NOVEDAD DEL CRISTIANISMO PARA LA PEDAGOGÍA
DESDE LA PERSPECTIVA DE LOS PADRES DE LA IGLESIA
(S. AGUSTÍN)
Angelo di Berardino
Instituto Patrístico Agustinianum, Roma
Ringrazio sentitamente gli organizzatori di questo convegno qui a Valencia
sull’educazione cristiana nel momento presente. L’argomento che mi è stato suggerito dagli organizzatori riguarda l’antichità cristiana ed in particolare
sant’Agostino. Una piccola premessa metodologica. Oggi facciamo sempre
più ricorso ai Padri della Chiesa e alla loro esperienza cristiana nel mondo
giudaico e poi specialmente in quello pagano dell’antichità. La semplice riproposizione dei loro testi e del loro pensiero può nuocere sia a loro che a noi.
Molto importante per noi è il ricorrere alle proprie radici, ma esso va fatto
con competenza e discernimento con la conseguente traduzione nel nostro
mondo del loro mondo. Conoscere il nostro passato significa comprendere il
nostro presente. Non è possibile comprendere la storia dei nostri paesi e le sue
espressioni più alte della filosofia, dell’arte e della letteratura senza tener conto
di quanto fu fatto e proposto in quei secoli. Quello che dei Padri della Chiesa
dobbiamo ritenere soprattutto è lo spirito, il metodo ed anche certi risultati
raggiunti in quel tempo. Naturalmente i risultati nell’ambito della fede vanno
custoditi con zelo e amore, perché ancora veniamo educati alla fede che essi
hanno formulato.
Cosa dire della pedagogia patristica? La prima risposta potrebbe essere
molto sbrigativa. Non è esistita una pedagogia patristica. Il termine moderno
di pedagogia deriva dal greco paidagogeo (insegnare istruire). Il termine paidagogia esisteva nel greco antico, ma significava altra cosa. Indicava l’ufficio
e l’attività del paidagogòs (pedagogo), termine reso in latino in paedagogus1.
Questo termine aveva tutt’altro significato rispetto a quello moderno. Non è
facile tradurlo nelle lingue europee, perché ogni nostro vocabolo rende di più
o di meno di quello che significava allora. Esso suppone il contesto di una società aristocratica, che utilizzava gli schiavi o persone di servizio per “guidare il
1
Cfr. Oxford Latin Dictionary, ed. 1968, p. 1281.
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Angelo di Berardino
bambino”. Questi apparteneva alla categoria delle persone libere, ma non era
ancora sui iuris, cioè non era indipendente da un’autorità paterna o tutoriale.
Il pedagogo invece normalmente era uno schiavo della famiglia. Nel periodo
imperiale romano la sua funzione era quella di aiutare, guidare, proteggere il
bambino. Collaborava anche con lui nella sua crescita e nella sua educazione.
Quintiliano parla della paedagogorum custodia2 per l’educazione dei ragazzi insieme ai maestri e ai genitori (Cfr. Marrou, SC 70, p. 15). Il termine pedagogo
era stato usato anche da Paolo. In un testo distingue le funzioni del padre e del
figlio (), in un altro considera la Legge mosaica con funzione di pedagogo per
condurci a Cristo (Galati 3,24-25): “Così la legge è per noi come un pedagogo
che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è
giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo”. Noi non siamo più sotto
la Legge antica con la venuta di Cristo, come il minorenne, quando raggiunge
la maggiore età, non è più sotto i pedagoghi. Prima invece, scrive Paolo, “per
tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; 2ma dipende da tutori e amministratori,
fino al termine stabilito dal padre” (Galati 4,2s).
Il nostro concetto di pedagogia potrebbe parzialmente rispondere al contenuto della paideia (
). Questa consisteva in un processo educativo che
portava al controllo di sé e ad essere un buon cittadino nella civitas (nel senso
di polis) socio-politica, della kalos kai aghathos.
Alla domanda fatta poco sopra si potrebbe aggiungere un’altra risposta
più articolata. La paideia cristiana è conseguenza di una nuova concezione
dell’uomo nell’ambito del creato e del secolo presente. Il termine paideia si
trova anche nel corpus paolino (Ef. 6,4; 2Tim 3,16; Heb.). La Lettera agli
ebrei parla della paideia di Dio che ci educa, diversa dalla paideia della Legge
(GLNT 9,179-185), la quale consiste nel riprendere e castigare come espressione dell’amore paterno di Dio. La Lettera agli Efesini, nel contesto delle
virtù famigliari, esorta i genitori al dovere di educare i figli: “
”. Nella Vulgata: educate illos in disciplina et
correptione Domini. L’espressione viene tradotta variamente nelle lingue moderne. In italiano: E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nella
disciplina [paideia] e nell’ammonizione del Signore” (6,4). Ho visto diverse traduzioni in traduzione spagnola. La migliore mi è sembrata quella detta Nueva
Versión Internacional: críenlos según la disciplina e instrucción del Señor. “Questa formula contiene la regola fondamentale di tutta l’educazione cristiana. Il
2
Institutiones Oratoriae 1,2,25.
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45
genitivo kyriou è soggettivo; cioè l’educazione è quella che il Signore opera per
mezzo del padre, il quale deve far ricorso a tutti i mezzi educativi a sua disposizione, compressi quelli profani” (GLNT 186). Nei testi cristiani si parla della
paideia di Dio, la paideia di Cristo.3
La pedagogia di tutta l’antichità cristiana non è neutra e imparziale; non
è una pedagogia per la formazione umana ad essere soltanto un buon cittadino nella civitas terrena. Essa riguarda l’uomo creato e rigenerato dalla grazia;
l’uomo storico che vive nel suo tempo. Pertanto quella proposta dai cristiani è
duplice. Da una parte insegna a formare l’uomo per vivere nel tempo presente,
nel saeculum, da un buon cittadino con onestà e rispetto per tutti, specialmente verso le autorità. Spesso gli scrittori cristiani, già a partire dal capitolo
XIII della Lettera ai romani e dalla Prima Lettera di Pietro, esortano ad un
comportamento rispettoso verso tutti. Anzi gli apologisti mettono in rilievo
il loro atteggiamento di accettazione delle leggi umane, del pagamento delle
tasse e dell’osservanza di ogni prescrizione, come pure la loro preghiera per
le autorità. Clemente Alessandrino parla anche degli atteggiamenti ordinari
della vita sociale. La duplice dimensione dell’educazione cristiana è messa in
rilievo dell’autore della Lettera a Diogneto alla fine del secondo secolo.4
Tale pedagogia non è separabile dalla protologia e dall’escatologia; in altre
parole non si può separare la dottrina della creazione, della redenzione e della
speranza finale a cui l’uomo è stato destinato. Di tutto ciò si rende ben conto
un grande educatore cristiano, Clemente Alessandrino. Era un presbitero che
dedicò tutta la sua vita ad educarsi ed educare gli altri, anche negli aspetti del
Cf W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca, La Nuova Italia, Firenze, 1977.
