N. 4 - Anno 2015
COLLEGIO UNIVERSITARIO “LAMARO POZZANI” - FEDERAZIONE NAZIONALE DEI CAVALIERI DEL LAVORO
PANORAMA
PER I GIOVANI
10 | 2015
15-11-15
PANORAMA PER I GIOVANI
EDIZIONE
D I G I TA L E
Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro
Direttore responsabile
Mario Sarcinelli
Direttore editoriale
Stefano Semplici
Grafica
David D’Hallewin
Direzione
Collegio Universitario “Lamaro Pozzani”
Via Giuseppe Saredo N. 84 - 00173 Roma,
tel. 06 72.971.322 - fax 06 72.971.326
Internet: www.collegiocavalieri.it
E-mail: [email protected]
Autorizzazione edizione on-line
panoramaperigiovani.it
Tribunale di Roma n. 361 del 13/10/2008
ECONOMIA
CULTURA
FORMAZIONE
POLIS
SCIENZE
ECONOMIA
N.
N.10
4 - Anno 2015
Il prezzo della corruzione
Forti preoccupazioni e persistenti dubbi sulla negoziazione del TTIP, l’accordo di libero scambio tra l’Unione
europea e gli Stati Uniti
di Giorgia Padua
“Il TTIP non è un trattato di libero scambio”, afferma Joseph
Stiglitz, economista statunitense nonché vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2001, a proposito del Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra
Unione Europea e Stati Uniti. I negoziati proseguono dal
2013 con l’obiettivo di rimuovere barriere tariffarie e non,
nell’ottica di realizzare la più grande area di libero scambio
al mondo: l’unica potenzialmente in grado di fronteggiare il
sempre più vicino ed emergente colosso commerciale asiatico.
Per ottenere questo, sono in agenda oltre ad una serie di
compromessi volti a facilitare l’accesso ai mercati, soprattutto velocizzando procedure amministrative e concessione
di autorizzazioni, anche tentativi di omologazione di regole
e standard.
Si capisce bene, allora, il perché dell’affermazione dell’illustre economista americano, che vede nel TTIP un “accordo
sulla gestione”, più che uno sforzo di integrazione dei mercati. D’altra parte, dando una rapida occhiata alle schede
informative pubblicate sul sito internet della Commissione
europea, è facile arguire che campo d’elezione del trattato
è l’aspetto normativo e regolamentare, il quale abbraccia
settori che vanno dalla sicurezza alimentare ai dispositivi
medici, dai prodotti farmaceutici a quelli dell’ingegneria.
Dal canto suo, la Commissione si è impegnata, già dall’anno scorso, a pubblicare online opuscoli e schede tecniche
votati all’informazione dei cittadini e alla trasparenza, cercando di sfatare gli ormai comuni miti che serpeggiano fra
l’opinione pubblica.
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Il TTIP, infatti, agli europei non piace. Lo sa bene la Germania, dove i manifestanti sono stati 150mila tra sindacalisti, verdi e ambientalisti, e anche Bruxelles, dove campeggiavano slogan che molto poco lasciano all’interpretazione:
uno fra tutti, “Le TTIP c’est la mort”.
La verità è che l’Europa, come patria di un nucleo unitario di cittadini, ha paura di esporsi a rischi che non sia poi
in grado di contenere, intimorita dall’idea che la potenza
americana possa minacciare la sicurezza degli standard
garantiti dall’UE.
La Commissione europea rassicura: l’Unione manterrà inalterati gli standard di sicurezza alimentare e le procedure
per stabilirli, poiché si cercherà semplicemente di promuovere la compatibilità che potenzialmente già esiste con gli
USA. Ma esiste, nei fatti, quella compatibilità appurata, in
casi particolari, da alcuni studi scientifici? O è forse questo
il motivo per cui i negoziati dello scorso mese non hanno
prodotto nessun risultato incoraggiante? Purtroppo, infatti,
non si tratta solo di certificare – come è già stato fatto –
che un controllo diretto delle ostriche (pratica UE) equivale ad analizzare l’acqua in cui esse sono state allevate
(pratica USA): si tratta anche di riuscire a superare vere
e proprie barriere culturali e tradizioni giuridiche. Appare,
ad esempio, difficile coniugare il “principio di precauzione”
impiegato in Europa (secondo il quale è necessario dimostrare l’innocuità di un materiale) con il suo opposto per
definizione, cioè il “principio di aftercare” statunitense (in
base al quale se il pericolo di un prodotto non è scientificamente dimostrato non vi è nessun ostacolo alla sua commercializzazione, salvo un risarcimento danni se il pericolo
si è, di fatto, concretizzato).
