PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 rimo piano di Pierre __________________________________________ Effetti collaterali. Passano sui teleschermi scene strazianti di dolore, macerie, morte. Passano come fossero degli spot pubblicitari, tra una notizia e l’altra, in questa torrida estate. Rullano i tamburi di guerra mentre noi siamo intenti a goderci le nostre vacanze. La bestia dell’odio, della vendetta, della ritorsione, pare non sia mai sazia. Ciascun contendente avanza una propria valutazione e spiegazione a sostegno delle proprie ragioni. “Eminenti” commentatori, dalle pagine dei maggiori quotidiani, fanno a gara per fornire spiegazioni di quanto accade e formulare previsioni circa il futuro. Un bailamme di parole, sotto le quali trovano sepoltura, dopo le bombe, migliaia di vittime innocenti. Chi le ascolta più fra tanto frastuono? Le vittime! Come sempre, sono mute. Il dolore, le lacrime, lo strazio, delle vittime, non trovano posto al tavolo dei potenti; così pare per lo meno. Sono prive di volto, non hanno più occhi né nome Le chiamano incidenti, effetti collaterali. Nemmeno più uomini, donne, bambini; non più spose, madri, figli: effetti colaterali. Come dire: niente più che poveri numeri. Magari si scusano anche, come si fa per uno sgarbo non voluto; ed è tutto. Poi continua la mattanza. Come è possibile tanta indifferenza, tanto cinismo? Bisogna gridare; non ci si può abituare all’orrore. Che importa se a morire sono israeliani, palestinesi, libanesi, iracheni? Sono persone come me, come te, come ciascuno di noi e che vorrebbero soltanto poter vivere in pace, senza sofferenze, senza lutti. Ma non hanno più voce. Come è possibile che tutto questo avvenga senza poter far niente, senza che susciti una ribellione collettiva, una vasta mobilitazione di persone capace di imporre almeno una tregua, una cessazione della violenza? La pace come la guerra, si può fare soltanto con chi è ritenuto nemico. Ma sono molti, da una parte e dall’altra, che pensano che i problemi gravi e radicati si possano risolvere con l’annientamento del nemico, fino all’ultimo uomo. Una teoria destinata a produrre infinite rivalse, altre soffernze, lutti e morti. In fondo voler identificare il male con un nemico esterno, è rifiutare di assumerlo come dato che in varia misura ci coinvolge. Forse se imparassimo a chiederci quanta parte di responsabilità abbiamo, come singoli e popoli per le tante ingiustizie che lacerano il mondo, impareremmo vie nuove di risoluzione dei conflittti in ogni ambito.
3 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Mosaico
pensieri e parole Il fico È nodoso quel fico contorto, da mill’anni è un amico fedele. Le sue fronde fan ombra nell’orto, il suo furtto è una coppa di miele. Dalla terra lui sugge la vita ma i suoi rami protendono al mare. Lui c’infonde una pace infinita e c’insegna ch’è dolce donare. Ci fu detto da chi “si fa santa”, cosa ingiusta e quindi non vera, che GESÙ maledì quella pianta perché un dì fruttuosa non era. Non poté GESÙ maledire quel bel frutto dal Padre creato. Se dové pur la fame patire, LUI lo avrà benedetto ed amato! Maledetta sigaretta Maledetta sigaretta, lo so che mi fai male, e più mi dico di non accenderti, più ti accendo, per poi consumarti tra una tirata e l’altra. Ti respiro come se fossi per me l’unica cosa: il mio amore, la mia donna. Delle volte ti butto via perché mi dai nausea, altre volte ti cerco perché mi sento nervoso dalla tua mancanza e quando non ti ho nelle mie tasche, ti vado a comprare e scartando il pacchetto per accenderti, penso dentro di me: che cretino; ti ho cercata un’altra volta! (Nonna Renata) Mamma che mi hai dato lavita Mamma, che mi hai dato la vita bella e infinita, sboccai come un bel fiore... ...e crescendo capii che era dura ma m’accorsi che dovevo continuare con la mia bella vita (Gianni)
4 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 rubrica aperta a tutti Riverso per terra
Sei lì a terra, rannicchiato su te stesso in posizione fetale,
la testa posata sulla pietra scottata dal caldo cocente.
Inerme nel corpo, viaggiante perduto dell’oblio di una
siringa ancora infilata nelle vene e, la gente passa
indifferente a te. Non sei nascosto, anzi sei ben visibile,
indifferente tu all’occhio del passante. Forse nel
silenzioso tentativo di gridare il tuo senso della vita.
L’ambulanza a sirene spiegate arriva, la gente
improvvisamente si accorge di te e si ferma, nella
curiosità malsana di vedere se vivi o muori. Finalmente ti
rialzi ed io, con l’odore acre nelle narici del tempo di
preparazione della dose, mi allontano con il cuore in
subbuglio. Anche oggi, grazie a te, la vita non mi è
passata accanto lasciandomi indifferente e sorda al tuo
grido. (Attlia)
“LE PAROLE NON LE PORTANO LE
CICOGNE…”
L‛omicidio di una donna avvenuto a Trento qualche settimana
fa, ha fornito a giornalisti e a esponenti politici l‛ennesima
occasione mancata di fare silenzio.
Per i media locali la vittima non è un essere umano a cui è
stata tolta la vita, ma un Transessuale. Il colpevole non è un
ragazzo, ma un Immigrato Albanese.
Cosa vuole comunicare un giornale che ci dice “Albanese
uccide Viados”? Perché si sono sentiti tutti in dovere di
sottolineare le abitudini sessuali della vittima? Perché se viene ucciso un padre di famiglia non
scrivono “Italiano uccide Eterosessuale”?
Nella migliore delle ipotesi il motivo è che la notizia, così com‛è stata data, risulta più piccante
e attira maggiormente l‛attenzione del pubblico. La peggiore delle ipotesi è che in questo modo
si voglia giustificare l‛omicidio e alimentare odio e paura verso i soliti capro espiatori, come ci
conferma l‛aberrante lettera, pubblicata su “L‛Adige del 5 agosto”, di Emilio Giuliana
(esponente locale di Alleanza Nazionale). E‛ difficile continuare a tollerare la superficialità
con la quale si affrontano le questioni più ostiche, ma è inammissibile accettare in silenzio
terrorismo psicologico, falsità storiche, ideologie basate sull‛odio, la paura e l‛ignoranza.
Basta. (Milena)
5 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 INTERVISTA AL...POMODORO di Mauro Ferrari STRA MADRE TERRA a cura di Mauro Ferrari
Didattica interculturale.
Proposte per una nuova meta­materia: ECOLOGIA DELLE MIGRAZIONI.
Quelli che seguono sono appunti nati all’interno del 10° corso di
educazione ambientale del Parco Oglio Sud, con sede a
Calvatone (CR). Da molti anni il Parco si occupa di “formare i
formatori”, di attivare cioè le competenze già presenti nella
scuola attraverso proposte didattiche interattive. Un progetto
co­costruito, divertente, che spazia dal monitoraggio
ambientale, alla storia locale, all’adozione di aree naturali.
Quest’anno è nata una “nuova meta­materia”: l’ecologia delle
migrazioni. Non si tratta di una materia vera e propria, ma di una
meta­materia: a scavalco tra italiano, storia, geografia,
economia, scienze…
Se infatti al Parco abbiamo finora imparato a classificare scientificamente alberi, farfalle,
aironi, licheni, insetti del terreno; ad analizzare l’acqua del fiume, non abbiamo mai
provato a studiare l’ambiente in forma diacronica, a scoprire da dove provengono
vegetali e animali che popolano il nostro ecosistema. Se invece mettiamo insieme la
storia degli esseri umani e dell’ecosistema ­ locale e globale ­ scopriamo alcune
connessioni interessanti. Ad esempio che su scala planetaria sono migrate prima alcune
materie prime, alcuni vegetali, e solo successivamente gli esseri umani. Potremmo dire
che gli uomini hanno seguito il percorso migratorio dei vegetali che un tempo
coltivavano.
Prima i pomodori, il mais, il cacao, poi i discendenti degli aztechi.
Prima il petrolio, poi gli africani.
È evidente che qualcuno ha iniziato, camuffando come scoperta, questo lavoro di
rapina; che i vegetali non sono migrati da soli. Ma ci arriveremo con calma.
Cominciamo intanto col chiarire i due campi fondamentali di questa materia.
1. Cos’è l’ecologia? Sinteticamente, l’ecologia è la materia che per eccellenza si occupa
di connessioni; dentro l’ambiente, tra gli ambienti. Lavorare con un approccio ecologico,
eco­sistemico, significa avere a che fare con la complessità di ciascun sistema vivente e
dei sistemi viventi tra loro.
Lavorare nella scuola con un approccio ecologico significa lavorare:
­ nelle materie, tra le materie;
­ tra interno ed esterno (nell’ambito locale, tra la scuola e il mondo­di­fuori)
­ tra locale e globale (occuparsi di rifiuti e di risparmio energetico significa essere
dentro l’agenda 21 ed i protocolli internazionali)
­ nell’ organizzazione della scuola (ecologica= dialogante tra le sue componenti)
­ tra le scuole e gli altri attori sociali (tra cui, nel nostro caso, il parco)
­ tra prospettiva sincronica (chi c’è nell’ecosistema nel tempo presente) e
diacronica (chi c’era, chi c’è, che evoluzioni sono avvenute, nei singoli individui,
nell’ambiente).
2. cosa sono le migrazioni? Le migrazioni sono una realtà potente, trasformatrice. Sia per
la società di partenza che per quella di arrivo.
6 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Chi migra, cosa migra? Intanto possiamo distinguere tra migrazioni “naturali” (le rondini) e
migrazioni “artificiali” (gli esseri umani).
