavi di
lettura per interpretare i fenomeni che si sviluppano nel mondo musulmano.
L’obiettivo finale, infatti, non e’ solo quello di ricostruire, per esempio, i flussi di
finanziamento del terrorismo internazionale, quanto piuttosto quello di inserire queste
ricostruzioni in un contesto non solo logicamente coerente, ma anche culturalmente e
storicamente piu’ nitido.
Il capitolo sui profili culturali/religiosi è dedicato alle origini dell’Islam (Arabia centrale
del VII secolo d.c.), alla suddivisione ed alle differenze tra sciiti e sunniti - nonché tra le
diverse scuole che si muovono in quest’ultimo ambito -, alle fonti (Corano, Sunna,
Shari’a), ai principali contenuti (i cosiddetti cinque pilastri) e significati (ad esempio,
quelli di Umma, imam) della religione musulmana.
Dall’analisi del contesto culturale e religioso islamico, emerge con
immediatezza la centralità della zakat e degli “amministratori” della medesima
Da questa prima disamina emerge già la centralità della zakat (l’elemosina), una specie di
decima da applicare alle categorie di beni e secondo le percentuali indicate dalla legge
islamica. Da notare che tra i possibili destinatari della zakat figura una categoria (quella
degli amministratori) che comprende chi determina i beneficiari ultimi della beneficenza,
chi raccoglie, contabilizza, gestisce, cura la distribuzione e controlla l’amministrazione
della zakat stessa. E’ chiara l’importanza di un tale punto di snodo per ciò che si vedrà in
seguito.
Il successivo capitolo è dedicato al più che millenario cammino dell’islam nella storia,
dalla rivelazione a Maometto (610 d.c.), passando per gli iniziali califfati e le dinastie
omniade ed abbaside, continuando con l’ “età imperiale” (imperi ottomano, safavide e
moghul) per arrivare al periodo di profonda decadenza economica e politica del XIX e XX
secolo, che si accompagna al colonialismo delle potenze europee.
Nel contesto delineato dalla disamina che precede, vengono illustrate le caratteristiche
fondamentali dei movimenti culturali del riformismo (che pone l’esperienza occidentale
quale modello cui tendere) e del radicalismo islamico (che postula l’inconciliabilità tra
civiltà occidentale e religione musulmana).
Nel mondo musulmano del XX secolo, si intrecciano il nazionalismo - frutto
della penetrazione coloniale - e la persistente aspirazione al panislamismo,
all’unità della Umma (la comunità islamica mondiale).
A questo punto dell’analisi emerge con chiarezza che uno dei temi fondamentali della
storia del mondo musulmano nel XX secolo, è il percorso incrociato del nascente
nazionalismo (con la formazione degli Stati indipendenti) e della persistente aspirazione
I
al panislamismo. La penetrazione coloniale ha portato i popoli musulmani a diretto
contatto con il modello occidentale imperniato sul nazionalismo. D’altra parte, qualsiasi
movimento nazionalistico non può che attingere ed essere pienamente coerente con i
valori culturali e religiosi islamici, che sottendono l’unità della Umma (la comunità
islamica mondiale). Questo rende labile il confine tra i singoli programmi di lotta
nazionale ed i programmi panislamici, che prefigurano la formazione finale di aggregati
più ampi.
Dopo l’inquadramento storico/culturale, viene delineata l’attuale situazione geo-politica
dei principali Paesi in cui la diffusione della religione musulmana ha un peso
significativo, passando anche per l’esame - dalle loro origini fino ai più recenti sviluppi di crisi regionali di indubbia rilevanza per i fini di questa analisi: le questioni israelopalestinese ed irachena ed il confronto tra Pakistan ed India.
In quest’ambito, viene affrontata la questione dell’assetto in divenire dei rapporti tra Stati
Uniti, Russia e Cina, specie in relazione all’evoluzione dell’importanza strategica
dell’Asia centrale.
Questa ampia panoramica mondiale precede la focalizzazione sulla presenza musulmana
in Italia, sia dal punto di vista quantitativo (circa 700.000 unità provenienti soprattutto dal
maghreb, dalla Somalia, dal Pakistan) che da quello delle forme di aggregazione in cui tale
presenza si articola (dalle semplici sale di preghiera, alle moschee ed ai centri islamici,
fino alle associazioni di rappresentanza). L’associazione più estesa è l’Unione delle
Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII), che sembra avere
l’obiettivo di fondo del ritorno alla purezza dell’islam, corrotto dalle negative influenze
occidentali.
I 700.000 musulmani presenti in Italia hanno come punti di aggregazione sale di
preghiera, moschee, centri islamici, associazioni di rappresentanza, ma si muovono
in un ambiente fatto di alienazione rispetto alla comunità ospitante, terreno fertile
per l’attività sociale e politica degli attivisti islamici e per influenze esterne.
A tal proposito, ci si sofferma sulle cause e sulle conseguenze del fenomeno
dell’alienazione delle comunità islamiche in occidente, che viene ripreso anche nelle
conclusioni. In tale ambito, si evidenzia come xenofobia, disoccupazione (determinata
anche dalla crescente terziarizzazione dell’economia), difficoltà di confrontarsi con le
culture delle civiltà ospitanti, disgregazione dei valori familiari, generano spesso
situazioni di alienazione, che costituiscono terreno fertile per l’attività sociale e politica
degli attivisti islamici nelle comunità musulmane in occidente. Tale circostanza
contribuisce al mantenimento di un’ “atmosfera islamica” (di cui si parlerà più avanti),
peraltro agevolata dal flusso di risorse proveniente dai più ricchi Paesi musulmani, che
aiuta gli islamici a costruire e promuovere le proprie comunità separate. Ecco, quindi, lo
sviluppo di un tessuto non integrato nell’ambito delle società democratiche occidentali,
che può anche essere sfruttato, in vari modi (reclutamento, finanziamento, proselitismo),
da gruppi islamici estremisti.
II
Forte del percorso sinora compiuto, l’analisi continua entrando nel campo prettamente
economico: i meccanismi di funzionamento e l’assetto mondiale del sistema bancario e
finanziario islamico. Come emerge nel primo capitolo, nel mondo musulmano la
dimensione religiosa è costante riferimento di tutte le dinamiche che si sviluppano nel
contesto sociale. A questa regola di base non sfugge l’economia. Emerge, quindi, il
concetto di banca islamica, da non confondere con quello di banca araba, termine che
indica solo la “collocazione geografica” dell’istituto finanziario. Banca islamica, invece,
significa banca “regolata”, in estrema sintesi, dal principio religioso della proibizione
dell’interesse (riba). Questo ha portato all’adozione di una serie di contratti del genere
Profit and Loss Sharing (PLS), cioè basati sulla suddivisione dei profitti e delle perdite e
quindi tali da non garantire, ad una delle due parti, un profitto certo e determinato, legato
solo al trascorrere del tempo. In questo quinto capitolo, è concettualmente stilizzato il
bilancio di una banca islamica, con la descrizione dei principali strumenti finanziari sia
dal lato dell’impiego che della raccolta.
La caratteristica della banca islamica è la piena aderenza alla Shari’a (la legge
islamica), che, tra l’altro, proibisce l’applicazione dell’interesse.
Le istituzioni bancarie islamiche sono ormai presenti, in maniera significativa dal punto di
vista macroeconomico, in più di una cinquantina di Paesi. Il loro peso nello stesso mondo
arabo è ancora modesto, ma fa registrare fortissimi tassi di crescita. I maggiori centri
finanziari islamici sono oggi nel Golfo Persico ed in Malesia.
I principali gruppi a livello mondiale – la cui composizione è stilizzata sempre nel quinto
capitolo - sono il Dallah Albaraka Group (che ha recentemente intrapreso una fusione con il
kuwaitiano The International Investor), il Dar Al Maal al islaami trust, l’ Al Rajhi banking and
investment Corporation. Emerge l’origine saudita di questi tre gruppi; questa circostanza
può trovare motivazione nella volontà dell’Arabia Saudita di svolgere un ruolo guida
nello sviluppo del panislamismo sunnita. Una rete finanziaria internazionale islamica,
infatti, sarebbe un ulteriore strumento nelle mani della monarchia saudita, per estendere la
propria influenza nel mondo musulmano.
Emerge il “neofondamentalismo”, che mira all’islamizzazione della
globalizzazione, senza avere obiettivi politici di carattere nazionale (panislamismo)
Prima di passare alla trattazione del terrorismo di matrice islamica, il sesto capitolo si
sofferma sui concetti di integralismo e fondamentalismo applicati al mondo musulmano.
In particolare, viene evidenziato l’emerge di quello che viene definito
“neofondamentalismo”, avente l’obiettivo finale dell’ “islamizzazione” della
globalizzazione, come premessa per la ricostituzione della Umma (la comunità islamica
mondiale). I neofondamentalisti puntano innanzitutto all’implementazione della Shari’a (la
legge islamica) più che ad obiettivi politici in senso nazionale; è evidente la vicinanza alle
posizioni di Usama bin Laden.
III
Negli ultimi anni, si è assistito al passaggio dalla sponsorizzazione degli Stati ad
una forma di “supporto pubblico” al terrorismo, legato all’alimentazione dell’
“atmosfera islamica”
Coerentemente, deve essere evidenziato come negli ultimi anni sembra aver perso
importanza la sponsorizzazione degli Stati a fronte di una forma di “supporto pubblico”
al terrorismo, legato soprattutto alla presenza di movimenti e gruppi che, pur non essendo
implicati in violenza politica e terrorismo, contribuiscono ad alimentare una cosiddetta
“atmosfera islamica”. Tale circostanza sarebbe determinata dal fatto che questi gruppi
conducono, in nome dell’islam, importanti attività politiche, sociali, culturali ed educative
a favore nel mondo musulmano e delle relative comunità in occidente. Questa atmosfera
viene spesso sfruttata dai gruppi più estremisti e dalle organizzazioni terroristiche.
L’atmosfera islamica è alimentata da gruppi che conducono, in nome dell’islam,
importanti attività politiche, sociali, culturali ed educative a favore nel mondo
musulmano e delle relative comunità in occidente.
In sintesi, la “cultura terroristica islamica” può essere schematizzata come una piramide,
alla cui base stanno le attività su larga scala, anche in occidente, dei gruppi sociali non
violenti islamici e la cui punta è rappresentata dai gruppi terroristici. Nell’area intermedia
si svolgono anche processi che portano alla ridefinizione (distorsione) di istanze sociali in
odio, vendetta, violenza, nonché al finanziamento del terrorismo anche da parte di
persone inconsapevoli.
Il supporto al terrorismo che passa per l’alimentazione dell’atmosfera islamica si
configura secondo un schema piramidale che vede - nell’area intermedia tra la base
(attività sociali su larga scala condotte dalle NGO musulmane) e la punta (i gruppi
terroristici) - la ridefinizione (distorsione) di istanze sociali in odio, vendetta, violenza,
nonché il finanziamento del terrorismo anche da parte di persone inconsapevoli.
Gruppi terroristici islamici (punta)
Attività sociale delle NGO musulmane (base)
Nel rapporto di analisi strategica, l’intero sesto capitolo è dedicato alla dettagliata
panoramica mondiale di tutte le organizzazioni terroristiche di matrice islamica. Sono
state elaborate ben 26 schede relative agli obiettivi, all’organizzazione, alla diffusione,
all’operatività dei diversi gruppi terroristici islamici censiti a livello mondiale.
Ci si sofferma in particolare su Al-Qaida e sul “Fronte internazionale islamico per la
guerra santa contro gli ebrei ed i crociati”, creato da Usama bin Laden, nel 1998. Il
riferimento ideologico del Fronte è il panislamismo, l’unione dell’umma musulmana. AlQaida rappresenta la struttura militare, che raccoglierebbe, dalla fine degli anni ottanta,
arabi che hanno combattuto nel conflitto afghano. Nel passato, tale rete sarebbe servita per
IV
finanziare, reclutare, trasportare, addestrare estremisti islamici sunniti per la resistenza
afghana contro l’Unione Sovietica. Nel rapporto sono evidenziati tutti i legami associativi
sinora ipotizzati con altri gruppi terroristici, nonché la diffusione geografica mondiale
della rete.
Ferma restando la flessibilità della struttura operativa di Al-Qaida, le politiche e le strategie
sarebbero formulate da un consiglio, detto Shura Majlis, composto da una dozzina di
figure di primo piano. Ad esso farebbero riferimento quattro comitati operativi: il comitato
militare, il comitato finanziario, il comitato per le fatwa e gli studi islamici, il comitato per i
media e la pubblicità. Le cellule terroristiche sarebbero presenti in almeno 40 Paesi. In
Europa, il principale compito sarebbe quello del supporto logistico (fornitura di
documenti, luoghi sicuri, reclutamento, fund raising).
Sembra che gran parte dei maggiori leader di Al-Qaida siano stati uccisi o catturati
durante l’operazione enduring freedom ed interventi successivi. Nonostante questo, la lotta
al finanziamento del terrorismo pare non riesca ad impedire l’afflusso di consistenti
risorse.
La gestione della rete terroristica sembra sia ora affidata a più di un leader, ognuno con
l’autorità e la capacità organizzativa di ordinare attentati. Quella che viene definita la
“nuova Al-Qaida” sarebbe un fenomeno maggiormente simile alla diffusa minaccia che
esisteva prima che Usama Bin Laden trasformasse il terrore in un’operazione globale, alla
fine degli anni novanta. Questo potrebbe essere la conseguenza di un temporaneo cambio
di strategia, che porta a condurre attacchi di minore complessità.
Per quanto più direttamente ci riguarda, la presenza del terrorismo islamico in Italia ha
origini negli anni ottanta-novanta, quando gruppi maghrebini ed egiziani cominciano ad
utilizzare il Paese come base logistica e per fare proselitismo. Il gruppo di maggior rilievo
sembra essere quello degli integralisti tunisini, che agiscono come Gruppo salafita per la
predicazione ed il combattimento. Altre presenze sono quelle del Gruppo islamico armato
(Gia), di Takfir w-al-Higra (Anatema ed Esilio), degli egiziani Al-Jihad e Al-Gama’a alIslamiya e di gruppi marocchini.
In Italia, sarebbero attivi soprattutto gruppi maghrebini ed egiziani che intendono AlQaida come un polo che fornisce “servizi” (l’addestramento dei militanti) in cambio di
sostegno logistico (come fornitura di documenti, armi, luoghi sicuri). Spesso vengono
usate, come copertura, attività imprenditoriali ed il finanziamento passa sovente
attraverso sistemi di cooperative.
Per i gruppi attivi in Europa, Al-Qaida verrebbe intesa come un polo che fornisce “servizi”
(ad esempio, di addestramento dei militanti) in cambio di sostegno logistico in Europa
(come documenti e armi). In Italia, i terroristi islamici agirebbero sotto la copertura di
attività imprenditoriali (di solito import/export, call center o attività di commercio) o
lavorative o di studio in genere. Il finanziamento passa spesso attraverso sistemi di
cooperative. I luoghi di culto rimangono importanti centri di riferimento.
Dopo questa ampia panoramica mondiale, il settimo capitolo è dedicato al finanziamento
del terrorismo islamico.
In considerazione dell’ipotizzato appoggio ad Usama bin Laden - consistente nella
fornitura e movimentazione di fondi, servizi internet, comunicazioni telefoniche sicure - ci
V
si sofferma sulla rete Al Barakaat somala, un sistema di trasferimento “non ufficiale”
(detto hawala) che è stato oggetto di interventi repressivi praticamente in tutto il mondo.
A questo punto, sempre nel settimo capitolo, si cerca di trarre uno schema generale delle
modalità di finanziamento al terrorismo internazionale di matrice islamica. Ne emergono
sostanzialmente i tre canali di finanziamento sintetizzati nel prospetto che segue.
Il primo canale riguarda le società che svolgono attività produttive, commerciali o di
servizi, che possono:
costituire canale di investimento del patrimonio delle rete;
rappresentare, ove siano una fetta importante dell’economia di un determinato Paese,
un efficace mezzo per influenzare le decisioni di elementi dell’establishment politico;
fungere da punto di contatto con gruppi di potere economico del mondo musulmano;
agire da valida copertura per il movimento e per la presenza di persone nonché per il
trasferimento di capitali, immobili da utilizzare come basi logistiche o per il deposito di
materiale bellico.
Schematizzazione dei canali di finanziamento al terrorismo internazionale
Fondi della Zakat o altre
forme di beneficenza
Gruppi di potere
economico
appartenenti al mondo
musulmano
Centri di gestione
della beneficenza
appartenenti al
mondo musulmano
Partecipazione o
finanziamento
RETE TERRORISTICA DI
MATRICE ISLAMICA
proprietà o partecipazione
Società che svolgono
attività produttive,
commerciali o di servizi
lecite, ma di copertura
sfruttamento
sostegno
esercizio
liquidità
e
collegamenti
attività criminali
VI
sostegno
Organizzazioni
caritatevoli o di
mutua assistenza
islamica
Il secondo esempio di finanziamento è quello già accennato delle organizzazioni
caritatevoli, molto significativo, anche in considerazione del peso delle zakat nel sistema
islamico.
La possibilità che le organizzazioni non governative (NGO) siano strumentalizzate è
talmente concreta che una delle otto raccomandazioni formulate recentemente dal Gafi
per il contrasto al finanziamento del terrorismo, prevede proprio la revisione delle
normative relative alle organizzazioni non-profit, per evitarne l’abuso da parte delle
organizzazioni terroristiche (sfruttamento quali conduttori del finanziamento, diversione
di fondi originariamente destinati a scopi leciti ecc.). Da non trascurare poi le potenzialità
in termini di copertura per comunicazioni, movimento e presenza di persone (anche in
occidente).
La terza ipotesi è l’esercizio, da parte dell’organizzazione terroristica, di attività criminali;
nell’ambito del capitolo sono riportati alcuni esempi come il traffico di sostanze
stupefacenti, la mediazione nel mercato dei diamanti estratti dai gruppi ribelli in Sierra
Leone, Angola e Liberia, manovre speculative sui mercati finanziari, come quelle
ipotizzate a ridosso degli attacchi dell’11 settembre 2001.
In questo schema generale, l’inserimento dei gruppi che detengono il potere ufficiale è,
ovviamente, ipotetica. Nel caso in cui, però, tale via di sostegno venga utilizzata, essa
potrebbe concretizzarsi, anche attraverso un sistema di società “schermo”, nel
finanziamento delle società facenti capo alla rete terroristica, ma anche nella veicolazione,
verso le organizzazioni caritatevoli che si prestano ad attività di sostegno ai terroristi, dei
fondi di beneficenza gestiti, direttamente o indirettamente, dai medesimi centri di potere.
Dopo l’analisi della minaccia, nel capitolo ottavo si passa all’esame della reazione della
Comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza ha formulato, nel tempo, delle richieste
che sono divenute sempre più pressanti e dettagliate, fino ad arrivare alla risoluzione n.
1373 del 28 settembre 2001 (chiaramente provocata dagli attacchi di pochi giorni prima),
con cui viene fissato un lungo elenco di misure di contrasto da adottare.
La posizione espressa dal Consiglio di sicurezza è stata, quindi, ripresa dall’Unione
Europea, che l’ha tradotta, sostanzialmente, in due posizioni comuni, con cui l’Unione ha
ribadito la necessità che gli Stati membri adottino una serie di misure (che vanno dal
congelamento di capitali, al potenziamento della cooperazione amministrativa e
giudiziaria nell’ambito anche del III pilastro) .
In data 27 dicembre 2001, poi, il Consiglio dell’Unione Europea, oltre ad esprimere il
suddetto indirizzo politico, ha adottato un importante regolamento, il n. 2580, che ha reso
immediatamente “operative”, nell’ambito dei singoli Stati membri, alcune misure di
contrasto al terrorismo internazionale, tra cui, il congelamento di capitali, attività
finanziarie e risorse economiche. Nel rapporto di analisi strategica tutti questi complessi
provvedimenti sono descritti in dettaglio tramite schemi sinottici. Il percorso trasversale
che collega le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le posizioni
comuni ed il regolamento dell’Unione Europea, arrivando anche alla produzione
normativa ed ai comportamenti nazionali, è evidenziato in una specifica ed articolata
tabella che consente di contestualizzare e, quindi, meglio comprendere le singole misure
adottate dalla Comunità internazionale e dall’Italia per il contrasto al terrorismo
internazionale.
La Legge 438/2001 costituisce una delle risposte dello Stato italiano agli orientamenti
dell’Unione Europea da attuare tramite interventi che esulano dalle possibilità di
VII
ingerenza dell’Unione stessa (la legislazione penale e procedurale penale). In particolare, è
stata introdotta la nuova fattispecie del reato di terrorismo internazionale, sono stati
adeguati i relativi strumenti di contrasto investigativo disponibili e sancita
l’applicabilità delle misure patrimoniali antimafia.
Il quadro delle iniziative internazionali e nazionali volte al contrasto del terrorismo viene
completato, nello stesso capitolo, con l’esame dell’analogo e parallelo filone normativo
riferito alla questione afghana, nel cui ambito viene trattata l’organizzazione Al-Qaida,
facente capo ad Usama bin Laden.
Il congelamento di capitali, attività finanziarie e risorse economiche è introdotto dai
regolamenti 2580/2001 (per il terrorismo internazionale) e 881/2002 (per Al-Qaida). La
legge 438/2001 introduce il reato di terrorismo internazionale, adegua i relativi strumenti
di contrasto investigativo e sancisce l’applicabilità delle misure patrimoniali antimafia.
In chiusura, è stata condotta un’analisi circa i principali soggetti oggi attivi sul fronte del
contrasto al terrorismo, in modo da avere una “mappa” dei possibili referenti, a livello
nazionale ed internazionale. Viene esaminato il ruolo, ad esempio, del Comitato di
Sicurezza Finanziaria - creato presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze -, del
Comitato di Coordinamento per la Cooperazione Internazionale contro il Terrorismo –
presso il Ministero degli Affari Esteri -, del Comitato di coordinamento della ricerca
informativa sulle attività finanziarie (Cesis), della Banca d’Italia, dell’Ufficio Italiano
Cambi. Sul piano internazionale, sono attivi, in particolare, il Comitato per le sanzioni
contro i Talibani ed il Comitato contro il Terrorismo (operanti in ambito Nazioni Unite),
nonché il Gafi, gruppi di lavoro del G-8, Interpol ed Europol.
Per finire, sono stati esaminati i principali provvedimenti adottati dall’amministrazione
statunitense nella lotta al terrorismo, vista la centralità degli USA, a livello mondiale, nella
conduzione dell’attività di contrasto. Spesso, infatti, da questi provvedimenti scaturiscono
richieste di cooperazione internazionale, che possono essere così anticipate o quanto meno
meglio comprese.
A questo punto il rapporto di analisi strategica passa alle considerazioni conclusive ed
alle raccomandazioni.
Da quanto sin qui esaminato, sembra emergere una strategia terroristica che passa per lo
sfruttamento e l’ “inquinamento” di quella che è stata definita l’ “atmosfera islamica”,
che altrimenti potrebbe essere considerata semplicemente una legittima aspirazione dei
musulmani ad alimentare una propria identità culturale e religiosa.
Questa capacità di penetrazione dell’estremismo religioso è enfatizzata, peraltro, dal fatto
che anche le suddette dinamiche di legittimo sostegno dell’ “atmosfera islamica”si
sviluppano in un ambiente fatto spesso di marcato disagio economico e sociale e di
alienazione verso la società occidentale ospitante. D’altra parte, proprio il flusso di
risorse proveniente dai più ricchi Paesi musulmani, finalizzato ad alimentare la predetta
“atmosfera islamica”, può essere annoverato tra i fattori alienanti, in quanto agevola la
costituzione di comunità separate e dipendenti da istanze esterne.
Per lenire i problemi legati all’alienazione, pare opportuno cominciare a pensare ad un
approccio basato sul “dialogo selettivo”, rivolto cioè ad una comunità islamica che si
dissoci apertamente e profondamente dall’uso di qualsiasi forma di violenza; una
VIII
comunità che, nella disputa che agita il mondo arabo tra un’interpretazione bellicosa della
Jihad ed un’accezione della stessa quale “sforzo interiore del fedele per migliorare se stesso
ed avvicinarsi a Dio”, scelga quest’ultima strada.
Per intraprendere questa strada serve però una comunità islamica italiana unitaria,
integrata ed autonoma rispetto ad influenze ed infiltrazioni strumentali esterne: per
dare inizio ad un processo dialettico, è necessario quindi propugnare la costituzione di un
idoneo interlocutore.
Propugnare la costituzione di una comunità islamica italiana unitaria, integrata ed
autonoma rispetto ad influenze esterne, che possa fungere da interlocutore, da polo di
responsabilità e filtro rispetto all’introduzione di messaggi estremisti
Questa nuova entità potrà, o meglio, dovrà dissociarsi effettivamente dal terrorismo e dai
poteri ed interessi esterni che lo alimentano, contribuendo auspicabilmente al contrasto
dei medesimi. In altre parole, l’obiettivo di questo passaggio non è quello di favorire solo
l’integrazione, ma anche la creazione di un polo di responsabilità da cui pretendere
“orientamento e controllo”, di un tessuto connettivo che costituisca filtro rispetto
all’introduzione di messaggi estremisti. Ciò in contrapposizione all’attuale proliferazione
di imam.
Sovvengono inoltre alcune considerazioni di carattere geo-politico-economico, emergenti
dal rapporto nelle parti dedicate alle panoramiche mondiali.
Nel corso dell’esame condotto nei capitoli che precedono, è emerso il ruolo che sembrano
aver avuto le enormi masse finanziarie mosse dai più ricchi Paesi musulmani. In
particolare, si è fatto riferimento alla centrale posizione assunta dall’Arabia Saudita, nel
mercato dell’offerta petrolifera, in conseguenza anche del decennale embargo ai danni
dell’Iraq. Questa enorme disponibilità di risorse, accompagnata dall’aspirazione
panislamica, avrebbe contribuito all’alimentazione della “atmosfera islamica” in occidente.
Per acquisire strumenti di pressione, in definitiva, è necessario andare verso l’erosione del
monopolio delle fonti energetiche. In tale ottica, nel rapporto si affronta la questione della
politica occidentale in Asia centrale, sede di rilevantissime risorse energetiche che in
futuro potranno competere e ridimensionare gli attualmente “insostituibili” idrocarburi
mediorientali.
E’ importante, però, che l’afflusso di risorse finanziarie in Asia centrale sia accompagnato
da uno sviluppo economico e sociale, senza il quale si potrebbero ricreare in quest’area
pericolose tensioni, che, ancora una volta, potrebbero essere sfruttate dal fondamentalismo
islamico. Basti pensare ai già concreti rischi di radicalizzazione di formazioni come Hizb alTahrir al-Islami, nonché alla minaccia terroristica già rappresentata dal Movimento
Islamico dell’Uzbekistan.
A queste considerazioni bisogna aggiungere la prospettiva dell’ulteriore
ridimensionamento dell’importanza del petrolio mediorientale (e di questa risorsa in
generale) che sarà determinata dallo sviluppo dello sfruttamento energetico dell’idrogeno.
Il passaggio dal vigente assetto monopolistico (o comunque oligopolistico) ad un regime
di disponibilità diffusa dell’energia, rivoluzionerà i meccanismi di ricerca delle alleanze
geo-politico-economiche e condurrà a nuovi equilibri mondiali.
IX
Possono essere tratte delle considerazioni conclusive anche sul piano normativo, in
merito alle specifiche misure che possono avere come oggetto le disponibilità finanziarie
ed economiche del terrorismo internazionale.
Con l’introduzione dell’articolo 270 bis del codice penale la fattispecie del delitto di
terrorismo internazionale è stata compiutamente ed adeguatamente delineata e l’attività di
polizia giudiziaria può essere svolta in piena aderenza alle caratteristiche del fenomeno da
combattere. Agli ordinari strumenti di prevenzione e repressione, il legislatore italiano ha
voluto inoltre aggiungere (L.438/2001) l’applicatilità delle misure patrimoniali
antimafia. In definitiva, questa estensione, così come formulata, sembra presentare
problematiche che potrebbero impedire alla medesima di esplicare appieno le proprie
potenzialità. Potrebbe, quindi, risultare utile qualche correttivo legislativo (ispirato alle
considerazioni esplicitate nel rapporto) che renda lo strumento pienamente aderente al
fenomeno da contrastare.
Lo strumento di contrasto al finanziamento al terrorismo attualmente più in voga appare il
congelamento delle risorse finanziarie ed economiche, ex regolamenti del Consiglio
dell’UE 2580/2001 e 881/2002. L’importanza dello strumento del congelamento sta
proprio nell’automatico e simultaneo blocco delle disponibilità, in tutta l’Unione Europea,
di un soggetto sospettato di terrorismo internazionale senza ulteriori formalità che non
siano l’inserimento del nominativo nelle liste allegate ai due regolamenti. In definitiva,
quindi, queste misure più che un nuovo mezzo di aggressione patrimoniale sono potenti
mezzi di rapida cooperazione internazionale. Nel rapporto di analisi strategica, tuttavia,
anche per il congelamento, sono evidenziate alcune problematiche che potrebbero
stemperarne l’efficacia.
Per un pieno sfruttamento delle potenzialità delle misure patrimoniali antimafia e per non
stemperare l’efficacia dello strumento del congelamento, sembrano opportuni interventi
anche legislativi, ispirati alle considerazioni dettagliate nel rapporto.
Nel corso dell’analisi, sono stati delineati i possibili schemi di finanziamento seguiti dal
terrorismo internazionale, evidenziando il ruolo che possono ricoprire società produttive o
NGO, nonché la centralità dei fondi rivenienti dalla zakat o da altre forme di supporto di
quella che è stata definita l’atmosfera islamica.
Punto di partenza delle considerazioni che seguono è lo schema piramidale - già
richiamato in precedenza – seguito dall’odierno “supporto pubblico” al terrorismo
islamico internazionale.
A quanto già evidenziato, è necessario aggiungere una prospettiva geografica, che si
sostanzia nella distinzione tra l’area dei Paesi dai quali ci si può aspettare un’effettiva
cooperazione giudiziaria e quella dei Paesi con cui tale cooperazione non è altrettanto
plausibile e sostanziale.
Seguendo tale approccio emergono quattro scenari – esaminati nel nono capitolo del
rapporto - in cui potrebbe essere incardinata un’attività d’indagine. Le considerazione
espresse nel corso dell’analisi suggeriscono di concentrare le risorse investigative nei due
scenari che seguono.
X
Area dei Paesi cooperativi
Area dei Paesi non cooperativi
Fonti di finanziamento
Un primo scenario ipotizzabile è quello sopra schematizzato; le risorse hanno origine in
Paesi “non cooperativi”, sotto forma di raccolta zakat o altri tipi di beneficenza e, con
l’intermediazione o meno di gruppi di potere (ad esempio, gli amministratori della stessa
zakat), le stesse affluiscono ad organizzazioni caritatevoli o di mutua assistenza che
operano in Italia o comunque nell’area dei Paesi “cooperativi” (ad esempio, Paesi
dell’Unione Europea). Si è nel caso dell’alimentazione di una base della piramide già
situata nel nostro Paese. Ne consegue che il passaggio dalla base alla punta della
piramide avviene interamente nella sfera d’azione delle forze di polizia nazionali o di
collaterali esteri con cui possono essere allacciati proficui rapporti di collaborazione.
Possono sorgere difficoltà ove si intenda approfondire l’attività investigativa a proposito
dell’origine dei fondi – in pratica per verificare l’intenzionalità o meno circa la finale
destinazione delle risorse - in quanto sarebbe necessaria la collaborazione di Paesi che
definiamo, in questo scenario, “non cooperativi”; questo, però, è un problema che può
essere affrontato in seconda battuta e non impedisce di colpire le attività svolte nell’area
dei Paesi “cooperativi”.
Simili opportunità ed ostacoli sorgono nell’ipotesi in cui i finanziamenti affluiscano
direttamente alle cellule terroristiche, che magari operano sotto la copertura di
organizzazioni produttive (che è plausibile abbiano rapporti economici con l’estero).
Area dei Paesi cooperativi
Fonti di finanziamento
Ancora più completa è la possibilità di contrasto ove le fonti di finanziamento abbiano
origine nell’ambito del circuito dei Paesi “cooperativi” ed il percorso dalla base alla punta
della piramide (rappresentativa dei gruppi terroristici) rimanga interamente nel medesimo
circuito. Ferma restando la necessità di accertare eventuali (probabili) regie esterne,
questo micro-circuito (dalla fonte alla destinazione) può essere completamente
sterilizzato.
Venendo alle linee strategiche “operative” che si possono trarre dalle considerazioni che
precedono, l’azione della Guardia di Finanza in quanto Corpo di polizia a competenza
specialistica nel settore economico e finanziario, dovrebbe essere concentrata su questo
obiettivo di sintesi:
XI
Individuare e disarticolare i meccanismi di passaggio di risorse finanziarie dalle attività
commerciali e delle NGO, prime destinatarie, ai gruppi terroristici. Tale obiettivo
dovrebbe essere perseguito avendo come riferimento i due scenari prima delineati.
Nel perseguire l’obiettivo sopra inquadrato, il principale problema risiede nella totale
apparente legalità delle transazioni effettuate, che assumono una veste completamente
differente solo ove venga considerato il fine: il supporto, anche indiretto, ai gruppi
terroristici internazionali.
Questa parvenza rende vani gli sforzi investigativi che non siano agganciati alla
conoscenza o, comunque, a certe ipotesi circa composizione e attività dei gruppi
terroristici; solo così si dispone della giusta chiave di lettura per interpretare il significato
di specifiche transazioni, per individuare società od organizzazioni non governative
(oppure singoli membri delle stesse) collegate, per scoprire, attraverso questa nuova
traccia, ulteriori ramificazioni dell’organizzazione criminale e raccogliere prove per
sostenere le ipotesi investigative già formulate.
Si profila quindi una necessaria e specifica strategia di coordinamento delle attività (e
delle competenze) delle Forze di polizia. Seguendo la stessa logica, potrebbe anche essere
rimodulato il flusso informativo con i Servizi per l’informazione e la sicurezza.
Solo partendo dalla conoscenza o, comunque, da certe ipotesi circa composizione e attività
dei gruppi terroristici, si dispone della giusta chiave di lettura per interpretare il
significato di specifiche transazioni, per individuare collegamenti con società o NGO, per
scoprire così ulteriori ramificazioni dell’organizzazione criminale e raccogliere prove per
sostenere le ipotesi investigative già formulate.
Per questo serve una specifica strategia di coordinamento delle attività delle Forze di
polizia ed una rimodulazione del flusso informativo con i Servizi per l’informazione e la
sicurezza, che prevedano un adeguato sfruttamento dei poteri e del know how della polizia
economico finanziaria.
XII
SOMMARIO
1
PROFILI CARATTERISTICI DELLA RELIGIONE E DELLA CULTURA MUSULMANA 4
1.1
1.2
1.3
1.4
2
IL PERCORSO DELL’ISLAM NELLA STORIA....................................................................11
2.1
2.2
2.3
2.4
2.5
2.6
3
ORIGINI...............................................................................................................................4
LE SCUOLE.........................................................................................................................5
I PILASTRI ..........................................................................................................................6
LE CORRENTI RELIGIOSE FONDAMENTALI..............................................................8
LA RIVELAZIONE DEL PROFETA E LA PRIMA “JIHAD” .......................................11
LA SUCCESSIONE A MAOMETTO E LO SCIISMO....................................................11
NASCITA E AGGREGAZIONE DEL MAGHREB.........................................................14
I TRE IMPERI: OTTOMANO, SAFAVIDE E MOGHUL...............................................14
COLONIALISMO OCCIDENTALE E RIFORMISMO ISLAMICO ..............................15
REAZIONE PANISLAMICA AL NAZIONALISMO......................................................16
ASSETTO GEO-POLITICO ATTUALE DEL MONDO MUSULMANO ..............................20
3.1
LE TENSIONI TRA PAKISTAN ED INDIA ...................................................................20
3.2
IL MEDIO ORIENTE ........................................................................................................24
3.2.1
La Questione Israelo-Palestinese...............................................................................24
3.2.2
Libano.........................................................................................................................36
3.2.3
Siria ............................................................................................................................38
3.2.4
Giordania ...................................................................................................................39
3.2.5
Iran .............................................................................................................................41
3.2.6
Iraq .............................................................................................................................45
3.2.7
Afghanistan.................................................................................................................54
3.2.8
Arabia Saudita............................................................................................................59
3.2.9
Yemen .........................................................................................................................62
3.2.10
Oman ..........................................................................................................................63
3.2.11
Emirati Arabi Uniti ....................................................................................................64
3.2.12
Bahrein .......................................................................................................................66
3.2.13
Kuwait ........................................................................................................................67
3.3
L’AFRICA MEDITERRANEA .........................................................................................68
3.3.1
Egitto ..........................................................................................................................68
3.3.2
Libia............................................................................................................................70
3.3.3
Tunisia ........................................................................................................................72
3.3.4
Algeria ........................................................................................................................74
3.3.5
Marocco......................................................................................................................76
3.3.6
Sudan ..........................................................................................................................77
3.3.7
Somalia.......................................................................................................................79
3.4
L’ASIA CENTRALE ED IL TRIANGOLO USA-RUSSIA-CINA..................................80
3.4.1
I Rapporti Usa-Cina...................................................................................................80
3.4.2
I Rapporti Usa-Russia ................................................................................................81
3.4.3
I Rapporti Russia-Cina...............................................................................................82
3.4.4
Panoramica Sugli Stati Minori Dell’asia Centrale....................................................83
3.4.5
Gli Interessi In Gioco Nell’asia Centrale ..................................................................86
3.5
IL SUD EST ASIATICO ...................................................................................................88
3.5.1
Indonesia ....................................................................................................................88
3.5.2
Malaysia .....................................................................................................................90
1
3.5.3
3.5.4
4
LA PRESENZA MUSULMANA IN ITALIA...........................................................................93
4.1
4.2
4.3
4.4
5
CARATTERISTICHE STORICHE E DIMENSIONI DEL FENOMENO.......................93
I CENTRI DI PREGHIERA E LE ORGANIZZAZIONI ISLAMICHE IN ITALIA........93
DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA E FLUSSI MIGRATORI .........................................97
LE ALTRE COMUNITA’ ISLAMICHE IN OCCIDENTE..............................................99
IL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO ISLAMICO....................................................101
5.1
5.2
5.3
6
Filippine ....................................................................................................................91
Singapore ...................................................................................................................92
L’INTERESSE “PROIBITO” E ALTRE PECULIARITÀ DELL’ISLAMIC BANKING101
GLI STRUMENTI FINANZIARI....................................................................................103
LE BANCHE ISLAMICHE NEL MONDO ....................................................................105
I GRUPPI TERRORISTICI DI MATRICE ISLAMICA.........................................................113
6.1
CONCETTI DI INTEGRALISMO E FONDAMENTALISMO .....................................113
6.2
LE POSIZIONI POLITICHE VERSO IL TERRORISMO .............................................113
6.3
DALLA SPONSORIZZAZIONE DEGLI STATI AL SUPPORTO PUBBLICO ..........114
6.4
SCHEMI SINOTTICI DELLE PRICIPALI ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE
ISLAMICHE ................................................................................................................................116
6.4.1
Organizzazione Abu Nidal .......................................................................................117
6.4.2
Hamas.......................................................................................................................118
6.4.3
La Jihad Islamica Palestinese..................................................................................120
6.4.4
Fronte Di Liberazione Della Palestina ....................................................................120
6.4.5
Fronte Popolare Di Liberazione Della Palestina ....................................................121
6.4.6
Fronte Popolare Di Liberazione Della Palestina – Comando Generale.................121
6.4.7
Brigata Dei Martiri Di Al-Aqsa ...............................................................................122
6.4.8
‘Asbat Al-Ansar ........................................................................................................122
6.4.9
Hizbullah ..................................................................................................................123
6.4.10
Al-Gama’a Al-Islamiyya...........................................................................................125
6.4.11
La Jihad Islamica Egiziana......................................................................................126
6.4.12
Organizzazione Mujahedin-E Khalq ........................................................................126
6.4.13
Gruppo Abu Sayyaf ..................................................................................................127
6.4.14
Jemaah Islamiya.......................................................................................................128
6.4.15
Kumpulan Mujahidin Malaysia................................................................................129
6.4.16
Gruppo Islamico Armato e Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento
129
6.4.17
Gruppo Combattente Tunisino .................................................................................130
6.4.18
Al-Jama’a Al-Islamiyyah Al-Muqatilah Bi-Libya ....................................................131
6.4.19
Al-Ittihad Al-Islami...................................................................................................131
6.4.20
Esercito Islamico Di Aden........................................................................................132
6.4.21
Movimento Islamico Dell’uzbekistan .......................................................................132
6.4.22
Harakat Ul-Mujahidin..............................................................................................133
6.4.23
Jaish-E-Mohammed..................................................................................................134
6.4.24
Lashkar-E-Tayyaba ..................................................................................................134
6.4.25
Harakat Ul-Jihad-I-Islami .......................................................................................135
6.4.26
Harakat Ul-Jihad-I-Islami/Bangladesh ...................................................................135
6.5
IL “FRONTE INTERNAZIONALE ISLAMICO PER LA GUERRA SANTA CONTRO
GLI EBREI ED I CROCIATI” ED AL-QAIDA..........................................................................136
6.5.1
Il “fronte”.................................................................................................................136
6.5.2
“La base” .................................................................................................................137
2
6.5.3
Il Network Internazionale.........................................................................................139
6.5.4
Il Leader ...................................................................................................................140
6.5.5
Dopo L’Inizio Della Campagna Contro Al-Qaida...................................................143
6.5.6
Le Investigazioni In Europa .....................................................................................146
6.5.7
Il Bilancio Delle Attività Di Contrasto.....................................................................148
6.6
LA SITUAZIONE IN ITALIA ........................................................................................150
7
FINANZIAMENTO AL TERRORISMO................................................................................152
7.1
LA RETE AL BARAKAAT SOMALA..............................................................................152
7.2
GLI SCHEMI DEL FINANZIAMENTO AL TERRORISMO INTERNAZIONALE ...154
7.2.1
Il Sostegno Da Società Produttive............................................................................155
7.2.2
La Mutua Assistenza Islamica..................................................................................156
7.2.3
L’autosostentamento Da Attività Criminali .............................................................158
8 RECENTE POLITICA DI CONTRASTO AL TERRORISMO INTERNAZIONALE
(NORMATIVA E SOGGETTI).......................................................................................................160
8.1
LE RISOLUZIONI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE E LE
POSIZIONI COMUNI DELL’UNIONE EUROPEA..................................................................160
8.2
IL REGOLAMENTO 2580..............................................................................................161
8.2.1
Meccanismo Di Applicazione Delle Misure Ex 2580...............................................161
8.2.2
Concetto Di ( E Oggetto Del) Congelamento ..........................................................162
8.3
PROVVEDIMENTI RELATIVI ALLA QUESTIONE AFGHANA ..............................164
8.4
IL CONCETTO DI CONGELAMENTO EX REG. 881 .................................................167
8.5
DEFINIZIONI ESSENZIALI IN AMBITO UE (DECISIONE QUADRO
13/6/2002/475/GAI) .....................................................................................................................168
8.6
SOGGETTI ATTIVI SUL FRONTE DEL TERRORISMO ...........................................199
9
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE, RIFLESSIONI E PROPOSTE ...................................206
9.1
LA COMUNITA’ ISLAMICA IN ITALIA: UNITA’, INTEGRAZIONE, AUTONOMIA,
DISSOCIAZIONE........................................................................................................................206
9.2
ALLA RICERCA DI NUOVI EQUILIBRI MONDIALI................................................208
9.3
PROBLEMATICHE APPLICATIVE DEGLI STRUMENTI NORMATIVI VIGENTI209
9.3.1
Estensione Delle Misure Patrimoniali Antimafia Al Terrorismo Internazionale ....209
9.3.2
Il Congelamento Delle Risorse Finanziarie Ed Economiche...................................212
9.4
LINEE STRATEGICHE DELLA GUARDIA DI FINANZA PER IL CONTRASTO DEL
FINANZIAMENTO AL TERRORISMO DI MATRICE ISLAMICA .......................................214
10 GLOSSARIO ...........................................................................................................................219
11 FONTI DI INFORMAZIONE .................................................................................................226
11.1
11.2
11.3
FONTI APERTE BIANCHE ...........................................................................................226
ALTRE FONTI DA INTERNET .....................................................................................246
FONTI “NORMATIVE”..................................................................................................249
3
1
PROFILI CARATTERISTICI DELLA RELIGIONE E DELLA CULTURA
MUSULMANA1
1.1 ORIGINI
L’islam (parola che significa “attiva sottomissione a Dio” [1]) affonda le sue origini
nell’Arabia centrale del VII secolo d.c., caratterizzata da un’organizzazione sociale
articolata su tribù, dedite essenzialmente al commercio, alla pastorizia itinerante, nonché
alla razzia e, quindi, orientate al nomadismo piuttosto che a stanziamenti sedentari [2].
Tali tribù erano prevalentemente politeiste; tra questa pluralità di dei, però, emergeva
l’importanza di quelli localizzati alla Mecca, il cui santuario era già, prima ancora
dell’avvento dell’islam, meta di un pellegrinaggio (hajj) praticato dalla maggioranza delle
tribù arabe, che per l’occasione sospendevano tutti i conflitti in corso [1].
E’ diffusa l’opinione secondo cui quel pellegrinaggio fu il segnale del sorgere di una
coscienza collettiva di comune appartenenza ad una struttura socio-culturale araba [1], che
costituirà terreno fertile per il messaggio del Profeta Maometto (Muhammad), il quale,
infatti, come sarà illustrato più avanti, inserì tra i pilastri della nuova religione proprio il
hajj.
Maometto nasce nel 570 d.c. , nel clan dei Banu Hashim2 della tribù dei coreisciti, che
controllava l’importante centro mercantile e religioso della Mecca [2].
Nel 610 d.c., in una notte del mese di ramadhan (la “notte del destino”[2]), Muhammad,
durante una delle frequenti meditazioni cui si dedicava per cercare la verità su Dio, riceve,
tramite l’angelo Gabriele (Jibra’il), in una grotta del monte Hira, il testo del messaggio
divino, il Corano, e prende coscienza della sua missione profetica [3].
Il Corano (Qur’an, che significa “recitazione”) si pone come l’ultima fase di una
Rivelazione continua di Dio verso gli uomini, concretizzatasi precedentemente nel
messaggio inviato a Mosè (la Torà degli ebrei) ed a Gesù (il Vangelo) [2]. La religione
musulmana fa sue, così, le precedenti esperienze monoteistiche, ponendosi come
perfezionamento di un processo di rivelazione, corrotto, peraltro, dalle errate
interpretazioni dell’uomo nella storia3. D’altra parte, l’islamismo ha un rapporto
“privilegiato” con cristiani ed ebrei, che vengono definiti “gente del libro” 4, a significare
una comune radice o, comunque, una comune posizione monoteistica 5.
1
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Scarcia Amoretti (1998) [1], Branca (2000)
[2], Bowker (1997) [3].
2
La definizione di hascemita, per l’attuale Regno di Giordania, trova ragione proprio nell’ascendenza della dinastia che
lo governa.
3
Woodward, 2002.
4
Dove per libro si intende quello scritto direttamente da Dio, di cui il Corano è la sola perfetta copia (Woodward,
2002).
5
Ad esempio, l’uomo può sposare una donna non musulmana, purché appartenente alle “genti del libro”.
4
Il Corano si articola in 114 sure (capitoli) ed in ayat (versetti; letteralmente “segni”), nei
quali sono presenti enunciazioni di carattere generale6[3]. Maggiori dettagli sui precetti
religiosi da seguire sono contenuti nella Sunna, che costituisce, tra l’altro, la base della
giurisprudenza islamica. Essa è l’insieme dei racconti, hadith, che riportano le azioni e gli
insegnamenti di Muhammad; questi hadith nel IX-X secolo sono stati raccolti nei cosiddetti
“cinque libri”: i due Sahih (“libri genuini”) di Al-Buhari e di Muslim e le tre Sunan
(“tradizioni”) di Abu Da’ud, al-Tirmidhi, al-Nasa’i [2].
Sulla base del Corano e della Sunna - che sono, quindi, ritenuti di origine divina - gli
“esperti di religione” hanno costruito - in un periodo che va dalla morte del Profeta al X
secolo - la Legge (shari’a), che disciplina, ancor oggi, la vita della comunità islamica[2].
La sfera religiosa nel suo complesso può essere individuata con il termine din, che, nella
civiltà musulmana, sta alla base di tutte le istanze riguardanti la sfera politica e sociale.
Questa mancanza storica di distinzione tra livello religioso e politico è una delle principali
differenze tra l’Islam e l’Occidente ed è alla base, come si vedrà meglio in seguito, delle
spinte sottese all’integralismo [1].
1.2 LE SCUOLE
I musulmani, comunque, non seguono tutti la medesima scuola giuridica (madhhab). Le
quattro scuole giuridiche “legittime” sono: Hanafita, Malikita, Shafi’ita e Hanbalita[3].
Le differenze tra le medesime ruotano attorno al ruolo attribuito al principio della
analogia (qiyas) nell’opera di deduzione di nuove regole da parte dei giuristi (faqih).
La scuola Hanafita (dal fondatore Abu Hanifa, m.767) prevede l’ampio ricorso alla
valutazione del giurista per le situazioni non sufficientemente disciplinate dai testi,
nonché la considerazione attribuita alla consuetudine (‘urf) ed a valutazioni di
opportunità. Con l’avvento dell’impero ottomano, essa divenne la scuola ufficiale,
ancorché non esclusiva, ed oggi è ancora l’orientamento maggiormente diffuso (Turchia,
Asia centrale, India, Pakistan…) [2].
Anche la scuola Malikita (dal fondatore Malik ibn Anas, m.795), pur avendo un solido
fondamento nella Sunna, consente il ricorso all’analogia e l’utilizzo di criteri sussidiari
come la valutazione del bene comune. Oggi, è la corrente che prevale nel Maghreb
(Tunisia, Algeria, Marocco) [2].
La scuola Shafi’ita (risalente a Muhammad al Shafi’i, m.820) prevede la riduzione, rispetto
agli Hanafiti, del ricorso alla valutazione del singolo giurista, conferendo maggiore
centralità alla Sunna. Con riferimento a quest’ultima, sono ritenute vincolanti solo le parti
risalenti al Profeta, mentre viene allargato il ricorso al consenso (ijma). Il consenso, riferito
a ciò su cui dotti e teologi sono unanimemente concordi, è, accanto al Corano, alla Sunna
ed all’analogia (qiyas), l’ulteriore fonte del diritto musulmano. La scuola Shafi’ita fa
riferimento al consenso di tutti i dotti in materia, senza limitarlo a quello dei dotti
6
Il Corano tratta, tra l’altro, dell’unità di Dio, del ruolo di Dio nella storia, della missione profetica di Muhammad, del
giudizio finale, del dovere di aiutare gli altri, della famiglia, del matrimonio, di questioni legali, etiche e sociali.
5
appartenenti ad una determinata scuola o zona. L’orientamento Shafi’ita è oggi
maggiormente diffuso in Bahrain, Yemen, Indonesia ed Africa orientale [2].
La scuola hanbalita (dal fondatore Ahmad ibn Hanbal, m.855), infine, è quella che si
caratterizza per l’opposizione al ragionamento personale del giurista. Viene, in sostanza,
rifiutato il ricorso alla qiyas (analogia) a favore di una stretta aderenza alla lettera dei testi
sacri. Attualmente, questa scuola si concentra in Arabia Saudita [2].
A tal proposito, occorre fare cenno al particolare modo di interpretare l’appartenenza alla
scuola giuridica hanbalita, fondato da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab, nel XVIII secolo. Il
wahhabismo predica il ritorno al Corano, all’applicazione letterale di ciò che il testo
prevede. Un movimento riformatore che ha, sostanzialmente, le stesse istanze di base dei
movimenti fondamentalisti odierni. Esso, nel passato, si trasformò in movimento politicomilitare quando al-Wahhab strinse, con il principe Muhammad ibn Sa’ud, un’alleanza che
prevedeva il ricorso alle armi per imporre l’osservanza del Corano [1]. La dinastia Sa’ud è
quella ancora oggi al potere in Arabia Saudita7.
Altri due importanti concetti sono quelli di dar al-Islam e dar al-harb, che rappresentano
rispettivamente lo spazio in cui regna la fede in Dio (l’ecumene islamica) e quello della
guerra (intesa come ribellione a Dio) [1].
1.3 I PILASTRI
Per quanto attiene ai contenuti, la religione musulmana poggia sui cosiddetti cinque
pilastri (arkan al-islam) [2], che costituiscono la sovrastruttura comune di tutto l’islamismo e
attorno ai quali si coagula la comunità musulmana di tutto il mondo, la umma8.
Il primo pilastro è la Shahada: “Non c’è Dio tranne Iddio e Muhammad è il Messaggero di
Dio”. Coerentemente, Allàh, in arabo, significa “il Dio”. [3]
Il secondo pilastro è la Salat, cioè i cinque momenti della preghiera giornaliera, da
compiere rivolti verso la Ka’ba, il santuario al centro della moschea della Mecca (costruito
da Abramo con il figlio Ismaele). Prima della preghiera, il fedele deve purificarsi
compiendo le abluzioni (con acqua o, in mancanza, con sabbia), deve dichiarare
l’intenzione di pregare e scegliere un luogo puro in cui procedere all’orazione, che consiste
nella recitazione di brani del Corano9 [3]. L’unica preghiera che si svolge in comunità è
quella del mezzogiorno di venerdì in moschea [2].
Il terzo pilastro è il Sawm, cioè il digiuno nel mese del Ramadhan10. In questo periodo per il
musulmano durante le ore del giorno sono vietati cibo, bevande, fumo e rapporti sessuali.
7
Maggiori dettagli saranno forniti nel capitolo in cui si illustrerà la storia recente e l’attuale assetto dell’Arabia Saudita.
Il fondamentale concetto di umma è un’importante causa di resistenza al nazionalismo - schema introdotto dalle
potenze occidentali nell’epoca del colonialismo – e su di esso si basa la storica aspirazione al panislamismo [2], cui
oggi si riferiscono anche ideologie islamiche estreme.
9
Esiste anche una forma di preghiera libera (du’a’), oltre ai rak’ah delle cinque fasi della preghiera giornaliera.
10
Da notare che i musulmani seguono un calendario lunare, articolato sempre su dodici mesi, ma della durata
complessiva di 354/355 giorni. I mesi di questo calendario sono, nell’ordine: muhharam, safar, rabi al-awwal, rabi Ath
Thani, jumada al-awwal, jumada Ath Thani, rajab, cha’ban, ramadan, shawal, dhul-Qa’da, dhul hijia. L’ultimo
8
6
Le serate del mese del Ramadhan trascorrono in riunioni conviviali seguite da veglie di
preghiera e di ascolto del Corano. Il periodo si conclude con la festa del ‘id al-fitr (festa
della rottura del digiuno) [3]. Per inciso, può essere d’interesse ricordare altre significative
feste celebrate dagli islamici, che spesso si risolvono in grandi riunioni collettive11:
capodanno/giorno dell’egira: l’anno islamico comincia il giorno che ricorda la partenza
di Maometto da La Mecca verso Medina;
il mese di rabi al-awwal (terzo dell’anno islamico): celebra la nascita di Maometto e la
sua vita;
laila al bar’h: è la notte del perdono, in preparazione del Ramadhan;
làilat al-qàdri: è la notte del destino, in commemorazione della rivelazione del Corano a
Maometto (cade nel mese del Ramadhan);
id al-adha: festa del sacrificio, della durata di quattro giorni, celebrata alla fine del mese
del pellegrinaggio (il dodicesimo del calendario islamico), in occasione della quale si
fanno sacrifici di animali.
Il quarto pilastro è la zakat (l’elemosina), una specie di decima da applicare alle categorie
di beni e secondo le percentuali indicate dalla legge islamica. La zakat, da un lato, riflette il
rifiuto di un eccessivo attaccamento alle ricchezze terrene e, dall’altro, risponde ad
esigenze di solidarietà, strumentali anche alla realizzazione di opere pubbliche (ad
esempio, costruzione di moschee) [2].
La zakat può essere distribuita solo ad otto possibili destinatari (asnaf)12. Ove non sia
presente alcun centro per l’amministrazione della zakat, questa può essere pagata
direttamente ai bisognosi.
Tra le categorie di destinazione della zakat figurano13:
i poveri (faqir/fuqara): coloro che non hanno mezzi di sopravvivenza e beni materiali;
i bisognosi (miskeen): coloro che non hanno sufficienti mezzi di sopravvivenza per
soddisfare le proprie necessità basilari, nonostante il possesso di alcuni beni o la
percezione di un reddito inferiore ad un minimo;
gli amministratori della zakat (amil): questa categoria comprende, a sua volta, i gruppi
di persone che, prendendo contatto con la società, determinano chi ha i requisiti per
essere beneficiario ultimo della zakat; chi raccoglie, contabilizza, gestisce, cura la
distribuzione e controlla l’amministrazione della zakat;
capodanno musulmano (1/1/1423) è caduto nel giorno 15 marzo 2002 del calendario gregoriano (Fonte:
http://www.arab.it/calendario/calendario1423.htm ).
11
Fonte: http://pages.ifrance.com/pages/fetes/fetes.htm#ramadan .
12
Fonte: sito www.islamiq.com
13
Altre categorie sono:
- i simpatizzanti (muallaf): coloro che sono inclini alla conversione o si sono già convertiti all’islam;
- la liberazione dalla schiavitù (riqab);
- i viaggiatori (ibnus sabil): la zakat può essere destinata ad aiutare i viaggiatori che incontrano difficoltà
durante il proprio viaggio, a causa, ad esempio, della perdita del denaro, la rottura del mezzo di trasporto…
7
coloro che hanno debiti (gharimin): la zakat può essere usata per saldare i debiti di una
persona che abbia contratto gli stessi per il mantenimento di un normale tenore di vita;
la causa di Allah (fisabillillah): in questa categoria ricade l’uso della zakat per finanziare,
ad esempio, la costruzione di una moschea;
Un’altra forma di donazione è la Sadaqah, che, però, è un atto volontario, ulteriore rispetto
al versamento della zakat [2].
Il quinto pilastro è, come già accennato, il hajj, cioè il pellegrinaggio alla Mecca, durante il
dodicesimo mese islamico; ogni musulmano deve compierlo almeno una volta nella vita,
ove ne abbia la possibilità [3]. Ogni anno due milioni di pellegrini compiono il hajj14 che,
favorendo l’incontro dei musulmani provenienti da tutto il mondo, rappresenta
un’importante riconferma dell’appartenenza ad un’unica umma.
Un altro concetto su cui è necessario soffermare l’attenzione è quello di jihad, normalmente
richiamato anche dai gruppi terroristici di matrice islamica.
Jihad significa letteralmente “sforzo” e può essere inteso come la tensione interna che deve
caratterizzare l’uomo per divenire un miglior musulmano, per essere sempre più aderente
allo spirito islamico. Nella storia, comunque, in nome della jihad sono state lanciate
numerose campagne militari. Il Corano si riferisce alla jihad armata solo in chiave
difensiva, in caso di attacco, espulsione dalle proprie case o persecuzione, a causa della
propria professione di fede in Allah15.
1.4 LE CORRENTI RELIGIOSE FONDAMENTALI
Prima di passare all’illustrazione dei principali passaggi della storia del mondo
musulmano, è necessario trattare brevemente di una fondamentale scissione prodottasi,
fin dalle origini, tra i sunniti (le predette scuole giuridiche sono tutte riconducibili al
sunnismo) e gli sciiti.
La principale caratteristica dello sciismo è quella di prevedere un fondamentale ruolo per
l’imam, ricoperto da Alì e dai suoi discendenti16. L’imam è una sorta di mediatore tra
l’uomo e Dio (figura assolutamente assente presso il resto dei musulmani, ove non esiste
neppure un vero e proprio clero17), è il capo temporale e la guida spirituale della
comunità, è l’interprete del significato nascosto della rivelazione. Gli insegnamenti
dell’imam, che ha il privilegio dell’infallibilità, hanno la stessa dignità di quelli del Profeta.
In pratica, gli sciiti continuano a riconoscere l’ijtihad, cioè lo “sforzo del dotto in materia
giuridico-religiosa”, teso ad estrapolare dal Corano e dalla Tradizione quanto necessario
ad emettere pareri conformi alla shari’a, ma adeguati ai tempi ed alla particolare
14
Brisard, Dasquié, 2002.
Dickey, 2002
16
Nel capitolo successivo verranno forniti ulteriori elementi in proposito.
17
In ambito sunnita il titolo di Imam designa generalmente colui che guida la preghiera comunitaria, senza prerogative
o funzioni propriamente religiose [2].
15
8
situazione. Per i sunniti, invece, dall’XI secolo la casistica possibile è completa ed è
sufficiente adeguarsi a quanto già fatto e codificato, senza estrapolazioni [1].
L’ ijtihad è affidato ad una categoria di dotti che, nel tempo, si è strutturata. Recentemente
si è arrivati a vere e proprie gerarchie che vanno, ad esempio, dal mullà all’ayatullah [1]
A seconda della linea di discendenza di Alì riconosciuta come legittima, gli sciiti si
dividono in imamiti o duodecimani (credo seguito dalla maggioranza degli iraniani e da
buona parte degli iracheni), zayditi, ismailiti (a loro volta divisi in diverse diramazioni:
Drusi, Taibiti, alawiti …) [2].
I duodecimani, che sono i più numerosi, sono così definiti perché riconoscono una
successione di dodici imam, l’ultimo dei quali è scomparso nell’874 d.c., per ritornare
prima della fine del mondo. Fino al suo ritorno, sono i dottori della legge, le autorità
religiose organizzate in precise gerarchie, che debbono vigilare sul rispetto dei dettami
islamici [2].
Gli zayditi (da Zayd, figlio del secondo imam, Hasan) ritengono che il titolo di iman spetti al
più degno tra i discendenti della famiglia del Profeta. Una delle due dinastie che ne sono
originate ha dominato in Yemen, fino all’avvento della Repubblica nel 1962 [2].
Gli ismailiti, invece, è dal settimo imam che si distaccano dalla serie riconosciuta dai
duodecimani, ed hanno al loro interno varie ramificazioni, in relazione alle diverse linee di
discendenza seguite. Gli ismailiti si caratterizzano per la centralità, oltre che del Corano e
della Sunna, dell’insegnamento (ta’lim) del senso esoterico (batin) delle dottrine islamiche.
Da ciò, il credo ismailita è detto ta’limismo o batinismo. A margine, può essere evidenziato
che era ismailita il leggendario movimento degli assassini18 e lo sono oggi, ad esempio, i
seguaci dell’Aga Khan [2].
Per finire, separatamente devono essere considerati i kharigiti, che si separarono dagli
sciiti, per protesta contro l’insufficiente determinazione con cui furono combattuti gli
avversari di Alì. La loro caratteristica fondamentale è quella che l’imamato può essere
conferito a qualsiasi credente, ove questo si dimostri il più degno. La corrente che
sopravvive tutt’oggi è quella degli Ibaditi, che ha scarsa diffusione e consistenza
numerica19 [2].
Un discorso a parte deve essere fatto per il sufismo. Tale movimento è orizzontale rispetto
a sunnismo e sciismo. Il sufi è un musulmano (sunnita o sciita) che cerca un’esperienza di
intimità personale con Dio, distaccandosi dalle cose del mondo. Cerimonia significativa, in
tal senso, è il Dhikr, attraverso la quale i fedeli cercano di intensificare la consapevolezza
della presenza in se stessi di Dio [3].
I sufi si riuniscono in confraternite, che hanno nel maestro una guida spirituale. Ogni
maestro fonda una scuola sufica (tariqa) ad esso facente riferimento[3]. Queste confraternite
hanno talvolta anche un rilevante peso politico e sociale[2].
18
Protagonisti di attentati, che oggi si definirebbero terroristici, contro avversari politici e religiosi. Su questa setta si
tornerà anche nel capitolo successivo.
19
L’altra corrente, oggi scomparsa, fu quella degli Azraqiti, fautori di una sorta di terrorismo politico-religioso.
9
Secondo alcuni teorizzatori del panislamismo, il sufismo, con la sua mistica, ha
“contaminato” la religiosità popolare, contribuendo all’allontanamento dalla razionalità
dell’islam originario ed è, quindi, tra le cause del ritardo storico del mondo musulmano. Si
sono verificati, anche nel passato, momenti di tensione tra i sufi ed i rappresentanti della
religione ufficiale [1].
In ogni caso, nel corso della storia, le confraternite sufi sono state un efficace veicolo di
diffusione della religione e, quindi, dell’influenza musulmana nel mondo[3].
A conclusione di questa breve illustrazione dei concetti che si ritengono fondamentali per
una seppur elementare comprensione dell’universo musulmano, si può soffermare
l’attenzione sul prospetto 1, contenente, per le più significative appartenenze religiose, il
numero approssimativo di aderenti e le zone di maggiore concentrazione.
Prospetto 1
Sunniti
700.000.000
Ismailiti (Drusi, Nusairiti
16.500.000
alawiti, Taibiti, Nazariti)
Sciiti
Duodecimani
110.000.000
Zayditi
5.500.000
1.100.000
Kharigiti
Fonte: Focus Extra, n.5, 2001
(*) In particolare, Drusi e Nusairiti alawiti.
(**) In particolare, Drusi.
10
Diffusi nella generalità del
mondo musulmano
Siria (*), Libano (**), Israele (**),
Asia, Africa, India, Yemen.
Iran, Iraq, Libano, Pakistan,
Afghanistan.
Yemen
Zanzibar, Algeria, Oman.
2
IL PERCORSO DELL’ISLAM NELLA STORIA20
2.1 LA RIVELAZIONE DEL PROFETA E LA PRIMA “JIHAD”
Nell’ambito del capitolo che precede, si è già accennato al contesto in cui inizia la
predicazione di Muhammad. A causa della reazione ostile e repressiva dei gruppi di potere
della Mecca, il Profeta ed i suoi primi seguaci (i cosiddetti Muhajirun) compiono, nel 622, la
hijra21, cioè l’emigrazione a Medina, rivale economica della Mecca. La comunità
musulmana comprendeva, allora, i predetti Muhajirun e gli Ansar, cioè i convertiti
medinesi, e si raccoglieva intorno al masjid, la moschea del Profeta[1].
Da Medina, Muhammad cerca alleanze e conversioni presso i capi delle tribù arabe
dell’entroterra[1].
L’attacco agli arabi politeisti della Mecca inizia nel 624, a seguito di una rivelazione
ricevuta dal Profeta, secondo cui: “E’ dato permesso di combattere a coloro che
combattono perché sono stati oggetto di tirannia: Dio certo è ben possente a soccorrerli”.
[1] E’ evidente l’influenza che un siffatto imprimatur divino può avere sulle jihad moderne.
Risale al 627 la vittoria decisiva degli arabi musulmani in difesa di Medina, che porta al
trattato di Hudaybiyya del 628. La situazione non ha, però, assunto un assetto definitivo;
infatti, nel 630, i musulmani attaccano ed entrano alla Mecca[1].
Prima della sua morte, avvenuta nel 632, il Profeta continua a rafforzare ed estendere la
rete di rapporti di “vassallaggio” intessuta ormai con la grande maggioranza delle tribù
arabe. Per questo, peraltro, la penisola e l’etnia araba rappresentano il cuore del mondo
musulmano, nel primo periodo della sua espansione[1].
2.2 LA SUCCESSIONE A MAOMETTO E LO SCIISMO
La morte di Muhammad porta i primi contrasti per la successione: da una parte chi sostiene
che il successore debba essere cercato nella famiglia del Profeta22 e dall’altra la
maggioranza, che ritiene che il capo debba essere individuato anche in base alle sue
capacità. Prevale quest’ultima linea, che conduce alla scelta, quale “califfo” (in arabo
“successore”, “vicario del profeta”), di Abu Bakr - della tribù del Profeta [1] .
Dal 632 al 661, si succedono quattro califfi, detti i “ben guidati”. In questo periodo
vengono intraprese campagne di conquista, che portano i musulmani – e la loro religione –
in particolare, in Siria (importante ponte verso la penisola anatolica), Egitto e Iran23.
La nomina a califfo del predetto Alì, nel 656, determina un conflitto interno che conduce
ad un arbitrato sfavorevole allo stesso Alì, che comunque formalmente non viene deposto.
20
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Scarcia Amoretti (1998) [1].
Una prima emigrazione di alcuni seguaci, ma non di Muhammad, aveva già avuto luogo nel 615 verso la cristiana
Abissinia.
22
Il quale avrebbe indicato il cugino e genero Alì (da qui il concetto di shi’a, partito di Alì, da cui lo sciismo).
23
Branca, 2000.
21
11
All’interno degli sciiti, peraltro, si genera una divisione nel corso del conflitto medesimo,
che determina la nascita dei kharijiti (gli uscenti)24, duramente repressi dallo stesso Alì[1].
E’ proprio per mano di un Kharijita che viene ucciso Alì25; la sua successione conduce alla
dinastia26 omniade (661-749) ancora caratterizzata dall’egemonia araba nel mondo
musulmano, che però diviene sempre più multietnico. La sede del califfato passa, sotto
questa dinastia, a Damasco [1].
Nel periodo omniade si assiste allo scontro, anche militare, tra due linee strategiche: la
prima orientata all’espansionismo, cui conseguirebbe uno stato di mobilitazione tale da
mantenere la supremazia militare arabo-siriana; la seconda propensa a limitarsi al
rafforzamento delle frontiere ed a concentrarsi sul progressivo inserimento della
componente non araba (i mawali) nell’apparato califfale [1].
Proprio l’insofferenza dei mawali – componente in crescita a causa dell’espansione del
califfato fino al fiume Indo, ad oriente, e fino ai Pirenei, ad occidente27 – nei confronti
dell’egemonia araba, è tra le cause della rivoluzione, cui aderisce anche lo sciismo, che
porta alla dinastia abbaside28, che dura fino al 1258. La sede del califfato viene portata a
Baghdad [1].
A partire dalla seconda metà del IX secolo si verifica, comunque, un decentramento di
fatto dei luoghi decisionali, con l’affermarsi di varie dinastie indipendenti nell’ambito
dell’ecumene islamica29. Questo non genera la disgregazione di quest’ultima, in quanto
viene mantenuto un formale rapporto di vassallaggio rispetto al califfo30, riconosciuto
perciò come unico rappresentante del dar al-islam. Ne nascono tuttavia distinti profili
storici accanto alla comune appartenenza al califfato. [1]
Anche a livello centrale, la figura del califfo perde sempre più il potere politico, finchè, con
l’avvento dei turchi Selgiucchidi31 (l’entrata a Baghdad risale al 1055), rimane al califfo
solo un ruolo di rappresentanza, soprattutto religiosa, mentre è al Sultano (ruolo
ovviamente monopolizzato dai Selgiucchidi) che passa l’intera gestione dell’Impero [1].
Dal punto di vista religioso, viene ripristinata l’egemonia sunnita e diffuso il madhhab
dell’hanafismo (che rimarrà la scuola ufficiale anche dell’impero ottomano). Gli sciiti
ismailiti e duodecimani vengono sistematicamente repressi [1].
24
Sfavorevoli all’arbitrato e propensi allo scontro armato diretto.
Questo non comporta ovviamente la fine dello sciismo.
26
La carica di califfo da elettiva diviene, di fatto, ereditaria.
27
Branca, 2000.
28
E’ bene precisare subito che non si tratta di una dinastia sciita. Continuano, invece, a verificarsi rivolte sciite (rivolte
zaydite e Iraniche) e conseguenti repressioni.
29
Idrisiti (Marocco), Aghlabiti (Tunisia; conquistano, altresì, la Sicilia nel 827, che poi passa ai fatimidi, fino alla
riconquista normanna del 1091), tahiridi, saffaridi, samanidi, ghaznavidi (area iranica), Tulunidi e ikhshiditi (Egitto),
sciiti Hamdanidi (Jazira e Siria settentrionale) e altre dinastie [Branca, 2000].
30
Salvo eccezioni, come il califfato Fatimida, cui si fa cenno oltre.
31
I Selgiucchidi sono turchi provenienti dalle steppe siberiane ai confini della Transoxiana (storica regione dell’Asia
centrale oggi divisa tra Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan). Inizialmente fungono da mercenari, ma poi cominciano
a combattere per propri obiettivi.
25
12
Lo sciismo ismailita, comunque, ricopre una notevole importanza nel periodo in
questione. Esso è all’origine alla dinastia fatimida, al potere tra il X e XII secolo in Egitto32
ed in buona parte dell’Africa settentrionale. I fatimidi danno vita ad un califfato sciita (in
cui il califfo è l’imam) - in contrapposizione a quello sunnita abbaside di Baghdad - che
raggiunge la massima estensione nell’ultimo decennio del X secolo, quando corre
dall’Atlantico al Mar Rosso, includendo anche parte della Siria e dello Yemen ed esercita il
controllo anche su Medina e la Mecca [1].
Sempre dal fronte sciita arriva un’ulteriore sfida al potere abbaside. Si tratta di un potere
locale, ancora ismailita, stanziato in Iran, in una regione montuosa della catena
dell’Elburz, vicino all’Azarbaigian: gli Assassini [1].
La sfida culturale dell’ismailismo, specie iranico, assume vieppiù importanza, in
considerazione del fatto che nell’ambito sunnita le istituzioni musulmane si riducono a
sovrastruttura ideologica, senza essere più costante riferimento della prassi politica e
giuridica[1].
Intorno alla metà del XIII secolo, si verificano importanti eventi per il corso della storia
della dar al-islam.
In Egitto, Paese la cui importanza nel bacino mediterraneo è indiscutibile, dopo la
parentesi della dinastia Ayyubide33 – che ripristina il sunnismo e riconosce il ruolo del
califfo di Baghdad – si insedia la dinastia turca mamelucca34, che resiste fino all’avvento
degli Ottomani nel XVI secolo. La stessa dinastia impone il proprio dominio anche alla
Siria, confermando il legame tra l’Egitto e la regione sirio-palistinese[1].
I mamelucchi continuano nell’opera di restaurazione sunnita, anche se non si arabizzano
mai completamente [1].
Nello stesso periodo (1258, anno dell’entrata a Baghdad) cade il califfato abbaside ad opera
dei mongoli, la cui invasione, peraltro, viene arginata in Palestina proprio dai mamelucchi
(1260). Tale penetrazione dalla Transoxiana, inizia con la conquista stabile dell’Iran,
nell’ambito del quale viene definitivamente cancellato l’ismailismo degli Assassini (1256),
cosa che non va interpretata, comunque, come un schieramento per il sunnismo da parte
dei mongoli, che rimarranno sempre sostanzialmente indifferenti al fattore religioso [1].
A quella mongola, succede l’invasione di Tamerlano (XIV sec. ), che segue essenzialmente
la stessa direttrice [1].
La due penetrazioni, comunque, non conducono a domini fortemente unitari e duraturi,
tali da lasciare particolari impronte culturali.
32
Il Cairo (al-Qahira) “la vittoriosa” è fondata proprio dai fatimidi nel X secolo.
Fondata dal Saladino, estende, per circa un secolo, la propria sovranità su Egitto e Siria, sostituendosi alla dinastia
sciita dei fatimidi.
34
I mamelucchi che prendono il potere in Egitto provengono dalle steppe centroasiatiche dei turcmeni ed erano preposti
alla guardia personale dei sultani ayyubidi.
33
13
2.3 NASCITA E AGGREGAZIONE DEL MAGHREB
Intanto, nel Maghrib, dove l’elemento berbero assume una posizione di centralità, , si
registra nel XII secolo la creazione dai parte degli Almohadi35 di una realtà politico-militare
unitaria estesa al Marocco, Algeri, Tunisi, Tripoli, che ingloberà, ad un certo punto, anche
parte della Spagna. Già nel XIII secolo si assiste, comunque, alla disgregazione almohade
sotto la spinta di dinastie locali indipendenti.
In Marocco si instaura quindi la dinastia marinide, che determina il ritorno al malichismo36,
precedente agli Almohadi, con un forte impulso alle confraternite sufi. Viene altresì cercata
un’accelerazione del processo di arabizzazione dei nomadi e pastori berberi [1].
2.4 I TRE IMPERI: OTTOMANO, SAFAVIDE E MOGHUL
Dopo questo periodo di relativa disgregazione, l’ecumene islamica si ricompatta in tre
componenti principali: l’impero ottomano, l’impero safavide e l’impero moghul.
Gli ottomani di pongono quali paladini del sunnismo hanafita, in prosecuzione dei
Selgiucchidi. Come questi ultimi, gli ottomani sono di etnia turca. Il nucleo originario
dell’impero si colloca nella parte occidentale della penisola anatolica. Inizialmente (XIVXV secolo) l’espansione ottomana interessa essenzialmente le penisole anatolica e
balcanica. In tale periodo iniziale, gli ottomani subiscono la parentesi dell’invasione di
Tamerlano (1402) [1].
Data di particolare rilievo è il 1453, anno della presa di Costantinopoli, ad opera del
Sultano Maometto II [1].
Le conquiste di questo periodo portano l’impero ottomano, all’inizio del XVI secolo, ad
esercitare il proprio dominio (compreso il sistema degli Stati vassalli) su un’area
comprendente l’intera penisola anatolica, la penisola balcanica (compresa Bosnia e
Bulgaria), le coste del Mar Nero (compreso il Canato di Crimea) [1].
In questo secolo, l’impero raggiunge la sua massima estensione37, allargando la propria
egemonia su Siria ed Egitto (soppiantando i predetti mamelucchi), la regione
mediorientale, la penisola araba, parte dell’Iraq, Cipro, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco
(quest’ultimo riconosce nominalmente l’autorità ottomana) [1].
L’espansione verso oriente degli ottomani è bloccata dall’affermarsi nel XVI secolo
dell’impero safavide, l’altra grande realtà islamica del periodo.
Il nucleo originario del futuro impero è costituito da alcune tribù turcmene giunte nell’XI
secolo. Gli eventi dei secoli successivi, sui quali non è necessario soffermarsi, conducono
alla formazione di un impero (la cui prima capitale è Tabriz38, nel 1501) esteso
nell’Azarbaigian, nella Mesopotamia, nell’Iraq (compresa Baghdad) e nel Khuzistan39. In
pratica, i safavidi riescono ad unificare la maggior parte del territorio iranico [1].
35
Berberi originari delle regioni sahariane.
Come già visto, il malichismo è una forma di sunnismo.
37
Per quanto attiene al fronte europeo, si ricordi che risale al 1529 l’assedio di Vienna da parte degli Ottomani.
38
Successivamente la capitale si sposterà sempre più a sud-est; Qazwin (1548) e Isfahan (1598).
39
Ad occidente, i safavidi sono arginati dagli ottomani, mentre ad oriente dagli uzbechi, che impediscono la
penetrazione in Afghanistan e centroAsia.
36
14
Mentre gli ottomani si sono proposti come paladini del sunnismo, l’impero safavide ha lo
sciismo duodecimano quale religione di Stato40. In questo modo, oltre ai fattori territoriali
e politici, anche quello religioso si pone quale ragione di scontro con l’impero ottomano41.
L’elemento religioso, d’altra parte, riveste importanza centrale nell’autorità
dell’imperatore safavide, almeno fino alla determinante sconfitta di Chaldiran (1514), ad
opera degli ottomani, che ne compromette, da questo punto di vista, la figura.[1]
Da quel momento, diventa assai più importante il potere politico dello scià rispetto a
quello religioso[1].
Per quanto attiene alla religione, poi, vale la pena spendere qualche parola su una
controversia che evidenzia la sua valenza politica già in epoca safavide, ma che avrà
conseguenze anche nei secoli successivi. Si tratta della contrapposizione tra gli Akhbari sostenitori dell’osservanza letterale del Corano e della Sunna - e gli Usuli, che propendono
per un’interpretazione razionale, da parte dei dotti, delle fonti. Quest’ultimo orientamento
prende piede nell’Iran safavide presso quel ceto da cui proviene la maggioranza delle
personalità della struttura religioso-giuridica sciita, che svolge la funzione di tramite tra il
potere centrale e le masse. L’enfatizzazione del ruolo dei dotti apre, altresì, la strada alla
formazione di una sorta di clero.L’orientamento Akhbari, dal canto suo, porterà nel XIX
secolo a spinte eversive e radicali nell’ambito dello sciismo42.
L’impero cade nel XVIII secolo ad opera di un turcmeno sunnita. [1]
La terza grande dinastia che prende forma nel XVI secolo è quella dell’impero moghul, che
ottiene l’unificazione politica del subcontinente indiano, allora suddiviso in una serie di
sultanati senza una stabile appartenenza (ad esempio, Bengala, Kashmir, Gujarat, Malwa,
Deccan). La formula imperiale consente siffatta unificazione in quanto rispettosa delle
diverse realtà socio-economiche e culturali locali, senza avere la pretesa di generare una
identità indiana nazionale.
L’orientamento religioso della dinastia, che segue il sunnismo43, è più improntato alla
tolleranza che altrove. La discriminazione nei confronti di sciiti e indù si accentua durante
la seconda metà del XVII secolo [1].
2.5 COLONIALISMO OCCIDENTALE E RIFORMISMO ISLAMICO
Nei secoli XIX e XX, si realizza un processo - che trova le sue origini nella scoperta delle
Americhe - di spostamento dei centri di potere economico dal Mediterraneo all’Atlantico,
accompagnato dall’esplosione della rivoluzione industriale[1].
