Italian Association of Assistance
Community Services - Education - Heritage
Edizione Inverno 2009
Quarterly Newsletter For The Elderly, The Housebound And Carers.
Editor Michele Sapucci
L’Australia
Presente e futuro
dell’isola continente
L’ ABS Australian Social Trends
è una pubblicazione periodica
dell’Australian Bureau of Statistics.
Questa pubblicazione è una specie
di ritratto dell’Australia di oggi, in
cui il pennello viene sostituito dai
numeri: l’ABS Australian Social
Trends non fa altro che scoprire
quanti siamo, quante coppie
sposate ci sono in Australia, quanti
giovani, quanti vecchi e tanti altri
dati per capire com’è il paese e
poi, basandosi su questo dipinto
del presente (sui dati raccolti),
cerca di prevedere il futuro, di
dirci cosa diventeremmo in base
a chi siamo.
Il rapporto più recente è uscito
quest’anno e sarà uno strumento
molto importante per i politici
e per chiunque ha il compito di
preparare il futuro del nostro
paese, ma anche per chi tra noi
è interessato a dare un’occhiata a
questa specie di palla di cristallo,
capace di prevedere il futuro, che
è il rapporto.Tra i dati sicuramente
più interessanti c’è quello relativo
alla crescita della popolazione. In
Australia nel 2006 vivevano circa
21 milioni di persone. È probabile
che nel 2056 saremo 35 milioni
e mezzo e addirittura 44,7 milioni
nel 2101! Insomma come paese
continueremo a crescere, almeno
fino agli inizi del prossimo secolo e
questo anche grazie agli emigranti
che continueranno ad arrivare.
Questo è vero specialmente per
Sydney che sarà nel 2056 una città
di ben sette milioni di abitanti. Il
problema è che, assieme a questa
crescita, il rapporto registra
anche un altro cambiamento
nel
paese:
l’invecchiamento
della popolazione. Nel 2007 ci
potevamo considerare un paese
relativamente giovane, con solo
il 13% della popolazione con più
di 65 anni. Le cose cambieranno
di parecchio col procedere degli
anni, finché nel 2056 il numero
di “anziani” raggiungerà il 24%
della popolazione, insomma più
o meno un anziano ogni cinque
persone, rispetto ad uno ogni 13,
com’è adesso. Questa tendenza ad
un generale invecchiamento della
popolazione pare inevitabile, non
si può fare molto in proposito, e
pone seri problemi per un motivo
molto semplice: meno giovani vuol
dire meno persone che lavorano,
questo vuol dire meno tasse
raccolte, che alla fine significa
meno servizi ma più persone che
ne avranno bisogno, perché ci
saranno più anziani.
Ma non sono solo i numeri degli
abitanti a cambiare in Australia. Le
famiglie stesse stanno cambiando.
Innanzitutto sempre più spesso
ci si sposa dopo aver vissuto
assieme. Questo è un fenomeno
che ci accompagna da parecchi
anni e che adesso ha raggiunto
dimensioni di massa. Nel 1960 un
timido 3% delle coppie che sono a
tutt’oggi sposate, avevano vissuto
assieme prima del matrimonio.
Oggi i numeri sembrano quasi
invertiti! Solo il 15% delle coppie
che si sono sposate a partire dal
2000 non hanno vissuto assieme
prima di sposarsi. Sposate o non
sposate le coppie sembrano
anche più inclini a dividersi i lavori
di casa. Rispetto al passato gli
uomini fanno più lavoro in casa,
anche se sono ancora le donne
a farne la maggior parte, circa il
doppio rispetto ai loro mariti. A
difesa degli uomini si deve dire
che comunque il numero di ore
lavorate sia da uomini che donne
(che sia sbrigando le faccende
di casa o in un lavoro pagato)
è uguale, circa cinquanta ore
la settimana. Insomma viviamo
sempre più in famiglie in cui i ruoli
classici stanno sparendo.
Ma viviamo anche, e questa
è un’altra non bella notizia del
rapporto, in famiglie con sempre
più debiti. A partire dagli anni
novanta ci siamo indebitati
sempre di più e stiamo parlando
di cifre folli. Nel 1990 il debito
delle famiglie australiane era
di appena (si fa per dire) 190
miliardi, nel 2008 ha raggiunto
la cifra pazzesca di più di un
miliardo di miliardi! In media ogni
nucleo abitativo, termine tecnico
che indica ogni persona che vive
indipendentemente in una casa, in
famiglia o no, ha un debito di circa
50 000 dollari. Ci indebitiamo
soprattutto per comprare case
ma anche per comprare cose:
televisioni a grande schermo,
vestiti, cibo e quant’altro. Il debito
accumulato sulle carte di credito
è infatti cresciuto di parecchio,
specialmente tra i più poveri. Fino
ad ora l’economia era fiorente, la
disoccupazione bassa e i prezzi
delle case continuavano a salire.
Insomma c’era tra di noi fiducia
nella possibilità di poter ripagare
continua a pagina 2
Indice
pagina
1
L’Australia: presente e futuro
dell’isola continente
2
L’arte del mosaico sbarca a Leichhardt:
L’ “Howthorne Canal Community Mosaic
Mural”
3
Novità al Co.As.It.: servizi diversi per
una comunità che cambia
3
Come cambia l’Italia e i suoi emigranti:
curiosando sui giornali italiani
4
Luigi Pirandello: le tante facce
dell’uomo moderno
6
Breve storia del vino: da bevanda
degli dei a bevanda commerciale
Essere & Benessere
Inserto speciale
7
L’esercizio fisico: un modo diverso
per curare la depressione
8
I fruttivendoli italiani di Sydney:
la storia della gente comune
9
Violenza sugli anziani:
come la legge può proteggere
10
Benessere e felicità:
così vicini eppur così lontani
11
Gruppi di sostegno per malati di
cancro: un iniziativa di Lifeforce
in collaborazione col Co.As.It.
continua da pagina 1
i nostri debiti. Viene da chiedersi cosa succederà ora, con la
crisi economica che ci sta travolgendo e durerà chissà quanto...
Rimaniamo comunque, è importante ribadirlo, un paese ricco.
Ma tutta questa ricchezza, tutto questo benessere materiale,
ci rendono forse più sereni? La risposta, guardando ai dati
sulla salute mentale, sul benessere psicologico degli australiani,
è abbastanza difficile da dare, abbastanza ambigua. Nel 2007
circa un australiano su quattro aveva sofferto nel corso della
propria esistenza di un qualche tipo di problema psicologico,
stiamo parlando di 7,3 milioni di persone. Di queste persone
la maggior parte aveva sofferto di un disturbo non troppo
grave e per la maggior parte di ansia (specialmente donne),
ma anche di disturbi dell’umore (come la depressione) e di
abuso di sostanze stupefacenti (ovvero droghe), problema
quest’ultimo che colpisce soprattutto gli uomini e i giovani. E
la cosa più triste è che di tutte queste persone che magari
avrebbero bisogno di aiuto e di cure, la stragrande maggioranza
sembra non chiederlo, spesso dando come motivazione il fatto
di non averne bisogno. Insomma pare proprio che l’essere una
società ricca non ci renda immuni da tristezze e preoccupazioni
e dal desiderio di trovare una risposta a questi assilli nell’alcool
o in altre cose!
Parte delle informazioni contenute nell’articolo
sono tratte dal sito web www.abs.gov.au
L’arte del mosaico sbarca a Leichhardt
L’ “Howthorne Canal Community Mosaic Mural”
Frutto della collaborazione tra il Comune di Leichhardt e
vari altri enti e dell’impegno di Nola Diamantopoulos, artista
piena di talento e Presidente dell’Associazione mosaicisti
dell’Australia e della Nuova Zelanda, l’Hawthorne Canal
Community Mosaic Mural (Mosaico collettivo del canale di
Hawthorne, in italiano) é un progetto molto ambizioso: si
tratta di rivestire di un mosaico murale un sottopassaggio
che fa parte del percorso verde “Iron Cove” nella parte del
Comune di Leichhardt. Un’impresa, perché consiste nella
creazione di 22 pannelli di dimensioni notevoli. Il tema del
mosaico si ispira alla vita marina e, grazie all’abile direzione
di Nola, ha visto il coinvolgimento attivo di molti abitanti
2
in Contatto - Inverno 2009
della zona, bambini compresi, grazie al coinvolgimento di
varie scuole. I bambini sono riusciti, con la loro creatività, a
rendere ancora più colorato, brillante e giocoso il mosaico
in preparazione, disegnandone essi stessi le figure. Il gruppo
di brillanti volontari che lavorano sotto la direzione di Nola
si incontra tutti i martedì, dalle 10 alle 12, presso lo studio
dell’artista, al numero 747 di Darling Street a Rozelle. Se
volete partecipare a questa eccitante iniziativa potete
contattare direttamente Nola al numero 02 98187471
(o via email al [email protected]), tutti sono
benvenuti e non è necessaria nessuna esperienza in questa
bella e antichissima arte.
Novità al Co.As.It.
Servizi diversi per una
comunità che cambia
Una comunità numerosa
come quella italiana è
un qualcosa che cambia
costantemente, così come
cambia la società in cui tutti
noi viviamo e con lei i problemi
che le persone debbono
affrontare nel corso delle
loro vite. Parte del lavoro di
organizzazioni come il Co.As.
It. è proprio quello di capire
che tipo di bisogni gli italoaustraliani avranno ora e nel
futuro e fornire servizi adeguati
a rispondere a questi bisogni.
Questo richiede uno sforzo
costante di ricerca e di richiesta
fondi. Da questo punto di
vista, questo è stato un mese
fortunato per il Co.As.It., che
è lieto di annunciare l’apertura
di ben tre nuovi servizi,
servizi che permetteranno
all’organizzazione di rispondere
ai bisogni nuovi e vecchi della
nostra comunità.
Progetto gioco d’azzardo
Gambling Project
Per cercare di fornire aiuto
e assistenza alle purtroppo
sempre più numerose famiglie
che sono toccate da questa
forma di dipendenza, il Co.As.It
ha ottenuto un finanziamento
della durata di tre anni dal
Department of Gaming and
Racing.