Potemmo sinteticamente affermare che:
migrano gli esseri umani (la storia delle migrazioni, per eventi
naturali: carestie; per cause economico­sociali: guerre,
povertà). La storia delle migrazioni umane dalla conquista
dell’America in poi si chiama “globalizzazione
­ migrano gli animali (per cause naturali, legate al clima:
le rondini, gli aironi; per cause artificiali, legate agli
allevamenti: gli animali “alieni”: nutrie, pesce­siluro,
gamberi­killer)
­ migrano le materie prime (carbone, petrolio, metano:
attraverso oleodotti, metanodotti)
­ migrano i vegetali (autoctoni vs. alloctoni)
passando ai beni immateriali:
­ migrano i saperi (se è vero che è in corso una “guerra dei brevetti”, come la
chiama Vandana Shiva)
­ migrano i virus (il morbillo e il raffreddore portati dagli spagnoli hanno decimato gli
indios al tempo della conquista dell’America; l’unico equivalente oggi potrebbe
essere l’AIDS).
3. Alcuni esempi: pomodori, gelsi, caffè.
La storia dei vegetali è ricca di aneddoti, leggende, scoperte scientifiche. Se ad esempio
facciamo riferimento al paesaggio agrario della pianura padana notiamo che le
coltivazioni sono innanzitutto monocolturali (e già questa modalità di coltivazione apre un
altro capitolo di estremo interesse); se prendiamo in considerazione il pomodoro
scopriamo che è una solanacea originaria dell'America Latina per un lungo tempo
coltivata in Europa a solo scopo ornamentale, poiché i frutti non erano ritenuti
commestibili. Solo con l'inizio del secolo, nei paesi mediterranei, iniziò la coltivazione
intensiva e la trasformazione e conservazione industriale del prodotto, al punto che il
nostro Paese figura al terzo posto nella graduatoria mondiale per la produzione e
l'esportazione.
Cambiando materia, dal punto di vista linguistico
scopriamo che il modo di chiamarlo ripercorre la
storia della sua diffusione: il dialetto mantovano e
cremonese lo chiama “tumàta”; gli inglesi tomato,
mentre gli aztechi l’avevano battezzato tomatl…
Un’altra pista d’indagine riguarda i cambiamenti
intervenuti durante la migrazione: cos’è successo
nel processo migratorio? Quante specie sono
partite, quante venivano coltivate, di là
dall’oceano, ma anche di qua, quante vengono
coltivate oggi? E perchè? L’aver selezionato
poche varietà coltivabili industrialmente significa
aver aumentato o diminuito la dipendenza dagli
agenti chimici (concimi, antiparassitari)? La
pianura o la collina? E poi: perché l’Europa
“civilizzata” non lo consumava? Una immaginaria
“intervista al pomodoro” potrebbe chiarire molti di
questi aspetti.
Se ci spostiamo su un altro vegetale, stavolta un albero, il gelso, scopriamo che “secondo
una delle leggende relative al baco, diffusa in Cina, la scoperta dell'utilità di questo
7 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 insetto si deve a una antica imperatrice di nome Xi Ling­
Shi. L'imperatrice stava passeggiando quando notò i
bruchi. Lo sfiorò con un dito e, meraviglia delle meraviglie,
dal bruco spuntò un filo di seta! Man mano che il filo
fuoriusciva dal baco, l'imperatrice lo avvolgeva attorno al
dito, ricavandone una sensazione di calore. Alla fine, vide
un piccolo bozzolo, e comprese improvvisamente il
legame fra il baco e la seta. Insegnò quanto aveva
scoperto al popolo, e la notizia si diffuse. In Italia venne
introdotto dai saraceni. Quando conquistarono la Sicilia, i
saraceni vi introdussero la coltivazione dei bachi da seta,
allora sconosciuta in Europa. In seguito, questa pratica si
diffuse anche altrove (ed è ancora oggi utilizzata in
diverse regioni italiane, specialmente del sud, come la Calabria) ma la Sicilia mantenne
per diversi secoli una posizione avvantaggiata nella produzione di seta; questa attività
contribuì notevolmente alla ricchezza dell'isola (testo tratto dal sito: www.Wikipedia.org).
Diventa estremamente interessante, in un periodo storico contrassegnato da (vere o
presunte) rivalità commerciali tra Europa e Cina, ricostruire la storia della diffusione del
gelso, della sua importanza economica (in quanti paesi si trovavano filande, quante
famiglie allevavano bachi nelle loro case), del suo declino e dei rari filari che rimangono
nelle campagne (tra l’altro, infestati dalle larve della Ifantria, importata insieme alla soia
dall’America del nord – un’altra migrazione dagli effetti inattesi).
Se ci spostiamo dall’ambiente esterno a quello interno, domestico, possiamo applicare lo
stesso approccio ad alcuni alimenti, stavolta non coltivabili, almeno nel nord Italia, quali il
caffè (originario dell’Etiopia e dello Yemen), il the )dal Tibet, dalla Cina), il cacao
(dall’Amazzonia), che sono entrati a far parte delle abitudini alimentari. La storia di questi
alimenti è benissimo raccontata da numerosi opuscoli meritoriamente prodotti dal circuito
delle “botteghe del commercio equo” e da alcuni centri interculturali (segnalo qui la
“casa delle culture” di Ravenna). Quello che diventa interessante è come nelle case si sia
evoluto il gusto, il consumo di questi prodotti (per quanto riguarda il caffè ad esempio
siamo passati dai succedanei, come la cicoria, o la cosiddetta “miscela olandese” – non
che l’Olanda abbia mai prodotto caffè, così come la Svizzera cioccolato, ma quanto a
colonie e al commercio… ­ al caffè propriamente detto; tracce della memoria dei gusti
alimentari sono sicuramente presenti in molte famiglie); magari una “intervista al caffè”,
attraverso alcuni testimoni, potrebbe rivelarci aspetti inediti.
Da queste ricerche possiamo apprendere almeno due cose:
A. possiamo affermare che le migrazioni dei vegetali, dei minerali precedono le
migrazioni umane.
Ricostruire la storia dei vegetali ci aiuta a riconoscere:
­ le trasformazioni del paesaggio (cosa sarebbe la pianura padana se
scomparissero il mais e i pomodori?)
­ le trasformazioni dell’economia (su cosa si reggono le economie nazionali?
Dove si coltivano oggi i prodotti? Chi controlla la produzione ? – la storia del te’,
del cacao, del caffè, ma anche del petrolio)
­ le traiettorie delle migrazioni umane (da dove si parte, dove si arriva, per fare
cosa?).
La lettura del paesaggio locale ci insegna che non si tratta che di uno specchio di un
modo globalmente asimmetrico. Per quantità e qualità di prodotti.
In cui alcune popolazioni hanno beneficiato delle scoperte e dei prodotti di altre
popolazioni; e, conquistando quei territori, se ne sono appropriati.
8 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Che la sottrazione di risorse, vegetali o minerali, ha
impoverito a tal punto quei popoli da costringere i loro
discendenti a vivere nella miseria o a migrare,
seguendo la stessa rotta dei vegetali di cui, prima,
disponevano.
Attraverso la storia dei vegetali possiamo allora
ricostruire la storia della conquista delle Americhe, delle
colonie; possiamo leggere l’economia locale e globale.
Se poi volessimo ricostruire la storia del petrolio, del
metano, del carbone, o dei metalli, dei minerali, del
coltan, questa dimensione si rivelerebbe in maniera
ancora più chiara. Potremmo capire meglio come mai scoppiano le guerre,
addirittura prevedere –magari prevenire! ­ i prossimi conflitti (anche se qualcuno si
limiterebbe a prevenire le prossime migrazioni).
Possiamo riflettere sulla biodiversità: Cosa si coltiva oggi? Le coltivazioni industriali da
un lato (e la dipendenza dalle multinazionali); dall’altro la biodiversità, l’agricoltura
biologica (e l’autonomia dei saperi locali).
E ancora: cosa sarebbe del nostro paesaggio abituale, se dovessimo fare a meno dei
pomodori, del mais, di tutto ciò che non è rigorosamente “autoctono”? di cosa ci
nutriremmo? Cosa popolerebbe le nostre campagne?
Oppure, dal punto di vista della tanto predicata (ad esempio dalle aziende
farmaceutiche) brevettabilità, cosa succederebbe se dovessimo pagare i “diritti
d’autore” ai popoli da cui abbiamo “ereditato” questi prodotti, questi saperi e sapori?
Di quanto saremmo in debito?
B. Ma c’è un’altra considerazione da fare: il nostro mondo (umano ­ identitario,
culturale – e vegetale) è un mondo meticcio. Interdipendente, interconnesso. Ibrido.
La globalizzazione, la storia delle migrazioni, ci insegnano che si tratti di un dato di
fatto irreversibile. L’unica differenza, rispetto alle ibridazioni naturali, sta nella
artificiosità del processo, nei vantaggi che qualcuno trae a scapito di qualcun altro.
Ma accade.
Così il nostro mondo, che lo si voglia o no, è multiculturale. Ibrido.
E, nella scuola, le classi sono meticcie.
Apparteniamo ad uno stesso ecosistema.
Siamo elementi costitutivi di una dimensione planetaria.
Allora interrogare l’ambiente ci permette di ricostruire la nostra storia, come quella di
un mondo “tutto attaccato”. Che non ci impedisce di leggere le disuguaglianze, ma
nel contempo, oggi, di praticare le convivenze.
Di diventare attori consapevoli della globalizzazione in corso, anche nei suoi effetti, di
valorizzarne gli aspetti positivi: la possibilità di incontrarci tra diversi.
Verificare, nell’evoluzione dell’ambiente esterno (il paesaggio agrario), dell’ambiente
domestico (consumi, gusti alimentari), dell’ambiente scolastico (quante lingue si
parlano a scuola? La lingua del te’, quella del caffè, del mais? quanti sapori ci sono, o
ci vorrebbero, in mensa?)
Ecco perché, intervistando il pomodoro, il gelso, il caffè (ma anche gli animali
migranti “naturali” o “artificiali”), possiamo scoprire come funziona il mondo.
