5. Ruolo della formazione nel lavoro di cura
di Mariagrazia Santagati
L’analisi del capitale culturale delle assistenti familiari – ovvero del titolo di
studio conseguito in patria – consente di sviluppare molteplici riflessioni relative alla formazione, intesa come vincolo nel caso in cui le immigrate non ottengano in Italia il riconoscimento del proprio percorso formativo svolto all’estero, ma anche come risorsa e strategia per migliorare la propria condizione lavorativa e socioeconomica nel contesto d’immigrazione.
Lo studio dei processi migratori evidenzia che gli immigrati presenti in Italia sono, in larga maggioranza, altamente qualificati, ma inseriti in settori lavorativi subalterni: i migranti sono pertanto investiti da processo di mobilità discendente a livello professionale, che si traduce in una perdita di risorse umane
importanti per lo sviluppo del nostro paese, in cui si utilizzano e si sfruttano al
minimo le competenze degli immigrati 1 . Anche le prospettive per il futuro ap1
Alcuni autori sottolineano l’imperfetta trasferibilità internazionale del capitale umano, aspetto
evidenziato da ciò che accade ai migranti le cui competenze acquisite nei percorsi scolasticoformativi o sul lavoro non risultano rilevanti nel mercato del lavoro delle società di accoglienza.
Chiswick e Miller (2007) applicano allo studio dei processi migratori le teorie elaborate
nell’ambito della letteratura su overeducation/undereducation, in cui si sostiene che ogni occupazione nel mercato del lavoro corrisponde e richiede un certo livello di istruzione, necessaria
per un risultato soddisfacente nel lavoro. Nonostante ciò, ci possono essere lavoratori con un livello di istruzione superiore (overeducated) o inferiore (undereducated) a quello richiesto dalla
loro professione. L’esistenza di tali discrepanze e del “mismatch” tra formazione e occupazione,
per quanto riguarda gli immigrati, possono essere compresi a partire dalle seguenti spiegazioni:
una carenza di informazioni sul mercato del lavoro caratterizza i neo arrivati nei primi anni di
residenza in un nuovo contesto nazionale; gli immigrati hanno notevoli difficoltà nell’utilizzo sia
dell’istruzione ottenuta nel paese d’origine sia dell’esperienza lavorativa pregressa (due aspetti
che costituiscono il capitale umano) nella società di accoglienza, anche se nel tempo l’acquisi-
232
paiono vincolate dai processi di integrazione subalterna attuati in Italia, al punto che è improbabile prevedere un aumento di qualificazione per tali soggetti –
in quanto donne e immigrate e perciò da inserire in una posizione marcatamente subordinata (Andall, 2000) – e una collocazione in altri contesti di lavoro.
I dati del questionario, approfonditi con i dettagli offerti dai testi delle interviste, consentono di articolare l’analisi su due livelli:
- a partire dai punti di vista delle donne, che oscillano tra la volontà di far riconoscere il proprio bagaglio di competenze e uno scarso interesse nell’investimento in formazione;
- approfondendo la dimensione macro-strutturale, collegata all’organizzazione del lavoro di cura (che spesso non consente la frequenza di corsi di
qualifica) e alle pratiche di riconoscimento dei titoli di studio in Italia 2 . Per
le donne un grande ostacolo da superare è proprio costituito dalla non equipollenza dei titoli ottenuti in patria che, spesso, non sono riconosciuti nel
nostro paese. Pertanto, esse devono decidere se integrarli con ulteriori studi
oppure rinunciare a ogni tipo di riconoscimento della qualifica posseduta.
1. Status socioculturale e professionale delle assistenti in patria
Le donne del campione, che svolgono il lavoro di cura, possiedono titoli di
studio medio alti (Tab. 1) 3 . Elevata è la percentuale delle laureate (il 19% cirzione di nuove competenze (linguistiche, lavorative) permette di colmare la distanza tra livello di
istruzione effettivo e reale; l’incidenza dell’overeducation tra gli immigrati è vincolata al livello
di sviluppo, soprattutto per quello che concerne le tecnologie, dei paesi di origine e di destinazione; il livello di istruzione è un mezzo attraverso il quale il lavoratore segnala e certifica le sue
competenze, tuttavia, tra gli immigrati non è così chiaro stabilire e connettere le competenze con
il titolo di studio.
2
Nel disegno di legge delega del 24 aprile 2007 di modifica della disciplina dell’immigrazione si
prevede anche la promozione di specifiche azioni formative e di riconoscimento delle professionalità pregresse nel campo del settore domestico e dell’assistenza, nonché l’istituzione di liste nei
paesi d’origine per lavoratori stranieri che intendano migrare in Italia, in cui tenere conto del
grado di conoscenza della lingua italiana, dei titoli e della qualifica professionale posseduta,
dell’eventuale frequenza di corsi di istruzione e di formazione professionale nei paesi d’origine.
3
Alcuni dati relativi al capitale culturale delle donne che hanno risposto al questionario e delle
assistenti intervistate sono riportati nel capitolo introduttivo della seconda parte del volume che
ricostruisce il percorso metodologico dell’indagine e che ha l’obiettivo di presentare i tratti distintivi del campione.
233
ca): nella specificazione delle facoltà frequentate, emerge un gruppo considerevole di laureate in ingegneria (20), in economia (10), nelle discipline umanistiche (21) – in particolare scienze dell’educazione – e nelle discipline scientifiche come agraria, biologia, medicina (14). Nove sono le donne laureate in
medicina, infermeria, farmacia, facoltà che risultano essere attinenti al lavoro
di assistenza.
Tab. 1 - Titolo di studio e nazionalità delle donne del campione
Nessuna scuola
5,1
1,9
Altri
paesi europei
5,6
7,1
1,4
5
Fino alla scuola primaria
12,3
16,5
16,7
25
30
18,8
Fino alla scuola superiore
46,4
69,9
56,7
58,9
60
56,2
Fino all’università
35,5
21,1
21,1
8,9
8,6
19,6
Totale
100
100
100
100
100
100
Ucraina
Romania
Maghreb
America
Latina
Tot
N = 484, V di Cramer = 0,192
Le diplomate, inoltre, sono più rappresentate tra le giovani donne (al di sotto dei 30 anni), mentre le laureate sono maggiormente presenti tra le ultracinquantenni: per quanto riguarda le provenienze, tra le latinoamericane e le maghrebine sono presenti donne con titoli di studio più bassi, le rumene sono in
larga maggioranza diplomate, mentre rilevante è la componente di ucraine laureate (Tab. 2) 4 .
Per quanto riguarda la parte qualitativa dell’indagine, tra le 50 intervistate,
circa la metà (26) sono le donne in possesso di qualifiche o di un diploma di
scuola superiore, 13 hanno compiuto degli studi di base (corrispondenti alla licenza media in Italia), 11 sono in possesso di una laurea o di una specializzazione post diploma. Tra coloro che hanno bassi titoli di studio, alcune non hanno
4
Sebbene all’estero le ucraine vivano una condizione di evidente declassamento rispetto al proprio livello di istruzione e alle proprie aspettative, in patria raggiungono un notevole innalzamento delle proprie condizioni socioeconomiche, grazie alle elevate possibilità economiche che garantiscono i risparmi accumulati attraverso il lavoro all’estero. Da un’indagine su un campione di
2.060 ucraini presenti in 14 regioni italiane, si conferma un livello di istruzione molto elevato (il
36,5% del campione è laureato), come attestano anche le professioni precedentemente svolte:
insegnanti, economisti, ingegneri, medici, infermieri (Shehda, Horodetstsky, 2004).
234
continuato la loro formazione a causa del matrimonio in giovane età e della nascita dei figli, costrette ad entrare precocemente nel mondo del lavoro e ad abbandonare gli studi da problemi di tipo economico, proprio per l’impossibilità di
sostenere il costo elevato di scuole private – che appaiono spesso le uniche che
garantiscono una formazione di qualità in alcuni paesi in via di sviluppo.
Tab. 2 - Numeri indice relativi a titolo di studio e nazionalità
Altri paesi
europei
112
142
America
Latina
28
88
132
159
100
104
106
45
43
Ucraina
Romania
Nessuna scuola
102
38
Fino alla scuola primaria
65
87
Fino alla scuola superiore
82
124
Fino all’università
181
107
107
Maghreb
Ho studiato fino alla seconda media. Volevo prendermi la terza media da privatista,
però con i figli come fai? O guardavo i miei figli o andavo a scuola (9).
Ho lavorato a casa mia e non ho continuato gli studi perché mancavano i soldi. Sono cari gli studi laggiù. Per esempio gli studi in commercio, in soldi italiani sono
250 euro per sei mesi. Tra pagare l’appartamento, mangiare, roba della scuola, mettiamo ancora 250 euro, insomma 750 euro per sei mesi. Però da noi quei soldi lì sono tanti, nessuno ti arriva con quei soldi lì, solo un ricco, e i genitori che non hanno
lavoro non ce la fanno a pagare. Ogni anno paghi di più: se vai in prima paghi meno, se già vai in seconda paghi di più (14).
Il livello di istruzione costituisce un elemento di differenza tra le intervistate
straniere e italiane intervistate che svolgono il lavoro di assistenza, così come
confermato anche da altre ricerche (Miletto, 2004). In genere, anche le italiane
hanno vissuto un’esperienza di migrazione interna dal sud al nord Italia, ma la
maggior parte di loro è stata costretta dal contesto familiare, caratterizzato da
ristrettezze economiche e molte rinunce, a sacrificare anche le cose più essenziali, in primo luogo l’istruzione che è passata forzatamente in secondo piano,
rispetto alle esigenze prioritarie della famiglia. La maggior parte delle donne
straniere, invece, nonostante le difficoltà economiche in cui si trovavano i loro
paesi d’origine, sono riuscite a concludere un percorso di studi, talvolta arrivando alla laurea, sostenute dalle famiglie e favorite, ad esempio nei paesi
dell’ex Unione Sovietica, da sistemi scolastici statali efficienti e gratuiti.