Maggiore certezza e rassicurazione si leggono, però, in
fondo ai testi negoziali dell’UE. La Commissione propone
infatti un metodo efficace per la risoluzione delle controversie sul TTIP tra governi dell’Unione e USA, mutuato direttamente dall’OMC e basato su un elenco fisso di giudici
arbitrali cui sarebbe vietato esercitare l’arbitrato in più procedimenti. Il Parlamento di Strasburgo propende addirittura
per un collegio di giudici di professione proiettato verso le
logiche di un sistema istituzionalizzato più di quanto non lo
sia l’arbitrato.
In definitiva le perplessità non mancano, le trattative non
procedono in modo spedito e i punti di contatto fra Washington e Bruxelles, soprattutto su questioni delicate quali la
sicurezza alimentare e la tutela della salute, non abbondano. Alla luce di queste criticità, tuttavia, i cittadini europei
hanno dimostrato consapevolezza e desiderio di democraticità, elementi che le istituzioni dell’Unione Europea non
possono permettersi di sottovalutare, nell’ottica di un ripristino della fiducia in parte smarrita.
Che – tra acritica approvazione e cieca opposizione – una
terza via esista, nel senso di una versione del TTIP alleggerita e svuotata dei problemi più spinosi, non è da escludere ma che per avere una risposta (qualunque essa sia) il
2016 non basterà, temo sia piuttosto certo.
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CULTURA
N.
N.10
4 - Anno 2015
Cenere e lapilli, non solo distruzione: la villa dei papiri
I tesori scoperti a Ercolano danno impulso alla filologia, che inizia una nuova fase della sua grande e secolare storia.
di Benedetta Muccioli
Tutti ricordano la memorabile eruzione del Vesuvio nel 79
d.C, causa della distruzione di due importanti simboli della
mirabile fusione greco-romana: Ercolano e Pompei. Per
lungo tempo si è creduto che queste città fossero solo un
ricordo del passato, fino a quando, nel diciottesimo secolo, iniziarono gli scavi. E grazie agli scavi, interrotti e ripresi più volte, sembrò ad un certo punto realizzarsi il sogno
di ogni filologo: una villa romana ad Ercolano praticamente integra, con casse piene di papiri inediti. Lo stupore
e l’estasi lasciarono ben presto però posto all’amarezza
della delusione: il materiale era sì illeso, ma letteralmente
cotto dal calore del fuoco, spiegazione del perché appaiono di colore nero. Con l’aiuto della chimica e dell’ingegno
degli studiosi, si è riusciti a srotolare i papiri, con enorme
difficoltà, dal momento che, anche quelli nelle condizioni
migliori, perdevano dei brandelli importanti agli angoli del
rotolo, disperdendo così porzioni di testo prezioso. I filologi che si accingevano a studiare questi ritrovamenti non
sapevano di andare incontro ad un’ulteriore frustrazione:
tutti speravano di trovare nuovi frammenti dell’eolica Saffo
o del dorico Pindaro, invece si trovarono davanti una serie
di testi filosofici, certamente di valore ma con una difficoltà
intrinseca. Non sono delle dissertazioni filosofiche, ma
delle risposte polemiche che dà Filodemo di Gadara, filosofo epicureo di età imperiale, ai detrattori della sua dottrina: non essendo in possesso delle critiche originarie, il
senso delle parole rimane oscuro. Inoltre, colpisce senza
dubbio un fattore: l’ambito è chiaramente latino, tanto è
vero che la villa in questione apparteneva molto probabilmente alla potente famiglia dei Pisoni, ma i testi ritrovati
sono completamente in lingua greca, e non sono neanche nella biblioteca della casa, ma “imballati” all’ingresso, forse per un trasferimento che fortunatamente non è
avvenuto. A questo punto gli studiosi non possono che
augurarsi che, andando avanti con gli scavi, ora bloccati
a causa delle costruzioni che sono situate praticamente
sopra lo scavo, possa venire alla luce una possibile biblioteca latina. Questi tesori sono conservati alla Biblioteca
Nazionale di Napoli, in un posto particolare: ovviamente
non sono accessibili al pubblico, ma sono gelosamente
custoditi in una stanza, la cosiddetta “Officina dei Papiri” alla quale si accede tramite un percorso tutto interno
alla biblioteca e tenuto celato. L’Officina è chiamata così
perché è stato il primo luogo nel quale gli studiosi hanno
tentato di srotolare i papiri, e proprio lì c’è, grazie al tetto
fatto di vetri, la temperatura ideale affinché la materia non
si decomponga per colpa dell’umidità. Nonostante le immani difficoltà, i papiri tolti dal loro secolare letargo, continuano a regalare a filologi di professione e classicisti la
possibilità di continuare ad imparare dal passato, in una
continuità dialettica tra antico e moderno destinata a non
interrompersi mai.
