DEL POPOLO
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PRIMO PIANO
educa
An
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IV
I nuovi standard
pedagogici appena fra quindici anni?
di Silvano Silvani
C
ome stanno attualmente le cose,
dovremo pazientare ancora un minimo di quindici anni per assicurare a tutti quanti un’adeguata istruzione
a pari condizioni! Quanto sia complesso
l’intero processo, lo testimonia il fatto che
sul documento che fissa medesimi criteri in tutte le istituzioni scolastiche della
Croazia, si sta lavorando già da una decina di anni a questa parte. I nuovi standard
pedagogici, trattano il numero di alunni
per ogni classe, il materiale didattico, il
necessario numero di insegnanti e via di
questo passo.
Secondo i dati a disposizione del Ministero della Scienza, Educazione e Sport,
le classi nelle scuole delle maggiori città in Croazia, contano in media 35 alunni, contro i 30 nelle municipalità minori.
I piani prevedono la riduzione a 24 alunni per classe. Tanto, considerato che nella
classi maggiori, dicono gli esperti, è impossibile realizzare le disposizioni fissate
dall'HNOS, ossia dello standard educativo nazionale. Questi, tra l’altro, prevede
che le lezioni si dovrebbero svolgere in
un solo turno e solamente in via eccezionale in due. Si tratterà di un procedimento molto lungo, se si tiene conto del fatto
che, attualmente, nel dieci per cento delle
scuole le lezioni si svolgono in tre turni.
Tra le altre novità, va messo in evidenza
che ogni aula, per “accogliere” 24 alunni, dovrebbe avere una superficie minima
di sessanta metri quadrati, ossia 2,5 metri
per ogni alunno. I gabinetti di fisica, chimica e biologia dovrebbero, invece, avere
un minimo di tre, quelli d’informatica di
3,5 metri quadrati di superficie per ogni
alunno. Non basta ancora, ogni istituzione
scolastica dovrà avere anche la propria palestra e vani multifunzionali, non inferiori
ai novanta metri di superficie, per il soggiorno degli alunni, manifestazioni di vario genere ecc. Neanche la biblioteca non
dovrebbe essere inferiore ai sessanta metri
quadrati di superficie.
Per fare in modo che anche i docenti
si trovino a proprio agio, si prevede che
nelle scuole con venti sezioni, le sale insegnanti devono avere almeno trenta posti a
sedere, in linea di principio posti attorno a
tavoli uniti, e non essere inferiori a una superficie di sessanta metri quadrati. Per le
scuole medie, sarebbero ottimali venti sezioni al massimo, ossia cinquecento alunni circa. Gli standard vanno tanto avanti,
che stabiliscono anche la temperatura ambientale, ma anche quanti alunni possono
venire seguiti da un professore. Non ba-
• n. 2
sta, fissano addirittura le persone addette
all’impianto di riscaldamento. Si suppone
che ogni scuola dovrà disporre anche del
controllo video e di un sistema antifurto
funzionante. Come stanno attualmente le
cose, tutte le spese in questo senso cadranno sulle spalle dei contribuenti.
“Gli standard pedagogici sono già stati
vagliati dall’apposito Comitato parlamentare e, prossimamente, dovrebbero venire
analizzati dal Governo. Il Consiglio preposto alla sua stesura, ha fatto il proprio
lavoro ma quanto deciso in questa sede
non è la bozza definitiva. Non so chi e per
quali ragioni ha fatto delle modifiche. So
soltanto che tutti i presupposti non potranno venire applicati subito, considerato che
comporterebbero una spesa di 10 miliardi
di kune”. Lo afferma Zvonimir Laktašić,
presidente del Sindacato degli insegnanti
croati. Tenendo conto del fatto che le novità riguarderanno tutte le scuole in Croazia, è lecito chiedersi la dinamica di realizzazione. Viste le specificità delle varie
zone del Paese, l’ex ministro Gvozden
Flego ritiene che per portare a termine
l’intero progetto bisognerà attendere il
2023. Egli spiega che dei nuovi standard
pedagogici si parla già dai tempi del ministro Ljilja Vokić ma che, tutti i suoi successori, quando hanno compreso quanto
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• Martedì, 12 febbraio
costa un progetto del genere, l’anno messo… in aspettativa.