235
Per definire lo status socioeconomico delle donne immigrate, è necessario
considerare il rapporto tra titolo di studio posseduto e il lavoro svolto nel paese
d’origine rilevato dalla domanda “nel suo paese ha svolto il lavoro per cui aveva studiato?” (Tab. 3). Quasi la metà delle donne del campione dichiara di non
aver svolto in patria la professione per cui si era formata: i limiti dei mercati
del lavoro locali nel garantire l’occupazione a risorse umane di alto livello rappresenta uno dei nodi dello sviluppo. Ciò conferma il fatto che, a partire dal
proprio paese sono in genere i soggetti qualificati, poiché mancano per loro adeguate opportunità di lavoro: anche un titolo di studio elevato non costituisce
infatti una garanzia di successo professionale, non offre tutele e non protegge
dalla “fame”, poiché non riesce a garantire un livello salariale sufficiente per la
sussistenza.
Nel mio paese non si trova lavoro, anche se studi tanto. Ma posso dire che il mare è
bello, anche il sole. Ma se non hai soldi come fai a prendere il sole? Anche se il sole non costa, io ho fame (2).
Se ero nel mio paese, potevo fare anche la segretaria. Ho fatto il liceo e mi avevano
fatto l’offerta per un asilo. Ma solo che mio marito pensava che qua possiamo prendere di più, ma se io lavoro giù e lui lavora giù siamo “spiritualmente” più tranquilli
e più felici che qui. Invece con un solo stipendio qua, riesci solo a sopravvivere,
giù anche con due stipendi non hai soldi come qua, ma sei diversa, hai i tuoi è diverso. Lui dice che in Albania con uno stipendio non cambi macchina qui sì… hai
altre possibilità: un operaio qui può guadagnare 1200 euro, giù in Albania 300 (16).
Tab. 3 - Corrispondenza tra titolo di studio e lavoro svolto nel paese d’origine
Si
FA
240
%
47,7
No
232
46,1
Non risponde
31
6,2
Totale
503
100
In generale, non esiste una corrispondenza tra titolo di studio e lavoro svolto
nel paese d’origine per il 46% del campione e soprattutto per le donne più giovani, meno istruite, provenienti dal Maghreb e dall’America Latina; al contrario, le donne dell’Europa dell’est si collocano maggiormente nel gruppo di coloro che hanno svolto la professione per cui avevano studiato (47,7%): hanno
236
un’età più elevata e un titolo di studio medio alto (diploma o laurea), già svolgevano al paese d’origine un lavoro qualificato e rispondente al proprio percorso formativo.
Dalle interviste, emerge l’esperienza di chi ha esercitato per anni il lavoro
per cui si era formata, ma anche la situazione di coloro che non hanno cercato o
trovato lavoro, per dedicarsi alla famiglia o perché non c’erano opportunità;
oppure il percorso di donne che non hanno trovato collocazione adeguata al loro titolo di studio, adattandosi a svolgere lavori meno qualificati.
Ho fatto l’istituto per progettare in Romania, una formazione dopo il liceo scientifico di tre anni, nel campo di progettare, di costruzione di macchine pesanti… In
Romania è un “sotto ingegnere”. Ho lavorato 25 anni facendo progetti (32).
Io lavoravo come infermiera, quasi come dottore per tutto il paese, io ho servito tutto il paese. Solo le malattie più gravi che non potevo fare niente, io chiamavo
l’ambulanza. Venticinque anni ho lavorato. Adesso è tardi per riconoscere il titolo,
da tanto tempo ho lasciato questo lavoro (37).
Ho studiato da fisico-matematico, ma non ho mai potuto esercitare perché ero madre di famiglia (3).
I dati specifici sulle professioni svolte al paese d’origine permettono di delineare con più precisione lo status socioculturale e professionale delle donne in
patria 5 : operaie (26%), impiegate (22%), disoccupate (13%) e insegnanti (9%)
costituiscono le componenti principali di un campione che manifesta solo una
minima propensione al lavoro domestico e di assistenza: su livelli percentuali
inferiori, si collocano le professioniste altamente qualificate e le dirigenti.
Nel complesso, i gruppi più significativi – a livello di numero di casi (Tab.
4) – riguardano operaie e disoccupate con titoli di studi bassi (che si inseriscono in un ceto operaio poco qualificato), operaie, impiegate e disoccupate con
un livello medio di istruzione (un ceto medio che si colloca nelle professioni
impiegatizie, ma che è anche a rischio di disoccupazione e di inserimento in
professioni non corrispondenti al proprio livello di istruzione); laureate che si
dividono principalmente tra il ceto impiegatizio e la disoccupazione (ma che
5
Dati dettagliati sulle professioni svolte dalle donne del campione nel paese d’origine sono presentati nel capitolo dedicato alla metodologia d’indagine.
237
difficilmente riescono a entrare in ceto più elevato). Questi gruppi costituiscono circa il 57% del totale del campione.
Considerando ancora il titolo di studio e le provenienze, si può notare che
impiegate e insegnanti sono le donne più qualificate, in genere laureate e provenienti dall’Ucraina; le operaie e le disoccupate si concentrano di più tra rumene, da un lato, e maghrebine, dall’altro, che hanno frequentato per lo più le
scuole primarie.
Tab. 4 - Tra lavoro e formazione: i gruppi più rappresentativi a livello numerico
Operaie con una scolarizzazione di base
FA
32
Operaie diplomate
70
Impiegate diplomate
67
Impiegate laureate
34
Disoccupate con una scolarizzazione di base
32
Disoccupate diplomate
30
Disoccupate laureate
23
È importante sottolineare, al termine di questa analisi sui percorsi formativi e
professionali nel paese d’origine, che titolo di studio e professione svolte dalle
donne in passato offrivano un’identificazione in un preciso status socioculturale,
in genere medio alto. In Italia, invece, il mancato riconoscimento degli studi
pregressi e la collocazione lavorativa presso le case degli anziani, con una mobilità discendente notevole e una drastica riduzione di status, provoca il venir meno dell’identificazione socio-lavorativa e culturale. Si verifica così una sorta di
“retrocessione”, in cui le migranti possono essere riconosciute solo come donne,
con un’occupazione da donne che non è considerata come un vero e proprio lavoro ma quasi una vocazione naturale, un compito che tutte le donne sanno assolvere in modo innato. L’identità di genere diventa l’unico riferimento e appiglio per riconoscersi ed essere riconosciute nel presente dell’esperienza
migratoria e lavorativa, identità che si rafforza mediante l’assunzione di una responsabilità familiare a distanza nel ruolo di madre e di nonna.
238
2. Il riconoscimento della formazione pregressa
Una domanda chiave del questionario (“in Italia le interessa far riconoscere
il suo titolo di studio?”) rileva la propensione delle assistenti familiari al riconoscimento del proprio titolo di studio in Italia 6 . Il 58,4% del campione non ha
interesse nel far riconoscere la propria formazione pregressa (Tab. 5), perché
ha un progetto temporaneo di migrazione e pensa di tornare in patria: il processo viene percepito come troppo costoso, complesso e lungo – se non impossibile – nonché inutile data l’impossibilità di trovare un lavoro adeguato al proprio
titolo di studio. Credono poco al riconoscimento della formazione svolta in patria, coloro che hanno un’età avanzata, non intendono rimettersi in gioco a livello formativo, ma si accontentano di continuare a svolgere il lavoro di assistenti familiari.
Tab. 5 - Interesse al riconoscimento del titolo di studio in Italia
No
FA
294
%
58,4
Si
169
33,6
Non risponde
40
8
Totale
503
100
Al contrario, l’interesse al riconoscimento del titolo di studio – espresso dal
33,6% del campione – cresce all’aumentare degli anni di residenza in Italia, in
quanto è frutto di una riflessione che scaturisce dal radicamento sul territorio
italiano, dal progetto di restare in Italia e di ricerca di miglioramento professionale.
Approfondendo le motivazioni alla base di tali atteggiamenti, si possono
prendere in considerazione le proposte di alcune donne del campione in una
domanda aperta del questionario che esplorava le motivazioni alla base della
scelta di far riconoscere il proprio titolo di studio: la possibilità di lavorare nel
6
A tale proposito, la Provincia di Torino, in collaborazione con l’Università, ha prodotto una
guida indirizzata ai cittadini stranieri e finalizzata alla diffusione della conoscenza delle pratiche
amministrative necessarie al riconoscimento dei titoli di studio, considerato una premessa per un
accesso al mondo del lavoro meno discriminante (Provincia di Torino, Università degli Studi di
Torino, 2004).
239
proprio campo e l’aspirazione ad un miglioramento complessivo della propria
condizione di vita rappresentano le spiegazioni più plausibili.