V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri
uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un
genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi,
né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città greche
e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel
resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5. Vivono nella
loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come
stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella
carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel
cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da
tutti vengono perseguitati. 12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono
disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. 15. Sono ingiuriati e
benedicono; sono maltrattati ed onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori;
condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e
dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio”
3
4
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Angelo di Berardino
vivere sociale. Scrisse un’opera intitolata precisamente il Pedagogo, e questo pedagogo è (paidagogòs) è Cristo, che si rivolge ai dei convertiti che vivono nella
chiesa. La sua funzione è triplice secondo la distinzione iniziale: “Nell’uomo si
possono distinguere tre cose: le costumanze, le azioni e le passioni” (I,1,1). In
relazione ad esse il Logos è protrettico (esortatorio), è consigliere e guida. “Le
azioni tutte poi sono regolate dal Logos consigliere e le passioni sono curate dal
Logos consolatore. Questo Logos è uno solo, è tutto lo stesso. Egli strappa l’uomo dalle abitudini mondane in mezzo alle quali è cresciuto e lo guida all’unica
salvezza della fede in Dio. Pertanto la celeste guida, il Logos, quando ci esortava alla salvezza ebbe il nome di Protrettico […] Ma ora, avendo nel tempo
stesso l’uno e l’altro ufficio: quello di curare e quello di consigliare; seguitando
la sua opera, consiglia coloro che ha già convertiti, principalmente promettendo la guarigione delle passioni che sono in noi. Gli diamo il solo nome di
Pedagogo, che ben gli conviene. Il pedagogo infatti si occupa dell’educazione
o della istruzione. Il suo scopo è quello di migliorare l’anima non di istruire;
la introduce alla vita virtuosa e non alla vita della scienza” (I,1,3-4).
La preoccupazione delle prime generazioni cristiane non era presentare
una nuova concezione pedagogica per la formazione culturale dei ragazzi e
dell’uomo. Ma la conversione alla fede in Cristo di tutti, in quanto la caratteristica della “nuova” religione era destinata a tutti. I cristiani venivano accusati
di essere hesterni, cioè di ieri e senza una lunga storia alle spalle, e quindi il loro
insegnamento non era valido. Siccome il criterio di verità e di moralità di una
dottrina o del culto era l’antiquitas, i cristiani, che si rifacevano a Gesù Cristo
vissuto sotto Tiberio, erano costretti ad appellarsi ad una lunga storia, quella
dell’AT, e nello stesso ad invitare glia avversari alla ragione, al logos.
I cristiani dei primi secoli della nostra era non hanno istituito scuole e non
pensavano di aprire delle scuole per i loro figli. Questi frequentavano quelle
pubbliche con difficoltà e precauzione. perché l’insegnamento era strettamente connesso con la religione e la cultura pagana. I ragazzi, battezzati o in attesa
del battesimo, assimilavano nella scuola la religione e i costumi pagani: un
modo di pensare e di agire difforme dalle esigenze della vita cristiana. La loro
vita in una scuola pagana non era facile, come testimonia Tertulliano nel De
spectaculis e il ben conosciuto graffito del Palatino, a Roma scoperto nel 1857
nel Paedagogium del complesso del palazzo di Domiziano, sottostante l’esedra
della facciata della domus augustana. Era una scuola destinata in particolare
alla formazione personale imperiale proveniente verosimilmente da classi sociali medioalte. Nel graffito viene rappresentato, come si interpreta normalmente, un animale crocifisso con testa di asino, con una persona in gesto di
venerazione e con la scritta “Alessameno adora Dio”. Se è vera l’interpretazione
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dell’irrisione di un studente cristiano frequentante una scuola pagana, possiamo immaginare la difficoltà del ragazzo stesso a sopportare la differenza
e l’insulto dei suoi compagni. Il peso della diversità era troppo grande per
Alessameno. Si richiedeva coraggio da lui e dalla sua famiglia. Non solo la diversità era un grande e difficile peso da sopportare, ma anche il pericolo della
persecuzione e la morte in caso di una denuncia. Ritornerò sul tema, parlando
della formazione cristiana.
Solo nel periodo tardo hanno cominciato a impartire un insegnamento
con scuole cristiane. Il problema educativo però restava al centro dell’attenzione della formazione dell’uomo cristiano, il cui pedagogo vero era Cristo. La
frequentazione delle scuole pagane, anche nel quarto secolo, creava apprensione nelle famiglie, perché i ragazzi assimilavano la cultura pagana e la mentalità
pagana. Basilio di Cesarea di Cappadocia si sente in dovere di elaborare alcuni
criteri per aiutare i ragazzi e le famiglie cristiane.
Quando si parla di scuole cristiane (scuola di Alessandria, di Antiochia,
di Nisibi o di Edessa), esse sono per l’insegnamento superiore dell’esegesi e
della teologia. Un tardo autore cristiano, l’africano Giunilio, scrisse anche un
manuale scolastico nel sesto secolo, Instituta regularia divinae legis. L’autore
dichiara di esse resi ispirato a Paolo di Nisibi ed espone, a forma di domande
e risposte gli elementi per l’interpretazione biblica.
Vorrei svolgere il mio tema sotto due prospettive: una di carattere generale
sulla formazione cristiana antica e quindi sull’educazione religiosa e l’altra
con attenzione speciale rivolta ad educatore quale fu Agostino prima come
docente, poi come teorico dell’educazione e poi come pastore in una vivace
città portuale.
I
La pedagogia cristiana nasce dalla concezione dell’uomo che i cristiani
hanno proposto nel momento stesso che hanno cominciato la loro missione
di diffusione della Parola di Gesù sia nel mondo greco-romano che oltre i confini dell’impero romano, specialmente nei paesi orientali (Armenia, Etiopia,
Nubia, Persia, ecc.). La preoccupazione, seguendo l’insegnamento del Nuovo
Testamento, era quella di far nascere l’uomo nuovo; di restaurare l’immagine
di Dio che si era offuscata con il peccato. Lo sviluppo della piena umanità, il
recuperare se stessi nella purezza originale, comportava un cammino di purificazione e di adesione alla “pienezza di Cristo” Il capitolo quarto della Lettera agli Efesini è ricco di insegnamenti, che ispirarono i Padri della Chiesa.