Il servizio, attivo a partire
da luglio di quest’anno, offre
consulenza psicologica a chi
ha problemi di dipendenza da
gioco d’azzardo e organizzerà
anche campagne informative
di sensibilizzazione sul tema
Progetto amiciziaCompanionship
Program
Questo nuovo programma,
finanziato dalla Community
Relations Commission, si
propone di offrire amicizia e
compagnia a quegli anziani
che si trovano in situazioni
di particolare solitudine ed
isolamento. Tramite questo
progetto una persona anziana
che vive a casa sarà associata ad
un volontario/volontaria che la
andrà a trovare regolarmente,
offrendogli compagnia, amicizia
e conforto. Il progetto si basa
sulla buona volontà dei membri
della nostra comunità e sulla
loro disponibilità a dare del
tempo per una buona causa.
Volontari sono perciò ben
accetti. La coordinatrice del
progetto è Claudia Bertinato.
Programma di supporto
persone affette da
demenza e ai loro
familiari
Il Dementia Support
Program,
finanziato
dal
Department of Health and
Ageing, si propone di offrire
informazioni,
consulenza
psicologica
e
supporto
a coloro che soffrono di
demenza, ai loro cari e a
chiunque si prenda cura di
queste persone. Tra le attività
previste c’è anche un servizio
di supporto per quegli anziani
che vivono in zone rurali e
remote via teleconferenza. Il
Co.As.It. attiverà anche una
linea di consulenza telefonica
per questo servizio il cui
numero sarà 02 95640744. La
coordinatrice del progetto è
Rita Torrisi.
Per ottenere informazioni
su questi nuovi servizi e per
offrirsi come volontari per
il Progetto amicizia potete
telefonare al Co.As.It. al
numero 02 95640744
Come cambia l’Italia e i suoi emigranti
Curiosando sui giornali italiani
Matrimonio all’italiana
La vita di coppia, il modo di stare assieme
degli italiani sta cambiando e il paese sta
perdendo rapidamente alcune delle sue
caratteristiche peculiari.
Ci si sposa di meno in Italia e questa è una
tendenza presente da anni, almeno dagli inizi
degli anni settanta. Un altro dato interessante
è che ci si sposa sempre di meno in chiesa. Le
unioni civili (i matrimoni in comune) stanno
infatti aumentando di anno in anno: nel 2008
erano civili poco più di tre matrimoni su
dieci, dato che segna un aumento del 50% in
quindici anni.
I rapporti di coppia si fanno inoltre più
labili, il “vincolo sacro e indissolubile” del
matrimonio, cui erano abituati i nostri genitori
e nonni, sta diventando sempre meno sacro, e
questo lo avevamo già visto, e anche sempre
meno indissolubile. Aumentano infatti i secondi
matrimoni, persone cioè che si sposano dopo
un divorzio o una separazione. Le seconde
nozze nel 2008 sono state 33.070, lievemente
di più rispetto all’anno precedente, quasi il
14% del numero di matrimoni complessivo.
Se la gente si sposa sempre meno per
poi sempre più spesso divorziare, tutto questo
avviene anche ad una sempre più tarda età,
intorno ai 33 anni per gli uomini e verso i 30
continua a pagina 5
Inverno 2009 - in Contatto
3
Luigi Pirandello
Le tante facce
dell’uomo moderno
Romanziere, poeta ma soprattutto
drammaturgo, Luigi Pirandello nasce ad
Agrigento il 28 giugno del 1867. La famiglia
Pirandello era molto coinvolta in politica, il
padre era un ex garibaldino, ovvero aveva
partecipato alle imprese di Garibaldi in
Sicilia e il nonno alla rivoluzione siciliana
nel 1848-1849. Tutta gente insomma che
aveva lottato per l’unità d’Italia e che
credeva fermamente in questo ideale e in
quello che viene chiamato il Risorgimento
italiano.
Pirandello nasce ricco di famiglia, con il
padre Stefano coinvotto nell’industria della
estrazione dello zolfo. Ma i soldi, come si
suol dire, non sono tutto e certamente
il denaro non da necessariamente la
felicità. Infatti, sin da piccolo Pirandello
trova difficile comunicare con il padre e
il mondo degli adulti in generale. Il futuro
scrittore reagisce a queste difficoltà come
farebbero tutti i bambini bisognosi d’affetto:
cercando di compiacere i “grandi” e di
capire cosa vogliono attraverso lo studio
e l’osservazione del loro comportamento.
Capacità questa, che Luigi Pirandello
metterà a buon frutto nelle sue opere,
tutte basate sull’osservazione attenta
del comportamento umano e di come
questo cambi a seconda delle circostanze.
Pirandello credeva infatti fortemente che
sono le circostanze che fanno l’uomo e
che tutti noi nella vita abbiamo una limitata
capacità di scelta. Nasciamo ovvero, in una
specifica famiglia, circondati da uno specifico
ambiente e queste sono le circostanze che
formano il nostro carattere e indirizzano i
nostri desideri. Un po’ come se ci fossero
davanti a noi delle strade precise che
dobbiamo seguire e deviare dal percorso
dato è cosa quantomeno difficile se non
impossibile. Questa è, in breve, la filosofia
di vita di Pirandello e tutte le sue opere,
ma soprattutto quelle teatrali, parlano di
personaggi che si trovano ad affrontare
questi dilemmi esistenziali e cercano,
con ironia e a volte con disperazione,
di rispondere a domande che tutti noi
ci poniamo in un modo o nell’altro: “chi
sono veramente?”, “cosa voglio fare della
mia vita?”, “cosa vogliono gli altri da me?”.
Pirandello si rivela, come molti scrittori di
talento, un talento precoce e comincia a
scrivere molto presto. La sua prima opera,
dal titolo di “Barbaro” pare l’abbia scritta ad
appena undici anni! Ma le glorie letterarie
verranno chiaramente molto dopo.
Nel frattempo, compiuti gli studi superiori e
dopo un breve periodo trascorso aiutando
il padre, Pirandello va a Roma a studiare
all’università e poi in Germania a Bonn.
Laureatosi nel 1891 Pirandello, seguendo
la strada tipica dei ragazzi di buona famiglia,
si sposa con Maria Antonietta Portulano.
Il fatto che la moglie di Pirandello fosse
la figlia di un socio d’affari del padre fa
pensare ad un matrimonio d’affari più
che d’amore. Ma, con un colpo di scena
degno di un romanzo, il giovane Luigi e
Maria Antonietta si innamorano davvero
ed a completare felicemente questa loro
unione nascono in breve sequenza, tra il
1895 e il 1889, tre figli Stefano, Rosalia e
Fausto.
Pirandello aveva allora già cominciato a
scrivere, inizialmente poesie e poi romanzi,
come “L’esclusa” e “Il turno”. Il successo
però non arriva. Arriva invece un’altra
cosa, che segnerà la vita dello scrittore e
della sua famiglia per sempre. Una delle
miniere di zolfo su cui era stata investita
tutta la dote della moglie e dai cui proventi
la giovane famiglia Pirandello traeva
molto del suo sostentamento crolla e si
allaga. È il completo disastro finanziario,
la fine del benessere e della ricchezza.
La dura realtà fa la sua brusca entrata
nell’esistenza dello scrittore. Il suo lavoro
come insegnante alle scuole magistrali
non basta e l’ancora giovane Pirandello
si vede costretto a dare lezioni private
per guadagnarsi da vivere, continuando
nel frattempo a scrivere e iniziando una
collaborazione con Il Corriere della Sera.
Poi nel 1904 Pirandello scrive una delle
sue opere più famose, il romanzo “Il fu
Mattia Pascal” : la storia di un uomo che
improvvisamente viene dato per morto,
anche se è ancora vivo e vegeto e decide
di non dire a nessuno del fatto di essere
ancora vivo, approfittando dell’occasione
per rifarsi una vita finalmente come vuole
lui. In questo romanzo Pirandello parla di
uno dei suoi temi preferiti, ovvero quello
della maschera. In parole semplici quello
che dice Pirandello è che ognuno di noi
nella vita è varie cose per varie persone.
Per i figli siamo genitori, per le nostre
mogli o mariti siamo i loro sposi, per i
nostri genitori siamo figli. E ognuno di
questi ruoli sono appunto maschere che
ci portiamo addosso tutta la vita. Spesso
queste maschere sono molto diverse tra
loro e a volte ci chiedono cose diverse.
I figli ci chiedono di essere seri, maturi
e responsabili ma gli amici ci chiedono
invece di essere simpatici e divertenti. O
ancora, i figli ci chiedono di essere forti
nei momenti difficili, mentre un altra parte
di noi avrebbe voglia di lasciarsi andare e
farsi magari coccolare. Alcune volte tutti
questi ruoli ci fanno soffrire e ci verrebbe
voglia di mandare tutto e tutti al diavolo,
di mollare tutte le maschere. Ed è proprio
quello che fa Mattia Pascal nel romanzo.
Appena uscito il romanzo ha un successo
enorme e viene tradotto in varie lingue. È
l’inizio dell’ascesa di Pirandello tra i grandi
della letteratura mondiale e di un sempre
maggiore coinvolgimento di Pirandello
nel teatro e nella scrittura di pezzi teatrali
famosissimi come “Così è se vi paré, “Sei
personaggi in cerca d’autore” o ‘Come
tu mi vuoi”. “Pirandello è sempre stato
innamorato del teatro, ma é a partire da
continua a pagina 5
4
in Contatto - Inverno 2009
continua da pagina 4
poco dopo la prima guerra mondiale che le sue opere diventano famose
al punto da essere tradotte in varie lingue e rappresentate in varie parti
del mondo. “Come tu mi vuoi” addirittura diventa un film con Greta
Garbo. I temi delle sue opere teatrali sono comunque quelli presenti nei
suoi romanzi e a volte alcune opere teatrali sono addirittura tratte dai
romanzi. Nel 1934 Pirandello, a coronamento di una lunga carriera, riceve il
Premio Nobel per la letteratura, la massima onorificenza cui uno scrittore
contemporaneo possa aspirare. La motivazione del Nobel descrive
molto bene l’arte Pirandelliana quando dice che l’autore merita questa
onorificenza “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte
drammatica e teatrale”. Pirandello muore pochi anni dopo, nel 1936.