Inoltre, si percepisce tra le intervistate con un elevato capitale culturale, un
disinteresse al riconoscimento del titolo di studio, che si spiega attraverso differenti motivazioni, le quali subordinano la realizzazione della donna ad un progetto di benessere familiare:
- il tempo di vita della donna in Italia è riempito totalmente dal lavoro,
l’unico vero motivo che giustifica e spiega la migrazione e la permanenza
nel contesto d’immigrazione;
- il progetto migratorio femminile è finalizzato al miglioramento della qualità
della vita della famiglia rimasta in patria, cui sono sacrificate e subordinate
le esigenze personali e la qualità del lavoro e di vita della donna in Italia;
- l’obiettivo della migrazione consiste nel guadagnare molto nel più breve
tempo possibile e la propensione all’auto-sfruttamento della donna è favorita, talvolta, dall’atteggiamento di datori di lavoro senza scrupoli;
- scarsa è l’importanza attribuita alla realizzazione e alla gratificazione delle
donne sul lavoro, nell’ambito di un progetto migratorio temporaneo in cui si
è disposte ad accettare qualsiasi condizione;
- l’età avanzata e la scarsa volontà di informarsi sull’equipollenza dei titoli di
studio sono alcune delle resistenze personali, che impediscono un processo
di miglioramento, per lo meno a livello formativo;
- anche le caratteristiche dell’offerta di lavoro per le immigrate (ad esempio,
la facilità di collocarsi nell’ambito del lavoro di assistenza agli anziani) e
una domanda che risente delle difficoltà di trovare altri tipi di lavoro, più rispondenti al proprio titolo di studio, limitano i percorsi di riconoscimento
formativo e di riqualifica.
Non ho il tempo per il riconoscimento della laurea, dovrei fare due anni per far valere il mio titolo di studio. Per due anni chi fa mangiare i miei figli? Chi mantiene
mia madre? Cerco di far studiare loro che un domani possano far valere lo studio, io
già adesso sono vecchia (50).
Sarebbe bello poter frequentare corsi di preparazione, ma finché i miei figli studieranno e finché la nonna vivrà io non potrò. Per me non c’è più futuro (3).
Altro lavoro non si trova, è il più facile che ho trovato questo lavoro, lo so fare da
quando sono piccola. Un altro lavoro, non me lo permette la legge. Io che sono laureata in economia e commercio, devo fare dall’inizio, dalle medie, poi le superiori.
240
Però per fare questo, qualcuno deve mantenermi, con i bambini che ho, è impossibile fare un’altra vita (43).
Vorrei riconoscere il mio titolo, ma mi dicono che devo iniziare da zero (4).
Ho la laurea in ingegneria industriale conseguita in Perù. Bisogna essere realisti: se
lo faccio riconoscere, è difficile trovare lavoro, mi conviene rimanere solo OSS (8).
Voglio tornare in patria il più presto possibile, far valere la laurea qua è difficile, ci
vuole molto tempo e soldi e non vale la pena fare tanti sacrifici per poi lavorare un
anno o due e già dover tornare laggiù (19).
In alcuni casi, la dura realtà della migrazione trasforma i progetti iniziali
delle donne: arrivate per motivi di studio in Italia, ben presto abbandonano il
percorso universitario per lavorare nell’assistenza agli anziani. Si assiste così
alla rinuncia della ricerca di un lavoro che offra soddisfazioni e faccia sentire
realizzate come persone. Il guadagno e i soldi creano, talvolta, una sorta di dipendenza e diventano “una droga” per le donne, ma anche per i figli e la famiglia rimasti in patria, per cui si continuano ad accumulare risparmi dimenticando gli obiettivi iniziali della migrazione, un atteggiamento che può condurre a
situazioni paradossali. Infatti, quando si parte, il progetto è quello di tornare a
casa con i soldi necessari a raggiungere gli obiettivi che ci si è preposte; quando si hanno i soldi per tornare, sono passati lunghi anni e, talvolta, non si ha più
una famiglia che aspetta il proprio rientro. La migrazione intesa come progetto
strumentale e temporaneo di lavoro e di guadagno crea, così, abitudini negative, cui difficilmente si riesce a rinunciare: i mezzi, in un meccanismo di rovesciamento, diventano il fine ultimo del progetto migratorio – ovvero i soldi
come valore in sé – giustificando la permanenza lunga in Italia ed elevando la
capacità di sopportazione di un “cattivo lavoro”, sfruttato, pesante e con pochi
diritti.
Non sono venuta in Italia per fare questo lavoro. In Costa d’Avorio ho fatto il liceo
scientifico, la mia strada era quella di studiare per fare il medico o il farmacista.
Purtroppo si sa dove si nasce, ma non dove si finisce e mi sono trovata qua. Ero venuta in Italia per continuare gli studi. In Costa d’Avorio avevo dato gli esami per
poter andare all’università, ma non ho neanche aspettato i risultati. Poi ci sono stati
problemi burocratici, perché non avevo il visto e dovevo tornare in Costa d’Avorio,
ma non c’era la sicurezza che riuscissi a tornare qua per continuare a studiare. Purtroppo è andata così (24).
241
Ho un sentimento ambiguo, soddisfazione e frustrazione allo stesso tempo. Da una
parte sono soddisfatta che sono riuscita ad aiutare questa povera donna che stava
molto male, era molto grave e adesso si trova in condizione stabile. Credo che è anche merito mio. Sono contenta quando mi sorride, mi fa capire che sta bene, quando
mi sta aspettando guardando dalla finestra. Però da un’altra parte come posso essere
soddisfatta, quando so benissimo delle mie possibilità di svolgere un lavoro più intellettuale, più complicato, che ti da più soddisfazione e chi ti rende più utile. Io sono laureata in lingue, in passato insegnavo lingua e letteratura russa. Ma la più
grande soddisfazione del lavoro che svolgo adesso è la possibilità di aiutare la mia
famiglia con i soldi che guadagno (19).
Ho lavorato 25 anni come infermiera. Non mi interessa il riconoscimento del titolo,
io ho già 50 anni, parlo male la lingua italiana. Ciascuna viene qua con un obiettivo,
il mio è di lavorare e di tornare. Ma sai come dicono i nostri: prima vieni qua e non
hai con cosa tornare, poi hai i soldi quando guadagni, ma non hai più da chi tornare.
I figli si abituano che i genitori mandano i soldi, comprano un appartamento, una
macchina, si abituano con “mamma mandami dei soldi”. Poi i genitori tornano in
vacanza laggiù, ma già sono abituati con questa vita, con questo modo di avere e
dare i soldi e tornano in Italia comunque, diventa come una droga. Quello che ti voglio dire è che sono lavori con cui puoi vivere ma lavori insopportabili (12).
3. Competenze, capacità e bisogni formativi
Le riflessioni diventano proposte concrete, quando si analizzano le variabili
del questionario relative al ruolo della formazione nel lavoro di cura, alle competenze e alle capacità necessarie per svolgere l’assistenza agli anziani, ai bisogni formativi che esprimono le assistenti, aspetti da porre alla base della progettazione di un qualsiasi percorso formativo e di qualificazione. Una quota
considerevole del campione – il 43% – riconosce la necessità di una formazione per svolgere tale lavoro (Tab. 6): si tratta di soggetti a cui possono essere
rivolte specifiche politiche di formazione e di riqualificazione e, per tale motivo, è importante individuare le donne che sarebbero disponibili a formarsi e
comprendere i fattori da cui dipende questa disponibilità.
Le donne che riconoscono la necessità di una formazione sono anche quelle
più disponibili a frequentare percorsi di formazione sull’assistenza, mentre se si
considera il proprio lavoro temporaneo tale esigenza non è riconosciuta, anche
se si è consapevoli che attraverso la formazione si potrebbero comunque mi242
gliorare le condizioni del proprio attuale lavoro. Per quanto riguarda il titolo di
studio (Tab. 6), si tratta di donne che non hanno studiato in patria – hanno i titoli di studio più bassi – e che manifestano l’intenzione di ricongiungere i propri figli in Italia (38,8%). Il lavoro di cura nel nostro paese viene considerato
come una prospettiva professionale stabile dalle donne con uno status socioeconomico basso, le uniche ad essere interessate ad un percorso di riqualifica e
formazione in tale campo.
Tab. 6 - Propensione a riconoscere la necessità di una formazione, in base a progetto
di lavoro e titolo di studio
Cambiare
lavoro
Formarsi
sull’assistenza
Si
48,3
62,1
Fare lo
stesso
lavoro
27,3
No, basta l’esperienza
Bisogna lavorare e non c’è tempo per
formarsi
Altro
29,7
16,6
48,7
34,7
17,9
17,9
22,5
19,7
1,4
0,7
1,6
1,2
Non risponde
2,8
2,8
0
1,4
100
Scuola
primaria
di base
31,9
100
100
100
Scuola
superiore
Università
Tot
47,3
37,1
43
41,5
31,6
40,2
34,7
22,3
19,6
20,6
19,7
2,1
1,1
0
1,2
Totale
(V di Cramer = 0,284)
Si
No, basta l’esperienza
Bisogna lavorare e non c’è tempo per
formarsi
Altro
Non risponde
Totale
(V di Cramer = 0,128)
Tot
43
2,1
0,4
2,1
1,4
100
100
100
100
N casi = 503
Mi interessa far riconoscere il titolo di studio per conoscere. Mi piace sapere più di
tutto, anche in Italia, perché nessuno dice “io so tutto” e basta, nessuno lo può dire
questo, cercare qualcosa di imparare, dico, tutto cambia e non mi basta quello che
so (49).
243
Oltre la metà del campione, invece, risponde negativamente e non riconosce
la necessità di una formazione, adducendo motivazioni differenti: l’esperienza
femminile nella cura e la possibilità di sperimentarsi direttamente nel lavoro
senza formazione (34,7%), ma anche la mancanza di tempo – completamente
impegnato dal lavoro – e il bisogno di lavorare (19,7%) che costituisce il motivo primario della migrazione, sono le giustificazioni dell’assenza di esigenze
formative.
