ACCADEMIA PROPERZIANA DEL SUBASIO - ASSISI
SUBASIO
Anno XIX - N. 3
LUIG
QUADRIMESTRALE DI INFORMAZIONI CULTURALI DEL TERRITORIO
1 Settembre 2011
I MASI
In questo numero:
Luigi Masi e Colomba Antonietti
Giovanni Pennacchi e Antonio
Cristofani
Le visite di Pio IX e di Garibaldi
ad Assisi
L’anno scolastico 1861-1862
Una poesia di Luigi Mercantini
Il dibattito sul coro della Basilica
di S. Francesco
Una tesi sul Teatro Metastasio
Fanny Mendelssohn e l’Italia
SOMMARIO
EDITORIALE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.
1
STORIA
La visita di Pio IX ad Assisi e il “bacio del piede”
(P. M. Della Porta) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
3
L’anno scolastico 1861-1862 per le classi
elementari dell’Umbria (A. Mencarelli) . . . . . . . . . »
6
PERSONAGGI
Da Petrignano un protagonista del Risorgimento:
Luigi Masi (A. Cianetti) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
20
L’Unità d’Italia nel pensiero e nell’azione di
due testimoni umbri: il bettonese Giovanni
Pennacchi (1811-1883) e l’assisano Antonio
Cristofani (1828-1883) (P. Tuscano). . . . . . . . . . . . »
23
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
LETTERATURA
Il poeta risorgimentale Mercantini autore di un
canto su “Rivo Torto” (F. Santucci). . . . . . . . . . . . .
»
9
Fanny Mendelssohn e l’Italia: innovativa ricerca
della studiosa Paola Maurizi (F. Tuscano) . . . . . . . . »
27
Il Teatro Metastasio di Assisi dal 1840 al 1861
(Red.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
28
MEMORIE
ARTE
Un Coro che ‘stona’ (D. Abbati) . . . . . . . . . . . . . . . . »
10
Iconografia di Colomba Antonietti (1826-1849)
(F. Guarino) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
13
Il generale a teatro (G. Fortini) . . . . . . . . . . . . . . . »
34
Direttore Responsavbile: GESUINO BULLA
Direttore Editoriale: DAMIANO FRASCARELLI
Vice Direttore: FRANCESCO GUARINO
In redazione: FRANCO CALDARI, PIER MAURIZIO DELLA PORTA, ALESSANDRO PIOBBICO, DANIELE SINI, FRANCESCA TUSCANO
Subasio. Quadrimestrale di informazioni culturali del territorio, edito dall’Accademia Properziana del Subasio.
Autorizzazione del Tribunale di Perugia, n. 23-2009 del 28.05.2009.
La collaborazione è completamente gratuita, sotto qualsiasi aspetto. Gli articoli pubblicati riflettono il pensiero dei loro autori che ne sono
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© Copyright Accademia Properziana del Subasio.
Grafica, fotocomposizione fotolito e stampa: Tipografia Metastasio - Palazzo di Assisi (Pg)
In copertina: PETRIGNANO – Il più antico documento a noi noto riguardante la località di Petrignano è un praeceptum dell’anno 1027, con cui Corrado il
Salico, per intercessione di papa Giovanni XIX, prendeva sotto la sua protezione il monastero perugino di S. Pietro e i beni a questo appartenenti, tra cui
l’«ecclesiam sancti Petri cum sua pertinentia», sita «in comitatu Asesinatu, in loco quod dicitur Petroriana». Il castello di Petrignano, risalente al sec. XIV, fu più volte
teatro di lotta tra Perugia e Assisi, schierandosi ora da una parte, ora dall’altra. Nel 1378, durante la tirannia di Guglielmo di Carlo in Assisi (1376-1385),
detto castello, insieme con Rocca Paida e Montecchio, si dette a Perugia contro Assisi, cadendo in tal modo nelle mani del perugino M. Oddo di M. Baglione
de’ Baglioni. Successivamente fu sotto il potere dei Montefeltro: si devono al conte Guidantonio importanti interventi strutturali. Soltanto nel 1498 Assisi
poteva recuperare le terre perdute, fra cui Petrignano (didascalia a cura di Francesco Santucci).
1
EDITORIALE
A
lla girandola di eventi che, a livello sia locale sia
nazionale, hanno giustamente celebrato i 150
anni dell’Unità d’Italia e che hanno investito la fine
del 2010 e tutto il 2011 l’Accademia Properziana del
Subasio – siamo onesti – non ha avuto le forze per partecipare. Ma mentre quegli stessi appuntamenti erano
in svolgimento progettavamo già un nostro piccolo tributo al Risorgimento e all’Unità, tributo che sapevamo
sarebbe venuto dopo la chiusura di tutte le manifestazioni ma al quale non per questo abbiamo creduto di
rinunciare: se state leggendo, è questo piccolo tributo
che avete in mano.
In coerenza con l’identità ‘territoriale’ con cui vorremmo caratterizzare la nostra testata, qui leggerete gli
echi che il Risorgimento ha avuto nell’Assisano e nelle
aree immediatamente circostanti oppure i contributi
– a volte davvero pregevoli, anche se colpevolmente
ignorati – che queste terre al Risorgimento hanno dato.
Un “numero monografico”, quindi, comporre il
quale non è stato facile (ma sono difficoltà che non
ci faranno desistere dal ripetere l’operazione in futuro…): non è stato facile vincere la tendenza diffusa tra
tutti noi a fare di Subasio lo spazio per i più variegati
interventi; non è stato facile focalizzare gli argomenti
che valesse veramente la pena presentare; non è stato facile capire ciò di cui si riuscisse dignitosamente a
parlare in tempi ragionevoli e quindi senza mettere in
campo indagini troppo vaste, troppo profonde, troppo
lunghe (col passare delle settimane e dei mesi, alcune
idee sono infatti decadute, rimandate magari ad altre
occasioni); non è stato facile dare una cornice di criterio
e coerenza ai vari interventi e forse nemmeno ci siamo
riusciti (se lo credete, perdonateci!). Bisognerebbe avere
chiaro, innanzitutto, quali siano gli estremi cronologici
del Risorgimento italiano – e quindi cosa esso sia con
precisione: inizia nel 1815? con il ’20-’21 o addirittura
successivamente? o viceversa inizia già in epoca napoleonica? e finisce nel 1861, nel 1870 (o 1871) oppure nel
1918 (o 1919)? Di fronte a queste domande probabilmente oltre la nostra portata, avevamo adottato un cri-
terio piuttosto grossolano: trattare eventi che andassero
dagli anni ’20 agli anni ’70 del XIX secolo: ci sembra di
aver sostanzialmente rispettato tale criterio; anzi, i fatti e
le biografie di cui si discute prendono davvero avvio solo
dagli anni ’30, stante che la generazione risorgimentale
cui appartengono i vari protagonisti è, più o meno,
quella dei nati negli anni ’10.
Ad ogni modo, sembra che il Risorgimento ‘subasiano’ s’incarni soprattutto nell’esperienza della Repubblica Romana del 1849, alla quale il nostro territorio
ha dato diversi combattenti e dirigenti di spicco: Luigi
Masi, deputato della Costituente e vice presidente della
stessa assemblea nonché comandante delle difese alla
città insieme a Garibaldi; Giovanni Pennacchi, segretario della Costituente; Luigi Porzi e Colomba Antonietti, i due coniugi noti per il combattimento in cui
lei, eroicamente e in divisa militare, per amore di lui
oltreché dell’idea di patria, morì a 22 anni sotto i colpi
francesi, durante la stessa – disperata – difesa di Roma
guidata da Masi e Garibaldi. Alcuni di questi nomi
tornano nella Passeggiata del Gianicolo a Roma, dove,
insieme a diversi altri eroi, hanno dedicata una statua.
Ovvio a questo punto che anche il nome di papa Pio
IX si ritrovi frequentemente nelle nostre pagine, lui che
della Repubblica Romana fu la prima ‘vittima’ politica e
che regnò sull’Umbria prima e dopo quel tanto glorioso
quanto effimero stato.
Comunque, oltre agli eroismi, alle battaglie, alle prese di posizione, ai dibattiti politici e culturali che caratterizzarono il Risorgimento degli Assisani, dei Bettonesi, dei Bastioli, dei Folignati… leggerete in tralice anche
il costume del tempo, le abitudini sociali e familiari, la
storia non evenemenziale. E forse ne verrà fuori qualche
sorpresa; vi accorgerete ad esempio che nell’800 i nostri
avi erano, sugli orari del divertimento, meno castigati di
quanto potrebbe pensarsi e che facevano molto molto
tardi la sera, in virtù di spettacoli che iniziavano – oggi
sarebbe impossibile – alle due di notte.
Prima di chiudere, una nota sugli autori di questo
numero monografico, dei quali mi piace la varietà ri-
2
EDITORIALE
spetto all’età, ai campi d’interesse, alla formazione.
Si riconfermano gli estensori su cui – credo – potremo contare sempre: Pier Maurizio Della Porta, Francesco Guarino, Francesca Tuscano e il presidente onorario
dell’Accademia Santucci. Ritorna – spero per restare
tra i più frequenti autori – il prof. Pasquale Tuscano.
Partecipano anche Alessandro Cianetti, autore di alcuni
volumi e osservatore di lungo corso della società umbra
e italiana, e Antonio Mencarelli, direttore del Museo
della Scuola, ricercatore e saggista specializzato nella
storia delle istituzioni scolastiche. Ci sono poi la novità
assoluta della giovane docente di Lettere Denise Abbati
e – non come redattrici d’interventi ma come autrici di
studi dei quali si parla qui – i nomi di Fulvia Angeletti,
animatrice del settore teatrale in Assisi da poco laureata,
e della musicologa Paola Maurizi, che ha condotto un
originale studio. Compare infine, ospite d’eccezione,
Gemma Fortini, della quale, con piena autorizzazione
dell’erede Donatella Radicetti che ringraziamo, abbiamo riproposto alcune belle pagine.
Vi auguro a questo punto buona lettura e buona
immersione nel XIX secolo, scusandomi di nuovo, a
nome di tutto il Consiglio Direttivo dell’Accademia,
per il ritardo con cui la rivista vi è arrivata: un ritardo
ripetuto, ma che ci stiamo impegnando a non far diventare cronico!
W L’ITALIA!
Damiano Frascarelli
Nell’anno 2012 sono mancati molti soci dell’Accademia: Bianca Romagnoli, padre Salvatore Zavarella o.f.m.,
Pietro Profumi, il vescovo emerito Sergio Goretti, Vittorio Lardera, Antonietta Marcelli Catanzaro, Rita Cruciani
Bazzoffia.
Non è il presente numero di Subasio la sede per parlare diffusamente di queste persone esemplari, con le loro
esperienze, conoscenze, aspettative e rimandiamo alle prossime uscite il nostro desiderio di fare, su di loro, i nostri
racconti e considerazioni. Ma intanto vogliamo in tutta sincerità associarci al lutto dei loro famigliari e ricordare che
i soci scomparsi, ciascuno a suo modo, hanno molto sostenuto l’Accademia e in particolare il Consiglio Direttivo
nei suoi ultimi mandati, chi contribuendo su queste pagine, chi mettendoci a parte delle proprie pubblicazioni e
attività, chi partecipando con intelligenza alle nostre iniziative, chi offrendo suggerimenti, esortazioni, rimproveri e
lodi espressi con una sincerità e autorevolezza tali da risultare, per noi, imprescindibili e motivanti.
3
STORIA
La visita di Pio IX ad Assisi e il “bacio del piede”
di Pier Maurizio della Porta
Attraverso alcune fonti e soprattutto grazie a sue ricerche d’archivio, Pier Maurizio della Porta
ricostruisce lo svolgersi della visita ad Assisi dell’ultimo papa temporale Pio IX. La visita si tenne il
7 e l’8 maggio 1857, con un prologo il 10 maggio al ritorno del papa da Perugia, e vi ebbe evidente
ricorrenza la cerimonia del “bacio del piede”.
N
el maggio 1857 Pio IX visitò Assisi nell’ambito
di un viaggio che lo portò a toccare varie località
dei territori dello Stato della Chiesa. Dopo le delusioni
seguite agli eventi culminati nel Quarantotto, la visita papale veniva compiuta nel tentativo di alleggerire alcune situazioni di tensione createsi a causa della
negligenza e rigidità di alcuni funzionari dello Stato.
La situazione politica generale era in quel momento in
totale effervescenza. Dopo il fallimento dei moti più
autenticamente mazziniani, i riformisti moderati si
stringevano intorno a Vittorio Emanuele II e al regno
sabaudo, vedendo in questo l’unica vera possibilità di
un cambiamento della situazione politica della penisola
(proprio nel 1857 venne fondata la “Società nazionale”, per opera di ex mazziniani convinti, quali anche
Giuseppe Garibaldi, Daniele Manin, Giuseppe Montanelli). Contemporaneamente tra lo stato sabaudo e la
Chiesa erano cominciati i primi contrasti: per opera di
D’Azeglio prima, poi dello stesso Cavour (per esempio
con le leggi Siccardi del 1850 e la cosiddetta “questione Calabiana”) era iniziato un processo di laicizzazione
dello stato che tendeva a un’assoluta autonomia della
sfera civile da quella religiosa. Insomma questi fatti e le
loro ripercussioni negli animi già predisposti alla nuova
situazione storico-politica, che si sarebbe realizzata di
lì a poco con l’Unità d’Italia, generava l’esigenza di ristabilire un rapporto diretto e di fiducia tra il pontefice
e i suoi sudditi.
Questo intervento e i documenti che vi si citano
si aggiungono a un articolo che padre Giuseppe
Zaccaria scrisse basandosi su una cronaca conventuale1
e permette di completare il racconto delle vicende
relative alla visita di Pio IX, che fu l’ultima di un
pontefice ad Assisi prima di quella di Giovanni XXIII
nel 1962. L’articolo di padre Zaccaria riporta maggiori
informazioni sulla permanenza del papa presso la
Basilica, dove s’intrattenne in preghiera più volte, e
presso il Sacro Convento dove dormì. Nell’articolo
si legge che il pellegrinaggio di Pio IX fu compiuto
per ‘voto’; infatti, durante una festa religiosa presso
il palazzo pontificio di Sant’Agnese fuori le Mura
a Roma, si era sprofondato il pavimento di una sala
coinvolgendo il pontefice e altre 130 persone, ma egli
non aveva riportato alcuna ferita: decise di mostrare la
sua gratitudine alla Vergine per lo scampato pericolo
recandosi in pellegrinaggio a Loreto, pellegrinaggio che
riuscì a compiere solo a due anni circa dall’accaduto.
Certamente però l’estensione della visita ad altre
località del suo Stato fu decisa anche per le ragioni di
opportunità politica di cui si è già accennato.
Pio IX fu ricevuto ovunque con grandi onori e
anche Assisi accolse con entusiasmo il suo sovrano.
Molti furono i lavori di restauro alle porte, alle
strade e ai monumenti, che la cittadinanza intraprese
per rendersi degna di ricevere il pontefice. Di questa
visita accenna Antonio Cristofani nelle Storie d’Assisi.
Una cronaca fedele della visita è riportata negli atti
delle Congregazioni straordinarie del Magistrato di
Assisi2 in cui i magistrati cittadini si compiacciono
per l’onore che il papa aveva voluto accordare alla
città visitandola, ma anche per la dimostrazione di
efficienza che essi e la municipalità tutta avevano
saputo dimostrare in quella occasione, cosa che fu
riconosciuta dallo stesso pontefice. Facevano parte
della magistratura cittadina in quel momento: Paolo
Bassi pro gonfaloniere, Alessandro Pucci, Carlo Rossi,
il conte Franceso Cilleni Nepis, Marco Valeri; era
governatore della città Carlo Urbini, che fu l’ultimo
nella sua carica prima dell’annessione al Regno d’Italia.
In un fondo miscellaneo, in corso di riordinamento
presso la Sezione di Archivio di Stato di Assisi, ho
trovato il Rendiconto di tutte le spese incontrate da questo
comune per la venuta in Assisi di Sua Santità Pio IX, con
i contratti e le quietanze relative alle varie prestazioni
di lavoro o servizio necessarie a organizzare l’evento. La
città, per l’occasione, si fece il ‘maquillage’, soprattutto
lungo il tragitto che il papa percorse da Porta Nova a
San Francesco.
4
STORIA
Pio IX
Naturalmente le strade furono ripulite dalle erbe,
rifatti i marciapiedi, le porte della città furono
restaurate: Porta Nova, la “Portella dei Pucci”, la
“Portella di Pietro Paolo”. Per l’occasione fu acquistato
un terreno fuori Porta Nova, appartenente al Beneficio
Cavaceppi e al Canonicato di San Taddeo; in totale
vennero acquistati 230 metri quadrati di superficie.
Il terreno servì per allargare il piazzale davanti alla
Porta, attraverso la quale il Pontefice entrò nella città
e dove i nobili cittadini lo ricevettero. Un consistente
restauro venne fatto alla “Torre pubblica”: furono
sostituiti alcuni conci di pietra, inserite due chiavi
per solidificare la struttura e venne anche risistemato
il castello della campana. Magnifico fu il decoro che
la città volle darsi per l’occasione; il pittore Eugenio
Romagnoli fu incaricato di ridipingere lo stemma del
papa che fu posto sulla Porta Nova e quello installato
all’ingresso del Palazzo Comunale insieme allo stemma
del Comune; statue del papa, realizzate da Francesco
Rosignoli e Canzio Cangi, furono poste sulla Porta
Nova e alla “Portella di Pietro Paolo”. Alcune stanze
del Palazzo Comunale furono ridipinte, ornate con
broccati, sete e velluti rossi; nella sala del Consiglio
fu posto il trono papale. Una loggia in ferro, ancora
STORIA
visibile in vecchie fotografie di inizio secolo, fu posta
sulla facciata del Palazzo. Pio IX affacciandosi da questa
loggia salutò il popolo acclamante.
Per quanto riguarda la cronaca della visita mi
sembra interessante evocare la testimonianza di chi
visse e organizzò i festeggiamenti e riportare alcuni
passi delle Congregazioni del Magistrato sopra citate.
A Porta Nova attendevano il delegato di Perugia e il
governatore di Assisi; il pontefice giunse «alle ore 6 1/4
pomeridiane del dì 7 maggio corrente» e fu ricevuto
dai magistrati cittadini in compagnia di venti nobili
«destinati all’Ufficio di recare all’interno della città la
carrozza pontificia togliendone i cavalli. All’arrivo del
Sommo Pontefice il concerto cittadino diede segno
della comune esultanza. Fatta la cerimonia delle chiavi,
che il Pro Gonfaloniere Illustrissimo Signor Paolo
Bassi rassegnò all’augusto sovrano», Pio IX arrivò a
S. Chiara, dove era atteso dal cardinale Gioacchino
Pecci arcivescovo di Perugia e da monsignor Luigi
Landi Vittori vescovo di Assisi. Scese dalla carrozza e
seguito dal corteggio proseguì a piedi fino alla “Piazza
Grande”, salendo poi nel Palazzo Comunale; si affacciò
dalla loggia appositamente predisposta e impartì la
benedizione agli astanti inginocchiati. Nella sala del
Consiglio dove era stato posto in trono «degnossi
di ammetter subito al bacio del piede Monsignor
Vescovo, il Governatore e la magistratura municipale,
gl’impiegati del ramo giudiziario, il Capitolo
Cattedrale, il Clero ed alcuni Signori», seguendo
la gerarchia attestata dal protocollo usuale. Dopo
aver partecipato a un rinfresco (in cui furono serviti
malaga, vini di Cipro, bordeaux, marsala e vari rosoli
accompagnati da pasticceria e gelati preparati «dal
caffettiere Francesco Benvenuti»), sempre a piedi, il
pontefice si recò a San Francesco dove ammise al bacio
del piede «tutte le corporazioni Religiose dell’inclita
famiglia francescana». Si affacciò poi alla loggia che
guarda sulla piazza inferiore «elegantemente ridotta ad
anfiteatro e variamente illuminata»; alle due di notte
da qui assisté a uno spettacolo pirotecnico magnifico
che durò più di un’ora. La città era tutta imbandita da
tappeti e arazzi che pendevano dalle finestre. I palazzi
erano illuminati come pure la Rocca, dalla quale i
mortai spararono per tutto il tempo necessario al corteo
papale per percorrere il tragitto verso la basilica di San
Francesco. La mattina dopo Pio IX si recò alle ore 7.45
in Basilica, celebrò nella «chiesa di mezzo», sostò poi in
preghiera sulla tomba del Santo dove assistè alla messa
celebrata dal suo «Cappellano Segreto». Si recò quindi
alla basilica di S. Chiara dove ammise al bacio del piede
5
«le monache di tutte le religiose famiglie della città»;
constatò dunque lo stato dei lavori del sotterraneo della
basilica, per i quali fece anche una generosa donazione.