Dragan Primorac, l’ha rispolverato,
pur ammettendo che potrebbe venir applicato completamente fra quindici anni.
Nel frattempo, nonostante un fatto del genere venga sancito dalla Costituzione, non
tutti gli alunni che frequentano le scuole
in Croazia, avranno le medesime condizioni.
Primorac accusa
l’amministrazione
“Non voglio fare parte di un sistema nel quale gli alunni tornano a casa
da scuola alle 21. Fra un anno e mezzo
in Croazia, passeranno nel dimenticatoio
i tre turni di lavoro. Fra due anni, le statistiche dimostreranno che abbiamo infranto il mito e che abbiamo più del sette per
cento di cittadini altamente istruiti, mentre il numero di studenti che otterranno il
dottorato, passerà dagli attuali 300 a 700
l’anno”. Lo ha promesso il ministro Dragan Primorac.
Secondo lui, la causa principale per
lo stato attuale nel campo dell’istruzione e dell’educazione, va ricercata nella
Segue a pagina 2
2 educa
Martedì, 12 febbraio 2008
Dalla prima pagina
vecchia amministrazione statale. “Questa, che rappresenta un’eredità del socialismo, deve venire infranta quanto prima
per poter pensare al futuro”, afferma. A
suo avviso, ancora, il Ministero a cui fa
capo lavora molto bene e le modifiche al
settore, avviate quattro anni fa, stanno andando a gonfie vele. In questo contesto,
ha spiegato che sono stati aperti settemila nuovi posti di lavoro nelle scuole e che
sono stati creati tutti i presupposti necessari per 1.700 nuovi scienziati. Nello stesso periodo, sono stati inaugurati 268 impianti scolastici, aperte 63 nuove scuole
con l’inclusione delle unità dell’autogoverno locale. “Anche l’introduzione degli
esami di Stato, che da quest’anno si svolgerà in via sperimentale in alcune scuole,
rappresenterà un significativo passo avanti per valorizzare il sapere degli alunni”, è
categorico. Primorac ammette che il Processo di Bologna non è l’ideale ma che,
finalmente i diplomi croati vengono riconosciuti all’estero.
Da «curatore
degli animali
a cuoco wellness»
Cambiano i tempi, cambia la tecnologia, cambia anche l'interesse per specifici profili professionali o mestieri. Quelli
prettamente artigianali, purtroppo, non
attirano più di tanto, sicché l’interesse
maggiore riguarda servizi di vario genere quali, tanto per fare qualche esempio,
il tecnico di computer, l'arredatore floreale per interni, il "curatore" di animali
e il "cuoco wellness". Nonostante il fatto che "mestieri" del genere non possono
assolutamente concorrere con "attrattive"
del genere praticate in America, quali, ad
esempio, il "legale per animali domestici", il "necroforo", sempre per animali domestici, l'"arredatore di sandwich" e chi
più ne ha più ne metta, nel sistema scolastico nazionale si stanno introducendo
sempre maggiori novità. Dopo che per
l'anno scolastico in corso il Ministero ha
approvato una cinquantina di nuovi profili, quali il tecnico agroturistico, per l'anno
prossimo si prevedono nuovi programmi.
Il più "altisonante" è quello che si riferisce all'istruzione di nuovi "cuochi wellness", che dovrebbe venire introdotta in
via sperimentale il prossimo autunno. Su
modello dei Paesi vicini, avrebbe una durata di tre anni e mezzo.
Lo stesso Ministero ha inviato alle
scuole una circolare nella quale si mette
in rilievo che rimane disponibile per tutte le nuove proposte, ma consiglia pure di
contattare dapprima le rispettive Camera
d'economia e dell'artigianato.