Le donne non costituiscono l’unico soggetto che possa avere un interesse alla formazione, ma il possesso di competenze certificate per lavorare nella cura
può essere richiesto dagli anziani stessi e dalle loro famiglie. Tuttavia, parlare
di formazione come referenza richiesta all’assunzione dalla famiglia significa
ragionare in termini ideali piuttosto che di pratiche concrete: in realtà, le famiglie generalmente non considerano la formazione un elemento discriminante al
momento dell’assunzione o un aspetto da privilegiare nel valutare la propria
collaboratrice. Infatti, i 3/4 delle donne del campione sono state assunte dalla
famiglia, senza che venisse richiesta una formazione specifica, a testimonianza
che gli elementi considerati riguardano aspetti della personalità e fisici (dolcezza, pazienza, robustezza) e aspetti economici (costo contenuto del lavoro). Solo
il 21,1% ha riscontrato nei fatti l’interesse dei datori di lavoro verso una valutazione positiva di specifiche competenze acquisite attraverso un percorso certificato (Tab. 7).
Tab. 7 - Richiesta della famiglia di formazione, al momento dell’assunzione
No
FA
375
%
74,6
Si
106
21,1
Non risponde
22
4,4
Totale
503
100
Altre ricerche confermano che le famiglie non cercano una lavoratrice con
un alto profilo professionale, ma una persona dotata di qualità umane ritenute
fondamentali, quali pazienza, onestà, gentilezza, calma (Ambrosini, 2005a): si
tratta di personale possibilmente poco radicato, senza figli, senza coniuge, socialmente isolato e senza troppe pretese. È evidente che, il fatto che si tratti di
un lavoro “invisibile e sommerso ha come diretta conseguenza la sottovalutazione dei requisiti di qualità delle prestazioni erogate, ridotti alla disponibilità a
244
un impegno continuo, intenso e flessibile, in quanto “è difficile pensare che un
lavoratore sfruttato e asservito riesca a svolgere bene il suo lavoro” (Zanfrini,
2005, p. 273).
L’inserimento nel settore lavorativo dell’assistenza agli anziani risulta così
“facile, veloce, immediato”, proprio perché non sono necessari titoli di studio o
competenze – neppure linguistiche – ma solo buona volontà e pazienza: per le
famiglie quello che conta è trovare una persona brava ed educata, anche se non
formata. Questo atteggiamento evidenzia che, nell’ambito delle politiche formative per le assistenti, è necessario agire su livelli diversi: sensibilizzare le
donne alla necessità di formarsi – presentando i vantaggi della formazione e i
rischi di una certa superficialità nell’affrontare le conseguenze fisiche e psicologiche di tale lavoro – può non bastare se non si promuove tra le famiglie e gli
anziani una ricerca di cura di qualità, anche se la formazione spesso ha un costo
economico da sostenere.
Per questo lavoro non c’è bisogno di età o altro, la cosa importante è avere pazienza
(1).
Al momento del mio arrivo in Italia mi trovavo in una grande difficoltà economica,
quindi avevo bisogno subito di un lavoro, e questo era un lavoro che si poteva trovare più facilmente, non occorreva far valere qualche titolo di studio e neanche parlare molto bene l’italiano (19).
Ad esempio se io devo prendere una badante per qualche mio parente, posso trovare
una persona brava, educata, che fa tutto, però… anche la badante è un lavoro, perciò per farlo secondo me si deve studiare qualcosa per forza (45).
Occorrerebbe fare corsi brevissimi, su vari argomenti che siano utili per affrontare
le situazioni reali che ci si ritroverà ad affrontare, che non riguardino unicamente le
badanti, ma anche le famiglie. Fare informazione e formazione (Focus group, Asti).
La prevalenza dell’esperienza pratica su un percorso certificato di formazione è confermato dal fatto che il 48% delle donne afferma di aver imparato il
proprio mestiere da sola (Tab. 8), affrontando l’assenza di una preparazione
professionale specifica grazie al possesso di un sapere pregresso, tipicamente
“femminile”. Circa il 20% delle donne, inoltre, ha appreso il mestiere da amiche connazionali o altre assistenti.
245
Ho imparato da sola guardando le altre, me la sono sempre cavata con le persone
anziane, bisogna sapere come girarle come prenderle. Comunque uno guardando
impara. Studiare? Ma… io ho imparato dagli altri. Sarebbe utile una qualificazione.
Se io sapessi come medicare una persona lo farei anche, non mi fa senso, questo mi
piacerebbe saper fare (9).
Tab. 8 - Attori e agenzie di socializzazione professionale delle assistenti
Ho imparato da sola
FA
245
%
48,7
La famiglia
63
12,5
Le amiche connazionali
61
12,1
L’assistente precedente
54
10,7
L’anziano
39
7,8
Un corso
6
1,2
Altro
17
3,4
Non risponde
18
3,6
Totale
503
100
Un ulteriore 20% ha imparato dalla famiglia o direttamente dall’anziano,
ovvero dai datori di lavoro: il loro ruolo è stato fondamentale per le donne
nell’apprendimento della lingua italiana e per le istruzioni concrete offerte rispetto al lavoro da svolgere (pulizia, cucina, igiene personale, ecc.). Anche in
questo caso la socializzazione lavorativa è avvenuta in maniera informale e non
intenzionale, mentre i percorsi formalizzati e riconosciuti di formazione non
hanno rappresentato una via d’ingresso privilegiata in questa nicchia del mercato del lavoro, considerata come risposta ad un bisogno urgente di lavorare e
non certo una responsabilità lavorativa per la quale è necessario essere formate.
Ho sentito che adesso fanno dei corsi in comune per fare la badante e mi pare che è
molto buono perché tante volte uno senza esperienza lo fa per bisogno, ma non se
ne rende conto che è una responsabilità molto grossa. È buono avere qualche conoscenza, qualche studio per svolgere meglio il lavoro (50).
Riconoscere un bisogno di formazione per il lavoro di assistenza agli anziani può talvolta tradursi nella disponibilità a frequentare concretamente un corso, come emerge nella tabella 9. La misura di tale propensione, attraverso una
246
domanda specifica del questionario, aiuta a circoscrivere ancor meglio il gruppo di donne interessate alla formazione (circa il 40% del campione).
Tab. 9 - Disponibilità a frequentare un corso di formazione per assistente
No
FA
281
%
55,9
Si
202
40,1
Non risponde
20
4
Totale
503
100
È evidente che la volontà di formarsi è legata ai progetti di vita e di lavoro
dei soggetti, che assumono un significato specifico all’interno del percorso migratorio e dell’elaborazione del proprio vissuto di migrazione: il 56% circa delle donne, che ha in prevalenza un progetto temporaneo di migrazione, non manifesta un’intenzione e una disponibilità alla formazione e le conseguenze
problematiche di questo atteggiamento negativo sono molteplici per tutti i soggetti coinvolti – lavoratrici, anziani e famiglie.
Le donne disponibili a frequentare un corso riconoscono la necessità di una
formazione sul proprio lavoro e sono interessate al riconoscimento dei titoli di
studio: considerano il lavoro di assistente agli anziani un lavoro definitivo e per
questo intendono migliorare la propria professionalità attraverso una specifica
formazione. Tra di esse sono maggiormente rappresentate le più giovani – provenienti dall’Africa, dall’America Latina e dall’Europa dell’Est (anche se non
ucraine) – che intendono riunire la propria famiglia in Italia.
Le donne che non intendono frequentare un corso di formazione, invece,
non pensano di far riconoscere in Italia il percorso formativo svolto in patria e
considerano l’esperienza come l’unica vera modalità formativa: sono rassegnate a svolgere il lavoro di assistente agli anziani, senza riuscire a migliorare la
propria condizione di lavoro. Sono donne non più giovanissime, intenzionate a
tornare in patria e scarsamente interessate alla cittadinanza italiana. Tra di esse,
il gruppo prevalente è costituito dalle donne ucraine.
Alcune intervistate, descrivendo il processo di integrazione nel nostro paese,
narrano di aver frequentato in Italia corsi di formazione relativi all’assistenza:
esse credono nella formazione continua e permanente per aumentare le proprie
competenze sul versante sociosanitario. Alcune lavoratrici hanno avuto modo
di frequentare corsi di formazione per operatrici socio-sanitarie (OSS) o simili,
247
ma tale opportunità è stata vincolata da numerosi fattori (tempo libero, opportunità lavorative redditizie e parallele, buona conoscenza della lingua) e non
risulta alla portata della maggior parte delle donne impiegate in questo settore,
anche perché il modo in cui è organizzato e percepito questo tipo di lavoro, non
promuove un investimento in ambito formativo (Ambrosini, 2005a).
Inizialmente ho fatto un po’ di pulizie in questa cooperativa, mi hanno fatto la proposta di fare lavanderia, stiratura, cucina. Poi mi hanno chiesto di fare assistenza,
visto che ero già nell’ambiente e così ho fatto un po’ di tempo questa assistenza che
adesso viene richiesto questo patentino OSS. Tra poco inizio il corso, ci saranno cose nuove sulla teoria, sulla pratica so già come fare (22).
Il nostro corso OSS è diverso da quello fatto in ospedale in cui la parte medica è più
accentuata, noi l’abbiamo fatta in maniera leggera e va perfezionata. Quando sono
arrivata, c’era mio fratello che già studiava qui. Prima ho fatto il corso di lingua per
poter comunicare e poi dopo, non avendo documenti era difficile lavorare in fabbrica o in un altro posto, quindi ho iniziato a lavorare in una famiglia. Nel frattempo
ho scoperto che mi piaceva fare questo lavoro e mi sono iscritta al corso Adest (24).
Ho imparato da sola, ma poi ho fatto un corso di Adest che mi ha dato una preparazione. Sarebbe necessario che le persone che svolgono questo tipo di lavoro abbiano una preparazione, perché il rischio è che si ammalino. Tutti possono fare questo
lavoro, solo che devono essere consapevoli di quello che stanno per fare, ma le persone che cercano lavoro non guardano certe cose (5).