Numerose espressioni vengono riprese, sviluppate e applicate alla situazione
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Angelo di Berardino
concreta dei cristiani e alla loro formazione. L’autore parala di una perfezione
da raggiungere in cristo e per mezzo di cristo: “E così si costruisce il Corpo di
Cristo, fino a quando tutti assieme arriveremo all’unità nella fede e nella conoscenza del Figlio di Dio, finché tutti diventeremo uomini perfetti nella misura
dell’età che realizza la pienezza di Cristo (Efesini 4, 13). Cosa significa e chi è
l’uomo perfetto?
La Lettera agli Efesini afferma: “Dovete deporre l’uomo vecchio con la
condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e
dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo,
creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (4,22-24). L’autore esige
che è un obbligo far nascere l’uomo nuovo. Un altro testo del NT invece afferma che tale nascita è già avvenuta: “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le
sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza,
ad immagine del suo creatore” (Col 3,9- 10). Una contraddizione? No: una
prospettiva diversa.5 Il battezzato già si è spogliato dell’uomo vecchio e già si è
rivestito di Cristo nel battesimo. Questo passaggio è avvenuto, già compiuto
come opera di Dio, ma esso è ancora da compiersi come opera nostra. Un altro elemento ci aiuta a vedere più da vicino la prassi cristiana antica, e quindi
la novitas christiana, è la concezione del battesimo come una nuova nascita.
Tale dottrina solo abbozzata nella lettera ai Romani (c. 6) è formulata nell’ambito della teologia battesimale; essa viene sviluppata nella lettera ai colossesi,
sempre in contesto battesimale (c.3), dove leggiamo:”siete uomini nuovi, e
Dio vi rinnova continuamente”(3,10).6
Orbene qui siamo di fronte a due teologie: l’una mette l’accento sulla rinascita e l’altra sulla morte e risurrezione; ambedue possono invocare precisi testi
biblici, ma il motivo di fondo è lo stesso, cioè tendente a proporre l’ideale di
un uomo diverso da quello della condizione presente, di una umanità diversa,
che può essere qualificata con vari aggettivi: nuova, restaurata, rigenerata, ecc.
L’aggettivazione è strettamente connessa all’escatologia o alla protologia. Il
Ladner fa notare che le idee di conversione religiosa e di rigenerazione spirituale dell’individuo attraverso il battesimo sono strettamente connesse, ma
non identiche, con l’idea cristiana di riforma; ma mentre la rigenerazione bat-
5
La stessa presentazione vale per ‘un’altra espressione “rivestirsi di Cristo”. “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo!” (Rm 13,14); mentre altrove appare come avvenuto nel battesimo: “Quanti siete stati
battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27).
6
Cfr. B. Rey, L’homme nouveau d’après S.Paul: RSPhT 48(1964)603-629; 49(1965)161-195.
L’autore -p.161ss- scrive che questa dottrina raggiunge la sua massima profondità nel capitolo secondo della lettera agli Efesini.
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tesimale è istantanea e irripetibile, la conversione invece suppone una durata
e una ripetizione7. E Tertulliano adopera il termine reformari per indicare la
rinascita battesimale.8
Ora tutte queste concezioni presuppongono oltre ad un discorso su Dio
(cioè una teologia), anche un discorso sull’uomo (un’antropologia).9 Ancora
un altro elemento è importante per capire tutta la iniziazione cristiana antica:
l’ecclesiologia, e più precisamente la Chiesa concepita come madre feconda e
attenta all’educazione dei suoi figli. La maternità della Chiesa si manifesta pienamente nel battesimo. Per i Padri il simbolismo è una forma di linguaggio;
in genere per gli antichi l’immagine non è una mera rappresentazione astratta
della realtà, ma la forma della realtà stessa; il simbolo partecipa dell’essenza
della realtà.10 Con questa precisazione possiamo capire l’ampio uso che i Padri
fanno delle immagini; in concreto essi presentano la Chiesa con l’immagine
di donna, di sposa e di madre,11 immagine del resto ampiamente usata già nel
NT (cfr. Rom 7,2-4; Ef.5,25-27, Ap. 12,4-7).
Il Delahaye fa osservare che questa immagine viene usata dagli scrittori dei
primi tre secoli nelle opere destinate alla stessa comunità cristiana, omelie, catechesi, opere di carattere esegetico.12 “L’Ecclesia si costituisce a partire da due
popoli: quello dei giudei invitati a riconoscere il compimento delle promesse
fatte a Israele, e quello dei gentili anch’esso chiamato, senza distinzione di
razza, di lingua o di nazione, a partecipare agli stessi frutti della salvezza. Ma
per aver accesso al Regno di Dio, gli uni e gli altri devono rinascere ad una vita
nuova, passando per la morte del battesimo, che li introduce alla vita eterna.
La funzione materna specifica della Chiesa è quella di partorirli a questa nuova
vita e di sostentarli fino al momento del possesso definitivo. Durante questi
primi secoli, allorché il battesimo e martirio si succedono a breve scadenza o
Cfr.G.B.Ladner, The idea of Reform. Its Impact on Christian Thought and Action in the Age
of the Fathers, Cambridge(Mass.), 1959, p.32.
8
Cfr. Ladner, o.c.,p.135.
9
Sarebbe interessante uno studio attento della concezione dell’uomo che soggiace a tutta l’antica
iniziazione cristiana e ai suoi riti.
10
Cfr. M.-L. Thérel, Les symboles de l’ “Ecclesia” dans la création iconographique de l’art chrétien
du IIIe au VIe siècle, Paris 1964, p.4s; cfr.s.v. eikon: TWNT 2,378-396; J. Plumbe, Mater Ecclesia.An
Inquiry into the Concept of the Church as Mother in early Christianity, Washington 1943; cfr specialmente l’opera di Delahaye nella nota seguente. Per altri aspetti connessi con il linguaggio simbolico
cfr. F. Bergamelli, Il linguaggio simbolico delle immagini nella catechesi missionaria di Teofilo di Antiochia: Salesianum 41(1979)257-297.