In tale contesto, l’ecumene islamica vive un periodo di profonda decadenza economica e,
conseguentemente, politica. Nasce nel XIX secolo (e si protrae fino al secolo successivo)
dalla constatazione di tale decadenza, il movimento del riformismo islamico, quale via di
40
La sciitizzazione del paese avviene lentamente e principalmente attraverso l’amministrazione della giustizia.
La guerra decisiva, che pone fine alle ambizioni di espansione verso occidente dei safavidi, prende avvio in seguito
ad una serie di rivolte ispirate alla fede sciita tra le tribù turcmene dell’Anatolia.
42
Branca, 2000
43
Si registra, comunque, la presenza di regni sciiti nel Deccan, appoggiati dall’impero safavide.
41
15
reazione alla condizione di arretratezza che si stava creando rispetto alle potenze
europee44.
L’essenza di tale movimento, che rimarrà elitario ed a base urbana, è quella di porre
l’esperienza occidentale quale modello cui tendere nell’opera, considerata ormai
necessaria, di reinterpretazione del mondo musulmano.
Una delle caratteristiche del modello europeo che veniva vista con favore dal riformismo
era la divisione tra sfera religiosa e sfera politica (il secolarismo, essenzialmente),
aspirazione diametralmente opposta a quella che caratterizza le istanze radicali ed
integraliste che oggi infervorano i Paesi islamici.
L’opera di riassetto delle istituzioni del mondo musulmano si traduce in riforme in campo
amministrativo, politico, finanziario e culturale.
2.6 REAZIONE PANISLAMICA AL NAZIONALISMO
In ogni caso, nei secoli XIX e XX, le regioni della Umma divengono obiettivo sempre più
esplicito del colonialismo delle potenze europee, in cerca di mercati di
approvvigionamento e sbocco. L’intervento militare sarà solo il sigillo di un processo già
sostanzialmente portato a termine [1].
Le potenze del vecchio continente maggiormente attive nel dar al-islam sono la Gran
Bretagna45 – in Egitto46, India47, Sudan48 -, la Francia – in Algeria49, Marocco, Tunisia50,
Africa occidentale subsahariana, Siria e Libano51 – e la Russia, nei possedimenti europei
dell’impero ottomano, in Caucaso ed Asia centrale [1].
Già nel XIX secolo, le masse musulmane cominciano a rivoltarsi verso l’invasore europeo,
trovando spinta ed alimentazione nell’elemento religioso, simbolo di identità culturale52.
La prima guerra mondiale porta alla definitiva cancellazione dell’Impero ottomano e
all’assegnazione, da parte della Società delle Nazioni, del mandato francese su Siria e
Libano e del mandato inglese su Palestina, Transgiordania ed Iraq. La Gran Bretagna
44
Choueiri, 1990. Alcuni nomi del riformismo islamico: Jamal al-Din (persiano), Sayyid Ahmad Khan (indiano),
Muhammad Abdu (egiziano), Khayr al-Din (tunisino). Il movimento riformistico ottomano è quello che prende il nome
di tanzimat.
45
L’atteggiamento britannico nei confronti delle diversità socio-culturali fronteggiate nei paesi colonizzati, consiste nel
mantenere la separazione, evitando l’integrazione. I francesi, invece, cercano l’assimilazione dei colonizzati, dai quali si
pretende la perdita della propria identità storico-culturale [1].
46
L’ufficializzazione della presenza militare risale al 1882, ma la penetrazione economica nel Paese è indubbiamente
precedente. Basti pensare che l’inaugurazione del Canale di Suez, segno di una già matura presenza, risale al 1869.
47
Veicolo della penetrazione britannica nel subcontinente è la Compagnia delle Indie orientali, istituita nel XVI secolo.
Questa, tra il 1750 ed il 1820, da semplice detentrice del monopolio commerciale, si trasforma in potenza territoriale.
La Corona assume nel 1858 il governo dell’India, posto nelle mani di un viceré e di un governatore generale. A
proposito dell’egemonia britannica in India, è interessante sottolineare come questa sia stata facilitata proprio dalla già
citata mancanza di una “identità indiana”, frutto delle forti differenze locali che caratterizzano le varie parti del
subcontinente; questo, tra l’altro, permette agli inglesi di reclutare facilmente forze indiane.
48
Il dominio sul Sudan (1899) è diretta conseguenza del protettorato sull’Egitto.
49
Dopo lo sbarco del 1830, diviene parte del territorio metropolitano nel 1848 ed è oggetto di forti movimenti migratori
dalla Francia.
50
Entrata a Tunisi nel 1881.
51
Intervento nel 1860.
52
A tal proposito, si possono ricordare le confraternite Qadiriyya (scuola sufica protagonista di sollevazioni in Algeria),
la Mahdiyya (operante in Africa orientale e, ancor oggi, componente essenziale dello scenario politico sudanese), la
Sanusiyya (in Libia) [1].
16
mantiene, peraltro, il controllo su un Egitto formalmente indipendente. Nasce, altresì, la
Repubblica turca, nella quale viene abolito il sultanato e viene riconosciuto il protettorato
francese su Marocco e Tunisia. In Iran, ove si insedia la dinastia Pahlavi, è la Gran Bretagna
ad esercitare la maggior influenza [1].
A questo punto, nel trattare della storia del mondo musulmano nel XX secolo, è necessario
anzitutto cercare di orientarsi nel percorso incrociato del nascente nazionalismo, della
formazione degli Stati indipendenti e della persistente aspirazione al panislamismo.
La penetrazione coloniale porta i popoli musulmani a diretto contatto con i modelli
occidentali, tra i quali, ad esempio, il sistema democratico delineatosi in Europa. D’altra
parte, qualsiasi movimento nazionalistico - che in ultima analisi punta alla rivendicazione
dell’indipendenza nazionale - non può che attingere ed essere pienamente coerente con i
valori culturali e religiosi islamici.
Questo rende labile il confine tra i singoli programmi di lotta nazionale ed i programmi
panislamici, che prefigurano la formazione finale di aggregati più ampi - che riflettano, ad
esempio, il concetto di “nazione araba” – in grado di superare i contingenti confini
statuali[1].
Nell’ottica di confermare l’appartenenza ad una più ampia realtà islamica da parte degli
Stati nazionali, può essere letta l’organizzazione, nel XX secolo, di numerosi “congressi
islamici”, nel corso dei quali vengono discusse questioni di carattere generale riguardanti
tutto il mondo musulmano[1].
Vengono, altresì, creati organismi come l’Alto Consiglio degli Affari Musulmani (1960), la
Lega del Mondo Musulmano (1962), l’Organizzazione della Conferenza Islamica (nata nel
1973 ed ammessa all’ONU, come osservatore, nel 1995); addirittura al 1945, sotto dominio
coloniale, risale la costituzione, al Cairo, della “Lega degli Stati arabi” (o “Lega Araba”) [1].
Oggi, la Lega araba conta 22 membri, che rappresentano circa 280 milioni di persone (da
68 milioni dell’Egitto ai 565.000 del Qatar), di cui circa il 38% sotto i 14 anni53.
Considerata la presenza, più o meno sfumata, sullo sfondo, della prospettiva della
“nazione araba”, le tensioni tra gli Stati musulmani – che impediscono il perseguimento
compatto di una politica comune - può anche essere letta come effetto dell’aspirazione ad
imporre la propria egemonia o comunque la propria determinante influenza, nell’ambito
di questo futuro contesto [1].
E’ proprio da questi fermenti che nasce nel 1928, l’organizzazione dei “Fratelli
musulmani”,54 oggi presente in tutto il mondo arabo e considerata la matrice del
fondamentalismo islamico radicale [1].
D’altra parte, è del XX secolo l’affermarsi della corrente intellettuale culturale del
radicalismo islamico, che, diversamente dal precedente riformismo, postula
l’inconciliabilità tra civiltà occidentale e religione islamica55.
53
Fonte: The Economist.
I “Fratelli musulmani” fondano le proprie radici in Egitto, dove appoggiano il colpo di Stato dei “Liberi ufficiali”
che porta, nel 1952, alla proclamazione della Repubblica. Nel 1954 sale al potere ‘Abd al-Nasir, che opera la
repressione nei loro confronti.
55
Choueiri, 1990. Tale corrente si alimenta dei problemi socioeconomici seguiti, nel XX secolo, alla creazione degli
Stati nazione (per lo più basata sul secolarismo) nell’ecumene islamica.
54
17
Ad ogni modo, le spinte nazionalistiche conducono, nella seconda parte del XX secolo,
all’indipendenza degli Stati costituenti l’ecumene islamica: il Marocco nel 1956 (sotto la
spinta del “Partito nazionale” e la guida di re Muhammad V), l’Algeria nel 1962 (è il Fronte
di Liberazione Nazionale FLN a condurre la lotta56 contro la Francia), la Tunisia nel 1956
(movimento di riferimento è il Neo-Dustur), la Libia nel 1951 [1].
In tale contesto, Libano e Siria sono caratterizzate da vicende particolari che verranno,
come le altre, approfondite in seguito.
Per quanto attiene, poi, alle dinamiche che interessano le realtà già indipendenti, la
Turchia viene inglobata nell’Europa, per volontà franco-britannica, ed attua una decisa
azione modernizzatrice e di avvicinamento all’occidente. In Iran, permane la dinastia
Pahlavi, che però non riscuote la fiducia dei sudditi, in quanto considerata solo uno
schermo dei poteri europei; questo conduce alla rivoluzione del 1979 [1].
Nel subcontinente indiano, la lotta per l’indipendenza si incrocia con l’antagonismo
(alimentato storicamente dalla politica britannica di divisione confessionale, favorevole,
peraltro, alla parte indù) tra musulmani e indù. Gli scontri interni tra queste due
componenti e tra le stesse e gli inglesi conducono, nel 1947, alla creazione del Pakistan
(musulmano) e dell’India indipendenti [1].
Nell’esame che si sta conducendo, non bisogna dimenticare che, sullo sfondo di questi
fermenti nazionalisti ed indipendentisti, assume sempre maggior importanza il petrolio,
che sposta il centro degli interessi europei nella regione del Golfo Persico, nella penisola
araba, nell’area caspica di Baku e nella regione curda dell’alto Eufrate [1].
In generale, questo si traduce spesso nell’indipendenza formale dei Paesi produttori di
petrolio, nell’ambito dei quali si instaurano regimi vicini proprio alle potenze coloniali [1].
E’ il caso, ad esempio, dell’Iraq, monarchia indipendente dal 1932, al quale era stata
attribuita, nel 1926, la regione curda del Mossul, ricca di giacimenti petroliferi.
Anche il predetto insediamento della dinastia Pahlavi in Iran è attuato con le medesime
finalità [1].
Analoghe considerazioni valgono per la proclamazione del Regno dell’Arabia Saudita nel
1932, sotto la dinastia, tuttora regnante, della famiglia Sa’ud, che si pone quale alleato
affidabile della Gran Bretagna[1].
Lo stesso Stato del Kuwait nasce, nel 1961, dai confini tracciati unilateralmente dalla Gran
Bretagna rispetto all’Iraq[1].
Sempre nell’ottica della stabilità nella regione del Golfo Persico, funzionale allo
sfruttamento petrolifero da parte delle potenze europee, nasce un sistema di piccoli Stati
come il Bahrain, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti [1].
Lo storico Bernard Lewis (professore a Princeton) fa risalire l’origine dell’odierna “rabbia islamica” al fallito assedio di
Vienna del 1683, che ha portato al trattato del 1699, nel quale, per la prima volta, i cristiani dettano le condizioni
all’impero ottomano. Fino ad allora, secondo Lewis, a fronte di un periodo di stasi che caratterizza il medioevo in
Europa, la civiltà islamica aveva conosciuto un periodo di splendore che la poneva all’avanguardia rispetto
all’occidente. Il 1683 rappresenta un momento di svolta, dopo il quale il mondo musulmano si è sempre trovato in
ritirata ovunque, soffrendo un sentimento generale di sconfitta e vergogna. (Manera, 2002).
56
In Algeria si assiste ad una partecipazione di massa alla lotta, che non si riscontra negli altri percorsi verso
l’indipendenza, di connotazione elitaria [1].
18
A questo punto la storia delle singole realtà islamiche diventa storia recente, che si
differenzia in base ai diversi contesti statali, sebbene sia sempre presente l’influenza della
comune appartenenza al contesto islamico.
Per questo, al fine di meglio cogliere la struttura dell’attuale assetto del mondo
musulmano mediterraneo, medio orientale e asiatico, può giovare l’analisi paese per paese
sviluppata nel capitolo che segue.
In linea generale, nel luglio 2002, il United Nations Development Programme UNDP ha
pubblicato il “Arab Human Development Report”57. L’UNDP evidenzia alcune diffuse
caratteristiche del mondo arabo attuale: la sopravvivenza di autocrazie assolute, lo
svolgimento di “false elezioni”, la confusione tra potere esecutivo ed ordinamento
giudiziario, limiti alla libertà dei media58 e della società civile, un ambiente sociale
patriarcale, intollerante, a volte soffocante. In tale contesto, la democrazia figura come una
concessione piuttosto che come un diritto.
Tale situazione, sempre secondo l’UNDP, troverebbe radici nel secondo dopoguerra,
quando la priorità era quella di emanciparsi dalla potenze occidentali: l’obiettivo era la
libertà nazionale e non la libertà individuale.
Alle amministrazioni coloniali si sarebbero sostituiti governi indipendenti che, con
modalità e atteggiamenti quasi paternalistici, hanno conservato estrema centralizzazione e
scarsa separazione tra i poteri.
57
Fonte: The Economist.
Nessun Paese arabo, precisa il predetto report, ha media che possano essere definiti liberi e solo in 3 Paesi si registra
almeno una parziale libertà.
58
19
3
ASSETTO GEO-POLITICO ATTUALE DEL MONDO MUSULMANO
3.1 LE TENSIONI TRA PAKISTAN ED INDIA59
Come evidenziato nel precedente capitolo, nel subcontinente indiano l’antagonismo
alimentato storicamente da una politica di “divisione confessionale” porta, a metà del XX
secolo, allo scontro tra musulmani e indù. Gli
scontri interni tra queste due componenti e tra le
stesse e gli inglesi conducono, nel 1947, alla
creazione del Pakistan (musulmano) e dell’India
indipendenti.
Per comprendere appieno la genesi della questione
del Kashmir60 bisogna però risalire al 1846 quando,
con il Trattato di Amritsar, nasce Jammu e Kashmir
(J&K); è in pratica l’acquisto del Kashmir (già allora
a maggioranza musulmana), dalla East India
Company, da parte del re induista del Jammu. Nel
tempo i musulmani ritengono di essere discriminati
dalla dinastia induista. Nel 1932, i movimenti di
opposizione al maharajah confluiscono nella All
Jammu and Kashmir Muslim Conference poi
ribattezzata National Conference. La richiesta di base è l’abolizione del Trattato di Amritsar e
la restituzione della sovranità ai kashmiri.
Nel 1947, la Gran Bretagna decide un brusco disimpegno nella regione; la mezzanotte tra il
14 ed il 15 agosto viene posta come momento limite per la nascita ad est e ad ovest
dell’India di due Stati islamici gemelli chiamati Pakistan61.
Il maharajah di J&K decide l’annessione all’India. A ridosso di questa scelta i pashtun dalla
“provincia afghana” conquistano una parte del Kashmir che viene denominata Azad
Kashmir (Kashmir libero)62.
Il 26 ottobre il maharajah sigla il trattato di annessione all’India, anche con l’accordo del
National Conference a patto che venga poi tenuto un referendum di autodeterminazione63.
Come reazione, il Pakistan invia truppe regolari a sostegno dei ribelli locali e dei pashtun.
Ne segue la prima guerra tra India e Pakistan. Altri scontri aperti risalgono al 1965 ed al
199964.
Come si vedrà meglio in seguito nel capitolo a ciò dedicato, a questa disputa territoriale è
legato più di uno dei principali gruppi terroristici attivi nel panorama internazionale.
59
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da The Economist. Le cartine geografiche
inserite nel capitolo sono tratte dal sito internet della Central Intelligence Agency CIA www.cia.gov
60
Le informazioni storiche qui riportate sono tratte da Trippodo, 2002.
61
Lo Stato ad est è divenuto oggi il Bangladesh dopo la guerra d’indipendenza del 1971.
62
E’ quello che da allora gli indiani chiamano Pok: Pakistani occupied kashmir.
63
Referendum che non si terrà; il mancato ritiro delle truppe pakistane (previsto da una risoluzione dell’ONU) indusse
l’India a decidere che non sussistevano le condizioni per indire il referendum e nel 1954 venne formalmente ratificata
l’annessione del J&K all’Unione indiana.
64
Da notare che nel 1962 si assiste anche ad una guerra tra Cina ed India; in una piccola parte del Kashmir nord
orientale sono ancor oggi presenti truppe cinesi.
20
Per questo è opportuno soffermarsi su questa situazione di conflitto che, peraltro, ha
assunto una nuova rilevanza sullo scacchiere internazionale, atteso il ruolo che ha rivestito
e che sta rivestendo il Pakistan nella lotta contro Al-Qaida.
Durante la prima metà del 2002, il livello del confronto tra queste due potenze nucleari è
drammaticamente salito.
A fine maggio, l’ambasciatore pakistano è stato espulso da Delhi.
Il 21 maggio è stato ucciso il più moderato dei separatisti kashmiri, che avrebbe potuto
essere il protagonista di una soluzione negoziata con l’India.
Intanto, si susseguivano attacchi terroristici ai campi militari indiani all’interno del
Kashmir controllato dall’India, la quale minacciava rappresaglie armate65.
Il 22 maggio, il Primo ministro indiano si era
rivolto ai soldati stanziati nel Jammu and Kashmir (la
zona contesa attualmente amministrata dall’India)
a ridosso della linea che lo divide dal Kashmir
amministrato dal Pakistan, dicendo di prepararsi
per la “battaglia decisiva”.
Tutto questo si è verificato dopo che nel gennaio
2002, a seguito dell’attacco terroristico del 13
dicembre 2001 contro il parlamento indiano, il
Generale Musharraf, aveva promesso di combattere
l’estremismo e di impedire l’uso del Pakistan come
base terroristica. In conseguenza di tali
dichiarazioni, cinque gruppi estremisti islamici
sono stati banditi e 2.000 dei loro membri arrestati
(inclusi leader di Lashkar-e-Tayyiba, Jaish-e-Mohammed 67).
Per quanto attiene alla situazione interna, bisogna anche ricordare gli episodi di violenza
che si stanno verificando nel Pakistan stesso68, tra cui i massacri in una chiesa di Islamabad
(nel marzo 2002, in cui sono morte 5 persone, tra cui 2 americani) e presso un albergo di
Karachi (nel maggio 2002, con l’uccisione di 13 persone, tra cui 11 ingegneri francesi), che
possono essere letti come atti di pressione degli estremisti sul Generale Musharraf.
Ultimamente, nel mese di agosto 2002, si sono verificati altri due preoccupati attentati
terroristici (senza rivendicazione) che hanno preso di mira la locale comunità cristiana (un
ospedale ed una scuola). Il governo pakistano ha accusato i nemici dello Stato, la cui
strategia sarebbe quella di creare instabilità e problemi al Paese e di aprire un divario tra le
comunità cristiana e musulmana69.
65
Che avrebbero potuto prendere la forma di interventi rapidi e mirati verso le basi terroristiche oppure della conquista
di territorio al di là della linea di controllo che divide il Kashmir indiano da quello pakistano (per interdire o limitare il
flusso di terroristi in entrata).
67
Veggasi il capitolo sui gruppi terroristici. Fonte: Patterns of global terrorism 2001.
Non bisogna dimenticare che il Generale Musharraf ha messo al bando gruppi islamici estremisti.
69
Corriere della Sera, 10 agosto 2002 (R.E.).
68
21
In considerazione dell’importanza che attualmente riveste (per l’Occidente) la scelta del
Generale Musharraf di appoggiare la coalizione internazionale e in particolare gli Stati
Uniti, nella lotta al regime Talibano e ad Al-Qaida70 - la situazione è ancora più complessa.
In particolare, è plausibile che gli Stati Uniti preferiscano che l’esercito del Generale
Musharraf venga schierato a nord del Pakistan, allo scopo di scovare i militanti di Al-Qaida
- che potrebbero aver trovato rifugio nell’area tribale proprio al confine con l’Afghanistan piuttosto che a sud per fronteggiare le truppe indiane. Per un verso, è sempre più diffusa
l’opinione che Talibani e membri di Al-Qaida si siano infiltrati in alcune delle maggiori
città del Pakistan, alla ricerca, per giunta , di nuovi obiettivi71. A conferma di tale ipotesi,
l’11 settembre 2002, le forze di sicurezza pakistane – in collaborazione con la Cia – hanno
arrestato a Karachi un luogotenente di Usama bin Laden, Ranzi Binalshibh, insieme ad altri
militanti72.
L’India, da parte sua, sembra non avere dubbi circa il fatto che gli attacchi terroristici
abbiano origine dal territorio pakistano. Inoltre, sempre secondo l’India, sono riapparsi
campi di addestramento di terroristi nella parte del Kashmir controllata dal Pakistan.
Nel giugno 2002, si è registrato un raffreddamento della situazione: l’India ha levato il
divieto di entrata nel suo spazio aereo posto cinque mesi prima nei confronti dei mezzi
civili pakistani; ha ritirato la proprie navi dalle acque vicine al Pakistan; ha nominato un
ambasciatore per Islamabad.
Tali iniziative sarebbero conseguite alla constatazione delle diminuite infiltrazioni
terroristiche dal Pakistan. Prima di compiere altri passi, comunque, l’India pretenderebbe
un’ulteriore diminuzione delle attività terroristiche e l’inizio dello smantellamento dei
campi.
Secondo fonti indiane, riportate dalla stampa73, le infiltrazione avrebbero registrato un
nuovo incremento alla fine di giugno.
Nel mese di luglio, si è addirittura verificato un nuovo attentato, al quale l’India non ha
risposto. Nuove escalation sarebbero negative per le elezioni previste in Kashmir per
l’autunno 200274; per l’India è importante convincere i locali partiti politici a non boicottare
l’appuntamento elettorale e ad accettare soluzioni nel segno di una maggiore autonomia.
Per quanto riguarda la situazione all’interno del Pakistan, nel mese di agosto 2002, il
Presidente Musharraf ha emendato la Costituzione, assumendo nuovi poteri ed
assicurando che le proprie prerogative non potranno essere messe in discussione dall’esito
delle elezioni previste per il 10 ottobre 200275.
70
Secondo fonti pakistane, apprese dalla stampa, nei primi mesi del 2002 si sarebbero svolti fino a 50 raid contro AlQaida, compresi quelli che hanno portato alla cattura, a Faisalabad, del numero 3 dell’organizzazione, Abu Zubaydah.
71
Non bisogna dimenticare i legami (di cui si parlerà in seguito) di Al-Qaida con i gruppi Jaish-e-Muhammad e
Lashkar-e-Taiba
72
Olimpio, 2002. Tale arresto si aggiunge a quello di Abu Zubaydah, considerato il numero tre di Al Qaida, operato
sempre in Pakistan nei primi mesi del 2002.
73
Fonte: The economist.
74
In autunno si dovrebbero tenere le elezioni nel Kashmir controllato dall’India che, secondo il Primo ministro indiano,
saranno “libere e giuste”.
75
Cremonesi, 2002.
22
Intanto, a causa dell’appoggio fornito agli americani, Musharraf sarebbe divenuto il
principale obiettivo di Al Qaida e dei locali gruppi terroristici ad essa alleati76.
76
The Economist. Sembra che in aprile Al Qaida avesse sistemato un’autobomba (che non è esplosa) su una strada
presa da Musharraf a Karachi.
Sembra che si sia formata una nuova coalizione, dal nome di Laskar-e-Omar, che include elementi di Al-Qaida e dei
gruppi pakistani messi fuorilegge (Jaish-e-Mohammad, Laskar-e-Taiba, Laskar-e-Jangvi) Fonte: The New York Times,
3 luglio 2002 in Second report of the monitoring group, 9/2002. Si veda anche il capitolo dedicato ai gruppi terroristici.
23
3.2 IL MEDIO ORIENTE77
3.2.1 LA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE78
Tratto dal sito internet della
CIA 1
Per avere una chiave di lettura dell’attuale assetto geopolitico
del medio oriente, è indispensabile un riferimento, seppur
veloce, alla questione palestinese.
Come già anticipato nel capitolo che precede, la fine della
prima guerra mondiale aveva condotto all’assegnazione alla
Gran Bretagna del mandato sulla Palestina - intesa come la
fascia di terra che dal Mediterraneo porta al fiume Giordano.
Nel periodo che separa le due guerre mondiali, nella terra
palestinese, si era assistito ad un significativo afflusso di ebrei ,
con la creazione di colonie e kibbutz (fattorie collettive), nonché
insediamenti militari.
Da tutto ciò deriva la protesta del popolo palestinese[1]79.
Quando si era ormai a ridosso degli eventi che porteranno alla
nascita dello Stato di Israele, il suddetto insediamento aveva
portato alla presenza ebrea su una fetta di territorio inferiore,
comunque, al 10% della Palestina[1].
Nel 1947, la comunità internazionale interviene con la
risoluzione n. 181 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevede la spartizione della
Palestina tra i due popoli (ebreo e palestinese) e l’affidamento di Gerusalemme al controllo
internazionale[1].
L’azione militare israeliana prende avvio, in una Palestina ancora sotto il mandato
britannico, nel marzo 1948 (piano Dalet) e conduce gli ebrei ad una prima unificazione ed
espansione delle terre sotto il loro controllo. Nel maggio dello stesso anno gli israeliani
77
Le cartine geografiche inserite nel capitolo sono tratte dal sito internet della Central Intelligence Agency CIA
www.cia.gov
78
Le principali fonti di informazione sono state Al-Rahman 2002 [1], The Economist [2], Scarcia Amoretti 1998 [3],
Sema 2002 [4], Strazzari 2002 [5], Abu-Sitta 2002 [6], Schiavo 2002 [7], Desiderio 2002 [8].
79
Nel 1917, con la dichiarazione di Balfour, la Gran Bretagna promette la costituzione di una nazione per gli ebrei. Ne
consegue una consistente immigrazione, che però genera la protesta araba. Per mantenere l’equilibrio nella regione, con
un documento segreto, la Gran Bretagna decide allora di limitare l’afflusso degli ebrei. Di fronte a questa situazione,
inizia un’attività di terrorismo urbano da parte degli ebrei contro i britannici.
Negli anni trenta, le persecuzioni naziste provocano ulteriori ondate di immigrazione ebrea in Palestina, che generano la
rivolta araba. Il terrorismo ebreo si rivolge quindi anche contro gli arabi.
Dopo la seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna cerca ancora di limitare l’afflusso degli ebrei, molti dei quali
vengono dirottati su Cipro. La lotta terroristica viene quindi intensificata (tra i capi delle organizzazioni clandestine
figurano personaggi di spicco dei futuri governi israeliani) finché nel 1946 una bomba distrugge il locale alto comando
britannico.
La Gran Bretagna decide di rivolgersi alle Nazioni Unite per uscire da quella situazione e l’ONU adotta la risoluzione
del 1947, che prevede la creazione di due Stati in Palestina, con la fine del mandato britannico.
Informazione interamente tratta da Amici, Piazza, 2002.
24
occupano una fascia di territorio, che assume la forma di una N, composta da una striscia
costiera, dalla pianura del Marj bin ‘Amer fino al Giordano a nord del lago di Tiberiade80[1].
Il 14 maggio 1948 viene proclamato lo Stato di Israele. A
questo punto, il territorio sotto controllo ebreo è ancora una
piccola porzione della regione.
I palestinesi ricordano questo evento come la Nakba, ossia la
catastrofe[1].
Gli israeliani continuano ad occupare porzioni di territorio
intorno alla originaria N, fino all’11 giugno, quando si
assiste alla prima tregua[6].
Il conflitto riprende l’8 luglio e nel giro di una decina di
giorni (fino alla seconda tregua del 18 luglio) l’esercito
israeliano realizza altre significative conquiste: in
particolare, a nord, parte della Galilea (compresa la città di
Nazareth) e, più a sud, terre che consolidano il corridoio che
conduce a Gerusalemme81[6].
Dopo la seconda tregua, le operazioni militari portano il
territorio sotto controllo israeliano ad estendersi alla
Palestina meridionale ed al Negev (fino al Mar Morto ed al
Golfo di al-‘Aqaba) e, a nord, all’intera Galilea. Solo la
striscia di Gaza resiste all’impatto[6].
Inoltre, il re ‘Abdullah cede ad Israele una fetta di territorio
nella Palestina centrale[6].
La guerra ha sostanzialmente fine nel luglio 1949; i Paesi arabi confinanti intervenuti nel
conflitto, ossia l’Egitto82, il Libano, la Siria, la Transgiordania e l’Iraq sono sconfitti[6].
A questo punto, Israele si estende su un territorio più ampio di quello previsto dalla
risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 1947; in particolare, comprende anche
l’intera Galilea ed ampie zone della Palestina centrale, compresa Gerusalemme ovest[6].
In ogni caso, l’esito del conflitto si rivela distruttivo soprattutto per gli stessi palestinesi:
oltre all’espansione di Israele, la striscia di Gaza passa sotto il controllo egiziano e la
Cisgiordania viene inglobata dalla Transgiordania, con la nascita della Giordania. Una
minoranza di palestinesi rimane in Israele, mentre la maggioranza sono fuggiti nei Paesi
vicini, sistemandosi nei noti campi profughi (soprattutto in Giordania)83.
La linea di armistizio del 1949 che separa Israele dalla Cirgiordania e da Gaza è detta la
“linea verde” [6].
80
In quella striscia erano già compresi alcuni importanti centri come Jaffa,, Haifa, Tiberiade, Safad, nonché parte di
Gerusalemme ovest.
81
Viene, altresì, eliminata un’ultima resistenza palestinese a sud di Haifa, completando in quella zona la continuità
territoriale dello Stato di Israele.
82
L’armistizio con l’Egitto è firmato già nel febbraio 1949.
83
Secondo dati del United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, la destinazione, al gennaio 2000,
dei rifugiati palestinesi è la seguente: 1.565.400 in Giordania, 583.172 nel West Bank (Cisgiordania), 823.881 nella
striscia di Gaza, 376.542 in Libano, 383.361 in Siria [2].
25
Il 1967 è l’anno della guerra arabo-israeliana
detta dei sei giorni84. La miccia viene innescata
da ‘Abd al-Nasir, Presidente di un Egitto che ha
allora assunto un ruolo di guida del mondo
arabo.
Nasir chiude alla flotta israeliana
l’accesso al Mar Rosso85; ne consegue il
fulmineo attacco di Israele, che distrugge a terra
l’aviazione egiziana, occupa la penisola del
Sinai e la Striscia di Gaza[3].
La Siria e la Giordania, entrate in guerra a
fianco dell’Egitto, perdono rispettivamente le
alture del Golan86 e la Cisgiordania[3].
I territori conquistati nel 1967, però, non sono
considerati da Israele come “annessi” (ad
eccezione
di
Gerusalemme
est),
ma
semplicemente “occupati”[3].
Questa occupazione viene condannata da risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite, nel 1967 e nel 1968, che impongono ad Israele di ritirarsi fino ai confini
precedenti al conflitto[1].
A seguito di questa “occupazione”, inizia comunque da parte di Israele una politica di
insediamenti ebraici. Da parte dei palestinesi viene continuata un’azione di guerriglia nei
territori occupati, a partire dalla Giordania e dal Libano meridionale. Questo comporta,
chiaramente, rilevanti conseguenze anche in questi ultimi Paesi87, come si specificherà in
seguito[3].
84
Secondo l’analisi di Michael Oren, pubblicata dalla Oxford University [2], le cause della guerra del 1967 sono
essenzialmente riconducibili a tre fattori. In primo luogo, allora i Paesi arabi non avevano ancora accettato l’esistenza e
la legittimità di Israele. Il conflitto politico si traduceva in raid palestinesi e rappresaglie israeliane. Scontri aerei e
d’artiglieria con la Siria si verificarono nell’aprile del 1967. Il primo ministro israeliano, però, era determinato a
prevenire le tensioni con la Siria, che avrebbero acceso un conflitto più ampio. Nasser, dal canto suo, non riteneva che
gli arabi fossero ancora pronti ad una nuova guerra.
Un secondo fattore da considerare era la guerra fredda in corso. L’Unione Sovietica riteneva fosse vantaggioso
mantenere uno stato di tensione nella regione. Nell’aprile 1967, i sovietici avvertirono erroneamente gli egiziani, che
Israele si stava preparando ad un’invasione della Siria.
Il terzo fattore che avrebbe portato alla guerra sarebbe stato la eccessiva fiducia nei propri mezzi del Capo delle forze
armate egiziane.
Inizialmente, Nasser non fece altro che inviare le truppe egiziane nella penisola del Sinai. Tale mossa mise in agitazione
il mondo arabo e Nasser chiuse lo stretto di Tiran alle navi israeliane. Questo provvedimento fece salire la pressione dei
generali israeliani sul primo ministro, in ragione del fatto che mostrare debolezza avrebbe compromesso il potenziale di
deterrenza di Israele. Dal canto loro, Egitto, Siria, Giordania e Iraq sembravano avere piani di guerra estremamente
coordinati. Colpire per primi sembrò essere la sola via.
85
Deve essere sottolineato che negli anni cinquanta la politica di Nasir si è concretizzata nella nazionalizzazione della
Compagnia del canale di Suez, con la conseguente rottura con Francia e Gran Bretagna, che intervengono militarmente
appoggiate da Israele; quest’ultimo occupa la striscia di Gaza e la penisola del Sinai. Solo l'intervento dell'ONU,
favorito sia dagli Stati Uniti che dall'Unione Sovietica, costringe gli israeliani a ritirarsi.
In ogni caso, la conseguenza di questa rottura con le potenze europee è l'avvicinamento dell'Egitto all'Unione Sovietica,
che entra così nello scacchiere medio orientale.
86
Le truppe israeliane arrivano vicinissime a Damasco.
87
Ad esempio, in seguito ad un attacco terroristico palestinese lanciato da una base in Giordania, l’esercito Israeliano
compie un’incursione nel territorio giordano per catturare i responsabili. Alla fine interviene anche l’esercito di
Giordania a difesa dei palestinesi e gli israeliani sono costretti al ritiro (Amici, Piazza, 2002).
26
In Egitto a Nasir succede Anwar al-Sadat, che sposta il Paese dalla sfera di influenza
sovietica a quella degli Stati Uniti [3].
Nel 1973, si svolge un’altra guerra con Israele88, a seguito della quale l’Egitto, nel 1979,
sempre sotto la presidenza di Sadat, giunge ad una “pace separata” con Israele 89, che gli
consente di riprendere gradualmente90 il Sinai, ma non la striscia di Gaza; per questa
iniziativa, l’Egitto viene condannato dalla “Lega araba”, la cui sede viene spostata dal
Cairo a Tunisi91[3].
Nel 1978, qualche mese prima del trattato di pace, sotto la presidenza di Carter, si era
svolto negli Stati Uniti, un summit tra Sadat e Begin, conclusosi con gli Accordi di Camp
David, che ambivano a tracciare il percorso verso la soluzione della questione
palestinese[3].
Un altro evento di rilievo sullo scacchiere israelo-palestinese è lo scoppio della guerra
civile del 1982, in Libano, che conduce anche all’invasione delle truppe israeliane, che,
quindi, creano pure nel Libano meridionale una zona di occupazione, che sarà mantenuta
fino al 2000[3].
Nel 1987, nei territori occupati della Cisgiordania e della striscia di Gaza, scoppia la
cosiddetta “prima intifada”, cioè la ribellione del popolo palestinese nei confronti
dell’autorità israeliana [3].
La situazione si sblocca il 13 settembre 199392, quando a seguito di trattative tra Israele e
l’OLP93 (in esilio dal 1982 a Tunisi), con la mediazione degli Stati Uniti, si arriva alla
Dichiarazione dei principi di Washington: è la storica intesa tra Rabin ed Arafat, alla
presenza di Clinton[7].
Ne consegue la firma di Rabin e Arafat - al Cairo, il 4 maggio 1994 - dell’accordo detto Oslo
I[7].
Con questi passaggi, sostanzialmente, Israele ottiene il riconoscimento da parte dei
palestinesi circa il proprio diritto ad esistere, l’OLP cessa di essere considerata
un’organizzazione terroristica, vengono poste le premesse per la nascita dell’Autorità
nazionale palestinese (Anp), primo embrione del futuro Stato94[7].
In particolare, quindi, nel maggio 1994 nasce l’Anp, che insiste su buona parte dei territori
della striscia di Gaza e sulla zona di Gerico ed inizia un periodo di cinque anni da dedicare
ai negoziati in vista dell’accordo finale[8].
Il 1 luglio 1994, Arafat ritorna trionfalmente a Gaza, dopo più di dieci anni di esilio a
Tunisi[8].
88
Lo scontro inizia con un attacco a sorpresa di Egitto e Siria, nel giorno del Kippur. Successivamente, intervengono
anche truppe irachene. La guerra dura meno di venti giorni.
89
Sadat per questo verrà ucciso da gruppi terroristici islamici.
90
Il processo di restituzione viene portato a compimento nel 1982.
91
La sede della “Lega araba” tornerà al Cairo solo nel 1990.
92
Da notare che nel frattempo c’è stata la Guerra del Golfo.
93
Sul quale si tornerà più avanti.
94
L’ipotesi della nascita di un’Autorità provvisoria di autogoverno palestinese, che sostituisse il governo militare
israeliano, era già emersa negli Accordi di Camp David del 1978.
27
Un altro positivo effetto del processo di stabilizzazione che era in corso, è stato l’accordo
di pace tra Israele e Giordania del 26 ottobre dello stesso 1994, che si aggiunge a quello da
tempo stipulato con l’Egitto[8].
Il 28 settembre 1995, il processo di pace tra palestinesi ed israeliani fa un altro passo
avanti: viene firmato a Taba, sempre tra Rabin ed Arafat, l’accordo detto Oslo II, che
prevede il passaggio di altre zone della Cisgiordania sotto il controllo palestinese[8].
Pochi giorni dopo, Rabin viene assassinato da un colono israeliano, contrario al procedere
del negoziato[8].
Nel 1997, nel 199895, nel 199996, fino al marzo 200097, continuano gli accordi per la cessione
di territori della Cirgiordania al controllo dell’Anp [8].
Nel maggio 2000, Israele prende una decisione che avrà pesanti ripercussioni sul
prosieguo del processo di pace: il ritiro unilaterale dal Libano meridionale [7].
Questa scelta viene diffusamente letta nel mondo islamico come la vittoria della strategia
di guerriglia degli Hizbullah sciiti, che ha contrastato l’occupazione ebrea98.
A questo punto la situazione precipita. Il passaggio finale del più che quinquennale
processo iniziato con la Dichiarazione dei principi di Washington, cioè il raggiungimento
dell’accordo finale, naufraga a Camp David, il 25 luglio 2000, sotto gli occhi del Presidente
degli Stati Uniti, Clinton; Barak ed Arafat non trovano l’intesa[7].
A fronte della situazione di stallo venutasi a creare, l’OLP annuncia la proclamazione
unilaterale, poi rinviata, dello Stato autonomo della Palestina, che sarebbe dovuta
avvenire il 13 settembre 2000.
Il clima è ormai incandescente e, il 28 settembre 2000, inizia la seconda intifada (l’intifada di
Al-Aqsa), scatenata dalla passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee[4].
Inizia, così, quella che sembra essere un’azione di guerriglia condotta congiuntamente da
militanti di varie formazioni come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
(FPLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), Hamas, la Brigata
dei Martiri di al-Aqsa e la Jihad islamica[4].
Questi gruppi palestinesi sembra, inoltre, abbiano sviluppato accordi di cooperazione,
addestrativa ed operativa, con gli Hizbullah sciiti libanesi, il cui successo contro l’esercito
israeliano è preso ad esempio ed ispirazione[4].
Il 22 maggio 2001, a Beirut, Hizbullah ha organizzato addirittura il “Congresso di
solidarietà per il supporto all’intifada”; la posizione che è chiaramente emersa è quella
95
Wye memorandum, del 23 ottobre 1998, tra Netanyahu e Arafat. Su questi accordi, che quindi vengono sospesi, si
scioglie, però, la coalizione di Netanyahu.
96
I predetti accordi di Wye vengono sottoposti a revisione, con quelli di Wye II o Wye plus, detti anche Sharm el-Sheikh
I, che prevedono il ritiro israeliano dall’11% della Cisgiordania, in tre fasi. Dal 25 ottobre 1999, i territori della
Cisgiordania e della striscia di Gaza sono collegati dal cosiddetto “corridoio di sicurezza”, una strada lunga 44
chilometri da Eretz a Tarqumiyah, attraverso Israele.
97
Il 5 gennaio ed il 21 marzo 2000, si assiste ai ritiri di Sharm II e Sharm III.
98
Si consideri, in quest’ottica, anche l’offerta di ritiro dal Golan degli israeliani alla Siria, durante le trattative di
Ginevra, nel gennaio dello stesso anno [7].
28
della condanna della vigente leadership del popolo palestinese, il rifiuto dell’opzione del
compromesso con Israele, la scelta della prosecuzione della lotta armata seguendo il
vittorioso modello libanese. L’obiettivo di fondo è “islamizzare” l’intifada.99
In ogni caso, è certo che il livello dello scontro che si registra nella seconda intifada è ben
più alto di quello della precedente, scoppiata nel 1987[4].
Israele reagisce con una decisa azione del proprio esercito, giustificata da Sharon100 con la
necessità vitale di sradicare il terrorismo dalla Cisgiordania, distruggendo anche le
infrastrutture del medesimo. Parte, così, l’operazione “muraglia difensiva” (defensive
shield); è il marzo 2002[2].
Numerose città sono invase; tra queste Bethlehem101, Beit Jala, Tulkarm, Qalqiliya, Jenin,
Salfit, Nablus, Dura, Bir Zeit, Hebron[2].
Arafat, leader dell’Anp, viene assediato ed isolato a Ramallah, la capitale provvisoria della
Cisgiordania102: Israele lo accusa di essere il regista della strategia terroristica in atto e,
quindi, rifiuta il medesimo come interlocutore103. Arafat viene liberato solo il 2 maggio[2].
Nel contempo, si registrano scontri anche sul confine settentrionale di Israele, dove sono
ancora attivi gli Hizbullah [4].
Continuano gli attacchi suicidi nel cuore di Israele104 e le attività militari israeliane. Il
governo israeliano, per limitare l’infiltrazione di terroristi suicidi, ha recentemente
approvato ed iniziato la costruzione di un “muro”105 per la separazione rispetto ai territori
occupati della Cirsgiordania (così come già fatto rispetto alla striscia di Gaza) [2].
99
De Giovannangeli, 2002
Oggi, Capo del Governo israeliano e, al tempo dell’invasione del Libano negli anni ottanta, Ministro della Difesa.
101
A Bethlehem circa 200 miliziani, con civili e religiosi cristiani in ostaggio, si sono rifugiati nella chiesa della
natività, dove sono rimasti fino all’accordo, raggiunto anche grazie all’intervento diplomatico dell’Unione Europea, che
ha garantito l’incolumità degli assediati ed il processo a Gaza o l’esilio dei sospetti di appartenere ad organizzazioni
terroristiche; tre di questi ultimi hanno trovato collocazione in Italia, con lo status giuridico di collaboratori di giustizia
ed il conseguente trattamento.
102
L’esercito israeliano distrugge anche il quartier generale delle forze di sicurezza dell’Anp, per ottenere la consegna
di circa 50 persone sospettate di terrorismo.
103
Una delle principali obiezioni israeliane a chi osserva che Arafat è il leader designato dal popolo palestinese, è che le
elezioni del 1996 non si sarebbero svolte secondo regole democratiche (mancata formazione di partiti alternativi,
limitazione della libertà di stampa) [2].
104
A proposito di attacchi suicidi, è interessante la notizia emersa nel mese di agosto 2002, secondo cui i servizi segreti
israeliani sarebbero venuti in possesso di una registrazione telefonica, durante la quale la moglie di un capo di Hamas
avrebbe rifiutato la martirizzazione del figlio. Questa notizia avrebbe generato reazioni negative tra i Palestinesi:
“Preferiscono mandare a morire i poveri dei campi profughi, mentre loro, l’aristocrazia di Hamas ,tengono i figli a
casa” (Micalessin, 2002).
Secondo un autorevole commentatore la cultura dei martiri suicidi (gli shaheed) è una cultura popolare in crescita, fatta
di canzoni, preghiere, insegnamenti nelle scuole. Lo status sociale delle famiglie dei kamikaze è immediatamente
innalzato nell’ambito della società palestinese (Cremonesi L., 2002).
L’applicazione della strategia degli attacchi suicidi in Palestina avrebbe le proprie origini nel 1992; nell’autunno di
quell’anno il gruppo dirigente di Hamas e della Jihad islamica fu deportato da Israele in Libano. Qui la tecnica delle
bombe umane aveva cominciato ad essere applicata già dieci anni prima. Il governo libanese rifiuta di farsi carico di
questi profughi, che quindi trovano il sostegno degli Hizbullah. La dirigenza palestinese viene riammessa in Israele
dopo circa un anno; ormai aveva assorbito il credo degli Hizbullah: il martirio (che è nelle mani dell’uomo) è più
importante della vittoria (che è nelle mani di Dio). (Amici, Piazza, 2002).
105
Fatto di barriere, strade, sensori, pattugliamenti, lungo una linea di separazione di circa 360 km.
100
29
Al giugno 2002, la Cisgiordania e Gaza sono divise rispettivamente in 220106 e 4 enclave
militari isolate. Israele lancia l’operazione Determined path; l’esercito controlla sette delle
otto principali città palestinesi, tra cui Ramallah, Hebron, Tulkarm, Qalqiliya, Bethlehem e
Nablus[2].
Proprio il 24 giugno 2002, inoltre, Bush palesa la posizione degli Stati Uniti in relazione
all’evolvere della crisi. La più importante affermazione del Presidente Usa riguarda
Arafat: il percorso verso la pace avrebbe bisogno di una nuova leadership palestinese.
Bush ha auspicato lo svolgimento di elezioni locali entro l’anno, per poi arrivare alla piena
implementazione del sistema democratico, sotto una nuova dirigenza politica palestinese.
Ove ciò si verifichi, gli Stati Uniti prevederebbero la creazione di uno Stato palestinese
entro tre anni, nonché soluzioni provvisorie di sovranità nel più breve periodo. Per quanto
attiene all’atteggiamento verso Israele, da quest’ultimo gli USA si aspettano il ritiro sulle
posizioni antecedenti all’inizio della seconda intifada, il blocco dell’espansione degli
insediamenti e l’assicurazione di libertà di movimento per le persone; tutto ciò man mano
che si procederà verso una condizione di maggior sicurezza[2].
Non è ancora chiaro quale potrà essere la reazione dei palestinesi verso questo
atteggiamento americano. E’ addirittura ipotizzabile che Arafat possa uscire rafforzato da
questa presa di posizione, con la conseguenza di una vittoria anche in occasione della
prossima chiamata alle urne[2].
Arafat, dal canto suo, lo stesso 24 giugno, ha indetto le elezioni presidenziali per il gennaio
2003[2].
A tal proposito, nomi emergenti del panorama politico palestinese sono, tra gli altri, quelli
di Muhammad Dahlan - precedentemente capo delle forze di sicurezza dell’Anp a Gaza – e
Marwan Barghouti – segretario generale della Cisgiodania[2].
Barghouti, dopo l’arresto del 15 aprile 2002 a Ramallah, è accusato di aver diretto
un’organizzazione responsabile di vari attentati e sta affrontando il relativo processo in
Israele. Barghouti si è dichiarato prigioniero politico, come membro del Consiglio
legislativo palestinese108.
Le prossime elezioni parlamentari potrebbero indurre alla candidatura anche membri di
Hamas109, che sicuramente beneficerebbero, non solo del sostegno alla lotta armata, ma
anche delle attività sociali svolte110 a favore del popolo palestinese[2].
Dopo il 24 giugno, Arafat ha rimosso quattro capi delle forze di sicurezza ed ha posto
queste ultime sotto un solo comando, facente capo al Ministro dell’interno111. [2].
Da ultimo, l’11 settembre 2002, il parlamento palestinese ha costretto alle dimissioni
l’esecutivo di Arafat, il quale ha due settimane di tempo per nominare nuovi ministri.
106
8 zone e 120 checkpoint.
108
Repubblica, 14/8/2002 (L.C.).
Il movimento non ha partecipato alle precedenti elezioni del 1996, per protesta contro il processo di Oslo.
110
Veggasi i capitoli successivi, a proposito del movimento di Hamas.
111
Una delle riforme dell’Anp richieste da tempo dall’occidente è l’unificazione delle forze di sicurezza.
109
30
Questa espressione di sfiducia nei confronti di Arafat ha conciso con l’annuncio da parte di
quest’ultimo della data delle elezioni presidenziali e legislative: il 20 gennaio 2003. Prima
ancora di questa data, c’è chi vorrebbe la nomina di un primo ministro, che confini Arafat
ad un ruolo onorifico, con la sostanziale individuazione di un nuovo leader119.
Intanto, nel mese di agosto 2002, sono inizialmente falliti vari colloqui tra i responsabili
della sicurezza israeliani ed i rappresentanti di Arafat per fermare la violenza nella
regione120, mentre Sharon seguitava a dichiarare che non c’è possibilità di accordo politico
con l’Autorità palestinese121.
Nella seconda metà dello stesso mese, le forze militari israeliane hanno iniziato a lasciare
Betlemme. Tale ritiro sarebbe la conseguenza di un accordo raggiunto tra israeliani e
palestinesi che precede l’assunzione del controllo della striscia di Gaza e della regione di
Betlemme da parte delle forze di sicurezza dell’Anp, con l’impegno di ivi bloccare la
violenza e l’organizzazione di attentati in Israele (accordo detto Gaza e Betlemme first). In
caso di successo della tregua, il ritiro si potrebbe estendere alla Cisgiordania. L’accordo è
rigettato dai gruppi terroristici palestinesi che quindi potrebbero sabotare il medesimo122.
Nel luglio 2002, sembrava imminente la proclamazione di una tregua concordata
congiuntamente da Hamas, Brigate di Al-Aqsa, Jihad islamica, ma tale possibilità è stata
annullata anche da un raid aereo israeliano, nella striscia di Gaza, con il quale è stato
ucciso uno dei capi militari di Hamas, Abu Mustafà alias Salah Shehade123,ma anche
numerosi civili.
Nell’agosto 2002, sono falliti ulteriori tentativi di Arafat di giungere ad un accordo con le
fazioni più violente della seconda intifada per arrivare ad un “cessate il fuoco”124. D’altra
119
Franceschini, 2002
L’ultima ipotesi di accordo fallito era il cosiddetto Gaza first, secondo cui le forze di sicurezza dell’Anp avrebbero
ripreso di controllo di Gaza e se per un certo periodo (forse due mesi) l’Anp fosse riuscita a bloccare i gruppi estremisti,
l’esercito israeliano si sarebbe ritirato dalla Cisgiordania occupata. Intanto a Washington (agosto 2002) una delegazione
palestinese stava discutendo con i responsabili della Cia alcune proposte per riformare i sistemi di sicurezza dell’Anp
(Cremonesi, 2002).
121
Cremonesi, 2002.
122
Cremonesi, 2002.
123
Insieme allo sceicco Yassin capo spirituale di Hamas, avrebbe scritto il comunicato che dette avvio alla prima
intifada. Già nel 1986 faceva parte del “gruppo 44”, da cui sarebbe nata l’ala militare di Hamas (Ezzedin Al Qassam).
Rimane in carcere dalla fine degli anni 80 fino all’ottobre 2000, quando, dopo l’inizio della seconda intifada, Arafath lo
avrebbe fatto liberare (essendo stato consegnato nel 1999, come parte degli accordi di Oslo, all’Anp) (Micalessin,
2002).
Salah Sehada sembra fosse una figura chiave della catena di comando che lega Hizbullah all’intifada palestinese (De
Giovannangeli, 2002).
124
Le richieste nei confronti di Israele sarebbero la cessazione dell’eliminazione fisica degli estremisti considerati
pericolosi, la liberazione dei prigionieri palestinesi, il ritiro delle truppe dai territori occupati. Per contro, però, Hamas,
la Jihad ed Al Aqsa non intendono rinunciare al “diritto di resistenza” ed alle missioni suicide (Repubblica, 14/8/2002
L.C.).
120
31
parte, nello stesso periodo, è giunta a maturazione la politica di Sharon di colpire le
famiglie dei kamikaze attraverso la distruzione delle case e la deportazione125.
Per quanto attiene all’accordo Gaza e Betlemme first, ad agosto 2002, nessun ritiro è stato
ancora iniziato da Gaza126.
Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2002, operazioni dell’esercito israeliano nei
territori occupati hanno portano a nuove vittime palestinesi; questo nonostante gli
attentati suicidi dei terroristi si siano fermati al 4 agosto. Questo fatto ha generato
tensione nella stessa società israeliana: il quotidiano israeliano Haaretz ha sottolineato che
dal primo agosto al primo settembre sono stati uccisi 49 palestinesi, di cui almeno 30 civili,
e ci sono stati almeno 180 feriti. I morti complessivi dall’inizio della seconda intifada,
secondo la stessa fonte, sarebbero 1.830 palestinesi e 610 israeliani127.
Il verificarsi di questi incidenti rischia sempre più di provocare la rottura della tregua di
fatto in corso, essenziale, peraltro, per il successo dell’accordo Gaza e Betlemme first.
Dopo l’ultimo episodio che ha portato all’uccisione di quattro palestinesi, il Ministro della
difesa ha istituito una commissione incaricata di elaborare “raccomandazioni operative al
fine di impedire il ripetersi di tali malaugurati incidenti”128.
Proprio all’indomani di questi avvenimenti (il 4 settembre 2002) per la prima volta, Sharon
ha dichiarato di intravedere la possibilità di un accordo politico con i palestinesi129.
Intanto anche l’Unione Europea ha presentato un piano di pace130.
I colloqui di pace tra le due parti sono fermi agli incontri di Taba131 (Egitto, gennaio 2002),
dal quale sarebbero emerse (non ne sono scaturiti documenti ufficiali132) le posizioni delle
125
Cremonesi, 2002. Un tribunale militare, nei primi giorni del mese di agosto, ha ordinato l’espulsione di tre familiari
di un palestinese ritenuto organizzatore di alcuni attacchi suicidi. Secondo il tribunale, i tre familiari sarebbero stati al
corrente dell’attività terroristica del congiunto e nonostante questo gli avrebbero fornito alloggio e protezione. I
familiari hanno negato ed hanno fatto ricorso alla Corte suprema, che ha sospeso per 15 giorni il provvedimento perché
le espulsioni non sarebbero suffragate da prove certe e da un dibattito approfondito (Repubblica, 14/8/2002 L. C.). il 3
settembre 2002, l’Alta Corte israeliana ha deliberato che due dei tre familiari verranno deportati dalla Cisgiordania a
Gaza. Secondo i giudici le responsabilità dei due palestinesi sarebbero state provate “senza ombra di dubbio” e anche in
futuro le autorità militari dovranno fornire prove sicure per le eventuali proposte di nuove espulsioni. A fronte delle
accuse di violazione della Convenzione di Ginevra, la sentenza sottolinea che quest’ultima vieta ad un potere occupante
di espellere all’estero esponenti della popolazione locale, ma Cisgiordania e Gaza devono essere considerate un’unica
entità territoriale. I provvedimenti dovrebbero essere letti, quindi, in termini residenza coatta o internamento all’interno
del territorio, figure previste dalla Convenzione di Ginevra (Cremonesi, 2002).
126
Cremonesi, 2002.
127
Cremonesi, 2002.
128
Cremonesi, 2002.
129
Corriere della sera, 5/9/2002.
130
Senza voler entrare nel dettaglio, il piano di pace prevederebbe la creazione di uno Stato palestinese provvisorio
entro il 2003 e la conclusione di un accordo di pace permanente entro il 2005 (Franceschini, 2002).
131
Tenutisi senza l’usuale partecipazione americana, ma sulla base, comunque, di una proposta di soluzione avanzata
dal Presidente Clinton nel dicembre 2000 (essenzialmente, la nascita dello Stato palestinese sul 94-96% della
Cisgiordania, con scambi di territori per compensare le annessioni di Israele; la divisione di Gerusalemme est, con i
distretti ebrei sotto Israele ed i distretti arabi sotto la Palestina). Vanno anche citati il rapporto Mitchell (che esamina le
cause di fondo dell’intifada ed avanza proposte per ridurre le tensioni e ricostruire la fiducia tra palestinesi ed israeliani.
Sostanzialmente, all’Anp viene chiesto di impedire le azioni terroristiche ed al governo israeliano di interrompere la
colonizzazione e togliere il blocco dei territori, che impedisce ai palestinesi di lavorare in Israele) ed il Rapporto Tenet
(giugno 2001, per giungere ad un cessate-il-fuoco).
Nel luglio 2002, l’international crisis group ha suggerito che Stati Uniti, Russia, EU e UN, Egitto, Giordania ed Arabia
Saudita, si impegnino comunemente per la definizione di un piano di pace che ponga fine al conflitto. A tal proposito,
32
due controparti circa i confini del nuovo Stato palestinese133, circa Gerusalemme134 e la
questione dei profughi palestinesi135 e dei coloni ebrei136[2].
Secondo la posizione israeliana, l’inizio del processo politico verso la pace non può
avvenire prima della riforma dell’ANP né prima che il terrorismo sia sotto controllo[2].
Una delle riforme dovrebbe, inoltre, riguardare l’unificazione delle forze di sicurezza
palestinesi, attualmente suddivise in ben dodici entità137[2].
Le complessive proposte di riforma sinora avanzate da Arafat, però, non sembrano
soddisfare né Israele né i mediatori statunitensi[2].
Per quanto attiene all’atteggiamento del mondo arabo/islamico, in relazione al procedere
della seconda intifada, può essere utile qualche osservazione, così come emerge dall’esame
di fonti aperte[2].
Il perdurare e la violenza degli scontri potrebbero portare a notevoli difficoltà in
Giordania140 ed in Egitto, Paesi che hanno, come evidenziato, firmato la pace con Israele.
Come riportato dalla stampa specie nel mese di aprile 2002, dimostrazioni sempre più
preoccupanti sono state all’ordine del giorno[2].
Ricorrenti manifestazioni popolari, specie nei momenti più accesi del conflitto, sono state
diffuse nel mondo arabo (Marocco, Tunisia, Sudan, Bahrein, Yemen, ….)142[2].
l’ICG ritiene che l’esercizio di una crescente pressione internazionale, associata alla promessa di risorse finanziarie,
osservatori e forze di sicurezza, possa generare una spinta popolare nella giusta direzione. In sostanza lo schema
suggerito per i termini dell’accordo, ricalca quello già emerso in passato (scambi territoriali per compensare
l’annessione israelina del 4% della Cisgiordania, divisione di Gerusalemme, capitale di due Stati separati,
compensazione per i rifugiati palestinesi) (fonte: The Economist).
132
Ciò che è noto circa l’esito dei colloqui di Taba è quanto riportato da Miguel Moratinos, che vi ha assistito quale
inviato dell’Unione Europea nel Medio oriente.
133
A Taba, gli israeliani hanno presentato una mappa della Cisgiordania che prevedeva l’annessione del 6% di quella
terra, mentre i palestinesi hanno offerto il 3,1%, compensato da un’adeguata cessione di altro territorio in contropartita.
134
Gerusalemme est, come già evidenziato, è stata annessa da Israele in esito al conflitto del 1967.
Nell’ambito dei colloqui di Taba sembrava ormai maturato l’accordo circa la divisione di Gerusalemme, capitale di
entrambi gli Stati: Gerusalemme ovest, Yerushalaim, capitale di Israele, Gerusalemme est, al-Quds, capitale della
Palestina. Per quanto attiene Gerusalemme est, poi, da Taba sarebbe emersa concordia circa il principio generale che la
sovranità palestinese dovrebbe coprire i quartieri arabi, mentre la sovranità israeliana i quartieri ebrei e parte del
quartiere armeno nella città vecchia. Per quanto attiene ai luoghi santi, il controllo dovrebbe essere attribuito a chi li
considera sacri. Ne deriva, ad esempio, che Israele avrebbe la sovranità sul Muro occidentale (o Muro del pianto). Il
problema si porrebbe per quei luoghi santi per entrambi le religioni, come il monte del Tempio e Haram al-Sharif (la
spianata delle moschee).
135
Stime recenti parlano di circa 5 milioni di palestinesi in esilio, di cui circa la metà sistemati nei 32 campi profughi in
Siria, Libano, Giordania. Sembrerebbe che i palestinesi cerchino il riconoscimento del diritto dei profughi di ritornare
nelle loro terre, pur non pretendendo di fatto l’assoluta applicazione di questo principio, che ormai lo scorrere degli
eventi ha reso irrealizzabile. Molti palestinesi potrebbero trovare soddisfazione tramite meccanismi di compensazione,
a valere su un fondo internazionale alimentato anche da Israele. Gli israeliani, da parte loro, sembrerebbero disposti ad
accettare il ritorno di circa 25.000 rifugiati, sulla base di uno schema di ricongiungimenti familiari.
136
La proposta annessione ad Israele del 6% della Cisgiordania, risolverebbe il problema per circa l’80% dei coloni.
L’idea era quella di mantenere due o tre blocchi di colonie sotto la sovranità di Israele: Gush Etzion, Ariel, Maale
Adumim.I palestinesi, a Taba, sembravano disposti ad accettare almeno i primi due insediamenti.
137
Arafat nel giugno 2002, avrebbe accettato tale riforma, proponendo a Tenet (Direttore della CIA) la diminuzione a
sei delle forze di sicurezza. Lo stesso Arafat avrebbe anche proposto la riduzione dei ministeri e nuove elezioni nel
2003[2].
140
Non bisogna dimenticare che circa i due terzi dei giordani hanno origini palestinesi. In Egitto, invece, la situazione
sarebbe aggravata dalla crisi economica in atto.
33
L’Arabia Saudita, in rappresentanza dei Paesi arabi, chiede agli Stati Uniti un maggior
impegno nella crisi medio orientale, per spingere gli israeliani al tavolo delle trattative ed
ha proposto un piano di pace143[2].
L’ostilità verso Israele, peraltro, influenza anche l’atteggiamento verso gli Stati Uniti del
mondo arabo e musulmano. Anche per questo, gli USA si sono impegnati in una serie di
colloqui separati con rappresentanti del mondo arabo (in particolare, Arabia Saudita,
Egitto e Giordania), con Arafat e con Sharon, per cercare una via per la soluzione del
conflitto. [2]
Prima di procedere oltre, occorre fare un cenno, che risulterà utile nel corso dell’analisi, ad
un protagonista, già citato, della vicenda palestinese: l’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina (OLP)[3].
L’OLP nasce nel 1964 come una struttura democratica nella quale confluiscono più
orientamenti144, tra cui i principali, nel tempo, sono quelli riconducibili a: Fronte popolare
per la liberazione della Palestina (FPLP)145, Fronte popolare per la liberazione della
Palestina – Comando unificato146, Fronte popolare democratico per la liberazione della
Palestina (FPDLP)147, Sa’iqa148 [3].
L’egemonia in tale ambito è di Al-Fath, movimento nato in Egitto nel 1956, all’interno del
quale emerge Arafat[3].
Prima la Giordania e poi il Libano, devono però essere abbandonate e, nel 1982, la
dirigenza OLP è costretta a trasferirsi a Tunisi ed i combattenti si disperdono[3].
142
Può essere, altresì, interessante notare che in Turchia (il più “secolarizzato” dei Paesi a religione islamica e
tradizionale alleato occidentale) secondo recenti sondaggi di opinione, se dovessero essere indette le elezioni generali,
vincerebbe agevolmente un islamista, a capo del partito Ak (partito bianco; A e K sono le iniziali delle parole giustizia e
sviluppo, in turco). Non sembra però che il partito abbia orientamenti estremisti o fondamentalisti, quindi una sua
eventuale presa del potere potrebbe non essere tale da sconvolgere la politica interna ed estera della Turchia (Fonte: The
Economist).
Le prossime elezioni erano previste per l’aprile 2004, ma sono state anticipate a novembre 2002, a causa dell’attuale
instabilità di governo (Ferrari, 2002). E’ significativo notare che nello stesso mese (agosto 2002) in cui sono state decise
le elezioni anticipate, sono state approvate importanti riforme (tra cui l’abolizione della pena di morte, misure di
apertura verso la minoranza curda, allargamento della libertà d’espressione), che rappresentano il sostanziale
soddisfacimento delle condizioni per un ingresso nell’Unione Europea. Tali riforme sono state votate anche dai
parlamentari dell’AK. I colloqui per l’ingresso della Turchia nell’UE potrebbero già iniziare il prossimo dicembre, in
occasione del summit di Copenhagen (The Economist)
In vista della scadenza elettorale, il panorama politico è in fermento; sul fronte “secolare” sta emergendo sempre più la
figura di Kemal Dervis, ex vicepresidente della Banca Mondiale ed ex Ministro del governo Ecevit (Ansaldo, 2002).
Appare evidente che la Turchia, da sempre a cavallo tra Europa e Medio Oriente, vivrà un periodo di scelte
fondamentali per il suo futuro ed il futuro degli equilibri mondiali.
143
Questo, peraltro, confermerebbe il ruolo guida assunto in questo momento dall’Arabia Saudita nel mondo arabo. Gli
stessi sauditi hanno presentato un piano di pace per uscire dalla crisi, basato sul concetto della pace in cambio dei
territori. In sostanza, quindi, il ritiro di Israele nei confini precedenti al 1967, in cambio del riconoscimento da parte
dell’Arabia Saudita e di tutto il mondo arabo.
144
Spesso riconducibili al “Movimento dei nazionalisti arabi” che, diffuso in molti paesi arabi, scompare dopo la guerra
dei sei giorni generando diversi movimenti.
145
Di matrice marxista-leninista, emerso nel 1967, a seguito di un conflitto interno al “Movimento dei nazionalisti
arabi”. Il leader più noto è stato George Habbash (veggasi scheda dedicata, nel capitolo sui gruppi terroristici).
146
Nato da una frattura realizzatasi in seno al FPLP. Guidato da Ahmad Jibril, si stacca dall’OLP e continua la sua
attività dalla Siria (veggasi scheda dedicata, nel capitolo sui gruppi terroristici).
147
Filiazione di matrice marxista-leninista del FPLP, del 1969.
148
Fondata a Damasco dopo la guerra dei sei giorni, di osservanza ba’thista (partito fautore del socialismo arabo).
34
Nel 1987, come già accennato, inizia la sollevazione popolare che va sotto il nome di prima
intifada[3].
I negoziati tra Arafat e gli israeliani conducono alla ratifica, nel 1994, del predetto accordo
Oslo I [3].
Il conflitto, però, come confermato dagli avvenimenti più recenti, è quanto mai aperto.
Dopo questa breve illustrazione dei principali avvenimenti bellici che hanno scosso la
regione medio orientale nella seconda metà del XX secolo, si può passare all’esame degli
avvenimenti storici e delle caratteristiche essenziali proprie dei singoli Paesi arabi e
musulmani, dall’ottenimento dell’indipendenza ad oggi.
35
3.2.2 LIBANO149
Il Paese – che, come sottolineato, ha subito la colonizzazione francese - è una repubblica di
tipo presidenziale, membro della “Lega araba”, suddivisa in cinque province: Nord
Libano, Beqa’, Libano montano, Beirut, Sud Libano. [1]
La popolazione si divide tra sunniti (nell’area più
settentrionale),
sciiti
(soprattutto,
nella
regione
150
meridionale ) [1] e cristiani maroniti (61%).[2]
L’indipendenza del Libano risale al 1943. Nell’occasione
venne sancita la natura multiconfessionale del Paese, in
base alla quale, in particolare, le massime cariche dello
Stato furono suddivise in relazione alla consistenza
numerica dei vari gruppi151.
L’evoluzione demografica e sociale, con il tempo, ha
determinato uno scollamento tra assetto istituzionale e
rapporto numerico tra le varie confessioni; in particolare, è aumentato sensibilmente il
numero degli sciiti. Le tensioni esplodono nelle guerre civili del 1975-76 e 1982-83 (che
portano ad una rilevante intrusione militare siriana ed israeliana) [1].
Alle suddette tensioni si aggiunge, fin dal 1948, l’esodo dei palestinesi determinato dalla
proclamazione dello Stato di Israele152, che porta alla costituzione di numerosi campi
profughi (che raccoglievano ancora al gennaio 2000, circa 400.000 individui). [1]
Ai fattori interni di instabilità, quindi, si aggiungono le ripercussioni della questione
palestinese che, come detto, a seguito dello scoppio della guerra civile, ha determinato
l’occupazione di varie parti del territorio libanese: la valle della Beqa’ e la stessa Beirut, da
parte dei siriani, il sud del Libano, da parte degli israeliani, in risposta ai movimenti di
guerriglia ivi stanziati. [1]
Nel 1990, gli eserciti stranieri lasciano il suolo libanese, ad eccezione della cosiddetta fascia
di sicurezza mantenuta da Israele nel Sud del Paese. [2]
Nel 1991, un trattato con la Siria determina una sorta di protettorato siriano sul Libano (la
cosiddetta pax siriana) [1], confermato anche dalla vittoria elettorale dei movimenti filo
siriani153.[2]
149
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Dagradi Farinelli (1993) [1] e dal
Calendario atlante De Agostini (2001) [2].
150
Nella quale, come già detto, operano gli Hizbullah.
151
Si fa riferimento al censimento del 1938. I maroniti ottengono la Presidenza della Repubblica, i sunniti la Presidenza
del Consiglio e gli sciiti la vice presidenza della Repubblica e la Presidenza dell’assemblea nazionale (potere
legislativo). (Scarcia Amoretti, 1998)
152
La presenza palestinese in Libano aumenta nel 1967, a causa dell’occupazione della Cisgiordania da parte dei
Israele, nonché, nel 1970, a causa dell’allontanamento dalla Giordania (vgs. in seguito il riferimento al settembre nero
del 1970).
153
Usciti vittoriosi anche dalle elezioni del 2000, che hanno fatto seguito al ritiro israeliano.
36
Nel maggio 2000, gli israeliani si ritirano definitivamente dalla fascia di sicurezza del
Libano meridionale, ma non per questo termina l’attività degli Hizbullah.
Il gruppo etnico largamente dominante (93%) è quello degli arabi. [2]
Il Libano, oltre ad essere membro della Lega araba, partecipa anche all’Organizzazione per
la Conferenza Islamica (OCI). [2]
L’economia del Paese è in crisi, caratterizzata da un rilevante indebitamento, pochi
investimenti esteri, persistente inflazione ed elevata disoccupazione (intorno al 20%).
Il Libano non possiede risorse petrolifere proprie; le raffinerie sono alimentate da oleodotti
provenienti dall’Iraq e dall’Arabia Saudita. [2]
I Paesi europei hanno recentemente previsto un piano di aiuti finanziari, che vede
protagonista la Francia. [2]
37
3.2.3 SIRIA154
La Siria, come già evidenziato, è
entrata a far parte fin dall’inizio del
mondo musulmano, tanto che la
dinastia omniade la erige a capitale
fino alla sua sostituzione con
Baghdad, al tempo degli Abbasidi.
Limitandosi alla storia recente, dopo
la caduta dell’impero ottomano, con
la conferenza di San Remo del 1920,
viene stabilito il mandato francese
sulla Siria (oltre che sul Libano).
Le truppe francesi lasciano il suolo
siriano solo nel 1946.
Su uno sfondo caratterizzato da
un’elevata instabilità politica155, nel
1950, inizia l’ascesa del partito Baath
(socialismo panarabo) che conduce al
colpo di Stato nel 1963, da parte dei
militari che portano al potere il Baath
stesso156.[1]
La stabilità arriva, nel 1970, con la presa del potere da parte del Generale Hazef al-Assad,
dopo la sconfitta nella guerra dei sei giorni e l’occupazione delle alture del Golan da parte
degli Israeliani. [1]
Oggi la Siria è una Repubblica, membro della “Lega araba” e dell’OCI, presieduta dal
giovane Bashar al-Assad (succeduto ad Hazef), del partito Baath, che esprime anche il Primo
Ministro e la maggioranza dell’Assemblea popolare tramite il Fronte nazionale
progressista. [2]
Come visto, la Siria, dopo l’intervento militare del 1976 nell’ambito della locale guerra
civile, mantiene ancora una rilevante influenza sul Libano.
Il gruppo etnico largamente dominante (90%) è quello arabo. Nel Paese trovano asilo
anche circa 400.000 rifugiati palestinesi (dato aggiornato al gennaio 2000). Dal punto di
vista religioso, è presente una minoranza drusa (sciiti). [2]
Il sistema giudiziario è basato sul diritto francese e sulla Shari’a. [2]
Le risorse petrolifere del Paese alimentano essenzialmente il consumo interno. Nella parte
meridionale del Paese passa l’oleodotto saudita Al Qatif-Saida. [2]
154
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Dagradi Farinelli (1993) [1] e dal
Calendario atlante De Agostini (2001[2]).
155
Da non dimenticare che la Siria, dal 1958 al 1961, è stata unita all’Egitto, formando la Repubblica Araba Unita.
156
Dagli anni sessanta, al potere anche in Iraq.
38
3.2.4 GIORDANIA157
Come già evidenziato, l’area compresa nell’attuale Giordania ha visto, dagli anni venti, il
controllo inglese, finché, nel 1946, nasce il Regno hashemita158 di Transgiordania, che nel
1950 si allarga sulla Cisgiordania159, con la formale annessione della medesima. [1]
Il regno, comunque, rimane allora sotto influenza della Gran Bretagna, da cui arrivavano
aiuti finanziari. [1]
Nel 1957, viene sventato un tentativo di
colpo di Stato dei progressisti e viene
scongiurato l’intervento militare di Siria
ed Egitto. [1]
La guerra dei sei giorni porta
l’occupazione militare israeliana della
Cirgiordania e, nel 1968-69, la Giordania
diviene
sempre
più
terra
di
insediamento dei campi profughi
palestinesi. [1]
La crescente influenza dell’OLP induce il
monarca
Hussein
ad
intervenire
militarmente, nel settembre 1970160
contro i palestinesi161.[1]
Nel 1980, Hussein, nel conflitto Iran-Iraq,
si schiera a favore di quest’ultimo,
creando tensioni con la Siria, favorevole,
invece, all’Iran. [1]
Nel 1986, viene iniziata una politica di appoggio della rappresentanza palestinese, che
viene abbandonata a causa dell’avvio della prima intifada. In ogni caso, nel 1988, la
Giordania rinuncia a qualsiasi diritto sulla Cirgiordania, in modo da agevolare la
costituzione di uno Stato indipendente della Palestina. [1]
La Giordania è una monarchia costituzionale, membro della “Lega araba” e dell’OCI. Le
prime elezioni multipartitiche si sono svolte nel 1993. [2]
Il sistema giudiziario si basa sulla legge coranica. [2]
157
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Dagradi Farinelli (1993) [1] e dal
Calendario atlante De Agostini (2001) [2].
158
I motivi della definizione di hashemita sono stati già chiariti.
159
E diviene, così, Regno di Giordania.
160
E’ il cosiddetto Settembre nero, di cui si tratta anche più avanti.
161
Sulla base di dati aggiornati al gennaio 2000, trovano ancora asilo in Giordania più di un milione e mezzo di rifugiati
palestinesi. Un nuovo flusso è stato generato dalla secondo intifanda tuttora in corso; la stampa locale avrebbe parlato di
70.000 palestinesi illegalemente installatisi in Giordania dal settembre 2000. Nel mese di luglio 2002, sarebbero state
annunciate nuove regole per l’accoglienza dei palestinesi: a parte casi umanitari, i palestinesi dovrebbero mostrare un
invito approvato dal Ministero dell’Interno e provare depositi bancari di almeno 2.800$. Nel frattempo, la Giordania
avrebbe anche consistentemente ridotto il numero di palestinesi ammessi ad attraversare un ponte che costituisce punto
di entrata nel Regno (fonte: The Economist)
39
Attualmente (luglio 2002) il parlamento è sciolto, a seguito di un provvedimento del Re
Abdullah, e le elezioni non sono ancora state fissate. In questo momento, in cui la stabilità
della Giordania è minacciata dalla questione Palestinese162, non si registrano particolari
pressioni internazionali. Funzionari giordani affermano che le nuove misure di sicurezza
adottate sono il prezzo della stabilità, in un momento così difficile. D’altra parte, sembra
che estremisti islamici giordani siano ritornati dall’Afghanistan per pianificare attacchi
contro obiettivi occidentali163.
Gli abitanti della Giordania sono prevalentemente arabi (98%) e sunniti (92%)164.[2]
I giacimenti petroliferi sono insufficienti anche per il fabbisogno nazionale. [2]
Gli Stati Uniti stanno fornendo aiuti alla Giordania, che ha, peraltro, beneficiato di prestiti
preferenziali dalla World bank e dal Fondo Monetario Internazionale165.
162
Gran parte dei giordani hanno radici nella Palestina.
Fonte: The Economist
164
Il resto cristiani.
165
Fonte: The Economist.
163
40
3.2.5 IRAN166
In questo paragrafo, è interessante
riprendere la storia recente
dell’Iran
dalla
significativa
rivoluzione cui si è già fatto cenno
(cfr. cap. 2).
Nel 1978, si assiste ad una
protesta popolare nei confronti
del regime dello scià, vicino agli
Stati Uniti, che si trasforma in
rivolta tesa a sovvertire l’ordine
costituito.
E’ rilevante ricordare il ruolo
svolto dalle donne in tale
occasione: sembra siano state
anche loro ad esprimere una
rivendicazione di appartenenza
all’Islam, che si sostanziava anche
nella resistenza ai tentativi di
occidentalizzazione praticati dalla
dinastia Pahlavi167.
Lo scià reagisce militarmente ed il
processo si conclude, nel 1979, con la sua uscita dall’Iran e l’avvento dell’ayatullah
Khomeini168, cui viene conferito il titolo di Imam, non inteso come “Messia”, ma come colui
che guida169.[1]
Lo sciismo, come in epoca safavide, si propone come istanza unificatrice di un territorio e
di una popolazione altrimenti fortemente diversificati.
A seguito di un referendum, nasce la Repubblica islamica di Iran e viene approvata la
Costituzione. [1]
Nel 1980, l’Iraq provoca la nota decennale guerra che finisce nel 1988.
L’Iraq, comunque, nell’agosto del 1990 (periodo della crisi del Golfo), accetta tutte le
condizioni dell’Iran.
166
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Dagradi Farinelli (1993) [1], dal
Calendario atlante De Agostini (2001) [2], da The Economist [3].
167
Scarcia Amoretti (1998)
168
Khomeini, uomo di religione sciita, già negli anni sessanta, si pone in contrapposizione con il regime Pahlavi, in
nome della difesa dei principi dell’islam. Per questo viene incarcerato e deve, poi, lasciare il Paese.
169
Nessuno è autorizzato a sostituirsi all’Imam, inteso in senso proprio, che farà ritorno alla fine dei tempi.
41
Nel 1989, con la morte di Khomeini, sostituito dall’ayatollah Alì Khamenei, e la Presidenza di
‘Ali Akbar Rafsanjani, inizia il riavvicinamento all’occidente. Per la prima volta dall’inizio
della rivoluzione, l’autorità religiosa viene divisa dal vertice politico.[1]
Oggi il nuovo governo di Khatami cerca di portare avanti un programma di riforme[3],
osteggiato dalle autorità religiose, che controllano gran parte di magistratura e stampa.
La costituzione, d’altra parte, pone al vertice dello Stato una guida religiosa (nominata da
un Consiglio di 84 teologi), che ha il controllo sulle leggi e sugli organi dello Stato,
compreso il Presidente della Repubblica. [2]
Non è da trascurare neppure il fatto che per essere eletti al Parlamento bisogna essere
inclusi in liste dette dei “buoni musulmani”. [2]
Khatami è alla ricerca di una formula istituzionale che si presenti al mondo come esempio
della coesistenza di un modello sociale pluralista e democratico e dell’osservanza della
religione islamica170.
Le forze che spingono per le riforme possono essere individuate nel popolo171, nel
parlamento172, nella stampa173, in parte degli studenti174.
Nel mese di luglio 2002, al coro dei riformisti si è aggiunta anche la voce di un religioso,
Ayatollah Jalaluddin Taheri, il quale, tra l’altro, ha attaccato il potere di veto esercitato dai
conservatori, che blocca le riforme politiche volute dalla maggioranza della popolazione.
In segno di protesta, Taheri ha rinunciato al suo ruolo di leader della preghiera del venerdì
di Isfahan.[3]
Per comprendere gli attuali equilibri nel Paese, con particolare attenzione devono essere
osservate anche le recenti esternazioni dei militari175, che potrebbero essere il segnale della
volontà delle forze armate di porsi come soggetto politico176.
I rapporti diplomatici con la sunnita Arabia Saudita sono normalizzati [2].
Di recente, è stato firmato un importante accordo di difesa e sicurezza con i sauditi.
Nell’agosto 2002, il Presidente Khatami ha fatto visita al leader afghano Karzay, lanciando
così il messaggio che l’Iran non può essere considerato estraneo agli equilibri che si
verranno a determinare nel confinante Afghanistan177.
170
Nell’estate 2002, l’amministrazione statunitense ha criticato l’inefficacia dell’opera riformatrice del Presidente
Khatami (The Economist).