Le donne sottolineano l’importanza di una campagna di educazione, di sensibilizzazione e di informazione che coinvolga la società civile nel suo complesso, proprio per creare consenso e accordo nei confronti della formazione,
evitando ricatti e pressioni da parte delle famiglie che avrebbero un interesse
nel mantenere le donne nell’ignoranza.
Sarebbe utile fare formazione, perché tutti quelli che fanno questo lavoro hanno alcune lacune. Bisogna coinvolgere l’autorità del luogo per fare una campagna
d’informazione, per dare formazione. Bisogna anche vedere se i datori di lavoro sono d’accordo perché avrei paura che inizino dei ricatti, perché a loro basta che noi
sappiamo solo il necessario (6).
248
Bisognerebbe trovare una quadra perché è difficile che chi è qui lasci il lavoro per
andare studiare, bisognerebbe riconoscere che alla persona che sta lavorando ore di
formazione per potersi preparare, ma il datore dovrebbe essere consapevole (5).
Sarei disposta a fare un corso di formazione, soprattutto quello di OSS, perché mi
piacerebbe lavorare in ospedale e cambiare la mia vita (1).
Ho fatto la scuola per operatrice tecnico-assistenziale. Penso che una continua formazione sia necessaria per svolgere il lavoro. È però difficile conciliare il lavoro
con le ore di lezione. A me personalmente potrebbe essere utile un’ulteriore formazione sul versante sanitario e sociale, anche in vista di poter operare con utenti con
handicap o malati psichiatrici o minori (7).
La predisposizione a frequentare un corso di formazione è spiegata da differenti motivazioni. Tale disponibilità nasce con l’obiettivo principale di migliorare la qualità del lavoro di cura, ma di certo un corso di formazione può costituire un’opportunità per accrescere il proprio capitale culturale – per donne con
un basso livello di istruzione – e sociale – per soggetti che sono particolarmente isolati nel contesto italiano.
Bisogna chiedersi allora: in che cosa consiste tale miglioramento offerto
dalla formazione? Ed inoltre si può migliorare la qualità del lavoro di assistenza agli anziani con corsi ad hoc senza trasformare la natura di questo lavoro?
Ci troviamo di fronte a un discorso di stabilità del lavoro, di una professione, tra
virgolette. Se questa situazione delle badanti deve perdurare, bisogna superare la
precarietà e bisogna andare incontro a qualcosa che stabilizza la situazione, che lo
fa diventare un lavoro stabile (Focus group, Novara).
La questione è: che formazione diamo? Hanno provato con qualcuno a fare il primo
modulo OSS. Conseguenza: hanno mollato tutti di fare la badanza, sono andate a
fare il secondo modulo e il terzo modulo e sono andate a lavorare in una struttura.
Presso le famiglie le badanti hanno funzionato finché non è stato riconosciuto il
permesso di soggiorno, in quel momento lì hanno mollato la famiglia e questi hanno ripreso un’altra badante irregolare (Focus group, Cuneo).
La declinazione concreta dei corsi di qualifica per assistenti familiari deve
fare i conti con i problemi di conciliazione tra orari di lavoro e tempo per la
formazione: bisogna tenere presente che nel nuovo contratto per assistenti familiari sono previste 40 ore annue di permessi retribuiti per la frequenza di cor249
si di formazione, mentre i corsi attuali che vengono realizzati in Piemonte sono
di circa 200 ore.
Nel complesso, le preferenze delle donne, a livello di orario (Tab. 10), oscillano tra il pomeriggio (per quelle che hanno ore libere in questa fascia oraria) e
nel dopo cena: tuttavia, alcuni studi sottolineano che la domanda di formazione
non si esprime, se non viene richiesta direttamente dai datori di lavoro prima
dell’assunzione. Per tale motivo viene suggerito di svolgere una formazione
precedente all’inserimento lavorativo e non in corso (Mesini, Pasquinelli, Rusmini, 2006).
Tab. 10 - Orari preferibili per il corso di formazione
Dopo cena
FA
72
%
36,2
Pausa cena
14
7
Pomeriggio
84
42,2
Pausa pranzo
12
6
Mattina
17
8,6
Totale
199
100
La formazione potrebbe essere utile, inoltre, se svolta già nel paese d’origine, al fine di favorire un’immigrazione selezionata, qualificata e regolare, garantita da un processo di informazione e formazione trasparente, orientato ad
un preciso inserimento lavorativo nell’ambito del lavoro di cura.
Ma se questo è un progetto Equal, mi sto chiedendo perché non si passa a fare un
collegamento con altre nazioni per la formazione nel paese d’origine? Per cui fanno
formazione là, acquisiscono l’attestazione là, con i nostri insegnanti, con modelli
che ci sono qui e quindi quando fanno domanda arrivano regolari perché hanno acquisito là un titolo spendibile qui. In termini di integrazione europea e in termini filosofici del progetto Equal, questo potrebbe essere un indirizzo interessante. Io so
che parecchie scuole di formazione stanno prendendo contatti a livello europeo con
vari enti per poter impiegare la formazione sui vari campi. Ma perché si pensa sempre debbano venire a fare i muratori, gli idraulici, gli elettricisti? Potrebbe essere interessante attivare, nei centri di formazione professionale e nel mondo della formazione, anche alle scuole. Ma perché non troviamo dei meccanismi con cui facciamo
formazione là? In maniera tale per cui quando vengono, arrivano su richiesta precisa con un titolo spendibile. È così che fai integrazione e il progetto è davvero un
250
progetto di carattere europeo, se no ragioniamo sempre esclusivamente a livello
umano (Focus group, Alessandria).
Molte intervistate ribadiscono la necessità di non intaccare, con i corsi, il
tempo per il riposo, proprio per evitare l’eccessivo stress, il sovraccarico fisico
e psicologico, tenendo piuttosto in considerazione l’esperienza maturata sul
campo, le competenze legate ai propri titoli di studio, mediante modalità di
formazione a distanza, proprio per ridurre la durata dei percorsi formativi.
Bisogna che il comune, lo stato diano dei contributi per questa formazione che può
essere anche di domenica. Ma sarebbe importante non toccare il giorno di riposo di
queste ragazze altrimenti non ce la farebbero ad andare avanti. Bisogna farlo nelle
ore di lavoro e così non fanno il bum! (5).
È stato un anno un po’ duro, pesante, perché andavo da lunedì fino a giovedì al corso (41).
Mi piacerebbe fare come ha fatto la mia collega delle 360 ore: lei andava a scuola
due pomeriggi a settimana e ha potuto continuare a lavorare, però so che la regione
non vuole più farli questi corsi di riqualifica, che tengono conto dell’esperienza maturata. Io non so, certo che se sarò costretta farò le 1000 ore, vuol dire perdere un
anno di lavoro. Mi ero informata, ma mi vedevo costretta a licenziarmi, ho detto se
poi non posso più lavorare allora sarò obbligata. Se uscisse una riqualifica la farei al
volo (18).
La difficoltà è che per far venire queste persone a questo percorso si lasciavano
scoperti gli anziani, onde per cui nell’esperienza che stiamo facendo chiediamo alla
cooperativa di fornirci le sostituzioni e poi cerchiamo di creare un gruppo di lavoro
che interagisca, in modo tale da dare anche una dignità a questo lavoro perché chi
fa questo lavoro qui non debba smettere dopo domani (Focus group, Cuneo).
Quando una persona si inserisce in una prospettiva di formazione nutre aspirazioni di miglioramento del proprio lavoro: considerato di scarso valore in
quanto poco qualificato, attraverso la formazione il lavoro di cura può essere
riconosciuto professionalmente e rispettato socialmente. Alcune indicazioni in
proposito emergono dagli aspetti che dovrebbero essere privilegiati, secondo le
donne, in un corso di formazione, proprio perché individuati come carenti nella
propria esperienza lavorativa (Tab. 11). Nell’ambito di una progettazione formativa, sarebbe possibile ipotizzare un unico percorso di lunga durata che ap251
profondisca alcuni aspetti più significativi e rilevanti, ma anche brevi corsi ad
hoc che rispondano ad uno specifico bisogno di formazione.
Tab. 11 - Aspetti da privilegiare in un corso di formazione
56,9
Non
risponde
13,5
100
60,4
13,5
100
24,7
61,6
13,7
100
Insegnamento dell’italiano
23,1
63,4
13,5
100
Tecniche di mobilizzazione
16,7
69,8
13,5
100
Igiene della persona
10,5
75,9
13,5
100
Conoscenza cultura italiana
9,3
77,1
13,5
100
Alimentazione
2,8
83,7
13,5
100
Cura della casa
2,6
83,9
13,5
100
Si
No
29,6
26
Conoscenza del contratto
Ambito infermieristico
Conoscenza servizi sociali e sanitari
Tot
N = 503
Le persone vanno formate. Io devo insegnare a questa badante cosa vuol dire dar da
bere, come si fa ad alzare una persona ammalata, senza far fatica né io che mi rompo la schiena, né far male a questa benedetta persona. Cosa vuol dire uscire con lei,
perché li vedi a tutte le ore del giorno e della notte, sotto il sole cocente… vedi questi anziani che fanno una fatica terribile. Capire che cosa vuol dire dar da mangiare
ad un anziano, se non può masticare, perché quando vai a fare la spesa… l’altro
giorno un anziano diceva alla badante “basta cavoli basta cavoli”. Cosa mangia un
anziano, come si fa la minestrina, qual è l’ufficio in cui bisogna andare per portare
una pratica (Focus group, Cuneo).
