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L’OSSERVATORE ROMANO
POLITICO RELIGIOSO
GIORNALE QUOTIDIANO
Non praevalebunt
Unicuique suum
Anno CLIII n. 38 (46.282)
Città del Vaticano
venerdì 15 febbraio 2013
.
Ai preti di Roma il Papa parla della sua esperienza al Vaticano
II
e assicura la sua continua spirituale presenza
Nella Chiesa, nascosto al mondo
All’omelia del mercoledì delle Ceneri il forte invito a ritornare a Dio per superare ipocrisie, rivalità e divisioni
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C’è un concilio «virtuale», veicolato
dai media e costruito secondo categorie «politiche» estranee alla fede,
che in questi cinquant’anni ha provocato non pochi problemi e difficoltà alla Chiesa. E che oggi sta lasciando il posto al vero concilio «dei
padri», la cui forza spirituale costituisce il motore dell’autentico rinnovamento ecclesiale.
Quella che doveva essere una
«piccola chiacchierata» sul Vaticano
II si è trasformata in una illuminante
testimonianza che i preti di Roma,
riuniti nell’Aula Paolo VI la mattina
di giovedì 14 febbraio, hanno ascoltato dalla voce del “perito conciliare” Joseph Ratzinger. Il quale ha
colto l’occasione dell’annuale incontro quaresimale con il clero della
diocesi per rievocare la sua esperienza personale durante i quattro periodi dell’assise ecumenica. Una riflessione, quella del Papa, scandita dai
temi principali che furono oggetto
del dibattito dei padri: liturgia, ecclesiologia, Parola di Dio, ecumenismo e dialogo con le religioni, rapporto tra Chiesa e mondo. E conclusa dall’invito a vivere l’Anno della
fede — proclamato proprio nel cinquantesimo dell’apertura dei lavori
— come occasione per far ritornare
alla luce il «concilio reale», quello
«della fede», sul quale è possibile
realizzare la vera riforma della
Chiesa.
Molti gli spunti e le indicazioni
suggerite da Benedetto XVI, che per
oltre 45 minuti ha rievocato con
semplicità e senza reticenze lo spirito di un avvenimento vissuto con
entusiasmo e speranza, nella ferma
convinzione che da esso sarebbe scaturita una nuova era nella vita della
Chiesa. Per il Papa è stata soprattutto la voglia di partecipare e di essere
soggetti attivi a motivare le scelte
fondamentali dei padri: a cominciare
da quella compiuta il primo giorno,
quando l’assemblea decise di non
votare subito i membri delle commissioni sulla base delle liste già
preparate, chiedendo più tempo per
favorire gli incontri e la conoscenza
tra i diversi gruppi nazionali presenti. Un segno evidente, secondo il
Pontefice, della dimensione universale della Chiesa, chiamata a vivere e
crescere al di là di ogni differenza di
lingua, razza e cultura.
In questo stesso spirito Benedetto
XVI ha letto gli esiti del rinnovamento liturgico del Vaticano II, fondato
sulla duplice esigenza dell’«intellegibilità» del linguaggio — che tuttavia
non significa «banalità», ha avvertito — e della partecipazione attiva dei
fedeli. Così come ha richiamato l’ecclesiologia
conciliare
racchiusa
nell’espressione «Noi siamo Chiesa»,
ossia corpo vivo di Cristo e non mera organizzazione o struttura giuridica. Aggiungendo che la categoria
della «collegialità» ha evidenziato il
ruolo dei vescovi come successori
degli apostoli ed elementi portanti
nella «complementarietà» dei fattori
che costituiscono il corpo della
Chiesa.
Non meno significative le sottolineature del Papa sul tema del rapporto tra sacra scrittura e tradizione
— la Chiesa obbedisce alla Parola di
Dio ma ne rappresenta, allo stesso
tempo, il soggetto vivo — e sul dialogo con le altre religioni. A proposito del quale il Pontefice non ha
mancato di rievocare la vivacità del
dibattito dal quale presero vita la
Nostra aetate e la Dignitatis humanae,
che insieme alla Gaudium et spes costituiscono una sorta di «trilogia» la
cui importanza si va sempre più rivelando e confermando col passare
degli anni.
Non è mancato da parte di Benedetto XVI un accenno alla decisione
Il dibattito sul Vaticano II rivisto
alla luce di quanto accadde in
Germania dopo l’assise del 1869-1870
Conflitti postconciliari
WALTER BRANDMÜLLER
A PAGINA
4
di rinunciare al papato annunciata
lunedì scorso. Ringraziando i sacerdoti per la corale manifestazione di
affetto, il Papa ha assicurato che anche nel ritiro della preghiera, nascosto al mondo, sarà sempre vicino alla sua diocesi e alla Chiesa.
Parole che hanno richiamato quelle con cui il Pontefice ha aperto
l’omelia della messa del mercoledì
delle Ceneri celebrata nella serata
del 13 febbraio. «È un’occasione
propizia per ringraziare tutti, mentre
mi accingo a concludere il ministero
petrino, e per chiedere un particolare ricordo nella preghiera» ha detto
ai fedeli che hanno gremito la basilica Vaticana per tributargli una commossa manifestazione di affetto.
Una celebrazione, l’ultima presieduta pubblicamente da Benedetto XVI,
durante la quale è risuonato il forte
invito a «ritornare a Dio» attraverso
un cammino interiore che agisca
«sul proprio cuore, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta». Dal Papa è venu-
to, in particolare, un severo monito
contro l’«ipocrisia religiosa», gli «individualismi», le «rivalità» e le «divisioni» che deturpano il volto della
Chiesa.
IL
RITO DELLE
CENERI
A PAGINA
8
L’obiettivo fissato per il 2015 dal fondo internazionale delle Nazioni Unite per lo sviluppo rurale
Dopo il nuovo test nucleare effettuato dalla Corea del Nord
Ottanta milioni di poveri in meno
Washington pronta
a proteggere il Giappone
ROMA, 14. Il fondo internazionale
delle Nazioni Unite per lo sviluppo
agricolo (Ifad) punta a far emergere
dalla miseria ottanta milioni di persone entro il 2015, secondo quanto
ha dichiarato ieri il suo presidente,
Kanayo Nwanze, aprendo a Roma la
riunione annuale del consiglio dei
governatori. «Noi pianifichiamo —
ha detto Nwanze — di permettere a
80 milioni di persone che vivono
nelle campagne di uscire dalla povertà entro il 2015».
Il presidente dell’Ifad, riconfermato per un secondo quadriennio, ha
anche esortato i Paesi aderenti a lavorare insieme per «rendere le aree
rurali un motore di crescita, fornendo cibo, posti di lavoro e un reddito
decente a tre miliardi di donne e uomini nei Paesi in via di sviluppo».
Nwanze ha aggiunto che il prossimo
programma Ifad per lo sviluppo rurale arriverà a dotarsi, con i finanziamenti di vari partner, di 7,9 miliardi
di dollari.
Nel quadriennio di presidenza di
Nwanze l’Ifad ha aumentato la sua
presenza nei Paesi in cui opera. Nel
2009 l’Ifad aveva uffici in 25 Paesi.
Alla fine del 2012 gli uffici erano 38,
mentre lo staff sul campo ha aumentato il numero degli operatori del 15
per cento.
Punti chiave per lo sviluppo economico rurale sono, secondo Nwanze, le nuove generazioni rurali e la
resistenza ai cambiamenti climatici.
«Le aree rurali attive possono assicurare un flusso dinamico di benefici
economici tra le zone rurali e quelle
urbane così che le Nazioni possano
godere di uno sviluppo bilanciato e
sostenibile», ha detto Nwanze, nel
discorso di ieri. Questo impegno
rappresenta, soprattutto per i Paesi
poveri, un elemento chiave di crescita, poiché «lo sviluppo è più efficace
quando è autonomo». In merito ai
cambiamenti climatici, Nwanze ha
ricordato l’importanza di un’azione
immediata perché «il modo in cui rispondiamo alle sfide di oggi determinerà non solo il sistema alimentare del futuro, ma anche la salute degli ecosistemi e la distribuzione della
popolazione mondiale». Su questo
tema l’Ifad sta già aiutando i piccoli
proprietari terrieri agricoli ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a salvaguardare le risorse naturali.
Una risaia nella provincia indonesiana di Giava Occidentale (Reuters)
WASHINGTON, 14. Il presidente
statunitense, Barack Obama, ha
ribadito, in un colloquio con il
premier giapponese, Shinzo Abe,
l’impegno degli Stati Uniti a proteggere il Giappone. I due leader
hanno «discusso il test nucleare
della Corea del Nord e si sono
consultati sui passi da compiere
dopo la violazione degli obblighi
internazionali da parte del regime
di Pyongyang». Lo ha affermato
la Casa Bianca, sottolineando che
i due leader «si sono impegnati a
lavorare insieme per cercare
un’azione significativa del Consiglio di sicurezza dell’Onu e cooperare sulle misure per impedire i
programmi nucleari e missilistici
della Corea del Nord».
Dal canto suo, il segretario alla
Difesa americano, Leon Panetta,
ha auspicato «azioni immediate»
contro la Corea del Nord, chiedendo al Consiglio di sicurezza
dell’Onu di approvare ulteriori
sanzioni contro il regime comunista di Pyongyang. Lo ha reso noto il portavoce del Pentagono,
George Little, che ha riferito di
un colloquio telefonico tra Panetta e il suo omologo sudcoreano,
Kim Kwan Jin. Il numero uno
uscente del Pentagono nel corso
della telefonata ha quindi ribadito
l’impegno degli Stati Uniti a difendere la Corea del Sud da ogni
eventuale aggressione. Il Consi-
glio di sicurezza ha immediatamente condannato con forza,
all’unanimità, il terzo test nucleare di Pyongyang «che rappresenta
una chiara minaccia alla pace e
alla sicurezza internazionale» e
ora sta discutendo «delle misure
che dovranno essere adottate».
La Corea del Nord ha effettuato il terzo test nucleare per «punire i nemici e avvertire di essere
già pronta sia per le sanzioni che
per la guerra». La prova di martedì è stata «un passo decisivo di
autodifesa contro le azioni ostili
di Stati Uniti e alleati», si legge
in un commento del quotidiano
«Rodong Sinmun», rilanciato
dall’agenzia Kcna.
NOSTRE
INFORMAZIONI
Provvista di Chiesa
In data 14 febbraio 2013, il
Santo Padre ha nominato
Vescovo di Moulins (Francia) il Reverendo Monsignore Laurent Percerou, finora Vicario Generale della
Diocesi di Chartres.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 2
Firma di Protocollo d’intesa
tra il Governatorato
dello Stato della Città del Vaticano
e il Ministero per i Beni e le Attività
Culturali della Repubblica Italiana
Per la prima volta la Russia ospita il vertice che punterà i riflettori sulle politiche monetarie
Al centro del G20
la guerra delle valute
insisterà anche sulla riforma delle
quote del Fondo monetario internazionale (Fmi), rilanciando il suo ruolo di ponte fra G8 e G20, essendo
l’unica economia emergente a far
parte di entrambi i consessi.
L’Europa, dal canto suo, avrà occasione di riflettere anche sul tema
dell’unione bancaria, la cui necessità
è stata rilanciata ieri dal Fondo monetario internazionale con l’obiettivo
di rafforzare «la stabilità del sistema
finanziario europeo e la sua sicurezza». Il G20 esordisce con una riunione dei vice dei ministri delle Finanze
e dei governatori centrali. Venerdì è
prevista, tra l’altro, una conferenza
stampa di Mario Draghi, insieme al
governatore della Banca centrale russa, Serghiei Ignatiev.
Da rilevare che per la prima volta
la Svizzerà assisterà alle riunioni dei
ministri delle maggiori potenze economiche mondiali, e così si potrà
impegnare a difesa della sua piazza
finanziaria. Berna aveva ripetutamente espresso il desiderio di partecipare ai lavori del G20, ma solo
quest’anno i rappresentanti della
Confederazione sono stati invitati ad
assistere ai lavori. «La Svizzera cercherà di contribuire all’implementazione delle regole internazionali per
il settore bancario» ha dichiarato
Anne Césard, portavoce della segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali in seno al ministero delle Finanze elvetico.
MOSCA, 14. Per la prima volta padrona di casa del G20, la Russia si
prepara a ospitare, oggi a Mosca, la
riunione inaugurale del ministri delle Finanze e dei governatori delle
Banche centrali sullo sfondo della
cosiddetta guerra delle valute e della
crisi
dell’eurozona.
Prioritarie
nell’agenda dei lavori la politica monetaria del Giappone e la sua decisione di indebolire lo yen. Una manovra che, insieme al dollaro già deprezzato, alimenta il supereuro colpendo l’export e ostacolando la ripresa del vecchio continente.
Dopo aver riaffermato il suo impegno per «tassi di cambio determinati dal mercato», martedì il G7 aveva lanciato un primo allarme ammonendo che «una volatilità eccessiva e
movimenti disordinati nei tassi di
cambio possono avere implicazioni
sfavorevoli per la stabilità economica
e finanziaria». Ma ha lasciato al G20
moscovita il compito di andare eventualmente oltre. Ieri il primo ministro britannico, David Cameron, ha
ammonito che «non si ricorre alla
svalutazione in nome della crescita,
di qualsiasi Paese si tratti». E il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, riferendosi a Giappone e Stati Uniti, ha messo in
guardia le grandi potenze industriali
dal continuare a inondare i mercati
di liquidità per evitare una crisi come quella del 2008.
Gli analisti tuttavia tendono a
escludere un isolamento di Tokyo
dal G20 moscovita: non ultimo perché anche gli Stati Uniti praticano
politiche analoghe. Il sottosegretario
al Tesoro, Lael Brainard, che guiderà
la delegazione americana al posto
del nuovo segretario, Jacob Lew
(non ancora in carica), ha già osservato nei giorni scorsi che se le svalutazioni competitive devono essere
evitate, Washington ha intenzione di
sostenere gli sforzi giapponesi di rinvigorire la crescita e di esaurire la
deflazione. Anche il presidente della
Banca centrale europea (Bce), Mario
Draghi, ha cercato di disinnescare la
miccia, giudicando «esagerato» parlare di una «guerra delle valute». La
Banca centrale russa, tramite il suo
primo vice Alexiei Ulyukaiev, ha
stigmatizzato recentemente «la politica monetaria protezionistica» di
Tokyo. Stamane intanto si è appreso
che il Giappone resta in recessione:
il pil si è contratto dello 0,1 per cento a ottobre-dicembre sui tre mesi
precedenti, segnando una flessione
annualizzata dello 0,4 per cento. I
due dati, negativi per il terzo trimestre di fila, giungono a sorpresa viste
le stime di crescite pari, rispettivamente, allo 0,2 per cento e 0,4-0,6
per cento, e confermano il peso del
rallentamento dell’economia mondiale su quella nipponica.
Nel frattempo fonti della delegazione russa hanno tenuto a precisare,
in queste ore, che accanto alle questioni legate alla guerra delle valute
saranno discussi altri importanti temi durante i lavori. Infatti, rilevano
gli osservatori, Mosca intende approfondire anche due punti che ha
introdotto per la sua presidenza: il
finanziamento degli investimenti come base per la crescita economica e
la creazione di occupazione, e la
modernizzazione dei sistemi nazionali dei prestiti pubblici e della gestione del debito sovrano. La Russia
Un tabellone con i cambi delle valute a Tokyo (Afp)
Unione bancaria necessaria
per l’eurozona
Verso un accordo di libero scambio
tra Stati Uniti e Ue
dell’istituto internazionale con sede a New York. Tuttavia, spiega il
Fondo monetario, un meccanismo
di supervisione unico per le banche nell’area euro da solo farà poco per indebolire il circolo vizioso
fra banche e debito sovrano: c’è,
dunque, bisogno di un’autorità di
risoluzione comune e di reti di sicurezza. Una autorità di risoluzione che deve avere poteri forti per
chiudere o ristrutturare banche.
La sede dell’Fmi
Tobin Tax anche sui titoli di Stato
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per parte della Repubblica Italiana,
il Dott. Adriano Rasi Caldogno,
Capo di Gabinetto del Ministero
per i Beni e le Attività Culturali; il
Dott. Paolo Carpentieri, Capo
dell’Ufficio Legislativo, e l’Arch.
Federica Galloni, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio.
Il Protocollo d’intesa — sviluppando lo Scambio di Note del 1991
tra l’Italia e la Santa Sede relativo
alla proprietà ed all’uso del «Passetto di Borgo» e considerando il
comune interesse ad una collaborazione al fine della tutela e valorizzazione del patrimonio storico ed
artistico — definisce l’uso del «Torrino di Avvistamento» al fine di
consentire il deflusso del pubblico
per il camminamento interno ed
esterno al monumento, anche con
riguardo alla necessità di predisporre idonee infrastrutture per le persone disabili.
