STORIE
D’ACQUA E
D’ENERGIA
1
Alle origini
dell’industria idroelettrica
nella Bassa Valle d’Aosta
Reparto Operativo di Pont-Saint-Martin
Reparto Operativo di Montjovet
Compagnia Valdostana delle Acque ‒ Compagnie Valdôtaine des Eaux SpA
STORIE D’ACQUA E D’ENERGIA 1
Alle origini
dell’industria idroelettrica
nella Bassa Valle d’Aosta
Reparto Operativo di Pont-Saint-Martin
Reparto Operativo di Montjovet
Foto di copertina: Veduta della centrale, del ponte romano e del borgo di Pont-Saint-Martin da una prospettiva insolita.
Presentazione
Introduzione
I.L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
« Le moment est solennel pour la Vallée d’Aoste » (L.-N. Bich, 1907)
I primi passi dell’industria elettrica nell’area alpina nord-occidentale
La legislazione nazionale sulle acque pubbliche
e il suo rapporto con la nascente industria elettrica
Il caso della Bassa Valle d’Aosta: tra usi tradizionali
delle acque e precoce vocazione industriale
II.La Società elettrochimica Pont-Saint-Martin
tra crediti stranieri, attività industriale e decollo elettrico
La costituzione della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin
L’impianto idroelettrico di Carema della Società elettrochimica
Il ridimensionamento dei piani industriali
della Società elettrochimica e la costruzione della centrale di Bard
L’epilogo della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin:
verso la nascita della Sip
III. Il progetto di utilizzazione del bacino del Lys
da parte della Società Ernesto Breda di Milano
Caratteristiche del bacino del Lys
La Società Ernesto Breda di Milano
Prime richieste di utilizzo delle acque del Lys per scopi idroelettrici
Progetti di sfruttamento integrale
Le concessioni di derivazione di acque in favore della Breda
IV. I primi impianti idroelettrici della Valle del Lys:
aspetti tecnici
L’impianto di Pont-Saint-Martin della Sip-Breda
Il progetto di sfruttamento del lago Vargno
La centrale di Gressoney-La-Trinité
L’impianto Zindra-Gabiet
V. L’organizzazione del lavoro nei cantieri della Sip-Breda
Aspetti tecnici ed infrastrutturali
Risorse umane e organizzazione del lavoro
VI. La Società idroelettrica della Valle d’Aosta (Siva) e altre aziende operanti sul territorio della Bassa Valle
Dai progetti originari della Siva al cantiere di Châtillon - Montjovet
L’impianto di Montjovet: aspetti tecnici
Le linee elettriche Montjovet - Aosta e Montjovet - Quincinetto
La centrale di Hône della Società idroelettrica Villeneuve - Borgofranco,
poi Società dell’alluminio italiano (Hône 2)
Le centrali di Champdepraz e di Issime
VII. Progetti di sfruttamento della Valle dell’Evançon e
realizzazione delle centrali di Verrès e di Isollaz
In Val d’Ayas, tra progetti ciclopici, opposizione
delle comunità locali e mancate realizzazioni
La centrale di Verrès del cotonificio Brambilla
La centrale di Isollaz della Sip
VIII. Gli anni d’oro della Società idroelettrica Piemonte (Sip)
Nascita e sviluppo della Società idroelettrica Piemonte (Sip)
Le principali attività della Sip in Valle d’Aosta: “Sincronizzando…”
(1922-1930) ed “Elettrosip” (1948-1958)
L’inaugurazione dell’impianto di Hône del 1947 (Hône 1)
La costruzione delle centrali di Sendren e Zuino
alla fine degli anni Cinquanta
Attività assistenziali e dopolavoristiche del gruppo Sip
Presentazione
Un’azienda solida e in piena espansione, CVA – Compagnia Valdostana delle Acque SpA, proprietaria a partire dall’anno 2000 di trentadue impianti di produzione idroelettrica sparsi su tutto il territorio
regionale, raccoglie oggi nelle sue mani l’eredità di quasi un secolo e
mezzo di sperimentazioni, attività, successi in uno dei settori leader
dell’economia valdostana, quello della produzione energetica.
Un paio di anni or sono, in occasione della celebrazione del decennale
dell’azienda (2001-2011), si è chiarita l’opportunità di metter mano
alla costruzione e all’organizzazione di un primo nucleo di archivio
storico aziendale. In questo lasso di tempo sono state condotte accurate ricerche bibliografiche e archivistiche e hanno avuto luogo importanti operazioni di recupero di fondi documentari e fotografici. La gran
quantità di dati emersa da libri, giornali e riviste e da archivi pubblici e privati ci permette, ambiziosamente, di tentar l’abbozzo di una
prima storia delle origini dell’industria idroelettrica in Valle d’Aosta.
Tale tentativo è ispirato non solo dal desiderio di colmare una lacuna
documentaria e bibliografica, ma anche dalla speranza di riuscire a
comporre insieme i pezzi – alcuni già noti, altri molto meno; alcuni
fortemente ancorati alle realtà locali, altri legati alle vicende d’importanti gruppi industriali e finanziari anche internazionali – di una storia
destinata sicuramente ad altri sviluppi, man mano che nuovi documenti e testimonianze si renderanno disponibili.
Con questi sentimenti e aspettative siamo oggi lieti di presentare e
divulgare il primo e-book di CVA, Storie d’acqua e d’energia 1. Alle
origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta, nelle cui
pagine sono raccolti i frutti di un lavoro storico sistematico e strutturato
sui singoli impianti idroelettrici dei Reparti Operativi di Pont-SaintMartin e di Montjovet. Proprio nella cosiddetta Bassa Valle d’Aosta
ha avuto infatti inizio a cavallo tra Ottocento e Novecento, per una
serie di felici circostanze ambientali ed economiche, la produzione
idroelettrica a scopi industriali e commerciali. È nostra intenzione proseguire e completare la pubblicazione di queste Storie d’acqua e d’energia estendendo la ricerca a tutto il territorio regionale e affrontando
dunque, negli anni a venire, la storia dei Reparti Operativi di Châtillon e Avise. Quanto alla formula scelta della pubblicazione digitale
in e-book, essa ci pare corrispondere in maniera funzionale e attuale
alle esigenze della divulgazione: il lavoro messo a disposizione in rete
permetterà facilmente non solo a ricercatori e studiosi, ma anche alle
singole persone interessate di accedere a un complesso di dati organici
e organizzati, in un’ottica di piena condivisione delle informazioni e
delle conoscenze.
Riccardo Trisoldi
Presidente CVA
Paolo Giachino
Direttore Generale CVA
Indice

Introduzione
Le testimonianze delle attività delle generazioni che ci hanno preceduto non sono sempre facilmente rintracciabili, soprattutto per ciò che
riguarda gli aspetti lavorativi che, in quanto ordinari o addirittura routinari, spesso non sono considerati degni di occupare un posto nella
“grande” storia e non trovano spazio nemmeno tra le carte d’archivio.
Se è vero che i nomi e il ricordo delle persone dei decenni passati
sopravvivono solo nella memoria di chi le ha amate, è anche vero però
che le opere sono rimaste, segni tangibili sul territorio e nel paesaggio
delle scelte compiute, dei progetti formulati e realizzati e quindi, indirettamente, testimoni del lavoro sollecito di tutti e di ciascuno.
Proprio a partire dai singoli impianti idroelettrici (centrali, dighe e
bacini) si è articolata la ricerca che ha portato alla redazione di questo
e-book, nel tentativo, per ogni struttura, di mettere insieme il maggior
numero possibile di pezzi della sua storia: dalla società che l’ha progettata, alle ditte che l’hanno costruita, alle aziende nelle cui mani è
passata nelle sue diverse fasi di attività produttiva. Un lavoro non
facile, decollato con una lunga e dettagliata ricognizione bibliografica,
condotta a tappeto sui fondi librari regionali e di alcuni archivi importanti, come quello storico di Telecom Italia, che incorpora l’importante raccolta di documenti della Sip, il grande gruppo industriale di rilevanza nazionale che prima dell’avvento di Enel nel 1962 ha dominato
per quasi mezzo secolo il settore della produzione e della distribuzione
di energia elettrica in Italia e anche in Valle d’Aosta.
Il contenuto di questa prima tranche della ricerca s’incentra in particolare sul territorio appartenente ai Reparti Operativi di Pont-Saint-Martin
e di Montjovet. Le informazioni nel testo sono state organizzate in
maniera cronologica e in un’ottica che intreccia la presentazione del
singolo impianto con le vicende delle varie aziende costruttrici. Particolare cura e valore sono stati attribuiti alla selezione delle immagini
d’epoca, molte delle quali inedite, provenienti da diversi fondi archivistici, anche privati; il fatto di distinguere le fotografie attuali tramite
l’uso della cromia è frutto di una precisa scelta espressiva. Le fotografie storiche sono da intendersi come ulteriori testimonianze e fonti utili
alla ricostruzione dei fatti; accanto a foto tecniche ed ufficiali, realizzate da professionisti, trovano spazio anche immagini amatoriali, che
riproducono i gesti e i volti dei lavoratori nello svolgimento delle loro
mansioni.
Alcune avvertenze per chi si accinge alla lettura. Certe pagine, di
carattere esclusivamente descrittivo, parranno forse connotate da un
eccessivo tecnicismo. Il fatto è che alcune delle fonti del lavoro sono
costitute da relazioni d’epoca, ingegneristiche e tecniche di alto livello, che sarebbe stato un vero peccato trascurare del tutto. Per quanto
riguarda poi le unità di misura utilizzate e i relativi dati numerici contenuti nel testo, non ci si stupisca di rinvenire magari, altrove, informazioni sensibilmente diverse; è un problema che abbiamo dovuto
affrontare nel momento in cui, nel corso della ricerca, si è constatata
una certa difformità nella trasmissione dei dati, nei vari documenti a
nostra disposizione. Abbiamo risolto la questione decidendo di indicare chiaramente, nell’apparato di note o in bibliografia, la nostra fonte;
nel caso degli impianti appartenenti al gruppo CVA, evidentemente, ci
siamo appoggiati anche agli uffici tecnici di competenza.
Come si potrà facilmente notare sfogliando le pagine del volume,
infine, su alcuni impianti la documentazione risulta abbondante, precisa e circostanziata; su altri invece, al momento, è scarna ed incerta.
Nel ringraziare di cuore tutti coloro (e sono tanti!) che hanno fornito il
loro contributo e la loro collaborazione in questa ricerca, auspichiamo
che la sua pubblicazione faccia scaturire in molti – soprattutto in chi
alla costruzione e manutenzione di centrali e dighe ha lavorato per una
vita intera – ricordi vivi e nuove testimonianze da portare: tasselli di un
mosaico che ricompongono storie vissute, sullo sfondo della “grande”
storia dell’economia della nostra regione.
Marie-Rose Colliard
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
STORIE
STORIE
DD ’’ AACCQ UQAUEA E
DD ’’ EENNE REGRI AG I A
Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
1
Alle origini dell’industria
idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
1
L’avvio della produzione
idroelettrica, elemento
di trasformazione e
sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle
vallate alpine
Indice
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STORIE
D’ACQUA E
D’ENERGIA
Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
« Le moment est solennel pour la Vallée d’Aoste »
(L.-N. Bich, La Vallée d’Aoste de l’avenir, Aoste 1907)
È innegabile che l’avvento dell’industria idroelettrica a cavallo tra Otto
e Novecento e la sua diffusione nel corso del XX secolo abbiano rappresentato un fattore fondamentale di trasformazione e di sviluppo della tradizionale economia agro-pastorale, artigianale e proto-industriale
delle vallate alpine. Con tempi e modalità molto diversi, in alcuni casi
già a partire dalla fine dell’Ottocento, per lo più nei primi decenni del
Novecento e talora sino al secondo dopoguerra ‒ epoca della costruzione delle dighe monumentali, come quelle di Beauregard in Valgrisenche e Place-Moulin nella Valpelline, per quanto riguarda la Valle
d’Aosta ‒ l’industria elettrica ha costituito un elemento propulsore del
processo di modernizzazione e avanzamento proprio dell’industrializzazione, venendo a rompere in maniera irreversibile l’equilibrio delle
attività rurali, della produzione artigianale e dell’industria di base quale si manteneva sostanzialmente immutato da secoli. Ma è anche una
profonda e radicale trasformazione sociale e culturale in senso lato
quella che investe la montagna nel corso del Novecento: una trasformazione in cui l’acqua gioca un ruolo di primo piano, per i notevoli
cambiamenti sopravvenuti nei suoi utilizzi e nella sua valorizzazione,
con le nuove forme di approvvigionamento energetico legate alla diffusione dell’industria idroelettrica e alle loro applicazioni nella vita di
tutti i giorni e nelle varie attività produttive.
L’energia elettrica ha caratteristiche sostanzialmente diverse da quelle delle altre fonti conosciute al momento della sua diffusione: essa è
1/1 - Foto di copertina: Panorama di Gressoney-La-Trinité; sullo sfondo la centrale e la condotta forzata.
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Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
facile da trasportare e il suo impiego garantisce una forma di pulizia
inimmaginabile in altri casi; la possibilità di disporre, a costi relativamente bassi, di energia destinata sia all’utilizzo in loco sia alla vendita e alla distribuzione ‒ energia che nei primi decenni del secolo
si affianca al carbone per poi spesso arrivare a sostituirlo ‒ presenta
indubbi ed insperati vantaggi economici. E non si sottovaluti l’apporto
di novità e anche di turbamento agli equilibri sociali locali, in sistemi
fondamentalmente conservatori come quelli alpini, fornito dall’arrivo
e dalla concentrazione di risorse e capitali esterni di società che intendono realizzare i nuovi impianti, società in cui entrano in gioco forze
finanziarie notevoli, di portata nazionale ed anche internazionale, come
si avrà modo di illustrare.
L’avvio stesso dei cantieri di costruzione delle centrali comporta quasi
dappertutto e quasi sempre una massiccia immigrazione di lavoratori
specializzati provenienti da altre regioni d’Italia e questo fatto giunge,
in diversi casi, a trasformare il volto delle comunità locali, a seguito
del definitivo trasferimento di molti operai, della formazione di nuove
famiglie “miste”e dei relativi processi di integrazione sociale.
Il montanaro ‒ si sa ‒ per evidenti motivi ambientali, è spesso tradizionalista, non di rado diffidente rispetto alle novità, soprattutto se queste
provengono da un mondo diverso dal suo. In particolare, egli è poco
incline ad abbandonare le sue certezze e poco disposto a metter mano
ad iniziative mai esperimentate; se lo fa, lo fa con tutta la prudenza
che gli è propria. Nel percorrere questo primo profilo delle origini
dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta, non potremo non
stupirci del numero e dell’importanza dei soggetti (persone singole,
società, consorzi, ecc.) non valdostani, che sono stati protagonisti di
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Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
significativi progetti imprenditoriali ed industriali agli inizi del XX
secolo. Ebbene, di fronte a tali e tante proposte provenienti dall’esterno, i montanari si sono spesso arroccati in forme di salvaguardia di
quelli che consideravano come loro diritti secolari e privilegi: primi
fra tutti, gli usi delle acque, il bene ritenuto in assoluto più prezioso e
essenziale, per la vita di persone e animali. Numerosi sono stati, nei
decenni passati, gli esempi di difesa degli usi tradizionali delle risorse
idriche nell’ambiente montano, di contro ad un generico “pericolo”
proveniente dall’esterno e ad un uso indiscriminato e del tutto nuovo
che suscitava perplessità e timori. Lo sfruttamento delle risorse agricole e silvo-pastorali sembrarono ancora a lungo, alla maggior parte
dei Valdostani, poter corrispondere alle esigenze di una popolazione
che aveva saputo adattarsi, nel tempo, ad un ambiente impervio e ostile, dominare la natura e ricavarne mezzi sufficienti per rispondere ai
bisogni primari individuali e collettivi.
Nel panorama di tale diffusa diffidenza verso un mondo imprenditoriale che si percepiva spesso come rapace, non mancarono però, anche
in Valle d’Aosta, figure illuminate che, per formazione, ampiezza di
esperienze e vedute o semplicemente per lungimiranza e intuito personale, seppero riconoscere nel settore idroelettrico il principale potenziale ambito di sviluppo e crescita della regione.
A questo riguardo riproduciamo volentieri quanto scriveva, nel 1907,
nell’opuscolo La Vallée d’Aoste de l’avenir. Le problème du jour:
l’agriculture et les industries, Louis-Napoléon Bich (1845-1909), tra i
fondatori del Comice Agricole, giornalista e scrittore, attento al cambiamento dei tempi:
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elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
« L’utilisation des forces hydrauliques pour la concentration de l’énergie
électrique destinée à remplacer le combustible dans la traction et les
industries est le plus grand problème du jour […]. La Vallée d’Aoste, par
sa position géographique, topographique, hydraulique, exceptionnelle en
Italie, ne doit-elle pas participer largement au grand réveil de l’industrie
nationale ? Enclavée dans les plus hautes montagnes de l’Europe, cernée
par de grands glaciers séculaires, ses eaux qui se précipitent avec impétuosité dans les anfractuosités des monts donnent naissance à des chutes
pouvant rejoindre les mille mètres. Tous les cours d’eau utilisables de la
Vallée sont susceptibles de produire des centaines de milliers de chevaux
dynamiques pour alimenter les établissements manufacturiers et métallurgiques les plus florissants. Le moment est solennel pour la Vallée d’Aoste.
Les problèmes qui se présentent en ce moment à notre solution sont des
plus graves et d’une importance exceptionnelle. Nous avons aujourd’hui
sur le tapis trois grandes questions qui doivent préoccuper tous les valdôtains qui conservent dans leur cœur le feu sacré de la patrie : la percée de
nos Alpes, le mouvement des étrangers, l’utilisation de nos forces hydrauliques pour l’installation d’établissements hydro-électriques, manufacturiers et métallurgiques qui donneront un nouvel essor à la viabilité, augmenteront le mouvement de la population et des étrangers, et nous créeront
une source de bien-être. C’est vers ce but que les valdôtains doivent en ce
moment faire converger leurs forces. Aujourd’hui l’industrie a besoin de la
houille blanche ; le moment est favorable. Il faut aussi savoir profiter des
circonstances, des conditions des marchés internationaux […]. Ce serait
douloureux de voir transporter ailleurs toutes nos forces électriques quand
il est prouvé que c’est de leur utilisation sur place que le pays attend sa
régénération économique […]. Les temps sont peut-être plus rapprochés
qu’on ne le croit, où l’on verra notre Cité et le pays entier hérissés d’usines
et de fabriques, où les habitants trouveront sous le toit natal le pain qu’ils
vont maintenant chercher dans les régions hyperboréennes […]. L’électri-
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cité fournira partout la lumière, le combustible, la traction des véhicules ;
elle fera fonctionner les machines et instruments de labour ; de puissantes
pompes extrairont l’eau des canaux, des réservoirs, des puits pour arroser
des campagnes aujourd’hui stériles ; elles dessècheront, assainiront des
marécages pour redonner la fertilité aux terres improductives. Mais pour
arriver à ces merveilleuses applications de nos forces hydrauliques, les
valdôtains ne doivent pas imiter l’avare qui est mort de faim en contemplant son trésor de peur d’y toucher. Ces richesses ne valent rien si on ne
sait pas les exploiter, si l’on se contente de laisser l’eau couler, couler dans
la Doire pour aller fertiliser les riches plaines du Vercellais. Il dépend du
bon sens, du tact, de l’intuition des valdôtains de transformer notre Vallée
en un grand pays agricole et industriel en même temps, en faisant un juste
partage entre le travail et le capital qu’ils doivent savoir attirer pour le
réveil de l’industrie ». Nota 1
A distanza di quattordici anni, nel bel mezzo dei lavori avviati dalla
Sip-Breda per lo sfruttamento della Valle del Lys, così si esprimeva a
sua volta Jules Brocherel (1871-1954) sulle pagine del suo giornale
“Augusta Prætoria”, nel tentativo di informare ed incoraggiare i Valdostani sui progressi di un’industria che pareva destinata ad uno sviluppo inarrestabile, in un momento in cui, tra l’altro, la penuria d’acqua
dovuta a motivi meteorologici ne faceva percepire tutta l’importanza
economica a livello nazionale:
« La pénurie actuelle en énergie électrique, ensuite de la sécheresse prolongée qui a réduit au minimum le débit des cours d’eau, a mis en évidence le rôle que l’industrie hydro-électrique exerce désormais dans la
vie économique et sociale d’un pays comme l’Italie, dépourvu de houille
noire. Il n’y a rien que la privation d’un élément indispensable au rouage
de la vie qui en fasse sentir autant l’utilité. Pendant et après la guerre, la
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crise du charbon nous a révélé cette vérité de La Palisse que nous étions
le pays le plus riche en houille blanche, cinq millions de chevaux dynamiques au bas mot, et qu’au lieu de débourser chaque année des milliards
à l’étranger pour acheter à des prix exorbitants cette précieuse matière
qu’est le charbon, nous aurions mieux fait de placer cet argent dans le
pays même, pour mettre une bonne fois en valeur nos ressources hydrauliques […]. L’accaparement soudain des eaux de nos torrents de la part de
puissantes sociétés industrielles a fait germer auprès des communes et des
campagnards de regrettables préventions à leur égard, parce que, en leur
raisonnement simpliste, ils ont cru entrevoir en ces entreprises des ennemis qui cherchaient à les dépouiller de ressources dont ils étaient les seuls
à jouir jusqu’ici. Beaucoup ont pensé qu’il s’agissait là d’un avantageux
placement des extra profits de la guerre et que les travaux gigantesques,
dévorant millions sur millions, étaient destinés à fructifier de gros dividendes aux heureux actionnaires. Or, il est bien que ce préjugé ne fausse
plus le bon sens de notre population rurale ; se croyant la plus frappée par
ce nouvel état de choses, elle a besoin d’être éclairée sur la réelle portée
économique de ces sortes d’affaires... [N.d.R. Segue una lunga analisi dei
costi dei cantieri per la costruzione degli impianti idroelettrici].
Dans tous les pays à civilisation avancée, même dans ceux qui sont grands
producteurs de houille, le problème hydroélectrique est considéré comme
une question étroitement subordonnée à la vie nationale, d’où le devoir
pour l’Etat de soustraire les entreprises aux aléas de l’initiative privée
en les soumettant au contrôle de ses organes techniques et administratifs. Tous les pays possédant des réserves hydrauliques se sont outillés
d’une législation spéciale, en vue de réglementer et d’intensifier la production et la distribution de l’énergie électrique qui est un élément de première nécessité dans la vie industrielle et sociale. La généralisation de ce
mouvement est un indice sûr que nous nous acheminons vers des formes
nouvelles d’économie industrielle, que de profondes modifications vont
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s’opérer chez les peuples qui pourront élever rapidement le niveau de leur
richesse en énergie électrique. Pour l’Italie, c’est un problème vital qui
constitue la prémisse de son relèvement économique ; si elle veut s’émanciper en partie de la sujétion qu’elle endure envers l’étranger du fait de
son indigence en charbon fossile, elle doit valoriser au plus haut degré
ses ressources hydrauliques. Tout porte à croire que, pour une fois, elle a
pris les raccourcis pour arriver bonne première et que, sur ce point, elle
ne se laissera devancer par d’autres pays. Et la Vallée d’Aoste, en raison
de l’étendue de ses glaciers, du nombre de ses torrents et de ses lacs, ainsi
que de la déclivité prononcée des thalwegs, est admirablement appareillée
pour devenir le pays d’élection de l’industrie hydro-électrique ». Nota 2
Il passar del tempo ha evidentemente dato ragione a questi personaggi
e alle loro idee. L’iniziale resistenza alla penetrazione di una mentalità
nuova, per quanto riguarda gli usi delle acque per la produzione elettrica, è stata ampiamente superata, nell’arco del secolo, grazie al riscontro degli evidenti vantaggi arrecati, nel tempo, a singoli, famiglie
e comunità locali. Analizzato sul lungo periodo, l’avvento dell’industria
idroelettrica ha creato occasioni di lavoro sul territorio, assorbendo
manodopera del posto, e ha indotto processi di immigrazione di personale specializzato che hanno avuto, come ricaduta, positivi fenomeni
di integrazione sociale ed economica. Insieme con l’avvio dello sfruttamento delle prime risorse turistiche, in molte vallate esso ha contrastato la tendenza, ampiamente registrata in tutto l’arco alpino occidentale, di un lento, ma costante ed inesorabile spopolamento delle zone
montane. In presenza di cantieri grandi e duraturi nel tempo, ha stimolato un ridimensionamento del settore agricolo, una vera e propria
tendenza alla riconversione e alla riqualificazione della forza lavoro e
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uno stimolo all’apertura di nuove attività commerciali richieste dalla
presenza di grandi afflussi di lavoratori in aree territorialmente limitate.
Un altro elemento positivo, da non sottovalutare, riguarda lo stimolo
che è venuto dalla diffusione dell’industria elettrica nel senso della
formazione, seppur lenta e faticosa, di un vero e proprio patrimonio di
competenze tecnico-professionali di cui la regione era di fatto fino a
quel momento priva: ci riferiamo ad una “scuola” di pratica quotidiana
di tanti tecnici e operai in un settore, come quello elettrico appunto,
qualificato da tecnologie in continuo aggiornamento.
Non è sbagliato aggiungere, a mo’ di conclusione, che al momento
attuale gli impianti idroelettrici risultano perfettamente acquisiti e per
così dire assorbiti dalla cultura della popolazione locale. Essi vengono percepiti come fattori identitari e costituiscono parte integrante del
paesaggio naturale ed umano.
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I primi passi dell’industria elettrica
nell’area alpina nord-occidentale
L’industria elettrica muove i primi passi nell’area alpina nord-occidentale verso la metà degli anni Ottanta del XIX secolo, sulla scorta di
alcune sperimentazioni di illuminazione pubblica condotte a Milano
nel 1882 ‒ anno che può costituire dunque la data di nascita dell’industria elettrica italiana ‒ dal Comitato per le applicazioni dell’elettricità
sistema Edison in Italia, dell’omonima Compagnia americana. Una
campagna di carattere dimostrativo si concretizza nell’alimentazione,
mediante una piccola dinamo, di novantadue lampade elettriche ad
incandescenza, in sostituzione delle preesistenti a gas, nel ridotto del
Teatro alla Scala.
Il 28 giugno dell’anno successivo, sempre a Milano, entra in servizio
la centrale di via Santa Redegonda e con essa inizia la regolare alimentazione della prima rete di illuminazione elettrica d’Europa, che si
estende per circa cinquecento metri nei pressi del duomo. La centrale,
costruita da tecnici e con materiali statunitensi, è voluta e realizzata
da un comitato locale capeggiato da Giuseppe Colombo ‒ rettore del
Politecnico di Milano tra il 1897 e il 1921 ‒ che pochi mesi dopo, nel
1884, darà vita alla Società generale italiana di elettricità sistema Edison.
Più in generale, l’utilizzo delle risorse idriche per la produzione di
energia elettrica era iniziato in Europa a partire dalla metà dell’Ottocento. Le scoperte tecniche e le loro applicazioni tecnologiche si erano
susseguite ininterrottamente nei decenni successivi, emergendo ben
presto dal chiuso dei laboratori per raggiungere l’attenzione del grande pubblico, che a lungo avrebbe identificato l’elettricità tout court
con la “luce”. A Torino, a metà degli stessi anni Ottanta, la fondamen-
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tale scoperta di Galileo Ferraris relativa al campo magnetico rotante
e alla trasformazione dell’energia elettrica in forza motrice ‒ con le
successive applicazioni delle modalità di trasmissione a distanza della
corrente ‒ apriva la strada all’utilizzo dell’elettricità ai vari processi
produttivi. Il trasformatore e il ricorso alle correnti alternate resero
tecnologicamente possibile la nascita dei moderni sistemi di trasmissione e distribuzione di energia elettrica. Il perfezionamento, nel 1879,
da parte dell’ing. statunitense L. A. Pelton della turbina idraulica,
inventata dal suo collega inglese J. B. Francis trent’anni prima, portava alla realizzazione della prima centrale idroelettrica, nel 1880, a
Northumberland, in Gran Bretagna. Nota 3
Non si sottovaluti la centralità di Torino in questo percorso. La presenza, nella città subalpina, di una preesistente cultura accademica di
natura elettrotecnica la rendeva orientata alla sperimentazione tecnologica e impegnata in tentativi di soluzione del problema energetico
su scala nazionale. Inoltre, la relativa vicinanza, sulle Alpi, di forze
perenni alimentate dai ghiacciai (il cosiddetto “carbone bianco”, come
veniva chiamato allora) e gli ampi consumi di una città in costante crescita a livello urbano ed industriale costituivano altre due fattori positivi per il suo decollo energetico. Non c’è timore di sbagliare nel dire
che il primo sfruttamento e la valorizzazione sistematica delle risorse
idriche dell’arco alpino occidentale sono da attribuirsi all’oculata politica
energetica del Comune di Torino. Allo stesso modo, nelle altre città
piemontesi e ad Aosta, dalla fine degli anni Ottanta, prendevano forma diverse iniziative imprenditoriali volte alla costruzione di piccole
centrali di produzione elettrica, della potenzialità di qualche decina di
cavalli vapore (HP), spesso a prevalente scopo di illuminazione.
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Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
In effetti, il principale obiettivo della produzione energetica in questa
prima fase rimaneva quello dell’illuminazione pubblica. È per esempio del 1885 la fondazione in Aosta, su iniziativa di François Farinet
(1854-1913), per quattro legislature deputato al Parlamento italiano,
della Société valdôtaine pour l’éclairage public, il cui primo, modesto
impianto ubicato nei pressi della vetreria Favre, derivava le acque dal
torrente Buthier. Nota 4 La necessità di provvedere il centro urbano di
lampade elettriche, in sostituzione di quelle vetuste ad olio o a gas, fu
l’elemento che mise in moto anche a livello locale la ricerca nel settore idroelettrico. Quando, il 4 luglio 1886, il treno raggiunse il capoluogo in occasione dell’inaugurazione della via ferrata, la piazza centrale della città era illuminata a festa; la costruzione della ferrovia, in
quegli anni, con la componente di modernizzazione e di apertura che
comporta, fu un ulteriore elemento di stimolo per la ricerca nel settore
elettrico. E mentre uno dopo l’altro i Comuni valdostani si dotavano
di impianti di illuminazione pubblica, alimentati da piccole centrali
in corrente continua, anche numerosi privati si organizzavano con la
fondazione di società o consorzi di produzione di energia. Così, per
esempio, il 29 novembre 1895, si costituiva ad Aosta, per iniziativa
di notabili locali tra cui l’avvocato Pierre-Joseph Frassy, la Società
cooperativa di produzione e consumo di Luce elettrica. Essa costruì la
sua prima centrale all’interno di un edificio occupato precedentemente
da un mulino, al Pont-de-Pierre, utilizzando una caduta d’acqua della
rive Gerbore; già nel 1911 avrebbe inaugurato un secondo impianto,
in località Saumont. Nota 5
Una svolta storica nel panorama della produzione energetica avviene
nella seconda metà degli anni Novanta, con un vero e proprio salto
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dimensionale nella scala produttiva e distributiva regionale, in connessione con le esigenze dell’industrializzazione avanzante e, per la città
di Torino, anche in rapporto al progetto di elettrificazione dei trasporti
urbani. Entro la fine del secolo sono ben tredici le società di produzione
(tra cui nel 1899 la Società elettrochimica Pont-Saint-Martin, antesignana della Sip) ad essere istituite nel solo Piemonte.
Una statistica condotta dal Ministero dell’Agricoltura, dell’Industria e
del Commercio nel 1911 ci propone un’istantanea sul panorama relativo alle aziende piemontesi produttrici e distributrici di energia elettrica
nel decennio 1898-1908. Nota 6 Si tenga presente che nel testo vengono
segnalate solo le aziende dotate di una potenzialità uguale o superiore
ai 3 000 HP (pari a 2 230 kW). La statistica pone il Piemonte al secondo posto, tra le regioni italiane, per la potenza installata (27 245 HP),
dopo la Lombardia (34 922 HP). Nota 7
Cinque di queste società operavano nelle province di Novara e Torino, le
altre due nel Cuneese. Tutte avevano impiantato centrali idroelettriche
integrandole con quelle termoelettriche. La Società di elettricità Alta
Italia (Eai), costituita nel 1896, promossa dalla Siemens-Schuckert
insieme con la Società lombarda per la distribuzione di energia elettrica,
era passata da una potenzialità iniziale di 500 HP ad una di 25 000 HP
attraverso la realizzazione di diverse centrali; la sua caratteristica era
quella di possedere una rete di distribuzione a Torino, nel Canavese e
nel Biellese. La Società per le forze motrici dell’Anza, costituita nel
1903, disponeva di 11 000 HP nell’impianto di Piedimulera (Novarese)
realizzato nel 1907. La Società per le forze idrauliche del Moncenisio
sviluppava 7 300 HP nelle due centrali idroelettriche della Cenischia.
La Società Ossolana produceva 3 000 HP nella centrale sul torrente
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Avesa. La Società per le forze idrauliche dell’Alto Po, in provincia di
Cuneo, aveva una potenzialità di 6 000 HP in due centrali idroelettriche
e termoelettriche. Sempre nel Cuneese, la Società per lo sviluppo delle
imprese elettriche in Italia aveva una centrale idrotermoelettrica a Cherasco e produceva 3 000 HP. L’Azienda elettrica municipale di Torino,
infine, con la sua centrale idroelettrica di Chiomonte, di 14 000 HP, trasportava a Torino l’energia con una linea di 55 chilometri a 50 000 volt
e disponeva di una riserva termica di 10 000 HP. Il supporto energetico
alla giovane industria metalmeccanica torinese, insieme con l’industria
laniera e tessile del Biellese e del Novarese, costituisce dunque il fattore
chiave per la comprensione dello sviluppo della produzione idroelettrica del Nord-Ovest in quegli anni, come risulterà anche chiaro in particolare dalle vicende della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin
descritte ampiamente nel capitolo relativo. Tra l’altro, proprio l’area
dell’Italia nord-occidentale costituisce in quegli anni un potente elemento di richiamo per l’industria elettromeccanica internazionale. Diverse
società straniere, in particolare tedesche, accorsero nell’area subalpina
portando i primi progetti di valorizzazione delle risorse idriche in senso
innovativo e approfittando di alcune congiunture favorevoli, tra cui un
regime privatistico che lasciava ampio spazio all’iniziativa individuale: dalla Siemens di Berlino, alla Aeg di Francoforte, alla Schuckert di
Norimberga, alla svizzera (poi milanese) Brown Boveri, tutte queste
società entrarono in aperta e accesa competizione tra loro per la ricerca
di nuovi sbocchi di mercato, per una produzione in serie che andava dai
grandi macchinari elettrici sino alle lampadine.
A partire da questo momento, l’immenso patrimonio idrico valdostano acquista una importanza inimmaginabile fino a pochi anni prima.
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L’energia elettrica diventa competitiva rispetto ad altri tipi di energia e
la sua trasferibilità anche per lunghe distanze risulta la carta vincente.
La Valle intravede una possibilità di ripresa dalla generale e diffusa
depressione economica in cui la sua industria è scivolata inesorabilmente nella seconda metà dell’Ottocento, a partire dal settore metallurgico, così fiorente invece nel Settecento. Gli studi e gli investimenti
promossi in questo ambito avranno l’innegabile merito di far ripartire
l’industrializzazione della regione, a cominciare proprio dalla Bassa
Valle d’Aosta.
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La legislazione nazionale sulle acque pubbliche
e il suo rapporto con la nascente industria elettrica
Proviamo ora a delineare, in sintesi, lo sfondo normativo-istituzionale che, a cavallo tra Otto e Novecento, consentì e promosse il decollo
dell’industria elettrica.
Mentre qua e là, un po’ dappertutto in Italia, piccole centrali sorgevano
per soddisfare le esigenze locali di elettrificazione, di fatto il quadro
legislativo continuava a privilegiare il comparto agricolo rispetto ai
settori industriali e a demandare unicamente all’iniziativa privata progetti e raccolta di capitali ai fini dell’elettrificazione.
Con la legge n. 2248 del 20 marzo 1865 sull’unificazione amministrativa dei lavori pubblici, le concessioni di acque, che erano regolamentate in maniera differente nei vari Stati preunitari, erano state
finalmente assoggettate ad una disciplina comune, riguardante sia gli
utilizzi agricoli sia quelli per la produzione di forza motrice. La legge
riconosceva il diritto degli antichi utenti a derivare acque pubbliche
per finalità irrigue o industriali, stabilendo che il rilascio delle concessioni avvenisse per decreto regio a seguito di pagamento di un canone
annuo, in caso di uso temporaneo, o di un prezzo di vendita, in caso di
concessione di proprietà. La concessione veniva rilasciata al termine
di un estenuante procedimento, che coinvolgeva la Prefettura, l’Ufficio del Genio civile, il Ministero delle Finanze, quello dei Lavori Pubblici, il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici e il Consiglio di Stato.
La legge lasciava peraltro insolute una serie di questioni essenziali ‒ a
partire dalla stessa definizione di “acque pubbliche” ‒ che venivano
demandate al Codice civile, anch’esso del 1865.
La necessità di introdurre modifiche alla normativa vigente e di snelli-
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re le procedure per le concessioni portò, nel periodo immediatamente
successivo, all’avvio di diversi progetti legislativi, che in realtà approdarono solo tredici anni dopo, in maniera definitiva, alla promulgazione di una nuova legge: la n. 2644 del 10 agosto 1884. Quest’ultima,
pur non chiarendo il concetto giuridico di acque pubbliche, prescrisse
la pubblicazione, a cura del Ministero dei Lavori Pubblici, degli elenchi delle acque, provincia per provincia, e delle derivazioni effettuate,
allo scopo di precisare quali acque dovessero essere soggette a concessioni e a pagamento di canone e quali a semplice autorizzazione delle
opere, per evitare controversie tra le amministrazioni e gli utenti.
Uno dei punti più importanti della legge del 1884 riguardò il chiarimento del fatto che nessuno avrebbe potuto derivare acque pubbliche
o stabilirvi mulini o altri opifici senza titoli legittimi ‒ fissati, questi ultimi, nel possesso trentennale anteriore alla promulgazione della legge ‒ o
senza averne ottenuto la concessione dal Governo, concessione assoggettata al pagamento di un canone. Come regola generale fu affermata chiaramente quella relativa alla temporaneità delle concessioni per
una durata massima di trent’anni, rinnovabile peraltro, alla scadenza,
laddove si riscontrasse il rispetto dei fini per cui la derivazione era stata originariamente concessa.
Allo Stato spettava così anche il fondamentale compito di controllo
e vigilanza degli obblighi imposti ai concessionari, nel rispetto del
pubblico interesse: limitare lo spreco delle acque, evitare il formarsi
di monopoli, vigilare sugli abusi (eventuali subconcessioni), perseguire scopi utili al benessere generale del Paese. Quanto al rilascio delle
concessioni, la legge del 1884 tentò anche di semplificare la procedura
amministrativa, decentrandola e demandando ai prefetti la competen-
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za in materia, mentre al sovrano rimase solo l’emanazione di decreti
di concessione di acque speciali, quali quelle dei laghi, dei fiumi di
confine e dei corsi d’acqua navigabili.
Se, tramite indicatori statistici, si dà un’occhiata ai risultati che questa
legge e i suoi regolamenti attuativi produssero in quegli anni, Nota 8
bisogna riconoscere che fu proprio il settore elettrico, ossia quello legato
alla richiesta di derivazioni d’acqua per la produzione di energia da
trasportarsi lontano dai luoghi di produzione, a far impennare le richieste di concessioni inoltrate al Governo.
Fino alla metà degli anni Novanta del XIX secolo, tra l’altro, nessuna
disposizione normativa prevedeva la costruzione di grandi impianti per
la produzione e la distribuzione a distanza dell’energia prodotta con
la caduta delle acque, ma si privilegiavano le applicazioni immediate.
Insomma, l’energia veniva preferibilmente consumata là dove era stata prodotta. Furono successivi, specifici provvedimenti per l’industria
elettrica, Nota 9 ad avviare i progetti delle grandi e costose realizzazioni
idroelettriche, che ben presto avrebbero permesso all’energia elettrica
di affiancarsi e poi sostituirsi ai combustibili fossili importati dall’estero.
Nel ventennio successivo, il dibattito sulle risorse idriche vide come
protagonisti, accanto ai politici, anche gli economisti, i tecnici, i giuristi, gli industriali. Diversi progetti di legge furono avanzati, soprattutto
nell’intento di procedere ad una definizione o distinzione tra le acque
pubbliche e quelle private; ma nessuno di essi concluse felicemente
l’iter legislativo.