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FORMAZIONE
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4 - Anno 2015
Tecnologia e frontiere del diritto: a lezione dal prof. Rodotà
Il prof. Stefano Rodotà, in occasione della prolusione da lui tenuta per l’a.a. 2015/2016, ha riflettuto insieme
agli studenti della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tor Vergata sulle sfide che il progresso
tecnologico pone al diritto.
di Serena Berenato
L’intervento ha preso le mosse dall’esperienza di Norbert
Wiener, padre della cibernetica moderna, che, con il suo
L’uso inumano dell’essere umano, dà voce alla preoccupazione per un futuro in cui l’uomo è destinato a trascendersi
e a superare i limiti della sua natura per approdare nel regno dell’ibrido e dell’artificiale, parafrasando il filosofo tedesco Günther Anders (il riferimento è al libro L’uomo è antiquato). È innegabile, sostiene Rodotà, che siamo di fronte
a sistemi dotati di un’intelligenza superiore a quella umana,
capaci di essere autonomi e di compiere scelte sottratte alla
consapevolezza dell’uomo. E tra le molte posizioni che si
possono prendere davanti a questo dato di fatto, il professore suggerisce una “preoccupazione sapiente”.
Il primo interrogativo che un giurista è chiamato a porsi è se
un mondo così nuovo possa essere governato dai vecchi,
cari principi della Rivoluzione francese; la risposta, affermativa, è fornita da una riflessione lucida e puntuale, innervata
da una vigile attenzione alla persona. L’iter argomentativo
parte dall’assunto che il progresso tecnologico migliora la
qualità della vita e apre spazi inesplorati, tanto da parlare di
un nuovo diritto fondamentale, quello alla tecnologia. Vale
la pena ricordarsi, però, ammonisce il professore, che un
diritto consta di due declinazioni della libertà: libertà di e libertà da, e qui si nasconde la risposta sui valori che devono
informare il diritto. Il prof. Rodotà è fermo nel ribadire che
oggi il diritto alla tecnologia inteso come libertà di accesso
ai suoi prodotti non può essere scisso dal diritto a essere liberi dalla tecnologia, per evitare di portare alle estreme conseguenze una libertà morfologica che sempre più
spesso si esercita anche sulle vite altrui. Ancora una volta,
quindi, il valore della dignità della vita umana è il riferimento
dell’impegno a difendere l’interesse a ricevere i benefici di
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pratiche tecnologiche all’avanguardia, tutelando contemporaneamente la persona da indebite intrusioni.
Un altro tema affrontato da Rodotà è quello dello human
enhancement, cioè della possibilità di potenziare la persona umana. Chi potrà accedere a questi servizi? Vi sarà
una distribuzione su base egualitaria oppure avanziamo
con passo deciso verso una società castale, in cui è più
intelligente chi ha potuto comprarsi questa possibilità? È
un quesito non trascurabile, dalla cui risposta dipende la
sorte di un altro valore rivoluzionario, posto alla base della
modernità giuridica: l’uguaglianza. La diversità dell’intelligenza quando è naturale è accettabile, ma non lo è più
nel momento in cui è il denaro a vestire i panni della natura. L’uguaglianza, infatti, non può mai essere degradata, a
meno che non ci assumiamo il rischio, e la responsabilità,
di trovare un valore altrettanto universale che possa sostituirla come base dell’equilibrio della comunità sociale.