171
Le ultime due elezioni hanno portato al potere Khatami, considerato un riformista. Bisogna però notare che la
mobilitazione popolare sta conoscendo un periodo di relativa “apatia” (The Economist). A tal proposito, si apprende
dalla stampa (The Economist) che sembra registrarsi una diminuita partecipazione alle recenti dimostrazioni tenute per
la commemorazione annuale della grande protesta studentesca che ebbe luogo tre anni or sono.
172
Dominato dai riformisti, che però temono il Consiglio dei Guardiani, che può determinare la loro mancata rielezione
nel 2004 e quindi la perdita dell’immunità parlamentare. (The Economist)
173
Negli ultimi tre anni sarebbero stati chiusi settanta giornali. Sembra che ormai la stampa riformista sia stata
completamente eliminata (The Economist).
174
Il movimento studentesco sarebbe stato, di recente, colpito duramente. (The Economist)
175
Nel mese di luglio 1999, alcuni ufficiali del corpo dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, hanno chiesto
pubblicamente a Khatami di reprimere la rivolta degli studenti nelle università iraniane. Da allora, è divenuta usuale la
diffusione delle valutazioni di rappresentanti delle forze armate. In tale ambito, sono ricompresi anche i basigi, l’altro
corpo armato di volontari.
176
Fonte: The Economist
177
Chiesa, 2002
42
Il Paese non è membro della “Lega araba”, ma partecipa all’OCI. D’altra parte, il gruppo
etnico prevalente è quello persiano, seguito da quello degli Azerbaigiani178. Gli arabi
rappresentano solo una piccola minoranza.
Dal punto di vista religioso, i musulmani sciiti sono la grande maggioranza (93,4%). Il
sistema giudiziario si basa sulla Shari’a[2].
Lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iraniani inizia, nel 1909, con la Anglo-Persian Oil
Company, rinominata Anglo-Iranian Oil Company, nel 1933. Questa compagnia, di proprietà
maggioritaria dell’ammiragliato britannico, influenzava pesantemente la vita politica del
Paese[1].
Nel 1951, si assiste alla nazionalizzazione della preziosa risorsa. Da quel momento, la
proprietà delle istallazioni è iraniana e vengono solo distribuite concessioni[1].
Nonostante i gravi danni conseguenti alla guerra con l’Iraq, l’Iran è oggi uno dei maggiori
produttori mondiali di petrolio (membro dell’OPEC), prevalentemente destinato alle
raffinerie del Paese[1].
All’orizzonte, nell’ottica di incrementare la produzione, potrebbe profilarsi il superamento
della ritrosia rispetto all’ingerenza straniera nello sfruttamento della propria risorsa
petrolifera: in tal senso, è anche stato recentemente firmato un accordo con l’italiana Eni,
per lo sviluppo di un campo petrolifero.[3]
Di centrale importanza per l’Iran è l’assetto che assumerà lo sfruttamento delle risorse del
Mar Caspio [3]. Su quest’ultimo si affacciano sei Paesi: Iran, Azerbaijan, Russia,
Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan. [3]
Recentemente, la Russia si è unita ad Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakhstan nel
richiedere una riduzione della “fetta” che sarebbe spettata all’Iran. [3]
La Russia avrebbe già firmato un accordo bilaterale con il Kazakhstan, riguardante il Mar
Caspio settentrionale e ne avrebbe un altro all’orizzonte con l’Azerbijan. [3]
Questo nuovo atteggiamento della Russia, sembra incrementare l’isolamento dell’Iran179, al
di là degli effetti negativi sulla suddivisione delle risorse caspiche.[3]
Le pressioni statunitensi probabilmente porteranno inoltre alla costruzione del costoso
oleodotto attraverso Georgia e Turchia verso il mar Mediterraneo180, che evita
l’attraversamento dell’Iran. Anche su tale punto, l’opposizione della Russia non sembra
essere più dura come in precedenza[3]. Il progetto sembra, comunque, rallentato
dall’instabilità geopolitica delle zone da attraversare, dalla sismicità e dalla crisi
finanziaria turca.
Come riportato dal Patterns of global terrorism 2001 (PGT2001), l’Iran è ritenuto, dagli Stati
Uniti, Paese attivo nella sponsorizzazione del terrorismo internazionale.
178
Veggasi il paragrafo dedicato all’Asia centrale, circa le aspirazioni alla formazione del Grande Azerbaijan.
Non bisogna dimenticare, da punto di vista geografico, che in Afghanistan potrebbe instaurarsi un governo alleato
degli Stati Uniti e che tale scenario potrebbe aprirsi anche in Iraq, se e quando dovesse cadere il regime di Saddam
Hussein. [3]
L’Unione Europea ha inoltre differito un accordo di commercio e cooperazione con l’Iran. [3]
180
L’oleodotto BTC (Baku-Tiblisi-Cehyan), di cui si parlerà anche nel paragrafo dedicato all’Asia centrale.
179
43
A proposito della sponsorizzazione dei gruppi terroristici anti-israeliani, il PGT2001
evidenzia anche la fornitura di fondi, addestramento, armi e rifugio all’Hizbullah, ad
Hamas, alla Jihad islamica palestinese, al PFLP-GC181.
Nel mese di agosto 2002, il Presidente Khatami ha dichiarato che il governo dell’Iran è
impegnato affinché nel Paese non possano trovare rifugio Talibani o membri di Al-Qaida182.
Oltre che sponsor del terrorismo internazionale, il Presidente Bush, con il discorso sullo
stato dell’Unione del gennaio 2002, ha dichiarato di considerare l’Iran uno dei tre
componenti dell’ “asse del male”, insieme a Iraq e Corea del Nord. Tale scelta ha avuto
ovviamente pesanti conseguenze sul processo di riavvicinamento tra Stati Uniti ed Iran e
sugli equilibri interni tra riformisti e conservatori in quest’ultimo Paese.
181
182
Veggasi relative schede nel capitolo a ciò dedicato.
Repubblica, 14/8/2002.
44
3.2.6 IRAQ183
Come già accennato nel capitolo sulla storia dell’islam, la conferenza di San Remo del
1920, conseguente alla prima guerra mondiale, assegna il mandato sull’Iraq alla Gran
Bretagna.
Il
Paese
diviene
indipendente nel 1930.
Dopo la seconda guerra mondiale,
l’Iraq attua una politica estera
antisovietica (patto di Baghdad, 1955).
[1]
Nel 1958, è significativo l’accordo
stretto con la Giordania, in chiave
conservatrice, in contrapposizione ad
Egitto e Siria184.[1]
Questi legami (patto di Baghdad e
federazione con la Giordania) vengono
recisi dal colpo di stato militare del
1958, che conduce alla Repubblica e,
nella sostanza, ad una dittatura
personale del Generale Karim Kassem.
[1]
L’opposizione al regime realizza un
altro colpo di stato nel 1963, che porta
al potere il partito Baath (socialismo
185
arabo) . Un altro intervento militare, nel 1968, sancisce la vittoria dell’ala estremista del
Baath, appoggiata dai sunniti. [1]
Questo conduce al patto di cooperazione e di amicizia con l’Unione Sovietica, del 1972, che
apre all’entrata al governo anche dei comunisti. [1]
Dal 1979, Saddam Hussein è sia Presidente della Repubblica che Capo del governo[1].
Si è già detto della guerra con l’Iran, scoppiata, nel 1980, per la sovranità sullo Shatt al
Arab.[1]
Nell’agosto del 1990, l’Iraq invade il Kuwait186 (nel cui territorio si trova il ricco campo
petrolifero di Rumailah), rivendicando la sua appartenenza alla provincia di Bassora sotto
l’impero ottomano. L’invasione è condannata sia dall’ONU che dalla stessa “Lega araba”,
di cui l’Iraq fa parte. [1]
Nel gennaio 1991, una coalizione multinazionale bombarda e poi invade
temporaneamente il Paese, liberando il Kuwait. [1]
183
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2]. Le informazioni circa gli avvenimenti più recenti sono tratte da The
Economist [3] o da altre fonti di stampa indicate in bibliografia.
184
Che dal 1958 al 1961, costituiscono la Repubblica Araba Unita.
185
Al potere anche in Siria dal 1963.
186
Con l’intenzione di farne la diciannovesima provincia dell’Iraq.
45
Dopo la “guerra del Golfo” (battezzata Desert storm dagli americani), in un Iraq sottoposto
a sanzioni delle Nazioni Unite187, gli sciiti della regione di Bassora approfittano della
situazione per insorgere, ma la rivolta è repressa nel sangue [1]. Al nord, sono i curdi a
ribellarsi, ma subiscono il medesimo destino188. Politicamente, i curdi iracheni sono
concentrati in due partiti, tra loro contrapposti, ma che attualmente stanno sempre più
cooperando189: il Partito democratico curdo (concentrato nella parte centro occidentale del
Kurdistan iracheno, guidato da Masud Barzani190) ed il Partito dell’Unione Patriottica curda
(nella parte nord orientale, guidato da Jalal Talabani191).
I curdi irakeni possono contare su circa 50.000 uomini in armi, che controllano una vasta
area nel nord del Paese. Essi devono fronteggiare la minaccia rappresentata dall’esercito
irakeno dal sud, anche se il loro spazio aereo è protetto da statunitensi e britannici.
Bisogna considerare, inoltre, che la Turchia192 e l’Iran hanno, al loro interno, significative
minoranze curde e, quindi, seguono con attenzione l’evoluzione delle rivendicazioni di
questa etnia in Iraq.
Dal canto loro, non sembra che l’obiettivo finale dei curdi irakeni sia l’indipendenza, ma
un assetto federale dell’Iraq, nell’ambito del quale godere di sufficiente autonomia193. Per
quanto attiene alla disponibilità dei medesimi ad impegnarsi in un’offensiva sul modello
afghano, questa non sembra possa essere data per scontata, in quanto pare che Saddam
Hussein stia già concedendo una certa autonomia in cambio della promessa di non
belligeranza194. Dall’incontro dell’agosto 2002 tra opposizione irachena e Stati Uniti (su cui
si tornerà più avanti) sarebbe, comunque, emersa anche “l’opzione curda” consistente
nella concessione, da parte dei curdi, dell’uso del loro territorio come testa di ponte per
l’eventuale offensiva contro l’Iraq195.
187
La risoluzione 661 del 1990 ha imposto l’embargo alle esportazioni petrolifere irachene. Nel 1991, a causa delle
conseguenze sulla popolazione di tale politica, è stata approvata la risoluzione 706, che introduce l’oil for food
program, che permette vendite di petrolio per finanziare acquisti per scopi umanitari.
La risoluzione 712 dello stesso anno fissa il limite per OFFP ad 1,6 miliardi di dollari per un periodo semestrale.
Nel 1995, la risoluzione 986 autorizza il concreto avvio di OFFP. Solo nel 1996 l’Iraq firma un Memorandum d’Intesa
con cui accetta di utilizzare i ricavi della vendita del petrolio (decurtati dei fondi per la riparazione dei danni di guerra)
per i previsti scopi umanitari. Le esportazioni iniziano nel dicembre dello stesso anno.
Negli anni successivi, l’OFFP viene propogato ed adeguato con successive risoluzioni.
E’ in corso un confronto nell’ambito delle Nazioni Unite per imporre un nuovo sistema di smart sanctions – un piano
per togliere la maggior parte delle restrizioni sui beni destinati a scopi civili, rendere più stringente l’embargo sulle armi
e chiudere le lucrative rotte di contrabbando irachene. http://www.msnc.com/news/789768.asp (sito Newsweek)
188
I curdi riparano in Turchia ed Iran, dove sono allestiti campi profughi.
189
http://www.msnbc.com/news/789768.asp (Newsweek)
190
La posizione geografica impone buoni rapporti con la Turchia, che mantiene una costante presenza militare nella
“fascia di sicurezza anti-Pkk” (almeno 20 chilometri all’interno del territorio iracheno) (Trombetta, 2002).
191
La posizione di confine con l’Iran determina buone relazioni con quest’ultimo Paese (Trombetta, 2002).
192
Non bisogna dimenticare che la Turchia combatte, al proprio interno, la ribellione dei curdi turchi (basti pensare
all’attività del PKK). Inoltre, si registra la presenza in Iraq di una cifra tra gli 800.000 ed i 2 milioni di turcomanni.
193
L’ipotesi all’altro estremo sarebbe l’aspirazione alla conquista non solo dell’indipendenza dall’Iraq, ma anche la
riunificazione di tutte le terre considerate curde anche in Siria, Iran, Turchia (compreso il Kirkuq iracheno, ricco di
petrolio) (The Economist). Nel caso in cui venga privilegiata l’opzione federale, sembra che i curdi aspirino ad un
ampliamento della regione sotto il loro controllo, che arriverebbe ad estendersi su zone strategiche per la presenza di
oleodotti (quello che dall’Iraq arriva al Mediterraneo via Turchia), dighe, risorse petrolifere (Trombetta, 2002).
194
Caretto, 2002. Dal maggio 1992 la zona curda ha assunto lo statuto di “regione autonoma” all’interno dello Stato
unitario iracheno (Trombetta 2002).
195
Zampaglione, 2002.
46
Nell’Iraq, il gruppo etnico dominate è quello arabo (77%), seguito da una consistente
presenza curda (19%).[2]
Il regime al potere è sunnita, ma nella popolazione prevale la componente sciita (sciiti
62%, sunniti 34%).[2]
Il sistema giudiziario si basa sulla legge coranica. [2]
L’Iraq è membro, oltre che della Lega araba, anche dell’Organizzazione per la Conferenza
Islamica (OCI). [2]
I principali giacimenti petroliferi del Paese si trovano nella regione di Kirkuk e Mosul,
assegnati all’Iraq, nel 1926.
Lo sfruttamento della risorsa petrolifera inizia nel 1927 da parte della Iraq Petroleum
Company, multinazionale comprendente inglesi, americani, tedeschi e francesi. [1]
Tra il 1972 ed il 1975, tutto il settore viene nazionalizzato. [1]
Il potenziale estrattivo del Paese è enorme ma la capacità di produzione ha risentito delle
vicende belliche che hanno visto protagonista il Paese. L’Iraq è membro dell’OPEC, ma gli
attuali equilibri di mercato, in ragione del persistente embargo, sono tali in assenza
dell’offerta irachena, compensata, sostanzialmente, dall’Arabia Saudita; quest’ultima
anche per questo ha assunto nuove posizioni di potere sullo scacchiere medio
orientale196.[1]
Oleodotti portano il petrolio anche in Siria197 e Turchia198.[2]
Ancor oggi, le sanzioni ONU prevedono un accordo detto “oil for food”, regolato da un
apposito Comitato, detto Comitato 661, che permette la vendita di petrolio in cambio di
beni di prima necessità destinati alla popolazione199.
Per la fine delle sanzioni, con la risoluzione 1284/1999, le Nazioni Unite hanno chiesto
l’immediato, incondizionato e libero accesso degli ispettori militari ONU in Iraq. Solo una
conseguente dichiarazione della United Nations Monitoring, Verification and Inspection
Commission (UNMOVIC), che certifichi la distruzione di tutte le armi di distruzione di
massa e la realizzazione di un sistema di monitoraggio e verifica, potrebbe permettere alle
Nazioni Unite di concedere il ritorno degli investimenti delle imprese petrolifere straniere.
Dopo l’apertura in tal senso del primo agosto 2002, da parte di Saddam Hussein, il ritorno
degli ispettori ONU – senza condizioni e limitazioni di movimento – è ritornata ad essere
un’opzione in discussione, come alternativa ad un attacco militare statunitense.
Come emerge dall’esame del Patterns of global terrorism 2001200, l’Iraq è ritenuto, dagli Stati
Uniti, Paese sponsor del terrorismo internazionale. Secondo il PGT2001, l’Iraq fornisce
196
Nell’ambito del quale, peraltro, non pesa più la minaccia militare irachena.
Oleodotto chiuso in occasione della rottura delle relazioni diplomatiche, avvenuta nell’aprile del 1982, durante il
conflitto Iran-Iraq.
198
Questo oleodotto ha assunto importanza strategica durante la guerra con l’Iran e in relazione alla chiusura
dell’oleodotto “siriano”.
199
Nel 2001, si stima che le vendite di greggio siano state pari a 19 miliardi di dollari.
http://msnbc.com/news/789768.asp (Newsweek).
200
Di cui si parlerà nel capitolo dedicato ai gruppi terroristici.
197
47
basi, in particolare a gruppi terroristici come il Mujahedin-e-khalq, il PLF, l’Organizzazione
Abu Nidal201. Significativi contatti sarebbero stati presi anche con il PFLP202.
A ciò si aggiunga la creazione di una forza speciale – l’esercito di Al Quds – per la
liberazione di Gerusalemme, pronto a marciare verso la città santa, non appena gli altri
Paesi arabi consentiranno il passaggio dei loro confini [3].
Oltre ad essere considerato tra gli sponsor del terrorismo internazionale, l’Iraq è anche
annoverato, dagli Stati Uniti, tra i componenti dell’ “asse del male”, insieme ad Iran e
Corea del Nord.
Bush ha annunciato - in occasione di un discorso del primo giugno all’accademia militare
di West Point - che gli Stati Uniti adotteranno una politica difensiva, ma preventiva; in altre
parole, saranno possibili interventi americani per prevenire attacchi piuttosto che per
rispondere ad attacchi. Chiaramente, tale politica è rivolta, in primo luogo, ai Paesi che
sponsorizzano il terrorismo o che hanno programmi di armamento nucleare204.
Alla fine del mese di luglio 2002, le intenzioni statunitensi di rovesciare con la forza il
regime iracheno sono state anticipate da notizie stampa205, secondo cui sarebbe stato
prossimo un attacco militare americano. Sembra addirittura che fossero già stati consultati,
a Londra, circa settanta ex alti ufficiali delle forze armate di Saddam Hussein; a ciò si
aggiunga l’incontro, tenutosi nell’agosto 2002 a Washington, con sei leader curdi e
dell’opposizione in esilio206.
Le ipotesi formulate sulla stampa a proposito dell’azione militare contro l’Iraq sono
diverse207:
un attacco su tre fronti (nord, sud, ovest) da parte di circa 250.000 militari americani e
di truppe britanniche. Per l’attuazione di questa opzione ci sarebbe bisogno di basi in
Kuwait, Arabia Saudita, Giordania e Turchia;
impiego di poche migliaia di elementi delle truppe alleate sul terreno (in particolare
forze speciali) e di un massiccio fuoco aereo, per sostenere una guerra intrapresa dai
locali gruppi di opposizione. L’operazione si aprirebbe con una penetrazione dall’Iraq
settentrionale e, quindi, il piano necessita della Turchia come base di partenza;
attacco americano concentrato su Baghdad ed altri centri nevralgici, con l’obiettivo di
decapitare il regime impedendone un’efficace reazione, specie con armi non
convenzionali (la principale preoccupazione per questa campagna militare, vista la
situazione senza vie d’uscita nella quale potrebbe trovarsi Saddam Hussein). In questo
caso, potrebbero essere impiegati fino ad 8.000 militari.
201
Si ricordi la recente morte a Bagdhad di Abu Nidal, capo storico di ANO. Nel capitolo sui gruppi terroristici, una
scheda è stata dedicata anche all’organizzazione Abu Nidal.
202
Veggasi le schede sui singoli gruppi terroristici, nel capitolo a ciò dedicato.
204
Tale nuovo orientamento sarà ratificato con la prossima presentazione al Congresso della “strategia per la sicurezza
nazionale” del Presidente.
205
Caretto, 2002
206
Veggasi anche più avanti circa l’opposizione interna al regime iracheno.
207
The Economist e Corriere della Sera.
48
Alla notizia dell’intenzione statunitense di intervenire unilateralmente, sono emerse
opposizioni e perplessità tra gli alleati208, la Russia209, la Cina, l’India, la Turchia 210 e tra i
Paesi arabi e perfino nell’ambito degli Stati Uniti.
Lo stesso Brent Scowcroft (ex Consigliere della sicurezza di Bush senior ed attuale
Presidente del Consiglio dei 40, autorevole organo consultivo della Casa Bianca) ritiene
che debba prima essere affrontata la questione palestinese (la più importante per l’islam) e
solo successivamente la minaccia Saddam Hussein. Un’inversione delle priorità farebbe
saltare gli equilibri nella regione e comprometterebbe anche la guerra al terrorismo e ad
Al-Qaida. Saddam Hussein cavalca proprio questo sentimento definendo il popolo
palestinese come eroica avanguardia dell’islam e mantenendo la citata armata di
Gerusalemme211.
Da ultimo, in occasione del vertice dei Ministri degli Esteri, tenutosi il 31 agosto 2002 in
Danimarca, l’Unione Europea ha definito la sua posizione nel senso di ricondurre la crisi
nell’alveo delle Nazioni Unite, puntando innanzitutto al rientro degli ispettori ONU in
Iraq; in caso di insuccesso le conseguenze saranno valutate nella sede del Consiglio di
sicurezza212.
Teoricamente, la linea di condotta degli Stati Uniti potrebbe essere anche quella di non
ritenere necessaria una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,
essendo sufficiente, secondo gli USA, la reiterata violazione delle precedenti risoluzioni. Il
Presidente Bush ha comunque più volte ribadito che prima di un eventuale attacco
consulterà gli alleati.
208
Sin da luglio la Germania insieme con la Francia aveva dichiarato che per un nuovo intervento in Iraq sarebbe
necessaria una preliminare risoluzione dell’ONU (posizione francese ribadita da Chiraq a settembre – Altichieri, 2002).
Successivamente la Germania ha irrigidito ancora la sua posizione, ribadendo la necessità di tentare la strada della
ripresa delle ispezioni ONU, per verificare i piani iracheni di fabbricazione di armi di distruzione di massa; l’attacco
all’Iraq avrebbe forti effetti destabilizzanti nella regione (in Corriere della sera, R.E. 2002).
Il giorno 20 agosto 2002, un piccolo gruppo di individui – definitosi parte della sconosciuta “opposizione democratica
irachena in Germania” – ha occupato l’Ambasciata trattenendo una decina di ostaggi. In poche ore le forze speciali
tedesche hanno risolto la situazione, anche perché gli assalitori non avevano con sé armi. Il gesto dimostrativo sarebbe
stato rivolto all’opinione pubblica tedesca dato che nel comunicato rilasciato dal gruppo si legge:”…inteso a far capire
al popolo ed al governo tedesco che il nostro popolo aspira ad essere libero e agirà per questo.” Una fonte
dell’opposizione in esilio attribuirebbe all’occupazione il significato di protesta contro il cancelliere Schroder, che
critica la prospettiva di un intervento militare americano in Iraq. (Valentino, 2002).
Anche Blair ha mostrato inizialmente cautela rispetto alla prospettiva dell’intervento militare (in Corriere della sera,
R.E. 2002). Da ultimo, all’inizio di settembre, Blair ha promesso la prossima pubblicazione di un dossier sulle prove
raccolte circa il riarmo di Saddam Hussein, che giustificherebbero l’uso della forza. Con riferimento all’Onu, Blair ha
dichiarato che questa deve essere il mezzo per affrontare la situazione, non lo strumento di chi vuol evitare di farlo.
(Altichieri, 2002). Questo progressivo avvicinamento alla posizione statunitense è culminato nelle dichiarazioni di
settembre, successive all’incontro con Bush a Camp David, su cui ci si soffermerà più avanti.
209
Secondo la Russia un attacco all’Iraq avrebbe conseguenze negative nel mondo arabo; la guerra ad Usama bin Laden
e a Saddam Hussein sono due problemi molto diversi. Dalla Russia viene sottolineato, altresì, che non esistono prove
concrete di un sostegno dell’Iraq ad Al Qaida né della possibilità che armi chimiche o biologiche siano state fornite ad
estremisti islamici (Farkas, 2002).
210
Negli ultimi giorni di agosto 2002, sono arrivate dichiarazioni di opposizione ad un intervento unilaterale armato
degli Stati Uniti anche da Cina, India e Turchia (Ansaldo, 2002).
211
Caretto, 2002.
212
Una possibilità potrebbe essere quella di far adottare al Consiglio di sicurezza una risoluzione che richieda l’entrata,
senza condizioni e limiti, degli ispettori e preveda essa stessa l’intervento militare in caso di inadempienza (Bonanni,
2002; Altichieri, 2002).
49
In tale ottica si stanno svolgendo (mese di settembre 2002), una serie di colloqui
bilaterali213.
Le prime reazioni da parte di Francia, Germania, Russia e Cina214 sono state ancora critiche
rispetto all’ipotesi dell’intervento armato.
La posizione maggiormente favorevole agli Stati Uniti si è rivelata essere quella della Gran
Bretagna215: i due Paesi sarebbero d’accordo nel perseguire la strada di un intervento
dell’ONU per l’apertura dell’Iraq ad “ispezioni coercitive”216 e, in caso di inefficacia di tale
soluzione, attacco militare tra ottobre 2002 e gennaio 2003217. In tale contesto, l’ultima
proposta di Chirac è quella di ricorrere al Consiglio di sicurezza dell’ONU per un
ultimatum di tre settimane affinché siano riammessi gli ispettori “senza condizioni”. In
caso di rifiuto si potrebbe discutere dell’opzione militare (Caretto, 2002)
Il Presidente del Consiglio Berlusconi, dopo essersi incontrato con i dirigenti del partito
popolare europeo, il 14 settembre è stato a colloquio con Bush a Camp David.218
Nel medesimo periodo (settembre 2002) per quanto attiene all’atteggiamento dei Paesi
arabi, è rilevante sottolineare una dichiarazione del monarca giordano Abdallah II: “La
responsabilità per gli eventuali sviluppi futuri ricadrebbe tutta, in ultima analisi, sulle
politiche sin qui seguite dalla stessa dirigenza irachena”219.
Dal canto suo, l’Amministrazione americana sembra si stia ricompattando a favore
dell’attacco all’Iraq.
Intanto, circolano insistenti sulla stampa riferimenti al “possesso di armi di distruzione di
massa, non solo chimiche e batteriologice”220 e circa “legami tra l’Iraq ed Al Qaida”221. Da
parte sua, il capo degli ispettori delle Nazioni Unite ha dichiarato che non ci sono prove
che indicano che l’Iraq stia producendo armi di distruzione di massa, ma ci sono “ancora
molte domande a cui non è stata data una risposta”222.
213
Sembra che questi contatti riguarderanno, in particolare, Gran Bretagna, Russia, Cina, Francia, Canada. In relazione
a tale possibilità, il Commissario UE alle relazioni esterne ha insistito che “ogni Nazione deve muoversi nel quadro
dell’ONU”.(Caretto, 2002)
214
Il Presidente cinese ha rivelato di aver detto a Bush che “le risoluzione dell’ONU vanno rispettate, come la sovranità
e l’integrità territoriale dell’Iraq (Caretto, 2002).
215
Caretto, 2002. Blair, dopo un incontro con Bush a Camp David, nei primi di settembre, ha dichiarato: “la Gran
Bretagna deve essere pronta a pagare un prezzo di sangue: se pensassi che l’azione militare è sbagliata non la sosterrei”.
Il Ministro degli esteri ha aggiunto: “Dare prova d’illimitata pazienza con l’Iraq sarebbe irresponsabile, nessun altro
Paese ha violato a questo punto le disposizioni dell’ONU ed ha ostinatamente perseguito il riarmo” . Successivamente,
ancora Blair: “Giusto affrontare Saddam attraverso l’ONU, ma se Saddam ignorerà ancora le decisioni dell’ONU
l’azione scatterà…L’ONU deve essere il mezzo per neutralizzare la minaccia del rais, non per evitarla” (Caretto, 2002).
216
Per “ispezioni coercitive” si intenderebbero ispezioni appoggiate di una forza militare in stand by che garantisca
collaborazione (Gardels, 2002).
217
Caretto, 2002.
218
Fuccaro, 2002. Di Caro, 2002.
219
Cianfanelli, 2002.
220
Secondo Cheney, Saddam Hussein sta cercando attivamente ed aggressivamente armi atomiche (Caretto, 2002).
Secondo l’Istituto di Studi Strategici Internazionali (IISS), l’Iraq potrebbe, con “aiuti esterni”, ottenere l’atomica in
pochi mesi. Senza tali aiuti, ci vorrebbero 5 anni. Inoltre, Saddam non possiederebbe i mezzi per attaccare a lunga
distanza con armi chimiche e batteriologice (Caretto, 2002). Secondo il giornale tedesco Bild, per l’utilizzo di queste
armi potrebbero però essere impiegati Mig 23 russi a comandi automatici con un raggio di 1000 Km (Caretto, 2002).
Alle affermazioni del IISS, il vice Presidente iracheno ha ribattuto che qualunque Paese potrebbe costruire un ordigno
nucleare con l’aiuto esterno (Cianfanelli, 2002).
221
Caretto, 2002.
Si veda anche quanto riportato nel capitolo dedicato ai gruppi terroristici a proposito dell’organizzazione Al Ansar.
222
Cianfanelli, 2002.
50
Il contesto è reso ancora più incerto e confuso dalla lettera indirizzata, il primo agosto, da
Saddam Hussein alle Nazioni Unite, con cui il dittatore iracheno rivolge un generico invito
al responsabile degli ispettori ONU per un prossimo incontro.
D’altra parte, il Ministro delle difesa statunitense Rumsfeld ha dichiarato che dopo quattro
anni223 le prove della produzione di armi di distruzioni di massa potrebbero essere state
occultate in modo da renderne estremamente difficile l’individuazione da parte degli
ispettori ONU [3].
Il periodo di forti pressioni statunitensi sui leader e sull’opinione pubblica mondiali è
culminato nelle dichiarazioni di Bush davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite
tenutasi il 12 settembre 2002.
Dopo un intervento del Segretario Generale Kofi Annan, che ha ribadito che le Nazioni
unite sono l’unica legittimazione possibile224, Bush ha indicato la strada che verrà seguita
nelle prossime settimane dagli Stati Uniti: si lavorerà ad una risoluzione del Consiglio di
Sicurezza (probabilmente nei termini già concordati con la Gran Bretagna) per poi
rispondere militarmente in caso di inadempienza. Per quanto attiene al sostegno della
propria linea, la Casa Bianca riferisce la convinzione del Presidente che “al momento
giusto molti alleati lo appoggeranno”225.
In effetti, dopo il ricompattamento interno dell’Amministrazione americana226, sembra che
anche l’Europa stia andando (settembre 2002) verso il sostegno dell’iniziativa americana in
seno all’Onu227. L’unica significativa incognita ormai è la posizione che assumeranno le
potenze con diritto di veto (Russia e Cina). Secondo dichiarazioni del 15 settembre 2002
del Ministro degli Esteri saudita, sembra che in caso di mandato Onu anche l’Arabia
Saudita potrebbe aprire all’uso delle basi militari nel suo territorio228.
In caso di mancato accordo in seno all’Onu, Bush ha dichiarato (14 settembre 2002) che se
gli Stati Uniti dovranno affrontare il problema da soli lo faranno229.
I tempi dell’eventuale intervento230, nonostante inizialmente si parlasse addirittura
dell’autunno 2002, sono incerti.
223
Gli ispettori ONU sono stati esplulsi dall’Iraq nel 1998 e da allora non vi sono stati controlli sulla produzione di armi
di distruzione di massa.
224
Altre affermazioni significative di Kofi Annan: “nessuna nazione può agire da sola”, “chi sostiene la funzione della
legge nel proprio Paese non può non sostenerla all’estero” (Buccini, 2002).
225
Caretto, 2002.
226
Per quanto attiene poi al fronte interno con il Congresso, la Casa Bianca ha diffuso ai membri di tale istituzione un
dossier di 22 pagine (dal titolo “Un decennio di menzogne e provocazioni”) che, senza particolari nuove rivelazioni,
raccoglie le accuse contro Saddam Hussein (le violazioni delle risoluzioni Onu, gli ostacoli alle ispezioni per il disarmo,
la repressione interna, il sostegno al terrorismo, le violazioni dell’embargo, la detenzione di prigionieri stranieri)
(Olimpio, 2002)
227
Il 14 settembre 2002, Bush ha dichiarato che Berlusconi, Blair, Aznar ed il Presidente polacco sono tra coloro che
hanno raggiunto le sue stesse conclusioni (Caretto, 2002).
228
Caretto, 2002.
229
Caretto, 2002.
230
Non si fa riferimento ai tempi tecnici della preparazione dell’attacco. A tal proposito, si consideri che nella regione
gli Stati Uniti mantengono una presenza “ordinaria” di circa 50.000 elementi, con importanti basi logistiche in Kuwait e
Qatar [3]. Nel mese di settembre, sembra che il Ministro della difesa Rumsfeld abbia prospettato un attacco nell’inverno
(Caretto, 2002). Dopo l’incontro del 14 settembre 2002, Berlusconi ha collocato non prima di gennaio-febbraio 2003 un
eventuale attacco (Di Caro, 2002). Condoleeza Rice parla invece di novembre-dicembre 2002 (Caretto, 2002)
51
In caso di attacco americano, secondo fonti di intelligence statunitensi, citate dalla stampa,
la strategia di difesa irachena sarebbe quella di evitare scontri armati in campo aperto,
puntando ad impegnare il nemico in scenari di guerriglia urbana, per causare, di
conseguenza, numerose vittime civili (che avrebbero un negativo riflesso sull’opinione
pubblica occidentale)231.
Secondo il Washington Post, la questione del petrolio può avere un ruolo determinante
nell’esito del confronto con l’Iraq232. Tra l’altro, l’immissione sul mercato delle risorse
irachene ridimensionerebbe non poco l’influenza internazionale saudita.
Saddam Hussein si starebbe adoperando per migliorare i propri rapporti con i Paesi arabi
della regione, in modo da rafforzare il fronte contrario ad un intervento militare
statunitense. [3]
In occasione dell’ultimo anniversario della vittoria del 1988 sull’Iran, Saddam Hussein ha
dichiarato: “Ci rammarichiamo di ciò che è accaduto. Non nutriamo odio né cattivi
propositi verso il popolo iraniano. Speriamo che dimentichi e che collabori con noi
all’allacciamento di rapporti prammatici di buon vicinato233”.
Da ultimo, Baghdad ha anche riconosciuto il Kuwait, che prima considerava la sua
diciannovesima provincia [3].
La situazione irachena, anche ove fosse possibile un intervento militare per rovesciare
Saddam Hussein, comunque, riserva molti interrogativi, in relazione alla mancanza di
coesione delle forze di opposizione e all’assenza di una leadership alternativa in grado di
subentrare.
Può essere utile tracciare un elenco delle principali componenti dell’universo
dell’opposizione irachena234:
Congresso nazionale iracheno: formato da curdi, sciiti e gruppi di sinistra fondato a
Vienna nel 1992235 - guidato da Ahmad Chalabi. Ha base a Londra e ad Amman;
Accordo nazionale iracheno: formato da ufficiali dell’esercito e funzionari del partito
Baath e guidato dallo sciita Ayad Alawi;
Consiglio iracheno libero: è una derivazione dell’Accordo nazionale iracheno, guidato
da Sa’ad Jabr ed ha base a Londra;
Partito comunista iracheno; il gruppo potrebbe avere un buon sostegno all’interno
dell’Iraq ed è guidato da Aziz Muhammad. Ha base in Londra.
Nel mese di luglio 2002, il Partito comunista iracheno assieme agli sciiti di al-Da’wa ed
altri gruppi minori ha formato la “Coalizione delle forze nazionali irachene” , avente
l’obiettivo di deporre Saddam Hussein a opera del popolo iracheno, senza interventi
esterni. Oggi, il Pci è localizzato soprattutto nella zona curda, dove mantiene buoni
Secondo una dichiarazione del sottosegretario Usa White, a luglio sarebbero stati rafforzati gli armamenti in Kuwait ed
un contingente di circa 6.000 uomini sarebbe ormai ai confini con l’Iraq. Inoltre, tra agosto e settembre, gli Stati Uniti
avrebbero inviato nel Golfo Persico mezzi corazzati, navi ed aerei cisterna (Caretto, 2002).
231
Miller, Hendren, 2002.
232
Caretto, 2002.
233
Caretto, 2002.
234
Fonte principale: http://www.msnbc.com/news/789768.asp source: Foreign Policy in Focus Think Tank
235
Trombetta, 2002.
52
rapporti con il Pdk e l’Upk. Si sta registrando anche un avvicinamento all’Assemblea
suprema per la rivoluzione islamica236;
Assemblea suprema per la rivoluzione islamica in Iraq: rappresenta l’opposizione
sciita, con cellule operanti soprattutto nel sud del Paese. E’ guidato da Muhammad Baqer
al-Hakim.
Il movimento può contare su 8-10.000 uomini organizzati nelle Brigate Sadr (dal nome
dello sciita Muhammad Baqir al-Sadr, giustiziato a Baghdad nel 1980) ed oggi ha assunto
un ruolo di maggior rilevanza rispetto alla storica formazione al-Da’wa237;
Partito dell’unione patriottica curda;
Partito democratico curdo;
Movimento monarchico costituzionale: capeggiato dal sunnita erede al trono Sharif Ali
Bui Hussein (cugino di Faisal, deposto nel 1958) che da Londra chiede elezioni
parlamentari rivendicando per sé la carica di Capo dello Stato;
Adman al Pachachi: precedentemente Ministro degli Esteri, era stato proposto dagli Stati
Uniti come la figura che avrebbe potuto unire le fazioni opposte a Saddam Hussein.
Nel mese di agosto 2002238, i leader del Congresso Nazionale Iracheno, dell’Accordo
Nazionale Iracheno, dell’Assemblea Suprema per la Rivoluzione Islamica in Iraq, del
Movimento Monarchico Costituzionale, del Partito dell’Unione Patriottica Curda e del
Partito Democratico Curdo, si sono incontrati presso il Dipartimento di Stato americano
con i vertici dell’Amministrazione statunitense, per pianificare il dopo Saddam Hussein.
L’incontro costituirebbe fase preparatoria per una prossima più ampia conferenza di tutti
gli oppositori di Saddam Hussein, che per adesso sembrerebbero essere ancora un fronte
eterogeneo e diviso239.
236
Trombetta 2002.
Trombetta, 2002.
238
Un altro incontro si era tenuto nel luglio 2002 (Barry, Gutman, 2002).
239
Caretto, 2002. Secondo il Washington Post dietro l’apparente facciata di unità offerta nei giorni dell’incontro, ci
sarebbe la Burson-Masteller, una delle più celebri società di pubbliche relazioni del mondo (Farkas, 2002).
237
53
3.2.7 AFGHANISTAN240
Quello
occupato
dall’attuale
Afghanistan è stato terreno dello scontro
tra l’impero safavide e l’impero moghul,
di cui si è precedentemente trattato (nel
capitolo sul percorso dell’islam nella
storia).
L’Afghanistan nasce nel XVIII secolo per
iniziativa di Ahmad Shah, dell’etnia
pashtu, che riesce a creare un contesto
unitario, di cui diviene re, nell’ambito di
una struttura che, comunque, rimane
tribale. [1]
Il Paese, nel XIX secolo, assume un
importante ruolo nel confronto tra la
Gran Bretagna - preoccupata di
garantire la sicurezza delle proprie
posizioni, soprattutto in India - e la
Russia, che cerca di espandersi nell’Asia centrale. [1]
Negoziati, campagne militari e guerre si succedono per tutto il secolo, finché, nel 1887,
Inghilterra e Russia fissano le zone di reciproca competenza.
Nel 1902, l’Afghanistan diviene indipendente, ma la Gran Bretagna, in cambio di sostegno
economico, mantiene il controllo della politica estera. [3]
Negli anni venti, il Paese raggiunge la piena indipendenza ed inizia un percorso di riforme
[3], osteggiato, però, dai conflitti etnici interni e dal timore dei capi tribali di perdere le
prerogative garantite dalla tradizione.
Con la creazione del Pakistan, nel 1947, l’Afghanistan perde il ruolo di Stato cuscinetto che
lo aveva sempre caratterizzato[3], e si sposta verso l’Unione Sovietica, da cui riceve aiuti
per lo sviluppo economico241.
Negli anni settanta si succedono due colpi di stato, l’ultimo dei quali, ad opera dei militari,
porta alla proclamazione di una repubblica popolare di stampo comunista ed all’invasione
dell’esercito sovietico, nel 1979242.[1]
240
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1],
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2], Sciarcia Amoretti (1998) [3]. Le informazioni circa gli avvenimenti più
recenti sono tratte da The Economist [4] o da altre fonti di stampa indicate in bibliografia.
241
L’Unione Sovietica appoggiava anche le rivendicazioni dell’Afghanistan su una zona del Pakistan occidentale.
242
Tale episodio fu da molti interpretato come un pericoloso avanzamento dell’Unione Sovietica verso il Golfo Persico
[4]
54
Inizia così un lungo periodo di scontro tra la macchina bellica russa, che sostiene il
governo, ed i guerriglieri. Questa fase si conclude nel 1989, con il ritiro dell’esercito
sovietico243.[1]
Si apre, però, un nuovo periodo di scontro (etnico e religioso, tra sunniti e sciiti) per la
presa del potere, che nel 1994 vede emergere i sunniti Talibani. Le guide del movimento
hanno spesso studiato in strutture religiose pakistane (madrass). Essi, partendo dalla
conquista di Kandahar[3], ottengono il controllo di gran parte del Paese a discapito degli
avversari uniti nell’Alleanza del Nord. Quest’ultima formazione è guidata formalmente da
Rabbani (vgs. nota nel paragrafo) e militarmente dal generale Massud (di etnia tagica)244. La
leadership dei Talibani è riconosciuta in Maulvi Muhammad ‘Umar, proveniente dal Partito
islamico (Hizb-i Islami), uno dei partiti già attivi sulla scena politica245[3].
Anche la fase di dominio dei Talibani si è chiusa, a seguito dell’intervento militare
occidentale, che ha appoggiato l’Alleanza del Nord246.
Oggi si sta ricercando una formula di governo che permetta la pacifica convivenza di
realtà anche fortemente differenziate dal punto di vista culturale, linguistico e
organizzativo. A seguito della Conferenza di Bonn, Hamid Karzay è stato nominato
Presidente ad interim (confermato, come si vedrà più avanti, dalla recente loya jirga) ed è
stato deciso di far rientrare l’ex re, Muhammad Zahir Shah, da circa trent’anni in esilio a
Roma.
Il difficile obiettivo da perseguire nell’opera di ricostruzione democratica del Paese è
quello di trovare il giusto equilibrio tra le aspirazioni dell’Alleanza del Nord, a dominanza
tajika247, e l’etnia pashtu.
Nel mese di giugno 2002, si è svolto un granconsiglio – loya jirga – per decidere il nuovo
capo di Stato e la configurazione del nuovo governo.
Al loya jirga hanno partecipato leader locali, tribali e religiosi (in tutto circa 1.500
delegati248).
243
Più avanti, ci si soffermerà sulle conseguenze di tale scontro, per quanto attiene allo sviluppo della figura di Usama
bin Laden.
244
Raccoglie anche il movimento del generale Dostum (etnia uzbeca) e fazioni sciite.
245
Le altre formazioni già attive erano quelle dell’Associazione islamica (Jami’at-i Islami), facente capo a Rabbani, ed
il Movimento rivoluzionario (Harakat-i Inqilabi), riferimento della comunità sciita di Kabul e Qandahar, guidato da
Arif Muhsayni. Un’altra formazione vicina allo sciismo è il Partito dell’Unità (Hizb-i wahdat) il cui capo, Mazari, è
stato ucciso dai Talibani nel 1995. All’interno del Partito islamico vi è anche una corrente rivale a quella di provenienza
di ‘Umar, facente capo a Hikmatyar.
246
Vale la pena ricordare, l’uccisione, a opera di Al Qaida (alleata dei Talibani), del già citato Ahmed Shah Massud,
capo dell’Alleanza del Nord, avvenuta il 9 settembre 2001. Poco tempo prima Massud aveva chiesto l’aiuto
dell’occidente, contro quei terroristi che presto – avvertiva – avrebbero colpito Stati Uniti ed Europa. Tale uccisione
può essere letta – sia in chiave logica che cronologica – come preparatoria all’attacco dell’11 settembre, visto che
l’eliminazione del capo carismatico dell’Alleanza del Nord avrebbe plausibilmente diminuito la forza di questa fazione,
che era prevedibile sarebbe stata appoggiata dall’occidente. La missione sembra sia stata affidata a due militanti,
residenti in Belgio, ivi impegnati ad alimentare le locali cellule del Gruppo combattente tunisino (veggasi scheda
dedicata nel capitolo sui gruppi terroristici). (Olimpio, 2002)
247
In particolare, la fazione tagika proveniente dalla valle del Panjshir.
248
L’individuazione dei distretti e dei gruppi aventi il diritto di indicare un delegato, non sempre si è svolta senza
contestazioni o incidenti. Ad esempio: otto candidati sono stati uccisi; ad Herat, i delegati sono stati imprigionati; sono
stati riportati numerosi casi di corruzione, intimidazione ed infiltrazione criminale; i pashtu si lamentano di essere
sottorappresentati. Nel mese di febbraio, è stato ucciso il Ministro dell’aviazione civile e, in aprile, c’è stato un attentato
al Ministro della difesa. Da non dimenticare, poi, l’uccisione - all’inizio del luglio 2002, con la loya jirga appena
conclusa – di Haji Abdul Qadir - anch’esso di etnia pashtu – vice di Karzay. e governatore di Nagarhar. [4]
55
Il principale ostacolo era riadattare la composizione etnica del governo stesso, in attesa
dell’approvazione della nuova costituzione e delle conseguenti elezioni, previste dopo
circa 18 mesi. Intanto, era rientrato dall’esilio l’ex re Zahir Shah, rimasto in esilio per 29
anni, a Roma. Quest’ultimo aveva dichiarato, comunque, di non voler restaurare la
monarchia.[4]
La loya Jirga si è conclusa con la conferma proprio di Karzay, minimi spostamenti negli
equilibri di potere nel governo249. Nel nuovo governo è confermata quindi la forte
influenza della componente tagika, che ha mantenuto, tra l’altro, i ministeri della difesa e
degli affari esteri.
L’altro significativo problema da affrontare è quello di ristabilire l’ordine, atteso che il
mandato della ISAF (International Security and Assistance Force) è attualmente limitato a
Kabul. [4]
Al di fuori di questa zona, si assiste ancora a scontri tra fazioni rivali, per il controllo del
territorio, che l’attuale governo afghano non è in grado di impedire. Spesso i comandanti
locali contestano l’autorità centrale251: si crede, peraltro, che alcune zone beneficino ancora
dei proventi del commercio dell’oppio.
Le stime circa l’attuale situazione parlano di circa 75.000 soldati e 100.000 miliziani ancora
sotto il controllo di comandanti locali.
I governatori regionali sarebbero, peraltro, dotati di notevole autonomia; figure di spicco
sono: Ismael Khan, a Herat (tagiko sciita), Gul Agha a Kandahar, Rashid Dostum a Mazar-iSharif (potente generale uzbeko)252.
Nel mese di luglio, Karzay è stato oggetto di un primo attentato, dopo che nel mese di
giugno era stato ucciso il suo vice, governatore della provincia di Jalalabad. In questa città,
poi, nel mese di agosto, si è verificato quello che inizialmente è stato ipotizzato essere un
attentato terroristico253. Le ultime dichiarazioni delle Autorità sono nel senso della natura
accidentale dell’episodio. Nel mese di settembre, un doppio attentato dinamitardo nella
città di Kabul254 è invece stato attribuito, da fonti governative, ad Al Qaida255. Nello stesso
giorno, a Kandahar, qualcuno ha aperto il fuoco sul Presidente Karzay e sul locale
governatore, che però non sono rimasti uccisi256. Uno degli attentatori viene identificato in
un ex componente della polizia dei Talibani257.
249
Nicastro, 2002.
251
Ancora nel mese di agosto 2002, ad esempio, un “signore della guerra” (che controllerebbe circa 6.000 miliziani)
sfida l’autorità centrale nella provincia di Paktia, piazzando posti di blocco, rifiutando di consegnare le armi e
minacciando di destabilizzare la regione [4].
252
Caprile, 2002
253
Sono esplosi (26 vittime afghane) i depositi di una società di costruzioni stradali (prima ONG antitalebana) nata con
il sostegno americano ai tempi della difesa antisovietica, per la costruzione delle necessarie infrastrutture (Nicastro,
2002).
254
Le esplosioni (la più disastrosa delle quali provocata con la tecnica dell’autobomba) hanno causato numerosi morti e
feriti.
255
Nicastro, 2002.
256
Olimpio, 2002.
257
Mo, 2002.
56
Da alcuni viene avanzata l’ipotesi che dietro agli attentati degli ultimi mesi ci sia
Gulbuddin Hekmatyar, in passato rivale di Massud258, che ha chiamato alla Jihad contro il
governo di Karzay e contro i militari della forza multinazionale a Kabul. Gulbuddin
Hekmatyar ha di recente dichiarato di non essere affiliato ad Al Qaida.
Al quadro che precede si aggiunga pure che le forze della coalizione stanno ancora dando
la caccia, soprattutto nella parte orientale del Paese - al confine con il Pakistan - ai membri
di Al-Qaida e del regime dei Talibani, che si ritiene si trovino tuttora in quelle zone.
I Paesi stranieri hanno mostrato disponibilità per sostenere la costituzione delle forze
armate e di polizia del nuovo Afghanistan259, mentre non appare ipotizzabile un
allargamento del mandato ISAF.[4]
Dal canto loro, gli Stati Uniti manterrebbero il controllo di due grandi basi aeree afghane
(a Bragram e Kandahar) che costituiscono un importante vantaggio strategico nella
regione260.
Il gruppo etnico più numeroso è proprio quello pashtu, seguito dai tagiki (sunniti). Si
registra anche una rilevante presenza di Azeri (sciiti) ed Uzbechi. [2]
La maggioranza è sunnita (75%). La componente sciita assomma il 24% della popolazione.
[2]
Dal punto di vista “economico”, vale la pena evidenziare che, nel 1999, l’Afghanistan pare
abbia prodotto il 75% del totale mondiale del papavero da oppio261.
L’attuale governo ha bandito la coltivazione dell’oppio, ma sembra che gli agricoltori, in
mancanza di alternative praticabili262, stiano nuovamente volgendo la loro attenzione a
questa attività.
Stime preliminari delle Nazioni Unite, indicano che il potenziale produttivo per l’anno
2002 ha già raggiunto le 1.900-2.700 tonnellate di oppio. A questo già preoccupante
quadro, si aggiunga l’incremento dei sequestri di eroina nella regione, indice dello
sviluppo di una autonoma capacità di lavorazione263.
All’indomani dell’intervento alleato, per contribuire alla ricostruzione dell’Afghanistan è
stata creata la Afghan Assistance Coordination Authority, per gestire i contributi di 61 Paesi
donatori e di numerose NGO (organizzazioni non governative).
Gli investimenti del settore privato sono in attesa di un miglioramento della situazione dal
punto di vista infrastrutturale e della sicurezza.
Un consistente aiuto è atteso dal Afghanistan Reconstruction Trust Fund, gestito dalla Banca
mondiale. [4]
258
Nicastro, 2002. Gulbuddin è stato uno dei protagonisti della guerriglia contro l’Unione Sovietica, ma anche della
guerra civile seguita al disimpegno russo. Sarebbe tornato clandestinamente in Afghanistan, nella zona di Herat.
259
L’intenzione sembra essere quella di creare una forza di polizia di 75.000 elementi ed un esercito di 80.000 militari.
260
Nicastro, 2002.
261
Nel 2001 il regime talibano aveva vietato la coltivazione dell’oppio, ma non ha fermato la sua “esportazione”, che
attingeva dai depositi situati per lo più lungo il confine con il Tajikistan (Deledda, 2002).
262
Per la mancanza non solo di sementi, ma anche di reti d’irrigazione, infrastrutture per la commercializzazione
(Deledda, 2002)
263
Deledda, 2002.
57
Un elemento in più per comprendere l’importanza strategica dell’Afghanistan: il Paese
può costituire fondamentale punto di passaggio delle risorse (in particolare, petrolio e gas
naturale) derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti dei confinanti Turkmenistan,
Uzbekistan e Kazakhstan. E’ una soluzione alternativa rispetto alla via russa o iraniana264.
Il 30 maggio l’Afghanistan ha firmato con il Turkmenistan ed il Pakistan un protocollo
d’intesa per la costruzione di un gasdotto per portare sull’Oceano indiano il gas del Mar
Caspio265.
264
265
Brisard, Dasquié, 2002. Per un’analisi più approfondita, si veda il capitolo sull’Asia centrale.
Nicastro, 2002.
58
3.2.8 ARABIA SAUDITA266
Con riferimento all’Arabia Saudita, può
essere utile soffermarsi sul percorso
storico che conduce alla sua attuale
configurazione, atteso il ruolo guida che
oggi ha nel mondo arabo e musulmano.
Un evento di particolare importanza è
l’incontro, a metà del XVIII secolo, tra
il predicatore Mohammed Bin Abdul
Wahhab267 (allontanato dalla regione di
origine per il suo radicalismo religioso
basato sulla rigorosa interpretazione
letterale delle sacre scritture) e la tribù
dei Saud, che controllano l’oasi di
Dir’iyyah. [3]
Ne segue un periodo di forte espansione
territoriale dei Saud, cui reagisce,
all’inizio del XIX secolo, l’impero
ottomano, arrivando a distruggere la
stessa Dir’iyyah. [3]
Nonostante la grave sconfitta, lo Stato saudita rinasce, con capitale a Riyadh, ma le lotte
interne lo portano al dissolvimento nel 1880. [3]
All’inizio del XX secolo, un discendente della dinastia saudita, Abd al-Aziz in esilio in
Kuwait, appoggiato, contro gli ottomani, dagli inglesi e da Lawrence d’Arabia, riporta alla
luce, nel 1918, un emirato autonomo nella regione di Neged268.[3]
Comincia un nuovo periodo di espansione269 dei sauditi, sempre seguaci della dottrina
wahhabita270, frenata solo dalle pressioni inglesi, che vedono minacciati gli equilibri dai
medesimi creati nel medio oriente. [3]
Si arriva così, nel 1932, alla fondazione del “Regno dell’Arabia Saudita”271, sulla base di un
assolutismo teocratico e semifeudale. [3]
Le ricchissime risorse petrolifere della regione attirano le compagnie americane; già nel
secondo dopoguerra opera su larga scala la Aramco (Arabian American Oil Company)272 [1],
266
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1],
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2], Brisard, Dasquié (2002) [3].
267
E’ da tale predicatore che deriva la scuola religiosa del wahhabismo, sulla quale ci si è già soffermati e che tuttora è
l’orientamento seguito in Arabia Saudita.
268
Regione di origine della tribù dei Saud.
269
Particolare importanza assume la presa della Mecca, nel 1924.
270
Da evidenziare la rivalità, per il controllo del potere religioso, tra i sauditi e gli hascemiti, che si considerano
discendenti di Maometto.
271
Il Regno dell’Arabia Saudita nasce dalla fusione tra il Neged e l’Higiaz.
272
Una prima concessione per la ricerca del petrolio viene ottenuta, nel 1933, dalla Oil Company of California, che crea
la California Arabian Standard Oil Company. I primi pozzi vengono scoperti nel 1938. Nel 1944, la società cambia
denominazione e diventa la Aramco. [3]
59
che assume una notevole importanza, anche dal punto di vista politico, per i rapporti con
il Paese arabo273. La forte presenza statunitense arriva a concretizzarsi nella base militare di
Dharan274 [3].
Negli anni settanta, la famiglia reale acquista gradualmente le partecipazioni azionarie
nella Aramco, che diviene Saudi Aramco, interamente nelle mani dell’Arabia Saudita. Il
Paese è oggi membro dell’OPEC275. [1]
Nel 1964, Faysal inaugura una stagione di apertura verso l’occidente e di modernizzazione
ed industrializzazione del Paese. [1]
Il forte rialzo del prezzo del petrolio negli anni settanta, ha garantito un imponente
afflusso di denaro nel Paese. Anche grazie ai finanziamenti ed agli investimenti dei
petrodollari, sia nel mondo arabo che in occidente, l’Arabia ha un importante peso
politico.
In tale ottica, il conflitto del Golfo ed il persistente embargo iracheno hanno contribuito al
rilevante peso che oggi ha l’Arabia Saudita sullo scacchiere medio orientale: è questo
Paese ad avere assorbito la mancanza di offerta irachena sul mercato petrolifero consentendo il raggiungimento di un accettabile equilibrio – e ad aver beneficiato
dell’enorme incremento di entrate finanziarie che ne è derivato.
La ricerca di un ruolo guida nell’ambito di un panislamismo sunnita, d’altra parte, è una
delle principali politiche dell’Arabia Saudita [3]. Conseguentemente, essa finanzia i
movimenti islamici nel mondo, nonché i Paesi emergenti che sostengono, nel loro ambito,
l’osservanza della religione musulmana, secondo la rigida dottrina seguita in Arabia
Saudita.[3]
I proventi dell’esportazione petrolifera sono stati investiti anche per costruire e mantenere
moschee, scuole, università controllate dai religiosi, nonché organizzazioni internazionali
e non governative come l’Organizzazione della Conferenza Islamica, la Lega Mondiale dei
Musulmani278, il Congresso mondiale dei Musulmani, la Lega Mondiale della Gioventù
Musulmana. L’Arabia Saudita può essere considerato il maggiore finanziatore delle
organizzazioni caritatevoli musulmane nel mondo.279
Il Paese è membro della Lega araba e dell’Organizzazione della Conferenza Islamica[2].
La politica di apertura all’occidente ha provocato la reazione dei tradizionalisti islamici,
che pone seri problemi di equilibrio alla dinastia regnante. Un episodio di rilievo è stato
l’occupazione della Mecca, nel 1979. Venendo ad avvenimenti più recenti, nel 1991
273
La Aramco ottiene, nel 1945, il monopolio di fatto dello sfruttamento dei giacimenti sauditi. [3]
Che, peraltro, è stata oggetto di un attentato terroristico nel 1996.
275
L’Arabia Saudita si pone come mediatore tra l’occidente ed i Paesi OPEC. D’altra parte, di questo organismo, nato
nel 1960, l’Arabia è membro fondatore.
274
278
Che può essere considerata la più grande organizzazione caritatevole islamica del mondo, con più di 100 filiali in più
di trenta Paesi (Reuven Paz, 2000).
279
Reuven Paz, 2000
60
addirittura settecento personalità religiose hanno presentato una petizione rivolta alla
monarchia, per chiedere un ritorno alla purezza religiosa.[3]
Il regno rimane oggi una monarchia ereditaria assoluta, con potere legislativo ed esecutivo
concentrati nelle mani del sovrano. Il potere giudiziario, invece, fa capo ai tribunali
religiosi.[2] D’altra parte, non bisogna dimenticare che, come già evidenziato, i sauditi
osservano la scuola giuridico-religiosa wahhabita, la più rigida tra le scuole in cui si articola
il sunnismo.
Il gruppo etnico largamente predominante è quello arabo. Dal punto di vista religioso, è
presente solo una piccola minoranza di musulmani sciiti. [2]
E’ importante ricordare che, dopo la guerra del Golfo, sul territorio sono dislocati presidi
militari e basi aeree statunitensi; fatto che crea notevoli tensioni in un Paese di così rigida
osservanza sunnita.
Per quanto attiene, invece, all’ “ingerenza” economica straniera, vale la pena ricordare la
new foreign investment law, del 2000, che permette a società straniere la proprietà, fino al
100%, delle imprese operanti in Arabia Saudita e consente, altresì, il loro accesso a prestiti
gestiti dal fondo di sviluppo industriale saudita280.[2]
Il Paese è, inoltre, considerato il maggiore centro finanziario del Medio oriente. [2]
In termini di rapporti con gli altri Stati della regione, può essere interessante, infine,
evidenziare la recente firma di un accordo di difesa e sicurezza con l’Iran.
280
Questa legge, dell’aprile 2000, attribuisce agli investitori stranieri il diritto agli stessi benefici, incentivi e garanzie
offerte agli individui ed alle società saudite. Essa, inoltre, permette agli stranieri di essere titolari di diritti di proprietà,
sia congiuntamente con partner sauditi sia in modo completamente indipendente. La proprietà degli investitori stranieri
viene anche protetta rispetto all’ipotesi della confisca, che potrà avvenire solo per esigenze di pubblico interesse e solo
dopo un equo indennizzo. Dal punto di vista fiscale, questa nuova legge riduce del 15% le tasse imposte sulle società
straniere che hanno un profitto annuale superiore ad una certa soglia.
Per favorire ulteriormente l’afflusso di capitali e know how estero, il medesimo provvedimento crea anche la
Commissione Generale per l’Investimento (CGI), che ha il compito di approvare le singole licenze, di formulare le
politiche del Regno per la promozione ed il miglioramento degli investimenti interni e stranieri, nonché di definire piani
per la creazione di un clima propizio all’investimento in Arabia Saudita.
http://www.saudiembassy.net/publications/nesletter2000/05-a.html
61
3.2.9 YEMEN281
Fino al 1990, esistevano due Stati: lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud.
Il primo era sorto dall’abbattimento, tramite un colpo di stato militare, della precedente
monarchia zaidita (sciita). La strada da allora intrapresa era stata quella dell’apertura
all’occidente. [2]
Lo Yemen del Sud era sorto dalle rivolte per
l’indipendenza della colonia e dei protettorati
britannici di Aden. Dal 1970, vi era stato istaurato
l’unico regime marxista leninista del mondo arabo. [1]
Nel 1990, dopo una serie di riforme che hanno
riavvicinato lo Yemen del Sud all’assetto dello Yemen
del Nord, è stata realizzata l’unificazione. [1]
Il Governo è contrastato da gruppi islamici che
pongono in essere attentati e rapimenti di turisti
stranieri (Aden-Abyan Islamic Army). [2]
Per secoli, le scuole religiose yemenite sono state una
delle principali vie di diffusione dell’islam nell’Africa orientale e nell’estremo oriente.
Dopo gli avvenimenti dell’11 settembre, le Autorità yemenite hanno minacciato di
chiusura le scuole religiose, quale contributo alla lotta contro il terrorismo. Uno dei
principali istituti religiosi è la scuola di Tarim, nella regione centrale del Hadramawt (di
quello che, prima dell’unificazione, era lo Yemen del sud282). Dopo l’unificazione
nord/sud dello Yemen, le Autorità avevano supportato la rinascita di seminari religiosi
come Tarim. Nel 1994, è stata anche fondata, con il sostegno governativo, la Al Eman
University, come risposta alla voce islamica del governo egiziano. Quando, nel 1994, i
ribelli del sud (facenti parte del partito socialista) si sollevarono per la secessione, venne
dichiarata la jihad contro questo pericolo e vennero usati gli studenti religiosi contro la
minaccia separatista. Sembra che allora siano stati chiamati a sostegno i mujahideen arabi
dall’Afghanistan e le scuole religiose siano state trasformate in campi di addestramento.283
Oggi, le Autorità yemenite stanno cercando di fondere l’insegnamento religioso e
l’insegnamento secolare. L’intenzione è quella di insegnare in tutte le scuole, comprese
quelle religiose, il programma statale, senza spazio per dottrine estremiste. La
concretizzazione di questo orientamento, probabilmente, si scontrerà con la forza del
fronte religioso284.
E’ largamente prevalente il gruppo etnico yemenita. [2]
Il sistema giudiziario si basa sulla legge coranica. [2]
281
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2].
282
Da ricordare che, atteso il precedente orientamento marxista leninista dello Yemen del Sud, l’insegnamento religioso
era represso.
283
The Economist.
284
The Economist.
62
E’ ancora aperto un contenzioso con l’Oman per la sovranità sulle isole Kuria Muria[2].
Dal giugno 2002, invece, sono stati tracciati i confini con l’Arabia Saudita, incerti dal
1930[2].
3.2.10 OMAN285
Lo Stato dell’Oman di compone, dalla sua
indipendenza raggiunta nel 1971, dell’imamato di
Oman e del sultanato di Mascate[1].
Prima di tale data vigeva una sorta di protettorato
della Gran Bretagna, esercitato, dal 1749, tramite la
dinastia Al-Busaid, tuttora regnante. Oggi, infatti,
l’Oman è ancora una monarchia assoluta.
I suoi confini territoriali non sono stati nettamente
forgiati dalla storia. Dal 1967, dell’Oman fanno
parte anche le isole Kuria Muria, fonte di contrasto
con lo Yemen, che le rivendica.[2]
La configurazione orografica isola relativamente
l’Oman dal resto della penisola; a questo si devono i
maggiori contatti, via mare, con le popolazione di Iran, India, Africa. [1]
Tale circostanza si riflette anche nella composizione etnica: accanto alla maggioranza araba
(73%), si registra una significativa presenza di indiani (13%) e pakistani (7,4%). E’ presente
anche una piccola percentuale di egiziani (1,6%).
Dal punto di vista religioso, domina il sunnismo. Una minoranza induista è giustificata
dalla predetta composizione etnica. [2]
In campo economico, lo sfruttamento della risorsa petrolifera, monopolizzato dalla
compagnia nazionale Petroleum Development Oman (PDO), caratterizza lo sviluppo del
Paese, dal 1967286.[2]
I proventi del petrolio sono anche utilizzati per agevolare la modernizzazione
dell’agricoltura287, che rimane l’occupazione principale di una popolazione che, peraltro,
segue storicamente un assetto tendenzialmente stanziale. [1]
L’Oman è membro della Lega araba e dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI). [2]
285
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2].
286
L’Oman ha partecipato alla recente realizzazione di un importante oleodotto nell’Asia centrale (vgs. Paragrafo
dedicato a questa regione).
287
Attività favorita, rispetto ad altre parti della penisola arabica, dalle condizioni climatiche e dal buon sistema di
sfruttamento delle acque, che ha permesso, peraltro, il sorgere di un nutrito numero di oasi tra lo collegate.
63
Atteso il rilievo che può assumere in vista di una nuova guerra all’Iraq, è opportuno
evidenziare che il Paese ospiterebbe truppe scelte britanniche288.
3.2.11 EMIRATI ARABI UNITI289
Gli Emirati Arabi Uniti
sono una federazione di
monarchie
ereditarie
assolute, sorta nel 1971 e
composta da sette emirati:
Abu Dhabi, Dubai, Sharjah,
Ajman, Umm al Qaiwayn,
Ras
al
Khaymah,
Fujayrah).[1]
Ogni Emiro è sovrano
assoluto nell’ambito del
proprio
emirato
e
il
“Consiglio supremo dei sovrani” (formato dai sette Emiri) elegge al proprio interno il
Presidente. Quest’ultimo nomina il Primo Ministro ed il Consiglio dei Ministri. [2]
La popolazione stanziata in questi territori, a causa della prevalenza delle aree desertiche
nell’interno, si è storicamente stanziata lungo la costa e dedicata anche alla pirateria nei
confronti delle navi europee lungo la via delle Indie. [1]
Ciò ha causato il conflitto con l’Inghilterra, conclusosi dopo il 1820 con la soppressione
della pirateria e l’istallazione di una base militare inglese a Ras al Khaymah. E’ questa,
sostanzialmente, l’origine di un protettorato inglese (formalmente avviato nel 1892) sulla
regione. [1]
Negli anni 1961-1971, la scoperta di ingenti giacimenti petroliferi, le rivendicazione
dell’Arabia Saudita su alcune regioni ricche della nuova risorsa, il ritiro della Gran
Bretagna, hanno indotto i suddetti emirati ad unirsi politicamente. [1]
Dal punto di vista etnico, si assiste ad una certa disomogeneità: la popolazione, infatti, è
suddivisa in arabi 25%, iraniani 17%, altri 58%.[2]
La confessione religiosa prevalente è quella sunnita (80%), ma sono significativamente
presenti anche i musulmani sciiti (16%).[2]
Il sistema giudiziario è basato sulla legge coranica. [2]
Il petrolio è la principale risorsa del Paese e viene largamente esportato. Gli Emirati Arabi
Uniti sono membri dell’OPEC. [2]
L’economia dell’emirato del Dubai sta passando dal petrolio all’alta tecnologia, nella quale
si stanno reinvestendo i capitali accumulati. Nel giro di due soli anni è stata creata una
sorta di silicon valley nella quale lavorano le più grandi imprese mondiali del settore
(Microsoft, Ibm, Cisco, Canon, Cnn, Reuters …), nonché piccole start up e numerosi free
288
Zampaglione, 2002.
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2].
289
64
lance. Per dare ancora più impulso a questa conversione dell’economia, è prevista
l’esenzione fiscale290.
Il sistema finanziario è significativamente sviluppato; sono presenti circa una trentina di
filiali di banche internazionali. [2]
Lo sviluppo urbanistico è sostenuto; la grande maggioranza della popolazione vive in città
e sembra aver recepito l’atteggiamento occidentale verso il consumismo. [1]
Il Paese è membro della Lega araba e dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI). [2]
3.2.12. QATAR291
Anche il Qatar, come l’Oman e gli EAU, conquista
l’indipendenza nel 1971, dopo un lungo periodo di
protettorato britannico. [2]
Il Paese è una monarchia ereditaria, con a capo la figura
dell’emiro. [2]
La composizione etnica vede la prevalenza del gruppo arabo
(56%), cui tuttavia si aggiunge una rilevante presenza di
iraniani (23%) e pakistani (7%).[2]
La religione musulmana è praticata dal 95% della
popolazione. [2]
L’interno del Paese è desertico e questo ha storicamente
spinto la popolazione sulle coste ed all’esercizio anche della
pirateria.
Attualmente, l’economia si basa sullo sfruttamento del
petrolio,
la
cui
estrazione
è
completamente
nazionalizzata292[1]. Il Paese è membro dell’OPEC[2]. I
proventi dell’esportazione sono, per lo più, collocati sui
mercati finanziari internazionali, attese anche le scarse
possibilità di contribuire allo sviluppo di un’agricoltura
fortemente limitata dalle condizioni climatiche aride e delle caratteristiche del terreno[1].
Il Qatar è membro della Lega araba e dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI). [2]
290
Torelli, 2002
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2].
292
Deve essere, però, evidenziato che le risorse petrolifere accertate sono limitate. Maggiore consistenza hanno le
riserve di gas naturale.
291
65
Il Paese, da tre anni, ospita la base militare americana di Al Udeid, la cui importanza
strategica è enfatizzata, in questo periodo, da un’ipotesi di attacco militare statunitense
all’Iraq senza l’appoggio dell’Arabia Saudita. Esiste la possibilità che presso tale base sia
trasferito addirittura il quartier generale del Cencom (central command), attualmente in
Florida293.
Saddam Hussein ha minacciato il Qatar di rappresaglie, nel caso in cui permetta agli Stati
Uniti di utilizzare le sue basi militari294.
Nel 1996, l’Emiro del Qatar ha finanziato la nascita del network televisivo Al-Jazeera,
conosciuto diffusamente come la CNN del mondo arabo/musulmano. Al-Jazeera ormai
può contare su 350 giornalisti e 50 corrispondenti che lavorano in 31 Paesi.
3.2.12 BAHREIN295
Come altri Paesi della regione, il Bahrein ha un
passato contraddistinto dal protettorato britannico
(dal 1820) e da un’indipendenza maturata nel 1971.
Il Bahrein è anch’esso tuttora una monarchia
ereditaria, guidata dalla figura dell’emiro. [2]
L’emirato
gode
dell’appoggio
dell’Arabia
296
Saudita .[1]
Il gruppo etnico prevalente è quello arabo (64%),
mentre il resto della popolazione, sostanzialmente,
è costituita da gruppi etnici asiatici. [2]
Dal punto di vista religioso, il Bahrein ha la
caratteristica di vedere la prevalenza degli sciiti
(57%) sui sunniti (24%); sono nelle mani di questi
ultimi, però, le redini dell’economia e della politica. E’ significativa anche la presenza dei
cristiani (8%).[2]
Il sistema giudiziario, comunque, si basa sulla Shari’a. [2]
Il Paese segue ufficialmente una politica filo occidentale.
L’economia si basa sull’estrazione del petrolio, che, però, sembra in diminuzione297[2]. Tale
attività iniziò prima qui (1932) che negli altri Paesi della regione [1]. Per questo,
probabilmente, la differenziazione dell’economia appare aver raggiunto uno stadio più
avanzato che altrove. Numerose sono le banche internazionali che operano nel Paese.
Il Bahrein è membro della Lega araba e dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI). [2]
293
Zampaglione, 2002.
Cianfanelli, 2002.
295
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2].
296
Da notare, peraltro, che parte del greggio saudita viene raffinato nel Bahrein.
297
Sono , comunque, presenti rilevanti giacimenti di gas naturale.
294
66
3.2.13 KUWAIT298
L’indipendenza
del
Kuwait,
pur
collocandosi nel medesimo periodo
storico, è precedente a quella di altri
Paesi della regione, in quanto risale al
1961.
Anche il Kuwait ha vissuto il
protettorato britannico (dal 1899), che,
però, in questo caso è stato un fattore di
sopravvivenza per il Paese, oggetto
delle mire espansionistiche di Iraq ed
Arabia Saudita[1]. D’altra parte, tali
aspirazioni hanno trovato conferma
nella recente guerra del Golfo (19901991).
Il Paese ha ancora un ordinamento
monarchico costituzionale ed è guidato
dalla figura dell’emiro. [2]
Dal punto di vista religioso, nonostante la prevalenza sunnita (55%), si registra una forte
presenza sciita (30%)[2].
Le caratteristiche desertiche del territorio giustificano la vocazione marittima della
popolazione . [1]
L’economia si fonda sul petrolio, fortemente esportato. Il Paese è membro dell’OPEC. [2]
Il Kuwait fa parte della Lega araba e dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI). [2]
Il Paese ospita importanti postazioni militari statunitensi, di grande importanza strategica
in caso di attacco all’Iraq, specie nell’eventualità di un rifiuto di collaborazione da parte
dell’Arabia Saudita.
298
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2].
67
3.3 L’AFRICA MEDITERRANEA299
3.3.1 EGITTO
Nel ripercorrere velocemente il cammino
dell'Islam nella storia, più volte è emersa
la centralità dell'Egitto nell'ambito della
Umma e delle vicende del Mediterraneo:
l'antagonismo fatimida al califfato arabo,
il potente governo dei mamelucchi che
argina l'avanzata dei mongoli, l'apertura
del canale di Suez ...
Come si è visto, la Gran Bretagna occupa
militarmente l'Egitto nel 1882 e mantiene
il protettorato fino alla formale
indipendenza del 1922, che vede al trono
re Fuad I, sotto tutela, però, delle truppe
inglesi. [1]
Solo nel 1936, l'Egitto ottiene l'effettivo
esercizio della sovranità territoriale, con il
ritiro dell'esercito britannico. [1]
I problemi economici e sociali e la
protesta antibritannica300 indeboliscono la
monarchia, che viene travolta, nel 1952, da un colpo di Stato militare, che porta
all'instaurazione della Repubblica301, nel 1953. [1]
Inizia così l'ascesa di Gamal Abd el-Nasser, che diviene Presidente della Repubblica nel
1954. [1]
Nasser segue la via di un “socialismo arabo", che passa per una riforma agraria tesa alla
formazione della piccola proprietà terriera e per una nazionalizzazione dell'economia
finalizzata all'emancipazione rispetto all'occidente. [1]
Sul piano della politica estera, l'Egitto assume un ruolo guida rispetto ai movimenti
nazionalisti e progressisti del mondo islamico. [1]
La nazionalizzazione della Compagnia del canale di Suez segna la rottura con la Francia e
la Gran Bretagna e ne determina l'intervento militare appoggiato da Israele, che occupa la
striscia di Gaza e la penisola del Sinai. Solo l'intervento dell'ONU, favorito sia dagli Stati
Uniti che dall'Unione Sovietica, costringe gli israeliani a ritirarsi.[1]
La conseguenza di questa rottura con le potenze europee è l'avvicinamento dell'Egitto
all'Unione Sovietica e la prosecuzione del cammino verso un ruolo sempre più
preponderante dello Stato nella vita del Paese. [1]
299
Le informazioni storiche e di carattere generale sono principalmente tratte da Dagradi Farinelli (1993) [1] e
Calendario Atlante De Agostini (2001) [2]. Le cartine geografiche contenute in questo capitolo sono tratte dal sito
internet della Central Intelligence Agency CIA www.cia.gov
300
La Gran Bretagna manteneva basi militari nel Paese.
301
L'Egitto si definisce "Repubblica araba con un sistema democratico socialista".
68
Le difficoltà economiche, aggravate dalla nuova sconfitta del 1967 contro Israele (che
occupa la striscia di Gaza e la penisola del Sinai), conducono ad una svolta ad opera del
nuovo Presidente Anwar es Sadat, insediatosi nel 1970. Sadat avvia una politica diversa da
quella della sinistra nasseriana, che si traduce in un allontanamento dall'Unione Sovietica
ed in un'apertura (infitah) verso l'occidente (che passa anche attraverso la pace separata
stipulata con Israele, dopo la guerra del kippur del 1973). Tale linea isola, però, l'Egitto
rispetto al mondo arabo, nei confronti del quale viene perso quel ruolo di guida
precedentemente assunto. [1]
Assieme alla svolta dell'infitah, crescono i movimenti estremisti interni che vi si oppongo;
la risposta violenta di tali gruppi si concretizza anche nell'assassinio dello stesso Sadat, nel
1981. [1]
La successiva presidenza di Mubarak prosegue la linea dell'infitah, ma la situazione
economica e sociale interna rimane molto difficile302. Sul fronte estero, Mubarak riesce
anche a ristabilire i rapporti con i Paesi arabi, l'OLP e l'Unione Sovietica. [1]
Oggi, l'Egitto è membro della Lega araba (riammesso nel 1989) e dell'Organizzazione della
Conferenza Islamica (OCI). [2]
Il gruppo etnico quasi esclusivo è quello egiziano, derivante dalla storica fusione tra arabi
ed indigeni camiti. [2]
Il 94% della popolazione è musulmana e la restante è essenzialmente cristiana copta[2].
Il nomadismo è ormai un fenomeno marginale.
Ad Al-Azhar, si trova quella che è considerata la principale università del mondo arabo,
fondata addirittura dai fatimidi.
Il sistema giudiziario risente degli influssi britannici (common law) e francesi (codici
napoleonici), ma anche della Shari'a. [2]
Sono attivi diversi giacimenti petroliferi, serviti da un sistema interno di oleodotti[2].
302
Uno dei principali problemi è la scarsità di derrate alimentari, in rapporto ad una popolazione in forte crescita.
69
3.3.2 LIBIA
Il
territorio
libico,
prima
dell'occupazione italiana (19111942), non ha mai costituito
un'autonoma ed integrata realtà. Le
popolazioni
costiere
della
Tripolitania e della Cirenaica non si
sono mai integrate con quelle
nomadi dell'interno, che tuttora
abitano le regioni aride. [1]
Dopo la seconda guerra mondiale,
la Tripolitania e la Cirenaica
passano sotto l'amministrazione
britannica ed il Fezzan (regione
interna) sotto quella francese.
Dal 1951, anno dell'indipendenza,
al 1969, regna Mohammed Idris Al
Senussi, fino al colpo di stato
dell'esercito, guidato dal colonello
Muamman Gheddafi, che trasforma
la Libia in una Repubblica
socialista. [1]
Dal 1977, il nome del Paese può essere tradotto come "Stato delle masse arabo libico
socialista popolare".[1]
L'aspirazione a creare e consolidare un'identità nazionale può essere alla base della
politica del governo libico, che, tra l'altro, ha condotto alla guerra, conclusasi solo nel 1982,
con il Ciad (per questioni territoriali), al confronto con gli Stati Uniti, nel 1986, per la
sovranità sulle acque del Golfo della Sirte[1], all'aperta posizione antioccidentale303...
Anche all’esplosione aerea di Lockerbie, nel 1988, è legato il perdurare del negativo
atteggiamento della Comunità internazionale verso la Libia (sanzioni delle Nazioni Unite,
sanzioni statunitensi, inclusione nella lista USA degli Stati che sponsorizzano il
terrorismo). Le sanzioni delle Nazioni Unite, in realtà, sono state sospese nel 1999, a
seguito della consegna di due sospetti (uno dei quali agente dell’intelligence libica) per il
caso Lockerbie, in relazione al processo in corso presso il Tribunale de L’Aja304.
Il Colonnello Gheddafi ha, peraltro, condannato gli attacchi dell’11 settembre e sembra
abbia fornito informazioni agli Stati Uniti circa gruppi alleati di Usama Bin Laden305.
Sembra, quindi, che la Libia stia cercando di avanzare lungo un cammino di riabilitazione
internazionale306.
303
La Libia figura tra i sette Paesi definiti, dagli Stati Uniti, sponsor del terrorismo.
The Economist.
305
The Economist.
306
The Economist.
304
70
La Libia è sia membro della Lega araba che dell'Organizzazione della Conferenza Islamica
(OCI). [2]
La maggioranza appartiene all'etnia libica (79%).[2]
La quasi totalità dei libici è musulmana sunnita. [2]
Per l'economia della Libia, la risorsa petrolifera è importantissima ed è stata nazionalizzata
dopo il 1970. L'estrazione è affidata a compagnie straniere.
Sono in funzione raffinerie di petrolio ed un sistema interno di oleodotti. [2]
La Libia, in crescita economica, è destinataria di flussi migratori da altri Paesi africani, ma
anche dall'Asia centrale e orientale e dall'Europa. Cospicui sono gli investimenti libici in
Italia. [2]
I rapporti con l’Italia, riavviati nel 1999, hanno trovato concretizzazione nel 2001 con
accordi per la progettazione e realizzazione, da parte di imprese italiane, di grandi
infrastrutture nel Paese libico. [2]
71
3.3.3 TUNISIA
Come si è già visto, l'ondata islamica arriva in tutta
l'afriqiya (odierna Tunisia) all'inizio dell'VIII secolo.