La fondamentale tappa successiva avvenne nel 1916, allorché fu varata la nuova disciplina sulle acque pubbliche, quando lo scoppio della
Grande Guerra rese imprescindibile la riforma della legislazione, in
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vista di un più razionale ed efficace sfruttamento delle risorse idriche
nazionali. Alcuni importanti decreti luogotenenziali furono varati in
quell’anno: il n. 27 e 57 del mese di gennaio, il n. 1149 del 3 settembre e il n. 1664 del 20 novembre. Quest’ultimo, in particolare, attuato
dal ministro dei Lavori Pubblici Ivanoe Bonomi, riordinò finalmente
tutta la complessa materia in derivazioni di acque pubbliche, rappresentando la volontà di interpretare anche diversi e contrapposti interessi e ispirandosi a due principi fondamentali di ordine generale. In
primo luogo, si riconosceva che le acque pubbliche, anziché un bene
demaniale indiscriminatamente sfruttato dai privati, rappresentavano
un grande servizio sociale da utilizzarsi secondo criteri di interesse
collettivo; da questo punto di vista le concessioni di acque avrebbero dovuto perseguire fini pubblici, sulla base di una vasta e razionale utilizzazione. In secondo luogo si prevedeva la soppressione delle
concessioni perpetue e la definizione della durata di un cinquantennio
della concessione governativa, al termine della quale sarebbero passate allo Stato tutte le centrali idroelettriche, le opere di raccolta e derivazione, le condotte forzate, i canali di scarico. Si profilava, dietro la
cosiddetta “riforma Bonomi”, una prima forma di nazionalizzazione,
che si sarebbe realizzata come sbocco conclusivo di un processo che
lasciava grandi margini all’iniziativa dell’industria privata, come di
fatto accadde.
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Il caso della Bassa Valle d’Aosta: tra usi tradizionali
delle acque e precoce vocazione industriale
L’utilizzo delle risorse idriche, in ragione della loro abbondanza, ha
rappresentato fin dall’antichità un pilastro portante dell’economia
dell’intera Valle d’Aosta. Ciò vale anche per il territorio oggetto di
attenzione in questo volume, ossia la zona della cosiddetta Bassa Valle,
con cui si definisce comunemente, a valle della stretta di Montjovet, la
parte percorsa della Dora Baltea, insieme con le vallate dei suoi ultimi
quattro affluenti in terra valdostana: sulla sinistra orografica la valle
dell’Evançon o Valle d’Ayas e la Valle del Lys o Valle di Gressoney,
sulla destra il vallone di Champdepraz attraversato dal torrente Chalamy e la Valle di Champorcher percorsa dall’Ayasse.
Tale disponibilità di acqua, per usi potabili, domestici e irrigui e per
la produzione di energia meccanica per svariate attività artigianali, in
primis forge e fonderie, ha costituito da sempre una questione vitale da
cui sono dipese la sopravvivenza e la qualità dell’esistenza di uomini
e di animali. Mettendo in campo concrete forme di collaborazione e di
solidarietà, le comunità rurali hanno imparato fin dai tempi più antichi
a superare le contese che possono insorgere di fronte alla gestione di
un bene così prezioso, a partire dagli usi irrigui.
A questo proposito ne sono la testimonianza migliore la costruzione e
la gestione dei rus, le imponenti opere di canalizzazione collettive o
consortili che solcano tutto il territorio della regione e che hanno costituito, nei secoli, la base della sua economia agro-pastorale. Realizzati
per la derivazione dell’acqua dai torrenti principali, essi la conducono
tuttora, durante la stagione estiva, attraverso una rete articolata di
ruscelli, fin nelle zone che ne hanno necessità, assicurando una ripartizione
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equa e proporzionata delle acque e dando una risposta concreta alle
esigenze della collettività, tramite l’osservanza dei severi regolamenti
che presiedono alla loro gestione. Gestione che ha assunto un’importanza ancora maggiore dalla fine del Settecento, quando, con il venir
meno del sistema dell’ancien régime, le acque sono passate dalle mani
dei signori feudali a quelle delle comunità locali, le quali ne sono diventate responsabili al cento per cento. Esse hanno dovuto organizzarsi per l’opera di captazione delle sorgenti e di derivazione dai torrenti,
per la costruzione dei canali in muratura o in legno, degli acquedotti,
dei ponti e delle gallerie, per la gestione delle corvées per la pulizia e
per ogni altra forma di manutenzione. Per la costruzione di tutte queste
opere le comunità locali hanno dovuto affrontare grandi difficoltà di
natura economica e tecnica, ricorrendo, talvolta, a manodopera specializzata, in particolare per la realizzazione dei ponti.
Per secoli i rus hanno continuato a scorrere in letti dalla struttura
immutata, scavati nella terra o incisi tra le rocce. Solo intorno alla
metà del XX secolo si è venuta a modificare talora in maniera sostanziale la rete dei canali e dei ruscelli; la disponibilità di nuovi materiali
e mezzi e la diffusione dell’irrigazione a pioggia hanno portato per lo
più, nel corso del Novecento, alla decisione di trasferire il trasporto
delle acque in tubazioni interrate.
Già nel Medioevo sono numerosi i rus attestati e in piena attività anche
nelle valli di Gressoney ed Ayas.
Per quanto riguarda la Valle del Lys, è nota soprattutto la situazione
di Lillianes, grazie alle approfondite ricerche del dottor O. Zanolli,
che negli anni Ottanta del XX secolo analizzò in maniera dettagliata
i documenti dell’archivio comunale e parrocchiale. Ben dodici canali
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sono recensiti come in uso in questo territorio nei secoli XIX e XX; i
più antichi risalgono, nella loro fondazione, al Trecento. Dalle testimonianze risulta che le acque dei rus sono un bene prezioso e fanno
l’oggetto di investiture e infeudazioni importanti da parte dei signori
del posto nei confronti degli abitanti della zona, i quali sono tenuti, per
l’utilizzo delle acque, al pagamento di censi in denaro e in natura. La
gestione delle acque concesse avviene generalmente in forme associate o consortili, sia per quanto riguarda il loro uso ‒ severamente regolamentato da un sistema rigido di turni e orari settimanali prestabiliti,
dalle implicazioni tecniche e giuridiche assai precise ‒ sia per il loro
mantenimento. Veri e propri consigli di amministrazione agiscono in
piena autonomia, stabilendo regolamenti, ripartendo i tempi dell’irrigazione e rendendo conto delle spese alle comunità locali.
Per quanto riguarda la Valle di Ayas, il più celebre di tutti è il Ru Courthaud, realizzato nel 1433, che prende avvio nel vallone omonimo, ai
piedi del Monte Rosa, là dove si riuniscono le acque che scendono
dalle Cime Bianche e dal ghiacciaio dell’Aventina. Anche nel territorio di Brusson si contano diverse derivazioni importanti, ampiamente
utilizzate sino alla metà del XX secolo: il ru nella gorge di Ruines;
due derivazioni a monte di Extrépieraz, in uso un tempo al mulino del
villaggio; una per l’irrigazione delle praterie di Vollon; il ru di Fontaine, ecc. Altri due canali storicamente importanti si trovano nella parte
bassa della vallata e sono quello di Arlaz e il Ru Herbal, che hanno la
loro derivazione a poca distanza l’uno dall’altro, sotto l’abitato di Ponteil. Essi seguono quasi una traiettoria parallela nel bacino di Arcésaz
e sul territorio di Challand-Saint-Anselme. Al di sopra del villaggio
di Pesan, mentre il Ru Herbal si suddivide in una gran quantità di rivi
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e dà origine al ramo di Challand-Saint-Victor, il Ru d’Arlaz prosegue
sino a Orbeille, precipita in cascata al Peson d’Arlaz e raggiunge il
promontorio che, sotto la Tête-de-Comagne, divide la valle centrale
dalla bassa valle dell’Evançon. Lì esso si suddivide: una parte delle
sue acque è dirottata verso la valle centrale, verso Montjovet, dove
costeggia la collina e si spinge sino a Saint-Germain; la restante parte
raggiunge quasi in orizzontale il territorio di Emarèse. Tutti questi percorsi, utilizzati per secoli dagli abitanti della montagna, fanno ormai
parte integrante del paesaggio delle nostre vallate e ne costituiscono
un tratto imprescindibile; e non solo più dal punto di vista dell’economia rurale tradizionale, come dimostra anche la loro recente riscoperta
a fini turistici e di valorizzazione ambientale. Nota 10
***
Si distingue invece, per certi aspetti, la storia della piana della Dora
Baltea nel suo ultimo tratto valdostano, dove sin dalla fine del Settecento si afferma una vera e propria vocazione proto-industriale, che
costituirà la base dello sviluppo del settore idroelettrico nella nostra
regione. Come risulta ampiamente dai documenti d’archivio, ed in
particolare da quelli che contengono le liste dei consegnamenti feudali, i signori locali ‒ quelli di Pont-Saint-Martin, i Vallaise, i Nicole de Bard, gli Challant ‒ in età moderna erano proprietari di diversi
opifici attestati nei territori di Pont-Saint-Martin, Donnas e Vert, Hône
e Bard, Lillianes, ecc. Primitive ruote ad acqua, tramite ingranaggi
lignei, muovevano seghe per il taglio del legname, magli e forge per le
prime fonderie, frantoi e mulini per la trasformazione dei prodotti della terra, martinetti, battitoi per la produzione di stoffe di lana e di cana-
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pa. L’energia ricavata dall’acqua non veniva però ancora trasportata a
distanza e quindi i primi centri di questa industria alpina ante litteram
erano tutti concentrati lungo i torrenti e i canali. Negli anni 1763-64,
per esempio, sulla sola riva sinistra del Lys risultano in azione ben
venticinque ruote di diverso tipo, che muovono macchinari destinati a
svariate produzioni artigianali.
È nel corso del Settecento che gli opifici artigianali lasciano il posto
alle prime industrie del settore, in ragione della possibilità dello sfruttamento in loco di vari giacimenti di ferro, dell’abbondanza di acqua
a disposizione e dell’estensione delle foreste da cui ricavare carbone
come combustibile. Nota 11 La nuova situazione che si viene a creare, per lo sfruttamento intensivo delle miniere durante l’intero corso
dell’anno, è ben nota agli storici locali: gli effetti più preoccupanti
sono l’inquinamento massiccio dovuto ai fumi di combustione, che
arrecano danni irreparabili alle colture agricole, e il vero e proprio
disboscamento di intere zone causato dal taglio indiscriminato dei
boschi, anche per il commercio di contrabbando.
Ai primi dell’Ottocento Pont-Saint-Martin si afferma definitivamente
come cittadina a vocazione siderurgica, grazie soprattutto all’iniziativa di François-Balthazard Mongenet, un fuoriuscito della Rivoluzione
francese, il quale sulla riva sinistra del Lys impianta nel 1798 un altoforno per la produzione di ghisa. Lo stabilimento riattiva alcune piccole
officine già esistenti in paese e riunisce diversi canali di alimentazione
idrica già esistenti in un’unica grande forza motrice che alimenta l’altoforno. Nota 12 Nel panorama industriale del Regno sardo nella prima
metà del secolo, la fabbrica di Mongenet gode di una certa considerazione. Tutte le fasi della produzione sono assicurate e controllate,
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dall’approvvigionamento del metallo, proveniente dalle non lontane
miniere di Traversella, ai procedimenti di fusione, sino alla lavorazione del ferro e all’impianto di un laminatoio, che nel 1835 viene salutato
come il primo esistente di tal genere in Italia. Due officine succursali
ubicate a Carema e a Verrès garantiscono il proseguimento dell’attività quando scarseggia l’acqua motrice nello stabilimento di Pont-SaintMartin. Mongenet aggiorna a più riprese le apparecchiature dei suoi
stabilimenti acquistando dall’Austria nuovi macchinari in grado di migliorare le capacità di resa e di ridurre le spese di combustione, come i
forni a pudler, che funzionano con i gas ottenuti dall’altoforno oppure
con i gas di torba. Il combustibile principale, comunque, come per tutte le altre aziende operanti nel settore siderurgico, continua ad essere il
carbone vegetale, consumato in ingenti quantitativi, che contribuiscono al drammatico disboscamento della superficie forestale della Valle
d’Aosta (tra il 1830 e il 1857 la superficie dei boschi valdostani passa
da 60 mila a 32 mila ettari e nel 1864 è ridotta a 25 mila).
Anche l’azienda di Antonio Cavallo di Ivrea, pure lui maître de forge,
concorre ad accentuare la trasformazione di Pont-Saint-Martin in centro industriale. Il suo stabilimento è ubicato sulla riva destra del Lys,
in località Glair, a partire dal 1810 e sino al 1882, e ha una succursale
in quel di Champdepraz. Seppur non attrezzato come quello di Mongenet, che produce negli anni migliori sino a 20 mila quintali di ferro,
lo stabilimento di Cavallo possiede un altoforno, una fornace, due
pudler a gas e realizza una produzione annua di circa 5 mila quintali
di materiale finito.
Per quanto riguarda i paesi limitrofi, per Donnas ricordiamo almeno,
dalla metà dell’Ottocento, la presenza della società l’Esploratrice, di
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cui è azionista principale Camillo Benso di Cavour, la quale avvia
ricerche di nuovi filoni di rame e riprende lo sfruttamento della miniera
di Hérin a Champdepraz. Per la lavorazione del minerale viene costruito sulla riva destra della Dora, a Chiampale, un grandioso stabilimento
in cui trovano occupazione più di duecento operai, ma che crea gravi
problemi di inquinamento all’aria e all’alveo della Dora. Il successo
dell’Esploratrice è effimero. Già nel 1861 gli operai impiegati sono
meno di un quinto rispetto a quattro anni prima. Negli anni Settanta,
dopo un precedente, fallimentare, passaggio di proprietà, la fabbrica
viene acquisita dai fratelli Augusto e Federico Selve, già proprietari
di una fiorente attività siderurgica in Westfalia. La presenza della famiglia Selve a Donnas segnerà positivamente le sorti del paese, per
decenni. All’inizio del nuovo secolo gli occupati nella fabbrica siderurgica sono 450. Il ruolo di mecenati e benefattori che i fratelli Selve
rivestiranno rispetto alla comunità locale trova un riscontro in particolare nella costruzione della scuola elementare e dell’asilo infantile,
entrambi inaugurati negli anni Novanta del XIX secolo. Nota 13
Anche Hône si configura, nello stesso periodo, come un paese in pieno
fermento economico. La zona tradizionalmente occupata da attività
artigianali e proto-industriali è quella accanto al ponte sulla Dora, il
Glairet. Dall’antico complesso di mulini, lì ubicato da tempo immemorabile, si passa ad una prima fonderia, gestita dalla famiglia Mutta,
nella prima metà del Settecento, e dal notaio Jean-Jacques-Philippe
Nicola, sino agli anni Ottanta del medesimo secolo. Successivamente lo stabilimento passa alla società Defey, Bich & C. (nel 1818) e ai
fratelli Cantara di Torino (nel 1833). Questi ultimi introducono importanti innovazioni entrando in concorrenza con l’attività di Montgenet
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a Pont-Saint-Martin, e garantiscono l’occupazione di duecento operai,
aprendo una succursale anche a Pontboset. L’attività dei Cantara si
arresta però a metà del secolo e nel 1855 è ceduta alla Società Ferriere
di Bard, che fallirà già dopo soli sei anni. Dopo alcuni ulteriori problematici passaggi di proprietà nel corso dei decenni successivi, tra gli
anni 1890 e 1895 lo stabilimento, insieme con quello esistente in località Glair de La Cournou, è rilevato da un ingegnere svizzero, Jacques
Gossweiler, e da due sue connazionali che vi avviano un’interessante
attività di produzione di chiodi da scarpe e ferri da cavallo: si tratta
della cosiddetta “fabbrica dei chiodi”, destinata ad avere un buon successo fino al periodo successivo alla Prima guerra mondiale. Nota 14
***
La grave crisi che colpisce in generale il settore siderurgico negli ultimi decenni dell’Ottocento, sia per la sua fragilità strutturale e tecnica
sia per la mancanza di un sistema imprenditoriale, ha delle evidenti
ripercussioni anche in Valle d’Aosta. La regione, oltretutto, dopo l’unificazione italiana, perde molto della sua storica funzione geopolitica,
diventando solo più un lembo di frontiera, per giunta francofono, in un
Paese italofono. Praticamente solo i Mongenet riusciranno a mantenere
alla fine dell’Ottocento un ruolo significativo nel panorama industriale
della Bassa Valle, facendo fronte alle difficoltà grazie alla strada della concentrazione industriale: essi si assoceranno infatti alle Ferriere
di Udine, importante società del settore siderurgico, che assumerà da
quel momento il nome di Ferriere di Udine e Pont-Saint-Martin.
L’economia valdostana ritroverà nuova linfa nel passaggio tra Otto e
Novecento proprio grazie alla valorizzazione delle risorse idriche per
STORIE
D’ACQUA E
D’ENERGIA
Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
la produzione di energia per scopi industriali. La nascita dell’industria
elettrica e delle prime società elettrocommerciali in Bassa Valle avrà
delle responsabilità importanti nel processo di sviluppo e di polarizzazione industriale, nel senso che libererà la localizzazione degli
stabilimenti e delle fabbriche rispetto al fattore energetico, spezzando
la concentrazione che legava sino ad allora impianto di produzione
energetica e impianto di produzione industriale. Proprio di questo si
parlerà nel prossimo capitolo, che descrive nei dettagli le vicende della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin.
1 Fonti e bibliografia
STORIE
STORIE
DD ’’ AACCQ UQAUEA E
DD ’’ EENNE REGRI AG I A
Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
1
Alle origini dell’industria
idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
2
La Società elettrochimica
Pont-Saint-Martin
tra crediti stranieri,
attività industriale
e decollo elettrico
Indice
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STORIE
Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
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La Società elettrochimica Pont-Saint-Martin
tra crediti stranieri, attività industriale e decollo elettrico
D’ENERGIA
La costituzione della Società elettrochimica
Pont-Saint-Martin
La storia della Società industriale elettrochimica Pont-Saint-Martin,
operante in Bassa Valle e nel Canavese dal 1899 al 1918, costituisce
un pilastro portante delle vicende dell’industria idroelettrica valdostana che intendiamo ricostruire in queste pagine.
Per certi versi, potremmo dire che la fondazione di questa Società ne
rappresenta il vero e proprio punto di partenza, dal momento che essa,
contrariamente ai progetti aziendali originari, si specializzò ben presto nella produzione e distribuzione di energia elettrica in un’ottica
moderna di mercato; inoltre, dall’Elettrochimica Pont-Saint-Martin
sorgerà, nel 1918, la Società idroelettrica Piemonte (Sip), la grande
azienda destinata a raggiungere presto, dopo Edison, il secondo posto
a livello nazionale, sino all’avvento di Enel nel 1962.
Nello stesso tempo, le vicende dell’Elettrochimica sono strettamente
legate all’ambiente industriale della Bassa Valle e al progressivo radicarsi, in questo territorio, di società e personalità di spicco del mondo
finanziario e industriale svizzero-tedesco, capaci di trasformarne in
maniera sostanziale le attività.
Procediamo con ordine. Nel 1882 la vecchia fabbrica siderurgica di
Antonio Cavallo, ubicata sulla destra del Lys a Pont-Saint-Martin in
regione Glair ‒ di cui si è detto nel capitolo introduttivo ‒ fu venduta
per la somma di 160 mila lire alla Società anonima italiana miniere di
rame ed elettrometallurgia, che vi impiantò il suo stabilimento. Questa
ditta operava nel settore della lavorazione del rame tramite un nuovo
procedimento basato sull’uso dell’elettricità. La sua fortuna fu però di
breve durata: nel 1890 vi risultavano impiegati solo ventuno operai e
2/1 - Foto di copertina: Il canale di scarico e la centrale di Carema della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin.
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già nell’anno successivo l’attività fu sospesa. Gli stabilimenti furono
poi rilevati dapprima da una società inglese, poi dalla Société belge des
mines che intendeva utilizzare gli stabilimenti di Pont-Saint-Martin, ben
attrezzati, per la trasformazione in fosfati della materia prima estratta
dalle ricche miniere della Tunisia. In quel momento, lo stabilimento
2/2 - Pont-Saint-Martin, la ferriera Mongenet.
era comunemente noto col nome di Fabbriche Dora-Lys e, tra i suoi
dirigenti, troviamo il nome di un certo Tommaso Hambury, titolare,
per conto dell’azienda, di una serie di concessioni importanti di derivazioni di acque della Dora Baltea.
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A partire dal 21 novembre 1895, Hambury presentava alla prefettura
di Torino un primo progetto dell’ing. Vincenzo Soldati Nota 15 per la
richiesta di una derivazione di 7,5 mc / sec dalla Dora a Pont-SaintMartin, con un salto di 10 metri, per aumentare la forza motrice del
2/3 - Pont-Saint-Martin, gli stabilimenti della Società elettrochimica in costruzione lungo la Dora Baltea.
suo stabilimento. Pochi mesi dopo, nel 1896, lo stesso Hambury
modificava la sua istanza, richiedendo l’autorizzazione per due salti
e per una portata complessiva di 15 mc / sec ed una potenza effettiva
di 2200 HP. Quest’ultimo progetto venne approvato e la concessione
prefettizia relativa fu accordata in data 1° agosto 1898.
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È a questo punto che le vicende della Fabbrica Dora-Lys s’intrecciano
con quelle della Elettrochimica Pont-Saint-Martin.
2/4 - Pont-Saint-Martin, veduta di insieme dei fabbricati della Società elettrochimica.
Per motivi che ignoriamo, ma che possiamo facilmente intuire nel panorama della crisi siderurgica di fine Ottocento, Tommaso Hambury,
titolare della derivazione suddetta, fin dal 1° ottobre 1898 la cedette
ad Albert Dolfus di Lugano, azionista di un gruppo svizzero per la
produzione di carburo di calcio e futuro consigliere della costituenda
Società elettrochimica Pont-Saint-Martin.
Il 20 giugno 1899, a Milano, nasceva infatti la nuova Società indu-
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striale elettrochimica Pont-Saint-Martin, i cui fini sociali dichiarati
erano quelli propri dell’industria elettrochimica “in tutte le sue forme e manifestazioni, dell’utilizzazione di forze motrici e trasporti a
distanza dell’elettricità”. Fin dall’inizio l’attività elettrica fu intesa,
per l’azienda, come complementare a quella elettrochimica: nell’ambito dell’attività dello stabilimento, che avrebbe dovuto specializzarsi
nella produzione di carburo di calcio ottenuto attraverso l’attivazione
di forni elettrici, l’energia elettrica rappresentava una materia prima
fondamentale. Tutti gli sforzi furono dunque orientati verso l’abbattimento dei costi di produzione energetica mediante la costruzione di
2/5 - La centrale di Carema della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin.
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impianti in loco. Obiettivo strategico generale della nuova società era,
nei piani originari, la conquista del mercato del Canavese, del Biellese e della Bassa Valle d’Aosta; ma, come si avrà modo di chiarire,
gli esiti degli sviluppi industriali furono assai diversi dalle previsioni
iniziali, per il netto prevalere, col tempo, dell’attività idroelettrica su
quella industriale.
La sede sociale fu Milano sino al 1917, dopodiché subentrò Torino. In
base agli accordi statutari, la Società elettrochimica avrebbe avuto
durata trentennale, sino al 31 dicembre 1929. La Società elettrochimica
fu dotata di un capitale iniziale di 4 milioni di lire, suddiviso in 20 000
azioni di 200 lire. Principali azionisti furono alcuni gruppi finanziari
svizzero-tedeschi, in primis l’azienda Schuckert e C. di Norimberga ‒
dal 1903 Siemens-Schuckert ‒ specializzata proprio nella produzione
di apparecchi per correnti ad alta intensità e di forni elettrici: un’azienda
evidentemente interessata in maniera particolare dallo sviluppo del settore elettrochimico, nel panorama internazionale. Azionisti secondari
furono il Credito italiano, la Società italiana forni elettrici di Roma e
la Società nazionale per industrie ed imprese elettriche. Queste ultime
tre aziende, peraltro, risultavano anch’esse, in modi diversi, legate al
mondo finanziario ed industriale tedesco. Nota 16
Dunque, anche la Bassa Valle d’Aosta e le risorse idriche della Dora
Baltea diventavano oggetto dell’attenzione di imprenditori importanti, nazionali e stranieri, che coglievano perfettamente l’importanza
strategica del nuovo mercato. Nel consiglio di amministrazione della
nuova società sedettero per anni i principali esponenti (amministratori
delegati e direttori generali) delle aziende sopra menzionate. Il primo
consiglio, in particolare, contava, su undici membri, otto tedeschi, un
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francese e due soli italiani, che detenevano peraltro le cariche direttive. Principale finanziatore, per tutti i servizi bancari fu il Credito
italiano, già citato. Alla direzione del nuovo stabilimento fu chiamato
Antonio Del Pra, ex direttore di una società elettrica di Pavia, per la
sua competenza in materia, come risulta dai verbali del consiglio di
amministrazione, conservato presso l’Archivio storico Telecom Italia
di Torino.
2/6 - Opuscolo illustrativo pubblicato in occasione dell’inaugurazione della centrale di Carema nel 1901.
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L’impianto idroelettrico di Carema
della Società elettrochimica
Per quanto riguarda la costruzione del primo impianto idroelettrico, il
progetto originario, degli anni 1899-1901, prevedeva la realizzazione
di una centrale a Carema e della stazione di trasformazione a Settimo
Vittone, tra Carema e Tavagnasco, con linea di distribuzione da prolungarsi sino a Ivrea e a Biella. Con contratto del 5 luglio 1899, il consigliere
svizzero di amministrazione, Albert Dolfus, cedeva alla Società appena
costituita i suoi diritti sulle acque acquistati da Tommaso Hambury e
dalle Fabbriche Dora-Lys. Numerose altre richieste di concessione di
acque furono prese in considerazione negli anni successivi, tra cui alcune nella valle dell’Evançon; il progetto più significativo di ampliamento
riguardò la costruzione di una seconda centrale a Settimo Vittone, la
cui domanda venne inoltrata sin dal febbraio 1900, concessione che
fu però lasciata successivamente cadere nell’ambito della congiuntura
economica nota come “crisi generale dell’industria biellese” dei primi
anni del Novecento.
Le vicende del primo impianto della Società elettrochimica, conosciuto all’epoca col nome di impianto idroelettrico “di Pont-Saint-Martin”,
facente capo in realtà alla centrale di Carema, sono ben note, da fonti
diverse. La sua realizzazione costituiva infatti da un lato l’ultima fase
di una serie di progetti volti, fin dal 1895, ad utilizzare la forza della
Dora nella zona compresa tra la confluenza del Lys e il ponte ferroviario di Carema, dall’altro l’avvio di un percorso di ben più ampia
portata, come si è detto.
Un evento di eccezionalità storica è quello vissuto dalla piccola
comunità di Carema il 12 settembre 1901, data dell’inaugurazione della
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centrale. La regina Margherita stessa è presente alla cerimonia e il suo
nome, in segno onorifico, viene dato al canale di derivazione dalla
Dora, lungo circa tre chilometri, progettato dall’ing. Soldati. Il giornale “La Sentinella del Canavese”, nel numero del 12 settembre stesso,
riporta una sintetica ma efficace cronaca della memorabile giornata.
Ne estrapoliamo alcuni passaggi interessanti:
2/7 - Il canale di carico della centrale di Carema.
« A Pont-Saint-Martin, pavesato a festa, giungevano verso il meriggio
le varie autorità da Ivrea e da Aosta. Verso le 3 pomeridiane, ora fissata
per l’inaugurazione, cominciò ad affluire sulla via provinciale di fronte al
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viottolo che conduce al fabbricato dell’impianto idroelettrico numerosa
folla di invitati, di villeggianti e di curiosi accorsi da Pont-Saint-Martin,
da Ivrea e dai comuni vicini [N.d.r. Segue il lungo elenco delle autorità
presenti]. Alle 3 precise giungeva in equipaggio la regina Margherita,
accompagnata dalla sua dama d’onore marchesa di Villamarina e dal suo
cavaliere d’onore conte Oldofredi. La regina venne salutata da applausi
della folla e dal suono della marcia reale eseguita dalle bande musicali d’Ivrea e di Carema […]. Giunta la regina all’ingresso del grandioso
fabbricato, ebbero luogo le presentazioni dei vari membri del consiglio
d’amministrazione e delle signore […] incaricate del ricevimento di S.M.
Giungeva pure il vescovo di Ivrea, monsignor Filippello, incaricato del-
2/8 - La sala macchine della centrale di Carema nel 1901: gli alternatori.
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la benedizione dell’immissione delle acque nel canale […]. Compiuta la
benedizione, il comm. Rava pronunciava un breve ma indovinatissimo
discorso sulla trasformazione della forza delle acque in luce e calore. Una
graziosa bambina biancovestita, figlia del cortesissimo e sempre previ-
2/9 - Il quadro dei comandi dei gruppi della centrale di Carema nel 1901.
dente ing. Antonio Del Pra, direttore della Società elettrochimica di PontSaint-Martin, presentava a S.M. uno splendido mazzo di fiori e la regina
le regalava un bacio. A S.M veniva pure presentato un elegantissimo
album, lavoro artistico del Vezzosi di Torino, contenente fotografie del canale
e delle sale delle macchine, eseguite dal fotografo sig. Leydi di Ivrea.
La regina ridiscendeva quindi nella sala delle macchine, due delle quali
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furono in sua presenza messe in azione […]. Così finiva questa festa del
lavoro, elegante nella sua semplicità, e che fa bene augurare dell’avvenire
industriale delle regioni del Canavese e della Valle d’Aosta ».
Progettato inizialmente per una portata di 15 mc / sec, con un salto di
14 metri, l’impianto di Carema fu poi ampliato a 30 mc / sec, per una
potenzialità di 3 500 HP, di cui però soltanto 2 200 HP potevano essere
forniti in maniera continua.
Dal punto di vista della produzione energetica, bisogna infatti sottolineare il problema ‒ che costituisce un limite connaturato dell’industria
elettrica alle sue origini ‒ della sua stagionalità: la produzione effettiva
2/10 - La sala trasformatori della centrale di Carema nel 1901.
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era strettamente legata alle variazioni della portata dei corsi d’acqua e
pertanto l’energia prodotta risultava disponibile in modo discontinuo.
Questo limite, a cui si sopperirà di lì a qualche anno con la costruzione dei primi impianti alimentati da grandi laghi artificiali, rappresenta
una caratteristica peculiare anche dell’Elettrochimica di Pont-SaintMartin ai suoi esordi.
Per la realizzazione dell’impianto ‒ costata, nell’insieme, circa 3
milioni di lire ‒ 73 proprietari furono espropriati dei loro terreni. I
lavori (a monte, scavo per lo sbarramento sul fiume e per il canale di
carico, e a valle, sbocco del canale di scarico e avanzamento verso l’edificio motori, come si chiamava allora) furono appaltati il 10 gennaio
1900 alla ditta De Bernardi di Ivrea, che vi impiegò 430 operai.
Leggiamo la descrizione delle opere nel resoconto che ne fa il settimanale “La Sentinella del Canavese”, il 19 settembre 1901, una settimana dopo l’inaugurazione ufficiale:
« La derivazione si effettua quasi dirimpetto alla stazione di Pont-SaintMartin, dove venne costruita una diga in calcestruzzo di cemento lunga
poco meno di metri 90, destinata non solo a dirigere l’acqua verso l’imbocco, ma anche a sollevarne il livello, ciò che è di evidente vantaggio
nel periodo delle acque magre, durante il quale detta sopraelevazione raggiunge i metri 1,40 a totale beneficio dell’importanza del salto. La costruzione di questa diga si cominciò verso la metà del gennaio 1900, dopo
avere deviato le acque dalla Dora facendole scorrere in un ramo morto
del fiume, di cui si approfondì per circa due metri il letto […]. Il 30 aprile
1900 tutte le opere d’imbocco erano ultimate. Due stagioni estive sono
trascorse dalla costruzione della diga, la quale ha felicemente sostenuto
l’impeto di molte piene e delle abbondanti acque ordinarie, in grazia specialmente della sua forma molto allungata, la quale fa sì che tutti i gorghi
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che si producono a valle di questi sbarramenti e tentano di minarne le fondazioni non possono avvenire che sopra una robusta platea di calcestruzzo
dello spessore di un metro circa. [...] Per un percorso di circa 400 metri, il
canale è tutto scavato in trincea, attraverso un terreno in parte ghiaioso e
in parte roccioso; per altri 400 metri circa è costruito in rilevato, con muri
di sponda solidissimi e rafforzato da un terrapieno a scarpa naturale, largo
in sommità 3 metri ».
Il materiale elettrico per la centrale di Carema ‒ quattro dinamo della potenza di 1 000 HP, sulle cinque previste ‒ fu acquistato dalla
Schuckert di Norimberga. La realizzazione delle quattro turbine Francis
venne invece affidata alla ditta Riva e Monneret di Milano, che aveva
presentato un preventivo inferiore del 50% rispetto a quello della svizzera Escher Wyss, esperta nella produzione di macchine a vapore. Per
la fornitura dei materiali di rame, a parità di prezzo tra la Metallurgica
di Livorno e la ditta Selve di Donnas, venne preferita quest’ultima per
la vicinanza sul territorio e la comodità nella gestione delle forniture.
Fu infine la ditta Gadda di Milano a fornire i generatori e i trasformatori per la stazione di Settimo Vittone. Negli anni successivi, tuttavia,
nell’ambito delle forniture, si riscontra che la prevalenza estera si farà
sempre più importante, soprattutto nel caso delle apparecchiature elettrotecniche. Nota 17
La prima linea di trasmissione da Pont-Saint-Martin al Biellese, della
lunghezza di circa 26 chilometri, utilizzava pali di supporto in legno
di castagno o di larice alti circa 12 metri. La linea raggiunse successivamente i 75 chilometri ed era capace di trasportare sino a 5 000 HP,
in previsione di una successiva espansione della produzione e del mercato.
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In conclusione di questo paragrafo, accenniamo infine ad una vicenda
curiosa, riportata dalla stampa locale, che testimonia dell’impatto che
la realizzazione del primo impianto idroelettrico dell’Elettrochimica
ebbe sulle comunità di Pont-Saint-Martin e di Carema. Allorché, nel
1901, la Società avanzò la richiesta di raddoppiare la portata della derivazione d’acqua dalla Dora Baltea, nacque tra gli abitanti di Carema
il timore che tale aumento di portata avrebbe nuociuto all’alimentazione
delle sorgenti del lavatoio pubblico, le cui acque erano già state parzialmente ridotte con la costruzione del canale industriale. L’amministrazione comunale incaricò pertanto un perito di stabilire l’eventuale
entità del danno; costui rispose che per il bene comune, per l’igiene
e per l’utilità del lavoro delle lavandaie si rendeva necessaria la
costruzione di un nuovo lavatoio. La questione, tra la l’Elettrochimica e il Comune, si protrasse irrisolta per anni, nonostante la proposta
di un indennizzo di 3 500 lire da pagare alla comunità di Carema, che fu
accettata solo con delibera comunale del 4 marzo 1905 e dietro l’obbligo,
per la Società, di ripristinare il vecchio lavatoio e riattivarlo nelle sue
funzioni. Peraltro, alla fine del mese di novembre del 1907, l’intervento richiesto non era ancora stato portato a termine; si ignora se sia
poi stato realizzato oppure no.
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Il ridimensionamento dei piani industriali
della Società elettrochimica e la costruzione della centrale di Bard
Per tornare ora all’Elettrochimica e alla sua vera e propria attività
industriale che, come si è detto, avrebbe dovuto assicurare all’azienda
una certa espansione sul mercato dell’Italia nord-occidentale con la
produzione di carburo di calcio, essa fu sì avviata a livello progettuale
al momento della costituzione dell’azienda, ma nell’estate del 1900
risultava già abbandonata, a vantaggio della produzione idroelettrica.
Nell’anno successivo fu ripresa in considerazione, probabilmente su
richiesta della Schuckert, l’opportunità di impiantare i forni elettrici
della fabbrica elettrochimica per produrre però non carbonato di calcio, ma sali di bario da destinare al mercato saccarifero. I forni furono
realizzati nel novembre del 1901 e l’impianto entrò in funzione, in
maniera ridotta e con obiettivi del tutto differenti rispetto alle previsioni iniziali, nel giugno 1902. Dall’estate del 1902 all’autunno dell’anno
successivo vi si produsse barite idrata cristallizzata; dalla fine del 1903
alla fine del 1909 la produzione fu riconvertita in carburo di calcio,
nonostante le prospettive di mercato non fossero affatto rosee.
L’utilizzo del carburo, preparato per la prima volta dal chimico francese Moissan nel 1892 per impieghi in agricoltura come insetticida, stava conoscendo infatti in quegli anni una inesorabile parabola discendente. Dopo aver trovato le sue principali applicazioni nella saldatura
ossi-acetilenica che aveva rivoluzionato il sistema delle costruzioni in
ferro, nella produzione di fertilizzanti azotati, e nell’industria del gas
acetilene per l’illuminazione, il carburo stava vivendo una vera e propria stagione di sovrapproduzione, con crisi periodiche ricorrenti, per
il proliferare di fabbriche un po’ dappertutto, in Europa.
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2/11 - La “vecchia” centrale di Bard, costruita nel 1907 dalla Società elettrochimica Pont-Saint-Martin.
Ben presto, la Società elettrochimica, attenta alle richieste del mercato
e alle opportunità di investimento suscettibili di buona resa, modificò
i suoi programmi per l’impianto dello stabilimento a Pont-Saint-Martin,
e orientò in maniera decisa i suoi sforzi nel senso della produzione e
della distribuzione dell’energia idroelettrica, in linea con quanto avveniva anche altrove, in Italia e all’estero: la corsa all’accaparramento
delle concessioni delle acque è un tratto peculiare delle origini dell’industria elettrica, da parte di singoli investitori o di gruppi industriali
e finanziari. Da un lato numerose industrie dei settori tessile, siderurgico, dei trasporti, costruivano impianti idroelettrici per soddisfare i
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propri bisogni energetici (tra breve si illustrerà ampiamente, al
riguardo, il caso della Breda di Milano, nella Valle del Lys). Dall’altro,
aziende dallo sguardo più lungimirante ‒ tra cui possiamo, a giusto
titolo, annoverare l’Elettrochimica Pont-Saint-Martin ‒ seppero specializzarsi nella produzione e distribuzione di un tipo di energia più a
buon mercato rispetto a quella ottenuta col vapore; e tutto ciò, secondo
precisi piani di controllo territoriale, con obiettivi di consolidamento
ed espansione aziendale. Nel caso della nostra Società fu l’area del
Biellese, con i suoi numerosi stabilimenti tessili, a costituire il naturale riferimento e lo sbocco della produzione elettrica delle acque della Dora Baltea. Trattative particolari furono avviate dalla Società con
2/12 - La “nuova” centrale di Bard, inaugurata dalla Sip nel 1941.
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2/13 - Dati tecnici dell’impianto di Bard, tratti da Sip. Quarant’anni di attività, Torino 1938.
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l’amministrazione comunale della città di Biella e con il consorzio
degli industriali della Valle Mosso, in concorrenza con altre aziende
di origine svizzera. In questo periodo venne progettato il significativo
ampliamento dell’impianto con la costruzione di una seconda centrale
a Settimo Vittone, poi non realizzata, come si è già detto, per il sopravvenire di una crisi caratterizzata anche da spietata concorrenza.
In particolare, la Società di elettricità Alta Italia (Eai), costituitasi nel
1896 con l’appoggio della Schuckert e specializzatasi nella distribuzione ad alto voltaggio per scopi industriali, anche tramite l’acquisto di energia da diverse aziende autoproduttrici, ostacolò i piani di
espansione dell’Elettrochimica in Piemonte. Fu impossibile giungere,
in quel momento, ad una qualsivoglia forma di spartizione di aree di
distribuzione e alla definizione di una tariffa comune; nello stesso tempo, fu tenace la resistenza degli industriali locali, legati ancora a forme assai tradizionali di approvvigionamento di forza motrice (tramite
vecchi impianti a vapore messi in funzione durante le magre e antiche
ruote idrauliche ancora utilizzate in occasione di portate esuberanti
dei corsi d’acqua). Tutto ciò determinò una vera e propria fase di stallo per l’Elettrochimica, che culminò più tardi, nel 1909, in una grave
crisi, acuita anche dalle difficoltà che doveva affrontare in quegli anni
il mercato del carburo di calcio, per eccessi di produzione.