Il ministro Dragan Primorac
INIZIATIVE Come trasmettere i valori di pace, solidarietà e responsabilità
Sviluppare nei giovani l’empatia
aiutandoli a fare la scelta giusta
S
iamo noi sempre tenuti a ubbidire alla “legge
umana” oppure è “un sacro dovere”, un obbligo civile
e morale di ciascun individuo
resistere e opporsi (anche a costo di prendere le armi) a leggi e
norme intrinsicamente ingiuste,
arbitrarie, inique, inumane, che
violano i principi fondamentali
della non discriminazione, limitano o sopprimono libertà personali, istigano all’odio e autorizzano l’uccisione, come le leggi
razziali emanate nel 1935 (a alcune già due anni prima) nella
Germania nazista e dal regime
fascista in Italia esattamente
sessant’anni fa? L’Olocausto si
verificò alla luce del giorno, nei
centri abitati, davanti agli occhi di migliaia di tedeschi che
nulla fecero per fermare quella
terribile “soluzione finale” del
problema ebraico annunciata
da Heinrich Himmler (Ministro
dell’Interno e uno degli uomini
più importanti del Terzo Reich)
nell’ottobre del 1943.
Partendo dal presupposto che
l’obiettivo dell’insegnamento di
qualsiasi materia è quello di impegnare la curiosità intellettuale
degli studenti, al fine di promuovere il pensiero critico e la crescita personale, l’Olocausto fornisce un contesto quasi “ideale”
per esaminare il pericolo del
silenzio e dell’indifferenza di
fronte all’oppressione degli altri, può aiutare gli studenti a riflettere sugli usi e sugli abusi del
potere, sui ruoli e le responsabilità degli individui, delle organizzazioni e delle nazioni in si-
della Repubblica croata Patrizia Pitacco, l’inusuale “ora” (in
effetti ne sono state svolte ben
tre della durata di quarantacinque minuti) ha avuto come “argomento” portante la vita e la figura di Placido Cortese, un frate
francescano originario di Cherso, la sua testimonianza di fede
e di un profondo amore verso il
prossimo.
All’appuntamento – è intenzione della prof. Dessardo portare i ragazzi a visitare i luoghi
in cui ha operato fra Placido, a
Padova –, che si è svolto in un
ambiente extra-scolastico ma
comunque pertinente alle specifiche finalità pedagogiche delle
tuazioni in cui vengono poste a
confronto con la violazione dei
diritti umani, a politiche distruttive. E dunque, lo studio ampio
ed esaustivo dei molti fattori
storici, sociali, religiosi, politici ed economici che, sommati assieme, hanno dato origine
al triste fenomeno, gli studenti
possono acquisire sia la consapevolezza della complessità del
processo storico – ossia di come
una convergenza di fattori possa
contribuire alla disintegrazione
dei valori democratici – e rendersi conto del fatto che i cittadini di una società democratica hanno la responsabilità sia di
imparare a identificare i segnali di pericolo sia di identificare
il momento in cui a tali segnali
debbono reagire.
Partendo dalla convinzione
che sviluppare l’empatia – vale
a dire la capacità di mettersi nei
panni dell’altro, pensare e sentire “come se” si fosse l’altro,
mantenendo nel contempo il
contatto con se stessi e con le
proprie emozioni – può diventare uno degli strumenti chiave
per trasmettere il senso di partecipazione e di responsabilità, di accettazione positiva dell’altro, del “diverso” (indicando
una strada fondamentale per la
sopravvivenza di un gruppo e
di una società), alcune docenti delle scuole italiane di Fiume hanno voluto intraprendere
i primi passi in questa direzione
organizzando una lezione-laboratorio sull’Olocausto. Promossa dall’insegnante di catechismo
Katica Dessardo, con il coinvolgimento della professoressa
Norma Zani e alla presenza della consulente pedagogica superiore per le scuole della Comunità Nazionale Italiana in Croazia presso l’Agenzia nazionale
per l’educazione e l’istruzione
scuole CNI, ossia alla Comunità
degli Italiani, hanno partecipato gli alunni di settima e ottava
delle scuole “Gelsi” e “Dolac”
(con l’accompagnamento degli
insegnanti Michele Scalembra,
Jenny Chinchella e suor Caterina) e i ragazzi di prima e seconda indirizzo turistico-alberghiero della Scuola media superiore
italiana (guidati dalla prof.ssa
Norma Zani). Obiettivo? Conoscere sì l’operato del frate francescano ma soprattutto aiutare a
individuare e valorizzare il ruolo e il potere del singolo in circostanze avverse, stimolare la
comprensione come la scelta
del bene sia sempre in armonia
con il comandamento evangelico dell’amore, imparare a riconoscere il prossimo nell’altro
da noi, saper riconoscere il valore del sacrificio di noi stessi
per l’amore verso il prossimo
e riuscire a vedere chiaramen-
te quali esempi forniscono santi e martiri per applicare il loro
insegnamento nell’ambito della
nostra vita. E non solo. Leggendo e ragionando sul testo biblico, su brani della monografia di
Ljudevit A. Maračić, “Il Kolbe
di Cherso – fra Placido Cortese,
francescano conventuale” e sull’opuscolo rilasciato in occasione del centesimo anniversario
dalla nascita di fra Placido Cortese (predisposto dal Provincialato dei francescani conventuali), i ragazzi sono stati guidati
all’acquisizione di un’ulteriore
competenza: la comprensione di
un testo, l’espressione verbale.