Rientrò a S. Francesco a mezzogiorno in punto: «anche
in questo secondo giorno erano stipate le vie di popolo
e la città atteggiata a festa accresceva letizia negli animi
dei cittadini alla vista dell’augusto pontefice il quale
senza seguito di cocchi e cavalli, ma circondato invece
da una corona d’innocenti vagamente vestiti in angeli
[...] ed aventi fiori, corone e bandiere percorreva le vie
della città benedicendo cortesemente il popolo suo».
Alle una il Pontefice ricevette i magistrati cittadini
che gli chiesero di riunire sotto la giurisdizione di
Assisi le parti di territorio smembrate in varie fasi. I
magistrati, il presidente dell’Accademia Properziana
e il rappresentante del Capitolo della cattedrale
offrirono al Papa un opuscolo «compilato dal nostro
sacerdote Sig. Don Giuseppe Carmellini contenente
poche parole intorno ad Assisi considerato nel suo
aspetto civile e religioso uscito dai torchi dell’asisano
Pietro Sgariglia». Finito il pranzo, dopo aver sostato
in preghiera davanti all’altare papale, Pio IX lasciò la
città per dirigersi a Perugia. Il 10 maggio di ritorno
da Perugia Pio IX si fermò a Santa Maria degli Angeli
dove era atteso dalle magistrature cittadine, dal vescovo
e dal governatore. Le bande di Assisi e Cannara
«alternarono i loro musicali concerti». Il papa, dopo
aver ammesso al bacio del piede i religiosi e le religiose
del luogo, proseguì verso Foligno con grande cruccio
dei custodi della Porziuncola che avrebbero gradito una
sosta più lunga presso «la chiesa che si sta ricostruendo
dietro l’infortunio dei terremoti del 1854». Il papa,
per riconoscenza della calorosa ospitalità, mandò
una medaglia e un biglietto al gonfaloniere Paolo
Bassi. I festeggiamenti costarono alla municipalità la
ragguardevole somma di circa 1500 scudi e tuttavia
il verbale della Congregazione straordinaria della
Magistratura di Assisi conclude con queste parole
«questo fu tutto quello che la città di Assisi potè nella
ristrettezza di tempo e di finanze offrire al Suo Sovrano,
verso del quale fu in ogni contraria evenienza devota
e leale».
Note
1
Giuseppe Zaccaria, La visita di Pio IX ad Assisi nel maggio dell’anno 1857, in
Ricerche di archivio, Assisi, pagine sparse, Assisi, 1972, pp. 122-126.
2
Archivio Storico del Comune di Assisi, Amministrativo, tit. X, b. 59, fasc. 10,
cc 73r. 76v.
6
STORIA
L’anno scolastico 1861-1862 per le classi elementari dell’Umbria
di Antonio Mencarelli
Antonio Mencarelli, fondatore e direttore del Museo della Scuola di Castelnuovo di Assisi (www.
museodellascuola.com), commentando uno dei pezzi esposti in questa collezione, ci guida all’interno
del primo anno scolastico dell’Italia unita, con le sue scansioni, le sue festività, le sue priorità didattiche.
P
resso il Museo della scuola di Castelnuovo di Assisi
è esposto un calendario della scuola elementare della
Provincia dell’Umbria per l’anno scolastico 1861-1862.
Si tratta di un manifesto ufficiale, il primo calendario scolastico del nuovo Regno. Esso costituisce una fonte preziosa per i contenuti e le norme che lo accompagnano. Vi
sono indicati dettagliatamente i giorni in cui si doveva far
lezione, i giorni di vacanza, l’orario giornaliero da rispettare, le eccezioni che a questo potevano essere apportate dai
comuni, che avevano la diretta competenza sulle scuole
elementari secondo le prescrizioni della piemontese legge
Casati del 1859. Vi si leggono le avvertenze rivolte ai ma-
estri e alle maestre, i libri a uso degli insegnanti, i testi dei
programmi per tutte le classi. Guardandone in dettaglio
le singole parti si ha davanti un quadro ben definito della
struttura didattica e organizzativa della scuola elementare
di centocinquanta anni fa.
Il primo dato che balza in evidenza è la durata
dell’anno scolastico: l’apertura delle scuole e l’ammissione
degli allievi avveniva il 15 ottobre, il giovedì di ogni
settimana era giorno di vacanza oltre naturalmente alla
domenica. Per Natale la dispensa dalla frequenza andava
dalla vigilia fino al 27 dicembre. A Capodanno i bambini
stavano a casa, così come nel giorno dell’Epifania. Non si
Il manifesto per l’apertura dell’anno scolastico umbro 1861-62; in alto è riportato il calendario delle lezioni, in basso si trova
una densa serie di indicazioni didattiche.
STORIA
Antonio Mencarelli all’interno del Museo della Scuola da lui
gestito; questa recente struttura museale del Comune di Assisi,
in frazione Castelnuovo, sta ampliando le proprie iniziative
con conferenze e pubblicazioni.
faceva scuola il lunedì e il martedì grasso e il giorno delle
Ceneri. Le vacanze di Pasqua duravano dal mercoledì
santo al lunedì di Pasqua. Per un’altra vacanza i bambini
dovevano aspettare la Pentecoste e il giorno successivo. Il
termine dell’anno scolastico era fissato al 15 agosto. Le
altre ricorrenze che venivano festeggiate erano il 14 marzo,
genetliaco del Re, il 19 marzo per S. Giuseppe, il giorno
dell’Ascensione, il 24 giugno per S. Giovanni Battista,
il 29 giugno per i SS. Pietro e Paolo, il 15 agosto per
l’Assunzione di Maria Vergine. Per le scuole di campagna
era concesso un orario giornaliero e un calendario che
il sindaco e l’ispettore scolastico potevano adattare alle
singole località e alle speciali esigenze della vita rurale.
7
Alla scuola, obbligatoria e gratuita, erano ammessi alunni
e alunne che non avessero meno di sei anni e non più
di dodici. L’orario giornaliero andava, nel periodo dal
1° dicembre fino a tutto febbraio, dalle ore 8 alle 10.30
e dalle 13.30 alle 15.30; dalle 9 alle 11.30 e dalle 15
alle 17 nei mesi di ottobre, novembre, marzo, aprile e
maggio; dalle 8 alle 10.30 e dalle 14 alle 16 nei mesi di
giugno, luglio, agosto. Le scuole praticavano quindi un
orario spezzato ma il sindaco, sentito l’ispettore, poteva
modificarlo nel senso di ridurre le due lezioni quotidiane
ad una sola lezione, purché però la lezione non durasse
meno di cinque ore in qualunque mese dell’anno. Era
ammessa nelle cinque ore un’ora di riposo o di ricreazione.
Guide, manuali, nozioni, raccolte scritte dei più noti
cultori di pedagogia e didattica dovevano essere il corredo
professionale per ogni singolo insegnante.
Le classi erano quattro, ma la prima elementare era
divisa in una sezione inferiore e in una sezione superiore,
così che in realtà le classi erano cinque. I programmi
per la prima classe (sezione inferiore e superiore)
comprendevano lo studio della religione, della lingua
italiana, l’aritmetica e gli esercizi di memoria. In seconda
si aggiungevano la calligrafia, la geometria e il sistema
metrico. Fra i libri di testo coordinati alle materie dei
programmi erano raccomandati i classici sillabari graduati
del sacerdote Giovanni Scavia per le prime classi, i metodi
di scrittura corsiva degli autori Delfino e Trossi, i libri di
lettura sempre dello Scavia ma anche quelli di Antonino
Parato, Vincenzo Troya, Caterina Ferrucci Francesca. Per
la dottrina cristiana si seguiva un compendio ad uso della
diocesi di appartenenza della scuola.
L’insegnante elementare Girolamo Bambini Angeli (1841-1921), in una foto del 1901 con la sua scolaresca.
Fu nominato maestro a vita nel 1887, giovanissimo, «per lodevole servizio».
8
STORIA
Ecco i volontari garibaldini di Foligno che parteciparono
alla Campagna di Grecia (1897); prima fila in alto (da
sinistra a destra): sergente Natali Italo, c. r. Solani Saffi
(†), ten. Esdra Innocenti (†), on. capitano Francesco
Fazi (†) (deputato di Foligno, aiutante maggiore del gen.
Ricciotti Garibaldi), s. ten. Luigi Fongoli (†) aiutante
maggiore del col. Gattorno, s. ten. Pieraccini Alessandro
(†), corrispondente del «Messaggero» durante la grande
guerra; seconda fila (da sinistra a destra): c. r. Polli
Confucio, detto Farello (†), serg. magg. Crocchi Ubaldo, c.
r. Menotti Brandi (che ritornò volontario in Grecia anche
1912), serg. Bertini Odoardo, c. r. Bencivenga Domenico;
terza fila (da sinistra a destra): c. r. Cagnoni Oddone, c.
r. Attilio Pasquini (†), serg. Bechelli Gioacchino (†), c. r.
Bellucci Paride (Foto-riproduzione Carmine)
Pubblichiamo una fotografia mostrataci dalla sig.ra
Luigina Passeri Fortini di Assisi. Si tratta di un ritaglio
da un non identificato giornale (forse il menzionato
Messaggero?) successivo alla I guerra mondiale (nella
didascalia si legge un riferimento alla «grande guerra»),
quando molti dei combattenti raffigurati erano morti
(si notino le ‘crocette’ dopo i nomi); il ritaglio era
conservato gelosamente da Ario Bencivenga (†1998),
affittuario della sig.ra Fortini in Via Dono Doni ad
Assisi. Egli, proprietario dell’Albergo Roma nella vicina
Piazza S. Chiara con le sorelle Tatiana, Lina, Umbra
(un altro fratello era morto in guerra), era figlio del
qui fotografato Domenico che, folignate, aveva sposato
Amabile Pilli di Assisi. Egli si considerò garibaldino fino
alla fine: la nipote Mirta ricorda che al suo funerale, nel
1939, era esposta la divisa, orgoglio del defunto e della
famiglia intera.
La foto riprodotta riguarda la “Campagna di Grecia”
del 1897. Tale conflitto scoppiò tra Greci e Turchi per il
possesso di Creta, allora turca, e in seguito all’ennesima
rivolta antiottomana nell’isola.
I garibaldini, guidati da Ricciotti Garibaldi (quarto
e ultimo figlio di Giuseppe Garibaldi e Anita),
parteciparono alla guerra per i consueti motivi dell’
irredentismo e della lotta all’autocrazia, rappresentata
in questo caso dalla monarchia ottomana. L’intervento
dei volontari italiani interessò in particolare la battaglia
di Domokos (Tessaglia), dove essi ebbero molti morti
(alcuni dei quali probabilmente tra i fotografati, come
sosteneva Ario Bencivenga, sebbene i testimoni dei suoi
discorsi non ricordino quali); in tale circostanza rimase
ucciso il parlamentare Antonio Fratti, cui Pascoli dedicò
per questo un inno (in Odi e Inni, 1906).
La Grecia risultò sconfitta, ma l’attenzione
internazionale, che dal 1821 continuava a esercitarsi
verso i casi di questa nazione, permise di creare uno stato
cretese autonomo, diretto da autorità greche sebbene
ancora formalmente in seno all’Impero Ottomano.
L’ormai 65enne Ricciotti e i garibaldini (tra
cui Menotti Brandi ritratto nella foto) tornarono a
combattere per la causa ellenica contro gli Ottomani nel
1912, nel quadro delle “guerre balcaniche” che portarono
effettivamente Creta a unificarsi con la Grecia.
Nel ritaglio di giornale compare, oltre Bencivenga
di cui ad Assisi sono molto conosciuti i discendenti
Clementi, Mariani e Buzzi, il deputato umbro
Francesco Fazi († 1928), ma anche diversi nomi di cui
– almeno dal punto di vista di chi scrive – niente altro
si sa: s’invitano pertanto eventuali eredi dei garibaldini
ritratti ed eventuali amici di famiglia, i ricercatori, i
‘topi d’archivio’ a rendere note o addirittura rintracciare
informazioni sia sulle circostanze della pubblicazione
della foto sia su questi combattenti che rendono onore
alla nostra terra.
Damiano Frascarelli
Note
1
Primo sindaco di Foligno dopo la legge del 1889 sui comuni che
rendeva elettivo questo incarico, eletto deputato la prima volta dal
collegio di Foligno-Gubbio nel 1895 e poi nel 1904 e 1909; andò
volontario anche alla Grande Guerra; morì nel 1928.
9
LETTERATURA
Il poeta risorgimentale Mercantini autore di un canto su “Rivo Torto”
di Francesco Santucci
Francesco Santucci presenta una poesia di Luigi Mercantini meno nota rispetto ai suoi ‘grandi successi’
risorgimentali e, in coerenza con il suo ruolo ispiratore di presidente onorario dell’Accademia, lancia ai
volenterosi una ‘sfida’: indagare le circostanze che condussero alla composizione dell’opera.
F
orse in pochi sapranno che nel giugno del 1862
il poeta Luigi Mercantini (Ripatransone, 1821 –
Palermo, 1872), autore delle ben note composizioni
risorgimentali intitolate La spigolatrice di Sapri («Eran
trecento, eran giovani e forti…») e L’Inno di Garibaldi
(«Si scopron le tombe, si levano i morti…»), dava alle
stampe in Bologna – dove insegnava Storia ed Estetica
all’Accademia di Belle Arti – un opuscolo di 32 pagine
intitolato Rivo Torto, testo che poi verrà inserito nella
raccolta di tutte le poesie del giovane autore marchigiano, dal titolo Canti, edita dalla Tipografia del Progresso
di Fava e Garagnani.
Si tratta di una lunga poesia in endecasillabi sciolti,
intercalati nell’ultima parte da una strofa di sette
settenari a rima baciata che si ripete per sette volte.
Sorvolando sulle motivazioni ‘politiche’ della
composizione che reca in epigrafe i celebri versi
danteschi dell’XI canto del Paradiso dedicati ad Assisi
e, in apertura, una lunga dedica «Al Parlamento
Italiano», ci limitiamo a riportare i primi versi aventi
per oggetto una meticolosa descrizione del ‘paesaggio’
di Rivotorto d’Assisi:
Assisi in lieti panni avea pur visto
cavalcar baldo le sue vie, guidando
le giovanili frotte, or, d’una corda
cinto la bigia tonaca, in tra i rami
con le braccia levate il guardo ergeva
fiso aspettando il sole a cui col primo
sussurro delle frondi e il volo e l’inno
dei festeggianti augelli alzava il suo
Cantico innamorato. Umil capanna,
tu sei la nuzïal stanza ove prima
il giovinetto al cor la derelitta
sua sposa si stringea che, dalla croce
con la povera veste immacolata
del Nazaren discesa, era fuggita
ramingando di là, dove i novelli
imporporati apostoli le spine
del suo primo marito in perle e in gemme
avean converso […]».
«Sotto alla costa fertile, che pende
infra Tupino e Chiassi, una romita
vallèa s’allarga, a cui dà nome il rivo
che le sue flessüose acque girando
va per lo piano erboso: e però il loco
disser le genti Rivo Torto. In cerchio
guardano all’infiorato eremo i gioghi
selvosi di Apennino che le vette
candide lancia negli azzurri; e, al tempo
che ad ogni suo voltarsi il bel rigagno
grandi tronchi lambìa ch’ei già da cento
e cento anni piegato avea germogli
con l’erbe di sua ripa ove più chiusa
facea l’ombra il querceto, nereggiava
una capanna antica. Inginocchiato
sull’uscio un giovin uom cui la nativa
«Oscure intanto fumano le nubi
su l’Appennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l’Umbrïa guarda».
Leggendo tali parole, il pensiero, oltre che a Dante
Alighieri, va anche a Giosue Carducci; si pensi, infatti,
ai versi 21-24 di Alle fonti del Clitunno:
o a questi altri (vv. 1-4) del sonetto A Santa Maria degli
Angeli:
«Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia
questa cupola bella del Vignola,
dove incrociando a l’agonia le braccia
nudo giacesti su la terra sola!».
A questo punto, ci si potrebbe chiedere: come mai il
Mercantini fu da queste parti?
10
ARTE
Un Coro che ‘stona’
Dibattimento sulla rimozione del Coro della Basilica Superiore di S. Francesco
di Denise Abbati
Utilizzando come fonti privilegiate gli interventi sulla stampa dell’epoca da parte degli studiosi
coinvolti, Denise Abbati ricostruisce un dibattito storico-artistico che dovette apparire importante e
dietro al quale alcuni videro, ancora dopo il 1871 e quindi a Unità completata, la contrapposizione
tra l’anima laica e l’anima cattolica del movimento risorgimentale.
N
ell’anno 1873 lo storico dell’arte Giovanni Battista Cavalcaselle, che sovrintendeva ai restauri
della Basilica di S. Francesco, dispose la rimozione del
coro ligneo della Chiesa Superiore realizzato da Domenico Indivini da S. Severino tra il 1491 e il 1501.
Questa decisione suscitò lo sdegno di molti cultori
dell’arte e dei cittadini assisiati, determinando un
rovente dibattito, che rimbalzò in molti quotidiani e
periodici dell’epoca.
Il primo ad attirare l’attenzione sulla questione
fu lo storico Cesare Cantù, che in un articolo dal
titolo Restauri Indiscreti, pubblicato nel quotidiano
L’Opinione il 5 dicembre 1872, stimava il coro
rinascimentale un insigne lavoro, in armonia perfetta
con la struttura medievale dell’edificio, e considerava
un atto barbarico volerlo sconnettere dalla Basilica
per cui era stato eseguito. L’8 dicembre comparve nel
giornale Il Diritto la risposta del Cavalcaselle, il quale
motivava la sua decisione, sostenendo che gli stalli
di legno, per quanto pregevolissimi e appartenenti
alla più bella epoca dell’arte, avevano il limite di non
appartenere alla stessa epoca della chiesa, in secondo
luogo avrebbero ostacolato il ripristino dell’altare
marmoreo nel centro dell’abside; infine la rimozione
degli stalli avrebbe aumentato l’effetto prospettico
del monumento, rimanendo interamente libero lo
sviluppo di tutte le sue linee. Il coro quindi doveva
essere collocato nella Sala dei Musici dell’attiguo
convento e in luogo di esso «sulle tracce dell’antico»
dovevano essere realizzati sedili di marmo bianco.