Benché il regime fascista volesse organizzare dei funerali di stato per lui, nel
suo testamento Pirandello chiese ed ottenne espressamente un funerale
semplice, addirittura senza la presenza di familari e amici. Quello che è stato
il più grande drammaturgo italiano non volle neanche essere seppellito, ma
cremato, con le ceneri sparse nel luogo in cui era nato, ad Agrigento. Un
fine semplice per una vita passata alla ricerca delle cose più importanti di
cui noi uomini siamo fatti, al di là delle maschere che tutti i giorni dobbiamo
e vogliamo indossare.
Presso il Centro Risorse Multimediali, al numero 67 di
Norton Street a Leichhardt si possono trovare varie opere di
Luigi Pirandello, compresi alcuni video delle sue principali
opere teatrali. Per ulteriori informazioni potete chiamare il
numero 02 9564 0755
Emigrare senza
nostalgia
per le donne.
Cosa significhi tutto questo, quali
conclusioni trarre da questi numeri è argomento
di acceso dibattito tra politici, studiosi e gente
comune. C’è chi vede in questi dati un crollo dei
valori tradizionali, come la famiglia o il senso di
responsabilità. Altri vi vedono semplicemente
il frutto di una maggiore possibilità di scelta e
quindi di una maggiore libertà. Forse non c’è
contraddizione tra queste due cose, forse tutti
questi numeri ci dicono che gli italiani sono ora
più liberi di decidere i valori fondanti delle loro
vite ed hanno accettato che il matrimonio e la
famiglia non sono l’unico modo di realizzarsi, di
essere felici...
continua da pagina 3
Per molti anni emigrazione ha significato,
forse perchè spesso si trattava di un’emigrazione
necessaria, nostalgia, desiderio struggente di un
ritorno a casa. Per molti anni ad emigrare sono
stati i poveri, quelli che non avevano molto e
che avevano anche poco da sperare.
Le cose sembrano cambiate, almeno
stando ad uno studio condotto dalla Fondazione
Migrantes, dal titolo “Rapporto Italiani nel
Mondo”. Il rapporto si concentra non tanto
su quegli italiani che sono emigrati nel lontano
passato e che nel loro paese di adozione
hanno figli, nipoti e magari pronipoti, anche se
il rapporto ne parla e conclude che gli italiani
oriundi sparsi nel mondo sono ben sessanta
milioni. La ricerca si concentra piuttosto sui
nuovi emigranti, su quelli che se ne sono andati
dall’Italia in un passato più o meno recente e
che sono iscritti al famoso A.I.R.E., il registro
degli italiani all’estero.
Gli italiani all’estero sembrano andare o in
Europa o in America, con la Germania a fare la
parte del leone per quel che riguarda i numeri,
e sembrano venire dal sud per la maggior parte,
il 55.6% del totale, anche se il nord col suo
30% e le isole col loro 14.4% contribuiscono in
maniera significativa.
Tra i nuovi emigranti, e questo dato segna
un altro cambiamento fondamentale rispetto
all’idea tradizionale di emigrazione che abbiamo
tutti noi, ci sono molti giovani: circa il 60% degli
iscritti all’A.I.R.E. ha meno di 35 anni e gli anziani,
chi ha più di 65 anni, rappresentano appena un
quinto del numero totale.
Un esercito di giovani quindi, molti di loro
con studi universitari alle spalle che decidono
volontariamente di emigrare per garantirsi un
migliore futuro professionale. Stiamo parlando
di quelli che i giornalisti italiani definiscono
“cervelli in fuga”. Non hanno particolari
nostalgie di casa questi giovani, e questo il
dato forse più interessante della ricerca, ma
vogliono ancora mantenere un legame col loro
paese, ne vogliono ancora gustare la favolosa
cultura e vogliono che il governo continui a
promuoverne la bellissima lingua.
Emigranti diversi quindi, giovani laureati
meno desiderosi di prima di tornare a casa, ma
ancora orgogliosi del loro paese e di ciò che
ha da offrire alle comunità italiane all’estero e
ai paesi ospitanti.
Parte delle informazioni contenute
in questo articolo sono tratte dai
seguenti siti web, www.repubblica.it
e www.avvenire.it
Inverno
2009--in
inContatto
Contatto
Winter 2009
5
Breve storia del vino
Da bevanda degli dei a
bevanda commerciale
Le origini del vino, in quanto
sostanzialmente
frutto
della
fermentazione delle uve, si perdono
nella notte dei tempi, perché
l’attrazione per l’effetto inebriante
di questo processo chimico sembra
essere stata scoperta molto
presto nella storia dell’umanità.
C’è addirittura chi sostiene che
non siano solo gli uomini ma
anche gli animali ad avere una
certa passione per i prodotti della
fermentazione di piante, frutta e
bacche... Gli elefanti per esempio
pare cerchino volutamente i frutti
in decomposizione caduti a terra
perché ne conoscono il potere
inebriante.
Sicuramente il vino occupa da
migliaia di anni un posto centrale
nella cultura umana e lo si vede
anche dai modi di dire ad esso
legati, come il famoso motto latino
“in vino veritas” o l’italiano “la botte
piena e la moglie ubriaca”. Il tutto
sembra essere cominciato intorno
all’8000 a.C. nell’Asia Minore. È
questo, apparentemente, il periodo
in cui la vite comincia ad essere
“addomesticata” per così dire e si
tenta di coltivarla. Questi tentativi
si protraggono per parecchio
tempio, circa duemila anni e
sembra siano stati i Sumeri, abitanti
della Mesopotamia (l’attuale Iraq)
e inventori della scrittura, ad
inventare il vino in quanto tale,
come testimoniato da un poema
trovato presso un antichissimo
tempio di questa lontanissima
civiltà. Siamo quindi in un periodo
lontanissimo nella storia dell’uomo,
ben prima che la bibbia fosse scritta.
Probabilmente i Sumeri trasmisero
le loro conoscenze alla grande
civiltá successiva, quella degli AssiroBabilonesi, i quali a loro volta le
trasmisero agli Egiziani che possono
essere considerati i maestri del
vino nell’epoca antica. Gli egiziani
sono stati maestri nelle tecniche
di coltivazione e ne hanno lasciato
resoconti dettagliati.
6
in Contatto - Inverno 2009
Forse portato dai Fenici, popolo
di commercianti, il vino fa la sua
entrata nel bacino del mediterraneo
circa duemila anni prima di Cristo:
tracce di coltivazione della vite e di
coltura vinicola sono rintracciabili
in Spagna e a Creta. Sicuramente
i greci conoscevano il vino e lo
apprezzavano. Nell’Odissea di
Omero (il più grande poema
della civiltà greca) a Polifemo, un
gigante da un occhio solo che
teneva prigioniero Ulisse (l’eroe
del libro) viene dato puro un vino
fortissimo. Il vino dei greci era
infatti molto forte e aspro ed essi
lo diluivano con l’acqua per berlo,
credendo anche che solo agli dei
fosse permesso di bere vino puro
e che se un comune mortale
l’avesse fatto sarebbe impazzito.
Con i romani il vino si diffonde in
Italia e le tecniche di produzione si
perfezionano. I romani introducono
l’uso di botti di legno al posto delle
anfore di ceramica usate dai greci
e delle bottiglie di vetro e sono
ancora i romani a cominciare ad
invecchiare il vino e quindi a creare
il concetto di annata. Insomma in un
certo senso è coi romani che il vino
diventa la bevanda che conosciamo
oggi.
Un aspetto molto interessante
della storia del vino è che da sempre
questa bevanda è stato legata alla
religione e al culto di vari dei. Tutte
le civiltà di cui abbiamo parlato
l’hanno usato per questo scopo,
come un modo per avvicinarsi
o ingraziarsi la divinità. Anche la
Chiesa in un certo senso riconosce
il potere di questa bevanda con
la cerimonia del pane e del vino
durante la messa.
Durante il
medioevo, i cosiddetti “secoli bui”,
il vino diventa sempre più sinonimo
di prestigio e ricchezza e numerosi
ordini monastici si specializzano
nella produzione di vari tipi di vino:
i frati benedettini erano famosi
in tutta Europa per la loro abilità
come viticoltori. Il nome del più
famoso champagne al mondo, il
Dom Perignon, deriva da quello
di un monaco benedettino. La
cosa ironica è che questo monaco,
perfezionista e meticoloso, ha
inventato la bevanda spumeggiante
più famosa del mondo, cercando di
creare un vino fermo. Col tempo si
è cercato di produrre vini più forti e
più invecchiati. Il Porto per esempio,
il famoso vino portoghese, è stato
inventato durante questo periodo.
Giunti nel diciottesimo secolo il
vino ha ormai raggiunto il massimo
della sua espansione e del suo
uso. Intere economie nel 1800 si
basavano sulla produzione vinicola,
con Spagna, Francia e Italia a farla da
padrone e a gareggiare tra loro a chi
faceva il vino migliore. Poi, verso la
fine del 1800, la tragedia, che porta
il nome di filossera, un parassita
delle radici delle viti che, in poco
tempo, distrugge o danneggia senza
rimedio le vigne di tutta Europa. I
viticoltori di tutto il continente sono
costretti a cercare un rimedio ad
una situazione che rischiava di avere
gravissime conseguenze per migliaia
di famiglie che sulla produzione del
vino ci campavano. La soluzione
viene trovata nel nuovo mondo, in
America: le viti europee vengono
innestate su radici americane,
immuni dalla filossera.
E siamo così giunti ai nostri
tempi dove grazie all’uso delle
moderne tecnologie anche paesi
le come l’Australia e le Americhe
hanno cominciato a produrre
vino di ottima qualità lasciando
noi italiani a meditare su una frase
terribile detta da un viticoltore
francese a Veronelli, il più grande
enologo (ovvero studioso del vino)
italiano: “Voi da uve d’oro fate vini
d’argento, noi da uve d’argento
facciamo vini d’oro”.
Parte delle informazioni
contenute in questi articoli
sono tratte dai seguenti
siti web: www.winezone.
it, www.tabaccheria21.net e
www.rivistastorica.it
essere
& benessere
Published by Co.As.It. Casa d’Italia 67 Norton
Street Leichhardt NSW 2040 Tel (02) 9564 0744
Fax (02) 9569 6648 www.coasit.org.au
Armati di informazioni
utili per essere in
buona salute
Chiunque abbia mai
preso un raffreddore
sa che ci sono molte
cose che si possono
fare per curarlo. Un
raffreddore sporadico è
accettato e accettabile
come un fatto che è
parte della vita, un
fatto che la maggior
parte di noi deve
affrontare ogni anno.