11
Cfr. Y.Congar, prefazione a K. Delahaye, Ecclesia Mater chez les Pères de trois premiers siècles,
Paris 1964,p.10.
12
cfr.o.c. pp.73-74.
7
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Angelo di Berardino
anche si confondono, l’aspetto soteriologico ed escatologico è caratteristico
dell’insegnamento offerto ai catecumeni durante la loro iniziazione. La Chiesa
viene presentata come la Madre che dona la vita “liberandoli” dalla schiavitù
del peccato e del mondo”.13
Agostino dirà più tardi: christianos non facit generatio, sed regeneratio (De
pecc. meritis et remis. 3,9: PL 44,196); questo era il pensiero di tutta la tradizione anteriore. Giustino scrive: “Poiché nella prima generazione nascemmo di necessità ignoranti...e crescemmo con cattive abitudini e perverse inclinazioni, affinché non rimaniamo figli della necessità e dell’ignoranza, ma
dell’elezione e della intelligenza e otteniamo la remissione dei peccati prima
commessi, s’invoca nell’acqua su colui che ha deliberato di rigenerarsi e s’è
pentito dei peccati il nome di Dio Signore e Padre “(I Apol.61).
Tertulliano insiste proprio su questa distinzione delle due nascite: De vestris sumus: fiunt, non nascuntur christiani (Apol. 18,4: CCL 1,118); Non es,
quod sciam, christiana. Fieri enim, non nasci solet christiana (De test. an.1,7:
CCL 1,170). L’anima cioè non è cristiana originariamente, ma lo diventa con
la fede e il battesimo - deve rinascere -, dopo aver abbandonato il peccato e
il culto pagano.14 Tutto ciò implica che la fede cristiana non è qualcosa di
normale, di comune a tutti, di naturale, ma si acquista. Inoltre non è solo conoscenza intellettuale, ma coinvolge l’uomo nel suo essere più profondo, nel
senso che la prima generazione non è del tutto significativa per lui, ma è necessaria un’altra nascita, quella spirituale, nel seno della Ecclesia mater. Inoltre
il concetto di nascita-rinascita implica il senso del tempo: una crescita lenta e
progressiva fino alla completa maturazione. Pertanto l’Ecclesia non può non
essere iniziatrice, per usare un termine che i Padri del II e III secolo avrebbero
rifiutato, non quelli del IV.15 Per questo motivo la Chiesa mette in atto tutta
una serie di istituzioni e di iniziative per generare questo uomo nuovo.
Agli inizi del terzo secolo, ma anche nel secolo seguente, normalmente si
nasceva pagani – una grande minoranza della popolazione era giudaica, che
aveva la propria libertà e indipendenza di culto. Per conoscere la religione
pagana e vivere da pagani non era necessaria frequentare lezioni o corsi: era la
frequenza alla scuola, la lettura dei testi letterari e la semplice partecipazione
alla vita sociale famigliare, sociale e politica formavano alla religione pagana. Non esistevano scuole o catechesi per l’insegnamento o l’apprendimento
M.-L.Thérel, o.c.,p.16. Cfr. H. Fries, in Mysterium Salutis, vol.IV,1, Brescia 1972,p.276.
Cfr. C.Tibiletti, De testimonio animae, 1959,p.113s
15
Cfr. P.-M. Gy, La notion chr‚tienne d’initiation. Jalons pour une enquˆte : La Maison-Dieu
132(1977)33-54; H. Bourgeois, L’Eglise est-elle initiatrice: ibidem 132(1977)103-135.
13
14
Novedad del cristianismo para la pedagogía
51
del paganesimo. Si apprendeva maggiormente dal vissuto quotidiano. Anche
nell’ambito della famiglia si svolgeva un culto, i sacra privata, dove i membri
giovani apprendevano il culti, i miti e i riti. La religione riguardava solo il
culto e i miti, che i teologi cantavano nei vari santuari. Non riguardava l’etica,
che era compito della filosofia insegnare.
Qui si pone una prima differenza tra l’educazione cristiana e quella pagana. Questa mirava alla totalità dell’uomo sia se veniva impartita nelle scuole di
catechesi che nelle esortazioni durante le celebrazioni liturgiche. La pedagogia
cristiana si adatta alle singole persone e ai diversi momenti della loro vita. Origene spiega al pagano Celso cosa facevano i cristiani: “I filosofi che discutono
in pubblico non dividono gli uditori in classi, ma chiunque ne ha voglia si
ferma ed ascolta; i cristiani invece, per quanto è possibile, in un primo tempo
sperimentano le anime di quelli che desiderano essere uditori e le preparano
in particolare una per una; allorché gli uditori, prima di entrare nella comunità, sembrano essersi dedicati sufficientemente alla volontà di vivere la vita
secondo il bene, allora soltanto permettono loro l’ingresso. Essi fanno a parte
una classe di coloro che cominciano di recente, che hanno avuto una prima
istruzione, e non ancora hanno ricevuto il simbolo dell’avvenuta purificazione
(battesimo); quindi, un’altra classe di quelli che secondo la loro possibilità
hanno dimostrato la loro decisione di non voler altro, se non ciò che vogliono
i cristiani. E fra i cristiani vi sono taluni, incaricati di indagare sulla vita e sulla
condotta degli aspiranti alla comunità cristiana, al fine di impedire l’accesso
nello loro comunità agli uomini colpevoli di peccati infamanti, e di accogliere
invece quelli che tali non sono con tutto l’animo, per farli migliori di giorno
in giorno” (Contra Cels. 3,51). “Quando poi in mezzo a quelli che abbiamo
chiamato ed esortato alcuni hanno fatto progressi e si mostrano purificati in
grazia del Verbo, vivendo per quanto è possibile una vita migliore, solo allora
noi li chiamiamo ai nostri segreti (o.c. 3,59).
La concezione della rinascita spirituale comporta tutta una struttura del
periodo prebattesimale e postbattesimale, che si elabora lentamente a partire
dalla prima missione cristiana. Tertulliano, proprio all’inizio del De baptismo,
scrive che “noi siamo dei pesciolini che nasciamo nell’acqua in conformità
a Gesù Cristo, il nostre Pesce, e soltanto rimanendo nell’acqua possiamo
salvarci”(1,3). La concezione del battesimo come rinascita spirituale diventa
corrente già verso la fine del primo secolo;16 viene ampiamente utilizzata dagli
apologisti nel corso del II e poi nella teologia del III secolo. Il testo biblico di
16
Cfr. J.Ysabaert, Greek Baptismal Terminology, Nijmegen 1962,p.149.