Divisi in gruppi, hanno analizzato i brani della monografia
su Placido Cortese, valutandone il comportamento e le scelte.
Alla fine, ciascun gruppo ha presentato al “pubblico” dei coetanei e dei docenti le proprie osservazioni e conclusioni. Quale
la risposta dei giovani? Nessun
dubbio sul fatto che siano effettivamente riusciti a cogliere il
senso e il messaggio che gli insegnanti hanno voluto trasmettergli, ossia la questione della
libertà di scelta che ogni individuo, posto di fronte a una situazione problematica, ha davanti a
sé, il concetto di responsabilità
contro l’indifferenza perché anche l’esperienza di fra Placido
Cortese insegna che non è vero
che un singolo, da solo, non può
cambiare niente.
Durante la Seconda Guerra mondiale, il frate chersino –
classe 19079, formatosi in una
famiglia nazionalmente “mista” (agli inizi del Ventesimo
secolo la cittadina contava all’incirca 4000 anime, di cui secondo il censimento austriaco
del 1910, 1796 si dichiaravano
Croati, mentre 2255 si dichiaravano Italiani) – dimostrò un forte coraggio e impegno pubblico
dedicandosi al salvataggio dei
ricercati e all’assistenza dei reclusi nel campo d’internamento civile di Chiesanuova, alla
periferia di Padova, dove c’era
un gran numero di internati provenienti dai territori del vecchio
regno jugoslavo. Tradito da un
amico, un tale Mirko, rapito dal
suo convento, verrà condotto a
Trieste, nella tana della Gestapo
di Piazza Oberdan, dove morirà
nel 1944.
Ilaria Rocchi Rukavina
educa 3
Martedì, 12 febbraio 2008
L’INTERVISTA Maria Bradanović, consulente superiore per la lingua italiana
Istruzione: sostituire la mediocrità
con l’eccellenza
di Sandro Petruz
M
aria Bradanović è la consulente superiore per la lingua italiana dell'Agenzia nazionale per
l’educazione e la formazione. La signora Bradanović si è laureata nel ‘78 in letteratura italiana e sociologia a Zagabria,
e subito dopo la laurea ha iniziato la sua
carriera scolastica presso la scuola media superiore rovignese, sia nelle sezioni
croate sia in quelle italiane. Nel 2003 diventa direttrice della Scuola media superiore italiana di Rovigno. Una volta scaduto il mandato da direttore, nel 2007,
vince il bando di concorso organizzato
dall’Agenzia per l’educazione e la formazione e intraprende il suo nuovo incarico di consulente.
Ci può spiegare quali sono i suoi
compiti come consulente superiore per
la lingua italiana?
Le mie mansioni sono identiche a
quelle di ogni altro consulente e sono
stabilite in conformità a dei regolamenti ministeriali. Per semplificare al massimo si può dire che la mansione principa-
consulente può eseguire la supervisione scolastica, che nel caso specifico riguarda le classi elementari dalla quinta all’ottava e tutte le classi delle scuole
medie superiori.