Se doveste chiedere a
dieci diverse persone
come curerebbero
un raffreddore, è
probabile che ognuna
di esse vi dia una
risposta diversa. Alcuni
vi direbbero forse che
assumerebbero molti
liquidi e starebbero a
letto, altri che forse
andrebbero dal dottore
per farsi fare una
ricetta o in farmacia
per acquistare medicinali per raffreddore
e influenza, mentre altri vi direbbero
che la miglior cura è la prevenzione e vi
suggerirebbero di assumere integratori
a base di erbe come Echinecea per
respingere i “germi cattivi”. Se invece
si chiedesse ad un insieme di persone
come curare un problema psicologico
quale la depressione, le risposte molto
probabilmente non sarebbero così
diversificate. Sfortunatamente, a causa
della stigmatizzazione legata alle malattie
mentali, spesso la maggior parte delle
persone eivta di cercare aiuto e non
sa come riconoscere i sintomi della
depressione, come riconoscerebbe ad
esempio che avere il naso che cola e
mal di gola sono probabili sintomi di un
raffreddore. Perciò ci sono molte persone
che stanno lottando con un disturbo
mentale non diagnosticato senza esserne
consapevoli.
L’essere informati è una risorsa
estremamente preziosa quando si parla
di problemi di salute. Essere coscienti
dei fattori di rischio, dei sintomi e delle
cure ottenibili può aiutare a rendere
l’esperienza di un problema psicologico
più gestibile e meno stressante.
Questo è vero sopratutto per problemi
psicologici, che sono stati e continuano
ad essere segnati da stigmatizzazione e
mancanza di consapevolezza. Si stima
che ogni anno in Australia una persona
su cinque soffra di una forma di malattia
mentale e che circa il 3 per cento ne sia
seriamente affetto, con depressione e
ansia tra le forme più comuni di problemi
psicologici. Confrontando questo dato
con le statistiche ottenute dal sondaggio
nazionale sulla salute condotto nel 20042005, nel quale al 3.6% degli australiani
è stato diagnosticato il diabete, si può
dedurre che le malattie mentali sono
piuttosto diffuse.
Informazioni su vari problemi di
salute sono diventate istantaneamente
accessibili tramite l’internet. Basta
semplicemente inserire il nome della
malattia e premere”ricerca”. Molti siti
con informazioni relative alla salute
forniscono materiale informativo
scaricabile, che si può anche stampare, su
una vasta gamma di problemi psicologici
o fisici. Per informazioni di carattere
generale si può consultare il sito del
Ministero statale della sanità www.health.
nsw.gov.au o per informazioni in altre
lingue si può provare il sito del servizio di
informazione multiculturale www.mhcs.
health.nsw.gov.au. L’Associazione per la
salute mentale riporta sul suo sito www.
mentalhealth.asn.au una vasta gamma
di informazioni sulla salute mentale e si
può avere accesso a simili informazioni in
altre lingue sul sito del servizio sanitario
multiculturale www.mmha.org.au. Se
non avete accesso con internet, potete
chiedere aiuto ai vostri figli oppure fissare
un appuntamento con il vostro medico,
che probabilmente avrà degli opuscoli da
leggere su vari problemi di salute.
Se sospettate di avere un problema di
salute, il vostro medico è il primo punto
di contatto. Spesso, il dottore può fornire
informazioni, prescrivere medicine per
trattare la vostra malattia, o riferirvi ad
un altro specialista con più esperienza nel
campo. Per chi soffre di malattie mentali,
a volte può essere opportuno prendere
delle medicine, ma in molti casi può
essere utile parlare ad uno psicologo o
assistente socio-psicologico.
In alcuni casi la tariffa pagata allo
psicologo può venire rimborsata dal
Medicare, se vengono usate strategie
terapeutiche che si sono dimostrate
efficaci, tra cui la più comune è la
terapia cognitivo-comportamentale, che
comprende la gestione dei propri pensieri
e la pratica di specifiche attività che ci
aiutano a guarire dalla propria malattia.
È importante sapere che mentre la
terapia cognitivo-comportamentale ha un
alto livello di successo nel trattamento
di alcune malattie mentali, esistono
una varietà di alternative per quel che
riguarda i trattamenti psicologici e
varie cure “alternative” che possono più
efficacemente venir incontro ai vostri
bisogni. Queste comprendono sostegno di
base in gruppo, medicinali a base di erbe,
agopuntura e massaggio. Può essere utile
informarsi per trovare quelle più adatte
per voi. In alcuni casi questi trattamenti
possono anche essere in parte coperti da
un’assicurazione sanitaria privata.
Inverno 2009 - essere & benessere
È confortante sapere che ci sono dei
trattamenti ottenibili nell’eventualità che
ne abbiate bisogno, ed è persino meglio
sapere cosa possiamo fare per evitare
questi tipi di malattia.
Sebbene non esistano prove
definitive che suggeriscono
che i fattori genetici o
ambientali possano esserne
la causa, la maggior parte
delle ricerche concorda sul
fatto che sia più probabile
che si soffra di una malattia
mentale quando questa è
parte della storia. Questo
fattre è stato individuato come
“fattore rischio”, il che però
non significa che si debba
necessariamente sviluppare
una malattia mentale.
Così come mantenere una dieta
equilibrata, riposare a sufficienza e fare
regolare esercizio fisico può aiutarci a
fortificare il sistema immunitario e ad
evitare una malattia fisica, questi fattori
legati al ritmo di vita possono anche
aiutarci ad evitare una malattia mentale.
Può essere anche utile avere una rete di
sostegno: amici, familiari e organizzazioni
a cui rivolgersi quando i tempi sono
duri o semplicemente per contribuire ad
arricchire la nostra vita e a soddisfare il
fondamentale bisogno umano di contatti
sociali.
Fonti:
www.mentalhealth.asn.au
www.aihw.gov.au
Arm Yourself with Information for Good Health
Anyone who has ever caught a cold will know
that there are many things you can do to treat
it. Having an occasional cold is an accepted and
acceptable part of life, which most of us face
year after year. If you were to ask a sample of
ten people how they would treat a cold, each
of them might give a different response. Some
may say that they get plenty of fluids and bed
rest, another may say to go to a doctor for a
prescription or take over-the-counter cold and
flu remedies, while others may say that the best
cure is prevention and suggest that one take
herbal supplements such as Echinacea to ward
off any nasty bugs. If however, you asked a range
of people about how they would choose to treat
a mental health issue such as depression, the
diversity of their answers might not be so great.
Unfortunately due to the stigma associated
with a mental illness, many people may want
to avoid seeking help altogether, or they may
not know how to recognise the symptoms of
depression as they would recognise that a runny
nose and sore throat means that they may have
a cold. Therefore, there are many people who
may be battling with an undiagnosed mental
health issue due to lack of awareness.
Information is an invaluable resource when
it comes to dealing with any health issue.
Being aware of the risk factors, symptoms
and treatments available can help make the
experience of a health issue more manageable
and less stressful. Early detection can possibly
lead to successful treatment or management
for some health issues. This is especially true
for mental health issues, which have been and
continue to be surrounded in stigma and lack of
understanding. It is estimated that about one
in five Australians will experience some form
of mental illness every year and that about
three percent of Australians will be seriously
affected, with depression and anxiety being the
most commonly experienced mental illnesses.
Comparing this to the statistic obtained by the
National Health Survey conducted in 20042005, in which 3.6% of Australians reported
they have been diagnosed with diabetes, we can
see that mental illness is rather prevalent.
Health information has become instantaneously
accessible via the internet. It can be as simple
as typing the name of the condition and clicking
“search”. Many health-related sites have
downloadable fact sheets, which you can also
print, on a range of mental and physical health
issues. For general health information you can
go to the NSW Government Health site www.
health.nsw.gov.au or for health information in
other languages you can try the Multicultural
Health Communication Service site www.
mhcs.health.nsw.gov.au . The Mental Health
Association www.mentalhealth.asn.au has a
wealth of information on mental health issues
but you can also access similar information in
other languages from the Multicultural Mental
Health website www.mmha.org.au . If you
don’t have access the internet, you may be
able to ask your children to help you or make
an appointment with your GP, who might have
pamphlets you can read on such health issues.
If you suspect that you may have a health
issue, a GP is a good first point of call. Often,
the GP can either provide information, prescribe
some medication to treat the illness, or refer
you to another health professional that has
more expertise in the area. For someone
experiencing a mental illness, sometimes
prescription medication can be appropriate, but
in many cases it may also be helpful to speak
to a psychologist or counsellor. Psychologists’
fees can now be claimed through Medicare in
some circumstances if they use therapeutical
strategies that have been proven to work, the
most common being cognitive behavioural
thereapy (CBT), which involves managing your
essere & benessere - Inverno 2009
thoughts and doing chosen activities to help you
recover from your illness. It is important to know
that whilst CBT has a very good success rate
in treating certain mental illnesses, there are a
wide variety of psychological and “alternative”
treatment options that may suit your needs
better. These could include things like group
based support, herbal treatments, acupuncture
or massage. It can be useful to ask around or
do some research into the available treatments
in order to find something that works for you.
In some cases, these treatments may even be
partly covered by private health insurance.
Knowing that there are treatments available
in the event you ever need them is reassuring,
however knowing what we can do to avoid
these illness is even better. Although there
is no conclusive evidence to suggest that it
either genetic or environmental factors are the
cause, most of the research does agree that the
likelihood of an individual developing a mental
illness increases when there is a history of
mental illness in their family. Having a family
history of mental illness has been identified as
a “risk factor”, however it does not mean that
one will inevitably develop a mental illness. In
the same way that eating a well balanced diet,
getting plenty of rest and exercising regularly
can help boost your immune system and help
you avoid physical illness, these lifestyle factors
can also help you to avoid mental illness. It can
also help to have a network of support in place –
friends, family members and organisations that
you can turn to when times are tough, and to
simply help enrich your life and fulfill the basic
human need for social contact.
Resources:
www.mentalhealth.asn.au
www.aihw.gov.au
Meditazione
Tuffarsi dentro ~
e salute ~ prima parte
A giudicare dal numero degli articoli e
libri che vengono pubblicati quantificando
i suoi benefici terapeutici, sembra che la
scienza stia cominciando ad accettare
quello che coloro che la praticano hanno
sostenuto per millenni: la meditazione
può avere un effetto profondo sulla salute
e sul benessere della persona. Inoltre, agli
occhi della scienza, l’atto del meditare
si è gradatamente liberato di quel velo
di mistero, svincolandosi dagli impacci
del misticismo, della spiritualità e della
religione.