In modo sarcastico intervenne lo storico assisiate
Antonio Cristofani sulle pagine del Corriere
dell’Umbria il 15 gennaio 1873. Secondo lui, infatti, la
decisione del Ministero della Pubblica Istruzione di far
tornare la Basilica al suo stato primitivo poteva essere
un principio buono in sé, che tuttavia avrebbe dovuto
trovare applicazione con le molte limitazioni che il
buon senso sa suggerire anche alle menti più volgari:
«andando innanzi [...] con una logica sì inesorabile
dovrebbe atterrarsi il bel portico innalzato da Baccio
Pintelli innanzi alla porta della Basilica inferiore,
perché contemporaneo al coro del Sanseverinate e
condotto con lo stile del secolo XV. [...] Anzi, a voler
essere giusti, sarebbe inevitabile la rimozione dei dipinti
di Giotto, del Gaddi, del Giottino, del Cavallini, dei
Memmi e del Capanna, perchè anco queste opere
d’arte sono notabilmente posteriori alla fondazione
del monumento. E così questo mirabile edifizio, le cui
pareti ci offrono la storia viva del rinascimento della
pittura italiana [...] dovrebbe contentarsi dei soli pochi
frammenti di Giunta pisano, perché Giunta è l’unico
pittore coevo all’innalzamento della Basilica».
Forte perplessità circa la rimozione del coro dalla
Basilica Superiore fu inoltre espressa dal deputato
perugino Coriolano Monti che, intervenendo nella
seduta della Camera dei Deputati del 7 febbraio 1873,
si rivolgeva al Ministro della Pubblica Istruzione
Scialoia, augurandosi che il coro di Assisi rimanesse
al suo posto, in quanto non sarebbe stato possibile
perseguire in modo così rigoroso l’idea di togliere
dai monumenti antichi opere pregevoli di epoche
successive, senza correre il rischio di deteriorarli,
anziché valorizzarli. Da parte sua il Ministro
rispondeva sostenendo che la rimozione del coro, da
lui definito «mobile soprapposto», era necessaria per
permettere la ricollocazione dell’altare nel suo posto
originario, al centro dell’abside; aggiungeva infine che
a differenza di altri monumenti italiani, che essendo
opera di diversi tempi risultano un aggregato di cose
diverse, la Chiesa Superiore di Assisi era stata edificata
in pochissimo tempo con un unico concetto artistico
e che tale uniformità, che a suo dire rappresentava il
suo principale pregio, sarebbe stata recuperata solo
togliendo gli stalli di legno aggiunti posteriormente.
ARTE
L’interno e l’esterno della Basilica superiore di San Francesco
in immagini scattate da Mariano Guardabassi (1823-1880) e
relative al periodo del dibattito sul coro.
11
Il 12 febbraio interveniva nel Corriere dell’Umbria il
pittore perugino Mariano Guardabassi, membro della
Commissione Artistica della provincia dell’Umbria,
che nel 1863 aveva stilato con il conte Giovanni
Battista Rossi Scotti e il prof. Luigi Carattoli una
puntuale descrizione della Chiesa di S. Francesco volta
ad accertare lo stato di conservazione del monumento,
nella quale erano stati suggeriti i restauri da doversi
effettuare. Guardabassi faceva notare che nei registri del
convento non si menzionava nessun coro precedente
a quello del 1501 e che, a seguito di un esame accurato
delle pareti da lui stesso condotto, era possibile
affermare senza ombra di dubbio l’assenza di tracce
di antichi sedili marmorei. Il 24 febbraio nelle pagine
dello stesso giornale, Cavalcaselle replicava sostenendo
che il motivo dello spostamento dell’altare dal centro
della crociera era stato l’ingombro causato dai sedili del
coro di legno. Per questo si consigliava di rimuoverli,
sostituendoli provvisoriamente con un altro coro di
legno colorato con una tinta chiara, simile a quella
del trono papale, affinché tutti potessero suggerire i
miglioramenti necessari per potere «a suo tempo e a
ragion veduta ricollocarvi gli stalli di marmo», che in
principio dovevano pur esserci, in quanto egli non era
disposto a credere che prima del coro del XVI secolo
fossero utilizzate semplici panche di legno. Il 6 marzo,
nel Corriere dell’Umbria, Guardabassi rispondeva
affermando che l’altare era stato spostato nel 1755 e
che quindi era rimasto al centro della crociera con gli
stalli del coro ligneo per ben 254 anni; per rimettere
in luogo l’altare non era quindi necessario rimuovere il
coro. Infine si chiedeva come mai, senza alcuna ragione
plausibile, si volesse condannare all’ostracismo il più
antico coro che la Basilica Superiore avesse mai avuto,
sostituendolo con un nuovo coro marmoreo, che mai
sarebbe potuto essere né più antico né più conveniente
né più ricco né più bello.
Il 14 giugno La Voce della Verità pubblicava una
lettera diretta al deputato Monti da parte del prof.
Cristofani nella quale venivano espressi i ringraziamenti
per il suo intervento in parlamento contro la
rimozione del coro e si biasimavano le parole del
ministro, che in una parte del suo discorso aveva fatto
allusione a delle minacce ricevute dal Cav. Guglielmo
Botti, restauratore degli affreschi di Giotto, perché
rinunciasse a quell’incarico. Cristofani interpretava le
parole del ministro come un tentativo di far credere
che l’opposizione alla rimozione del coro avesse un
colore politico, quindi con decisione affermava: «noi
protestiamo altamente, che intendimenti politici qui
12
ARTE
né ci sono, né ci ponno esser mai».
L’Osservatore Romano del 18 giugno 1873 dava
notizia della rimozione del coro e giudicava riprovevole
la condotta della rappresentanza comunale che non
aveva protestato né si era dimessa in presenza dell’
«orribile misfatto». Dallo stesso giornale, il 22 giugno,
venivano utilizzati toni aspri: «L’orrendo misfatto
artistico pur troppo è consumato. Il coro magnifico di
maestro Domenico da S. Severino [...] già da qualche
settimana fu tolto dal tempio, ed ora scomposto
trovasi accumulato alla rinfusa nei corridoi dell’attiguo
convento, come si farebbe di legnami vecchi e
inservibili». Si ricordava inoltre che il Municipio aveva
tenuto un’adunanza, voluta dalla maggioranza dei
consiglieri contraria alla rimozione del coro; tuttavia
aveva prevalso il servilismo nei confronti del Ministero
e la protesta era stata evitata; mentre i tre membri
della Commissione Artistica dell’Umbria Rossi Scotti,
Guardabassi e Carattoli avevano dato le dimissioni.
L’articolo si concludeva quasi con un atto di accusa:
«Ulteriori informazioni da Assisi sono aspettate [...]
con vivo interesse, importandoci di sapere se “quel
vecchio ed inservibile cumulo di legname, che ora giace
alla rinfusa nei corridoi del convento” dovesse mai per
avventura uscirne e pigliar forse la via dell’estero! In tal
caso ci sarebbe più agevole di spiegare il vero concetto
artistico da cui partirono le risoluzioni degli Scialoia,
dei Cavalcasella e di altrettali!».
In una missiva di Cristofani inviata a Luigi Carattoli
e pubblicata da L’Osservatore Romano il 12 luglio si
faceva riferimento alla mobilitazione della cittadinanza
assisiate: «il sig. Cavalcaselle [...] propose al Consiglio
superiore l’ostracismo del coro. Poi, veduto che molti
intendenti s’apparecchiavano a contraddirgli, veduto
che la Commissione perugina gli si scopriva avversa,
veduto che una numerosa soscrizione della cittadinanza
d’Assisi indirizzavasi al R. Prefetto dell’Umbria a
dimostrazione di gratitudine e d’adesione a quel voto
sapiente della stessa Commissione; che ti fa il sig.
Cavalcaselle? [...] inizia precipitosamente la rimozione
del coro. Gran bella cosa se i giudici dei nostri tribunali
tenessero una prammatica simile, e quando vedessero
una folla di patrocinatori levarsi a difesa di un povero
accusato, essi per far finito il chiasso, lo facessero lì per
lì fucilare su due piedi».
Nel Corriere di Roma del 13 luglio compariva un
breve articolo a difesa del Cavalcaselle, riconosciuto
come uno dei più intelligenti cultori di opere d’arte
in Italia, che avendo la “grave colpa” di essere liberale,
era stato oggetto di critiche dure e ingiustificate da
parte dei clericali. Dello stesso tenore un articolo su Il
Fanfulla del 19 luglio, in cui si pubblicizzava tra l’altro
un prestigioso incarico ottenuto dal Cavalcaselle,
chiamato dall’imperatore d’Austria a classificare i
quadri della sua galleria a Vienna.
Il Corriere dell’Umbria del 25 luglio dava notizia del
fatto che la Giunta Municipale del Comune di Assisi
aveva deliberato di scolpire il nome del ministro Scialoia
nell’Albo dei benemeriti della Chiesa di S. Francesco,
affinché fosse espressa adeguata riconoscenza alle
cure spese dal ministro medesimo per conservare e
restaurare il celebre monumento.
Il 27 e il 30 luglio La Voce della Verità pubblicava
una lettera di Cristofani inviata al conte Giambattista
Rossi Scotti, in cui Cristofani sosteneva che Cavalcaselle
avrebbe dovuto far precedere all’atto di rimozione due
cose: 1) presentare un disegno del nuovo coro, che,
qualora fosse stato riconosciuto preferibile all’antico,
avrebbe reso ragionevole all’opinione pubblica la
sua sostituzione; 2) mettere in ordine un locale che
potesse accogliere degnamente gli stalli del maestro
Domenico. Entrambe le cose erano state disattese e
non si era posta mano alla riparazione del tetto, che
era invece da considerarsi cosa molto urgente: «Tutti
lo sanno, che il vento qui ha la rara abilità di spiccare
fin le campane dai campanili [...] State a vedere che gli
metterà pensiero di spazzare in una notte una fila di
coppi dal tetto elevato di S. Francesco e farli ruzzolare
sui tetti più bassi delle cappelle! E se, come accade
spessissimo, dopo il turbine del vento sopravviene
uno scroscio di pioggia, eccoti le acque penetrate a
rigagnoli nelle volte, inondare i peducci, infiltrarsi tra
pietra e pietra, ed inzuppando gl’intonachi, alterare
le tinte degli affreschi e prepararne la caduta». Il 20
agosto il conte Giambattista Rossi Scotti rispondeva
a Cristofani. La lettera fu in seguito pubblicata dal
giornale umbro La Provincia; lo scrivente esprimeva
rammarico nel constatare che l’opinione di molti
avesse confuso con la politica una questione che non
era mai uscita dal campo dell’arte. Esprimeva inoltre
meraviglia per il comportamento tenuto dalla Giunta
municipale di Assisi, che invece di protestare per il
discorso del ministro, che alludendo alle presunte
minacce al cav. Botti aveva lanciato un atto di accusa
alla cittadinanza intera, aveva dato un esempio di
timidità servile applaudendo alla rimozione del coro.
Ricordava inoltre che nella relazione (già citata) stilata
con Guardabassi e Carattoli sin dal 1863 erano stati
proposti tutti i restauri disposti l’anno prima dal
Cavalcaselle, a eccezione della rimozione del coro:
ARTE
«cotesta rimozione [...] io la credo un vero peccato,
perché nell’insieme quell’opera era in perfetta armonia
con l’indole architettonica dell’edifizio.
[...] Si è detto e ripetuto [...] che la rimozione
s’è fatta col suffragio della Giunta superiore di belle
arti [...] ma quanti di quegli artisti e letterati [...]
furono presenti alla discussione e alla deliberazione?
E dei presenti, quanti avevano esaminato da presso
la cosa della quale eran chiamati a deliberare, oltre
il Cavalcaselle? Oh qui davvero è forza confessare,
essersi usata col vostro coro il sistema di certi medici,
che determinano il medicamento e spediscono la
ricetta senza neppur curarsi di vedere il malato!».
Poiché Cavalcaselle era rimasto completamente sordo
alle ragioni degli avversari, il decreto aveva trovato
prontamente e sventuratamente attuazione: «ed invece
13
di cominciar saggiamente con la rinnovazione del
tetto [...] si volle gettar denaro per rimuovere subito
il coro; mentre questa rimozione, quando anche per
strano puntiglio si fosse voluta fare, si doveva almeno
per ultimo e dopo che il monumento avesse in tutto il
resto riacquistato l’impronta primitiva».
La polemica continuò ancora per qualche tempo,
dividendo autorevoli rappresentanti della cultura, che
si schierarono a favore della rimozione o contro di essa.
Sul finire del secolo, comunque, per iniziativa dei frati,
che attraverso delle elemosine raccolsero la somma
necessaria alla ricollocazione, il coro ligneo oggetto
dell’accesa disputa tornò al suo posto. Nell’anno 1900,
a quattro secoli di distanza dalla prima, fu effettuata
una seconda inaugurazione.
Iconografia di Colomba Antonietti (1826-1849)
di Francesco Guarino
«Dovunque i passi il suo Luigi volse,
ella i passi volgea, guerriera ardita»
(G. Ricciardi, Epopea Biennale (1848-49), Polimetro, XXVI)
«Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi»
(Berthold Brecht)
Premessa
Come per tutti i personaggi di rilievo che hanno avuto
la ventura di lasciare nel tempo una profonda traccia
di se stessi e la cui epopea è stata variamente celebrata,
anche l’iconografia di Colomba Antonietti, l’eroina
di Bastia Umbra morta giovanissima in Roma, presso
le mura di Porta San Pancrazio, nella difesa della
seconda Repubblica Romana (quella dei triumviri
Mazzini, Armellini e Saffi e del segretario Giovanni
Pennacchi, bettonese) si può distinguere in iconografia
identificativa, relativa cioè a quelle raffigurazioni
strettamente prosopografiche che ne tratteggiano il
ritratto fisico con particolare riferimento all’aspetto,
alle espressioni, ai lineamenti del volto, ed in iconografia
celebrativa volta principalmente a rimarcare l’aspetto
epico, i fatti, le azioni, che l’hanno connotata in uno
specifico contesto.
I tratti salienti nonché i particolari della breve
esistenza di Colomba sono ben noti alla, ormai ricca,
storiografia risorgimentale nazionale e locale, così
come ben nota è l’epigrafia che ne ricorda le vicende e
l’azione. Pertanto, tralasciando in questa sede i risvolti
– ripetutamente trattati – della sua romantica biografia,
tra i tanti profili che di essa sono stati tracciati, ritengo
particolarmente diretto ed efficace quello tratteggiato
da Giustiniano degli Azzi Vitelleschi pubblicato ad
vocem nel Dizionario del Risorgimento Nazionale (noto
anche come il Dizionario Rosi dal nome del curatore) e
che si riporta nella finestra qui di seguito a necessario
corredo di queste brevi note.
Iconografia identificativa
Va subito detto in via preliminare come di Colomba
Antonietti non esista alcun ritratto realizzato dal
vivo e che tutta l’iconografia in proposito è frutto di
ricostruzioni a posteriori fatte, dai diversi artisti che
vollero effigiarla, sulla base di descrizioni suggerite
14
ARTE
a memoria da chi direttamente
somigliante alla zia, è il bel busto
conobbe la giovane donna (nello
bronzeo (fig. 3) del noto scultore
specifico parenti stretti come il
assisano Vincenzo Rosignoli eseguito
marito, i fratelli, le sorelle e i nipoti) o
tra il 1906 ed il 1907 per essere posto,
dal confronto con ritratti di esponenti
in Bastia Umbra, sul monumento
femminili della famiglia come ad
celebrativo dell’eroina, inaugurato
esempio quello assai noto che sembra
ufficialmente il 4 settembre 1910.
disegnato a penna (fig. 1) il quale,
La vicenda di questo monumento,
non smentendo la tradizione della sua
che si trovava nella piazza centrale
venustà, è certo un ritratto giovanile
del paese, risulta peraltro essere
della madre, Diana Trabalza, forse
abbastanza travagliata se, dal sito
desunto da un dipinto realizzato –
originario in cui fu eretto all’inizio
non si sa – dal pittore fulginate Decio
del secolo, venne, cinquantacinque
Trabalza (1804-1842) suo nipote e che,
anni dopo (nel 1964), trasferito
fig. 1
almeno sino al 1907, era conservato
ove attualmente si trova (dinnanzi
presso il Municipio di Foligno. La
all’ingresso
principale
della
cosa, peraltro, potrebbe in qualche
residenza municipale) e trasformato
modo essere confermata dalla dicitura
nell’aspetto arricchendosi di quattro
manoscritta in calce che recita: «da
formelle realizzate dallo scultore
un ritratto di famiglia».
perugino Artemio Giovagnoni
Sono invece del tutto ignoti a chi
(1922 - 2007), lasciandosi tuttavia
scrive la fonte e l’autore del ritratto
campeggiare il busto e la formella del
di Colomba (fig. 2) che correda la
Rosignoli nonché la lapide dettata da
voce che su di essa compilò il noto
Isidoro del Lungo. L’espressione di
archivista perugino Giustiniano degli
sereno, quasi trascendente, distacco
Azzi Vitelleschi e che venne inserita
da ogni cosa; il trapelare di un’intima,
fig. 2
(volume II, alle pp. 88-89) nel già
sicura e consapevole proiezione verso
citato Dizionario del Risorgimento
un futuro certo e migliore quale
Nazionale pubblicato dall’editore
potrebbe essere quello di una patria
milanese Vallardi tra il 1931 ed il 1937
realizzata nella sua unità (Isidoro Del
in quattro volumi. I tratti somatici ed
Lungo parla di «carattere e fermezza
i lineamenti del volto, ad eccezione
di propositi»); la tranquilla certezza
dei lisci capelli neri (Colomba li aveva
di un dovere civile compiuto o da
ricci ed indomabili), sembrerebbero
compiere, tratti tutti che connotano
corrispondere in qualche modo alla
il volto della giovane ritratta dal
descrizione fattane dai suoi parenti
Rosignoli, sembrano assolutamente
(cfr. nota 3) e a quella ricavata dal
contrastare con le descrizioni delle
ritratto del Trabalza, in particolare
due icone precedenti caratterizzate
l’ovale del viso, l’atteggiarsi della
esclusivamente dalla naturale, più
bocca, gli occhi e il profilo. Potrebbe
esteriore, appartenenza alla vita data
pertanto trattarsi della stessa persona,
dalla giovane età della protagonista,
anche se qualche dubbio rimane dal
talché
possiamo
sicuramente
momento che, in mancanza di un
affermare come da aspetti meramente
fig. 3
archetipo certo, qualsiasi ipotesi è
identificativi, come un busto
accettabile.
vorrebbe, si passi alla certezza dell’epos fatto trasparire
Di totale, anche se probabilmente fedele, dai lineamenti della donna. Il busto del Rosignoli è
ricostruzione a posteriori fatta avvalendosi dei ricordi pertanto il terminus attraverso il quale, idealmente, si
delle sorelle e del fratello di Colomba, Feliciano, passa, per Colomba Antonietti, da un’iconografia di
nonché della disponibilità come modella della nipote tipo identificativo ad una di tipo più specificamente
Michelina figlia di quest’ultimo e considerata la più celebrativo.
ARTE
fig. 4
Iconografia celebrativa
E ben poco di identificativo mostra di avere il busto
(fig. 4), realizzato nel 1911 e inaugurato il primo
maggio di quell’anno dallo scultore Giovanni Nicolini
(1872-1956), posto su di una stele al Gianicolo, in
Roma, in una rassegna di busti marmorei che celebra
l’epopea patriottica unitaria e onora vari eroi del
Risorgimento, che non di rado sacrificarono la loro
vita per l’Unità del Paese. La simbolicità di questo
ritratto (un vero modello di cultura), che assume il
suo massimo valore espressivo solo se considerato nel
contesto della lunga teoria di figure effigiate sul colle
romano, viene dunque definitivamente a confermare
quell’iconografia dell’eroina bastiola che si basa non più
sul suo semplice aspetto fisico, ma sugli eventi di cui
ella fu protagonista.
Il bisogno e la necessità celebrativa del suo
sacrificio e del suo valore, proiettati nella dimensione
‘propagandistica’ del patriottismo ed esaltata dai
15
vari artisti che descrissero l’epos di Colomba,
fanno pertanto dimenticare l’aspetto squisitamente
‘personale’ della stessa, indissolubilmente legato –
quasi in una dimensione di ‘divismo’ ad alto livello –
alla umana curiosità di sapere come fisicamente fossero
i suoi lineamenti e che connotazione estetica e psicosomatica questi potessero avere.