L’accordo si inserisce nel progetto
generale di restauro e valorizzazione
del «Passetto di Borgo» ad opera
del Ministero per i Beni e le Attività
Culturali della Repubblica Italiana,
al fine di consentire la riapertura al
pubblico del prestigioso camminamento, con accesso dal Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo.
Il Protocollo d’intesa, che consiste di un preambolo e di 8 articoli,
è entrato in vigore il giorno stesso
della firma.
I negoziati si apriranno a giugno
NEW YORK, 14. «L’unione bancaria è necessaria per l’area euro: è
la conclusione logica dell’idea che
sistemi bancari integrati richiedono una supervisione prudenziale
integrale». Lo afferma uno studio
del Fondo monetario internazionale (Fmi), sottolineando che la questione è immediata e di lungo termine. L’unione bancaria può aiutare a rafforzare la stabilità del sistema finanziario europeo e la sua
sicurezza,
aggiunge
la
nota
golare iter comunitario ed essere approvata dal Consiglio dell’Ecofin.
La tassa dovrebbe generare un
“tesoretto” di circa 35 miliardi di euro l’anno, un miliardo solo per l’Italia. In base alla proposta iniziale
presentata un anno fa, alle transazioni si applicherebbero delle aliquote minime di 0,1 per cento per
obbligazioni e azioni (come i titoli
di Stato), e 0,01 per cento sui derivati. Oltre all’Italia, sarà applicata
in Germania, Francia, Belgio, Estonia, Grecia, Spagna, Austria, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. Un
blocco che rappresenta i due terzi
L’OSSERVATORE ROMANO
Il giorno 14 febbraio 2013, alle ore
12 presso il Ministero per i Beni e
le Attività Culturali della Repubblica Italiana, è stato sottoscritto il
Protocollo d’intesa tra il Governatorato dello Stato della Città del
Vaticano e il Ministero per i Beni e
le Attività Culturali della Repubblica Italiana per l’utilizzazione del
Passetto di Borgo e del Torrino di
Avvistamento.
Hanno firmato: per la Santa Sede, Sua Eminenza Rev.ma il Card.
Giuseppe Bertello, Presidente del
Governatorato dello Stato della
Città del Vaticano e, per la Repubblica Italiana, il Signor Prof. Lorenzo Ornaghi, Ministro per i Beni e
le Attività Culturali.
Hanno assistito al solenne atto:
per parte dello Stato della Città del
Vaticano, S.E. Rev.ma Mons. Giuseppe Sciacca, Segretario Generale
del Governatorato dello Stato della
Città del Vaticano; Mons. Carlo Alberto Capella, Segretario di Nunziatura presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria
di Stato e l’Avv. Cav. Carlo Carrieri, Capo dell’Ufficio Giuridico del
Governatorato dello Stato della
Città del Vaticano. Erano altresì
presenti il Prof. Antonio Paolucci,
Direttore dei Musei Vaticani, e
Mons. Paolo Nicolini, Delegato per
i Settori Amministrativo-Gestionali
dei Musei Vaticani;
Documento del Fondo monetario internazionale
WASHINGTON, 14. Le scadenze sono
state fissate: i negoziati per una zona di libero scambio tra Stati Uniti
e Unione europea inizieranno a giugno per concludersi nell’arco di due
anni. Il presidente statunitense Barack Obama, martedì, nel discorso
sullo Stato dell’Unione, ha detto:
«Vi annuncio che lanceremo colloqui per un accordo transatlantico su
scambi e investimenti con l’Unione
europea, perché il commercio libero
ed equo tra le sponde dell’Atlantico
alimenta milioni di posti lavoro
americani ben pagati».
A questa affermazione ha fatto
subito seguito, ieri, un comunicato
congiunto firmato dallo stesso Obama con il presidente del Consiglio
dell’Ue, Herman Van Rompuy, e il
presidente della Commissione europea, José Manuel Durão Barroso,
che ha aperto ufficialmente il fascicolo. Si tratta del primo risultato
concreto raggiunto da un lavoro di
preparazione iniziato nel 2011 dai
mediatori delle due sponde.
Unione europea e Stati Uniti rappresentano insieme metà del pil
mondiale e quasi un terzo dei flussi
commerciali globali. Le loro relazioni economiche sono le più ricche in
assoluto, con oltre 1,8 miliardi di
euro di beni e servizi scambiati ogni
giorno: oltre settecento miliardi nei
dodici mesi del 2011. L’Ue, sempre
nel 2011, ha esportato 260,6 miliardi
di euro di merci negli Stati Uniti e
del pil dell’Ue. La tassa si applicherà a banche e soggetti finanziari che
risiedono negli undici Paesi che
hanno avviato la cooperazione rafforzata e anche a tutti gli strumenti
finanziari emessi in quei Paesi, indipendentemente
dalla
residenza
dell’investitore. Escluse, ovviamente,
le operazioni finanziarie ordinarie di
cittadini e imprese, quindi contratti
assicurativi, prestiti alle aziende,
mutui immobiliari, transazioni tramite carta di credito, pagamenti di
servizio. Esclusi anche il meccanismo europeo di stabilità e il Fondo
europeo di stabilità.
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
TIPO GRAFIA VATICANA
EDITRICE L’OSSERVATORE ROMANO
Carlo Di Cicco
don Sergio Pellini S.D.B.
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
direttore generale
NEW YORK, 14. I consigli di amministrazione di American Airlines e
Us Airways hanno approvato, separatamente, la fusione dalla quale nascerà un colosso dei cieli, con una
capitalizzazione di mercato fino a 11
miliardi di dollari. L’accordo raggiunto — secondo quanto riporta
«The Wall Street Journal» — servirà
da piano di riorganizzazione per
American Airlines, dal novembre del
2011 in bancarotta.
L’intesa prevede che ai creditori
di American Airlines vada il 72 per
cento della nuova società e a quelli
di Us Airways il 28 per cento. A
guidare quella che diventerà la pri-
Servizio vaticano: [email protected]
Servizio internazionale: [email protected]
Servizio culturale: [email protected]
Servizio religioso: [email protected]
Segreteria di redazione
telefono 06 698 83461, 06 698 84442
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127,1 miliardi di servizi. Per contro,
ha importato 184,2 miliardi di euro
di merci e 130,5 miliardi di servizi.
Stati Uniti e Unione europea sono
l’uno per l’altro il primo partner
commerciale: il 13,8 per cento di
tutti gli scambi dell’Ue avviene con
gli Stati Uniti che, a loro volta, realizzano il 17,8 per cento del loro
commercio con i Ventisette.
Secondo
la
Commissione
dell’Unione europea, entro il 2027
l’accordo potrebbe far crescere il pil
dell’Unione di 86 miliardi di euro
all’anno, pari allo o,5 per cento del
totale. Per gli Stati Uniti, il contributo alla crescita sarebbe invece di
65 miliardi di euro, lo 0,4 per cento
del pil. L’intesa garantirebbe alle
imprese europee un più agevole accesso ai mercati dei partner degli
Stati Uniti nel Nafta: Canada e
Messico. Rilevano gli analisti che le
grandi potenzialità dell’intesa potrebbero però non bastare a spianare la strada, nonostante le barriere
tariffarie siano già molto basse.
In media il 5,2 per cento da parte
europea e il 3,5 per cento per gli
Stati Uniti. Come indica «Il Sole 24
Ore» gli ostacoli sono i sussidi
all’agricoltura e le barriere non tariffarie, con gli standard su metodi di
produzione e tutela della salute.
L’Europa ha la legislazione più restrittiva al mondo sugli ogm. Se a
livello comunitario è arrivato il riconoscimento che le colture genetica-
mente modificate non minacciano la
salute, i Governi si rifiutano di autorizzarle: eventuali concessioni agli
Stati Uniti che premono perché siano abbandonate posizioni definite
antiscientifiche, dovrebbero superare
il vaglio dell’Europarlamento e dei
Governi dei Ventisette.
Stessa sorte, spiegano gli esperti,
per qualsiasi intesa sulla vendita in
Europa di carni di animali allevati
con ormoni della crescita o di pollame trattato con cloro. Il presidente
della Commissione europea ha precisato che «il negoziato non metterà
a repentaglio la salute dei consumatori» e che «le legislazioni sugli
ogm non entreranno nei colloqui».
Fusione tra Us Airways
e American Airlines
Proposta dalla Commissione europea
BRUXELLES, 14. È attesa per oggi la
proposta di direttiva per la Tobin
Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie che l’Europa ha deciso a gennaio di introdurre, ma solo negli
undici Paesi, tra cui l’Italia, che
hanno aderito a una iniziativa nuova nella storia dell’Ue, cioè alla prima cooperazione rafforzata sulla
tassazione. A Bruxelles, la Commissione Ue presenterà la tassazione
degli strumenti del debito pubblico
sui mercati secondari (non dunque
in fase di emissione da parte dello
Stato, ma nelle contrattazioni successive), che dovrà poi seguire il re-
venerdì 15 febbraio 2013
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ma compagnia aerea del mondo dovrebbe essere l’amministratore delegato di Us Airways, Doug Parker. Il
numero uno di American Airlines,
Tom W. Horton, sarà invece il presidente non esecutivo della società,
almeno fino al 2014, ovvero fino a
quando non si terrà la prima assemblea degli azionisti della nuova società, dopo che American Airlines
sarà uscita dalla bancarotta. La nuova società — il cui consiglio di amministrazione sarà composto da dodici membri — manterrà il termine
American e il quartier generale in
Texas.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
Ufficio diffusione: telefono 06 698 99470, fax 06 698 82818,
[email protected]
Ufficio abbonamenti (dalle 8 alle 15.30): telefono 06 698 99480,
fax 06 698 85164, [email protected]
Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
Napolitano
in visita
a Washington
WASHINGTON, 14. Il presidente
della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, è negli Stati
Uniti in visita ufficiale. Il programma odierno prevede un colloquio a Washington con l’ex
speaker democratica, orgogliosa
delle sue radici italiane, Nancy
Pelosi. Poi vedrà il vice presidente, Joe Biden, e concluderà la
giornata con una visita al David
Apollo, la scultura di Michelangelo
esposta
alla
National
Gallery of Art, nell’ambito
dell’anno della cultura italiana
negli Stati Uniti. Domani, venerdì, è invece previsto l’incontro
con il presidente, Barack Obama.
Per l’occasione, Obama aprirà la
storica dependance dei presidenti
americani, la Blair House, all’interno del perimetro della Casa
Bianca, sulla centralissima Pennsylvania Avenue. Un gesto che
in codice diplomatico esprime
uno straordinario attestato di stima per il capo dello Stato italiano. A seguire, Giorgio Napolitano avrà un colloquio con la
stampa e poi un vertice con il
nuovo segretario di Stato americano, John Kerry, subentrato nei
giorni scorsi a Hillary Clinton.
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Credito Valtellinese
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venerdì 15 febbraio 2013
Si riunisce
l’Assemblea
costituente
tunisina
pagina 3
Nessuna
intesa
nei colloqui
tra Aiea e Iran
La diplomazia statunitense punta a convincere il presidente Bashir al Assad a lasciare il potere
Aiuti umanitari agli sfollati siriani
TUNISI, 14. Una seduta plenaria
dell’Assemblea nazionale costituente è prevista in Tunisia per
dibattere la situazione nel Paese
che attende la formazione di un
Governo tecnico come auspicato
dal premier, Hamadi Jebali, contro il parere del partito di maggioranza Ennadha.
La situazione resta tesa e gli
islamisti di Ennadha hanno convocato per sabato prossimo una
nuova manifestazione a sostegno
del loro movimento, da contrapporre alle proteste e ai disordini
seguiti all’assassinio, il 6 febbraio
scorso a Tunisi, del leader
dell’opposizione laica Chokri Belaid. Lo ha reso noto uno dei leader del partito Mohammed
Akrout. «I nostri sostenitori debbono difendere la loro rivoluzione
e gli interessi del popolo, appoggiare la nostra legittimità e realizzare gli obiettivi rivoluzionari»,
ha affermato Akrout in aperta polemica con il premier che punta a
formare un nuovo Governo con
soli tecnici.
Secondo il presidente della Tunisia, Moncef Marzouki, il Paese
ha «assorbito lo shock» dell’uccisione di Chokri Belaid e non c’è
il rischio di un «bagno di sangue». In un’intervista pubblicata
da «Le Figaro» il capo dello Stato si è detto favorevole all’ipotesi
di un «regime misto» perché —
ha spiegato — la Tunisia «ha sofferto molto per la dittatura e ora
si tratta di creare un sistema che
impedisca in modo assoluto il ritorno alla dittatura». Dopo l’assassinio di Belaid, il ministero
dell’Interno tunisino ha intanto
annunciato l’adozione di misure
di protezione nei confronti dei
politici.
Una famiglia siriana nelle vie di Aleppo (Reuters)
DAMASCO, 14. Si moltiplicano gli sforzi della comunità internazionale per assistere le popolazioni
della Siria mentre continua ad allungarsi la tragica lista delle vittime del conflitto: 144 morti nella
sola giornata di ieri come riferiscono fonti dei ribelli.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati (Unhcr) ha completato la seconda consegna di aiuti umanitari nel nord ovest della Siria,
dove migliaia di sfollati hanno disperato bisogno
di assistenza. Una nota dell’Unhcr precisa che
l’operazione è stata condotta in collaborazione
con la Mezzaluna rossa siriana e la comunità locale. L’ultimo convoglio, composto da sette tir
contenenti mille tende e quindicimila coperte, ha
viaggiato da Latakia e Damasco fino alla zona di
Bab al Hawa, dove gli aiuti sono stati consegnati
agli sfollati. «Si tratta di operazioni complesse
che comportano dei rischi, ma i bisogni umanitari
della popolazione civile sfollata in queste zone richiedono un intervento. L’obbligo morale di aiutare è chiaro», ha affermato l’Alto commissario,
Antonio Guterres.
La nota dell’Unhcr ricorda anche che continuano ad aumentare i rifugiati nei Paesi confinanti.
D all’inizio del 2013 il numero di registrati
dall’Unhcr o in attesa di esserlo cresce di oltre
cinquemila persone al giorno e gli ultimi dati riportano la cifra di 814.677. Questo numero comprende 273.908 persone in Libano, 252.706 in
Giordania, 177.387 in Turchia, 88.143 in Iraq,
16.195 in Egitto e 6.338 in altri Stati nordafricani.
Nel frattempo, non si profilano svolte sul fronte della diplomazia, anche se quella statunitense
sta lavorando per convincere il presidente siriano
Bashir al Assad a lasciare il potere. Lo ha detto
ieri in un incontro con la stampa il segretario di
Stato, John Kerry, secondo il quale «dobbiamo
lavorare sull’attuale percezione che il presidente al
Assad ha della situazione. Ci sono da affrontare
una serie di cose che contribuiranno a cambiare
questo suo modo di vedere la questione e, soprattutto, la sua percezione che restare al potere sia
inevitabile».
VIENNA, 14. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea)
non ha concluso alcun accordo
con l’Iran in tema di verifica sul
controverso programma nucleare.
Lo ha dichiarato oggi a Vienna il
capo degli ispettori dell’Aiea,
Herman Nackaerts, di ritorno da
una missione a Teheran. «Abbiamo avuto delle discussioni su un
documento per dare un approccio
strutturato» al programma nucleare iraniano «ma non siamo
riusciti a concordarlo», ha spiegato ai giornalisti il rappresentante
dell’Aiea aggiungendo che «non
siamo riusciti a metterci d’accordo
su una data per la prossima riunione».
I colloqui fra l’Iran e l’Aiea
continueranno, ha annunciato dal
canto suo l’ambasciatore iraniano
presso l’Aiea Ali Asghar Soltanieh, sottolineando che «Iran e
Agenzia internazionale per l’energia atomica hanno raggiunto un
accordo di base per elaborare un
quadro strutturato per risolvere le
questioni pendenti circa il programma energetico della Repubblica islamica». L’ambasciatore
iraniano, dopo la fine dei colloqui, ha affermato che le divergenze residue saranno discusse nel
prossimo incontro. Qualche piccolo passo avanti, a differenza
che nel recente passato, sarebbe
stato compiuto secondo Teheran
con la delegazione dell’Aiea. «Sono state risolte alcune divergenze», ha riferito ancora Soltanieh,
«e su certe questioni si è arrivati
a un’intesa». «Oltre a questo», ha
proseguito il diplomatico iraniano, «sono state presentate nuove
proposte e le due parti hanno deciso di esaminarle e di scambiare i
rispettivi punti di vista nei futuri
incontri».