In primo luogo sarebbe necessario (Tab. 11), secondo le donne del campione, apprendere competenze nell’ambito infermieristico: il programma dei corsi
della Regione Piemonte, tuttavia, non prevede tali aspetti, poiché il corso integra alcuni saperi propri degli operatori sociali e certifica competenze di aiuto
domestico, supporto ed accompagnamento della famiglia e della persona 7 . Nel
7
I corsi per assistenti familiari, finanziati dalle province, attraverso fondi messi a disposizione
dalla Regione Piemonte, si collocano nell’ambito del primo modulo del corso per OSS (in cui si
inserisce il corso “elementi di assistenza familiare”). Per quanto riguarda il profilo professionale,
l’operatore svolge in famiglia attività indirizzate a fornire aiuto ed assistenza all’assistito, capaci-
252
profilo dell’assistente, è prevista, ad esempio, la gestione di situazioni di emergenza sanitaria, la somministrazione di farmaci o interventi di primo soccorso
nei confronti dell’anziano, ma sempre in una stretta collaborazione con le altre
figure professionali che si occupano della salute dell’anziano. L’importanza attribuita agli aspetti infermieristici potrebbe alludere al fatto che queste donne
desiderano, in realtà, cambiare lavoro, qualificando e professionalizzando il loro ruolo nella cura agli anziani. Tra di esse, sono soprattutto le più giovani (2030 anni) ad esprimere un bisogno formativo, che si traduce nella professionalizzazione come assistenti familiari o in altri ruoli lavorativi.
A volte mi dico se studio italiano, forse faccio l’infermiera o qualcosa. Ormai adesso ho esperienza a fare queste cose, sono capace anche a mettere la flebo, perché ho
lavorato tanto con gli anziani. Viene il dottore che mette per me la flebo, ma mi dice “guarda quando finisce questa, metti l’altra”. Ho imparato ma bisogna studiare
per forza (36).
Io lavorando come assistenza avrei bisogno di corso come infermiere OSS (15).
tà che apprende in un corso di 200 ore, di cui 64 in stage, organizzate in 20 ore settimanali di
frequenza. L’assistente si occupa di persone con ridotta autonomia in grado di indirizzare, in
modo consapevole ed appropriato, l’intervento dell’operatore, ma soprattutto di persone non autosufficienti, in collaborazione con altri operatori o familiari. Svolge attività di: aiuto per attività
di carattere domestico e di assistenza alla persona; accompagnamento per l’accesso ai servizi
sanitari e sociali; supporto alla vita di relazione; lavora in collaborazione con altri operatori e
familiari coinvolti. Il corso si prefigge di sviluppare nell’assistente alcune capacità principali, tra
cui le seguenti: collaborare con altre figure professionali in équipe; individuare i bisogni non
soddisfatti dell’utente; gestire strategie di relazione d’aiuto; rispettare l’autodeterminazione della
persona; individuare le norme igienico-alimentari e igienico-ambientali di sicurezza; gestire situazioni di emergenza sanitaria e sociale; orientarsi nel contesto organizzativo, istituzionale e
informale di rete sociale e sanitaria (rispetto alla formazione proposta dalla Regione Piemonte, si
veda www.collegamenti.org/LearningPlayers/Profili/ProfSch.asp). Si ricorda, inoltre, che nel
2006 in Piemonte sono partiti i primi progetti per la sperimentazione di servizi integrati per il
rafforzamento delle competenze delle assistenti familiari. Nell’ambito delle politiche attive per il
lavoro, allo scopo di supportare l’inserimento lavorativo di donne che si trovano nella necessità
di sostenere spese per l’accesso ai servizi di cura dei familiari e che si rivolgono ai Centri per
l’Impiego, tramite le Province sono stati assegnati in tre anni oltre 3000 voucher per l’accesso ai
servizi di conciliazione. Le linee d’intervento relative alla formazione professionale sono state
espressamente finalizzate a sostenere una maggiore e più qualificata partecipazione femminile al
mercato del lavoro.
253
Diciamo che se avessi il corso sarei in regola, anche se vedo che le cose che faccio
io sono quelle che fanno quelle dell’ente, che fanno le persone qualificate e quindi
non ne sento l’esigenza per poter lavorare. Ne sento l’esigenza per una sicurezza,
diciamo, perché così almeno posso farlo questo lavoro, sono tranquilla. Invece non
essendo qualificata, non posso dare la terapia, non posso somministrare le medicine
perché sono i medici che prescrivono le medicine e la terapia viene seguita dagli infermieri o dalle OSS (18).
Moltissima gente viene in Italia a fare la badante perché è sicura di trovare lavoro,
ma appena riesce ad uscire da questo meccanismo cerca qualcosa di molto più serio. Non è che abbiamo gente che ha intenzione di professionalizzarsi in quel lavoro
lì, quindi vuole andare avanti. Abbiamo di fronte gente che chiaramente per necessità viene a fare quel lavoro lì perché sa di trovarlo, ma appena può cerca di uscire e
quindi in quest’ottica è difficile professionalizzare la gente (Focus group, Cuneo).
La conoscenza dei servizi del territorio è un altro aspetto considerato essenziale in un corso di formazione per assistenti familiari, in quanto la necessità di
conoscere il territorio in cui si risiede è centrale per donne scarsamente integrate nel contesto italiano, poco informate su servizi sociali e sanitari presenti
nel contesto in cui vivono, utilizzabili dagli anziani ma anche dalle stesse lavoratrici immigrate.
Fondamentale è inoltre la conoscenza del contratto di lavoro, che deriva dalla necessità di comprendere diritti e doveri previsti e regolati dalla legge rispetto al proprio lavoro, il che mette in evidenza il ruolo significativo che il sindacato potrebbe svolgere nel promuovere tali approfondimenti sul nuovo contratto di lavoro delle assistenti familiari. Le donne che manifestano maggiormente questa esigenza di tutela dallo sfruttamento sono soggetti con oltre 50
8
anni e provenienti dall’Europa dell’est .
8
La Regione Piemonte ha realizzato nel 2005 un opuscolo dal titolo L’assistenza in famiglia.
Informazioni sul lavoro di cura e sostegno alla persona, che ha l’obiettivo di fornire un primo
livello di conoscenza e informazione sul ruolo professionale e sulle mansioni che questa attività
richiede, che si rivolge alle assistenti familiari e alle famiglie italiane ed è disponibile in varie
lingue. Gli argomenti trattati riguardano: il ruolo dell’assistente familiare, che aiuta e assiste anziani, adulti, minori e disabili, svolge un lavoro di cura alla persona e di sostegno alle attività della vita quotidiana, costruendo una relazione tra chi assiste, la persona in difficoltà e la famiglia,
che può migliorare la qualità della vita dell’assistito; informazioni sul corso di formazione che
consente di ottenere un attestato di frequenza e offre un credito formativo a chi voglia continuare la formazione come operatore socio-sanitario; comunicazione e relazione interpersonale; igie-
254
Si ha che fare con un essere umano e noi dovremmo avere una preparazione psicologica perché è un lavoro pesante per noi, non solo psicologico, ma anche sapere la
lingua, avere informazioni suoi nostri diritti e doveri (6).
Un ulteriore punto critico individuato come una carenza formativa è costituito dalle competenze linguistiche: la scarsa conoscenza dell’italiano e le molteplici lacune mettono in luce la debolezza delle politiche linguistiche nel nostro paese (anche se l’entrata irregolare della maggior parte delle donne rende
difficile intervenire su tali aspetti). Tale esigenza formativa è centrale poiché,
non solo è connessa con il tipo di lavoro che si svolge, ma risulta essere un aspetto discriminante nell’agevolare o ostacolare un più ampio e pieno inserimento in Italia. Si tratta di costruire delle collaborazioni e delle sinergie significative tra i soggetti del pubblico (Centri Territoriali Permanenti per l’istruzione e la formazione in età adulta che si occupano dell’alfabetizzazione degli
stranieri e promuovono corsi per il conseguimento della licenza media) e del
privato sociale (associazionismo cattolico e terzo settore in generale) che possono occuparsi di potenziare tale formazione, funzionale all’integrazione sociale, culturale e relazionale delle donne, in un contesto d’immigrazione.
I soggetti più interessati all’apprendimento della lingua italiana sono le
donne del campione – in genere autodidatte nell’apprendimento dell’italiano –
che hanno la prospettiva di rimanere in Italia e quindi debbono “cavarsela” da
sole, relazionandosi con gli italiani: in genere, si tratta di ucraine con oltre 50
anni, con un’idea pragmatica e strumentale del lavoro di assistenti, poco disponibili a manifestare altre necessità formative. Dal momento che si tratta di un
lavoro ad alto contenuto relazionale, inoltre, la conoscenza della lingua diventa
elemento imprescindibile per la costruzione di un rapporto basato su scambio,
comprensione, fiducia, superamento di estraneità e diffidenza, oltre che per la
gestione della quotidianità (ad esempio, lettura delle indicazioni rispetto alla
somministrazione delle medicine).
Prima di tutto avrei bisogno di un corso di lingua italiana, senza dubbi. Perché se
conosci la lingua, le persone hanno più fiducia in te, puoi esprimerti e loro sanno
cosa ci sta nella tua testa. Se non dici niente la diffidenza dura di più (12).
ne della persona; cura dell’ambiente; alimentazione; elementi e tecniche di mobilizzazione; i servizi sociali e sanitari; il contratto di lavoro.
255
Ho imparato l’italiano in casa. Se lei [l’anziana] non capiva qualcosa, io chiedevo
“cosa vuole signora?” e lei mi spiegava. Mi sono scritta su un biglietto come si dicono tutte le cose della cucina nella nostra lingua e in italiano. Tanto imparo dalla
televisione la sera. Per tutta la settimana sento solo italiano e mai la mia lingua e
pian piano imparo (37).
Quando sono arrivata qua, avevo già il dizionario comprato dalle Filippine,
dall’inglese all’italiano, però qui c’è la mia amica, un’italiana, che mi ha regalato
un dizionario italiano-inglese e con due dizionari capivo già un pochino, e quando
non capisco lo scrivo, per capire dopo (14).
