IL BARONETTO VAGABONDO
(None Other Gods)
di
Robert Hugh Benson
***
Indice
NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Dedica dell’Autore
PARTE PRIMA
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
PARTE SECONDA
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
PARTE TERZA
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Riferimenti
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NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Robert Hugh Benson, il figlio del Primate anglicano di Canterbury,
convertito e sacerdote cattolico, Predicatore e romanziere, morto a
43 anni nel 1914, è già noto in Italia. Parecchie sono ormai le
traduzioni delle sue opere: dal primo romanzo apocalittico, “Il
Dominatore del Mondo”, che Vallecchi puntualmente (e
significativamente) ha pubblicato nei due dopoguerra, a l'ultimo
“Tamigi insanguinato” testè uscito pei tipi della S.A.S.; e,
frammezzo, l'altro romanzo storico, “Con quale autorità?”, e, tra le
opere di carattere religioso, “I paradossi del Cattolicismo”, “Cristo
nella Chiesa”, “L'amicizia di Cristo”.
Tutti i suoi libri (scritti nei dodici anni della sua professione
cattolica, salvo due o tre che appartengono all’ultimo periodo in cui
l'aspirazione profonda dell'anima lottava ancora per il distacco dalla
chiesa del padre), riflettono limpidamente il travaglio e le elevazioni
dell’anima sua, creati come furono, quasi senza lavoro di lima,
nell'ardore di un apostolato breve ma intensissimo. Prezioso, per
conoscere le tappe del suo cammino, è il breve volume “Confessions
of a Convert”, che supera un romanzo ed è più efficace di un trattato
di apologetica: lo vedremmo volentieri pubblicato in italiano. Ma in
esso è l'inevitabile ritegno di chi parla di sé a sorvolare sugli aspetti
più intimi e delicati. Questi possono invece essere espressi in
maniera più spontanea quando sono attribuiti a creature di fantasia,
che si muovono in tempi magari distanziati di secoli, ma
spiritualmente identici.
Così nei romanzi storici - tutti del periodo in cui s'è consumato il
divorzio tra l'Isola dei Santi e la Cattedra di Roma - riviviamo il
tormentoso problema che assilla il Benson, e con lui tanti sinceri
anglicani: quello della rottura dell'unità della Chiesa universale, che
essi si sforzano invano, coi più sottili accorgimenti dialettici, di
ritenere tuttora operante. Significativo tra essi il già citato “Con
quale autorità?”, per l'angoscia stessa del titolo, e perché il Nostro
cominciò a scriverlo durante l'ultima e più penosa crisi della sua
rinascita; ed esso, dall'indagine sempre più approfondita delle
ragioni e delle circostanze delle scisma anglicano, si conclude, per il
protagonista come per l'autore, nell'accettazione piena seppur dolorante della disciplina di Roma.
Così nei romanzi escatologici. Nel “Dominatore del Mondo”, “grido
profondo di un'anima che ha paura”, il Benson sviluppa i sintomi
apparenti della società moderna, fino al trionfo dell'Anticristo e
all’oppressione della cristianità superstite; e conclude con la
tempesta di fuoco che annulla la gloria di questo mondo, mentre la
gloria dell'eterno si annuncia con l'eco del Pange Lingua. Quasi a
controbilanciare l'impressione del primo, il Benson scrive poi un
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altro romanzo profetico, “The dawn of all”, nel quale invece la Chiesa
conquista il mondo. Uguale per l'artificio logico, è un sogno mirabile,
che ha pagine di vivissima efficacia, ma, meno consono allo spirito
dell''autore, paradossale.
Specialmente nel terzo gruppo di romanzi, quelli che sono stati
definiti mistici, affiora immediata la personalità del Benson. Sono
parabole con le quali egli intende raggiungere un'efficacia più vasta e
più duratura che con le prediche ammirate, per esprimere delle
verità dimenticate e confuse.
I suoi personaggi sono spesso giovani che accettano il Cristianesimo
soltanto come una espressione di “buon gusto” che non conviene
esagerare, e al quale danno poco posto nella propria vita; giovani che
con aspirazioni graduali e tormentate conquistano la Fede. Le
vicende sono spesso drammi segreti, che per una via dolorosa
conducono dal tesoro parzialmente posseduto nella Chiesa anglicana
a quello pienamente elargito dalla Chiesa cattolica. Sono le
delusioni, le aridità, le consolazioni, le elevazioni; l'ammirazione
dubbiosa e lo sprezzo aperto; la carità dei fratelli abbandonati e
l'incomprensione dei nuovi fratelli. Nei suoi romanzi insomma il
Benson riflette e illustra sotto punti di vista sempre nuovi gli episodi
e le fasi che nelle “Confessions of a Convert” accenna soltanto o
addirittura tace.
Fra tutti, l'opera forse prediletta dal Nostro, forse la migliore, è
questo “None other gods” (è il primo dei Comandamenti: Non avrai
altro Dio fuori che Me). Avventura straordinaria, collana di episodi,
“variati come la vita, sconcertanti come il caso”. Non per semplice
coincidenza è la storia di uno studente di Cambridge. A Cambridge il
Benson visse a lungo, come studente e come cappellano, confidente e
consigliere di studenti, e gli studenti presceglie spesso a personaggi
dei suoi romanzi. Qui egli parla di quel che conosce, del Trinity
Collegie del cortile su cui porgeva la sua camera, simile a quella di
Frank Guiseley; delle campagne e delle strade e dei borghi che aveva
percorso nelle sue predicazioni anglicane e cattoliche, che ritrovava
attorno al suo rifugio di Hare Street House; del monastero e delle
funzioni sacre che lo avevano, commosso a Caldey Abbey (1): del
sobborgo di Hackney Wick, ove nel gennaio 1895 egli aveva iniziato
il suo apostolato di diacono anglicano. E non ci è discaro
immaginare che in Frank Guiseley, assieme a qualche tocco autobiografico, egli rifletta reminiscenze di giovani che ha conosciuti e
consigliati, tanto sa rendercene simpatica la figura.
Ma qualche lettore può trovarsi forse più sconcertato dalla
stravaganza della vicenda, che incantato e persuaso dell'intima verità
delle singole situazioni, che attratto dal significato nascosto. È stato
detto che i romanzi del Benson sono l'apoteosi del sacrificio,
celebrano la Comunione dei Santi. Nella storia di Frank Guiseley è
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evidente il primo carattere; più difficile è vedervi un'espressione
dell'insondabile dogma, quando il sacrificio appare così
assolutamente sprecato, il fallimento così completo. Egli muore per
redimere la insignificante Gertie, la cui perseveranza appare già
dubbia nelle pagine stesse del libro. Attorno al letto di morte sono
Jack Kirkby e Dick Guiseley, ed ambedue paiono privi di ansie
religiose e troppo legati ai beni della terra, ma qualcosa
d'impercettibile ha messo anche in loro un fermento d'inquietudine.
L'ultima parola di Frank è per il dottor Whitty, per il vecchio
scienziato chiuso in un materialismo assoluto, che pare non possa
essere scalfito da alcuna idea di soprannaturale. Forse la stessa
purezza del suo quasi infantile dogmatismo non le renderà più
fragile all'urto della misteriosa potenza della Grazia? E di fianco al
letto v'è anche il pastore anglicano di HackneyWick: che sente
attorno all'agonizzante una presenza misteriosa, una pace immensa,
inesplicabile, e ne rimane turbato. Non seguirà costui, che nella
missione e nel luogo stesso del suo ministero ripete le esperienze del
giovane Robert Hugh Benson, anche il suo ulteriore cammino fino
alla Città sulla Montagna? E il piccolo Jimmie?
g. d. n.
(1) L'abbazia dell'isola di Caldey, abbandonata dall'epoca della Riforma, era
stata ricostituita da una comunità di ritualisti anglicani. Ma i nuovi Benedettini,
nella ricerca dello spirito antico, finirono col sottomettersi a Roma.
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Dedica dell’Autore
Mio caro Jack Kirkby,
a chi potrei dedicare questo libro se non a voi, che foste non soltanto
il miglior amico dell'uomo di cui ho scritto, ma anche quell'unico,
senza il quale il libro non avrebbe potuto esser scritto affatto? A voi
praticamente debbo tutti i materiali occorrenti per l'opera; a voi
Frank lasciò la maggior parte del suo diario, così com'era (ed io
spero di avere rettamente seguito le vostre istruzioni nell'uso che ne
ho fatto); voi vi assumeste il compito di identificare i luoghi da lui attraversati; e, soprattutto, voi mi deste un'impressione così viva di
Frank, da farmi sembrare che io debbo averlo in qualche modo
conosciuto intimamente, quantunque non lo abbia incontrato mai.
Mi pare di dover dire che è questo senso di intimità, questa, per dir
così, straordinaria accessibilità interiore di Frank, che fece di lui
(come voi ed io ambedue riteniamo) press'a poco la persona più
degna di essere amata fra quante ne abbiamo conosciute. In lui si
svolsero naturalmente delle "fasi" veramente straordinarie (e mi
pare che non si possano definir meglio, anche con tutta la nostra
psicologia moderna, che coi vecchi nomi mistici: Purgazione,
Illuminazione, Unione); ma, come i teologi stessi ci dicono, quella
cosa misteriosa che i cattolici chiamano Grazia di Dio, non cancella,
ma piuttosto corrobora e trasfigura le caratteristiche naturali di ogni
uomo sul quale agisce con la sua potenza. In Frank, a me pare, era lo
stesso elemento, - lo stesso principio fondamentale, almeno - che gli
fece compiere cose così assurde come l'affare del pane e burro o del
treno, che gli fece abbandonare Cambridge sfidando ogni criterio di
senso comune e di normale ragionevolezza; che lo tenne legato in
quel deplorevole viaggio coi due vagabondi, e che infine lo condusse
alla morte. Voglio dire che fu una stessa sorta di irragionevole osare
e volere fino in fondo, quantunque si sia manifestato in azioni
svariatissime e fosse ispirato da motivi del tutto diversi.
Comunque, non val la pena di discutere Frank in pubblico in tal
modo. Coloro che leggeranno la storia della sua vita - o meglio, dei
sei mesi di essa che sono narrati in questo libro - dovranno
formarsene da sé una propria opinione. Molti probabilmente lo
diranno una specie di pazzo. Altri lo riterranno soltanto ostinato e
fastidioso. Quanto a me, amo l'ostinazione di questo genere, e non lo
trovo fastidioso. Ognuno deve formarsi la propria idea; io ho il
diritto di formarmi la mia, e son contento di sapere che essa coincide
con la vostra. Dopo tutto, voi lo conosceste meglio di chiunque altro.
Andai a vedere Gertie, come mi avevate suggerito, ma non ne potei
ottenere nulla di utile. Direi che essa è la persona più tipica dei
sobborghi che io abbia mai conosciuta. Ella non seppe dirmi
assolutamente nulla di nuovo su Frank: poté soltanto corroborare
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quel che mi avevate dette voi, e quel che contenevano il diario e le
altre carte. Non rimasi molto con lei.
Ed ora, caro amico, debbo chiedervi di accettare questo libro, e di
prenderne quanto meglio potrete. Molte cose, si capisce, ebbi da
indovinarle, anche più ebbi da ricamare; ma non v'ho messo nulla
più che ricamo. Non ho toccato il canovaccio che mi poneste in
mano, e chiunque voglia sfilare i fili che vi ho inserito potrà farlo,
senza temere che tutto vada in pezzi.
Debbo ringraziarvi per molte ore dense di piacere ed anche di
emozione. L'offerta che vi faccio è l'unica cosa che posso darvi in
ricambio.
Mi dico sinceramente sempre vostro
Robert Hugh Benson
P.S. - Abbiamo tappezzato una nuova stanza da quando non siete più
stato ad Hare Street House. Venite presto a vederla e a dormirvi.
Sentiamo un gran bisogno. di voi. Ed io debbo parlarvi molto di
Frank.
P.P.S. - Sento che Lady Talgarth è tornata a vivere con suo padre.
Provò a stare alla Dover House nel Westmoreland, ma pare che
l'abbia trovata troppo solitaria. Sarà vero? Sarà una situazione
piuttosto difficile per Dick, non vi pare?
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PARTE PRIMA
Capitolo I
- Dico che ti comporti come un perfetto idiota - esclamò Jack Kirkby
indignato.
Frank ridacchiò compiaciuto, e mise anche il piede destro accanto al
sinistro, sul largo davanzale. I due giovani sedevano in uno dei posti
più belli in cui in tutto il mondo, ci si possa sedere in una sera
d'estate. Era una stanza a pianterreno, che porgeva sulla Gran Corte
del Trinity College di Cambridge, in quel breve spazio di tempo, tra
le sei e le sette, in cui la Gran Corte è di norma deserta. Gli atleti e i
perdigiorno non sono ancora tornati dai campi e dal fiume; i Fellows
e le altre persone, che pensano che una sera di estate sia creata
apposta per la lettura, non sono ancora emerse dai loro rifugi. Uno o
due cuochi con grembiali bianchi attraversano gli spazi acciottolati
coi vassoi sulla testa; un garzone esce dalla porta d'angolo; uno o due
gatti si stirano sull'erba. Ma, quanto al resto, la corte giace
nell'ampia luce del sole; l'ombra s'allunga verso oriente, e il gocciolar
della fontana nella pozzanghera sopraffà il garbato mormorio di
Trinity Street.
All'interno, la stanza era press'a poco come tutte le altre del
pianterreno; soltanto, le pareti erano rivestite di abete tinto di
bianco; di tre porte, due davano rispettivamente in una piccola
camera da letto, e in una sala da pranzo più piccola ancora; la terza
in un corridoio che conduceva alla sala di lettura. Frank la trovava
convenientissima; perché gli dava la possibilità, ad ogni ora del
mattino, quando si interrompevano le lezioni, di avere la miglior
scusa possibile per chiacchierare dalla finestra con gli amici.
La stanza era ammobiliata molto bene. Sopra l'attaccapanni, presso
cui stava un servizio da fumatori e una grossa scatola d'argento per
le sigarette, pendeva, in una goffa cornice dorata, un ritratto che, si
sarebbe detto di un antenato, un uomo anziano con un collare a
cannoncini, acquistato per una ghinea; v'era un sofà e una serie di
seggiole rivestite di bel damasco, un pianoforte Broadwood nero, un
gran tavolo ovale, uno scrittoio, scaffali pieni di libri di svariatissimi
generi: libri di legge, romanzi, edizioni Bahminton, riviste, e antiche
edizioni scolastiche dei classici; una libreria di mogano con sportelli
a vetri piena di volumi di apparenza estetica: libri di poesia rilegati
in verde con etichetta bianca, vecchi tomi in pelle, e tutto
l'assortimento adatto a una persona che voglia darsi l'aria di
letterato. Attorno alle pareti poi vi erano incisioni bene incorniciate;
dal soffitto pendeva una lampada di ferro battuta fornita di
lampadine elettriche; vi era un paio di cassapanche di quercia
scolpite; sul pavimento macchiato eran distesi tre o quattro tappeti
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morbidi, e i davanzali erano rallegrati da gerani. Gli avanzi del tè
stavano su una poltrona vicino alla porta.
Anche Frank Guiseley era piacevole a guardarsi, sdraiato nella
poltrona, in camicia di seta bianca sbottonata alla gola, coi calzoni di
flanella grigia, e con una sola scarpa bianca. Aveva i capelli neri e
ricciuti come quelli di un napoletano, una bocca sorridente e ironica,
gli occhi neri scintillanti di una straordinaria vivacità. il volto rasato,
già bruno di natura, reso più bruno ancora dalla salubre esposizione
al sole - durante gli ultimi due mesi egli aveva giocato forte a
“tennis” - sembrava quello di un ragazzo, salvo per la bocca di taglio
deciso e per il naso corto e diritto. Era di statura un po’ inferiore alla
media, ben tagliato e robusto, e quantunque a rigor di termini non si
potesse dire bello, a guardarlo si provava un piacere inconsueto.
Jack Kirkby, che sedeva in una poltrona a un passo di distanza, e che
era vestito in modo uguale - a parte il fatto che aveva tutt'e due le
scarpe ai piedi, e che portava la camicia da gioco del Trinity College era un tipo del tutto contrastante. Frank aveva nell'aspetto qualcosa
del mezzogiorno dell'Europa; Jack era il tipo perfetta dell'inglese;
guance rosee, capelli biondi, baffetti che rassomigliavano a seta
filata. Eppoi, una statura di quasi sei piedi.
In quel momento egli era proprio ansioso, e sembrava piuttosto
contrariato. Ogni volta che la sigaretta glielo permetteva, tormentava
con le dita i finissimi peli dei baffi, e fissava decisamente il
pavimento a distanza di Frank. Da una settimana non aveva fatto
che parlar dell'affare, fino dall'annuncio sensazionale; ed era giunto
alla conclusione che, ancora una volta, nel suo assurdo programma,
Frank intendeva davvero quel che diceva.
Frank aveva un modo terribile di intendere quel che diceva. V'era
stato l'affare del pane e burro, di tre anni fa, prima che ambedue
avessero imparato come comportarsi. S'era trattato di fasciare in
carta scura innumerevoli pezzi di pane imburrato, di mettervi
l'indirizzo del Reverendo Decano Junior (il quale aveva rotto le
scatole a Frank in diversi modi), e di lasciare i pacchetti quasi in ogni
angolo di Cambridge, nelle vetture, sui sedili, sul banco dei negozi;
sul selciato - col risultato che per due o tre giorni una processione di
fattorini e di disoccupati salì la scala del Decano per restituire gli
oggetti apparentemente smarriti.
Poi v'era stata l'impresa di sventolare un fazzoletto rosso nel mezzo
delle rotaie davanti al diretto del Nord, per accertare se davvero il
treno si sarebbe fermato, seguita da una rapida fuga in bicicletta
appena s'era visto che così era infatti. E quell'altra del Principe
tedesco che viaggiava in incognito, nella quale era caduto perfino il
Sindaco; e quella della monaca che fumava una pipetta nera in
mezzo alla Gran Corte del collegio poco prima di mezzanotte, e che
poi, alzando le sottane, era scomparsa senza rumore su scarpe di
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gomma dietro al quartiere delle cucine nel bagliore di Neville's
Court, mentre il portiere atterrito usciva dal suo casotto.
Ora, molti cervelli avrebbero potuto concepire pazzie simili; un
minor numero di persone avrebbe manifestato l'idea di realizzarle;
ma pochissime avrebbero saputo portarle davvero a termine: anzi, Jack rifletteva, - di quanti conosceva Frank Guiseley era
probabilmente il solo che ne sarebbe stato capace. Ed egli le aveva
fatte sotto la sua sola responsabilità.
Ricordava anche certi incidenti della stessa natura ad Eton. V'era
stato il maestro che, quando per la quarta o quinta volta nella
settimana Frank era giunto un po’ in ritardo alla lezione delle
cinque, aveva inconsideratamente domandato, con profondo
sarcasmo, se “a Guiseley non sarebbe piaciuto prendere il tè prima di
proseguire lo studio”. Frank, con un sorriso radiante di gratitudine, e
con straordinaria prontezza, aveva risposto che gli sarebbe piaciuto
davvero, ed era scomparso dalla porta ancora socchiusa, prima che il
maestro potesse pronunciare una sola parola, ritornando con una
faccia d'infantile innocenza verso le sei meno venticinque minuti.
- Please, Sir - aveva mormorato - mi pareva che m'aveste detto che
potevo andare.
- E avete preso il tè?
- Ma certo, signore: da Webber.
Jack era un po’ sconcertato, ora, a ricordare tutte queste imprese. In
verità, le imprese in se stesse erano state ammirevolmente
immaginate e fedelmente eseguite, ma a Jack pareva che
dimostrassero che Frank compiva davvero quello che altra gente si
limitava a dire - specialmente quando annunciava in anticipo che
intendeva compierlo. Perciò gli faceva spavento il pensare che
all'arrivo della famosa lettera di Lord Talgarth, il padre di Frank, fin
da sei giorni prima - lettera nella quale ricorrevano tutte le frasi
tradizionali, come “più nulla da fare”, “disgrazia di famiglia”, “tetto
paterno”, eccetera, Frank aveva annunciato che si proponeva di
prendere suo padre alla lettera, di vendere le sue cose, e di partire,
come un principe della favola, a tentar la fortuna.
Jack aveva discusso fino a non poterne più, e senza alcun risultato.
Frank aveva una parata per ogni botta. Perché non attendere un po',
finché il genitore avesse il tempo di raffreddar la sua ira? perché il
genitore doveva imparare, presto o tardi, che le parole avevano un
significato concreto, e che lui - Frank - non voleva metterlo in
dubbio nemmeno per un istante. - Perché non andava a casa sua e
non rimaneva a Barham finché non giungessero nuove notizie?
Sarebbero stati tutti contenti d'averlo con loro. Distava soltanto dieci
miglia da Merefield, e forse... - Perché Frank non intendeva vivere
alle spalle degli amici; e nemmeno intendeva appiattarsi così vicino
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a casa. - Allora, se era tanto ostinato, perché non andava alla City - o
magari al tribunale? - Perché, primo, non aveva denaro; e, secondo,
perché preferiva assai fare il vagabondo che sedere sopra uno
sgabello. - E allora, perché non si arruolava, come un gentleman? Frank osò dire che avrebbe finito col farlo, ma che prima voleva fare
un po’ a modo suo, e vedere il mondo.
- Fammi vedere ancora la lettera - disse finalmente Jack. - Dov'è?
Frank rifletté.