Sinceramente considero questo metodo d’intervento troppo limitante perché
si corre il rischio di far perdere il contatto diretto con il mondo scolastico indispensabile per capire al meglio le varie problematiche e le relative soluzioni.
Proprio per questo motivo riteniamo che i
consulenti della CNI, oltre ad avere delle
mansioni specifiche non previste dal regolamento, dovrebbero avere anche una
maggiore libertà di intervento sempre
con il benestare delle scuole e non aspettando una denuncia per poter visitare i
vari istituti.
Qual è il suo giudizio sull’attuale situazione dell’educazione e formazione
in lingua italiana?
A mio giudizio, la situazione è molto
buona se non ottima. Sono tanti i fattori che rendono le nostre scuole migliori,
come per esempio il numero di alunni che
se da un punto di vista politico - economico è un tasto dolente dal punto di vista
Al termine dell’Università e una volta
conseguito l’esame di
Stato che porta alla
conquista di un posto
di lavoro sicuro, molti
docenti tendono a
rilassarsi e a smettere
di studiare. Un lusso
che un professionista
non si può permettere
Maria Bradanović
li all’Hnos. Le aspettative e le incertezze
sono comuni a tutto il mondo dell’educazione nazionale. Le scuole della minoranza hanno però dei problemi peculiari che molte volte vengono risolti grazie
all’impegno e all’intervento dell’UI. Ad
esempio, l’annosa questione della lingua
italiana che logicamente dovrebbe essere materia obbligatoria agli esami nazio-
Nelle scuole della
CNI è presente un
calo delle iscrizioni
conseguente a quello
demografico e una
confusione sulle modalità di applicazione
delle novità ministeriali, dagli esami
nazionali all’Hnos
le è quella di seguire la realizzazione del
piano e del programma della propria materia specifica. Un consulente segue tutti
gli insegnati della propria materia durante tutta la loro carriera professionale, dal
periodo di tirocinio, all’esame professionale di Stato fino al raggiungimento della pensione. Il consulente superiore si
occupa dall’avanzamento professionale
dei docenti, che possono diventare prima mentori e successivamente consulenti. Da qui l’appellativo superiore dato ai
consulenti dell’agenzia per diversificare i due ruoli. Tra le altre incombenze ci
sono il controllo dei libri di testo, degli
esami nazionali fino all’esame di maturità, l’applicazione dello HNOS, il nuovo
Standard formativo per l’educazione elementare. La specificità delle nostre scuole ci porta a occuparci di mansioni che di
norma non sono previste, come gli esami nazionali che sono di competenza del
NCVVO, il centro nazionale per la valutazione esterna dell’istruzione.
In realtà esiste ancora della confusione riguardante il ruolo di consulente superiore sia da parte dei docenti sia dei
genitori che spesso confondono questa
figura professionale con l’ispettore pedagogico. L’ispettorato pedagogico è un
ente autonomo è può esaminare un istituto a sua discrezione, mentre un consulente superiore può entrare in azione solo su
mandato del direttore dell’istituto, previa richiesta formale da parte di un’insegnante o di un genitore e su incarico specifico dell’Agenzia. Solo in quel caso il
didattico - umano è un vantaggio perché
crea una scuola a misura di bambino. In
tutti i Paesi sviluppati dell’Europa, la tendenza è di eliminare le scuole a struttura
mastodontica, dove gli stessi insegnati si
conoscono a malapena e gli alunni sono
poco più di meri numeri. L’intenzione è
di creare istituti di formazione dove ogni
alunno possa trovare il suo posto e che
sia trattato come un individuo unico e irripetibile, con la possibilità di ampliare i
propri orizzonti e interessi. Molte scuole
della nostra minoranza lavorano in questo senso offrendo delle lezioni pomeridiane con un sistema di lavoro molto simile al tutoring cioè basato sulla preparazione individuale lavorando sui problemi particolari di ogni alunno. Questo tipo
di programma ha trovato l’approvazione
di molti genitori perché va a sostituire le
costose lezioni private dando un servizio
adeguato a ogni ragazzo. Per quanto riguarda la lingua italiana ci troviamo di
fronte a una realtà molto diversa di 10,20
anni fa, in continuo cambiamento perciò citerò la professoressa Milotti dicendo, “Bisogna prendere atto della realtà e
puntare sulla qualità”.