Considerando dunque tre opere pittoriche che,
a conoscenza di chi scrive, raffigurano la morte di
Colomba sulle mura di Porta S. Pancrazio a Roma,
troviamo per primo, in ordine di tempo, il dipinto
di Girolamo Induno (1827-1890) eseguito attorno
al 1850 e conservato presso il Museo Centrale del
Risorgimento di Roma.
Bisogna tuttavia, per una migliore comprensione
dello spirito che indusse gli artisti ad effigiare
l’avvenimento, aprire una parentesi di carattere
storico-descrittivo del fatto. Quasi tutta la letteratura
cronachistica che parla della morte dell’Antonietti
rimarca costantemente alcuni aspetti (spesso digradanti
in retorica) relativi al suo abbigliamento maschile
(la divisa militare), alla sua condotta di specificità
coniugale (la volontà di stare ad ogni costo vicino al
suo sposo), al suo coraggio di combattente, alla sua
fine gloriosa avvenuta gridando “viva l’Italia” (sue
ultime parole), alla massiccia partecipazione di folla al
suo funerale e alla sua tumulazione nella chiesa di S.
Carlo dei Catinari. Orbene, non sempre nella
rappresentazione della sua morte gli artisti sembrano
concordare.
fig. 5
Difatti nella figurazione di Girolamo Induno (fig. 5) la
giovane eroina – peraltro qui colpita al petto, mentre si
sa che venne colpita al fianco – appare abbigliata, contro
la vulgata patriottica, in abiti femminili mentre, ancora
in vita, sta per emettere l’ultimo respiro, attorniata da
16
ARTE
un gruppo di camicie rosse garibaldine. Non è quindi
improbabile che l’autore abbia tenuto a mente, più di
altri, il veloce ricordo che Giuseppe Garibaldi nelle
sue Memorie volle farne, paragonandola a sua moglie
Anita. La scena, in una studiata temperie cromatica
di bianchi, rossi e verdi, non è priva di drammatico
realismo che viene accentuato da sprazzi di luci ed
ombre sinistre, tese forse ad evidenziare il clima
dell’imminente fine – assieme a quella dell’eroina –
della stessa Repubblica Romana.
fig. 6
Esiste, inoltre, a firma di G. Buzzelli, un’altra figurazione
della morte di Colomba (fig. 6) estranea anch’essa
alla classica vulgata della retorica risorgimentale. Qui
l’attenzione dell’osservatore è fatta ricadere tutta sulla
isolata figura femminile vestita di un lungo abito nero e
coperta da uno scialle bianco che, già colpita dal fuoco
nemico, alza gli occhi al cielo nell’attimo che precede
il suo accasciarsi al suolo, là dove nel pieno fragore
della battaglia e dell’esplodere della fucileria quasi
nessuno sembra accorgersi di quanto sta per accadere:
solamente un bersagliere accorre in aiuto verso di lei,
sotto lo sguardo incredulo e smarrito del personaggio,
in abito borghese, sulla sinistra del quadro. L’evento
raffigurato è, pertanto, piuttosto sublimato in una
non veritiera situazione in cui si tende a celebrare la
fig. 7
non pertinente presenza della donna in mezzo ad un
gruppo di soldati impegnati in combattimento, in
un clima inadatto alla protagonista il cui sacrificio,
proprio per questo, sembrerebbe assumere una più
marcata valenza d’eroismo.
La più totale adesione alla tradizione risorgimentale
è invece offerta nella figurazione che Mariano
Piervittori (1820-1888), il cosiddetto “pittore
dell’Italia unita”, dipinse (figg. 7 e 8) nel 1887 nella sala
consiliare del Municipio di Foligno dove, su una delle
pareti, si può vedere, nel pieno del combattimento,
Colomba che, in divisa militare e già colpita, sta
morendo, amorevolmente sorretta da un bersagliere
e con accanto il marito Luigi che la osserva con una
espressione di incredulità e sgomento, espressione
accentuata dall’allargarsi delle braccia in un gesto di
non accettazione del fatto. Ma il volto della donna
lascia ormai trasparire il suo allontanamento dalla
esistenza terrena in una sorta di serena, trascendente,
dormitio. Il tutto, quasi isolato, nell’assordante fragore
della battaglia, tra il crepitio dei fucili ed il rombo dei
cannoni, in uno sventolio di vessilli e nel baluginare
delle baionette dove un cromatismo di bianchi di rossi
e di blu (il terreno del combattimento e le divise dei
soldati) esalta al massimo la dinamica della scena e
dove la celebrazione eroica sembra raggiungere il suo
acme in una scenografia di alta suggestione e realismo.
Anche la scultura, a mezzo del bassorilievo, paga il
suo tributo all’epopea celebrativa di Colomba Antonietti.
Già nel primo monumento dedicato all’eroina,
Vincenzo Rosignoli volle ricordare la tragicità della
sua morte in una formella (fig. 9) tuttora, come si
diceva poc’anzi, visibile alla base dell’attuale struttura
monumentale che la ricorda in Bastia. Con notevole
efficacia plastica e con tratti essenziali, lo scultore
rappresenta tre soldati che attorniano Colomba che
– al solito in divisa militare, secondo la tradizione –
esala l’ultimo alito di vita. Il personaggio centrale,
fig. 8
ARTE
17
secondo una diffusa tradizione di pietà, la onorarono
con la loro compartecipazione di dolore. «Le onorate
spoglie di quella infelice – scrive Carlo Rusconi –,
poste su un cataletto, furono portate per le vie di
Roma, spettacolo di compianto universale; e il popolo
trasse in folla dietro al feretro coperto di bianche rose,
simbolo del candore di lei spenta sì crudelmente nel
fiore della giovinezza. Deposta nella chiesa la bara, la
moltitudine genuflesse piangendo, e orò da Dio pace
a una delle più pure anime che mai vestito avessero
quaggiù una spoglia mortale».
fig. 9
Luigi Porzi, suo marito, ne sorregge il corpo ormai
inerte fissandola intensamente, quasi a volerla pregare,
sollecitandola, di resistere. Ma l’espressione della
giovane, ormai nell’abbandono della morte e col capo
reclinato all’indietro, in atteggiamento inequivocabile,
è tale da farla apparire già distante dal mondo dei vivi.
Anche Artemio Giovagnoni (1922-2007), valente
scultore e medaglista perugino, raccoglie la vulgata
della tradizione biografica di Colomba nell’illustrarne
l’epos in quattro formelle bronzee che adornano
anch’esse, lateralmente, l’attuale monumento di Bastia.
Sono i punti salienti della vita dell’Antonietti (figg.
10-13): 1) l’amore per il marito ufficiale dell’esercito
pontificio, messo agli arresti, in Roma, per averla
sposata senza la necessaria autorizzazione, come
all’epoca si richiedeva ai militari; 2) la diretta
partecipazione, in divisa da soldato, della donna alla
battaglia di Velletri (19 maggio 1849) contro l’esercito
napoletano, al seguito di Garibaldi; 3) il suo apporto
alla difesa delle mura di porta S. Pancrazio; 4) il suo
funerale e il compianto delle donne del popolo che,
fig. 10-13
18
ARTE
Bibliografia
– G. DEGLI AZZI VITELLESCHI, Antonietti Colomba in Dizionario
del Risorgimento Nazionale (Dizionario Rosi), Voll. I - IV,
Milano, Vallardi, 1831 - 1837, al Vol. II, pp. 88-89.
– C. RUSCONI, La Repubblica Romana (del 1849) in Documenti
della guerra santa d’Italia, fasc. XVI e XVII, Capolago, Tipografia Elvetica - Torino Libreria Patria coeditrici, 1852, pp.
311 - 312.
–[G. GARIBALDI], Memorie di Giuseppe Garibaldi pubblicate da
Alessandro Dumas. Prima traduzione italiana di Vincenzo
Bellagambi con aggiunte e note. Volume secondo, Firenze Tipografia Baracchi, 1861, p. 19.
– A. CRISTOFANI, Storia della Bastia Umbra e descrizione delle cose
più notabili che sono in essa terra, Assisi, Stabilimento tipografico Sensi, 1872 - ristampa del 1998 a cura delle Grafiche
Diemme -, p. 52.
Si riporta la voce Antonietti Colomba del Dizionario
del Risorgimento. Dalle origini a Roma capitale.
Fatti e persone, Milano, Vallardi, 1931-1937. Delle
indicazioni bibliografiche a corredo della voce è
mantenuto lo stile di citazione originario.
ANTONlETTI Colomba (n. 19-X-1829 a Bastia
Umbra, m. 13-VI-1849 a Roma). Trasferitasi colla
famiglia in Foligno, la giovane Colomba, assai bella
d’aspetto, s’innamorò a diciotto anni d’un ufficiale delle
truppe pontificie, il conte Luigi Porzi di Imola. I genitori
di lei, d’intesa col Comandante della piazza, tentarono
ogni mezzo perché i due fidanzati desistessero dalla loro
amorosa relazione, ed ottennero anche che il Porzi,
riuscite vane le esortazioni, le minaccie [sic] ed anche le
punizioni disciplinari, fosse trasferito alla guarnigione di
Sinigallia. Questi però, sprezzando ogni ostacolo, il 13
dicembre 1846 si univa in matrimonio con Colomba, e
si recava poscia a raggiungere la sua compagnia in Roma,
dove, per aver contratte le nozze senza autorizzazione del
Governo, fu condannato a tre mesi d’arresto in Castel
S. Angelo. Scoppiata la prima guerra d’indipendenza, il
Porzi prese parte nel 1848 alla campagna del Veneto,
accompagnato sempre dalla giovane sposa, che, tagliatisi
i neri capelli e vestita l’uniforme d’ufficiale per evitar
possibili imbarazzi, combatté sempre al suo fianco.
Il colonnello Luigi Musi [si legga: Masi], cugino
germano di Colomba, non avrebbe voluto che questa
partecipasse col marito ai combattimenti, ma poi si
lasciò persuadere dalle insistenze della giovane. Da
Venezia i due coniugi tornarono nell’anno successivo a
Roma, e l’A. il 19 maggio 1849 pugnò valorosamente
a Velletri meritandosi gli encomi dello stesso generale
Garibaldi. Assalita Roma delle truppe francesi, l’A., cui
era stato negato il permesso di partecipare alle audaci
sortite degli assediati, fu sempre tra i più arditi difensori
delle mura: il 13 giugno, aperta dal cannone nemico una
breccia a S. Pancrazio, e tentandosi da quei di dentro
ogni mezzo per ripararla, la giovane, calma e serena, nel
posto, dov’era più incessante e tremendo il pericolo,
– ASS. NAZ. MUTILATI E INVALIDI DI GUERRA. SOTTOSEZIONE DI
BASTIA UMBRA - ASSOC. NAZ. COMBATTENTI E REDUCI. SEZIONE DI BASTIA UMBRA, Colomba Antonietti contessa Porzi. Vita,
Documenti. Ricordi, Perugia, Tipografia Giostrelli 1965.
– C. MINCIOTTI TSOUKAS, Colomba Antonietti. Un’esperienza di
vita tra mito e realtà (1826 - 1849), Comune di Bastia Umbra - Assessorato alla cultura, 1990.
– E. VETTURINI, Una gente in cammino. (Evoluzione popolare a
Bastia dall’Isola Romana al primo Novecento), Bastia Umbra,
Grafiche DIEMME, 1992.
– M. G. MASSAFRA, Musei di Villa Torlonia. Il Casino nobile di
Villa Torlonia a Roma. in 4° encuentro internacional. Actualidad e museografia. Madrid, 29, 39 de septiembre y 1 de octubre
2008. Incom - España, p. 46.
– A. MIGLIORATI, Mariano Piervittori pittore dell’Italia Unita,
Foligno, Orfini Numeister, 2011.
aiutava efficacemente il marito nell’opera della difesa
animando gli altri colla voce e coll’esempio, quando,
colpita al femore da un proiettile d’artiglieria, cadde
tra le braccia dello sposo gridando: “Viva l’Italia!”. La
salma fu trasportata all’ambulanza delle Fornaci, e per
le vie di Roma una moltitudine immensa seguì il feretro
coprendolo di bianche rose: poscia il cadavere, vestito
ancora dell’uniforme militare, cui si era sovrapposto
un abito muliebre, fu sepolto nella chiesa di S. Carlo a
Catinari nella cappella di S. Cecilia. Dell’eroismo della
giovine umbra lasciò affettuoso ricordo nelle sue Memorie
anche Garibaldi, che la paragonò alla sua Annita, e sulla
sua morte scrisse una delle più belle sue liriche Luigi
Mercantini, esule allora a Corfù (agosto 1849). Il
municipio di Bastia l’8 maggio 1892 appose una lapide
commemorativa sulla casa dov’essa nacque; quello di
Foligno il 20 settembre 1891 ne murò un’altra sulla casa
ove avea dimorato ed una pure sulla facciata del palazzo
comunale. Il 4 settembre dell’anno 1910 poi venne
inaugurato a Bastia un artistico monumento scolpito dal
prof. Rossignoli [sic], valoroso scultore umbro, residente
in Firenze, cui è stata apposta la seguente iscrizione
dettata da Isidoro Del Lungo: «XIII giugno MCMX –
Colomba A. Porzi – eroina della crociata italiana – per
l’indipendenza e la libertá – della Patria – il 13 giugno
1849 – sulle mura di Roma – combattendo accanto al
marito – esalava la pia forte anima – nel grido – “Viva
l’Italia!” – che la sua Bastia vuole qui sotto l’effige di lei
– in memoria degna perpetuato».
Bibliografia
Sforza Claudio, Ricordi della vita di Colomba A.;
Bologna, Zanichelli, 1899; pp. 37. Sforza Claudio,
Ricordi della vita di Luigi Porzi marito di Colomba A., in
«Archivio storico del Risorgimento Umbro», an. V, fasc. II,
pp. 121-126.
G. Degli Azzi
Assisi - Palazzo dei Priori, Allegoria del Plebiscito. In ricordo del
plebiscito per ratificare l’annessone di Assisi al Regno d’Italia (4
novembre 1860), Alessandro Venanzi (Perugia 1838 - Assisi 1916)
dipinse una grande tela con un’ allegoria della Giustizia, impersonata
da una donna con in mano una bilancia e una spada, seduta sopra
un carro trainato da tre leoni e seguito da angeli festanti. Quattro
angeli levano in alto un drappo con lo stemma di Assisi. Altri due
putti in basso depongono il voto entro un’urna per le votazioni con
le parole “SI - NO”. Apre il corteo un alfiere nudo che porta una
bandiera bianca, e lo chiude una fanciulla in volo vestita di verde
con una fascia tricolore dove sta scritto LIBERTAS.
(Didascalia di Elvio Lunghi)
19
20
PERSONAGGI
Da Petrignano un protagonista del Risorgimento: Luigi Masi
di Alessandro Cianetti
Cugino della più nota Colomba Antonietti, Masi fu padre costituente della Repubblica Romana,
fondatore del corpo volontario dei Cacciatori del Tevere, generale del regio esercito nella III guerra
d’indipendenza; tenne la piazza di Roma all’indomani di Porta Pia. Fa una sintesi della sua vicenda
Alessandro Cianetti, già autore, sul personaggio, di Un petrignanese Gloria del Risorgimento italiano
(Assisi, 2010). La redazione si associa a lui nell’augurarsi che la splendida figura di Luigi Masi non
ricada nell’oblio ove è rimasta, ingiustamente, per troppo tempo.
S
ul luogo di nascita di Luigi Masi, classe 1814, ci
sono state in passato diverse e contrastanti notizie.
Il certificato di nascita attesta che suo padre Giovanni,
medico condotto a Petrignano di Assisi, e sua madre
Laura Antonietti gli imposero i nomi di Luigi, Francesco e Gabriele. Lo tenne a battesimo lo zio materno Michele Antonietti padre di Colomba Antonietti,
l’eroina di Bastia Umbra, caduta appena ventiduenne
nella battaglia per la liberazione di Roma. Nel 1832
Luigi Masi s’iscrisse al corso di laurea in Farmacia presso l’Università di Perugia. Conseguita la laurea in Farmacia, continuò gli studi a Roma dove, il 13 dicembre
1840, conseguì anche il diploma di Dottore in Medicina. Il suo maestro Bruschi lo segnalò a Carlo Luciano
Bonaparte, principe di Canino e Musignano, figlio di
Luciano Bonaparte fratello di Napoleone. Il principe
lo volle come consigliere politico e precettore dei suoi
dodici figli. Così l’umile figlio del medico condotto di
Petrignano divenne educatore dei pronipoti del grande
imperatore dei Francesi.
Il 16 giugno 1846 il conclave aveva eletto pontefice
il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti che prese
il nome di Pio IX. Masi gli dedicò una bella poesia.1
Masi ripose tutte le sue speranze nel papa. Soltanto
gli intellettuali però avevano percepito l’importanza
delle aperture del papa all’indipendenza e all’unità
d’Italia. Poco o nulla ne erano interessate le classi
povere e meno colte. Al popolino dei bassi quartieri
romani, per esempio, nulla importavano le vicende del
Risorgimento. Ecco perché Masi iniziò a frequentare,
di sera, le bettole e si mise a cantare e a declamare
versi con strofe rimate tra applausi scroscianti.2 Il
16 marzo 1846 Masi fondò il giornale I Popolari e
in seguito Il Contemporaneo, primo giornale politico
e indipendente dello Stato pontificio. Sotto la sua
direzione, il nuovo settimanale divulgò con efficacia
idee di progresso e di moderazione. Masi chiamò a
scrivere sul suo giornale anche Giuseppe Montanelli
il cui figlio Sestilio fu papà di Indro Montanelli. Masi
aderiva al pensiero del Gioberti e di Cesare Balbo e nel
giornale manifestò palese avversità alle lotte di classe
e alle rivoluzioni. Sosteneva la necessità di agire con
moderazione e in assonanza con la Chiesa e auspicava
che i principi dei vari stati italiani formassero una
confederazione presieduta dal papa.3
Masi era anche dotato di grande sensibilità sociale
e si adoperò per l’istituzione di asili infantili: nel
1848 ebbe la soddisfazione di vedere aperto nel Rione
Trastevere il primo nido per l’infanzia.
La sua passione, però, fu soprattutto per la milizia,
tanto che non volle sposarsi per servire meglio l’Italia.
Divenne soldato e combatté.
Il 22 luglio 1847 fu nominato capitano della Guardia
civica di Roma. Le sue imprese militari si svolsero in
più parti d’Italia: in Veneto,4 a Cornuda,5 a Venezia
(per le sue benemerenze acquisite in questa impresa
veneta, Guglielmo Pepe lo promosse colonnello). Nei
primi giorni di gennaio del 1849 Masi tornò a Roma,
dov’era nato il regime repubblicano, e gli fu affidato
dal Governo il comando della Provincia romana. Il 21
gennaio 1849 si svolsero le elezioni, vinte dai moderati.
Masi fu eletto deputato dal Collegio di Poggio Mirteto.
Il 7 febbraio fu nominato vice presidente dell’Assemblea
costituente6 e della Commissione per la guerra di cui
erano membri anche Garibaldi e Ferrari. Nel governo
di Roma, Luigi Masi fece valere le sue vaste cognizioni
militari, la sua fede politica, e l’indipendenza del suo
carattere giovò molto alla Nazione.
Nell’aprile del 1849, assieme a Garibaldi, il
colonnello Masi preparò la difesa di Roma contro i
soldati francesi sbarcati a Civitavecchia con l’intento di
ripristinare il potere pontificio. Assunse il comando della
seconda brigata composta di 2100 soldati, impegnata
in ardui combattimenti tra Porta Cavalleggeri e Porta
PERSONAGGI
Angelica ove il valoroso petrignanese fornì prova del
suo eccelso valore militare.