- Mi pare che sia nella scatola delle sigarette, dietro la tua testa. No,
non c'è. È nella borsa da tabacco, sul pavimento. So che era in
qualche cosa da fumare. E, a proposito, dammi una sigaretta.
Jack gli porse la scatola, aprì la borsa, prese la lettera, e la rilesse
lentamente.
“Merefield Court”,
“presso Harrogate”
“28 maggio, giovedì”
“Io mi vergogno di voi, signore. Quando mi comunicaste per la
prima volta la vostra intenzione, io vi avvertii di quel che sarebbe
avvenuto se aveste persistito, e lo ripeto adesso. Poiché avete
deliberatamente scelto, nonostante tutto quello che ho detto, di
seguire la vostra strada e di farvi Papista, io non avrò più nulla da
fare con voi. Da questo momento voi cessate d'essere mio figlio.
Finché io vivrò, non verrete più alla mia porta né dormirete sotto il
mio tetto. Io non dico nulla di quello che avete avuto da me nel passato - l'educazione e il resto. E, dal momento che non voglio essere
severo con voi più del necessario, vi consento di tenere il resto del
vostro assegno fino a luglio, e il mobilio delle vostre stanze. Ma,
dopo questo, non avrete da me neppure più un soldo. Potete andare
dai vostri preti e farvi mantenere da loro.
“Soltanto ringrazio il Cielo che a vostra madre sia stato risparmiato
questo colpo.”
T.
Terminata la lettura, Jack brontolò leggermente. Frank rise forte.
- Un anatema in regola, non è vero? - osservò spassionatamente.
- Se fosse stato il mio genitore;.. - cominciò lento Jack.
- Mio caro, non è il tuo genitore, è il mio. Ed io mi stupirei se al
mondo vi fosse un altro uomo che, oggi, sapesse scrivere una lettera
simile. È... è troppo vittoriana - vittoriana dei primi tempi. Si
potrebbe appena sopportarla a teatro. Io avrei saputo combinarla
molto meglio... Povero vecchio genitore!
- Gli hai risposto?
- Io? Me ne sono dimenticato. So che avrei dovuto farlo... no, non
l'ho fatto. Ci penso adesso. Non potrò farlo finché non abbia finito
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tutto.
- Scriverò io, allora.
Frank si voltò di scatto
- Se lo farai - disse con aspra gravità improvvisa - non ti parlerò mai
più. Parola d'onore. È affar mio, e mi regolerò a mio modo.
- Ma...
- È così. Suvvia, dammi la tua parola d'onore.
- Io...
- La tua parola d'onore, subito, o vattene da questa stanza!
Vi fu una pausa. Poi: - Sta bene - disse Jack.
Allora si rifece il silenzio.
Le voci cominciarono a circolare dopo l'asta che Frank tenne delle
sue cose un paio di giorni dopo. Egli fece tutto da sé, senza l'aiuto di
nessuno, neppure di Jack.
Per prima cosa, la sera prima della vendita, proprio all'ora in cui la
folla degli studenti e delle loro amichette, dopo aver preso il tè o il
gelato, cominciava la passeggiata, comparve in tutta Cambridge una
quantità di uomini-sandwich, che portavano, davanti e di dietro, il
seguente avviso:
Trinity College, Cambridge
L'on. Frank Guiseley ha il piacere di annunciare che il giorno 7
giugno (sabato)
alle 10,30 antimeridiane precise
nella Stanza N. l, lettera J,
Great Court, Trinity College,
saranno realmente posti in VENDITA ALL'ASTA
le masserizie, il mobilio, i libri, ecc.
dell'on. Frank Guiseley, comprendenti:
un pianoforte Broadwood (leggermente stonato); un magnifico
complesso di mobilio per sala di lettura, rivestito in damasco (il
sofà soltanto leggermente macchiato di tè); una tavola di quercia;
altra tavola; un letto; un cassettone (imitazione noce, piuttosto
mediocre); una libreria di mogano con cristalli, contenente una
serie di volumi di bell'apparenza, rilegati in colori assortiti, con
etichetta bianca; quattro cuscini orientali; un ritratto di
gentiluomo (antenato rispettabile garantito); sala da pranzo
(seggiole assortite); numerose incisioni di luoghi interessanti e di
case nobiliari; “una scatola d'argento, contenente quindici sigarette
(Melachrino e americane miste)”; un orologio col cuculo (senza
cuculo); cinque canne da passeggio; numerosi abiti completi (uno
adatto per scopi caritatevoli); libri diversi (tutti “molto curiosi”),
comprendenti le opere di un eminente professore di Cambridge e di
altri luminari scolastici, ed altri articoli diversi.
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“Alle 10,30 precise”
Sono invitati tutti gli amici e gli estranei.
“Nessun prezzo minimo di vendita”
L'annunzio servì magnificamente, perché le dieci erano appena
passate, e già una folla considerevole cominciava a radunarsi; e fu
soltanto dopo una seria conversazione col Decano che la vendita
poté avere inizio. Ma ebbe luogo alla precisa condizione che fosse
presente un usciere del Collegio; che non si permettesse alcun atto
indisciplinato; che la vendita fosse effettiva; e che Mr. Guiseley
tornasse dal Decano per dargli ulteriori spiegazioni prima di lasciare
Cambridge.
La scena in sé fu interessantissima.
Frank, su una cattedra che assomigliava a quella di un agente di aste,
presiedeva con straordinaria gravità, in cappa e berretto da
baccelliere, col martello in mano. Davanti a lui la stanza era affollata
di gente, maschi e femmine, tutta di ottimo umore. I prezzi raggiunti
furono più che ragionevoli. Non venne data alcuna spiegazione
pubblica circa la necessità della vendita e Jack nel più, profondo
sgomento, tornò nel pomeriggio, verso l'ora di pranzo, e trovò la
stanza completamente spoglia e Frank perfettamente allegro, ancora
in cappa e tocco, seduto sul davanzale a fumare una sigaretta.
- Entra - egli disse, - e fammi il piacere di invitarmi a pranzo.
L'ultimo facchino è uscito appena adesso.
Jack lo fissò.
Egli sembrava straordinariamente naturale, quantunque appena un
po’ rosso, e quell'aria di dramma che era attorno a lui era senza
dubbio voluta.
- Benissimo, vieni a pranzo - disse Jack. - E a cenare e a dormire,
dove andrai?
- Cenerò nella Hall, e dormirò in un'amaca. Va a vedere la mia
camera.
Jack fece due passi sul pavimento nudo, e guardò. V'era un'amaca
appesa a un paio di ganci, e sotto ad essa una valigetta. Un catino
sopra una cassetta rovesciata e un secchia completavano
l'arredamento.
- Che somaro! - esclamò Jack. - E questo è tutto quel che ti è
rimasto?
- Sicuro. E penso di lasciarti gli abiti che ho indosso, e l'amaca, che
potrai prendere quando sarò partito.
- Quando conti di partire?
- Il signor Guiseley avrà la sua ultima udienza dal Decano per
ottenere l’“exeat” questa sera alle sei e mezzo. Egli si propone di
lasciare Cambridge domattina di buon'ora.
- Ma non lo farai!
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- Certo, lo farò.
- Che cosa ti metterai?
Frank distese le gambe rivestite di flanella e terminanti in un paio di
scarpe robuste.
- Queste, una camicia di flanella, senza cravatta, e una giacca grigia.
Jack si rifece silenzioso, guardandolo.
- Quanto hai ricavato dall'asta?
- Oh, non ha importanza. Eppoi, l'ho dimenticato. L'importante è
che quando avrò saldato i miei conti, avrò tredici sterline, undici
scellini e otto pence.
- Quanto?
- Tredici sterline, undici scellini e otto pence Jack scoppiò in una
risata senza allegria.
- Bene, vieni a pranzo - disse.
Pareva a Jack di muoversi in un sogno penoso, mentre quel
pomeriggio andava con Frank da una bottega all'altra, a pagare i
conti. Quando uscirono, le tasche di Frank erano abbastanza gonfie e
squillanti - egli aveva ritirato quanto gli rimaneva in banca in
monete d'oro e d'argento - ed erano parecchio meno gonfie e
squillanti quando rientrarono per il tè, a Jesus Lane. Qui, sulla
tavola, egli rovesciò le sue monete. Aveva comperato un po’ di
tabacco, due o tre altre cosucce, e il suo capitale era ora soltanto di
dodici sterline, diciannove scellini e quattro pence.
- Diciamo tredici sterline, - concluse Frank.- Vi sono molti poveri...
- Non far lo scemo! - troncò Jack.
- Sono soltanto prudente - rispose Frank. - Un cuore soddisfatto...
Jack gli cacciò davanti una tazza di tè e dei panini imburrati.
Frank e Jack erano, si può dire, fratelli in tutto meno che nel sangue.
Le loro case distavano meno di dieci miglia l'una dall'altra; essi
erano andati assieme alla stessa scuola privata, poi a Eton e al
Trinity College. Nelle vacanze avevano cavalcato, cacciato, pattinato,
fatto i bagni, oziato, fatto tutto assieme. Erano ben più fratelli l'uno
per l'altro che Frank e Archie, l'autentico fratello maggiore,
conosciuto nel mondo come Visconte di Merefield. In linea di
massima Jack non approvava i modi di fare di Archie: lo riteneva un
somaro pretenzioso, e all'occasione glielo diceva.
Per Frank invece aveva un'affezione straordinaria, anche se non
avrebbe voluto dichiararlo per nulla al mondo, neanche a se stesso,
ed una reale ammirazione, d'un genere assolutamente indefinibile.
Era impossibile dire perché lo ammirasse. Frank non faceva nulla
benissimo, ma tutto piuttosto bene: giocava a rugby tanto bene da
essere appena scartato dalla squadra rappresentativa del collegio;
aveva fatto parte dell'anno di riserva a Eton, e in quello di quaresima
al primo anno di Cambridge; poi aveva lasciato il remo, e aveva
giocato a tennis nell'estate e nel torneo di quaresima, proprio bene
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abbastanza da fare una partita vivace e interessante. Non era affatto
un erudito. Aveva raggiunto i Primi Cento a Eton, e a Cambridge
s'era iscritto a giurisprudenza - cioè a quel conveniente ramo di studi
che in massima colma il vuoto per le persone intelligenti che non
hanno alcuna inclinazione particolare e che sono stufe dei classici;
ed aveva conseguito un diploma di terza classe, e, uno o due giorni
prima, la laurea. Insomma, era un uomo sulla media; eppure v'era in
lui qualcosa che costringeva Jack ad ammirarlo. Io suppongo che sia
quello che si può ben definire “carattere”. Certo è che chiunque
veniva in rapporto con lui aveva in qualche misura la stessa
sensazione.
La sua conversione al cattolicesimo era stata un colpo che aveva
sorpreso Jack, il quale aveva sempre pensato che Frank, come lui,
avesse l'ordinario sensato criterio inglese in fatto di religione: essere
miscredente dichiarato era forma scorretta - come essere Little
Englander o radicale - essere pio era ugualmente forma scorretta come una forma di fanatismo per l'Union Jack. No, la religione per
Jack (e fino allora egli aveva creduto anche per Frank) era uno
scompartimento della vita sul quale non si dovevano esprimere idee
particolari; dire le preghiere più o meno regolarmente, andare alla
cappella nei momenti opportuni; andare di tanto in tanto, se si
amava la musica, alla King's Chapel nel pomeriggio della domenica;
in campagna recarsi in chiesa al mattino della domenica, come dopo
il pranzo si faceva il giro delle scuderie; e null'altro, o press'a poco.
Inoltre, Frank era stato estremamente riservato in tutto l'affare. Una
mattina, circa quindici giorni prima, era entrato nella camera di
Jack.
- Vuoi venire a messa alla chiesa cattolica?
- Ma perché? - aveva cominciato Jack.
- Io debbo andarvi. Sono cattolico...
- Cosa?!
- ... dalla settimana scorsa.
Jack lo aveva guardato fisso, convinto che uno di loro due dovesse
essere pazzo. Quando si accertò che la cosa era vera; che Frank aveva
cominciato l'istruzione tre mesi prima; che si era confessato - si era
confessato! - il venerdì precedente, e che era stato battezzato sotto
condizione; quando fu sicuro di tutte queste cose, e poté ritrovare un
linguaggio coerente, chiese a Frank perché lo avesse fatto.
- Perché è la religione vera - aveva risposto Frank. - Dunque, ci vieni
a messa, o non ci vieni?
Jack era andato, ed era ritornato più perplesso che mai, su tutto
quello che quel passo poteva significare. Aveva tentato di fare
qualche domanda, ma Frank aveva dato aria, ed aveva ripetuto che
non v'era dubbio che la religione cattolica fosse la vera, e che egli
non voleva essere seccato. Ed ora si trovavano a prendere il tè in
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Jesus Lane per l'ultima volta.
È naturale che anche da parte di Frank vi fosse un po’ di eccitazione
contenuta. Bevette tre tazze di tè, e prese l'ultima tazza (e il
penultimo panino) senza chiedere scusa, e parlò un bel pezzo,
piuttosto concitato. Pareva che non avesse davvero alcun progetto
preciso su quel che avrebbe fatto uscendo da Cambridge col suo
fagotto, il domani di buon mattino. Intendeva proprio, egli disse, di
andare avanti, e vedere quel che sarebbe capitato. S'era fatto fare
una cintura, che gli piaceva assai, nella quale poteva riporre il denaro (durante il tè era stata posata sul tavolino), e naturalmente si
proponeva di spendere meno che gli fosse possibile di quel denaro...
Ma non voleva accettare nulla da Jack: sarebbe stato semplicemente
scandaloso se egli - allievo delle scuole pubbliche e dell'Università, non avesse saputo cavarsela col proprio lavoro. Adesso, - pensava c'era la fienagione, e la raccolta della frutta, e tanti piccoli lavori nei
campi. Sarebbe andato avanti, prendendo quel che capitava. Eppoi,
v'erano sempre lavori occasionali, - non è vero? - se tutto fosse
andato al peggio; e avrebbe potuto incontrare altri, che lo avrebbero
potuto mettere sulla buona via, Oh! se la sarebbe cavata benissimo.
Se sarebbe venuto a Barham? Ecco, se capitava durante il lavoro
quotidiano, sì. Sarebbe certamente rimasto molto obbligato se le sue
lettere avessero potuto essergli mandate là, ed egli avesse potuto
richiederle a suo piacere, o ritirarle, se, come aveva detto, il suo
lavoro lo portava là.
Che cosa avrebbe fatto nell'inverno? Non ne aveva la minima idea.
Quel che facevano tutti gli altri, pensava. Forse per allora avrebbe
trovato un posto - da guardiacaccia, magari - gli sarebbe piaciuto
fare il guardiacaccia.
A questo punto Jack, mentalmente, strisciò la verdina.
- Ma intendi davvero fare come dici?
Frank spalancò gli occhi.
- Ma sicuro, Santo cielo! pensavi che facessi per scherzo?
- Ma.. ma è una pazzia! perché non potresti cercare di sistemarti
adeguatamente in qualche posto come agente terriero, o qualche
cosa di simile?
- Mio caro - disse Frank - quel che accadrà, accadrà perché io voglio
fare precisamente quello che sto per fare. No, sono perfettamente
serio. Ho pensato molte volte che in qualche modo abbiamo torto
tutti quanti. Siamo così bestialmente artificiosi. Non voglio
predicare, voglio provare da me. La mia religione mi dice... S'interruppe, - No, è sciocco dire così. Lo faccio perché lo faccio. E
voglio farlo davvero. Non voglio essere un dilettante. Vedrò le cose,
da me.
- Ma per le strade... - lamentò Jack.
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- Appunto, proprio così. Tornare alla terra. Jack s'alzò.
- Santo cielo! - esclamò, - Ecco, non ci avevo pensato!
- A che cosa?
- È tua nonna che torna.
Frank lo guardò.
- Mia nonna?
- Sì, la vecchia signora Kelly.
Frank rise forte.
- Perbacco! Direi anch'io. La nonna Kelly! Essa era una zingara,
appunto. Forse hai detto giusto, Jack. Vediamo. Essa era la seconda
moglie di mio nonno, non è vero?
Jack assentì.
- Ed egli la prese sulle strade dei suoi domini. In contravvenzione, o
qualcosa del genere?
Jack assentì ancora.
- Già - ed egli era magistrato, e avrebbe dovuto farla arrestare. E
invece l'ha sposata. Era una ragazza che viaggiava coi genitori. Frank
sedette sorridendo, di buon umore.
- È proprio così. Allora riuscirò di sicuro.
E prese un'altra sigaretta.
Allora un altro pensiero venne a Jack. Egli aveva già deciso di farne
uso, se necessario, e pareva che fosse questo il momento.
- E Jenny Launton? - disse - Suppongo che avrai pensato a lei.
Uno sguardo curioso comparve negli occhi di Frank; uno sguardo di
grande gravità e tenerezza, e il sorriso scomparve. Per un momento
egli non disse nulla; poi trasse di tasca una lettera in una busta, e la
tese verso Jack.
- Gliene parlo qui. L'imposterò stassera, dopo che sarò stato dal
Decano.
Jack vi diede un'occhiata. L'indirizzo diceva:
“Miss Launton
The Rectory
MEREFIELD, York”.
La voltò dall'altra parte. Era chiusa e sigillata.
- Le ho detto che dovremo attendere un pochino - aggiunse Frank - e
che le scriverò nuovamente fra qualche settimana.
Jack rimaneva silenzioso.
- E pensi che sia giusto, verso di lei? - chiese infine deciso.
- Questo dovrà dirlo lei. E a dir la verità, io non ho nessuna paura.
- Ma moglie di un guardiacaccia! e cattolico, per giunta!
- Ah, tu non conosci Jenny - disse Frank sorridendo. - Jenny ed io ci
comprendiamo perfettamente.
- Ma è giusto?
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- Santo cielo! - sbottò Frank alzandosi di colpo. - Giusto! Ma che
cosa importa! Tu non sai che tutto è giusto, in certe circostanze? Io
m'infischio di questo putrido convenzionalismo. Noi siamo tutti
marci... marci, ti dico. Ed io voglio ricominciare daccapo. E Jenny
pure. Per favore, non parlare di quel che non capisci.
Si alzò, stirandosi. Poi gettò via il mozzicone della sigaretta.
- Debbo andare dal Decano; è quasi l'ora.
Il Reverendo James Mackintosh era un eccellente funzionario del
suo collegio, e adempiva ai suoi doveri con cura scrupolosa. Si alzava
ogni mattina verso le sette e mezzo, beveva una tazza di tè e andava
in cappella. Poi faceva colazione, al martedì e al giovedì, con due
studenti del primo anno, scelti in ordine alfabetico, seduti alla sua
tavola; negli altri giorni, da solo. Alle dieci, una conferenza, di solito
su una delle Epistole di San Paolo. Su questo argomento egli
possedeva un taccuino pieno di note di qualunque genere fosse
possibile raccogliere - grammaticali, filologiche, topografiche,
economiche, sociali, biografiche - con qualche cenno sulla fauna, la
flora, i commerci, le caratteristiche e la configurazione geologica dei
paesi ai quali le epistole erano indirizzate, o di quelli in cui erano
composte. Queste note, le quali assicuravano ad ogni studente che
ne fosse davvero padrone, la via del successo ed anche della
distinzione negli esami, erano il risultato di tutta una vita di
appassionato lavoro, e un giorno, senza dubbio, sarebbero state
pubblicate nella nitida copertina azzurra della “Cambridge Bible for
Schools”. Dalle undici alle dodici egli faceva lezione sulla storia della
Chiesa nei primi cinque secoli - dopo il quale periodo, come tutti gli
studiosi sanno, la storia della Chiesa praticamente ha termine.
All'una pranzava; dalle due alle quattro faceva una rapida
passeggiata (talvolta in compagnia di qualche serio studente di
teologia) lungo la Grantchester Grind o fino a Coton.
Alle quattro prendeva il tè; alle cinque amministrava la disciplina del
Collegio, chiamando e rimproverando quegli allievi che avevano
mancato nell'osservanza delle varie regole. Alle sette e mezzo
pranzava nella “hall” - placido, rasato, occhialuto, seduto tra un
filosofo miscredente e un socialista; poi, nella “Combination Room”,
beveva un unico bicchiere di vino, fumava una sigaretta, e si ritirava
nella sua stanza per scrivere lettere ai genitori degli allievi - se
necessario - e rivedete i suoi appunti per il giorno dopo.
Ed egli faceva così, con le consuete leggere variazioni della vita
universitaria, per tutti i giorni della settimana, e per i due terzi
dell'anno. L'altro terzo, lo passava in parte in Svizzera vestito di un
lindo abito di Norfolk grigio, coi calzoni corti, e il resto con amici
ecclesiastici del suo tipo accademico. Era per lui la cosa solenne
pensare quanto grandi fossero le sue responsabilità e quale
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privilegio fosse vivere nell'ambiente turbinoso e tumultuoso di uno
dei centri intellettuali d'Inghilterra.
Frank Guiseley era per Mr. Mackintosh un gravissimo enigma. Egli
certamente era stato insubordinato il primo anno (Mr. Mackintosh
aveva avuto gravi sospetti su di lui per l'affare del pane e burro, che
aveva recato tanto fastidio al collega), ma senza dubbio d'allora in
poi era stato molto serio ed anche pieno di deferenza (Per esempio,
si toglieva il cappello quando incontrava lui, Mr. Mackintosh, con
grande compitezza). Non era regolarissimo in cappella, è vero, e non
pranzava nella “hall” così spesso come Mr. Mackintosh avrebbe
desiderato (non è forse parte dell'ideale universitario che gli uomini
di tutti i gradi della società si incontrino come uguali sotto i tetti del
Collegio?). Ma d'altra parte egli non era mai stato richiamato per
alcuna grave ò spiacevole violazione delle regole, e non era mai stato
insolente o offensivo verso alcuno degli studenti. Infine, proveniva
da una famiglia distintissima, e Mr. Mackintosh conservava il più
vivo ricordo dell'unica intervista avuta tre anni prima col Marchese
di Talgarth.
