biblioteca idraulica
IDRAULICI
ITALIANI
Mario Di Fidio
Claudio Gandolfi
Fondazione Biblioteca Europea di Informazione e Cultura
Mario Di Fidio, Claudio Gandolfi
idraulici italiani
Milano
Fondazione Biblioteca Europea di Informazione e Cultura
2014
2014 Fondazione Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, Milano
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Indice
Presentazione
1.
2.
3.
4.
Una cultura unitaria e policentrica
I protagonisti della tradizione idraulica italiana
I rapporti internazionali degli idraulici italiani
Lotta contro la decadenza e iniziative prerisorgimentali
Giambattista Aleotti (1546-1636)
La vita
1. Un precoce perito agrimensore ed architetto
2. Architetto ducale dal 1575 al 1597
3. Architetto camerale dal 1598 al 1636. Fortificazioni e bonifiche
4. Architetto comunale dal 1598 al 1635. La questione del Reno
5. Gli ultimi anni
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. L’interrimento del Po di Ferrara
2. Il trattato Idrologia
Benedetto Castelli (1577-1646)
La vita
1. Un benedettino discepolo di Galileo a Padova
2. Assistente di Galileo a Firenze. La cattedra a Pisa
3. La cattedra alla Sapienza di Roma. Missione sul Po
4. La faticosa gestazione del trattato fondativo della scienza idraulica
5. Altre perizie idrauliche
6. La personalità e i rapporti con i contemporanei
7. I rapporti con i contemporanei
8. La polemica sul presunto plagio di Leonardo
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Il trattato Della misura dell’acque correnti
2. Fondazione della pluviometria e dell’idrologia
3. Le considerazioni intorno alla Laguna di Venezia
4. Le bonificazioni delle Paludi pontine e del Maccarese
Nicolò Cabeo (1586-1650)
La vita
1. Formazione presso il Collegio dei Gesuiti di Parma
2. Rapporti con gli Estensi e i Gonzaga
3. Contrasto con B. Castelli sulla questione del Reno
4. Dimora a Genova ed incontro con G.B. Baliani
5. Esperienze con G. B. Riccioli
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. L’approccio scientifico sperimentale
2. La polemica antigalileiana
3. Il trattato De mensuratione aquarum decurrentium
4. L’asta di Cabeo per la misura della velocità
4
idraulici italiani
5.
6.
7.
8.
Rapporti tra la legge di continuità e gli invasi
La sezione ottimale degli acquedotti e dei corsi d’acqua
La dispensa delle acque agli utenti
Il giudizio sugli ingegneri ed architetti d’acque
Famiano Michelini (1604-1665)
La vita
1. Da precettore di corte ad ingegnere idraulico in Toscana
2. La bonifica della Chiana, controversia con E. Torricelli
3. Lettore di Matematica a Pisa. Protezione di Leopoldo de’ Medici
4. La lunga gestazione del Trattato sulla direzione dei fiumi
5. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. La tesi errata sulla pressione idrostatica
2. Il valore generale del trattato di F. Michelini
Evangelista Torricelli (1608-1647)
La vita
1. Segretario di Castelli, Ciampoli e Galileo
2. Matematico granducale e professore a Pisa
3. La personalità
4. Vicissitudini degli scritti di Torricelli
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Il carteggio con B. Cavalieri sulla seconda legge di Castelli
2. La legge di Torricelli sull’efflusso dalle luci
3. La scoperta del barometro in base alle leggi dell’idrostatica
4. La bonifica della Val di Chiana. Scontro con F. Michelini
Vincenzo Viviani (1622-1703)
La vita
1. Allievo degli Scolopi e segretario di Galileo
2. Matematico alla Corte dei Medici
3. Primo Ingegnere del Magistrato di Parte Guelfa
4. L’Accademia del Cimento
5. La “divinazione” dei libri perduti d’Apollonio e d’Aristeo
6. Il pesante impegno d’Ingegnere granducale fino a tarda età
7. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Concezione della moderna difesa del suolo
2. Le tecniche di sistemazione spondale
Geminiano Montanari (1633-1687)
La vita
1. Un giureconsulto alla ricerca della vera vocazione
2. Matematico del Duca di Modena. Lavori col marchese Malvasia
3. Professore di matematica a Bologna. L’Accademia della Traccia
4. Professore d’Astronomia e Meteore a Padova
5. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Uno scienziato poliedrico, attento alle applicazioni tecniche
2. La concezione di un trattato generale d’idraulica
3. Le esperienze d’idrostatica a Bologna
4. Lo studio sul trasporto e il deposito di sabbie lungo le coste venete
5. La critica alle palificate verticali
Domenico Guglielmini (1655-1710)
La vita
1. La formazione come medico e matematico
2. Sovrintendente alle acque del Bolognese
3. Professore di matematica a Bologna. La polemica con D. Papino
4. Successo nella controversia sul fiume Reno. La cattedra d’Idronomia
5. Nascita dell’idraulica fluviale come scienza
6. Il restauro della Meridiana di S. Petronio
7. Professore d’astronomia e matematica a Padova
8. Professore di medicina a Padova
9. Un uomo distrutto dall’eccesso di lavoro
10.La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Il contributo all’idraulica fisico-matematica
2. La fondazione dell’idraulica fluviale come scienza
Antonio Vallisneri (1661-1731)
La vita
1. Infanzia e studi umanistici nel ducato estense
2. Allievo di Malpighi a Bologna
3. La chiamata all’Università di Padova e l’intensa attività di ricerca
4. L’attività giornalistica
5. Le escursioni naturalistiche
6. La controversia intorno all’origine delle fontane
7. I rapporti con gli idraulici contemporanei
8. La questione della lingua, ancor oggi attuale
9. La personalità
Lo scienziato idrogeologico
1. Le principali tesi storiche sull’origine delle fontane
2. Le osservazioni idrogeologiche
3. I colloqui con Corradi d’Austria e Ferdinando de’ Medici
4. L’origine dei pozzi modenesi
Guido Grandi (1671-1742)
La vita
1. Camaldolese a Ravenna
2. Matematico autodidatta a Firenze
3. Professore all’Università di Pisa
4. Studi e controversie storiche
indice5
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idraulici italiani
5. Matematico granducale
6. La perizia idraulica sul fiume Era
7. Sovrintendente alle acque del Granducato
8. Il Padule di Fucecchio
9. Matematico pontificio. La complessa questione del Reno
10.Altre perizie idrauliche in Toscana
11.La malattia e la decadenza degli ultimi anni
12.La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Il trattato Del movimento dell’acque
2. La previsione di un Servizio Idrografico pubblico
Eustachio Manfredi (1674-1739)
La vita
1. Anni di gioventù. L’Accademia bolognese degli Inquieti
2. Sovrintendente alle acque e astronomo
3. La questione del Reno
4. Le perizie idrauliche toscane
5. La diversione dei fiumi Ronco e Montone a Ravenna
6. La malattia e gli ultimi lavori
7. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Il commento del trattato di Guglielmini
2. I rapporti tra ingegneri e matematici in idraulica
Bernardino Zendrini (1679-1747)
La vita
1. La laurea in medicina con D. Guglielmini
2. Gli interessi per la matematica e la fisica
3. Il primo scritto idraulico
4. La partecipazione alla disputa sulla questione del Reno
5. Soprintendente alle acque dello Stato veneto
6. La bonifica di Viareggio
7. La diversione dei fiumi Ronco e Montone a Ravenna
8. La Meteorologia e l’Astronomia come svaghi
9. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Giovanni Poleni (1683-1761)
La vita
1. La casa come primo laboratorio giovanile
2. Professore d’Astronomia e Meteorologia
3. Professore di Fisica
4. Gli affari d’acque
5. Professore di Matematica
6. Professore di Fisica sperimentale
7. Un’autorità filologica: le edizioni critiche di Frontino e Vitruvio
8. Uno scienziato eclettico, ma rigoroso
9. La personalità
Lo scienziato idraulico
Antonio Lecchi (1702-1776)
La vita
1. L’insegnamento nel Collegio dei Gesuiti di Milano
2. Il professore di matematica diventa ingegnere
3. Perizie idrauliche nella Lombardia austriaca
4. Matematico e Idrografo Imperiale
5. I lavori idraulici nelle Province di Bologna, Ferrara e Ravenna
6. Il ritorno a Milano e gli ultimi studi sulla navigazione
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Teoria e pratica delle acque: una conciliazione necessaria
2. Il trattato d’idrostatica
3. Le tradizioni locali e la riforma della dispensa delle acque
4. Il trattato sui canali navigabili
Tommaso Perelli (1704-1783)
La vita
1. Uno studente avido di conoscenza, ma disordinato
2. La cattedra d’astronomia e le osservazioni alla specola di Pisa
3. La dissipazione di un genio fisico - matematico
4. L’impegno negli affari d’acque
5. Gli anni della decadenza
6. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. La sistemazione idraulica della campagna pisana
2. La sistemazione idraulica del Valdarno inferiore
3. L’inalveazione del Reno
4. Gli studi sul lago Trasimeno
Ruggero Boscovich (1711-1787)
La vita
1. Un dalmata al Collegium Romanum dei Gesuiti
2. Primi impegni a servizio dello Stato della Chiesa
3. L’assistenza alla Repubblica di Lucca per il lago di Bientina
4. Il lungo viaggio attraverso l’Europa e l’Impero turco
5. Ritorno in Italia. La cattedra di matematica a Pavia e Milano
6. Il dissidio sull’Osservatorio astronomico di Brera e le dimissioni
7. Direttore d’ottica della Marina francese
8. Ritorno e morte a Milano
9. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Le regole per la misura delle acque
2. La posizione sulla legge del movimento delle acque
indice7
8
idraulici italiani
Leonardo Ximenes (1716-1786)
La vita
1. Un gesuita siciliano trapiantato in Toscana
2. Geografo di S.M. Imperiale e professore di geografia
3. Matematico granducale
4. Un giornalista scientifico a servizio della cultura italiana
5. L’impegno come scienziato
6. L’impegno nelle opere pubbliche
7. Morte e testamento: le cattedre d’Astronomia ed Idraulica
8. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Invenzione di nuovi strumenti idrometrici
2. La dottrina del movimento delle acque
3. Le perizie sulla questione del Reno
4. La bonifica della Maremma
5. La sistemazione del lago di Bientina
6. Bilancio dell’impegno come ingegnere idraulico
Teodoro Bonati (1724-1820)
La vita
1. Un medico con la vocazione per la matematica e l’idraulica
2. Assistente e successore di R. Bertaglia come idraulico di Ferrara
3. La polemica con C.L. Génneté sulla confluenza dei fiumi
4. La polemica con J.B. Pons, in difesa della scienza idraulica italiana
5. La cattedra d’Idrostatica ed Idrodinamica all’Università di Ferrara
6. Il trauma della Rivoluzione francese
7. La scuola speciale d’Idrostatica di Ferrara
8. La strenua e sfortunata difesa di Ferrara nella questione del Reno
9. Consultore per i lavori idraulici durante la Restaurazione
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Le esperienze intorno al corso dei fiumi
2. Il saggio sul movimento delle acque e l’asta ritrometrica
Paolo Frisi (1728-1784)
La vita
1. Una tiepida vocazione religiosa
2. L’amore per le corone accademiche e i concorsi internazionali
3. Professore all’Università di Pisa
4. La partecipazione alla controversia del Reno
5. Professore alle Scuole Palatine di Milano
6. L’anno sabbatico e il viaggio in Europa
7. Il soggiorno a Vienna e la protezione del Cancelliere von Kaunitz
8. I contrasti con i Gesuiti
9. Le perizie idrauliche in Trentino
10.Difficoltà e disgusto per le discussioni sugli affari d’acque
11.Un nuovo genere letterario nella vecchiaia: gli elogi
12.Gli ultimi anni
13.La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. I trattati idraulici e il rinnovamento della didattica
2. La controversia con F. B. ferrari sull’edificio magistrale milanese
3. I progetti per i navigli milanesi
Anton Mario Lorgna (1735-1796)
La vita
1. Studi e ingresso nella carriera militare
2. Uno scienziato direttore dell’accademia militare veneta
3. La Società italiana delle Scienze: un’iniziativa prerisorgimentale
4. I rapporti con gli scienziati europei
5. Morte e trasferimento del Collegio militare
6. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Giambattista Venturi (1746-1822)
La vita
1. Un fanciullo - prodigio al Seminario di Reggio Emilia
2. Professore al Seminario di Reggio e all’Università di Modena
3. Matematico ducale. Affari d’acque
4. Collaborazione con G. Tiraboschi. Il Giornale de’ Letterati
5. L’Accademia scientifica del marchese Rangone
6. L’ambasciata a Parigi, per salvare il Ducato di Modena
7. L’anno sabbatico a Parigi. Rapporti con l’élite scientifica francese
8. Ritorno in Italia. Nomina al Parlamento della Repubblica Cisalpina
9. Professore alla Scuola Militare di Modena
10.Ambasciatore a Berna
11.L’agognata pensione. Infortunio col nuovo Duca di Modena
12.Le ultime pubblicazioni di un brillante poligrafo
13.Titoli accademici
14.La personalità
Lo scienziato idraulico
1. Gli esperimenti idraulici sui vortici nei condotti e nei canali
2. Gli studi sull’attrito interno dei liquidi
3. Gli studi di storia della scienza
4. La scoperta dell’importanza scientifica di Leonardo
Vittorio Fossombroni (1754-1844)
La vita
1. Un giovane dagli interessi poliedrici
2. Visitatore dei beni dell’Ordine di S. Stefano
3. Soprintendente alla bonifica della Val di Chiana
4. Ministro degli esteri del Granducato
5. Senatore e conte dell’Impero francese
indice9
10
idraulici italiani
6. Primo ministro del Granducato dopo la Restaurazione
7. Gli studi idraulici sulla maremma toscana e sui fiumi veneti
8. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Le memorie sulla Val di Chiana: una contesa plurisecolare
2. La strategia per la bonifica della Chiana
3. Le critiche di G. De Marchi alla strategia di Fossombroni
4. Le proposte per la bonifica delle Paludi Pontine
Antonio Tadini (1754-1830)
La vita
1. Un abate insegnante al Collegio Mariano di Bergamo
2. L’adesione alla rivoluzione francese
3. Ispettore generale del Corpo di Acque e Strade
4. Contrasti con i colleghi e dimissioni
5. Insofferenza per l’invadenza francese
6. L’intensa attività scientifica durante il ritiro a Romano di Lombardia
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Gli studi sull’idraulica fisico-matematica e sperimentale
2. La riforma dei sistemi di misura e dispensa delle acque. Polemica con
V. Brunacci
3. La polemica con V. Fossombroni sulla Val di Chiana
4. La polemica sulla laguna di Venezia
Vincenzo Brunacci (1768-1818)
La vita
1. Un medico controvoglia a Pisa
2. Pratica come ingegnere idraulico a Firenze
3. Professore presso il R. Istituto di Marina di Livorno
4. Simpatie rivoluzionarie. Emigrazione a Parigi
5. Rientro in Italia. Professore di matematica a Pavia
6. Ispettore generale di acque e strade
7. Le perizie idrauliche
8. I titoli onorifici e accademici
9. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Insegnamento e ricerche sull’idrometria
2. Il galleggiante composto
3. Il trattato sull’ariete idraulico. Polemica con G. Avanzini.
4. Gli studi sulla capillarità. Polemica con P. S. Laplace
5. Il progetto del canale Milano-Pavia. Polemica con G. de Prony
Giuseppe Venturoli (1768-1846)
1. La vita
1. Studente presso il Collegio Montalto di Bologna
2. Segretario dell’Accademia delle scienze di Bologna
3. Professore dell’Università di Bologna
4. Attività tecnico-amministrative del periodo bolognese
5. Fondazione della Scuola d’ingegneria a Roma
6. Il regolamento e l’attività della Scuola d’ingegneria
7. Presidente del Consiglio d’Arte
8. La personalità
Lo scienziato idraulico
1. Il trattato di meccanica e idraulica come libro di testo
2. L’attività scentifica nel periodo romano
Giorgio Bidone (1781-1839)
La vita
1. Allievo al Collegio delle Province di Torino
2. Professore all’Università di Torino
3. La personalità
Lo scienziato idraulico
Pietro Paleocapa (1788-1869)
La vita
1. Un brillante ufficiale del Regno d’Italia napoleonico
2. Un brillante ingegnere del Regno Lombardo-Veneto austriaco
3. Uno dei capi dell’insurrezione di Venezia nel 1848
4. Ministro del Regno di Sardegna
5. Senatore del Regno, nell’Italia unita
6. La personalità
Lo scienziato e l’ ingegnere idraulico
1. La regolazione dei fiumi Brenta e Bacchiglione (1835 -1847)
2. La costruzione della diga di Malamocco (1838-1846)
3. La regolazione del Tibisco (1847)
4. La bonifica delle Valli grandi Veronesi (1859)
5. L’impresa del canale di Suez (1855-1869)
Elia Lombardini (1794-1878)
La vita
1. Un orfano, che riesce a laurearsi
2. Ingegnere del Corpo di acque e strade a Cremona (1822 - 1839)
3. Ispettore idraulico per la Lombardia a Milano (1839 -1848)
4. Direttore generale dei lavori pubblici in Lombardia (1848 -1856)
5. Un pensionato dedito alla scienza (1856-1878)
6. La personalità
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. Un idraulico in continuità con la tradizione italiana
2. Sul sistema idraulico del Po (1840)
3. Sulla natura dei laghi (1846)
4. Sulle inondazioni avvenute in Francia (1858)
5. Gli studi sul canale di Suez e sul Nilo (1859 - 64)
6. Dell’origine e del progresso della scienza idraulica (1860)
7. Sui progetti di irrigazione della pianura della valle del Po (1863)
indice11
12
idraulici italiani
8. Sul prosciugamento del Fucino (1862 - 75)
9. Guida allo studio della idro­logia fluviale e dell’idraulica pratica (1870)
Domenico Turazza (1813-1892)
La vita
1. Un giovane professore con la vocazione per l’idraulica teorica
2. La conversione all’idraulica pratica e sperimentale
3. La Scuola d’applicazione per gli ingegneri
4. L’eredità scientifica
5. Titoli accademici ed onorificenze
6. La personalità
Lo scienziato e l’ ingegnere idraulico
1. Le applicazioni all’idraulica fisico-matematica
2. Le applicazioni all’idraulica sperimentale
3. Il trattato d’idrometria
4. L’impegno per le opere idrauliche
Cesare Cipolletti (1843-1908)
La vita
1. Direttore della Società Italiana per le Condotte d’Acqua
2. La costruzione del canale Villoresi
3. Lo stramazzo Cipolletti
4. I lavori in Argentina
5. Rientro in Italia. Lavori per i Comuni di Roma e di Milano
6. Ritorno in Argentina e morte in mare
Gaudenzio Fantoli (1867-1940)
La vita
1. Assistente di geometria al Politecnico di Milano
2. Ingegnere regolatore del Naviglio di Langosco
3. Libero docente d’idraulica fluviale
4. Costituzione del Servizio Idrografico Italiano
5. Ordinario d’idraulica industriale
6. Rettore del Politecnico di Milano
7. Senatore del Regno
8. Titoli accademici ed onorificenze
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Giulio De Marchi (1890-1972)
La vita
1. Studi a Padova e ingresso nel Magistrato alle Acque di Venezia
2. La direzione del Servizio Idrografico Italiano
3. Professore a Pisa. Il laboratorio d’idraulica
4. Professore a Milano. Il Centro Lombardo Costruzioni Idrauliche
5. Preside della Facoltà d’Ingegneria del Politecnico di Milano
6. Il rinnovamento dell’idraulica italiana
7. L’impegno civile
8. La Commissione per la difesa del suolo
9. La Conferenza Nazionale delle Acque
10.La personalità
Bibliografia
Indice dei nomi
indice13
Presentazione
La “Biblioteca idraulica italiana” della Fondazione Biblioteca Europea di Informazione e Cultura (BEIC) è un insieme imponente di testi e documenti, che
non possono essere compresi pienamente a prescindere dai loro autori e dalle epoche storiche in cui sono stati prodotti: scritti e persone insieme costituiscono una parte importante della storia e dell’identità italiana, che deve essere
adeguatamente ricostruita. È stata dunque programmata una collana di biografie, denominata Rerum Hydraulicarum Scriptores, la quale comprende una
lunga teoria di personaggi culturalmente ed umanamente affascinanti, per la
diversità della loro provenienza e la molteplicità dei loro interessi.
La prima edizione è limitata ad un gruppo di 32 personaggi (da Giambattista Aleotti a Giulio De Marchi), vissuti dalla fine del Cinquecento al Novecento; è così possibile un’ampia panoramica storica, che introduce all’attualità.
Il maggior numero degli scrittori presentati è concentrato nel Seicento e
nel Settecento, dalla rivoluzione scientifica a quella industriale: due secoli fecondi e poco conosciuti, in cui la scuola idraulica italiana occupa un posto
rilevante in Europa; questo periodo è stato privilegiato anche per le monografie tematiche, a partire da quella sull’Idrometria. In seguito è previsto un
graduale ampliamento ad altri personaggi, anche minori.
Nell’ambito della storia della scienza e della tecnica, non mancano in Italia studi approfonditi su contributi di singoli autori ed anche talune ricostruzioni biografiche accurate, comprensive dell’epistolario, ma questi studi
ci presentano solo preziosi frammenti dell’immenso e complesso giacimento
storico-culturale italiano. Manca finora un quadro complessivo, né lo possiamo trovare nelle collane di biografie scientifiche straniere, che raramente
sono basate su studi diretti degli scritti italiani e spesso dimenticano autori
importanti. La presente pubblicazione si propone di riempire, almeno in parte, questa lacuna, presentando una serie coordinata di biografie dei principali scrittori italiani d’idraulica, nella convinzione che il valore dell’insieme sia
superiore alla semplice somma delle parti. Si vuole così ricostruire la storia di
un’insigne tradizione culturale, riavvicinando alla stessa non soltanto gli addetti ai lavori, ma una più ampia cerchia di persone, con particolare attenzione al mondo della scuola.
L’opera ha carattere sintetico e ciononostante supera le 400 pagine. Si è
cercato il più possibile di attingere le notizie dagli scritti biografici coevi (vite,
elogi, ecc.) e dalle opere principali del singolo autore. La stesura contemporanea delle biografie ha consentito di stabilire utili collegamenti tra i singoli
personaggi.
Ovviamente, sono stati più sviluppati gli aspetti legati al settore delle acque, sintetizzando le altre attività ed interessi scientifici, culturali e civili, per
una valutazione complessiva dello scrittore, con cenni anche al carattere, ai
rapporti interpersonali ed alle vicende storiche, spesso trascurati nelle biografie scientifiche moderne. Completano la biografia la bibliografia primaria
(con l’elenco di tutti gli scritti di natura idraulica dell’autore) e secondaria e
oltre 300 figure, inerenti alla persona (ritratto, medaglione, lapide, monu-
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idraulici italiani
mento, ecc.), alle opere ed ai principali personaggi e ambienti con cui essa è
entrata in contatto.
Gli studi già realizzati consentono di mettere a fuoco alcuni caratteri fondamentali della tradizione idraulica italiana, nel periodo dal Rinascimento all’alba del Risorgimento: il primato storico italiano, fondato su una cultura unitaria policentrica, il mondo multiforme dei protagonisti, l’intensità dei rapporti
interni ed internazionali, la lotta contro la decadenza e la ricchezza dello strumento linguistico. Complessivamente emergono una tradizione di cui essere
orgogliosi ed un’Italia un po’ diversa da quella comunemente percepita, culturalmente vitale anche in periodi di decadenza politica ed economica.
1. una cultura unitaria e policentrica
Il dato più sorprendente è che la grande fioritura della civiltà italiana nel Rinascimento si trasforma in primato scientifico nel Seicento, a dispetto della
decadenza complessiva del Paese: la scienza idraulica nasce in Italia nel 1628
con Benedetto Castelli, allievo prediletto di Galileo; il numero dei trattati
scientifici e tecnici di quel periodo non ha eguali in Europa. Il paradosso si
spiega con il fatto che il declino italiano è stato lento, da un livello molto alto.
Si aggiunga che la scienza idraulica poteva nascere più di un secolo prima con
Leonardo, se questo non fosse stato così amante del segreto e avesse avuto dei
discepoli, ma anche se gli italiani, come spesso accade incuranti del proprio
enorme patrimonio culturale, avessero avuto la curiosità di leggere i codici
leonardeschi conservati all’Ambrosiana. In ogni modo, per tutto il Seicento,
la scuola idraulica italiana conserva il primato ed anche nel Settecento e nel
primo Ottocento rimane assai vitale.
Lo studio dei testi rivela una cultura unitaria, veicolata da soggetti, che
sono al vertice dell’élite culturale e sociale e hanno intensi scambi culturali in Italia e in Europa: nel lungo periodo preunitario, ingegneri e scienziati
idraulici s’incontrano, si confrontano e spesso si scontrano, ma non viene mai
meno il riconoscimento della comune identità culturale, che convive con forme di patriottismo locale e lealtà al proprio sovrano, secondo un complesso
equilibrio di valori e sentimenti, caratterizzante la civiltà italiana fino al movimento risorgimentale. Nei loro scritti non si parla mai d’idraulica veneta,
o lombarda, o toscana o romana, ma sempre dell’idraulica italiana e del suo
primato storico, rivendicato con orgoglio di fronte agli Oltremontani; se il
concetto di patria collegato alla nazione italiana si risveglia solo nel tardo Settecento, quello di cultura italiana appare sempre molto vitale.
Detto questo, la storia non può ignorare le differenze territoriali. In un bilancio generale, colpisce innanzitutto il fatto che gli scrittori di cose idrauliche, le pubblicazioni, i luoghi prevalenti di attività documentate e i centri
culturali, fino alla metà dell’Ottocento, sono dislocati nell’Italia centrale e in
quella settentrionale; dal Mezzogiorno viene un unico personaggio di rilievo: il gesuita siciliano Leonardo Ximenes, ma la sua attività come idraulico si
svolge in Toscana. È evidente che questo fatto ha rilevante importanza nella
storia italiana, collegandosi alla questione meridionale. Nel resto del Paese, la
tradizione idraulica italiana fiorisce secondo il classico schema policentrico.
Storicamente l’area più forte ed omogenea si sviluppa attorno al triangolo
Firenze-Bologna-Roma e comprende il Granducato di Toscana, lo Stato pontificio ed i Ducati emiliani; ciò conferma l’importanza dell’Italia centrale per
l’identità culturale italiana.
La primogenitura scientifica spetta alla Toscana, grazie alla scuola galileiana,
a cui appartiene Benedetto Castelli (ma il suo trattato è pubblicato a Roma,
quando insegna alla Sapienza); anche in seguito conta il clima culturale, che
caratterizza questa terra e le sue classi dirigenti, attirando molti ingegni provenienti da altre regioni, come appunto Castelli, Evangelista Torricelli, Famiano Michelini, Guido Grandi, Leonardo Ximenes, che si affiancano agli ingegni locali, come Vincenzo Viviani, Vittorio Fossombroni, Vincenzo Brunacci.
Compete con la Toscana, e per certi aspetti la supera, lo Stato della Chiesa,
il quale ha ben tre centri universitari, che si occupano di acque: Roma, Bologna e Ferrara e una notevole capacità d’attrazione, dovuta al potere pontificio, che chiama a collaborare gli scienziati ecclesiastici dei vari Stati ed alla
competizione storica, che diventa tecnica e scientifica, tra Bologna e Ferrara
per il problema del Reno. A Roma si pubblicano molti testi d’idraulica, i cui
autori spesso sono ecclesiastici, che risiedono temporaneamente nella capitale; non c’è idraulico importante di passaggio a Roma, che non ritenga di
esporre il suo parere sulla difesa della città eterna dalle inondazioni. In Emilia
– Romagna, invece, si formano scuole d’idraulica, con esponenti in prevalenza locali: a Bologna, Domenico Guglielmini, fondatore dell’idraulica fluviale, i fratelli Manfredi, Giuseppe Venturoli, a Ferrara Giovanni Battista Aleotti, Nicolò Cabeo, Romualdo Bertaglia e Teodoro Bonati. A questo mondo si
può assimilare il Ducato di Modena, con Geminiano Montanari, Domenico
Corradi d’Austria e Giambattista Venturi.
La Repubblica di Venezia presenta uno sviluppo abbastanza regolare nel
tempo: dagli ingegneri del Cinquecento (Alessio Aleardi, fra’ Giocondo Veronese, Alvise Corsaro, Cristoforo Sabbatino) ai grandi protagonisti del Settecento (Giovanni Poleni, Bernardino Zendrini e Anton Mario Lorgna); la tradizione veneta continua nell’Ottocento con Pietro Paleocapa e Domenico Turazza.
La Lombardia appare più discontinua: all’avanguardia nel Medioevo e nel
Rinascimento (soprattutto con Leonardo), subisce un certo appannamento
nel Seicento, essendo peraltro validamente rappresentata da Giambattista Barattieri (che lavora nel Lodigiano), per riemergere nel Settecento, con Antonio Lecchi e Paolo Frisi e nell’Ottocento con Antonio Tadini ed Elia Lombardini, per culminare nel Novecento con Emilio De Marchi.
Il Piemonte è la regione settentrionale dove la scienza idraulica si sviluppa
con più ritardo, soltanto nella seconda metà del Settecento, peraltro con un’iniziativa molto ambiziosa della monarchia sabauda, che prelude all’egemonia
politica esercitata nell’Ottocento, ossia la costruzione di uno Stabilimento
idraulico - sperimentale (La Parella), realizzato da Francesco Domenico Michelotti alle porte di Torino (1765): è il primo in Europa e in esso lavorerà
Giorgio Bidone, all’inizio dell’Ottocento. In precedenza, la ricerca sperimentale veniva realizzata in laboratori provvisori, come quello delle famose esperienze idrauliche del marchese Poleni (1717-1718), alla presenza del corpo
docente dell’Università di Padova.
introduzione17
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idraulici italiani
Fra gli Stati italiani e anche fra città all’interno dello stesso Stato, e fra corporazioni con proprietà territoriali, innumerevoli sono le contese idrauliche,
che coinvolgono i rispettivi esperti, sia locali, sia esterni: spesso il particolarismo italiano chiama i massimi idraulici del Paese a confrontarsi su questioni minori, ma alcuni affari d’acque hanno rilevanza storica. Il più importante
dura due secoli, con alterne vicende ed è considerato dagli stessi protagonisti fondativo dell’idraulica italiana: è quello relativo al Reno bolognese, che
è stato divertito dal Po di Ferrara all’inizio del Seicento per accontentare la
città estense, dopo la sua annessione allo Stato pontificio, ricuperando la navigabilità dell’antico alveo padano. Privo di sbocco, il Reno si espande nelle
campagne tra Bologna e Ferrara, formando vaste aree paludose. I Bolognesi
vorrebbero introdurlo nel Po Grande, ma i Ferraresi si oppongono, sostenendo la costruzione di uno sbocco autonomo nell’Adriatico a sud delle Valli di
Comacchio. La contesa si svolge sotto la regia dei legati pontifici, assistiti da
esperti neutrali, spesso scienziati ecclesiastici, i quali organizzano visite periodiche, a cui partecipano esperti delle due città e degli Stati confinanti (la
Serenissima, il Ducato di Modena e l’Impero, che ha annesso il Ducato di
Mantova). In alcuni casi, le campagne di misure sul Po risalgono a monte,
fino a Piacenza e Pavia.
Oggi è facile vedere l’aspetto negativo di tale interminabile contesa, ossia l’inefficienza; agli occhi dei Francesi, questa è un’incomprensibile follia italiana:
non capiscono come due città confinanti e appartenenti al medesimo sovrano si comportino come Stati stranieri. Se rovesciamo la medaglia, ci rendiamo
conto che per due secoli l’Italia (unica in Europa) ha avuto l’equivalente di un
grande e periodico convegno nazionale d’idraulica, organizzato senza risparmio di mezzi, ai massimi livelli scientifici, con un cerimoniale più complesso di quello francese. Le sessioni padane, dense d’esperienze sul territorio,
sono alternate ad altre di carattere più teorico e diplomatico, nella splendida cornice romana, che sembrano anticipare il ruolo di Roma capitale d’Italia. Le diverse teorie idrauliche sono confrontate con i dati sulle misure,
in una gara ad inventare sempre nuovi strumenti (i tachimetri idraulici),
in cui hanno modo di segnalarsi anche i giovani talenti, contesi da città e
principi. Nei pranzi e nei lunghi intervalli che scandiscono la vita più lenta dell’epoca, c’è il tempo per conoscersi personalmente e parlare d’altro;
molti scienziati sono anche umanisti. Insomma, pur nella follia, l’Italia rivela il suo genio e stile di vita ineguagliabile.
2. i protagonisti della tradizione idraulica italiana
Lo studio delle biografie, collegato a quello delle opere, ci consente di comprendere meglio la personalità degli idraulici italiani dei secoli scorsi, la loro
cultura, gli interessi, il ruolo sociale. Prima di Castelli (1628), fondatore della scienza idraulica, il protagonista è il tecnico (l’Ingegnere o Architetto d’acque), che opera in base a regole empiriche; dopo diventa lo scienziato fisico
– matematico (il Geometra), il quale in genere coltiva un insieme di scienze,
in seguito separate, e tra queste vi è l’idraulica, inclusa nelle cosiddette matematiche miste. Alla fine del Seicento (1694), l’Università di Bologna costitui-
sce la prima cattedra d’Idronomia d’Europa, affidandola al grande Domenico Guglielmini, ma per tutto il Settecento prevale l’eclettismo; per esempio
a Padova Giovanni Poleni copre ben cinque cattedre universitarie. Prigionieri della specializzazione, siamo portati a criticare l’eclettismo, ma dovremmo
piuttosto ammirare un’epoca, che poteva ancora permetterselo.
Imprevedibile per noi moderni, ma affascinante è l’intreccio tra l’idraulica
e la medicina, che trova la sua massima espressione in Guglielmini, il medico – idraulico (e chimico), il quale studia i corsi d’acqua come esseri viventi e fonda una nuova disciplina: l’idraulica fluviale, portando a compimento
un precedente processo culturale (v. Barattieri e Michelini) . Sulla sua scia si
pongono altri idraulici famosi, come Bernardino Zendrini, Teodoro Bonati,
Vincenzo Brunacci, che nascono come medici ed in seguito studiano la matematica e la fisica. La cosa non è irrilevante per lo sviluppo della scuola idraulica italiana, che appare più naturalistica e meno matematica rispetto a quella
francese. A ben vedere, la recente affermazione dei geologi nelle applicazioni
idrauliche, un tempo riservate agli ingegneri, si colloca nella tradizione dell’idraulica naturalistica italiana.
Alcuni scienziati hanno studiato da giureconsulti, ma una prevalente vocazione fisica e matematica li porta presto ad abbandonare la professione originaria: è il caso di Geminiano Montanari ed Eustachio Manfredi. Non manca
la figura dell’idraulico – economista, rappresentata da Vittorio Fossombroni
e Francesco Mengotti. Alcuni idraulici, come lo stesso Fossombroni, Giambattista Venturi e Pietro Paleocapa, diventano politici e ricoprono incarichi
nel governo o nella diplomazia, pur non cessando d’interessarsi ai problemi
delle acque. Altri sono militari, con spiccata vocazione scientifica, come Domenico Corradi d’Austria, Anton Mario Lorgna, Luigi Federico Menabrea.
Una categoria sociale importante è quella dei religiosi, numerosi e con posizioni eminenti nella scienza e nella tecnica idraulica, almeno fino all’inizio
dell’Ottocento: Benedetto Castelli, Nicolò Cabeo, Famiano Michelini, Guido Grandi, Paolo Frisi, Ruggero Boscovich, Antonio Lecchi, Leonardo Ximenes, Giambattista Venturi, Antonio Tadini (per citare i principali). Il tema
rinvia allo stretto rapporto tra il cattolicesimo e l’identità italiana. Si veda
per confronto la Francia, dove gli scienziati ecclesiastici sono una minoranza.
Quali sono i rapporti all’interno di questo variopinto universo d’idraulici
italiani e con le istituzioni? Subito dopo la fondazione della scienza idraulica,
sono frequenti le polemiche tra scienziati e tecnici: matematici come Castelli
e Cabeo hanno rapporti difficili e talora usano toni sferzanti con i vecchi ingegneri e architetti d’acque, chiusi nelle pratiche empiriche. Questo scontro
è comprensibile, perché caratterizza il ricambio storico tra due categorie sociali, che si contendono il primato nella società, ma presto si determina un
equilibrio, ossia prevale la sinergia tra ingegneria e scienza, che costituisce un
altro carattere dominante della tradizione idraulica italiana, aperta alle applicazioni concrete, piuttosto che alle elaborazioni astratte.
Dopo Castelli e Cabeo, continuano ad essere pubblicati trattati di successo, redatti da grandi ingegneri, come Barattieri e Zendrini, i quali hanno anche una cultura scientifica. Ancor più rilevante storicamente è il fatto che,
fino alla fine del Settecento, è difficile trovare uno scienziato idraulico, che
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idraulici italiani
non sia anche ingegnere: gli scienziati italiani diventano i consiglieri dei sovrani in questioni importanti, come le sistemazioni idrauliche, le bonifiche,
le infrastrutture idrauliche; molti sono integrati organicamente nell’amministrazione dello Stato, come sovrintendenti alle acque, soprattutto in Toscana,
nello Stato della Chiesa e nei Ducati emiliani.
Questo impegno non è una sinecura, ma al contrario è molto pesante;
fino a tarda età l’uomo di scienza alterna l’insegnamento e la ricerca alle perizie idrauliche ed alla progettazione ed esecuzione dei lavori, spesso in luoghi disagiati e malsani: un’esperienza formativa, anche del carattere, ma un
equilibrio difficile, che peraltro, negli Stati più piccoli, fino a un certo punto
può funzionare; quando quel mondo provinciale, ma culturalmente vivace
ed a suo agio nel confronto internazionale, sarà spazzato via dalla rivoluzione francese, c’è chi, come Venturi, pur essendo promosso da Napoleone, ne
avrà fino alla fine una cocente nostalgia. Anche nella Repubblica di Venezia,
dove la carica di sovrintendente è distinta da quella di docente universitario, scienziati che insegnano a Padova, come Montanari e Poleni, con una
forte vocazione per la ricerca, non si sottraggono alla chiamata dello Stato,
che frequentemente chiede loro impegni in affari d’acque; queste numerose scritture sono coperte dal segreto, riguardando la sicurezza della Serenissima. Dal punto di vista storico – culturale, sarebbe interessante pubblicare
gli scritti inediti di questi personaggi, conservati negli Archivi di Stato, come
è stato fatto recentemente per il dalmata Ruggero Boscovich (un volume
dell’opera omnia comprende gli scritti d’idraulica).
Dopo la rivoluzione francese, la nascita della Repubblica Cisalpina, poi
Italiana e Regno d’Italia, sotto il comando di Napoleone, vede la costituzione di una struttura tecnico-amministrativa sul modello di quella francese: il
Corpo degli Ingegneri d’Acque e Strade. Questo modello è all’origine di una
nuova fase storica dell’idraulica italiana, perchè sarà sostanzialmente conservato durante la Restaurazione ed adottato dallo Stato unitario nel 1861, per
entrare in crisi soltanto dopo la costituzione delle Regioni nel 1970. Si noti
che inizialmente, al vertice del Servizio Acque e Strade, come ispettori generali, sono posti professori (Antonio Tadini, Vincenzo Brunacci, Simone Stratico), accanto ad ingegneri; come si vede, la transizione tra il vecchio e il nuovo mondo avviene ancora seguendo la tradizione, che chiama il matematico
italiano a farsi ingegnere idraulico.
Una più netta cesura rispetto alla tradizione italiana si verifica durante la
restaurazione: nel Regno austriaco del Lombardo-Veneto, i massimi idraulici
(Elia Lombardini e Pietro Paleocapa) provengono dal Corpo di Acque e Strade, secondo il modello francese, ormai prevalente in Europa, in base al quale
i migliori ingegneri (Chézy e Prony, Navier e Saint – Venant, Darcy e Bazin)
sono chiamati a diventare scienziati. Il più grande idraulico italiano del Novecento, Giulio De Marchi, seguirà questo percorso, dal Servizio Idrografico
Italiano all’Università di Pisa e poi a quella di Milano. A ben vedere, c’è un filo
nascosto che collega il modello francese alla tradizione idraulica italiana ed è la
straordinaria mescolanza e sinergia di saperi scientifici, tecnici ed amministrativi, nel settore delle acque, sperimentata dall’Italia nel Seicento e nel Sette-
cento, trapiantata in un grande Stato centralizzato come la Francia e razionalizzata: potremmo dire che mutato l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.
3. i rapporti internazionali degli idraulici italiani
Nel Seicento la Francia non ha ancora un modello da esportare e corteggia
gli scienziati e gli ingegneri italiani; i rapporti di forza sono riflessi nella sproporzione tra le decine di trattati e opuscoli in materia d’idraulica, scritti dagli
italiani e il solo trattato francese, peraltro importante, scritto verso la fine del
secolo da Mariotte (1686). Gli agenti del re Sole battono il Bel Paese alla ricerca di opere scientifiche inedite, come emerge in una lettera scritta nel 1663
al cardinale Leopoldo de’ Medici da Famiano Michelini, il quale teme per la
sorte del suo manoscritto, che sta passando in troppe mani. Alcuni eminenti
scienziati italiani, come Giandomenico Cassini, astronomo e sovrintendente alle acque dello Stato pontificio, accettano di trasferirsi a Parigi, ma altri,
come Vincenzo Viviani, sovrintendente alle acque del Granducato di Toscana e beneficato con una munifica pensione del re di Francia per i suoi meriti
come geometra, rifiutano l’invito.
Con linguaggio sportivo, potremmo dire che nel Seicento, tra gli scienziati
italiani e quelli stranieri, non c’è partita, per l’evidente sproporzione delle forze in campo, a vantaggio della squadra italiana. Le cose cominciano a cambiare verso la fine del secolo, limitatamente all’idraulica fisico – matematica,
come emerge dalla lunga polemica che Domenico Guglielmini, dopo la pubblicazione del suo trattato sulla misura delle acque (1690), deve affrontare
con il francese Dionisio Papino (Denis Papin). Ma quando, pochi anni dopo
(1697) Guglielmini scrive il suo secondo e magistrale trattato sulla natura dei
fiumi, fondando l’idraulica fluviale (in precedenza già avviata da Barattieri e
Michelini), di nuovo non c’è partita; Leibnitz, che è suo amico, raccomanda il trattato a tutti coloro che vogliono comprendere questa ostica materia.
Giulio De Marchi, ricordando i principi fondamentali per la sistemazione
dei corsi d’acqua, enunciati dal gran bolognese, scriverà: poco ad essi hanno saputo aggiungere i due secoli e mezzo ormai trascorsi da quando il trattato vide la luce.
Nel Settecento s’infittiscono le contese tra Italiani e Francesi. Alcune
si svolgono secondo i canoni tradizionali, come quella famosa tra Teodoro
Bonati, sovraintendente alle acque della provincia di Ferrara e Claude Léopold
Génneté, un gentiluomo lorenese al servizio dell’Impero nelle Fiandre, il
quale nel 1760 sostiene l’irrilevanza degli accrescimenti d’altezza determinati
dall’immissione artificiale in un fiume di altri fiumi. La tesi ha evidenti riflessi
sulla questione del Reno e provoca la reazione dei Ferraresi, che per smentirla
organizzano esperienze pubbliche sulla confluenza e la diramazione dei fiumi,
a Ferrara e a Roma, alla presenza di cardinali.
Una contesa minore ma significativa del clima dell’epoca, è quella tra lo
stesso Bonati e un altro francese, Joseph Bernard Pons, direttore dell’Osservatorio della Marina a Marsiglia, il quale, nel suo trattato d’idraulica (1787),
afferma con insolenza che gli idraulici italiani s’illudono di avere conservato
il primato in Europa, anzi non l’avrebbero mai avuto, considerata un’infini-
introduzione21
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idraulici italiani
tà d’errori, che egli sostiene di aver trovato in Galileo, Castelli, Guglielmini,
Frisi, riguardo alla teoria e alla pratica. Questo episodio evidenzia il processo
storico intervenuto in un secolo: nel Seicento la scienza italiana è corteggiata;
ora è misconosciuta o addirittura denigrata dagli idraulici di un Paese, come
la Francia, che non si accontenta di avere ereditato lo scettro del primato ma
tende a negare che l’Italia l’abbia mai avuto. Dopo la metà del Settecento,
cresce il risentimento italiano contro gli Oltremontani; a questo periodo appartengono iniziative, che rivendicano la perdurante vitalità culturale italiana
e chiamano gli scienziati italiani alla riscossa. All’inizio dell’Ottocento sono
pochi i francesi (tra questi Gaspard de Prony), che leggono i testi italiani d’idraulica, ma qualche estimatore si trova ancora a metà di questo secolo, come
Nadault De Buffon, cultore d’idraulica agraria, che scrive un libro sui canali
irrigui dell’Italia settentrionale (1843-1844).
Nel Settecento i rapporti culturali col mondo austro - germanico appaiono più distesi. L’Impero acquisisce il Ducato di Milano e tende ad accrescere
la sua influenza nel Nord – Est italiano, corteggiando scienziati ed ingegneri
italiani, come aveva fatto la Francia un secolo prima. Significativi sono i ripetuti inviti al veneto Bernardino Zendrini per consulenze idrauliche a Vienna (accettate) e il trasferimento (rifiutato). I milanesi Antonio Lecchi e Paolo
Frisi sono cittadini dell’Impero e come tali chiamati ad operare nel suo territorio, anche fuori dal Ducato di Milano. Questa tradizione prosegue fino
all’Ottocento: nel Regno del Lombardo – Veneto, i maggiori idraulici (Elia
Lombardini e Pietro Paleocapa) forniscono pareri su importanti questioni
idrauliche in altre province dell’Impero.
Un processo di segno opposto si verifica con la rivoluzione francese: ingegneri e scienziati francesi giungono in Italia, al seguito di Napoleone, per collaborare con i loro omologhi italiani; è un periodo in complesso vitale anche
per la cultura italiana ma denso di conflitti. La figura francese dominante è
quella di Gaspard de Prony, direttore dell’Ecole des Ponts et Chaussées ed ingegnere di fiducia di Napoleone, uomo amante dell’Italia, ma ancor più della
grandeur francese. Egli è impegnato in tutti i progetti più importanti, spesso
in contrasto con gli idraulici italiani: per la bonifica delle paludi pontine con
Vittorio Fossombroni, per la questione del Reno con Teodoro Bonati e per il
canale navigabile Milano - Pavia con Vincenzo Brunacci, rettore dell’Università di Pavia; anche Antonio Tadini lo detesta.
In particolare, la vicenda del Naviglio pavese (1806-1807) vede l’idraulica italiana rivendicare con orgoglio la sua tradizione: la disuguaglianza delle
pendenze, lungi dall’essere un difetto, è il capo d’opera dell’arte idrometrica; l’altezza dei sostegni non è eccessiva, ma anzi moderata rispetto ai limiti dell’arte in Italia, dove si trovano frequentemente queste ardite fabbriche (come quelle del Naviglio di Paderno), che hanno dato ottimi risultati;
infine la formula di Prony per il calcolo della portata, messa alla prova nei
canali e fiumi milanesi, si è rivelata poco attendibile. La contesa tra idraulici italiani e francesi diventa imbarazzante ed è troncata dal Vicerè d’Italia
(il principe Eugenio di Beauharnais), che approva il progetto dando ragione agli Italiani.
introduzione23
4.lotta contro la decadenza
e iniziative prerisorgimentali
Le vicende, che abbiamo ricordato, ci presentano un mondo vitale ed aperto
al confronto, che lotta tenacemente contro la decadenza, è aperto agli scambi
culturali e alla circolazione delle persone, delle esperienze e delle idee, all’interno del Paese e con il resto d’Europa.
Gli idraulici, e più in generale gli scienziati e gli ingegneri italiani, sembrano soffrire meno di altri del complesso d’inferiorità, che incomincia ad affacciarsi nel mondo culturale italiano verso la metà del Settecento. Essi appaiono consapevoli del loro valore e della loro tradizione, orgogliosi e combattivi,
ben collegati culturalmente, anche se rivali, nelle contese teoriche e pratiche,
abituati a confrontarsi periodicamente anche con colleghi stranieri. In questo
periodo si verificano iniziative prerisorgimentali di reazione alla decadenza,
che potrebbero essere definite di patriottismo culturale e finiscono per collegare il concetto di patria alla nazione italiana.
La rivista dei Gesuiti Storia letteraria d’Italia (1750-1759) pubblica anche
pagine scientifiche, curate dal giovane Leonardo Ximenes, in seguito uno dei
massimi idraulici italiani del Settecento; essa decide di recensire soltanto i lavori scientifici prodotti in Italia, spesso misconosciuti ma numerosi, tanto da
indurre a modificare la periodicità della pubblicazione, da annuale a semestrale. Significative sono le parole con cui si denuncia l’incipiente complesso
d’inferiorità di una parte della cultura italiana (1754): Se in qualche stampa
d’autori italiani si potesse scriver sotto “Londra”, oh quanto rispetto essa incontrerebbe in Italia? Quanto meglio sarebbe spacciata? Che bel lustro dà ad un libro,
l’esser libro navigato! Un libro che nasce in Firenze non sarà mai buono. Bisogna
farlo venire di là dal mare. Misera condizione degli italiani, maestri una volta,
e signori del mondo, ed ora da più d’una nazione divenuti o almeno considerati,
come scolari e schiavi!
Le gloriose ma piccole accademie locali sono ormai incapaci di valorizzare
le risorse culturali del Paese, perché le loro pubblicazioni non si diffondono
in Europa, a differenza di quelle delle grandi Accademie reali straniere (Parigi, Londra, Berlino, Pietroburgo, Stoccolma). La classe scientifica italiana
avverte l’esigenza di nuove istituzioni scientifiche nazionali, che superino un
orizzonte divenuto troppo modesto ed assume una clamorosa iniziativa: la
costituzione della Società dei Quaranta (1782). Essa è promossa da Anton
Mario Lorgna, scienziato poliedrico (anche idraulico) e governatore del collegio militare di Verona (apprezzato da Napoleone, che lo trasferirà a Modena), con parole inusitate, poiché egli afferma la necessità di riunire tanti illustri italiani separati, ricorrendo a un principio motore degli uomini: l’amor
della patria, ossia l’Italia. Rivolto agli scienziati europei (in particolare Francesi), scrive una frase che potrebbe essere attuale: Cari Signori oltremontani,
aspettino un pochino e vedranno l’Italia sotto altro aspetto fra pochi anni. Basta
che siamo uniti. Si noti che Lorgna non è solo uno scienziato, ma anche un
alto ufficiale della Repubblica veneta; è evidente il distacco dalle generazioni precedenti: per il suo maestro, il marchese Poleni, la patria era ancora la
Serenissima, per Castelli era la città di Brescia, per Cabeo la città di Ferrara,
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idraulici italiani
ecc. Nei contenuti, l’iniziativa surroga in campo scientifico uno Stato centrale inesistente, in forme libere dal condizionamento statale, che suscitano interesse anche in Europa.
Nonostante queste iniziative, a causa del ritardo dell’unità nazionale, la decadenza della scienza e della tecnica italiana prosegue lenta ma inesorabile.
Nel secolo del Risorgimento, quando le altre grandi culture scientifiche europee hanno avuto il tempo ed i mezzi per potenziare il loro sviluppo teorico e sperimentale, il peso della scuola idraulica italiana nel contesto europeo
appare ormai ridotto rispetto ai secoli precedenti. Il ricupero del ritardo, da
parte dello Stato unitario, sarà faticoso, ma porterà, nel primo Novecento, a
risultati che fanno onore alla tradizione italiana.
giambattista aleotti, detto l’argenta
La vita
I biografi di Aleotti scrivono molto tempo dopo la sua morte, quindi senza
il vantaggio della conoscenza diretta. Peraltro, gli incarichi pubblici da lui rivestiti nel corso della sua lunga vita, come architetto ducale e poi camerale e
comunale a Ferrara, fanno sì che gli archivi ferraresi siano ricchi di notizie. Lo
scritto più importante, al quale si fa principale riferimento, è quello di Luigi
Napoleone Cittadella (1847), segretario aggiunto ed archivista municipale di
Ferrara ed è frutto di una ricerca accurata, anche se la presentazione è poco
organica. Ne esce il ritratto di un affascinante personaggio: architetto, ingegnere idraulico e militare, cartografo, scenografo teatrale, cultore di storia e
di letteratura, filosofia, musica.
1. un precoce perito agrimensore ed architetto
Giambattista Aleotti nasce nel 1546 ad Argenta, nel Ducato di Ferrara, da
Vincenzo ed Elisabetta. Poco si conosce del periodo giovanile. L’inizio precoce dell’attività lavorativa, probabilmente dovuto alla povertà della famiglia, alimenta la leggenda che abbia iniziato la sua carriera come semplice
muratore, smentita dalle biografie più accurate, come quelle di Barotti e di
Cittadella e dalla stessa logica, considerata la sua vasta formazione culturale e professionale, i primi lavori cartografici documentati, all’età di 20 anni,
che presuppongono conoscenze matematiche e la sua traduzione dal greco de
Gli artifiziosi et curiosi moti spiritali di Herrone, che richiede studi classici. È
quindi probabile che abbia compiuto studi regolari, non si sa fino a quale età,
a Ferrara: In Ferrara educossi agli studj, fra quali egli predilesse le Matematiche,
e l’Architettura civile, e militare (Cittadella, 1847).
Come egli stesso scrive nel trattato postumo Idrologia (pubblicato con il
titolo Della scienza et dell’arte del ben regolare le acque), ancor giovinetto entra al servizio di Alfonso ii d’Este (1533-1597), come apprendista architetto
e perito agrimensore, sotto la direzione del marchese Cornelio Bentivoglio
(1519-1585), Commissario generale del Duca. Con lui e con il figlio Enzo,
che sono mecenati e cultori di varie arti e tecniche, l’Argenta stabilirà un solido legame per tutta la vita. Secondo un’ipotesi, la protezione dei Bentivoglio
sarebbe all’origine della sua presentazione a Corte.
Appena ventenne, l’Aleotti dimostra di essere un esperto perito agrimensore e cartografo, essendo in grado di rilevare le piante delle campagne per la
bonificazione del Polesine di Ferrara, detta di S. Giovanni Battista, o Grande
Bonificazione Ferrarese (1566), affidata ad Antonio Guarini, come supremo
perito ducale. Questo è il suo primo lavoro documentato ed anche in seguito
non abbandonerà mai la passione per la cartografia e l’idrografia: Se poi discendiamo a parlare delle operazioni agrimensorie, ed idrauliche, furono queste
in sì gran numero da far maravigliare chiunque non sapesse ch’ ei fu indefesso dagli anni suoi più giovanili [...] sino agli ultimi periodi di una vita che fu spinta
alla decrepitezza (Cittadella, 1847).
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idraulici italiani
Dopo il devastante terremoto del 1570 a Ferrara e provincia, lavora al recupero di importanti fabbricati, come il Palazzo della Ragione, il Monastero
di San Bartolo, le due torri nel porto di Magnavacca (oggi Porto Garibaldi),
la Delizia delle Casette a Comacchio, le torri del Castello di Ferrara e la facciata del Palazzo Avogli-Trotti. In quegli stessi anni progetta anche la bonifica
idraulica delle valli di Gualtieri, nel Parmense, di proprietà dei Bentivoglio.
2 architetto ducale dal 1575 al 1597
Il 1575 è decisivo per la carriera dell’Aleotti, perché a 29 anni diventa Architetto ducale, prendendo il posto di Galasso Alghisi da Carpi, esperto di fortificazioni, morto prematuramente; coprirà questo ruolo per 22 anni, con
l’assegno di 15 scudi mensili, fino alla morte di Alfonso ii nel 1597. Nell’Idrologia scrive: ho vissuto Servitore particolare del già Ser. Sig. D. Alfonso ultimo
de’ Duchi di Casa d’ Este in Ferrara, ventidue anni, et da sua Altezza adoprato di continuo in diversi affari di fortificazioni, di confini di stato, di regolazion
d’acque, et di bonificazioni di paesi, oltre in tutto quello che ad un Architetto
s’aspetta.
Nonostante sia a pieno titolo divenuto ferrarese, per tutta la vita gli rimane appioppato il soprannome l’Argenta, che viene coniato dallo stesso Duca;
è probabile che all’inizio ne fosse contrariato, come marchio di provinciale
(che alcuni avversari gli rinfacceranno anche dopo la morte), ma alla fine, al
culmine del successo e della fama, lo esibisce come un vezzo e quasi un attributo nobiliare. In una lettera in data 22 marzo 1634 ai consoli d’Argenta,
scrive: Nacqui, et professo d’essere cittadino di cotesta patria comune, et di essa
porto il sopranome, impostomi dalla gloriosa memoria del già Ser., et non mai
abbastanza lodato Duca Alfonso ec.
Come Architetto ducale sovraintende a vari lavori per il restauro delle mura
di Ferrara, con la costruzione dei baluardi di S. Pietro, dell’Amore, di Borgo
S. Giacomo (1582), per la Fortezza di Montalfonso in Garfagnana, che rientra nei domini della Casa d’Este, ecc. Una di queste strutture fortificate viene data dal duca in concessione ad Aleotti, come compenso dei suoi servizi:
Il baluardo poi di s. Pietro l’ebbe a livello l’Aleotti stesso in compenso dei servigi
nella erezione del medesimo prestati al Duca suo Signore (Cittadella, 1847).
Le sue competenze come ingegnere militare gli procurano la commissione
di un progetto, da parte di Alessandro Farnese iii, duca di Parma, impegnato come alleato del re di Spagna contro la Lega dei Protestanti, come comandante dell’esercito delle Fiandre, dal 1586: sulle idee dategli dal march. Cornelio Bentivoglio, disegnava e facea costruire il modello, che il nostro Duca Alfonso
spediva ad Alessandro Farnese Duca di Parma, onde questi potesse operare la
chiusura della riviera d’Anversa, perchè la città non potesse essere soccorsa dalla parte del mare (Cittadella, 1847). In quell’occasione progetta anche un
tipo particolare di barche dal duplice uso, poi applicato a beneficio della flotta fluviale degli Estensi: E in proposito di oggetti militari, non è a tacersi come
l’Aleotti facesse costruire, in servigio delle armate ducali, alcune barche divise in
tre parti, ognuna delle quali, posta sopra un carro, serviva di cassa per munizioni da guerra, e tutte tre poi congiunte insieme con legni concorrenti, venivano a
Alfonso ii d’Este, duca di Ferrara (15331597), nel ritratto di Cesare Aretusi. Al
suo servizio, Giambattista Aleotti copre
l’incarico di architetto ducale per 22
anni (dal 1575 al 1597), fino alla morte
del duca ed al trasferimento della Corte
estense a Modena.
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
formare, con altre barche uguali ed unite, un comodo ponte pel sollecito passaggio
delle truppe (Cittadella, 1847).
A quel periodo appartengono anche varie costruzioni civili e religiose: campanile del Duomo (1579), piazza e palazzo Bentivoglio a Gualtieri
(1580), teatro della Marfisa a Ferrara (1580), palazzo Bentivoglio a Ferrara
(1583), giardini nelle adiacenze del Baluardo di San Benedetto e della Castellina (1583), giardini di Campogalliano nel Modenese (1597).
Degni di nota sono i progetti idraulici urbani, con varie finalità, in cui prevalgono gli aspetti estetici, legati alla magnificenza della Corte. Nei giardini
vicino al Baluardo di S. Benedetto (1583) progetta fontane, giochi ed artifici e
l’innaffiamento, con un acquedotto derivato dal Po di Volano. Nel 1590 confronta il livello del Po di Ferrara con quello della piazza e consiglia al Municipio il modo di condurvi le acque per costruire pubbliche fontane. A queste
attività è legata la pubblicazione Gli artifiziosi et curiosi moti spiritali di Herrone, scritta nel 1589, durante i mesi di convalescenza per una grave malattia.
Nel 1580, il duca Alfonso ii lo incarica di completare l’avviata bonifica del
Polesine di Ferrara, a partire da Villa di Guarda e dall’argine di Brazzolo fino
all’Adriatico. Con l’occasione l’Aleotti progetta anche una grande chiavica
nell’area retrostante, l’allora zona portuale di Mesola, manufatto che alcuni individuano nella Torre dell’Abate. I suoi interventi personali sono documentati nel libro dell’Estimo di tutta la bonificazione, esistente presso l’Ufficio della Congregazione Consorziale.
Il rapporto fiduciario con Alfonso ii è stretto. Il duca lo porta con sé nel
viaggio a Roma del 1591, per trattare con il papa la rinnovazione dell’investitura del ducato di Ferrara, feudo pontificio, in capo all’erede da lui designato, il cugino Cesare, che non viene concessa. A Roma ed a Caprarola (dove
soggiorna nella reggia Farnese del Vignola), entra in contatto con gli attori
della cultura manieristica.
Nel 1593 l’Aleotti fa un riassunto dell’Estimo generale (il catasto) del ducato ferrarese, che si trova ascendere ad oltre centomila moggia; già nel 1582
aveva attivato i primi libri di estimo dei terreni bonificati. Si occupa di regolazioni fluviali in vari territori del Ducato; in particolare, nel 1595 dirige i lavori di bonifica del territorio tra Secchia e Panaro.
Nello stesso 1595, per ordine del Duca Alfonso ii, si reca a Venezia, dove
prende contatto con Ottavio Fabbri, ingegnere della Serenissima, per dirimere una complessa questione di confini fra tre Stati, interessante la terra veneta
di Loreo, quella pontificia di Ariano e la Sacca di Goro, che Venezia aspira ad
includere nel suo territorio, per immettervi le acque del Po detto delle Fornaci o di Maestra, ed allontanarle così dalle lagune, che contribuiscono ad interrare. L’Argenta scopre le segrete intenzioni venete ed avverte il duca: Ma
il nostro Aleotti spedito in luogo sin dal principio della vertenza, potè travedere
tali dolose intenzioni, alla lettura ch’ ei fece in Venezia di una proposta fatta da
Marino Silvestri al Veneto Senato, e ne rese avvisato il suo Signore (Cittadella,
1847). La questione rimane sospesa per la morte del Duca nel 1597, mentre
è in corso il confronto tra le delegazioni dei due Stati.
Negli affari d’acque, i pareri tecnici finiscono spesso per avere una valenza
politica, perché fatalmente confliggono con interessi materiali, più o meno
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Ricostruzione di uno degli automatismi
idraulici di Erone, fatta da Giambattista
Aleotti: quando Ercole batte con la
clava sulla testa del Dragone, questo gli
spruzza acqua sulla faccia.
La Torre-Chiavica dell’Abate (parco del
Po), realizzata durante la bonificazione
estense, di cui l’Aleotti è uno dei
principali protagonisti. Concepita
come struttura idraulica fortificata, era
dotata di cinque conche, sotto le quali
scorrevano verso il mare le acque di
scolo delle Terre Basse.
28
idraulici italiani
potenti. Perciò le questioni interne, anche se modeste, possono essere più pericolose di quelle esterne. Sempre nel 1595, un progetto che interessa il canale di Modena, di cui parla nell’Idrologia, gli procura non pochi dispiaceri:
Voleasi nel 1595 divergere il canale di Modena dalla punta detta di Vigarano, e
farlo sboccare in Reno, per poi uniti condurli nel ramo del Po d’Argenta; egli, volendo dissuaderne il Duca, ebbe a soffrirne amarissime dispiacenze, e calunnie.
Ma la giustizia e l’ingegno dello stesso Duca, e le sode ragioni e la fama già meritamente acquistatasi dall’Aleotti, la vinsero sopra i suoi nemici; ritornò in grazia
al suo Signore, e il dannoso progetto fu sventato (Cittadella, 1847).
3. architetto camerale dal 1598 al 1636
fortificazioni e bonifiche
Dopo la morte di Alfonso ii, l’erede Cesare d’Este (1562-1628), figlio illegittimo del fratello, è riconosciuto dall’Impero, ma non dal Papa ed è quindi
costretto ad abbandonare il feudo pontificio di Ferrara, ritirandosi nel dominio di Modena e Reggio (1598), dove gli Estensi rimarranno ancora due secoli, fino alla rivoluzione francese (v. Giambattista Venturi). Un lungo corteo di carrozze e carri, con i tesori della dinastia, attraversa la vecchia capitale
abbandonata. Molti nobili, architetti, pittori e scultori seguono gli Estensi a
Modena, ma tra questi non c’è l’Argenta, che ha ormai 52 anni ed è un professionista di punta nell’architettura civile, militare ed idraulica.
Egli ha davanti a sé tre scelte: seguire la dinastia, che ha servito per tanti
anni, accettare l’allettante invito della Serenissima, che vorrebbe assumerlo
come ingegnere militare ed idraulico e rimanere a Ferrara. Scarta subito la seconda soluzione, che equivarrebbe ad un tradimento: sa bene che Venezia lo
impiegherebbe nel taglio di Porto Viro, contrastante con gli interessi di Ferrara. È probabile che sia combattuto tra le altre due scelte e alla fine decide
di rimanere a Ferrara, un territorio che conosce bene e dove può sviluppare
pienamente tutte le sue vocazioni professionali; in particolare, la complessità
e l’importanza dei problemi idraulici del Ferrarese non hanno confronto con
quelle del ducato di Modena. Ma accanto all’interesse professionale, non si
deve sottovalutare un altro fattore, ossia l’attaccamento alla patria, concetto
che all’epoca ha un significato locale (cittadino) e prevale sulla lealtà al sovrano; lo conferma la contesa tra Ferrara e Bologna sulla questione del Reno:
alternativamente le due città non accetteranno - di fatto - le decisioni del sovrano, ritenute contrarie al proprio interesse e questo avverrà nell’arco di due
secoli, da Clemente viii a Napoleone (a ben vedere ancor oggi l’Italia non è
molto diversa!).
L’Argenta si pone dunque al servizio del nuovo Sovrano, il papa Clemente
viii, ossia diventa architetto camerale, alle dipendenze della Reverenda Camera Apostolica (R.C.A.), continuando a svolgere le medesime funzioni, per
la provincia ferrarese, fino alla fine nel 1636. Questa scelta è premiante, perché, soprattutto nei primi anni, i pontefici, volendo ingraziarsi i Ferraresi,
scontenti per la perdita dell’indipendenza, sono prodighi di riconoscimenti
ed avviano un programma importante d’opere pubbliche. Lo stipendio inizialmente è lo stesso percepito dal duca (15 scudi mensili) e viene aumenta-
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
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L’enorme cittadella della Fortezza,
costruita ai margini della città di Ferrara
dopo l’unione allo Stato della Chiesa
(1598), e rasa al suolo nel 1859, è uno
dei capolavori dell’architettura militare
italiana. Giambattista Aleotti vi lavora
dal 1608 al 1618.
to a 20 scudi nel 1602, in causa di esser egli l’Architetto della Fortezza. Il papa,
infatti, si avvale dell’Aleotti innanzi tutto per l’edificazione di una gigantesca
Fortezza ai margini della città di Ferrara, circondata dalle acque del canale di
Burana. Progettista iniziale della Fortezza è Mario Farnese (1548-1619), generale dell’Artiglieria Pontificia; nel 1602 Aleotti è nominato Architetto della Fortezza, costruita dal 1608 al 1618; il progetto subisce rielaborazioni e
modifiche, anche ad opera di P. Targoni, affiancatogli come aiutante. Subito
dopo la seconda guerra d’indipendenza italiana (1859) e la fuoriuscita della
guarnigione austriaca, la Fortezza, simbolo del potere pontificio, sarà rasa al
suolo, con il risultato di distruggere uno dei capolavori dell’architettura militare italiana.
Sotto il dominio papale, s’intensificano anche gli impegni idraulici dell’Argenta, svolti come architetto camerale nei rapporti con gli Stati esteri (in particolare Venezia) e nel settore della bonifica, mentre nella cruciale questione
del Reno, l’Argenta interviene in modo autorevole, ma come architetto comunale, in quanto il suo è un ruolo di parte, in una vicenda che oppone due
città (Ferrara e Bologna), ormai soggette al medesimo sovrano (il Papa), il
quale nomina esperti neutrali come mediatori: una prassi che da allora sarà
costantemente seguita. Come architetto camerale, Aleotti predispone uno
studio idrografico di tutta la complessa rete dei fiumi e dei canali del Ferrarese e una pianta topografica del territorio, molto precisa.
La questione del taglio del Po preteso dai Veneziani si conclude con la loro
vittoria nel 1600, e i Ferraresi riescono a stento a modificare alcuni particolari
del progetto: il Papa Clemente viii, avuta relazione dal suo Nuncio residente in
Venezia, che quella Repubblica volea tagliare l’argine destro del Po delle Fornaci
in luogo dannosissimo ai Ferraresi, ne fece rimostranze a quel Senato, e spedì ad
una visita Mons. Maffeo Barberini [poi Urbano viii], e Mons. Girolamo Agucchia bolognese, maggiordomo del Card. Aldobrandino, coll’architetto ed ingegnero Aleotti, che colle sue vive rimostranze potè far sì che stabilito fosse un luogo più
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idraulici italiani
adatto alla esecuzione del proposto taglio…. Dopo molti abboccamenti col Veneto
Provveditore Alvise Giorgi, si devenne finalmente ad un accordo nel dì 7 Giugno
1600, e nel dì stesso fu cominciato il lavoro, che dal luogo convenuto fu chiamato
il Taglio di Porto Viro; il quale per altro non mancò di essere pregiudicevole al Po
di Goro, in particolar modo al suo Porto, il cui interrimento sin d’ allora fu preveduto dall’ Argenta (Cittadella, 1847).
Sotto il dominio papale, continua l’impegno per la bonificazione del territorio ferrarese. Nel 1608 il marchese Enzo Bentivoglio, figlio di Cornelio,
ambasciatore a Roma per la città di Ferrara, propone ed ottiene d’intraprendere a proprie spese il disseccamento della palude fra il Po e il Tartaro, che
viene affidato ad Aleotti: essa interessa i territori di Zelo, Melara, Bergantino,
Stienta, ecc. Nel 1612 s’invitano formalmente gl’interessati a nominare i periti, che coll’Argenta costruiscano le strade e i ponti; le piante dei terreni sottoposti alla bonifica sono datate 1615; i lavori si concludono nel 1622.
La fama dell’Argenta come ingegnere idraulico gli procura anche incarichi
professionali esterni al territorio ferrarese. Nel 1615 provvede alla regolazione delle acque della Trebbia, tra Parma e Piacenza, nel dominio dei Farnese: Nell’agosto del 1615, per commissione del Card. Spinola Legato di Ferrara,
e di Federico Savelli, avutane licenza dal Maestrato, partiva per Parma, ove
arrivato ebbe alloggio in Corte. Ne ripartiva poi per Piacenza, e vi si recava a
moderare le acque della Trebbia; ed eseguita felicemente quella difficile impresa, dopo averne fatta dettagliata relazione allo stesso Duca di Parma, che glie la
commetteva, se ne tornava nell’ ottobre in patria con premio, ed encomj (Cittadella, 1847).
4. architetto comunale dal 1598 al 1635
la questione del reno
Nello stesso anno, in cui il Ducato di Ferrara è devoluto alla Santa Sede
(1598), il Municipio di Ferrara nomina l’Argenta suo Architetto ed Ingegnero,
alle dipendenze del Maestrato dei Savi. In precedenza, lo aveva già nominato Massaro (ossia amministratore) delle contrade del Polesine di S. Antonio e
di S. Tommaso, soggette alla bonifica. Lo stipendio annuo è pari a 130 scudi
e si somma a quello già pagato dai Conservatori della Bonificazione del Polesine di Ferrara; l’anno dopo (1599), lo stipendio è aumentato a 300 scudi:
Sendosi trattato del gran bisogno che s’ha del M. Gio. Battista Aleotti d’Argenta,
viva voce è stato accettato da tutto il Consiglio, et determinato che se li paghi trecento scudi l’anno.
Come architetto comunale, Aleotti sviluppa, soprattutto nei primi due
decenni del Seicento, un’intensa attività nel campo delle costruzioni civili e
religiose, che lo qualifica come uno dei maggiori del suo tempo: cappella di
D. Giustina e facciata del palazzo Costabili (1600), Torre dell’Arengo e Torre del Mercato (1603), chiesa di S. Margherita (1604), Teatro degli Intrepidi (1605), campanile di S. Francesco (1606);); tomba di Lodovico Ariosto
e Torre dell’Università (1610), teatro della Sala grande (1610), porta della
Chiesa di S. Paolo (1611), chiese dei Cappuccini e di S. Barbara (1612), chiesa di S. Carlo (1613), campanile di S. Benedetto (1621).
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
Egli è anche un ingegnoso creatore di apparati scenici, macchine teatrali e
complessi allestimenti per tornei cavallereschi (in collaborazione col marchese Enzo Bentivoglio, figlio di Cornelio), con risultati scenografici straordinari, secondo il gusto dell’epoca: Ed in tale argomento molta lode viene all’Aleotti attribuita nelle descrizioni del Campo aperto nell’anno 1610; del Torneo a
cavallo ed a piedi nel 1612, e del Torneo a piedi nel 1624 (Cittadella, 1847).
La fama acquistata dall’Aleotti come architetto fa sì che egli riceva spesso
incarichi professionali esterni: per il Comune di Faenza, la Piazza e la Torre dell’Orologio (1606); per il Comune natale di Argenta, la Chiesa di Santa
Caterina martire (1601), l’Oratorio di S. Croce e il completamento del Santuario della Celletta di Argenta (1610), dove oggi riposano i suoi resti; per il
Comune di Parma, la Chiesa di S. Maria del Quartiere (1604) e il famoso Teatro Farnese (1615-1618), ecc.
Come architetto comunale, egli svolge anche un ruolo decisivo nella complessa questione del Reno, che tanta importanza avrà, per tutto il Seicento ed
il Settecento, nell’idraulica italiana. Si può anzi ritenere che le competenze
idrauliche dell’Argenta, forse il maggiore architetto d’acque alla fine del Cinquecento, influiscano in misura considerevole sull’incarico ricevuto dal Comune di Ferrara, in aggiunta a quello della Reverenda Camera e sul cospicuo
stipendio a lui riconosciuto. Finché Ferrara è capitale di un Ducato indipendente, i suoi interessi, in particolare negli affari d’acque, che coinvolgono gli
Stati confinanti, sono rappresentati dal duca. Ma quando perde l’indipendenza, essendo aggregata allo Stato pontificio, il nuovo sovrano difende gli
interessi ferraresi soltanto nei confronti di Venezia e di Mantova (in seguito
annessa all’Impero), mentre nei rapporti con Bologna, che a sua volta è una
città pontificia, non può che essere neutrale; e sono proprio i rapporti con
Bologna quelli più difficili, per la questione del Reno. Il Comune di Ferrara ha quindi l’interesse ad avere tecnici di propria fiducia, da schierare nella
contesa e l’Aleotti, il massimo esperto d’idraulica ferrarese, ha i requisiti ideali per rivestire questo ruolo.
Si noti che in seguito, quando il Comune decide di ridurre gli stipendi dei
dipendenti comunali, fa un’eccezione per l’Aleotti e il collega Galvani, proprio in virtù delle loro speciali competenze idrauliche: Ha il Comune due periti et architetti et ingegneri, l’uno de’ quali è l’Aleotti, et l’altro il Galvani. [...]
Non vede però il Magistrato che a niuno di loro si debba rimovere il salario, perché sono uomini tanto necessarii al nostro Paese per l’acque che tuttavia l’affliggono, et per l’altre occasioni, nelle quali s’ impiegano ecc.
Subito dopo l’annessione allo Stato della Chiesa, i Ferraresi, come risarcimento della perduta indipendenza, iniziano una battaglia, volta ad ottenere
dal papa la diversione dal Po del Reno, responsabile degli interramenti che
hanno compromesso la navigabilità del Po di Ferrara, con gravi danni all’economia della provincia. In questo ramo del Po, abbandonato dal corso principale del fiume, che dopo la rotta di Ficarolo nel Medioevo si era spostato
verso nord (Po Grande), il Reno era stato introdotto nel 1522, a seguito di
un imprudente accordo, stipulato tra il duca Alfonso i d’Este e la città di Bologna, che voleva prosciugare le zone paludose (le Valli), in cui le acque di
questo fiume si spandevano. In quell’occasione, i Ferraresi avevano sottova-
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32
idraulici italiani
lutato la rilevanza del trasporto solido del Reno, introdotto in un letto largo
e con una modesta portata, come il Po di Ferrara e il potenziale conflitto con
la navigazione.
Dopo pochi anni (1604), i Ferraresi riusciranno a prevalere, ottenendo la
diversione del Reno, ma la questione non si chiuderà, perché i Bolognesi,
danneggiati da questa decisione, passeranno al contrattacco. La questione,
che con alterne vicende si trascinerà per due secoli, fino all’epoca napoleonica, è considerata fondativa della scuola idraulica italiana, perché alla discussione partecipano i massimi esponenti di questa scienza, non solo locali, ma
anche di altre regioni (v. Castelli, Cabeo, Guglielmini, Grandi, Zendrini,
Manfredi, Frisi, Perelli, Ximenes, Lecchi, Bonati), per la vastità dei territori potenzialmente interessati dalle operazioni sul Po e per la necessità di una
mediazione tra i contendenti.
La battaglia per la diversione del Reno inizia con un memorabile discorso,
intitolato Della atteratione del Po di Ferrara, pronunciato dall’Aleotti di fronte
al Papa, in visita a Ferrara nel 1598, accompagnato da una folta delegazione
di cardinali e di esperti: Allorché, dopo la Convenzione Faentina, il Papa recossi
a vedere la nuova sua città, il celebre idrostatico Gio. Battista Aleotti, al cospetto di Lui, di molti Cardinali, e di varii distinti periti dell’Arte Idraulica, recitò
un discorso, col quale addimostrava, che appunto il versamento del Reno in Po,
accordato dal Duca Alfonso i, benchè negato costantemente da’ suoi predecessori,
produsse l’arenamento di quel fiume regale presso Ferrara (Cittadella, 1847).
I tecnici presenti nella delegazione pontificia sono Pompeo Floriani maceratese, Bartolomeo Crescenzio romano, Lorenzo Zaccherone marchigiano,
Ostilio Ricci fermano, Giovanni Fontana comasco, Scipione Datari bolognese. Il discorso sarà poi rielaborato nel 1601 e pubblicato postumo in quest’ultima edizione nel 1847 dal Cittadella, con il titolo Dell’interrimento del Po di
Ferrara e divergenza delle sue acque nel ramo di Ficarolo. Il papa, staccandosi
dalla linea dei suoi predecessori, che hanno sempre favorito la città di Bologna, ora appare ben disposto nei confronti delle ragioni dei Ferraresi ed ordina una visita generale alle acque.
Nel luglio 1600 l’Argenta si reca a Roma, assieme a Vincenzo Morello,
con la missione di rappresentare al papa, in appoggio all’ambasciatore di Ferrara conte Girolamo Giglioli, le ragioni dei Ferraresi nella causa del Reno.
A Roma i due delegati incontrano non soltanto la scontata opposizione dei
Bolognesi, rappresentati dall’anziano Scipione Datari (morto nel 1604), ma
anche quella di un gruppo ristretto, ma influente, di Ferraresi, i quali fanno
circolare una scrittura a loro ostile, con 72 firme; si tratta di persone, legate a
proprietari terrieri nella zona delle Valli, aventi un interesse oggettivo ad appoggiare il partito bolognese. Gli avversari identificano l’Aleotti come il principale ostacolo, grazie alla sua perizia e perfetta conoscenza del territorio, e
cercano di screditarlo presso la Corte di Roma e lo stesso Magistrato dei Savi
di Ferrara, al fine di ottenerne l’allontanamento.
Fitta è la corrispondenza con il Maestrato di Ferrara, che esorta i suoi delegati a resistere ai detrattori: Non dubitate dell’animo nostro, che vi teniamo sincero et pronto nel servizio di questa patria, la quale, riescendo il negozio, dovrà
conservare eterna memoria del buon cuore, et animo intrepido vostro [...] Pre-
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
ghiamo Iddio a darvi forza e grazia di spedirvi tosto dal negotio, et ritornarvene trionfante al dispetto de’ maligni, et di quei che hanno cercato di denigrar la
fama, et valor vostro. Vi aspettiamo con buon cuore per abbracciarvi et rallegrarsi
personalmente della gloria che avrete riportata (lettera del 30 settembre 1600).
L’accoglienza del papa, che aveva personalmente conosciuto l’Aleotti a Ferrara, è buona: lo riconobbe, a sè chiamollo, e gli fece carezze grandi. [...] Il Morello e l’Aleotti seppero dire che un’intiera città li avea spediti per trattare la causa
loro affidata, e che perciò contro settantadue voti, ne aveano per loro venticinquemila (Cittadella, 1847).
La svolta definitiva si verifica nel 1603, con l’incarico affidato dal papa al
gesuita lodigiano Agostino Spernazzati e al fiammingo Everardo Cosservet,
come tecnici indipendenti, che accompagnati dall’Aleotti in visita alla provincia ferrarese, si lasciano convincere delle buone ragioni dei Ferraresi. In
base alla loro relazione, Clemente viii, negli ultimi giorni del suo pontificato, emette il Breve del 12 agosto 1604 Exigit a nobis. Tutti i corsi d’acqua che
sfociano nei rami del Po di Ferrara e di Primaro, incluso il Reno, sono provvisoriamente divertiti e lasciati liberi di espandersi con le loro torbide nelle
Valli, al fine di consentirne la bonifica per colmata e contemporaneamente
il richiamo di una parte della portata del Po Grande negli antichi alvei meridionali e di conseguenza l’escavazione degli stessi, che li restituisca alla navigazione. Al termine di queste operazioni di risanamento complessivo, si
pensa che sia possibile ripristinare il precedente sbocco del Reno e degli altri
torrenti, con la garanzia che le loro acque torbide vengano trasportate dalla
accresciuta forza della portata immessa dal Po Grande. Ma il tentativo di richiamare una cospicua portata dal Po Grande verso il suo antico corso fallirà
ed il Reno non tornerà più nel Po di Ferrara, trovando, dopo molto tempo,
un’inalveazione indipendente fino all’Adriatico.
La vicenda del Reno, in questa prima fase, si conclude dunque positivamente per Ferrara e per il suo campione, che indubbiamente è l’Aleotti. In
seguito, il suo ruolo nella vicenda sembra declinare, ma non del tutto.
La contesa tra Ferrara e Bologna si riaccende nel 1625, con la visita di
monsignor Ottavio Corsini, assistito da Benedetto Castelli, la cui relazione
dà ragione ai Bolognesi, che sostengono l’immissione del Reno nel Po Grande, attraverso il Panaro; in questa visita, il perito che rappresenta Ferrara non
è più l’Aleotti, ma Girolamo Ruscelli; in difesa di Ferrara, e in polemica con
Castelli, si batte il gesuita ferrarese Nicolò Cabeo. Nel confronto tra Castelli
e Cabeo, intervengono argomenti scientifici, attinenti l’idrometria, di grande rilievo per la nascita della scienza idraulica, a cui non partecipa l’Aleotti,
che è ormai molto anziano (nel 1625 ha 79 anni), anche se intellettualmente
ancora attivo.
Si è aperta una nuova epoca, in cui gli scienziati fisico-matematici conteranno sempre più negli affari d’acque e l’Argenta appartiene alla vecchia generazione degli architetti-ingegneri d’acque, in cui la pratica prevale sulla teoria. Tuttavia Cittadella scrive che egli, in questa fase della contesa, negativa
per Ferrara, contribuisce con il suo prestigio a ridurre i danni alla patria, ossia
a bloccare i decreti papali favorevoli a Bologna: Fu anche per le cure, e per gli
scritti di lui, che non vennero eseguiti i decreti di Paolo v, e di Urbano viii, per la
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Ritratto di Clemente viii, pontefice
dal 1592 al 1605. Nel 1598 annette
il ducato di Ferrara allo Stato della
Chiesa. Nel 1604, accogliendo
l’istanza dei Ferraresi, sostenuta sul
piano tecnico da Giambattista Aleotti,
decide la diversione del Reno dal Po
di Ferrara, per consentire il ripristino
della navigazione in questo vecchio
ramo del fiume, interrato dai sedimenti.
Questa decisione dà inizio ad una
bisecolare contesa tra Bologna e Ferrara,
considerata fondativa della Scuola
idraulica italiana.
34
idraulici italiani
escavazione del Po dalla Stellata alla foce di Volano, e per la nuova introduzione
del Reno in questo ramo presso Ferrara; e così pure l’altro decreto dello stesso Urbano viii sul progetto di Benedetto Castelli, di condurre direttamente il Reno nel
Po di Venezia dalla parte della Stellata (Cittadella, 1847).
Nel corso degli anni, secondo Cittadella, la vicenda del Reno, con i poderosi interessi che coinvolge, non cessa di procurare inimicizie all’Aleotti, anche all’interno del Municipio. Nel 1608 c’è un tentativo di licenziamento,
col pretesto del risparmio. Tuttavia egli conserva l’incarico comunale quasi
fino alla fine, sia pure con un soldo ridotto a centocinquanta scudi annui dal
1622. Nel 1635 il Consiglio sopprime la carica di Architetto ed Ingegnero
comunale, ma per rispetto gli conserva l’assegno a titolo di pensione. Morirà l’anno dopo. La carica già ricoperta dall’Aleotti verrà ripristinata soltanto
dopo un secolo, nel 1749, nella persona di Gaetano Barbieri.
5. gli ultimi anni
Negli ultimi anni di vita, Aleotti è ancora attivo in vari campi e lucido. Grazie alla sua conoscenza del territorio e dei problemi idraulici, non cessano incarichi ad alto livello. Nel 1632, a 86 anni, il duca di Mantova gli chiede un
parere sul cavo di Melara. Nello stesso anno, il Duca di Modena Cesare d’Este gli chiede una rettifica di confini, per rimediare ad un’usurpazione di terre a suo danno nella bonifica di Codigoro (dove la casa d’Este ha conservato
proprietà private), ed egli si reca sul posto in lettiga: Avvenuto essendo, sino
dall’epoca della morte di Alfonso II Duca di Ferrara, che dai Bonificatori di Codigoro fosse stata usurpata buona quantità di terra, già toccata agli Estensi nel
riparto del 1578, ed ereditata poi dal Duca Cesare d’Este, abbenchè da due mesi
impedito d’una gamba, il nostro Giambattista portavasi in lettica sulla faccia del
luogo a rettificarne i confini, in servigio del Duca suddetto, che ne facea reclamo,
e che ne dava l’incarico a lui, come quegli che, avendo avuto gran parte in quella ripartizione, potea scientemente far luogo a tale operazione con tutt’ esattezza
(Cittadella, 1847).
L’Argenta ha avuto sei figli: un maschio, morto prematuramente e cinque
femmine, di cui tre maritate e due monache (una provetta musicista). Ha
perso la prima moglie e si è risposato. Gli incarichi istituzionali e le numerose commissioni professionali gli hanno fruttato il benessere. Dal 1597 vive in
una casa in via della Ghiara, ad angolo con la strada dei Ghisiglieri, chiamato il cantone dell’Argenta, e come tale annotato nella Corografia, da lui stesso
disegnata, della città di Ferrara.
La sua ultima opera architettonica è la cappella del S.S. Sacramento nella
chiesa di S. Andrea, da lui costruita a sue spese per ospitare la sua tomba, con
un fondo per provvedere alle messe di suffragio ed alla manutenzione. Assegna anche una rendita di quattrocento scudi annui per l’erezione di un convento di monache nel Comune d’Argenta.
Muore il 9 dicembre 1636, all’età di 90 anni. Sul suo sepolcro viene posta
un’iscrizione, che ricorda l’impegno instancabile per la bonifica e le fortificazioni di Ferrara: qui in exsiccandas paludes et in aedificandum Ferrariae praesidium,
ac ejus propugnacula meridiem versus numquam quiescit. La chiesa di S. Andrea
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
35
Santuario della Celletta ad Argenta
(Ferrara), costruito nel 1610 da
Giambattista Aleotti, su progetto di
Marco Niccolò Balestri. Qui nel 1878
sono stati traslati i resti dell’Aleotti (foto
Comune di Argenta, 2010).
sarà in seguito distrutta (1867) ed i resti dell’Aleotti saranno traslati (1878) ad
Argenta, nel Santuario della Celletta, al quale egli stesso aveva lavorato.
Lo scienziato ed ingegnere idraulico
Alla morte, l’Aleotti lascia molti scritti inediti e disegni e un ricco epistolario;
i disegni del Polesine di Ferrara sono lasciati in eredità ai Conservatori della
Bonificazione, quelli del ducato e della città di Ferrara al Municipio, dove già
si trovano molti suoi scritti. Scrive il Cittadella: In gran numero sono gli scritti,
che dell’ Aleotti si conservano nell’ Archivio del Comune di Ferrara, non solo per
esserne stato lungo tempo suo Architetto, ma per la eredità di Alberto Penna idrostatico, il quale con somma cura infinite cose vertenti sull’ acque ferraresi avea raccolto. Il Penna fece testamento nel 1688, e morì nel 1691 (Cittadella, 1847).
Nel corso dei secoli, una parte degli scritti e disegni aleottiani è andata dispersa e si trova oggi in vari Paesi. Considerata l’importanza del personaggio
per la storia della cultura, nel 1994 è stato costituito un gruppo specifico di
ricerca, formato da docenti delle Università di Ferrara e Bologna.
Di seguito si riassumono i contenuti dei due più importanti scritti idraulici dell’Argenta, ossia la memoria sull’interrimento del Po di Ferrara ed il trattato Idrologia.
1. l ’ interrimento del po di ferrara
In data 24 dicembre 1601, essendosi poco prima trattato ancora in Ferrara
l’affare delle acque, l’Argenta arricchisce il suo discorso del 1598 e lo invia
al conte Scipione Giglioli, Giudice dei Savi. Il testo rimane a lungo inedito,
fino alla sua pubblicazione, da parte del Cittadella, nel 1847. Il tono è fortemente polemico nei confronti dei Bolognesi, e risente, con citazioni esplicite, della dura esperienza nella missione romana dell’anno precedente (1600),
quando il partito bolognese ha cercato di metterlo in cattiva luce anche pres-
36
idraulici italiani
so il Magistrato dei Savi di Ferrara: e perché hanno compreso ch’io non ho mai
fatto altro che oppormi con evidentissime ragioni ai loro cattivi pensieri, quindi
è che si pensarono di procurar di levarmi da questo servizio, seminando zizzanie
a Roma (Aleotti, 1601).
L’idrografia descritta dall’Aleotti è alquanto diversa da quella dei nostri
giorni, che è stata profondamente modificata dagli interventi artificiali, intervenuti negli ultimi quattro secoli. Storicamente, fino al xiii secolo, il Po passava sotto le mura di Ferrara e poco a valle di questa città si divideva nei rami
di Volano e di Primaro (o d’Argenta), che sfociavano in Adriatico rispettivamente a Nord ed a Sud delle valli di Comacchio. La terribile rotta di Ficarolo,
a monte di Ferrara (nella sponda sinistra del fiume, di fronte alla Stellata in
sponda destra), aveva creato un nuovo alveo, detto Po Grande o di Venezia,
che scorreva a settentrione della città estense, con un più breve percorso autonomo fino all’Adriatico, convogliando la maggior parte delle acque, ma lasciando inizialmente al vecchio alveo del Po di Ferrara una portata sufficiente per la navigazione. Il collegamento col mare, attraverso i rami di Volano e
Primaro e i rispettivi porti, era vitale per l’economia del ducato estense ed alla
base della sua floridezza.
La situazione descritta da Aleotti nel 1601 è disastrosa, perché la navigazione è ormai perduta, per colpa dell’inconsulta immissione del Reno nel Po
di Ferrara, avvenuta nel 1522 su pressione della città di Bologna: in pochi
decenni il fiume, ricco di sedimenti, ha riempito l’alveo del Po di Ferrara. Il
tono dell’Aleotti rivela sentimenti profondi: orgoglio per l’antica grandezza
della patria, amarezza per la sua decadenza, risentimento verso la città di Bologna, ritenuta responsabile del disastro; per ben due secoli, fino a Napoleone, questi sentimenti e risentimenti saranno condivisi dai Ferraresi, alimentando un’interminabile contesa con la città rivale.
Aleotti ha conosciuto il tempo in cui il Po di Ferrara con i suoi rami era ancora navigabile, solcato da una florida flotta mercantile ed anche da navi da
guerra, come dimostra la memorabile battaglia di Polesella (1509), ricordata
anche dall’Ariosto, in cui il Ducato aveva sconfitto la Serenissima, affondando e catturando i vascelli veneti: Ond’è che a nostri tempi, e non da molto, li vedemmo navigabili per modo che abbiamo ammirato la grandissima quantità delle navi da gabbia, che provenendo d’Inghilterra e di Fiandra, solevano scaricare
a Ferrara, come in sicurissimo porto, le molte merci, delle quali Venezia oggi dispensiera si è fatta a tutta Lombardia. Il che potrebbe forse parer difficile a credersi per chi ciò non vide: ma s’altri volesse di ciò argomento veracissimo, venga pur
di presente nell’Arsenale, che fu de’ Principi Estensi, ove conservasi una di quelle
ventidue galere tolte dal Card. Ippolito fratello del Duca Alfonso i ai Veneziani,
quando ruppe loro l’armata sul Po alla Policella (Aleotti, 1601).
Nel 1601 lo spettacolo del Lungopo a Ferrara è miserando, per lo stato di
abbandono delle strutture portuali: Ma se altri volesse vedere quanto Ferrara
sia stata mercantile, doviziosa, ed abbondante, l’osservi dalla gran quantità di
magazzini, di osterie, non che delle grandissime inutili dogane, che sono lungo la
ripa del Po, e dentro e fuori la città, e nel borgo san Luca, dal giardino di Belvedere sino alla punta di san Giorgio; e sebbene si veda chiarissimo, è però credibile
a fatica, vedendo insieme l’alveo di questo, che non ha molto era il superbo gran
Frontespizio del discorso
sull’interrimento del Po di Ferrara,
spedito in data 24 dicembre 1601 da
Giambattista Aleotti al conte Scipione
Giglioli, Giudice dei Savi di Ferrara,
e stampato postumo, a cura di Luigi
Napoleone Cittadella, nel 1847.
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
re de’ fiumi, di modo interrito che il suo fondo (spettacolo miserabile) s’innalza
fino all’ultimo segno dell’estreme piene, alle quali arrivar solea nelle sue più grandi escrescenze (Aleotti, 1601).
Va detto che, all’epoca dell’Aleotti, il Reno, con il suo rilevante trasporto
solido, non è l’unico fiume influente responsabile dell’interramento del Po di
Ferrara, perché sotto la Stellata e otto miglia a monte del Reno, entra da molti secoli il Panaro (oggi affluente del Po Grande), mentre a valle, nel ramo di
Argenta (o Primaro) sono stati introdotti artificialmente il Santerno (1460)
e più recentemente il Lamone (1504) e il Senio (1537), su pressione dei Ravennati. Queste immissioni, vicine una all’altra, s’influenzano a vicenda; per
esempio il Panaro ha aumentato i suoi depositi, perché sentendosi stringere
frammezzo a questi fiumi, e cioè dal Reno e dal Po, nè potendo correre all’insù,
nè all’ingiù, conveniva quietarsi, e quietando deporre la limosità mischiata colle
sue acque (Aleotti, 1601).
Il fatto che l’introduzione del Reno sia stata la causa del rapido collasso
del Po di Ferrara è attestato anche dall’architetto Pier Francesco Clemente da
Corinaldo, inviato nel 1579, a seguito delle rimostranze del duca di Ferrara
Alfonso ii, dal papa Gregorio xiii, assieme a Tommaso Sanfelice, vescovo della Cava ed al cardinale Pacchiotto, a verificare la situazione ed assistito nelle
sue osservazioni dall’Argenta, all’epoca già architetto ducale. In una lettera a
Gregorio xiii il Corinaldo scrive dunque essersi maggiormente alzato l’alveo del
Po di Ferrara in 57 anni, e cioè dal 1522 al 1579, che non avea fatto la rotta di
Figheruolo dal 1192 al 1522, che sono anni 330 (cit. in Fiocca, 2004). Già
quella delegazione aveva osservato che, riempiendosi il Po di Ferrara, diminuiva la portata in esso immessa dal Po di Lombardia ed aumentava in proporzione la portata del Po di Venezia: Si è visto che il detto Po di Lombardia va tuttavia rodendo e facendo dirupare la ripa di Ficarolo verso il Po di Venezia, e che
va tuttavia lasciando dell’arena verso la ripa della Stellata, ed interrendo la bocca
del Po di Ferrara. Il Corinaldo calcola che la portata del Po di Lombardia si
divida nelle seguenti proporzioni: 6/7 al Po di Venezia ed 1/7 al Po di Ferrara.
In sostanza, il Po di Ferrara è un fiume con un alveo largo e una pendenza
assai modesta fino al mare, entrambi ancora proporzionati alla portata totale del Po prima della famosa rotta di Ficarolo. Potrebbe rimanere in equilibrio solo con acque chiare, ma non con le acque molto torbide immesse dagli influenti torrentizi, durante brevi piene, al termine delle quali la portata
del fiume torna sostanzialmente quella introdotta dal Po di Lombardia alla
Stellata, insufficiente per assicurare il trasporto dei sedimenti verso le foci di
Volano e di Primaro. Anzi la portata immessa alla Stellata va continuamente
diminuendo per il sopraelevamento dell’alveo, che ne diminuisce la caduta e
la capacità di deflusso: E quando col tempo s’andò accrescendo l’alluvione, e l’impedimento nell’alveo del Po di Ferrara, tanto maggiormente s’andò allargando, e
profondando il ramo di Ficarolo, che conduce a Venezia, il quale e per essere più
breve del Po di Ferrara (per qualsivoglia de’ suoi rami) d’ un quarto, e per non
avere né tante né così grandi tortuosità come son quelle del detto Po di Ferrara,
non essendo né impedito né contrastato da fiume alcuno, s’andò a poco a poco dilatando, e profondando tanto, che con fatica inestimabile i Ferraresi penarono in
que’ tempi a difendersi dalle inondazioni (Aleotti, 1601).
37
38
idraulici italiani
L’analisi che Aleotti fa dell’evoluzione del Po di Ferrara dopo l’immissione del Reno e dei torrenti romagnoli è precisa e convincente: tale immissione è stata un clamoroso errore, perché incompatibile con la navigazione. Egli
inoltre illustra una strategia sulla sistemazione della rete idrografica Bolognese e Romagnola. Questi corsi d’acqua torrentizi formano un ampio sistema
paludoso, denominato Le Valli, residuo della Padusa, attestato lungo l’antico alveo del Po, ossia la linea Po di Ferrara-Po di Primaro, che ne costituisce
il recipiente naturale. Aleotti prevede la diversione dei fiumi appenninici, a
ridosso delle paludi, verso l’Adriatico: il Reno sarebbe entrato nel Po di Primaro, mentre il Sillaro, il Senio, il Santerno e il Lamone sarebbero confluiti
in un nuovo alveo. Le Valli, riordinate, sarebbero state messe in comunicazione fra loro.
Corografia dello Stato di Ferrara con
le vicine parti delli altri Stati che lo
circondano, dedicata a Clemente viii
(Ferrara, Vittorio Baldini Stampator
Camerale, 1603. Biblioteca Ariostea di
Ferrara). In questa carta, elaborata da
Giambattista Aleotti, è evidenziato il Po
di Ferrara, che si divide dal Po Grande
alla Stellata, lambisce le mura della città
a mezzogiorno e poco dopo si divide nei
due rami di Volano e Primaro, entrambi
facenti capo a due porti sull’Adriatico.
Tra la Stellata e Ferrara entrano nel Po il
Panaro e il Reno, che sarà divertito dopo
il Breve di Clemente viii del 12 agosto
1604 Exigit a nobis. Nel Po di Primaro
entrano i torrenti romagnoli Santerno,
Lamone e Senio. Il sistema idrografico
del Bolognese e della Romagna, prima di
raggiungere l’alveo del Po di Ferrara-Po
di Primaro, attraversa un vasto sistema
di aree paludose (le Valli).
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
Dopo pochi anni, il Breve di Clemente viii del 12 agosto 1604 Exigit a
nobis sceglie una strategia diversa: i fiumi appenninici sono deviati provvisoriamente dal Po di Ferrara nelle Valli e si tenta di richiamare nell’alveo di
quest’ultimo una frazione consistente della portata del Po di Venezia, scommessa che fallirà, rendendo permanente una diversione, che doveva essere
solo temporanea e non soddisfa i Bolognesi neppure sotto il profilo della
bonifica per colmata (detta “a fiume aperto”), delle Valli, che è disordinata
e provoca estensioni progressive delle paludi a danno di terreni già bonificati (vedasi le critiche di Domenico Guglielmini, nel trattato Della natura de’
fiumi, cap. XIII, 1697).
. In seguito si confronteranno due diverse strategie: quella dei Bolognesi, volta ad introdurre il Reno nel Po Grande, assieme al Panaro e quella dei
Ferraresi, che si oppongono temendo inondazioni da nord, per il sopraelevamento del pelo d’acqua del Po di Venezia e propongono in alternativa un
nuovo recapito autonomo per il Reno a sud, utilizzando il Cavo Benedettino
e il Po di Primaro e rinunciando in questo ramo, già molto compromesso,
alla navigazione.
2. il trattato idrologia
Nel corso della sua lunga vita, l’Argenta lavora ad un trattato d’idraulica
(con il titolo iniziale Architettura idraulica, poi modificato in Idrologia, overo scienza et arte dell’acque), che costituisce la sua opera principale e verrà
pubblicata molto tempo dopo la sua morte, quando ormai ha solo un valore storico.
Nel 1847 il Cittadella scrive che di essa esistono varie copie incomplete
(oggi se ne conoscono sette): È questa divisa in cinque libri, ed ornata di molte
figure, in gran numero d’invenzione dello stesso autore. Il Barotti, riportandosi al
Corradi, ne fa sapere che un Codice bellissimo se ne conserva nella Biblioteca Ducale di Modena: ed io aggiungerò, che altro originale, nella massima parte autografo, pieno di postille, correzioni, ed aggiunte, si conserva nell’Archivio comunale di Ferrara, che comprende però soltanto i primi quattro libri; e che altra copia
ve ne ha, tutta di mano dell’ idrostatico Alberto Penna, la quale contiene, oltre i
detti quattro libri, anche gran parte del quinto. [...] Una memoria di carattere
diverso, ivi aggiunta, ci fa sapere che il residuo del quinto libro, ed il sesto, originali, stavano fra molti altri manoscritti dell’Aleotti, posseduti dal march. Ercole
Bevilacqua, dopo la cui morte andarono dispersi. I primi tre libri furono pure in
foglio reale copiati, con qualche diligenza eziandio ne’ disegni, ed esistono ancor
questi, meno però qualche fascicolo, nello stesso Archivio Comunale.
Il trattato risulta scritto in vari tempi. Nel Trattato sull’architettura (1581),
alcune parti, vertenti sulle servitù relative alle acque, sono poi inserite nel libro quinto dell’Idrologia. Nella prefazione del libro Gli artifiziosi et curiosi
moti spiritali di Herrone (1589), l’autore accenna all’Archimetro, che sarà poi
inserito nel libro quarto dell’Idrologia; inoltre egli aggiunge, alla traduzione
dal greco del libro di Erone, Quattro Theoremi [...] Et il modo con che si fa artificiosamente salir un canale d’acqua viva, o morta, in cima d’ogn’alta torre. Ne-
39
Copertina del trattato sull’idrologia,
pubblicato postumo con il titolo Della
scienza et dell’arte del ben regolare le
acque.
40
idraulici italiani
gli anni successivi, su un esemplare dello stesso libro, annota correzioni e postille con altri teoremi, che pensa di far confluire nel libro sesto dell’Idrologia.
Nella dedica a Clemente viii della Corografia dello Stato di Ferrara con le
vicine parti delli altri Stati che lo circondano (1603), l’Argenta accenna al suo
grande trattato in corso di stesura, che auspica possa costituire la base dei futuri programmi per la sistemazione del territorio: Degnisi la S. V. Beatit. di
gradire questa mia fatica; che ciò mi sarà acuto sprone a finire altr’opera, ch’io
medito, della scienza et arte dell’acque: onde spero che, beneficati ampi paesi, e
posto freno ai fiumi, questo Stato debba, e per la protezione di Lei (e forse per opera mia) acquistare maggior bene.
Già nel 1600 l’autore programma la stampa del trattato, ma non la porta a
termine: Erasi già divisata la stampa di quest’opera, e ne fu pubblicata la Tavola delle cose notabili nella Stamperia Camerale in Ferrara nel 1600, in 14 pagine in 4°, come asserisce il can. Francesco Leopoldo Bertoldi, che ne possedeva un
esemplare. Altra copia di questa tavola, ma imperfetta, ne possiede il Comune di
Ferrara nel suo Archivio. [...] S’ignora quale ostacolo si frapponesse dippoi al suo
compimento (Cittadella, 1847). All’epoca l’Argenta è già un architetto affermato e non è privo di risorse proprie e di amicizie e protezioni importanti,
che gli consentano di procedere alla stampa; ma l’opera continua a rimanere
inedita e viene continuamente aggiornata, fino agli ultimi anni di vita; secondo Padovani, essa non si potè stampare per il fallimento dei banchieri depositari della somma a ciò destinata.
Il trattato Idrologia è una summa del sapere in materia di regolazione delle
acque alla fine del Rinascimento e comprende nozioni di aritmetica, geometria, filosofia naturale, geografia, corografia, meccanica e diritto, distribuite
in sei libri: il primo è introduttivo e contiene tra l’altro una delle prime valutazioni della portata di un fiume; il secondo e il terzo sono dedicati all’ingegneria idraulica: regolazione dei corsi d’acqua, costruzione di manufatti e
macchine idrauliche; il quarto all’archimetro, uno strumento di agrimensura, che riflette l’importanza attribuita ai problemi della geodesia; il quinto al
diritto, la cui conoscenza è indispensabile all’ingegnere-architetto d’acque, il
sesto alle piacevolezze le quali si possono fare artificiosamente con l’acqua, riflettendo il gusto delle corti rinascimentali. Il trattato rappresenta un unicum
nel panorama editoriale europeo dell’epoca.
Numerosi sono i riferimenti agli autori classici (Euclide, Archimede, Apollonio, Erone, Ctesibio, Vitruvio), secondo uno stile ed una tradizione, che
stanno per finire; infatti la rivoluzione scientifica avviata dalla scuola galileiana introdurrà anche in campo idraulico nuovi criteri di ricerca delle leggi fisico-matematiche (v. Benedetto Castelli), ridimensionando drasticamente l’importanza della tradizione. Ma si rifletta che un autore del Settecento,
come il marchese Giovanni Poleni, pur saldamente ancorato al nuovo metodo scientifico-sperimentale, dedicherà molto tempo alla ricostruzione filologica del pensiero scientifico e tecnico antico (Frontino, Vitruvio). Viceversa,
va detto che l’Argenta non ignora alcuni studi più recenti, come quelli di Girolamo Cardano, ma non fa tesoro della lezione di Castelli: è troppo anziano quando esce il trattato castelliano Della misura dell’acque correnti (1628)
e quindi rimane estraneo alla fase storica dell’idraulica scientifica, alla quale
giambattista aleotti detto l’argenta (1546-1636)
partecipa sin dall’inizio, in opposizione a Castelli per amor di patria, un altro
ferrarese: il gesuita Nicolò Cabeo.
L’Idrologia viene copiata, letta e apprezzata da vari esperti del ramo, ma
sarà pubblicata (limitatamente ai primi 5 libri) solo nel 2000, con il titolo
Della scienza et dell’arte del ben regolare le acque.
41
benedetto castelli
La vita
Le notizie biografiche su Benedetto Castelli sono scarse, perché una storia della sua vita viene scritta soltanto molto tempo dopo la morte, dal padre Mariano Armellini (1731), consultando la biblioteca dell’Ordine benedettino
cassinense: Vita Benedicti Castelli, Brixiensis, abbatis Benedictini, e congregatione Casinensi, mathematici praestantissimi, ex Mariani Armellini bibliotheca
Benedictino-Casinensi excerpta. Un’altra biografia di Castelli è riportata nelle
Vitae italorum doctrina excellentium, di monsignor Angelo Fabroni (1786).
Brevi capitoli dedicati al monaco scienziato sono inseriti anche in alcune storie della letteratura italiana, come quella di Girolamo Tiraboschi (1772-82) e
di Giambattista Corniani (1818). L’opera scientifica di Benedetto Castelli è
stata oggetto di numerosi studi da parte d’autori moderni.
1. un benedettino discepolo di galileo a padova
Castelli nasce nel 1577 a Brescia da nobile famiglia e nel 1595 entra nell’Ordine benedettino Cassinense. I suoi superiori ne riconoscono le doti d’ingegno e lo mandano, poco più che ventenne, a studiare nel Monastero di Santa
Giuliana a Padova, dove ha la possibilità di seguire le lezioni di Galileo Galilei
(1564-1642), in quel tempo Lettore presso la locale Università. L’incontro con
il grande scienziato pisano cambia la sua vita: presto ne diviene l’allievo prediletto; tra i due si stabilisce un forte legame d’amicizia, che continuerà fino
alla fine, quasi contemporanea, d’entrambi. Tornato al Monastero di Brescia,
rivolge la sua attività all’astronomia, servendosi di un cannocchiale, costruito
e mandatogli da Galilei; riconosce la montuosità della luna e le fasi di Venere,
collabora a distanza nelle osservazioni riguardanti i satelliti di Giove, chiamati
Pianeti Medicei. Attorno al 1610, ottiene il permesso di recarsi a Firenze nella Badia di Santa Maria, dove riprende la collaborazione diretta con Galileo.
2. assistente di galileo a firenze
la cattedra a pisa
Nel capoluogo toscano Castelli, divenuto ormai assistente di Galileo, escogita il metodo di osservare le macchie solari ottenendone la proiezione, attraverso il telescopio, sopra una carta e giunge per primo ad ipotizzare l’esistenza del continente australe, non ancora scoperto, studiando la variazione della
luce cinerea del disco lunare. L’intensa collaborazione con Galileo si ritrova
anche nella questione dei galleggianti ed in particolare sul perché il ghiaccio
galleggia sull’acqua. Nel 1615, con l’appoggio di Galileo, ottiene la cattedra
di matematica presso l’Università di Pisa, che terrà fino al 1625. In questi
anni, le lettere che Galileo scrive sulla divulgazione della dottrina copernicana, e in particolare quelle indirizzate al padre Castelli, danno origine ai processi (1616 e 1623), che hanno come risultato la sua condanna e quella della
dottrina di Copernico.
Ritratto di Galileo Galilei (1564-1642),
maestro di Benedetto Castelli, che ne
diviene l’allievo prediletto.
44
idraulici italiani
Nel periodo pisano, Castelli rafforza i suoi legami di amicizia con Galileo,
giungendo a firmare l’opuscolo apologetico, in realtà scritto dallo stesso Galileo, in risposta alle opposizioni di Lodovico delle Colombe e di Vincenzo
Di Grazia contro il trattato Delle cose che stanno in su l’acqua o che in quella
si muovono. Ma egli matura anche la sua autonomia scientifica, decidendo di
approfondire un settore particolare e sceglie, per ragioni pratiche, la scienza
regolatrice delle acque, cagione di prosperità o di devastazione del territorio
e poco conosciuta.
3. la cattedra alla sapienza di roma
missione sul po
Nel 1625 Castelli è chiamato a Roma dal papa Urbano viii ed ottiene la cattedra di matematica alla Sapienza, che terrà per diciotto anni, fino alla fine.
Nello stesso anno accompagna monsignor Ottavio Corsini (1588-1641),
mandato dal Papa a risolvere l’annosa controversia del fiume Reno, che oppone Bologna e Ferrara: dal 1604 la foce del Reno nel Po di Ferrara è stata otturata su consiglio del gesuita Agostino Spernazzati, per interrompere le deposizioni e consentire il ripristino della navigazione (v. Giambattista Aleotti);
il Reno ha ora come recapito un vasto sistema paludoso tra Bologna e Ferrara
(le Valli); i Bolognesi chiedono che sia aperta una nuova foce nel Po Grande,
per prosciugare le Valli, ma i Ferraresi, difesi da Nicolò Cabeo (v.), si oppongono per timore che il Po esondi nel loro territorio.
A Castelli questi timori sembrano infondati e quindi egli sostiene l’introduzione del Reno nel Po Grande, scegliendo, dopo accurate livellazioni,
tra le molte linee proposte dai periti, quella più naturale indicata dal Cardinal Capponi nella sua visita del 1622, che prende il Reno alla Botta Ghislieri e l’introduce in Po Grande sotto la Stellata. Il prestigio di Castelli induce
monsignor Corsini ad aderire al suo pensiero, citandolo nella finale Relazione
dell’acque del Bolognese e Ferrarese: il Ven. Padre D. Benedetto Castelli Cassinense [è] huomo fidato, e da bene, né meno esperto in somiglianti affari d’acque, che
versatissimo nelle discipline della matematica. Si giunge così al Breve papale in
data 4.11.1628, che ordina l’introduzione del Reno nel Po, ma provoca una
forte reazione di Ferrara e degli Stati confinanti, i quali negli anni successivi riescono a bloccare il progetto. Questa vicenda è all’origine del successivo
confronto scientifico tra Cabeo e Castelli.
4. la faticosa gestazione del trattato,
che fonda la scienza idraulica
Durante la visita del Reno e del Po con monsignor Corsini, sono emerse grosse difficoltà nella misura delle acque correnti, e Castelli matura la decisione di
pubblicare un trattato su questo tema. Il Primo libro del trattato, pubblicato
a Roma nel 1628, probabilmente ha avuto una gestazione molto lunga, estesa
almeno agli anni pisani. Lo stesso autore, nelle Considerazioni sulla Laguna di
Venezia (1641), afferma di avere avuto l’intuizione fondamentale della legge
di continuità in gioventù, osservando il sistema dei canali irrigui bresciani: Io
Monumento sepolcrale di Ottavio
Corsini (1588-1641) (Fototeca
nazionale). Nel 1625 Benedetto Castelli
accompagna monsignor Corsini, legato
papale, che firma la Relazione dell’acque
del Bolognese e Ferrarese, in cui si sostiene
l’opportunità di reintrodurre il Reno
nel Po Grande. Durante quella visita,
Castelli matura la pubblicazione del suo
trattato Della misura dell’acque correnti,
stampato nel 1628.
benedetto castelli (1577-1643)
considerava, che nel territorio di Brescia mia patria, e in altri luoghi, dove si dividono l’acque per adacquar le campagne, con simil modo di misurarle si facevano errori gravissimi, e importantissimi con gravi pregiudizij al publico, e privato, non intendendosi mai né da chi vende, né da chi compra la quantità vera di
quello, che si vende, e si compra […]. Questa considerazione mi svegliò la mente,
e la curiosità all’investigazione della vera misura dell’acque correnti.
Il Secondo libro del trattato ha una gestazione ancora più lunga: è ultimato
poco prima della morte di Castelli e non è pubblicato subito, perché l’autore
è incerto sulla dimostrazione geometrica della legge, che regola la scala delle
velocità nei corsi d’acqua. Nel 1642 egli coinvolge nella discussione i due allievi prediletti, Bonaventura Cavalieri (1598-1647) ed Evangelista Torricelli
(1608-1647), ma senza esiti definitivi. Benedetto Castelli muore il 19 aprile
1643 a Roma nel Monastero di S. Callisto in Trastevere, circa un anno dopo
Galileo, designando il Principe Leopoldo de’ Medici (altro suo allievo) come
esecutore testamentario. Questi, dopo molte discussioni inconcludenti, nel
1660 decide di pubblicare postumo il Secondo libro del trattato castelliano,
omettendo la detta dimostrazione.
Un merito rilevante di Benedetto Castelli è quello di essere stato, nel corso
della sua vita, maestro di numerosi, eminenti scienziati matematici: Evange-
45
Camillo Saccenti, Disegno dello stato
presente del Reno inferiore, del Po di
Ferrara, di Panaro e del Po grande tra
la Stellata e Lago Scuro con le linee
delle diversioni del Reno proposte nelle
visite de’ SS.ri Card. Gaetano e Capponi
e di Mons. Corsini e di alcune altre
che in luogo di esse si propongono per
misure et osservationi fatte quest’anno
1658 nel mese di Marzo, presentato nel
congresso fatto in Ravenna avanti S.
Em.mo Sign. Card. Borromei Legato
di Romagna e sopr’intendente generale
sopra l’acque questo dì 20 Luglio 1658.
Gio. Domenico Cassino pub.co matt.
della città di Bologna. Io Camillo Sacenti
perito pub. per la città di Bologna
(Biblioteca Ariostea di Ferrara, mappe
serie xvi-83). La secolare contesa
sull’immissione del Reno nel Po Grande,
a cui partecipa Benedetto Castelli al
seguito di monsignor Corsini (1625),
segna la nascita della scienza idraulica
in Italia ed i successivi sviluppi, con la
partecipazione dei maggiori idraulici
italiani.
46
idraulici italiani
lista Torricelli (che presenta a Galileo), Bonaventura Cavalieri, Gianalfonso
Borelli, Eustachio Divini, Michelangelo Ricci.
5. altre perizie idrauliche
Divulgatasi la fama delle sue conoscenze idrauliche, secondo il costume
dell’epoca, Benedetto Castelli è frequentemente coinvolto in affari d’acque,
alcuni dei quali molto importanti, come lo sbocco dei fiumi nella laguna veneta (1641) e la bonifica delle paludi pontine e altre minori, come la sistemazione della pianura pisana (Sbocco di Fiume morto, 1642), per la quale
collabora con Famiano Michelini (1604-1665), all’epoca noto come Padre
Francesco di S. Giuseppe.
6. la personalità
Su Benedetto Castelli come persona, troviamo questo giudizio di Giambattista Corniani: Ei si accendea di sdegno in argomento soltanto di filosofia onde
sostenere i diritti della ragione, che l’antico pregiudizio e la po­tente ignoranza
si sforzavano di ridurre nuovamente al silenzio. In ogni altra con­tingenza della
vita egli era mite, indul­gente, pacifico e in singolar modo mo­rigerato e pio. Le sue
qualità morali as­sai più che le scientifiche, le quali erano allora ne’ chiostri un
demerito anzi che un pregio, il fecero innalzare alle dignità primarie del suo istituto (Corniani, 1833). Salva la valutazione del carattere del nostro autore, si
deve rilevare che le opposizioni da lui incontrate durante la sua vita non erano sempre attribuibili all’antico pregiudizio e alla po­tente ignoranza, ma anche
a diverse e argomentate opinioni tecnico-scientifiche, come nelle controversie con Nicolò Cabeo (v.) e sulla laguna di Venezia. Per quanto riguarda l’osservazione che le qualità scientifiche erano allora nei chiostri un demerito anzi
che un pregio, non è difficile comprenderne le ragioni, considerato il numero elevatissimo di religiosi italiani dediti al progresso della scienza, ma presumibilmente meno alle opere di religione, durante il Seicento e il Settecento.
Sempre al Corniani dobbiamo questa curiosa valutazione dei rapporti tra
Castelli ed il suo ambiente di provenienza, ossia la provincia bresciana, che
getta luce sui costumi dell’epoca (la stessa descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi): Egli avreb­be desiderato d’istillare un po’ del suo gusto per gl’intellettuali diletti ne’ suoi concittadini bresciani, induriti allora da una rozza ferocia ed
andanti soltanto al piacer barbaro della vendetta. Egli stesso nella sua specialità
ebbe a risentire i do­lorosi effetti di quest’inumana vertigine. Tre suoi fratelli rimasti al secolo tutti e tre miseramente perirono di morte vio­lenta in privati dissidi (Corniani, 1833). Questo giudizio trova conferma indiretta nel trattato
dello stesso Castelli, dove egli raccomanda un nuovo manufatto, che chiama Regolatore, per la misura delle acque correnti: Di questa dottrina sarebbe
necessario servirsi nella distribuzione dell’acque, che scemano per adacquare le
campagne, come si usa nel territorio Bresciano, Cremonese, Bergamasco, Lodigiano, Milanese, e in molti altri luoghi, dove di continuo nascono liti, e differenze
gravissime; quali non potendosi mai terminare con ragioni intelligibili, vengono
bene spesso a forza d’armi terminate, ed in vece d’innaffiare le campagne coll’ac-
Sopra Fra’ Bonaventura Cavalieri
(1598-1647), sotto Evangelista Torricelli
(1608-1647). I due matematici,
allievi di Benedetto Castelli, nel 1642
sono coinvolti dal maestro per la
dimostrazione geometrica della legge
che regola la scala delle velocità nei corsi
d’acqua.
benedetto castelli (1577-1643)
47
que, l’innaffiano crudelmente col sangue umano sparso, mettendo empiamente
sossopra la pace, e la giustizia, seminando discordie, ed inimicizie tali, che portano seco alle volte la rovina delle città intere, o le aggravano inutilmente di vanissime spese, e talvolta dannose (Castelli, 1660).
7. i rapporti con i contemporanei
I rapporti di Castelli con gli ingegneri idraulici sono difficili, come testimoniano gli episodi del Lago Trasimeno e della Laguna di Venezia (v. oltre), ma
in generale i contemporanei, incluso l’antagonista Nicolò Cabeo (v.) riconoscono il valore della nuova scienza fondata dal monaco benedettino, che si
propone di misurare con precisione la velocità delle acque nelle varie situazioni, per giungere a determinare in modo attendibile la quantità che defluisce
nell’unità di tempo, ossia la portata. Non manca qualche eccezione: monsignor Raffaele Fabretti (1618-1700), nel suo libro De aquis et aquaeductibus
veteris Romae (1680), afferma polemicamente che Castelli ha usurpato una
gloria non sua, poiché la sua dottrina già si trova in Sesto Giulio Frontino.
Il marchese Giovanni Poleni (1683-1761), profondo conoscitore dei testi
antichi, nel suo trattato Del moto misto dell’acqua (1717), demolisce quest’accusa inconsistente: Non ho neppure difficoltà, che si dica avere Fron­tino saputo, che l’acqua scorre più velocemente dal foro inferiore che dal superiore (la qual
cosa non era forse ignorata nemmeno dai di lui servi che traevano il vino dalle
botti dapprima piene, e dappoi scemate della metà) […]. Soltanto però, che non
si dica essere stata da Frontino conosciuta quella scienza, della quale il Castelli
in fatti ne fu il primo inventore. Essa consiste nello stabilimento di un Teorema,
il quale esprima le leggi osservate dalla natura, ed i varj rapporti che vi sono tra
i vari efflussi, e le varie velocità […]. Checché poi ne sia della verità del Teorema
medesi­mo, è però certo, che il Castelli piantò un Teorema, il quale fu l’origine di
una nuova scienza […]. Non avendo io dunque ritrovato fra tutti quelli, che ho
letti (e ne ho letti non pochi) alcuno Scrittore dell’acque, più anti­co del Castelli,
il quale sapesse i principj della dottrina del moto semplice dell’acqua, ovvero della
misura dell’acque, che corrono con quel moto; io mi appiglio all’opinione di quelli, che attribuiscono al Castelli l’invenzione della dottrina suddetta.
8. la polemica sul presunto plagio di leonardo
Fino alla fine del Settecento, la posizione del marchese Poleni è condivisa
pacificamente dall’intero mondo scientifico, a prescindere dal fatto che gli
idraulici si dividono in diverse scuole di pensiero sulla legge del movimento. Dopo la lettura diretta e il commento dei codici leonardeschi, nel 1797,
da parte di Giovanni Battista Venturi (1746-1822) e soprattutto la pubblicazione nel 1826 del codice Del moto e della misura delle acque (ricomposto
con i frammenti di Leonardo da Luigi Maria Arconati in un manoscritto del
1643, rimasto per secoli sepolto nella Biblioteca Barberini a Roma), un eminente idraulico italiano, Elia Lombardini (1794-1878), rompe questa tradizione. Nella sua memoria Dell’origine e del progresso della scienza idraulica nel
Milanese ed in altre parti d’Italia (1860), colpito da talune simmetrie, anche
Il trattato di Benedetto Castelli viene
tradotto nelle principali lingue europee.
La traduzione inglese (London, printed
by William Leybourn, 1661) è curata da
Thomas Salusbury.
48
idraulici italiani
formali, con il trattato di Benedetto Castelli, letto nell’edizione di Giovan
Battista Barattieri (1663), che contiene alcune arbitrarie interpolazioni al testo originario, egli ritiene difficile supporre che Castelli non abbia pensato a
trarre alcun lume dai manoscritti dell’illustre Toscano, o dagli estratti che se
ne andavano facendo. Leonardo e non Castelli sarebbe dunque il vero fondatore della scienza idraulica.
Sulla questione si apre un ampio dibattito tra gli studiosi italiani, che si dividono in fronti opposti. Si veda, in particolare lo studio d’Antonio Favaro:
Se e quale influenza abbia Leonardo da Vinci esercitata su Galileo e sulla scuola
Galileiana (Bologna, 1916), che contesta l’ipotesi di Lombardini. Filippo Arredi, nello scritto Intorno al trattato ‘Della misura dell’acque correnti’ di Benedetto Castelli (Roma, 1933), sostiene una linea interpretativa equilibrata, che
consente di riconoscere all’intera cultura rinascimentale italiana il ruolo di
matrice della scienza idraulica moderna, la quale ha in Leonardo il precursore e in Castelli il fondatore, escludendo ogni ipotesi di plagio: se qualcuno ha
copiato alcune espressioni, è più facile che sia stato l’Arconati (1643) sul testo
di Castelli (1628), piuttosto che il contrario. Sulla linea d’Arredi si attesta la
storia della scienza attuale.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. il trattato della misura dell’acque correnti
Come accennato, il trattato castelliano, fondativo della scienza idraulica moderna, è costituito da due libri, pubblicati rispettivamente nel 1628 e nel 1660.
Per esigenze divulgative, il primo libro è diviso in due parti: la prima, di
carattere divulgativo, è rivolta ai tecnici privi di una solida preparazione matematica (quelli, che non hanno mai applicato il pensiero a studi di geometria)
e procede per via qualitativa, attraverso esempi ed esperienze; la seconda è riservata ai matematici, che conoscano almeno i primi sei libri d’Euclide e siano in grado di seguire il procedimento geometrico-deduttivo, utilizzato per
la dimostrazione della legge di continuità. Le due parti del Libro Primo convergono sull’obiettivo di affermare la suddetta legge, che poi sarà detta Prima
legge di Castelli. L’impostazione didattica, ricca di parti discorsive semplici
e chiare, facilita la rapida diffusione del trattato. La lettura attenta della prima parte consente oggi di rintracciare principi interessanti, che vanno oltre la
legge di continuità, come l’introduzione al raggio idraulico e al coefficiente di
scabrezza. Non mancano metodi empirici per regolare le portate delle fistole
e delle bocche d’erogazione delle portate.
L’autore stabilisce brevi assiomi sulla velocità e il volume delle acque correnti in varie sezioni del medesimo fiume, supportati dalla geometria; le sue
ricerche si distinguono da quelle del maestro Galileo, poiché egli elabora in
forma matematica la legge di continuità, fondamentale e specifica per il moto
dei fluidi, che travalica l’orizzonte della cinematica del punto galileiana. L’opera, tradotta in altre lingue, esce presto dai confini italiani, diffondendosi nella comunità scientifica europea. Castelli comprende che, per la misura
corretta delle acque, occorre fondare una geometria e una fisica a tre dimen-
Busto di Benedetto Castelli realizzato da
E. Demi (Museo Galileo).
benedetto castelli (1577-1643)
49
Frontespizio della prima edizione (Roma, 1628) del trattato Della misura dell’acque correnti di Benedetto Castelli, che fonda la scienza idraulica
moderna.