9 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Maurizio
Gasperini
dall’acoglienza le parole
della strada
FERMATE IL MONDO
a cura di don Dante
Guardando il villaggio globale del nostro pianeta ci verrebbe forse la
voglia di pronunciare la fatidica frase: fermate il mondo, voglio
scendere! Guerre, oppressioni, ingiustizie, violenze, poveri sempre più
poveri e ricchi sempre più ricchi. Bambini innocenti che muoiono di
fame e ricchi epuloni che si abbuffano e comperano gioielli e seconde e terze case,
senza pensare a milioni di persone che per coperto hanno soltanto le stelle. C’è chi
dice che guerre e ingiustizie ci sono sempre state e come struzzo nasconde la testa
nella sabbia del proprio egoismo. Perché dico queste cose a voi operatori,
volontari e simpatizzanti del “punto d’incontro”? Perché sono convinto che noi che
operiamo al “Punto” abbiamo il privilegio di dare una mano a un gruppo di persone
che, sia pure in un modo non
catastrofico e magari non senza
colpa personale, sono vittime di
universali ingiustizie. Ma per far
questo dobbiamo avere idee
chiare, essere schierati dalla
parte giusta. Non dalla parte dei
piccoli o grandi prepotenti. Così
dobbiamo essere, senza puerili
paure e ipocrisie. Allora il nostro
umile lavoro quotidiano potrà
avere un grande valore. Una
stretta di mano, un sorriso, uno
scherzo, un incoraggiamento
possono
essere
segnali
importanti di solidarietà di
“incontro”, come dice il titolo
della nostra Cooperativa.
10 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 L’ESTATE DEI NOSTRI OSPITI a cura di Michele Boso TRA RICORDI, SPERANZE E PROSPETTIVE PER IL FUTURO. Cosa significa il periodo estivo per le persone che frequentano il Punto d’Incontro? Quali sentimenti albergano dentro di loro nel momento in cui inizia per tanti di noi il momento di concederci una sosta per le vacanze? Ecco qualche riflessione. Algerino. I secondi, i minuti, le ore; metto mano al calendario riapplicando con mano tremante i giorni, i mesi passati ­ sfuggiti di mano ­ e di malavoglia di seguito gli anni, che nel trascorrere hanno sgretolato lentamente il consono fluire delle mie dinamiche abituali, le quali erano forti e radicate quando vivevo nel mio paese. Faccio mente locale e rimembro il periodo lavorativo che con l’inizio dell’estate finiva per lasciare spazio alle vacanze, in cui ci si poteva rilassare in tranquillità, in cui il pensieri aleggiavano tranquilli in una sorta di beatitudine consolidata dalla sicurezza che purtroppo qui non ho; e che sarà molto difficile da ottenere date le leggi non adeguate affiancate da una confusa burocrazia a cui dobbiamo piegarci, ed in cui solitamente ci smarriamo privi di appropriati e opportuni aiuti. Ad occhi aperti, a volte, mi soffermo catatonico nel vuoto per gli astanti; ma in verità sorseggio avidamente le immagini ricordo dei miei cari e della mia terra, che mi si parano innanzi e che con le mani provo ad afferrare nel vuoto. Marocchino. L’estate! Che meravigliosi ricordi! Divertimento, le vacanze in famiglia, i momenti sereni con i vicini di casa! Qui il tutto si tramuta in possibilità di miglioramento sia per se stessi che per la famiglia, anche se è sei anni che non la si vede. Le infrastrutture ramificate di problematiche dovute al freddo decadono rumorosamente quasi volessero risvegliarci da quel torpore non voluto: scompare la necessità di trovare un rifugio per eludere l’assassino a piede libero denominato freddo; le sostanze da ingerire per poter stare leggermente meglio diminuiscono in quantità; la questione del vestiario perde quasi d’importanza…pensate a quanti strati uno deve avere addosso o appresso, con l’impossibilità, nella maggior parte dei casi, di poterli lavare o nascondere in qualche anfratto per avere un possibile cambio in un ipotetica situazione di estrema necessità. In definitiva le opportunità per garantirsi la sopravvivenza
11 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 aumentano poiché i problemi diminuiscono; ci si aspetta un qualcosa di nuovo e di conseguenza ci si rilassa, si alza il morale e la ricerca del lavoro diviene automaticamente meno frustrante. Ringrazio tutti, anche i volontari per tutto ciò che fanno e hanno fatto con il cuore; e se un giorno anche noi riusciremo ad arrivare ad una situazione di dignitoso benessere ricambieremo, faremo qualcosa per il Punto di Incontro. Rumeno. Sono arrivato in Italia da circa due mesi e mi sono trovato subito bene a Trento, e nonostante il breve periodo di permanenza ho conosciuto molta gente e mi sono fatto molti amici, soprattutto extracomunitari ed italiani del sud, ma pochi trentini poiché ho notato e vissuto sulla mia pelle che sono un po’ chiusi e malfidenti verso gli stranieri. Al mio paese non stavo molto bene, ero senza lavoro da ormai più di otto mesi e quindi ho deciso di partire verso l’Italia per cercare fortuna; purtroppo qui è molto difficile trovare lavoro privi di contatti appropriati e dei documenti in regola: ho girato per uffici, fabbriche, ditte e ristoranti ma non ho ottenuto nessun risultato per poter cambiare la mia situazione di vita. Una differenza sostanziale tra Romania ed Italia durante il periodo estivo e non solo­ che grava sulla mia giovane vitalità­ è che in quest’ultima non ho la compagnia di una ragazza, sia che io abbia soldi o meno: nel mio paese le prime domande che ti fanno quando ti hanno appena conosciuto non sono di certo:” dove vivi? Che lavoro fai? Hai una macchina? Di che tipo?...” – e nel mentre ti scannerizzano da capo a piedi per vedere cosa indossi! Ciò dovrebbe portare a molteplici riflessioni… Nonostante le cose sopraddette l’Italia e un bellissimo paese, ove se sei rispettoso ricevi rispetto. Spero che in un prossimo futuro, magari con un forse possibile cambiamento di leggi, possa trovare un lavoro per migliorare la mia vita.
12 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 SENZA CONFINI uno sguardo oltre la siepe PRIMA DELL’INDULTO... Cosa c’è di più dimenticato di più oltre la siepe, come recita il sottotitolo di questa nostra rubrica, del pianeta car cere? Per questa ragione, in questo numero abbiamo pensato di riportare alcuni stralci di un documento curato dalla Direzione della Casa Circondariale di Trento e dal Consor zio Cooperative di Solidarietà Sociale sulla situazione del car cere di Trento. La Casa Circondariale di Trento è un tipico istituto circondariale, cioè giudiziario, e pertanto pensato, nato e destinato alla semplice custodia delle persone arrestate nell’ambito cittadino (o al massimo provinciale) in attesa della convalida dell’arresto stesso, dell’interrogatorio di garanzia, del giudizio. In posizione più marginale il regolamento penitenziario del 1976 prevede la possibilità che il carcere circondariale possa fungere da luogo di espiazione di pene brevi, inferiori (anche nel residuo) ai 3 anni. Una serie di vicende storiche, normative, giudiziarie hanno però trasformato tutte le case circondariali, e dunque anche quella trentina, da luoghi detentivi temporanei, “di attesa”, a veri e propri istituti per l’espiazione di pene medio­brevi. ... Gli istituti penitenziari raggiungono così alti livelli di sovraffollamento (60.000 unità nella primavera 2006) e la Casa Circondariale di Trento non si sottrae a queste dinamiche: dopo aver superato per un breve periodo le 200 presenze quotidiane nel 1995, quando era ancora aperta e funzionante la Sezione Femminile, la struttura ospita oggi più di 170 persone, esclusa però la popolazione femminile, non più presente e la cui sezione è attualmente occupata da una decina di detenuti semiliberi, il cui precedente reparto è stato dismesso per manifesta inidoneità. Le 170 presenze medie registrate nei primi mesi del 2006 sono la risultante di circa 500 nuovi ingressi all’anno (circa 300 dalla libertà e 200 per trasferimento da altre sedi), ma la popolazione detenuta nell’ultimo decennio è cambiata parecchio: al 31 marzo 2006 il 71% dei 172 presenti (compresi, a quella data, 14 semiliberi) è composto da extracomunitari, e di quel totale il 58% proviene da Paesi nordafricani musulmani. Non altissima la percentuale di tossicodipendenti – tra il 25 e il 30% ­ ma piuttosto alto, anche se qui non quantificato, il numero dei ristretti a seguito di revoca, cioè di cattivo esito di benefici precedentemente concessi. La revoca non interviene necessariamente in caso di commissione di nuovo reato, ma rappresenta comunque il sintomo della non adeguatezza della risposta trattamentale “territoriale” adottata alla problematica rilevata. La rilevazione dei bisogni Negli ultimi anni lo staff preposto al trattamento ha individuato 3 principali bisogni della Casa Circondariale di Trento: quello della semplice occupazione del tempo libero della popolazione detenuta; quello dell’attivazione di momenti prettamente rieducativi/migliorativi; quello della proiezione verso l’esterno. Vediamoli in dettaglio.