Quali sono le differenze tra le scuole in lingua croata e quelle della nostra
minoranza?
La situazione attuale nelle scuole della
CNI è speculare rispetto alle scuole della
maggioranza, con il calo delle iscrizioni
conseguente al calo demografico, confusione sulle modalità di applicazione delle
novità ministeriali, dagli esami naziona-
I docenti devono
dare e chiedere di
più, abbandonando
l’idea di un sapere
pressappochista e
linguisticamente
scadente
nali. Ogni volta che diamo per scontata
l’approvazione di questa richiesta legittima, ci ritroviamo a dover dare nuovamente spiegazioni e allegare documentazioni varie. Purtroppo chi credeva che lo
Stato si sarebbe impegnato per risolvere
questo problema senza le nostre costanti pressioni si sbagliava di grosso. Qui si
crea la maggiore differenza, perché se da
un lato abbiamo gli stessi obblighi e le
stesse problematiche da un altro abbiamo
questioni che si ripetono anche quando
crediamo siano risolte, senza contare gli
imprevisti che possono sempre capitare a
causa della nostra specificità.
Quali sono i progetti a medio e lungo termine?
Nell’immediato futuro l’obiettivo è di
creare una banca dati con i nominativi e
le caratteristiche specifiche di tutti i do-
centi di lingua italiana di tutta la verticale scolastica in modo da poter seguire
da vicino ogni singolo docente. In seguito, assieme alla mia collega Patrizia Pitacco, sarà creato un piano adeguato di
corsi di aggiornamento in collaborazione
con l’UI.
Per il futuro prossimo la volontà è di
creare un percorso di scuole di eccellenza, e attraverso attività specifiche e interventi mirati di migliorare il livello linguistico e culturale dei nostri docenti con
l’accento sul fattore umano e con il ruolo
di insegnate - persona al primo posto. In
generale ai docenti viene richiesta abilità e competenza che una volta acquisite
non vengono valorizzate. L’insegnante
ha perso il suo prestigio sociale e molte volte viene costretto al quel concetto
di “flessibilità” da parte dei genitori nei
confronti dei propri figli che lo porta alla
mediocrità. Nel nostro lavoro di formazione delle giovani leve non possiamo
permetterci di essere mediocri per questo vanno sostenuti e premiati quegli insegnati desiderosi di svolgere con professionalità e coerenza il loro delicatissimo
e importantissimo lavoro, senza farsi intimorire da pressioni di vario genere che
spesso arrivano proprio dalle famiglie,
che dovrebbero dare un sostegno maggiore. I docenti devono dare e chiedere
di più, abbandonando l’idea di un sapere
pressappochista e linguisticamente scadente. Al termine dell’Università e una
volta conseguito l’esame di Stato che
porta alla conquista di un posto di lavoro
sicuro, molti docenti tendono a rilassarsi
e a smettere di studiare. Un lusso che un
educatore professionista non si può permettere, ma deve continuare il suo percorso formativo con un costante aggiornamento, non solo dal punto di vista professionale ma anche da quello emotivo
e umano. Non esiste niente di più gratificante per il mestiere di maestro che di
contribuire alla formazione intellettuale
dei suoi alunni, dando loro la possibilità di conoscersi meglio e di usufruire del
proprio potenziale.
Qual è il suo parere riguardante il
numero sempre maggiore di ragazzi
della nostra minoranza che decidono
di rimanere a vivere in Italia una volta
terminati gli studi?
La cosiddetta “fuga di cervelli” si
spiega con le retribuzioni dei docenti che
sono a livelli minimi e non sono paragonabili alle possibilità che offre la vicina
Italia. Per risolvere questo problema sarebbe utile creare un fondo motivazionale che premi i professori più capaci basato su una valutazione meritocratica che
stimolerebbe il ritorno di diversi ragazzi perché, come disse Platone riferendosi all’importanza del mestiere dell’insegnante: "Se gli ateniesi avranno cattivi
calzolai gli ateniesi andranno scalzi, ma
se gli ateniesi avranno cattivi maestri …
Atene cadrà".