Forniture d’armi russe all’esercito di Bamako
Segnalate vittime di un’epidemia di morbillo
Decine di migliaia di maliani
in fuga oltre i confini
La crisi centroafricana degenera
in emergenza sanitaria
BAMAKO, 14. La sicurezza nel nord
del Mali, teatro dell’offensiva delle
forze francesi e di quelle governative di Bamako contro i gruppi jihadisti, è lontana dall’essere ripristinata e, anzi, tra le popolazioni tuareg
e arabe c’è crescente timore di ritorsioni e vendette da parte dell’esercito maliano, formato da appartenenti
alle etnie nere del sud. Di conseguenza, aumenta di giorno in giorno il numero delle persone che cercano scampo nei Paesi confinanti, in
particolare in Mauritania, dove sono
ormai oltre settantamila i rifugiati
maliani ai quali si aggiungono ogni
Referendum
costituzionale
nello Zimbabwe
HARARE, 14. Si terrà il prossimo
16 marzo il referendum nello
Zimbabwe sulla nuova bozza di
Costituzione. Lo ha annunciato il
ministro per gli Affari parlamentari e costituzionali, Eric Matinenga. Il ministro ha precisato
che non ci saranno registri elettorali e che ogni cittadino che abbia compiuti i 18 anni di età e sia
in possesso di un documento di
identità valido potrà avere accesso al voto. Una volta approvata,
la nuova Carta fondamentale entrerà in vigore tra aprile e maggio
e subito dopo sarà annunciata la
data delle elezioni parlamentari e
presidenziali, che la stampa locale prevede per luglio.
Con tali elezioni dovrebbe avere termine l’esperienza del Governo di unità nazionale creato
successivamente alle elezioni del
2008, quando l’attuale primo ministro Morgan Tsvangirai, leader
del Movimento per il cambiamento democratico, si rifiutò di
partecipare a un ballottaggio accusando il presidente Robert
Mugabe di averlo privato della
vittoria al primo turno tramite
brogli. Successivamente, su pressione dei Paesi dell’Africa australe, Tsvangirai e Mugabe concordarono appunto la creazione di
un Governo di unità nazionale
per porre fine alle violenze e alla
crisi politica in atto nel Paese.
giorno tra trecento e cinquecento
persone. La cifra in questione è stata fatta dall’ambasciatore della Turchia a Nouakchott, Musa Kulaklikaya, in un’intervista all’agenzia di
stampa Anadolu, nella quale ha sottolineato che i maliani temono «pulizia etnica e vendette».
Un allarme in merito aveva lanciato martedì l’Alto commissario
dell’Onu per i Diritti umani, Navanethem Pillay, secondo la quale c’è
il pericolo di una catastrofica spirale
di violenze, mentre l’Unicef, il fondo dell’Onu per l’infanzia, era tornato a denunciare l’arruolamento
forzato di bambini nel nord del
Paese e l’alto tasso di malnutrizione
destinato a colpire quest’anno
650.000 giovani.
Nell’intervista all’agenzia Anadolu, Kulaklikaya ha specificato che i
maliani fuggiti in Mauritania sono
in maggioranza donne e bambini, e
che 42 istituzioni internazionali con
cinquecento addetti stanno operando sul campo coordinate dall’O nu.
Secondo l’ambasciatore turco, è appunto l’Onu ad offrire il principale
sostentamento ai profughi maliani,
considerate le scarse risorse del Governo mauritano. Kulaklikaya ha
parlato anche di preoccupazione
delle autorità di Nouakchott per i
circa duemila armati che avrebbero
varcato il confine, sottolineando un
rafforzamento delle misure di sicurezza. Notizie analoghe di rafforzamento dei controlli ai confini giungono dall’Algeria.
Nel frattempo, l’esercito di Bamako ha ricevuto rifornimenti bellici
da Mosca. «Abbiamo fornito armi
da fuoco, l’ultima consegna è stata
fatta due settimane fa. Sono in corso negoziati per forniture supplementari per quantità più piccole»,
ha riferito ieri Anatoly Isaikin, il direttore di Rosobornexport, l’agenzia
federale russa per la vendita di armi. Allo scoppio della nuova fase
della crisi in Mali, con l’intervento
armato della Francia, si era diffusa
anche la notizia che Mosca avrebbe
fornito mezzi di trasporto alle truppe francesi. Il ministro degli Esteri
russo, Serghei Lavrov, aveva poi
spiegato che a svolgere tale servizio
sarebbero state solo compagnie private russe.
BANGUI, 14. La crisi nella Repubblica Centroafricana sta degenerando
anche in un’emergenza sanitaria,
mentre nuovi scontri armati minacciano di compromettere le intese
raggiunte tra il presidente François
Bozizé e i ribelli della coalizione Seleka (alleanza in lingua locale sango). Il ministero della Sanità centroafricano, durante una riunione
con partner internazionali tenuta
nella capitale Bangui, ha rivolto un
appello ad aprire un corridoio umanitario per raggiungere le popolazioni sfollate nelle zone attaccate
dai ribelli della Seleka dallo scorso
dicembre e tra le quali cresce il ri-
schio di epidemie. «I saccheggi, le
violenze, gli abusi sessuali che hanno costretto migliaia di civili alla fuga e decine di operatori sanitari a
ritirarsi stanno avendo conseguenze
negative sulla popolazione. Manca
il personale sanitario e scarseggiano
diversi tipi di medicinali», ha dichiarato il direttore del ministero,
Honorat Ouilibona Cockciss.
Nei giorni scorsi, almeno cinque
bambini sono morti nell’epidemia di
morbillo che, secondo dati diffusi
dall’Unicef, potrebbe colpire il 60
per cento della popolazione, mentre
il 48 per cento dei servizi sanitari è
interrotto.
Aborigeni riconosciuti
primi abitanti dell’Australia
I guerriglieri
colombiani reclutano
minori
Battaglia con truppe etiopi a Baidoa
Nuovi attacchi
dei ribelli somali di al Shabaab
MO GADISCIO, 14. Un attacco nella
città di Baidoa, nel sud ovest della
Somalia, è stato sferrato dalle milizie ribelli radicali islamiche di al
Shabaab. Secondo quanto riferito
dal sito di informazione somalo
Maareg, i ribelli hanno ingaggiato
battaglia con truppe etiopiche stanziate in città. Secondo la stessa fonte, i combattimentio sono durati circa due ore, con bilanci discordanti
delle due parti.
A Baidoa è in atto una lotta di
potere interna. L’ex governatore Abdifatah Geesey sta infatti continuando a occupare il proprio posto nonostante che il Governo centrale abbia nominato al suo posto Abdi
Hoosow. Non è chiaro se l’incursione dei miliziani di al Shabaab sia
collegata a queste vicende, ma i ribelli hanno dimostrato di essere comunque ancora in grado di effettua-
re operazioni militari, nonostante le
sconfitte subite nell’ultimo anno.
Baidoa era una delle roccaforti da
cui i ribelli furono costretti a ritirarsi nel febbraio dello scorso anno in
seguito all’offensiva delle forze governative e soprattutto di quelle
dell’Amisom, la missione in Somalia
dell’Unione africana.
Agli attacchi di tipo propriamente
militare, al Shabaab ha affiancato
una strategia di attentati. Ancora tre
giorni fa, quattro persone sono state
uccise da un attentatore suicida al
volante di un’autobomba che si è
fatto esplodere a Galkayo, nel centro del Paese, situata tra le regioni
dichiaratesi autonome del Puntland
e del Galmudug. Obiettivo dell’attentato era un convoglio di veicoli
che accompagnava appunto uno dei
principali responsabili militari del
Puntland, rimasto ferito.
Autorità governative e organizzazioni sanitarie indipendenti hanno
evidenziato la necessità di un coordinamento delle varie azioni intraprese e la creazione di una piattaforma nazionale per gestire le emergenze umanitarie in situazioni di
crisi.
Quella che si protrae da due mesi
non sembra risolversi nonostante la
firma degli accordi di pace di Libreville, in Gabon, lo scorso 11 gennaio. Pur avendo ottenuto il ministero della Difesa, ma anche quelli
della Comunicazione e delle Foreste
all’interno del nuovo Governo di
unità nazionale, la Seleka starebbe
proseguendo la sua offensiva. Fonti
citate dall’agenzia Misna denunciano una situazione di caos totale nella città di Dekoa, nella prefettura
sudorientale di Kemo. Da due giorni, con motivazioni ancora tutte da
chiarire, i ribelli si starebbero scontrando con appartenenti al gruppo
etnico dei Manja, maggioritario in
città. Già nei giorni scorsi, tra l’8 e
il 9 febbraio, la Seleka aveva attaccato la città di Mobaye, nella vicina
prefettura della Basse-Kotto.
Un aborigeno durante una danza tradizionale (Nazioni Unite)
CANBERRA, 14. La Camera dei Rappresentanti di Canberra ha approvato
all’unanimità un disegno di legge che riconosce gli aborigeni e gli isolani dello Stretto di Torres come primi abitanti dell’Australia. La legge è
considerata come passo intermedio verso un referendum nazionale che
emendi la Costituzione nello stesso senso: un referendum inizialmente
previsto per quest’anno è stato rinviato per raccogliere il necessario supporto. L’approvazione della legge è stata accolta con applausi e commozione da numerosi esponenti aborigeni, e coincide con il quinto anniversario delle scuse formali presentate in Parlamento alla popolazione indigena dall’allora premier laburista, Kevin Rudd, per le leggi e le politiche
che — disse — «inflissero profondo dolore, sofferenze e perdite».
BO GOTÁ, 14. In Colombia non si è
fermato ancora il reclutamento di
minori nelle file dei movimenti di
guerriglia di sinistra, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia
(Farc) e l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). Secondo quanto ha
reso noto ieri il difensore del popolo, Jorge Armando Otálora Gómez,
dall’inizio dell’anno 46 minori sono
stati costretti ad aderire ai due gruppi. Dal 1999, i casi di reclutamento
di minori sono stati 4.935, ma secondo alcune fonti governative in
tutto sarebbero 18.000. Otálora Gómez ha sollecitato le istituzioni dello Stato ad avere un ruolo attivo
nella prevenzione del fenomeno
«punendo i responsabili, occupandosi del reinserimento dei bambini
maltrattati e garantendone l’accesso
al sistema scolastico».
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
Il dibattito sul Vaticano
II
venerdì 15 febbraio 2013
rivisto alla luce di quanto accadde in Germania dopo l’assise del 1869-1870
Conflitti postconciliari
Un concilio generale non può avere determinato una rottura della tradizione di fede
Döllinger replicò: «Ne è stata creata
una nuova!».
Considerando la grande stima inopo il discorso pronunciato da Papa Benedet- ternazionale di cui godeva l’erudito
to XVI il 22 dicembre storico della Chiesa, non c’è da stu2005, che ha suscitato pirsi che ora — avendo polemizzato
tanto clamore, il dibat- contro il concilio già prima e durantito sulla corretta interpretazione del te lo stesso — con il suo “no” ai deconcilio Vaticano II è entrato in una creti che questo aveva prodotto, otnuova fase. Il cinquantesimo anni- tenesse non poca approvazione. Soversario dell’inizio del Concilio gli prattutto negli ambienti colti.
Si possono citare, in rappresentanha dato un nuovo impulso. Quale
punto di vista, quale modo di avvici- za di un numero ragguardevole di
narsi ai testi del Concilio è quello professori di teologia e di diritto cagiusto: un’ermeneutica di rottura nonico, il suo allievo lord Emerich
con la tradizione, o quella della ri- Acton e il giurista di Praga Johann
forma in continuità con essa? Si trat- von Schulte. Tutti loro affermavano
ta di due posizioni contrapposte che che il concilio aveva prodotto una
difficilmente possono essere concilia- rottura con la tradizione della Chiete. In questa situazione che, nell’in- sa e per questo doveva essere respinteresse vitale della Chiesa, esige seri to. Si giunse così a una crisi che
sforzi per trovare una soluzione, po- scosse quasi l’intera scienza teologica
trebbe essere utile fare riferimento nell’area di lingua tedesca. Gli avalle esperienze della Chiesa al tempo versari del concilio motivavano la lodel concilio Vaticano I. Per questo, ro posizione interpretando le definil’analisi può limitarsi agli eventi che zioni del primato e dell’infallibilità
hanno riguardato il concilio del del Papa in modo esagerato e grotte1869-1870 in Germania, dal momen- sco. Si arrivava ad affermare che,
to che in nessun altro Paese vi sono dopo il concilio, il Papa potesse, in
stati confronti altrettanto accesi su di qualsiasi momento, imporre alla
Chiesa le sue idee soggettive come
esso.
Poiché attualmente il dibattito sul dogma. Il famoso ex sese della defiVaticano II è comunque sulla bocca nizione significava, secondo loro,
di tutti, non occorre illustrarlo nei che il Papa era infallibile “da se stesdettagli. Esso non riguarda soltanto il carattere
proprio del Vaticano II
come “concilio pastorale”.
L’imperativo del momento non erano definizioni
dogmatiche o condanne
magisteriali di eresie, bensì un annuncio del Vangelo adeguato alle esigenze e agli interrogativi della società secolare moderna. Al centro del dibattito, che prosegue ancora
oggi, non finì solo il tema
della “Chiesa nel mondo
contemporaneo”, ma anche il rapporto con
l’ebraismo e l’islam. Pure
il problema della libertà
religiosa si rivelò — e tuttora si rivela — molto
controverso.
In non minor misura,
Monsignor Gregor von Scherr
le discussioni del concilio
arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1856 al 1877
furono inoltre dedicate
agli sforzi per la riunificazione dei cristiani divisi. Il risultato so”, che poteva esercitare un goverdi tale impegno furono le dichiara- no dogmatico arbitrario, indipenzioni Nostra aetate e Dignitatis huma- dentemente dall’intera Chiesa.
E, dal punto di vista della politinae, nonché il decreto Unitatis redintegratio. Sono proprio questi docu- ca, il dogma del concilio minacciava
menti a essere da allora al centro di le moderne costituzioni statali e forcontroversie. In tali confronti si sono mava la base di progetti di dominio
create due posizioni, che parlano en- del mondo da parte del Papa. «Se
trambe, dalla propria prospettiva, di credo all’infallibilità del Papa, non
una frattura con la dottrina della devo mantenere la fedeltà al mio re,
Chiesa fino ad allora vincolante, poiché non è cattolico (...) altrimenti
provocata dai suddetti documenti. Il vengo colpito da scomunica», disse
dibattito, per giunta, viene condotto il professor Hubert Reinkens di Breda entrambe le parti in modo sem- slavia, diventato in seguito vescovo
pre molto polemico. L’unico elemen- dei vetero cattolici. I profeti della
to che le distingue è la valutazione rottura crearono così un clima surridi questa pretesa rottura. Se gli uni scaldato, nel quale i fronti si irrigidirono sempre più.
A questo irrigidimento
È una verità di fede irrinunciabile
non contribuirono però soil fatto che le affermazioni magisteriali lo gli oppositori dei dogmi
del primato e dell’infallibidi un concilio ecumenico
lità, ma anche i suoi sostenitori, talvolta altrettanto
siano espressione infallibile
avventati ed estremisti. Tra
della verità divina rivelata
questi spiccavano l’arcivescovo di Londra Henry Edvedono in essa una contraddizione ward Manning, come anche i gesuiti
teologicamente ingiustificabile all’in- della redazione de «La Civiltà Cattoccabile depositum fidei della Chiesa, tolica» e altri ancora, che volevano
gli altri la considerano il necessario riconoscere in quasi tutte le dichiarasfollamento di bastioni incrinati dal- zioni del Pontefice un detto infallilo sviluppo della società e della cul- bile. Allontanandosi così dalla sana
tradizione della Chiesa, causarono
tura moderne.
La domanda che si pone con una rottura, soprattutto perché le logrande urgenza è come trovare una ro esagerazioni offrivano agli oppovia d’uscita da questa situazione di sitori del concilio una base per la loconflitto, che sia legittima dal punto ro protesta.
Oltre a ciò, fu di fatto l’intransidi vista teologico e soddisfi entramgenza di entrambe le parti a rendere
be le parti.
estremamente
difficile il confronto
Come già detto, in questa ricerca
potrebbe essere utile uno sguardo al- oggettivo e sereno con il dogma del
concilio.
le esperienze fatte dalla Chiesa con
In questa situazione, che minac— ovvero dopo — il concilio prececiava l’unità della Chiesa, anche didente, quello degli anni 1869-1870.
versi partecipanti al concilio e teoloAnche allora si era parlato di “rottu- gi fecero sentire la loro voce attrara”. Quando l’arcivescovo Gregor verso pubblicazioni, atte a rispondevon Scherr, subito dopo essere ritor- re agli errori e agli attacchi sia
nato da Roma, ricevette i membri dell’una, sia dell’altra parte. In pridella Facoltà teologica di Monaco, mo luogo ci fu il vescovo Joseph
comunicando e spiegando i decreti Feßler di St. Pölten, che, in quanto
conciliari, si rivolse al decano — si segretario del concilio, era particotrattava di Ignaz von Döllinger, for- larmente qualificato per farlo.
se il più grande oppositore del conI suoi scritti Die wahre und die falcilio — dicendo: «Ci mettiamo di sche Unfehlbarkeit der Päpste, pubblinuovo al lavoro per la santa Chie- cato nel 1871 in tre edizioni, e, subito
sa». Döllinger rispose: «Sì, per la dopo, Das Vaticanische Concilium,
vecchia Chiesa». Scherr ribatté: dessen äußere Bedeutung und innerer
«Esiste una sola Chiesa, non ne esi- Verlauf, contribuirono in modo deciste una vecchia, né una nuova». E sivo a spiegare e a placare gli animi.
di WALTER BRANDMÜLLER*
D
Fu in gran parte anche merito di
Feßler se il vescovo di Rottenburg
Carl Joseph von Hefele, eminentissimo storico dei concili che per diverso tempo aveva mantenuto una posizione opposta al concilio, approvò
infine i dogmi conciliari. Gli scritti
di altri importanti studiosi, come il
giovane Matthias Joseph Scheeben e
Joseph Hergenröther, poi diventato
cardinale, ottennero un effetto simile.