Nel frattempo, nel 1907, era entrata in funzione la nuova centrale di
Bard, per una portata di 22 mc / sec, un salto di 9,6 metri e una potenza
di 1 400 kW. Costruita ai piedi del Forte, nei pressi della monumentale strada romana tagliata nella roccia, all’uscita della stretta gola della
Dora, essa poteva contare sullo sfruttamento di un bacino imbrifero
assai vasto, di quasi 3 000 kmq di estensione. L’impianto di Bard costò
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all’Elettrochimica circa 1 milione e 443 mila lire, ma l’importante investimento risultò pienamente giustificato dalla sua resa, al punto che
tutta la produzione della nuova centrale era già impegnata prima della
conclusione stessa dei lavori di costruzione. Dopo la breve crisi che
aveva colpito il settore tessile tra il 1902 e il 1903, il periodo si caratterizzava, infatti, sotto il profilo industriale, per una vera e propria impennata nella richiesta di energia. Per di più, alcune eccezionali magre
invernali della Dora avevano causato in quei due anni una serie di
2/14 - Pubblicità della ditta Marelli, fornitrice di macchinari elettrici.
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Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
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La Società elettrochimica Pont-Saint-Martin
tra crediti stranieri, attività industriale e decollo elettrico
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interruzioni nella fornitura di energia, non previste nei contratti stipulati con i clienti, e l’Elettrochimica si era vista nella necessità di corrispondere onerosi indennizzi.
A partire dal 1904 il già citato ing. Vincenzo Soldati progettò dunque e
diresse i lavori per la realizzazione del canale di derivazione dalla Dora
Baltea della lunghezza di circa 600 metri, con presa a valle dell’immissione del torrente Ayasse. Nel frattempo, la Società acquistava dal
geometra Camillo Fossati i diritti da lui posseduti sin dal 1900 sulle
acque della Dora in quel tratto e nel 1905 il prefetto di Torino le
concedeva la derivazione, di durata trentennale, per un canone annuo
di 9 291 lire. I quattro gruppi installati nella centrale sarebbero rimasti
in funzione sino alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, allorché
fu decisa, dalla Sip, la ricostruzione del fabbricato, come risulta anche
dal volume celebrativo del quarantennale dell’azienda uscito nel 1938
in occasione della visita di Mussolini a Torino. Nota 18
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L’epilogo della Società elettrochimica Pont-Saint-Martin:
verso la nascita della Sip
Una vera e propria rivoluzione nella struttura societaria dell’Elettrochimica Pont-Saint-Martin ebbe luogo con la vendita, nel 1910, del
pacchetto azionario della Società italiana forni elettrici in favore della
Société industrielle d’énergie électrique di Parigi (dietro cui si celavano ulteriori interessi tedeschi); quest’ultima diventava così la principale azionista della Società elettrochimica.
Il cambiamento ai vertici dell’azienda vide l’uscita dal consiglio di
amministrazione di Luigi Zunini, amministratore delegato, e di Enrico
Rava del Credito Italiano, due personaggi di spicco, che avevano orientato per un decennio le scelte societarie. Ora, nella componente dirigenziale, diventava preponderante la presenza straniera e questo segnava
di fatto l’inizio di una nuova epoca. In effetti, cessò definitivamente la
produzione di carburo e fu abbandonato lo stabilimento della fabbrica,
dapprima affittato e poi venduto. La nuova strategia aziendale puntò
unicamente sull’espansione della produzione idroelettrica: tramite intese e convenzioni con altre società analoghe operanti nella zona (Eai
in particolare), che prevedevano la spartizione delle aree di vendita e
reciproche forniture di energia, e tramite accordi con le industrie tessili locali dotate di centrali proprie.
La costituzione di una rete di distribuzione unica poteva considerarsi
completata, per l’area del Torinese e del Novarese ‒ che comprendeva
in quel momento anche il Biellese e il Vercellese ‒ negli anni 19111913, alla vigilia della Grande Guerra. Opere importanti di ammodernamento e di ampliamento dell’impianto furono sostenute in quello
stesso periodo con il sostegno della Banca commerciale, che entrava
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nella struttura societaria affiancandosi al Credito italiano.
Una svolta completa si ebbe invece con la discesa in guerra dell’Italia;
l’Elettrochimica passava infatti, definitivamente, in mani nazionali,
per il tramite della Società anonima nazionale per imprese elettriche di
Milano e di alcune banche private milanesi prima (come la Belinzaghi
e la Zaccaria Pisa) e dei principali industriali biellesi (la ditta Rivetti e
figli, Besozzi, la Società anonima delle officine di Netro) poi.
A questo punto la parabola della Società elettrochimica Pont-SaintMartin può però considerarsi conclusa, perché i cambiamenti che andremo a illustrare nelle prossime pagine, con la nascita della Società
idroelettrica Piemonte (Sip) il 19 aprile 1918, sono di tanta e tale
rilevanza da costituire a tutti gli effetti un nuovo capitolo nella storia
dell’industria idroelettrica italiana.
2 Fonti e bibliografia
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L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
1
Alle origini dell’industria
idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
3
Il progetto
di utilizzazione del bacino
del Lys da parte della
Società Ernesto Breda
di Milano
Indice
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Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
Il progetto di utilizzazione del bacino del Lys
da parte della Società Ernesto Breda di Milano
Caratteristiche del bacino del Lys
Il torrente Lys, il più lungo degli affluenti della Dora Baltea, solca la
valle di Gressoney in direzione prevalente nord-sud per un percorso di
circa 40 chilometri. Ha origine dal ghiacciaio del Lyskamm nel gruppo del Monte Rosa, a quota 2 337 metri, e s’immette nella Dora a valle
di Pont-Saint-Martin, alla quota di 300 metri: su un tragitto dunque di
una quarantina di chilometri, presenta un significativo dislivello di più
di 2 000 metri.
Sotto il profilo morfologico, la vallata si può suddividere in due sezioni abbastanza distinte, separate dalla gola di Pont-Trentaz nel Comune
di Gressoney-Saint-Jean: la parte superiore raggiunge al massimo la
larghezza di 6 chilometri, mentre quella inferiore arriva a 12 chilometri nel Comune di Fontainemore. Dal punto di vista del suo profilo
longitudinale, la parte alta della vallata si può considerare suddivisa in quattro terrazzi (l’alpe Cortlys, Gressoney-La-Trinité, Gressoney-Saint-Jean e Gaby-Issime), raccordati da brusche e ripide rampe,
con una configurazione a gradini che, insieme con l’ampiezza dell’alimentazione del bacino idrografico, ben si presta allo sfruttamento delle risorse idriche sotto il profilo della produzione di energia. Pendenze
forti e fianchi montani nudi e scoscesi caratterizzano il paesaggio del
tratto superiore, in cui le portate di piena del torrente sono piuttosto
consistenti. Il Lys è infatti alimentato da numerosi ghiacciai, per una
superficie totale di circa 17,5 kmq, una dimensione ragguardevole in
proporzione a quella totale del bacino, che è di circa 300 kmq. Più
3/1 - Foto di copertina: Il bacino di Guillemore visto da valle.
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dolce e dalla pendenza più omogenea, invece, la parte inferiore, da
Issime a Pont-Saint-Martin, in cui il Lys si presenta meno minaccioso
ed è alimentato da diversi torrentelli in cui confluiscono anche le acque sorgive; sono numerosi soprattutto quelli del versante sinistro, il
cui spartiacque divide la vallata dal Biellese.
3/2 - Una rara immagine, anteriore al 1917, del ponte romano di Pont-Saint-Martin prima della costruzione della centrale.
Assai piovosa, se paragonata alle altre valli tributarie della Dora Baltea, soprattutto per la sua posizione che la espone alle correnti umide
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orientali provenienti dal Canavese, dal Biellese e dalla Valsesia, la
Valle del Lys è caratterizzata, soprattutto nel suo tratto inferiore, da
una vegetazione rigogliosa, dominata sino ai 1 000 metri di quota dalla
presenza del castagno. Essa non ha mai avuto la necessità di una rete
d’irrigazione particolarmente complessa, per l’esistenza di terreni naturalmente permeabili ed umidi.
Il progetto di sfruttamento integrale delle caratteristiche oro-idrografiche della valle del Lys è ideato dall’ing. Angelo Omodeo e dal suo
3/3 - Il trasporto delle condotte a Gressoney-La-Trinité, sotto la neve.
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collaboratore ing. Luigi Mangiagalli, per conto della Società italiana
Ernesto Breda per costruzioni meccaniche (d’ora in poi semplicemente Breda), che avviò i lavori nell’estate del 1916. L’iniziativa del progetto spetta al fondatore della Società, ing. Ernesto Breda, coadiuvato
dal Direttore generale, ing. Giuseppe Monacelli. Per l’epoca, si tratta
indubbiamente di uno dei più interessanti esempi di sfruttamento organico di una vallata.
Obiettivo non secondario, accanto alla produzione di energia idroelettrica per scopi industriali, è quello di assicurare la distribuzione ampliando la rete già esistente. L’ubicazione stessa di Pont-Saint-Martin,
alle porte della Valle d’Aosta, può facilitare i collegamenti in vista del
« coordinamento generale della distribuzione di energia; le due condutture elettriche principali che dal nodo di Pont-Saint-Martin si spingono, l’una a Torino, l’altra a Milano, dove si collegano a tutta la serie
dei più notevoli impianti esistenti rispettivamente in Piemonte e in
Lombardia, permettono di realizzare quegli scambi di energia ed aiuti
reciproci fra due così importanti regioni, tanto auspicati per la migliore
utilizzazione delle forze idrauliche »: così recita, nella sua parte finale,
il testo del volume L’utilizzazione delle forze idrauliche del bacino del
torrente Lys da parte della Società Idroelettrica Piemontese-Lombarda
“Ernesto Breda”, edito a Roma nel 1922 dalla Tipografia del Senato,
che costituisce una fonte preziosa per la ricostruzione delle vicende di
quei mesi e a cui attingeremo largamente nelle pagine che seguono.
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La Società Ernesto Breda di Milano
La Breda di Milano, alla vigilia della Grande Guerra, si presenta come
una delle principali concentrazioni industriali italiane. Nata più di
trent’anni prima, nel 1886, come Accomandita Ing. Breda e C., tramite il rilevamento di un vecchio e malandato stabilimento di costruzioni
meccaniche ubicato sulle sponde del Naviglio della Martesana, si trasforma ben presto in un moderno complesso industriale, grazie soprattutto allo spirito imprenditoriale e alla lungimiranza di Ernesto Breda,
un giovane ingegnere civile di origine veneta che, dopo aver soggiornato a lungo all’estero ‒ in Germania, Danimarca e Olanda ‒ riesce a
trasferire nella sua impresa, per una serie di congiunture favorevoli,
principi e metodi propri della più avanzata industria europea, in base
al principio dell’importanza dell’apporto della cultura tecnico-scientifica alla crescita del sistema produttivo.
Grazie ad una larga disponibilità di mezzi finanziari, in ragione del
fondamentale sodalizio stretto con la Banca commerciale italiana, e
forte dell’appoggio del suo illustre cugino Vincenzo Stefano Breda,
fondatore dell’acciaieria di Terni, Ernesto Breda nel 1899 dà vita alla
Società italiana Ernesto Breda per costruzioni meccaniche.
L’azienda si consacra inizialmente alla produzione di materiale ferroviario; dal 1885 il Parlamento italiano ha infatti varato il testo sulle
convenzioni ferroviarie con cui il governo si propone di migliorare
l’assetto del trasporto su rotaia su tutto il territorio nazionale; la precedenza assegnata alle imprese italiane nella concessione degli appalti
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3/5 - Pubblicità della Breda su “Sincronizzando…”, rivista aziendale del gruppo Sip, nel 1927.
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costituisce, per la Breda, un’occasione d’oro. I processi produttivi e
l’organizzazione del lavoro vengono migliorati mediante la suddivisione di macchinari, sempre più perfezionati, e di maestranze, sempre
più specializzate, in sezioni omogenee tra loro e collegate.
La generazione degli industriali a cui Ernesto Breda appartiene hanno
la ferma convinzione che l’Italia debba produrre da se stessa le attrezzature che le occorrono e ridurre la sudditanza dall’estero per gli
approvvigionamenti di materie prime. L’idea dell’indipendenza e del
prestigio nazionale si sposa, in questa fase, con una spiccata tendenza
alla sperimentazione e soprattutto alla convinzione che l’industrializ-
3/6 - L’invaso di Guillemore in una cartolina degli anni Venti, foto J. Brocherel.
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zazione possa rappresentare l’unica vera alternativa alla società rurale
tradizionale e all’egemonia, ancora dominante nel Paese, della grande
proprietà fondiaria.
Nel 1905, la nazionalizzazione delle ferrovie determina un’ondata crescente di ordinazioni collegate al potenziamento della rete esistente e
alla costruzione di nuove linee. L’apertura del nuovo stabilimento di
Sesto San Giovanni nel 1908 e dell’officina di Niguarda rappresenta
un ulteriore passo in avanti per la Breda. Alla produzione di locomotive (presto ampliata con carri merci e vetture di ogni genere) si affianca
quella di trattori e macchine agricole e poi di munizioni e prodotti di
uso bellico.
Nel 1914-1915 sono proprio la mobilitazione industriale e il flusso
crescente di commesse pubbliche per l’Esercito e per la Marina a far
balzare ulteriormente in avanti l’azienda, che raggiunge il quarto posto
in ordine di importanza nell’industria italiana, dopo l’Ilva, l’Ansaldo e
la Fiat. L’attività produttiva è estesa alle più svariate produzioni d’impiego militare: dagli stabilimenti di Milano, Niguarda e Sesto San
Giovanni, escono ininterrottamente per la durata dell’intero conflitto,
come da una gigantesca macchina da guerra, proiettili e ogni genere di
munizioni, cannoni, obici, mortai e persino siluri.
È esattamente in questo contesto che matura il progetto di sfruttamento
integrale delle forze idrauliche della Valle del Lys per l’approvvigionamento delle fonti energetiche. Nello stesso momento sono avviati
gli studi per l’impianto di un cantiere navale a Marghera, nuovo porto
industriale di Venezia (cantiere che vedrà la luce solo dopo la guerra),
e viene allestito, nello stabilimento di Milano, un reparto specifico
per la produzione di motori di aviazione, fatto basilare in vista della
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successiva trasformazione della Breda, nel momento della difficoltosa
riconversione post-bellica.
La scomparsa improvvisa dell’ingegner Ernesto Breda, il 6 novembre
1918, pochi giorni dopo l’armistizio e nel momento culminante dei successi della sua azienda, rappresenta la fine di un’epoca. La necessità
di indirizzare l’attività della Breda verso produzioni d’impiego civile,
senza più la solida protezione dello Stato e la garanzia di forti crediti
bancari, coincide con un nuovo assetto societario e con il cambiamento
del gruppo dirigente ai vertici dell’impresa; quest’ultima è peraltro saldamente tenuta in mano dall’ing. Giovanni Breda, subentrato al padre in
un momento difficile sotto il profilo finanziario e complesso anche dal
punto di vista sociale come quello dei primi anni Venti, caratterizzato
dagli scioperi dei lavoratori e dalle rivendicazioni sindacali del cosiddetto “biennio rosso”. L’azienda si specializza, da questo momento, nella
produzione aeronautica e di armi e amplia la sezione elettromeccanica
e di prodotti per l’edilizia e di laminati di largo uso commerciale, che le
assicurano continuità di sviluppo in un frangente difficile.
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Prime richieste di utilizzo
delle acque del Lys per scopi idroelettrici
Le acque del Lys avevano fatto l’oggetto di attenzione di numerosi
industriali piemontesi e lombardi fin dagli anni Novanta del XIX secolo. Lo studio condotto dalla dottoressa Roberta Rio sui documenti
conservati presso l’Archivio di deposito della Regione autonoma Valle
d’Aosta, confluito nella pubblicazione del volume Sviluppo industriale e risorse idriche in Valle d’Aosta dalla fine del XIX secolo ai primi
decenni del Novecento, del 2006, riporta l’elenco delle richieste di
concessioni avanzate al Genio civile in quegli anni, indipendentemente
dall’esito, non sempre verificabile, dell’istruttoria; nel caso del bacino
imbrifero del Lys le domande recensite ‒ la cui documentazione è conservata appunto presso l’Archivio di deposito regionale ‒ risultano più
di trenta.
Oltre che per piccoli impianti destinati ad usi locali, le richieste più
significative di utilizzo delle acque (concentrate sul corso del torrente
a valle di Gressoney-Saint-Jean) riguardano la produzione di energia e
il suo trasporto a distanza, in specie verso le industrie del Biellese, del
Novarese e della Lombardia.
Ferma, in realtà, in questa fase, è l’opposizione dei vari consigli comunali della vallata. Così deliberano, per esempio, il 22 giugno 1895 gli
abitanti di Gressoney-Saint-Jean:
« Considerando che l’acqua del torrente Lys è da sempre goduta dagli
abitanti di questa valle, i quali ne trassero derivazioni per l’agricoltura, la
pastorizia e l’industria privata, come seghe, mulini, ecc. che sono le prin-
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cipali sorgenti di benessere per detti abitanti e che detta acqua del torrente
Lys ha sempre servito all’abbeveraggio del bestiame e all’alimentazione
delle varie sorgenti di proprietà privata che vengono utilizzate per i bisogni della cucina e simili; e considerando che dal prosciugamento completo del torrente deriva l’impossibilità assoluta di irrigare e rendere fertili
le terre che finora lo furono, nulla sarebbe la probabilità di poter ancora
allevare bestiame per la mancanza di foraggio e dell’acqua per abbeverarlo e si renderebbe in tal modo quasi inabitabile una delle regioni più fertili
della Valle ». Nota 19
Nel periodo successivo (decennio 1906-1916) è la manifattura Rossari & Varzi di Galliate a richiedere le concessioni più importanti sia in
territorio di Issime sia a Fontainemore e Lillianes, per la costruzione
di impianti al servizio dell’alimentazione del suo stabilimento di filatura e tessitura di Ivrea, impianti che ‒ in base alle convenzioni stipulate
‒ avrebbero fornito anche energia elettrica alla Società elettricità Alta
Italia (Eai) di Torino. Nota 20 La Rossari & Varzi sarà anche la prima
azienda ad interessarsi alle acque del torrente Pacoulla e del lago
Vargno, come si preciserà fra breve. Nel 1916 tutte queste concessioni
saranno poi rilevate dalla Breda.
Tra le esperienze di carattere locale, invece, vale la spesa di ricordare che nell’anno 1900 una non meglio definita Società d’elettricità
Valle del Lys ‒ su cui purtroppo non possediamo altri dettagli, se non
la notizia della sua liquidazione in tempo di guerra Nota 21 ‒ viene
autorizzata a impiantare ed esercitare una conduttura elettrica a Gressoney-Saint-Jean, a scopo di illuminazione pubblica nei due Comuni
di Gressoney. La società trasforma un’antica derivazione sulla sponda destra del Lys, in territorio di Gressoney-Saint-Jean appunto, dove
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esistevano da tempo un mulino e una forgia azionata dall’acqua di un
canale alimentato dal Lys. Il mulino stesso viene trasformato in officina elettrica e venduto, con rogito del 13 agosto 1901, ad una società a
nome di Cesare Petro e dell’ingegner Christillin, personaggio noto nel
panorama industriale idroelettrico locale per le sue molteplici iniziative.
3/7 - Centrale di Lillianes in costruzione, 1906.
In primo piano gli industriali Varzi e la famiglia Soudaz proprietaria del terreno su cui fu edificata la centrale.
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Progetti di sfruttamento integrale
Veniamo ora alla Breda. La Società avviò e portò a compimento, tra il
1916 e il 1920, una parte consistente dei lavori progettati inizialmente
dall’ing. Omodeo, per la costruzione degli impianti idroelettrici nella
Valle del Lys. Alla fine del 1920, conferì poi impianti e concessioni
alla Società idroelettrica piemontese lombarda Ernesto Breda (nota
comunemente come Sip-Breda) costituitasi l’8 dicembre di quell’anno
con il concorso della Breda stessa e della Sip, che con ciò fece un altro
importante passo in avanti nella sua escalation nel panorama idroelettrico della regione subalpina: essa poté, di fatto, a partire da quel
momento, esercitare il controllo sulle acque della Bassa Valle d’Aosta
e destinare ai consumi piemontesi oltre la metà dell’energia prodotta
negli impianti del Lys, energia che sino ad allora era in toto destinata
alla Lombardia.
La Sip-Breda aveva sede sociale a Milano. All’atto della sua costituzione, nel dicembre 1920, la nuova società venne affidata alla direzione dell’ing. Aldo Roncaldier, in qualità di amministratore delegato,
e proseguì a tutti gli effetti l’opera iniziata dalla Breda proponendosi
di portare a compimento il piano di sfruttamento dell’intero corso del
Lys. Nota 22
Quest’ultimo si configurò dunque, nelle intenzioni, come è descritto
di seguito, partendo da valle, con la costruzione di tre centrali di base
(quelle di Pont-Saint-Martin, Gaby e Chemonal) e due (Fontainemore e Gressoney-La-Trinité) con funzione d’integrazione invernale, in
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3/8 - Progetto di sfruttamento del bacino del Lys da parte della Breda.
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quanto alimentate da serbatoi artificiali. Segnaliamo peraltro che non
tutto ciò che era negli auspici venne poi di fatto realizzato, come si
costaterà facilmente alla semplice lettura.
L’impianto di Pont-Saint-Martin avrebbe avuto presa a Guillemore di
Issime e canale di derivazione sino a La Grangia, bacino imbrifero di
239 kmq di superficie e salto utilizzabile di 542,50 metri di altezza;
quello di Fontainemore avrebbe utilizzato l’acqua del lago Vargno e
del torrente Pacoulla, con un bacino imbrifero di 6,5 kmq, serbatoi al
lago Vargno e al Balma, per una capacità totale di 2 250 000 mc e salto
di 778,60 metri; l’impianto di Gaby prevedeva l’opera di presa a Wald,
un bacino imbrifero di 123 kmq e un salto di 300 metri; l’impianto di
Chemonal, la presa a Gressoney-La-Trinité, 70 kmq di bacino imbrifero e un salto di 205 metri; i due impianti di Gressoney-La-Trinité (alpe
Cortlys e Zindra-Gabiet), avrebbero avuto il primo la presa a Biel, con
bacino imbrifero di 38,5 kmq, salto di 144,75 m e serbatoio di 4 500 000
mc, il secondo un bacino imbrifero di 12,3 kmq, il salto di 727,25 metri
e due serbatoi, al Gabiet e allo Zindra, per un totale di 8 400 000 mc.
I principali collaboratori dell’ing. Roncaldier all’interno della Sip-Breda
furono l’ing. Aldo Rossi, direttore tecnico ed amministrativo; l’ing.
Agostino Dalla Verde, direttore di esercizio e responsabile del settore elettromeccanico; e l’ing. Carlo Pedroli, incaricato delle pratiche
generali e delle pubbliche relazioni (dagli espropri, alle relazioni con
terzi, alle linee, ai rapporti intersocietari, alla gestione degli osservatori
meteorologici ecc.).
Fin dall’inizio, il progetto si configurò come suscettibile di modifiche e sviluppi ulteriori, con una priorità assoluta per la progettazione
di serbatoi stagionali tramite la costruzione di sbarramenti e dighe in
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muratura, al fine di compensare l’eventuale deficit invernale con
l’apporto di riserve accumulate nella bella stagione in bacini artificiali.
La potenza ipotizzata all’inizio, per l’impianto, nel suo complesso, era
di circa 70 000 HP, destinati ben presto ad essere superati.
Segnaliamo che il progetto della Breda suscitò non poche perplessità
e preoccupazioni tra gli abitanti di Gressoney e dell’intera vallata,
soprattutto per quanto riguarda la realizzazione dell’impianto Zindra
-Gabiet. Memori di alcune recenti catastrofi avvenute qua e là in
Europa per la rottura di dighe, le comunità locali contestarono il tipo di
sbarramento previsto prima dell’avvio dei lavori e proseguirono nella
loro opposizione anche dopo il completamento del cantiere, in particolare nel 1924, allorché sollecitarono l’intervento del Ministero dei
Lavori Pubblici per sopralluoghi alla diga, in ragione di alcune preoccupanti perdite di acqua, di cui si dirà nel capitolo successivo. Nota 23
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Le concessioni di derivazione di acque
in favore della Breda
Le prime concessioni richieste dalla Breda furono avanzate dall’ingegner Aldo Tosi nell’estate del 1916: si tratta della richiesta di due
derivazioni nel territorio di Gressoney-La-Trinité (in data 3 giugno e
10 agosto 1916), una dal torrente Moos e una sulla sponda sinistra del
Lys; di una a Gressoney-Saint-Jean sulla destra del Lys (anch’essa in
data 10 agosto) e di una a Lillianes (3 giugno). A sua volta l’ingegner
Omodeo firmava la richiesta di una derivazione ad Issime (15 settembre) e un’altra richiesta per l’alpe Cortlys, sulla riva sinistra del Lys,
a Gressoney-La-Trinité (18 luglio 1917). Nota 24 Nonostante il parere
negativo dei consigli delle comunità di Gressoney, si procedette in
tutta fretta ad una visita ispettiva, che venne effettuata nel novembre
1916 al torrente Moos e al lago Gabiet, da parte degli ispettori del Genio civile e del Consiglio superiore delle Miniere e di un funzionario
delle Ferrovie dello Stato. Nota 25
Le domande della Breda risultano tutte quante finalizzate all’erogazione di energia a industrie elettrometallurgiche, elettrosiderurgiche e
elettrochimiche in parte già attive e in parte da creare per il funzionamento militare; aspetto, quest’ultimo, che consente alla Breda in questa fase di godere del pieno appoggio dei Ministeri della Guerra e dei
Lavori Pubblici e di usufruire di agevolazioni previste in vari decreti
luogotenenziali promulgati nel corso di quell’anno, in merito alle concessioni di pubblica utilità e alla fornitura di elettricità a favore di stabilimenti industriali di munizionamento militare. Nota 26 L’istruttoria è
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avviata con grande rapidità, al punto che a nulla valgono in questo caso
né i ricorsi di alcuni consorzi irrigui, come quello del Ru di Héréraz a
Perloz, timoroso di veder lesi i propri diritti, né ‒ come si è detto ‒ le
opposizioni dei consigli comunali della vallata, che rivendicano per sé
l’assoluta proprietà e il diritto dell’uso libero e incondizionato delle
acque e citano il Ministero delle Finanze davanti al Tribunale di Aosta,
ma che poi, già nel mese di dicembre 1916, si dichiarano disposti ad
accordarsi con il Governo, in nome di una forma di ripartizione tra
3/9 - Impianto di Pont-Saint-Martin, il ponte-canale sul torrente Pacoulla, foto J. Brocherel.
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3/10 - La condotta forzata dell’impianto di Gressoney e il piano inclinato delle dighe Gabiet in costruzione.
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Il progetto di utilizzazione del bacino del Lys
da parte della Società Ernesto Breda di Milano
Stato e Comuni del canone, prevista dalla più recente normativa. E
poca influenza ha anche l’istanza avanzata da altre due grandi aziende idroelettriche emergenti in quel periodo, ossia Edison e Società di
elettricità Alta Italia (Eai), assai preoccupate dell’intraprendenza della
Breda. Esse pretenderebbero di vincolare l’utilizzo dell’energia prodotta solamente agli scopi industriali della ditta ‒ cosa che non trova
in realtà riscontro nei termini di legge ‒ in maniera che la Breda non
possa far loro concorrenza nella fornitura a distanza.
Si spiana dunque in questo modo, tra il 1917 e il 1918, la strada ai progetti della Breda, che può metter mano ai suoi cantieri nella Valle del
Lys senza rivali né confronti.
Il 12 settembre 1918 la Breda ottiene la concessione per la costruzione
della centrale idroelettrica di Gressoney-La-Trinité e per lo sfruttamento delle acque del torrente Moos e del lago Gabiet, in vista della
costruzione dello sbarramento. Il 30 gennaio 1917 aveva già ottenuto
la concessione per la derivazione dal Lys a Guillemore di Issime e per
la costruzione del canale e della condotta che avrebbero portato l’acqua
alla costruenda centrale di Pont-Saint-Martin. Ignoriamo invece la data
della concessione per la derivazione dal Pacoulla e per la costruzione
dello sbarramento del lago Vargno.
La documentazione conservata al riguardo è ampia, molto precisa e circostanziata. La rivista nazionale “L’Elettrotecnica” pubblica con dovizia di particolari le relazioni tecniche degli ingegneri e dei costruttori.
Dal canto suo, la Sip-Breda raccoglie nel prezioso volumetto del 1922,
già ricordato, una chiara ed efficace sintesi del suo progetto, corredata
di 31 tavole (13 disegni e 18 fotografie) che illustrano con dovizia di
particolari lo status dei lavori in quell’anno. La descrizione è condotta
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Il progetto di utilizzazione del bacino del Lys
da parte della Società Ernesto Breda di Milano
in maniera sistematica, distinguendo gli “impianti finora eseguiti” da
quelli “in costruzione”. Scenderemo, nel prossimo capitolo, in qualche dettaglio tecnico che potrà risultare interessante soprattutto per chi
conosce bene la situazione degli impianti in esercizio oggi.
3/11 - La sala macchine della centrale di Pont-Saint-Martin, in servizio sino al 1958.
3 Fonti e bibliografia
STORIE
STORIE
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Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
1
Alle origini dell’industria
idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
4
I primi impianti
idroelettrici della
Valle del Lys:
aspetti tecnici
Indice
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I primi impianti idroelettrici
della Valle del Lys: aspetti tecnici
L’impianto di Pont-Saint-Martin
della Sip-Breda
Costruito a partire dagli anni della guerra ed entrato in servizio il 1°
agosto 1920, l’impianto comprendeva sbarramento e opere di presa,
canale, vasca di carico, tubazioni forzate, collettore, edificio dei motori ‒ come veniva comunemente chiamata la sala macchine ‒ ed edificio
dei trasformatori. Con la sua entrata in funzione cessarono il servizio
le due piccole centrali di Lillianes e Fontainemore, acquisite, come si
è detto, dalla ditta Rossari & Varzi di Galliate. Secondo i calcoli del progettista, l’ing. Omodeo, dall’impianto si sarebbero ricavati circa 60 000
kW di energia nella stagione estiva, e poco meno, in media, durante le
magre invernali.
I criteri che determinarono la scelta di costruire la centrale in località
Borna, poco a monte del ponte romano, sulla sponda destra del torrente, là dove il Lys fuoriesce da una profonda stretta, sono molteplici
e collegati tra loro, ma si possono riassumere tutti nell’opportunità di
disporre della centrale-base all’imbocco della vallata, nei pressi della
stazione ferroviaria, in luogo accessibile per i servizi tecnico-amministrativi, dove le condizioni meteorologiche permettessero di lavorare
ininterrottamente durante l’intero anno. A ciò si aggiunga la possibilità, in loco, di valorizzare una caduta di acqua potente, come quantità
e dislivello.
I lavori di costruzione dell’impianto cominciarono durante il periodo
bellico. Per lo sbarramento e le opere di presa fu individuato il sito più
adatto nella località di Guillemore, ad Issime, a 900 metri di quota,
4/1 - Foto di copertina: Il gruppo idroelettrico all’interno della sala machine di Pont-Saint-Martin.
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4/2 - Dati tecnici dell’impianto di Pont-Saint-Martin, tratti da Sip. Quarant’anni di attività, Torino 1938.
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poco al di sopra di una bella cascata, mèta di passeggiate e conosciuta
dal punto di vista paesaggistico e turistico come il “Gouffre de Guillemore”. Nel corso della costruzione dello sbarramento, nel giugno
1917, il Lys danneggiò pesantemente il cantiere della Breda proprio
a Guillemore, travolgendo e distruggendo tutti i ponti e le passerelle
in legno, per danni complessivi ammontanti a più di 200 000 franchi.
« C’est peut-être une vengeance du fier torrent, avant de se laisser
réduire à l’état d’esclave », è l’amaro commento dell’editorialista del
4/3 - Le paratoie dello sbarramento di Guillemore, foto J. Brocherel.
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“Messager Valdôtain” nel riportare la breve notizia. Il 30 luglio dello
stesso anno, un capomastro della Breda trova la morte nell’orrido; il
suo corpo verrà recuperato e sepolto solo quindici giorni dopo. Nota 27
4/4 - La centrale di Pont-Saint-Martin, in funzione sino al 1958, incorniciata dall’arcata del ponte romano, foto J. Brocherel.
A lavori conclusi, con le opere ultimate sulla sponda sinistra del Lys,
il torrente subito a monte dello sbarramento si allargò costituendo un
bacino di riserva di circa 101 000 metri cubi e dando vita ad un piccolo
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lago, tuttora riserva di pesca, che occupò i prati preesistenti e sommerse alcune vecchie case.
Il canale di derivazione si sviluppava (e si sviluppa tuttora) sul versante sinistro della vallata, per una lunghezza di poco più di 10 chilometri,
e correva per la massima parte in galleria; lo affiancava in parte una
strada di servizio. Esso fuoriusciva dalle gallerie là dove doveva attraversare, tramite opportuni ponti-canale, i torrenti Pacoulla, Bouro,
Giassit e Verney. Il 7 febbraio del 1919 un grave incidente, per motivi
che non conosciamo, provocò la rottura di una parte del canale e causò
danni alla Breda per più di 2 milioni di lire. Nota 28
La vasca di carico, in muratura di pietrame, fu progettata per una
capacità di 6 000 metri cubi, in località La Grangia. Il massimo livello
dell’acqua era alla quota di 887 metri. Fin dal 1920 la vasca disponeva di un apparecchio teleidrografico per segnalare in centrale il livello
dell’acqua.
Per la condotta forzata, il progetto iniziale prevedeva l’installazione di
quattro tubazioni; in realtà, sino al 1958, ne saranno montate solo due,
chiodate, fornite dalla ditta Togni di Brescia, lunghe 1 142,50 metri, per
un salto di 542,5 metri. Nel settembre 1918 la prima era già installata e
si stava ultimando la posa della seconda. Nel 1958 verrà aggiunta una
terza tubazione, saldata. Il diametro delle prime due tubazioni variava
tra i 1 300 e gli 850 millimetri, il loro spessore tra i 6 e i 33 millimetri.
Tutte le tubazioni in opera ‒ si sottolinea nel testo da cui attingiamo
queste informazioni, il sintetico volumetto della Breda del 1922, più
volte citato ‒ furono sottoposte ad un collaudo assai rigoroso. All’inizio della condotta c’erano doppi organi di chiusura: paratoia piana con
comando a mano ed elettrico a motore, e valvola a farfalla pure con un
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4/5 - La vasca di carico e la partenza delle condotte forzate di Pont-Saint-Martin, foto J. Brocherel.
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comando a mano ed uno elettrico e con chiusura automatica in caso di
eccesso di velocità dell’acqua. I comandi elettrici venivano azionati
dalla centrale. Inoltre, una valvola automatica di rientrata d’aria per
ogni condotta era destinata ad impedire lo schiacciamento dei tubi in
caso di rapido svuotamento.
Per attraversare la strada che risale la vallata di Gressoney la condotta
fu appoggiata su un ponte ad arco in muratura; il Lys fu invece superato tramite un ponte ad arco in cemento armato; entrambi gli elementi
architettonici furono ben presto percepiti come caratteristiche peculiari
del paesaggio naturale ed umano del luogo. Lateralmente alle condotte
correva il piano inclinato di servizio, oggi non più utilizzato.
Il collettore fu costruito sul retro della centrale, all’esterno. Munito di
due scarichi di fondo, contava cinque derivazioni, in lamiera di ferro
omogeneo come la condotta: quattro per le turbine degli alternatori e
una per le turbine delle dinamo eccitatrici.
Un vasto piazzale circondava la centrale, che era divisa in due parti: la
sala macchine, che misurava 13,80 per 65 metri, e i locali per l’apparecchiatura elettrica, con un’appendice per l’officina meccanica. Nel
fabbricato vennero installati i seguenti macchinari: una gru a ponte su
carrello scorrevole da 40 tonnellate, realizzata dalle Officine elettromeccaniche Rivarolo Ligure; due gruppi turbina-alternatore composti
ciascuno da una turbina Pelton, delle Costruzioni meccaniche Riva di
Milano (con potenza massima continua di 14 000 HP e regolatore di
velocità autonomo a pressione d’olio, comandabile a distanza) e un
alternatore trifase da 12 250 kVA, della Brown Boveri di Milano; due
gruppi turbina-alternatore composti ciascuno da una turbina Pelton,
delle Officine elettromeccaniche Rivarolo Ligure (con potenza massi-
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ma continua di 7 000 HP e regolatore di velocità autonomo a pressione
d’olio, comandabile a distanza) e un alternatore trifase da 6 125 kVA,
della Brown Boveri; ancora, due gruppi turbina-dinamo per l’eccitazione, composti da una turbina Pelton della potenza massima continua
di 600 HP, con regolatore di velocità autonomo a pressione d’olio, e
da una dinamo esapolare in derivazione. Nella sala era già previsto il
posto per altri due gruppi da 14 000 HP.
I quadri di comando e quelli per i servizi ausiliari, gli interruttori, i
trasformatori di misura, le sbarre, i coltelli, la batteria accumulatori,
i reostati di campo, ecc. furono installati in un locale sporgente della
sala macchine, da cui fuoriusciva anche la corrente generata dagli
alternatori. L’energia attraversava poi il Lys mediante tre palificazioni
(ne furono subito previste altre due) e raggiungeva, dopo un percorso
di circa 150 metri, all’edificio dei trasformatori, che per necessità topografiche fu separato dalla centrale stessa e costruito in località Roc,
in posizione panoramica su un promontorio sulla sinistra del Lys, cui
si accedeva dalla centrale attraverso un sentiero di servizio oppure
dalla strada carrozzabile che risaliva la vallata, attraverso una corta
galleria o ancora tramite una piccola teleferica. L’edificio dei trasformatori doveva servire non solo per la trasformazione dell’energia
prodotta nella centrale sottostante, ma anche per lo smistamento delle linee in arrivo dalle altre centrali della vallata e per quelle in partenza in direzione della pianura. In base al progetto originario, PontSaint-Martin avrebbe infatti dovuto costituire il nodo a cui tutti gli
altri impianti avrebbero fatto capo e da dove sarebbero partite tutte le
linee per la Lombardia e per il Piemonte. Per questo motivo l’edificio
dei trasformatori ebbe uno sviluppo notevole, come la sola centrale
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4/6 - L’interno dell’attuale sala macchine di Pont-Saint-Martin.
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di Pont-Saint-Martin non avrebbe forse richiesto. La possibilità della
costruzione di un unico edificio a più piani nella gola del Lys era stata
originariamente presa in considerazione, ma successivamente scartata per motivi legati alla tempistica dei lavori. La realizzazione di due
edifici separati fu ritenuta soluzione più agevole di quella di un unico
fabbricato che avrebbe richiesto grandi opere di scavo e concentrazione del cantiere in uno spazio assai ristretto.
Nel 1922 risultavano dunque installati nell’edificio nove trasformatori
4/7 - La cabina di trasformazione di Pont-Saint-Martin in una cartolina d’epoca, foto J. Brocherel.
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della Brown Boveri monofasi da 4 100 kVA e due trasformatori delle
Officine nazionali Savigliano trifasi da 1 000 kVA. L’edificio era a tre
piani: al piano terreno, oltre ai trasformatori, vi erano gli interruttori
ad olio da 80 000 V e le bobine di protezione dei trasformatori contro
le sovratensioni; al primo piano le sbarre a 80 000 V e l’arrivo delle
linee a 6 000 / 7 500 V della centrale; al secondo piano, le uscite o le
entrate delle linee ad “altissima” tensione (così veniva definita a quei
tempi la linea a 80 000 V), che erano previste in numero di sei, con i
relativi scaricatori spinterometrici.
Ancora una curiosità: la linea a 6 000 / 7 500 V tra la centrale e la stazione trasformatrice era stata inizialmente progettata in cavi, per ragioni
di sicurezza. All’atto pratico ci si accorse presto che tale soluzione
sarebbe stata assai onerosa, per la necessità di un nuovo ponte sul Lys
per il passaggio dei cavi e per la natura rocciosa della parete sui cui gli
stessi avrebbero dovuto inerpicarsi. Solo quando i macchinari erano
in avanzata fase di costruzione, si optò per la linea aerea, che era considerata meno sicura e più pericolosa, ma che non diede poi di fatto
nessun problema.
L’energia era prodotta per essere utilizzata, come si è già detto, con
due frequenze diverse: a 42 e a 50 periodi. La corrente a 42 periodi,
con tensione di partenza a 73 000 V, veniva portata per 125 chilometri
fino a Sesto San Giovanni dove, in un’ampia cabina, la tensione era
ridotta a 13 500 V ed adoperata negli stabilimenti della Breda. Pure a
13 500 V era predisposto un allacciamento con gli impianti dell’Edison.
Lungo la linea, nei pressi di Novara, una derivazione serviva per
l’allacciamento alla rete della società Imprese elettriche Conti. Da Sesto
partiva un’altra derivazione a 70 000 V che si allacciava alla linea
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della Società generale elettrica dell’Adamello. La corrente a 50 periodi (con tensione di partenza a 45 000 V, ma tensione già prevista, per il
4/8 - Il passaggio nel borgo di Pont-Saint-Martin, nel 1950, di un camion che trasporta lo statore dell’alternatore.