L’avanzata della tecnologia pone un problema di identità: il
concetto di persona oggi non può fare a meno del suo corpo virtuale, con un passaggio da Cartesio a Google, come il
professore sintetizza icasticamente. Se è vero che noi siamo i padroni della nostra identità, a noi deve spettare il potere di decostruirla quando vogliamo: da questa esigenza
insopprimibile nascono le sentenze della Corte di Giustizia
europea sul diritto all’oblio.
Il professore, concludendo, mette in guardia dal rischio
maggiore: la deresponsabilizzazione. Il progresso, con le
sue promesse di facili, veloci e perfette soluzioni, spesso
lascia assaporare all’uomo la possibilità di dimenticare i
problemi cui è chiamato a rispondere. La verità, però, è che
non tutti i problemi dell’umano sono risolvibili dalla tecnologia.
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POLIS
N.
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4 - Anno 2015
Novità o ritorno al passato?
Il sistema politico italiano è in trasformazione: nella nuova configurazione di equilibrio sono ancora però
presenti logiche del passato.
di Francesco Saldi
I primi 50 anni circa di storia politica repubblicana sono
stati imperniati su un sistema politico multipartitico. Al centro c’era la Democrazia Cristiana, unica forza politica de
facto legittimata a governare. Vigeva infatti la cosiddetta
conventio ad excludendum, in virtù della quale l’altro grande partito dell’epoca, il Partito Comunista Italiano, doveva
essere tenuto lontano da qualsiasi posizione governativa. La DC veniva sostenuta al governo da altri partiti di
centro-destra, come il Partito Liberale Italiano, o di centro-sinistra, come il Partito Repubblicano Italiano, il Partito
Socialdemocratico Italiano e il Partito Socialista Italiano.
C’erano poi le ali estreme escluse dal governo: a sinistra
il già citato PCI, e a destra i nostalgici del Movimento Sociale Italiano.
Tutto questo è cambiato nei primi anni ‘90, quando in seguito alla discesa in campo di Berlusconi scaturì un sistema
politico totalmente nuovo, non più multipolare ma tendente
a un bipolarismo basato sull’alternanza di governo. Si creò
infatti da una parte uno schieramento di centro-destra, costruito intorno a Forza Italia e alla Lega Nord, e dall’altro
uno schieramento di centro-sinistra, facente riferimento al
Partito Democratico della Sinistra, poi ai Democratici di Sinistra e infine al Partito Democratico. In questo contesto i
partiti di centro avevano un ruolo minoritario.
E oggi? Recentemente sono accaduti molti avvenimenti
che hanno snaturato il sistema politico degli ultimi 20 anni:
la nascita del governo Monti nel 2011, sostenuto da destra a sinistra, lo straordinario successo elettorale del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche del febbraio
2013, l’ascesa in campo di Matteo Renzi come segretario
del Partito Democratico e Presidente del Consiglio, la vittoria dello stesso PD alle europee del 2014 con il 40% dei
voti, e infine la crescita esponenziale della nuova Lega
(Nord?) di Matteo Salvini, che si è ormai sostituito a Silvio
Berlusconi come leader del centro-destra.
Tutti questi ingredienti costituiscono l’embrione di un nuovo sistema politico in pectore. Ma è qualcosa di nuovo o
qualcosa di già visto? Scendiamo più nel dettaglio. Abbiamo un partito di governo, il Partito Democratico, che in
seguito all’ascesa di Mattero Renzi ha eliminato le frange
ancora legate alla vecchia nomenklatura e ha assunto una
prospettiva più liberal. Per molti è diventato de facto un
partito di centro, sostenuto da altri partiti più piccoli, quali
l’Unione Democratica di Centro, Scelta Civica, il Nuovo
Centro Destra.
C’è poi un altro grande partito, il Movimento Cinque Stelle, che è ancora in cerca di una sua precisa fisionomia e
strategia, con proposte anche molto forti come il reddito di
cittadinanza.
Infine abbiamo un nuovo centro-destra imperniato sulla
Lega Nord, su Forza Italia e Fratelli d’Italia. La Lega non
è più secessionista, bensì si rivolge a tutta la nazione con
un’impronta fortemente nazionalista.