In parole povere, la meditazione
è il pensare o il riflettere, è prestare
attenzione al pensiero. Etimologicamente
deriva dalla parola di radice indo-europea
“med”: misurare, considerare, da cui viene
anche “mens”, pensare, e che appare in
latino come “mens, mentis” e più tardi
in inglese come “mind”. Nel greco antico
“med” appare come “médomai” ed in
latino come “meditari”: entrambi i termini
significano “pensare, riflettere, tenere a
mente”, ecc. Meditare significa dunque
“essere cosciente, consapevole della
mente”. Come espressione verbale, si
potrebbe descrivere come “riflettere sulla
mente”, “pensare sul pensiero”..
In sintesi, quindi, la meditazione
è ben lontana dall’idea che se ne ha
comunemente, frutto di errate concezioni
culturali, connotazioni religiose, moda o
semplice ignoranza, la meditazione non
ha a che fare con “spegnere la mente”,
“non pensare a nulla”, “ripetere Om”,
neppure semplicemente col “rilassarsi”.
Al contrario, far meditazione significa
attivamente e volontariamente impegnare
la mente ad osservare il pensiero. Usare
la mente per osservare la mente o, come
spesso indicato nella tradizione buddista,
accendere la luce della mente dentro, per
osservare la mente.
L’idea di meditazione, questo invito a
riflettere su se stessi, per evitare che venga
erroneamente considerato (seguendo un
approccio occidentale di razionalizzazione
in cui i pensieri, piuttosto che usati come
strumenti del pensare vengono invece
analizzati) deve essere brevemente
contestualizzato.
Prima di tutto mentre ci sono trace
di forme di meditazione nella cultura
indiana e orientale almeno a partire da
circa 5000 anni fa, il più grande contributo
alla pratica della meditazione è stato
dato dalla figura storica di Siddhartha
Gautama, che ha usato la meditazione
per diventare “il Budda”, “ il Risvegliato”, e
dalla tradizione da lui generata.
Essendo la meditazione il mezzo
attraverso il quale uno può “risvegliarsi”,
un punto fondamentale da cogliere da
parte di ogni occidentale che si avvicini
alla meditazione, è che secondo il
buddismo le persone sono dotate di sei
sensi, non cinque come viene insegnato
in Occidente. Il sesto senso è proprio la
mente. Un organo di senso viene definito
come qualcosa che viene in contatto
con oggetti esterni e che permette di
percepirli e farne esperienza. Da questa
definizione segue che la mente è un
organo di senso perché viene in contatto
con oggetti mentali. Per esempio, gli occhi
possono vedere un bambino affamato,
ma è la mente che viene in contatto con
l’oggetto mentale della sofferenza, della
fame, della empatia, della tristezza, della
compassione e così via.
Siccome la mente è forse il più attivo
di tutti i sensi, che a tutti gli effetti elabora
costantemente tutta una serie di oggetti
mentali e che, attraverso l’interpretazione,
crea la realtà con cui siamo in relazione,
sembra logico prestare attenzione a
questo organo così importante.
Mentre la tradizione occidentale
possiede una sua propria tradizione
di
meditazione,
evidente
nella
contemplazione religiosa e nella preghiera
e più implicita nel motto “conosci te
stesso”, scolpito nel tempio di Apollo
a Delfi, la relazione con il pensiero e la
parola nell’Occidente si è sviluppata
decisamente in una diversa direzione
che nell’Oriente. Infatti, la fissazione
occidentale sugli Assoluti (verità, giustizia
Dio, ecc) e la tesi che razionalità e mente
riflettano quasi fedelmente il divino, ha
fatto sì che la mente venisse considerata
sede del sapere e padrona dei sensi. Nella
tradizione buddista, tale distinzione non
avviene.
Ogni organo di senso deve essere
trattato per le sue funzioni e per il suo
valore in se`. Il primo passo è quello di
osservare “com’è”. Un diretto, cosciente
contatto con ogni senso permette
all’osservatore di osservarne la funzione
e di notare quando non funziona bene.
Diventiamo molto coscienti del nostro
senso dell’odorato, per esempio, quando
sentiamo qualcosa con l’olfatto. Questa
facoltà esiste indipendentemente dal fatto
che ne siamo coscienti ma diventa acuta
solo quando vi prestiamo attenzione.
È quando la notiamo che ne cogliamo
le qualità. Osserviamo come funziona,
quando funziona e se funziona bene e
creiamo un comportamento per far sì che
funzioni al meglio delle nostre capacità.
Questo vale per il rapporto con tutti i
nostri sensi.
La meditazione non è altro che questol
tipo di attenzione diretto alla mente.
Funziona sulla base al’assunto che c’è in
noi una facoltà che è cosciente dei pensieri
e che poi reagisce in qualche modo a questi
pensieri. Prestando attenzione ai pensieri,
e semplicemente osservando la natura, la
qualità e la durata dei pensieri, chi medita
inizia a notare la voce della mente che
interagisce con questi pensieri. Piuttosto
che lasciare che questi pensieri abbiano
il controllo, la meditazione insegna a chi
la pratica a chiedersi “chi” stia osservando
questi pensieri.
Veniamo quindi guidati a renderci
conto che così come l’odorato, la vista,
il gusto, il tatto e l’udito funzionano in
contatto con dati sensitivi, anche per la
mente questo modo di funzionamento è
parte delle sue funzioni naturali. I pensieri
vanno e vengono nello stesso modo in cui
il respiro va e viene. Tutto ciò che esiste
sono i pensieri e un organo sensoriale
che viene in contatto con essi. Inoltre,
così come la consapevolezza del respiro,
una tipica tecnica di meditazione per i
principianti, ci permette di esercitare,
affinare e rafforzare questa funzione,
nello stesso modo la mediazione è uno
strumento che permette un intelligente
regolamento della mente come organo
sensoriale.
Tralasciando millenni di pratica
che ne prova i benefici, studi più recenti
che usano tecnologie d’avanguardia, tra
cui risonanza magnetica ed ecografie,
hanno dimostrato che una regolare
meditazione porta enormi benefici alla
salute e benessere di chi la pratica. Studi
specifici hanno mostrato che una regolare
meditazione riduce significativamente
l’ipertensione, con uno studio su
adolescenti che mostra una riduzione
media di 3.5mm nella pressione sanguigna
sia sistolica che diastolica. (1)Altri studi
hanno indicato una riduzione del battito
cardiaco e un deciso rafforzamento del
sistema immunitario. (2)
Osservando
l’attività
cerebrale
di soggetti che stanno meditando, gli
scienziati hanno notato che nello stato
di profonda meditazione, il lobo frontale
del cervello, responsabile della maggior
parte dei nostri processi razionali, della
pianificazione e dell’auto coscienza,
l’attività è notevolmente rallentata,
cosa che genera uno stato di maggiore
gratificazione. Si verifica anche un
Inverno 2009 - essere & benessere
rallentamento delle attività del lobo
parietale, che elabora informazioni dei
sensi dal mondo circostante. Si ipotizza
che “chiudendo” alle influenze esterne il
lobo parietale, si possa perdere il senso
dei propri limiti e sentirsi maggiormente
“all’unisono” con l’universo, il che
porterebbe ad una esperienza simile alla
“beatitudine” riportata da molte persone
che meditano. (3)
Uno studio condotto dall’Università
di Wisconsin rivela inoltre che la
meditazione
trasferisce
l’attività
cerebrale nella corteccia prefrontale
(proprio dietro la fronte) dalla sfera destra
a quella sinistra. Questo spostamento
genera un cambiamento da una modalità
stressante di funzionamento del tipo
“combatti o scappa” ad un atteggiamento
di accettazione che porta ad un aumento
di gratificazione. È interessante notare
che le persone che hanno una tendenza
ad essere negative tendono ad avere una
modalità di funzionamento cerebrale
di tipo “destro-prefrontale”; le persone
sinistro-prefrontali sono invece dotate
di maggior entusiasmo, più interessi, si
rilassano maggiormente e tendono ad
essere più contente. (4)
Scoperte di questo tipo vengono
rivelate continuamente e la ricerca
continua. Nei prossimi numeri di “Essere
Benessere” continueremo ad illustrare
i diversi aspetti della meditazione, dai
suoi provati benefici terapeutici alle sue
diverse forme e applicazioni. Visto che la
meditazione sta diventando sempre più a
far parte del vocabolario e trova sempre
più seguaci, compresi coloro che ne
sostengono l’uso nelle scuole, è questo un
argomento degno di ulteriore analisi.
Alla prossima!
1. Brian Reed, meditation inspires
Health benefits, www.dailytrojan.com
– 04/05/2004
2. Joel Stein, Just say OM, TIME Magazine,
August 4, 2003, pp.49ff.
3. Stein, Op.Cit., p.52.
4. Stein, Op.Cit., p.52-53.
Diving Within - Meditation and Health Pt.1
Judging from the number of articles and books
being published quantifying its therapeutic benefits,
it appears that science is beginning to accept what
practitioners have been claiming for millennia:
meditation can profoundly affect one’s health and
well-being. Moreover, through the looking-glass
of science, the act of meditation is gradually being
liberated from a shroud of mystery, releasing it from
the shackles of mysticism, spirituality and religion.
Plainly speaking, meditation is to think or
reflect. To pay attention to thought. Etymologically, it
derives from the Indo-European root word med – “to
measure or consider”. This then gives rise to mens –
to think, appearing in Latin as mens, mentis and later
in English as mind. In ancient Greek med directly
appears as médomai and in Latin as meditari, both
meaning “to think, reflect, have in mind” etc.
world of mental objects and, through interpretation,
creating the reality which we relate to, it appears
logical to pay attention to such an important organ.
While the western tradition has its own
tradition of meditation, explicit in religious
contemplation and prayer and implicit in the appeal
to “know thyself”, inscribed into the Temple of Apollo
in Delphi, the relationship to thought and word in
the West developed in a decisively different direction
to that in the East. In fact, the Western fixation with
Absolutes – truth, justice, God etc and the contention
that rationality and Mind reflected the divine almost
literally has meant that Mind is considered the seat
of knowledge and the master of the senses. In the
Buddhist tradition, no such distinction is made.