In queste terre, si succede il dominio di diverse dinastie,
tra cui, in particolare, gli Aglabiti (IX secolo), i Fatimidi307
(nel X secolo), gli Hafsidi (fino al XVI secolo). [1]
L'impero ottomano vi stende il proprio dominio, che
viene posto nelle mani di un governatore con il titolo di
pascià.
Nella sostanza, il potere passa progressivamente nelle
mani degli ufficiali al comando dell'esercito turco
stanziato a Tunisi, finché il titolo di pascià diviene, con il
comandante Hussein Ben Alì, ereditario: nasce così la
dinastia huseinita. [1]
Il dominio ottomano, esercitato tramite tale dinastia,
finisce nel 1881, quando a seguito dell'occupazione
militare la Tunisia diviene protettorato di una Francia
già presente in Algeria. La sovranità rimane
formalmente al bey locale. [1]
Il colonialismo francese colpisce duramente l'assetto
sociale ed economico preesistente ed il disequilibrio
generato da tale processo disgregativo porta alla
costituzione del partito Destour (1920), divenuto Neo
Destour, nel 1934. La lotta popolare, guidata da Habib
Bourghiba, conduce all'indipendenza nel 1956 ed alla
proclamazione della Repubblica nel 1957, della quale viene assunta la Presidenza dallo
stesso Bourghiba. [1]
Circa trent’anni dopo, a seguito di un periodo di gravi disordini308, il Presidente a vita
Bourghiba viene dichiarato "incapace per senilità e cattivo stato di salute" dal Generale Zin
el Abidine Ben Alì. Quest’ultimo diviene contemporaneamente Presidente della Repubblica
e Comandante delle Forze armate[1]; la sua ultima rielezione risale al 1999. [2]
Sulla base di un recente referendum, la costituzione è stata modificata, con la conseguenza
che Zin el Abidine Ben Alì potrà rimanere in carica per altri 12 anni, godendo dell’impunità
giudiziale a vita309.
Dalla composizione dell'Assemblea nazionale, emersa dalle elezioni del 1999, risultano
presenti partiti socialdemocratici, socialisti ..., ma non partiti di ispirazione religiosa o
integralista. Tale circostanza, però, non è molto indicativa del fermento integralista, atteso
che è la costituzione a vietare i partiti su base religiosa. [2]
307
I Fatimidi, come già evidenziato, si estendono anche in Egitto.
Si ricordi la "rivolta del pane", del 1985, provocata da un consistente incremento del prezzo della farina.
309
The Economist.
308
72
La Tunisia è membro della Lega araba e dell'Organizzazione della Conferenza Islamica
(OCI). [2]
Il gruppo etnico fortemente dominante è quello arabo (98%). Si registra una minima
presenza berbera (1,7%).[2]
La religione praticata dalla quasi totalità della popolazione è quella musulmana. [2]
Il sistema giudiziario è basato sia sul diritto francese che sulla Shari'a. [2]
Dal punto di visto socioeconomico, le aree interne, sempre più aride man mano che si
procede verso sud, sono ancora caratterizzate da un'attività agricolo pastorale. Le fasce
marittime, a nord e a est, oltre che un'agricoltura commerciale intensiva, presentano un
certo sviluppo anche nei settori secondario e terziario, una elevata densità di popolazione
concentrata in numerose città. [1]
La regione più ricca del Paese è quella più a Nord (il Tell), nella quale si concentrano le
risorse d'acqua e prevale la sedentarietà in contrapposizione al nomadismo delle aree più
meridionali310.[1]
Dopo l'indipendenza, il governo tunisino ha adottato un'impostazione dirigistica,
prevedendo soprattutto un rilancio dell'agricoltura, basato sulla forma organizzativa della
cooperativa forzosa.
Gli scarsi risultati hanno indotto a recedere da questa impostazione, ispirata al socialismo.
Si registra una forte crescita demografica, che alimenta anche una rilevante emigrazione,
in particolare verso l'Italia e la Francia311.[2]
Un peso rilevante nell'economia tunisina hanno le rimesse degli emigrati ed il turismo.[2]
Per quanto attiene ai rapporti con l'occidente, è in vigore, dal 1998, un accordo di
associazione all'Unione Europea, destinato a creare un'area di libero scambio.[2]
Sono stati scoperti alcuni giacimenti petroliferi, tramite i quali la Tunisia riesce ad
alimentare l'esportazione.
310
311
Si registra, comunque, una generalizzata tendenza all'inurbamento.
Questo nonostante la forte crescita iniziata negli anni novanta.
73
3.3.4 ALGERIA
Nel corso della storia, l'Algeria è
stata raramente sede di un forte
potere centrale ed ha sempre
oscillato tra il dominio e l'influenza
del
potere
musulmano
(maggiormente affermatosi sulla
costa) ed il mantenimento della
struttura
sociale
berbera
nell'interno.
L'azione francese, motivata dalla
necessità di fermare l'attività
piratesca del pascià di Algeri, inizia
nel 1830 e si conclude nel 1879, con
la sottomissione delle città costiere,
prima,
e
della
popolazione
dell'interno, poi. [1]
Il progressivo peggioramento delle
condizioni socioeconomiche del
popolo algerino conduce ad una
progressiva
avanzata
verso
l'indipendenza, osteggiata dai coloni francesi. [1]
Al rifiuto della Francia, nel 1947, di concedere l'autonomia politica segue la rivolta armata
popolare e la costituzione del Fronte di Liberazione Nazionale (FNL, 1955). [1]
Dopo anni di guerra popolare, si giunge alle trattative del 1961, che conducono
all'indipendenza della Repubblica popolare e democratica d'Algeria, nel 1962.
Il primo Presidente, Ahmed Ben Bella, viene rovesciato, nel 1965, da Houari Boumedienne. [1]
Il FNL segue l'ideologia del socialismo312, andando progressivamente verso un assetto
istituzionale caratterizzato da strutture amministrative burocratiche ed un forte apparato
militare. [1]
Il peggioramento delle condizioni socioeconomiche (aggravato dalla caduta dei prezzi del
petrolio degli anni ottanta) conduce ad episodi di repressione delle manifestazioni
popolari313 ed al montare del fenomeno dell'integralismo islamico[1].
Nel 1989, a seguito di agitazioni di piazza, una nuova costituzione sancisce la fine del
sistema socialista a partito unico.
Tra il 1990 ed il 1991, si assiste ad una prepotente affermazione politica del FIS (Fronte
Islamico di Salvezza), chiara espressione dell'integralismo314.[1]
312
Avendo come riferimento soprattutto la via Yugoslava, basata sull'autogestione e la pianificazione. Una rivoluzione
su larga scala interessa, in particolare, il settore agricolo.
313
Risale al 1988 la repressione, da parte dell'esercito, di una manifestazione di piazza motivata dall'elevato rincaro dei
beni alimentari.
74
La vittoria del FIS alle elezioni del dicembre 1991 provoca la reazione dell'establishment al
potere (facente riferimento al partito FNL), che dichiara fuorilegge il partito stesso ed
annulla i risultati elettorali. [1]
Dopo le elezioni del 30 maggio 2002, il FNL detiene la maggioranza parlamentare.
Un paio di partiti islamici moderati sono presenti in parlamento [2].
Nonostante i tentativi di riconciliazione nazionale, il Paese, presieduto da Bouteflika, è
ancora teatro della guerriglia tra le forze governative ed i gruppi armati fondamentalisti.
Nell’anno in corso, al mese di luglio, sono state già uccise circa 800 persone315.
L'Algeria è membro della Lega araba e dell'Organizzazione della Conferenza Islamica
(OCI). [2]
Dal punto di vista etnico, a fronte di una netta maggioranza araba (82%), si registra la
presenza di una significativa componente berbera316.[2]
La quasi totalità della popolazione è musulmana sunnita e l'islam è la religione di Stato.[2]
Il sistema giudiziario è basato sul diritto francese e sulla Shari'a.[2]
In analogia a quanto visto per la Tunisia, il territorio algerino è essenzialmente costituito
da una parte settentrionale litoranea urbanizzata ed agricola e da una parte più
meridionale desertica, caratterizzata dal nomadismo.[1]
Fin dagli anni cinquanta, sono stati scoperti giacimenti petroliferi che alimentano una
significativa esportazione, anche di prodotti già raffinati317. Il Paese è membro
dell'OPEC.[2]
314
Il FIS nasce - ed ottiene il riconoscimento dello Stato - nel 1989, dall’unione delle principali fazioni fondamentaliste
islamiche. Una delle istanze del movimento (di interesse in relazione agli argomenti trattati nei capitoli che seguono) è
la sostituzione del sistema bancario di modello occidentale con un sistema bancario islamico.
315
Fonte: The Economist.
316
Il malessere della popolazione berbera sta crescendo: dalla primavera 2002, è iniziato, nella regione di Kabylia, un
movimento teso al riconoscimento dei diritti dell’etnia berbera, che ha già condotto ad episodi di insurrezione di massa
oltre che al boicottaggio delle ultime elezioni. Secondo analisti algerini, tale situazione ha una risonanza nazionale.(The
Economist)
317
Un ramo del sistema di oleodotti arriva a La Skhirra, in Tunisia[2].
75
3.3.5 MAROCCO
Il periodo coloniale ha portato in
Marocco, come già evidenziato, il
protettorato francese protrattosi dal 1912
al 1956. [2]
Oggi il Marocco è una monarchia
costituzionale, con a capo, dal 1999,
Maometto VI[2], appartenente alla
dinastia alauita risalente al XVII secolo,
che si pone in linea di diretta discendenza
rispetto al profeta Maometto.
L’attuale coalizione di governo è guidata
dal
partito
socialista,
un
tempo
all’opposizione. Una dozzina di altri
partiti hanno seggi in parlamento,
compreso un partito islamico moderato.
Le prossime elezioni sono previste per
l’autunno 2002318.
Il Paese è stato raggiunto dall'ondata musulmana fin dall'inizio, nonostante la sua
posizione periferica ed ha profondamente assorbito la cultura islamica.
Dal punto di vista etnico, il Marocco è il Paese del Maghreb dove la componente berbera ha
la più alta presenza (33%) che, comunque, rimane inferiore a quella araba (65%).[2]
La quasi totalità della popolazione è musulmana.[2]
Il sistema giudiziario è fondato sul diritto francese e sulla Shari'a.[2]
Il Paese è membro della Lega araba e dell'Organizzazione per la Conferenza Islamica[2].
Il nomadismo sta sempre più lasciando il posto ad un assetto socioeconomico
caratterizzato da una maggiore sedentarietà. [1]
A ciò si accompagna un'evoluzione dei modelli di vita in senso occidentale, in particolare
con un affievolimento del senso di appartenenza alla tribù dell'individuo e della terra, con
una crescente affermazione dell'individualismo e dei ceti urbani. [1]
La crescita economica appare sostenuta anche grazie ai flussi di investimento stranieri. [2]
Il petrolio non è risorsa determinante come in altri Paesi del maghreb, in quanto non copre
neppure i fabbisogni interni. [2]
Il Marocco ha ancora aperta la questione del Sahara occidentale, che lo contrappone al
Fronte Polisario319.[2]
318
The Economist
76
3.3.6 SUDAN
Il Sudan ha importanti legami storici con
l'Egitto.
Il territorio sudanese è stato gradualmente
islamizzato,
nonostante
preesistenti
localizzate presenze cristiane.
Nel
1820,
si
assiste
addirittura
all'occupazione turca, che fa del Sudan una
provincia dell'Egitto. [1]
Nel 1870, dopo un periodo di espansione
territoriale sotto l'Egitto, l'amministrazione
passa alla Gran Bretagna, che viene
contestata da rivolte interne guidate da
Mohammed Ahmed, il Mahdi. [1]
Il dominio britannico diviene, nel 1899,
dominio congiunto anglo-egiziano. [1]
Sotto l'Inghilterra si registrano conflitti
interni tra nord (arabo e musulmano) e sud
(nero e animista o cristiano). [1]
Il Sudan raggiunge l'indipendenza nel 1956, come Repubblica. Essa, però, eredita la
tensione nord/sud, che conduce al colpo di stato del Generale Abboud (1958). [1]
L’affermazione sulla scena politica dell’integralismo islamico comincia negli anni sessanta
con l’opera di Hassan al-Turabi, leader del Fronte Nazionale Islamico (Fni). Negli anni
settanta, con il governo di Jaf’ar al-Numayri, l’Fni conquista posti chiave per il controllo
dell’economia sudanese. L’obiettivo di al-Turabi diviene con il tempo quello di porre il
Sudan al centro di un movimento islamico globale e, a tal fine, instaura contatti con l’islam
politico di Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, Iran, Golfo Persico320.
Gli avvenimenti che precedono si succedono sullo sfondo dei contrasti con gli autonomisti
del sud che comunque si placano nel 1972, grazie ad un accordo favorito dalla mediazione
etiopica[1].
Nel 1983, al-Numayri adotta però dei provvedimenti non accettati dal meridione del Paese,
con conseguente ripresa della guerriglia che vede protagonisti People’s Liberation Movement
(Splm) di John Garand ed il suo braccio armato Sudan People’s Liberation Army (Spla).
319
Negli anni settanta, il Marocco ha annesso diversi territori nell'area sahariana, ma tale operazione non ha trovato il
riconoscimento della comunità internazionale ed è contrastata con le armi dal gruppo Polisario (Fronte popolare di
liberazione del Saguiat el Hamra e del Rio de Oro)[2]
320
Gustincich, 2002.
77
Dopo due nuovi colpi di stato (1985 e 1989), sono ancora i militari a guidare il Paese. [1]
L’attuale governo è dominato da un’alleanza tra i militari ed il National Congress Party,
che sposa una piattaforma islamica321.
Dal 1989, è Presidente Omar Hassan al-Bashir, ultimamente rieletto.
Tra gli oppositori figura ancora Hassan al Turabi,
dell'Assemblea nazionale.[2]
Presidente, fino a poco tempo fa,
Nel luglio 2002, dopo un lungo periodo di pressioni internazionali e cinque settimane di
colloqui in Kenya, il governo islamico ha offerto ai ribelli dello SPLA un accordo che
comprende un’immediata spartizione del potere, l’esenzione dall’osservanza della legge
musulmana e, in prospettiva, l’autodeterminazione. Questo passo potrebbe portare la pace
in Sudan. Intanto gli scontri armati continuano322.
Dal punto di vista etnico, il Sudan presenta una certa varietà; essenzialmente il 49% della
popolazione è araba ed il 30% nilotica e camitica. [2]
La religione musulmana è praticata dal 70% dei sudanesi, mentre la restante parte della
popolazione è animista o cattolica. [2]
Il sistema giudiziario è basato sulla common law e sulla Shari'a[2].
Il Sudan è membro della Lega araba e dell'Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI). [2]
L'assetto sociale nomade è ancora diffuso nel Paese, a causa della configurazione del
territorio, ma sta regredendo viste le politiche del governo tese a favorire il processo di
sedentarizzazione.
Nel Paese sono attivi giacimenti petroliferi e raffinerie. Circa il 75% delle risorse petrolifere
si trova nel sud del Paese323; tale circostanza influenza chiaramente l’accennato conflitto
interno.
Sono, altresì, diffuse le banche islamiche324, coerenti con il profilo integralista dell'assetto
di potere al governo. [2]
321
www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/su.html
Fonte The Economist
323
Fonte The Economist
324
Dettagli sul sistema finanziario islamico saranno illustrati nel capitolo dedicato.
322
78
3.3.7 SOMALIA
L’attuale
Repubblica
della
Somalia,
indipendente dal 1960, è il risultato della
recente fusione di due realtà: la Somalia
sottoposta all’amministrazione fiduciaria
italiana dal 1950 ed il protettorato britannico
del Somaliland.
Dopo la destituzione, nel 1991, del Generale
Siad Barre (che deteneva il potere dal 1969),
la Somalia è caduta nella guerra civile. Nel
maggio del 1991 i clan del nord hanno
dichiarato la Repubblica indipendente del
Somaliland (zona nord occidentale). Sebbene
non riconosciuta da nessun governo, questa
entità ha mantenuto una stabile esistenza.
Una simile autodichiarazione ha condotto
alla Repubblica del Putland (zona nord
orientale).
Le Nazioni Unite sono intervenute nel 1993, soprattutto nel sud del Paese, ma si sono
ritirate nel 1995, dopo pesanti perdite, senza essere riuscite a ristabilire l’ordine.
Nell’ottobre del 2000, è stato creato un Governo Nazionale di Transizione (GNT), a
Djibouti, al quale partecipa una vasta rappresentanza dei clan somali. Il GNT ha un
mandato di tre anni per la creazione di un Governo nazionale permanente.
Sono ancora in corso combattimenti tra “signori della guerra” (capi clan) per il controllo di
Mogadiscio e di altre regioni del sud325.
Il gruppo etnico nettamente prevalente è quello somalo (98%); si registrano solo tracce
della presenza araba (1%).[2]
La popolazione è quasi esclusivamente sunnita. [2]
La principale attività economica del Paese è l’allevamento seminomade. [2]
Il petrolio non è una risorsa significativa della Somalia. [2]
Il Paese è membro della Lega araba e dell’Organizzazione per la Conferenza Islamica
(OCI) ed è associato all’Unione Europea328.[2]
325
Fonte: http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/ .
328
L’art. 131 del trattato che istituisce la Comunità Europea prevede l’associazione alla Comunità dei Paesi e dei
territori d’oltremare non europei che mantengono con il Belgio, la Danimarca, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi ed il
Regno Unito delle relazioni particolari. Scopo dell’associazione è promuovere lo sviluppo economico e sociale di tali
Paesi e l’instaurazione di strette relazioni economiche. L’associazione può coprire questioni relative agli scambi
commerciali, agli investimenti , al diritto di stabilimento. L’elenco di Paesi e dei territori d’oltremare associati è
contenuto nell’allegato IV del trattato. Tra essi figura, oltre alla Somalia, anche il Sudan,
http://europa.eu.int/abc/obj/treaties/it/ittr6e.htm http://www.ligelong.it/documents/trattato_maastricht/ittr6h04.htm
79
3.4 L’ASIA CENTRALE ED IL TRIANGOLO USA-RUSSIA-CINA
Per l’illustrazione dell’attuale assetto del mondo musulmano e per avere una più chiara
visione degli scenari internazionali interessati dal terrorismo di matrice islamica, è
opportuno soffermarsi anche sulla situazione nell’area dell’Asia centrale, comprendente
Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tajikistan, Kyrgyzstan, Azerbaijan.
Qualche parola è stata già spesa, nel paragrafo dedicato all’Iran, in relazione alla questione
della spartizione dello sfruttamento delle risorse del Mar Caspio.
Quest’area è stata sconvolta dalle conseguenze della caduta dell’Unione Sovietica, ma, per
le sue ricchezze di fonti d’energia e per la sua posizione geografica strategica, riveste
ormai una rilevanza centrale nel panorama mondiale.
A fattor comune, emerge il crescente coinvolgimento (militare, politico ed economico)
degli Stati Uniti nella regione329. La politica statunitense dichiarata è quella di sostenere lo
sviluppo delle società democratiche – società che non scelgono di unirsi a gruppi
terroristici330.
Viene da chiedersi come si giochi l’equilibrio in quest’area di tre protagonisti dello
scenario mondiale attuale e, probabilmente, futuro: Stati Uniti, Russia e Cina. A tale
questione sono dedicati i prossimi tre paragrafi331.
3.4.1 I RAPPORTI USA-CINA
Per quanto attiene ai rapporti USA/Cina, possono essere elencati alcuni fattori chiave che
costituiscono o evidenziano altrettanti elementi di incontro o scontro:
l’importanza della Cina in chiave antisovietica, è diminuita drasticamente con la fine
della guerra fredda332;
il bombardamento accidentale dell’ambasciata cinese a Belgrado, nel 1999, durante la
guerra del Kosovo [1];
la collisione tra un caccia cinese ed un aereo spia statunitense, nell’aprile 2001 [1];
la scoperta, all’inizio del 2002, di apparecchiature d’ascolto nascoste sull’aereo, di
fabbricazione americana, del Presidente Jiang Zemin [1];
la questione di Taiwan [1];
329
E’ evidente che lo sfruttamento delle risorse petrolifere caspiche ridurrebbe la dipendenza dell’occidente dal Golfo
Persico. A tal proposito, non sarà sfuggito che Kazakhstan, Tajikistan e Kyrgyzstan confinano proprio con l’emergente
potenza della Cina (l’ultimo Paese è addirittura attualmente sede di truppe americane)
330
Può essere significativo citare una frase di un opinionista politico moscovita, riportata da Businessweek: “Per lungo
tempo, è stata la missione della Russia quella di proteggere la civiltà occidentale dagli asiatici. Se gli americani stanno
per rilevare questo compito, che Dio li benedica.” (Starobin, 2002 in Businessweek)
331
Le informazione alla base di questi tre paragrafi sono tratte principalmente da Carpenter, 2002 [1], Cohen, 2002 [2],
Shimin, 2002 [3].
332
Trentin, 2002.
80
il sostegno diplomatico cinese alla guerra contro il terrorismo 333;
le spinte separatiste islamiche nello Xinjiang cinese334;
l’accettazione, da parte della Cina, dei nuovi rapporti tra USA e Pakistan [1];
il ritiro statunitense dal trattato sui missili antibalistici, verso la fine del 2001, che
contribuirebbe a diminuire la deterrenza del potenziale nucleare cinese [1];
l’interscambio commerciale si aggira intorno ai 100 miliardi di dollari, segno di un
crescente legame tra le due economie. Sarebbero, altresì, circa 40 i miliardi di dollari
investiti dagli americani in Cina335;
la Cina potrebbe preferire l’influenza statunitense in Asia centrale, rispetto a quella
della Russia, che rimane pur sempre un competitore regionale [1].
Agli elementi di valutazione che precedono, si aggiunga il fatto che è imminente la
successione del Presidente Jang Zemin [1].
3.4.2 I RAPPORTI USA-RUSSIA
Per quanto attiene ai rapporti USA-Russia, si possono evidenziare le seguenti questioni
chiave:
ritiro statunitense dal trattato sui missili antibalistici, verso la fine del 2001, che
contribuirebbe a diminuire la deterrenza del potenziale nucleare russo336[1];
firma del patto costitutivo del Consiglio Russia-Nato, il 28 maggio 2002 - Pratica di
Mare [1];
richiesta della Russia di entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio[2];
la plausibile aspirazione della Russia di trovare sempre più integrazione in Europa e
nell’alleanza euro-atlantica [2];
condanna degli attentati terroristici dell’11 settembre, da parte della Federazione russa;
la questione del terrorismo ceceno337 e caucasico, nell’ambito della Federazione Russa.
Sembra, altresì, che l’estremismo islamico potrebbe estendersi anche al Caucaso
settentrionale e persino alla valle del Volga [2];
accettazione della temporanea presenza militare americana338 - per la conduzione della
guerra in Afghanistan - nei Paesi dell’Asia centrale che ricadono storicamente nella
333
Patterns of global terrorism 2001 (PGT2001)
Si legge nel Patterns of global terrorism 2001 (PGT2001) che la Cina ha espresso preoccupazione circa la
possibilità che membri del locale gruppo terroristico islamico Uighuri abbiano ricevuto addestramento ed ispirazione da
Al-Qaida. Secondo alcune notizie stampa gli Uighuri avrebbero combattuto con gruppi islamici anche in Cecenia. Ne è
stata rilevata la presenza anche nei combattimenti in Afghanistan. Alcuni Uighuri addestrati da Al-Qaida sarebbero
tornati in Cina. (PGT2001).
335
Shimin, 2002. Sembra, comunque, che la Cina stia incrementano velocemente la propria presenza commerciale in
Panama; tale comportamento potrebbe far parte di un tentativo di penetrazione diplomatica nel Paese e, in generale,
nell’America centrale (Fonte: The Economist).
336
Una possibile diminuzione che non sembra, però, almeno nel breve periodo, poter essere tale da sconvolgere
l’equilibrio nucleare tra le due potenze.
337
Una fazione ribelle, composta sia da ceceni che da combattenti mujahidin stranieri – in particolare arabi -, è
connessa al terrorismo islamico internazionale ed usa metodi terroristici (Patterns of global terrorism 2001).
338
Sono, addirittura, state utilizzate ex basi militari sovietiche.
334
81
sfera d’influenza russa [2]. Sembra, ora, che tale presenza militare potrebbe prolungarsi
più del previsto;
deficit delle finanze e delle forze armate, che non consentirebbe alla Russia il
mantenimento di una posizione egemone nell’Asia centrale [2];
rifiuto russo agli inviti dell’Opec a ridurre la produzione di greggio, per farne salire il
prezzo sul mercato mondiale [1]. In generale, la Russia svolge un ruolo di
“bilanciamento” dell’Arabia Saudita339. A ciò si aggiunga la plausibile aspirazione
russa a rafforzare la propria posizione di fornitore strategico di petrolio e gas per
l’Europa.
3.4.3 I RAPPORTI RUSSIA-CINA
Con riferimento alle relazioni Russia-Cina, possono avere rilievo i seguenti fattori chiave:
nel 1996, i due Paesi si sono definiti in rapporto di cooperazione strategica. Tale
cooperazione non sembra, però, essere particolarmente ampia [1];
nel tempo, Russia e Cina hanno congiuntamente criticato la politica americana circa
l’allargamento della NATO, l’intervento militare nei balcani, i sistemi difensivi rispetto
a missili balistici [1];
alla costituzione degli Stati indipendenti che attualmente vi insistono, non ha
corrisposto un allargamento dell’influenza della Cina nella zona [3];
nel 2001, è stata creata l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai340, nell’ambito
della quale collaborano anche Russia e Cina [1];
l’esportazione di risorse energetiche (gas, petrolio, energia idroelettrica) dalla Russia
alla Cina sembrerebbe costoso e realizzabile solo nel lungo periodo. La Cina sembra
intenzionata a puntare sullo sfruttamento del proprio carbone[3];
l’interscambio si aggira solo intorno agli 8 miliardi di dollari [3].
339
Ormai, al luglio 2002, la Russia che producendo approssimativamente lo stesso quantitativo di petrolio dell’Arabia
Saudita. Per mantenere tali livelli, sono però necessari nuovi investimenti in esplorazione e rinnovamento degli
impianti. Anche per attirare capitali stranieri, le compagnie petrolifere russe (ad esempio, la Lukoil) stanno compiendo
interventi interni. (The Economist)
340
Tale organizzazione verrà ripresa nel capitolo sui gruppi terroristici.
82
3.4.4 PANORAMICA SUGLI STATI MINORI DELL’ASIA CENTRALE
Le considerazioni che precedono danno l’idea della complessità dei rapporti tra
USA/Russia/Cina e di come l’equilibrio mondiale sia attualmente improntato su uno
schema triangolare in continua evoluzione.
Buona parte degli sviluppi futuri di questo equilibrio si gioca nella regione centro asiatica,
sia per ragioni geografiche sia per la presenza di risorse energetiche.
Sfruttarle al meglio significherà stemperare sensibilmente l’influenza medio orientale negli
equilibri energetici mondiali.
Nelle realtà statuali sorte nella regione sembra registrarsi l’abbandono dell’ “opposizione
legale” ai governi ed al sorgere di un’opposizione estremistica radicale anticostituzionale,
rappresentata soprattutto dai gruppi islamici. Si può, addirittura, arrivare ad affermare
che l’islam è ormai un attore politico regionale indipendente341.
La “minaccia islamica” sembra stia prendendo corpo, specie dalla fine degli anni novanta.
Per impostare una reazione comune sono quindi intervenuti i russi attraverso l’Accordo di
sicurezza collettivo della Comunità degli Stati Indipendenti342 e, di concerto con i cinesi,
tramite quella che oggi è l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai343. Dopo l’11
settembre 2001, sono entrati in scena anche gli Stati Uniti.
Caratteristica dei Paesi dell’Asia centrale è stata una politica estera “a più vettori”,
concretizzatasi in atteggiamenti di minore o maggior distacco dalla Russia, da più o meno
diffusi timori nei confronti della Cina, nella più o meno accentuata ricerca dell’appoggio
dell’occidente344, con ciò riflettendo l’assetto triangolare dei rapporti a livello mondiale345.
341
Panarin, 2002. Sempre da fonte aperta risulta quanto segue sul passato delle rivendicazioni politiche islamiche nella
regione. Nel 1990, ad Astrakhan (Russia) nasce il “Partito della rinascita islamica” (Pri), come voce ufficiale dell’islam
nell’Unione Sovietica. La frammentazione di quest’ultima determina un analogo destino del Pri (Fumagalli, 2002).
Avendo come riferimento la valle di Fergana ed in alternativa al Pri, nel 1991, Yo’ldash e Namangani (futuri fondatori
dell’IMU – si veda capitolo dedicato ai gruppi terroristici) costituiscono il partito Adolat, le cui moschee e madrase
(scuole coraniche) si diffondono, specie sui versanti uzbeko e kirghiso. La valle della Fergana si estende tra Uzbekistan
orientale, Kirghizistan meridionale, e Tajikistan settentrionale (Fumagalli, 2002).
Adolat collaborava con le forze dell’ordine per colpire la delinquenza e la corruzione, con l’obiettivo ultimo della
moralizzazione dello Stato. Adolat si muoveva su un concetto di giustizia consistente nel ritorno alla pura shari’a. La
radicalizzazione del movimento, che inizia anche ad agire in modo autonomo, porta al suo scioglimento nel 1992.
L’eredità di Adolat viene raccolta, nel 1996, da Akramiyya; quest’organizzazione scelse di agire in modo “puntiforme”
attraverso la costituzione di singole comunità, strutturate sui valori originari dell’islam, che diffondessero l’esempio.
All’orizzonte rimaneva la creazione del califfato (Buttino, 2002).
A seguito della messa al bando in Uzbekistan di Adolat e Pri, Namangani ed i suoi seguaci si recano in Tajikistan dove
partecipano alla guerra civile e nel 1997 si spostano in Afghanistan. Nel 1998, nasce formalmente a Kabul IMU
(Fumagalli, 2002).
Le attuali difficoltà di IMU sono legate all’affermarsi nell’Asia centrale di Hizb al-Tahrir al-Islami (Ht- Movimento
islamico di liberazione) come movimento di opposizione regionale. Ht nasce a Gerusalemme nel 1953 ed è attualmente
strutturato in cellule di 5-7 persone caratterizzate da elevata segretezza ed impermeabilità rispetto a tentativi di
infiltrazione. Il principale veicolo di propaganda è costituito da volantini affissi nottetempo alle pareti delle case e sulle
strade.
Obiettivo sia di IMU (radicato nelle regioni rurali) che di Ht (che raccoglie più consensi tra l’intelligencija urbana) è la
costituzione in Asia centrale del Califfato islamico, a partire dalla valle di Fergana.
(Fumagalli, 2002)
342
Accordo che comprende Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikstan, Belarus, Armenia.
343
Vielmini, 2002.
344
Vale la pena ricordare anche l’avvicinamento, all’inizio degli anni novanta, alla Turchia.
345
Panarin, 2002
83
Tale indirizzo di politica estera ha aperto la strada all’influenza statunitense ed alla perdita
di egemonia della Russia346.
Andando un poco più nel dettaglio, riguardo alla situazione dei singoli Stati, possono
essere ricordati gli elementi di valutazione che seguono.
L’Azerbaijan, in occasione del conflitto in Afghanistan, ha offerto l’uso delle proprie basi
militari, condivisione delle informazioni e cooperazione di polizia. L’Azerbaijan aveva già
fornito assistenza agli Usa anche con riferimento alle investigazioni sugli attentati
dell’agosto 1998 in Kenya e Tanzania, attribuiti ad Usama bin Landen. Più recentemente,
sono stati incrementati gli sforzi tesi smantellare la rete internazionale di supporto
logistico ai mujahidin operanti in Cecenia347.
Da sottolineare la presenza nel Paese di un movimento nazionalista etnico azero - di cui è
difficile stimare la consistenza - che punterebbe ad inglobare il nord dell’Iran, considerato
parte del grande Azerbaijan. Da ricordare, peraltro, che questo Paese è ancora
protagonista di una disputa territoriale con l’Armenia348.
Dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse petrolifere del Paese e dell’influenza
occidentale, storico è il contratto stipulato, all’inizio degli anni novanta, da un consorzio
guidato da Bp per il gruppo offshore di giacimenti di Guneshli, Cirag ed Azeri350.
Nella confinante Georgia, consulenti statunitensi hanno fornito addestramento ed altra
assistenza per rafforzare i controlli anti terrorismo; si ritiene che guerriglieri musulmani
(anche legati al conflitto ceceno) abbiano trovato rifugio nella valle del Pankisi351. Ad ogni
modo il Governo sta cercando di impedire l’uso del Paese per la fornitura di supporto
finanziario e logistico ai guerriglieri del conflitto ceceno. Anche la Georgia, in occasione
del conflitto in Afghanistan, ha offerto agli Stati Uniti l’utilizzo di basi e spazio aereo.352
Nel Kyrgyzstan, la campagna in Afghanistan ha portato all’installazione di una base
militare statunitense (Manas, presso la capitale Bishkek), che potrebbe permanere a lungo.
Si consideri che il Kyrgyztan confina con la Cina. Per quanto attiene, invece, alla Russia, va
sottolineato che questa ha consentito tale presenza militare nonostante il Kyrgyzstan sia
un Paese aderente all’Accordo per la sicurezza collettiva della Comunità degli Stati
Indipendenti.
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai ha deciso di creare un centro
antiterroristico nel Paese. Sempre in Kyrgyzstan dovrebbe essere fissato il Quartier
346
Una diversa impostazione della politica estera avrebbe probabilmente lasciato questi Paesi esclusivamente
dipendenti dalla Russia, per ragioni storiche, geografiche e per l’assetto delle esistenti vie di comunicazione.
347
Patterns of global terrorism 2001 (PGT2001). Per quanto attiene alle attività di contrasto al terrorismo, nel
PGT2001 viene anche sottolineato l’arresto ed il processo di sei membri del Hizb ut-Tahrir (veggasi la scheda
riguardante il gruppo terroristico IMU). Viene altresì evidenziata nel PGT2001 la revoca della registrazione della locale
filiale di una NGO islamica, per sospetti di supporto al terrorismo.
348
Starobin (et al) 2002. Parte del suolo azero è occupato, dalla guerra del 1994, da truppe armene.
350
Sinatti, 2002
Come evidenziato la sicurezza in Georgia è fondamentale in relazione alla pianificata costruzione dell’oleodotto dal
Mar Caspio al Mediterraneo.
352
Patterns of global terrorism 2001 (PGT2001)
351
84
generale di una forza di reazione rapida dell’Accordo per la sicurezza collettiva della
Comunità degli Stati indipendenti, destinata a rispondere anche alle minacce legate al
terrorismo353. Sia nel 1999 che nel 2000, il Paese ha subito attacchi da parte del gruppo
terroristico Islamic Movement of Uzbekistan; conseguentemente è stata creata una forza
armata speciale di circa 6.000 componenti (Southern Group of Forces). I rapporti con
l’Uzbekistan non sono buoni, anche a causa della decisione di quest’ultimo Paese di
minare la linea di confine con il Kyrgyzstan354.
Il Kazakhistan è destinatario di ingenti investimenti americani355. Dal punto di vista
militare, è stato concluso un accordo per l’accesso delle forze statunitensi a basi aree del
Kazakhstan.356
Il Kazakhstan è impegnato a prevenire la diffusione dei gruppi islamici militanti; a tal fine,
ad esempio, sono stati arrestati individui mentre distribuivano opuscoli per il Hizb utTahrir , che incitavano al rovesciamento dell’attuale governo. Il Paese, in relazione alle
operazioni alleate condotte in Afghanistan, ha permesso l’utilizzo del proprio spazio
aereo, ha incrementato lo scambio di informazioni ed ha consentito ad aerei della
coalizione di aver base nel Paese.357
Anche l’Uzbekistan ospita truppe americane, giunte nell’ottobre 2001, nel quadro del
dispiegamento militare connesso alla campagna in Afghanistan. Da ricordare, peraltro, che
tale campagna ha anche aiutato il governo uzbeko, nella sua lotta contro i locali
guerriglieri estremisti islamici, alleati dei Talibani.
Nel Paese, come si vedrà anche nei seguenti capitoli, opera il Movimento Islamico
dell’Uzbekistan (Islamic movement of Uzbekistan IMU), legato ad Al-Qaida. A ciò si aggiunge
l’Hizb-al-Tahrir, partito fondamentalista che ha l’obiettivo di rovesciare il regime in carica.
Nell’ottobre 2001, questo gruppo ha distribuito volantini inneggianti alla resistenza contro
il supporto del governo uzbeko alla coalizione condotta dagli Stati Uniti, che assieme alla
Gran Bretagna avrebbe, dal loro punto di vista, dichiarato guerra all’islam358.
Il Tajikistan359 non si è ancora ripreso dalla guerra civile finita cinque anni fa (1993-1997),
che ha provocato una stima di 60.000 vittime360 ed ha visto protagonista anche il Partito
della rinascita islamica (cartello di gruppi d’ispirazione musulmana)361. L’accordo
raggiunto nel 1997 permette agli islamici di partecipare al governo (unico caso nell’Asia
centrale).
Per quanto attiene all’atteggiamento verso il movimento politico islamico radicale Hizb utTahrir, nel 2001 più di 100 membri sono stati arrestati362.
353
Veggasi capitolo sui gruppi terroristici.
Patterns of global terrorism 2001.
355
Starobin, 2002. In particolare, si sono impegnate Chevron-Texaco, ExxonMobil. Si può definire storico il contratto
stipulato, all’inizio degli anni novanta, tra la Chevron ed il Kazakhstan per i giacimenti del Tengiz (Starobin, 2002).
356
The Economist.
357
Patterns of global terrorism 2001. A proposito di Hizb ut-Tahrir, veggasi anche la scheda dedicata al gruppo
terroristico IMU.
358
Patterns of glabal terrorism 2001.
359
Fonte The Economist.
360
L’economia è ancora in una situazione disastrosa Si assiste ad una forte migrazione maschile verso la Russia.
361
Deledda, 2002.
362
Patterns of glabal terrorism 2001.
354
85
Il Tajikistan è pesantemente investito dalle rotte del flusso di stupefacenti proveniente
dall’Afghanistan363. Stime ufficiose arrivano a quantificare i proventi di questo traffico nel
30% del prodotto interno lordo364.
In occasione del conflitto in Afghanistan, il Paese ha invitato gli Stati Uniti ad utilizzare le
proprie basi aeree365.
Le relazioni con l’Uzbekistan sono tese, in quanto l’Uzbekistan ha deciso unilateralmente
di dispiegare campi minati al confine 366.
3.4.5 GLI INTERESSI IN GIOCO NELL’ASIA CENTRALE
In linea generale, si può affermare che la motivazione circa il permanere delle forze
americane nell’Asia centrale potrebbe passare per la protezione delle fonti energetiche e
degli oleodotti, il controllo del fondamentalismo islamico nella regione, il contenimento di
eventuali ambizioni di Russia e Cina, l’uso di basi militari per future operazioni contro, ad
esempio, l’Iraq.
In ogni caso, l’Asia centrale è storicamente una zona d’influenza della Russia, che non può
rinunciare completamente al controllo sulla regione.
Basti pensare che le principali vie di comunicazione si dirigono tutte verso la Russia.
A ciò si aggiungano argomenti legati alla complementarità delle due entità: eccedenza
demografica dell’Asia centrale cui corrisponde una carenza di forza lavoro della Russia; la
Russia ha una conformazione (piatta) del territorio, confina con forti consumatori di
greggio, dispone di risorse idriche, infrastrutture, imprese per la raffinazione del petrolio,
specialisti qualificati: tutti fattori che potrebbero essere funzionali all’ottimale (dal punto
di vista economico) sfruttamento del potenziale di risorse energetiche dell’Asia centrale367.
Con riferimento alla ricchezza di idrocarburi della regione, bisogna, però, anche
considerare che la produzione dell’Asia centrale è una potenziale minaccia per l’export (e,
quindi, per l’economia, ma anche per la posizione strategica sullo scenario internazionale)
della Russia, specie ove tale produzione si diriga verso mercati significativi per la Russia
stessa, magari aggirandone il territorio368.
Le direttrici verso est (dal Kazakhstan alla Cina), verso sud-est (dal Turkmenistan in
Pakistan, attraverso l’Afghanistan) non sono concorrenti rispetto a quelle russe; la
direttrice sud (dal Kazakhstan e dal Turkmenistan verso il Golfo Persico, attraverso l’Iran)
è economicamente svantaggiosa (e comunque avversata già dagli USA); la direttrice ovest
(dal Kazakhstan al Mar Nero, attraverso la transcaucasia) presenta una bassa
concorrenzialità economica, anche se ha un rilevante significato politico, paragonabile a
quello della direttrice sud-ovest. La principale minaccia viene proprio dalla direttrice sudovest (dal Kazakhstan verso il Mediterraneo, attraverso Transcaucasia e Turchia). Ove il
363
Le azioni di attraversamento del confine da parte dei trafficanti assumono spesso la forma di vere operazioni militari
contro le guardie di frontiera, di cui fanno parte anche truppe russe (Deledda, 2002).
364
Deledda, 2002. Tali rotte attraversano direttamente anche Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan. Successivamente
poi le stesse si dipanano principalmente attraverso il Kazakhstan, l’Ucraina, la Federazione Russa, per entrare in Europa
(Deledda, 2002).
365
Patterns of global terrorism 2001.
366
Patterns of global terrorism 2001.
367
Panarin, 2002.
368
Panarin, 2002
86
Kazakhstan accettasse di appoggiarsi all’oleodotto Baku (Azerbaijan) - Ceyhan (Turchia),
questo sarebbe un significativo passo nel senso dell’avvicinamento all’occidente (agli Stati
Uniti) a discapito dell’influenza russa.369 Per adesso l’aggiramento della Russia è assicurato
dall’oleodotto Baku-Supsa (porto georgiano sul Mar Nero), che è di limitata capacità. Dal
canto suo, la Russia ha ristrutturato l’oleodotto Baku-Novorossijsk (eliminando il tratto
ceceno e rafforzando quello daghestano) e costruito un nuovo oleodotto TengizNovorossijsk (quest’ultimo con il contributo anche del Kazakhstan, dell’Oman e di
compagnie europee ed americane).370
Per quanto attiene al citato spazio per flussi di emigrazione, c’è da considerare che, ove
questi si verifichino, potrebbero costituire una delle strade per mantenere un collegamento
sociale, culturale ecc. tra Russia ed Asia centrale.
Nell’ottobre 2001, sono state avviate - e sono proseguite nell’aprile 2002 - le consultazioni
tra Stati Uniti e Russia circa il futuro della regione.
369
370
Panarin, 2002
Sinatti, 2002
87
3.5 IL SUD EST ASIATICO371
3.5.1 INDONESIA372
L’Indonesia, dopo un passato coloniale sotto l’Olanda, ha ottenuto l’effettiva
l’indipendenza nel 1949373, con il ritiro delle truppe dei Paesi Bassi.
Nel 1965, Mohamed Suharto, appoggiato dai militari, ha assunto il potere con un colpo di
Stato e successivamente ha ottenuto riconferme elettorali sino al 1998.
Dal luglio 2001, è Presidente Megawati Sukarnoputri374.
La popolazione è estremamente eterogenea dal punto di vista etnico; può essere delineata
una distinzione in due grandi gruppi: i protomalesi ed i deuteromalesi. Questi ultimi sono
di religione islamica e lingua malese.
Dal punto di vista religioso, in Indonesia si assiste ad una forte predominanza musulmana
(87%), a fronte di una piccola percentuale di cristiani (9-10%).
Se si considera che l’Indonesia ha più di 200 milioni di abitanti, essa è il Paese che
raccoglie il più alto numero di islamici nel mondo.
L’Indonesia è membro dell’OCI.
Il Congresso del popolo375, in base alle ultime elezioni risalenti al 1999, vede 51 seggi
conquistati dal Partito nazionalista islamico (su un totale di 500).
371
Le cartine geografiche inserite in questo capitolo sono tratte dal sito internet della Central Intelligence Agency CIA
www.cia.gov
372
Le informazioni sono principalmente tratte da Calendario Atlante De Agostini. Conferme ed informazioni
aggiuntive possono essere trovate in http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/id.html.
373
La formale proclamazione dell’indipendenza risale al 1945.
374
Fonte: http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/id.html
375
Organo che elegge il Presidente e determina le linee d’azione politica.
88
Dal punto di vista economico, l’Indonesia ha cospicue risorse petrolifere ed è membro
dell’OPEC. Nonostante questa ricchezza e gli aiuti del Fondo monetario internazionale, il
Paese vive una lenta ripresa dalla dura recessione degli anni 1997-1998.
L’Indonesia soffre la presenza di forti tensioni interne nella regione di Aceh (Sumatra
settentrionale, per la separazione), nell’Irian Jaya (Papua occidentale, per la separazione),
nelle Molucche (tra musulmani e cristiani), nel Borneo centrale (tra etnie dayak e
maduriani).
Nel 2002, è giunta a conclusione la lotta per l’indipendenza376 di Timor orientale, ex
colonia portoghese annessa unilateralmente dall’Indonesia nel 1976. Dopo un referendum
patrocinato dall’ONU, tenuto nel 1999377, dal 20 maggio 2002 Timor Est è
internazionalmente riconosciuto come Stato indipendente.
E’ ancora aperta una disputa territoriale con la Malesia riguardante le isole Sipadan e
Ligitan.
376
Lotta condotta da Fretilin (Fronte di Liberazione Nazionale)
Cui sono seguiti la guerriglia anti separatista, l’intervento dei caschi blu dell’ONU (forza Intefet), la ratifica del
referendum da parte del Congresso di Giacarta, l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la
costituzione di un’Amministrazione transitoria (Untaet).
377
89
3.5.2 MALAYSIA378
Dopo un passato coloniale britannico, la Malesia nasce nel 1963 dall’unione degli undici
Stati della preesistente Federazione della Malesia (indipendente dal 1957), del Sabah e del
Sarawak (già parti del Borneo britannico) e di Singapore (che lascerà l’unione nel 1965).
I primi anni di vita della federazione sono segnati dai tentativi dell’Indonesia di imporre la
propria influenza e da rivendicazioni territoriali delle Filippine379.
Il Paese è quindi formato da tredici entità dotate di un rilevante grado di autonomia380. La
forma federale dello Stato prevede l’esistenza di un Parlamento federale bicamerale, cui
risponde il governo che è guidato dal leader del partito vittorioso alle elezioni politiche. E’
prevista anche la figura del Capo supremo della federazione (Yang Di Pertuan Agong).
Dal 1981, il Capo del governo è Mahatir Mohamad.
I due principali gruppi etnici presenti sono quello malese (58%) e quello cinese (25%).
Dal punto di vista religioso, si registra la netta predominanza dei musulmani381 (53%); i
cristiani rappresentano solo il 6% della popolazione, superati numericamente anche dai
buddisti (17%) e dagli induisti (7%). La Malesia è membro dell’OCI.
Alle elezioni del 1999, il Partito islamico pan-malese ha conquistato 27 seggi della Camera
dei rappresentanti su un totale di 193.
La Malesia ha una notevole disponibilità di idrocarburi, la cui estrazione e produzione è
gestita dalla Petronas (Petroliam Nasional Bhd), privatizzata nel 1995. Il Paese non risulta
essere membro dell’OPEC.
378
Le informazioni sono principalmente tratte da Calendario Atlante De Agostini. Conferme ed informazioni
aggiuntive possono essere trovate in http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/my.html.
379
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/my.html
380
Ognuno ha addirittura proprie assemblee legislative e propri organi esecutivi.
381
La componente malese è di religione islamica.
90
In generale, l’economia del Paese si è trasformata rispetto all’iniziale situazione degli anni
settanta, e dalla fine degli anni novanta si può dire che la Malesia sia caratterizzata da
un’economia emergente e multisettoriale, trainata anche dalle esportazioni di prodotti
dell’elettronica382.
Per quanto attiene al settore finanziario, si veda successivamente quanto riportato nel
capitolo dedicato al sistema bancario islamico.
La Malesia è coinvolta in una complessa disputa territoriale riguardante le isole Spratly
con Cina, Filippine, Taiwan, Vietman e Brunei. Altre questioni territoriali sono aperte con
Singapore, Indonesia, Thailandia, Filippine383.
3.5.3 FILIPPINE 384
Colonia spagnola dal XVI secolo e possedimento degli
Stati Uniti dal 1898385, le Filippine nel 1946, dopo
l’occupazione giapponese della Seconda guerra
mondiale, sono divenute una repubblica indipendente386.
Nel 1986, è stata abbattuta la ventennale dittatura di
Ferdinando Marcos. Attualmente è Presidente della
Repubblica e Capo del governo Maria Gloria Macapagal
Arroyo.
I gruppi etnici più numerosi sono quello neomalese
(40%), indonesiano (30%), cinese (10%) e paleomalese
(10%).
Le Filippine sono caratterizzate dalla forte predominanza
di cattolici (84%), a fronte di un esiguo numero di
musulmani (4-5%).
Gli idrocarburi estratti nel Paese sono ancora insufficienti
anche alla soddisfazione del fabbisogno nazionale.
Come si vedrà meglio nel capitolo dedicato ai gruppi
terroristici, le Filippine sono infiammate dall’attività di
guerriglia condotta, in particolare, dal gruppo separatista
islamico Abu Sayyaf, operante nella zona meridionale.
L’obiettivo è quello della costituzione di uno Stato
islamico indipendente nella parte occidentale di Mindanau e nell’arcipelago Sulu.
382
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/my.html
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/my.html
384
Le informazioni sono principalmente tratte da Calendario Atlante De Agostini. Conferme ed informazioni
aggiuntive possono essere trovate in http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/rp.html.
385
A seguito dalla cessione da parte della Spagna, conseguenza della guerra ispano-americana.
386
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/rp.html
383
91
Gli Stati Uniti hanno chiuso la loro ultima base militare nelle Filippine nel 1992387.
Il Paese è coinvolto in una complessa disputa territoriale riguardante le isole Spratly con
Cina, Malesia, Taiwan, Vietman e Brunei. Altra questione territoriale è aperta con la
Malesia.388
3.5.4 SINGAPORE 389
Singapore è un’ex colonia britannica390, che ha ottenuto l’autogoverno nel 1959. Risale al
1963 l’unione con la Malaysia, dalla quale Singapore si separa appena due anni dopo,
divenendo una Repubblica indipendente.
Attuali Presidente e Primo Ministro sono rispettivamente Sellapan Ramanathan e Goh Chok
Tong391, entrambi appartenenti al Partito d’Azione Popolare, da sempre al governo del
Paese392.
Il gruppo etnico prevalente è quello cinese (76%), seguito a distanza da quello malese
(14%).
La religione musulmana è professata dal 15% della
popolazione, mentre la maggioranza è divisa tra
buddismo (32%) e taoismo (22%).
L’economia di Singapore si impernia su uno dei
maggiori porti mondiali, al primo posto nel mondo per
il traffico di container.
Notevole rilievo hanno anche le attività finanziarie e
bancarie, tanto che il Paese è la seconda piazza
finanziaria d’Asia dopo Tokyo.
A Singapore operano circa 300 multinazionali,
soprattutto statunitensi ed europee.
A livello di relazioni internazionali è ancora aperta una disputa territoriale con la
Malesia393.
387
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/rp.html
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/rp.html
389
Le informazioni sono principalmente tratte da Calendario Atlante De Agostini. Conferme ed informazioni
aggiuntive possono essere trovate in http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/sn.html.
390
Fondata nel 1819 (http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/sn.html).
391
Quest’ultimo è Primo Ministro dal 1990 (http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/sn.html).
392
Alle ultime elezioni (2001) il PAP ha conquistato 82 seggi su 84
(http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/sn.html).
393
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/sn.html
388
92
4
LA PRESENZA MUSULMANA IN ITALIA394
4.1 CARATTERISTICHE STORICHE E DIMENSIONI DEL FENOMENO
Secondo un Dossier statistico 2001 della Caritas di Roma395, in Italia si trovano,
legalmente, 621.000 musulmani, pari al 37% del totale della popolazione immigrata.
Se a ciò si somma una stima di 70.000 “irregolari”[3], si arriva ad un totale di circa 700.000,
con una forte tendenza recente alla crescita.
Questo fa della religione musulmana la più seguita in Italia, dopo il cattolicesimo.
E’ negli anni ottanta che l’immigrazione islamica diviene un fenomeno di rilievo. L’Italia,
non avendo un particolare passato coloniale, non accoglie in massa comunità specifiche,
come i nord africani per la Francia (tre milioni), i pakistani per l’Inghilterra (un milione), i
turchi per la Germania (due milioni e mezzo), gli indonesiani per l’Olanda. La presenza
islamica assume, quindi, una certa varietà [3]396.
L’atteggiamento degli immigrati nei confronti della società ospitante, risente del clima di
“riscossa” alimentato da movimenti come quello dei Fratelli musulmani, dalla propaganda
del nazionalismo panarabo e/o del panislamismo. Ne consegue, tra l’altro, la volontà di
manifestare il proprio credo, la propria condizione di appartenente all’Islam. Questo non
necessariamente si traduce in atteggiamenti di chiusura [3]397.
4.2 I CENTRI DI PREGHIERA E LE ORGANIZZAZIONI ISLAMICHE IN
ITALIA
Uno dei principali segni della presenza islamica è la creazione di appositi spazi dedicati
alla preghiera ed alla predicazione e, in generale, all’incontro ed al confronto [1]398.
Tali spazi possono concretizzarsi all’insegna dell’improvvisazione e della risposta
“artigianale” a queste esigenze (scantinati, case, cantine, garages ecc), ossia in luoghi di
preghiera che hanno spesso la caratteristica dell’instabilità, in quanto legati all’iniziativa
ed alla volontà di una sola persona, forse con più carisma o dotata di una maggiore
preparazione, che si pone, magari, come guida di preghiera o insegnante del Corano. Ne
consegue che lo spostamento dell’elemento catalizzatore può facilmente determinare il
venir meno del luogo di preghiera [1].
394
Le informazioni contenute in questo capitolo sono tratte principalmente da Allievi, Dassetto, 1999 [1] e da Reuven
Paz 2000 [2], Giannasi, 2000 [3].
395
Sito internet www.caritasroma.it
396
I Paesi europei che presentano la più significativa presenza di musulmani sarebbero la Francia (4,2 milioni), la
Germania (3,2 milioni) e la Gran Bretagna (1,3 milioni). Negli Stati Uniti la religione islamica è quella in più forte
crescita (The Economist)
397
Secondo i sociologi dell’Università di Padova, che hanno condotto uno studio in tal senso, vi sono anche immigrati
che non arrivano in Italia per necessità economiche, ma per usufruire della maggiore apertura culturale dell’occidente
[3].
398
Sempre legata a motivazioni religiose è la creazione delle macellerie islamiche, finalizzate al trattamento della carne
secondo i dettami della Shari’a.
93
L’emergere di queste guide spirituali “non professionali” dipende dal fatto che nel mondo
musulmano, come già evidenziato, non esiste un vero e proprio clero[1].
E’ interessante notare che, allorquando più realtà organizzative del genere vengono create
nella stessa città e talvolta nello stesso quartiere, può emergere un certo senso di rivalità
[1].
L’esigenza di disporre di spazi ove esercitare il culto in modo appropriato si è accentuata
negli anni ’70, a seguito dello shock petrolifero e delle politiche di contenimento
dell’immigrazione adottate dai governi europei; i musulmani, non potendo tornare
regolarmente nei propri Paesi (caratterizzati da elevata povertà), cercano di inquadrare in
un’ottica di maggior stabilità la propria presenza [1].
Stime risalenti al 2000 quantificano in circa 500 le sale di preghiera presenti in Italia399.
Finora si è genericamente fatto riferimento ai luoghi di preghiera ma un segno più visibile
e stabile della presenza musulmana è rappresentato dalle vere e proprie moschee [1].
I criteri principali per definire la presenza di una moschea sono il prevalere di un’attività
o di uno scopo religioso che comporta la regolare apertura del luogo di culto, non limitato
a singole etnie, nonché una certa forma di pubblicità (in senso lato) [1].
Dal punto di vista architettonico, inoltre, la presenza del minareto e della mezzaluna sono
caratteristiche peculiari, peraltro riscontrabili in Italia essenzialmente solo in tre edifici
presenti a Roma, Milano e Catania[1].
La moschea di Roma fa capo al Centro Islamico culturale d’Italia (CICI), istituzione
ufficiale nel cui consiglio siedono le rappresentanze diplomatiche dei paesi islamici. Nel
CICI ha un ruolo preminente la linea adottata dall’Arabia Saudita, da cui, peraltro, giunge
la maggior parte dei finanziamenti, attraverso la “Lega del mondo islamico”400, organismo
missionario musulmano, con sede alla Mecca.
Il progetto prese corpo con la messa a disposizione, negli anni settanta, da parte del
Comune di Roma, di un’area di circa 30.000 mq non lontana dal quartiere Parioli, a seguito
di pressioni sul Governo da parte della dinastia saudita (che si assunse anche il principale
onere finanziario) nonché della maggioranza dei Paesi islamici. Per la nascita del progetto
fu interpellata anche la Santa Sede, che accolse l’iniziativa non senza divergenze di
opinioni interne, che scaturirono principalmente dalla mancata richiesta di reciprocità, da
esercitare, ad esempio, nella stessa Arabia Saudita [1].
Altre forme di associazionismo di matrice islamica hanno preso corpo a partire dal
massiccio movimento migratorio verso l’Italia.
Le principali forme di aggregazione sono i Centri islamici (come il già citato CICI) e le
associazioni di rappresentanza [1].
I Centri islamici sono strutture associative rivolte alla base dei fedeli; le più importanti nel
panorama italiano sono il suddetto CICI di Roma ed il Centro Islamico di Milano e
Lombardia (CIML). Quest’ultimo assume posizioni più militanti, con l’aspirazione di
essere un punto di riferimento, a livello nazionale, per tutta la comunità islamica [1].
399
400
http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista_2000_3_4.htm
Da non confondere con la già citata Lega araba, avente sede a Il Cairo.
94
Le associazioni di rappresentanza, invece, hanno essenzialmente lo scopo di raggruppare i
vari Centri sparsi sul territorio e di porsi come riferimento di interlocutori esterni alla
comunità musulmana, come lo Stato Italiano [1].
L’associazione più estesa è l’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in
Italia (UCOII) [1], legate principalmente al CIML di Milano. Si ritiene che delle predette 500
sale di preghiera, almeno il 90% abbia l’ UCOII come riferimento401.
Un’altra associazione è la Comunità Religiosa Islamica (COREIS) che, comunque, ha
dimensioni modeste rispetto alla precedente, anche se si ritaglia notevole spazio nei
media402.
La costituzione dell’UCOII risale al gennaio 1990 ed è stata promossa da alcune istituzioni
islamiche tra le quali l’USMI (Unione degli Studenti Musulmani in Italia), il predetto
Centro islamico di Milano, nonché varie personalità a titolo individuale.
I progetti organizzativi dell’UCOII si concretizzano nella fornitura di servizi culturali e
formativi, assistenza sociale, creazione di un giornale (mensile “Il musulmano”) e di una
propria agenzia di stampa diretta all’esterno della comunità islamica [1].
Ha, quale aspirazione di fondo, quella di diventare la rappresentanza ufficiale dell’islam
in Italia ponendosi, quindi, quale interlocutore dello Stato italiano per i diritti della
minoranza islamica [1].
A tale ultimo riguardo, è da rimarcare il tentativo nel novembre 1992 di promuovere
un’intesa con lo Stato italiano attraverso la predisposizione di una “bozza di intesa tra la
Repubblica Italiana e l’UCOII” [1].
L’orientamento dell’associazione è quello del ritorno alla purezza dell’Islam, “corrotto”
dalle negative influenze occidentali403.
L’associazione ha una certa rivalità con il CICI, anche se ultimamente si è realizzato un
riavvicinamento, pure grazie ad un accordo con la Lega del Mondo Islamico, che opera,
appunto, presso il Centro di Roma404.
Il prospetto 2, che segue, fornisce un’immediata percezione della presenza sul territorio
delle varie forme di aggregazione islamica.
401
http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista_2000_3_4.htm
http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista_2000_3_4.htm Per completezza, può essere citata anche
l’Associazione Musulmani Italiani (AMI), che raggruppa i nostri connazionali convertiti all’Islam
403
http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista_2000_3_4.htm
404
http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista_2000_3_4.htm
402
95
Prospetto 2
REGIONE
PIEMONTE
LIGURIA
LOMBARDIA
VENETO
FRIULI
TRENTINO
EMILIA R.
MARCHE
TOSCANA
UMBRIA
LAZIO
SARDEGNA
ABRUZZI
CAMPANIA
PUGLIA
CALABRIA
SICILIA
TOTALE NAZIONALE
Aggregazioni
islamiche
25
7
18
14
3
4
14
2
7
4
7
2
2
11
2
1
10
133
Fonte: elaborazione di informazioni ricavate dal sito www.islamitalia.it
Prima di concludere, può essere interessante citare anche altre significative organizzazioni
di matrice musulmana sorte in Italia[1]:
Il Calamo: nata a Milano, come casa editrice, nel 1991, da un’iniziativa di un italiano
convertito all’islam nel 1974. La quasi totalità dei membri sono convertiti.
Il Centro Islamico d’Informazione: situato in Lombardia, ha quale obiettivo
prioritario quello di essere luogo di coordinamento e di riflessione dei musulmani
europei. Nato da un progetto di Abd al Wahid Pallavicini (fondatore del predetto
COREIS) e promosso dal Centro studi metafisici “René Guénon”, cura la gestione di
corsi e conferenze, incentrati sulla religione e la cultura islamica, rivolte al pubblico
italiano.
Unione Islamica in Occidente (Uio): ha sede a Roma ed è la più antica
organizzazione islamica dell’Italia repubblicana. Fa capo alla Do’wa libica (Società
per l’appello all’islam). Di taglio laico, organizza una scuola per l’utenza araba
nonché corsi e conferenze rivolti all’utenza italiana, finalizzati a veicolare
un’immagine dell’islam anche diversa da quella proveniente da un luogo di
preghiera o da una moschea.
Università Islamica di Casamassima in Puglia: è considerata l’iniziativa islamica più
ambiziosa, seconda solo alla moschea di Roma. E’ nata da un’idea di un
imprenditore e docente universitario barese, convertitosi all’islam negli anni ’70.
L’obiettivo principale dell’iniziativa era quello di costruire un vero e proprio centro
di studi e preghiera, in stretto collegamento con l’Institut musulman di Parigi.
96
Problemi finanziari e disaccordi con nuclei musulmani residenti in Italia portarono
alla sospensione dei lavori;
Centro Culturale Arabo Al-Farabi di Palermo: nato nel 1980 per iniziativa di un
cittadino libico e di alcuni italiani già attivi presso l’IDCAS (Istituto per la
diffusione della cultura araba siciliana e mediterranea, esistente in Palermo), svolge
attività culturale di impronta non religiosa. E’ finanziato da diversi consolati (Libico
in particolare) nonché dai soci; usufruisce di contributi pubblici alla pari di altri
centri culturali. Nell’ambito della propria attività, ha pubblicato diverse riviste di
taglio socio-politico e di costume: tra di esse “Al-Farabi”, sino al 1985 - con inchieste
shock, tra le quali spiccano “Marx e l’islamismo” (la cui pubblicazione determinò il
taglio dei fondi da parte dei sauditi) e l’ ”Amore nei paesi musulmani” - e la rivista di
studi e collaborazioni “Alifba” ;
Unione degli Studenti Musulmani in Italia (Usmi): ha iniziato la sua attività nel
1970 e si è costituita ufficialmente nel 1971, a Perugia (città sede dell’Università per
gli stranieri). La caratteristica principale dell’USMI è quella che gli studenti
frequentatori - non solo dell’università sopra citata - che vengono a contatto con tale
organizzazione, una volta che si trasferiscono in altri atenei contribuiscono alla
nascita di altre sezioni dell’USMI (in Italia se ne contano una ventina), che ricalcano
il modello organizzativo e politico dell’associazione base. L’USMI fa parte
dell’IIFSO (International islamic federation of student organization) la cui sede centrale
si trova in Kuwait e quella europea in Germania. Ha prodotto e distribuito
pubblicazioni sull’islam e, annualmente, nel periodo natalizio, organizza incontriconvegno, di solito sulla riviera romagnola. L’organizzazione ha comunque un
numero molto ridotto di iscritti.
4.3 DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA E FLUSSI MIGRATORI
Per quanto attiene alla distribuzione dei musulmani sul territorio italiano,
indipendentemente dalla diffusione delle varie forme di aggregazione, si registra la
maggioranza delle presenze al centro-nord, dove ci sono più consistenti possibilità di
trovare un lavoro stabile (Emilia, Veneto, Friuli, ma anche Lombardia e Piemonte).
La prospettiva, infatti, è quella, specialmente per la componente araba, di rimanere in
Italia anziché ritornare, dopo un certo periodo, al Paese di origine [3]405.
Può, infine, essere utile prendere in considerazione la provenienza dei flussi migratori che
interessano l’Italia. A tal proposito, si veda il successivo prospetto riguardante il Paese di
provenienza degli stranieri residenti, aggiornato all’anno 2000. Chiaramente non può
essere data per scontata la condizione di musulmano solo in base al Paese di origine, ma
tale quantificazione può essere presa come un’utile indicazione dell’ordine di grandezza
del fenomeno.
405
Diverso sembra essere, invece, l’approccio dei senegalesi, che aspirano a ritornare nei luoghi di origine.
97
Prospetto 3: Cittadini stranieri. Popolazione residente in Italia
distinta per sesso e cittadinanza al 31 dicembre 2000
Cittadinanza
MAROCCO
FILIPPINE
TUNISIA
EGITTO
BANGLADESH
PAKISTAN
ALGERIA
SOMALIA
IRAN
LIBANO
GIORDANIA
SIRIA
LIBIA
IRAQ
INDONESIA
UZBEKISTAN
SUDAN
AFGHANISTAN
YEMEN
ARABIA SAUDITA
PALESTINA
KIRGHIZISTAN
TAGIKISTAN
EMIRATI
ARABI
UNITI
OMAN
QATAR
BAHREIN
Cittadini
stranieri
maschi
Cittadini
stranieri
femmine
Cittadini
stranieri
totale
127.993
27.008
43.359
27.142
13.803
12.976
10.671
4.482
5.107
2.621
2.358
1.729
1.246
1.076
291
64
487
105
72
86
97
8
8
9
66.624
45.267
17.082
10.532
4.181
4.141
2.320
7.574
3.403
1.198
712
853
702
446
534
684
151
63
60
28
17
26
9
7
194.617
72.275
60.441
37.674
17.984
17.117
12.991
12.056
8.510
3.819
3.070
2.582
1.948
1.522
825
748
638
168
132
114
114
34
17
16
12
7
1
4
3
0
16
10
1
Fonte: sito internet demo.istat.it
98
Prospetto 4: Cittadini stranieri. Bilancio demografico globale
Anno 2000 ITALIA
Maschi
Popolazione
residente
690.239
al 1° gennaio
Popolazione
residente
792.591
al 31 dicembre
Fonte: sito internet demo.istat.it
Femmine
Totale
580.314
1.270.553
671.998
1.464.589
4.4 LE ALTRE COMUNITA’ ISLAMICHE IN OCCIDENTE
Per concludere, un accenno alle principali manifestazioni del mondo islamico
nell’occidente in genere [2].
Fenomeni come la xenofobia, la disoccupazione, la difficoltà di confrontarsi con le culture
delle civiltà ospitanti, la disgregazione dei valori familiari generano spesso situazioni di
alienazione, che costituiscono terreno fertile per l’attività sociale e politica degli attivisti
islamici nelle comunità musulmane in occidente407.[1] Tale circostanza contribuisce al
mantenimento di un’ “atmosfera islamica” (di cui si parlerà nei capitoli che seguono) che
può agevolare, direttamente o indirettamente, i gruppi radicali nella loro opera di raccolta
fondi e reclutamento di nuovi adepti.
D’altra parte, può essere avanzata anche questa interpretazione: la prima generazione di
immigrati ha cercato di integrarsi nelle società occidentali ospitanti ed era impegnata ad
affrontare problemi prettamente economici; le generazioni successive sono cresciute con
delle aspettative che non hanno trovato soddisfazione e questo ha generato un senso di
alienazione nei confronti dell’occidente409, per giunta rinforzato dal flusso di risorse
proveniente dai più ricchi Paesi musulmani per aiutare i medesimi a costruire e
promuovere le proprie comunità islamiche410. Ecco, quindi, lo sviluppo di un tessuto non
407
Per quanto attiene alla disoccupazione (ed alla conseguente emarginazione) può essere ipotizzata anche la seguente
catena causale: gli emigranti che arrivavano in Europa dagli anni sessanta agli anni ottanta cercavano lavori
nell’industria manifatturiera (ad esempio, tessile in Gran Bretagna) e pensavano di tornare in patria non appena
possibile. Spesso questo ritorno al Paese di origine non si è verificato, ma la struttura dell’economia occidentale è
cambiata, cancellando numerosi posti di lavoro manuale e creando invece mansioni dove la padronanza del linguaggio e
l’istruzione (che nel frattempo spesso non erano state raggiunte) sono fondamentali (The Economist).
409
Secondo esperti delle Nazioni Unite, per esempio, Al-Qaida avrebbe reclutato militanti tra i residenti in Europa e
USA di seconda e terza generazione (Secon report of the monitoring group)
410
Proprio l’attività di queste NGO ed organizzazioni musulmane perpetua un forte legame con il Paese di origine, che
impedisce (o sostituisce) l’integrazione con la società europea. D’altra parte, questa circostanza facilita il verificarsi di
influenze esterne, anche pericolose (The economist).
99
integrato nell’ambito delle società democratiche occidentali che può essere sfruttato, in
vari modi (reclutamento, finanziamento, proselitismo), da gruppi islamici estremisti[2].
Un importante esempio di consolidamento della comunità musulmana in occidente si
trova nel Regno Unito dove è stato addirittura creato il “Parlamento musulmano del
Regno Unito” (che ha operato dal 1992 al 1998), come tentativo di dar vita ad un organo
rappresentativo di tutti i gruppi islamici del Paese [2]411. La situazione attuale in Gran
Bretagna è il risultato del passato coloniale (che ha favorito, specie nel secondo
dopoguerra, un massiccio afflusso di pakistani), della tradizione di grande libertà di
espressione e tutela dei diritti individuali e soprattutto dell’approccio britannico verso le
diversità culturali e religiose che è sempre stato quello del riconoscimento nella
separatezza, piuttosto che del tentativo di integrazione. Questo ha generato la crescita di
una rete autonoma di organizzazioni confessionali impegnate in compiti di assistenza
sociale e rappresentanza politica sul territorio e, in ultima analisi, di una società nella
società412.
In generale, negli anni novanta si è registrata una forte crescita del flusso di migranti e
richiedenti asilo politico in occidente, anche a causa delle vicende belliche o, comunque,
delle situazioni di estrema violenza verificatesi, ad esempio, nel Golfo Persico, in Iraq
(curdi), Bosnia, Albania, Kosovo, Cecenia, Algeria e Afghanistan[2].
411
Più recentemente, durante un raduno di islamici britannici, tenutosi nella moschea di Finsbury Park in occasione
dell’anniversario dell’11 settembre, è stata annunciata la creazione dell’ “Islamic Council of Britain”, finanziato dai
sauditi e destinato a promuovere la Sharia in Gran Bretagna. (La Repubblica, 12/9/2002)
412
Varvello, 2002
100
5
IL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO ISLAMICO414
5.1 L’INTERESSE “PROIBITO” E ALTRE PECULIARITÀ DELL’ISLAMIC
BANKING
Come già ampiamente evidenziato nel corso dell’analisi che precede, nel mondo islamico
la dimensione religiosa (din) è costante riferimento di tutte le dinamiche che si sviluppano
nel contesto sociale. E’ questo il significato ultimo del concetto di integralismo: una forza
avvolgente della religione rispetto alle istanze individuali e sociali dell’uomo.
Ne consegue un funzionamento della società musulmana fortemente guidato dai precetti
della Shari’a.
A questa regola di base non sfugge l’economia.
Per comprendere con immediatezza quale sia l’influenza delle norme religiose sulla
configurazione del sistema economico e, in particolare, finanziario islamico è significativo
considerare quanto segue.
Nel Corano viene fatta un’esplicita distinzione tra il commercio (tigara) e l’interesse (riba);
il primo è permesso da Dio, il secondo, invece, è proibito[1].
Basta tener presente la centralità del tasso di interesse nelle teorie economiche alla base
dell’assetto economico-finanziario del mondo occidentale, per intuire che tale
affermazione coranica ha in sé il germe per la nascita di un assetto differente.
Appare superfluo, per i fini del presente lavoro, soffermarsi sulle ragioni di tale
interdizione, che, comunque - al di là di riferimenti a concetti di giustizia, equità,
equilibrio sociale - sono riconducibili, dal punto di vista economico, all’obiettivo di evitare
forme di tesaurizzazione e di rendere più fitto e dinamico il tessuto “imprenditoriale”415.
Il Corano fa più volte riferimento alla riba, ad esempio, ammonendo i credenti a temere
Dio ed a rinunciare al residuo dell’interesse; se i credenti non lo faranno, riceveranno
l’annuncio della guerra da parte di Dio e del suo messaggero; se, invece, i credenti si
pentiranno, ai medesimi andranno i loro capitali e nessuno lederà o sarà leso416.
E ancora, il testo sacro si rivolge ai credenti esortandoli a non mangiare inutilmente i loro
beni tra loro[2] oppure evidenziando che ciò che verrà prestato ad usura perché aumenti
sui beni degli altri, non aumenterà presso Dio[5].
Una particolare affermazione ha, peraltro, introdotto un dubbio circa la completa
interdizione dell’interesse: “O voi che credete! Non praticate l’usura doppiando e
raddoppiando”. Tale precetto ha aperto un dibattito circa il fatto che l’antireligiosità
dell’interesse sia tale solo ove questo sia eccessivo (alla stessa stregua del mondo
occidentale che condanna l’usura). Tale dibattito è generalmente superato nel senso
dell’interdizione in forma assoluta[1].
414
Le informazioni contenute in questo capitolo sono principalmente tratte da Nienhaus, 1994 [1], Abdessatar Khouldi,
1994 [2], Uccello, 2001 [3], Piccinelli, 1994 [5], Galloux, 1994 [6].
415
Volendo contestualizzare la nascita del precetto, si può ricordare l’organizzazione della penisola araba del VII secolo
in città-stato mercantili, nelle quali non erano infrequenti crisi che conducevano a diffusa mancanza di liquidità. In tale
contesto, alti tassi di interesse applicati ai commercianti nomadi (categoria fondamentale per la sopravvivenza
dell’assetto economico-sociale) avrebbero scoraggiato la loro attività e, comunque, determinato un rilevante aumento
dei prezzi.
416
Abelkader Sid Ahmed, 1994.
101
In sostanza, anche sulla base di autorevoli fatwa succedutesi nel tempo417, è dominante
l’impostazione secondo cui l’interesse è proibito, in tutte le sue forme, indipendentemente
dalla sua entità e senza distinzione tra prestito al consumo e prestito alla produzione.
Da sottolineare che è da considerare contrario alla Shari’a, non solo il dare a prestito ad
interesse418, ma anche il prendere a prestito ad interesse[2].
Gli orientamenti espressi dalle competenti Autorità sono, peraltro, arrivati a ritenere
proibito - per tutti i musulmani che hanno la possibilità di interagire con una banca
islamica - trattare con una banca che agisce applicando interessi. Parallelamente, la
costituzione di banche islamiche è stata configurata come un dovere nell’ambito delle
comunità musulmane e, comunque, un servizio sostanziale a favore della Umma[2].
Il divieto di operare attraverso contratti ad interesse ha determinato, per le banche
intenzionate a seguire i dettami della Shari’a, essenzialmente due conseguenze principali.
In primo luogo, si sono dovuti adottare strumenti tali da non garantire, ad una delle due
parti, un profitto certo e determinato, legato solo al trascorrere del tempo e non derivante
dal lavoro e dall’attività dell’uomo419[5].
Il criterio di “liceità” individuato è, in sostanza, quello della partecipazione all’iniziativa
che viene finanziata. In ultima analisi, tale partecipazione si può tradurre nella
sopportazione del rischio imprenditoriale anche da parte di chi apporta il capitale[5].
Da tale impostazione, derivano una serie di strumenti finanziari caratteristici del
panorama bancario musulmano, alcuni dei quali verranno illustrati più avanti.
E’ intuitivo, comunque, che l’introduzione di nuove figure contrattuali, nonché la gestione
delle attività in un mercato in continua evoluzione, che presenta sempre nuovi casi da
affrontare, può creare incertezze circa la correttezza religiosa delle soluzioni adottate o da
adottare. Da qui, la seconda conseguenza: l’istituzione, presso ogni banca islamica, di un
Consiglio incaricato di controllare la conformità delle operazioni rispetto ai precetti della
religione musulmana[2].
La presenza di siffatto organismo si evince dalla lettura degli statuti delle banche
medesime[2].
Il Consiglio ha solitamente anche il compito di proporre soluzioni idonee a superare
eventuali problemi di aderenza alla Shari’a[2].
Tutto ciò comporta che i componenti di tale organo di controllo devono avere una
formazione ed un’esperienza polivalenti[2], senza le quali aumenterebbe la vischiosità del
processo di adattamento degli strumenti bancari alle esigenze del mercato.
Tali figure sono solitamente nominate dall’Assemblea generale degli azionisti, alla quale il
Consiglio rivolge una relazione annuale circa la coerenza religiosa della gestione attuata[2].
Chiarito quanto precede, non rimane che illustrare brevemente alcuni dei principali
strumenti finanziari utilizzati nel mondo bancario musulmano.
417
Da parte di soggetti come il Congresso islamico del gruppo di studi islamici, il Congresso della Banca islamica, il
Gruppo del fiqh della Lega islamica mondiale[2].
418
In caso di coinvolgimento in un’operazione ad interesse – a causa dell’assenza d alternative islamiche - quest’ultimo
deve, comunque, essere dato in beneficenza.
419
Secondo la Sunna: “Il guadagno più lodevole è quello realizzato con il sudore della fronte di un uomo onesto o
attraverso una transazione onesta” [2].
102
5.2 GLI STRUMENTI FINANZIARI
Come accennato, è necessario che al finanziamento si accompagni un’assunzione del
rischio commerciale.
Questo ha portato all’adozione di una serie di contratti del genere Profit and Loss Sharing
(PLS)420.
Una prima tipologia di negozio è la mudaraba, secondo cui il capitale necessario a sostenere
una certa attività imprenditoriale viene interamente fornito dalla banca. La controparte
partecipa all’iniziativa attraverso la propria opera e mantiene il diritto esclusivo di gestire
l’attività. E’ predeterminata solo la modalità di ripartizione del risultato dell’operazione: in
caso di perdita la banca non otterrà l’intera restituzione della somma prestata, mentre in
caso positivo essa parteciperà agli utili secondo le modalità prefissate[1].
Un’altra forma di finanziamento è la musharaka, nella quale il capitale è fornito sia dalla
banca che dall’imprenditore. In questo caso, il diritto ad intervenire nella gestione spetta
ad entrambe le parti, ma una delle due (solitamente la banca) può rinunciare, almeno per
quanto attiene all’operatività quotidiana. Le perdite ed i guadagni421 saranno, anche con
questo strumento finanziario, ripartiti tra i contraenti[1].
La mudaraba e la musharaka erano negozi già praticati nell’Arabia preislamica, in
particolare, per il commercio carovaniero[1].
Nella condizione dell’impresa moderna, gli atti di gestione si accavallano freneticamente
ed il finanziamento è destinato al complesso dell’attività imprenditoriale. Il calcolo del
profitto maturato in un determinato periodo di tempo è solo una stima e ciò comporta non
trascurabili problemi nella quantificazione dei risultati che devono essere ripartiti tra i
partecipanti allo strumento finanziario; problemi che aumentano ove il periodo di tempo
sia addirittura più breve dell’anno o lo strumento sia agganciato solo ad un ramo delle
attività svolte dall’impresa[1].
Possono essere citati altri negozi, che in concreto sono più frequentemente applicati dalle
banche islamiche422, basati su pratiche di mark-up, cioè sull’aggiunta di un margine di
guadagno rispetto al prezzo originario.
Ad esempio, la murabaha: la banca acquista un bene da un fornitore su richiesta del cliente
e rivende poi il bene al cliente stesso ad un prezzo maggiorato, che comprende un profitto
a favore della banca (mark-up), che viene pagato in modo differito (di solito tre, sei mesi)
[1].
420
Nella pratica le banche islamiche non prediligono le operazioni PLS pure, specie se a medio e lungo termine. Esse
preferiscono l’adozione di negozi basati sul mark-up, che garantiscono maggiore liquidità, danno maggiore certezza
circa il profitto e non richiedono dispendiosi studi circa la validità delle proposta imprenditoriale da finanziare né
attenzione circa la possibilità di manipolazione della controparte sui profitti da dividere[1].
421
La suddivisione delle perdite deve seguire esattamente la percentuale di apporto del capitale. Per quanto attiene alla
ripartizione dei guadagni, vi è maggiore libertà contrattuale, sempre entro i limiti dettati dal generale criterio di equità e
giustizia.
422
Veggasi precedente nota circa la pratica applicazione delle figure contrattuali.