13 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Ø Occupazione del tempo liber o Si tratta di rompere la spirale dell’ozio intramurario, di non far intorpidire corpi e menti, di evitare l’accumulo collettivo di tossine psichiche che possono sfociare – se non proprio in rivolte o in gesti auto o etero aggressivi – in un complessivo deterioramento mentale e personale causato dalla detenzione. L’obiettivo è quindi di riempire il vuoto degli spazi e dei tempi detentivi, soprattutto attivando momenti sportivi e ricreativi. Ø Attivazione di momenti rieducativi/migliorativi Le attività prettamente rieducative hanno come connotazione loro propria, e dunque come obiettivo finale, quello di operare una crescita, un percorso migliorativo nei soggetti che vi aderiscono. E’ l’ambito nel quale lo staff trentino ha maggiormente operato, sfruttando la disponibilità fisica di spazi da destinare a laboratori (scontando per contro la carenza di quelli da destinare a sport, musica e momenti ludici). Soprattutto è l’ambito per il quale il carcere – unitamente ai gestori delle attività scolastiche e for mative – ritiene di elaborar e la maggiore progettualità per il breve e medio ter mine, e dunque per il quale auspica per il futuro il coinvolgimento dell’Ente Locale. Ø Proiezione verso l’esterno Il terzo livello è quello della proiezione della persona detenuta verso l’esterno, attraverso una misura alternativa (risposta privilegiata) ovvero a fine pena (evenienza subordinata, ma statisticamente più frequente). E’ triste ammettere che su 500 ingressi in istituto all’anno, su non meno di 150 presenze medie quotidiane, l’istituto penitenziario cittadino “produce” circa 10 misure alternative lavorative all’anno (comprese quelle presso l’APAS, che è il laboratorio più di base di cui dispone) ed un numero non troppo dissimile di affidamenti comunitari. Le cause sono quelle che si sono elencate all’inizio: una popolazione detenuta composta in larga misura da extracomunitari clandestini o irregolari (dunque assai più prossimi all’espulsione che ad una misura alternativa) e da revocati da altri benefici pone gravi difficoltà nella costruzione di progetti di reinserimento fuori dal carcere. Insomma: la non eccezionale disponibilità di “posti” presso comunità e cooperative locali – purtroppo, ma è così – è perfettamente in linea con il modesto fabbisogno penitenziario. Proprio per tale motivo, se si eccettua il bisogno di comunque arricchire il ventaglio delle collaborazioni comunitarie per soggetti tossico e alcoldipendenti, poco si è lavorato in questi anni su tale versante. Guardando complessivamente ai bisogni della Casa Circondariale di Trento si può dire che esiste, sicuramente, la necessità di un collegamento tra il carcere ed il suo territorio; esiste, sicuramente, un bisogno di maggiore spostamento dell’espiazione dall’interno all’esterno, dal detentivo al mercato libero; esiste, sicuramente, l’esigenza di legare scolarità e formazione intramurarie ad una connaturale prosecuzione di quella scolarità e di quella capacità professionale acquisita in ambiente libero. Però in questo momento, in questa fase storica, con questa popolazione detenuta cittadina o provinciale, ma soprattutto fortemente extracomunitaria, appare assai difficile strutturare meglio di quanto si è fatto finora questo passaggio, questa lieson interno­esterno. Finora il livello di elaborazione raggiunto tende a pensare, cer car e, costruire momenti migliorativi soprattutto (anche se non solo) adatti all’interno, adeguati all’intramurario: corsi scolastici commisurati all’enorme presenza extracomunitaria, momenti formativi compatibili con l’elevato turn over, attività lavorative/occupazionali in grado sia di “starci dentro” nei pochi spazi del vecchio carcere di via Pilati, che soprattutto di “raccogliere” situazioni marginali, di grande disagio personale (talvolta anche psichico), senza scopi dichiaratamente produttivi.
14 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 CAMMINA CAMMINA A Bolzano una nuova struttura per chi si trova in condizioni di disagio grave I l Comune inaugura la ''Casa Conte Forni'', struttura residenziale temporanea, dove si offre assistenza ma si cerca soprattutto di trovare una via d’uscita alla condizione di emarginazione BOLZANO ­ Una nuova struttura per chi si trova in condizioni di disagio: è la "Casa Conte Forni”, appena inaugurata dal Comune di Bolzano, dopo una ristrutturazione che è durata due anni. Si tratta di una struttura residenziale temporanea alla quale possono accedere le persone senza dimora, in progetto, in regime di lavoro, stage o formazione seguiti dai servizi socio­sanitari territoriali. La gestione è del Servizio Integrazione Sociale (Assb), in stretta collaborazione con la Fondazione Odar, il Servizio diocesano e l'associazione San Vincenzo de Paoli. La casa dispone di quattro piani fuori terra di pertinenza del settore sociale e di due piani interrati con un utilizzo in parte del settore sociale e in parte per utenze esterne per 33 posti­letto complessivi. I lavori hanno avuto un costo di 2,5 milioni di euro, oltre alla spesa per gli arredi di 630mila euro, in parte cofinanziati dalla Provincia autonoma di Bolzano. Il concetto che guida questo intervento, spiega l'assessora alle politiche sociali Patrizia Trincanato è quello di “un modo nuovo per l’ente pubblico di rispondere al disagio grave. E’ il principio che dovrebbe sempre muovere le politiche sociali e il loro intervento: nessuno deve essere escluso”. Nella Casa Forni dunque non si offre solo semplice assistenza, ma si cerca di trovare una via d’uscita alla condizione di emarginazione, attraverso un percorso socio­educativo che fornisca strumenti, possibilità, opportunità per risolvere gli ostacoli che impediscono ad un individuo di tornare a far parte della comunità "Cuore pulsante" dell’edificio è in quest’ottica il Centro diurno, che insieme al segretariato sociale si trova al piano terra. Sono luoghi di accoglienza, incontro, animazione, aggregazione, informazione, ascolto e accompagnamento a favore di utenti senza dimora, di sesso maschile e femminile, italiani e stranieri, emarginati o a rischio di emarginazione. Al piano terra dell'edificio trova spazio anche il centro d'accoglienza invernale per persone senza dimora di sesso maschile. Il Centro è una struttura residenziale temporanea al quale possono accedere persone senza dimora per il periodo da ottobre ad aprile. La struttura dispone di 6 stanze per un totale di nr. 36 posti agli ospiti. Ai piani primo, secondo, terzo e quarto è istituito l'alloggio di II livello per persone senza dimora, italiane e straniere, di sesso maschile e femminile. Al primo piano infine è inserito il Servizio Integrazione Sociale (Sis) dell’Assb, formato da un'equipe che si occupa di minori stranieri non accompagnati, di persone senza dimora italiani, comunitari ed extracomunitari, di richiedenti asilo e profughi, di nomadi, sinti e rom. Da Redattore Sociale 04/ 07/ 2006
15 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 alla ricerca di senso di fr. Antonino Butterini Venite a me voi tutti che siete affaticati Durante il mese di luglio nella Messa capita ogni anno di leggere il brano del vangelo dove Gesù dice: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”, vangelo di Matteo 11,28. Io leggo questo brano al 3 luglio di circa 11 anni fa. Quel giorno in un campo della Toscana fu trovato impiccato a un ramo di ulivo Alex Langer e accanto a lui un biglietto con la frase di Gesù sopra riportata. Mi sono sempre chiesto: Cosa ha portato Alex a un atto tanto disperato? Ma è poi veramente disperato oppure è stato spinto dal bisogno di trovare sollievo, di essere sottratto a un giogo insopportabile e di cercare invece un giogo dolce e un peso leggero? Il fatto mi ha sempre molto dibattuto e si è stampato nella mia memoria e coscienza, tentando di volta in volta una risposta e ce ne sono molte, ma spesso anche senza risposta. La risposta può esssere affidata a Alex stesso e io non posso forzarla, né interpretarla, né violentarla, devo solo rispettarla, pur nell’angoscia del terribile fatto accaduto. Alex era di ritorno dalla Bosnia dove una guerra assurda e tremenda gli aveva fatto vedere cose insopportabili e umanamente inaccettabili e dove i suoi sforzi si erano rivelati inutili. Ecco Alex era sotto un giogo pesante e un carico insopportabile. Cercava ristoro e gli uomini lo deludevano. Non aveva più speranza. Eppure quel biglietto rivelava speranza, ma una speranza che non era più di questo mondo, ma era rivolta a Gesù. Un soluzione che ci mette in affanno e in discussione. Ma quel detto di Gesù è bellissimo, per tanti, per molti, per tutti quelli che sono affaticati e oppressi. E non dice perché sono affaticati e oppressi. La vita rende affaticati. Le situazioni quotidiane opprimono. Non sappiamo più quale soluzione prendere quale via imboccare. Rimane però Lui come via. Lui inoltre riconosce che noi uomini creiamo sempre nuovi gioghi, gioghi pesanti da portare. Creiamo sempre nuovi pesi fatti di obblighi e prescrizioni spesso irresolvibili e quindi pesanti. Stiamo spesso male, non vediamo vie d’uscita, ci crogioliamo dentro di noi, allontaniamo la voglia di vivere, ci rifugiamo in situazioni apparentemente senza impegni, obblighi, pesi, difficoltà. E Lui dice: Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. Si noti che Lui non ci toglie il giogo, né il peso, ma rende il giogo dolce e il peso leggero. Oggi abbiamo una grande paura di qualsiasi giogo e di qualsiasi peso. Ma vivere senza gioghi e senza pesi è vivere male, è condurre una vita senza senso. Invece dobbiamo fare in modo che il giogo sia dolce, il peso leggero. In che modo? Ma anzitutto in un atteggiamento psicologico. Se viviamo ogni situazione come una persecuzione, come una dannazione non avremo mai pace, siamo condannati a star male. Se invece abbiamo il coraggio di affrontarle con coraggio, con quel pizzico di eroicità cui tutti siamo chiamati allora tutto diventa dolce e leggero. Ma la via d’uscita più vera è se lo facciamo perché incaricati e chiamati da Lui: allora sì che tutto diventa meno difficile, tutto diventa accettabile e perfino il giogo diventa soave e il peso diventa leggero.