Anche l’apprendimento di specifiche tecniche di mobilizzazione offre la
possibilità di avere competenze che evitano problemi di salute, evitando danni
irreparabili all’anziano e alla donna. Infine, sono ritenuti meno necessari aspetti
quali igiene, cura della casa, alimentazione, conoscenza della cultura italiana,
su cui non è ritenuto opportuno frequentare un corso specifico, forse perché
queste non sono reputate competenze da apprendere, ma capacità innate nelle
donne.
All’inizio avrei avuto bisogno di un corso di lingua italiana, poi… tante cose: come
mettere un pannolone, come curare, come alzare un anziano per non farsi male alla
schiena, perché nel mio paese non ti confronti con cose del genere (13).
E di cucina non ho bisogno di un corso, perché ho letto tutte ricette italiane (14).
4. Significati della formazione tra tutela e promozione
I vantaggi di un corso di formazione vengono ribaditi e appaiono connessi,
in particolar modo, con l’esperienza lavorativa: migliorare la qualità del proprio lavoro formandosi – modalità di risposta scelta dal 38% circa del campione (Tab. 12) – significa anche avere maggiori garanzie contro lo sfruttamento
da parte dei datori di lavoro, tutelandosi attraverso una coscientizzazione sui
propri diritti, e richiedendo il rispetto del contratto (21,5%). Se si è a conoscenza del proprio contratto di lavoro, si conoscono anche i propri diritti e doveri,
di conseguenza ci si può difendere poiché si hanno a disposizione strumenti
culturali che fanno avere voce e danno la possibilità di esprimersi con cogni-
256
zione di causa, anche se questo può non essere conveniente per il datore di lavoro.
C’è bisogno di formazione perché così non hai problemi e non ti insultano… per
poterti così far rispettare di più e per avere maggiore esperienza (31).
Il vantaggio è la conoscenza che tu hai acquisito per poi chiedere più diritti. Gli
svantaggi sono che al datore di lavoro non conviene che tu sappia molto, perché potresti pretendere i tuoi diritti (6).
Una conseguenza ulteriore della formazione consiste nel miglioramento del
proprio stipendio (11%), poiché la professionalità merita un preciso riconoscimento economico, dal momento che si offre un servizio di maggiore qualità e
sicurezza. In quest’ottica il costo economico si traduce in un vantaggio, non solo per la lavoratrice, ma anche per il benessere dell’anziano di cui ci si cura.
Offri un servizio di maggiore qualità e anche tu ti senti più sicura (7).
Su livelli simili, a livello di percentuale, si colloca la questione dei rischi di
salute per la lavoratrice e per il destinatario dell’assistenza (per un totale di
12,4%), che diminuiscono all’aumentare della formazione.
Tab. 12 - Vantaggio principale derivante da un corso di formazione
Miglioramento qualità del lavoro
FA
193
%
38,4
Garanzia contro sfruttamento e rispetto contratto
108
21,5
Miglioramento stipendio
57
11,3
Minori rischi per salute anziano
35
7
Minori rischi per salute
27
5,4
Altro
17
3,3
Non risponde
33
13,1
Totale
503
100
Alcune donne, poi, presentano qualche difficoltà nell’attribuire specifici
vantaggi ad una formazione da frequentare in Italia, dal momento che, pur essendo impiegate in patria professioni attinenti all’assistenza (ad esempio come
infermiere), difficilmente riescono a svolgere in Italia lo stesso lavoro.
257
Non penso ci possano essere dei vantaggi, perché mia figlia che ha studiato infermeria al mio paese, ma non svolge il lavoro per cui ha studiato (3).
Da un’analisi più approfondita delle principali modalità di risposta, sembrano emergere due profili e orientamenti principali nei confronti della formazione. Da un lato, la formazione è intesa come strumento di rivendicazione. È, in
particolare, l’atteggiamento di donne che percepiscono la formazione come un
mezzo per la difesa e la tutela dei propri diritti, per garantirsi contro lo sfruttamento dei datori di lavoro. Questa visione si inserisce pienamente in una logica
di ricerca del minor danno possibile, in un progetto di migrazione temporanea e
di lavoro di cura come professione a tempo determinato, perseguito dalle donne
dell’Europa dell’est e da soggetti con alto capitale culturale.
Dall’altro lato, la formazione è intesa come mezzo di promozione sociale,
un orientamento manifestato dalle donne che cercano un miglioramento della
qualità del loro lavoro, in un progetto di migrazione definitivo che considera la
formazione un bisogno e un impegno concreto da assumersi. Solo se si crede e
ci si radica nel proprio lavoro, ci si impegna nel migliorarsi e nel migliorarne le
condizioni: questa è la visione che accomuna, in particolar modo, donne giovani, rumene e latinoamericane, in cerca di una stabilità professionale e sociale.
5. Le aspettative verso il futuro
È vero che per molte donne immigrate quello di badante è il primo impiego. Ma si
ritrovano così a lavorare in case private, dove sono socialmente isolate, con poche
opportunità di far sentire la propria voce come gruppo ed esigue prospettive di mobilità professionale. Non c’è formazione, né carriera, né speranza, né avanzamento… Data la totale mancanza di prospettiva di questo tipo di lavoro, non sorprende
che la richiesta di servizi di assistenza personale venga soddisfatta prevalentemente
da una delle categorie più vulnerabili: quella delle donne immigrate. La bassa condizione e la scarsa importanza sociale delle immigrate permette loro di raggiungere
più facilmente l’invisibilità richiesta per questa professione (Rivas, 2004, p. 76).
Nonostante, nel quadro delineato da Rivas, il lavoro di cura sia rappresentato come una strada senza via d’uscita per le donne immigrate, l’assistenza agli
anziani potrebbe costituire comunque un primo passo e un’opportunità concreta
di lavoro. Le ulteriori alternative che si potrebbero aprire successivamente –
258
anche se non così chiare – dipendono, in larga parte, dall’investimento in formazione.
La progettualità rispetto alla formazione costituisce una specificazione del
progetto migratorio, indagato attraverso il questionario, e si traduce in tre opzioni differenti per le assistenti:
- non investire in formazione, dal momento che si intende continuare a svolgere lo stesso lavoro per un periodo di tempo determinato;
- effettuare un corso di formazione per qualificarsi come assistenti familiari;
- impegnarsi in un percorso formativo nuovo e/o nel riconoscimento del proprio titolo di studio, al fine di cambiare professione 9 .
Tab. 13 - Progetti per il futuro, a livello di formazione e lavoro
Cambiare lavoro e fare altro
Intraprendere percorso di formazione per
migliorare le condizioni di lavoro
Continuare l’attuale lavoro alle stesse condizioni
FA
145
%
28,8
145
28,8
187
37,2
Non risponde
26
5,2
Totale
503
100
Dall’analisi dei dati della tabella precedente, l’orientamento principale del
campione coincide con un atteggiamento di negazione di un processo di miglioramento professionale e sociale, ovvero di scarso interesse nei confronti
della formazione, che caratterizza il 37% del campione, che indica di voler
continuare l’attuale lavoro alle stesse condizioni e per un periodo di vita tem9
La progettualità delle donne del campione si collega anche alla questione della definizione di sé.
Può essere utile analizzare il rapporto tra identità e progetto, riferendosi al binomio concettuale
identità/identificazione, introdotto da Berzano e Zoccatelli (2005). Per il soggetto, identità significa capacità di stabilire una differenza tra sé e gli altri, mantenendo tale differenziazione nel
tempo, rilevabile unicamente in riferimento ad un insieme di individui simili con i quali è possibile riconoscersi: in tal senso, l’identità delle assistenti familiari si radica in attributi di genere,
familiari ed etnici che mostrano una loro stabilità nel tempo. L’identificazione rappresenta invece, secondo Berzano, l’influenza che il riconoscersi dell’individuo nell’entità collettiva sviluppa
sulle sue scelte e sui suoi comportamenti e implica partecipazione e coinvolgimento: il lavoro,
per la maggior parte delle donne, non costituisce un concreto elemento identificatorio, dal momento che si tratta per molte di un progetto a tempo determinato in cui non è necessario investire
molte risorse personali.
259
poraneo. Queste donne costituiscono il gruppo più a rischio di sfruttamento, in
una dinamica che si sviluppa maggiormente nell’irregolarità del soggiorno e
del contratto e in un’esperienza di lavoro, che non è poi così breve come viene
rappresentata nell’immaginario delle lavoratrici. Infatti, si tratta di donne che
lavorano presso anziani da un periodo di tempo che supera i tre anni, che hanno
un’età elevata e provengono soprattutto dall’Ucraina: la difficoltà di trovare altre opportunità di lavoro e l’età impediscono di intravedere prospettive di miglioramento.
Sono abituata così ed ho anche bisogno di lavorare, non sono fatta per fare un altro
lavoro, non penso che mi piaccia fare altro (1).
Quale altro lavoro potrei fare qua? Un altro lavoro non si trova senza documenti,
senza sapere la lingua. E nessun altro farà questo lavoro: stare così giorno e notte
con delle persone anziane, solo noi stranieri lo facciamo. Poi per un altro lavoro ti
devi trovare un alloggio, pagare per l’alloggio, e poi ciascuna di noi è arrivata qua
con un piano in testa: una viene per sposarsi, un’altra per… io non giudico nessuno,
io per esempio sono venuta qua per i miei figli (12).
Non è la cosa migliore che può capitare, perché non è la mia qualificazione, non è
la mia “vocazione”, insomma, perché ci vuole un impegno totale del tuo tempo,
della tua salute, del tuo tutto. Tu non ce l’hai la tua vita, vivi la vita della famiglia
dove lavori, dove abiti. I nostri studi non sono riconosciuti qui (20).