Particolare peso ebbero però le
parole pastorali dei vescovi, come
quelle delle conferenze episcopali
che si riunirono subito dopo il concilio. Anche Papa Pio IX intervenne
nel confronto. Sebbene negli ambienti romani — ho già citato «La
Civiltà Cattolica» — si nutrissero
simpatie per le interpretazioni estremiste, il Papa non esitò a esprimere
la propria approvazione per gli scritti di Feßler. Approfittò anche di un
discorso all’Accademia di Religione
Cattolica di Roma (20 luglio 1871),
per evidenziare come il concetto medievale del rapporto tra i Papi e i regnanti secolari fosse condizionato
dai tempi.
Fu però in particolare l’espressa
approvazione, da parte di Pio IX,
dell’importante dichiarazione collettiva dei vescovi tedeschi, con la quale respinsero l’accusa del cancelliere
von Bismarck — secondo cui, attraverso il concilio, era stato minato il
potere giurisdizionale dei vescovi,
rendendoli meri funzionari esecutivi
del Papa, quindi di un sovrano straniero — a togliere ogni fondamento
alle interpretazioni errate e tendenziose degli oppositori del concilio.
Così, sulla base di un’interpretazione oggettiva e corretta dei decreti
conciliari, per lunghi tratti si poté
conservare l’unità tra vescovi, clero e
fedeli.
In seguito, le proteste e il dissenso
non si limitarono a un numero consistente di professori di teologia e di
diritto canonico, ai quali, nel corso
degli ulteriori sviluppi, si unirono
circa 58.000 cattolici, appartenenti
per la maggior parte alla borghesia
colta e alla classe dei funzionari. Costituirono così la “Chiesa vetero cattolica”, della quale fu consacrato vescovo — illegalmente — il già citato
professore Hubert Reinkens.
Riflettendo su questi sviluppi, il
vescovo di Augusta Pankratius von
Dinkel, che durante il concilio aveva
fatto parte della minoranza che si
opponeva all’infallibilità, poté affermare che la formulazione del dogma
dell’infallibilità, che si era ottenuta
alla fine, significava una vittoria più
della minoranza che della maggioranza. Detto così potrebbe apparire
esagerato, tuttavia il processo interpretativo seguito al concilio ha tenuto conto delle legittime preoccupazioni degli oppositori della definizione, togliendo in tal modo ogni
fondamento alla loro protesta.
Se oggi cerchiamo di ripercorrere
le controversie dell’epoca, possiamo
riconoscere le strutture di questo discorso postconciliare. Si trattava, per
il momento, semplicemente del proseguimento dei contrasti già esistenti
in seno al concilio. In seguito fu invece la “sovranità d’interpretazione”
a essere al centro della disputa. Sia i
sostenitori della maggioranza, sia
quelli della minoranza, cercavano di
far risaltare il punto di vista che ave-
vano sostenuto nel concilio, e che, secondo loro, non era stato espresso nella maniera auspicata nei decreti.
Il numero elevato e il
tono spesso polemico di
tali confronti fecero sorgere — per un tempo relativamente breve — seri
timori di una rottura
più grande all’interno
della Chiesa.
Una delle ragioni più
profonde del dissenso fu
indubbiamente anche il
modo diverso di vedere
il rapporto tra la Chiesa e il mondo
secolare del XIX secolo. Nella misura
in cui pure molti cattolici, a causa
del progresso tecnico-scientifico vissuto quasi con ebbrezza, ne ignoravano lo sfondo ateo e si aprivano in
modo troppo disinibito alla società e
alla cultura moderna liberale, si verificava anche un indebolimento del
loro legame con la Chiesa e il suo
magistero.
Il fatto che, nonostante tutto ciò,
dopo il concilio del 1869-1870 non si
sia giunti a uno scisma di dimensioni più grandi è stato, in larga misura, merito del conflitto scoppiato subito dopo, con grande virulenza, tra
la Chiesa e lo Stato, che si considerava onnipotente e onnicompetente,
vale a dire il Kulturkampf. Poiché
questo, soprattutto in Prussia, ma
anche in Baviera e nel Baden, si manifestò con aspre misure oppressive
Deve essere possibile anche
un’interpretazione del concilio
che faccia riconoscere lo sviluppo
organico del “depositum fidei”
nei confronti della Chiesa da parte
dello Stato, produsse una serrata
sempre più stretta dei ranghi tra forze prima contrapposte.
Indicativo di ciò fu per esempio
l’atteggiamento del noto storico e sacerdote Johannes Janssen, che durante il concilio si era schierato con
la minoranza. Ora, sotto l’influenza
degli sviluppi postconciliari, riteneva
che, con il senno di poi, fosse un
bene che la minoranza del concilio
non ce l’avesse fatta. Affermò di non
essere deluso per questo, ma di
guardare con fiducia al futuro, «poiché una simile unità tra Papa, vescovi, clero e popolo non c’è mai stata,
per quel che conosco della storia
della Chiesa, nemmeno nei tempi
più gloriosi del medioevo». Influenzati da questi sviluppi, anche la
maggior parte di coloro che in origine avevano contestato l’infallibilità
rinunciarono alla loro opposizione.
«Il Kulturkampf, contrariamente alle
intenzioni di quanti lo hanno condotto, come pochi altri fattori, ha
consolidato l’infallibilismo e isolato
gli oppositori del concilio. Ha prodotto una situazione che non ammetteva più un’identificazione solo
parziale» (Klaus Schatz).
Non tanto sotto la pressione politica quanto sotto quella ideologica
dell’opinione pubblica liberale, dimentica della verità, anche il beato
John Henry Newman riuscì a superare le iniziali riserve sul dogma del
concilio. Lo convinse — tra le altre
Quella lezione del giovane teologo
Joseph Ratzinger
In una conferenza sulla teologia del concilio tenuta nel 1959 presso
l’accademia cattolica di Bensberg, il giovane teologo Joseph Ratzinger
affrontò con lucidità questioni che negli anni successivi si troveranno
al centro di roventi polemiche, come quelle sui rapporti tra concilio e
magistero papale e tra collegialità episcopale e primato petrino. Lo ricorda Gianni Valente in un passaggio del suo libro — Ratzinger al Vaticano II (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2013, pagine 223, euro 14) — appena pubblicato. «Secondo Ratzinger — si legge — chi chiama in causa
l’infallibilità pontificia per ridurre la portata dell’annunciato concilio,
in realtà fonda i suoi ragionamenti su premesse errate, che travisano il
senso cattolico della categoria stessa di infallibilità papale, postulandola come un’entità “che sussista per sé isolatamente”. In realtà, spiega
Ratzinger, l’infallibilità è innanzitutto propria della Chiesa intera e
della sua fede, e si fonda e riposa sull’infallibilità della stessa Parola di
Dio. Nonostante tutti gli errori e gli oscuramenti dei singoli, la Chiesa
universale non può lasciarsi condurre in errore nella sua totalità». Seguendo il ragionamento del giovane teologo, Valente scrive: «Nella vita della Chiesa il magistero ordinario e universale si esprime in ciò che
tutti i vescovi, incluso il vescovo di Roma, testimoniano in comune.
(...) Questo magistero ordinario è “la forma normale dell’infallibilità
ecclesiastica”». Considerando poi le forme “straordinarie” di espressione del magistero, ovvero i pronunciamenti del concilio e quelli fatti ex
cathedra dal Papa, e «visto che la via “ordinaria” — cioè solita e normale — di preservare la parola è quella collegiale, Ratzinger ne deduce
che il concilio è “più vicino a questa via ordinaria che non il pronunciamento ex cathedra”».
Stampa raffigurante un’assise del concilio Vaticano
cose — l’assioma di sant’Agostino:
Securus iudicat orbis terrarum (Contra
epistulam Parmeniani, III, 24).
Orbis terrarum indica, dal punto di
vista teologico, la Chiesa universale,
riunita nel concilio generale. È una
verità di fede irrinunciabile il fatto
che le affermazioni magisteriali di
un concilio ecumenico, con l’aiuto
dello Spirito Santo, siano espressione infallibile della verità divina rivelata. Ciò valeva indubbiamente per
il concilio Vaticano I che, per giunta, visto che i Padri provenivano da
tutto il mondo, fu anche il primo
concilio generale de facto.
Proprio da questo punto, però,
partono oggi le obiezioni contro il
Vaticano II. Sebbene sotto questo
aspetto sia stato un concilio che ha
rappresentato la Chiesa universale,
sarebbe però illegittima la sua pretesa di avere un carattere magisteriale
vincolante definitivo. Il
concilio stesso, e il Papa
che lo ha convocato, hanno espressamente dichiarato di non voler pronunciare condanne dottrinali,
né decisioni magisteriali
definitive. Ergo, si dice, il
concilio non può pretendere un’obbedienza di fede vincolante.
Ancora più grave è l’accusa secondo cui il concilio avrebbe errato nella fede, e più precisamente nelle dichiarazioni Nostra aetate e Dignitatis
humanae. È invece impossibile ignorare che questa accusa è stata causata in misura notevole da quanti, da
parte loro, hanno interpretato in
particolare i testi citati come rottura
con la tradizione nel senso di un necessario aggiornamento. L’analogia
con la situazione del 1870 salta agli
occhi.
Senza dubbio il concilio non ha
pronunciato né definizioni dogmatiche, né condanne dottrinali infallibili. E non ha neanche — presumendo
il fondamentale assenso di fede —
escluso il dibattito teologico sulla
retta comprensione della dottrina
conciliare. Se però qualcuno volesse
affermare sul serio che il concilio ha
errato nella fede, significherebbe che
ha abbandonato il fondamento della
fede cattolica. Presumere un errore
contro la fede da parte dell’organo
supremo del magistero della Chiesa
sarebbe in totale contraddizione con
la tradizione dottrinale ininterrotta
della Chiesa e la Sacra Scrittura,
un’assurdità teologica se non addirittura un’eresia.
Le parole del Signore sul fatto che
la sua Chiesa sarebbe stata costruita
sulla pietra, che le forze della morte
e degli inferi non avrebbero prevalso
su di essa, la promessa dell’aiuto costante dello Spirito Santo e l’assicurazione, da parte del Signore, che
sarebbe stato con la sua Chiesa sino
alla fine dei tempi: tutte queste parole sarebbero vuote se il magistero
supremo della Chiesa potesse incorrere in un errore contro la fede.
Tuttavia, queste voci esistono e di
fatto assumono una posizione protestante.
Se però — con convinzione autenticamente cattolica — rimaniamo saldi nella fede nell’azione dello Spirito
di Dio nella Chiesa e per mezzo della stessa, non possiamo ammettere
un errore da parte di un concilio generale, una rottura della tradizione
di fede, una contraddizione tra ieri,
oggi e domani. Allora deve essere
possibile anche un’interpretazione
del concilio che faccia riconoscere lo
sviluppo organico del depositum fidei.
È esattamente questo che è avvenuto, per ampi tratti, ai tempi del Vaticano I. Anche secondo il concilio
Vaticano II è il magistero postconciliare a interpretare in modo autentico i testi conciliari, coerentemente
con l’intera tradizione della fede.
Questo tipo di consapevolezza di
fede, invece, a volte sembra essere
offuscato — e qua e là addirittura assente — nel dibattito attuale sull’interpretazione del Vaticano II.
I
In alcuni, il suo posto è stato preso dalla prepotenza, se non dall’irrigidimento teologico. Qui sarebbe
dunque necessario superare la comprensione di sé della Chiesa, talvolta
piuttosto esigente — sia come “punta
di lancia del progresso”, sia come
“sacre vestigia” di una Chiesa autentica — nella devota fiducia nel Signore della Chiesa, e, guardando anche al Vaticano II, ripetere con
sant’Agostino e il beato John Henry
Newman: Securus iudicat orbis terrarum.
A ciò si aggiunge un’altra riflessione: mentre la Chiesa, nel periodo
successivo al Vaticano I, ha dovuto
affrontare il Kulturkampf, quella attuale è esposta a un’opposizione
ideologica ormai mondiale, che soprattutto in certi Paesi si è trasformata in persecuzione cruenta e che
in altri si è manifestata in aperti e
violenti episodi di intolleranza.
Anche questa esperienza potrebbe
spingere oggi i cattolici a serrare
nuovamente i ranghi.
*Cardinale diacono
di San Giuliano dei Fiamminghi
Guida al Vaticano
Per pellegrini
e turisti
ma non solo
Interno della cupola di San Pietro
La Guida generale alla Città
del Vaticano (Città del
Vaticano Milano, Musei
Vaticani - Libreria Editrice
Vaticana - Jaca Book, 2013,
pagine 477, euro 35)
dedicata allo Stato che
possiede, in meno di un
chilometro quadrato, la
massima concentrazione
artistica del mondo, è stata
presentata nella mattina di
giovedì 14 febbraio presso i
Musei Vaticani alla presenza
degli autori e degli editori.
Ogni settore, monumento e
realtà museale è illustrato
con una parte storica, che
precede la descrizione; ogni
testo è firmato da un
singolo studioso, in accordo
e sotto la responsabilità
delle varie istituzioni
vaticane (Reverenda
Fabbrica di San Pietro,
Biblioteca Apostolica,
Archivio segreto, Musei
Vaticani). La guida — la
prima completa realizzata
dalla costituzione dello
Stato del Vaticano
contemporaneo, nel 1929 —
si rivolge perciò a tutti:
turisti, pellegrini, studiosi, e
descrive posti visitabili e
non visitabili della Città del
Vaticano così come luoghi
cui si può accedere
seguendo determinate
procedure. Tutti gli accessi
sono spiegati
nella parte finale.
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 15 febbraio 2013
pagina 5
Vincolo matrimoniale e differenza tra i sessi
Particolare della «Porta dell’inferno»
(1880-1917)
Articolo
di ragione
di EUGENIO MAZZARELLA*
lla base della decisione
dell’Assemblea Nazionale francese che prevede il matrimonio e il diritto all’adozione per le
coppie omosessuali grazie all’eliminazione della differenza tra i sessi
come condizione fondamentale per
il vincolo matrimoniale — “il matrimonio per tutti” — c’è un grave e
distorto uso ideologico del diritto a
non essere discriminati. Una distorsione ideologica che fa torto al
buon uso della ragione e proprio
per questo lede, nel matrimonio,
fondamentali istituti etici della società. La manomissione delle parole
non fa più meraviglia, purtroppo,
nel dibattito pubblico. E alimenta
polemiche surrettizie. Ma di quanto
sia grave ce ne accorgiamo solo
quando, come in Francia, induce a
decisioni legislative gravemente pregiudizievoli del buon senso e del
diritto. E sul significato del termine
discriminazione, il voto all’Assemblea Nazionale francese ci sembra
un caso di scuola. Perché discriminare vale certo non riconoscere a
qualcuno l’eguale diritto a un bene
o a un diritto, ma anche in origine,
e in positivo, vale distinguere, discernere. E non applicare a situazioni diverse regole eguali, se si
vuole davvero essere equi. Ora è
proprio questa capacità di discernimento che all’Assemblea Nazionale
è venuta meno.
La presunta discriminazione da
rimuovere consisterebbe nel fatto
che le coppie eterosessuali e le coppie gay non siano discriminabili, in
base all’orientamento sessuale, nei
loro diritti per accedere all’istituto
familiare del matrimonio, perché
questo sarebbe diritto di ogni persona. Questo assunto si regge — in
diritto e in fatto — su un uso ideologico e improprio dell’analogia tra
coppia, famiglia e matrimonio.
Coppia, famiglia e matrimonio sono realtà, e istituti giuridici, affatto
diversi. E non può esserci, senza
grave pregiudizio, una pura e semplice transitività analogica dall’uno
all’altro istituto di requisiti di diritto; un passaggio puramente analogico dall’uno all’altro dei diritti che
a questi istituti sono propri, o vi si
vogliono riconoscere. Questo è
quello che è accaduto all’Assemblea
Nazionale francese.