16 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 a cura di Silvia Sandri Indulto e altro E’
discussione aperta in questi giorni (mentre scrivo) sulle possibilità di potersi avvalere dell’indulto da parte di molte persone presenti attualmente nelle carceri. La legge, approvata alla Camera e in attesa di approvazione al Senato, permetterà a molti detenuti di lasciare le carceri (circa 60 per il carcere di Trento). A prescindere da ogni considerazione se è bene o male, che cosa succederà a queste persone, se effettivamente potranno usufruire di misure di reinserimento, di opportunità risocializzanti, ciò che sembra maggiormente preoccupare è il senso di paura, di insicurezza vissuto dai cittadini: paura di essere aggrediti, derubati, maltrattati, un senso di ingiustizia per eventuali torti subiti. Vivere serenamente, al riparo da aggressioni alla propria incolumità, ai propri beni, sentimenti è un’aspirazione antica che ha a che fare con il diritto di ogni persona alla felicità. “Il bisogno di sicurezza è fondamentale espressione della necessità, che tutti gli essere viventi hanno, di condizioni adatte a nascere, vivere, svilupparsi al riparo da pericoli ambientali o provenienti da altri esseri viventi che vengono ad interferire con questi compiti vitali”. Un’* aspirazione allo stato di quiete e di riposo *. “ E’ un fenomeno umano e la modalità attraverso la quale ha preso corpo si sono espresse fondamentalmente in norme, regole criteri di comportamento, vincoli e limiti: un assetto normativo che costituisce ciò che chiamiamo cultura”. (P.Amerio: “Problemi umani in comunità di massa”) Insicurezza associata alla paura o viceversa, paura associata all’insicurezza sociale che può avere effetti negativi che possono portare a chiusure, difese, stati di angoscia, reazioni aggressive, marginalizzazione di persone “altre” . Fame,violenza, malattia sono stati per secoli le paure che hanno attraversato l’umanità per diventare ai giorni nostri paura di non riuscire a soddisfare le proprie esigenze materiali, i propri bisogni, le proprie necessità, ma anche la paura di non di non riuscire a rimanere “dentro” il sistema culturale e sociale che si è andato costruendo: “se non riesce a soddisfare in qualche modo i “bisogni” che il sistema ha creato, l’individuo non può raggiungere un certo margine di sicurezza perché verrebbe escluso dalla tutela psicologica che il protettivo ombrello della società gli offre facendolo sentire parte del tutto, facendolo sentire “come gli altri”. Ulrik Beck e Zygmunt Baumann hanno ben descritto la paura e le incertezze del nostro tempo e ciò imporrebbe una seria riflessione critica sulle insicurezze, sulle incertezze in cui sembra diluirsi la società contemporanea. Una tra tutte, la mancanza di comunità: “la comunità ci manca perchè ci manca la sicurezza, elemento fondamentale per una vita felice, ma che il mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci e sempre più riluttante a promettere”. Il lavoro che non c’è, le difficoltà ad arrivare a fine mese,la pensione che non ci sarà, la salute a rischio, la difficoltà di adattamento ad un realtà che cambia senza tener conto dei ritmi, dei bisogni delle persone, la percezione delle ingiustizie a cui si può essere soggetti, ecc. Il senso di insicurezza sta nella crisi sociale e nella diffusa 17 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 incertezza sul futuro. Un insieme di insicurezze che Ilvo Diamanti ha definito come “ una discesa dell’indice di felicità” Ansia, solitudine, chiusura, sono gli atteggiamenti che ne derivano. Si abbassa la soglia di tolleranza determinando semplificazioni nell’individuazione del “pericolo” che quasi sempre si individua nel “diverso” per cultura, etnia, colore della pelle, scelte comportamentali. Un confluire di inquietudini e di insicurezze che investono i legami sociali, le relazioni tra le persone con l’ambiente di vita, con il “sociale” quotidiano. In questo particolare momento l’insicurezza è vissuta come legata alle microcriminalità: il vetro rotto, le varie scritte, sui vagoni ferroviari, le prepotenze sui mezzi pubblici, il bullismo, il vandalismo o la piccola violenza, la sopraffazione, la molestia quotidiana, la maleducazione, la visibilità della condizione estrema (il vagabondaggio, la mendicità, la follia) . Una diversità che inquieta e provoca ansia. E’ un tipo di analisi che invia alla cause sociali dell’insicurezza, alla condizione, cioè, di una modernità sempre più incapace di produrre anticorpi all’ansia ed alla paura. Che cosa accadrà allora se la legge sull’indulto verrà definitivamente applicata? Se il concetto è che “la garanzia dei diritti e della sicurezza degli inclusi passa necessariamente attraverso l’espulsione da quei diritti degli esclusi, cioè dei non meritevoli, dei marginali, dei migranti (i nuovi barbari) e la sua espressione politica è il governo delle società (e quindi delle penalità) ad opera della sola parte soddisfatta del mondo.” (L.Pepino) Esiste un’alternativa? Un altro modello, o sistema di governo delle devianze? Forse c’è ma non è solo una questione di tecnica giuridica o di politica del diritto o di politica criminale. E’ una questione di politica tout court. Una politica della sicurezza possibile da parte delle istituzioni di comunità potrà essere indirizzata a favorire opportunità sicure per la crescita delle persone, opportunità certe di inclusione sociale, di offerte di risocializzazione. E’ nella capacità di investire nell’organizzazione di una società inclusiva invece che su una società della paura lo specifico delle politica: un’arte di organizzazione della società e della convivenza. Rimane il dubbio di quante risorse le istituzioni siano disposte ad investire per acquisire conoscenze e strumenti necessari a tale scopo. Ma non c’è dubbio la parola torna alla politica, all’agire politico connotato non in termini ideologici o identificato nel progetto di un dato schieramento, ma alla politica come etica delle responsabilità .
18 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 notizie, curiosità, recensioni I personaggi di Comina sembrano camminare ancora verso luci che appaiono esili e fioche alla fine di tunnel tormentosi; il mistero del male è sempre presente; eppure il monaco che amava il jazz è anche un piccolo trattato sulla speranza. Ettore Masina Editrice il Margine € 13,00 Strafalcioni scolastici e giornalistici (da www exmontevecchio.com) Gli insegnanti spiegano, educano, consigliano... e rimproverano ... Per favore ragazzi, un attimo di concentramento ! Fammi un esempio di verbo attivo. Io mangio la mela. Volgilo al passivo. Io non mangio la mela. Perché sarebbe passivo? Professoressa, oggi la vedo raggiosa ! Non si dice raggiosa, si dice radiante ! Perché sono passivo, sto fermo e non mangio la mela. Ragazzi adesso fate una bella pausa e rifucilatevi. LA POLIZIA SPARA PER ERRORE AI CARABINIERI: MUORE UN LATITANTE. Se in questo momento Dante fosse vivo, si rivolterebbe nella tomba. (dai giornali) Tu capisci sempre a scopo ritardato. TENTANO DI CORROMPERE I CARABINIERI CON SOLDI FALSI. (dai In questa classe c'è troppo lassativismo. giornali)
Non voglio sentire voci sottovoce Tu del penultimo banco e il tuo didietro fate silenzio! 19 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 a cura di Milena Berlanda Regione Trentino Alto Adige ASSEMBLEA NAZIONALE CNCA
Roma, 9 e 10 giugno 2006
(Resistenza e Cittadinanza, Welfare dei diritti e delle responsabilità per comunità accoglienti) L’Assemblea si è svolta in due giornate presso la Sala Tirreno della Regione Lazio a Roma, durante le quali si sono alternati vari momenti: la presentazione del MAQS (Modello Attivo per la Qualità Sociale), l’approvazione del bilancio consuntivo 2005, interventi in difesa della Costituzione in riferimento al referendum del 25 e 26 giugno, presentazione del lavoro svolto dai vari gruppi tematici, relazioni e dibattito sul tema delle professioni sociali e volontariato. Il punto centrale dei lavori è stato il dialogo con le
istituzioni sulla legge 328, sul reddito di cittadinanza, la
quota capitaria, gli ambiti territoriali e le risorse umane
per il sociale, dialogo che deve partire dalla consapevolezza
che le politiche sociali sono motore di sviluppo e non costo
residuale per interventi assistenziali.
Il confronto del CNCA con il nuovo governo parte con una
decisa richiesta di discontinuità rispetto a quello che è
stato fatto negli ultimi anni, una richiesta di grossi
cambiamenti ed un caloroso no alla costruzione di nuovi
nemici e capri espiatori.
Gruppi ad hoc del CNCA
TRATTA E PROSTITUZIONE: la legge Bossi-Fini ha
colpito l‛applicazione dell‛articolo 18, il quale aveva portato
l‛Italia ad essere la prima in Europa nella lotta contro la
tratta. Si stanno sviluppando nuove forme di tratta
(mendicanti e lavori coatti) e la risposta viene solo dal
volontariato. Deve essere ripreso l‛articolo 18 e deve
essere esteso alle nuove tratte, servono più soldi e
soprattutto più trasparenza nei finanziamenti e più
partecipazione politica delle associazioni. E‛ necessaria ed
urgente una forte revisione della legge Bossi-Fini, deve
cessare la criminalizzazione delle prostitute e dei clienti.
Infine, serve una seria legge sull‛immigrazione e la chiusura
immediata dei CPT.
POLITICHE GIOVANILI: il CNCA è quasi l‛unico ente a
contatto con moltissimi giovani sia emarginati che non. La
preoccupazione maggiore risulta essere la scuola, che deve 20 Gli interventi Giacomo Panizza : Risulta ora
fondamentale il tema dei
diritti. Dire che il diritto
sociale viene dopo la crescita
economica è un pensiero
liberale e la cultura liberale è
molto più diffusa dei partiti
liberali. Sui diritti sociali non si
può trattare, non perché siamo
radicali, ma perché si è già
trattato
(Costituzione).
Il
sociale e il volontariato non
possono fare da soli ma deve
esserci
l‛amministrazione
pubblica. Il Coordinamento
nazionale delle comunità di
accoglienza deve diventare
Coordinamento delle comunità
ACCOGLIENTI,
se
no
rischiamo di fare controllo
sociale.
Franca Olivetti Manoukian
(Studio APS s. r. l. ): Per
trovare
una
traduzione
operativa
delle
nostre
riflessioni
dobbiamo
approfondire molto di più, fare
un lavoro certosino, in modo
che i nostri pensieri non siano
solo ideali e utopie.
Il linguaggio nel sociale è
fondamentale. Nella cultura
italiana
il
concetto
di
assistenza ha le sue radici nella
beneficenza. La cultura della
beneficenza sancisce
( segue box pag 15)
PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 tornare ad essere un luogo di mobilità sociale. Le politiche
sulle droghe, sulla scuola e le guerre hanno perseguitato
in questi anni i giovani (in guerra ci vanno i ragazzi!). Il
nuovo governo deve cambiare rotta, non può sbagliare.