50
idraulici italiani
La figura in alto schematizza il principale
contenuto della prima parte del trattato,
ossia la legge di continuità, che Castelli
rappresenta con una geometria a tre
dimensioni: accanto alle due dimensioni
della sezione, in base alle quali
tradizionalmente si calcolava la portata
di un corso d’acqua, occorre considerare
una terza dimensione, rappresentata
dalla lunghezza percorsa nell’unità di
tempo, ossia la velocità media del corpo
d’acqua, che fuoriesce dalla sezione
(nella figura la distanza tra le sezione A
e B, percorsa dal corpo d’acqua C). La
figura in basso rappresenta l’esperimento
di Benedetto Castelli (illustrato
nella seconda Parte del trattato), per
identificare la scala delle portate di un
canale rettangolare, alimentato con
sifoni uguali, che attingono da un
serbatoio.
sioni e la terza dimensione è la lunghezza percorsa nell’unità di tempo, ossia
la velocità media del corpo d’acqua; fino allora, la portata dei corsi d’acqua si
calcolava unicamente in base alla sezione.
Il Secondo Libro del trattato è dedicato alla scala delle velocità dei corsi
d’acqua, che lega la velocità media all’altezza delle acque, ed esce postumo nel
1660, per i molti dubbi dell’autore sulla dimostrazione matematica di una
legge, da lui ricavata in via sperimentale, e peraltro inesatta, che vede la proporzionalità tra la velocità e l’altezza, nota come la seconda legge di Castelli.
Una parte minoritaria degli Idraulici rimarrà legata ad essa, che in mancanza
di una dimostrazione rimane un’ipotesi, mentre molti altri (i foronomisti),
verso la fine del secolo, se ne distaccheranno, applicando anche alle correnti
negli alvei la legge di Torricelli, che vede la proporzionalità tra la velocità e la
radice quadrata dell’altezza. Entrambe le ipotesi sono errate ed a lungo, agli
occhi di molti, il metodo più sicuro per il calcolo della portata sarà quello
delle misure dirette con appositi strumenti (i tachimetri idraulici), inventati
in gran numero dagli Idraulici italiani. Si consideri che la legge del moto uniforme sarà definita soltanto alla fine del Settecento ed integrata con corretti
coefficienti di scabrezza alla metà dell’Ottocento.
Nel Secondo Libro sono contenute anche alcune interessanti indicazioni tecniche, finalizzate a sviluppare metodi per la misura diretta delle porta-
benedetto castelli (1577-1643)
te dei canali e corsi d’acqua. Castelli concepisce un manufatto speciale, che
chiama Regolatore ed è il prototipo dei moderni Modellatori; egli determina
la portata che passa per il regolatore, attaccando sopra lo stesso tre, quattro
o cinque canne ritorte, o sifoni e registrando la quantità d’acqua che esce da
ciascun sifone nell’intervallo di 20 minuti secondi, misurato con il pendolo.
Castelli raccomanda in particolare il suddetto metodo alla ripartizione delle acque irrigue in Lombardia, per porre rimedio alle frequenti contese, che
possono sfociare in guerre aperte.
2. fondazione della pluviometria e dell’idrologia
Con Castelli non inizia soltanto la scienza idraulica, ma anche la pluviometria e l’idrologia, essendo stato egli il primo scienziato a misurare l’acqua piovana caduta in un dato intervallo di tempo ed a collegare queste misure al
lago Trasimeno e al suo emissario, nel corso d’osservazioni presso il Monastero di S. Pietro di Perugia; la vicenda è illustrata in una lettera a Galileo in
data 18 giugno 1639.
Il lago si è abbassato per la siccità, sotto il livello della bocca dell’emissario, che è asciutto, con grandissimo incomodo dei paesi vicini, dove i mulini
azionati con l’acqua del lago sono fermi; Castelli si reca sul posto e trova che
il lago si è abbassato tre dita sotto la soglia dell’emissario. Segue una pioggia
continua ed uniforme per circa otto ore, che viene da lui misurata mediante
un vaso cilindrico di vetro, nell’intervallo di un’ora: egli ne deduce che della
stessa misura si è alzata in un’ora l’acqua nel lago e moltiplica per otto, ottenendo un rialzamento totale di quattro dita. È presente all’esperimento un
ingegnere perugino esperto del lago, il quale si burla di lui, sostenendo che,
per la gran siccità passata, l’acqua è stata bevuta dal lago, senza modificarne
il livello. Castelli invia allora un uomo alla soglia dell’emissario e questi trova
che l’acqua ha ripreso ad uscire ed è alta un dito sulla soglia: i conti tornano.
Nella lettera a Galileo si trovano anche interessanti considerazioni idrologiche sui rapporti tra il lago, le vene acquifere sotterranee ed il bacino idrografico superficiale.
3. le considerazioni intorno alla laguna di venezia
Nel 1641, per mezzo del senatore Basadonna, la Repubblica veneta chiede a
Castelli un parere intorno allo stato della Laguna di Venezia. A quell’epoca, la
Serenissima ha già da tempo adottato la strategia di divertire i fiumi immissari, per prevenire il riempimento con le torbide, che alla lunga porterebbe alla
scomparsa della Laguna, minacciando la sicurezza della stessa città lagunare
e quindi dello Stato; negli ultimi anni sono peraltro comparsi altri disordini, ossia lo scoprimento d’ampie aree della Laguna in tempo d’acqua bassa e
l’interrimento delle comunicazioni col mare. È ammirabile la forza di carattere, con la quale il monaco benedettino, davanti al Senato, legge le sue Considerazioni intorno alla laguna di Venezia, le quali contraddicono la strategia
ufficiale, nonostante egli sia consapevole di avere contro la maggioranza dei
politici, dei tecnici e della stessa opinione pubblica.
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52
idraulici italiani
Frontespizio delle Considerazioni intorno
alla laguna di Venezia (1641) nella
seconda edizione della Raccolta di autori
che trattano del moto dell’acque (Firenze).
Castelli ritiene che il disordine denunciato, con la fermentazione dei fanghi nei caldi estivi, non sia dovuto al fatto che il terreno si rialzi, come tutti
comunemente pensano, bensì alla scarsità di acque apportate alla Laguna,
dopo la diversione della Brenta; per quanto riguarda l’interrimento dei Porti, esso dipenderebbe dalla furia del mare, ossia dalle arene marine trasportate dai venti e non contrastate dalle correnti d’acqua dolce procedenti in
senso contrario, indebolite dall’indicata diversione (su questo punto, vedasi
gli studi di Geminiano Montanari, 1684). Egli quindi non soltanto è contrario al progetto di divertire il Sile e altri quattro fiumi, ma vorrebbe addirittura rimettere in Laguna le acque della Brenta: si rimetta più acqua, che
si può nelle Lagune, […] avendo riguardo, che l’acqua sia men torbida che sia
possibile. La sua proposta è accolta con freddezza dalla parte più diplomatica del Senato e con aspro dissenso da molti: mi si voltarono acerbamente
contro, e con modi aspri, e con scritture, e stampe piene di livore mi lacerarono
(Castelli, 1641).
È probabile, come afferma Castelli, che alcuni dei suoi oppositori non
comprendano il concetto di portata di un fiume, come il prodotto della sezione per la velocità, ma a sua volta non sembra che egli colga la delicatezza,
sul piano politico, del processo di riempimento della Laguna, quando scrive:
ancorché si concedesse il riempimento, possiamo probabilissimamente dire, che
non seguirà, se non nel corso di molte, e molte centinaia d’anni. Qui non si parla della perdita di una zona umida, ma della fine di Venezia come città lagunare e imprendibile dal nemico: uno Stato non può programmare la propria
morte, neppure dopo molti secoli. Sul piano scientifico, tuttavia, Castelli si
salva in extremis, quando, viste le fiere resistenze al suo progetto, propone al
senatore Basadonna, prima di prendere la decisione finale, una campagna di
misure sistematiche della torbidità, mediante prelievi di campioni d’acqua,
in vari periodi dell’anno, allo sbocco dei fiumi in Laguna ed allo sbocco di
questa nel mare, in modo tale da determinare per differenza la quantità dei
sedimenti, che ogni anno si depositano. Sappiamo che la Serenissima proseguì imperterrita nel suo programma di diversione dei fiumi dalla Laguna: la
posizione di Castelli, pur nettamente minoritaria, troverà anche in seguito
benedetto castelli (1577-1643)
53
qualche partigiano, soprattutto interessato alle acquisizioni di terre connesse
con i riempimenti. Si veda la ricostruzione storica fatta da Bernardino Zendrini, nella prefazione del suo trattato Leggi e fenomeni, regolazioni ed usi delle
acque correnti (1741).
4. le bonificazioni delle paludi pontine
e del maccarese
Di tutt’altro genere (anche per l’assenza di contradditorio) è lo scritto Considerazione sopra la bonificazione delle Paludi pontine, nel quale Castelli affronta
- per richiesta del governo pontificio - un problema, che inizialmente riteneva impossibile ed in seguito a visite in loco gli è apparso invece fattibile. I rimedi da lui suggeriti appaiono di buon senso, essendo tesi ad assicurare una
maggior capacità di deflusso dei colatori naturali e la difesa del territorio dalle piene; manca tuttavia la dimostrazione (per es. attraverso la livellazione del
territorio) che essi siano anche sufficienti. Il primo rimedio da lui suggerito
è lo spurgo periodico dei canali colatori, ingombri di vegetazione, che riduce la sezione di deflusso: basti osservare - egli scrive - il passaggio delle bufale, che calpestando la vegetazione la comprimono contro il fondo dell’alveo,
con gli effetti a catena di aumentare la velocità di deflusso, diminuire l’altezza dell’acqua e favorire così lo scolo delle campagne; si noti che questo pittoresco sistema di spurgo dei canali nelle paludi rimarrà in uso nel Lazio fino
all’Ottocento. Per lo stesso motivo, si dovrebbero levare tutte le peschiere,
che restringono il letto dei colatori (pescare e seminare sono due cose, che non
possono stare insieme). Il terzo rimedio consiste nell’arginatura del fiume Sisto,
per evitare esondazioni in tempo di piena.
Frontespizio della Considerazione sopra
la bonificazione delle Paludi pontine nella
seconda edizione della Raccolta di autori
che trattano del moto dell’acque (Firenze).
In sostanza, la strategia suggerita da Castelli per la bonifica (confermata
anche dalla Scrittura intorno le bonificazioni del Maccarese, indirizzata al marchese Girolamo Mattei) è quella dell’essiccazione, alla quale si contrappone la
colmata colle torbide dei fiumi. Pochi anni dopo (nel 1645), le due strategie,
sostenute rispettivamente da Famiano Michelini ed Evangelista Torricelli, si
scontreranno sulla bonifica della Val di Chiana, con la vittoria del secondo,
54
idraulici italiani
che peserà a lungo, fino ai primi anni dell’Ottocento. Sul tema si vedano anche gli scritti di Vittorio Fossombroni e di Giulio De Marchi.
nicolò cabeo
La vita
1. formazione presso il collegio dei gesuiti di parma
Nicolò Cabeo nasce a Ferrara il 26 febbraio 1586 e nel 1602 entra come novizio nel collegio dei Gesuiti di Parma, dove ha, come maestro di matematica, Giuseppe Biancani (1566-1624); nella medesima scuola rimane per molti anni come insegnante di filosofia, dal 1612. Egli stesso, nel Commento alle
Meteore d’Aristotele, ricorda i suoi anni d’apprendistato (e in particolare le
esperienze scientifiche compiute dal Biancani alla sua presenza) e il successivo insegnamento scolastico, incentrato sul commento alle opere aristoteliche,
secondo l’impostazione tradizionale. Riceve l’ordine sacerdotale nel 1622,
dopo il lungo tirocinio, abituale nella Compagnia di Gesù.
2. rapporti con gli estensi e i gonzaga
Cabeo intrattiene rapporti di collaborazione con gli Estensi di Modena (qui
trasferiti da Ferrara nel 1598) e i Gonzaga di Mantova, trascorrendo in queste città lunghi periodi. Probabilmente è presente alla discussione della tesi de
lunarium montium altitudine, sostenuta a Mantova nel 1611 in funzione antigalileiana. Abbandona l’insegnamento in una data imprecisata, non anteriore
al 1622 e si dedica alla predicazione in varie città d’Italia, senza interrompere
i rapporti con le due dinastie ducali. È legato soprattutto alla casa d’Este, che
ha fatto grande la sua patria ferrarese. Alcune lettere del poeta e diplomatico
ferrarese Fulvio Testi (1593-1646), al servizio del duca di Modena, rassicurano
il padre Cabeo, in ansia per il timore di aver perso i favori del duca: Da questa
conoscerà che S. A. ama e stima da dovero e più ch’abbia mai fatto il merito e la
persona di Vostra P., che nella sua mente non è mai caduta verso di lei mutazione
di sorta alcuna, e che tutto ciò che l’è stato scritto in contrario è mera vanità, menzogna e bugia. Io certo posso con ogni verità attestare d’aver sempre sentito il Signor
Duca discorrere di V. Paternità con molto affetto e molta lode, e di non aver mai
saputo che né tampoco con altri abbia parlato in altra maniera (19 ottobre 1644).
Nei Ducati, ma anche a servizio della città di Ferrara, che ora dipende dal
Papa, Cabeo si occupa di varie questioni scientifiche e tecniche e in particolare d’affari d’acque. Scrive in proposito nel 1793 il suo biografo abate Lorenzo Barotti (1724-1801): Appresso il Sig. Benetti Ingegnero Ferrarese serbavansi
lettere scritte dal Cabeo per ordine del Duca di Modena a Francesco Vecchi pur
Ferrarese, e Ingegnero valente sopra certi lavori che per le acque del Panaro avevano a farsi. Mentre si trattenne in Modena, fece, dic’egli stesso, le sue osservazioni su le acque che dentro la Città scaturiscono […]. Fu pure più volte chiamato
da’ Ferraresi per affari d’acque, e sappiamo da lui che spesso dovette, a difesa della
sua patria, contendere, e perorare, e che si oppose forte al sentimento sul modo di
misurare le acque correnti del celebre P. Castelli, venuto a Ferrara nel 1625 con
Monsignor Corsini per visitare i nostri fiumi (Barotti, 1793).
56
idraulici italiani
3. contrasto con benedetto castelli
sulla questione del reno
Conosciamo l’importanza che la visita del Reno e del Po nel 1625, al seguito
del legato papale monsignor Ottavio Corsini, ha nella maturazione del trattato Della misura dell’acque correnti, pubblicato da Benedetto Castelli (15771643) nel 1628, fondando in Europa la scienza delle acque (v. Castelli). La
contesa fierissima tra i Bolognesi (di cui Castelli prende le parti), i quali chiedono l’introduzione del Reno nel Po Grande e i Ferraresi, difesi da Cabeo,
che si oppongono, si traduce in un confronto tra gli esperti che misurano
la portata dei due fiumi, candidati rispettivamente come recipiente (il Po) e
come immissario (il Reno).
Fino a quel momento, le due città erano abituate a schierare, come esperti d’acque, ingegneri e architetti, spesso privi di una visione sistematica: tra
questi, compare ora un personaggio (Castelli), al quale va riconosciuto il merito di aver avviato per primo, con il suo trattato, la scienza idraulica. Sarebbe, però, un errore considerare questa figura come un gigante isolato in
mezzo ad una folla di nani, ossia di tecnici volgari, che lo contrastano perché
incapaci di comprendere che la portata non dipende solo dalla sezione, ma
anche dalla velocità delle acque. Sappiamo che, dall’altra parte della barricata, c’è un altro personaggio (Cabeo), con diversa sensibilità, ma a sua volta di
grande spessore scientifico. Il contrasto sulla questione del Reno, acuito da
motivi politici ed umani, pone i due personaggi l’uno contro l’altro, ma è fecondo sul piano scientifico, come sarà anche per le generazioni successive: è
stato scritto che la scienza idraulica italiana si è formata nelle discussioni sul
Reno e sul Po.
4. dimora a genova ed incontro con
giovanni battista baliani
La contrapposizione con Castelli, discepolo di Galileo, s’intreccia in modo
complesso anche con altri motivi di contrasto tra i Gesuiti e Galileo, che vede
Cabeo in prima fila, con argomentazioni polemiche talora aspre. Nel 1632 è
a Genova, dove dimora, probabilmente, per un anno ed ha la possibilità di
conoscere Giovanni Battista Baliani (1582-1666), con il quale stabilisce un
rapporto di stima ed amicizia. Nel trattato sulle Meteore (1646) egli sosterrà la
priorità dello scienziato genovese rispetto a Galileo nella scoperta della legge
sulla caduta dei gravi, ricordando che già nel 1632 l’amico gliene ha parlato
come di risultato da tempo acquisito. C’è un parallelismo tra le due coppie
di scienziati duellanti, su temi diversi: Baliani-Galileo e Cabeo-Castelli; e ci
sono due squadre rivali in campo, ciascuna delle quali manifesta un notevole
spirito di corpo.
5. esperienze con giovanni battista riccioli
Cabeo, non meno di Galileo e i suoi discepoli, è un convinto assertore del
metodo sperimentale. Scrive Lorenzo Barotti: Il vero è che dovunque visse si ac-
nicolò cabeo (1586-1650)
quistò nome grande, appresso quelli che non istimavano solamente le sottigliezze
scolastiche, col suo modo di filosofare fondato su gli esperimenti fatti da lui colla
diligenza maggior che poteva, e rifatti più volte; cosa non comune a’ que’ tempi
(Barotti, 1793). In particolare, egli realizza esperienze sulla caduta dei gravi
e sul pendolo con il confratello ed amico Giovanni Battista Riccioli (15981671), il quale, nel suo trattato Almagestum novum, astronomiam veterem novamque complectens (1651), presenta una rassegna ampia ed accurata delle
opinioni di Cabeo nei campi più diversi della fisica.
Cabeo si reca più volte a Roma: vi si trova, tra l’altro, nel 1645, durante
il soggiorno italiano del matematico francese Marin Mersenne (1588-1648),
come risulta dalla lettera di Mersenne a Torricelli in data 15 settembre 1646
e in occasione dell’elezione a generale della Compagnia di Gesù, ai primi del
1646, di Vincenzo Carafa (1585-1649), cui dedica il quarto tomo delle Meteore.
Nel 1650 Nicolò Cabeo ritorna a Genova per assumere la cattedra di matematica nel locale collegio dei Gesuiti, ma muore dopo neppure due mesi
d’insegnamento, in seguito a breve malattia, il 30 giugno 1650. Scrive il Barotti: Egli morì in Genova nel 1650, con dispiacere di quanti, ed erano molti,
ne stimavano il sapere, e la bontà ne amavano de’ costumi innocenti, e schietti
(Barotti, 1793).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. l’approccio scientifico sperimentale
Cabeo lascia due importanti trattati: la Philosophia magnetica, che esce a Ferrara nel 1629, frutto di un lavoro che durava almeno dal 1617 e il Commento
alle Meteore d’Aristotele, stampato a Roma il 1646 e ristampato nel 1686 con
il titolo Philosophia experimentalis.
Già nell’introduzione al primo trattato, egli chiarisce il suo approccio
scientifico, schiettamente sperimentale, manifestando l’insofferenza per un
sapere teorico, che non sottoponga le sue conclusioni al controllo costante
dell’esperienza, atteggiamento ribadito con maggiore ampiezza e vigore nella sua seconda opera. Subito dopo la pubblicazione, la Philosophia magnetica
è accolta negativamente dalla scuola galileiana (v. la lettera di Benedetto Castelli a Galileo del febbraio 1630); su questo giudizio pesa un insieme complesso di contrasti, di carattere generale e personale, già in precedenza accennati. Oggi questo trattato è stato rivalutato, perché si è riconosciuto che
fornisce un contributo rilevante allo sviluppo delle conoscenze sul magnetismo, partendo da una valutazione sistematica dei lavori precedenti: in particolare il trattato dell’inglese William Gilbert (1544-1603) e l’opera inedita
del gesuita veneziano Leonardo Garzoni (1543-1592). A Ferrara è attiva la
Scuola Internazionale Niccolò Cabeo sulla struttura e le interazioni degli adroni.
Il successivo trattato sulle Meteore (In quatuor libros Meteorologicorum Aristotelis commentaria, et quaestiones) del 1646 rispetta la forma tradizionale del
commento aristotelico, ma nella sostanza Cabeo non difende Aristotele, anzi
contesta il carattere astratto della sua fisica, che si ferma a soluzioni verbali,
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Ritratto di Giovanni Battista Riccioli,
confratello ed amico di Nicolò Cabeo,
che con lui realizza vari esperimenti di
fisica.
58
idraulici italiani
là dove devono prevalere l’osservazione e l’esperimento e presenta i risultati
delle sue esperienze personali sui temi scientifici attuali. Scrive acutamente
l’abate Barotti: Io però tengo per fermo che se egli per accomodarsi a’ tempi, in
cui sarebbe ai più sembrata singolarità biasimevole il non essere peripatetico, non
avesse vestite all’Aristotelica molte delle sue cose, e appiccate al testo d’Aristotele
a maniera di comento, avrebbe al presente assai più credito che non ha (Barotti, 1793). Aggiungasi che ai giorni nostri il testo latino, non ancora tradotto
in italiano e ormai accessibile a pochi uomini di scienza, rafforza l’impressione, del tutto immeritata, di lontananza metafisica dalla concezione scientifica moderna.
2. la polemica antigalileiana
C’è poi un secondo motivo d’avversione dei moderni al testo di Cabeo: il fatto che in esso egli sviluppi, come già accennato, una polemica antigalileiana
(difende le pretese di priorità del Baliani, critica la spiegazione delle maree
offerta nel Dialogo sopra i due massimi sistemi, ecc.) rischia di mettere in ombra i contenuti originali del trattato sulle Meteore, come se il solo fatto di
aver criticato Galileo, magari in modo ingiusto, fosse sinonimo di oscurantismo. Una posizione equilibrata assume, anche su questo punto, il Barotti,
che critica l’animosità ingiustificata di Cabeo nei confronti di Galileo, ma la
collega a un contesto di partigianeria, che si presta a valutazioni simmetriche
sui contendenti (v. la condanna, da parte della scuola galileiana, della Philosophia magnetica, difesa dal Barotti ed oggi rivalutata dai moderni): Ma egli
non pensò che il Galilei se non era indovino, non poteva sapere ciò che il Balliani
non aveva mai pubblicato colle stampe, o in altra maniera […]. Non mi stupisco
però che il Cabeo a ciò non pensasse; che quando si parteggia, neppur gli uomini
dotti giudicano sempre pesatamente, né troppo la guardano nel sottile. In ogni
caso, Barotti riconosce i meriti scientifici del gesuita ferrarese: Comunque sia,
il Cabeo salì meritamente a un grado di riputazione niente inferiore a quello del
maggior numero de’ dotti uomini, che fiorivano al tempo suo (Barotti, 1793).
Per le ragioni sopra indicate, a lungo il testo di Cabeo è stato trascurato dagli storici della scienza. Scrive in proposito Alfonso Ingegno, nel Dizionario
biografico degli Italiani: La messe, larghissima, d’esperienze originali, compiute
nei campi più diversi e disseminate nei quattro tomi delle Meteore, attende ancora un esame accurato, degno dell’interesse che merita una figura quale quella
del Cabeo. Recentemente l’interesse per quest’autore si è risvegliato, nell’ambito di vari studi, tesi ad approfondire la scienza del Seicento e in particolare
l’apporto della scuola dei Gesuiti (v. Borgato, 2001 e 2002 e Fiocca, 2004).
3. il trattato de mensuratione
aquarum decurrentium
Dobbiamo ora approfondire il pensiero idraulico di Cabeo, esposto nel Libro
I delle Meteore, Textus 60, che costituisce un denso trattatello, intitolato De
mensuratione aquarum decurrentium, sviluppato in 9 capitoli (Quaestiones). Il
titolo è lo stesso adottato da Benedetto Castelli nel suo famoso trattato (Del-
nicolò cabeo (1586-1650)
la misura dell’acque correnti, 1628) e, sin dall’introduzione, il gesuita ferrarese
si pone in parziale antitesi con il benedettino bresciano, scrivendo: placuit hic
nonnulla describere de mensura aquarum de­currentium, quae res est iucunda, et
satis nova, et valde utilis, quam materiam mihi cum Castello, ex patrio solo, et
patriae amore, disputare necesse fuit, ex libello ab ipso condito hac de re. Egli dichiara di disputare con Castelli sulla misura delle acque correnti unicamente per amor di patria e la cosa non è irrilevante, se si riflette che a quei tempi
in Italia per patria s’intende la propria città natale, indipendentemente dallo
Stato di cui si è sudditi e salvo il riconoscimento dell’appartenenza alla medesima cultura italiana; questa situazione continua nel Settecento, suscitando lo
stupore del francese Fontenelle, il quale non capisce come le città di Ferrara
e Bologna, soggette al medesimo Sovrano (il Papa), si comportino come due
Stati stranieri (v. Eloge de M. Manfredi, 1739).
Cabeo mette dunque in primo piano il proprio amore per la città di Ferrara, che ha difeso nel 1625 contro Bologna e quindi contro Castelli, sulla questione delicatissima del Reno. Questo è il motivo che l’ha portato a studiare
criticamente la dottrina di Castelli - di cui peraltro riconosce i meriti generali
- ed a scoprirne quello che, secondo lui, è il punto debole, ossia il difetto di
approfondimento fisico: Hanc rem accurate, et ingeniosissime tra­ctavit italico
conscripto libello Benedictus Castellus monacus Cassinensis, vir in mathematicis
rebus eximie eruditus, rem exa­minabo potius physice, quam matematico more,
praesertim cum potius in physicis quam in matematicis dubitationes occurant.
In generale, le lunghe dimostrazioni geometriche di Castelli lo infastidiscono e, nel caso della legge di continuità, gli sembrano addirittura superflue,
trattandosi di un principio evidente (e a dire il vero così sembra anche a noi
contemporanei!): al suo rivale egli contrappone una concezione fisica, basata
sull’evidenza delle osservazioni sperimentali e sul ragionamento.
A ben vedere, emerge una differenza di temperamento, che rende a loro
insaputa complementari i due rivali, i quali danno avvio a due distinti settori
della scienza idraulica, ossia l’idraulica matematica (Castelli) e l’idraulica naturale (Cabeo), ben evidenziati da Giulio De Marchi nella prefazione al suo
trattato d’idraulica (1929). L’idraulica matematica tende ad assumere l’assetto deduttivo tipico delle scienze pure ed è suscettibile d’applicazioni soprattutto in situazioni artificiali create dall’uomo (come il moto nelle condotte
in pressione). Gli sforzi di Castelli per trovare l’equazione esatta del movimento, che lega in una formula teorica la portata alle caratteristiche geometriche dell’alveo, sono frustrati, così come quelli delle successive generazioni
d’Idraulici teorici (i foronomisti), ma alla fine porteranno a scoprire le leggi
della meccanica dei fluidi. Invece i problemi attinenti al movimento delle acque naturali dipendono da un numero molto grande di fattori, che ostacola
il lavoro di sintesi e raramente consente le rappresentazioni matematiche: esiste così un’idraulica naturale, che procede con metodi propri, appoggiandosi quasi esclusivamente all’osservazione e all’esperienza, e richiede, in chi se ne occupa,
piuttosto le doti di intuito, proprie al naturalista o al medico, che le attitudini
deduttive, caratteristiche del matematico (De Marchi, 1929).
Queste sono precisamente le doti di Nicolò Cabeo e gli consentono di cogliere subito i tratti essenziali del movimento negli alvei naturali e di trova-
59
Ritratto di Benedetto Castelli (15771643). Il gesuita Nicolò Cabeo si
confronta con lo scienziato benedettino
dal 1625, quando sono schierati su
fronti opposti per la questione del
Reno, a difesa rispettivamente di
Ferrara e di Bologna. I due personaggi
possono essere considerati i capostipiti
di due diversi indirizzi scientifici, che
sviluppano l’idraulica matematica
(Castelli) e l’idraulica naturale (Cabeo).
60
idraulici italiani
re le soluzioni sperimentali al problema della misura della portata: la velocità
varia nella sezione trasversale secondo la larghezza, essendo massima al centro
e minima presso le sponde, e secondo l’altezza, essendo minima al fondo: se si
riesce a misurare la velocità media lungo un numero adeguato di verticali, si
può giungere a calcolare la velocità media della sezione e quindi la portata. A
prescindere dallo strumento adottato per rilevare la velocità (che ovviamente
oggi è molto diverso, grazie allo sviluppo tecnologico), questo è esattamente
il metodo ancora utilizzato dagli Uffici idrografici per costruire la cosiddetta
scala delle portate dei corsi d’acqua naturali, la quale consente misure esatte,
mentre l’equazione teorica del movimento e le formule empiriche forniscono
risultati, che possono essere utilizzati soltanto per calcoli di larga massima,
vista l’incertezza di molti parametri.
4. l’asta di cabeo per la misura della velocità
È storicamente interessante accennare al dispositivo di misura della velocità
media lungo la verticale, sperimentato da Cabeo. Si tratta di un’asta di legno,
lunga quasi quanto la profondità del corso d’acqua, e portante ad un estremo
un peso (piombo o pietra), che la trascina verso il basso ed all’altro estremo
un corpo galleggiante (zucche o vesciche piene d’aria), che la sostiene; l’asta si
dispone quindi in posizione subverticale, muovendosi con una velocità prossima a quella media, la cui conoscenza è indispensabile per calcolare la portata.
L’asta di Cabeo genera una serie d’altri dispositivi simili, con vari perfezionamenti. Giovanni Battista Barattieri (1601-1677), nel suo trattato Architettura d’acque (Parte II, 1663), sostituisce alle vesciche una tavoletta di legno,
colla quale l’asta nel suo cammino si mantenga ritta, e perpendicolare alla
superficie della corrente. Antonio Lecchi (1758) utilizza un dispositivo sotto
forma di cilindro di legno, ad un capo del quale sono legati piccoli pesi. Infine Teodoro Bonati (1784) lavora con uno strumento, chiamato asta ritrometrica, costituito da vari pezzi cilindrici di legno, che si congiungono l’uno
all’altro secondo la lunghezza necessaria; l’ultimo pezzo, all’estremità inferiore, è formato da una scatola di latta, entro cui pone tanti pallini di piombo
quanti occorrono per dare all’asta il peso necessario perché resti tutta sommersa nella corrente. L’asta ritrometrica era ancora in uso all’epoca di Domenico Turazza (v. Trattato d’idrometria o d’idraulica pratica, 1867).
Il punto più noto della critica di Cabeo si riferisce alla variazione della velocità nella sezione trasversale della corrente, problema che Castelli aveva lasciato irrisolto, proponendolo all’approfondimento teorico degli allievi Bonaventura Cavalieri ed Evangelista Torricelli. Si noti che la critica di Cabeo si
riferisce al libro I del trattato castelliano, uscito nel 1628; il II libro, dedicato
alla scala delle velocità dei corsi d’acqua, che lega la velocità media all’altezza delle acque, uscirà postumo nel 1660, per i molti dubbi dell’autore sulla
dimostrazione matematica di una legge generale, che vede la proporzionalità
tra la velocità media e l’altezza, da lui ricavata in via sperimentale, operando
su piccoli canali, ed erroneamente estesa al movimento in tutti gli alvei. Appare evidente che la soluzione di Cabeo contiene implicitamente anche la risposta al II libro di Castelli.
A sinistra, l’asta idrometrica
sperimentata da Nicolò Cabeo, per
misurare la velocità media dei corsi
d’acqua lungo la verticale: all’estremità
superiore è sostenuta da un corpo
galleggiante, che garantisce la visibilità
di A sopra la superficie; a quella inferiore
porta un peso D, che la trascina verso
il basso. A destra, la variante progettata
da Giambattista Barattieri (1663) con la
finalità di stabilizzare l’asta.
nicolò cabeo (1586-1650)
5. rapporti tra la legge di continuità e gli invasi
Lo scienziato ferrarese affronta in termini innovativi anche altri importanti
problemi teorici e pratici, come i rapporti tra la legge di continuità e gli invasi nel corso d’acqua e nelle aree adiacenti, la ricerca della sezione ottimale dei
canali, finalizzata a ridurre al minimo le perdite di carico e la corretta divisione dell’acqua tra più utenti del medesimo acquedotto.
Egli afferma la necessità di distinguere, all’interno della sezione, quelle che
in seguito sarebbero state chiamate le acque vive e rispettivamente le acque
morte (v. per es. Poleni): potest contingere, ut ubi sectio ma­gna apparet, non tota
ibi aqua mobilis sit, et fluens, sed sit ibi pars aliqua manes, et immobilis; et hoc
de facto saepe contingit. Ciò avviene, dice Cabeo, soprattutto per le irregolarità del letto, che può essere ricco d’avvallamenti e, di conseguenza, è necessario verificare attentamente le singole sezioni, distinguendo la parte mobile da
quella immobile. Egli osserva giustamente che la medesima portata, conferita da un tributario ad un fiume, può provocare nello stesso sopraelevamenti
assai diversi, in tempo di magra e rispettivamente di piena di quest’ultimo,
ossia molto meno accentuati nel secondo che nel primo caso. Si tratta di un
fenomeno legato non soltanto all’aumento della velocità media con la profondità della corrente, come aveva osservato anche Castelli, ma altresì all’espansione delle acque di piena sopra i terreni bassi laterali alle sponde, ossia
all’effetto d’invaso. È il primo passo per risolvere un problema complesso, che
interesserà in seguito l’idraulica matematica, perché è governato dalla legge
di continuità, espressa con un’equazione differenziale, che considera anche le
variazioni dell’invaso.
6. la sezione ottimale degli acquedotti
e dei corsi d’acqua
Cabeo illustra la ricerca della sezione ottimale per il deflusso della corrente negli acquedotti (e più in generale nei corsi d’acqua), identificandola in quella
che riduce al minimo il contorno bagnato, a parità di sezione, e quindi rende
massimo il rapporto tra sezione e contorno bagnato, che oggi chiamiamo raggio idraulico; queste valutazioni anticipatrici rappresentano un decisivo sviluppo di quelle in precedenza svolte da Castelli, anche sotto l’aspetto pratico.
Tra le varie cause che impediscono o ritardano la corrente, Cabeo vede
chiaramente che la principale, e spesso sottovalutata, è l’attrito esercitato dal
fondo e dalle sponde, e quindi, al crescere della superficie di contatto con
l’acqua, si riducono la velocità e la portata. Per gli acquedotti chiusi, egli afferma che la sezione ottimale è quella circolare, perché ha il perimetro minimo. Per quanto riguarda le sezioni dei canali aperti e dei corsi d’acqua naturali, osserva che, in generale, le sezioni in cui l’altezza del corpo d’acqua supera
la larghezza sono sfavorevoli al moto, perché caratterizzate da un più elevato
contorno bagnato, a parità di area: conviene quindi ridurre l’altezza, in modo
tale che sia inferiore alla larghezza.
Come conseguenza dei suoi studi sul contorno bagnato, Cabeo riconosce
con chiarezza che gli effetti dell’attrito sulla velocità, e quindi sulla capacità di
61
62
idraulici italiani
deflusso dei canali, dipendono anche dalla scabrezza dell’alveo, determinata
dalle sue irregolarità e dalla presenza di vegetazione, che aumentano le superfici di contatto con l’acqua fluente e quindi le fricationes, riducendo la velocità. È il primo passo per effettuare sperimentazioni in condizioni diverse di
scabrezza, per esempio confrontando la velocità media di canali occupati dalla vegetazione e rispettivamente spurgati.
7. la dispensa delle acque agli utenti
La dispensa delle acque ai vari utenti è un problema pratico di grande rilevanza e complessità, che Cabeo affronta con notevole acume, associando valutazioni giuridiche e tecniche, con un approccio raro in un matematico. Egli
suggerisce di redigere contratti di compravendita dell’acqua, in cui si precisino i seguenti fattori: la sezione (magnitudo), la profondità sotto la superficie
dell’acqua nel bacino d’alimentazione (fons), la pendenza (declivitas) e la lunghezza (longitudo) del condotto (fistula) fino al canale aperto (fossa), a partire
dal quale il compratore sarà libero di derivare l’acqua a suo arbitrio, mediante
uno o più acquedotti, grandi o piccoli e più o meno inclinati.
Definite le modalità atte a derivare senza contestazioni le acque dalle sorgenti e dai fiumi, Cabeo passa a discutere quelle, più laboriose, per distribuire
le acque tra i singoli utenti. Il problema fondamentale emergente è quello che
oggi chiamiamo delle perdite di carico, da lui identificato lucidamente, grazie
agli studi sull’attrito del contorno bagnato. Per risolverlo, Cabeo non dispone di formule atte a calcolare, con attendibile precisione, la velocità e quindi
la portata nei singoli condotti di diverso diametro nella rete di distribuzione.
Egli adotta dunque un metodo empirico, molto laborioso ma preciso, consistente nella misura diretta della portata dei condotti, e nella regolazione per
tentativi: si scava una cavità di volume noto e si misura con un pendolo il
tempo impiegato per riempirla con l’acqua del pubblico acquedotto; si può
così calcolare il volume convogliato dallo stesso nell’unità di tempo, ossia la
sua portata. Nota questa, l’estrazione di una data aliquota a servizio di un
singolo utente si realizza per tentativi, inserendo tubi di diverse dimensioni
e collocazione e misurando nel modo descritto in precedenza la portata che
esce, finché corrisponde alla proporzione voluta.
A prescindere dalla laboriosità del metodo, connessa con le limitate conoscenze dell’epoca, si deve sottolinerae la modernità del concetto di taratura
della rete idrica, che consente di ricavare le portate assolute, superando l’ap-
Nicolò Cabeo studia le sezioni dei
canali a pelo libero più favorevoli
al movimento, ossia con il minimo
contorno bagnato, a parità di sezione
bagnata (e quindi con il massimo raggio
idraulico), deducendo la convenienza
di allargare la base riducendo l’altezza,
ma entro certi limiti. Nella figura 1,
la sezione ABDC viene sostituita dalla
sezione EFGB di ugual superficie, ma
con una notevole riduzione del contorno
bagnato (pari al 20%). Nella figura 2 il
passaggio dalla sezione quadrata ABDC
alla sezione rettangolare AGEF è molto
meno vantaggioso, perché il contorno
bagnato si riduce solo del 5,56 %. Infine
nella figura 3 le due sezioni a confronto,
di pari superficie, hanno esattamente lo
stesso contorno bagnato.
nicolò cabeo (1586-1650)
proccio tradizionale, basato sulle portate relative, ossia i rapporti tra le quantità delle acque erogate ai vari utenti, che continuerà a lungo (si confronti con
Brunacci, 1814, Tadini, 1816 e Romagnosi, 1823).
Secondo Cabeo, il suddetto metodo di regolazione si può adottare anche
per i canali irrigui (che convogliano portate, provenienti dai fiumi, molto
maggiori di quelle degli acquedotti civili, provenienti dalle sorgenti), purché
esistano già sul territorio bacini di adeguata e nota capacità, come le peschiere (piscinae), che possono essere riempite con l’acqua dei canali, misurando il
tempo necessario al riempimento e in tal modo ricavando la portata. Qualora invece manchino queste opportunità di misura diretta, egli suggerisce un
metodo più complesso, che realizza il riparto per proporzioni: la derivazione
è fatta con bocche uguali, che sono poi associate ai singoli utenti secondo le
proporzioni dei rispettivi diritti; questo metodo sarà suggerito in seguito anche da Domenico Guglielmini (v.).
8. il giudizio sugli ingegneri ed architetti d’acque
Cabeo può considerarsi il precursore dell’idraulica naturale come scienza, basata sull’osservazione, la sperimentazione e l’intuito, la quale alla fine del Seicento sarà definitivamente fondata dal grande bolognese Guglielmini. Tale
scienza non può essere confusa con le pratiche volgari di molti tecnici del suo
tempo. Senza alcuna diplomazia, egli ci ha lasciato un giudizio sarcastico di
quegli ingegneri, i quali di tutto fanno uso fuorché dell’ingegno: inesperti di
scienze, cercano di catturare l’attenzione dei potenti esibendo loro disegni accattivanti ma poveri di contenuti (quia enim hanc rem solum pertractant mechanici, qui quamvis architecti, & italice speciosissimo nomine, vocentur, Ingegnieri, nulla re minus utuntur, quantum videre potui, quam ingenio, & sunt in
scientijs rudes penitus, & inexperti, & qui bonas artes, ne a limine quidem salutarunt, & toti sunt in delineandis, & pingendis graphice rebus, quibus oculos
capiunt principum virorum).
Questa polemica, che vede involontariamente dalla stessa parte Castelli e
Cabeo, sarà ricorrente in tutto il Seicento e il Settecento: si veda per esempio
il giudizio sprezzante sui tecnici volgari di Paolo Frisi (1777) e quello critico
ma più equilibrato di Antonio Lecchi (1765), altra coppia di rivali, che rappresentano le due diverse scuole di pensiero.
63
famiano michelini
La vita
Le notizie biografiche su Famiano Michelini sono scarse e frammentarie.
Giovanni Targioni-Tozzetti (1712-1783), negli Atti e memorie inedite dell’Accademia del Cimento, basandosi sulla corrispondenza, tenta di ricostruirne la
figura, accanto agli altri personaggi scientifici della Firenze medicea del Seicento. Una più breve biografia, che s’ispira alla precedente, è riportata nella
Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi.
Notizie isolate si trovano in altre pubblicazioni: Vittorio Fossombroni,
nelle Memorie Idrauliche Storiche sopra la Val di Chiana (1789), riassume la
polemica tra Michelini e Torricelli sulla sistemazione della Chiana; Angelo
Fabroni, nelle Lettere inedite di uomini illustri (1775), riporta una lettera di
Benedetto Castelli indirizzata a Famiano Michelini, sull’inondazione della
campagna pisana e lettere di Ottavio Falconieri e Michelangelo Ricci, che
criticano la teoria di Michelini sulla pressione dell’acqua nei vasi. Scarso è
l’interesse dei critici moderni per quest’autore, considerato a torto secondario.
1. da precettore di corte ad ingegnere idraulico
in toscana
Famiano Michelini nasce a Roma nel 1604 (data presunta). Non si hanno
notizie della sua famiglia e dei primi studi. Entra a 17 anni nella neonata
Congregazione dei Chierici Regolari delle Scuole Pie (detti Scolopi), facendo la professione nelle mani del fondatore S. Giuseppe Calasanzio e prende il
nome di Fratel Francesco di San Giuseppe. Per la sua educazione, è inviato a
Genova, dove studia matematica con Antonio Santini.
Nel 1629, Michelini è trasferito a Firenze, con una lettera di raccomandazione a Galileo Galilei (1564-1642) dello scienziato genovese Giovanni Battista Baliani (1582-1666). Nella capitale medicea si occupa della fondazione
delle scuole degli Scolopi. Si presume che egli sia stato uno degli ultimi discepoli di Galileo, assieme al confratello P. Clemente Settimi, insegnante di
matematica di Vincenzo Viviani (1622-1703). Nel 1636 il Granduca Ferdinando II de’ Medici (1610-1670) gli conferisce l’incarico di precettore dei
fratelli Giovanni Carlo e Leopoldo. Sappiamo che nel 1638 Michelini assiste
alla presentazione a Corte dell’adolescente Vincenzo Viviani (1622-1703) e
lo interroga.
Negli anni successivi, il Granduca, apprezzando la sua competenza idraulica, lo impiega in varie, importanti commissioni di Regolamenti d’acque dello Stato, e specialmente della pianura di Pisa, nelle quali riesce felicemente.
Benedetto Castelli (1577-1643), in data 1 febbraio 1642, scrive al P. Francesco di S. Giuseppe, in merito alla sboccatura di Fiume morto, se si debba
mettere in mare ovvero in Serchio, per porre rimedio all’inondazione del piano di Pisa.
66
idraulici italiani
2. la bonifica della val di chiana
controversia con torricelli
Michelini è attivo anche nella Val di Chiana, dove si formano due partiti contrapposti sulle modalità di risanamento di quella vasta area paludosa, i quali
sostengono rispettivamente la bonifica per essiccazione, mediante la costruzione di canali, e per colmata, attraverso la deposizione delle torbide dei corsi
d’acqua locali, che consente di sopraelevare il terreno.
Nel 1635 l’ingegner Enea Gaci propone per primo la bonifica per essiccazione della Val di Chiana, consistente in sostanza nella demolizione della Pescaia dei Frati di S. Flora e Lucilla, che regola l’immissione in Arno del fosso
emissario della palude, per aumentarne la pendenza. Questo parere rimane
negletto fino al 1645, quando è ripreso da Famiano Michelini, il quale produce una scrittura sull’aumento di velocità, che si può conseguire nell’operazione e trova partigiani politici di peso nel Maresciallo di Campo Marchese
Alessandro del Borro, detto il terrore dei Turchi (1600-1656) e nel Principe
Leopoldo de’ Medici (1617-1675), già suo discepolo e poi protettore, i quali
consigliano al Granduca di demolire la Chiusa dei Frati.
All’epoca, il primo matematico del Granducato è Evangelista Torricelli
(1608-1647), entrato al servizio dei Medici dopo la morte di Galileo: consultato sulla bonifica della Val di Chiana, è di parere contrario a quello di
Michelini, perché ritiene che la pendenza del fosso sia scarsa e la sezione insufficiente a convogliare la portata proveniente da tutta la valle; altri motivi di preoccupazione sono l’incremento della portata dell’Arno e la difficoltà
di mantenere il fosso espurgato e libero dalle deposizioni dei suoi torbidi influenti. A suo avviso, è dunque nettamente preferibile procedere alla bonifica della Val di Chiana con un metodo più lento ma sicuro, consistente nella
colmata delle aree paludose con le torbide dei corsi d’acqua. Influenti uomini
politici, capeggiati dal senatore Andrea Arrighetti (1592-1672), discepolo di
Benedetto Castelli, sposano il parere di Torricelli, che alla fine prevale.
Durante la contesa, Michelini e Torricelli contrappongono vari documenti, che non si limitano agli aspetti tecnici, ma contengono spunti polemici, in
conformità all’uso dell’epoca, in cui nelle contese d’acque gli ingegneri imitano lo stile magniloquente degli avvocati. Nel riferirne, Vittorio Fossombroni non è neutrale, perché alla fine del Settecento, nel progetto di risanamento della Val di Chiana, di cui ha la responsabilità, sostiene vigorosamente la
bonifica per colmata, opponendosi all’abbassamento della Chiusa dei Frati.
Egli scrive dunque che Michelini cerca di dimostrare l’erroneità della tesi di
Torricelli con cavillose interpretazioni e con volgere in ridicolo le idee più giuste
e che Torricelli replica con altrettanta aggressività: rimandò esuberantemente
tutta la mordacità colà dond’erasi partita.
La vicenda è interessante per la storia della bonifica: soltanto nei primi decenni dell’Ottocento la Chiusa dei Monaci viene abbassata ed ovunque la
tecnica dell’essiccazione riprende vigore, affiancandosi a quella della colmata e poi sostituendola completamente nel Novecento, con la diffusione dei
motori a scoppio ed elettrici per l’azionamento delle pompe, che consentono
il prosciugamento anche in assenza del deflusso a cadente naturale, peraltro
Ritratto del marchese Alessandro dal
Borro (1600-1656), realizzato da Andrea
Sacchi. Il marchese, uno dei maggiori
generali del Seicento, nel 1645, con una
propria scrittura, sostiene il progetto
d’essiccazione della Val di Chiana
proposto da Famiano Michelini, contro
quello di bonifica per colmata, proposto
da Evangelista Torricelli e risultato poi
vincente.
famiano michelini (1604-1665)
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con un prezzo da pagare, ossia la perenne artificialità di una parte della rete
idrografica.
3. lettore di matematica a pisa
protezione di leopoldo de’ medici
Nel 1648 il Granduca costituisce Michelini Lettore di Matematiche a Pisa,
dove rimane fino al 1655, quando si licenzia, non so bene se Sponte, o Spinte, scrive Targioni-Tozzetti. La vicenda non è chiara, ma sembra collegata ad
uno scisma interno alla Congregazione degli Scolopi, che porta il nostro autore, nel 1657, ad abbandonare l’abito religioso per assumere quello di prete
secolare: d’ora in avanti si chiamerà don Famiano Michelini. Questo abbandono lo mette in cattiva luce presso Ferdinando ii, che protegge gli Scolopi,
ma non compromette i suoi rapporti con il fratello del Granduca, il principe
Leopoldo, fondatore dell’Accademia del Cimento, il quale continua a proteggerlo ed a consultarlo su questioni di acque, come emerge dalla corrispondenza.
Nella lettera a Leopoldo del 20 giugno 1659, scritta da Patti in Sicilia, don
Famiano lamenta che l’ingegner Francesco Generini si sia appropriato di una
sua invenzione sui Ripari d’Arno, che egli aveva illustrato ad un gruppo d’ingegneri, prima di metterla in stampa, al tempo in cui era stato incaricato, assieme a Paolo del Buono, di sovrintendere ai lavori di Varlungo: Non mi curo
che il Generini operi, ma supplico S.A.S. a non mi lasciar torre quello che è mio,
cioè l’onore di detta invenzione. In un’altra lettera a Leopoldo in data 30 ottobre 1660, Michelini parla del progetto di un diversivo dell’Arno per alleggerire Pisa, sostenendo il taglio a monte rispetto a quello a valle della città: il
taglio (dell’Arno) sopra Pisa farà a Pisa più sensibile abbassamento, che a farlo
sotto Pisa.
4. la lunga gestazione del trattato
sulla direzione dei fiumi
L’esperienza idraulica di Famiano Michelini fa sì che la Casa de’ Medici gli
chieda un trattato sulla sistemazione dei fiumi e questa richiesta, se da una
parte lo onora, dall’altra lo mette in crisi, per due motivi: pur ricco d’idee, ha
una certa difficoltà di scrittura ed inoltre è un perfezionista, che non si accontenta mai. Scrive Targioni-Tozzetti: Secondo tutte le apparenze, il Michelini era
un poco stentato nello scrivere, e mirando alla perfezione delle Opere, non si contentava di quel che volta a volta faceva, ma sempre con intenzione di migliorarlo
ne differiva l’ultimazione. Questa sua procrastinazione disgustava sempre più il
Granduca (Targioni-Tozzetti, 1780).
Nella lettera in data 3 febbraio 1662 al principe Leopoldo, don Famiano
manifesta tutta la sua mortificazione per il contestato ritardo ed aggiorna il
suo protettore sullo stato d’avanzamento dei lavori: Quello che più mi affligge,
è, che si pretenda da me l’impossibile, il quale non eseguendolo, vengo imputato
mal servitore, e ch’io non voglia più far nulla, quando tutto il Mondo puol chiarirsi della mia impotenza nello scrivere di proprio pugno, ed in ogni tempo […].
Il principe Leopoldo de’ Medici (16171675), fratello del Granduca Ferdinando
ii, ha come precettore Famiano
Michelini e lo protegge fino alla fine,
anche quando il suo maestro perde il
favore del Granduca.
68
idraulici italiani
Sarà qui inclusa la lista delle mie imperfette Speculazioni, acciò V. A. sappia, che
non ho affatto perso il tempo.
Leopoldo non cessa di proteggerlo: gli fa schermo davanti allo spazientito
Granduca per guadagnare tempo e cerca di trarlo d’impaccio, chiedendo a
Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679) di sistemare le sue carte, in modo tale
da poterle stampare. Con qualche comprensibile apprensione, vista la gelosia d’ogni autore per la sua creatura, il povero don Famiano acconsente e in
data 15 dicembre 1662 scrive a Leopoldo: Per l’esatta obbedienza del benigno
comandamento di V. A. S. consegnai al Sig. Dottor Borelli le povere e disgraziate
mie Scritture intorno alla Direzione de’ Fiumi […]. Spero che l’A. V. S. sia per
gradire la prontezza del mio obbedire, in cosa tanto gelosa.
Non sappiamo quanto sia stato rilevante il lavoro di revisione fatto dal Borelli sul manoscritto di Michelini. Giovanni Battista Clemente de’ Nelli afferma di avere nella sua libreria la copia originale del trattato del Michelini,
con numerose correzioni fatte da Vincenzo Viviani e scrive: Il di lui Trattato della direzione dei Fiumi, prima di pubblicarlo, fu dal Principe Leopoldo de’
Medici, dipoi Cardinale, e protettore del Michelini, fatto esaminare, e correggere
dal celebre Signor Vincenzio Viviani, il qual trattato, se fosse stato impresso secondo l’originale, non avrebbe fatto molto onore a chi lo scrisse (Nelli, 1793). Può
essere che il Nelli confonda Viviani con Borelli; in ogni caso traspare un giudizio malevolo sull’autore del trattato che, come vedremo, si diffonde negli
ambienti scientifici quasi subito dopo la sua pubblicazione.
Un anno dopo la revisione del Borelli, nella lettera 26 settembre 1663,
emergono problemi di natura diversa: Michelini ha raccolto altro materiale
interessante, ma resistendo alla tentazione di aggiungerlo, prega Leopoldo di
levargli di mano l’opera, nel timore che i Francesi del Re Sole, sempre in caccia di novità, possano in qualche modo copiarla; semmai egli lavorerà ad una
seconda edizione ampliata: Mi sovviene tanta materia intorno alla Direzione
de’ Fiumi, che se V. A. non mi leva di mano quest’Opera così com’ella è, non la finirò per fretta, essendo io di natura incontentabile nelle cose mie. Credo sia bene
finirla, come desidera V. A., e come mi dicono gli Amici, acciò gli Oltramontani,
che stanno su gli avvisi di tutte le novità, non se la usurpassero, come han fatto
di altre invenzioni Italiane. Il cenno agli Oltremontani testimonia la superiorità della cultura scientifica italiana dell’epoca rispetto a quella francese; l’Académie des Sciences di Parigi viene fondata soltanto nel 1666 ed i Francesi
corteggiano gli scienziati italiani, perché vi si trasferiscano, come farà Gian
Domenico Cassini (astronomo ed idraulico).
A Michelini rimane tuttavia uno scrupolo di carattere stilistico, perché
vorrebbe che, anche da questo punto di vista, l’opera fosse all’altezza delle
tradizioni toscane. Carlo Dati (1619-1676), segretario dell’Accademia della
Crusca, si è detto disponibile a fargli questa cortesia: È ben vero che per esser
nata quest’Opera nel Cuore della Toscana, e da un Servo benché minimo di V. A.,
mi pareva dicevole che ella uscisse alla luce (per quanto ella ne sia capace) con ornato Toscano, che però avevo fatto pregare il Sig. Carlo Dati, dalla benignità del
quale […] mi ripromettevo ritrarne per questa mia fatica l’abbellimento possibile, ed egli con somma cortesia mi ha offerto pigliarsi questa briga […]. Ed io frattanto continuerò le mie speculazioni intorno all’Opera intera, cioè dell’Origine,
Nel 1662 Famiano Michelini, che
ha difficoltà di scrittura, su consiglio
del principe Leopoldo, sottopone alla
revisione di Giovanni Alfonso Borelli
(1608-1679) la bozza del suo trattato
sulla direzione dei fiumi.
famiano michelini (1604-1665)
Moto, e Direzione de’ Fiumi, e così potrà accennarsi a’ Lettori, che presto si vedrà
ampliata questa parte della Direzione de’ Fiumi, la quale non può perfettamente
spiegarsi senza le parti antecedenti, che sono l’Origine, ed il moto di essi Fiumi.
Non sappiamo se, effettivamente, Carlo Dati abbia apportato modifiche
formali al trattato di Famiano Michelini; resta il fatto, che esso è scritto bene
(è largamente citato dalla Crusca!) e ciò appare improbabile per un autore che ha difficoltà di scrittura. All’inizio dell’Ottocento, Luigi Carrer, nella Biblioteca classica di scienze, lettere ed arti, pubblica un volume Autori che
trattano del moto delle acque, in cui sceglie testi scientifici che mostrino pregi
stilistici di eloquenza. Accanto a Castelli, Viviani, Borelli, Grandi, Manfredi
e Zanotti, sono presentati alcuni capitoli di Famiano Michelini, giudicando
egli il trattato della direzione de’ fiumi, se non eccellente quanto a principii, eccellente fuor di dubbio per la dizione (Carrer, 1812). È evidente l’apprezzamento estetico, che convive con un pregiudizio ormai diffuso, di condanna
scientifica dell’intera opera per un solo, pur rilevante errore.
Finalmente, nel 1664 il trattato viene pubblicato a spese del principe Leopoldo ed è l’unica opera a stampa di Famiano Michelini, il quale muore presumibilmente un anno dopo, nel 1665.
5. gli studi sulle lagune venete
Sappiamo che negli ultimi anni di vita Famiano Michelini stava lavorando
sulle Lagune venete. La sua morte è così annunciata dal conte Lorenzo Magalotti ad Ottavio Falconieri in data 10 gennaio 1665: S’è perduto un Gran’
Uomo, appunto quando era in sul farsi conoscere. La maggior parte delle sue invenzioni se ne sono ite con lui, non avendo egli fidato alla penna cosa veruna:
qualche Speculazione conferì ieri al Sig. Borelli […]. Io non so in che materia,
ma credo, che sieno i rimedi della Laguna di Venezia. Si noti che Gianalfonso
Borelli si occuperà in seguito della Laguna di Venezia ed è probabile che tenesse conto degli studi di Michelini. Il principe Leopoldo de’ Medici, nella
lettera 19 dicembre 1665 al veneziano Paolo del Sera, conferma questo impegno del matematico al suo servizio: Don Famiano Michelini, Autore dell’Opera
della Direzione dei Fiumi, di sua propria inclinazione et anche stimolato da me,
cominciò a fare qualche reflessione sopra coteste Lagune, con pensiero d’impiegar
poi a suo tempo ogni diligenza, e studio, in cosa, che fusse per essere stata di servizio a cotesta Serenissima Repubblica.
6. la personalità
Le scarse notizie biografiche su Famiano Michelini non consentono una valutazione precisa della sua personalità. In aggiunta agli elementi già emersi nella
ricostruzione precedente, si può ricordare il suo spiccato interesse per la medicina, che divideva con l’idraulica, come in seguito altri scienziati famosi (Guglielmini, Zendrini, Bonati). Non sembra peraltro che fosse laureato in medicina;
Targioni-Tozzetti collega questo interesse ad una certa attitudine ipocondriaca.
L’abitudine sistematica di pesarsi, prima e dopo i pasti, aveva guadagnato
a don Famiano, presso il popolino toscano, il nomignolo di don Staderone.
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idraulici italiani
Egli era entusiasta delle doti terapeutiche del succo di limone ed anche questo era oggetto di burle, nei circoli dei letterati toscani; si ricorda in proposito una quartina del poeta burlesco Giovanni Battista Ricciardi (1623-1686),
che lo mette in ridicolo: Tante persone guerce, gobbe, e zoppe / E scontraffatte
non avria l’Italia, / Se la Madre Natura ad ogni Balia / Avesse dato due Limon
per Poppe. Osserva Targioni-Tozzetti che in Toscana queste burle, in riunioni
dette cicalate, erano allora comuni anche tra amici e si facevano e si soffrivano vicendevolmente senza offendersene; ma don Famiano non era toscano e
si dubita che sapesse contraccambiare con lo stesso stile.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. la tesi errata sulla pressione idrostatica
Subito dopo la stampa del Trattato della direzione de’ fiumi, si accende un dibattito scientifico su un punto importante, ma abbastanza isolato del trattato, in cui l’autore sventuratamente sostiene una tesi del tutto sbagliata, attaccata da Ottavio Falconieri (1636-1675) e Michelangelo Ricci (1619-1682) e
difesa da Lorenzo Magalotti (1637-1712) e Gianalfonso Borelli (1608-1679):
si vedano le lettere di Magalotti a Falconieri nel dicembre 1664, di Ricci a
Leopoldo il 15 dicembre 1664, di Falconieri a Leopoldo il 31 gennaio 1665,
di Borelli a Leopoldo il 17 marzo 1665. La questione è risolta poco dopo in
modo magistrale dalle esperienze bolognesi di Geminiano Montanari (16331687): Pensieri fisico-matematici sopra alcune esperienze fatte in Bologna intorno diversi effetti de’ liquidi in cannuccie di vetro, & altri vasi (Bologna, 1667).
Alla fine, agli occhi dei posteri, Famiano Michelini rimane da solo, inchiodato per sempre al suo fatale errore. Vediamo, per esempio, cosa scrive un secolo dopo Antonio Lecchi (Trattato dei canali navigabili, 1776): Famiano Michelini fu quel solo, il quale credette che siccome un prisma di diaccio contenuto
in un vaso preme solamente il fondo, e non le pareti laterali, che lo toccano, così
debba ancor l’acqua esercitare tutta la sua pressione contro il fondo del fiume e
contro le ripe fatte a scarpa, perché vi passa sopra; ma non contro le sponde erette
perpendicolarmente all’orizzonte. Oggi è un principio elementare dell’idrostatica, che la pressione di un liquido contenuto in un vaso, in un punto qualsiasi alla profondità h sotto il pelo libero (quindi anche contro le pareti verticali), è sempre uguale al prodotto γ h, essendo γ il peso specifico; ma quello,
che a noi sembra evidente, non lo è stato sempre in passato e la scienza è progredita anche attraverso gli errori.
Va osservato che, quando gli errori sono condivisi da molti personaggi illustri, sembrano più scusabili, anche se durano a lungo: è il caso dei foronomisti, che da Mariotte a Guglielmini, da Newton a Grandi ed a Frisi, prima
ipotizzano e poi pervicacemente sostengono una legge sul movimento delle
acque negli alvei, simile a quella scoperta da Torricelli sull’efflusso dalle luci
(e per primo ipotizzata dallo stesso Torricelli!), tesi che oggi ci sembra bizzarra e tuttavia non offusca il valore scientifico complessivo di questi personaggi.
Famiano Michelini invece è considerato il solo ad essersi sbagliato in materia
d’idrostatica, anche se non è così e il suo errore ha finito per mettere in om-
famiano michelini (1604-1665)
bra i suoi meriti; questo giudizio appare ingiusto nei confronti della persona
e scorretto dal punto di vista storico.
2. il valore storico-scientifico
del trattato di michelini
Un giudizio equilibrato dovrebbe valutare nel suo insieme il Trattato della direzione de’ fiumi, senza fermarsi all’appariscente, ma isolato errore idrostatico, che incide solo sui primi capitoli di carattere teorico. La valutazione
cambia se si leggono i capitoli successivi, dedicati alla morfologia, al trasporto solido e alla corrosione dei corsi d’acqua, alle traverse (pescaje) ed ai ripari
longitudinali e trasversali (detti pignoni = pennelli), descritti con precisione
nella varietà delle loro forme. Si noti che i pignoni di Michelini rimarranno
a lungo alla base delle tecniche di costruzione dei ripari contro la corrosione delle sponde fluviali; i relativi disegni saranno riportati inalterati, in tutti
i particolari, nel trattato Architecture hydraulique di Bernard Forest de Belidor (1737-39).
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Pignoni (pennelli) per la difesa spondale,
illustrati nel Trattato della direzione dei
fiumi di Famiano Michelini (1664).
Gli stessi disegni saranno poi riportati
nel trattato Architecture hydraulique di
Bernard Forest de Belidor (1737-39).
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idraulici italiani
Dobbiamo dunque riconoscere il valore dell’opera di Michelini nello sviluppo dell’idraulica fluviale, come onestamente ammette lo stesso Domenico Guglielmini, che di questa scienza è considerato il massimo esponente. È
indubbio che la pubblicazione del magistrale trattato dello scienziato bolognese Della natura de’ Fiumi (1697) contribuisca al superamento di un testo
di minor valore, come quello di Famiano Michelini, anche se il primo effetto è quello di riaccendere l’interesse per un autore, che all’epoca appare già
dimenticato. Infatti, tre anni dopo, nel 1700, l’editore Borzaghi di Bologna
pubblica una ristampa del trattato di Michelini, presentandola con queste parole: L’Opera dottissima del Sig. Guglielmini intorno alla Natura de’ Fiumi […]
facendo menzione di tale opera [il Trattato della direzione dei fiumi], non solo ha
mossa la curiosità di molti a ricercarla […] ma ancora è stato a me l’unico motivo
di pubblicarla nuovamente con le mie Stampe.
A distanza di tempo, l’interesse storico per la stessa opera del Guglielmini
ci mostra che essa non è un frutto isolato e improvviso, ma lo sbocco logico
di un lungo percorso di maturazione dell’idraulica fluviale italiana, che parte
da lontano, almeno dal Quattrocento, ossia da Leon Battista Alberti e Leonardo, per arrivare nel Seicento a Cabeo, Michelini, Barattieri e Guglielmini.
evangelista torricelli
La vita
1. segretario di castelli, ciampoli e galileo
Le notizie sulla vita di Torricelli sono incomplete; tuttavia, data la fama, l’attento studio dell’epistolario da parte di molti studiosi ha consentito di ricostruirne con sufficiente precisione le tappe fondamentali.
Evangelista nasce a Roma il 15 ottobre 1608 da una famiglia di modeste condizioni (il padre è tessitore), trasferitasi nell’Urbe dalla Romagna. Rimasto precocemente orfano di padre, trascorre l’adolescenza presso uno zio,
monaco camaldolese a Faenza; legato per questo motivo alla città romagnola,
in seguito si dichiarerà sempre faentino. Dopo aver studiato presso i Gesuiti
(1624-1626), non si sa se a Faenza o a Roma, nel 1626 entra in contatto, forse presentato dallo zio, con Benedetto Castelli (1577-1643), professore all’Università La Sapienza.
Sembra probabile che dal 1626 al 1632 egli studi privatamente matematica, meccanica, idraulica ed astronomia e nello stesso tempo svolga le funzioni di segretario di Castelli. Si noti che questo è il periodo in cui il monaco
bresciano matura il suo trattato Della misura dell’acque correnti, pubblicato
a Roma il 1628, che fonda la scienza idraulica moderna. Il primo contatto epistolare con Galileo Galilei (1564-1642) risale ad una lettera, scritta da
Torricelli l’11 settembre 1632, durante un’assenza di Castelli e in sua rappresentanza: ne approfitta per presentarsi al grande scienziato, di cui studia con
passione gli scritti.
Sugli anni dal 1632 al 1641 non ci sono molte notizie, ma si sa che Torricelli segue come segretario il fiorentino monsignor Giovanni Battista Ciampoli (1590-1643), ecclesiastico fiorentino seguace di Galileo, cameriere segreto di papa Urbano VIII, allontanato da Roma dopo la condanna di Galileo,
in quanto suo amico e declassato a governatore di varie cittadine in Umbria
e nelle Marche. Questo periodo oscuro e disagiato è presumibilmente importante per la sua maturazione, come uomo e scienziato; quando ritorna a
Roma nel 1641, presenta il suo lavoro De motu gravium a Castelli, che entusiasta lo porta a Galileo, cieco e ormai prossimo alla fine, al quale propone
di prenderlo come assistente: grazie alla sua capacità, Torricelli potrà aiutarlo
nella redazione degli ultimi scritti scientifici. Nell’ottobre del 1641, dopo un
ritardo dovuto alla morte della madre, ma anche a comprensibili perplessità,
visto l’isolamento sociale in cui da anni si trova Galileo, Torricelli lo raggiunge nella villa d’Arcetri, dove è già presente da alcuni anni il giovane Vincenzo Viviani (1622-1703), assieme al quale assiste il gran vecchio negli ultimi
tre mesi di vita.
2. matematico granducale e professore a pisa
Dopo la morte di Galileo il 6 gennaio 1642, Torricelli sta per tornare a
Roma, ma il Granduca Ferdinando ii de’ Medici (1610-1670), su consiglio
Negli anni giovanili, dal 1626 al 1632
Evangelista Torricelli svolge le funzioni
di segretario di Benedetto Castelli
(1577-1643), professore alla Sapienza
di Roma, il quale nel 1641 lo presenta a
Galileo.
Dal 1632 al 1641 Evangelista Torricelli
è segretario di Giovanni Battista
Ciampoli (1590-1643), ecclesiastico
fiorentino seguace di Galileo, che dopo
la condanna del maestro è inviato come
governatore in piccole città dell’Italia
centrale.
74
idraulici italiani
Nell’ottobre 1641 Evangelista Torricelli
raggiunge Galileo Galilei (1564-1642)
ad Arcetri e lo assiste, negli ultimi tre
mesi di vita, nella redazione degli scritti
scientifici (Olio su tela di ignoto, secolo
XIX, palazzo Laderchi, Faenza).
dell’ingegner Andrea Arrighetti (1592-1672), poco dopo nominato senatore, gli propone di restare a Firenze come matematico del Granduca di Toscana,
ossia successore di Galileo; inoltre per lui è rinnovata l’antica ma per lungo
tempo dimessa lettura di matematica all’Università di Pisa. In quel momento
Torricelli non ha ancora pubblicato nulla, anche se ha meditato e scritto molto; all’improvviso, passa dall’oscurità alla luce e dall’indigenza alla sicurezza
economica. Più tardi, nel 1644, gli viene conferito anche l’incarico di lettore
nella fiorentina Accademia del Disegno.
L’ambiente culturale toscano è eccezionale: il Granduca ed i fratelli non
soltanto promuovono la scienza, ma partecipano personalmente agli esperimenti scientifici e attorno a loro si radunano i migliori ingegni. Inizia così il
periodo più felice e fecondo della vita di Torricelli, il quale, libero da preoccupazioni materiali, può dedicarsi intensamente alla ricerca scientifica e matura la soluzione di numerosi problemi, riguardanti quattro settori di ricerca:
matematica, meccanica, barometri e vetri per cannocchiali.
In geometria Torricelli ottiene notevoli risultati nella quadratura delle curve, nella cubatura dei solidi e nella determinazione del baricentro delle figure, sviluppando il nuovo metodo degli indivisibili, introdotto nel 1635 da
fra’ Bonaventura Cavalieri (1598-1647), professore di matematica a Bologna, al quale è legato da profonda amicizia; egli anticipa la moderna analisi
differenziale ed integrale, riconoscendo il carattere inverso delle operazioni
di derivazione e d’integrazione. Come fisico, Torricelli, proseguendo gli studi di Galileo, applica la nuova geometria allo studio del moto dei proiettili,
ma soprattutto scopre la legge d’efflusso dei liquidi dalle luci e la pressione
atmosferica, inventando il barometro. Egli è anche un tecnico provetto, nella costruzione dei barometri a mercurio e soprattutto nelle tecniche di lavorazione dei vetri da cannocchiale. Tra l’altro, la vendita delle lenti gli procura
un discreto vantaggio economico; nel 1644 il Granduca, come riconoscimento della loro eccellenza, gli regala una collana d’oro con medaglia e il motto
virtutis praemia.
Ritratto di Ferdinando ii de’ Medici
(1610-1670) eseguito da Justus
Suttermans e custodito a Palazzo Pitti
(Firenze). Il Granduca, dopo la morte
di Galileo nel gennaio 1642, conferisce
ad Evangelista Torricelli, allora quasi
sconosciuto, l’incarico di matematico
granducale, che gli consente di rivelare il
suo genio scientifico.
evangelista torricelli (1608-1647)
75
Una parte dei risultati dei suoi studi matematici e fisici è riportata nel trattato Opera geometrica, sua prima ed unica opera a stampa, uscito nel 1644
a spese del Granduca e presto diffuso in Europa. Torricelli intrattiene anche
una fitta corrispondenza con scienziati italiani e stranieri. Talune sue scoperte matematiche causano controversie con scienziati francesi sulla priorità; la
critica successiva mostrerà che, in alcuni casi come gli studi sulla cicloide, i
contendenti erano arrivati separatamente, con metodi diversi, allo stesso risultato.
Evangelista Torricelli muore improvvisamente di polmonite a Firenze il 25
ottobre 1647, ad appena 39 anni ed è sepolto nella Chiesa di S. Lorenzo con
la seguente epigrafe:
evangelista torricellius
faventinus
magni duci etruriae mathematicus
et philosophus
obiit viii kal. novembris anno salutis
m dc xlvii
aetatis suae xxxix
3. la personalità
Di persona, come mostrano anche i ritratti, Evangelista Torricelli era un
uomo di bell’aspetto, dalle maniere gentili, socievole ed amante delle conversazioni e delle liete compagnie. Vincenzo Viviani, nella biografia di Galileo,
lo descrive come giovane d’integerrimi costumi e di dolcissima conversazione,
accolto in casa, accarezzato e provvisionato dal sig. Galileo, con scambievol diletto di dottissime conferenze. A Firenze non tarda a stringere rapporti di amicizia con le personalità più spiccate, non solo in campo scientifico, ma anche
artistico, come l’avventuroso pittore Salvator Rosa, fondatore dell’Accademia
dei Percossi, e letterario, come il dotto ellenista Carlo Dati (1619-1676), segretario dell’Accademia della Crusca. L’estroverso Evangelista è cooptato in
entrambe le Accademie e la tradizione lo vuole anche scrittore ed attore di
commedie.
4. vicissitudini degli scritti di torricelli
La morte precoce interrompe una carriera scientifica in pieno sviluppo:
molti scritti a cui sta lavorando rimangono inediti ed egli stesso si preoccupa che non vadano perduti: nel testamento dispone che le sue carte scientifiche siano consegnate da Lodovico Serenai agli amici Bonaventura Cavalieri
(1598-1647) a Bologna e Michelangelo Ricci (1619-1682) a Roma, per essere riordinate e pubblicate; ma il primo muore poco dopo e il secondo declina
l’invito per ragioni di famiglia. Alla fine, pur riluttante, accetta l’incarico il
giovane Vincenzo Viviani, che deve già dedicare molto tempo alle opere del
venerato maestro Galileo ed è oberato dagli impegni d’ingegnere granducale;
quando muore nel 1703, il lavoro non è ancora completato, ma comprende
Monumenti ad Evangelista Torricelli,
nel Museo di storia naturale di Firenze
(sopra) ed a Faenza (sotto).
76
idraulici italiani
un primo elenco degli scritti inediti. Nei due secoli successivi, si pubblica una
parte degli inediti (per es. nel 1715 sono stampate a Firenze le dodici lezioni
accademiche), ma falliscono i tentativi dell’Opera omnia, finché, all’inizio del
Novecento, in occasione del terzo centenario della nascita, si giunge ad un
edizione nazionale, a cura del Comune di Faenza, pubblicata nel 1919 in tre
volumi, accresciuti a quattro nel 1944.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Riassumiamo ora i contributi di Torricelli alla scienza ed alla tecnica idraulica. Diciamo subito che, nonostante gli anni giovanili a stretto contatto con
Benedetto Castelli, il quale ha scelto l’idraulica come campo privilegiato di
ricerca scientifica, nel successivo periodo come segretario di Ciampoli, egli
ha maturato in autonomia un campo assai più ampio d’interessi matematici e fisici.
I tre mesi trascorsi con Galileo sono per lui la conferma del suo valore
scientifico; la carriera apertagli dal Granduca Ferdinando II ha l’effetto di
scaricare una molla a lungo compressa: può finalmente portare a termine i
suoi programmi di ricerca, in cui l’idraulica è presente, ma non certo prevalente. Ciononostante, la genialità di Torricelli fa sì che in pochi anni egli dia
un contributo decisivo anche alla scienza idraulica: la sua legge sull’efflusso
dalle luci rimarrà a lungo l’unica legge sul movimento dei fluidi conosciuta
con certezza e sarà la base di tutti i complessi sviluppi successivi dell’idraulica fisico-matematica.
1. il carteggio con bonaventura cavalieri
sulla seconda legge di castelli
Nel 1642 Benedetto Castelli, ormai prossimo alla fine (morirà l’anno
dopo), avanza una richiesta d’aiuto ai suoi due discepoli più eminenti, ossia
Bonaventura Cavalieri ed Evangelista Torricelli, al quale scrive: io avrei bisogno estremo d’essere con V. S. per dare l’ultima mano al secondo libro della misura
delle acque correnti. Il problema di Castelli è quello di trovare una dimostrazione matematica soddisfacente a supporto della sua seconda legge idraulica,
la quale stabilisce la proporzionalità tra la velocità media e l’altezza della corrente ed è stata sperimentata in laboratorio; non trovandola, il secondo libro
del suo trattato sarà pubblicato soltanto molti anni dopo la sua morte, ossia
nel 1660.
C’è uno scambio epistolare tra i due discepoli, che cercano di risolvere il
problema cruciale sollevato dal vecchio maestro, ossia quello della legge generale del movimento negli alvei, che rimarrà irrisolto fino alla seconda metà
del Settecento; a prescindere dai risultati, è interessante l’approccio, di tipo
infinitesimale. Nella sua lettera 25 ottobre 1642 a Cavalieri, Torricelli formula l’ipotesi, non suffragata da esperienza, e poi abbandonata nel suo trattato a
stampa del 1644, secondo cui i filetti liquidi potrebbero essere caratterizzati
da una velocità proporzionale alla radice quadrata dell’affondamento sotto lo
specchio d’acqua e disegna la scala delle velocità puntuali così ricavate, sotto
Ritratto di Vincenzo Viviani (16221703). Evangelista Torricelli lo conosce
nell’autunno 1641 ad Arcetri, dove il
giovane fiorentino già si trova da tre
anni come assistente di Galileo. Nel
1643, Viviani collabora con Torricelli
nell’esperimento del barometro, basato
sulla legge fondamentale dell’idrostatica
e, dopo la morte prematura di Torricelli
nel 1647, accetta, riluttante, di
riordinare le carte dell’amico, ma non
riesce a portare a termine il compito.
evangelista torricelli (1608-1647)
77
forma di semiparabola. Questa ipotesi, erronea, diventerà in seguito una tesi
e sarà sostenuta con vigore da una folta schiera di scienziati (i foronomisti)
nel corso di più di un secolo.
2. la legge di torricelli sull’efflusso dalle luci
L’ipotesi stessa è, per così dire, il sottoprodotto caduco della legge sull’efflusso dalle luci praticate in un vaso, la quale oggi porta il nome di Torricelli
e da questi è già stata scoperta, perché nella lettera a Cavalieri parla d’esperienze condotte a Roma, quindi prima del trasferimento in Toscana nell’ottobre 1641: egli misura la quantità d’acqua che esce in tempi uguali (ossia la
portata) da fori uguali (di diametro molto piccolo) a diverse altezze, ovvero
profondità rispetto allo specchio d’acqua nel vaso e trova che essa è proporzionale alla radice quadrata della profondità stessa. Le bocche sono uguali e
quindi anche le velocità obbediscono alla medesima legge di proporzionalità,
che è diversa da quella finora ipotizzata (velocità proporzionale all’altezza) da
molti scienziati, tra cui Leonardo e Castelli.
La legge torricelliana, importante nella storia dell’idraulica, è esposta nel
trattato Opera geometrica (1644), il quale comprende anche il moto dei gravi
(De motu gravium naturaliter descendentium et projectorum), in due libri, che
trattano rispettivamente il moto naturale dei gravi ed il moto dei proiettili: al
termine del secondo libro si trova un breve capitolo intitolato De motu aquarum, dedicato all’efflusso da aperture (dette luci o bocche nel linguaggio degli idraulici), poste al di sotto della superficie libera dell’acqua, in serbatoi o
canali. Nell’introduzione, l’autore per modestia definisce particolare, curioso
e perfino inutile il suo studio, mentre in realtà tale non è, perché interessa la
corretta misura delle portate erogate per molteplici usi (in particolare, irrigui).
Per dimostrare la sua legge, egli sviluppa l’analogia, già indicata nella lettera a Cavalieri, tra il moto della goccia d’acqua e quello del grave in caduta
libera: la distanza h coperta dal grave in caduta libera è proporzionale al quadrato della velocità v dallo stesso acquisita. Peraltro, non conoscendo la costante di proporzionalità (2g, essendo g l’accelerazione di gravità), egli può
solo definire i rapporti tra le velocità d’efflusso da luci a diverse profondità.
Inoltre i suoi studi non si estendono alla contrazione della vena ed alle perdite di carico, temi che saranno in seguito oggetto di numerose e laboriose ricerche da parte d’intere generazioni di studiosi. È evidente che, per inoltrarsi
su questa strada, Torricelli avrebbe avuto bisogno di una vita assai più lunga
di quella concessagli dal destino, ma a lui va indubbiamente il merito di avere scoperto la legge fondamentale sull’efflusso dalle luci, per una doppia via,
sperimentale e razionale.
3. la scoperta del barometro
in base alle leggi dell’idrostatica
Merita di essere qui ricordata anche un’altra scoperta importante di Torricelli, quella del barometro, perché utilizza le leggi dell’idrostatica. Egli riflette su
Ritratto di fra’ Bonaventura Cavalieri
(1598-1647), docente di matematica
a Bologna e inventore nel 1635 del
metodo di calcolo degli indivisibili, poi
perfezionato da Evangelista Torricelli.
Nel 1642, Benedetto Castelli, che è stato
maestro d’entrambi, chiede il loro aiuto
per formulare la legge del moto delle
acque nei canali e tra i due discepoli ed
amici si svolge un interessante scambio
epistolare sul tema, con un approccio
infinitesimale.
ll trattato d’Evangelista Torricelli Opera
geometrica (1644) comprende due libri
sul moto dei gravi (De motu gravium
naturaliter descendentium et projectorum),
incluso il capitolo De motu aquarum, in
cui viene illustrata la legge sull’efflusso
dalle luci: la velocità è proporzionale
alla radice quadrata del carico sulla luce.
Questa legge fondamentale, detta di
Torricelli, rimarrà a lungo l’unica certa
dell’idrodinamica e sarà perfezionata,
nei suoi coefficienti, dalle esperienze
d’intere generazioni di scienziati, detti
Foronomisti.
78
idraulici italiani
un singolare fenomeno nel funzionamento delle trombe (pompe) aspiranti,
già diffuse all’epoca, ed operanti con la forza animale: nel condotto d’aspirazione, l’acqua sale fino ad un’altezza massima di circa 32 piedi parigini, corrispondente a 10,40 metri (1 piede = 0,324839 m). Sappiamo che il condotto
d’aspirazione è in depressione e questa ha un valore massimo, quando si raggiunge il vuoto: allora la colonna d’acqua alta 10,40 m (sopra la quale c’è appunto il vuoto) esercita alla base una pressione uguale a quella dell’atmosfera,
che preme sul pelo dell’acqua nel vaso aperto, da cui l’acqua stessa è attinta
attraverso il condotto. In sostanza, quello è un gigantesco (e scomodo) barometro ad acqua, in grado di misurare le piccole differenze di pressione nella
stessa località, al variare delle condizioni atmosferiche e le maggiori differenze al variare dell’altitudine sul livello del mare (al quale si riferisce la suddetta
altezza di 10,40 m).
Torricelli intuisce la situazione, strettamente collegata al concetto di vuoto, all’epoca non ancora definito, e ne ha la conferma nel 1643 con un esperimento semplicissimo, dal risultato clamoroso, condotto con l’aiuto di Vincenzo Viviani, che riproduce in piccolo il medesimo processo, utilizzando un
liquido assai più pesante dell’acqua, ossia il mercurio, introdotto in una cannuccia a fondo chiuso molto più corta, poi tuffata in una vaschetta piena di
mercurio, in modo tale da formare il vuoto nella parte superiore: il mercurio sale nella canna fino all’altezza hm = (γa/γm) ha (dove i pedici a ed m indicano rispettivamente l’acqua e il mercurio e γ è il peso specifico). La pressione
idrostatica alla base delle due colonne liquide, pari al prodotto del peso specifico per l’altezza, è uguale nei due casi, perché coincide con la pressione atmosfera.
4. la bonifica della val di chiana
scontro con michelini
Secondo una tradizione comune ai grandi matematici dell’epoca, nel 1645
Evangelista Torricelli è consultato su un importante affare d’acque, che riguarda la bonifica della Val di Chiana. Più di un secolo dopo (1768), nella collana
fiorentina Raccolta d’autori che trattano del moto dell’acque, sono pubblicate le
Scritture e relazioni sopra la bonificazione della Chiana, comprendenti le relazioni dei quattro protagonisti, due matematici e due politici, i quali formano
due partiti contrapposti. Da una parte don Famiano Michelini (1604-1665),
ancora chiamato il Padre Francesco, e il generale aretino marchese Alessandro del Borro (1600-1656) sostengono la bonifica per essiccazione, mediante la demolizione della Chiusa dei Frati (allo sbocco in Arno dell’emissario
settentrionale della palude) e la costruzione di un canale colatore con maggior pendenza; dall’altra Evangelista Torricelli e il senatore Andrea Arrighetti
(1592-1672) rigettano come inefficace, pericolosa e troppo costosa la suddetta soluzione e propongono in alternativa la bonifica per colmata. Una piccola
curiosità: sorprendentemente per noi moderni, la lettura dei testi del senatore
e del generale rivela che entrambi hanno buone conoscenze tecnico-scientifiche ed in particolare idrauliche. Alla fine la colmata è la soluzione che prevale, anche per il prestigio di Torricelli e sarà adottata nei due secoli successivi.
evangelista torricelli (1608-1647)
79
Sappiamo che ciascuno dei due metodi storici di bonifica ha pregi e difetti:
l’essiccamento mediante canalizzazione consente di ottenere risultati rapidi,
ma è costoso ed ha un limite nella scarsità di pendenza delle aree paludose,
a cui un tempo era più difficile porre rimedio, per l’impossibilità di sollevare
grosse portate con macchine azionate a mano od a maneggio d’animali, mentre oggi il problema si risolve con motori elettrici ed a scoppio. La colmata
con le torbide fluviali consente di rimodellare a costi contenuti il territorio,
sollevando i suoli e ricavando le giuste pendenze di deflusso naturale, ma ha
lo svantaggio dei tempi lunghi. Si possono anche associare i due metodi, per
contemperare pregi e difetti, ma allora nella vicenda della Chiana questa soluzione, che a noi appare di buon senso, non viene neppure tentata: la spaccatura tra i due partiti è netta, i toni sono accesi; anche Torricelli, che nella
prima scrittura appare pacato, nelle successive si adegua al clima. Lo spirito
ricorda quello, molto italiano, dei costruttori medioevali delle due torri Beccati questa e Beccati quella, poi semisommerse dalla palude chianina, innalzate dalle città rivali di Siena e Perugia.
Soffermandoci sulle argomentazioni idrauliche delle due parti, si rileva che
nella discussione sono richiamate le principali grandezze fisiche, che incidono sul processo idraulico: pendenze, sezioni, capacità di deflusso dei corsi d’acqua e dei canali, portate affluenti dal bacino idrografico in tempo di
pioggia, invasi di ritenuta per il contenimento delle piene; d’altra parte, pochi sono i numeri che consentono di quantificare le dette grandezze, poiché
l’unica legge conosciuta è quella di continuità. Emerge dunque l’arretratezza
della scienza idraulica dell’epoca, che fatalmente lascia spazio alle valutazioni qualitative dei contendenti ed alla retorica delle argomentazioni: sembra
quasi di assistere al confronto tra avvocati in tribunale, dove anche la capacità dialettica è importante per vincere. Torricelli ha ragione, quando scrive:
Quella natura, che opera con immensa facilità, e con sommo sapere non mancherà già di mettere mano a tutti quegli impedimenti, che possono render vana
l’intenzione nostra, se mancheremo noi d’investigarli, e di pensarvi; ma il modo
La Chiusa dei Monaci ad Arezzo, dove
la Chiana entra nell’Arno. Nel 1645 si
svolge un duro confronto fra Evangelista
Torricelli e Famiano Michelini (16041665), che coinvolge altre personalità
importanti, sulle modalità di bonifica
della Val di Chiana, allora paludosa.
Michelini sostiene l’essiccazione
mediante la costruzione di canali, previa
demolizione della Chiusa dei Frati,
Torricelli la colmata con le torbide dei
torrenti e riesce a prevalere, definendo
così la strategia che sarà seguita nei due
secoli successivi.
80
idraulici italiani
migliore d’investigare sarebbe stato quello di seguire l’invito del suo maestro
Benedetto Castelli ad approfondire la legge del movimento, la cui conoscenza avrebbe fornito argomenti più oggettivi alla discussione.
Sul tema della bonifica, si osserva che dalla metà dell’Ottocento si rovesciano le posizioni, ossia il metodo dell’essiccamento inizia a prevalere su quello
della colmata, finché nel Novecento si giunge ad una valutazione critica di
quest’ultima, ben espressa negli studi di Giulio De Marchi (1890-1972) su
Vittorio Fossombroni (1754-1844).
vincenzo viviani
La vita
Essendo Vincenzo Viviani membro de l’Académie royale des sciences, subito
dopo la morte, secondo la consuetudine, il suo Elogio è scritto dal Segretario dell’Accademia Bernard de Fontanelle (1657-1757), che per mestiere l’ha
compilato da tempo, come i moderni coccodrilli dei giornalisti; ad esso fanno
riferimento molte biografie apparse negli anni successivi. Interessante è anche la lettera autobiografica, scritta a 75 anni da Viviani al marchese Salviati,
con particolari che riguardano il suo impegno come ingegnere al servizio dei
Medici. Non mancano studi moderni su Viviani, che peraltro trascurano la
sua figura d’idraulico.
1. allievo degli scolopi e segretario di galileo
Vincenzo Viviani nasce a Firenze da nobile famiglia il 5 aprile 1622, studia
dapprima presso i Gesuiti, dai quali riceve una formazione umanistica, e poi
presso la scuola degli Scolopi, dove è introdotto alla matematica dal galileiano Clemente Settimi, che lo apprezza per la sua eccezionale intelligenza e nel
1638 lo presenta al Granduca Ferdinando ii de’ Medici (1610-1670) e alla
Corte, dove è interrogato da Famiano Michelini (1604-1665), precettore del
principe Leopoldo.
Da quella data il giovanissimo Vincenzo entra a servizio della Casa de’ Medici e vi rimarrà fino alla morte. Il Granduca gli fornisce i mezzi per acquistare libri di matematica, continuando gli studi appena iniziati: Cominciai di
17 anni ad esser di proprio moto assistito dal Serenissimo Gran Duca Ferdinando con provvisione del suo stipo, perché io mi provvedessi de’ libri di Matematica
speculativa, e fin d’allora mi destinò per suo Matematico (Viviani, 1697). Nel
1639, durante una delle sue periodiche visite a Galileo Galilei (1564-1642),
vecchio e ormai cieco, esiliato nella villa d’Arcetri, il Granduca glielo propone come segretario: Dal medesimo Serenissimo fui di proprio moto e dalla sua
propria bocca raccomandato al nostro gran Galileo, in occasione d’esser a visitarlo in Arcetri, come spesso così onorar lo soleva, a ricevermi per suo scolare (Viviani, 1697). Nello stesso anno Viviani si trasferisce ad Arcetri, dove rimane tre
anni, fino alla morte del maestro nel 1642, avendo come compagno, negli ultimi tre mesi, Evangelista Torricelli (1608-1647).
È questo il periodo più bello della sua vita. Dal punto di vista formativo,
il contatto con Galilei, fino all’ultimo attivo come scienziato, supplisce largamente alla mancanza di regolari studi universitari. Sotto il profilo umano,
egli si affeziona al maestro come ad un padre: per tutta la vita ne curerà il ricordo e le opere, indicando sempre se stesso come l’ultimo discepolo di Galileo e non perdendo mai occasione per lodare il maestro. Scriverà un Racconto
istorico della vita di Galileo uscito postumo, curerà nel 1656 la prima edizione completa delle sue opere e farà apporre sulla facciata del suo nuovo palazzo (detto in seguito dei cartelloni) un busto del maestro, che ai lati reca due
lunghe epigrafi in latino (1693).
82
idraulici italiani
Galileo Galilei ad Arcetri con Vincenzo
Viviani ed Evangelista Torricelli (dipinto
di Luigi Sabatelli). Il periodo trascorso
da Viviani con Galileo, che gli fa da
maestro e da padre, è da lui ricordato
come il più felice della sua vita.
2. matematico alla corte dei medici
Alla morte di Galileo, Viviani collabora con Torricelli, che diventa primo
matematico granducale e, quando questo dopo pochi anni è stroncato dalla
polmonite, nel 1648 gli succede come Lettore presso l’Accademia del Disegno di Firenze. Nel 1649 gli viene conferito anche l’incarico d’insegnare
matematica ai Paggi di Corte.
Il servizio come matematico alla Corte dei Medici richiede anche commissioni di tutt’altro genere, ossia la progettazione e la direzione di lavori pubblici civili (in particolare idraulici) e militari (fortificazioni). Viviani inizia così
la sua carriera presso il cosiddetto Magistrato di Parte Guelfa (l’equivalente del
moderno Genio Civile), come collaboratore dell’ingegner Baccio del Bianco
(1604-1656), spedito a fortificare i confini.
Il lavoro si svolge in luoghi impervi, raggiungibili soltanto su cavalcature; le condizioni di vita sono dure e richiederebbero un fisico più robusto di
quello del giovane Viviani, il quale in questa missione avventurosa riporta un
disturbo, che lo tormenterà tutta la vita: Di proprio moto del medesimo Serenissimo a proposizione del Generale Alessandro Borri in occasione dei torbidi che
insorsero qui in Toscana, fui mandato con l’Ingegnere Baccio del Bianco a fortificare vari passi intorno a’ confini. Ma però in questo esercizio, che riuscì troppo
violento alla gracilità della mia complessione e natura, essendo necessitato a trascurar cavalcando un male, che peraltro sarebbe stato di facile e spedita curazione, dopo molti martirj me lo resi incurabile quale è ancora, e mi ridussi inabile a
cavalcare senza patire (Viviani, 1697).
3. primo ingegnere del magistrato di parte guelfa
Nel 1653, essendosi Baccio del Bianco trasferito in Spagna, Viviani è chiamato a sostituirlo, come Primo Ingegnere della Magistratura, carica che con-
Stemma di casa Medici. Vincenzo
Viviani entra al servizio dei granduchi di
Toscana a 16 anni (nel 1638) e vi rimane
tutta la vita, alle dipendenze prima di
Ferdinando ii (1610-1670) e poi di
Cosimo iii de’ Medici (1642-1723).
Come matematico granducale, progetta
ed esegue lavori civili e di sistemazione
idraulica.
vincenzo viviani (1622-1703)
serverà per 50 anni, fino alla fine. Molti dei lavori che deve seguire interessano i corsi d’acqua e quindi egli accumula una considerevole esperienza come
ingegnere idraulico, al servizio prima di Ferdinando ii (1610-1670) e poi di
Cosimo iii de’ Medici (1642-1723).
Ma il suo punto debole rimane la salute; indicativo al riguardo è un particolare del motu proprio granducale, in cui gli si concede la comodità di lettiga: S. A. mi dichiarò primo Ingegnere della Parte (Guelfa) con aggiunta d’altra
provvisione il mese, insieme con tutti gli emolumenti, onorari di gite, e rigaglie
solite di fuoco ed altro, e con seguitare a farmi dare, senza mia spesa, comodità
di lettiga, dove non supplisse la barca in ogni occasione di gita che mi si porgeva
(viviani, 1697). Questo aspetto non è irrilevante nel valutare la vita e l’opera del matematico fiorentino, a confronto con i suoi successori nel medesimo
incarico, di tempra assai più robusta: Guido Grandi e Leonardo Ximenes.
Attorno ai 30 anni, la vita di Viviani appare ormai ben definita e le sue occupazioni possono essere divise in tre campi: 1. Studio, ricerca e insegnamento, 2. Cura delle pubblicazioni di Galileo (e in subordine di Torricelli), 3. Servizio come ingegnere pubblico. Considerando l’impegno temporale, la terza
occupazione finisce per prevalere sulle prime due, da lui preferite.
4. l’accademia del cimento
Come scienziato fisico, Viviani collabora con Evangelista Torricelli all’esperimento sul barometro (1644) e con Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679)
alla determinazione della velocità del suono (1660), prosegue gli studi di Galileo sul pendolo (1661), scrive un trattato sulla resistenza dei solidi, che sarà
pubblicato postumo da Guido Grandi, si applica anche all’astronomia, scoprendo un cratere lunare, che porta il suo nome.
Viviani è uno dei più autorevoli membri dell’Accademia del Cimento, istituita da Leopoldo de’ Medici (fratello del Granduca Ferdinando ii) nel 1657
e, di fatto, già operante in modo informale negli anni precedenti, per sua
iniziativa. Seguiranno la nomina a membro della Royal Society di Londra e
dell’Académie des sciences di Parigi.
5. la divinazione dei libri perduti
d’apollonio e d’aristeo
Come matematico, Viviani è un appassionato seguace della geometria tradizionale, sdegnando la nuova dottrina degli indivisibili, creata da Evangelista
Torricelli e Bonaventura Cavalieri, che porterà all’analisi differenziale. Secondo l’uso dell’epoca, si diverte a proporre problemi ed enigmi matematici.
Sarà appunto la geometria a procurargli fama internazionale, in modo del
tutto imprevisto. Profondo conoscitore della geometria greca, s’interroga sui
libri perduti d’Apollonio e cerca d’immaginarne il contenuto, con quella che
chiama divinazione. Nel 1656 alcuni Maroniti capitati a Firenze riconoscono tra i manoscritti arabi della biblioteca granducale una traduzione dei libri
perduti d’Apollonio. Il testo, fatto tradurre a Roma, si dimostra corrispondente alla divinazione fatta da Viviani per gioco. L’impressione nel mondo
83
Vincenzo Viviani è uno dei membri
più autorevoli dell’Accademia del
Cimento (che ha per motto provando e
riprovando), fondata nel 1657 da Casa
Medici.
84
idraulici italiani
scientifico europeo è enorme e attira anche l’attenzione del Re Sole, che con
gesto munifico nel 1664 gli concede una pensione perché continui i suoi studi: Le relazioni che ne venissero non sta a me riferirle: posso e debbo ben dire, che
S. A. mi caricò d’un buon peso d’oro, e che il simile fece il Serenissimo Principe
Cardinal Carlo il vecchio, e dipoi ancora il Serenissimo Principe Leopoldo. Queste sì larghe beneficenze nell’anno 1663 si profusero nell’altra amplissima di Luigi il Grande con quella improvvisa e generosa pensione annua, con la quale e con
i leciti frutti ritratti da esse, m’è sortito dipoi il comprare e rifar di nuovo queste
mie case, alle quali ho dato nome di Deo Date (Viviani, 1697).
Nel 1666 Viviani riceve anche due offerte, da parte di Luigi xiv per trasferirsi a Parigi, presso la neonata Accademia delle Scienze e di Giovanni ii
Casimiro di Polonia per trasferirsi a Varsavia, ma le rifiuta entrambe, fedele a
Casa Medici, che nello stesso anno gli concede il titolo di primo matematico
granducale, già di Galileo e di Torricelli. A differenza di Viviani, il suo collega Gian Domenico Cassini (1625-1712), grande astronomo e Soprintendente alle acque dello Stato della Chiesa, accetta l’invito del Re Sole ed a Parigi
fonderà una dinastia di astronomi.
l palazzo fatto costruire da Vincenzo
Viviani nel 1693, con un munifico
donativo del Re Sole, che lo ricompensa
per i suoi studi sulla geometria greca. È
detto dei cartelloni, per i vistosi cartigli,
contenenti lunghe epigrafi latine, che
celebrano Galileo Galilei, di cui Viviani
si qualifica il più giovane discepolo.
Gli onori e l’imprevista pensione del Re Sole hanno anche conseguenze negative sulla vita di Viviani. È vero che con i proventi egli si costruisce un palazzo, ma si sente obbligato a proseguire nelle divinazioni per onorare il suo
generoso benefattore e s’impegna in un nuovo, interminabile lavoro su Aristeo, che riuscirà a completare soltanto nel 1701, oberato dagli altri impegni.
Soprattutto, il beneficio ricevuto suscita invidie e malumori, con riflessi pesanti sulla sua carriera, finendo per vincolarlo a vita ad un lavoro massacran-
vincenzo viviani (1622-1703)
85
te. Ormai carico d’anni e di malanni, ne parla amareggiato verso la fine del
secolo, nella sua lettera al marchese Salviati, riferendo un’oscura vicenda di
promesse e provvedimenti granducali poi non mantenuti, a causa d’invidie
all’interno della Corte.
6. il pesante impegno d’ingegnere granducale
fino a tarda età
La vicenda si svolge tra la fine del 1665 e l’inizio del 1666, al rientro dalla
Val di Chiana, dove Viviani è stato per un lungo periodo in missione, a difendere gli interessi del Granducato nel confronto con quelli dello Stato pontificio, rappresentato da Gian Domenico Cassini, Matematico di Sua Santità. È noto che il problema verte sulla divisione delle acque provenienti dalla
vasta zona paludosa, che all’epoca si dirigono in parte a sud verso il Tevere ed
in parte a nord verso l’Arno. Nelle pause della discussione sulla Chiana, i due
matematici, divenuti amici, fanno osservazioni astronomiche, naturali, archeologiche, che affascineranno intere generazioni. Ancora all’inizio dell’Ottocento, Francesco Mengotti (1749-1830) scriverà un dialogo immaginario
tra Cassini e Viviani, che sostengono tesi opposte per la difesa idraulica del
territorio (v. Mengotti, 1818).
Nella sua lettera a Salviati, Viviani ci mostra un altro aspetto di quella lunga missione (1664-1665) in una terra malsana, dalla quale è tornato malridotto. Il Granduca si mostra soddisfatto dei risultati ottenuti sul campo e,
impietosito delle sue condizioni di salute, spontaneamente gli promette di
esentarlo dal lavoro come ingegnere, per consentirgli di dedicarsi completamente agli studi, con gli stessi emolumenti: E nel 1665 mi si dimostrò così a
pieno soddisfatto dell’aggiustamento, che, dopo tante controversie e replicate missioni di deputati e periti, io n’aveva allora riportato soscritto, che compatendo in
me le malattie e i disagi soffertivi per tant’anni, ed il pessimo stato di sanità in
cui mi avevan ridotto, una sera inaspettatamente mi disse aver risoluto di darmi
riposo per l’avvenire di tutte le fatiche di campagna, acciocché io potessi ripigliar
i miei studi speculativi, a’ quali egli m’aveva già destinato, e co’ quali per mezzo
della mia prima opera, parevagli ch’io avessi fatto onore a se, a me, ed alla Patria
e soggiungendo, a mia gran confusione, altro di più che per modestia debbo astenermi di porre in carta (Viviani, 1697).
Il provvedimento tarda ad arrivare, poi gli viene chiesto di pazientare finché sia trovato un sostituto e alla fine Viviani capisce che qualcuno ha messo
i bastoni tra le ruote, si rassegna e continua a servire in silenzio, per senso del
dovere e fedeltà alla dinastia: Con sommissione ho seguitato il medesimo servizio
di prima […] ho fatto violenza al genio e alla soddisfazione di studiare, e non
ho mai ricusato di espormi a quelle tante gravi e dispendiose malattie, che io ne
ho ricavato, perché […] ho stimato dovesse farlo ogni suddito beneficato (Viviani, 1697).
Quando scrive al marchese Salviati, Viviani ha ormai 75 anni, eppure incredibilmente è ancora in servizio ed ha lo scrupolo di chiedere direttamente
congedo al Granduca. In 59 anni d’assidua servitù, non si è mai preso il diporto di qualche villa, fuorché nel periodo passato presso Galileo ad Arcetri,
Ritratto di Gian Domenico Cassini
(1625-1712). Nel 1665 il matematico
ligure, all’epoca sovrintendente
alle acque dello Stato della Chiesa,
trascorre un lungo periodo nella Val
di Chiana con Vincenzo Viviani, che
rappresenta il Granducato di Toscana,
per studiare la divisione delle acque
della valle tra il Tevere e l’Arno. I
due scienziati approfittano dei tempi
morti per fare altre osservazioni:
astronomiche, naturali, archeologiche,
che affascineranno intere generazioni.
86
idraulici italiani
ha raccolto libri nella speranza vana di poterli un giorno con quiete studiare, non ha neppure avuto il tempo di visitare un podere ereditato, ha pagato di tasca sua lettori supplenti di matematica ai paggi della Corte, durante
i periodi d’assenza da Firenze per servizio. All’Accademia del disegno, non si
è limitato ad insegnare la geometria, ma ha aggiunto la gnomonica, la trigonometria, la meccanica, l’architettura militare e civile, la livellazione; dopo il
successo dei primi anni, essendo egli stato spesso assente per missioni o ammalato, gli allievi si sono diradati, ma a Dio solo è riservato il provvedere in un
tempo stesso a cose infinite, e il ritrovarsi in un medesimo istante in tutti i luoghi
dell’Universo.
In se stesso, il lavoro dell’ingegnere non gli è mai dispiaciuto, ma a causa
della sua debolezza fisica è mortificato di non poterlo seguire in modo adeguato, associando la progettazione all’esecuzione dei lavori: È vero, che ho pessimamente servito in campagna il Principe e ’l pubblico; ma è vero altresì, ch’io
non mi son mai intruso […]. Mi son dichiarato sempre d’essere inetto a simil’impieghi […]. Se a Dio fosse piaciuto concedermi robustezza di forze da resistere a’
ghiacci, a’ soli, e a’ venti, non nego già che […] io non mi fussi invaghito di far
proposizioni in campagna di qualche rilievo; ma il sapere di tanto patirvi, e di
non potere più assistere all’esecuzioni, […] e doversene star al poco amore, o alla
troppa presunzione, o all’ingordigia d’altri […] han fatto, che io me ne sia astenuto […]. La professione dell’Ingegnere è nobile e degna […] ma per la lunga
osservazione che v’ho fatto, mi par necessario per più rispetti che all’esecuzione
dell’approvato quell’istesso Ingegnere che ha proposto, assista fino alla perfezione,
affinché egli solo ne sia il debitore (Viviani, 1697).
La storia del lungo servizio di Vincenzo Viviani come Ingegnere granducale, fino a tarda età e in cattive condizioni di salute, evidenzia da un lato le
diverse condizioni sociali di un’epoca, in cui la pensione non era un diritto,
ma un privilegio sovrano e dall’altro la durezza di una professione come quella dell’ingegnere idraulico. Si confronti con la vicenda analoga di Eustachio
Manfredi nello Stato della Chiesa.
Vincenzo Viviani muore a Firenze a 81 anni, il 22 settembre 1703 ed è sepolto in S. Croce, accanto a Galileo, nello stesso mausoleo, fatto erigere a sue
spese.
7. la personalità
La personalità dello scienziato fiorentino è già emersa nelle precedenti notizie
biografiche ed autobiografiche. Fontenelle aggiunge che era un uomo semplice ed amabile, qualità che non si acquisisce con il commercio dei libri, ma
con quello degli uomini ed inoltre mostrava una spiccata fedeltà ai suoi benefattori: Il avoit cette innocence et cette simplicité de mœurs que l’on conserve ordinairement, quand on a moin de commerce avec les Hommes, qu’avec les Livres,
et il n’avoit point cette rudesse, et une certaine fierté sauvage que donne assez souvent le commerce des Livres sans celui des Hommes. Il etoit affable, modeste, ami
sûr et fidèle, et, ce qui renferme beaucoup de vertus en une seule, reconnoissant au
souverain degré. […] Les Italiens conservent le souvenir des bienfaits, et pour dire
aussi, celui des offenses, plus profondément que d’autres Peuples (Fontenelle,
A sinistra medaglione, a destra busto di
Vincenzo Viviani.
vincenzo viviani (1622-1703)
87
Monumento sepolcrale di Galileo, fatto
erigere in Santa Croce a Firenze da
Vincenzo Viviani, che è sepolto nello
stesso mausoleo.
1720). Aggiungeremmo che era un uomo modesto, il quale diceva di se stesso: È verissimo, che per mancanza di sapere sono insufficiente ed inabile a tutto,
e pieno di ogni difetto, solo però di quei nocivi a me stesso (Viviani, 1697).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Nonostante le sue vaste esperienze nel settore, Viviani, oberato da altri impegni gravosi, ha lasciato soltanto due brevi scritti d’idraulica: la Relazione al
serenissimo Gran Duca di Toscana intorno al riparare, per quanto possibil sia, la
città e campagna di Pisa dall’inondazioni (1684) e il Discorso al serenissimo Co-
88
idraulici italiani
simo iii granduca di Toscana, intorno al difendersi dai riempimenti, e dalle corrosioni dei fiumi, applicato ad Arno in vicinanza della città di Firenze (1688).
Tuttavia, in questi scritti e soprattutto nel secondo, l’autore delinea un quadro generale della sistemazione del territorio, che appare molto interessante,
perché anticipa gli sviluppi moderni; le generazioni successive, fino all’Ottocento, sono state consapevoli del suo ruolo storico nella difesa del suolo, che
in seguito è stato dimenticato ed oggi merita di essere riscoperto.
1. una strategia moderna per la difesa del suolo
La lettura del Discorso a Cosimo iii è illuminante: la parte dedicata alla difesa
dei corsi d’acqua dai riempimenti porta ad esiti profondamente innovativi,
sul piano tecnico e strategico.
Nella sua analisi, Viviani inizialmente illustra un grave problema, che affligge l’Arno e i suoi affluenti: segni inequivocabili dimostrano che i fiumi
toscani da molto tempo si alzano e sono ormai più alti delle campagne, in
cui anticamente erano incassati. Di conseguenza è necessario scavare gli alvei
e rialzare gli argini e ciononostante si susseguono rotte, trabocchi e rigurgiti
delle piene nella rete fognaria.
Le campagne attorno all’Arno, ma anche all’Ombrone ed altri fiumi, più
basse degli argini, hanno difficoltà di colatura, e dovrebbero essere bonificate con la colmata: Per l’accennato effetto del continuo colmarsi i terreni disarginati, fui sempre di parere non doversi con arte avara abusar de’ beni della prodiga Natura, ed esser molto miglior governo ricevere, che escludere l’inondazioni
de’ Fiumi, le quali col fior di terra, e grassume, alzano, e bonifican le Campagne
(Viviani, 1688). L’unica difficoltà è la frammentazione della proprietà privata, a cui si può rimediare con acquisti o permute; di questo problema Viviani
si era occupato anche nella relazione sulla difesa del territorio pisano (1668).
Si noti che a quell’epoca la bonifica per colmata è già una pratica diffusa in
Toscana (v. Torricelli) e in altre regioni italiane e nel Settecento sarà applicata, in forma coordinata ed assistita da programmi pubblici, a vasti territori (v.
Ximenes per la Maremma e Fossombroni per la Val di Chiana).
Viviani tuttavia va oltre la politica di bonifica delle pianure, perché concepisce un programma integrato di sistemazione, che investe anche le aree
declivi. Innanzi tutto, egli, dove ha carta bianca, come sull’Ombrone, ordina di demolire le sopracchiuse di tavole, poste dagli interessati sulle pescaje
(traverse) di vari mulini, per rimediare alla riduzione della caduta idraulica,
ed anche intere traverse in muratura, ottenendo così di approfondire l’alveo
dell’Ombrone e ripristinare gli scoli delle campagne. Pone poi il problema
della causa prima dei riempimenti e riconosce che questa è il trasporto solido dei detriti provenienti dall’erosione delle montagne (senza dimenticare le
scaglie delle cave, immesse scorrettamente nei fiumi dai cavatori), a sua volta
provocata dal disboscamento: il gran disboscamento, che in universale, contro
gli antichi provvedimenti, è stato fatto delle Alpi, e de’ Monti, […] mediante i
tanti coltivati per lo più fatti con poco buon ordine dalle radici di essi Monti fino
alle cime […]. Le piogge cadenti sopra que’ monti spogliati di legname, coltivati,
e smossi, non trovando più il ritegno della macchia, e del bosco, vi scorrono pre-
Ritratto di Cosimo iii de’ Medici (16421723). Vincenzo Viviani rimane al suo
servizio come ingegnere granducale dal
1670 fino alla fine (1703).
vincenzo viviani (1622-1703)
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Il frontespizio del Discorso al serenissimo
Cosimo iii il granduca di Toscana,
intorno al difendersi dai riempimenti,
e dalle corrosioni dei fiumi, applicato
ad Arno in vicinanza della città di
Firenze (1688). Questo celebre scritto
di Vincenzo Viviani contiene un
programma organico per la sistemazione
idrogeologica dei bacini idrografici ed è
frutto del suo pluridecennale impegno
come ingegnere granducale.
cipitose, e s’accompagnano colla materia di terra, sasso, e ghiaia della quale e’ son
formati, e la conducono furiosamente nel fiume (Viviani, 1688).
Viviani non vuole allarmare, pronosticando ineluttabili catastrofi (oggi diremmo che non vuole fare del terrorismo ecologico) e da uomo moderato
ammette la necessità di difendere dalle inondazioni - in un modo o nell’altro, come si è sempre fatto - paesi angusti e popolosi, circondati da monti e
minacciati da fiumi e torrenti; tuttavia ritiene saggio e prudente prevenire,
piuttosto che curare i disordini, ossia i rialzamenti dei fiumi. La descrizione
dei rimedi proposti è stupefacente per la precisione dei particolari tecnici di
manufatti, in tutto simili alle moderne briglie selettive (dette serre o chiuse)
e piazze di deposito (dette scaricatoi) e per la ricchezza terminologica, che riflette la pratica. Lo stesso Viviani precisa che si tratta di opere già realizzate
con successo in piccolo, cioè isolatamente, da parte di tecnici alle sue dipen-
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idraulici italiani
denze: l’architetto Giovanni Battista Foggini (1652-1725), l’ingegner Giuliano Ciaccheri e altri, le quali vengono ora proposte in grande, ossia per la
sistemazione d’interi bacini idrografici. La spesa, a suo avviso, non dovrebbe
essere un ostacolo, se paragonata ai benefici ed inoltre creerebbe nuovi posti
di lavoro e redditi in montagna, con un benefico ritorno nelle finanze dello Stato. Sono argomenti classici, che in seguito saranno più volte richiamati
nella politica di difesa del suolo, fino al Novecento. Vincenzo Viviani è quindi il precursore di tale politica.
In primo luogo, si devono costruire le Serre o Chiuse o Traverse: Dico esser
mio parere che (oltre al rinnovare gli antichi bandi, e ridurre a più esatta osservanza le proibizioni del taglio de’ boschi sull’Alpi) facendosi dalle Valli laterali
più prossime ad Arno […] in quelle sole dirupate, e sciolte, che avesser bisogno
d’essere sostenute, si andassero dal piè de’ lor fondi su su verso i loro principi, disponendo, e fabbricando, in aggiustate distanze fra loro, più Serre, o Chiuse, o
Leghe, o Traverse, che dir si vogliano, di buon muro di calcina, traforate da spesse
feritoie, su larga pianta stabilmente fondate, e con grandissima scarpa al di fuori,
con lor Banchine, o Platee, o Batoli a’ piedi, e con più riseghe, o pur gradi, dove
fosse necessario ridurle di tempo in tempo a maggior altezza. […] La forma di
queste Serre per lo più dovrebbe essere in angolo, o arcuata, col convesso volto in
dentro alla venuta dell’acqua, ed a zana, cioè alquanto più basse nel mezzo, che
alle testate da fermamente incassarsi dentro le ripe (Viviani, 1688).
Subito dopo la costruzione delle Serre, si dovrebbe por mano al rimboschimento: Fabbricate, e rincalzatesi queste chiuse, si dovrebbe su di esse Valli,
in que’ luoghi dove già non fossero, far diverse e folte piantate di Boscaglia o da
fuoco, o da taglio, la più appropriata alla qualità del terreno, e del sito […] provvedendo qui ancora, con pene, alla conservazione perpetua di tali boschi […].
Ne’ siti poi di tali Valli dove fossero per far prova gli ulivi, far piantare di questi
più folti del solito in luogo di bosco (Viviani, 1688). L’uliveto è più adatto del
vigneto e del frutteto per la difesa del suolo ed anche il pascolo può essere
abbastanza efficace. Vigneti e frutteti devono essere sistemati adeguatamente, con muri di sostegno ed acquidocci (fossi di colo). Si noti la modernità di
un approccio aperto alle esigenze di vita delle popolazioni locali, con una visione equilibrata e rispettosa delle esigenze dell’uomo e insieme della natura.
Dove non è possibile procedere con le serre e le piantate, Viviani suggerisce gli scaricatoi (piazze di deposito dei detriti): in quelle valli poi, le quali
[…] consistessero di nudo sasso, e ghiaia, e dove, o per tal causa, o per essere troppo larghe, non francasse la spesa a farvi simili Serre, o non si potesse far piantata alcuna per ritener quelle materie già smosse […] propongo di eleggere giù nel
basso un competente spazio piano della peggior qualità che vi sia […] per tenerlo
sempre arginato all’intorno, acciò serva di Scaricatoio, dentro del quale esse materie possano comodamente deporsi, e l’acque sgravatesene, e perduta quivi la forza, escano depurate da quel Chiuso a condursi men rapide, ed a minor altezza,
per sufficiente canale dentro al letto d’Arno (Viviani, 1688).
I suddetti provvedimenti dovrebbero essere attuati in forma coordinata
in tutte le aree montane dissestate: Somiglianti ripari di Serre, di Piantate di
Boschi, di Scaricatoi, e di Pescaie, utilissimi senza dubbio si farebbero conoscere
applicandogli ad altri Fiumi del Dominio Fiorentino […] siccome di ogn’altra
vincenzo viviani (1622-1703)
Provincia d’Italia, e fuori, e dovunque occorra provvedere, che i letti de’ Fiumi, e’
Canali, si conservino navigabili, e non si riempiano di materia avventizia (Viviani, 1688). L’autore fa un paragone molto interessante tra la bonifica montana, da lui auspicata e la bonifica delle pianure, già in atto: E, di fatto, colle
Serre su pe’ fossati, e co’ Chiusi in piano arginati, che tutto giorno si praticano
nelle Valli della Fievole, della Chiana, ed altrove per fare acquisti, e colmate colle
torbide de’ Fiumi […] e per tener asciutte le Campagne, si conseguiscono intenti, simili onninamente a i da me qui pretesi (Viviani, 1688). La storia è andata
esattamente come previsto da Viviani, poiché la bonifica delle aree paludose di pianura, diffusa in forme non coordinate nel Seicento, dal Settecento è
diventata politica organica dello Stato, mentre le sistemazioni montane, con
opere idraulico-forestali, praticate sporadicamente nel Seicento, solo nell’Ottocento sono state integrate organicamente nei programmi pubblici. Tra i
due settori affini c’è dunque una sfasatura temporale, che deve essere studiata
a partire dai primi secoli del loro sviluppo.
Di conseguenza, dal punto di vista storico-culturale, sembra indubbio che
le opere idraulico-forestali debbano essere alquanto retrodatate rispetto al periodo, che finora è stato considerato all’inizio della loro fioritura, con la scuola francese dell’Ottocento, a partire dal trattato di Alexandre Surell (Etude sur
les torrents des Hautes-Alpes,1841). Potremmo affermare che Viviani sta alla
difesa del suolo come Leonardo sta alla scienza idraulica, con la differenza che
gli scritti del secondo sono ignorati e pubblicati ben tre secoli dopo, mentre
quelli del primo sono dati subito alle stampe, ma dopo tre secoli non sono
più ricordati dagli Italiani immemori: due episodi significativi di noncuranza e spreco di risorse culturali, in un Paese che ne ha troppe. Rimane il rimpianto per il fatto che la lunga esperienza di Viviani come ingegnere idraulico, ricco di conoscenze tecniche e di visioni strategiche, non si sia tradotta in
un trattato sistematico. Il motivo è comprensibile: il Geometra fiorentino era
oberato da altri impegni e personalmente aveva diverse priorità editoriali, ossia il completamento del libro dedicato al Re Sole sulla divinazione d’Aristeo
e il riordino degli scritti di Galileo.
2. l’associazione di tecniche molteplici
per la sistemazione spondale
La parte del Discorso a Cosimo iii dedicata alla difesa dalle corrosioni illustra
le tecniche di sistemazione fluviale in uso all’epoca, le quali richiamano la
moderna ingegneria naturalistica e sono assai diffuse nella tradizione italiana
dell’architettura d’acque, testimoniata da numerosi testi dei secoli precedenti.
Lo scritto di Viviani evidenzia altresì un dibattito tra diverse scuole di pensiero e l’emergere precoce di forme di sistemazione artificiale sorprendentemente moderne, accanto a quelle più tradizionali. L’autore critica i colleghi
che scelgono, per la difesa delle ripe dalla corrosione, i materiali più a buon
mercato, ma dalle prestazioni mediocri, come il sasso d’Arno e le boscaglie di
legno tenero di salice, che crescono sulle sponde. Egli, infatti, preferisce materiali più pregiati e costosi, che vengono da lontano, come le piante mature di castagno e quercia (all’epoca rare!) e il sasso di cava; inoltre usa gabbioni
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idraulici italiani
di vimini ripieni di sassi (gli antenati dei gabbioni moderni con filo di ferro), scogliere di massi naturali e soprattutto i cantoni di smalto (un antenato
del calcestruzzo, realizzato con sassi e calcina), inventati dall’amico Braccio
Manetti. Queste forme nuove di sistemazione fluviale si affiancano alle tradizionali steccate o passonate o palafitte di legname, che richiedono l’impiego
di numerosa manodopera, difficile da controllare e istruire e della cui abilità
Viviani si fida poco. Non esiste - dunque - una sola, ma più categorie d’opere per la difesa spondale, con o senza parti viventi, flessibili e rigide e la scelta
è fatta secondo valutazioni complesse, che ai nostri occhi appaiono singolarmente attuali.
geminiano montanari
La vita
Il primo biografo di Montanari è il suo allievo veronese abate Francesco Bianchini (1662-1729), noto astronomo, che scrive un compendio della sua vita
nella prefazione al trattato del maestro Le forze di Eolo, uscito postumo nel
1694.
1. un giureconsulto alla ricerca
della vera vocazione
Geminiano Montanari nasce il 1 giugno 1633 a Modena, dove compie i primi studi, di carattere letterario, filosofico e legale. Nel 1653 è a Firenze, dove
lavora presso lo studio dell’avvocato Giacomo Federichi. Quella dell’avvocato
tuttavia non è la sua vera vocazione, perché già adolescente, a 13 anni, si sente attratto dalle matematiche, che studia da solo, nei ritagli di tempo libero.
Inquieto e alla ricerca di se stesso, dopo tre anni chiede licenza di compiere
un viaggio di studio in Austria e nel 1656 si laurea a Salisburgo in utroque iure
(ossia in diritto civile e canonico). Dopo la laurea si sposta a Vienna, dove
scrive anche poesie, che recita all’Accademia dei Cavalieri Italiani, alla presenza dell’imperatore. Alla Corte viennese incontra finalmente il maestro che
cercava: è Paolo Del Buono (1625-1659), giovane gentiluomo e matematico
fiorentino, discepolo di Famiano Michelini, membro dell’Accademia del Cimento, al servizio dell’imperatore Ferdinando iii. Con lui studia matematica
ed astronomia e nell’inverno 1657-58 lo accompagna in un viaggio per visitare le miniere imperiali d’argento dei Carpazi e sperimentare l’applicazione di
una nuova pompa, inventata per cavare l’acqua dalle miniere e renderne così
possibile lo sfruttamento. Quest’esperienza giovanile sarà utile a Montanari
nella maturità, quando la Repubblica di Venezia gli affiderà incarichi pratici,
tra cui progetti minerari.
Tornato in Italia, riprende nel 1658 la professione legale a Firenze e nel
biennio 1659-60 collabora col principe (poi cardinale) Leopoldo de’ Medici
(1617-1675), scienziato e mecenate, fondatore dell’Accademia del Cimento,
tra l’altro osservando gli anelli di Saturno, da poco tempo scoperti; con Leopoldo intratterrà negli anni successivi una fitta corrispondenza scientifica su
argomenti diversi.
2. matematico del duca di modena
lavori col marchese malvasia
Nel 1661, grazie ai buoni uffici del marchese Cornelio Malvasia (1603-1664),
generale e scienziato dilettante, Montanari riesce ad ottenere dal duca di Modena Alfonso iv d’Este (1634-1662) l’ambita nomina di Filosofo e Matematico ducale (il posto che nel Settecento sarà occupato da Domenico Corradi
d’Austria e Giovanni Battista Venturi) ed abbandona definitivamente la professione di giureconsulto, per dedicarsi alla matematica nella sua patria.
Ritratto di Paolo del Buono (16251659), maestro di matematica e fisica
di Geminiano Montanari, nel periodo
giovanile trascorso in Austria.
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idraulici italiani
Purtroppo l’anno dopo il giovane duca muore e Montanari perde il posto,
ma si trasferisce presso il marchese Malvasia, nella villa di Panzano, dove lavora alla specola e perfeziona il cannocchiale con l’applicazione del reticolo
micrometrico, collaborando alle Ephemerides Novissimae, opera che porta la
firma del suo mecenate. Nel 1663 segue il marchese a Bologna ed entra in
contatto con l’ambiente scientifico di questa città, in particolare con Giovanni Domenico Cassini (1625-1712), Giovanni Battista Riccioli (1598-1671),
Francesco Maria Grimaldi (1618-1663).
3. professore di matematica a bologna
l’accademia della traccia
Poco dopo la morte del marchese Malvasia, nel 1664, il Senato bolognese
elegge Montanari alla cattedra di Scienze Matematiche presso l’Università di
Bologna, dove rimane per ben 14 anni: è questo il periodo scientificamente
più operoso. A Bologna si dedica intensamente all’astronomia, promuovendo l’istituzione di un osservatorio astronomico e collaborando con Cassini,
trasferitosi poi a Parigi. Assieme all’abate Carlo Antonio Sampieri, nel 1665
fonda l’Accademia della Traccia (una filiale di quella medicea del Cimento,
che sarà attiva fino al 1677) e le propone, come temi di ricerca, soprattutto la
gravitazione dei fluidi ed i fenomeni di capillarità.
La Traccia è insieme gruppo di ricerca ed istituto di propaganda scientifica: Montanari discute i suoi pensieri idrostatici nell’accademia, sollecitando i
contributi di tutti e li presenta come un lavoro collegiale. Nel 1670 entra in
contatto con la Royal Society di Londra, di cui condivide l’impostazione sperimentale e la preoccupazione di applicare la scienza al benessere sociale. Nei
primi anni ‘70 è protagonista di una vivace polemica con il livornese Donato
Rossetti (1633-1686), sulla natura del fenomeno dei vetri temprati, poi mediata dal medico e naturalista Francesco Redi (1626-1697).
4. professore d’astronomia e meteore a padova
Nel 1678 il Senato della Repubblica Veneta chiama Montanari all’Università
di Padova, istituendo per lui la nuova Cattedra d’Astronomia e Meteore, che
in seguito sarà di Giovanni Poleni (1683-1761). Come a Bologna, Montanari promuove la costituzione d’osservatori astronomici, da parte di protettori
delle scienze: a Venezia nel palazzo sul Canal Grande di Girolamo Correr ed
a Padova nella specola del seminario, su incarico del cardinale Gregorio Barbarigo (1625-1697).
Secondo il costume dell’epoca, ai matematici veneti lo Stato spesso chiede prestazioni di tipo tecnico-amministrativo. A servizio della Serenissima,
Montanari s’impegna senza risparmio, per la costruzione di fortezze e miniere e soprattutto in affari d’acque e di monete. In riconoscimento di questi servigi, la Repubblica lo premia raddoppiando quasi il suo stipendio di professore, prima dello scadere dei sei anni canonici dall’inizio dell’insegnamento,
quando si usava aumentare la provvigione in proporzione al merito.