103
Benché sia lo strumento più utilizzato, rimane diffusa qualche perplessità in ambito
musulmano circa la sua conformità alla Shari’a, attesa la similitudine economica rispetto
all’applicazione dell’interesse[1].
Analogo contratto è il bay’ mu’aggal, che si differenzia dalla murabaha solo per il pagamento
del prezzo concordato in forma rateale[5].
Altro negozio diffusamente adottato è la igara-wa-iqtina, figura contrattuale assimilabile al
leasing. La banca, in questo caso, acquista il bene e lo affitta all’imprenditore, contro il
pagamento di somme periodiche predeterminate. Diversamente, rispetto alla murabaha, la
proprietà del bene rimane alla banca.
L’imprenditore ha la possibilità di ottenere la proprietà del bene al termine del
contratto[5].
A margine, possono essere ricordati il bay’ al-salam (praticato soprattutto in campo agrario,
come vendita di cosa futura, cioè del raccolto prima della sua maturazione) ed il bay’ alistisna, (con cui la banca finanzia la produzione di un macchinario ed il cliente paga delle
rate in relazione, in genere, all’avanzamento delle fasi produttive) [5].
Naturalmente, tra le operazioni di impiego consentite dalla Shari’a possono essere
annoverati i prestiti gratuiti, in relazione ai quali il cliente deve solo restituire il capitale
ricevuto. Le ragioni che possono spingere le banche a realizzare operazioni di questo tipo
possono essere varie. Ad esempio, il beneficiario potrebbe essere un cliente, che ha
temporaneamente bisogno di liquidità, con il quale la banca ha già in atto altri
rapporti423[1].
Un’altra ipotesi è quella del perseguimento di finalità sociali, come l’aiuto per
incrementare la produttività di artigiani ed imprese marginali oppure semplicemente
l’assistenza a famiglie povere. Tale forma di prestito sociale è detta qard hasan. I fondi
utilizzati vengono prelevati dal fondo della zakat, che le banche stesse gestiscono per conto
delle comunità locali o dei governi[5].
Il divieto di applicazione dell’interesse, come detto, vale, per la banca islamica, sia nel dare
che nell’avere[5].
Questo significa che tale divieto vale anche nelle operazioni di raccolta.
Le forme di deposito praticate dalle banche islamiche si possono dividere in conti correnti
(wada ‘i’ gariyya), conti di risparmio (wada ‘i’ al iddikhar) e conti di investimento (wada ‘i’ al
istithmar) [6].
Nel caso dei conti correnti, il cliente mantiene la possibilità di ritirare in ogni momento le
somme depositate e la banca garantisce la restituzione, senza maggiorazioni. Non
sussistono, quindi, complicazioni[1].
Dall’apertura di un conto di investimento, invece, possono derivare “utili” per il
depositante, di cui deve essere accertata la conformità ai dettami religiosi. Nei conti di
investimento, il cliente versa un determinato capitale alla banca, che non può essere
423
In questo caso, la gratuità è spesso solo formale, in quanto la maggiorazione prevista nel rapporto principale
potrebbe tener conto della concessione del prestito senza interessi.
104
ritirato prima della scadenza prestabilita. Con tale operazione è come se il cliente
finanziasse la banca stessa e l’entità del capitale restituito dipende dagli utili e dalle
perdite maturati. E’, quindi, una specie di mudaraba. Anche in questo caso, sorgono i
predetti problemi di stima dei profitti e delle perdite maturati in un certo periodo. Nella
pratica, il tasso di remunerazione dei fondi è stabile e sostanzialmente prevedibile,
realizzando quindi un allineamento di fatto rispetto al sistema dei tassi di interesse
“classico”424 [1].
Un’alternativa è che banca e cliente acquistino, invece, un pacchetto azionario, i cui
risultati (al netto delle commissioni pagate per la gestione) saranno ripartiti tra i medesimi.
A margine, si ritiene utile anche fare un breve riferimento al funzionamento delle imprese
di assicurazione, che, comunque, si muovono sul mercato finanziario. Il termine arabo con
cui viene fatto riferimento alle assicurazioni è takaful, che significa “solidarietà”. Le sharikat
al-takaful gestiscono in fondi comuni di investimento (amwal mushtarak li-l-istithmar), le
risorse raccolte sulla base dei contratti di assicurazione stipulati. In pratica, l’assicurato
stipula una mudaraba con la società di takaful. Le somme versate entrano nel “fondo”
gestito da quest’ultima società, che le investe, le utilizza per pagare gli indennizzi e le
spese. Una quota dei profitti viene reinvestita, mentre un’altra viene distribuita tra la
società e gli assicurati che non hanno richiesto indennizzi[5].
5.3 LE BANCHE ISLAMICHE NEL MONDO
Dopo aver illustrato le ragioni religiose alla base del funzionamento delle banche
musulmane, i principali strumenti adottati e le forme di controllo di aderenza alla Shari’a,
si può proficuamente passare all’illustrazione del percorso che ha portato all’attuale
assetto del sistema bancario islamico.
I primi passi della banca islamica vengono mossi negli anni settanta, anni del crescente
panislamismo e del boom petrolifero.
In particolare, in questo periodo, a seguito del fallimentare esito della guerra dei sei giorni,
si assiste al passaggio da un’aspirazione panaraba e secolare, promossa dall’Egitto, alla
centralità del progetto panislamico, guidato dall’Arabia Saudita425.
Nel 1975 viene fondata la Islamic Development Bank (IDB) (al-Bank al-islami li-l-tanmiyya) a
Gedda (Arabia Saudita), ad opera dei Paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza
Islamica (OCI) [1]. Da notare che la IDB è una banca tesa alla promozione ed all’aiuto
reciproco nell’ambito dell’islam e non una banca commerciale426.
Il primo istituto commerciale nasce, sempre nel 1975, a Dubai[1].
424
I conti di risparmio si differenziano dai conti di investimento principalmente per il fatto che le perdite non
colpiscono il capitale del depositante, mentre i risultati positivi sono distribuiti, con una certa discrezionalità, dalla
banca, avendo come riferimento il tasso di profitto globale dell’anno.
425
Ibrahim Warde, 2000.
426
L’IDB ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo economico ed il progresso sociale nei Paesi musulmani
membri, nonché aiutare finanziariamente le comunità islamiche in Paesi non musulmani.
105
Nel 1979, il Pakistan “islamizza” tutto il settore bancario nazionale e analogo
provvedimento viene adottato da Iran e Sudan, nel 1983427.
Sulla base di dati aggiornati al 1998, operano 166 banche islamiche in 34 Paesi (più di 75
Paesi secondo dati di fonte diversa – Ibrahim Warde, 2000) e gestiscono circa 140 miliardi
di dollari, con un tasso annuo di crescita del 15% (altra fonte arriva a stimare in 230
miliardi di dollari il peso finanziario islamico, peso 40 volte maggiore rispetto al 1982 –
Ibrahim Warde, 2000).[3]
Deve essere sottolineato, comunque, che, a differenza di quanto si può riscontrare per le
banche arabe, le istituzioni finanziarie islamiche non sembrano generalmente essere
emerse con l’appoggio dei governi (che dispongono dei proventi delle vendite del
petrolio), che hanno accolto con “freddezza “ il fenomeno[1].
Già nei primi anni novanta, le banche islamiche erano presenti, ad esempio, in Egitto,
Giordania, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Bangladesh, Malaysia,
Indonesia, Sri Lanka, Kazakstan, Uzbekistan, Albania, ma anche in Gran Bretagna,
Danimarca e Bahamas[1].
L’Islamic Banking (ossia le banche impostate secondo il modello sin qui descritto) pesava
relativamente poco nel mondo finanziario arabo: secondo dati aggiornati al 1991, si poteva
quantificare orientativamente intorno al 6-7%. Il fenomeno è, però, in forte crescita428[1].
I maggiori centri finanziari islamici sono oggi nel Golfo Persico ed in Malaysia[3].
Nell’ottobre 2001, è stata approvata la costituzione di un Centro bancario islamico,
destinato ad essere il “quartier generale” del Arab-Malaysia Banking Group, avente
l’obiettivo di “approfondire il mercato finanziario islamico”429.
In Gran Bretagna, un considerevole numero di clienti musulmani si avvale dei servizi
finanziari islamici. In Europa, anche Germania e Danimarca sono Paesi in cui è penetrato
in certa misura il fenomeno[3].
Da un punto di vista economico, deve essere evidenziata la possibilità offerta in termini di
mobilizzazione di risorse altrimenti tesaurizzate dai risparmiatori che non intendono
rivolgersi alle banche convenzionali per motivi religiosi o per diffidenza [1].
Per rispondere a questa crescente concorrenza e per penetrare in un nuovo mercato, alcuni
istituti finanziari occidentali hanno aperto rami aziendali che operano secondo la Shari’a
(Abn-Amro olandese, Citibank americana430, Dresdner tedesca, Unione delle banche
svizzere) [3].
427
Ibrahim Warde, 2000.
Secondo Nienhaus, le prospettive di sviluppo sembrano legate essenzialmente alla capacità delle banche islamiche di
“conquistare” le aree rurali, sia dal punto di vista della raccolta (grazie alla maggiore fiducia che esse possono generare
nella popolazione data la loro impostazione religiosa) che dell’impiego (essendo tali aree spesso trascurate dai centri
finanziari “convenzionali”) nonché allo sviluppo di un efficiente mercato interbancario. [1]
D’altra parte, Nienhau ritiene di poter classificare in tre tipologie le banche presenti sul mercato arabo: - banche
possedute dallo Stato, impegnate nel finanziamento del settore pubblico; - banche private classiche, create
dall’establishment economico, che raccolgono depositi dal pubblico a basso interesse e finanziano a basso costo le
imprese; - banche straniere, attive principalmente nel finanziamento del commercio internazionale[1]. Sulla base di tale
valutazione, sembrerebbe esserci effettivamente spazio per lo sviluppo della banca islamica.
429
http:www.bnm.gov.my
430
Nel 1996, la Citibank ha aperto una nuova filiale nel Barhein (Ibrahim Warde, 2000).
428
106
Complessivamente, comunque, le banche islamiche hanno un peso modesto nel panorama
finanziario internazionale, derivante dallo sfruttamento di quella che può essere ancora
considerata solo una nicchia di mercato, seppure in espansione[1]. Ormai, comunque, si
registra un peso complessivo di più di 230 miliardi di dollari.
Nell’ambito dei singoli Paesi, comunque, si può osservare che la presenza di tali istituzioni
non è irrilevante, considerando la posizione di mercato delle principali banche islamiche
rispetto a quelle convenzionali (dati fine 1991): Egitto (7a), Giordania (4 a), Qatar (2 a),
Arabia Saudita (2 a), Tunisia (2 a), Emirati Arabi Uniti (9 a) [1]. Secondo dati più recenti, in
Kuwait le banche islamiche si sono aggiudicate il 15% del mercato431[3].
Volendo orientarsi in questo universo in espansione, occorre tener presente che, negli
anni novanta, si sono consolidati alcuni gruppi di notevole estensione, sia geografica che
economica[3].
Un primo gruppo da citare è il Dallah Albaraka Group (Arabia Saudita) diffuso in tutto il
mondo islamico, con filiali a Londra e negli Stati Uniti e uffici di rappresentanza a
Ginevra[3]. Il gruppo è diretto (dato 1994) dall’uomo d’affari saudita Sheik Saleh A.
Kamel[1], ex consigliere finanziario della dinastia saudita. Per avere un’idea della
composizione del gruppo è stato elaborato il prospetto 5432, sulla base di informazioni
tratte dalla rete internet.
Altro gruppo di rilievo nel panorama della finanza islamica è The International Investor
(Kuwait) che ha recentemente intrapreso una fusione proprio con il gruppo Dallah
Albaraka.
Altro importante ed esteso gruppo finanziario è il Dar Al Maal al islaami trust (i cui
principali proprietari provengono sempre dalla regione del Golfo) con sede legale nelle
Bahamas e uffici per l’Europa a Ginevra[6]. E’ guidato dal Principe saudita Mohamed alFaisal al-Saud [1].
Il gruppo si compone di oltre 20 compagnie finanziarie e commerciali ed è rappresentato
in 15 diversi Paesi. Le principali filiali del gruppo sono la Islamic Investment Company of the
Gulf, la Faysal Islamic Bank of Bahrein (recentemente fusesi nella Shamil Bank of Bahrein)433.
Anche con riferimento a questo gruppo viene proposto il prospetto 6, che schematizza
alcune relazioni di controllo.
Il prospetto 7, invece, evidenzia la struttura del Al Rajhi banking and investment Corporation
(Arabia Saudita) dei gruppi finanziari del Golfo[3]. Il gruppo è particolarmente attivo
nell’ambito del Regno saudita, con 373 branch (filiali) e 5.792 dipendenti434.
431
La Kuwait Finance House è stata sostenuta dallo Stato.
Tale schema, come anche i successivi, non è stato elaborato con pretese di esaustività, ma come indicazione di
massima, basandosi sulle seguenti fonti: www.albaraka.com; www.tiikwt.com ; http://www.islamicbanking.com/news/kuwait/tii_dbg_0202.php;
http://www.tii.com/ab_news.html#2001-2;
http://www.tii.com/news_2001.html#2001-6
433
Fonte: http://www.faysalbank.com.pk/html/body_group_profile.html
434
Fonte http://www.alrajhibamk.com
432
107
Dallah Albaraka Group
*
PAKISTAN
Al-Tawfeek Investment
Bank Ltd.
MALESIA
Dallah Albaraka (Malaysia)
Holding Co
MAURITANIA
Banque Albaraka
Mauritanienne Islamique
LIBANO
Albaraka Bank Lebanon
GIORDANIA
Jordan Islamic Bank *
FRANCIA
Algerian Saudi Leasing Holding
Co.C/O Arab leasing International
Finance (ALIF) Ltd.
U.A.E.
Islamic Arab Insurance Co.
(IAIC)
TURCHIA
Albaraka Turkish Finance House *
TUNISIA
Beit et-Tamweel Al-Saudi AlTunisi (BEST bank)*
B.E.S.T.Re- Insurance
SUDAN
Al Baraka Bank Sudan
SUD AFRICA
Albaraka Bank Ltd. *
ARABIA SAUDITA
Arab Leasing International
Finance (ALIF) Ltd.
Subsidaries
Albaraka Investment & Development Co.
Jeddah, SAUDI ARABIA
STATI UNITI D’AMERICA
Al Baraka Bancorp
GRAN BRETAGNA
-Dallah Albaraka (UK) Ltd
Shareholders
Affiliates
YEMEN
Yemen Islamic Bank for
Finance & Investment
SUDAN
Algharb Islamic Bank
Alshamal Islamic Bank
Faisal Isalmic Bank
Sudanese Isalmic Bank
Tadamon Islamic Bank
MALAYSIA
Bank ISLaM Malaysia Berhad
Utama Bank Malaysia
KAZAKHSTAN
Lariba Bank Kazakh/American
EGYPT
Faisal Islamic Bank-Egypt
BANGLADESH
Islamic Bank Bangladesh Ltd.
BAHRAIN
Arab Islamic Bank (E.C)
ALBANIA
Arab Albanian Bank
BANGLADESH
Albaraka Bank Bangladesh
Ltd.
KUWAIT
International Investment Group
SUDAN
National Development Bank
The International Investor (TII) (Kuwait) ha confermato la conclusione di un’operazione di fusione con 9 banking subsidiaries del Dallah
Albaraka Group (indicate nello schema con l’asterisco). Questa fusione ha creato uno dei più grandi Islamic financial services group. Il nuovo gruppo
inizialmente noto come Al Baraka & The International Investor, opererà attraverso una rete regionale di più di 100 filiali in 12 Paesi del Medio
oriente e dell’Africa. Il gruppo sta lavorando con McKinsey & Company sulle attività di integrazione post fusione. L’obiettivo finale è di stabilire
una presenza permanente nei mercati regionali chiave, attraverso fusioni ed acquisizioni ed essere attivi nei maggiori mercati islamici internazionali
attraverso alleanze strategiche. La nuova entità avrà base in Kuwait e sarà
108quotata al Kuwait and Bahrein Stock Exchange.
GIBOUTI
Banque Albaraka Djibouti
EGITTO
Egyptian-Saudi Finance Bank *
CAYMAN ISLAND
Al- Tawfeek Co. For
Investment Funds Ltd.
BAHREIN
Islamic Insurance & ReInsurance Co. (IIRCO)
Albaraka Islamic Investment
Bank *
Al-Amin Co. for Securities
&Investment Funds *
ALGERIA
Banque Albaraka d'Algérie *
Prospetto 5
controlled
FAYSAL ISLAMIC BANK
OF BAHRAIN
SAUDI ARABIA
DAR AL MAAL ISLAAMI TRUST (DMI)
ISLAMIC INVESTMENT COMPANY OF
THE GULF
Fusione
giugno 2000
SHAMIL BANK OF BAHRAIN E.C.
(Islamic Bankers)
controlled
109
Fonte: http://www.faysalbank.com.pk/html/body_group_profile.html; http://www.islamic-banking.com/ibanking/f_reports/fr_dmi_00.php
http://www.islamic-banking.com/ibanking/f_reports/fr_faisal_jersey_98.php
FAYSAL FINANCE (Jersey) Ltd
- Faysal bank limited (FBL)
- Al-Faysal Investment Bank Limited
(Pakistan)
Prospetto 6
SPC Ltd
BRITISH VIRGIN
ISLANDS
Arpent VAT Ltd
Al Rajhi Investment
Corporation Ltd
ENGLAND
AL-RAJHI GROUP
Riyadh
Kingdom of Saudi Arabia.
Environmental Allies
N.V.
Pixie N.V.
NETHERLANDS
ANTILLES
Al Rajhi Company for
Development Ltd
KINGDOM OF SAUDI
ARABIA
110
Fonte: http://www.alrajhibank.com.sa/downloads.htm#annaul 2001 (in consolidated financial statements for the year anded december 2001).
AR Aviation 1 Ltd
AR Aviation 5 Ltd
Arpent Investment Ltd
Nahri Investment Ltd
ARA 1 Company Ltd
JERSEY
Prospetto 7
Deve essere notata l’origine saudita dei tre sopra citati gruppi. Questa circostanza può
trovare motivazione, già evidenziata nei paragrafi che precedono, nella volontà
dell’Arabia Saudita di svolgere un ruolo guida nello sviluppo del panislamismo sunnita.
Una rete finanziaria internazionale islamica, infatti, sarebbe un ulteriore strumento nelle
mani della monarchia saudita, per estendere la propria influenza nel mondo musulmano.
Per individuare le principali banche islamiche operanti sul mercato, può essere utile anche
prendere visione del prospetto 8, che, sulla base di dati risalenti alla fine del 1991 ed al
1997, indica la collocazione delle medesime tra le prime 100 banche arabe.
Prospetto 8
BANCHE ISLAMICHE TRA LE PRIME 100 BANCHE ARABE
(1) Nome
Paese
7
Al Rajhi Banking & Investment Corp.
Arabia Saudita
*
Kuwait Finance House
Kuwait
40
Faysal Islamic Bank of Egypt
Egitto
51
Dubai Islamic Bank
Emirati Arabi
Uniti
53
Faysal Islamic Bank of Bahrein (3)
Bahrein
57
Qatar Islamic Bank
Qatar
61
Albaraka Islamic Investment Bank
Bahrain
63
BEST Bank (gruppo Albaraka)
Tunisia
92
Jordan Islamic Bank (affiliata al gruppo Giordania
Albaraka)
100 Qatar International Bank
Qatar
(2)
5
35
91
58
63
96
92
*
89
*
(1)
Posizione nella classifica secondo il capitale. Fonte: Arab business Magazine, Dubai, Settembre 1992
(tratto da Nienhaus, 1994[1]).
(2)
Posizione nella classifica secondo il capitale. Fonte: www.arab.net/arab_banks/welcome.html
Copyright 1997 arabNet
(3)
Oggi la Faysal Islamic Bank of Bahrein, essendosi fusa con la Islamic Investment Company of the Gulf, fa
parte di un’istituzione finanziaria, la Shamil Bank of Bahrein, che ormai è la più grande realtà della regione,
con un totale attività di 2,9 miliardi di dollari ed un capitale di 230 milioni di dollari.
Per finire, al fine di comprendere quali possano essere i rapporti tra banche islamiche e
governi dei singoli Paesi arabi, può essere significativo esaminare brevemente il caso della
Faysal Islamic Bank of Egypt[6].
Nel momento in cui il fenomeno si è presentato, lo Stato ha scelto di concedere, nel 1977, la
licenza di funzionamento. Questo per permettere la crescita di un’ “economia islamica”
che contribuisse a contenere le pressioni sociali, sempre più espresse dalle rivendicazioni
dei gruppi islamici, che rischiavano di alimentare il fondamentalismo. [6]
Nel concedere la licenza, è stata attribuita anche tutta una serie di rilevanti privilegi,
rispetto alla legislazione statale, che hanno condotto qualcuno (esagerando) a considerare
la banca uno Stato nello Stato. Il capitale saudita, peraltro, ha un peso di circa la metà nel
capitale della banca. Tale situazione non si ripropone, nel 1980, per la Banca Internazionale
Islamica di Investimento, di capitale interamente egiziano[6].
111
Negli anni novanta, comunque, lo Stato egiziano non ha incoraggiato lo sviluppo della
Faysal Bank, sia per quanto attiene all’espansione interna, sia controllando la sua apertura
internazionale verso musulmani non egiziani (manovra espressione dell’aspirazione al
panislamismo) [6].
112
6
I GRUPPI TERRORISTICI DI MATRICE ISLAMICA
6.1 CONCETTI DI INTEGRALISMO E FONDAMENTALISMO
Prima di procedere all’elencazione ed all’illustrazione delle caratteristiche note dei
principali gruppi terroristici di matrice islamica, pare opportuno soffermarsi sul concetto
di integralismo applicato al mondo musulmano.
Tale termine viene usato per riferirsi alla concezione dell’Islam quale sistema totalizzante,
che, come già visto, non ammette separazione tra religione e Stato (din e dawla). A fronte di
questo generale significato, si possono riscontrare atteggiamenti diversificati che vanno
dalla applicazione letterale del testo coranico alla possibilità di una sua reinterpretazione
(che quindi implica la possibilità del riformismo) finalizzata ad un ritorno alla purezza
originaria considerata garanzia di promozione socio economica.
Si parla di fondamentalismo435, invece, per sottolineare la scelta dell’interpretazione
letterale del testo sacro che viene posto come principale se non unica fonte di autorità436.
In sintesi, quindi, l’integralismo non necessariamente si accompagna al fondamentalismo,
che più facilmente può tradursi in atteggiamenti “estremi”.
In generale, il diffondersi ed il radicalizzarsi di questi orientamenti può chiaramente
essere letto anche come risposta e resistenza alla diffusione, in chiave totalizzante, dei
valori e degli stili di vita del mondo occidentale.
Secondo Olivier Roy437, sta emergendo un “neofondamentalismo” con l’obiettivo finale
dell’ “islamizzazione” della globalizzazione, come premessa per la ricostituzione della
Umma438. I neofondamentalisti puntano innanzitutto all’implementazione della Shari’a più
che ad obiettivi politici in senso nazionale o sopranazionale439.
6.2 LE POSIZIONI POLITICHE VERSO IL TERRORISMO
Prima di passare all’esame riferito alle principali organizzazioni terroristiche di matrice
islamica è utile fornire uno schema di quelle che sono le posizioni ufficiali dei vari Stati,
nei confronti del terrorismo medesimo, nell’area geopolitica di specifico interesse.
A tal proposito, si può ricordare che le entità nazionali che confinano in Asia con l’area
medio orientale sono unite nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che ha
tra i suoi obiettivi quello di combattere il terrorismo e l’estremismo religioso:
Uzbekistan440, Tajikistan, Kyrghyzistan, Kazakhstan441, Russia e Cina442 (Patterns of global
435
Alcuni esempi riguardanti il Maghrib: il FIS (fronte islamico di salvezza, 1989) algerino, il MTI (movimento di
tendenza islamico, 1981) ed il Nahda (rinascita, 1989) in Tunisia, al-‘Adl wa’l-Ihsan (giustizia e beneficio, 1979) in
Marocco. (Scarcia Amoretti, 1998).
436
Scarcia Amoretti, 1998; Eco, 2001.
437
Già direttore di ricerca presso il Cnrs.
438
De Giovannangeli, 2002.
439
Fumagalli, 2002.
440
Entrato solo in un secondo momento nel 2001.
113
terrorism 2001). Tale posizione è giustificata dal potenziale destabilizzante che, anche per
questi Paesi, ha il fondamentalismo islamico.
La Federazione Russa, dal canto suo, è impegnata nella questione cecena443. Di
fondamentale rilevanza è il protocollo, firmato nel maggio 2002, secondo cui la Russia
parteciperà alle decisioni della NATO in alcuni settori, tra cui la lotta al terrorismo.
Altra interessante informazione di fonte statunitense è l’indicazione, da parte
dell’amministrazione americana, di sette governi considerati sponsor del terrorismo
internazionale: Iran, Iraq, Siria, Libia, Corea del Nord, Cuba, Sudan444. Da notare che Iran,
Iraq e Libia445 assicurano l’11% della produzione mondiale di petrolio ed il 35% delle
importazioni OCSE di greggio446.
6.3 DALLA SPONSORIZZAZIONE
PUBBLICO
DEGLI
STATI
AL
SUPPORTO
Deve essere evidenziato come negli ultimi anni sembra aver perso importanza la
sponsorizzazione degli Stati a fronte di una forma di “supporto pubblico” al terrorismo,
legato essenzialmente a quattro fattori sociali e psicologici447:
il consolidamento nelle società arabe e musulmane dell’idea secondo cui sarebbe in
atto una cospirazione globale contro l’islam, come religione, cultura e stile di vita, che
giustifica una lotta che si configura come autodifesa;
molti musulmani sono stati convinti che la vera interpretazione dell’islam sia legata ad
un’impostazione fondamentalista della religione. Tale circostanza sarebbe stata
favorita dall’assenza di centri religiosi “ufficiali”, unitari ed autorevoli, che avrebbe
spesso lasciato nelle mani dei gruppi estremisti la guida spirituale della popolazione,
anche in contrapposizione con i regimi al potere;
la presenza di movimenti e gruppi che, pur non essendo implicati in violenza politica e
terrorismo, contribuiscono ad alimentare una cosiddetta “atmosfera islamica”. Tale
circostanza sarebbe determinata dal fatto che questi gruppi conducono, in nome
441
Kazakhstan, Kyrgyzstan e Tajikistan, assieme a Russia, Bielorussia ed Armenia, hanno addirittura deciso di creare
una forza di reazione rapida capace di rispondere alle minacce che dovessero emergere nella regione, incluse le minacce
legate al terrorismo e all’estremismo religioso. Il Quartier generale dovrebbe essere fissato in Kyrgyzstan.(PGT2001)
442
In Cina, si registra una significativa presenza islamica nella regione dello Xinjiang, che lotta per la creazione dello
Stato indipendente del Turkestan orientale (Sisci, 2001).
443
Nella quale sarebbero coinvolti anche miliziani di Al Qa’ida.
444
La designazione degli Stati sponsor del terrorismo internazionale spetta al Segretario di Stato, ove un certo governo
abbia ripetutamente fornito supporto per atti di terrorismo internazionale. In conseguenza di tale designazione scattano
varie sanzioni unilaterali; le principali possono essere raggruppate nelle seguenti categorie:
- bando alla vendita ed esportazione di armi;
- restrizioni all’esportazione di beni dual use;
- proibizione dell’assistenza economica da parte del Governo degli Stati Uniti (tale politica comprende, ad esempio,
anche l’opposizione alla concessione di prestiti da parte della Banca Mondiale o di altre istituzioni finanziarie
internazionali);
- imposizione di una serie di restrizioni commerciali e di altro tipo nei rapporti con i Governi sponsor del terrorismo.
(fonte: Patterns of global terrorism 2001).
445
La Libia assicura il soddisfacimento del 30% del fabbisogno petrolifero italiano.
446
Fubini, 2001, che cita il Patterns of global terrorism.
447
Reuven Paz (2000).
114
dell’islam, importanti attività politiche, sociali, culturali ed educative a favore nel
mondo musulmano e delle relative comunità in occidente. Questa atmosfera viene
spesso sfruttata dai gruppi più estremisti;
i gruppi di cui al punto precedente dispongono di infrastrutture, anche nel mondo
occidentale, che possono teoricamente essere sfruttate da gruppi terroristici.
In sintesi, lo schema di riferimento è una piramide, alla cui base stanno le attività lecite su
larga scala (anche presso le comunità in occidente) dei gruppi sociali non violenti islamici
e la cui punta è rappresentata dai gruppi terroristici. Nell’area intermedia si svolgono
anche processi che portano alla ridefinizione (distorsione) di istanze sociali in odio,
vendetta, violenza, nonché al finanziamento del terrorismo anche da parte di persone
inconsapevoli448.
448
Reuven Paz, 2000.
115
6.4 SCHEMI SINOTTICI DELLE
TERRORISTICHE ISLAMICHE
PRICIPALI
ORGANIZZAZIONI
Di seguito vengono presentate, evidenziandone le principali caratteristiche, alcune
organizzazioni terroristiche di rilievo.
Lo schema seguito e le informazioni utilizzate sono tratte dal Patterns of Global Terrorism
2001, predisposto, nel maggio 2002, dall’Office of the Coordinator for Counterterrorism del
Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Lo schema seguito e le informazioni utilizzate sono tratte dal Patterns of Global Terrorism
2001, predisposto, nel maggio 2002, dall’Office of the Coordinator for Counterterrorism del
Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. In corrispondenza di alcuni dei gruppi terroristici
che seguono verrà indicata la sigla FTO (foreign terrorist organization), volendo significare
con ciò l’inclusione degli stessi in una specifica lista tenuta dal Segretariato di Stato. Tale
inclusione determina, negli Stati Uniti, l’applicazione di una serie di sanzioni,
comprendente il blocco dei fondi da parte delle istituzioni finanziarie, ed il divieto di
fornire ai medesimi qualsiasi tipo di supporto449.
Le informazioni inserite, in alcuni casi, provengono, oltre che dal PGT2001, anche da altre
fonti aperte richiamate in nota.
Nella sequenza di presentazione delle schede si è operato un raggruppamento di massima
in relazione all’obiettivo perseguito/area geografica di riferimento.
449
Per ulteriori dettagli sul sistema statunitense per il contrasto al finanziamento del terrorismo, veggasi il capitolo
dedicato alle recenti politiche normative.
116
6.4.1 ORGANIZZAZIONE ABU NIDAL
Organizzazione Abu Nidal (ANO) FTO
nota anche come: Consiglio rivoluzionario Fatah, Brigate rivoluzionarie arabe,Settembre
nero450, Organizzazione rivoluzionaria dei musulmani socialisti.
Separazione dall’OLP, nel 1974.
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001451
Guidato, fino alla sua recentissima morte, da Sabri al-Banna (nome di battaglia Abu
Nidal)452. Conta alcune centinaia di membri. Le capacità del gruppo sembrano diminuite a
causa di problemi finanziari ed organizzativi.
Al-Banna si era spostato in Iraq nel 1998453.
Nel mese di agosto 2002, è stato trovato morto nel suo appartamento di Baghdad. Secondo
fonti irachene, il terrorista si sarebbe suicidato dopo che alcuni funzionari dei servizi
iracheni erano andati a prelevarlo per un interrogatorio454.
Il gruppo mantiene una presenza operativa in Libano, inclusi alcuni campi profughi
palestinesi. Le attività in Libia ed Egitto sono state, invece, fatte cessare dalle locali
Autorità nel 1999.
Attacchi in 20 Paesi, che hanno coinvolto quasi 900 persone.
Gli obiettivi includono: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele, Palestinesi moderati,
OLP, vari Paesi arabi.
In Italia, questo gruppo terroristico è stato protagonista, in particolare, della strage
all’aeroporto di Fiumicino del 1985 (lancio di bombe a mano al check in di Twa e della
compagnia israeliana El Al)455.
L’ultimo atto terroristico attribuito all’ANO è l’assassinio, nel 1994, di un diplomatico
giordano in Libano.
Non si registrano attacchi ad obiettivi occidentali dalla fine degli anni ottanta.
Nel gennaio 1991, è sospettato di essere responsabile dell’uccisione del numero due
dell’OLP, schieratosi (diversamente da Arafat) contro Saddam Hussein456.
Ha ricevuto consistenti aiuti, compreso rifugio, addestramento, assistenza logistica e
finanziaria da Iraq, Libia e Siria (fino al 1987).
Sotto la denominazione “Settembre nero” fu compiuta la strage dei undici atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco
del 5 settembre 1972. Il settembre nero è il periodo del 1970 durante il quale la monarchia Giordana (per la crescente
influenza politica nel Paese dell’OLP) attacca la resistenza palestinese, che è costretta a smantellare le proprie basi e
riparare in Libano (Scarcia Amoretti, 1998).
451
Per il significato e gli effetti di tale inserimento, veggasi il capitolo concernente la recente politica normativa di
contrasto al fenomeno del terrorismo internazionale.
452
Prima della guerra arabo-israeliana del 1973, al-Banna è stato rappresentante dell’OLP in Sudan ed in Iraq. Esce
dall’OLP e fonda ANO (Farina, 2002). Non sembra che Abu Nidal fosse guidato dal fanatismo religioso (Ferrari, 2002).
453
Precedentemente era stato segnalato in Siria, Libia, Egitto (Farina, 2002)
454
Corriere della Sera, 22/8/2002.
455
Farina, 2002.
456
Ferrari, 2002
450
117
6.4.2 HAMAS
Hamas (Islamic Resistance Movement) FTO
Il nome del gruppo è un acronimo che significa Harakat al Muqawama al Islamiyya
(movimento di resistenza islamica457)
L’ala terroristica di Hamas, la Hamas-Izz al-Din al-Qassem, è inserita nella lista allegata al
regolamento 2580/2001. Nella medesima lista è stata anche inserita la Holy Land Foundation
for Relief and Development458.
Nasce nel 1987, con l’avvento della prima intifada459.
Guida spirituale è Ahmad Yasin460.
Il gruppo è concentrato nella striscia di Gaza ed in alcune aree del West bank
(Cisgiordania). Nel 1999, le Autorità giordane hanno chiuso gli Uffici Politici del gruppo
ad Amman, arrestando i leader e proibendo le attività sul suolo Giordano. Hamas è
comunque presente anche in altre aree del Medio Oriente, compresi Siria, Libano ed Iran.
Sembra, altresì, che Hamas abbia “punti di contatto” nella Repubblica della Moldavia
(dove rimane aperta la destabilizzante questione della Transnistria)461.
Le attività terroristiche sono oggi principalmente realizzate dagli attivisti di Izz el-Din alQassam Brigades (ala armata del movimento intitolata al protagonista della rivolta
palestinese del 1936, contro gli inglesi e la crescente presenza sionista). Gli attacchi si sono
molto intensificati nel 2001, in piena seconda intifada e sono diretti esclusivamente ad
obiettivi israeliani.
Alcuni membri operano segretamente, mentre altri sono apertamente attivi attraverso
moschee e istituzioni di servizio sociale per il reclutamento, la raccolta di fondi,
457
Caruso, 2002.
Come precisato anche nel Patterns of global terrorism 2001, l’executive order 13224 (veggasi capitolo sulla recente
politica normativa) ha colpito, oltre all’HLFRD, altre due presunte fonti di supporto finanziario ad Hamas (Beit el-Mal
Holding e Al Aqsa Islamic Bank).
459
Caruso, 2002
460
Caruso, 2002.
461
Sartori, 2002. La Transnistria è una striscia di terra - ad est del fiume Nistru (Dnestr in lingua russa) e confinante
con l’Ucraina - sottrattasi di fatto alla sovranità della Moldavia (ex repubblica sovietica), nel 1991-1992. Tale territorio
è da allora sotto il controllo delle milizie transnistriane e della XIV armata russa (il cui ritiro è già stato oggetto di
accordo tra Russia e Moldavia, ma viene ostacolato dalla transnistria). In tal modo il confine orientale del Paese non
può essere sorvegliato dalle autorità moldave, che peraltro non hanno implementato controlli sostitutivi ai limiti del
territorio transnistriano (cosa che significherebbe riconoscere l’esistenza delle transnistria). Ne consegue una situazione
che favorirebbe il passaggio pressoché incontrastato (tramite la Moldavia e, quindi, in occidente) di armi, stupefacenti,
materiali strategici e merci di contrabbando in genere provenienti dalle altre Repubbliche ex sovietiche e
dall’Afghanistan.
La situazione di instabilità della regione favorirebbe altresì lo sviluppo di gruppi criminali locali, nonché la
penetrazione di mafie esogene, come come quella russa o italiana.
In Moldavia vivono numerose persone di origine araba. Le Autorità moldave temono soprattutto individui provenienti
dalla Cecenia, alcuni dei quali potrebbero fare diretto riferimento alle organizzazioni terroristiche operanti in Cecenia,
in stretto collegamento con Al-Qaida e con i trafficanti d’armi della Transnistria, dai quali si approvvigionerebbero.
In generale, nella Moldavia agirebbero diversi individui collegati con organizzazioni terroristiche islamiche, spesso con
compiti limitati alla propaganda, al finanziamento ed al reclutamento. In tale contesto, spesso organizzazioni che
appaiono come caritatevoli e/o culturali, sono basi logistiche e di supporto finanziario per i terroristi. (Sartori, 2002)
458
118
propaganda…
Dal punto di vista politico, Hamas ha anche gestito candidati alle elezioni in Cisgiordania
per la Chamber of Commerce.
Non è da escludere un suo coinvolgimento nelle prossime elezioni politiche462.
Non è noto il numero dei militanti, ma Hamas gode certamente di decine di migliaia di
simpatizzanti.
L’organizzazione sarebbe strutturata sul territorio di Gaza e della Cisgiordania, suddiviso
in distretti di attività. A livello distrettuale, opererebbero, poi, comitati per l’educazione, le
pubblicazioni, le finanze, i prigionieri…463
L’obiettivo è la costituzione dello Stato islamico sull’intera Palestina. Non è riconosciuto
alcun fondamento storico-politico-geografico dello Stato di Israele.
Hamas è contrario al processo finalizzato ad arrivare ad una pace negoziata con Israele, che
è, invece, la strada intrapresa dall’OLP con il processo di Oslo (si veda il capitolo dedicato
alla questione israelo-palestinese). Questo ha portato a contrasti, anche violenti, in ambito
palestinese. In particolare, Hamas rifiuta proprio gli accordi di Oslo. I tentativi di Arafat di
cooptare Hamas nell’ambito della nascente Anp sono falliti. Nel 1997, addirittura, Arafat
avrebbe congelato le attività di Hamas in Palestina464.
Hamas conduce attacchi, specie suicidi, contro civili e militari israeliani. Nei primi anni
novanta ha colpito anche palestinesi sospettati di collaborazionismo e membri rivali di alFatah (movimento di Arafat in seno all’OLP).
Nell’ambito della seconda intifada, tuttora in corso, Hamas sembrerebbe aver sviluppato
sinergie con gli Hizbullah libanesi465.
Il gruppo riceve fondi da palestinesi espatriati, Iran, da benefattori privati in Arabia
Saudita ed altri Paesi Arabi. Raccolta fondi e propaganda sono praticate anche nell’Europa
occidentale ed in Nord America.
Il trasferimento dagli Stati Uniti, almeno fino al provvedimento di congelamento ivi
attuato, avveniva normalmente attraverso uffici di cambio, assegni di società estere
registrate all’estero, trasferimenti da banche occidentali466.
La cosiddetta triborder area (TBA; ove convergono i confini tra Argentina, Paraguay e
Brasile e ove si registra una significativa presenza araba) sarebbe un importante perno per
le attività di Hamas (oltre che di Hizbullah), specie dal punto di vista logistico e finanziario.
I tre Paesi interessati hanno mostrato l’intenzione di combattere il fenomeno, conducendo
anche interessanti operazioni.
462
Fonte: The Economist
Caruso, 2002.
464
Caruso, 2002.
465
Caruso, 2002.
466
Caruso, 2002.
463
119
6.4.3 LA JIHAD ISLAMICA PALESTINESE
Jihad islamica palestinese (PIJ) FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001
Nasce tra i militanti palestinesi nella striscia di Gaza,negli anni settanta.
La fazione Shiqaqi, attualmente guidata da Ramdan Shallah in Damasco, è la più attiva.
Shallah sarebbe considerato un importante punto di contatto tra Hizbullaz e l’intifada
palestinese467.
PIJ opera in Cisgiordania, Gaza ed Israele e in altre parti del Medio oriente, inclusi Libano
e Siria. Mantiene il proprio quartier generale in Siria.
L’obiettivo è la creazione dello Stato islamico palestinese e la distruzione di Israele. Si
oppone anche ai governi arabi moderati, che ritiene inquinati dal secolarismo occidentale.
Anche gli Stati Uniti sono esplicitamente individuati come nemico, atteso il supporto ad
Israele, anche se nessun attacco è mai stato condotto nei loro confronti. Nel passato, sono
stati solo minacciati attacchi in caso di spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a
Gerusalemme.468
Organizza attacchi suicidi in West bank (Cirgiordania), striscia di Gaza e Israele469.
L’attività contro Israele è cresciuta nel 2001, durante la seconda intifada.
Il gruppo riceverebbe sostegno finanziario dall’Iran e limitata assistenza logistica dalla
Siria.
6.4.4 FRONTE DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA
Fronte di liberazione della Palestina (PLF) FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001
Fondata negli anni settanta e successivamente divisasi in tre fazioni rispettivamente vicine
all’OLP (guidata da Abu Abbas), alla Siria, alla Libia.
La fazione di Abu Abbas ha avuto base in Tunisia fino alla vicenda della Achille Lauro. Ora
ha base in Iraq.
Sembra, altresì, che PLF abbia “punti di contatto” nella Repubblica della Moldavia (dove
rimane aperta la destabilizzante questione della Transnistria)470
La fazione di Abu Abbas è nota per vari attacchi aerei ad Israele. Nel 1985, uccide un
cittadino statunitense, nell’ambito della vicenda della Achille Lauro, in Italia.
Il gruppo riceverebbe attualmente supporto dall’Iraq. In passato, sembra fosse sostenuto
anche dalla Libia.
467
De Giovannangeli, 2002
PGT2000.
469
PGT2000
470
Sartori, 2002. Si veda nota in calce alla scheda dedicata ad Hamas.
468
120
6.4.5 FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA
Fronte popolare di liberazione della Palestina (PFLP) FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001
Gruppo marxista leninista fondato, nel 1967, da George Habash, come membro dell’OLP.
Si è unito all’Alleanza delle Forze Palestinesi (APF) per opporsi alla Dichiarazione di
principio firmata nel 1993 (processo di Oslo) ed ha sospeso la partecipazione all’OLP. E’
uscito dell’APF nel 1996 per divergenze ideologiche. Nel 1999, si sono svolti incontri con il
partito di Arafat e rappresentanti dell’OLP per discutere dell’unità nazionale e del rilancio
dell’OLP medesimo. Si oppone tuttora ai negoziati in corso con Israele.
Si basa su circa 800 membri.
Opera in Siria, Libano, Israele, Cisgiordania e Gaza.
Sembra, altresì, che PFLP abbia “punti di contatto” nella Repubblica della Moldavia (dove
rimane aperta la destabilizzante questione della Transnistria)471
Responsabile di numerosi attacchi terroristici internazionali negli anni settanta.
Dal 1978, ha condotto attacchi contro Israele ed obiettivi nei Paesi arabi moderati.
L’attività terroristica è incrementata nel 2001, durante la seconda intifada (uccisione, ad
esempio, del Ministro del Turismo israeliano).
Il gruppo riceve rifugio ed una certa assistenza logistica dalla Siria.
6.4.6 FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA – COMANDO
GENERALE
Fronte popolare di liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-GC) FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001
Si divide dal PFLP nel 1968, per concentrarsi nel combattimento più che sulla politica. Si
oppone all’OLP di Arafat.
Guidato da Ahmad Jabril, ex capitano dell’esercito siriano.
Fortemente legato a Siria e Iran. Il quartier generale si trova a Damasco ed ha basi in
Libano.Può contare su alcune centinaia di membri.
Negli anni settanta ed ottanta ha condotto attacchi sia in Europa che in Medio Oriente.
Attualmente, concentrato in operazioni di guerriglia nel sud del Libano ed attacchi su
piccola scala in Israele, Cisgiordania, striscia di Gaza.
Riceve supporto dalla Siria ed aiuto finanziario dall’Iran.
471
Sartori, 2002. Si veda nota in calce alla scheda dedicata ad Hamas.
121
6.4.7 BRIGATA DEI MARTIRI DI AL-AQSA
Brigata dei martiri di al-Aqsa (Kata’ib Shuhada’ al-Aqsa)472 FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001
Questa organizzazione terroristica, che emerge nel 2001, comprende un imprecisato
numero di piccole celle composte da attivisti affiliati alla fazione Al-Fath.
Sorge nel 2001, durante la seconda intifada, di cui è tuttora uno dei principali protagonisti.
L’obiettivo del gruppo terroristico sono civili e militari israeliani, che vengono colpiti, per
lo più, tramite attacchi suicidi (nel gennaio 2002, ha rivendicato anche il primo attacco
suicida condotto da una donna).
La sua attività è limitata allo scenario su cui si svolge, appunto, l’intifada di al-Aqsa
Dal PGT2001, eventuali aiuti esterni sono sconosciuti.
6.4.8 ‘ASBAT AL-ANSAR
‘Asbat al-Ansar (Lega dei partigiani) FTO
Inserito nella lista allegata al regolamento 881/2002473.
Gruppo terroristico basato in Libano, di ispirazione sunnita estremista, composto
principalmente da palestinesi e collegato con Usama bin Laden (come testimoniato,
appunto, dall’inclusione nella lista 881/2002).
Si ritiene che il gruppo possa contare su circa 300 combattenti in Libano.
La principale base operativa sarebbe il campo profughi palestinese ‘Ayn al-Hilwah, nel
Libano meridionale.
Tra gli obiettivi di ‘Asbat al-Ansar figura il rovesciamento del governo libanese.
I primi attacchi attribuibili a questo gruppo risalgono ai primi anni novanta.
Nel 1999, si è registrato il coinvolgimento in scontri nel Libano del Nord.
Nel 2000, si è assistito ad un’intensificazione delle sue attività terroristiche, con attacchi
contro obiettivi libanesi ed internazionali (tra cui l’ambasciata russa).
Probabilmente riceve aiuto finanziario dalle reti internazionali dell’estremismo sunnita,
nonché dalla rete di Al-Qaida.
472
http://www.palestinefacts.org/pf_1991to_now_plo_alaqsa_brigade.php
Per il significato e gli effetti di tale inserimento, veggasi il capitolo concernenti la recente politica normativa di
contrasto al fenomeno del terrorismo internazionale.
473
122
6.4.9 HIZBULLAH
Hizbullah (Party of God) FTO
nota anche come: Islamic Jihad, Revolutionary Justice Organization, Organization of the
Oppressed on Earth, Islamic Jihad for the Liberation of Palestine
Gruppo sciita radicale formatosi in Libano, nel 1982, a seguito dell’invasione israeliana.
Stretto alleato dell’Iran (alla cui rivoluzione si ispira), da cui è stato spesso diretto.
Nonostante non condivida l’orientamento secolare del regime siriano, Hizbullah è stato un
importante alleato “tattico” della Siria.
Il suo più alto organo di governo interno è il Consiglio consultivo (Majlis al-Shura), diretto
da Hassan Nasrallah.
Può contare su alcune migliaia di sostenitori ed alcune centinaia di terroristi attivi.
Opera nella valle della Bekaa, Hermil, nella periferia sud di Beirut e, in genere, nel Libano
meridionale.
Ha cellule in Europa, Africa, Sud America, Nord America e Asia. Per quanto riguarda il
Sud America, oltre alle attività nella TBA, vi sono prove della presenza di Hizbullah in Cile,
in Colombia (vicino al confine con il Venezuela), nella Margarita Island (in Venezuela),
nella colon free trade zone a Panama.
Sembra, altresì, che Hizbullah abbia “punti di contatto” nella Repubblica della Moldavia
(dove rimane aperta la destabilizzante questione della Transnistria)474
Il ritiro unilaterale delle truppe israeliane dal sud del Libano, nel 2000, è stato letto come la
vittoria della guerriglia condotta dagli Hizbullah475.
Questo ha dato una forte credibilità sullo scenario medio orientale al movimento, che
sembra adesso aver stretto accordi di cooperazione con i movimenti terroristici palestinesi
(come Hamas e la Jihad islamica476), per la conduzione della seconda intifada477.
Da notizie stampa, sembra anche che sia stato stretto un significativo accordo tra Hizbullah
ed Al-Qaida. Esso consisterebbe nel trasferire dallo Yemen in Libano 150-200 terroristi di
Al-Qaida e stabilire rapporti operativi. I miliziani di Al-Qaida dovrebbero raggiungere due
aree di schieramento (nella periferia meridionale di Beirut e nella valle della Bekaa) dove il
loro addestramento sarà aggiornato, tenendo conto delle nuove contromisure adottate
dalle polizie occidentali. La tattica suggerita dagli Hizbullah sarebbe quella di attaccare sia
dal cielo (ad esempio, tramite piccoli deltaplani a motore), dal mare (per colpire - con
azioni suicide di sub, barche, gommoni - le navi militari o da crociera occidentali) che
tramite animali addestrati (da lanciare, carichi di esplosivo, verso obiettivi minori).478
L’obiettivo è quello di incrementare il proprio potere politico in Libano, dove vuol
applicare pienamente le regole islamiche. Nonostante previe dichiarazioni di
indisponibilità ad accettare il vigente sistema politico, ha partecipato alle elezioni
parlamentari del 1992.
Si oppone al processo di pace in Palestina, aspirando alla liberazione di tutte le terre arabe
occupate ed all’eliminazione di Israele. Il movimento è, quindi, anti occidentale ed anti
israeliano.
474
Sartori, 2002. Si veda nota in calce alla scheda dedicata ad Hamas.
Caruso, 2002.
476
De Giovannangeli, 2002
477
Veggasi il paragrafo dedicato alla questione israelo-palestinese.
478
Olimpio, 2002.
475
123
E’ accertato o sospettato il suo coinvolgimento in numerosi attentati contro gli Stati Uniti,
specie in Beirut. Negli anni novanta si sono verificati attacchi agli interessi Israeliani in
Argentina.
Hizbullah si sarebbe articolato in comandi operativi autonomi e cellule militari
compartimentate meno soggette ad infiltrazione. I compiti operativi sarebbero inoltre
accuratamente suddivisi (dall’individuazione del bersaglio, affidato ad unità di
ricognizione, all’attacco condotto da unità specializzate che ricevono armamenti ed
istruzioni solo all’ultimo momento)479.
Come già detto, le truppe israeliane si sono ritirate unilateralmente dal Libano
meridionale nel 2000. Secondo Hizbullah, la linea di ripiegamento israeliano (la cosiddetta
linea “blu”) comprende ancora terre libanesi, dove peraltro le postazione di Tsahal
(l’esercito israeliano) sono di frequente oggetto di azioni di guerriglia (cui seguono
rappresaglie da parte dello stesso Tsahal)480.
Il gruppo riceve sostegno da Iran (finanziamenti, addestramento, armi, esplosivi,
appoggio politico, diplomatico, organizzativo) e Siria (supporto politico, diplomatico e
logistico).
Sembra che in occasione del Congresso di solidarietà per il supporto dell’intifada,
organizzato proprio da Hizbullah nel maggio 2001, siano state gettate le basi per il nuovo
“partito della jihad”, teso verso l’obiettivo di fondo di “islamizzare” l’intifada. Da notare
anche che Hizbullah ha una presenza significativa nel parlamento libanese. A
completamento del “modello Hizbullah” può anche essere citato un complesso sistema
mediatico (televisione, radio, settimanali, siti web)481
Per quanto attiene alle posizioni in Sud America, la cosiddetta triborder area (TBA; ove
convergono i confini tra Argentina, Paraguay e Brasile e ove si registra una significativa
presenza araba) sarebbe un importante perno per le attività di Hizbullah (oltre che di
Hamas), specie dal punto di vista logistico e finanziario. I tre Paesi interessati hanno
mostrato l’intenzione di combattere il fenomeno, conducendo anche interessanti
operazioni. Da un’indagine, emergerebbe il trasferimento di milioni di dollari ad
“operativi”, organizzazioni caritatevoli ed altre entità legati ad Hizbullah nel mondo.
Anche in Cile è aperta un’inchiesta che interessa, in particolare, due imprese sospettate di
condurre operazioni di copertura per trasferire milioni di dollari ad Hizbullah.
Da notizia stampa, ripresa sempre dal Patterns of global terrorism 2001, sembra che Hizbullah
abbia trasferito, in Medio Oriente, milioni di dollari ricavati dal commercio dei diamanti
congolesi
479
De Giovannangeli, 2002.
De Giovannangeli, 2002.
481
De Giovannangeli, 2002.
480
124
6.4.10 AL-GAMA’A AL-ISLAMIYYA
Al-Gama’a al-Islamiyya (Gruppo islamico, IG) FTO
Inserito nella lista allegata al regolamento 2580/2001.
Il leader spirituale è lo sceicco Umar Abd al-Rahman, attualmente detenuto negli USA per gli
attacchi al World trade center, del 1993
Dal 1999, Al-Gama’a al-Islamiyya ha dichiarato una tregua, che dal giugno 2000 non ha più
il supporto dello sceicco Umar Abd al-Rahman. In ogni caso, non si registrano attacchi in
Egitto dall’agosto 1998.
Seppur non ufficialmente, il gruppo sembra essere diviso in due fazioni: una fazione,
guidata da Mustafa Hamza, che continua a supportare il cessate il fuoco; un’altra ala,
facente capo a Rifa’i Taha Musa, che vorrebbe un ritorno alla lotta armata.
E’ il più numeroso gruppo militante egiziano, operante fin dalla fine degli anni settanta.
La sua forza è attualmente sconosciuta, benché si possa affermare che, nel passato, potesse
contare su alcune migliaia di membri e simpatizzanti.
E’ presente soprattutto, oltre che in Egitto (soprattutto al sud e con supporto al Cairo,
Alessandria e altre città), in Gran Bretagna, Afghanistan, Austria, Yemen. L’Egitto ha
chiesto l’estradizione di un soggetto sospettato di appartenere alla AL-Gama’a al-Islamiyya,
attualmente detenuto in Uruguay. Non è comunque emersa la presenza di cellule del
gruppo terroristico in Uruguay.
L’obiettivo è quello di rovesciare il governo egiziano e proclamare lo Stato islamico, ma
alcuni membri (specie quelli vicini a Taha Musa e Abd al-Rahman) possono avere l’obiettivo
di colpire interesse statunitensi ed israeliani.
Ha rivendicato l’attentato, del 1995, al Presidente egiziano Mubarak, ad Adis Abeba. Altro
attacco particolarmente noto è stato quello che ha portato, nel 1997, all’uccisione di 58
turisti, cui è seguita un’accentuazione della repressione da parte delle Autorità. Dal 1998,
viene osservata una tregua.
Rifa’i Taha Musa, nel febbraio 1998 ha incitato, insieme ad Usama bin Laden, all’attacco
contro i civili statunitensi (veggasi più avanti il contenuto della fatwa). Nonostante ciò, il
gruppo ha dichiarato di non supportare Usama bin Laden.Alla fine del 2000, Taha Musa è
apparso in un video, non datato, insieme a Usama bin Laden e Ayman al-Zawahirj (capo
della Jihad islamica egiziana) nel quale si minacciano rappresaglie contro gli USA, a causa
della detenzione di Rahamn.482
Il governo egiziano crede che l’organizzazione sia supportata da Iran, Usama bin Laden e
gruppi afghani.
Potrebbe anche ottenere fondi da varie organizzazioni islamiche non governative.
482
PGT2000.
125
6.4.11 LA JIHAD ISLAMICA EGIZIANA
Al-Jihad/Egyptian Islamic Jihad FTO
nota anche come: Jihad islamica egiziana, Al-Jihad egiziana,Gruppo Jihad, Nuova Jihad
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Gruppo estremista islamico attivo dalla fine degli anni settanta.
Stretto alleato di Usama bin Laden La fusione con Al-Qaida risalirebbe al giugno 2001, anche
se il gruppo ha conservato una certa capacità di azione indipendente.
Opera in Egitto (nell’area del Cairo) ed ha una rete che copre Yemen, Afghanistan,
Pakistan, Libano e Gran Bretagna.
Si ritiene possa contare su alcune centinaia di membri. Ha, comunque, subito numerosi
arresti nel mondo; recentemente in Libano e Yemen483.
Il principale obiettivo è rovesciare il governo egiziano per proclamare lo Stato islamico. A
ciò si associa l’obiettivo di colpire gli interessi statunitensi ed israeliani in Egitto ed
all’estero.
Protagonista di numerosi attentati a rappresentanti del governo egiziano. E’ responsabile
dell’uccisione del Presidente egiziano Sadat.
Non colpisce all’interno dell’Egitto dal 1993, mentre risale al 1995 l’attentato all’ambasciata
egiziana in Pakistan ed al 1998 il tentativo rivolto all’ambasciata statunitense in Albania.
Il governo egiziano ritiene che il gruppo riceva il sostegno di Iran e Usama bin Laden.
Esso potrebbe anche ottenere fondi attraverso varie organizzazioni islamiche non
governative, imprese di copertura e atti criminali.
6.4.12 ORGANIZZAZIONE MUJAHEDIN-E KHALQ
Organizzazione Mujahedin-e Khalq (MEK or MKO) FTO
nota anche come: Esercito di liberazione nazionale dell’Iran (NLA, l’ala militare del MEK),
Mujahidin del popolo dell’Iran (PMOI), National Council of Resistance (NCR), Società
musulmana degli studenti iraniani (organizzazione di facciata usata per raccogliere
supporto finanziario)
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001 (con espressa
esclusione del “Consiglio nazionale di resistenza dell’Iran” NCRI. Non viene, altresì,
menzionato l’NCR)
Nasce negli anni sessanta seguendo un’ideologia che fonde marxismo ed islamismo.
L’organizzazione viene espulsa dall’Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979.
Negli anni ottanta, i leader di MEK fuggono in Francia ed il gruppo trova accoglienza in
Iraq nel 1987.
Sembra che, addirittura, il MEK svolga compiti di sicurezza interna per il regime iracheno.
Il MEK mira attualmente all’instaurazione di un regime secolare.
Tra gli altri, gli attacchi condotti, nell’aprile 1992, ad ambasciate iraniane in 13 differenti
Paesi, testimoniano la capacità di organizzare operazioni su larga scala.
483
PGT2000
126
Può contare su alcune migliaia di combattenti stanziati in Iraq.
Negli anni settanta, il gruppo ha direttamente colpito statunitensi in Iran. Negli anni
novanta e nel 2000-2001, il MEK ha rivendicato un crescente numero di attacchi ad
obiettivi iraniani.
Il movimento è supportato dall’Iraq484, ma dispone anche di organizzazioni di facciata che
sollecitano contribuzioni dalle comunità iraniane espatriate.
6.4.13 GRUPPO ABU SAYYAF
Gruppo Abu Sayyaf (ASG) FTO (nota anche come Al Harakat Al Islamiyya485)
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
E’ il gruppo separatista islamico più radicale operante nel sud delle Filippine. Alcuni dei
suoi membri avrebbero legami con i mjuahidin, risalenti alla guerra in Afghanistan. Il
gruppo è nato da una scissione dal Moro National Liberation Front nel 1991. Il suo iniziale
leader Abdurajak Abubakar Janjalani è stato ucciso dalla polizia nel 1998. Sembra che il
suo posto sia stato preso dal fratello Khadaffy Janjalani.
Sarebbe composto da alcune centinaia di combattenti, ma almeno 1000 individui mossi da
motivi economici (riscatto per ostaggi stranieri) si sarebbero uniti al gruppo nel 2000-2001.
L’organizzazione è articolata in alcune fazioni semi autonome.
Più di 1.000 soldati americani - che nel mese di luglio 2002 hanno cominciato ad essere
ritirati - sono stati inviati nel sud delle Filippine per assistere le locali forze armate nello
sforzo di sradicare questo gruppo terroristico. Tale iniziativa non sembra aver avuto
successo, anche perché le truppe americane non hanno potuto partecipare direttamente ad
attività operative (solo consulenza, addestramento ed equipaggiamento), in quell’ex
possedimento coloniale486.
L’obiettivo dichiarato è la costituzione di uno stato islamico indipendente nella parte
occidentale di Mindanau e nell’arcipelago Sulu (aree delle Filippine meridionali
fortemente popolate da musulmani), anche se sembra che l’attività terroristica venga
sfruttata soprattutto per motivi economici. Nel 2000, ha compiuto operazioni anche in
Malesia.
Il gruppo è coinvolto in rapimenti a scopo di riscatto, attentati dinamitardi, assassini ed
estorsioni.
Potrebbe ricevere supporto da gruppi estremisti islamici del Medio Oriente e dell’Asia
meridionale, senza contare i legami con la rete di Usama Bin Laden.
484
Ad esempio, nel corso di una conferenza stampa del marzo 2000, il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Rubin,
- dopo aver mostrato prove che Saddam Hussein conduce attività di contrabbando di petrolio che aggirano l’embargo
internazionale – ha prodotto foto satellitari di un nuovo quartier generale costruito dal regime a favore dell’MKO, in
grado di accogliere 3000-5000 membri; questo nuovo sito verrebbe utilizzato per coordinare le attività terroristiche e
pianificare nuovi attacchi in Iran ed altrove (sito internet secretary.state.gov/www/briefings/003/00324db.html).
485
Nome indicato nel regolamento 881/2002.
486
Fonte:The Economist.
127
6.4.14 JEMAAH ISLAMIYA
Jemaah Islamiya (JI) (nota anche come Jema’ah islamiyah, Jemaah islamiyah, Jemaah islamiah,
Jamaah islamiyah, Jama’ah islamiyah)
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Gruppo estremistico islamico articolato in cellule operanti nel Sud est asiatico (Singapore,
Malaysia e, secondo fonti di stampa, Indonesia e Filippine). Recenti arresti compiuti in
Singapore, Malaysia e Filippine hanno fatto emergere collegamenti con Al-Qaida.
Secondo fonti aperte, Al-Qaida rivolgerebbe particolare attenzione al sud est asiatico, area
nella quale vive buona parte dei musulmani del mondo.A metà degli anni novanta, si
sarebbe sviluppato il Jemaah Islamiyah,un gruppo affiliato con base in Malaysia, i cui
membri sono tratti dall’area del sud est asiatico. Il Jemaah Islamiyah sarebbe divenuto
essenzialmente il collegamento tra le basi afghane di Usama bin Laden e gli estremisti del
sud est asiatico. Stretti contatti risulterebbero con il Moro Islamic Liberaration Front
filippino487.
Sembra che la leadership sia principalmente composta da indonesiani.
Non si conosce il numero dei membri del gruppo; secondo fonti di stampa, le cellule
malesi comprenderebbero circa 200 membri.
E’ stata anche riportata la notizia di arresti eseguiti in Malesia a danno di soggetti associati
a locali gruppi estremisti islamici legati ad Al-Qaida.Tra maggio e dicembre 2001, sono stati
arrestati in Malesia circa 30 membri del gruppo Kumpulan Mujahidin Malaysia (KMM), con
l’accusa di condurre attività che minacciano la sicurezza nazionale. Alcuni dei militanti
arrestati avrebbero ricevuto addestramento militare in Afghanistan ed alcuni leader del
KMM sarebbero legati a Jemaah Islamiya. La polizia malese starebbe indagando circa i
collegamenti tra Jemmah Islamiah ed un terrorista dell’11 settembre. Il PGT2001 conferma
anche che Jemaah Islamiah avrebbe legami non solo con KMM, ma anche con altre
organizzazioni islamiche estremistiche in Indonesia (dove il leader del Majelis Mujahadeen
Indonesia è stato interrogato circa i suoi possibili collegamenti con JI o KMM), Filippine e
Singapore. In quest’ultimo Paese, la polizia, nel dicembre 2001, ha sventato un piano
terrorista, arrestando alcuni soggetti ritenuti membri di Jemaah Islamiah (alcuni dei quali
avrebbero ricevuto addestramento nei campi di Al-Qaida in Afghanistan). Le Autorità locali
si dicono convinte dell’esistenza di forti legami tra JI ed Al-Qaida.
L’obiettivo della Jemaah Islamiya è la creazione di uno Stato islamico comprendente
Malaysia, Singapore, Indonesia ed il sud delle Filippine.
Dal 1997, JI starebbe sviluppando piani per colpire interessi statunitensi in Singapore.
E’ possibile il supporto di Al-Qaida.
487
The Christian Science Monitor, 2002 www.csmonitor.com
128
6.4.15 KUMPULAN MUJAHIDIN MALAYSIA
Kumpulan Mujahidin Malaysia (KMM)
Gruppo creato, nel 1995, da un reduce del conflitto in Afghanistan, Zainon Ismail. Dal 1999,
il movimento sarebbe guidato da Nick Adli Nik Abdul Aziz, attualmente detenuto.
Secondo le Autorità malesi, dal KMM potrebbero essersi divisi piccoli gruppi, più violenti
ed estremisti.
Il numero dei membri del gruppo terroristico potrebbe aggirarsi intorno alle 70-80 unità.
Tra maggio e dicembre 2001, sono stati arrestati circa 30 membri del KMM, con l’accusa di
condurre attività che minacciano la sicurezza nazionale. Alcuni dei militanti arrestati
avrebbero ricevuto addestramento militare in Afghanistan ed avrebbero combattuto nel
conflitto contro i sovietici. Alcuni leader del KMM sarebbero legati a Jemaah Islamiya.
Altri membri arrestati avrebbero legami con organizzazioni estremistiche islamiche in
Indonesia e Filippine.
L’obiettivo del KMM è il rovesciamento del governo e la creazione di uno Stato islamico
comprendente Malaysia, Indonesia, Sud delle Filippine.
Non si ha notizia di sostegno finanziario esterno.
6.4.16 GRUPPO ISLAMICO ARMATO E GRUPPO SALAFITA PER LA PREDICAZIONE E IL
COMBATTIMENTO
FTO Gruppo Salafita per la Predicazione ed il
Gruppo islamico armato (GIA)
Combattimento (GSPC) FTO
GIA noto anche come: Al Jamma’ah Al Islamiah Al-Musallah, Groupement Islamique
Armé488
Organizzazioni inserite nella lista allegata al regolamento 881/2001 e, quindi, considerate
associate ad Usama bin Laden.
Gruppo estremistico islamico algerino che ha iniziato ad operare in modo violento nel
1992 dopo l’annullamento della vittoria conseguita dall’ Islamic Salvation Front (FIS), nel
dicembre 1991.
Oggi si ritiene possa contare su circa 200 militanti.
Recentemente 489è emersa una fazione ormai ritenuta il più pericoloso gruppo armato
rimasto in Algeria: il Salafi Group for Call and Combat (GSPC); all’estero sembra aver in
larga parte cooptato la rete del GIA, particolarmente attiva in Europa, oltre che in Africa e
Medio Oriente. Anche il GSPC è esplicitamente inserito nella FTO e nella lista del
regolamento 881/2002; secondo la stampa, alcuni membri del GSPC intratterrebbero
contatti con estremisti nord africani favorevoli ad Al-Qaida.
L’attuale consistenza del GSPC non è nota e potrebbe variare da alcune centinaia ad
alcune migliaia, all’interno dell’Algeria.
GIA ha l’obiettivo di rovesciare il regime secolare algerino e sostituirlo con lo stato
islamico.
488
489
Nominativi contenuti nel regolamento 881/2002.
Il gruppo sarebbe nato nel 1996 e si sarebbe affermato nel 1998.
129
Conduce frequenti attacchi a civili e funzionari governativi.
Nel 1993 ha annunciato una campagna contro gli stranieri residenti in Algeria (da allora
più di 100 omicidi).
Il GSPC ha dichiarato di voler evitare attacchi nei confronti di civili, all’interno dell’Algeria
e questo ha fatto guadagnare al medesimo un certo supporto popolare (in realtà attacchi ai
civili si sono verificati).
Supporto logistico e finanziario può provenire dagli algerini espatriati e dai membri del
GSPC all’estero (per quanto attiene al GSPC), molti dei quali risiedono in Europa
occidentale (arresti sono stati compiuti anche in Italia). Il Governo algerino ha accusato
l’Iran ed il Sudan di supportare gli estremisti algerini negli anni passati.
6.4.17 GRUPPO COMBATTENTE TUNISINO
Gruppo Combattente Tunisino (TCG)
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2001 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Fondato probabilmente nel 2000 da Tarek Maaroufi e da Saifallah Ben Hassine.
Il gruppo sarebbe associato ad Al-Qaida, nonché ad altri gruppi estremistici nord africani
in Europa.
In particolare, membri del gruppo manterrebbero rapporti con il Gruppo Salafita per la
Predicazione ed il Combattimento.
TCG fa parte della rete del movimento Salafita internazionale.
Il gruppo sarebbe presente in Europa occidentale ed Afghanistan.
L’obiettivo del TCG è quello di instaurare il governo islamico in Tunisia e di colpire
interessi tunisini ed occidentali
Secondo le Autorità italiane, il Gruppo Combattente Tunisino sarebbe impegnato nel
traffico di documenti falsi e, almeno nel passato, nel reclutamento per l’invio ai campi di
addestramento afghani.
Alcuni membri del TCG sono sospettati della pianificazione di attacchi ad interessi
diplomatici statunitensi, algerini e tunisini a Roma in gennaio.
Non si hanno elementi circa eventuale supporto esterno.
130
6.4.18 AL-JAMA’A AL-ISLAMIYYAH AL-MUQATILAH BI-LIBYA
Al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libya
noto anche come: Gruppo Combattente Islamico Libico, Gruppo Islamico Combattente,
Gruppo Combattente Libico, Gruppo Islamico Libico.
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Creato, nel 1995, tra i libici che hanno combattuto in Afghanistan contro i sovietici. Alcuni
membri sono concentrati sulla questione libica, mentre altri sono allineati con Al-Qaida o
sono attivi nella rete internazionale dei mujahidin.
L’organizzazione potrebbe contare su alcune centinaia di membri.
Mantiene probabilmente una presenza clandestina in Libia, ma dalla fine degli anni
novanta molti membri sono fuggiti in vari Paesi del Medio Oriente e dell’Europa.
Ha l’obiettivo di rovesciare il governo di Gheddafi, ritenuto non islamico.
Attualmente, il gruppo terroristico conduce alcuni attacchi ad interessi libici nel Paese o
all’estero.
L’organizzazione potrebbe riceve sostegno finanziario attraverso donazioni private, NGO
islamiche, attività criminali.
6.4.19 AL-ITTIHAD AL-ISLAMI
Al-Ittihad al-Islami (AIAI)
noto anche come: Islamic Union
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
E’ la più grande organizzazione militante somala; ha acquisito potere a seguito della
caduta, nei primi anni novanta, del regime di Siad Barre.
Mantiene legami con Al-Qaida. I suoi membri potrebbero aver ricevuto addestramento in
Afghanistan.
Il gruppo può contare su circa 2.000 membri, cui si aggiungo milizie di riserva.
AIAI è presente, oltre che in Somalia, anche in Etiopia e Kenya.
L’organizzazione supporta anche programmi sociali islamici, come la gestione di
orfanotrofi e scuole.
AIAI ha l’obiettivo di instaurare in Somalia un regime islamico e di determinare la
secessione dall’Etiopia della regione Ogeden.
Le attività “militari” del gruppo sono dirette sia nei confronti delle forze etiopiche sia
verso altre fazioni somale.
AIAI riceverebbe fondi da finanzieri del Medio Oriente, oltre che dal sistema di rimesse
dei numerosi somali emigrati in occidente.
Nel passato, si sono registrate consegne di armi dal Sudan.
131
6.4.20 ESERCITO ISLAMICO DI ADEN
Esercito islamico di Aden (IAA)
noto anche come: Aden-Abyan Islamic Army
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Gruppo terroristico che emerge pubblicamente nel 1998, tramite una serie di comunicati
con cui esprime supporto ad Usama bin Laden
La zona delle operazioni è lo Yemen del Sud.
IAA ha l’obiettivo di rovesciare il governo Yemenita e di colpire interessi statunitensi ed
occidentali in Yemen.
Agisce tramite attacchi dinamitardi e rapimenti di stranieri.
Il leader dell’organizzazione, Zein al-Abidine al-Mihdar, è stato catturato, processato ed
ucciso dal governo, nell’ottobre 1999.
Non si dispone di elementi circa supporto esterno al gruppo terroristico.
6.4.21 MOVIMENTO ISLAMICO DELL’UZBEKISTAN
Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU)490 FTO
Harakat al-Islamiya Uzbekistan491
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2001 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Coalizione di militanti islamici dell’Uzbekistan e degli altri Stati dell’Asia centrale.
Il movimento si costituisce formalmente nel 1998 a Kabul ad opera del mullah uzbeko Tohir
Yo’ldash492. (leader politico ed ideologico)
L’area delle operazioni include Uzbekistan, Tajikistan, Kyrgyzstan, Afghanistan, Iran,
Pakistan. L’attacco alleato in Afghanistan ha condotto alla cattura o uccisione di molti
membri del gruppo. L’attuale numero di militanti potrebbe aggirarsi intorno alle 2000
unità, sparsi nell’Asia meridionale e Tajikistan493.
Il leader militare del gruppo, Juma Namangani, è stato quasi certamente ucciso (The
Economist).
490
Nella regione dell’Asia centrale opera anche un movimento politico islamico radicale denominato Hizb ut-Tahrir,
(noto anche come Hizb al-Tahrir al-Islami – movimento islamico di liberazione (Fumagalli, 2002)) che auspica il
ritorno al puro islam e l’instaurazione del califfato islamico nell’Asia centrale. Nonostante le affermazioni dei governi
locali, gli Stati Uniti non hanno ancora trovato chiari legami tra l’Hizb ut-Tahrir ed attività terroristiche.
491
Fumagalli, 2002. Sembra che nel giugno 2001 il movimento si sia rinominato Partito Islamico del Turkestan
(Fumagalli, 2002).
492
Fumagalli, 2002.
493
Secondo altre fonti (Fumagalli, 2002) parte dei militanti dell’IMU si sarebbero rifugiati anche al confine afghanopakistano, nelle regioni tribali del Pakistan e nella valle del Kashmir. Segnali di allarme di un ritorno all’azione dei
militanti dell’IMU si levano anche dal Kyrgyzstan.
132
L’obiettivo è instaurare lo stato islamico in Uzbekistan. Si oppone, quindi, all’attuale
regime secolare. Dopo l’attacco alleato in Afghanistan, l’obiettivo potrebbe allargarsi ad un
contesto internazionale494.
Per quanto attiene alle attività all’interno dell’Uzbekistan, è ritenuto responsabile di 5 auto
bomba e della cattura di ostaggi.
IMU sarebbe attivo anche nel traffico di droga; sembra che all’interno del movimento
convivano due ali: una maggiormente focalizzata su tale attività ed un’altra più votata ad
obiettivi politici495.
Riceve supporto da altri gruppi estremistici islamici del Medio Oriente e dell’Asia centrale
e meridionale.
Le dichiarazioni del movimento sono trasmesse dalla radio iraniana.
6.4.22 HARAKAT UL-MUJAHIDIN
Harakat ul-Mujahidin (HUM) (Movement of Holy Warriors) FTO
Nota anche come: Al-Faran, Al-Hadid, Al-Hadith, Harakat ul-Ansar, HUA, Harakat ulMujahideen
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata a Usama bin Laden
Guidato da Farooq Kashmiri. Leader storico è stato Fazlur Rehman Khalil, che, tra l’altro, nel
febbraio 1998 ha incitato, insieme ad Usama bin Laden, all’attacco contro gli interessi
statunitensi ed occidentali (veggasi più avanti il contenuto della fatwa). E’ legato al gruppo
militante per il Kashmir al-Faran. E’ politicamente allineato con il partito politico radicale
Jamiat-i Ulema-i Islam Fazlur Rehman (JUI-F).
Da uno dei suoi leader, Masood Azhar, è nato Jaish-e-Mohammed, un gruppo rivale più
radicale (vgs scheda dedicata), che ha sottratto membri al movimento originario (si ritiene
circa i tre quarti).
Il gruppo ha le proprie basi in Pakistan ed opera principalmente in Kashmir. I suoi militanti
erano addestrati in Pakistan ed Afghanistan
Il gruppo attacca truppe e civili indiani nel Kashmir. Nel 1999, il dirottamento di un aereo
di linea indiano ha portato alla liberazione di Masood Azhar – importante leader del
precedente gruppo Harakat ul-Ansar - che era stato arrestato nel 1994. Successivamente
Massod Azhar ha fondato Jaish-e-Mohammed.
Il gruppo raccoglierebbe donazioni dall’Arabia Saudita e altri Stati del Golfo ed islamici,
dal Pakistan e dai Kashmiri. I metodi di raccolta finanziaria adottati includono la
sollecitazione di donazioni tramite riviste ed opuscoli. In previsione dei possibili interventi
di congelamento del governo pakistano, il HUM avrebbe ritirato i propri fondi dai conti
bancari ed avrebbe investito in attività economiche legali.
L’attività di raccolta in Pakistan è, comunque, molto diminuita a causa dell’attività
repressiva condotta dal governo pakistano.
494
Più in generale l’obiettivo dell’IMU e dell’Hizb ut-Tahrir è l’instaurazione del Califfato islamico in Asia centrale a
partire dalla valle di Fergana (si veda anche i paragrafi dedicati all’Asia centrale).
495
Deledda, 2002.
133
6.4.23 JAISH-E-MOHAMMED
Jaish-e-Mohammed (JEM) (Esercito di Maometto) FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 881/2002 e, quindi, considerata
associata ad Usama bin Laden.
Gruppo islamico con base in Pakistan, rapidamente cresciuto dopo la sua recente
formazione ad opera di Massod Azhar, precedente leader di Harakat ul-Ansar (vgs scheda
dedicata a HUM).
E’ politicamente allineato al partito Jamiat-i Ulema-i Islam Fazlur Rehman, radicale.
Il gruppo è stato bandito dal governo pakistano ed i suoi beni sono stati congelati (gennaio
2002).
Può contare su alcune centinaia di membri armati in Kashmir, Pakistan.
L’organizzazione è composta da Kashmiri, Pakistani, ma anche afghani ed arabi veterani
del conflitto in Afghanistan.
Si basa in Pakistan e conduce gli attentati soprattutto in Kashmir. Fino all’attacco alleato
dell’autunno 2001, gestiva campi di addestramento in Afghanistan.
Il gruppo ha forti legami con i Talibani.
L’obiettivo è unire il Kashmir al Pakistan.
Il governo indiano considera JEM, insieme a Lashkar-e-Tayyiba, responsabile dell’attacco al
proprio parlamento, nel dicembre 2001.
Si sospettano aiuti finanziari da parte di Usama bin Laden.
JEM raccoglie anche fondi tramite donazioni sollecitate a mezzo di riviste ed opuscoli. In
previsione dei possibili interventi di congelamento del governo pakistano, avrebbe ritirato
i propri fondi dai conti bancari ed avrebbe investito in attività economiche legali.
6.4.24 LASHKAR-E-TAYYABA
Lashkar-e-Tayyaba (LET) (Army of the Righteous) FTO
Organizzazione inserita nella lista allegata al regolamento 2580/2001
Il gruppo è l’ala armata di Markaz-ud-Dawa-Wal-Irshad (MDI), organizzazione religiosa
sunnita anti-statunitense con base in Pakistan. Non ha collegamenti politici. E’ guidata da
Abdul Wahid Kashmiri.
Il gruppo è stato bandito dal governo pakistano ed i suoi beni sono stati congelati (gennaio
2002).
Può contare su alcune centinaia di membri in Pakistan e nel Kashmir.
I quadri dell’organizzazione sono soprattutto pakistani e veterani afghani.
Campi di addestramento si trovano nel Kashmir amministrato dal Pakistan ed in
Afghanistan (fino all’attacco alleato dell’autunno 2001).
Intrattiene legami in varie parti del mondo dalle Filippine al medio oriente ed in Cecenia
attraverso la rete MDI.
L’obiettivo dell’organizzazione, che sarebbe basata in Pakistan.
Ha condotto numerose operazioni contro truppe e obiettivi civili indiani in Kashmir dal
1993. Il movimento ha dimostrato anche la capacità di attaccare nel cuore dell’India e non
solo nel Kashmir. A tal proposito, il governo indiano considera LET, insieme a JEM,
134
responsabile dell’attacco al proprio parlamento, nel dicembre 2001.
Riceverebbe donazioni dalla comunità pakistana nel golfo persico e in Gran Bretagna, da
organizzazioni non governative islamiche e da uomini di affari pakistani e kashmiri.
Il LET gestisce anche un sito internet (sotto il nome dell’organizzazione Jammat ud-Daawa)
tramite cui vengono sollecitati fondi e vengono fornite informazioni circa le attività del
gruppo.
In previsione dei possibili interventi di congelamento del governo pakistano, il LET
avrebbe ritirato i propri fondi dai conti bancari ed avrebbe investito in attività economiche
legali.
6.4.25 HARAKAT UL-JIHAD-I-ISLAMI
Harakat ul-Jihad-I-Islami (HUJI)
noto anche come: Movement of Islamic Holy War
E’ un gruppo sunnita estremista, fondata nel 1980 in Afghanistan per combattere contro i
sovietici.
Risulta affiliato con la fazione Jamiat Ulema-I-Islam Fazlur Rehamn (JUI-F) e la scuola
Deobandi dell’islamismo sunnita.