In essence, then, far from misguided notions
caused by cultural misconceptions, religious
attachment, fashion or plain ignorance, meditation
is not concerned with “switching off the mind”,
“thinking about nothing”, “saying Om”, or even
just “relaxing”. Meditation is actively, and willfully,
engaging the mind to observe thought. Using mind
to observe mind or, as it is generally put in the
Buddhist tradition, turning the light of mind inward
to observe mind.
Each sense organ is to be treated according to
its function and merits. It is also to be addressed
directly in order to allow for it to function efficiently.
We become acutely aware of our sense of smell,
for example, when we smell something pleasant
or unpleasant. We perhaps become even more
acutely aware of it when we smell nothing at all!
In any case, if we were to cultivate, enhance or
preserve its function we would engage it directly,
paying attention to its workings, ensuring it was
not exposed to harm, noticing how it is and being
mindful of changes.
This appeal towards self-reflection requires a
little contextualization, lest it be mistaken for a more
typically Western approach of rationalization, where
thoughts rather than the instrument of thought are
analysed. First of all, while meditation in some form
can be attributed to Eastern culture spanning from
India to China and Japan and dates back at least
some 5000 years ago, appearing in the Vedic tradition
of India, the greatest contribution to the practice of
meditation was made by the historical figure known
as the Buddha and the tradition he spawned. A
major and fundamental point to be understood
by any westerner approaching meditation is that
Buddhism considers humans as having six sense
organs, not five as we in the West are taught.
Meditation is just that kind of attention
directed to mind. It works on the premise that there
is a faculty in us which produces, or is aware of,
thoughts and then reacts in some way to these
thoughts. Rather than allowing these thoughts to
have free rein, meditation teaches the practitioner
to contemplate the question of “who” is riding these
thoughts. Ultimately, the more one seeks the “who”
in question, the Subject, the more elusive that subject
becomes. What we are led to is the realization that
in the same way that smell, sight, taste, touch
and hearing function in contact with sensory data,
the mind does this as part of its natural function.
Thoughts come and go in the same way a breath
goes in and out.
The sixth sense organ is mind. A sense organ
is defined as something that comes into contact with
objects outside of itself and allows for perception and
experience. By this definition it follows that mind is
a sense organ because it comes into contact with
mental objects. For example, the eyes may see a
hungry child but it is mind which comes into contact
with the mental objects of suffering, hunger, pathos,
sadness, compassion and so on.
But in the same way that contemplation, or
mindfulness of breath (or any other sense) allows
one to train, refine and strengthen that function, it
follows that meditation is a tool which allows for the
intelligent regulation of mind as sense organ.
Given that mind is arguably the most active
of all senses and in effect is constantly engaging a
Leaving aside millenia of anecdotal evidence
affirming its benefits, more recent studies employing
state of the art technology, including MRIs and
EEGs, have shown that regular meditation brings
enormous benefits in the area of health and
wellbeing to its practitioners. Controlled studies
essere & benessere - Inverno 2009
have shown that regular meditation significantly
reduces hypertension, with one study of teenagers
showing an average drop of 3.5mm in both systolic
and diastolic blood pressure . (1) Other studies have
indicated a drop in heart rate and a marked boost in
the immune system. (2)
By viewing the brain activity of subjects in
meditation, scientists have noted that in the state
of deep meditation, the frontal lobe of the brain,
responsible for much of our reasoning, planning
and self-conscious awareness, decreases activity
markedly, allowing for a deeper state of contentment.
There is also a slowing down in the parietal lobe,
which processes sensory information about the
surrounding world. It is speculated that by shutting
down the parietal lobe, you can lose your sense of
boundaries and feel more “at one” with the universe,
leading to an experience akin to the “bliss” reported
by many meditators. (3)
A study conducted at the University of
Wisconsin further revealed that meditation shifts
activity in the prefrontal cortex (right behind our
foreheads) from the right hemisphere to the left. This
constitutes a shift from the stressful “fight-or-flight”
mode to one of acceptance, leading to an increase
in contentment. Interestingly, people who have a
negative disposition tend to be right-prefrontal
oriented; left-prefrontals have more enthusiasms,
more interests, relax more and tend to be happier. (4)
Findings of this kind are increasingly being
brought to the fore and research continues. In
coming issues of EssereBenessere, we will continue
to discuss the many facets of meditation, from its
proven therapeutic benefits to its applications. With
meditation increasingly entering our vocabulary
and finding more adherents, including many who
advocate its use in schools, it is a relevant topic
worthy of further analysis.
Stay tuned!
1. Brian Reed, meditation inspires Health benefits,
www.dailytrojan.com – 04/05/2004
2. Joel Stein, Just say OM, TIME Magazine, August
4, 2003, pp.49ff.
3. Stein, Op.Cit., p.52.
4. Stein, Op.Cit., p.52-53.
L’esercizio fisico
Un modo
diverso per
curare la
depressione
La depressione è una forma di
disturbo mentale purtroppo molto
diffusa, come abbiamo avuto modo di
dire spesso su queste pagine. Si tratta,
detto in maniera semplice, di un insieme
di sentimenti e pensieri che incatenano
l’individuo in una gabbia fatta di tristezza,
malinconia e mancanza di motivazione e
speranza. L’intensità di questo problema
varia da individuo, perciò si parla di
depressioni più o meno gravi. Molti
tra coloro che ne soffrono cercano
aiuto e una guarigione affidandosi al
proprio medico, ad uno psicologo o ad
uno psichiatra. Moltissimi prendono dei
farmaci (gli psicofarmaci) alla ricerca di un
sollievo dai “brutti” sentimenti e pensieri
che la depressione porta con se.
Ma c’è un altro modo per sentirsi
meglio, per ricominciare a vivere in alcuni
casi. Un modo più semplice e naturale
che ingerire pillole o parlare con un
professionista. Si tratta dell’esercizio
fisico. Un’attività fisica, anche moderata,
non stiamo parlando di un allenamento
per partecipare alle prossime olimpiadi,
ha un effetto molto positivo sull’umore
e chi la fa, così almeno dicono gli esperti,
soffre meno di depressione e ansia. I
benefici del movimento fisico sembrano
però essere ancora più profondi: ci sono
degli studi che portano a pensare che
una forma moderata, regolare e costante,
di attività fisica sia di per se una cura per
almeno quelle forme di depressione non
troppo forti. Alcuni esperti sostengono
addirittura che 16 settimane di esercizi
abbiano lo stesso potere curativo di alcuni
psicofarmaci in quegli adulti depressi
che non svolgono regolare attività fisica.
Insomma, essere attivi, muoversi per così
dire, fa bene, ha il potenziale di curare
la depressione e non importa il tipo di
attività fisica che si fa.
La ragione per cui essere attivi fa
bene, solleva l’umore, sembra risiedere
nel cervello. Il movimento fisico aumenta
la presenza di una sostanza chimica
presente nel cervello chiamata serotonina,
una sostanza che molti studi legano alla
depressione e che in una giusta quantità
aiuta il sonno, favorisce l’appetito e “tira
su”. L’esercizio sembra anche favorire
nel cervello lo sviluppo delle endorfine,
altre sostanze che pare possano avere un
effetto positivo sui nostri stati d’animo,
sui nostri sentimenti.
Non bisogna inoltre dimenticare
che spesso il fare esercizio da un senso
di controllo su se stessi e ci calma,
portandoci lontani dai pensieri ricorrenti,
che spesso per una persona che soffre di
depressione sono fonte di ansia. Insomma,
l’essere attivi ci può offrire dei momenti
di calma, delle opportunità per guardare
le cose con maggiore serenità.
Il problema nell’iniziare a fare
esercizio regolarmente è quello di trovare
la motivazione. Il discorso vale ancor di
più per una persona depressa, perché
proprio la mancanza di motivazione è
uno dei sintomi della malattia. Esistono
tuttavia dei modi di affrontare i momenti
iniziali, che sono poi i più difficili, che
possono aiutare a risolvere il problema
“mancanza di motivazione”. Per esempio,
qualsiasi attività va bene: camminate a
ritmo sostenuto, l’andare in bicicletta,
fare del giardinaggio, portare a spasso il
cane, tutto è utile, tutto fa brodo. Se le
possibilità di scelta sono molto ampie,
cosi lo è lo scegliere quando e dove. Gli
esperti raccomandano almeno mezz’ora
di attività fisica moderata (come il
camminare a velocità sostenuta per
esempio) al giorno tutti, o quasi tutti, i
giorni della settimana. Ma gli esperti
dicono anche che questa mezz’ora non
deve necessariamente essere fatta in
maniera continuativa, l’importante è
farla per almeno dieci minuti alla volta,
fino a raggiungere la mezz’ora. Non
porsi degli obbiettivi irrealistici è un
altro modo per favorire la motivazione
all’attività fisica. Si deve, in altri termini,
cercare di non strafare. Ripetiamolo
ancora una volta, non stiamo parlando
di allenarsi per le olimpiadi. Bene è
quindi iniziare lentamente, con calma,
consapevoli, soprattutto se non si è fatta
tanta attività fisica prima o se si ha una
certa età, che bisogna osservare come
il nostro corpo reagisce e trattarlo con
rispetto e delicatezza. Per esempio, se
l’obbiettivo che ci siamo fissati è quello di
arrivare ad un punto in cui si camminerà
per mezz’ora ogni giorno, cominciamo
con dieci-quindici minuti alla volta,
aumentando gradualmente il tempo
fino a raggiungere la mezz’ora. Infine
ricordiamoci sempre che, come dice il
proverbio, “la pazienza è la virtù dei forti”
e che i benefici di una regolare attività
fisica richiedono tempo per farsi sentire.
Cerchiamo perciò di non abbatterci,
se non ci sentiamo meglio subito ma
andiamo avanti, anche accettando i
momenti di sconforto, perché i benefici
più prima che poi si faranno sentire e
non solo sul corpo ma anche sulla mente:
non a casa i romani parlavano di “mens
sana in corpore sano” (“sani di mente in
un corpo sano).
Parte delle informazioni contenute
in questo articolo sono tratte
dall’opuscolo illustrativo “Exercise
and Depression” pubblicato dal Black
Dog Institute.
Lo scopo di questo articolo è
puramente illustrativo. Prima di
prendere decisioni a livello personale
sulla materia trattata si consiglia di
consultare un esperto.