Al contrario, il 28% del campione (Tab. 13) è disponibile ad iniziare un percorso di formazione per qualificare il proprio lavoro di assistenza agli anziani,
proprio perché non si tratta di una vocazione naturale delle donne né di un lavoro che è contiguo alla propria esperienza professionale e al percorso formativo pregresso. Queste donne si sono trovate nella condizione di non poter scegliere, ma di fronte alle opportunità offerte dal nuovo contesto sarebbero
disponibili al miglioramento, soprattutto quando manifestano l’idea di restare
in Italia. È necessario sottolineare che questo gruppo manifesta le seguenti caratteristiche in modo più pronunciato: si tratta di donne che lavorano da meno
di tre anni nel lavoro di cura, hanno meno di 30 anni, possiedono una formazione media e superiore e provengono soprattutto dall’America Latina.
Altre ricerche sottolineano che le più giovani sono le più favorite in processi
di mobilità socio-professionale, anche perché hanno costruito o ricostruito reti
affettive nel nostro paese, mentre una condizione sfavorevole è quella vissuta
260
dalle donne più mature che hanno riferimenti affettivi lontani e vivono, in maniera più lacerante, la transnazionalità. Tuttavia, “emigrare è per ogni donna
un’occasione per sperimentare traiettorie di mobilità sociale, anche quando
all’ideale non fa seguito una pratica di cambiamento, anche se gli sforzi e i sacrifici non portano a un effettivo miglioramento delle condizioni di vita per sé e
per la propria famiglia, l’agency delle donne che esprimono tale volontà non
può essere ignorata” (Baldisseri, 2005, p. 114).
Davvero io non ho pensato mai di fare questo lavoro prima, perché al mio paese sono laureata in economia e commercio. Ho finito l’università, però il primo lavoro
che ho trovato qua è questo. Non che mi piace, però neanche mi dà fastidio, perché
queste persone sono proprio brave, non mi fanno sentire mai che io vengo per pulire
casa o fare badante. Certo che è meglio fare un altro lavoro, guadagnare di più (45).
Ognuno ha la sua scelta di lavoro, alcuni hanno la fortuna di avere un lavoro in fabbrica, di non fare questa esperienza, alcuni fanno questa esperienza prima di trovare
la fabbrica, la vita è così comunque, quello che si trova si fa. Non si sceglie, non
abbiamo tanta scelta (27).
Il 28% del campione dichiara, infine, la propria volontà di cambiare lavoro
e ciò indica un desiderio di mobilità sociale e di miglioramento professionale,
magari attraverso il riconoscimento del proprio titolo di studio. Si tratta di donne con una recente – e spesso traumatica – esperienza di lavoro con gli anziani,
con un’età che va dai 20 ai 40 anni, soprattutto rumene e laureate.
In conclusione, è possibile affermare che la formazione assume un significato di risorsa strategica, da considerare in relazione all’atteggiamento nei confronti del futuro lavorativo e della scelta del luogo di residenza (il Piemonte o il
paese d’origine). In effetti, il progetto lavorativo, migratorio e formativo sono
strettamente intrecciati: dall’incrocio di tali dimensioni è possibile individuare
tre principali percorsi (Tab. 14).
Nel primo caso, le donne – che possiamo definire “le stagionali della cura”
– pensano di continuare a svolgere il lavoro di assistenza, in condizioni irregolari e disagiate, rifiutano l’idea della formazione e del riconoscimento dei pro-
261
pri titoli perché proiettate al rientro in patria, dove hanno lasciato la famiglia, e
concepiscono il lavoro di cura come un vero e proprio lavoro stagionale 10 .
Nel secondo caso, alcune donne di status medio basso – le “assistenti per
scelta o per obbligo” – riconoscono che è possibile migliorare e qualificare il
proprio lavoro attraverso la frequenza di un corso che risponda ai propri bisogni formativi, nel contesto di un progetto temporaneo ma anche di radicamento
e di integrazione nel contesto italiano, che prevede il ricongiungimento dei familiari 11 .
Infine, il desiderio prevalente di donne altamente qualificate è quello di
cambiare lavoro, non certo investendo in una formazione nel campo dell’assistenza. L’obiettivo è piuttosto di far riconoscere il percorso formativo effettuato
in patria, ma il futuro per queste donne risulta oscuro. Il gruppo comprende alcune “professioniste incerte” rispetto alle prospettive di lavoro e di migrazione
(divise tra il restare da sole in Italia o ricongiungere i familiari).
Tra le donne che specificano quale professione vorrebbero svolgere in Italia,
se riuscissero a cambiare lavoro, non compaiono grandi aspettative e aspirazioni, ma un atteggiamento piuttosto realistico e pragmatico che nasce da una conoscenza concreta del mercato del lavoro italiano 12 . L’esperienza migratoria,
con un significato strumentale di miglioramento economico, sembra spegnere i
sogni e le aspirazioni più alte di un riconoscimento e miglioramento lavorativo,
10
“L’appiattimento sul presente e l’incapacità di vedere che il presente tende irrimediabilmente a
prolungarsi nel futuro rende le immigrate poco sensibili al tema della regolarizzazione lavorativa
e del soggiorno, impedendo l’attivazione di efficaci strategie di mobilità dal momento che è diffuso il timore che un investimento, ad esempio in formazione, per un inserimento lavorativo migliore, possa significare un allungamento dei tempi di permanenza e quindi uno slittamento del
progetto migratorio o una sua modificazione” (Spanò, Zaccaria, 2003, p. 210).
11
Si propone, in questo contesto, il problema della sostenibilità del modello di cura basato sulle
assistenti familiari, affrontato dagli economisti Bettio e Solinas (2006): da un lato, il numero di
anziani che potranno contare su un familiare che organizzi e supervisioni il lavoro dell’assistente
è destinato a crescere per l’assottigliarsi delle dimensioni familiari e l’inevitabile incremento della mobilità geografica; dall’altro i flussi di immigrate temporanee o a breve termine dall’Est Europa è destinato a diminuire non appena la crescita economica di questi paesi riprenderà. Per far
fronte alla sostenibilità ed equità del modello, alcuni economisti suggeriscono la necessità di costruire percorsi di reclutamento, inserimento logistico e carriera mirati ad incrementare l’immigrazione a lungo termine nel settore e destinati a quei segmenti che sono più sensibili a prospettive di stabilizzazione. L’esperienza di cura maturata presso le famiglie potrebbe essere fatta valere, inoltre, come prima tappa di un percorso di lavoro nel settore socio-sanitario.
12
Vengono indicate prevalentemente professioni operaie e del basso terziario.
262
sminuendo la rilevanza di formazione e istruzione. La migrazione appare smentire l’idea che la qualificazione e la formazione sono elementi che migliorano
la qualità del lavoro e della propria vita e non sembrano essere considerate carte vincenti per un’affermazione nel mondo del lavoro.
Tab. 14 - Progetti migratori, lavorativi e formativi delle donne
Ricongiungere i
Tornare
familiari
in patria
in Italia
Rifiuto della formazione e intenzione di continuare a svolgere lo stesso lavoro
Lavoro
76
66,7
82,3
temporaneo
Lavoro
20
33,3
14,2
definitivo
Non risponde
4
0
3,5
Totale (N = 187)
100
100
100
Restare da sola
in Italia
V di Cramer = 0,190
Propensione a qualificarsi come assistenti familiari
Lavoro
75
81,4
temporaneo
Lavoro
25
18,6
Definitivo
Non risponde
0
0
Totale (N = 145)
100
100
V di Cramer = 0,354
Tot
76,5
20,3
3,2
100
94
84,1
6
15,2
0
0,7
100
100
Intenzione di riconoscere il proprio titolo di studio per migliorare il livello professionale
Lavoro
95
94,3
86,2
89,7
Temporaneo
Lavoro
5
3,8
12,1
7,6
Definitivo
Non risponde
0
1,9
1,7
2,8
Totale (N = 145)
100
100
100
100
V di Cramer = 0,194
N casi = 477
Le aspirazioni più diffuse riguardano professioni legate anche all’assistenza,
alla cura, ai servizi, ma maggiormente qualificate e garantite (operatrice sociosanitaria, baby-sitter, mediatrice culturale). I sogni espressi sono, invece, legati
al futuro dei figli: il sogno vero è il ricongiungimento dei figli, affinché possano studiare e formarsi in Italia, conoscere l’Europa e avere un futuro migliore
del presente delle loro madri.
263
La necessità mi ha spinto a partire, poi ho iniziato a lavorare. Ho fatto la babysitter, assistenza, ho lavorato come Adest. Adesso sono imprenditrice femminile. Io
che ho percorso quasi tutti lavori in Italia, considero il lavoro di assistenza un lavoro molto umano il tuo ruolo è molto importante (5).
Vorrei fare la scuola di cucina, perché a me piace tanto cucinare, la cucina è la mia
vita, io ho imparato dal mio papà e sto tutto il giorno in cucina, tu mi dai tre cose e
io ti faccio dieci cose da mangiare. Quindi se avessi la possibilità di fare il corso,
poi ottenuto il diploma mi cercherei un lavoro, farei il cuoco. È una cosa che mi
piace da quando sono piccola (11).
In teoria mi piacerebbe un lavoro intellettuale che sia un lavoro di relazioni pubbliche. Un’impiegata, purtroppo non lo potrei fare perché non sono aggiornata, ma mi
piacerebbe fare il mio lavoro di ragioniera (20).
Io voglio far venire i miei figli, farli studiare e conoscere l’Europa, un altro mondo.
Sempre rispettando la nostra cultura (2).
264
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Questionario assistenti familiari SOLIDASSISTENZA – Tabelle di