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futuro, a 75 000 V) era ceduta a vari utenti, quali la Manifattura Rossari & Varzi, la Società di elettricità Alta Italia di Torino e la Società
Lombarda per la distribuzione di energia elettrica di Milano.
Per quanto riguarda la storia della centrale nei decenni successivi, una
delle principali trasformazioni che riguardano l’impianto nel dopoguerra è relativa all’installazione del nuovo gruppo, il terzo, nei primi
mesi del 1950. Nota 29 Una singolare foto del trasporto dell’alternatore
Breda da 22 000 kVA verso la centrale di Pont-Saint-Martin campeggia sul numero di “Elettrosip”, il giornale aziendale, dell’aprile 1950.
Il pezzo, del peso di circa 50 tonnellate, richiede alla ditta trasportatrice due giorni di lavoro; esso viene trainato da due autocarri-trattori
posti uno in testa ed uno in coda ad un rimorchio a quaranta ruote.
Per permettere l’ingresso in centrale, il piano stradale, nel bel mezzo
dell’abitato, deve essere abbassato di circa 60 centimetri, con rottura
del fondo roccioso.
Il fatto che maggiormente segna le vicende della centrale in quegli
anni è però la spaventosa esplosione avvenuta il 23 gennaio 1958. Il
suo ricordo è ben presente ancora oggi nella memoria di numerosi
testimoni, lavoratori presso la centrale e abitanti di Pont-Saint-Martin.
Verso le sei di mattina del 23 gennaio, una terrificante deflagrazione
sveglia di soprassalto coloro che vivono nel borgo. L’evento è causato dall’eccessiva velocità generata dalla turbina senza controllo, che
danneggia il rotore dell’alternatore, provocando il contatto meccanico
di uno o di più poli rotanti con la parte ferma dello statore, fatto che
provoca la disintegrazione sia dello stesso alternatore sia della turbina. Le parti di macchinario del peso di diverse decine di chilogrammi,
scagliate tutto intorno, anche fino a 150-200 metri di distanza, dan-
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neggiano anche gli altri gruppi e provocano danni persino ad alcuni
edifici del paese. A seguito dell’incidente la sala macchine e il tetto di
copertura risultano gravemente danneggiati, i muri sono perforati, le
finestre distrutte; nell’interno, un cumulo di calcinacci, detriti e parti
metalliche ingombra l’intero vano. La causa del grave incidente risulterà poi essere l’immissione di corpi estranei (frammenti di ghiaccio)
nel dispositivo che regola l’afflusso dell’acqua alla turbina: essa ne ha
provocato il blocco e la perdita di controllo della velocità, errore non
compatibile con i macchinari di quell’epoca. La distruzione delle macchine e dello stabile rende necessaria una completa ricostruzione della
centrale. Nota 30
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4/9 - I danni al fabbricato della centrale di Pont-Saint-Martin dopo l’incidente del 23 gennaio 1958.
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4/10 - I danni provocati alla sala macchine della centrale di Pont-Saint-Martin dopo l’incidente del 23 gennaio 1958.
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Il progetto di sfruttamento
del lago Vargno
Come si è accennato, il primo progetto noto di sfruttamento delle
acque del torrente Pacoulla e del lago Vargno (1665 m slm) in Comune
di Fontainemore è quello avanzato dalla Manifattura Rossari & Varzi
di Galliate tra il 1906 e il 1916. Nel 1915, in particolare, dopo aver costruito la centrale di Fontainemore, la ditta acquista da Jean-Baptiste
Blanc il lago e il terreno circostante, e nel 1916 presenta un progetto di
costruzione di due serbatoi da realizzarsi ai laghi Vargno e Balma per
incrementare la producibilità annuale dei suoi impianti.
Già nel 1916, però, l’azienda con tutte le sue concessioni, come si è
detto, è rilevata dalla Breda e la costruzione della diga, in muratura di
pietrame a secco, sarà poi di fatto opera, tra il 1917 e il 1918, dell’ingegner Luigi Mangiagalli, autore del progetto e direttore dei lavori.
L’obiettivo del serbatoio è sia quello dell’alimentazione della centrale di Fontainemore sia quello della regolazione annuale dell’energia
producibile a Pont-Saint-Martin, mediante l’introduzione, nei periodi
di magra, delle acque del lago, nel canale dell’impianto di Pont-SaintMartin: nel caso di improvvisa richiesta di carico, le acque del Vargno
avrebbero impiegato circa quattro ore a raggiungere la vasca di carico.
L’invaso realizzato al Vargno ha una capacità di 1 250 000 metri cubi.
Lo sbarramento è costituito da una diga ad asse fortemente arcuato,
in pietrame a secco. Nota 31 Per il trasporto del cemento e degli altri
materiali viene installata una teleferica con partenza dalla strada per
Gressoney; le pietre, provenienti da depositi naturali e da cave locali,
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sono invece trasportate su vagoncini. La loro posa in opera è effettuata
a mano, con una procedura molto accurata, che consiste nella realizzazione di una struttura di massi incuneati da blocchi più piccoli: nei
paramenti sono collocati i blocchi più grossi e regolari, che degradano
verso l’interno; il restante pietrame è inquadrato mediante cordonate
regolari nei due sensi, longitudinale e trasversale. Lo sbarramento ha
una lunghezza di circa 130 metri e un’altezza di ritenuta di 18 metri,
con lo sfioratore posizionato a 1 684 metri di quota.
4/11 - La diga del lago Vargno, in una rara immagine a pieno invaso.
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La tenuta della diga è assicurata da un taglione di guardia spesso 2,5
metri, spinto sino alla roccia viva, e da una struttura impermeabile
nella parte interna formata da una muratura di rivestimento in malta di
cemento spessa da 1 metro a 60 centimetri, dall’alto in basso. A ciò si
aggiungono lesene di rinforzo posizionate a 12 metri di distanza l’una
dall’altra, che si internano nel corpo della diga, e altre in cemento
armato che sporgono verso l’acqua. Nonostante tutti questi accorgimenti tecnici, nel 1930, a seguito della registrazione di un aumento
considerevole delle perdite a massimo invaso nel serbatoio, viene decisa la sospensione, diventata poi definitiva, anche dell’esercizio del
Vargno. Particolarmente stonate ai nostri orecchi suonano dunque le
parole di Jules Brocherel, che nel suo articolo Lacs artificiels dans
la Vallée d’Aoste, pubblicato su “Augusta Prætoria” del 1924, così si
esprimeva in merito alla sicurezza del lago artificiale: « Le barrage du
lac de Vargno, sur le territoire de la commune de Fontainemore, n’a
donné lieu à aucune remarque, que nous sachions, quant à sa stabilité
et à son étanchéité. Il est vrai que la charge du réservoir ne dépasse
guère 1 500 000 mc: il n’y a donc pas à craindre des infiltrations à travers la digue, dont la longueur et la hauteur sont bien inférieures à celles
du Gabiet ». Nota 32
Come si è detto, in base al progetto originario era in programma anche
un secondo sbarramento da realizzarsi al lago Balma, con costruzione
di una condotta forzata a servizio della centrale di Fontainemore. Benché la documentazione in nostro possesso non si esprima al riguardo, è
assai probabile che la costruzione della centrale di Pont-Saint-Martin
(che di fatto soppianta quella di Fontainemore) abbia fatto accantonare
i propositi di ampliamento dell’impianto. Propositi e progetti che sono
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definitivamente messi da parte, a maggior ragione, dopo l’emergenza
dei problemi statici della diga del Vargno.
4/12 - La diga del lago Vargno vista da valle.
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La centrale di Gressoney-La-Trinité
La centrale di Gressoney-La-Trinité, realizzata sulla sinistra del Lys,
presso la confluenza col torrente Netschio, entra in attività il 1° dicembre
1921. I suoi impianti elettrici sono frutto della progettazione dell’ing.
A. Barbagelata con la collaborazione dell’ing. Agostino Dalla Verde,
che ne è il direttore di esercizio. La centrale è messa in funzione nonostante il relativo serbatoio, quello dell’impianto Zindra-Gabiet, non
sia ancora in piena efficienza.
Sotto il profilo strutturale e decorativo, la scelta di utilizzare ‒ anche
per questo fabbricato, come per quello di Pont-Saint-Martin ‒ la pietra
da taglio e il legno per i serramenti persegue l’obiettivo di dare all’insieme un carattere più consono all’architettura locale. Il tetto, assai
pendente a causa delle nevicate abbondanti, è sostenuto da possenti
capriate in ferro. Inoltre, uno speciale ballatoio realizzato per impedire
che i turbini di neve penetrino nell’edificio agevola la fuoriuscita della
linea a 75 000 V, in direzione di Pont-Saint-Martin.
All’atto della sua entrata in funzione, la sala macchine della centrale
dispone di una gru a ponte e carrello scorrevole da 33 tonnellate, della
Breda; di due gruppi turbina-alternatore composti ciascuno da una
turbina Pelton della Riva di Milano, con potenza massima continua
di 11 200 HP, da un alternatore trifase da 10 500 kVA della General
electric Company; di un gruppo motore-dinamo da 55 kW per l’eccitazione di riserva, della Brown Boveri. Per ogni gruppo è prevista una
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tubazione della condotta forzata, ma nella prima fase di entrata in esercizio l’unica condotta, munita di una biforcazione, alimenta indifferentemente i due gruppi, che risultava così di riserva uno rispetto all’altro.
La sala trasformatori è invece attrezzata con due trasformatori della
General electric Company, trifasi, in olio, con raffreddamento a circolazione di acqua, ciascuno da 10 500 kVA e rapporto di trasformazione
6 000 / 77 000 V. I quadri di manovra sono collocati in un podio elevato, in testa alla sala macchine. L’acqua di raffreddamento dei supporti
4/13 - Il paese di Gressoney-La-Trinité nei primi anni Venti; sullo sfondo, l’impianto idroelettrico.
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dei macchinari e dei trasformatori è derivata dall’acquedotto costruito
dalla Società, mentre è disposta, come riserva, una pompa centrifuga
che pesca nel canale di scarico.
4/14 - L’interno dell’attuale sala macchine di Gressoney-La-Trinité.
L’acqua dal Gabiet viene addotta alla centrale attraverso una galleria,
del diametro di un metro e mezzo, al cui interno è prevista una tubazione metallica della ditta Togni di Brescia. I tubi sono forniti dalla
Società Ferrum di Kattowitz dell’Alta Slesia, in un momento difficile
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I primi impianti idroelettrici
della Valle del Lys: aspetti tecnici
4/15 - Dati tecnici dell’impianto di Gressoney-La-Trinité, tratti da Sip. Quarant’anni di attività, Torino 1938.
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per la stabilità politica di quel paese, turbata da insurrezioni di bande
armate. Il montaggio di questa condotta, lunga in tutto circa 1 650 metri, costituisce un vero e proprio record a livello costruttivo, essendo
realizzata in soli tre mesi, dall’agosto all’ottobre 1921, quando finalmente, dopo un periodo di preoccupante stasi, avviene la consegna
dei tubi dalla Germania. Ecco la descrizione del loro arrivo e del loro
montaggio, tratta da un articolo di “Sincronizzando…”, il giornale
aziendale del gruppo Sip, che la presenta come una epica impresa:
« Appena riaperte le officine di Kattowitz un ingegnere specialista, appositamente incaricato dalla Sip-Breda, vi si precipitava a seguire, controllare e sollecitare la lavorazione e soprattutto, cosa la più difficile, a far
procedere la lavorazione stessa in modo che i tubi fossero pronti secondo
l’ordine voluto dal montaggio. Una settimana dopo il suo arrivo colà,
cominciavano a partire i tubi e le spedizioni continuarono ininterrotte e
quotidiane fino a fornitura ultimata. I vagoni venivano scortati fino alla
frontiera austro-tedesca: dopo un breve tragitto in territorio austriaco
arrivavano al Brennero dove erano ricevuti da personale Sip-Breda
esperto delle segrete cose ferroviarie, che li instradava, nei modi dovuti, attraverso i gineprai burocratici delle nostre Ferrovie statali. Come
media un vagone impiegava 18-20 giorni per arrivare da Kattowitz a
Pont-Saint-Martin. In questa località era predisposto un servizio di autocarri per portare i tubi fino a Gressoney-La-Trinité, dove giungevano
nella stessa giornata del loro arrivo a Pont-Saint-Martin e dove erano anzitutto disposti per ordine in un ampio parco dietro la centrale. Di là un
robusto piano inclinato li portava fino al posto dove erano destinati. Il
lavoro di montaggio propriamente detto era affidato a tre squadre che avevano ciascuna il proprio tronco ed erano composte di manovali, ribaditori
e cianfrinatori […]. Messe a posto le singole livellette, subentrava l’opera dei
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muratori per i blocchi d’ancoraggio dei vertici, che nel caso della condotta
del Gabiet sono ben ventitré. Nel mentre si eseguivano tali lavori, nella
centrale si montava alacremente il macchinario e l’apparecchiatura elettrica e, alla diga, la muratura avanzava quotidianamente di ben 400 metri
cubi. Un vero record! […] E, più in alto ancora, allo Zindra, proprio sotto
le più eccelse vette del massiccio del Rosa, altre schiere di operai perforavano la montagna perché le acque del torrente Moos potessero essere
convogliate al lago Gabiet. Mediante questa somma di lavori concordi, ai
primi di novembre la tubazione era completamente montata (in tre mesi!)
e l’impianto sarebbe stato in condizioni di prendere servizio ». Nota 33
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L’impianto Zindra-Gabiet
Il serbatoio del lago Gabiet viene progettato con lo scopo di integrare
le magre invernali dell’impianto di Gressoney. La superficie del bacino del Gabiet propriamente detto (3,5 kmq) viene ampliata di circa 8
kmq deviando ed immettendo nel lago, all’alpe Zindra, le acque del
torrente Moos, per un totale di 11,5 kmq di bacino imbrifero. I lavori
di costruzione hanno luogo tra il luglio 1919 e la fine del mese di settembre del 1923.
Zindra è una località a 2 515 m di quota, situata al di sotto dei ghiacciai dell’Indren e del Garstelet, sul versante meridionale della Piramide Vincent. Il torrente Moos viene sbarrato mediante una piccola diga
in muratura, provvista di due scarichi di fondo e di una paratoia di
presa. La derivazione si svolge sulla sponda sinistra, tramite un canale
quasi interamente in galleria, della lunghezza di circa 1 350 metri, che
possiede anche una bocca per captare l’acqua del torrente Olen, che
scende dal colle omonimo. La restituzione delle acque del canale avviene
liberamente nel lago Gabiet.
Quanto al lago stesso, ben noto agli alpinisti e agli escursionisti, esso
occupa una conca glaciale al di sopra di Gressoney-La-Trinité sul percorso del sentiero che attraverso il Col d’Olen conduce ad Alagna in
Valsesia. La sua forma, a triangolo isoscele, con i due lati più lunghi
convergenti a valle, dove solo uno stretto passaggio permette lo scolo
delle acque, ben si presta al progetto di costruzione di uno sbarramento
a sud, là dove le montagne paiono riunirsi. La costruzione della diga,
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realizzata sulla soglia di tracimazione naturale del lago, eleva il livello dell’acqua dai 2 342 metri slm a quota 2 375. La capacità d’invaso
prevista è di circa 4 400 000 metri cubi.
Per impedire la tracimazione delle acque e la loro discesa, lungo il
vallone del torrente Moos, viene costruito, a settentrione, con carattere provvisorio, un argine arcuato, in terra battuta, alto circa 6 metri,
la cosiddetta diga nord, che avrebbe poi dovuto essere sostituita da
una più alta quando si fosse sopraelevato lo sbarramento principale
(progetto che di fatto non fu realizzato, presumibilmente a causa delle
4/16 - Veduta del lago Gabiet da monte a valle, con le due dighe nord e sud.
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consistenti perdite d’acqua riscontrate in occasione delle prove di collaudo della diga e nei suoi primi anni di esercizio).
L’opera principale dell’impianto è la diga sud; costruita durante quattro stagioni lavorative estive, di cinque mesi ciascuna, a partire dal 1°
luglio 1919, essa richiede ben 78 000 metri cubi di muratura. I lavori
sono affidati all’impresa Anselmino e Maroni, sotto la sorveglianza
della Direzione lavori della Breda, facente capo all’ing. A. G. Rossi,
con sede a Pont-Saint-Martin.
La diga è a gravità massiccia in muratura di pietrame, leggermente
arcuata. La muratura è realizzata con malta di cemento ottenuta mescolando sabbie di frantoio a sabbie naturali del Lys; tale miscela è quella
che assicura la massima resistenza, in base alle prove parametriche
effettuate presso i laboratori del Politecnico di Torino. Lo sbarramento
è lungo 240 metri e largo alla base 32 metri. La diga è costruita secondo i criteri approvati con decreto ministeriale n. 1309 del 2 aprile
1921, portante il titolo Norme per i progetti e per la costruzione di dighe di sbarramento per serbatoi e laghi artificiali, e sottoposta, durante
la sua costruzione, a diverse visite ispettive da parte di funzionari del
Genio civile.
Il materiale roccioso per la costruzione viene direttamente recuperato
sul posto, utilizzando le bombarde residuate dalla guerra come agente esplosivo; più volte all’anno vengono fatte brillare potenti mine.
Anche alcune piccole cave nella zona sono utilizzate allo scopo. Una
squadra di scalpellini sbozza e riquadra le pietre migliori, che sono accuratamente spazzolate e lavate. Sia le spalle sia la base della diga risultano ben affondate nella roccia; per dare ulteriore sicurezza alla sua
tenuta vengono effettuate numerose iniezioni di cemento liquido nella
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roccia stessa. Nel corso della stagione lavorativa del 1921 la media di
avanzamento del lavoro è di 400 mc di muratura al giorno.
Nel 1923 lo sbarramento con il suo serbatoio è oggetto di un’accurata
4/17 - La diga sud del Gabiet in costruzione.
ispezione da parte del geologo Augusto Stella, del Politecnico di Torino, il quale formula un giudizio rassicurante sulla stabilità della roccia
su cui poggia la diga. L’anno successivo è la volta di una commissione
tecnica governativa, con l’incarico di valutare le particolarità costrut-
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tive dello sbarramento. Il problema di alcune perdite di acqua elevate,
che si verifica fin dalla prime prove di invaso, fa temere, presso la gente del posto, difetti strutturali nella costruzione della diga. Esso viene affrontato e risolto tramite ulteriori lavori di impermeabilizzazione
della roccia (anche con svuotamenti totali dell’invaso) e con la messa
in opera di un rivestimento metallico per tutto il paramento di monete della diga. Questi interventi hanno luogo negli anni 1926, 1930 e
1934-1936; Nota 34 in particolare, il rivestimento metallico risolverà il
problema definitivamente riducendo le perdite ai valori minimi attuali.
Segnaliamo anche che, per i medesimi problemi, la commissione di
collaudo dell’opera nei primi anni impose l’abbassamento del livello
dello sfioratore di superficie di un metro rispetto al progetto iniziale,
per avere una maggior sicurezza sulla resistenza della diga alla spinta
del ghiaccio nella stagione invernale; esso infatti dura da novembre a
giugno e il suo massimo spesso raggiunge i 95 centimetri, di cui 20 di
ghiaccio spugnoso.
4 Fonti e bibliografia
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L’avvio della produzione idroelettrica,
elemento di trasformazione e sviluppo dell’economia
agro-pastorale delle vallate alpine
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L’organizzazione
del lavoro nei cantieri
della Sip-Breda
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L’organizzazione del lavoro
nei cantieri della Sip-Breda
Aspetti tecnici ed infrastrutturali
Intendiamo completare la lunga e analitica descrizione dei primi impianti della Valle del Lys contenuta nel capitolo precedente riportando
qualche interessante informazione in merito all’organizzazione generale del lavoro nei cantieri avviati dalla Sip-Breda tra gli anni 1916 e
1922.
Fonte di primaria importanza è ancora il piccolo volume del 1922 a cui
abbiamo già largamente attinto, dal titolo L’utilizzazione delle forze
idrauliche del bacino del torrente Lys da parte della Società idroelettrica Piemontese-Lombarda “Ernesto Breda”, le cui pagine illustrano
in maniera sintetica, ma efficace, e con un senso di sincera fierezza
che traspare da ogni riga del testo, le difficoltà tecniche ed organizzative che un tale progetto di sfruttamento globale delle risorse idriche
in ambiente montano pone in essere e chiede di risolvere. In effetti,
l’impianto Zindra-Gabiet, per la realizzazione della centrale di Gressoney-La-Trinité e delle opere della diga, nel 1922 è ancora in corso
di esecuzione ed è pertanto oggetto di una descrizione particolareggiata da parte della Breda, data l’importanza del lavoro e la grandiosità dei mezzi adoperati. Le stagioni lavorative, in ragione dell’alta
quota, presentano un periodo utile di non più di quattro o cinque mesi
all’anno; caratteristica del cantiere del Gabiet è la grande quantità di
installazioni meccaniche messe in opera, tra l’altro in un lasso di tempo brevissimo, sotto la direzione e l’organizzazione dell’ing. Augusto
Terzi. Desumiamo poi altre informazioni assai curiose anche dal lungo
5/1 - Foto di copertina: In posa sul carrello del piano inclinato delle dighe del Gabiet.
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e circostanziato contributo di Désiré Lucat e Jules Brocherel, Aménagement des forces hydrauliques du Lys, pubblicato su un numero della
rivista “Augusta Prætoria. Revue valdôtaine de pensée et d’action
régionaliste” nel 1921.
L’energia occorrente ai lavori si ricava dalla centralina provvisoria di
Miravalle, che utilizza ‒ con un salto di 39,28 metri ‒ l’acqua del Lys
e che per lungo tempo sostiene da sola tutto il lavoro; solo dopo l’entrata in funzione della centrale di Pont-Saint-Martin nell’agosto del
1920 essa sarà supportata da una linea ad alta tensione proveniente
dal fondovalle. Nella centralina di Miravalle sono installati due gruppi
turbina del tipo Francis e due alternatori, uno AEG da 105 kVA, l’altro
Alioth da 200 kVA, entrambi con eccitatrice accoppiata. C’è poi un
trasformatore trifase da 600 kVA; per riserva vi sono inoltre tre locomobili Breda da 40 HP e due motori a benzina da 60 HP a quattro
cilindri. Come macchinari di utilizzazione elettrica il cantiere possiede in tutto 35 motori di varia potenza, da 5 a 100 HP.
Una teleferica a moto continuo, prodotta dalla ditta Alberti di Milano,
solleva e trasporta dalla centrale di Gressoney-La-Trinité al Gabiet, su
un percorso di circa 2,5 chilometri, una serie di carrelli da 400 chilogrammi di portata ciascuno, alla velocità 1,5 m / sec. La teleferica è
supportata anche dagli argani di due piani inclinati: il primo è lungo
1 200 metri, il secondo 400, con pendenza rispettivamente di 45 e 48
gradi; entrambi hanno tre rotaie e scambio a metà del percorso e sono
collegati a loro volta in piano orizzontale da due ferrovie Décauville.
Un terzo argano serve il piano inclinato dello Zindra, per una lunghezza di circa 1 000 metri, ed è realizzato a doppio binario.
Il pietrame necessario per la costruzione della diga è trasportato dai
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blondins della ditta Ceretti e Tanfani di Milano. Il sistema ha una portata di 2 500 chilogrammi, profondità di discesa del carico di 40 metri,
velocità di sollevamento di 0,33 m / sec e velocità di traslazione di 1 m / sec.
Completano le dotazioni a disposizione per i trasporti due piccole
teleferiche per lo Zindra, alcuni arganelli con movimenti a motore e
a mano, diverse gru, paranchi, binde varie e una piccola locomotiva a
vapore da 10 HP con scartamento da 60 centimetri.
Il cantiere possiede poi, evidentemente, diversi macchinari per la
produzione delle malte, dei calcestruzzi, delle sabbie: betoniere, impastatrici, intonacatori, frantoi, lavatrici di sabbia ecc; e, ancora, compressori d’aria, perforatrici, martelli a rotazione e a percussione, sonde,
5/2 - Il cantiere di costruzione della diga sud del Gabiet: vista da monte.
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5/3 - Il cantiere di costruzione della diga sud del Gabiet: il versante sinistro.
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5/4 - Le baracche degli operai al cantiere del Gabiet.
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5/5 - Lavori di preparazione per il rivestimento in lamiera dello sbarramento del Gabiet.
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5/6 - Il cantiere di costruzione della diga sud del Gabiet: il versante destro; foto A. Bider di Ivrea.
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pompe a pistone o centrifughe, materiali di segheria e falegnameria.
Due apposite officine meccaniche ubicate a Gressoney-La-Trinité e a
Pont-Saint-Martin hanno a disposizione torni, macchine per saldare e
una piccola fonderia che serve per le grandi riparazioni.
La più grave difficoltà incontrata negli anni della costruzione degli
impianti sembra essere quella dei trasporti, per la presenza dei numerosi cantieri disseminati lungo tutta la vallata su un percorso di quasi
quaranta chilometri e con un dislivello da superare di circa 1 300 metri.
La stazione ferroviaria di Pont-Saint-Martin è evidentemente la base
di partenza per tutte le forniture. Di conseguenza, nelle sue vicinanze,
5/7 - La stazione di partenza della teleferica a Gressoney-La-Trinité.
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sono allestiti diversi magazzini di ricevimento delle merci. Nel 1919,
per esempio, la Breda acquisisce il fabbricato delle vecchie ferriere, lo
stabilimento metallurgico chiuso fin dagli inizi della guerra, che viene
adibito a deposito. Nota 35
La Breda ha inoltre, fin da subito, costruito in paese un apposito edificio per la Direzione dei lavori, direzione affidata, in periodo bellico,
all’ing. Ugo Sartori. Tutti gli uffici tecnici e amministrativi sono ubicati in una bella ed elegante villa in stile svizzero, conosciuta da allora
con il nome di Villa Breda, più tardi di proprietà dell’Enel e sede dei
“tirafili” del Gruppo Impianti; essa sorge lungo la strada che porta alla
stazione, sulla sinistra scendendo. Dalla Direzione lavori parte la linea
telefonica che raggiunge le diverse sezioni degli impianti nella vallata
e che è collegata anche con la direzione centrale della Società a Milano.
Si tenga conto del fatto che il telefono pubblico, collegato con Aosta,
Ivrea e Torino ‒ importante elemento di avanzamento tecnologico e
segno della “modernità” ‒ era stato installato a Gressoney-Saint-Jean
e a La-Trinité, i paesi più alto della vallata, solo pochi anni prima,
rispettivamente nei mesi di settembre e di dicembre 1915. Nota 36
Il servizio trasporti propriamente detto viene in parte assunto direttamente dalla Breda ‒ che possiede a Pont-Saint-Martin diverse automobili, camion e motociclette ‒ e in parte affidato all’impresa Borsani
di Legnano, che in paese dispone di un suo garage e di un’officina per
le riparazioni. Circa venti camion vanno quotidianamente su e giù per
la strada della vallata, una strada notoriamente impegnativa anche in
ragione del “forte traffico” che la percorre per motivi turistici: proprio
così si legge nei testi della Breda, e la considerazione non può non
strapparci un sorriso. Nota 37 L’impresa riconosciuta come la più ardua
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5/8 - Montaggio del macchinario della centrale di Gressoney-La-Trinité.
consiste nel trasferimento, a Gressoney-La-Trinité, dei macchinari per
la centrale: il pezzo più pesante è di circa 250 quintali e i mezzi devono superare pendenze superiori all’11%, con curve assai strette lungo
il percorso, in condizioni assai disagiate. Non bisogna poi dimenticare
che durante la prima fase dei lavori, per la costruzione degli impianti
di Pont-Saint-Martin e del lago Vargno, grande importanza hanno
ancora le scuderie e i carriaggi. Qualche anno dopo, nel 1922, si segnala invece che i muli sono ancora utilizzati, ma solo per trasporti
accessori, e solamente in alta montagna.
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5/9 - Lo sbarramento di Guillemore in costruzione.
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5/10 - Barchette di pescatori sul lago di Guillemore.
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5/11 - Il fabbricato della centrale di Pont-Saint-Martin in costruzione.
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5/12 - Pont-Saint-Martin, attraversamento del Lys da parte delle condotte forzate: a destra la centrale, a sinistra in alto la
cabina di trasformazione.
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5/13 - Il sovrappasso, sulla strada per Gressoney, delle condotte forzate di Pont-Saint-Martin in costruzione.
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5/14 - Il deposito degli esplosivi al cantiere del Gabiet.
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5/15 - Particolare della costruzione del ponte sul Lys delle condotte forzate di Pont-Saint-Martin.
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5/16 - Foto di gruppo sui vagoncini durante lo scavo della galleria di derivazione dell’impianto di Pont-Saint-Martin.
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5/17 - La cabina di trasformazione di Pont-Saint-Martin.
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5/18 - I comandi degli interruttori nell’edificio dei trasformatori di Pont-Saint-Martin.
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5/19 - Il fabbricato della centrale di Pont-Saint-Martin in costruzione.
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Risorse umane
e organizzazione del lavoro
Il numero complessivo di operai al lavoro durante l’estate del 1921 è
di 2 175. Circa 1 300 di loro sono impiegati per la costruzione del serbatoio del Gabiet. Complessivamente, per i lavori a Gressoney-La-Trinité, al Gabiet e a Zindra lavorano 1 850 persone; 60 si occupano della
manutenzione della strada della vallata e 40 delle opere già concluse;
un centinaio è distribuito nei diversi impianti; 40 sono gli autisti di
camion, vetture, carriaggi; 30 addetti si occupano dei viveri e 5 degli
aspetti sanitari. È l’immagine di un operoso ed infaticabile formicaio,
quella che emerge dalla descrizione del lavoro che leggiamo nelle
pagine di Lucat e Brocherel:
« Mille trois cents ouvriers travaillent autour de la digue dans un ordre
parfait. Chacun a sa tâche bien définie, on croirait voir une fourmillière
en un jour d’été. Cent cables métalliques se croisent dans l’air : ce sont
ceux des fils conducteurs de l’énergie électrique, ceux du téléphone et du
télégraphe, ceux des transports aériens. De lourdes caisses traversent l’air
au-dessus de votre tête et descendent devant vous, suspendues à un fil qui
se déroule et s’enroule de nouveau ; les wagonnets des Décauville passent,
chargés de grosses pierres d’éclat et de mortier liquide, se déclanchent
sous vos yeux, versant à pied d’œuvre leur contenu, et repartent rapidement ; les machines sifflent, ronflent, tournent et battent avec fracas. On a
l’impression d’un bruyant tohubohu, mais tout se poursuit avec ordre, sans
le moindre achoppement. Parmi tant d’hommes, l’on dirait que personne
ne parle, mais tous sont à leur besogne, dont ils s’acquittent avec ferveur,
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sans qu’il soit besoin de les exciter ou de les commander. Que l’industrie
est belle, lorsqu’elle est portée à cette perfection ! ». Nota 38
Diverse abitazioni di Gressoney sono state affittate ai lavoratori, che
provengono dalle più diverse regioni italiane ed in particolare dalla
Lombardia. Per i cantieri di alta montagna di Gressoney, sono allestite
confortevoli baracche in legno provviste di 60 letti (per una capacità
complessiva di 2 000 persone), coperte in tegole e fornite di adeguata
aerazione e di stufe a legna per affrontare gli improvvisi abbassamenti
della temperatura, assai frequenti in alta quota. A disposizione di ogni
persona vi sono ben sei coperte di lana.
La Breda tiene a sottolineare, nel suo testo, come essa abbia curato
sempre in modo particolare l’assistenza al personale, preoccupandosi
dell’igiene, della sicurezza sul lavoro e di ogni comodità. A Pont-SaintMartin, per esempio, è addirittura installato un frigorifero, con relativa
macchina per il ghiaccio, da usare nell’assolata stagione estiva. I lavoratori dispongono dappertutto di condotte di acqua potabile e controllata, di lavanderie, di forni per il pane, di mense e luoghi e occasioni
di ritrovo serale. Non si dimentica nemmeno l’assistenza spirituale ai
lavoratori, come attesta una breve notizia riportata dal “Messager Valdôtain” nel 1919, secondo cui la direzione della Breda ha l’abitudine
di far celebrare, per festeggiare santa Barbara, patrona degli architetti,
dei minatori, dei vigili del fuoco, una funzione religiosa. Nota 39
Al Gabiet, oltre alle baracche che assicurano l’alloggio per la notte, ve
ne sono di destinate agli uffici, ai magazzini per le derrate alimentari,
ai macchinari. Una baracca ospita il laboratorio meteorologico, appartenente all’osservatorio Monte Rosa del Comitato glaciologico italia-
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nei cantieri della Sip-Breda
no; esso è fornito di termometri, barometro, barografo, anemometro,
anemoscopio, idrometro, bussola, pluviometri e idrografo. In diversi
punti nella vallata, lungo il Lys e i suoi affluenti, la Breda ha installato
apparecchi misuratori i cui dati vengono periodicamente inviati a Parma, all’Ufficio idrografico del Po. Un’altra baracca, collocata a distanza, raccoglie il materiale per le esplosioni; un’ultima, infine, svolge le
funzioni di infermeria di primo soccorso. Tanto a Pont-Saint-Martin
quanto a Gressoney sono attrezzate due infermerie con personale della
Breda e medici locali; un’autolettiga permette di accompagnare rapidamente gli ammalati gravi agli ospedali di Ivrea o di Torino.
Ogni cantiere dispone di uno spaccio e una rivendita di sale e tabacchi
‒ riforniti dal deposito centrale ‒ che assicurano ai lavoratori un prezzo
di vendita dei prodotti del tutto equo. Così, gli operai possono scegliere
se acquistare nei negozi i viveri di cui abbisognano oppure se usufruire
delle cucine comuni gestite dalla Breda stessa. Un opportuno divieto di
aprire bar, cantine o buvettes nei paraggi, concordato con le amministrazioni locali, fa sì che il vino sia fornito agli operai dalla Società stessa,
in quantità sufficiente, ma controllata, per prevenire abusi. Quanto ai
liquori, sono vietati. Per ciò che concerne i salari, nel corso dei cinque
mesi estivi del 1921 le spese per il personale ogni mese ammontano a
1 300 000 lire; quelle alimentari a circa 450 000 lire. Quotidianamente
si consumano 12 quintali di pane e 7 quintali di vino; ogni mese 9 000
kg di carne e ogni settimana 1 800 bottiglie di birra. Mensilmente gli
operai riescono ad inviare alle loro famiglie, tramite vaglia postali, la
cifra accertata di circa 180 000 lire. Nessuno sciopero né protesta sembra turbare l’organizzazione del lavoro, cosa che ‒ sottolineano Lucat e
Brocherel ‒ è da ascrivere al merito sia degli operai sia dei loro superiori.
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5/20 - Lettera al direttore del cantiere della Breda concernente l’impiego di manodopera di origine trentina.
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Riportiamo ancora qualche stralcio dal testo pubblicato su “Augusta
Prætoria”, che rende bene l’idea della necessità, da parte di certi organi
di stampa, di incoraggiare un’opinione pubblica refrattaria ai progressi dell’industria idroelettrica e preoccupata dell’impatto ambientale e
della ricaduta negativa sul sistema economico rurale tradizionale di
tutta questa “modernità”. Sono soprattutto gli aspetti sociali e culturali
ad essere messi in evidenza:
« Les résultats de ce système [in riferimento al divieto di acquisto di alcolici] ont été excellents: pas d’ivrognes, les plus endurcis sont repartis, et
les autres se sont corrigés; pas de désordre, pas de rixes, le travail avance
plus rapidement, les ouvriers finissent par être plus satisfaits et se trouvent
à même de faire des épargnes pour leurs familles […]. Les dirigeants
de la Société observèrent aussi dès le commencement que ces ouvriers,
provenant de différentes régions de l’Italie, tendaient naturellement à se
grouper selon leur pays d’origine. Ils ne manquèrent pas de mettre à profit cette symphatie réciproque qui est d’une haute importance en tant que
chaque régions a ses mœurs, ses habitudes, ses goûts pour l’alimentation,
ses manières de penser et de sentir, qui auraient pu être froissés par les
naturels d’une autre province ou, du moins, les mettre mal à l’aise dans
leur promiscuité. Elle favorisa donc ces groupements, tant pour ce qui est
des logements dans les différentes baraques comme pour les repas et elle
en obtint les plus heureux résultats. Les ouvriers furent très sensibles à
ces sages dispositions, vécûrent toujours en bonne harmonie entr’eux et
donnèrent un meilleur rendement dans le travail ». Nota 40
Non si dimentichi poi, come attesta anche la tradizione orale, trasmessa di generazione in generazione, che nei cantieri di costruzione degli
impianti, in particolare per lo scavo delle gallerie, lavorarono anche diversi
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militari di origine austro-ungarica, prigionieri della Prima guerra mondiale. Per quanto riguarda la situazione di Gressoney, sappiamo che
nell’inverno del 1918-1919 morì, probabilmente per l’epidemia della
cosiddetta “spagnola”, una decina di questi prigionieri, i cui nomi sono
ricordati da una targa posta nel cimitero del paese.
Nell’ottobre del 1916 erano già giunti a Fontainemore circa trenta
militari di origine tirolese (“irridenti”, vengono definiti nella stampa
locale), Nota 41 per lavorare agli ordini della Breda nella segheria di Fontainemore. Si tratta della medesima segheria che il 6 agosto dell’anno
successivo sarà teatro di un evento luttuoso con numerose vittime, in
5/21 - Appunti relativi al programma dei lavori nella Valle del Lys nell’inverno 1918-1919.
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occasione del distacco dalla montagna, per le piogge torrenziali, di
un masso, che travolge il laboratorio e una baracca adiacente. Al di là
delle laconiche informazioni che possiamo recuperare dai giornali del
tempo, non siamo in grado di fornire dettagli più precisi sulla consistenza numerica di questi lavoratori coatti né sulla loro dislocazione
sul territorio né sulla loro sorte successiva: l’argomento è ancora tutto
da studiare. In altre situazioni, ovvero nei cantieri dell’Ansaldo che
proprio in quegli anni si avviano in vari punti della Valle (per esempio
nelle centrali in costruzione di Champlong a Châtillon, di Champrotard e Chavonne a Villeneuve, di Morgex, o nello scavo della galleria
ferroviaria tra Cogne e Pila, o ancora nella costruzione di ponti e di
strade, e soprattutto nelle miniere di Cogne e di La Thuile) la presenza
di questi soldati è meglio accertata e documentata. Nota 42
Quanto alla spagnola, in quel terribile autunno essa non fece vittime
solo tra gli austro-ungarici: un gran numero di operai decedette per le
conseguenze della febbre o dovette lasciare il posto di lavoro, in licenza o addirittura licenziandosi, per assistere altrove i famigliari ammalati. Un documento di quei mesi, conservato presso il Fondo Breda di
proprietà di CVA, quantifica il calo della forza lavoro nell’ottobre del
1918 a circa 2 000 unità; dal medesimo testo veniamo a scoprire che
a Pont-Saint-Martin la Breda aveva allestito un lazzaretto capace di
trenta posti letto.
Un’ulteriore difficoltà provenne alla Breda, paradossalmente, in quegli stessi mesi, alla Breda, dalle conseguenze della vittoria in guerra.
L’impresa Damioli, a cui erano stati appaltati i più importanti lavori,
visto il positivo frangente storico, si affrettò a richiamare il suo personale nell’Italia del Nord-Est, per procedere al complemento della
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costruzione di un grande ponte sul Tagliamento. La Breda rivide e
ristrutturò in quell’occasione tutte le mansioni del personale tecnico e
direttivo.
5/22 - Richiesta di attivazione della linea telefonica di collegamento tra i cantieri,
durante la costruzione degli impianti della Valle del Lys.
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5/23 - Personale con relative mansioni, impiegato nel cantiere del Gabiet nell’ottobre 1918.
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5/24 - Note relative alle spese per i trasporti.
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5/25 - Bollettino settimanale dell’ottobre 1918, relativo al personale presente al cantiere del Vargno.
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5/26 - Nominativi del personale dipendente dalla Direzione lavori della Breda, impiegato nei vari cantieri.
5 Fonti e bibliografia
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La Società idroelettrica
della Valle d’Aosta (Siva)
e altre aziende operanti
sul territorio della
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e altre aziende operanti sul territorio della Bassa Valle
Dai progetti originari della Siva
al cantiere di Châtillon-Montjovet
La Società idroelettrica della Valle d’Aosta (Siva) viene istituita nel
1907 a Torino, con un capitale iniziale sociale modesto, di 200 000 lire,
per iniziativa di un gruppo finanziario nazionale, che agisce in sintonia con la Edison. I suoi principali promotori ‒ come risulta dall’atto
costitutivo conservato presso l’archivio storico della Telecom di Torino ‒ sono la Società per lo sviluppo delle imprese elettriche, la società
delle Strade ferrate meridionali (una finanziaria nota anche col nome
di Bastogi) e l’ingegner Rinaldo Negri della ditta Gadda e C. di Milano, fondatore, tra l’altro, della Società elettrica Riviera di Ponente.