Il nucleo dell’argomentazione antidiscriminatoria, evidentemente fatto proprio dal legislatore francese, è
stato presso a poco il seguente: poiché le coppie eterosessuali e le coppie gay sono “famiglie”, cioè legami
di coppia affettivamente impegnati,
ciò che si riconosce all’una famiglia
deve essere riconosciuto anche
all’altra. Per analogia, perché entrambe “famiglie”, le coppie gay ed
eterosessuali, benché non abbiano
in fatto eguale orientamento sessuale (non siano cioè omologhe), vengono rese eguali in diritto. I diritti
riconosciuti al matrimonio, al tradizionale legame, sancito dalla legge,
della coppia eterosessuale, sono trasferiti sic et simpliciter alla coppia
omosessuale. Con il che viene a essere negata proprio la specificità sociale della coppia eterosessuale —
l’orientamento sessuale finalizzato
alla procreazione come struttura
portante della riproduzione sociale
— che il diritto, con l’istituto matrimoniale, è da sempre impegnato a
tutelare.
Si realizza cioè un’equivoca e insostenibile “neutralizzazione” familiare dell’orientamento sessuale al
fine di poter riconoscere eguali diritti a presunte eguali famiglie, risolvendo il legame familiare nella
pura affettività. Il che appunto non
è. Innanzi tutto il legame di coppia, nelle sue basi affettive e sessuali, non è la famiglia. La famiglia è
A
un legame sociale diverso dalla
coppia affettivo-sessuale; e si dà famiglia a vario titolo anche in assenza in essa di un legame di coppia
affettivo-sessuale.
Questa spuria “rifondazione” della famiglia sul matrimonio risolto in
puro legame affettivo toglie alla famiglia proprio la funzione che le è
stata riconosciuta da sempre: il suo
essere naturale presidio sociale del
legame riproduttivo eterosessuale.
Laddove l’associazione familiare,
nella sua radice di coppia eterosessuale, “nasce” essa stessa dalle
“nozze”, dalla possibilità di far nascere, dal naturale orientamento
procreativo del legame.
L’essere famiglia, o il “fare famiglia”, non può quindi fare aggio sugli orientamenti sessuali della coppia. Non si può dedurre dal loro
“fare famiglia”, l’equivalenza degli
orientamenti sessuali della coppia ai
fini del matrimonio. Facciano famiglia o no, resta tutta in piedi la differenza tra le coppie gay e le coppie eterosessuali; e la pregnanza di
questa differenza, anche per rispetto al dato esistenziale che comporta. L’istanza di uno stesso istituto
giuridico di protezione sociale, il
matrimonio, per legami di coppia
differenti, non ha quindi quel fondamento antidiscriminatorio invoca-
Alla base di certe decisioni non c’è
alcuna discriminazione da sanare
Ma solo una pressione ideologica
sempre più forte che mina
sul piano culturale le basi etiche
e giuridiche della società europea
to per estendere l’istituto matrimoniale alle coppie gay. Né può essere
invocata per questa estensione la
tutela dei diritti della persona singola. Giacché il matrimonio è istituto giuridico che tutela le persone
nella loro associazione in vista di
un terzo, il figlio; cioè la loro naturalità procreativa, non la loro singolarità desiderante. L’orientamento
naturale alla procreazione è talmente dirimente per la destinazione del
matrimonio alla protezione sociale
della coppia eterosessuale, da aver
generato l’ampia estensione del diritto di famiglia tradizionale alle
coppie di fatto e ai figli naturali.
Possibilità le une (le coppie di fatto), o esito questi (i figli), della finalità naturalmente procreativa del
legame eterosessuale, che nell’istituto del matrimonio la società riconosce suo interesse fondamentale meritevole di specifica tutela.
Alla base della decisione dell’Assemblea Nazionale francese non c’è
alcuna discriminazione da sanare,
ma solo purtroppo una pressione
ideologica sempre più forte, che mina da tempo sul piano culturale le
basi etiche e giuridiche della società
europea, e istituti etici, prima ancora che giuridici, fondativi e strutturanti un’ordinata convivenza sociale. Istituti etici e giuridici certo da
aggiornare ai tempi, e il riconoscimento dovuto alle unioni civili va
in questo senso; ma non sovvertibili
nelle loro strutture di fondo, che il
diritto riconosce da sempre — già
nel diritto romano in modo esemplare, e per la civiltà giuridica
dell’Europa in modo determinante
— come un portato “di natura”, che
la norma giuridica non istituisce,
ma riconosce alla semplice luce della ragione naturale, al netto di ogni
illuminazione religiosa. La contestazione
quindi
della
decisione
dell’Assemblea Nazionale francese
non è un articolo di fede, ma un articolo di ragione.
*Università Federico II di Napoli
Deputato del Partito Democratico
Non solo
scultore
A Parigi la mostra «Rodin. La chair, le marbre»
L’artista
che pensava in rilievo
di SANDRO BARBAGALLO
Cinquanta opere in marmo sono
attualmente esposte all’Hôtel Biron
di Parigi, mentre all’Accademia di
Spagna di Roma si è appena inaugurata una mostra di grafica ispirata alla Divina commedia di Dante.
Due occasioni, due coincidenze,
per ricordare un grande artista.
Parliamo di François-AugusteRené Rodin, il figlio di un impiegato di polizia — nasce a Parigi il
12 novembre del 1840 — che a causa della modesta condizione sociale non riuscì neanche a superare
gli esami di ammissione alla Scuola di Belle Arti. Eppure oggi celebriamo lo scultore Rodin. E forse i
semi della sua grandezza, quella
che possiamo ammirare nella mostra parigina, si ritrovano proprio
nei suoi esordi da autodidatta: difficili, ma sollevati dalla frequentazione di una scuola di disegno gratuita, fondata nel Settecento allo
scopo di istruire operai e artigiani.
Quella scuola gli permise di
guadagnarsi da vivere fin da giovanissimo. Infatti, frequentando come ragazzo di bottega lo studio di
scultori già affermati, imparò forse
molto più che se avesse frequentato un’accademia.
Così, nel 1864, Rodin entrò
nell’atelier di Carrier-Belleuse, famoso per il virtuosismo con cui
scolpiva i particolari di graziosi
Particolare dell’«Età del bronzo» (1877)
busti femminili. Risale proprio
all’insegnamento indiretto, dovuto
a questa frequentazione, una delle
prime opere dell’artista Fanciulla
con fiori sul cappello (1865), che dimostra a quale grado di abilità il
nostro fosse già arrivato. Era però
forse consapevole che l’eccesso di
decorativismo poteva rendere la
sua scultura troppo leziosa, e così
il sodalizio con lo scultore CarrierBelleuse si concluse nel 1872. Rodin comprende che è l’ora di esprimere la propria autonomia con
un’arte in cui si legga tutta la virilità, la forza e la drammaticità che
sono proprie della sua natura.
Come tutti gli artisti che si rispettassero, anche Rodin aveva fatto il suo viaggio in Italia e subito
scelto Michelangelo come maestro.
A Firenze era rimasto tutto l’inverno tra il 1875-1876 e aveva avuto
modo di studiare i grandi artisti
italiani. Ma nonostante la sua
identità andasse maturandosi con
egregi risultati, Rodin cominciò a
ricevere rifiuti di ogni tipo ogni
volta che partecipava a concorsi
pubblici. Basti pensare al celebre
Uomo col naso rotto (1864), che venne accettato al Salon — dove era
stato rifiutato dieci anni prima —
solo nel 1875.
Ma anche per lui arriva l’opera
che segna il passaggio dall’oscurità
alla luce della fama. È l’Età del
bronzo (1877). Scultura accusata di
eccesso di realismo, una delle prime a creare un’incomprensione costante tra il fare dell’artista e il giudizio del pubblico. Quella che ai
nostri occhi appare oggi come
un’incredibile miopia dei critici del
tempo, era forse dovuta a una tecnica maniacale basata su centinaia
di piccoli tocchi dati all’argilla:
con essa Rodin otteneva un grado
di verità difficilmente raggiunto da
altri scultori. Usava dire: «Quando
modello, non penso mai “in superficie” ma “a rilievo”». All’epoca infatti gli scultori mestieranti non
esitavano a usare alcuni trucchi,
come quello di fare calchi in gesso
dei loro modelli presi
dal vero. Questo procedimento che falsava lo
spirito dello scolpire
era odiato da artisti autentici come Rodin.
Ma anche lui aveva un
segreto: affinché l’opera non risultasse falsa,
ovvero troppo in posa, troppo in tensione, permetteva ai propri modelli, durante
il periodo di posa, di
rilassarsi in tutta libertà. Questo non gli impediva di far percepire all’osservatore lo sviluppo dei muscoli e delle
ossa sotto la pelle. Il risultato era
straordinario. Più vero del vero.
Quando l’Età del bronzo venne
esposta la prima volta a Bruxelles
e poi al Salon di Parigi, si apriva
la terza mostra degli impressionisti,
più nota come la mostra di Caillebotte, l’artista che l’aveva finanziata. Né va dimenticato che nel 1878,
sempre a Parigi, ci sarà l’Esposizione Universale. Appena due anni
dopo, allo scultore viene commissionato un ciclo di opere ispirate a
Dante Alighieri. Nell’ambito di
La morte di Gabriele Basilico
Il fotografo che scovava l’uomo dietro l’architettura
Il fotografo milanese (foto Ansa)
È morto mercoledì 13 gennaio a Milano Gabriele
Basilico, uno dei più grandi fotografi documentaristi
contemporanei, celebre per le sue ricerche sul paesaggio urbano. Aveva 68 anni. Nel 1973 si era subito
lasciato affascinare dal linguaggio fotografico, senza
però abbandonare l’amore per l’architettura, disciplina in cui si era da poco laureato. I suoi soggetti
furono da subito i paesaggi, quelli metropolitani in
particolare, dei quali riusciva a cogliere con singolare maestria l’infinita complessità, decifrandone con il
suo formidabile occhio tanto le contrapposizioni più
stridenti quanto le geometrie segrete. E con il suo
sguardo attento dava dignità anche a luoghi più abbandonati, cogliendone la nascosta poesia.
La sua visione non era mai banale. E a chi gli
rimproverava la fredda staticità di quelle immagini
senza vita rispondeva che dietro ogni edificio e ogni
spazio c’era l’opera dell’uomo che crea il suo habitat. E che non di rado lo distrugge. Non a caso tra
tanti lavori bellissimi quello che più colpisce, e che
più gli era rimasto nel cuore, è il racconto della Beirut ferita dalla guerra.
Tra i primi ad apprezzarne il lavoro Roberto
Chirri, che lo volle nel suo gruppo per realizzare il
celebre Viaggio in Italia. A metà degli anni Ottanta
fu invitato dal Governo francese, unico italiano, a
documentare le trasformazioni del paesaggio transalpino. Con questi contributi arrivò l’apprezzamento
internazionale, cui seguirono trent’anni di esplorazioni in sessanta città del mondo. E dopo tutto ciò
Basilico continuava a considerarsi un semplice «misuratore di spazi». (gaetano vallini)
Il nome di Rodin rimanda
immediatamente alla mente a
uno dei più grandi scultori
moderni. Eppure il grande
artista francese ha lasciato
anche una produzione di vario
genere, spesso ignorata. Ne
sono testimonianza 129 disegni
esposti a Roma nella mostra
«Auguste Rodin. L’inferno di
Dante», ospitata presso
La Reale Accademia di Spagna
fino al 4 marzo.
Le stampe sono disposte
in tre gruppi. I primi due
di ispirazione dantesca: 82
appartengono alla serie dedicata
all’Inferno, mentre 31 al Limbo.
Le altre 16, invece, sono studi
che pur non riguardando
direttamente l’opera di Dante,
condividono lo stesso
argomento di richiamo biblico
ed evocazione delle opere di
Michelangelo.
Del resto il genio del
Rinascimento è sempre stato un
modello per Rodin, che a lui si
è ispirato anche nella sua
scultura più celebre, Il pensatore.
E una delle stampe in mostra a
questa serie egli studia la complessa struttura de La porta dell’inferno
(1880-1917).
È solo nel 1883 che l’artista incontra Camille Claudel. Da bambina prodigio, diventa una promettente scultrice, assistente di Rodin
e non tarda ad affermarsi come artista. Ancora oggi la sua vicenda
umana resta drammatica e oscura.
Poco sappiamo oltre al fatto che fu
sorella del poeta Paul Claudel, che
era tanto brava da essere considerata una rivale del maestro e che fu
internata
in
manicomio
per
trent’anni fino alla morte avvenuta
nell’ottobre del 1943. Intorno a questa scomoda
presenza nella vita di Rodin si è formata nel tempo una leggenda fitta di
reticenze, illazioni, supposizioni dolorose.
Fatto sta che nella mostra in corso a Parigi —
«Rodin. La chair, le marbre» (aperta fino al 1°
settembre) — si chiarisce
come alla fine dell’O ttocento uno scultore si ponesse il problema di rendere l’illusione della vita
in una materia come il
marmo. L’esposizione fa
incontrare la cerebralità
di Rodin che si esprime
anche attraverso la ricerca di luci e ombre, particolari effetti di chiaroscuro che donano alle sue
opere caratteristiche quasi pittoriche. Non a caso
alcuni critici lo hanno
paragonato
all’italiano
Correggio.
L’allestimento impeccabile della mostra parigina permette ai visitatori
la visione di opere sistemate su bassi piedistalli
per poterne godere una
visione ad altezza uomo.
Si può quindi immaginare quanto possa risultare
coinvolgente
ammirare
da vicino il celebre Bacio
(1888). Questa scultura è
una sorta di dichiarazione di poetica, in cui la
«Ugolino nella sua prigione» (1897)
mitologia è scartata in favore di un’estetica che si
adegua alle esigenze dell’età moRoma — si tratta di fotoincisioni
derna. Il bacio visto come atto
a calore — raffigura proprio
creativo, spudorata rivelazione di
Michelangelo. Il sommo poeta
un sentimento tanto imbarazzante
fiorentino, invece, è
quanto autentico.
protagonista di dieci disegni,
Il percorso espositivo illustra coparte dei cosiddetti Disegni
me, in contrasto con una Parigi anNeri, ispirati alla prima cantica
cora dominata da un accademismo
della Divina commedia, che
ottocentesco, Rodin usasse il “non
vennero realizzati mentre lo
finito” per riproporre un’idea arcaiscultore lavorava alla sua
ca della scultura. Egli vuole dimofamosa e non conclusa opera in
strare come l’artista demiurgo posbronzo Porta dell’Inferno,
sa far nascere la forma dal caos. È
custodita al Musée Rodin di
indicativo il fatto che quando egli
Parigi.
raggiunse fama e ricchezza, si cirL’opera grafica di Rodin
condò di giovani scultori, che nel
fu stampata nel 1897
suo atelier portavano materialmendalla celebre Maison Goupil e
te a termine un’idea da lui abbozoggi è conservata presso il
zata nell’argilla. E tra questi assiMusée d’Aquitaine di
stenti una delle più brave era proprio Camille Claudel.
Bordeaux, sotto la cui tutela si
La mostra attualmente in corso
trova la Collezione Goupil: un
al Museo Rodin di Parigi, ci ricorvero e proprio monumento
da come è nato questo spazio. Nel
alla bibliofilia che venne
1908 il poeta Rilke aveva segnalato
ribattezzato Album Fenaille, dal
a Rodin l’Hôtel Biron, ex convennome di Maurice Fenaille,
to del Sacro Cuore. All’epoca di
membro dell’Academie des
gran moda tra gli artisti. Rodin ci
beaux-arts di Francia
si trovò talmente bene che, quando
ma anche importante
qualche anno dopo lo Stato francollezionista e mecenate che nel
cese lo comprò per farne un mu1885 conobbe Rodin. La sua
seo, non si stupì che glielo volesse
passione per l’arte ha permesso
dedicare. Il progetto del Museo
di recuperare i disegni dello
Rodin si realizzò grazie al consisculture e trasformarli in stampe
glio di artisti come Monet, Debusgrazie alla tecnica della
sy, critici come Mirabeau, politici
fotoincisione a colore. In alcune
come Poincaré.
di quelle in mostra sono
La porta dell’inferno, l’opera inpresenti persino le annotazioni
compiuta più inquietante del maeoriginali dello stesso artista.
stro, venne sistemata all’ingresso
(simona verrazzo)
dell’antica cappella del convento.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
venerdì 15 febbraio 2013
Rapporti ecumenici e interreligiosi in una risoluzione della Chiesa ortodossa russa
Per l’arcivescovo di Jos le divisioni e i conflitti di oggi originati da politiche del passato
Dialogo con chi difende
i valori cristiani tradizionali
Colonialismo
e crisi religiosa in Nigeria
MOSCA, 14. «L’assemblea riconosce
come utili gli sforzi compiuti insieme alle altre confessioni per opporsi
alle sfide del mondo contemporaneo, quali il secolarismo aggressivo,
l’attacco ai fondamenti morali della
vita individuale e pubblica, la crisi
dei valori familiari, le persecuzioni e
le discriminazioni dei cristiani»: una
delle risoluzioni approvate dal recente concilio dei vescovi della
Chiesa ortodossa russa è dedicata ai
rapporti ecumenici e interreligiosi e
alle attività internazionali. Si sottolinea, fra l’altro, che viene considerato «impossibile il dialogo con le
confessioni che calpestano apertamente le norme morali bibliche, ragione per la quale è stata giustificata la sospensione dei dialoghi bilaterali con le comunità protestanti che
hanno legalizzato la “benedizione”
delle “unioni dello stesso sesso” e
l’ordinazione di persone che hanno
dichiarato apertamente il loro orientamento sessuale non tradizionale».