Ritratto del marchese Cornelio Malvasia
(1603-1664), protettore e mecenate
di Geminiano Montanari a Modena e
Bologna.
geminiano montanari (1633-1687)
Particolarmente gravoso è l’impegno negli affari d’acque: egli firma, dopo
averli ponderati con molto scrupolo, numerosi pareri e progetti, un tempo
conservati nell’Archivio del Magistrato alle Acque di Venezia, come attestato
da Bernardino Zendrini (1679-1747) nella prefazione al suo trattato (1741);
ognuna di queste pratiche è faticosa per i sopraluoghi in località disagiate,
necessari alla progettazione e alla direzione dei lavori. Questi progetti serviranno soprattutto ai suoi immediati successori veneti: il marchese Giovanni
Poleni e Bernardino Zendrini. In seguito molte carte sono andate disperse.
Il professore modenese, di costituzione pingue ma robusta, che con gran
generosità non si è mai risparmiato in tutti i suoi impegni, è colpito da un
primo insulto apoplettico nel dicembre 1783, con gravi menomazioni alla vista, alla parola e alla deambulazione (in pratica subisce un’emiparesi). È allora
che, impedito nelle consuete attività, incomincia a scrivere i trattati intorno
alla regolazione delle Acque e delle Monete, due argomenti diversissimi, sui
quali è preparato (in quanto fisico-matematico e giurista) e che all’epoca rivestono grande importanza per la Repubblica di Venezia, come appare dalle
leggi su di essi promulgate; tuttavia, a causa della malattia, non riesce a completare i due trattati, che usciranno postumi.
Geminiano Montanari muore per un ultimo assalto della malattia il 13 ottobre 1687, a 54 anni. È sepolto a Padova, nella Chiesa di S. Benedetto dei
Monaci Olivetani e sulla sua tomba è collocata la seguente iscrizione:
hic iacet
geminianus montanarius
civis mutinensis.
philosophiae, jurisprudentiae,
ac medicinae,
doctor,
mathematicus nulli secundus.
primum bononiae
per xiv annos publice docuerat,
dein in ejus honorem,
a ser. republica
erectam in archi-lyceo patavino
astronomiae cathedram
meteorum disciplinae conjunctam
plaudente senatu, academia,
orbeque litterato,
per ix annos
diligentissime conscendit;
tandem studijs potius
quam annis confectus,
frequenti perculsus apoplexia,
mortales reliquit exuvias,
patavij
a. c. m. dc. lxxxvii. aetat. lv
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Stemma dell’Università di Padova, dove
Montanari insegna dal 1678 alla fine,
nel 1687.
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idraulici italiani
5. la personalità
Il biografo di Montanari, l’allievo Francesco Bianchini, grazie alla conoscenza diretta, ci ha lasciato una ricostruzione precisa del suo carattere, che
appare ispirato da un’alta idealità.
All’epoca (come d’altra parte ancor oggi!), la concezione che i professori
universitari avevano del proprio impegno nell’insegnamento, era assai diversa da un soggetto all’altro. Scrive Bianchini: la sua professione non fu di sedere
all’ombra di una cattedra con esercizio poco differente dall’ozio, ma bensì di ridurre agli usi della vita le speculazioni dell’ingegno, e fare, dirò così, di tutt’i Teoremi delle Scienze questo Problema, ch’è: il rendere le Scienze ministre della pubblica felicità anzi che testimonj dell’applicazione privata (Bianchini, 1694).
Montanari dunque non era favorevole alla cosiddetta scienza pura, ma aveva
ben viva la coscienza della funzione sociale del suo lavoro. Caratteristica del
suo approccio scientifico è l’attenzione continua all’uomo, a vantaggio del
quale deve agire lo scienziato. Bianchini parla di desterità dell’Autore in adattare agli usi della vita ed all’aumento delle scienze e dell’arti le cognizioni credute
più sterili ed oziose.
Con gli allievi Montanari non era avaro del suo tempo, che spendeva ben
oltre il minimo necessario: L’ufficio della Lettura non richiedeva da lui più che
la solita e pubblica spiegazione in pochi mesi dell’anno. Ma l’indole della sua
amicizia misurava il tempo e l’ufficio con altre leggi. Accompagnava le lezioni
teoriche con esperimenti fatti a sue spese e seguiva gli allievi anche dopo le
lezioni pubbliche. Gli piaceva applicare l’antico metodo maieutico usato da
Socrate d’instruire con le dimande fatte così acconciamente e con ordine, che suggeriscono la risposta nel modo istesso di ricercarla (Bianchini, 1694).
Montanari era uomo religioso e capace d’azioni molto generose: nel 1682,
alla morte dell’amico e collega Jacopo Pighi, professore d’Anatomia e Botanica all’Università di Padova, ne adotta il figlio, di cui segue personalmente
l’educazione. La sua è una figura di filosofo cristiano, che affascina gli allievi,
conquistati dalle doti umane del maestro e stretti fra loro da vincoli durevoli.
Bianchini attribuisce al carattere del Montanari, ossia alla sua profonda
umanità e all’altruismo, il fatto che egli abbia complessivamente sacrificato durante la sua vita la scrittura alle opere: Molti erano i trattati di cose Fisico-matematiche, de’ quali aveva tramato l’orditura già da molti anni, e con attenzione, e studio diligente ricercatine gli aforismi nelle esperienze; ma più erano
gli altri impieghi resi da lui necessari alla sua professione […]. Datosi adunque
agli altri con quella facilità, che la volontà ricopiò in lui dall’ingegno, preferì ad
ogni altra cosa l’istruire Accademie a viva voce, assistere ad opere pubbliche con
grave scommodo, e soprattutto formar gli animi della gioventù […]: riguardò in
somma come maggiore l’officio, ch’egli poteva prestare a’ presenti con i suoi fatti,
che non l’altro, che averebbe prestato a’ posteri con gli scritti (Bianchini, 1694).
Italia - Annulli Speciali 2009. Mostra
di Astronomia e astronautica. Omaggio
a Geminiano Montanari (Modena,
10/10/2009).
geminiano montanari (1633-1687)
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. uno scienziato poliedrico,
attento alle applicazioni tecniche
Geminiano Montanari, come molti altri del suo tempo, è uno scienziato poliedrico, che si occupa d’argomenti assai diversi: astronomia, idraulica, economia (studi in materia monetaria, che precorrono le teorie moderne), balistica, perfino medicina (trasfusioni del sangue). In complesso, si tratta di una
figura scientifica importante, ma poco studiata fino a tempi recenti.
Alcuni suoi studi astronomici, che hanno subito una vasta eco, riguardano
le variazioni di magnitudine della stella più luminosa nella testa della Medusa (Algol): contribuiscono a dimostrare l’insussistenza dell’antico principio
d’immutabilità ed invariabilità della volta celeste ed aprono la strada allo studio moderno delle variazioni stellari. Egli osserva le comete e misura con uno
specchio ustorio la componente termica della radiazione lunare. Nell’Astrologia convinta di falso (Venezia, 1685), combatte con decisione l’astrologia giudiziaria: sono sempre stato coerente nell’affermare sia in pubblico che in privato
che ho sempre ritenuto l’Astrologia Giudiziaria cosa falsa e vana, a guisa d’uomo
che sempre l’ho creduta insussistente.
Montanari è particolarmente versato nelle ricerche sperimentali ed intreccia costantemente il pensiero scientifico alle applicazioni tecniche. Con la
collaborazione della moglie Elisabetta Dürer, sviluppa una personale abilità
nell’ottica pratica e nella molatura delle lenti per cannocchiali e perfeziona
questo strumento con l’applicazione del reticolo micrometrico, contribuendo così all’avvento dell’astronomia di precisione. Associando al cannocchiale
la livella ad acqua di Giovanni Battista Della Porta (1535-1615), ottiene uno
strumento idoneo alle misure geodetiche (la livella diottrica). Costruisce anche apparecchi barometrici e trova la regola per la misura delle altitudini con
il barometro (1671, monte Cimone), operando contemporaneamente ad altri studiosi. Si occupa d’acustica e di vetri infrangibili, ecc.
2. la concezione di un trattato generale d’idraulica
Consideriamo ora Geminiano Montanari come idraulico. Bernardino Zendrini, nella prefazione al suo trattato (Leggi e fenomeni, regolazione ed usi delle
acque correnti, 1741), afferma che il Modenese, nelle perizie idrauliche per la
Repubblica di Venezia, calcola la velocità dei fiumi con la regola del Castelli,
ossia ammette la proporzionalità rispetto all’altezza.
Nella scrittura 15 marzo 1679 sopra lo scarico dei diversivi dell’Adige, mediante stramazzi, Montanari scrive: Perché sapranno molto bene, ch’ella è dottrina comunissima de’ Matematici ed Inge­gneri d’acque, che lo scarico dell’acque
de’ regolatori non viene mi­surato dalla misura del vanno di essi, ma dal moltiplico della lor base nel quadrato dell’altezza; onde ec. Nella scrittura circa la diversione del Sile (1683) scrive: La dottrina è dell’abate Castelli, e del Barattieri,
che soli hanno scritto della misura delle acque correnti, non arrivando ad insegnare la misura della figure o sezioni, che non siano parallelogramme; mi sono
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idraulici italiani
servito di altre mie dottrine proprie, che convengono con li principj del Castelli,
ma dimostrano anco la misura delle sezioni, che non sono regolatori: le quali a
Dio piacendo pubblicherò nel mio Trattato intitolato: Scienza d’acque correnti,
ampliato. ec.
Dunque Montanari concepisce un vasto trattato d’idraulica, che per mancanza di tempo non riesce a scrivere, e nel quale si propone di approfondire
dottrine proprie sul movimento delle acque; nell’attesa, con l’abituale prudenza, non contraddice i contemporanei (Castelli e Barattieri), che hanno già
speso molte energie per studiare un problema tanto difficile.
I pochi scritti sistematici di Geminiano Montanari in materia d’idraulica,
per quanto frammentari e incompleti, rivelano una personalità d’alto profilo: essi evidenziano il rigore del suo metodo di ricerca e anticipano sviluppi
più organici del pensiero successivo (in particolare quello del suo allievo Domenico Guglielmini). Le pubblicazioni fondamentali sono due: la prima, del
1667, riflette le esperienze idrostatiche bolognesi, discusse nell’Accademia
della Traccia; la seconda, del 1684, presenta le osservazioni sui processi di deposito e trasporto delle sabbie lungo le coste venete, per effetto combinato
dei fiumi, del mare e dell’uomo.
La lettura di questi due, pur brevi, testi rivela che Montanari è un profondo cultore, nel periodo in cui si sono formati, d’entrambi i rami storici dell’idraulica: il primo si applica a singoli problemi d’idrostatica ed idrodinamica,
con un approccio fisico-matematico di tipo deduttivo, integrato dall’esperienza; il secondo, invece, studia problemi complessi, dipendenti da un gran
numero di fattori difficilmente quantificabili, con un approccio naturalistico, che si appoggia quasi esclusivamente sull’osservazione e sull’esperienza,
richiedendo doti d’intuito (v. l’interpretazione dello sviluppo complessivo
dell’idraulica in Giulio De Marchi, nella prefazione al trattato Idraulica, Milano, 1929).
3. le esperienze d’idrostatica a bologna
Nella prima pubblicazione (Pensieri fisico-matematici sopra alcune esperienze
fatte in Bologna intorno diversi effetti de’ liquidi in cannuccie di vetro, & altri
vasi, 1667), Montanari integra gli studi di Pascal, con riferimento sia all’idrostatica sia alle azioni capillari.
Il punto di partenza è la revisione del pensiero idrostatico di Galileo e dei
suoi allievi. Si pensi che ancora nel 1665 Gianalfonso Borelli e Lorenzo Magalotti difendono, contro le giustificate critiche di Michelangelo Ricci e Ottavio Falconieri, Famiano Michelini (1604-1665), il quale nel suo trattato
Della direzione de’ fiumi (1664) sostiene che l’acqua non preme affatto o preme poco le sponde dei vasi. Poco dopo Montanari dimostra che nei liquidi
la pressione si esercita per ogni verso, e quindi anche dal basso verso l’alto e
lateralmente.
Egli inoltre cerca di ridurre per così dire, a calcolo la cagione ond’avvenisse,
che s’equilibrassero, o livellassero due vasi di diversa capacità resistendo il peso del
minore a quello del maggiore, come se eguali fossero, e perciò equilibrandosi a livello con esso. Deduce queste leggi dalla stessa struttura molecolare dei liqui-
geminiano montanari (1633-1687)
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L’Accademia della Traccia, fondata
a Bologna nel 1665 da Geminiano
Montanari, assieme all’abate Carlo
Antonio Sampieri, è un gruppo
di ricerca, nell’ambito del quale lo
scienziato modenese discute liberamente
i suoi pensieri idrostatici, sollecitando i
contributi di tutti e presentandoli come
un lavoro collegiale, come dimostra
questa lettera del 1667 di Montanari a
Sampieri.
di: Qual volta io considero i corpi liquidi, […] non so come meglio la natura loro
farmi ad intendere, quanto in figurarmeli composti di particole una dall’altra disgiunte, o staccate, nel modo che, per esempio, farebbe massa di miglio, o di qualunque sorte di grani (Montanari, 1667a). La pressione esercitata su ciascuna molecola d’acqua, ipotizzata in forma di sferetta, è quella della sovrastante
colonna d’acqua fino al livello superiore del vaso, qualunque sia la forma e la
dimensione del vaso stesso.
Galileo si era rifiutato di ammettere la viscosità dei liquidi, ipotesi che invece comincia ad affacciarsi nella mente di Montanari, in seguito alle esperienze dimostranti che i corpi gravi discendono più velocemente per l’acqua
comune che per l’acquavite e per l’olio: e primieramente non è dubbio alcuno
darsi all’acqua ed altri liquidi quella coerenza o adesione di parti, che viscosità
sogliamo chiamare (Montanari, 1667a).
Montanari raccoglie una ricca casistica sui fenomeni della capillarità: oltre
una trentina d’esperienze, fatte in Italia ed inedite nel 1667. Gli accademici
bolognesi ripetono sistematicamente tutte le esperienze, determinando l’esat-
100 idraulici italiani
ta proporzione con cui l’acqua si alza nelle fistole e formulando per primi la
legge delle altezze reciprocamente proporzionali ai raggi dei tubi capillari. Sul
fenomeno della capillarità, Montanari entra in contrasto con un altro galileiano, Donato Rossetti (1633-1686): il primo per spiegare la capillarità ricorre
alla viscosità, mentre il secondo suppone un’attrazione molecolare, che faccia
correre l’acqua al vetro.
Sulla linea delle ricerche idrostatiche si colloca l’esperimento (uno dei primi in Europa) di trasfusione del sangue, tentato ad Udine da Montanari nel
1668, immettendo sangue d’agnello nelle vene di un vecchio bracco. Il collegamento tra idraulica e medicina sarà un tema dominante nel pensiero di
Guglielmini, sostenuto dalla cultura medica di quest’ultimo.
4. lo studio sul trasporto e il deposito di sabbie
lungo le coste venete
Il secondo scritto idraulico di Montanari (Il Mare Adriatico, e sua corrente
esaminata, con la naturalezza de’ fiumi scoperta, e con nove forme di ripari corretta) risale al 1684, in forma di lettera al Cardinale Pietro Basadonna (16171684), ed è pubblicato postumo. Esso si colloca nel contesto delle esperienze venete, che è assai diverso, ma integrativo di quello bolognese: ai processi
semplificati del laboratorio si sostituiscono i processi naturali osservati dal
vivo, ossia il rapporto complesso esistente tra fiumi, lagune e mare, che lo
scienziato modenese studia in modo magistrale, anche se interrotto dalla malattia e dalla morte, lasciandoci un esempio notevole di metodo nell’affrontare queste problematiche, tipiche dell’idraulica come scienza naturale, che
dipende da un gran numero di fattori, i quali ostacolano il lavoro di sintesi.
Questo metodo sarà sviluppato in modo sistematico da Domenico Guglielmini.
Il mare Adriatico e sua corrente esaminata
(1684) è un’opera scritta negli ultimi
anni da Geminiano Montanari e
pubblicata postuma. In essa l’autore
affronta in modo originale il problema
del trasporto e del deposito delle
sabbie lungo le coste venete, al quale è
connessa la difesa dei porti. Sul tema
ritorneranno altri studiosi successi (v.
Pietro Paleocapa).
geminiano montanari (1633-1687) 101
Si è già ricordato che Montanari, nel periodo padovano dal 1678, è consultato spesso dal governo della Serenissima in questioni d’acque: le più delicate si riferiscono alla difesa delle lagune e dei porti dall’interramento, per
l’evidente interesse economico, e prima ancora strategico, da esse rivestito. La
frequenza degli incarichi indica un evidente rapporto di fiducia, evidenziato
da Bernardino Zendrini, il quale maliziosamente si chiede come mai in precedenza Galileo Galilei, che pure per molti anni era stato professore di matematica a Padova, non sia mai stato consultato dal governo su lavori idraulici,
peraltro a quel tempo molto importanti (per es. la deviazione della Brenta).
In realtà, quando Zendrini scrive il suo trattato (1741), a Venezia hanno ancora il dente avvelenato con l’allievo di Galilei, Benedetto Castelli, il quale
un secolo prima (1641), richiesto di un parere intorno allo stato della laguna, aveva contraddetto la strategia ufficiale, consistente nella diversione dei
fiumi immissari per prevenire il riempimento della laguna con le torbide: a
suo avviso l’interrimento dipendeva dalla furia del mare, non contrastata dalle correnti d’acqua dolce, deviata erroneamente dalle lagune. Sulla medesima
linea di Benedetto Castelli, peraltro sempre minoritaria, si porrà all’inizio del
Settecento Bernardo Trevisano (1652-1715), nel suo trattato Della laguna di
Venezia, contestato da Zendrini.
Sul punto cruciale dell’apporto delle torbide fluviali alle lagune, con effetti,
alla lunga, mortali, a causa del progressivo riempimento, Montanari dissente
apertamente da Castelli, non certo per compiacenza verso il Governo veneto, ma a seguito di uno scrupoloso approfondimento del problema, secondo
il suo costume. Egli scrive, infatti: Fin dai primi tempi, ch’io ebbi l’onore da
questa Serenissima Repubblica […] d’essere impiegato a consulte di pubblici rilevantissimi affari, particolarmente d’acque, m’applicai a rendermi bene informato
della natura particolare di quest’acque, loro siti, e vari movimenti, non solo con
leggere le scritture, e memorie di tutti i tempi, che intorno ad esse poteva a questo effetto procacciare, ma con indagare sul fatto, con l’oculata ispezione la verità
delle cose (Montanari, 1684).
Sul tema il matematico modenese così si esprime: E perché fra le cure più
gravi, che la Pubblica Sapienza in questa materia non perde giammai di vista,
una, e la più importante, si è la conservazione di questi Porti e Lagune, per salute della quale ha in ogni tempo, ma molto più nel passato, e nel presente secolo
profuso, e va tuttavia con Regia magnanimità profondendo tesori, e specialmente nella diversione di tanti fiumi, che portando in detta Laguna le torbide l’andavano atterrando, de’ quali ben sa l’Eminenza Vostra, che oltre il Bacchiglione
e Brenta, e tanti altri già tempo trasportati fuori di essa Laguna, e gl’importantissimi due fiumi, Piave e Sile divertiti in questi ultimi anni, ormai in essa Laguna non isboccano più altre acque dolci fuor de’ tre piccioli Torrenti, che saranno quanto prima esiliati ancor essi dalla medesima, ed altrove al Mare condotti:
onde non resterà di poi altro nimico da temersi in natura, fuori che il Mare ec.
(Montanari, 1684). I piccioli torrenti di cui parla Montanari in realtà sono
cinque (Marzenego, Dese, Zero, Meolo, e Vallio) e non furono mai divertiti,
come precisa l’abate Cristoforo Tentori nel 1792 (Della legislazione veneziana
sulla preservazione della laguna).
102 idraulici italiani
In altro luogo della medesima lettera-trattato, Montanari scrive: Siccome io
fui sempre di ferma opinione, che sia verissima e santissima la massima costante di questo Eccellentissimo Senato d’andar divertendo da questa Laguna tutti i
fiumi, che per l’avanti, non solo con le torbide l’andavano atterrando, ma con la
naturalezza delle acque medesime propagavano d’ogni intorno quei canneti, che
soliti nascere in tali paludi infettano l’aria di non so qual poco salubre esalazione,
onde sono quasi disabitate le grosse popolazioni di Torcello, e di Mazzorbo, né di
questa incontrastabile verità abbia bastato a distraermi l’aver veduto, e con ragioni per altro ingegnosissime e dotte procurato di provar il contrario, il dottissimo
e da me in ogni altra sua cosa riverito Abate D. Benedetto Castelli, onde stimo
doversi sempre benedire dalla posterità tutta le grandi applicazioni non meno che
i dispendj di tanti millioni impiegati ne’ lunghi Tagli, o sia nuovi alvei fatti al
Bacchiglione, ed alla Brenta per condurli con altr’acque più lungi, che s’ha potuto da questa Dominante, e nel divertire altresì dalla parte di Tramontana il Sile,
ed altri fiumicelli minori, il che si ha effettuato ormai quasi interamente, oltre la
diversione della Piave, e della Livenza in altre parti stabilita ec. (Montanari,
1684). Sulla stessa linea del maestro si collocherà anche Domenico Guglielmini, poco dopo il suo trasferimento a Padova al servizio della Serenissima
(v. la Scrittura segnata in Padova 17 Febbrajo 1699, nei registri del Magistrato
alle Acque, citata da Zendrini).
Si ricorda che, a suggello della linea strategica affermata a Venezia sin dal
secolo xiv, consistente nel conservare le lagune salse, deviando le acque dolci,
esisteva presso il Magistrato alle Acque la seguente iscrizione, citata da Zendrini, relativa alla diversione dei fiumi:
vt. aquarvm. imperivm. religione. et.
concordia. qvaesitvm. atqve aestvaria
haec. libertatis. sacrosancta. sedes.
vrbis. velvti. sacra. moenia. aeternvm.
conserventvr. aere. pvblico. cvratorvm
diligentia. et. severitate. amnes.
eliminati. coerciti. divisi. alio. tradvcti.
ipsiqve. mari. et. litoribvs. impositae. leges.
Nel suo trattato, tuttavia, Geminiano Montanari va oltre la concezione
tradizionale del Magistrato veneto alle acque, evidenziandone i difetti, con
un approccio scientifico affascinante, perché nella discussione compaiono
gradualmente nuovi fattori, in precedenza trascurati, che sono collegati in
forma sistematica con quelli già noti, attraverso l’attenta osservazione della
natura e la riflessione razionale. I rapporti complessi tra fiumi, lagune e mare
sono ora più chiari ed emergono anche i limiti di una politica, focalizzata si
direbbe ossessivamente sulla preoccupazione per gli effetti negativi dei corsi
d’acqua, con il risultato di mettere in ombra quelli positivi, connessi alla protezione dei porti dalle sabbie marine, operata dai fiumi che sboccano in mare
a settentrione della laguna di Venezia. Anche a questo lavoro scientifico di
Montanari sono legati aspetti pratici di rilevante importanza, i quali riguardano le modalità di diversione dei fiumi e protezione del litorale.
geminiano montanari (1633-1687) 103
Nel 1681 Montanari inizia ad osservare alcuni fenomeni singolari lungo le
coste venete: i fiumi, arrivati alla foce, piegano a sinistra nel mare, lasciando,
alla loro destra, cumuli di sabbioni, detti scanni; al contrario, i canali di comunicazione tra la Laguna e il mare, attraverso i porti, durante il riflusso piegano sempre verso destra, radunando sabbioni a sinistra.
Montanari riflette a lungo su questi fatti, finché si ricorda di aver letto nelle opere di Cristoforo Sabatino, che 100 anni prima è stato Proto-Ingegnere
del Magistrato alle Acque, e in altre memorie manoscritte di vari autori, che
nell’Adriatico ed anzi in tutto il Mediterraneo, c’è una perpetua correntia circolare, ossia un moto litorale e radente, con cui entrando l’acqua continuamente per lo Stretto di Gibilterra, dal canto della Barberia (Marocco), dopo
di avere girato tutta quanta la circonferenza del mar Mediterraneo in senso
antiorario, esce poi dalla parte della Spagna. I marinai se ne sono accorti fin
dal Cinquecento, per la diversità del tempo, che in parità dei venti e delle altre circostanze, è necessario nell’andare, e nel tornare da Corfù a Venezia: e
di qui, per sfruttare la forza della correntia, è anche incominciata la pratica di
costeggiare le rive settentrionali del mare Adriatico lungo la Dalmazia e l’Albania nell’andata da Corfù a Venezia, e nel ritorno verso Corfù le rive meridionali lungo lo Stato Ecclesiastico e il Regno di Napoli.
Montanari, come sempre prudente, non si fida di queste notizie, ma interroga la gente del posto e fa esperienze dirette, verificando che oggetti galleggianti nei corsi d’acqua (le canne tagliate nei canali) escono in mare piegando
sempre a destra, trascinati dalla correntia. Misura anche la velocità di questa,
trovando che è pari a 3-4 miglia veneziane nelle 24 ore, ossia è molto minore
Comprensorio dal litorale Adriatico
all’entroterra fino a Piove di Sacco e
Treviso, tra la foce dell’Adige e quella
di Piave Vecchio (Angelo Minorelli
13 maggio 1695, copia di mappa del
Sabbatino, 1556). Il litorale veneto è
stato oggetto dei primi studi morfologici
da parte di Geminiano Montanari nel
1684.
104 idraulici italiani
di quella dei fiumi, i quali in piena percorrono 3-4 miglia in un’ora. È dunque il gioco delle velocità dei fiumi e della corrente litoranea, che genera le
diverse forme dei depositi delle torbide osservate alle foci.
Egli ricostruisce con chiarezza i vari processi morfologici nelle loro fasi
temporali. Il fiume divertito, condotto al mare in una nuova foce, grazie alla
sua velocità, che è alquanto superiore a quella della corrente litoranea, s’inoltra con forza nel mare, lungo una linea che in pratica è perpendicolare alla
costa, intercettando la corrente proveniente da sinistra, con le relative sabbie
in sospensione: sulla destra del fiume si forma un tratto di costa privo di corrente e in queste acque tranquille inizia il deposito delle sabbie, fino al punto in cui la corrente stessa, girando al largo della foce, riprende contatto con
la costa. Le dimensioni dei cumuli di sabbioni alla destra della foce crescono
e così il fiume, trovando sempre maggiori impedimenti sulla diritta, si volge
a poco a poco dove ha più libero il corso, e finalmente arriva a stabilire una
direzione contraria a quella iniziale, piegandosi sulla sinistra della foce e lasciando sulla destra cumuli di sabbioni in forma triangolare. Nel caso in cui il
fiume venga deviato, spostando altrove la sua foce, i cumuli di sabbioni sono
progressivamente demoliti dalla corrente litoranea ripristinata.
Montanari confronta le suddette forme con quelle generate dai cosiddetti guardiani: grandi moli di palificate e pietrame, costruiti ortogonalmente
alla costa per difenderla dal mare: i sabbioni trasportati dalla corrente litoranea da sinistra a destra si fermano da principio in gran copia sulla sinistra dei
guardiani, ma perché anche alla destra rimane acqua stagnante, quelle poche
sabbie che vanno capitando da quella parte anch’esse si fermano, formando
depositi: dimodoché la differenza dal guardiano al fiume in questa parte consiste
in ciò, che amendue divertiscono bensì i sabbioni d’ambe le parti, ma il guardiano li ferma da ciascun lato, ed il fiume ferma quelli a mano destra, e porta verso
i fondi maggiori del mare quelli, che dovrebbero fermarsi sulla sinistra (Montanari, 1684).
Qualcuno avanza il dubbio che le torbide del Sile, immesse in tempo di
piena nell’alveo vecchio della Piave (deviata più a nord nel 1664), che sbocca in Adriatico nove miglia Veneziane a nord del Porto di S. Niccolò (l’accesso più settentrionale alla Laguna di Venezia) possano essere trasportate dal
mare fino al Porto stesso. Considerata la velocità media della corrente litoranea (3-4 miglia nelle 24 ore), affinché quest’evento si verifichi, è necessario il
concorso di tre condizioni: che le torbide stiano per istrada tre giorni intieri,
che in tutti i tre giorni il mare stia in fortuna, per modo che le torbide non
possano deporsi al fondo, che le tempeste del mare, e le piene del fiume siano contemporanee. Le quali circostanze combinandosi insieme troppo difficilmente, Montanari deduce che le torbide dei fiumi non hanno alcuna parte
nell’interramento di Porti così lontani, in contrasto con l’opinione degli ingegneri del Magistrato alle acque (detti con termine greco Proti).
Anzi, a ben vedere, a certe distanze dai porti, l’azione dei fiumi ha un effetto benefico per la loro protezione, simile a quello dei guardiani, ma molto più efficace nell’arresto delle torbide: i guardiani fatti a mano non possono
inoltrarsi sì avanti nel mare a tagliare il corso a’ sabbioni, quanto s’inoltra la forza d’un fiume. Lo dimostra il fatto che, dopo la deviazione dei fiumi Piave e
geminiano montanari (1633-1687) 105
Pianta topografica della città di
Venezia (1577) di Cristoforo Sabatino,
Proto-Ingegnere del Magistrato
alle Acque. Geminiano Montanari
legge nei manoscritti di Sabatino
che nell’Adriatico, ed in tutto il
Mediterraneo, c’è una perpetua correntia
circolare, ossia un moto litorale e radente
ed è questo il punto di partenza per le
sue originali riflessioni sulla morfologia
degli sbocchi fluviali, esposte nella
memoria presentata al cardinale Pietro
Basadonna nel 1684.
Livenza dai loro antichi luoghi, gli scanni di sabbioni, accumulati presso la
loro vecchia foce, sono stati a poco a poco distrutti e trasportati dal mare verso i porti di Venezia, nonostante la costruzione di numerosi guardiani. Montanari conclude dunque: io non ho dubbio veruno potersi asserire, che i fiumi,
sboccando in questi siti nel mare, servono di tanti guardiani perpetui, che senza
spesa pubblica per mantenerli, fanno continui, e ben disposti ripari a lungo di
queste spiagge, contro la corrente di queste sì pregiudiciali arene. Tale effetto è
assicurato anche dall’alveo vecchio di Piave, in cui ora il Sile scarica le piene.
Sono altresì infondate le preoccupazioni di quei Proti, i quali, per proteggere la Laguna, vent’anni prima sostenevano la necessità d’allontanare ancora
più a settentrione il fiume Piave, che ora entra nel Porto di S. Margherita, di-
106 idraulici italiani
stante 38 miglia da Venezia. Anzi, scrive Montanari: io non trovo nelle scritture dell’Eccellentissimo Magistrato, e molto meno nella memoria dei viventi, […]
alcuna prova evidente, che le torbide di Piave, avanti il 1664, pervenissero a Venezia (Montanari, 1684).
Geminiano Montanari chiude la sua breve ma bella memoria, con una frase, che sembra quasi un testamento (quando scrive, è già stato offeso dall’apoplessia!) e rivela l’altezza morale di un uomo di scienza scrupoloso e modesto, consapevole della grande complessità della natura e della fatica necessaria
per acquisirne la conoscenza, amante sempre della verità e pronto a cambiare, se necessario, le proprie precedenti opinioni: Tanto fin’ora ho da poter dire
all’Em. V. su questa materia, nella quale non dubito punto, che continuando l’osservazioni, e le diligenze negli anni seguenti, se Iddio mi concederà vita, e salute,
potrò andare scoprendo molte cose di più, e come che ho fissa nella mente la massima, che la vera gloria d’un uomo di studio stia nella verità, e perciò unicamente
ho quella per oggetto di tutte le mie preoccupazioni, posso accertare l’Em. V. che
niuna affezione alle mie qualunque sieno opinioni, m’offuscherà, a Dio piacendo
sì fattamente la vista, ch’io non sia per lasciar prontamente la strada delle fin qui
credute vere mie considerazioni; sicché io non sia sempre per istradarmi, ove per
miglior lume di verità m’additassero le nuove osservazioni (Montanari, 1684).
5. la critica alle palificate verticali
Nella Scrittura di Geminiano Montanari circa la diversione del Sile (1683) e
soprattutto nel commento che ne fa Bernardino Zendrini nel suo Trattato
Leggi e fenomeni, regolazioni ed usi delle acque correnti (1741), conosciamo un
aspetto particolare dell’esperienza di Montanari come ingegnere idraulico,
ossia la critica alle palificate verticali, allora molto diffuse come opere di riparo spondale ed esposte all’attacco rovinoso dei vortici.
Scrive Zendrini: il celebre Geminiano Montanari, in certe sue scritture sopra
le acque, esaltava sopra di ogni altra cosa, per ovviare alle Corrosioni ed intacchi,
che i fiumi fanno alle Rive, i Ripari piantati obliquamente, anzi si espresse di
pensare al modo di figere anco obliquamente i pali, ben conoscendo che la perpendicolarità di questi serve molto ad accrescere i sconcerti dei fiumi invece di toglierli […]. Montanari preferiva alle Palificate a piombo le inclinate, conoscendole
come più resistenti e valevoli ad impedire la produzione de’ Vortici, tanto dannosi
alla consistenza delle Rive di ogni fiume (Zendrini, 1741).
Per rimediare alla formazione dei vortici, occorrerebbe dunque realizzare palificate oblique, ma lo scienziato modenese riconosce la difficoltà, con i
metodi dell’epoca, di piantare testa a testa lunghi pali inclinati e con altezza
sufficiente a difesa delle Rive e quindi, in attesa della maturazione di nuove
tecnologie, concepisce, in alternativa, un altro Riparo, costituito da un’Armatura di tavoloni, inclinata a scarpa e sorretta da una Palificata verticale: Il
Montanari, come quello, che ben conobbe la difficoltà di piantar i pali inclinati
talmente, ch’essi e stessero testa con testa, e fossero sì lunghi, che attesa l’obliquità del conficcarli, pur anco riuscissero a quell’altezza, che fosse necessaria a difesa
delle rive, pensò ad un’altra foggia di Riparo, che lo stesso effetto producesse, me-
geminiano montanari (1633-1687) 107
diante certi Tavoloni da esser collocati in declive sopra due o tre linee di basse Palificate piantate a piombo (Zendrini, 1741).
Di questa struttura parla lo stesso Montanari nella Scrittura per l’affare del
Sile: Stimo bensì conferente l’armare di buoni tavoloni a scarpa la Riva del Taglio nuovo appresso l’imboccatura con pali sotto l’armatura per maggior fortezza
ed appoggio delle tavole, essendo questo il luogo, che sarà più esposto alle correnti,
e per mio senso in questa piegatura questa Armatura di tavole a scarpa alle Rive
opposte alle correnti è il più sicuro difensivo, che possa applicarsi (Montanari,
1683).
L’Armatura di tavole a scarpa,
progettata da Geminiano Montanari,
in sostituzione delle abituali Palificate
verticali, per ovviare alla formazione di
Vortici. La figura è tratta da Zendrini,
1741 (Tav.VI, figura 7).
domenico guglielmini
La vita
Subito dopo la morte di Domenico Guglielmini, nel 1710 Bernard de Fontenelle, segretario dell’Accademia delle Scienze di Parigi, di cui egli era membro, secondo la consuetudine ne scrive l’elogio. Giambattista Morgagni
(1682-1771), curatore dell’opera omnia di Guglielmini nel 1719, vi premette una vita dell’autore in latino. Sempre in latino è la vita scritta da mons. Angelo Fabroni (1774), nella sua raccolta Vitae Italorum Doctrina excellentium.
Il trattato magistrale di Guglielmini Della natura de’ fiumi continua ad essere
pubblicato fino alla prima metà dell’Ottocento da una casa editrice milanese
e contiene una vita dell’autore curata da Gabrio Piola. Nel Novecento anche
Giulio De Marchi (1947) scrive una biografia di Guglielmini. Studi più recenti sulla figura di Guglielmini idraulico sono dovuti a V. Pallotti (1983) e
C. Maffioli (1987).
1. la formazione come medico e matematico
Domenico Guglielmini nasce a Bologna il 27 settembre 1655, da famiglia di
lontana origine novarese. Dopo un iniziale periodo, in cui si disperde tra vari
studi, decide di dedicarsi alla matematica ed alla medicina, studiando la prima con Geminiano Montanari (1633-1687) e la seconda con Marcello Malpighi (1628-1694) ed è molto apprezzato da entrambi i suoi maestri: negare solebat Montanarius, praeclariore, aut promptiore in genio novisse quendam
(Morgagni, 1719). Diventa membro dell’Accademia della Traccia o dei Filosofi, fondata da Montanari, con un’impostazione filosofico-sperimentale.
Si laurea in medicina nel 1678 ed inizia a praticare questa professione, che
non abbandonerà mai, ma continua a studiare matematica.
L’anno successivo gli viene concessa la lettura onoraria di matematica. I
suoi primi scritti matematici riguardano l’astronomia (comete, eclissi), ma
poi si volge decisamente verso lo studio dell’idraulica, dove ottiene rapidamente importanti riconoscimenti. Questo interesse appare già evidente nella
lettera scritta in data 15 settembre 1680 a Geminiano Montanari, in cui richiama la tradizione emiliana degli studi d’idraulica, idrometria e regolazione delle acque (rappresentata, tra gli altri, da G. D. Cassini, G. B. Barattieri,
G. B. Riccioli e dallo stesso Montanari) ed afferma l’importanza, per la legge del movimento negli alvei, della pressione esercitata dall’acqua. Nel 1681,
l’Assunteria di Confini ed Acque lo nomina teorico matematico, da affiancare al pubblico perito Camillo Saccenti nelle misurazioni di verifica, relative a
una proposta avanzata da Ferrara per il ripristino della navigazione tra Bologna e Ferrara.
2. sovrintendente alle acque del bolognese
Nel 1686 Guglielmini vince il concorso per la nomina a Sovrintendente alle
acque del Bolognese (Ufficio in precedenza ricoperto da Giandomenico Cas-
110 idraulici italiani
sini), confrontandosi col modenese Geminiano Rondelli (1652-1735). Tra il
1686 e il 1691, svolge un’intensa attività d’informazione e mediazione tra le
città di Bologna e Ferrara per ripristinare la navigazione tra le due città e per
risolvere la questione del Reno.
Bernard le Bovier de Fontenelle (1657-1757) scrive che egli prendeva molto
sul serio l’incarico di Sovrintendente, a differenza di tanti, che s’impegnano poco
in siffatte commissioni: M. Guglielmini eut cette délicatesse assez rare de regarder sa
Commission de Surintendant des Eaux, non comme une de ces Commissions dont on
s’acquitte toujours assez bien avec quelques connoissances ordinaires, et ou il suffit de
ne rien gâter, mais comme un engagement sérieux à tourner ses principales pensées de
ce côté-là, et de servir le Public a toute rigueur (Fontenelle, 1710).
Senza nulla togliere allo straordinario impegno di Guglielmini in tutto
quello che faceva, lo scrittore francese non sembra conoscere bene la situazione italiana. Occorre distinguere tra la partecipazione saltuaria a Commissioni consultive, dove basta consegnare una relazione, e l’incarico di Sovrintendente alle acque, svolto continuativamente in un lungo intervallo di tempo,
sotto l’occhio vigile del Sovrano (per il quale gli affari d’acque hanno spesso
rilevanza politica) ed esposto alle critiche dei numerosi concorrenti, dentro e
fuori la propria patria. La tradizione italiana di questi incarichi, nel Seicento
e nel Settecento, è caratterizzata da un notevole e faticoso impegno personale,
vissuto talvolta con sofferenza da professori-ingegneri, portati allo studio ed
alla ricerca e costretti spesso ad essere più ingegneri che professori.
3. professore di matematica a bologna
la polemica con dionisio papino
Nel 1690 Guglielmini è nominato professore di matematica presso l’Università di Bologna e nello stesso anno pubblica il suo primo trattato Aquarum fluentium mensura, che lo fa conoscere in Europa. Nel 1691 il trattato
è recensito da Leibnitz negli Acta eruditorum Lipsiae; seguono poco dopo le
note critiche del matematico e fisico francese Dionisio Papino (Denis Papin, 1647-1714), il quale all’epoca copre la cattedra di matematica e fisica
di Marburgo. S’innesca una lunga polemica, i cui termini sono esposti da
Guglielmini in quattro Lettere (1691-1697), indirizzate a Goffredo Leibnitz
(1646-1716), presidente dell’Accademia delle scienze di Berlino e ad Antonio
Magliabechi (1633-1714), bibliotecario del Granduca di Toscana. Sulla contesa si esprimono anche altri scienziati. Sul piano scientifico, fondamentale
appare il rapporto tra Guglielmini e Leibnitz, che si sono conosciuti durante la visita del secondo a Bologna nel 1689, dopo la quale intrattengono una
corrispondenza su vari temi (efflusso dalle luci, teoria dei sali, ecc.).
4. successo nella controversia sul fiume reno.
la cattedra d’idronomia
Nel 1692 Guglielmini affronta una prova cruciale, essendo chiamato quale
perito in difesa di Bologna nella controversia con Ferrara sulla questione del
Reno (si vedano le biografie di Giambattista Aleotti, Benedetto Castelli, Ni-
domenico guglielmini (1655-1710) 111
colò Cabeo), alla presenza dei Cardinali Ferdinando D’Adda (1650-1719) e
Francesco Barberini (1662-1738), inviati dal Papa Innocenzo xii. Vengono
confrontati cinque progetti, di cui il primo sostenuto dai Bolognesi: 1. Introduzione del Reno nel Po Grande, 2. Diversione del Reno dal Trebbo allo
sbocco in mare del Savio, 3. Introduzione del Reno nel Po di Primaro, 4. Introduzione del Reno nel Po di Volano, 5. Diversione del Reno di valle in valle, attraverso un nuovo alveo fino al mare.
Il prestigio acquisito da Guglielmini e il suo straordinario impegno nella
controversia giocano a favore della tesi bolognese: nel 1693 la relazione dei
Legati pontifici è favorevole all’introduzione del Reno nel Po Grande ed a
Guglielmini è affidato anche l’incarico di progettare i lavori idraulici da eseguire nei territori di Ferrara e Ravenna. È comprensibile l’entusiasmo del Senato di Bologna, che nel 1694 lo premia, creando per lui una cattedra d’Idrometria, la prima in Europa. Viene così riconosciuta come scienza una
disciplina, che in precedenza era stata considerata parte delle matematiche
miste, e complessivamente sottovalutata rispetto alla tecnica e pratica delle
acque, già da tempo affermate in Italia.
Le scritture di Guglielmini nel biennio 1692-93 (una cinquantina di documenti), in occasione della visita dei Legati pontifici, poi pubblicate nella
collana fiorentina di autori che trattano del moto delle acque, possono essere suddivise in due gruppi: alcune contengono il suo pensiero sopra ciascuno
dei cinque progetti proposti e, benché talvolta presuppongano altre scritture
di chi era di diverso parere, non sono articolate in forma di risposta puntuale e si possono leggere indipendentemente; altre invece rispondono punto per
punto agli scritti degli avversari, in una contrapposizione serrata di argomentazioni. Nel 1693 viene richiesto anche il parere epistolare di Gian Domenico
Cassini (1625-1712), predecessore di Guglielmini e da anni residente a Parigi.
A sinistra, ritratto di Denis Papin
(1647-1714), matematico francese,
raffigurato con il disegno della macchina
a vapore, che lo rese celebre. A seguito
delle critiche al suo trattato Aquarum
fluentium mensura (1690), Domenico
Guglielmini ha una lunga polemica col
Papin (chiamato Dionigio Papino), in
cui interviene anche il tedesco Goffredo
Leibnitz (1646-1716), raffigurato
a destra (ritratto della biblioteca di
Hannover).
112 idraulici italiani
Corso del Reno ed altri fiumi che inondano
il piano di Bologna, Ferrara e Romagna,
con la linea o taglio da regolarli, dedicata
alla S. di N. Sign.re Innocenzo xii dal P.
Antonio Ambrosini da Decimo, l’anno
1698 (Ambrosini da Decimo, Biblioteca
Ariostea di Ferrara, serie xvi-78).
La mappa rappresenta la situazione
idrografica del territorio tra Bologna
e Ferrara all’epoca in cui Domenico
Guglielmini, come Sovrintendente alle
acque del Bolognese, produce una mole
notevole di documenti, che determinano
il parere favorevole a Bologna, nella
contesa con Ferrara, da parte della
Commissione Barberini-D’Adda (1693).
A seguito della fama acquistatosi, Guglielmini è chiamato a curare
importanti lavori d’idraulica per varie città padane: Cremona, Mantova,
Modena e soprattutto Piacenza, dove progetta opere d’arginatura del Po:
Quam vero iis scriptis de sua in Mathematicis praestantia opinionem excitaverat,
opere (quod difficilius est) confirmavit [...] Padum autem flumen a Placentiae
moenibus, quibus magis magisque imminebat in dies, objectis molibus repulit
(Morgagni, 1719).
5. nascita dell’idraulica fluviale come scienza
Il culmine come scienziato idraulico è raggiunto nel 1997, con la pubblicazione del suo trattato più importante Della natura dei fiumi, che è considerato il fondamento dell’Idraulica fluviale moderna e raccoglie i frutti dei lavori
e delle riflessioni di un decennio intenso d’applicazioni idrauliche. Il trattato
raggiunge subito una notorietà europea e rimane un punto di riferimento per
domenico guglielmini (1655-1710) 113
lunghissimo tempo. Leibniz, scrivendo a Giovanni I Bernoulli per invitarlo a
studiare il moto delle acque, gli consiglia di leggere le opere del Guglielmini.
Nel 1739, Eustachio Manfredi (1674-1739), allievo di Guglielmini, pubblica
un’edizione critica del trattato, la quale in seguito sarà ristampata più volte.
Fontenelle considera il trattato Della natura dei fiumi come il capo d’opera
(chef d’oeuvre) dello scienziato italiano, e scrive: M. Guglielmini avoit porté la
Science des Eaux plus loin qu’elle n’avoit encore été, du moins en Italie (Fontenelle, 1710). Quel du moins gli scappa come riflesso automatico della grandeur francese ed è chiaramente di troppo: se il capo d’opera di Guglielmini
ha una rilevanza solo italiana, non si capisce perché l’anno prima (1696), lo
scienziato italiano sia stato associato all’Accademia francese. Subito dopo,
Fontenelle raddrizza il tiro, ammettendo francamente: Un Physicien ordinaire
ne doutera peut-être pas qu’il ne connoisse suffisamment la nature des Rivières;
mais après avoir lu le Livre de M. Guglielmini, il demeurera convaincu qu’il ne
la connoissoit point. Ancora a metà del Novecento, Giulio De Marchi, ricordando i principi fondamentali per la sistemazione dei corsi d’acqua, enunciati dal gran bolognese, nel suo magistrale trattato, scrive: poco ad essi hanno saputo aggiungere i due secoli e mezzo ormai trascorsi da quando il trattato
vide la luce (De Marchi, 1947).
6. il restauro della meridiana di s. petronio
Guglielmini, anche nel periodo di massima concentrazione negli studi e nei
lavori sulle acque, si permette qualche distrazione, non resistendo al richiamo dell’astronomia, che lo affascina dagli anni giovanili, quando è allievo di
Montanari.
Nel 1695 Gian Domenico Cassini, da tempo emigrato in Francia (dove
fonda una dinastia di astronomi), ritorna a Bologna per restaurare la famosa
Meridiana di S. Petronio, che ha costruito 40 anni prima e Guglielmini collabora con lui, stendendo una memoria delle operazioni eseguite; in seguito
egli si servirà a lungo di questo strumento per osservare i movimenti del sole e
della luna. Il rapporto con Cassini consente a Guglielmini di essere ammesso
nel 1696 tra i membri associati dell’Académie royale des sciences; seguirà l’anno dopo l’associazione alla Royal Society di Londra. Si noti che, nel periodo
bolognese, Guglielmini sostiene anche il faticoso incarico di compilare il Calendario Astronomico-Medico e continua ad esercitare privatamente la professione di medico, che gli consente d’integrare le entrate e mantenere la famiglia (è sposato con un figlio e tre figlie, di cui due diventeranno monache).
7. professore d’astronomia e matematica a padova
Nel 1698, Guglielmini lascia Bologna, sembra a causa di forti dissensi tra i
professori bolognesi, che turbano il suo spirito pacifico, accettando l’invito
della Repubblica di Venezia, la quale gli offre lo stipendio di mille fiorini come
professore a Padova, nella cattedra d’astronomia e di matematica. La città di
Bologna non vuole perderlo completamente e, desiderando che almeno di
nome appartenga ancora alla sua Università, gli mantiene il titolo di professo-
Ritratto di Gian Domenico Cassini
(1625-1712), celebre matematico e
astronomo, che insegna a Bologna, dove
costruisce la Meridiana di S. Petronio.
Dal 1665, come Sovrintendente alle
acque, si occupa anche di sistemazioni
idrauliche. Nel 1669 è chiamato dal
Re Sole in Francia, dove fonderà una
dinastia d’astronomi, ma continua a
collaborare con Bologna e in particolare
con Domenico Guglielmini, suo
successore.
114 idraulici italiani
Le fortificazioni di Castelnuovo di
Cattaro (attuale Kotor nella Repubblica
di Montenegro), restaurate da
Domenico Guglielmini nel 1700 per
incarico della Repubblica di Venezia,
dopo la riconquista della città, strappata
ai Turchi.
re onorario, collo stipendio per le effemeridi astronomiche e per il calendario
astrologico di ciascun anno; conserva anche l’incarico di Sovrintendente alle
acque, fino al 1704, quando gli subentra l’allievo Eustachio Manfredi.
La Serenissima non lascia a lungo lo scienziato bolognese nelle tranquille occupazioni universitarie, perché, secondo il costume dell’epoca, i docenti
di matematica sono chiamati anche a collaborare con lo Stato in opere d’ingegneria di rilevante interesse pubblico: nel 1700 è inviato in Dalmazia a restaurare le fortificazioni di Castelnuovo nel golfo di Cattaro (oggi Montenegro), da poco conquistato ai Turchi e qualche tempo dopo in Friuli, dove un
torrente minaccia la città - fortezza di Palmi (Palmanova). L’amore di Guglielmini per il bene pubblico fa sì che egli si assoggetti di buon grado a tutti
questi viaggi e fatiche, anche se lo distolgono dallo studio.
8. professore di medicina a padova
Nel 1702, Guglielmini muta la cattedra di matematica (in cui subentra, anche per sua indicazione, il basilese Jacopo Ermanno) con quella di medicina,
materia alla quale da allora dedica in prevalenza il suo impegno scientifico,
con numerose pubblicazioni, pur continuando a fornire pareri idraulici. Secondo Fontenelle, questa decisione, presa dopo l’esercizio ininterrotto della
medicina a solo titolo privato per un ventennio, è motivata dal suo desiderio
di servire al pubblico bene: Peut-être l’envie de servir le Public de toutes les manière dont il le pouvoit servir, le fit-elle retourner à la Médecine, qu’il sembloit
avoir sacrifiée aux Mathématiques (Fontenelle, 1710).
La sua fama come medico fa sì che gli sia offerta la carica di primo Medico
presso il Granduca di Toscana e sia consultato in varie parti d’Italia, per malattie difficili; cura anche l’edizione postuma di tutte le opere del suo maestro
domenico guglielmini (1655-1710) 115
di medicina Marcello Malpighi. Collegati in parte alla medicina, si sviluppano i suoi studi sulla chimica, la quale da poco tempo ha abbandonato l’alchimia, con notevoli risultati per la fondazione della cristallografia moderna,
basati sull’osservazione al microscopio (v. il libro De Salibus Dissertatio Epistolaris Physico-Medico-Meccanica).
Questi scritti fanno sì che Domenico Guglielmini sia oggi ricordato come
una figura eminente da tre categorie di scienziati: idraulici, medici e chimici.
Si consideri che, nella prefazione al trattato Misura delle acque correnti (1690),
compare un vastissimo programma di ricerca, che va dal moto dell’acqua nei
fiumi a quello dei fluidi nei vasi sanguigni: lo studio del corpo idraulico e del
corpo umano deve avvalersi di metodi simili; è un’intuizione che secoli dopo
sarà sviluppata da un altro medico-idraulico, il francese Jean-Louis-Marie
Poiseuille (1797-1869), con i suoi studi sul moto dei liquidi viscosi. I vari
settori di ricerca sono quindi collegati tra loro in un programma ambizioso, che la morte non consente di sviluppare completamente. L’astronomia si
deve invece considerare come un passatempo del tenace scienziato bolognese.
9. un uomo distrutto dall’eccesso di lavoro
Nell’ultimo periodo della sua vita, non cessano le consulenze ed anche le riflessioni idrauliche. Nel 1709, poco prima di morire, per richiesta della città
di Bologna, scrive una relazione sopra l’inalveazione delle acque del Reno e
del resto dei torrenti del Bolognese e della Romagna. Sappiamo che, dopo il
1697, egli lavora alla seconda parte del Trattato Della natura dei fiumi, rimasta in parte manoscritta alla sua morte e disgraziatamente perduta.
Secondo le unanimi testimonianze, il fisico di Guglielmini, pur robusto,
è minato dall’eccesso di lavoro. Verso la fine del 1709 è colto da vertigini,
convulsioni e delirio ed è obbligato a sospendere le lezioni; ma anche spossato dalla malattia, non cessa di studiare, nonostante gli ammonimenti e le
preghiere degli amici, riprendendo i libri che tiene nascosti sotto il cuscino,
quando quelli se ne vanno: neque in gravissimo, quo confectus est, morbo Amicorum monitis praecibusque potuit adduci, ut libros seponeret, quos pulvino subditos, illis discedentibus, sumebat in manus (Morgagni, 1719). Dopo otto
mesi di sofferenze, muore a Padova il 12 luglio 1710, a soli 54 anni. È sepolto
nella Chiesa di S. Massimo con la seguente iscrizione:
hic iacet
dominicvs gvglielmini
bononiensis
in - patavino - gymnasio
pvblicvs theoricae medicinae
professor primarivs
obiit die xii ivlii mdccx
aetatis svae liv
Poco dopo, l’amico abate Felice Viale gli fa erigere un sontuoso monumento nella Basilica di Sant’Antonio a Padova, con un lungo elogio.
116 idraulici italiani
10. la personalità
L’aspetto fisico di Guglielmini è così descritto da Gabrio Piola (che riprende
il testo latino di Morgagni): Fu di alta statura, ma negli ultimi anni alquanto
incurvata, di membra ampie e robuste; avea gli occhi neri e vivaci, folti e contratti i sopraccigli, e alcun poco fosco e livido il colorito (Piola, 1852).
Secondo Fontenelle, la vita ritirata d’uomo di studio gli conferiva un aspetto un po’ rude e selvatico, per lo meno agli occhi degli estranei: Il avoit cet extérieurs que le Cabinet donne ordinairement, quelque chose d’un peu rude et d’un
peu sauvage, du moins pour ceux à qui il n’étoit pas accoutumé (Fontenelle,
1710). Gabrio Piola descrive in modo simile quest’ambivalenza del carattere di Guglielmini, brusco con gli uomini di mondo ed affabile con gli amici
che condividevano i suoi interessi scientifici: Era il carattere di Domenico Guglielmini quello di un uomo franco e leale, quanto nemico di quelle affettazioni
che rendono ad un filosofo nojosa la compagnia delle persone oziose e galanti, altrettanto sensibile alla vera e soda amicizia. Alcuni di que’ cervelli leggeri e sventati […] si vendicarono del disprezzo in cui teneva il Guglielmini i loro riti e le
loro frivolezze col farlo passare per uomo di ruvide maniere e di zotica vita. Ma
tale egli non era veracemente: ché se il suo aspetto era composto in aria grave ed
anche severa, piacevolissimo riusciva il suo tratto e affabile il suo discorso (Piola, 1852).
Piola esalta la straordinaria laboriosità di Guglielmini: Ognuno crederebbe
che sotto il peso di tante incombenze affaticata fosse e quasi oppressa l’attività di
quest’uomo. Ma di essa convien farsi un’idea ben superiore all’ordinario. Non solo
egli compiva con esattezza tutti i suoi doveri, ma trovava il tempo di attendere di
notte alle osservazioni astronomiche […] Sempre occupato, sempre instancabile,
egli non negava l’opera de’ suoi talenti a chiunque gliene avesse fatta ricerca: e con
una pieghevolezza invidiabile passava d’uno in altro argomento disparatissimo,
per esempio, dalle materie d’idraulica a quelle delle ossa petrificate degli elefanti
[…] Quando i suoi amici lo pregavano a rallentare per qualche momento quel
suo metodo di trarre i giorni in incessante lavoro, e l’esortavano a darsi a studi
più giocondi, a cedere alle domestiche dolcezze; ei soleva rispondere colla gravità
di un Greco o di un Romano, che vivea per la patria, e che voleva servire la patria anche colla perdita de’ comodi e della salute (Piola, 1852).
In coerenza con il suo carattere, Guglielmini conduceva uno stile di vita
sobrio, anche per i limiti delle sue entrate, almeno fino agli ultimi anni della
sua vita e gli oneri famigliari: Il filosofo tanto benefico che col frenare un solo torrente salvava immense sostanze, era per ordinario corrisposto di assai bassa mercede, ed ebbe più volte a soffrir disagio in un sistema di vivere, non dirò alieno
dal lusso, ma inferiore ben anco alla comune coltura e pulitezza (Piola, 1852).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Eustachio Manfredi, nel suo commento al trattato magistrale del maestro
(1739), afferma che negli scritti di Guglielmini si distinguono due diverse
scienze: una intorno alle Acque, e l’altra intorno agli Alvei dei fiumi. Nella
prima (sviluppata soprattutto nel Trattato Misura delle acque correnti, 1690),
Medaglione in onore di Domenico
Guglielmini, coniata dalla cttà di
Bologna.
domenico guglielmini (1655-1710) 117
l’autore interviene ad ampliare o correggere una scienza che si è già in precedenza formata, con Castelli, Torricelli e Mariotte, a partire dall’insegnamento
di Galileo. Della seconda (Trattato Della natura dei fiumi, 1697) invece è il
fondatore, poiché prima di essa si avevano poche cognizioni, lontane dall’essere legate con un metodo che le facesse discendere da principi generali; il suo
approccio richiama quello medico-naturalistico appreso da Malpighi, poiché
egli anatomizza l’alveo dei fiumi, per usare la sua stessa espressione. Va però
rilevato che lo stesso Guglielmini riconosce l’importanza dei trattati di Giambattista Barattieri (1656) e Famiano Michelini (1664), che hanno preceduto
il suo; questo, ai nostri occhi, appare come il capolavoro, che corona un lungo processo di maturazione scientifica, da parte della scuola idraulica italiana.
Su questo doppio indirizzo della scienza delle acque (fisico-matematico
il primo, medico-naturalistico il secondo, si veda anche Giulio De Marchi
nella prefazione al suo trattato d’idraulica (1929). Già agli occhi di Manfredi, il contributo di Guglielmini allo sviluppo dell’idraulica come scienza fisico-matematica, fondata da Castelli e Torricelli, è alquanto inferiore al merito
storico di aver fondato l’idraulica naturalistica. Si osserva che storicamente,
nel Settecento, la scuola idraulica italiana perde il primato nella prima, ma
conserva a lungo quello nella seconda forma di scienza delle acque; basti pensare che la scuola idraulica francese, erede e rivale di quella italiana, soltanto
nell’Ottocento, con Louis Fargue (1827-1910), svilupperà l’idraulica fluviale
secondo l’indirizzo di Guglielmini.
1. il contributo all’idraulica fisico-matematica
Nella prefazione al suo primo trattato Misura dell’acque correnti, lo scienziato bolognese formula un vasto programma di studi idraulici e preannuncia i
libri, che prevede di scrivere negli anni successivi. I suoi interessi sono vastissimi, perché vanno dal moto dell’acqua nei fiumi a quello dei fluidi nei vasi
sanguigni, a cui si sente chiamato dalla sua professione medica. Il quadro della scienza idraulica alla fine del Seicento, che emerge dalla sua valutazione, gli
appare modesto: Subito che rivolsi il pensiero a ben conoscere la misura dell’Acque Cor­renti, io mi posi, come ognun suol fare, ad esaminare con ogni più avida premura tutto ciò, per quanto potei, che era stato scritto da altri Au­tori sopra
questa scienza, per penetrarne il loro metodo, e le dimostrazioni. Poca pena però
mi costò lo scorrere i loro Trattati, poiché pochi, e brievi essendo, non poterono occuparmi, che poco (Guglielmini, 1690).
Nell’Idrometria Guglielmini, dopo essersi dedicato a perfezionare lo studio dell’efflusso dalle luci secondo la legge di Torricelli, che vuole la proporzionalità tra la velocità media e la radice quadrata dell’altezza, applica ai corsi
d’acqua la stessa legge, abbandonando quella di Castelli, che stabiliva la proporzionalità tra velocità ed altezze.
Egli cerca la conferma della nuova legge generale ipotizzata, attraverso misure dirette di portata, con un ingegnoso dispositivo, costituito da una palla
a pendolo sospesa ad un filo e da un quadrante, che consente di leggere l’angolo di deviazione dalla verticale. I risultati appaiono molto contrastanti ed
egli è costretto ad ammettere che la legge del movimento negli alvei gli sfug-
118 idraulici italiani
Il frontespizio del primo trattato
idraulico di Domenico Guglielmini
(Aquarum fluentium mensura nova
methodo inquisita, 1690).
ge: Quindi è che incominciai a fare delle esperienze ne’ vasi, ne’ condot­ti, e ne’
canali, ec. per assicurarmi se le velocità crescessero in ragione dell’altezze, ovvero
in ragione delle radici delle medesime; e ne’ vasi per vero dire trovai, aver luogo
quest’ultima proporzione; quantunque da ambedue le sopraddette molto differente io trovassi la ragione delle velocità nelle sezio­ni de’ canali; lo che mi persuase a
credere sicuramente, che la velocità spessissime volte da ogni altra cagione dipende, che dall’ altezza dell’ acqua nelle sezioni (Guglielmini, 1690).
2. la fondazione dell’idraulica fluviale
come scienza naturale
Nella prefazione al trattato Della natura de’ fiumi (1697), Domenico Guglielmini fa il punto della situazione delle scienze fisiche in generale, e dell’i-
domenico guglielmini (1655-1710) 119
draulica in particolare, alla fine del Seicento. Egli parte da una constatazione:
dacché si è iniziato ad indagare sulla grandezza, la figura e il moto degli effetti naturali, la matematica e la fisica non sono più separate, ma pur avendo
lo stesso oggetto, negli ultimi tempi la matematica è progredita moltissimo,
mentre la fisica è rimasta arretrata: sebbene restano occupate, l’una, e l’altra di
queste due scienze, in trattare dell’oggetto medesimo, nulladimeno la matematica
si è tanto avanzata, e tutto ’l giorno così va avanzandosi, che sembra di non aver
limiti alla sua estensione, ove al contrario, la fi­losofia naturale, abbenché nel secolo presente abbia fatto qualche progresso, contuttociò resta così indietro, come se
non avesse alcuna connessione colla matematica suddetta (Guglielmini, 1697).
Guglielmini riconosce che i pochi progressi fatti dalla fisica sono dovuti
all’attenzione di coloro, che hanno saputo applicare a suo vantaggio le regole
della geometria e della meccanica, ma prende subito le distanze dai matematici, i quali, per amore della perfezione astratta, al contrario dei fisici, spesso
trascurano infastiditi la complessità del reale: i mattematici, gelosissimi dell’evidenza delle proposizioni, richiedono ne’ loro supposti una perfetta astrazione
da tutto ciò, che può alterare le conseguenze delle dimostrazioni, il che per fare,
assumo­no delle idee puramente intellettuali, nelle quali non cade alcuna, benché
menoma imperfezione […] ed infatti non so­no state ricevute nel numero delle
matematiche, anche miste, se non quelle scienze, che hanno un’ oggetto assai semplice, le cui affezioni dipendono, o da una sola, o da poche cagioni (per es. l’ottica, la meccanica, l’astronomia); e che ponno essere poco mutate dalle re­sistenze, e
dall’impurità della materia (Guglielmini, 1697). Evidentemente non è questo il caso dell’idraulica, disciplina tra le più complesse, che moltiplicando i
dati del reale, di cui occorre tener conto, accresce la difficoltà di calcolare gli
effetti e le regole con cui opera la natura: essa quindi è giudicata astrusa e tende ad essere trascurata da molti matematici.
Guglielmini, che è anche medico, paragona i fiumi ad esseri viventi, con la
stessa difficoltà di collegare cause ed effetti, pronosticando e curando i mali,
a causa dell’enorme complessità della vita: può intervenire sempre qualche
nuova circostanza, che altera il risultato rispetto alle precedenti osservazioni.
Chiaramente, egli è e si sente essenzialmente un fisico, che intende approfondire, con tutte le sue forze, la complessità della natura, ma è ben consapevole dell’importanza di associare alla fisica la matematica: L’opera, che ora do in
pubblico sopra la Natura de’ fiumi è un trattato fisico per quello, che risguarda
l’oggetto, che nemmeno è de’ più semplici; ma il medesimo, rispetto al modo della
con­siderazione, non lascia di appartenere in qualche maniera alle matematiche.
Data l’arretratezza della ricerca nel settore, ma entro certi limiti la stessa natura del tema, il lettore non deve aspettarsi la massima precisione: avete dunque
da prefiggervi nella mente, di non aspettare da me, né in tut­te le dimostrazioni,
quel rigore, che di ragione esigereste da un geometra, né in tutte le proposizioni,
quell’universalità, colla quale sono proferite asserzioni più astratte (Guglielmini, 1697).
Il trattato Della natura de’ fiumi è diviso in 14 capitoli. I primi quattro contengono le definizioni e le nozioni preliminari sull’equilibrio dei fluidi, sulle
origini delle sorgenti e dei fiumi, sulla denominazione delle varie parti di un
La palla a pendolo di Guglielmini: la
misura, con il quadrante graduato,
degli angoli d’inclinazione rispetto
alla verticale di un filo legato alla palla
immersa nell’acqua, a diverse profondità,
consente di risalire al rapporto tra
le rispettive spinte idrodinamiche
sulla palla e da questo al rapporto tra
le velocità dei filetti liquidi; questo
tachimetro idraulico sarà il più diffuso in
Italia fino all’inizio dell’Ottocento.
120 idraulici italiani
Il frontespizio del secondo e maggiore
trattato idraulico di Domenico
Guglielmini (Della natura de’ fiumi,
1697), che fonda l’idraulica fluviale
come scienza.
fiume e sul principio del moto nelle acque correnti secondo la legge di gravità.
Il capitolo 5 (della situazione del fondo dei fiumi, cioè delle profondità, larghezze, e declività de’ medesimi) ha un’importanza centrale, perché ivi l’autore
rappresenta l’alveo come il risultato dell’equilibrio tra varie forze e resistenze,
equilibrio che può turbarsi momentaneamente, ma viene poi a poco a poco
ristabilito, per una tendenza permanente in tutti gli alvei verso tale stato; questa concezione feconda, che consentirà in seguito alla scienza idraulica di progredire anche nella teoria del movimento, viene da Guglielmini sviluppata in
linea pratica, per ricavare molte conseguenze importanti sulla morfologia degli alvei. Il capitolo 6 (Della rettitudine, e tortuosità degli alvei de’ fiumi) tratta secondo lo stesso principio fisico, ossia l’equilibrio tra forza e resistenza, la
direzione che prendono gli alvei dei fiumi.
Il capitolo 7 (De’ moti, che s’osservano nell’acque de’ fiumi in diverse circostanze), dedicato al movimento delle acque, è quello più debole, nonostante gli
Guglielmini studia la morfologia fluviale
come equilibrio tra sistemi di forze attive
e passive: la resistenza alla corrosione
del fondo fluviale varia in relazione alla
sua obliquità: aumentando la pendenza
a partire dalla posizione orizzontale BA,
a un certo punto (per es. BC), la forza
scavante dell’acqua eguaglia le resistenze
del terreno ed inizia l’azione di scavo.
domenico guglielmini (1655-1710) 121
sforzi dell’autore, per l’accennata difficoltà di trovare una conferma generale
all’ipotesi di una legge parabolica, che leghi velocità e radice quadrata dell’altezza, già formulata nel trattato Della misura dell’acque correnti (1690).
I capitoli 8 (Dello sbocco di un fiume in un altro o nel mare) e 9 (Dell’unione di più fiumi insieme, e loro effetti) trattano argomenti simili, nei quali entra
pure il rigurgito. Il capitolo 10 (Dell’escrescenze e decrescenze de’ fiumi) discute
la problematica delle piene, confrontando i fiumi piccoli con quelli grandi.
Il capitolo 11 (Degli scoli delle campagne e loro regole) presenta i piccoli canali
di scolo delle campagne. Il capitolo 12 (Dei canali regolati e delle regole principali da osservarsi nella derivazione di essi) tratta i canali di derivazione, in
particolare navigabili, materia coltivata in seguito con successo da altri autori italiani. Nel capitolo 13 (Delle bonificazioni e del modo con che esse possano
farsi utilmente), l’autore si occupa del prosciugamento delle paludi, illustrando due metodi: l’essiccazione mediante canali e l’alluvione, ossia la colmata
con le materie solide trasportate dai corsi d’acqua. Infine il capitolo 14 (Delle
considerazioni da aversi, quando si vogliono fare nuove inalveazioni de’ fiumi)
contiene indicazioni sui difficili progetti di mutamento dell’alveo dei fiumi.
La chiusa di Casalecchio sul fiume Reno
a Bologna,(Della natura de’ fiumi, 1697)
antonio vallisneri
La vita
Di seguito si fa riferimento, per le notizie biografiche, allo scritto del conte
Giannartico di Porzia: Notizie della vita e degli studi del Kavalier Antonio Vallisneri (1733).
1. infanzia e studi umanistici nel ducato estense
Antonio Vallisneri nasce il 3 maggio 1661 in Garfagnana, a Trassilico (frazione dell’attuale Comune di Gallicano, in provincia di Lucca), da Lorenzo
e Maria Lucrezia Davini. Il padre, originario di Scandiano (Reggio Emilia) e
dottore in legge, appartiene ad un ramo minore (chiamato i Nobili di Vallisnera) di un’antica famiglia del Ducato di Modena e Reggio, ed è Capitano
di Ragione (ossia amministratore) di una Vicaria della Garfagnana estense (lo
stesso ruolo svolto all’inizio del Cinquecento da Ludovico Ariosto!).
Il giovane Antonio riceve l’educazione assicurata alle migliori famiglie
dell’epoca, in vari luoghi, secondo gli spostamenti del padre: Scandiano, Spilambergo, Modena e Reggio, acquisendo una buona conoscenza della lingua
e letteratura latina e italiana. All’epoca, lo studio di Aristotele ha un ruolo
importante nei programmi educativi, ma il filosofo greco non lo convince,
quando spiega i fenomeni della natura. Il suo stesso maestro di filosofia, vedendo che non è soddisfatto, gli consiglia di andare a Bologna, dove potrà
studiare la filosofia sperimentale.
Sin da ragazzo, infatti, manifesta una forte vocazione per le scienze naturali, che coltiva con l’osservazione diretta. Scrive il suo biografo: Sin da quando
era fanciullo, e studiava gramatica, ritrovandosi l’estate in contado, era solito così
di soppiatto (perché i genitori lo sgridavano, vedendolo lordarsi le vesti e le mani)
cacciare e uccelli, e rane, e lucertole, e serpentelli, e col suo coltello li apriva (Di
Porzia, 1733).
2. allievo di malpighi a bologna
Giunto al termine degli studi classici, il padre gli offre la libertà di scegliere
tra lo studio delle leggi e quello della medicina, ossia tra una carriera simile
alla sua, oppure a quella dello zio Giuseppe, che è medico di corte a Modena.
Antonio sceglie la medicina, perché più vicina alla sua vocazione. Nel 1682
si reca a Bologna, dove si presenta, accompagnato dal padre, al famoso Marcello Malpighi (1628-1694), che diventa il suo maestro. Nell’Università felsinea è priore degli scolari e si applica con tanto ardore all’anatomia da divenire così magro e smunto da indurre il Malpighi a riprenderlo, perché mette
a rischio la sua salute.
La logica vorrebbe che Vallisneri si addottorasse a Bologna, ma un editto
del Duca di Modena stabilisce che i sudditi devono prender la laurea nel Collegio di Modena o in quello di Reggio. Egli perciò nel 1684 riceve a Reggio
la laurea in Medicina e Filosofia.
Sopra, la casa natale di Antonio
Vallisneri a Trassilico in Garfagnana.
Sotto, la lapide commemorativa.
124 idraulici italiani
Dopo la laurea ritorna a Bologna per proseguire gli studi di pratica medica negli ospedali. Studia anche la botanica e la chimica. Non cessa mai l’anatomia degli animali vivi e morti. Terminati anche questi studi di perfezionamento, si congeda da Malpighi, che lo incoraggia a continuare le esperienze
in tutto il regno della natura, in cui resta moltissimo da scoprire. Il maestro
gli raccomanda di dare sempre la priorità all’esperienza e poi, con molta cautela, affrontare la teoria: a questo insegnamento rimarrà sempre fedele.
3. un medico-condotto naturalista
Tornato in patria, il padre lo lascia libero di andare a Roma o a Venezia per
esercitarsi nella pratica medica. Sceglie Venezia, dove si reca nel 1687, spostandosi per qualche mese a Padova. L’anno dopo (1688) fa un giro a Parma,
e da qui vorrebbe recarsi a Roma, ma il padre a questo punto ritiene che il
periodo di apprendistato sia finito e che il figlio debba iniziare ad esercitare in
patria la professione medica. Questa decisione dipende anche dalla necessità
di utilizzare le risorse famigliari per l’istruzione dei fratelli.
Nel 1689 Vallisneri si stabilisce in patria, a Scandiano, dove inizia ad esercitare la professione medica; uno dei fratelli diventa parroco del paese. Nel
1692 si sposa con Laura de’ Mattacodi, che gli dà 18 figli, di cui solo quattro gli sopravvivranno: un maschio e tre femmine, di cui due monache. Nel
1695 ottiene la condotta di Luzzara e nel 1698 passa alla condotta di Castelnuovo di sotto. Lo zio Giuseppe lascia ad Antonio una ricca eredità, con una
clausola, in cui obbliga l’erede a mantenere tre giovani di Scandiano agli studi universitari scientifici.
I suoi interessi naturalistici rimangono sempre vivi. Il tempo libero è dedicato alle escursioni, con la finalità di studiare la natura: vagando per que’ monti
erbe cercava, osservava minere, acque medicate, corpi marini impetrati, insetti,
La casa di Antonio Vallisneri a
Scandiano (Reggio Emilia), in colore
giallo.
antonio vallisneri (1661-1731) 125
e d’ogni sorta animali […]. Della caccia era vago oltre modo. Ritornava però a
casa sovente, più che di selvaggina, carico di gallozzole, di tubercoli, di spugne, e
d’altri vizi arborei, d’insetti, d’erbe, di pietre, e di minerali (Di Porzia, 1733).
Conserva lo stesso costume anche quando è chiamato in campagna a visitare
qualche infermo o a villeggiare presso gli amici. Quando è in viaggio ha sempre l’occhio fisso alle piante, alle erbe, ecc.; chiede spesso al vetturino di fermarsi e comanda al servitore di arrampicarsi sugli alberi per cogliere quanto
osservato. Gradualmente cresce la raccolta dei suoi reperti naturali, che agevola lo studio, in particolare dell’entomologia; in seguito, a Padova, costruirà un vero museo naturale. Sarà grazie a questi interessi, rari all’epoca, che
troverà la strada per uscire dall’anonimato ed iniziare una brillante carriera
scientifica.
Nel 1696 inizia a Venezia la stampa della rivista La Galleria di Minerva,
che ha per direttore ed editore il bergamasco Girolamo Albrizzi. Il giovane
Vallisneri pubblica in due riprese uno scritto brillante (i Dialoghi sopra la curiosa origine di molti insetti), dove prende posizione contro le tesi biologiche
aristoteliche e contro il riduzionismo meccanicistico cartesiano, con argomenti etologici rigorosamente verificati. Questi scritti diffondono la sua fama
scientifica.
4. la chiamata all’università di padova
e l’intensa attività di ricerca
Grazie alla fama acquisita come innovatore nelle scienze della natura, nel
1700 a Vallisneri è offerta una cattedra di Filosofia Sperimentale Moderna
presso l’Università di Padova. Presto si accorgono che, come medico, può
contribuire ad aggiornare l’insegnamento in questo campo, all’epoca piuttosto invecchiato. Perciò l’offerta iniziale viene mutata in quella per una cattedra straordinaria di Medicina pratica, con lo stipendio di 350 fiorini annui.
Vallisneri si trasferisce a Padova, dove rimarrà per tutta la vita, sviluppando
un’intensa attività in molteplici settori.
All’inizio, ci sono difficoltà: con diplomazia, il nuovo docente si sforza di
convincere il diffidente ambiente medico padovano ad abbracciare i nuovi indirizzi di ricerca moderni, ma suscita una rivolta degli esponenti più conservatori, che viene superata con l’appoggio delle autorità venete. Dopo qualche
anno, nell’opera di rinnovamento, troverà un alleato nel giovane Giambattista Morgagni (1682-1771). Nel 1709 ottiene la seconda cattedra di medicina
teorica, mutata nella prima, dopo la morte di Domenico Guglielmini (1710).
Secondo il costume veneto, lo stipendio viene gradualmente aumentato, adeguandolo al merito, fino a giungere alla somma di 1100 fiorini nel 1728.
Nella cattedra patavina, Vallisneri si concentra sugli studi medici, ma sottolineando, in continuità con Francesco Redi e Marcello Malpighi, la stretta connessione con gli studi naturalistici, che non cessa di praticare. Alcuni
avversari lo accusano di occuparsi troppo di storia naturale e poco di medicina. Smentiscono questa critica i numerosi scritti medici (trattato della generazione, trattato dell’uso ed abuso delle bagnature, libro della generazione
La lapide commemorativa sulla facciata
della casa di Scandiano.
126 idraulici italiani
Il palazzo del Bò a Padova, sede storica
dell’Università, dove Antonio Vallisneri
insegna per 30 anni, dal 1700 al 1730.
de’ vermi, ecc.), le visite continue ai malati, i pareri medici che gratuitamente
manda ai corrispondenti.
Il periodo più intenso di produzione letteraria e di maggior successo scientifico, che lo porta ad acquisire notorietà internazionale, è la seconda decade
del Settecento. L’opera più nota a livello europeo è l’Istoria della Generazione
(1721), concepita su sollecitazione di Goffredo Leibnitz e tradotta in tedesco
nel 1739. Nel decennio successivo, Vallisneri s’impegna soprattutto a diffondere le tesi in precedenza affermate.
La sua produzione letteraria è molto ampia e articolata: in conformità con
il modello del sapere settecentesco, egli coltiva un insieme di discipline interrelate: medicina, entomologia, botanica, geologia, lessicografia scientifica,
filosofia. È nello stesso tempo rispettoso del dato empirico e teso all’inquadramento teorico generale delle sue tesi scientifiche, facendo riferimento per
questo aspetto al pensiero filosofico di Malebranche ed a quello di Leibnitz.
Sviluppa i concetti dell’analogia tra i regni della natura e della grande catena
degli esseri.
5. l’attività giornalistica
Vallisneri, nel corso della sua vita, svolge un’impressionante mole di lavoro
per giornali scientifici. Si è già vista la collaborazione con la rivista La Galleria
di Minerva, che continua dalla fondazione alla chiusura, nel 1717.
Più importante è la collaborazione con il Giornale de’ Letterati d’Italia, fondato nel 1710 dallo stesso Vallisneri, assieme ad Apostolo Zeno (1668-1750),
il fratello Pier Caterino Zeno e Scipione Maffei (1675-1755). Esso diventa
uno strumento fondamentale per divulgare le sue idee sulle discipline mediche e naturalistiche, ospitando, oltre ad articoli firmati, un’enorme quantità
di contributi anonimi, in forma di estratti e notizie editoriali.
antonio vallisneri (1661-1731) 127
L’iniziativa del Giornale intende valorizzare in ambito europeo la cultura
italiana, allora sottovalutata e promuovere il metodo sperimentale nelle scienze della natura e quello erudito nelle discipline storiche. Essa inoltre, collegandosi al movimento dell’Arcadia, promuove il rinnovamento della letteratura, accogliendo nuovi modelli, ispirati alla semplicità classica, contro la
retorica barocca. Vallisneri non è solo il responsabile del settore medico-naturalistico, ma affianca il direttore Apostolo Zeno e poi Pier Caterino Zeno
nella conduzione dell’intera iniziativa.
Dal 1712 inizia a collaborare con la rivista (Ephemerides) dell’Academia Cesareo-Leopoldina Carolina Naturae Curiosorum, dove pubblica in traduzione
latina articoli già apparsi in altre riviste o inediti, favorendone così la diffusione internazionale.
6. le escursioni naturalistiche
Sin dagli anni della gioventù, Vallisneri ama le escursioni naturalistiche, indispensabili per la ricerca in questo campo. Scrive il suo biografo: Tra le molte
fatiche, ch’egli incontrò per erudire se stesso, ed altrui, non hanno l’ultimo luogo
i viaggi da lui intrapresi sull’Alpi e sugli Apennini […]. Incominciò il Vallisneri
ne’ suoi anni più verdi […]. Girò prima sui vicini colli di Bologna, e poscia visitò
quei di Sassuolo, per vedere i fonti d’olio di sasso, la celebre salsa, e tante produzioni marine. Indi passò su que’ di Reggio, e di Scandiano (Di Porzia, 1733).
L’abitudine continua anche nel periodo padovano, nonostante i nuovi gravosi impegni come professore e ricercatore.
Di seguito si riassumono i viaggi del biennio 1705-06, importanti per la
maturazione del saggio Lezione accademica intorno all’origine delle fontane e
del saggio De’ corpi marini, che su’ Monti si trovano. In esse l’autore affronta
due questioni centrali nel dibattito scientifico europeo, ossia l’origine delle
sorgenti e quella dei fossili marini, che si trovano sui monti, prendendo posizione contro le tesi stravaganti, al tempo diffuse, come i condotti sotterranei
di collegamento col mare, gli scherzi di natura, animali marini nati da uova
trasportate sui monti dai vapori, ecc.
Nelle vacanze maggiori della sua cattedra si partì da Padova l’anno 1704 e
andossene a Reggio, e quindi accompagnato da un servitore, e da un uomo di
contado, sperto delle strade, e de’ varchi de’ monti, s’incamminò verso gli Apennini l’agosto dell’anno stesso (Di Porzia, 1733). L’escursione lo porta fino alle
miniere di ferro del Forno Volastro in Garfagnana (presso Stazzema), dove
incontra il sovrintendente alle miniere del Ducato Domenico Corradi d’Austria (1677-1756); un ragguaglio di questo viaggio è stampato nella Galleria
di Minerva. Scrive il biografo: Tra le molte scoperte fatte da lui in questi suoi
viaggi, maravigliosa si è quella dell’origine delle fontane, e de’ fiumi, ed in particolare dell’acque, che dentro, e ne’ dintorni di Modena scaturiscono (i cosiddetti
pozzi salienti modenesi, oggi detti artesiani).
L’anno successivo (1705) fa un lungo viaggio in Toscana, a Pisa e Livorno,
per incontrare amici. Il principe ereditario Ferdinando de’ Medici, che si trova a Pratolino, vuole conoscerlo e gli manda una carrozza; si trattiene con lui
molti giorni, godendo dei giochi d’acqua della villa e discutendo sull’origine
128 idraulici italiani
delle sorgenti. Da Pratolino si reca a Firenze a spese del principe. Tornato a
Livorno, sui colli e i lidi del mare fa altre osservazioni naturali, in parte riportate nel libro sull’origine delle fontane. Da Livorno si reca a Genova e fa altre osservazioni sulla scarsità di acque dolci e sulle sorgenti della riviera ligure. Nel viaggio di ritorno visita una sorgente di acqua dolce nell’acqua salsa e
poi prosegue per una faticosissima via di terra, attraverso la Garfagnana fino
al Modenese e da lì a Padova. Un riassunto del viaggio nel 1705 è inserito nel
Giornale de’ Letterati.
7. la controversia intorno
all’origine delle fontane
Nel 1714 Vallisneri legge, presso l’Accademia dei Ricovrati di Padova, la Lezione accademica intorno l’origine delle fontane, in cui sostiene l’origine esclusiva delle sorgenti dalle piogge e nevi, contrastando una diffusa ed antichissima opinione (risalente ad Aristotele), che favoleggia di condotti sotterranei
in collegamento col mare.
Il limpido saggio del grande naturalista divide il mondo scientifico dell’epoca, non mancando oppositori, seguaci della tesi tradizionale. Inizialmente esce un opuscolo anonimo dal titolo Alcuni filosofi moderni trattano avanti Apollo una loro importante causa contro gli antichi, ma con infelice riuscita;
questo scritto, oggi introvabile, è ampiamente riassunto dal conte Giannartico di Porzia nella biografia di Vallisneri. Nel 1725 viene pubblicato il libro
del medico fiorentino Nicolò Gualtieri Riflessioni sopra l’origine delle fontane
in forma di lettera (Lucca, presso Venturini), in cui si difende apertamente la
tesi dell’origine delle sorgenti dal mare.
Il libro del Gualtieri induce gli amici e gli allievi di Vallisneri a curare
una seconda edizione della Lezione accademica intorno l’origine delle fontane
(1726), accresciuta con annotazioni e contributi di altri autori (i medici fiorentini Gaston Giuseppe Giorgi e Giuseppe Avanzini, il matematico del duca
di Modena Domenico Corradi d’Austria, il conte Jacopo Riccati, ecc.).
La questione rimane aperta in Italia e in Europa, come dimostrano i numerosi scritti pubblicati negli anni successivi:
Lettera del signor conte Jacopo Riccati in difesa del Libro dell’origine delle fontane, del sig. cav. Antonio Vallisneri, contro l’estratto fatto di questo libro dagli
autori degl’Atti eruditi di Lipsia (1729).
Istoria di una sorgente con alcune riflessioni fisiche dell’abate Carlo Girolami,
scritta in una lettera all’illustriss. Sig. Antonio Vallisneri (1731).
Dell’origine delle fontane. Egloga del sig. marchese Ubertino Landi piacentino,
capitano della serenissima duchessa vedova di Parma (1734).
Lettera (a Corradi d’Austria) del signor Domenico Vandelli sopra alcune opposizioni fatte al libro dell’origine de’ fonti e de’ fiumi del cav. Antonio Vallisneri (1737).
Dell’origine delle fontane e dell’addolcimento dell’acqua marina, lettere scritte
da Nicolò Ghezzi (1742).
Lettera del sig. Carlo Amorotti al sig. abate Lazzaro Spallanzani, professore
nell’Università di Modena, contenente alcune osservazioni fatte sul lago di Scol-
antonio vallisneri (1661-1731) 129
tenna, e sul monte Cimone, che favoriscono il sistema Vallisneriano dell’origine
de’ fonti (1764).
8. i rapporti con gli idraulici contemporanei
Vallisneri è per un decennio (dal 1700 al 1710) collega del quasi coetaneo
Domenico Guglielmini (1655-1710), ossia del più grande idraulico italiano
a cavaliere tra Seicento e Settecento, il quale a Padova si occupa in prevalenza
di medicina e chimica. Inoltre, per un ventennio (dal 1709 al 1730) è collega
di un altro idraulico famoso, il più giovane marchese Giovanni Poleni (16831761). È interessante porsi la domanda sui rapporti tra questi personaggi.
Non ci sono notizie dettagliate sul piano personale, ma si possono confrontare le diverse linee di ricerca.
Sappiamo che Guglielmini, dopo un periodo molto fecondo d’insegnamento e ricerca in campo idraulico, nel 1702 abbandona la cattedra di matematica per quella di medicina (che in precedenza ha solo praticato sul piano
professionale) e segue una propria linea di ricerca, ossia il collegamento tra
la medicina e le scienze fisico-matematiche, tra cui il moto dei fluidi; è una
strada feconda, ma solo nell’Ottocento lo studio dei vasi capillari e dei liquidi
viscosi troverà un pieno sviluppo, con la scoperta della legge di Poiseuille, il
quale a sua volta è un medico. Sembra che tale impostazione non abbia molto successo nell’ambiente padovano, a giudicare da un curioso giudizio del
biografo di Vallisneri, che scrive: Era più matematico, che medico, il Guglielmini, e della medicina poco lesse, e trattò prevenuto da morte immatura. Comeché egli su principi matematici dottissimamente ragionasse, perché non capivano
i suoi ragionamenti, pochissimi scolari curavansi d’ascoltarlo (Di Porzia, 1733).
In questa frase c’è la chiave per comprendere la differente posizione di
Vallisneri non solo rispetto a Guglielmini, ma anche ad altri medici, che nel
Settecento diverranno idraulici eminenti, come Bernardino Zendrini (16791747) e Teodoro Bonati (1724-1820): una costante è rappresentata dal fatto che il medico diventa scienziato e ingegnere idraulico, approfondendo lo
studio della matematica, anche se poi spesso non coltiva in modo prevalente
l’idraulica fisico-matematica (ossia il moto dei fluidi), ma l’idraulica fluviale,
la quale, per dirla con Giulio De Marchi (Idraulica, 1929), è naturale, appoggiandosi soprattutto sull’osservazione e l’esperienza, e richiedendo, in chi se
ne occupa, piuttosto le doti di intuito, proprie al naturalista o al medico che
le attitudini deduttive, caratteristiche del fisico-matematico.
Chi ha una formazione di base medica è dunque agevolato nello studio
dell’idraulica fluviale, in cui l’Italia conserva a lungo il primato, ma volendo nel contempo diventare ingegnere o architetto d’acque, come allora si diceva, non può non approfondire anche la matematica, e questa non è la scelta
di Vallisneri, che vuole sviluppare i collegamenti e le sinergie tra medicina e
scienze naturali. Questa strada lo porta, in modo logico e consequenziale, ad
occuparsi di tutte le scienze della vita e poi anche di geologia, idrogeologia
ed idrologia: dallo studio dei fossili marini a quello della stratigrafia terrestre, dalle acque minerali e termali (da sempre oggetto prevalente d’interesse
medico) all’origine di tutte le sorgenti e da lì ai problemi di pluviometria ed
130 idraulici italiani
idrologia, che implicano anche sistematiche misure. Attraverso questa strada,
il grande medico-naturalista stabilisce un interessante collegamento tra scienze naturali ed idraulica.
Va precisato che Vallisneri non ignora gli aspetti dell’idraulica più spiccatamente fisico-matematici, ma come semplice osservatore, sapendo che in
qualche misura si collegano con la verifica del suo sistema sull’origine delle fontane. Assieme ad altri eminenti docenti di Padova, egli assiste ai famosi esperimenti del marchese Poleni, avviati nel 1715, che porteranno ai due
trattati sul moto delle acque miste (1717) e sulle pescaje a lati convergenti
(1718), in cui sono illustrati importanti risultati sugli stramazzi e sulle luci in
parete grossa. Egli inoltre s’interessa ad un’altra, interessante attività di Poleni, ossia alle osservazioni e misure meteorologiche, iniziate dal marchese in
forma sistematica nel 1725 e continuate anche dopo la sua morte dal figlio
abate Francesco, poi dall’amico Giovanni Battista Morgagni e dall’abate Giuseppe Toaldo. Ciò perché i dati sulla pluviometria, forniti da queste osservazioni, consentono di calcolare l’afflusso meteorico, da mettere a confronto
con il deflusso nei corsi d’acqua del medesimo bacino idrografico, verificando indirettamente l’ipotesi, da molti ancora contestata, che le fontane, ossia
le sorgenti, abbiano origine esclusivamente dalle precipitazioni.
Nella Lezione accademica intorno all’origine delle fontane, emergono anche
rapporti di Vallisneri con un altro giovane matematico e idraulico suo compatriota, Domenico Corradi D’Austria (1677-1756), che iniziano all’epoca
del viaggio naturalistico nel 1704, quando il Corradi è sovrintendente alle
miniere del Ducato di Modena e Reggio. Nella seconda edizione della Lezione accademica (1726), compaiono due scritti dell’idraulico modenese, a
supporto del sistema vallisneriano, dove si trattano problemi d’idrometria ed
idrologia, collegati al bilancio delle risorse idriche nei bacini idrografici: Lettere due sopra le misure dell’Acque, che cadono in Modena e in Garfagnana, e
l’esatta velocità dell’Acque correnti del Po e sue portate.
9. la questione della lingua, ancor oggi attuale
Nell’ultima parte della sua vita, Vallisneri si occupa in modo approfondito
di problemi linguistici, collegandoli con il rilancio della cultura nazionale, in
sintonia con il progetto, sostenuto dalle iniziative giornalistiche, alle quali da
anni collabora. Nel 1722 egli pubblica, in forma anonima, nei Supplementi al Giornale de’ letterati d’Italia, il saggio Che ogni Italiano debba scrivere in
Lingua purgata Italiana, o Toscana. In esso si sostiene l’esigenza di valorizzare
la lingua italiana, promuovendone lo studio, anche all’estero, grazie ad una
produzione scientifica, storica e letteraria di alto livello. Scrive il suo biografo: Per onor pure dell’Italia volle scrivere in lingua nostra […]. Egli dimostra, che
hassi a scrivere nella lingua natia da ogni Italiano per debito, per giustizia, e per
decoro della nostra Patria (Di Porzia, 1733).
Nel 1726 egli inizia la stesura del Saggio alfabetico d’Istoria medica e naturale, dove affronta il problema della lessicografia scientifica. In questo settore, il Vocabolario della Crusca (iniziativa per altri versi all’avanguardia in Europa!) appare largamente insufficiente, poiché trascura la maggior parte della
antonio vallisneri (1661-1731) 131
terminologia scientifica italiana, dedicandosi soprattutto alla lingua della letteratura umanistica. L’opera rimane incompiuta alla morte e viene pubblicata
postuma nel 1733; essa ha per finalità la definizione di un lessico scientifico,
per i settori in cui l’autore ha concentrato la sua produzione, atto ad integrare il Dizionario della Crusca. Si osserva che l’ultima edizione della Crusca,
nell’Ottocento, accoglierà in parte il suggerimento di una maggior attenzione
alla lingua della scienza e della tecnica.
È stato osservato che gli scritti di Vallisneri sono redatti in ottimo italiano; secondo Dario Generali (2003), essi sono stesi in una prosa tersa ed efficacissima, sostenuta da forza argomentativa, arguto realismo e penetrante ironia.
Emergono la solida formazione umanistica dell’autore, la frequentazione dei
classici della letteratura italiana e l’influenza degli scrittori della tradizione
scientifica galileiana.
Nell’insieme, la questione della lingua, così come da lui impostata, appare ancor oggi di grande attualità, considerata la maggior importanza rivestita
dalla scienza e dalla tecnica nella vita comune e l’attuale processo di decadenza e di servilismo dell’italiano nei confronti dell’inglese. Questa tematica, per
il settore delle acque, è stata oggetto di un’ampia pubblicazione edita dalla
Biblioteca Europea d’Informazione e Cultura (M. Di Fidio e C. Gandolfi, La
lingua delle acque, 2013).
10. la personalità
Di seguito si riportano alcuni aspetti della personalità di Vallisneri, indicati
dal suo biografo.
Il suo metodo di studio e ricerca era improntato a grande scrupolo e cautela: Difficil cosa era il cogliere in errore un uomo tanto cauto, e oculato, quanto
egli si era […]. Una maniera egli aveva di scrivere, e di provare le cose sue tanto
pesata, e circospetta, che non lasciava campo agli avversari di riprenderlo. Premetteva sempre a’ suoi razocinj una numerosa schiera d’esperienze e di osservazioni da se più volte fatte, e rifatte, e con verifico candor le sponeva (Di Porzia,
1733).
Eccezionali la laboriosità e la produttività: Rubava il sonno agli occhi suoi,
per fargli vegliare sopra tanti suoi uficj, e non divideva il tempo tra applicazione e divertimento, ma tra applicazione e applicazione. Oltre all’insegnamento
ed ai tanti sudatissimi libri, scriveva di continuo memorie per le Accademie
di cui era membro, estratti per i Giornali, concernenti Medicina, Botanica,
Notomia, Filosofia, Storia naturale, visitava infermi e scriveva consulti medici, rispondeva puntuale di pugno a un flagello di lettere giungenti da tutta
Italia e dal resto d’Europa. Si noti anche l’enorme quantità di scritti editi ed
inediti, firmati ed anonimi, oggi in corso di valutazione nell’ambito dell’Opera Omnia.
Un uomo così concentrato sul lavoro abitualmente non è molto socievole,
ma il nostro scienziato faceva eccezione: Né questo suo intendere tanto agli studj, e agli affari della mente rendevanlo cupo, melenso, difficile ed astratto, come
suole accadere a tutti quasi gli uomini di tale stato di vita; ma anzi era egli affabile, gentile, cortese, e d’una amena, e disinvolta conversazione (Di Porzia, 1733).
132 idraulici italiani
La medaglia in onore di Antonio
Vallisneri, coniata dal Comune di
Firenze.
Vallisneri era dotato di beni di fortuna e di un elevato stipendio. Per concentrarsi sugli studi, aveva in gran parte delegato alla moglie la conduzione
degli affari domestici. Tuttavia il biografo segnala l’attenzione per la servitù:
studiavasi che a tutti fosse provveduto in tal guisa, che niente avesse loro a mancare […].Voleva che i servidori e operai fossero a puntino soddisfatti de’ loro salari
e delle loro mercedi. Con gli amici era generoso e ospitale: Essendo egli agiato
nei beni di fortuna, […] era ospitalissimo e a braccia aperte albergava gli amici
(Di Porzia, 1733).
In vita non gli mancarono i riconoscimenti, essendo cooptato nell’Accademia dei Fisiocratici di Siena (1700), nella Royal Society di Londra (1705),
negli Arcadi (1705), nell’Istituto delle Scienze di Bologna (1707), nell’Acca-
antonio vallisneri (1661-1731) 133
demia dei curiosi di Germania (1707), negli Arconti d’Italia (1708), nei Ricovrati di Padova (1710), nei Muti di Reggio (1711), negli Innominati di Bra
(1717), nell’Accademia di Firenze (1719). Nel 1722 ricevette dall’imperatore
Carlo vi il diploma di Medico cesareo. Nel 1728 il Duca di Modena Rinaldo i lo nominò Cavaliere con diritto ereditario. Rifiutò gli inviti delle Corti
di Roma e di Torino.
Negli ultimi anni era solito raccogliersi nel ritiro destinato agli esercizi spirituali del vescovo di Padova; a questo proposito ha lasciato scritto: dopo aver
atteso alla gloria del Mondo, bisogna anche attendere alla gloria del Cielo. Sono
oggimai vecchio, e mi vado accostando al sepolcro.
Antonio Vallisneri muore all’improvviso, per una malattia da raffreddamento, il 18 gennaio 1730, e viene sepolto nella Chiesa degli Eremitani di
Padova. Scrive il suo compatriota ed amico Ludovico Antonio Muratori: La
morte del Vallisneri non può ella figurarsi, quanto m’abbia afflitto, considerando
la perdita di sì buon amico, e di un letterato, ch’era l’onor dell’Italia. A fare un
altro simile quando vi arriveremo?
L’opera di Antonio Vallisneri esercita una rilevante influenza in Italia ed in
Europa, ma ciononostante la sua figura è presto dimenticata. Solo recentemente è stata oggetto d’interesse da parte della storia della scienza. Nel 2000
è stato approvato dal Ministero per i Beni culturali il progetto per l’edizione
nazionale delle sue opere.
Lo scienziato idrogeologico
1. le principali tesi storiche
sull’origine delle fontane
Nella sua famosa Lezione accademica intorno all’origine delle fontane, Vallisneri inizialmente riassume i termini storici di una questione molto dibattuta
in ambito scientifico, dall’antichità (ne parlano Platone, Aristotile, Epicuro,
Seneca, Plinio ecc.) fino ai suoi giorni. Si possono distinguere tre opinioni
principali, che l’autore presenta sinteticamente, in modo chiaro ed efficace:
1. la circolazione dell’acqua dal mare ai fiumi e viceversa, come nel corpo umano.
2. la risalita delle acque marine in forma di vapore, attraverso condotti
sotterranei.
3. l’alimentazione esclusiva delle sorgenti da parte delle piogge e delle
nevi.
La tesi sulla circolazione simile a quella nei vasi sanguigni risale all’antichità (v. Aristotele). Gli antichi sono stupiti di fronte alla perennità delle fonti:
non sembra loro possibile che per alimentarle siano sufficienti le precipitazioni. Il Cristianesimo inserisce anche un’interpretazione letterale di alcuni versetti della Bibbia, che si sovrappone e rafforza la precedente interpretazione:
Tutti i fiumi entrano nel mare, e il mare non trabocca; al luogo, donde escono i
fiumi, ritornano, per fluire di nuovo (Ecclesiaste, 1,7). Si pensa che, come circola nell’uomo il sangue dalle vene alle arterie, e dalle arterie alle vene, così cir-
134 idraulici italiani
coli l’acqua per cunicoli e sifoni nelle viscere della terra, travalicando dal mare
ai monti, dai monti al mare e addolcendosi nel lungo cammino, mediante la
filtrazione e il vaglio attraverso arene e terre.
La tesi della risalita delle acque marine in forma di vapore, attraverso condotti sotterranei, è molto più recente, perché fa capo a Cartesio (1596-1650).
Nel Seicento lo sviluppo scientifico evidenzia l’insostenibilità della concezione tradizionale, contraddetta dalle leggi dell’idrostatica e dall’impossibilità di
separare per filtrazione i sali minerali disciolti nell’acqua: Certi grandi, e arditi filosofi sperimentatori (gente inimica dell’autorità, e delle scuole, e che vuol
tutto decidere a forza d’occhio, e di dito) s’alzarono, ed ebbero tanto cuore d’apertamente impugnarla […]. Giudicarono che l’interpretazione delle sacre scritture
fosse dura, anzi sconciamente stravolta e, quello che più importa, non reggesse alle
prove, avendo con incomparabile industria, per mezzo di molte, e sode esperienze
dimostrato, che l’acqua marina né per via di vagli, di feltri, o di colatoi, né per
via di lungo sotterraneo cammino può spogliarsi de’ propri sali giammai; e dato
ancora che si spogliasse, non può salire per le certissime leggi dell’idrostatica dal
basso mare sull’altezza de’ monti (Vallisneri, 1726).
Si noti che all’epoca molti scienziati (in particolare inglesi) tentano vanamente la filtrazione delle acque marine; anche Vallisneri riferisce esperienze
proprie di filtrazione con sabbia, feltri e spugne. Per quanto riguarda la possibilità che l’acqua del mare possa risalire fino alla cima dei monti, essa è negata da tutti gli idrostatici: di questa materia hanno trattato Giovanni Battista
Aleotti, Benedetto Castelli, Nicolò Cabeo, Giambattista Barattieri, Gasparo
Scotto, Geminiano Montanari, Domenico Guglielmini; ormai la cosa è posta fuori di dubbio.
D’altra parte, le acque marine si possono addolcire con la distillazione e da
qui viene l’idea della risalita come vapori, attraverso gli stessi condotti sotterranei, di cui favoleggia l’antichità. Questi scienziati immaginano dunque che,
nelle viscere della terra, grazie al calore sotterraneo, si formino dei giganteschi
alambicchi, che farebbero salire l’acqua del mare in forma di vapore, attraverso una serie di cavità interconnesse, fino alla cima dei monti. I vapori, giunti
in prossimità della superficie terrestre, raffreddati nelle fredde volte delle caverne, si condenserebbero nuovamente in acqua, alimentando le sorgenti perenni e con esse i ruscelli e i fiumi. In tal modo, dicono, si salvano anche le
Sacre Scritture: Per le quali cose tutte, con vanagloriosa burbanza molto alta la
fronte portavano, quali trionfatori dell’ignoranza de’ secoli, e veri interpreti della
natura, e di Dio (Vallisneri, 1726).
A questo partito, che sembra conciliare il pensiero antico con la scienza
moderna, aderiscono anche autorevoli idraulici italiani, come Giambattista
Barattieri (Architettura d’acque, 1656) e Domenico Guglielmini (Della natura de’ fiumi, 1697), i quali ammettono la concorrenza tra i contributi delle
precipitazioni e del mare. Altri autori, citati da Vallisneri, sono Fortunio Liceti (Hydrologiae Peripateticae Disputationes, 1655), Gasparo Scotto (Notomia
Fisico-Idrostatica de’ Fonti e de Fiumi, cap. 2, 1697) e Bernardino Ramazzini,
che scrive sui pozzi modenesi (De Fontium Mutinensium admiranda scaturigine, 1691), sostenendo la teoria degli alambicchi. Si noti che il Ramazzini
(1633-1714) è un medico modenese, quindi compatriota e anche collega di
antonio vallisneri (1661-1731) 135
Vallisneri all’Università di Padova, dove entra nello stesso anno (1700). Complessivamente, i testi che in Europa difendono questa tesi sono decine, il che
fa conoscere quanto sia grave, intrigata, e spinosissima la questione intorno al nascimento delle fontane (Vallisneri, 1726).
La tesi sull’alimentazione esclusiva delle sorgenti, da parte delle piogge e
delle nevi, era stata inizialmente sostenuta dallo stesso Aristotele, ma purtroppo gli era poi dispiaciuta e l’aveva contestata nel capitolo 13 delle Meteore; perciò è stata per tanti secoli malmenata e di scure caligini ricoperta. Nella seconda metà del Seicento essa è richiamata in onore da alcuni esponenti
della Reale Accademia di Parigi: Pierre Perrault (De l’origine des Fontaines,
1674), Edmé Mariotte (Traité du mouvement des eaux et des autres corps fluides, 1686) e Philippe de La Hire. Questi scienziati francesi incominciano a
misurare le precipitazioni annue ed a correlarle sistematicamente alle portate
dei fiumi, deducendo l’irrilevanza della supposta alimentazione dal mare; di
conseguenza, rigettano la tesi degli alambicchi sotterranei, non considerando
né punto né poco, che fosse un pensiero del loro venerato Descartes […]. Anche le
esperienze possono sovente ingannare, se non si guardano per tutti i versi […]. Rigettata questa fantastica origine delle fontane, que’ valentuomini pensarono, che
altramente andasse la bisogna, e che senza tanti misteri, e infinti lambicchi, le
fonti, e i fiumi tutti riconoscessero le acque loro dalle sole piogge, e dalle sole nevi
(Vallisneri, 1726).
Si ricorda che la prima esperienza di pluviometria, correlata all’idrologia,
risale a Benedetto Castelli, ed è applicata al lago Trasimeno ed al suo effluente (1639). Sul tema, Vallisneri riferisce anche le osservazioni meteorologiche
fatte a Padova dal marchese Giovanni Poleni. Si può dire che la pluviometria
e l’idrologia consentono una dimostrazione indiretta dell’origine delle fonti.
Vallisneri fornisce per primo una dimostrazione diretta, mediante lo studio
dell’idrogeologia, di cui si può considerare il fondatore.
2. le osservazioni idrogeologiche
A sostegno della tesi sull’origine esclusiva delle fontane dalle precipitazioni,
lo scienziato di Scandiano illustra le sue osservazioni, fatte particolarmente
sui monti più alti dell’Appennino modenese (luoghi fuggiti infin dalle fiere).
Girando in lungo e in largo sulle montagne, egli parla coi pastori e tutti testimoniano che le fontane traggono origine dalle piogge e dalle nevi. Le sue osservazioni dirette hanno carattere schiettamente idrogeologico: E trovai, dopo
molti sudori, nascere veramente tutti i fonti, e tutti i fiumi dalle acque sole piovane, e liquefatte nevi […]. Osservai dunque non ritrovarsi mai polle o scaturigini fluenti sopra la terra su le più alte cime de’ monti, ma gemere sempre o sotto
i ciglioni, o nel pendio, o alle falde de’ medesimi; e se alcuna pur se ne trovava,
o non fluiva fuor dal proprio affossamento, o se fluiva, v’era sempre a canto un
monte più alto, dalle vene interne del quale, quasi per inarcati sifoni, scendeva
l’acqua, e rialzavasi […]. Vedeva in certe altissime, e sdrucite rupi […] tutte le
fontane calcar dal di sopra degli strati di pietra, o di tufo, o di creta, non dal di
sotto; segno, che scendevano e piombavano da su in giù, non ascendevano dalle
loro radici (Vallisneri, 1726).
136 idraulici italiani
Antonio Vallisneri studia per primo
le sorgenti con criteri idrogeologici,
dimostrando l’inconsistenza della
tesi sull’origine dalle acque marine,
attraverso misteriosi alambicchi e
condotti sotterranei. La figura illustra
varie stratigrafie, connesse all’origine
delle sorgenti.
Egli descrive dettagliatamene la stratificazione dei monti, dovuta ad antichi depositi, costituiti da materiali e con forme, dimensioni e pendenze diversissime, attraverso cui si infiltrano ed accumulano le acque provenienti
dalle precipitazioni. In questi strati, e in questa struttura de’ monti sta tutto il
segreto, e tutta la maniera della generazione delle fontane […]. Su questa adunque fondo i principali argomenti contra gl’illustri negatori, anzi dispregiatori del
nostro sistema, e segnatamente contra gli autori de’ supposti lambicchi, e delle acque, che per vie sotterranee pensano derivare dal mare, le quali sollevansi in vapori per mezzo de’ fuochi, o del calore, che chiamano alcuni centrale, della terra,
e in quelli in acque dolci si condensino, e formino i fonti (Vallisneri, 1726).
antonio vallisneri (1661-1731) 137
Il fenomeno di filtrazione ed accumulo sotterraneo è assurdamente negato
da alcuni scienziati: Stento a capire come uomini di gran fama vogliano sostenere con Seneca, che le acque piovane, e le nevi squagliate poco penetrino sotterra, e
al di più per due piedi, il perché non possano essere cagione delle fontane perenni
(Vallisneri, 1726). Questa tesi è sostenibile soltanto, quando la crosta terrestre è impermeabile. L’autore illustra vari esempi di frane e smottamenti imponenti delle montagne appenniniche, dovuti alla penetrazione delle acque.
Vallisneri si chiede come possano le acque del mare, pur convertite in vapori, alla profondità di migliaia di piedi sotto le cime dell’Appennino, giungere ad alimentare la falda acquifera delle sorgenti montuose, attraversando
tanti e così diversi strati, molti dei quali impermeabili, e in quelli ritrovare
caverne, fatte a bella posta per riceverli, per addensarli e per generare acqua
sufficiente a far fluire perennemente tante fontane.
Aggiungasi che le storie parlano di epoche aride, in cui si è essiccata la vegetazione. Come poteva accadere alla presenza dei supposti, possenti movimenti ascendenti dei vapori del mare attraverso le caverne del sottosuolo?
Ancora: perché nelle più basse pianure questi vapori ascendenti, pur più
vicini alla supposta sorgente marina, non giungono alle radici delle piante?
Basta scavare poco e si trovano falde di acqua dolce in strati molto permeabili, ghiaiosi e sabbiosi, eppure i capricciosi ed indiscreti vapori non salgono mai fino alla crosta della terra arsa dal sole. Questa siccità non si presenta
solo nell’estate, ma anche nell’inverno, quando il freddo dovrebbe favorire la
condensa del vapore.
Se anche le cose stessero come dicono i suoi avversari, come potrebbero
i vapori ascendenti formare la portata di fiumi copiosissimi, come il Reno,
il Danubio, ecc.? A distillare tant’acqua non basterebbe il globo terrestre, se
tutto fosse fatto a lambicchi.
3. i colloqui con corradi d’austria
e ferdinando de’ medici
Interessanti, per il tema in discussione, sono i colloqui, che Vallisneri, durante i suoi viaggi nel biennio 1704-05, ha con alcuni autorevoli personaggi del
Ducato di Modena e del Granducato di Toscana.
Durante la sua escursione sull’Appennino modenese e in Garfagnana del
1704, egli incontra il matematico modenese Domenico Corradi d’Austria, il
quale gli riferisce di diligenti osservazioni da lui fatte nelle montagne, giungendo alla medesima conclusione: Narrommi pure il dottissimo signor Domenico de’ Corradi d’Austria, Commissario del Cannone, e Sovrintendente alle miniere
del Serenissimo di Modana, d’avere anch’egli stesso fatta diligente osservazione sovra di ciò, che gli avea raccontato, ed avere chiaramente veduto, essere veramente
l’acqua piovana, che penetra dentro le miniere, mentre costantemente dopo dodici
ore dalle cadute piogge grondava l’acqua, e cresceva nelle medesime; perciò anch’esso è venuto dipoi meco in opinione, che tutte le fonti, benché chiamate, e credute
perenni, vengano dalle piogge, e dalle nevi, né mai da’ sognati lambicchi; del che
mi promise di darne fuora moltissime osservazioni, e ragioni, che proveranno fino
ad evidenza la verità della nostra proposizione (Vallisneri, 1726).
138 idraulici italiani
Nel viaggio in Toscana del 1705, Vallisneri incontra a Pratolino il principe ereditario Ferdinando de’ Medici (1663-1713), il quale gli presenta i giochi d’acqua di tutte quelle mirabili fontane, lamentando che quell’anno erano
scarse d’acqua per le poche nevi nello scorso inverno cadute ne’ vicini monti, da’
quali si derivava, per lo che non riuscivano allora con tutta l’abituale magnificenza (vallisneri, 1726). Nasce così tra loro il discorso intorno all’origine
delle fontane naturali e perenni, in cui il principe deride apertamente l’opinione accreditata presso la maggior parte degli scienziati: Onde, dopo riferita,
e dileggiata, fra le altre, l’opinione, che dal mare venissero, conchiuse essere noto
infino a’ suoi fontanieri, che nascono dalle sole acque, e nevi squagliate, il che toccavano ogni anno come con mano, scarseggiando la state, se poche nevi fioccavano il verno, e abbondando, se copiose cadevano, il che adivenuto non sarebbe, se
venute fossero dal mare, perché il mare era sempre lo stesso (Vallisneri, 1726).
4. l’origine dei pozzi modenesi
Durante le sue escursioni nell’Appennino modenese, Vallisneri fa anche altre osservazioni idrogeologiche importanti, ossia scopre la vera causa dei pozzi modenesi (dall’Ottocento detti artesiani), che attingono l’acqua da falde in
pressione, mentre all’epoca erano ancora diffuse spiegazioni favolose (v. Ramazzini 1691). Visitando le Alpi di San Pellegrino, sopra Modena, egli osserva che le portate dei fiumi sono molto scarse rispetto alla vastità del bacino
idrografico e all’abbondanza delle nevi. I pastori gli mostrano i luoghi dove le
acque superficiali penetrano nel sottosuolo, formando qui un invisibile fiume,
tendente verso le nostre parti. Egli collega queste osservazioni alla peculiarità
dei pozzi modenesi: Mi venne tosto in mente quel raro miracolo de’ pozzi, o fonti
di Modana, e riflettendo al già noto sotterraneo perpetuo fiume, che passa, e freme
sotto le fondamenta della medesima, immaginai, che fosse appunto lo stesso, che
a quelli somministrasse sempre abbondevoli l’acque […]. Molti nostri antichi, e
moderni filosofi, e medici hanno cercata l’origine meravigliosa di questi fonti, e
tormentato il loro spirito in fingere cagioni ingegnosissime di attrazioni, di fuochi
sotterranei, di lambicchi ne’ vicini monti, e di macchine non mai sognate dalla
natura; quando bastava, che alcune miglia lontano salissero su i sovrapposti monti, ed osservassero come colà le acque sotterratisi formavano il soprammentovato
invisibile fiume (Vallisneri, 1726).
Vallisneri inizialmente pensa di essere il primo scopritore di un così oscuro
e strepitoso fenomeno, ma in seguito legge la medesima descrizione nel trattato del filosofo francese Edmond Pourchot (1651-1734) Institutiones philosophicae (parte 2, cap. 4, 1695), dove si parla dell’origine delle fonti e dei
fiumi. A sua volta Pourchot rinvia all’italiano Giandomenico Cassini (16251712), già professore a Bologna e Sovrintendente alle acque dello Stato pontificio e nel 1669 trasferitosi a Parigi: Ciò si fa palese dalle osservazioni del chiarissimo Cassini, il quale notò, che in un certo sito del Bolognese, e del Modenese,
se nel fondo de’ pozzi si fora una certa argilla, o tufo, sale l’acqua fino sopra la superficie della terra: la quale al certo non viene cacciata in alto da un fuoco sotterraneo, ma essendo caduta dal monte Appennino, benché alcune miglia distante,
fa sforzo verso le parti superiori, per livellarsi colla sua prima sorgente.
antonio vallisneri (1661-1731) 139
Il frontespizio della seconda edizione
della Lezione accademica intorno l’origine
delle fontane (Venezia, 1726).
Vallisneri osserva lo stesso comportamento dei pozzi modenesi in alcune
fonti termali dei colli Euganei; indaga a fondo l’idrografia sotterranea ed è
in grado di scoprire i luoghi dove si possono cercare le fonti: Insegnerei fino
il modo, con cui, quasi emoli della natura, possiamo far nascere a nostro senno e
fonti, e laghi, e rivi perpetui, tutto fondando su questo puro, e semplice principio,
che ogni fonte, ed ogni fiume viene dalle acque piovane, e dalle nevi squagliate
(Vallisneri, 1726).
Egli conclude la sua lezione accademica, osservando che anche la tesi dell’esclusiva origine delle fontane dalle precipitazioni rispetta la Bibbia: Anche così
140 idraulici italiani
vengono i fiumi dal mare, ed al mare ritornano, cioè il sole, e l’aria fanno che
si sollevino sciolte in vapori le acque del mare, i quali si raunano, e si stringono
in nuvole, e dalle nuvole grondano le piogge, piombano le grandini, e fioccano le
nevi, che formano i fonti, e i fiumi, che ritornano al mare (Vallisneri, 1726).
guido grandi
La vita
Due anni dopo la morte dell’abate Guido Grandi, esce un libro sulla sua vita,
scritto da un giovane monaco suo allievo: il veneziano Giovanni Maria Ortes
(1713-1790), matematico, economista e musicista; il testo è ricco di particolari biografici ed illustra nel dettaglio gli scritti matematici e storici del maestro. Trent’anni dopo, a sua volta, il pisano monsignor Angelo Fabroni scrive
una lunga biografia di Guido Grandi in latino, inserita nella raccolta Vitae
Italorum doctrina excellentium. Le biografie successive si rifanno a questi due
testi fondamentali.
Non mancano studi moderni, che approfondiscono aspetti particolari della figura di Guido Grandi; tra questi, gli scritti di Divo Barsanti sulle sue attività come scienziato ed ingegnere idraulico. Nella Biblioteca universitaria di
Pisa e in numerosi altri siti, è conservato un ricco epistolario, con circa 5000
lettere di Grandi, oggetto di studi sulla corrispondenza con singole personalità.
1. camaldolese a ravenna
Guido Grandi (al secolo Francesco Lodovico) nasce a Cremona il 1 ottobre
1671 da famiglia di modeste condizioni (il padre è ricamatore). Dopo aver
studiato presso la scuola locale dei Gesuiti, nel 1688 veste l’abito camaldolese, nel Monastero di Classe in Ravenna, dispiacendo al padre, che lo vorrebbe giureconsulto.
Di quel periodo si conserva manoscritto un suo trattato composto all’età di
20 anni, sulla musica, teorica e pratica, diviso in tre libri, in cui si può rintracciare l’inclinazione per la matematica e un martirologio camaldolese, che rivela la passione per la storia monastica: appaiono quindi precocemente le due
vocazioni culturali (scientifica e storica), che lo accompagneranno per tutta la
vita. Dopo aver perfezionato gli studi del suo Ordine a Roma, nel 1694 sostiene le consuete tesi di filosofia e teologia.
2. matematico autodidatta a firenze
Nello stesso anno 1694, avviene la svolta decisiva della sua vita: l’Abate del
Monastero di Firenze lo chiama come suo Lettore di Filosofia e nel 1697 è
promosso alla Cattedra di Teologia. Nell’ambiente culturale fiorentino, allora
all’avanguardia in Italia, il giovane monaco cremonese ha modo di sviluppare da autodidatta la sua vocazione per la matematica e in particolare la geometria. La prontezza con la quale s’inoltra nelle matematiche è stupefacente,
poiché in poco più di tre anni, dopo aver iniziato ad apprenderle, è in grado
di trovare la soluzione dei problemi geometrici di Pappo e di Vincenzo Viviani e di possedere interamente l’algebra, sciogliendo analiticamente i problemi
di tre dimensioni, cosa non fatta prima in Toscana. Negli stessi corsi di filosofia introduce istituzioni di meccanica, ottica ed idraulica.
142 idraulici italiani
Si reca spesso nella bottega del libraio umanista Antonio Magliabechi
(1633-1714), dove incontra altri studiosi, i quali apprezzano il suo genio matematico. Nel 1699 esce il suo primo libro di geometria, che lo fa conoscere
e apprezzare in Italia e all’estero; entra anche in rapporto con Isacco Newton
(1643-1727), che lo incoraggia a proseguire.
3. professore all’università di pisa
Nel 1700 Guido Grandi ormai è in grado di competere con i maggiori matematici viventi e il Granduca Cosimo iii de’ Medici (1642-1723), nel timore
di farselo sfuggire, lo promuove con sua sorpresa alla cattedra di filosofia straordinaria nell’Università di Pisa (diventerà ordinaria nel 1706). In quel posto, egli rivoluziona completamente l’insegnamento tradizionale, dominato
dalla filosofia aristotelica, ispirandosi ai principi di Cartesio ed introducendo
insegnamenti di carattere schiettamente fisico: Le istituzioni di Meccanica, di
Ottica, e di Idraulica, stese per uso delle sue lezioni filosofiche, fanno conoscere
che queste avevano spezie più di Matematica mista, che di volgare Filosofia (Ortes, 1744).
È tra i primi italiani ad applicare (dal 1701) la nuova analisi infinitesimale,
assieme ai bolognesi fratelli Eustachio e Gabriello Manfredi. Nel 1709, grazie
ad uno studio sulla propagazione del suono, è aggregato alla Reale Società di
Londra, presieduta da Newton; in quella data è già membro di numerose Accademie italiane: l’Arcadia, l’Etrusca di Cortona, quella milanese dei Vigilanti di Clelia Del Grillo Borromeo, i Fisiocritici di Siena. Non mancano vivaci
contese con altri matematici, come gli italiani Alessandro Marchetti (16331714), Giuseppe Verzaglia (1669-1730), il conte Jacopo Riccati (1676-1754)
e il famoso abate francese Pierre de Varignon (1654-1722), condotte secondo
l’uso del tempo, in forma di duelli letterari su riviste scientifiche (Varignon
lo chiama l’Aggresseur).
4. studi e controversie storiche
Grandi alterna le pubblicazioni matematiche a quelle storiche, e questa seconda attività, che lo appassiona quanto la prima, gli procura non pochi contrasti, anche all’interno del proprio ordine. Le Dissertationes Camaldulenses
(1707) applicano una metodologia critica alla storia monastica e sono apprezzate da L. A. Muratori, ma suscitano animate discussioni tra i Camaldolesi, poiché mettono in discussione talune tradizioni agiografiche. Più tardi,
un’altra vivace e lunga polemica di carattere storico si scatenerà in ambito laico, a seguito dell’interpretazione data da Grandi nel 1723 alla scoperta del
codice giustinianeo delle Pandette, contestando la tradizione, che lo voleva
rinvenuto dai Pisani in una scorreria ad Amalfi. Il risentimento dei dotti, che
difendono la tradizione, contagia presto i cittadini pisani, tanto da fargli limitare le uscite dal monastero; anche per allontanarlo da Pisa, dove è divenuto impopolare, nel 1729 è nominato visitatore generale dei Camaldolesi ed in
questo ruolo è chiamato spesso a viaggiare.
Busto di Antonio Magliabechi (16331714), libraio erudito e bibliofilo, a
contatto con i maggiori personaggi
culturali del suo tempo. Nella sua
bottega a Firenze il giovane monaco
Guido Grandi incontra altri studiosi,
i quali apprezzano il suo genio
matematico.
guido grandi (1671-1742) 143
5. matematico granducale
Guido Grandi è apprezzato e protetto dal Granduca Cosimo iii, che nel 1707,
anche per tutelarlo rafforzando la sua posizione nell’Ordine, lo nomina Matematico granducale (titolo riservato in precedenza a Galileo, Torricelli e Viviani) e poi anche suo teologo. Nel 1717 sostiene la nomina di Grandi come
abate della provincia toscana, ma questa promozione è anche un premio del
Papa per le consulenze idrauliche allo Stato pontificio. Con l’erede di Cosimo
iii, Gian Gastone (1671-1737), ultimo dei Medici (regna dal 1723 al 1737), i
rapporti saranno più freddi, come appare nella vicenda delle Pandette.
6. la perizia idraulica sul fiume era
Le attività idrauliche del monaco camaldolese sono strettamente intrecciate a
quelle matematiche ed alla sua carriera. All’epoca, pur esistendo ingegneri e
periti idraulici dedicati alle opere, ma spesso privi di salde conoscenze teoriche, l’Idraulica come scienza non è ancora coltivata separatamente dalla matematica ed è costume che i più insigni matematici siano, prima o poi, coinvolti negli affari d’acque. Per Guido Grandi, che in precedenza si è occupato
d’idraulica soltanto nelle sue lezioni accademiche, questo momento arriva nel
1714, quando per suggerimento del Granduca è chiamato a partecipare ad
una controversia fra due nobili famiglie fiorentine, vertente sulla costruzione di una pescaia (traversa) ad uso di un nuovo mulino nel fiume Era, voluta da una parte ed osteggiata dall’altra, che teme danni alla sua proprietà. In
se stessa, si tratta di una questione di minima importanza, ma diventa famosa per l’ardore delle parti contendenti e la notorietà dei personaggi coinvolti:
teorici come Guido Grandi e il bolognese Eustachio Manfredi (1674-1739)
e tecnici come il modenese Geminiano Rondelli (1652-1735). Essa ci offre
un quadro a tinte vivaci delle controversie idrauliche dell’epoca ed apre una
nuova stagione della vita di Guido Grandi, che sarà occupata in misura rilevante dagli affari d’acque.
Ritratto di Cosimo iii de’ Medici (16421723). Salito al trono nel 1670, stima e
protegge Guido Grandi, nominandolo
nel 1707 Matematico granducale.
In questo ruolo, l’abate camaldolese
sovrintende agli affari d’acque del
Granducato di Toscana.
La perizia idraulica sul fiume Era è il
primo “affare d’acque” di Guido Grandi,
che si mette in luce contrapponendosi
ad idraulici noti, come il bolognese
Eustachio Manfredi e il modenese
Geminiano Rondelli.