La Siva si attiva fin da subito per ottenere diverse concessioni di
acque sull’intero territorio valdostano. In un periodo in cui l’offerta di
energia è ancora decisamente sovrabbondante rispetto alla richiesta, in
previsione degli sviluppi futuri, essa formula il progetto di accaparrarsi tutte le derivazioni del bacino imbrifero della Dora Baltea. Per questo motivo il consiglio di amministrazione fa condurre ad un certo ing.
Guttinger una ricognizione a tappeto, al fine di redigere un elenco di
tutte le forze idrauliche disponibili in Valle d’Aosta adatte allo sfruttamento industriale. Con un’ulteriore indagine di mercato s’intende
valutare i possibili sbocchi della produzione energetica nel Biellese,
nel Vercellese e nel Monferrato.
Dai dati emersi dai documenti dell’archivio di deposito della Regione
autonoma Valle d’Aosta, risulta che la Siva presentò domande per
l’utilizzo dell’Artanavaz ad Etroubles, del Clavalité a Fénis, della Dora
6/1 - Foto di copertina: Veduta d’insieme dell’impianto di Montjovet, prima della sua ricostruzione negli anni Sessanta.
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di La Thuile nell’omonimo paese, della Dora di Valgrisenche ad Arvier,
della Dora di Rhêmes; inoltre avanzò richiesta per le acque della Dora
Baltea (per la realizzazione dell’impianto di Châtillon-Montjovet), del
Marmore e dell’Evançon. Su questi ultimi tre corsi d’acqua deciderà
poi di concentrarsi, lasciando cadere le richieste del versante destro
orografico della vallata e, più in generale, l’ambizioso progetto iniziale di sfruttamento integrale del bacino valdostano.
La realizzazione più importante della Siva è la costruzione della centrale di Montjovet. Abbiamo rintracciato ne “L’Elettrotecnica”, la rivista dell’Associazione elettrotecnica italiana, un’articolata descrizione
6/2 - La “vecchia” centrale di Montjovet in una cartolina d’epoca.
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6/3 - L’opera di presa dell’impianto di Montjovet, in località Saint-Clair a Châtillon.
tecnica dell’impianto, entrato in funzione il 1° settembre 1914. Nel
paragrafo seguente riporteremo dunque i dati contenuti in questo
testo, integrati con poche altre fonti e qualche preziosa testimonianza
orale. Tutte queste informazioni risultano particolarmente interessanti
perché fanno riferimento a quella che è comunemente definita la “vecchia” centrale, che fu in funzione sino agli inizi degli anni Sessanta.
Con l’avvento di Enel, il progetto di ricostruzione già promosso dalla Sip nel 1961-1962 fu ripreso e portato a compimento, tramite il
rifacimento completo dell’impianto che peraltro seguì lo schema di
utilizzazione del precedente: la galleria di derivazione fu ampliata, il
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fabbricato della centrale demolito e ricostruito poco più a valle, sulla
Dora; alla vecchia tubazione della condotta forzata, riutilizzata come
sfioratore della vasca di carico, se ne affiancarono due nuove; sul sito
dove sorgeva la vecchia centrale fu installata la stazione di trasformazione. Solo l’opera di presa a Saint-Clair di Châtillon non subì modifiche sostanziali. Durante gli anni della ricostruzione, il personale della
centrale (dipendente prima della Sip, poi di Enel) continuò a lavorare a
Montjovet con mansioni di cantiere, a fianco delle varie imprese operanti. Il primo gruppo turbina entrò in funzione nel 1965, il secondo
nel 1966.
Torniamo ora indietro nel tempo. Dalle notizie riportate da Vincent
Gorris, nel suo articolo Dérivation des eaux de la Doire pour la construction hydro-éléctrique. Châtillon-Montjovet, pubblicato sul “Messager Valdôtain” del 1915, i lavori di costruzione dell’impianto di
Montjovet risultano avviati nell’estate del 1912, con lo scavo del
canale di derivazione che collega l’opera di presa ubicata a Saint-Clair
di Châtillon e il sito dove, nei pressi dell’antico borgo di Publey, ai
piedi della stretta denominata Mongiovetta, sorgerà la centrale. Un
numero variabile di operai compreso tra i 400 e i 1 200, a seconda della stagione, lavora alla costruzione dell’impianto; numerosi sembrano
essere anche i lavoratori valdostani, accanto a quelli provenienti da
altre regioni d’Italia.
Non mancano, durante i ventisei mesi in cui il cantiere è aperto, gli
incidenti, anche mortali. Il “Messager Valdôtain” riporta diverse
notizie che ci fanno, pur nella loro brevità ed essenzialità, intravedere le
precarie condizioni di sicurezza del lavoro. Nota 43 Il 18 giugno 1913,
per esempio, le acque della Dora a Châtillon trascinano con sé una
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passerella provvisoria dell’impresa. Due operai perdono la vita in quel
frangente: il primo nel crollo del ponte; il secondo, di origini bergamasche, tra i flutti del fiume in piena; il suo corpo sarà recuperato solo
quindici giorni dopo a Montjovet. Due mesi prima, il 5 aprile, era
avvenuto un episodio ancor più grave, allorché, a seguito di un diverbio tra operai del cantiere, la lite si conclude con un omicidio: Bernardo
Pranza di Drusasco, per motivi a noi ignoti, spara cinque colpi di
revolver all’indirizzo del suo collega Rosset di Ollomont, che alcuni
giorni dopo decede, per le ferite, all’ospedale di Aosta. Il 9 gennaio
1914 un incidente nella galleria costa la vita a Jean Gabignon di
6/4 - Il fabbricato della “vecchia” centrale di Montjovet.
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Bellecombe e diverse ferite gravi ad un numero imprecisato di minatori. Il 2 maggio dello stesso anno è ancora un addetto allo scavo, tale
Jean Ciocchetti, a ferirsi gravemente, investito da un vagone. Il 21 giugno l’esplosione di una mina uccide Jean Yon di Issogne, di 28 anni. Il
21 settembre a provocare la morte del minatore Joseph Rhodoz, di 19
anni, è una frana che lo travolge all’interno della galleria. Un incidente
di diversa natura è invece quello del 25 aprile 1914, quando un camion
carico della tubazione in ferro per la condotta forzata rovescia il suo
rimorchio nella Dora.
6/5 - Scorcio delle condotte forzate e del fabbricato dell’attuale centrale di Montjovet.
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Per ciò che riguarda le numerose segnalazioni di incidenti occorsi
all’interno della galleria, troviamo riscontro in merito alle difficoltà
tecniche di esecuzione dei lavori di scavo e, successivamente, di
manutenzione, anche in un articolo apparso sulla rivista mensile del
gruppo Sip “Sincronizzando…” del 1924. Si segnala in questo testo che
la presenza di terreno “sfavorevole” è stata la causa del prolungamento
dei lavori in occasione della realizzazione della galleria. E, dopo dieci
anni di funzionamento, si rende necessario un arresto dell’impianto,
nella primavera del 1924, per interventi di manutenzione straordinaria.
Un camion deve attraversare la Dora per trasportare sulla riva destra
materiali vari, in vista del prosciugamento del canale di scarico per
la riparazione di alcuni tratti della galleria di derivazione, che rischia
pericolosi crolli dopo dieci anni di funzionamento. Ecco di seguito il
resoconto dell’epica impresa, che ha per protagonisti il camion (e, evidentemente, il suo autista):
« Dopo alcuni sopralluoghi, l’Ufficio idraulico ritenne necessaria una
radicale riparazione. Fu decisa una fermata dell’impianto di Montjovet
e detta fermata si effettuò dal 27 aprile al 20 maggio. Serie difficoltà si
presentarono per i trasporti data la scomodità del posto. Si trova il canale
sulla sponda destra della Dora senza altra strada d’accesso che il ponte di
comando della nostra diga. Dal 15 aprile, utilizzando la possibilità dell’invaso dell’acqua, si tenne la Dora asciutta; si fece quindi eseguire una strada attraverso il letto del fiume e con un carro con mulo si iniziò il trasporto
di tutto il materiale rotabile e legname. Però si ebbe subito l’impressione
della dannosa lentezza nel procedere dei lavori, non consona all’urgente
necessità della messa in funzione dell’impianto. Si provvide quindi ad un
trasporto più rapido a mezzo camions, inviando un camion Fiat 15 ter, ed
il giorno 28 aprile si tentò la traversata della Dora. L’acqua della Dora, già
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6/6 - Lavori di prosciugamento del canale dell’impianto di Montjovet nel 1924.
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assai cresciuta, non concedeva che pochi minuti di tempo per la traversata. Una quindicina di uomini con corde attendevano dall’altra sponda gli
ordini in caso di bisogno. Chiuse le grandi paratoie l’acqua cominciò a
diminuire ed il camion si incamminò nell’alveo del fiume. Fu un momento d’ansia intensa. Si vide l’acqua accumularsi dietro la diga ed il camion
guidato dal bravo chauffeur Prato procedere traballando attraverso il letto
della Dora quasi asciutto. Ad un certo punto s’incagliò in alcuni massi,
ma furono pochi secondi. Con l’aiuto degli uomini pronti, poté proseguire
la traversata ed arrivare dall’altra sponda proprio in tempo prima che si
dovessero aprire le paratoie, avendo l’invaso raggiunto il suo massimo
livello. E così il camion era dall’altra sponda, trionfatore di ogni ostacolo. Superata questa difficoltà, si procedette verso il canale scoperto. Con
due piani inclinati appositamente costruiti, il 1° maggio con l’aiuto di un
argano si portò il camion nel canale e quindi fu calato in galleria. Servendosi del camion come ponte, si fece prima un impianto provvisorio di luce
elettrica lungo la galleria per illuminare i lavori, e tutto il giorno il camion
dovette fare continua marcia avanti ed indietro per ben 3 chilometri.
I lavori di preparazione procedettero veloci; vi erano addetti circa cento
operai in squadre di tre turni […]. La difficoltà stava nel prosciugare il
canale di scarico. Questo canale è lungo m 130 con una larghezza di m
15, quasi perpendicolare alla Dora. Nel mese di maggio, epoca dei lavori,
in canale libero vi erano m 2,50 d’altezza di acqua e nella camera delle
turbine invece 5 metri di acqua. Si dovette costruire uno sbarramento e
mediante pompe prosciugare tutta la camera di scarico […]. Dopo sole
cinque ore di funzionamento delle pompe, si ottenne il prosciugamento
quasi completo del canale libero ». Nota 44
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L’impianto di Montjovet:
aspetti tecnici
Il finanziamento per la costruzione della centrale di Montjovet (che
costò nel complesso la rilevante cifra di 7 milioni di lire) provenne per
la maggior parte alla Siva da parte di Elektrobank, colosso finanziario
svizzero, con partecipazioni al credito tedesco, legato a Aeg. Ciò fece
sì che le forniture per il materiale elettrico ed idraulico fossero per la
maggior parte di provenienza straniera, ad eccezione del contributo
della ditta Togni di Brescia, che realizzò la tubazione della condotta
forzata e la diga a paratoie, ubicata sulla riva destra della Dora Baltea,
in località Saint-Clair.
Lo sbarramento di questo impianto costituì, per quell’epoca, una grossa novità: si trattava, infatti, in Italia, di uno dei primi casi di diga a
paratoie. La possibilità di costruire una diga fissa in muratura venne
scartata fin da subito per le caratteristiche stesse del fiume, in quel punto: la Dora presenta infatti ancora tutti i caratteri di un torrente alpino,
a forti e rapide piene, con un rischio elevatissimo per la stabilità della
diga stessa. Uno sbarramento mobile sembrava invece offrire garanzie
maggiori. Fu dunque realizzata una diga a quattro paratoie della larghezza di 12,5 metri e di 4 metri di altezza, separate da pile costituite
da cavalletti in ferro riempiti di calcestruzzo, spessi 0,90 metri. La diga
sbarrava l’alveo della Dora, in modo da poter raccogliere nelle magre
invernali tutta l’acqua disponibile, proveniente da un bacino imbrifero
delle dimensioni di 2 214 kmq.
Per ridurre l’attrito durante il sollevamento delle paratoie, furono
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interposti degli speciali carrelli di scorrimento, comandati dallo stesso argano che sollevava le paratoie. Il comando degli argani poteva
avvenire sia a mano (con quattro uomini a disposizione la velocità di
sollevamento delle paratoie era di 3 centimetri al minuto, ossia erano
necessarie circa 4 ore per sollevare completamente la paratoia) sia,
normalmente, con motore elettrico (con velocità di sollevamento di 45
centimetri al minuto e un tempo complessivo di 16 minuti).
Dal bacino di presa partiva il canale di derivazione, lungo in tutto
4 370 metri, che correva per un primo tratto di 729 metri in galleria;
i successivi 320 metri, scoperti, si svolgevano a mezza costa; una
seconda galleria di più di 3 chilometri si prolungava sino al bacino di
carico, della capacità di 2 000 metri cubi, sufficiente a garantire che,
per un eventuale imprevisto sovraccarico della centrale, la condotta
forzata non si svuotasse.
Anche la condotta forzata rappresentava una particolarità dell’impianto di Montjovet. Infatti la tubazione era unica e misurava 3,10 metri di
diametro interno. Lunga 81 metri, scendeva con una pendenza costante
del 62%. Oltrepassava la ferrovia per mezzo di un viadotto in cemento
armato lungo 31 metri. La possibilità di realizzare un sottopassaggio
era stata presa originariamente in considerazione, ma fu poi accantonata per gli eccessivi costi e per i rischi che avrebbe comportato alla
ferrovia stessa un’eventuale rottura dei giunti della tubazione.
La vecchia sala macchine della centrale misurava 16 per 31 metri
(l’attuale misura 23 per 38 metri). La ditta Escher Wyss e C. di Zurigo
fornì i tre gruppi, composti da doppia turbina Francis ad unico scarico
centrale, che sviluppavano 4 800 kW di potenza ciascuna; gli alternatori erano invece della Thomson Houston. Al momento della descrizione
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6/7 - Interno dell’attuale sala macchine di Montjovet.
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che stiamo prendendo in considerazione e che risale al maggio 1915,
dalla centrale partiva una sola linea, a 45 000 volt.
L’impianto così descritto fu realizzato, per conto della Siva, dalla Società
per lo sviluppo delle imprese elettriche di cui era direttore generale
l’ing. G. Barberis e che aveva come direttore tecnico l’ing. F. E. Carcano.
La parte idraulica venne seguita dall’ing. Narutowicz di Zurigo, mentre i lavori furono diretti dall’ing. L. Fioretti e affidati all’impresa
Bastianelli per le gallerie e le opere di presa e alla ditta Damioli per la
costruzione della centrale. Il 19 aprile 1914 la Società Sviluppo imprese elettriche e l’impresa Bastianelli offrirono al ristorante Pôle Nord
6/8 - Montjovet, l’attuale vasca di carico con le paratoie autolivellanti.
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6/9 - Montjovet, il cantiere di costruzione del nuovo argine sulla Dora e del piazzale, nei primi anni Sessanta.
un banchetto per 700 commensali, per festeggiare la conclusione dei
lavori della galleria di derivazione; Nota 45 la centrale entrò regolarmente in funzione quattro mesi e mezzo dopo.
L’energia prodotta dalla centrale di Montjovet venne immessa, sulla
linea dell’alta tensione della Società di elettricità Alta Italia (Eai), proprietaria della linea di trasmissione e specializzata nella distribuzione.
In virtù di accordi formulati fin 1910 e stipulati ufficialmente nel 1911,
l’intera produzione annua della centrale di Montjovet (circa 8 000 kW)
passò all’Eai per la cifra di 115 lire a kW/annuo.
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Le linee elettriche Montjovet - Aosta
e Montjovet - Quincinetto
Due parole, infine, sulle linee elettriche in partenza da Montjovet, la
cui realizzazione presenta alcuni elementi di curiosità. Il 5 dicembre
1921, dopo un rapido sopralluogo, veniva decisa la costruzione della
linea elettrica Montjovet - Aosta (30 chilometri, a 75 000 Volt), la cui
idea era nata e maturata in una sola settimana, con l’intento di collegare la centrale di Montjovet alle linee del gruppo idroelettrico Ansaldo.
Nei giorni immediatamente successivi se ne faceva il tracciato di massima e l’11 dicembre si trasmetteva alle Officine di Savigliano l’ordine dei pali di ferro a traliccio. Il 27 del medesimo mese iniziava già il
lavoro di scavo. La linea fu divisa in due tratti: il primo da Montjovet a
Châtillon, di 7,5 chilometri, il più difficile da realizzare, per le asperità
del territorio (alcune campate raggiungono i 395 metri di lunghezza);
il secondo da Châtillon ad Aosta, di più semplice realizzazione. Nonostante le forti nevicate avvenute nel corso del mese e il freddo intenso
che raggiunse in alcuni giorni i quindici gradi sotto zero, il 29 gennaio
1922 tutti i 189 pali erano stati innalzati. La tesatura della linea risultò completata il 4 febbraio e l’indomani, alle ore 15.40, si lanciava la
tensione sulla linea, che risultava perfetta nella sua esecuzione. Circa
1600 persone lavorarono a questa impresa, per la quale ben tre teleferiche furono impiantate in mezzo alla vallata. 200 muli furono utilizzati per il trasporto dei pali, del cemento, delle sabbie, della ghiaia
e dell’acqua. Quando quest’ultima scarseggiava, si ricorreva persino
allo scioglimento della neve, tramite apposite caldaie. Unitamente alla
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linea elettrica, si pensò a quella telefonica, che segue per massima parte il tracciato della strada nazionale che risaliva la Valle.
Quanto alla linea Montjovet - Quincinetto, il primo tronco di linea
entrò in funzione il 14 novembre 1922. Esso costituiva la prima parte
di una grande linea predisposta a 120 000 Volt, che avrebbe dovuto
portare l’energia ricavata dai grandi impianti in fase di progettazione
nell’Alta Valle d’Aosta fino a Torino, ad Asti, ad Acqui, quindi a oltre
150-200 chilometri di distanza. Obiettivo prioritario era quello di convogliare sul Piemonte la maggiore energia possibile, disponibile dalle
centrali dell’Ansaldo in Valle d’Aosta, e nello stesso tempo provvedere a ridurre le perdite, ormai troppo ingenti, sulla vecchia linea di
Viverone.
La costruzione di simili linee comportava la capacità di affrontare e
superare tutta una serie di problemi tecnici assai rilevanti, in primis
la caduta di tensione. La difficoltà del percorso, nel tratto valdostano,
era soprattutto data dal corso tortuoso della Dora e dalla necessità di
usufruire dei pochi e fragili ponticelli esistenti per trasportare tutto il
materiale indispensabile per l’innalzamento della linea. Il tratto più
impegnativo per il tracciamento della linea fu evidentemente la gola di
Bard, che venne attraversata con un’unica campata di ben 416 metri, a
causa dei dirupi scoscesi di entrambe le sponde, dell’instabilità e pericolosità dell’alveo della Dora in quel punto e dall’andamento tortuoso
della strada nazionale, che si doveva evitare. La lunghezza del primo
tratto di questa linea, sino a Quincinetto, era di poco più di 21 chilometri; il numero totale dei pali di 112.
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6/10 - Pubblicità della ditta Officine Savigliano, fornitrice di macchinari elettrici, nel 1922.
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La centrale di Hône della Società idroelettrica
Villeneuve-Borgofranco, poi Società dell’alluminio italiano
(Hône 2)
Risale alla vigilia della Grande Guerra il progetto originario di realizzazione di una centrale a Hône, sulla riva destra dell’Ayasse, in località Raffort, ai margini dell’abitato, da parte della Società idroelettrica
Villeneuve-Borgofranco. Obiettivo principale è la fornitura di energia
ad alcuni stabilimenti elettrochimici di proprietà della società stessa,
tra cui in particolare quello di Borgofranco d’Ivrea, che produce clorati
6/12 - Vista odierna della centrale di Hône 2.
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di sodio e di potassio e materiali esplosivi.
La Società idroelettrica Villeneuve-Borgofranco, che ha sede in via
Cernaia, a Torino, dove è stata fondata nel 1913, rientra in assetti
societari legati alle importanti acciaierie di Terni e possiede, in quegli
anni, anche una fabbrica elettrochimica a Nera Montoro, nel Comune
di Narni. Essa ha in previsione anche la costruzione di uno stabilimento di produzione dell’alluminio a Villeneuve, il quale entrerà di fatto in
funzione nel 1917 e sarà supportato dalla vicina centrale di Chavonne.
La progettazione dell’impianto dell’Ayasse (canale, condotta e centrale) viene affidata all’ing. Giacinto Soldati, figlio dell’ing. Vincenzo,
6/13 - L’interno della centrale di Hône 2 con i gruppi originali.
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6/14 - La sala quadri d’epoca della centrale di Hône 2.
noto per aver già costruito, in Bassa Valle, i canali di Pont-SaintMartin/Carema e di Bard e per aver, in quegli stessi anni, messo mano
anche alla progettazione per la derivazione dell’impianto di Villeneuve.
Lo sviluppo previsto dell’impianto dell’Ayasse è di una dozzina di
chilometri, con un salto di 745 metri, per una potenza complessiva di
7 000 HP. La captazione dell’acqua avviene nel territorio di Champorcher, tra le frazioni di Mellier e di Salleret, a Outrelève, alla quota
di 1 140 m slm; il canale è realizzato lungo il versante destro della
vallata, assai scosceso e problematico, e raccoglie anche le acque dei
torrenti Manda e Crest.
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Tra i mesi di aprile e settembre 1917 il cantiere di costruzione, articolato in cinque settori distinti, è in piena attività e vi lavorano circa 1 200
persone. Nei pressi della stazione di Hône-Bard è allocato il deposito
generale dei materiali; direttore dei lavori è un certo ing. Mauselin.
Nota 46 Il cantiere si chiude nel 1919-1920, allorché la centrale entra
in funzione con soli due gruppi da 3 500 kVA (con turbine Vevey e
alternatore CGE), alimentati da un’unica condotta forzata, e l’energia
viene trasmessa allo stabilimento di Borgofranco con una linea lunga
13 800 metri. La seconda condotta sarà aggiunta alcuni anni dopo,
nel 1925, allorché viene installato anche il terzo gruppo da 7 000 kVA
(con turbina Riva e alternatore Brown Boveri). In realtà sia il canale
derivatore sia l’opera di presa presentano fin da subito problemi ricorrenti, per i danni subiti a causa di frane e smottamenti. L’opera di presa
viene addirittura asportata e ricostruita interamente almeno due volte,
negli anni 1922 e 1958.
Nel frattempo, fin dal 28 dicembre 1918, la Società di Villeneuve
-Borgofranco, viene incorporata, insieme alle sue proprietà e ai suoi
diritti in quel di Hône, dalla Società per l’alluminio italiano (denominata prima Sai, poi Alcan), come risulta dall’atto notarile conservato
presso l’archivio della Commission des Traditions del Comune. La
presenza di queste società sembra segnare positivamente, in quegli
anni, le sorti del paese. Per facilitare i lavori di costruzione della centrale, infatti, vengono apportate alcune importanti migliorie, come per
esempio l’allargamento della strada tra il ponte sulla Dora e la località
Raffort. Inoltre, si raggiunge finalmente un accordo definitivo per la
realizzazione dell’illuminazione pubblica, un progetto dibattuto per
anni in consiglio comunale e mai approdato a risultati concreti. Lo
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6/15 - La stazione di trasformazione d’epoca della centrale di Hône 2.
schema di convenzione definitiva è siglato il 19 giugno 1924, anche se
l’installazione dell’elettricità a Hône sarà inaugurata solo il 23 aprile
1928. Per le questioni legate alla distribuzione della corrente elettrica
in paese si costituisce la Cooperativa elettrica di Hône, con un centinaio
di soci, sulle cui vicende siamo informati dai documenti conservati
presso l’archivio comunale e presso l’archivio della Commission des
Traditions. Nei decenni successivi, invece, la convivenza con la Società
dell’alluminio si farà più difficoltosa, come attestano i documenti conservati negli archivi comunali di Pontboset e di Champorcher, relativi
soprattutto a vertenze giudiziarie per risarcimento dei danni subiti dai
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6/16 - Interno dell’attuale sala macchine di Hône 2.
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privati per il cattivo funzionamento del canale e per il contestato pagamento dei canoni.
Un’altra tappa importante per la storia dell’impianto di Hône ha luogo
negli anni 1929-1931, allorché viene realizzato il bacino di integrazione del lago Miserin, il più esteso lago naturale della Valle d’Aosta. La
diga, alta 6,20 metri e lunga al coronamento 173,85 metri, è realizzata
a gravità, in muratura di pietrame rivestita di bolognini. Il volume
totale di invaso disponibile è, al momento della costruzione, pari
a 851 000 mc. Nel 1959 viene invece definitivamente accantonato il
progetto di sopraelevazione della diga di ben 13 metri, che avrebbe
6/17 - Centrale di Hône 2, particolare di macchinario.
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6/18 - Foto d’epoca dell’arrivo delle condotte forzate nella centrale di Hône 2.
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permesso all’invaso di raggiungere un volume di 3 400 000 mc. Lo
scarico di fondo della diga (posto alla quota di 2 553 m slm e della portata massima di 2 mc / sec) è utilizzato per il rilascio stagionale delle
acque, che vengono poi captate con la presa del canale di derivazione
sul torrente Ayasse a Outrlève.
Negli anni Cinquanta, altri importanti interventi sono realizzati a supporto dell’alimentazione della centrale di Hône 2. Si tratta, in particolare, della costruzione, tra il 1953 e il 1954, del bacino del lago Vercoce e, tra il 1956 e il 1957, del bacino di integrazione nel vallone della
Manda, con la relativa sistemazione degli alvei dei torrenti e l’installa-
6/19 - Il trasporto, dalla stazione ferroviaria, della seconda condotta forzata di Hône 2, nel 1925.
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zione di appositi sifoni per lo svuotamento di alcuni laghi naturali (tra
cui il Secco, lo Champas, il Nero, il Manda e il Cornuto). Nel progetto
complessivo di utilizzo delle acque dell’Ayasse erano previste anche
la costruzione dell’impianto idroelettrico di Ponte della Maddalena,
posto a quota 1 835 m slm, per l’utilizzo diretto delle acque del lago
Miserin, e l’impianto di Outrelève, a monte della presa del canale derivatore dell’Ayasse, per l’utilizzo delle acque turbinate dall’impianto
di Ponte della Maddalena e dei torrenti Laris, Vercoce e Legna, opere
in realtà mai realizzate.
Per quanto riguarda la centrale di Hône, la cabina elettrica di smistamento dell’energia prodotta è rimasta alloggiata all’interno della sala
macchine fino al 1950, anno in cui è stata realizzata la cabina esterna
con la nuova trasformazione 11 000 / 70 000 Volt e la relativa linea di
trasporto, successivamente ammodernata alla tensione attuale di 132
kV. Aggiungiamo ancora qualche piccola curiosità relativa alla gestione di questo impianto, sotto il profilo delle risorse umane: solo nel
1954 accanto alla centrale è stata costruita la casa per il personale che
vi lavorava, mentre fin dalle origini, nel fabbricato esistente presso la
vasca di carico, alcuni locali appositi ospitavano l’alloggio del guardiano che vi risiedeva ed era collegato con il “mondo” solo attraverso
un impervio sentiero, un telefono a manovella e, sul tracciato delle
condotte forzate, una teleferica lunga 1 600 m del tipo “va e vieni”, poi
demolita negli anni Novanta. Ora la vasca di carico ed il suo livello
dell’acqua sono sorvegliati da apparecchiature elettriche.
La Società dell’alluminio italiano, poi Alcan Società alluminio italiano
SpA, rimase proprietaria dell’intero impianto sino al 1° gennaio 1986,
allorché tutto quanto passò nelle mani di Enel.
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6/20 - Un palo della teleferica nel cantiere di costruzione di Hône 2.
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Le centrali di Champdepraz
e di Issime
La centrale di Champdepraz, in località Pied-des-Vignes, è una centrale
ad acqua fluente con un bacino imbrifero pari a 28,89 kmq, che utilizza le
acque dei torrenti Chalamy e Chevrère e dei numerosi laghi (Gran Lago
e laghi Cornuto, Nero e Bianco) che caratterizzano il paesaggio del magnifico vallone del parco regionale del Mont-Avic. Per quanto la potenza
installata sia piuttosto modesta (tre gruppi da 900 kVA), la concezione
idraulica e la struttura dell’impianto sono oltremodo interessanti e particolari proprio in ragione della derivazione delle acque dai laghi di alta
quota, che sono utilizzati per lo più allo stato naturale. Mediante un canale di scolo sotterraneo, l’acqua del Gran Lago (2 162 m slm e 1 200 000
mc di capacità) viene immessa nel vallone di Chalamy, attraversa per
tracimazione i laghi Cornuto e Nero e si raccoglie nel Lago Bianco, dove
vi è una semplice opera di presa con paratoia che regola il deflusso nel
torrente. L’acqua spillata dal lago, con la portata della sorgente Pierrot,
viene poi derivata più a valle con una semplice traversa fissa tracimabile
su cui si innesta il canale derivatore, della lunghezza di 2 830 metri, che
raccoglie lungo il percorso anche l’acqua del torrente Chevrère. Dalla
vasca di carico in località Chevrère, a 1 180 metri di quota, scende una
condotta forzata con due piccole tubazioni di diametro della lunghezza
di 1 682 metri ciascuna, che penalizzano il rendimento dell’impianto
in modo significativo; esse alimentano le tre turbine Pelton della Riva,
del 1917; dopodiché l’acqua viene restituita al torrente. I tre alternatori
Brown Boveri alimentano un solo trasformatore elevatore. I lavori per la
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6/21 - Veduta odierna della centrale di Champdepraz.
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costruzione dell’impianto furono avviati, per conto del Governo, durante
la Grande Guerra e precisamente nel 1917, dalla ditta Cravetto, che negli
stessi anni realizzava in Bassa Valle altre due centrali idroelettriche nel
Comune di Donnas e una a Pont-Saint-Martin. Nota 47 Cravetto rilevò una
concessione rilasciata alla Società per distribuzione di energia elettrica
Ovesticino di Novara. Nota 48 Venne intrapresa innanzitutto la canalizzazione del torrente, con lo scopo di ottenere una forza motrice di circa
3 000 HP. Sui giornali dell’epoca si riporta notizia dell’importante sforzo costruttivo, che vede l’impegno di “milliers d’ouvriers”, Nota 49 tra cui
non possiamo escludere la presenza di prigionieri di guerra, tramandata
6/22 - Particolare dei giunti della condotta forzata di Champdepraz.
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a livello popolare e confermata da quanto sappiamo per situazioni analoghe (impianti della Sip-Breda e impianti dell’Ansaldo), come si è già
avuto modo di precisare altrove. La centrale entrò in servizio il 21 marzo
1920, per poi passare alla Sip il 3 dicembre 1940 (per quanto il riconoscimento ufficiale della titolarità dati solo del 25 febbraio 1942). Sull’impianto furono formulati, negli anni, diversi progetti per uno sfruttamento
più completo degli invasi, tra i quali segnaliamo almeno la costruzione
di una diga che avrebbe potuto raggiungere i 3 500 000 mc di invaso e
di un secondo impianto a monte di quello esistente; nulla fu, di fatto,
realizzato.
6/23 - Interno dell’attuale sala macchine di Champdepraz.
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6/24 - Centrale di Champdepraz, particolare di macchinario.
***
Unica nel suo genere è la vicenda della centrale di Grand-Praz di Issime.
Essa venne infatti costruita, a partire dal 1939 e nei primi anni della
Seconda guerra mondiale, dall’Ilssa-Viola di Pont-Saint-Martin, l’importante industria siderurgica fondata nel 1931 e che proprio nel periodo bellico conobbe il periodo della sua massima espansione con 1 350
addetti. Nota 50
Per un decennio l’Ilssa, per la produzione di energia elettrica, si avvalse dell’acqua del Lys derivata da una roggia utilizzata anche dagli
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abitanti di alcune frazioni rurali per usi domestici ed irrigui; ciò peraltro causava spesso contestazioni tra gli utenti privati e la società.
Con l’aumentare del suo fabbisogno energetico, lo stabilimento mise
mano alla realizzazione dell’impianto di Issime, che fu inaugurato nel novembre 1943. Il 12 agosto dell’anno successivo un nucleo
di partigiani, proveniente probabilmente dal Biellese, danneggiava gli
impianti della centrale, distruggendo il quadro di distribuzione e mettendo sabbia nelle turbine; anche questo episodio s’inserisce nel contesto della lotta resistenziale nella sua fase più acuta, di cui abbiamo
già detto a proposito della centrale di Verrès.
L’Ilssa-Viola era titolare di almeno tre concessioni di derivazione di
acque del Lys; solo il cosiddetto “terzo salto” (quello di Grand-Praz,
appunto) venne sfruttato appieno, mentre gli altri due, Sendren e Zuino,
furono più tardi ceduti alla Sip. L’opera di presa della centrale fu realizzata ad Issime, in località Rickard; il canale in galleria ebbe uno sviluppo di 2 700 metri e il salto fu realizzato di 64 metri, per una potenza
complessiva di 3 000 kW. I macchinari installati erano della Riva, la
turbina, e della Marelli, l’alternatore. La prima linea di distribuzione, a
70 kV, fu abbandonata dopo una abbondante e distruttiva nevicata del
1986, che portò alla sua demolizione.
L’Illsa-Viola mantenne la proprietà della centrale di Issime per oltre
quarant’anni. Nell’estate del 1986, in occasione della dismissione dello stabilimento e dell’acquisto, da parte della Regione, di tutte le proprietà della fabbrica, si presentò il problema della sorte della centrale
e dei suoi addetti, che in quel momento erano nove. I lavoratori furono
posti in cassa integrazione per alcuni mesi, dal dicembre 1986 all’aprile dell’anno successivo, in attesa di trovare una soluzione; nel frat-
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tempo la produzione della centrale fu arrestata. La soluzione venne
individuata nella costituzione, in data 2 gennaio 1987, di una società
cooperativa (la Società cooperativa elettrica Issime, a responsabilità
limitata), formata dal personale stesso dell’impianto, sulla base di una
convenzione stipulata con l’amministrazione regionale. Questa situazione durò una decina di anni, sino al 10 febbraio 1997, allorché fu
formalizzata la cessione dell’impianto a Compagnia Valdostana delle
Acque - Compagnie Valdôtaine des Eaux, che due anni prima aveva
già rilevato gli impianti di Issime, Champagne 2 a Villeneuve e Lillaz
di Cogne e cambiato appunto la sua denominazione da Ilva centrali
6/25 - La centrale di Issime oggi.
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6/26 - Il ponte sul Lys a Zuino, per l’accesso all’opera di presa della centrale di Issime.
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6/27 - Interno dell’attuale sala macchine di Issime.
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elettriche a CVA. Espletate le ultime formalità burocratiche, anche la
cooperativa si sciolse, in data 30 dicembre 1998.
I dipendenti della cooperativa, che si assestarono in quel decennio sul
numero di cinque (tre di loro andarono in pensione in quegli anni e tre
furono le nuove assunzioni), furono in toto responsabili della gestione
dell’impianto e delle sue officine e della distribuzione dell’energia, la
cui produzione venne, per convenzione, interamente ceduta ad Enel. I
lavoratori si occuparono anche dell’assunzione del nuovo personale e
della sua formazione. Nota 51
6/28 - Issime, il trasporto dello statore e dell’alternatore sul ponte sul Lys, opportunamente rinforzato per l’occasione, nel novembre 1997.
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6/29 - Particolare dello statore della centrale di Issime durante i lavori di manutenzione straordinaria nel novembre 1997.
6 Fonti e bibliografia
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Alle origini dell’industria
idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
7
Progetti di sfruttamento
della valle dell’Evançon
e realizzazione delle
centrali di Verrès
e di Isollaz
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Progetti di sfruttamento della valle dell’Evançon e
realizzazione delle centrali di Verrès e di Isollaz
In Val d’Ayas, tra progetti ciclopici,
opposizione delle comunità locali e mancate realizzazioni
Accanto alla valle del Lys, pure la valle di Challand-Ayas, evidentemente, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento attira l’attenzione
dei capitali industriali, in vista dello sfruttamento dell’ampio bacino
idrografico del torrente Evançon, che trae la sua alimentazione dalle
falde glaciali occidentali del gruppo del Monte Rosa. Sono ben diciassette le richieste documentate di concessione di derivazione di acque
dell’Evançon per scopi industriali, presentate all’amministrazione del
Genio civile, tra il 1896 e la Grande Guerra. Incrociando i dati raccolti
dalla dottoressa Roberta Rio nella sua ricerca sui documenti conservati presso l’Archivio di deposito della Regione Valle d’Aosta con altri
dati provenienti da fonti diverse (giornali e delle riviste dell’epoca),
emerge un interesse costante, nell’arco di quel ventennio, per le
risorse idriche di questa vallata, interesse che non si trasformerà però,
a differenza di quanto accaduto in parallelo nella valle del Lys, nella
realizzazione di impianti a catena.
I primi progetti in ordine di tempo riguardano la richiesta di concessioni di acque di modesta portata, analoghi a quelli che un po’ in tutti
i Comuni, nella regione, vengono presentati per lo sfruttamento delle
acque alpine. Altri, invece, tutti del periodo bellico o immediatamente
post-bellico (1917-1919), presentano un maggior interesse sia per le
loro proporzioni sia per l’importanza economica delle aziende proponenti; se fossero andati a buon porto, avrebbero non solo modificato la
fisionomia della valle tramite la realizzazione di ampi bacini a serbato7/1 - Foto di copertina: La centrale di Isollaz.
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7/2 - Veduta paesaggistica della centrale di Isollaz in una cartolina d’epoca.
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7/3 - Centrale e condotta forzata di Verrès.
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io e la scomparsa di vaste porzioni di terreno agricolo e pastorale, ma
anche inciso profondamente sulla vita dei suoi abitanti. Ne illustriamo
alcuni.
A firma dell’ing. A. Mussatto, viene presentato nel 1917 dalla società
Edison un progetto per la realizzazione di un grande bacino di 16 000 000
mc a monte di Champoluc, le cui acque avrebbero azionato i macchinari di una centrale da costruirsi a Vollon. Un secondo lago, della
capacità di 1 250 000 mc, avrebbe sommerso tutta la piana ad occidente di Brusson, per il tramite di uno sbarramento artificiale. Un
canale in galleria al di sotto del Col di Joux avrebbe condotto l’acqua a
Saint-Vincent, per l’alimentazione di una seconda centrale; la restituzione delle acque sarebbe avvenuta alla Dora Baltea tramite il torrente
Perral. La portata d’acqua complessiva era calcolata tra 24,30 e 50
moduli, con una differenza di livello utilizzabile di 876,18 metri e una
potenza compresa tra 28 388 e 58 410 HP. In data 25 maggio 1917 il
medesimo ing. Mussatto presentava un’ulteriore istanza volta a completare il progetto descritto con la realizzazione di un terzo serbatoio,
intermedio fra i due, in territorio di Ayas, e in grado di incrementare
ulteriormente la potenza prodotta, fino ai 74 836 HP.
Anche la società Ansaldo propose in quell’anno la realizzazione di
uno sbarramento, in direzione della morena di Pracharbon ad Ayas,
con l’obiettivo di formare un serbatoio della capacità di 23 500 000
metri cubi. Il lago in questione avrebbe sommerso la piana ai piedi di
Antagnod e diversi villaggi. Una galleria scavata sotto il monte Zerbion avrebbe condotto le acque sino a Saint-Vincent, alla confluenza
tra il torrente del Grand-Valley e la Dora Baltea, là dove sarebbe sorta
la centrale; tutto ciò, per una portata d’acqua media di 41 moduli, una
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7/4 - Pubblicità della ditta Tubi Togni di Brescia, fornitrice delle condotte forzate nel 1927.
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caduta di 1 052 metri e una potenza complessiva di 57 509 HP.
Un ulteriore progetto, presentato sempre nel 1917 dall’ing. Pariani,
prevedeva anch’esso l’opera di presa a valle del villaggio di Corbet e
un serbatoio di 20 000 000 mc, con una portata media di 29,31 moduli,
un salto di 805 metri e una potenza di 31 459 HP. La differenza
sostanziale rispetto ai progetti già illustrati consisteva nel fatto che
l’acqua sarebbe stata restituita all’alveo dell’Evançon stesso, all’altezza di Challant-Saint-Victor.