Come esempio positivo di collaborazione intercristiana viene citata
la firma, da parte del Patriarca di
Mosca, Cirillo, e del presidente della Conferenza episcopale polacca,
Józef Michalik, il 17 agosto scorso a
Varsavia, del messaggio ai popoli di
Russia e di Polonia teso a favorire il
perdono reciproco, a curare le ferite
del passato, alla riconciliazione davanti alle sfide del mondo secolare
contemporaneo, alla creazione di un
futuro pacifico. Nel dialogo con gli
eterodossi — si legge su Orthodoxie.com che cita uno stralcio dei documenti ufficiali diffusi da Pravoslavie.ru — la Chiesa ortodossa russa
«continuerà a prendere una posizione ferma per quanto concerne la testimonianza dei valori cristiani tradizionali, mantenendo immutabile
la fedeltà alle norme della santa
Scrittura e alla tradizione apostolica». Non vengono invece nascoste
le difficoltà «nel processo di sviluppo del dialogo teologico panortodosso-cattolico», come anche i dubbi legati al tema della cattolicità e
del primato nella Chiesa universale,
dal punto di vista della tradizione
dottrinale e canonica ortodossa.
L’assemblea esprime tuttavia la
certezza che è indispensabile rendere la procedura di questo dialogo
«più trasparente» e prevedere soprattutto un ampio dibattito sui
progetti in preparazione così come
il loro coordinamento con il plero-
ma dell’episcopato delle Chiese ortodosse locali, tenendo conto
dell’importanza particolare delle decisioni prese e della rafforzata responsabilità degli arcipastori quanto
alla salvaguardia della purezza della
fede ortodossa, della pace e
dell’unità ecclesiale. Il concilio dei
vescovi sostiene comunque la continuazione della collaborazione con i
rappresentanti delle altre religioni
tradizionali, il cui scopo è «la difesa
del diritto della prospettiva religiosa
a essere presente nella sfera pubblica, nel quadro della salvaguardia dei
valori morali nella vita della società,
della difesa dei luoghi di culto, della lotta contro il terrorismo, del consolidamento di relazioni pacifiche
fra i popoli».
L’assemblea — riunitasi dal 2 al 5
febbraio nella cattedrale di Cristo
Salvatore a Mosca — considera im-
portante continuare a testimoniare
al mondo intero «i comandamenti
morali dati da Dio» e a rendere
conto, davanti alle istituzioni pubbliche e politiche, alle autorità statali e alle organizzazioni sociali, della
posizione della Chiesa ortodossa
russa relativamente alle questioni attuali del mondo moderno.
La risoluzione si conclude esprimendo la speranza che l’adempimento, da parte di tutti i pastori e i
laici, delle decisioni prese dai vescovi del Patriarcato di Mosca servirà a
una migliore programmazione della
vita ecclesiale, aiutando a testimoniare la verità di Cristo nel mondo
contemporaneo, nel quale «è particolarmente importante per ciascuno
di noi mantenere la fedeltà alla parola di Dio ed eseguire i suoi comandamenti».
fondamentali pensando di rispondere a un mandato divino. Questa si
dice che sia la prova della capacità
della religione di fare del male».
L’altra opinione — spiega ancora
l’arcivescovo di Jos — è quella dei
religiosi cronicamente ottimisti. Essi
credono che la religione faccia un
monte di bene e che sia fattore più
che necessario per l’esistenza umana
e per la trasformazione socio-economica. Ammettono che la religione è
stata utilizzata a fini anti-sociali,
esattamente come il fuoco e l’acqua,
preziosi ed essenziali per la vita
umana, i quali non sono di per sé
cattivi ma possono essere usati a fini
malvagi».
Parlando delle dinamiche della fede e della violenza in Nigeria (nazione a maggioranza musulmana), il
presidente della Conferenza episcopale ha spiegato che esiste una profonda storia di rivalità religiosa tra i
seguaci delle diverse confessioni del
Paese e di come i dominatori coloniali (la Nigeria, colonia britannica,
si è resa indipendente nel 1960)
hanno incontrato «nel nord una
profonda tensione tra l’islam e i seguaci della religione tradizionale
africana». Ed evidenziando i vantaggi della religione cristiana, il presule ha ricordato che «i missionari
cristiani hanno portato crescita e
sviluppo attraverso l’educazione, la
sanità, le infrastrutture sociali e il
welfare», aggiungendo che «le università d’Europa devono molto dei
loro risultati accademici o scientifici
al lavoro pionieristico degli studi
universitari da parte della Chiesa».
Monsignor Kaigama ha osservato
che la tattica del divide et impera dei
dominatori coloniali ha avuto effetti
negativi sul Paese, deplorando il fatto che i politici non sono stati governanti migliori poiché, quando
hanno assunto il potere, hanno continuato lo stile importato dai domi-
natori coloniali: «A mio avviso, gli
amministratori coloniali non gestirono bene la situazione. Invece di
promuovere la cultura della tolleranza, della convivenza e della comprensione reciproca tra i diversi
gruppi etnici e religiosi, scelsero di
limitare il numero di missionari cristiani nelle comunità musulmane
per non turbare gli emiri. Credo che
questa politica sia stata un errore
perché ha rafforzato la paura e il sospetto tra i vari gruppi». Purtroppo
— ha sottolineato — «quando i politici indigeni nigeriani hanno assunto
il potere hanno continuato con le
politiche di divisione etnica e religiosa ereditate dai britannici. Alcune delle tensioni che sperimentiamo
oggi sarebbero state risolte se fossero state adottate giuste politiche fin
dalle prime fasi della costruzione
dello Stato in Nigeria».
Nel suo intervento, il presidente
della Conferenza episcopale della
Nigeria ha inoltre detto che, «se c’è
chi pensa che difficilmente può esserci un conflitto puramente religioso in Nigeria causato da considerazioni o motivi dottrinali», si sono
invece verificati scontri interreligiosi
che hanno coinvolto diverse sette
islamiche su questioni dottrinali e
rituali, così come conflitti tra alcuni
gruppi di cristiani o tra fedeli tradizionali cristiani e africani in varie
parti del nord, ovest ed est della Nigeria. «Questi non sono stati a causa delle differenze dottrinali, ma in
conseguenza di fattori come la ricerca per lo spazio o l’influenza e l’intolleranza da parte di gruppi cristiani oppure l’imposizione di riti tradizionali e della cultura sui cristiani»,
ha concluso l’arcivescovo mettendo
in evidenza che le cause della crisi
religiosa nella parte settentrionale
del Paese sono state legate principalmente a fattori diversi dalle differenze religiose o dottrinali.
Una campagna degli anglicani in Sud Africa
Trecentosessantacinque giorni
di non violenza
Iniziativa quaresimale del World Council of Churches per sensibilizzare la comunità internazionale
Sette settimane per l’acqua
GINEVRA, 14. «Seven Weeks for Water» (Sette settimane per l’acqua) è
l’iniziativa lanciata dalla Rete ecumenica dell’acqua (Ecumenical Water Network, Ewn) del Consiglio
ecumenico delle Chiese (World
Council of Churches, Wcc) per ispirare risposte e azioni concrete per la
giusta distribuzione dell’acqua. Per
l’occasione, la Ewn ha lanciato sulla
rete una raccolta di riflessioni e di
risorse bibliche dedicate all’uso
dell’acqua durante la Quaresima. Al
fine di ottimizzare tali azioni e
nell’ottica di poter offrire un supporto anche alla luce delle evidenti
ristrettezze economiche che colpiscono molte realtà del pianeta, il
World Council of Churches propone un coordinamento di molteplici
iniziative e contributi affinché la
“rete” possa in parte sopperire a
eventuali criticità esistenti.
«Seven Weeks for Water» ha
l’obiettivo, quindi, di sensibilizzare
l’opinione pubblica internazionale
in occasione della Giornata mondiale dell’acqua che sarà celebrata il
prossimo 22 marzo. Se infatti la
produzione di cibo si basa sulla disponibilità di acqua pulita, allo stesso tempo ha un notevole impatto
sia sulla quantità che sulla qualità
dell’acqua. Di qui l’importanza di
adottare pratiche il più possibile sostenibili. Stesso ragionamento per la
produzione di energia, che necessita
di enormi quantità di acqua e incide
negativamente sulla sua qualità. È
quindi fondamentale sviluppare politiche integrate che rendano coerenti le scelte attuate nei vari settori legati alle risorse idriche, soprattutto
in un momento in cui non si può
sottovalutare la disponibilità di acqua nel mondo. Di recente, la conferenza di Rio+20 ha anche posto
l’accento sulla necessità impellente
di affrontare problemi quali alluvio-
ABUJA, 14. La crisi religiosa della
Nigeria affonda le sue radici nella
storia coloniale del Paese: ad affermarlo è il presidente della Conferenza episcopale, Ignatius Ayau
Kaigama, arcivescovo di Jos, che in
una recente conferenza tenuta
all’Università di Colonia, in Germania, ha spiegato che «il raggiungimento della coesione sociale in una
nazione multiculturale e multireligiosa come la nostra è un compito
erculeo» e che «il Paese non è certamente ancora pienamente integrato
poiché le differenze religiose ed etniche giocano un ruolo dominante
nei discorsi nazionali».
Nella relazione — intitolata Religion and violence: the situation of Nigeria, with specific reference to the north e della quale il sito on line della
Conferenza episcopale ha diffuso
una sintesi — monsignor Kaigama
sottolinea che si è verificata una recrudescenza di violenza religiosa in
tutto il mondo e che la fede è stata
spesso usata come fattore per alimentare crisi e disarmonia: «Due
punti di vista spiccano più di altri
quando si parla di religione. Uno la
generalizza descrivendola come “stimolo per la violenza” od “oppio dei
popoli”; i sostenitori di questa teoria tentano di dimostrare come
guerre catastrofiche siano state combattute in nome della religione, per
il suo progresso o in sua difesa, come storicamente testimonierebbero
le crociate e la jihad. Essi sottolineano anche il comportamento irrazionale di alcuni religiosi, che hanno
ucciso o commissionato suicidi di
massa credendo nella fine imminente del mondo, la quale avrebbe garantito chissà quali speciali privilegi
celesti, o di altri religiosi che hanno
scatenato ostilità verso coloro che
non condividevano il loro credo o le
loro convinzioni religiose e palesemente hanno violato i diritti umani
ni, siccità e carenza d’acqua, cercando al più presto soluzioni concrete e
sostenibili. E la Commissione europea sta lavorando per rivedere le
politiche legate alle risorse idriche,
condizionate anche dai cambiamenti
climatici.
Dal 2008 a oggi, numerosi teologi
di fama internazionale hanno scritto
più di quaranta riflessioni sulle «Seven Weeks for Water». Le risorse di
quest’anno sono composte da sette
testi selezionati che danno un assaggio della diversità regionale, confessionale e di genere di coloro che
hanno contribuito. Queste riflessioni bibliche sono peraltro integrate
da nuove idee per lo studio, l’approfondimento, la riflessione e
l’azione.
Nella prefazione ai testi, il reverendo Olav Fykse Tveit, segretario
generale del Wcc, ha sottolineato
quanto sia determinante, in particolare, il comportamento dei cristiani.
«La mia speranza — ha scritto Fykse
Tveit — è che mentre i cristiani di
tutto il mondo utilizzino queste riflessioni, non si impegnino soltanto
a un uso più giusto dell’acqua, ma
che la loro fede in Colui che si
identifica come “acqua viva” venga
approfondita e aggiornata».
In occasione della prima settimana di Quaresima è stata selezionata
la riflessione del reverendo Jane
Stranz, che si concentra sulle relazioni tra acqua, spiritualità e giustizia. Stranz si occupa di relazioni
ecumeniche, di dialogo interreligioso e di ministero interculturale
nell’ambito della Federazione protestante francese. «Il raggiungimento
di una “giustizia dell’acqua” per oltre un miliardo di persone sul nostro pianeta che non hanno accesso
all’acqua potabile — ha scritto
Stranz — non avverrà certamente da
un giorno all’altro. Ma sarà un pro-
cesso lungo che necessita e collega
campagne di sensibilizzazione e
azioni dirette. Non è richiesto soltanto il nostro impegno intellettuale
e politico, ma c’è anche bisogno di
una vera spiritualità che ci sostenga
mentre seguiamo Gesù e cerchiamo
di essere acqua che erode le montagne dell’ingiustizia».
Secondo il coordinatore della
Ecumenical Water Network, Dinesh
Suna, le Sette settimane per l’acqua
sono «un’iniziativa pertinente per
sensibilizzare il pianeta sulle questioni che riguardano la giustizia
dell’acqua. «Abbiamo avuto una risposta straordinaria — ha sottolineato — dai nostri membri in tutto il
mondo, che attendono con ansia di
ricevere queste riflessioni quaresimali al fine di potersi impegnare con le
loro congregazioni nello studio, nella riflessione e nelle azioni in materia di acqua».
Le riflessioni appariranno sul sito
della Ewn settimana per settimana,
insieme a spunti per lo studio, la riflessione e l’azione, attraverso le
quali le comunità religiose e le persone potranno formulare le loro risposte nelle comunità locali in merito al tema della giustizia sull’acqua.
Inoltre, è già disponibile in rete un
opuscolo che contiene tutte e sette
le riflessioni.
I temi delle riflessioni bibliche includono l’economia dell’acqua, il
conflitto per l’acqua in Terra Santa,
l’acqua e il battesimo, e le relazioni
tra acqua, pace e spiritualità. Tra gli
autori delle risorse che hanno contribuito all’iniziativa ricordiamo il
reverendo Konrad Raiser, Anne Louise Mahoney, don Afrayem Elorshalimy, il vescovo cattolico di
Goiás, monsignor Tomás Balduino,
il reverendo Lucy Wambui Waweru
e il reverendo Anderson Geremia.
PRETORIA, 14. «Trecentosessantacinque giorni di non violenza»: è questo il titolo che fa da sfondo a una
campagna dei fedeli anglicani in
Sud Africa promossa al fine di garantire che le comunità diventino
«luoghi sicuri per tutti». Il presidente
dell’Anglican
Women’s
Fellowship, Pumla Titus, ha spiegato che «gli anglicani in Sud Africa
da sempre sostengono con forza la
campagna “sedici giorni di attivismo
contro la violenza sulle donne e sui
bambini”, ma l’anno scorso avevamo già riconosciuto che questo non
era sufficiente». Pertanto, ha aggiunto la rappresentante, «assieme
alla Mothers’ Union e ad altre organizzazioni, abbiamo promosso i trecentosessantacinque giorni di non
violenza». In una risoluzione, siglata nel 2012 dall’Anglican Women’s
Fellowship e dalla Mothers’Union,
si sottolinea infatti l’impegno degli
anglicani a «rompere il silenzio» al
fine di promuovere il benessere
delle comunità e la protezione delle
donne.
A supporto della campagna, il vescovo Rubin Phillip, dean dell’Anglican Church of Southern Africa
(Acsa), ha esortato i fedeli a vivere
il periodo quaresimale come impegno a contrastare ogni tipo di abusi
e di discriminazione. La Quaresima,
si ricorda, «è un tempo di penitenza
e di digiuno». I leader della comunità anglicana del Sud Africa, è
spiegato in un testo del presule,
«hanno invitato tutti i fedeli a utilizzare il periodo quaresimale per riconoscere che ogniqualvolta non
riusciamo ad agire contro la violenza, siamo complici del suo compimento». A tale riguardo i fedeli sono esortati ad accendere ogni mercoledì una candela in memoria di
tutte le donne che hanno subìto
maltrattamenti. Per gli uomini viene
pertanto indicato l’impegno a supportare la campagna con lo slogan:
«Non nel mio nome, questa violenza non può continuare». I leader
dell’Acsa, si puntualizza ancora nel
testo, chiedono inoltre «al Governo
di formulare e di attuare una strategia nazionale» allo scopo di contrastare le violenze e alle autorità di
polizia e giudiziarie di «assicurare il
perseguimento degli autori».