CARCERE: non sono aumentati i reati, ma si sono
moltiplicati gli arresti. Il 15% dei detenuti ha commesso
reati gravi, il resto è carcerazione sociale, viene chiamato
reato ciò che in realtà è bisogno sociale. L‛amnistia e
l‛indulto vanno bene, ma abbiamo soprattutto necessità di
nuove norme, di una seria riforma del codice penale e
l‛abolizione immediata di tre leggi che insieme riempiono i
carceri e non danno via d‛uscita (Bossi-Fini, Giovanardi e
Cirielli). Risulta vitale anche una nuova legge
sull‛immigrazione e un forte aumento delle quote
d‛entrata, visto che ci ritroviamo con una percentuale
altissima di stranieri che non possono accedere alle
misure alternative e che spesso sono in carcere solo
perché immigrati. Dal penale si deve tornare al sociale.
MINORI: il cittadino immigrato è una risorsa e non un
problema. E‛ quindi fondamentale mettere in atto
politiche che favoriscano l‛emersione dei minori stranieri
dalla condizione irregolare per contrastare lo
sfruttamento e la devianza minorile, modificare le norme
in vigore (cittadinanza, Bossi-Fini, Turco-Napolitano) e
garantire condizioni di accoglienza non emergenziale. Si
ritiene inoltre necessario che venga garantita l‛esigibilità
del diritto all‛istruzione, del diritto all‛identità personale
e culturale e del diritto ad una famiglia.
DIPENDENZE: bisogna cambiare completamente rotta.
Cancellazione delle nuove leggi sulle droghe e inizio di un
processo culturale e politico di informazione e non più di
criminalizzazione.
Dei ministri invitati si è presentato solo Paolo Ferrero,
Ministro per la Solidarietà Sociale, il quale dopo aver
ascoltato la posizione e le richieste del CNCA, ha
confermato la sua vicinanza alle nostre posizioni e la
volontà di portare al tavolo del governo le nostre
richieste. Nel suo intervento ha centrato l‛attenzione su
quattro priorità: distribuzione del Fondo Sociale, fissare
i L.E.A. (Livelli Essenziali di Assistenza) e la Quota
Capitaria, far pagare chi non ha mai pagato le tasse oltre
al Reddito Minimo d‛Inserimento (dopo e insieme alla lotta
alla precarietà e al lavoro nero).
21 le differenze tra chi ha di più e
chi ha di meno, quindi non è
cultura dei diritti.
I diritti soggettivi non sono
garantiti
dalla
loro
formalizzazione,
ma
sono
garantiti dalla possibilità di
creare le condizioni necessarie
perché possano essere garantiti.
Dobbiamo capire bene cosa sono i
diritti, in modo che gli operatori
siano attenti osservatori delle
loro violazioni.
Il Sociale è stato abbandonato
dall‛ente pubblico e i servizi sono
stati tenuti in piedi dall‛impegno
dagli
operatori
nel
professionalizzarsi. Bisogna però
fare attenzione, perché nel
sviluppare la professionalità si
rischia di stravolgere il senso del
lavoro sociale.
L‛operatore non può accettare la
delega nel prendersi cura del
disagio e stare da solo con gli
utenti isolato dal contesto
sociale. Le nostre comunità
devono diventare accoglienti.
Giovanni Zanolin (Assessore
alle Politiche Sociali, Comune
di Pordenone): Dare aiuto vuol
dire produrre conoscenze e
apprendimento.
Ciò
che
è
considerato socialmente inutile e
marginalizzato, noi lo vogliamo
trasformare in utile.
Noi non risolviamo i problemi
sociali, ma li trasformiamo
tramite la trasmissione di saperi
e di conoscenze. Senza Politiche
Sociali non si fa sviluppo, credere
il contrario è segnale di pochezza
di pensiero oltre che di cultura.
PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 dal Laboratorio trucioli e...parole CAMBIO DELLA... GUARDIA IN LABORATORIO Con inizio luglio in laboratorio ad Annamaria è subentrata Maria Belen. Da parte nostra rinnoviamo il nostro grazie più sincero ad Annamaria per il suo impegno ventenneale in cooperativa, impegno che comunque continuerà in altre for me, e contemporaneamente salutiamo con un cordialissimo benvenuto, Maria Belen, lasciando a lei ora la parola: Un saluto a tutti voi...
Colgo l' invito del Giornalino per salutare gli amici del Punto d' Incontro. Sono arrivata da
poco in Laboratorio per collaborare e far parte di un gruppo che da tempo lavora sodo
portando avanti una struttura complessa e dinamica in costante movimento.
Arrivare in un posto come questo è una sfida personale e professionale per chiunque, ma
soprattutto implica la possibilità di crescere come persona e mettersi al servizio degli altri
in modo responsabile, accompagnare i cambiamenti che ci sono, utilizzare le risorse
esistenti, crearne altre.
Ho trovato un gruppo di persone con molta esperienza e sensibilità.
Persone che si mettono in gioco nel senso profondo della parola,
dove giocare significa condividere veramente le situazioni che si
presentano e che ci mettono alla prova. Ho trovato un gruppo che
sa dirsi le cose, che sa cambiare, che crede in ciò che fa. Ho trovato
degli operatori che sanno fare con le persone e dei volontari che
offrono tanto, con tanta generosità. Ho trovato un bel ambiente di
lavoro. Ho trovato delle sfide, delle possibilità di fare, di creare, d'
inventare. Ho trovato tante risorse. Ho trovato chiarezza negli
obiettivi che ci poniamo, e senso di responsabilità nelle scelte che si
fanno.
E, a dire la verità, sono stata accolta molto bene da Luca, Massimo,
Romano ed Ana, così come da tutti gli altri.
Tutto ciò che ho trovato esiste in gran parte grazie al contributo di
Annamaria, la persona che ha dato un significato diverso al Laboratorio, che ha creato
un' identità indiscutibile che ci permette oggi di trovarci su una strada di cambiamento, di
rinnovamento, di nuove proposte per andare avanti.
Dunque, ringrazio sinceramente Annamaria, le faccio i miei auguri ed approffito di questo
spazio per salutare calorosamente il gruppo del Laboratorio, ringraziando dell'
accoglienza e la simpatia, ed ovviamente, come ho fatto all' inizio, saluto tutti coloro che
fanno parte della Cooperativa. Grazie a tutti.
Ci vediamo presto, con il mate in mano!!
22 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 SENZA DIMORA IN ITALIA: Riportiamo un estratto del documento LA SFIDA RIMANE, prodotto dalla FIO.psd (federazione italiana degli organismi per le per sone senza dimora) e inviato al Ministero della Solidarietà Sociale, quale proposta “di contenuto e di metodo in ordine alla for mazione del Rapporto Nazionale sulle Strategie per la Protezione Sociale e l’Inclusione sociale 2006­2008 ed in particolare del Piano di Azione Nazionale per l’inclusione sociale che ne costituisce uno dei pilastri”. Il documento è consultabile per intero sul sito internet di Fiopsd, all’indirizzo: www.fiopsd.org La situazione delle per sone senza dimora in Italia I confini del disagio abitativo, come messo in luce anche dai Rapporti annuali sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale della Commissione di indagine sull’esclusione sociale, sono ampi e sfumati. Quella dei gravi emarginati è una popolazione che fatica a risolvere i problemi quotidiani di sussistenza, non dispone delle risorse economiche e di una rete di relazioni sociali che consentano l’acquisizione e il mantenimento di una abitazione autonoma, e intercetta aree di disagio diverse, dalla malattia psichica alle dipendenze, al disagio psico­sociale, alla mancanza di uno status legale idoneo a consentire un reale inserimento sociale. Gli ultimi dati ufficialmente disponibili a seguito di una ricerca quantitativa svolta a livello nazionale e promossa dalla Commissione, risalgono al 2000 ed hanno portato a stimare in 17.000 circa le persone senza dimora presenti in Italia, con una forte concentrazione nei comuni di dimensioni più grandi, una presenza prevalente di uomini (80%), relativamente giovani (70%< 48 anni), egualmente suddivisi tra italiani e stranieri. La metodologia adottata per la ricerca, il raffronto con i dati provenienti da altre realtà europee comparabili con quella italiana e l’osservazione empirica del fenomeno nelle grandi aree metropolitane ( solo a Roma si stimano 6.000 homeless), hanno però presto portato ad una generale condivisione intorno al fatto che il dato emerso dall’indagine fosse ampiamente sottostimato. Altre indagini non ufficiali, condotte anche con il contributo dei soci FIO.psd, hanno in questi anni portato a stimare la popolazione in Italia in dimensioni anche superiori di oltre 10 volte a quella indicata, ma l’unico dato reale e condiviso è che, o per la mancanza di risorse, o per la difficoltà di una siffatta indagine, oppure per una sostanziale assenza di volontà politica, negli ultimi cinque anni nessuna azione significativa è stata intrapresa per avere conoscenza delle dimensioni quatitative e qualitative dell’homelessness in Italia, che sono quindi ad oggi sostanzialmente sconosciute. Resta solo la consapevolezza empirica degli operatori che quotidianamente constatano presso i propri servizi un aumento di presenze e frequenza oltremodo preoccupante ( tra il 2001 ed il 2006 in città come Roma, Milano o Genova alcuni servizi di prima accoglienza, specialmente diurna, hanno registrato aumenti di affluenza sino al 250%), accompagnto ad una diversificazione crescente della tipologia delle persone che sono o divengono senza dimora, non più riconducibili, se mai lo sono state, ad alcuno degli stereotipi diffusi nell’opinione pubblica. Perché ogni persona senza dimora è portatrice di un disagio complesso, multiforme, multidimensionale e dinamico è senz’altro difficile ipotizzare misure generali ed astratte idonee a contrastare con efficacia lo stato di grave emarginazione in cui esse sono costrette a vivere. Tale compito, eminentemente politico, corrisponde a quanto un NAP inclusione dovrebbe realizzare; esso è tuttavia impossibile se disgiunto dalla conoscenza del fenomeno da affrontare. Purtroppo oggi sembra inevitabile