L’ultimo progetto, cronologicamente parlando, è quello presentato
dalla Fiat il 27 dicembre 1918, per la realizzazione di un serbatoio di
7/5 - L’opera di presa della centrale di Verrès a Isollaz.
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realizzazione delle centrali di Verrès e di Isollaz
13 000 000 mc. Una prima centrale sarebbe sorta a Champoluc, con
una derivazione di 22,70 moduli di portata, per una potenza di 1301
HP. Un canale avrebbe condotto l’acqua ad una seconda centrale nei
pressi di Corbet, con 28,15 moduli di portata, un salto di 46,60 metri
e una potenza di 1 749 HP. Una terza derivazione, di 34,27 moduli,
sarebbe scesa infine verso Saint-Vincent, dove un primo salto di 861
metri avrebbe prodotto 39 342 HP di energia e un secondo, più piccolo, di 184,50 metri, una forza di 8 430 HP. Il progetto, assai complesso
ed articolato, avrebbe comportato una potenza media di 50 822 HP e
ricondotto le acque nella Dora Baltea.
Al di là delle diverse soluzioni prospettate e dei vari percorsi ipotizzati per le canalizzazioni, tutti questi progetti suscitarono l’opposizione
degli abitanti della vallata, i quali temevano più di ogni altra cosa la
sottrazione dell’acqua dell’Evançon dal suo alveo naturale e i danni
conseguenti per le zone che, secondo loro, private di acqua, sarebbero state esposte ai capricci del clima, mentre le piane e gli alpeggi
più produttivi dell’alta valle sarebbero scomparsi, sommersi da grandi
laghi artificiali. Le diverse amministrazioni comunali, informate delle
richieste di concessione formulate dalle varie società descritte, avanzarono immediatamente le loro riserve al Genio civile tramite istanze
di opposizione, chiedendo in particolare che nessuna concessione
potesse essere autorizzata prima che fosse emesso un giudizio sui loro
diritti di proprietà e uso legittimo delle acque in questione. Esse ‒
dichiararono ‒ non intendevano bloccare a priori lo sfruttamento delle forze idrauliche dell’Evançon, ma innanzitutto tutelare gli interessi
dell’agricoltura e delle popolazioni locali, prima di quelli degli industriali. Sulla stampa, si fece interprete del malcontento dei suoi conter-
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ranei il can. Joseph Lale-Démoz di cui citiamo un passo tratto dal suo
fondamentale contributo Projets de dérivation des eaux de l’Evançon,
pubblicato in un numero della rivista “Augusta Prætoria” del 1919. Al
di là dei toni fortemente polemici, si può leggere sincera preoccupazione per gli eventuali cambiamenti economici e sociali di cui non si
riesce ad intravede la portata che in termini negativi:
7/6 - Stabilimento Riva Calzoni di Milano nel 1924, reparto turbine idrauliche.
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« Notre vallée est en train d’être inféodée aux électrotechniciens. Si tous
les projets échafaudés par les ingénieurs vont être mis en œuvre, d’ici à
quelque temps nous verrons nos cours d’eau à sec et nous aurons la joie de
regarder les paysages accoutumés à travers un grillage de fils électriques.
Pourtant, il y a longtemps que nous habitons le pays d’Aoste, et nous
n’avons aucune envie de déguerpir. Faudra-t-il que nous assistons, les bras
croisés, à cette mainmise sur notre légitime patrimoine hydraulique et que
nous nous résignions à changer de pénates pour ne point incommoder les
spéculateurs ? Il faudrait parfois se souvenir que nous sommes chez nous
et que les devoirs de l’hospitalité n’arrivent pas au point de remettre aux
hôtes les clefs de la maison ». Nota 52
Di fatto, bisogna constatare che nessuno dei numerosi progetti avanzati in questi anni da aziende diverse andò a buon fine, nel caso della
Valle di Ayas. Prima di poter parlare di un impianto di una certa importanza che sfrutti le acque dell’Evançon dobbiamo aspettare la seconda
metà degli anni Venti del Novecento e la costruzione della centrale di
Isollaz.
Forse non aveva del tutto torto il giornalista Jules Brocherel quando
nel 1921 scriveva che tutti questi progetti, precedentemente illustrati ‒
e gli altri a cui non si è fatto cenno ‒ rispetto alle caratteristiche della
vallata presentavano delle problematiche di natura tecnica insormontabili, per l’epoca. Impossibile, per le caratteristiche idrogeologiche
delle conche di Champoluc, Antagnod, Pracharbon e Vollon, prevedere degli ancoraggi sicuri per la costruzione degli sbarramenti, in ragione dei terreni morenici e permeabili che le compongono. In questo, la
situazione della Valle d’Ayas risultava completamente diversa rispetto
a quella della Valle di Gressoney. L’unica soluzione possibile sarebbe
stata lo sfruttamento della parte bassa della vallata. Si tratta esatta-
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mente di ciò che succederà, alcuni anni dopo, allorché il gruppo Sip,
ormai consolidato ed in piena espansione industriale, metterà mano
alla costruzione del suo impianto di Challand-Saint-Victor:
« Si ce n’est au débouché de la vallée, en dessous de Challand-Saint-Anselme,
où la déclivité du torrent est la plus forte, nous ne voyons pas la possibilité de trouver ailleurs des chutes économiquement aménageables, car
le profil parabolique du torrent n’offre aucune rupture sensibile, jusqu’à
Saint-Jacques d’Ayas. Pour utiliser la portée de l’Evançon, il faudrait une
chute de quelques centaines de mètres, que l’on ne pourrait obtenir qu’en
allongeant excessivement le canal de dérivation. La puissance qui en
résulterait suffirait-elle à balancer les frais de construction ? ». Nota 53
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Progetti di sfruttamento della valle dell’Evançon e
realizzazione delle centrali di Verrès e di Isollaz
La centrale di Verrès
del cotonificio Brambilla
Le vicende della centrale idroelettrica di Verrès sono strettamente
legate alla storia della più importante fabbrica della Bassa Valle, ossia
la Filatura Brambilla, che nei momenti d’oro della sua produzione,
nel corso del XX secolo, diede lavoro contemporaneamente a più di
milleduecento persone. Il cotonificio Brambilla rappresentò fino alla
metà degli anni Settanta un punto di riferimento fondamentale nel
panorama economico-sociale della Bassa Valle, per la forte richiesta
di forza lavoro che la sua presenza stimolò sul territorio, e che fu tale
da avviare un significato fenomeno di immigrazione, in particolare dal
Monferrato, dal Bresciano, dal Bergamasco e dal Veneto.
Nell’articolazione e nella complessità delle vicende della prima fase,
quella fondativa, si può leggere una pagina interessante sui primordi
industriali della Bassa Valle, per quanto riguarda in particolare la lotta concorrenziale che lo caratterizza. In particolare si può facilmente
capire come l’acquisizione delle concessioni di derivazione delle acque
‒ in questo caso quelle dell’Evançon ‒ abbia costituito la conditio sine
qua non per l’avvio di qualunque progetto imprenditoriale.
Le prime concessioni dal torrente Evançon nel territorio di Brusson e
dei due Comuni di Challand erano state autorizzate a partire dagli anni
1899-1903, in favore in primo luogo della Société des mines d’or de
l’Evançon di Paul Perret con sede a Ginevra, e poi della The Evançon
Gold Mining Company Limited di Londra, in vista della produzione di
energia idroelettrica da impiegare nelle attività estrattive, di trasporto
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7/7 - La centrale di Verrès.
e di lavorazione dei metalli delle miniere di Challand-Saint-Anselme
e di Brusson. In particolare, fin dal 5 luglio 1903 era stata autorizzata,
con decreto del prefetto di Torino, la costruzione di una centrale (poi
realizzata nel 1906) in località Pont-de-l’Ila (più tardi italianizzata in
Ponte Lila) a Challand-Saint-Anselme, sulla riva destra dell’Evançon,
con opera di presa alla confluenza del torrente di Graines, con una
potenza di 1 250 HP.
A sua volta, l’industriale Luigi Cravetto, personaggio noto nel panorama industriale della Bassa Valle, proprietario degli stabilimenti siti
a Donnas e a Vert, in data 19 ottobre 1905 presentava un’ulteriore
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richiesta di derivazione di acqua di 15 moduli nel territorio di Challand-Saint-Victor. Il progetto, redatto dall’ing. Antonio Dal Pra, prevedeva la derivazione della presa sulla sponda destra del torrente,
mediante la costruzione di una diga stabile, un salto previsto di 148
metri e una potenza di 3 000 HP. Già prima di ottenere la concessione,
però, Cravetto cedeva la propria domanda alla Società del cotonificio
Domenico Staurenghi di Monza, con atto del 7 luglio 1906. Negli stessi giorni, il direttore dello stabilimento monzese scriveva al sindaco di
7/8 - Verrès, particolare del manometro della pressione della condotta forzata.
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Verrès, cav. Giuseppe Agosti, per informarlo dell’intenzione di insediare un opificio nella zona a seguito dell’acquisizione della suddetta
concessione e anche di quella relativa all’impianto di Ponte Lila, concessioni rilevate grazie all’interessamento dell’on. François Farinet.
La società richiedeva al Comune la sua collaborazione per l’acquisto
dei terreni necessari alla costruzione dello stabilimento.
Un problema di concorrenza emergeva però quasi subito. In alternativa
alla domanda di Cravetto, infatti, negli stessi mesi era stata avanzata
una richiesta, assai più articolata, da parte dell’ing. Vincenzo Soldati,
volta all’acquisizione, nella zona di Isollaz, di una derivazione d’acqua di proporzioni maggiori, per una potenza complessiva di circa
6 000 HP, da destinare all’industria elettro-metallurgica. La restituzione delle acque sarebbe avvenuta nella piana di Verrès, nei pressi della
stazione ferroviaria. Fu proprio questo dettaglio del progetto a impedirne la realizzazione. Grazie all’interessamento, ancora una volta, del
deputato Farinet, il progetto di Soldati venne bloccato: il Comune di
Verrès richiese la tutela dei suoi diritti in materia di usi irrigui ed il
prefetto di Torino gli diede ragione, favorendo così il progetto del
cotonificio Staurenghi.
Ma già nell’anno successivo, all’inizio del 1907, a Monza si rinunciava all’impianto di uno stabilimento industriale a Verrès, per dissidi
interni al consiglio di amministrazione della società. È a questo punto
che emerge sulla scena il Cotonificio Valle d’Aosta, che rileva il progetto e acquista, tra la primavera del 1908 e l’autunno del 1909, tutti i
terreni su cui sorgerà poi di fatto la fabbrica. È importante, en passant,
sottolineare come la scelta di insediare il cotonificio a Verrès fu dettata
non dall’eventuale presenza di manodopera sul posto, bensì unicamen-
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te dalla possibilità di disporre in loco di energia elettrica, grazie alla
disponibilità della produzione già avviata nell’impianto di Ponte Lila.
I lavori di costruzione del complesso industriale furono affidati alla
società edile Costruzioni Angelo Brambilla di Milano, assai nota in
quell’epoca in tutta Italia per la gran quantità e l’importanza delle opere realizzate: dalla stazione di Porta Nuova di Torino alla sede centrale della Banca d’Italia in Milano, ai cantieri navali di Taranto, ecc. A
seguito del fallimento del Cotonificio Valle d’Aosta, avvenuto già nel
1911, fu proprio l’impresa edile Brambilla a rilevare i suoi beni
immobili, diventando unica proprietaria del cotonificio (lo stabilimento
7/9 - Centrale di Verrès, particolare di macchinario.
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della filatura con i suoi annessi e connessi e l’impianto idroelettrico
già esistente e funzionante). D’altro canto, la Brambilla, dalla ditta
Staurenghi di Monza acquistò anche la concessione, datata 26 gennaio
1908, per derivare dall’Evançon 15 moduli di acqua sulla sponda destra,
con un salto di 148 metri e una potenza di 3 000 HP, concessione che
prevedeva già la realizzazione di un secondo impianto ubicato a Verrès:
un progetto a cui peraltro non si era potuto metter mano, a causa del
fallimento societario.
La rimessa in funzione del cotonificio a pieno regime, con diverse
centinaia di dipendenti, richiese a priori un riassetto e un ampliamento
degli impianti idroelettrici.
Quando la Brambilla nel 1913 rilevò l’attività industriale, la centrale
di Ponte Lila era composta da tre turbine Pelton della Escher Wyss di
Zurigo, tre generatori trifasici a 1 900 Volt della Oerlikon e tre eccitatrici a corrente continua. La Brambilla inoltrò alla prefettura di Torino
la richiesta di modifica della concessione del 1908, chiedendo di
potenziare ulteriormente questa centrale, fino a 5 700 HP, derivando
33 moduli d’acqua; la richiesta fu però respinta. Ecco allora la decisione di avviare i lavori di costruzione del nuovo impianto di Verrès
con la centrale ubicata al fondo di via Artifizi, presa a Isollaz, vasca di
carico a Champeille e doppia condotta forzata. Nota 54
Nel progetto industriale complessivo entrarono anche la Società strade ferrate meridionali (denominata anche Bastogi) e alcune banche. Il
programma iniziale prevedeva la rimessa in funzione del cotonificio
entro l’estate del 1913, con un aumento progressivo della sua capacità
produttiva, e il compimento, entro l’ottobre del medesimo anno, della
nuova centrale, quella di Verrès appunto, dotata di una potenzialità di
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7/10 - La centrale di Verrès oggi.
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2 500 kW. Il gruppo finanziario così costituito offrì alla Società di elettricità Alta Italia (EAI) l’intera produzione eccedente i bisogni produttivi, al prezzo stracciato di 105 lire per kW /anno, a partire dal 1913.
In realtà, per alcuni ritardi nei lavori, la centrale ‒ inizialmente dotata
di tre turbine da 1 500 kW e tre alternatori ‒ entrò in funzione solo nel
1914 e la fornitura all’Eai iniziò il 29 maggio 1914 con un certo ritardo rispetto agli accordi contrattuali intercorsi. La mancata consegna in
tempo utile costò alla società fornitrice una penale di 73 000 lire e la
corresponsione gratuita di 500 kW per cinque mesi. Nota 55
Successivamente, nel 1932, vennero eseguiti dei lavori di ampliamento della centrale di Verrès per il potenziamento dell’impianto: alle tre
turbine preesistenti furono applicate tre dinamo e venne montata una
turbina San Giorgio da 4 000 kW con due dinamo, utilizzata per la
produzione di corrente continua. La turbina San Giorgio fu collegata
ad una condotta di acqua indipendente, affiancata alla preesistente dalla vasca di Isollaz alla centrale. L’ampliamento della centrale permise
di sfruttare appieno le potenzialità del salto disponibile, elevando la
produzione a 9 000 kW, ridotti della metà nei mesi invernali. A seguito
dell’ampliamento dell’impianto, e in ragione dell’eccedenza di energia
prodotta, fu decisa dalla Brambilla la costruzione di un impianto per
la produzione industriale di concimi chimici per l’agricoltura. La nuova fabbrica, che sarebbe stata chiamata popolarmente “La Chimica”,
fu costruita in regione Glair, nei pressi della confluenza dell’Evançon
nella Dora. La fase lavorativa si avviò nel 1934 e ben presto l’industria
chimica di Brambilla si posizionò, sul mercato della produzione del
solfato ammonico, accanto ai leaders del settore. In quell’occasione
la Brambilla ottenne in concessione le miniere di pirite cuprifera di
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7/11 - Interno dell’attuale sala macchine di Verrès.
Hérin in Comune di Champdepraz, di Chuc e Servette a Saint-Marcel,
di Alagna e di Riva Valdobbia in Valsesia.
La centrale di Verrès, durante la seconda guerra mondiale, nei mesi
della lotta resistenziale, fu oggetto ‒ così come altri impianti della
Valle d’Aosta ‒ di un pesante atto di sabotaggio da parte di formazioni
partigiane del posto. La notte tra il 6 e il 7 marzo 1944, alcune cariche
esplosive furono fatte brillare tra due ancoraggi della condotta forzata,
all’altezza dell’abitato di Chavascon: l’acqua si riversò a valle, rovesciandosi sulla centrale ed inondandola; trascinando con sé pietrame
e detriti, mise fuori servizio i macchinari e demolì una parte dell’edi-
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ficio. Nei mesi durante i quali la centrale rimase chiusa per le riparazioni, l’energia elettrica per le attività industriali fu fornita dalla Sip
e in parte, di nuovo, dalla centrale di Ponte Lila, rimessa in funzione
durante il conflitto, dalla fine di aprile del 1942, per aumentare la produzione di energia in periodo bellico. Nota 56
Il sabotaggio agli impianti idroelettrici e soprattutto ai tralicci delle
linee elettriche faceva parte di un preciso piano di azione messo in
atto nei primi mesi della lotta partigiana (primavera del 1944), in cui
si mise in luce in particolare il gruppo di Fénis, capeggiato da Emile
Lexert. Obiettivo delle azioni di sabotaggio era quello di provocare
l’interruzione, almeno parziale, della lavorazione nei diversi stabili-
7/12 - Scorcio della condotta forzata della centrale di Verrès.
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menti industriali della Valle e di colpire direttamente al cuore le varie
strutture produttive, di rilevanza bellica, che in quei mesi erano nelle
mani degli occupanti tedeschi e dei fascisti. Si trattava anche di favorire gli scioperi e le agitazioni interne agli stabilimenti, al cui interno
si stavano organizzando i primi comitati di resistenza. I mesi successivi (estate del 1944) videro progressivamente un abbandono degli atti
commessi contro gli impianti idroelettrici ed un intensificarsi dell’attività ai danni delle vie di comunicazione (strada statale e ferrovia),
tendente ad ostacolare sia il trasporto della produzione bellica della
Cogne sia i movimenti delle truppe nazifasciste. Nota 57
Sino ai primi anni Settanta del XX secolo la centrale fu di proprietà
della Brambilla. Non appartenne mai ad Enel. Nel 1989, insieme con
gli impianti di Issime, Champagne 2 a Villeneuve e Lillaz di Cogne,
entrò nel gruppo di Ilva centrali elettriche, la società nata per gestire
il patrimonio idroelettrico della Cogne Acciai speciali. Nel 1995 le
centrali di Champagne 2, Lillaz e Verrès, a seguito di lunga e articolata trattativa con l’amministrazione regionale, passavano alla Regione
autonoma Valle d’Aosta e la denominazione di Ilva veniva modificata
in “Compagnia Valdostana delle Acque - Compagnie Valdôtaine des
Eaux”, con sede ad Aosta. Nel frattempo, nel gruppo, era stata acquisita anche la centrale di Issime, nel 1997. In questi anni, che preludono
all’acquisizione delle centrali Enel del territorio valdostano da parte
della Regione e alla nascita, nel 2001, di Compagnia Valdostana delle
Acque ‒ Compagnie Valdôtaine des Eaux SpA con sede a Châtillon,
l’impianto di Verrès viene potenziato con la sostituzione della condotta forzata e l’installazione del quinto gruppo, al fine di raggiungere
una potenza totale installata pari a 12 300 kW.
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La centrale di Isollaz della Sip
La principale iniziativa idroelettrica che riguarda la Valle d’Ayas è
l’impianto di Isollaz a Challand-Saint-Victor, costruito tra il 1926 e il
1928 dalla Società idroelettrica Piemonte, tramite la costituzione della
società denominata Società idroelettrica dell’Evançon (Side). La realizzazione di questa centrale rientra nei piani di ampliamento della Sip
avviati negli anni Venti del Novecento, dopo la prima fase di consolidamento aziendale. Nota 58
L’impianto di Isollaz entra in funzione nel novembre del 1928 ed è
destinato all’utilizzo di tutta l’energia disponibile delle acque dell’Evançon
e dei torrenti Lavasey e Graine, rispetto ad un bacino imbrifero complessivo di 176,76 kmq.
Nella piana di Brusson viene realizzato un bacino della capacità di
200 000 mc, mediante lo sbarramento del torrente. Dall’opera di presa
si derivano 8 mc / sec di acqua. Il trasporto avviene tramite un canale
lungo più di 7 chilometri ‒ le cui estremità corrono a cielo aperto e il
tratto centrale in galleria, sulla riva destra della vallata ‒ sino alla
vasca di carico situata sopra Isollaz, a 1 270 m di quota, da cui partono
le due tubazioni della condotta forzata. La centrale utilizza un salto di
598, 42 metri e possiede due gruppi capaci di sviluppare una potenza
di 24 000 HP ciascuno. Tutti i macchinari, compresi i trasformatori da
20 500 kVA, previsti per un rapporto 6600 / 135 000 V, sono forniti
dalla Breda.
Il cantiere di costruzione dell’impianto, gestito dalla Direzione costru-
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7/13 - La centrale di Isollaz in costruzione negli anni Venti.
zioni idrauliche del gruppo Sip, è allestito ad Arcésaz di Brusson, dove
sono montati i magazzini, le officine e uno stabilimento per la produzione di ossigeno liquido.
La progettazione della centrale e delle palazzine per il personale è invece opera dell’architetto Giovanni Muzio di Milano (1893-1982), Nota 59
esponente di rilievo della corrente cosiddetta “tradizionalista” e “classicista” degli anni Venti e Trenta. In Valle d’Aosta, Muzio aveva già
progettato negli anni immediatamente precedenti la centrale di Maën,
realizzata tra il 1924 e il 1928, e quella di Covalou, nel 1925-1926.
Sempre negli anni Venti lavorerà ancora alla stazione di pompaggio di
Promeron, alla diga di Cignana e alla centrale di Perrères (1926-1928),
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7/14 - Lo sbarramento del bacino di Brusson in fase di costruzione.
mentre negli anni Cinquanta realizzerà la centrale di Avise, nel 1952,
e quella di Quart, nel 1955. In tutti questi edifici Muzio riuscì a coniugare forma e spazi con il rispetto della funzione produttiva, tramite il
ricorso a geometrie chiare ed essenziali. Ciò è evidente soprattutto
negli interni, nella corrispondenza tra struttura architettonica e impianti elettrici: strutture, aperture, basamenti, macchine e “infrastrutture”
elettriche compongono un insieme organico e coordinato.
Due parole, infine, sulla nuova linea di trasmissione dell’energia a 135
kV, che si diparte da Isollaz. Nel primo tratto, essa costeggia la strada
di accesso alla centrale descrivendo un’ampia curva per la necessità
di passare tra i gruppi di case del posto; successivamente scende
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7/15 - Lo sbarramento del bacino di Brusson a fine lavori, sotto la neve.
rapidamente verso l’Evançon, portandosi sulla sponda sinistra con una
campata di 400 metri. La linea continua a scendere rapidamente fino
al castello di Verrès e poi raggiunge la linea Covalou-Torino nei pressi
della stazione del paese, dove è in costruzione nel 1929, un’apposita
cabina di sezionamento. Benché il percorso della linea di Isollaz sia
relativamente breve (ventun tralicci in 4 chilometri circa) esso presenta diverse difficoltà di esecuzione: a livello topografico, nel tracciato,
per la natura alquanto accidentata del terreno, e per la sua realizzazione, per la mancanza di vie di accesso e per la necessità di trasportare
a spalle d’uomo tutti i materiali necessari (acqua, cemento e sabbie).
Un’ulteriore difficoltà è data dalla presenza della linea telegrafica di
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7/16 - Realizzazione di un piano inclinato per la costruzione del canale derivatore dell’impianto di Isollaz.
Stato da cui è necessario allontanarsi il più possibile per evitare pericoli dovuti all’induzione reciproca.
L’inaugurazione di questa nuova linea avviene nel maggio del 1930
ed è resa nota da una breve cronaca pubblicata sul numero di agosto
di quell’anno di “Sincronizzando..”, il mensile della Sip. L’evento
è festeggiato con un pranzo offerto a tutti gli operai e agli impiegati
presso l’albergo dell’Aquila di Brusson, pranzo che ha luogo dopo una
visita alla centrale e allo sbarramento, alla presenza di tutti i principali
dirigenti del gruppo.
Molto più avanti negli anni, e precisamente alla fine del 1951, è un altro
progresso che viene segnalato per la vallata, nell’ambito delle iniziati-
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7/17 - La vasca di carico della centrale di Isollaz.
ve promosse dalla Sip, ossia l’allacciamento, alla preesistente linea in
funzione sul resto del territorio, della linea 9 kV che da Brusson sale
finalmente fino all’estremità della vallata, in quel di Champoluc. La
produzione Sip viene a sostituirsi dunque a quella di alcune centraline
locali che hanno fornito energia fino a quel momento anche a località
turistiche di una certa importanza quali i villaggi alti di Antagnod.
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7/18 - Interno dell’attuale sala macchine di Isollaz.
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7/19 - L’attuale sala trasformatori di Isollaz.
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7/20 - Veduta d’insieme della centrale di Isollaz con la condotta forzata.
7 Fonti e bibliografia
STORIE
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1
Alle origini dell’industria
idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
8
Gli anni d’oro
della Società idroelettrica
Piemonte (Sip)
Indice

STORIE
Alle origini dell’industria idroelettrica nella Bassa Valle d’Aosta
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Gli anni d’oro della
Società idroelettrica Piemonte (Sip)
Nascita e sviluppo
della Società idroelettrica Piemonte (Sip)
La Società idroelettrica Piemonte nasce a Torino il 19 aprile 1918, in
occasione di un’assemblea straordinaria della Società elettrochimica
Pont-Saint-Martin; il trasferimento della sede da Milano a Torino e il
cambiamento della denominazione sociale non rappresentano che l’atto
finale di un processo inevitabile, in qualche maniera atteso.
Si è già descritto ampiamente, nel capitolo dedicato alle vicende della
Società elettrochimica Pont-Saint-Martin, come quest’ultima avesse,
nel corso degli anni, modificato sostanzialmente la sua struttura
societaria ed amministrativa. L’istituzione della Sip è il risultato della
tendenza accentratrice che si viene chiaramente delineando durante
il periodo bellico, a livello nazionale. L’azienda darà immediatamente avvio ad un programma espansionistico senza precedenti, volto al
conseguimento del monopolio regionale nell’ambito della produzione
e della distribuzione di energia elettrica; sotto il suo controllo sarà a
poco a poco ridotta tutta l’area industrializzata del Piemonte, da Vercelli ad Asti, dalla Valle di Susa alla Valle Mosso, alla Valle d’Aosta.
Non solo essa incorpora subito, per fusione, la Società idroelettrica
Valle d’Aosta (Siva), proprietaria del “modernissimo” impianto di
Montjovet e del costruendo impianto di Quincinetto; ma tramite un
sistema di partecipazioni incrociate assume anche il controllo della
Società di elettricità Alta Italia (Eai). La produzione ‒ con il controllo
sugli impianti e l’acquisizione di nuove concessioni ‒ e la distribuzione
‒ con l’eliminazione dei duplicati delle linee ‒ vengono a concentrarsi
8/1 - Foto di copertina: Gruppo idroelettrico della centrale di Hône 1.
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nelle mani dello stesso gruppo, dominato da industriali biellesi e
finanziato prevalentemente dalla Banca commerciale italiana.
Dal 1919, poi, ulteriori impegni finanziari sono assunti, come si è già
ricordato, con la fondazione della Società idroelettrica piemontese
lombarda Ernesto Breda e con l’alleanza con la Società lombarda per
la distribuzione di energia elettrica; e soprattutto con l’acquisizione di
pacchetti azionari delle maggiori società idroelettriche del Piemonte,
in maniera da assicurarsi il diritto di prelazione nell’acquisto di energia. Nel gruppo Sip entrano, una dopo l’altra, la Società piemontese di elettricità, la Società Piemonte centrale di elettricità, la Società
idroelettrica Monviso, l’Elettrica industriale albese, la Società forze
idrauliche del Chisone e quella del Moncenisio. La maggior parte dello sviluppo della Sip nella fase del suo decollo, insomma, deriva
da accordi industriali e felici combinazioni finanziarie e non è quindi principalmente frutto di investimenti diretti per la realizzazione di
nuovi impianti, fatta eccezione per quello di Quincinetto, entrato in
funzione nel 1919 e risistemato e ultimato dall’impresa Filippa nel
corso del 1924. Nota 60
Per tutto il primo quadriennio (1918-1922) e per certi versi sino al
1933, il nome e la fortuna del Gruppo sono legati ad alcune figure di
spicco, quali Dante Ferraris, Gian Giacomo Ponti, Giuseppe Besozzi,
personalità di rilievo nel mondo imprenditoriale subalpino e di chiara
fede nazionalistica, Nota 61 le quali privilegiano come strumenti dello sviluppo industriale l’aumento del capitale sociale tramite crediti
bancari e la concentrazione aziendale con il controllo sulle aziende
proprietarie delle principali centrali. In breve, per effetto di successive
fusioni e di oculate alleanze, nelle mani della Sip e delle sue consociate
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si vengono a concentrare tutte le principali iniziative locali dell’area
alpina nord-occidentale. Nell’arco di un quindicennio la Sip passa così
dai 30 milioni di kW prodotti nel 1907 ai 350 del 1922; la potenza
installata nelle sue centrali nel 1919 è di 47 000 kW, di 110 000 nel 1922.
Una fase di marcata espansione anche progettuale, con la promozione
di nuove società e la realizzazione di nuovi impianti, è quella che
caratterizza invece la seconda metà degli anni Venti, allorché il Gruppo metterà mano, per esempio, alla costituzione della Società idroelettrica dell’Isarco in Alto Adige, finalizzata alla costruzione dell’importante impianto di Cardano, il quale diventerà uno dei pilastri della sua
produzione; o ancora, in Valle d’Aosta, alla costituzione della Società
idroelettrica dell’Evançon, per la realizzazione del nuovo impianto
di Isollaz, di cui si parlerà diffusamente nel prossimo capitolo. Successivamente, sarà lo sfruttamento integrale del bacino del torrente
Marmore in Valtournenche tramite la Società idroelettrica Marmore a
rappresentare il principale impegno progettuale dell’azienda, la quale,
dopo aver realizzato la diga di Cignana e l’impianto di Maën, procederà alla realizzazione degli invasi di Perrères e Goillet e agli impianti
di Covalou e Châtillon. Dopo aver consolidato l’attività elettrica, la
Sip passerà presto ad interessarsi anche del settore radiofonico e poi
di quello telefonico, diventando presto uno dei più importanti gruppi
industriali italiani. In occasione del riassetto telefonico nazionale, nel
1925 una controllata della Sip, la Stipel, ottiene la concessione del servizio telefonico per le regioni Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia.
Da quel momento la crescita è rapida: tra il 1926 e il 1928 il gruppo
acquisisce anche il controllo di altre due società concessionarie, Timo
e Telve, che operano nell’Italia del Nord-Est e del Centro.
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A seguito della grave crisi seguita al tracollo del 1929, nel 1933 il Gruppo è salvato dall’intervento pubblico attraverso l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), che ne diventa il principale azionista. Inizia
così, per l’azienda, una nuova fase, durata sino al 1945, rappresentata
in particolare dal suo principale esponente, l’ing. Giancarlo Vallari, e
ben documentata, per esempio, dalla pubblicazione, nel 1938, in
occasione della visita di Mussolini a Torino, del volume celebrativo
del quarantennale di attività, che illustra le principali realizzazioni dell’azienda e la sua crescita economica negli anni del regime fascista. Nota 62
Nel dopoguerra, la società riprenderà i suoi ritmi e il suo assetto ordinario, impegnata ormai in attività elettriche, telefoniche ed editoriali
di rilievo nazionale. La storia del Gruppo cessa nel 1964, anno in cui
giunge a compimento il processo di nazionalizzazione dell’industria
elettrica, con la nascita dell’Enel, e di quella telefonica, con la costituzione della nuova Sip, la Società italiana per l’esercizio telefonico.
***
Per completezza di informazione, avendo in questo paragrafo accennato alla nascita della vecchia centrale di Quincinetto, forniamo alcuni
dati anche in merito all’impianto di Quincinetto 2 – realizzato da Enel
negli anni 1988-1989 – il quale ha sotteso due impianti preesistenti:
quello di Carema, già da tempo fuori servizio, e quello di Quincinetto
appunto, rimasto in esercizio sino all’entrata in funzione di Quincinetto 2, e più tardi ceduto a terzi e da questi riutilizzato.
L’impianto di Quincinetto 2 è unico, tra quelli del gruppo, a sorgere
in parte in territorio valdostano e in parte in quello piemontese. Esso,
provvisto di due gruppi Kaplan, utilizza le acque dell’intero bacino
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idrografico della Dora Baltea, pari a 3 263 kmq.
La centrale è stata realizzata proprio di fronte a quella già esistente, in
Comune di Quincinetto, ed è incassata nel pendio della montagna, dal
quale emergono solo l’imboccatura della caverna della vasca di carico
e la vetrata della sala macchine, ben visibili da parte di chi percorre
l’autostrada Aosta-Torino.
I due salti preesistenti, di 13 e 9 metri, sono stati ottimizzati tramite la
realizzazione di un unico salto di 23,80 metri; la portata dell’acqua è
stata aumentata da poco più di 30 mc / sec a 110 mc / sec; la potenza
è passata da circa 8 MW a 22 MW, la producibilità da 40 a 100 GWh
all’anno.
L’opera di presa, che sorge nel Comune di Pont-Saint-Martin, è stata
costruita là dove esisteva quella della vecchia centrale di Carema ed è
costituita da quattro paratoie che sbarrano il corso della Dora e la cui
regolazione è automatica, per mantenere la quota d’invaso costante a
305,10 metri slm. L’acqua derivata dall’invaso, attraverso una galleria
di derivazione della lunghezza di 2,30 km, giunge alla vasca di carico,
dalla quale arriva tramite due grandi condotte forzate ad attivare le turbine idrauliche della sala macchine in caverna.
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8/2 - Immagini dell’arrivo del trasformatore nell’impianto di Quincinetto 1, nel 1924.
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8/3 - Centrale di Quincinetto 1, opera di presa.
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8/4 - Centrale di Quincinetto 1, sfioratore alla vasca di carico.
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8/5 - Centrale di Quincinetto 1, sala macchine.
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8/6 - Centrale di Quincinetto 1, canale adduttore.
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8/7 - Veduta odierna della centrale di Quincinetto 2.
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8/8 - Interno dell’attuale sala macchine della centrale di Quincinetto 2.
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Le principali attività della Sip in Valle d’Aosta:
“Sincronizzando…” (1922-1930) ed “Elettrosip” (1948-1958)
Anche in Valle d’Aosta, come nel resto dell’Italia nord-occidentale,
la Sip procede nella prima fase all’acquisizione e al controllo della
maggior parte delle centrali già esistenti, in particolare quelle di PontSaint-Martin, Gressoney-La-Trinité, Bard, Carema, Montjovet e Quincinetto; solo successivamente mette mano alla progettazione di nuovi
impianti. A partire dal 1922, la sua presenza in Valle d’Aosta è dettagliatamente documentata dagli articoli pubblicati sulla rivista “Sincronizzando…”, Nota 63 il mensile aziendale che costituisce una fonte
documentaria di prim’ordine, per certi versi unica nel suo genere, sulle
attività del gruppo. Nuove realizzazioni e ricostruzioni, aspetti tecnici
e attività dopolavoristica, tutto è registrato e descritto con rigore scientifico nelle pagine del giornale; nulla è trascurato, dai grandi progetti
costruttivi alla cronaca delle gite aziendali. L’abbondanza dei particolari che si rinviene nei testi facilita notevolmente il lavoro di ricostruzione storica.
Il fattore caratterizzante l’attività della Sip in quegli anni è un continuo intervento di ammodernamento ed aggiornamento sugli impianti
valdostani acquisiti.
Innanzitutto, sono le linee di trasmissione a impegnare sforzi ed energie. Dalle cronache aziendali veniamo a sapere, per esempio, che la
nuova linea elettrica Pont-Saint-Martin ‒ Torino è in funzione fin dal 10
ottobre 1921. Nota 64 Negli anni immediatamente successivi, le arterie
Sip saranno in grado di convogliare energia anche alla Lombardia per
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mezzo delle linee che fanno capo a Sesto San Giovanni, dove altri collegamenti importanti consentiranno di alimentare numerose altre reti
locali. Il progetto complessivo, destinato ad essere ultimato nel corso
di qualche anno, prevede la standardizzazione delle tensioni nella rete
Sip e il progressivo passaggio a tensione più elevata delle linee che col
tempo sono diventate più importanti.
In questa nuova sistemazione, un ruolo di primo piano riveste la
cabina trasformatrice di Pont-Saint-Martin, destinata, dal 1927, a diventare il centro di raccolta e smistamento di tutta l’energia prodotta
in Valle d’Aosta; su di essa infatti converge anche l’energia prodotta
dalle centrali Ansaldo dell’Alta Valle. Per quanto riguarda la Bassa
Valle d’Aosta e il Canavese e il Biellese, nella seconda metà degli anni
Venti si procede alla soppressione della linea Carema-Biella a 15 kV;
all’innalzamento della Quincinetto-Biella da 40 a 75 kV e al suo prolungamento sino a Pont-Saint-Martin; all’innalzamento della Viverone-Biella da 40 a 75 kV. In questo modo tutta l’energia prodotta a 40
kV che, tramite la linea Quincinetto-Viverone-Torino, veniva sino a
quel momento trasformata a Torino, fa tutta quanta capo a Pont-SaintMartin, dove viene trasformata a 75 kV per essere poi trasferita sulle
linee del Piemonte e della Lombardia.
Per quanto riguarda invece gli interventi più significativi agli impianti, segnaliamo che, durante l’inverno 1923-1924, avviene una radicale
trasformazione delle opere di presa della centrale di Bard: la primitiva
traversa fissa in calcestruzzo è sostituita da una diga a tre luci di 21
metri ciascuna, con paratoie metalliche a settore circolare, assai adatta
alla natura impetuosa del fiume in quel punto. Inoltre la centrale riceve
anche una sistemazione elettrica più consona alle nuove esigenze del
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8/10 - Interni della cabina di trasformazione di Pont-Saint-Martin nel 1929.
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servizio, nel senso che viene rifatta l’alta tensione. Sino a questo momento l’energia prodotta dalla centrale a 3 000 V era elevata a 15 000 V
per essere poi trasportata a Carema e a Quincinetto, dove la trasformazione a 40 000 V consentiva l’alimentazione della rete del Biellese; da
questa data invece la centrale stessa avrà la possibilità di trasformare
la sua energia a 40 000 V immettendola sulla linea Verrès-Quincinetto.
La centrale di Bard sarà poi soggetta ad una completa ricostruzione
con ampliamento, a partire dal 1938. La portata media dell’acqua viene aumentata a 45 mc / sec e la potenza innalzata a 4 389 HP; i quattro gruppi preesistenti sono sostituiti da un solo gruppo verticale con
turbina Kaplan. Il nuovo impianto, inaugurato nel 1941, mantiene, del
precedente, l’impronta dello sbarramento, dell’opera di presa, del
canale di derivazione e di quello di scarico; la sala macchine è invece
allestita in un nuovo edificio ubicato un centinaio di metri più a monte;
la vecchia centrale è adibita da quel momento a magazzino.
***
Nel dopoguerra, a partire dal 1948 e per una decina di anni, la principale fonte di informazioni sulle attività della Sip è data dal nuovo
mensile aziendale “Elettrosip”, che riporta una gran quantità di dati,
spesso spiccioli, di interesse vario, e che possono soddisfare anche
certe nostre curiosità.
Per esempio siamo informati sul fatto che, nel corso del 1948, tre centrali Sip hanno battuto ogni precedente primato di produzione di energia elettrica e due di queste si trovano proprio in Valle d’Aosta: la
centrale di Maën, che ha toccato i 106 milioni di kWh (il massimo
precedente era stato raggiunto nel 1941 con 90 milioni di kWh), e
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quella di Isollaz, che ha raggiunto i 120 milioni di kWh e il cui primato precedente era del 1947, con 109 milioni di kWh. Nota 65 Altrove è
invece una notizia di carattere luttuoso a colpire la nostra attenzione:
nel corso dei cinquant’anni (1899-1949) di vita dell’azienda, ben 63
lavoratori hanno perso la vita per infortunio sul lavoro.
Siamo poi edotti su diverse iniziative a margine dell’attività di produzione elettrica: nell’autunno del 1948 viene acquistata dalla Sip la storica Villa Selve di Donnas: essa verrà trasformata in abitazioni per il
personale di Hône, Bard e Pont-Saint-Martin; il progetto ricostruttivo
prevede di ricavare quattro alloggi composti di cucina, due o tre camere, ingresso e bagno, e un quinto alloggio nel sottotetto. I locali della
medesima villa, opportunamente attrezzati a livello didattico, saranno adibiti, dieci anni dopo, a centro di qualificazione per elettricisti e
luogo di formazione e addestramento per il personale Sip addetto agli
impianti della Valle d’Aosta. Nota 66
Sotto il profilo industriale, in quegli stessi anni il Gruppo persegue un
obiettivo assai importante, denominato nel lessico aziendale “caccia
alle perdite”, il quale consiste nell’alzare la tensione sulle linee ovunque sia possibile, al fine di diminuire le perdite sul trasporto dell’energia. Il 12 dicembre 1948, la centrale di Carema, che aveva iniziato il
suo servizio a 15 kV, passa dalla tensione di esercizio di 40 kV a quella
di 70 kV. Il lavoro, che consiste nella sostituzione dei trasformatori,
è eseguito interamente dal personale della centrale e viene realizzato
con materiali recuperati da impianti demoliti. Da Ivrea ad Aosta il 40
kV risulta così completamente sparito, per lasciare posto al 70 kV.