Mr. Mackintosh si domandava. quindi che cosa avrebbe dovuto dire
a Mr. Guiseley, e che cosa Mr. Guiseley avrebbe avuto da dirgli... Egli
pensava che se realmente il giovanotto avesse avuto bisogno di
denaro, come aveva sentito dire alla mattina, era suo dovere dire
solo poche parole prudenti sulla responsabilità e sulla coerenza.
Quell'asta ridicola doveva servirgli come esperienza.
Quando sentì bussare alla porta, Mr. Mackintosh attese un istante,
come di solito, prima di dire “avanti!”. (Immagino che egli pensasse
che ciò contribuiva a creare una certa impressione di importanza).
Poi, disse la parola; le Frank entrò.
- Buona sera, Mr. Guiseley... si sedete. Mi avete detto stamattina che
desideravate il vostro “exeat”.
- Se non vi spiace - disse Frank.
- Appunto - riprese Mr. Mackintosh traendo a sé il libro degli
“exeat”, somigliante a un blocco di assegni. - E partirete domani?
- Appunto.
- Andrete a casa? - mormorò il Decano, scrivendo il nome di Frank
con la sua calligrafia nitida e minuta.
- No.
- No?... a Londra, forse?
- No - non esattamente - disse Frank. - Almeno, non per ora.
Mr. Mackintosh sgorbiò accuratamente la firma, staccò l’“exeat” e lo
spinse garbatamente verso Frank.
- E dell'asta - disse, sorridendo con indulgenza. - Vorrei che me ne
diceste qualcosa. È una cosa addirittura inconsueta, ed io mi
chiedevo... Ma sono lieto di sapere che non v'è stato inconveniente di
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sorta... Potreste dirmi perché avete scelto proprio quella forma di...
di...
- Avevo bisogno di mettere assieme più denaro che potessi - rispose
Frank.
- Davvero?.. Sì... e... e ci siete riuscito?
- Ho pagato tutti i miei debiti, almeno - disse Frank serenamente. Credo che questo sia molto importante.
Mr. Mackintosh sorrise di nuovo. Senza dubbio questo giovanotto
era assai educato e deferente.
- Bene, questa è una soddisfazione. Ed ora, contate di andare al
Tribunale? Se mi permettete, Mr. Guiseley, ancora adesso io direi
che un terzo corso potrebbe giovarvi. Ma certo il vostro tutore
approva la vostra decisione...
- Sì, credo,
- Bene, allora, un po’ più di applicazione e di energia adesso può
forse supplire al tempo perduto. Suppongo che andrete al Tribunale
in ottobre...
Frank lo guardò soprapensiero un momento.
- No, Mr. Mackintosh - disse ad un tratto. - Io farò il vagabondo.
Proprio così, sul serio. Mio padre mi ha disconosciuto. Io domani
partirò per fare da me la mia vita.
Vi fu un istante di silenzio di morte. Poi la faccia del Decano fu
sconvolta quasi d'orrore. Eppure Frank s'avvide che egli non si era
ancora reso conto della realtà.
- Sì, è proprio come ho detto. E vi pregherei di non farmi
osservazioni. Sono perfettamente deciso.
- Vostro padre... Lord Talgarth... vagabondo... la vostra vita... le
autorità del Collegio... la responsabilità...!
Parole sconnesse di questa sorta uscirono dalle labbra di Mr.
Mackintosh.
- Già. E il motivo è che mi sono fatto cattolico! Credo che lo abbiate
saputo, signore.
Mr. Mackintosh si gettò indietro (seppure una parola così energica
può essere usata per una mossa così dolce), si gettò indietro sulla
seggiola.
- Mr. Guiseley, per favore, ditemi tutto. Non ne ho sentito una
parola… neppure una parola.
Frank, facendo un grande sforzo, raccontò con tutta l'esattezza e
l'educazione possibile, la sua storia. Descrisse come meglio seppe le
sue convinzioni, i vari passi compiuti, il tono della lettera di suo
padre. Poi si raccolse in sé per ascoltare quel che sarebbe stato detto,
o piuttosto, si concentrò in se stesso, e per così dire, chiuse la porta e
abbassò la saracinesca.
Mr. Mackintosh disse esattamente tutto quello che Frank si
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aspettava ch'egli dicesse. Accennò all'impazienza di un padre
affettuoso, alla giovinezza e all'impetuosità del figlio, al colpo ad una
antica famiglia, alla responsabilità di chi faceva parte di tale
famiglia, al pericolo delle decisioni precipitate, e finalmente, agli
errori evidenti della Chiesa di Roma. Cominciò diverse
argomentazioni con le parole: “Nessun pensatore dei nostri tempi...
”.
A dire il vero, Mr. Mackintosh, appena ripresosi dal primo colpo, era
stato straordinariamente ragionevole e sensato. Aveva detto tutte le
cose opportune, tutte le cose suggerite dall'equilibrio, dal buon senso
e dalla ragione; e le aveva dette non con tono sprezzante e offensivo,
ma con tatto e persuasione; e vi aveva messo tutta la sua personalità:
aveva perfino citato San Paolo.
Sudava un pochino, con garbo, verso la fine; così si tolse gli occhiali,
e li ripulì, guardando ancora con un sorriso gentile dei suoi occhi
miopi, il giovane che sedeva così immobile. Perché Frank era tanto
tranquillo, che il Decano pensò che egli fosse già a metà persuaso.
Poi, quando si fu rimesso gli occhiali, riassunse con efficacia, e
leggerezza le sue argomentazioni; e terminò con un accenno
prudente, che Frank sarebbe stato ragionevole, che avrebbe scritto
ancora una volta a suo padre, che avrebbe atteso almeno una
settimana... Giunse perfino a chiamarlo “mio caro ragazzo”!
- Grazie davvero - disse Frank.
- Allora ci ripenserete tranquillamente, mio caro ragazzo. Vi ho dato
l’“exeat”, ma non occorre che ne facciate uso. Tornate domani sera,
dopo pranzo.
Frank si alzò.
- Grazie davvero, Mr. Mackintosh. - Io... io certamente ricorderò
quello che mi avete detto. Prese l’“exeat”, come meccanicamente.
- Dunque, potete lasciarlo qua, per ora - disse il Decano sorridendo. Potrò farvene un altro. Frank lo posò subito. - Oh, certo...
- Bene, buona notte, Mr. Guiseley... Io... io non posso dirvi quanto
sia contento che vi siate confidato con me. I giovani sono qualche
volta un po’ avventati e impetuosi, lo sapete. Buona notte, buona
notte... Vi aspetto domani sera.
Frank, giunto nel cortile, stette un momento a guardare. Poi, mentre
un aperto sorriso gli illuminava il volto, si affrettò a un corridoio dal
lato opposto, trovò aperta la porta di un amico, ed entrò. La stanza
era vuota. L'attraversò, si affacciò alla finestra opposta, che guardava
sul cortile di Mr. Mackintosh.
Fu ricompensato quasi subito. Stava ancora assestandosi nel vano
della finestra, che vide una figura nera, con la tonaca che gli si
gonfiava di dietro, e frettolosamente scivolava attraverso
all'archivolta che dava sulla strada. Le concedette venti secondi, poi
scavalcò la finestra per inseguirla. A metà della strada lo avvistò di
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nuovo, e seguendolo cautamente in punta di piedi, con un fazzoletto
sulla faccia, fece a tempo a vedere Mr. Mackintosh che spariva nel
piccolo ufficio telegrafico alla sinistra di Trinity Street.
- Tutto fatto, dunque - osservò Frank quasi a voce alta. - Povero
Jack! Temo, dopo tutto, che non potrò far colazione con lui.
Erano appena suonate le quattro, il mattino dopo, quando un
poliziotto, il quale camminava a passi lenti e piatti lungo il vicolo che
conduce da Trinity Hall a Trinity College, e camminando sbadigliava
del tutto incurante della divina aria mattinale, frizzante come il vino
e limpida come l'acqua, assistette ad uno spettacolo degno di nota.
Dapprima, gettato improvvisamente sulle punte del cancello,
comparve una specie di strapuntino, che pendette da ambo i lati
della formidabile armatura di aculei. Sopra questo, da una mano
sempre invisibile, fu posta con più cautela una vecchissima sella
senza staffe.
Il poliziotto si soffermò, schiacciandosi - relativamente parlando contro la parete. E si rifece silenzio.
D'un tratto, senza che nulla lo annunciasse, cadde sul selciato un
fardello pesante, che poi risultò un piccolo sacco da viaggio, pieno da
scoppiare; poi, ancora un momento più tardi, comparvero due mani
che si afferrarono con cura estrema alla sbarra centrale del cancello.
Il poliziotto, ancora, non fece alcun segno. Scivolò soltanto un passo
o due più vicino, e stette a guardare.
E vide che un giovane gentiluomo, in calzoni di flanella, giacchetta
grigia ed un vecchio cappello duro, era seduto a cavalcioni della
sella, rivolgendogli la schiena. Una pausa, durante la quale il
giovanotto guardò da una parte e dall'altra; infine, con agile
volteggio, scavalcò la parete e si trovò sul marciapiede, piedi e mani
a terra.
- Buon giorno, brigadiere! - disse il giovanotto, alzandosi e
spolverandosi le mani. - Tutto bene, non è vero? Volete vedere il mio
“exeat”? O forse meglio una mezza corona?...
Verso le sei, Jack Kirkby si destò d'un tratto nella sua camera a Jesus
Lane.
Era una cosa del tutto insolita, ed egli si chiese che cosa fosse
accaduto, Pensò a Frank quasi subito, con una scossa, ma, dopo aver
guardato l'orologio, si voltò e cercò di riaddormentarsi. Il tentativo
fu inutile: v'erano troppe cose a cui pensare, ed egli cominciò ad
architettare tanti bei discorsi, che a colazione avrebbe ripetuti con
forza convincente all'amico traviato. Alle sette pensò che avrebbe
fatto bene ad alzarsi, sorprendere Frank nel bagno, e far colazione
con lui alle otto e mezzo anziché alle nove. Così avrebbe avuto più
tempo per i suoi discorsi. Saltò dal letto, alzò le imposte, e la vista
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della torre del Sidney Sussex College, dorata dal sole, lo decise del
tutto.
È naturale che chi, a Cambridge, fa il bagno prima di colazione, si
metta addosso meno indumenti che sia possibile, e che - anche se
altre volte le dice - abolisca le preghiere del mattino.
Così Jack indossò un accappatoio, calzoni, calze, pantofole, e una
camicia da tennis, e scese le scale coperte di tela incerata. Quando
aprì la porta, s'avvide che sulla soglia era stata posta una cosa
bianca, e la raccolse. Era un biglietto indirizzato a lui, con la
calligrafia di Frank. Ritto sui gradini, lo lesse; e sentì una stretta al
cuore.
V'è un abisso tra il sapere che una catastrofe deve avvenire, e il
sapere che è avvenuta. Jack sapeva - almeno col suo essere
raziocinante - che Frank avrebbe lasciato Cambridge nell'assurda
maniera progettata, dopo aver fatto colazione con lui; e in parte
proprio per questa conoscenza s'era alzato più presto per passare
un'ora di più con Frank, prima della definitiva separazione. Pure
v'era qualcosa in lui - la stessa cosa che poco fa, a letto, lo aveva fatto
rimuginare tanti piccoli discorsi - che gli diceva che fin a quando non
fosse effettivamente avvenuto non era avvenuto, e poteva non
avvenire affatto. Egli non aveva idea del quanto questo filo di
speranza fosse forte in lui, (né, in altri termini, quanto profondi e
quasi romantici fossero i vincoli che lo legavano a Frank), finché non
si sentì martellare la gola e la testa divenir vuota nel leggere il
biglietto fin troppo chiaro nell'aria fresca del mattino di Jesus Lane.
Ecco diceva così:
“Caro Jack,
“Mi spiace, debbo filar via più presto. Quella bestia di Mackintosh è
andato subito a telegrafare ai miei appena io l'ho lasciato. E
succederà un finimondo se non taglio la corda. Così non posso venire
a colazione. Me ne dispiace. Tuo
F. G.
P.S. - A proposito, potresti cercar quell'ometto e vedere se puoi
tenerlo tranquillo. Digli che se fa del chiasso, sarà uno scandalo per
il Trinity College. Forse questo lo terrà in freno. E potresti vedere di
ricuperare la mia sella dal portiere. È probabile che a quest'ora
l'abbia presa lui.”
Tre minuti dopo, una figura in accappatoio, calzoni grigi, pantofole e
camicia da tennis, e senza berretto, stava sfiatata alla porta del
Decano senior, chiedendo ad una cameriera scandalizzata di vedere
il funzionario in parola.
- Ma è a letto, signore! - ripeteva la vecchia.
- Allora dovrà alzarsi - insistette Jack.
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- .. sì... cioè... è già sceso da letto,..
- Può rimanerci, se non è sceso... Vi dico...
Jack non stette più a discutere. Con due braccia robuste prese la
vecchia per le spalle, e la collocò sulla soglia del salotto; poi salì alla
porta della camera da letto. Un leggero sciacquio cessò.
- Che c'è?... Non...
- Sono io, signore, Kirkby! Mi spiace disturbarvi, ma...
- Non entrate! - gridò una voce agitata, con un altro sciacquio
d'acqua, come se qualcuno fosse uscito dal bagno in furia.
Jack girò cautamente la maniglia, e aprì uno spiraglio. Un grido di
angoscia rispose alla sua mossa, seguito da un fruscio di panni.
- Entro, signore - disse Jack, lottando tra l'agitazione e le risa. Dai
rumori si capiva che il clergyman era tornato a letto, bagnato e come
Dio lo aveva fatto. Non vi fu risposta. Jack aprì la porta ed entrò.
Era come egli aveva pensato. Il suo ospite involontario s'era
precipitato in letto con tutta la premura possibile, e s'era tirato le
coperte, in gran disordine, fino al mento. Una faccia, coi capelli
bagnati, che senza occhiali sembrava strana e fanciullesca, e lo
fissava con lo sguardo di chi vede commettere un sacrilegio. Uno
lunga camicia da notte di flanella giaceva sul pavimento, tra il letto e
il bagno fumante, e una gran quantità d'acqua era sparsa in laghetti
e in pedate.
- Posso chiedervi il motivo di questa incomprensibile...
- Scusatemi, signore, ma Frank Guiseley ha preso il volo. Ho appena
appena ricevuto questo biglietto. - Nel porgere il biglietto a un
braccio nudo, pudicamente proteso dal groviglio delle lenzuola, non
gli venne in mente che proprio quell'autorità del Collegio vi era
definita con gli epiteti di “bestia” e di “ometto”. Quel poco della sua
attenzione che non era occupata dal pensiero di Frank, era fisso sulla
sorprendente scoperta che i Decani avevano un corpo e usavano veri
bagni come tutta l'altra gente. Si può dire che prima non ci avesse
pensato mai. Non li aveva mai immaginati se non in correttissimi
abiti neri e lini bianchi. La sua scoperta pareva che in certo qual
modo gli rendesse Mr. Mackintosh più umano.
Il Decano lesse il biglietto con tutta la modestia possibile, tenendolo
vicinissimo al naso, perché non poteva giungere agli occhiali con un
braccio di cui non si vedeva più che il polso. Una o due volte fece
l'atto di inghiottire, come se assaggiasse qualcosa con le labbra; era
sua abitudine.
- È terribile! - disse poi - Avete nessuna idea...
- Sapevo che sarebbe partito oggi, e sapevo che anche voi sapevate.
- Ma io non ho alcuna idea...
- Avete mandato un telegramma, non è vero, signore?
- Certo... Sì, a Lord Talgarth. Era mio dovere. Ma...
- Bene: egli se ne è accorto. Questo è tutto. Ed ora è partito. Che cosa
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si deve fare?
Mr. Mackintosh rimase un momento o due in pensiero. Jack fece un
movimento d'impazienza.
- Debbo telegrafare di nuovo - disse il Decano, con l'aria di uno che
ha esaurito tutte le risorse della civiltà.
- Ma, santo Cielo! Signore...
- Sì, debbo telegrafare di nuovo. Appena mi sarò vestito. O forse
vorreste...
- L'ufficio non si apre che alle otto. È inutile.
A quell'ora Frank sarà a parecchie miglia di qua.
- È l'unica cosa che si possa fare - disse il Decano con improvvisa
energia.
- Io vi proibisco di fare qualunque altro passo, signor Kirkby. Io sono
responsabile...
- Ma...
- Non dobbiamo fare uno scandalo. Che cosa d'altro proporreste?
- Oh... cinquanta cose. Un'automobile. La polizia...
- No, senz'altro. Non dobbiamo assolutamente fare uno scandalo,
come... come dice bene lui. (Il Decano inghiottì nuovamente. Jack
pensò più tardi che doveva essere il ricordo di certe locuzioni della
lettera). Così, se farete il favore di lasciarmi subito solo, Mr. Kirkby,
io finirò di vestirmi e di trattar la questione.
Jack fece dietro fronte, e uscì dalla stanza.
Fu una triste colazione quella di Jack, una mezz'ora più tardi. ancora
in flanella e senza aver fatto il bagno. Era apparecchiato anche per
Frank, secondo le istruzioni date la sera prima alla padrona di casa,
e Jack non ebbe il cuore di togliere il coperto. V'erano sogliole per
due, quattro uova sode; caffè e marmellata; biscotti e panini e frutta.
E il confortevole aspetto della tavola pareva irridente.
Jack aveva avuto delle idee molto confuse sui possibili modi di
ritrovare Frank: una visione generica di venti automobili, ciascuno
con un autista attento e un poliziotto osservatore, era tutto quello
che s'era presentato alla sua fantasia. Ma poi aveva cominciato a
pensare che, dopo tutto, non si può arrestare un giovane che non ha
commesso delitto alcuno, e riportarlo contro la sua volontà sia pure
a Cambridge! Né il Decano di Trinity College né un padre
posseggono tale illimitato potere sulla libertà di un alunno o di un
figlio. E, in fondo, Frank non aveva fatto altro che prendere alla
lettera quanto gli aveva scritto suo padre!
Queste considerazioni tuttavia non miglioravano la situazione, e
Jack sentiva che, in teoria, occorreva far qualche cosa di più che
mandare qualche telegramma; l'unica difficoltà era il trovare questo
qualche cosa. Aveva avuto la vaga idea di noleggiare egli stesso un
automobile e perlustrare le strade e la campagna attorno a
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Cambridge. Ma neppur questo progetto reggeva alla critica. Se non
gli era riuscito di persuadere Frank a rimanere a Cambridge, era
improbabile che gli riuscisse di persuaderlo a ritornare, anche se
l'avesse trovato. Eppoi, otto strade importanti uscivano da
Cambridge, ed egli non aveva la più lontana idea di quale Frank
avesse potuto scegliere. Forse non ne aveva presa nessuna, per
camminare, invece, attraverso la campagna. Anzi, questo sarebbe
stato tipico di Frank.
Terminò in maniera lugubre la colazione, soffiò in una pipa vuota,
guardando prima di riempirla dalla finestra verso la parete del
Sidney Sussex per due o tre minuti. Ora che Frank non v'era più,
Cambridge pareva un luogo piatto e comune. In realtà, non vi aveva
nulla da fare. Per lui era diventato quasi un regolare impegno andare
alla Gran Corte verso le undici, per vedere quel che v'era da fare.
Talvolta Frank suggeriva il tennis, talvolta un po’ di voga sul Backs,
ad ogni modo si trattava di pranzare o cenare assieme. E anche se
no, Frank, ad ogni modo, c'era.
Egli cercò di figurarsi quel che Frank stava facendo; ebbe la visione
di una strada soleggiata che attraversava le brughiere, con una
persona in marcia; di una piccola osteria, nella cui ombra beveva la
birra. Ma sembra un inutile spreco che quella persona fosse sempre
sola. Perché non gli aveva proposto di andare con lui? Non sapeva:
sapeva solo che, certamente, non sarebbe stato accettato. Eppure
avrebbero potuto essere due mesi magnifici; e dopo due mesi, senza
dubbio, anche Frank ne avrebbe avuto abbastanza!
Ma, ancora, ne avrebbe avuto abbastanza davvero? Pareva che Frank
fosse veramente sincero. nella sua decisione di guadagnarsi d'ora
innanzi la vita; e quando Frank diceva di voler fare una cosa, di
solito la faceva; e Jack Kirkby non se la sentiva di abbandonare la
madre e le sorelle indefinitamente, finché Frank non fosse rinsavito.
Infine, accese la pipa; poi ricordò la commissione relativa alla sella,
qualunque cosa essa volesse significare. Fra poco sarebbe andato a
cercare il portiere... Anzi, sarebbe andato subito; e intanto avrebbe
dato ancora un'occhiata alla stanza di Frank. V'era anche da ritirare
l'amaca.
Ma fu una visita triste. Girò per la stanza, con le mani sprofondate
nelle tasche, cercando di fischiettare fra i denti e fumare; ma
dovette, contro le regole, tener la pipa in mano, mentre parlava col
dignitoso Mr. Hoppet nel portone del Collegio. Mr. Hoppet non
sapeva nulla della sella - almeno, non per informazione pubblica ma la sua aria di profondo e diplomatico sospetto smentiva le sue
parole.