HUJI, guidato da Amin Rabbani, è composto principalmente da Pakistani e potrebbe
contare su alcune centinaia di membri nel Kashmir.
La zona interessata dal movimento è il Pakistan ed il Kashmir. Membri di HUJI avrebbero
ricevuto addestramento in Afghanistan, fino all’attacco alleato dell’autunno 2001.
Risultano legami con il gruppo militante al-Farah.
Il gruppo ha l’obiettivo della liberazione del Kashmir e della sua annessione al Pakistan.
Le operazioni terroristiche consistono principalmente nell’attacco di obiettivi militari
indiani nel Kashmir.
Non si hanno elementi circa supporto esterno all’organizzazione terroristica.
6.4.26 HARAKAT UL-JIHAD-I-ISLAMI/BANGLADESH
Harakat ul-Jihad-I-Islami/Bangladesh (HUJI-B)
noto anche come: Movement of Islamic Holy War
HUJI-B ha legami con i gruppi pakistani Harakat ul-Jihad-I-Islami e Harakat ulMujahidin.
Il movimento sembra poter contare su alcune migliaia di membri.
Operazioni ed addestramento si concentrano in Bangladesh, dove si troverebbero almeno
sei campi.
Il gruppo ha l’obiettivo dell’imposizione delle regole islamiche in Bangladesh.
HUJI-B sembra essere accusato dell’uccisione di un giornalista del Bangladesh e sospettato
del tentato assassinio del Primo Ministro.
La principale fonte di supporto sono le madrasse in Bangladesh. Il gruppo mantiene anche
legami con i militanti del Pakistan, dai quali potrebbero arrivare finanziamenti.
135
6.5
IL “FRONTE INTERNAZIONALE ISLAMICO PER LA GUERRA
SANTA CONTRO GLI EBREI ED I CROCIATI” ED AL-QAIDA
Un paragrafo a parte deve essere dedicato ad Al-Qaida, visto il suo conclamato
coinvolgimento nel conflitto afghano e, soprattutto, nei micidiali attacchi dell’11 settembre
2001.
6.5.1 IL “FRONTE”
Nel voler individuare una data significativa da cui far partire il processo di
globalizzazione del terrorismo, si può far riferimento al 1998, quando Usama bin Laden
fonda il Fronte internazionale islamico per la guerra santa contro gli ebrei ed i crociati. Il
principale obiettivo dichiarato è quello di liberare i luoghi sacri della Mecca e di Medina
dalla presenza, sul suolo saudita, delle truppe americane, ivi stanziate dal periodo della
guerra del Golfo. E’ un dovere di tutti i musulmani, dichiara nel 1998 Usama bin Laden,
uccidere i cittadini statunitensi ed i loro alleati497.
A tal proposito, Usama bin Laden, nel 1998, sottoscrive una specifica, seppur non rituale,
fatwa498 secondo cui, sulla base delle seguenti premesse:
da più di sette anni gli Stati Uniti stanno occupando il luogo più sacro delle terre
dell’Islam, la Penisola arabica, saccheggiando le sue ricchezze, dettando le regole ai
suoi governanti, umiliando il suo popolo, terrorizzando i suoi vicini, usando la stessa
come base per combattere contro il popolo musulmano;
le sofferenze inflitte al popolo iracheno;
l’intenzione americana di distogliere, tramite queste guerre lanciate contro il popolo
musulmano, l’attenzione dall’occupazione ebrea di Gerusalemme;
la politica americana di fare degli Stati della regione – come Iraq, Arabia Saudita, Egitto
e Sudan – degli Stati di “carta” deboli e tra loro disuniti,
chiama tutti i musulmani a uccidere gli americani ed i loro alleati – civili e militari -, come
adempimento di ogni islamico, in ogni Paese, al fine ultimo di liberare la moschea di AlAqsa e la moschea santa e di ricacciare gli eserciti occupanti dalle terre dell’islam499.
Il riferimento ideologico del Fronte è il panislamismo, l’unione dell’umma musulmana, il
superamento, quindi, del nazionalismo introdotto dal colonialismo delle potenze
occidentali500.
497
Desiderio, 2001.
Pubblicata su Al-Quds al-‘Arabi (quotidiano arabo pubblicato a Londra), il 28 febbraio 1998.
Fonte: http://www.ict.org.il/articles/fatwah.htm
499
I musulmani vengono anche chiamati a saccheggiare il denaro degli americani, ovunque ed ogni qual volta ciò sia
possibile
500
A tal proposito, veggasi anche i capitoli che precedono.
498
136
Questo non significa che il Fronte non collabori con le organizzazioni terroristiche
concentrate su progetti nazionalisti, come l’Hizbullah libanese, Hamas, la Jihad islamica
palestinese, la Laskar-e-Taiba pakistana (battaglione della fede)506.
Sulla base di fonti aperte, si ritiene che il Fronte sia direttamente presente in Africa507
(Tanzania, Kenya, Uganda, Etiopia, Somalia, Sudan, Eritrea, Egitto, Libia, Algeria,
Marocco, Tunisia), Europa (Bosnia Erzegovina, Turchia), Paesi del Medio oriente (come
Libano, Iraq, Arabia Saudita, Cirgiordania e Gaza…), Asia (Cecenia e Daghestan,
Georgia508, Uzbekistan, Tajikistan, Kashmir, Xinjiang, Bangladesh, Myanmar, Malesia,
Mindanao-Filippine, Indonesia).509
6.5.2 “LA BASE”
La struttura militare direttamente facente capo ad Usama bin Laden va sotto il nome di Al
Qaida (“la base”) e sarebbe costituita da migliaia di guerriglieri islamici addestrati in
Afghanistan e, poi, utilizzati nelle operazioni terroristiche510. Si ritiene che Usama bin Laden
controllasse (perlomeno prima dell’intervento alleato in Afghanistan) circa 15.000 elementi
sparsi in una trentina di Paesi511. La rete raccoglierebbe, dalla fine degli anni ottanta, arabi
che hanno combattuto nel conflitto afghano.
506
Allam, 2001.
Sulla base di quanto riportato da un rapporto di esperti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, gli uomini di Usama
bin Laden agirebbero anche da mediatori in Sierra Leone, Angola, Liberia per la vendita e l’esportazione illegale dei
diamanti estratti dai locali gruppi ribelli, che utilizzerebbero, poi, gli introiti per l’acquisto di armi. Veggasi anche più
avanti nel paragrafo.
508
Secondo la stampa, la Cia avrebbe scoperto in Georgia una base segreta congiunta di guerriglieri ceceni e terroristi
di Al-Qaida (Buongiorno, 2002).
509
Desiderio, 2001.
510
Prima dell’11 settembre, i combattenti di Usama bin Laden erano reclutati nelle moschee sparse nel mondo e portati
in Afghanistan per l’addestramento, dopo il quale erano rispediti in vari Paesi del mondo ad alimentare le cellule
terroristiche esistenti o a costituirne di nuove. Dopo l’11 settembre, almeno l’alimentazione dell’organizzazione, vista
se non altro la mancanza dei campi dei addestramento afghani, dovrebbe essere significativamente diminuita.
http://www.msnbc.com/news/791852.asp, in sito internet Newsweek, Karen Yourish.
511
Allam, 2001. Circa 5.000 in Afghanistan (prevalentemente attivi in Cecenia e Kashmir), 6.000 in Yemen (yemeniti,
algerini, libici, eritrei, libanesi), altri 6.000 sparsi in Africa, Europa, America (ad esempio, in Canada – fonte Time 3
june).
Emerge anche l’ipotesi che esistano collegamenti tra il terrorismo islamico e la criminalità organizzata a base islamica
(ad esempio, con riferimento ai gruppi albanesi) (The Economist)
Recentemente, anche i servizi israeliani stanno investigando circa la possibilità di operazioni di Al-Qaida in
Cisgiordania (Time 3 June).
Sospetti circa la presenza di cellule di Al-Qaida in America Latina non sono ancora corroborate da riscontri
investigativi o informativi. (Patterns of global terrorism 2001).
Sembra che Al-Qaida abbia punti di contatto anche nella Repubblica della Moldavia (Sartori, 2002).
Secondo esperti delle Nazioni Unite, ci sono numerosi episodi che portano a ritenere che Karachi (Pakistan) sia
divenuto un possibile centro per i gruppi terroristici legati ad Al-Qaida. Second report of the monitoring group, 9/2002
507
137
Secondo il Direttore dell’FBI, l’Europa sarebbe preferita agli Stati Uniti come base
operativa. Cellule di Al-Qaida esistono quasi certamente in Gran Bretagna512, Francia,
Germania513, Spagna514, Italia ed Olanda.515 D’altra parte, bisogna considerare anche che
l’UE confina con i balcani dove migliaia di combattenti mujahideen sono stati obiettivo di
reclutamento da parte dell’estremismo islamico516.
In generale, gli esperti del monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite517, confermano che Al-Qaida ha sviluppato legami operativi con gruppi militanti
islamici518 in Europa, Nord America, Nord Africa, Medio Oriente e Asia e mantiene
tuttora la capacità di “lavorare” con (o dall’interno di) questi gruppi, per il reclutamento di
nuovi membri e la pianificazione ed il lancio di nuovi attacchi519. Le cellule terroristiche di
Al-Qaida sarebbero presenti in almeno quaranta Paesi. Quelle infiltrate in Europa
provvederebbero al supporto logistico ed al finanziamento per gli attentati. Il supporto si
concretizzerebbe in fund raising, fornitura di documenti d’identità o di viaggio falsi o
rubati, nella disponibilità di luoghi sicuri per rifugiarsi, nel reclutamento (ispirato da un
piccolo numero di religiosi che predicano la jihad)520.
Al Qa’ida potrebbe contare, quindi, su alcune migliaia di membri. Alcuni di questi
servono da punti di riferimento di un’organizzazione “ad ombrello” per una rete
mondiale521 che include molti gruppi estremisti islamici sunniti.
In generale Al-Qaida ha dimostrato la capacità di spingere i propri seguaci e sostenitori a
superare le divisioni politiche, nazionali e religiose522.
512
Sembra sia emerso anche un personaggio con base in Londra, che sarebbe connesso con ogni operativo di Al-Qaida
recentemente arrestato o identificato in Europa –Fonte Time 3 June
513
Una cellula basata in Germania – Amburgo, è particolarmente legata all’attacco dell’11 settembre – fonte Time 3
june (veggasi più avanti cenni sulle investigazioni condotte in Germania). Della cellula faceva parte, oltre che
Mohammed Atta ed altri dirottatori, anche Ramzi Binalshibh, importante figura di Al Qaida arrestata in Pakistan nel
settembre 2002 (Corriere della sera, 14/9/2002). In luglio, altri sette sospetti sono stati arrestati in Amburgo, in
relazione ad ipotesi di ricostituzione di cellule terroristiche in loco (The economist).
514
Ad esempio, due uomini sono stati arrestati in Spagna con l’accusa di aver fornito denaro a più operativi di AlQaida.
515
The Economist. Già nel 1993, i servizi di intelligence segnalavano gruppi di estremisti, specie dall’Algeria, che si
stavano infiltrando nell’UE, spesso sistemandosi inizialmente in Spagna (The Economist).
516
The Economist. Dopo gli accordi di Dayton del 1995, molti ex combattenti hanno trovato lavoro presso le filiali in
Bosnia delle NGO islamiche.
517
Che opera per controllare e promuovere l’implementazione della risoluzione 1390 del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite. Del meccanismo emerso dalle recenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, dalle posizioni comuni,
decisioni e regolamenti dell’Unione Europea, si parlerà in modo esaustivo in un successivo capitolo.
518
Questi gruppi farebbero riferimento ad Usama bin Laden ed al suo “supremo consiglio” (shura majlis) per
ispirazione e supporto logistico e finanziario.
519
Le cellule di Al-Qaida o elementi che operano sotto la sua “etichetta” spesso formano coalizioni con gruppi radicali
locali per il raggiungimento di specifici obiettivi.
520
Second report of the monitoring group, 9/2002
521
Tra le immagini trasmesse dalla CNN, su cui si tornerà più avanti, compaiono miliziani arabi che combattono a
fianco di separatisti ceceni contro i russi, militanti che si addestrano in Birmania, guerriglieri legati ad Al-Qaida in
Yemen e simili scene da Kashmir, Algeria, Egitto, Libia, Bosnia, Uzbekistan (Corriere della sera, 24/8/2002).
522
Second report of the monitoring group, 9/2002. Da notare che in alcune occasioni Usama bin Laden è riuscito a far
collaborare sciiti e sunniti nella lotta contro il comune nemico.
138
6.5.3 IL NETWORK INTERNAZIONALE
Per comprendere quale possa essere la configurazione della complessiva rete
organizzativa terroristica facente capo ad Usama Bin Laden, si può far riferimento alla lista
allegata al regolamento (CE) n. 881/2002, che individua le entità ritenute associate al
medesimo, alla rete Al-Qaida ed ai Talibani523.
Da un tale esame di evince che sono ipotizzati legami associativi con la Jihad islamica
egiziana524, il Gruppo islamico armato (Gia) algerino, il Gruppo salafita per la predicazione
ed il combattimento, il Gruppo combattente tunisino, il Gruppo islamico combattente
marocchino, il Gruppo libico islamico combattente526, il movimento islamico
dell’Uzbekistan, Asbat al Ansar, il gruppo Abu Sayyaf, l’Esercito islamico di Aden, l’Esercito
di Maometto, il Al-Itihaad Al-Islamiya somalo (AIAI), Harakat Ul-Mujahidin, Movimento
islamico del Turkestan orientale.
Ferma restando la flessibilità della struttura operativa di Al-Qaida535, le politiche e le
strategie sarebbero formulate da un consiglio, detto Shura Majlis, composto da una
dozzina di figure di primo piano. Ad esso farebbero riferimento quattro comitati operativi:
il comitato militare536, il comitato finanziario537, il comitato per le fatwa e gli studi
islamici538, il comitato per i media e la pubblicità539.
Nel mese di agosto 2002, la CNN ha mandato in onda delle immagini tratte da un archivio
di circa 250 videocassette, rinvenuto in Afghanistan dal giornalista Nic Robertson, che
sarebbe parte di un progetto teso a creare una sorta di “enciclopedia della jihad”541, con
523
Per i dettagli circa il meccanismo in cui è inserito questo regolamento del Consiglio dell’Unione Europea, veggasi il
capitolo sulle recenti politiche normative.
524
Con a capo Ayman al Zawahry, braccio destro di Usama Bin Laden (Allam, 2001). Da notare, peraltro, che il 6
agosto 1998 la Jihad egiziana lanciò una chiara minaccia agli Stati Uniti ed il 7 agosto esplosero le bombe in Kenya e
Tanzania (Brisard, Dasquié, 2002).
526
Veggasi anche più avanti per i legami con questa organizzazione terroristica.
535
Queste informazioni sulla struttura centrale di Al-Qaida sono contenute nell’ultimo rapporto del monitoring group
delle Nazioni Unite (che le ha tratte da Inside Al Qaeda: Global Network of Terror by Rohan Gunaratna – Columbia
University Press, New York) Second report of the monitoring group, 9/2002
536
Incaricato di occuparsi di reclutamento, addestramento militare, procacciamento, operazioni militari, sviluppo
tattiche, acquisizione e fabbricazione armi speciali, raccolta inteligence.
537
Incaricato della gestione delle risorse finanziarie, con un budget annuo di circa 50 milioni di dollari.
538
Con il compito di giustificare le azioni di Al-Qaida, emettere regole islamiche, predicare e diffondere il modello AlQaida.
539
Si consideri che Al-Qaida gestiva una pubblicazione giornaliera, Nashrat al-Akhabar, e rapporti settimanali.
541
Nella quale sarebbero contenuti messaggi ideologici, ma anche istruzioni per la conduzione della guerriglia, per la
fabbricazione di bombe con materiale di facile reperibilità, per la realizzazione e l’uso di armi chimiche…
139
l’obiettivo di estendere e continuare le attività terroristiche, anche in caso di morte di
Usama bin Laden542.
6.5.4 IL LEADER543
Usama bin Laden - di formazione salafita wahabita - fa parte di una famiglia di origine
yemenita, che ha acquisito, grazie alle proprie attività imprenditoriali in lavori pubblici
commissionati dal regime saudita, notevole ricchezza e potere in Arabia Saudita. Questo
giustificherebbe i legami del terrorista con i circuiti finanziari ed economici544. Per quanto
attiene ai collegamenti con i movimenti guerrigliero-terroristici, questi sono maturati nel
periodo della sua partecipazione al conflitto afghano contro i sovietici e nel periodo di
permanenza in Sudan545.
Con riferimento al conflitto afghano, bin Laden funge principalmente da collettore di fondi
e uomini. Sembra che nel 1978 Usama bin Laden abbia fondato l’organizzazione capace di
portare in Afghanistan il contributo dei combattenti dell’Islam (la Legione islamica). Il
sostegno sembra essere passato attraverso una fitta rete di organizzazioni di carità e di
mutuo soccorso islamico che, in realtà, servivano per finalità di reclutamento ed
addestramento. Le risorse finanziarie affluiscono alle organizzazioni umanitarie anche
attraverso il meccanismo della zakat. [2]
Nel 1982, Usama bin Laden fonda in Pakistan anche un primo centro di raccolta per
combattenti volontari arabi, al quale ne succederanno altri. Questo gli consente di tessere
un’ampia rete di rapporti. Si parla addirittura di un archivio informatico, nel quale erano
inseriti tutti i nomi e le caratteristiche di coloro che passavano per questi centri di
raccolta.[1]
Nel 1989, a causa del suo crescente potere ed attivismo non più giustificato dalla minaccia
sovietica, l’Arabia Saudita privò Usama bin Laden del passaporto[1].
In occasione della guerra del Golfo, Usama bin Laden si oppose all’entrata delle truppe
occidentali sul suolo saudita, non ritenendola necessaria. Questo avrebbe provocato la
rottura con il regime e la sua alleanza con i movimenti ad esso ostili, favorevoli alla
chiusura nei confronti dell’occidente[1].
Nel 1991, fuggì dall’Arabia Saudita546 e trascorse un significativo periodo in Sudan, fino al
1995547, dove venne raggiunto da numerosi ex combattenti afghani e dove installò campi
di addestramento548[2].
542
Farkas, 2002 e Olimpio, 2002.
Le informazioni che seguono sono tratte da due fonti aperte: Guolo, 2001 [1], Brisard, Dasqiué, 2001 [2]
544
Brisard, Dasqiué, 2001 [2]
545
Guolo, 2001 [1].
546
Secondo Ahmed Rashid, autore di un libro sulle vicende afgane, Usama, nel 1992 “ebbe un incontro infuocato con il
Ministro dell’Interno, il Principe Naif, che apostrofò come traditore dell’islam. Naif protestò davanti al Re Fahd e bin
Laden fu dichiarato persona non grata. (Romano, 2002)
547
In quell’anno, la Gama’a islamiyya, avente base in Sudan, attenta alla vita del Presidente egiziano Mubarak. Le forti
pressioni internazionali che ne seguirono determinano l’uscita dal Sudan, anche di Usama bin Laden. Sembra
addirittura che lo stesso Usama bin Laden abbia finanziato tale attentato avvenuto ad Adis Abeba [2].
548
Oltre ai campi di addestramento finanziati in Sudan, sembra che nel 1995 siano stati creati campi di addestramento
anche nel nord dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita[2].
543
140
A questo punto deve essere aperta una parentesi circa le attività svolte da Usama bin Laden
nei confronti del regime libico. Quest’ultimo è accusato, dai movimenti religiosi radicali
libici, di aver assunto una posizione troppo moderata. Uno di questi movimenti è il
suddetto Gruppo Islamico Libico Combattente, la Jamaa Al Islamica Al Muqatila, costituitosi
negli anni novanta intorno ad un nucleo di ex combattenti libici della guerra afghana
contro i sovietici. Usama bin Laden avrebbe appoggiato il gruppo terroristico verso
l’obiettivo di rovesciare il regime di Gheddafi. [2]
Dopo l’espulsione dal Sudan, inizia la stretta collaborazione con i Talibani549.
Il 23 agosto 1996, Usama bin Laden diffonde un proclama che chiama alla guerra santa
contro gli americani, che occupano il suolo sacro all’Islam, e si pronuncia per il
rovesciamento del regime saudita[2].
Dopo il 1996, secondo il Sunday Times, la famiglia reale saudita avrebbe pagato 200 milioni
di sterline ad Al Qaida ed ai Talibani550 affinché l’Arabia Saudita non fosse oggetto di
attacchi terroristici o di tentativi di rovesciamento del regime551. L’esistenza di un tale
accordo è stata smentita dall’Arabia Saudita552.
Come già visto, il 1998 è l’anno della nascita del Fronte internazionale e della fatwa contro
l’occidente.
D’altra parte, già nel 1992, Usama bin Laden aveva ridefinito in tal senso i fondamenti di
Al-Qaida: rifiuto della presenza statunitense sul suolo saudita, lotta alle forze armate
americane presenti nel Corno d’Africa, soprattutto in Somalia [2].
Per sostenere l’organizzazione553, Usama bin Laden si avvarrebbe del patrimonio personale
(250-300 milioni di dollari), di fondi provenienti dai movimenti politici coordinati dal
FIIGS, di fondi raccolti tra i fedeli – compresa la zakat – dai gruppi islamici alleati, di
contributi sottratti ad organizzazioni islamiche in occidente – anche in questo caso è
fondamentale il peso della zakat -, di contributi sottratti ad associazioni caritatevoli
islamiche specie nei Paesi arabi del Golfo554, di donazioni private da facoltosi
simpatizzanti555. Dal punto di vista “geografico”, l’attività di raccolta fondi sembra
incentrata in Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Croazia,
Albania, Arabia Saudita, Pakistan, Singapore, Afghanistan.
549
Il loro leader, il mullah Muhammad Umar (vgs. capitolo sull’assetto attuale del mondo musulmano), è genero dello
stesso Usama bin Laden.
550
Parte dell’accordo sarebbe anche l’indisponibilità ad estradare esponenti di Al Qaida e la promessa di forniture di
petrolio al regime di Kabul.
551
Del Re, 2002
552
Miraglia, 2002.
553
Allam, 2001.
554
La maggior parte dei miliardi di dollari raccolti annualmente dalle organizzazioni di carità islamiche viene
correttamente destinato. Si ritiene però che parte delle risorse sia diretta o “deviata” per il supporto del terrorismo. Per
raggiungere questo scopo Al-Qaida si sarebbe infiltrato in queste NGO. Si consideri che parte di questi fondi è anche
diretto a supportare una rete di istituzioni fondamentaliste radicali, scuole ed organizzazioni sociali che si ritiene
forniscano rifugio, supporto logistico, reclutamento ed addestramento per Al-Qaida. Second report of the monitoring
group, 9/2002.
555
Le donazioni private da sostenitori facoltosi sarebbero stimate in 16 milioni di dollari all’anno, cifra che si crede non
sia tuttora attuale. Second report of the monitoring group, 9/2002
141
Già nel Patterns of global terrorism 1996, Usama bin Laden era definito come uno dei più
significativi sponsor finanziari delle attività estremiste islamiche nel mondo.
Usama bin Laden sembrerebbe avere conti bancari e shell companies in Malesia, Singapore ed
altri Paesi asiatici556. In generale, secondo gli esperti del già citato monitoring group, un
notevole portafoglio di imprese557 apparentemente legali continua ad essere gestito per
conto di Usama bin Laden ed Al-Qaida tramite intermediari ed associati in Nord Africa,
Medio Oriente, Europa, Asia. Questo portafoglio includerebbe investimenti nei maggiori
centri finanziari in Africa, America latina, sud est asiatico. A ciò si aggiungano centinaia di
milioni di dollari di proprietà immobiliari in Europa ed altrove558.
Il finanziamento di Al-Qaida, almeno prima dell’11 settembre, sarebbe stato controllato da
un comitato finanziario centrale559.
Oltre alle fonti già menzionate, parte delle risorse deriverebbe da piccole attività
imprenditoriali e da attività illegali, comprendenti il contrabbando, piccoli crimini, rapine,
estorsioni (a danno di imprese ed individui), frodi con carte di credito560.
Secondo gli esperti del già citato monitoring group, i più stretti controlli attuati in Europa e
nel Nord America avrebbero condotto Al-Qaida a trasferire molte delle proprie attività
finanziarie in Africa, Medio Oriente e Asia ed a servirsi sempre di più di meccanismi
bancari alternativi (come il sistema hawala). In particolare, sarebbero sempre più insistenti i
segni di un rilevante incremento delle attività finanziarie di Al-Qaida nel sud est asiatico.
Questo si concretizzerebbe nell’aprire imprese di facciata, conti bancari, cercare di trarre
sostegno da organizzazioni caritatevoli ed altre, impegnarsi in attività illegali. D’altra
parte, si ritiene che Al-Qaida abbia costituito cellule di supporto logistico e finanziario in
Pakistan, Indonesia, Kashmir, Malaysia, Singapore, Filippine561.
Per quanto attiene alla disponibilità di armi, secondo esperti delle Nazioni Unite, possibili
rotte e luoghi per rifornirsi possono essere il Corno d’Africa e Stati africani reduci da
guerre (Sierra Leone, Liberia, Angola), il Medio Oriente, l’area tra i Balcani ed il Mar Nero,
gli Stati dell’Asia centrale, il Sud America sotto il controllo del FARC, la triborder area,
l’Asia (con particolare riferimento al Pakistan ed ai Paesi del Triangolo d’oro562). In
particolare, si ritiene che i trafficanti d’armi del triangolo d’oro riforniscano gruppi legati
ad Al-Qaida, come Abu Sayyaf , il Moro Liberation Front, la Jemaah Islamya. I trafficanti
cambogiani, inoltre, fornirebbero materiale bellico a gruppi come Laskhar-e-Tayyaba
(anch’esso ritenuto aver legami con Al-Qaida).563
Le azioni attualmente ricondotte con maggior insistenza ad Usama bin Laden sono gli
attentati dell’11 settembre e quelli alle ambasciate americane a Nairobi e Dar es-Salaam (7
agosto 1998).
556
Yael Shahar, 2001.
Il valore di tale portafoglio sarebbe stimato in circa 30 milioni di dollari, anche se alcuni arrivano ad ipotizzare cifre
di 300 milioni di dollari.
558
Second report of the monitoring group, 9/2002
559
www.msnbc.com/news/791852.asp, in sito internet Nesweek, Karen Yourish.
560
Second report of the monitoring group, 9/2002
561
Second report of the monitoring group, 9/2002.
562
Myanmar, Thailandia, Cambogia.
563
Second report of the monitoring group, 9/2002
557
142
Nel tempo, comunque, altri gravi episodi hanno colpito gli Stati Uniti: ad esempio,
l’attacco alla nave da guerra Uss Cole nel porto di Aden (nel 2000) 564, l’esplosione di una
bomba, nel 1996, nella caserma di al-Khobar, in Arabia Saudita 565, l’abbattimento di
elicotteri e l’uccisione di militari statunitensi in Somalia nel 1993, attentati dinamitardi
contro le truppe in Yemen, nel 1992.
Usama bin Laden si ritiene legato ai seguenti piani non portati a termine: assassinio del
Papa durante la sua visita a Manila nel 1994, attacco simultaneo alle ambasciate israeliana
e statunitense a Manila nel 1994, l’abbattimento di una dozzina di voli statunitensi
intercontinentali nel 1995, l’uccisione del Presidente americano Clinton a Manila nel 1995,
attacchi al Los Angeles International Airport ed a siti turistici in Giordania566, nel 1999, ed
alle ambasciate americane a Sarajevo e Parigi, nel 2001.
6.5.5 DOPO L’INIZIO DELLA CAMPAGNA CONTRO AL-QAIDA
Dopo l’inizio della campagna alleata contro Al-Qaida, sono stati registrati i seguenti
principali attentati o tentativi567:
nel dicembre 2001, è stato sventato il tentativo di far esplodere un aereo della American
Airlines in volo da Parigi a Miami, con un ordigno nascosto in una scarpa568;
nel dicembre 2001, sono arrestati in Singapore 13 membri della Jemaah Islamya, accusati
di pianificare un attentato contro le ambasciate d’Australia, Gran Bretagna, Israele e
Stati Uniti569;
nel gennaio 2002, viene rapito in Karachi e poi ucciso il giornalista Daniel Pearl570;
nel marzo 2002, viene attaccata una chiesa protestante ad Islamabad571;
nell’aprile 2002, un camion-bomba lanciato in una sinagoga a Djerba, in Tunisia, ha
ucciso 15 persone, tra cui turisti tedeschi (rivendicazione dell’Armata islamica per la
liberazione dei luoghi sacri; stesso gruppo legato all’attacco alle rappresentanze
diplomatiche, nel 1998)572;
nel maggio 2002, un attacco suicida a Karachi, in Pakistan, ha colpito un bus militare
francese, uccidendo 14 persone573;
nel maggio 2002, un cittadino americano574 è stato arrestato all’aeroporto di Chicago,
con l’accusa di pianificare l’esplosione di una dirty bomb575 in una città statunitense. In
564
Patterns of global terrorism 2000 www.usis.usemb.se/terror/rpt2000/index.html. Dal PGT2000, risulta che
sostenitori di Usama bin Ladin sono sospettati.
565
Patterns of global terrorism 1996 www.usis.usemb.se/terror/rpt1996/index.html.
566
Questi ultimi sventati dal governo giordano, che ha processato 28 sospetti.
567
Un’interessante overview in Elliot, 2002.
568
Second report of the monitoring group 9/2002.
569
Second report of the monitoring group 9/2002.
570
Second report of the monitoring group 9/2002.
571
Second report of the monitoring group 9/2002.
572
www.cbsnews.com/stories/2002/04/16/attack/main506246.shtml
573
Second report of the monitoring group 9/2002.
574
Appartenente ad una gang latino americana e convertitosi all’islam in carcere. Un altro sospetto, che sembrerebbe
legato a questo piano, è stato arrestato in Pakistan. E’ interessante ricordare che, nel 1987, 4 appartenente ad un’altra
gang di Chicago furono condannati per la pianificazione di azioni terroristiche, per conto di entità islamiche (The
Economist).
143
generale, la presenza di elementi statunitensi che hanno abbracciato le dottrine estreme
musulmane nei gruppi terroristici islamici576, apre a preoccupanti possibilità di
infiltrazione nei contesti occidentali;
nel giugno 2002, sono stati arrestati, in Marocco, sospetti terroristi sauditi accusati di
preparare assalti alle navi militari americane ed inglesi, in transito per Gibilterra577;
nel giugno 2002, esplode una bomba fuori dal Consolato americano a Karachi facendo
12 vittime578;
nel luglio 2002, sono stati sventati due attentati: il progetto di avvelenare le risorse
idriche statunitensi e un attacco con un’auto imbottita con mezza tonnellata di C4 a
Kabul579;
nel mese di agosto 2002, viene assalita una scuola missionaria cristiana a Murree
(Pakistan), con un bilancio di 6 morti. Nello stesso mese, sempre in Pakistan, viene
attaccata la cappella di un ospedale presbiteriano: 3 vittime 580;
Il quotidiano londinese in lingua araba “Al Sharq Al-Awsat” aveva ricevuto una email nella
quale Al-Qaida annunciava che il nuovo obiettivo era stato scelto e che sarebbe stato
colpito prima dell’anniversario dell’11 settembre581. Nel mese di agosto 2002, è salito
l’allarme con riferimento ad una segnalazione circa il progetto di un attacco aereo al
Golden Gate, il famoso ponte di San Francisco582. Secondo il responsabile della task force
sul terrorismo del Congresso Usa, Al Qaida può attaccare quando e come vuole; in genere,
l’organizzazione terroristica agisce su più piani paralleli e diffondendo numerose false
informazioni e solo all’ultimo momento sceglie il vero obiettivo583.
Nel giorno dell’ “anniversario” dell’attacco, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di
allarme, temendo una nuova azione terroristica contro obiettivi americani nel mondo;
sono stati chiusi 19 consolati ed ambasciate nei Paesi islamici, davanti al Pentagono sono
stati armati missili antiaerei e la marina militare ha ammonito che le petroliere in
navigazione nel Golfo Persico e nelle acque del Corno d’Africa avrebbero potuto essere
attaccate584. Nonostante gli allarmi, nulla è accaduto.
Dalla stampa si apprende che numerose informative legherebbero il prossimo attentato ad
un eventuale attacco all’Iraq; esso potrebbe prendere la forma di un’intrusione nel sistema
informatico di un sito di controllo della sicurezza che permetterebbe l’entrata in azione dei
terroristi585.
575
Una dirty bom è una bomba convenzionale, cui viene aggiunto materiale nucleare (non solo di tipo militare, ma
anche materiale radioattivo previsto per usi civili, come nel caso degli ospedali). L’esplosione ha l’effetto di diffondere
questo materiale radioattivo e, quindi, di contaminare un’area più o meno estesa, a seconda di vari fattori, tra cui la
potenza dell’ordigno e le condizioni metereologiche. Il materiale di uso civile che potrebbe essere utilizzato per la
costruzione della dirty bomb, è molto diffuso, in quanto trova applicazione nell’industria, nella medicina, nella ricerca
universitaria ed è spesso soggetto a smarrimento, furto, abbandono (ogni anno, negli USA, si registrano circa 200 casi).
I controlli nel settore sono, in genere, scarsi (The Economist).
576
Presenza indicata da fonti di stampa (Biloslavo, 2002)
577
Second report of the monitoring group 9/2002. Schema già utilizzato per l’attentato alla USS Cole, in Yemen.
578
Second report of the monitoring group 9/2002.
579
Molinari, 2002
580
Second report of the monitoring group 9/2002.
581
Molinari, 2002.
582
Farkas, 2002.
583
Olimpio, 2002.
584
Caretto, 2002.
585
Sarzanini, 2002.
144
Secondo fonti di stampa, sembra che Al Qaida stia sperimentando armi chimiche586 in
collaborazione con l’organizzazione estremista curda Ansar al-Islam587 (i partigiani
dell’Islam) nel nord dell’Iraq588.
Secondo indiscrezioni di fonte americana, riportate dalla stampa, Ansar al-Islam potrebbe
essere l’anello di congiunzione tra Al-Qaida ed il regime di Saddam Hussein589. Le
conseguenze di una conferma di tale rapporto sulla prospettiva di attacco all’Iraq sono
evidenti. Da ultimo, comunque, il Time, citando fonti della Cia e del Pentagono, riporta che
non ci sarebbero prove di alleanze tra Usama bin Laden e Saddam Hussein590. Il capo di
Ansar al-Islam, Mullah Krekar, sarebbe stato arrestato dalla polizia olandese a metà
settembre 2002 ad Amsterdam, all’arrivo con un volo da Teheran591.
Anche l’ultimo rapporto del già citato monitoring group delle Nazioni Unite riporta
informazioni secondo cui Al-Qaida starebbe tentando di acquisire non specificate armi
chimiche ed agenti biologici come botulino, peste, antrace. La stessa organizzazione
sarebbe già riuscita a produrre piccole quantità di gas cianuro in un laboratorio in Darunta,
vicino a Jalalabad592.
586
Secondo la stampa, l’intelligence USA aveva già raccolto informazioni circa i tentativi di Al-Qaida di sviluppare
armi chimiche nei campi in Afghanistan, prima dell’intervento alleato (Olimpio, 2002).
587
Ansar al-Islam sarebbe un piccolo gruppo (composto da circa 500-600 militanti) curdo di ispirazione integralista
sunnita, che nel tempo ha mutato più volte denominazione (Hezbollah, Jund Allah, Ansar). Per quanto attiene ai
rapporti con le altre fazioni curde, sembra attribuibile ad Ansar al-Islam anche la strage di una colonna di partigiani
curdi. (Olimpio, 2002)
588
(Farkas, 2002) Tale attività si starebbe svolgendo in una zona sotto il controllo dei curdi e non di Saddam Hussein.
589
Olimpio, 2002.
590
Olimpio, 2002.
591
Corriere della sera, 14/9/2002. Krekar avrebbe vissuto con moglie e figli in Norvegia.
592
Second report of the monitoring group, 9/2002
145
6.5.6 LE INVESTIGAZIONI IN EUROPA
Come già precisato a fattor comune in premessa, attesa la natura di questo rapporto
vengono utilizzate solo fonti aperte. Per approfondimenti è necessario far riferimento al
Comando Generale della Guardia di Finanza – II Reparto.
Dall’esame del Patterns of global terrorism 2001, comunque, si può trarre la seguente visione
delle investigazioni ultimamente condotte in Europa con l’obiettivo di colpire le reti del
terrorismo internazionale di matrice islamica:
ITALIA:
Risalerebbe al gennaio 2001 la scoperta di un piano per attaccare, in particolare,
l’Ambasciata statunitense a Roma. In generale, le organizzazioni terroristiche sospettate di
progettare l’attentato sarebbero il Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento
ed il Gruppo combattente tunisino.
Una prima significativa ondata di arresti di sospetti terroristi islamici ha avuto luogo nel
mese di aprile 2001 ed ha coinvolto, tra gli altri, Sami Ben Khemais Essid593 e Tarek
Maaroufi594.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre, il 10 ottobre sono stati arrestati estremisti connessi a
Khemais.
A novembre, ci sono stati interventi nei confronti del Centro Culturale islamico di Milano
e sono stati arrestati estremisti che potrebbero avere legami con Al-Qaida.
Venendo ad episodi più recenti, dalla stampa si apprende anche un’altra notizia: nel
settembre 2002 sono stati arrestati 15 clandestini pakistani arrivati un mese prima in Sicilia
a bordo di una “carretta del mare” battente bandiera dell’Isola di Tonga, fermatasi a Gela
per un’avaria. I 15 pakistani sono sospettati di essere terroristi vicini ad Al Qaida, destinati
a rafforzare qualche cellula terroristica in Francia o Spagna. L’imbarco è avvenuto in
Marocco ed il piano sembra prevedesse il passaggio, in acque internazionali, su un’altra
nave diretta verso uno dei due Paesi595.
BELGIO:
Il 13 settembre 2001, le Autorità belghe hanno arrestato un tunisino (Nizar Trabelsi) ed un
marocchino (Tabdelknim El Hadouti) in relazione ad un progetto di attentato all’Ambasciata
statunitense a Parigi.
593
Sami Ben Kemais Essid, che peraltro avrebbe trascorso 2 anni in Afghanistan, dove avrebbe anche ricevuto
addestramento per fungere da reclutatore per Al Qaida. Kemais sarebbe ritenuto figura leader del Gruppo combattente
tunisino e capo delle operazioni di Al Qaida in Italia e svolgerebbe la sua attività di reclutamento e pianificazioni
attentati dietro la copertura di un’impresa di sua proprietà. Sarebbero, altresì, emerse connessioni con altre cellule
terroristiche in Europa (PGT2001).
594
Di Taker Maaroufi l’Italia avrebbe richiesto l’estradizione al Belgio (PGT2001). Il medesimo soggetto è stato
inserito, in data 4 settembre 2002, nella lista allegata al regolamento 881/2002 (il significato di tale inserimento sarà
ampiamente illustrato nel capitolo 8).
595
Cavallaro, 2002
146
Nel dicembre 2001, è stato arrestato, per traffico di passaporti falsi, il cittadino belga di
origini tunisine Tarek Maaroufi, sospettato, nell’ambito delle indagini condotte in Italia, di
essere legato a cellule terroristiche.
Sono anche in corso investigazioni a proposito di Richard Reid (fallito attentato del
dicembre 2001 del cosiddetto shoe bomber) che avrebbe soggiornato in Belgio prima di
imbarcarsi a Parigi sul volo che avrebbe dovuto far esplodere.
FRANCIA:
Nell’aprile 2001, Fateh Kamel è stato condannato ad otto anni di carcere per aver diretto
una rete logistica del terrorismo legata ad Al Qaida.
Un’altra indagine è in corso con riferimento ad un progetto di attentato ad interessi
statunitensi in Francia ad opera di un gruppo legato ad Al Qaida. Le Autorità francesi
hanno già ottenuto l’estradizione dagli Emirati Arabi Uniti di quello che è ritenuto il
leader del gruppo.
GERMANIA:
In considerazione del fatto che alcuni dei dirottatori dell’11 settembre hanno risieduto in
Amburgo, le forze di polizia tedesche hanno ivi compiuto delle perquisizioni. Il 18 ottobre
2001, le Autorità tedesche hanno emesso mandati di arresto internazionali per Zakariya
Essabar, Said Bahaji, Ramzi Oman, in quanto sospettati di appartenere proprio alla cellula
terroristica di Amburgo, che comprende tre dei dirottatori diretti da Mohamed Atta.
Sempre in relazione a legami con la cellula di Amburgo, il 28 novembre 2001 è stato
arrestato il marocchino, Mounir Motassadeq.
Il 10 ottobre 2001, in stretto coordinamento con l’Italia, è stato arrestato vicino a Monaco il
libico Lared Ben Henin, sospettato di legami con la rete terroristica di Al Qaida.
L’estradizione verso l’Italia è avvenuta il 23 novembre.
In luglio, sette sospetti sono stati arrestati in Amburgo, in relazione ad ipotesi di
ricostituzione di cellule terroristiche in loco596.
Per il mese di settembre, la polizia tedesca ha annunciato una significativa operazione che
dovrebbe coinvolgere simpatizzanti di Al Qaida, nonché elementi di Hizbullah ed Hamas.
SPAGNA:
Tra settembre e novembre 2001, le forze di polizia spagnole hanno disarticolato due cellule
terroristiche affiliate ad Al Qaida.
BOSNIA HERZEGOVINA:
Dopo gli attacchi dell’11 settembre, le Autorità bosniache hanno arrestato alcuni individui
sospettati di condurre attività terroristiche. Tra questi, cinque algerini ritenuti elementi
operativi della GIA.
Già in aprile, era stato arrestato un altro soggetto sospettato di appartenere al GIA (Said
Atmani, estradato in Francia) e in luglio, due membri di al-Gam’a al-Islamiyya (estradati in
Egitto);
596
The Economist.
147
6.5.7 IL BILANCIO DELLE ATTIVITÀ DI CONTRASTO
Secondo dichiarazioni di esperti antiterrorismo statunitensi, apprese dalla stampa, 16 dei
25 maggiori leader di Al-Qaida sarebbero stati uccisi o catturati; 21 su 27 è la cifra
raggiunta per i Talibani. In più la rete finanziaria di Al-Qaida sarebbe stata pesantemente
colpita. Inoltre, 1.600 individui sospettati di essere unità operative sono stati arrestati in 95
Paesi597.
A tal proposito, devono però essere evidenziate le conclusioni di un rapporto dell’ONU,
anticipate nell’agosto 2002 dal Washington Post, secondo cui la lotta al finanziamento del
terrorismo non starebbe riuscendo ad impedire l’afflusso di consistenti risorse598. Secondo
gli esperti del già citato monitorino group, risorse continuerebbero ad essere disponibili
grazie al patrimonio personale di Usama bin Laden, ai contributi di membri e finanziatori di
Al-Qaida599, ai fondi distolti dagli scopi di organizzazioni caritatevoli. Si consideri inoltre
che il collasso della costosa infrastruttura in Afghanistan avrebbe reso disponibili le usuali
fonti finanziarie per usi alternativi, che includerebbero l’intensificazione
dell’indottrinamento e del programma di reclutamento che comporta il supporto ad
organizzazioni fondamentaliste radicali, scuole ed organismi sociali 600.
I successi sinora ottenuti, quindi – anche ammesso che le notizie siano affidabili – non
possono far ritenere che Al-Qaida sia sconfitta.
Da notizie di stampa601, sembra che la gestione della rete terroristica sia ora affidata a sette
leader, ognuno con l’autorità e la capacità organizzativa di ordinare attentati.
Sembra602 inoltre che almeno 1000 combattenti di Al Qaida, compresi numerosi leader,
siano riusciti a fuggire dall’Afghanistan via Pakistan603 ed Iran604. D’altra parte, una delle
597
Hirsh, Holland, 2002.
Sarzanini, 2002. Secondo gli esperti del già citato monitoring group, nonostante gli iniziali successi che hanno
portato all’individuazione e congelamento di 112 milioni di dollari appartenenti ad Al-Qaida (che rappresenterebbero
solo una piccola frazione delle disponibilità), questo gruppo terroristico continuerebbe ad avere accesso a considerevoli
risorse finanziarie ed economiche. Basti pensare che dall’adozione della risoluzione 1390 (gennaio 2002) ci sono stati
solo 10 milioni di dollari di congelamenti aggiuntivi (Second report of the monitoring group, 9/2002).
599
Incluse imprese ed altre entità.
600
Second report of the monitoring group, 9/2002
601
Rivelazioni, riportate dalla Repubblica, fatte da New York Times e Washington Post, sulla base di conclusioni di
analisti di CIA ed FBI e delle informazioni che sarebbe emerse dagli interrogatori dei tre sauditi arrestati, nel giugno
2002, in Marocco, con l’accusa di progettare attentati alle navi americane e dei Paesi Nato nello Stretto di Gibilterra.
602
Fonte: in http://www.msnbc.com/news/791852.asp (Newsweek), Rod Nordland, Sami Yousafzai, Babak
Dehghanpisheh, 2002.
603
A ridosso dell’Afghanistan si trova un’area tribale dove scarso è il controllo del Governo pakistano. In quell’area,
l’esercito pakistano è entrato solo una volta, nel 1973, per domare una rivolta, che ha richiesto 18 mesi di sanguinosi
combattimenti. Per rientrare in quella zona e dispiegare le proprie forze per “chiudere” il confine con l’Afghanistan e
quindi la via di fuga dei combattenti di Al Qaida, Musharaff si è dovuto impegnare in una trattativa di due settimane
con i capi tribali locali. A questo punto era già dicembre; proprio il mese in cui, a causa dell’attacco terroristico al
parlamento indiano, è salita la tensione con l’India, che ha indotto Musharaff a concentrare le truppe sul confine
meridionale, fermando il dispiegamento sul confine con l’Afghanistan. In definitiva, è plausibile che molti combattenti
di Al Qaida siano riusciti ad esfiltrare attraverso i “porosi” confini con il Pakistan. (Nordland R. et al., 2002).
604
D’altra parte, sembra che l’Iran sia stato nel tempo un’area di passaggio per i reclutati in Europa diretti ai campi di
addestramento in Afghanistan (Olimpio, 2002). Sempre da fonti di stampa, emergerebbe che prima dell’11 settembre
598
148
figure chiave dell’organizzazione (forse il nuovo capo delle operazioni605), il palestinese
Abu Zubaydah, è stato catturato in Pakistan, nel marzo 2002, mentre nel settembre dello
stesso anno, Ramzi Binalshibh è stato arrestato a Karachi.
Secondo notizie stampa dell’agosto 2002, i servizi statunitensi ed arabi, pur non avendo
riscontri certi, riterrebbero presente in Iran un gruppo di miliziani di Al-Qaida,
comprendente due importanti figure di comando. Intercettazioni di comunicazioni via
telefono satellitare avrebbero messo in luce contatti con estremisti operanti in Italia.
Secondo il parere di esperti americani, gli ambienti estremisti iraniani avrebbero
l’intenzione di definire un’alleanza tattica con Al Qaida in chiave anti statunitense606.
In generale, il governo iraniano ha dichiarato di aver arrestato circa 150 sospetti terroristi
di Al-Qaida, la maggior parte dei quali sono stati consegnati a vari Paesi607.
Secondo il parere di un autorevole esperto israeliano di antiterrorismo, pubblicato sul
quotidiano Haaretz, circa 200 militanti di Al Qaida avrebbero trovato rifugio in un campo
profughi palestinese in Libano. Recenti scontri verificatisi in tale campo, sarebbero il
risultato dei tentativi degli uomini di Al Qaida di prenderne il controllo.608
La minaccia potrebbe venire da quella che il capo della divisione antiterrorismo del
servizio di intelligence estero tedesco chiama la “nuova Al-Qaida: “un fenomeno
maggiormente simile alla diffusa minaccia che esisteva prima che Usama Bin Laden
trasformasse il terrore in un’operazione globale, alla fine degli anni novanta.”609 Sempre
secondo il predetto esperto, questo potrebbe essere la conseguenza di un temporaneo
cambio di strategia, che porta a condurre attacchi di minore complessità610.
D’altra parte, molti delle migliaia di terroristi che sono transitati dai campi di
addestramento di Usama Bin Laden erano combattenti, nell’ambito delle loro “jihad locali”,
alle quali possono essere tornati. Ne consegue che saremmo in presenza di una minaccia
articolata in numerosi gruppi di più difficile identificazione, con una incrementata
knowledge comune611, in conseguenza dell’addestramento ottenuto612.
2001 l’asse Italia-Afghanistan passasse per il Pakistan; Di recente, ci sarebbe stato il dirottamento sulla “via iraniana”
(Biondani, 2002).
605
In sostituzione di Mohammad Atef, che si ritiene essere morto sotto i bombardamenti alleati.
606
Queste accuse sono respinte dal Governo iraniano (Olimpio, 2002). Nel mese di agosto 2002, il Presidente
riformatore iraniano Khatami ha altresì dichiarato che l’Iran è impegnato affinché nel Paese non possano trovare riparo
militanti di Al Qaida o Talibani (Repubblica, 14/8/2002). Oltre alle ipotesi di alleanza tattica tra estremisti iraniani e Al
Qaida, si vedano più avanti anche quelle relative agli accordi tra Hizbullah ed Al Qaida.
607
The Economist. Ad esempio, 16 sauditi sono stati rimpatriati a maggio.
608
La Repubblica (e.f.), 3/9/2002
609
Diffusa convinzione degli esperti europei ed arabi è appunto che le cellule terroristiche sparse per il mondo abbiano
sviluppato una struttura orizzontale senza un evidente centro di coordinamento. E’ plausibile che le cellule per
coordinarsi ed agire abbiano comunque bisogno di un “facilitatore” nell’area (Nordlan, Yousafzai, Dehghanpisheh,
2002). In ogni caso, in un’intervista di settembre, due leader di Al Qaida (Khaled Mohammed e Ramzi Bin Al Shibh)
affermano che l’organizzazione continua ad avere un “Dipartimento dei martiri” ancora attivo (Coppola, 2002).
I già citati esperti del monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite confermano che
l’organizzazione di Al-Qaida sarebbe caratterizzata da una diffusa leadership, da una struttura flessibile e dall’assenza
di un unico centro di comando e controllo (Second report of the monitoring group, 9/2002)
610
Dopo l’11 settembre, le maggiori difficoltà di comunicazione e di leadership potrebbero generare difficoltà di
coordinamento e quindi problemi per l’attuazione di attacchi importanti (Karen, 2002, in Newsweek).
Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, sembra che si sia verificato il passaggio dalle email (da biblioteche Usa,
Internet da Peshawar, chat line da Amburgo) a messaggeri (Farina, 2002).
611
E, forse, anche con un comune senso di appartenenza, che potrebbe essere sempre “rispolverato” all’occorrenza.
149
In generale, gli esperti del già citato monitoring group confermano che gli elementi di alQaida sarebbero disseminati in tutto il mondo e si sarebbero nascosti nei centri urbani,
facendo affidamento sulle locali bande criminali per ottenere armi. D’altra parte, nuove
cellule starebbero ancora sorgendo.613
Secondo quanto riportato dal New York Times, emerge anche l’ipotesi che molti militanti di
Al Qaida stiano ritornando, a piccoli gruppi, in Afghanistan. Tale circostanza, sempre
secondo il New York Times, sarebbe confermata da rilevazioni della Cia nel senso della
“sparizione” di numerose figure precedentemente segnalate in Europa614. Una tale
strategia, ove confermata, sarebbe sicuramente legata alla volontà di Al Qaida di impedire
la già difficile stabilizzazione del Paese.
6.6 LA SITUAZIONE IN ITALIA615
La presenza del terrorismo islamico in Italia ha origini negli anni ottanta-novanta, quando
gruppi maghrebini ed egiziani cominciano ad utilizzare il Paese come base logistica e per
fare proselitismo.
Tali gruppi - che ruotano intorno a luoghi di culto, moschee e centri islamici – conservano
comunque identità ed obiettivi nazionali, pur collaborando tra loro.
Il gruppo di maggior rilievo sembra essere quello degli integralisti tunisini, che agiscono
come Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento616.
Altre presenze sono quelle del Gruppo islamico armato (Gia), di Takfir w-al-Higra
(Anatema ed Esilio), degli egiziani Al-Jihad e Al-Gama’a al-Islamiya e di gruppi marocchini.
Nella metà degli anni novanta, la polizia scandinava ha scoperto dei documenti che
descriverebbero presenza e strategia del terrorismo islamico in Europa. Secondo questi
documenti i gruppi attivi nel continente erano alla ricerca di un coordinamento unitario
nella regione617, che non farebbe però riferimento ad Al-Qaida. Questa verrebbe intesa
come un polo che fornisce “servizi” (ad esempio, di addestramento dei militanti618) in
cambio di sostegno logistico in Europa.
Tra loro i gruppi integralisti, pur mantenendo la loro identità etnico-nazionale, sembrano
collaborare anche nell’ottica della specializzazione: per esempio, in Italia nella
fabbricazione di documenti falsi, in Germania nel traffico di armi.
In Italia, i terroristi islamici agirebbero sotto la copertura di attività imprenditoriali (di
solito import/export, call center, commercio) o lavorative o di studio in genere.
Il finanziamento passa spesso attraverso sistemi di cooperative.
612
Hirsh, Holand, 2002.
Second report of the monitoring group, 9/2002.
614
Olimpio, 2002.
615
Le informazioni contenute in questo paragrafo sono da Rosato (2002).
616
Per ulteriori dettagli su questo gruppo terroristico, si veda la scheda nell’ambito del paragrafo dedicato.
617
Sembra che ogni cellula faccia capo al proprio “sceicco” anche se si sospetta che vi sia un centro di riferimento. Si
parla addirittura di un Consiglio di “sceicchi” nella capitale britannica.
618
I militanti provenienti dall’Italia sembra arrivassero ai campi di addestramento afghani attraverso l’Iran.
613
150
I luoghi di culto rimangono spesso importanti centri di riferimento.
In generale, esperti del già citato monitoring group affermano che Al-Qaida avrebbe
reclutato in Europa e negli Stati Uniti numerosi residenti musulmani di seconda o terza
generazione619.
619
Second report of the monitoring group, 9/2002.
151
7
FINANZIAMENTO AL TERRORISMO
Quanto segue è attinto (come il resto delle informazioni contenute in questo rapporto) da
fonti aperte. Come già precisato a fattor comune in premessa, per approfondimenti è
necessario far riferimento al Comando Generale della Guardia di Finanza – II Reparto.
7.1 LA RETE AL BARAKAAT SOMALA
Procedendo all’esame delle fonti di finanziamento di Usama Bin Laden, si rivela che tra le
imprese oggetto dei provvedimenti di congelamento ex reg. 881/2002620, compare anche la
Al Barakaat somala621, sospettata, secondo notizie stampa, di veicolare verso Al-Qaida fondi
tratti, ad esempio, dalle commissioni gravanti sulle rimesse di ignari somali all’estero.
Elementi di questa struttura finanziaria avrebbero operato in Italia623.
La rete Al Barakaat (nata nel 1986 e decollata nel 1991, in occasione del crollo del sistema
bancario somalo) sarebbe un esempio di sistema di trasferimento fondi “non ufficiale”,
generalmente noto sotto il nome di Hawala624. Il 7 novembre 2001, le forze dell’ordine
statunitensi avrebbero effettuato delle perquisizioni negli uffici di Al Barakaat in 5 Stati
americani, sequestrando le registrazioni e congelando le attività. Analoghi provvedimenti
sarebbero stati presi in Canada e negli Emirati Arabi Uniti (dove Al Barakaat avrebbe sede).
Tutto ciò sulla base, affermerebbero fonti aperte statunitensi, di forti prove di collegamenti
con Al-Qaida625.
Come evidenziato, poi, l’inserimento di Al Barakaat nelle liste di congelamento del
regolamento 881/2002, ha determinato il congelamento delle attività finanziarie anche in
Europa.
In generale, Al Barakaat avrebbe aiutato Al-Qaida fornendo e movimentando fondi,
mettendo a disposizione servizi Internet, comunicazioni telefoniche sicure ed altri mezzi
per inviare messaggi e condividere informazioni626.
Dalle investigazioni svolte in ambito internazionale non sono ancora trapelate notizie circa
la fondatezza o meno delle accuse.
620
Presupposto dell’inserimento nelle liste di congelamento ex 881/2002, come si vedrà meglio nel capitolo che segue,
è proprio il sospetto di associazione ad Usama Bin Laden o ai Talebani.
621
Il Dallah Al-Baraka group ha precisato che la Al barakaat somala non fa parte del gruppo
Analoga
dichiarazione
in
http://www.altawfeek.com/news3.htm.
http://www.albaraka.com.pk/press_releases/denies_any_association.html
623
Ad esempio, a Firenze è stata avviata un’inchiesta sul movimento integralista somalo “Al Ittihad al Islamiya” e sulla
rete somala “Al Barakaat”. http://www.esteri.it/archivi/arch_eventi/schede/15/index.htm
Lo stesso movimento “Al Ittihad al Islamiya” è inserito nella lista di congelamento ex 881/2002 e quindi è sospettato di
associazione ad Usama Bin Laden od ai Talebani.
624
Oltre che sotto la denominazione Hawala i sistemi bancari informali sono conosciuti in diversi Paesi con altri nomi
specifici.
625
Crawley, 2001. Vedi anche Robson, 2001.
626
Fonte: http://www.whitehouse.gov/news/releases/2001/11/20011107-6.html
152
Un’altra grande rete somala di money transfer, la Dahab Shiil, non è stata colpita da analogo
provvedimento627.
627
La Dahab Shiil (avente base a Londra) ha anch’essa diffusione mondiale, con uffici in 34 Paesi e 258 filiali,
comprese 25 filiali negli Stati Uniti e 50 nella Gran Bretagna. Dal 1988, Dahab Shiil fornisce servizi di trasferimento di
denaro, ma svolge anche attività di import/export, ha creato un sistema postale in Somalia, una compagnia di
costruzioni ed è azionista della Somtel, che gestisce 10 stazioni di telecomunicazioni nel Paese. Fonte:
www.dahabshiil.com/profile.htm.
153
7.2
GLI
SCHEMI
DEL
INTERNAZIONALE
FINANZIAMENTO
AL
TERRORISMO
Nelle pagine che seguono vengono tratteggiati gli schemi ipotizzabili del meccanismo di
finanziamento al terrorismo internazionale, che possono guidare lo sviluppo delle attività
operative e, prima ancora, di ricerca informativa.
In tale quadro, pare molto utile tenere a mente lo schema piramidale innanzi illustrato,
tramite il quale meglio si percepisce la vastità e la profondità del fenomeno.
Possono essere enucleati essenzialmente tre canali di sostegno (di cui uno è configurabile
come autosostentamento) ad una rete terroristica di matrice islamica. Nel prospetto 9 che
segue sono stati schematizzati questi tre flussi.
Una precisazione preliminare: nello schema 9, l’inserimento dei gruppi che detengono
posizioni di potere è, ovviamente, ipotetica. Nel caso in cui, però, tale via di sostegno
venga utilizzata, essa potrebbe concretizzarsi - anche attraverso un sistema di società
“schermo” (magari costituite in contesti che rendano difficile risalire alla composizione
societaria) - nel finanziamento delle società facenti capo alla rete terroristica o nella
veicolazione, verso le organizzazioni caritatevoli che si prestano ad attività di sostegno ai
terroristi medesimi, dei fondi di beneficenza gestiti (direttamente o indirettamente)
proprio da questi gruppi di potere.
154
Prospetto 9
Fondi della Zakat o altre
forme di beneficenza
Gruppi di potere
economico
appartenenti al
mondo musulmano
Centri di gestione
della beneficenza
appartenenti al
mondo musulmano
Partecipazione o
finanziamento
RETE TERRORISTICA DI
MATRICE ISLAMICA
proprietà o partecipazione
Società che svolgono
attività produttive,
commerciali o di servizi
lecite, ma di copertura
sfruttamento
sostegno
esercizio
liquidità
e
collegamenti
sostegno
Organizzazioni
caritatevoli o di
mutua assistenza
islamica
attività criminali
E’ bene precisare che (almeno nel caso di Al-Qaida) le stesse cellule dell’organizzazione
sembrano anche essere responsabili del soddisfacimento delle proprie necessità
finanziarie. Questo si tradurrebbe nella conduzione di piccole attività imprenditoriali o di
attività criminali locali, come lo spaccio di droga, le rapine in banca, le frodi con carte di
credito628.
7.2.1 IL SOSTEGNO DA SOCIETÀ PRODUTTIVE
Una prima ipotesi si riferisce al ruolo che può essere rivestito da società che svolgono
attività produttive, commerciali o di servizi.
Queste società possono, nel contempo:
costituire canale di investimento delle liquidità che affluiscono alla rete e, comunque,
forma di collocazione del patrimonio della rete stessa (che può anche avere origine dal
patrimonio personale dei principali esponenti e sostenitori);
628
Second report of the monitoring group, 9/2002. Un gruppo terroristico arrestato in Giordania nel 1999, sospettato di
legami con Al-Qaida, avrebbe confessato di pianificare rapine per finanziarsi, visto che i fondi ricevuti dall’esterno
erano esigui. Stesse conclusioni sembrerebbero emergere nel caso di un gruppo islamico palestinese scoperto dalle forze
israeliane nel 2000; in questo caso la maggior parte del finanziamento proveniva da Hamas (Reuven Paz, 2000)
155
ove rappresentino una fetta importante dell’economia di un determinato Paese (come
può accadere nel caso di Paesi islamici caratterizzati da uno scarso sviluppo
economico), essere un efficace mezzo per influenzare le decisioni di elementi
dell’establishment politico, che saranno propensi a fornire coperture alle attività
dell’organizzazione;
essere un punto di contatto con gruppi di potere economico del mondo musulmano,
che potrebbero compartecipare in queste imprese o, comunque, farvi affluire
finanziamenti, potenzialmente utilizzabili in modo strumentale alla causa terroristica;
fungere da valida copertura per il movimento e la presenza di persone nonché per il
trasferimento di capitali, immobili da utilizzare come basi logistiche o per il deposito di
materiale bellico629.
7.2.2 LA MUTUA ASSISTENZA ISLAMICA
Un altro canale di finanziamento significativo, in relazione alle caratteristiche del mondo
musulmano, è quello delle organizzazioni caritatevoli o di mutua assistenza islamica630. In
tale ambito può essere ricompreso il coinvolgimento di elementi operanti all’interno di
istituti e centri culturali islamici631.
La possibilità che le NGO siano strumentalizzate è talmente concreta che una delle otto
raccomandazioni formulate recentemente dal GAFI per il contrasto al finanziamento del
terrorismo, prevede proprio la revisione delle normative relative alle organizzazioni nonprofit, per evitarne l’abuso da parte delle organizzazioni terroristiche (sfruttamento quali
conduttori del finanziamento, diversione di fondi originariamente destinati a scopi leciti
ecc.).
D’altra parte, il flusso finanziario diretto verso le associazioni islamiche, attive anche in
occidente, si è incrementato durante gli anni novanta, in considerazione dei nuovi
equilibri del mercato petrolifero (favorevoli all’Arabia Saudita, che avrebbe “acquisito” la
quota prima coperta dall’Iraq) e della decisione dei Paesi del Golfo di interrompere il
sostegno all’OLP (vista la posizione assunta durante la guerra)632.
629
Sembra, ad esempio, che quando Al-Qaida, nel 1995, dovette abbandonare il Sudan, Usama bin Laden evitò la
dispersione dei suoi seguaci facendo assumere i medesimi dalle sue imprese (Guolo, 2001)
630 Ad esempio, organizzazioni ritenute collegate ad Usama bin Laden od ai Talebani, tanto da essere inserite nella lista
allegata al regolamento 881/2002, sono la Wafa (avente sede in Pakistan ed uffici in Arabia Saudita, Kuwait e Emirati
Arabi Uniti), il fondo Al Rashid (alias The Aid Organization of Ulema, diffuso in Pakistan ed esercitante attività anche
in Afghanistan, Kosovo e Cecenia), la Global Relief Foundation (avente sedi negli Stati Uniti, in Francia, Belgio,
Bosnia Erzegovina, Kosovo, Repubblica federale di Iugoslavia, Albania, Pakistan e Turchia), la Benevolence
International Foundation (con indirizzi ed uffici negli Stati Uniti, Azerbaigian, Canada, Cina, Croazia, Paesi Bassi,
Pakistan, Russia, Sudan, Arabia Saudita).
631
Si legge in “The Economist” che, a causa dell’assenza di un clero ufficiale nella religione islamica, a volte gli Imam
(le guide spirituali) che emergono nelle varie comunità musulmane in Europa sono espressione (dal punto di vista del
finanziamento e dell’addestramento) di poteri esterni (allocati in Stati del Nord Africa, Medio Oriente, Asia) alle
medesime comunità stanziate in Europa. Questo, tra l’altro, genera facili punti di entrata per insegnamenti ed influenze
estremiste dall’estero.
D’altra parte, secondo esperti delle Nazioni Unite, Al-Qaida avrebbe reclutato in Europa e stati Uniti numerosi
musulmani residenti di seconda e terza generazione (Second report of the monitoring group, 9/2002).
632
Reuven Paz, 2000.
156
Questa nuova politica ha allargato la base della piramide – che è costituita da attività
sociali lecite ed è alimentata in particolare proprio dall’Arabia Saudita633 - la cui punta può
aver così beneficiato di maggiori risorse.
La maggior parte dei miliardi di dollari raccolti annualmente dalle organizzazioni di
carità islamiche viene correttamente destinato. Si ritiene però che parte delle risorse sia
diretta o “deviata” per il supporto del terrorismo. Per raggiungere questo scopo Al-Qaida
si sarebbe infiltrato in queste NGO. Si consideri che parte di questi fondi è anche diretto a
supportare una rete di istituzioni fondamentaliste radicali, scuole ed organizzazioni sociali
che si ritiene forniscano rifugio, supporto logistico, reclutamento ed addestramento per AlQaida. (Second report of the monitoring group, 9/2002).
Nel caso in cui sia un’organizzazione caritatevole ad essere sfruttata dalla rete terroristica,
essa può costituire il punto di reclutamento e di confluenza dei fondi offerti dalla
comunità musulmana, in forza della zakat o di altre forme di beneficenza; tali fondi
vengono, poi, convogliati a favore degli appartenenti all’organizzazione terroristica.
Paesi come Iran, Arabia Saudita, Kuwait, Sudan, Pakistan finanziano massicciamente, in
modo diretto o indiretto, le attività lecite che contribuiscono al mantenimento dell’
“atmosfera islamica”. Ogni anno, ad esempio, il governo saudita fornisce circa 10 miliardi
di dollari attraverso il Ministero degli Affari religiosi. Questo ovviamente non significa che
questi Paesi siano consapevoli di eventuali distrazioni dei fondi a favore di attività
terroristiche. Spesso, come nel caso dell’Arabia Saudita e di alcuni Paesi del Golfo Persico,
le donazioni provengono da individui facoltosi che, comunque, ricoprono alte cariche
ufficiali (se non sono addirittura membri della famiglie reale); ne consegue che anche
questa forma di sostegno viene percepita come governativa. Negli ultimi anni, le
donazioni trovano origine anche dagli espatriati benestanti nell’Europa occidentale o negli
USA.635
Non deve, inoltre, essere trascurata la possibilità di copertura che le NGO offrono, per
quanto riguarda, ad esempio, le comunicazioni, il movimento e la presenza delle persone,
anche in occidente.
Dall’esame del Patterns of global terrorism 2001 (PGT2001), emerge come continuino a
mantere una presenza in Albania varie NGO, con base in Medio Oriente. In alcuni casi,
esse continuano a fornire assistenza agli estremisti islamici nella regione sotto forma, in
particolare, di documenti falsi ed agevolazioni negli spostamenti.
Nel mese di ottobre 2001, le forze di polizia albanesi sono intervenute nelle sedi centrali di
quattro NGO islamiche sospettate di essere legate all’estremismo islamico internazionale.
Da ottobre a dicembre 2001, sono state condotte due simili operazioni nei confronti di
altrettante NGO, nonché una terza operazione verso un’impresa albanese posseduta da un
sostenitore di Al Qaida, individuato dal Dipartimento del Tesoro USA. (PGT2001)
Anche in Bosnia Herzegovina varie NGO, che si ritiene sostengano attività terroristiche,
mantengono una presenza. In particolare, le NGO che arrivarono durante la guerra del
1992-1995, continuano a fornire assistenza agli estremisti islamici in Bosnia (inclusi
documenti falsi e facilitazioni negli spostamenti). (PGT2001)
633
Viste le sue aspirazioni di guida del pan islamismo.
635
Reuven Paz, 2000; Yael Shahar, 2001.
157
Analoga situazione circa la presenza di NGO, si registra in Kosovo, dove però sembra che
queste organizzazioni (composte da un piccolo numero di estremisti islamici stranieri ed
alcune dozzine di elementi radicali locali) non godano di un vasto supporto da parte della
popolazione musulmana moderata del Kosovo. Nel mese di dicembre 2001, le truppe
NATO hanno compiuto operazioni contro la Global Relief Foundation, per sospettati legami
con organizzazioni terroristiche. (PGT2001)
7.2.3 L’AUTOSOSTENTAMENTO DA ATTIVITÀ CRIMINALI
Un’ulteriore ipotesi è l’esercizio, da parte dell’organizzazione terroristica, di attività
criminali. A questo proposito, può essere ricordata la condizione dell’Afghanistan,
ritenuto il maggior produttore mondiale di oppio ed eroina grezza636; parte dei proventi
della vendita di tali sostanze, può essere entrata nella disponibilità della rete Al-Qaida, che
potrebbe aver avuto un ruolo centrale nella conduzione del relativo commercio illegale.
Altra attività ipotizzabile può essere il traffico internazionale di armi, mercato nel quale la
rete terroristica deve, comunque, operare per rifornirsi del materiale bellico necessario a
condurre la propria attività principale.
Un rapporto di esperti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU indica che gli uomini di Usama
bin Laden potrebbero agire da mediatori, in Sierra Leone, Angola e Liberia, per la vendita
dei diamanti estratti dai locali gruppi ribelli e la loro esportazione illegale, i cui introiti
vengono per lo più utilizzati, poi, per l’acquisto di armi637.
Secondo notizie stampa, riportate dal Patterns of global terrorism 2001, Al-Qaida avrebbe
ricavato milioni di dollari dai diamanti estratti dai ribelli della Sierra Leone.
In generale, esperti delle Nazioni Unite, con riferimento ad Al-Qaida, confermano il
sospetto che, già prima degli attacchi dell’11 settembre, parte delle risorse siano state
trasferite dal settore finanziario ad investimenti in beni preziosi di difficile individuazione
(oro, diamanti ed altre pietre preziose), facilmente trasportabili ed occultabili ed aventi la
caratteristica di mantenere il loro valore nel tempo. In caso di esigenze finanziarie, tali beni
possono essere convertiti sul mercato in piccole quantità, senza attirare attenzione. Tale
processo sarebbe iniziato nel 1998, in corrispondenza dei primi provvedimenti di
congelamento attuati da Stati Uniti e da alcuni governi europei contro i Talibani638.
Da ultimo, non sono trascurabili i profitti che possono derivare da manovre speculative
sui mercati finanziari, come quelle ipotizzate a ridosso degli attacchi dell’11 settembre
2001.
636
Secondo fonti aperte, dopo la dichiarazione – nel luglio 2000 da parte dei Talibani - di contrarietà all’islam
dell’oppio, la produzione sarebbe caduta del 94%. In precedenza, l’Afghanistan produceva il 70% dell’oppio mondiale
ed il 90% dell’eroina venduta in Europa. Il bando dei Talibani non sarebbe, comunque, stato applicato al commercio,
che grazie alle ingenti scorte accumulate negli anni precedenti avrebbe continuato a proliferare, con, peraltro, un forte
aumento dei prezzi. Oggi, in Afghanistan, la coltivazione dell’oppio starebbe riprendendo, a causa di mancanza di
alternative (The Economist).
637
Pennacchi, 2002.
638
Second report of the monitoring group, 9/2002
158
Che esistano strette connessioni tra il terrorismo internazionale e la criminalità
transnazionale, con riferimento, in particolare, al traffico di sostanze stupefacenti, al
riciclaggio, al traffico illegale di armi, ai movimenti illegali di materiale nucleare, chimico e
biologico è, d’altra parte, convinzione dell’intera Comunità internazionale, dato che questa
affermazione compare tra le premesse delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite in materia.
L’esercizio “ufficiale” di attività criminali finalizzate al finanziamento, vista la
motivazione religiosa di fondo, non è usuale tra i gruppi terroristici islamici, salvo
eccezioni come nel caso di un pronunciamento di un’autorità religiosa legata alla Jihad
islamica palestinese, nel 1983, che giustifica il furto delle proprietà degli ebrei. Atti
“ufficiali” come il dirottamento di aerei o il rapimento sono intrapresi per ottenere la
liberazione di prigionieri, ma non per ottenere riscatti in denaro. Anche nel caso di assalti
ad arsenali per procurarsi le armi necessarie a condurre la lotta, l’ “immagine pubblica”
dei gruppi terroristici è “salva”. Tale orientamento dovrebbe portare ad escludere ordinari
collegamenti con la criminalità organizzata e comune640. Da quest’ultima affermazione si
ritiene debba essere esclusa l’organizzazione di importanti traffici, come quello, ad
esempio, dell’oppio afghano. Una rilevante eccezione a questa regola è, inoltre,
rappresentata dal gruppo Abu Sayyaf, che pratica regolarmente il rapimento a scopo di
riscatto.
Non bisogna dimenticare, comunque, la fatwa di Usama bin Laden, del 1998, che spinge
anche alla commissione di attività criminali contro gli infedeli (cfr. cap. 6).
Per concludere, un dato quantitativo riguardante l’Italia: al 6 marzo 2002, le misure di
congelamento adottate - in relazione a meccanismi disciplinati da risoluzioni del Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite e da regolamenti dell’Unione Europea641 nonché in
relazione a provvedimenti di sequestro giudiziario di competenza della magistratura642 –
hanno riguardato circa 4,2 milioni di Euro.
640
Reuven Paz, 2000.
Per quanto attiene a queste specifiche misure, al 6 marzo 2002, risultato 84 conti congelati, di cui 47 conti bancari,
33 polizze assicurative e 4 fondi comuni di investimento, appartenenti a 88 soggetti o enti, per un ammontare
complessivo di 240.419,09 Euro, di cui 108.924,40 Euro di conti bancari, 54.271,98 Euro di fondi comuni di
investimento, 77.224,71 Euro di polizze assicurative. www.esteri.it/archivi/arch_eventi/schede/15/index.htm
642
I sequestri legati ad attività investigative ammontano a 4.073.096,91 Euro e 117.624 USD, consistenti in saldi attivi
di
conti
correnti
bancari,
rapporti
di
affidamento,
lettere
e/o
linee
di
credito.
www.esteri.it/archivi/arch_eventi/schede/15/index.htm
641
159
8
RECENTE
POLITICA
DI
CONTRASTO
AL
INTERNAZIONALE (NORMATIVA E SOGGETTI)
TERRORISMO
8.1 LE RISOLUZIONI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI
UNITE E LE POSIZIONI COMUNI DELL’UNIONE EUROPEA
L’attenzione della Comunità internazionale verso il terrorismo è senza dubbio cresciuta
esponenzialmente a seguito degli attacchi agli Stati Uniti d’America dell’11 settembre
2001, ma era già alta in precedenza.
Concentrando l’esame all’ultimo quinquennio, si nota che già il 13 agosto 1998 - in risposta
ai gravi attentati del 7 agosto, alle rappresentanze diplomatiche statunitensi in Nairobi
(Kenya) e Dar-es-Salaam (Tanzania) - il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva
adottato una risoluzione di condanna rivolta al terrorismo internazionale.
Per avere un’idea globale delle motivazioni che hanno spinto la Comunità internazionale
ad intervenire nei confronti del terrorismo internazionale, si può far riferimento al
prospetto 10, che riassume le principali premesse alla base delle risoluzioni del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite succedutesi nel tempo. In estrema sintesi, tali ragioni sono
riconducibili alla consapevolezza che il terrorismo:
costituisce una seria minaccia per la pace e la sicurezza internazionale;
ha stretta connessione con la criminalità transnazionale, i traffici di sostanze
stupefacenti, armi, materiali nucleari, chimici, biologici e il riciclaggio;
può essere contrastato solo con un forte impegno di tutti gli Stati e con il
rafforzamento degli strumenti di cooperazione.
Il Consiglio di sicurezza ha perciò rivolto, nel tempo, alla Comunità internazionale delle
richieste che sono divenute sempre più pressanti e dettagliate, fino ad arrivare alla
risoluzione n. 1373 del 28 settembre 2001 (chiaramente provocata dagli attacchi di pochi
giorni prima) con cui viene fissato un lungo elenco di misure di contrasto da adottare. Il
quadro complessivo di questa reazione internazionale, è stato compendiato nel prospetto
11.
La posizione espressa dal Consiglio di sicurezza è stata, quindi, ripresa dall’Unione
Europea, che l’ha tradotta, sostanzialmente, in due posizioni comuni, la 930 e la 931, del 27
dicembre 2001643 con le quali l’Unione ha ribadito la necessità che gli Stati membri
adottino una serie di misure (che vanno dal congelamento di capitali, al potenziamento
della cooperazione amministrativa e giudiziaria nell’ambito anche del III pilastro) coerenti,
in particolare, con le richieste della predetta risoluzione 1373/2001. A tal proposito, una
visione d’assieme può essere tratta dal prospetto 12.
643
Cui sono seguite anche le posizioni comuni 340 del 2 maggio 2002 (abrogata) e 462 del 17 giugno 2002. Le
posizioni comuni del Consiglio dell’Unione Europea non sono strumenti direttamente applicabili nell’ambito dei singoli
Stati membri (come un regolamento), ma hanno la funzione di esplicitare l’orientamento dell’Unione in merito ad una
questione specifica.
160
8.2 IL REGOLAMENTO 2580
In data 27 dicembre 2001, il Consiglio dell’Unione Europea, oltre ad esprimere il suddetto
indirizzo politico, ha adottato un importante regolamento, il n. 2580, che ha reso
immediatamente “operative”, nell’ambito dei singoli Stati membri, alcune misure di
contrasto al terrorismo internazionale, tra cui, il congelamento di capitali, attività
finanziarie e risorse economiche. I principali contenuti di tale regolamento sono riassunti
nel prospetto 13.
8.2.1 MECCANISMO DI APPLICAZIONE DELLE MISURE EX 2580
E’ utile, a questo punto, soffermarsi sul meccanismo di applicazione delle misure rese
“operative”, anche in Italia, dal suddetto regolamento 2580/2001.
Innanzitutto, deve essere evidenziato che elemento centrale per l’esecuzione delle misure è
una lista contenente persone, gruppi, entità. Tale lista è redatta dal Consiglio dell’Unione
Europea, che deve deliberare all’unanimità, ed include coloro che commettono o tentano
di commettere, partecipano o agevolano atti terroristici, nonché persone giuridiche, gruppi
o entità di cui questi hanno la proprietà, il controllo o che agiscono per loro conto o su loro
incarico.
La centralità della lista deriva dal fatto che è solo nei confronti di chi è incluso in tale
elenco che vengono congelati capitali, attività finanziarie e risorse economiche ed è vietato
mettere a disposizione capitali, attività finanziarie e risorse economiche, nonché servizi
finanziari ed altri servizi connessi.
Assume notevole importanza, quindi, il meccanismo di formazione della suddetta lista.
Essa, in base ai principi dettati dalla posizione comune 931/2001, ripresi dal regolamento
2580/2001, è redatta ed aggiornata dal Consiglio, sulla base di informazioni precise o di
elementi del fascicolo da cui risulta che un’Autorità competente ha preso una decisione nei
confronti delle persone, gruppi ed entità interessati. Tale decisione può consistere
nell’apertura di indagini o di azioni penali relative ad atti terroristici, basate su indizi seri e
credibili, o in una condanna penale relativa a tali atti. In relazione a tale specificazione, è
da ritenere che, in Italia, la predetta “Autorità competente” sia l’Autorità giudiziaria, dal
momento che, peraltro, è in possesso degli elementi necessari per valutare la serietà e
credibilità degli indizi.
In aggiunta, viene precisato che nell’elenco possono essere incluse persone, gruppi, entità
individuati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come collegati al terrorismo e
contro i quali esso ha emesso sanzioni.
Atteso che l’inclusione nella lista di cui si tratta comporta effetti immediati ed incisivi, il
Consiglio deve seguire anche il principio di inserire nell’elenco dettagli sufficienti a
consentire l’effettiva identificazione dei soggetti, in modo da consentire una più agevole
discolpa in caso di omonimie.
161
8.2.2 CONCETTO DI ( E OGGETTO DEL) CONGELAMENTO
Il concetto di congelamento è definito dallo stesso regolamento: il divieto di spostare,
trasferire, alterare, utilizzare o trattare i capitali in modo da modificarne il volume,
l’importo, la collocazione, la proprietà, il possesso, la natura, la destinazione o da
introdurre altri cambiamenti tali da consentire l’uso dei capitali in questione, compresa la
gestione di portafoglio.
Oggetto del congelamento devono essere (reg. 2580/2001) le attività di qualsiasi natura,
materiali o immateriali, mobili o immobili, indipendentemente dal modo in cui sono state
acquisite, e documenti o strumenti giuridici in qualsiasi forma, anche elettronica o digitale,
da cui risulti un diritto o un interesse riguardante tali attività, tra cui crediti bancari,
assegni turistici, assegni bancari, ordini di pagamento, azioni, titoli, obbligazioni, tratte e
lettere di credito.