144 idraulici italiani
Grandi, che difende la parte contraria alla costruzione, scrive inizialmente due relazioni: nella prima, non avendo ancora visitato il luogo, esamina la
questione nelle sue linee generali, sostenendo che il fondo del fiume torbido
si sarebbe necessariamente sollevato fino a passare sulla cresta della traversa
che ne sbarrava la corrente, riducendo la velocità di trasporto dei sedimenti; nella seconda scrittura, formata dopo l’accesso fatto con i giudici delegati,
scopre che l’Era non ha da più secoli abbassato il fondo, e sostiene con calcoli
che il sopraelevamento delle acque faciliterebbe le rotte, con effetti funesti e
insopportabili dai possessori dei beni inferiori. Una terza scrittura ribatte le
ragioni del Rondelli, che difende la parte favorevole alla costruzione e sostiene l’abbassamento storico dell’alveo dell’Era: a tal che parea, che la cosa fosse
ridotta ad una discussione d’Antiquari, e si dovesse investigare il livello di quel
fiume a’ tempi degli antichi Etruschi; e da quante Pescaje fosse allora attraversato (Ortes, 1744). Nella contesa il Rondelli assume toni irrispettosi e Grandi
sdegnato abbandona il campo: Dalla scrittura del Dottor Rondelli, e dall’esame, che ne fece il padre Grandi, si scorge a qual grado, era giunto l’impegno; perciocché il primo ardì motteggiare il P. Grandi, che scrivesse condotto da interesse,
e da spirito di contradizione, e questi senza badare che gli Avvocati parlano per
debito di sostenere, non tanto la ragione, quanto la causa che contrastano, non
si astenne dal disprezzarlo, e dall’uscire di controversia, come tal volta fu suo costume (Ortes, 1744). Il giudice decide a favore dei clienti di Grandi, ma in
seguito gli avversari propongono di aggirare il problema divertendo l’Era in
un nuovo alveo; l’abate riprova anche questa proposta con un’Informazione
all’Ufficio competente, detto dei Fossi.
7. sovrintendente alle acque del granducato
Le modalità con cui si è svolta la contesa dell’Era e la pubblicità che l’ha accompagnata contribuiscono a diffondere la fama della perizia idraulica di
Guido Grandi, con riflessi immediati sulla sua carriera: nello stesso 1714
Cosimo iii lo promuove alla Cattedra di Matematica, vacante per la morte
d’Alessandro Marchetti (già suo rivale), e gli conferisce, con lo stipendio di
400 scudi annui, la Sovrintendenza alle acque del Granducato, impiego che,
dopo la morte di Vincenzo Viviani nel 1703, non era stato attribuito ad altri. Terrà la cattedra di matematica fino alla fine, avendo come allievi, tra gli
altri, Tommaso Perelli (1704-1783) e Tommaso Narducci (1679-1766), noti
anche come idraulici. L’impiego come Sovrintendente alle acque gli toglierà
tempo ed energie per la ricerca di base, com’era già avvenuto a Vincenzo Viviani ed avverrà dopo con i suoi successori.
8. il padule di fucecchio
Come Sovrintendente, nel 1715 Grandi deve affrontare un problema rilevante e politicamente delicato, di cui in precedenza si era occupato anche Viviani: la sistemazione idraulica di vaste campagne poste sui confini del Lago
o Padule di Fucecchio, le quali un tempo scaricavano naturalmente nel lago
ed ora si trovano a quota inferiore al suo fondo e sono difese con argini, sor-
guido grandi (1671-1742) 145
Frontespizio della Relazione delle
operazioni fatte circa il Padule di
Fucecchio.
montati in tempo di piena, con danni che si ripercuotono sulla Valdinievole.
Grandi ricostruisce le cause storiche di questo disordine idraulico e propone
il rimedio: Andò egli sul luogo, e stimò provenire i disordini dalle colmate, colle
quali la Casa de’ Medici s’era inoltrata nel lago, occupandone buona parte, per
difender le sue tenute, in mezzo alle quali giacevano quelle campagne più basse, e propose il rimedio di rialzarle colle torbide di qualche fiume, a misura delle colmate adiacenti, cosa facile da ottenersi, senza grave dispendio, come calcolò
con una scrittura stampata in maggio (Ortes, 1744). Questa proposta non è
subito accolta favorevolmente, per l’opposizione degli ingegneri, i quali preferiscono risolvere il problema scavando il lago. In una seconda relazione,
Grandi sostiene che l’unico rimedio possibile è la colmata dei terreni più bassi, ponendo nello stesso tempo fine alla bonifica del lago, che anche allora
continuava.
La questione del lago di Fucecchio dimostra la dirittura morale del Grandi,
il quale non teme di contrastare gl’interessi privati di Casa Medici: Nel propugnare questa causa, non tanto si stimò la sua perizia, quanto la lealtà con cui
richiesto, sostenne il vero, opponendosi non solo all’opinione comune degli operai,
e de’ Ministri nobili, ma ancora al profitto, che proveniva alla Casa de’ Medici allora regnante, dall’inoltrarsi con le colmate nel lago, dichiarando che il poco utile
che ne ritraeva il Principe ne’ suoi beni Allodiali, non compensava il danno che
si recava a i privati (Ortes, 1744). Il frate biografo ricostruisce anche il contrasto di Grandi con la mentalità di ministri ed ingegneri, i quali, come spesso avviene ancor oggi, preferiscono lavori dispendiosi e rapidi a poco costose
e lente misure preventive e curative di tipo naturale: Ciò però non facea, che i
146 idraulici italiani
Ministri, e gli Ingegneri, che amano di non starsene con le mani a cintola, non
mettessero la cosa in cattivo prospetto, e in questa, e in altre occasioni sotto specie
di lodarlo di molta Teorica, non lo tacciassero di poca pratica (Ortes, 1744). Lo
stesso Grandi scrive in proposito ad un amico: Questi ingegneri pratici trovano
più il conto loro in promuovere imprese inutili, e pregiudiziali, che sempre diano
luogo a poter mettere in campo nuove idee, e sono di ciarle così efficaci, e potenti,
che la vincono alla fine, e spuntano di fare ciò che vogliono, screditando i Teorici, che sono di parere diverso. Dove emerge anche una difficoltà caratteriale del
Grandi, uomo profondo ma chiuso e poco abile nei rapporti interpersonali; ciò spiega anche la sua irascibilità. Al momento la questione è risolta abbracciando il suo parere sulle colmate, ma il problema del Lago di Fucecchio
è complesso e si trascinerà a lungo, con interventi progettati a fine secolo da
Vittorio Fossombroni e continuati nell’Ottocento. Oggi il bacino residuale è
una riserva naturale.
Altre questioni idrauliche toscane, che impegnano Guido Grandi, hanno
in prevalenza interesse locale. Attorno al 1715 egli ristruttura un ponte sul
Fosso della Vicinaja, ai confini con il Ducato di Massa e stende il regolamento per il deflusso delle acque nella campagna pisana, che sarà applicato con
risultati positivi dall’Ufficio dei Fossi. Studia anche il lago di Castiglione della Pescaja nel Grossetano, che si va estendendo in una vasta palude isterilita
da acque salmastre: il problema delle paludi costiere della Maremma ha dimensioni gigantesche e sarà avviato a soluzione nella seconda metà del Settecento da Leonardo Ximenes. Anche in quest’occasione, egli fornisce un parere equilibrato ed oggi si direbbe ecologicamente corretto: dissuase ciò che
altri aveva proposto, di disseccare affatto il lago, senza pensare, che un ricettacolo
all’acque di quei contorni era necessario. Egli propose, piuttosto, di ridurlo ai
termini di prima e vigilare perché non s’estendesse oltre il dovere (Ortes, 1744).
9. matematico pontificio.
la complessa questione del reno
Sicuramente più importanti sono le perizie sulla questione del Reno (si vedano le biografie di Giambattista Aleotti, Benedetto Castelli, Nicolò Cabeo,
Domenico Guglielmini, Eustachio Manfredi), che coinvolgono Guido Grandi come Matematico pontificio, a partire dal 1716 e lo impegnano intensamente per alcuni anni, con assenze prolungate dalla Toscana, per le visite sul
territorio e le discussioni a Roma. All’inizio del Settecento, il confronto tra
Bolognesi e Ferraresi vede la prevalenza dei primi, che sono all’attacco, assistiti tecnicamente dai fratelli Eustachio Manfredi (1674-1739) e Gabriello
Manfredi (1681-1761), mentre i secondi si difendono accanitamente, con
la consulenza di Bernardino Zendrini (1679-1747). Bologna sostiene l’immissione del Reno nel Po Grande, detto di Lombardia, che scorre a Nord di
Ferrara, dopo la gran rotta medioevale di Ficarolo, mentre Ferrara vuole condurre il Reno direttamente in Adriatico a Sud della città e delle Valli di Comacchio, attraverso il Po di Primaro. Nel 1693 i delegati pontifici cardinali
d’Adda e Barberini avevano espresso un voto favorevole alla tesi di Bologna,
sostenuta da Domenico Gugliemini, ma in seguito i lavori erano stati blocca-
guido grandi (1671-1742) 147
Disegno Topografico, et Idrografico del
Reno, sue Valli, Siti, e Stati addiacenti,
fatto l’Anno 1715 in Spiegazione della
Relazione data dagli E.mi Cardinali
D’Adda, e Barberini l’Anno 1694
(Archivio di Stato di Ferrara, Archivio
storico comunale, serie mappe, stampe,
disegni, busta 2 n. 25). Il disegno
rappresenta lo stato del territorio nel
1715, quando si riaccende la contesa tra
Bolognesi e Ferraresi sulla questione del
Reno, con la partecipazione di Guido
Grandi come esperto pontificio.
ti dall’ostruzionismo di Ferrara. Nel 1715 si riapre la vertenza, su istanza degli
spazientiti Bolognesi, che vogliono superare le ultime incertezze.
La Camera Apostolica decide un’altra visita, per rilevare sul posto i pretesi
cambiamenti nel Po, nel Panaro e nel Reno, che i Ferraresi sostengono essere
intervenuti dal tempo della sentenza favorevole all’immissione del Reno nel
Po Grande. Grandi, con l’Abate Celestino Galiani (1681-1753), è scelto ad
assistere, come matematico pontificio, Monsignor Domenico Riviera (16711752), che presiede questa visita, al termine della quale è chiamato a Roma,
per esser presente alle discussioni tra le parti: nel 1717 i Bolognesi risultano
ancora una volta vincitori della battaglia (ma perderanno la guerra!). In tutta
questa vicenda, Grandi si mostra persuaso delle loro ragioni.
Rientrato a Pisa, riprende gli amati studi matematici forzatamente interrotti, ma la controversia del Reno non è finita, perché alla notizia del nuovo
decreto sull’introduzione del Reno nel Po Grande, nel 1719 si muovono gli
Stati con territori a monte delle province pontificie, ossia l’Austria, che possiede i Ducati di Mantova e di Milano e i due Ducati autonomi di Modena e
di Parma: tutti temono danni ai loro territori, per difficoltà di deflusso nel Po
a valle. Si rende quindi necessario sospendere l’esecuzione dei lavori ed organizzare un’altra visita generale, a cui ciascuno degli interessati partecipa con i
propri rappresentanti. Alla visita l’Abate Grandi assiste non solo come Matematico Pontificio, ma anche come delegato di Cremona, sua città natale. La
visita si svolge dal dicembre 1719 al marzo del 1720, nel tratto da Pavia fino
a Lagoscuro, per valutare gli effetti che producono i vari affluenti; la comitiva
è molto numerosa, perché ogni città vuole partecipare (a spese di Bologna!).
Scrive Ortes: Queste gran mosse servirono più di pompa, che di bisogno, essendosi rilevato dalle osservazioni, che le poche acque del Reno non sarebbero state capaci ad alterare quel gran fiume nelle parti superiori, e il Padre Grandi sostenne
ciò con tutta la forza, principalmente contro i Signori Corradi, Ceva, e Moscadelli Matematici di Modena e di Mantova, e alcuni altri che stavano per la parte de’ Pavesi, esaggerando gran piene, venti, regurgiti, desolazioni di campagne, e
148 idraulici italiani
mille mali, quasi che si trattasse di unire, non già all’estremità del suo corso, ma
alle medesime fonti del Pò, il Reno della Germania (Ortes, 1744). Si ricorda
che Domenico Corradi D’Austria (1677-1756) è il matematico del Duca di
Modena, Giovanni Ceva (1647-1734) insegna matematica a Mantova, Doriciglio Moscadelli è un altro perito al servizio dell’Imperatore. Guido Grandi
conserva la sua posizione favorevole all’introduzione del Reno in Po, ma questa volta prevale la coalizione degli interessi contrastanti, soprattutto quando,
ripresa nel marzo 1721 la visita da Lagoscuro alle Foci del Po, emergono preoccupazioni più consistenti.
Negli anni successivi, vista l’impossibilità di realizzare il loro progetto originario per immettere il Reno nel Po Grande, i Bolognesi sono disponibili
ad una soluzione di compromesso, ossia all’introduzione nel Po di Volano,
che ha un tracciato intermedio tra quello settentrionale del Po Grande o di
Lombardia, e quello meridionale del Po di Primaro, caro ai Ferraresi, perché
più lontano dalla loro provincia. Nel 1725 s’incontrano a Faenza il bolognese Eustachio Manfredi, il veneto Bernardino Zendrini, il cesareo o imperiale Giovanni Jacopo Marinoni (1676-1755) e Guido Grandi, che convergono
sull’ipotesi del Po di Volano; tuttavia i rilievi fatti evidenziano che in regime
normale la poca acqua del Po di Volano, unita a quella del Reno, non è sufficiente per conservare un corso perenne (utile alla navigazione) e la decisione
rimane sospesa.
Nel 1729 si tiene a Faenza un altro congresso tra le parti e Grandi, che
come Matematico pontificio lo presiede, dopo aver fatto le opportune livellazioni, propone di derivare dal Po Grande un corpo d’acqua, che unito con
quello del Reno nel Po di Volano, sia sufficiente per conservare un corso perenne fino al mare. Egli mette in discussione tre quesiti: 1° la portata che si
Mappa dello stato presente del
territorio e Valli in cui si scaricano
li fiumi Reno, Savana Idice, et altre
acque del Bolognese, dimostrato in
una parte di Copia della mappa
prodotta per parte della Città di
Bologna negli atti de’ Congressi tenuti
in Faenza l’anno 1725 avanti l’Em.
mo Piazza coll’aggiunta d’alcune
particolarità in quella non espresse
e dell’innovazioni successe e fatte
da Sig.ri Bolognesi a tutto l’anno
corrente 1738 (Biblioteca Ariostea
di Ferrara, mappe serie xiv-69). La
mappa evidenzia l’estensione delle
aree paludose tra Bologna e Ferrara
(Le Valli), create dai fiumi bolognesi
privi di sbocco nel Po. Il convegno
di Faenza del 1725 vede la presenza
d’Eustachio Manfredi, Bernardino
Zendrini, Jacopo Marinoni e Guido
Grandi, i quali discutono l’ipotesi
dell’immissione del Reno nel Po di
Volano.
guido grandi (1671-1742) 149
può estrarre dal Po grande, senza pregiudizio della navigazione, 2° la lunghezza ed altezza della soglia del regolatore, da porsi all’incile della diramazione,
3° se tal regolatore possa avere la debita sussistenza. Incontra l’opposizione di
Giovanni Ceva (matematico a lui avverso anche per altri motivi!), il quale sostiene che il progetto danneggerebbe la navigazione sul Po Grande. Alla fine
anche questa soluzione è accantonata.
10. altre perizie idrauliche in toscana
Attorno al 1720 Guido Grandi si occupa del Lago di Portobeltrame, con l’adiacente palude del Trebbione a Pietrasanta e delle corrosioni del fiume Evola, affluente dell’Arno. Nel 1724 interviene per dirimere una piccola questione idraulica, che peraltro ha rilievo interstatale, poiché contrappone la
comunità di Barga nel Granducato toscano a quelle di Gallicano e Piattone
nella Repubblica di Lucca, le quali protestano per certi ripari stimati dannosi, fatti dalla prima sul fiume Serchio. Negli anni successivi, un’altra piccola
bega interessa un nuovo Mulino da fabbricarsi in un luogo detto l’Alberetta
dell’Anconella, posto sul piano di Ripoli, cosa che fu da lui riprovata, attese le
inondazioni che si sarebbero con ciò facilitate nell’escrescenze dell’Arno, da cui
volevasi derivar l’acqua al Mulino, per via di semplice gora (Ortes, 1744). Talvolta le contese idrauliche di cui deve occuparsi si trascinano da decenni o addirittura secoli, come la causa mossa dalla Mensa Arcivescovale di Lucca nel
1620 e rinnovata più di un secolo dopo, contro un nobile, che aveva trasferito
il Canale, per cui derivava ad una sua villa l’acqua del Rio della Fraga, ad un
punto più alto, con dargli una direzione più inclinata verso la corrente, e con ciò
provvedersi di maggior copia di acqua, dal che ne insorgeva mancanza alle fonti, e agli edificj della Mensa suddetta, e degli altri possessori delle ville inferiori
(Ortes, 1744). Grandi è sempre prudente nell’approvare nuove spese, come
quelle proposte da un famoso ingegnere per deviare le acque di un fiumicello, detto Calabrone, che ammorbava con i suoi fanghi il porto di Livorno: lo
sbarramento della foce con una traversa (serra o steccaia) è pericoloso per le
possibili inondazioni nel piano di Pisa e, del resto, le acque del Calabrone,
quando sono più torbide in tempo di piena, già tracimano dalle sponde in
certe lagune contigue, sicché inerendo a’ suoi consigli, il Porto di Livorno fu lasciato nello stato di prima (Ortes, 1744).
L’ultima perizia idraulica di Grandi risale al 1732 ed è stampata nel 1736:
riguarda una causa, che pende fra l’ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e la
Comunità di Sinalunga, in Val di Chiana, la quale soffre per il ristagno delle acque provocato dal sopraelevamento del fiume Foenna, loro recapito naturale. Il problema è piccolo, ma i contendenti chiamano a risolverlo pezzi
grossi. Dapprima interviene l’abate Grandi con una perizia, che approva con
alcune cautele la richiesta di Sinalunga, ma alcuni dell’Ordine dei Cavalieri,
poco soddisfatti, chiedono un’altra consulenza, da parte dell’altrettanto famoso Eustachio Manfredi, indicato come periziore, ossia più esperto, e questi
non soltanto esprime un parere conforme a quello del collega, ma modestamente risponde, che si contentava di esporre i suoi pensieri su quella contesa; ma
che quanto al titolo di Periziore, si dichiarava di non accettarlo, perché siccome
150 idraulici italiani
questo vocabolo era improprio nella nostra favella, così trattandosi di competer
col Grandi, non conosceva chi in materia di acque potesse dirsi più perito di lui
(Ortes, 1744).
Le numerose perizie idrauliche eseguite fanno capire a Grandi l’importanza degli aspetti giuridici ed egli si documenta sempre accuratamente, pur
conservando un certo distacco: Era solito addur Testi legali alle scritture d’acque, non perché conoscesse, che quelli avessero molto che fare nel regolamento
d’esse, ma per adattarsi al genio de’ Tribunali (Ortes, 1744). In una lettera ad
Eustachio Manfredi, avente per oggetto la contesa tra le comunità di Barga
e Gallicano, scrive per burla: V. S. è Dottore di legge, sebben mi ricordo, e però
vengo al suo Tribunale co’ Testi, e non con sottigliezze, e frivolezze Geometriche.
11. la malattia e la decadenza degli ultimi anni
Gli ultimi anni della vita di Guido Grandi sono contrassegnati dalla decadenza fisica ed intellettuale: di complessione robusta e resistente alla fatica, ha
sempre goduto d’ottima salute, ma dal 1737 crudelmente la memoria comincia a svanire, al punto che a stento ricorda i nomi delle persone e fatica a trovare le parole per esprimersi. Lotta tenacemente contro la malattia: conserva
la cognizione delle cose, ma gli mancano i termini per esprimerle e si aiuta
con un vocabolario, continuando a scrivere e ad insegnare fino al 1739. Gli
ultimi due anni sono i più difficili, perché non riesce più a lavorare e a studiare, ma sopporta senza lamentarsi il peso della sua infelice condizione. Riesce a dettare lettere fino all’inizio del 1741. Muore il 4 luglio 1742. I Monaci
Camaldolesi, per onorarne la memoria, nel 1747 gli erigono un monumento
nel Monastero di Classe a Ravenna, dove si è formato.
Scrive Ortes sulle ultime volontà di Guido Grandi: Avendo ottenuto, con
un breve Papale, di poter disporre del suo, lasciò l’Argenterie, e gli altri Mobili al
Monastero di Pisa; e in esso una copiosa e scelta Libreria, a comodo pubblico, con
un fondo di 2700 scudi, per trarne trenta di stipendio ad un Bibliotecario, e del
rimanente aumentarla di continuo, mostrando la sua propensione per la Città di
Pisa, che in questo caso, preferì alla propria Patria, dopo di aver in essa impiegate
tutte le facoltà acquistate in vita, che non furono poche; essendo arrivato a conseguire più di cinquecento scudi di provvisione, oltre a’ considerabili proventi, che
ricavava straordinariamente dalle visite di acque; perciocché essendo nel suo trattamento parchissimo, fece andare tutte queste rendite in beneficio del Monastero
suddetto (Ortes, 1744).
12. la personalità
Nella lunga biografia scritta da Ortes, la figura umana dell’Abate Guido
Grandi è delineata con precisione: un uomo privo di grazie e schivo, che conduce vita ritirata e ha poca cura di apparire: Fu il P. Abate Grandi di statura
mezzana, alquanto corpulento, rosso di pelo, e di naso ampio, pensoso e chiuso in
se stesso, giocondo d’aspetto, ma di portamento materiale, e disadatto; a tal, che
dall’esterna sembianza non si sarebbe creduto che ricettasse sì grand’ingegno. Una
persona così è fatalmente timida e poco abile nel trattare col prossimo: Sicu-
I Camaldolesi del monastero di
Classe, dove Guido Grandi si è
formato, per onorarlo, dopo la sua
morte commissionano un plastico
allo scultore Domenico Piò (1747).
In alto la medaglia-ritratto di Guido
Grandi, al centro una mensola con
libri, attrezzi e progetti geometrici; ai
lati dell’iscrizione poggiano i gomiti
Minerva e Mercurio; in basso, due
aquile. Nell’epigrafe si ricordano i
meriti scientifici di Grandi: d.o.m. /
gvidoni. abb. grandio. cremonensi
/ in pisano lyceo / philosopho.
et. mathematico / geometriae.
principibvs / facile comparando /
aqvis. tvsciae. dirigendis. praefecto
/ reg. societatis. londinensis.
socio. / omnigenae. ervditionis.
cvltori / et. scriptori / pontificibvs.
maximis / magnis. dvcibvs. etrvriae
/ litterariae. reipvblicae /
probatissimo / abbates. et. monachi.
classenses / vt. optimvs. hvivs.
coenobii. alvmnvs / qvi. sapientiae.
et. religioni. vixit / posterorvm.
memoriae. vivat/ et. exemplo / ann.
m.dcc.xlvii / p.c. (Ravenna, Biblioteca
Classense).
guido grandi (1671-1742) 151
ro di ottenere stima, presso i Grandi, a forza di merito, trascurò di procacciarsela
con arte, benché a ciò fosse poco atto, atteso il suo genio naturale, facile a tor soggezione, e non molto pronto. Non ha molti amici: Tranne poche selezionate amicizie nel suo monastero, il P. Abate Grandi stava segregato dal resto del Mondo,
intento al suo ministero delle lezioni, e di qualche affare d’acque (Ortes, 1744).
Grandi è il contrario dell’uomo di mondo, come saranno altri celebri abati nella seconda metà del Settecento (per es. Paolo Frisi, Ruggero Boscovich),
ossia è un orso ed appare consapevole dei suoi limiti. Scrive ad un amico a
proposito della disputa con un avversario: Io era e sono ancora più rozzo di lui,
e non pratico se non con grandissimo contraggenio le persone con le quali non posso discorrere di cose virtuose, e con le quali non abbia preso, il che solo mi riesce
con lungo uso, una strettissima confidenza; le quali mie naturali imperfezioni mi
rendono certamente poco gradito ai più, ma non so che riescano di pregiudizio di
alcuno. Non si deve perciò credere che il chiuso abate camaldolese durante la
sua vita abbia avuto scarsi rapporti; al contrario egli è stato in contatto con
moltissimi uomini di scienza e lettere, come dimostra il suo ricchissimo epistolario, ma preferisce scrivere anzichè parlare, non ama viaggiare e frequentare le persone e men che meno lo svago e il divertimento; in questo appare
simile ad Anton Mario Lorgna ed al suo conterraneo Elia Lombardini. Gode
anche della stima di persone altolocate, tra cui il Cardinale Lambertini e futuro Papa Benedetto xiv (1675-1758), che gli scrive una lettera affettuosa negli ultimi anni di vita.
Alla timidezza si collega un temperamento, che per natura sarebbe portato alla collera, ma è controllato dalla disciplina (Ortes: domò collo studio ogni
violenta passione). Secondo il costume dell’epoca, Grandi ha molte contese
scientifiche e letterarie, ma conserva l’autocontrollo e una certa misura, che si
manifestano anche negli spinosi affari d’acque.
Nelle perizie, manifesta spirito libero, senza curarsi di compiacere al potere. La medesima rettitudine lo induce a non far pesare i suoi titoli di merito secolari negli equilibri interni all’Ordine camaldolese: Non ostante l’essere
egli pubblico professore, giudicava non poter alcuno prevalersi d’un tal titolo in
aggravio alla libertà dell’Ordine, né in pregiudizio di chi per le vie ordinarie affatica ne’ Chiostri (Ortes, 1744). È leale nei confronti di Casa Medici, che
l’ha valorizzato e rifiuta le offerte d’altre Università (Padova, Torino); anche a
Roma, dove trascorre lunghi periodi per la questione del Reno, come Matematico pontificio, avrebbe occasioni per una carriera ecclesiastica alla Corte
papale, che rifiuta, preferendo le sue occupazioni toscane.
Nella scienza s’impegna in vari campi, ma il suo genio predominante rimane la geometria, che chiama operazione divina: nonostante sia tra i primi
in Italia a divulgare l’analisi matematica e ad applicarla (per es. in ottica), la
sua preferenza rimane sempre riservata alla sinteticità ed eleganza del metodo
geometrico, come sarà anche per altri matematici italiani a lui successivi (per
es. Boscovich, Frisi). S’inoltra nella ricerca, cercando spesso da solo le soluzioni: Era solito impegnarsi nelle ricerche più ardue, senza curarsi di consultare i
moderni, investigando piuttosto le cose da sé, a costo ancora di starsene le giornate intiere a meditare, e rodersi le dita, come egli stesso ingenuamente specificò nel
libro sopra i Teoremi Ugeniani (Ortes, 1744). Come altri scienziati del suo
Medaglia in onore di Guido Grandi,
impressa in Firenze nel 1738 da Antonio
Salvi, per incarico di Anton Francesco
Gori.
152 idraulici italiani
tempo (per es. Newton), non recide completamente i legami con la scienza medioevale, intrisa di saperi esoterici: Quantunque riputasse cosa ardua (la
quadratura del cerchio), non la stimò giammai impossibile, come il moto perpetuo in fisica, il rimedio universale in medicina, la pietra filosofale in chimica
[…] e negli ultimi anni di sua vita era tuttavia persuaso che l’intelletto umano
potesse arrivarvi (Ortes, 1744).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. il trattato del movimento dell’acque
All’idraulica Guido Grandi dedica, sin dai primi anni, uno spazio adeguato
nelle sue lezioni all’Università di Pisa. Su sollecitazione dell’editore fiorentino
della Raccolta d’Autori, che trattano del moto dell’acque, nel 1721 egli riordina
in fretta le sue lezioni d’Idraulica e compone il trattato Del movimento dell’acque trattato geometrico, che esce alle stampe nel 1723, diviso in due libri.
Il Libro i (De’ principi più universali concernenti il moto de’ fiumi principalmente di fondo orizzontale, loro flessuosità, confluenze, diramazioni, e varie velocità, prescindendo da qualunque particolare ipotesi) comprende sei capitoli:
1° Delle generali proprietà dell’acque correnti, 2° Come nelle piegature, e sinuosità de’ fiumi si vari la loro velocità, 3° Come in occasione di piene sopravvenienti, o di altr’acque portate nel medesimo fiume da altri influenti,
cresca l’altezza di esso, 4° Del concorso di un fiume con un altro, 5° Della divisione di un fiume in più rami, 6° Varj metodi per misurare attualmente la
velocità de’ fiumi.
Il Libro ii (Del moto, velocità e figura de’ fluidi nell’uscir de’ vasi, e del corso
loro per canali inclinati, e della pressione del fondo, e delle ripe, e altri ostacoli opposti alla direzione di essi) comprende sei capitoli: 1° Della proporzione, con
cui l’acqua contenuta ne’ vasi esce dalle loro aperture, 2° Della figura dell’acqua, ch’esce da’ vasi, senza essere sostenuta, 3° Della figura dell’acqua ne’ tubi,
per cui si deriva all’uscire da qualche emissario, 4° Del tempo, in cui qualsivoglia vaso, o ricettacolo d’acqua, si va vuotando, non essendogliene frattanto somministrata altra copia, 5° Applicazione della dottrina fin’ora esposta al
Frontespizio del trattato Del Movimento
dell’acque, di Guido Grandi, pubblicato
nel secondo volume della Raccolta
d’autori che trattano del moto dell’acque,
(Firenze, Stamperia di S.A.R., 1723).
guido grandi (1671-1742) 153
Tavola tratta dal trattato Instituzioni
meccaniche di Guido Grandi (Gio.
Gaetano Tartini e Santi Franchi, Firenze,
Stamperia di S.A.R. 1739) che illustra
anche le macchine idrauliche.
corso dell’acqua negli alvei de’ fiumi notabilmente inclinati all’orizzonte, 6°
Dell’impressione dell’acqua sul fondo de’ canali, sopra cui scorre, e contro le
ripe da essa percosse, e altri ostacoli opposti al suo corso. Si noti che il tema
delle macchine idrauliche è presentato separatamente, nel successivo trattato
Instituzioni meccaniche (1739).
Grandi condivide - in mancanza di meglio - l’ipotesi formulata da Guglielmini sulla legge generale del movimento dell’acqua negli alvei, secondo cui
la velocità dei filetti liquidi sarebbe proporzionale alla radice quadrata dell’affondamento sotto il pelo libero della corrente e su questa base elabora una
Tavola parabolica delle velocità, altezze, e delle quantità d’acque corrispondenti, che a lungo sarà adottata nei calcoli delle portate ed oggetto di successivi
adeguamenti.
Nella prefazione al trattato emerge la sua posizione reale sullo stato della
scienza e della tecnica idrauliche al suo tempo: Meco stesso più volte sono andato pensando, onde avvenisse, che da tanti acutissimi ingegni essendo stata in
questi ultimi secoli la scienza del moto illustrata, e di sì belle, e profonde speculazioni arricchita, tuttavol­ta la cognizione del moto dell’acque, tanto necessaria
al ben pubblico, non abbia fatti sì gran progressi, in paragone dell’avanzamento,
che intanto si ritrova aver fatta la stessa scienza del moto applicato ad altre materie, che paiono di minore importanza (Grandi, 1723).
Paradossalmente, la scienza europea conosce ormai molto sugli astri lontani, ma ignora ancora troppo sui corsi d’acqua vicini all’uomo ed a lui tanto
più utili. Il ritardo della scienza si riflette sulle incertezze della tecnica idraulica: Ma per verità non si è ancora bastevolmente illustrata questa materia, né
secondo i suoi veri principi, né con qualche ipotesi corrispondente agli effetti, e
però equivalente al vero artifizio praticato dalla natura in condurre i fiumi, e i
torrenti dall’alte cime de monti, in cui hanno la sorgente loro, al vasto seno del
mare, dove trovano il loro termine. Quindi l’incertezza de’ ripari, che opporre si
debbono al corso di essi, per impedire i disordini che spesso fanno a danno delle
154 idraulici italiani
campagne. Quindi la perplessità dell’esito felice, o pernicioso, che possa avere il
progetto di unire due fiumi in un solo, e di deviare un influente dal suo recipiente, o di aprire ad essi altra strada, secondo che talvolta occorre, per rimediare a’
gravissimi sconcerti, a cui le intere Provincie soggette si trovano (Grandi, 1723).
Per rimediare a queste lacune, l’abate Grandi indica due strategie complementari: una scientifica e l’altra tecnico-organizzativa. Innanzi tutto è necessario che i matematici rivolgano maggiori cure alla scienza delle acque,
da essi finora trascurata: sarebbero molto benemeriti, non solo della Repubblica Letteraria, ma di tutto il mondo, que’ Mattematici, che ad illustrare materia
così importante volgessero tutte le forze dell’ingegno loro, e vi applicassero i metodi più profondi, tanto coltivati da essi in quest’ultimo secolo, ed a sì belle e sottili
ricerche adattati (Grandi, 1723). Considerato che egli stesso è uno dei primi
matematici italiani ed europei, si tratta di un’implicita autocritica, per l’insufficiente attenzione dedicata ad un problema che egli riconosce prioritario,
anche se probabilmente per lui meno gratificante del trattato sui fiori geometrici (Florum Geometricorum manipulus), che nello stesso 1723 invia alla Reale Società di Londra.
2. la previsione di un servizio idrografico pubblico
Nell’Idraulica non è possibile procedere con il medesimo metodo astratto
di ricerca, ma l’avanzamento scientifico richiede la sperimentazione e questa
a sua volta un’adeguata organizzazione per la raccolta dei dati sul territorio.
Come Sovrintendente alle acque del Granducato e perito chiamato da altri
Stati, da un decennio Grandi è a diretto contatto con i problemi concreti del
territorio ed ha maturato un indirizzo strategico a favore dell’organizzazione,
da parte dello Stato, di un vero e proprio Servizio Idrografico, da lui descritto
con sorprendente lungimiranza: Ma soprattutto converrebbe prima, con pubblica autorità, da persone pratiche, fedeli, e diligenti, che unicamente la pura verità de’ fatti cercassero, e non da ingegno, parzialità, o interesse alcuno prevenute
fussero, far fare varie sperienze, e numerose osservazioni esattissime, degli accidenti, che occorrono nel corso de’ fiumi, circa l’altezza delle maggiori escrescenze,
e le varie circostanze, che le accompagnano; e circa i limiti della bassezza maggiore, a cui si riducano nelle stagioni più secche; e circa la velocità, con cui scorre la
superficie di essi in vari siti, secondo che più si scostano dalla origine loro; e non
solamente nel filone, ma ancora più vicino alle ripe; e ciò in diversi stati di ripienezza di esso fiume, e di più in varie profondità di ciascuna sezione, e prima, e
dopo il concorso de’ loro influenti; ed altre simili particolarità, che possono dare
gran lume, per dichiarare quella oscurissima natura del moto dell’acque, e dare
occasione da specularvi sopra, e rinvenirne i veri principi. Un’abbondante raccolta di quelle notizie di fatto, ben sicure, e con replicati esperimenti accertate, oh
quanto buon capitale sarebbe, per accingersi all’impresa tanto necessaria, e tanto
bramata, di stabilire, e fondare le massime più essenziali, che mancano a quella
scienza. Ma non può intraprendersi da un particolare né la fatica, né la spesa, che
richieggono tante osservazioni: onde conviene aspettare la mano benefica di qualche Principe, a cui sia a cuore una sì grand’opera, e la voglia coll’autorità sua, e
col suo polso promuovere (Grandi, 1723).
guido grandi (1671-1742) 155
Si avverte la lezione delle interminabili discussioni sul Reno, che ha consentito al riflessivo abate di definire una nuova direzione di marcia della stessa
scienza idraulica, basata sulla sistematica sperimentazione. Con queste parole
efficacissime, Guido Grandi formula un disegno moderno, perché anticipa
l’organizzazione, da parte degli Stati, del servizio idrografico pubblico, che
avverrà molto più tardi (tra Ottocento e Novecento). Le misure sistematiche
sulle acque devono essere affidate a pubblici funzionari, indipendenti dagli
interessi locali e, quindi con maggiori garanzie rispetto alle perizie di parte, a
sostegno di dispute talvolta interminabili. La scienza, che spesso si arrovella
con ipotesi incerte, può trarre grandi benefici dalla conoscenza preventiva dei
dati reali. Infine va da sé che anche la tecnica non può che avvantaggiarsi di
questo capitale conoscitivo.
Questa lucida visione delle cose da farsi non implica necessariamente che
Grandi si consideri la persona più adatta alla loro esecuzione. Sostanzialmente egli è un teorico della scienza e in particolare della geometria astratta, che
adora ed è costretto a trascurare, per occuparsi di problemi concreti, per i
quali non si sente adatto e tra questi è probabile che egli includa soprattutto
le operazioni idrauliche, intese non solo come opere fisiche e vertenze sul territorio, ma anche come lunghe e noiose misure e sperimentazioni, necessarie
per il progresso della scienza idraulica. A tale proposito, è illuminante la sua
risposta ad una lettera d’Eustachio Manfredi, che gli rappresenta il desiderio
del Cardinal d’Adda, perché applichi la matematica a fini pratici: il cardinale non è il solo a pensarla così (tutti i politici chiedono la stessa cosa!), ma
chi come lui per natura è predisposto alle speculazioni teoriche, non è altrettanto abile nelle operazioni pratiche: Non solus ille est, qui Mathesim ad usum
aliquem redactam mallet: sed non continuo ac quis mentem speculationibus paratam, manum etiam ad operationes expeditam a natura sortitur. Si me a Theoreticis avellent, futurum certissime spondeo, ut expectationi eventus nullatenus
correspondeat.
Dispositivi per la misura della velocità
dell’acqua con la palla a pendolo,
utilizzati con la sovrintendenza di
Guido Grandi durante la campagna di
rilevamenti sul Po nel periodo 1716-21:
a sinistra il quadrante di Domenico
Guglielmini (1690), al centro la squadra
di Giovanni Ceva (1682), a destra
il compasso di Bernardino Zendrini
(1721). I tre dispositivi si basano sulla
medesima teoria degli impeti, che
imposta correttamente l’equilibrio delle
forze agenti sulla sfera sommersa e
consente di determinare il rapporto tra
le velocità in diversi punti della sezione.
eustachio manfredi
La vita
Poco dopo la sua morte, l’amico Gianpietro Cavazzoni Zanotti (16741755), pittore e poeta, scrive un libro sulla vita d’Eustachio Manfredi, che è
ricco di notizie di natura personale, grazie al lungo rapporto d’amicizia con
lo scienziato-umanista bolognese, ma non approfondisce le attività scientifiche e tecniche, che il biografo non è in grado di valutare. Verso la fine del secolo, un Elogio d’Eustachio Manfredi, che attinge largamente dal precedente, è
scritto dal filosofo e letterato Francesco Maria Cavazzoni Zanotti (16921777), segretario e poi presidente dell’Istituto di scienze ed arti di Bologna
e zio d’Eustachio Zanotti, un altro noto idraulico bolognese.
1. anni di gioventù.
l’accademia bolognese degli inquieti
Eustachio Manfredi nasce a Bologna il 20 settembre 1674, nella famiglia di un
notaio originario di Lugo, primo di quattro fratelli e due sorelle, tra i quali il terzogenito Gabriello (1681-1761), che a sua volta sarà matematico ed
idraulico. Eustachio è un bambino dall’intelligenza precoce, che impara a
leggere a tre anni e gioca con le carte geografiche. Molto più giovane dei
compagni, studia dai Gesuiti e frequenta poi il corso ordinario di filosofia
all’Università di Bologna (a sua insaputa sarà addottorato in filosofia nel
1738); i suoi studi universitari prendono in seguito l’indirizzo giuridico:
nel 1692, a soli 17 anni, si laurea in diritto civile e canonico. In quel tempo,
egli organizza nella sua casa periodiche riunioni, a cui partecipano gli amici
e i fratelli, nelle quali si discute di filosofia, matematica, letteratura e storia:
di fatto una piccola Accademia, detta degli Inquieti. Si noti che, per tutta la
vita, i fratelli e le sorelle, trascinati dal suo esempio, parteciperanno, in diversa misura, alle sue ricerche ed agli scritti; in particolare il fratello Gabriello terrà la cattedra di matematica e lo sostituirà dopo la morte nell’incarico di Sovrintendente alle acque del Bolognese.
La laurea in legge servirà ad Eustachio, quando si troverà immerso negli
affari d’acque, ma il giovane laureato manifesta da tempo interessi culturali diversi da quelli giuridici, ossia è portato soprattutto per le scienze e per la
poesia: sarà un matematico-poeta, come in seguito Ruggero Boscovich. Nei
primi anni universitari, si applica, cogli amici, allo studio dell’anatomia e
dell’ottica. Dopo la laurea in legge, decide di dedicarsi in modo sistematico alle matematiche, seguendo le lezioni di Domenico Guglielmini (16551710), già idraulico famoso, e si può ritenere che il suo interesse per le acque sia favorito anche dal patriottismo bolognese, per la secolare vicenda
del Reno. Tuttavia la sua passione scientifica principale appare l’astronomia, all’epoca trascurata a Bologna: assieme all’amico Vittorio Stancari
(1678-1709), rimette in uso la vecchia meridiana di San Petronio, creata da
Giandomenico Cassini ed esegue osservazioni dalla Specola fatta costruire in
casa del conte Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), già ufficiale nell’esercito
eustachio manfredi (1674-1739) 157
imperiale e scienziato, attrezzata con i più moderni strumenti, fatti venire
anche da Londra, Parigi e dalla Germania.
Contemporaneamente Eustachio scrive poesie in latino e soprattutto
in italiano: col tempo si afferma come uno dei principali poeti bolognesi: nel
1698, con il nome di Aci Delpusiano, è uno dei dodici fondatori della Colonia bolognese d’Arcadia, l’accademia poetica creata a Roma nel 1690. Gli
scritti poetici (rime d’amore, sacre, d’occasione) lo segnalano presso l’Accademia della Crusca di Firenze, che lo associa nel 1706: un onore riservato a
pochi autori non toscani.
2. sovrintendente alle acque e astronomo
Nel 1699 Manfredi è lettore di matematica all’Università di Bologna. Si trova
improvvisamente in gravi difficoltà economiche, perché deve sostituire il padre, trasferitosi a Frascati, e mantenere la madre e i fratelli, con il modesto stipendio di lettore universitario agli inizi della carriera. È aiutato dagli amici e nel
1704, a 30 anni, ottiene due altri incarichi, che gli consentono d’integrare
le entrate: diventa prorettore del Pontificio Collegio Montalto e Soprintendente alle acque del territorio bolognese, sostituendo Domenico Guglielmini,
da qualche anno trasferitosi a Padova. Quest’ultima è una carica di prestigio, che
avrà l’effetto di proiettarlo al centro delle discussioni con i massimi esperti d’idraulica italiani, attorno all’annoso problema della sistemazione del Reno. Da
quel momento, la sua vita sarà occupata fino alla fine da un costante impegno in
affari d’acque, dentro e fuori lo Stato della Chiesa. Di conseguenza viaggerà molto, ma appena possibile tornerà nella sua Bologna, agli studi e all’ambiente che
gli è più caro, rifiutando offerte allettanti come quelle della Repubblica di Lucca
e della Corte di Vienna.
Nel 1711 Manfredi è nominato astronomo della neonata Accademia
(Istituto Marsiliano) delle Scienze, nel 1712 inizia la costruzione della torre
che ospiterà l’Osservatorio astronomico, nel 1715 trasferisce qui anche la sua
residenza. La passione per l’astronomia non lo abbandona mai: tra una perizia idraulica e l’altra, egli torna sempre alle predilette osservazioni astronomiche, dando periodicamente alle stampe i risultati: le Ephemerides motuum
coelestium, che rendono celebre in tutto il mondo scientifico l’osservatorio di
Bologna. Per quest’aspetto, è evidente l’affinità con altri grandi scienziati del
Settecento, come Bernardino Zendrini e Leonardo Ximenes, che sono
contemporaneamente idraulici ed astronomi.
3. la questione del reno
Nello stesso 1715 Manfredi è chiamato a Roma per la questione del Reno, riaperta
formalmente dai Bolognesi, di cui Manfredi difende le ragioni, contro quelle dei
Ferraresi (si vedano le biografie di Giambattista Aleotti, Benedetto Castelli, Nicolò Cabeo, Domenico Guglielmini). È noto che Bologna sostiene l’immissione del Reno nel Po Grande, detto di Lombardia, che scorre a Nord di Ferrara,
dopo la gran rotta medioevale di Ficarolo, mentre Ferrara vuole condurre il Reno
direttamente in Adriatico a Sud della città e delle Valli di Comacchio. Nel 1693
Ritratto del conte Luigi Ferdinando
Marsili (1658-1730), militare e
scienziato, protettore d’Eustachio
Manfredi, con il quale fonda nel 1711
l’Accademia delle Scienze di Bologna,
in cui confluisce l’Accademia degli
Inquieti.
La torre dell’osservatorio astronomico,
costruito a Bologna da Luigi Ferdinando
Marsili ed Eustachio Manfredi (17121726), sopra il Palazzo Poggi, attuale
sede dell’Università di Bologna.
158 idraulici italiani
Frontespizio di una delle numerose
memorie inviate da Eustachio Manfredi
alla Sacra Congregazione delle Acque, in
difesa di Bologna contro Ferrara (1717).
i delegati pontifici cardinali d’Adda e Barberini, con il sostegno tecnico-scientifico di Domenico Guglielmini (1655-1710), avevano espresso un voto favorevole
alla tesi di Bologna, ma i lavori non erano ancora iniziati per l’ostruzionismo
di Ferrara. Nel 1715 si riapre la vertenza, su istanza degli spazientiti Bolognesi, che vogliono superare le ultime incertezze: la Camera Apostolica decide
un’altra visita, per rilevare sul posto i pretesi cambiamenti nel Po, nel Panaro e nel
Reno, che i Ferraresi sostengono essere intervenuti dal tempo della sentenza favorevole all’immissione del Reno nel Po Grande.
Tornato a Bologna nel novembre 1715, Manfredi si prepara col fratello Gabriello alla lunga visitazione delle acque chiesta dai Ferraresi, che viene avviata nel 1716: essa è presieduta da monsignor Domenico Riviera
(1671-1752), assistito dagli abati Guido Grandi (1671-1742) e Celestino
eustachio manfredi (1674-1739) 159
Galiani (1681-1753), come matematici pontifici (neutrali); Ferrara è difesa
da Bernardino Zendrini (1679-1747). Dopo la visitazione, nel 1717 la discussione riprende a Roma per trarre le conclusioni: Manfredi, operando nello stesso tempo da matematico e da avvocato, riesce ad ottenere una sentenza
favorevole a Bologna, dove ritorna nel 1718, pieno di reputazione ed onore.
Ancora una volta la vittoria di Bologna non è definitiva, perché in soccorso
di Ferrara nel 1719 si sollevano il Duca di Modena, la Repubblica di Venezia
e la Casa d’Austria, i quali temono danni ai loro Stati, derivanti dall’immissione del Reno nel Po Grande. Questa vasta coalizione fa temere ai Bolognesi la
sconfitta ed Eustachio Manfredi, nell’impossibilità di trovare alleati sul territorio, li cerca in campo scientifico all’estero, inviando alla Reale Accademia di Parigi una lunga relazione in francese, che poi sarà tradotta in italiano, con alcune aggiunte, da Guido Grandi e pubblicata nello stesso 1719.
Si noti che anche in seguito il matematico bolognese non cesserà d’informare
i francesi sulla sua attività e questi nel 1726 lo assoceranno alla loro Accademia: Talora d’alcuni di que’ molti scritti ch’egli facea intorno agli studj suoi, e
alla nostra lite, facea parte alla Reale Accademia di Parigi, e quegli Accademici,
per dargli un chiarissimo segno della stima, che avean concepita per lui, s’avvisarono
di averlo nel novero loro (Cavazzoni Zanotti g., 1745). Gli effetti di quest’assidua corrispondenza si sentiranno più tardi: quando i francesi, giunti
con Napoleone in Italia, sosterranno Bologna contro Ferrara, ribaltando
clamorosamente, anche se per poco tempo, un risultato che sembrava acquisito (v. Teodoro Bonati).
Corso del Po da Mantova fino al mare,
in D. Corradi d’Austria, Effetti dannosi
che produrrà il Reno se sia messo nel Po
di Lombardia […] con la Risposta a
quanto nella scrittura del Signor Dottore
Eustachio Manfredi […], Modena, per
Bartolomeo Soliani, 1717 (Biblioteca
Ariostea di Ferrara).
160 idraulici italiani
Nello stesso 1719 riprende una nuova visitazione, la più ampia e costosa nella lunga storia del Reno, sempre a spese dei Bolognesi: V’era un
mondo di gente per qualunque bisogno, a varj e necessari uficj distribuita.
Tutto insomma era condotto con somma providenza, e magnificamente, e
sempre a spese di questa Camera di Bologna. Cominciò questa faccenda sulla fine del mese di novembre (1719) presso Pavia, e il suo corso stese, misurando, scandagliando, e garrendo, fino al ponte di Lagoscuro, ove il dì 23
marzo dell’anno susseguente 1720 restò sospesa a cagione di alcune loro pretensioni, ch’esposero i Comacchiesi (Cavazzoni Zanotti g., 1745). Dopo
la sospensione della visita generale, nel luglio 1720 Eustachio Manfredi
è inviato a Venezia per perorare la causa della sua parte, ma in dicembre
ritorna a Bologna senza essere riuscito a convincere la Serenissima. Nel
marzo 1721 riprende la solenne visitazione, dal ponte di Lagoscuro al
mare, dove ha termine nel maggio, con la sconfitta della causa bolognese.
A questo punto, il progetto d’immissione del Reno nel Po Grande è
accantonato, ma i Bolognesi non vogliono accettare il progetto ferrarese di canalizzazione fino al Po di Primaro: si cercano dunque soluzioni
di compromesso: Domenico Corradi d’Austria (1677-1756), matematico del Duca di Modena, propone un nuovo alveo, che consentirebbe di
scaricare le acque delle Valli bolognesi, unendo il Reno ai fiumi di Romagna, perché insieme vadano col Lamone a sfociare nell’Adriatico a
Sud delle Valli di Comacchio: tesi questa che non convince i Bolognesi e
Manfredi fa accantonare, a prezzo di una faticosa campagna di misure sul
nuovo tracciato, condotte personalmente sul territorio nel 1725.
Un’altra soluzione di compromesso è l’introduzione del Reno nel Po di
Volano, attraverso un tracciato intermedio tra quello settentrionale del
Po Grande o di Lombardia, e quello meridionale del Po di Primaro, caro
ai Ferraresi, perché più lontano dal loro territorio. Nel 1726 a Faenza Eustachio Manfredi s’incontra con il veneto Bernardino Zendrini, il cesareo
o imperiale Jacopo Marinoni mantovano (1676-1755), che rappresenta la
Casa d’Austria e il matematico pontificio Guido Grandi (prestato al Papa
dal Granduca di Toscana), i quali convergono sull’ipotesi del Po di Volano, ma i rilievi fatti evidenziano che in regime normale la poca acqua del
Po di Volano, unita a quella del Reno, non è sufficiente per conservare un
corso perenne (utile alla navigazione) e la decisione rimane sospesa. Nel
1729 Guido Grandi tenta di superare questo problema, proponendo di
estrarre dal Po Grande, in tempo di magra, un corpo d’acqua sufficiente
alla navigazione, ma senza successo. In seguito, il fallimento dei tentativi
di mediazione porta fatalmente all’affermazione del progetto ferrarese ed
all’avvio dei lavori per il Cavo Benedettino. Manfredi torna a Roma nel
1732, contro il consiglio degli amici preoccupati per le sue precarie condizioni di salute, e vi rimane un anno a discutere l’interminabile questione del Reno; su comando papale, si occupa anche d’altri problemi d’acque, a Tivoli, a Nettuno e a Perugia, in viaggi massacranti per un uomo
che soffre di calcoli renali.
eustachio manfredi (1674-1739) 161
4. le perizie idrauliche toscane
La fama acquisita da Eustachio Manfredi come idraulico gli procura molti incarichi particolari, anche fuori dello Stato pontificio. Spesso
si tratta di piccole questioni, come la perizia sulla pescaia (traversa) del
fiume Era in Toscana (1714), dove è coinvolto per la prima volta come
idraulico Guido Grandi, mentre Manfredi ha già 10 anni d’esperienze
operative e le perizie lucchesi, ricche d’aneddoti, che illustrano il carattere dell’uomo e dell’epoca. Nel 1724 egli è chiamato come perito super
partes per definire una contesa di confine tra la Repubblica di Lucca e
il Granducato di Toscana, lungo il fiume Serchio: le differenze tra i due
Stati riguardano alcuni ripari dalla corrosione, e vedono contrapposte le
comunità di Barga (il paese della poesia pascoliana L’ora di Barga!), che
dipende da Firenze e di Gallicano, che appartiene a Lucca. Ai lavori partecipano anche l’abate Guido Grandi, in rappresentanza del Granducato
e Tommaso Narducci (1679-1766) nobile lucchese. Durante un sopralluogo, il cinquantenne Manfredi, dal fisico già appesantito, si arrampica
su un dirupo per osservare meglio le corrosioni del Serchio e non sa più
discendere: lo salvano a fatica alcuni villici, chiamati in soccorso da Grandi.
Nel 1729, si reca di nuovo a Lucca per la regolazione delle acque di quello
Stato; all’amico biografo confida di essersi trovato in soggezione, nonostante la sua eloquenza, quando è chiamato ad illustrare i problemi al Senato riunito in pompa magna: più volte a questo proposito mi ha raccontato, che
niuna cosa mai tanto l’avea confuso, e posto in qualche timore, quanto allorché
dovette comparir davanti ad alcuni primari di quel Senato […] Mi dicea, che
non si può immaginare l’effetto che in lui produsse la presenza di que’ signori, vestiti de’ loro abiti senatorj, che sono di forma antica, e ricca, e maestosa, la qual
cosa di vedere non s’aspettava (Cavazzoni Zanotti g., 1745).
Sempre in Toscana, Eustachio Manfredi è chiamato nel 1732, dopo
Guido Grandi, col quale peraltro è in ottimi rapporti personali, ad esprime-
Grazie al prestigio acquisito, Eustachio
Manfredi è chiamato spesso in Toscana
per affari d’acque. Nella questione della
pescaia del fiume Era ha come avversario
Guido Grandi.
162 idraulici italiani
re un parere sul ristagno delle acque presso la Comunità di Sinalunga in Val
di Chiana: è indicato come periziore, ossia più esperto, ed egli non soltanto
esprime un parere conforme a quello del collega, ma modestamente risponde, che si contentava di esporre i suoi pensieri su quella contesa; ma che quanto al titolo di Periziore, si dichiarava di non accettarlo, perché siccome questo
vocabolo era improprio nella nostra favella, così trattandosi di competer col Grandi,
non conosceva chi in materia di acque potesse dirsi più perito di lui.
5. la diversione dei fiumi ronco e montone
a ravenna
Ben diverso dalle suddette perizie toscane è l’imponente progetto per la diversione dei fiumi Ronco e Montone, che da molti anni assediano la città
di Ravenna, incombendo pensili sull’abitato. Nel 1731 Papa Clemente xii
incarica il Cardinale Legato Bartolomeo Massei (1663-1745) di provvedere
e questi si affida al veneziano Bernardino Zendrini (1679-1747) ed al bolognese Eustachio Manfredi: di fatto è il primo che, col consenso del secondo,
ormai in precarie condizioni di salute, svolge la maggior parte del lavoro.
Tuttavia la stima per Manfredi è tale, che il nuovo Legato pontificio di
Ravenna, il famoso Cardinale Giulio Alberoni (1664-1752), già primo
ministro spagnolo, incaricato di seguire i lavori, chiede spesso il suo pare-
Mappa della diversione dei fiumi pensili
Ronco e Montone, che circondavano
Ravenna, progettata da Bernardino
Zendrini ed Eustachio Manfredi nel
1731 e realizzata nel 1733-39 con
ingenti mezzi dallo Stato pontificio,
liberando la città dall’incubo delle
inondazioni.
eustachio manfredi (1674-1739) 163
re e, poiché è infermo, si reca a visitarlo nella sua abitazione. E indirizzata all’Alberoni è l’ultima lettera, che Eustachio Manfredi, sul letto di morte, detta sui lavori in corso, ma non riesce a finirla: non ho saputo ridurmi
di passare all’altro mondo, portando meco il gran debito di risolvere qualche cosa intorno a cotesti lavori […] convengo nella proposizione di alzare gli
argini per prevenire ogni disgrazia, e specialmente con l’alzamento di due piedi in
universale, secondo la pendenza generale del fiume.
6. la malattia e gli ultimi lavori
Eustachio Manfredi inizia a soffrire di calcoli renali attorno al 1730 e nei
primi anni non si sottrae ad impegni anche gravosi. Dopo il viaggio a Ravenna del 1733, le sofferenze della malattia lo convincono a non muoversi
più da Bologna, ma continua a lavorare intensamente: Non credo che niuna
cosa provasse mai, che più gl’increscesse di questa, cioè di non poter più uscire dal suo paese a far quello, che gli fosse ordinato. Tutto giorno però stava egli
scrivendo, ora giudicj, che gli erano da stranieri paesi richiesti, ora cose astronomiche […] Si diede in questo tempo ad esaminare molti scritti da lui principiati, e a principiarne altri (Cavazzoni Zanotti g., 1745).
Nell’ultimo periodo della sua vita, Manfredi si occupa, tra l’altro, della
disputa tra lo Stato pontificio e la Repubblica veneta attorno al confine posto
alla foce del Po, soggetto a continue modifiche per la dinamica fluviale: è incaricato di stendere una descrizione dei luoghi, con le mappe pertinenti e le variazioni seguite da quando il Ducato di Ferrara è sotto il dominio del Papa. Con
l’assistenza delle sorelle, giunge così a comporre la Compendiosa informazione
di fatto sopra i confini della comunità ferrarese d’Ariano collo Stato veneto.
Subito dopo riordina le annotazioni al trattato del suo maestro Domenico Guglielmini (Della natura de’ fiumi), da lui iniziate molti anni prima, ed
avvia una nuova edizione critica, che uscirà l’anno della sua morte (1739),
40 anni dopo la prima edizione del trattato (1697). Nella prefazione alla
nuova edizione si rintracciano i temi fondamentali del dibattito sulla scienza e sulla tecnica idraulica del tempo.
Dopo una lunga sofferenza, sopportata con lucidità e coraggio, Eustachio
Manfredi muore il 15 febbraio 1739.
7. la personalità
Come persona Manfredi è stato descritto in modo incisivo da Gianpietro
Cavazzoni Zanotti (1745): un uomo di grandi capacità non solo scientifiche e
organizzative, ma anche umane, equilibrato, cortese, sensibile, conviviale, generoso, dotato di senso dell’umorismo e nello stesso tempo pieno di tatto,
che gli conciliano il prossimo: Era Eustachio di statura mediocre, e di giusta
proporzione formato, e quando cresciuto in età cominciò a farsi pingue, acquistò
certa gravità, che ben gli stava, ma unita sempre ad un’aria dolce, e soave, che
lo facea così amare, come per lo sapere era stimato […] Avea un suon di voce
argenteo, e soavissimo, e parlava, e atteggiava, ma senza alcun ombra d’affettazione, e con la maggior grazia del mondo.
164 idraulici italiani
Per temperamento era alieno dalle contese e quando, per il suo ruolo di
Sovrintendente alle acque, vi era costretto per patrocinare la causa di Bologna, non eccedeva mai ed anzi cercava di conquistare gli avversari con la
cordialità: Egli era amicissimo della tranquillità, né mai gli piacque di garrire,
e se il fece per il grande affare dell’acque, altro appunto non ci volea, che l’interesse della patria, perché il facesse. Dalle sue scritture intorno a questo, tuttavia, si può ricavare quanto anche ne’ civili contrasti fosse pieno di creanza, e
di buona maniera. Le lunghe discussioni sulle acque erano frequentemente
interrotte da momenti conviviali, animati dal Manfredi con la sua bonarietà
tipicamente bolognese: Badava nello stesso tempo con somma cura al fastidioso
litigio, servendo come convenia la sua patria, e nelle amene conversazioni si facea
vedere giocoso, e scherzevole, e con tal grazia, e dignità, che tutti innamorava.
Un uomo così non poteva essere amante delle contese letterarie, frequenti al suo tempo: Più gli sarebbe piaciuto vivere incognito, che di vedere la calma
del suo vivere turbata dalle tempeste letterarie, che sopra sé tirano lo ingegno, e
la dottrina.
Manfredi faceva spesso pranzi e cene con gli amici, con cui gli piaceva scherzare: Non vi fu uomo di lui più piacevole nelle conversazioni […] e per
questo molto fu in esse desiderato […] e facea spesso prandj e cene con amici, ma
sempre suoi pari, e per lo più letterati. Il sale di questi incontri erano i motti
di spirito: De’ suoi motti graziosi, e delle sue graziose facezie, di cui anche in età
matura condiva i suoi ragionamenti, non si può dire abbastanza. Bisognava però
per goderne essere molto suo domestico. Fino all’ultimo, sul letto di morte, era
capace di motteggiare con gli amici: Talora anche col suo naturale istinto di
rallegrare, mi dicea qualche solito motto gajo, e piacevole.
Un carattere come questo è spontaneamente liberale: Era al sommo liberale, e non lasciò mai che alcun servigio gli fosse prestato senza qualche abbondante mercede, e spesso anche eccedente. Ove si trattasse di convivere con gli amici
non badava a dispendio, o fosse in albergarli seco in villa, o nel trattarli alla sua
mensa in città. Per vivere tranquillo delegava gli aspetti amministrativi alle
sorelle (non si era sposato per una delusione d’amore in gioventù) e non
era per niente fiscale nel curare i suoi interessi: S’egli fosse stato bramoso d’arricchire gli sarebbe bisognato adoperare in altra maniera, ch’e’ non facea, né così
affidarsi sempre dopo lunghe fatiche all’altrui discrezione. Se taluno in qualche contratto l’avesse leso alquanto, egli facea sembiante di non avvedersene per
lo incomodo, che gli avrebbe costato il farci riparo.
Nei confronti dei collaboratori, era pieno di riguardi: Egli fece altrui onore quanto sempre poté, e qualunque l’avesse aiutato, o in osservare il cielo, o in
altro, era da lui nominato nelle sue pubbliche scritture, quasi che a scrupolo si
tenesse, se bello si fosse fatto d’alcuna altrui leggiera fatica, ed anzi tanta altrui
spesse fiate ne attribuiva, che gli altri abbelliva del suo. La stessa lealtà manifestava ai colleghi: riconobbe pubblicamente che Bernardino Zendrini aveva lavorato più di lui nel progetto per la diversione dei fiumi Ronco e Montone.
Eustachio Manfredi era anche abile, ossia discreto nelle critiche e nei complimenti: Egli usò sempre riverenza con tutti; complimenti brevi, e brevi cerimonie, e il tutto fatto così graziosamente, che niuno ne fu nojato giammai. Secondo l’uso del tempo, da giovane (1701) scelse, tra le tante confraternite
eustachio manfredi (1674-1739) 165
con fini caritativi, quella che assisteva i condannati a morte; non era certo un
compito facile, ma lo adempì con successo: Con quella sua dolce maniera, e
con quel tuon soave di voce, e usando quella accortezza che a tale ufficio bisogna
qualora gli toccava di confortare qualche miserabile, così bene a tutto adempiea,
che profitto grandissimo gli venia fatto nel cuor di colui.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. il commento del trattato di guglielmini
In campo idraulico, lo scritto scientifico più importante di Eustachio Manfredi
è l’ampio commento al trattato di Domenico Guglielmini (1739); le note costituiscono un trattato nel trattato, in cui l’allievo illustra ed integra il pensiero del
maestro, alla luce delle esperienze successive. Acutamente, Manfredi identifica due
nuclei fondamentali nell’opera di Guglielmini, che fanno capo a vere e proprie
scienze. Il primo nucleo attiene alla misura delle acque (idrometria), scienza
fondata da Benedetto Castelli, con i successivi contributi di vari scienziati
italiani e stranieri: Torricelli, Mariotte, Guglielmini, Varignon, Newton, Bernoulli, Poleni, Pitot, Grandi. Le ipotesi teoriche sono state confermate dalle esperienze per l’efflusso dalle luci, ma non per il movimento delle correnti negli alvei ed
oggi conosciamo la causa di queste difficoltà: era stato imboccato un vicolo cieco,
estendendo erroneamente ai filetti delle acque correnti negli alvei la stessa legge delle luci (che vede la velocità d’efflusso proporzionale alla radice quadrata
dell’affondamento sotto la superficie libera) ed insistendo caparbiamente a volerla giustificare con molti compromessi.
Guglielmini sviluppa inizialmente le sue idee ed esperienze sull’idrometria nel trattato Aquarum fluentium mensura (1690) e le approfondisce nel
successivo trattato sulla natura dei fiumi: in questo campo è solo uno dei
molti scienziati, che si sono occupati di un tema controverso e spinoso,
ancora ben lontano dalla soluzione, a cui Manfredi si sforza di contribuire
con le sue annotazioni critiche delle ipotesi idrometriche adottate. Egli sembra
consapevole che non basti meditarvi sopra e farvi annotazioni, quando afferma: Si vedrà quanta ragione abbiano gli scrittori di desiderare, che tali principi si
mettano in maggiore certezza col paragone degli esperimenti, che soli ponno decidere intorno alla loro sussistenza (Manfredi, 1739). È una visione lucida
e, quando la espone, Manfredi sa d’essere prossimo alla fine e non può certo
proporsi nel ruolo di sperimentatore, che può decidere sul futuro dell’idrometria. Non si può peraltro ignorare che, in 35 anni d’intenso lavoro negli affari
d’acque, al vertice scientifico e nel nodo idraulico più importante d’Italia,
egli non ha pensato di avviare ricerche sistematiche sulle acque, da pubblicare in tutta Europa, come ha fatto con le Ephemerides motuum coelestium
ed il motivo vero è che era più interessato alle osservazioni astronomiche.
Veniamo ora alla seconda, ma più importante e vitale parte del trattato
Della natura de’ fiumi. Manfredi afferma che Guglielmini fonda una nuova
scienza, che egli chiama degli alvei (oggi diciamo idromorfologia o idraulica fluviale), come insieme di regole e leggi sulle direzioni, declività, larghezze, profondità, diramazioni, sboccature, torbidità e altre particolarità. A diffe-
166 idraulici italiani
Frontespizio del trattato di Domenico
Guglielmini Della natura de’ fiumi, con
il commento d’Eustachio Manfredi,
pubblicato nel 1739 e da quel momento
riferimento preferito dalle generazioni
successive d’Idraulici italiani.
renza dell’idrometria, che a distanza di più di un secolo dalla fondazione
(1628) non è ancora assestata nelle sue ipotesi, dopo 40 anni la scienza degli alvei sta ancora saldamente in piedi: professori e ingegneri confessano che
quello di Guglielmini è un fondo inesausto d’utilissime avvertenze per la condotta delle acque. Nelle dispute che sopra tali materie insorgono nel Bolognese, nel
Ferrarese, nella Romagna, nella Toscana, in Roma, e in altre parti d’Italia, si
citano i suoi insegnamenti, e si rispetta la sua autorità (Manfredi, 1739).
Manfredi ammette l’esistenza di precursori seicenteschi: Giovanni Battista
Barattieri, Famiano Michelini e Vincenzo Viviani. Oggi, conoscendo l’opera
di Leonardo da Vinci ed anche l’ingegneria idraulica italiana nel Cinquecento, possiamo apprezzare meglio il percorso culturale nel quale matura l’opera
del Guglielmini.
Manfredi valuta in modo penetrante il nucleo centrale del pensiero di Guglielmini nel formulare la nuova scienza degli alvei: è l’equilibrio tra la forza di trascinamento della corrente e la resistenza dell’alveo, che produce le
mutevoli forme dei corsi d’acqua. Egli vide che per intendere queste leggi
non vi era, che da pensare a due principj: alla forza dell’acqua, e alla resisten-
eustachio manfredi (1674-1739) 167
za di quella materia, la quale o compone il letto, e contrasta all’esser corrosa, o
scorre sopra il letto, e ripugna a scorrervi spinta verso il fondo dalla propria gravità. Occorre peraltro andare oltre, ossia passare dalla valutazione qualitativa a quella quantitativa dei fenomeni: potrebbe per avventura qualche elevato,
e felice ingegno andar più oltre colle speculazioni, e da’ termini generali, entro
i quali pare, che l’Autore si sia contenuto, avanzarsi a qualche cosa di più speciale, riducendo a misura quegli effetti, de’ quali egli ha solamente per così dire
considerate le proporzioni (Manfredi, 1739). Ancora una volta si osserva che
Manfredi poteva essere, ma non è stato quest’ingegno, per i motivi indicati. Sembra inoltre sfuggirgli il collegamento tra la nuova scienza fondata
da Guglielmini e l’idrometria classica: il principio dell’equilibrio tra le forze
in gioco negli alvei è più fecondo e, col ragionamento prima ancora che con la
sperimentazione, potrebbe portare lontano, ossia a scoprire la vera legge
del movimento delle acque, come avverrà in Francia alla fine del Settecento, con Antoine Chezy e Pierre du Buat.
2. i rapporti tra ingegneri e matematici in idraulica
Nell’ultima parte della prefazione all’edizione critica del trattato guglielminiano, Manfredi tratta un tema delicato, ossia la contrapposizione in
idraulica tra teorici (matematici) e pratici (ingegneri), emersa sin dall’inizio dello sviluppo scientifico (vedasi su questo tema le biografie di Benedetto
Castelli e Nicolò Cabeo). Tra gli ingegneri, molti sono persuasi che trattandosi d’affari d’acque non vi sia bisogno, che d’una mera pratica e quindi diffidano
delle teorie. Manfredi difende con eloquenza ed efficacia le ragioni della teoria:
i migliori pratici, collegando gli effetti che osservano alle cause, non si accorgono di essere, a loro volta, teorici. Tuttavia come sempre il suo giudizio è equilibrato: Concordando io per altro e concedendo di buona voglia, che in
simili affari siccome a nulla serve una pratica troppo cieca, così resti inutile una
teorica troppo astratta, e che la perfezione debba consistere in un giudizioso accoppiamento dell’una coll’altra) e pieno di tatto: Possiamo tuttavia rallegrarci, che
a’ tempi nostri i Periti, e gli Ingegneri più saggi nella nostra Italia, fatti accorti
della necessità di unire insieme cotesti due studj, abbiano cominciato a gustare
colla frequente lettura di questo libro quei fondamenti teorici, che per l’addietro
parevano trascurarsi dai più di loro (Manfredi, 1739). Questa posizione equilibrata sarà condivisa, nella seconda parte del Settecento, da Antonio Lecchi
(1702-1776), ma non da Paolo Frisi (1728-1784).
Manfredi identifica anche un settore d’attività peculiari dell’ingegnere
idraulico, ossia la direzione dei lavori e ritiene auspicabile approfondire
le tecnologie applicative: Aggiungasi, che ne’ libri teorici poco, o nulla d’ordinario si trova scritto, né intorno a’ materiali, né intorno alle manifatture de’ lavori. Sarebbe desiderabile, che alcuno esperto ingegnero desse al pubblico un
trattato compito e metodico sopra tali particolarità (delle quali solamente qualcosa
si legge nelle opere del Barattieri e in pochi altri). Ancora una volta emerge una
curiosa contraddizione: possibile che Manfredi, nel lungo periodo in cui ha
rivestito l’incarico di Sovrintendente alle acque, non abbia trovato un ingegnere adatto, a cui affidare, con la sua supervisione, il compito di redigere
168 idraulici italiani
un manuale operativo? È interessante considerare che contraddizioni simili si riscontrano anche nella vita e negli scritti d’altri matematici-idraulici del
Settecento (v. per es. Guido Grandi).
Due anni dopo il commento al trattato di Guglielmini, ossia nel 1741, esce
il trattato di Bernardino Zendrini (1679-1747), un grande ingegnere idraulico,
con una solida cultura fisico-matematica, che soddisfa, almeno in parte, l’esigenza segnalata da Manfredi, ma è anche ricco di contenuti teorici. Un trattato eminentemente pratico, che risponde espressamente all’appello di Manfredi, è scritto dall’ingegnere romagnolo Giuseppe Antonio Alberti (1712-1768):
Istruzioni pratiche per l’ingegnero civile, o sia perito agrimensore, e perito d’acque
(Pietro Savioni, Venezia, 1748).
bernardino zendrini
La vita
Il più antico scritto biografico su Bernardino Zendrini è l’Elogio, pubblicato
nel 1807, 60 anni dopo la morte, dal pronipote monsignor Angelo Zendrini
(1763-1849), professore di matematica all’Università di Padova, che si occupa anche della pubblicazione postuma delle Memorie storiche dello Stato antico e moderno delle lagune di Venezia e di que’ fiumi che restarono divertiti per
la conservazione delle medesime. Si rifanno all’Elogio le biografie contenute in
alcune opere collettanee d’ambiente veneto del primo Ottocento, come i Ricordi intorno agli incliti medici chirurghi e farmacisti che praticarono la loro arte
in Venezia, di Mosè Giuseppe Levi (1835) e la Biografia degli italiani illustri,
di Emilio De Tipaldo (1835).
Quest’ultima è interessante per un altro motivo, in quanto costituisce l’occasione per l’autore di parlare soprattutto di sé e del ruolo dei Francesi in
Italia all’epoca napoleonica: il biografo è il famoso Gaspard Marie Riche de
Prony (1755-1838), direttore de l’école des ponts et chaussées, come tale chiamato spesso da Napoleone ad esprimere pareri sul sistema idrografico italiano
e in particolare sulla questione del Reno (v. Teodoro Bonati), sul Naviglio Pavese (v. Vincenzo Brunacci) e sulle paludi pontine (Description hydrographique et historique des marais Pontins, v. Vittorio Fossombroni).
Una biografia moderna d’ambiente bresciano è quella di Gian Maria Bonomelli: Bernardino Zendrini, grande matematico della Repubblica di Venezia
(1977).
1. la laurea in medicina con guglielmini
Bernardino Zendrini nasce il 7 aprile 1679 in Valcamonica, a Saviore
dell’Adamello, in provincia di Brescia, da una famiglia di facoltosi gabellieri
della Serenissima. Dopo gli studi primari egli segue il padre a Venezia, dove
frequenta il ginnasio dei Gesuiti; compiuti gli studi ginnasiali, s’iscrive a medicina presso l’Università di Padova, dove è allievo del grande Domenico Guglielmini (1655-1710), il quale nell’Ateneo patavino dal 1698 insegna prima
matematica e poi medicina. Tra questi due personaggi ci sono forti affinità professionali, perché entrambi sono medici e nel contempo Idraulici, ma
mentre Guglielmini si afferma prima come idraulico ed astronomo per dedicarsi poi in prevalenza alla medicina e alla chimica, Zendrini fa il percorso
inverso. In ogni caso, sembra probabile che l’interesse del giovane allievo di
medicina per le scienze fisiche sia stato risvegliato dall’esempio del maestro.
2. gli interessi per la matematica e la fisica
Laureato in medicina nel 1701, Zendrini rientra a Saviore, ma vi rimane solo
tre anni, fino al 1704, quando si trasferisce a Venezia, attirato dai suoi vasti
interessi culturali, che lo portano ad applicarsi contemporaneamente alla medicina, alla matematica e alla fisica ed a frequentare i personaggi più rinomati
170 idraulici italiani
in queste discipline. Comincia a mettersi in luce con un opuscolo, che descrive il turbine abbattutosi su Venezia il 25 gennaio 1708: Discorso fisico-matematico sopra il Turbine accaduto in Venezia l’anno 1708, e contiene anche un
breve trattato dell’aria, dei venti e dei turbini.
Degna di nota è la sua precoce adesione al calcolo infinitesimale, che allora in Italia fatica ad affermarsi: utilizzando questo metodo, nel 1710 risolve
brillantemente tre problemi geometrici posti dal celebre matematico milanese Giovanni Ceva (1647-1734), avversario della nuova analisi differenziale;
segue l’anno successivo la soluzione di un problema fisico-matematico, che
riguarda la linea di rifrazione dei raggi luminosi provenienti dai corpi celesti.
Queste prime ricerche diffondono la fama di Zendrini come matematico e lo
mettono in contatto con illustri scienziati. Egli non cessa peraltro di praticare la medicina, è aggregato al Collegio medico di Venezia e si mette in luce in
quest’ambiente per uno scritto sul moto degli animali e il Trattato della China
China (1715). Scrive il nipote Angelo: Lo zelo con cui applicavasi alla medicina, avrebbe fatto pensare che consecrato fosse a questa unicamente, se i suoi scritti matematici, che di quando in quando comparivano nel riputatissimo Giornale de’ Letterati d’Italia, non ne avessero palesato il segreto (Zendrini a., 1807).
3. il primo scritto idraulico
Il primo scritto idraulico di Zendrini (Modo di ritrovare ne’ fiumi la linea di
corrosione) risale al 1715 e riguarda un problema complesso, che era stato impostato da Guglielmini. Questi aveva notato che le corrosioni delle sponde
fluviali inizialmente erano molto intense, portando a concavità con curvatura crescente, la quale a un certo punto si stabilizzava. Occorreva dunque scoprire la legge di questo fenomeno (che Guglielmini non aveva formulato in
termini analitici), con conseguenze rilevanti, perché i costosi interventi per
stabilizzare le sponde erano efficaci nella fase iniziale e potevano considerarsi
superflui in quella finale.
Zendrini imposta correttamente il problema come equilibrio tra la forza
di trascinamento della corrente, proporzionale al quadrato della velocità e
la forza di resistenza della sponda, che dipende dai materiali costitutivi. Per
quanto i risultati del suo calcolo siano imperfetti, l’applicazione dell’analisi
differenziale rappresenta un progresso rispetto all’approccio geometrico del
passato.
4. la partecipazione alla disputa
sulla questione del reno
L’avvenimento che cambia la vita di questo medico, con la passione per la
matematica e la fisica, è la disputa tra Bologna e Ferrara sulla questione del
Reno, che dura già da un secolo ed ha coinvolto i migliori matematici italiani (v. le biografie di Giambattista Aleotti, Benedetto Castelli, Nicolò Cabeo,
Domenico Guglielmini, Eustachio Manfredi, Guido Grandi). I Bolognesi
sostengono l’immissione del Reno nel Po Grande, detto di Lombardia, che
scorre a Nord di Ferrara, dopo la gran rotta medioevale di Ficarolo. I Ferrare-
bernardino zendrini (1679-1747) 171
Il frontespizio di uno degli scritti,
indirizzati nel 1717 alla Sacra
Congregazione delle Acque in difesa
delle ragioni della Città di Ferrara,
da Bernardino Zendrini, all’epoca
matematico della città di Ferrara.
si vogliono condurre il Reno direttamente in Adriatico a Sud della loro città
e delle Valli di Comacchio, attraverso il Po di Primaro, antico alveo del Po,
prima della rotta di Ficarolo. Nel corso del Seicento era complessivamente
prevalso il parere dei Bolognesi, a favore dei quali si erano espressi, tra gli altri, Benedetto Castelli e Domenico Guglielmini, morto da poco (1710). Le
molte scritture prodotte dai Ferraresi erano peraltro servite a non precipitare
la decisione sui lavori per l’immissione del Reno nel Po Grande, a seguito del
voto favorevole dei cardinali d’Adda e Barberini (1693).
Nel 1716 si riapre la vertenza, su istanza degli spazientiti Bolognesi, i quali, assistiti dai fratelli Eustachio Manfredi (1674-1739) e Gabriello Manfre-
172 idraulici italiani
di (1681-1761), vogliono superare le ultime incertezze. In quel momento, i
Ferraresi non hanno un matematico importante da opporre ai loro avversari
(in seguito verranno Romualdo Bertaglia e Teodoro Bonati) e pensano a Bernardino Zendrini: con decreto 14 aprile 1717 egli è nominato Matematico
di Ferrara. La decisione non è di poco conto, perché si giocano i destini della
provincia ferrarese, e dimostra la fama già raggiunta dallo scienziato camuno-veneto grazie ai suoi scritti, anche se fino a quel momento non ha avuto
alcun incarico ufficiale. In poco tempo egli produce, in difesa della posizione
ferrarese, una serie di relazioni, le quali sono talmente apprezzate, che la città di Ferrara, con decreto 29 maggio 1717, lo aggrega con i suoi discendenti
al Patriziato Ferrarese. Oltre ai tre scritti pubblicati nel 1717 ed elencati nella bibliografia idraulica, Zendrini scrive una dissertazione intitolata Expositio
controversiae de Reno in Padum Lombardiae, inter Ferrarenses et Bononienses,
che doveva essere pubblicata negli Atti dell’Accademia di Lipsia, ma rimane
manoscritta nella biblioteca di S. Giustina a Padova.
A Roma la decisione è ancora una volta favorevole ai Bolognesi, ma a questo punto insorgono gli Stati confinanti, timorosi di danni al proprio territorio per il rigurgito delle acque del Reno immesse in Po e nel 1719 chiedono
una nuova visita generale del Po e degli altri fiumi interessati, alla quale possano inviare i propri rappresentanti: Zendrini riceve anche il diploma di Matematico del Duca di Modena, appartenente alla Casa d’Este, storicamente
legata a Ferrara. Complessivamente partecipano alla Visita una decina di Matematici, tra i quali, oltre a Zendrini, Guido Grandi (1671-1742), Giovanni Ceva, i fratelli Eustachio e Gabriello Manfredi, Eustachio Zanotti (17091782), Jacopo Marinoni (1676-1755). Da quella visita generale, fino alla fine
del secolo, ossia all’arrivo di Napoleone, la sorte penderà a favore di Ferrara.
5. soprintendente alle acque dello stato veneto
Subito dopo la cooptazione da parte del Duca di Modena, il governo veneto
decide di porre permanentemente al suo servizio un suddito così apprezzato
e conteso dagli altri Stati: con decreto del Doge 18 gennaio 1720, Bernardino
Zendrini è nominato Matematico e Soprintendente alle acque de’ Fiumi, delle
Lagune, e de’ Porti dello Stato Veneto, con lo stipendio di 500 ducati. Questa
carica viene istituita appositamente per lui; in precedenza la Serenissima ha
avuto una lunga serie di valenti Idraulici, detti con termine greco Proti, addetti all’Ufficio delle acque. A 41 anni, egli è nel pieno della maturità: da allora fino alla fine servirà la Repubblica in questo prestigioso e delicato incarico.
Di ritorno dall’affare del Reno, appena assunto il nuovo incarico, Zendrini avvia una ricognizione generale del sistema idrografico veneto: da medico
egli sa che non basta riconoscere i sintomi attuali delle malattie, ma occorre
anche ricostruire la storia dei pazienti, ossia fare l’anamnesi, per approfondire la predisposizione dei singoli organismi. La storia delle acque venete è da
lui ricostruita attingendo ai documenti dell’immenso archivio del Magistrato
alle Acque, peraltro disordinato e confuso, ed anche ad altri Archivi e Biblioteche. Le Memorie Storiche dello stato antico e moderno delle Lagune di Venezia sono ultimate dopo sei anni di lavoro (1726), ma saranno pubblicate solo
l compasso di Zendrini, associato ad una
palla a pendolo sospesa ad un filo, per
la misura della velocità nei diversi punti
della sezione idrica. Il dispositivo è usato
durante la campagna dei rilevamenti sul
Po nel 1717.
bernardino zendrini (1679-1747) 173
Il Gonfalone di San Marco.
Bernardino Zendrini entra al servizio
della Repubblica di Venezia come
Soprintendente alle acque de’ Fiumi, delle
Lagune, e de’ Porti nel 1720 e svolge
questo ruolo fino alla morte nel 1747.
dopo la sua morte: concepite in forma di annali, abbracciano quattro secoli,
dal 1300 al 1700, riferendo a ciascun anno le alterazioni avvenute nei fiumi,
nelle lagune e nei porti, i rimedi apprestati e gli effetti. Si può così ricostruire il filo degli eventi, le strategie seguite (in particolare l’allontanamento delle
acque dolci dalla laguna), la selezione empirica delle opere da eseguire sulla
base dei risultati e il loro continuo miglioramento, la sostituzione della cura
con la prevenzione dei danni, basata sulla continua osservazione. La storia è
corredata da carte idrografiche, disegnate dallo stesso autore, appassionato di
cartografia.
Si deve osservare che, a sua volta, Zendrini lascia molti volumi di scritture,
in cui sono registrate tutte le osservazioni, i suggerimenti e i vari documenti
da lui raccolti per visite generali e particolari, per riparare i fiumi, conservare
le lagune e bonificare le paludi, nell’arco di tempo tra il 1720 e il 1747.
L’opera più imponente da lui progettata sono i cosiddetti Murazzi dei Lidi,
portati a termine in 38 anni, dal 1744 al 1782: si tratta di possenti argini,
lunghi parecchi chilometri lungo i litorali di Pellestrina e di Sottomarina, formati da grossi massi di pietra d’Istria regolarmente tagliata, con sagoma a gradinata verso il mare e verticale verso la laguna, che sostituiscono i precedenti,
deboli argini di palafitte e sassi, che il mare demoliva facilmente.
La fama di Bernardino Zendrini come valente idraulico si diffonde anche
fuori d’Italia ed egli è chiamato nel 1728 per una perizia idraulica alla Corte
di Vienna, al termine della quale Carlo vi lo invita a rimanere come Idrografo
imperiale, con uno stipendio molto maggiore, ma egli rifiuta per non far torto alla Serenissima e rientra a Venezia. Ritornerà a Vienna per un’altra perizia
nel 1742. In Italia, al di fuori dello Stato Veneto, si ricordano due importanti
progetti realizzati da Zendrini, a Viareggio ed a Ravenna.
6. la bonifica di viareggio
A quel tempo il lago di Massaciuccoli aveva un’estensione molto maggiore
dell’attuale, comprendendo una vasta area paludosa. Da molto tempo la Repubblica di Lucca cercava i mezzi per migliorare il porto di Viareggio e boni-
Frontespizio del libro storico sulle
lagune venete, ultimato da Bernardino
Zendrini nel 1726 e pubblicato postumo
nel 1811.
174 idraulici italiani
I murazzi in pietra d’Istria sul litorale di
Pellestrina a Venezia, imponente opera
di difesa realizzata dal 1744 al 1782, su
progetto di Bernardino Zendrini. La
lapide è stata collocata dal pronipote
Angelo Zendrini nel centenario della
morte dell’avo (1847).
ficare le vicine paludi, rendendo l’aria più salubre ed a tal fine aveva consultato i più valenti matematici; nel 1735 essa chiede in prestito alla Repubblica
di Venezia il Soprintendente alle acque Zendrini, il quale portatosi sul posto definisce il suo progetto, che è pubblicato nel 1736 e prevede, tra l’altro,
la separazione delle acque salse da quelle dolci per mezzo di cateratte a porte mobili tra il lago e il porto di Viareggio. Il progetto è ultimato dal governo lucchese nel 1741, con sensibili miglioramenti sanitari dell’intera popolazione e dell’economia del borgo, che da quel momento inizia a prosperare:
il solo abitato di Viareggio, che contava 300 persone malaticce, a fine secolo
raggiungerà 2500 abitanti in buona salute.
Il Borgo di Viareggio prima della
bonifica, realizzata dalla Repubblica
di Lucca su progetto di Bernardino
Zendrini del 1736.
bernardino zendrini (1679-1747) 175
7. la diversione dei fiumi ronco e montone
a ravenna
Un’opera molto impegnativa è la diversione dei due fiumi Ronco e Montone, i quali in precedenza passavano presso le mura di Ravenna, incombendo
pensili sull’abitato, esposto a disastrose inondazioni, come quella del 1656.
Da allora la città si era proposta di allontanare i due corsi d’acqua, ma la rilevanza della spesa ed i diversi pareri avevano continuamente procrastinato
l’inizio dei lavori. Nel 1731 Papa Clemente xii incarica il Cardinale Legato
Bartolomeo Massei (1663-1745) di provvedere e questi chiede il consiglio di
due eminenti Idraulici: il veneziano Bernardino Zendrini ed il bolognese Eustachio Manfredi (1674-1739), un tempo su fronti opposti per la questione
del Reno ed ora chiamati a collaborare. Di fatto è il primo che, col consenso
del secondo, ormai in precarie condizioni di salute, svolge la maggior parte
del lavoro, come lealmente riconoscerà il collega.
Visitati i luoghi ed eseguite le necessarie livellazioni, i due Idraulici scartano i tracciati dei progetti precedenti e ne propongono uno nuovo, che è subito approvato a Roma dalla Congregazione delle Acque e realizzato con gran
dispendio di mezzi dal 1733 al 1739: i due corsi d’acqua sono fatti confluire
nel canale Panfilio e da questo nel letto del vecchio canale Candiano, d’origine romana, allargando e approfondendo gli alvei; contestualmente si costruisce un nuovo Canal Naviglio ed un porto. Nel corso dei lavori, il nuovo Legato pontificio Cardinale Giulio Alberoni (1664-1752), prima di decidere
altre spese, chiede ancora insistentemente il parere di Zendrini ed a tal fine
si scomoda da Ravenna a Venezia. Nel 1741, Zendrini, orgoglioso del risultato, ristampa a Venezia la relazione su quest’opera imponente: da due anni
il Ronco e il Montone scorrono nel nuovo letto, che ha sostenuto piene importanti. Nello stesso anno, decide di pubblicare il suo trattato sulle acque
(Leggi e fenomeni delle acque correnti), frutto di 25 anni di studi ed esperienze.
Mappa della diversione dei fiumi pensili
Ronco e Montone, che circondavano
Ravenna, progettata da Bernardino
Zendrini ed Eustachio Manfredi nel
1731 e realizzata nel 1733-39 con
ingenti mezzi dallo Stato pontificio,
liberando la città dall’incubo delle
inondazioni.
176 idraulici italiani
8. la meteorologia e l’astronomia come svaghi
Non si deve pensare che, dopo aver assunto nel 1720 il pesante incarico di
Soprintendente alle acque, Bernardino Zendrini, oberato dai compiti operativi, cessi di occuparsi di meteorologia ed astronomia: queste diventano ora i
suoi svaghi ed egli, armato dei necessari strumenti, le coltiva anche durante i
sopralluoghi idraulici.
Colto da grave malattia, Zendrini muore il 18 maggio 1747, all’età di
68 anni ed è sepolto nella Chiesa dei Gesuiti, con grandi onori del popolo
e del Senato. Lascia per testamento alla Repubblica le proprie carte d’interesse pubblico, relative all’attività svolta, che sono assegnate alla Secreta. Un
suo busto marmoreo è collocato nella Loggia interna del Palazzo Ducale, tra
i grandi personaggi della Repubblica. I pronipoti Angelo e Giammaria, nel
centenario della morte (1847), fanno porre sotto il busto una lapide con la
scritta:
bernardino zendrini
matematico della repubblica
per nascita camuno - per meriti veneto
n. 1679 - m. 1747
da ang. e giamm. zendrini mdcccxlvii
9. la personalità
Qual era il carattere di Bernardino Zendrini? Dalla ricostruzione precedente
si capisce troppo poco: l’amore per la scienza, la dedizione al lavoro, la lealtà
alla Serenissima. Il nipote Angelo chiude il suo Elogio, precisando d’aver invano cercato notizie più personali e meno professionali sulla vita dell’illustre
avo, ma di non averle trovate: evidentemente pesa il fatto che non l’ha personalmente conosciuto. In ogni caso, Angelo riporta tre sue eminenti qualità: la serietà tipica dell’uomo di scienza, la semplicità e una certa rudezza
del carattere camuno, così diversa dal tratto veneto, ed infine la moderazione nelle discussioni. Egli scrive, infatti: Serio, semplice, retto, avea il Zendrini
quel carattere, che sogliono comunemente contrarre dalle scienze esatte coloro, che
si formano di esse la unica loro occupazione; meschiato questo ad un po’ di quella sua nazionale fermezza, ed apparente rigidezza di maniere, che ben lontana
dall’essere un difetto, serve non rare volte d’intonaco alla virtù per difendersi dalla contagione del vizio […]. Da questo sistema di moderazione egli non si scostò
giammai, sia nella censura delle altrui opinioni, sia nelle dispute, che sostenne
per necessità d’ufficio.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Il trattato idraulico di Zendrini (Leggi e fenomeni delle acque correnti) è considerato un classico del settore; basti pensare che, all’inizio dell’Ottocento, il
francese Gaspard de Prony (l’idraulico di fiducia di Napoleone!) scriverà: era
reputata, a buon diritto, un’opera del primo ordine nel suo genere quando com-
bernardino zendrini (1679-1747) 177
Frontespizio del trattato sulle acque di
Bernardino Zendrini, frutto di 25 anni
di studi ed esperienze, pubblicato nel
1741.
parve; ed a fronte dei grandi progressi che ha fatti l’idraulica tanto teorica quanto sperimentale, dalla metà del secolo scorso in poi, essa è ancora un libro che un
ingegnere deve avere nella sua libreria (Prony, 1835). Come Soprintendente
alle acque della Serenissima, il suo genio di ricercatore fisico-matematico, evidente nell’epoca giovanile, si è espresso in forme prevalentemente applicative:
egli è diventato un ingegnere idraulico, ma il suo trattato è rivolto anche ai
professori d’idraulica; in effetti si colloca a metà strada tra la scienza e la tecnica delle acque.
Il trattato è diviso in 14 capitoli: il 1° concerne le leggi generali del moto
delle acque, il 2°, il 3° e il 4° l’efflusso dalle luci, il 5° la misura della velocità
dei corsi d’acqua e la dispensa delle acque irrigue, il 6° i metodi per l’unione
e la divisione delle acque dei fiumi, il 7° gli impedimenti che si oppongono al
178 idraulici italiani
corso delle acque, l’8° i ritardi nel deflusso che possono nascere dai venti e
dai rigurgiti del mare, il 9° le escrescenze e le decrescenze dei fiumi, il 10° le
resistenze degli alvei dei fiumi ed i ripari in loro difesa, l’11° le corrosioni dei
fiumi, le rotte che si aprono negli argini e il modo di ripararle, il 12° i sostegni, le chiaviche, gli stramazzi e le botti sotterranee, il 13° i coli delle campagne, le bonifiche (retratti ed acquisti) per alluvione e per essiccazione, il 14°
le macchine idrauliche. L’autore in primo luogo espone e commenta lo stato
della scienza idraulica del suo tempo, grazie agli apporti degli scienziati che
lo hanno preceduto o sono suoi contemporanei. Accanto agli Italiani (Castelli, Torricelli, Cabeo, Barattieri, Viviani, Montanari, Guglielmini, Grandi,
Poleni, Manfredi, ecc.), compaiono i nomi di numerosi stranieri (Mariotte,
Parent, Pitot, Belidor, De la Hire, Newton, Ermanno). Sono poi presentate
le esperienze personali.
Il trattato di Bernardino Zendrini è ricco di cifre algebriche e di simboli,
che indicano grandezze fisiche variabili. Lo stesso autore sente il bisogno di
giustificare questa scelta, che si distacca dalla tradizione geometrica allora dominante in Italia: Io so molto bene quanti pur anco vi siano fra gli Uomini di
scienze, che vorrebbero trattate le cose sì della pura, che della mista ma­tematica
con la sola sintesi, ed in somma coll’antico metodo, pretendendo che in tal modo
ma­neggiando le materie, e maggiormente l’intellet­to si appaghi, e le dimostrazioni rieschino mol­to più a portata di farci sentire la verità delle proposizioni, riputando che l’analisi serva piut­tosto ad indicarci i risultati che si ricavano da certi
dati, e da certe supposizioni, che a tessere le vere prove di quanto viene proposto
(Zendrini, 1741).
Negli ultimi tempi, peraltro, la scienza è cambiata, assegnando sempre più
spazio all’analisi matematica: la strada è stata aperta dall’Italia, con la teoria
degli indivisibili di Bonaventura Cavalieri ed Evangelista Torricelli, nella prima metà del Seicento, e sviluppata in seguito soprattutto da scienziati stranieri (Uomini della Germania, dell’Inghilterra, e della Francia). All’epoca di
Zendrini, gli Italiani appaiono alla retroguardia nell’analisi matematica, essendo ancorati alle dimostrazioni geometriche, perché a molti sembra di mettere in ombra i meriti dei grandi geometri del passato. Si osserva che, ancora
nella seconda metà del Settecento, scienziati che ormai maneggiano con di-
Disegni del trattato, che illustrano
i pennelli (moli) ed i vortici conici.
Zendrini realizza i pennelli per la difesa
dalla corrosione come moli massicci,
a forma di piramide tronca, ad angolo
retto rispetto all’argine ed è tra i primi
a studiare l’effetto dei vortici spiroidali,
che si formano contro i ripari verticali,
scalzandoli al fondo.
bernardino zendrini (1679-1747) 179
sinvoltura l’analisi matematica, come il Boscovich ed il Frisi, appena possono, usano ancora la geometria.
Un’obiezione al nuovo metodo analitico è legata alle scarse conoscenze
dell’analisi matematica, da parte dei tecnici che devono applicare la dottrina
delle acque, ai quali si adatterebbe meglio la più facile geometria. Per questo motivo, Zendrini si rivolge in primo luogo ai professori: È verissimo che
i Periti e gl’Ingegneri poco o nulla si domesticano con il calcolo, ma se quelli non
lo fanno, lo devono ben fare i Professori delle miste Matematiche, a’ quali effettivamente ho inteso di dirigere quanto può trarsi dal mio Trattato (Zendrini,
1741).
L’autore sposa appieno il metodo sperimentale di Galileo: gli argomenti trattati sono tutti il frutto d’esperienze e riflessioni personali, sviluppate
nell’arco di un quarto di secolo: Ben venticinque anni di non interrotte osservazioni sopra delle acque ho consummati prima di stendere il presente Libro, ed
ho voluto più di una volta assicurarmene, col rifare le osservazioni non che in
uno, ma in vari fiumi nell’incontro di averne tanti riconosciuti anche fuori de’
felicissimi Stati della Serenissima Repubblica, cui ho l’onore, da lungo tempo di
servire. Non manca una certa vis polemica nei confronti di uomini di scienza
troppo teorici (tra cui soprattutto quelli che hanno trattato delle Lagune venete senza conoscerle bene, come Benedetto Castelli e Gianalfonso Borelli):
onde si può agevolmente raccogliere, che se tal uno condanna i Periti ed Ingegneri
perché privi di teoriche cognizioni, potersi dal pari condannare anco que’ Teorici,
che troppo donano ad una scienza molto astratta (Zendrini, 1741).
Zendrini è sostanzialmente un ingegnere idraulico con solide basi matematiche e fisiche. La sua concezione dell’insegnamento da impartire agli
ingegneri idraulici appare equilibrata e moderna, e consente di superare la
vecchia contrapposizione tra scienziati ed ingegneri, iniziata con Benedetto
Castelli e Nicolò Cabeo. Egli scrive: Ben è vero che vorrei, che i Periti fossero
non di quelli descritti dal Cabeo, ma che studiassero di esser veramente quali li
voleva Vitruvio, voglio dire, che né essi intraprendessero tal professione né i Principi o Maestrati permettessero loro l’esercitarla senza lo studio delle Matematiche
elementari, comprendendo sotto di queste la Geometria di Euclide, l’Aritmetica, i
principi dell’Analisi, che finalmente altro non contengono che un’Aritmetica maneggiata con caratteri e numeri, in vece di servirsi di questi ultimi soli […]. Per
le miste Matematiche poscia dovrebbe il Perito ben intendere le meccaniche, che
comprendono tutta la dottrina de’ pesi, delle potenze, delle resistenze, e degli equilibri tanto de’ solidi che de’ fluidi (Zendrini, 1741).
giovanni poleni
La vita
La più antica biografia del marchese Giovanni Poleni è quella scritta da JeanPaul Grandjean de Fouchy (1707-1788), segretario de l’Académie royale
des sciences, di cui lo scienziato veneto era membro (in qualità di AssociéEtranger), e comparsa, secondo la consuetudine, in forma d’Elogio negli Atti
dell’Accademia subito dopo la sua morte. Apprezzabile è anche la successiva
biografia scritta in latino da monsignor Angelo Fabroni ed inclusa nelle Vitae
Italorum doctrina excellentium. La figura di Giovanni Poleni, scienziato e
umanista, è stata oggetto di numerosi studi nel Novecento, in particolare
promossi dall’Università di Padova.
1. la casa come primo laboratorio giovanile
Il marchese Giovanni Poleni nasce a Venezia il 23 agosto 1683. Il titolo nobiliare è conferito nel 1685 dall’imperatore Leopoldo i al padre Giacomo, uomo
di lettere, come ricompensa per il valore dimostrato combattendo nell’armata
imperiale contro i Turchi in Ungheria. Da ragazzo Giovanni studia a Venezia
presso i padri Somaschi, dimostrando un’eccezionale intelligenza e una spiccata vocazione per la matematica e la fisica, che il padre asseconda, pur preferendo avviarlo agli studi giuridici, esortandolo peraltro ad impegnarsi per
raggiungere un livello superiore a quello ordinario in questi campi del sapere.
In effetti, il giovane Poleni concepisce una via originale, ossia associa sistematicamente la sperimentazione alla teoria, attrezzando la sua casa come un
laboratorio: coepit ergo omnia revocare ad experientiam, ejusque domus schola
quaedam experimentalis, ut appellant, physichae facta esse vedebatur (Fabroni,
1785); si esercita cogli amici, tra cui il coetaneo Giovanni Battista Morgagni
(1682-1771), a cui rimarrà legato per tutta la vita.
Si sposa nel 1708 per obbedire alla volontà paterna, ma senza particolare
entusiasmo, comprendendo che l’impegno matrimoniale sottrae tempo agli
studi, che coltiva con incredibile ardore: avrà sei figli, di cui tre (compreso il
primogenito) sceglieranno la via religiosa, rimanendo vedovo nel 1737.
Giovanni Battista Morgagni (16821771), fondatore dell’anatomia
patologica, amico di Giovanni Poleni
dalla giovinezza, collabora ai suoi
esperimenti ed alle osservazioni
meteorologiche.
2. professore d’astronomia e meteorologia
La fama scientifica del giovane Poleni si diffonde rapidamente: nel 1709, a
26 anni, pubblica il suo primo libro Miscellanea fisico-matematica, dedicato a
ricerche in campi diversi (la gnomonica, barometri, termometri e una macchina aritmetica per le quattro operazioni) ed ottiene la sua prima cattedra
d’Astronomia e Meteorologia (già occupata da Geminiano Montanari) all’Università di Padova, dove rimarrà per tutta la vita, essendo anche associato alla
nobiltà patavina. All’epoca insegnano a Padova personalità eminenti, come
Domenico Guglielmini (1655-1710), Antonio Vallisneri (1661-1730), e il
basilese Jakob Hermann, alias Iacopo Ermanno (1678-1733), al quale in particolare si lega d’amicizia, per affinità di studi e di carattere; è molto amico
Nicolò Bernoulli (1687-1759),
predecessore di Giovanni Poleni
nella cattedra di matematica presso
l’Università di Padova, è ospitato nella
sua casa (1717-1719).
182 idraulici italiani
anche del successore e concittadino dell’Ermanno, Nicolò Bernoulli (16871759), che ospita a casa sua, nei tre anni in cui il basilese dimora a Padova.
Scrive il biografo francese: Ce n’étoit proprement ni à M. Herman ni à M. Bernoulli que M. Poleni s’étoit attaché, c’étoit au mérite; il avoit une sagacité singulière pour le reconnoître, et c’étoit pressqu’un titre pour obtenir l’estime publique
que d’être de ses amis (Grandjean de Fouchy, 1763).
Sin dalla gioventù Poleni, pur fortemente attratto dal piacere della conoscenza, sente il bisogno morale di metterla al servizio dell’uomo: numquam
tamen animo deponebat universorum hominum utilitatem, quam nobis in omni
actione proponendam in primis esse dicebat (Fabroni, 1785).
Nel periodo in cui occupa la cattedra d’Astronomia e Meteorologia, Poleni
si applica, tra l’altro, a problemi di cartografia, determinando con esattezza la
latitudine e longitudine di Padova. Concepisce anche il disegno di una carta
generale d’Italia, ma secondo il biografo francese queste promettenti ed utili
attività geografiche sono interrotte dalla necessità di approfondire la scienza
idraulica, ancor più necessaria alla Repubblica di Venezia: Il avoit formé le dessein de faire une Carte générale de l’Italie et on a trouvé dans ses papiers plusieurs
notes relatives à ce projet […]. On souhaita qu’il tournât ses vues vers la science
des Eaux, si nécessaire dans cette partie de l’Italie, qui fait le domaine de la République de Venise, et il quitta sans répugnance le titre d’Astronome pour conserver
celui de Citoyen (Grandjean de Fouchy, 1763).
3. professore di fisica
Nel 1715 Poleni lascia la cattedra d’Astronomia e Meteorologia per passare a
quella più importante di Fisica, secondo la consuetudine del cursus honorum
presso l’Ateneo veneto; abbandona l’insegnamento, ma non la passione (assai diffusa all’epoca) per l’astronomia, continuando tutta la vita ad occuparsi di velocità della luce, orbita delle comete, longitudini e latitudini. Anche
la meteorologia non è abbandonata; anzi, nel 1725, Poleni inizierà una serie
sistematica d’osservazioni e misure meteorologiche, che saranno continuate
con regolarità dal figlio abate Francesco, poi da Giovanni Battista Morgagni
e dall’abate Giuseppe Toaldo (1719-1797).
A partire dal 1715, come professore di fisica, in alcuni anni d’intenso lavoro sperimentale, Poleni riesce a segnalarsi come uno dei più eminenti scienziati idraulici europei, pubblicando i risultati delle sue ricerche sugli stramazzi e sulle luci in due trattati: De motu aquae mixto (1717) e De Castellis per
quae derivantur fluviorum aquae habentibus latera convergentia liber (1718),
poi da lui tradotti in italiano, con i titoli Del moto misto delle acque e Delle pescaje o cateratte di lati convergenti.
Nel 1718, quando ha pubblicato i suoi due brillanti trattati d’idraulica
sperimentale, Poleni ha solo 35 anni; vivrà ancora 43 anni, ricchi di studi e
affermazioni in vari campi, ma senza approfondire, almeno sul piano sperimentale, l’idraulica. Per comprendere questo comportamento, non basta calarsi nello spirito dell’epoca, in cui domina l’enciclopedismo scientifico ed in
quello del personaggio, che associa interessi scientifici ed umanistici: rimane,
La macchina calcolatrice progettata
da Giovanni Poleni a 25 anni (Museo
Nazionale della Scienza e della Tecnica,
Milano).
giovanni poleni (1683-1761) 183
infatti, una vasta zona d’ombra, che potrebbe essere chiarita soltanto mediante l’accesso ai manoscritti inediti.
4. gli affari d’acque
Grandjean de Fouchy e Angelo Fabroni sono concordi nell’affermare che Poleni, consapevole della grande importanza della ricerca idraulica per la scienza e la società, vorrebbe proseguirla, con lo stesso faticoso ma proficuo metodo sperimentale; ma la fama procurata dai suoi stessi libri fa sì che egli venga
sempre più frequentemente richiesto (dal Senato veneto ed anche da altri Stati) di pareri e perizie idrauliche, che gli sottraggono il tempo necessario: Le
deux ouvrages, dont nous venons de parler, acquirent à M. Poleni une si grande
réputation qu’il ne se trouvoit plus, entre les différent Souverains d’Italie, aucune
contestation sur le cours des eaux, dans laquelle on ne le voulût pour juge ou pour
arbitre [...]. On ne fauroit croire combien d’écrits, de mémoires et de projets, ces
différens objets exigèrent de lui [...]. Les occupations civiles, extrêmement multipliées, de M. Poleni l’ont empêché d’effectuer plusieurs desseins qu’il avoit formés: il voulois, par exemple, donner une seconde édition considérablement augmentée, de son Livre de Castellis, [...] mais le temps lui a manqué pour l’exécuter
(Grandjean de Fouchy, 1763). Sed ipsa fama, quae de superioribus (libris)
percrebuerat, effecit, ut illi tempus deesset absolvendi ea, quae multa commentatione ac meditatione indigebant: nam cotidie fere occupabatur aut in itineribus
faciendis, aut in epistolis scribendis, aut in consiliis dandis, quae ab illo multi, et
Venetus praesertim Senatus, requirebant ad flumina aut advertenda aut dirigenda (Fabroni, 1785). Questa spiegazione è del tutto convincente, se consideriamo gli usi del tempo, che sempre vedono coinvolti gli uomini di scienza
in una molteplicità di affari d’acque sul territorio, spesso a seguito di richieste
dei Sovrani, alle quali è difficile sottrarsi, ma talvolta anche di privati.
C’è tuttavia un aspetto oscuro in questa vicenda, ossia la scarsità di pubblicazioni sugli innumerevoli affari d’acque, in cui Poleni sarebbe stato coinvolto.
Innanzitutto sarebbe interessante ricostruire i suoi rapporti con il quasi coetaneo camuno-veneto Bernardino Zendrini (1679-1747), il quale matura come
Idraulico nello stesso periodo (tra il 1715 e il 1720) e soprattutto, nel 1720,
è nominato Matematico e Soprintendente alle acque de’ Fiumi, delle Lagune, e
de’ Porti dello Stato Veneto. La Repubblica di Venezia ha dunque due Idraulici eminenti, che convivono per 27 anni e svolgono funzioni complementari:
l’uno (Poleni) opera nel campo dell’idraulica sperimentale e l’altro (Zendrini)
in quello dell’ingegneria idraulica. Non è possibile che i due si siano incrociati
soltanto sulla questione del canale di Monselice in patria e sulla bonifica della
zona paludosa di Viareggio all’estero, come risulta dalle pubblicazioni.
Problemi analoghi si riscontrano per i rapporti tra Poleni e i più eminenti
Idraulici suoi contemporanei, operanti negli altri Stati italiani (per es. Guido
Grandi ed Eustachio Manfredi), assai poco documentati. La risposta si trova probabilmente nella ricchissima documentazione inedita, lasciata alla sua
morte da Poleni e riguardante attività svolte nel corso di un quarantennio:
si tratta di ben xxiv Volumi di scritture e dissertazioni appartenenti alla scienza
idraulica ed al regolamento de’ fiumi, d’arsenale, di boschi, all’architettura mili-
184 idraulici italiani
tare e civile, che il Senato veneto ordina di conservare in luogo dove possano
essere gelosamente custoditi, consapevole del loro valore: Quantum autem desiderium sui reliquerit apud Senatum Venetum, ex eo conjici potest, quod de ejus
scriptis hydrostaticis publico in loco asservandis ille deliberavit (Fabroni, 1785).
5. professore di matematica
Torniamo all’ordine cronologico della biografia. Il marchese Poleni ha una
personalità eclettica, con una molteplicità d’interessi: nel corso della sua vita,
occupa ben 5 cattedre diverse. Quando Nicolò Bernoulli nel 1719 lascia Padova per ritornare in patria, la prestigiosa cattedra di matematica (già di Guglielmini e Galileo), è conferita a Poleni con l’onorario di 600 fiorini. È interessante osservare che lo scienziato veneziano sostiene costantemente la
stretta integrazione tra fisica e matematica: nel discorso d’insediamento, afferma l’importanza della matematica nello studio della fisica (De mathesis in
rebus physicis utilitate Praelectio); in precedenza, assumendo la cattedra di fisica (1715) aveva affermato l’utilità della fisica nelle scienze matematiche (De
physices in rebus mathematicis utilitate Praelectio).
6. professore di fisica sperimentale
Vent’anni dopo, nel 1739, c’è un nuovo cambio significativo: Poleni, che da
sempre ha attribuito ai suoi studi uno spiccato indirizzo sperimentale, promuove la costituzione presso l’Ateneo padovano della nuova cattedra di Filosofia (ossia Fisica) sperimentale, che risveglia in Italia l’interesse per le lezioni
di fisica illustrate dagli esperimenti. All’epoca si diffondono in Europa i gabinetti di fisica, raccolte complete ed omogenee di strumenti scientifici, che
costituiscono i nuclei iniziali dei laboratori ottocenteschi.
A Padova nel 1740 egli crea il primo gabinetto universitario di Fisica Sperimentale in Italia, chiamato Teatro di Filosofia Sperimentale, e fino alla sua
morte, nel 1761, continua ad arricchirlo di strumenti (che fa costruire in tutta Europa da artigiani esperti): la raccolta arriverà a contare circa quattrocento oggetti, di cui un centinaio si conserva ancora. La sua collezione diventa
famosa in Europa; Jérome de Lalande dirà: je ne connois guère de plus beau cabinet de physique (Voyage en Italie, 1765-66). È in questo gabinetto che Poleni
esegue prove di resistenza dei solidi con la macchina divulsoria, utilizzata in
interventi di restauro e in particolare per progettare i cerchioni metallici usati
nel consolidamento della cupola di S. Pietro, che egli ispeziona nel 1742, assieme al giovane Ruggero Boscovich.
Nell’ultimo periodo della sua vita, Poleni studia anche la navigazione e nel
1755 occupa la sua quinta cattedra di Scienze Nautiche e Costruzioni Navali.
7. un’autorità filologica: le edizioni critiche
di frontino e vitruvio
Il marchese Poleni non è soltanto uno scienziato impegnato su molti fronti,
ma è amante della musica e protettore di Tartini, è un entusiasta bibliofilo
In alto, la macchina divulsoria. In
basso, la cupola di S. Pietro. Nel 1742,
Giovanni Polemi è chiamato a Roma
per consolidare la cupola con cerchioni
metallici, la cui resistenza alla trazione è
misurata in laboratorio, con la macchina
divulsoria (da Memorie istoriche della
gran cupola del tempio vaticano, e d’
danni di essa, e de’ ristoramenti loro, divise
in cinque libri, 1748)
giovanni poleni (1683-1761) 185
Frontespizio del commento al trattato di
Sesto Giulio Frontino De aquaeductibus
urbis Romae, pubblicato da Giovanni
Poleni a Padova nel 1722.
ed è considerato addirittura un’autorità per quanto riguarda lo studio filologico ed archeologico del mondo classico. Scrive monsignor Fabroni: E non
so meravigliarmi abbastanza, come un uomo immerso nelle matematiche, uomo
a cui suol tornare in digrado ogni altra maniera di applicazione che non riveli
apertamente i caratteri più sentiti della verità, si dedicasse con tanto impegno da
mostrarsi grandemente innamorato dell’archeologia, che d’ordinario si dibatte e
procede in mezzo alle tenebre (Fabroni, 1785).
La passione per la filologia si può ben sposare con quella per l’idraulica; infatti, poco dopo aver scritto i suoi trattati idraulici, Poleni pubblica un’accurata edizione critica dell’opera di Sesto Giulio Frontino (30-103): Commentarius Sexti Julii Frontini de Aquaeductibus Urbis Romae (1722), correggendo
i numerosi errori delle edizioni precedenti e facendo notare che Frontino non
ignorava una molteplicità di cause, che potevano diminuire o aumentare la
velocità e la portata delle acque, anche se le sue valutazioni erano prevalentemente qualitative. In sostanza, Poleni vuole ricostruire da idraulico la storia
186 idraulici italiani
della scienza e della tecnica idraulica romane: Neque alienum unquam putavit
homini de hydrostatica scribenti hujus incunabula requirere (Fabroni, 1785).
Sappiamo dal suo biografo francese che il disegno era ancor più vasto, perché
prevedeva di ricostruire, assieme alla storia dell’idraulica antica, anche quella
dei secoli a lui immediatamente precedenti: il vouloit faire réimprimer le Traité des Eaux de Louis Cornaro, publié dans le xvi siècle; il vouloit rechercher dans
les Auteurs anciens tout ce qui pouvoit concerner la science des Eaux [...] mais le
temps lui a manqué pour l’exécuter (Grandjean de Fouchy, 1763).
Dobbiamo riconoscere al marchese Poleni un merito del tutto particolare:
è tra i pochi scienziati Idraulici, che non disdegnano di occuparsi anche di
storia dell’idraulica, con un metodo rigoroso. Tuttavia questo vasto disegno
rimane incompiuto, perché dopo il lavoro su Frontino, egli si limita a pubblicare un trattatello sulla misura delle acque, divenuto molto raro, di Giovanni
Buteone, matematico francese del Cinquecento (Jean Bourrel, 1492-1572).
Il motivo è dovuto al fatto che Poleni è fortemente attratto anche dall’architettura e dall’archeologia, e sospende il lavoro sulla letteratura idraulica,
passando ad applicare il medesimo metodo di rigorosa ricostruzione filologica all’opera di Marco Vitruvio Pollione (80/70 a.C.-23 a. C.), che solo in piccola parte (libri viii e x) si occupa di acquedotti e macchine idrauliche. Questo lavoro d’erudizione, condotto da vero specialista, è molto impegnativo,
perché comporta lo studio di tutti gli autori che nel corso dei secoli si sono
occupati di Vitruvio. Nel 1739 esce la prima parte (Exercitaxiones Vitruviane) e gli studi successivi saranno pubblicati postumi. Aggiungasi che Poleni si
occupa anche d’archeologia, con le dissertazioni sul tempio di Diana, i teatri
ed anfiteatri antichi, l’obelisco egiziano di Campo Marzio, ecc. (v. i volumi
Utriusque Thesauri Antiquitatum Romanorum Graecorumque nova supplementa congesta ab Jo. Poleno, 1737).
8. uno scienziato eclettico, ma rigoroso
Ormai prigionieri della specializzazione, il nostro primo impulso è quello di
deplorare come dispersivo questo metodo di lavoro. Non ci rendiamo conto che si tratta di un atteggiamento anacronistico ed è più giusto ammirare
un’epoca che poteva ancora permettersi un così geniale eclettismo. Poleni è
un uomo del suo tempo, ma non è mai superficiale, al contrario è talmente rigoroso e profondo, da far rimpiangere agli specialisti di ciascun settore
che non si sia dedicato esclusivamente a questo. Ogni campo è da lui coltivato in modo innovativo, lasciando ai successori, più sistematici anche se forse
meno geniali, il compito di proseguire con lo stesso metodo. Scrive in proposito Fabroni che di qualunque materia Poleni si occupasse, i risultati erano
così eccellenti, che sembrava nato per quella sola: Habebat Polenius in animo
insitam quamdam informationem veri; quapropter quacumque in re, quam suscipiebat, talis evadebat, ut ad id unum maxime natus aptusque judicaretur (Fabroni, 1785).
Durante la sua vita, il marchese Poleni mantiene un’intensa corrispondenza con vari scienziati, i suoi articoli di fisica e matematica sono pubblicati da
prestigiose riviste straniere ed è associato alle Accademie di Londra su propo-
giovanni poleni (1683-1761) 187
sta di Newton (1710), Pietroburgo, Berlino su proposta di Leibnitz (1715) e
Parigi (1739). In Italia è membro delle Accademie di Padova, Bologna, Cortona e Firenze.
Fino all’ultimo egli si applica intensamente allo studio, seguendo contemporaneamente molte cose, anche se ormai il fisico è debilitato. Negli ultimi
anni soffre di violenti dolori di capo, conseguenza di un colpo ricevuto alla
testa. Quando comprende che la fine è vicina, si dedica totalmente alle cose
dello spirito e muore placidamente il 15 novembre 1761 all’età di 78 anni.
È sepolto a Padova nella chiesa di S. Giacomo con la seguente epigrafe dettata dai figli:
joanni marchioni poleno
jacobi filio veneto civi et patavino
physices et matheseos in patrio gymnasio
per an. liii professori clarissimo
cujus ingenium et doctrinam scripta testantur
patri optimo desideratissimo filii moerentes posuere
vixit annos lxxviii m. ii. d. xxii
obiit xviii kal. dec. decemb. an. aer. vulg. mdcclxi
I suoi manoscritti sono conservati nella Biblioteca Marciana di Venezia.
La biblioteca è donata al Monastero benedettino di Santa Giustina, dove si
trova il figlio Francesco. Il Senato veneto fa coniare una medaglia d’oro commemorativa con la seguente iscrizione, che fa insieme l’elogio del padre e del
figlio, l’abate Francesco:
francisco abbati
joannis poleni marchionis p. p.
filio
ob merita erga rempublicam
parentis eximia
et sua
senatus consulto
9. la personalità
Il marchese Poleni era un uomo d’alta statura e di bell’aspetto, elegante e garbato, moderato, prudente, diligente, fedele, religioso. Mangiava poco e non
beveva vino. Affezionato alla moglie, rimasto vedovo non si risposò. Insomma un aristocratico serio, ma che, grazie all’educazione ricevuta, all’occasione
sapeva essere brillante in società: Sa conversation etoit vive, et il savoit l’égayer
de bons mots, d’historiettes et de traits saillans qui la rendoient extrêmement aimable (Grandjean de Fouchy, 1763).
Con gli amici era generoso: non soltanto apriva loro le porte della sua casa
e della sua biblioteca (tra le più belle in Italia), ma accondiscendeva facilmente ai loro desideri: Tanta erat in Polenio facilitas morum, tam ardens desiderium alienae obsequendi voluntati, ut id quod ab ipso petebant amici, exigere
magis, quam rogare viderentur (Fabroni, 1785). Di conseguenza - afferma
Fabroni - non c’è da meravigliarsi che soddisfacesse anche le persone più in-
188 idraulici italiani
trattabili e non si adirasse con gli importuni e gli impudenti: soleva dire che
giovare agli uomini conduce alla vita eterna. Conservava la fama già acquistata in gioventù con dignità, umanità ed innocenza, piuttosto che con iattanza.
Lo scienziato idraulico
Nel suo primo trattato idraulico (De motu aquae mixto, 1717), Poleni sviluppa la dottrina del moto misto dell’acqua, prodotto dall’associazione tra
acque vive (in movimento) e morte (ferme), e la applica agli estuari veneti
ed ai porti, valutando le varie opere di sistemazione. Sostiene la diversione di
tutti i fiumi dalle lagune, contestando il parere di Benedetto Castelli ed altri,
che, al contrario, erano favorevoli al massimo ricambio delle acque, garantito
dall’immissione dei fiumi in laguna.
In particolare, egli illustra una doppia serie d’esperienze sugli stramazzi rettangolari in parete sottile a contrazione completa, aperti in un serbatoio dove
l’acqua è in quiete e rispettivamente a deflusso libero e parzialmente rigurgitati, collegando questi ultimi allo studio del moto misto delle acque.
Giunge così a definire la relazione che lega la portata Q al carico idraulico
H sullo stramazzo (distanza tra la soglia e la superficie indisturbata dell’acqua
a monte), come un caso particolare di quella che fornisce la portata delle luci
rettangolari di grandi dimensioni, la quale è applicabile anche allo stramazzo,
trattato come una luce con battente nullo, con una scala delle velocità para-
A sinistra, il frontespizio del trattato
De motu aquae mixto (1717), in cui
Giovanni Poleni illustra i suoi studi
sugli stramazzi a deflusso libero e
parzialmente rigurgitato, con l’apparato
sperimentale raffigurato a destra.
giovanni poleni (1683-1761) 189
bolica, dove il vertice della parabola coincide con il pelo indisturbato dell’acqua nel serbatoio a monte.
La formula ricavata per lo stramazzo libero, che ancor oggi porta il suo
nome, risulta: Q = (2/3 C) H ∙ b, ove b è la larghezza dello stramazzo, g l’accelerazione di gravità e C un coefficiente sperimentale, che dipende soprattutto
dalla contrazione della vena stramazzante. La portata fornita dallo stramazzo parzialmente rigurgitato corrisponde ad una scala delle velocità, costituita
da una parabola, nel tratto superiore della sezione (compreso tra i peli liberi
dell’acqua a monte ed a valle dello stramazzo), sovrapposta ad un parallelogramma rettangolo (nel tratto rigurgitato tra il pelo di valle e il fondo dello
stramazzo) e può considerarsi ancor oggi correttamente impostata.
Nel successivo trattato De Castellis (1718), Poleni studia le correnti convergenti e, in particolare, la contrazione del getto che esce da un orifizio a spigolo vivo, ottenendo un coefficiente di contrazione pari a 0,62, più vicino alla
realtà di quello determinato da Isaac Newton (0,707), che per primo aveva
analizzato il fenomeno; inoltre illustra altre esperienze originali, sulle luci con
tubi addizionali esterni, collegate allo studio dei diversivi con l’imbocco a lati
convergenti. Egli scopre che le portate delle luci con doccia (simili a quelle
in parete grossa) sono spesso talmente superiori a quelle delle luci semplici
in parete sottile (a causa del mancato o solo parziale distacco della vena), da
consigliare la revisione radicale delle regole pratiche fino allora adottate per
la dispensa delle acque, le quali non tenevano conto della diversa forma delle
A sinistra, il frontespizio del trattato De
Castellis (1718), in cui Giovanni Poleni
illustra i suoi studi sulle luci in parete
grossa, con l’apparato sperimentale
raffigurato a destra.
190 idraulici italiani
luci (fossero esse in parete sottile o grossa), applicando a tutte le stesse regole.
Confrontando tubi addizionali con diverse lunghezze e bocche uguali, scopre
che, al crescere della lunghezza, la portata aumenta fino ad un certo punto,
oltre il quale incomincia a diminuire, perché la vena rimane bensì aderente
alla parete, ma le perdite di carico fanno sentire il loro effetto. Sul tema, vedasi anche la lettera (1724) a Jacopo Marinoni (1676-1755), Idraulico imperiale, in cui sono illustrate ulteriori esperienze, probabilmente in vista di
un’estensione del libro De Castellis. Queste esperienze di Poleni saranno proseguite nella seconda metà del Settecento da Francesco Domenico Michelotti
(1710-1771) a Torino.
antonio lecchi
La vita
1. l’insegnamento nel collegio dei gesuiti di milano
Giovanni Antonio Lecchi nasce a Milano il 17 novembre 1702 da Giacomo
Antonio ed Elena Crivelli. Compiuti i primi studi nel collegio dei Gesuiti di
Brera, a 16 anni entra nella Compagnia di Gesù il 20 ottobre 1718 e, dopo il
consueto lungo noviziato, professa i voti il 15 agosto 1736.
Per un lungo periodo, Lecchi si dedica totalmente all’insegnamento. Inizialmente insegna eloquenza nei collegi gesuiti di Milano, Pavia e Vercelli ed
in seguito torna a Brera, dove si applica alle scienze: matematica (1738-1760)
e poi matematica e idraulica (1760-1773). La sua prima pubblicazione riguarda la teoria della luce (Theoria lucis, opticam, perspectivam, catoptricam,
dioptricam complectens, Mediolani, 1739). La seconda, nel 1744, è di carattere teologico (Avvertenze contrapposte alla Storia del probabilismo scritta dal padre Daniello Concina e indirizzate a un erudito cavaliere). La miglior testimonianza del suo lavoro come docente impegnato è una collana di libri didattici
in latino, i quali riproducono le lezioni di matematica dal 1752 al 1758: essi
costituiscono un corso completo di geometria, algebra, trigonometria e analisi elementare, ricco di spiegazioni ed esercizi: Elementa geometriae theoreticae et practicae […] ad usum Universitatis Braidensis,1753-54; Elementa trigonometriae theorico-practicae et sphaericae, 1756; De sectionibus conicis, 1758.
Nel 1758, quando completa questa collana d’opere didattiche, che incontra un notevole successo, Antonio Lecchi ha 56 anni ed è un affermato professore di matematica milanese, che sostanzialmente è sempre rimasto nella
sua città natale e nei dintorni e si è occupato soltanto marginalmente di modeste questioni idrauliche, per conto del suo Ordine. In questo lungo periodo, si conosce un solo scritto idraulico del 1743: la Dissertazione idrostatica
di partizione d’acque della Roggia Caccesca per la costruzione de’ modelli ne’ territorj di Granozzo, e di Robbio (1743). Si tratta di una perizia che interessa
terre appartenenti al Collegio di Brera: Lecchi, seguendo i testi di Domenico
L’antico palazzo di Brera (oggi
Pinacoteca) a Milano, fino al 1773
sede di un collegio retto dai Gesuiti. In
questa scuola Antonio Lecchi insegna a
lungo matematica e fisica e pubblica una
apprezzata collana d’opere didattiche in
latino.
192 idraulici italiani
ll frontespizio del trattato De sectionibus
conicis, 1758, facente parte di una
fortunata collana di testi didattici,
redatti da Antonio Lecchi negli anni
trascorsi a Brera.