- Va bene - disse Jack con tono allegro. - In quella fuga, io non
c'entro. Il Decano sa tutto.
- Io non ne so nulla - sentenziò Mr. Hoppet.
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- Allora, non avete trovato la sella?
- No, signore.
La stanza di Frank era aperta, quando Jack venne alla scala
familiare, e il suo cuore balzò suo malgrado quand'egli entrò e sentì
dei passi nella stanza da letto. Ma fu la donna di servizio, con una
scopa e uno sguardo di disapprovazione che venne a guardare chi
giungesse.
- È partito, Mrs. Jillings - disse Jack.
Mrs. Jillings soffiò nel naso. Ella aveva sentito parlare dell'asta, e
pensava che fosse una cosa che un giovane gentiluomo. così
simpatico non avrebbe dovuto fare.
- Sì, signore.
- Non v'è qua una sella, per caso?
- Una sella? No, signore. Che ci starebbe a fare una sella?
- Sta bene - fece Jack vagamente. - Ad ogni modo, debbo portar via
l'amaca.
Le stanze avevano un aspetto desolato. Anche i tappeti erano stati
portati via, e il pavimento, non macchiato nel mezzo, pareva che
suggerisse una malinconia anche maggiore. Era proprio difficile
pensare che in queste stanze egli aveva passato tante belle ore con
Frank - partite a bridge, pranzi, assurdi scherzi teatrali, nei quali
Frank, con estrema rapidità e con l'aiuto solo dì un belletto e di un
turacciolo bruciato, e tre o quattro ciuffi di capelli di varie tinte,
aveva sostenuto la parte di quasi tutte le eminenze dell'Università di
Cambridge. Erano lunghe storie, che Frank inventava lì per lì, per
rivelare i lati più oscuri della vita dei più rispettabili membri del Senato - storie che nascevano come leggende, un episodio dopo l'altro,
e nelle quali si succedevano le azioni più disparate. Il Master di
Trinity College, per esempio, passava in queste saghe attraverso
straordinarie avventure d'amore, o scopriva il Polo Nord, o faceva
una conferenza con esperimenti pratici sull'arte del volo; oppure il
Prevosto del King's College cospirava col Presidente del Queen's
College per assassinare il Vice Cancelliere ed usurparne la carica. E
queste storie erano rappresentate con stupefacente realismo,
soprattutto da Frank stesso, con l'aiuto di uno o due zelantissimi
amici, contenti di obbedire.
Ed ora tutto era finito; e proprio questa era la porta attraverso la
quale il Vice Cancelliere si sottraeva ai suoi assassini!
Jack sospirò ancora. Attraversò la porta, raccolse il pacco di abiti nel
vano della finestra, sganciò l'amaca nella quale Frank aveva dormito
la notte scorsa (osservò i mozziconi di tre sigarette gettati nel
coperchio di una scatola di gallettine), ed uscì che pareva un reziario.
Mrs. Jillings soffiò nuovamente nel naso, guardandolo passar nel
cortile. Ella non capiva affatto questi giovani signori, e lo diceva
spesso.
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Alle sei e mezzo di quello stesso mattino, all'ora in cui Jack si
svegliava a Cambridge, John Harris, operaio, sonnacchioso e
intontito, perché la sera prima era rimasto fin tardi all'osteria del
“Cane macchiato”, metteva il naso fuori da una casetta sulla strada
di Ely, nel mezzo della Grunty Fen. Egli guardava attorno,
chiedendosi se era proprio tardi come voleva dirgli il gallo, ed,
osservando il sole, ora scandalosamente alto nell'enorme cupola del
cielo d'estate, che stava sulla terra paludosa come un coperchio sul
piatto. E mentre si voltava verso mezzogiorno, s'accorse di un
giovane gentiluomo che portava un sacco da viaggio in una mano, e
una giacchetta grigia sull'altro braccio, e veniva verso di lui, a meno
di venti passi di distanza. Quando egli giunse più vicino, Mr. Harris
vide che aveva il volto ammaccato come per un pugno.
- Buon giorno - disse il giovanotto. - Caldo, per lavorare...
John Harris grugnì un'osservazione.
- Vorrei qualche lavoro da fare - continuò il giovanotto, sorvolando
sull'osservazione.
- Ho voglia e capacità. Sapete che ve ne sia? Che mi paghino,
s'intende. O almeno, che mi diano da mangiare, per cominciare.
John Harris guardò il giovine signore in silenzio.
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Capitolo II
Marefield Court, come i turisti sanno tutti quanti, può essere visitato
dalle 10 alle 17 del martedì e del giovedì, quando i proprietari sono
assenti; e al martedì soltanto, dalle 14 alle 16, quando vi sono. Perciò
una descrizione minuta sarebbe superflua.
L'edificio sta quasi sulla vetta della collina, protetto dai boschi
contro i venti di tramontana, e le Sue torri e i suoi pinnacoli si
vedono nella valle da dieci miglia di distanza. Dal lato architettonico
esso è costruito nella forma, singolarissima, di una corte triangolare
irregolare, col vecchio barbacane al lato inferiore; l'ala della cappella
al lato opposto; sulla sinistra le rovine del vecchio castello ed il
torrione. La casa nuova, attualmente abitata, è sulla destra. La
costruzione appartiene ad ogni epoca concepibile (il maggiordomo
ne sa illustrare tutti i particolari), dal terrapieno britanno sul quale è
fondato il torrione, fino alla “smoking room” georgiana, costruita dal
nonno dell'attuale signore; ma il corpo principale della casa, che ci
riguarda particolarmente - il lungo edificio grigio, orientato a sud
verso il lago e a nord verso il cortile - è stile Giacomo I fino nel
minimo particolare, e di ottima fattura. Alla sua estremità il
tredicesimo marchese, il quindicesimo barone, e il quattordicesimo
visconte (un uomo solo, non tre), ritenne opportuno di costruire una
specie di sala palladiana di arenaria rossa, portata con spese enormi
attraverso metà dell'Inghilterra. Per fortuna, l'edera si è incaricata di
coprire la maggior parte delle pareti esterne.
Fu in questa stanza - usata anche come sala da bigliardo - che Archie
Guiseley (Visconte Merefield) e Dick Guiseley, suo cugino primo,
ebbero le prime notizie sui progetti di Frank.
Erano ambedue vestiti per il pranzo, e da dieci minuti
giocherellavano con le palle, attendendo il “gong” e parlando nel
modo incoerente, caratteristico dei giocatori di bigliardo.
- Il Genitore è nuovamente un po’ giù - disse Archie - e il medico non
vuol lasciarlo andare in città. Ecco perché sono qui.
Dick fallì una difficile carambola (era appena arrivato da Londra col
treno delle 18,17), e cominciò a dare il talco alla stecca con la
massima cura.
- Non v'è nulla da fare - continuò Archie. - Così t'ho avvertito.
Dick aprì la bocca per parlare, e la richiuse, torcendo il labbro,
proprio come se si rivolgesse nuovamente alla palla; e questa volta il
colpo fu magistrale.
- E poi ce l'ha terribilmente con Frank. Sai tutto?
Dick fece un cenno affermativo.
- E giura che non lo vuol più vedere in casa, e che vada al diavolo.
Dick corrugò le sopracciglia, in tono interrogativo.
-... non lo pensa, si capisce... ma la gotta, si sa, e tutto questo. Io
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penso che Frank farà meglio a stare fuor dei piedi, per un po'. Oh, a
proposito, il Rettore e Jenny verranno a pranzo stassera.
- E Jenny, che cosa dice? - chiese Dick quasi sottovoce.
- Oh! Jenny ride.
Questi due giovanotti - perché Archie aveva soltanto venticinque
anni, e Dick uno o due di più si assomigliavano assai nei modi e nel
portamento generale. Ambedue, pur diversissimi in volto, si
comportavano secondo la stessa moda. Ambedue avevano uno
sguardo mezzo nascosto, un po’ insolente eppur simpatico. Ambedue
si muovevano allo stesso modo, lento e deciso; ambedue parlavano
nello stesso modo calmo e in tono piuttosto basso, e usavano meno
parole che fosse possibile. Ambedue, proprio ora, portavano una
giacca da pranzo di taglio identico.
Quanto al resto, erano opposti addirittura. Archie era rasato, di
taglia media, con un gran mento, e costruito un po’ all'ingrosso. Dick
portava una barbetta a punta ed era sottile e snello. Nessuno dei due
aveva da fare qualcosa di preciso. Archie era più o meno legato a suo
padre, salvo nell'autunno; Dick viveva in città, in un
appartamentino, con seicento sterline all'anno, lasciategli da sua
madre, e si diceva che fosse una specie di procuratore. Si vedevano
molto spesso, però, e andavano meglio d'accordo che la maggior
parte dei fratelli; certo meglio che Archie e Frank. Molta brava gente
trovava spiacevole che essi fossero soltanto cugini.
Ora, mentre essi chiacchieravano tranquillamente, la porta si aprì ad
un tratto, e una fanciulla entrò.
Era rimarchevole davvero, e la sua bellezza era accresciuta proprio
ora dall'ovvia eccitazione ben contenuta. Biondissima e alta, per il
suo portamento altero sembrava anche più alta di quel che fosse in
realtà. Gli occhi, ora particolarmente brillanti, erano d'un azzurro
vivo, grandi e ben tagliati; la bocca forte e sensitiva; e in tutta la
persona aveva un'aria magnifica di calma e di salute. Era in abito da
sera, e portava un mantello leggero sulle spalle bianche.
- Mi spiace interrompervi - ella disse. - Oh, buona sera, Mr. Dick! Ma
c'è qualcosa che non va. Clarkson è uscito per dirci che Lord
Talgarth... c'è un telegramma, o qualcosa del genere. Mio padre m'ha
mandato ad avvertirvi.
Archie la guardò un istante; poi scomparve, svelto, ma senza fretta.
La ragazza si volse a Dick.
- Temo che sia qualcosa che riguarda Frank. Ho sentito che Clarkson
lo nominava. Vi sono altre notizie?
Dick depose la stecca attraverso il bigliardo.
- Sono arrivato un'ora fa. Archie stava informandomi.
Jenny andò verso la poltrona, si tolse il mantello e sedette.
- Lord Talgarth è... bene, se fosse mio padre, direi che ha i nervi. Ho
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sentito la sua voce... - Ella fece una risatina.
Dick si appoggiò alla tavola, guardandola.
- Povero Frank! - disse.
Ella rise di nuovo, più liberamente.
- Sì, povero, caro Frank! È sempre negli impicci, non è vero?
- Temo che questa volta si tratti di una cosa seria - osservò Dick. Ma per qual motivo si è fatto cattolico?
- Oh, Frank fa sempre le cose più impensate!
- Sì, lo so; ma questa è proprio l'ultima cosa...
Ella lo guardò ironicamente.
- Sapete, prima che Frank si facesse cattolico, non m'ero mai accorta
che Lord Talgarth fosse così profondamente religioso.
- Già, ma è proprio la sua unica ossessione. Frank doveva saperlo.
- Ed io non ho il minimo dubbio, che questo sia stato per lui un
motivo di più per farlo.
- Ed ora, che cosa accadrà?
Ella crollò il capo.
- Oh, passerà, vedrete. Frank si ravvederà, e allora saremo per
sempre felici.
- Ma intanto?
- Oh, Frank per un mese o due si farà ospitare da qualche amico; dai
Kirkby, immagino, ed io potrò andarlo a vedere.
- E se facesse qualche gesto violento? Ne è capacissimo.
- Gli parlerò io. Andrà tutto bene. Io ho molto buon senso, lo sapete.
Tutti gli amici me lo dicono.
Dick rimase silenzioso.
- Non lo pensate anche voi?
- Che cosa?
- Che io ho molto buon senso.
Dick fece un piccolo movimento col capo.
- Oh, immagino di sì; già, lo direi anch'io... E supponiamo che mio
zio lo scacci davvero di casa, dandogli soltanto uno scellino? ne è
capacissimo. È un padre assai rigido, lo sapete.
- Non lo farà. Eppoi, gli parlerò io.
- Sì, ma supponiamo che lo faccia? Ella gli gettò un'occhiata
fulminea.
- Ebbene, Frank appenderà lo scellino alla catena dell'orologio, dopo
averlo messo in mostra con gli altri doni di nozze. A proposito, che
cosa mi regalerete voi, Mr. Dick?
- Vi disegnerò un gioiello simbolico - disse Dick, con molta gravità. E quando sarà il matrimonio?
- Non è stato ancora deciso. Lord Talgarth non vi si adatterebbe
ancora. Credo nella prossima estate.
- Miss Jenny...
- Sì?...
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- Ditemi - proprio sul serio - che cosa fareste se vi fosse una vera
rottura, permanente, voglio dire, tra Frank e mio zio?
- Caro Mr. Dick, non dite simili sciocchezze. Vi ripeto che non vi sarà
rottura. Ci penserò io stessa.
- Ma supponendo che vi sia?..
Jenny si alzò bruscamente.
- V'ho detto che sono una persona di buon senso, e non mi fermo a
fantasticare cose assurde. Che cosa volete che dica? Volete che
prenda una posa teatrale, e che parli di amore nella capanna?
- Questa potrebbe essere una risposta.
- Allora, va bene. Basta così, non è vero? Potete tenerlo per detto... Io
starò a vedere quel che accadrà.
Ma mentre ella si avviava alla porta, si sentirono avvicinarsi dal di
fuori rumori di passi e voci, e un istante dopo la porta si aprì, e Lord
Talgarth, seguito dal figlio e dal Rettore, fece ingresso nella stanza.
Mi spiace molto il dirlo, ma il tredicesimo marchese di Talgarth era
esattamente come un personaggio da romanzo - ed anche da
romanzo non di prim'ordine. La sua figura era, per così dire,
ritagliata nel cartone - cartone rigido, colorato a tinte vivaci, con le
dorature agli orli che scintillavano qua e là. È stato anche detto che
egli assomigliava a un nobile sul palco dell'Adelphi. Aveva un bel
volto rubicondo, naso aquilino e sopracciglia bianche che s'alzavano
e si abbassavano, e tutte le caratteristiche del personaggio; era alto e
grosso, soffriva di gotta, e in casa portava un bastone nero col
puntale di gomma. Costruite un padre rigido da teatro, di nobile
famiglia, ed avrete Lord Talgarth al vivo. Vi sono davvero al mondo
persone come questa, della quale si può profetare, con relativa
sicurezza, come si comporterà in qualunque determinata situazione.
Certo Lord Talgarth stava ora comportandosi come voleva il “tipo”.
Egli aveva ricevuto il telegramma del placido Mr. Mackintosh, un
telegramma di parecchi fogli, che lo informava che suo figlio aveva
venduto all'asta i suoi averi, e si era proposto di darsi alla strada; e
che inoltre chiedeva istruzioni sul modo di provvedere. E l'allusione
alla sfida ostinata di Frank - il fatto, voglio dire, di aver preso suo
padre alla lettera - aveva gettato questo padre in un accesso anche
più forte di eccitazione. Jenny, entrando nella “hall”, lo aveva sentito
mormorare e borbottare con rabbia (il telegramma gli era stato
consegnato proprio allora), ed ancora adesso i servi, un po’ pallidi,
stavano scambiandosi strizzatine d'occhi fuori della sala; mentre
Clarkson, il suo cameriere, e il maggiordomo, stavano un po’ più
lontani, in solenne e rispettosa conversazione.
Quello che Lord Talgarth avrebbe voluto, era che Frank gli avesse
scritto una lettera sottomessa - disubbidiente, magari - in cui dicesse
di non poter passare sopra alle proprie convinzioni, e si preparasse
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ad assumere il ruolo di un martire cristiano. Egli ci avrebbe fatto un
sogghigno beffardo, e dopo una conveniente penitenza avrebbe più o
meno perdonato. Si capisce che non aveva inteso, neppure per un
istante, che le sue minacce dovessero essere realmente mantenute;
ma la situazione, per un uomo del temperamento di Lord Talgarth,
esigeva che le minacce fossero fatte, e che Frank fingesse di esserne
schiacciato. Che il figlio si fosse comportato a quel modo, metteva
invece nell'affare una realtà passionale - realtà che sconcertava e
infuriava - come per un attore che s'accorga in scena che l'avversario
è armato di una spada autentica. Non v'era ormai che una possibilità
sola - e ad essa Lord Talgarth s'aggrappava più per istinto che per
coscienza - e cioè che un'accresciuta furia da parte sua riportasse la
realtà a un livello melodrammatico, e lasciasse lui, il padre, padrone
tanto della situazione quanto del suo sconcertante figliolo. Già una o
due volte, in cose di minore importanza, Frank s'era condotto così, e
Lord Talgarth ne era sempre uscito vincitore. In fondo, gli accessori
erano tutti in mano sua.
Quando furono fatti tutti i discorsi del caso - Frank cacciato con uno
scellino in tasca, partito per le Colonie, ritornato in patria e
finalmente affamato alla porta paterna - Lord Talgarth si trovò
disteso in una poltrona, con Jenny seduta di fronte, mentre gli altri
erano andati a cena. Egli non si rendeva perfettamente conto del
come ciò fosse avvenuto, né per quali disposizioni di lì a poco
giungessero una zuppiera e un piatto di pesce, e Jenny e lui cenassero assieme, da soli.
Tuttavia si rifece un po’ coraggio, e ricominciò ad usare frasi a
riguardo del “figlio snaturato”, come “villanzone”, “ non avrà un
soldo” e simili (occorre tener presente che egli era arrabbiato sul
serio).
Allora Jenny cominciò a parlare.
- Io penso, scusate - disse con tutta calma - che in quest'affare non
abbiate seguito la via giusta. (Sono impertinente, non è vero?, ma
avete detto proprio ora che volevate sentire quello ch'io penso).
- Ma certo, ma certo. Voi siete una ragazza di buon senso, mia cara.
Io l'ho sempre detto. Ma quanto a questo ragazzaccio...
- Bene, lasciatemi dire quel che penso. Sì, posate qua la zuppiera. Va
bene, Lord Talgarth? - Ella attese che il cameriere se ne fosse andato
e il vecchio avesse preso il cucchiaio. Allora, prese anch'ella il suo. Bene, io penso che abbiate fatto proprio quello che ci voleva perché
Frank s'ostinasse di più. Lo conosco molto bene. Se voi vi foste
soltanto messo a ridere, e, per così dire, fin dal principio gli aveste
dato due manate sulla spalla, dicendogli che pensavate che fosse
un'ottima cosa per un ragazzo del suo carattere, che ha bisogno di
essere sorvegliato...
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Lord Talgarth la guardò. Egli respirava ancora piuttosto
rumorosamente...
- Ma come potrei dir queste cose, quando penso...
- Oh, non potete più dirlo adesso, si capisce; è troppo tardi. Non
servirebbe a nulla. Ora dovete insistere; soltanto, non dovete
arrabbiarvi davvero. Perché non provare un po’ di fredda severità?
Ella mostrava tanto fascino e tanto spirito, che il vecchio cominciò a
smontarsi alquanto. Le diede un'occhiata o due di sotto le folte
sopracciglia.
- Mi domando che cosa farete - disse con una specie di ruvidità quando v'accorgerete di dover sposare un disperato.
- Io non sposerò un disperato - disse Jenny - Non converrebbe a
nessuno dei due.
- Oh, contate su quelle ottocento sterline all'anno, ancora?
Jenny lasciò che una leggera freddezza le apparisse sul viso. Va bene
il sarcasmo, ma purché non esageri. (In segreto, ella si permetteva
qualche volta di ammettere che quel vecchio avesse nel suo carattere
alcunché di volgare).
- Questo è affar mio. E di Frank - ribatté.
Lord Talgarth arrossì un pochino.
- E le ottocento sterline, sono affar mio.
Jenny posò il cucchiaio, mentre il servo riappariva col pesce e la
lista. Egli giungeva proprio al momento opportuno. E mentre l'ospite
stava meditando qual pietanza scegliere, ella ponderava la nuova
mossa da fare.
Jenny, come s'è detto, era una ragazza di eccezionale buon senso.
Era cresciuta nella Rettoria, alle porte del parco; e fino dalla morte
della madre, avvenuta tre anni prima, aveva governato la casa del
padre - padre compreso - con gran successo. Aveva poi cominciato,
negli ultimi due anni, ad estendere la sua influenza sullo stesso
formidabile signore del castello, e, come s'è visto, s'era fidanzata con
suo figlio. Il suo giudizio era di solito molto chiaro e sano, e i due
cugini, col Rettore, avevano avuto perfettamente ragione nel lasciare
il vecchio alle sue cure per un'ora o due. Se qualcuno poteva
calmarlo, era proprio questa ragazza: senza timore, piena di dignità,
capace di sostener la propria tesi. E suo padre s'accorse che ella ne
era soddisfatta.
Quando il cameriere se ne fu andato, ella riprese: - Bene, lasciamo
correre per un giorno o due. Non v'è fretta, e...
- Ma io debbo rispondere a questo... a questo telegramma - brontolò
Lord Talgarth. - Che cosa debbo dire a quel pretonzolo?
- Ditegli che segua la sua discrezione, e che voi avete completa
fiducia...
- Ma...
- Sì, lo so anch'io che in realtà non ne avete affatto; ma non ne verrà
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alcun danno, ed egli avrà l'impressione di contar qualcosa.
- E se il ragazzo si mette davvero per le strade?