23 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 rilevare che la situazione italiana delle persone senza dimora, senza che nessuno se lo possa permettere, sia particolarmente difficile da affrontare anche perché coperta da un ampio e soffocante “velo di ignoranza”. La situazione dei servizi per le per sone senza dimora in Italia Il settore dei servizi per il contrasto alla grave marginalità adulta risente di una profonda disomogeneità a livello nazionale sia in merito all’offerta che alla gestione dei servizi. In un campo nel quale gli interventi dovrebbero riconoscere e gestire la diversità dei profili delle persone senza dimora con strategie di intervento in rete e mirate, gli enti locali, data la riforma del titolo V della Costituzione e la mancata adozione dei livelli essenziali di assistenza previsti dall’art. 118 Cost. e dalla legge 328/2000, hanno definito autonomamente il grado di copertura e la gamma di servizi a favore delle persone senza dimora, generando disuguaglianze territoriali molto forti e, talvolta, disomogeneità all’interno degli stessi ambiti territoriali a causa di una resistenza da parte degli enti locali ad assumere in pieno quella logica di programmazione aperta e sussidiaria insita nei Piani di Zona, come definito dalla L.328/2000 Il Rapporto annuale sulle poltiche contro la povertà e l’esclusione sociale (Commissione di indagine sull’esclusione sociale, novembre 2001) riporta i dati di una ricerca condotta su incarico della Commissione, da Antonella Meo per conto della Fondazione Bignaschi. La ricerca rileva i diversi modelli di intervento attuati a livello locale in 20 città italiane. Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Mantova, Padova, Venezia, Trento, Bologna, Firenze, Pisa, Ancona, Roma, Pescara, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Catania, Palermo. Si tratta di un quadro datato e ormai probabilmete superato, ma anche in questo caso è l’ultima fonte ufficiale disponibile. L’eterogeneità emersa dalla ricerca è molto elevata e riguarda sia gli interventi pubblici che quelli del volontariato e del privato sociale. Il dato interessante è che, nonostante i contesti urbani e demografici delle città considerate siano molto diversi gli uni dagli altri, le differenze tra sistemi locali di politiche e intervento non sono riconducibili né alla distinzione tra grandi e piccoli centri, né ai sistemi locali di welfare, ma alla frammentazione generata dalla mancanza di indirizzi legislativi unitari. La valutazione complessiva dei servizi rileva una impostazione generalizzata di tipo assistenziale, ovvero mirata all’erogazione di risorse di sopravvivenza. Rispetto a tale elemento emerge una forte differenziazione tra nord e sud: nelle città del nord è possibile riscontrare un’offerta più articolata che comprenda anche interventi di tipo riabilitativo, che si accosta ad un ruolo dell’amministrazione comunale attivo in termini di coordinamento e progettazione. Nel sud, invece, l’ente pubblico non stabilisce rapporti sistematici con il terzo settore e delega l’offerta dei servizi, talvolta interamente, alle istituzioni religiose o al mondo del volontariato. Un tavolo di coordinamento effettivo tra enti pubblici e privato sociale pare comunque funzionare solo in 3 delle 20 città analizzate. Proprio la costruzione di tali forme di coordinamento è stato l’impegno principale dei 65 organismi, pubblici e privati, associati alla FIO,psd in questi ultimi 4 anni. Solo reti territoriali specifiche contro la grave emarginazione sono infatti idonee a garantire il lavoro necessario all’elaborazione di interventi comunitari che valorizzino risorse e competenze diverse del territorio per offrire alle persone senza dimora non solo la possibilità di sopravvivenza ma anche il recupero della capacità di condurre una vita dignitosa. Anche sotto questo profilo sarebbe utile, per la programmazione politica, capire in maniera condivisa e “ufficiale” quali siano il quadro e la qualità dell’offerta attualmente presente in tale settore, per ottimizzare l’impiego delle scarse risorse disponibili ed indirizzare le azioni da compiere in maniera il più possibile efficiente e efficace.
24 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 UN AMICO Se ne è andato nello stesso giorno anniversario della morte di don Lorenzo Milani, di cui era grande ammiratore,il 26 giugno. Domenica 25, al tramonto del sole, mi trovavo in piazza Santa Chiara ad Assisi Ero intento ad ammirare stupito, il volo festoso di centinaia di rondini che parevano danzare nel cielo tinto di rosso, e il pensiero riandava all’amico don Guerrino nel suo letto di dolore lassù a Mezzolombardo. Don Guerrino a una assemblea in L’avevo visto per l’ultima volta sabato 17 e al cooperativa
momento di salutarci, mi regalò un sorriso dolcissimo, quasi a volermi dire addio; mentre io lo assicuravo che ci saremmo rivisti al mio rientro a Trento. Chissà, forse con quel suo sorriso che non dimenticherò mai, intendeva accomiatarsi per sempre, quasi avesse intuito che non ci saremmo rivisti. In quel suo sorriso per me è riassunta tutta la vita di uomo e di prete di don Guerrino. Ho avuto il dono della sua amicizia che mi ha arricchito enormemente. Persona semplice ma di una profonda umanità e di grande spiritualità, don Guerrino aveva il dono tutto particolare di confondersi con le persone più semplici, somigliando ad una di loro. E lì, da quel posto privilegiato, irradiare tutto attorno il suo essere servitore senza pretese. Lui che aveva da insegnare a me, mi chiamò ripetutamente a parlare alla sua gente a Mollaro. L’ultima volta è stato domenica 5 marzo. Già allora il male che lo stava divorando diede un segno inequivocabile del suo stato. Raggiunse con grande fatica la sala dove ci saremmo riuniti, ansimando vistosamente su per le scale. L’ Eucaristia celebrata quel giorno è stata la sua ultima in parrocchia. Poi lo rividi in ospedale, prima a Trento e poi a Mezzolmbardo, ripetutamente. Ha vissuto il tempo della malattia con grande dignità, con fede, con speranza. Non mi è mai capitato di sentirlo lamentarsi, anche se sul suo volto i segni della sofferenza talvolta erano ben visibili. Le visite mie e di Attilia a don Guerrino erano spesso cariche di silenzio; un silenzio abitato però più di mille parole e che si trasformava talvolta in richiesta di leggergli i salmi del giorno o invito ad Attilia a massaggiargli i piedi. E poi voleva sapere del Punto d’Incontro e della Moldavia; del nostro progetto in quel Paese, quando seppe che mi dovevo recare laggiù. A fine aprile del 1998, don Guerrino ed io partecipammo ad una settimana di studio sul vangelo in Terra Santa con il biblista Alberto Maggi. Di quel viaggio conservavo una fotografia che ci ritrae assieme a bordo di una barca ricostruita sul modello di una dei tempi di Gesù, al largo del lago di Galilea. Gliene feci un ingrandimento che gli recapitai quando fu ricoverato in ospedale, come segno di vicinanza e di amicizia.. A Mezzolombardo, la volle tenere appesa al muro di fronte al suo letto. Ora che ha compiuto il suo ultimo viaggio, amo pensare che dall’altra riva mi attenda con la stessa amicizia di cui mi ha onorato quaggiù. 25 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 La grande partecipazione di popolo ai suoi funerali, celebrati a Mollaro il giorno 28 giugno, più di tante parole, dicono della grande stima, amicizia e affetto di cui godeva. Ovunque abbia operato, ha lasciato una traccia profonda di sé, testimoniata anche nei vari interventi susseguitisi durante la cerimonia funebre. Particolarmente commovente quella dei suoi giovani di Mollaro, con i quali ha saputo intessere un rapporto di profonda umanità, di stimolo alla crescita umana e spirituale. Sono certo che da oggi abbiamo in cielo un protettore in più anche noi del Punto d’Incontro. Don Guerrino non se ne starà inoperoso neanche nella sua nuova esistenza, così come non lo è stato mentre era tra noi. Grazie, don Guerrino. ( Piergiorgio) VOLTO DI PADRE Ho visto occhi di adulti smarriti, occhi di giovani rigati dalle lacrime, mani di anziani stringersi in preghiere silenziose. Tu, padre di ognuno di loro eri lì, deposto nella tua bara. Sì, don Guerra, sei stato padre per loro. Nei volti dei più giovani ho letto lo stesso smarrimento di un figlio che perde il padre. Ho avuto la fortuna di conoscerti nel tempo della tua malattia e pensando a te, ricordando il tuo sguardo, quando ti ho salutato prima di andare in vacanza, sono certa che fra le parole non dette hai voluto salutarci con le parole di San Francesco: “Io ho fatto la mia parte, ora tocca voi.” Grazie don Guerra. (Attilia) Anche Sandro Tomasi (indicato dalla freccia in una vecchia fotografia) ci ha lasciati. È morto venerdì 21 giugno. Lo avevo incontrato una settimana prima, in strada, seduto a riposare e in attesa di rientrare a casa.Era notevolmente dimagrito e in attesa, così mi disse, di un nuovo intervento chirurgico. Mi colpì la sua apparente serenità, mentre mi parlava della sua situazione di salute.Sandro è certamente una persona che ha sofferto molto nella vita, ma che ha anche combattuto con coraggio. Lo ricordiamo con affetto. ( Piergiorgio) Un terzo lutto ci ha interessati in quest’ultimo periodo: la morte del papà della nostra collega di lavoro adetta all’amministrazione, Elizabeth. Domenico, il papà di Elezabeth, lo abbiamo potuto conoscere da vicino perché ha soggiornato per un lungo periodo a Trento. Ora che si poteva godere la rumorosa compagnia dei suoi nipotini, i due gemelli della figlia, si è trovato invece improvvisamente a dover combattere contro il male che lo minava. Lo ricordiamo con grande affetto e rinnoviamo ad Elizabeth il nostro sincero cordoglio per la sua scomparsa.
26 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Buon compleanno a …
( di Milena Berlanda)
LUGLIO
1: Che sssimpatico! Ma sì, stiamo parlando di te! Auguri da tutti noi a Max!
4: Alla più biricchina del Punto un grazie per tutto quello che fai ogni
giorno! Auguri Attilia !
5: Tanti auguri bella moraccia! Come chi è? Un bacio a
Elizabeth.
15: Un caloroso augurio e un abbraccio forte a nonna
Renata.
18: Buon Compleanno alla nostra Annamaria…ci manchi già!