Alcuni anni dopo, nel 1951, è in corso di trasformazione l’intera rete
tra Pont-Saint-Martin e Sesto San Giovanni, una delle più vecchie
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linee del gruppo Sip, costruita nel 1917 durante la guerra. Obiettivo
è la scomparsa della tensione di 70 kV, che verrà inserita nell’unica a
130 kV, con vantaggi economici e semplificazione del servizio e degli
scambi. I lavori, nel mese di giugno del 1951, risultano già ultimati da
Sesto San Giovanni a Turbigo, mentre devono proseguire da Turbigo
a Montestrutto, dove è prevista la sistemazione di una sottostazione di
smistamento a 130 kV capace di ricevere e smistare tutta l’energia Sip
della Valle d’Aosta verso il Piemonte e la Lombardia.
8/11 - La “nuova” centrale di Bard, entrata in funzione durante la Seconda Guerra mondiale.
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L’inaugurazione dell’impianto di Hône del 1947
(Hône 1)
La costruzione della centrale di Hône costituisce il primo risultato dello sforzo costruttivo post-bellico del gruppo Sip. Si tratta infatti del
primo impianto di produzione superiore ai 100 milioni di kWh che
entri in funzione nel dopoguerra: la sua produzione è valutata in 120
milioni di kWh annui, dei quali 45 invernali. L’impianto, da solo, col
8/12 - Hône 1, ingresso alle caverne della sala trasformatori e della sala macchine.
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suo valore, rappresenta la garanzia di quasi sette decimi del capitale
sociale della Sip in quel momento. Con la sua realizzazione, l’asta
fluviale della Dora risulta utilizzata praticamente senza soluzione di
continuità da Châtillon a Quincinetto, in una vera e propria “catena” di
impianti che si inserisce in un complesso produttivo di ben più ampia
portata e per il quale il gruppo prevede ulteriori e significativi sviluppi.
I lavori alla centrale di Hône, iniziati fin dal 1939, erano stati interrotti a causa della guerra. L’impianto è ufficialmente inaugurato solo
nel 1947, e per la precisione il 14 dicembre, alla presenza del ministro
delle Comunicazioni Corbellini, in rappresentanza del Governo, di alti
funzionari del ministeri delle Comunicazioni e dei Lavori Pubblici,
dei dirigenti del gruppo Sip ‒ il presidente on. Giovanni Battista Bertone e i direttori generali ing. Luigi Selmo e avv. Attilio Paces ‒, del
presidente dell’Anidel (Associazione nazionale imprese produttrici e
distributrici di energia elettrica) ing. Pietro Ferrerio, delle principali
autorità regionali e delle varie rappresentanze del personale. Una cronaca dettagliata dell’evento è descritta nel primo numero di “Elettrosip”, il giornale aziendale del gruppo, in uscita nel marzo 1948.
Dopo aver reso omaggio, di fronte alla lapide che ne riporta i nomi,
8/13 - Immagini dall’inaugurazione della centrale di Hône 1 nel 1947, tratte dalla rivista aziendale “Elettrosip”.
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8/14 - La piana di Hône di fronte alla centrale durante i lavori di costruzione dell’impianto.
agli operai caduti sul lavoro, tutti i convenuti si riuniscono nella Cattedrale di Aosta dove il vescovo mons. Maturino Blanchet benedice
il nuovo impianto e dove le varie autorità pronunciano discorsi di circostanza. Al termine della cerimonia di inaugurazione vengono distribuiti certificati di benemerenza con cui la Sip intende esprimere il suo
riconoscimento e ringraziamento ai progettisti, gli ing. Hans Lutz, Luigi
Nicolis e Giulio Gentile, ai tecnici dell’impresa costruttrice, l’Idraulica
S.C., e agli operai che si sono distinti nei lavori del cantiere. La festa
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8/15 - L’opera di presa della centrale di Hône 1 a Montjovet.
si conclude con il pranzo offerto e servito nella galleria della finestra
di attacco alla camera di carico scavata nella roccia.
Procediamo ora ad una breve descrizione dell’impianto, che si innesta,
come si è detto, sull’asta fluviale della Dora Baltea, con opera di presa
a Montjovet. Al di sotto della Mongiovetta sono raccolte e convogliate
nell’impianto le acque di scarico dell’omonima centrale, con un canale diretto di collegamento, e/o quelle della Dora, con uno sbarramento
chiuso da paratoie a settore. Il canale derivatore si sviluppa in galleria
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per circa 14 chilometri e termina con una camera di carico che si presenta come una vera caverna ricavata nella montagna. Dalla camera
di carico si stacca la condotta forzata, anch’essa interna. Pure i locali
della centrale vera e propria sono ricavati completamente nella roccia
e sono costituiti da due caverne, con fronte verso l’esterno e comunicanti tra loro, delle quali la maggiore costituisce la sala del generatore
e la minore il locale per il trasformatore elevatore. Dalla caverna della
turbina, con un canale di scarico in galleria della lunghezza di circa
un chilometro, avviene la restituzione delle acque nella Dora, a mon-
8/16 - Hône 1, la vasca di carico e l’arrivo del canale di derivazione.
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te della gola di Bard. La stazione all’aperto, nel piazzale antistante la
centrale, permette lo smistamento dell’energia su due linee. L’intera
potenza idraulica dell’impianto, con un salto utile di 37,65 metri, è
ottenuta con una sola turbina Kaplan ad asse verticale, della Riva, con
potenza efficiente di 18 400 kW; si tratta, in quel momento, di una delle
più potenti costruite in Italia. L’alternatore è dell’Ansaldo, dimensionato per 22 000 kVA con tensione di 6,5 kV, mentre il trasformatore,
della Breda, è di 22 000 kVA.
8/17 - Lavori in corso sulla turbina nella centrale di Hône 1.
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8/18 - Lavori in corso sulla girante Kaplan nella centrale di Hône 1.
A onor del vero e per completezza di informazione, dobbiamo ricordare
come la realizzazione stessa della centrale non fu priva di difficoltà per
l’opposizione avanzata dai coltivatori proprietari di beni nella piana o
Tsampagni, riuniti in consorzio, nei confronti della Sip, i quali erano
preoccupati per la riduzione della quantità di acqua destinata agli usi
irrigui nella zona interessata. Una sintesi delle vicende, con una vera e
propria cronistoria della vertenza, si può leggere sul giornale “Le Pays
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8/19 - Lavori in corso nel sotto macchina della centrale di Hône 1.
d’Aoste” del 10 novembre 1950. Inoltre, per la sua stessa posizione,
scavata com’è nella montagna che sovrasta, a sud, la piana di Hône, la
centrale è stata nel corso della sua esistenza oggetto di diverse inondazioni. Tra tutte, ricordiamo almeno quella dei giorni 4 e 5 settembre
1948, allorché una violenta alluvione colpì diverse zone del Piemonte
e della Valle d’Aosta. La centrale andò completamente sommersa; in
occasione del medesimo evento, quella di Gressoney subì dei danni al
canale di scarico, mentre alla centrale di Pont-Saint-Martin il Lys in
piena asportò totalmente il muraglione di difesa. Nota 67 Facendo un
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8/20 - Lavori in corso sulla girante Kaplan nella centrale di Hône 1.
bilancio, in quei due giorni circa metà della produzione degli impianti
valdostani della Sip fu danneggiata o isolata per le interruzioni delle
linee. Circa 60 000 kW di potenza efficiente produttiva furono messi fuori servizio. Anche gli impianti di trasporto furono seriamente
danneggiati, dato che numerosi tralicci in ferro risultarono divelti ed
asportati. A seguito dei numerosi altri episodi di esondazione della
Dora verificatisi nella seconda metà del XX secolo, si provvide alla
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realizzazione di opportune paratie di difesa davanti alla sala macchine,
dell’altezza di circa 3 metri. Chi era in servizio nella centrale di Hône
in occasione della drammatica alluvione del 15-16 ottobre del 2000
ricorda con dolore i notevoli danni subiti dall’impianto, nonostante
le paratie attrezzate, dal momento che il livello dell’acqua superò le
difese, raggiungendo la quota di 3,30 metri.
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La costruzione delle centrali
di Sendren e Zuino alla fine degli anni Cinquanta
Notizie precise e circostanziate sulla costruzione degli impianti di
Sendren e Zuino nella valle del Lys ci provengono da alcuni dettagliati
articoli rintracciati ancora una volta sul mensile “Elettrosip” delle
annate 1957 e 1958.
I due impianti, entrati in funzione alla fine del 1958 e nel corso del 1959,
vengono ad inserirsi tra quelli già esistenti di Gressoney-La-Trinité,
della Sip stessa, e di Issime, di proprietà dell’Ilssa-Viola di Pont-SaintMartin, a completare lo sfruttamento integrale delle acque del Lys, e a
saldare per così dire gli anelli di una ideale catena che collega le acque
del Gabiet alla centrale di Pont-Saint-Martin.
Nello studio e nell’esecuzione di questi due nuovi impianti ‒ si legge
nell’articolo ‒ « si è perseguito lo scopo di conciliare le esigenze tecniche di una razionale utilizzazione delle risorse idrauliche con il più
attento e scrupoloso rispetto delle bellezze naturali: in modo che le
derivazioni d’acqua e le altre opere s’inseriscono il meglio possibile
nello stupendo scenario della valle, senza offendere le caratteristiche e
gli aspetti essenziali di questi luoghi incantevoli ».
La collocazione delle due centrali è per così dire suggerita dalla stessa
conformazione dei luoghi: esse vengono infatti a trovarsi ai piedi delle
ripide balze che segnano, verso valle, i confini delle due piane di Gressoney-La-Trinité e di Gressoney-Saint-Jean.
Il progetto originario della Sip, non andato a buon porto, prevedeva la
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8/22 - Centrale, condotta forzata e stazione elettrica di Sendren.
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realizzazione di un unico salto, per concentrare tutta la potenza disponibile. Ne sarebbe derivato uno schema costruttivo più semplice, con
spese di esercizio ridotte. Dopo un accurato esame della situazione
idrologica, si preferì però ripartire l’utilizzazione delle acque in due
salti successivi, in maniera da convogliare anche i torrenti e i corsi
d’acqua minori. Soluzione che permise anche di impattare meno sul
paesaggio, con qualche minimo sacrificio tecnico.
L’impianto di Sendren, ad acqua fluente, ha l’opera di presa sul Lys
a Lysbalma, ai margini della piana di Gressoney-La-Trinité. A mezza
8/23 - L’opera di presa della centrale di Sendren, a Lysbalma.
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8/24 - Interno dell’attuale sala macchine di Sendren.
costa corre il canale derivatore, il cui percorso, di oltre 3 chilometri,
si svolge per un tratto più breve in galleria artificiale, per un tratto
più lungo in galleria naturale, e raccoglie anche le acque del torrente
Valdobbiola. Una galleria-serbatoio di 240 metri sfocia nel bacino di
carico. La condotta forzata, lunga 278 metri, è installata all’aperto. La
centrale, situata a Sendren, a monte di Gressoney-Saint-Jean, ha un
bacino imbrifero di riferimento pari a 76,56 kmq; essa è dotata di un
gruppo da 12 500 kVA. L’impianto è previsto per una portata di 6 mc /
sec, con un salto di circa 193 metri e una potenza installata di 9 950 kW.
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8/25 - La centrale di Zuino oggi.
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La produzione annua viene stimata in 38,76 milioni di kWh.
L’impianto di Zuino, invece ‒ impianto a bacino ‒ comprende la presa
dal Lys e un bacino di accumulazione di circa 90 000 metri cubi a Belciuken, al termine della piana di Gressoney-Saint-Jean; seguono un
tratto di 455 metri in galleria artificiale sulla sponda sinistra, un ponte-canale per l’attraversamento del Lys, un tratto in galleria naturale di
6 503 metri e una galleria serbatoio di 500 metri che termina al bacino
di carico, esso pure in galleria, in località Belcrest. La centrale, che
ha un bacino imbrifero di riferimento di circa 111,53 kmq ed utilizza
le acque del Lys e del torrente Forca, sorge a Zuino, nel Comune di
Gaby; essa è dotata di un gruppo da 27 500 kVA, con canale di scarico
per le restituzione delle acque nel Lys appena a monte della presa della centrale di Issime. La portata prevista dell’impianto è di 7 mc / sec
8/26 - Interno dell’attuale sala macchine di Zuino.
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8/27 - Centrale di Zuino, particolare di macchinario.
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con un salto di circa 380 metri e una potenza installata di 22 900 kW.
La produzione annua dell’impianto è calcolata in 103 milioni di kWh.
Nel giugno 1957, per quanto riguarda l’impianto di Sendren, risultano
condotti a termine i lavori di scavo per l’opera di presa, mentre si sta
lavorando al canale di derivazione. Risulta in via di ultimazione il ponte per l’accesso alla centrale e si sono iniziati i getti di fondazione per
la costruzione del fabbricato stesso. Per quanto riguarda l’impianto di
Zuino, si lavora alacremente alla presa e al bacino di accumulazione,
dove è in via di esecuzione una importante rettifica dell’alveo del Lys.
In località Belcrest sono state montate due teleferiche, di cui una, in
particolare, è utilizzata per lo sgombero dei materiali di scavo in galleria; si prevede l’allestimento di una terza teleferica per il trasporto
delle tubazioni della condotta forzata.
Nel corso dell’estate dell’anno successivo tutti i lavori si perfezionano e si vanno ultimando, in maniera che le due centrali potranno
entrare in servizio nei mesi successivi. A Sendren è in corso il lavoro
di reinterro degli scavi per ripristinare il profilo naturale del terreno e
non arrecare guasto al paesaggio; nell’edificio della centrale si stanno
eseguendo lavori di finitura (intonaci, serramenti, ecc.) ed è stato iniziato il montaggio del macchinario. Anche a Zuino il cantiere procede
speditamente. A conclusione dei lavori, un’ampia area di terreno risulterà risanata, dato che in precedenza ogni piccola piena del torrente
copriva vasti tratti di terreno trasformandolo in palude; anche a questo
servono ‒ sottolinea l’autore dell’articolo ‒ gli accorgimenti tecnici
degli impianti idroelettrici, ossia ad una opportuna regolazione delle
acque montane.
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8/28 - La centrale di Zuino, con la condotta forzata interna alla montagna.
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Attività assistenziali
e dopolavoristiche del gruppo Sip
Il gruppo Sip poteva vantare una delle più vecchie organizzazioni
assistenziali di tipo aziendale. Fin dal 1906 la Società di elettricità Alta
Italia (Eai), tra le prime in Italia, aveva aderito alla formazione di un
ente mutualistico che si era costituito a Torino sotto il nome di Fondo
di previdenza del personale dipendente. Suo scopo precipuo era quello
di assicurare agli operai la corresponsione della paga quando essa, in
applicazione delle norme contrattuali allora in vigore, non veniva concessa in caso di malattia o di infortunio, e di fornire agli operai l’assistenza medica, farmaceutica ed ospedaliera di cui avevano bisogno.
Questo Fondo funzionò regolarmente ed estese la sua assistenza agli
operai della Sip, della Piemonte centrale di elettricità e della Sip-Breda,
cambiando la sua denominazione in Cassa di soccorso interna operai
del gruppo Sip.
Il 1° marzo 1929 si costituiva, in Torino, anche la Cassa di assistenza
per gli impiegati della Sip, dell’Eai della Piemonte centrale di elettricità, con un fondo iniziale di 60 000 lire. Le entrate erano costituite da
un versamento di 5 lire mensili per ogni iscritto. Scopo della Cassa era
quello di assistere i propri iscritti in caso di malattia o infortunio, provvedendo al rimborso delle spese mediche e farmaceutiche e al ricovero
in ospedali convenzionati.
Dal 1929 le due Casse mutue procedettero parallelamente per quanto
riguarda l’assistenza in caso di malattia, adottando i medesimi criteri assistenziali. Un progresso notevole si ebbe con l’estensione dell’assistenza ai
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8/29 - Immagini di una visita dell’Unione escursionisti torinesi agli impianti della Valle del Lys nel 1923.
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famigliari conviventi a carico degli iscritti. Tale provvedimento ebbe
decorrenza dal 1° gennaio 1941 e fu di grande importanza, perché andò
a diminuire notevolmente l’onere per le spese a carico degli iscritti per
l’assistenza sanitaria ai propri congiunti, onere che non di rado superava le possibilità finanziarie della famiglia. Altre migliorie furono
apportate dopo la guerra; nel 1948 veniva istituita in via sperimentale
anche l’assistenza per le cure fango-terapiche, che incontrava subito un
largo favore tra gli assistiti. In sintesi, i principali progressi nel campo
dell’assistenza mutualistica ai dipendenti delle aziende elettriche del
gruppo Sip riguardarono l’appianamento delle disparità di trattamento
tra operai ed impiegati; inoltre, l’ampliamento delle prime provvidenze
e la creazione di nuove giunsero a garantire al lavoratore e ai suoi congiunti un’adeguata tranquillità economica anche nel caso di malattie
lunghe e costose.
Nel 1924 nacque il gruppo sportivo della Sip, che da un lato sviluppò
tutta una serie di attività indipendenti (confluite nelle sezioni di atletica,
scherma, ginnastica, pallacorda, nuoto, sport invernali, alpinismo, pallavolo, pallone elastico, bocce, motociclismo, calcio, escursionismo),
dall’altro costituì il primo nucleo del Circolo dipendenti aziende Sip o
Dopolavoro aziendale Sip (circolo Das, in breve), il principale promotore di numerose e svariate attività al di fuori dell’orario di lavoro. Al
Das facevano infatti capo tutte le attività ricreative delle società consociate (convegni, raduni, gite, visite guidate, competizioni, ecc.), che
potessero offrire la possibilità di conoscersi e di rinforzare lo spirito di
gruppo.
Tra le attività più significative segnaliamo l’organizzazione delle cosiddette “colonie estive” per i soci, che riguardarono per lunghi
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8/30 - Immagini della colonia alpina di Cignana nel 1930.
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anni anche alcune località montane della Valle d’Aosta. La prima “colonia estiva” in termini cronologici ‒ termine con cui si indicavano le
vacanze stanziali, in turni di quindici giorni, destinate ai dipendenti e
alle loro famiglie ‒ fu quella marina, organizzata al Lido di Venezia ed
interrotta solo durante la guerra, negli anni 1944 e 1945. Da quando al
Lido s’impiantò, nel 1947, una colonia esclusivamente infantile, altre
mète furono scelte per le ferie al mare dei dipendenti: Varazze e
Sanremo in Liguria, Cattolica sull’Adriatico.
Gressoney è, in quegli anni, la mèta di gite escursionistiche ed anche
alpinistiche per i lavoratori della Sip, che scoprono, grazie alle attività del dopolavoro aziendale, le bellezze paesaggistiche delle vallate
valdostane e si cimentano in ascensioni sportive di vari livelli di difficoltà. Alla fine degli anni Venti a Saint-Jean la villetta Latelten, ubicata accanto all’Hôtel du Nord, ospita una colonia alpina della Sip.
Diciassette camere da letto singole o doppie e una sala di lettura sono
a disposizione degli ospiti provenienti da Torino o eventualmente da
altre destinazioni. Sono previsti turni di vacanza di quindici giorni. I
prezzi variano dalle 325 lire della prima quindicina di luglio alle 450
della prima quindicina di agosto e sono comprensivi di vitto, alloggio,
servizio, tassa di soggiorno e di iscrizione e viaggio di andata e ritorno
da Torino. I bambini sotto i tre anni non pagano, ma devono dormire
nel medesimo letto dei genitori. Si richiede a coloro che aderiscono al
progetto un certo spirito di cameratismo e di adattamento:
« Non è possibile presumere di vivere in assoluta autonomia nel mezzo di
una comunità che deve ordinarsi ed affiatarsi né pretendere in essa il trattamento dei grandi alberghi. Camere decorose, letti puliti e comodi, cibo
buono, vario, nutriente ed abbondante, condito da comunicativa allegria
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8/31 - Presentazione fotografica della centrale di Isollaz, sul mensile aziendale “Sincronizzando...” nel 1930.
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fraterna. Gite, aria, salute, riposo: ecco i pregi della colonia alpina del Das
[…]; ecco gli obblighi che incombono ai soci che beneficiano di questa
onerosa iniziativa promossa dalla modernità di vedute del gruppo e dal
generoso riconoscimento che esso dedica alle nobili ed assidue fatiche dei
suoi collaboratori ». Nota 68
A sua volta, la colonia di Cignana poteva ospitare 50-60 persone per
turni di quindici giorni. Dal 1° luglio 1930 essa subì una radicale trasformazione, assumendo un carattere puramente alpino e perdendo le
sue caratteristiche alberghiere. Venne sostituita infatti da un rifugio
attrezzato per la vita a più di 2 100 metri quota e capace di diciotto
posti letto, con una cucina in comune; esso era destinato a gruppi di
alpinisti, come trampolino di lancio per le ascensioni sulle varie cime
della Valtournenche. Nel corso della sua prima estate di attività, ospitò settantotto persone: sessantacinque provenienti da Torino, dieci da
Bologna e tre da Milano.
Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi del dopolavoro Sip, è
opportuno ricordare come ogni sezione disponesse, solitamente, di
una sua sede attrezzata. Il 21 aprile 1929 veniva inaugurata la sede di
Pont-Saint-Martin del Das, destinata a più di un centinaio di tecnici,
impiegati ed operai che lavoravano negli impianti del gruppo in Bassa
Valle. Nota 69 I locali per la nuova sede furono messi a disposizione al
pianterreno di una palazzina di proprietà della società stessa, sita lungo il viale che dalla stazione portava al paese: composta da una
sala riunioni, una sala di lettura, una sala da gioco, un camerino con
bagno e doccia, un bel giardinetto ombroso con il gioco delle bocce,
la sede era dotata anche di un grammofono e di giornali e la sua stessa
ubicazione favoriva la frequentazione da parte dei lavoratori del posto,
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che in essa potevano trovare un punto di riferimento dove incontrarsi
e trascorrere il tempo libero. La cerimonia di inaugurazione della sede
vide la partecipazione di tutte le rappresentanze delle autorità locali:
il federale fascista geom. Guido Parenti, il direttore del giornale “La
Provincia di Aosta”, i rappresentanti dei Fasci maschili e femminili
di Pont-Saint-Martin, Bard, Carema e Donnas, l’associazione Combattenti e Militari in congedo, il Dopolavoro comunale di Pont, ecc.
Allietò la cerimonia la banda municipale di Pont-Saint-Martin.
8/32 - Attenzione riservata al personale, sulle pagine del mensile aziendale “Sincronizzando...” nel 1925.
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Proprio in questa sede del dopolavoro viene festeggiata dai lavoratori
della sottosezione di Pont-Saint-Martin la notte di Natale del 1929, in
un clima di serena allegria, come risulta dalla cronaca riportata sul
numero di “Sincronizzando…” del mese di febbraio successivo:
« La graziosa sede locale del Das, addobbata per la circostanza, è stata
teatro di una veglia danzante protrattasi fino alle prime luci dell’alba. Settanta tra soci e loro famigliari erano presenti e ad essi vennero offerti lo
spumante, biscotti e dolci. La festa fu animata da una orchestrina, secondo
lo stesso giudizio militarescamente espresso dai presenti, ‘molto in gamba’. Il massimo merito ne va dato al direttore, signor Cipriano Reimondo,
capo centrale di Bard. Notevolissimo lo spirito di cameratismo constatato
ancora una volta tra i soci e che mano a mano aumenta col progredire della nostra attività dopolavoristica ». Nota 70
Non bisogna infine dimenticare che uno dei punti di forza su cui il
gruppo Sip fece anche leva fu indubbiamente la priorità assegnata alla
formazione, sia interna all’azienda sia in rapporto ad altri enti formativi. La Sip, negli anni, mise volentieri a disposizione delle varie sedi
universitarie, per i corsi di specializzazione delle facoltà di ingegneria,
i suoi impianti valdostani, che diventarono la meta di istruttive visite didattiche nella bella stagione, come risulta dall’abbondante documentazione rintracciata ancora una volta sul giornale aziendale “Sincronizzando…”.
8 Fonti e bibliografia
Nota 1
L.-N. Bich, La Vallée d’Aoste de l’avenir. Le problème du jour :
l’agriculture et les industries, Duc, Aoste 1907.
^
Nota 2
J. Brocherel, Nos forces hydrauliques, in “Augusta Prætoria.
Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1921,
nn. 9-10, pp. 185-187.
^
Nota 3
Per approfondimenti di carattere generale sulla situazione italiana,
cf. i cinque volumi della Storia dell’industria elettrica in Italia,
Laterza, Roma-Bari 1992-1994.
^
Nota 4
P.-L. Vescoz, Il y a 25 ans. Lumière électrique. Chemin de fer,
in “Le Messager Valdôtain” 1912, pp. 37-39.
^
Nota 5
^
Sulla società, più nota come Società cooperativa Forza e Luce
(denominazione assunta fin dal 1911), cf. R. Nicco,
La Società cooperativa Forza e Luce di Aosta, Quart 1996. Sulle vicende
dell’elettrificazione della città di Aosta, cf. G. Bonis Cuaz, L’illuminazione
pubblica, in Aosta. Progetto per una storia della città,
a cura di M. Cuaz, Musumeci, Quart 1987, pp. 347-357.
Nota 6
^
Ministero dell’Agricoltura, dell’Industria e del Commercio,
Statistica degli impianti elettrici attivati od ampliati in Italia nel decennio
1899-1908. Notizie sulle varie applicazioni elettriche al 1911,
Roma 1911.
Nota 7
In Lombardia, in particolare, operavano le società Edison,
Conti e la Società lombarda per la distribuzione di energia elettrica.
^
Nota 8
^
Cf. i regolamenti n. 3544 del 9 novembre 1885 e n. 710 del 26 novembre
1893, che prevedevano la costituzione di consorzi o di società civili o
commerciali per l’esercizio delle concessioni.
Nota 9
Cf. per esempio la legge n. 232 del 7 giugno 1894 e alcune importanti
circolari del Ministero delle Finanze, come quella datata al 1° settembre
1897, dal titolo “Concessioni di forze motrici d’acque pubbliche da
trasportarsi a grandi distanze per mezzo dell’energia elettrica”.
^
Nota 10
^
Per approfondimenti sui rus, la bibliografia è abbondante. Si segnalano
almeno J.-M. Trèves, L’ancien rû d’Emarèse, Imprimerie Catholique,
Aoste 1916, ripubblicato in J. Trèves, H. R. Von Fels e J. Bréan, Le Ru
Corthod : recueil de textes, Musumeci, Quart 1986; J. Bréan, Anciens rus
de la Vallée d’Aoste, in “Bulletin de l’Académie Saint-Anselme”, XXVIII
(1950), pp. 99-144, ripubblicato dal Centre Culturel di Challand-SaintAnselme, in Trèves, Von Fels e Bréan, Le Ru Corthod… cit.;
J.-A. Voulaz, Le ru Herbal : aperçu historique et documents, Association
valdôtaine des archives sonores, Il Timbro, Aoste 1985; G. Grimod, P.
Lexert, J.-A. Voulaz, Aperçus sur les rus valdôtain, in
“Le monde alpin et rhodanien” 4/1985; E. E. Gerbore, Les rus de la Vallée
d’Aoste : règlementations et usages, in L’homme et les Alpes, Glénat,
Grenoble 1992, pp. 292-293; E. E. Gerbore, Les rus valdôtains au
Moyen-Âge, in “Annales Valaisannes”, 1995, pp. 143-161; J. Barocco,
L. Giai e J.-G. Rivolin, Autour des rus. Notes à servir pour l’étude
de l’ancien réseau d’irrigation de la Vallée d’Aoste, in “Archivum
Augustanum”, n. s., I (2001), pp. 195-216 ; Gli antichi canali irrigui
dell’arco alpino. Storia, gestione e valorizzazione di un elemento del
territorio montano, a cura di G. Vauterin, Le Château, Aosta 2003; G.
Vauterin, Gli antichi rû della Valle d’Aosta: profilo storico, agricolo,
tecnico e ambientale dei canali irrigui in una regione di montagna,
Le Château, Aosta 2007. Sulla Valle del Lys, i due contributi più recenti
sono quelli di D. Martinet, La cultura dell’acqua, in “Augusta” 2013, pp.
29-44, sui rus di Issime, e di F. Consol, D’wülini. I rus, in “Augusta” 2013,
pp. 45-47, sul ru di Fontaineclaire.
Nota 11
^
Per uno sguardo complessivo sulla situazione della Bassa Valle nel
Settecento, cf. F. Baudin, Miniere e ferriere, in La porta della Valle
d’Aosta, a cura della Settima Comunità Montana, Musumeci, Quart
2001, pp. 85-99; cf. anche R. Nicco, Il ruolo dell’industria minerariometallurgica nella Valle d’Aosta dei secoli XVIII e XIX, in Storia d’Italia.
Le regioni dall’Unità ad oggi. La Valle d’Aosta, a cura di S. J. Woolf,
Einaudi, Torino 1995, pp. 471-542.
Nota 12
^
Sulla situazione dell’industria metallurgica a Pont-Saint-Martin prima di
Mongenet, cf. R. Nicco, Lo sviluppo nel Settecento, in Pont-Saint-Martin,
Trasformazioni economiche e sociali di una comunità della Bassa Valle,
Musumeci, Quart 1997, pp. 112-119.
Nota 13
Per approfondimenti, cf. T. Charles, Donnas, l’impronta dei Selve,
Bollettino della Biblioteca comunale di Donnas, n. 3, 1987.
^
Nota 14
Per approfondimenti, cf. R. Martinet, E. Mosca, L’ingegnere svizzero
Giacomo Gossweiler e la sua “fabbrica dei chiodi” nella Hône di inizio
Novecento, Le Château, Aosta 2007.
^
Nota 15
^
Sulla figura dell’ing. Vincenzo Soldati (1841-1917) e sulle sue numerose
attività nell’ambito delle costruzioni ferroviarie e delle costruzioni
idrauliche, anche in Valle d’Aosta, cf. la commemorazione tenuta
nell’adunanza del 28 giugno 1919 dalla Società degli ingegneri e degli
architetti di Torino, in www.digit.biblio.polito.it/499/1/1918_002.pdf, che
raccoglie gli atti della Società stessa.
Nota 16
^
In sintesi, per il 52,5% il capitale sociale della Società elettrochimica
Pont-Saint-Martin era di provenienza svizzero-tedesca, per il 5% francese
(tramite la partecipazione della Société des carbures métalliques di Parigi)
e per il restante 42,5 % italiana.
Nota 17
^
Per approfondimenti, cf. Il canale Pont-Saint-Martin ‒ Carema. L’edificio
motori, le condutture, l’avvenire, in “La Sentinella d’Ivrea”, n. 38, 19
settembre 1901, riprodotto in M. Barsimi, Carema terra di vino e di
emozioni, Hever, Ivrea 2013, p. 105.
Nota 18
Sip. Quarant’anni di attività, Società editrice torinese,
Torino anno XVI e. f. [1938].
^
Nota 19
R. Rio, Sviluppo industriale e risorse idriche in Valle d’Aosta
dalla fine del XIX secolo ai primi decenni del Novecento,
Le Château, Aosta 2006, p. 80.
^
Nota 20
^
Per approfondimenti cf. R. Nicco, Lo sfruttamento delle risorse idriche, in
Pont-Saint-Martin. Trasformazioni economiche e sociali di una comunità
della Bassa Valle d’Aosta, Musumeci, Quart 1997, pp. 140-146 e O.
Zanolli, L’eau et son utilisation dans l’industrie. L’éclairage et la force
motrice, in Lillianes. Histoire d’une communauté de montagne de la Basse
Vallée d’Aoste, Musumeci, Quart 1986, pp. 137-156.
Nota 21
M. Barsimi, Carema terra di vino e di emozioni,
Hever, Ivrea 2013, p. 109.
^
Nota 22
^
Per problemi di liquidità, gli impianti della Sip-Breda passarono tutti alla
Sip verso la metà degli anni Venti.
Nota 23
Per approfondimenti, cf. ancora Nicco,
Lo sfruttamento delle risorse… cit., pp. 140-142.
^
Nota 24
Per approfondimenti, cf. Rio,
Sviluppo industriale… cit., pp. 78-98.
^
Nota 25
^
“Le Messager Valdôtain” 1918, p. 66, e J. Brocherel,
Lacs artificiels dans la Vallée d’Aoste, in “Augusta Prætoria.
Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1924, nn. 1-6, p. 22.
Nota 26
Cf. i decreti luogotenenziali n. 57 del 25 gennaio 1916;
n. 1149 del 3 settembre 1916; n. 1664 del 20 novembre 1916.
^
Nota 27
“Le Messager Valdôtain” 1919, p. 58.
^
Nota 28
“Le Messager Valdôtain” 1920, p. 72.
^
Nota 29
“Elettrosip” 4/1950, serie conservata presso
l’Archivio storico Telecom Italia di Torino.
^
Nota 30
La centrale elettrica Sip a Pont-Saint-Martin sconvolta
e semidistrutta da una spaventosa esplosione, nel “Il Monitore
Valdostano”, anno IX, num. 4 del 31 gennaio 1958.
^
Nota 31
^
Per approfondimenti sulla costruzione di questo tipo di diga, cf. L.
Mangiagalli, Dighe in muratura a secco e sbarramento sul torrente
Hone [o alto Belice, in Sicilia], in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti della
Associazione elettrotecnica italiana”, vol. VIII, n. 33 (5 dicembre 1921),
pp. 705-711.
Nota 32
^
J. Brocherel, Lacs artificiels dans la Vallée d’Aoste, in “Augusta Prætoria.
Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1924, nn. 1-6, p. 26.
Nota 33
Una meravigliosa affermazione della Sip-Breda
nel montaggio dei tubi dell’impianto Gressoney-Gabiet,
in “Sincronizzando…”, n. 3, anno I, marzo 1922, pp. 91-94.
^
Nota 34
^
Per approfondimenti, cf. G. Gentile, I rivestimenti metallici delle dighe in
muratura di pietrame del Lago del Diavolo e del Gabiet. Appendice alla
monografia L’impermeabilizzazione di alcune dighe a gravità in muratura
di pietrame, in “L’energia elettrica”, febbraio 1937, p. 72.
Nota 35
“Le Messager Valdôtain” 1920, p. 72.
^
Nota 36
“Le Messager Valdôtain” 1916, p. 114.
^
Nota 37
Così risulta anche da una interessante
Relazione e confronti sui mezzi di trasporto, del 13 novembre 1918,
conservata presso gli archivi di CVA, Fondo Breda.
^
Nota 38
^
D. Lucat et J. Brocherel, Aménagement des forces hydrauliques du Lys, in
“Augusta Prætoria. Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”,
1921, nn. 9-10, p. 238.
Nota 39
“Le Messager Valdôtain” 1919, p. 58.
^
Nota 40
Lucat et Brocherel, Aménagement… cit., pp. 240-241.
^
Nota 41
“Le Messager Valdôtain” 1918, p. 65.
^
Nota 42
^
Per uno sguardo d’insieme sulle fonti a disposizione su questo argomento,
cf. quanto scrive Alessandro Celi nella sua tesi di Dottorato di ricerca in
Storia, cultura e strutture delle aree di frontiera, Valle d’Aosta militare.
Esercito, cultura e società in una regione di frontiera 1848-1940,
Università degli Studi di Udine, a.a. 2011/2012, rel. Paolo Ferrari,
pp. 224 e ss.
Nota 43
“Le Messager Valdôtain” 1914, pp. 95 e 101; 1915, pp. 121 e 125.
^
Nota 44
^
G. Fogliasso, Alcuni cenni sui recenti lavori nell’impianto di Montjovet
della Eai, in “Sincronizzando…”, n. 12, anno III, dicembre 1924, pp. 13981400.
Nota 45
“Le Messager Valdôtain” 1915, p. 128.
^
Nota 46
“Le Messager Valdôtain” 1918, pp. 66-67.
^
Nota 47
^
Sulla centrale Cravetto di Pont-Saint-Martin cf. R. Nicco, Pont-SaintMartin. Trasformazioni economiche e sociali di una comunità della Bassa
Valle d’Aosta, Musumeci, Quart 1997, pp. 145-146. Nel corso degli anni
Ottanta queste centrali verranno cedute rispettivamente le prime due alle
Acciaierie Ferrero e la terza all’Olivetti. La Regione autonoma Valle
d’Aosta espresse inizialmente interesse per la loro acquisizione, in vista di
un eventuale trasferimento all’Illsa-Viola, che possedeva una sola centrale
in proprio, ma il progetto non andò a buon fine.
Nota 48
^
C. Binel, Gli anni dell’elettrosiderurgia: le acciaierie Cogne dalla
prima guerra mondiale al boom economico, in Storia d’Italia. Le regioni
dall’Unità ad oggi. La Valle d’Aosta, a cura di S. J. Woolf, Einaudi, Torino
1995, p. 546.
Nota 49
“Le Messager Valdôtain” 1918, p. 63.
^
Nota 50
Per approfondimenti, cf. ancora Nicco, Pont-Saint-Martin… cit.,
pp. 147-150.
^
Nota 51
Siamo debitori di tutte queste informazioni e della ricostruzione precisa
delle vicende di questa centrale alla cortesia e alla disponibilità del
sig. Marco Busso di Issime, che è stato a lungo capo centrale a GrandPraz (e quindi dipendente prima dell’Ilssa-Viola, poi della Società
cooperativa elettrica Issime, poi della “vecchia” CVA, infine ‒ dal 2001
‒ della “nuova”, come si usa dire all’interno dell’azienda) sino al suo
pensionamento avvenuto nel 2003.
^
Nota 52
^
J. Lale-Démoz, Projets de dérivation des eaux de l’Evançon, in “Augusta
Prætoria. Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1919, n. 2,
p. 90.
Nota 53
^
J. Brocherel, Nos forces hydrauliques (suite), in “Augusta Prætoria. Revue
valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1921, nn. 11-12, p. 261.
Nota 54
^
La centrale di Ponte Lila rimase in esercizio presumibilmente sino al 30
giugno 1929, come riferito, da alcune persone che vi lavorarono fino a
quella data, al sig. Jean-Auguste Voulaz di Challand-Saint-Anselme, a
cui siamo debitori di diverse precisazioni in merito alle vicende di questo
impianto e non solo.
Nota 55
G. Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima
guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 311-312 e 330.
^
Nota 56
^
In realtà, dopo diversi anni di arresto della produzione, le condizioni
dell’impianto erano alquanto precarie: la condotta forzata, completamente
interrata, era bucata dalla ruggine in diversi punti e bisognava
continuamente intervenire scavando e saldando le tubazioni, con grande
disappunto degli agricoltori della zona (informazione trasmessa dal sig.
Jean-Auguste Voulaz di Challant-Saint-Anselme).
Nota 57
^
Il giorno successivo, l’8 marzo, viene minato il ponte-canale sul torrente
Giassit che porta l’acqua da Guillemore alla vasca di carico della centrale
di Pont-Saint-Martin; alla fine dello stesso mese è la linea della centrale
elettrica di Cravetto a Vert a subire gravi danni. Per ulteriori dettagli, cf. R.
Nicco, La Resistenza in Valle d’Aosta, Musumeci, Quart 1990, pp. 53-55 e
130-134.
Nota 58
^
Per un inquadramento generale del contesto dell’industria idroelettrica in
quegli anni, cf. le pagine sulla Sip, nel capitolo relativo.
Nota 59
^
Sull’architetto Giovanni Muzio, per approfondimenti, cf. P. Torriano
(prefazione di), Giovanni Muzio, casa editrice “Maestri dell’architettura”
S.A., Ginevra 1931; G. Gambirasio e B. Minardi (a cura di), Giovanni
Muzio. Opere e scritti, Franco Angeli, Milano 1982; L’architettura di
Giovanni Muzio, Cataloghi Segesta Abitare, Milano 1994; F. Irace,
Giovanni Muzio, 1893-1982. Opere, Electa, Milano 1994. Sulla
progettazione della centrale di Isollaz, cf. anche i disegni tecnici di
Giovanni Antonio Porcheddu, del 1927, su progetto architettonico di
Muzio, riprodotti in Architettura moderna alpina in Valle d’Aosta, a cura di
L. Moretto, Musumeci, Quart 2003, pp. 46-49: “Archivi G. A. Porcheddu,
Politecnico di Torino: disegno del progetto esecutivo della centrale; pianta
dei solai di copertura; centrale, prospetti secondo le sezioni; centrale, sala
trasformatori, piante e sezioni”.