E’ ancora presto per giungere a conclusioni definitive. Solo
il prossimo futuro ci potrà dire se il bipolarismo BPBP (Berlusconi - Prodi - Berlusconi - Prodi), sia stato una semplice parentesi nella storia politica repubblicana e se l’anima
politica italiana non sia piuttosto un’anima multipartitica.
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SCIENZA
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4 - Anno 2015
Spunta l’iceberg...ancora no
Pulito, economico e ecologico, il gas naturale è il combustibile più utilizzato per la produzione di energia
elettrica; è la migliore soluzione per il riscaldamento globale?
di Davide Brambilla
“Shale gas”, “metanizzazione”, “fratturazione idraulica”, anche i più lontani dalla geopolitica e dall’industria petrolifera
hanno letto o sentito che, grazie a nuove tecniche, nel mondo
si estrae sempre più gas e petrolio. Ciò ha ridotto il prezzo del
greggio da 100$ a 40$, in 18 mesi. “Grazie” alla svalutazione
dell’Euro (-20% in 18 mesi, contro dollaro) tale beneficio è
attenuato, ma negli Stati Uniti, dove queste riserve non-convenzionali sono sfruttate a pieno regime, la verde costa in
media 80 cent al litro e il gas 2.34$/milione di Btu.
La Commissione Europea stima riserve di gas di scisto, in
Europa, per 16 trilioni di metri cubi[1], ma le reazioni dei paesi
sono controverse. Bandita in Bulgaria e Francia, per il timore
di inquinare le falde acquifere e destabilizzare il sottosuolo, la
fratturazione idraulica sta prendendo piede in Polonia e Regno Unito, con l’autorizzazione alle esplorazioni. Dopo i primi
test di fattibilità in Emilia Romagna, nel 2011, l’Italia ha spento
gli entusiasmi, sia per l’alta densità abitativa che i rischi idrogeologici.
Effetti nel settore energetico Usa
Non solo i prezzi competitivi stanno facendo chiudere centrali
termoelettriche a carbone passando al gas. Vengono adottate anche nuove e sempre più stringenti regole sulle emissioni:
la più recente è Clean Power Plant, del 3 agosto. Si unisce
poi un coro di giornalisti “scienziati per un giorno”, pronti a
decantare quanto il gas naturale sia pulito.
“Il gas è pulito”
Nulla di sbagliato, se guardiamo alla formula di combustione
del metano CH4, il principale composto del gas naturale:
CH4 + 2O2 → CO2 + 2H2O + 50 MJ/kg
ogni molecola di metano reagisce con due molecole di ossigeno, trasformandosi in anidride carbonica (CO2), 2 molecole di acqua (H2O) e soprattutto liberando calore (50 MJ/kg)...
la parte che più interessa a investitori, consumatori e turbine,
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per avere un buon rendimento.
Tale calore sprigionato, per chilogrammo di combustibile, è
superiore alla benzina, 44 MJ/kg e al carbone, 33 MJ/kg. Libera quindi meno CO2 del carbone, né ossidi di zolfo, nocivi
per la salute e corrosivi per gli impianti. Questo vale finché
tutto il gas estratto viene bruciato, ma non sempre accade.
Infatti, la piccola molecola di metano, l’idrocarburo più leggero, nella strada verso i fornelli di casa o la centrale, può
“scappare”, liberarsi nell’atmosfera e contribuire al riscaldamento globale quanto 100 molecole di CO2.
ad esempio
Una ricerca condotta dall’EDF (Environmental Defence
Fund) nel Barnett Shale, il più ampio giacimento di gas naturale in America del Nord, sta dimostrando che le “fughe
di gas”, nelle attività di produzione, raccolta e trasmissione,
sono 46200 kg CH4/ora, superiori alle stime fornite da EPA
(31000), EDGAR (10800). Il dato più significativo riguarda le
stazioni di compressione per raccolta del gas: sono responsabili del 40% delle perdite!