21:
Un
calorosis­
simo
benvenuto
a Cristiana,
figlia di
Anna e
Antonio
che ha
scelto di
nascere
nella terra
d’origine
dei
genitori, la
Puglia
Capelli lunghi sciolti sulle spalle, fascino mediterraneo…Auguri
Massimo!
AGOSTO
1: Un augurio speciale alla nostra solare e birbante cuoca! Ci manchi!
Vieni a trovarci Carolina!
11: Capello scomposto, baffetto intrigante, fascino irresistibile! Auguri
al nostro coordinatore Angelo Poletti!!!
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PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 tratto da: www. buone notizie.it L’arrivo dei mille sui terreni confiscati alla mafia Con Libera campi della legalità per giovani da tutto il mondo 26 luglio 2006. Arriva il popolo dell’antimafia civile che quest’estate sarà impegnato nei nei campi della legalità, un vero e proprio volontariato all'insegna della lotta alle mafie sui terreni confiscati. Circa 1000 ragazzi provenienti da tutto il mondo, Giappone e America Latina compresi, tra i 18 e i 25 anni, che lavoreranno in cinque cooperative in altrettante regioni – Piemonte, Puglia, Calabria, Campania e Sicilia, per un totale di sette associazioni coinvolte (Libera, Legambiente, Arci, Agesci, Azione Cattolica, CNCA, Sci). Qualcuno lo chiama “turismo sociale”. Sta di fatto che da Corleone a Mesagne, da Gioia Tauro a Oppido Mamertina, da Castelvetrano a Torino i giovani sperimenteranno un modo diverso di fare le vacanze e si ritroveranno nell'estate 2006 a lavorare sui terreni confiscati ai boss della criminalità organizzata, un tempo simbolo di violenza e sopraffazione. L’associazione Libera, presieduta da don Luigi Ciotti, dichiara che: “L'obiettivo principale è diffondere una cultura fondata sulla legalità e sul senso civico che possa efficacemente contrapporsi alla cultura del privilegio e del ricatto che contraddistingue i fenomeni mafiosi nel nostro Paese dimostrando che, anche in quei luoghi dove la mafia ha spadroneggiato, possibile ricostruire una realtà sociale ed economica fondata sulla legalità e sul rispetto della persona umana e dell'ambiente. Sui quei terreni ora lavorano cooperative agricole e sociali che hanno ridato vita e produttività a queste terre, riconquistato territori e risorse che con la violenza e l'arroganza erano state tolte alla collettività, riconsegnandole così alla società civile”. Oltre a lavorare nei terreni insieme agli operatori delle cooperative, l’esperienza del campo prevede anche sessioni di studio e informazione sulle tematiche della lotta antimafia. L’idea per continuare a incentivare queste iniziative è utilizzare anche alberghi e case per ferie sul litorale romano confiscati alle mafie, che potrebbero diventare ostelli e luoghi per promuovere, dunque, il turismo responsabile. Autore: Gigliotti Barbara
28 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 viaggio immaginario...al Punto d’Incontro L
a signora Fausta, maestra in pensione da qualche anno, finite di sbrigare le poche faccende domestiche della mattinata, si era affacciata come il solito alla finestra di casa, per dare una sbirciatina in strada. Era un’abitudine acquisita ed avveniva puntualmente alle undici di ogni giorno, ad esclusione della domenica. Era una bella giornata di settembre. Fuori il cielo era di un azzurro terso. In strada non c’era nessuno; solo un paio di piccioni a rincorrersi sul marciapiede di fronte al portone di casa . Pensò di scendere per prendere una boccata d’aria, andandosi a sedere sulla panchina in giardino, posta sotto l’alto cedro. Uscita sul pianerottolo, incrociò la vicina, la signora Gianna; cosa che avveniva puntualmente, ogni volta che decideva di uscire. La signora Gianna prese ad attaccare discorso, facendo trapelare la sua angosciosa solitudine. Fausta le prestò ascolto, più per “carità cristiana”, come ripeteva a se stessa, che per intima convinzione. Anzi c’era da sospettare che la vicina le fosse anche un poco antipatica, ma lei s’imponeva questo sacrificio di starla a sentire perché convinta, facendolo, di acquisire meriti per il Paradiso. La signora Maestra, come la chiamavano tutti quelli di casa, era una donna all’antica; religiosissima, qualche volta anche un po’ pettegola, ma con una dote che la rendeva amabile: sapeva comprendere le persone. Pur molto legata ai suoi valori sui quali non transigeva, era però capace di mettersi, per così dire, nei panni degli altri, rifuggendo dal facile giudizio. Nei suoi lunghi anni di insegnamento, aveva saputo conquistarsi la stima e l’affetto degli alunni, grazie a quella sua disposizione che la portava, quasi con naturalezza, a non fare distinzione alcuna tra capaci e meno bravi, fra belli e brutti, fra ricchi o poveri. Per tutti aveva una attenzione particolare, che unita ad una misurata severità, la faceva sentire persona affidabile alla quale potersi rivolgere con fiducia. Ultimamente soffriva di un leggero handicap: era diventata sordastra. Di corporatura robusta, appariva tuttavia di aspetto gradevole. Dopo aver sostato qualche momento sul pianerottolo di casa, in ascolto della Gianna, s’avviò, senza fretta, giù lungo le scale; continuando a prestare ascolto alla sua interlocutrice. Naturalmente, mano a mano che scendeva, la voce della Gianna le giungeva meno chiara all’udito; pertanto, qualche risposta che le dava, non era tanto in sintonia con le domande o le considerazione della donna. Finalmente giunse in fondo ed uscì in giardino, giusto in tempo per vedere il postino che suonava al cancello di casa. «Buon giorno! Le apro subito» disse rivolta all’uomo. Riaprì il portone e pigiò l’interruttore che comandava l’apertura del cancello. «Buon giorno, signora Maestra!» salutò, entrando, il postino. Quindi le porse una lettera. «Mah! Chi sarà mai che mi scrive?» si chiese, rigirando tra le mani la lettera. Si diresse senza indugio verso la panchina e messasi a sedere, inforcò gli occhiali, aprì la missiva e prese a leggere. La si informava che veniva convocata ad una riunione da tenersi il giorno otto del mese, alle ore diciotto, presso la sede della scuola media Enrico Toti. «Che sarà mai questa novità?» pensò Fausta, rileggendo con rinnovata attenzione la lettera. Si soffermò sulla firma apposta in fondo al foglio. Il nome riportato non le tornava nuovo e tuttavia non le riusciva di ricordare chi fosse il dott. Bonifacio. Ripiegò con cura il foglio di carta, lo riinfilò nella busta e, messasi questa nella tasca del grembiule, fece un lungo sospiro borbottando tra sé qualche parola di biasimo per quell’ invito inaspettato. 29 PUNTO NOTIZIE luglio – agosto 2006 Più o meno nello stesso momento, nella parte opposta della città, la giovane collaboratrice domestica del professor Serapione, bussò leggermente alla porta del suo studio. «Avanti!» tuonò da dentro una voce baritonale. La porta si socchiuse lentamente e comparve sulla soglia la bionda Irina, che timidamente porse all’uomo seduto dietro una scrivania in noce, la posta appena ritirata. «Grazie! Metta pure qui sulla scrivania. A proposito, come sta oggi?» chiese con premura il professore. «Grazie a Dio, va meglio. Anche la gola non mi brucia più» rispose la giovane in un italiano stentato. «Si riguardi! Non faccia la sciocchezza di trascurare la salute per qualche ora di lavoro» riprese Serapione, con un tono che non ammetteva replica. «Ha ragione professore» rispose la donna, «ma sa bene quanto ho bisogno di lavorare». «D’accordo, d’accordo! La salute però viene prima. Adesso vada pure, e buona giornata». salutò, Serapione, congedandola. Lo studio dove sedeva Serapione, era una stanza abbastanza ampia, perennemente tenuta in penombra. Anche quel giorno, dopo aver arieggiato la mattina presto, il professore aveva abbassato la persiana, lasciando filtrare la luce indispensabile per poter leggere. L’ambiente nel quale trascorreva buona parte della giornata, faceva pendant con il carattere dell’uomo. A prima vista, infatti, dava l’impressione di una persona poco socievole e piuttosto tenebrosa. In realtà dietro la scorza di persona scostante, si nascondeva un uomo di specchiata onestà, di carattere franco e sincero. Era conosciuto per un accentuato anticlericalismo, e questo suo atteggiamento lo portava, talvolta, a scontrarsi con persone di sentimenti opposti ai suoi; con punte anche polemiche. Quella insofferenza per tutto quanto aveva a che vedere con cose ecclesiastiche, gli aveva inimicato non poche persone; anche nell’ambiente scolastico, quando ancora insegnava. Tuttavia coltivava poche, ma preziose amicizie, con qualche prete e frate. Anche Serapione era pensionato; al pari di Fausta. Aveva insegnato scienze, per tutta la vita, al liceo cittadino. Era vedovo e viveva da solo. I due figli, un maschio ed una femmina, sposati, vivevano altrove. Da qualche tempo aveva preso a servizio una giovane immigrata russa. Serapione aveva il fisico di un atleta: asciutto e piuttosto alto di statura, aveva due baffoni che lo faceva somigliare a qualche personaggio del Risorgimento; di quelli ritratti sui libri di scuola. Rimasto solo, controllò la posta. Fu attratto, per primo, dalla lettera in tutto uguale a quella giunta alla signora Fausta. Sulla busta, al posto del francobollo, portava impresso un timbro rosso. Preso il tagliacarte l’aprì con cura e lesse quanto scritto sul foglio. «Che baggianata sarà mai questa?» si chiese a voce alta. Poi scorse con lo sguardo l’agenda da tavolo che teneva aperta sulla scrivania, e controllò se mai avesse segnato qualche impegno per il giorno otto del mese. L’agenda gli apparve spaventosamente in bianco; pertanto fu ben felice di poter segnare quell’appuntamento. Dopodiché sprofondò nella lettura che aveva interrotto, lasciando perdere il resto della posta recapitata. (1° continua)
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