- Faccia pure - disse Jenny fredda fredda. - Non ne morirà.
Egli la fissò di nuovo in silenzio.
Jenny, dal canto suo, era tutt'altro che soddisfatta, quantunque
avvertisse un certo compiacimento per la considerazione in cui era
tenuta. Ella aveva visto spesso questo vecchio in preda ad accessi
d'ira, ma mai per un motivo reale. Nessuno lo contraddiceva mai.
Egli decideva perfino che cura il medico dovesse prescrivergli, e in
quale stagione, e in qual mese, e per quanto tempo. Jenny così non
era del tutto sicura di quel che sarebbe avvenuto, perché conosceva
abbastanza Frank per sapere che egli intendeva quel che diceva.
Tuttavia, ella rifletteva, quel che importava di più per il momento
era smussare gli angoli; poi, avrebbe potuto trarre una conclusione.
- Quello che non riesco a capire - brontolò dopo un pochino il
vecchio - è che abbiate potuto consentire a sposare uno sventato
simile!
- Oh, quanto a questo... - disse Jenny.
La serata era deliziosa, e i tre uomini, dopo cena, uscirono a
passeggiare sulla grande spianata che correva lungo il lato maggiore
della casa, sopra il lago. Finché i servi erano rimasti nella sala, essi
non avevano avuto possibilità di parlare della situazione come
avrebbero desiderato, e non sapevano quando Lord Talgarth e Jenny
avrebbero potuto ricomparire. Così sedettero ad una piccola tavola
di pietra, all'estremità della spianata, e Dick ed Archie accesero la
sigaretta.
Sul Rettore non v'è molto da dire. La cosa più importante è che egli
era il padre di Jenny. Egli era la tradizione. Suo padre e suo nonno,
ambedue secondogeniti come lui, prima di lui avevano adempiuto le
mansioni di Rettore nello stesso modo tradizionale e perfettamente
rispettabile. Egli era un uomo tranquillo di mezza età, tutto rasato,
salvo due basettoni; portava una cravatta bianca, e un bottoncino
d'oro sul davanti della camicia bianca. Era in ottimi rapporti col
castello, in una forma correttissima, senza intimità: ogni quindici
giorni circa v'era invitato a cena, senza che dicesse o ascoltasse nulla
di particolare interesse. Era rimasto lusingato in segreto per il fidanzamento della figlia, ed aveva dato il suo consenso con cordialità
riservata e gentile. Era un “Tory”, non precisamente per scelta
propria, ma - così come apparteneva alla Chiesa d'Inghilterra soltanto perché era incapace in ogni sua intima fibra di pensar
qualche cosa di diverso. Naturalmente, Lord Talgarth era il
personaggio principale del suo mondo, per il semplice fatto che era
Lord Talgarth e il proprietario di quasi tutta la sua parrocchia e di
due terzi di quella contigua. Egli guardava la figlia col massimo
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rispetto, e lasciava nelle sue mani tutto quello che poteva decentemente lasciare. E, per renderle giustizia, Jenny era un despota tanto
benevolo quanto capace. A farla breve, il Rettore non ha in questo
dramma altra parte che quella discreta d'un coro greco, piuttosto
silenzioso, e di carattere irreprensibile. Egli disapprovava, si capisce,
che Frank avesse cambiato religione, ma lo disapprovava con la
stessa parte del suo animo che approvava Lord Talgarth. Gli pareva
che il cattolicesimo, nel futuro marito di sua figlia, fosse un ostacolo
d'un genere analogo a una gamba di legno o a una spiacevole
abitudine di tirar nel naso; un ostacolo, sì, ma non insuperabile. E
sarebbe stato molto sollevato se l'ostacolo si fosse potuto rimuovere.
I tre uomini rimasero seduti per un pezzo, mentre la brezza serale
andava cadendo, il cielo rosato impallidiva, e le stelle apparivano ad
una ad una, come diamanti nello smalto azzurro. Dicevano,
naturalmente, tutte le frasi del caso, e Dick imparò parecchie cose
che non sapeva ancora.
Dick, quando si trovava a Merefield, aveva sempre la sensazione di
un indistinto risentimento, quasi impersonale, contro il destino. Gli
pareva ovvio che la posizione di erede fosse l'unica che sarebbe
perfettamente convenuta ai suoi gusti e al suo temperamento. Si
compiaceva moltissimo di appartenere alla famiglia - che, dal lato
storico, era una famiglia eccezionale: dalla conquista normanna in
poi, era stata presente in quasi tutte le catastrofi, e sempre, meno
una volta, dal lato del vincitore. Ma era difficile gustare questa
distinzione quanto essa meritava, vivendo, come viveva lui, in un
appartamentino da solo, a Londra. Quando si pronunciava il suo
nome davanti a uno straniero bene informato, gli era sempre fatta la
domanda se apparteneva ai Guiseley di Merefield, e gli pareva
singolarmente seccante di poter rispondere soltanto: “Cugino
primo”. Archie, quello, era un erede di soddisfazione; non v'era
dubbio alcuno. Per i suoi modi, apparteneva alla stessa categoria di
Dick; ma sembrava quasi un'offesa che Frank, con le sue convinzioni
violente, e le sue scappate, fosse l'unico fratello di Archie. In lui vi
era ben poco di quella compostezza che occorre a un Guiseley.
Saranno state circa le nove e mezzo quando il rumore di una porta
che s'apriva e delle voci all'estremità opposta della spianata li
avvertirono che la conferenza era terminata, ed essi si alzarono
mentre Jenny, diritta e pallida nel crepuscolo, venne verso di loro
con l'ospite al fianco. Dick s'accorse che il sigaro dello zio era
consumato fino all'estremo, e ne prese buon auspicio. Il braccio del
vecchio era in quello della ragazza, ed egli si appoggiava dall'altra
parte, zoppicando, al bastone nero.
Sedette con un grugnito, e posò il bastone verso alla tavola.
- Bene, ragazzi, abbiamo sistemato tutto - disse - Jenny scriverà il
telegramma.
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- Non c'è più motivo di ansietà - aggiunse Jenny imperturbabile. Lord Talgarth è ancora molto adirato - ed ha tutti i motivi di esserlo
- e lascia, che, se gli piace, Frank faccia il vagabondo.
In deferente silenzio, il Rettore attese una conferma.
- Jenny è una ragazza di molto buon senso - osservò Lord Talgarth e quel che dice è giustissimo.
- Non vorreste dire... - cominciò Archie.
Il vecchio si voltò accigliato.
- Tutto quel che ho detto mantengo. Frank si è scelto il suo letto; se
lo goda. Io l'ho avvertito. Anche Jenny è d'accordo.
Archie diede un'occhiata alla ragazza, e Dick la fissò duramente in
viso. Ma non vi trovò alcun segno di turbamento. Certo, ella
appariva bianca, nel crepuscolo che incupiva, ma i suoi occhi erano
allegri e fermi, e la sua voce del tutto naturale.
- È così che abbiamo sistemato ogni cosa - ella disse - e se sono
soddisfatta io, penso che debbano esserlo anche gli altri. Per parte
mia, scriverò a Frank una lunga lettera affettuosa. Venite, babbo,
dobbiamo andare. Lord Talgarth non sta bene, e non dobbiamo
tenerlo ancora alzato.
Terminata l'ultima partita di bigliardo, e bevuto l'ultimo “whisky”,
Archie prese la candela. Dick rimase immobile, con la sua candela in
mano.
- Non vieni? - chiese Archie.
Dick attese un momento. - Fumo ancora una sigaretta sulla spianata.
È una serata magnifica, e voglio togliermi d'addosso l'odor del treno.
- Benissimo, allora. Ti spiace chiudere, quando rientri?
Era, davvero, una notte stupenda. Dietro a lui, seduto alla tavola
dove avevano preso il caffè, il castello si stagliava pallido nel cielo
estivo, interrotto qua da una linea o due di luce gialla che trapelava
dalle finestre chiuse, là dal grande riquadro splendente della finestra
della “hall”, completamente illuminata (doveva ricordarsi, pensò, di
spegnere le luci prima di andare a letto).
E, attorno a lui, v'era la grande oscurità morbida e profumata,
limitata soltanto dalla volta del cielo cosparso di stelle; e sotto, nella
vallata, egli poteva distinguere il luccichio del lago, e contro di esso,
la massa cupa dei pini e dei cipressi.
Fu là, allora e in quelle circostanze, che Dick confessò a se stesso,
francamente e apertamente per la prima volta, di essere innamorato
di Jenny Launton.
Egli la conosceva da anni, in casa e fuori casa, e l'aveva considerata
una bella ragazza e una piacevole compagna. Aveva pattinato con lei,
cavalcato con lei, danzato con lei, e soltanto sei mesi fa, con un senso
di urto leggero, al tempo del fidanzamento con Frank, aveva
compreso che ella aveva ormai l'età per diventare la moglie di
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qualcuno.
Questo era stato il principio di un processo che culminava quella
notte, egli lo comprendeva perfettamente. Il passo successivo era
stato quello di una vaga meraviglia perché non se ne fosse
innamorato Archie stesso; e l'aveva spiegato dicendo che Archie
aveva un senso troppo preciso della propria importanza per
permettersi di sposare la figlia di un Rettore che aveva di suo appena
un duecento sterline all'anno (ed io ritengo che questa spiegazione
fosse esatta). Poi, aveva cominciato a pensare parecchio a lei - piuttosto sotto un aspetto drammatico che realistico - chiedendosi se gli
sarebbe piaciuto essere lui stesso il fidanzato. Se un cadetto poteva
sposarla, avrebbe potuto sposarla anche un cugino primo, sia pure
dei Guiseley. Così, era andato avanti a poco a poco. Dick aveva
danzato con lei, qua, a Natale - proprio dopo il fidanzamento - e s'era
fermato una settimana più di quanto aveva deciso. Era ritornato a
Pasqua, e ancora a Pentecoste, quantunque protestasse sempre ai
suoi amici che non v'era nulla da fare a Merefield nella primavera.
Ed ora era ancora qua, e il colpo di scena era avvenuto.
Dapprincipio, cercò di analizzare i suoi sentimenti verso Frank.
Egli non sempre aveva approvato Frank: non gli piacevano le sue
bizzarrie; la sua reputazione a Merefield era press'a poca quella che
era a Cambridge. Faceva cose ridicole e mancava di dignità. Da
bambino aveva combattuto nel villaggio almeno tre battaglie
campali, e questa non era cosa degna di un Guiseley. Gli piaceva
andare coi guardiacaccia ad inseguire i cacciatori di frodo, e Dick
giustamente si chiedeva che cosa ci fossero a fare i guardia caccia se
non per fare queste cose per conto dei padroni. V'era stata una gran
confusione, diciotto mesi prima: qualcosa per un cavallo bastonato,
riguardo al quale Frank aveva assunto un atteggiamento assurdo e
ridicolo, riscaldandosi e arrabbiandosi, fino a maltrattare un servo, o
qualche cosa di simile, con le proprie mani; e terminando in
sconvenienti discussioni con un poliziotto e in minacce di azioni per
violenza. Infine, s'era innamorato, s'era dichiarato, e s'era fidanzato,
proprio con Jenny Launton. Questa era una cosa che un figlio
cadetto non doveva fare, alla sua età per lo meno, e Dick ora
comprendeva che il fatto che Jenny era Jenny aggravava cento volte
l'offesa. E, ultima cosa, s'era fatto cattolico: un atto di entusiasmo
che Dick riteneva senz'altro volgare.
In complesso dunque Frank non era una persona soddisfacente, e
non gli avrebbe fatto male subir davvero una piccola penitenza...
I rintocchi di mezzanotte dall'orologio delle scuderie risvegliarono
Dick dal suo sognare, e gli permisero di accorgersi che non aveva
raggiunto nessuna conclusione su nulla, salvo che Frank era un
somaro, che Jenny era... bene, era Jenny; e che lui, Dick, non era
fortunato come avrebbe dovuto essere.
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Anche se potessi non mi piacerebbe riportare tutte le considerazioni
che erano passate per la mente di Dick dalle undici e un quarto in
poi, semplicemente perché il solo enunciarle potrebbe dare
un'impressione non corrispondente alla realtà. Dick non era un
birbone, e non si ingannava su se stesso più di quanto faccia
ciascuno di noi. Pure egli aveva considerato sia pure platonicamente
una serie di punti, che, a rigore, non avrebbe dovuto considerare
affatto. S'era chiesto se Frank non avrebbe potuto morire; s'era
chiesto, in caso diverso, se Lord Talgarth avrebbe davvero
mantenuto la sua parola; e, se sì, che effetto ciò avrebbe avuto su
Jenny; infine, s'era chiesto, con una buona dose di applicazione
intellettuale, che cosa avesse effettivamente voluto dire Jenny
quando aveva fatto quella dichiarazione sul telegramma che avrebbe
scritto in nome di Lord Talgarth, e sulla lettera che avrebbe mandato
per conto proprio. (Lo aveva chiesto ad Archie, poco fa, nella sala da
fumo, ed anch'egli aveva confessato di non capirci nulla, ma di
essere soltanto sicuro che Jenny sarebbe riuscita nel suo intento, ed
avrebbe ottenuto il perdono per Frank).
Eppoi, nel corso di quei tre quarti d'ora, aveva considerato, forse per
la millesima volta da quando aveva raggiunto l'uso di ragione, che
cosa significassero esattamente tre vite tra un uomo e un titolo. Lord
Talgarth era vecchio e gottoso; Archie era celibe, e non dava indizio
di voler prendere moglie; e Frank - ebbene, Frank era sempre nelle
avventure e nei pasticci.
Insomma, io ho elencato questi punti. Ma non si deve pensare che il
“gentleman” con la barbetta a punta e gli occhi pensierosi, che a
mezzanotte e cinque minuti saliva i gradini della sala di fumo e
chiudeva la porta, come gli era stato detto, prendeva la candela e
andava a letto, vi andasse con una coscienza turbata, e che
comunque fosse in qualunque modo un miserabile.
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Capitolo III
Il primo luogo del pellegrinaggio di Frank che io sia riuscito ad
identificare e a visitare in modo da potermi formare un quadro della
sua avventura, più o meno completo in tutte le sue parti, sta a circa
dieci miglia a nord-ovest di Doncaster, in una valletta dove, per
strana coincidenza, un altro pellegrino chiamato Riccardo visse per
un certo tempo quasi seicento anni fa.
Fino al momento in cui Frank giunse là, nella stagione del fieno,
risultano della sua avventura innumeri piccoli incidenti, vivaci ma
frammentari, tanto che non riescono a fondersi nella mia mente in
un coerente complesso. Credo di comprendere fino a un certo limite
il processo per il quale egli riuscì ad abituarsi all'ordinaria durezza
della vita fisica, l'iniziazione della quale cominciò con una serie di
notti quasi del tutto insonni, e di giorni appesantiti dal sonno
accumulato. La notte, nelle cascine, sotto le biche di fieno, in
stanzette opprimenti, nelle stalle, gli era troppo inusitata perché da
principio potesse dormire facilmente, e durante le marce, e all'ora
dei pasti, o quando cercava lavoro, nel calore del sole, egli cadeva
nella profondità di quel riposo che è come il mare, abissi luccicanti,
illuminati da lampi di consapevolezza dell'erba sotto la guancia, o
del cinguettio degli uccelli, nei boschi che si distendevano in
un'oscurità profonda e assoluta.
Del come i piccoli avvenimenti di ogni giorno si fondessero in un
tutto coerente, e modificassero, non certo lui, ma i suoi modi di vita,
la sua conoscenza e la sua esperienza, io non posso affatto rendere
un quadro reale. Il primo di questi episodi avvenne a meno di dieci
miglia da Cambridge, nel primo mattino, e il risultato ne fu
l'ammaccatura sul viso che Mr. Harris aveva notata; si trattava di un
intervento contro atti di brutalità verso un cane... (Frank era
straordinariamente tenero verso gli animali). Poi egli dovette
imparare come si cerca lavoro, e cosa più importante ancora, come il
lavoro si eseguisce. Il dilettante, come Frank poté concludere più
tardi, comincia con troppo vigore, e si esaurisce presto. Il
professionista parte con la stessa decisione con la quale termina,
Non ci si deve precipitare sulla vanga o sulla zappa o su qualsiasi
altro arnese. Si deve invece esercitare un noioso controllo di sé: dare
un'occhiata al lavoro da compiere; voltarsi lentamente; sputarsi in
mano, e dopo una pausa cominciare, ricordando che l'alacrità deve
essere identica se il lavoro dev'essere ripreso il domani, fino al
momento di partire.
Poi bisognava abituarsi ad un genere di vitto assolutamente
inconsueto, e a mangiarlo in circostanze inconsuete. Bisognava
imparare a lavarsi gli indumenti - mi pare ora di vedere Frank vicino
a qualche ruscello, nudo fino alla cintola, attendere che la camicia
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asciughi, fumando una sigaretta male arrotolata, e facendo nel
tempo stesso attenzione al guardiacaccia. Soprattutto, bisognava
imparare una immensa quantità di cose - o piuttosto bisognava
rieducare l'istinto - sulla natura degli uomini: conoscere il tipo di
gente che può dare lavoro; il tipo di gente che pensa quel che dice, o
che dice il rovescio; il tipo delle donne che minacciano di chiamare
la polizia se si chiede del pane - Frank imparò assai presto a
questuare - e il tipo delle donne che aggiungono una moneta ed
avvertono di svignarsela subito; e il tipo delle donne che, dopo una
pausa e un attento esame, rifiutano di proposito un bicchier di
acqua. Poi, bisognava imparare a conoscere l'atmosfera delle piccole
città, l'intollerabile stanchezza dei lastricati, la paziente tenacia dei
poliziotti che non permettono di sedersi. Egli scoprì anche, durante i
suoi pellegrinaggi, il fatto universale che i poliziotti di solito hanno
buon cuore, ma sono sprovvisti del minimo senso di “humour”; lo
scoprì dopo vari tentativi di fingere che il poliziotto fosse soltanto un
uomo mascherato, senza alcun autorità. Scoprì pure che tutti i delitti
impallidiscono di fronte a quello di “resistenza alla forza pubblica
nell'esercizio delle sue funzioni”. Poi, dovette pure imparare in che
modo vanno avvicinati gli altri vagabondi, i silenzi necessari, le
domande inutili, gli scherzi per i quali bisogna ridere e quelli che
non si possono tollerare.
Tutto questo è assolutamente superiore alle mie possibilità. Era
anche superiore alla capacità di descrizione di Frank stesso. Un
ragazzo che per la prima volta viene a casa per le vacanze, non sa
spiegare alla mamma e nemmeno a se stesso, che cosa abbia tanto
profondamente cambiato il suo modo di vedere le cose familiari.
Così per Frank.
Egli poteva buttar giù innumerevoli schizzi delle sue esperienze e
delle sue emozioni - la particolare sensazione, per esempio, destata
dal vedere attraverso una cancellata della gente allegra che prendeva
il tè su un prato - le porcellane, gli argenti, gli abiti, la rete del tennis
- mentre egli passava coi legacci stretti alle ginocchia e con un
calcagno infierito; o l'emozione di essere sorpassato da un ragazzo e
da una fanciulla a cavallo; l’indescrivibile catena d'idee destata dal
camminare per mezza giornata lungo lo steccato di tronchi di
quercia spaccati d'un gran parco, interrotto qua e là dai cancelli,
ascoltando il tubar delle tortore, e vedendo di tanto in tanto, lontano
tra gli alberi, la casa padronale, tra i prati e le aiuole di gerani. Ma
quello che egli non poteva descrivere né comprendere era l'intima
alchimia per la quale queste nuove relazioni tra le cose modificavano
la sua anima e gli davano un punto di vista del tutto nuovo e
sorprendente. È curioso tuttavia (o almeno lo pare a me) che egli
non abbia mai considerato la possibilità di abbandonare questo
modo di vita, e di capitolare a suo padre. Una quantità di cose, io
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suppongo, inconcepibili per me, contribuivano a questo fine: il suo
sangue zingaresco, la sua straordinaria passione per il romantico,
l'attrazione per una cosa soltanto perché era ardita e inconsueta,
infine una volontà tanto eccezionalmente forte che, per conto mio, la
chiamerei ostinazione.
Il silenzio - per quel che riguarda il suo vecchio mondo - era assoluto
e inviolato. Egli sapeva perfettamente che a casa di Jack lo
aspettavano ormai numerose lettere e telegrammi, compresa almeno
una, e probabilmente una dozzina, di Jenny. Ma quanto a Jenny, egli
sapeva che ella avrebbe compreso, e quanto al resto, onestamente
non gliene importava nulla. Le aveva mandato una o due cartoline
illustrate - da Ely, da Peterborough, da Sleaford e da Newark - città
in cui s'era fermato per una domenica (ho visto la stanzetta in cui
egli dormì per due notti), ed era contento. Non faceva piani
particolari per il futuro; supponeva che qualcosa sarebbe successo; e
aveva deciso in sé, con quella stessa volontà a cui ho accennato
poc’anzi, di non precipitare alcuna conclusione prima di giungere a
Barham al principio dell'autunno queste settimane. Per la morale,
almeno in un punto particolare, egli aveva formulato la dottrina che
quando aveva davvero fame, la selvaggina nobile non poteva essere
toccata, ma che poteva concedersi conigli e uccelli, se riusciva a
catturarli con laccioli al margine delle strade. Egli divenne esperto in
quest'arte, e Jack mi descrisse come aveva spiegato Frank a lui,
alcune astuzie che io ignoravo completamente. Frank aveva marciato
per un paio di giorni con un guardiacaccia disoccupato, il quale gli
aveva insegnato queste cose, oltre ad alcuni semplici modi di
cucinare all'aperto.