Guglielmini e Guido Grandi, misura con un approccio matematico il corpo
d’acqua, che il Collegio deve restituire dopo l’uso irriguo delle acque derivate.
Negli scritti successivi, l’iniziale tendenza teorica a matematizzare l’idraulica
cederà il posto ad un’impostazione che dà molto più spazio alla sperimentazione e alla pratica.
2. il professore di matematica diventa ingegnere
Improvvisamente, dal 1757, i suoi impegni negli affari d’acque crescono
d’importanza e intensità ed egli diventa rapidamente uno dei maggiori inge-
antonio lecchi (1702-1776) 193
gneri idraulici del suo tempo. Non stupisce tanto il passaggio dall’insegnamento della matematica all’idraulica teorica e pratica, frequente in un’epoca,
in cui questa non era ancora una disciplina autonoma, quanto l’età matura in
cui si verifica la transizione, la quale per sua natura comporta l’ingresso in un
mondo, quello della pubblica amministrazione e della politica, lontano dalla tranquillità dell’insegnamento nel collegio braidense. Nel secondo periodo
della vita d’Antonio Lecchi, come ingegnere e scienziato idraulico, che dura
un ventennio, possiamo distinguere tre fasi: 1757-1765 (perizie nella Lombardia austriaca fino alla maturazione del trattato d’idrostatica), 1765-1973
(pianificazione e direzione dei lavori di sistemazione idraulica nelle province
pontificie di Bologna, Ferrara e Ravenna), 1773-1776 (ritorno a Milano ed
impegno per la navigazione, fino alla pubblicazione del trattato sui canali navigabili, nell’anno della morte).
3. perizie idrauliche nella lombardia austriaca
Al biennio 1757-58 risalgono due perizie importanti, affidate a Lecchi dal Presidente del Magistrato camerale don Angelo Luigi Maraviglia Mantegazza, le
quali riguardano la riparazione dell’incile del Naviglio Grande a Tornavento,
in Comune di Lonate Pozzolo (Riflessioni spettanti a ripari necessari per mantenere l’imboccatura del Ticino nel canale detto il Naviglio Grande di Milano,
1757) e la sistemazione del Po, pericolosamente avvicinatosi alle mura della città di Cremona (Del riparo de’ pennelli alle rive del Po di Cremona, 1758).
La prima parte della scrittura sui Pennelli (Delle regole concernenti la qualità, la situazione, e l’ordine de’ Pennelli a difesa dalle Corrosioni di Po) è un
piccolo trattato, con un’esposizione sistematica delle singole argomentazioni, che concilia teoria e pratica, con una forte attenzione ai processi naturali, secondo una linea di pensiero che ispira l’intera sua produzione letteraria.
In poche pagine, si addensa una cospicua dottrina, che testimonia l’acume
dell’autore e la sua maturazione come scienziato idraulico.
Nel 1760, per conto del suo Ordine, Lecchi si occupa del restauro di un sostegno sulla Muzza a Lodi Vecchio (Dissertazione idrostatica delle rovine, alle
quali di continuo è sottoposta la levata, o sia sostegno nel canale di Muzza in vicinanza di Lodi Vecchio e Relazione dello stato presente del canale di Muzza, e
piano delle riparazioni, 1760).
Nella perizia sulla Muzza a Lodi Vecchio, Lecchi studia i vortici responsabili del periodico scalzamento del sostegno, utilizzando un dispositivo per la
misura della velocità media delle acque lungo la verticale, sotto forma di un
cilindro di legno, ad un capo del quale sono legati piccoli pesi; si tratta di un
dispositivo, che perfeziona l’asta di Niccolò Cabeo (1646), già modificata da
Giovambattista Barattieri (1663). Il medesimo tachimetro idraulico è poi applicato allo studio del corpo d’acqua derivato dalla Muzza a Cassano d’Adda, per la revisione del manufatto di diversione (1760). Esso avrà un discreto
successo negli anni successivi e nel 1779 sarà anche oggetto di plagio da parte
dell’inglese Theodore Augustus Mann (1735-1809), come riferisce Giovanni
Battista Masetti, nella Descrizione, esame e teoria di tutti i tachimetri idraulici
fino ad ora conosciuti (1823).
194 idraulici italiani
4. matematico e idrografo imperiale
In quegli anni, Antonio Lecchi ha la protezione del governatore di Milano,
Beltrame Cristiani (1702-1758), che assiste come confessore alla morte nel
1758, di cui lascia una relazione (Memorie della malattia, e preziosa morte del
sig. conte Cristiani scritte dal padre Antonio Lecchi della Compagnia di Gesù).
Frutto della cooperazione con il governatore è una perizia riguardante i confini dello Stato (Considerazioni del p. Antonio Lecchi della compagnia di Gesù
[…] intorno alle nuove arginature di Po ne’ confini del piacentino, e del milanese, 1760).
Grazie alla segnalazione di Cristiani, nel 1759 Lecchi si reca a Vienna, per
ricevere dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780) il titolo di matematico e idrografo imperiale, con lo stipendio di 300 fiorini.
Negli anni successivi Lecchi continua a produrre perizie idrauliche riguardanti il territorio del Ducato di Milano. Si occupa del cavo Redefossi (Delle origini delle inondazioni del Redefosso e del metodo di ripararle, 1761) ed ha
una polemica con Agostino Litta e Francesco Maria Carpani (1705-1777)
sulle modalità di spurgo del canale. Progetta la sistemazione dei torrenti della
I Pennelli sul fiume Po in difesa
della città di Cremona, progettati da
Antonio Lecchi (1758). Il Vertice della
Corrosione è compreso tra A e D.
i: Sezione del Pennello A; ii: Sezione
del Pennello B; iii: Sezione dei Pennelli
C, D.
antonio lecchi (1702-1776) 195
A sinistra, ritratto di Maria Teresa
d’Austria (1717-1780). Nel 1759
Antonio Lecchi si reca a Vienna, per
ricevere dall’imperatrice il titolo di
matematico e idrografo imperiale, con lo
stipendio annuo di 300 fiorini. A destra,
ritratto di Clemente xiii Rezzonico
(1693-1769). Nel 1765 il papa chiama
Antonio Lecchi a risolvere la secolare
controversia tra Ferrara e Bologna,
riguardante il corso del Reno e nel 1767
approva il piano del gesuita milanese, il
quale dirige anche i lavori fino al 1773.
brughiera di Tradate (Piano della separazione, inalveazione e sfogo de’ tre torrenti di Tradate, del Gardaluso e del Bozzente, 1762).
Nel 1765 esce il trattato idraulico più importante di Antonio Lecchi: Idrostatica esaminata ne’ suoi principj e stabilita nelle sue regole della misura dell’acque correnti, di cui si parlerà più avanti.
5. i lavori idraulici nelle province
di bologna, ferrara e ravenna
Nello stesso 1765 si apre una nuova e più importante stagione dell’impegno
di Lecchi come ingegnere idraulico: egli è chiamato dal Papa Clemente xiii
Rezzonico (1693-1769) come esperto forestiero e quindi imparziale nella secolare controversia tra Ferrara e Bologna riguardante il corso del Reno; si tratta di un’antica consuetudine, grazie alla quale intere generazioni d’Idraulici
italiani si sono confrontate su questo tema.
Si ricorda che nel 1604 il fiume bolognese era stato disalveato dal Po di
Ferrara, per riattivare questo ramo interrato, consentendo il ripristino della
navigazione: il Reno, immesso in un ampio sistema di valli tra Ferrara e Bologna, ne aveva provocato l’allargamento verso monte, a danno dei Bolognesi, i
quali insistevano per l’introduzione di questo fiume nel Po Grande, a nord di
Ferrara, incontrando l’accanita resistenza dei Ferraresi, timorosi che crescesse
il pericolo d’inondazioni e favorevoli all’immissione diretta del Reno in mare,
a sud delle Valli di Comacchio. Il confronto si era consumato con alterne vicende, che duravano ormai da un secolo e mezzo.
All’epoca era già stata presa la decisione di assicurare uno sbocco al Reno
nel Po di Primaro (a sud delle Valli di Comacchio), attraverso il nuovo Cavo
Benedettino (voluto da Benedetto xiv e progettato da Gabriello Manfredi), il
quale peraltro si era rivelato insufficiente. Nel 1760 l’altro matematico milanese Paolo Frisi aveva definito un nuovo Piano dei lavori da farsi per liberare e
assicurare dalle acque le provincie di Bologna, di Ferrara, di Ravenna, che però
196 idraulici italiani
non era stato approvato. Nel 1763 viene pubblicata la Relazione all’eminentissimo, e reverendissimo signor cardinal Conti sopra il regolamento delle acque
delle tre provincie di Bologna, Ferrara, e Romagna, redatta da Tommaso Perelli.
Il 12 marzo 1765 Clemente xiii, per chiudere la questione, crea una nuova commissione di periti, costituita dal matematico milanese Antonio Lecchi, dall’architetto veneto Tommaso Temanza (1705-1789) e dall’architetto
toscano Giovanni Verace. La commissione compie la visita nell’ottobre-novembre 1765 ed a Lecchi spetta il compito di stendere, anche a nome dei due
colleghi, una Relazione della visita alle terre danneggiate dalle acque di Bologna,
Ferrara, e Ravenna (Roma, 1767).
Il 2 giugno 1767 Papa Clemente xiii approva ufficialmente il piano del
gesuita milanese, che prevede l’inalveamento del Reno dalla Rotta Panfilj al
cavo Benedettino, da riscavare e riattare, e l’arginatura destra del Po di Primaro fino al Fosso vecchio Ravegnano. Commissario alle acque è monsignor
Ignazio Boncompagni Ludovisi (1743-1790), allora vicedelegato di Bologna
(ed in seguito cardinale) e direttore dei lavori è lo stesso Lecchi, che per quasi
sei anni guida una cospicua manodopera, fino a 2000 operai. Il piano si amplia nel 1768-69, per tener conto degli interessi bolognesi, includendo la bonifica per colmata delle Valli, la sistemazione dell’Idice e la sua unione con la
Savena nei pressi di Bologna, in una prospettiva di più ampio assetto territoriale, il cui finanziamento indurrà in seguito il legato pontificio Boncompagni Ludovisi ad avviare il suo celebre catasto.
Nell’inverno 1772 una piena rompe l’argine sinistro del Primaro, come temevano Ferraresi e Ravennati e sembra compromettere l’impegnativa opera
di riassetto idraulico. Lecchi è chiamato a Roma, dove inizialmente gli è confermata la fiducia, e nello stesso anno i lavori s’intensificano. Tuttavia, all’opposizione di Ravennati e Ferraresi, si aggiunge il clima generale d’ostilità nei
confronti dell’Ordine dei Gesuiti: nel giugno 1773 Lecchi è costretto a lasciare la direzione dei lavori, sostituito dal tenente colonnello Giovanni Andrea
Boldrini; poco dopo, il 16 agosto 1773, l’Ordine dei Gesuiti è soppresso dal
Papa Clemente xiv Ganganelli.
Nello stesso anno 1773, tornato a Milano, Antonio Lecchi redige un’ampia e circostanziata difesa del suo operato: le Memorie idrostatico-storiche delle operazioni eseguite nell’inalveazione del Reno di Bologna, e degli altri minori
torrenti per la linea di Primaro al mare dall’anno 1765 fino al 1772. Inizialmente chiede alle autorità milanesi il nulla osta alla pubblicazione, che gli
viene negato: la lunga lontananza dalla patria sembra aver compromesso i
suoi rapporti con il governo locale. Le memorie sono pubblicate a Modena,
con una dedica al duca Francesco iii d’Este (1698-1780), che in passato l’ha
consultato su varie opere pubbliche: la strada di comunicazione con la Toscana, la difesa di Gualtieri e Brescello dalle inondazioni del Po e dell’Enza.
Nella dedica Lecchi ricorda anche e ringrazia, per i numerosi consigli ricevuti nella difficile impresa bolognese, l’amico modenese abate Domenico
Vandelli (nato 1691), matematico e ingegnere del Duca di Modena; questo
cenno è singolare, perché nelle biografie ufficiali (v. Treccani) Vandelli è dato
morto nel 1754, ossia 19 anni prima! Si noti che l’intervento dell’abate Vandelli a sostegno di Lecchi, per la sistemazione del cavo Benedettino, è testi-
antonio lecchi (1702-1776) 197
moniato anche dal canonico Francesco Leopoldo Bertoldi (Memorie per la
storia del Reno di Bologna, 1807).
Nel volume primo delle Memorie idrostatico-storiche, sono illustrati in
modo dettagliato i lavori curati da Lecchi nelle province emiliano-romagnole dal 1765 al 1772 (22 memorie). Nel volume secondo, sono contenute le
Memorie idrostatiche delle varie spedizioni, ed operazioni fatte in Germania, ed
altrove a riparo de’ fiumi negli anni 1769, 1770, 1771, nel medesimo tempo
de’ lavori bolognesi. Alcune spedizioni (in Trentino, Tirolo, Carniola) rientrano in commissioni avute dal governo austriaco, di cui Lecchi è suddito. Altre spedizioni (a Fiumicino nel 1767 ed al Porto d’Ancona nel 1768) sono a
servizio del governo pontificio. Nell’insieme, emerge un’attività molto intensa dell’anziano gesuita milanese, che si muove continuamente sul territorio.
6. il ritorno a milano
e gli ultimi studi sulla navigazione
Dopo il ritorno a Milano nel 1773, Lecchi, che ormai ha varcato la soglia dei
70 anni, è coinvolto in modo marginale nelle perizie per la costruzione del
canale di Paderno, finalizzata a rendere navigabile l’Adda (1775-76), come
scrive Giuseppe Bruschetti (Istoria dei progetti e delle opere per la navigazione
interna del Milanese, 1821).
Tuttavia l’anziano Idraulico s’impegna a scrivere sull’argomento un’opera organica, il Trattato de’ canali navigabili (Milano, 1776), che avrà successo
negli anni successivi. Nella dedica al granduca Ferdinando, governatore e capitano generale della Lombardia austriaca, il quale in quegli anni ha promosso l’ampliamento e l’ammodernamento dell’antica rete dei canali navigabili
ed irrigui Milanesi, Lecchi esorta a nuovi traguardi, da cui traspare il suo pa-
Mappa allegata alla Relazione della
visita alle terre danneggiate dalle acque di
Bologna, Ferrara e Ravenna, redatta da
Antonio Lecchi nel 1767, con Tommaso
Temanza e Giovanni Verace
198 idraulici italiani
triottismo milanese: Pare giunto il tempo d’altri avanzamenti del nostro commercio e della navigazione. Ci ricorrono già alla mente gli antichi progetti e del
prolungamento del Naviglio di Bereguardo fino allo sbocco nel Ticino sotto Pavia,
e del Naviglio della Tresa dal Lago di Lugano pel suo emissario al Lago Verbano:
né si dispera più di poter conseguire tutto quello, che ne’ passati secoli si era divisato dalla nostra Città.
Antonio Lecchi muore a Milano il 24 maggio 1776.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. teoria e pratica delle acque:
una conciliazione necessaria
Nel Piano della separazione, inalveazione e sfogo de’ tre torrenti di Tradate, del
Gardaluso e del Bozzente (1762), Lecchi affronta un antico problema, ossia il
rapporto tra la scienza e la pratica idraulica, che da Benedetto Castelli in poi
si rivela difficile (si vedano le biografie dello stesso Castelli, di Nicolò Cabeo e di Paolo Frisi). Dalle parole del gesuita milanese emerge una posizione
equilibrata tra quelli che potremmo chiamare due opposti estremismi: taluni
scienziati (si capisce che allude a Frisi!) sottovalutano la necessità di lunghe
e faticose esperienze, illudendosi d’inquadrare la complessità dei fenomeni
naturali con un approccio teorico unilaterale; viceversa i pratici volgari sottovalutano l’esigenza di collegare l’esperienza alla teoria e ai principi generali.
Per quanto riguarda quegli scienziati, che s’illudono di poter applicare la
legge della foronomia al movimento delle acque correnti, Lecchi scrive: Nel
movimento delle acque si considera la sola primaria affezione della gravità comune a’ corpi solidi, e fluidi, e da questa si derivano gli effetti, con astrarre dal
concorso di tutte le altre cagioni, le quali entrano a parte de’ loro moti […].
All’Architettura dell’acque manca l’appoggio delle esperienze, e delle osservazioni
(Lecchi, 1762).
Con riferimento ai pratici volgari, egli scrive: Dicono questi, che nell’affare
dell’acque, e de’ fiumi la pratica è di gran lunga superiore alla teorica: che i soli
pratici dovrebbero ascoltarsi senza intromettere i Matematici, nati fatti alle sole
astratte speculazioni di nessun pro all’umana Repubblica. Cotesta è una rancida
antichissima cantilena, la quale si va rinnovellando ogni volta, che vi ricorrono le stesse circostanze, o d’ignoranza, o d’interesse, o d’emulazione, o di partito
(Lecchi, 1762).
Lecchi apprezza invece un’altra, utilissima categoria d’ingegneri idraulici:
Mi conviene a buona equità distinguere cotesti pratici dozzinali, che così parlano
all’impazzata, dal ruolo d’altri molti rispettabilissimi, i quali, a vero dire, sono
finissimi Teorici, senza quasi avvedersene […]. Imperocché dalle loro osservazioni diligentissime della natura, e de’ movimenti delle acque eglino si sono già formate in mente le vere regole, la vera teoria, almeno de’ fiumi particolari, su’ quali
per loro professione, ed impiego vi hanno studiato molti anni (Lecchi, 1762). A
questa categoria d’ingegneri teorici senza avvedersene appartengono, evidentemente, gli inventori degli edifici magistrali per la dispensa delle acque nel
Ducato di Milano del Cinquecento, quindi prima di Castelli.
Medaglioni con il ritratto d’Antonio
Lecchi in alcune vie del centro di
Milano: a sinistra sulla facciata di
palazzo Brentani, in via Manzoni; a
destra sulla facciata del palazzo in via
Brera 6, dove nacque Cesare Beccaria.
antonio lecchi (1702-1776) 199
2. il trattato d’idrostatica
Ai lavori come ingegnere idraulico si associano studi teorici, che Lecchi espone nelle sue lezioni come professore a Brera e in un trattato: Idrostatica esaminata ne’ suoi principj e stabilita nelle sue regole della misura dell’acque correnti
(1765). Nel trattato, si criticano le tavole paraboliche di Guido Grandi (1723)
per il calcolo della portata e questa critica fa sì che la censura sospenda temporaneamente il permesso di stampa, poiché le tavole stesse sono state appena
adottate nel trattato tra l’imperatrice Maria Teresa e la Repubblica di Venezia
(Mantova, 10 novembre 1764) per regolare l’uso delle acque tra Mantovani e
Veronesi (v. la descrizione in Vincenzo Brunacci, Memoria sulla dispensa delle
acque, 1814). Sulla questione interviene anche il confratello e amico Ruggero Boscovich (1711-1787), il quale, in materia di misura delle acque, scrive al
censore: siamo lontani dall’avere nulla di sicuro in questo genere.
Il rapporto di collaborazione con Boscovich si stabilisce nel periodo in cui
questi, professore di matematica a Pavia, si reca spesso a Milano, dove, presso
il Collegio dei Gesuiti di Brera, è impegnato a costruire il famoso Osservatorio astronomico (fondato nel 1764). Lecchi chiede al confratello, di cui riconosce l’autorità scientifica, di scrivere un capitolo del suo trattato, inserito
sotto forma di una lunga lettera, all’inizio della Parte terza: Lettera del P. Boscovich al P. Lecchi sulli principj, su’ quali si possano appoggiare le Regole pratiche
per la misura dell’acque, ch’escono dalle aperture, e corrono per gli alvei. Boscovich si concentra sulla cubatura del solido di portata, fornendo una serie di soluzioni teoriche, distintamente per l’efflusso dalle bocche utilizzate in agricoltura e per il deflusso di un corso d’acqua; Lecchi integra questo capitolo con
criteri pratici di progettazione, adeguati all’operatività dei comuni Ingegneri.
Nella Parte prima del trattato, viene presentata la legge che regola l’efflusso
dell’acqua dai vasi, la quale, da Torricelli in avanti, è stata oggetto di numerose e proficue esperienze in tutta Europa. Di fatto, questa appare all’autore
come l’unica legge idraulica attendibile, purché ristretta alle condizioni sperimentate e non arbitrariamente estesa ad altre forme di movimento, come
troppo spesso avviene. Non solo, ma egli rileva che la maggior parte delle luci
aperte nelle sponde dei fiumi e dei canali sono grandi e hanno battenti piccoli e quindi funzionano diversamente dalle luci sperimentate in laboratorio,
piccole con battenti grandi.
Nella Parte seconda si discutono le leggi ipotizzate sul movimento delle acque nei fiumi e nei canali, con un esito sconfortante: Ma quello, che si è veduto
fin qui, basta per farci accorti quanto siamo lontani ancora dall’avere discoperte
le leggi delle velocità nelle acque correnti, e quanta differenza vi sia tra queste, e
le acque, ch’escono da’ fori de’ vasi, nelle quali, se non la teoria, almeno una copiosa serie di osservazioni ci dà delle leggi assai generali, ed assai prossimamente
verificate dalle medesime; come abbiam veduto nella prima Parte; ed in conseguenza veniamo a conoscere la grande necessità, in cui ci troviamo di promuovere
questa scienza con serie di osservazioni più copiose, ed accurate (Lecchi, 1765).
Nell’attesa che sia scoperta la legge sul movimento delle acque correnti,
sulla quale il nostro autore si mostra scettico, è comunque possibile conoscere con sufficiente esattezza velocità e portate, grazie ai dispositivi di mi-
Ruggero Boscovich (1711-1787), nel
periodo milanese, intreccia rapporti
di collaborazione con il confratello
Antonio Lecchi e scrive un capitolo del
suo trattato Idrostatica (1765).
200 idraulici italiani
sura diretta finora sperimentati e in corso di perfezionamento (tra cui l’asta
idrometrica inventata dallo stesso Lecchi): io non ho speranza di ritrovare la
misura delle acque correnti negli alvei a priori, ma solo dipendentemente dalle
immediate osservazioni delle attuali velocità. È altresì importante rivalutare le
regole costruttive pratiche dell’ingegnere-architetto, che consentono di ottenere risultati soddisfacenti, purché siano sorrette da un robusto senso fisico e
da un’adeguata esperienza sul territorio.
Nella Parte terza, sono appunto presentate le regole pratiche per la misura delle acque che escono dai fori e corrono negli alvei, attraverso i suddetti
dispositivi e per la corretta costruzione delle bocche e dei partitori. In questa
parte del trattato, emerge con chiarezza l’idea che l’autore ha maturato sulla
figura dell’Ingegnere-Architetto delle acque, il quale conosce profondamente i processi fisici, grazie ad una lunga esperienza pratica, che gli consente di
progettare e costruire correttamente e talvolta anche genialmente, riducendo
al minimo i calcoli: ho scansata da per tutto la Geometria alta, ed i calcoli sublimi; limitandomi, quanto ho potuto, alla capacità de’ comuni Ingegneri (Lecchi, 1765).
3. le tradizioni locali e la riforma
della dispensa delle acque
Sul delicato problema della misura e dispensa delle acque irrigue, va precisato
che il milanese Lecchi vive in una provincia, la quale da secoli è all’avanguardia, in Italia ed in Europa, in questa difficile arte; ancora agli inizi dell’Ottocento, l’edificio magistrale milanese sarà preso da molti come modello (v.
Vincenzo Brunacci, opera citata). Ben diversa è la situazione negli altri territori italiani, anche a nord del Po, dove esistono pratiche arretrate, che occorre
riformare, a suo avviso gradualmente, senza cancellare totalmente gli usi e le
consuetudini locali, che hanno la loro importanza.
Ecco come l’Idraulico milanese si esprime in merito alle tradizioni: La prima Regola d’una giusta partizione dell’acque si è la legge municipale di ciascuna Provincia […]. Qualsiasi Perito, il quale passi da una Provincia all’altra per
esercitare l’arte sua nella partizione dell’acque, dee conformarsi alle primitive leggi della partizione d’acque già introdotte, e stabilite in ciascuna Provincia […] e
quantunque gli vengano in mente idee o più sicure, o più facili di partizione d’acque, non può egli colla sua privata autorità alterare le vecchie leggi. Imperocché
qui vale la regola di ragione, che non si sconcertino gli antichi de’ primi stabilimenti legittimamente continuati ne’ popoli per molti secoli: stabilimenti, su’ quali si sono fondati tutti gli antichi, e moderni contratti o col Principe, o con le Comunità […]. In molti casi riuscirebbe ora di maggior disordine al pubblico bene
il cambiamento anche in meglio, del metodo antico, di quello, che fosse di giovamento la novità di regole non praticate per l’addietro. Molto più, che le leggi de’
Principi, e le ordinazioni de’ Pubblici si sono conformate alla capacità, di quelle
persone, le quali le dovevano eseguire. Queste non sono di professione né Matematici, né Idrometri; né si può loro prescrivere una divisione d’acque o più sottile, o
più operosa di quello, che comporta la loro materiale pratica (Lecchi, 1765). Si
confronti con il pensiero del concittadino Paolo Frisi (1728-1784), il quale,
antonio lecchi (1702-1776) 201
dall’alto dei nuovi lumi della scienza, guarda con sufficienza alle pratiche volgari dei giorni nostri (1777), incluso lo stesso edificio magistrale milanese.
A prima vista, quella di Lecchi sembra una posizione di chiusura alla riforma, ma così non è, perché egli non rinuncia ad apportare alle pratiche di misura delle acque gli opportuni miglioramenti, ed anzi numerosi sono i suoi
suggerimenti pratici al riguardo, anche se cerca, possibilmente, di adattarli
alle leggi e tradizioni locali. Le soluzioni da lui suggerite, pur derivando da
una solida conoscenza tecnica e scientifica, non rappresentano uno stravolgimento, ma una più corretta interpretazione delle leggi vigenti, nella loro sostanza, che certamente non può giustificare l’iniquità del riparto delle acque
(si confronti con Giandomenico Romagnosi) e nella forma consuetudinaria,
a cui gli utenti sono, da gran tempo, abituati: ai suoi occhi appaiono quindi
più realistiche e fattibili, in un processo di riforma graduale e sostanziale, che
col tempo consentirà di superare anche le forme tradizionali inadeguate. Notevole, per esempio, è il suggerimento di aggirare il problema della diversità
dei moduli locali d’oncia d’acqua (alcuni dei quali addirittura non prevedono
il battente!), adottando, per così dire, un codice di traduzione da un sistema
all’altro, ossia identificando, mediante misure dirette di portata (con la palla a
pendolo o l’asta idrometrica), nel canale alimentato, un modulo rettangolare
sotto battente, che abbia la stessa portata di tale oncia formale e possa essere
utilizzato successivamente come base per tutte le misure delle bocche a confronto tra loro (si confronti con Antonio Tadini).
I frontespizi dei due trattati idraulici
di Antonio Lecchi. A sinistra il trattato
Idrostatica esaminata ne’ suoi principj
e stabilita nelle sue regole della misura
dell’acque correnti (Milano, 1765). A
destra, il Trattato de’ canali navigabili
(Milano, 1776).
202 idraulici italiani
È notevole il fatto che si trovino punti di contatto tra la posizione di un
conservatore illuminato come Lecchi e quelle, che in seguito saranno assunte
da Antonio Tadini (Del movimento e della misura delle acque correnti, 1816)
e da Giandomenico Romagnosi (Della condotta delle acque secondo le vecchie,
intermedie e vigenti legislazioni dei diversi Paesi d’Italia, 1823), ossia da esponenti autorevoli di un riformismo, sicuramente più radicale di quello da lui
concepito.
A prescindere dalle soluzioni avanzate, l’aspetto forse più interessante del
pensiero di Lecchi è la sua attenzione a problemi ed aspetti umani, sociali,
giuridici e politici, solitamente sottovalutati nei trattati tecnici e scientifici,
anche se per questo problema sono storicamente determinanti. La sua è una
linea, che si potrebbe definire di riformismo moderato, rafforzata da una valutazione realistica della natura umana (i campari non sono angeli!).
4. il trattato sui canali navigabili
Dopo un’introduzione storica preliminare alla trattazione dei canali navigabili, l’autore sviluppa organicamente il suo trattato nei seguenti capitoli: 1.
Della divisione de’ Fiumi in più Rami, e delle cagioni della loro conservazione.
2. Della Chiusa, ossia Sostegno attraversante l’alveo del fiume, dal quale se ne deriva il Naviglio. 3. Degli Sfogatoi aperti nella Chiusa medesima e de’ Paraporti
disposti alle rive del Canale. 4. Della pendenza de’ Canali navigabili. 5. De’ sostegni, li quali danno il passaggio alle barche. 6. Del passaggio delle barche per le
porte del Sostegno. 7. Dello sbocco de’ Canali navigabili.
tommaso perelli
La vita
L’anno dopo la morte di Tommaso Perelli, escono due dettagliate biografie,
scritte da suoi più giovani colleghi all’Università di Pisa: monsignor Angelo
Fabroni (1732-1803), umanista e Lorenzo Pignotti (1739-1812), poeta, storico e medico. Ad esse si aggiunge la lettera 12 gennaio 1784 a Fabroni, scritta dall’abate milanese Paolo Frisi (1728-1784), che nel periodo 1756-1764 è
stato professore a Pisa, divenendo amico del Perelli, con il quale ha condiviso
anche una parte degli interessi scientifici. La figura di questo eccentrico scienziato, all’età sua famoso, è stata in seguito dimenticata.
1. uno studente avido di conoscenza,
ma disordinato
Tommaso Perelli nasce nel borgo La Montanina di Bibbiena (Arezzo) il 21
giugno 1704 da Bernardino Girolamo e Maria Settimia Chierici. Il padre è
avvocato e segretario del Magistrato degli Otto di Guardia e di Balia (con
compiti di polizia giudiziaria). La famiglia, passata dalla provincia pisana alla
Romagna e nel Casentino, si era finalmente stabilita nel Comune di Arezzo,
che l’aveva ascritta alla nobiltà locale.
Terminati con ottimi risultati gli studi di belle lettere presso i Gesuiti a Firenze, Tommaso viene mandato dal padre all’Università di Pisa, perché diventi dottore in legge. Libero dal controllo, il giovane, avido di sapere in
molti campi, inizia un percorso culturale affascinante, ma disordinato, che lo
accompagnerà per tutta la vita.
Dopo aver seguito i corsi di legge nel primo anno con Giuseppe Averani
(1662-1738), che personalmente coltiva anche la fisica, decide di dedicarsi alle
scienze naturali. Secondo Pignotti (1784), questi passaggi dal civile diritto alle
naturali scienze sono assai frequenti nelle Università, e i disertori sogliono essere
per lo più giovani d’alto ingegno. Affatto digiuno di matematica, si presenta a
Guido Grandi, che ruvidamente gli consiglia le letture per le vacanze estive, al
termine delle quali sorprende il maestro, per i progressi conseguiti, incredibili
in un neofita, che legge i trattati più ostici come se fossero romanzi.
L’arcigno abate camaldolese lo ospita nel monastero di San Michele e lo associa ai suoi studi. Incapace d’invidia nei confronti di uno scolaro tanto dotato, così lo descrive in una lettera al suo amico napoletano Celestino Galliani:
Il suddetto giovane è tutto innamorato dell’analisi moderna, e ne ha un maneggio
mirabile, di maniera che scioglie i problemi più ardui di fisico-matematica da sé,
né vi è cosa astrusa negli Atti di Lipsia, nel Newton, nell’Ermanno, nel Bernoulli, o altri autori, che egli solamente letta la proposta, subito non ne trovi la dimostrazione analitica in poche righe di calcolo, dimostrando e le leggi delle forze
centrali per qualunque curva, e le curve che sodisfanno a diverse leggi delle forze
centrali, e le catenarie in qualunque supposizione di gravità variabile, e le velarie
e le elastiche, e le traiettorie per mezzi di varia resistenza, e assai più facilmente
che non farei io, perché non ha il capo distratto come io in altre cose (Grandi).
204 idraulici italiani
A sinistra, ritratto di Guido Grandi
(1671-1742). Il giovane Tommaso
Perelli, studente all’Università di Pisa,
trova nello scienziato camaldolese il
maestro, che l’introduce allo studio della
matematica e l’associa alle sue ricerche,
ospitandolo nel monastero di San
Michele. A destra, Ritratto di Paolo Frisi
(1728-1784). Lo scienziato milanese,
nel periodo in cui insegna a Pisa (17561764), stringe amicizia con Tommaso
Perelli. I due collaborano (dissentendo)
nel complesso regolamento delle acque
delle province di Bologna, Ferrara, e
Romagna.
Grandi pensa che il giovane Perelli si dedichi totalmente alle matematiche,
ma non è così, perché l’allievo coltiva anche altre scienze: medicina, anatomia, botanica, chimica, storia naturale. Non solo, ma è appassionato di storia, teologia, antiquaria, greco e latino. A Pisa passa complessivamente cinque
anni e mezzo, laureandosi in Fisica e Medicina. Non eserciterà mai la pratica
medica, interessandogli soltanto la parte teorica.
La morte del padre e gli affari domestici da curare lo obbligano a trattenersi
per tre anni a Firenze; in questo periodo, segue una pluralità d’interessi culturali, tra i quali non rientrano la matematica e la fisica: Negli altri tre anni,
che egli passò in Firenze, lontano dal Grandi, e privo degli incitamenti che da lui
riceveva, trattando più famigliarmente della botanica col Micheli, delle antichità
col Senatore Bonarroti, della storia e dell’erudizione col Lami, delle lettere Greche
col Salvini, e della nostra poesia col Crudeli e con molti altri, non continuò collo
stesso fervore gli studj matematici e fisici (Frisi, 1784).
Soddisfatta in patria la sua insaziabile avidità di sapere, il trentenne Perelli
decide di approfondire gli studi presso famose sedi universitarie di altri Stati
italiani, ossia Bologna e Padova. A Bologna resta quasi quattro anni: apprende l’astronomia da Eustachio Manfredi, approfondisce l’algebra con Gabriello Manfredi e contemporaneamente la medicina con il Beccari e l’Albertini.
A Padova passa 11 mesi, frequentando il marchese Giovanni Poleni (fisica), il
Morgagni (medicina) e il Facciolati (filologia). Quest’ultimo, ammirato delle
sue conoscenze delle lingue antiche, accarezza l’idea di procurargli una cattedra di greco, ma non se ne fa nulla.
2. la cattedra d’astronomia
e le osservazioni alla specola di pisa
Il tempo è passato e Perelli ha ormai 35 anni, quando, dopo molte erudite peregrinazioni, decide di offrire la sua opera all’Università di Pisa: nel 1739 ottiene la cattedra d’astronomia, con l’obiettivo di rivitalizzare una materia scienti-
tommaso perelli (1704-1783) 205
La specola di Pisa (incisione di F.
Fontana tratta dal Viaggio piccorico della
Toscana, 1827). Situata in una torre a
cinque piani in via Santa Marta, è il
primo osservatorio astronomico della
Toscana, costruito a partire dal 1734 ed
affidato nel 1739 a Tommaso Perelli, che
inizia le osservazioni nel 1746; la torre
è demolita nel 1826; nel palazzo è oggi
ospitata la Domus Galileiana.(17281784).
fica, in quella sede molto decaduta dal tempo glorioso di Galileo. Qui ritrova
il maestro Guido Grandi, ormai malato e incapace di influire sulle sue scelte.
A Pisa, dal 1734, è in costruzione una specola, la prima della Toscana, alla
quale si affiancherà in seguito quella costruita a Firenze da Leonardo Ximenes. Il nuovo astronomo si preoccupa di dotare l’osservatorio astronomico
con gli strumenti più avanzati dell’epoca, costruiti in Inghilterra. Le osservazioni iniziano nel 1746 e sono condotte in modo faticoso dallo stesso Perelli,
privo di aiuti e non molto versato per un’attività meccanica piuttosto noiosa, che richiede un’instancabile pazienza nell’osservare e nel notare, e una certa
agilità e destrezza nel saper fare il miglior uso degl’istrumenti (Fabroni, 1784);
perciò, nonostante sia brillante nei metodi, non ottiene grandi risultati. Dal
1765 egli è affiancato dal suo giovane allievo trentino Giuseppe Antonio Slop
de Cadenberg (1740-1808), che si dedica con passione e successo alle osservazioni astronomiche (scoprirà il pianeta Urano) e in seguito lo sostituisce
nella direzione della specola. Il primo volume di osservazioni esce nel 1769.
Paolo Frisi descrive con franchezza i limiti personali (quant’era il piacere
di sentirlo discorrere dei metodi di osservare, altrettanto mi facea pena il vederlo
maneggiare qualche istrumento), ma anche le restrizioni, con le quali l’amico
era costretto ad operare: Lo stabilimento di un nuovo Osservatorio, il carico di
fare le osservazioni senz’alcun altro ajuto fuorché d’un semplice serviente, e poi di
dare le instituzioni pubbliche di astronomia, eccedeva le forze di un solo uomo
ancora più laborioso […]. Ordinariamente si pretende troppo in Italia dagli uomini di lettere, e qualche volta ancora si pretende tutto, e non si vorrebbe perdonare mai nulla neppure di quelle mancanze, che sarebbero comuni negli altri
uomini (Frisi, 1784).
Per quanto riguarda le lezioni d’astronomia, Pignotti osserva che in questa
materia il numero degli scolari è sempre piccolo, perché la maggior parte coltiva le scienze come mezzo per avanzarsi nel mondo, ed acquistare dignità e
ricchezze. In se stessa, la poca frequenza degli scolari non è gran fatto acconcia ad
eccitare l’ardore del professore; perciò Perelli fu tacciato di negligente (Pignotti,
1784). Frisi, confrontando Perelli col suo maestro Grandi, scrive: L’educazio-
Ritratto dell’allievo Giuseppe Antonio
Slop de Cadenberg (1740-1808), che
sostituisce Perelli nella direzione della
specola.
206 idraulici italiani
ne monastica del Grandi lo fece essere puntualissimo nei doveri della sua cattedra,
che trascurava quasi sempre il Perelli (Frisi, 1784).
In realtà, Perelli non è un cattivo professore, poiché, anche se caratterialmente non rispetta le regole, è sempre disponibile a ricevere gli allievi e ad arricchirli con la sua straordinaria cultura, creando un’atmosfera familiare: Non
si negò mai ad alcuno, e coll’istesso impegno parlava col giovane principiante e
coll’uomo consumato […]. Così la sua casa fu quasi in ogni ora aperta a tutti, e
se non poté mai ottenere da sé di prestarsi ai regolari doveri della pubblica scuola, compensò questa mancanza con istruzioni continue, che erano tanto più premurosamente ricercate, perché senza il più piccolo fasto accademico sembravano,
e realmente lo erano, tante familiari conversazioni. Questa facilità e naturalezza
dipendeva in gran parte dalla semplicità de’ suoi costumi e dalla bontà del suo
carattere, cui non poterono mai alterare né il profondo sapere, né il rispetto, né la
lode degli uomini. Ei non voleva che servire all’utilità di questi con una maniera
tutta sua, che non poteva dispiacere se non a certe anime piccole o soverchiamente scrupolose, che pongono i doveri tutti della società nell’ordine e nella regolarità
delle occupazioni (Fabroni, 1784).
3. la dissipazione di un genio fisico-matematico
A Pisa, un uomo come Perelli non può limitarsi ad insegnare astronomia e si
mette in luce per la brillante soluzione di problemi fisico-matematici in altri
campi, ma senza un piano sistematico. Egli esamina gli errori che si possono
commettere nelle livellazioni dei canali e nelle osservazioni astronomiche e
propone una formula probabilistica per tener conto del loro effetto complessivo. Soprattutto, risolve difficili problemi di meccanica ed ottica, che attirano l’attenzione dell’Accademia delle Scienze di Parigi (1758), ma spesso non
si cura di pubblicare i suoi studi: si volse ad alcuni dei più difficili e dei più utili
problemi meccanici, che, se fossero stati pubblicati nel loro tempo, avrebbero affrettato i progressi della scienza, a cui appartenevano, e ci farebbero ora conoscere a
qual segno era capace il Perelli di contribuire a questi progressi (Fabroni, 1784).
Talvolta, quando altri scienziati pubblicano studi da lui già fatti in precedenza,
i suoi amici lo stimolano a rivendicare il primato, ma egli si ritrae.
Soprattutto ha il difetto di non applicarsi con tenacia e continuità. Secondo Frisi, raggiunge il culmine come fisico-matematico attorno al 1740: ed io
credo che verso il 1740 il Sig. Perelli fosse veramente a livello dei principali matematici di Europa. Ma dopo la morte del suo maestro Grandi, non ha più
vicino un grande matematico, che lo stimoli ed inizia una parabola discendente: Verso quel tempo i Sigg. Eulero, Alembert, Clairaut, Simpson e molti altri
matematici oltramontani fecero dei progressi maravigliosi delle scienze medesime
e diedero come una nuova forma all’astronomia fisica e all’algebra. Il Perelli d’inerte temperamento, divagato in moltissime cose, senz’alcun matematico che da
vicino gli servisse d’incitamento e di stimolo, non seguitò egualmente le tracce di
quei grandi uomini; e quando molti anni dopo si riunirono in Toscana degli altri matematici di sua confidenza, e di credito, esteri e nazionali, egli non era più
in tempo di entrare in una nuova carriera, e d’impiegarvi dei nuovi sforzi: e così
egli, che nei primi anni avea seguitato vigorosamente i voli dei primi geometri, e
tommaso perelli (1704-1783) 207
che aveva anche forze di avanzarli per qualche parte, restò più addietro negli ultimi anni, e non contribuì insieme cogli altri quant’erasi da sperare alle scoperte,
per cui la storia letteraria dell’età nostra passerà sempre gloriosa alla memoria dei
posteri (frisi, 1784).
4. l’impegno negli affari d’acque
Poco dopo aver occupato la cattedra d’astronomia a Pisa, Perelli inizia ad occuparsi di affari d’acque. È questa un’attività ambita, perché apprezzata dai
governi ed in genere ben remunerata. Dato il suo carattere, egli non si fa
avanti, ma al contrario è ricercato, perché la fama delle sue capacità matematiche si è diffusa: Incapace il Perelli di brighe, e d’artifizj, fu chiamato a queste
importanti commissioni talora suo malgrado, dalla voce del Publico […]. La sua
fama si estese ben presto anche fuori della Toscana, ed ei ricevé varie estere importantissime commissioni (Pignotti, 1784).
Trascinato negli affari d’acque, è costretto a portarli a termine e, alla fine,
la sua produzione letteraria in campo idraulico risulta quella più rilevante,
operando non solo in Toscana, ma anche nello Stato della Chiesa. Va rilevato che all’epoca in Toscana la figura più importante di scienziato e ingegnere
idraulico è quella di Leonardo Ximenes, di pochi anni più giovane, il quale
spesso si occupa delle stesse questioni. Entrambi possono essere considerati
gli eredi di Guido Grandi.
Gli affari d’acque erano anche l’occasione per esercitarsi nei suoi molteplici interessi culturali: Mentre serviva viaggiando per diversi luoghi, che doveva
visitare, da per tutto ricercava monumenti d’antichità, opere d’eccellenti artisti, e
specialmente pittori, scultori, ed architetti, de’ quali conosceva il bello ed il buono, rari manoscritti e libri, facendo di tutte queste cose e di altre simili sua cura
e delizia […]. Né ricusava richiesto d’eternar la memoria di qualche fatto o persona con eleganti iscrizioni Latine, o di supplire l’antiche, nel che era di una mirabile sagacità, bastandoli poche lettere per indovinare o le corrose o le smarrite,
o d’ interpretare quelle che eran reputate della più difficile intelligenza (Fabroni, 1784). Perelli continua così la tradizione italiana, secondo cui i lunghi sopralluoghi idraulici si trasformano in viaggi culturali (si veda per es. il viaggio
di Vincenzo Viviani e Giandomenico Cassini in Val di Chiana, 1664-1665).
Per la Toscana, gli scritti più importanti riguardano sistemazioni idrauliche
atte a porre rimedio a periodiche inondazioni del territorio: la Campagna pisana, il Valdarno inferiore e il padule detto Piano del lago presso Siena. Scrive Fabroni (1784): Il maggior bene apportato dal Perelli mediante la sua scienza
idrostatica, lo provò la Toscana, che ricorderà sempre con animo grato il Ragionamento sopra la campagna Pisana (1740), la Relazione sopra il modo di liberare
la campagna del Val d’Arno inferiore dall’inondazioni dell’Usciana (1748), l’altra Relazione della maniera di dare scolo alle acque stagnanti del Pian del Lago
(1767).
Nel 1758 è chiamato in Umbria per un parere sui diversivi proposti per la
sistemazione del torrente Maroggia. Poco dopo (1760) arriva la commissione
più importante dalla Corte romana, che lo chiama come matematico neutrale, alle dipendenze del cardinale Pietro Paolo Conti (1689-1770), a dirigere le
208 idraulici italiani
operazioni per il regolamento delle acque delle tre province di Bologna, Ferrara e Romagna: lo stesso ruolo, che aveva svolto in più riprese il suo maestro
Guido Grandi nel periodo 1716-1729.
Frisi, a sua volta impegnato in questa complessa operazione idraulica, afferma di essere stato egli stesso a suggerire il coinvolgimento di Perelli, eccitando un nostro comune amico, ed uno dei personaggi più rispettabili che ho conosciuto in Toscana, il Sig. Marchese Antonio Niccolini, a proporlo al Sig. Card.
Conti come il più dotto e più profondo matematico, ch’esso potesse scegliere per
la visita generale che si dovea fare dei fiumi e dei torrenti del Bolognese (Frisi,
1784).
Sul campo i due colleghi ed amici hanno opinioni diverse e il suscettibile
abate milanese ci rimane male, ma il carattere mite del Perelli è tale che l’amicizia non è compromessa: Nel maggior fervore di quelle controversie, in cui io
pure aveva già un’opinione, mi son trovato nel numero di alcuni, che non erano
ben contenti. Ma una semplice disparità di opinione intorno alle providenze da
prendersi per quelle acque non poteva cambiare le idee, che mi era già formato
del di lui merito, né i sentimenti di stima, a cui era da tanto tempo abituato. Ho
ripigliato in seguito l’amichevole corrispondenza di prima (Frisi, 1784).
Dopo i complessi rilievi topografici ed idraulici sul territorio interessato
dall’inalveazione del fiume Reno (1761), Perelli si reca a Roma per renderne conto; la relazione al cardinale Conti è pronta nel febbraio 1763. La città eterna ha tutti i requisiti per attirare i suoi molteplici interessi culturali: vi
comparve tosto sommo antiquario, ed ottimo conoscitore di ciò, che le belle arti
hanno di più grande, sorprendendo quei che non credevano di trovare, che un
matematico. Inoltre l’estese sue cognizioni nelle greche lettere, nell’istoria sacra, e
profana, e perfino nella teologia […] risvegliarono in Roma un’alta ammirazione di quest’uomo (Pignotti, 1784). Com’era già avvenuto a Padova, c’è chi
pensa di trattenere il Perelli a Roma con un incarico decoroso, ma non se ne
fa nulla.
5. gli anni della decadenza
Come il suo maestro Guido Grandi, negli ultimi anni di vita, Tommaso Perelli subisce un doloroso processo di decadenza intellettuale. La portentosa
memoria comincia a vacillare e nel 1779 (a 75 anni) chiede al granduca Pietro Leopoldo il pensionamento. Si ritira ad Arezzo, nella casa del nipote Girolamo Peretti, che l’assiste. Gli ultimi tre anni sono quasi di morte anticipata, per i progressi della demenza senile. Muore il 5 ottobre 1783.
6. la personalità
Le testimonianze dei contemporanei concordano nel definire Perelli un genio: Egli avea tutta la maggiore chiarezza, la precisione, l’ordine delle idee, un
criterio pronto e maturo, una somma rapidità di comprendere, connettere, ragionare, era ciò che un Francese propriamente direbbe Genio (Frisi, 1784). Tuttavia in lui emerge una rilevante sproporzione tra gli scritti e le qualità della
persona: Ha coltivato le lettere più per sodisfare il proprio piacere, ed una nobile
tommaso perelli (1704-1783) 209
curiosità, che per brillare in faccia degli uomini; perciò le sue operazioni in vantaggio della società, le sue letterarie produzioni, benché assai pregevoli per se stesse, son piccole se si riguardi il di lui ingegno, e queste gli sono state piuttosto quasi strappate a forza che uscite spontaneamente (Pignotti, 1784). Se si mettesse
insieme tutto ciò che da lui fu pubblicato, e ciò che inoltre ci lasciò scritto […] si
formerebbe un volume, […] che non darebbe agli esteri ed ai posteri quell’idea,
che noi ce ne siamo formata conversando e trattando famigliarmente con esso lui.
Io l’ho trovato ben superiore a tutte le scritture che ha pubblicato (Frisi, 1784).
Secondo l’abate milanese, la causa non sarebbe tanto la pigrizia, quanto la distrazione dell’amico, che anziché concentrarsi nella matematica e nella fisica secondo l’insegnamento di Grandi, aveva dissipato il suo ingegno in tanti
altri studi. Questo giudizio, che riflette il processo di specializzazione della
scienza in corso nel Settecento, ha indubbiamente una sua validità.
Ma c’è anche un altro, interessante punto di vista. Monsignor Fabroni,
specializzato nelle biografie, in cui dà prova di equilibrio e penetrazione psicologica, non esita a paragonare Perelli a Leibnitz: Non dubitiamo di porlo a
lato del gran Leibnitz, di quel raro e mirabil genio, che come scrisse graziosamente il Sig. de Fontenelle, simile agli antichi, che avevan l’abilità di condurre fino
a otto cavalli di fronte, conduceva anche egli di fronte tutte le scienze […]. Il Perelli, come Leibnitz, aveva del gusto e del talento per la poesia, era versatissimo
nell’antichità, era profondo nella storia e negl’interessi dei Principi, che ne sono
il resultato, e sapeva il diritto pubblico con una non leggiera tintura di teologia;
come quegli era eccellente filosofo e matematico e conoscitore sommo della storia
dei pensieri degli uomini (Fabroni, 1784). L’enorme cultura del Perelli in tanti settori, che non era semplice erudizione, ma anche discernimento, immaginazione, gusto, avrebbe potuto favorire la nascita di un grande intellettuale
di statura europea.
Se così non è stato, le cause vanno ricercate innanzitutto nell’animo placido del Perelli, alieno da ambizione ed emulazione, il quale, al contrario di
Frisi, che cercava riconoscimenti internazionali, si accontentava di primeggiare nella sua Toscana, ossia era sostanzialmente un provinciale: Fu però in
lui una sorta di contraddizione, di cui con difficoltà si può render ragione, ed è
che non essendo esente dal desiderio di fama, trascurasse poi di condurre a fine e
di dare al pubblico quelle produzioni che gliene avrebbero accresciuto ed eternato
il possesso. Una certa natural pigrizia, la varietà dei suoi studj, e la stessa fama,
che godeva in Toscana di non aver pari nelle scienze matematiche, e pochi eguali
nella varia erudizione e nella cognizione della Greca lingua, e che ammorzava,
se pur non toglieva affatto in lui l’operoso sentimento di emulazione, sono a mio
credere i motivi, che han privato la posterità dei frutti, che il singolar talento del
Perelli avrebbe potuto produrre (Fabroni, 1784).
Ma in questo mancato esito, c’è anche una responsabilità della società, in
cui il nostro autore si trova ad operare. Frisi, che ha viaggiato in Europa, scrive acutamente: Il Perelli non era in Pisa a suo luogo. Egli sarebbe stato a Parigi
un eccellente Accademico di quella classe, che chiamano liberi (Frisi, 1784). In
una grande Accademia nazionale, come quelle di Parigi, Londra e Berlino,
una personalità eclettica come quella di Perelli, il quale da tutto quello che leggeva ed osservava sapeva trar linee di comunicazione, che approssimavano mira-
210 idraulici italiani
bilmente differenti scienze tra loro (Fabroni, 1784), sarebbe stata sicuramente
più valorizzata. Nell’Italia del Settecento questa istituzione non c’è, perché
manca lo Stato nazionale. Sulla questione, si veda il dibattito in ambito scientifico, che porta alla costituzione della Società Italiana delle Scienze, detta dei
Quaranta, fondata pochi anni prima da Anton Mario Lorgna (1782).
Numerosi sono i tratti della personalità umana di Tommaso Perelli, che lo
rendono simpatico: la semplicità dei costumi, la generosità, il candore e l’ingenuità, la distrazione. Di lui non abbiamo il ritratto, ma sappiamo che era
di forte complessione.
Egli aveva discrete entrate e semplicità di costumi, ma talvolta mancava
anche del necessario: La semplicità dei costumi, che fu propria del carattere del
Perelli, doveva allontanar da lui, come lo allontanò, il desiderio d’ accumular denari. Egli era povero non ostante un’annua provvisione di sopra 400 scudi, che
ritraeva dall’Università, e una rendita vitalizia di 240, perché soddisfatto che
egli aveva il desiderio di acquistar libri rari in ogni maniera di scienze, e qualche
istrumento matematico, ed in specie astronomico, che mai non adoperò, null’altro curava, e rinunziando senza avvedersene ai comodi della vita, dava a ciascun
di quelli, che lo servivano, o lo frequentavano, il diritto di partecipare del frutto
delle sue fatiche. Si sarebbe detto che non conosceva l’uso e il valore della moneta,
se non allor quando per soverchia generosità o inconsideratezza mancava del necessario (Fabroni, 1784).
In società era talvolta oggetto di burle, per la sua ingenuità e perché soggetto a frequenti distrazioni, concentrato nei suoi pensieri: Si rammenta ancora
la singolarità delle sue astrazioni. Imperocché pensava ordinariamente nel mezzo di una conversazione, di una camera piena di gente, e anche in compagnia di
dame […]. Ma il Perelli non sol non si burlava del ridicolo de’ suoi simili, ma
né pur si degnava d’osservarlo; sorta d’indulgenza, che se fosse stata a lui concessa, non si ricorderebbero ora con riso alcuni avvenimenti, che furono l’effetto di
una soverchia credulità, unita al desiderio di piacere per fino al bel sesso (Fabroni, 1784). Frisi ricorda di essere stato coinvolto in queste astrazioni, poiché
l’amico, mentre andavano assieme alle riunioni accademiche, gli poneva problemi fisico-matematici, costringendolo a pensarci per fornire la soluzione.
Quando voleva, Perelli era un piacevole conversatore, ben lontano dai
modi spesso impacciati dell’erudito e capace di affascinare tutti: Quantunque però alcuni si burlassero di queste distrazioni di mente, non per questo lo rispettavano meno, e tutti ricercavano avidamente la sua conversazione, perché era
lontana da burbanza e vanità anche quando istruiva, e perché era condita spesso
di sali e di opportuni racconti di detti e di fatti, e di una naturalezza, bontà, e
giovialità che seduceva. Nel raccontare una piacevole storia sapendo, che la fine
ne è l’oggetto, si affrettava di giungervi, e produceva l’effetto senz’averlo promesso.
È incredibile la copia di aneddoti galanti, politici, militari, e letterari che eran
sempre presenti alla sua memoria, e si sarebbe detto, che la storia antica e moderna fosse stata l’unica sua occupazione (Fabroni, 1784).
Era un lettore onnivoro, con una memoria prodigiosa: Questo divorator di
libri […] quante volte non solo nella propria, ma anche nell’altrui casa fu sorpreso dal nuovo giorno, allorché erasi abbandonato nella sera alla lettura di qualche opera per lui interessante! E raramente accadeva, che ne disprezzasse alcuna,
tommaso perelli (1704-1783) 211
onde faceva maraviglia, che a un mondo di libri mediocri, e quasi assolutamente
sconosciuti avesse accordata la grazia di leggerli. Rare volte prendeva la penna per
notare, fidandosi della sorprendente sua memoria, in cui ciascuna idea occupava il posto che le conveniva, e che lo serviva a segno, che era pronto a rispondere
sopra quali tutte le materie, e a citare i luoghi dei principali autori che le trattavano (Fabroni, 1784).
Aveva per le persone la stessa curiosità, che manifestava per i libri, trattando con ogni genere di persone, cortigiani, artisti, contadini, soldati, ignoranti non
men che dotti, persuaso, che da tutti si può imparar qualche cosa (Fabroni, 1784).
Dato il genere di vita che conduceva e in particolare lo sperpero dei suoi
denari, s’intuisce che il Perelli era scapolo, ma non era insensibile alle grazie
femminili: quantunque non fosse indifferente alle grazie del bel sesso, non pensò mai ad ammogliarsi (Fabroni, 1784). Non sembra però che avesse molto
successo con le donne: di temperamento molle, delicato e sensibile, si lasciò involgere in relazioni e imbarazzi muliebri, che amareggiarono una parte della sua
vita (Frisi, 1784).
A differenza di molti dotti, diffidenti della natura umana, orgogliosi e permalosi, Tommaso Perelli era un uomo buono e perfino ingenuo, incapace di
litigi ed intrighi: Formavano il suo carattere un sommo candore, un’innocente
ingenuità, ed una semplicità di maniere aurea, e lodevole appunto, perché la raffinata malignità, e depravazione de’ nostri costumi, la chiama ridicola, e puerile
[…]. Egli era facilissima preda di chi lo avesse voluto ingannare, e lo fu sovente
[…]. Fu il Perelli sempre sciolto delle brighe letterarie, e molto più degl’intrighi.
Quel medesimo disprezzo della fama, che non lo ha fatto distinguere quanto era
destinato dalla natura, gli fece trascurare tutte quelle ingiustizie, e quei torti, che
gl’uomini grandi son costretti a soffrire dalla mediocrità (Pignotti, 1784).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. la sistemazione idraulica della campagna pisana
La prima importante commissione che Perelli ha dal Governo del Granducato è la visita generale della vasta campagna di Pisa, eseguita nell’anno 1740
(Ragionamento sopra la campagna pisana, del signor dottor Tommaso Perelli,
dato a sigg. Deputati in occasione della visita del 1740). Si tratta di una pianura, compresa tra il mare a ponente, il fiume Cecinella a levante, che divide il
territorio Pisano dal Fiorentino, le montagne a settentrione, che dividono lo
Stato Pisano dal Lucchese e a mezzogiorno dalle colline. Questa pianura è il
principale oggetto dell’Ufizio de’ fossi per la difficoltà, che vi è di regolare il corso
delle acque; essa, infatti, è quasi orizzontale, con pochissima pendenza verso
il mare ed è interessata da diffusi ristagni, temporali o permanenti. La zona,
dall’idrografia complessa e potenzialmente molto fertile, è scarsamente abitata e malsana. Si ricorda che essa era stata in precedenza studiata da Benedetto
Castelli (1642), Giovanni Alfonso Borelli e Vincenzo Viviani (1668).
Gli sbocchi in mare sono cinque: le foci del Calambrone, dell’Arno, del
Fiume Morto e del Serchio e il porto di Viareggio, ove sbocca il lago di Massaciuccoli. Ma l’Arno e il Serchio corrono col pelo delle acque superiore al
212 idraulici italiani
Mappa del xviii sec. (seconda metà).
Territorio lucchese, sistema idrografico,
rilievi ed aree umide di Bientina e
Massaciuccoli (Archivio di Stato di
Lucca, Deputazione sopra il nuovo
Azzeri, 3, Memorie sopra il lago di
Sesto o di Bientina, n.1). Sulla destra,
s’intravede il lago o padule di Fucecchio,
nel Valdarno inferiore.
piano della campagna e perciò sono arginati e incapaci di ricevere gli scoli;
al contrario, esondando, immettono nella campagna stessa grossi volumi di
acque esterne.
Perelli concentra la sua attenzione sull’insufficienza degli emissari del lago
di Bientina, la cui circonferenza è di circa 30 miglia, tra il Granducato e la
Repubblica di Lucca. Nella parte toscana, il lago ha uno scolo nel fiume Arno
(la Serezza); nella parte lucchese un altro emissario, detto il Rogio, sbocca in
Oseri, che porta al fiume Serchio. La pendenza di questi emissari è scarsa e
le escrescenze dei recipienti rigurgitano nel lago, che si espande. In tal modo,
una grande estensione di territorio lucchese e toscano resta per lungo tempo
coperta dalle acque esondate durante le piene. Si tratta di una vasta palude,
lunga circa 20 miglia, tra il Fosso Reale e la base delle colline.
Perelli propone un rimedio radicale, ossia lo scavo di un’ampia chiavica, o
botte, che conduca l’acqua sotto il letto dell’Arno, e la faccia passare nelle campagne situate dall’altro lato del fiume, che hanno un pendio maggiore; continuato il canale per breve tratto fino al rio del Pozzale, da questo si scaricherebbe nel Calambrone. In tal modo le campagne si manterrebbero asciutte.
Si ricorda che il lago di Bientina è stato successivamente oggetto di studi
da parte di altri eminenti scienziati: Ruggero Boscovich (1756, 1763) e Leonardo Ximenes (1760, 1778); quest’ultimo è il costruttore delle opere realizzate, che sono più complesse di quelle suggerite da Perelli. Alla morte di questi (1783), la zona tra il Fosso reale e la base delle colline risulta totalmente
bonificata e coltivata, piena di case e popolazione; anche i luoghi adiacenti ne
risentono il vantaggio, perché sono più salubri.
2. la sistemazione idraulica del valdarno inferiore
Nel 1748 Perelli propone, assieme a Pompeo Neri (1706-1776), e dirige
le operazioni idrauliche per risanare l’estesa pianura del Valdarno di sotto
tommaso perelli (1704-1783) 213
(terre di Fucecchio, S. Croce, Castel Franco, S. Maria a Monte e Monte Calvoli), la quale viene periodicamente devastata dalle piene dell’Arno e dell’Usciana o Gusciana, emissario del lago o padule di Fucecchio (detto anche lago
di Valdinievole), che sbocca in Arno (Relazione di Sua Eccellenza il Signor
Pompeo Neri e del Signor Dottore Tommaso Perelli sopra il modo di liberare la
campagna del Valdarno Inferiore dall’inondazione dell’Usciana).
La zona del Valdarno inferiore manca di un felice scolo. L’Usciana non è
munita di argini e spesso inonda le campagne adiacenti, per tre cause: le piene del lago di Fucecchio (durano anche 30-40 giorni), le piene dell’Arno (in
genere non durano più di 24 ore), il quale rigurgita nell’Usciana ed infine
l’incapacità di questo canale di ricevere gli scoli delle acque piovane, che cadono sulle campagne, perché spesso il suo pelo libero è più alto. Un secolo
prima, quando gli alvei dell’Arno e dell’Usciana non erano interrati, le inondazioni erano molto più contenute.
All’epoca c’è forte contrasto tra vari progetti sul regolamento delle acque; i
proprietari consumano il tempo e i denari in liti, le quali sono state anco nutri-
I frontespizi delle relazioni sopra la
Campagna pisana (1740) e sopra la
Campagna del Valdarno inferiore
(1748), redatte da Tommaso Perelli per
la bonifica di queste due aree paludose
e pubblicate in Raccolta d’autori che
trattano del moto dell’acque (1774).
Pianta e livellazione del Valdarno di
sotto, eseguita da Tommaso Perelli nel
1747 per la bonifica della campagna
dalle inondazioni dell’Usciana,
emissario del padule di Fucecchio.
214 idraulici italiani
te con qualche straordinaria animosità per un antico spirito di emulazione, che
regna tra gli abitanti di quei Castelli (Perelli, 1748). Nel 1746 il Granduca
avoca a se tutte le cause e controversie nate e delega Pompeo Neri e Tommaso
Perelli a risolvere la questione. Pompeo Neri è un eminente giurista e politico
toscano, protagonista delle riforme nel periodo lorenese e competente anche
in materia di acque, essendosi già occupato dell’Ufficio dei Fossi (vedasi la
Relazione della visita fatta all’Ufizio de’ Fossi di Pisa, 1740).
La relazione viene redatta dopo un processo formale di consultazione di tutti gli interessati, appartenenti alle cinque comunità adiacenti all’Usciana. Molte e contradditorie le proposte dei proprietari: cateratte allo sbocco dell’Usciana in Arno; allargamento e pulizia del suo letto; rialzamento della pianura per
colmata con le acque dell’Arno, demolendo i grandi argini di recente restaurati, oppure introducendo le acque torbide per mezzo di cateratte costruite negli
argini stessi; arginamento della stessa Usciana, per liberare la pianura dalle piene del Padule di Fucecchio, costruendo in ciascuna Comunità fossi maestri di
scolo nell’Usciana, muniti di cateratte; omissione di ogni intervento, lasciando
la campagna soffrire i mali, a cui la natura l’ha sottoposta.
Perelli innanzitutto esegue accurate misure e livellazioni di tutta la campagna (1747). A seguito di questi rilievi, si ritiene che l’unica operazione, che
possa prudentemente praticarsi per riparare ai danni, che soffre la pianura adiacente all’Usciana, consiste in formare un argine andante alla riva sinistra di detto
fiume, che serva di riparo alle piene d’Arno, e alle piene del padule di Fucecchio,
e nello scavare un fosso […] che serva di ricettacolo all’acque piovane di detta
pianura, e la conduca a scolare in Arno […] con una foce, che sarà armata delle
opportune cateratte. La spesa è ripartita tra i proprietari dei terreni, secondo
una rigorosa applicazione del principio del beneficio, allegando un piano di
contribuenza (come fanno ancor oggi i consorzi di bonifica), che distingue
tre classi di beneficio. Inoltre è permesso agli interessati, nei terreni adiacenti alla riva destra dell’Usciana, di traversare per via di chiaviche con gli scoli dei
loro terreni il letto della detta Usciana e di portarli nel nuovo fosso, destinato alla
generale bonificazione della pianura (Perelli, 1748).
3. l’inalveazione del reno
La Relazione all’eminentissimo, e reverendissimo signor cardinal Conti sopra
il regolamento delle acque delle tre provincie di Bologna, Ferrara, e Romagna
(Roma, 1 febbraio 1763) riassume il progetto più importante di sistemazione idraulica curato da Perelli: si tratta di decidere la linea d’inalveazione del
Reno fino all’Adriatico, che vede numerose proposte antagoniste. Nella lunga
visita, durata 14 mesi, il matematico aretino applica il metodo di rilevamento
sistematico, già sperimentato in Toscana: tutte quelle vaste pianure sono esaminate quasi palmo a palmo per più di 40 miglia, cioè dal punto ove sbocca in mare il Po di Primaro fino al Reno; il terreno è livellato non solo nelle
direzioni, per le quali si propongono nuovi alvei, ma in moltissime altre trasversali, che collegano le prime, per far conoscere lo stato dei terreni laterali,
e nello stesso tempo verificare le prime livellazioni.
tommaso perelli (1704-1783) 215
Contemporaneamente egli esamina la natura di tutti i corsi d’acqua ai quali si vuole dare recapito: pendenza, ampiezza dell’alveo, qualità del trasporto
solido, altezza e durata delle piene nei differenti punti, ove cade l’intersezione
degli ipotizzati nuovi alvei, ed anche la misura della velocità delle maggiori
escrescenze. Questi complessi e precisi rilievi consentono di discutere a tavolino le varie soluzioni proposte.
La relazione di Perelli comincia con un breve riassunto dalla remota antichità ai giorni suoi. Egli critica due linee proposte in precedenza per l’inalveazione del Reno (Linea Marescotti, o Frisi-Manfredi e Linea Bertaglia), in
quanto incapaci di condurre le torbide al mare. Per quanto riguarda la Linea
superiore, o Santini, ne riconosce le pendenze abbondanti, ma ritiene che siano maggiori del bisogno, a prezzo di una maggiore spesa. Per quanto riguarda
la linea Frisi-Manfredi, si veda la monografia di Paolo Frisi: Piano de’ lavori
da farsi per liberare e assicurare dalle acque le provincie di Bologna, di Ferrara
e di Ravenna, con varie annotazioni e riflessioni (Roma, 1760). Per quanto riguarda la Linea superiore, si veda lo scritto in sua difesa di Domenico Sante
Santini (1703-1780): Esame e riprova della relazione, e progetto del signor dottor Tommaso Perelli, e conferma della linea superiore (Roma, Stamperia de’ Bernabò e Lazzarini, 1763).
Dopo aver combattuto gli altri progetti, Perelli espone il suo: Rigettando i
troppo magnifici progetti, ne’ quali un grave, e sicuro dispendio, si univa ad un
esito incerto, rigettando parimenti l’altro estremo di non far nulla, come divisa-
Ristretto della Mappa rilevata e
controllata nella visita dell’Eminmo Conti
per l’inalveazione del Reno (1761). Le
operazioni tecniche sono dirette da
Tommaso Perelli, alle dipendenze del
cardinale Pietro Paolo Conti.
216 idraulici italiani
Il dipinto a sinistra (Musée des BeauxArts, Nantes) rappresenta i padri
francescani Th. Le Seur e F. Jacquier,
i quali, nella discussione sul tracciato
dell’inalveazione del Reno, si oppongono
alla linea proposta da Tommaso Perelli,
che risponde in una memoria pubblicata
nel 1765 (frontespizio a destra).
vano alcuni, ei propose una linea, per cui nel tempo che s’apriva uno scolo a tante acque disalveate, si prendeva lume degl’effetti, che accadevano per profittare di
tutti i successivi vantaggi, consultando così passo passo la natura, che sola poteva
schiarire tutte le incertezze. Veneratore de’ precetti del chiarissimo Guglielmini
mostrò, che seguiva i di lui consigli sullo stesso soggetto (Pignotti, 1784).
Quando scrive Perelli, la questione del Reno si sovrappone alla discussione
sulla tesi del gentiluomo lorenese Claude Leopold Génneté (1706-1782), il
quale, a seguito di esperienze condotte a Leida nei Paesi Bassi (Expériences sur
le cours des fleuves, 1760), pretende che un fiume possa ricevere due volte più
acqua dagli influenti, senza crescere sensibilmente d’altezza. Questa tesi piace
ai sostenitori del progetto, storicamente antagonista rispetto a quello dell’inalveazione autonoma del Reno fino all’Adriatico, che prevede l’immissione
del Reno nel Po; alcuni, come Paolo Frisi, l’abbracciano incondizionatamente, mentre altri, come Teodoro Bonati la negano con altrettanta decisione.
Quest’ultimo realizza altri esperimenti a Ferrara e Roma, che smentiscono le
tesi del francese (Esperienze in confutazione del Sig. Genneté intorno al corso de’
fiumi, 1766). Perelli, prima che sia pubblicata la memoria di Bonati, ne anticipa i contenuti sostanziali: Il Perelli, da uomo grande, prima che gli esperimenti fossero ripetuti, con somma sagacità sparge de’ dubbi i più assennati sopra
alcuni, altri poi dimostra chiaramente falsi (Pignotti, 1784).
Nel corso della discussione, nasce una polemica con i francesi Thomas Le
Seur e François Jacquier, dell’Ordine dei Minimi, i quali sostengono che la
linea d’inalveazione del Reno proposta da Perelli di fatto coinciderebbe con
la linea del Ferrarese Romualdo Bertaglia, attraversando siti di fondo marcio
e valli profonde. Perelli li smentisce con la memoria Risposta al parere de’ molto reverendi padri Seur e Jacquier sopra i diversi progetti per il regolamento delle
acque delle tre provincie di Bologna, Ferrara e Romagna (1765). Sulla questione, si veda anche la quarta memoria idrometrica di Leonardo Ximenes, che
partecipa ai lavori, parimenti contrastando il parere dei due matematici francesi (Quarta Memoria idrometrica presentata per parte della Romagna in rispo-
tommaso perelli (1704-1783) 217
sta al parere de’ due matematici intorno a’ progetti sul regolamento delle acque
bolognesi, 1764).
La linea proposta da Perelli non è accettata. Dopo qualche anno è adottata la linea del Po di Primaro, più lunga di 7 miglia rispetto a quella suggerita
da Perelli (si veda la Relazione della visita alle terre danneggiate dalle acque di
Bologna, Ferrara e Ravenna di Lecchi Antonio, Temanza Tommaso e Verace
Giovanni, 1767); in seguito alcuni tagli e raddrizzamenti del Primaro lo accostano maggiormente alla linea Perelli. I lavori d’inalveazione sono diretti
da Antonio Lecchi (v.).
4. gli studi sul lago trasimeno
Nel 1771 Perelli è chiamato in Umbria, per verificare la situazione critica del
lago Trasimeno e suggerire i rimedi. I problemi denunciati sono l’insalubrità del paese e l’alzamento del livello del lago negli ultimi anni, che provoca
la sommersione dei terreni rivieraschi. Si ricorda che più di un secolo prima
(1639), Benedetto Castelli aveva già eseguito calcoli e valutazioni interessanti sul bilancio idrico del Trasimeno, fondando, di fatto, la pluviometria e l’idrologia.
Pianta e profilo dell’emissario, detto La
Cava, del lago Trasimeno, che dopo un
percorso sotterraneo sfocia nel T. Caina.
Nel 1771 Tommaso Perelli esegue rilievi
e calcola la portata di efflusso dal lago
e i tempi necessari per abbassarne il
livello dopo le escrescenze, proponendo
l’abbassamento e l’allargamento
dell’incile, per aumentare la portata
dell’emissario e ridurre l’allagamento dei
terreni rivieraschi.
218 idraulici italiani
L’insalubrità è chiaramente dovuta alla presenza di numerose aree palustri,
che occorre eliminare, mediante riempimenti e manutenzione del lago e delle
fosse campestri (taglio delle canne ed erbe palustri).
Il problema del sopraelevamento del lago è molto più complesso. Esso è
da molti attribuito alle deposizioni sul fondo delle torbide trasportate dagli influenti, ma Perelli restringe questo processo ai soli torrenti torbidi Rio
e Macedone (a cui si deve 1/5 dell’afflusso totale), perché le fosse campestri
immettono nel lago scoli di acque chiare. Ne deduce che l’altezza della terra deposta ogni anno sul fondo del lago è 1/17 d’oncia, ossia molto minore
dell’alzamento di livello osservato. Aggiungasi che il fenomeno è variabile nel
tempo, perché dopo gli studi di Castelli, durante un lungo periodo, il livello
si è piuttosto abbassato. Le alterne vicende meteorologiche ed altri processi
assai oscuri, come le vene sotterranee, possono essere responsabili di queste
oscillazioni, ma nel lungo periodo dovrebbe valere la legge che collega l’alzamento al riempimento. La storia conferma questo dato, poiché il terreno
della battaglia tra Annibale e il console Flaminio, presso Passignano, è ora in
gran parte coperto dalle acque.
Per capire meglio questo processo, sarebbe interessante l’osservazione sistematica del lago e del suo bacino idrografico, incluse le vene sotterranee: Una
serie diligente, e continuata di osservazioni sopra le vicende, e la quantità degli
alzamenti, o abbassamenti del livello del lago ci darebbe, non è dubbio, molti
lumi e condurrebbe all’acquisto di cognizioni, delle quali siamo presentemente
all’oscuro (Perelli, 1771). Tuttavia, anche migliorando la conoscenza, per rimediare all’eccesso delle escrescenze, che sommerge i terreni rivieraschi, non
resta che potenziare lo scarico dell’emissario ed a questo si dedica il progetto
di Perelli, previo accurato rilievo della pianta e del profilo.
L’emissario del lago, detto La Cava, è un canale munito di paratoia, che attraversa un tratto montuoso coperto e sbocca nel torrente Caina. Dal punto
di vista idraulico, l’autore considera l’incile come una bocca alimentata da un
serbatoio e calcola la portata d’efflusso con la formula di Torricelli; dalla portata deduce i tempi necessari per abbassare il livello massimo del lago di 1 palmo, 2 palmi, ecc. Poi ripete i calcoli ipotizzando di abbassare l’incile di 1, 2
e 3 palmi, e ottenendo intervalli temporali progressivamente minori, poiché
aumenta il carico idraulico sulla bocca e quindi la portata d’efflusso. Propone
quindi di abbassare ed allargare la sezione dell’emissario, per adeguarla alla
maggior portata da smaltire. Le brevi piene del Caina, recipiente della Cava
(8-10 ore al più, rispetto alle molte decine di giorni del lago), possono essere
facilmente governate abbassando la cateratta della Cava.
ruggero boscovich
La vita
L’importanza dell’opera scientifica di Ruggero Boscovich e il fascino esercitato dalla sua figura di scienziato e umanista europeo hanno favorito nel tempo la produzione di una cospicua letteratura, non solo in lingua italiana, ma
anche in serbo-croato, francese ed inglese. Per celebrare il tricentenario della
nascita, nel 2011, è stato realizzato il progetto dell’edizione nazionale delle
opere e della corrispondenza di Boscovich, in collaborazione tra l’Accademia
Nazionale delle Scienze, detta dei Quaranta (di cui fu uno dei membri fondatori), l’Osservatorio Astronomico di Brera (da lui fondato a Milano), la Pontificia Università Gregoriana dei Gesuiti e l’Accademia delle Scienze di Zagabria. Il piano editoriale delle opere a stampa comprende 13 volumi di opere
scientifiche e 4 volumi di opere letterarie.
Il xii volume scientifico è dedicato all’idraulica, con l’indice riportato nella tabella Scritti idraulici di Ruggero Boscovich, che comprende opere varie (in
prevalenza perizie idrauliche), in parte ancora inedite. Il pensiero scientifico
dell’autore è vastissimo, poiché spazia dalla matematica (inclusa la possibilità
di geometrie non euclidee) all’astronomia e all’ottica, dalla filosofia naturale
alla meccanica, alla fisica dell’atmosfera, alla geodesia e all’idraulica, la quale
complessivamente ha un peso più limitato, ma non è stata ancora adeguatamente esplorata.
Per una ricostruzione sintetica della vita di Boscovich, necessaria ad inquadrarne la figura, e più analitica delle vicende legate ai suoi scritti idraulici, si è
seguita principalmente la biografia di monsignor Angelo Fabroni, pubblicata
nel 1788 dalla Società dei Quaranta e la cronologia boscovichiana, ricostruita nell’ambito del progetto sull’opera omnia. Per quanto gli scritti idraulici
dello scienziato dalmata siano episodici, è possibile identificare un punto focale della discussione nella sua collaborazione con Antonio Lecchi (biennio
1764-1765).
1. un dalmata al collegium romanum dei gesuiti
Ruggero Giuseppe Boscovich (Ruder Josip Bošković) nasce in Dalmazia il 18
maggio 1711, a Ragusa (attuale Dubrovnik), antica repubblica marinara, allora sotto il dominio turco, ma con una relativa autonomia; egli è un classico
rappresentante della Dalmazia, crogiolo di lingue e di culture: il padre è un
ricco mercante d’origine serba convertito al cattolicesimo e la madre italiana
d’origine bergamasca. Ruggero ha 5 fratelli e 3 sorelle, tutti predisposti per la
poesia. La famiglia è molto religiosa ed egli, dopo aver studiato presso il Collegium Ragusinum della sua città, gestito dai Gesuiti, ne veste l’abito seguendo l’esempio del fratello maggiore Bartolomeo e nel 1725 lo segue a Roma,
dove nel 1728 entra nel Collegium Romanum.
Nel corso degli studi, manifesta una forte vocazione per le scienze matematiche e fisiche, studiandole da autodidatta, con genialità che stupisce il suo
maestro Orazio Borgondio (1675-1741). La sua prima pubblicazione scien-
220 idraulici italiani
Nel 1728 Ruggero Boscovich entra nel
Collegium Romanum (oggi Pontificia
Università Gregoriana) dei Gesuiti
e vi rimane a lungo, anche dopo la
professione dei voti, sia pure con
lunghi periodi di missioni nello Stato
della Chiesa e in Europa, fino al 1764,
quando si trasferisce nel Ducato di
Milano.
tifica risale al 1736 ed ha per oggetto le macchie solari; come i fratelli, inizia
presto a scrivere versi. Nel 1740, ancor prima di terminare gli studi teologici,
diventa professore di matematica presso il Collegio Romano, dove sostiene le
dottrine di Newton. Completato il lungo corso di studi, richiesto dalla regola
dei Gesuiti, diventa sacerdote nel 1744, ed è già un personaggio di fama europea, avendo al suo attivo 22 pubblicazioni scientifiche e poetiche. Nello stesso anno, grazie alle sue poesie latine, è associato all’Accademia degli Arcadi,
con il nome di Numenius Anigreus. Entra in una cerchia d’ecclesiastici romani,
cultori di scienze ed arti e stabilisce contatti con i dotti europei di passaggio.
Nelle applicazioni della matematica alla fisica, pur non trascurando - quando serve - la potenza dell’analisi differenziale, appena può Boscovich preferisce
l’uso della vecchia geometria, che gli consente soluzioni sintetiche ed eleganti
in vari settori (per es. astronomia, ottica ed anche idraulica, come vedremo):
ai suoi occhi sono più facili, naturali e comode. Il suo amore per la geometria
richiama quello per i grandi sistemi fisici: in ciascuno dei settori particolari che
egli studia, cerca le tracce di una legge generale che tutti li colleghi. Gradualmente giunge a definire la sua teoria dei punti materiali indivisibili e inestesi,
centri di forze attrattive e propulsive, funzioni della distanza reciproca, unendo la prospettiva di Newton a quella di Leibnitz: l’espone nel libro Theoria
philosophiae naturalis redacta ad unicam legem virium in natura existentium e
pensa che da sola basti ad assicurargli l’immortalità. A giudicare dalle parole di
Fabroni (l’opera è oscura, confusa e verbosa), non sembra che molti contemporanei siano dello stesso parere, ma oggi alcuni scienziati ne sono entusiasti,
perché vi vedono l’anticipazione della moderna fisica atomica.
Si è detto della vocazione poetica di Boscovich. Ogni occasione è buona
per scrivere poesie latine: in tutta la sua vita non mai cessò di far versi latini
buoni, mediocri, e cattivi. Aveva una singolar capacità in comporli, e una singolar memoria in ritenerli […] Nozze, guerre, lodi de’ Principi, fenomeni celesti,
scherzi familiari invitavano a sé la musa del Boscovich (Fabroni, 1788).
Nel lungo periodo romano, Boscovich è molto popolare e fa vita mondana, anche per divulgare le sue opere: viveva in Roma come in regno suo, onorato
ruggero boscovich (1711-1787) 221
e accarezzato da tutti i veri dotti, da quelli che fingevano di esser tali, e dai più
grandi e potenti di quella città e di quella corte. Ne frequentava le case e le tavole, e parlando spesso di sé faceva sempre maraviglia la chiarezza e la facilità, con
cui l’esponeva anche ai meno periti (Fabroni, 1788).
2. primi impegni a servizio dello stato della chiesa
A Roma Boscovich partecipa alla Commissione riunita per verificare la stabilità della cupola di S. Pietro. Fabroni dà notizia di uno screzio con il famoso
matematico e idraulico veneto Giovanni Poleni (1683-1761), avvenuto nel
1742: l’idea del giovane Gesuita di circondare la cupola con anelli di ferro sarebbe stata usurpata dall’anziano marchese veneto; ma sappiamo che Poleni, a
supporto della sua perizia, esegue esperimenti sulla resistenza dei materiali, nel
laboratorio padovano di fisica sperimentale (Teatro di filosofia sperimentale).
È sempre a Roma che Boscovich si avvicina all’idraulica, non tanto per un
suo interesse e disegno preordinato, quanto perché, cresciuta la sua fama di
gran matematico, è fatale che il governo pontificio gli chieda pareri anche su
questioni d’acque. Del resto, il suo atteggiamento è sempre aperto alle richieste
più disparate: Grazie al suo desiderio di gloria niuno ricorreva in vano a lui; era
tutto a tutti, e con un’attività instancabile serviva a sé, alla scuola, agli amici e alla
pubblica utilità. Il Sommo pontefice Benedetto xiv, e l’illuminato ministro di lui
Card. Silvio Valenti lo consultavano sopra vari oggetti di pubblica economia, porti da riaprirsi, strade e canali da costruirsi, ed egli lor soddisfaceva collo zelo d’un
buon cittadino e coi lumi d’un esperto e profondo matematico (Fabroni, 1788).
Nel biennio 1750-1752, Ruggero
Boscovich, con il confratello Chistopher
Maire, esegue una campagna geodetica,
per la stesura della Nuova Carta
Geografica dello Stato Ecclesiastico.
222 idraulici italiani
Alcuni di questi impegni sono lunghi, pericolosi e penosi, come la misurazione, con strumenti geodetici fabbricati da lui stesso, dell’arco di meridiano
da Roma a Rimini (a cui seguirà la stesura di una carta geografica dello Stato
ecclesiastico), mediante una campagna di rilievi dal 1750 al 1752, condotta
sul territorio con il Gesuita inglese Chistopher Maire (1697-1767), osservati
con sospetto dalla popolazione, che li crede dei maghi. Durante le pause del
lavoro, scrive poesie e capitoli di un trattato sulle coniche. La remunerazione
non è eccezionale: molte lodi, cento zecchini e una tabacchiera d’oro. Scrive
Fabroni (1788): è una vera disgrazia per la nostra Italia che per lo più scarse e
meschine sieno le ricompense, che si danno ai grand’uomini, che promuovono le
scienze fisiche e matematiche.
3. l’assistenza alla repubblica di lucca
per il lago di bientina
Un incarico idraulico importante è quello che gli conferisce la Repubblica di
Lucca nel 1756 per assisterla nella controversia con il Granducato di Toscana
sul lago di Bientina (prosciugato a metà dell’Ottocento), che allora occupa
una vasta area tra l’Arno e il Serchio ai confini tra i due Stati e provoca gravi
inondazioni al territorio di Lucca. I Lucchesi chiedono interventi, anche nel
territorio del Granducato, per agevolare lo scolo delle acque e ridurre la palude. Della questione si erano già in precedenza occupati vari scienziati (Benedetto Castelli, Giovanni Alfonso Borelli, Vincenzo Viviani, Tommaso Perelli). Boscovich va malvolentieri a Lucca, per obbedire al comando papale, ma
una volta sul posto s’impegna a fondo, dividendo il suo lavoro tra il territorio e la diplomazia. Al solito, il tempo libero è dedicato alla poesia e ad altri
scritti scientifici.
La vicenda è complicata dagli aspetti politici. In quel periodo, Granduca
di Toscana è Francesco di Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria, che sta a
Vienna con la moglie e ha delegato il governo ad Emmanuel de Nay, conte di
Richecourt (1694-1768). Tra Firenze e Lucca non corre buon sangue, perché
la prima tollera a stento l’indipendenza della seconda. Scrive monsignor Angelo Fabroni (1788): [Boscovich] distese più Memorie, disputò coi matematici
Toscani, ma inutilmente, perché il conte di Richecourt, che governava la Toscana
in nome di Cesare, non consultava se non la sua rabbia contro i Lucchesi.
I Lucchesi capiscono che il problema deve essere risolto in altra sede e, affascinati non solo dalla capacità tecnica, ma anche dal carattere combattivo di Boscovich, lo pregano di patrocinare la loro causa direttamente presso la Corte imperiale e lo gratificano con l’ingente somma di mille zecchini
ed altri doni. Egli si reca dunque a Vienna, dove rimane 11 mesi, riuscendo nel 1757 (anche grazie ai buoni uffici dell’ambasciatore francese, Étienne
François duca di Choiseul (1719-1785), che ha conosciuto a Roma, a far prevalere le ragioni di Lucca, la quale riconoscente gli concede la cittadinanza
onoraria, aggregandolo al patriziato locale. Come al solito, egli continua incessantemente le sue speculazioni scientifiche: è questo il periodo di maturazione del trattato Philosophiae Naturalis Theoria, che uscirà nel 1758 a Vienna, dove non dimentica di curare gli interessi di Ragusa, la sua patria.
In alto, scudo lucchese con stemma della
Repubblica di Lucca nel Settecento. In
basso, lapide alla memoria, apposta sul
palazzo lucchese in via Filolungo, che
ha ospitato Ruggero Boscovich. Nel
1756 lo scienziato dalmata, inviato dal
Papa, assiste con successo il piccolo Stato
nella controversia con il Granducato
di Toscana sul lago di Bientina.
Riconoscente, Lucca lo premia con
ricchi doni, la cittadinanza onoraria e
l’associazione al patriziato locale.
ruggero boscovich (1711-1787) 223
Sappiamo che i lavori concordati tra Firenze e Lucca, grazie all’opera di
Ruggero Boscovich, sono realizzati, negli anni immediatamente successivi,
da Leonardo Ximenes (1716-1786), il quale, attorno al 1760, costruisce il
Canale Imperiale e in località Riparotto (Vicopisano) le cateratte (di cui esiste tuttora l’edificio), che regolano lo sfocio nel fiume Arno delle acque del
lago di Bientina attraverso il Canale Serezza Vecchia e il Canale Imperiale.
Sarebbe interessante conoscere i rapporti tra Boscovich e Ximenes durante la
discussione precedente all’intesa, ma è improbabile che i due personaggi si
siano accapigliati, per due buoni motivi: non erano toscani ed erano entrambi gesuiti.
A Lucca Boscovich rimarrà sempre legato. Vi ritorna nel 1763; nel 1778,
quando ormai da anni si trova in Francia, i Lucchesi si ricordano di lui per
chiedergli di valutare, assieme ad Eustachio Zanotti (1709-1782), il nuovo
progetto idraulico, da loro commissionato a Leonardo Ximenes, sul quale i
due esprimono soltanto rilievi secondari.
4. il lungo viaggio attraverso l’europa
e l’impero turco
L’affare d’acque di Lucca rappresenta una svolta nella vita di Ruggero Boscovich: gli consente di conoscere una delle principali capitali europee, accende in lui, all’età di 47 anni, il desiderio di viaggiare e gliene procura i mezzi.
Tornato a Roma, ne approfitta per chiedere ai superiori la licenza di un lungo
viaggio: nel 1759 è in Francia, Olanda e Germania, nel 1760 è in Inghilterra (dove tra l’altro difende Ragusa sospettata dagli Inglesi di fornire appoggio alla flotta francese), nel 1761 giunge a Venezia per tentare di osservare il
transito di Venere e con l’ambasciatore veneziano Corner parte per Costantinopoli, dove si ferma sette mesi. Rientra a Roma nel 1762, ma subito dopo
intraprende un altro viaggio via terra nell’Est europeo, che lo porta fino a
Varsavia attraverso i territori turchi.
Scriverà in seguito Boscovich che i suoi viaggi furono un piacevole giro, fatto unicamente per interrompere le mie gravissime […] applicazioni (Giornale
del viaggio in Polonia). Considerato il severo costume dei Gesuiti, sembra
però improbabile che questa lunga stagione di viaggi sia da considerare come
un mero periodo sabbatico, come quello chiesto da Paolo Frisi nel 1766; è
stata avanzata l’ipotesi che la Compagnia di Gesù, sotto attacco da parte degli Illuministi, gli abbia affidato delicate missioni diplomatiche e rappresentative, grazie al suo prestigio europeo. In ogni caso, durante questo periodo,
egli tesse una fitta rete di legami sociali e culturali: l’epistolario documenta
rapporti cordiali con gli ambienti accademici e politici francese ed inglese.
5. ritorno in italia.
la cattedra di matematica a pavia e a milano
Nel 1763, Boscovich è di nuovo in Italia. All’inizio del 1764 è incaricato dal
governo pontificio di studiare la bonifica delle Paludi pontine e stende la sua
relazione Sopra l’asciugamento delle paludi pontine, dopo aver esaminato quelle pre-
Ritratto del conte Carlo Giuseppe di
Firmian, governatore austriaco della
Lombardia dal 1759 al 1782 (Civico
Archivio di Milano). Nel 1764, Firmian
chiama Ruggero Boscovich a coprire
la cattedra di matematica e fisica
all’Università di Pavia.
224 idraulici italiani
cedenti del ferrarese Romualdo Bertaglia e del bolognese Gabriello Manfredi. Nella primavera dello stesso anno, su incarico del conte Carlo Firmian
(1718-1782), governatore del Ducato di Milano per conto di Maria Teresa
d’Austria, ricopre la cattedra di matematica e astronomia di Pavia, con lo stipendio di 4500 zecchini annui.
Inizia così un nuovo, fecondo periodo, in cui il matematico dalmata, divenuto più sedentario, o meglio meno vagabondo, si occupa intensamente d’astronomia e d’ottica, in un’università di prestigio. Nello stesso anno, egli fonda a Milano, presso il Collegio dei Gesuiti di Brera, il famoso Osservatorio
astronomico, la più antica istituzione scientifica milanese, tuttora attiva, con
un ricco patrimonio librario e archivistico: grazie alle sue attitudini di matematico, astronomo ed ingegnere, cura nei dettagli la costruzione e i numerosi
strumenti, con una spesa personale di 6000 zecchini; inoltre applica un nuovo sistema per determinare gli errori sistematici e correggere i risultati delle
osservazioni. A questo periodo risale la collaborazione con il confratello Antonio Lecchi (1702-1776), che insegna presso lo stesso Collegio dei Gesuiti,
e gli chiede di scrivere un capitolo del suo trattato Idrostatica (1765).
Nel 1768 Boscovich abbandona Pavia per occupare una cattedra presso le
Scuole Palatine a Milano, dove insegna ottica e astronomia teorica. Con Paolo
Frisi (1728-1784), che insegna meccanica, idronomia ed architettura teorica,
si verifica allora un primo screzio sulla ripartizione delle funzioni didattiche.
Modello dell’Osservatorio astronomico
di Brera, fondato nel 1764 da Ruggero
Boscovich.
6. il dissidio sull’osservatorio astronomico di brera
e le dimissioni
Boscovich rimane nel Ducato di Milano, dividendosi tra l’insegnamento della matematica e l’Osservatorio astronomico, dal 1764 al 1772, con frequenti viaggi in Italia e all’estero, anche per motivi di salute. Nell’ultimo anno, a
seguito di un dissidio interno all’Osservatorio (con il padre Luigi La Grange,
1711-1783, formalmente direttore dell’Osservatorio) ed esterno con Paolo
Frisi (1728-1784), che lo accusa davanti al conte Firmian d’eccessive spese e
di scarsa attitudine all’osservazione, gli viene tolta la soprintendenza alla specola; sdegnato, nel 1772 egli si dimette da tutte le cariche e lascia Milano,
recandosi a Venezia. Poco dopo, con il breve papale 21 giugno 1773, viene
sciolto l’Ordine dei Gesuiti, avvenimento per lui dolorosissimo, scrive monsignor Angelo Fabroni (1732-1803), il quale gli procura l’offerta di una nuova
cattedra di ottica presso l’Università di Pisa, cercando di convincerlo (il clima
è buono, il Sovrano è clemente!), ma troppo tardi, perché nel frattempo, sollecitato da numerosi amici oltremontani, egli ha già accettato la prestigiosa
carica di Direttore d’ottica della Marina francese, con uno stipendio annuo
di 8000 franchi.
7. direttore d’ottica della marina francese
Dopo il primo entusiasmo, non tardano le delusioni, dovute all’invidia, ma
anche alla sua stessa identità di gesuita, di cui va orgoglioso e al difficile carattere. Sentiamo l’efficace ricostruzione di Fabroni (1788): Un carattere aperto
Ritratto di Paolo Frisi (1728-1784): i
dissidi con lo scienziato milanese sulla
gestione dell’Osservatorio provocano
nel 1772 le dimissioni di Boscovich, che
lascia Milano e l’Italia.
ruggero boscovich (1711-1787) 225
e franco nel luogo delle simulazioni e degli intrighi, un rispetto sincero per la religione ove si confonde il nome di Filosofo con quel d’Incredulo, il parlar quasi
sempre di sé, ove s’idolatra l’amor nazionale, il ridire spesso epigrammi latini ove
si fa guerra alla lingua del Lazio, e le frequenti lodi di un Istituto, il cui nome ricorderà sempre alla Francia esilj, violenze e discordie intestine, erano tante cagioni dell’alienazione di molti dal Boscovich. Aggiungasi a ciò, che la maggiore e più
potente parte dei membri dell’Accademia delle Scienze riguardava come un’offesa fatta al corpo le straordinarie beneficenze accordate ad uno straniero, onde
gl’impedì sempre di esservi ascritto. Ciononostante, anche il periodo francese
è fecondo di studi e scritti, prevalentemente d’ottica ed astronomia e Boscovich combatte con la consueta passionalità contro gli avversari: Pierre Simon
Laplace (1749-1827) e Jean Baptiste Le Rond d’Alembert (1717-1783).
8. ritorno e morte a milano
Superati i 70 anni, ormai stanco, nel 1782 Boscovich lascia Parigi e ritorna
in Italia per curare l’edizione complessiva delle sue opere d’ottica ed astronomia, a Bassano, ospite del suo editore, il conte Remondini; nello stesso anno
è cooptato da Anton Mario Lorgna (1735-1796) come socio fondatore della Società Italiana delle Scienze, detta dei Quaranta. Dopo brevi soggiorni a
Roma e in Toscana, torna a Milano nel 1785, ma la città è cambiata e non ha
più per lui l’interesse di un tempo, anche se alla Specola di Brera i suoi discepoli hanno ripreso il sopravvento. Soprattutto è lo stesso Boscovich ad essere
drammaticamente cambiato, sotto il peso degli anni e delle malattie: la salute peggiora rapidamente, si manifestano crisi depressive e infine la follia, con
brevi intervalli di lucidità. Muore il 13 febbraio 1787 ed è sepolto nella chiesa di S. Maria Podone.
9. la personalità
Nell’esposizione precedente, sono già emersi alcuni importanti caratteri distintivi di questo grande scienziato e in particolare il suo cosmopolitismo, favorito dalla stessa identità all’incrocio tra più culture. Boscovich parlava correntemente, oltreché l’italiano e il serbo-croato (lingue apprese nell’infanzia),
il latino e il francese, all’epoca le lingue della comunicazione scientifica.
Pochi scienziati hanno viaggiato come lui, intessendo una così fitta rete di
rapporti internazionali, ma leggeva e ascoltava poco gli altri, parlava soprattutto di sé e mancava di spirito autocritico: ricco dei propri lumi, pareva che
sdegnasse, mediante la lettura, le notizie degli altrui, e che proteggesse con egual
impegno tutto quello, che aveva pubblicato, come meritevole dell’ammirazione de’
suoi contemporanei, e della memoria della posterità […]. Gli stessi suoi viaggi
non produssero l’utilità, che doveva aspettarsene, perché egli procurò di far conoscere più se stesso, che di conoscere gli altri (Fabroni, 1788). Sembra evidente
che il carattere passionale ed intransigente, che lo portava a continui scontri
e l’irrequietezza ed eccessiva mobilità sottraessero preziose energie all’applicazione scientifica sistematica e contribuissero a logorare il suo sistema fisico
e nervoso.
Lapide apposta a Milano, in ricordo di
Ruggero Boscovich, dall’Associazione
nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
226 idraulici italiani
Francobolli croati emessi nel 1943 in
onore di Ruder Josif Boskovic.
Emergono in ogni caso la grandezza intellettuale e la genialità di un uomo,
che eccelle tanto nelle scienze astratte, quanto in quelle applicative (tra cui
l’ingegneria civile, idraulica e portuale), è capace d’affascinanti visioni generali (anche se una parte della critica valuta con cautela le supposte anticipazioni riguardo alla fisica moderna) ed infine manifesta un interesse eccezionale per la poesia.
A prescindere da ogni giudizio sul suo valore come poeta, per Boscovich
scrivere poesie non era un vezzo, ma un’esigenza profonda dello spirito, che
gli consentiva di ritrovare un equilibrio interiore. Interessante è un aneddoto, pervenutoci sul suo periodo romano, in cui è già stato descritto come
uomo di mondo, ricercato ed esperto conversatore. Scrive monsignor Fabroni (1788) che egli amava alternare il lavoro a momenti di convivialità ed
allegria, anche in ambienti popolari come quelli degli Oratori: riguardava i
conviti conditi alla libertà di discorso, come il ristoro de’ suoi lunghi e profondi
studj. Esciva da questi allegro e vivo, e mostrava il piacere che ne aveva riportato, e il desiderio di ritornarvi, al punto da soffrire molto quando ne fu escluso. È un atteggiamento, che appare ben diverso da quello di chi per vanità si
limita a cercare l’attenzione e la lode dei salotti. Sicuramente Boscovich era
un uomo religioso e la scelta d’entrare nell’Ordine dei Gesuiti non era stata
opportunistica; nei suoi ultimi giorni si pentirà di non aver dedicato l’intera
vita alla religione.
Lo scienziato idraulico
1. le regole per la misura delle acque
Si è già accennato che, nel periodo pavese, durante i frequenti viaggi a Milano per curare gli affari della specola di Brera, Boscovich entra in rapporto
con Antonio Lecchi (1702-1776), un eminente Gesuita milanese specializzato nelle acque, con la qualifica d’Idrografo imperiale, il quale in quel tempo
sta scrivendo il trattato Idrostatica esaminata ne’ suoi principi e stabilita nelle
sue regole della misura dell’acque correnti, che sarà pubblicato nel 1765. Lec-
ruggero boscovich (1711-1787) 227
chi chiede al confratello di collaborare, scrivendo un capitolo del trattato, che
prende la forma di una lunga lettera: Lettera del P. Boscovich al P. Lecchi sulli
principj, su’ quali si possano appoggiare le Regole pratiche per la misura dell’acque, ch’escono dalle aperture, e corrono per gli alvei. Boscovich si concentra sulla
cubatura del solido di portata, fornendo una serie di soluzioni, distintamente
per l’efflusso dalle bocche utilizzate in agricoltura e per il deflusso di un corso d’acqua; Lecchi poi integrerà questo capitolo d’impostazione teorica, con
criteri pratici, adeguati all’operatività dei comuni Ingegneri.
Dal punto di vista matematico, e in particolare geometrico, il lavoro di
Boscovich è brillante, e dimostra anche una perfetta conoscenza dei processi
fisici trattati, nei limiti raggiunti all’epoca. Per le esigenze correnti degli ingegneri, esso si può considerare sufficiente, anzi probabilmente alcuni di loro
faticano a seguire nel dettaglio gli schemi di calcolo suggeriti (ma l’autore
fornisce anche criteri numerici sintetici!). Dal punto di vista scientifico, esso
ha il difetto di non avere una prospettiva sperimentale, che consenta di andare oltre le conoscenze già acquisite, analogamente a quanto si sta facendo
per l’astronomia.
Nel settore delle luci, le regole suggerite da Boscovich per le bocche rettangolari, quadrate, circolari o di un’altra qualsiasi forma tradizionale in uso,
consentono di superare, almeno in parte, una curiosa carenza dell’ormai secolare sperimentazione, seguita alla scoperta della legge di Torricelli, grazie
alla quale si sono bensì ricavati precisi coefficienti d’efflusso, ma per luci molto più simili a quelle delle botti e delle conserve d’acqua che a quelle della
pratica irrigua. Le prime, infatti, sono piccole e profonde sotto lo specchio
d’acqua, mentre le seconde sono grandi e spesso hanno un piccolo battente: in queste condizioni, le velocità dei filetti liquidi, che fuoriescono dalle
luci, sono sensibilmente diverse, pur essendo distribuite in verticale secondo
la legge parabolica scoperta da Torricelli e costanti lungo linee orizzontali.
Boscovich risolve il problema, procedendo in modo originale all’integrazione del solido di portata, e trova i rapporti che legano le portate effluenti da
luci di forme diverse, ma di sezione uguale e con le stesse altezze dell’acqua
sul punto più alto e quello più basso. Sarebbe tuttavia auspicabile anche una
specifica sperimentazione, per affinare i coefficienti di deflusso; questa interverrà soltanto nei primi decenni dell’Ottocento.
L’idrometria dei corsi d’acqua appare all’epoca più arretrata. Le ipotesi sulla legge generale del movimento, da Castelli a Guglielmini e oltre, sono state contraddette dai risultati sperimentali. Si ricorre quindi - mediante idonei
dispositivi - a misure dirette della velocità dei filetti liquidi nei singoli punti
della sezione e, per giungere al valore della portata media, occorre integrare
un solido, che presenta forma alquanto irregolare perché, a differenza delle
luci, le sezioni dei corsi d’acqua sono caratterizzate da velocità variabili anche nei punti della medesima linea orizzontale; nella cubatura del solido di
portata, Boscovich usa il metodo geometrico già illustrato per le luci di forma irregolare.
Lo scetticismo d’Antonio Lecchi, il quale dubita che si giungerà mai ad
una formula attendibile, che consenta di calcolare a priori la velocità media
e quindi la portata di fiumi e canali, non fa bene allo sviluppo scientifico. Si
Sopra, ritratto di Ruggero Boscovich
anziano (incisione tratta dall’Elogio
dell’abate Ruggero Giuseppe Boscovich di
Angelo Fabroni, Verona 1788). Sotto,
medaglione di Antonio Lecchi (17021776) sulla facciata del palazzo in via
Brera 6, Milano, dove aveva sede il
Collegio dei Nobili, gestito dai Gesuiti.
Qui Ruggero Boscovich, nel periodo in
cui costruisce la Specola astronomica,
frequenta Lecchi e scrive un capitolo del
trattato Idrostatica, pubblicato nel 1765
dal confratello.
228 idraulici italiani
Metodo geometrico per il calcolo
della portata effluente dalle grandi
luci verticali, con sezione rettangolare
o quadrata, proposto da Ruggero
Boscovich. La figura a sinistra
rappresenta la curva parabolica delle
velocità puntuali d’efflusso lungo una
verticale con altezza dell’acqua BF e
piccolo battente AB; il segmento DI
è la velocità media. La figura a destra
rappresenta il solido di portata della
stessa luce rettangolare Bb Ff e la sua
cubatura (dal trattato Idrostatica di A.
Lecchi, 1765).
osserva tuttavia che, nonostante oggi si conosca la legge generale del movimento, questa, applicata ai corsi d’acqua naturali, che sono molto irregolari,
fornisce risultati imprecisi; di conseguenza, la scala delle portate, costruita in
un modo molto simile a quello usato da Lecchi e Boscovich, è ancora il metodo più preciso per la determinazione della portata. Dobbiamo ora chiederci se anche Boscovich condivida lo scetticismo del confratello sulle possibilità
di sviluppo della teoria.
2. la posizione sulla legge
del movimento delle acque
Monsignor Fabroni (1788) afferma che, per quanto Boscovich fosse particolarmente versato nell’applicare la matematica alla fisica, confessava la sua impotenza ad inquadrare in un sistema definito la scienza delle acque: Quantunque egli fosse inclinato ai sistemi nella fisica, e fosse persuaso della forza del calcolo
per assicurare, per così dire, l’esistenza delle cause, e per determinare gli effetti, che
debbono produrre; ciò nonostante paragonando nella scienza dell’acque questi effetti con quelli che l’esperienza ci scuopre, e trovandosi spesso da questa smentiti,
confessò l’umiliante verità, che in questa stessa scienza a poco o a nulla serve il
lusso della geometria; e che solamente una circospetta e lenta osservazione può servirle di guida. Di conseguenza, nelle sue perizie idrauliche, Boscovich mostra
una circospezione savissima, che esclude ogni frivola congettura, e che dà dei precetti utilissimi pel regolamento dell’acque. Il monsignore pisano, coerente con
il suo scetticismo nei confronti dei grandi sistemi scientifici, come quello del
trattato Philosophiae Naturalis Theoria, conclude soddisfatto: Se il suo esempio
fosse imitato, si spargerebbero nella società molti vantaggi, o se le risparmierebbero molti inutili e dispendiosi tentativi.
La considerazione sul lusso della geometria sembra chiaramente fuori luogo:
quando si presenta l’occasione, come nella collaborazione con Antonio Lecchi
per la dispensa delle acque irrigue, Boscovich si dimostra in grado di produrre rapidamente pregevoli scritti teorici, che dimostrano un uso magistrale della matematica (e in particolare della geometria) applicata al movimento delle
acque. Non sembra neppure convincente la presunta rinuncia a priori di Bo-
ruggero boscovich (1711-1787) 229
scovich a formulare ipotesi generali (che Fabroni chiama frivole congetture) sul
movimento delle acque, perché troppo in contrasto con il suo temperamento.
Il biografo pisano sembra invece cogliere nel segno, quando parla di circospetta e lenta osservazione: per sollevare i veli di questa scienza astrusa (così
era allora chiamata l’idraulica!), occorre rendere sistematica la sperimentazione sui corsi d’acqua, già avviata in modo saltuario da Castelli, ossia costruire laboratori d’idraulica, che proprio in quel periodo iniziano a sorgere (v. la
stazione sperimentale idraulica La Parella, fondata nel 1763-65 dal matematico piemontese Francesco Domenico Michelotti). La coppia Boscovich-Lecchi, ossia lo scienziato geniale e il solido ingegnere, sarebbe l’ideale per ridare
slancio alla scienza idraulica italiana; se la loro collaborazione rimane un episodio, la responsabilità non sembra di Lecchi, quanto di Boscovich, che ha
altri, prevalenti interessi scientifici ed un’irrequietezza di fondo, che lo rende
instabile. Non basta il genio, occorre l’immersione totale nel problema, ossia
un impegno ben superiore a quello che lo scienziato dalmata è disponibile
a dedicare alle acque: perciò fonda l’Osservatorio astronomico di Brera, ma
non un laboratorio d’idraulica.
leonardo ximenes
La vita
Gli scritti più antichi sulla figura e le opere di Leonardo Ximenes sono l’Elogio dell’abate Luigi Brenna, misurato ed obiettivo, pubblicato nello stesso
anno della morte (1786) e l’Elogio in stile ampolloso di Luigi Palcani Caccianemici (1753-1803), professore bolognese, pubblicato postumo nel 1817. La
successiva biografia del trapanese tenente colonnello Giuseppe Ferro (1830)
riprende le notizie riportate nelle biografie precedenti, arricchendole d’altri
particolari. L’interesse per questa figura di scienziato e ingegnere della Toscana lorenese è rimasto vivo nel tempo, soprattutto nel mondo toscano,
alimentando articoli, schede e notizie varie, proposte al più vasto pubblico
(vedasi quelle riportate nel sito internet dell’Istituto e Museo di Storia della
Scienza di Firenze). Recenti studi, come quello di Danilo Barsanti e Leonardo Rombai (1987), hanno approfondito il ruolo scientifico di Ximenes. Il
professore americano Brendan Dooley (1995) ha studiato un aspetto particolare, finora poco noto, dell’attività di Ximenes come divulgatore scientifico.
1. un gesuita siciliano trapiantato in toscana
Leonardo Ximenes nasce a Trapani il 27 dicembre 1716 da famiglia nobile
d’antica origine spagnola, ma da secoli siciliana. Educato nel collegio locale
dei Gesuiti, ne veste l’abito nel 1731, all’età di 15 anni. Dopo il noviziato, nel
1736 chiede il trasferimento alla Provincia Romana, da cui all’epoca dipende
la Toscana, ed è destinato all’insegnamento delle belle lettere, presso il Collegio di S. Giovannino a Firenze (dove abiterà tutto il resto della sua vita) e nel
1750 riceve l’ordine sacerdotale. La sua vita cambia radicalmente, quando nel
1748 è incaricato d’istruire nelle matematiche i figli del marchese Vincenzo
Riccardi: nelle molte ore libere dalla sua incombenza, può dedicarsi ad approfondire gli studi matematici, fisici e geografici, seguendo la sua vocazione.
2. geografo di s.m. imperiale
e professore di geografia
Le sue prime pubblicazioni (Notizia de’ Tempi ad uso degli Eruditi Italiani, de’
Viaggiatori per l’anno 1751 al Meridiano Fiorentino, Firenze, 1751 e I sei primi elementi della geometria piana a cui si aggiunge alcun saggio de’ molti usi, che
le proposizioni elementari somministrano alla fisica, alla meccanica, all’astronomia, Venezia, 1752), lo mettono in luce presso il suo Ordine e nell’ambiente
scientifico toscano e fanno intravedere da una parte l’interesse per l’astronomia, che lo accompagnerà tutta la vita e dall’altra la chiarezza didattica e una
concezione utilitaria della matematica, al servizio della fisica. Nel 1756 fonda
la Specola di S. Giovannino. Il conte Emanuele Nay di Richecourt (16941768), che governa il Granducato per conto di Francesco I, marito di Maria
Teresa d’Austria, nel 1761 procura a Ximenes il titolo di Geografo di S. M.
Il chiosto del collegio dei Gesuiti a
Trapani, dove il giovane Leonardo
Ximenes studia e veste l’abito. Dal
1865 è sede del Liceo classico Leonardo
Ximenes.
232 idraulici italiani
Imperiale, la cattedra di Geografia e l’incarico di redigere la cartografia della
Toscana. Nel 1766 diventerà matematico granducale.
3. matematico granducale
Per più di trent’anni, a servizio dapprima della Reggenza, fino al 1765 e poi
del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena (1747-1792), Ximenes lavora nel
Granducato di Toscana come scienziato e ingegnere, acquistando un crescente prestigio, anche a livello internazionale e sviluppando una mole enorme
d’attività. Scrive in proposito Luigi Brenna: era egli da trentanni e più, prima
della sua morte, in un continuo moto ed esercizio per operazioni proprie delle sue
facoltà, ora in osservazioni, e calcolazioni d’eclissi, ed altri celesti fenomeni, ora
in visite, progetti, esecuzioni, lavori di strade, di archi, di ponti, di acquedotti, di
arginature, di cateratte, di porti. Quindi fa spavento il veder solamente la quantità de’ suoi manoscritti, essendo egli stato sempre d’una meravigliosa diligenza nel notare in carta i suoi pensamenti (Brenna, 1786). Secondo il costume
dell’epoca, la sua fama crescente fa sì che sia ricercato il suo parere per questioni idrauliche anche al di fuori della Toscana. Riassumiamo le principali
attività di Leonardo Ximenes, dividendole in due settori: la scienza e l’ingegneria, a cui si premette un’attività giovanile meno nota, ossia quella di divulgatore scientifico, studiata da Brendan Dooley.
4. un giornalista scientifico
a servizio della cultura italiana
Dal 1750 al 1759 viene pubblicata la rivista enciclopedica Storia letteraria
d’Italia, fondata dal gesuita veneziano Francesco Antonio Zaccaria (17141795). Circa 75 delle 500 pagine d’ogni volume pubblicato (con periodicità
prima annuale e poi semestrale) sono dedicate alla scienza e curate da Leonardo Ximenes, chiamato a questo ruolo dal confratello, che ha una preparazione soltanto umanistica; in genere non sono pubblicati grossi contributi
originali, ma presentati in articoli redazionali i lavori più importanti usciti
in Italia, in modo tale da fornire una panoramica il più possibile completa.
La rivista incontra inizialmente la diffidenza degli intellettuali illuministi, i quali accusano i Gesuiti d’essere responsabili del declino della scienza in
Italia, a partire dalle critiche a Galileo. Ovviamente, Zaccaria e Ximenes evidenziano i contributi positivi allo sviluppo della scienza da parte dei membri del loro Ordine (tra gli altri Ruggero Boscovich e Antonio Lecchi), ma
non omettono le critiche a talune posizioni superate e aprono le porte anche
a Scolopi, Camaldolesi, Francescani, Cistercensi e abati e almeno altrettanti
scienziati laici: nasce in tal modo uno strumento enciclopedico completo ed
obiettivo (la più ampia ed esauriente rassegna di bibliografia critica che finora
avesse avuto l’Italia), con un tono spigliato e famigliare, tipicamente giornalistico, che si fa apprezzare, come dimostra il successo editoriale della rivista,
trainato dalla sua parte scientifica.
Un aspetto interessante, che emerge dalla Rivista Storia letteraria d’Italia,
è la valutazione complessiva della cultura scientifica italiana rispetto a quel-
Ritratto di Pietro Leopoldo d’AsburgoLorena (1747-1792), granduca di
Toscana dal 1765 al 1790 e poi
imperatore d’Austria. Al suo servizio
Leonardo Ximenes realizza un
imponente complesso di lavori pubblici:
strade, porti, acquedotti, bonifiche,
sistemazioni fluviali, ecc.
leonardo ximenes (1716-1786) 233
la straniera. L’Italia ormai ha perso il suo primato, conservato fino alla prima
parte del Seicento, ma in molti settori si difende ancora bene; peccato che
le informazioni sulle attività scientifiche in corso in Italia siano insufficienti!
Tra gli Italiani incomincia a diffondersi un complesso d’inferiorità, che porta a sopravvalutare la cultura d’Oltralpe, ma una parte degli scienziati del Bel
Paese non soffre di questo complesso. Si noti che spesso gli Idraulici sono
più consapevoli del loro valore, più orgogliosi e combattivi, più collegati fra
loro, anche se spesso rivali, abituati a confrontarsi periodicamente, nelle contese sul territorio (prima tra tutte, quella secolare del Reno) e scientifiche,
con colleghi stranieri, quantomeno ad armi pari, e spesso nella maturità sono
membri d’Accademie straniere.
Scrivono dunque Ximenes e Zaccaria: Se in qualche stampa d’autori italiani si potesse scriver sotto ‘Londra’, oh quanto rispetto essa incontrerebbe in Italia?
Quanto meglio sarebbe spacciata? Che bel lustro dà ad un libro, l’esser libro navigato! Un libro che nasce in Firenze non sarà mai buono. Bisogna farlo venire
di là dal mare. Misera condizione degli italiani, maestri una volta, e signori del
mondo, ed ora da più d’una nazione divenuti o almeno considerati, come scolari
e schiavi! (SLI, n. 5 (1754), p. 113). Per evidenziare, agli occhi stessi degli Italiani che non ne sono informati, i contributi dell’Italia alla scienza, la Rivista
prende quindi la decisione di limitarsi ad illustrare i lavori scientifici prodotti
in Italia, che sono numerosi, tanto da indurre a modificare la periodicità della pubblicazione, da annuale a semestrale.
Si può ritenere che, per certi aspetti, la Rivista prepari la costituzione della Società Italiana delle Scienze, fondata nel 1782 da Anton Mario Lorgna
(1735-1796). In realtà le due iniziative sono complementari: giornalistica
la prima, accademica la seconda, rivolta all’interno la prima ed all’esterno
la seconda. Ciò che le accomuna è l’identico spirito, ossia l’orgoglioso riconoscimento della dignità della cultura scientifica italiana. Si può considerare quest’interessante esperienza come la riscoperta di un sentimento unitario
a lungo sopito, in una prospettiva risorgimentale, che maturerà pienamente
un secolo dopo, ma anche come la continuazione, in forme diverse, di un patriottismo culturale, da sempre presente in Italia, che convive con il policentrismo politico.
5. l’impegno come scienziato
Dal punto di vista scientifico, gli interessi di Ximenes si concentrano sin
dall’inizio in due campi tra loro diversissimi: l’astronomia e l’idraulica (non a
caso egli legherà con testamento i suoi beni alla costituzione di due cattedre
in queste materie). In gioventù approfondisce la matematica, ma non per il
gusto di coltivarla in se stessa, tipico del vero matematico, bensì per la sua utilità allo sviluppo delle scienze fisiche. L’idraulica e la meccanica corrispondono alla sua vocazione di fisico, teso al servizio della società e si sposano bene
con l’altra sua vocazione eminente, ossia quella dell’ingegnere, che progetta
e realizza numerose e importanti opere pubbliche. Si stacca nettamente da
quest’universo pragmatico la passione per l’astronomia, che forse è collegata
alla sfera dei suoi interessi spirituali e religiosi.
Ritratto del gesuita Francesco Antonio
Zaccaria (1714-1795), direttore della
rivista enciclopedica Storia letteraria
d’Italia (1750-1759); le pagine
scientifiche sono redatte dal giovane
Leonardo Ximenes. La rivista rivaluta
la cultura scientifica italiana rispetto a
quella straniera, svolgendo un’azione che
anticipa quella della Società Italiana delle
Scienze (detta dei Quaranta), fondata nel
1782 da Anton Mario Lorgna.
234 idraulici italiani
L’Osservatorio ximeniano, nel
convento di S. Giovannino a Firenze,
dove Leonardo Ximenes vive per
quarant’anni.
Come astronomo, Ximenes restaura la meridiana (gnomone) di Toscanelli in S. Maria del Fiore e fonda un nuovo osservatorio astronomico (specola)
in S. Giovannino a Firenze (il convento dove risiede), compiendo trentennali osservazioni del Sole, in particolare allo scopo di determinare la variazione
dell’obliquità dell’eclittica. Quest’attività lo mette in luce anche presso le Accademie straniere; la Russia gli offre di trasferirsi a S. Pietroburgo.
Sull’importante attività di Leonardo Ximenes come scienziato idraulico si
riferisce in seguito.
Nell’ultima parte della sua vita, egli si occupa di ricerche nel campo della
meccanica, con l’intento di partecipare ad un concorso bandito dall’Accademia delle Scienze di Parigi, avente per oggetto le resistenze d’attrito; non riesce a rispettare i termini temporali del concorso, ma continua tenacemente
i suoi esperimenti, con una macchina (il tribometro) di dimensioni sempre
maggiori (fino a 5000 libbre) e nel 1782 ne divulga i risultati nell’opera intitolata Teoria e Pratica delle Resistenze dei Solidi ne’ loro Attriti, giungendo a
formulare una nuova legge fisica, in seguito applicata per migliorare la costruzione di numerose macchine operatrici (argani, taglie, ecc.).
Può essere interessante chiedersi perché Ximenes non abbia sviluppato uno
studio simile nella meccanica dei fluidi; ne aveva la capacità intellettuale ed i
mezzi, perché sarebbe bastato correlare sistematicamente le misure della velocità con la ventola idraulica a diversi materiali, forme e pendenze dell’alveo di
corsi d’acqua e canali, per giungere a definire la legge generale del movimento. Probabilmente egli non considerava tale ricerca direttamente utile, come
la precedente, a conseguire vantaggi pratici immediati: per la misura della
portata, gli bastava la ventola, anzi era più esatta. Questo eccesso di pragmatismo, diffuso tra gli Idraulici italiani dell’epoca, costituisce indubbiamente
un limite scientifico.
La biblioteca di Ximenes presso
l’Osservatorio Ximeniano
leonardo ximenes (1716-1786) 235
6. l’impegno nelle opere pubbliche
Come ingegnere, Leonardo Ximenes è ricordato soprattutto per i lavori d’idraulica, dei quali si riferisce in seguito. Come matematico granducale dal
1766, egli sovraintende per alcuni decenni a tutte le opere pubbliche della Toscana. Tra queste, si ricordano importanti infrastrutture stradali, come
la Strada Regia Modenese, detta anche del valico dell’Abetone, collegante il
Granducato di Toscana con il Ducato di Modena, costruita dal 1766 al 1779.
Per la parte toscana, gli imponenti lavori sono diretti da Ximenes e per la
parte modenese da Pietro Giardini; il tratto più rilevante è quello dalla Lima
all’Abetone, con i ponti sui fiumi Lima e Sestaione, tornanti ed opere murarie, grandiosi complessi postali, fontane architettoniche.
7. morte e testamento:
le cattedre d’astronomia ed idraulica
Leonardo Ximenes rimane attivo fino all’ultimo giorno di vita, il 3 maggio
1786, quando settantenne muore di un colpo apoplettico. Nel testamento
destina la biblioteca e gli strumenti, nonché le rendite dei suoi beni immobili
siciliani (provenienti da una cospicua eredità, ricevuta alla morte della madre
nel 1752 e già largamente utilizzate per la ricerca scientifica) alla costituzione di due cattedre, una d’Astronomia e l’altra d’Idraulica, da affidare ai padri
Scolopi Stanislao Canovai e Gaetano del Ricco. Si noti che, alla soppressione
dell’Ordine dei Gesuiti nel 1773, gli Scolopi (presenti in Toscana dall’epoca
di Famiano Michelini!) avevano acquisito il Collegio di S. Giovannino, trasferendovi le Scuole Pie nel 1775 e continuando ad ospitare Ximenes. Questi
dispone che anche i successori, a parità di meriti, siano scelti tra gli Scolopi,
ma in una clausola finale prega il Granduca che tutti i capitali siano colle predette due cattedre assegnati ai Gesuiti, qualora piacesse al Sovrano in progresso
di tempo rimetterli nella Toscana, come sono ancor presentemente nella Russia.
Leonardo Ximenes, come matematico
granducale dal 1766, sovraintende per
alcuni decenni alle opere pubbliche
della Toscana. Tra queste, si ricordano
importanti infrastrutture stradali, come
la Strada Regia Modenese, collegante il
Granducato di Toscana con il Ducato
di Modena. A sinistra, le Piramidi
dell’Abetone, erette sul confine tra i
due Stati, per ricordare la costruzione
della Strada Regia. A destra, il Ponte
sul torrente Sestaione, costruito nel
1781, lungo la detta Strada Regia: è una
delle opere d’ingegneria più ardite del
Settecento.
236 idraulici italiani
Le due cattedre d’astronomia ed idraulica rimarranno attive fino alla metà
dell’Ottocento. Da allora, l’Osservatorio di S. Giovannino, chiamato ximeniano e tuttora affidato agli Scolopi, cessata l’attività astronomica, si occuperà di meteorologia e geofisica; ivi è conservata la biblioteca di Ximenes.
In segno di gratitudine i Fiorentini gli erigono un busto marmoreo, collocato nella Specola di S. Giovannino, con la seguente scritta, che riconosce la
sua eccellenza in astronomia e in idraulica:
leonardo. ximenes. siculo.
inter. peritissimos. aetatis. suae.
astronomos. hydraulicos. que.
insigni. qui. de. vera. etruscorum. felicitate.
et. gloria. sollicitus.
ut duo. inposterum. florentiae. sint.
pubblici. professores. alter. astronomiae.
alter. hydrostatices. utque. ipsis. annuum.
stipendium. et. instrumentorum. ac. librorum.
quibus utantur. opportuna. semper.
esse. possit. copia. non. mediocri.
ex. bonis. suis. attributo, reditu.
testamento. cavit. haereditatis. ipsius.
curatores. viro. immortali. optime. que.
de. etruria. merito. monumentum. hoc. pp.
anno. mdcclxxxvii.
8. la personalità
Secondo Luigi Brenna, come persona Leonardo Ximenes era di grossa corporatura, ma ben proporzionata e di perfetta salute; nei suoi scritti era chiaro,
preciso e ordinato ed era anche eloquente, ma non aveva molto gusto per la
poesia ed ogni sorta di belle lettere: con malizia toscana egli riporta i seguenti,
un po’ stentati distici latini lasciati da Ximenes per il sepolcro, che richiamano le due passioni della sua vita, ossia l’astronomia e l’idraulica:
Qui didici astrorumque vias, undasque fluentes,
Hoc cinis exiguus nunc jaceo in tumulo.
Parte tamen meliore mei super astra vocatus
Gratulor aeterni Numinis ore frui.
Sul gusto per le belle lettere, Luigi Palcani Caccianemici (1817) è di parere opposto: Prendea singolare diletto della storia; purché questa, com’egli solea
dire, grandi cose grandemente raccontasse. Quindi tenea conto di Livio, e moltissimi luoghi della terza decade parola per parola, piacendogli, ridicea […]. Ebbe
un perfetto e fino discernimento in ogni maniera di poesia; e scrisse versi latini
egli stesso, e il più delle volte con urbanità e grazia. Palcani inoltre così descrive l’eloquenza di Ximenes, qualità riconosciuta anche dal Brenna: II suo dire,
quando vezzoso e piacevole, quando veemente e gagliardo, sempre ornato e splen-
leonardo ximenes (1716-1786) 237
dido, e sparso di sentenze grandi e luminose, intratteneva soavemente e signoreggiava gli animi degli ascoltanti. Però nelle stesse famigliar adunanze e nei conviti
niuno era che volentieri non si tacesse per udir lui.