...quindi?
inodori, incolori, ma non indolori, queste emissioni chiedono
uno sforzo legislativo[2] e tecnico serio. Con questo breve
articolo e l’illustrazione a colori gentilmente realizzata da Roberta Cicognini, non si vuole difendere l’industria del carbone, o il nucleare, né demonizzare il gas naturale: è una risorsa preziosa, che verrà sempre più utilizzata. Quando però un
attore politico sceglie una fonte di energia su un’altra, deve
analizzarla in maniera critica, lungo tutta la filiera, per evitare
che i benefici siano sepolti dai costi ambientali nascosti.
I produttori sanno bene che ogni molecola di metano dispersa
è una molecola invenduta e si studiano modi per contenere
questo. Ma ognuno di noi, la “società civile”, può incoraggiare
i marinai e ‘l capitano ad aggiustare la rotta, prima di incontrare l’iceberg... sta a tutti noi prenderci cura della casa comune!
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RUBRICA SU ROMA
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Le istituzioni aperte ai cittadini: i Concerti del Quirinale
Si è aperta con musiche di Mozart la stagione 2015/2016 dei Concerti del Quirinale di Rai Radio3, alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella.
di Pietro Cutaia
Domenica 18 ottobre è stata inaugurata la sedicesima stagione dei Concerti alla Cappella Paolina, una proposta di
Rai Radio3 in collaborazione con Rai Quirinale. Alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i
Solisti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai hanno
magistralmente eseguito il Quartetto per archi n. 21 in re
maggiore KV 575 (Quartetto Prussiano n. 1) ed il Quintetto
in la maggiore KV 581 (Stadler-Quintett), entrambi composti da Wolfgang Amadeus Mozart nel 1789. I concerti sono
stati trasmessi alle ore 11:50 in diretta su Radio3 e Rai5 e
attraverso i collegamenti Euroradio in molti paesi d’Europa.
Da sempre sede degli appuntamenti domenicali di Radio3,
la prestigiosa Cappella Paolina al Palazzo del Quirinale ha
ospitato anche il concerto inaugurale della nuova stagione
concertistica. Questa fu edificata nell’ambito del progetto di
papa Paolo V Borghese (1605-1621) teso a fare del Quirinale una funzionale sede alternativa ai Palazzi Vaticani. La
volta della Cappella, esemplata su quella della Sala Regia
in Vaticano, fu interamente rivestita da una raffinata decorazione in stucco dorato. Le sue pareti, invece, erano originariamente rivestite di damaschi rossi, sostituiti solo nel 1818
dagli affreschi a monocromo tuttora conservati.
Come ha ricordato il Direttore di Radio3 Marino Sinibaldi,
“fin dalla loro prima edizione nel 2001, i Concerti del Quirinale sono nati con un solido principio ispiratore, quello dell’apertura.” Anzitutto l’apertura ai cittadini del Palazzo che sin-
tetizza l’appartenenza ad una collettività che in questo arco
di tempo ha, tra l’altro, festosamente celebrato i suoi 150
anni. Inoltre, è diventata più aperta la possibilità stessa di
ascoltare i Concerti: non più solo attraverso le onde della radio nelle consuete dirette domenicali, ma anche nelle molte
piattaforme che l’era digitale mette a disposizione. Lo streaming, il podcast e le varie forme di fruizione differenziata
hanno non solo allargato la platea, ma avvicinato i Concerti
ad un pubblico diverso e certamente più abituato a tecnologie innovative. Questo è solo un esempio di come la cultura
digitale possa avvicinare i cittadini alle istituzioni.
Ormai prossimi al festeggiamento del loro sedicesimo anniversario, i Concerti del Quirinale sono diventati una nuova tradizione per tutti coloro che seguono con attenzione
e passione la musica. Da ottobre a giugno, la domenica
mattina, i Concerti offrono un’occasione di incontro con i
momenti più vitali della ricerca musicale del nostro paese.
Senza pregiudizi e rigidi confini, la programmazione ha spaziato dal repertorio classico a quello medievale, dal barocco
alle più interessanti e raffinate forme di espressione contemporanea, dal patrimonio etnico e popolare alla musica
d’improvvisazione, avendo messo in scena il recupero di
strumenti antichi e proposto repertori inaspettati. La stagione 2015/2016 prosegue dunque un progetto ormai consolidato, che ha acquistato considerazione e visibilità anche
fuori dall’Italia.
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