Quanto alla religione, penso che sia meglio non dire molto per ora.
Curiosissime influenze operavano in lui. Io posso dire soltanto che
Frank stesso descrisse più d'una volta, quando poté essere indotto a
parlare, la straordinaria, addirittura indescrivibile sensazione con la
quale gli capitava di rivedere qua o là, nelle città o in campagna, un
sacerdote coi paramenti salire all'altare, perché la Messa egli la
sentiva quando poteva.
Questo è tutto quello che posso dire delle esperienze ch'egli ebbe
fino al momento in cui, una sera aI tramonto, uscì a lavoro finito da
uno dei campi di Hampole ove aveva falciato il fieno per tutto il
giorno, e in cui incontrò per la prima volta il Maggiore e Gertie
Trustcott.
In piedi, col sole alle spalle, avvolti quasi nell'aureola della sua luce,
essi erano due figure un po’ sospette, come se ne vedono a migliaia
lungo le strade d'Inghilterra durante l'estate. Il Maggiore era un
uomo magro, con dei baffoni grossi che stavano diventando grigi,
con gli occhi stretti, incavati, iniettati di sangue, col mento e la
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mascella tagliati a squadra e rasati forse due giorni prima. Aveva in
testa un berretto da “cricket”, i calzoni stretti da legacci, come Frank,
ed una di quelle giubbe giallastre, tagliate in quadro, con grandi
tasche laterali, come potevano portarle i guardiacaccia vent'anni fa.
Una delle sue scarpe era sfondata, e pareva che egli appoggiasse di
preferenza sull'altro piede. Non faceva certo una buona impressione,
ma Frank vide, con la sua fresca esperienza, che era diverso da tutti
gli altri vagabondi. Diede un'occhiata alla ragazza, e vide che
anch'essa non era del solito tipo, quantunque meno caratteristica del
compagno. E s'accorse anche, con un ovvio colpo al cuore, che ella
aveva talune caratteristiche comuni con Jenny. Era meno alta di lei,
ma aveva i capelli dello stesso colore, sotto un berretto da sole d'un
bianco sudicio, e la stessa specie di occhi azzurri; ma il suo viso ovale
era patito e piuttosto degno di pietà. L'uno e l'altra erano arsi dal
sole.
Frank aveva ormai imparato la discrezione delle strade, e non fece
altro che piegar la testa quasi impercettibilmente nel passare. Egli si
proponeva di tornare alla fattoria per prendervi i suoi averi già
scemati, perché il lavoro era finito, e poi proseguire per alcune
miglia verso nord prima di notte.
Tuttavia nell'andare sentì che l'uomo s'era voltato e lo guardava; ma
non fece alcun segno. Non aveva alcun desiderio di compagnia. Poi,
sapeva per istinto, praticamente con certezza, che quei due non
erano marito e moglie; né padre e figlia. Il tipo era ovvio.
- Dico, signore!
Frank si voltò più idillicamente che poté.
- Dico, signore - potreste indicare un alloggio a me e a questa
signora?
Frank aveva cercato di abituarsi ad un genere di voce bassa e senza
carattere, come quella di un servo o di un cameriere disoccupato.
Sapeva che non sarebbe mai riuscito ad acquistare l'accento del suo
nuovo ambiente.
- Dipende da che genere di alloggio volete, signore.
- Quel che va bene per voi, va bene per noi - disse il Maggiore,
lasciando cadere il “signore”.
- Io proseguo il cammino, signore - disse Frank. - Il mio lavoro qua è
finito.
Il Maggiore si volse alla ragazza, e Frank afferrò le parole: “Che cosa
ne dici, Gertie?” Dopo un momento, l'uomo si rivolse nuovamente a
lui.
- Se non avete nulla in contrario, signore, noi verremmo con voi. La
mia signora può farcela ancora per un miglio o due, dice, e ci farebbe
piacere un po’ di compagnia.
Frank esitava. Per conto suo non desiderava compagnia di sorta.
Diede un'altra occhiata alla ragazza.
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- Benissimo, signore - disse infine. - Se volete attendermi, sarò di
ritorno tra cinque minuti. Vado a prendere le mie cose - ed accennò
ai bassi edifici della fattoria, nella valletta sotto il villaggio.
- Vi aspettiamo qua, signore - disse il Maggiore con degnazione
lisciandosi i mustacchi.
Quando Frank risalì il viottolo pochi minuti dopo, aveva deciso quel
che doveva dire o fare. Era il primo vagabondo gentiluomo che
incontrava, ed era ovvio che in tali circostanze doveva mostrarsi
altrettanto gentiluomo egli stesso. Ma era perfettamente deciso di
tacere il suo nome. Nessuno dei suoi indumenti aveva altro che le
iniziali, ed egli decise perciò di usare il nome che aveva già dato più
d'una volta. Probabilmente non sarebbero andati lontano assieme;
ma era meglio mettersi al sicuro.
Si avvicinò ai due che sedevano fianco a fianco, coi piedi nella
cunetta.
- Eccomi pronto, signore.
- Vengo dall'Università e sono stato allievo di scuole pubbliche disse il Maggiore senza muoversi.
- Eton e Cambridge - rispose Frank.
Il Maggiore s'alzò.
- Harrow e l'Esercito. Qua la mano. - Poi chiese: - Il nome?
Frank fece una smorfia.
- Non ho il biglietto. Frank Gregory, diciamo.
- Capisco... e, per me, “il Maggiore” basterà. Ha il vantaggio di essere
vero. E questa signora? bene, la diremo mia moglie.
Frank s'inchinò. S'accorgeva di agire in una specie di sogno ridicolo:
ma il suo senso di umorismo lo salvò. La ragazza fece un piccolo
inchino goffo ed abbassò gli occhi. Certo ella era somigliantissima a
Jenny, e diversissima.
- E un nome? Un nome ci vuole, in caso di difficoltà.
Il Maggiore pensò alquanto.
- Che ne direste di Trustcott? - chiese. - Può andare?
- Perfettamente. Il Maggiore e la signora Trustcott... Bene, ci
incamminiamo?
Frank non aveva intenzioni particolari né riguardo all'alloggio né
riguardo alla strada, purché la direzione fosse più o meno quella del
nord. Egli si dirigeva, all'ingrosso, verso Selby e York; e pareva che
questa direzione convenisse al Maggiore quanto qualunque altra.
V'è, io credo, una specie di “routine ” nei vagabondi, e verso quel
periodo dell'anno la maggior parte di essi erra per la campagna alla
maggior distanza dai suoi quartieri d'inverno. Il Maggiore e la
signora Trustcott, com'egli venne presto a sapere, erano meridionali,
ma non contavano di tornare verso il sud per altri tre mesi almeno.
Quanto a lui, non aveva alcuna idea, salvo una vaga intenzione di
raggiungere Barham nell'autunno, prima che Jack tornasse a
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Cambridge per l'inizio del quart'anno.
- La campagna, qua, non è straordinaria - osservò dopo un pochino il
Maggiore. - Hampole fa eccezione.
Frank diede un'occhiata a ritroso alla vallata che stava lasciando.
Essa aveva, infatti, un aspetto solitario e rurale: era una striscia di
terreno fertile limitata e circoscritta, e la ferrovia che la percorreva
era l'unico segno del progresso. Ma l'aria trasparente era un po’
offuscata di fumo; e già dal punto in cui essi erano pervenuti si
cominciavano a vedere alti fumaioli che frastagliavano l'orizzonte.
- Siete già stato qua prima d'ora?
- Ma certo, l'anno scorso, circa a quest'epoca. Non è vero, Gertie? Si
dice che una volta ci vivesse un eremita.
- Un eremita può quasi rifugiarcisi anche oggi - osservò Frank.
- Avete ragione - rispose il Maggiore.
Frank cominciò a chiedersi mentre camminava per quale motivo
quell'uomo era per le strade. Cosa abbastanza curiosa, egli prestava
fede alla sua dichiarazione di aver fatto parte dell'esercito. Ne aveva
l'aria. Un capitano della territoriale sarebbe stato più fanfarone; un
completo impostore avrebbe dato maggiori particolari. Frank
cominciò ad andare a caccia di informazioni.
- È da molto che siete per le strade?
Parve che il Maggiore non lo avesse sentito. - È da molto che siete
per le strade? - insistette Frank.
L'altro gli diede un'occhiata di sbieco, e piuttosto insolente.
- Prima il più giovane, per favore.
Frank sorrise.
- Avete ragione. Ecco, io ho lasciato Cambridge soltanto alla fine di
giugno.
- Ah! qualche disgrazia?
- Non mi credereste, suppongo, se vi dicessi “no”?
- Oh, non saprei perché.
- Bene, allora. No.
- E posso chiedervi?...
- Altro che! Sono stato cacciato da mio padre, non occorre che
scenda a particolari. Ho venduto le mie cose, e sono venuto via. Ecco
tutto.
- E intendete perseverare?
- Certo... almeno per un anno o due.
- “All right ”. Tocca a me. Maggiore... come abbiamo detto?
Trustcott? Ah, sì, Trustcott. Si potrebbe aggiungere “dell'Undicesimo
Ussari”. È press'a poco la verità. La catastrofe finale, mi pare, fu il
gioco. Non che io abbia barato, capitemi bene. Non permetterei ad
alcuno di dirlo. Ma è stato detto. Un gentiluomo di spirito, lo
comprendete, non può rimanere in un reggimento quando si dicono
di lui certe cose. Poi continuai a precipitare; e sono in queste
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condizioni da quattro anni. E credetemi, signore, potrebbe esser
peggio!
Frank assentì.
Si capisce che egli non prese per oro di coppella questa piccola storia
limpida, e fu certissimo che se davvero c'entravano le carte, il
Maggiore aveva barato. Così prese la storia, e per così dire la mise da
parte. Capiva benissimo che essa aveva lo scopo di formare la
piattaforma su cui stare assieme. Poi cominciò ad interessarsi della
ragazza. Il Maggiore fornì ben presto una piattaforma anche per lei.
- E Mrs. Trustcott? Bene, essa è venuta con me, diciamo, poco più di
un anno e mezzo fa. Tuttavia ci conoscevamo fin da prima: da
quando io avevo consentito a servir da cameriere da... da un
contabile ebreo nella City. I genitori di Mrs. Trustcott vivono a
Londra.
La ragazza che si trascinava pazientemente un passo o due dietro di
loro, a questo punto alzò gli occhi su Frank e li abbassò di nuovo.
Egli si chiese quale atteggiamento avrebbe preso di fronte a quelle
affermazioni. Ma ella non disse una parola.
- E ora ci conosciamo a vicenda - concluse il Maggiore in tono
soddisfatto: così, dove ci conducete, signor... signor Gregory?
Quella sera, essi furono fortunati.
La parte del Yorshire che stavano attraversando è sparsa soprattutto
di innumerevoli casette, riunite per la maggior parte attorno alle
miniere di carbone. Si ha l'impressione - almeno dall'automobile che non vi siano che villaggi. Ma non è così. Vi sono tratti di strada
del tutto solitari a certe ore; ed in uno di questi essi videro poco
dopo una casetta, a meno di venti metri dalla strada che una volta
formava parte di una fila di casette uguali, ora diroccate. Anche
questa era prossima alla rovina, e certamente disabitata. Attraverso
la porta principale erano inchiodati degli assi, che in origine erano
forse stati messi per sbarrarla, ed ora servivano per tenerla in piedi.
Il Maggiore e Gertie rimasero a vigilare sulla strada, mentre Frank
entrava varcando il cancelletto. Un minuto dopo egli chiamò
sottovoce. Aveva forzato la porta posteriore. Nel buio scoprirono una
piccola cucina, spogliata di tutto: tavola, mobili, perfino le griglie dei
fornelli. Il Maggiore, nel buio, diede un calcio a qualcosa, e
bestemmiò sottovoce; poi annunciò di aver trovato una pentola.
Tutti dichiararono che meglio non poteva andare.
I vagabondi non hanno grandi bisogni, e i nostri furono pienamente
soddisfatti quando ebbero acceso un focherello, smorzandolo con
delle zolle perché non facesse fumo, e fatta bollire un po’ d'acqua per
preparare il tè, mangiarono quel che avevano. Il Maggiore contribuì
al pasto comune con una scatola di sardine vuota a metà e un pane
raffermo. Il Maggiore dichiarò che avrebbe preparato un
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manicaretto, e infatti col formaggio disteso sul pane e le sardine sul
formaggio se la cavò ottimamente. Gertie si muoveva in silenzio, e
Frank, negli intervalli di una conversazione piuttosto, tronca col
Maggiore, si accorse che i suoi occhi la seguivano mentre ella traeva
fuori la sua povera roba, saliva le scale o ricompariva. Sì, ella
assomigliava molto a Jenny, anche in piccoli particolari - la linea
delle ciglia, l'angolo del mento, e così via - forse più in questi
particolari che in altro. Cominciò a fantasticare un po’ su di lei, a
immaginarsi il suo passato; a prevedere il suo avvenire. Pareva tutto
piuttosto volgare. Infine ella sparì senza una parola; egli la senti
camminare di sopra, poi silenzio.
Egli dovette rimanere ancora un po’ ad ascoltare il Maggiore.
- Era abbastanza facile riconoscere il vostro carattere - disse quel
gentiluomo.
- E come?
- Evvia, non foss'altro che per i vostri abiti.
- Non sono frusti abbastanza?
Il Maggiore lo fissò con le palpebre socchiuse, alla luce del
mozzicone della candela fissato con la sua stessa cera.
- Frusti abbastanza, sì, ma di tipo non adatto. Prima di tutto, il
taglio, quantunque questo non basti. Ma i calzoni sono di flanella
grigia, per esempio, e la giacca non è abbastanza larga.
- Potrebbero essermi stati regalati, - disse Frank ridendo.
- Vi vengono troppo bene per questo.
- Li cambierò alla prima occasione.
- Sarà meglio - concluse il Maggiore.
In un modo o in un altro, il senso di sordidezza che dippoi cominciò
a produrre un cambiamento tanto profondo in Frank, discese su di
lui per la prima volta da quella sera. Finora, per il fatto di essere
stato solo, aveva cercato di sfuggirvi. Finora gli era stato possibile
sostenere una specie di prova: di immaginare l'avventura nella luce
di un “pic nic” realistico e prolungato. Ma con questo compagno non
era più possibile. Era cosa tollerabile lavarsi le calze; ma non vedere
le calze di un altro pendere da un gancio a un palmo dalla faccia, e
vedere due piedi sporchi, che non erano i propri, emergere dalle
scarpe rotte.
Il Maggiore poi, quando prese a piagnucolare sulle proprie disgrazie,
cominciò a chiamarlo “Frankie” e “ragazzo mio”, e questo contava
qualcosa per un uomo che aveva i precedenti del Maggiore. Frank la
prima volta si trattenne appena a tempo per non dargli una
rispostaccia, ma mostrarsene urtato non serviva a nulla; Eppure, ci
si dovette abituare; e divenne per lui più facile quando gli avvenne di
guardare il Maggiore come oggetto di studio. Era anche interessante
sentirlo confidarsi pur con una certa pomposa apparenza di rispetto
di sé, e raccontare il suo primo incontro con Gertie.
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L'uomo era, in realtà, esattamente quello che Frank nei suoi giorni
prosperi avrebbe definito un “bounder”. Egli aveva una quantità di
piccoli atti insignificanti, un modo di passar la mano sui mustacchi,
un modo di fissare negli occhi con uno sguardo di velata insolenza;
v'erano argomenti dai quali non sapeva trattenersi: fra essi la scuola
di Harrow, l'Università (che egli diceva 'Varsity), il reggimento al
quale aveva appartenuto, e un certo genere di avventure di donne e
di vino. E sotto tutta la scorza di quel che il Maggiore pretendeva che
fosse educazione, si rivelava compassionevolmente un carattere
debole, vendicativo e piuttosto villano. Diventava sempre più
evidente che l'incidente di gioco - o piuttosto l'accusa, come egli
persisteva a dire - era soltanto l'ultimo gradino della sua caduta, e
che questa era stata la conseguenza del substrato di una volontà
fragile e senza principi, piuttosto che di un qualunque vizio
particolare. Anche adesso, pareva che egli considerasse il proprio
vagabondare con una donna che non era sua moglie come il residuo
di uno splendore perduto, come un uomo che conservasse una
posata d'argento dalla rovina della sua casa.
- Vi raccomando di pigliarvene una - disse il Maggiore. - Ve ne sono
tante che ci starebbero, se sapete scegliere.
- Grazie mille - rispose Frank - ma non fa per me.
Anche il mattino fu un po’ penoso.
Frank aveva passato una notte discreta. Il Maggiore si era ritirato
verso le dieci, prendendosi le calze probabilmente per dormire con
esse, e per un minuto o due Frank aveva sentito l'impiantito
scricchiolare sotto i suoi passi. Poi, due tonfi delle scarpe
scaraventate lontano; un altro rumore più forte, un parlottare evidentemente il Maggiore aveva svegliato Gertie per farle qualche
osservazione - e poi silenzio.
Per più di mezz'ora Frank non s'era addormentato. Pensava, con un
po’ di depressione, al seccante imbroglio al quale era stato iniziato,
del Maggiore e di Gertie, per cui egli cominciava a sentire pena. Non
pensava che il Maggiore la maltrattasse: probabilmente lo aveva
fatto abbastanza prima d'ora - ella era senza dubbio quieta e
sottomessa - o forse lo ammirava davvero e pensava che fosse un
onore andare in giro con un ex ufficiale. Comunque, la cosa era
deplorevole.
Quando Frank si svegliò la mattina dopo, la depressione lo
schiacciava ancora; e non la fece svanire la comparsa di Gertie, la
quale, con un corpetto straordinariamente sudicio e le braccia nude,
una spessa treccia di capelli cadente sulle spalle, cercava di
riaccendere la fiamma nel focolare.
Frank balzò in piedi; era in maniche di camicia. - Lasciate fare a me disse.
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- Posso farlo io - rispose Gertie con indifferenza.
Il Maggiore discese dieci minuti dopo, parecchio peggiorato dal
riposo notturno. Ieri aveva la barba di due giorni: ora l'aveva di tre, e
i fili d'argento più visibili la facevano parer bagnata. Anche gli occhi
erano rossi e infossati, ed egli cominciò subito a parlare di bere.
Frank resistette per qualche minuto, poi comprese e capitolò.
- Ve ne pago un bicchierino - disse - se mi fornite due pacchetti di
Cinderellas.
- A che serve? - disse il Maggiore. - Le liquorerie non sono ancora
aperte. Sono appena le cinque.
- Allora, dovrete aspettare - ribatté secco Frank.
Dopo un po', il Maggiore cominciò ad investire Gertie. Le chiese che
diavolo fosse capace di fare, se non sapeva accendere meglio il fuoco.
L'allontanò col gomito e si mise lui a fare quel lavoro. Ella non disse
nulla. Era perfettamente inutile che Frank intervenisse, e difatti non
intervenne.
Anche il cibo pareva disgustoso, quel mattino, e nuovamente Frank
si rese conto del come sia diverso una specie di gioco fatto per sé, e
una realtà in cui sono legate altre due persone. V'era stato qualcosa
di quasi piacevole, i giorni precedenti, a trarre di tasca i cibi e
mangiarli, crudi o cotti, da solo; ma v'era qualcosa di ripugnante
nell'osservare le sardine che erano diventate proprietà comune,
poste in un giornale unto, un pezzo di pane che ognuno
sbocconcellava con le dita, e una tazza di latta piena di cacao tepido
dalla quale ciascuno a turno beveva un sorso. Il cacao era una
contribuzione del Maggiore e di Mrs. Trustcott, e sarebbe stato
sconveniente rifiutarlo. Eppoi, il Maggiore era torvo e permaloso
quella mattina, e investì Gertie più d'una volta.
Anche il tempo pareva avverso, quando uscirono verso le sei. Era
piovuto nella notte, ma minacciava di piovere ancora. V'erano nubi
basse, che si mescolavano col fumo delle ciminiere. Le siepi
parevano nere nonostante il verde delle foglie; il sentiero coperto di
scorie su cui camminavano era deprimente; le strade bagnate, anche
più. Oltrepassarono una dozzina di uomini che si recavano ai pozzi, i
quali fecero qualche osservazione sui tre vagabondi, e la rappresaglia
era ovvia.
Fu molto sconcertante per Frank avvertire tutte le differenze che
nascevano dalla nuova situazione; eppure egli non pensò seriamente
di modificarla. Gli pareva quasi, nel modo strano con cui quei
sentimenti erano venuti, che tutto fosse preordinato, e che la
compagnia con la quale si trovava fosse ineluttabilmente la sua almeno per ora - come la famiglia in cui un bambino nasce. E v'era,
si capisce, un certo elemento di sollievo nel non sentirsi più solo del
tutto; e v'era anche, come Frank disse più tardi, un curioso senso di
attrazione per Gertie, e di compassione per lei.
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Alla prima osteria che trovò aperta, il Maggiore si fermò.
- Posso prendervi le vostre Cinderellas, se volete - disse.
Questa non era stata l'idea di Frank, ma egli difficilmente esitava.
- Sta bene. Ecco quattro pence.
Il Maggiore entrò mentre stava uscendo un minatore, e una vampata
di odore dolciastro e disgustoso - birra, alcool, tabacco - giunse
nell'aria fresca, e s'intravide nell'interno il pavimento coperto di
segatura e di sputi.