52
Angelo di Berardino
riferimento è Giovanni. 3,5: “nessuno può entrare nel regno di Dio se non
nasce da acqua e Spirito”. Tale passo è frequentemente ricordato, anzi il più
citato dal vangelo di Giovanni.17 A volte, anche se meno sovente, è presente
anche l’altra concezione del battesimo come illuminazione.
Ora una simile opera evangelizzatrice presuppone un tempo; molti testi
di questo periodo, soprattutto di provenienza apocrifa, accennano a questa
attività catechetica prebattesimale, che si svolge nell’intimità delle case private, per cui è stata denominata Hausmission.18 I testi pseudo-clementini fanno
capire dell’esigenza di un tempo per l’istruzione (Hom. Clem. 3,73; 11,35;
13,9; Recogn. 3,67). L’ultima citazione, dalle Ricognizioni, accenna ad una
istruzione di tre mesi, prima di iniziare il periodo immediato precedente il
battesimo. Tuttavia non si è eccessivamente rigidi, anzi si attribuisce grande
importanza alla grazia battesimale: “Se volete diventare il vestito dello spirito
divino, affrettatevi a spogliarvi della vostra sordida presunzione, che è uno spirito immondo e un vestito lordo. Non potete liberarvi di queste cose, se prima
non vi fate battezzare nelle buone azioni” (Hom. Clem. 8,23).
La formazione riguarda tutto l’essere umano, come osservare Ireneo di
Lione: “Poiché l’uomo è un vivente, composto di anima e di corpo, bisogna
operare secondo queste due componenti e poiché le occasioni di caduta provengono da entrambi le parti, c’è una santità del corpo, che è continenza da
tutte le cose invereconde e da ogni azione iniqua, e una santità dell’anima che
conserva intatta la fede di Dio senza aggiungere o togliere nulla” (Epideixis 2,
trad. Peretto). La formazione comportava non solo imparare a conoscere le
esigenze della morale cristiana, ma doveva dare anche una prova di una testimonianza vissuta, soprattutto nell’aspetto operativo della carità. Origene accenna specificamente ad essa, parlando di persone che svolgono proprio questo compito di vigilanza e di controllo: “Fra i cristiani vi sono taluni, incaricati
di indagare sulla vita e sulla condotta degli aspiranti alla comunità cristiana, al
fine di impedire l’accesso nella loro comunità agli uomini colpevoli di peccati
infamanti” (Contra Celsum 3,51, trad. Colonna). In altre parole si cercava
un sistema di garanzie. L’educazione alla fede cristiana è un’opera amorosa e
generosa, alla quale ogni credente perfetto è chiamato a dare il suo contributo:
“Gli imperfetti...e quelli che incominciano appena ad istruirsi per la salvezza,
Cfr. I. de La Potterie, in: I. de la Potterie-S.Lyonnet, La vita secondo lo Spirito condizione del
cristiano, tr.it., Roma 1967, pp. 35-43; C. Nardi, Il battesimo in Clemente Alessandrino. Interpretazione di Eclogae propheticae 1-26, Roma 1984, p.64ss.
18
Cfr. A.Seeberg, Die Didache des Judentums und die Urchristenheit, Leipzig 1908, p.86s; per i
testi cr. A.Turck, Aux origines du catéchumenat: RSPhT 48(1964)20-31, spec. 25ss.
17
Novedad del cristianismo para la pedagogía
53
sono portati e formati, come nel seno d’una madre, dai più perfetti finché
siano partoriti e rigenerati per la grandezza e bellezza della virtù; e, divenuti
per i loro progressi anch’essi Chiesa, cooperano alla nascita e all’educazione di
altri figli, come una madre, realizzando nel loro seno la volontà purissima del
Logos” (Metodio d’Olimpo, Simposio III,8).
Da quanto abbiamo detto possiamo trarre alcune osservazioni di carattere
generale: attraverso una serie di istituzioni si cercava di strutturare una nuova
personalità, un nuovo io; ciò comportava un abbandono o taglio netto non
solo con la vita anteriore, ma anche, in qualche modo, con la collettività precedente, per creare una nuova solidarietà e un inserimento in un nuovo popolo, con una storia nuova a carattere universale. Da una parte la solidarietà con
Israele e la sua storia, dall’altra una distinzione da essa come tertium genus. Si
parla di nuovo popolo, nuovo Israele, gli ultimi tempi: aggettivi che tendono a
mettere in rilievo questa nuova solidarietà, questa nuova appartenenza, questo
nuovo IO collettivo.
Inoltre bisognava assumere un nuovo codice di comportamento pubblico e privato; ed anche un nuovo linguaggio. In altre parole tutto tendeva al
cambiamento del sé, a creare un nuovo io, non tanto al cambiamento degli
altri, anche se questo aspetto era una naturale conseguenza del desiderio di
partecipare ad altri la propria novità.
Essendo i cristiani del III secolo in una condizione di insicurezza e di minoranza, vengono favorite la coesione interna e la scelta e formazione dei nuovi membri. Si dà importanza al discernimento umano, dei responsabili della
comunità, ma anche alle indicazioni divine. Tutto tende ad acuire la coscienza
dell’appartenenza, che accentua l’aspetto dell’esclusione sia degli estranei che
degli stessi cristiani non aventi lo stesso credo o la stessa prassi.
In un’epoca desiderosa di salvezza,19 i cristiani accentuano l’esclusivismo
salvifico, per cui sostengono che non c’è salvezza al di fuori dell’unica chiesa
cattolica. L’insistenza sulla salvezza nella chiesa da una parte stimola i fedeli
all’attività missionaria, dall’altra risveglia negli altri il bisogno di convertirsi.
Questo comporta una più attenta selezione degli aspiranti e conferisce maggiore importanza al battesimo sia come punto di approdo della vita precedente che come punto di riferimento di quella successiva.
Il battesimo è atto iniziale che conferisce uno “statuto” nuovo, di appartenenza a Cristo - esso viene amministrato nel nome di Cristo, perché è il
battesimo istituito da lui-. Se da una parte esso è una nascita in una nuova
19
Cfr. E.R.Dodds, Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia, Firenze 1970; U. BianchiM.J.Vermaseren (cura di), La soteriologia dei culti orientali nell’Impero romano, Leiden 1982.