Nei rapporti con l’Ordine religioso a cui apparteneva, da una parte Ximenes, concentrato nel suo lavoro di scienziato e ingegnere, non aveva avuto
tempo o voglia di fare altri progressi nella metafisica e nella teologia (oltre la
severa istruzione giovanile, ricevuta secondo il costume dei Gesuiti), dall’altra
era disciplinato nei confronti dei superiori, e profondamente legato all’Ordine, anche dopo la sua soppressione con bolla papale nel 1773, a seguito delle
pressioni delle monarchie europee (eccettuate Russia e Prussia). Scrive Brenna (1786), il quale a sua volta era un ex gesuita: Aveva qualche cosa di singolare
fra gli stessi Exgesuiti la stima dell’Istituto nella prima gioventù da lui abbracciato, e non diminuita giammai né per le pubbliche, né per le private sue circostanze, al punto che qualcuno scherzosamente gli aveva proposto di trasferirsi in
Russia, dove peraltro era già stato invitato dall’Accademia delle Scienze; nonostante il suo attaccamento, Brenna precisa che pochi si sarebbero aspettati
la clausola testamentaria, in cui sostanzialmente egli chiedeva al Granduca di
reintrodurre l’Ordine dei Gesuiti in Toscana, essendo la dinastia Lorenese tra
quelle che più si erano spese per la sua soppressione.
Secondo Brenna (1786), che lo conosceva bene, Ximenes, normalmente di
carattere equilibrato e moderato (sincero ma non imprudente, affabile ma non
affettato, economo ma non avaro, ecc.), sapeva diventare molto risoluto (i suoi
nemici dicevano arrogante e dispotico), quando si trattava di realizzare i progetti pubblici in cui era impegnato: egli fu molto insistente, risoluto ed efficace,
e molto superiore a certi riguardi particolari nell’esecuzione de’ suoi progetti, e nel
compimento de’ suoi lavori creduti da lui vantaggiosi al servizio del Principe, ed
al pubblico bene. Sempre secondo Brenna, era rigorosissimo nel vigilare sul
contenimento delle spese per i suoi grandiosi lavori: Ella è cosa ben certa, e da
tutti riconosciuta, che il nostro Matematico, rigorosissimo nell’invigilare sopra le
spese necessarie pe’ detti suoi grandiosi lavori, non ha giammai, ne’ pure indirettamente di quelle profittato un soldo a suo vantaggio. Era, come in genere i grandi
personaggi, ambizioso (scrive Palcani: non dissimulò il suo desiderio di gloria).
Fu associato alle Accademie di Verona, Siena, Parigi e Pietroburgo.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. invenzione di nuovi strumenti idrometrici
Come scienziato idraulico, Ximenes si occupa inizialmente degli strumenti per misurare la velocità delle acque, nella Dissertazione Meccanica di due
Strumenti, che posson servire alla giusta stima del viaggio marittimo, e della velocità dell’acque, e de’ venti (1752), rilevando i difetti della Fiasca idrometrica
di Nadi, del tubo ricurvo di Pitot e del quadrante idraulico di Guglielmini.
Emerge dunque precocemente la sua aspirazione ad inventare nuovi strumenti, per una misura più precisa della velocità dei filetti liquidi. Nel suo
opuscolo giovanile, propone due strumenti a molla, in grado di misurare in
modo più preciso la spinta esercitata dall’acqua contro una palla sospesa ad
238 idraulici italiani
un filo e da questa risalire alla velocità. In seguito inventerà altri strumenti (la
ventola e la valvola idraulica), che si staccano nettamente dalla palla a pendolo di Guglielmini.
La Ventola idraulica è uno strumento complesso, soprattutto per l’ancoraggio al corso d’acqua con un apposito castello; essa gira attorno ad un asse
verticale e può essere collocata perpendicolarmente alla corrente, ovvero obliquamente in qualunque direzione. Un sistema di contrappesi consente di misurare la forza necessaria a conservarla immobile, equilibrando la forza di trascinamento della corrente; da tale misura si risale alla velocità della corrente.
La Valvola idraulica, utilizzata da Ximenes soprattutto per misurare la velocità in superficie, è costituita da un telaio di legno rettangolare in posizione
orizzontale ed una lastra pure rettangolare, la quale si muove liberamente attorno ad uno dei suoi lembi fissato al telaio e quindi ruota attorno ad un asse
orizzontale: si misura l’angolo d’inclinazione della valvola rispetto alla verticale, come col quadrante di Guglielmini.
2. la dottrina del movimento delle acque
Dal punto di vista sistematico, Ximenes, dopo le esperienze sulla questione del Reno, a confronto con gli altri eminenti Idraulici italiani e stranieri,
formula una riflessione critica sulla dottrina concernente il movimento delle acque, la quale, nonostante i molti libri stampati da Benedetto Castelli in
poi, gli appare molto meno avanzata di quello che sembri a prima vista. Nel
suo Opuscolo intorno agli aumenti delle piene del fiume principale per l’unione
d’un nuovo influente, dedotti coll’uso delle velocità superficiali, e delle resistenze
(1769), prende atto che le principali ipotesi formulate sulla scala delle veloci-
I principali tachimetri idraulici inventati
da Leonardo Ximenes.
leonardo ximenes (1716-1786) 239
Frontespizio del trattato di Leonardo
Ximenes Nuove sperienze idrauliche
fatte ne’ canali e ne’ fiumi per verificare
le principali leggi e fenomeni delle
acque correnti (1780); esso riassume
la posizione scientifica dell’autore in
materia d’idraulica.
tà nella corrente dei fiumi (dal triangolo di Castelli alla parabola di Guglielmini, entrambi con il vertice sopra il pelo dell’acqua) si sono rivelate inesatte
e vani sono i tentativi di alcuni moderni Idraulici di conservarle in vita, attribuendo gli scostamenti delle misure reali dalla legge teorica generale a cause
accidentali, accresciute all’infinito. Conviene quindi abbandonare del tutto o
modificare notevolmente le dette ipotesi, responsabili di molti inconvenienti,
come nelle diatribe sul Reno bolognese.
Negli anni successivi, Ximenes tenta di costruire una nuova ipotesi scientifica sulla legge del movimento delle acque, supportata da numerose misure con i nuovi tachimetri idraulici da lui inventati. I risultati di questo lungo
processo di ricerca, condotto sul territorio, in parallelo alle perizie ed ai progetti idraulici che gli sono affidati, sono riassunti in un libro stampato negli
ultimi anni della sua vita e intitolato Nuove sperienze idrauliche fatte ne’ ca-
240 idraulici italiani
Nel periodo 1663-1664, Leonardo
Ximenes si confronta con due
matematici francesi, i padri francescani
Thomas Le Seur e François Jacquier,
sulla questione dell’alveo da assegnare al
Reno e scrivendo quattro memorie riesce
a far prevalere la sua tesi.
nali e ne’ fiumi per verificare le principali leggi e fenomeni delle acque correnti
(1780).
A differenza d’altri Idraulici italiani a lui contemporanei (per es. il confratello Antonio Lecchi), la posizione di Ximenes non è totalmente empirica,
ossia egli non si accontenta di determinare con le sue misure la scala locale
delle velocità e quindi delle portate (direttamente funzionale agli scopi pratici), ma cerca di rintracciare una legge invariabile circa la pressione dell’acqua
contro un ostacolo (la ventola), rivolto con angoli diversi d’obliquità alla corrente. Le sue ipotesi si distaccano solo in parte dall’impostazione del passato,
perché combinano una scala di velocità, dette primitive, che van crescendo
assieme alla pressione dalla superficie al fondo, con una scala di velocità che,
al contrario, diminuiscono dalla superficie al fondo, a causa delle resistenze.
Egli svolge inoltre una diligente ricerca sulla diminuzione delle velocità superficiali delle acque correnti dal filone centrale alle sponde.
Passiamo ora ad occuparci dell’attività di Ximenes come ingegnere idraulico, a cui applica la maggior parte delle sue energie e che tiene ancor oggi vivo
l’interesse per la sua figura in una più ampia cerchia di persone, soprattutto
in Toscana, dove sono rimasti i segni materiali delle sue opere.
leonardo ximenes (1716-1786) 241
3. le perizie sulla questione del reno
Numerose sono le perizie idrauliche eseguite da Ximenes, dentro e fuori i
confini della Toscana. Alla famosa questione del Reno egli dedica in due anni
quattro Memorie Idrometriche: i (Faenza 1763), ii (Faenza 1763), iii (Firenze 1763), iv (Firenze 1764). L’ultima memoria, presentata alla Sacra Congregazione delle Acque per parte della Provincia di Romagna, è la più completa,
perché riassume tutta la causa, che verte sul tracciato da assegnarsi al nuovo corso del Reno con sbocco autonomo nell’Adriatico. Si confrontano tra
loro quattro diverse linee e Ximenes riesce a prevalere, confutando il parere
espresso dai suoi avversari, i due matematici francesi dell’Ordine dei Minimi, padri Tommaso Le Seur e Francesco Jacquier. Sullo stesso argomento, nel
1766 stampa a Roma un’altra Memoria, come risposta alla quarta Memoria
idrometrica del matematico canonico Pio Fantoni (1721-1804) di Bologna,
sopra l’inalveazione dei fiumi nel Bolognese e nella Romagna. Ma ormai il
suo interesse è richiamato altrove, ossia dalla bonifica della Maremma e non
risponde agli ulteriori dubbi sollevati dal Fantoni, nonostante le insistenze di
questi, indispettito per il suo silenzio.
4. la bonifica della maremma
Risalgono come stesura al 1765 e sono pubblicati nel 1769 i Due ragionamenti sulla fisica riduzione della Maremma Sanese. Sempre nel 1765 incominciano i primi lavori di bonifica della Maremma: scavo di canali e scoli maestri, scarico delle acque delle paludi, arginature dei fiumi, restauro d’antichi
acquedotti e canali di navigazione. Ai due Ragionamenti Ximenes aggiunge
quattro Perizie: Perizia Generale della pianura Grossetana, Relazione sull’arginatura del Fiume Ombrone, Perizia intorno all’importare della spesa per la traccia dell’antica arginatura, Perizia intorno ad una nuova proposizione fatta da
altri di abbandonare la vecchia arginatura per ritirarla addietro nella pianura
Grossetana.
Ximenes, pur non conoscendo la genesi della malaria dalla zanzara anofele,
che prospera nelle paludi, sostiene con ragione che l’aria insalubre della Maremma, ormai inabitabile per gran parte dell’anno, nasce dallo stagnamento
delle acque, che vi marciscono e corrompono; occorre dunque intervenire innanzi tutto per modificare radicalmente la situazione fisica della Maremma.
A sinistra il disegno originale, a destr
la Casa Rossa, costruita da Leonardo
Ximenes (1766), per regolare il deflusso
al mare, attraverso il Canale Reale,
dal lago di Castiglione della Pescaia,
bonificando una vasta area paludosa tra
la costa, i rilievi e la città di Grosseto.
Per impedire un’eccessiva riduzione
della superficie del lago durante l’estate
e un pericoloso ristagno delle acque,
egli fa costruire un canale di rinfresco,
derivato dall’Ombrone, che rinnova le
acque morte del lago e le mantiene ad
un livello costante; la geniale struttura
serve anche ad azionare mulini e frantoi,
abbeverare il bestiame, garantire la
percorribilità del canale e permettere
uno sfruttamento razionale della pesca.
Oggi l’edificio è adibito a Museo
Multimediale e gestito dalla Riserva
naturale provinciale Diaccia Botrona
242 idraulici italiani
Ximenes usa l’espressione riduzione fisica: questa riduzione in altro non consiste che nel ricavamento dei canali e scoli maestri delle pianure maremmane, consiste nel facilitare il discarico delle acque dei laghi e delle paludine, consiste nel
serrare le aperte arginature dei fiumi. Si noti che all’epoca non mancano tesi
bizzarre, le quali collegano la malsana costituzione della Maremma alle sabbie
ed alghe marittime ed ai venti australi ed occidentali (v. l’elogio di Brenna).
In ogni caso, il tema è così complesso e controverso, anche dal punto di vista
sociale ed economico, che nascono presto polemiche.
Pochi anni prima (1763), sulla bonifica maremmana si era espresso l’ingegner Antonio Falleri, con una Perizia, in merito alla quale Ximenes, nei
suoi Ragionamenti (1769), espone vari dubbi, ai quali subito dopo il Falleri
risponde con un libro (Risposta ai dubbi del molto Rev.do Padre Leonardo Ximenes, pubblicati in Firenze nell’anno 1769 nel suo libro sulla Fisica riduzione
della Maremma Sanese). Nel 1773, l’Auditore (giureconsulto e poi senatore
e consigliere di Stato) Stefano Bertolini (1711-1782) pubblica un dotto libro dal titolo Esame d’un libro sopra la Maremma Sanese, in cui, seguendo la
sua cultura umanistica, ammassa molte erudizioni storiche, per contrastare il
progetto di Ximenes, senza impugnarne direttamente le argomentazioni tecniche e scientifiche. Questi gli risponde nel 1775 con un altro libro, intitolato Esame dell’Esame d’un libro sopra la Maremma Sanese ripartito in tante note
da uno scrittor Maremmano.
Nella sostanza, come osserva Salvatore Randone (2001), sulla questione
della bonifica maremmana, si formano in Toscana due partiti: i tecnici capeggiati da Ximenes ritengono prioritaria la bonifica idraulica, mentre i politici, capeggiati da Bertolini, sono scettici sulla possibilità di modificare le
cause fisiche del paludismo con opere idrauliche, comunque molto costose e
suggeriscono come prioritaria una riforma giuridica, che favorisca con taluni incentivi e disincentivi, ma col minimo di opere pubbliche, più corretti e
produttivi usi del suolo. In effetti, la situazione è resa più complessa dal cattivo uso del suolo: gli affittuari del lago di Castiglione ostruiscono le acque di
deflusso ai fini della pesca e sono responsabili di impaludamenti locali; periodicamente in maremma si pratica l’allevamento brado e il bestiame è libero
di devastare argini, canali e colture, ecc.
Alla fine vince Ximenes, sostenuto dal Granduca, ma non si deve credere
che egli sia soltanto un tecnico, insensibile alle ragioni di riforme giuridiche,
economiche e sociali; al contrario, oggi siamo in grado di comprendere pienamente la grandezza e la modernità del suo programma, di fatto coincidente
con quello che molto più tardi sarebbe pienamente maturato col nome di bonifica integrale. Egli afferma che il primo intervento da realizzare è il ripristino degli equilibri idraulici, regolando, ma non sopprimendo i laghi costieri,
perché sono fonte di ricchezza (pesca, caccia, trasporto, utilizzo della vegetazione palustre); nello stesso tempo, concepisce il sistema idrico, il territorio,
le attività produttive, gli insediamenti e le infrastrutture, assieme alla popolazione, come un solo, ed indivisibile sistema e si propone d’intervenire sullo
stesso con una molteplicità d’interventi risanatori complementari.
È la stessa concezione del R.D. 215/1933, ma a lungo dopo Ximenes la
bonifica sarà considerata dal legislatore in termini riduttivi, come semplice
leonardo ximenes (1716-1786) 243
opera pubblica. Numerose sono le opere, complementari a quelle della bonifica idraulica (la famosa Casa Rossa, i canali, le bonifiche per colmata, ecc.),
le quali testimoniano la visione lungimirante di Ximenes: il piano regolatore
di Castiglione della Pescaia, per lo sviluppo del nuovo borgo sotto il castello,
lo scalo commerciale della città di Grosseto, canali navigabili, strade, ponti,
acquedotti, mulini disseminati sul territorio, il riordino dell’amministrazione
della pesca affidata all’Ufficio dei Fossi, ecc.
Un programma così impegnativo e innovativo, pur sostenuto dal governo,
non può garantire in tempi brevi tutti i risultati auspicati; va anche rilevato che gli interventi si concentrano soprattutto attorno al lago di Castiglione
della Pescaia e meno nelle altre paludi maremmane. Scontata l’opposizione
degli interessi contrastanti, col tempo si manifesta una diffusa delusione, a
causa della parzialità dei risultati ottenuti, che traspare nel giudizio dei contemporanei, anche quelli ben disposti nei confronti di Ximenes.
Scrive il suo biografo abate Luigi Brenna (1786): La sincerità ci obbliga a
confessare che le medesime grandiose operazioni non ebbero, almeno interamente,
l’ultimo effetto bramato con tanti voti, e procurato con tante spese. La Maremma
Sanese anche in oggi presenta l’aspetto d’una malsana e desolata Provincia. E le
raccolte alquanto più copiose di grano, e l’opportuno tragitto di pochi battelli per
certi ben immaginati canali […] e l’arricchimento d’alquanti particolari, o ancor se si vuole la condizione meno infelice d’alquanti castelli, ed altri somiglievoli
vantaggi son molto lontani dall’adequare l’idea d’una fisica riduzione all’antico
florido stato di quel vastissimo territorio. Egli (Ximenes) massimamente ne’ famigliari discorsi solea darne la colpa a certe esteriori circostanze fatali alla Maremma da lui indipendenti, le quali poneva in gran lume colla sua naturale eloquenza. Al contrario gli emoli di lui ed altre persone di lui malcontente ne rifondono
tutta la colpa sopra la temerità, e l’ambizione, più ancora che sopra l’inavvedutezza di lui medesimo. Solo col trascorrere del tempo, potendo valutare il programma di Ximenes nel suo insieme e in una prospettiva storica, a prescindere dai particolari contingenti, si sarebbe capita la sua grandezza.
5. la sistemazione del lago di bientina
Un altro importante progetto idraulico di Ximenes, simile al precedente, è
la sistemazione del lago di Bientina (prosciugato a metà dell’Ottocento), che
occupa una vasta area tra l’Arno e il Serchio ai confini tra gli Stati di Lucca e
di Firenze e provoca gravi inondazioni al territorio di Lucca. Della questione
si erano già in precedenza occupati vari scienziati (Benedetto Castelli, Giovanni Alfonso Borelli, Vincenzo Viviani, Tommaso Perelli). Il lago aveva scaricato in Arno fino alla rettificazione del fiume, realizzata nel 1560 dal Granduca Francesco Primo: l’unico emissario del lago era rimasta la Fossa Serezza,
tortuosa e soggetta ad interrimenti, la quale nel 1760 era stata spurgata e
prolungata fino in Arno, attraverso le cateratte di Vicopisano, costruite dallo
stesso Ximenes, a seguito dell’intesa raggiunta nel 1757 tra il Granducato di
Toscana e la Repubblica di Lucca, le cui ragioni erano state difese con successo da Ruggero Boscovich (1711-1787). In seguito i Lucchesi si rivolgono
a Ximenes per un progetto che li liberi definitivamente dalle inondazioni del
244 idraulici italiani
Il frontespizio del Piano di operazioni
idrauliche per ottenere la massima
depressione del lago di Sesto o sia di
Bientina (1782), redatto da Leonardo
Ximenes..
lago e se possibile lo prosciughi interamente e l’abate propone la formazione
di un canale, denominato Nuovo Ozzeri, che partendo dal fondo del lago di
Bientina ed attraversando la pianura Lucchese, con un percorso in parte sotterraneo, passi sotto il letto del Serchio e vada a scaricare nel lago di Massaciuccoli e di là alla foce di Viareggio.
La relazione di Ximenes alla Repubblica di Lucca reca la data del 25 settembre 1778. Sullo stesso tema si esprimono, per richiesta dei Lucchesi, Ruggero Boscovich (che rimane il loro consulente di fiducia) ed Eustachio Zanotti, i quali condividono l’impostazione generale del progetto, ma esprimono
rilievi su aspetti secondari. Nel 1782 esce a Lucca un libro dal titolo Piano di
operazioni idrauliche per ottenere la massima depressione del lago di Sesto o sia
di Bientina, contenente: la Relazione generale del Signor Abbate Leonardo Ximenes, le Riflessioni del Signor Abbate Rogerio Giuseppe Boscovich, l’Esame del
Signor Dottore Eustachio Zanotti e finalmente una nuova Informazione del Signor Abbate Leonardo Ximenes. leonardo ximenes (1716-1786) 245
Le Cateratte di Leonardo Ximenes,
in località Riparotto (Vicopisano),
realizzate attorno al 1760 per la bonifica
della palude di Bientina. Esse regolavano
lo sfocio nel fiume Arno delle acque
del lago attraverso il Canale Serezza
Vecchia e il Canale Imperiale, costruito
dallo stesso Ximenes. Per consentire la
navigazione del canale, furono costruiti
due sostegni.
6. bilancio dell’impegno come ingegnere idraulico
Complessivamente, i lavori come ingegnere idraulico, che impegnano Leonardo Ximenes per trent’anni nei comprensori di Bientina, della Pianura
Pisana, della Valdichiana e della Maremma grossetana, costituiscono un’impresa enorme, tenuto conto anche delle difficoltà d’accesso a luoghi impervi,
dei disagi fisici, del pericolo di malattie, delle inevitabili contese con interessi
contrastanti, a cui il robusto abate si sottopone di buon grado (portando tra
l’altro i segni di cadute da cavallo).
Sentiamo come si esprime a tale proposito Luigi Palcani Caccianemici
(1817), con stile un po’ retorico ma efficace nel descrivere l’arte della pratica
idraulica all’epoca: Alcuni eziandio tra loro si meraviglieranno della moltiplicità stessa dei lavori e delle osservazioni; e crederanno appena che un uomo solo
bastasse a tanto; non essendo massimamente la pratica idrometrica un’arte agiata
e comoda, ch’esercitar si possa nel tranquillo ritiro delle stanze, e nell’ombra erudita delle accademie. Essa naturalmente irrequieta e affannosa muove i suoi coltivatori a dure e disastrose peregrinazioni: ed or li tragge per balze e per dirupi
alle prime sorgenti dell’acque, or gli sforza a correre immense campagne, a visitar
opere, a livellar piani, a inerpicarsi per argini e per rialti; or li conduce a respirare un torbido aere e insalubre in mezzo a bassi gorghi ed a fangose paludi. Che
se dopo tante noie concede loro che si accolgano finalmente alle città, non pur li
travaglia colla molestia dei calcoli e colla difficoltà dei sistemi; ma li turba e li
grava di contrasti e di risse, li trasporta innanzi a’ tribunali; e li costringe ad affrontarsi coll’ignoranza e col pregiudizio, incontro a cui rado è che la ragione non
perda sue prove; ed a combattere la privata cupidigia, che sembra quasi certa di
prevaler sempre alla pubblica utilità.
246 idraulici italiani
Si rifletta che, secondo il costume dell’epoca, poco o tanto, tutti gli accademici Idraulici sono chiamati dai governi ad impegnarsi sul territorio; la durezza fisica e morale di questo tirocinio li tempra: spesso sono uomini di carattere, oltreché di scienza ed hanno spirito pratico. Nel caso di Ximenes, la
rilevanza e complessità delle opere realizzate nel campo della bonifica fanno sì
che egli sviluppi un insieme organico di conoscenze, che appare unico a confronto con quello degli altri pur valorosi colleghi Idraulici, perché spazia dalle
scienze esatte alle tecniche costruttive, all’organizzazione economico-produttiva e sanitaria del territorio.
Pianta topografica del Rio Martino e
Canali adiacenti. Per la bonificazione
superiore delle Paludi Pontine (da
Raccolta delle perizie ed opuscoli idraulici
del signor abate Leonardo Ximenes, 1785).
teodoro bonati
Il primo scritto su Teodoro Massimo Bonati è l’Elogio funebre (1820), letto al
Cimitero di Ferrara dall’avvocato Giulio Felici, che in seguito lo pubblica. La
Società Italiana delle Scienze, fondata da Lorgna nel 1782, della quale Bonati è
socio, pubblica il suo Elogio storico, scritto dal segretario Antonio Lombardi nel
1825, consultando anche le memorie manoscritte del Bonati. Un altro Elogio
di Teodoro Bonati ferrarese è scritto dal ferrarese monsignor Carlo Emanuele
Muzzarelli (1797-1856), uditore della S. Rota e pubblicato nel 1831. La
Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo xviii, pubblicata
a cura del professore Emilio De Tipaldo (Venezia, 1836), riporta una Biografia
di Teodoro Massimo Bonati, firmata da Domenico Vaccolini, professore di
filosofia e matematica a Bagnacavallo. Il dizionario biografico degli italiani della
Treccani presenta una buona sintesi delle indicazioni contenute nelle biografie
precedenti. Nell’attualità, l’Università di Ferrara ha approfondito il contributo
scientifico e didattico di Teodoro Bonati con vari studi d’Alessandra Fiocca e
Luigi Pepe, che riportano anche notizie biografiche. Una biografia di Teodoro
Bonati, a firma di Luigi Pepe, è pubblicata da Olschki (1992).
La vita
1. un medico con la vocazione
per la matematica e l’idraulica
Teodoro Bonati nasce da famiglia di media condizione a Bondeno (Ferrara)
l’8 novembre 1724. All’età di 16 anni viene avviato all’Università di Ferrara,
dove studia medicina, laureandosi nel 1746, a 22 anni. Inizia a praticare la
professione di medico a Bondeno, ma la sua vera vocazione è un’altra, ossia
la matematica e l’idraulica, a cui decide di dedicarsi, grazie al sostegno avuto
da due persone autorevoli.
A quell’epoca il più insigne idraulico ferrarese è il sacerdote Romualdo
Bertaglia (1688-1763), tecnico e perito del Comune nelle controversie idrauliche (soprattutto con Bologna), consultore della Congregazione dei lavorieri (istituzione simile agli attuali consorzi di bonifica, creata nel Polesine) e
professore all’Università di Ferrara. Bertaglia consiglia a Bonati di applicarsi alle matematiche, lo guida nell’apprendimento e ne fa il suo successore. Il
marchese umanista e mecenate Guido Bentivoglio (appartenente alla stessa
famiglia dei protettori di G.B. Aleotti) lo invita a trasferirsi nel suo palazzo
a Ferrara, come medico di famiglia, assicurandogli così i mezzi di sostentamento per proseguire negli studi matematici. Attorno al 1750, Bonati ritorna quindi a Ferrara e si dedica totalmente al nuovo ordine di studi, leggendo
con particolare interesse le opere di Gaetana Agnesi e stringendo amicizia col
giovane matematico d’origine trentina Gianfrancesco Malfatti (1731-1807),
allora bibliotecario, col quale in seguito condividerà un lungo periodo d’insegnamento presso l’Università di Ferrara. Scrive in proposito Carlo Muzzarelli
(1831): in moltissima amicizia si congiunse a quel Malfatti, i cui lumi e la cui
consuetudine poi tanto gli giovarono, ch’egli medesimo in processo di tempo ebbe
248 idraulici italiani
a dire aver più da quel sommo apparato, che se una intera biblioteca avesse pure
svolta, e fissatasi in capo.
2. assistente e successore di romualdo bertaglia
come idraulico di ferrara
Seguendo la tradizione dei matematici ferraresi, Bonati decide di dedicarsi
all’idraulica teorica e pratica, con una scelta di specializzazione, che appare
opposta a quella enciclopedica di altri intellettuali del Settecento, come Anton Mario Lorgna. Scrive Carlo Muzzarelli (1831): E certo niuno avvi sì ignaro delle cose di questa Italia, che non iscorga a colpo d’occhio la necessità somma,
che ha Ferrara di professori ottimi nella idraulica, che quella città per ogni maniera di studi e di coltura nobilissima difendano co’ loro lumi, col loro ingegno,
colla loro attività da quel fiume regale, di cui sorprende la maestà nella calma,
spaventa la possanza ed il furore nelle innondazioni.
Nel 1759, il novello idraulico ferrarese ha il suo primo banco di prova nel
viaggio a Roma, compiuto come assistente del suo maestro Romualdo Bertaglia, per discutere la secolare questione del Reno, che oppone Bologna e Ferrara e sembra anche per una visita alle Paludi Pontine. Tornato in patria, l’anno successivo interviene alla visita ordinata dal Pontefice Clemente xiii e dal
cardinale Conti, nel tentativo di comporre la lite del Reno.
Da allora, il credito acquistato da Bonati fa sì che egli sia costantemente
consultato su questa e altre importanti questioni idrauliche: dopo la morte
del Bertaglia nel 1763, diventa il suo successore come idraulico di riferimento
di Ferrara ed anche come Consultore della Congregazione dei lavorieri (dal
25 novembre 1763), imposta e dirige i maggiori lavori idraulici che interessano la provincia ferrarese. La sua fama crescente fa sì che egli sia consultato
anche per lavori idraulici, che interessano altre province degli Stati pontifici
(come i porti di Fiumicino, Ostia e Senigallia, la bonifica delle Paludi Ponti-
Carta del 1776 con tre linee di
tracciato per la sistemazione del Reno:
collegamento Nord (Cavo Benedettino),
A Linea Bertaglia, B Linea superiore,
sostenuta da R. Boscovich.
teodoro bonati (1724-1820) 249
ne, il lago di Bracciano, la cascata delle Marmore, che oppone Ternani e Reatini) e anche altri Stati (per es. nel 1772 il Torrente Tidone nel Ducato di
Parma, nel 1779 i confini del Principato di Piombino, nel 1792 il raddrizzamento del fiume Panaro nel Ducato di Modena). Come riconoscimento del
suo impegno, il Papa gli concede l’ordine equestre dello Speron d’oro.
3. la polemica con genneté
sulla confluenza dei fiumi
Alle intense attività di consulenza come ingegnere idraulico, che assieme all’insegnamento lo occupano fino a tarda età, Bonati associa presto la ricerca, a cui
può complessivamente dedicare meno tempo, segnalandosi in ogni caso come
uno dei principali scienziati idraulici della seconda metà del Settecento.
Le prime ricerche sono realizzate all’inizio degli anni ’60, un decennio prima di ottenere la docenza all’Università: si tratta di sperimentazioni pubbliche, a Ferrara e poi a Roma, sull’effetto della confluenza dei corsi d’acqua,
che immediatamente richiamano l’attenzione della comunità scientifica italiana ed europea, in quanto contestano le tesi sostenute dall’ingegnere autodidatta lorenese, al servizio della Casa d’Austria, Claude Léopold Genneté
(1706-1782). La vicenda è interessante per la storia dell’idraulica e collegata all’interminabile contesa tra Bologna e Ferrara per la questione del Reno.
Il Genneté pubblica una memoria con i risultati delle sue esperienze idrauliche a Leida nei Paesi Bassi: Expériences sur le cours des fleuves: ou lettre a un
Magistrat Hollandois (Paris, Michel Lambert, 1760). In questo libro, egli sostiene che due fiumi aggiunti ad un al­tro in tempo di piena non facciano in questo alcun ac­crescimento sensibile d’altezza, e che un fiume pieno, se si divide in
uno o due rami, non si abbassi sensibilmente di superficie.
Il primo scienziato italiano a leggere il trattato di Genneté è l’abate milanese Paolo Frisi (1728-1784), che ne parla con entusiasmo nel suo libro Del
modo di regolare i fiumi e torrenti (Lucca, 1762), frutto dei precedenti lavori
presso la Commissione pontificia per la questione del Reno ed in seguito tradotto anche in francese ed inglese. Sulla posizione di Frisi si allinea rapidamente Jacopo Mariscotti Berselli (1725-1790), professore di fisica presso l’Università e sovrintendente alle acque di Bologna (Scrittura 27 Febbrajo 1762).
È evidente che le stravaganti tesi di Genneté portano acqua al mulino dei Bolognesi, i quali da sempre sostengono l’irrilevanza dell’accrescimento di livello del Po, conseguente all’immissione del Reno, da loro a lungo caldeggiata.
Per ragioni opposte, i Ferraresi si preoccupano: il libro del Genneté è rapidamente tradotto in italiano e stampato in Ferrara (Barbieri, 1763) col titolo
Esperimenti sopra il corso dei fiumi e a Bonati sono procurati i mezzi per rifare
le esperienze sulla confluenza e la diramazione dei corsi d’acqua. Scrive Bonati (1766): I nostri sperimenti si sono fatti nel settembre 1762, pubblicamente in Ferrara, e alla presenza di rispettabili Personaggi, fra’ quali non isdegnò di
trovarsi l’Eminentissimo Sig. Cardinale Marcello Crescenzi nostro legato, e Arcivescovo: e per assicurar maggiormente la verità, si sono pure iterati in diversa foggia anche in Roma ne’ primi mesi del 1763, alla presenza parimenti di Soggetti
per condizione, e per dottrina cospicui, ed anche di qualche Eminentissimo Por-
250 idraulici italiani
Il frontespizio della pubblicazione di
Teododoro Bonatti (1766), nella quale
illustra le sue esperienze in confutazione
delle tesi di Claude Léopold Genneté
sull’idraulica fluviale.
porato, e specialmente del Sig. Cardinale Pierpaolo Conti, che era stato poc’anzi
presidente alla visita delle acque, che travagliano le tre Provincie di Ravenna, di
Bologna e di Ferrara. Prima della loro pubblicazione, i risultati delle esperienze di Ferrara e di Roma, che smentiscono clamorosamente le sue, giungono
all’orecchio del Genneté, ed egli scrive da Parigi una lettera, in data 16 agosto
1763, nella quale tenta di confutarli; alcuni estratti della lettera sono riportati in seguito dal Bonati.
Nel 1766 Bonati pubblica, con dovizia di particolari, i risultati dei suoi
esperimenti nella memoria Esperienze in confutazione del Sig. Genneté intorno
al corso de’ fiumi e conclude: Mi lusingo di aver tanto da poter francamente asserire, che gli Sperimenti del Sig. Genneté sono fallacissimi, e che è verissimo, come si
è sempre sostenuto in passato, che un fiume aggiunto ad un altro alza sensibilmente
il pelo del recipiente, e che la diramazione di un grosso corpo d’acqua fa abbassare
sensibilmente la superficie del fiume diramato. La tesi del Genneté viene dunque stroncata; dal punto di vista scientifico, essa rappresenta soltanto una svista nella storia dell’idraulica, non sostenuta da un’autentica cultura scientifica.
La vicenda procura a Bonati notorietà internazionale. La contesa si spegne
rapidamente, ma ancora all’inizio dell’Ottocento il conte Francesco Mengotti (1749-1830) ripeterà gli esperimenti di Bonati su canali ancora più grandi,
con risultati simili (v. Idraulica fisica e sperimentale, 1818).
4. la polemica con pons, in difesa
della scienza idraulica italiana
Vent’anni dopo Bonati ha un’altra polemica con un matematico francese,
che attacca duramente la scienza idraulica italiana. Si tratta di Joseph Bernard
Pons (1748-1816), direttore del R. Osservatorio della Marina di Marsiglia
e membro dell’Accademia delle scienze di questa città, che pubblica il libro
Nouveaux principes d’hydraulique, appliqués à tous les objets d’utilité et particulièrement aux rivières (Paris, Didot et Jombert, 1787). Nella prefazione (Discours historique et critique) l’autore afferma che gli Idraulici italiani s’illudo-
teodoro bonati (1724-1820) 251
Teodoro Bonati realizza un ciclo di
sperimentazioni per contestare la
formula dell’efflusso dalle luci, proposta
dal francese Joseph Bernard Pons
(1787). La sua memoria è pubblicata
dalla Società italiana delle scienze (1811)
no di avere conservato il primato in Europa, anzi non l’avrebbero mai avuto,
considerata un’infinità d’errori, che egli sostiene di aver trovato in Galileo,
Castelli, Guglielmini, Frisi, riguardo alla teoria e alla pratica.
All’insolente francese rispondono vari scienziati italiani, ma la risposta più
puntuale è quella di Teodoro Bonati, perché associa ad aspetti teorici anche
un ciclo di sperimentazioni, condotte con l’assistente Luigi Gozzi, sulla fuoriuscita dell’acqua dal foro di un vaso, in cui essa affluisce già animata da una
certa velocità; i risultati contestano la validità della nuova formula proposta
dal Bernard per calcolare la velocità d’efflusso, dimostrando che gli scarti tra i
valori teorici e i valori sperimentali sono maggiori di quelli delle formule suggerite da Newton, Bernoulli, Eulero ed altri.
5. la cattedra d’idrostatica ed idrodinamica
all’università di ferrara
Veniamo ora al terzo campo delle attività di Teodoro Bonati, ossia l’insegnamento, che inizia, quando nel 1772 egli occupa la cattedra d’idrostatica ed
idrodinamica presso l’Università di Ferrara. L’anno prima (1771) è stata avviata un’importante riforma degli insegnamenti di matematica (nel cui ambito sono inquadrati gli studi d’idraulica), che vede come protagonista il nuovo
docente di matematica Gianfrancesco Malfatti, amico di gioventù del Bonati; la vicenda è narrata con dovizia di particolari da Alessandra Fiocca (in
Studi matematici e regolazione delle acque, 2004). Malfatti rileva che spesso il
giovane ferrarese che si iscrive a matematica, nell’intraprendere una tal carriera, tende principalmente a incamminarsi per la Scienza delle Acque, e della direzione de’ Fiumi e distingue due figure professionali: quella del perito idraulico,
che ha solo cognizioni teoriche elementari e quella del matematico idrostatico,
che invece deve avere una preparazione scientifica approfondita.
La riforma prevede un percorso di studio quadriennale con due corsi biennali, tra loro coordinati, ma ciascuno con un proprio lettore, rispettivamente in algebra e geometria e in idrostatica ed idrodinamica. I due docenti dei
corsi biennali sono appunto Malfatti e Bonati, che insegnano, in stretta collaborazione, fino alla fine del secolo. È inoltre necessario, secondo Malfatti,
esercitare i giovani allievi nelle operazioni pratiche e nell’uso degli strumenti
geodetici, attraverso escursioni di campagna, sotto la guida di un Notaio o un
252 idraulici italiani
Giudice d’Argine; viene quindi prevista una terza cattedra di geometria pratica, che è affidata a docenti diversi. Prende così forma compiuta un nuovo
insegnamento, con tratti di notevole modernità, funzionale alla formazione
dell’ingegnere idraulico. Nel corso degli anni, per Bonati quest’attività acquisterà importanza crescente ed egli la eserciterà fino a tarda età.
6. il trauma della rivoluzione francese
All’avvento della rivoluzione francese, con la conquista napoleonica dell’Italia nel 1796 e la nascita della Repubblica Cispadana e poi Cisalpina, le due
figure scientifiche eminenti dell’Università di Ferrara, ossia Malfatti e Bonati, ormai di fama internazionale, si dividono: Malfatti, come molti altri intellettuali, aderisce alla Repubblica e partecipa attivamente alla vita politica;
Bonati invece è di sentimenti opposti e resiste alle pressioni ed ai tentativi di
coinvolgerlo nel nuovo ordine. Suo malgrado, nel 1797 è eletto dal popolo
membro del Corpo degli Juniori della Repubblica Cispadana e, come Anziano, presiede in Bologna la seduta del detto Corpo; ma si rifiuta di prestare il
giuramento di fedeltà e perde tutti gli incarichi pubblici, a partire dall’insegnamento (scrive: avendo io ricusato di prestare il 17 febbraio 1798 il giuramento civico ai francesi, sono stato destituito da ogni impiego pubblico); la sua
cattedra all’Università è occupata da Tommaso Barbantini. Nel 1799, quando Napoleone è in Egitto, l’esercito austro-russo caccia quello francese e Bonati è reintegrato (il 17 maggio 1799 fui riammesso nelle mie cariche); viceversa Malfatti è licenziato.
Il ritorno in Italia dei Francesi, dopo la vittoria di Napoleone a Marengo
nel 1800, segna l’inizio di una fase politica più moderata. Bonati non cambia
i propri sentimenti, ma il nuovo regime non lo allontana dall’insegnamento,
anzi moltiplica segni di stima ed attenzione, in applicazione dell’intelligente linea politica di Napoleone, volta a ricuperare la collaborazione di tutte le
personalità più eminenti: egli riceve la Legion d’onore dell’Impero francese
e poi la Corona ferrea del Regno d’Italia, nel 1802 è chiamato a far parte dei
trenta membri fondatori dell’Istituto Nazionale Italiano, nel 1806 è nominato Ispettore onorario generale d’Acque e Strade. Ciononostante, quello napoleonico rimane per Bonati un periodo di forti tensioni, per vicende che non
riguardano tanto la sua persona, quanto l’amatissima città di Ferrara, la quale
subisce un doppio smacco, perché perde l’Università ed è sconfitta (sia pure
temporaneamente) nella secolare contesa con Bologna per il fiume Reno.
7. la scuola speciale d’idrostatica di ferrara
L’organizzazione del nuovo Stato italiano (prima Repubblica Cispadana-Cisalpina-Italiana e poi Regno d’Italia), che riunisce province appartenenti a
diversi, antichi Stati regionali, s’ispira alla tradizione centralista francese, assai diversa dal particolarismo italiano. Le sedi universitarie esistenti sembrano troppe e quindi, con legge 4 settembre 1802, è approvata una legge di
riordino dell’ordinamento scolastico, che mantiene soltanto le sedi universitarie di Pavia e di Bologna, dove insegnano rispettivamente i matematici-i-
Ritratto del matematico Gianfrancesco
Malfatti (1731-1807), amico di gioventù
di Teodoro Bonati e suo collega
all’Università di Ferrara, dove insieme
dal 1771 realizzano un’importante
riforma dell’insegnamento, per la
formazione del perito idraulico e del
matematico idrostatico.
teodoro bonati (1724-1820) 253
draulici Vincenzo Brunacci (1768-1818) e Giuseppe Venturoli (1768-1846);
dopo l’annessione del Veneto nel 1806, a queste sedi si aggiungerà Padova,
dove insegna Giuseppe Avanzini (1753-1827). Le due antiche Università di
Modena e di Ferrara, create dai rispettivi Ducati, sono soppresse. Peraltro, la
legge istituisce contemporaneamente quattro Scuole speciali, di cui una d’Idrostatica, con sede a Ferrara, mentre a Modena è trasferita l’Accademia militare di Verona.
La legge è applicata nel 1804, anno in cui nasce La Scuola speciale d’Idrostatica, che viene affidata a Teodoro Bonati, il quale ha già 80 anni ed è
assistito da un suo ex allievo, Luigi Gozzi. Il Regolamento 23 ottobre 1804
stabilisce che nell’insegnamento dell’idraulica, di durata annuale, il docente: premette i principi della Meccanica per le leggi fondamentali dell’equilibrio
e movimento de’ corpi, tratta dell’equilibrio de’ fluidi, del movimento dell’acqua
uscente per fori fatti nel fondo, o nelle pareti de’ vasi, o mantenuti pieni d’acqua,
o che si vuotano, del movimento dell’acqua per canali artefatti, delle pescaie e loro
effetti, dell’urto de’ fluidi ne’ corpi quieti, o che si muovono, della confluenza delle
acque da vari canali in uno, della diversione delle acque da un canale in due, o
più canali, della natura de’ fiumi torbidi, e di quelli che portano ghiaie, de’ modi
di riparare gli argini, de’ modi di chiudere le rotte degli argini, delle regole per le
nuove inalveazioni de’ Fiumi, delle regole pei canali di scolo delle campagne, della costruzione delle chiaviche, paratoie, chiuse e sostegni ne’ Fiumi per la navigazione, ecc. L’attività di laboratorio è importante, considerato l’inventario, che
elenca oltre settanta apparecchi, tra strumenti, macchine e modelli, di cui 25
per la statica e la dinamica, 10 per l’idrostatica, 40 per l’idraulica e l’idrodinamica (v. Fiocca, 1991).
Nella prassi didattica, la Scuola d’Idrostatica del Bonati appare dunque
un’ottima istituzione scolastica, ma ha alcuni gravi difetti, riconducibili in
buona sostanza alla perdita del legame organico con l’Università. Per l’iscrizione alla Scuola non è richiesto un titolo di studio, ma solamente la conoscenza della geometria e dell’algebra cartesiana. L’unico valore giuridico riconosciuto alla Scuola è l’equivalenza ad uno degli anni di pratica presso gli
studi professionali, necessari per l’esercizio delle professioni d’Ingegnere, Perito agrimensore e Architetto (rispettivamente quattro, tre e due anni), il cui
titolo si consegue al termine di uno specifico corso presso una delle Università nazionali. Si noti che il tirocinio presso gli studi professionali è meno regolamentato della Scuola d’Idrostatica, con effetti disincentivanti per l’iscrizione a quest’ultima e invano il Bonati, in una lettera del 14 novembre 1809 al
Direttore generale della Pubblica Istruzione, protesta, proponendo che il suo
corso sia reso almeno obbligatorio per coloro, che aspirano alla carica d’Ingegnere Idraulico del Dipartimento del Basso Po.
Alla Scuola s’iscrivono pochi allievi (mediamente meno di 10 l’anno), che
ne apprezzano la qualità dell’insegnamento teorico-pratico. Nel 1809 il Bonati viene giubilato, ossia va in pensione per limiti d’età. La Scuola d’Idrostatica rimane aperta fino al 1817, quando, nell’ambito del restaurato Stato
pontificio, è integrata nella Scuola per la formazione del Corpo degli Ingegneri pontifici, con corsi di specializzazione di durata triennale.
254 idraulici italiani
La nuova Scuola, fondata da Giuseppe Venturoli (1768-1846) sul modello dell’Ecole des Ponts et Chaussées francese, inizialmente ha due sedi a Roma
ed a Ferrara. Per gli aspetti idraulici, la Scuola d’ingegneria si pone in continuità con la precedente esperienza ferrarese, sanando la lacuna nella selezione di base, poiché sono ammessi solo gli studenti, che hanno completato gli
studi fisici e matematici presso le Università di Bologna o di Roma. Nel 1817
l’anziano Teodoro Bonati viene richiamato in servizio, come direttore della
sezione ferrarese della Scuola d’ingegneria e si batte per il suo potenziamento, ma dopo la sua morte, nel 1820, la sezione di Ferrara è soppressa, per ragioni d’economia.
8. la strenua e sfortunata difesa di ferrara
nella questione del reno
Teodoro Bonati, durante il periodo napoleonico, è nuovamente coinvolto
nell’interminabile questione del Reno, che oppone da secoli Ferrara a Bologna. Finora Ferrara è sempre riuscita a prevalere, evitando la temuta immissione del Reno nel Po e addirittura ottenendo, nella prima metà del Settecento (grazie anche all’impegno del maestro di Bonati, Romualdo Bertaglia),
l’avvio dei lavori per la diversione del Reno verso l’Adriatico, attraverso il
Cavo Benedettino, ma i lavori vanno a rilento e il nuovo alveo si rivela insufficiente; all’inizio dell’Ottocento riprende quindi forza la tesi bolognese.
A tale proposito, scrive Antonio Lombardi (1825): Niuno forse immaginato
sarebbesi, che dopo due e più secoli di contrasti per la immissione del Reno in Po
vigo­rosamente sostenuti dai Ferraresi contro i Bolognesi, che sempre dovettero soccombere nella lotta, sorgesse un’epoca fortunata per questi ultimi, i quali rimesso
avendo in cam­po l’affare, ottennero che formata venisse una commissione, scelta
fra i più celebri Idraulici Italiani, la quale nuovamen­te lo discutesse.
Bonati è chiamato a far parte della Commissione formata nel 1802, che
si riunisce a Modena per discutere questo ed altri problemi idraulici (Fiume
Tartaro, Valli Mirandolesi e Mantovane) e, nonostante l’età, si batte come un
leone per difendere la causa della sua patria ferrarese, ma l’aria che tira è favorevole ai Bolognesi. Egli stesso narra di aver esposto direttamente all’imperatore le ragioni di Ferrara: l’Imperatore volle sentirmi alquanto a lungo sull’immissione del Reno in Po, presenti i bolognesi, promotori di detta immissione.
Sulla questione (e su altre riguardanti il sistema idrografico del Regno d’Italia), Napoleone ascolta soprattutto il suo ingegnere di fiducia Gaspard Marie
Riche de Prony (1755-1839), direttore de l’Ecole des ponts et chaussées.
Dopo tre anni di discussioni, Napoleone, che con la moglie Giuseppina
visita la città di Bologna il 21 giugno 1805, pochi giorni dopo decide l’immissione del Reno nel Po Grande (decreto 25 giugno 1805), dando ragione ai
Bolognesi. In quel momento la sconfitta dei Ferraresi sembra totale e lo sconforto è grande; ma negli anni successivi i lavori sono sospesi e sappiamo che
alla fine prevale la tesi di Ferrara, perché oggi il Reno sfocia nel Mare Adriatico. I Ferraresi saranno riconoscenti a Bonati per il suo coraggioso, ancorché
sfortunato impegno, murando dopo la sua morte sulla facciata del palazzo
Bentivoglio, che lo ospitava, una lapide che ricorda la sua battaglia.
Lapide commemorativa di Teodoro
Bonati, apposta alla facciata del palazzo
Bentivoglio, in via Garibaldi 90, a
Ferrara, residenza dell’idraulico ferrarese:
qui / trasse gli ultimi suoi giorni /
teodoro bonati da bondeno / sommo
idraulico / che a napoleone primo /
la minacciata immissione di reno in
po / impavido contraddisse.
teodoro bonati (1724-1820) 255
9. consultore per i lavori idraulici
durante la restaurazione
Alla restaurazione del vecchio regime (1814), Bonati ha ormai 90 anni ed
è fisicamente provato, ma ancora intellettualmente lucido e viene spesso consultato per questioni idrauliche. Il 17 febbraio 1818, il cardinale Tommaso
Arezzo (1756-1833), Legato di Ferrara, lo nomina Con­sultore per i lavori
idraulici Provin­ciali. Nel 1815 è iscritto all’Accademia di scienze e belle lettere di Orciano e nel 1819 è nominato accademico onorario dell’Accademia
Ariostea di Ferrara.
Teodoro Bonati muore il 2 gennaio 1820, e il Comune di Ferrara decide di
destinargli a monumento una cella degli antichi cenobiti della Certosa. Ancora pochi giorni prima della fine, stava studiando un nuovo metodo di calcolo algebrico; la matematica pura rappresentava, infatti, l’unico passatempo
di una persona, che aveva dedicato tutta la sua vita all’idraulica teorica e pratica e di lui rimangono anche alcune pubblicazioni matematiche (in particolare sulle equazioni di 5° e 6° grado), che denotano una notevole competenza.
Antonio Lombardi indica tre sue perspicue qualità caratteriali: una vita sobria, una rara modestia, un’intima religiosità; aggiungeremmo la fermezza del
carattere. Scrive il suo concittadino Carlo Muzzarelli (1831): pio senza ostentazione, saggio e costumato, visse celibe; unito di cuore e di fama ai dotti dell’età
sua, sapeva ad un tempo conversare con ogni classe di persone, ond’era ricercato
universalmente.
Teodoro Bonati è raffigurato tra gli
illustri ferraresi, nei tondi che adornano
la facciata del palazzo di San Crispino a
Ferrara.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. le esperienze intorno al corso dei fiumi
Nella pubblicazione del 1766, che illustra le sue esperienze, l’idraulico ferrarese non nasconde una punta d’imbarazzo: avviare un programma di sperimentazioni per verificare le teorie del Genneté significa dare alle stesse, palesemente assurde, un minimo di credito. Egli ammette che le ragioni di questa
iniziativa sono collegate agli interessi della città di Ferrara, per le passate, non
meno che per le presenti controversie con Bologna intorno al Po, e ai torrenti alla destra del Primaro: E ciò si è fatto più per appagare l’altrui curiosità, e
smentire con evidenza la troppa credulità di chi gli ha prestato fede, che perché ve
ne fosse un preciso bisogno a rischiaramento del vero. Era bensì necessario per un
altro verso l’andar contro a questo nuovo sistema, per evitare que’ gravissimi danni, che a nazioni intere, abbracciato che fosse, recar potrebbe, promuovendo esso
ogni nuova inalveazione di un fiume in un altro, in una maniera da far nascere
continue inondazioni (Bonati, 1766).
Bonati riassume la questione in termini storici. Le prime esperienze di laboratorio per identificare quella, che oggi chiamiamo la scala delle portate dei
corsi d’acqua, risalgono agli ultimi anni di Benedetto Castelli (1577-1643),
attorno al 1640, e sono pubblicate nell’edizione postuma del suo trattato
(Della misura dell’acque correnti, Libro ii, Bologna, Dozza, 1660): esse forniscono una legge che vede la velocità media proporzionale alle altezze del-
Nell’atrio sella sede municipale di
Bondeno è ancora vivo il ricordo
dell’illustre figlio Teodoro Bonati.
Lapide commemorativa del Lions Club
(14 novembre 1992).
256 idraulici italiani
la corrente. Le esperienze stesse sono ripetute sulle rogge del Lodigiano da
Giambattista Barattieri (1601-1677), che le pubblica nel suo trattato (Architettura d’acque, Piacenza, Parte ii, Giovanni Bazachi, 1663) ed a Roma nel
1682 da Giandomenico Cassini (poi membro dell’Accademia delle scienze
francese), che ottiene gli stessi risultati (v. Raccolta di scritture ecc., Bologna
1682). Domenico Guglielmini (1655-1710), nel suo trattato Aquarum fluentium mensura (Bononiae, Typographia Pisariana, 1690) stabilisce una nuova
legge (tratta da quella di Torricelli), che vede la proporzionalità tra la velocità media e la radice quadrata delle altezze della corrente. Questa regola viene confermata sperimentalmente dal modenese Domenico Corradi d’Austria
(1677-1756), nel 1719 (Ragguaglio di una scrittura intitolata Compendio ed
esame del libro Effetti dannosi ecc., Modena, Bartolomeo Soliani, 1719). Scrive Bonati: Tutte le accennate sperienze erano ristrette ad un solo canale. Il Sig
Genneté è stato il primo, che le abbia tentate intorno all’unione di più fiumi in
uno solo, e intorno alla divisione di un fiume in più rami.
Bonati divide la materia in due capi: esperienze in piccolo (di laboratorio)
e prove in grande (sui fiumi). Egli confuta non solo le ragioni del Genneté,
ma anche quelle di alcuni altri, a’ quali troppo giova, per li privati loro fini, che
vengano ammesse, e credute (allude al partito bolognese) e precisa: Protesto,
ch’io non intendo di condannare il Sig. Genneté d’impostura; anzi ne commendo altamente il buon genio d’investigare per via d’esperienze il vero sistema della
natura. Io non dirò altro di lui, salvo che ha traveduto gravemente. Parmi, che il
suo equivoco stia intorno alla quantità dell’acqua, ch’egli credea, che scorresse pel
suo Fiume; ma non posso asserirlo, per non avere un’intiera descrizione della sua
Macchina […]. Sarà una prova invincibile dell’onesto suo animo, se farà pubblica, ed esatta descrizione della sua Macchina, e dirà a minuto (come farò io delle
mie) come l’ha adoperata (Bonati, 1766).
Bonati descrive nel dettaglio le macchine utilizzate a Ferrara e a Roma ed i
risultati delle sue esperienze, che contraddicono quelle di Genneté, e si pongono in continuità con quelle di Castelli, Cassini e Barattieri, concludendo:
Nel secondo, e nel sesto Sperimento avendo io raddoppiato l’acqua de miei fiumi
mediante un Influente, io non doveva, secondo il Signor Genneté, accorgermi di
verun accrescimento nell’altezza dell’acqua corrente nell’uno, e nell’altro caso: e
pure vi osservai degli accrescimenti eguali a un dipresso alla metà dell’altezza di
prima. Eguali, o poco minori sono stati gli aumenti seguiti nel terzo, e nel settimo; e pure, secondo il Signor Genneté, dovevano essere molto tenui. Nel nono Sperimento avendo io aperto un diversivo di capacità eguale a quello del Recipiente,
vidi un decrescimento ben sensibile in tutto il fiume, benché superiormente alla
diversione fosse minore: ma al dire dello stesso Autore, tale abbassamento dell’acqua doveva essere insensibile tanto sopra, che sotto la diramazione: dunque tali
mie Sperienze si oppongono affatto a quelle del Signor Genneté […]. Le descritte
Sperienze fatte in picciolo sembrano coincider molto con quelle del Castelli, del
Barattieri, e del Cassini […]. Ciò posto, si conosce ancora, che se il Castelli, il
Barattieri, il Cassini, e il Corradi, invece di aggiungere acqua ai loro fiumi artefatti nella maniera che fecero, si fossero serviti, in far quelle aggiunte, di diversi
Influenti, avrebbero veduto nei loro fiumi que’ medesimi accrescimenti sensibili,
che vi osservarono senza aver fatto uso d’Influenti, e così in certo modo può dirsi,
teodoro bonati (1724-1820) 257
che alle Sperienze del Signor Genneté si oppongano ancora quelle di tutti i suddetti Autori […]. I miei Sperimenti, che, come ho detto anche di sopra, ho fatti
sempre in pubblico, e tal volta a vista di un Popolo, e colla presenza di persone di
tutta l’autorità, e di tutta l’intelligenza, io gli ho qui descritti così a minuto, che
chi volesse, potrebbe riscontrarli appuntino con tutta la facilità; né lascierò d’insinuare a tutti di ripetere i miei, o a farne altri consimili in qualche maniera anche più acconcia: e sopra tutto dirigo questa mia insinuazione a quelli, che non
restassero persuasi della verità de’ medesimi miei Sperimenti.
Le esperienze realizzate da Bonati per confutare quelle del Genneté hanno
un’importanza rilevante nella storia dell’idraulica europea, perché riaccendono l’interesse per l’idraulica sperimentale, attraverso una serie d’iniziative
emulative, che coinvolgono le due più importanti scuole idrauliche dell’epoca: l’italiana e la francese.
Pochi anni dopo, a Torino (La Parella), viene costruito un grande Stabilimento permanente di sperimentazione idraulica (il primo d’Europa!), dove
opera Francesco Domenico Michelotti (1710-1787), che pubblica i suoi risultati, anch’essi contrari al Genneté (Sperimenti idraulici principalmente di-
Apparecchiature sperimentali utilizzate
da Teodoro Bonati per confutare le
tesi sull’idraulica fluviale, sostenute
da Léopold Genneté (tavola tratta
da Esperienze in confutazione del Sig.
Genneté intorno al corso de’ fiumi,
contenuta nel sesto volume della Nuova
raccolta d’autori, che trattano del moto
dell’acque (Parma, 1766).
258 idraulici italiani
retti a confermare la teorica e facilitare la pratica del misurare le acque correnti,
Torino, Stamperia reale, 1767-1771). All’inizio dell’Ottocento, in questo laboratorio, lavorerà il grande Giorgio Bidone (1781-1839).
La scuola idraulica francese, che considera Genneté come un esterno, in
quanto a servizio dell’Impero, appare inizialmente più distaccata; ma sono le
nuove esperienze italiane, a partire da quelle di Bonati, a suscitare l’interesse
e l’emulazione francese. Giuseppe Venturoli (1768-1846), in Ricerche sulle resistenze che ritardano le acque correnti (1807) scrive: l’esempio degl’Italiani eccitò l’industria de’ Francesi a simili ricerche. In Francia, è l’abate Charles Bossut (1730-1814) ad assumere l’iniziativa, con due cicli di esperienze su canali
(1765-1766), di cui parla nel suo Traité élémentaire d’hydrodynamique (1771);
seguiranno le esperienze di Pierre Du Buat (1734-1809) nel 1780-1783. Insomma, a partire dalla contesa tra Genneté e Bonati, si apre in Europa un periodo di fervida sperimentazione idraulica.
2. il saggio sul movimento delle acque
e l’asta ritrometrica
Nel 1784 Bonati pubblica il Saggio di una nuova teoria del movimento delle
acque pei fiumi e nuovo metodo per trovare colla esperienza la quantità dell’acqua corrente per un fiume, nel quale esamina criticamente le teorie del moto
delle acque da Benedetto Castelli a Domenico Guglielmini, espone una propria teoria sulla scala delle velocità nella sezione trasversale dei corsi d’acqua
ed illustra gli esperimenti condotti a sostegno della stessa. Egli si confronta
con le teorie generali sul movimento delle acque, formulate dai grandi Idraulici del passato, alla luce delle numerose osservazioni da lui fatte sui fiumi italiani, deducendo che, per quanto ingegnose e all’epoca innovative, esse non
L’asta ritrometrica di Teodoro Bonati
(1784), immersa nell’acqua tranquilla (a
sinistra) ed in movimento (a destra).
teodoro bonati (1724-1820) 259
corrispondono, se non in parte, alla variabilissima realtà fisica, che è molto
difficile inquadrare in una formula teorica: La forza intrinseca della gravità che
anima ogni particella di fluido si congiunge con la forza estrinseca generata dalla pressione delle circostanti colonne a produrre il mirabile effetto del movimento del fluido, effetto che si potrebbe sommettere al calcolo più rigoroso se alterato
non fosse dalle resistenze delle sponde e del fondo dei fiumi; perlocché la scala delle velocità, che sarebbe nell’ipotesi dell’Autore una curva facilmente determinabile, perché si conoscerebbero gli elementi richiesti a descriverla, riesce assai diversa
(Bonati, 1784).
Data la difficoltà di determinare a priori l’effetto delle resistenze, agli occhi
dello scienziato ferrarese (ed anche d’altri eminenti Idraulici italiani, come
Antonio Lecchi), acquista crescente importanza, più che la formulazione di
teorie generali, l’applicazione di regole empiriche, come la costruzione di
modelli e il perfezionamento degli strumenti per la misura della velocità.
Bonati rifiuta il metodo all’epoca prevalente per la misura delle velocità
puntuali, ossia il pendolo idrometrico di Guglielmini, in quanto lo ritiene
impreciso, e lavora con un nuovo strumento cilindrico, chiamato asta ritrometrica, che consente di misurare la velocità media lungo la verticale ed è derivato dalla tradizione ferrarese, ossia dall’asta di Niccolò Cabeo (1646), poi
modificata da Giambattista Barattieri (1663) e da Antonio Lecchi (1765).
Sull’esattezza dell’asta ritrometrica, nasce una contesa con il padre barnabita milanese Bartolomeo Ferrari (fratello dell’ingegnere idraulico Bernardino
Ferrari), che la critica, proponendo un diverso strumento di misura (v. Bartolomeo Ferrari, Dissertazioni idrauliche, vol. ii, Milano, Galeazzi, 1793). L’asta
ritrometrica di Bonati risulta diffusa all’inizio dell’Ottocento (v. Giovambattista Masetti, Descrizione, esame e teoria di tutti i tachimetri idraulici fino ad
ora conosciuti, Bologna, Jacopo Marsigli, 1823) ed è ancora usata nella seconda metà del secolo (v. Turazza, 1867).
paolo frisi
Subito dopo la morte di Paolo Frisi, escono due biografie importanti: quelle
del pisano monsignor Angelo Fabroni (1785) e del conte milanese Pietro Verri
(1787). Fabroni ha conosciuto Frisi durante il lungo periodo in cui questi
ha insegnato all’Università di Pisa: specializzato nelle biografie degli Italiani
illustri, il suo elogio dell’abate Barnabita è elegante, preciso ed equilibrato. Lo
scritto di Pietro Verri non può essere obiettivo, perché esalta e difende l’amico
di una vita, ma si fa appunto apprezzare per la sua autenticità ed è ricco di
sfumature e riferimenti personali, che vengono da una lunga consuetudine.
Le biografie successive si rifanno largamente alle due prime; tra le più recenti,
si ricorda quella del Barnabita Giuseppe Boffito (Scrittori Barnabiti, 1933). Il
testo collettaneo di Gennaro Barbarisi (Ideologia e scienza nell’opera di Paolo
Frisi 1990) pubblica gli atti di un convegno, che contiene contributi su quasi
tutti gli aspetti biografici e le attività dello scienziato milanese, compreso quello
di Duilio Citrini e Giovanni Consoli sulla figura di Paolo Frisi ingegnere.
La vita
1. una tiepida vocazione religiosa
Paolo Frisi (al secolo Giuseppe) nasce a Melegnano il 13 aprile 1728, da una
famiglia d’origine alsaziana: il nonno paterno (Antonio Friss), nativo di Strasburgo, era giunto in Italia come soldato dell’esercito imperiale. Il padre, imprenditore, dopo un periodo fortunato, ha dei rovesci e muore lasciando la
vedova e sei figli (di cui Paolo è il secondo) in difficoltà economiche. Ciononostante, la famiglia riesce a farlo studiare a Milano, presso i Barnabiti di S.
Alessandro (Scuole Arcimbolde), dove ha per compagno di studi Pietro Verri
Facciata del Collegio S. Alessandro
(Scuole Arcimbolde), un tempo gestito
dai Barnabiti a Milano, in Piazza S.
Alessandro 1; qui Paolo Frisi studia,
entrando nel 1743 nella Congregazione
dei Barnabiti.
262 idraulici italiani
(1728-1797), che lo descrive diligentissimo (frequentava la Biblioteca Ambrosiana, ed ivi passava le ore che i suoi pari davano ai divertimenti) ed a quindici
anni, nel 1743, entra in questa Congregazione religiosa.
Verri fa chiaramente intendere che la sua vocazione è tiepida e probabilmente dettata dalle difficili condizioni famigliari: egli parla, infatti, di incauta
o forse necessaria determinazione, presa nella inesperta età di quindici anni e di
doveri di uno stato, pel quale, sebbene nol dicesse mai, egli veramente non aveva
genio alcuno (Verri, 1787).
Il giovane Frisi manifesta una precoce vocazione per la matematica e la fisica, riducendo al minimo quelli filosofici e teologici, per i quali non si sente portato. A quell’epoca, secondo la testimonianza del Verri, l’insegnamento delle scienze presso i Barnabiti è molto carente (le matematiche venivano
considerate come inutili e profane speculazioni non conformi alla monastica disciplina) ed inizia a migliorare solo nel 1744 con l’arrivo del padre Francesco
Maria de’ Regi (1720-1794), noto per il manuale con la tavola parabolica per
le bocche d’irrigazione (1764). Per approfondire lo studio della teologia, tra
il 1747 e il 1749 Frisi è mandato a Pavia, dove frequenta il matematico olivetano padre Ramiro Rampinelli (1697-1759), maestro di Gaetana Agnesi;
terminati gli studi teologici, è assegnato al collegio di Lodi, dove rimane per
due anni ad insegnare filosofia.
2. l’amore per le corone accademiche
e i concorsi internazionali
A quel periodo risale la sua prima operetta, composta nel 1751 sotto il consiglio del Rampinelli, su un importante tema di geodesia (Disquisitio mathematica in causam physicam figurae et magnitudinis telluris nostrae), pubblicata
dal conte Donato Silva e inviata alla Reale Accademia delle Scienze di Parigi,
la quale, nel 1753, aggrega il giovane Frisi (aveva appena 25 anni!) come Accademico corrispondente. Scrive il segretario dell’Accademia sull’operetta del
giovane scienziato italiano: En vérité, Monsieur, à voir le dessein que vous étiez
proposé, et plus encore à la manière dont il m’a paru que vous l’exécutiez, je n’aurois jamais deviné que votre ouvrage fut celui d’un jeune Mathématicien. C’est,
Monsieur, commencer par où les autres ont coutume de finir. È nato un enfant
prodige della fisica italiana ed europea.
Va registrato che la tesi sulla figura e grandezza della terra è criticata dalla
rivista Storia letteraria d’Italia, fondata dal gesuita Francesco Maria Zaccaria
(1714-1795). In realtà questi, che ha una formazione umanistica, non è in
grado di scrivere un articolo sulla geodesia; come sostiene Norman Dooley
(La storia letteraria d’Italia e la riabilitazione della scienza dei Gesuiti, in Rivista storica italiana, Anno cvii, Fascicolo ii, Torino, 1995), gli articoli scientifici in quel periodo sono scritti da Leonardo Ximenes (1716-1786), che sta
muovendo i primi passi in matematica, idraulica, geografia ed astronomia e
diventerà tra poco Geografo del Granduca di Toscana. Questo primo screzio, secondo monsignor Fabroni, non incrina il rapporto di Frisi con i Gesuiti: Rispose vivamente alle critiche in poche pagine stampate; e quel che deve far
maraviglia in un carattere intollerante ed amante della lode, qual era quello del
paolo frisi (1728-1784) 263
Frisi, conservò egli il suo parzialissimo amore per la Società dei Gesuiti (Fabroni, 1785). La clamorosa rottura con l’Ordine di S. Ignazio sarebbe dunque
avvenuta molto più tardi, in relazione ai contrasti sulla gestione dell’Osservatorio di Brera.
Dalla data del riconoscimento parigino, la vita di Frisi cambia radicalmente ed egli acquista un prestigio crescente, che gli consente di affermare pienamente la sua vocazione scientifica, affrancandosi dalla disciplina della sua
Congregazione ed acquisendo una serie impressionante di gratifiche internazionali. Monsignor Fabroni parla di una vera smania di ottenere corone accademiche, partecipando a concorsi, che spesso vince. I premi soddisfano la sua
sete di gloria, gli aprono le porte delle varie Accademie straniere e, aggiunge
Verri, gli consentono (assieme alle perizie idrauliche) di acquisire l’indipendenza economica, viaggiare e aiutare la famiglia. Diventa membro delle Accademie di Londra, Pietroburgo, Berlino, Stoccolma, Copenhagen, Berna,
Harlem, Upsala, Bologna, Siena, Padova. Non riesce invece ad entrare nel
numero degli otto soci stranieri dell’Accademia di Parigi, di cui rimane con
rammarico semplice corrispondente.
Nel 1751-52 insegna al Collegio di Casale Monferrato e nel 1753 rientra a
Milano. Non mancano comprensibili difficoltà, da parte dei superiori, ad accettare lo stile di vita mondano e le idee anticonformiste del giovane Barnabita, che sceglie liberamente i suoi amici secolari ed ama frequentare i salotti.
3. professore all’università di pisa
Per acquisire maggior libertà, anche economica, nel 1756 Frisi riesce a farsi
trasferire all’Università di Pisa, dove rimane otto anni, accettando all’inizio
un posto di professore d’etica e metafisica, materie che lo interessano mediocremente; di fatto, continua ad occuparsi intensamente di matematica e fisica
e nel 1760 ottiene una cattedra di matematica. In quella città stringe amicizia con l’astronomo Tommaso Perelli (1704-1783), noto anche come idraulico, di cui scriverà l’elogio e conosce tra gli altri monsignor Angelo Fabroni
(1732-1803), che scriverà il suo elogio. Docente reputato, è visitato a Pisa da
numerosi stranieri di passaggio.
4. la partecipazione alla controversia sul reno
Paolo Frisi inizia ad occuparsi d’idraulica a 32 anni, in modo apparentemente
casuale, visti i suoi interessi prevalenti per la cosmografia. Nel 1760 si trova a
Roma in viaggio di piacere ed il papa Clemente xiii (1693-1769) gli chiede
di partecipare alla controversia sul Reno, che quell’anno si dibatte animatamente nella città santa tra Bolognesi e Ferraresi. Questa richiesta, che a noi
sembra bizzarra, corrisponde pienamente al costume dell’epoca: Frisi è ormai
noto come uno dei maggiori fisico-matematici europei e questi, prima o poi,
sono dai governi sollecitati ad occuparsi anche di problemi idraulici, importanti per il bene pubblico. Frisi non esita ad affrontare il problema, anche se
estraneo ai suoi studi precedenti: com’ecclesiastico serve il Papa per la questione del Reno, come milanese servirà poi il governo austriaco in varie que-
264 idraulici italiani
stioni riguardanti i navigli e sarà invitato anche da altri governi per perizie
idrauliche, in genere ben remunerate.
Sulla complessa questione del Reno, all’epoca era già stata presa la decisione di assicurare uno sbocco nel Po di Primaro attraverso il nuovo Cavo
Benedettino, progettato da Gabriello Manfredi (1681-1761), fratello minore d’Eustachio, che però si era rivelato insufficiente. Frisi, dopo aver letto la
vasta letteratura sull’argomento, scrive il Piano dei lavori da farsi per liberare
e assicurare dalle acque le provincie di Bologna, di Ferrara, di Ravenna (1761),
in cui assume una posizione contraria ai Ferraresi, che sostengono un’inalveazione completamente nuova, proponendo una serie di misure per integrare
il vecchio progetto del Cavo Benedettino.
Al piano fa seguito un testo più approfondito (Del modo di regolare i fiumi,
e i torrenti, principalmente del Bolognese, e della Romagna, 1762), che avrà anche un’edizione francese e quattro inglesi. Al libro è unito un Elogio del Signor
Gabriello Manfredi (mancato nel 1761), il primo dei suoi scritti storico-scientifici. La posizione di Frisi è condivisa da Gabriello Manfredi, Eustachio Zanotti (1709-1782) e Giacomo Mariscotti, ma non totalmente da Tommaso
Perelli e dai francesi Tommaso Le Seur e Francesco Jacquier dell’Ordine dei
Minimi. Il suo piano non è approvato e si apre una fase d’approfondimento;
il suscettibile Barnabita lamenta che il suo merito non sia stato adeguatamente riconosciuto, ma rimane in buoni rapporti col Perelli, grazie al carattere
benevolo di quest’ultimo. Pochi anni dopo (1767), i lavori di sistemazione
sono affidati ad un altro idraulico milanese: il Gesuita Antonio Lecchi (17021776).
In ogni caso, da quel tempo si diffonde la fama di Paolo Frisi come scienziato idraulico ed egli decide d’investire nelle acque una parte del tempo che
prima dedicava alla cosmologia, peraltro senza mai abbandonare quest’ulti-
Andamento del Po di Primaro e de’
fiumi della pianura del Bolognese e della
Romagna. Carta allegata al trattato di
Paolo Frisi Del modo di regolare i fiumi, e
i torrenti, principalmente del Bolognese, e
della Romagna (1762).
paolo frisi (1728-1784) 265
Il primo numero del “Caffè”, periodico
fondato da Pietro Verri per stabilire
un collegamento tra l’élite illuminista
e l’opinione pubblica; nel periodo
1764-66 Paolo Frisi partecipa a
quest’esperienza giornalistica.
ma, che gli aveva fruttato una più tranquilla celebrità. Scrive Verri (1787):
Gli affari delle acque del Bolognese lo determinarono a dividere quelle meditazioni, che in prima consacrava alla cognizione del sistema solare, coll’Idrostatica.
5. professore alle scuole palatine di milano
Nel 1764 Paolo Frisi torna a Milano, per insegnare matematica nelle Scuole Palatine di Piazza Mercanti, in contemporanea con la chiamata del gesuita Ruggero Boscovich (1711-1787) a Pavia. Nel suo discorso d’insediamento, tocca un tema importante, ossia si chiede se in Lombardia ci sia stato in
passato un robusto movimento tecnico e scientifico e quale contributo abbia
dato Milano alla crescita dell’ingegneria e della scienza sperimentale; parla
dei grandi lavori per i navigli nel Medioevo e di personaggi come Leonardo,
Bramante, Cardano, Cavalieri, il quale aveva avuto un posto d’onore nell’invenzione del calcolo infinitesimale, anche se l’Italia se n’è dimenticata.
Dal 1764 al 1766 insegna meccanica ed idraulica ai giovani destinati alla
professione d’ingegnere e partecipa all’esperienza della rivista Il Caffè, fondata dall’amico Pietro Verri. Ormai è un personaggio noto a livello europeo ed
ha i mezzi per permettersi un viaggio nelle città più colte d’Europa, secondo
il costume dell’epoca.
6. l’anno sabbatico e il viaggio in europa
Nel 1766 Paolo Frisi chiede un periodo sabbatico e in 18 mesi visita Francia, Inghilterra, Olanda, incontrando gran parte del mondo scientifico, col
quale da tempo intrattiene una fitta corrispondenza e radicalizzando le sue
posizioni ideologiche, a contatto con i più famosi illuministi; visita anche
opere pubbliche come i canali navigabili e quanto ha relazione all’idraulica,
raccogliendo molto materiale. In Olanda, s’interessa alle esperienze realizzate a Leida da Claude Léopold Genneté, da lui valutate positivamente nel suo
trattato del 1762 (passato da Leida, mi sono informato dell’autenticità delle sperienze del Genneté dal Conte di Bentinck, da M. Allemand, e da molti altri, che
vi sono stati presenti).
266 idraulici italiani
Al suo rientro a Milano nel 1767 (assieme ad Alessandro Verri), l’atmosfera
è cambiata e nascono vari dissapori, quando egli critica la veneranda fabbrica
del Duomo e come Regio Censore approva un almanacco (la Lanterna curiosa), in seguito condannato dall’Autorità come irreligioso. Si dedica ad elaborare i molti materiali raccolti nel viaggio e scrive un vasto trattato De gravitate universali corporum, poi trasfuso nella Cosmografia. Nello sviluppare questi
temi, egli adotta un metodo, tipico di molti matematici italiani, che privilegia l’applicazione della geometria alla fisica, con risultati più evidenti ed eleganti (Fabroni: dovunque può lega l’algebra con la geometria).
7. il soggiorno a vienna e la protezione
del cancelliere von kaunitz
Nel 1768 Paolo Frisi fa un altro viaggio a Vienna ed è ospite, nel castello moravo di Austerlitz, del potente cancelliere dell’Impero principe Wenzel Anton Eusebius von Kaunitz (1711-1794), che da allora lo proteggerà. Durante il soggiorno viennese scrive sulla delicata questione dei rapporti tra Stato
e Chiesa, orientando la legislazione specifica, in corso di discussione. Nello
stesso anno il governo asburgico riforma l’insegnamento superiore, istituendo nelle Scuole Palatine un corso per ingegneri ed architetti, trasferisce da
Pavia Ruggero Boscovich (1711-1787) per insegnare tutte le matematiche
miste ed assegna al Frisi la matematica di base. Offeso perché prima era lui
ad insegnare la matematica mista, Frisi ricorre al principe Kaunitz contro la
decisione del governatore conte Carlo Firmian (1718-1782) ed ottiene che il
Boscovich insegni solo l’ottica e l’astronomia teorica, che l’altro ex Gesuita
Francesco Luini (1740-1792) sia professore di matematica pura ed a lui sia
assegnata una cattedra di meccanica, idronomia ed architettura teorica.
A Milano diventa il principale consulente del governo nelle questioni attinenti l’istruzione e le professioni scientifiche: nel 1771 il suo Piano scientifico per il Regolamento del Collegio degli ingegneri, e architetti è decisivo per la
riforma di quel collegio. Monsignor Fabroni (1785) scrive peraltro che Frisi
aveva una vera smania di essere consultato in molti affari di pubblica amministrazione e che se non avesse egli avuto questa sete, la sua vita sarebbe stata più
tranquilla.
Nel 1773 Frisi presenta al conte Firmian un parere negativo sul piano di
Boscovich per l’osservatorio astronomico di Brera, che contribuisce, assieme
a dissidi interni, a togliere al dalmata l’incarico di sovrintendente, provocandone le dimissioni da tutti gli incarichi e lo sdegnato abbandono di Milano.
Nello stesso anno è soppresso l’Ordine dei Gesuiti e il governo procede ad un
nuovo ordinamento scolastico, integrando Barnabiti e Gesuiti in istituzioni comuni e trasferendo le Scuole Palatine a Brera (già Collegio dei Nobili).
8. i contrasti con i gesuiti
Gli ex Gesuiti continuano a gestire l’osservatorio di Brera con il parere favorevole dello stesso Frisi, al quale peraltro non sono grati, perché gli fanno
il dispetto di non nominarlo nelle loro effemeridi, nonostante i suoi meriti
Ritratto del principe von Kaunitz (17111794), cancelliere dell’Impero, che
Paolo Frisi conosce a Vienna nel 1768,
collaborando ad un’importante riforma
normativa e ricevendone in seguito la
protezione.
Modello in legno dell’Osservatorio
astronomico di Brera, fondato nel 1764
da Ruggero Boscovich (1711-1787), il
quale nel 1772 perde la sovrintendenza
dell’Osservatorio e abbandona Milano
per dissidi con Paolo Frisi; questi, negli
anni successivi, si scontra anche con gli
altri ex Gesuiti, che continuano a gestire
l’Osservatorio.
scientifici, riconosciuti a livello internazionale: ne nasce una decennale polemica, che testimonia un tasso assai elevato di litigiosità. Insomma, la soppressione della Compagnia di Gesù si rivela un boomerang per il tranquillo
ambiente milanese, perché costringe a fare spazio ad una moltitudine di ex
Gesuiti (comprensibilmente risentiti) in istituzioni didattiche e scientifiche
comuni, generando una reciproca intolleranza.
Secondo Fabroni (1785), da qui e non prima inizierebbe il disgusto per i
Gesuiti del Frisi, che anzi in precedenza li avrebbe visti con favore: rinunzia
all’amore, che aveva nutrito fin dai primi anni verso gl’Ignaziani; ma è probabile che questi motivi personali siano intrecciati ad altri di carattere ideologico,
sull’esempio degli illuministi francesi e in particolare di D’Alembert (17171783), che in una lettera lo esorta non curarsi della canaille jésuitique. Negli
ultimi anni Frisi li attacca in numerosi scritti, con una veemenza che appare
ingenerosa, poiché in quel periodo essi sono gli sconfitti della storia. Nell’Elogio di Bonaventura Cavalieri (1779), scrive: Si sparse allora in Italia una società d’uomini, legati insieme con certi vincoli, che aspirando ad una specie d’impero sulle opinioni e sugli affari degli uomini, osarono assumere la direzione delle
pubbliche scuole; ma non avendo né lumi sufficienti, né viste abbastanza grandi per la pubblica educazione […] contribuirono sistematicamente a fissarne la
semplice mediocrità. E, nell’Elogio di Maria Teresa imperatrice (1783): L’anno
1773 fu doppiamente fausto alle lettere. Fu allora sciolto quell’ordine di persone, che non avendo nei loro studi oltrepassata la mediocrità letteraria, avevano
sempre avuto la parte principale nelle molestie date a coloro che maggiormente si
distinguevano. Secondo Angelo Fabroni, questi sfoghi servirono a manifestare quanto ei fosse incapace di freno, allorché era preoccupato di qualche passione.
9. le perizie idrauliche in trentino e in veneto
Attorno al 1770, la Reggenza dell’Austria superiore chiede a Frisi di risolvere
una questione sorta a Roveredo, riguardante la supposta interferenza, su un
mulino ubicato a monte, di un sostegno costruito in un canale, per alimentare un filatoio. Egli risolve brillantemente la contesa, andando per una volta
contro i suoi principi, ossia accantonando la teoria ed eseguendo una prova
sperimentale sugli effetti del rigurgito, che ha il vantaggio dell’evidenza: conta semplicemente il numero dei giri nell’unità di tempo fatti dalla ruota del
mulino, in presenza e poi in assenza del rigurgito provocato dal sostegno. Nel
1772-73 torna in Trentino per la regolazione del torrente Fersina.
Un’altra perizia importante ma faticosa, che gli frutta un premio di cinquecento zecchini, è effettuata nel 1777 per la regolazione del fiume Brenta,
nel territorio veneto, ossia per valutare, assieme a Leonardo Ximenes (17161786) e Simone Stratico (1730-1824), un progetto redatto da Anton Mario
Lorgna (1735-1796). Nel viaggio di ritorno a Milano, accompagnato dal fratello, è assalito tra Brescia e Palazzolo da alcuni briganti, che lo spogliano di
tutto. Questa è l’ultima commissione idraulica che esegue. Negli ultimi anni
di vita la sua salute è malferma e in ogni caso le discussioni idrauliche ormai
lo disgustano. Dirada anche le visite nei salotti, che in precedenza gli erano
paolo frisi (1728-1784) 267
268 idraulici italiani
care. Tuttavia nel 1778 fa un viaggio in Svizzera, di cui rimane traccia nella
Memoria sui fiumi sotterranei, pubblicata nel 1781.
10. difficoltà e disgusto per le discussioni
sugli affari d’acque
Per loro natura, gli impegni negli affari d’acque comportano discussioni, che
Frisi affronta con difficoltà, perché ne sottovaluta la complessità, riducendoli
ad una mera questione scientifica: è una carenza di metodo, ma anche di sostanza. Pietro Verri, che gli è profondamente amico, ma conosce le esigenze
della politica, ci ha lasciato questa penetrante spiegazione: L’abate Frisi trovò
quasi sempre contraddizioni, e talvolta amari disgusti nelle commissioni che ebbe
e in Bologna e in Milano e in Venezia; e io non dissimulerò che in qualche parte ve n’ebbe colpa. Avvezzata la di lui mente agli studi esatti, […] ei rifiutava
d’adoperare le forze della sua mente in nessun arte conghietturale, come pure di
fabbricare delle probabilità […]. Ei non adoperava punto la sagacità del suo ingegno per antivedere se le verità idrostatiche e fisiche ch’egli aveva trovate, sarebbero state bene o male accolte; ei non calcolava il modo, il tempo, l’occasione per
annunziarle. […] Quindi in un affare nel quale era entrato come idrostatico si
trovava impensatamente costretto a sostenere la parte di uomo di mondo e di maneggio; circondato da interessi privati contrari, da gelosie di mestiere, dall’amor
proprio altrui irritato; e questa figura ei non sapeva sostenerla colla pazienza ed
accortezza che convengono per ben riuscirvi (Verri, 1787).
Scrive monsignor Fabroni, in merito all’atteggiamento di Frisi nelle pubbliche discussioni sulle acque: tale era il carattere del Frisi, che non solo non poteva ottenere da sé di abbandonare o di modificare per riflessi politici il proprio
sentimento, ma il sosteneva con tal calore e scrivendo e parlando, che sembrava
che ei volesse con una forza di violenza strappare, non che ottenere l’approvazione
di tutti (Fabroni, 1785).
Insomma l’abate Barnabita non ha le doti politiche necessarie negli affari
d’acque, tende a confondere le sue perizie idrauliche con le tesi scientifiche,
che invia in tutta Europa ed è profondamente amareggiato perché i suoi interlocutori non le accolgono con lo stesso favore; emergono quindi i limiti
della sua visione operativa e la fragilità del temperamento. Si confronti con
l’apertura alla molteplicità degli interessi sociali ed economici sottesi dalle
questioni d’acque e con il carattere roccioso d’altri Idraulici suoi contemporanei, come Leonardo Ximenes e Teodoro Bonati, i quali peraltro nelle acque hanno investito la maggior parte della loro vita, mentre per Frisi questa
rimane un’attività interessante, ma non certo prevalente, perché la sua gloria
sta altrove. Negli ultimi anni, disgustato, egli rifiuterà di occuparsi di queste
questioni.
11. un nuovo genere letterario nella vecchiaia:
gli elogi
Nell’ultimo periodo della sua vita, Frisi (poco dopo seguito da Angelo Fabroni) introduce in Italia un nuovo genere letterario, ossia l’elogio (soprattutto
paolo frisi (1728-1784) 269
di personaggi scientifici), in precedenza coltivato in Francia (da B. Bovier de
Fontenelle e D’Alembert), in forma scientifica e ragionata, sommando ricostruzione biografica ed ambientale ed analisi delle opere, e ponendo il lavoro
scientifico del singolo in rapporto allo stato precedente della disciplina e alla
situazione storico-culturale. Queste pubblicazioni, largamente diffuse, avranno una grande influenza sugli sviluppi della storia della scienza e sulla ricostruzione complessiva della rivoluzione scientifica tra Seicento e Settecento.
Gli antichi biografi di Frisi fanno notare che in questi scritti si possono rintracciare anche molti spunti autobiografici: oltre all’insistita polemica con i
Gesuiti, a cui abbiamo già accennato, un altro motivo ricorrente è il lamento
per le condizioni difficili, in cui sono da secoli costretti ad operare gli scienziati italiani e la scarsa considerazione di cui godono in patria, anche dopo
aver raggiunto il successo. Nonostante le altissime protezioni di cui gode, Frisi si sente ancora incompreso a Milano; secondo lui, gli stranieri, nel valutare
il merito degli italiani, devono tener conto che questi fanno spesso una fatica
doppia della loro per affermarsi nelle scienze. Molti contemporanei riconosceranno l’attualità di questa considerazione, con ottime, sia pur diverse, motivazioni. Rimane un mistero il fatto che l’Italia, pur essendo da secoli in questa
disastrosa situazione, continui a generare un gran numero di talenti scientifici.
12. gli ultimi anni
I rapporti di Frisi con la sua Congregazione religiosa sono molto cambiati
nella maturità, ossia improntati ad una perfetta armonia, superando le incomprensioni dei primi anni. Facendo un’eccezione alla Regola, in pratica i
Barnabiti gli lasciano fare quello che vuole, in omaggio al suo genio.
Dopo la riorganizzazione generale delle scuole milanesi, di cui abbiamo
già parlato, nel 1776 Frisi ottiene il distacco dalla Congregazione dei Barnabiti e la riduzione allo stato di sacerdote secolare, secondo monsignor Fabroni, per ottenere maggior libertà di commercio del mondo, ma non è vero, perché al Collegio imperiale egli si trovava bene ed era liberissimo. Il conte Verri
chiarisce che si tratta di una banale questione logistica: il Collegio Imperiale
è stato chiuso e Frisi non ha più il suo comodo appartamento; per avvicinarsi alla nuova sede dove deve insegnare (la vecchia scuola dei Gesuiti di Brera)
va a vivere con la sua famiglia e questo comporta la secolarizzazione, che gli
viene concessa a fatica.
Verri scrive: quantunque sottratto dalla dipendenza, egli si considerò sempre come Barnabita e i Barnabiti gli furono vicini fino alla morte. Alla sua
Congregazione l’abate aveva fatto un dono sostanziale, più importante del
suo prestigio personale, ossia l’impulso a riformare profondamente le proprie
scuole. Scrive Verri (1787): l’esempio produsse in quella Congregazione un cambiamento negli studi de’ giovani, […] talché quella Congregazione oggidì è il primiero ornamento della nostra patria. Matematici profondi, fisici giudiziosi […]
abili maestri d’architettura, d’idraulica e d’altre facoltà, tutto ciò ritrovasi oggidì
ne’ Collegi de’ Barnabiti.
Cinque anni prima di morire, Frisi ha una grave malattia. Si riprende, continua ad insegnare, studiare e scrivere, sostiene con dignità e coraggio le soffe-
Medaglione con il ritratto di Paolo Frisi
sul monumento sepolcrale , nella Chiesa
di S. Alessandro a Milano.
270 idraulici italiani
renze, ma non è più l’uomo di prima e fa una vita ritirata. Muore a 56 anni,
il 22 novembre 1784 e viene sepolto nella Chiesa dei Barnabiti di S. Alessandro, dove il conte Verri gli fa erigere un monumento di marmo con la scritta
sottoindicata:
pavllvs. frisius
mediolanensis
e. cong. s. pavlli
philologus. physicus. mathematicus
ob. graviss. disciplinas
illustratas. avctas. propagatas
in. societates. scientiarum
evropae. primarias. adscitvs
et. immortale. apud. omnes
gentes. nomen. adeptus
vix. ann. lvi. m. vii. d.xxii
pie. et constanter.
decessit. x. k. dec.
a. mdcclxxxiiii
13. la personalità
Nell’esposizione precedente, che riguarda l’attività scientifica e civile di Paolo
Frisi, già sono emersi profili importanti del suo carattere. Rimane ora qualche
indicazione su altri aspetti più personali.
Come passava la vita il nostro abate? Sbaglierebbe chi pensasse che era tutto casa e scuola, un uomo chiuso e scorbutico, come per esempio il Lorgna,
un altro personaggio che inseguiva con intimo tormento la gloria scientifica. Già si è visto che amava viaggiare e conoscere direttamente i personaggi, con cui intratteneva una fitta corrispondenza. Nella vita quotidiana, sin
da giovane frequentava i salotti della buona società. Il conte Verri ci descrive
come segue la sua giornata tipo milanese. Da giovane: Egli era bramato nelle
case più distinte e nelle migliori compagnie del paese. Le sue maniere sempre ingenue e cortesi […] la sua conversazione frizzante di sali, e abbondante di cose
[…] la sensibilità sua per ogni attenzione che ricevesse […] la fermezza del suo
animo nel sopportare la mancanza dei mezzi, nobilmente occultandola […] una
semplicità amabile, colta e originale di carattere, lo resero sin da quei primi anni
caro ai migliori conoscitori del merito. Egli amava la buona società, e vi sapeva
vivere giudiziosamente. Nella maturità: A Milano ei passava assai bene il suo
tempo. Era alloggiato nel Collegio Imperiale diretto dai Barnabiti (oggi Liceo
Parini). Nessuna prescrizione monastica lo limitava. Un decente appartamento,
la libertà di accogliervi in qualunque ora i suoi amici, e di visitarli rendevagli
caro quell’alloggio offertogli da’ suoi colleghi. Egli la mattina e la sera soleva consacrarle a più ore di studio […] esattamente faceva le sue lezioni, poi visitava le
migliori società, dove per la prontezza del suo spirito e per le amabili sue maniere
era assai caro […] pareva impossibile che vivesse buona parte della giornata quasi
immerso nelle distrazioni (Verri, 1787).
Medaglione con il ritratto di Paolo Frisi,
sulla facciata del palazzo Beccaria, in
via Brera a Milano, che lo ospitò negli
ultimi anni di vita.
paolo frisi (1728-1784) 271
Dove è accolto con stima ed amicizia, Frisi si trasforma e diventa molto
amabile. In realtà egli cerca un riconoscimento quotidiano dei suoi meriti da
parte della società. Monsignor Fabroni (1785) sottolinea la sua ingenua sensibilità alle lodi, che rappresenta il rovescio della medaglia della suscettibilità alle critiche o all’assenza di attenzioni: s’arrendeva ai più piccoli omaggi, che
credeva dovuti alla superiorità del suo merito.
Frisi rimase sempre legatissimo alla sua famiglia, che sostenne economicamente e promuovendo la carriera ecclesiastica dei due fratelli, sacerdoti secolari. I suoi biografi ne parlano in termini, che a molti sembrano imbarazzanti, perché oggi queste cose si fanno, ma non si dicono. Scrive monsignor
Fabroni: noi riguardiamo come una delle più onorevoli ricompense del suo merito la singolar premura, che ebbero Ministri di sommo potere in promuovere a
posti ragguardevoli i fratelli di lui, che si mostrarono poi degni d’avergli ottenuti. E il conte Verri: (nella questione del Reno) vi acquistò il sig. Frisi, oltre alcune remunerazioni, un’efficace raccomandazione del Papa in favore del signor
don Antonio Francesco (fratello minore di Paolo). Evitando ogni anacronistico
moralismo, occorre tener conto che la mentalità dell’epoca era diversa dalla
nostra, perché allora sembrava del tutto naturale e giusto che i meriti acquisiti da una persona di genio nei confronti della società si riflettessero anche in
riconoscimenti ai suoi congiunti, un po’ come avveniva con i titoli nobiliari.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. i trattati idraulici
e il rinnovamento della didattica
Secondo un approccio a lui abituale, Frisi elabora e arricchisce progressivamente le sue pubblicazioni idrauliche. Dalle relazioni sul Reno trae il nuovo
trattato in tre libri Del modo di regolare i fiumi e i torrenti (1768) e da questo
il trattato Instituzioni di meccanica, d’idrostatica, d’idrometria e dell’architettura statica, e idraulica (1777) in sei libri, di cui i primi due sono dedicati alla
meccanica e gli altri quattro all’idraulica teorica e pratica, incluse le macchine idrauliche. Quest’ultimo trattato, per il quale l’autore riceve una gratificazione dell’Imperatrice Maria Teresa, è concepito come testo della regia scuola
per gli architetti, e per gl’ingegneri di Milano; esso è riprodotto in gran parte
nel trattato Mecanica universa, et mecanicae applicatio ad aquarum fluentium
theoriam, pubblicato nel 1783 e diviso in sei libri, di cui i primi tre in latino e gli ultimi tre in italiano, contenenti l’applicazione della meccanica delle
acque ai fiumi, ai torrenti e ai canali navigabili, principalmente dell’Italia e
della Lombardia.
Dal punto di vista didattico, Frisi ha indubbiamente il merito di aver promosso un notevole progresso nell’insegnamento della scienza e della tecnica
idraulica a Milano, che darà i suoi frutti nel tempo, fino ai giorni nostri. Scrive in proposito il Verri (1787): posto ad insegnare la meccanica, l’architettura e
l’idraulica agli alunni ingegneri, ora ci lascia un collegio in buona parte di suoi
discepoli […] a onore non meno che ad utilità della patria. Più in generale, secondo la critica moderna, l’opera del Frisi si qualifica a livello applicativo e
272 idraulici italiani
pedagogico, attraverso la trattazione manualistica, che introduce un nuovo
metodo d’insegnamento; dal punto di vista scientifico, invece, i suoi lavori
non rivelano contenuti innovativi e non giustificano l’immagine d’eccellenza
che l’autore ed i suoi amici ed estimatori, come Pietro Verri, ne ebbero (U.
Baldini). Questo giudizio comincia ad affacciarsi nella fase finale della vita di
Frisi: mentre inizialmente le relazioni estere, i premi e la diffusione delle opere sembrano porlo ai vertici della matematica italiana, dopo il 1770 le riserve
scientifiche espresse da vari scienziati (D’Alembert, G. L. Lagrange, Le Seur
e Jacquier, Gregorio Fontana, Gianfrancesco Malfatti, Anton Mario Lorgna)
diventano più frequenti.
Per quanto riguarda l’idraulica, si deve osservare che inizialmente essa piace a Frisi dal punto di vista scientifico, inclusi gli aspetti sperimentali (esegue esperimenti sul trasporto solido dei fiumi) e da quello tecnico, inclusi i
sopralluoghi e le visite ai corsi d’acqua, di cui si diletta anche per diporto,
come afferma nel suo trattato. Talvolta si lascia trascinare dall’entusiasmo per
qualche nuova teoria non ben sperimentata, come la tesi stravagante avanzata nel 1760 da Claude Léopold Genneté (1706-1782) sul presunto effetto
trascurabile dell’immissione di un grosso fiume in un altro, poi smontata da
Teodoro Bonati (v.). Talaltra, è legato a vecchie teorie in via di superamento:
egli è uno degli ultimi foronomisti, che sostengono la proporzionalità tra la
velocità dei filetti liquidi e la radice quadrata del loro affondamento sotto il
pelo della corrente negli alvei e crede ancora nell’efficacia della fiasca idrometrica del bolognese Antonio Nadi (1721), ormai abbandonata dagli idraulici
più avveduti.
A sinistra, frontespizio della terza
edizione (1770) del trattato Del modo di
regolare i fiumi, e i torrenti, pubblicato
per la prima volta da Polo Frisi nel
1762 subito dopo gli studi sul Reno e
tradotto in francese ed inglese. A destra,
la traduzione francese.
paolo frisi (1728-1784) 273
2. la controversia con francesco bernardino
ferrari sull’edificio magistrale milanese
Nel suo manuale d’Idraulica del 1777 Frisi critica - alla luce dei nuovi lumi l’antico sistema di misura e dispensa delle acque in uso nel suo Paese, il Ducato di Milano, da secoli all’avanguardia in Italia e in Europa, con parole
sprezzanti per l’errore del vecchio calcolo, per le pratiche volgari dei giorni nostri
e per il nome stesso d’oncia d’acqua: se l’antico riparto delle bocche si fosse fatto
coi lumi di questo secolo […] non si sarebbe neppure adottato il termine d’oncia
d’acqua. Queste parole lasciano intravedere un conflitto con la corporazione
degli ingegneri idraulici milanesi e, infatti, l’ingegner Francesco Bernardino
Ferrari (1744-1821) nel 1779 scrive una Lettera al signor conte don Gaetano di
Rogendorf sulle bocche che estraggono acqua dai navigli, o sia canali navigabili di
Milano, la quale è una risposta polemica a Frisi, accusato di essere un teorico,
che non verifica le sue ipotesi: in queste materie per conoscere bene una cosa, e
ragionarne a dovere non basta guardarla colla sola teorica; ma bisogna osservarla attentamente anche cogli occhi del corpo, cioè coll’esperienza, e colla pratica.
Ferrari rovescia l’accusa che Frisi faceva ai tecnici praticoni. Scrive in proposito il Verri: egli riguardava le esperienze […] come passatempi, a meno che
Frontespizio del trattato Istituzioni di
Meccanica, d’Idrostatica e dell’Architettura
statica, pubblicato nel 1777, come testo
della Regia Scuola per gli Architetti, e
per gli Ingegneri di Milano.
274 idraulici italiani
L’edificio magistrale milanese, nel
trattato di Paolo Frisi (1777).
non si fosse formato da prima un piano, un sistema d’investigazione […] Egli
non si fidava giammai d’un uomo, che mancando della teoria pretendesse di supplirvi colla pratica: costoro soleva chiamarli Empirici (Verri, 1787). Emerge
dunque, nella controversia sugli edifici magistrali milanesi, il conflitto storico tra teorici ed empirici. A prescindere dal merito nel caso specifico (che
sembra dar ragione più all’ingegnere che al professore), la posizione di Frisi,
quando rivendica le ragioni della teoria, appare più aperta ai progressi complessivi della scienza, anche se lo espone al rischio d’infortuni, a cui potrebbe
facilmente rimediare con la duttilità, cambiando le ipotesi di partenza: anche
gli errori possono essere fecondi, ma - afferma monsignor Fabroni - difficilmente l’abate Barnabita cambiava le sue idee iniziali, per eccesso d’autostima.
Nella misura e dispensa delle acque, che vede il Milanese da secoli all’avanguardia, sia pure con un manufatto (l’edificio magistrale) di concezione
prescientifica, perché risale al Cinquecento, si profila un duplice problema.
Sul piano pratico, si deve prendere atto che gli altri sistemi in uso, in Italia
ed in Europa, sono alquanto più imprecisi e quindi il loro adeguamento, anche con criteri empirici, assume carattere di priorità, come aveva già proposto
lucidamente Antonio Lecchi (1765); il problema si trascinerà fino alla metà
dell’Ottocento (si veda Benjamin Nadault de Buffon: Des Canaux d’arrosage
de l’Italie septentrionale dans leur rapports avec ceux du Midi de la France, Paris,
Carilian-Goeury et V. Dalmont, 1843-1844). Sul piano teorico, è evidente
Le critiche di Paolo Frisi all’antico
sistema di misura e dispensa delle
acque in uso nel Milanese provocano
la risposta polemica dell’ingegner
Francesco Bernardino Ferrari (17441821), in una lettera da lui scritta nel
1779 al conte Gaetano di Rogendof,
sovrintendente austriaco ai Navigli
milanesi.
paolo frisi (1728-1784) 275
l’opportunità di concepire nuovi manufatti, direttamente collegati con le conoscenze scientifiche progressivamente acquisite dalla foronomia, grazie agli
sviluppi dell’idraulica fisico-matematica e sperimentale, a partire dalla scoperta della legge di Torricelli (1644). Frisi, pur essendo, si direbbe ideologicamente, un riformista, non sa cogliere nella sostanza nessuno di questi due
aspetti cruciali. La questione tornerà al centro dell’attenzione degli Idraulici
italiani in un dibattito di più alto profilo, avviato nel 1813 dalla Società dei
Quaranta, che vedrà come protagonisti Vincenzo Brunacci (1768-1818) ed
Antonio Tadini (1754-1830).
3. i progetti per i navigli milanesi
D’ampio respiro sono i progetti idraulici, di cui si occupa Frisi nella sua patria milanese. Essi sono al servizio di una strategia, che si propone di estendere il sistema degli antichi canali irrigui e navigabili medioevali (Navigli
Grande e di Bereguardo) e rinascimentali (Naviglio della Martesana). Frisi
introduce l’uso del livello a cannocchiale, per livellare il percorso del Naviglio pavese, da Milano al Ticino (il canale sarà costruito nel 1807-1819, v.
Brunacci) e del Naviglio di Paderno (realizzato nel 1773-1777), per il collegamento di Milano al lago di Como attraverso il Naviglio della Martesana
e l’Adda, scansando il tratto più ripido di questo fiume, mediante un canale
che esce e rientra nel fiume stesso, secondo un vecchio progetto risalente al
Cinquecento.
Altri scritti riguardano antichi progetti per il collegamento navigabile tra il
Lago di Lugano e il Lago Maggiore, attraverso il fiume Tresa e la navigazione
dal lago di Lugano a Milano, attraverso la valle dell’Olona e dal lago di Como
a Milano, attraverso la valle del Seveso. Nel 1770, egli pubblica un trattato
sui canali navigabili, con un’ampia rassegna dei lavori fatti in Lombardia nei
secoli precedenti. Dal 1772 al 1775 s’interessa ad un’idea del cancelliere Kaunitz, per un sistema idroviario nell’Italia settentrionale, che unisca il Tirreno
all’Adriatico e al Lago Maggiore. Si noti che a Milano, in quel fervido periodo, anche Antonio Lecchi (1702-1776), rientrato dai lavori in Emilia-Romagna, scrive un trattato sui canali navigabili (1776).
anton mario lorgna
La vita
Gli scritti più antichi su Lorgna sono di due contemporanei. Luigi Palcani
Caccianemici (1753-1803), professore bolognese di logica, geografia, nautica
e matematica, scrive un Elogio, pubblicato postumo nel 1817, nello stile
eloquente, anche se un po’ampolloso dell’epoca, non privo d’acume nella
valutazione dei meriti scientifici ed organizzativi del personaggio. Più elegante
e psicologicamente accurato è il Ritratto pubblicato nel 1807 dalla gentildonna
e poetessa Silvia Curtoni Verza (in Arcadia Flaminda Caritea, 1751-1835),
che ha frequentato il Lorgna nei salotti veronesi. Sintetiche biografie dello
scienziato veneto sono riportate nelle storie della letteratura italiana del primo
Ottocento, come quelle di Giambattista Corniani e Antonio Lombardi. A
differenza d’altri scienziati del passato, oggi quasi dimenticati, l’interesse per la
figura di Lorgna ha ripreso vigore negli ultimi decenni, soprattutto grazie al suo
ruolo di promotore della scienza italiana, attraverso la Società dei Quaranta: si
vedano gli atti dei convegni organizzati a Verona nel 1985 e nel 1997. Sono
stati scritti anche saggi moderni, comprendenti notizie biografiche, su singole
discipline scientifiche coltivate da Lorgna, in particolare la chimica, come
quelli di Antonio Di Meo (Percorsi della chimica in Italia, 2000) e di Ettore
Curi (Antonio Maria Lorgna e Lavoisier, 2008).
1. studi e ingresso nella carriera militare
Anton Mario Lorgna (battezzato come Antonio Maria) nasce a Cerea (vr) il
18 ottobre 1735, figlio di un ufficiale di cavalleria della Repubblica di Venezia, le cui origini sono incerte. Sulla giovinezza e i primi studi non si hanno
notizie. Nel 1757 è al seguito del padre Domenico in Dalmazia e partecipa ai
lavori di bonifica delle valli del fiume Cherca, voluti dal Provveditore genera-
Gonfalone di San Marco. Nel 1762
MarioLorgna intraprende la carriera
militare al servizio della Repubblica
di Venezia. Giungerà ai vertici della
carriera, segnalandosi come militarescienziato, come in precedenza
Domenico Corradi d’Austria nel Ducato
di Modena ed in seguito Luigi Federico
Menabrea nel Regno d’Italia sabaudo.
278 idraulici italiani
le Alvise Contarini e qui apprende i primi rudimenti d’idrostatica e idrodinamica, nonché di balistica ed ingegneria militare e acquista una perfetta conoscenza del croato e del francese, oltre che del latino e del greco.
Contarini lo tiene come segretario e interprete e nel 1759 lo iscrive all’Università di Padova, dove segue le lezioni di matematica di Giovanni Poleni
(1683-1761) e quelle d’astronomia di Giovanni Alberto Colombo, mentre
non ha interesse per quelle biologiche. A Padova si segnala per le sue doti;
scrive in proposito il Palcani (1817): Bello era il vederlo, in quell’età medesima in cui poca suol essere la fermezza, e il fastidio della fatica grandissimo, sempre inteso al coltivamento dell’animo, bramoso di sapere, sollecito della verità, né
d’altro curante. Ciononostante non si laurea, perché dopo tre anni nel 1762
abbandona l’Università, per intraprendere la carriera militare, arruolandosi
come cadetto nella cavalleria croata.
Destinato in Dalmazia, continua ivi gli studi in campo matematico ed inizia lavori di sistemazione idraulica per la bonifica delle campagne intorno a
Knin. L’anno dopo, nel 1763, per la sua preparazione in campo matematico
ed ingegneristico, è destinato al Collegio militare di Castelvecchio a Verona,
istituito nel 1760 dal governo veneto, con l’ufficio di secondo maestro di matematiche e poi di capitano ingegnere. Trascorre il resto della sua vita a Verona,
salendo rapidamente la scala gerarchica: nel 1765 è titolare della cattedra di
matematica, nel 1773, a soli 38 anni, è colonnello e comandante in capo degli ingegneri militari, nel 1786 è governatore del medesimo Collegio militare
e brigadiere generale del Corpo del Genio.
2. uno scienziato direttore
dell’accademia militare veneta
Lorgna stabilisce il programma di studi del Collegio militare, con una forte
impostazione scientifica: le discipline più importanti sono matematica, geometria, fisica, chimica, meteorologia, disegno tecnico, balistica, ecc. Di fatto
il Collegio diventa una selettiva facoltà d’ingegneria, apprezzata in Italia e in
Europa: da essa escono numerose personalità, che si affermano nell’ingegneria militare, ma anche in quella civile, e in particolare nella bonifica e nella
difesa idraulica del territorio.
Lorgna inizia la sua attività scientifica seguendo il maestro Poleni nella raccolta quotidiana di dati meteorologici, al fine di cogliere le leggi dei fenomeni
atmosferici e gradualmente espande i suoi interessi, con una poliedricità, che
supera lo stesso costume enciclopedico dell’epoca: matematica (sezioni coniche, equazioni cubiche, serie, ecc.), idraulica (sistemazioni fluviali, idrometria), fisica (termometri e barometri), meccanica (spinta delle volte, resistenza dei muri), balistica, chimica (addolcimento delle acque salse), cartografia,
meteorologia. Non si sposa, trascura le distrazioni, vive esclusivamente per il
lavoro, inseguendo un sogno di gloria, che lo spinge ad occuparsi dei problemi scientifici più attuali. Presso i contemporanei, si acquista fama soprattutto
come matematico, idraulico, chimico, cartografo, mentre rimane indifferente alle discipline biologiche. La sua ricca biblioteca testimonia anche interessi
per le lingue, l’economia, la politica, la filosofia e la morale. Appassionato di
Castelvecchio (Verona), oggi museo,
dal 1760 al 1796 è sede del Collegio
militare della Repubblica veneta. Anton
Mario Lorgna vi entra come insegnante
nel 1763 e vi rimane tutta la vita,
divenendone governatore; egli conferisce
al programma di studi un forte carattere
scientifico. Napoleone, per evitarne
la cessione all’Austria con il trattato
di Campoformio, nel 1798 trasferisce
l’Accademia a Modena, come Scuola
militare della Repubblica Cisalpina.
anton mario lorgna (1735-1796) 279
pittura, raccoglie con gli anni una notevole collezione di quadri, comprendente opere di pittori famosi.
3. la società italiana delle scienze:
un’iniziativa prerisorgimentale
Il carattere di Lorgna e il prestigio da lui raggiunto, con gran dedizione e sacrificio, in vari campi scientifici facilitano l’opera destinata ad assicurarne la
fama nei secoli successivi, ossia la creazione della Società Italiana delle Scienze, detta dei Quaranta, che già i contemporanei giudicano con ammirazione.
Sentiamo le parole profetiche di Luigi Palcani (scritte nel periodo napoleonico, quando si ridesta il sentimento nazionale): Se dei libri dottissimi e del
mirabile ingegno d’Anton Mario Lorgna tacessero per inaspettato destino le lettere e gli uomini, e niun’altra cosa si sapesse di lui, fuor solamente ch’Egli, privato
ed in mediocre fortuna, divisò la Società Italiana, la compose, la stabilì, la resse,
e l’educò alla gloria; ciò basterebbe per mio avviso a derivargliene ogni maniera
di commendazione. Che di vero scorrer coll’animo tutta quant’era la grandezza
dell’Italia, vederla divisa e quasi squarciata in parti per instituzioni politiche e
per costumi diversissime, niun comune legame, ammortito da particolari affetti
l’amor nazionale, i chiari ingegni sparsi per tutto a dovizia, ma rade volte curati
nelle terre loro medesime, e divisi dall’altre con provinciali rivalità; destarli ciò
non pertanto, e volgerli ad una generale collegazione, animarli a lunga e molta
fatica senza offerta di premio, sottoporli a provvide leggi senza arroganza di comando, ed ottener pienamente con privati uffizi ciò, che arduo e duro potea sembrare all’oro stesso ed alla forza dei Re; questa è veramente gran cosa, e innanzi a
Lorgna inaudita (Palcani, 1817).
L’iniziativa nasce dalla corretta valutazione della scienza italiana nella seconda metà del Settecento. In vari campi, inclusa l’idraulica, l’Italia vanta ancora scienziati di livello internazionale, che operano in università e laboratori
di prim’ordine, ma sono quasi ignorati all’estero. Il motivo è la mancanza di
un’istituzione nazionale, che pubblichi, e soprattutto diffonda, i lavori scientifici in tutta Europa, come fanno in altri Paesi le Accademie delle Scienze
o Società reali. Non si può certo affermare che l’Italia sia priva d’Accademie
scientifiche, ma il loro ruolo locale ormai è insufficiente. Aggiungasi che a
quell’epoca gli scienziati italiani sono spesso costretti a pubblicare a proprie
spese le loro opere.
Lorgna ha quindi un’intuizione geniale: quella di surrogare uno Stato italiano allora inesistente, con un’iniziativa privata. L’idea prende forma precisa dal 1776: dopo lunghi sondaggi presso gli scienziati italiani, con cui egli
ha rapporti più stretti (in particolare il matematico veneto, ma operante a
Ferrara, Gianfrancesco Malfatti (1731-1807), con lettera circolare in data
1 marzo 1781, Lorgna propone la creazione di una Società Italiana delle Scienze, per fare dei più illustri scienziati d’ogni parte d’Italia un corpo
unito col solo cemento dell’amor di patria. Per sua decisione, la lingua delle
Memorie deve essere l’italiano, ad indicare l’unione ideale dei soci (in precedenza le accademie scientifiche italiane usavano il latino e, in Piemonte,
anche il francese).
280 idraulici italiani
La Società sarà detta dei Quaranta, perché questo è il numero fisso dei
soci italiani, scelti per cooptazione; è istituita anche una classe di soci associati non italiani. Il presidente è votato da tutti i quaranta soci; quando uno
di questi viene a mancare, gli altri trentanove indicano il nome del successore. I Quaranta non devono necessariamente incontrarsi o conoscersi personalmente e ciascuno può restare nella sua città (lo stesso Lorgna non conosce
tutti i membri). La sede dell’Accademia è presso il Presidente e quindi mobile. L’unico compito dei soci è quello di produrre una memoria su di un argomento a loro libera scelta, ogni due anni; il Presidente raccoglie le varie memorie in un volume, inviato a tutte le Università straniere e ai più importanti
istituti scientifici europei. Il punto nodale è quest’ultimo, ossia il fatto che il
Presidente assicuri personalmente l’organizzazione e le risorse necessarie per
la pubblicazione e la diffusione delle memorie scientifiche.
Si comprende quindi come la proposta di Lorgna sia accolta con entusiasmo dagli altri scienziati italiani, che lo eleggono presidente a vita della Società. Tra i membri fondatori, oltre a Lorgna, numerosi sono i matematici-idraulici: Tommaso Perelli (1704-1783), Leonardo Ximenes (1716-1786),
Ruggero Boscovich (1711-1787), Eustachio Zanotti (1709-1782), Teodoro
Bonati (1724-1820), Giovanni Battista Venturi (1746-1822), Vittorio Fossombroni (1754-1844). Il primo volume esce nel 1782 con il titolo Memorie di matematica e fisica della Società italiana. Ogni due anni gli altri volumi
escono regolarmente, fino alla morte del fondatore nel 1796. L’aspetto per
noi sorprendente è che non c’è un mecenate esterno, perché è lo stesso Lorgna a svolgere questo ruolo: per coprire le spese di stampa e di spedizione dei
volumi, nel 1781 egli vende al conte veronese Giovanni Emilei la sua preziosa
quadreria, esempio insuperato di dedizione e sacrificio alla causa della scienza. In compenso, il suo prestigio cresce, perché egli è ormai lo scienziato italiano più importante, anche agli occhi degli stranieri.
Gli atti della Società dei Quaranta contengono lavori scientifici di qualità,
che attirano l’attenzione delle Accademie straniere. L’istituzione suscita interesse all’estero, anche perché indipendente dal potere politico: in Francia
Condorcet medita di prenderla come modello per la riorganizzazione delle
accademie tradizionali. Alla sua morte Lorgna assegna con testamento alla
Società italiana una rendita annua di duecento ducati d’argento, oltre ai cento circa ricavati annualmente dalla vendita dei volumi.
Napoleone, che è membro dell’Accademia delle scienze francese, conosce
ed apprezza la Società italiana e la conserva in vita, affidandone la presidenza
ad Antonio Cagnoli (1743-1816), il quale la trasferisce nella Repubblica Cisalpina, prima a Milano e poi a Modena, ottenendo un contributo annuo del
governo. L’istituzione è tuttora viva con il nome di Accademia Nazionale delle
Scienze, detta dei xl, con sede a Roma dal 1875.
Nell’iniziativa di Lorgna molti hanno visto un intento patriottico, prerisorgimentale, dopo una lunga stagione d’offuscamento dei valori nazionali; la tesi
merita qualche precisazione. Da una parte, la sostanza e la forma dell’iniziativa appaiono molto innovative. Nella sua lettera circolare del 1781, egli scrive: Non ho dubbi che noi italiani, mancando di una Pubblica Società di Scienze e Arti, ove sia aperto l’adito d’inserire le proprie Produzioni di mano in mano
Il logo dell’Accademia Nazionale delle
Scienze, fondata nel 1782 a Verona da
Anton Mario Lorgna ed oggi con sede
a Roma
anton mario lorgna (1735-1796) 281
che nascono, noi siamo a peggior condizione di tutte le altre Nazioni. Scopo della sua iniziativa è fare di tanti Uomini separati un corpo rispettabile un giorno,
[…] unito col solo cemento dell’amor di patria. Nella prefazione al primo numero delle Memorie accademiche, nel 1782, ribadisce: Lo svantaggio dell’Italia è
l’avere ella le sue forze disunite. Per unirle, bisogna incominciare ad associare le
cognizioni e l’opera di tanti illustri italiani separati, e ricorrere a un principio motore degli uomini sempre attivo, e talora operante con entusiasmo, l’amor della Patria. Rivolto ai Francesi scrive: Cari Signori oltremontani, aspettino un pochino e
vedranno l’Italia sotto altro aspetto fra pochi anni. Basta che siamo uniti. Sembra
evidente il distacco dalla generazione precedente. Per il maestro di Lorgna, il
marchese Giovanni Poleni, non c’è dubbio che la Patria è la Repubblica di Venezia. Alla fine del secolo, un alto ufficiale della Repubblica scrive che il concetto di patria è collegato a quello della Nazione Italiana.
Non si deve peraltro ritenere che ci sia una cesura troppo netta col passato: la lettura degli scritti degli scienziati italiani, nel corso dei secoli preunitari, inclusi il Seicento e il Settecento, rivela che l’orgoglio dell’appartenenza
alla cultura italiana non viene mai meno, e spesso alimenta confronti e polemiche con gli Oltremontani, ma spesso convive con forme di patriottismo
locale (nel Centro-Nord in prevalenza cittadino) e lealtà al proprio sovrano,
secondo un complesso equilibrio di valori e sentimenti, che caratterizza la civiltà italiana fino al movimento risorgimentale. Per esempio, il longevo e tradizionalista Teodoro Bonati, contemporaneo di Lorgna, pensa che la sua patria sia Ferrara, è fedele al suo Sovrano (il Papa) e tuttavia ha un sentimento
assai vivo della grandezza della cultura italiana, che mette in luce in ripetute
contese letterarie con scienziati stranieri.
Al successo dell’iniziativa di Lorgna contribuiscono indubbiamente esigenze e fermenti nuovi in Italia, oltre all’ambizione personale del promotore,
che lo spinge ad emergere in campo nazionale ed internazionale, e all’interesse degli altri scienziati italiani per un nuovo, più efficace strumento d’affermazione personale, che serve anche alla cultura italiana nel suo complesso e
di questo sembrano tutti consapevoli.
4. i rapporti con gli scienziati europei
Lorgna è chiamato frequentemente dal governo veneto per lavori d’idraulica e ingegneria, che lo obbligano (suo malgrado) a percorrere tutto il territorio della Serenissima, ma da questo non esce mai, poiché a differenza d’altri
scienziati del Settecento (v. per es. Boscovich e Frisi), pur conoscendo le lingue e ricevendo numerosi inviti (tra gli altri quelli di Vienna e Lisbona), non
ama viaggiare.
Egli tesse pazientemente una rete vastissima di rapporti epistolari con i
maggiori scienziati italiani ed europei, ai quali manda i suoi lavori, ricevendone apprezzamenti. Corrisponde con Leonardo Eulero (1707-1783) e Daniele Bernoulli (1700-1782) per gli studi sulla fisica dei fluidi e l’idrodinamica, con Giuseppe Luigi Lagrange (1736-1813) sulle equazioni superiori al
quarto grado, con Étienne Bonnot de Condillac (1715-1780) sull’elettricità,
con Joseph-Jérôme Lefrançais de Lalande (1732-1807) su canali ed istmi. La
282 idraulici italiani
maggior parte di questa corrispondenza, molto interessante per la storia della
scienza, è conservata presso la Biblioteca Civica di Verona ed è stata riordinata dal professor Franco Piva, dell’Università di Verona.
Una conseguenza logica di questi rapporti è l’associazione di Lorgna ad
importanti accademie: in Italia quelle di Padova, Bologna, Cortona, Mantova,
Torino e Verona; all’estero quelle di Parigi, Berlino, Pietroburgo, Montpellier
e Londra. Ottiene anche onorificenze per meriti scientifici: nobile della città
di Adria e cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (di Casa Savoia).
5. morte e trasferimento del collegio militare
Lorgna muore a Verona poco più che sessantenne il 28 giugno 1796, un mese
dopo l’ingresso in città dei francesi, dopo una malattia di cui tiene un diligente diario. Secondo la testimonianza di Silvia Curtoni Verza (1807), le convulsioni politiche del momento fanno sì che la sua morte passi quasi inosservata: Un uomo tanto onora­to dalla Repubblica Veneta, cui egli serviva, onorato
da Principi forestie­ri d’importanti commissioni, e che tanto affaticò per la gloria,
morì nel momento, che tutti gli umani interessi erano rivolti alla disorganizzata
politica, ed appena si seppe la sua morte, che fu quasi dimenti­cata. Egli giace in
tomba oscura senza una lapide, che lo distingua. Ma Luigi Palcani (1817) scrive: L’accademia di Verona ha eretto nelle sue stanze l’effigie in marmo del Lorgna.
Alla morte lascia circa ottanta opere di matematica, chimica, idraulica,
topografia, alcune delle quali tradotte e pubblicate in Inghilterra, Francia e
Germania. Numerosi sono anche gli inediti, conservati a Verona presso la Biblioteca civica e l’Accademia d’agricoltura, scienze e lettere.
Napoleone Bonaparte (1769-1821), giunto a Verona quando muore Lorgna, ammira l’organizzazione del Collegio, e per non cederlo all’Austria assieme al Veneto (Trattato di Campoformio, 1797), nel 1798 lo trasferisce a Modena, come Accademia militare della Repubblica Cisalpina e poi del Regno
d’Italia, antenata dell’attuale Accademia dell’esercito italiano.
6. la personalità
L’aspetto e il carattere di Lorgna sono descritti con precisione nel vivace ritratto che ne fa Silvia Curtoni Verza: Ristretto avea l’occhio, e vivace, maniere
cortesi, ma non elette, un sorrider frequente, né sempre spontaneo. Nelle Scienze
Esatte ottenne alta fama, e per me­rito intrinseco, e per attiva sollecitudine. Egli
aveva l’arte di modi­ficare, di colorire a nuovo aspetto l’idee, e le cose cotanto finamente, che svanire faceva l’originale lor forma. Nelle belle arti diede qual­che
saggio di gusto, ma in belle let­tere nulla vantar poteva: non era punto studioso dello scriver elegan­te, purché le idee fossero esposte con chiarezza. Confessava
egli me­desimo di non intender bellezza poe­tica né per lo stile, né per le imma­
gini. Idolatrava la gloria, alla qua­le dedicò tutta la vita, e l’abbreviò per soverchio studio: rimaneasi in casa le intere settimane, e solamen­te al tramontar del
Sole usciva a di­porto, passeggiando in un giardinet­to della sua casa. Ne’ privati
crocchi, fuori della bella letteratura, era eloquente parlatore. L’igneo suo temperamento affrontava con pungente asprezza, ed amaro insul­to l’opinante diversa-
anton mario lorgna (1735-1796) 283
mente; poi all’impeto della passion succedendo la calma della ragione, s’accostava
col mezzo altrui all’avversario, ma pur con tali forme ingegnose, che l’a­mor tenero
di se medesimo quasi non se ne risentiva. Era di non facile accesso, e comunicava
poco le sue idee, le sue mire, di cui era il suo spirito riccamente fornito; e ciò cre­
do per certa diffidenza, che aveva degli uomini in generale. Teneva grande, e illustre commercio lette­rario per ragion de’ suoi studj. All’epoca della rivoluzione non
diede punto orecchio alle teorie liberali governative, che fermentavano nelle teste
più intraprendenti de­gli uomini; ed al certo stato sareb­be più filosofo de’ sedicenti
filosofi, se neglette solo le avesse come non adattabili con la corruzione dei tempi
presenti; ma se fosse vivuto al tempo di Sparta e di Ate­ne, forse egli avrebbe impiegato volentieri i suoi talenti alla Corte Macedonica (Curtoni Verza, 1807).
Da questo ritratto emerge chiaramente il carattere di un uomo d’ingegno,
solitario, scontroso e diffidente, pessimista sulla natura umana, che s’illumina
soltanto, quando parla della scienza, a cui ha dedicato tutta la vita, inseguendo un sogno di gloria. Sotto i tratti d’urbanità, si capisce che non è sereno,
forse perché intuisce di non poter raggiungere pienamente il suo obiettivo,
essendosi troppo disperso tra diversi rami del sapere: fatalmente lo scienziato
moderno non può primeggiare in tutti i campi.
Luigi Palcani sembra avvicinarsi a questa verità, quando scrive: Parve e fu
sempre ingegnoso; forse non parve sempre felice; e la verità, ch’egli s’ affrettava di
giugnere, e sembrava vicin vicino di cogliere, si dileguò alcun’ora innanzi a lui
e non so come l’abbandonò. Ma un uomo di pronto intelletto, di rara industria,
d’altissima dottrina, sarà forse indegno di lode, se fallì tal volta, e fu vinto da insuperabili difficoltà ? […] Né taceremo, che tante e sì varie occupazioni affaticavano il nostro Lorgna, che non è meraviglia se gli mancò talvolta il tempo a raffinare i suoi lavori (Palcani, 1817). Tra i critici moderni, scrive Ettore Curi:
Fu un grande matematico, il primo d’Italia se si eccettua il franco-piemontese
Lagrange, un ottimo fisico ed un ottimo chimico, pur non raggiungendo mai risultati veramente fondamentali; solo nella proposizione di una proiezione cartografica, che fu ritenuta valida per tutto l’Ottocento, raggiunse una certa considerazione mondiale (Curi, 2008).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Veniamo ora a riassumere le esperienze di Lorgna in campo idraulico: esse si
dividono in attività d’ingegneria e di ricerca. Abbiamo già visto che il periodo giovanile, al seguito del padre e poi da cadetto presso l’esercito veneto in
Dalmazia, favorisce precocemente la sua formazione come ingegnere idraulico,
dato l’intreccio tra genio civile e militare. L’incarico presso il Collegio militare di Verona, come ufficiale ingegnere ed il crescente prestigio scientifico non
possono che accrescere, negli anni successivi, il suo impegno in questo campo,
per richiesta diretta del governo veneto e talvolta, secondo un’antica consuetudine, anche di altri Stati italiani, come la Repubblica di Lucca. Sentiamo la descrizione un po’ enfatica che ne dà Luigi Palcani: Niuna quistione idrometrica fu
alquanto grave in Italia, che a lui non si riportasse. Il regolamento dell’Adige, e del
Po, e della Brenta, e del Mincio, la difesa del Polesine, la bonificazione delle valli del Tartaro, la division della Piave, la salvezza delle fonti delle acque acidule di
Medaglione d’Anton Mario Lorgna
(Accademia di Verona).