Escluso dall’amnistia del papa perché capo di corpo
militare, Luigi Masi riparò a Parigi e successivamente
trascorse anni anche a Londra e a Genova. Sugli
Appennini liguri, a levante di Genova, scoprì
ricchissime miniere di rame e con i relativi guadagni
acquistò un vasto territorio in Messico, dove fondò
una colonia agricola e, utilizzando bastimenti di sua
proprietà, condusse moltissime famiglie italiane. Gli
sconvolgimenti politici che accaddero poi in quella
terra messicana e l’incendio della grossa nave mercantile
costruita a sue spese (incendio che verosimilmente fu
causato dalla perfidia umana e non da caso fortuito)
travolse il Masi in una lunga serie di sventure e nel 1859
fece ritorno in Italia dove gli fu affidato il comando
del 1° reggimento delle colonne mobili in Romagna,
divenuto poi il 25° di fanteria e nel gennaio del 1860
il 47° fanteria dell’esercito italiano. Nel settembre
del 1860 assunse il comando dei Cacciatori del
Tevere. Anche in questo ruolo seguitò a fornire prova
della sua abilità e scaltrezza in tante battaglie per la
liberazione di molte città umbre e laziali tra cui Narni,
Città della Pieve, Spoleto, Orvieto,7 Montefiascone,
Viterbo, Civita Castellana, Poggio Mirteto, Ficulle,
Monte Fiascone, Ronciglione, Regnano Flaminio,
Castelnuovo Di Porto, Nazzaro, Torrita, Terni,
Spoleto, Gubbio, Nocera, Amatrice e tutti i paesi
sabini. Combatté vittoriosamente anche contro i
briganti di Arquata, Quindicesimo, Acquasanta, Todi,
Collalto, Monteleone, Poggio Ginolfo e in alcune città
abruzzesi.
Masi meritò ambiti riconoscimenti. Con Regio
decreto del 3 ottobre 1860 fu decorato della Croce di
Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia per l’intelligenza
e il valore con il quale, alla testa dei Cacciatori volontari
del Tevere, aveva liberato Orvieto, Montefiascone e
Viterbo. Fu insignito di vari gradi dell’Ordine dei SS.
Maurizio e Lazzaro e fu fatto Grande Ufficiale della
Corona d’Italia. Il 2 settembre 1861 Nervi lo ascrisse
al suo Patriziato. Nel dicembre del 1861 fu promosso
maggiore generale. Nel 1862 divenne comandante di
brigata nel 50° Dipartimento e nel giugno del 1863
assunse il comando della brigata Umbria alla testa della
quale partecipò, nel 1866, alla guerra contro l’Austria.
Sciolta la milizia dei Cacciatori del Tevere nel 1863,
Masi era entrato nell’esercito regolare come colonnello
poi promosso maggiore e tenente generale.
Fu grande protagonista delle giornate di Palermo del
1866 ove fu inviato al comando della X divisione, cui
21
appartenevano la brigata Umbria e la 53° e 54° fanteria.
Il generale affrontò con straordinaria risolutezza i ribelli
che si erano posti in potenti barricate, tra la marina
e il Palazzo Reale. Per quest’azione gli fu conferita la
medaglia d’oro al valor militare così motivata: «Con
intelligenza e bravura, alla testa di sei battaglioni aprì
le comunicazioni interrotte tra la marina e il Palazzo
Reale, conquistando col fuoco e con la baionetta case
e barricate. Il petrignanese fece sentire a quel popolo
la comune italianità delle sue truppe, di se stesso e di
loro».8
Durante l’epidemia del colera che in quegli anni
colpì la Sicilia, Luigi Masi, facendo appello alle sue
virtù di medico, organizzò una squadra di soccorso
e di assistenza. Difficile che un generale possa essere
considerato dal popolo un uomo benedetto e amato
nella città ove spiegò la sua forza. Eppure Masi ebbe
l’amore dei Palermitani e dei Siciliani per il suo istinto
politico, giudizioso e fine e, soprattutto, per la nobiltà
e la generosità del suo cuore verso i poveri e i bisognosi.
Il 4 dicembre 1870 fu promosso luogotenente generale
e gli fu conferito l’incarico di comandare la divisione
di Palermo. Palermo seppe apprezzarne le doti e ne
fece l’elogio anche Edmondo De Amicis.9
Il 31 maggio 1872, a soli 58 anni, terminava
l’esistenza terrena di Luigi Masi. Palermo gli tributò,
nella sua ultima sera di vita, il conforto e l’affetto di
tutto il proprio popolo che lo aveva amato, apprezzato
e stimato forte e gentile.10 Tutta la popolazione seguì
la sua salma quando il 18 giugno partì per Perugia,
dove, per suo desiderio più volte palesato, riposa nel
civico cimitero. Dalla cronaca redatta dal Municipio
di Perugia, si legge che per vari giorni la salma rimase
nella cappella del Municipio e fu vegliata da tantissima
gente di ogni condizione che diceva: «Povero Masi
non dovevi morir così presto!». Alle ore 15 del 24
giugno, giorno in cui Perugia ricordava i caduti nella
memoranda giornata del 20 giugno 1859, la salma, tra
una calca indescrivibile di folla, fu accompagnata al
civico cimitero.
La figura di Masi, in conclusione, non può
carcerarsi in una nicchia partigiana; la sua vita fu
parte della vita italiana, profondamente coerente nella
libera e forte coscienza, sovrastata da due sentimenti
fondamentali: patriottismo e fede. «Il patriottismo –
come disse Francesco Innamorati – non gli impose
mai gli atteggiamenti del libero pensatore; la fede non
lo fece mai titubante nel dirigere i colpi, e guidare gli
assalti contro i soldati e gli spalti del sovrano temporale
di Roma e dei suoi variopinti alleati francesi, austriaci,
22
PERSONAGGI
sulla prora / al novello Redentor.
2
Masi era anche poeta e con le sue poesie propagandava sentimenti
di patriottismo ovunque si recasse. Scrisse un inno alla bandiera
(recentemente musicato dal maestro Franceschelli) e un inno nazionale
che partecipò al concorso vinto da Mameli.
Interessante e valido anche per il tempo che viviamo, è questo suo
3
pensiero scritto a Montanelli «[…] finiamola una volta col guardar sempre
fuori di noi, e coll’aspettare il nostro rinnovamento ora di tal uomo,
ora di tal legge, ora di rivoluzione, come se dovessimo esserne noi stessi
gli operatori. Vuoi riforme? Ripetiamoci l’uno all’altro. Comincia da te!
Crei ciascuno in sé l’italiano e avremo l’Italia. Se incontri uno di buona
volontà, stendigli la mano e digli: Vediamo cosa possiamo fare insieme
e facciamo. Ecco che la riforma allora diventa l’opera di tutti e tutti
cominciamo a far qualcosa […] non dividiamoci tra Attori e Spettatori,
ma ciascuno faccia la sua parte nel gran dramma della rigenerazione» (nel
Fondo Montanelli della Biblioteca Labronica di Livorno).
4
Il 26 marzo 1848 partì da Roma e andò nelle pianure venete, chiamato
dal generale Andrea Ferrari che lo volle come suo aiutante in campo.
5
In un elenco di militari segnalatasi per eroismo in quella battaglia, egli
figura al primo posto con questa motivazione: «Si vide in mezzo al fuoco
incoraggiare i soldati. Ufficiale distintosi per coraggio, intelligenza ed
amore alla santa causa. Merita i più grandi elogi». Questo riconoscimento
Il busto che apre la passeggiata del Gianicolo
gli valse la promozione a tenente colonnello per merito di guerra.
6
borbonici». Inneggiò al pontefice quando Metternich
si disperava dell’imprevista elezione di un papa liberale
come Pio IX; combatté accanto a Garibaldi per la
Repubblica Romana contro i Francesi che volevano
ridare al pontefice il potere temporale. Più tardi venne
in soccorso dell’esercito del re liberatore.
Sul Gianicolo, tra i busti dedicati agli eroi della
Repubblica Romana e del Risorgimento, c’è quello di
Luigi Masi, stella d’Italia insieme a tante altre stelle di
varia luce, scomparse dal firmamento della vita terrena
per cadere là dove il tempo non ha fine.
11
Presidente fu eletto Giuseppe Galletti; un altro vice presidente era
Aurelio Saffi.
7
Grazie all’opera di Masi, anche Orvieto entrò a far parte dell’Umbria e
Vittorio Emanuele II accolse la città con il plebiscito di questa regione.
8
Un soldato, che allora combatteva ai suoi ordini, scrisse: «Il generale
Masi, con quel suo particolare coraggio, tratta la spada, era sempre il
primo a dare esempio della pugna, al grido di “Savoia!” lanciandosi
contro le barricate. Noi soldati facevamo del nostro meglio per renderci
grati al generale, imitandone l’esempio, e mai un ostacolo fermò la nostra
marcia vittoriosa» (in: Nazareno Buccioni, Memorie ed episodi militari
della campagna di guerra dell’anno 1866 e dei moti di Palermo dello stesso
anno, Roma, Officina Poligrafica, 1910).
9
Note
Edmondo De Amicis, allora ufficiale e partecipe alla cruenta prova
palermitana, scrisse alcune pagine bellissime per narrare commoventi
episodi di coraggio, di sacrificio, di carità, di amore cristiano compiuti
Semo stretti noi qui tutti fratelli / come stanno sul capo li capelli /
dai soldati dei reggimenti 53° e 54° Fanteria comandati da Masi che,
ecco risorti tutti li romani / com’Urazi, Fabrizi e Coriolani. / Tu che
pur in mezzo a mille difficoltà, fornì la massima prova del «tatto più
agli oppressi e ai miseri sorridi / pietoso il guardo a noi volgi, o Signor;
delicato e dell’istinto politico più giudizioso e fine» meritandosi così la
/ affretta il dì della giustizia ai lidi / tu invocanti nell’inno del dolor. / Se
riconoscenza e l’affetto della popolazione e la medaglia d’argento dei
pio giudice al popolo assidi, / voci di gioia e cielo e terra avran; / l’aure
benemeriti della salute pubblica.
dei campi e il sonito dei lidi / della Giustizia il dì saluteran! // Fratelli,
10
alzate il canto / al Levita profetato / che di olivo incoronato / tocca il
del minacciato ordine pubblico; e, questo ristabilito, lo salutò quale
sacro limitar, / e perdona e fa nel pianto / la letizia germogliar. // Nuova
promotore di utilissime istituzioni e quale elemento di cittadina
1
Questa città, scrisse Bruschi, «lo vide ed ammirò intrepido difensore
luce si diffonde / sugli spiriti redenti; / è disceso fra le genti / l’inviato del
concordia».
Signor; / e la terra al ciel risponde: / viva Pio liberator. / Se tu tocchi ad
11
ora ad ora / l’alte sponde desiate, / io su l’arpe armonizzate / darò cantico
Petrignano.
Discorso commemorativo pronunciato il 22 novembre 1914 a
PERSONAGGI
23
L’Unitá d’Italia nel pensiero e nell’azione di due testimoni umbri:
il bettonese Giovanni Pennacchi (1811-1883) e l’assisano Antonio
Cristofani (1828-1883)
di Pasquale Tuscano
Pasquale Tuscano dà una lettura politica di due personaggi chiamati spesso in causa nel campo degli
sudi locali (ma sui quali resta ancora da indagare), evidenziando la differenza tra le loro indoli, le loro
esperienze e il loro atteggiamento verso i fatti del Risorgimento. Chiude l’intervento la riproposizione
di una salace poesia a tema socio-politico di Antonio Cristofani, le cui ironie – dobbiamo constatare –
rimangono purtroppo attuali.
I
Nella storia civile e culturale umbra del secolo XIX, le
figure del bettonese Giovanni Pennacchi e dell’assisano
Antonio Cristofani, per motivi diversi, com’erano
diversi per indole e per visione del mondo e della
storia, occupano un posto di tutto rilievo. Eclettico
il Pennacchi, di formazione letteraria arcadica e
neoclassica imbevuta di positive tensioni illuministe
e romantiche; figlio di umili popolani il Cristofani.
Entrato nel seminario diocesano nel 1839 grazie
all’interessamento del dotto canonico Guiducci e a
una borsa di studio che ottenne per concorso, la sua
vocazione letteraria e storica fu squisitamente ancorata
alla tradizione, allo studio dei trecentisti e di san
Francesco e del francescanesimo.1 Vissero entrambi,
intensamente, i problemi politici, economici, sociali,
culturali di quegli anni torbidi e inquieti, con un’ansia
prepotente di capirli e di testimoniarli.
Fatta l’Italia, dopo tante lacrime e lutti, “una d’arme,
di lingua e d’altare”, si era ben lontani – e lo si è ancora!
– d’averla fatta una anche “di memorie, di sangue e di
cor”, per richiamare i due noti versi manzoniani del
Marzo 1821, tanto brutti – e lo riconosceva lo stesso
Manzoni –, quanto efficaci. Pennacchi e Cristofani si
rendevano ben conto che avendo fatto dell’Italia uno
Stato si era ben lontani dall’elevarla conseguentemente
a Nazione. Ai problemi civili e culturali che urgevano,
la classe egemone, uscita dalle pur eroiche e leggendarie
guerre risorgimentali, aveva imposto quelli della
politica tanto sottile quanto effimera, e della ragion di
Stato.
II
Nato a Bettona nel 1811, Giovanni Pennacchi
studiò a Foligno, dove a undici anni frequentò come
‘convittore laico’ il Seminario vescovile, a Spello, a
Perugia, acquisendo una cultura giuridica e letteraria
di prim’ordine. Fervente mazziniano, nel 1849, venne
eletto, nel collegio di Spoleto, con 6000 voti, deputato
all’Assemblea della Repubblica Romana, nella quale
fece parte dell’Ufficio di Presidenza con l’incarico di
Segretario, insieme ad altri due componenti umbri,
il perugino Ariodante Fabretti e il todino Giuseppe
Cocchi.
Caduta la Repubblica Romana, per evitare l’arresto,
andò in esilio a Genova, dove, in un primo momento,
non venne ben accolto. Qui, infatti, visse per alcuni
mesi in una serie di ristrettezze economiche, come
conferma una lettera del 2 aprile 1850, inviata
all’amico Fabretti: «Dacché sono in esilio non sono
riuscito a guadagnarmi un soldo […]. Se un due mesi
fa i miei buoni fratelli non mi mandavano cinquanta
scudi era al verde. Capisci? Al verde!».2
Bandito il concorso per la cattedra di retorica al
liceo-ginnasio municipale di Genova, venne escluso.
Rifatto il concorso, lo superò e, con comprensivo senso
liberatorio, scrisse, sempre al Fabretti, il 22 ottobre
dello stesso anno: «Finalmente la mia nomina è venuta,
e di questo vado superbo, senza che a me abbia costato
neppure una cavata di cappello».3 Espressione che
incide fermamente il senso di dignità e di rettitudine
della sua indole.
Insegnò in quel liceo genovese fino al 1861.
A Genova maturò l’adesione alla monarchia
costituzionale. Repubblicano dichiarato, antepose
il problema dell’Unità a quello istituzionale. Scrisse
ad Annibale Vecchi, da Genova, in data 6 ottobre
1860: «Oggi noi siamo travagliati dal bisogno di
essere Nazione; i figli, se ne saran degni, faranno altre
conquiste. Repubblicano qual fui nel ’49, oggi io
voto per la Monarchia, perché la Monarchia oggi mi
24
PERSONAGGI
fa la Nazione».4 Tale moderatismo e realismo politico
giustifica anche i suoi giudizi, ad esempio, su Garibaldi
e su Pio IX. Fatte salve le qualità del condottiero, il suo
giudizio su Garibaldi ‘politico’ è decisamente negativo.
A parer suo, «ogni suo proclama governativo, ogni
suo decreto portava l’impronta dell’ignoranza di ogni
principio economico e politico […]. Il trovo men che
mediocre alla testa di un Governo».5
Quanto a Pio IX Pennacchi, pur sempre avverso al
potere temporale dei papi, si lasciò anche lui ingannare
dal giubilo che aveva accolto le promesse del ‘papa
liberale’. In un Carme a Pio IX, redazionalmente
tormentato e sciatto, ne esaltò, come si legge nelle
note apposte al manoscritto,6 il «decreto di amnistia
che scarcerò i prigionieri politici e riaprì la patria agli
esuli»; «le promesse date d’incoraggiar le Arti Belle»;
«gli asili d’infanzia che ammise e protesse». Nello
stesso manoscritto, richiamando la lezione dantesca,
ribadì che si è «fatto succo e sangue di quel principio
tradizionale in Italia, che il Papato, come potere
politico, è, e sarà l’eterna sventura della nostra penisola,
finché la maturità de’ tempi civili non compia l’antico
voto di Dante; rispogliando il Pontefice da ogni terrena
potestà».
Sul ‘liberalismo’ di Pio IX si sarebbe presto
ricreduto, ritrovandosi nel pensiero espresso nel 1849
in una forte pagina di polemica politica, intitolata
significativamente La decadenza del potere temporale dei
Papi: «Credemmo a Pio IX, benché si serbasse al potere
gli uomini della vecchia stampa; benché i decreti palesi
fossero sempre paralizzati dagli ordini secreti; benché
trasparisse in ogni atto la voglia d’indietreggiare;
benché in ogni ora del giorno fosse violata quella
monca e informe Costituzione, che paura e necessità
gli ebbero strappato di mano. Riversando su’ ministri
tutta l’odiosità delle violazioni, e pure di scagionare lui,
mentimmo al nostro intelletto, alla nostra coscienza».7
Dopo la campagna del 1859-60, Perugia liberata,
venne chiamato dalla Giunta Municipale ad assumere
il duplice incarico di Preside del Liceo e di Rettore
dell’Università, carica che ricoprì fino all’anno
accademico 1882-83, anno della sua morte.
Dotato di non comuni qualità umane, discreto e
leale, Giovanni Pennacchi, pur amareggiato per quel
presente torbido e incerto, nutrì sempre ferme speranze
nel futuro, nella certezza, cioè che, in un avvenire
non lontano, gli eventi acquistassero sbocchi positivi.
Speranza che aveva radici lontane e che mai l’aveva
abbandonato. Lo testimonia una lettera indirizzata ad
Ariodante Fabretti, da Genova, datata 25 dicembre
1856: «Io nutro speranza in un quid latente, in una
necessità storica, che spinga il mondo avanti a dispetto
dei cataplasmi de’ moderati, e della guerra a morte de’
despoti. O presto o tardi, ad un’ora che nessun di noi
può fissare, questo quid, o sia egli una tradizione, un
interesse, un bisogno, un’utopia, questo quid si farà
innanzi, e risolverà la questione in un modo che niun
di noi si aspetta, e l’umanità farà un gran passo sul
cammino dell’avvenire».8
III
Per indole e per vocazione, Antonio Cristofani fu
l’esatto contrario di Giovanni Pennacchi. Nato ad
Assisi nel 1828, morì nel 1883, a 55 anni. Visse una
vita modesta, dignitosa, aliena dalle lotte politiche e
dagli incarichi pubblici, ma fervida di studi e di ricerche
archivistiche. Frutto di questa intensa ed appassionata
attività, oltre ai numerosi contributi di storiografia
francescana, sono le Storie di Assisi (1866), apprezzate,
tra gli altri, dal Tommaseo e dal Capponi, e tuttora
miniera inesauribile di preziose notizie. Dal 1872, fu
Direttore della Biblioteca Comunale di Assisi.
Cristofani guardò al Risorgimento e all’Unità
d’Italia con la prudenza dello storico, con animo
liberale sì, ma sgombro da enfasi trionfalistiche.
Soprattutto trovava urtanti e farseschi i facili entusiasmi
delle manifestazioni anche dei suoi concittadini, che
non appartenevano certamente al ceto più popolare.