54
Angelo di Berardino
comunità, dall’altra è la rinascita dell’individuo. Tutte le istituzioni messe in
atto e tutta la ritualità conseguente hanno lo specifico scopo fondamentale,
sotto l’aspetto negativo, di distruggere il male, e positivo, di operare una nuova nascita.
Nell’ambito del cristianesimo non c’è alcuna differenza nella iniziazione
tra uomini e donne (ciò avviene in altri gruppi: es. Mithra..), perché tutti,
senza distinzione, sono spiritu fratres, religione conservi (Lattanzio, Div. Instit.
V,15,4).
Essendo la iniziazione qualcosa di pubblico, essa appartiene alla comunità,
che vuole modellare mediante il catecumenato i nuovi membri secondo la sua
fede e il suo codice di comportamento: pratica e dottrina sono strettamente
connesse .
Mi piace chiudere questa chiacchierata con un testo di Cipriano dell’Ad
Donatum, opera che narra la sua esperienza di conversione cristiana, come
momento importante e difficile a cambiar vita; egli attribuisce la sua conversione alla grazia di Dio. Scrive (cap.4): “Ricevetti dal cielo lo spirito e attraverso una seconda nascita diventai uomo nuovo..., infatti diciamo che non
pecchiamo più per merito della fede”.
II
Neanche nel quarto secolo i cristiani istituiscono scuole. Di qui la preoccupazione che i ragazzi frequentanti le scuole pagane traessero da esse il
miglio frutto possibile. Basilio di Cesarea († 379) tratta l’argomento in un
opuscolo dal significativo titolo Ammonimento ai giovani sull’uso dei classici
pagani; Girolamo († 420 circa) in varie lettere. La formazione cristiana rivolta
a creare l’uomo nuovo si esplica specialmente nella predicazione. Giovanni
Crisostomo è un maestro di questa pedagogia cristiana. Egli fu autore di una
esposizione di una pedagogia cristiana in un breve trattato dal titolo La vanità
e l’educazione dei figli. Esso è nell’ambito cristiano quello che fu l’unico testo
pedagogico dell’antichità pagana, attribuito allo Pseudo Plutarco (Come educare i propri figli, risalente al II secolo d.C.).
Per la cultura occidentale è molto importante l’opera Agostino di Ippona
(354-430). Anche per questo congresso come si evince dal titolo del mio intervento. Aurelio Agostino nasce a Thagaste (oggi Souk-Harras, o Souk-Aharas) nella Numidia Proconsolare (oggi Algeria orientale) il 13 novembre del
354 (La vita beata 6) e muore il 28 agosto del 430 (Prospero, Chronicon, ed.
Mommsenn, MGH AAA 9, p. 473). La ricostruzione biografica si può fondare su molte fonti assolutamente affidabili ed abbondanti: le sue numerose
Novedad del cristianismo para la pedagogía
55
opere, in particolare le Confessioni, le Ritrattazioni, i sermoni e le lettere; inoltre una vita scritta dal suo amico Possidio, poco dopo la sua morte, e molte
altre testimonianze di conoscenti e corrispondenti. Per il primo periodo della
vita le Confessioni sono fondamentali, ma esse esprimono lo stato d’animo di
Agostino a tredici anni dopo la sua conversione e furono scritte in uno spirito
di preghiera e di ringraziamento a Dio.
Agostino nasce e cresce in una famiglia di religione mista, e quindi tollerante. Suo padre Patrizio, ancora pagano, era membro del senato cittadino
(Confessioni 9,19,37), un piccolo possidente locale. Uomo generoso ma irascibile, divenne cristiano poco prima di morire nel 370/371. Avendo capito
l’alta intelligenza di suo figlio, si impegnò per dargli un’alta educazione, la
migliore possibile. La madre, Monica, invece era cristiana e proveniva da una
famiglia cristiana. Ella ebbe grande influsso sull’animo di Agostino, in tutto
l’arco della sua esistenza: “prima di tutto mia madre, ai cui meriti spetta, come
credo, tutto quello che sto vivendo” (La vita beata 6); anche da vescovo se la
sognava durante la notte. Conosciamo il nome di un suo fratello, Navigio, ma
non il nome della sorella, tradizionalmente chiamata Perpetua, sposata, poi
vedova e successivamente superiora di una comunità di religiose (Possidio,
Vita 26,1). Monica forse ebbe altri figli ed alcune nipoti divenute monache
(Possidio, Vita 26,1).
Ancora bambino, per desiderio di sua madre, Agostino viene iscritto tra
i catecumeni, in attesa del battesimo, ed ebbe una certa istruzione cristiana:
“Ancora bambino avevo sentito parlare della vita eterna [...] e già ero stato
segnato col segno della croce e spruzzato del suo sale, appena uscito dall’utero
di mia madre, che aveva molto sperato in te” (Confessioni 1,17). Pertanto era
considerato un cristiano, ma non un fidelis, cioè un battezzato, e neanche,
almeno stando alla sua testimonianza, un ragazzo pio (Confessioni 1,30); anzi
suggerisce che la sua scelta religiosa si doveva realizzare tra le varie forme di
cristianesimo conosciute (Contro gli Accademici 2,5). Una grave malattia stava
affrettando il conferimento del battesimo, ma la guarigione lo fece ancora
differire, come era usuale nella seconda metà del quarto secolo (Confessioni
1,17).
La scuola primaria, con la sua brutalità, gli lasciò ricordi indelebili, per cui
pregava che gli si risparmiassero le percosse, con divertimento dei suoi genitori (Confessioni 1,14). Trovava particolarmente noioso lo studio del greco,
ma amava invece quello della letteratura latina, specialmente Virgilio, la sua
lingua materna, e non apprese il dialetto punico della Numidia interna, se
non qualche parola. Continuò i suoi studi di letteratura e retorica nella vicina
città di Maudauro, i cui abbondanti resti romani si trovano presso la moder-
56
Angelo di Berardino
na Mdaourouch, la patria di Apuleio. Qualche decennio più tardi Agostino
chiamava i suoi notabili: “miei fratelli e padri di Madauro” (Epistola 232,7).
Studiò forse con il retore pagano Massimo, che successivamente fu suo corrispondente (Epistola 16) ed a sedici anni fece ritorno a Thagaste, mentre il
padre si adoperava per trovare finanziamenti per la sua educazione superiore a
Cartagine (Confessioni 2,5).