Inverno 2009 - in Contatto
7
I fruttivendoli italiani di
Sydney.
La storia della gente comune
Ci sono due tipi di storia: la
Storia (con la esse maiuscola) e la
storia (con la esse minuscola). La
Storia la fanno i grandi e i potenti,
gli eserciti con la guerra e i popoli
con le rivoluzioni. La storia piccola
la fa invece la gente comune nella
loro vita quotidiana, lavorando,
creando un futuro per se e per i
propri cari, emigrando.
I fruttivendoli italiani di
Sydney, con i loro negozietti
pieni di cose che molti australiani,
fino a non troppo tempo fa, non
avevano mai visto, come zucchine,
melanzane, aglio e spaghetti,
hanno fatto la storia piccola,
quella di noi tutti ed anche la
storia di città come Sydney,
perchè sono stati parte della
grande storia della emigrazione
italiana in questo continente ed
hanno rivoluzionato il modo di
mangiare di una nazione.
La storia di questa rivoluzione
comincia agli inizi del 900
con giovani uomini in cerca di
avventura e giovani famiglie in
cerca di un futuro che sbarcano
a Sydney pronti a lavorare fino
a diciotto ore al giorno nel loro
piccolo negozietto. Questa gente
viene predominantemente dalla
8
in Contatto - Inverno 2009
Sicilia, le isole Eolie e la Calabria
e rappresenta in un certo senso
l’avamposto
dell’emigrazione
italiana degli anni futuri. La
Grande Depressione, la crisi
economica del 1929, ha un effetto
terribile su queste piccole attività,
spesso sorte per sfamare una
famiglia o un piccolo gruppo di
famiglie legate tra loro da legami
di parentela: molti dei piccoli
negozi di fruttivendoli italiani che
avevano cominciato a dare colore
ai quartieri di Sydney debbono
chiudere.
E per quelli che
sopravvivono le cose non sono
destinate ad andare meglio con
lo scoppio della seconda guerra
mondiale. È questo un periodo
terribile per la comunità italiana
di Sydney. Molti italiani, “nemici di
guerra”, sono spediti in campi di
internamento e per coloro che
rimangono fuori, continuando
il loro lavoro nei loro amati
negozietti, le cose non vanno
meglio: sassi tirati sulle vetrine
e razzismo e discriminazione
gli rendono la vita difficile. Ma
loro resistono é vanno avanti,
circondati anche da tanta
solidarietà e amicizia. Come
racconta un testimone di quei
tempi, “C’erano persone che
volevano i nostri negozi chiusi.
Ma abbiamo avuto anche
meravigliosi vicini australiani
che la sera bussavano alle
nostre porte per chiederci
se avevamo bisogno di aiuto
o se avevamo bisogno che ci
facessero la spesa”. Che bella
descrizione della duplicità
umana!
Poi la guerra finisce
e con il dopo guerra inizia
l’epoca della grande migrazione
italiana in Australia, migliaia di
italiani giungono in questa terra e
molti di loro aprono altri negozi
di frutta, i quartieri di Sydney si
riempiono di nuovo di odori e
colori tipicamente italiani e la vita
ricomincia.
Le cose vanno bene per
almeno altri vent’anni poi, negli
anni 70, la peste che rovina
tutto: i grandi centri commerciali.
Tantissimi
negozi
debbono
chiudere, anche se alcuni
rimangono e ci sono tutt’ora e con
loro tramonta un altro capitolo
della storia sociale non solo degli
italiani in Australia, ma di quartieri
interi in cui il fruttivendolo italiano
era diventato una caratteristica
fissa.
Ritrovare le tracce di questa
storia, le sue immagini, i racconti
ad essa collegati è un qualcosa
cui il Co.As.It., specialmente il
suo settore Patrimonio culturale,
tiene molto. Per questo motivo
l’associazione ha deciso di
partecipare ad un progetto
chiamato “I negozi di frutta italiani
di Sydney- La nostra memoria
collettiva”. Il progetto, frutto di
una collaborazione tra il Co.As.
It. e il Centro australiano di
storia sociale (Australian Centre
for Public History in inglese)
della University of Technology,
si propone di organizzare una
mostra fotografica sul tema,
da inaugurarsi presso la NSW
Parliament House e di creare
un “Elenco in rete dei negozi di
frutta italiani di Sydney”. Finora il
progetto è riuscito a raccogliere
ben 40 racconti intervista, 150
fotografie e svariati oggetti legati
al tema. Ma si vuole fare di più,
affinché questa bellissima storia
collettiva non sparisca per sempre.
E per fare questo c’è bisogno
dell’aiuto di tutti voi, cari lettori
di In Contatto. Per cui, se avete
storie da raccontare, fotografie o
siete semplicemente interessati
a saperne di più e contribuire
al successo del progetto, siete
caldamente invitati a contattare
Linda Nellor, responsabile del
settore Patrimonio Culturale
del Co.As.It., al numero 02
95640744.
Violenza sugli anziani
Come la legge può proteggere
Violenza e abuso sono parole che
molti anziani conoscono bene, perché
sono loro stessi a soffrirne, sapendo
bene come spesso violenza e ansia si
impossessino rapidamente del cuore
della vittima, paralizzandolo. A volte la
violenza, soprattutto se ripetuta, non
attanaglia solo il cuore ma anche il
cervello, la nostra capacità di ragionare
chiaramente. Al punto che le vittime (mai
i carnefici) sono rose dai dubbi, cercano
delle giustificazioni per le violenze e gli
abusi subiti o, cosa ancor peggiore, si
danno esse stesse la colpa di quello che
succede. E così chi ha preso le botte o
chi è stato trattato male si rinchiude in
se stesso e viene spinto a non far niente,
a non cercare una soluzione al problema,
viene spinto all’inazione.
Mentre invece c’è sempre una via
d’uscita, solo che il terrore che le cose
possano andare ancora peggio, o la
triste convinzione che non ci sia nulla da
fare, c’impediscono di vederla. Un primo
passo è quello di capire cosa si intende,
anche legalmente, per violenza ed abuso.
Violenza ed abuso non sono solo botte
o percosse o comunque violenza fisica
ma anche violenza psicologica, fatta di
umiliazioni, offese, urla, intimidazioni e
tutte quelle cose che sono fatte con
l’intenzione di sminuire, rendere deboli,
insicuri. Violenza e abuso avvengono
anche quando si cerca di fare alle vittime
cose contro la loro volontà o quando,
avendo promesso di prendersi cura di
una persona, non lo si fa. Insomma si fa
violenza non solo con le mani ma anche
con i gesti, le parole o il non far niente.
Un secondo passo è capire che
nell’affrontare il problema non si è soli,
che il macigno da sollevare e da gettare
alle spalle è enorme ma il peso non
deve necessariamente essere tutto sulle
nostre spalle. In Australia ci sono molti
servizi statali che possono fornire aiuto
e sostegno in situazioni di violenza ed
abuso e tutti questi servizi sono gratuiti.
Infine, è importante capire cosa può
fare la legge per difenderci e punire i
violenti. Innanzitutto è bene ricordare
che alcuni tipi di comportamento come
la violenza fisica e la violenza sessuale
sono dei crimini che possono essere
denunciati alla polizia. Uno strumento
che le vittime hanno tra le mani è quello
che in inglese si chiama Apprehneded
Violence Order (in italiano si chiama
diffida penale) che praticamente significa
che un giudice ha, per fondati motivi, il
potere di ordinare ad una persona di
stare lontana da un altra o anche, nel
caso le due persone vivano assieme,
di cambiare i suoi atteggiamenti, pena
l’essere accusato di un reato penale, un
reato molto serio per cui si può andare
in prigione. Questo è uno strumento
fondamentale per le vittime di violenza
perchè gli da la possibilità di proteggersi,
creando una specie di barriera legale tra
loro e i cattivi: insomma se un giudice
emette un Apprendhed Violence Order
contro qualcuno e a vostro favore, se
questo qualcuno lo viola (ovvero va
contro la legge) si può chiamare la polizia.
La legge non permette solamente di
difendersi dalla violenza, ma offre alle
vittime anche la possibilità di ricevere
un risarcimento o di intraprendere
una terapia psicologica. Esiste infatti
un tribunale speciale chiamato Victims
Compensation Tribunal (Tribunale di
valutazione delle richieste di risarcimento
danni delle vittime di violenza e abuso)
che si occupa di vagliare caso per caso
se è possibile legalmente offrire un
risarcimento economico per le violenze
subite. È importante tenere a mente
che, anche se esistono eccezioni, esiste
un massimo di due anni di tempo,
dal momento della violenza per fare
richiesta di risarcimento al tribunale.
Numerose sono poi le associazioni
che, come detto prima, possono aiutarvi
nel caso siate vittime di violenza ed abusi.
Queste organizzazioni sono aperte a
tutti e se si hanno problemi con l’inglese
si può utilizzare il Telephone Interpreter
Service (TIS) al numero 131 450. Tra
queste organizzazioni si possono citare:
telefonica gratuita che fornisce assistenza,
legale e consulenza psicologica
(Tel 1800656463).
Lawaccessnsw
Ancora un servizio telefonico che
fornisce informazioni e consulenza legale
gratuita. Lawaccess può anche riferire
il vostro caso, ovviamente col vostro
consenso, ad altri servizi tra cui il Legal
Aid NSW più vicino o un Community
Legal Centre (tutte organizzazioni che
vi possono aiutare da un punto di vista
legale) ma anche ad avvocati privati o
altre organizzazioni (Tel 1300 888 529,
al costo di una chiamata locale, o linea
TTY 1300889529).
The Older Person’s Legal Service (A
service of the aged-care rights service)
Servizio che offre assistenza e
consulenze gratuite per gli anziani su vari
aspetti legali (tel 02-92813600 o la linea
gratuita 1800424079).
Women’s Domestic Violence Advocacy
Service
Questo è un servizio specifico per
le vittime di violenza domestica che vi
può aiutare in tutti i vostri bisogni, da
quelli psicologici a quelli materiali come
trovare un luogo dove stare se si è
subita violenza, passando per quelli legali,
come l’ottenimento di un AVO contro
una persona. Ci sono 33 di questi centri
sparsi nel NSW. Lawaccess può mettervi
in contatto con il centro più vicino.