284 idraulici italiani
Recoaro, le arginature del Bacchiglione, l’inalveazione delle acque Lucchesi, e i timori di quella Repubblica, e le molte controversie insorte tra Lei e lo Stato di Toscana furono per lungo tempo gli studi suoi. Per cui se può credersi che l’Analisi perdesse
alcun poco, l’Idrometria in contrario vi guadagnò (Palcani, 1817).
In realtà sembra che Lorgna, più che apprezzare, subisca questa molteplicità di perizie idrauliche, che lo distolgono dalla ricerca ed esigono faticosi
sopralluoghi. Scrive in proposito Ettore Curi: Ancora oggi si ricorda di lui l’attività d’ingegnere idraulico, ma in realtà Lorgna odiava quella disciplina, che lo
obbligava a trascorrere giorni e notti sui fiumi in balia dell’umidità e del freddo,
che gli procuravano vari e continui malanni e studiava le varie esondazioni solo
per obbedienza alla Serenissima; il suo più vivo desiderio era quello di restare nel
suo laboratorio a studiare l’idraulica teorica, la fisica dei fluidi, alla quale fornì numerosi contributi in molti suoi scritti (Curi, 2008). Più coerenti col suo
temperamento sono alcuni progetti e studi di vasto respiro e di carattere teorico: il progetto di bonifica delle Valli veronesi e lo studio per aprire un canale
tra il Mar Mediterraneo e il Mar Rosso.
Gli scritti idraulici di carattere tecnico-scientifico di Lorgna riguardano
l’efflusso dalle luci e la contrazione della vena (rettificando i dati di Newton),
la distribuzione delle velocità nelle sezioni dei fiumi e la misura della velocità dei filetti liquidi (per la quale inventa un nuovo dispositivo a bilancia), le
rotte dei fiumi e la dinamica del loro sbocco in mare, la costruzione di sostegni e di ripari dalle corrosioni (per i lavori provvisionali concepisce un nuovo
apparecchio semplice ed efficace).
A sinistra, frontespizio del Discorso
intorno al riparare dalle inondazioni
dell’Adige la città di Verona (Stamperia
Moroni, Verona, 1768), pubblicato dal
giovane Anton Mario Lorgna, all’epoca
Capitano degli Ingegneri veneti. A
destra, frontespizio della pubblicazione,
che riunisce le principali memorie
idrauliche pubblicate nella maturità da
Anton Mario Lorgna, all’epoca (1777)
Colonnello degli Ingegneri veneti.
giambattista venturi
La vita
1. un fanciullo-prodigio
al seminario di reggio emilia
Giovanni Battista Venturi nasce a Bibbiano, presso Reggio Emilia, l’11 settembre 1746 da Giovanni Domenico Venturi e Domenica Galliani. Il padre lo
affida al Collegio-Seminario di Reggio (che allora ha il rango d’Università),
dove si mette in luce come fanciullo prodigio, in grado a 11 anni di ripetere
parola per parola una predica ascoltata una sola volta. Nel 1757 studia geometria con l’abate Bonaventura Corti (1729-1813) e nel 1758 fisica con l’abate Lazzaro Spallanzani (1729-1799): da questi due maestri attinge il gusto
per la matematica e la fisica.
I superiori, ammirati per la precoce intelligenza e l’amore allo studio del
ragazzo, lo incoraggiano ad entrare nella carriera ecclesiastica: all’età di 23
anni, nel 1769 diventa sacerdote. Nei primi anni dopo l’ordinazione sacerdotale, si segnalano varie orazioni del giovane prete, apprezzate per l’eloquenza e lo stile, ma presto questo ministero cessa, per il prevalere degli incarichi
didattici.
2. professore al seminario di reggio
e all’università di modena
Nello stesso anno dell’ordinazione sacerdotale (1769), Venturi è nominato
insegnante di grammatica nel Collegio-Seminario di Reggio e poco dopo occupa il posto di professore di metafisica e geometria, lasciato libero dal suo
maestro, l’abate Corti. Nel 1774 è promosso professore di geometria e nel
1776 ottiene anche la cattedra di Fisica generale presso l’Università di Modena, dove si lega d’amicizia soprattutto con il matematico Paolo Cassiani
(1743-1806), di cui scriverà la biografia. In questa città rimarrà per 20 anni,
sviluppando la maggior parte dei suoi studi matematici e fisici, in un ambiente piccolo ma culturalmente vivace.
L’abate Lazzaro Spallanzani (17291799), nativo di Scandiano, è il maestro
di G.B. Venturi e, anche dopo il
trasferimento da Modena a Pavia nel
1769, segue con simpatia i successi
scientifici del suo allievo: Godo e
stragodo nel sentire che vi è toccata la bella
medaglia della quale mi parlate (1785).
3. matematico ducale. affari d’acque
Venturi a Modena ha la protezione del marchese Gherardo Rangone (17441815), direttore del Collegio dei Nobili (dove l’abate dà lezioni di matematica e scienze naturali) e ministro del Duca Ercole Rinaldo iii d’Este (17271803): grazie a lui, attorno al 1780, ottiene l’ambita nomina a Matematico
Ducale, pur conservando le cattedre universitarie. Si riproduce quindi un
cumulo d’incarichi didattici ed amministrativi, abbastanza comune nel Seicento e nel Settecento (v. per es. Domenico Guglielmini a Bologna e Guido
Grandi a Firenze), che ha i suoi vantaggi sul piano remunerativo ed introduce ai problemi concreti del territorio, ma fatalmente sottrae energie allo studio e alla ricerca.
Ercole Rinaldo iii d’Este (1727-1803),
duca di Modena dal 1780, nello stesso
anno nomina G.B. Venturi matematico
ducale e in questa veste l’abate reggiano
esercita le funzioni d’Ingegnere dello
Stato fino al 1796, quando, all’arrivo di
Napoleone, il duca fugge in esilio.
286 idraulici italiani
Come Matematico Ducale, Venturi esercita anche le funzioni d’Ingegnere
dello Stato, associato per lo più a Paolo Cassiani (il quale è diventato Consultore civile per gli affari di acque e strade), e talvolta ad altri Ingegneri. In
questa veste, egli si occupa di vari progetti idraulici: la costruzione dei ponti
sopra i fiumi Secchia e Panaro, la deviazione nella Secchia della fossa di Magreta, le cui acque allagano la strada postale tra Modena e Reggio verso Cittanuova, il prosciugamento delle paludi di Fontana e di Campogalliano, il
piano, che diventa legge, per sistemare gli argini dei fiumi statali, con il regolamento per le relative spese, lo scolo delle acque che ristagnano nella città di Modena. Questi incarichi sono ben remunerati: nel solo 1783, Venturi
riceve una gratifica di 100 zecchini. In quel periodo si diffonde la sua fama
come ingegnere idraulico ed egli è chiamato anche ad esprimere un parere sul
regolamento del fiume Brenta in Veneto, che vede il confronto tra due progetti opposti, di Anton Mario Lorgna (1735-1796) e del patrizio veneziano
Angelo Querini (1721-1796).
Gli affari d’acque però sono complessi e pieni d’insidie, perché intrecciati
agli interessi particolari e, come Ingegnere dello Stato, l’abate Venturi se ne
rende conto in più occasioni. Egli incappa in un’aspra contesa tra il marchese
Gherardini e il conte Greppi, su una questione d’irrigazione nel territorio di
Castelnuovo di sotto, con strascichi giudiziari, che nel 1788 lo costringono a
scrivere due relazioni in sua difesa, presentate al Supremo Consiglio di Giustizia in Modena, ma ne esce bene: gli scritti, in cui fa sfoggio di conoscenze
Mappa allegata alla Relazione sulle
irrigazioni Castelnovesi, redatta da
Giovanni Battista Venturi nel 1788.
giambattista venturi (1746-1822) 287
idrauliche ed agricole, sono resi pubblici ed inducono l’Accademia Agraria di
Torino a mandargli il diploma di socio corrispondente; sul piano personale,
ricorre alle sue migliori doti diplomatiche, favorendo una transazione e riuscendo a conservare la stima e l’amicizia dei due contendenti. A poco serve
invece la diplomazia in un’altra occasione, quando si reca sul fiume Panaro
presso Finale Emilia, per riparare ai danni di una rotta ed è aggredito da un
proprietario locale, che lo accusa di aver provocato l’esondazione, con i precedenti lavori per la costruzione di un canale, talché riversando su di lui tutto
il suo brutale furore, vi avrebbe l’Ingegner dello Stato lasciata la vita, se con fuga
precipitosa non si fosse sottratto (Brignoli di Brunhoff, 1835).
4. collaborazione con tiraboschi.
il giornale de’ letterati
Già dagli anni ’70, Venturi collabora con il Giornale de’ Letterati, diretto da
Girolamo Tiraboschi (1731-1794), per il quale scrive articoli di recensione di
opere scientifiche, tra cui i trattati d’idraulica di Paolo Frisi (1777) e di Leonardo Ximenes (1780). All’insigne bibliotecario estense lo legano i comuni
interessi storici: quando Tiraboschi muore nel 1794, lasciando incomplete le
sue Memorie storiche Modenesi, di cui sono già apparsi tre volumi, raccoglie le
carte dell’amico, scopre nuovi documenti e pubblica l’ultimo volume (1795),
che costituisce il suo primo saggio storico. Quest’opera gli attira la fama d’uomo erudito ed a lui fanno riferimento gli archeologi ed i diplomatici d’ogni
nazione, che passano per Modena.
5. l’accademia scientifica del marchese rangone
Il marchese Rangone è un mecenate, che presso la sua casa ha istituito un’Accademia di Scienze (funzionante dal 1784 al 1792), della quale Venturi è socio operoso. L’ospite finanzia gli esperimenti scientifici e i soci ogni anno
attribuiscono in premio una medaglia d’oro di 50 zecchini all’autore della
memoria giudicata migliore.
Puntualmente, ogni anno, l’abate reggiano legge una memoria (in totale
saranno otto) e, quando nel 1785 ottiene il premio con uno studio sui colori,
da Pavia gli scrive il suo maestro Lazzaro Spallanzani: Godo e stragodo nel sentire che vi è toccata la bella medaglia della quale mi parlate, e desidero, che quella dell’anno corrente venga accompagnata da quella dell’anno seguente. Venturi
vince anche il premio del 1786 e chiede al marchese Rangone di tramutare la
medaglia-premio in un telescopio acromatico di marca Dolland, proveniente
da Londra. Nello stesso anno, riceve anche la cattedra di Fisica sperimentale
e si dedica ad allestire un Gabinetto di macchine; egli cumula quindi tre incarichi universitari, ma l’anno dopo (1787) rinuncia a quello di Matematica
elementare. Riconoscente al suo mecenate, dopo la morte di Rangone, Venturi ne scriverà l’elogio.
G. B. Venturi è amico dell’abate
Girolamo Tiraboschi (1731-1794), a
cui è legato dai comuni interessi storici.
Dopo la morte dell’insigne bibliotecario
estense, ne completa le Memorie storiche
Modenesi.
288 idraulici italiani
6. l’ambasciata a parigi,
per salvare il ducato di modena
Il tranquillo mondo del Ducato emiliano viene sconvolto nel 1796, con la
campagna d’Italia di Napoleone, il quale, dopo aver sconfitto gli Austro-Piemontesi, nel maggio entra a Milano. Il Duca di Modena Ercole iii, sentendo il fiato sul collo dei Francesi, fugge a Venezia col tesoro statale e manda a
Parigi come ambasciatore straordinario Federico Tesde, conte di S. Romano
(1745-1820), per trattare la pace con il Direttorio della Repubblica Francese, in cambio di denaro: segretario della delegazione è Giambattista Venturi,
il quale da molti anni serve l’amministrazione come matematico e ingegnere
ducale e in questa veste si è fatto apprezzare per la sua eloquenza e le qualità
diplomatiche.
Nel giugno 1796 la delegazione, giunta a Parigi, si rende conto che non
c’è niente da fare: in Europa è in atto uno scontro tra giganti, i quali hanno
deciso che i piccoli Stati devono scomparire. Intanto a Modena la situazione
precipita, con la nascita, nell’ottobre, della Repubblica Cispadana, che riunisce le province di Modena, Reggio, Bologna e Ferrara. Il conte di S. Romano
lascia Parigi per ritornare in patria, ma Venturi non lo segue e si trattiene a
Parigi: questa decisione cambierà radicalmente la sua vita.
Venturi non nutre sentimenti rivoluzionari; ad Ercole iii, sovrano illuminato e bonario, è riconoscente ed anche affezionato, nella sua piccola patria
reggiano-modenese si trova bene, ma è soprattutto uno scienziato e un erudito e il richiamo di Parigi è troppo forte. A 50 anni, egli è nella piena maturità,
ha approfondito molti rami scientifici e si può confrontare con gli scienziati
europei di più alto livello, ma non ha viaggiato molto, come altri grandi abati del Settecento (si pensi a Paolo Frisi e Ruggero Boscovich!): non può perdere quest’occasione e decide di rimanere a sue spese, prendendosi un anno
sabbatico dall’insegnamento.
7. l’anno sabbatico a parigi.
rapporti con l’élite scientifica francese
Il soggiorno parigino è ricco di soddisfazioni, poiché egli stabilisce rapporti
con quasi tutti gli scienziati più importanti, approfondendo il loro pensiero,
pubblica in francese alcune delle sue memorie migliori, sfrutta da erudito l’enorme giacimento culturale concentrato a Parigi.
La lista degli scienziati, con cui Venturi entra in rapporto, è lunga e comprende, tra gli altri, i nomi di: Antoine-François de Fourcroy (medico e chimico), Bernard Germain de Lacépède (zoologo), Georges Cuvier (naturalista), Charles Bossut (matematico e idraulico sperimentale), René Just Haüy
(mineralogista), Jacques Charles (fisico), Jean-Baptiste Delambre (matematico e astronomo), Jean-Baptiste Biot (fisico e matematico), Gaspard de Prony
(matematico ed ingegnere idraulico), Jérôme Lalande (astronomo), Gaspard
Monge (matematico), Jean-Antoine Chaptal (chimico), Claude Louis Berthollet (chimico), Pierre-Simon Laplace (matematico, fisico ed astronomo).
Si noti la straordinaria capacità del professore italiano, proveniente da una
giambattista venturi (1746-1822) 289
piccola provincia, di stabilire un dialogo con i luminari delle scienze più diverse nella capitale culturale d’Europa.
Venturi visita i pubblici ed i privati gabinetti di Fisica e di Storia Naturale,
frequenta le lezioni di Fisica di Charles e quelle di Mineralogia di Haüy e, a
sua volta, fa conoscere ai francesi il suo pensiero su vari argomenti scientifici
ed è apprezzato, come dimostra la sua intensa attività pubblicistica in questo
periodo. Legge all’Istituto di Francia memorie sulla conoscenza dell’estensione che ci somministra il senso dell’udito, sugli strozzamenti dei cilindri di
canfora alla superficie dell’acqua, sul principio della comunicazione laterale
del movimento dei fluidi (la sua opera idraulica maggiore), sulle opere fisico-matematiche di Leonardo da Vinci (1452-1519). Scrive numerosi articoli per riviste scientifiche: Annales de Chimie, Magazin encyclopédique, Journal
polytéchnique, Annales des mine. Ha l’onore di vedere inserito un suo lavoro
nelle Mémoires présentés par les Savans étrangers a l’Institut National e d’essere invitato ad assistere alle esperienze sul Galvanismo presso quell’Istituto. Il
Consiglio delle miniere di Francia gli manda in dono l’intera collezione del
Journal des Mines, invitandolo a comuniquer vos observations intéréssantes relatives à l’art des mines et aux sciences accéssoires.
Egli è un accanito bibliofilo, sempre a caccia di libri pregiati da collezionare e soprattutto studiare: a Parigi trascrive dai manoscritti della Biblioteca
nazionale le opere fisico-matematiche di Leonardo da Vinci, l’Ottica di Tolomeo, il Trattato del Traguardo di Erone, acquista, spendendo parecchie centinaia di zecchini, parecchi codici manoscritti di Vitruvio, e prepara un’enorme
quantità di materiali per le tante opere che progetta di scrivere.
8. ritorno in italia.
nomina al parlamento della repubblica cisalpina
Venturi pensa, non a torto, di aver illustrato la scienza italiana ed avviato importanti collegamenti scientifici internazionali nel suo soggiorno parigino.
S’illude anche che i rapporti da lui stabiliti con i maggiori scienziati francesi, nella capitale del Paese che ormai domina l’Italia, lo mettano al riparo al
suo ritorno a Modena, dove è nata la Repubblica Cispadana sotto l’egida di
Napoleone: è un’ingenuità. A Modena negli ambienti democratici si mormora contro di lui: invece di tornare partecipando alla rivoluzione, ha preferito
defilarsi e rimanere in vacanza a Parigi; è un cattivo cittadino, che non merita di conservare le cattedre universitarie e l’incarico d’Ingegnere dello Stato.
Come in ogni rivoluzione, s’incomincia affermando gli ideali e si finisce ad
occuparsi dei posti di potere.
Avvisato dall’amico Cassiani, Venturi si affretta a ritornare in Italia e, temendo di perdere gli incarichi, si procura due lettere commendatizie dai suoi
nuovi amici francesi Jérôme Lalande (1732-1807) e Antoine-François de
Fourcroy (1755-1809), indirizzate al Generale Bonaparte, al quale egli stesso
le consegna al suo ritorno a Milano nell’ottobre del 1797.
A Parigi gli hanno assicurato che Napoleone (il quale si è fatto cooptare nel
neonato Institut national des sciences, des lettres et des arts) ama i cultori delle
discipline matematiche e fisiche e, in effetti, il generale accoglie lo scienziato
290 idraulici italiani
italiano con distinzione e gli promette che lo impiegherà secondo i suoi desideri.
Nel novembre successivo, lo stupefatto cittadino Venturi si vede recapitare
la nomina a Membro del Corpo Legislativo della Repubblica Cisalpina e viene a sapere che il suo nome è stato aggiunto di pugno da Napoleone alla lista
già completa: nuovamente è stato ingenuo. Napoleone ha fiuto e sa quel che
vuole: non è venuto in Italia per occuparsi delle beghe universitarie, anzi l’Italia ha troppe università ed egli in seguito chiuderà quelle minori (Modena
e Ferrara), conservando solo le sedi di Bologna, Pavia e Padova. Ai suoi occhi
il problema più importante è quello di costituire il corpo degli alti funzionari
del nuovo Stato vassallo nell’Italia settentrionale e Venturi ha tutti i requisiti
per entrarvi, indipendentemente dai suoi sentimenti (che a Napoleone interessano poco): per un ventennio è stato matematico ed ingegnere ducale ed
ha svolto funzioni diplomatiche; il fatto che abbia anche un’ottima cultura
scientifica e storica, non fa che accrescere i suoi pregi come candidato grand
commis della Repubblica Cisalpina.
Questa nomina imbarazza Venturi: non era quello che voleva, perché preferisce l’insegnamento, lo studio, le pubblicazioni. Non gli dispiace, anzi in
passato l’ha cercato, il ruolo di consigliere del principe, ma quello di rappresentante del popolo: la discussione agitata in un’assemblea politica lo turba
nella forma e talvolta anche nei contenuti, essendo egli incline, per natura e
cultura, alla moderazione. In ogni caso accetta, nella speranza che quest’incarico gli riapra in seguito le porte dell’Università. Come deputato, scrive i rapporti sull’unificazione decimale del sistema di pesi e misure.
9. professore alla scuola militare di modena
Le cose sembrano sistemarsi, quando nell’agosto 1798 Venturi chiede ed ottiene le dimissioni dall’incarico e nel settembre è nominato dal Ministro della Guerra professore di Fisica sperimentale e di Chimica nella Scuola Militare
di Modena, dove si trasferisce anche l’amico Paolo Cassiani come professore
di Geometria descrittiva. L’incarico gli piace, anche perché la nuova Scuola
in realtà è il vecchio Collegio militare di Verona, istituito dalla Serenissima e
forgiato in 30 anni da Anton Mario Lorgna, con una forte impronta tecnico-scientifica (in pratica è una scuola d’ingegneria): esso è stato trasferito nel
1798 a Modena da Napoleone, come Accademia militare della Repubblica
Cisalpina e poi del Regno d’Italia, per non cederlo all’Austria assieme al Veneto con il trattato di Campoformio (1797). In questa scuola entrerà tra pochi anni (1808) Pietro Paleocapa, destinato a diventare un grande ingegnere
idraulico del Lombardo-Veneto.
Il nuovo incarico dura poco, perché in assenza di Napoleone, che si trova
in Egitto, l’armata austro-russa riconquista l’Italia. Venturi non segue l’esercito francese in ritirata (come fanno, tra gli altri ,Vincenzo Brunacci e Antonio
Tadini) ma, avendo rivestito un incarico politico nella Repubblica Cisalpina,
all’inizio del 1799 viene incarcerato nella Torre detta di Passerino Bonacossi.
Liberato nel giugno dello stesso anno, stende la propria apologia e, aiutato
Ritratto di Napoleone Bonaparte (17691821). Nell’ottobre 1797, Giambattista
Venturi, di ritorno da Parigi, incontra a
Milano il giovane generale, chiedendo
di essere reintegrato nell’insegnamento
universitario a Modena. Con sua
sorpresa, è invece nominato membro del
Parlamento della Repubblica Cisalpina.
Inizia così, per il cinquantenne erudito,
professore ed ingegnere reggiano, una
nuova vita come grand commis del nuovo
Stato creato dai Francesi, che lo porterà
a svolgere le funzioni d’ambasciatore
giambattista venturi (1746-1822) 291
dall’amico Cassiani e dal vescovo di Modena, è reintegrato nei vecchi incarichi universitari, ma l’Università di Modena è poi soppressa.
10. ambasciatore a berna
Ritornato Napoleone con la vittoria di Marengo del 1800, nel luglio dello
stesso anno Venturi è associato all’Università di Pavia come professore di Fisica teorica, con un incremento di stipendio, perché gli viene riconosciuto il
titolo di celebre. Questo gradito incarico si trasforma subito in un miraggio,
che sarà da lui vanamente inseguito negli anni successivi, perché subito dopo
la Repubblica Cisalpina, senza togliergli formalmente la cattedra, di fatto lo
inserisce nella carriera diplomatica, alla quale è veramente destinato dalla volontà di Napoleone. All’inizio si tratta di missioni brevi: con il mineralogista barnabita Ermenegildo Pini (1739-1825), viene mandato ad esaminare
le miniere dell’Alto Novarese e il miglior metodo per sfruttarle, compone la
vertenza tra Lombardia (Repubblica Cisalpina) e Piemonte (Impero francese)
sui ripari lungo il fiume Sesia, è nominato Incaricato d’affari presso l’effimero
Re dell’Etruria a Firenze. Nell’ottobre 1801 arriva l’incarico più importante
e definitivo, a cui invano tenta di sottrarsi: è nominato Agente Diplomatico
(ossia Ambasciatore) della Repubblica Cisalpina e poi Italiana e poi Regno
d’Italia presso la Confederazione Elvetica, dove rimarrà 11 anni.
Non si tratta di una sinecura, perché in quel periodo la Svizzera è tormentata da guerre civili e cade sotto l’influenza francese. Venturi deve fare un lavoro doppio rispetto a quello degli altri ambasciatori, perché invia rapporti
sia al Ministero di Milano sia a quello di Parigi, ossia a Napoleone, Presidente e poi Re dello Stato vassallo italiano. Grazie alla sua cultura e alla cordialità
emiliana, egli riesce a stabilire buoni rapporti con gli altri ambasciatori presenti a Berna (in rappresentanza di Francia, Prussia, Spagna e Austria), con i
quali fa diverse escursioni. È stimato anche dal Governo Svizzero, com’emerge da una sua lettera in data 2 giugno 1807 ad una signora bernese: L’apertura della Dieta si è fatta jeri colla maggior decenza, tranquillità, e buon ordine.
Nel suo Discorso, che è già stampato, il Landamanno ha fatto un complimento
per me assai lusinghiero. Ha detto, che la Legazione Italiana è degnamente colle
più amichevoli relazioni rappresentata da un Ministro, il quale per la sua dimora di molt’anni fra noi, e per le sue estese personali conoscenze, ci è quasi divenuto indigeno.
Uomo intelligente e versatile, Venturi ha fatto buon viso a cattivo gioco ed
è ormai divenuto un ambasciatore abile e stimato: una carriera che molti gli
invidiano, a cui seguono alte onorificenze, concesse a pochi (cavaliere della
Legion d’Onore nel 1805 e della Corona di Ferro nel 1806), ma, a prescindere dal fatto che Berna non è Parigi, la sua vera vocazione è un’altra, ossia
quella dello studioso. Nelle poche ore che gli rimangono libere dalle incombenze diplomatiche, dà la caccia ai libri rari, frequenta le biblioteche e conversa con i dotti locali, studia l’Istituto pedagogico del Pestalozzi, si occupa
di una collezione d’uccelli acquistata per l’Università di Pavia e di una di minerali per l’Università di Bologna, manda alla sua Reggio i disegni per l’illuminazione notturna, ecc., ma non riesce a ritrovare il ritmo di un tempo nel-
292 idraulici italiani
lo studio e nella scrittura. La nostalgia dell’Italia è grande: ogni anno chiede
il congedo da ambasciatore e il reintegro nella cattedra di Pavia, che gli viene
negato. Si rende conto di essere un prigioniero dorato di Napoleone e che paradossalmente, se nel 1796 avesse seguito il conte di S. Romano ritornando a
Modena e rifiutato il giuramento di fedeltà ai Francesi, come a Ferrara aveva
fatto Teodoro Bonati (1724-1820), dopo Marengo sarebbe stato reintegrato
nell’insegnamento ed ora potrebbe dedicarsi agli amati studi, in una posizione meno brillante, ma più vicina alla sua vocazione.
11. l’agognata pensione.
infortunio col nuovo duca di modena
La soluzione viene col tempo e con gli acciacchi, che inesorabilmente si affacciano, mentre in precedenza ha sempre avuto buona salute: soffre il clima
rigido della Svizzera e nel 1808 incomincia ad ammalarsi. Solo nel 1813, con
motu proprio dell’Imperatore, gli viene accordata l’agognata giubilazione, con
la pensione massima di 6000 lire, superiore a quella corrispondente agli anni
di servizio prestati: a 67 anni, può finalmente ritornare nella sua Reggio, libero di dedicare tutto il suo tempo alla scrittura dei molti libri che da anni va
meditando; ma le sorprese non sono ancora finite.
L’anno dopo, nel 1814, con la caduta di Napoleone, il Regno d’Italia si dissolve e viene restaurato il vecchio ordine politico. È probabile che, nel suo intimo, l’anziano abate veda con sollievo la fine dell’avventura napoleonica ed il
ritorno alla normalità, ma non può non essere preoccupato per se stesso: chi
pagherà la sua pensione? Il vecchio e buon Ercole iii, che lo conosceva bene
e con cui poteva parlare in dialetto, è morto ormai da undici anni. Suo successore è il giovane Francesco iv d’Austria-Este (1779-1846), che ha un carattere assai diverso, rigido e sospettoso, e una profonda antipatia nei confronti
dei preti collaborazionisti. Il nuovo duca di Modena fa il suo ingresso solenne
nella città di Reggio il 28 luglio 1814 e l’abate Venturi, per dimostrare il suo
attaccamento alla dinastia, addobba a festa la sua abitazione, affacciata sulla
Via Emilia e tutta illuminata, accendendo fuochi d’artificio, ma esagera e finisce per provocare l’incendio di un fienile vicino: pensò il nostro Cavaliere di
esternare la sua gioja per sì felice avvenimento, con accendere alcuni fuochi d’artifizio, fra’ quali parecchj razzi, ed alcune così dette candele romane, scaricandoli
dalle finestre della sua abitazione sul Corso di Via Emilia, abitazione cui tutta
aveva egli elegantemente illuminato. Questi fuochi, seguendo il loro costume, andavano in tutte le direzioni, e furono presunti cagione di un terribile incendio, il
quale divampò in un fenile poco ivi discosto (Brignoli di Brunhoff, 1835).
L’infortunio, che in altri tempi avrebbe costituito una ghiotta occasione
all’intera città per ridere alle spalle dell’incauto abate, ora è il pretesto di una
persecuzione giudiziaria: Il Fisco intentò immediatamente, non già un’azion civile, ma una criminale contro alla persona del nostro Professore, la quale fu agitata per circa due anni, e col massimo calore per l’una parte e per l’altra d’innanzi al Tribunale di Reggio, e a quello che faceva le veci di Tribunale di Appello di
Modena (Brignoli di Brunhoff, 1835). È evidente che Venturi, nel 1797
bersaglio dell’estremismo giacobino, ora rischia d’essere vittima del risenti-
Nel 1814, dopo la caduta di Napoleone,
il Regno d’Italia viene sciolto e
l’antico regime restaurato. Il Ducato
di Modena e Reggio è ereditato dal
giovane Francesco iv d’Austria-Este
(1779-1846), al quale invano il vecchio
Giambattista Venturi tenta d’avvicinarsi:
un clamoroso infortunio coi fuochi
d’artificio, durante l’ingresso del duca
a Reggio, provoca un processo penale a
carico dell’incauto abate.
giambattista venturi (1746-1822) 293
mento reazionario; fortunatamente ha molti amici ed è ben difeso in questo
clamoroso processo, che si conclude nel 1819 con l’assoluzione, dopo molte
angustie per il malcapitato.
Per quanto riguarda la pensione, Venturi può contare sulla benevolenza del
Governo Austriaco, mediata dai numerosi estimatori ed amici diplomatici,
che dal Regno d’Italia napoleonico si sono trasferiti nell’amministrazione austriaca, in particolare il conte Ferdinando Marescalchi (1754-1816), già Ministro delle Relazioni Estere nel precedente regime. Nello stesso 1814, la sua
pensione d’ambasciatore è confermata a carico del Regno Lombardo-Veneto.
12. le ultime pubblicazioni
di un brillante poligrafo
Ormai Venturi non ha più preoccupazioni, ma gli restano pochi anni di vita
ed egli ne è consapevole, perché la salute è malferma: ancora assistito da una
grande lucidità mentale, è preso da una vera frenesia di scrivere rapidamente
ciò che per troppi anni ha rimandato e dà libero sfogo alla sua vena di brillante poligrafo, che corrisponde alla sua passione d’insaziabile lettore e studioso enciclopedico. Le pubblicazioni di questo periodo riguardano argomenti
di carattere scientifico (ottica, balistica, fisiologia, storia naturale, ecc.), storico (vite, elogi), letterario (le poesie del Boiardo). Fatalmente la fretta talvolta compromette l’accuratezza: Le opere per altro da lui pubblicate dopo del
1818 risentonsi non già di spirito tardo od infievolito, ma della fretta con che le
scriveva; quest’uomo insigne sentivasi per avventura vicino al suo termine, e precipitando la pubblicazione di varie opere d’ogni argomento, non curavasi, o forse non aveva il tempo necessario di dar loro quella limatura e quella pomice che
le facesse comparire in pubblico linde e pulite (Brignoli di Brunhoff, 1835).
Negli ultimi anni, mentre i rapporti con il Duca di Modena rimangono
alquanto freddi, Venturi può sempre contare sulla stima austriaca: membro
dell’Imperial Regio Istituto di Scienze, Lettere ed arti, partecipa a varie commissioni. Nel 1817, assieme a Giambattista Brocchi, al conte Vincenzo Dandolo e al conte Luigi Bossi, è incaricato di esaminare lo stato delle Brughiere
fra Saronno e Gallarate, e d’indicare i mezzi per la loro coltivazione. Più numerose sono le commissioni per valutare manifatture ed oggetti di belle arti,
in omaggio alla sua cultura umanistica. Giungono anche diplomi d’altre accademie scientifiche.
13. titoli accademici
Riassumendo, nel corso della sua vita, Venturi cumula i seguenti titoli accademici:
1770. Socio dell’Accademia degl’Ipocondriaci di Reggio, in cui portava il
nome di Epiice.
1778. Socio dell’Accademia de’ Dissonanti di Modena.
1783 Membro della Società privata Rangone, in Modena.
1785 Uno dei xl della Società Italiana delle Scienze, di cui è anche Segretario dal 1798 al 1800.
294 idraulici italiani
1787. Corrispondente dell’Accademia di Scienze e Lettere di Mantova.
1788. Corrispondente della R. Società Agraria di Torino.
1790 Corrispondente della R. Accademia delle Scienze di Torino,
1791. Membro della Ducale Accademia di Scienze e Lettere di Modena,
1794 Socio dell’Istituto Pontificio di Bologna.
1803. Membro dell’Istituto Italiano di Scienze, Lettere ed Arti sin dalla
sua fondazione.
1804. Corrispondente della Società di Emulazione di Colmar.
1811. Membro della Società Medico-Chirurgica di Berna.
1815. Corrispondente della Società Fisica di Zurigo.
1817. Socio della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena.
1817. Socio della Società Elvetica di Storia Naturale.
1818. Corrispondente della Società Labronica di Livorno
? ? Membro dell’Accademia delle Belle Arti di Venezia.
Minato da una lenta paralisi, Giambattista Venturi muore a Reggio il 10
settembre 1822. È onorato soprattutto dalla città di Scandiano, di cui ha
scritto la storia e che lo annovera tra i suoi grandi (Boiardo, Vallisneri, Spallanzani), anche se in realtà era nato a Bibbiano, un paese vicino, facendone
scolpire il busto e la seguente lapide:
a . perpetva . onoranza
del . cav . giambattista . ventvri
patrizio . reggiano
fisico . matematico . natvralista
per . opere . pvbblicate . e . per . vniversale . dottrina
presso . l . italia . e . le . straniere . nazioni . chiarissimo
a . cospicve . accademie . aggregato
insignito . di . titoli . e . dignità . raggvardevoli
il . comvne . di . scandiano
ammirando . lo . zelo . infaticabile
onde . qvella . vivente . sapienza
gli . estremi . giorni . dedicò . a . illvstrare
l . origine . i . fasti . e. le . natvrali . maraviglie . di . qvesta . terra
il . presente . bvsto
monvmento . di . riconoscenza . e . amore
con . voto . vnanime
pose
mdcccxxvl
14. la personalità
Poco dopo la morte, Venturi trova un attento biografo in Giovanni de’ Brignoli di Brunhoff (1774-1857), d’origine friulana, professore di Botanica ed
Agraria all’Università di Modena, il quale l’ha conosciuto negli ultimi anni ed
ha accesso alle carte custodite dagli eredi, incluso un manoscritto autobiografico. Egli ci ha lasciato questa descrizione fisica: Era il Venturi di regolare statura, e di forme alquanto tozze e grossolane: aveva gli occhi bianchi, ma espressivi
La provincia reggiana ricorda
Giambattista Venturi come uno dei
suoi figli più grandi. In alto, l’abito da
cerimonia dell’ambasciatore Venturi,
conservato nel museo di Reggio Emilia.
In basso, il manifesto di un seminario
sullo scienziato, presso il Comune di
Scandiano nel 2003.
giambattista venturi (1746-1822) 295
e vivaci: il naso alquanto grosso: la bocca grande, ed il labbro inferiore sporgeva
notabilmente fuori del superiore. Mi vien detto, che quando era giovane fosse un
bell’uomo, io però nol conobbi che vecchio, e non potrei dire altrettanto […]. Vestiva in un modo suo particolare: era sobriissimo nel mangiare e nel bere, e tutto era buono per lui, sino i cibi più grossolani ed abbietti; era poi affabilissimo
con tutti, e persino talora galante, singolarmente col sesso gentile. Immerso ognora
ne’ suoi studj era distratto all’eccesso, onde rendevasi non poche volte soggetto agli
scherzi de’ begli umori e degli oziosi (Brignoli di Brunhoff, 1835).
Venturi era poliglotta, poiché parlava, oltre al suo dialetto emiliano, italiano, latino, greco, francese, tedesco ed inglese. In viaggio usava la massima
economia, non per avarizia, ma per soddisfare la sua insaziabile passione di
bibliofilo: arrivò ad accumulare 22.000 libri pregiati, in gran parte di carattere scientifico. A differenza d’altri collezionisti, egli non si limitava ad acquistare e sfogliare i suoi tesori libreschi, ma li leggeva e registrava nella sua prodigiosa memoria. Aveva anche accumulato un gabinetto mineralogico, una
collezione di stampe antiche e moderne ed una serie di tavole e tele dipinte
di varie scuole.
Per quanto riguarda il carattere, il biografo così lo descrive: uomo mai sempre leale e sincero, di carattere fermo, tenace e costante nell’amicizia, promotore
e fautore di tutto che potesse essere utile alla Società, zelantissimo dell’onore della
sua patria, amantissimo della propria famiglia, premurosissimo pe’ suoi discepoli,
estimatore dei dotti, indifferente alle critiche, facile a dimenticare le offese, nemico delle ingiustizie e delle soperchierie, caritatevole, benefico, e ben di spesso anche splendido, facondo ed ornato nel dire, arguto e piacevole nella conversazione
(Brignoli di Brunhoff, 1835). Pur facendo la giusta tara all’eccesso di lodi,
abituale nei giudizi sui defunti, sembra indubbio che Venturi, secondo la tradizione emiliana, fosse una persona cordiale e gradevole: non aveva nulla del
dotto, che la lunga consuetudine dei libri allontana dagli uomini.
I contemporanei apprezzano Venturi come grande uomo di cultura, ma lamentano che tanta parte delle sue energie sia stata sottratta alla scienza dalle
occupazioni nell’amministrazione pubblica, da lui volute, ma anche subite.
Secondo Brignoli di Brunhoff (1835), il conte Giovanni Paradisi (17601826) scrive: Gravi jatture furono di vero per le scienze, e quella che il Governo
Modenese, disviandolo dai secreti studj, l’occupasse di pubbliche faccende, e quella che la gran crisi, la quale sommosse tutta l’Europa, lo trapiantasse in diverse
regioni chiamandolo a splendidi officj, e fecondi anch’essi di lode, ma non di tutta
quella che per la dottrina avrebbe potuto appartenergli .
Meno chiaro ai contemporanei è lo scotto che Venturi deve pagare come
scienziato, per il suo gusto d’inguaribile poligrafo, che si disperde in vari rami
del sapere. Su questo punto, il giudizio del suo biografo Brignoli di Brunhoff
appare incerto, perché prima scrive: Se fra’ sommi dotti Europei meritò di essere
annoverato, di maggior gloria ancora avrebbe potuto risplendere, se non avesse di
soverchio vagato ne’ suoi studj, e se non avesse accettato impieghi, che necessariamente dovevano sottrargli molto tempo prezioso, cui avrebbe potuto più utilmente impiegare nel proseguire tanti peregrini ritrovamenti di che vanno piene le sue
opere. Ma poi conclude, ammirato: Dell’Abate Cavaliere Venturi si poteva ben
asserire è […] che le scienze per lui professate erano per avventura quelle che meno
296 idraulici italiani
ei conosceva: tanta era la vastità immensa e variata delle sue cognizioni. Imperocché dalle varie sue opere, quando bene si esaminino, egli apparisce profondo nella
Teologia, nella Giurisprudenza civile e criminale, nella Metafisica, nella Logico-critica, in tutte le parti delle Matematiche, nella Fisica, nella Chimica, nella
Storia Naturale, nella Fisiologia animale e vegetale, nella Storia, nell’Archeologia, nella Diplomatica, nella Bibliografia, nella Filologia, nella Statistica, nella Pubblica Economia, nell’Agricoltura, ed era eccellente Oratore, non mediocre
Poeta, ed ottimo conoscitore delle Belle Arti; né deve inoltre tacersi a sua gloria,
ch’egli doveva essere ancora assai buon Politico, se con tanta distinzione soddisfece
alle incumbenze di Agente diplomatico (Brignoli di Brunhoff, 1835).
Quest’incertezza e contraddizione dei giudizi sono significative: Venturi è
l’ultimo scienziato-umanista del Settecento; il suo ideale culturale enciclopedico non è moderno ma antico e già ai suoi tempi appare anacronistico, perché la rivoluzione industriale esige la separazione e la specializzazione del sapere: si espandono la conoscenza complessiva e la potenza dell’umanità, ma
si restringe la cultura delle singole persone. Da ciò peraltro deriva anche il
fascino di figure, che appaiono ormai uniche ed irripetibili, come quella del
nostro abate. Aggiungasi che lo stesso ruolo politico-amministrativo da lui
svolto inizialmente, nel piccolo mondo del Ducato emiliano, in forma non
esclusiva e assorbente, non contraddice la sua identità di scienziato-umanista,
con la quale si trova in un delicato equilibrio, che la storia distrugge.
Lo scienziato idraulico
Veniamo ora a riassumere il contributo dato da Venturi alla scienza idraulica, che accanto all’ottica è quella da lui maggiormente approfondita.
1. gli esperimenti idraulici sui vortici
nei condotti e nei canali
Nella memoria Recherches expérimentales sur le principe de communication
latérale dans les fluide (Parigi, 1797), Venturi descrive dettagliatamente gli
esperimenti che ha compiuto a Modena sul fenomeno dell’efflusso da un
serbatoio, utilizzando lo stesso metodo di Giovanni Poleni, ossia applicando
all’orifizio un tubo con spigolo vivo. Il marchese Poleni aveva dimostrato che
la portata massima nella tubazione si manifesta, quando questa sporge dal
serbatoio per una lunghezza di 4÷5 diametri. Venturi intuisce che questo fenomeno è analogo a quello di una tubazione, nella quale la corrente subisca
un improvviso restringimento del diametro senza alcun tratto di raccordo.
Le osservazioni e le misure condotte portano alla conclusione che il brusco
restringimento provoca una riduzione della pressione ed un vortice circolare, lungo la parete della tubazione, che si estende per 4÷5 diametri e determina una perdita d’energia concentrata in quel punto. Unendo la tubazione
di minor diametro a quella più grande con un tronco di cono, che restringe
gradualmente la luce, la portata è superiore, perché la turbolenza e le perdite
di carico sono inferiori. Sostituendo poi il tubo con due sezioni coniche successive, aventi diametri prima decrescenti e poi crescenti, i vortici non si ma-
giambattista venturi (1746-1822) 297
nifestano ed aumenta la velocità, quindi la portata, pur non evitando ancora
una locale riduzione della pressione. Mediante varie prove, Venturi giunge a
determinare la geometria dei due tratti conici che, dando la massima portata,
provocano la minima perdita di carico.
Le esperienze idrauliche condotte procurano a Venturi una meritata fama
tra i contemporanei e consentono più tardi di realizzare uno strumento semplice ed affidabile, ancor oggi d’uso universale per la misura della portata nei
tubi in pressione, che porta il suo nome: il Venturimetro o Tubo Venturi, così
battezzato nel 1887 dall’inventore, l’ingegnere americano Clemens Herschell
(1842-1930), che collega gli studi di Venturi sul movimento dei liquidi nei
tronchi convergenti di una condotta all’equazione di Bernoulli sulla conservazione dell’energia.
Nei tubi convergenti, con moto accelerato, l’energia cinetica aumenta a
spese di quella di pressione, senza apprezzabili perdite di carico. Di conseguenza, si può applicare il teorema di Bernoulli e i tubi stessi si prestano alla
misura della portata delle condotte in pressione, in base alla lettura del dislivello piezometrico H tra le due sezioni iniziale A1 e ristretta A2, ottenendo
così la seguente espressione della portata q:
q = [A1 A2 /√ (A12 - A22)] • 2 gH
Il Venturimetro è costituito da due tronchi, l’uno convergente e l’altro divergente, che sono inseriti nella condotta, uniti da un tronco rettilineo, secondo lo schema della sottostante figura. Per tener conto delle modeste perdite di carico, si applica alla formula un coefficiente correttivo pari a 0,96-0,98.
Disegni originali di Giambattista
Venturi, contenuti nella memoria
Recherches expeéimentales sur le principe
de la communication laterale du
mouvement dans les fluides (Parigi, 1797).
298 idraulici italiani
Venturi conduce anche osservazioni sulla diffusione dei vortici nei canali a
pelo libero, la quale presenta aspetti simili ai precedenti. In omaggio a questi
studi, è oggi chiamato Ca­nale Venturi un manufatto per la misura della portata nei canali a pelo libero, costituito da un modellatore a risalto annegato
da valle: in ogni sezione, la corrente si mantiene lenta, e in corrispondenza
della sezione ristretta il pelo liquido si deprime bensì una quota h < H, ma la
profondità si mantiene ovunque maggiore del valore critico. In queste condizioni, ammesso lineare il moto, vale la formula del Ventu­rimetro.
Infine, si ricorda che Venturi per primo osserva che una corrente a pelo libero, in prossimità di un salto idraulico, deprime il proprio livello rispetto
al fondo, a causa della graduale accelerazione: il cosiddetto Effetto di richiamo, dal quale ci si deve mantenere lontani, restando nella zona indisturbata,
quando si misura il carico idraulico, che determina la portata sullo stramazzo.
2. gli studi sull’attrito interno dei liquidi
Nella citata memoria Recherches experimentales sur le principe de la communication laterale du mouvement dans les fluides, Venturi descrive gli effetti della
comunicazione laterale dei fluidi su varie forme di moto; alcuni hanno carattere inerziale, mentre altri dipendono dall’attrito interno, come i vortici disegnati da Leonardo attorno ai corpi immersi, o quelli che si osservano nei fiumi dietro le pile dei ponti: essi sono dovuti al movimento comunicato dalla
parte più rapida della corrente alle parti laterali meno rapide ed hanno una
rilevante importanza nel determinare il ritardo dei fiumi, accanto all’attrito
esercitato dall’alveo.
La memoria di Venturi è accolta favorevolmente da Charles Bossut, Charles Coulomb e Gaspard de Prony e serve a rivitalizzare, negli ambienti scientifici francesi, la vecchia concezione di Bonaventura Cavalieri e Isaac Newton
sull’attrito tra due strati contigui di fluido, complessivamente trascurata nel
Settecento, a favore della teoria dei liquidi perfetti. In particolare, Charles
Coulomb (1736-1806) nel 1800 prende spunto dagli studi di Venturi per
realizzare un ciclo di sperimentazioni sul moto molto lento, partendo dall’ipotesi, confermata dalle esperienze, che la coerenza delle molecole del fluido implichi un attrito interno proporzionale alla velocità e l’irregolarità della
superficie della parete una resistenza inerziale proporzionale al quadrato della velocità (v. Expériences destinées à déterminer la cohérence des fluides et les
lois de leur résistance dans les mouvements trés lents, 1800). Dalle esperienze di
Coulomb, Gaspard de Prony (1804) deduce un’espressione binomia della resistenza al moto, del tipo R = (av+bv2), destinata a dominare in Europa per
mezzo secolo, fino all’affermazione delle formule monomie di Darcy e Bazin.
3. gli studi di storia della scienza
Venturi ha legato il suo nome anche alla storia della scienza, soprattutto per
gli studi su Leonardo e Galileo, ed anche su altri scienziati minori, come il
modenese Geminiano Montanari, che per breve tempo aveva occupato la sua
stessa carica d’Ingegnere ducale. Si rileva che il titolo di primo storico della
giambattista venturi (1746-1822) 299
scienza va riconosciuto al grande Giovanni Poleni, col quale l’abate reggiano
ha molti interessi comuni; peraltro lo scienziato veneziano appare più concentrato e sistematico negli studi su Frontino e Vitruvio. Nella linea evolutiva da Poleni a Venturi, non si può inoltre dimenticare il contributo di Paolo
Frisi.
4. la scoperta dell’importanza scientifica
di leonardo
Per la storia della scienza, e in particolare dell’idraulica, è interessante soprattutto la scoperta dell’importanza scientifica di Leonardo da Vinci (14521519). I codici leonardeschi erano stati raccolti dal conte Galeazzo Arconati
e da lui donati nel 1637 alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, dove erano
rimasti trascurati da intere generazioni di scienziati italiani. Solo un oscuro
frate, Luigi Maria Arconati, figlio naturale del conte Galeazzo, aveva lavorato sui manoscritti, ordinando i frammenti dispersi in trattati organici, tra cui
uno sulle acque, intitolato: Del moto e della misura delle aque, diviso in nove
libri, suddiviso in 567 proposizioni illu­strate con 219 figure. Questo e altri
trattati leonardeschi, a metà del Seicento, erano stati depositati dal frate nella
Biblioteca Barberini di Roma, dove parimenti erano rimasti ignorati da tutti. Insomma, un classico esempio dello spreco d’ingegno italiano! Napoleone, conquistata l’Italia nel 1796, fa razzia d’opere d’arte e le spedisce a Parigi
come trofei. Per buona misura, sottrae alla Biblioteca Ambrosiana i codici leonardeschi e li dona alla Biblioteca Nazionale Francese.
In quel periodo, come si è già ricordato, Venturi si trova a Parigi ed è
un assiduo frequentatore di quell’immensa biblioteca. Imbattutosi nelle opere scientifiche di Leonardo, chiede il permesso di trascriverle, che gli viene
accordato, a condizione di comunicarne il contenuto all’Istituto Nazionale,
cosa che egli fa con l’opuscolo Essai sur les ouvrages physico-mathematiques de
Leonard de Vinci, avec des fragmens tirés de ses manuscrits, apportés de l’Italie
(1797). Dopo un compendio della vita di Leonardo, l’autore passa a trascrivere in francese i passi più importanti dei manoscritti, deducendone valutazioni di fondamentale importanza per la storia della scienza, poiché sostiene
che Leonardo ha sorprendentemente anticipato molti sviluppi scientifici successivi, tra cui le leggi dell’inerzia e quelle dell’idraulica: il Vinci non solo aveva osservato tutto ciò che il Castelli ha scritto un secolo dopo di lui sul moto delle
acque, ma sembrami di più che il primo abbia in questa parte superato il secondo,
che pur l’Italia ha sinora considerato come il fondatore dell’Idraulica.
Questo giudizio, pronunciato nella più importante sede scientifica europea, è destinato ad avere la massima pubblicità: un pensiero, che era rimasto a
lungo nascosto, è portato alla luce ed inizia un lavoro d’esegesi, che impegna
intere generazioni; anche i trattati ricomposti da Luigi Maria Arconati sono
riscoperti e nel 1823, un anno dopo la morte di Venturi, a Bologna si pubblica quello sulle acque (Del moto e misura dell’acqua), al quale molti critici
successivi faranno, per comodità, riferimento, scoprendo più tardi che contiene alcune imprecisioni. La rilevanza della scoperta è destinata ad alimentare divertenti esercizi di ucronia: quale sarebbe stata la storia dell’Europa se
Il Codice Atlantico di Leonardo,
contenente 1119 fogli, con 1750 disegni,
conservato alla Biblioteca Ambrosiana
di Milano. La maggior parte dei codici
leonardeschi, rimasti a lungo trascurati
dagli studiosi, è sottratta da Napoleone
all’Ambrosiana nel 1796 e donata alla
Biblioteca Nazionale Francese di Parigi,
dove Giambattista Venturi, erudito ed
accanito bibliofilo, ha la possibilità di
studiarli. L’Essai sur les ouvrages physicomathematiques de Leonard de Vinci,
avec des fragmens tirés de ses manuscrits,
apportés de l’Italie (Parigi, 1797)
contribuisce a far conoscere all’Europa
l’importanza del pensiero scientifico
di Leonardo, che anche nel settore
dell’idraulica ha anticipato gli sviluppi
successivi.
300 idraulici italiani
il pensiero scientifico di Leonardo fosse stato scoperto prima? Fatalmente si
presenta anche la tentazione della dietrologia, che non è meno romanzesca,
anche se in tal caso autori e protagonisti del romanzo di fantasia sono gli stessi scienziati: Elia Lombardini (1794-1878), nella memoria Dell’origine e del
progresso della scienza idraulica nel Milanese ed in altre parti d’Italia (1860),
avanzerà l’assurdo sospetto che il trattato di Benedetto Castelli (1628) sia un
plagio di Leonardo, avviando un confronto polemico tra studiosi, concluso
soltanto nel Novecento con Filippo Arredi (v. Idrometria, Leonardo).
vittorio fossombroni
La vita
Paradossalmente, nonostante l’importanza del personaggio, che per lungo
tempo fu un uomo di primo piano in Toscana, non abbiamo di Vittorio Fossombroni biografie esaurienti subito dopo la morte: alcuni autori (Gino Capponi, Giuseppe Pagni, Giuseppe Borghi, Filippo Carresi, E. Saint-Maurice
Cabany) gli dedicano poche pagine.
Più consistenti sono gli studi biografici moderni di Zefiro Ciuffoletti
(1975) e Ivo Biagianti (1988). Altri saggi moderni toccano aspetti particolari
delle sue attività, tra cui in particolare l’idraulica: si vedano, a tale proposito,
i contributi di Giulio De Marchi (1942, 1944, 1947), Caldonazzo-Sansone
(1945, 1946), Ivo Biagianti (1990, 1994), Jolanda Nagliati (2008).
Presso l’Archivio di Stato d’Arezzo è conservato il nucleo principale delle
carte di Vittorio Fossombroni (v. l’inventario curato da S. Camerani nel volume miscellaneo V. F. nel primo centenario della morte, Arezzo 1947), comprendente molti documenti inediti sulle varie attività ed una ricca corrispondenza, incluse lettere a Paolo Frisi, Anton Mario Lorgna, Tommaso Perelli,
Vincenzo Brunacci.
Lo stemma della famiglia Fossombroni.
1. un giovane dagli interessi poliedrici
Vittorio Fossombroni nasce ad Arezzo il 15 settembre 1754 da famiglia d’origine marchigiana (proveniente da Fossombrone), terzo di sette fratelli. Studia
ad Arezzo sotto il controllo del padre, colto antiquario studioso di matematica e fisica. All’Università di Pisa si laurea in legge nel 1778, ma è interessato
soprattutto alla letteratura, all’economia politica, alla matematica ed alla fisi-
Il Palazzo Fossombroni ad Arezzo
(archivio IMSS).
302 idraulici italiani
ca; in queste ultime materie ha per maestri Lorenzo Pignotti (1739-1812) e
Tommaso Perelli (1704-1783). Negli anni del potere politico, rimarrà sempre
legato al corpo docente pisano, promuovendo in particolare l’insegnamento
dell’idraulica. Nel periodo universitario stringe amicizia soprattutto con il
compagno di studi Pietro Paoli, che diventerà uno dei maggiori matematici
italiani e sarà anche membro di Commissioni idrauliche; un suo scritto Ricerche idrauliche, pubblicato nella Nuova Raccolta d’Autori che trattano del moto
dell’acque, assieme alle principali opere idrauliche di Fossombroni (Bologna,
1825), è collegato ai lavori di bonifica per colmata realizzati dall’amico.
Il primo scritto scientifico di Fossombroni, risalente al 1778, è dedicato
alla matematica (equazioni irriducibili di terzo grado). Nel 1781 pubblica un
saggio sull’intensità del lume. Grazie alla sua vivace intelligenza ed alle capacità relazionali, si afferma rapidamente nel mondo scientifico, facendosi conoscere anche fuori della Toscana: nel 1782, a soli 28 anni, è già un emergente, tra i soci fondatori della Società Italiana delle Scienze, detta dei Quaranta,
promossa dal veronese Anton Mario Lorgna (1735-1796). A Firenze frequenta la libreria di casa Nelli, dove si riuniscono numerosi intellettuali e uomini di scienza, per discutere d’economia politica, matematica, fisica, idraulica.
Nei confronti di quest’ultima disciplina, il giovane Fossombroni manifesta
un crescente interesse, alimentato soprattutto dalle conversazioni con l’abate
Leonardo Ximenes (1716-1786) e gli ingegneri G. M. Veraci, Giuseppe Salvetti (1734-1801) e Pietro Ferroni (1744-1825), coinvolti nella politica di
bonifica promossa dal Granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena (17471792), che regna in Toscana dal 1765 al 1790 e poi diventa imperatore d’Austria (Leopoldo i).
Ritratto del Granduca Pietro Leopoldo
i di Asburgo-Lorena (1747-1792); nel
1788 il Granduca nomina Vittorio
Fossombroni Soprintendente alla
bonifica della Val di Chiana, carica che
conserverà ininterrottamente fino al
1828.
2. visitatore dei beni dell’ordine di s. stefano
Nel 1782 Fossombroni è nominato da Pietro Leopoldo Visitatore dei beni
dell’Ordine di S. Stefano in Val di Chiana e in questa veste può studiare
sul campo la scienza delle acque, ricavando dati concreti, necessari per una
verifica sistematica dei risultati ottenuti sul piano speculativo. Il risultato di
queste prime esperienze è la memoria Sopra la distribuzione delle Alluvioni,
uscita nel 1786 e strettamente legata al problema della bonifica: essa ha per
oggetto il calcolo esatto del tempo necessario per il compimento della prevista colmata di un circondario arginato, tenendo conto che, accumulandosi
un anno dopo l’altro le torbide trasportate dall’influente, si alza anche la foce
di quest’ultimo e diminuiscono la pendenza dell’alveo, la velocità delle acque
e le portate liquida e solida; pertanto, a parità di tempo, si riduce l’altezza del
velo di terra deposto dalle acque.
3. soprintendente alla bonifica della val di chiana
Nel 1787 Fossombroni sottopone a Pietro Leopoldo il manoscritto Memorie Idrauliche Storiche sopra la Val di Chiana (che sarà pubblicato nel 1789),
in cui, dopo un’attenta ricostruzione storica dei progetti precedenti (incluso
quello di E. Torricelli), sviluppa un piano sistematico di bonifica per colmate.
Stemma del Granducato di Toscana;
Vittorio Fossombroni riveste un ruolo
politico importante a servizio della
dinastia Asburgo-Lorena, sia prima sia
dopo la Rivoluzione francese, come
ministro degli esteri e segretario di Stato
di Ferdinando iii e del figlio Leopoldo
ii.
vittorio fossombroni (1754-1844) 303
Il Granduca, convinto dell’esigenza di un maggior coordinamento dei lavori,
nel 1788 lo nomina Soprintendente alla bonifica dell’intera Val di Chiana,
un territorio paludoso vasto come una provincia, sul quale sono in atto dal
Cinquecento varie azioni di risanamento. Si noti che quest’incarico è attribuito due anni dopo la morte di Leonardo Ximenes (1716-1786), matematico granducale e sovrintendente a tutte le opere idrauliche del Granducato.
Nel 1794 il nuovo Granduca Ferdinando iii d’Asburgo-Lorena (17691824) lo nomina Sopraintendente generale al dipartimento delle acque della Val di Chiana, un ufficio che conserverà ininterrottamente fino al 1828,
essendo coadiuvato dopo il 1816 dall’ingegner F. Capei e poi da Alessandro
Manenti (1787-1865), destinato a succedergli.
Di carattere teorico e non sviluppate in attività applicative, sono le memorie Sul principio delle velocità virtuali (1796), che applica il principio di Lagrange a problemi d’idraulica e Della resistenza e dell’urto dei fluidi (1802).
Anche altri studi fisico-matematici (Saggio sopra il moto degli animali e sopra
i trasporti, Sui terreni inclinati relativamente ai trasporti ed alla coltura, Sulla
valutazione delli attriti e delle forze, Sopra la misura delle forze muscolari, ecc.)
appaiono attestati isolati dei multiformi interessi scientifici dell’autore.
4. ministro degli esteri del granducato
Sostanzialmente Fossombroni si qualifica soprattutto come ingegnere idraulico e, pur avendo la possibilità di seguire le orme di Ximenes, associando l’impegno tecnico-organizzativo a ricerche scientifiche, preferisce seguire
un’altra strada, perché ha ambizioni politiche, messe in luce all’inizio degli
anni ’90 nella battaglia in difesa della libertà di commercio. Le sue capacità
diplomatiche inducono il Granduca Ferdinando iii a nominarlo ministro degli esteri nel 1796: nasce così un’inedita figura, quella dell’idraulico prestato
alla politica, che col tempo diventerà un politico prestato all’idraulica.
Negli anni 1796-98 tenta invano di assicurare la neutralità del Granducato, che con la riforma Leopoldina ha già realizzato una pacifica rivoluzione,
finché nel 1799 l’invasione francese costringe il Granduca all’esilio in Sicilia,
protetta dalla flotta inglese.
5. senatore e conte dell’impero francese
Tornato in Toscana, Fossombroni si astiene da ogni attività politica, ma dopo
la pace di Lunéville (9 febbraio 1801) si mette al servizio di Napoleone, cedendo alle lusinghe del vincitore (peccato, un sì gran ministro per un sì piccolo
Stato!) e diventa il più eminente tra i funzionari del Regno d’Etruria, poi annesso all’Impero francese nel 1807: nel 1805 è tenente generale delle truppe
toscane, nel 1809 è nominato senatore e conte dell’Impero, titolo nobiliare
che conserverà anche dopo la Restaurazione. Segue commissioni governative
sugli argomenti più diversi, continua a dirigere i lavori di bonifica nella Val
di Chiana (che peraltro vanno a rilento!) ed è consultato dal governo anche
per altri progetti simili.
304 idraulici italiani
In particolare, Fossombroni coordina una Commissione italo-francese per
la bonifica delle paludi pontine (1810), assieme a Gaspard de Prony (17551839), direttore dell’I.R. Scuola di Ponti e Strade di Francia (École des Ponts
et Chaussés), largamente utilizzato da Napoleone anche come consulente in
questioni d’acque che riguardano il Regno d’Italia (v. Vincenzo Brunacci, Teodoro Bonati e Antonio Tadini). A seguito dei lavori di questa Commissione, Fossombroni scrive il Saggio sulla bonificazione delle paludi pontine, in cui
sostiene coerentemente il principio della colmata, mentre De Prony è autore
della Description hydrographique et historique des marais Pontins, in cui sostiene il principio dell’essiccazione.
6. primo ministro del granducato
dopo la restaurazione
Per la sua autorevolezza e per i riconoscimenti ottenuti, Fossombroni finisce col costituire una sorta di simbolo della continuità e dell’identità della
Toscana, anche agli occhi della dinastia lorenese, che dopo la Restaurazione
nel 1814 lo richiama in servizio con più alti onori: servirà come Segretario
di Stato (primo ministro), ministro degli Affari esteri e direttore delle reali
segreterie, Ferdinando iii fino al 1824 ed il figlio Leopoldo ii (1797-1870)
dal 1824 al 1838. Ha fama di governante conservatore, ma illuminato e tollerante, al servizio di una monarchia assoluta, ma di tradizione moderata; il
legame dinastico con l’Austria non gli impedisce di difendere l’autonomia del
Granducato contro i tentativi austriaci d’intromissione. All’impegno politico si legano alcuni studi d’economia, in cui sostiene le dottrine fisiocratiche
e liberoscambiste.
Gaspard Marie Riche de Prony (17551839), direttore dell’I.R. Scuola di Ponti
e Strade di Francia (École des Ponts et
Chaussés), è l’ingegnere di fiducia di
Napoleone, che lo consulta anche per
numerosi lavori idraulici in Italia. Nel
1810 Vittorio Fossombroni e Gaspard
de Prony guidano una Commissione
italo-francese, incaricata di studiare la
bonifica delle paludi pontine.
7. gli studi sulla maremma toscana e sui fiumi veneti
Ancora in tarda età, Fossombroni continua ad essere consultato per importanti questioni idrauliche. Nel 1828 presenta al Granduca il Discorso sopra la
Maremma, in cui, coerente con la linea da lui sempre sostenuta, suggerisce un
progetto di gran colmata, che riprende precedenti studi di Leonardo Ximenes
e Pio Fantoni (1721-1804).
Il governo del Lombardo-Veneto gli affida uno studio per la sistemazione
delle lagune venete e dei fiumi Brenta, Bacchiglione e Sile; data l’età e gli impegni politici non potendo egli recarsi sul posto, viene mandato per qualche
tempo a Firenze per coadiuvarlo l’ingegner Pietro Paleocapa (1788-1869),
dipendente dell’Imperial Regia Amministrazione delle Opere pubbliche, a
cui pure il destino riserverà una carriera politica, iniziata con la prima guerra
d’indipendenza italiana (1848-1849). Il piano (Considerazioni sopra il sistema
idraulico dei paesi veneti) viene presentato nel 1835 e pubblicato postumo dal
Paleocapa nel 1847, quando i lavori proposti sono ormai avanzati; a giudizio
di Giulio De Marchi, questo è il miglior documento delle attitudini e dell’equilibrio tecnico del Fossombroni.
La sua fama all’estero come ingegnere è tale che nel 1838, alla bell’età di
84 anni, il Viceré d’Egitto lo invita a preparare un progetto per la costruzio-
Pietro Paleocapa (1788-1869), ingegnere
del Regno Lombardo-Veneto austriaco
ed in seguito ministro del Regno di
Sardegna e senatore del Regno d’Italia,
collabora con Vittorio Fossombroni al
piano per la sistemazione idraulica del
Veneto (Considerazioni sopra il sistema
idraulico dei paesi veneti, 1835).
vittorio fossombroni (1754-1844) 305
ne di un bacino nel porto d’Alessandria. Nello stesso anno, chiede il collocamento a riposo e si dedica esclusivamente agli studi di matematica e d’idraulica. Muore a Firenze il 15 aprile 1844, a 90 anni ed è sepolto in Santa Croce.
8. la personalità
Non è agevole una valutazione equilibrata di Vittorio Fossombroni come persona, data la carenza di notizie biografiche di prima mano, che non siano in
qualche misura deformate da giudizi politici, inevitabili dato il ruolo del personaggio, tuttora controverso e meritevole d’approfondimento. Un giudizio
interessante e neutrale sul carattere brillante ma pigro del giovane Fossombroni si trova nelle carte del Granduca Pietro Leopoldo (Relazioni sul governo
della Toscana): giovine di talento e capacità e applicazione e che promette bene,
ma l’esser ricco, il credersi bello e letterato, hanno fatto sì che non ha seguitato bastantemente ad applicarsi e fa l’impiego da signore, senza darsi la pena necessaria. Sull’uomo negli anni della maturità e del potere politico peserà per molti
anni il giudizio corrosivo di Gino Capponi (1792-1876): molto intelligente
e brillante ma superficiale, pigro, permaloso, vendicativo, cinico, taccagno.
Scrive Capponi (traduzione dal francese), subito dopo la morte di Fossombroni: Questi era una mente di prim’ordine per la forza e l’estensione delle
sue facoltà naturali, ma alla rapidità, alla giustezza, all’ammirabile lucidità dei
suoi sguardi non rispondevano abbastanza la profondità del pensiero e del sapere. Una pigrizia calcolata gli impediva ogni sforzo di meditazione e di lavoro, la
sua grande, continua cura era di vivere lungamente, dolcemente, allegramente;
amava i libri che lo divertivano, la forza di penetrazione gli teneva luogo di studio. Il suo amor proprio era eccessivo e geloso, sebbene velato da forme dolci e da
un’apparenza noncurante; ogni qualvolta quest’amor proprio fosse offeso, aspettava la sua vendetta e la proseguiva con una memoria inesorabile. Si mostrava
quasi cinico, amava circondarsi d’uomini oscuri che potesse disprezzare o burlare,
devoto, ma senza pensiero religioso; difendeva nei piccoli intrighi i suoi favoriti,
poi, se rischiava di compromettersi, li abbandonava. Integro nell’amministrazione dello Stato, ma permettendo le dilapidazioni degli impiegati subalterni, era
nel suo particolare di un’economia qualche volta troppo accurata. Analogamente, Giuseppe Montanelli scrive: Fossombroni era scettico così in politica come
in religione, e di questo scetticismo informò l’amministrazione dello Stato; volle
soffocare ogni nobile sentimento, ogni devozione ai pincipj, ridurre la vita sociale
a condizione animalesca, governare coll’ironia (Montanelli, 1853). Si tratta
chiaramente di giudizi non obiettivi, in quanto viziati dalla frattura politica,
intervenuta dopo il 1830, tra il vecchio politico illuminista, legato alla tradizione leopoldina e il nuovo gruppo dirigente toscano d’ispirazione romantica e risorgimentale, facente capo all’Accademia dei Georgofili e al Gabinetto
Vieusseux.
A distanza di un secolo, Giulio De Marchi (1890-1972) sembra rovesciare
il giudizio dei contemporanei toscani, critici dell’uomo e affascinati dall’ingegnere, perché ridimensiona il secondo ed apprezza il primo, per le sue virtù di
tolleranza. Parlando delle tesi contrastanti dibattute sulla bonifica della Val di
Chiana, egli scrive: La storia di tutta questa vicenda fornisce un quadro, curio-
306 idraulici italiani
so per taluni aspetti, simpatico per altri, dell’ambiente ufficiale del Granducato.
Chè vediamo il Fossombroni, primo ministro di Toscana, consentire al Manetti,
direttore dei ponti e strade e quindi suo dipendente, di rispondere pubblicamente
alla sua memoria del 1837 e di ribatterne le idee, atteggiamento che non conta,
crediamo, molti esempi e attesta a un tempo l’umanità del governo granducale
dell’epoca e la nobile moderazione del suo primo ministro (De Marchi, 1944).
De Marchi è tra l’ammirato e il perplesso di fronte alla profonda cultura
umanistica sfoggiata dal Fossombroni: Basta anche una sola memoria del Fossombroni ad attestare una cultura umanistica, che sarebbe ora affatto eccezionale, ma che non doveva essere frequente nemmeno a quei tempi […]. Il lettore moderno rimane colpito dalla massa pressoché inesauribile delle citazioni letterarie
e storiche italiane, latine e anche francesi, che s’incontrano in quelle sue memorie, e ne trae l’impressione che il letterato prenda spesso la mano all’ingegnere (De
Marchi, 1944). In realtà Fossombroni è, per formazione e stile, un uomo del
Settecento e in quel secolo non mancano certo gli esempi d’eclettismo, che
possono lasciare perplesso lo scienziato moderno, ormai da tempo rinchiuso
nella specializzazione.
Medaglia coniata in onore di Vittorio
Fossombroni (1844). Diritto:
VITTORIO FOSSOMABRONI
POLITICO E MATEMATICO - A.
FABRS [i.e. FABRIS] D’UDINE
SCULPI. Rovescio: MDCCCXXXXIIII
PERDUTA TANTA CAGIONE
DI PUBBLICA PROSPERITÀ I
TOSCANI LA MONUMENTANO L. MUZZI F.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Dal punto di vista scientifico, secondo De Marchi, Fossombroni mostra un
ingegno versatile e una cultura multiforme ma superficiale, nelle varie materie di cui si occupa. In particolare negli scritti d’idraulica, colpisce che egli
non citi mai i grandi teorici Eulero e Bernoulli e neppure gli Idraulici a lui
contemporanei, come Giovanni Battista Venturi, Giorgio Bidone e Giuseppe
Venturoli, autori degli studi più profondi nell’ambito della scuola idraulica
italiana dell’epoca. I contatti maggiori sono col toscano Vincenzo Brunacci
(1768-1818). In ogni caso, già in vita, la sua fama è legata soprattutto alle
opere come ingegnere idraulico e grande bonificatore della Val di Chiana e su
queste occorre concentrare l’attenzione, a partire dalla ricostruzione storica,
effettuata dallo stesso Fossombroni, nelle Memorie Idrauliche Storiche sopra la
Val di Chiana (1789).
1. le memorie sulla val di chiana:
una contesa plurisecolare
La Valdichiana è un vasto territorio tra Chiusi, Cortona ed Arezzo, la cui storia è legata alla singolare evoluzione subita dalla sua idrografia. Assai fiorente
in età etrusca e romana, la valle è percorsa da un fiume (Clanis = Chiana), che
la solca con leggera pendenza da nord a sud, immettendosi nel Tevere, senza
dar luogo ad impaludamenti, perché è sottoposta a rigido controllo idraulico. Tacito riferisce che nel 15 d. C. il Senato di Roma esamina un piano per
invertire il corso del fiume e far defluire le acque della Valdichiana verso Firenze, alleggerendo così il Tevere, che periodicamente allaga Roma: non se ne
fa niente per la fiera opposizione dei Fiorentini.
Nel Medioevo, l’abbandono dell’agricoltura e la mancata manutenzione
della rete idrografica determinano il lento rialzamento dei terreni nelle zone
Il monumento eretto a Vittorio
Fossombroni in piazza San Francesco ad
Arezzo.
vittorio fossombroni (1754-1844) 307
centro-meridionali della valle, da parte delle alluvioni dei numerosi torrenti
locali. Il deflusso della Chiana verso sud diventa sempre più precario e la palude occupa, per molti secoli, le terre più fertili, aprendosi una seconda via di
sbocco a nord, verso l’Arno: dal porto di Puliciano le acque defluiscono lentamente verso l’Arno, da quello di Forano verso il Tevere; tra i due porti sono
stagnanti. Si determina quindi una situazione idrografica molto complessa e
resa più difficile dalla divisione politica del territorio tra diversi Stati (Firenze,
Siena, Roma). Muta completamente l’economia locale, dall’agricoltura alla
pesca. Nel Cinquecento molte terre paludose della Valdichiana sono cedute
dalle comunità locali ai Medici, con l’obiettivo di bonificarle; a loro volta, i
Medici cedono una parte delle terre all’Ordine militare di S. Stefano, che ha
come Gran Maestro lo stesso Granduca.
In sostanza, la concentrazione della maggior parte delle paludi sotto il controllo del Granduca di Toscana favorisce la politica di bonifica. Dal Cinquecento ai primi dell’Ottocento, il governo granducale coinvolge i maggiori
Idraulici ed ingegneri toscani, chiamati a fornire pareri e progetti: Leonardo
da Vinci, Antonio Ricasoli, Galileo Galilei, Benedetto Castelli, Enea Gaci,
Evangelista Torricelli, Famiano Michelini, Tommaso Perelli, Leonardo Ximenes, Pietro Ferroni, Pio Fantoni, Vittorio Fossombroni, Alessandro Manenti.
Nella prima metà del Seicento si formano due diverse scuole di pensiero
per la bonifica, che propongono rispettivamente l’essiccazione e la colmata
e si confronteranno per secoli. L’essiccazione (sostenuta per primo dall’ingegner Enea Gaci e poi da Famiano Michelini) si basa sull’escavazione, in tempi
brevi, con una grossa spesa, di un canale maestro, dotato di pendenza sufficiente per convogliare le proprie acque in Arno, in concomitanza con l’abbassamento dell’antica Chiusa dei Monaci (che regola lo sbocco della Chiana in
Arno) ed è malvista dai Fiorentini, i quali temono inondazioni. La colmata
(sostenuta per primo da Evangelista Torricelli) si basa sul lento e poco costoso
rialzamento, mediante le alluvioni opportunamente guidate, delle zone basse
del centro-sud della valle, in modo tale che questa presenti, a lavoro completato, un’inclinazione atta a fare defluire tutte le acque verso l’Arno. Fra queste
due modalità è la seconda a prevalere e dalla metà del Seicento sino al 1827,
le colmate caratterizzano esclusivamente il sistema di bonifica della Valle e
sono sostenute, tra gli altri, da Vincenzo Viviani e dallo stesso maestro di Fossombroni, Tommaso Perelli.
Ma il partito dell’essiccazione è ancora vivo, com’evidenzia il tono polemico usato da Fossombroni nella sua ricostruzione storica, ed è rappresentato,
ai suoi tempi, da Leonardo Ximenes (1716-1786) e Pietro Ferroni (17441825), i quali avanzano proposte di canalizzazione, simili a quelle di Gaci e
Michelini nel Seicento; poiché Ximenes è morto, la polemica si svolge con
Pietro Ferroni, che lo accusa di dilettantismo ed incompetenza. Inizialmente
le critiche sono isolate e, in Italia e in Europa, grande è la fama di Fossombroni come ingegnere idraulico e bonificatore; ma già negli ultimi anni di vita
egli è criticato dai suoi stessi collaboratori (Alessandro Manenti) su questo
punto cruciale e quando, verso la metà dell’Ottocento, il partito dell’essiccazione prevarrà su quello della colmata, fatalmente il suo prestigio sarà ridi-
308 idraulici italiani
mensionato. Oggi il problema della bonifica è alle nostre spalle ed è quindi
possibile una ricostruzione storica più obiettiva ed equilibrata.
2. la strategia per la bonifica della chiana
Per molto tempo nella Val di Chiana i lavori di bonifica per colmata (e le alluvioni depositate spontaneamente dai corsi d’acqua) procedono lentamente,
senza assicurare un assetto organico del sistema idrico, ma in ogni caso, alla
fine del Settecento, il risultato è notevole, perché molte superfici già paludose
sono ora coltivate. Vittorio Fossombroni, assumendo nel 1788 l’incarico di
Sovrintendente, vuole imprimere al processo una decisa accelerazione ed a tal
fine afferma una nuova visione complessiva della bonifica, a suo avviso mancante negli autori che in precedenza se ne sono occupati in varie zone d’Italia
(Guglielmini, Manfredi, Zendrini, Boscovich, Ximenes, ecc).
C’è un’azione minima eseguita con le forze delle correnti torbide, che rialzano il terreno dei vari circondari, la quale conduce a rendere minimi il tempo e il dispendio nel compimento di un sistema coordinato di colmate, interessante un vasto territorio (v. lo studio sopra la distribuzione delle alluvioni,
1786). Occorre livellare accuratamente l’intera valle, calcolare la portata solida dei corsi d’acqua disponibili (con opportuni dispositivi per la misura della torbidità), definire la giusta ampiezza dei circondari, data la portata solida
disponibile. Occorre anche non sprecare le alluvioni, ossia intercettare tutti i
corsi d’acqua anche minori, evitando che sbocchino direttamente nella Chiana e far uscire dai circondari acqua ben depurata, evitando di abbassare troppo la soglia dei regolatori. Questa impostazione appare razionale, ma secondo
la critica successiva ha il difetto di essere almeno in parte teorica: il dispositivo progettato per la misura della torbidità non è applicato, la livellazione ritarda; ma occorre anche valutare le difficoltà del periodo storico burrascoso,
che inizia subito dopo il progetto di bonifica datato 1789, l’anno in cui scop-
Il disegno della Val di Chiana di
Leonardo da Vinci (Windsor, Royal
Library, 1502-3) evidenzia le vaste
zone paludose esistenti all’inizio del
Cinquecento.
pia la Rivoluzione francese.
vittorio fossombroni (1754-1844) 309
Il frontespizio delle Memorie Idrauliche
Storiche sopra la Val di Chiana (1789),
l’opera che mette in luce Vittorio
Fossombroni come bonificatore.
Molti si sono soffermati su errori in taluni calcoli del progetto iniziale e in
particolare sulla previsione in 62 anni del tempo necessario per la completa
bonifica della Val di Chiana, innalzando il livello della parte centro-meridionale della valle fino alla pendenza progettata. Nell’Ottocento questo numero è contestato da Carlo Possenti (1806-1872), il quale, in una relazione al
Ministero dei Lavori Pubblici (Della sistemazione idraulica nella Valdichiana,
1866), ripete il calcolo con gli stessi dati di base del Fossombroni e trova un
tempo di seicento anni, necessario per ottenere la morfologia e le pendenze
previste con il solo metodo della colmata.
Anche secondo Giulio De Marchi (1944) il calcolo di Fossombroni è sbagliato, non soltanto per l’inevitabile aleatorietà delle portate liquide e solide
disponibili nella colmata, ma soprattutto per la valutazione grossolana della
morfologia e delle quote altimetriche: di conseguenza, il volume di terra necessario per realizzare la prevista pendenza da Montepulciano ad Arezzo, senza abbassare la soglia della Chiusa dei Monaci, sarebbe stato molto superiore
a quello preventivato, dilatando così i tempi della colmata; alla fine i conti
torneranno, quando finalmente si accetterà il contrastato abbassamento. In
difesa di Fossombroni, occorre riconoscere la difficoltà di fare calcoli precisi
nel progetto iniziale (all’epoca non esistevano le comode carte quotate con
curve di livello, di cui oggi possiamo disporre); inoltre, negli anni della sua
vecchiaia, alla luce di misure altimetriche e calcoli più aggiornati, egli consentirà a più riprese, per richiesta di Capei e poi di Alessandro Manenti, abbas-
310 idraulici italiani
samenti della chiusa dei Monaci: nel 1826 tre braccia, nel 1838 due braccia
ed altre due nel 1844.
Un’altra accusa fattagli sono gli scarsi risultati da lui ottenuti nei primi decenni del suo semisecolare impegno per la bonifica della Val di Chiana. Di
fatto, i lavori subiscono una forte accelerazione, soltanto dopo la Restaurazione, quando Ferdinando iii nel 1816 istituisce una Direzione idraulica e amministrativa per le colmate della Val di Chiana, affidata all’ingegner Capei,
già presidente del Magistrato del Po a Piacenza, che a sua volta dipende da
Fossombroni. Questi nel 1824 scrive: Accadde in pochi anni ciò che da molto
tempo si augurava ma non si eseguiva, ossia la redazione di un piano quotato
della pianura. A molti è sembrato che questo ritardo dipendesse dalla mitica pigrizia e dal disimpegno di Fossombroni, lontano dal territorio e in altre
faccende occupato, ma l’accusa è mal riposta, perché ignora la storia: la stasi
corrisponde al periodo in cui la Toscana è travolta da eventi drammatici, che
la portano a subire l’assurda annessione alla Francia e la partecipazione alle
guerre francesi, che dissanguano le finanze e lasciano poco spazio per i grandi
lavori pubblici; se si vuole trovare un responsabile, questi è Napoleone: Fossombroni lavora bene, a modo suo, quando la Toscana è in pace.
Approfondendo la sua opera di bonificatore, essa sembra più ricca e complessa di quanto appaia ai critici, in quanto è nello stesso tempo tecnica e politica, alla ricerca di equilibri che variano nel tempo, ma secondo una strategia ben salda, che egli controlla fino all’ultimo. Per quanto riguarda l’aspetto
tecnico, egli pianifica un sistema di colmate, che rispetti le tre condizioni seguenti: 1° Il risanamento di una porzione di terra non deve nuocere alle altre:
Si perdeva spesso in un luogo quello che si guadagnava in un altro, perché i terreni situati tra quelli nuovamente colmati, e le montagne, non godevano più del
pronto scolo delle acque (Fossombroni, 1824). 2° Tutta la pianura deve essere
rialzata in modo tale, da acquistare una pendenza in senso contrario a quella,
che le faceva anticamente scaricare le sue acque nel Tevere. 3° Il canale maestro, che scorre nella direzione longitudinale della campagna, non deve ricevere alcuna porzione di torbidità, ma soltanto le acque chiarificate nei diversi
recinti delle colmate, per utilizzare la massima quantità d’alluvioni ed anche
perché la pendenza iniziale è insufficiente al trasporto solido. Solo quando
La Chiusa dei Monaci (Ponte a Chiani,
Arezzo). Costruita (1151) dai frati del
monastero S. Flora e Lucilla d’Arezzo
come pescaia sul Canale Maestro,
con la funzione di regolare il deflusso
dalle paludi della Valdichiana verso
l’Arno, diventa gradualmente una
delle strutture principali della bonifica
lorenese. Dal Seicento si confrontano
due partiti: l’uno, da Famiano Michelini
ad Alessandro Manenti, favorevole
ad abbassare la Chiusa per favorire la
bonifica mediante essiccazione e l’altro,
da Evangelista Torricelli a Vittorio
Fossombroni, contrario, preferendo la
bonifica per colmata. Oggi la Chiusa dei
Monaci è inserita nel Parco omonimo.
vittorio fossombroni (1754-1844) 311
tutti i lavori saranno finiti, la Chiana, con una pendenza maggiore, potrà tornare un fiume normale e trasportare i materiali solidi scaricati dagli influenti.
Mediante un’intesa tra il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa, si
pattuisce l’inversione del bacino idrografico: Fu convenuto che le acque di diversi fiumi e torrenti sarebbero introdotte nella Chiana, e che un grand’argine di
separazione impedirebbe alle loro acque di dirigersi come prima verso il Tevere.
La cosa non può che far piacere ai Romani, ma impensierisce i Fiorentini, che
faticano ad essere persuasi dei vantaggi: Si comprende la difficoltà di persuadere
i Toscani che scaricare il territorio romano per loro era un vantaggio, perché assicurava torbide preziose per le colmate (Fossombroni, 1824). Questo è un problema importante, perché l’ampliamento del bacino idrografico di un corso
d’acqua (come in definitiva progetta Fossombroni) è sempre un’operazione
delicata e per le piene e per il trasporto solido. Non sembra dunque sbagliato
procedere con cautela.
Egli si oppone a lungo alle richieste di abbassare la Chiusa dei Monaci,
per accelerare i deflussi dalla Val di Chiana verso l’Arno: capisce che non può
tirare troppo la corda coi Fiorentini e, d’altra parte, se si deve abbassare la
Chiusa per ridurre i tempi della bonifica, è preferibile farlo in seguito, quando la bonifica stessa sarà più matura e la Chiana gradualmente potrà aumentare il trasporto solido, che nella fase iniziale è vantaggioso sequestrare integralmente per le colmate. La sua posizione appare dunque razionale e duttile,
secondo un processo empirico con successive approssimazioni, che certamente si basa sul principio prevalente della colmata, ma non ne fa un dogma.
3. le critiche di de marchi
alla strategia di fossombroni
L’attaccamento al metodo della colmata è stato oggetto di critica, da parte
di De Marchi, come atteggiamento fondamentalmente conservatore: Ma soprattutto, credo, il Fossombroni ha ceduto alle tendenze fondamentalmente conservatrici, che costituirono una tipica nota del suo carattere […]. Le colmate, infatti, modificano gradualmente, diremmo insensibilmente, la situazione naturale
e […] sembrano fatte apposta per accontentare gli spiriti conservatori (De Marchi, 1944). Si sente in queste parole l’orgoglio di una generazione, che in
pochi anni nel Novecento ha saputo realizzare vaste e meritorie opere di bonifica (soprattutto delle Paludi Pontine), attraverso i canali e gli impianti di
sollevamento. Oggi, con la diffusione della cultura ambientale, la sensibilità è
un po’ diversa. A prescindere dal fatto che ormai è rimasto poco da bonificare
ed anzi le zone umide residue sono spesso meritevoli di difesa per ragioni ecologiche, una pianura bonificata per colmata, in cui le acque defluiscono a cadente naturale, a molti sembra preferibile ad una pianura, che rimane a quota
inferiore al suo emissario ed ha bisogno delle pompe per rimanere asciutta: la
prima è il risultato di un lavoro lento ma ben fatto, d’intesa con la natura, la
seconda di un lavoro rapido e sicuramente utile, che però forza la natura ed è
percepito come meno bello ed anche meno sicuro. Tra le due scelte estreme,
sono possibili anche soluzioni intermedie: spesso in medio stat virtus.
312 idraulici italiani
4. le proposte per la bonifica delle paludi pontine
Non può dunque stupire che alcuni concetti e sensibilità espressi dal Fossombroni e dagli altri sostenitori della colmata trovino oggi più attenzione ed
apprezzamento che nel recente passato. Vediamo come egli propone di applicare il suo metodo alle Paludi Pontine, osservando che questa pianura si
è sollevata rispetto al mare nel corso dei millenni, grazie all’apporto dei materiali solidi provenienti dalle montagne, trasportati dai torrenti: Si potrebbe
dire che, allorquando Pio vi concepì, e principiò il suo progetto (di bonifica) la
natura aveva fatto molto più dell’arte per favorire il risanamento della pianura
pontina. Qualcuno ha avuto fretta di disseccare limitate estensioni di territorio, con opere di scolo, che hanno frustrato la lenta ma benefica azione della natura: Per non aver avuto in vista l’originaria costituzione di questo paese, e
non averne considerato l’insieme sotto uno stesso colpo d’occhio, n’è avvenuto che si
è soltanto cercato il più pronto scolo delle acque, e si sono fatte trasportare al mare
quelle stesse terre, che la natura libera nel suo andamento, avrebbe al contrario
sparse, e deposte nella pianura, innalzandone così la superficie, fino a metterla al
coperto dagli ostacoli, che il mare oppone al suo risanamento […]. Io riguardo la
pianura pontina come liberata dall’acque del mare, ed inalzata al di sopra della
superficie di esso dalle terre, che vi hanno trasportato le acque torbide; ed inoltre
io ne concludo, che le acque torbide l’hanno formata, e che esse devono conservarla, e perfezionarla (Fossombroni, 1815).
Rispetto alla Val di Chiana, che ha bisogno di una massa enorme di terra per rovesciare la pendenza iniziale dalla valle del Tevere a quella dell’Arno,
le Paludi Pontine gli sembrano favorite; l’uomo deve solo guidare il processo
naturale di sopraelevamento delle terre. In particolare, per evitare inondazioni, bisogna separare le acque torbide da quelle chiare: La posizione di questa
pianura rapporto al mare è tale, che una gran parte ha solamente la pendenza
necessaria per lo scolo delle acque chiare […]. La separazione delle acque torbide, e dell’acque chiare, è per così dire lo scoglio dell’Idrometria Italiana. Non si
trova altrove così facilmente, come in Italia, una frequente alternativa di pianura, e di montagna, e una così lunga serie di piogge impetuose, e di piene quasi
istantanee dei fiumi. La bonifica delle paludi pontine deve dunque ancorarsi a
due principi: il sopraelevamento delle terre con le alluvioni, mediante un sistema di colmate regolari e di recinti circondati da argini, ed il loro disseccamento con un sistema di scolo delle acque chiarificate dopo il deposito delle
alluvioni. Di conseguenza, Fossombroni è contrario all’allontanamento delle
acque dei fiumi superiori, perché sottrae il prezioso apporto delle alluvioni:
quand’anche si potesse trovare il mezzo di liberare la pianura pontina da tutte le
acque straniere, si sarebbe ben lontani d’avere con ciò provveduto al suo risanamento (Fossombroni, 1815).
antonio tadini
Antonio Tadini è uno dei protagonisti dell’amministrazione, della tecnica e
della scienza delle acque in Italia tra la fine del Settecento e i primi decenni
dell’Ottocento, citato dai contemporanei, che si confrontano con le sue teorie
idrauliche, ma gli scritti biografici e critici, dedicati alla sua figura ed alla sua
opera, per lungo tempo sono quasi inesistenti, eccettuata una pubblicazione
dell’amico e curatore delle sue opere inedite, l’abate Giuseppe Bravi: Analisi
delle opere di Antonio Tadini (Natali, Bergamo 1835). Il nome di Tadini appare
dimenticato anche nei classici repertori biografici ottocenteschi, come quello
del De Tipaldo.
Recentemente si è risvegliato l’interesse degli storici della scienza per questa figura singolare di abate, rivoluzionario ed idraulico. Si vedano, in particolare, gli studi di Livio Antonielli: L’amministrazione delle acque dalla Repubblica Cisalpina alla Repubblica Italiana e di Alessandra Fiocca: L’ispettore
generale Antonio Tadini tra idrodinamica e idraulica sperimentale, Rivista Napoleonica, 7-8/2003.
La Biblioteca Angelo Maj di Bergamo conserva tra le carte d’Antonio Tadini, studi e scritti d’idraulica e idrometria, e lettere zibaldone donate da Carlo
Lochis. Fra queste vi sono 86 Lettere a Carlo Marieni (1789-1830).
La vita
1. un abate insegnante
al collegio mariano di bergamo
Antonio (o Giovanni Antonio) Tadini nasce a Romano di Lombardia (Bergamo) il 31 gennaio 1754, da Defendente e Marta Guizzardi. All’età di 14 anni
entra nel Seminario di Bergamo, prendendo gli ordini sacerdotali il 4 aprile
1778. In seguito è probabile il suo trasferimento a Padova, dove è registrata
la laurea in Arti e Medicina conseguita l’11 maggio 1782 da Giovanni Tadini
da Bergamo, figlio di Defendente.
Nel settembre 1783 gli viene assegnata una delle due cattedre di filosofia
nel Collegio Mariano di Bergamo, che dipende dalla Congregazione della
Misericordia Maggiore di Bergamo (mia), la prima ad occuparsi dell’istruzione nel capoluogo orobico; soppresso in età napoleonica (1803), il Collegio si
è trasformato nell’attuale Liceo classico Paolo Sarpi.
All’epoca l’insegnamento della filosofia comprende anche matematica, fisica e scienze naturali, materie alle quali l’abate in prevalenza si dedica, seguendo la sua vocazione scientifica. Inizialmente egli affianca il suo maestro ed
amico Lorenzo Mascheroni (1750-1800), che insegna nel Collegio dal 1779
al 1786 (quando si trasferisce all’Università di Pavia), allestendo uno dei primi gabinetti scientifici d’Italia; con Mascheroni condivide le idee illuministe
e s’iscrive alla loggia massonica di Bergamo. I due collaborano a vari progetti
scientifici e si troveranno insieme anche nell’avventura rivoluzionaria.
Nel periodo in cui insegna al Collegio Mariano (1783-1796), Tadini si appassiona all’idraulica e compie viaggi nelle Orobie, per studiare meglio dal
314 idraulici italiani
vivo questa disciplina; l’occasione è fornita da una questione d’acque locale,
di cui è chiamato ad occuparsi, come matematico, secondo il costume dell’epoca. Ne parla egli stesso nello scritto Dell’esito di una memoria idraulica,
ecc. (1815): Io conosceva poco più che per fama lo stato degl’idraulici studj; ma
chiamato per una pubblica commessione a prendere in esame un affare di simil
genere, e veduta la imperfezione delle correnti dottrine, risolvetti di applicarmi
alla loro coltura senza risparmio di sudori tanto nella parte fisica, che nella ma­
tematica. Per cominciare da quella intrapresi tosto de’ viaggi per le Alpi a fine di
conoscere le prime fonti, ed i primi passi che fanno i fiumi nel discendere di qua di
là dalle alte loro giogaje. Gli appunti di questi viaggi orobici sono stati pubblicati da Anna Rosa Galbiati (Appunti di viaggio per le Alpi Bergamasche, 1996).
Nel 1795, nel Giornale Fisico-Medico di L. Brugnatelli, esce un articolo intitolato Teorica dei fiumi, frutto delle sue escursioni, in cui Tadini sostiene la
teoria che la morfologia dei monti e delle valli è opera delle acque correnti.
In quegli anni il Municipio di Bergamo incarica Tadini di redigere le tavole idrometriche per la distribuzione delle acque correnti, ma i tumultuosi
eventi legati all’arrivo dell’esercito francese non gli consentono di completare il lavoro, che sarà ripreso trent’anni dopo, nel periodo della restaurazione.
2. l’adesione alla rivoluzione francese
All’arrivo delle truppe francesi, che entrano a Bergamo nel Natale del 1796,
Tadini aderisce con convinzione alla rivoluzione e partecipa all’esperienza
della Repubblica Bergamasca (marzo-ottobre 1797), che dopo il trattato di
Campoformio viene annessa alla Repubblica Cisalpina; nello stesso anno Tadini è nominato nel Consiglio degli Juniori per il Dipartimento del Serio.
Politicamente, Tadini si schiera con l’ala democratica radicale (giacobina), che Napoleone cerca di emarginare nella selezione della classe dirigente.
Nell’aprile 1798 egli occupa una delle cariche più importanti (quella di Ministro dell’Interno, da cui dipendono anche i lavori pubblici) nel governo della
Repubblica Cisalpina; l’incarico dura solo pochi mesi, cessando con decreto
11 luglio dello stesso anno. In quel periodo, la posizione politica di Tadini
appare già critica nei confronti dei Francesi, a causa della loro invadenza, che
limita l’autonomia della neonata Repubblica Cisalpina. Per questo motivo,
l’ambasciatore cisalpino in Francia Galeazzo Serbelloni (1744-1802) propone
la sua epurazione, in quanto poco amante dei francesi.
Poco dopo inizia una lunga carriera come alto funzionario dell’Amministrazione, che a conti fatti gli riesce più congeniale, perché vicina alla sua vocazione tecnico-scientifica.
Nel 1799, quando Napoleone è in Egitto, la Repubblica Cisalpina viene
invasa dall’esercito austro-russo e Tadini fugge, con Mascheroni e molti altri
rivoluzionari, in Francia. A Parigi entra in contatto con gli scienziati francesi
ed ha modo di approfondire le differenze tra la scuola italiana, maestra nell’idraulica fluviale, con un approccio fisico-naturalistico e la scuola francese,
che eccelle nell’idraulica matematica, ma la applica su piccola scala; è allora
che matura l’orientamento fondamentale come scienziato idraulico, di collegare le due scuole. Egli stesso così ne parla nello scritto citato: Trovandomi un
Ingresso nel Palazzo della Misericordia
in via Arena a Bergamo, dove aveva
sede il Collegio Mariano. Qui Antonio
Tadini insegna matematica e fisica dal
1784 al 1796.
antonio tadini (1754-1830) 315
Il primo numero del “Foglio periodico
del Dipartimento del Serio”, uno
dei giornali rivoluzionari stampato
dal 6 aprile al 22 giugno 1798 a
Bergamo. Tadini è eletto deputato
del Dipartimento e per pochi mesi è
ministro dell’interno della Repubblica
Cisalpina, all’epoca competente anche
tempo a Parigi, mi avvidi che quivi meno opportunità essendo, e meno bisogno di
apparare la fisica fluviale, si coltivava la scienza idraulica nella parte matematica, di cui non a torto si faceva grande stima, avvegnaché s’aggirasse solo intorno ai
pic­coli fenomeni del movimento de’ fluidi. Quivi adunque feci dise­gno di tentare
il vicendevole avvicinamento della pratica dei fiumi e della matematica, in guisa
che fosse se non del tutto tolto di mezzo, almeno abbreviato di assai quell’enorme
intervallo che separava gl’Idraulici Italiani dai Geometri de’ tempi (1815).
Dopo la vittoria dei francesi a Marengo (1800), Tadini rientra in Italia.
Avrà ancora un ruolo politico, partecipando ai Comizi di Lione (11-26 gennaio 1802), in cui, alla presenza di Napoleone, viene approvata la trasformazione della Repubblica Cisalpina nella Repubblica Italiana.
3. ispettore generale
del nuovo corpo di acque e strade
Con decreto 11 luglio 1798 del Ministro delle Finanze, Tadini è nominato
Commissario generale del Governo per le questioni idrauliche nel territorio
della Repubblica. Il 16 marzo 1799 è membro della Commissione di 5 Idrostatici con sede a Milano, stabilita dalla legge 2 dicembre 1798, assieme a Antonio Galosio, i bolognesi Giovanni Antonio Antolini (1756-1841) e Giambattista Giusti (1758-1829) e il bresciano Paolo Deslanges (1750-1810). La
Commissione ha il compito di riordinare il sistema amministrativo delle acque pubbliche; i suoi lavori sono interrotti dall’arrivo dell’esercito austro-russo.
Dopo Marengo, il 16 dicembre 1801 la Commissione idraulica viene ricostituita con il medesimo incarico; Tadini è confermato assieme a Giusti e
Delanges, mentre Antolini è sostituito da Pisani e Galosio dall’anziano bolognese Pio Fantoni (1721-1804), in seguito a sua volta sostituito da Simone
Stratico (1733-1824), che occupa a Pavia la cattedra di navigazione. All’interno della Commissione si manifestano gelosie e rivalità, che impediscono
un lavoro armonico e financo la produzione di documenti condivisi; non è
facile operare con uno spirito unitario, quando si proviene da una tradizione secolare di divisioni regionali e locali, soprattutto nelle questioni di acque.
316 idraulici italiani
Ci vorrebbe una personalità di grande prestigio in campo idraulico, accettata
da tutti, ma nessuno dei commissari ha questi requisiti. Tadini è uno dei più
irrequieti, perché non esita a dissociarsi pubblicamente dai colleghi, come
quando pubblica la memoria Parere di un membro della Commissione Idraulica intorno la riparazione della Piarda Casalasca (1801), cui fa seguito una
seconda scrittura sul medesimo argomento. Dopo l’alluvione del Po nell’ottobre 1801, Tadini viene inviato come Commissario unico nei Dipartimenti
del Basso Po e del Mincio, decisione che provoca le proteste degli altri Commissari.
La Commissione termina i propri lavori il 26 marzo 1802, senza giungere alla formulazione di un progetto di legge e viene sciolta. Alla legge lavora
il ministero dell’interno, assistito dall’ingegner Antonio Cossoni. Il 20 aprile
1804 viene promulgata la legge che riforma l’amministrazione delle acque.
Presso ogni Dipartimento viene creato un Magistrato d’acque, composto da
5-9 membri, assistiti da un consultore idraulico. Il Magistrato si raccorda
con il governo centrale, rappresentato da due Idraulici nazionali, che hanno
il compito di ispettori e sovrintendenti ai lavori idraulici; a questi due posti
apicali sono nominati, con decreto 27 luglio 1804, Antonio Tadini e Simone Stratico.
Ma lo Stato creato da Napoleone è in perenne trasformazione; dopo la costituzione del Regno d’Italia, il 7 giugno 1805 viene creato presso il governo il Dipartimento Ponti, Argini e Strade, alla cui direzione è posto Giovanni Paradisi (1760-1826). Con legge 6 maggio 1806, viene istituito il Corpo
degli ingegneri reali d’Acque e Strade, con funzioni di progettazione, direzione dei lavori e controllo delle attività dei Comuni e dei Consorzi di scolo e di bonifica. Il Corpo, che inizialmente ha 114 membri (poi aumentati a
214), comprende 6 ispettori generali, 24 ingegneri capo, 48 ingegneri di 1a e
2a classe e 36 aspiranti ingegneri. Gli Ispettori generali formano il Consiglio
della Direzione generale Acque e Strade, e sovrintendono ai progetti e lavori
più importanti.
Con decreto 23 luglio 1806 del vicerè Eugenio di Beauharnais, Tadini è
nominato ispettore generale del nuovo Corpo di Acque e Strade, affiancando
altri cinque personaggi, che costituiscono il Consiglio della Direzione generale d’Acque e Strade: il giureconsulto ed idraulico veneziano Angelo Artico,
già avvocato fiscale presso il Magistrato alle Acque di Venezia, l’ingegnere veneto Gaetano Canova, il matematico ed idraulico bresciano Domenico Cocoli (1747-1812), il dalmata Simone Stratico (1733-1824), che occupa prima
a Padova e poi a Pavia la cattedra di navigazione e il toscano Vincenzo Brunacci (1768-1818), che sempre a Pavia occupa la cattedra di calcolo sublime,
idrometria ed operazioni geodetiche.
Dopo la nomina ad Ispettore generale, Tadini svolge vari incarichi, tra cui
lo studio della laguna veneta, che visita nel 1809. Frutto di questi studi è la
memoria Della viniziana laguna, che sarà pubblicata soltanto nell’opera postuma del 1830 (Di varie cose all’idraulica scienza appartenenti Tadini idraulico italiano scrivea). L’accoglienza delle sue tesi da parte degli ingegneri veneti è alquanto fredda, come testimonierà Pietro Paleocapa in suo scritto del
1860.
antonio tadini (1754-1830) 317
Può stupire che un maturo professore di matematica, amante dell’idraulica, ma quasi privo di esperienze concrete sul territorio, ed anche di pubblicazioni specifiche, sia posto in un ruolo apicale dell’Amministrazione, che
lo porta a valutare progetti idraulici e a dirimere complesse questioni d’acque, ma non è la prima volta in Italia. Si ricorda la vicenda di Antonio Lecchi (1702-1766), che dopo aver a lungo insegnato matematica al collegio dei
Gesuiti di Milano, all’improvviso diventa un apprezzato ingegnere idraulico
ed in seguito pubblica scritti importanti nel settore. Inoltre da due secoli in
Italia esiste una tradizione, che vede docenti universitari fisico-matematici
chiamati ad esercitare il ruolo di Sovrintendente alle Acque di piccoli Stati o
province; ancora all’epoca di Tadini, questo è il caso di Giambattista Venturi
(1746-1822), che dopo questa esperienza presso il Ducato di Modena e Reggio passa al servizio di Napoleone e di Teodoro Bonati (1724-1820), che da
decenni sovrintende agli interessi idraulici di Ferrara e continua a farlo anche sotto Napoleone (a cui impavido contraddisse per la questione del Reno).
Possiamo anche osservare che l’abate Antonio Tadini, assieme all’abate Giambattista Venturi, è l’ultimo dei grandi idraulici italiani, che sono contemporaneamente ecclesiastici (ma con la rivoluzione abbandonano l’abito): una
tradizione fiorente nel nostro Paese da due secoli, ossia dal benedettino bresciano Benedetto Castelli (1577-1643), allievo di Galileo e fondatore della
scienza idraulica moderna.
Tadini si trova ad un crocevia importante della storia. Con lui e dopo di
lui, l’Amministrazione delle acque in Italia ed i suoi legami con il mondo della scienza cambiano. Il modello ora è quello francese, nato nella seconda metà
del Settecento con la costituzione del Corp des Ponts et Chaussées, strettamente
collegato ad una scuola speciale (l’Ecole des Ponts et Chaussées): i migliori ingegneri del Genio Civile sono cooptati come insegnanti a Parigi, nella Scuola
che li ha formati. C’è ancora un legame tra scienza e tecnica, tra matematici
ed ingegneri, simile a quello che per due secoli ha alimentato la scuola idraulica italiana, ma è più razionale ed adatto ad un grande Stato. Vediamo ora
come questo modello viene trasferito in Italia.
Il settore della viabilità e delle acque pubbliche è inizialmente disciplinato
con regolamento 6 marzo 1803. Con la nascita del Regno d’Italia, il decreto 6 maggio 1806 stabilisce che l’amministrazione di acque e strade fa capo
a una Direzione generale, presso il Ministero dell’interno nella capitale del
Regno (Milano) e comprende Ispettori generali e un Corpo d’ingegneri operanti nei vari Dipartimenti (ingegnere capo, ingegnere di 1a classe, ecc.); lo
stesso decreto istituisce i Magistrati dipartimentali di Acque e Strade, alle dipendenze dei Prefetti.
Al Corpo di Acque e Strade sono demandate la progettazione e la direzione tecnica di tutti i lavori, per i quali è previsto un concorso finanziario pubblico, nonché l’ispezione, d’intesa con le Prefetture, sulle attività dei Comuni
per le strade, e dei Consorzi di scolo e bonifica per le acque. In particolare,
rientrano tra i compiti degli ingegneri: la custodia e i lavori degli argini; la regolamentazione della navigazione e la conservazione dei porti di mare; la vigilanza sulle derivazioni di acque pubbliche per usi irrigui e l’uso di acque per
gli opifici; il controllo sulla regolarità delle attività dei Consorzi di bonifica.
318 idraulici italiani
Il Corpo ha un’organizzazione gerarchica di stampo quasi militare. Vengono emanate disposizioni per unificare il sistema delle misure, per livellare
fiumi e canali, per operare secondo criteri tecnici unificati. Ogni anno, sulla
base delle indicazioni trasmesse dagli uffici dipartimentali, viene compilato
un bilancio preventivo delle spese, che entra a far parte del bilancio complessivo del Ministero dell’Interno. Questa organizzazione si rivela molto valida
e, dopo la caduta di Napoleone, è sostanzialmente confermata dall’Austria,
nel Regno del Lombardo-Veneto, peraltro creando due Direzioni generali, a
Milano e a Venezia, al posto dell’unica precedente.
Come dalla fine del Settecento alla fine dell’Ottocento avviene in Francia, dove il Genio Civile, in simbiosi con la sua scuola, esprime i maggiori
scienziati idraulici francesi (Chézy, Prony, Navier, Saint Venant, Darcy, Bazin), anche nel Corpo di Acque e Strade, che Tadini ha contribuito a creare,
emergono figure importanti d’ingegneri-scienziati, di fama internazionale:
basti pensare ai nomi del cremonese Elia Lombardini (1794-1878) e del bergamasco-veneto Pietro Paleocapa (1788-1869), che giungono ai vertici delle Direzioni generali della Lombardia e del Veneto. Ma, a differenza dei colleghi francesi, essi non hanno alle spalle una Scuola come quella di Ponts et
Chaussèes.
A dire il vero, nel periodo napoleonico, si progetta la creazione a Milano
di una Scuola simile all’Ecole des Ponts et Chaussées (v. il decreto 9 gennaio
1807), rimasto peraltro inattuato, come molte altre iniziative, a causa delle
continue guerre, che distraggono uomini e risorse. La prima scuola di questo
tipo sarà realizzata nel 1817 a Roma dallo Stato pontificio, che chiamerà a dirigerla il grande idraulico bolognese Giuseppe Venturoli (1768-1846), collega e rivale di Tadini nell’idraulica fisico-matematica; essa avrà peraltro breve
vita, essendo presto assorbita dall’Università La Sapienza. L’idraulico bergamasco, che ormai fa vita ritirata a Romano, segue con interesse le esperienze
di Venturoli nella Scuola romana; probabilmente è questo il ruolo che sogna-
Bandiera e stemma del Regno d’Italia
napoleonico (1806-1814). Dal 1798 al
1812 Antonio Tadini serve la Repubblica
Cisalpina, poi Italiana e poi Regno
d’Italia, come Ispettore generale della
Direzione Acque e Strade.
antonio tadini (1754-1830) 319
va per se stesso a Milano, come giusto coronamento del suo grande impegno
a favore dell’amministrazione e della scienza idraulica italiana.
4. contrasti con i colleghi e dimissioni
Rispetto ai colleghi, Tadini ritiene di avere un primato. Artico, Canova e Cocoli sono ingegneri, che non hanno certo lo spessore teorico del matematico.
Brunacci e Stratico sono cattedratici prestati all’Amministrazione, rispetto ai
quali Tadini non ha complessi d’inferiorità: egli ha lasciato da tempo l’insegnamento, ma ha continuato a tenersi aggiornato sugli sviluppi scientifici,
coltivando non solo l’idraulica e la meccanica, direttamente legate alle sue
funzioni, ma anche l’analisi matematica teorica, alla ricerca di un’integrazione tra teoria e pratica (nel 1810 pubblica la memoria Sull’esatto sviluppo delle
funzioni analitiche); egli è tra i pochi in grado di produrre lavori originali nella difficile scienza dell’idraulica fisico-matematica e in tutti gli scritti ostenta
la sua superiorità, legata alla via originale di ricerca da lui seguita dai tempi
di Parigi.
Inoltre il servizio a tempo pieno nell’Amministrazione, dal 1798, gli ha
procurato quell’esperienza diretta nelle acque, senza la quale è difficile per un
matematico diventare un buon idraulico; nello scritto Dell’esito di una memoria idraulica [...] (1815) ricorda la sua dedizione appassionata alla disciplina
idraulica, da matematico, che si è fatto sperimentatore ed ingegnere operando sul territorio: per mia scelta, e per esercizio di pubblico uffizio ho po­scia seguito il corso loro nella grande pianura della nostra Italia superiore, accompagnandoli fino agli ultimi loro sbocchi dove mettono capo in altri maggiori fiumi, o nel
mare, osservando con occhio attento ogni minuto e grande accidente del variato
loro corso, de’ loro piani, de’ loro alvei, e degli artifiziali loro ripari.
Insomma Tadini si ritiene, per competenza e per meriti di servizio, superiore ai colleghi, ma purtroppo ha un carattere duro, poco diplomatico, che
riduce il numero degli amici e moltiplica i nemici; il risultato è che il suo primato non è riconosciuto ed anzi col tempo viene sempre più isolato, anche
in campo scientifico. Egli stesso così vi allude: Animato da questi sentimenti,
e dalla lusinga di potere un giorno offrire all’Italia un corpo di scienza fluviale,
che tanto nella parte fisica, quanto nella matematica meritar potesse l’indulgenza
sua, e quella degli stranieri, era tutto intento all’opera, come ognora lo sono. Frattanto però con grande mio rammarico vedeva tratto tratto uscire alla luce diversi
scritti in materie idrauliche, i quali anziché migliorare la condizione di questa
egregia scienza, più e più tendono a deteriorarla, del qual vizio poche cose voglionsi eccettuare (Tadini, 1815). Egli è sempre più amareggiato e questo fatto
rende più aspro il suo carattere.
Scrive in proposito Damiano Muoni, lo storico di Romano di Lombardia:
Anima disdegnosa e fiera, intollerante d’ogni contrarietà alle vaste sue speculazioni, irritato della sorda ma incessante guerra dei gelosi colleghi, non risparmiava
di rimbeccarli nelle adunanze ufficiali con amari sarcasmi e rabbuffi (Muoni,
1871). In particolare, Tadini si oppone al provvedimento, che introduce anche in Italia il regolamento francese in materia di bonifica, nonché ai decreti relativi all’emissario del Sile e alla sistemazione del Brenta e critica la linea
320 idraulici italiani
detta di Palantone per l’introduzione del Reno nel Po Grande. I colleghi finiscono per detestarlo e chiedono la sua rimozione al Direttore generale di
Acque e Strade. Muoni, nel riferire il fatto, coglie un aspetto psicologico della situazione d’isolamento di Tadini, che lo spinge ad indurirsi maggiormente: Accordaronsi costoro e mossero querela al conte Antonio Cossoni, consigliere
di Stato e direttore generale delle Acque e Strade, il quale, fatto omai persuaso
che inutili tornavano le ammonizioni con un uomo, che, sempre più inasprito
del nuovo maneggio, armavasi di maggior saldezza e inflessibilità, promuoveva
con rapporto 29 agosto 1812 il suo interinale allontanamento dal Consiglio degli
Ispettori (Muoni, 1871). Gli viene vietato di partecipare ai lavori del Consiglio fino a nuovo ordine, a causa dell’oltraggiosa condotta verso i colleghi ed
il direttore generale. Due giorni dopo (31 agosto 2012) il fiero bergamasco
presenta la lettera di dimissioni e, nonostante le insistenze dei superiori, rifiuta ogni composizione della vertenza e viene congedato con decreto del 12
dicembre 1812. Ha 58 anni e si ritira nella natia Romano.
5. insofferenza per l’invadenza francese
Tra i motivi del contrasto, che ha finito per isolare Tadini, ce n’è uno molto
interessante, che si trascina sin dall’inizio della sua esperienza nella costruzione del nuovo Stato, nato dalla rivoluzione, ed è l’ostilità alla soffocante ingerenza francese. Esso emerge in modo molto franco nella lettera scritta da
Tadini in data 22 aprile 1814 (quindi dopo le dimissioni) al ministro dell’interno, che è un furibondo attacco all’invadenza francese ed in particolare a
Gaspard de Prony: E per tacere almen per ora della indignazione colla quale ho
veduto a Ravenna e a Venezia profondersi il denaro italiano da francesi ingegneri, e della costanza colla quale ho dovuto più volte oppormi al vandalismo di uno
Straniero, che per isciagura di questo paese aveva in mano tutta la forza; io ripeterò a V.a Ecc.a quello che non può ignorare, d’avere cioè in tutte le occasioni mostrato quanto frivolo fosse, e futile nella scienza de’ fiumi un Francese, che tratto
tratto si mandava in Italia, o si consultava sopra affari Italiani per avvilire una
scienza nata in Italia, ed in Italia recata alla più grande perfezione, e per rovinare gli affari d’acque di questo paese sommamente importanti. Io non niego a
Prony la cognizione delle moderne matematiche, ma in quella parte che riguarda
il grande movimento delle acque, e de’ fiumi è futile del tutto, com’è futile e nullo
nella cognizione della Fisica de’ fiumi medesimi.
L’insofferenza per l’invadenza francese è confermata anche da successive
prese di posizione (v. per es. la scrittura Opinione di Antonio Tadini sulla Val
di Chiana, dove polemizza con Fossombroni e Prony). Qui in discussione
non sono certamente i principi della rivoluzione, che Tadini ha abbracciato
con entusiasmo sin dall’inizio, né l’ovvia subalternità politica alla Francia di
uno Stato che ha come presidente e poi re Napoleone; piuttosto infastidisce
ed umilia il controllo tecnico-amministrativo di troppe pratiche, che dovrebbero rientrare nell’autonomia locale, ma sono spedite a Parigi per la firma
di Napoleone, il quale le sottopone all’esame del matematico ed ingegnere
Gaspard de Prony (1755-1839), direttore dell’École des Ponts et Chaussés). I
maggiori idraulici italiani dell’epoca, consapevoli di appartenere ad una gran-
Ritratto di Gaspard de Prony (17551839), direttore dell’École des Ponts
ed Chaussés ed ingegnere di fiducia di
Napoleone. Tadini non ne sopporta
l’ingerenza degli affari del Regno d’Italia
e ne critica la competenza, definendolo
frivolo e futile nella scienza de’ fiumi.
antonio tadini (1754-1830) 321
de tradizione tecnico-scientifica, non possono non essere umiliati da questa
prassi; in proposito è significativa la disputa del 1806-1807 tra italiani e francesi sul progetto del Naviglio pavese redatto da Brunacci (peraltro rivale di
Tadini), il quale rigetta seccamente tutte le critiche di Prony. La questione
meriterebbe quindi di essere approfondita, mediante lo studio di tutti gli inediti, inclusa la corrispondenza di Antonio Tadini.
6. l’intensa attività scientifica
durante il ritiro a romano di lombardia
Nel lungo periodo in cui ha lavorato per lo Stato come alto funzionario dei
lavori pubblici (1798-1812), Tadini ha studiato e sperimentato tanto, ma
pubblicato poco. In campo scientifico il suo interesse prevalente è l’idraulica,
dove come si è già detto segue un indirizzo di ricerca interessante, che associa
i pregi fisico-naturalistici della scuola italiana a quelli matematici della scuola
francese. Nel ritiro di Romano può concentrarsi sui prediletti studi, alternati
all’insegnamento privato; è in questo periodo che scrive la maggior parte delle sue opere idrauliche, lungamente meditate negli anni del servizio pubblico.
In realtà il modo con cui matura la sua principale pubblicazione in vita
(Del movimento e della misura delle acque correnti, 1816) testimonia che, almeno nei primi anni, Tadini non è affatto contento di essere isolato a Romano di Lombardia. Essa infatti è il risultato di uno sfortunato concorso, al
quale il nostro autore ha partecipato, misurandosi con il rivale Vincenzo Brunacci, nel tentativo di reinserirsi in un processo di riforma dello Stato, che
egli stesso ha contribuito a creare e nello stesso tempo affermare una nuova
dottrina generale sul movimento delle acque, a cui allude il motto della sua
memoria Nympha decus fluviorum animo gratissima nostro (l’autore scriverà: Il
motto allude ai fiumi, perché la geometria della nostra Memoria abbraccia in generale la scienza delle acque correnti). Il concorso è indetto nel 1813 dalla Società Italiana delle Scienze, detta dei Quaranta, per la soluzione del seguente
quesito: Quale tra le pratiche usate in Italia per la dispensa delle acque è la più
convenevole, e quali precauzioni ed artifici dovrebbero aggiungersi per interamente perfezionarla riducendo le antiche alle nuove misure metriche. La Società,
trasferitasi da Verona a Modena dopo la morte del fondatore Anton Mario Lorgna, con il nuovo presidente Antonio Cagnoli (1743-1816), ha come
obiettivo l’unificazione e la razionalizzazione dei vari modelli per la misura e
la dispensa delle acque in uso in Italia, all’epoca ancora molto diversi, poiché
ancorati alle tradizioni locali.
Il concorso si chiude il 29 novembre 1814, con la vittoria di Vincenzo Brunacci, per cui votano due giudici su tre, mentre il terzo giudice preferisce Tadini. Questi si aspetterebbe quanto meno un riconoscimento del valore della
sua memoria e la conseguente pubblicazione da parte della Società dei Quaranta, che invece non avviene. Amareggiato, chiede la restituzione del suo
manoscritto e si sente rispondere che è stato smarrito; purtroppo è l’unica copia e in sua mano sono rimasti solo gli appunti. Furibondo e sospettando un
complotto ai suoi danni, l’anno dopo pubblica uno scritto molto polemico,
in cui difende la superiorità del suo approccio al problema e stronca la me-
Romano di Lombardia, portale con il
leone di S. Marco. Nel 1812 Antonio
Tadini lascia la Direzione Acque e Strade
del Regno d’Italia e si ritira nel Comune
natale, dove rimane fino alla fine,
nel 1830, concentrandosi sull’attività
letteraria e scientifica.
322 idraulici italiani
moria del rivale (Dell’esito di una memoria idraulica inviata alla Società delle
scienze di Verona: ragguaglio matematico, Dova, Milano, 1815). L’anno dopo
pubblica un più ampio trattato, in cui la memoria smarrita è ricostruita ed arricchita con puntiglio: Del movimento e della misura delle acque correnti; essa
è così presentata: si produce al pubblico la Memoria Idraulica che alcuni cercarono di far perdere nell’eterna oblivione. Questa polemica appare una coda evidente dei precedenti contrasti nel Consiglio degli Ispettori di Acque e Strade.
Dopo la morte del Brunacci, nell’elogio dello scomparso (1825), il segretario della Società Italiana delle Scienze Antonio Lombardi (1768-1847) così si
difende dalle accuse di Tadini: Se vi fu chi mosse querele contro il giudizio con
tanta rettitudine proferito dalla Società Italiana che coronò l’Autore, io son d’avviso che chiunque vorrà con animo scevro da qualunque preoccupazione leggere
la Memoria del Brunacci e quella del suo Competitore, la quale poi vide la luce,
benché di nuove forme vestita, credo che mentre ravviserà in questa molta dottrina Analitica, dovrà insieme convenire che la Memoria del nostro Autore raggiunse più da vicino lo scopo della pubblica utilità, a cui l’Accademia intese nel
pubblicare quel programma. In realtà ai nostri occhi lo scritto di Tadini non
è solo più profondo per la dottrina, ma anche attrezzato nelle proposte di riforma pratica di un sistema, di cui avverte lucidamente i limiti, anche nelle
sue forme più avanzate. Ma abbracciarlo richiede molto coraggio e la Società
dei Quaranta non è orientata a cambiare radicalmente i manufatti esistenti
per la misura e la dispensa delle acque, ma solo a migliorarli; in fondo la sua
è una decisione politica.
Il trattato di Tadini pubblicato nel 1816 diventerà un punto di riferimento dell’idraulica italiana nei decenni successivi, ma l’accoglienza inizialmente
è tiepida e di ciò si lamenta l’autore, scrivendo: Allorché Frisi celebre matematico milanese pub­blicò un trattato dei fiumi e torrenti, tutti i giornali gli fecero
peduccio diffondendone a larga mano gli elogi, tutto che per esso accresciuta la
massa dei vec­chi errori coll’aggiunta di nuovi, la scienza delle acque abbia fatto
de’ passi retrogradi in vece di avanzare. Sorte ora alla luce in Milano l’opera mia
idraulica, che nulla avendo di comune colle passate opinioni, sembra unicamente fondata sull’alta geometria dei nostri tempi, e sul riscontro della osservazione e
della sperienza; ed il giornale letterario di Milano, ch’è il primo a parlarne, lungi
dall’esserle cortese, e di raccomandarne lo studio a pro di un’arte non solo utile,
ma necessaria per lo Stato; pare che cerchi d’infievolire quella benigna opinione,
che di essa per avventura si concepisse (Tadini, 1817).
In questo passo Tadini allude al primo trattato idraulico di Paolo Frisi (Del
modo di regolare i fiumi e i torrenti, principalmente del Bolognese e della Romagna), pubblicato nel 1762, ed in seguito accresciuto e tradotto in francese
ed inglese. Forse il giudizio è troppo severo, ma il trattato in questione non
ha un valore eccezionale, rispetto alla tradizione in cui s’inserisce; tuttavia il
brillante abate milanese era l’idolo dei salotti e membro delle principali accademie scientifiche europee: una rete di relazioni sociali coltivata con metodo
per tutta la vita, mentre lo scorbutico abate bergamasco ha passato la vita ad
inimicarsi troppi esponenti di quel ceto, di cui ora vorrebbe l’appoggio.
Dopo la Restaurazione, Tadini, ormai lontano dagli incarichi pubblici,
continua appartato la sua attività di scienziato ed anche d’ingegnere idrauli-
antonio tadini (1754-1830) 323
co, come consulente. Il progetto più importante a cui lavora è quello per derivare le acque del fiume Ticino a Sesto Calende (che sarà realizzato alla fine
del secolo come Canale Villoresi), oggetto di una dotta memoria (Scrittura
concernente il progetto del sig. Diotto per un nuovo canale d’acque da derivarsi
dal lago Maggiore in territorio Milanese), riprodotta nel libro di Giuseppe Bruschetti nella Storia dei progetti e delle opere per l’irrigazione del Milanese, unitamente a quattro lettere. Il progetto gli viene commissionato dall’avvocato
Luigi Diotto (o Diotti), che da anni inutilmente tenta di affermarlo presso la
Direzione generale Acque e Strade di Milano. Scrive l’ingegner Bruschetti: Il
progetto Diotto, ventilato e discusso per più anni negli uffizi di Governo a Milano coll’insistenza che distingueva quell’infaticabile ma poco fortunato progettista,
arrivò finalmente negli anni 1821-1823 a fermare l’attenzione degli Aulici Dicasteri di Vienna. Laonde il Diotto, per sostenere il suo progetto, ebbe occasione di
farsi assistere da uno de’ nostri più valenti scrittori ed ingegneri di cose idrauliche,
nella persona del Signor Antonio Tadini, e per tal modo la discussione del progetto Diotto cogli Ingegneri di Governo divenne non poco interessante per le persone
dell’arte (Bruschetti, 1834).
Nella provincia bergamasca Tadini frequenta pochi amici. Il più importante è Giuseppe Bravi (1784-1865), parroco di Cologno fino al 1859, con cui
condivide gli interessi scientifici ed i sentimenti patriottici. Poco dopo la sua
morte, avvenuta a Romano di Lombardia il 14 luglio 1830, l’amico pubblica
le principali memorie inedite, che riflettono le attività dell’ultimo periodo,
con il titolo Di varie cose all’idraulica scienza appartenenti Tadini idraulico italiano scrivea (1830); si noti la qualifica di idraulico italiano, che può riferirsi
tanto alla gloriosa scuola idraulica italiana, quanto, in modo coperto, ai sentimenti antiaustriaci dell’autore. Cinque anni dopo la morte di Tadini, Bravi
legge un discorso nell’ateneo di Bergamo Di una nuova maniera di ovviare alle
corrosioni dei fiumi, in cui riprende e completa uno scritto dell’amico; nello stesso anno pubblica un’approfondita Analisi delle opere dell’abate Antonio
Tadini. Infine, nel 1840, pubblica una memoria incompleta di Tadini (Della
memoranda inondazione di Pietroburgo), terminando il 3° capitolo e scrivendo i capitoli 4° e 5°. In seguito Bravi sarà impegnato in prima linea come patriota e diverrà membro del primo parlamento del Regno d’Italia.
Dopo l’unità nazionale, nella seconda metà dell’Ottocento, Antonio Tadini è ricordato tra i grandi Bergamaschi, come attesta la presenza del suo medaglione sotto le finestre del palazzo della Provincia e nella Biblioteca Angelo Mai. Secondo Damiano Muoni, il suo ritratto ad olio era posto nella sala
del Consiglio comunale di Bergamo, con la scritta Antonius Tadinus-Bergomas-Rei Aquariae-Facile Princeps.