Sintomatico di questo suo umore è un passaggio
del libro VI delle Storie d’Assisi nel quale evoca le
celebrazioni per l’arrivo, nel 1848, di Garibaldi in
città: «Nell’autunno del 1848 fu in Assisi Giuseppe
Garibaldi, accorso dall’America a combattere per
l’indipendenza della patria sua: e in quell’occasione
più che in qualunque altra mai si sfogò l’entusiasmo
popolare al teatro in nastri, in bandiere, in catene di
fazzoletti e di veli femminili che si dicevano d’unione
nazionale, e in tutte le altre baldorie innocenti di quel
vero carnevale che si continuò per tutto il tempo della
guerra d’indipendenza […]. Ma quella commedia
un bel giorno finì, e chi col non fare o col non ben
fare erasi lasciata fuggire quella magnifica occasione
di ricuperar l’indipendenza ebbe presto a patir l’onta
d’un’invasione straniera e la restaurazione del governo
assoluto de’ chierici, puntellato nell’Umbria prima
dalle armi spagnole, poi dalle austriache».9
E quando, nel 1861, il decreto Pepoli ordinò
l’incameramento dei beni ecclesiastici, scrisse, per
incarico del Comune, un documento tra commosso
e risentito per chiedere al nuovo governo un deposito
PERSONAGGI
permanente di milizie che aiutasse Assisi a risollevarsi
dalle tristi condizioni in cui era stata condotta. Scrisse:
«La città d’Asisi, decaduta già di lunga mano per lo
soverchio arricchire degli ecclesiastici, e per l’assoluto
difetto d’ogni commerciale e industriale risorsa, e
perciò condannata a veder languire nella miseria la più
parte degli abitanti, sentì aumentarsi smisuratamente
l’aspetto della pubblica indigenza dopoché il decreto
del Regio Commissario G. N. Pepoli, sopprimendo
nell’Umbria le famiglie religiose, ne incamerava i beni:
il che per Asisi importava la perdita di due terzi del suo
censo. Così veniva qui a togliersi l’unico modo di tener
in vita la numerosa poveraglia insino allora vissuta della
carità de’ luoghi pii senza che a quel mezzo, illiberale sì,
ma nondimeno sicuro, di sussistenza per tanti infelici
se ne surrogasse alcun altro [...]. Ora anche questo
pane è tolto: ed ecco innumerabili famiglie di buoni e
laboriosi artigiani condotte per la prima volta a provare
una miseria che non ha più speranza di ristoro».10
Verseggiatore di professione, capace di maneggiare,
con mirabile perizia, rime e schemi metrici, non c’era
occasione di un certo rilievo, pubblica o privata, lieta
o triste, che non meritasse un suo verso. Suoi modelli
privilegiati sono Parini, Manzoni, sopra tutti Giusti,
trasferendo, originalmente, la sua pungente passione
polemica sul risvolto mitologico o della favolistica
dominata dalla presenza degli animali più vari. Coi
suoi componimenti, siamo di fronte a un ‘bestiario’
di straordinaria ricchezza, col quale il poeta intende
fustigare i vizi ed esaltare le virtù dell’uomo del suo e del
nostro tempo. Le bestie – dal pavone al camaleonte, dal
gambero alla civetta, dal porco alla scimmia, dall’asino
all’allocco – nei momenti più felici si traducono in
maschere indimenticabili e ammonitrici. Ne riporto un
solo componimento, intitolato Il bove, apparso su La
Favilla del 1877,11 capace di comunicare l’amarezza per
un Risorgimento che ritiene ‘tradito’ e per un governo
nuovo che ha deluso le migliori attese, diffondendo un
costume di vanità e di boria, accompagnato da codazzi
di vili che, per paura o per servilismo, s’inchinano ai
boriosi e li festeggiano:
Povera bestia! Crede
per un eroico eccesso
di quella buona fede
ch’è tanto rara adesso,
d’esser per questo un coso
beato e glorïoso.
Il bove
Se rinnegato Aronne
in maschera d’Adone
va tra facili donne
grattando il colascione,
vorresti a quella voce
farti un segno di croce?
A dirvela, salvando
la maestà di Giove,
crepo dal rider quando
m’abbatto in qualche bove
ch’aria si dà d’arconte
per quel po’ d’arme in fronte.
E il volgo incivilito
che sa d’aver la testa,
a quello scimunito
s’inchina e gli fa festa,
pronto, se mai gli torna,
a baciargli le corna.
Oh non mi state a dire
che ormai la tolleranza
sia di là da venire;
n’abbiam che ce n’avanza!
D’umanità le cime
tocca l’età sublime.
Cattolici e Giudei
alfieri e stenterelli,
Sègneri e Galilei,
su, su, tutti fratelli!
Esige tolleranza
la gran cittadinanza.
Bella! Se un bue patrizio
bestemmia il Balbo o il Tosti,
vorrai del sant’uffizio
risuscitar gli arrosti?
Ripensa, anima sciocca,
che ognuno ha lingua in bocca.
Se un asino strigliato
ragliando contro al vero
leva in apostolato
lo strazio del pensiero,
dovrà metterlo in susta
di Scannabue la frusta?
25
26
PERSONAGGI
Ubbie, fratello, ubbie
de’ tempi su di Dante!
Non soffre ipocrisie
un secolo mercante:
là, là per chi la vuole,
libertà di parole.
Sarebbe bene che facessimo qualche riflessione anche
noi oggi a centocinquant’anni dall’Unità!
Note
1
Un puntuale saggio bio-bibliografico si deve al compianto p. Gino
Zanotti: Antonio Cristofani storico e letterato, Assisi, Tip. Porziuncola,
Abbasso il culto indegno
e l’aristocrazia
del senno e dell’ingegno!
Peste alla dateria
che rilascia brevetto
a pro dell’intelletto!
1980.
2
Lettera ad Ariodante Fabretti del 2 aprile 1850. Ms 2170 della Biblioteca
Augusta di Perugia. Quanto alla generosità dei “buoni fratelli”, occorre
tenere presente che il Pennacchi occupava un posto di prim’ordine
nella Loggia “Fermezza” della Massoneria perugina. (Cfr. U. BistoniP. Monacchia, Due secoli di Massoneria a Perugia e in Umbria (17751975), Perugia, Editrice Volumnia, 1975, pp. 95-96).
La pubblica bilancia
pareggi le partite,
e tocchi egual la mancia
a Nestore e a Tersite:
il voto in piazza e in chiesa
si conta, non si pesa.
Lettera ad Ariodante Fabretti del 22 ottobre 1850. Ms 2170 della
3
Biblioteca Augusta di Perugia.
4
Lettera da Genova del 6 ottobre 1860 ad Annibale Vecchi, Museo Storico
del Risorgimento Umbro, Busta I, Archivio di Stato di Perugia.
5
Ibidem.
6
Ms 2716, conservato presso la Biblioteca Augusta di Perugia.
G. Pennacchi, La decadenza del potere temporale dei Papi, in
7
E se pur voglia porsi
in bilancia a ogni costo,
senza tanti discorsi
ceda sbrattando il posto
la povera ragione
al censo e al blasone.
Contemporaneo di Roma, a. III, n. 42, 22 febbraio 1849, p. 1.
8
Lettera da Genova del 25 dicembre 1856 ad Ariodante Fabretti. Ms 2170
della Biblioteca Augusta di Perugia.
9
A. Cristofani, Le storie di Assisi, Venezia, Nuova editoriale, IV ed.,
1959, pp. 580-581.
10
Sembrano ‘scherzi’ giustiani adatti esclusivamente
agli anni lontani delle delusioni postrisorgimentali?
A. Cristofani, Brevi parole intorno alle presenti condizioni d’Asisi,
Assisi, Tip. Sgariglia, 1861.
11
Apparsi quasi tutti nel periodico perugino La Favilla negli anni 1869-
1877, questi componimenti non sono mai stati raccolti in volume.
È attivo il sito ufficiale dell’Accademia:
www.accademiaproperziana.eu
27
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
Fanny Mendelssohn e l’Italia: innovativa ricerca della studiosa Paola Maurizi
A
dispetto del titolo, questo interessante saggio di
Paola Maurizi non si limita ad indagare i rapporti
tra Fanny Mendelssohn e l’Italia dei viaggiatori dell’Ottocento, ma offre un ritratto completo (anche da un
punto di vista bibliografico) di una compositrice che
ha avuto un ruolo importante nella storia della musica
romantica, e che, come tutte le sue contemporanee,
ha visto riconoscersi questo ruolo con molto più di un
secolo di ritardo.
Sorella del più noto Felix, moglie del pittore e
poeta Wilhelm Hensel, Fanny Mendelssohn (18051847) ricevette la stessa educazione musicale del
fratello (i suoi genitori erano molto attenti a curare i
talenti dei figli), ma non le stesse opportunità di fare
della propria attività compositiva un vero e proprio
lavoro, retribuito e riconosciuto (anche tramite le
pubblicazioni delle proprie opere). Come ricorda la
Maurizi, il padre, Abraham, consentì solo a Felix di
andare a Weimar, perché si formasse professionalmente
come musicista, e a Fanny scrisse che «la musica forse
diventerà la professione di Felix, mentre per te può e
deve essere solo un ornamento». Coerentemente alla
mentalità borghese ottocentesca, una donna poteva (e
doveva) essere colta, e coltivare i suoi talenti artistici,
ma solo ‘per diletto’. Come ricorda ancora l’autrice,
nella Germania di Fanny (ma non solo, aggiungerei),
per una donna erano importanti solo le tre K – Kirche,
Küche e Kinder (chiesa, cucina e bimbi).
Fanny, però, non si arrese e, persino in contrasto
con l’amatissimo fratello Felix (che, proseguendo
negli insegnamenti paterni, scoraggiò continuamente
la sorella, pur riconoscendone il valore artistico), non
solo non smise mai di comporre, ma riuscì anche a
pubblicare alcune opere (le prime erano state pubblicate
dal fratello, a proprio nome). Il volume della Maurizi
contiene il catalogo delle opere vocali e di quelle
pianistiche di Fanny Mendelssohn, che, oltre a rendere
nota la produzione della compositrice, le ‘restituisce’
anche opere rimaste anonime o ritenute composizioni
del fratello Felix. Sono opere ispirate a poeti e poetesse
conosciuti personalmente (come Goethe e Heine) o
amati (come Müller, che fu fonte di ispirazione anche
per Schumann), tra i quali il marito che, al contrario
del padre e del fratello, la incoraggiò sempre nel suo
lavoro di compositrice ed esecutrice, e scrisse per lei e
con lei alcune opere vocali.
PAOLA MAURIZI, Fanny Mendelssohn e l’Italia, Anteo, Perugia,
2011, pp. 161; € 18,00
L’opera di Fanny è caratterizzata dall’amore per Bach
e Beethoven e gli altri autori della sua formazione
berlinese, formazione che ebbe in comune con il
fratello; ma, malgrado questo e la stretta collaborazione
con Felix (soprattutto nel periodo che va dal 1819 al
1829), nelle composizioni di Fanny si trova una nota
originale e indipendente, che la porterà, tra l’altro, ad
indagare con profondità il rapporto tra suono e parola,
e anche tra suono, parola e immagine, ponendosi
lungo la strada più innovativa e significativa della
musica dell’Ottocento e del Novecento (e anche
della contemporaneità), quella stessa di Musorgskij o
Wagner, ad esempio, che indaga la musica come arte (e
linguaggio) profondamente integrata con le altre arti (e
gli altri linguaggi). E a confermare il senso della ricerca
di Fanny sarà ancora il marito, che dipingerà traendo
ispirazione dall’attività musicale della compositrice,
così come Fanny comporrà ispirandosi ai suoi quadri,
fino a giungere alla realizzazione, a quattro mani, di
28
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
opere nelle quali sono raccolte musica, poesia e pittura.
Tra le fonti di ispirazione della creazione di Fanny
Mendelssohn c’è, senza dubbio, l’Italia, con il suo
paesaggio e la sua cultura. Nel solco della tradizione
del Grand Tour, anche Fanny, con il marito e il figlio
Sebastian, viaggia per due volte in Italia, e annota in
un diario le emozioni che le procura la conoscenza
con il paese della grande pittura medievale, tanto
amata (e rivalutata) soprattutto nel Romanticismo
tedesco e inglese (lo stesso marito, Hensel, faceva
parte della corrente dei Nazzareni, la cui pittura era
ispirata dai grandi maestri del Rinascimento, primo
fra tutti Raffaello). Nel 1839-40 la musicista compie il
suo primo viaggio in Italia, durante il quale, a Roma,
viene apprezzata da Gounod e Bousquet, e dalla ricca
compagnia di pittori e musicisti che anima l’ambiente
intellettuale romano. Il riconoscimento del suo valore
musicale la spinge a credere di più nella propria arte,
e a comporre con maggiore entusiasmo e produttività.
La sua prima esperienza dell’Italia rimarrà come un
segno profondo nella sua attività musicale.
Nel 1845, per aiutare la sorella rimasta bloccata a
Firenze, colpita dall’itterizia, Fanny parte nuovamente
per l’Italia, ancora una volta accompagnata dal figlio e
dal marito. Ha così l’opportunità di visitare l’Umbria,
che nel primo viaggio non era riuscita ad attraversare
del tutto (aveva potuto conoscere solo Orvieto), e
rimane affascinata da Perugia e Assisi. Quest’ultima
città, poi, le rimarrà particolarmente impressa, tanto
da considerarla, con Pisa, «uno dei luoghi più poetici
e meravigliosi di tutta l’Italia». Dimostrando ancora
una volta autonomia di giudizio, anche rispetto ai
grandi viaggiatori del passato (autonomia dimostrata
già nei diari del primo viaggio), e coerentemente alla
sua formazione romantica, Fanny si innamora della
Basilica di S. Francesco e, in particolare, della Chiesa
Inferiore, luogo di culto della pittura medievale che,
dopo l’esperienza neoclassica, tornava ad essere esaltata
come esempio di grandezza artistica e spirituale. Così,
Fanny critica all’amato Goethe di aver preferito il
tempio della Minerva (sebbene esso sia «molto bello») a
S. Francesco, luogo «unico […] al mondo», che, persino
per la protestante Fanny, «fa diventare realmente quasi
cattolici» – un «miracolo» che la ricchezza delle chiese
romane non permette.
Anche nei suoi diari italiani (qui in parte tradotti,
per la prima volta, in Italiano), Fanny dimostra,
dunque, di essere un’artista completa e pienamente
integrata nella cultura romantica. E pesa ancora di
più, perciò, la responsabilità di una società (e di una
storia) che ha limitato il riconoscimento dovutole e la
diffusione delle sue opere.
Per questo, il valore del libro della Maurizi non si
limita all’aspetto (seriamente) divulgativo e scientifico
(senza – per fortuna! – artifici accademici), ma risiede
innanzitutto nel collocarsi all’interno dell’attuale
operazione di ‘riscoperta’ delle opere di musiciste che
una storia a senso unico (maschile) ha voluto mettere
colpevolmente in secondo piano.
Francesca Tuscano
Il Teatro Metastasio di Assisi dal 1840 al 1861
Tesi di Fulvia Angeletti per la laurea in Conservazione dei Beni culturali*
I
n circa 100 pagine Fulvia Angeletti affronta la storia
del teatro Metastasio di Assisi dalla sua costruzione,
iniziata nel 1835, all’Unità d’Italia; ma supera il 1861
canonico per giungere al 15 ottobre 1862, giorno che
segna il passaggio di proprietà del teatro dalla Società
Metastasiana al Comune di Assisi. Nessun altro studio
aveva finora documentato le tappe della fondazione e
dell’esistenza di questo teatro. Fonti della ricerca sono
state per la quasi totalità carte della Sezione di Archivio
di Stato di Assisi: manoscritti, atti amministrativi, corrispondenza tra istituzioni, progetti, regolamenti, atti
notarili, carteggi delle compagnie che nel tempo si sono
esibite al Metastasio o hanno fatto richiesta di esibirvisi. L’autrice ha trascritto completamente i documenti
utilizzati, 164 in tutto, e li ha riportati in un’appendice
di 115 pagine; il primo è del 1825 e relativo all’antecedente del Metastasio, il Teatro del Leone interno al
Palazzo dei Priori; l’ultimo riguarda significativamente
la celebrazione per l’Unità d’Italia del I giugno 1861,
celebrazione che prevedeva, alle 2 di notte, un concerto
al Metastasio.
Il primo dei tre capitoli di cui si compone la tesi
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
29
la rappresentazione. Per questo alla metà del ’600 la
Sala del Consiglio nel Palazzo dei Priori fu adibita a
teatro, con lavori di adattamento affidati a Giorgetti.
Nel 1755 fu con ulteriori lavori resa un teatro vero e
proprio, il piccolo ma elegante “Teatro del Leone”. Ma
l’esiguità dei suoi spazi, i danni avuti dai terremoti del
1832 e 1833, il pericolo che la struttura costituiva per
gli uffici comunali convinsero la cittadinanza a erigerne
uno più grande: da ciò il progetto dell’architetto
Lorenzo Carpinelli per il nuovo edificio dedicato a
Pietro Metastasio.
Il secondo capitolo della tesi verte propriamente
sul Teatro Metastasio dalla costruzione all’apertura nel
1840.
Costruire un teatro era un’operazione dai
costi talmente consistenti da richiedere sempre il
coinvolgimento di più soggetti, in una collaborazione
tra pubblico e privato che aveva per “unità di base”
del sistema di finanziamento lo stesso “palchetto”: il
progetto di costruzione era infatti accompagnato da
Manifesto del 1° giugno che indice le celebrazioni per l’Unità
nel Comune di Assisi
ripercorre innanzitutto le tappe che dal ’500 all’800
hanno segnato la diffusione dei teatri in Umbria.
La costruzione dei teatri è specialmente legata alla
diffusione sei-settecentesca delle Accademie, che
in molti casi si posero il problema di avere sale per
pubblici spettacoli e ne garantirono la costruzione.
Fulvia Angeletti cita Giovanni Valle, autore di Cenni
teorico-pratici sulle Aziende teatrali (Milano, 1823),
per il quale il teatro è «un oggetto necessario al decoro
delle città, all’onesto trattenimento dei cittadini,
influente sulla civilizzazione, sul commercio, sui
costumi e sull’andamento d’altri diversivi, fatali
purtroppo all’economia domestica, alla moralità ed
al buon costume». Anche nello Stato pontificio una
certa ostilità della Chiesa per il teatro venne a patti
con l’idea della funzione civica dello spazio ricreativo
teatrale.
Sempre il primo capitolo della tesi ricostruisce
il formarsi di un’attività teatrale ad Assisi. L’autrice,
appoggiandosi a Città di Poeti (Assisi, 1954) di Gemma
Fortini, rintraccia nella cinquecentesca Accademia
del Monte (poi dei Desiosi, quindi degli Eccitati nel
1654 e dei Rinati nel 1750) il nascere dell’interesse per
Manifesto per l’apertura del Teatro Metastasio con il
dettaglio di tutti gli artisti coinvolti
30
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
una campagna di prevendite delle logge presso la
classe dirigente locale; la somma raccolta copriva in
parte o del tutto i costi del cantiere e talvolta forniva
anche le prime risorse per la futura gestione, alla
quale i proprietari dei palchi avrebbero poi comunque
contribuito con un canone annuale. La situazione più
consueta era che l’iniziativa di costruzione del teatro
partisse dagli stessi “palchettisti”: un gruppo di patrizi
e di notabili si costituiva in società per l’edificazione
dell’impianto o la proponeva all’autorità civica (nel
cui consiglio essi stessi sovente sedevano). Anche il
Metastasio fu costruito a spese di privati cittadini e fu
inizialmente proprietà di una società, il cui capitale era
diviso in 48 carati: ogni socio deteneva un carato e un
palco.