Frank guardò Gertie, che s'era fermata come un asino paziente, e,
come un asino prudente, aveva subito deposto il suo fagotto vicino a
quello del Maggiore.
- Ne volete uno? Ella crollò il capo.
- Per me no... - e null'altro. In due minuti il Maggiore uscì.
- Ce n'era un pacchetto solo - disse, e con un'aria di estrema
meticolosità e di magnanimità rimise un penny in mano a Frank. Ci
teneva ad insistere sulle piccole onestà della vita. Emanava un
leggero odore d'alcool, e gli occhi erano un po’ meno infossati. Poi
porse le sigarette.
- Volete offrirmene una?
Frank gliela diede prima di accendere la propria.
- Siete un tipo simpatico - disse il Maggiore.
- Vorrei potervi dare un sigaro di quelli che regalavo agli amici...
- Oh, bene, quando tornerà il vostro bastimento... - osservò Frank
gettando il fiammifero.
Il Maggiore chinò il capo con un'aria di grandezza decaduta.
- Bene - “Vorwarts” - che significa “avanti”, mia cara - spiegò a
Gertie.
Gertie non disse nulla. Raccolsero i fagotti e partirono.
Fu soltanto una settimana più tardi che Gertie fece ciò che doveva
aver tanta influenza su Frank: gli fece le sue confidenze.
La settimana era stata piena di quei minuti episodi che si potevano
aspettare; piccole avventure trascurabili: lavoro; il Maggiore e Frank
lavoravano fianco a fianco. Un giorno come sterratori, un altro a
trasportare fieno affumicato; poi a pulire i viali nel giardino di un
mercante a riposo, il quale per tutto il tempo li aveva sorvegliati
dalla veranda della sua casetta rossa, col sigaro tra i denti, e che
infine aveva dato loro nove pence fra tutti e due. Avevano dormito
alla ventura, una volta, perfino, data la pioggia, in un vero albergo,
un'altra volta sotto una bica di fieno. Frank parlava appena con
Gertie, e faceva poco più che ascoltare il Maggiore, il quale
cominciava a ripetersi; ma s'era accorto che la ragazza lo guardava.
La crisi avvenne nelle circostanze prevedibili, una sera di domenica
piuttosto sentimentale, in un villaggio tra Selby e York di cui mi
sfugge il nome (forse era Escrick). Frank al mattino era andato da
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solo, per sentir Messa. Poi avevano fatto un buon pranzo, con
prosciutto freddo e fagioli, e nel pomeriggio avevano fatto qualche
miglio di cammino, giungendo al villaggio poco dopo le sei. Il
Maggiore, per una vescichetta a un piede che aveva mostrato almeno
quattro volte ai compagni, aveva rifiutato di proseguire ancora; e
quando giunsero ai margini del villaggio, si offerse di andare a
cercare un ricovero, purché lo attendessero ad uno steccato che
attraverso i campi si congiungeva con la vecchia chiesa,
La scena era quella del finale d'un melodramma popolare sul teatro
di quella parte del Surrey, l'atto nel quale l'eroina offesa coi figli cade
svenuta, mentre la gente va alla chiesa del villaggio, fra gli alberi,
nella luce d'una sera di giugno, con effetti di luna e di folla. Non v'era
l'orchestra per l'accompagnamento del finale, ma v'erano le
campane, e dopo un po’ esse intenerirono il cuore di Gertie.
Quando il Maggiore scomparve zoppicando, i due scavalcarono lo
steccato e sedettero coi fagotti sotto il ciglio, ma ben presto si
accorsero di essere in un punto di grande passaggio. Si cominciarono
a sentir delle voci, che si fecero sempre più forti. La gente
s'avvicinava, scavalcava lo steccato, e poi per il sentiero nel prato
proseguiva verso la chiesa. I primi furono un giovane e una ragazza,
che si strinsero subito e s'allontanarono, senza vedere i due
vagabondi. Le loro teste erano vicinissime.
Poi vennero delle coppie, giovani e vecchie, e due terzetti: uno, di
due giovani vestiti di nero, che scodinzolavano ai lati di una calma
ragazza in bianco; l'altro di due ragazze che discorrevano e ridevano,
camminando tre passi dietro a un giovanotto col cappello in mano,
che ci teneva a che gli parlassero e si dava l'aria di essere assorto nei
suoi pensieri. Poi vennero dei bambini, e una famiglia: babbo, con
aria seria, a sé, con un cappello di seta; mamma, grassa e rossa, in
mezzo alla nidiata. Infine dei vecchi Taddeo e Veneranda, che con
molte esclamazioni dialettali si aiutarono a scavalcare lo steccato, e
proseguirono a testa china brontolando affettuosamente a vicenda.
Quando questi ultimi giunsero al punto in cui il sentiero spariva nel
campo di grano, le campane cominciarono a suonare e Gertie
scoppiò a piangere. Frank non aveva fatto caso di lei in particolare.
Per parte sua era cupo. La situazione non aveva più novità per lui; il
Maggiore stava diventando intollerabile, e le emozioni religiose di
Frank cominciavano a declinare. Da questo punto di vista la messa
della mattina era stata una delusione.
Frank aveva avuto un posto scomodo, in una panca di legno, in una
chiesetta col tetto di lamiera e con un organo americano; il
sacerdote, giovanissimo, era stato noioso e antipatico... Nonostante
tutti i suoi sforzi, Frank era rimasto stanco e seccato: la chiesina era
un forno, e non c'era nessun piacere a vedersi fissare dall'alto in
basso da un grosso mercante all'uscire nel sole.
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Proprio ora egli s'era indugiato a guardare con una specie di
risentimento le persone che scavalcavano lo steccato, si
raggruppavano, e si allontanavano scomparendo lentamente in
mezzo al grano. Questa gente aveva trovato la propria vita; egli la
cercava ancora. Egli guardava pure l'apparenza stranamente irreale
dei campi illuminati dal sole, delle lunghe ombre, della luce dorata e
fumosa, del campanile eretto tra i cipressi a mezzo miglio di distanza, ma senza rendersene bene conto. Non aveva detto una parola
a Gertie, né essa a lui e fu colto completamente di sorpresa, quando,
dopo il primo dolce rintocco delle campane per la funzione della
sera, ella si gettò improvvisamente con la faccia tra l'erba e scoppiò
in singhiozzi.
- Oh, ragazza cara, - disse Frank - che cosa avete?
Poi si fermò.
Per fortuna la processione dei fedeli era terminata e i due vagabondi
erano soli. Frank sedeva senza saper che cosa dire. Pensava che forse
Gertie si sentisse male... doveva correre a cercare il Maggiore o un
medico?.. Poi, quando dopo un minuto o due di violenti singhiozzi,
ella mormorò poche parole incoerenti, egli comprese.
- Oh, io sono una ragazza perduta... una ragazza perduta... è tutto
così bello... le campane... mia madre!
Frank comprese allora che cosa aveva precipitato la crisi e spezzato il
riserbo della ragazza. Era lo stesso sentimento che tiene il loggione
col fiato e le lacrime sospese all'ultimo atto del melodramma, la
combinazione della calma domenicale, del tramonto, delle campane,
delle relazioni umane; e l'animuccia suburbana di Gertie vi aveva
risposto come una campana alla corda. Tutte queste cose, che per lei
rappresentavano la santità, la pace, la purezza, le avevano toccato il
cuore. E Frank comprendeva anche che era stata la sua presenza a
permetterle di cedere a quei sentimenti. Frank sentiva un groppo in
gola mentre guardava, disperato, prima i campi pieni della pace
domenicale, poi la persona snella e mal vestita di Gertie, agitata
dalla sofferenza... Non sapeva che cosa fare. Sperava che il Maggiore
non tornasse subito. Allora capì che doveva dire qualche cosa,
- Non piangete - disse. - Il Maggiore...
Gertie si rizzò con costernazione improvvisa, col volto bello, triste,
arso dal sole, tutto bagnato di lacrime, ma al momento infuocato per
il timore.
- No, no - disse Frank - non viene ancora, ma...
Ella s'accasciò nuovamente gemendo e parlando.
- Oh! io.. io sono una cattiva figliola... mia madre... e non avevo mai
pensato che sarei arrivata a questo punto!
- E allora, perché non lo lasciate? - chiese, pratico, Frank.
- Non posso... non posso... io... io lo amo!
Questa non era apparsa un'eventualità possibile al giovane, che
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rimase zitto. Le campane continuavano a squillare; il sole si
abbassava all'orizzonte; Gertie singhiozzava sempre più piano; e la
mente di Frank turbinava come un mulino e faceva cento piani.
Infine Gertie si quietò, rimase immobile, e quando una campana
sola diede i rintocchi finali si rizzò. Si terse gli occhi con una
manciata d'erba, vi passò sopra la manica, e cominciò a parlare.
- Io... io sono sciocca davvero, Frank... Ma non posso farci nulla.
Adesso sto meglio. Ma non dite nulla a Giorgio!
- Non dirò nulla sicuro! - esclamò Frank indignato.
- Siete un gentiluomo anche voi - disse Gertie (Frank sentì un certo
rimescolìo nell'intimo, a quel “anche voi”). - Vedo che siete gentile
con una signora. Eppure non so come abbia potuto parlarvi. Ma è
così, e danno non ce n'è stato.
- Perché non lo lasciate? - tornò a dire Frank con coraggio.
Una piccola onda di sentimento le salì al viso.
- È un gentiluomo - rispose. - No, non posso lasciarlo. Ma ci si sente
oppressi, qualche volta, non è vero? - (Il suo volto tornò ad
ondeggiare). - Sono state quelle campane, quella gente, tutto...
- Dove stanno i vostri parenti?
- Dalle parti di Londra... ma non c'è più nulla da fare. Ho scelto la
mia strada, e...
- Parlatemi francamente: vi maltratta?
- Non si può dire. Mi ha dato uno schiaffo una volta, ma poi non più.
- Se lo fa nuovamente, ditemelo.
Negli occhi di lei comparve un piccolo e timido sguardo
d'ammirazione.
- Vedremo - ella disse.
Frank avvertiva un certo senso di disillusione. La cosa era stata quasi
commovente poco fa, quando il riserbo s'era spezzato, ma ora gli
pareva che si fosse rivelata soltanto una povera animuccia (e non
avvertiva ancora che proprio questo rendeva la cosa più
commovente) . Non riusciva a vedere che cosa avrebbe dovuto fare.
Era abbastanza cristiano per essere turbato dal complesso delle cose;
ma era abbastanza aristocratico nella sua schifiltosità per pensare in
quel momento che forse per gente di quel genere tutte quelle cose
non importavano gran che. Forse era l'ideale più alto che persone
come il Maggiore e Gertie potessero concepire. Ma l'osservazione
che ella fece subito dopo infranse la sua soddisfazione di sé.
- Voi siete cattolico - ella disse. - Dicono che voi cattolici non fate
caso a cose di questo genere: di me e del Maggiore, ecco.
V'era in questa osservazione un tono odioso di timido suggerimento
che lo irritò. Egli scattò, con l'amarezza dell'orgoglio ferito.
- Mia cara ragazza, i cattolici queste cose le condannano, senz'altro.
E, quanto a me, credo che siano cosa da bestie.
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- Sì... ma io...
- Io credo che sia da bestie - insistette Frank in tono cattedratico. Una buona figliola come voi, ben educata, con buoni genitori, una
bella casa, religiosa... e invece - (concluse in uno scoppio di amarezza
ironica) - ve ne andate con un... - (indugiò alquanto) - con un uomo
che non è vostro marito. perché non lo sposate?
- Non posso - gemette Gertie, d'un subito colpita da rimorso. - Sua
moglie vive.
Frank trasalì come non gli era ancor successo. Eppure, come era
caratteristico del Maggiore.
- Bene... allora, lasciatelo.
Non posso! - gridò la povera Gertie. - Non posso, non posso!
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Capitolo IV
Frank si svegliò di soprassalto ed aprì gli occhi; ma era ancora buio e
non poté vedere nulla. Così si voltò dall'altra parte e cercò di
riaddormentarsi.
I tre compagni erano giunti a questa cittaduzza la sera prima, dopo
due o tre giorni di lavoro regolare. Avevano messo assieme un po’ di
denaro, avevano un programma fatto per un giorno o due; e, dato il
genere di vita a cui Frank aveva imparato ad adattarsi, non v'era
alcun motivo plausibile per spiegare il terrore che ricadde su di lui.
Io, posso soltanto supporre che l'origine ne fosse dentro la sua
personalità, non fuori.
Il turbamento cominciò col senso che da un lato egli era realmente
stanco, e che dall'altro non poteva prender sonno. E per
soprammercato, sapeva che una marcia di venti miglia lo attendeva.
Cominciò a dirsi che il sonno era una semplice questione di volontà di volontà che deliberatamente allenta l'attenzione. Si aggiustò un
pochino, raddrizzò un piede, si adagiò un po’ meglio nel letto, infilò
una mano sotto il guanciale, e cercò di abbandonarsi.
Allora, la processione dei suoi pensieri cominciò, ordinata come a un
segnale.
Quasi subito, dopo aver enumerato tutti i minori motivi fisici del
disagio, - i piedi che gli dolevano, il materasso che era pieno di nodi,
la camera senz'aria che divideva con gli altri due, il Maggiore che
russava; si trovò a considerare se ci fosse qualcosa di savio nella sua
situazione. Era questo un punto che non aveva ancor considerato
con coscienza, dal giorno in cui aveva lasciato Cambridge. L'impeto
del suo primo impulso e l'estrema forza della sua decisione, assieme
alla novità della cosa, lo avevano fino allora sostenuto. Si capisce che
questo momento, presto o tardi, avrebbe dovuto venire. Ma pare un
po’ duro che egli fosse costretto ad affrontarlo in quella chiarezza di
mente particolarmente fredda che hanno le persone insonni un'ora o
due prima dell'alba.
Perché, come lo guardava ora, egli vedeva il problema come
l'avrebbe visto un estraneo, non più dal punto di vista della propria
personalità. Egli vedeva un giovanotto, capace e di eccellenti
speranze, il quale sacrificava tutto a, un'idea che cadeva a pezzi al
primo contatto. Egli la toccava ora con un dito critico, ed essa, in
realtà, si frantumava. In essa, si vedeva, non c'era nulla. Era stato un
impulso sciocco d'orgoglio, di ostinazione romantica, che non
concludeva a nulla. V'era Merefield che lo attendeva, perché egli
sapeva benissimo che un accordo sarebbe stato trovato. V'erano tutti
quei comodi, quelle distinzioni senza pensieri in cui era cresciuto, e
che sapeva bene come usare; v'era Jenny, v'era il suo cane, v'era il
suo cavallo... v'era, insomma, tutto quel che Merefield
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rappresentava. Ora egli vedeva tutto ciò, distinto e limpido nel buio;
ed egli aveva cambiato tutto ciò, ecco, per questa stanza, per la
compagnia del Maggiore... e senza ragione alcuna.
Ruminò tutto questo per un bel pezzo; con gli occhi chiusi, avvolto
nel buio, con ogni particolare nitido ed insistente come se fosse visto
nella fredda luce del mattino, prima che i colori tornino a
riaffermarsi e a comporre il tutto in un complesso ragionevole...
- ... bisogna proprio che dorma! - si disse, e strinse gli occhi.
Allora, naturalmente, venne la reazione, ed egli si rivolse alla sua
religione. Cercò a tastoni la corona sotto il guanciale, si propose di
meditare (secondo le istruzioni di quel libriccino) il mistero
dell'Annunciazione di Maria, e cominciò il Pater Noster. A metà del
Pater ricominciò a pensare a Cambridge, a Merefield, a Jack Kirkby,
all'asta, all'ultimo pranzo, al disegno del “menu”, alla sciocchezza
che aveva commesso; e quando il suo pensiero tornò al rosario,
s'accorse di tener tra le dita il terz'ultimo grano della quinta decina.
Aveva ripetuto quasi cinquanta avemarie senza la minima apparenza
di attenzione. Terminò sconsolato, e poi selvaggiamente ricacciò la
corona sotto il guanciale, si rivoltò ancora, desiderò che il Maggiore
imparasse a dormire come un “gentleman”, e cominciò a pensare
alla religione in se stessa.
Dopo tutto - cominciò a dirsi - quale prova v'era, prova scientifica,
che fosse proprio la religione vera? Certo, in essa v'erano molte cose
davvero convincenti, v'era il curioso cerchio di affermazioni e di
confidenza, v'era tutto il suo carattere, composto (come quello d'una
persona) d'innumeri tocchi troppo esili per poter essere definiti;
v'era la precisa evidenza addotta dalla storia, dalla filosofia e dal
resto. Ma sotto tutto questo v'era al mondo, infine, una qualunque
evidenza umana sufficiente per stabilire i dogmi stupefacenti che
stavano alle radici? Era concepibile che una qualunque evidenza del
genere potesse essere prodotta?
Egli procedette a considerare la serie degli antichi dilemmi che, io
penso, si sono presentati una volta o l'altra ad ogni essere
ragionevole: libero arbitrio e predestinazione; amore e dolore;
prescienza e peccato; eccetera eccetera. E, in quell'umore freddo e
senza emozione, quando pare che la personalità rabbrividisca, nuda,
alla presenza di forze mostruose e ripugnanti, gli sembrava che la
sua religione, quanto qualunque altra, fosse del tutto impotente di
fronte a loro.
Andò più oltre. Cominciò a riflettere sulle innumeri devozioncelle
concrete che aveva recentemente imparato - la ripetizione di certe
parole, il compimento di certe azioni - il rosario, per esempio, e
cominciò a chiedersi come fosse credibile che esse potessero avere la
minima influenza sulle conclusioni eterne.
Queste cose non s'erano ancora circondate dell'atmosfera
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dell'esperienza e dell'associazione, ed avevano perduto il fascino
della novità; stavano davanti a lui staccate, per dir così, e senza
capacità di convincere.
Non intendo affermare che durante quest'ora Frank in coscienza non
credesse; egli onestamente cercava di rispondere a quelle domande;
si appoggiò all'autorità e cercò di rassicurarsi riflettendo che cervelli
di gran lunga più acuti del suo non avevano trovato in quei dilemmi
un ostacolo definitivo per la fede; si pose al riparo della Chiesa, e
cercò ciecamente di credere quello che Essa credeva. Ma, in un certo
senso, egli era impotente; la spada dell'avversario era più pronta
della sua; la sua volontà era quasi addormentata; il suo cuore era del
tutto in letargo, e il suo intelletto era limpido fino a un certo punto, e
straordinariamente rapido...
Mezz'ora dopo egli si trovava in uno stato compassionevole, e aveva
cominciato a chiedersi se Jenny gli fosse fedele. S'era rivolto al
pensiero di lei come ultimo scampo per calmarsi e rassicurarsi, ed
ora, nella freschezza dell'alba, anch'ella sembrava senza sostanza.
Cominciò col pensare che Jenny non avrebbe vissuto per sempre;
anzi, ella avrebbe potuto morire ben presto; e poteva morire lui; e
terminò col domandarsi, prima, che cosa valesse l'amore umano, e
poi, se egli possedesse quello di Jenny.
Capiva ora, con assoluta certezza, che non v'era nulla in lui che
potesse avere importanza per qualcuno; tutto era stato un errore,
non tanto da parte sua quanto da parte di Jenny. Ella aveva creduto
che egli fosse qualcosa che poi non era. Forse rimpiangeva già il
fidanzamento; probabilmente non l'avrebbe mantenuto. E come, del
resto, poteva ella curarsi di chi era stato tanto pazzo da rinunciare a
Merefield, alle sue prospettive, al suo passato, alle sue possibilità,
per gettarsi in un'avventura così assurda e fanciullesca? Così, ancora
una volta, completò il cerchio, e la sua infelicità fu completa.
Si mise a sedere sul letto con un movimento improvviso, mentre il
filo dei suoi pensieri si ritorceva sul suo inizio. Intrecciò le mani
attorno alle ginocchia e guardò attorno alla stanza.
Adesso la finestra appariva un pallido rettangolo grigio, sotto il quale
il Maggiore russava, e certi oggetti si cominciavano a vedere freddi e
oscuri. Egli distingueva la seggiola con lo schienale rotto sulla quale
erano ammonticchiati i suoi indumenti - meno la camicia di flanella
che aveva indosso - e un'ombra di bianco dove la camicetta di Gertie
era appesa a prender aria.
Quasi s'attendeva che, a star seduto sul letto, le cose gli apparissero
più tinte di speranza. Ma no. La vista della stanza qual era portò
anche più il concreto e il materiale a pesar su di lui: quelle cose
grosse che sono dette “il fatto”. E gli pareva che oltre ad esse non ci
fossero altri fatti. Queste erano le ossa dell'Universo: una stanza
mefitica, un abito di flanella ruvida, un'alba fredda, un russare nel
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buio, e tre corpi, grevi di stanchezza... Una volta c'erano stati altri
fatti; una volta erano esistiti Merefield, Cambridge, Eton; una volta
Jenny era stata una persona viva che lo amava; una volta c'era stata
una cosa chiamata Religione. Ma tutto questo non esisteva più.
Frank, finalmente, aveva toccato la realtà. Tirò un sospiro lungo e
sconsolato; si distese; ora conosceva il peggio, e in cinque minuti
s'addormentò.
Naturalmente a metà della giornata le cose avevano ripreso il loro
corso, e s'erano raggiustate. Ma l'effetto rimaneva come un rumore
sotto la superficie. Frank sapeva che una volta gli era stato possibile
dubitare del valore di ogni cosa; sapeva che v'era una certa
condizione di spirito nella quale sembra che nulla abbia valore.