Durante la sua permanenza di un anno a Thagaste fece le sue esperienze
sessuali giovanili, anche se poi dirà che le aveva esagerate per suscitare l’ammirazione dei suoi compagni (Confessioni 2,5). A tale periodo risale l’episodio
del furto gratuito delle pere, su cui rifletterà a lungo come simbolo delle colpe
giovanili e del peccato (Confessioni 2,9-18). Finalmente nel 370, dopo che il
padre aveva trovato un generoso benefattore, Romaniano, ricco possidente di
Thagaste e lungimirante, Agostino può recarsi nella vivace Cartagine, la capitale politica e culturale dell’Africa romana, per proseguire i suoi studi superiori di retorica. Oltre al serio impegno negli studi e nella disciplina scolastica
(Confessioni 5,14), poteva godere delle numerose occasioni di divertimento,
che la grande città gli offriva: “Arrivai a Cartagine e mi trovai a bagno in una
caldaia ribollente di amori colpevoli” (Confessioni 3,1); “Mi affascinavano gli
spettacoli teatrali, pieni di immagini delle mie angosce e di paglia per il mio
fuoco. Come mai vuole piangere l’uomo in questi luoghi, davanti agli spettacoli di tragedie e morti che mai vorrebbe egli stesso soffrire?” (Confessioni 2,2).
Verso i diciannove anni Agostino legge l’Ortensio di Cicerone, opera perduta,
che influisce profondamente sulla sua mente suscitandogli nuove mete e nuove aspirazioni.
Agostino resta manicheo per nove anni, anche dopo il suo ritorno a Thagaste nel 374, dove cominciò ad insegnare la grammatica all’età di vent’anni
(Utilità del credere 2; Confessioni 4,1; 4,7). Qui tra i suoi discepoli ebbe Alipio, nato da notabili della stessa cittadina, il quale lo seguì poi a Cartagine
ed Agostino gli voleva bene “per la grandezza d’animo, che saltava agli occhi
nonostante la giovane età” (Confessioni 6,11). Alipio, dopo la conversione a
Milano, diverrà in seguito vescovo di Thagaste e consulente di Agostino per
gli affari legali. ). Quindi fa ritorno a Cartagine, nel 376, dove stringe amicizia con Nebridio, ricco cartaginese, per insegnare la retorica: “in quegli anni
insegnavo retorica e vendevo l’arte di vincere con le chiacchiere” (Confessioni
4,2). Agostino, che insegnava in una “scuola pubblica” (Confessioni 6,11), cioè
municipale, era mal retribuito e gli studenti commettevano ogni sorta di abusi. Tuttavia doveva essere già molto conosciuto ed apprezzato per occupare un
simile posto, ancora ventiduenne. Per “l’indisciplina degli studenti vergognosa
e sfrenata” lascia il suo pubblico insegnamento con il desiderio di avere stu-
Novedad del cristianismo para la pedagogía
57
denti disciplinati e rispettosi ed anche “per le prospettive di maggiori guadagni
e maggior prestigio” e si reca a Roma nel 383, dove apre una scuola privata
(Confessioni 5,14).
Dopo alcuni mesi ottiene la nomina a professore ufficiale di retorica a
Milano, con l’aiuto dell’influenza dei manichei; cosi nell’autunno del 384 si
reca nella capitale occidentale dell’Impero, “addirittura col viaggio compreso,
a spese pubbliche”, e “dopo la consueta prova di tecnica oratoria” (Confessioni
5,23). Così nell’autunno del 384 arrivò “al vescovo Ambrogio, noto a tutto il
mondo come uno dei migliori. [...] Mi accolse paternamente, quell’uomo di
Dio, e quel mio pellegrinaggio gli fu gradito come si conviene a un vescovo”
(Confessioni 5,23). A Milano, oltre all’insegnamento e alla preparazione delle
lezioni (“quando prepareremo la merce da vendere a scuola”, Confessioni 6,18)
e agli incontri con gli amici intimi oppure importanti (amicos maiores 6,18),
alti funzionari utili per la carriera, era impegnato come oratore ufficiale nella
corte imperiale. Alla fine del 385 il successo secolare di Agostino era innegabile; la sua cultura si era ampliata attraverso la conoscenza della filosofia antica,
avendo potuto vivere in centri culturali di grande importanza come Cartagine, Roma e Milano. Come ogni intellettuale del tardo antico egli era preso
dalla preoccupazione della salvezza.
Si converte nell’estate del 386; abbandona l’insegnamento e si dedica allo
studio, alla riflessione e alla discussione con gli amici a Cassiciaco, nella campagna milanese. Le conversazioni costituirono il materiale per alcuni dialoghi
terminati a Milano (Contro gli accademici; La vita beata, L’ordine), le prime
opere conservate da lui scritte e le prime dopo la conversione. In essi Agostino
elabora la riconciliazione tra la filosofia e il cristianesimo ed approfondisce la
sua riflessione tra il momento della conversione e la ricezione del battesimo:
“L’attività letteraria da me esplicata laggiù interamente al tuo servizio, - ma in
un modo che ancora sa di scuola della superbia, come l’ansito di chi si ferma
a prender fiato [pausatio]- è testimoniata nei libri ricavati dalle discussioni che
ebbi con i presenti, e con me solo davanti a te” (Confessioni 9,7). É un intermezzo spirituale ed intellettuale: una pausatio nella lotta. Agli inizi del 387
ritornò a Milano e si fece iscrivere, insieme ad Adeodato ed Alipio, tra i candidati al battesimo per la Pasqua; durante questo periodo compose altre opere,
tra le quali i Soliloqui e l’Immortalità dell’anima. Ricevette il battesimo nella
notte pasquale del 387, tra il 24 e il 25 aprile, da parte di Ambrogio, insieme
a tutti gli altri battezzandi di ogni condizione sociale. L’episodio dimostra che
Agostino non compie solo una conversione intellettuale, ma anche realmente
cristiana e sacramentale. Agostino allora rimanda la partenza e si ferma durante l’inverno a Roma; qui compone opere contro i manichei (I Costumi della
58
Angelo di Berardino
Chiesa cattolica e i costumi dei manichei; La grandezza dell’anima; Libero arbitrio, terminato in Africa). Durante il 388 Agostino, passando per Cartagine,
rientra a Thagaste, dove rimase tre anni: Allora compose il Maestro, dialogo
con il figlio Adeodato, che muore verso il 389/390. Nel gennaio del 391 si
reca a Ippona (Hippo Regius, oggi Annaba), sulla costa orientale dell’Algeria a
90 Km circa a nord di Thagaste, con il preciso scopo di conquistare un amico
alla vita monastica e trovare un luogo per un suo monastero. Qui viene eletto
a forza presbitero. Comincia la sua attività pastorale specialmente mediante la
predicazione. Continua scrivere e a predicare fino alla sua morte avvenuta nel
430. Si calcola che abbia pronunciato circa cinquemila discorsi in varie città
del Nordafrica. La maggioranza sono andate perdute.