La questione era stata al centro,
fra l’altro, di una riunione promossa, nell’ottobre scorso, dalla consulta della Comunione anglicana in
Sud Africa. Tra le preoccupazioni
emerse vi era stata infatti anche
quella della violenza contro le donne. Per far crescere il Paese e aiutare
la gente a vivere una vita più degna
— hanno sottolineato i rappresentanti religiosi — non dobbiamo aspettare necessariamente l’intervento del
Governo, ma dobbiamo prendere
noi l’iniziativa. Esortiamo, pertanto,
la popolazione a essere costruttiva e
responsabile e a contribuire al cambiamento sociale del Sud Africa».
L’OSSERVATORE ROMANO
venerdì 15 febbraio 2013
Il cardinale arcivescovo di Madrid per la campagna di Manos Unidas contro la fame nel mondo
Giustizia e solidarietà
per donne e uomini
MADRID, 14. Proprio perché «non
c’è giustizia senza uguaglianza», riconoscere la pari dignità dell’uomo
e della donna deve essere «un’aspirazione ineludibile di tutti noi». Ma
«la vera uguaglianza, che dona dignità alle persone, non si può raggiungere — secondo quanto invece
pretendono alcune tendenze attuali
come la cosiddetta “ideologia di genere” — né attraverso l’egualitarismo, che porta alla confusione facendoci credere che la differenza di
ruoli tra uomo e donna non ha importanza, né attraverso quel tipo di
comparazione che presenta la conquista dell’uguaglianza come una
guerra tra sessi». È un passaggio
della lettera pastorale scritta dal cardinale arcivescovo di Madrid, Antonio María Rouco Varela, presidente
della Conferenza episcopale spagnola, in occasione della cinquantaquattresima Campagna contro la fame
promossa dall’organizzazione non
governativa Manos Unidas, lanciata
domenica 10 febbraio.
Per il porporato, con questa nuova campagna, intitolata No hay justicia sin igualdad, «Manos Unidas ci
invita a porre lo sguardo sulla questione del progresso delle popolazioni» e «lo fa fissando l’attenzione
sull’importanza che ha la collaborazione fra l’uomo e la donna nel conseguimento del vero sviluppo dei
popoli e delle persone». È chiaro,
scrive Rouco Varela, che l’uguaglianza tra uomo e donna deve essere cercata e promossa attraverso
quella differenziazione che conduce
alla ricchezza della complementarie-
La tradizionale iniziativa quaresimale della Caritas
L’Australia guarda
ai più poveri del mondo
SYDNEY, 14. Con una celebrazione
eucaristica nella cattedrale di Santa Maria, presieduta dall’arcivescovo di Sydney, cardinale George
Pell, è stata lanciata in occasione
del Mercoledì delle ceneri la campagna quaresimale annuale di Caritas Australia, «Project Compassion». Da 49 anni, per il periodo
della Quaresima, scuole, gruppi religiosi, comunità, parrocchie, università, organizzazioni e singole
persone di tutto il Paese sponsorizzano progetti per raccogliere
fondi destinati alla Caritas per la
campagna di solidarietà. «Project
Compassion», infatti, ha l’obiettivo di sostenere e portare speranza
a uomini, donne e bambini delle
regioni più povere del mondo che
lottano per la sopravvivenza. Non
si tratta soltanto di una raccolta di
fondi, ma è anche un richiamo a
una maggiore consapevolezza della
necessità di supportare con ogni
mezzo l’impegno di solidarietà
verso il prossimo.
Caritas Australia ha un team di
operatori che operano in più di
220 Paesi nel mondo. Oltre a fornire progetti di sviluppo, Caritas è
determinante nella fase di emergenza con squadre di azione appositamente addestrate che intervengono in occasione di catastrofi naturali. Proprio in questi giorni, le
squadre di soccorso sono impegnate a dare assistenza alle popolazioni delle Isole Salomone, colpite da
un violento terremoto e dallo tsunami.
Quest’anno, i fondi raccolti con
la campagna «Project Compassion» saranno destinati alle comunità di Bolivia, Bangladesh, Papua
Nuova Guinea, Mozambico, Cambogia oltre a dare aiuto e sostegno
alle comunità indigene dell’Australia.
L’anno scorso con oltre dieci
milioni di dollari raccolti è stato
battuto un nuovo record, segno
che la generosità degli australiani
non si ferma nemmeno davanti alla crisi. Con i fondi raccolti sono
stati finanziati non solo programmi nazionali, ma anche quelli
all’estero, in particolare sul tema
della lotta alla povertà e alla malnutrizione. A oggi, poco più di un
miliardo e mezzo di bambini sono
stati salvati, grazie agli interventi
messi in atto dalla comunità internazionale. Di anno in anno le donazioni sono sempre più consistenti e hanno consentito di raggiungere traguardi ambiziosi. «Negli
ultimi anni — spiega Jack de
Groot, amministratore delegato di
Caritas Australia — le condizioni
economiche per molti australiani
sono state difficili e incerte, ma le
nostre parrocchie, le scuole e le comunità sono riuscite a trovare le ri-
sorse necessarie per sostenere i più
poveri tra i poveri. A differenza di
molte campagne di solidarietà
“Project Compassion” è davvero
sentita da centinaia di migliaia di
persone».
Opuscoli, locandine e materiale
informativo sono stati distribuiti
nei centri di aggregazione, nelle
scuole e nelle comunità per informare la popolazione dell’importanza di questa campagna. Gli
operatori della Caritas, impegnati
in tutto il territorio nazionale, illustrano dal vivo ai giovani le sfide e
le speranze che sono alla base di
questa importante iniziativa. Per
esempio, si potranno effettuare donazioni di 5 dollari (per comprare
un pollo per il Matuba Children’s
Centre del Mozambico) o dieci
dollari (per l’acquisto di un filtro
per l’acqua in modo da impedire il
diffondersi di epidemie in Cambogia). «La solidarietà — spiegano i
promotori della campagna — è utile per la sicurezza in quelle regioni
del mondo dove i Governi sono
sotto pressione a causa del malessere della popolazione».
tà e della comunione, «due qualità
che corrispondono alla vocazione
che Cristo è venuto a svelare all’essere umano». Da qui la necessità di
continuare a lavorare affinché la parità tra uomo e donna, «che ha il
suo
fondamento
nell’amorevole
creazione di Dio», non risulti una
chimera.
Se è vero che non c’è giustizia
senza uguaglianza, è altrettanto vero
— sottolinea l’arcivescovo di Madrid
— che «gli sforzi a favore della giustizia saranno destinati al fallimento
se non si vede dove si trova l’origine
dell’autentica uguaglianza fra uomo
e donna». Il presidente della Conferenza episcopale spagnola conclude
la lettera pastorale con l’appello affinché la famiglia, «cellula della società», venga protetta come “prima
scuola” nella quale tale verità è insegnata e appresa.
La Campagna 2013 — che spera
nel raggiungimento di una maggiore autonomia femminile soprattutto
nei Paesi in via di sviluppo — ha
l’obiettivo di denunciare le tante ingiustizie e prevaricazioni che le donne subiscono nel loro cammino verso la parità (fino all’odioso crimine
della violenza sessuale, consumato a
volte nello stesso ambito familiare).
Nel mondo, infatti, il 60 per cento
delle persone che soffrono la fame
cronica è composto da donne e
bambine e lo stesso vale per il 98
per cento delle vittime della tratta
di esseri umani; per non parlare poi
di quelle nazioni dove nascere femmina è sinonimo di disgrazia.
Nel manifesto scelto per l’edizione numero 54 viene raffigurata una
donna “del terzo mondo” che porta
sulle spalle, come due elementi di
una bilancia, due ceste, contenenti
una la giustizia e l’altra l’uguaglianza. Così, spiegano gli organizzatori,
la donna viene presentata «non solo
come partecipe ma anche come base
della giustizia».
Nel documento diffuso per illustrare l’iniziativa viene citato uno
stralcio del discorso pronunciato da
Benedetto XVI il 22 marzo 2009 nella parrocchia di Santo António a
Luanda, capitale dell’Angola, incontrando i movimenti cattolici per la
promozione della donna: uomini e
donne — disse il Papa — «sono chiamati a vivere in profonda comunione, in un vicendevole riconoscimento e dono di se stessi, lavorando insieme per il bene comune con le caratteristiche complementari di ciò
che è maschile e di ciò che è femminile. In un mondo come l’attuale,
dominato dalla tecnica, si sente bisogno di questa complementarietà
della donna, affinché l’essere umano
vi possa vivere senza disumanizzarsi
del tutto».
L’organizzazione non governativa
Manos Unidas — che nel 2010 ha
compiuto i cinquant’anni di fondazione — è l’associazione di volontariato della Chiesa cattolica in Spagna incaricata dell’aiuto, della promozione e dello sviluppo nel terzo
mondo. Può contare su settanta delegazioni in tutto il Paese e partecipa ogni anno a centinaia di progetti
in numerose nazioni dell’Africa,
dell’Asia e dell’America latina. È
guidata da una donna, Inmaculada
García Abrisqueta; consigliere e rappresentante della Conferenza episcopale è monsignor Juan José
Omella Omella, vescovo di Calahorra y La Calzada - Logroño.
pagina 7
La vicinanza degli episcopati europei a Benedetto
XVI
Una scelta
compiuta con coraggio
Espressioni di affetto e gratitudine
continuano a giungere anche in
queste ore a Benedetto XVI da parte
degli episcopati europei. Il cardinale
Antonio María Rouco Varela, presidente della Conferenza episcopale
spagnola, a nome anche di tutti i
vescovi iberici, esprime «la più profonda gratitudine per l’impagabile
servizio prestato alla santa Chiesa in
questi intensi anni di pontificato.
Siamo addolorati e come orfani per
questa decisione che ci riempie di
pena, perché ci sentivamo sicuri e illuminati dal suo ricchissimo magistero e dalla sua vicinanza paterna.
Allo stesso tempo, accogliamo la volontà del Santo Padre con reverenza
filiale». E per il cardinale arcivescovo di Barcellona, Lluís Martínez Sistach, la decisione del Papa ne pone
«in rilievo la profonda spiritualità»,
la «lucidità» e il «grande amore per
la Chiesa». Sulla stessa lunghezza
d’onda anche il cardinale patriarca
di Lisbona, José da Cruz Policarpo,
che definisce la decisione del Papa
«un precedente positivo» e «un atto
straordinariamente coraggioso, destinato a introdurre nella Chiesa un
nuovo ritmo».
Il presidente dell’episcopato di
Inghilterra e Galles, l’arcivescovo di
Westminster, Vincent Gerard Nichols, rivolgendosi ai fedeli, si è
detto sicuro che, superato lo sconcerto dell’annuncio, nella scelta del
Papa «molti vi riconosceranno una
decisione di grande coraggio e frutto di chiarezza di mente e di azione». E ha aggiunto: «Chiedo al popolo di fede di pregare per Papa
Benedetto. Noi cattolici lo faremo
con grande affetto e con la più alta
stima per il suo ministero. Pregheremo anche per la Chiesa e per tutti i
passi che dovrà compiere nelle prossime settimane. Abbiamo fiducia
nell’amore della Provvidenza di Dio
e nella guida dello Spirito Santo».
Anche il cardinale Keith Michael
Patrick O’Brien, presidente della
Conferenza episcopale scozzese, dice di aver appreso la notizia con
«choc e tristezza», ma aggiunge di
sapere che una tale decisione «sarà
stata considerata attentamente e presa dopo aver molto pregato e riflettuto. Offro le mie preghiere per Papa Benedetto e chiedo alla comunità cattolica di Scozia di unirsi a me
nella preghiera per lui in questo
momento». Di gesto di «autentica
umiltà, coraggio e amore per la
Chiesa» parla anche il cardinale arcivescovo di Armagh e presidente
dell’episcopato irlandese, Seán Baptist Brady, che ringrazia il Papa «a
nome della Chiesa cattolica in Irlanda e dei confratelli vescovi», soprattutto per il suo «generoso servizio»
e per il «grande amore e la preoccupazione che ha sempre dimostrato».
Per il cardinale arcivescovo di
Vienna Christoph Schönborn, presidente della Conferenza episcopale
austriaca, «la dichiarazione di dimissioni di Papa Benedetto XVI è un
passo assai straordinario che merita
Per «La Civiltà Cattolica»
In gioco sfide
che richiedono
energie fresche
«Il Papa rinuncia al ministero petrino non semplicemente perché si
sente debole, ma perché avverte che
oggi più che mai ci sono in gioco
sfide cruciali che richiedono energie
fresche». È il convincimento della
«Civiltà Cattolica» che nell’editoriale del prossimo numero definisce
«la rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino una notizia di portata storica». Secondo la rivista dei
gesuiti quindi «il Papa, anche con
questo suo gesto intende spronare la
Chiesa. La immagina coraggiosa
nell’affrontare le sfide dei rapidi
mutamenti e le sfide delle questioni
di grande rilevanza per la vita della
fede». Perciò il suo gesto «non è
una rinuncia. Semmai è un gesto di
umiltà e di libertà. Egli sa di aver
svolto il suo ministero fino in fondo. Adesso si rende conto che la situazione che il mondo e la Chiesa
vivono è completamente cambiata
rispetto anche a pochi anni fa». La
conclusione è allora che «rinunciando al Pontificato Benedetto XVI sta
dicendo qualcosa alla Chiesa di oggi: la invita a non temere, a spendere le forze per aprirsi alle sfide e alle questioni, a non temere la rapidità e il peso dei mutamenti».
il massimo rispetto e la massima
ammirazione. Nutro comprensione
verso la decisione del Papa sebbene
questo passo mi abbia anche colpito
dolorosamente». Tuttavia, ha aggiunto, «non è necessario preoccuparsi per la Chiesa cattolica», perché «è Gesù Cristo stesso che guida
la Chiesa. L’ha guidata per duemila
anni attraverso tutte le tempeste e
continuerà a guidarla».
L'arcivescovo di Malines-Bruxelles
e presidente della Conferenza episcopale del Belgio, André Léonard,
definisce Benedetto XVI come «uno
dei Papi più brillanti della storia
della Chiesa» e traccia un parallelismo con il suo immediato predecessore. «Giovanni Paolo II ha dato
una splendida testimonianza andando fino alla fine della sua vita, malato tra i malati. Benedetto XVI dà una
testimonianza complementare e altrettanto bella, lasciando il suo incarico, perché la Chiesa possa avere
un governo efficiente». Di decisione
«storicamente rilevante» parla il comunicato diffuso dalla Conferenza
episcopale dei Paesi Bassi. «Gli siamo estremamente grati», commentano i presuli, «perché è stato un vero
pastore della Chiesa».
Voci di cardinali
Mai la Chiesa perde
la speranza
«Mai la Chiesa perde la speranza». Essa «è mistero di fede, il Papa è il Vicario di Cristo e Lui non
verrà mai a mancare. Dunque, in
questo particolare momento, è richiesto a tutti un atto di fede».
Così il cardinale Georges Marie
Martin Cottier, teologo emerito
della Casa Pontificia, commenta la
rinuncia di Benedetto XVI.
Intervistato da «Avvenire», il
porporato domenicano sottolinea
che «il suo gesto va rispettato» e
che «la chiave per comprendere la
sua decisione» sta nel suo modo di
guardare alla Chiesa. Che non è
quello, «assai diffuso, puramente
umano, sociologico», secondo cui
«la Chiesa coincide con le miserie
di uomini peccatori», dove il mistero è «assente, invisibile, censurato». Al contrario la Chiesa «è
mistero di fede. Vedere soltanto
l’aspetto umano è erroneo».
Di «gesto al contempo umile e
alto, di eccezionale portata» parla
il cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban in Sud Africa. Per il porporato francescano —
intervistato da «La Stampa» —
quello delineato dal Papa «è uno
scenario che sfuggiva a ogni possibile congettura. Non era previsto
da nessuno e una scelta così forte
e limpida testimonia come il bene
della Chiesa costituisca l’unica
preoccupazione
di
Joseph
Ratzinger. Il sentimento della responsabilità lo ha sempre guidato
nel suo servizio». Del resto — prosegue — «ha sempre dato contorni
nitidi alla sua azione. Quando non
si è sentito più in grado di svolgere compiutamente la sua missione,
ha scelto di lasciare». Perciò «va
rispettato nella sua decisione e ringraziato per l’eroico coraggio con
cui si è interamente dedicato alla
nuova evangelizzazione. Si è creata una situazione inedita, fuori da
ogni
parametro
conosciuto.