4 educa
L’INCHIESTA
Martedì, 12 febbraio 2008
Scoraggianti i risultati dell’indagine internazionale All-Ocse
Nell’Italia dei laureati
che non sanno scrivere
D
irimere un’ambiguità lessicale è un problema per
un laureato su cinque. A
dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato
su cinque. “Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali,
ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache”.
Analfabeti con la laurea. Non
è un paradosso. E nessuno s’offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell’indagine internazionale
All-Ocse (Adult Literacy and Life
Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia
spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il
livello elementare di decifrazione
di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni
di un elettrodomestico).
E non sanno produrre un testo
minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e
corretto. Una minoranza? Sì: un
laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo
livello. Ma è una minoranza
terribilmente cospicua, anche
se si maschera bene. Negli Usa
tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello
base sono il 14%. In Italia il buco
nero si manifesta a tratti, in modo
clamoroso, come un mese fa, a
Roma, al termine dell’ultimo dei
concorsi per l’accesso alla magistratura. Preso d’assalto da 4.000
candidati, in gara per 380 posti.
Nonostante questo, 58 posti sono
rimasti scoperti: 3.700 candidati,
tutti ovviamente laureati (magari
anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. “Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni”,
commentò uno dei commissari
d’esame, il giudice di corte d’appello Matteo Frasca.
Analfabetismo
ai vertici
Il campanello d’allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici
degli studenti. No, episodi come il
concorso di Roma mettono a nudo
il grado zero del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole.
Di chi dopo cinque (sei, sette...)
anni di studio universitario non
è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi
del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario.
Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa
dal lessico, ma per esaurimento
di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro
Manzi. Falsa impressione, perché
di italiani che non sanno leggere
né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli
italiani senza neanche un pezzo
di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno
su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che
scendono. Aggrediti dal lavoro di
meritorie istituzioni come l’Unla,
capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione
funzionale per adulti dell’Indire
(frequentati l’ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui,
guarda un po’, 30.407 laureati, in
gran parte, però, stranieri). Nobilmente contrastato ai livelli più
bassi della scala del sapere, però,
ecco che l’analfabetismo riappare
dove meno te l’aspetti: ai vertici.
Gli studiosi, è vero, preferiscono
chiamarlo illetteratismo: non si
tratta infatti dell’incapacità brutale di compitare l’abicì, di decifrare una singola parola; ma della
forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente
con gli altri attraverso la scrittura.
Ma non è proprio questo l’analfabetismo più minaccioso del terzo
millennio? Nadine Gordimer, per
il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha
più paura: “Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e
le nuvolette dei fumetti, ma non
saper comprendere il lessico di un
poema, questa non è alfabetizzazione”. Siamo sicuri che l’Italia
di Dante sia messa meglio del Sudafrica?
Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro
8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni
giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù?
Quanti invece sono prigionieri più
o meno consapevoli di quella che
Italo Calvino chiamò l’antilingua? Non saper scrivere nasconde
il non saper leggere. Sette laureati
su cento non leggono mai (e sono
quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’Istat: mancano quelli
che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l’indispensabile
per il lavoro: e siamo già vicini
al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede
meno di cento libri, praticamente
solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa
un’enciclopedia. Quasi nessuno
(73 per cento) va in biblioteca, e
quando ci va, raramente prende libri in prestito. “Manca il tempo”,
“sono troppo stanco”, le scuse più
comuni. Ma ci sono anche quelli
che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano
il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato:
“leggere oggi non serve”, “è un
medium lento”, “preferisco altre
forme di comunicazione sociale”.