Pensiero pedagogico
Il suo pensiero pedagogico è ricostruibile attraverso numerosi scritti. In
questa occasione fermiamo la nostra attenzione su un’opera scritta all’età di 35
anni, ormai ricco di esperienza scolastica, Il Maestro. Può sembrare un’opera
speculativa, ma essa rispecchia le concezioni a cui Agostino era arrivato in
quel momento. In diversi aspetti precede la riflessione pedagogica moderna,
in particolare per quanto riguarda l’atto educativo Ancora non aveva fatto
esperienze pastorali. Infatti qualche decennio più tardi scrive un altro operette, De catchizandis rudibus, su un tipo speciale di insegnamento, quello della
trasmissione della fede.
Il Maestro è un dialogo; tutto si svolge in domande e risposta tra Agostino
e il suo intelligentissimo figlio. Agostino affronta le questioni fondamentali:
se e come è possibile l’atto educativo, non solo la comunicazione del sapere.
La riflessione si colloca nell’ambito della riflessione filosofica; l’arte educativa
fu sempre al centro del pensiero e del’azione agostiniani. Scrive Patanè: «Il
dialogo sostiene un triplice ordine di problemi reciprocamente implicantisi
in una strettissima connessione logica e tutti intimamente connessi con i problemi della scienza pedagogica: il problema della comunicazione attraverso
il linguaggio e della possibilità di acquisire cognizioni attraverso la parola, il
problema di fondo dei rapporti tra mondo fenomenico e concettualità, il problema specifi­co dell’insegnamento, sua possibilità, validità e modi (problema
tecnico-didattico).
L’ultimo di questi problemi a cui si giunge nelle fasi finali del dialogo è
il problema fondamentale per il quale gli altri due problemi vengono agitati: taciuto finché la via per giungere alla soluzione non sia rimasta del tutto
sgombra di aporie, ad esso mira il dialogo fin dalle sue prime battute sotto
Novedad del cristianismo para la pedagogía
59
la direzione di Agostino che in esso adopera tutte le sue consumate abilità di
maestro di retorica».20
Si procede passo passo per approfondire un argomento, quello dei segni.
E’ uno sforzo per imparare a ragionare, per insegnare a ragionare. Ormai Adeodato (372-389/390: (Confess. 4,2,2) già sapeva ragionare bene, essendo già
grande e avendo partecipato alle conversazioni di Cassiciaco, dalle quali sono
nati i Dialoghi. Era un giovane di grande ingegno, che causava ammirazione e
stupore in Agostino: horrori mihi erat illud ingenium (Confess. 9,6,14).
Agostino si sofferma a parlare delle parole, che sono segni: “Infatti quando
si parla si adoperano dei segni. Per questo appunto si dice significare” (4,7).
Esse sono segni dei segni: “avere chiarito col nostro dialogo che le parole scritte, nei confronti di quelle proferite con la voce, sono segni di segni.” (4,8);
sono universali: “La parola è segno universalissimo. … Ma sai che si chiamano
parole tutti i segni che, con un determinato significato, si proferiscono mediante la voce articolata? …. Dunque parola è segno di nome, nome è segno
di fiume, fiume è segno di una cosa che ormai interessa la vista ….. Così si
dicono segni le insegne militari e son considerati segni in senso specifico. Ma
non appartengono a questa categoria le parole. E, per quanto ne capisco, non
avresti più alcun dubbio se io ti dicessi che come ogni cavallo è un animale ma
non ogni animale è un cavallo, così ogni parola è segno ma non ogni segno è
parola” (4,9). Il figlio Adeodato riassume la loro conversazione sul linguaggio
e sui segni così: “Ricordo che prima di tutto abbiamo esaminato per un po’
le ragioni per cui si parla. È stato accertato che si parla per insegnare o per
far rievocare poiché anche nel dialogo s’intende soltanto che chi è richiesto
apprenda la risposta che intendiamo udire. Quando si canta, ciò che sembra
si faccia per diletto non è di competenza del linguaggio. Nel pregare Dio, di
cui è impossibile pensare che apprenda o rievochi, le parole hanno la funzione
di esortare noi stessi ovvero di esortare o anche insegnare agli altri. In seguito
fu sufficientemente accertato che le parole sono segni e che è impossibile sia
segno ciò che non significa qualche cosa. Hai allora proposto un verso perché
io mi adoperassi a manifestare il significato delle singole parole” (7. 19).
La vera conoscenza è frutto dell’illuminazione interiore, perché la verità
si trova nell’interiorità della persona umana.21 Le cose e le parole, in quanto
segni, non comunicano la conoscenza, ma risvegliano una intuizione intellet20
Cfr. L. R. Patanè, Il pensiero pedagogico di S. Agostino, Patron, Bologna 1967, p. 30. 55 Ibid.,
p. 118.
21
Nel 390 Agostino scrive: «Noli foras ire, in te ipsum cedi, in interiore homine habitat veritas»
(De vera relig. 39, 72).
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Angelo di Berardino
tuale che permette lo svelamento della verità. Il maestro e il discepolo interagiscono: la discepolo non è passivo, ma attivo. Non sono sullo stesso piano,
in quanto il maestro è la guida a far emergere la verità, che è Dio, che abita
nell’interiorità della persona umana. L’uditore “è ammaestrato non dalle mie
parole ma dall’oggetto stesso che Dio gli manifesta all’interiorità” (12,39). Ma
il maestro deve avere una disposizione interiore a rinnovarsi continuamente.
L’uomo può passare dall’errore alla verità; tale conoscenza può essere impedita
dalle passioni. Il vero maestro non è l’uomo, ma Dio stesso. Agostino, nelle
Retractationes, suggerisce la prospettiva di lettura della sua opera: «Verso lo
stesso tempo, scrissi un libro intitolato De Magistro, nel quale si disputa, si
cerca e si trova che il maestro che insegna all’uomo la scienza non è se non
Dio, come è scritto nel Vangelo: Mt. 23, 10» (Retrac. 1, 12).
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