L’orientamento lo fornisce proprio
l’impostazione ratzingeriana del
pontificato: lasciare che Dio si
esprima nelle nostre vite. E, secondo l’ispirazione del concilio Vaticano II, disporsi ad accogliere i segni
dei tempi». Da qui l’invito a «continuare sul sentiero tracciato. La
priorità è mettere Dio al centro
della vita privata e pubblica, come
ci ha insegnato Benedetto». Il cardinale confida poi che non si sarebbe «mai aspettato di vivere una
situazione del genere. L’ultimo periodo è stato difficile, turbolento»,
ma subito aggiunge di essere convinto che «da questa profonda crisi possiamo uscire con una forte rinascita spirituale, come ai tempi in
cui San Francesco attuò la sua riforma morale».
Su «Asianews» il cardinale John
Tong Hon evidenzia che Benedetto XVI «ha sempre amato la Chiesa
e ha sempre impegnato tutto il suo
cuore e tutta la sua energia nel servizio pastorale a favore del gregge
di Dio». Quindi come vescovo di
Hong Kong si dice «grato in maniera particolare al Papa per la sua
amorevole preoccupazione per la
Chiesa in Cina». Inoltre egli «è un
uomo di fervente preghiera. È profondamente consapevole che, per
svolgere i suoi compiti papali, non
può affidarsi solo alle parole e ai
fatti, ma ha anche bisogno di preghiera». E «dopo le sue dimissioni, servirà la Chiesa con tutto il
cuore attraverso la preghiera». Per
questo — è la conclusione —
«esprimiamo il nostro più sincero
ringraziamento al Santo Padre per
la sua guida e per il suo buon
esempio, e pregheremo per sempre
per lui».
Nomina episcopale
in Francia
La nomina di oggi riguarda la
Chiesa in Francia.
Laurent Percerou
vescovo di Moulins
Nato l’11 settembre 1961 a
Dreux, diocesi di Chartres, dopo studi di storia dell’università
di Tours, ha insegnato nelle
scuole pubbliche. Entrato nel
seminario des Carmes di Parigi,
si è preparato al sacerdozio
all’Institut catholique, dove ha
anche conseguito la licenza in
teologia biblica e sistematica.
Ha inoltre studiato diritto canonico all’università di Salamanca.
Ordinato presbitero il 14 giugno
1992, per la diocesi di Chartres,
è stato parroco di Maintenon,
di Gallardon e del raggruppamento parrocchiale di Challet,
Gallardon, Maintenon e Villiers-le-Mohier, responsabile del
servizio diocesano per le vocazioni, vicario generale e moderatore di curia. Dopo essere stato per un anno amministratore
diocesano, dal 2006 è vicario
generale della diocesi. Inoltre,
dal 2005, è assistente degli
Scout di Francia a Chartres, e
dal 2009, responsabile del servizio diocesano per la catechesi.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
Benedetto
XVI
venerdì 15 febbraio 2013
celebra in San Pietro la messa del mercoledì delle Ceneri
Ritorno a Dio per superare rivalità e divisioni
«Ritornare a Dio»: l’invito del profeta
Gioele è stato riproposto dal Papa
la sera del 13 febbraio come itinerario
di riflessione quaresimale ai fedeli che
hanno partecipato alla messa
del mercoledì delle Ceneri nella basilica
Vaticana.
Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!
Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo un nuovo cammino quaresimale,
un cammino che si snoda per quaranta giorni e ci conduce alla gioia
della Pasqua del Signore, alla vittoria della Vita sulla morte. Seguendo
l’antichissima tradizione romana delle stationes quaresimali, ci siamo radunati oggi per la Celebrazione
dell’Eucaristia. Tale tradizione prevede che la prima statio abbia luogo
nella Basilica di Santa Sabina sul
colle Aventino. Le circostanze hanno
suggerito di radunarsi nella Basilica
Vaticana. Siamo numerosi intorno
alla Tomba dell’Apostolo Pietro anche a chiedere la sua intercessione
per il cammino della Chiesa in questo particolare momento, rinnovando
la nostra fede nel Pastore Supremo,
Cristo Signore. Per me è un’occasione propizia per ringraziare tutti, specialmente i fedeli della Diocesi di
Roma, mentre mi accingo a concludere il ministero petrino, e per chiedere un particolare ricordo nella preghiera.
Le Letture che sono state proclamate ci offrono spunti che, con la
grazia di Dio, siamo chiamati a far
diventare atteggiamenti e comportamenti concreti in questa Quaresima.
La Chiesa ci ripropone, anzitutto, il
forte richiamo che il profeta Gioele
rivolge al popolo di Israele: «Così
dice il Signore: ritornate a me con
tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (2, 12). Va sottolineata
l’espressione «con tutto il cuore»,
che significa dal centro dei nostri
pensieri e sentimenti, dalle radici
delle nostre decisioni, scelte e azioni,
con un gesto di totale e radicale libertà. Ma è possibile questo ritorno
a Dio? Sì, perché c’è una forza che
non risiede nel nostro cuore, ma che
si sprigiona dal cuore stesso di Dio.
È la forza della sua misericordia. Dice ancora il profeta: «Ritornate al
Signore, vostro Dio, perché egli è
misericordioso e pietoso, lento
all’ira, di grande amore, pronto a
ravvedersi riguardo al male» (v.13).
Il ritorno al Signore è possibile come “grazia”, perché è opera di Dio e
frutto della fede che noi riponiamo
nella sua misericordia. Questo ritornare a Dio diventa realtà concreta
nella nostra vita solo quando la grazia del Signore penetra nell’intimo e
lo scuote donandoci la forza di «lacerare il cuore». È ancora il profeta
a far risuonare da parte di Dio queste parole: «Laceratevi il cuore e non
le vesti» (v.13). In effetti, anche ai
nostri giorni, molti sono pronti a
“stracciarsi le vesti” di fronte a scandali e ingiustizie — naturalmente
commessi da altri —, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio “cuore”, sulla propria coscienza
e sulle proprie intenzioni, lasciando
che il Signore trasformi, rinnovi e
converta.
Quel «ritornate a me con tutto il
cuore», poi, è un richiamo che coinvolge non solo il singolo, ma la comunità. Abbiamo ascoltato sempre
nella prima Lettura: «Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne
digiuno, convocate una riunione sacra. Radunate il popolo, indite
un’assemblea solenne, chiamate i
vecchi, riunite i fanciulli, i bambini
lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (vv.
15-16). La dimensione comunitaria è
un elemento essenziale nella fede e
nella vita cristiana. Cristo è venuto
«per riunire insieme i figli di Dio
che erano dispersi» (cfr. Gv 11, 52).
Il “Noi” della Chiesa è la comunità
in cui Gesù ci riunisce insieme (cfr.
Gv 12, 32): la fede è necessariamente
ecclesiale. E questo è importante ricordarlo e viverlo in questo Tempo
della Quaresima: ognuno sia consapevole che il cammino penitenziale
non lo affronta da solo, ma insieme
con tanti fratelli e sorelle, nella
Chiesa.
Il profeta, infine, si sofferma sulla
preghiera dei sacerdoti, i quali, con
le lacrime agli occhi, si rivolgono a
Dio dicendo: «Non esporre la tua
eredità al ludibrio e alla derisione
delle genti. Perché si dovrebbe dire
fra i popoli: “D ov’è il loro Dio?”»
(v.17). Questa preghiera ci fa riflettere sull’importanza della testimonianza di fede e di vita cristiana di ciascuno di noi e delle nostre comunità
per manifestare il volto della Chiesa
e come questo volto venga, a volte,
deturpato. Penso in particolare alle
colpe contro l’unità della Chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale. Vivere la Quaresima in una più intensa
ed evidente comunione ecclesiale,
superando individualismi e rivalità, è
un segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti.
«Ecco ora il momento favorevole,
ecco ora il giorno della salvezza!» (2
Cor 6, 2). Le parole dell’apostolo
Paolo ai cristiani di Corinto risuonano anche per noi con un’urgenza
che non ammette assenze o inerzie.
Il termine “ora” ripetuto più volte
dice che questo momento non può
essere lasciato sfuggire, esso viene
offerto a noi come un’occasione unica e irripetibile. E lo sguardo
dell’Apostolo si concentra sulla condivisione con cui Cristo ha voluto
caratterizzare la sua esistenza, assumendo tutto l’umano fino a farsi carico dello stesso peccato degli uomini. La frase di san Paolo è molto
forte: Dio «lo fece peccato in nostro
favore». Gesù, l’innocente, il Santo,
«Colui che non aveva conosciuto
peccato» (2 Cor 5, 21), si fa carico
del peso del peccato condividendone
con l’umanità l’esito della morte, e
della morte di croce. La riconciliazione che ci viene offerta ha avuto
un prezzo altissimo, quello della croce innalzata sul Golgota, su cui è
stato appeso il Figlio di Dio fatto
uomo. In questa immersione di Dio
nella sofferenza umana e nell’abisso
del male sta la radice della nostra
giustificazione. Il «ritornare a Dio
con tutto il cuore» nel nostro cammino quaresimale passa attraverso la
Croce, il seguire Cristo sulla strada
che conduce al Calvario, al dono totale di sé. È un cammino in cui imparare ogni giorno ad uscire sempre
più dal nostro egoismo e dalle nostre chiusure, per fare spazio a Dio
che apre e trasforma il cuore. E san
Paolo ricorda come l’annuncio della
Croce risuoni a noi grazie alla predicazione della Parola, di cui l’Apostolo stesso è ambasciatore; un richiamo per noi affinché questo cammino
quaresimale sia caratterizzato da un
ascolto più attento e assiduo della
Parola di Dio, luce che illumina i
nostri passi.
Nella pagina del Vangelo di Matteo, che appartiene al cosiddetto Discorso della montagna, Gesù fa riferimento a tre pratiche fondamentali
previste dalla Legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno; sono anche indicazioni tradizionali nel
cammino quaresimale per rispondere
all’invito di «ritornare a Dio con tutto il cuore». Ma Gesù sottolinea come sia la qualità e la verità del rapporto con Dio ciò che qualifica l’autenticità di ogni gesto religioso. Per
questo Egli denuncia l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole
apparire, gli atteggiamenti che cercano l’applauso e l’approvazione. Il
vero discepolo non serve se stesso o
il “pubblico”, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità: «E il
Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6, 4.6.18). La nostra testimonianza allora sarà sempre
più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto
è Dio stesso, l’essere uniti a Lui,
quaggiù, nel cammino della fede, e, al
termine della vita, nella pace e nella
luce dell’incontro faccia a faccia con
Lui per sempre (cfr. 1 Cor 13, 12).
Cari fratelli e sorelle, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresi-
male. Risuoni forte in noi l’invito alla conversione, a «ritornare a Dio
con tutto il cuore», accogliendo la
sua grazia che ci fa uomini nuovi,
con quella sorprendente novità che è
partecipazione alla vita stessa di Gesù. Nessuno di noi, dunque, sia sordo a questo appello, che ci viene rivolto anche nell’austero rito, così
semplice e insieme così suggestivo,
dell’imposizione delle ceneri, che tra
poco compiremo. Ci accompagni in
questo tempo la Vergine Maria, Madre della Chiesa e modello di ogni
autentico discepolo del Signore.
Amen!
Nel saluto del cardinale Bertone
La forza dell’umiltà
e della mitezza
Al termine della celebrazione, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di
Stato, ha rivolto al Papa il seguente
saluto.
Beatissimo Padre,
con sentimenti di grande commozione e di profondo rispetto
non solo la Chiesa, ma tutto il
mondo, hanno appreso la notizia
della Sua decisione di rinunciare al
ministero di Vescovo di Roma,
Successore dell’Apostolo Pietro.
Non saremmo sinceri, Santità, se
non Le dicessimo che questa sera
c’è un velo di tristezza sul nostro
cuore. In questi anni, il suo Magistero è stato una finestra aperta
sulla Chiesa e sul mondo, che ha
fatto filtrare i raggi della verità e
dell’amore di Dio, per dare luce e
calore al nostro cammino, anche e
soprattutto nei momenti in cui le
nubi si addensano nel cielo.
Tutti noi abbiamo compreso che
è proprio l’amore profondo che Vostra Santità ha per Dio e per la
Chiesa che L’ha spinta a questo atto, rivelando quella purezza d’animo, quella fede robusta ed esigente, quella forza dell’umiltà e della
mitezza, assieme ad un grande coraggio, che hanno contraddistinto
ogni passo della Sua vita e del Suo
ministero, e che possono venire solamente dallo stare con Dio, dallo
stare alla luce della parola di Dio,
dal salire continuamente la montagna dell’incontro con Lui per poi
ridiscendere nella Città degli uomini.
Santo Padre, pochi giorni fa con
i Seminaristi della sua diocesi di
Roma, Ella ci ha dato una speciale
lezione, ha detto che essendo cristiani sappiamo che il futuro è nostro, il futuro è di Dio, e che l’albero della Chiesa cresce sempre di
nuovo. La Chiesa si rinnova sempre, rinasce sempre. Servire la
Chiesa nella ferma consapevolezza
che non è nostra, ma di Dio, che
non siamo noi a costruirla, ma è
Lui; poter dire noi con verità la parola evangelica: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17, 10), confidando
totalmente nel Signore, è un grande insegnamento che Ella, anche
con questa sofferta decisione, dona
non solo a noi, Pastori della Chiesa, ma all’intero Popolo di Dio.
L’Eucaristia è un rendere grazie
a Dio. Questa sera noi vogliamo
ringraziare il Signore per il cammino che tutta la Chiesa ha fatto sotto la guida di Vostra Santità e vogliamo dirLe dal più intimo del
nostro cuore, con grande affetto,
commozione e ammirazione: grazie
per averci dato il luminoso esempio di semplice e umile lavoratore
della vigna del Signore, un lavoratore, però, che ha saputo in ogni
momento realizzare ciò che è più
importante: portare Dio agli uomini e portare gli uomini a Dio.
Grazie!
Quell’applauso interminabile
«Grazie. Ritorniamo alla preghiera». Per due volte, con
un gesto delle mani, Benedetto XVI aveva con discrezione cercato di far cessare l’applauso che davvero sembrava non finire — quasi quattro minuti di ovazione — scaturito spontaneo al termine della messa del mercoledì
delle Ceneri nella basilica Vaticana. È stata l’ultima celebrazione liturgica pubblica del pontificato. In piedi ad
applaudire tutti i presenti, dai cardinali fino alle moltissime persone che non avendo trovato posto in basilica
avevano seguito il rito dai maxischermi in piazza San
Pietro. È stata una testimonianza di affetto toccante ed
emozionata. Fino alle lacrime.
Benedetto XVI ha impartito la benedizione apostolica.
E dopo l’Ite, missa est cantato dal diacono — mentre il
coro della Cappella Sistina ha intonato l’antifona mariana Ave, Regina Caelorum — l’applauso è ripreso ancora
più forte, commosso, scrosciante. E ha accompagnato il
Papa lungo la navata centrale della basilica, fino alla
cappella della Pietà. Proprio questa grande partecipazione aveva suggerito di celebrare l’inizio della quaresima
nella più capiente basilica Vaticana e non, com’è tradizione, all’Aventino, nelle basiliche di Sant’Anselmo e
Santa Sabina.
A imporre le ceneri sul capo del Papa è stato il cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica Vaticana e
vicario generale per la Città del Vaticano. Quindi il Papa ha imposto a sua volta le ceneri a cinque cardinali,
ad alcuni benedettini di Sant’Anselmo e domenicani di
Santa Sabina, a una famiglia con due bambini, a una religiosa e a due laici della Pontificia Accademia Cultorum
Martyrum, che organizza le stationes quaresimali a Roma. A loro si sono aggiunti i diaconi e alcuni cerimonieri pontifici.
L’austero rito penitenziale ha avuto inizio nell’atrio
della basilica. Quindi in processione, al canto delle litanie dei santi, sulla pedana mobile il Papa ha attraversato
la navata centrale fino all’altare della Confessione. Ad
accompagnarlo erano gli arcivescovi Georg Gänswein,
prefetto della Casa Pontificia, e Guido Pozzo, elemosiniere di Sua Santità, i monsignori Alfred Xuereb, della
sua Segreteria particolare, e Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, e il medico personale Patrizio Polisca.
Con il Papa hanno concelebrato quarantacinque cardinali, tra i quali Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, e Tarcisio Bertone, segretario di Stato. Sei i
cardinali non concelebranti, tra i quali il vicedecano Roger Etchegaray. Hanno concelebrato numerosissimi presuli: tra loro gli arcivescovi Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Dominique Mamberti, segretario
per i Rapporti con gli Stati.
Con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa
Sede erano i monsignori Peter Bryan Wells, assessore,
Ettore Balestrero, sottosegretario per i Rapporti con gli
Stati, e José Avelino Bettencourt, capo del Protocollo.
Hanno preso parte alla celebrazione anche numerosi
prelati della Curia romana. Tra i presenti il Gran Maestro dell’Ordine di Malta Matthew Festing, il ministro
italiano del Lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero
e il direttore del nostro giornale.
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