Per introdurre l’effettiva costruzione del teatro,
l’autrice ricorre a parole di Antonio Cristofani:
«Nel marzo 1836 si dié principio all’edificazione
dell’elegante teatro Metastasio con disegno datone
da Lorenzo Carpinelli, nostro architetto, il quale
similmente ne diresse l’innalzamento con molta sua
lode e con universale appagamento della città. Le
pitture del nuovo edifizio furono l’ultimo lavoro del
fabrianese Raffaele Fogliardi che a’ suoi tempi fu molto
riputato in questo genere» (Le storie di Assisi).
Da non trascurare, per capire il singolo caso del
Metastasio, le notazioni dell’autrice sulla generale
prassi urbanistica relativa ai teatri: per il periodo di
riferimento si parla ancora di teatri mimetici, senza
particolare evidenza nel tessuto urbano, che fanno i
conti con il poco spazio concesso dalle preesistenze
edilizie, senza imporre significative modificazioni
urbanistiche: non vi era un modello di facciata specifico
per il teatro, che manteneva lo stile degli altri palazzi;
gli sforzi progettuali erano piuttosto concentrati sulla
sala, di solito concepita a ferro di cavallo, con tre ordini
di palchi e loggione.
L’autrice passa quindi a descrivere il Metastasio
originario: le due iscrizioni all’ingresso, una a Pietro
Trapassi e l’altra a Lorenzo Carpinelli, tra le quali
campeggiava lo stemma della Società Metastasiana,
il centauro con arco della famiglia Trapassi cui
Il pittore Raffaele Fogliardi e il suo sipario di Assisi
Nell’ambito della ricerca sul Teatro Metastasio
promossa dall’associazione Commedia Harmonica con
la collaborazione di alcuni cittadini di Assisi, come già
scritto sulle pagine di questo periodico, è stato ritrovato
ed esposto per qualche ora sulla Piazza del Comune,
perché i cittadini potessero ammirarlo, il sipario del
teatro, opera di Raffaele Fogliardi, con la speranza che si
possa anche procedere in tempi brevi al suo restauro. Del
sipario, già visto e fotografato da alcuni professionisti
qualche anno fa per partecipare a un concorso relativo
al restauro, si era poi persa traccia; infatti l’opera è
stata ritrovata, su richiesta dei promotori della ricerca
sul Teatro Metastasio e con la collaborazione di alcuni
dipendenti del Comune di Assisi, in un magazzino del
Comune stesso. L’esposizione del sipario è avvenuta con
la supervisione di un esperto restauratore.
La Società Teatrale Metastasiana incaricò di realizzare
l’opera Raffaele Fogliardi, pittore marchigiano; infatti
egli era assai conosciuto all’epoca per aver già realizzato il
sipario del Teatro dedicato ad Apollo a Foligno, edificio
completamente distrutto da un bombardamento nel
1944, e le decorazioni dei teatri di San Benedetto del
Tronto e San Severino Marche.
Il sipario, raffigurante una complessa allegoria in
Il dio Apollo secondo Raffaele Fogliardi
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
31
cui si vedono la dea Minerva, la città di Assisi, il Monte
Subasio, i poeti Properzio e Metastasio coronati d’alloro,
poi Ninfe, geni festosi e ancora altri personaggi, è stata
l’ultima opera di Raffaele Fogliardi, che volle comunque
portarla a termine nonostante già sentisse gli effetti della
malattia che poi lo condusse alla morte ospite in casa
del figlio Domenico, professore, umanista e patriota,
residente a Fabriano.
Raffaele Fogliardi nacque ad Apiro nelle Marche il 4
marzo 1776, visse a Tolentino dove conobbe Giuseppe
Lucatelli, noto pittore con il quale collaborò e dal quale
ottenne consigli e aiuti per la sua arte.
Dell’opera di Fogliardi restano testimonianze nella
decorazioni di ville di famiglie aristocratiche e della ricca
borghesia nelle Marche e la sua produzione artistica è
veramente ragguardevole. Particolarmente rilevanti
sono la decorazione della Cappella del SS. Sacramento
della Cattedrale di Ascoli Piceno, quella della Sala delle
Colonne nella pinacoteca della stessa città e ancora la
decorazione del piano nobile del Palazzo dei Capitani,
ora sede del municipio di Ascoli.
Un profilo biografico e artistico del pittore è stato
realizzato recentemente da un discendente in linea
materna, il professor Paolo Latini, con il libro I Fogliardi
nella vita culturale e patriottica dell’Ottocento – Note
storiche sulla Famiglia e sul palazzo Fogliardi di Fabriano
pubblicato da Porzi Editoriali di Perugia nel 2011.
Pier Maurizio Della Porta
nell’altra mano era stata collocata una maschera;
l’ingresso alla platea sopra cui era scritto che l’esempio
«innamora, corregge / persuade, ammaestra»; i tre
ordini sovrapposti della sala, con 17 palchi ciascuno; le
numerose decorazioni. Attenzione maggiore prende la
descrizione del sipario di Fogliardi, cui la committenza
aveva fatto condensare in un’unica scena gli elementi
ideali della città: il tempio di Minerva e Assisi illuminata
dall’aurora, Apollo che scende dal Subasio, Properzio
e Metastasio, quest’ultimo che riceve l’investitura dagli
altri personaggi.
Un’ultima sezione del capitolo tratta dell’apertura
del teatro, il 4 ottobre 1840, con l’opera Emma di
Antiochia di Mercadante (uno degli artisti allora più
eseguiti insieme a Bellini, Donizetti, Rossini, Verdi) e
con Ines de Castro di Giuseppe Persiani. A rappresentarle
un cast organizzato dal maceratese Ercole Tinti, agente
a Bologna e impresario in diversi teatri della Toscana,
Particolare del sipario rappresentante la maschera teatrale
della tragedia
dell’Emilia, delle Marche e dell’Umbria. L’autrice segue
i vari passi dell’accordo tra Ercole Tinti e le autorità di
Assisi per la serata; traccia brevi profili degli importanti
attori coinvolti (orchestra e coro erano invece reclutati
localmente); riporta una critica dell’epoca sull’Emma
di Antiochia (relativa però alla prima dell’opera alla
Fenice di Venezia).
Il terzo capitolo della tesi presenta l’attività
del Metastasio fino al 1861. Essa rientrava nelle
caratteristiche comuni alla maggior parte dei teatri
dell’epoca: l’anno teatrale era diviso in più stagioni; la
più importante era quella del Carnevale che iniziava il
26 dicembre per finire il martedì grasso e comprendeva
una trentina di appuntamenti (ma tra questi solo 2-3
opere importanti); c’erano poi la stagione di Primavera
e quella d’Autunno, collegata alle fiere; il periodo
estivo si caratterizzava per spettacoli all’aperto.
Le compagnie erano classificate in tre ordini:
32
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
Il teatro Metastasio come di presentava, in stato di abbandono,
poco prima della sua ristrutturazione e rifunzionalizzazione
(foto Andrea De Giovanni)
quelle di prim’ordine giravano per le capitali, i
capoluoghi e altre importanti città; quelle di secondo
si limitavano alle città meno importanti delle varie
province; quelle di terz’ordine operavano nei piccoli
centri. Al Metastasio ai suoi primi decenni di vita
lavorarono tutte le tre tipologie. La compagnia teatrale
ottocentesca era comunque in genere “capocomicale”:
un capocomico ne era il proprietario e faceva da
impresario nei confronti di teatri e amministrazioni,
sceglieva le opere da rappresentare e curava eventuali
rapporti con gli autori, assumeva gli attori, si faceva
carico delle spese per costumi, scene, ecc, svolgeva
il ruolo di regista o comunque di coordinatore
e supervisore, amministrava il tutto. Costui, nel
proporre la propria compagnia, a volte fingeva, per
darsi credito, di avere già dei pretendenti o di essere già
in parola con altri teatri. Fulvia Angeletti riporta, con
il sostegno di alcuni documenti, la simpatica – ma per
lui sfortunata – vicenda del capocomico Feliziani tra il
novembre 1841 e il febbraio 1842: egli, vantandosi di
avere già scritture a Perugia e a Foligno, pretendeva di
“incastrare” tra queste una serie di spettacoli ad Assisi;
sennonché la Società teatrale di Assisi raccolse, presso
le due città vicine, informazioni opposte a quelle date
da Feliziani e gli negò il contratto né si piegò alle sue
insistenze e giustificazioni. Il discorso sulle compagnie
ha offerto alla studiosa anche l’occasione per discutere
del tipico schema fisso di ruoli su cui esse si basavano
all’epoca: amoroso, primo attore, prima attrice,
brillante, caratterista, padre nobile, madre nobile,
attor giovane, attrice giovane, seconda donna sono le
“etichette” ricorrenti nel lessico teatrale del tempo.
Intervengono a questo punto altre considerazioni
generali che vanno oltre il caso del Metastasio di Assisi,
come quelle sul tipo di rappresentazioni in voga nella
prosa e sull’approccio tenuto dalle compagnie, un
assemblaggio di generi in cui in un solo spettacolo tutti
facevano tutto – commedia, trasformismo, acrobazie,
danza, canto, musica – oppure una versatilità da
spettacolo a spettacolo. E comunque – constata
l’Angeletti – era il periodo in cui le attenzioni massime
erano sull’opera lirica, sia da parte del pubblico sia da
parte dei più bravi autori di testi, che s’impegnavano
come librettisti.
L’importanza non solo artistica ma anche sociale
e ideologica della lirica è mostrata dall’autrice nella
sezione Il Teatro Metastasio durante il Risorgimento.
Particolare rilievo è giustamente dato alla venuta in
Assisi di Garibaldi, con annessa serata al Metastasio
per la rappresentazione della verdiana I Lombardi
alla prima crociata. Si ricorre ancora a Cristofani:
«Nell’autunno 1848 [in realtà all’inizio dell’inverno,
il 27 dicembre, n.d.r.] fu in Assisi Giuseppe Garibaldi,
accorso dall’America a combattere per l’indipendenza
della patria sua: e a quell’occasione più che in
qualunque altra mai si sfogò l’entusiasmo popolare
al teatro in nastri, bandiere, in catene di fazzoletti e
di veli femminili che si dicevano d’unione nazionale,
e in tutte le altre baldorie innocenti di quel vero
carnevale che si continuò per tutto il tempo della
guerra d’indipendenza, combattuta felicemente prima,
infelicissimamente poi nel Lombardo-Veneto» (Le
storie di Assisi). Ed era già dai primi di febbraio che
il teatro era divenuto luogo di festeggiamenti legati ai
fatti politici, come la concessione di costituzioni da
parte dei sovrani italiani; addirittura, una compagnia
propose alla deputazione teatrale del Metastasio una
serie di spettacoli i cui proventi, in parte, sarebbero
andati a finanziare l’armamento della Guardia Civica,
istituzione esistente nel territorio pontificio dal luglio
1847.
Fulvia Angeletti prende qui lo spunto per tracciare
un sintetico quadro sull’operato della censura, che
nell’ultimo decennio preunitario si fece più pesante e
più marcatamente politico (cioè non si occupò solo di
decoro, moralità e ordine pubblico) e che si rivolse in
particolare al teatro proprio perché esso aveva finito
per essere il termometro dell’effervescenza politica: in
proposito l’autrice cita alcune circolari che Delegazione
Apostolica di Perugia e Ministro dell’Interno inviarono
al gonfaloniere di Assisi negli anni ’50.
La penultima sezione del capitolo, e dell’intera
tesi, riguarda la cessione del teatro al Comune. La
Società Metastasiana, già dal 1846, non riteneva più
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
Foglio di presentazione della compagnia “La guardia civica”
inviato alla deputazione teatrale di Assisi l’8 aprile 1848. In
fondo alla presentazione si legge ancora «EVVIVA PIO IX»:
da pochi giorni il Papa aveva inviato un corpo d’operazione
a sostegno dell’esercito sardo; a fine anno invece il Papa sarà
ormai considerato un nemico dei patrioti.
possibile portare avanti l’impresa a proprie spese; si
dichiarava quindi disponibile e cedere la proprietà al
Comune se questo avesse garantito la metà delle spese
d’esercizio; l’altra metà sarebbe rimasta pertinenza dei
vecchi azionisti, che avrebbero mantenuto proprietà
dei palchi e diritto di voto sulle scelte del teatro. Non
soddisfatto della proposta, il Comune attese due anni
prima di esaminare a fondo la questione ed elaborò
un suo progetto d’acquisizione: non vi si accennava
alla proprietà privata dei palchi e presidente della
deputazione teatrale era fatto il gonfaloniere (seduta
del Consiglio del 22-12-1848). La Società teatrale
33
accettò. Tuttavia, in parte il puntiglio della Delegazione
Apostolica, che non voleva ratificare il passaggio
prima della redazione di un nuovo regolamento del
teatro in cui la Società e il Comune precisassero più
a fondo diritti e doveri reciproci, in parte l’insorgere
di problemi di cassa per il Comune, rimandarono la
cessione: l’autrice ricostruisce con efficace precisione
questo inconcludente iter. I fatti del Risorgimento
distrassero da ulteriori pratiche sull’argomento, fino a
quando l’Umbria entrò nel Regno d’Italia. Fu quindi
Vittorio Emanuele II ad autorizzare l’acquisto da parte
del Comune, con regio decreto del 2 marzo 1862, ma
l’effettivo contratto tra Società e amministrazione fu
stipulato solo il 15 ottobre.
La trattazione della tesi si conclude con una carrellata
sugli interpreti e le compagnie che caratterizzarono la
vita del Metastasio dagli anni ’50 al fatidico ’61. Ad
esempio calcò il palcoscenico assisiate Luigi Bonazzi,
che lavorò con le più prestigiose compagnie italiane
del tempo, ne fondò una propria e chiuse la carriera
attoriale alla Reale di Napoli, per poi trasferirsi nella
natia Perugia e ‘interpretare i ruoli’ per cui è più noto:
professore di liceo e storico.
Seguono e chiudono la tesi, prima dell’appendice
documentaria, 30 tavole che riproducono in forma
fotografica alcuni dei documenti utilizzati, alcuni
manifesti degli spettacoli tra cui quello della prima
apertura dell’ottobre 1840 e quello del I giugno
1861, il progetto di Venanzi e Brizi del 1880 per la
riduzione del teatro, immagini scattate dal fotografo
Andrea De Giovanni prima che si decidesse nel 1956
la trasformazione del Metastasio in cinema.
Red.
* Presentando questa sintesi della tesi, discussa nell’anno accademico
2008-2009 con relatore il prof. Alessandro Tinterri (Storia del teatro
e dello spettacolo), ci auguriamo non solo che i lettori, incuriositi,
chiedano all’autrice di consultare il suo studio, ma che l’autrice stessa
prosegua il lavoro di ricerca e trascrizione portandolo oltre l’anno 1861
e almeno fino al 1956, anno in cui il Metastasio cessò d’essere un teatro
all’italiana.
È attivo il sito ufficiale dell’Accademia:
www.accademiaproperziana.eu
34
MEMORIE
Il generale a teatro
Garibaldi al Metastasio di Assisi
di Gemma Fortini
Ripubblichiamo con convinzione le emozionate ed emozionanti pagine in cui Gemma Fortini, nel suo Città di poeti
(Tipografia Porziuncola, Assisi, 1954), racconta l’arrivo di Garibaldi ad Assisi nel dicembre 1848. Questo passo è
per noi prezioso anche perché contiene una descrizione, tutta letteraria, del sipario che era stato dipinto per il teatro
Metastasio dal pittore specializzato Fogliardi.
I
l 12 dicembre 1848 Giuseppe Garibaldi era arrivato
con Masina a Roma, dove la sua Legione, che si trovava allora in Romagna, avrebbe dovuto prendere subito
servizio. Ma la diffidenza sparsa contro i suoi soldati lo
aveva indotto, il 21 dicembre, a ritornare sui suoi passi.
Aveva con sé quattrocento soldati laceri, scalzi, affamati.
Scrive Gustavo Sacerdote:1
«I Comuni sono pieni di sgomento, quando odono che
si avvicina la Legione di Garibaldi. È come venisse una
banda di briganti guidata dall’Anticristo. Quei municipii si rivolgono al Governo, supplicando che tenga
lontana da loro una tale iattura». Non così la pensavano
i cittadini di Assisi, i quali, essendo venuti a sapere che il
27 dicembre Garibaldi si trovava a Foligno, gli inviarono
una commissione per indurlo a recarsi nella loro città.
Secondo una vecchia consuetudine, quella sera, festa di
San Giovanni, si apriva il teatro e Garibaldi non doveva
mancare, dato che si rappresentava
un lavoro che rispecchiava lo spirito e i sentimenti dei nuovi tempi,
l’opera in musica di Giuseppe Verdi
«I Lombardi alla prima Crociata».
A capo della commissione era il
conte Giuseppe Fiumi,2 il quale si
era offerto di ospitare Garibaldi nel
suo palazzo. Non ci fu bisogno di
molte parole per convincere Garibaldi ad accettare. Si sa la grande
passione che l’Eroe ebbe sempre per
la musica e per la poesia. Possedeva
una voce calda da tenore; una volta,
nel 1834, essendo già condannato a
morte e correndo il rischio di essere arrestato, riuscì a commuovere i
suoi persecutori, cantando una delle più belle e popolari canzoni di
Béranger: «Il Dio della gente». Se i
Lombardi non fossero stati rappresentati per la prima
volta a Milano l’11 febbraio 1843, si potrebbe pensare
che siano sgorgati da quello speciale clima di misticismo
eroico caratteristico della prima guerra d’indipendenza.
Tutti ricordano i versi scritti nel 1846 dal Giusti:
«...Dalle trombe di guerra uscian le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri Stenti
E de’ perduti beni si rammenti.
Era un coro del Verdi: il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
Quello: O Signore, dal tetto nati o,
Che tanti petti ha scossi e inebriati».
Si comprende perciò come su quest’opera si fosse
fermata l’attenzione degli Accademici del Subasio,
nell’apprestare la stagione lirica
in quell’inverno tra il 1848 e il
1849. Garibaldi accettò l’invito.
Insieme con Masina e con altri
si diresse a cavallo verso Assisi
nelle prime ore del pomeriggio.
Diciassette chilometri separano
Foligno da Assisi. Dopo Spello,
all’altezza di Santa Trinità, la strada
lascia la pianura per arrampicarsi,
attraverso ampie curve, su per la
collina fino alla frazione di San
Vitale per poi proseguire a mezza
costa fino alla città. Che cosa provò
il Condottiero percorrendo quella
via, nella pace donata dalla festa
natalizia, in quella pausa delle dure
battaglie, respirando la serenità
inconsueta del dolce paesaggio che
brillava nella vallata tra gli olivi
MEMORIE
d’argento? Certe descrizioni della sua Autobiografia ci
dicono il suo amore per le bellezze naturali. Presso la
piccola chiesa di San Potente, a circa due chilometri da
Assisi, erano allineate le due compagnie della guardia
civica, immobili, impeccabili, con i loro ufficiali.