Da quanto precede si deduce la natura onnicomprensiva dell’oggetto del congelamento,
che, quindi, non si limita ai conti bancari o altri tradizionali strumenti finanziari; si noti, ad
esempio, l’esplicito riferimento agli immobili.
Atteso, poi, che tra i divieti che danno corpo alla misura del congelamento c’è quello, ad
esempio, dell’uso tale da “modificare la collocazione”, si può dedurre che tale
provvedimento comporta, con riferimento ai beni mobili, l’assoluta inutilizzabilità
pratica644.
Con il congelamento, quindi, viene bloccato ciò che ricade nella proprietà o nel possesso
del soggetto. Per rendere completo il meccanismo di inibizione nei confronti dello stesso, il
regolamento 2580/2001 impone, ai terzi, il divieto di mettere a disposizioni del medesimo
le stesse tipologie di beni che devono essere oggetto di congelamento (compresi, in
aggiunta, i servizi finanziari e gli altri servizi connessi). Viene così completato l’isolamento
economico della persona, del gruppo o dell’entità inseriti nella suddetta lista.
Il regolamento 2580/2001 contiene anche l’elenco delle autorità nazionali competenti (per
l’Italia, il Ministero dell’Economia e delle Finanze), cui fare riferimento quali:
destinatarie di informazioni, come quelle relative all’elusione delle disposizioni del
regolamento, nonché, in generale, quelle atte ad agevolare l’osservanza del
regolamento stesso (ad esempio, i conti e gli importi congelati);
organismi abilitati a rilasciare autorizzazioni specifiche all’uso dei capitali
congelati.
Da notare che l’Autorità competente non viene contemplata dal regolamento nel momento
in cui si riferisce al meccanismo di formazione della lista, né a quello per lo scongelamento
giustificato dalla tutela degli interessi della Comunità.
Dalla disamina sinora proposta, si evince il legame trasversale che collega le risoluzioni
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le posizioni comuni ed il regolamento
dell’Unione Europea. Una chiara visione di questo percorso trasversale, che trova un
644 Per ulteriori considerazioni circa il significato di “congelamento”, si rimanda alla parte del capitolo in cui viene
illustrato il regolamento 881/2002, i cui contenuti potrebbero essere d’ausilio nell’interpretazione di questo concetto,
anche per quanto attiene al reg. 2580 ora in esame.
162
punto di arrivo nella produzione normativa e nei comportamenti nazionali, consente di
contestualizzare e, quindi, meglio comprendere le singole misure adottate dalla Comunità
internazionale e dall’Italia per il contrasto al terrorismo internazionale. A tal fine è stato
elaborato il prospetto 14, con il quale si cerca - senza pretesa di esaustività o
approfondimento interpretativo, che solo un’attenta lettura delle norme può garantire – di
collocare le singole misure in connessione logico-temporale partendo dagli orientamenti e
provvedimenti internazionali per arrivare a quelli nazionali.
Nell’ambito del prospetto 14, la Legge 438/2001 viene interpretata come risposta dello
Stato italiano agli orientamenti dell’Unione Europea tesi all’intensificazione del contrasto
al fenomeno del terrorismo internazionale, da attuare tramite interventi che esulino dalle
possibilità di ingerenza dell’Unione stessa. Quest’ultima, infatti, non può incidere
direttamente sulla legislazione penale e procedurale penale degli Stati membri che, quindi,
devono autonomamente introdurre le idonee modifiche al sistema normativo interno.
A titolo esemplificativo, le Nazioni Unite e l’Unione Europea possono solo richiedere alle
realtà statuali che le persone che partecipano al finanziamento, alla progettazione, alla
preparazione ed alla perpetrazione di atti terroristici o al sostegno di atti terroristici siano
assicurate alla giustizia. Può essere solo lo Stato italiano ad agire concretamente in
direzione di tale aspettativa, introducendo specifiche ipotesi di reato (come il nuovo 270
bis del codice penale) o consentendo l’utilizzo di più incisivi strumenti investigativi.
A tal proposito, è stato elaborato il prospetto 15, con l’obiettivo di fornire un’immediata
percezione delle nuove fattispecie di reato configurate dalla legge 438/2001 e degli
strumenti di contrasto investigativo disponibili con riferimento ai delitti con finalità di
terrorismo.
Ove in corrispondenza delle colonne “regolamenti C.E.” e “normativa nazionale” del
prospetto 14 non siano riportati riferimenti, significa che le misure richiamate dal
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o dagli orientamenti dell’Unione Europea non
devono essere attuate tramite nuova produzione normativa, ma con lo sfruttamento, da
parte degli organi deputati degli Stati membri, della normativa già esistente o tramite la
definizione di ulteriori collegamenti operativi e/o informativi di collaborazione
internazionale.
Prima di proseguire, è opportuno fare una precisazione. La lista allegata alle posizioni
comuni (da ultimo la 2002/462/PESC) contiene anche nominativi ed entità di
organizzazioni terroristiche endogene (cioè interne agli Stati membri, come ad esempio
l’ETA) che non vengono riprese dalla lista allegata al Regolamento 2580/2001. Tale
difformità è determinata dall’attuale posizione, secondo cui il Regolamento può
riguardare solo una minaccia esterna all’Unione, che giustifichi un evidente riferimento al
II pilastro. Questa circostanza ricorre sicuramente nel caso delle reti terroristiche
internazionali. Attualmente, quindi, per le organizzazioni endogene vale solo
l’orientamento politico (contenuto sempre nelle stesse posizioni comuni) di rafforzare la
cooperazione amministrativa e giudiziaria, nell’ambito del III pilastro.
In generale (sia per minacce esogene che endogene), per quanto attiene all’applicazione di
misure specifiche di cooperazione di polizia e giudiziaria per la lotta al terrorismo
(sollecitata, come già visto, anche dalla posizione comune 2001/931/PESC), è stata
163
avanzata dal Regno di Spagna una iniziativa tesa all’adozione di uno specifico
provvedimento da parte del Consiglio dell’Unione Europea (2002/C126/15).
Questa iniziativa prevede la designazione, da parte di ciascuno Stato membro, di un punto
di contatto tra i suoi servizi di polizia. Tale punto di contatto avrà accesso alle
informazioni645 pertinenti in merito alle indagini penali condotte dalle autorità di polizia,
riguardanti i reati terroristici in cui siano implicati persone, gruppi o entità che figurano
nell’elenco allegato alla posizione comune 2001/931/PESC.
Le informazioni raccolte dal punto di contatto dovranno essere comunicate ad Europol,
conformemente a quanto disposto dalla Convenzione Europol.
Ciascuno Stato membro, inoltre, dovrà nominare anche un punto di contatto nell’ambito
del proprio sistema giudiziario, che abbia accesso alle informazioni646 pertinenti in merito
a procedimenti penali avviati dalle Autorità giudiziarie riguardanti reati terroristici in cui
siano coinvolti persone, gruppi, entità che figurano nell’elenco allegato alla posizione
comune 2001/931/PESC.
Quel punto di contatto sarà il corrispondente nazionale dell’Eurojust, per le questioni
legate al terrorismo nello Stato membro che lo ha designato.
In ogni caso, ciascun Stato membro assicura che le informazioni raccolte dal punto di
contatto “giudiziario” siano comunicate all’Eurojust, in base a quanto disposto dalla
decisione istitutiva di Eurojust.
E’ interessante notare anche la proposta che gli Stati membri assicurino che Europol ed
Eurojust possano scambiarsi le informazioni loro trasmesse, in base ad un accordo di
cooperazione da concludersi tra i due organismi.
Ove approvata nei termini proposti, la decisione del Consiglio prevederà anche che gli
Stati membri si avvalgano appieno delle possibilità offerte dalle squadre investigative
comuni per indagare e reprimere i reati terroristici in cui siano coinvolti persone, gruppi o
entità che figurano nell’elenco allegato alla posizione comune 2001/931/PESC.
8.3 PROVVEDIMENTI RELATIVI ALLA QUESTIONE AFGHANA
Il quadro delle iniziative internazionali e nazionali volte al contrasto del terrorismo non è,
però, completo se non si fa riferimento alla questione afghana, che ha, in definitiva,
costituito l’elemento scatenante anche dalla sopra menzionata reazione.
La necessità di analizzare anche tale filone normativo è resa pressante, in particolare, dal
fatto che è in tale ambito che viene trattata l’organizzazione Al-Qaida, facente capo ad
Usama bin Laden.
Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (quadro generale delle
premesse e delle richieste nei prospetti 16 ed 17) dapprima fanno riferimento, in generale,
al confronto militare in corso in Afghanistan ed alle fazioni afghane in lotta e, poi,
progressivamente si concentrano esplicitamente sulla fazione dei Talibani (dalla ris.
645
Almeno i dati per l’identificazione della persona, gruppo o entità, gli atti oggetto dell’indagine, il collegamento con
altri casi, il ricorso a tecnologie di comunicazione, la minaccia rappresentata dal possesso di armi di distruzione di
massa.
646
Almeno i dati per l’identificazione della persona, gruppo o entità, gli atti oggetto dell’indagine, il collegamento con
altri casi, le richieste di assistenza reciproca, comprese le rogatorie, nonché i relativi risultati.
164
1193/1998), su Usama bin Laden (dalla ris. 1267/1999) e sulla rete Al-Qaida (dalla ris.
1378/2001647).
Può essere utile, altresì, osservare la successione cronologica degli interventi del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite (vgs. prospetto 18). L’attenzione è dapprima
principalmente rivolta al conflitto afghano, in relazione al quale il Consiglio di sicurezza
prevede le prime specifiche misure sanzionatorie con la risoluzione 1267 dell’ottobre 1999,
rafforzate ed allargate esplicitamente, nel dicembre 2000, all’organizzazione terroristica AlQuaida (risoluzione 1333).
E’ con gli attacchi del 11 settembre 2001 che l’azione del Consiglio di sicurezza nei
confronti del terrorismo internazionale - che già aveva preso corpo dopo gli attentati alle
rappresentanze diplomatiche in Kenya e Tanzania – assume notevole concretezza, fino alle
previsione di uno specifico sistema di misure di contrasto, con la risoluzione 1373 del 28
settembre 2001.
In ogni caso deve essere sottolineato sin d’ora che il sistema di misure nei confronti della
fazione dei Talibani e della rete Al-Qaida nasce in modo separato rispetto a quello rivolto al
terrorismo internazionale. Questa diversa genesi ha prodotto due filoni d’azione paralleli
che hanno condotto a provvedimenti dell’Unione Europea e nazionali non sovrapponibili.
A tal proposito, è significativo notare come tra le premesse del predetto regolamento
2580/2001 sul terrorismo internazionale, figura la seguente affermazione: ”La comunità
europea ha già attuato le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
1267/1999 e 1333/2000, adottando il regolamento (CE) n.467/2001, congelando le attività
di determinate persone e gruppi e pertanto tali persone e gruppi non sono contemplate dal
presente regolamento”. In definitiva, quindi, i membri dell’organizzazione Al-Qaida non
sono oggetto del sistema di misure previsto per il terrorismo internazionale in generale,
ma rimangono incardinati in quello nato dalla situazione afghana.
Per questo, è opportuno proseguire anche nell’esame, seppur rapido, dei provvedimenti
specificamente legati alle risoluzioni di cui ai prospetti 16 ed 17.
L’insieme degli orientamenti e delle misure adottate dall’Unione Europea (prospetti 19 e
20648) non si discosta in modo significativo da quanto illustrato con riferimento al
terrorismo internazionale.
Prima dell’entrata in vigore del Reg. n. 881/2002, sussisteva una rilevante differenza
rispetto al meccanismo di congelamento del reg. 2580/2001 (relativo al terrorismo
internazionale), in quanto oggetto del provvedimento erano solo i capitali e le altre risorse
finanziarie riferibili ai Talibani o ad Usama bin Laden ed alle persone ed entità associate.
Adesso, il reg. 881/2002 (sulla scia della risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 1390 del
16 gennaio 2002) fa esplicito riferimento anche alle risorse economiche.
647
La prima risoluzione successiva agli attacchi dell’11 settembre.
Dal raffronto tra posizioni comuni e regolamenti prima e dopo il 27 maggio 2002 (giorno dell’approvazione della
posizione 2002/402/PESC e del regolamento 881/2002, attualmente in vigore), emerge che i cambiamenti sono
essenzialmente legati alla sconfitta del regime dei Talibani, a seguito dell’intervento armato internazionale. Infatti,
prima del 27 maggio 2002, orientamenti e misure avevano come riferimento il territorio controllato dai Talibani e
comprendevano previsioni che presuppongono il preesistente controllo del territorio e del governo (ad esempio, il
divieto di decollo o atterraggio di aeromobili, la chiusura di uffici delle linee aeree). Dopo tale data, il riferimento è alle
persone (Usama bin Laden, membri di Al-Qaida, Talibani) e rimangono gli orientamenti e le misure di divieto di
fornitura, divieto di consulenza, congelamento, divieto di messa a disposizione, divieto di ingresso e transito.
648
165
Prima di procedere ancora nell’analisi dell’assetto normativo rivolto al contrasto al
terrorismo internazionale, può essere interessante fornire, anche per il sistema di misure
riferite ai Talibani ed Al-Quaida, una lettura trasversale che arrivi fino ai provvedimenti
adottati a livello nazionale. A tal proposito, è stato elaborato il prospetto 21. Anche in
quest’ambito, emergono dei ruoli attribuiti alle cosiddette Autorità competenti degli Stati
membri649.
649
Per l’Italia, il Comitato di Sicurezza finanziaria, istituito nell’ambito del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
166
8.4 IL CONCETTO DI CONGELAMENTO EX REG. 881
Da notare, peraltro, che il reg. 881/2002 formula una distinta definizione di
“congelamento di risorsa economica”, che non viene, invece, fornita dal reg. 2580/2001. In
tale ottica, quindi, può essere utile per una migliore interpretazione del concreto
significato da attribuire al concetto di congelamento, anche nell’ambito del filone
normativo riguardante il terrorismo internazionale in generale (2580/2001).
Con tale provvedimento, in sostanza, viene interdetta l’utilizzazione della risorsa
economica, al fine di impedire l’ottenimento di fondi, beni o servizi. In altre parole,
sembra potersi affermare che il blocco dell’utilizzazione – cioè il congelamento - può
essere attuato se e nella misura in cui sia finalizzato a questo obiettivo.
Altra differenza sostanziale, tuttora sussistente, risiede nella formazione della lista,
allegata al regolamento n. 881/2002, di persone, entità e organismi destinatari delle misure
di contrasto. Come per il sistema di contrasto al terrorismo internazionale, assume
rilevanza centrale tale lista di nominativi. Non vengono, però, precisati i principi da
seguire per l’integrazione e modificazione dell’elenco, che sono, in ogni caso, affidate alla
Commissione europea e non al Consiglio dell’Unione Europea. Inoltre, viene
esplicitamente previsto che la Commissione agisce sulla base delle decisioni del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite o del Comitato per le sanzioni contro i Talibani.
Sembrerebbe, così, emergere un ruolo sostanzialmente “passivo” della Commissione
europea, che, peraltro, è un organismo “tecnico” e non di alto livello politico come il
Consiglio dell’Unione Europea.
Il Comitato per le sanzioni contro i Talibani, che costituisce, quindi, centrale punto di
riferimento per il sistema di misure relativo ai Talibani ed Al-Qaida, è un organo del
Consiglio di sicurezza appositamente costituito per la concreta implementazione delle
risoluzioni 1267/1999, 1333/2000 e, da ultimo, 1390/2002.
Tale Comitato è incaricato, appunto, di mantenere una lista aggiornata, basata su
informazioni fornite da Stati ed organizzazioni regionali, degli individui ed entità indicati
come associati ad Usama bin Laden, inclusi quelli dell’organizzazione Al.Qaida; è seguendo
tale canale che gli Stati possono entrare nel meccanismo di formazione della lista650.
650
L’ultimo rapporto del già citato monitoring group delle Nazioni Unite evidenzia la necessità che gli Stati
sottomettano al Comitato, al fine del possibile aggiornamento della lista, i nomi ed i dati identificativi di membri ed
associati di Al-Qaida e dei Talibani. In particolare, i nomi di persone ed entità le cui attività sono state congelate dai
singoli Stati sulla base dell’appartenenza o dell’associazione ad Al-Qaida e Talibani e che ancora non appaiono sulla
lista 881, devono essere sottoposti al Comitato stesso. Second report of the monitoring group, 9/2002
167
8.5 DEFINIZIONI ESSENZIALI IN AMBITO UE (DECISIONE QUADRO
13/6/2002/475/GAI)
Prima di passare ad una breve illustrazione dei soggetti oggi attivi nel panorama
internazionale della lotta al terrorismo, deve essere menzionata la recente approvazione,
da parte Consiglio dell’Unione Europea, di una specifica decisione quadro – la
2002/475/GAI del 13 giugno – che definisce, tra l’altro, ciò che gli ordinamenti giuridici
nazionali dovrebbero considerare651:
reato terroristico: certi atti intenzionali (specificati dalla decisione652) definiti reati
in base al diritto nazionale che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave
danno a un paese o a un'organizzazione internazionale, quando sono commessi al
fine di:
o intimidire gravemente la popolazione;
o costringere indebitamente i poteri pubblici o un'organizzazione
internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto;
o destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche fondamentali,
costituzionali, economiche o sociali di un paese o un'organizzazione
internazionale.
organizzazione terroristica: l'associazione strutturata di più di due persone,
stabilita nel tempo, che agisce in modo concertato allo scopo di commettere dei reati
terroristici. Il termine "associazione strutturata" designa un'associazione che non si
è costituita fortuitamente per la commissione estemporanea di un reato e che non
deve necessariamente prevedere ruoli formalmente definiti per i suoi membri,
continuità nella composizione o una struttura articolata;
reato riconducibile ad un’organizzazione terroristica: la direzione di
un’organizzazione terroristica, la partecipazione alle attività di un’organizzazione
terroristica, anche fornendole informazioni o mezzi materiali, ovvero tramite
qualsiasi forma di finanziamento delle sue attività, nella consapevolezza che tale
partecipazione contribuirà alle attività criminose dell’organizzazione terroristica;
reato connesso alle attività terroristiche: furto aggravato, estorsione e formazione
di documenti amministrativi falsi, collegati a reati di terrorismo.
Viene altresì richiesta ad ogni Stato l’adozione delle misure necessarie a stabilire la propria
giurisdizione per i reati in questione e vengono delineate le modalità di coordinamento da
seguire nel caso in cui il reato rientri nella giurisdizione di più Stati membri.
E’ previsto l’adeguamento a questa decisione quadro entro il 31 dicembre 2002.
651
Sono riportati solo sintetici cenni; per le complete e precise definizioni, si rimanda alla lettura della decisione
quadro.
652
Tra cui, ad esempio, attentati alla vita, sequestro di persona e cattura di ostaggi, distruzioni di vasta portata di
strutture governative o pubbliche, sistemi di trasporto, infrastrutture, compresi i sistemi informatici, sequestro di
aeromobili o navi o di altri mezzi di trasporto collettivo, fabbricazione, detenzione, acquisto, trasporto, fornitura o uso
di armi da fuoco, esplosivi, armi atomiche, biologiche e chimiche.
168
Prospetto 10
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
riferite al terrorismo internazionale
1189 del 13 agosto 1998, 1269 del 19 ottobre 1999, 1368 del 12 settembre 2001, 1373 del 28
settembre 2001, 1377 del 12 novembre 2001
Principali premesse citate
Gli atti di terrorismo internazionale del 7 agosto 1998 in Kenya e Tanzania.
Gli attacchi terroristici del 11 settembre 2001 in New York, Washington e Pennsylvania.
La preoccupazione per l’incremento degli atti di terrorismo internazionale motivati da
intolleranza ed estremismo, che costruiscono una seria minaccia per tutti gli Stati e l’umanità intera.
La convinzione che la soppressione degli atti di terrorismo internazionale è essenziale per il
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
La determinazione della comunità internazionale ad eliminare il terrorismo internazionale e
tutte le sue forme di manifestazione.
La stretta connessione tra terrorismo internazionale e criminalità transnazionale, sostanze
stupefacenti, riciclaggio, traffico illegale di armi, movimenti illegali di materiali nucleari,
chimici, biologici, che richiede un miglioramento del coordinamento degli sforzi per rafforzare una
risposta globale a questa grave sfida e minaccia alla sicurezza internazionale.
Il dovere di ogni Stato membro di astenersi dall’organizzare, istigare, assistere, partecipare ad
atti terroristici in altri Stati.
Il dovere di ogni Stato membro di non acconsentire allo svolgimento di attività organizzate,
nell’ambito del suo territorio, volte alla commissione di atti terroristici.
L’evidenziazione che il finanziamento, la pianificazione e la preparazione e qualsiasi altra
forma di supporto agli atti di terrorismo internazionale sono contrari ai propositi ed ai principi
della Carta delle Nazioni Unite.
L’esigenza di rafforzare la cooperazione tra Stati, al fine di adottare efficaci misure per
prevenire, combattere ed eliminare tutte le forme di terrorismo che colpiscono l’intera comunità
internazionale. In particolare, viene richiamata la necessità, per gli Stati, di adottare misure
addizionali volte a prevenire e reprimere, nel proprio territorio, il finanziamento e la
preparazione di atti terroristici.
Il supporto agli sforzi per promuovere una partecipazione universale alle esistenti Convenzioni
internazionali contro il terrorismo.
Il diritto all’autodifesa individuale e collettiva riconosciute dalla Carta delle Nazioni Unite.
Prospetto 11
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
riferite al terrorismo internazionale
1189 del 13 agosto 1998, 1269 del 19 ottobre 1999, 1368 del 12 settembre 2001, 1373 del 28
settembre 2001, 1377 del 12 novembre 2001
Principali richieste succedutesi nel tempo
Cooperazione, da parte di tutti gli Stati ed istituzioni internazionali, con riferimento alle
investigazioni in Kenya, Tanzania e negli Stati Uniti (1189/1998).
Adozione di misure efficaci per la cooperazione in materia di sicurezza, al fine di prevenire atti
terroristici e di perseguire e punire gli autori di tali atti (1189/1998, 1368/2001).
Piena implementazione delle convenzioni sul terrorismo internazionale di cui gli Stati sono parte
ed adesione a quelle di cui ancora non sono parte (1269/1999, 1368/2001).
Iniziative al fine di (1269/1999, 1368/2001):
- cooperare tra loro, sul piano bilaterale e multilaterale, per prevenire e sopprimere gli atti
terroristici, proteggere i propri connazionali e le altre persone, portare davanti alla giustizia gli
autori di tali atti;
- prevenire e sopprimere, nei propri territori, la preparazione ed il finanziamento di atti
terroristici;
- negare rifugio ai chi pianifica, finanzia e commette atti terroristici;
- adottare appropriate misure, al fine di assicurare che chi avanza domanda di asilo non abbia
partecipato ad atti terroristici;
- scambiare informazioni e cooperare su questioni amministrative e giudiziarie, al fine di
prevenire la commissione di atti terroristici.
- Cooperare, al fine di portare davanti alla giustizia gli autori, organizzatori, sponsor degli attacchi
terroristici dell’11 settembre (1368/2001).
RISOLUZIONE 1373/2001
a.1373. prevenire e sopprimere il finanziamento di atti terroristici;
b.1373. criminalizzare la provvista e la raccolta intenzionali, dirette o indirette, di fondi da parte
di propri cittadini o nei propri territori, con la finalità che i fondi siano usati, o sapendo che
essi saranno usati, per atti terroristici;
c.1373. congelare, senza ritardo, fondi e altre attività finanziarie o risorse economiche di persone
che commettono, o tentano di commettere, atti terroristici o partecipano o ne agevolano la
commissione; di entità di proprietà o controllate, direttamente o indirettamente, da tali
persone; di persone o entità che operano per conto di, o sotto la direzione di, tali persone ed
entità. Sono inclusi i fondi derivati o generati da proprietà possedute o controllate,
direttamente o indirettamente, da tali persone e da entità e persone associate;
d.1373. proibire ai propri cittadini ed a qualsiasi persona o entità nei propri territori di rendere
disponibili, direttamente o indirettamente, fondi, attività finanziarie o risorse economiche,
servizi finanziari o altri servizi connessi a beneficio di persone che commettono, o tentano
di commettere, o agevolano o partecipano alla commissione di atti terroristici; di entità di
proprietà o controllate, direttamente o indirettamente, da tali persone; di persone o entità che
operano per conto di, o sotto la direzione di, tali persone;
e.1373. astenersi dal fornire ogni forma di supporto, attivo o passivo, ad entità o persone
coinvolte in atti terroristici. E’ inclusa la soppressione del reclutamento di membri di gruppi
terroristici e la fornitura di armi ai terroristi medesimi;
f.1373. intraprendere le necessarie iniziative per prevenire la commissione di atti terroristici,
compresa la comunicazione ad altri Stati di early warning, tramite scambio di informazioni;
g.1373. negare rifugio a chi finanzia, pianifica, agevola o commette atti terroristici, o, a sua volta
fornisce rifugio ai medesimi;
h.1373. negare a chi finanzia, pianifica, agevola o commette atti terroristici di usare il proprio
territorio per svolgere tali attività contro altri Stati ed i loro cittadini;
i.1373. Assicurare che chi partecipa al finanziamento, pianificazione, preparazione, perpetrazione di
atti terroristici o al supporto degli stessi sia portato davanti alla giustizia. Assicurare che gli
atti terroristici siano considerati dalla legislazione e regolamentazione nazionale come reati
gravi adeguatamente puniti;
l.1373. prestarsi reciprocamente la massima assistenza nelle investigazione criminali e nei relativi
procedimenti sul finanziamento o supporto di atti terroristici, inclusa assistenza
nell’ottenere prove necessarie ai suddetti procedimenti;
m.1373. impedire il movimento dei terroristi o gruppi terroristici attraverso efficaci controlli alle
frontiere e sull’emissione di documenti d’identità e di viaggio e attraverso misure per
prevenire contraffazione, alterazione, uso fraudolento di documenti d’identità e di viaggio;
n.1373. trovare modalità per intensificare ed accelerare lo scambio di informazioni operative,
soprattutto per quanto concerne le azioni ed i movimenti di terroristi o reti terroristiche,
documenti di viaggio falsi o falsificati, traffico di armi, esplosivi e materiali sensibili, uso di
tecnologie della comunicazione da parte di gruppi terroristici e la minaccia rappresentata dal
possesso di armi di distruzione di massa da parte di gruppi terroristici;
o.1373. scambiare informazioni, in conformità al diritto nazionale ed internazionale, e cooperare
in campo amministrativo e giudiziario per prevenire la commissione di atti terroristici;
p.1373. cooperare, al livello bilaterale e multilaterale, per prevenire e reprimere attacchi
terroristici ed agire contro gli autori di tali atti;
q.1373. aderire alle convenzioni e protocolli relativi al terrorismo, inclusa la Convenzione sulla
soppressione del finanziamento al terrorismo del 9.12.1999, ed implementarle pienamente
(per l’Italia è arrivato alla fase conclusiva il procedimento di ratifica di questa Convenzione,
che peraltro richiede limitati interventi di adattamento nel nostro sistema normativo, in
particolare attinenti alla responsabilità delle persone giuridiche);
r.1373. adottare appropriate misure, al fine di assicurare che lo status di rifugiato non sia concesso
a chi abbia pianificato, agevolato o partecipato alla commissione di atti terroristici e
che tale status non sia sfruttato da chi ha perpetrato, agevolato o finanziato atti
terroristici.
Creato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il Counter-terrorism Committee del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ris. 1373/2001), avente i seguenti compiti:
- monitorare l’implementazione della risoluzione 1373/2001;
- individuare modalità di assistenza agli Stati per tale implementazione, quali la promozione di best
practice, inclusa la preparazione di modelli legislativi.
Prospetto 12
Posizioni comuni del Consiglio dell’Unione Europea
riferite al terrorismo internazionale
2001/930/PESC del 27 dicembre 2001, 2001/931/PESC del 27 dicembre 2001, 2002/340/PESC del 2
maggio 2002 (abrogata), 2002/462/PESC del 17 giugno 2002
Principali orientamenti succedutesi nel tempo
Perseguibilità della messa a disposizione o della raccolta intenzionali, con qualsiasi mezzo,
direttamente o indirettamente, di capitali da parte di cittadini o nel territorio di ciascuno degli
Stati membri dell’Unione Europea con il proposito, o la consapevolezza, di un loro utilizzo per
compiere atti terroristici.
Congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie o economiche delle:
- persone che compiono, o tentano di compiere, atti terroristici o vi prendono parte o li agevolano;
- entità possedute o controllate direttamente o indirettamente da tali persone;
- persone ed entità che agiscono a nome o sotto la guida di tali persone ed entità,
Sono inclusi i capitali provenienti o generati da beni posseduti o controllati direttamente o
indirettamente da tali persone o da persone ed entità ad esse associate.
I capitali, le risorse finanziarie o economiche, i servizi finanziari o altri servizi connessi non
sono messi a disposizione, direttamente o indirettamente, delle predette persone ed entità.
Adozione di idonee misure volte a reprimere qualsiasi forma di sostegno, attivo o passivo, ad
entità o persone coinvolte in atti terroristici, incluse misure destinate alla repressione del
reclutamento di membri di gruppi terroristici e alla soppressione della fornitura di armi ai terroristi.
Adozione di misure volte a prevenire la perpetrazione di atti terroristici, anche attraverso il
ricorso all’allarme tempestivo (early warnings) tra Stati membri o Stati membri e Paesi terzi
mediante scambi di informazioni.
Diniego di protezione alle persone che finanziano, progettano, sostengono o commettono atti
terroristici, o assicurano rifugio al terrorismo.
Impedimento all’utilizzo dei territori degli Stati membri dell’Unione Europea, alle persone che
finanziano, progettano agevolano, o commettono atti terroristici contro gli stessi Stati o i Paesi terzi o
i loro cittadini.
Obbligo di assicurare alla giustizia le persone che partecipano al finanziamento, progettazione,
preparazione e la perpetrazione di atti terroristici o al sostegno di atti terroristici. Classificazione di
“atto terroristico” quale reato grave dalle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati
membri; le relative pene dovranno, pertanto rispecchiare adeguatamente tale livello di gravità
Gli Stati membri si prestano reciprocamente, o prestano ai Paesi terzi, la massima assistenza in
relazione alle indagini giudiziarie o alle azioni penali concernenti il finanziamento o il sostegno
di atti terroristici in conformità al diritto internazionale e interno.
Impedimento dei movimenti di terroristi o gruppi terroristici, attraverso:
- efficaci controlli alle frontiere nonché sul rilascio dei documenti di identità e di viaggio;
- misure volte a prevenire la contraffazione, la falsificazione e l’uso fraudolento di documenti di
identità e di viaggio.
Adozione di misure volte all’intensificazione ed all’accelerazione dello scambio di informazioni
operative.
Scambio di informazioni, tra Stati membri e tra questi ultimi ed i Paesi terzi, in conformità del
diritto internazionale e interno e potenziamento della cooperazione amministrativa e giudiziaria al
fine di prevenire la perpetrazione di atti terroristici.
Potenziamento della cooperazione tra Stati membri e tra questi ultimi e Paesi terzi, in particolare
attraverso accordi e intese bilaterali e multilaterali, per prevenire e reprimere attentati
terroristici e procedere contro le persone che li compiono.
Adesione da parte degli Stati membri alle pertinenti convenzioni e protocolli internazionali
concernenti il terrorismo e loro piena attuazione.
Adozione di misure appropriate conformemente alle pertinenti disposizioni legislative nazionali e
internazionali, ivi incluse le norme internazionali sui diritti dell’uomo, al fine di garantire che lo
status di rifugiato non sia concesso a chi abbia progettato o agevolato la perpetrazione di atti
terroristici o vi abbia partecipato.
Adozione di misure in conformità del diritto internazionale finalizzate a garantire che le persone
che compiono, organizzano o agevolano atti terroristici non approfittino dello status di “rifugiato”
e che l’invocazione di motivi politici non sia riconosciuta come ragione per respingere richieste di
estradizione di presunti terroristi.
La posizione comune 2001/931/PESC introduce una lista delle persone, gruppi ed entità coinvolti in
atti terroristici, nonché:
- il significato, in generale di “persone, gruppi ed entità coinvolti in atti terroristici”, di “atto
terroristico”, di “gruppo terroristico”;
- i criteri di definizione ed aggiornamento della predetta lista:
• essere basata su informazioni precise o elementi del fascicolo da cui risulta che un’autorità
competente ha preso una decisione nei confronti delle persone, gruppi ed entità interessati, si
tratti dell’apertura di indagini o di azioni penali per un atto terroristico, il tentativo di
commetterlo, la partecipazione a tale atto o la sua agevolazione, basate su prove o indizi seri e
credibili, o si tratti di una condanna per tali fatti. Nella lista possono essere inclusi persone,
gruppi ed entità individuati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come collegati al
terrorismo e contro i quali esso ha emesso delle sanzioni;
• inserimento di dettagli sufficienti a consentire l’effettiva identificazione di esseri umani,
persone giuridiche, entità o organismi;
• revisione almeno semestrale,
Con riferimento alle persone, gruppi o entità della lista (ultimo aggiornamento della lista contenuto
nella posizione comune 2002/462/PESC):
- ordina il congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie o economiche;
- garantisce che i capitali, le risorse finanziarie o economiche o i servizi finanziari o altri servizi
connessi non siano messi a disposizione, direttamente o indirettamente;
- richiama ad avvalersi appieno degli esistenti strumenti di cooperazione di polizia e giudiziaria.
Prospetto 13
Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea
riferito al terrorismo internazionale
Regolamento (CE) n. 2580/2001 del 27 dicembre 2001 (vgs. anche decisione del Consiglio
2001/927/CE del 27 dicembre 2001, contenente il primo elenco di persone, aggiornato, poi, dalla
decisione 2002/334/CE del 2 maggio 2002 e, da ultimo, dalla decisione 2002/460/CE del 17 giugno
2002 )
Principali contenuti
Definizione di “capitali, altre attività finanziarie e risorse economiche” (attività di qualsiasi
natura, materiali o immateriali, mobili o immobili …).
Definizione di “congelamento” .
Definizione di “servizio finanziario” (è inserito anche un elenco esemplificativo).
Definizione di “atto terroristico” (riferimento diretto alla posizione comune 2001/931/PESC).
Definizione di possesso e di controllo di una persona giuridica, gruppo o entità.
Congelamento di tutti i capitali, le altre attività finanziarie e le risorse economiche di cui una
persona fisica o giuridica, gruppo o entità ricompresi in specifica lista detenga la proprietà o il
possesso.
Divieto di mettere, direttamente o indirettamente, a disposizione delle persone fisiche o
giuridiche, gruppo o entità in specifica lista, capitali, altre attività finanziarie e risorse
economiche.
Divieto di prestare servizi finanziari alle persone fisiche o giuridiche, gruppi o entità in specifica
lista.
Divieto di partecipazione, consapevole e intenzionale, ad attività che abbiano per oggetto o per
effetto, direttamente o indirettamente, l’elusione delle tre misure sopra indicate (congelamento,
divieto di messa a disposizione, divieto di prestazione).
Obbligo per le banche, le altre istituzioni finanziarie, le società di assicurazioni, gli altri organismi e
le altre persone, di fornire immediatamente tutte le informazioni atte ad agevolare l’osservanza
delle misure previste dal regolamento (quali i conti e gli importi congelati) e di collaborare con le
autorità competenti per verificare le informazioni fornite. Le autorità competenti sono in allegato
al regolamento (per l’Italia, il Ministero dell’Economia e delle Finanze). L’allegato può essere
modificato dalla Commissione, in base alle informazioni fornite dagli Stati membri.
Gli Stati membri, il Consiglio e la Commissione si informano reciprocamente delle misure
adottate ai sensi del regolamento e si comunicano le informazioni in loro possesso al medesimo
connesse (in particolare, informazioni relative ad elusioni ed informazioni ricevute in base al previsto
obbligo in capo a banche … - entrambe confluiscono alle autorità competenti indicate dall’allegato - ,
informazioni riguardanti le violazioni ed i problemi di applicazione o le sentenze pronunciate dai
tribunali nazionali).
La LISTA delle persone, gruppi, entità ai quali si applica il regolamento:
a. è elaborata, riesaminata, modificata dal Consiglio dell’Unione Europea, con deliberazione
unanime;
b. è basata su informazioni o elementi relativi a decisioni di un’autorità giudiziaria o equivalente
(viene fatto diretto rinvio alla posizione comune 2001/931/PESC);
c. contiene dettagli sufficienti a consentire l’effettiva identificazione (viene fatto diretto rinvio alla
posizione comune 2001/931/PESC);
d. è riesaminata almeno semestralmente (diretto rinvio alla posizione comune 2001/931/PESC);
e. include persone fisiche, persone giuridiche, gruppi o entità che commettono o tentano di
commettere atti terroristici, che partecipano alla loro esecuzione o che la facilitano;
f. include persone giuridiche, gruppi o entità di proprietà o sotto il controllo di una o più persone
fisiche o giuridiche, dei gruppi e delle entità di cui al punto e.;
g. include persone fisiche o giuridiche, gruppi o entità che agiscano per conto o su incarico di una
o più persone fisiche o giuridiche, dei gruppi e delle entità di cui al punto e.
Criminalizzare la provvista e la
raccolta intenzionali, dirette o indirette,
di fondi da parte di propri cittadini o nei
propri territori, con la finalità che i fondi
siano usati, o sapendo che essi saranno
usati, per atti terroristici. (Ris.
1373/2001).
Proibire ai propri cittadini ed a qualsiasi
persona o entità nei propri territori di
rendere disponibili, direttamente o
indirettamente,
fondi,
attività
finanziarie o risorse economiche … a
beneficio di persone che commettono, o
tentano di commettere, o agevolano o
partecipano alla commissione di atti
terroristici; di entità di proprietà o
controllate, direttamente o indirettamente,
da tali persone; di persone o entità che
operano per conto di, o sotto la direzione
di, tali persone. (Ris. 1373/2001).
RICHIESTE DA RISOLUZIONI DEL
CONSIGLIO DI SICUREZZA
DELL’ONU
Prospetto 14
REGOLAMENTI
COMMISSIONE EUROPEA
Divieto di mettere, direttamente o
indirettamente, a disposizione delle
persone fisiche o giuridiche, gruppo
o entità indicate in apposito allegato
(*),
capitali,
altre
attività
finanziarie e risorse economiche.
(Art. 2, paragrafo 1, Reg.
2580/2001).
Divieto
di
partecipazione,
consapevole e intenzionale, ad
attività che abbiano per oggetto o per
effetto,
direttamente
o
indirettamente, di eludere il predetto
divieto di mettere a disposizione.
(Art. 3, paragrafo 1, Reg.
2580/2001).
POSIZIONI COMUNI U.E.
Perseguibilità della messa a disposizione o
della raccolta intenzionali, con qualsiasi
mezzo, direttamente o indirettamente, di
capitali da parte di cittadini o nel territorio
di ciascuno degli Stati membri dell’Unione
Europea
con
il
proposito,
o
la
consapevolezza, di un loro utilizzo per
compiere atti terroristici. (Art. 1 pos.com.
2001/930/PESC)
I capitali, le risorse finanziarie o
economiche...non
sono
messi
a
disposizione, direttamente o indirettamente,
delle:
- persone che compiono, o tentano di
compiere, atti terroristici o vi prendono
parte o li agevolano;
- entità possedute o controllate direttamente
o indirettamente da tali persone, e
- persone ed entità che agiscono a nome o
sotto la guida di tali persone.
(Art. 3 pos.com. 2001/930/PESC)
Deve essere garantito che i capitali, le
risorse finanziarie o economiche non siano
messi a disposizione, direttamente o
indirettamente, delle persone, gruppi ed
entità elencate in apposito allegato. (Art.3
pos.com. 2001/931/PESC).
NORMATIVA NAZIONALE
Nullità degli atti compiuti in
violazione delle disposizioni
recanti … il congelamento di
capitali e di altre risorse
finanziarie (art. 2, L.431/2001).
La violazione delle disposizioni
di cui sopra è punita con una
sanzione
amministrativa
pecuniaria non inferiore alla
metà del valore dell’operazione
Divieto
di
partecipazione, stessa e non superiore al doppio
consapevole e intenzionale, ad del valore medesimo. (art. 2,
attività che abbiano per oggetto o per L.431/2001).
effetto,
direttamente
o
indirettamente, quello di eludere il
predetto congelamento. (Art. 3,
paragrafo 1, Reg. 2580/2001).
Congelamento dei capitali e delle altre
risorse finanziarie o economiche delle:
- persone che compiono, o tentano di
compiere, atti terroristici o vi prendono
parte o li agevolano;
- entità possedute o controllate direttamente
o indirettamente da tali persone;
- persone ed entità che agiscono a nome o
sotto la guida di tali persone ed entità,
inclusi i capitali provenienti o generati da
beni posseduti o controllati direttamente o
indirettamente da tali persone o da persone
ed entità ad esse associate. (Art. 2, pos.com.
2001/930/PESC)
E’ ordinato il congelamento dei capitali e
delle altre risorse finanziarie o economiche
delle persone, gruppi ed entità indicati in
apposito allegato. (Art. 2 pos.com.
2001/931/PESC).
Congelare, senza ritardo, fondi e altre
attività
finanziarie
o
risorse
economiche di persone che commettono,
o tentano di commettere, atti terroristici o
partecipano o ne agevolano la
commissione; di entità di proprietà o
controllate, direttamente o indirettamente,
da tali persone; di persone o entità che
operano per conto di, o sotto la direzione
di, tali persone ed entità. Sono inclusi i
fondi derivati o generati da proprietà
possedute o controllate, direttamente o
indirettamente, da tali persone e da entità
e persone associate. (Ris. 1373/2001).
Congelamento di tutti i capitali, le
altre attività finanziarie e le
risorse economiche di cui una
persona fisica o giuridica, gruppo o
entità indicate in apposito allegato
(*), detenga la proprietà o il
possesso.
(Art. 2, paragrafo 1, Reg.
2580/2001)
Divieto di prestazione di servizi
finanziari destinati alle persone
fisiche o giuridiche, gruppi o entità
indicate in apposito allegato (*).
(Art. 2, paragrafo 2, Reg.
2580/2001.)
Divieto
di
partecipazione,
consapevole e intenzionale, ad
attività che abbiano per oggetto o per
effetto,
direttamente
o
indirettamente, quello di eludere il
predetto divieto di prestazione di
servizi finanziari (Art. 3, paragrafo
1, Reg. 2580/2001).
…i servizi finanziari o altri servizi connessi
non sono messi a disposizione, direttamente
o indirettamente, delle:
- persone che compiono, o tentano di
compiere, atti terroristici o vi prendono
parte o li agevolano;
- entità possedute o controllate direttamente
o indirettamente da tali persone;
- persone ed entità che agiscono a nome o
sotto la guida di tali persone. (Art. 3
pos.com. 2001/930/PESC)
Deve essere garantito che i servizi
finanziari o altri servizi connessi non siano
messi a disposizione, direttamente o
indirettamente, delle persone, gruppi ed
entità elencate in apposito allegato (Art.3
pos.com. 2001/931/PESC).
Proibire ai propri cittadini ed a qualsiasi
persona o entità nei propri territori di
rendere disponibili, direttamente o
indirettamente, … servizi finanziari o
altri servizi connessi a beneficio di
persone che commettono, o tentano di
commettere, o agevolano o partecipano
alla commissione di atti terroristici; di
entità di proprietà o controllate,
direttamente o indirettamente, da tali
persone; di persone o entità che operano
per conto di, o sotto la direzione di, tali
persone. (Ris. 1373/2001).
per il
autorità
- collaborano con le autorità
competenti
elencate
nell’apposito allegato (**) per
verificare
le
informazioni
fornite.
(2) alla Commissione,
tramite
delle
competenti,
(1) alle autorità competenti
dello Stato membro in cui
risiedono o sono situati,
elencate
nell’apposito
allegato (**);
Qualsiasi informazione relativa
all’elusione, già avvenuta o ancora
in corso, delle disposizioni del Reg.
2580/2001, viene comunicata alle
autorità competenti degli Stati
membri, elencate in apposito
allegato (**) ed alla Commissione.
Fatte salve le regole applicabili in
materia
di
rendicontazione,
riservatezza e segreto professionale,
e in applicazione dell’art. 248 del
trattato, le banche, le altre
istituzioni finanziarie, le società di
assicurazioni, gli altri organismi e
le altre persone:
- forniscono immediatamente tutte
le informazioni atte ad agevolare
l’osservanza del Regolamento
2580/2001, quali, ad esempio, i
conti e gli importi congelati in
conformità dell’art. 2:
I
soggetti
indicati
nei
regolamenti
adottati
dal
Consiglio dell’Unione Europea
sono obbligati a comunicare al
Ministero dell’Economia e
delle Finanze, Dipartimento
del Tesoro, l’entità dei capitali
e delle altre risorse finanziarie
oggetto di congelamento, entro
trenta giorni dalla data di entrata
in vigore dei regolamenti
ovvero, se successiva, dalla data
di formazione dei capitali o
delle
risorse
finanziarie.
L’omissione o il ritardo della
comunicazione, al di fuori delle
ipotesi di concorso nelle altre
violazioni previste dal presente
decreto, sono puniti con una
sanzione
amministrativa
pecuniaria non inferiore a un
terzo e non superiore alla metà
dell’importo della sanzione di
cui al comma 2. (Art.2
L.431/.2001)
In ottemperanza agli obblighi
internazionali assunti dall’Italia
nella strategia di contrasto alle
attività connesse al terrorismo
internazionale e al fine di
rafforzare l’attività di contrasto
nelle materie di cui al presente
decreto, è istituito per il
periodo di un anno a decorrere
dalla data di entrata in vigore
del presente decreto e senza
Astenersi dal fornire ogni forma di
supporto, attivo o passivo, ad entità o
persone coinvolte in atti terroristici. E’
inclusa la soppressione del reclutamento
di membri di gruppi terroristici e la
fornitura di armi ai terroristi medesimi
(Ris. 1373/2001)
Adozione di
idonee misure volte a
reprimere qualsiasi forma di sostegno,
attivo o passivo, ad entità o persone
coinvolte in atti terroristici, incluse misure
destinate alla repressione del reclutamento
di membri di gruppi terroristici e alla
soppressione della fornitura di armi ai
terroristi (Art. 4, pos.com. 2001/930/PESC)
Gli Stati membri, il Consiglio e la
Commissione
si
informano
reciprocamente
delle
misure
adottate ai sensi del presente
Regolamento e si comunicano le
informazioni in loro possesso
connesse al presente Regolamento,
in particolare quelle ricevute ai sensi
degli artt. 3 (elusione del
congelamento, del divieto di messa a
disposizione,
del
divieto
di
prestazione di servizi finanziari) e 4
(obblighi di informazione facenti
capo a banche, altre istituzioni
finanziarie ecc.) (Art. 8, Reg.
2580/2001)
Tutte le informazioni fornite o
ricevute ai sensi del presente articolo
sono usate unicamente ai fini per i
quali sono state fornite o ricevute.
Tutte le informazioni ricevute
direttamente dalla Commissione
sono messe a disposizione delle
autorità competenti dello Stato
membro interessato e del Consiglio.
(Art. 4, Reg. 2580/2001)
L. 15 dicembre 2001, n. 438
oneri aggiuntivi a carico del
bilancio dello Stato, presso il
Ministero dell’Economia e
delle Finanze, il Comitato di
Sicurezza Finanziaria (CSF)
(***). (Art. 1, L. 431/2001)
Diniego di protezione alle persone che
finanziano, progettano, sostengono o
commettono atti terroristici, o assicurano
rifugio al terrorismo. (Art. 6, pos.com.
2001/930/PESC)
Impedimento all’utilizzo dei territori degli
Stati membri dell’Unione Europea, alle
persone
che
finanziano,
progettano
agevolano, o commettono atti terroristici
contro gli stessi Stati o i Paesi terzi o i loro
cittadini. (Art. 7, pos.com. 2001/930/PESC)
Obbligo di assicurare alla giustizia le
persone che partecipano al finanziamento,
progettazione,
preparazione
e
la
perpetrazione di atti terroristici o al sostegno
di atti terroristici. (Art. 8, pos.com.
2001/930/PESC)
Classificazione di “atto terroristico” quale
reato grave dalle disposizioni legislative e
regolamentari degli Stati membri; le relative
pene dovranno, pertanto rispecchiare
adeguatamente tale gravità. (Art. 8, pos.com.
2001/930/PESC)
Adozione di misure volte a prevenire la
perpetrazione di atti terroristici, anche
attraverso il ricorso all’allarme tempestivo
tra Stati membri o Stati membri e Paesi
terzi mediante scambi di informazioni. (Art.
5, pos.com. 2001/930/PESC)
Negare rifugio a chi finanzia, pianifica,
agevola o commette atti terroristici o, a
sua volta, fornisce rifugio ai medesimi.
(Ris. 1373/2001).
Negare a chi finanzia, pianifica, agevola
o commette atti terroristici di usare il
proprio territorio per svolgere tali
attività contro altri Stati ed i loro
cittadini. (Ris. 1373/2001).
Assicurare che chi partecipa al
finanziamento,
pianificazione,
preparazione, perpetrazione di atti
terroristici o al supporto degli stessi sia
portato davanti alla giustizia. (Ris.
1373/2001).
Assicurare che gli atti terroristici siano
considerati
dalla
legislazione
e
regolamentazione nazionale come reati
gravi adeguatamente puniti. (Ris.
1373/2001).
Intraprendere le necessarie iniziative per
prevenire la commissione di atti
terroristici, compresa la comunicazione
ad altri Stati di early warning, tramite
scambio
di
informazioni.
(Rsi.
1373/2001).
L. 15 dicembre 2001, n. 438
L. 15 dicembre 2001, n. 438
L. 15 dicembre 2001, n. 438
L. 15 dicembre 2001, n. 438
Impedimento dei movimenti di terroristi o
gruppi terroristici, attraverso:
efficaci controlli alle frontiere
nonché sul rilascio dei documenti di
identità e di viaggio;
misure volte a prevenire la
contraffazione, la falsificazione e l’uso
fraudolento di documenti di identità e di
viaggio.
(Art. 10, pos.com. 2001/930/PESC)
Impedire il movimento dei terroristi o
gruppi terroristici attraverso efficaci
controlli alle frontiere e sull’emissione di
documenti d’identità e di viaggio e
misure per prevenire contraffazione,
alterazione,
uso
fraudolento
di
documenti d’identità e di viaggio (Ris.
1373/2001)
Trovare modalità per intensificare ed Adozione
di
misure
volte
accelerare lo scambio di informazioni all’intensificazione ed all’accelerazione
operative, soprattutto per quanto dello scambio di informazioni operative,
Gli Stati membri si prestano reciprocamente,
o prestano ai Paesi terzi, la massima
assistenza in relazione alle indagini
giudiziarie o alle azioni penali concernenti
il finanziamento o il sostegno di atti
terroristici in conformità del diritto
internazionale e interno, inclusa l’assistenza
nell’acquisizione delle prove in possesso di
uno Stato membro o di un Paese terzo
necessarie per l’azione di giustizia. (Art. 9,
pos.com. 2001/930/PESC)
Nell’ambito della cooperazione di polizia e
giudiziaria in materia penale prevista dal
titolo VI del Trattato sull’Unione Europea,
massima assistenza possibile ai fini della
prevenzione e della lotta contro gli atti
terroristici.
Massimo sfruttamento, su richiesta, dei
poteri di cui si dispone, in virtù di atti
dell’Unione europea e di altri accordi, intese
e convenzioni internazionali vincolanti per
gli Stati membri. (Art. 4, pos.com.
2001/931/PESC).
Prestarsi reciprocamente la massima
assistenza nelle investigazione criminali
e nei relativi procedimenti sul
finanziamento o supporto di atti
terroristici,
inclusa
assistenza
nell’ottenere prove necessarie ai suddetti
procedimenti. (Ris. 1373/2001)
Potenziamento della cooperazione tra Stati
membri e tra questi ultimi e Paesi terzi, in
particolare attraverso accordi e intese
bilaterali e multilaterali, per prevenire e
reprimere attentati terroristici e procedere
contro le persone che li compiono. (Art. 13,
pos.com. 2001/930/PESC)
Adesione da parte degli Stati membri alle
pertinenti convenzioni e protocolli
internazionali concernenti il terrorismo.
(****)(Art. 14, pos.com. 2001/930/PESC)
Rafforzamento della cooperazione e piena
attuazione da parte degli Stati membri, delle
pertinenti convenzioni e protocolli
internazionali concernenti il terrorismo e
Cooperare, a livello bilaterale e
multilaterale,
per
prevenire
e
reprimere attacchi terroristici ed agire
contro gli autori di tali atti (Ris.
1373/2001).
Aderire, quanto prima, alle convenzioni
e protocolli relativi al terrorismo,
inclusa la Convenzione internazionale
sulla soppressione del finanziamento al
terrorismo
del
9.12.1999.
(Ris.
1373/2001).
Rafforzare
la
cooperazione
e
implementare
pienamente
le
convenzioni ed i protocolli relativi al
terrorismo e le risoluzioni di Consiglio
Scambiare informazioni, in conformità
al diritto nazionale ed internazionale, e
cooperare in campo amministrativo e
giudiziario per prevenire la commissione
di atti terroristici. (Ris. 1373/2001).
soprattutto per quanto concerne le azioni o i
movimenti di terroristi o reti terroristiche,
documenti di viaggio falsi o falsificati,
traffico di armi, esplosivi e materiali
sensibili,
uso
di
tecnologie
della
comunicazione da parte di gruppi terroristici
e la minaccia rappresentata dal possesso di
armi di distruzione di massa da parte di
gruppi terroristici. (Art. 11, pos.com.
2001/930/PESC)
Scambio di informazioni, tra Stati membri
e tra questi ultimi ed i Paesi terzi, in
conformità del diritto internazionale e
interno
e
potenziamento
della
cooperazione amministrativa e giudiziaria
al fine di prevenire la perpetrazione di atti
terroristici.
(Art.
12,
pos.com.
2001/930/PESC)
concerne le azioni ed i movimenti di
terroristi o reti terroristiche, documenti di
viaggio falsi o falsificati, traffico di armi,
esplosivi e materiali sensibili, uso di
tecnologie della comunicazione da parte
di gruppi terroristici e la minaccia
rappresentata dal possesso di armi di
distruzione di massa da parte di gruppi
terroristici. (Ris. 1373/2001)
Adozione
di
misure
appropriate
conformemente alle pertinenti disposizioni
legislative nazionali e internazionali, ivi
incluse le norme internazionali sui diritti
dell’uomo, al fine di garantire che il
richiedente asilo non abbia progettato o
agevolato la perpetrazione di atti
terroristici e mai vi abbia partecipato.
(Art. 16, pos.com. 2001/930/PESC)
Assicurare, in conformità con il diritto
internazionale, che lo status di rifugiato
non sia sfruttato da chi ha perpetrato,
agevolato o finanziato atti terroristici e
che l’invocazione di motivi politici non
sia riconosciuta come ragione per
respingere richieste di estradizione di
presunti terroristi. (Ris. 1373/2001)
Adozione di misure in conformità del diritto
internazionale finalizzate a garantire che le
persone che compiono, organizzano o
agevolano atti terroristici non approfittino
dello status di “rifugiato” e che
l’invocazione di motivi politici non sia
riconosciuta come ragione per respingere
richieste di estradizione di presunti
terroristi.
(Art. 17, pos.com. 2001/930/PESC).
(*) Il Consiglio dell’Unione europea, deliberando all’unanimità, elabora, riesamina, modifica l’elenco di persone, gruppi o entità ai quali si applica il Reg.
2580/2001, seguendo i principi dettati dalla posizione comune 2001/931/PESC.
(**) Elenco allegato al Reg. 2580/2001 (che individua, per l’Italia, il Ministero dell’Economia e delle Finanze) modificabile dalla Commissione in base alle
informazioni fornite dagli Stati membri.
(***) Veggasi apposita scheda illustrativa, più avanti in questo capitolo.
(****) In allegato alla posizione comune 2001/930/PESC, è riportato un elenco di 13 convenzioni e protocolli internazionali in materia di terrorismo.
Adottare
appropriate
misure,
conformemente
alle
pertinenti
disposizioni nazionali ed internazionali,
ivi incluse le norme internazionali sui
diritti dell’uomo, al fine di assicurare
che lo status di rifugiato non venga
concesso a chi abbia pianificato,
agevolato
o
partecipato
alla
commissione di atti terroristici. (Ris.
1373/2001).
di sicurezza relative al fenomeno (Ris. delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite. (Art. 15, pos.com.
1373/2001).
2001/930/PESC)
Prospetto 15
Art. 270-bis Codice Penale
(Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico).
Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di
atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico è punito con la reclusione da sette
a quindici anni. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Ai fini
della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato
estero, un'istituzione e un organismo internazionale. Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la
confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il
prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego.
Art. 270-ter Codice Penale
(Assistenza agli associati).
Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di
trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano alle associazioni indicate negli
articoli 270 e 270-bis è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se l'assistenza è prestata
continuativamente. Non è punibile chi commette il fatto in favore di un prossimo congiunto.
Strumenti di contrasto a delitti con finalità di terrorismo
INTERCETTAZIONI [1]
STRUMENTO
PRESUPPOSTO
[1]
Intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di
telecomunicazioni;
Intercettazione di comunicazioni tra presenti.
Necessità per lo svolgimento delle indagini ove sussistano sufficienti indizi.
Estensione dell’applicabilità dell’art. 13 del Decreto Legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni,
dalla legge 12 luglio 1991, n. 203.
INTERCETTAZIONE E CONTROLLI PREVENTIVI SULLE COMUNICAZIONI [2]
STRUMENTO
Intercettazione di comunicazioni o conversazioni tra presenti anche se queste ultime
avvengono nei luoghi indicati dall’art. 614 del codice penale.
PRESUPPOSTO
Elementi investigativi che giustifichino l’attività di prevenzione e la facciano ritenere
necessaria.
STRUMENTO
PRESUPPOSTO
[2]
Tracciamento delle comunicazioni telefoniche e telematiche per l’acquisizione dei dati
esterni relativi alle comunicazioni telefoniche e telematiche intercorse nonché di ogni altra
informazione utile in possesso degli operatori di telecomunicazioni.
Elementi investigativi che giustifichino l’attività di prevenzione e la facciano ritenere
necessaria.
In ogni caso, gli elementi acquisiti attraverso le attività preventive non possono essere utilizzati nel procedimento
penale, fatti salvi i fini investigativi. In ogni caso, le attività di intercettazione preventiva e le notizie acquisite a
seguito delle attività medesime, non possono essere menzionate in atti di indagine né costituire oggetto di deposizione
né essere altrimenti divulgate.
PERQUISIZIONI
STRUMENTO
Perquisizioni locali di interi edifici o blocchi di edifici
Elementi investigativi che evidenzino il “fondato motivo di ritenere……” che si trovino
armi, munizioni o esplosivi ovvero che si sia rifugiato un latitante o un evaso in relazione a
taluno dei delitti indicati nell’art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale ovvero
ai delitti con finalità di terrorismo.
Estensione dell’applicabilità dell’art. 25-bis della Legge 7 agosto 1992, n. 356
PRESUPPOSTO
[3]
[3]
STRUMENTO
PRESUPPOSTO
ATTIVITÀ SOTTO COPERTURA
Non punibilità degli ufficiali di polizia giudiziaria che, nel corso di specifiche operazioni di
polizia, al fine di acquisire elementi di prova in ordine ai delitti commessi con finalità di
terrorismo, acquistano, ricevono, sostituiscono od occultano armi, documenti e stupefacenti,
beni ovvero cose che sono oggetto, prodotto, profitto o mezzo per commettere il reato, o
altrimenti ostacolano l’individuazione della provenienza o ne consentono l’impiego. Per le
stesse indagini possono utilizzare documenti, identità o indicazioni di copertura anche per
attivare o entrare in contatto con soggetti e siti nelle reti di comunicazione. Possibilità di
avvalersi di ausiliari nonché di temporanea utilizzazione di beni mobili e immobili.
Acquisizione di elementi di prova
DISPOSIZIONI A TUTELA DELL’ORDINE PUBBLICO
Art. 18 – Legge 22.5.1975, n. 152
Estensione dell’applicabilità della legge 31.5.1965, n. 575 (Disposizioni contro la mafia) a coloro che, operanti in gruppi o
isolatamente, pongano in essere atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti alla commissione dei reati con finalità di
terrorismo anche internazionale. Tale estensione vale anche per istigatori, mandanti e finanziatori. E’ finanziatore colui il
quale fornisce somme di denaro o altri beni, conoscendo lo scopo cui sono destinati.
Il procuratore della repubblica può compiere, sia direttamente sia a mezzo della polizia giudiziaria, tutte le indagini
necessarie a tal fine.
Il giudice può aggiungere ad una delle misure di prevenzione previste dall’art. 3 L.1423/1956 (sorveglianza speciale di
pubblica sicurezza, divieto di soggiorno, obbligo di soggiorno) quella della sospensione provvisoria dall’amministrazione
dei beni personali, esclusi quelli destinati all’attività professionale e produttiva, quando ricorrono sufficienti indizi che la
libera disponibilità di essi agevoli comunque la condotta, il comportamento o l’attività socialmente pericolosa. Il giudice,
ove lo ritenga sufficiente ai fini di tutela della collettività, può anche disporre solo tale sospensione.
Prospetto 16
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
riferite alla situazione Afghana
1076 del 22 ottobre 1996, 1193 del 28 agosto 1998, 1214 del 8 dicembre 1998, 1267 del 15 ottobre
1999, 1333 del 19 dicembre 2000, 1363 del 30 luglio 2001, 1378 del 14 novembre 2001, 1383 del 6
dicembre 2001, 1390 del 16 gennaio 2002.
Principali premesse citate
La seria e crescente minaccia alla pace ed alla sicurezza regionale ed internazionale, le sofferenze
umane, le distruzioni, i flussi di rifugiati causati dall’inasprimento del conflitto in Afghanistan,
determinato dall’offensiva delle forze Talibane (questo specifico riferimento compare dalla ris.
1193/1998), nonostante i ripetuti appelli del Consiglio di Sicurezza a cessare i combattimenti.
La disponibilità del United Front of Afghanistan di instaurare un dialogo politico con i Talibani
(definitisi Emirato Islamico dell’Afghanistan) (nella ris. 1214/1998).
Le notizia di persecuzioni etniche e religiose, particolarmente contro gli sciiti (dalla ris. 1193/1998).
La preoccupazione circa la continua violazione della legge umanitaria internazionale e dei diritti
umani. Viene fatto particolare riferimento alla cattura ed uccisioni di diplomatici iraniani (dalla ris.
1193/1998).
La critica circa l’evacuazione, causata dalle misure prese dai Talibani, del personale umanitario delle
Nazioni Unite (dalla ris. 1193/1998).
La reiterazione dell’invito a cessare le interferenze negli affari interni dell’Afghanistan, compreso
il coinvolgimento di personale militare straniero e la fornitura di armi e munizioni alle parti in
conflitto.
Il supporto alle attività delle Nazioni Unite, volte all’obiettivo della riconciliazione nazionale e
della soluzione pacifica del conflitto.
La convinzione che la soppressione del terrorismo è essenziale per il mantenimento della pace e
della sicurezza internazionale.
Il continuo uso del territorio Afghano, specialmente delle aree controllate dai Talibani (specifico
riferimento ai Talibani, dalla ris. 1214/1998), per il rifugio e l’addestramento dei terroristi, per la
pianificazione di atti terroristici.
La coltivazione, la produzione ed il traffico di sostanze stupefacenti in Afghanistan, specialmente
nelle aree controllate dai Talibani (specifico riferimento ai Talibani, dalla ris. 1214/1998). Particolare
cenno viene fatto alla crescita della produzione illecita di oppio, che rafforza, tra l’altro, la
capacità dei Talibani di fornire asilo ai terroristi (dalla ris. 1333/2000).
La condanna del fatto che i Talibani continuano a permettere ad Usama bin Laden ed ai suoi
associati (dalla risoluzione 1378/2001, viene fatto esplicito riferimento alle rete detta Al-Qaida) di
gestire una rete di campi di addestramento per terroristi e di usare l’Afghanistan come base da cui
sponsorizzare le operazioni terroristiche internazionali (tale riferimento compare dalla ris.
1267/1999).
La considerazione del indictment di Usam bin Laden e dei suoi associati da parte degli Stati Uniti
d’America, in particolare, per gli attentati del 7 agosto 1998 alle ambasciate di Kenia e Tanzania
(dalla ris. 1267/1999).
La condanna della rete di Al-Qaida e di altri gruppi terroristici per i numerosi atti criminali
terroristici (ris. 1390/2002).
Prospetto 17
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
riferite alla situazione Afghana
1076 del 22 ottobre 1996, 1193 del 28 agosto 1998, 1214 del 8 dicembre 1998, 1267 del 15 ottobre
1999, 1333 del 19 dicembre 2000, 1363 del 30 luglio 2001, 1378 del 14 novembre 2001, 1383 del 6
dicembre 2001, 1390 del 16 gennaio 2002
Principali richieste succedutesi nel tempo
Cessazione delle ostilità armate, da parte di tutte le fazioni afghane (particolare riferimento ai
Talibani comincia con la ris. 1214/1998), ed impegno in un dialogo politico teso alla riconciliazione
nazionale. In tale ottica, viene chiesto, alla parti afgane, cooperazione rispetto alle attività a tal fine
intraprese dalle Nazioni Unite (ad esempio, la United Nations Special Mission)
Tutela, da parte di tutte le fazioni afghane (specifico riferimento ai Talibani comincia con la ris.
1193/1998), della sicurezza e della libertà di movimento del personale delle Nazioni Unite e delle
altre organizzazioni umanitarie e internazionali.
Cessazione, da parte di tutte le fazioni afghane, delle violazioni dei diritti umani e del diritto
umanitario internazionale.
Astensione, da parte di tutti gli Stati, dall’interferire negli affari interni dell’Afghanistan,
evitando il coinvolgimento di personale militare straniero, la fornitura di armi e munizioni alla parti in
conflitto. Tutti gli Stati ed organizzazioni internazionali interessate sono incoraggiate a supportare
gli sforzi delle Nazioni Unite rivolti a promuovere la pace in Afghanistan.
Fermare, ad opera dei leader delle fazioni afghane, il terrorismo ed il traffico di droga, che
trovano terreno fertile grazie al perdurare del conflitto in Afghanistan. In particolare, viene chiesto a
tutte le fazioni afghane, di astenersi dal fornire asilo ed addestramento a terroristi. Il riferimento
sono inizialmente, quindi, tutte le fazioni afghane.
Investigazione, da parte dei Talibani, circa omicidi di membri del World Food Program, della
United Nations Special Mission to Afghanistan, del United Nations Commissioner for Refugees (dalla
ris. 1193/1998).
Collaborazione, da parte dei Talibani, con le Nazioni Unite, alle investigazioni circa la cattura
e/o uccisione di diplomatici iraniani (specifico riferimento ai Talibani, circa la sicurezza del
personale diplomatico iraniano, comincia con la ris. 1193/1998).
Interruzione, da parte dei Talibani, della fornitura di asilo ed addestramento ai terroristi
internazionali ad alle loro organizzazioni e collaborazione per portare i terroristi alla giustizia
(la risoluzione 1267/1999 riporta il primo riferimento alla consegna alla giustizia di Usam bin
Laden, che, peraltro, giustifica le misure prese contro i Talibani). Da notare che il riferimento delle
richieste sono divenuti specificamente i Talibani (dalla ris. 1214/1998). Anche per quanto attiene alla
coltivazione, produzione e traffico di droga l’attenzione si sposta principalmente sui Talibani (dalla
ris. 1214/1998).
Con la risoluzione 1333/2000, rapida azione, da parte dei Talibani, per la chiusura di tutti i
campi ove i terroristi sono addestrati
PRINCIPALI SPECIFICHE RICHIESTE A TUTTI GLI STATI
(risoluzione 1267/1999)
a1267. Negare il permesso al decollo dal ed all’atterraggio nel proprio territorio ad ogni aereo di
proprietà, affittato o gestito da o per conto dei Talibani (terminata esplicitamente con la
risoluzione 1390/2002);
b1267. Congelare fondi ed altre risorse finanziarie, inclusi i fondi derivati o generati da proprietà
possedute o controllate, direttamente o indirettamente, dai Talibani o da ogni impresa
posseduta o controllata dai Talibani;
c.1267 Assicurare che né i predetti fondi né altri fondi e risorse finanziarie non siano resi
disponibili, da parte di propri cittadini e ogni altra persona nel proprio territorio ai, o
per il beneficio dei, Talibani o ogni impresa posseduta o controllata, direttamente o
indirettamente, dai Talibani;
d.1267. Cooperare affinché Usama bin Laden sia portato davanti alla giustizia; considerare, altresì,
ulteriori misure contro Usama bin Laden ed i suoi associati;
e1267. Procedere contro persone ed entità che, nell’ambito della propria giurisdizione, violano le
misure a1267. (terminata) b1267 c1267., prevedendo appropriate sanzioni;
La condizione per il termine delle misure a1267.(terminata) b1267 c1267. è la consegna di Usama
bin Laden alle Autorità di un Paese tramite le quali possa essere portato davanti alla giustizia.
(risoluzione 1333/2000)
a1333. Impedire la fornitura, la vendita, il trasferimento, diretti o indiretti, verso il territorio
dell’Afghanistan sotto il controllo dei Talibani, da parte dei propri cittadini o dal proprio
territorio o usando navi o aerei sotto la propria bandiera, di armi e relativo materiale di ogni
tipo (inclusi, ad esempio, veicoli militari ed equipaggiamento);
b1333. Impedire la fornitura, la vendita, il trasferimento, diretti o indiretti, verso il territorio
dell’Afghanistan sotto il controllo dei Talibani, da parte dei propri cittadini o dal proprio
territorio, di consulenza tecnica, assistenza o formazione relativi alle attività militari delle
persone armate sotto il controllo dei Talibani;
c.1333 Impedire la fornitura, la vendita, il trasferimento, da parte dei propri cittadini o dal proprio
territorio, di anidride acetica a persone nel territorio dell’Afghanistan sotto il controllo dei
Talibani o a persone con il proposito di attività svolte in, o gestite dal, territorio sotto il
controllo dei Talibani;
d.1333.Ritirare ogni funzionario, agente, consulente ed il personale militare presente in
Afghanistan per consulenza ai Talibani per questioni militari o di relativa sicurezza;
e1333. Negare permessi a decollare da, atterrare nei o sorvolare i propri territori, se l’aereo
proviene da o è destinato ad un luogo sotto il controllo dei Talibani;
f1333. Intraprendere iniziative per restringere l’entrata ed il transito sui propri territori delle
personalità della fazione Talibana;
g.1333. Chiudere immediatamente e completamente tutti gli uffici Talibani e gli uffici della Ariana
Afghan Airlines, nei propri territori;
h.1333. Congelare fondi ed atre attività finanziarie di Usama bin Laden e degli individui ed entità
con lui associati (inclusi quelli di Al-Qaida), inclusi i fondi derivati o generati da proprietà
possedute o controllate, direttamente o indirettamente, dagli stessi;
i1333. Assicurare che i predetti fondi né altri fondi e risorse finanziarie non siano resi
disponibili, da parte di propri cittadini e ogni altra persona nel proprio territorio,
direttamente o indirettamente, per il beneficio di Usama bin Laden, i suoi associati e le entità
possedute o controllate, direttamente o indirettamente, dagli stessi (inclusa Al-Qaida);
l1333 Procedere contro persone ed entità che, nell’ambito della propria giurisdizione, violano le
misure a1333, b1333, c1333, d1333, e1333, g1333, h1333, i1333, prevedendo appropriate
sanzioni;
Le condizioni per il termine delle misure a1333, b1333, c1333, d1333, e1333, g1333, h1333, i1333.
sono sostanzialmente la fine della concessione di asilo ed addestramento ai terroristi
internazionali, la consegna di Usama bin Laden e la rapida azione per la chiusura dei campi di
addestramento di terroristi.
(risoluzione 1390/2002)
Continuano da precedenti risoluzioni le misure b1267., c.1267., h1333., i1333. (congelamento e
divieto di messa a disposizione), secondo quanto segue:
Obiettivo delle misure: Usama bin Laden, i membri di Al-Qaida ed i Talibani ed altri individui,
gruppi, imprese ed entità ai medesimi associati, secondo le liste ex risoluzioni
1267/1999 e 1333/2000, che saranno aggiornate regolarmente dall’originario
comitato per le sanzioni contro i Talibani del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite.
Contenuto delle misure:
a1390. Congelare, senza ritardo, i fondi e le altre attività finanziarie o risorse economiche dei
soggetti sopra indicati, inclusi i fondi derivanti da proprietà possedute, controllate,
direttamente o indirettamente, dagli stessi o da persone agenti per loro conto o sotto la loro
direzione ed assicurare che né questi né altri fondi, attività finanziarie o risorse
economiche siano resi disponibili, direttamente o indirettamente, a beneficio di tali persone,
dai propri nazionali o da qualsiasi persona all’interno del proprio territorio;
b.1390. Prevenire l’entrata o il transito attraverso i propri territori dei sopra indicati individui ;
c1390. Prevenire la fornitura, la vendita, il trasferimento, diretti o indiretti, agli individui sopra
citati, dai propri territori o attraverso propri nazionali fuori dei propri territori o usando aerei e
navi sotto la propria bandiera, di armi e materiale collegato e consulenza tecnica, assistenza
o addestramento relativi ad attività militari.
La risoluzione, inoltre, ricorda la necessità di applicare anche agli individui sopra citati, le misure
della risoluzione 1373/2001 (riguardante, in generale, il terrorismo internazionale), ove abbiano
partecipano al finanziamento, alla pianificazione, alla facilitazione ed alla preparazione o abbiamo
perpetrato o supportato atti terroristici.
d1390.Prendere immediati provvedimenti per implementare e rafforzare la legislazione e
regolamentazione “domestica” contro nazionali e altri individui o entità operanti nel
proprio territorio, per prevenire e punire le violazioni alle misure introdotte dalla
risoluzione 1390/2002;
1189
1193
1214
1267
1269
1333
1368
11/9/2001
attacchi negli Stati Uniti d’America
1363
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riferite al terrorismo
7/8/1998
attentati in Kenya e Tanzania
1076
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riferite alla situazione Afghana
1373
1377
1378
Successione cronologica delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
Prospetto 18
1383
1390
Prospetto 19
Posizioni comuni del Consiglio dell’Unione Europea
riferite alla situazione Afghana
96/746/PESC del 17 dicembre 1996 (abrogata), 1999/727/PESC del 15 novembre 1999 (abrogata),
2001/56/PESC (abrogata dalla 2002/42/PESC del 21 gennaio 2002), 2001/154/PESC del 26 febbraio
2001 (abrogata), 2001/771/PESC del 5 novembre 2001 (abrogata), 2002/402/PESC del 27 maggio
2002
Principali orientamenti succedutisi nel tempo
Divieto di fornitura, vendita, esportazione, diretta o indiretta, di armi e di materiale
connesso…nel territorio dell’Afghanistan controllato dai Talibani e di consulenza tecnica,
assistenza o formazione pertinente le attività militari del personale armato sotto il controllo dei
Talibani…da parte di cittadini degli Stati membri o in provenienza dal territorio degli Stati membri,
alle condizioni di cui alla risoluzione 1333/2000.
Divieto di fornitura, vendita, esportazione di anidride acetica, da parte di cittadini degli Stati
membri o in provenienza dal territorio degli Stati membri, a qualsiasi persona nel territorio
dell’Afghanistan controllato dai Talibani … nonché a qualsiasi persona ai fini di qualsiasi attività
svolta sul territorio controllato dai Talibani … o gestita a partire da tale territorio.
Divieto di decollo da ed atterraggio nella Comunità o di sorvolo del territorio degli Stati
membri per gli aeromobili decollati da, o diretti ad, un luogo situato nel territorio dell’Afghanistan
controllato dai Talibani …, alle condizioni di cui alla risoluzione 1333/2000.
Richiamo di tutti i funzionari, agenti, consiglieri e personale militare presente in Afghanistan per
fornire ai Talibani consulenza su questioni militari o di sicurezza connesse.
Chiusura di tutti gli uffici dei Talibani e della Ariana Afghan Airlines.
Limitazione all’ingresso o al transito di personalità Talibane, alle condizioni di cui alla
risoluzione 1333/2000.
Congelamento dei fondi e le altre risorse finanziarie detenuti all’estero dai Talibani. secondo
quanto stabilito dalla risoluzione 1267/1999.
Congelamento di capitali e risorse finanziarie appartenenti ad Usama bin Laden e a persone e
entità associate, alle condizioni di cui alla risoluzione 1333/2000.
Divieto di mettere a disposizione di Usama bin Laden e delle persone ed entità associate, fondi o
altre risorse finanziarie, alle condizioni di cui alla risoluzione 1333/2000.
Attuali orientamenti
Ambito di applicazione: Usama bin Ladin, membri di Al-Qaida, Talibani e altri individui, gruppi,
imprese, entità ad essi associati, quali figurano nell’elenco aggiornato dal Comitato per le sanzioni
operante in ambito Nazioni Unite.
Divieto di fornitura, vendita, esportazione, diretta o indiretta, di armi e di materiale connesso di
qualsiasi tipo, in provenienza dal territorio degli Stati membri ovvero utilizzando navi o aerei delle
rispettive compagnie di bandiera o da parte di cittadini degli Stati membri.
Divieto di consulenza tecnica, assistenza o formazione pertinenti le attività militari, in
provenienza dal territorio degli Stati membri ovvero utilizzando navi o aerei delle rispettive
compagnie di bandiera o da parte di cittadini degli Stati membri.
Congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie o economiche.
Divieto di mettere a disposizione, direttamente o indirettamente, capitali e altre risorse
finanziarie o economiche.
Divieto di ingresso o transito nei territori degli Stati membri.
Prospetto 20
Regolamenti del Consiglio dell’Unione Europea riferite alla
situazione Afghana
Regolamento (CE) n. 337/2000 del 14 febbraio 2000 (abrogato), Regolamento (CE) n. 467/2001 del 6
marzo 2001 (abrogato) (vgs. anche Regolamenti (CE) n. 1354/2001 del 4 luglio 2001, n. 1996/2001
del 11 ottobre 2001, n. 2062/2001 del 19 ottobre 2001, n. 2199/2001 del 12 novembre 2001, n.
2373/2001 del 4 dicembre 2001, 2604/2001 del 28 dicembre 2001, n. 65/2002 del 14 gennaio 2002,
n. 105/2002 del 18 gennaio 2002 e n. 362/2002 del 27 febbraio 2002 della Commissione)
Attualmente in vigore: Regolamento (CE) n. 881/2002 del 27 maggio 2002 (vgs. anche Regolamenti
(CE) n. 951, n. 1580, n.1644, n. 1754, n. 1823, n. 1893, n. 1935 e n. 2083 rispettivamente del 3
giugno, del 4 e del 13 settembre, del 1, 11, 23 e 29 ottobre e del 22 novembre 2002 della
Commissione).
Principali contenuti prima del reg. 881/2002
Definizione del territorio sotto il controllo dei Talibani (allegato III), come designato dal
“Comitato delle sanzioni contro i Talibani”. La Commissione europea lo fissa e lo modifica sulla
base delle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o del Comitato delle sanzioni
contro i Talibani.
Definizione di capitali (in sostanza, tutti strumenti finanziari).
Definizione di congelamento dei capitali (uguale a quella del Reg. (CE) 2580/2001 sul terrorismo
internazionale).
Definizione dell’elenco dei soggetti (allegato I) che devono essere colpiti dai provvedimenti di
congelamento. La Commissione europea lo modifica sulla base delle decisioni del Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite o del Comitato delle sanzioni contro i Talibani.
Congelamento di tutti i capitali e le altre risorse finanziarie, appartenenti a qualsiasi persona fisica
o giuridica, entità od organismo, designati dal comitato per le sanzioni contro i Talibani ed elencati
nell’allegato I (Tale allegato comprende sia i Talibani sia gli associati di Al- Qaida).
Divieto di mettere, direttamente o indirettamente, fondi o altre risorse finanziarie a disposizione
dei Talibani, delle persone, delle entità o degli organismi designati dal comitato per le sanzioni
contro i Talibani ed elencati nell’allegato I (Tale allegato comprende sia i Talibani sia gli associati
di Al- Qaida)
Divieto di fornitura, vendita, esportazione e spedizione, diretta o indiretta, di anidride acetica, a
qualsiasi persona fisica o giuridica, entità o organismo dell’Afghanistan controllato dai Talibani,
nonché a qualsiasi persona, entità o organismo ai fini di qualsiasi attività svolta nell’Afghanistan
controllato dai Talibani o gestita a partire da esso.
Divieto di concessione, vendita, fornitura, cessione, diretta o indiretta, di consulenza tecnica,
assistenza o formazione pertinenti alle attività militari del personale armato sotto il controllo dei
Talibani a qualsiasi persona fisica o giuridica, entità o organismo stabiliti nell’Afghanistan
controllato dai Talibani, nonché a qualsiasi persona, entità o organismo ai fini di qualsiasi attività
svolta nell’Afghanistan controllato dai Talibani o gestita a partire da esso.