Difficoltà e paura
di affrontare testi
scritti
“La società sprintata”, come
la chiama il pedagogista Franco
Frabboni, preside di Scienze della
formazione a Bologna, uno degli
autori della riforma universitaria,
è arrivata negli atenei. E gli atenei
la assecondano: “La trasmissione
del sapere universitario è regredita dalla scrittura all’oralità”, spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non
è mai messo alla prova. Persino
l’arte dell’argomentazione orale,
ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: “Professori sempre più incerti
fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con
presentazioni Powerpoint. I “test
oggettivi” d’ingresso sono crocette su questionari”. La competenza linguistica non è considerata
un pre-requisito indispensabile:
“Devi guadagnarti cinque crediti
per la lingua straniera, e cinque
per l’informatica, ma non c’è alcun obbligo per quanto riguarda
la buona pratica dell’italiano”. Un
tacito accordo fissa tetti massimi
di lettura ridicoli per i testi d’esame: “Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c’è la fila di studenti che protestano”.
Protestano, e poi si sfracellano
contro il muro dell’esame. Sugli
esiti dell’idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio
hanno costruito imperi aziendali,
come il Cepu, diecimila studenti
l’anno. “Ci chiedono di aiutarli
a passare un esame”, racconta il
responsabile marketing Maurizio
Pasquetti, “ma scopriamo quasi
sempre che alla radice c’è la difficoltà o la paura di affrontare testi
scritti. Escono da scuole superiori
abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con
testi spezzettati, già schematizza-
ti, con tante figure e specchietti: di
fronte al terribile “libro bianco”,
fatto solo di pagine di scrittura
continua, restano terrorizzati”.
“In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia
“, sospira il professor Serianni.
Da noi è difficile perfino reclutare
iscritti per i laboratori di scrittura
che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello
di Modena è affidato al professor
Gabriele Pallotti: “Di solito comincio da virgole e apostrofi...”.
Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti
affissi alle bacheche, “esito profiquo”, “le chiedo una prologa”,
“attendo subitanea risposta”. Ma
correggere le asinate non è ancora
abbastanza. “Saper annotare correttamente parole sulla carta non
è saper scrivere” spiega. “Parlare
e scrivere sono due diversi modi
di pensare. Troppi ragazzi escono
dall’università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero
un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente
analfabeti”.
Ma se avessero ragione loro?
Perché alla fine si scopre che il
laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro
colleghi più letterati. Le imprese
non sembrano granché interessate
a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze
linguistiche di base. E non perché
non si accorgano delle deficienze
dei loro nuovi assunti.
“Non c’è alcuna sanzione sociale verso l’analfabetismo con
laurea”, commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono
immediatamente, si mascherano
bene da alfabetizzati. “Fino a cinquant’anni fa l’incompetenza linguistica era palese: otto italiani su
dieci usavano ancora il dialetto.
Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano
è? Solo in apparenza parliamo
tutti la stessa lingua. Quando si
prende in mano una penna, però,
carta canta, e le stonature si sentono”. Non è una questione di stile:
l’analfabetismo laureato può fare
danni concreti. Il paziente che
legge sulla sua prescrizione medica “una pillola per tre giorni”, alla
fine del terzo giorno avrà preso tre
pillole o una sola? “Ci sono guasti
immediati come questo. Ci sono
guasti a medio e lungo termine, e
ben più pericolosi. Chi non legge
smette anche di studiare. In Italia
solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente
male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un
Paese, molto più di un crollo
della Borsa”. Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un
aforisma, quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche
solo un quinto dell’élite dirigente, per De Mauro è un’emergenza
nazionale: “Per il futuro economico dell’Italia migliorare l’italiano
degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso”.
Anno IV / n. 2 12 febbraio 2008
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
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Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: EDUCA e-mail: [email protected]
Redattore esecutivo: Viviana Ban / Impaginazione: Tiziana Raspor
Collaboratori: Ilaria Rocchi Rukavina, Sandro Petruz, Silvano Silvani
Il supplemento esce con il sostegno finanziario della Regione Istriana, Assessorato
alla Comunità nazionale italiana e altri gruppi etnici.
La pubblicazione del presente supplemento viene supportata finanziariamente dall’Unione Italiana di Fiume
e dall’Università Popolare di Trieste.
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12. 2.2008 - EDIT Edizioni italiane