Quando apparve il cavallo, bianco, rullarono i tamburi:
ad un comando, duecentocinquanta baionette si sol
levarono nel sole. Il generale percorse lentamente il
fronte dello schieramento; giunto davanti alla bandiera
offerta dalle dame di Assisi, che l’alfiere abbassava
davanti a lui, si arrestò per un istante e portò la mano
alla fronte, salutando. Quindi tutti si avviarono, egli
precedendo sempre a cavallo gli uomini che marciavano
con passo cadenzato. A Porta Nuova, attendeva
la banda. Squillarono le note del nuovo inno della
guardia civica, che, scritto nel settembre 1847, correva
ormai trionfalmente per tutta l’Italia, divenuto il canto
dell’unione e dell’indipendenza:
«Fratelli d’Italia,
L’Italia s’è desta…»
Giunsero davanti al palazzo Fiumi. Garibaldi discese,
accolto sull’ingresso dalla giovane sposa del conte
Giuseppe, Virginia Oddi Baglioni, che fece gli onori
di casa. Si cenò. Arrivò l’ora della rappresentazione. Il
teatro di Assisi era allora presso a poco così, come oggi
si scorge: piccolo e armonioso, con i suoi tre ordini
di palchi, messi a stucco lucido, ornati di amorini e
di figure simboliche. Lo aveva costruito tredici anni
prima, nel 1835, Lorenzo Carpinelli, Accademico del
Subasio, ornandolo con lapidi, imprese, motti suggeriti
dagli altri Accademici, in omaggio a Pallade, alla
Musica, alla Poesia, e sopratutto al grande concittadino
a cui il teatro era intitolato, Pietro Trapassi, «principe
de’ drammatici», come ricordava l’iscrizione posta
nell’atrio, «gran maestro d’affetti e di virtù». L’Accademia
Properziana aveva dato l’ispirazione per il soggetto
raffigurato nel sipario. Vi si scorgeva il monte Subasio,
con la vetta illuminata dalla nascente aurora, la città
distesa lungo la costa, il tempio di Minerva, un bosco
di lauri. Properzio veniva avanti, la fronte coronata
d’alloro, conducendo per mano Metastasio; e ambedue
mostravano delle scritte dove si leggevano i nomi di
Cinzia e di Didone. Ad essi si faceva incontro Apollo,
disceso dal monte, accompagnato da Melpomene, con
la clava, la maschera e il pugnale; e da Erato, con la lira,
il libro e la fiaccola. Properzio presentava Metastasio
al dio; e intanto un genio alato arrivava, portando un
serto d’alloro per il nuovo poeta. Le Muse intessevano
35
anche esse ghirlande; altri genii volavano gettando
fiori; altri ancora stavano seduti sui gradini del tempio,
suonando vani istromenti. Era la storia e il poema
dell’Accademia durante i suoi tre secoli di vita ed era, al
tempo stesso, la storia e il poema del dolce sopore in cui
l’Italia per tutto questo tempo si era obliata. Ed ecco,
di colpo, come ammoniva l’inno ripetuto dalla banda
civica al momento in cui Garibaldi si affacciava dal
palco d’onore della seconda fila, la Madre era balzata
in piedi, armata e pronta ad ogni cimento. Sfolgorava
la camicia rossa dell’Eroe, riverberando un fulgore
d’ incendio che vinceva le cento luci accese sul ricco
lampadario di cristallo. L’uragano delle grida e degli
applausi piegava le fiammelle dei lumi posti intorno
al triplice ordine di palchi. Si trovavano di fronte, per
la prima volta, in quella sera carica di destino, in quel
teatro di Assisi, il passato e l’avvenire, l’Italia cortigiana
e l’Italia eroica, i poeti arcadici e i poeti guerrieri.
Disperse erano le maliose orchestre dei monaci
trasognati, usciti dai chiostri solitarii per celebrare,
sul ritmo di languidi madrigali, le rose d’autunno, gli
amori senza speranza, le fontane ammutolite nei parchi
abbandonati. Una nuova fede, una nuova visione,
sorgeva dalle note lunghe, gravi, solenni del preludio, a
cui rispondeva, dietro le quinte, un clangore di trombe.
Il suono dell’organo si alternava con gli squilli degli
ottoni, la preghiera a Maria con i richiami delle scolte,
l’invocazione a Dio con la maledizione verso coloro che
fossero venuti meno al sacro giuramento:
«All’empio che infranse la sacra promessa,
L’obbrobrio, l’infamia sul capo ricada».
E questo flutto di poesia in cui si univano la fede e
la patria, Dio e la libertà, la croce e la spada, era
il quarantotto. Nessuna altra cosa avrebbe potuto
esprimere la santa primavera della Patria, meglio
dell’opera verdiana che, in quella sera dell’anno 1848,
veniva rappresentata nel teatro dell’Accademia assisana,
consacrata da venti generazioni di poeti, rinnovata
nel sacro fervore della riscossa italiana. La presenza di
Garibaldi donava alla rappresentazione un’aureola di
glorificazione e di predestinazione. Atto terzo. È l’atto
della processione. Tre note possenti, lunghe ed uguali
dell’orchestra. Poi silenzio. Ed ecco venire di lontano
un trepido richiamo, un coro sommesso e dolente:
«Gerusalem! Gerusalem!
La grande, la promessa città...».
36
MEMORIE
Tutti sentivano e intendevano quale fosse la
Gerusalemme da tutti invocata, la città più grande di
ogni altra, più sacra di ogni altra, più desiderata di ogni
altra, verso la quale si volgevano in quell’ora i cuori
degli italiani. Pochi giorni prima Garibaldi, salutando
la legione in cui avevano combattuto i quaranta
volontari di Assisi, l’aveva così rievocata: «Dio benedica
voi, che potete scrivere, senza profanarlo, sulla vostra
bandiera il sacro nome di Roma». Non c’erano altri
lauri nel giardino d’Elicona. Ad essa andava il fremito
dei vati, che il suo nome ponevano adesso al posto delle
donne del loro sogno. Metastasio ripeteva il severo
ammonimento di Catone:
«...Ella è per tutto
Dove ancor non è spento
Di gloria e libertà l’amor natio;
Son Roma i fidi miei, Roma son io».
Ben potevano essere queste le parole del proclama di
guerra che, in quella tregua di armi, Garibaldi si apprestava
a lanciare ai difensori della Città Eterna. L’entusiasmo
aveva raggiunto toni di delirio. Ne fa attestazione il
Cristofani, il quale di questo avvenimento non ci ha
trasmesso che un fugace cenno: «Nell’autunno del ’48
fu in Assisi Giuseppe Garibaldi, accorso dall’America
a combattere per l’indipendenza della patria sua; e a
quell’occasione, più che in qualunque altra mai, si sfogò
l’entusiasmo popolare al teatro in nastri, in bandiere, in
catene di fazzoletti e di veli femminili che si dicevano
d’unione nazionale ». Non una parola su tutto il resto,
che viene riportato invece nel solito diario manoscritto
e inedito del Marelli. Il teatro non era più ormai che
un solo palpito di tricolori. Adesso il coro dei crociati
aveva intonato:
in quella lontana notte di carnevale, aveva composto
il suo melodramma a diletto delle dame e dei cavalieri.
Le corone di lauro, che Apollo porgeva ora ai suoi
cantori, erano anche esse legate con i colori che gli
Accademici del Subasio vedevano rifulgere in cielo ed
in terra, quale vaticino di gloria e di libertà. La poesia
degli dei innamorati e delle pallide Ninfe era divenuta
arma salda e affilata nel pugno dei nuovi cantori
della Patria. Garibaldi, Masina e gli altri partirono il
mattino seguente. Scesero giù per la strada degli Angeli.
Giunti al borgo, dovettero fermarsi presso la bottega
di un maniscalco, perchè il cavallo bianco del generale
aveva perduto un ferro. Ma si sa che i ferri di cavallo
perduti portano fortuna a chi li ritrova. Un paesano
degli Angeli, detto per soprannome Passopiano, resse
la gamba del cavallo mentre lo ferravano, e se ne vantò
per tutta la vita, trovando così il modo di passare
anche lui, insieme con Garibaldi, alla posterità.3 Sulla
facciata del palazzo Fiumi si legge oggi questa lapide:
«Giuseppe Garibaldi – il 27 dicembre 1848 – fu ospite
qui del conte Giuseppe Fiumi. – Gli Assisani reduci dalle
patrie battaglie – posero questa memoria – al glorioso
capitano dei popoli oppressi – 3 luglio 1882». Nessun
ricordo dell’avvenimento conserva invece il Teatro
Metastasio. Sarebbe opportuno collocarvi un’iscrizione
commemorativa, su per giù con queste parole: «Giuseppe
Garibaldi, – ascoltando la sera del 27 dicembre 1848 in
questo teatro – l’opera di Giuseppe Verdi – I Lombardi
alla prima Crociata, — ebbe la certezza — dell’unità e
dell’indipendenza — d’Italia».
Note
1
2
«Te lodiamo, gran Dio di vittoria
Te lodiamo, invincibil Signor...».
Era la profezia infallibile. Il sangue versato avrebbe dato
i suoi frutti; il tricolore vittorioso avrebbe sventolato
un giorno sotto il cielo di Roma, nella luce del
Campidoglio. Fu in quell’ora, ad Assisi, nella città dei
guerrieri e dei poeti, che Garibaldi ebbe la certezza di
ciò che si sarebbe compiuto: nessun fato avverso avrebbe
potuto più affievolire questa sua incrollabile fede di
vittoria. Nella serena notte invernale scintillavano le
stelle sul palazzo patrizio dei Fiumi. Garibaldi riposava
sotto l’ampio baldacchino della stanza nobiliare, nel
medesimo luogo dove l’accademico conte Ulderico,
La vita di Giuseppe Garibaldi, Milano, 1933, pag. 405.
Il rappresentante dell’Accademia del Subasio, il poeta Giovanni Bini
Cima, parlando il 9 dicembre 1889 sulla bara di quest’altro intrepido
soldato della libertà, anche esso letterato e poeta (nell’Archivio Leonelli
si conservano di lui un’ «Epistola», scritta nel 1869 e un «Programma per
lotta della Verità contro l’Errore», del 1876), anche esso fino dal 30 agosto
1844 entrato nella antica Accademia degli avi, disse: «Tutti sappiamo con
quanto ardore ei proseguisse sempre la lotta secolare, continua, d’Italia
contro il doppio suo nemico, lo straniero e il temporale dominio dei papi.
Nel 1849, al tempo di quella gloriosa repubblica romana per la quale
lampeggiarono di luce vivissima, ma breve, gli esempi dell’antica virtù,
egli, tenente colonnello della guardia nazionale repubblicana pel nostro
circondano, redigeva una dignitosa protesta, a nome del suo battaglione,
contro l’invasione francese» (Diario Leonelli, vol I). Era nato il 28
settembre 1821.
3
Diario Leonelli, 1882, 16 luglio.
PUBBLICAZIONI DELL’ACCADEMIA PROPERZIANA
NEGLI ANNI 1975-2008
Assisi nella poesia italiana del Novecento, a cura di F. SANTUCCI e P. TUSCANO,
Assisi 1975, pp. 36 (esaurito).
F. CASOLINI, P. Leone Bracaloni ofm, present. di L. Canonici, Assisi, Accademia
Properziana del Subasio 1975, pp. 16 (esaurito).
Colloquium Propertianum (Atti del I Convegno su Properzio, Assisi, 26-28
marzo 1976), a cura di M. BIGARONI e F. SANTUCCI, Assisi 1977, pp.132,
€ 10,33.
«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 1, Assisi 1978, pp.156,
€ 10,33.
Francesco Pennacchi, «Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 2,
Assisi 1979, pp. 120 (esaurito).
G. ZANOTTI, Antonio Cristofani storico e letterato (Saggio bio-bibliografico), presentazione di S. Vivona, «Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI,
n. 3, Assisi 1980, pp. 128, € 10,33.
«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 4, Assisi 1980, pp. 172,
€ 10,33.
Colloquium Propertianum secundum (Atti del II Convegno su Properzio, Assisi, 9-11
novembre 1979), a cura di F. SANTUCCI e S. VIVONA, Assisi 1981, pp. 216,
€ 10,33.
Aspetti di vita benedettina nella storia di Assisi (Atti del Convegno di studi benedettini, Assisi, 12-13 settembre 1980), [a cura di F. SANTUCCI] «Atti
Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 5, 1981, pp. 310,
€ 10,33.
«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 6, Assisi 1982,
pp. 152, € 10,33.
Colloquium Propertianum tertium (Atti del III Convegno su Properzio, Assisi,
29-31 maggio 1981), a cura di S. VIVONA, Assisi 1983, pp. 170, € 10,33.
San Francesco e il francescanesimo nella letteratura italiana del Novecento (Atti del
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Propertius. Codex Guelferbytanus Gudianus 224 olim Neapolitanus, prefazione
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M. J. STRAZZULLA, Assisi romana, «Atti Accademia Properziana del Subasio»,
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G. ABATE, La medievale «Piazza Grande» di Assisi, a cura di F. SANTUCCI,«Atti
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Bimillenario della morte di Properzio (Atti del Convegno internazionale di Studi
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Omaggio ad Alessandro Manzoni, a cura di G. CATANZARO, F. SANTUCCI e S. VIVONA,
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Assisi per il Bimillenario della morte di Properzio, «Atti Accademia Properziana
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«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 13, Assisi 1986,
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Il parco del Monte Subasio. Ambiente fisico e umano, a cura di F. RAMBOTTI, Assisi
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MAGISTRI RUFINI EPISCOPI De Bono Pacis, a cura di A. BRUNACCI e G. CATANZARO,
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«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 14, Assisi 1987,
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G. CATANZARO – O. CIACCI – F. SANTUCCI, Giuseppe Aromatari nel IV Centenario della nascita, «Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI,
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«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 16, Assisi 1988,
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Tredici secoli di elegia latina (Atti del Convegno internazionale, Assisi, 22-24
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Studio sul Movimento dei Disciplinati di Perugia), Assisi 1989, pp. 422,
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San Francesco e il Francescanesimo nella letteratura italiana dal Rinascimento al
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a cura di S. PASQUAZI, Roma, Bulzoni Ed., 1990, pp. 400, € 24,79.
L. PROIETTI PEDETTA, Le confraternite di Assisi dopo il Concilio di Trento, Assisi
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Arnaldo Fortini nel Centenario della nascita ( 1889-1989), [a cura di F. SANTUCCI],
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La favolistica latina in distici elegiaci (Atti del Convegno Internazionale, Assisi,
26-28 ottobre 1990), a cura di G. CATANZARO e F. SANTUCCI, Assisi 1991,
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Assisi nell’età del Barocco, a cura di A. GROHMANN, Assisi 1992, pp. 424, €
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La poesia cristiana latina in distici elegiaci (Atti del Convegno internazionale, Assisi,
20-22 marzo 1992), a cura di G. CATANZARO e F. SANTUCCI, Assisi 1993,
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«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 20, Assisi, Tipografia
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«Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 21, Assisi 1993,
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Presenza clariana nella storia di Assisi, a cura di F. SANTUCCI, Assisi 1994,
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F. SANTUCCI, Assisi 1943-1944. Documenti per una storia, Assisi 1994, pp. 316,
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E. GENOVESI, Le grottesche della «Volta Pinta» in Assisi, «Quaderno» n. 1, Assisi
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Assisi al tempo di Federico II, a cura di F. SANTUCCI, «Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VI, n. 23, Assisi 1996, pp. 248, ill., tavv.,
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Assisi e gli Umbri nell’antichità (Atti del Convegno, Assisi, 18 dicembre 1991),
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A. ÀLVAREZ HERNANDEZ, La poètica de Propercio (Autobiografía artística del “Calímaco romano”), prefazione di P. FEDELI, Assisi 1997, pp. 340, € 25,82.
In memoria di Salvatore Vivona. Saggi e studi, a cura di G. CATANZARO, Assisi
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G. CATANZARO, Francesco Antonio Frondini e l’Accademia Properziana del Subasio,
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Omaggio a Francesco Antonio Frondini nel centocinquantesimo anniversario della morte.
1 – Museo Lapidario Asisinate, 1787, a cura di G. BONAMENTE e G. CATANZARO,
Assisi 1997, pp. 2l6, ill., € 30,99.
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G. CATANZARO, Francesco Antonio Frondini e la sua famiglia, «Quaderno» n. 7,
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N. D’ACUNTO, Assisi nel Medio Evo. Studi di storia ecclesiastica e civile, «Quaderno» n. 8, pp. 250, Assisi 2002, € 22,00.
A. TOAFF, Gli ebrei nell’Assisi medievale (1305-1487 ). Appendici e aggiornamenti,
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P. COGOLLI, Speziali e spezierie dalla fine del ’500 al primo ’900, «Quaderno»
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Properzio tra storia arte mito (Atti del Convegno internazionale, Assisi, 24-26
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Bettona. Archeologia e storia, vol. I, a cura di F. SANTUCCI, «Atti Accademia Properziana del Subasio», Serie VII, n. 8, Assisi 2003, pp. 380, € 40,00.
Bettona. Territorio, folklore, letteratura, arte, vol. II, a cura di F. SANTUCCI, «Atti
Accademia Properziana del Subasio», Serie VII, n. 9, pp. 280, Assisi 2004,
€ 35,00.
PROPERZIO, Elegie, traduzione in lingua russa di ALEKSEI LIUBZHIN dell’edizione Fedeli, ediz. bilingue. Mosca 2004, pp. 272, s.i. prezzo.
Orti e giardini di Assisi. Dalla memoria storica alla riqualificazione culturale e urbanistica. Atti della Giornata di studio (Assisi 22 novembre 2003), a cura
di F. GUARINO, Città di Castello 2004, € 20,00.
A. MARIONNI, Dall’una all’altra Aurora. Louis Le Cardonnel prete e poeta (18621936), «Quaderno» n. 10, Assisi 2004, pp. 170 € 23,00 (per ordinazioni,
rivolgersi all’Autore).
«Atti Accademia Properziana del Subasio in Assisi», Serie V, (1954-1970)
ristampa anastatica, a cura di F. SANTUCCI, Assisi 2004, pp. XVI + 608,
€ 40,00.
F. GUARINO, Lo Statuto di Bastia Umbra del 1622. L’edizione a stampa del 1773,
pp. 128, Città di Castello 2004, € 30,00.
G. CATANZARO, Storia dell’Accademia Properziana del Subasio. Presentazione di
F. Santucci. Trascrizioni di A. Maiarelli, Assisi 2004, voll. 2 pp. XVI + 310;
XVI + 420, € 75,00 (i due volumi non si distribuiscono separatamente).
M. VERMICELLI, L’Ottocento in biblioteca. La Collezione privata Fiumi Sermattei
della Genga, «Quaderno» n. 11, pp. 100 Assisi 2005, € 25,00 (per ordinazioni, rivolgersi all’Autore).
A. DE GIOVANNI, Da Assisi ad Assisi. Storia di un fotografo, a cura di L. De Giovanni, Assisi 2005, pp. 96, € 30,00.
Properzio nel genere elegiaco. Modelli, motivi, riflessi storici (Atti del Convegno
internazionale, Assisi, 27-29 maggio 2004), a cura di C. SANTINI e F.
SANTUCCI, Assisi 2005, pp. 514, € 50,00.
«Atti Accademia Properziana del Subasio in Assisi», Serie VII, n. 10 Assisi
2005. pp. 416, € 50,00.
F. GUARINO (a cura di), La valle del Tescio, Regione dell’Umbria, Parco Regionale del Subasio e Accademia Properziana del Subasio, Città di Castello
2006. pp. 224, € 60,00.
F. SANTUCCI (a cura di), «Giovanni Joergensen - Rocca Sant’Angelo - 1894»,
Accademia Properziana del Subasio, 2007, pp. 96, € 20,00.
M. PERUGI e G. SCENTONI (a cura di), «Il Laudario assisano 36 (dall’Archivio di San
Rufino)», Deputazione di Storia Patria per l’Umbria e Accademia Properziana
del Subasio, Perugia e Assisi, 2007, pp. 534, (pubblicazione realizzata con
il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia).
B. ROMAGNOLI, Luigi Antonio Romagnoli, medico e sindaco di Assisi (1866-1937),
«Quaderno» n. 12, Assisi 2008, pp. 184.
Per ordinazioni rivolgersi: Accademia Properziana del Subasio, cas. post. 106 - 06081 Assisi (PG)
oppure: Herder Editrice e Libreria - Piazza Montecitorio 120 - 00186 Roma
«Subasio», quadrimestrale di informazioni culturali del territorio, trae il suo finanziamento dal contributo dei Soci e di quanti
apprezzano questa iniziativa. È, inoltre, in vendita in alcune edicole. Per ricevere a domicilio i 3 fascicoli quadrimestrali è stato
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