Divieto per qualsiasi aeromobile decollato da uno dei punti di entrata o zone di atterraggio (allegato
IV – modificabile dalla Commissione europea) dell’Afghanistan controllato dai Talibani o diretto
ad uno di tali punti o zone a prescindere dal Paese di appartenenza, di decollare dal territorio della
Comunità, atterrarvi o sorvolarlo.
Chiusura di tutti gli uffici che rappresentano gli interessi dei Talibani e della Ariana Afghan
Airlines (nota anche come Bakhtar Afghan Airlines).
Divieto di partecipazione ad attività collegate che abbiano per oggetto o per effetto, direttamente o
indirettamente, di promuovere le operazioni di cui sopra (congelamento e messa a disposizione di
risorse finanziarie, traffico di anidride acetica, consulenze pertinenti attività militari, traffico aereo) o
l’attività degli uffici dei Talibani o della Ariana Afghan Airlines o di eludere le disposizioni del
regolamento 467/2001 facendo ricorso a persone fisiche o giuridiche, entità o organismi che agiscano
da prestanome o da copertura, o con qualsiasi altra modalità.
Principali contenuti del reg. 881/2002
Definizione di “fondi”: disponibilità finanziarie e proventi economici di qualsiasi tipo.
Definizione di “risorse economiche”: disponibilità di qualsiasi tipo, tangibili o intangibili, mobili o
immobili, che non siano fondi, ma che possano essere utilizzate per ottenere fondi, beni o servizi.
Definizione di “congelamento dei fondi”: simile a quella del reg. 2580/2001.
Definizione di “congelamento di risorse economiche”: blocco preventivo della loro utilizzazione, ai
fini di ottenere fondi, beni o servizi in qualsiasi modo, compresi, tra l’altro, la vendita, l’affitto e le
ipoteche.
Congelamento di tutti i fondi e risorse economiche appartenenti a, o in possesso di, soggetti
individuati da apposito allegato.
Divieto di mettere, direttamente o indirettamente, fondi a disposizione di soggetti individuati
nell’apposito allegato, o di stanziarli a loro vantaggio.
Divieto di mettere, direttamente o indirettamente, risorse economiche a disposizione di soggetti
individuati nell’apposito allegato, o di destinarle a loro vantaggio, per impedire così facendo che il
soggetto in questione possa ottenere fondi, beni o servizi.
Divieto di concedere, vendere, fornire o trasferire, direttamente o indirettamente, consulenze
tecniche, assistenza o formazione connesse ad attività militari…ai soggetti individuati dall’apposito
allegato.
Divieto di partecipare, consapevolmente e deliberatamente, ad attività per aggirare i predetti divieti e
congelamenti.
Prevenire la fornitura, la vendita,
il trasferimento, diretti o indiretti da propri territori o da parte di propri
cittadini fuori da tali territori o
usando navi o aerei sotto la propria
bandiera – di armi e relativo
materiale di ogni tipo, nonché di
assistenza,
consulenza,
addestramento relativi ad attività
militari.
Riferimento: Usama bin Laden,
membri di Al-Qaida, Talibani ed
altri individui, gruppi, imprese,
entità associate ai medesimi
RICHIESTE
DELLA
RISOLUZIONE
DEL
CONSIGLIO
DI
SICUREZZA DELLE N.U.
N. 1390/2002
Prospetto 21
Divieto di fornitura, vendita e di
esportazione, diretta o indiretta, a
individui, gruppi, imprese ed entità
riconducibili ad Usama bin Laden, ai
membri dell’organizzazione “Al-Qaida”
ed ai Talibani nonché ad altri individui,
gruppi, imprese, entità ad essi associati,
di armi e di materiale connesso di
qualsiasi tipo, comprese armi e
munizioni,
di
veicoli
ed
equipaggiamenti
militari,
di
equipaggiamento paramilitare e dei
relativi pezzi di ricambio in
provenienza dal territorio degli Stati
membri ovvero utilizzando navi o aerei
delle rispettive compagnie di bandiera o
da parte di cittadini degli Stati membri
fuori dal loro territorio.
POSIZIONE COMUNE U.E.
Nr. 2002/402/PESC
DEL 27 MAGGIO 2002
REGOLAMENTO (CE) N. 881/2002
DEL CONSIGLIO
DEL 27 MAGGIO 2002
LEGGE 415/2001
LEGGE 14.12.2001, N. 431
NORMATIVA NAZIONALE
Congelare fondi ed altre attività
finanziarie o risorse economiche,
inclusi i fondi derivati da proprietà
possedute o controllate, direttamente
o indirettamente, anche per mezzo di
persone agenti per loro conto o sotto
la loro direzione
(continua)
La Comunità europea…ordina
il congelamento dei capitali e delle
altre risorse finanziarie
oppure
economiche a individui,
gruppi,
imprese ed
entità riconducibili ad
Usama bin
Laden,
ai
membri
dell’organizzazione “Al-Qaida” ed ai
Talibani nonché ad altri individui,
gruppi, imprese,
entità ad essi
associati.
…. la Comunità europea evita la
fornitura, la vendita e l'esportazione,
diretta o indiretta, a individui, gruppi,
imprese ed entità riconducibili ad
Usama bin Laden, ai membri
dell’organizzazione “Al-Qaida” ed ai
Talibani nonché ad altri individui,
gruppi, imprese, entità ad essi associati
di consulenza tecnica, assistenza o
formazione pertinenti le attività
militari in provenienza dal territorio
degli Stati membri ovvero utilizzando
navi o aerei delle rispettive compagnie
di bandiera o da parte di cittadini di
Stati membri fuori dal loro territorio.
Tutti i fondi e le risorse economiche
appartenenti a, o in possesso di, una
persona fisica o giuridica, gruppo o
entità designato dal comitato per le
sanzioni ed elencato in apposito
allegato sono congelati.
… è vietato concedere, vendere,
fornire o trasferire, direttamente o
indirettamente, consulenze tecniche,
assistenza o formazione connesse ad
attività militari, comprese in
particolare
la
formazione
e
l'assistenza
connesse
alla
produzione, alla manutenzione e
all'impiego di armi e materiale
connesso di qualsiasi tipo, a qualsiasi
persona fisica o giuridica, gruppo o
entità indicato dal comitato per le
sanzioni ed elencato in apposito
allegato.
Nullità degli atti compiuti in
violazione delle disposizioni recanti
il… congelamento di capitali e di
altre risorse finanziarie, contenute in
regolamenti adottati dal Consiglio
dell'Unione europea, anche in
attuazione di risoluzioni del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite.
La violazione e' punita con una
sanzione amministrativa pecuniaria
non inferiore alla meta' del valore
Nullità degli atti compiuti in
violazione dell’art. 5 del Reg. C.E.
467/2001 (Art. 1, L. 415/2001).
Violazione sanzionata con la pena
prevista dall’art. 247 del Codice
Penale. (Art. 1, L. 415/2001)
Con la sentenza di condanna, confisca
delle cose che servirono o furono
destinate a commettere il reato e delle
cose che ne sono il prodotto o il
profitto. (Art. 1, L. 415/2001)
Nullità degli atti compiuti in
violazione delle disposizioni recanti il
divieto di esportazione di beni e
servizi...contenute in regolamenti
adottati dal Consiglio dell'Unione
europea, anche in attuazione di
risoluzioni del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite.
La violazione è punita con una
sanzione amministrativa pecuniaria
non inferiore alla meta' del valore
dell'operazione stessa e non superiore
al doppio del valore medesimo.
Assicurare che fondi ed altre
attività finanziarie o risorse
economiche non siano loro resi
disponibili,
direttamente
o
indirettamente, da parte di propri
cittadini e ogni altra persona nel
proprio territorio
La Comunità europea…assicura che i
capitali e le
risorse finanziarie o
economiche
non
saranno
resi
disponibili,
direttamente
o
indirettamente, per gli
individui,
gruppi, imprese ed
entità
riconducibili ad Usama bin Laden, ai
membri
dell’organizzazione
“Al-Qaida”
ed ai Talibani nonché
ad altri individui, gruppi, imprese,
entità ad essi associati, o a loro
vantaggio.
Il congelamento dei fondi, delle altre
È’ vietato mettere direttamente o
indirettamente fondi a disposizione
di una persona fisica o giuridica, di un
gruppo o di un'entità designati dal
comitato per le sanzioni ed elencati in
apposito allegato, o stanziarli a loro
vantaggio.
È vietato mettere direttamente o
indirettamente risorse economiche a
disposizione di una persona fisica o
giuridica, ad un gruppo o ad un'entità
designati dal comitato per le sanzioni
ed elencati in apposito allegato, o
destinarle a loro vantaggio, per
impedire così facendo che la persona,
il gruppo o l'entità in questione possa
ottenere fondi, beni o servizi.
Nullità degli atti compiuti in
violazione dell’art. 2 (tra cui, divieto
di messa a disposizione) del Reg. C.E.
467/2001 (Art. 1, L.415/2001).
La violazione è punita con una
sanzione amministrativa pecuniaria
non inferiore alla metà del valore
dell’operazione e non superiore al
doppio del valore medesimo. (Art. 1,
L.415/2001).
Nullità degli atti compiuti in
violazione dell’art. 2 (tra cui
congelamento di capitali ed altre
risorse finanziarie) del Reg. C.E.
467/2001 (Art. 1, L.415/2001).
La violazione della disposizione sul
congelamento di capitali e delle altre
risorse finanziarie è punita con una
sanzione amministrativa pecuniaria
non inferiore alla metà del valore
dell’operazione e non superiore al
doppio del valore medesimo. (Art. 1,
L.415/2001).
dell'operazione stessa e non superiore
al doppio del valore medesimo.
Prevenirne l’entrata ed il transito Gli Stati membri adottano le misure
necessarie per evitare l'ingresso o il
sui propri territori.
transito nei loro territori degli
individui, gruppi, imprese ed entità
riconducibili ad Usama bin Laden, ai
membri dell’organizzazione “Al-Qaida”
ed ai Talibani nonché ad altri individui,
gruppi, imprese, entità ad essi associati
Fatte salve le norme applicabili in
materia di relazioni, riservatezza e
segreto professionale e le disposizioni
dell'articolo 284 del trattato, le
persone fisiche e giuridiche, le entità e
gli organismi sono tenuti a:
a) fornire immediatamente alle
autorità competenti degli Stati
membri, elencate in apposito allegato
(per l’Italia, il CSF), in cui risiedono o
sono situati, e alla Commissione,
direttamente o attraverso dette
autorità, qualsiasi informazione possa
facilitare il rispetto del presente
regolamento 881, quali i dati relativi ai
conti e agli importi congelati. In
disponibilità finanziarie e risorse
economiche, o l'omissione o il rifiuto
della prestazione di servizi finanziari,
ritenuti in buona fede conformi al
presente
regolamento,
non
comportano
alcun
genere
di
responsabilità per la persona fisica o
giuridica, il gruppo o l'entità che lo
applica, né per i suoi direttori o
dipendenti, a meno che si dimostri che
il congelamento è stato determinato da
negligenza.
I soggetti indicati nei Regolamenti che
dispongono divieti di esportazione di
beni o servizi ovvero recanti il
congelamento di capitali ed altre
risorse finanziarie sono obbligati a
comunicare al Ministero dell'economia
e delle finanze, Dipartimento del
tesoro, l'entità dei capitali e delle altre
risorse
finanziarie
oggetto
di
congelamento entro trenta giorni dalla
data di entrata in vigore dei
regolamenti ovvero, se successiva,
dalla data di formazione dei capitali o
delle risorse finanziarie.
L'omissione o il ritardo della
comunicazione, al di fuori delle
È
vietato
partecipare,
consapevolmente e deliberatamente,
ad attività aventi l'obiettivo o il
risultato, diretto o indiretto, di aggirare
l'articolo 2 (congelamento e divieto di
messa a disposizione) o di promuovere
le operazioni di cui all'articolo 3
(fornitura di consulenza …su armi e
materiale connesso).
particolare, si devono fornire le
informazioni disponibili su fondi, beni
finanziari o risorse economiche
posseduti o controllati dalle persone
indicate dal comitato per le sanzioni
ed elencate nell'apposito allegato nei
sei mesi precedenti l'entrata in vigore
del
presente
regolamento.
b) Collaborare con le autorità
competenti elencate nell'apposito
allegato (per l’Italia, il CSF) per
qualsiasi verifica di tali informazioni.
2. Tutte le informazioni fornite o
ricevute a norma del presente articolo
sono usate unicamente per i fini per i
quali sono state fornite o ricevute.
3. Tutte le informazioni supplementari
ricevute
direttamente
dalla
Commissione
sono
messe
a
disposizione delle autorità competenti
degli Stati membri interessati.
Nullità degli atti compiuti in
violazione dell’art. 8(partecipazione
ad attività collegate per promuovere
operazioni in violazione o per eludere)
del Reg. C.E. 467/2001. (Art. 1,
L.415/2001).
Al di fuori dei casi di concorso nelle
violazioni alle disposizioni di cui agli
artt. 2,4,5,6 e 7 del Reg. C.E.
467/2001, la violazione all’art. 8 del
richiamato Regolamento è punita con
una
sanzione
amministrativa
pecuniaria non inferiore a 100.000
Euro e non superiore a 1.000.000 di
La violazione degli obblighi di
comunicazione, al di fuori delle
ipotesi di concorso nelle altre
violazioni previste dalla L.415/2001, è
punita
con
una
sanzione
amministrativa pecuniaria
ipotesi di concorso nelle altre
violazioni, sono puniti con una
sanzione amministrativa pecuniaria
Qualsiasi informazione in base alla
quale le disposizioni del presente
regolamento sono o sono state aggirate
deve essere comunicata alle autorità
competenti degli Stati membri e,
direttamente o attraverso dette
autorità, alla Commissione.
Euro. (Art. 1, L.415/2001).
8.6 SOGGETTI ATTIVI SUL FRONTE DEL TERRORISMO
In chiusura dell’analisi svolta sulla recente produzione normativa, possono essere citati i
principali soggetti oggi attivi sul fronte del terrorismo, in modo da avere una “mappa” dei
possibili referenti, a livello nazionale ed internazionale.
In primo luogo, deve essere ricordato il Comitato di Sicurezza Finanziaria (CSF), già citato
nei prospetti che precedono, creato con il decreto legge 12 ottobre 2001, n. 369, convertito,
con modificazioni, nella legge 14 dicembre 2001, n.431 (entrambi i provvedimenti sono
precedenti alle già illustrate posizioni comuni 930/2001, 931/2001 ed al regolamento
2580/2001).La finalità di questo organismo è genericamente quella di rafforzare l’attività
di contrasto al finanziamento del terrorismo internazionale.
Per una schematica illustrazione della composizione, dei flussi di informazione che
convergono sul CSF e delle sue prerogative sono stati predisposti i prospetti 22 e 23.
In estrema sintesi, si evince che il CSF è destinatario di informazioni riguardanti il
funzionamento del sistema sanzionatorio collegato a divieti di esportazione o
provvedimenti di congelamento, contenuti in regolamenti del Consiglio dell’Unione
Europea (sia, quindi, il regolamento 881/2002, su Talibani ed Al-Quaida, ed il 2580/2001,
sul terrorismo internazionale).
In aggiunta, il CSF:
per la materia di propria competenza (contrasto al finanziamento del terrorismo
internazionale), riceve informazioni dai soggetti elencati sulla sinistra del prospetto 23;
riceve le informazioni che l’Autorità giudiziaria giudica utile trasmette al medesimo;
può individuare, con propria delibera, d’intesa con la Banca d’Italia, ulteriori
informazioni, acquisite in base alla vigente normativa sull’antiriciclaggio, sull’usura e
sugli intermediari finanziari, che le pubbliche amministrazioni sono obbligate a
trasmettere ad esso;
può chiedere accertamenti all’UIC, alla Consob ed al Nucleo Speciale di Polizia
Valutaria della Guardia di finanza;
per la stretta finalità di rafforzare il contrasto al finanziamento del terrorismo, può
chiedere, alla Guardia di finanza, lo sviluppo di attività informative.
Un’altra importante struttura creata in relazione all’emergenza palesatasi dopo l’11
settembre 2001, è il “Comitato di Coordinamento per la Cooperazione Internazionale
contro il Terrorismo (CCIT)”, costituito presso il Ministero degli Affari Esteri, che ha il
compito di promuove una trattazione unitaria ed un’azione coordinata dell’Italia nei fori
internazionali competenti per la lotta al terrorismo (ad esempio, Nazioni Unite, G-7/G-8,
Unione Europea, OSCE …) e nei rapporti bilaterali.
In particolare, poi, questa struttura è stata individuata quale punto di contatto del
Comitato contro il Terrorismo (CTC) istituito dal Consiglio di Sicurezza, con la risoluzione
1373/2001.
Il CTC ha i seguenti compiti:
monitorare l’implementazione della risoluzione 1373/2001;
199
individuare modalità di assistenza agli Stati per tale implementazione, quali la
promozione di best practice, inclusa la preparazione di modelli legislativi.
Un altro importante provvedimento preso dal Governo italiano è stato il Decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri, in data 23 ottobre 2001, con il quale, nell’ambito del
CESIS, è stato creato il “Comitato di coordinamento della ricerca informativa sulle attività
finanziarie”, con il compito di coordinare l’attività degli organismi informativi in materia
di ricerca nel campo del contrasto alle attività economico finanziarie contrarie alla
sicurezza nazionale, con particolare riguardo a quelle collegate al fenomeno terroristico,
con le iniziative assunte in proposito da altre Amministrazioni pubbliche.
Questo comitato, che segue gli indirizzi del Presidente del Consiglio, agisce d’intesa con il
Ministro dell’Economia e delle Finanze.
Continuando nella menzione dei soggetti oggi attivi nel contrasto al finanziamento al
terrorismo internazionale, la Banca d’Italia ha emanato istruzioni agli intermediari
finanziari, affinché vengano segnalate all’Ufficio Italiano Cambi, le transazioni sospette
riconducibili a persone, enti o società collegate a qualsiasi titolo agli eventi dell’11
settembre.
L’UIC, inoltre, ha fornito specifiche istruzioni alle banche ed agli intermediari finanziari
invitandoli, in particolare a:
comunicare le misure di congelamento adottate; segnalare le operazioni ed i
rapporti che, in base alle informazioni disponibili, siano riconducibili a soggetti
compresi nelle liste diffuse dallo stesso UIC;
segnalare tempestivamente all’UIC operazioni e rapporti riconducibili ad attività di
finanziamento al terrorismo, onde consentire l’eventuale sospensione delle
stesse653.
Ai fini del presente lavoro, ha minore importanza il Nucleo Politico-Militare (NPM) della
Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha, in particolare, coordinato l’aggiornamento e
la messa a punto del piano nazionale d’azione di emergenza in caso di attacchi NBC
(anche in relazione alla minaccia “antrace”). In ambito NPM sono anche stati coordinati i
piani d’azione in materia di sicurezza dei trasporti, di bioterrorismo, di rafforzamento
delle attività di prevenzione e repressione affidate alle Forze dell’ordine e di
potenziamento delle misure precauzionali a carattere sia civile sia militare.
Sul piano internazionale, si è già parlato del Comitato per le sanzioni contro i Talibani e
del Comitato contro il Terrorismo, operanti in ambito Nazioni Unite.
In materia di scambio informativo, può essere citato il circuito del police working group on
terrorism, del quale fanno parte, in particolare, i Paesi dell’Unione Europea, che consente
l’immediata trasmissione delle informazioni tra gli organismi antiterrorismo specializzati.
Nell’ottica della cooperazione di polizia, inoltre, devono essere ricordati i canali Interpol
ed Europol.
653
L’UIC può stabilire il blocco provvisorio (per 48 ore) di fondi ritenuti sospetti, con provvedimento soggetto a
conferma da parte dell’Autorità giudiziaria, che può disporre il sequestro.
200
Vale la pena di soffermarsi sulle principali iniziative adottate in ambito Gafi e G-8.
Già nel mese di ottobre 2001, a Washington, si è tenuta una riunione plenaria
straordinaria, a seguito della quale il mandato del Gafi è stato allargato al monitoraggio
delle azioni di prevenzione e contrasto al finanziamento del terrorismo poste in essere dai
Paesi aderenti.
In aggiunta, è stata individuata una serie di raccomandazioni specifiche per il
finanziamento del terrorismo, che si affiancano alle precedenti quaranta raccomandazioni
in materia di antiriciclaggio.
Queste otto raccomandazioni possono essere così sintetizzate:
ratifica ed implementazione degli strumenti adottati dalle Nazioni Unite; in
particolare, viene fatto riferimento alla Convenzione, del 1999, per la soppressione
del finanziamento del terrorismo;
criminalizzazione del finanziamento del terrorismo e del riciclaggio associato;
congelamento e confisca dei beni dei terroristi;
segnalazione di transazioni sospette relative al terrorismo;
massima cooperazione internazionale, sulla base di trattati, accordi o altri
meccanismi di mutua assistenza o di scambio di informazioni;
controllo delle forme alternative di rimessa di risorse finanziarie; in particolare,
vengono sollecitati la registrazione e l’assoggettamento alle raccomandazioni FAFT
valide per le banche, con riferimento alle entità che forniscono servizi per la
trasmissione di denaro o altri valori (inclusa la trasmissione attraverso reti o sistemi
di trasferimento informale);
trasferimenti via filo; viene chiesta l’adozione di misure per indurre le istituzioni
finanziarie, inclusi i money remitter, ad includere significative informazioni
sull’originatore (nome, indirizzo, numero di conto) circa i trasferimenti di fondi ed i
relativi messaggi inviati. Tali informazioni dovrebbero, poi, rimanere legate al
trasferimento lungo la catena di pagamento;
revisione della normative relative alle organizzazioni non-profit, per evitarne l’abuso
da parte delle organizzazioni terroristiche (sfruttamento quali conduttori del
finanziamento, diversione di fondi originariamente destinati a scopi leciti…).
654
Queste raccomandazioni avrebbero dovuto essere seguite entro il 30 giugno 2002 . Dopo
questa data era pianificata la redazione di una lista dei Paesi non adeguatisi a queste
regole per il contrasto al finanziamento del terrorismo. Nonostante gli sforzi sinora
effettuati, la maggior parte dei Paesi non sono ancora in linea con le nuove otto regole.
Per quanto attiene all’ambito G-8, infine, è stato adottato un piano d’azione contro il
terrorismo, messo a punto congiuntamente dai Gruppi di lavoro contro il crimine
organizzato (Gruppo di Lione) e contro il terrorismo (Gruppo di Roma). Questo piano si
articola in 25 iniziative da intraprendere per una maggiore efficacia della lotta al
terrorismo, anche per quanto attiene alle connessioni con il narcotraffico, il traffico illecito
di armi, l’high tech crime, le minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari, la
sicurezza aerea.
Per finire, può essere interessante un accenno ai principali provvedimenti adottati
dall’amministrazione statunitense nella lotta al terrorismo.
654
Termine poi spostato al 1° settembre 2002.
201
All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, il Presidente degli Stati Uniti ha adottato
l’executive order 13224, del 24 settembre 2001655. Con tale provvedimento, nella sostanza,
viene disposto il blocco dei beni di individui e/o entità indicati in apposito annesso (più
volte modificato dal 24 settembre 2001) o individuati da Autorità come il Segretario di
Stato, il Segretario del Tesoro e l’Attorney general, in ragione, ad esempio, anche di attività
di assistenza, sponsorizzazione, finanziamento, supporto materiale o tecnologico al
terrorismo.
L’executive order, inoltre, consente di bloccare le attività statunitensi e di negare l’accesso a
mercati statunitensi con riferimento a banche straniere che si rifiutano di cooperare
nell’attuazione dei suddetti provvedimenti di congelamento656.
E’ stata già citata la lista delle Foreign Terrorist Organization657 . L’inclusione in quella lista è
decisa dal Segretario di Stato, in consultazione con l’Attorney general ed il Segretario del
Tesoro658. L’inserimento è valido per due anni, trascorsi i quali, in mancanza di nuova
designazione, l’organizzazione viene automaticamente depennata.
La prima formazione della lista FTO risale al 1997.
Per quanto riguarda gli effetti dell’inserimento:
è illegale fornire fondi o altro supporto materiale ad una FTO;
ai rappresentanti ed a certi membri di una FTO può essere negato l’ingresso negli
Stati Uniti;
le istituzioni finanziarie statunitensi devono bloccare i fondi dell’FTO e riferire il
blocco al Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro.
In sintesi, si può affermare che la combinazione dell’executive order 13224 e del Foreign
Terrorist Organizations crea negli Stati Uniti un sistema di contrasto analogo a quello
introdotto nell’Unione Europea dai regolamenti 2580/2001 e 881/2002.
Per completare il quadro delle “liste” americane costituenti il dispositivo di contrasto
contro il terrorismo, bisogna citare, come ricorda il PGT2001, l’elenco degli Stati sponsor659
e la Terrorist exclusion list.
Quest’ultima lista consente al Governo statunitense di proibire l’entrata o espellere
stranieri che forniscano assistenza materiale alle organizzazioni indicate. Le designazioni
spettano, anche in questo caso, al Segretario di Stato.
Il Presidente americano Bush ha annunciato la prossima nascita di un nuovo Department of
Homeland Security, che potrebbe divenire un importante soggetto nell’ambito della
cooperazione internazionale.
Tale nuovo Dipartimento raccoglierà circa 170.000 unità da 22 diverse agenzie governative
e non includerà né FBI né CIA660.
655
Ultimo di una serie iniziata il 4 luglio 1999.
Patterns of global terrorism 2001.
657
usinfo.state.gov/topical/plo/terror/01100513.htm (U.S. Department of State)
658
Gruppi che conducono attività di terrorismo internazionale e minacciano gli interessi degli Stati Uniti (PGT2001)
659
Veggasi capitolo sui gruppi terroristici.
660
The Economist
656
202
Nel frattempo, il 14 settembre 2001, è stato costituito il Terrorist Asset Tracking Center, per
coordinare gli sforzi di varie agenzie tesi a colpire finanziariamente le reti terroristiche661.
Nel successivo mese di ottobre, il Dipartimento del Tesoro USA ha lanciato l’operazione
Greenquest, consistente in un’iniziativa multi agency contro le fonti del finanziamento al
terrorismo662.
661
662
http://www.businessweek.com Businessweek on line, October, 2001
http://www.whitehouse.gov/deptofhomeland/sect8.html
203
Prospetto 22
COMITATO DI SICUREZZA FINANZIARIA
OBIETTIVO: Ottemperare agli obblighi internazionali assunti dall’Italia nella strategia di contrasto
alle attività connesse al terrorismo internazionale e rafforzare l’attività di contrasto nelle materie
oggetto del decreto stesso (decreto recante misure urgenti per reprimere e contrastare il
finanziamento del terrorismo internazionale, del 12/10/2001, convertito L. 431 del 14/12/2001).
COLLOCAZIONE ISTITUZIONALE: Ministero dell’Economia e delle Finanze
DURATA: 1 anno (che scade nell’ottobre 2002), prorogabile con DPCM. Sono previste immediate
modifiche all’ordinamento interno della Guardia di finanza, che si sono concretizzate nella creazione,
in seno al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria del Gruppo Antiriciclaggio Internazionale
In deroga al segreto d’ufficio, tutti i provvedimenti
di irrogazione di sanzioni per violazioni di:
- divieti di esportazione di beni e servizi;
- disposizioni recanti il congelamento di capitali ed
altre risorse finanziarie,
contenuti in regolamenti del Consiglio UE, anche
in attuazione di risoluzioni del CSNU.
In deroga al segreto d’ufficio, tutti i
provvedimenti di irrogazione di sanzioni per
omissioni o ritardi nell’adempimento all’obbligo
di comunicazione al Ministero dell’Economia e
delle Finanze – Dipartimento del Tesoro,
dell’entità dei capitali e delle altre risorse
finanziarie oggetto di congelamento.
Direttore generale del Tesoro o
suo delegato
Designato da
Ministro
dell’Interno
Designato da
Ministro della
Giustizia
Rappresentan
te della DNA
Designato
da Ministro
degli
Affari esteri
Ufficiale dei
Carabinieri
Designato
da Banca
d’Italia
Funzionario
o ufficiale
della DIA
In deroga al segreto d’ufficio, tutti i provvedimenti di
irrogazione di sanzioni previste dal D.L. 28/9/2001,
convertito in L. 27/11/2001, n. 415 (disposizioni
sanzionatorie…nei confronti …dei Talibani) per violazione
di disposizioni previste dal Reg. 467/2001:
- art. 2: congelamenti di capitali e risorse finanziarie e
divieto di messa a disposizione di fondi o altre risorse
finanziarie;
- art. 4 e 5: divieti di fornitura di anidride acetica e
consulenza militare;
- art. 6 e 7: divieti relativi ai voli e chiusura uffici;
- art. 8: divieto di partecipazione ad attività collegate a quelle
di cui agli artt. 2, 4, 5, 6, 7;
204
Designato
da Ufficio
Italiano
Cambi
Dirigente di
Ministero
Economia e
Finanze
Designato
dalla
Consob
Ufficiale
della Guardia
di finanza
In deroga al segreto d’ufficio, tutti i
provvedimenti di irrogazione di sanzioni
previste dal D.L. 28/9/2001, convertito in L.
27/11/2001,
n.
415
(disposizioni
sanzionatorie…nei confronti …dei Talibani) per
violazione dell’obbligo di comunicazione a
Ministero dell’Economia e delle Finanze e
Ministero delle attività produttive, dell’entità dei
capitali e delle altre risorse finanziarie oggetto
di congelamento.
Prospetto 23
COMITATO DI SICUREZZA FINANZIARIA
Ministero
dell’Interno
Carabinieri
Direzione
nazionale
antimafia
Direzione
investigativa
antimafia
Pubbliche amministrazioni
Tipologie di dati e
informazioni
individuate dal CSF,
d’intesa con la
Banca d’Italia
Dati ed informazioni, già acquisiti in
base alla normativa antiriciclaggio,
intermediari
usura
e
sugli
finanziari.
Guardia di
finanza
Informazioni riconducibili
alle competenze del CSF, in
deroga al segreto d’ufficio
Ministero
dell’Economia
e delle Finanze
Ministero della
Giustizia
Ministero
degli Affari
Esteri
Banca
d’Italia
Ufficio italiano
cambi
C.S.F.
Ogni informazione ritenuta
utile ai fini del decreto
istitutivo del CSF
esito delle
attività
informative
richieste
Autorità
giudiziaria
Richieste di
attività
informative
Consob
richieste di
accertamenti
Guardia
di finanza
esiti
degli
accertamenti
richiesti
Ufficio
Italiano
Cambi
Collegamenti
con analoghi
organismi
internazionali
Nucleo speciale di
polizia valutaria della
Guardia di finanza
Consob
205
dati ed
informazioni
Cesis
Sismi
Sisde
9
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE, RIFLESSIONI E PROPOSTE
Il percorso seguito in questa analisi, come anticipato nell’introduzione, è partito dalla
descrizione delle basilari caratteristiche e peculiarità del mondo islamico per giungere
progressivamente ad affrontare distorsioni e patologie di quel sistema, che si
concretizzano anche nel sostegno delle istanze più radicali e violente.
E’ ora il momento di trarre le conclusioni di questa lunga analisi e di formulare le
conseguenti proposte.
9.1 LA COMUNITA’ ISLAMICA IN ITALIA: UNITA’, INTEGRAZIONE,
AUTONOMIA, DISSOCIAZIONE.
Da quanto sin qui esaminato, sembra emergere una strategia terroristica che passa per lo
sfruttamento e l’ “inquinamento” di quella che è stata definita l’ “atmosfera islamica”,
che altrimenti potrebbe essere considerata semplicemente una legittima aspirazione dei
musulmani ad alimentare una propria identità culturale e religiosa.
Questo scenario rende complesso scindere il momento del legittimo sostegno religioso e
sociale dal momento in cui si realizza la devianza che canalizza risorse a vantaggio del
terrorismo.
Questa capacità di penetrazione dell’estremismo religioso è enfatizzata peraltro dal fatto
che anche le suddette dinamiche di legittimo sostegno dell’ “atmosfera islamica”si
sviluppano in un ambiente fatto spesso di marcato disagio economico e sociale, in cui
xenofobia, difficoltà di confronto culturale, disgregazione dei valori familiari,
disoccupazione – accentuata dall’evoluzione delle economie occidentali verso il settore
terziario - generano un forte senso di alienazione verso la società occidentale ospitante.
D’altra parte, proprio il flusso di risorse proveniente dai più ricchi Paesi musulmani,
finalizzato ad alimentare la predetta “atmosfera islamica”, può essere annoverato tra i
fattori alienanti, in quanto agevola la costituzione di comunità separate rispetto al
contesto in cui sono inserite e dipendenti da istanze esterne.
Questa situazione di precario equilibrio (se di equilibrio si vuol parlare) in alcuni casi può
essere facilmente esasperata tramite la strumentale introduzione ed estremizzazione del
fattore religioso. Tale strategia, peraltro, trova terreno particolarmente fertile in una
realtà, come quella islamica, in cui la religione è avvolgente rispetto a tutti gli altri aspetti
dell’esistenza.
Queste considerazioni introduttive impongono qualche preliminare riflessione proprio
sugli aspetti religiosi e sociali.
Nel percorrere l’opzione del dialogo è fondamentale la scelta degli interlocutori. Appare
evidente che rivolgersi ai rappresentanti – più o meno dichiarati – delle istanze estreme e
violente, potrebbe essere non solo inutile (visto il congenito rifiuto del dialogo da parte
delle stesse), ma addirittura controproducente. Tale scelta, infatti, non farebbe altro che
fornire ai terroristi legittimazione anche all’interno del mondo musulmano. Sembra
obbligata, invece, una strategia di dialogo selettivo che si rivolga ad una comunità
206
islamica che si dissoci apertamente e profondamente dall’uso di qualsiasi forma di
violenza; una comunità che, nella disputa che agita il mondo arabo tra un’interpretazione
bellicosa della Jihad (Jihad al qital) ed un’accezione della stessa quale sforzo interiore del
fedele per migliorare se stesso ed avvicinarsi a Dio (Jihad al nafs), scelga quest’ultima
strada664.
Per intraprendere questa strada serve però una comunità islamica italiana unitaria ed
autonoma rispetto ad influenze ed infiltrazioni strumentali esterne. Lo stato di
alienazione e frammentazione precedentemente delineato induce ad una prima
conclusione: per dare inizio ad un processo dialettico (indipendentemente dalla posizione
più o meno intransigente che in tale ambito si voglia assumere) è necessario propugnare
la costituzione di un idoneo interlocutore.
Serve, in altre parole, una controparte che persegua un “proprio interesse
all’integrazione” e non interessi esogeni, chiaramente orientati a mantenere
un’alienazione che perpetua le possibilità di strumentalizzazione esterna.
Senza questa unitarietà ed autonomia (che non significa distacco rispetto alle proprie
origini culturali) l’Italia continuerà ad essere popolata da gruppi scollegati di immigrati
(più o meno regolari) che continueranno a vedere gli attacchi alla civiltà che
ciononostante li ospita, come aggressioni ad un soggetto estraneo e che seguiteranno
perciò a cercare altrove solidarietà, ispirazione, “soddisfazione”, legami.
Una volta che tale interlocutore “rappresentativo ed interessato” sarà cresciuto, si avrà
allora un nuovo ed unico polo di assorbimento delle istanze della comunità musulmana,
in contrapposizione ai precedenti “sostenitori” delle istanze anche più estreme. Questa
nuova entità potrà quindi dissociarsi effettivamente dal terrorismo e dai poteri ed
interessi esterni che lo alimentano, contribuendo auspicabilmente al contrasto dei
medesimi.
Ecco allora che le richieste di dissociazione dalla politica e dalla società civile italiana
dovranno essere recepite e tradotte in effettivo distacco. In altre parole, l’obiettivo di
questo passaggio non è quello di favorire solo l’integrazione, ma anche la creazione di
uno polo di responsabilità da cui pretendere “orientamento e controllo” della parte sana
della comunità di riferimento e conseguentemente “esplicita” dissociazione dalle
componenti patologiche.
L’attuale stato di frammentazione del mondo islamico – anche con riferimento ai vari
gruppi immigrati in occidente – potrebbe peraltro essere una situazione scientemente
mantenuta, in quanto non consente di individuare il soggetto da cui pretendere oggi la
suddetta dissociazione, non solo personale ma anche della comunità rappresentata.
D’altra parte, in assenza di un fronte compatto, i singoli soggetti che dovessero schierarsi
apertamente contro le istanze estremiste, si esporrebbero a quantomeno probabili
“condanne a morte” per apostasia provenienti da tali componenti violente; non sembra
che la strada dell’eroismo individuale possa portare ad una qualche soluzione665.
La proliferazione di iman e gruppi islamici tra loro scollegati, l’assenza di un tessuto
connettivo che costituisca filtro rispetto all’introduzione di messaggi (e portatori di
664
La distinzione tra le due interpretazioni di Jihad è tratta da Magdi Allam (2002). Di fatto, secondo questo autore, in
Italia si sarebbe affermata la tesi della Jihad al qital.
665
Non va sottaciuto, d’altra parte, il rischio a cui si esporrebbe qualunque autorità “moderata” nel dissociarsi dagli
esponenti più radicali.
207
messaggi) estremisti agevola pericolose infiltrazioni che sfruttano spazi creati dal disagio
sociale ed economico di cui soffrono gli immigrati musulmani. L’assenza di punti di
riferimento interni (che sarebbero i leader di questa prospettata comunità unitaria e
integrata) genera una evidente permeabilità rispetto ad istanze esterne di ogni genere.
Come si è visto, nella religione musulmana non è prevista la presenza di un vero è
proprio clero “centralizzato”: questo non toglie che una comunità unitaria (strutturata, ad
esempio, su stabili moschee piuttosto che su anonime e mobili sale di preghiera) ed i suoi
leader possano essere in grado di orientare la funzione di “guida spirituale”, individuare
soggetti proclivi a predicazioni che non rispondono all’esigenza dell’integrazione, della
pace sociale e religiosa, impedendo quindi qualsiasi commistione con i proselitismi più
radicali.
9.2 ALLA RICERCA DI NUOVI EQUILIBRI MONDIALI
Prima di passare alle conclusioni direttamente riguardanti lo scopo ultimo di questo
rapporto di analisi strategica (il contrasto del finanziamento al terrorismo) , vale la pena
soffermarsi brevemente su alcune considerazione di carattere geo-politico-economico.
Nel corso dell’esame condotto nei capitoli che precedono, è emerso il ruolo che sembrano
aver avuto le enormi masse finanziarie mosse dai più ricchi Paesi musulmani. In
particolare, si è fatto riferimento alla centrale posizione assunta dall’Arabia Saudita, nel
mercato dell’offerta petrolifera, in conseguenza anche del decennale embargo ai danni
dell’Iraq666. Questa enorme disponibilità di risorse, accompagnata dall’aspirazione
panislamica, avrebbe contribuito all’alimentazione dell’ “atmosfera islamica” in
occidente.
Senza voler entrare nel merito della consapevolezza o meno del sistema o di singoli
comparti circa le distorsioni del meccanismo, vale la pena evidenziare che difficilmente la
politica dell’Arabia Saudita (come quella di altri Paesi in una simile posizione) avrebbe
potuto essere efficacemente influenzata; il monopolio medio orientale nel mercato delle
risorse energetiche si traduce nell’impossibilità di bloccare il flusso di risorse economiche
diretto a quell’area e nell’estrema difficoltà di impedire “comportamenti” interni ed
internazionali pericolosi per l’equilibrio mondiale.
Per acquisire strumenti di pressione, in sostanza, è necessario andare verso l’erosione di
questo monopolio. In tale ottica, si è parlato della politica occidentale in Asia centrale,
sede di rilevantissime risorse energetiche che in futuro potranno competere e
ridimensionare gli attualmente “insostituibili” idrocarburi mediorientali.
E’ importante, però, che l’afflusso di risorse finanziarie in Asia centrale sia accompagnato
da uno sviluppo economico e sociale, senza il quale si potrebbero ricreare in quest’area
pericolose tensioni, che, ancora una volta, potrebbero essere sfruttate dal fondamentalismo
islamico. Basti pensare ai già accennati rischi di radicalizzazione di formazioni come Hizb
al-Tahrir al-Islami667, nonché alla minaccia terroristica già rappresentata dal Movimento
Islamico dell’Uzbekistan.
666
667
Questo tema è stato affrontato anche nel paragrafo dedicato all’Arabia Saudita, nel capitolo 3.
A tal proposito, si veda anche il paragrafo sull’evoluzione degli equilibri in Asia centrale, nel capitolo 3.
208
Alle considerazioni che precedono bisogna aggiungere la prospettiva dell’ulteriore
ridimensionamento dell’importanza del petrolio mediorientale (e di questa risorsa in
generale) che sarà determinata dallo sviluppo dello sfruttamento energetico
dell’idrogeno.
Il passaggio dal vigente assetto monopolistico (o comunque oligopolistico) ad un regime
di disponibilità diffusa dell’energia, rivoluzionerà i meccanismi di ricerca delle alleanze
geo-politico-economiche e condurrà a nuovi equilibri mondiali.
9.3 PROBLEMATICHE APPLICATIVE DEGLI STRUMENTI NORMATIVI
VIGENTI
Sulla base della complessiva situazione normativa delineata nel capitolo 8, può essere ora
utile esprime qualche considerazione conclusiva in merito alle specifiche misure che
possono avere come oggetto le disponibilità finanziarie ed economiche del terrorismo
internazionale.
9.3.1 ESTENSIONE DELLE MISURE PATRIMONIALI ANTIMAFIA AL TERRORISMO
INTERNAZIONALE
Con l’introduzione dell’articolo 270 bis del codice penale la fattispecie del delitto di
terrorismo internazionale è stata compiutamente ed adeguatamente delineata e l’attività
di polizia giudiziaria può essere svolta in piena aderenza alle caratteristiche del fenomeno
da combattere.
Agli ordinari strumenti di prevenzione e repressione, il legislatore italiano ha voluto
inoltre aggiungere (L.438/2001) l’estensione delle misure patrimoniali antimafia.
A tal proposito, il percorso normativo che consente l’allargamento dell’applicazione di
queste misure antimafia si articola come segue:
legge 152/1975 estende le misure patrimoniali antimafia anche a coloro che
operanti in gruppi o isolatamente, pongano in essere atti obiettivamente rilevanti
diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato ...;
la legge 438/2001 opera un’ulteriore estensione a coloro che operanti in gruppi o
isolatamente, pongano in essere atti obiettivamente rilevanti diretti alla commissione di
reati con finalità di terrorismo anche internazionale;
i reati con finalità di terrorismo anche internazionale comprendono quelli previsti
dal nuovo articolo 270 bis del codice penale, tra i quali figura la promozione,
costituzione, organizzazione, direzione, finanziamento di e la partecipazione ad
associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di
terrorismo, anche quando tali atti sono rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione e
un organismo internazionale.
Ne consegue che le misure patrimoniali antimafia sarebbero pienamente applicabili anche
per il contrasto al finanziamento del terrorismo internazionale.
209
La domanda da porsi, a questo punto, riguarda l’idoneità di queste ultime misure tradizionalmente congeniate per il fenomeno dell’associazione mafiosa - con riferimento al
settore qui in esame.
Nonostante l’“incoraggiante” ricostruzione del quadro sistematico che precede, si ritiene
opportuno evidenziare i seguenti aspetti, alcuni dei quali problematici, che rilevano per la
piena efficacia e concreta applicabilità dello strumento:
i soggetti che possono proporre l’avvio delle cosiddette “indagini patrimoniali”
sono il procuratore della Repubblica presso il Tribunale nel cui circondario dimora la
persona ed il questore.
Il riferimento al luogo di dimora - che trova origine nelle caratteristiche del fenomeno
mafioso – potrebbe già rappresentare, nel nuovo contesto, un elemento di criticità
attesa la presumibile maggiore mobilità - e, comunque, la presumibile assenza di
radici in specifici contesti territoriali italiani - dei soggetti espressione del terrorismo
internazionale. Tale perplessità potrebbe essere superata, almeno in parte, ove si
consideri che la stessa legge prevede che, in caso di assenza, residenza o dimora
all’estero della persona, il procedimento di prevenzione può essere proseguito, o
iniziato, su proposta del procuratore della Repubblica o del questore competente per il
luogo dell’ultima dimora;
per quanto attiene all’oggetto della misura di prevenzione, esso sembra avere
un’idonea estensione, in quanto le indagini patrimoniali, cui si procede anche a mezzo
della Guardia di finanza o della polizia giudiziaria, riguardano il tenore di vita, le
disponibilità finanziarie, il patrimonio e l’attività economica, con la finalità ultima di
individuare le fonti di reddito. Da notare, poi, che tali indagini, oltre a riguardare il
“terrorista” vengono effettuate anche nei confronti del coniuge, dei figli e di coloro che
nell’ultimo quinquennio hanno convissuto con il medesimo, nonché le persone fisiche,
giuridiche, società, consorzi o associazioni del cui patrimonio esso risulta poter
disporre in tutto o in parte, direttamente o indirettamente.
Nell’effettuazione di tali indagini, può essere richiesto - ad ogni ufficio della pubblica
amministrazione, ad ogni ente creditizio, nonché alle imprese, società ed enti – ogni
tipo di informazione e copia di documentazione ritenute utili;
come già visto, nell’individuare chi può essere soggetto alla misure di
prevenzione patrimoniale, la legge 152/1975 cita “coloro che, operanti in gruppi o
isolatamente, pongano in essere atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti alla
commissione dei reati con finalità di terrorismo anche internazionale”668.
Nasce, qui, un’altra perplessità: mentre con riferimento all’associazione mafiosa sono
sufficienti indizi di appartenenza (il cui contenuto probatorio è inferiore rispetto alle
prove dirette, anche se superiore a quello di semplici sospetti), tale specificazione non
viene riportata nel caso del terrorismo anche internazionale e perciò non è chiaro se
anche in questo caso sarebbero sufficienti indizi o sospetti (di aver posto in essere atti
ecc.) oppure se sono richieste evidenze più pregnanti (fondati sospetti, prove?)
per finire, deve essere esaminato il contenuto effettivo della misura di
prevenzione. Esso consiste nel sequestro dei beni di cui la persona risulta poter
668
A tali soggetti devono, poi, essere aggiunti istigatori, mandanti e finanziatori.
210
disporre, direttamente o indirettamente, quando il loro valore risulta sproporzionato
al reddito dichiarato o all’attività economica svolta ovvero quando, sulla base di
sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite
o ne costituiscano il reimpiego. Con l’applicazione della misura di prevenzione, il
tribunale dispone la confisca dei beni sequestrati dei quali non sia stata dimostrata la
legittima provenienza.
Se ne trae un’importante considerazione: il motivo ultimo dell’applicazione della
misura di prevenzione è la provenienza (illecita) del patrimonio. Nel contrasto al
finanziamento al terrorismo, invece, ciò che conta è la destinazione (illecita) del
patrimonio (che servirebbe a finanziare la commissione di atti terroristici). Si può
verificare l’ipotesi che i flussi finanziari convogliati sul terrorismo abbiano una
provenienza lecita, il che renderebbe improprio l’applicazione della misura di
prevenzione669. A ciò si aggiunga che, comunque, per l’applicazione della stessa è
necessario dimostrare la suddetta sproporzione o avere i predetti “sufficienti indizi”
In definitiva, l’estensione dell’applicazione delle misure patrimoniali “antimafia”, così
come formulata, sembra presentare problematiche che potrebbero impedire alla medesima
di esplicare appieno le proprie potenzialità. Potrebbe, quindi, risultare utile qualche
correttivo legislativo (ispirato alle considerazioni che precedono) che renda lo
strumento pienamente aderente al fenomeno da contrastare.
669
Per questo motivo, al fine di permettere all’Ufficio Italiano Cambi ed al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di
utilizzare anche per il contrato del finanziamento al terrorismo le attribuzioni previste dalle disposizioni vigenti per la
prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, è stata necessaria un’esplicita previsione normativa
(DL 22 febbraio 2002, n.12, convertito con Legge 23 aprile 2002, n. 73) Tali attribuzioni, originariamente previste dalla
Legge 197/91, attengono sostanzialmente all’approfondimento delle segnalazioni per operazioni sospette.
211
9.3.2 IL CONGELAMENTO DELLE RISORSE FINANZIARIE ED ECONOMICHE
Lo strumento di contrasto al finanziamento al terrorismo più in voga appare senza dubbio
il congelamento delle risorse finanziarie ed economiche, ex regolamenti 2580/2001 e
881/2002.
L’estrema rilevanza di questo strumento è direttamente proporzionale al carattere
internazionale della rete terroristica. La percezione della sua utilità è legata alla
consapevolezza che il terrorismo internazionale non è un problema “interno” di singoli
Stati, ma una minaccia che incombe su tutta la Comunità internazionale. Per questa
ragione, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, a livello mondiale, e l’Unione Europea –
per quanto più direttamente ci riguarda – hanno assunto il ruolo di sedi naturali da cui
muove la comune azione di contrasto.
L’importanza dello strumento del congelamento sta proprio nell’automatico e simultaneo
blocco delle disponibilità di un soggetto sospettato di terrorismo internazionale in tutta
l’Unione Europea, senza ulteriori formalità che non siano l’inserimento del nominativo
nelle liste allegate ai due regolamenti670.
In definitiva, quindi, queste misure più che un nuovo mezzo di aggressione patrimoniale
(che potrebbe essere attuato anche con altri strumenti) sono potenti mezzi di rapida
cooperazione internazionale671.
Concentrandosi, invece, sulla valenza interna di una proposta italiana di inserimento di un
soggetto nelle liste di congelamento (specialmente per il caso del regolamento 2580/2001,
più dettagliatamente disciplinato) va sottolineato ancora che questa forma di temporaneo
blocco preventivo672 - oltre a richiedere solo l’inizio di un’indagine da parte di una
qualsiasi procura della Repubblica673, basata su indizi seri e credibili - non è legata alla
dimostrazione della provenienza illecita, ma attacca immediatamente tutti i capitali del
soggetto, valutando che essi possano essere destinati a finalità di terrorismo.
Vanno considerate, tuttavia, anche per il congelamento, alcune problematiche tuttora
persistenti e di non poco momento, come ad esempio:
il background giuridico completamente diverso in cui nasce lo strumento del freezing
e cioè il sistema del Common Law anglosassone, nel quale provvedimenti del genere
sembrano adattarsi meglio, a differenza di altri sistemi giuridici, come il nostro,
caratterizzati da diverso rigore formale674;
670
In buona sostanza, ad esempio, ove la Francia, sulla base degli elementi a propria disposizione, ritenga di proporre
l’inserimento in lista di un soggetto, in caso di approvazione da parte del Consiglio dell’Unione Europea (nel caso del
Reg. 2580/2001), l’Italia dovrà provvedere automaticamente al congelamento. Successivamente potranno essere messe
in moto le procedure per provvedimenti di formale cooperazione giudiziaria.
671
In altre parole, l’estrema utilità dello strumento del congelamento emerge chiaramente in caso di proposte di
inserimento di soggetti da parte di altri Stati membri (soggetti nei cui confronti, quindi, l’Autorità giudiziaria italiana
non sta assumendo provvedimenti) oppure ove si voglia pervenire al rapido allargamento agli altri Stati membri
dell’aggressione patrimoniale iniziata in Italia.
672
Cui possono seguire altre forme di intervento giudiziario (sequestro e confisca), aventi anche carattere definitivo.
673
Non è necessario incardinare il procedimento in relazione al luogo di dimora, come nel caso delle misure
patrimoniali antimafia.
674
Questo aspetto è stato probabilmente sottovalutato o trascurato all’inizio perché nel pieno dell’emergenza si è
pensato soprattutto a contrastare in qualunque modo la minaccia terroristica, colpendola anche nelle sue fonti di
sostentamento
212
le persistenti lacune su come procedere al congelamento di risorse economiche,
per sanare le quali pare imprescindibile ricorrere a fonte normativa primaria che
disciplini chiaramente:
o autorità competenti e relative procedure, già tratteggiate piuttosto bene dai
regolamenti comunitari per quanto riguarda i congelamenti finanziari, non
altrettanto per quelli economici;
o modalità di congelamento di certi “beni complessi”, come ad esempio le
aziende675;
elencando inoltre, tassativamente, tutti i beni astrattamente assoggettabili a
congelamento e i rispettivi organi centrali competenti;
più in generale, la mancanza di riferimenti normativi interni che tipizzino un
provvedimento che incide, eccome, sulla sfera giuridica dei destinatari. Al riguardo
è bene sottolineare che, se per un verso è vero che i regolamenti comunitari sono
direttamente applicabili nel nostro ambito, d’altro canto del “congelamento” non è
stata ancora definita natura e durata. La conseguenza è che:
o Le procedure applicative nazionali sono caratterizzate da insolita
informalità676;
o di conseguenza, i destinatari sono quasi del tutto privi di tutela. Infatti, non
potendo impugnare provvedimenti formali veri e propri, per ora, non resta
che appellarsi alla Corte di Giustizia Europea eccependo l’inserimento del
proprio nominativo in una delle liste allegate ai suddetti regolamenti.
Riguardo alla natura del congelamento, è da escludere che si tratti di un
provvedimento giudiziario, in quanto solo i presupposti riguardano essenzialmente
attività dell’A.G., ma la fase applicativa è invece demandata ad autorità
amministrative. Per contro, non può definirsi provvedimento amministrativo in
senso stretto per via delle carenze formali sopra accennate.
Serve quindi una definizione più complessa che collida il meno possibile con i limiti
suddetti e che, al contempo, dia un senso alle finalità dello strumento in rassegna: si
potrebbe, in ultima analisi, considerare il congelamento come un provvedimento di
natura cautelare (e quindi di durata provvisoria) supplementare o alternativo al
sequestro giudiziario e comunque prodromico a sequestri e confische definitive,
una volta che da quegli indizi seri e credibili – ancorché maturati in altri Stati –
siano scaturite attività di cooperazione giudiziaria ovvero procedimenti penali che
portino a provvedimenti definitivi.
675
Per il congelamento di aziende, fonte di ispirazione per le modalità applicative potrebbe essere la normativa
antimafia
676
Per quanto riguarda gli oneri di formalizzazione, un sistema rigoroso come il nostro dovrebbe certamente sforzarsi di
introdurre previsioni di legge chiare in ordine a natura, durata, ambito di applicazione del congelamento nonché le
modalità applicative e le relative autorità competenti, o meglio, obbligate a farlo.
213
9.4 LINEE STRATEGICHE DELLA GUARDIA DI FINANZA PER IL
CONTRASTO DEL FINANZIAMENTO AL TERRORISMO DI
MATRICE ISLAMICA
Nel corso dell’analisi, sono stati delineati i possibili schemi di finanziamento seguiti dal
terrorismo internazionale, evidenziando il ruolo che possono ricoprire società produttive o
NGO, nonché la centralità dei fondi rivenienti dalla zakat o da altre forme di supporto di
quella che è stata definita l’atmosfera islamica.
Come anticipato nell’introduzione, il percorso seguito nel presente lavoro è stato
strumentale a focalizzare l’attenzione sulla tematica del finanziamento al terrorismo
contestualizzando la medesima rispetto alla cultura ed alla storia musulmana, all’assetto
geopolitico di certe aree del globo, alla presenza ed alla strutturazione in Italia delle
componenti islamiche, al sistema finanziario coerente alla shari’a e, infine, alle
caratteristiche generali della costellazione del terrorismo islamico.
Tale impostazione dell’analisi è orientata alla comprensione di una parte (il finanziamento
del terrorismo) dell’universo problematico da fronteggiare, avendo però a disposizione
fondamentali chiavi di lettura che solo la conoscenza del più ampio contesto di riferimento
può fornire.
La focalizzazione sul tema del finanziamento è naturale, viste le peculiarità della Guardia
di finanza, in quanto polizia economico-finanziaria. Si è però voluto evitare l’errore di
voler attaccare il “nemico” senza aver un preciso obiettivo, che può nascere solo dalla
conoscenza complessiva delle caratteristiche, della struttura, dei significati che orientano,
delle dinamiche, dei target globali del “nemico” medesimo.
Questo sforzo di contestualizzazione non è stato utile solo per la stesura di queste
conclusioni, ma costituirà il primo sostanziale passo per lo sviluppo di una conoscenza che
orienterà il concreto evolversi delle attività info-operative della Guardia di finanza.
Punto di partenza delle considerazioni che seguono è lo schema piramidale - già illustrato
nei capitoli che precedono – seguito dall’odierno “supporto pubblico” al terrorismo
islamico internazionale.
Si era definito, in sintesi, lo schema come rappresentativo, alla base, dei primi destinatari
“leciti” (o apparentemente tali) delle varie forme di finanziamento dell’ “atmosfera
islamica” e, alla punta della piramide, dei gruppi terroristici.
Obiettivo centrale dell’analisi, dunque, sono i flussi e le osmosi che muovono all’interno
della piramide, dalla base alla punta delle stessa.
A quanto già evidenziato, è necessario aggiungere una premessa introduttiva di una
prospettiva geografica, che si sostanzia nella distinzione tra l’area dei Paesi dai quali ci si
può aspettare un’effettiva cooperazione giudiziaria e quella dei Paesi con cui tale
cooperazione non è altrettanto plausibile e sostanziale.
Questa bipartizione è essenziale nell’elaborazione della strategia da seguire: impostare
un’azione che presuppone, per il proprio successo, un improbabile buon fine di attività ad
214
esempio rogatoriali non significherebbe altro che intraprendere un’attività della quale si
potrà giustificare l’insuccesso (motivato appunto dalla mancanza di cooperazione
internazionale).
Questo non significa assolutamente che non bisogna perseguire ipotesi di reato di tale
natura, ma nel momento in cui si tratta di decidere dove e come concentrare le risorse
investigative del Corpo è necessario innanzitutto porsi l’obiettivo di un impiego efficace
delle stesse, nel senso di un impiego che massimizzi la probabilità di successo delle
indagini intraprese.
Area dei Paesi cooperativi
Area dei Paesi non cooperativi
Fonti di finanziamento
Un primo scenario ipotizzabile è quello sopra schematizzato, in cui le risorse hanno
origine in Paesi “non cooperativi”, sotto forma di raccolta zakat o altri tipi di beneficenza
e, con l’intermediazione o meno di gruppi di potere (ad esempio, gli amministratori della
stessa zakat) le stesse affluiscono ad organizzazioni caritatevoli o di mutua assistenza che
operano in Italia o comunque nell’area dei Paesi “cooperativi” (ad esempio, Paesi
dell’Unione Europea). Si è nel caso dell’alimentazione di una base della piramide già
situata nel nostro Paese. Ne consegue che il passaggio dalla base alla punta della piramide
– cioè lo sviluppo di quelle dinamiche che fanno affluire parte delle risorse al sostegno dei
gruppi terroristici - avviene interamente nella sfera d’azione della Guardia di Finanza o di
collaterali esteri con cui possono essere allacciati proficui rapporti di collaborazione.
E’ questo processo di diversione delle risorse (o di canalizzazione programmata delle
stesse) che si ritiene debba costituire l’obiettivo prioritario del Corpo.
Possono sorgere difficoltà ove si intenda approfondire l’attività investigativa a proposito
dell’origine dei fondi – in pratica per verificare l’intenzionalità o meno circa la finale
destinazione delle risorse - in quanto sarebbe necessaria la collaborazione di Paesi che
definiamo, in questo scenario, “non cooperativi”; questo, però, è un problema che può
essere affrontato in seconda battuta e non impedisce di colpire le attività svolte nell’area
dei Paesi “cooperativi”677.
Simili opportunità ed ostacoli sorgono nell’ipotesi in cui i finanziamenti affluiscano
direttamente alle cellule terroristiche, che magari operano sotto la coperta di
organizzazioni produttive (che è plausibile abbiano rapporti economici con l’estero).
677
Non si estirpano le radici, ma si tagliano almeno i rami. Esula dall’orizzonte di questa analisi e della Guardia di
finanza, l’ulteriore azione che potrebbe essere rivolta a far divenire cooperativi Paesi che attualmente non lo sono.
215
Area dei Paesi cooperativi
Fonti di finanziamento
Ancora più completa è la possibilità di contrasto ove le fonti di finanziamento abbiano
origine nell’ambito del circuito dei Paesi “cooperativi” ed il percorso dalla base alla punta
della piramide (rappresentativa dei gruppi terroristici) rimanga interamente nel medesimo
circuito. Ferma restando la necessità di accertare eventuali (probabili) regie esterne, questo
micro-circuito (dalla fonte alla destinazione) può essere completamente sterilizzato.
Ovviamente, potranno essere disarticolati anche meccanismi di alimentazione diretta dei
gruppi terroristici. Può essere il caso di un sistema bancario informale che, in Italia,
raccolga denaro da immigrati musulmani e destini il frutto delle commissioni applicate a
sostenere cellule presenti nel nostro Paese o nell’Unione Europea.
Area dei Paesi non cooperativi
Area dei Paesi cooperativi
Fonti di finanziamento
Un diverso scenario, speculare al primo, si presenta ove la “raccolta finanziaria” venga
realizzata in Italia – o, in genere, in occidente – e vada ad alimentare la base di una
piramide che si sviluppa nel circuito dei Paesi “non cooperativi”.
In questo caso, l’azione investigativa tesa a colpire queste fonti incontra l’ostacolo della
necessità di collaborazione da acquisire tramite attività ad esempio rogatoriali, per
verificare l’effettiva destinazione dei fondi. Possono essere autonomamente perseguite
solo ipotesi, ad esempio, di abusivismo finanziario.
Simili problematiche si presentano ove i fondi affluiscano direttamente ai gruppi
terroristici, operanti sotto la copertura, ad esempio, di organizzazioni produttive che
giustifichino il movimento di denaro.
Anche queste piste investigative devono essere battute, ma con la consapevolezza che il
successo delle indagini circa l’ipotesi del finanziamento del terrorismo internazionale è
pesantemente influenzato da un fattore esterno difficilmente controllabile (la
collaborazione dei Paesi di destinazione del flusso di finanziamento al terrorismo).
216
Area dei Paesi non cooperativi
Fonti di finanziamento
Un’ultima ipotesi contempla la possibilità che raccolta e destinazione - diretta o indiretta
(tramite NGO) – si sviluppino completamente nell’area dei Paesi non cooperativi e,
comunque, non passi per l’Italia.
Dal punto di vista del contrasto al finanziamento internazionale, questo scenario non
assume un’immediata rilevanza strategica per il Corpo. In questo caso, la problematica si
sposta sul piano “militare”, nella misura in cui questi gruppi terroristici stanziati e
alimentati all’estero, intendano organizzare attentati in Italia.
In definitiva, l’azione della Guardia di Finanza in quanto Corpo di polizia a competenza
specialistica nel settore economico e finanziario, dovrebbe essere concentrata su questo
obiettivo di sintesi:
“Individuare e disarticolare i meccanismi di passaggio di risorse finanziarie/economiche
dalle attività socio-economiche prime destinatarie ai gruppi terroristici”.
In particolare, dovrebbero essere analizzate le transazioni economico/finanziarie che
vengono realizzate in Italia, nell’Unione Europea (o in altri Paesi “cooperativi”) e che
presumibilmente transitano per un complesso sistema di società produttive o NGO
apparentemente legali o effettivamente legali ma strumentalizzate.
Il principale problema per le investigazioni può risiedere nella totale apparente legalità
delle transazioni effettuate, che assumono una veste completamente differente solo ove
venga considerato il fine: il supporto dei gruppi terroristici internazionali.
Questa evidente difficoltà rende vani gli sforzi investigativi che mirano a perlustrare la
direzione dalla base alla punta della piramide.
E’ necessario, invece, percorrere il senso contrario, partendo dalla conoscenza o,
comunque, da certe ipotesi circa la composizione e l’attività operativa dei gruppi
terroristici.
Così facendo si disporrà della giusta chiave di lettura per interpretare il significato di
specifiche transazioni, per individuare società o NGO (oppure singoli membri delle stesse)
collegati, per scoprire attraverso questa nuova consapevolezza ulteriori ramificazioni
dell’organizzazione criminale e raccogliere prove per sostenere le ipotesi investigative già
formulate.
Si profila quindi una necessaria e specifica strategia di coordinamento delle attività (e delle
competenze) delle Forze di polizia.
La Polizia di Stato ed i Carabinieri potrebbero continuare a concentrarsi sull’attività dei
nuclei operativi dei gruppi terroristici, lasciando alla Guardia di Finanza
217
l’approfondimento dei collegamenti con attività produttive o NGO, visti i poteri ed il
know-how che contraddistinguono la medesima, in quanto polizia economico finanziaria.
Seguendo la stessa logica, dovrebbe anche essere ristrutturato e rafforzato il flusso
informativo con i servizi per l’informazione e la sicurezza. D’altra parte, riconoscendo la
necessità di sviluppare sinergie nel settore, il Comitato per la ricerca informativa sulle
attività finanziarie, istituito all’interno del Cesis, tuttora agisce d’intesa con il Ministro
dell’Economia e delle Finanze.
218
10 GLOSSARIO
Akhbari; sostenitori dell’osservanza letterale del Corano e della Sunna, nell’ambito dello
sciismo duodecimano, affermatosi nell’area iranica già al tempo dell’impero safavide; cap. 2
Al Gama’a al Islamiyya; gruppo terroristico; cap. 6
Al-Qaida; gruppo terroristico; cap. 6
Allàh; il Dio; cap. 1
Amil; amministratori della zakat); cap. 1
Ansar; convertiti medinesi; cap. 2
Arkan al-islam; i cinque pilastri dell’osservanza religiosa islamica; cap. 1
Asnaf; destinatari della zakat (suddivisibili in otto categorie); cap. 1
Ayat; i versetti del Corano; cap. 1
Baath; partito arabo ispirato al socialismo; cap. 3
Batin; senso esoterico delle dottrine islamiche, che assume centralità tra gli ismailiti; cap. 1
Bay’al-istisna; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
Bay’ al-salam; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
Bay’ mu’aggal; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
Califfo; successore – vicario del Profeta; cap. 2
Chaban; ottavo mese dell’anno musulmano; cap. 1
CICI; Centro Islamico Culturale d’Italia; cap. 4
CIML; Centro Islamico di Milano e Lombardia; cap. 4
Dar al-Islam; spazio in cui regna la fede in Dio/ecumene islamica (Casa dell’Islam); cap. 1
Dar al-harb; spazio in cui regna la guerra (ribellione a Dio); cap. 1
Dawla; concetto di Stato contrapponibile a quello di din; cap. 6
219
Dhikr; cerimonia, tipica del sufismo, attraverso la quale i fedeli cercano di intensificare la
consapevolezza della presenza in se stessi di Dio; cap. 1
Dhul-hijia; dodicesimo mese dell’anno musulmano. E’ il mese del pellegrinaggio alla
Mecca; cap. 1
Dhul-Qa’da; undicesimo mese dell’anno musulmano; cap. 1
Din; sfera religiosa contrapponibile al concetto di dawla; cap. 6
Do’wa libica; società per l’appello all’islam; cap. 4
Du’a’; preghiera libera contrapponibile ai rak’ah delle cinque fasi della preghiera
giornaliera; cap. 1
Faqih; giuristi islamici che possono procedere anche alla deduzione di nuove regole
religiose; cap. 1
Faqir/fuqara; poveri (destinatari della zakat); cap. 1
FIIGS; Fronte internazionale islamico per la guerra santa contro gli ebrei crociati; cap. 6
Fisabillillah; la causa di Allah, intesa come categoria destinataria della zakat);cap. 1
Fronte di liberazione della Palestina; gruppo terroristico; cap. 6
Fronte popolare per la liberazione della Palestina;
gruppo terroristico; cap. 6
Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Comando generale;
terroristico; cap. 6
gruppo
Gharimin; debitori (destinatari della zakat); cap. 1
Gruppo Abu Sayyaf ; gruppo terroristico; cap. 6
Gruppo Islamico Armato (GIA); gruppo terroristico; cap. 6
Haaretz; quotidiano israeliano; cap. 3
Hadith; racconti che riportano le azioni e gli insegnamenti di Muhammad; cap. 1
Hajj; pellegrinaggio alla Mecca - quinto pilastro dell’osservanza religiosa islamica; cap. 1
Hamas; gruppo terroristico; cap. 6
Hanbalita; una delle scuole giuridico- religiose islamiche; cap. 1
220
Hanafita; una delle scuole giuridico- religiose islamiche; cap. 1
Harakat ul-Mujahidin; gruppo terroristico; cap. 6
Haram al-Sharif; la spianata delle Moschee a Gerusalemme; cap. 3
Hijra; migrazione del Profeta e dei suoi primi seguaci dalla Mecca a Medina, avvenuta nel
622; cap. 2
Hizb-i Islami; partito islamico particolarmente attivo sulla scena politica afghana degli anni
novanta, da cui proviene Mauli Muhammad ‘Umar; cap. 3
Hizbullah; gruppo terroristico; cap. 6
Hudaybiyya; trattato/tregua del 628, tra gli arabi musulmani di Medina e gli arabi della
Mecca; cap. 2
Ka’ba; santuario al centro della Moschea della Mecca; cap. 1
Kharijiti; ramo dello sciismo; cap. 2
Kibbutz; fattorie collettive tipiche degli insediamenti ebrei; cap. 3
Ibnus sabil; viaggiatori (destinatari della zakat qualora incontrino difficoltà nel viaggio);
cap. 1
Id al-adha.; festa del sacrificio nella religione musulmana; cap. 1
Id al-fitr; festa islamica della rottura del digiuno alla fine del Ramadham; cap. 1
Igara-wa-iqtina; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
IIFSO; International Islamic Federation of Student Organization; cap. 4
Ijma; consenso, riferito a ciò su cui dotti e teologi sono concordi; cap. 1
Ijtihad; sforzo del dotto in materia giuridico-religiosa; cap. 1
Imam; In ambito sciita, mediatore tra uomo e Dio, capo temporale e guida spirituale,
interprete del significato nascosto della rivelazione. In ambito sunnita, designa colui che
guida la preghiera, senza prerogative o funzioni propriamente religiose; cap. 1
Infitah; termine riferito alla politica di apertura verso l’occidente adottata in Eigitto da
Sadat; cap. 3
ISI; agenzia di Intelligence pakistana; cap.3
221
Islam; attiva sottomissione a Dio; cap. 1
Jaish-e Mohammed; gruppo terroristico; cap. 6
Jibra’il; angelo Gabriele; cap. 1
Jihad; sforzo, che può essere inteso come tensione interna che deve caratterizzare l’uomo
per divenire un miglior musulmano; cap. 1
Jihad islamica palestinese; gruppo terroristico; cap. 6
Jihad islamica egiziana; gruppo terroristico; cap. 6
Jumada al-awwal; quinto mese dell’anno musulmano; cap. 1
Jumada AthThani; sesto mese dell’anno musulmano;
Laila al-bar’h; notte del perdono;
cap. 1
Láilat al-qádri; notte del destino;
cap. 1
cap. 1
Lashkar-e-Tayyiba; gruppo terroristico; cap. 6
Lega del mondo islamico; Organismo missionario musulmano, con sede alla Mecca; cap. 4
Loya jirga; granconsiglio- tradizionale assemblea afghana, consiglio tribale; cap. 3
Madhhab; scuola giuridico-religiosa (in generale); cap. 1
Madrass; strutture religiose pakistane; cap. 3
Malikita; una delle scuole giuridiche religiose islamiche; cap. 1
Miskeen; bisognosi – (destinatari della zakat); cap. 1
Movimento islamico dell’ Uzbekistan; gruppo terroristico; cap. 5
Muallaf; simpatizzanti – convertiti o inclini alla conversione all’islam – intesi come
categoria di destinatari della zakat; cap. 1
Muhharam; primo mese dell’anno musulmano; cap. 1
Mudaraba; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
Muhajirun; seguaci del Profeta Maometto che emigrarono alla Medina; cap. 2
Muhammad; Maometto; cap. 1
222
Mujahedi –eKhalq Organization; gruppo terroristico; cap. 6
Murabaha; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
Musharaka; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico; cap. 5
Nakba; catastrofe (per i palestinesi, è legata alla proclamazione, nel 1948, dello Stato di
Israele); cap. 3
Organizzazione Abu Nidal ; gruppo terroristico; cap. 6
Qard hasan; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico (prestito
sociale); cap. 5
Qiyas; analogia, intesa come strumento di interpretazione nell’elabozione della dottrina
religiosa; cap. 1
Qur’an; Corano (letteralmente, recitazione); cap. 1
Rabi al-awwal; terzo mese dell’anno musulmano; cap. 1
Rabi Ath Thani; quarto mese dell’anno musulmano; cap. 1
Rajab; settimo mese dell’anno musulmano; cap. 1
Rak’ah; recitazioni obbligatorie delle cinque fasi della preghiera giornaliera; cap. 1
Ramadhan; non mese del calendario musulmano (mese del digiuno); cap. 1
Riba; interesse, in senso finanziario; cap. 5
Riformismo islamico; movimento, nato nel XIX secolo, che poneva l’esperienza
occidentale quale modello cui tendere nell’opera di reinterpretazione del mondo
musulmano; cap. 2
Riqab; liberazione dalla schiavitù (destinatari della zakat); cap. 1
Sadaqah; ulteriore forma di donazione volontaria rispetto al versamento della zakat; cap. 1
Sahih; libro genuino; cap. 1
Safar; secondo mese dell’anno musulmano; cap. 1
Salat; i cinque momenti di preghiera giornaliera – secondo pilastro dell’osservanza religiosa
islamica; cap. 1
223
Sawm; digiuno (nel mese del Ramadham) - terzo pilastro dell’osservanza religiosa islamica;
cap. 1
Shafi’ita; una delle scuole giuridico- religiose islamiche; cap. 1
Shahada; Non c’è Dio tranne Iddio e Muhammad è il Messaggero di Dio – primo pilastro
dell’osservanza religiosa islamica; cap. 1
Shaheed; martiri suicidi; cap. 3
Shari’a; legge che disciplina della vita della comunità islamica, sulla base del Corano e
della Sunna; cap. 1
Shawal; decimo mese dell’anno musulmano; cap. 1
Shi’a; Partito di Alì, da cui sciismo; cap. 2
Shin Beth; servizio di sicurezza israeliano; cap. 3
Sunan; tre dei cinque libri che costituiscono la Sunna (letteralmente, tradizioni); cap. 1
Sunna; base della giurisprudenza islamica, insieme al Corano. E’ la raccolta degli hadith;
cap. 1
Sure; capitoli in cui si articola il Corano; cap. 1
Takaful; solidarietà, termine con cui ci si riferisce alle assicurazioni; cap. 5
Ta’lim; insegnamento; cap. 1
Tanzim; forze di sicurezza palestinesi; cap 3
Tariqa; scuola religiosa nell’ambito del sufismo; cap. 1
Tiara; commercio; cap. 5
UCOII; Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia; cap. 4
Umma; concetto che esprime l’unicità della comunità islamica fondata sull’appartenenza
alla religione musulmana; cap. 1
‘Urf; consuetudine; cap. 1
USMI; Unione degli Studenti Musulmani in Italia; cap. 4
224
Wada ‘i’gariyya; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico (conto
corrente); cap. 5
Wada ‘i’ iddikhar; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico (conto di
risparmio); cap. 5
Wada ‘i’ al istithmar; strumento finanziario utilizzato nel sistema bancario islamico (conto
di investimento); cap. 5
Wahhabismo; movimento sunnita interprete della scuola giuridico-religiosa hanbalita; cap.1
Zakat; donazione/elemosina – . quarto pilastro dell’osservanza religiosa islamica. E’ una
specie di decima da applicare alle categorie di beni e secondo percentuali indicate dalla
Legge islamica; cap. 1
225
11 FONTI DI INFORMAZIONE
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a
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CNN.;
Complice
di
Bin
Laden
arrestato
in
Spagna;
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Fermati
due
egiziani
sospettati
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finanziare
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Al-Qaeda;
CNN.;
Terrorismo
islamico.
Undici
sospetti
arrestati
in
Spagna;
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CNN.;
Frattini:
rete
terroristica
in
Italia
preparava
attentati
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all’estero;
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CNN.;
Inchiesta
sul
terrorismo
islamico:
arrestato
un
egiziano
latitante
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su
sette;
CNN.;
Milano:
condannati
i
quattro
tunisini
vicini
ad
http://www.cnnitalia.it/2002/ITALIA/02/22/tunisini/index.html 2/2002
Al-Qaida;
CNN;
Allarme
terrorismo:
arrestati
quattro
nord
http://www.cnnitalia.it/2002/ITALIA/02/20/arresti/index.html 2/2002
africani;
CNN;
Associazione
sovversiva
per
i
nord
africani
http://www.cnnitalia.it/2002/ITALIA/02/21/terrorismo/index.html 2/2002
arrestati
CNN;
Cianuro,
restano
in
carcere
i
nord
http://www.cnnitalia.it/2002/ITALIA/02/24/terrorismo/index.html 2/2002
africani;
CNN.;
Arrestati
presunti
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http://daccessods.un.org/doc/undoc/gen/n02/599/01/pdf/n0259901.pdf?openelement
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raffica
di
arresti
http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,80040,00.html 10/2001
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trovare un accordo; http://www.grandinotizie.it; 5/2002
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www.caritasroma.it/download/scheda%20dossier%202001.pdf; 7/2002
Following the terrorists’ money; www.businessweek.com; 10/2001
Fact
Sheet:
State
Department
Identifies
28
Foreign
usinfo.state.gov/topical/plo/terror/01100513.htm; 10/2001
No
relation
between
Dallah
Albaraka
http://www.altawfeek.com/news3.htm
Group
And
Terrorist
Groups;
Bush’s
Dallah
group
denies
any
association
with
http://www.albaraka.com.pk/press_releases/denies_any_association.html
Order
Al-Qaeda;
Short profile to the Dahabshiil Pvt. Ltd. Co.; www.dahabshiil.com/profile.htm
Kingdom
Introduces
Measures
to
Facilitate
Foreign
Investment;
http://www.saudiembassy.net/publications/newsletter2000/05-a.html; 9/2002
Somalia: Muscardini, ecco i fiancheggiatori di Al Qaeda = A Strasburgo i documenti che
collegano
Al
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TNG
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dei territori d’oltremare; http://europa.eu.int/abc/obj/treaties/it/ittr6e.htm; 9/2002
Parte quarta del Trattato sull’istituzione della Comunità Europea: associazione dei Paesi e
dei
territori
d’oltremare
–
allegato
IV;
http://www.ligelong.it/documents/trattato_maastricht/ittr6h04.htm; 9/2002
June 2001 – round breaking Us$ 300 – plus million assets – merger agreement is signed;
http://www.tii.com/news_2001.html#2001-6
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http://ict.org.il/articles/fatwa.htm
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Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1368, in data 12 settembre
2001
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1373, in data 28 settembre
2001
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1377, in data 12 novembre
2001
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1076, in data 22 ottobre 1996
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1193, in data 28 agosto 1998
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1214, in data 8 dicembre
1998
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1267, in data 15 ottobre 1999
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1333, in data 19 dicembre
2000
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1363, in data 30 luglio 2001
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1378, in data 14 novembre
2001
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1383, in data 6 dicembre
2001
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1390, in data 16 gennaio
2002
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Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 931, in data 27 dicembre 2001
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Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 340, in data 2 maggio 2002
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 462, in data 17 giugno 2002
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n.746, in data 17 dicembre 1996
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 727, in data 15 novembre 1999
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 56, in data 22 gennaio 2001
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 42, in data 21 gennaio 2002
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 154, in data 26 febbraio 2001
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 771, in data 5 novembre 2002
Posizione comune del Consiglio dell’Unione Europea, n. 402, in data 27 maggio 2002
Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea, n. 2580, in data 27 dicembre 2001
Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea, n. 467, in data 6 marzo 2001
Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea, n. 881, in data 27 maggio 2002
Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea, n. 337, in data 14 febbraio 2000
Regolamento della Commissione europea, n. 1354, in data 4 luglio 2001
Regolamento della Commissione europea, n. 1996, in data 11 ottobre 2001
Regolamento della Commissione europea, n. 2062, in data 19 ottobre 2001
Regolamento della Commissione europea, n. 2199, in data 12 novembre 2001
Regolamento della Commissione europea, n. 2373, in data 4 dicembre 2001
Regolamento della Commissione europea, n. 2604, in data 28 dicembre 2001
Regolamento della Commissione europea, n. 65, in data 14 gennaio 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 105, in data 18 gennaio 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 362, in data 27 febbraio 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 951, in data 3 giugno 2002
250
Regolamento della Commissione europea, n. 1580, in data 4 settembre 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 1644, in data 13 settembre 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 1754, in data 1 ottobre 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 1823, in data 11 ottobre 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 1893, in data 23 ottobre 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 1935, in data 29 ottobre 2002
Regolamento della Commissione europea, n. 2083, in data 22 novembre 2002
Decisione del Consiglio dell’Unione Europea, n. 927, in data 27 dicembre 2001
Decisione del Consiglio dell’Unione Europea, n. 334, in data 2 maggio 2002
Decisione del Consiglio dell’Unione Europea, n. 460, in data 17 giugno 2002
Decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea, n. 475, del 13 giugno 2002
Decreto legge 28 settembre 2001, n. 353, convertito, con modificazioni in Legge 27
novembre 2001, n. 415
Decreto legge 12 ottobre 2001, n. 369, convertito, con modificazioni in Legge 14 dicembre
2001, n. 431
Decreto legge 18 ottobre 2001, n. 374, convertito, con modificazioni in Legge 15 dicembre
2001, n. 438
Decreto legge 22 febbraio 2002, n. 12, convertito in Legge 23 aprile 2002, n. 73
251
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