Parte delle informazioni contenute
in questo articolo sono tratte dalla
brochure “Are You
Experiencing
Violence or Abuse?” pubblicata da
Lawacess.
Lo scopo di questo articolo è puramente
illustrativo. Prima di prendere decisioni
a livello personale sulla materia trattata
si consiglia di consultare un esperto.
Domestic Violence Hote Line Una linea
Inverno 2009 - in Contatto
9
Benessere e felicità
Così vicini eppur così lontani
“Stare bene”,“essere felici”. Concetti
all’apparenza molto semplici, quasi
scontati, il cui significato è ovvio, non
c’è bisogno di spiegarlo. In realtà non è
proprio cosi. Stare bene, per esempio,
non significa semplicemente non essere
malati ma, come vedremo, molto, molto
di più. E per quel che riguarda quella
che potrebbe essere definita la “sorella
maggiore” dello stare
bene, “la felicità” questa
non significa solamente
avere tutto il giorno un
sorriso stampato sulla
faccia!
Cominciamo
innanzitutto col chiederci:
cosa ci fa sentire bene,
cosa ci rende più felici? Se
ci pensate bene vedrete
che alla fine queste cose
si possono dividere in
due categorie principali.
Da una parte ci sono le
cose che facciamo noi da
soli o in compagnia. Sto
parlando per esempio dei
nostri passatempi, ovvero
di attività che ci piace fare,
decidendo noi quando
e per quanto tempo.
Spesso nel fare queste
cose ritorniamo bambini
e riscopriamo il piacere
del giocare, senza limiti di
tempo. Giocare a carte
con gli amici, passeggiare,
mangiare, sono tutte
attività che rientrano
in questa categoria e ci
danno un senso di benessere, di felicità
che gli psicologi chiamano “felicità
edonica”, una felicità magari molto
intensa ma altrettanto temporanea che
passa una volta terminata l’attività o
poco dopo.
Alla seconda categoria invece
appartiene il mondo delle relazioni, dei
rapporti che abbiamo con gli altri. Il
rapporto con gli altri può potenzialmente
essere un’enorme fonte di serenità e di
forza mentale. Il rapporto con i nostri
familiari è in questo senso fondamentale.
Attraverso la relazione con i nostri cari
traiamo forza, e la nostra vita ha un senso.
Ma non sono solo i familiari ad essere
importanti. Anche gli amici, quelli veri,
sono importantissimi. Perché è agli amici
che ci rivolgiamo nei momenti di bisogno,
sono gli amici le persone cui si possono
rivelare cose di cui magari non possiamo
parlare in famiglia e sono ancora gli amici
ad offrirci preziosi momenti di distrazione
dai nostri quotidiani assilli. Forse troppo
concentrati sulle relazioni familiari spesso
dimentichiamo che ci sono anche gli altri
e che le nostre relazioni con questi altri
(amici ma anche colleghi) ci offrono
spesso vie di fuga e prospettive diverse
sul come affrontare la vita, prospettive di
cui abbiamo altrettanto bisogno.
Per molte persone queste due cose,
attività piacevoli e relazioni, bastano a
dargli un senso di benessere stabile e
duraturo. Ma siamo sicuri che tutto ciò
basti? E qui ci viene in aiuto la psicologia,
in particolare quella branca recente della
psicologia che si chiama “psicologia della
felicità” Questi “psicologi della felicità”
si sono posti le stesse domande che ci
siamo posti noi all’inizio di
questo articolo (cosa ci
fa sentire bene? Cosa ci
rende più felici?) e hanno
cercato di rispondere
facendo queste domande
alla gente, e soprattutto
a coloro che, almeno in
apparenza,
sembrano
essere particolarmente
felici. Quello che hanno
scoperto è estremamente
interessante. Innanzitutto,
sia lo svolgere attività
piacevoli che l’avere
relazioni significative, ci
dicono questi psicologi,
sono cose fondamentali.
Ma non bastano. E qui
viene il bello, perché
questi psicologi che
studiano la felicità hanno
anche scoperto che, per
raggiungere uno stato di
benessere e felicità più
stabile e permanente
(che viene chiamato
“eudemonico”)
le
“persone felici” fanno
altre cose. Innanzitutto
queste persone sono
coinvolte nella vita della comunità in
cui vivono, sono attivi socialmente,
fanno volontariato, aiutano gli altri
contribuendo al loro benessere. In
altri termini, queste persone sembrano
avere scoperto che per stare bene
non basta solo ricevere, ma bisogna
anche imparare a dare! Dare agli altri,
fare del bene, ci fa sentire meglio, da
un senso alla nostra esistenza, creando
al contempo un ambiente migliore per
continua a pagina 11
10
in Contatto - Inverno 2009
continua da pagina 10
tutti. Alcune persone che ritengono di
essere felici o perlomeno di stare bene,
hanno anche un’altra risorsa da cui
attingere, la spiritualità, che è il credere
in un qualcosa di buono e di superiore a
noi che ci guida nella nostra vita dandoci
coraggio nei momenti difficili, offrendoci
protezione e riposo nei momenti di
fatica. Questa credenza in un essere
superiore, che alcuni chiamano Dio,
può avere un effetto molto potente sul
nostro benessere, perché ci da due cose
fondamentali, difficilissime da ottenere e
mantenere: la fede e la speranza.
A questo punto qualche lettore,
forse un po’ cinicamente, potrebbe
chiedersi: “tutte queste cose che ho
letto sono interessanti, le passioni, le
relazioni, l’aiutare gli altri, la spiritualità,
tutto molto bello...ma i soldi dove sono
finiti? Forse che il benessere materiale,
una bella casa, una bella macchina, non
conta?”. Ebbene, numerosi studi hanno
dimostrato che in realtà, i soldi, sorpresa
sorpresa, non danno la felicità. I ricchi
non sono necessariamente più felici
dei poveri e anche chi diventa ricco
all’improvviso, per esempio vincendo
la lotteria, magari ha un picco di felicità
momentaneo ma che dura poco:
dopo un anno è già passato. I soldi e il
benessere materiale non aumentano, in
altre parole il nostro benessere. Né la
felicità è legata al livello di intelligenza o
al fatto di aver studiato o meno, o all’età:
molte ricerche sembrano indicare che
spesso gli anziani sono più felici dei
giovani.
Insomma benessere e felicità sono
concetti più complessi di quello che si
può pensare e richiedono anche un
certo impegno forse, la voglia di uscire
dai nostri piccoli recinti, di andare verso
gli altri, di contribuire al sogno di un
mondo migliore, impegnandosi, sorretti,
dalla fede e consapevoli che oggetti e
soldi non ci porteranno dove vorremmo
andare.
Parte
delle
informazioni
contenute in questo articolo
sono tratte dai seguenti siti
web: www.ppc.sas.upenn.edu,
www.centreconfidence.co.uk e
www.news.bbc.co.uk
Gruppi di sostegno per malati di
cancro.
Una iniziativa di Lifeforce in
collaborazione col Co.As.It.
Lifeforce è una piccola organizzazione
senza scopo di lucro fondata sedici
anni fa con l’obbiettivo di fornire
sastegno psicologico ed emotivo a
persone che soffrono di cancro, tramite
l’organizzazione e la conduzione di
gruppi di sostegno.
Giulia Priante fa parte di Lifeforce,
e lavora per l’organizzazione come
consulente psicologica gestendo gruppi
di sostegno per malati.Giulia è in procinto
di organizzare per la seconda volta, vista
la scarsa risposta alla stessa iniziativa
pochi mesi fa, dei gruppi in italiano per i
membri della nostra comunità affetti da
questa malattia, grazie al contributo di
Lifeforce, del Co.As.It. e della Mamma
Lena Foundation.
La filosofia di approccio al problema
cancro di Lifeforce si potrebbe definire
olistica. In altri termini le iniziative
dell’organizzazione si occupano della
persona intera, non solo della persona
in quanto “malata”. I gruppi hanno
la funzione di aiutare la persona nel
percorso di guarigione lavorando con lei
e con il gruppo su quelli che sono i suoi
sentimenti e paure e il suo rapporto
con gli altri. Il gruppo è un luogo dove
si può essere capiti e condividere tutte
queste emozioni con altri che stanno
vivendo la stessa situazione, senza
paura di essere giudicati o di disturbare.
Nel gruppo tutte queste emozioni si
possono tirare fuori liberamente e nel
gruppo si possono esaminare, grazie
all’aiuto degli altri e di chi il gruppo lo
facilita. In altri termini, ci si libera dalle
emozioni guardandole in faccia, assieme.
Il gruppo può aiutare a ritrovare una
normalità che la malattia toglie, si può
tornare ad essere “normali” e acquistare
la capacità di affrontare il presente, la
vita quotidiana con più serenità E poi
c’è anche la socializzazione, la possibilità
di conoscere gente, di fare amicizie,
anche questa è una funzione molto
importante del gruppo.
I gruppi di sostegno avranno un costo
di 10 dollari ad incontro che serviranno
a coprire le spese amministrative. Per
avere ulteriori informazioni o per
iscriversi ci si può rivolgere al Co.As.It
allo 02 95640744.
Informazioni
utili
sulle
organizzazioni
grazie
a
cui
questa iniziativa é possibile o
sul Cancer Council si possono
trovare
nei
seguenti
siti
web: www.lifeforce.org.au,
http://mammalena.info/index.htm,
www.nswcc.org.au
Inverno 2009 - in Contatto
11
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Addressee:
CERCHI UN’ATTIVITA’ CHE TI FACCIA SENTIRE UTILE ?
• Hai un pó di tempo ogni due settimane ?
• Parli italiano e inglese?
• Ti senti particolarmente sensibile alle
esigenze e bisogni delle persone anziane ?
• Guidi e hai una patente valida ?
Allora chiama Lisa o Claudia al Co.As.It., al numero 9564 0744 e
chiedi di far parte del gruppo di volontari del progetto.
Visitatori comunitari (Community Visitors)
Partecipando a questo progetto ti verra’ fornita una formazione
continua e il sostegno dei due coordinatori.
Published by Co.As.It. Casa d’Italia 67 Norton Street Leichhardt NSW 2040 Tel (02) 9564 0744 Fax (02) 9569 6648 www.coasit.org.au
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in Contatto - Inverno 2009
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Sapere che si sta migliorando la qualitá di vita di chi vive
in un centro per anziani puó farci sentire molto utili.
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