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. gli studi sull’idraulica
fisico-matematica e sperimentale
Assieme a Giuseppe Venturoli (1768-1846), Antonio Tadini può essere considerato il capostipite di una nuova corrente della scuola idraulica italiana,
Ritratto di don Giuseppe Bravi:
insegnante di matematica presso il
Seminario di Bergamo e poi per molti
anni parroco di Cologno al Serio, è la
persona più vicina ad Antonio Tadini
nel periodo del ritiro a Romano di
Lombardia. Dopo la morte dell’amico,
di cui condivide gli interessi scientifici
ed i sentimenti patriottici, cura la
stampa dei principali inediti. Sarà
deputato del Regno di Sardegna e poi
del Regno d’Italia dal 1860 al 1865.
324 idraulici italiani
che tende a conciliare la tradizionale attenzione per gli aspetti fisico-naturalistici, tipici dell’idraulica fluviale, in cui gli Italiani sono maestri, e i modelli matematici coltivati dalla scuola francese, teoricamente esatti, ma spesso
poco aderenti alla complessa realtà delle correnti.
Egli, nella sua opera idraulica principale (Del movimento e misura delle
acque correnti, 1816), seguendo la direzione indicata dal franco-piemontese
Giuseppe Lagrange nella Mécanique Analytique (1788), espone la teoria generale del moto dei fluidi a due coordinate (moto piano tra due sponde rettilinee divergenti), della quale si era già occupato pochi anni prima il bolognese Giuseppe Venturoli (2a edizione del trattato Elementi di Meccanica e
Idraulica, 1809); i due studiosi giungono allo stesso risultato per vie diverse.
Lo studio non è fine a se stesso: come applicazione particolare delle formule
ottenute per le componenti della velocità, Tadini concepisce il suo Regolatore, descritto nella 2a parte dell’opera, per la misura e la dispensa delle acque.
Dopo Tadini e Venturoli, seguono il medesimo indirizzo scientifico altri
valenti studiosi: Fabrizio Ottaviano Mossotti (1791-1863) a Pisa, Antonio
Maria Bordoni (1789-1860) e Gabrio Piola (1794-1850) a Pavia, Giovanni
Antonio Plana (1781-1864) a Torino, Placido Tardy (1816-1914) a Genova,
Giusto Bellavitis (1803-1880) e Domenico Turazza (1813-1892) a Padova.
Purtroppo questo gruppo di idraulici analisti si scioglie verso la metà dell’Ottocento e ciò segna la rinuncia dell’Italia a competere con le altre grandi scuole europee (a partire da quella francese) nell’idraulica fisico-matematica.
Tadini ha ben presente la necessità di associare alla teoria la sperimentazione
ed anche in questo campo il suo impegno alla ricerca della formula del moto
uniforme (che chiama il canone generale dei nuovi canali) è lungimirante e meritorio, ma purtroppo è soprattutto personale, non essendo adeguatamente
sostenuto dalle istituzioni, come invece avviene in Francia: una condizione
A sinistra, il frontespizio della principale
opera idraulica di Antonio Tadini
(Del movimento e della misura delle
acque correnti, 1816), pubblicata dopo
l’infelice esito del concorso sulle pratiche
per la dispensa delle acque, indetto dalla
Società delle Scienze e vinto da Vincenzo
Brunacci. A destra, il frontespizio del
libro, che riunisce altre memorie
idrauliche di Tadini, pubblicato subito
dopo la sua morte dall’amico Giuseppe
Bravi (Di varie cose all’idraulica scienza
appartenenti Tadini idraulico italiano
scrivea, 1830).
antonio tadini (1754-1830) 325
ormai indispensabile per ottenere risultati pienamente validi, come dimostreranno verso la metà del secolo le ricerche di Henry Darcy (1857) e Henri Bazin (1865), sostenute dall’Ecole des Pontes et Chaussées e dal Corpo del Genio
Civile francese, consentendo di giungere alle formule ancor oggi usate.
Per il suo canone, Tadini giustamente ricorre alla formula monomia scoperta da Antoine Chézy (1775), all’epoca misconosciuto; egli quindi accantona le formule binomie, che vanno per la maggiore ai suoi tempi, proposte
dal francese Gaspard de Prony (Recherches physico-mathématiques sur la théorie des eaux courantes,1804) e poi integrate con altri dati sperimentali dal tedesco Johann Albert Eytelwein (v. Memorie dell’Accademia di Berlino, 1814,
1815): un pasticcio concettuale, peggiorato dall’uso di coefficienti costanti,
che derivano dalla manipolazione di dati sperimentali eterogenei, molti dei
quali risalenti al tardo Settecento.
Il canone generale dei nuovi canali, descritto nel libro postumo (1830) di
Tadini, è una formula che lega tra loro la pendenza della superficie dell’acqua, la larghezza del canale, supposta uniforme, l’altezza dell’acqua e la portata. Sottoposto a verifica sperimentale su oltre 60 sezioni di canali e fiumi,
esso è giudicato dall’autore di sicura applicazione, quando si tratta di acqua
corrente in canali artificiali. Per mostrarne l’utilizzo, egli considera due progetti idraulici, che avevano dominato il dibattito tecnico-scientifico in Italia
nel periodo napoleonico: l’immissione del Reno nel Po Grande (v. Teodoro
Bonati) e il canale navigabile Milano-Pavia (v. Vincenzo Brunacci). Nel primo caso, il canone è applicato per calcolare l’aumento di livello del Po dovuto
alla prevista introduzione del Reno; nel secondo caso, per ricavare la pendenza da dare al nuovo canale navigabile, supposto il fondo parallelo alla superficie ed essendo note la portata, la larghezza del canale e l’altezza dell’acqua
richiesta per la navigazione.
La formula di Tadini è U = χ ∙ Rm∙ i, ove U = velocità media della corrente,
i = pendenza del fondo, Rm = raggio idraulico, pari al rapporto tra l’area della
sezione e il contorno bagnato, χ = un coefficiente costante = 50. Essa si può
anche scrivere: Rm∙ i = 0,0004 U2 ; il coefficiente 0,0004 è chiamato da Tadini modulo dei canali. La formula, riscoperta da Nadault De Buffon durante il
suo viaggio in Italia, sarà pubblicata in Francia (Des canaux d’arrosage de l’Italie septentrionale, 1843), dove avrà una certa diffusione, prima dell’affermazione di quella di Bazin.
Il difetto fondamentale, che la formula di Tadini condivide con quelle binomie di Prony ed Eytelwein, sta nell’ipotesi di costanza del coefficiente χ; in
realtà esso è variabile in funzione della scabrezza e del raggio idraulico, come
sarà dimostrato dalle esperienze di Darcy e Bazin. Ma per giungere a questo
risultato, saranno necessarie lunghe e costose sperimentazioni, che andavano
oltre i modesti mezzi dell’idraulico bergamasco.
2. la riforma dei sistemi di misura e dispensa
delle acque (1843-1844). polemica con brunacci
Come si è già detto, l’opera idraulica principale di Tadini (Del movimento e
misura delle acque correnti, 1816) è legata ad un problema molto concreto,
326 idraulici italiani
ossia alla riforma dei sistemi in uso in Italia per la misura e la dispensa delle acque, captate dal sistema idrografico e destinate a vari usi, in particolare
agricoli. Sul tema si confrontano due linee di riforma: una moderata (rappresentata da Brunacci) e l’altra radicale (rappresentata da Tadini).
Si deve ricordare che uno scontro simile si era già verificato nei decenni
precedenti a Milano. La critica di Paolo Frisi all’edificio magistrale milanese
era stata maldestra e priva di alternative concrete (v. Istituzioni di meccanica,
d’idrostatica, d’idrometria e dell’architettura statica, e idraulica, libro quinto,
capo sesto Del riparto, delle regole, e degli errori delle bocche d’irrigazione, principalmente del Milanese, 1777). Il suo avversario, l’ingegner Francesco Bernardino Ferrari, aveva avuto buon gioco nella difesa dell’antico manufatto
milanese (v. Lettera al signor conte don Gaetano di Rogendorf sulle bocche che
estraggono acqua dai navigli, o sia canali navigabili di Milano, 1779); il risultato era stato quello di bloccare una discussione potenzialmente interessante
sulle possibili riforme di un sistema, ancora all’avanguardia in Italia e in Europa, ma che ormai mostrava i limiti di una concezione empirica.
Interessante sul piano pratico, anche se di stampo chiaramente moderato,
era la riforma sostenuta qualche anno prima dal milanese Antonio Lecchi, il
quale, senza discutere l’edificio magistrale milanese, si era posto il problema
di come migliorare gli altri sistemi di misura e dispensa delle acque, molto
arretrati, proponendo una taratura generale della rete irrigua, pur nel rispetto formale dei sistemi di misura tradizionali: un modo abile per superare le
tenaci resistenze conservatrici del mondo agricolo (v. Idrostatica esaminata ne’
suoi principj e stabilita nelle sue regole della misura dell’acque correnti, 1765).
Il testo di Tadini delinea una linea di riforma radicale, in netta opposizione
rispetto a quella moderata del Brunacci. Questi è entusiasta dei sistemi tradizionali per la dispensa delle acque in agricoltura, in uso dal Cinquecento
nel Ducato di Milano, all’epoca estesi da Novara a Cremona ed ancora all’avanguardia in Italia e in Europa, assegnando la palma all’edificio magistrale
milanese; segnala bensì la possibilità di miglioramenti del sistema milanese,
ma ai suoi occhi sarebbe già un grosso progresso allineare il resto dell’Italia a
questo modello. Tadini, invece, ritenendo superati tutti i sistemi esistenti, alla
luce delle nuove conoscenze, sperimenta e propone concreti modelli alternativi, che dovrebbero essere messi in atto: soprattutto il regolatore a piena doccia, ma anche il regolatore a cateratta libera e il partitore delle acque a cascata.
Tadini evidenzia i vantaggi del suo regolatore agli occhi degli agricoltori,
che possono facilmente collegare la quantità d’acqua erogata giornalmente al
fabbisogno dei loro campi; in tal modo esprime un concetto moderno, ossia
anticipa i calcoli sistematici dei fabbisogni idrici per unità colturale, oggi comunemente espressi in l / (s ∙ ha), che la dispensa con i metodi tradizionali ad
once, quadretti, ecc., non poteva consentire. Egli si pone anche il problema
dell’estensione graduale del suo regolatore, consapevole del fatto che – anche
a fronte di un’adeguata volontà riformista della pubblica amministrazione –
i vecchi manufatti per la dispensa delle acque non possono essere subito accantonati; è questa una posizione realistica, che lo avvicina ad Antonio Lecchi, il quale aveva concepito un sistema di traduzione ed omologazione dei
vari sistemi locali per la dispensa delle acque, che conciliasse tradizioni e ri-
Ritratto di Vincenzo Brunacci,
vincitore del concorso, indetto nel
1813 dalla Società dei Quaranta, nel
quale l’idraulico bergamasco si classifica
secondo. Subito dopo, si apre un
confronto polemico, ma fecondo, per
la riforma dei sistemi per la misura e la
dispensa delle acque.
antonio tadini (1754-1830) 327
gore. L’idraulico bergamasco propone di misurare, con un regolatore posticcio di legno adattato alle rogge locali, che può essere facilmente fabbricato e
trasferito, la vera portata dispensata col modulo milanese, cremonese, mantovano, ecc.
A prescindere dagli aspetti strettamente tecnico-scientifici, che appaiono
più solidi di quelli esposti da Frisi, Tadini esprime una linea di riformismo
molto ben argomentata e convincente: non è più possibile tollerare sistemi di
misura, che non esprimono la portata come volume d’acqua erogato nell’unità di tempo. Tutti i sistemi di dispensa delle acque, anche i più avanzati,
sono figli di una tradizione anteriore al trattato di Benedetto Castelli (1628),
il quale introduce il concetto di velocità nel calcolo della portata, e hanno
continuato a parlare una lingua precastelliana, che conosce la sezione delle
bocche e l’altezza del battente, ma non i volumi nell’unità di tempo. Continuare ad usare le vecchie unità di misura, che non indicano valori assoluti,
ma relativi delle quantità d’acqua erogate, e conosciuti per consuetudine e
pressappoco soltanto nelle realtà locali, è irrazionale e comporta uno spreco
inaccettabile di risorse.
Il libro di Tadini è dunque interessante anche per i suoi contenuti economici e politici. Egli riassume in termini efficaci l’impressionante divario che,
all’inizio dell’Ottocento, si riscontra in Italia tra l’area più avanzata (il vecchio Ducato di Milano), con agricoltura intensiva, che valorizza l’acqua per
uso irriguo, con grandi benefici per l’economia e la società e il resto del Paese, che la spreca. Le sue parole contengono un implicito rimprovero anche
alla scienza italiana: se sull’asse Novara-Milano-Cremona è presente da secoli
un sistema avanzato che pratica l’irrigazione, e il resto del Paese la trascura, è
anche perché questo tema è stato a lungo marginale nel dibattito scientifico e
tecnico apertosi in Italia dopo il trattato di Castelli, pubblicato nel 1628; esso
merita la stessa attenzione, riservata alle sistemazioni fluviali ed alla bonifica.
Si noti che, a differenza di uno stereotipo oggi diffuso sui ritardi italiani
rispetto ai paesi europei più avanzati, le riforme proposte da Tadini non hanno alcun modello straniero di riferimento, anzi egli è ben consapevole che –
nonostante le sue critiche – il sistema irriguo lombardo-piemontese rimane
all’avanguardia in Europa. Questa situazione permane nei decenni successivi ed è pacificamente riconosciuta non soltanto in Italia (v. Elia Lombardini: Stato idrografico naturale e artificiale della Lombardia, in Carlo Cattaneo,
Notizie naturali e civili della Lombardia, G. Bernardoni, Milano 1844), ma
anche all’estero (v. Benjamin Nadault De Buffon: Des canaux d’irrigation de
l’Italie septentrionale envisages sous les divers points de vue de l’hydraulique, Dunod, Paris, 1843-1844). La riforma propugnata da Tadini è dunque una questione tutta italiana.
Alcuni anni dopo la pubblicazione del libro di Tadini, la riforma dei sistemi per la misura e la dispensa delle acque è ripresa dal grande Giandomenico
Romagnosi (Della condotta delle acque, 1823), che la sviluppa dal punto di
vista giuridico e politico, ma con una salda cultura scientifica, oggi assai rara
negli uomini di legge e con una posizione liberale, aperta alla possibilità di
adottare una molteplicità di nuovi manufatti, con il solo vincolo del rispetto
di principi generali di razionalità.
328 idraulici italiani
La posizione di Brunacci prevale fino alla metà dell’Ottocento, non solo in
Italia (v. Carlo Possenti: Sull’edifizio magistrale milanese per la dispensa delle
acque d’irrigazione, Bernardoni, Milano 1858), ma anche all’estero: Nadault de Buffon (op. cit., 1843-1844) propone d’introdurre l’edificio magistrale milanese anche in Francia. La posizione di Tadini si afferma dopo l’unità d’Italia (v. Domenico Turazza, Trattato d’Idrometria o d’Idraulica pratica,
Sacchetto, Padova 1867). Verso la fine del secolo, la sperimentazione idraulica porterà ad affermare nuove forme di manufatti per la misura e la dispensa
delle acque, come lo stramazzo Cipolletti e lo stramazzo Bazin.
3. la polemica con fossombroni sulla val di chiana
Nel libro postumo Di varie cose all’idraulica scienza appartenenti Tadini idraulico italiano scrivea (1830), è contenuta una Opinione di Antonio Tadini sulla
Val di Chiana, la quale sarà ripubblicata quindici anni dopo in un libro, che
mette a confronto gli scritti di autori diversi sul medesimo tema (Opuscoli
idraulici di Odoardo Corsini, R. Prony, A. Humboldt, Antonio Tadini, Vittorio
Fossombroni, Alessandro Manetti, Guglielmo Libri, Francesco Guasti, Bologna,
Tipografia governativa alla Volpe, 1845).
La verve polemica dello scritto di Tadini indica che probabilmente esso è
stato composto immediatamente dopo la pubblicazione di una memoria del
conte Vittorio Fossombroni (1754-1844) sulle origini del sistema idrografico
della Val di Chiana (Illustrazione di un antico documento relativo all’originario
rapporto tra le acque dell’Arno e quelle della Chiana, in Memorie di matematica
e fisica della Società Italiana, pp. 481-526, Modena, Soc. Tipografica, 1821).
Si ricorda che Fossombroni era già intervenuto sulla Val di Chiana con le
Memorie Idrauliche Storiche sopra la Val di Chiana compilate dal Cav. Vittorio
Fossombroni, uno dei quaranta della Società Italiana (Firenze, Gaetano Cambiagi, 1789) ed aveva autorevolmente diretto per decenni la bonifica di quel
vasto comprensorio.
Al di là della sostanza delle argomentazioni critiche, che appaiono convincenti, è interessante il tono usato da Tadini, che rispecchia il suo carattere polemico ed anche la sua cordiale antipatia nei confronti di un coetaneo, che a
differenza di lui sapeva stare al mondo e, pur avendo servito Napoleone, era
rimasto ai vertici della società anche durante la restaurazione, come primo
ministro del Granducato toscano. Nella stroncatura sono coinvolti autorevoli personaggi stranieri, che hanno appoggiato la tesi del conte Fossombroni,
ossia il celebre matematico francese Gaspard de Prony (1755-1839), il quale a
suo tempo, come idraulico di fiducia di Napoleone, aveva messo il naso nelle
più importanti questioni italiane (con immenso fastidio da parte dell’orgogliosa scuola idraulica italiana e in particolare dello stesso Tadini) ed era stato
creato barone dalla Restaurazione e il più rinomato naturalista tedesco barone
Alexander von Humboldt (1769-1859). Per il vecchio abate bergamasco, nel
suo esilio di Romano, è un sottile piacere cogliere in fallo questi tre alti personaggi e metterli alla berlina.
Nello scritto del 1789 Fossombroni aveva avanzato l’ipotesi che anticamente la Chiana fosse stata una diramazione naturale dell’Arno, che lo col-
antonio tadini (1754-1830) 329
legava al Tevere: un caso mai visto in natura, dove vige il principio della
confluenza dei corsi d’acqua minori in quelli maggiori, mentre nei canali artificiali vige il principio opposto della diramazione; nello scritto del 1821, esultante, l’aretino trasforma l’ipotesi in certezza, sulla base di un’antica pianta,
rinvenuta in un’abbazia benedettina. Nel corso dei secoli, per la corrosione
del suo bacino, l’Arno si sarebbe abbassato tanto da interrompere la diramazione della Chiana ed anzi trasformarla in un corso d’acqua influente.
Scrive Tadini: Io qui premetto che professo molta stima al signor Fossombroni,
il quale ha con molte cure coltivato la scienza delle Acque; ma egli debbe scusarmi
se, intorno alla presente sua Memoria, io non posso seco lui convenire. I riguardi
dovuti alla Idraulica Italiana mi obbligano tanto più, a mostrargli l’errore in cui
egli è caduto, quanto che ha per fautore il miglior Idraulico Francese, ed il più rinomato Naturalista Alemanno. La causa ha un nobile ed importante oggetto, poiché a profitto della scienza rendere si dee palese che sotto l’italico cielo non manca
chi abbia alquanta cognizione delle Acque, sotto qualsivoglia rapporto vengano
esse considerate (Tadini, 1830). Tra le righe si legge l’irritazione procurata in
passato dalle continue intromissioni del Prony nelle questioni italiane.
Tadini non è mai stato in Toscana, ma studia le carte, fa calcoli e soprattutto ragiona. Se la medesima velocità di abbassamento per corrosione del bacino idrografico, ipotizzata da Fossombroni, fosse applicata a fiumi come il Po,
l’Adda e l’Adige, le città di Torino, di Como, di Verona, che certamente quindici secoli fa esistevano ove ora sono, si troverebbero elevate centoquarantacinque
metri sopra le rispettive acque del Po, del Lario, dell’Adige; mentre il Po lambe
adesso il fianco alla prima, il Lario inonda miseramente la seconda, e non di rado
l’Adige allaga parte della terza [...]. Io ho veduto vari ponti di fabbrica romana,
ed al piano come sul Panaro e sulla Marecchia, e fra i monti, specialmente sulla
via Flaminia; i quali, sebbene contino più di quindici secoli di antichità, nulladimeno alle loro cose non offrono manifesto indizio di abbassamento seguìto nel
sistema del fiume [...] Ma a stima del nostro Autore, in tale intervallo di tempo,
l’Arno varrebbe a profondare il suo alveo non già per mezzo metro, ma oltre 145
metri secondo un calcolo, ed oltre 58 m secondo l’altro. Sì esorbitante eccesso nel
quale cade questo signore, mostra l’uomo che parla di tutta buona fede, e torna
così il fallo in sua lode (Tadini, 1830). Come a dire che il conte Fossombroni
è un minchione in perfetta buona fede.
Tadini sistema poi Prony e Humboldt: Il signor De Prony fu, come dicemmo, su la faccia de’ luoghi; egli ha però veduto l’Arno correre su d’un fondo venti o
trenta braccia più basso del letto della Chiana; tuttavia, non badando al possibile
più che all’impossibile, credette sì fondata l’idea del Fossombroni, che ad essa fece,
colla citata sua memoria, gli onori, chiamando ancora col nome di Ramo Teverino quello, che dicesi uscito dall’Arno, ed al Tevere per la Chiana incamminato
[...] Ma se un matematico idraulico ha potuto assecondare l’assurda idea dell’Arno trasmettitore di sue acque alla Chiana, non debbe far meraviglia che vi s’intrichi anche un naturalista; poiché non di rado la gente di tal professione (conviene
pur dirlo), allorquando parla di acque o di fenomeni alle acque appartenenti, ci
è liberalissima di poco esatte storielle e di errori (Tadini, 1830).
Tadini coglie infine l’occasione per criticare radicalmente il sistema di bonifica della Val di Chiana per colmata, tenacemente difeso da Fossombroni,
330 idraulici italiani
e sostiene in alternativa il metodo di bonifica per essiccazione, abbassando la
Chiusa dei Frati e approfondendo l’alveo della Chiana; sappiamo che l’aspro
confronto tra i due partiti della colmata e dell’essiccazione della Valdichiana
è antico, perché risale ad Evangelista Torricelli (1608-1647) e Famiano Michelini (1604-1665).
L’idraulico bergamasco è favorevole alle grandi opere pubbliche, di romana
e napoleonica memoria, e rifiuta il lento progresso dei lavori, tipico della colmata, scrivendo: Se il Senato di Roma avesse fatto eseguire le opere della proposta
inversione della Chiana, sarebbesi ottenuta più sollecita e più perfetta bonificazione della Valle, perché esso, sempre grande nelle sue imprese, avrebbe provveduto, affinché il retrogrado fiume si procacciasse tutta la possibile pendenza, né sarebbesi questa impedita con una pescaia di venti braccia d’altezza [...] Le cose qui
esposte domandano la seria attenzione dei Toscani, affinché si persuadano, che l’opera della bonificazione, la quale richiede, che sia data al fiume quella pendenza,
che lo abiliti a trasportare all’Arno tutte le terre e ghiaie che vi introducono i suoi
torrenti, è ancora più che non si creda lontana dal verificarsi. Sino nel 1591 si
proponeva, come indicammo, un monumento in onore di Ferdinando de’ Medici
per aver renduta feconda colla bonificazione la Valdichiana; dopo due altri secoli
di sollecitudini amministrative e di lavori, oggi si torna ad esaltare l’ottenuto beneficio: così io credo, che si seguiterà per altri secoli a fare l’elogio degli eseguiti lavori e de’ buoni loro effetti, prima che cessi la necessità e la spesa di sempre nuove
colmate, e prima che veggasi la Chiana ridotta alla sospirata condizione di fiume,
che colle proprie forze il proprio alveo si conserva [...] La demolizione della pescaia fu proposta al tempo del Torricelli; si mostrò contrario questo Matematico;
Fossombroni lo loda, non senza frizzare con qualche arguto e piccante motto li
suoi oppositori; ma con riverenza al nome dell’uno, e con buona pace dell’altro di
questi due autori, noi diciamo francamente, che l’alta chiusa esiste tuttora a grave
danno della Valle e con poco onore dell’arte. In proposito, si veda anche l’opinione di Giulio De Marchi (Vittorio Fossombroni nel i centenario della morte,
1944), che riflette la concezione delle ultime grandi bonifiche italiane nella
prima metà del Novecento, molto simile a quella espressa da Tadini.
4. la polemica sulla laguna di venezia
Non sempre le polemiche scientifiche di Tadini hanno un esito felice, perché
a sua volta è soggetto ad errori; in tal caso, il tono di superiore sicurezza gli si
ritorce contro. È questo il caso delle osservazioni da lui espresse sulla laguna di
Frontespizio della memoria, in cui
Antonio Tadini critica il sistema di
bonifica per colmata della Val di Chiana,
realizzato da Vittorio Fossombroni e
stronca la tesi dell’idraulico toscano
sulle antiche origini della Chiana come
diramazione dell’Arno confluente nel
Tevere.
antonio tadini (1754-1830) 331
Venezia, pubblicate nella citata opera postuma (1830). In questo caso, il nostro autore trova una risposta efficace nello scritto di un altro grande idraulico, bergamasco per nascita e veneto d’adozione, che la laguna la conosce bene,
perché vi ha lavorato per 30 anni: Pietro Paleocapa (1788-1869), il quale gli
risponde nella memoria Sulla corrente litorale dell’Adriatico (1860), la cui appendice ha per titolo Osservazioni sopra una nota relativa alle lagune di Venezia,
apposta da Antonio Tadini (che fu ispettore idraulico del regno di Italia) al capo
viii della sua opera intitolata: Di varie cose all’idraulica scienza appartenenti.
Paleocapa, che appartiene ad un’altra generazione e non ha motivi personali od ideologici di avversione nei suoi confronti, scrive: Il Tadini, disprezzando spesso, e rado compatendo le dottrine professate da altri maestri, e credendosi solo creatore dei veri principj della scienza idraulica, sentenziava sulle
mutazioni avvenute nelle lagune di Venezia, per effetto della deviazione dei fiumi, tacciando gli antichi periti veneti di ignoranza e di mancanza dei veri principj, che egli diceva di svelare per la prima volta (Paleocapa, 1860). La vicenda
richiama l’infortunio occorso al bresciano Benedetto Castelli, quando incautamente si era occupato della laguna veneta, esprimendo un parere contrario
alla secolare politica della Serenissima, volta ad allontanare i fiumi dalla laguna, per prevenirne l’interramento (v. lo scritto Considerazioni intorno alla laguna di Venezia, 1641); un secolo dopo, gli idraulici veneti non glielo avevano ancora perdonato, come si evince dal trattato di Bernardino Zendrini, un
camuno di nascita, ma veneto d’adozione, che a differenza di Castelli la laguna la conosceva bene (v. Leggi e fenomeni, regolazioni ed usi delle acque correnti, Giambatista Pasquali, Venezia 1741), come appunto Paleocapa.
Tadini afferma una nuova teoria chimica, che a suo avviso spiegherebbe i
fenomeni intervenuti nella laguna dopo l’allontanamento delle acque dolci,
ossia la riduzione della resistenza del suolo palustre alla corrosione delle burrasche marine: la terra nell’acqua dolce rimane illesa, mentre nell’acqua salsa
soffre un grado di chimica combinazione, per cui perdendo la naturale sua consistenza ed il suo nerbo, si avvicina alla frale condizione di fango, quale si osserva nella viniziana laguna [...] E con ciò rimane pienamente svelato l’arcano di
simili cangiamenti nella Laguna osservati. Ma secondo Paleocapa, quando in
laguna entravano acque dolci, il terreno era reso più stabile dalla vegetazione:
E mi pare che in tal guisa sia bene spiegato il fenomeno dell’ampliarsi delle lagune, quando vengono liberate dai fiumi torbidi, senza uopo di ricorrere ad altre
cagioni recondite di chimiche azioni.
Aggiunge Paleocapa: Più strane ancora sono le cose che dice il Tadini sulla rovina di fabbriche, e perfino dell’intera città dell’antico Malamocco, che egli pretende aver proceduto dall’azione chimica della salsedine dell’acqua del mare, che
venne a penetrare nelle sostruzioni e fondamenta delle fabbriche, dove prima non
penetrava che acqua dolce. Cotesta sua dottrina ha fatto ridere i pratici uomini
d’arte di Venezia; i quali osservavano, che se fosse vera, ne sarebbe avvenuta la rovina anche di quelle antichissime fabbriche che erano state erette lungo le rive del
Canal Grande di Venezia… e ne dovrebbero anzi crollare la maggior parte delle
fabbriche della città di Venezia (Paleocapa, 1860).
Tadini, sprezzante del pericolo, rigetta anche la teoria di Geminiano Montanari sul volgere delle foci dei fiumi a destra o a sinistra, secondo che sono
332 idraulici italiani
di acque chiare o torbide (v. Il Mare Adriatico, e sua corrente esaminata, con la
naturalezza de’ fiumi scoperta, e con nove forme di ripari corretta, 1684), chiamando sognate storielle le spiegazioni date dal prudente e scrupoloso scienziato modenese e innocente testimonio dell’ignoranza dei tempi quanto in remote
epoche operarono i Veneziani a difesa dei lidi e pretende di avere per primo
spiegato, col lume delle proprie esperienze basate sulla suddetta teoria chimica,
il misterioso fenomeno, e aver additata agli ingegneri veneti la giusta guida del
loro operare. Qualcosa in questo linguaggio ricorda Paolo Frisi e talune sue
incaute affermazioni contro le pratiche volgari, alla luce dei nuovi lumi (v. la
controversia con F.B. Ferrari sull’edificio magistrale milanese). Ce n’è abbastanza per giustificare il giudizio di Paleocapa sul Tadini come forte, ma troppo vanitoso ingegno.
vincenzo brunacci
La vita
Dettagliate notizie sulla vita di questo scienziato sono contenute nell’Elogio
storico del professor cav. Vincenzo Brunacci (1825) scritto da Antonio Lombardi, segretario della Società Italiana delle Scienze e nella Biografia del Cavaliere
Vincenzo Brunacci, scritta dal suo allievo Giovanni Alessandro Majocchi (professore di fisica presso il Regio Liceo di Mantova) e pubblicata nel 1827. Nella sua biografia, Majocchi è favorito anche dall’accesso ad alcuni manoscritti
del maestro, predisposti in forma autobiografica, da cui estrae citazioni letterali. Altre, successive biografie ottocentesche, come quella d’Emilio De Tipaldo (1836), si rifanno alle due prime citate. Una recente, breve biografia, curata da Alessandra Ferraresi (Università di Pavia, 2000), arricchisce il profilo
dell’autore con altre notizie tratte dagli archivi universitari.
1. un medico controvoglia a pisa
Vincenzo Brunacci nasce a Firenze il 3 marzo 1768 e, ancora adolescente, è
fortemente attratto dallo studio della matematica e della fisica, che coltiva per
passione, anteponendolo agli studi di giurisprudenza e poi di medicina, scelti
dal padre per motivi pratici. S’iscrive al corso di medicina dell’Ateneo pisano nel 1785, ma segue con passione soltanto le lezioni di matematica e fisica
di Pietro Paoli (1759-1839), facendosi apprezzare nell’ambiente scientifico
dell’epoca, tanto che, nello stesso anno in cui si laurea in medicina (1788), a
soli 20 anni, ottiene la cattedra di professore straordinario di fisica presso la
medesima Università. Non eserciterà mai la medicina, a differenza d’altri illustri medici-idraulici (Giuseppe Ceredi, Domenico Guglielmini, Bernardino
Zendrini, Teodoro Bonati). Fondamentale per la sua evoluzione intellettuale
è l’incontro con l’opera del grande matematico Lagrange.
2. pratica come ingegnere idraulico a firenze
L’ingegno del giovane e brillante matematico (geometra secondo l’uso dell’epoca) lo mette in luce anche presso il governo toscano, che si preoccupa d’istruirlo nell’idraulica, affiancandogli persone esperte in questa scienza, come
gli ingegneri Pio Fantoni (1721-1804) e Giuseppe Salvetti (1734-1801). Egli
stesso scrive: Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, prende a proteggerlo, e gli
dà una pensione per istudiare l’idraulica sotto la direzione dell’ingegnere Pio
Fantoni, uomo esperto nella scienza delle acque (Majocchi, 1827). In particolare, è assistente di Fantoni alla fabbrica del sostegno fatto per la comunicazione dell’Arno col Fosso dei Navicelli e nel 1788 fa anche pratica nello studio dell’ingegner Salvetti.
334 idraulici italiani
3. professore presso il r. istituto
di marina di livorno
Nel 1790 Brunacci è nominato Professore di Matematica e Nautica nel R.
Istituto di Marina a Livorno e, poco dopo, il nuovo Granduca Ferdinando gli
affida anche la cattedra di professore d’Artiglieria e Matematica per il Corpo
dei Cannonieri e Cadetti; con quest’incarico, compie diversi viaggi nel Mediterraneo assieme ai giovani guardiamarina. Ancora giovanissimo, è cooptato
in importanti accademie toscane: i Fisico-Critici di Siena (1792), i Sepolti di
Volterra (1793) e l’Accademia Reale Fiorentina (1793). Considerato l’enfant
prodige della matematica e fisica toscane, non ha alcun motivo per lamentarsi
dell’illuminato regime lorenese. Scrive un manuale nautico, che sarà tradotto
anche in neogreco, per la guida dei piloti e si occupa intensamente d’analisi
matematica (la sua prima pubblicazione è del 1792).
4. simpatie rivoluzionarie. emigrazione a parigi
Nel 1796, Brunacci fa un giro nella Lombardia e a Pavia conosce alcuni celebri matematici dell’epoca: Lorenzo Mascheroni (1750-1800) e Gregorio
Fontana (1735-1803), dei quali sarà l’erede presso l’Università pavese. Nel
1799, sospettato di simpatie rivoluzionarie, è allontanato dall’insegnamento,
ma salva lo stipendio e ottiene dal mite governo granducale un altro incarico, come direttore dei lavori per i nuovi condotti di Livorno, alle dipendenze
dell’ingegner Salvetti. Nello stesso anno, l’armata francese invade la Toscana e
Brunacci collabora con il nuovo potere, ma poco dopo l’Italia è riconquistata
dall’armata austro-russa ed egli scrive che fu costretto a salvarsi in Francia alla
venuta dell’armata che fece sfrattare i Francesi (Majocchi, 1827). Il soggiorno
parigino è importante per la sua formazione, perché gli consente di conoscere
i maggiori matematici francesi: Bossut (eminente nell’idraulica sperimentale), Cousin, Prony (ingegneria idraulica), Legendre, Leveque e il franco-piemontese Giuseppe Luigi Lagrange (1736-1813), stabilendo rapporti personali, che coltiverà negli anni successivi.
5. rientro in italia. professore di matematica a pavia
Dopo la vittoria di Napoleone a Marengo, alla fine del 1800 Brunacci rientra
in Italia ed ottiene la cattedra di matematica all’Università di Pisa (già coperta dal suo maestro Pietro Paoli), che presto abbandona, optando nel 1801 per
la più importante cattedra di matematica presso l’Università di Pavia, rimasta
vacante dopo il pensionamento di Gregorio Fontana ed offertagli dal governo
cisalpino. A Pavia rimarrà per tutto il resto della sua vita, che sarà fecondo di
risultati sul piano didattico, scientifico e ingegneristico.
A differenza dei matematici suoi predecessori a Pavia, Brunacci è dotato di
una notevole capacità didattica e comunicativa, che gli consente di dare un
nuovo impulso all’insegnamento e attira e motiva gli studenti; le sue riforme saranno poi estese alle altre Università del nuovo Stato creato dai Francesi
nell’Italia settentrionale. Di particolare interesse è l’istituzione di un corso di
idrometria (v. in seguito). Per tre volte egli è anche Rettore magnifico dell’A-
vincenzo brunacci (1768-1818) 335
Il cortile del palazzo dell’Università di
Pavia, dove Vincenzo Brunacci insegna
matematica, dal 1801 fino alla morte nel
1818. Per tre volte è rettore magnifico.
teneo pavese. Il governo della Repubblica lo incarica dell’ordinamento degli
studi matematici e quello del Regno d’Italia nel 1811 lo nomina Ispettore generale della pubblica istruzione.
6. ispettore generale del corpo di acque e strade
Seguendo un’antica tradizione italiana, come professore universitario versato nell’idraulica, Brunacci ha importanti incarichi tecnico-amministrativi nel
nuovo Stato creato da Napoleone. Con decreto 23 luglio 1806 del viceré Eugenio di Beauharnais, entra nel collegio dei sei Ispettori generali del nuovo
Corpo di Acque e Strade, accanto ad altri cinque colleghi (Antonio Tadini,
Angelo Artico, Gaetano Canova, Domenico Cocoli, Simone Stratico). Direttore generale del Corpo è l’ingegner Paradisi.
Come ispettore generale, il più importante incarico svolto da Brunacci è la
progettazione e la direzione dei lavori, nella fase iniziale, del canale navigabile
Milano-Pavia (v. in seguito). Nel 1809 lascia l’incarico, in quanto incompatibile con l’impegno universitario, che costituisce la sua prevalente vocazione,
conservando un ruolo d’Ispettore generale onorario. Egli scrive in proposito
al Viceré: L’impiego d’Ispettore sarà per vero dire assai più dell’altro, ma ha più
attrattiva per me la cattedra. L’abitudine, il genio, i miei interessi mi chiamano all’Università di Pavia. Gli subentra nella Direzione dei lavori l’ingegner
Carlo Parea, che li compirà nel 1819, con numerose varianti rispetto al progetto iniziale.
7. le perizie idrauliche
Come Ispettore generale onorario d’acque e strade, Brunacci continua ad occuparsi, in modo meno intensivo, di progetti di pubblico interesse. Nel 1811
336 idraulici italiani
è invitato dal Direttore generale Paradisi a far parte della commissione, che
deve esaminare quattro memorie di un matematico di Baviera, rassegnate al
Viceré, riguardanti rispettivamente: 1) l’essiccamento delle valli e dei paesi
inondati del Regno d’Italia, 2) la diversione del Reno e la sua immissione nel
Po, 3) il miglioramento delle macchine per espurgare i canali delle lagune di
Venezia, 4) le miniere di Agordo del Dipartimento della Piave.
Dopo la restaurazione, le perizie si diradano. Nel 1817 Brunacci è coinvolto come perito in una questione giudiziaria, che interessa la città di Vigevano: gli abitanti pretendono che l’aumento della portata ricevuto dal Naviglio
della Sforzesca, di proprietà del signor Saporiti, sia la causa dell’infiltrazione
d’acqua nelle loro cantine e il Saporiti rifiuta di ridurre la portata allo stato
primitivo, sostenendo che la causa di tale infiltrazione sia l’acqua stagnante
delle risaie, di recente stabilite in vicinanza della città.
Quel territorio è tornato al Regno di Sardegna, il quale invia a dirimere la
questione due stimati Idraulici piemontesi: Ignazio Michelotti (1764-1846),
figlio di Francesco Domenico, direttore dei fiumi e ispettore superiore dei canali e Giorgio Bidone (1781-1839), professore d’idraulica a Torino, di fama
europea; entrambi sono anche i redattori del nuovo Regolamento per le strade,
ponti ed acque, voluto nello stesso 1817 da Vittorio Emanuele i. Indicativo è
il fatto che Michelotti e Bidone ritengono opportuno coinvolgere come consulente il professor Brunacci, apprezzando la sua capacità e conoscenza del
territorio, anche se la vicina Pavia fa parte del Lombardo-Veneto austriaco. Il
Brunacci, a seguito d’esperienze sul luogo, dichiara che l’acqua del Naviglio
non può filtrare attraverso il terreno nello spazio di 50, 60 ed in alcuni luoghi anche di 100 metri, per produrre le menzionate inondazioni, inclinando
di più l’acqua corrente a seguire il suo corso che a spandersi lateralmente, e
penetrare un terreno compatto.
8. i titoli onorifici ed accademici
Nel periodo pavese, si moltiplicano i riconoscimenti pubblici a Brunacci, in
aggiunta a quelli già cumulati in quello toscano: nel 1803, alla fondazione
dell’Istituto nazionale di Scienze, Lettere ed Arti, egli è scelto tra i primi 30
membri. Nel 1804 è nominato Cavaliere della Legion d’Onore dell’Impero
francese e nel 1806 Cavaliere della Corona Ferrea del Regno d’Italia. Nello
stesso 1806, la Società Italiana delle Scienze lo aggrega fra i suoi membri. Nel
1811 entra nell’Accademia di Berlino e nell’Accademia Labronica di Livorno.
Nel 1812 l’Accademia di Monaco lo associa come membro straniero onorario. Nel 1813 entra nell’Accademia Napoleone di Lucca. Dopo la restaurazione nel 1814, il Regno d’Italia è sciolto e quasi tutti i professori ritornano
sotto i governi di provenienza. Fa eccezione il Brunacci, che conserva il suo
posto a Pavia, essendo evidentemente apprezzato anche dal nuovo governo.
Nel 1818 è cooptato dall’Accademia di Napoli.
Brunacci muore cinquantenne il 16 giugno 1818, nel pieno delle sue forze intellettuali. In sua memoria viene eretto un monumento, collocato sulla
porta del Gabinetto Idrometrico e Geodetico dell’Università di Pavia: sopra
vincenzo brunacci (1768-1818) 337
una specie di ara in marmo di Carrara, s’innalza una medaglia rappresentante
l’effigie del Brunacci, sotto la quale è posta una lapide con l’iscrizione:
vincentio brunaccio florentia /
eqviti coronae ferreae honestaeq. legionis / professori geometriae mathesis scientissimo/in svmma
litteraria conlegia relato /
qvoivs ingenio studio rogatv /
hydravlicvm hocce amaltheon conditum / instrvctvmq patet /
sodales post mortem posvere. a. m.dccc.xix.
L’eredità scientifica di Brunacci è assunta dall’allievo Antonio Bordoni
(1789-1860), con il quale si formano molti matematici e scienziati della generazione risorgimentale: Codazzi, Brioschi, Casorati, Cremona, Beltrami,
Piola, Mossotti.
9. la personalità
Sul carattere di Brunacci come persona, si riporta il seguente giudizio di
Majocchi: Brunacci fu dotato dalla natura del dono singolare per le sperienze, di
molta finezza per rilevarne gl’inconvenienti e d’una grande destrezza per eseguirle […] La natura fornì il nostro Vincenzo d’un intelletto vigoroso e robusto, senza
di che non potrebbe aver scritto tanto, e tanto operato. Egli era fornito di un giusto criterio, d’un fino giudizio, e di molto spirito. Mirabile per la sua erudizione,
d’una immaginazione vivace, non aveva quella ruvidezza, e quella fierezza selvaggia che dà spesso il commercio dei libri senza quello degli uomini. Amabile al
contrario in società, in essa si distingueva per la perspicacia del suo ingegno, facendo sentire nei suoi discorsi più comuni la giustezza, la solidità, in una parola,
la geometria del suo spirito […] Egli era trattabilissimo, d’una probità conosciuta, d’un animo aperto e sincero […] Talvolta ne’ suoi scritti si scagliava con impeto contro le opinioni che impugnava, ed il mal umore aggiunge spesso risalto alle
idee […] Aveva una gran facilità di parlare, e di rendere le materie astratte alla
portata di tutti; egli era stretto in amicizia ed in relazione coi primi Scienziati
d’Italia e d’oltremonte (Majocchi, 1827).
Il professor Brunacci è dunque un uomo di bell’aspetto, brillante e
spiritoso, profondo nella conoscenza e chiaro nell’esposizione, di carattere
focoso ed irascibile ma, in altri momenti, cordiale e disponibile, molto
laborioso ed ambizioso. Ovviamente, come persona di successo, non può
riuscire simpatico a tutti. Oltre alle numerose contese scientifiche (di cui si
riferirà in seguito), con Laplace, Prony, Avanzini, Tadini ecc., le quali talvolta
fatalmente s’intrecciano con rivalità personali, Majocchi, indignato, cita
anche un introvabile libello satirico, scritto in francese da un certo professor
Torselli (Prophètie de Ahmed-Ben Cassam-al-Andacossy sur l’avènement d’un
Mathèmaticien), stampato colla falsa data di Lione 1814, in cui si mette in
ridicolo l’ambizione del professore toscano.
Monumento in onore di Vincenzo
Brunacci, collocato sopra la porta del
Gabinetto Idrometrico e Geodetico
dell’Università di Pavia (1819).
338 idraulici italiani
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
1. insegnamento e ricerche sull’idrometria
A quell’epoca, in Italia le cattedre di matematica sono finalizzate anche alla
formazione degli ingegneri, ma a Pavia l’idraulica non è ancora insegnata, pur
essendo di grande interesse pubblico, per i suoi aspetti applicativi (approvvigionamento idrico civile e industriale, irrigazione, difesa idraulica del territorio). Brunacci avvia l’insegnamento dell’Idrometria nel 1802, inizialmente come corso pei giorni di vacanza. Majocchi parla di un Corso d’Idrometria,
che abbiamo esteso dietro le lezioni sentite da lui allorquando eravamo studenti
all’Università.
In seguito Brunacci si fa assegnare dal Governo alcuni strumenti idrometrici e geodetici e fonda il Gabinetto d’Idrometria e Geodesia, che progressivamente arricchisce, con gran vantaggio per le carriere dell’ingegnere e dell’agrimensore (v. il Rapporto dell’ingegner Rasponi, Giornale di Brugnatelli,
Pavia 1808). Il Gabinetto d’Idrometria raccoglie gli strumenti pratici indispensabili per le esercitazioni di campagna, sulle rive del Ticino e presso i numerosi canali irrigui e navigabili (per es. l’asta ritrometrica di Bonati, il galleggiante composto dello stesso Brunacci, il pendolo idrometrico composto
di Venturoli, il vaso di cristallo armato inferiormente di fondi metallici amovibili, la vasca idraulica), ma anche modelli d’edifici idraulici e di macchine,
utilizzati nella didattica in aula (per es. il sostegno accollato costruito sul canale
di Pavia di fronte al bastione della botanica, l’ariete idraulico dello stesso Brunacci). Nel 1816, quando la sua salute è già declinante, il corso d’Idrometria
è trasferito all’allievo prediletto Antonio Maria Bordoni (1789-1860).
Dal punto di vista scientifico, Brunacci è soprattutto un matematico, che
continua l’opera di Lagrange, in numerose, apprezzate pubblicazioni; scrive a
tale proposito il Majocchi (1827): È somma gloria per gl’Italiani d’aver veduto
creati i principi del calcolo sublime dal Cavalieri, ed il veder ridotti questi principj all’ultima loro perfezione per opera di Lagrange e di Brunacci.
Come molti altri matematici, sin dalle sue prime esperienze toscane, egli
coltiva anche l’idraulica, che ha modo di approfondire nel periodo pavese. Il
Majocchi scrive: Molte sperienze egli eseguì per perfezionare l’idraulica, e per
istruire i suoi allievi in questa scienza astrusa, di parecchie delle quali si dà notizia nel nominato Rapporto dell’ingegnere Rasponi (1827). Questo ramo della
ricerca è gradito all’autorità, perché funzionale ad importanti lavori di pubblico interesse. Nel febbraio 1809 il Direttore generale della pubblica istruzione Pietro Moscati (1739-1824) così scrive al Brunacci, notificandogli un
regalo che gli fa il Viceré Principe Eugenio di Beauharnais: Il clementissimo
nostro Principe si è degnato d’ordinare che a lei, sig. Professore, sia donata una
scatola d’oro in contrassegno della superiore sua soddisfazione per le sperienze
idrauliche da lei eseguite nello scorso anno scolastico con tanta sua lode, e con tanto profitto de’ giovani studenti.
vincenzo brunacci (1768-1818) 339
2. il galleggiante composto
Nel 1806 Brunacci progetta un nuovo tachimetro idraulico, che chiama
il galleggiante composto, accolto favorevolmente da altri eminenti Idraulici
contemporanei, tra cui Giuseppe Venturoli (1768-1846) e Vittorio Fossombroni (1754-1844). Lo strumento deriva da quello usato dal francese Edme
Mariotte (1686) per riconoscere se la velocità degli strati inferiori della corrente è maggiore ovvero minore di quella dei superiori. Il galleggiante composto consente invece di misurare la velocità assoluta dello strato in cui si
trova la palla più pesante dell’acqua e quindi rappresenta un decisivo miglioramento.
3. il trattato dell’ariete idraulico.
polemica con avanzini
Un lavoro che costa a Brunacci molti studi e sperimentazioni è il Trattato
dell’ariete idraulico, pubblicato a Milano in due edizioni (1810 e 1813), su
impulso dell’Accademia di Berlino, che aveva indetto un concorso su questo tema, per ampliare le conoscenze teoriche e pratiche su questa macchina
idraulica. Per un disguido, il manoscritto non giunge a Berlino nei termini di
tempo prescritti, ma l’Accademia prussiana premia il suo autore, cooptandolo come socio corrispondente.
Questa macchina idraulica per il sollevamento delle acque, inventata da
Montgolfier nel 1794 e da lui descritta nel 1802, era stata in precedenza studiata da numerosi scienziati, tra cui i milanesi barnabiti Ermenegildo Pini
(1739-1825) e Giuseppe Maria Racagni (1742-1823). Brunacci pubblica un
trattato completo, che abbraccia la teoria e la pratica e presenta una serie copiosa d’esperienze, istituite allo scopo di confrontare i dati delle formule teoriche con le quantità d’acqua effettivamente elevate dall’Ariete, tenendo conto di vari fattori fisici (la pressione del fluido, l’elasticità dell’aria e quella di
una molla).
La teoria matematica sul funzionamento dell’ariete idraulico è criticata dal
bresciano abate Giuseppe Avanzini (1753-1827), professore dell’Università
di Padova. La critica, pur contribuendo a mutare l’impostazione matematica
della seconda edizione del trattato, spiace a Brunacci, che replica duramente con un’anonima Lettera a un dilettante di fisica (1811). Avanzini riprende
la questione nella memoria Opuscoli dell’abate Giuseppe Avanzini intorno alla
teoria geometrica dell’ariete idraulico (1815), criticando anche la seconda edizione del trattato di Brunacci. Sulla questione interviene poco dopo Giuseppe Venturoli (1768-1846), professore a Bologna, nella terza edizione (1817)
del suo Trattato di meccanica e d’idraulica; egli, con nuove considerazioni, fa
discendere la teoria dell’ariete idraulico dalle equazioni del moto dell’acqua
nelle lunghe condotte.
Alle macchine idrauliche Brunacci dedica un’attenzione crescente nel tempo. Nel Discorso sopra l’urto di un fluido contro un grave quiescente (1813),
egli dimostra il principio che si può accrescer molto l’ef­fetto di una macchina
coll’impedire alle particelle fluide lo sfuggir dal piano della ruota su cui urtano.
Un argomento analogo è affrontato nella memoria La reazione o spinta indie-
Il galleggiante composto di Vincenzo
Brunacci (1806): misurata la velocità
media con la quale si muove il
dispositivo, è possibile calcolare la
velocità assoluta dello strato in cui
si trova la palla più pesante, nota la
velocità della palla galleggiante.
Nel 1810 Vincenzo Brunacci pubblica
un Trattato dell’ariete idraulico, criticato
dall’abate Giuseppe Avanzini, professore
a Padova. Segue una violenta polemica
tra i due scienziati.
340 idraulici italiani
tro dell’acqua che esce dai fori dei vasi (1816), in cui si descrivono le esperienze
effettuate per rettificare la misura del suddetto effetto data da Bernoulli. Infine nel 1817 scrive la memoria Del computo delle macchine idrauliche.
4. gli studi sulla capillarità. polemica con laplace
Un settore completamente diverso di ricerca è quello dell’attrazione capillare,
all’epoca non ancora ben definito nelle sue basi scientifiche. In precedenza se
ne sono occupati il francese Pierre-Simon Laplace (1749-1827), che utilizzando il calcolo differenziale è pervenuto ad equazioni di difficile soluzione e
il gesuita italiano Gioacchino Pessuti (1743-1814), che utilizzando la geometria e l’algebra elementare, ha ottenuto più facilmente risultati pratici.
Brunacci inizia ad occuparsi di questo tema scientifico nel 1814 e scrive tre
memorie, pubblicate nel 1816, proseguendo sulla strada di Pessuti e criticando Laplace. Ne nasce una polemica (v. l’articolo pubblicato negli Annali di
Chimica e Fisica di Parigi del 1817 a firma di Petit, allievo di Laplace, a cui
risponde il Brunacci sul Giornale di Fisica e Chimica di Brugnatelli (Pavia,
Tomo x, 1817, pp. 224 e 386).
5. la memoria sulla dispensa delle acque.
polemica con tadini
Dell’irrigazione Brunacci si occupa con uno scritto importante: la Memoria
sulla dispensa delle acque (1814), che sollecita il nostro interesse anche per il
suo contenuto storico. La Società Italiana delle Scienze, fondata nel 1782 da
Anton Mario Lorgna, nel 1813 indice un concorso per la soluzione del seguente quesito: Quale tra le pratiche usate in Italia per la dispensa delle acque è
la più convenevole, e quali precauzioni ed artifici dovrebbero aggiungersi per interamente perfezionarla riducendo le antiche alle nuove misure metriche. Il concorso va collegato al tentativo del Regno d’Italia, fondato da Napoleone, di
ricondurre ad unità i diversi sistemi di misura e dispensa delle acque in uso
da secoli nelle varie province, adottando, in particolare, il sistema metrico decimale introdotto dalla rivoluzione francese.
Brunacci vince il concorso, prevalendo sul concorrente, il bergamasco Antonio Tadini (1754-1830), già suo collega nel Collegio degli Ispettori generali del Corpo di Acque e Strade, ed ottiene il premio di 800 lire. Antonio
Cagnoli (1743-1816), Presidente della Società italiana delle Scienze, il 6 dicembre 1814 gli scrive: Sono ambizioso di poterle per dovere d’Istituto dare il
primo una notizia a lei tanto grata, e che riuscirà soddisfacente anco per l’Italia,
allorché si compia l’intrapresa edizione del manoscritto, avendo i Giudici dichiarati i sommi pregi ch’esso contiene, e l’utile che ne ridonderà all’Italia quando
adotterà, come non v’ha dubbio, l’esecuzione del metodo della sua dottrina esposto
il migliore. Il sistema per la dispensa delle acque giudicato migliore è quello
dell’edificio magistrale milanese, di cui Brunacci propone ulteriori miglioramenti.
Anche questa vicenda ha una coda polemica, perché il Tadini, concorrente di Brunacci, ha il dente avvelenato: non soltanto ha perso il concorso, ma
Ritratto di Pierre-Simon Laplace (17491827). Nel periodo 1814-16, Vincenzo
Brunacci si occupa del moto capillare,
proseguendo gli studi di Gioacchino
Pessuti (1743-1814) e ha una polemica
con Laplace.
vincenzo brunacci (1768-1818) 341
Nel 1814 Vincenzo Brunacci vince il
concorso indetto dalla Società Italiana
delle Scienze per la soluzione del
quesito: Quale tra le pratiche usate in
Italia per la dispensa delle acque è la più
convenevole. Nasce una polemica con
il concorrente Antonio Tadini (17541830) che si classifica secondo.
chiesta a Modena (dove ora ha sede la Società dei Quaranta) la restituzione
del suo manoscritto, si sente rispondere che è stato smarrito; è costretto a ricomporlo a memoria e lo arricchisce con puntiglio. Nello scritto Dell’esito
di una memoria idraulica inviata alla Società delle scienze di Verona: ragguaglio matematico (Dova, Milano,1815) e poi nel trattato Del movimento e della misura delle acque correnti (Marsigli, Bologna, 1816) egli accusa la Società
dei Quaranta di complotto ai suoi danni: Si produce al pubblico la Memoria
Idraulica che alcuni cercarono di far perdere nell’eterna oblivione.
Dopo la morte del Brunacci, nell’elogio dello scomparso, il segretario della
Società Italiana delle Scienze Antonio Lombardi (1768-1847) così si esprime
sulla polemica del Tadini: Se vi fu chi mosse querele contro il giudizio con tanta
rettitudine proferito dalla Società Italiana che coronò l’Autore, io son d’avviso che
chiunque vorrà con animo scevro da qualunque preoccupazione leggere la Memoria del Brunacci e quella del suo Competitore, la quale poi vide la luce, benché di
Ritratto di Antonio Tadini. L’idraulico
bergamasco sostiene una riforma
radicale della misura e dispensa delle
acque, contrapponendosi a Brunacci,
che propone l’estensione dell’edificio
magistrale milanese a tutto il territorio.
342 idraulici italiani
nuove forme vestita, credo che mentre ravviserà in questa molta dottrina Analitica, dovrà insieme convenire che la Memoria del nostro Autore raggiunse più da
vicino lo scopo della pubblica utilità, a cui l’Accademia intese nel pubblicare quel
programma (Lombardi, 1825).
6. il progetto del canale milano-pavia.
polemica con de prony
Brunacci, il quale già nel periodo toscano si era occupato di lavori idraulici,
è incaricato di elaborare il progetto del nuovo Canale navigabile Milano-Pavia, che completa la rete storica dei Navigli milanesi. Nel luglio 1805, il Direttore generale d’acque, strade e porti marittimi del Regno d’Italia Paradisi
gli scrive: Un’opera di somma importanza esige l’esperienza, i lumi e lo zelo di
abili professori, e persuaso che in voi concorrono tali requisiti in grado eminente,
vi ho prescelto unitamente agli ingegneri Giussani e Giudici a quest’oggetto con
superiore approvazione.
L’iter di questo progetto evidenzia la condizione di vassallaggio del Regno
d’Italia. Per una pratica importante, ma di carattere amministrativo, come
questa (interamente finanziata dai Dipartimenti italiani!), è necessaria la supervisione di Napoleone, ossia di Parigi. Il progetto viene quindi spedito a
Il nuovo canale di Pavia (Naviglio
Pavese), progettato da Vincenzo
Brunacci nel 1806 ed ultimato nel 1819
da Carlo Parea (Bollettino di notizie
statistiche ed economiche italiane e
straniere, aprile 1835).
vincenzo brunacci (1768-1818) 343
Parigi nella primavera del 1806 e l’imperatore lo rimette all’esame del matematico ed ingegnere Gaspard de Prony (1755-1839), direttore dell’École des
Ponts et Chaussés, il quale suggerisce varie modifiche. Su questo punto, una
relazione dettagliata si trova nel libro di Giuseppe Bruschetti (1793-1871)
Storia dei progetti e delle opere per la navigazione interna del Milanese, (1821).
Prony, il quale l’anno prima aveva visitato i Navigli milanesi, trova che la
tecnica italiana è assai diversa da quella francese, che egli logicamente considera superiore e quindi consiglia: la pendenza del canale deve essere uniforme, l’altezza dei sostegni molto minore, la portata strettamente sufficiente
per l’alimentazione del canale navigabile, senza promiscuità con l’uso irriguo.
Per il calcolo delle portate, egli suggerisce l’uso della sua formula binomia
(presentata in Recherches physico-mathématiques sur la théorie des eaux courantes, Paris, 1804), destinata a dominare in Europa per mezzo secolo.
Brunacci (come molti scienziati idraulici italiani dell’epoca) non ha complessi d’inferiorità e risponde punto per punto alle critiche francesi: la disuguaglianza delle pendenze, lungi dall’essere un difetto, è il capo d’opera
dell’arte idrometrica (egli ha calcolato le portate in proporzione alla radice quadrata delle pendenze). L’altezza dei sostegni non è eccessiva, ma anzi
moderata rispetto ai limiti dell’arte in Italia, dove si trovano frequentemente
queste ardite fabbriche (come quelle del Naviglio di Paderno, costruito all’epoca di Maria Teresa), che hanno dato ottimi risultati. Infine le formule francesi per il calcolo della portata, messe alla prova nei canali e fiumi milanesi, si sono rivelate poco attendibili. Imbarazzato per l’incipiente conflitto tra
Milano e Parigi, il Viceré principe Eugenio ritiene soddisfatta la richiesta di
chiarimenti del Prony e nel giugno 1807 approva definitivamente il progetto
ed avvia i lavori.
Direttore dei lavori nella fase iniziale (fino al 1809) è lo stesso Brunacci,
coadiuvato dai due ingegneri governativi Giussani e Giudici. Si tratta di un
incarico molto gravoso, a causa degli innumerevoli interessi particolari coinvolti dalla costruzione del canale e non mancano i contrasti, nei quali egli ha
modo di mettere in luce il suo carattere determinato.
Ritratto di Gaspard Marie Riche de
Prony (1755-1839), direttore della
École des Ponts et Chaussés e ingegnere
di fiducia di Napoleone, che lo consulta
anche per numerosi lavori idraulici
in Italia; nel 1806 Brunacci affronta
e supera le sue critiche al progetto del
nuovo Canale navigabile Milano-Pavia.
giuseppe venturoli
La vita
Nella biografia di Giuseppe Venturoli si segue il principale biografo, l’allievo
e collaboratore Maurizio Brighenti (1793-1871), Ispettore generale di Acque
e Strade dello Stato Pontificio, che scrive l’anno dopo la morte del maestro
(1847).
1. studente presso il collegio montalto di bologna
Giuseppe Venturoli nasce a Bologna il 21 gennaio 1768, figlio secondogenito
di Domenico e Anna Persiani, di fortuna sufficiente per attendere, liberi d’altre cure, al buon allevamento della numerosa figliolanza. A 7 anni entra nelle
scuole del Seminario arcivescovile, dalle quali esce a 14 anni, con un’ottima
conoscenza dell’italiano e del latino, alle quali aggiunge il greco e, quasi senza l’aiuto di maestri, le lingue moderne (spagnolo, inglese e francese). Fin
dall’infanzia studiosissimo, la sua unica ricreazione è la musica.
Per gli studi superiori entra nel Collegio pontificio Montalto, istituito da
Sisto v sul modello dei Collegi romani, dove studia filosofia con Giuseppe
Vogli, e matematica con Sebastiano Canterzani (1734-1819), che è anche
professore all’Università di Bologna; si laurea all’Alma Mater in filosofia il 16
aprile 1789, a 21anni.
Dopo la laurea, il giovane Venturoli è incerto sulla professione da seguire. Si lascia tentare dall’avvocatura, ma non è questa la sua vera vocazione:
ma presto se ne disgustò, avverso, com’era, alle gare forensi. È più versato per le
scienze fisiche ed ha una grande ammirazione per il compatriota Luigi Galvani (1737-1798); sarebbe tentato di darsi alla medicina, ma è trattenuto dal
timore di essere ammalato di diabete.
A sinistra, il Collegio pontificio
Montalto, fondato da Sisto v e l’annessa
chiesa di S. Antonio Abate a Bologna.
Qui Giuseppe Venturoli compie gli
studi superiori, preparandosi alla
laurea, conseguita nel 1789. A destra,
il cortile di Palazzo Poggi, sede storica
dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto
di Bologna. Venturoli nel 1792 ne
diventa segretario aggiunto e nel 1797
membro effettivo.
346 idraulici italiani
2. segretario dell’accademia delle scienze
di bologna
Venturoli decide infine per le matematiche applicate ed è guidato nei primi passi dal suo maestro Canterzani, che ha grande stima delle sue capacità
e lo introduce negli ambienti scientifici bolognesi: a soli 22 anni, nel 1790,
è membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna (di
cui è presidente il Galvani) e l’anno successivo segretario aggiunto dell’Accademia (affiancato a Canterzani); indi nel 1797 membro effettivo pensionato.
Presso l’Accademia, si mette in luce con varie memorie idrauliche: De amnium cursu (1791), De quadrante seu pendulo hydrometrico (1792), De fluidorum e vasis erumpentium motu (1793), De aquae pressione in vasorum luminibus (1794). L’ambiente bolognese si rende conto che è nato un nuovo
Idraulico, in grado di applicare le equazioni generali dell’idrodinamica, studiate da Eulero, per saggiare la bontà delle teorie, che corrono allora sul moto
delle acque. Questa sarà poi la materia in cui si metterà maggiormente in luce
come scienziato ed ingegnere nel resto della sua vita, essendo in Italia il capostipite e il maggior esponente, nella prima metà dell’Ottocento, dell’indirizzo
fisico-matematico per lo studio dell’idraulica, che si contrappone all’indirizzo naturalistico, tradizionalmente prevalente nella scuola italiana. Appartiene
alla stessa corrente di pensiero il contemporaneo Idraulico bergamasco Antonio Tadini (1754-1830).
In quei primi anni, Venturoli prende parte anche alla disputa tra Galvani e Volta sull’elettricità animale, come è testimoniato da altre memorie lette
all’Accademia bolognese: De naturali electricitate (1793), Della elettricità atmosferica (1799). Alla morte di Galvani, ne scriverà l’Elogio (1802).
3. professore dell’università di bologna
Nel 1795 Venturoli ottiene la Lettura onoraria di matematiche all’Università
di Bologna, alle dipendenze del suo maestro Canterzani. Nel 1797 è professore sostituto di storia naturale. Nel 1802 ottiene la cattedra di matematiche
applicate nella nuova università nazionale di Bologna, riformata da Napoleone.
Tra queste date, cambia la storia, a seguito del processo rivoluzionario, portato in Italia da Napoleone (1796). A differenza di Canterzani e di Galvani,
Venturoli collabora col nuovo regime e nel gennaio 1802 partecipa ai Comizi di Lione, come uno dei 450 membri in rappresentanza dei territori italiani (e specificamente dell’Università di Bologna), che in quella storica riunione approvano la trasformazione della Repubblica Cisalpina nella Repubblica
Italiana.
L’ordinamento scolastico viene riformato da Napoleone. Tutte le scuole diventano istituzioni statali. In ogni Dipartimento, sono creati i Licei; le Università sono riordinate, con la soppressione delle sedi di Modena e Ferrara ed
il potenziamento di quelle di Bologna e Pavia, alle quali si aggiungerà Padova, dopo l’annessione del Veneto. Sono inoltre create 4 Scuole di specializzazione, tra cui la Scuola speciale d’Idrostatica di Ferrara, affidata al vecchio
Lo stemma dell’Università di Bologna,
dove Giuseppe Venturoli insegna
matematiche applicate dal 1795 al 1817
ed è due volte rettore.
giuseppe venturoli (1768-1846) 347
La Consulta di Lione (11-26
gennaio 1802), in cui, alla presenza
di Napoleone, viene approvata la
trasformazione della Repubblica
Cisalpina nella Repubblica Italiana.
Giuseppe Venturoli è uno dei
450 membri, in rappresentanza
dell’Università di Bologna.
Teodoro Bonati (1804). Venturoli è eletto due volte rettore dell’Università
di Bologna: nell’anno accademico 1808-09 e di nuovo nel biennio 1815-17.
Come insegnante, oltre che come scrittore, Venturoli si mette in luce per
la sinteticità e chiarezza dell’esposizione. Il Brighenti ricorda la testimonianza del professor Gregorio Vecchi (primo insegnante di idrometria nella Scuola Pontificia degli ingegneri a Roma, e poi ingegnere capo della provincia di
Bologna), il quale, paragonandolo a Vincenzo Brunacci ed Alessandro Volta,
docenti a Pavia e famosi per la facondia, afferma: se que’ due grandissimi ebbero maggiore la copia del dire, non l’evidenza maggiore.
4. attività tecnico-amministrative
del periodo bolognese
Nel periodo bolognese, Venturoli svolge anche attività tecnico-amministrative, che preparano quelle più impegnative del successivo periodo romano.
Nel periodo bolognese, Giuseppe
Venturoli studia il perfezionamento
del pendolo idrometrico di Domenico
Guglielmini, per migliorare le misure di
velocità.
348 idraulici italiani
Scrive il Brighenti (1847): Lo precedette a Roma la fama non solo d’insigne
idraulico teorico, ma di pratico ancora. Non di sapiente nimico alla minuta trattazione degli affari, ma di esperto nelle pubbliche amministrazioni. Poiché giravano per le mani di tutti i suoi pareri sul drizzagno di Calcara nella Samoggia,
sulla immissione delle acque Bevilacqua negli scoli Centesi, sullo scolo del comprensorio fra Poalello e Reno; e molti altri.
In queste attività pratiche, Venturoli è l’erede di una gloriosa tradizione,
illustrata dai suoi predecessori nella cattedra di matematica all’Università di
Bologna, impegnati negli affari d’acque, che interessano lo Stato (si pensi a
Domenico Guglielmini ed ai fratelli Manfredi). Si noti anche che, in quel
periodo, egli riveste cariche amministrative, come consigliere del Comune e
del Dipartimento.
5. fondazione della scuola d’ingegneria a roma
Nel 1817 inizia una nuova fase della vita di Giuseppe Venturoli, che si
trasferisce a Roma, dove rimarrà per i successivi 30 anni. Il Papa Pio vii
(1742-1823), con motu proprio del 23 ottobre 1817, lo nomina direttore della
neonata Scuola degli ingegneri di Roma e presidente del Consiglio idraulico.
Il suo primo compito nel 1818 è l’organizzazione del Corpo di ingegneri di
Acque e Strade, fabbriche camerali e militari: fu subito preposto a scegliere i più
abili fra tutti i nostri ingegneri, invitati a far parte del nuovo Corpo d’acque e
strade (Brighenti, 1847). Il concorso per entrare nel Corpo degli ingegneri
pontifici è molto attraente e prevede 90 posti, distribuiti nell’ordine gerarchico
dall’Ispettore Capo (al vertice) al Perito agrimensore (alla base).
Va detto che il modello del Corpo è quello francese ed era già stato sperimentato nello Stato italiano, creato da Napoleone nell’Italia settentrionale,
avendo come Ispettori generali, tra gli altri, Antonio Tadini e Vincenzo Brunacci; anche a Roma era stato costituito un Bureau des Ponts et Chaussées alle
dipendenze di Andrea Vici (1809). Ma il modello francese comprende anche
una scuola specialistica (l’Ecole des Ponts et Chaussées), da cui escono gli ingegneri del Corpo, dopo aver frequentato, per la formazione di base, l’Ecole Politechnique. Durante l’esperienza napoleonica, un decreto (9 gennaio 1807),
rimasto inattuato, prevedeva la costituzione di una Scuola simile a Milano,
capitale del Regno d’Italia. Nel 1817 lo Stato pontificio realizza per primo il
modello completo, ossia il Corpo di Acque e Strade e la relativa Scuola di applicazione; seguirà questo modello il Regno delle due Sicilie.
La Scuola è concepita in forma totalmente autonoma rispetto all’Università romana La Sapienza, focalizzando gli studi sugli aspetti scientifici e tecnici,
ossia soprattutto la meccanica e l’idraulica, entrambe professate da Venturoli. Inizialmente la Scuola ha due sedi, a Roma ed a Ferrara; quest’ultima altro
non è che la Scuola Speciale d’Idrostatica, creata nel 1804 da Teodoro Bonati. Per gli aspetti idraulici, la Scuola d’ingegneria si pone in continuità con
la precedente esperienza ferrarese, sanando la lacuna nella selezione di base,
poiché sono ammessi solo gli studenti, che hanno completato gli studi fisici
e matematici presso le Università di Bologna o di Roma.
Papa Pio vii, regnante dal 1800 al
1823, poco dopo la restaurazione, crea
la Scuola degli Ingegneri di Roma,
affidandola, con motu proprio del 23
ottobre 1817, a Giuseppe Venturoli.
Inizialmente la Scuola degli ingegneri è
ospitata presso l’Accademia di San Luca,
nel Palazzo Carpegna.
giuseppe venturoli (1768-1846) 349
Nel 1826 la Scuola viene aggregata all’Ateneo romano, ma poco prima
Venturoli, in una memoria del 1825, chiarisce caratteri e peculiarità formative dell’ingegnere e riesce a conservare il controllo del Corpo sugli insegnamenti scientifici e l’abilitazione degli allievi.
Nella memoria del 1825, Venturoli dipinge in modo efficace la situazione prima della fondazione della Scuola d’Ingegneria nel 1817: L’istruzione de’
giovani che si destinano alle professioni di architetto ed ingegnere era veramente
ne’ passati tempi abbandonata affatto e negletta […] Si ammettevano i giovani all’esercizio di queste professioni senza prova di studio, senza garanzia, senza
esperimento veruno […] Era ingegnere, era architetto chi professava di esserlo e
ritrovava credenza […] e solamente nelle Legazioni di Bologna e di Ferrara eravi
qualche provisione degli Eminentissimi Legati o delle magistrature civiche per le
quali gli aspiranti erano soggetti ad un esame e muniti di una matricola di approvazione […] Finora non vi è stato altro modo d’imparare la pratica se non
col frequentare per alquanti anni lo studio d’un ingegnere o architetto esercente.
6. il regolamento e l’attività
della scuola d’ingegneria
Venturoli compila il Regolamento della scuola degli ingegneri (Poggioli, Roma,
1818). Il curriculum formativo prevede un triennio di studio per gli ingegneri, con un esame di merito al termine di ciascun anno e un diploma finale,
che consente l’abilitazione all’esercizio della professione d’ingegnere in tutto
lo Stato pontificio; i primi classificati nella scala di merito sono inseriti nei
posti vacanti del Corpo degli ingegneri pontifici.
Tre ingegneri del Corpo pontificio di Acque e Strade sono incaricati dell’insegnamento, rispettivamente per la geometria descrittiva, l’architettura statica ed idraulica e l’idrometria. Nel gennaio 1818 sono nominati professori di
geometria descrittiva nella scuola di Roma e di Ferrara rispettivamente gli ingegneri Maurizio Brighenti e Carlo Sereni, professori di Architettura statica
ed idraulica, Nicola Cavalieri San Bertolo e Bonaventura Benetti, per l’idrometria Gregorio Vecchi e l’anziano Teodoro Bonati, richiamato in servizio,
anche come direttore della scuola di Ferrara. Peraltro questa viene soppressa
nel 1820, per motivi di economia.
Lo stretto rapporto funzionale tra la Scuola e il Corpo è mutuata dal modello francese dell’Ecole des Ponts et Chaussées. Ma, a ben vedere, c’è un filo
nascosto che collega il modello francese alla tradizione italiana ed è la straordinaria mescolanza e sinergia di saperi scientifici, tecnici ed amministrativi,
nel settore delle acque, sperimentata dall’Italia nel Seicento e nel Settecento,
trapiantata in un grande Stato centralizzato come la Francia e razionalizzata.
Si vedano le figure degli scienziati italiani sovrintendenti alle acque; in particolare, nello Stato della Chiesa, la tradizione dei professori bolognesi Giandomenico Cassini, Domenico Guglielmini, Eustachio e Gabriello Manfredi,
ecc. fino a Giuseppe Venturoli e la parallela tradizione della Scuola idraulica
ferrarese, da Nicolò Cabeo a Teodoro Bonati.
Per quanto riguarda i contenuti dei corsi triennali d’insegnamento, rientrano nel corso di architettura idraulica: la costruzione di argini e ripari, la
350 idraulici italiani
costruzione e l’uso delle macchine idrauliche, la costruzione di ponti, chiaviche, botti, ponti-canali, chiuse, sostegni, moli, ecc. Rientrano nel corso di
idrometria: le regole per la misura delle acque sgorganti da bocche o correnti
in fiumi, canali e condotti; il regolamento delle bocche di derivazione, la condotta delle acque ad uso di fontane, irrigazioni od opifici; il regolamento dei
fiumi e dei torrenti, delle arginature e dei ripari alle corrosioni ed alle rotte;
le rettificazioni ed inalveazioni dei fiumi; gli scoli delle campagne e le bonificazioni; i canali navigabili e le opere inservienti alla navigazione ed ai porti.
Al direttore della scuola degli ingegneri in Roma, ossia allo stesso Venturoli,
è riservato ogni anno un corso di lezioni sopra qualche punto particolare di
meccanica, o d’idraulica, a sua scelta.
È prevista la redazione di testi comuni alle scuole di Roma e Ferrara, elaborati sulla base delle lezioni; quello più noto sarà il trattato redatto dall’ingegnere del Corpo, e docente presso la Scuola, Nicola Cavalieri San Bertolo
(Istituzioni di architettura statica ed idraulica, Bologna 1826), l’allievo maggiore di Venturoli; questo testo di successo affiancherà, per gli aspetti tecnici, il trattato di Venturoli Elementi di Meccanica e Idraulica, utilizzato per gli
aspetti scientifici. Sono previsti esercizi degli allievi in campagna, nonché osservazioni ed esperienze idrometriche. Per il progresso della scienza idraulica,
in tutte le province dello Stato, gli ingegneri del Corpo devono applicarsi in
osservazioni ed esperienze analoghe a quelle della Scuola.
I risultati di questa impostazione tecnico-scientifica, seguita con coerenza
nei decenni successivi, sono cospicui. Scrive il Brighenti (1847): La professione dell’Ingegnere salì in grande onore; e gli ammaestramenti di quella scuola, oggi
fiorentissima, non solo crearono fra noi allievi dotti in ogni parte della scienza
e dell’arte, ma, fatti di ragione pubblica dai professori, ne portarono il nome e i
profitti anche fuori. Il che torna a merito principale del Venturoli, che l’allevò con
amore dalla nascita, e l’ajutò a crescere fino al colmo.
7. presidente del consiglio d’arte
A Roma, Venturoli svolge fino a tarda età anche un’altra importante funzione: quella di presidente del Consiglio d’arte sulle Acque e poi anche sulle
Strade, che comporta un volume impressionante di lavoro, perché il Consiglio deve determinare le proposte di nuove opere, esaminare i progetti redatti dagli ingegneri delle varie province, rivederne l’esecuzione e l’amministrazione, rispondere alle richieste di consulenza del governo; si calcola che
mediamente i provvedimenti adottati siano oltre 300 all’anno, nel corso di
sei lustri.
Il suo metodo di lavoro riflette le grandi capacità di sintesi, cogliendo l’essenziale dei problemi e sapendo convincere gli interlocutori: Alla mole di cure
sì gravi si sobbarcò il Venturoli colle spalle poderose, e la sostenne fino all’ultimo
di sua vita con tal valore, che al mancare di lui restò ognuno sfidato del potersi
sostituirgli l’uguale […] Tutti gli affari più intricati rendeva agevoli colla maravigliosa facoltà di vedervi subito il nodo principale, e da qual capo risolverlo.
Laonde, ridotte le questioni ai minimi termini, proponeva il suo parere con tale
brevità ed evidenza, con tale forza del discorso, facile, convincentissimo, che il
Ritratto di Nicola Cavalieri San Bertolo
(1788-1867), presso l’Accademia di
San Luca a Roma. Ingegnere dirigente
del Corpo pontificio di Acque e Strade
ed autore di un fortunato trattato di
costruzioni, è cooptato da Venturoli
come docente di Architettura statica
ed idraulica presso la neonata Scuola
degli Ingegneri di Roma, costituita sul
modello della francese Ecole des Ponts et
Chaussées, che vede una stretta sinergia
tra scienza e tecnica, ossia tra accademici
ed ingegneri dirigenti del Genio Civile.
giuseppe venturoli (1768-1846) 351
persuadeva ai colleghi, agli avversari, ai giudici, a chiunque vi avesse parte. A
tanto giunse nella opinione di padroneggiare l’altrui giudizio, che nelle cose disputabili ciascuno dei contendenti l’avrebbe voluto difensore; e quando non potevano averlo, chiedevano che fosse escluso dall’interloquirvi (Brighenti, 1847).
Il biografo così riassume le opere più importanti esaminate da Venturoli:
Per toccare di alcuni degli scritti al Consiglio d’Arte, rammenterò quelli sui circondari di scolo nelle Legazioni, nuovamente circoscritti, e riordinati; la relazione sulle paludi Pontine, nella quale appare lo stato a cui era condotta la grande
opera di Pio vi nel 1836, e quanto rimanesse a perfezionarla; il progetto del traversante al ramo d’Ostia per migliorare la foce navigabile del Tevere a Fiumicino; il parere sul modo di riabilitare il porto d’Anzio, che si legge fra gli Atti della
Società Italiana; la proposizione di un sostegno ove raccogliere e rialzare le acque
del diversivo della Liscia, indi liberarle, a beneficio del canale di Fano; finalmente la informazione sul Reno dopo i disastri del 1842, che comprende in succinto
le vicende, e i pericoli della nuova inalveazione, il probabile pronostico dello stabilimento non remoto del fiume, le imperfette proposizioni dei rimedi immaginati, e la necessità di studj ben fatti a dichiararne la linea attuale possibile o no
a sostenersi (Brighenti, 1847).
In particolare, Venturoli si applica ai problemi della bonifica, che interessa vaste aree dello Stato pontificio (Paludi pontine, litorale romano, Paludi
di Comacchio). Sugli stessi problemi, è chiamato anche come consulente del
Granducato di Toscana; poco dopo la morte, viene pubblicata la Relazione sopra un progetto di bonificamento del lago di Bientina del commendatore professore Giuseppe Venturoli, Le Monnier, Firenze 1850.
8. la personalità
Com’era Venturoli come persona? Il suo biografo ne esalta le qualità morali:
Fu di mediocre statura, di volto amabile e venerando. Il cranio grande, la fronte
vasta, il guardo sereno ed espressivo erano taciti, ma non fallaci segni della capacità della mente, e della bontà del cuore […] Pio, benefico, cortese, d’incorrotta coscienza, di tenore costante nella volubilità dei tempi, di modestia sincera ed
amabile, non ebbe a soffrire inimicizie. Gli onori non cercò mai, e gli ottenne da
liberi suffragi, e comandati dal voto pubblico […] Non mai, se non chiamato, si
accostava ai potenti, per dignità di sapiente, non per burbanza; il che gli accrebbe la riverenza. Quante volte l’ho inteso dire: «che l’uomo dev’essere sollecito di
meritare, non de’ premi del merito»; «d’avere caldo il cuore, e fredda la ragione!»
(Brighenti, 1847).
Venturoli è fondamentalmente un uomo di scienza, con un atteggiamento riservato rispetto al potere, ma non si sottrae a funzioni pubbliche. È moderato, ma quando occorre sa parlare chiaro: Sebbene di sì temperata natura,
si mostrò, quando occorse, infiammato di coraggio civile, e di grande amore di
patria. Levò nel Ginnasio querele nobilissime contro le straniere usurpazioni dei
trovati d’ingegno italiano. Rappresentò liberamente al Cardinale Consalvi come
gli studi e i professori, dopo la restaurazione, erano caduti in basso, e convenisse
rialzarli. E allorché il ministro Sebastiani spargeva per l’Europa tante ingiurie
degl’Italiani, gli dava, in un suo scritto, tale una sdegnosa disdetta ad ogni pa-
352 idraulici italiani
rola, da farnelo pentire e ripentire (Brighenti, 1847). Il biografo allude qui
ad uno scritto del professore bolognese, polemico nei confronti del ministro
francese generale Horace Sebastiani (1772-1851): Commentaire au discours de
M. Sebastiani sur l’intervention autrichienne en Italie (1831).
Negli ultimi tempi, pur carico d’anni, Venturoli continua a svolgere le sue
funzioni pubbliche con notevole vitalità. Brighenti così lo descrive cinque
mesi prima della fine, durante una sua visita a Bologna, per verificare l’esecuzione dei pubblici lavori d’acque e strade al di qua dell’Appennino, rivedere i
congiunti e gli amici bolognesi ed anche fare un viaggio di piacere nel Regno
del Lombardo-Veneto: Quantunque in età grave, e stanco dai lunghi giri e rigiri nelle Marche, e nelle Legazioni di Pesaro e di Forlì, nulla aveva rimesso dell’aspetto di sanità, che per la complessione eccellente mostrò sempre in quel suo corpicciuolo piuttosto gracile. L’indole abitualmente tranquilla, nelle conversazioni
gioviale, seria negli affari, e quel perspicuo potente dottissimo intelletto non erano
in lui mutati: ci prometteva una vita lunghissima […] Aitante della persona fino
all’ultimo, volle vedere il ponte sulla veneta laguna, e la strada Ferdinandea. Vi
andò di qui col figliuolo e colla nuora, accompagnato fino a Vicenza, per fargli
onore, da molti de’ suoi ingegneri. I Professori di Padova, e di Milano gli fecero
festa, e se ne rallegrarono; parve loro uno stupore quella verde vecchiaja, quella
inalterata potenza dell’intelletto: e nell’altezza della fama e del grado quell’umilissimo contegno! (Brighenti, 1847).
Venturoli muore a Bologna il 19 ottobre 1846: Presso a toccare i 78 anni
morì contento in patria, fra i congiuntissimi, non essendogli mancato al chiudere
degli occhi che la figliuola e i nepotini di Roma (Brighenti, 1847). I colleghi
gli erigono un monumento nell’Università, il Comune un posto fra i sepolcri dei Bolognesi illustri, nel cimitero monumentale della Certosa. La città di
Roma gli dedica un busto nei giardini del Pincio.
Lo scienziato idraulico
1. il trattato di meccanica ed idraulica
come libro di testo
Sin dagli anni in cui è assistente di Canterzani a Bologna, Venturoli si preoccupa di raccogliere e ordinare un compiuto Corso di meccanica e d’idraulica, in forma di trattato. L’accresciuta frequenza degli uditori, dopo la riforma
dell’Università, lo stimola maggiormente. Nel 1806 esce il primo volume del
suo fondamentale trattato Elementi di Meccanica e Idraulica, con gli elementi
di meccanica; nell’anno successivo il secondo volume, con quelli d’idraulica.
Il successo del trattato, che distingue gli aspetti teorici da quelli pratici, è
straordinario, essendo giudicato unanimemente superiore ai precedenti ed
adottato come libro di testo in tutte le Università italiane. Segue presto una
seconda edizione nel 1809, con l’aggiunta di un terzo volume di supplementi, in cui è compresa anche la teoria del moto delle acque a due coordinate,
nella quale l’autore dà la prima soluzione diretta del moto d’un velo d’acqua
lateralmente contenuto da due pareti rettilinee concorrenti; sullo stesso tema
lavora anche Antonio Tadini, che trova per altra via la stessa soluzione.
giuseppe venturoli (1768-1846) 353
I contenuti del trattato sono in seguito rifusi e ampliati nella terza edizione del 1817, che è l’ultima curata dall’autore, il quale aggiunge la teoria
dell’ariete idraulico, causa pochi anni prima di una clamorosa controversia
tra Vincenzo Brunacci (1768-1818), professore a Pavia e Giuseppe Avanzini
(1753-1827), professore a Padova; Venturoli la fa discendere con nuove considerazioni dalle equazioni del moto dell’acqua nelle lunghe condotte. Il trattato è apprezzato anche all’estero e tradotto in inglese nel 1822, su consiglio
di F.W. Herschel e di C. Babbage. Dopo la morte di Venturoli seguiranno altre edizioni.
Nell’ambiente scientifico italiano, il trattato di Venturoli domina nella prima metà dell’Ottocento ed è anche oggetto di pubblicazioni di commento,
durante la stessa vita dell’autore, favoriti dalla sua grande sinteticità, oggetto
in alcuni d’ammirazione ed imitazione (per es. in Domenico Turazza) ed in
altri di critica. Un aneddoto riferito da Paulo Fambri (La scienza idraulica in
Italia, 1867) dice che uno scienziato inglese, sfogliando il trattato di Venturoli, esclamasse: Questo è l’indice, dov’è il libro?
Il suo allievo e successore alla cattedra di Bologna, Giambattista Masetti (1792-1827) pubblica le Note ed aggiunte agli Elementi di meccanica e d’idraulica di Giuseppe Venturoli (1827). Antonio Bordoni (1789-1860), allievo
e successore di Vincenzo Brunacci alla cattedra di Pavia, pubblica le Annotazioni agli elementi di meccanica e d’idraulica del professore Giuseppe Ventu-
A sinistra, il frontespizio della seconda
edizione (1809) del trattato Elementi
di meccanica e d’idraulica di Giuseppe
Venturoli, adottato come libro di testo
in tutte le Università italiane nella
prima metà dell’Ottocento. A destra, il
frontespizio della traduzione inglese del
trattato (1823).
354 idraulici italiani
roli (1821 e 1833). Talvolta, anche le contese scientifiche tra gli accademici
italiani s’intrecciano ai commenti del trattato di Venturoli, come dimostra
un opuscolo uscito nello stesso anno del testo di Masetti: Difesa del professor
Giuseppe Oddi di Roma contro due accuse mossegli dal ch.mo sig.r professor Gio.
Battista Masetti di Bologna sopra i suoi schiarimenti alla meccanica del ch.mo
sig.r professor Giuseppe Venturoli, presidente del consiglio d’arte in Roma (presso
Giuseppe Mauri, Roma 1827).
2. l’attività scientifica nel periodo romano
Nella prima fase del periodo romano, Venturoli pubblica numerose memorie scientifiche, alcune di notevole profondità: Analisi geometrica dell’ariete
idraulico (1821); Nuova formola di Eytelwein (1822), Sull’efflusso dell’acqua
dai vasi conici (1822), Ricerche sulla figura del pelo d’acqua negli alvei d’uniforme larghezza (1823).
L’analisi geometrica dell’ariete idraulico sviluppa gli studi sul tema, già
pubblicati nella terza edizione del Trattato di meccanica e d’idraulica (1817).
Lo studio teorico sull’efflusso dell’acqua dai vasi conici è molto apprezzato
in ambito scientifico ed alimenta studi simili su altre forme dei vasi di rivoluzione, l’ultimo dei quali del giovane Domenico Turazza (Dell’efflusso dei
liquidi dai vasi di rivoluzione, 1843); Giorgio Bidone (1781-1839) parte da
questo studio di Venturoli per la determinazione teorica della contrazione
della vena. La memoria sulla figura del pelo dell’acqua riporta per la prima
volta l’equazione elementare del rigurgito e della chiamata di sbocco nei canali rettangolari; attraverso integrazioni grafiche dell’equazione differenziale,
Venturoli è in grado di disegnare varie forme del profilo del pelo libero: Trovò
la curva, d’indole logaritmica, nella quale si dispone la superficie dell’acqua corrente in un alveo aperto, sostenuta che sia da lieve impedimento, o resa da lieve
cascata più rapida. Ricomparve in Italia, e di là dai monti, quella curva, come
trovata da altri; ma s’appartiene a lui, che la pubblicò il primo nel 1823 (Brighenti, 1847).
A Roma Venturoli, utilizzando il Corpo degli ingegneri pontifici e gli stessi allievi della Scuola d’ingegneria, promuove osservazioni statistiche sistematiche dei fiumi: Dalle quotidiane altezze osservate per 24 anni all’idrometro di
Ripetta compose le tavole della portata quotidiana, media, ed annua del Tevere;
quindi dall’acqua che vi passa un anno per l’altro ricavò il rapporto con quella piovuta sulla tributaria campagna. Notò specialmente il fatto che, negli anni
asciutti, il rapporto dell’acqua trascorsa pel fiume colla piovuta è maggiore che negli anni umidi e piovosissimi. Onde poté il nostro egregio Bertelli trarne, fino dal
1841, che dalle interne sorgenti, più che dalle pioggie, dovea ripetersi la perennità del corso dei fiumi (Brighenti, 1847). Si noti che in seguito anche Elia
Lombardini (1794-1878), confrontando il deflusso medio con quello del Po,
senza conoscere l’opinione del Bertelli, arguisce essere questa una condizione
speciale del Tevere.
Negli ultimi anni prevalgono le onerose attività di carattere tecnico-amministrativo, ma Venturoli trova il tempo per dedicarsi ad una teoria degli
estuari (De Aestuariis, 1832). L’altezza del flusso e riflusso negli estuari dipen-
giuseppe venturoli (1768-1846) 355
de dalla loro ampiezza: grande, mezzana, o minima; nel primo caso, il loro
livello non si altera sensibilmente per le maree; nel secondo si eleva o si abbassa con legge dipendente da quantità logaritmiche trascendenti; nel terzo
segue in tutto quello del mare. Quindi si fa manifesto che solo ne’ piccoli bacini,
come al Cesenatico, può utilmente raccogliersi l’alta marea, e chiudersi in tempo
di riflusso, per isprigionarla a correre sul piano della secca a beneficio della foce;
mentre negli amplissimi conviene lasciare aperta la comunicazione dell’estuario
col mare, come al porto Corsini (Brighenti, 1847). Tutte le vicende del movimento alternativo del mare e degli estuari sono espresse da formule semplici
e chiarite con esempi.
giorgio bidone
La vita
Sulla vita di Giorgio Bidone abbiamo testimonianze dirette, da parte di suoi
ex allievi, che diverranno personaggi famosi: Luigi Federico Menabrea (18091896), all’epoca (1841) giovane ufficiale del genio ed in seguito generale,
scienziato (anche idraulico) e politico e Massimo D’Azeglio (1798-1866),
pittore, romanziere e politico, che nella sua brillante autobiografia postuma
(1867), ne parla lungamente.
1. allievo al collegio delle province di torino
Giovanni Giorgio Bidone nasce il 19 gennaio 1781 da Alessandro Antonio e
da Margherita Malaspina, a Rosano, frazione di Casalnoceto, nell’allora provincia di Tortona. L’anno dopo la famiglia si trasferisce a Voghera, dove Giorgio inizia gli studi, che continuano in seguito presso il collegio dei Filippini
a Torino, dove si mette in luce per l’aspetto grave e meditativo e per la pietà,
che lo avviano allo stato ecclesiastico; ma dopo l’occupazione napoleonica nel
1796 e l’annessione del Piemonte alla Francia, è costretto ad abbandonare gli
studi intrapresi e si dedica alle scienze.
Nel 1799 Giorgio Bidone viene accolto
nel Collegio delle Province di Torino,
creato nel 1720 per ospitare gli allievi
più meritevoli del Regno di Sardegna.
358 idraulici italiani
Per i suoi meriti, nel 1799 Bidone viene accolto nel Collegio delle Province, creato a Torino nel 1720 per mantenere agli studi i giovani più meritevoli
provenienti dalle province sabaude e conservato dall’Amministrazione francese. Contemporaneamente studia presso l’Università di Torino. Prima ancora di laurearsi (1803), è chiamato a coprire il ruolo di ripetitore presso lo
stesso Collegio.
2. professore all’università di torino
Nel 1803 Bidone si laurea in matematica ed ingegneria idraulica all’università di Torino, e nel 1805 in architettura civile. Nello stesso anno l’Accademia
delle Scienze accetta due sue memorie di matematica e lo elegge socio residente. Nel 1811 è membro della Società d’Agricoltura di Torino. Nei primi
anni dopo la laurea si dedica intensamente alla matematica.
Il Codice civile di Carlo Alberto
(1837) costituisce la base di quello del
Regno d’Italia. La parte idraulica viene
elaborata con la consulenza di Giorgio
Bidone ed è all’epoca considerata
all’avanguardia in Europa.
giorgio bidone (1781-1839) 359
Dal 1811 Giorgio Bidone è coadiutore
e poi direttore dello Stabilimento per le
sperienze idrauliche ‘La Parella’, fondato
nel 1763 da Francesco Domenico
Michelotti, dove esegue le sue celebri
esperienze sul risalto idraulico.
Nel 1811 è nominato reggente e nel 1815 titolare della cattedra d’idraulica dell’Università; contemporaneamente, dal 1811 è coadiutore e poi direttore dello Stabilimento La Parella, il 1° laboratorio idraulico permanente europeo, fondato nel 1763 da Francesco Domenico Michelotti ed utilizzato per
le esperienze idrauliche dell’Università. All’inizio della sua carriera universitaria, trova sostegno nel conte Prospero Balbo (1762-1837), ministro dell’interno e rettore dell’Università.
Nell’ambiente universitario torinese, si lega d’amicizia con il chimico
Amedeo Avogadro (1776-1856) e il coetaneo e conterraneo Giovanni Plana
(1781-1864), che inizialmente si dedica anche all’idraulica fisico-matematica
e poi esclusivamente all’astronomia.
Come professore universitario, Bidone è consulente del Governo. Nel
1817, assieme ad Ignazio Michelotti (1764-1846), figlio di Francesco Domenico, direttore dei fiumi e ispettore superiore dei canali, redige il nuovo Regolamento per le strade, ponti ed acque, voluto da Vittorio Emanuele i. La fama
acquisita come scienziato idraulico fa sì che egli sia il consulente, per la parte
concernente le acque, del nuovo Codice civile, promulgato da Carlo Alberto
nel 1837, guadagnandosi con questa collaborazione l’Ordine al merito civile
di Savoia (1839).
Si noti che la normativa idraulica piemontese, redatta con il contributo
tecnico di Bidone, si pone all’avanguardia non solo in Italia; il nuovo Codice Carlo Alberto recepisce in ben dodici articoli (da 622 a 633) l’istituto
della servitù d’acquedotto (introdotto per primo dal Ducato di Milano), che
in Europa non è diffuso. Benjamin Nadault de Buffon (1804-1880), in visita nell’Italia settentrionale, afferma che la normativa piemontese è la più aggiornata e la propone come modello alla Francia (Des Canaux d’arrosage de
l’Italie septentrionale dans leur rapports avec ceux du Midi de la France, Paris,
Carilian-Goeury et V. Dalmont, 1843-1844).
Come esperto d’idraulica, Bidone è chiamato a svolgere funzioni di consulente anche in questioni pratiche legate al territorio (quelle che un tempo
si chiamavano affari d’acque). Per esempio, nel 1817 è chiamato con Ignazio Michelotti per una perizia sul Naviglio Sforzesco a Vigevano ed insieme
Monumento sepolcrale di Giorgio
Bidone.
360 idraulici italiani
coinvolgono Vincenzo Brunacci (1768-1818), professore a Pavia. Secondo
Menabrea (1842), Bidone è restio a farsi coinvolgere in questi impegni, pur
lucrativi, che sottraggono tempo ai suoi studi: Simple et modeste en ses désirs,
il aima la science pour elle-même, et ne la fit jamais servir à poursuivre des rêves
d’ambition et de richesse.
Dopo l’iniziale periodo matematico, gli interessi prevalenti di Bidone si
concentrano sull’idraulica sperimentale, dove raggiunge rapidamente un
grande successo scientifico, a partire dalla pubblicazione della memoria Experiences sur le remou et sur la propagation des ondes (1820), che lo fa conoscere
a livello europeo.
Nel biennio 1822-1823, egli partecipa alla campagna internazionale di lavori geodetici e astronomici, condotta dall’amico Giovanni Plana, per collegare, scavalcando le Alpi, le triangolazioni dell’Europa occidentale con quelle
dell’Europa orientale. Secondo Menabrea (1842), questo è solo un esempio
dell’altruismo del professor Bidone, sempre pronto ad aiutare i colleghi in
imprese d’interesse pubblico, dalle quali personalmente non ritrae alcuna celebrità: il en est d’autres (travaux) aussi précieux, quoique moins éclatants, ou se
montre, non plus l’homme qui aspire à la célébrité, mais le savant modeste dont
l’unique but est d’être utile à ses concitoyens. Il medesimo impulso induce Bidone a collaborare allo sviluppo della Facoltà di matematica; nel 1824 gli viene
affidata la nuova cattedra di geometria descrittiva.
Cogli anni e la notorietà, crescono i riconoscimenti accademici. Nel 1826
è associato all’Accademia di Modena, nel 1828 a quella di Palermo. È membro della Società Italiana delle Scienze, detta dei Quaranta.
Dopo una lunga e dolorosa malattia sopportata con cristiana rassegnazione, Giorgio Bidone muore a Torino il 25 agosto 1839, a 58 anni.
3. la personalità
Bidone conduceva una vita solitaria, da scapolo con poche amicizie, tutto
dedito all’insegnamento, allo studio e alla ricerca scientifica e apparentemente poco interessato agli eventi storici, che durante la sua vita sconvolgevano
l’Europa. Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse ad aridità di spirito.
Menabrea ricorda il maestro come un uomo dal portamento grave, che ispira rispetto, ma pieno di benevolenza e di bontà, che manifestava soprattutto nelle visite scolastiche alla Parella, per ripetere gli esperimenti idraulici
appresi in aula, in un ambiente accattivante: Mais la sévérité du Professeur disparaissait dans les rapports plus intimes, et sa bonté se montrait surtout alors que
chaque année le rappelait, avec ses élèves, à l’établissement de la Parella […] Là,
loin des rumeurs de la Ville, sous ces arbres touffus, au milieu d’une nature riante,
mélant les souvenirs du passé aux enseignement du présent, il expliquait les principes de la Philosophie naturelle (Menabrea, 1842).
Massimo d’Azeglio fornisce di Bidone un ritratto assai vivo d’educatore
intelligente e sensibile. Nel 1813 il marchese padre si rivolge a lui perché lo
aiuti a raddrizzare lo scapestrato figlio Massimo: un ruolo che abitualmente
è svolto dai religiosi. Bidone inizia ad insegnargli la matematica, ma capisce
subito che non è il caso d’insistere; adotta allora un abile metodo maieutico,
giorgio bidone (1781-1839) 361
per convincerlo gradualmente, con tatto e senza prediche, ad impegnarsi con
metodo e perseveranza nelle cose in cui crede (innanzi tutto, la pittura) e alla
fine ci riesce. Scrive l’allievo convertito con pazienza ed amore dal maestro:
Dal suo conversare, più che dagli insegnamenti scientifici, io cavavo il maggiore
dei profitti; quello che il mio povero prete non aveva potuto procurarmi […] imparavo a mano a mano, a pensare, a riflettere, a scartare le idee false, e farmene
delle esatte. […] Io dovrei baciare la terra ove quest’uomo pose i piedi. Dopo mio
padre e mia madre, non v’è persona al mondo, alla quale io abbia tanti obblighi
quanti n’ho con lui. Massimo d’Azeglio parla anche della casa dove viveva Bidone: Entravo in quel quartierino pulito ed altrettanto semplice e severo; esatto
poi ed ordinato per l’appunto come una pagina di calcolo. Non ho mai veduta
una casa, più fedel ritratto di quello che l’abitava (D’azeglio, 1867).
Lo scienziato idraulico
Come ricercatore, Bidone adotta un metodo interessante per il suo rigore
scientifico, rispecchiato nelle memorie pubblicate dall’Accademia delle scienze di Torino, in gran parte in francese, anche dopo la Restaurazione. Inizialmente si dedica all’analisi matematica (v. in particolare le memorie Sur diverses intégrales définies, 1813 e Sur les trascendantes elliptiques, 1818), secondo
l’insegnamento del grande Luigi Lagrange: egli è così in grado di padroneggiare lo strumento analitico, che applica alle successive, celebri ricerche d’idraulica, attraverso la sperimentazione. Per esempio, nello studio del rigurgito, dopo aver verificato per via sperimentale che la propagazione a monte
dell’ostacolo si accompagna a un aumento del livello dell’acqua, riscontra la
forma della superficie liquida ed ottiene per via puramente matematica le
equazioni per descrivere l’estensione e l’altezza del rigurgito.
Bidone studia in modo approfondito il profilo che il pelo libero dell’acqua
corrente assume in circostanze particolari, come i salti, il restringimento e
l’allargamento della sezione, l’efflusso dai serbatoi. Egli è il primo ad indagare su un fenomeno importante, oggi detto Risalto Idraulico ma chiamato anche, in suo onore, Salto di Bidone, che interviene, quando una corrente veloce
passa alla condizione di corrente lenta, dissipando parte dell’energia cinetica
in un vortice (v. le memorie torinesi Expériences sur le remous et la propagation
des ondes, 1820 e Expériences sur la propagation du remous, 1826).
Secondo la tradizione dell’Accademia
delle Scienze di Torino, le memorie
scientifiche di Giorgio Bidone sono
redatte in parte in francese ed in parte in
italiano. In alto, il frontespizio della
memoria più famosa, sul risalto
idraulico (Experiences sur le remou et sur
la propagation des ondes, 1820). In basso,
il frontespizio della memoria Esperienze
sulle contrazioni parziali delle vene
d’acqua (1830).
362 idraulici italiani
Riproduzione di un disegno di Giorgio
Bidone sul risalto idraulico.
Nella prima memoria citata, la più famosa, che ha subito una vasta eco in
tutta Europa, Bidone fornisce anche la dimostrazione sperimentale della teoria delle onde, esposta da Siméon Denis Poisson (1781-1840) all’Institut de
France nel 1816, e della formula di Johann Albert Eytelwein (1764-1848)
sulla portata dei fiumi, presentata all’Accademia delle Scienze di Berlino nel
1815. Nelle altre memorie d’idraulica, egli affronta problemi inerenti al moto
dell’acqua nei canali, alla propagazione dei movimenti vorticosi, al fenomeno
della chiamata di sbocco, alle misure di portata, all’efflusso dell’acqua da orifizi
di differenti forme e variamente armati, e infine al colpo d’ariete. Si noti che
all’epoca in Piemonte l’interesse per l’idraulica è tenuto vivo dalla costruzione di canali per uso irriguo ed industriale.
Le sperimentazioni di Bidone si svolgono nella Stazione idraulica presso la
cascina Parella, ad ovest di Torino, creata tra il 1763 e il 1765 (come Stabili-
Il moderno laboratorio d’idraulica
del Politecnico di Torino, dedicato a
Giorgio Bidone.
giorgio bidone (1781-1839) 363
mento per le sperienze idrauliche) da Francesco Domenico Michelotti, ed alimentata con le acque di una roggia derivata dalla Dora, che affluisce ad un
castello idraulico. All’epoca di Bidone, la stazione ha una rinomanza europea:
Jean-Nicolas-Pierre Hachette (1769-1834) la descrive con entusiasmo, proponendola come modello per una stazione analoga, da costruire nei pressi di
Parigi, alimentata dal canale dell’Ourc.
Dopo Bidone, La Parella sarà utilizzata da Prospero Richelmy (18131884), che nel 1869 l’abbandonerà, per sostituirla con un nuovo stabilimento sperimentale, presso la sede della Scuola d’applicazione per ingegneri, al
Castello del Valentino. Oggi presso il Politecnico di Torino esiste un grande
Laboratorio d’Idraulica, intitolato a Giorgio Bidone.
pietro paleocapa
La vita
1. un brillante ufficiale
del regno d’italia napoleonico
Pietro Paleocapa nasce a Nese (Alzano Lombardo), vicino a Bergamo, l’11
novembre 1788. Il padre Mario, appartenente ad un’antica famiglia d’origine greca (fuggita da Candia dopo la conquista turca nel 1669), è un pubblico funzionario della Serenissima, distaccato a Bergamo, come cancelliere del
Podestà. Nel 1797, all’arrivo delle truppe francesi, Mario fugge con la famiglia a Venezia, ma la millenaria Repubblica muore e il suo territorio nel 1798
è ceduto da Napoleone all’Austria, in cambio della Lombardia, con il trattato di Campoformio. Nel 1805 Pietro si iscrive a giurisprudenza presso l’Università di Padova, per seguire le orme del padre, ma dopo tre anni, nel 1808,
cambia radicalmente indirizzo ed entra nella Scuola Nazionale del Genio e
dell’Artiglieria di Modena.
Questa decisione è motivata dal fatto che, in virtù del trattato di Presburgo
del 25 dicembre 1805, il Veneto è annesso al Regno d’Italia e il giovane Paleocapa, divenuto suddito del suo idolo Napoleone, vuole seguirlo sui campi di
battaglia e così abbandona gli studi padovani, nonostante la contrarietà della
famiglia. A Modena riceve una buona educazione tecnico-scientifica nell’Accademia militare, insediata nel 1798 da Napoleone, il quale non ha fatto altro
che trasferire il Collegio militare di Castelvecchio a Verona (istituito nel 1760
dal governo veneto e plasmato per un trentennio da Anton Mario Lorgna),
evitando di cederlo all’Austria.
Uscito primo della sua classe dall’Accademia militare, Pietro viene promosso luogotenente del Genio e dirige lavori nella fortezza di Osoppo in
Friuli (1811). Nel 1813 partecipa, nel secondo Corpo d’armata comandato
dal generale Bertrand, alla campagna di Germania, affrontata da Napoleone
in modo brillante, ma fatalmente sfortunato, dopo la disastrosa ritirata dalla
Russia. Dopo la battaglia di Yütterbok, viene fatto prigioniero ed internato
in Pomerania, dove riesce a fuggire rientrando in Italia. Il principe Eugenio,
impegnato a tener testa all’assedio del Regno d’Italia da parte degli Austriaci,
lo incarica di fortificare Peschiera (forte avanzato di Mandella). Con la fine
dell’avventura napoleonica nel 1814, dopo il Congresso di Vienna del 1815,
il Lombardo-Veneto viene annesso all’Austria. Paleocapa, che ha 26 anni, è
tra i sei ufficiali del disciolto esercito italiano invitati ad entrare nel Corpo
imperiale del Genio militare, ma rifiuta e si ritira a vita privata per due anni.
2. un brillante ingegnere
del regno lombardo-veneto austriaco
La ripugnanza a vestire la divisa del nemico ha condotto Paleocapa in un vicolo cieco, dal quale esce nel 1817, entrando nel Corpo del Genio Civile,
come Assistente d’Ufficio dell’Ispezione centrale di acque e strade in Venezia.
Bandiera e stemma del Regno d’Italia
napoleonico (1805-1814). Pietro
Paleocapa nel 1808 entra all’Accademia
militare di Modena, ne esce come
luogotenente del Genio nel 1811 e
serve nell’esercito italiano al comando
del viceré Eugenio di Beauharnais,
partecipando alla campagna di
Germania del 1813.
366 idraulici italiani
Distintosi per le sue notevoli capacità, nel 1821 viene trasferito a Milano,
come Ingegnere perito presso la Giunta del Censimento in Milano, per lavorare
a un progetto d’estensione del catasto veneto alla Lombardia. Le sue riforme
hanno successo e nel 1825 viene chiamato a Vienna, presso la Commissione
Aulica del Censo, per illustrare un progetto generale di censimento e riceve
l’incarico di dirigere i lavori. Durante la missione a Vienna, si interessa anche
alla costruzione di ferrovie in Boemia.
Dopo le esperienze tecnico-amministrative in materia di catasto, stanco
per le lentezze con cui procede il lavoro catastale a Milano, nel 1829 Paleocapa chiede di ritornare a Venezia, dove riprende ad occuparsi dei lavori d’ingegneria, in particolare idraulica. Ivi mette il luce le sue grandi capacità, occupandosi, tra l’altro, della sistemazione del porto di Malamocco, i cui lavori
iniziano nel 1839 e sono terminati sette anni dopo; i Veneziani, grati, gli dedicano una lapide: A Pietro Paleocapa sulla veneta laguna vincitore della Natura. Sempre negli anni trenta, riuscendo a comporre controversie che duravano da più di un secolo, avvia importanti lavori di sistemazione idraulica della
pianura veneta, concernenti il corso del Bacchiglione, del Brenta e dell’Adige
e la bonifica di zone paludose nei pressi di Verona. In quel periodo si occupa
anche d’infrastrutture di trasporto: strade, ferrovie, trafori, canali navigabili.
Per il riordino del sistema idraulico veneto, considerati i forti dissidi locali,
che si trascinano dall’epoca della Repubblica, inizialmente il governo imperiale chiede la supervisione di Vittorio Fossombroni (1754-1844), ma l’anziano Idraulico toscano non si può muovere e chiede la collaborazione di un
ingegnere veneto, che conosca bene la situazione: nel 1835 Paleocapa parte
in missione per Firenze. Il piano (Considerazioni sopra il sistema idraulico dei
paesi veneti) viene presentato nello stesso anno, ma sarà pubblicato soltanto
nel 1847, quando i lavori proposti sono ormai avanzati, in occasione di un
convegno scientifico.
Domenico Turazza sottolinea il ruolo sostanziale dell’ingegnere lombardo-veneto nella redazione del piano: La fama a cui era già salito il Paleocapa
fece si ch’egli venisse deputato a questo uffizio, che riserbandogli in apparenza la
parte subalterna lo poneva invece pressoché arbitro della questione. Al comune lavoro di questi due celebri idraulici è dovuto il piano di sistemazione delle acque
del Veneto, pubblicato nell’occasione in cui si unirono in Venezia i dotti d’Italia
Province e stemma del Regno
Lombardo-Veneto, incorporato
nell’Impero austriaco dal Congresso
di Vienna (1815), dopo la caduta di
Napoleone. Pietro Paleocapa lavora
nel Servizio Acque e Strade del Regno,
dal 1817 al 1848, percorrendo tutta la
carriera, fino a Direttore generale per il
Veneto e riceve l’Ordine Imperiale della
Corona di Ferro.
pietro paleocapa (1788-1869) 367
pel sesto congresso scientifico, per quel benaugurato congresso in cui primamente
brillò la speranza dell’indipendenza italiana (Turazza, 1869).
Grazie alle sue capacità, Pietro Paleocapa percorre tutti i gradi della carriera
presso la Direzione generale delle pubbliche costruzioni di Venezia: nel 1830
è Ingegnere in capo dell’Ufficio provinciale delle pubbliche costruzioni in Venezia, nel 1834 è Aggiunto della Direzione generale delle pubbliche costruzioni in
Venezia, nel 1841 è Direttore generale delle pubbliche costruzioni e sovraintende a tutte le province venete.
Egli giunge quindi ai vertici dell’Amministrazione civile del Lombardo-Veneto ed acquisisce una solida fama anche fuori dei suoi confini, favorita dalla
stessa struttura multinazionale dell’Impero austriaco: viene infatti chiamato
in Ungheria per un parere sulla regolazione del tronco del Danubio tra Buda
e Pest (1842), e in Transilvania (1846), per un piano sulla regolazione del Tibisco e la bonifica delle pianure. In quest’ultima occasione è colpito da una
malattia reumatica agli occhi, che lo porterà progressivamente alla cecità. Nel
1848 non può accogliere l’invito a recarsi a Fiume (città del Regno d’Ungheria) per sistemarne il porto, perché nel frattempo è scoppiata la rivoluzione.
3. uno dei capi dell’insurrezione di venezia nel 1848
Dopo Milano, nel marzo 1848 anche Venezia si solleva contro l’Austria, innalzando nuovamente lo stendardo di San Marco. Pietro Paleocapa, che ha
60 anni, non solo partecipa, ma è uno dei capi, accanto a Daniele Manin e
Nicolò Tommaseo, con l’incarico di ministro per l’interno e per i lavori pubblici.
Venezia, assediata dalle truppe austriache, invia Paleocapa a trattare con
Carlo Alberto, che assedia il Quadrilatero, per chiederne il soccorso ed ottiene l’invio di un corpo d’armata comandato dal generale Durando, con una
clausola che lascia formalmente sospesa la questione cruciale del futuro regi-
Daniele Manin, alla testa delle guardie
che innalzano le bandiere italiana e
della Serenissima, proclama la rinata
Repubblica di Venezia (22 marzo 1848).
Uno dei capi della Repubblica è Pietro
Paleocapa: ministro dell’interno e dei
lavori pubblici, sostiene l’unione con il
Piemonte.
368 idraulici italiani
me. Tra i capi dell’insurrezione si è aperta la discussione tra chi, come Paleocapa, sostiene l’unione con il Piemonte e chi, come Manin, preferirebbe il
ritorno a una repubblica indipendente. Alla fine, Paleocapa riesce a trascinare
dalla sua parte la maggioranza dell’assemblea popolare e reca a Torino il decreto della Città e Provincia di Venezia favorevole alla fusione (4 luglio 1848),
sanzionato dal Parlamento sardo (legge 27 luglio 1848).
Ma le sorti della guerra volgono rapidamente al peggio e, nella Venezia assediata che tenacemente resiste agli Austriaci, col triplice flagello della guerra, del colera e della fame, il Piemonte e i fautori dell’unione diventano rapidamente impopolari. Paleocapa rinuncia a tornare nella sua città e si ferma a
Torino, dove diventa subito uno dei capi della folta emigrazione di patrioti,
che dopo la prima guerra d’indipendenza italiana non ritornano negli Stati di
origine. Rimarrà a Torino sino alla fine.
4. ministro del regno di sardegna
A Torino Paleocapa è molto stimato e ricopre l’incarico di Ministro del governo sabaudo, quasi senza interruzione nel periodo tra la 1a e la 2a guerra d’indipendenza, nei governi presieduti da Gabrio Casati (1848), Massimo D’Azeglio (1849-1852) e Cavour 1852-1858), il quale amava definire Paleocapa
un uomo ricco di accortezza e malizia ellenica: è Ministro dei lavori pubblici
dal 27 luglio al 15 agosto 1848 e dal 2 novembre 1849 al 19 novembre 1857;
Ministro senza portafoglio dal 19 novembre 1857 al 19 luglio 1859. Per un
breve periodo (l’intervallo tra i Ministeri Casati e D’Azeglio), entra nel Corpo reale del Genio Civile come Ispettore. Nel 1849 è Deputato e dal 1851
Senatore del Regno.
Come responsabile dei lavori pubblici, nel 1850 Paleocapa avvia un programma importante di nuove infrastrutture stradali e ferroviarie (linee Torino-Susa e Torino-Genova), e collegamenti con l’estero attraverso i trafori alpini (Moncenisio).
Ormai Paleocapa è diventato un uomo politico, ma non cessa la sua attività d’ingegnere, anzi, il ruolo di Ministro accresce il suo potere e prestigio nei
consessi internazionali, in particolare quello formato per il Canale di Suez. In
rappresentanza del Regno Sardo, nel 1855 entra nella Commissione scientifica internazionale, fondata a Parigi da Ferdinand de Lesseps (1805-1894) per
la costruzione del Canale, che prosegue i lavori già avviati nel 1846 dalla Societé d’Etudes du Canal de Suez.
Per modestia rifiuta la presidenza, che gli viene offerta, ma prende parte attivissima ai lavori, a cui partecipano ingegneri italiani, francesi, inglesi, austriaci e olandesi. Si formano due partiti: l’uno (Talabot-Barraut) propone un percorso indiretto, attraverso il Nilo e il Porto d’Alessandria, l’altro
(Negrelli-Paleocapa) un tracciato diretto, attraverso il lago Timsah. Prevale il
progetto italiano, ma l’Inghilterra si oppone ai lavori del canale, perché teme
un rafforzamento degli Stati mediterranei e in particolare della Francia. Nel
1857 lord Palmerston e Robert Stephenson attaccano duramente il progetto
alla Camera dei Comuni; poco dopo risponde loro puntualmente Paleocapa.
pietro paleocapa (1788-1869) 369
Medaglia in bronzo coniata nel 1855
dalla città di Arona per commemorare
la ferrovia Genova-Arona, con i
ringraziamenti al re Vittorio Emanuele
ii, al ministro dei lavori pubblici Pietro
Paleocapa ed al deputato Luigi Torelli.
Nel campo, vista panoramica di Arona,
in primo piano un battello a vapore sul
lago e a sinistra un treno che si dirige
verso la stazione di Arona.
Nel 1857 il combattivo Paleocapa è ormai cieco e per questo motivo è costretto a lasciare l’incarico di Ministro ai Lavori Pubblici, troppo impegnativo. Tuttavia continua a far parte del Gabinetto, come ministro senza portafogli, fino alla 2a guerra d’indipendenza ed all’armistizio di Villafranca nel
1859.
5. senatore del regno, nell’italia unita
Lasciato il governo, pur carico d’anni e d’acciacchi, Paleocapa continua l’attività pubblica come senatore del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia,
fino alla morte. Nel 1859 presiede la Commissione incaricata di redigere la
legge sulle opere pubbliche, chiamando a collaborare Elia Lombardini (17941878), già suo collega nel Corpo di Acque e Strade del Lombardo-Veneto.
Promuove il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici (creato con decreto di
Vittorio Emanuele ii n. 3754 del 20 novembre 1859), che tiene la prima seduta a Torino il 7 gennaio 1860.
In quest’ultimo periodo della sua vita, Paleocapa è nominato Presidente
della Società Ferroviaria dell’Alta Italia e si occupa di fortificazioni nelle città
marittime. Dopo la terza guerra d’indipendenza e l’unione del Veneto all’Italia (1866), è Presidente della Commissione per il miglioramento dei porti
e dei canali della laguna veneta. Per quanto cieco da anni, dimostra una straordinaria conoscenza dei luoghi dove in passato ha operato come ingegnere
del Genio Civile: È maraviglioso come egli cieco e lontano già da più anni dai
luoghi potesse discutere intorno a delicate operazioni, dove le condizioni topografiche e di livello sono tutto, come lo farebbe uno espertissimo colla carta sott’occhio, tanto nella sua mente la topografia di questo Veneto si era profondamente
stampata da ricordarne con sicurezza i più minuti particolari (Turazza, 1869).
La leggenda vuole che faccia eseguire in rilievo topografie e piani, per poterli
meglio valutare: E si seppe anzi a cotale proposito com’egli, le topografie ed i piani si facesse eseguire in rilievo, onde supplire col tatto al difetto della virtù visiva,
né risparmiasse dispendj a far sì che la privazione della luce esteriore, non recasse
nocumento allo splendore di quella del proprio intelletto (Curti, 1869).
Nell’aprile 1867, in un momento politico difficile, Vittorio Emanuele ii gli
offre la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nonostante la grave età, sareb-
370 idraulici italiani
be tentato di accettare, ma declina l’invito a causa della completa cecità: Sire
[…] se alla mia grave età, che tocca l’80° anno, e al conseguente affievolimento
delle forze fisiche e morali, non si aggiungesse la compiuta cecità da cui sono colpito già da nove anni, io vorrei cimentarmi al difficile arringo per dare almeno
prova alla M. V. della illimitata mia devozione e per tentare di corrispondere a
quel favore che Le piacque in tante occasioni accordarmi (Paleocapa, lettera 4
aprile 1867).
Fino all’ultimo Paleocapa si conserva lucido, dotato di forte memoria ed
interessato ai grandi lavori pubblici in corso in Italia. Muore a Torino il 13
febbraio 1869, a 81 anni: Ammalatosi di febbre gastro-reumatica, dopo sette
giorni di malattia, fra le assistenze de’ parenti e degli amici, e tra i conforti della Religione, passò di questa all’altra vita il 13 di febbraio di quest’anno 1869
(Sclopis, 1869). Per volere del re viene sepolto con i massimi onori nella
Certosa di Collegno. Le città di Torino e di Venezia gli erigono un monumento.
Nel corso della sua vita Paleocapa è associato a numerose istituzioni scientifiche: Membro effettivo dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti (1839),
Membro della Società, poi Accademia, italiana delle scienze, detta dei xl
(1860), Membro onorario dell’Istituto lombardo di scienze e lettere di Milano (1860), Socio dell’Accademia delle scienze, lettere e arti di Modena, Socio ordinario dell’Accademia d’agricoltura di Torino (1865), Socio nazionale
dell’Accademia delle scienze di Torino (1867).
Altrettanto numerose sono le onorificenze conferitegli: Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea (Austria), Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro dal 1850, Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro dal 1855, Grande ufficiale della Legion d’onore (Francia) dal 1856,
Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia 1857, Cavaliere dell’Ordine di S. Anna
(Russia) dal 1858, Cavaliere dell’Ordine della SS. Annunziata dal 1867, Gran
cordone dell’Ordine della Corona d’Italia dal 1868. Tra tutte le onorificenze,
amava portare il distintivo della Legion d’onore e la medaglia di S. Elena, che
gli richiamavano la sua giovinezza.
Alla sua morte Paleocapa lascia molti scritti inediti, riguardanti soprattutto
il trentennale periodo veneto (1817-1848), in gran parte raccolti presso l’Archivio dei Frari a Venezia. L’amico conte Luigi Torelli, prefetto di Venezia,
nel 1871 cura la stampa di un elenco completo degli scritti editi ed inediti e
concentra presso la Biblioteca Marciana le pubblicazioni.
6. la personalità
Turazza evidenzia due qualità della personalità di Paleocapa, che favoriscono
la sua affermazione come ingegnere idraulico: la capacità di governare problemi complessi, sempre connessi alle questioni d’idraulica pratica e il coraggio,
necessario per vincere le fortissime opposizioni, che di regola s’incontrano da
parte degli interessi, che si temono lesi.
A queste qualità, tipiche dei grandi ingegneri idraulici, Paleocapa associa
un carattere aperto ed estroverso, che lo fa sentire a proprio agio nei rapporti sociali: Molti eletti e meritati amici convenivano nella sua casa, specialmente
pietro paleocapa (1788-1869) 371
Il monumento a Pietro Paleocapa,
costruito da E. Tabacchi ed eretto il 18
settembre 1871, in piazza Paleocapa a
Torino, con il testo della lapide.
nelle tarde ore della sera, e col piacevole conversare a lui porgevano gratissima distrazione (Sclopis, 1869). È questo carattere che gli consente di continuare a
lavorare anche con una malattia così invalidante come la cecità, evitando di
chiudersi in se stesso.
Ha una reputazione di grande probità ed è un buon oratore: La sua parola era facile e linda, ornata di certa quasi morbida finezza, che è pregio singolare
dei Veneti […] Quando nelle assemblee politiche il Paleocapa s’alzava a parlare,
tosto si faceva silenzio e tutti gli sguardi si volgevano a lui […] La fluidità non
lo abbandonava mai, e talvolta un frizzo elegante, ma parco, veniva spontaneo a
colorirne il discorso (Sclopis, 1869).
(fronte)
a
pietro paleocapa
ingegnere illustre
statista insigne
gli italiani d’ogni provincia
(sinistra)
cooperò
coll’autorità della sua dottrina
alle due maggiori imprese
che l’industria scientifica
abbia compiuto in questo secolo
il taglio dell’istmo
il traforo delle alpi
(retro)
nato in bergamo
il ix novembre mdcclxxxviii
morto in torino
il xiii febbraio mdccclxix
(destra)
fu ministro dei lavori pubblici
del regno subalpino
promosse
l’unione di venezia col piemonte
L’inaugurazione del monumento a
Paleocapa è ricordata anche in Francia,
come mostra il disegno tratto dalla
rivista Le monde illustré.
372 idraulici italiani
Paleocapa accetta gli onori, anzi gli piacciono, ha una natura di fuoco e
risoluta, come afferma Torelli, ma anche nell’esercizio del potere conserva
forti tratti di equilibrio, equità ed umanità, evidenziati dai biografi: Fu egli
d’aspetto calmo e venerando; fu tutta la sua persona e il suo tratto la più aperta
manifestazione di quella modestia e bontà che è il più spesso l’indizio degli intelletti veramente grandi […] abbenché le molte opere utilmente compiute, le eminenti cariche da lui coperte e le onoranze ond’era stato fatto meritamente segno
gli avessero aggiudicato il diritto a quel nobile orgoglio che può andar compagno
alla virtù (Curti, 1869) […] Quella serenità di mente, quell’ilarità di carattere,
quell’aggiustatezza di linguaggio che rese il suo conversare carissimo ai famigliari,
agli amici, ricercato da tutti (Turazza, 1869) […] Pigliava in accurato esame le
proposte contrarie a’ suoi primi divisamenti, e fattosi capace che desse fossero migliori, non esitava a concedere loro la preferenza (Sclopis, 1869).
Lo scienziato e l’ingegnere idraulico
Di seguito si riassumono alcune tra le principali opere idrauliche realizzate
da Pietro Paleocapa nella sua lunga e intensa vita.
1. la regolazione dei fiumi brenta e bacchiglione
(1835-1847)
Nel corso dei secoli, il bando di tutti i fiumi dalla laguna, da parte della Serenissima, aveva indotto un assetto anormale, in particolare della Brenta e moltiplicato i progetti di sistemazione, ciascuno dei quali si scontrava con interessi potenti. Non era facile identificare ed affermare con determinazione un
piano razionale di regolazione dell’intero sistema idrico veneto.
Come già accennato, Paleocapa lavora inizialmente a tale piano assieme a
Vittorio Fossombroni, in una posizione solo formalmente subordinata (v. le
Considerazioni sopra il sistema idraulico dei paesi veneti, 1835).
Paleocapa riesce a superare le resistenze all’applicazione del piano nell’autunno del 1839, quando una grossa piena della Brenta rompe gli argini a
Dolo, rovesciandosi da un’altezza di 9