Nota 60
^
Per approfondimenti, cf. L’impianto idroelettrico di Quincinetto della
Società idroelettrica Piemonte, in “Sincronizzando…”, n. 3, anno III,
marzo 1924, pp. 987-996 e La sistemazione dell’impianto di Quincinetto, in
“Sincronizzando…”, n. 4, anno III, aprile 1924, pp. 1037-1040.
Nota 61
Per approfondimenti cf. G. Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte
dalle origini alla prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1993,
pp. 380 e ss.
^
Nota 62
Sip. Quarant’anni di attività, Società editrice torinese,
Torino anno XVI e. f. [1938].
^
Nota 63
^
La serie completa del mensile “Sincronizzando…” (1922-1930) è
conservata presso l’Archivio storico Telecom Italia di Torino, in via Arrigo
Olivetti 6.
Nota 64
Per approfondimenti, cf. La nuova linea Pont-Saint-Martin - Torino.
Prezioso contributo al florido avvenire delle industrie piemontesi, in
“Sincronizzando…”, n. 1, anno I, gennaio 1922, pp. 10-13.
^
Nota 65
Primati di produzione, in “Elettrosip” 3/1949.
^
Nota 66
“Elettrosip” 10/1948 e 7/1958; in questo secondo articolo si propone la
cronaca di una visita al centro fatta dalle autorità regionali
avv. Bondaz e geom. Pareyson.
^
Nota 67
I nubifragi in Piemonte. Gravi danni agli impianti elettrici,
in “Elettrosip” 8/1948.
^
Nota 68
Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Colonia alpina Sip, in
“Sincronizzando…”, n. 5, anno VIII, maggio 1929, pp. 365-366.
^
Nota 69
^
Il 29 dicembre dello stesso anno è la volta dell’inaugurazione della
sede Das di Gressoney-La-Trinité, come risulta dalla breve notizia in
“Sincronizzando…”, n. 2, anno IX, febbraio 1930, pp. 169-170. Laddove
le sezioni non dispongono di una vera e propria sede, sono attrezzate delle
baracche apposite, smontabili, come succede per esempio ad Isollaz nel
1930; cf. Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Nucleo di Isollaz, in
“Sincronizzando…”, n. 7, anno IX, luglio 1930, p. 595.
Nota 70
Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Gressoney,
l’inaugurazione della sede. Ponte San Martino, un allegro Natale,
in “Sincronizzando…”, n. 2, anno IX, febbraio 1930, pp. 169-170.
^
Fonti e bibliografia
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Fonti e bibliografia capitolo 1
-Daniela Manetti, La legislazione sulle acque pubbliche e sull’industria elettrica, in Storia
dell’industria elettrica in Italia. Le origini 1882-1914, a cura di Giorgio Mori, Laterza,
Roma-Bari 1992, pp. 111-154
-Carlo Bardini e Peter Hertner, Decollo elettrico e decollo industriale, in Ibidem, pp. 201-248
-Giuseppe Barone, La riforma del 1916 e il piano elettro-irriguo (Nitti e il dibattito sull’energia),
in Storia dell’industria elettrica in Italia. Il potenziamento tecnico e finanziario 1914-1925,
a cura di Luigi De Rosa, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 224-230
-Maria Ottolino, L’evoluzione legislativa, in Ibidem, pp. 465-509
-Giacomina Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima guerra
mondiale, Il Mulino, Bologna 1993
-Teresa Charles, Raimondo Martinet, Hône e il suo passato, Tipografia Valdostana, Aosta
1995
-Roberto Nicco, Il ruolo dell’industria minerario-metallurgica nella Valle d’Aosta dei secoli
XVIII e XIX, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Valle d’Aosta, a cura di
Stuart J. Woolf, Einaudi, Torino 1995, pp. 471-542
-Roberto Nicco, Pont-Saint-Martin, Trasformazioni economiche e sociali di una comunità
della bassa Valle, Musumeci, Quart 1997 (in particolare il cap. VIII, L’evoluzione industriale
di Pont-Saint-Martin, pp. 109-150)
-Fausta Baudin, Miniere e ferriere, in La porta della Valle d’Aosta, a cura della Settima
Comunità Montana, Musumeci, Quart 2001, pp. 85-99
-Roberta Rio, Profilo storico, in Rus et barrages: uomini, acque, capitali nella storia della
Valle d’Aosta contemporanea, Saint-Christophe 2001, pp. 10-76
-Giacomina Caligaris, L’avvento dell’industria elettrica come fattore di rottura dell’equilibrio
economico-sociale tradizionale nelle regioni dell’arco alpino occidentale, in “Bollettino
storico-bibliografico subalpino”, 1/2004, pp. 185-221
1^
Fonti e bibliografia capitolo 2
-Torino, Archivio storico Telecom Italia, Società industriale elettrochimica di Pont-SaintMartin, Registri dei verbali (delle assemblee dei soci, del consiglio di amministrazione, del
collegio sindacale e del comitato esecutivo), 1899-1918
-L’inaugurazione del canale industriale di Pont-Saint-Martin, in “La Sentinella d’Ivrea”, n.
37, 12 settembre 1901, riprodotto in Margherita Barsimi, Carema terra di vino e di emozioni,
Hever, Ivrea 2013, p. 105
-Giacomina Caligaris, La Società industriale elettrochimica Pont-Saint-Martin, antesignana
della Società Idroelettrica Piemonte (Sip) negli anni dell’esordio 1899-1901, in “Studi in
memoria di Mario Abrate”, vol. III, Napoli 1986, pp. 887-913
-Giacomina Caligaris, All’origine dell’industria elettrica in Piemonte : dalla società
elettrochimica Pont-Saint-Martin alla Società Idroelettrica Piemonte (1899-1922), in
“Studi piemontesi”, 1/1986, pp. 179-187 e in L’Italia industriale nelle sue regioni: bilancio
storiografico. Atti del I Convegno Nazionale di storia dell’industria in Italia (Salerno e Amalfi,
29-31 ottobre 1985), a cura di Lucio Avagliano, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1988
-Giacomina Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima guerra
mondiale, Il Mulino, Bologna 1993
-Roberto Nicco, Pont-Saint-Martin, Trasformazioni economiche e sociali di una comunità
della bassa Valle, Musumeci, Quart 1997
-Roberta Rio, Profilo storico, in Rus et barrages: uomini, acque, capitali nella storia della
Valle d’Aosta contemporanea, Saint-Christophe 2001, pp. 10-76
-Roberta Rio, Sviluppo industriale e risorse idriche in Valle d’Aosta dalla fine del XIX secolo
ai primi decenni del Novecento, Le Château, Aosta 2006
-Margherita Barsimi, Carema terra di vino e di emozioni, Hever, Ivrea 2013
2^
Fonti e bibliografia capitolo 3
-Gita in Valle d’Aosta 28-30 settembre 1918. Gli impianti della Società italiana Ernesto
Breda nella Valle del Lys e Impianto di Quincinetto, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti
della Associazione elettrotecnica italiana”, vol. V, n. 27 (25 settembre 1918), pp. 373-374
-Désiré Lucat e Jules Brocherel, Aménagement des forces hydrauliques du Lys, in “Augusta
Prætoria. Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1921, nn. 9-10, pp. 202-246
-L’utilizzazione delle forze idrauliche del bacino del torrente Lys da parte della Società
Idroelettrica Piemontese-Lombarda “Ernesto Breda”, Tipografia del Senato G. Bardi, Roma
1922
-Gli impianti della Sip Breda in Valle Lys, I e II parte, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti
della Associazione elettrotecnica italiana”, vol. X, n. 33 (25 novembre 1923), pp. 790-800;
vol. X, n. 34 (5 dicembre 1923), pp. 813-823
-Gli impianti della Sip Breda in Valle Lys, III parte, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti della
Associazione elettrotecnica italiana”, vol. XI, n. 4 (5 febbraio 1924), pp. 69-79
-Jules Brocherel, Lacs artificiels dans la Vallée d’Aoste, in “Augusta Prætoria. Revue
valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1924, nn. 1-6, pp. 20-28
-La Breda: dalla società italiana Ernesto Breda alla finanziaria Ernesto Breda: 1886-1986,
Amilcare Pizzi Editore, Milano 1986, ed in particolare i contributi di Valerio Castronovo,
La Breda nella storia dell’industria italiana, pp. 7-31; Gianfranco Petrillo, La Breda e Sesto
San Giovanni tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, pp. 141-160, G.
Mori, Una grande industria polisettoriale: il modello Breda, pp. 161-165
-Orfeo Zanolli, L’eau et son utilisation dans l’industrie. L’éclairage et la force motrice, in
Lillianes. Histoire d’une communauté de montagne de la Basse Vallée d’Aoste, Musumeci,
Quart 1986, pp. 137-156
-Giacomina Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima guerra
mondiale, Il Mulino, Bologna 1993
-Roberto Nicco, Pont-Saint-Martin, Trasformazioni economiche e sociali di una comunità
della bassa Valle, Musumeci, Quart 1997, pp. 140-146
-Roberta Rio, Sviluppo industriale e risorse idriche in Valle d’Aosta dalla fine del XIX secolo
ai primi decenni del Novecento, Le Château, Aosta 2006
3^
Fonti e bibliografia capitolo 4
-Archivi CVA SpA (uffici di competenza), Relazioni sulle opere e Disciplinari di esercizio e
manutenzione delle dighe
-Gita in Valle d’Aosta 28-30 settembre 1918. Gli impianti della Società italiana Ernesto
Breda nella Valle del Lys e Impianto di Quincinetto, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti
della Associazione elettrotecnica italiana”, vol. V, n. 27 (25 settembre 1918), pp. 373-374
-“Le Messager Valdôtain” annate 1919 e 1920
-D. Lucat e J. Brocherel, Aménagement des forces hydrauliques du Lys, in “Augusta Prætoria.
Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1921, nn. 9-10, pp. 202-246
-L’utilizzazione delle forze idrauliche del bacino del torrente Lys da parte della Società
Idroelettrica Piemontese-Lombarda “Ernesto Breda”, Tipografia del Senato G. Bardi, Roma 1922
-Una meravigliosa affermazione della Sip-Breda nel montaggio dei tubi dell’impianto
Gressoney-Gabiet, in “Sincronizzando…”, n. 3, anno I, marzo 1922, pp. 91-94
-Le nostre centrali. La centrale idroelettrica di Pont-Saint-Martin della SIP-Breda, in
“Sincronizzando…”, n. 11, anno I, novembre 1922, pp. 345-347
-Gli impianti della Sip-Breda in Valle Lys, I e II parte, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti
della Associazione elettrotecnica italiana”, vol. X, n. 33 (25 novembre 1923), pp. 790-800;
vol. X, n. 34 (5 dicembre 1923), pp. 813-823
-Gli impianti della Sip Breda in Valle Lys, III parte, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti della
Associazione elettrotecnica italiana”, vol. XI, n. 4 (5 febbraio 1924), pp. 69-79
-Jules Brocherel, Lacs artificiels dans la Vallée d’Aoste, in “Augusta Prætoria. Revue
valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1924, nn. 1-6, pp. 20-28
-A. Solari, La trasformazione della centrale di Pont-Saint-Martin della SIP-Breda, in
“Sincronizzando…”, n. 5, anno VII, maggio 1928, pp. 289-292
-La centrale elettrica Sip a Pont-Saint-Martin sconvolta e semidistrutta da una spaventosa
esplosione, in “Il Monitore Valdostano”, anno IX, num. 4 del 31 gennaio 1958
-Dighe e serbatoi della catena alpina, e Elenchi delle dighe italiane incluse quelle in
costruzione al 31 dicembre 1959, in Le dighe di ritenuta degli impianti idroelettrici italiani,
a cura della Commissione Anidel per lo studio dei problemi inerenti alle dighe, Associazione
nazionale imprese produttrici e distributrici di energia elettrica, 6 voll., Roma 1961: Gabiet
Nord e Sud e Vargno, vol. IV, schede 21 e 22
-Roberto Nicco, Lo sfruttamento delle risorse idriche, in Pont-Saint-Martin. Trasformazioni
economiche e sociali di una comunità della Bassa Valle d’Aosta, Musumeci, Quart 1997, pp.
140-146
4^
Fonti e bibliografia capitolo 5
-Archivi CVA SpA, Fondo Breda
-“Le Messager Valdôtain”, annate 1916, 1918, 1920
-Désiré Lucat e Jules Brocherel, Aménagement des forces hydrauliques du Lys, in “Augusta
Prætoria. Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1921, nn. 9-10, pp. 202-246
-L’utilizzazione delle forze idrauliche del bacino del torrente Lys da parte della Società
Idroelettrica Piemontese-Lombarda “Ernesto Breda”, Tipografia del Senato G. Bardi, Roma
1922
5^
Fonti e bibliografia capitolo 6
-Archivio Commission des Traditions, Comune di Hône, Impianto idroelettrico dell’Ayasse,
Planimetria generale e documenti vari
-Archivi CVA SpA (uffici di competenza), Relazioni sulle opere e Disciplinari di esercizio e
manutenzione delle dighe
-“Le Messager Valdôtain”, annate 1913, 1914, 1915
-Vincent Gorris, Dérivation des eaux de la Doire pour la construction hydro-éléctrique.
Châtillon ‒ Montjovet, in “Le Messager Valdôtain” 1915, pp. 68-71
-L’impianto di Montjovet in Valle d’Aosta, in “L’Elettrotecnica. Giornale ed atti della
Associazione elettrotecnica italiana”, vol. II, n. 14 (15 maggio 1915), pp. 318-326 e vol. II,
n. 15 (25 maggio 1915), pp. 349-354
-La linea elettrica Montjovet – Aosta, in “Sincronizzando…”, n. 2, anno I, febbraio 1922, pp.
40-48
-Un’altra dura fatica compiuta. La nuova linea Montjovet-Quincinetto, in “Sincronizzando…”,
n. 12, anno I, dicembre 1922, pp. 371-378
-L’impianto di Montjovet della Società Idroelettrica Valle d’Aosta, in “Sincronizzando…”, n.
2, anno II, febbraio 1923, pp. 463-466
-G. Fogliasso, Alcuni cenni sui recenti lavori nell’impianto di Montjovet della Eai, in
“Sincronizzando…”, n. 12, anno III, dicembre 1924, pp. 1398-1400
-Una linea a conduttori d’alluminio in Valle d’Aosta, in “Sincronizzando…”, n. 8, anno IV,
agosto 1925, pp. 328-329
-Giacomina Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima guerra
mondiale, Il Mulino, Bologna 1993
-Teresa Charles, Raimondo Martinet, Hône e il suo passato, Tipografia Valdostana, Aosta
1995
6^
Fonti e bibliografia capitolo 7
-Joseph Lale-Démoz, Projets de dérivation des eaux de l’Evançon, in “Augusta Prætoria.
Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1919, n. 2, pp. 90-99
-Jules Brocherel, Nos forces idrauliques, in “Augusta Prætoria. Revue valdôtaine de pensée
et d’action régionaliste”, 1921, nn. 9-10, pp. 185-192 e Nos forces idrauliques (suite) in
“Augusta Prætoria. Revue valdôtaine de pensée et d’action régionaliste”, 1921, nn. 11-12,
pp. 257-262
-L’impianto idroelettrico dell’Evançon della Side, in “Sincronizzando…”, n. 7, anno VI,
luglio 1927, pp. 436-438
-Giulio De Marchi, Opere di scarico del bacino della centrale di Isollaz, in “Sincronizzando…”,
n. 3, anno VII, marzo 1928, pp. 139-149
-Rabezzana, La linea di trasmissione a 135 kV da Isollaz a Verrès, in “Sincronizzando…”, n.
2, anno VIII, febbraio 1929, pp. 91-96
-L’impianto di Isollaz, in “Sincronizzando…”, n. 3, anno VIII, marzo 1929, pp. 192-194
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Nucleo di Isollaz, in “Sincronizzando…”, n. 7,
anno IX, luglio 1930, p. 595
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Gita al rifugio Das ed inaugurazione sede di Maën.
Nucleo di Isollaz, in “Sincronizzando…”, n. 8, anno IX, agosto 1930, pp. 675-677 e 682-683
-La nuova linea 9kV Vollon-Champoluc, in “Elettrosip” 2-3/1952.
-Roberto Nicco, La Resistenza in Valle d’Aosta, Musumeci, Quart 1990, pp. 53-55 e 130-134
-Giacomina Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima guerra
mondiale, Il Mulino, Bologna 1993
-Architettura moderna alpina in Valle d’Aosta, a cura di Luca Moretto, Musumeci, Quart
2003
-Roberta Rio, Sviluppo industriale e risorse idriche in Valle d’Aosta. Dalla fine del XIX secolo
ai primi decenni del Novecento, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea
in Valle d’Aosta, Le Château, Aosta 2006
-Ezia Bovo, Ezio Alliod, La Brambilla, dalla fabbrica del cotone alla fabbrica della cultura,
Musumeci, Quart 2007 [in particolare, sulla centrale idroelettrica di Verrès, pp. 113-116]
7^
Fonti e bibliografia capitolo 8
-La nuova linea Pont-Saint-Martin – Torino. Prezioso contributo al florido avvenire delle
industrie piemontesi, in “Sincronizzando…”, n. 1, anno I, gennaio 1922, pp. 10-13
-Gite d’istruzione. Gli studenti della Scuola di applicazione per ingegneri di Padova visitano
gli impianti idroelettrici del Piemonte [sugli impianti del Lys], in “Sincronizzando…”, n.7,
anno II, luglio 1923, pp. 678-679
-Società idroelettrica Piemonte, Torino. Relazione del Consiglio di amministrazione
all’assemblea straordinaria degli azionisti del 3 giugno 1924, supplemento alla rivista
“Sincronizzando…”, n. 6, anno III, giugno 1924
-La nuova sistemazione della centrale di Bard, in “Sincronizzando…”, n. 1, anno VII, gennaio
1928, pp. 25-29
-A. Solari, La trasformazione della centrale di Pont-Saint-Martin della Sip-Breda, in
“Sincronizzando…”, n. 5, anno VII, maggio 1928, pp. 289-292
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Colonia alpina SIP, in “Sincronizzando…”, n. 5,
anno VIII, maggio 1929, pp. 365-366
-La nuova sede del Das a Ponte San Martino, in “Sincronizzando…”, n. 6, anno VIII, giugno
1929, pp. 426-428
-Frezet, Il sistema capacitivo Siemens applicato nelle centrali di Viverone e Ponte San Martino,
in “Sincronizzando…”, n. 10, anno VIII, ottobre 1929, pp. 747-753
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Gressoney, l’inaugurazione della sede. Ponte San
Martino, un allegro Natale, in “Sincronizzando…”, n. 2, anno IX, febbraio 1930, pp. 169170
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Il rifugio Das a Cignana, in “Sincronizzando…”,
n. 3, anno IX, marzo 1930, pp. 250-252
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Nucleo di Isollaz, in “Sincronizzando…”, n. 7,
anno IX, luglio 1930, p. 595
-Attività dopolavoristica nel Gruppo Sip. Storia di un rifugio: la colonia alpina di Cignana,
in “Sincronizzando…”, n. 10, anno IX, ottobre 1930, pp. 851-855
-Giulio Meneghina, La sottostazione di Ponte San Martino (Valle d’Aosta), in
“Sincronizzando…”, n. 11, anno IX, novembre 1930, pp. 871-887
-Sip. Quarant’anni di attività, Società editrice torinese, Torino anno XVI e. f. [1938] – [testi
a cura degli ing. Agostino Dalla Verde, Giulio Gentile e Arnolfo Pernier, volume celebrativo
dei quarant’anni di vita ed attività della Sip]
-Inaugurazione della centrale di Hône, in “Elettrosip” 1/1948 [con Fotocronaca
dell’inaugurazione di Hône]
-I nubifragi in Piemonte. Gravi danni agli impianti elettrici, in “Elettrosip” 8/1948
-Il passaggio a 70 kV della centrale di Carema, in “Elettrosip” 1/1949
-Primati di produzione, in “Elettrosip” 3/1949
-L’assistenza al personale, in “Elettrosip” 11/1949
-L’aumento della tensione sulla linea PSM ‒ Sesto San Giovanni, in “Elettrosip” 6/1951
-Dall’Elettrochimica di Pont-Saint-Martin al gruppo Sip: le tappe di una lunga ascesa, in
“Elettrosip” 6/1957
-I lavori nella Valle del Lys, in “Elettrosip” 6/1957
-In costruzione le centrali di Sendren e di Zuino lungo il pittoresco corso del Lys, in “Elettrosip”
6/1958
-C. Bermond e Giacomina Caligaris, Una fonte documentaria per la storia dell’industria
elettrica subalpina: l’archivio Sip di Torino, in “Studi Piemontesi”, vol. XIII, 2/1984, pp.
424-434
-Giacomina Caligaris, All’origine dell’industria elettrica in Piemonte: dalla società
elettrochimica Pont-Saint-Martin alla Società idroelettrica Piemonte (1899-1922), in
“Studi piemontesi”, 1/1986, pp. 179-187 e in L’Italia industriale nelle sue regioni: bilancio
storiografico. Atti del I Convegno nazionale di storia dell’industria in Italia (Salerno e Amalfi,
29-31 ottobre 1985), a cura di Lucio Avagliano, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1988
-Giacomina Caligaris, L’industria elettrica in Piemonte dalle origini alla prima guerra
mondiale, Il Mulino, Bologna 1993
-Teresa Charles, Raimondo Martinet, Hône e il suo passato, Tipografia Valdostana, Aosta
1995
-Archivio storico Telecom Italia, Guida 2012, Torino 2012
8^
Appendice a cura di Eugenio Serra
Nel corso della ricerca che ha condotto alla pubblicazione di questo
e-book, sono stati contattati diversi dipendenti Enel e CVA, ora in pensione, che negli anni hanno rivestito ruoli di responsabilità presso i vari
impianti idroelettrici descritti in queste pagine. Le loro testimonianze,
raccolte sia in forma di intervista strutturata sia in occasione di colloqui informali, sono risultate preziose per mettere a punto informazioni
e dati, per richiamare alla memoria fatti e persone e più in generale per
arricchire il testo e la materia, di per sé forse un po’ arida e tecnica,
con la vivacità del vissuto personale. Tutti i dipendenti da noi contattati che erano già in servizio durante il passaggio dalla Sip all’Enel
(1962) ricordano questa fase come un momento assai positivo, come
un grosso salto di qualità, in particolare sotto il profilo economico, in
ragione del notevole aumento salariale che spettò loro in quell’occasione. Con soddisfazione ci hanno raccontato di nuovi aspetti relazionali e di un miglior rapporto con l’ambiente di lavoro, caratterizzato
in Enel da un’organizzazione gerarchica meno pressante e da maggior
cameratismo e condivisione: in particolare per loro, giovani lavoratori
all’inizio della carriera, fu importante poter imparare e crescere insieme, in un contesto dove nessuno era geloso delle proprie conoscenze
e competenze e dove una nuova mentalità, decisamente più aperta,
consentiva facilmente gli avanzamenti professionali, che andavano a
premiare l’impegno e il senso di responsabilità personali.
Proprio durante questi incontri e queste interviste, mentre si raccoglievano le varie testimonianze e si rivivevano assieme, in un certo senso,
le emozioni dei ricordi che emergevano dai racconti, si è pensato di
provare a redigere un elenco di tutte le persone che hanno dedicato il
loro tempo e la loro attività, giorno per giorno, agli impianti, nell’intento di conservarne la memoria, a livello aziendale.
La lista, per ora limitata ai soli responsabili, è cresciuta pian piano
arricchendosi di nomi (e quindi di volti) e di date, grazie al concorso
di tanti, a partire dai ricordi di ciascuno. La sua complessità è dovuta
soprattutto al fatto che le mansioni dei responsabili sono legate a strutture e a denominazioni che nei decenni sono più volte mutate.
Uno dei ruoli più importanti – ormai relegato al passato – è quello dei
“Capi Centrale”: veri e propri comandanti della nave, per così dire timonieri in navigazione, essi erano insediati fin dalle origini, all’epoca
Sip; furono mantenuti con l’avvento di Enel, rimanendo operativi sino
al 1983.
In quell’anno una prima riorganizzazione di Enel Produzione modificava la struttura dell’esistente “Gruppo Impianti Rete di Ivrea” (GIR
Ivrea), da cui dipendevano direttamente i Capi Centrale degli impianti
della Valle d’Aosta e del vicino Canavese, coordinati territorialmente
da due Capi Nucleo, in una struttura del GIR con gli impianti suddivisi in quattro raggruppamenti operativi, definiti Subarea di Avise, di
Châtillon, di Montjovet e di Pont-Saint-Martin (con competenza anche sugli impianti del Canavese). La riorganizzazione era finalizzata
a concentrare in tempi brevi nelle sedi delle Subaree tutto il personale
distribuito sugli impianti – Capi Centrale compresi, con nuove mansioni – e a provvedere all’automazione e al telecontrollo degli impianti
stessi, per ridurre le risorse umane. I lavori di automazione e di telecontrollo della maggioranza degli impianti e delle opere idrauliche
connesse furono effettuati nel periodo tra il 1983 e il 1990 dal personale degli uffici delle sedi centrali, del GIR Ivrea e dalle squadre operative (EME e MIC) delle Subaree.
Una seconda sostanziale riorganizzazione di Enel Produzione avvenne
nel 1990: il “Gruppo Impianti Rete di Ivrea”, che nel 1987, nel frattempo, si era trasferito nella nuova sede di Châtillon, venne sostituito
dal “Nucleo Idroelettrico di Châtillon”, che comprendeva solo gli impianti sul territorio valdostano – più la nuova centrale di Quincinetto
2 – suddivisi in quattro Reparti Operativi.
Nel mettere in rete questa raccolta dati sui Responsabili degli impianti, seppur ancora in forma embrionale, speriamo di stimolare e invitare
tutti quei lettori che hanno informazioni in merito a collaborare, per
raggiungere progressivamente un quadro organico più completo e più
preciso del periodo trascorso.
Il nostro intento è quello di rendere, col ricordo, un piccolo omaggio
a chi ha dispiegato buona parte dell’energia della sua vita, in termini
di tempo e di lavoro, di intelligenza e di passione, di perizia tecnica e
di fatica fisica, a questi impianti, che con la loro produzione di energia
elettrica, dal secolo scorso entrata nelle nostre case, hanno migliorato
la vita, il lavoro e il futuro di tutti.
Responsabili degli impianti idroelettrici nel tempo
Responsabile
Classe
Menicatti Tesio
1887
Guarato Leonardo
1940
Cuccotti Oreste
1900
Bagnasacco Franco
Dossena
Maritano
Citarnesi
Pesando Mario
1894
Franchino Arrigo
Deffeyes Osvaldo
1925
Cena
Pavia Giovanni
1929
Delzanno Pier Giorgio
Canale Clapetto Aldo
Panetto
Montanari Bruno
Busso Marco
1945
Bagnasacco Franco
Gedda **
Spagnol Pietro
Albani Franchino Arrigo
Vergnani Flavio
Dozio Romano
1940
Qualifica e Impianto
Periodo
Capo Centrale Bard
1941
Capo Centrale Bard
Capo Centrale Carema
Capo Centrale Carema
Capo Centrale Gressoney
1918
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
Capo Centrale Gressoney
1975 ÷ 1980
Capo Centrale Gressoney
1983
Capo Centrale Issime
2002
Capo Centrale Montestrutto
Capo Centrale P. Preti
Capo Centrale P.St.Martin
1920
Capo Centrale P.St.Martin
Capo Centrale P.St.Martin
1940 ÷ 1950
Capo Centrale P.St.Martin
Capo Centrale P.St.Martin
1983
Capo Centrale Quincinetto 1
1983
** Nominativo attualmente non disponibile.
Chi avesse informazioni in merito può contattare l’ufficio Marketing: tel. 0166-823111 - E-mail: [email protected]
Responsabile
Classe
Responsabile unico Zuino / Sendren
**
Montanari Bruno
Spagnol Pietro
1901
Santorino
Deffeyes Osvaldo
1925
Pan Ampelio
Volpon Armando
1930
Vergnani Flavio
**
Montanari Bruno
Maino Matteo
Rial Luciano
1953
Soudaz Ivo
1957
**
Responsabile unico Montjovet / Champdepraz
**
Moniotti
Franchino Arrigo
De Matteis Attilio
Guarato Leonardo
1940
Micheletto Roberto
1940
**
De Negri Mario
1914
Serra Giuseppe
Delzanno Pier Giorgio
**
Qualifica e Impianto
Periodo
Capo Centrale Sendren
Capo Centrale Zuino
1959
Capo Centrale Zuino
Capo Nucleo P.St.Martin
Capo Nucleo P.St.Martin
Capo Nucleo P.St.Martin
Capo Nucleo P.St.Martin
1975 ÷ 1983
Capo Subarea P.St.Martin
1983 ÷ 1986
Capo Subarea P.St.Martin
1986
Capo Reparto Operativo P.St.Martin
1990
Capo Reparto Operativo P.St.Martin
1995 ÷ 1999
Capo Reparto Operativo P.St.Martin
2000 ÷ 2001
Capo Reparto Operativo P.St.Martin
2001 ÷ 2010
Capo Reparto Operativo P.St.Martin
2010 ÷ 2013
Capo Centrale Champdepraz
1919
Capo Centrale Champdepraz
Capo Centrale Hône
1947
Capo Centrale Hône
Capo Centrale Hône
Capo Centrale Hône
Capo Centrale Hône
1983
Capo Centrale Hône2
1983
Capo Centrale Isollaz
1928
Capo Centrale Isollaz
Capo Centrale Isollaz
Capo Centrale Isollaz
1983
Capo Centrale Montjovet
1912
** Nominativo attualmente non disponibile.
Chi avesse informazioni in merito può contattare l’ufficio Marketing: tel. 0166-823111 - E-mail: [email protected]
Responsabile
Classe
Oddi Luigi
1905
Pan Ampelio
Bognolo Alvaro
Albini
Casadei Armando
1955
Delzanno Pier Giorgio
Sanson Giorgio
Guarato Leonardo
1940
Rigotti Giovanni
Maino Matteo
Canale Clapetto Roberto
1950
Joly Marco
1950
Gamba Mirco
1957
Parmagnani Giancarlo
Berthod Mauro
1970
Zucchi Giovanni 1905
Deffejs Osvaldo
1925
Dujany Faustino
**
Mora Ettore
1883
Novero
Carnelli Renzo
**
Righero Tommaso
1909
Dell’Agosto Giuseppe
**
Tondi
Qualifica e Impianto
Periodo
Capo Centrale Montjovet
Capo Centrale Montjovet
1975
Capo Centrale Montjovet
1975 ÷ 1983
Capo Centrale Verrès
1984
Capo Centrale Verrès
1984 ÷ 2002
Capo Subarea Montjovet
1983 ÷ 1987
Capo Subarea Montjovet
1987 ÷ 1990
Capo Reparto Operativo Montjovet
1990
Capo Reparto Operativo Montjovet
1996
Capo Reparto Operativo Montjovet
1996 ÷ 2000
Capo Reparto Operativo Montjovet
2006
Capo Reparto Operativo Montjovet
2006 ÷ 2008
Capo Reparto Operativo Montjovet
2008 ÷ 2009
Capo Reparto Operativo Montjovet
2009 ÷ 2010
Capo Reparto Operativo Montjovet
2011 ÷ 2013
Capo Centrale Châtillon
1940
Capo Centrale Châtillon
Capo Centrale Châtillon
Capo Centrale Covalou
1926
Capo Centrale Covalou
Capo Centrale Covalou
Capo Centrale Covalou
Capo Centrale Maën
1928
Capo Centrale Maën
Capo Centrale Maën
Capo Centrale Nus
1951
Capo Centrale Nus
** Nominativo attualmente non disponibile.
Chi avesse informazioni in merito può contattare l’ufficio Marketing: tel. 0166-823111 - E-mail: [email protected]
Responsabile
Classe
Canale Clapetto Aldo
Siracusa Francesco
**
De Matteis Attilio
Responsabile unico Nus / Quart
**
Dunoyer Onorato
1939
Anselmet Renato
1941
Serra Eugenio
1947
Micheletto Roberto
1940
Scalia Mario
Santi Valter
Chentre Walter
Soudaz Ivo
1957
Gadin Jean
1974
**
Giors Claudio
Volpon Armando
1930
Caiazza Crescenzio
1930
Pagliero Giacomo
Borney Aldo
Curtaz Franco
Chanoine Ettore
Berno Pierangelo
Responsabile unico Aymavilles / G. Eyvia
Truc Ottino
**
Qualifica e Impianto
Periodo
Capo Centrale Nus
Capo Centrale Nus
1983
Capo Centrale Perrères
1943
Capo Centrale Perrères
Capo Centrale Quart
Capo Centrale S.Clair
1950
Capo Centrale S.Clair
1983
Capo Nucleo Châtillon
1977 ÷ 1983
Capo Subarea Châtillon
1983 ÷ 1990
Capo Reparto Operativo Châtillon
1990 ÷ 1994
Capo Reparto Operativo Châtillon
1994
Capo Reparto Operativo Châtillon
Capo Reparto Operativo Châtillon
2007
Capo Reparto Operativo Châtillon
2007 ÷ 2010
Capo Reparto Operativo Châtillon
2010 ÷ 2013
Capo Centrale Avise
1954
Capo Centrale Avise
Capo Centrale Avise
Capo Centrale Avise
1983
Capo Centrale Aymavilles
1983
Capo Centrale Champagne
1983
Capo Centrale Champagne 2
2000
Capo Centrale Champagne 2
2000 ÷ 2002
Capo Centrale Chavonne
1983
Capo Centrale Grand-Eyvia
Capo Centrale Lillaz
1986 ÷ 2002
Capo Centrale Signayes
1951
** Nominativo attualmente non disponibile.
Chi avesse informazioni in merito può contattare l’ufficio Marketing: tel. 0166-823111 - E-mail: [email protected]
Responsabile
Classe
Qualifica e Impianto
Periodo
Collatin Guerrino
Capo Centrale Signayes
Dunoyer Onorato
1939
Capo Centrale Signayes
**
Capo Centrale Valpelline
1958
Scagliarini Giuseppe
Capo Centrale Valpelline
÷ 1981
Sanson Giorgio
Capo Centrale Valpelline
1981 ÷ 1983
Pan Ampelio
Capo Nucleo Avise
Deffeyes Osvaldo
1925
Capo Nucleo Avise
1982
Anselmet Renato
1941
Capo Subarea Avise
1983 ÷ 1990
Barbanti Giorgio
Capo Subarea Chavonne
1983 ÷ 1990
Caiazza Crescenzio
1930
Capo Reparto Operativo Avise
1990
Borney Aldo
Capo Reparto Operativo Avise
1996
Janin Dario
1955
Capo Reparto Operativo Avise
1996 ÷ 1999
Vuillermoz Maurizio
1949
Capo Reparto Operativo Avise
1999 ÷ 2007
Vevey Marziano
1954
Capo Reparto Operativo Avise
2007 ÷ 2013
Sclerandi
Capo Servizio Produzione Valle d’Aosta
1930 ÷ 1963
Fino Mario
1930
Capo Gruppo Impianti e Rete
1963 ÷ 1990
Radici Ettore
1946
Capo Nucleo Châtillon
1990 ÷ 1991
Jurman Eraldo
1950
Capo Nucleo Châtillon
1991 ÷ 1992
Fornero Ilario
1948
Capo Nucleo Châtillon
1992 ÷ 1994
Serra Eugenio
1947
Capo Nucleo Châtillon
1994 ÷ 2001
** Nominativo attualmente non disponibile.
Chi avesse informazioni in merito può contattare l’ufficio Marketing: tel. 0166-823111 - E-mail: [email protected]
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i soggetti pubblici e privati interessati al trattamento dei dati per scopi storici.
Gli interessati hanno diritto di esercitare tutti i diritti di cui all’art. 7 del D. Lgs. 196/2003.
Indice
^
Crediti fotografici
(La prima cifra indica il capitolo, la seconda la numerazione progressiva delle immagini;
con il numero 1 si indica la foto di copertina di ogni capitolo)
Archivi CVA
2/5, 2/11, 2/12, 3/6, 3/9, 3/11, 4/3, 4/4, 4/5, 4/6, 4/7, 4/14, 4/17, 5/2, 5/4, 5/5, 6/5, 6/7,
6/8, 6/9, 6/12, 6/13, 6/14, 6/15, 6/16, 6/17, 6/21, 6/22, 6/23, 6/24, 6/25, 6/26, 6/27, 7/1,
7/5, 7/7, 7/8, 7/9, 7/10, 7/11, 7/12, 7/18, 7/19, 8/1, 8/7, 8/8, 8/16, 8/17, 8/18, 8/19, 8/20,
8/22, 8/23, 8/24, 8/25, 8/26, 8/27, 8/28
5/20, 5/21, 5/22, 5/23, 5/24, 5/25, 5/26 (Fondo Breda)
3/3, 5/7, 5/9, 5/11, 5/14, 5/15, 5/16 (Fondo Breda Girodo)
3/1, 5/10, 5/13, 5/17, 5/19 (Fondo Girodo)
Regione autonoma Valle d’Aosta, archivi dell’Assessorato Istruzione e Cultura
2/14, 5/3, 6/2, 7/2, 7/3, 7/17 (Fonds Domaine)
Comune di Hône, archivio della Commission des Traditions
6/18, 6/19, 6/20, 8/14
Archivio Storico Telecom Italia di Torino, sez. Emeroteca
Rivista “Sincronizzando…” annata 1922: 3/4, 6/10, 6/11; annata 1923: 8/29;
annata 1924: 6/6, 7/6, 8/2; annata 1925: 8/32; annata 1926: 8/9; annata 1927: 3/5, 7/4;
annata 1929: 8/10; annata 1930: 8/30, 8/31
Rivista “Elettrosip” 4/8 (aprile 1950), 8/13 (marzo 1948), 8/21 (giugno 1958)
Indice
^
Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta
1/1, 4/1, 4/9, 4/10, 5/1, 5/8, 5/18, 6/1, 6/3, 6/4, 7/13, 7/14, 7/15, 7/16, 7/20, 8/11, 8/12,
8/15 (Fondo fotografico Enel)
Archivio Marco Busso (Issime)
6/28, 6/29
Archivio Flavio Fasano (Perloz)
Foto di copertina, 2/1, 2/2, 2/3, 2/4, 2/6, 2/7, 2/8, 2/9, 2/10,3/2, 5/6
Archivio Gian Maria Soudaz (Lillianes)
3/7
Immagini tratte da Sip. Quarant’anni di attività, Società editrice torinese,
Torino anno XVI e. f. [1938]
2/13, 4/2, 4/15, 8/3, 8/4, 8/5, 8/6
Immagini tratte da L’utilizzazione delle forze idrauliche del bacino del torrente Lys
da parte della Società Idroelettrica Piemontese-Lombarda “Ernesto Breda”,
Roma 1922
3/8, 3/10, 4/11, 4/12, 4/13, 4/16, 5/12
Ringraziamenti
Si ringraziano per la preziosa collaborazione Marisa Alliod, Renato
Anselmet, Fausta Baudin, Alvaro Bognolo, Marco Busso, Roberto
Canale Clapetto, Armando Casadei, Alessandro Celi, Anna Courthoud,
Vincenzo Dalbard, Laura Decanale, Osvaldo Deffeyes, Romano
Dozio, Flavio Fasano, Mirco Gamba, Leonardo Guarato, Dario Janin,
Marco Joly, Matteo Maino, Raimondo Martinet, Roberto Micheletto,
Silvino Morosso, Donato Panetti, Giancarlo Parmagnani, Silvana
Presa, Luciano Rial, Giovanni Rigotti, Giorgio Sanson, Gian Maria
Soudaz, Solange Soudaz, Marziano Vevey, Jean-Auguste Voulaz, ed in
particolare Walter Tucci e Grazia Viola dell’Archivio storico Telecom
Italia di Torino, Mauro Berthod e Ivo Soudaz Responsabili dei Reparti
Operativi di Montjovet e di Pont-Saint-Martin.
Indice impianti R.O. Pont-Saint-Martin e Montjovet
Impianto
da pagina
Bard
56 e 241
Carema48
Champdepraz184
Gabiet (dighe)
115
Gressoney109
Hône 1
246
Hône 2
173
Isollaz217
Issime188
Montjovet156
Pont-Saint-Martin89
Quincinetto 2
230
Sendren256
Vargno (ex diga)
105
Verrès206
Zuino256
Crediti
?B! Conseil - Baratti
Concept, sviluppo e design
Barbara Bonetti Coordinamento editoriale
Marie-Rose Colliard
Ricerca storico-documentaria e fotografica e redazione dei testi
Eugenio Serra Ricerca fotografica e revisione
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