Era praticamente la sua prima esperienza del genere, ed egli non la
comprese. Ma essa compiva la sua opera; ed io faccio partire da
questo giorno un certo aumento di ostinazione, che si mostrava
anche più chiara nel suo carattere. Due cose possono essere l'effetto
di una condizione di spirito nella quale - anche se soltanto per un'ora
o due - tutto ciò che non sia materiale assume un'apparenza di
illusione: o lo spirito è abbassato, e queste cose sono leggermente
trattate come dubbie; o la volontà stringe i denti e decide di vivere in
conformità ad esse, siano o non siano dubbie. E questa io ritengo che
sia la forma di fede più completa.
Verso mezzogiorno lo spago che legava la bisaccia di Frank si spezzò,
e parecchi oggetti caddero sulla strada. Egli represse un violento
senso di irritazione e si voltò per raccoglierli. Il Maggiore e Gertie
d'istinto si diressero ad un cancello nella siepe, posarono i loro
fagotti e si appoggiarono.
Frank raccolse le cose cadute - una camicia, un paio di scarpe più
morbide, un rasoio, un pennello, una scatola di carne in conserva, un
rosario, uno specchietto rotto -, e li rimise nel sacco sul margine
della strada.
Poi provò il legaccio, lo annodò, lo tirò, e lo strappò di nuovo. La
scatola di carne, come un animaletto intelligente, rotolò frettolosa
fuori dal sentiero e si tuffò nel rigagnolo.
Il Maggiore scoppiò in una breve risata ed anche Gertie sorrise.
Frank non disse nulla. Si distese sulla strada, immerse il braccio
nell’acqua e ripescò la scatola, impiastricciata d'una fanghiglia
spiacevolmente viscida. La ripulì nella manica della camicia e si
pentì subito d'averlo fatto. Nuovamente impaccò le sue cose,
nuovamente strinse la corda, e nuovamente questa si strappò.
- Santo cielo! Tirate troppo forte.
Frank alzò gli occhi con una specie di pazienza furiosa. Il suo istinto
gli suggeriva di gettare a calci gli oggetti sparsi davanti a lui più
lontano che fosse possibile.
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- Avete un'altra corda? - domandò.
- No. Mettetevi la roba in tasca, e partiamo.
Frank non diede risposta. Si avvicinò alla siepe, tagliò un lungo
ramoscello di nocciolo, lo liberò delle foglie, e con esso tentò ancora
una volta di legare il suo pacco. Ma lo spigolo era troppo acuto, e
proprio quando il legaccio stringeva in modo soddisfacente il
ramoscello si spaccò, e questa volta il rasoio scivolò sulla strada,
nell'unica pozzanghera che vi fosse.
Il Maggiore sbuffò in allegra impazienza.
- Ma...
- Lasciatemi solo - disse Frank glaciale. - Dev'essere così, o nulla.
Raccolse il rasoio nella pozzanghera, lo aprì ed asciugò la lama sulla
manica. Intanto Gertie si mosse improvvisamente ed egli guardò in
su. Quando riabbassò gli occhi s'accorse di aver fatto un taglio netto
nella stoffa della giacca.
Rimase immobile per un momento. Poi sedette sul margine, ed
esaminò ancora lo spago. Il Maggiore cominciò a fare dei piccoli
commenti offensivi. Frank alzò gli occhi.
- Andate all'inferno! - brontolò a mezza voce - o dove più vi piace. Il
pacco, lo faccio come voglio io, e non come volete voi.
***
Ora, questa è una specie di parabola. È cosa realmente avvenuta,
perché fu riferita da Frank a un testimonio esattamente come io l'ho
raccontata, e mi pare che sia un piccolo simbolo magnifico del suo
stato d'animo. Non si può giustificare, d'accordo - soprattutto - il
deplorevole linguaggio che chiuse l'episodio. Ma a me pare che essa
dia un'esatta visione, per dire così, in spaccato, del carattere di
Frank. Le cose dovevano andare in una certa maniera; egli non
vedeva alcun motivo per cambiare questa maniera, e, alla fine,
naturalmente, lo spago tenne. Dev'essere stata per lui una grande
soddisfazione.
Pare che a Frank dovesse essere concesso allora di saggiare diverse
condizioni di spirito, perché un giorno o due dopo egli ebbe un
risveglio del tutto diverso.
Erano giunti a un punto della campagna che io non sono stato
capace di identificare, e avevano deciso di passare la notte all'aperto.
V'era un boschetto a un centinaio di passi dalla strada, e nel
boschetto due capannuccie, costruite, probabilmente, per la caccia al
piccione. Il Maggiore e Gertie presero possesso di una, Frank
dell'altra, dopo aver cenato al buio sotto le betulle.
Frank dormì sodo e a lungo, risvegliandosi però una volta, in quello
strano momento della notte in cui la terra gira e sospira nel suo
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sonno, quando ogni mucca si alza e torna a coricarsi. Egli ebbe la
sensazione di un canto acuto e sottile come un corno da caccia, che
provenisse da qualche fattoria fuor di vista; poi si voltò dall'altra
parte e si riaddormentò.
Quando si risvegliò era chiaro. Rimase disteso, guardando l'intreccio
dei ramoscelli sul suo capo, le foglie delle betulle, il cielo visibile solo
a sprazzi, sentendosi proprio sveglio e proprio contento. Quando si
mosse era un po’ intirizzito, è vero, ma quella specie di letizia
interiore faceva parer ciò senza importanza.
Dopo un minuto o due egli si alzò a sedere, cercò le scarpe, le infilò.
Poi sciolse la sciarpa dal collo, e uscì all'aperto.
Era in quella pausa strana che precede l'alba, quando la luce è
diventata tanto intensa da far svanire le stelle, e da analizzare i colori
della terra in fredde tinte decise. Attorno a lui ogni cosa era
assolutamente immota, ed egli, di sotto agli alberi uscì sull'ampio
prato del parco, di cui il boschetto era una specie di orlo. La rugiada
bagnava i pendii erbosi, ma non v'era ancora luce sufficiente per
farla brillare. Ovunque, punteggiando il verde, v'erano centinaia di
conigli, i più vicini a meno di venti passi da lui.
Il silenzio e la solennità della scena gli parvero straordinari. Non
v'era una foglia che si muovesse; tutte pendevano come se fossero
state tagliate nell'acciaio. Non v'era un uccello che cinguettasse, né
un gallo che cantasse in distanza. I conigli lo fissavano senza paura
in quell'ora di tregua.
Gli pareva di esser giunto inaspettatamente davanti a un immenso
palcoscenico. Sul dramma del giorno prima era calato il sipario, il
cambiamento notturno della scena era stato compiuto, ma gli attori
del nuovo ed eterno dramma non erano ancora giunti. Di qui a
un'ora ci sarebbero tutti; i suoni sarebbero ricominciati, gli uomini
avrebbero nuovamente percorso i sentieri dei campi, gli uccelli si
sarebbero affaccendati, il vento si sarebbe risvegliato e l'incessante
mormorio delle foglie avrebbe risposto al suo richiamo. Ma ora la
scena era sgombra, spazzata, lavata, pulita, silenziosa.
Era soprattutto la solennità che impressionava Frank, la solennità e
un'aria di attesa. Pure non era attesa soltanto. V'era come un
suggerimento di quel che è fondamentale ed essenziale, come se,
forse, il suono e il movimento non fossero, intendo, altro che
interruzioni; come se questo equilibrio immoto della natura fosse
qualcosa di completo in se stesso; come se questi alberi lasciassero
pendere le loro foglie per ascoltare qualcosa che essi potevano
realmente udire, come se queste creature immobili del sottobosco
guardassero qualcosa che esse potevano realmente vedere; come se
vi fosse qualche grande segreto che nel silenzio assoluto e
nell'invisibilità fosse realmente presente e palese soltanto per coloro
che avevano i sensi necessari per percepirlo.
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Era cosa strana guardare la vita da questo punto di vista: riguardare
indietro ai giorni e agli avvenimenti che erano passati, guardare
avanti ai giorni e agli avvenimenti che erano futuri. Era ancora
possibile per Frank guardare a queste cose come un estraneo e con
deliberata critica, come aveva fatto nella camera puzzolente
dell'albergo in città. Pure adesso - quantunque fosse nuovamente
estraneo, quantunque fosse nuovamente fuori del turbine della vita
reale, - gli pareva di guardar le cose - fissando, così, quasi senza
vederli, i pendii erbosi che gli si stendevano davanti, - proprio dal
punto di vista opposto. Allora, le cose fisiche e tangibili gli erano
apparse come le sole cose reali, e tutte le altre, illusioni. Ora, erano le
cose fisiche a parere illusorie, e qualcosa d'altro ad essere reale.
Ancora una volta i due elementi della vita erano dissociati: la
materia e lo spirito; ma ora era ovviamente lo spirito a palesarsi la
realtà, come lo era stata la materia un giorno o due innanzi. Era
manifestamente assurdo considerare queste cose esteriori che egli
vedeva se non come una cornice a qualcosa di completamente
diverso: esse erano troppo silenziose, troppo immote, troppo
limitate, per essere complete in se stesse. Esse celavano qualche cosa
di sostanziale.
Così, allora, egli guardava e ruminava, a mala pena accorgendosi che
stava pensando, tanto intensamente era consapevole di quel che
pensava. Non che comprendesse qualcosa di ciò che guardava: egli
avvertiva soltanto che v'era qualcosa da comprendere. E gli alberi
rimanevano rigidi davanti a lui, ed oltre ad essi stava il cielo azzurro,
chiaro e immobile come un sasso, non ancora palpitante per l'alba
imminente; e l'erba stava davanti a lui contratta dal freddo, pareva;
con ogni filo bagnato di rugiada; e il silenzio era profondo.
Allora un gallo cantò, un miglio distante, un chicchiricchì sottile e
sfrontato. Un coniglio si rizzò, poi si raccolse, e saltò via, e l'incanto
svanì come la nebbia.
Frank si volse e tornò sotto gli alberi, per vedere se il Maggiore era
sveglio.
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Capitolo V
Siamo giunti ora ad uno di quei pochi avvenimenti deplorevoli nella
carriera di Frank, per i quali non v'è nessuna giustificazione. E quel
che fa pena, è che non pare che Frank pensasse neppure che una
giustificazione fosse necessaria. Nel suo diario egli non accenna ad
alcun pentimento; eppure i moralisti sono concordi nel dirci che non
dobbiamo mai fare il male perché ne venga il bene. L'incidente può
fare il paio soltanto con la sua avventata azione di lasciare
Cambridge sfidando i consigli e il buon senso; a tal punto, occorre
aggiungere, quanto un atto legalmente permissibile per quanto
pazzesco può esser messo a pari con un autentico delitto. I moralisti,
probabilmente, ci direbbero infatti che il primo conduce
inevitabilmente al secondo.
Avvenne così.
Una o due volte egli era stato tormentato dal bruciante sospetto che
questo o quell'altro contributo portato dal Maggiore alla mensa
comune. non fosse di provenienza legittima. Quando un gentiluomo,
del quale si sa che non ha in tasca più di mezzo scellino, e al quale
piace bere, lascia il ricovero di un boschetto, supponiamo, alle sette
di sera, e ricompare quaranta minuti dopo piuttosto ansante, con un
pollo appena spennato, o magari con un pollo non spennato affatto e
ancor caldo; o con una mezza dozzina di uova; e per di più esce
nuovamente in serata e ritorna con un forte odore di alcool e con gli
occhi lacrimosi, può sembrare alquanto dubbio che egli sia stato
scrupolosamente onesto. In casi del genere Frank perseverava a
cercare qualche scusa per non partecipare al festino; se lo poneva
come punto d'orgoglio. Ma è difficile comprendere che si trattasse
soltanto d'orgoglio in un giovane che non si faceva scrupolo di
mendicare in caso di necessità. Pure, era così, e anche il Maggiore,
che cominciava col protestare, finiva con l'adattarsi.
Quando il fatto avvenne, si trovavano nelle vicinanze di Market
Weighton; io non sono in grado di identificare la località precisa. La
situazione era questa.
Per l'alloggio della notte avevano trovato una eccellente cascina di
fianco alla strada, all'uscita di un villaggio. Dietro v'erano gli edifici
della fattoria, e i familiari del contadino erano andati a letto. Il sole
era tramontato ed era buio. Avevano cenato parcamente, per forza di
cose, ed avevano terminato fin l'ultimo boccone (Frank anzi s'era
trovato a raccogliere meccanicamente le briciole col dito inumidito).
Era stata una settimana cattiva. Il grano non era ancora pronto per
la mietitura, e pareva che nessuno avesse lavoro per uomini onesti.
L'umore del Maggiore era diventato terribile, egli aveva perfino fatto
osservazioni sul dilemma di un asilo per i poveri e di un rasoio. Dopo
la cena si era alzato, aveva rovesciato le tasche del panciotto per
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ricuperare fin l'ultimo frammento di tabacco, ed aveva fumato un
quarto di pipa di questa polvere senza dire una parola. Poi ne aveva
brontolato una serie, aveva preso il cappello ed era scomparso.
Anche Frank era più stanco e depresso del solito. Gli ultimi fili di
romanticismo avevano lasciato la sua avventura da un pezzo; eppure
la sua ostinazione rimaneva ferma. Ma non si sentiva di parlare.
Guardava irrequieto Gertie; che irrequieta anch'essa, cominciava a
distendere degli indumenti non precisati per preparare un letto
nell'angolo. Egli non le diceva parola, né lei a lui.
Cominciava a sentire il sonno, quando udì dei passi piuttosto
affrettati, come di uno che cercasse di camminare in punta di piedi,
venendo dal prato; un istante dopo il Maggiore si precipitò dentro.
- Spegnete questa maledetta luce! – stridette sottovoce.
Il mozzicone di candela sparì con la rapidità del pensiero.
- Che c'è? - chiese Frank alzandosi. Aveva intravisto uno sguardo
energico nel volto del compagno, che lo interessava.
Vi fu un silenzio di tomba. Gertie sembrava congelata immobile nel
suo angolo, come se avesse esperienza di casi analoghi. Frank ascoltò
a tutt'orecchi. Era inutile guardare nel buio; qua nella cascina
l'oscurità era completa.
Dapprincipio non si senti alcun rumore, salvo di tanto in tanto il
leggerissimo strascicare di una scarpa chiodata, che lasciava capire
che il Maggiore cercava di nascondere qualche cosa. Poi, tanto
improvvisamente che egli trasalì, Frank sentì una mano sul braccio,
e un respiro puzzolente di tabacco. (Ahimè, quella sera non c'era
stato nulla da bere).
- Vedete, Frank, ragazzo mio... Io... ho la cosa con me... che posso
farne?.. buttarla via sarebbe inutile: la troverebbero.
- Avete, che cosa?... - mormorò Frank.
- C'era una bambina, per la strada... aveva una scatola... non so
neppure che cosa sia... e... e ha gridato, e qualcuno è venuto fuori.
Ma non hanno potuto riconoscermi. Era troppo scuro.
- Zitto! - bisbigliò secco Frank, stringendogli il braccio. Ma era
soltanto un topo.
- Ebbene? - riprese.
- Frankie... se la prendeste voi, e... ve ne andaste... Ci potremmo
rivedere dopo. Io ho paura che qualcuno, prima, ci abbia visto
attraversare il villaggio assieme. Ci cercheranno... ci cercheranno di
sicuro.
- Ai vostri affari, pensateci voi - mormorò pronto Frank.
- Frankie, ragazzo mio... non siate duro con un povero diavolo... Io...
io non posso lasciare Gertie. - Nascondete la scatola, allora.
- È inutile, la troverebbero... Santo cielo!
Tacque a un tratto, perché una luce, appena distinta e subito
scomparsa, brillò attraverso una fessura della parete. Poi si udì un
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mormorio di voci.
Frank sentì che l'uomo accovacciato al suo fianco si alzava, senza
rumore, e in quell'istante la sua decisione fu presa.
- Datemi qua.
Sentì una cosa liscia, piatta e circolare che gli veniva messa in mano,
con un bisbiglio che non riuscì a comprendere, e al tempo stesso udì
un rumore di passi all'esterno. Ebbe appena il tempo di cacciare la
cosa nella giacca e rotolarcisi sopra, come se fosse addormentato,
quando la porta si spalancò, e tre o quattro uomini, con un poliziotto
alla testa, irruppero nella cascina.
È atto di carità, io penso, tacere il nome della cittadina dove il
processo ebbe luogo. Gli eccellenti magistrati che lo presiedettero
fecero certamente del loro meglio, in circostanze assai difficili. Che
cosa si può fare infatti se un uomo accusato di furto apertamente si
dichiara colpevole? Eppure essi si sentirebbero turbati al sapere di
aver commesso un autentico errore giudiziario.
Alle dieci del venerdì cominciarono a giungere le vetture:
l'automobile dello Squire, il carrozzino del Rettore, il “brougham”
del Generale in pensione. Presiedeva il Generale.
L'aula non era più tetra di quel che siano di solito le aule giudiziarie.
Quando la visitai nel piccolo pellegrinaggio intrapreso pochi mesi fa,
era stata imbiancata, e le parti di legno verniciate a noce. Anche così,
non era allegra.
A un'estremità, sotto una delle finestre, sopra una pedana, davanti a
una lunga tavola coperta di panno, erano schierati cinque seggioloni.
Poi, a un livello più basso, stava la tavola del Pubblico Ministero e
dei cancellieri. Una ringhiera li separava dalla folla che si assiepava,
calda ed eccitata, per vedere i criminali ed assistere
all'amministrazione della giustizia.
Prima fu una causa originata da antiche rivalità famigliari, le quali
avevano finito con esplodere in un delitto: una signora, come battuta
finale di un vivace dialogo tenuto sulla porta di casa, aveva scagliato
uno zoccolo sulla testa di un'altra; la mira era stata ben presa, e la
vittima era adesso comparsa per fare la sua deposizione con una
gran benda bianca sotto il berretto. Il fatto aveva eccitato la folla
oltre il consueto, perché ambedue le signore erano ben note in
società.
Il Generale era un vecchio dall'aspetto simpatico (Frank ne
riconobbe il nome appena fu pronunciato, quantunque non l'avesse
mai visto di persona), e conversava lietamente coi magistrati suoi
colleghi mentre stavano occupando i loro posti. Il Rettore era... ecco,
come gli altri Rettori, e lo 'Squire come gli altri signorotti.
Si giunse alle undici e tre quarti prima che la faccenda delle signore
fosse sistemata. Esse furono ambedue paternamente ammonite e
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rimandate alle loro faccende, dato che era risultata dubbia la
evidenza se la signora con la benda avesse o no provocato l'attacco,
non soltanto col suo linguaggio, ma anche col gettare una buccia di
banana alla signora senza benda. Ad esse venne fatto un predicozzo,
ai loro mariti venne imposto di tenerle a freno, e se n'andarono tutt'e
due, un po’ mogie, a discutere tutto sopra una pinta di birra.
Vi fu ora un certo movimento nell'uditorio. Un poliziotto che, senza
elmo, pareva singolarmente umano, si avanzò dalla porta e prese
posto di fianco alla ringhiera. I magistrati, i cancellieri, il Pubblico
Ministero conferirono alquanto assieme e diedero alcuni ordini. Poi
la porta vicino alla Corte, che conduceva alla cella della polizia, si
aprì, e Frank venne avanti fino al banco degli accusati, seguito da un
altro poliziotto, che chiuse la barriera dietro al prigioniero e rimase
in piedi, attendendo, come Rhadamanthus. Attraverso la cancellata,
tra la folla, comparivano in prima fila le facce del Maggiore e di
Gertie.
Non abbiamo da preoccuparci dei preliminari - a dire il vero, non
ricordo come si siano svolti - Frank disse il nome: Frank Gregory;
l'età: ventidue anni; l'occupazione: lavoratore occasionale; il
domicilio: senza fissa dimora.
Gli fu letta l'accusa. Secondo la quale, egli, la sera del martedì
ventitre corrente, nel villaggio... (di cui tacerei il nome, anche se lo
conoscessi), aveva carpito a Maggie Cooper, dell'età di anni nove,
una scatola di salmone a scopo di furto. La domanda fatta al
prigioniero fu questa: “Si confessava colpevole, o no?”
- Mi confesso colpevole, signore - disse Frank, senza tremare.
Egli era stato in cella due giorni interi, e ciò non aveva migliorato il
suo aspetto. Era sempre abbronzato dal sole, ma un po’ pallido sotto
gli occhi, e con la barba lunga. Poi s'era deliberatamente arruffato i
capelli, e messo gli abiti in modo di parere il più trasandato
possibile. Rispose con una voce bassa, in modo di attrarre meno che
fosse possibile l'attenzione. Entrando aveva dato una rapida occhiata
ai Magistrati, per assicurarsi di non averli mai incontrati a pranzo o
a caccia e s'era sentito profondamente sollevato nel trovarli del tutto
sconosciuti.
- Vi confessate colpevole, dunque? - chiese il Generale. Frank
accennò di si col capo.
- Bene, bene! Sentiamo tutta la storia. Dov'è la parte lesa?
Una bimbetta pallida e spaventata comparve in un piccolo palco di
fronte a Frank. Una virtuosa madre vestita di seta nera la seguiva.
Risultò che la bimba stava andando da una zia - suo padre era
pizzicagnolo - per portarle una scatola di salmone che era stata
promessa e dimenticata. Per questo la bimba era uscita così tardi?
All'angolo di Parker Lane un uomo le era saltato addosso e le aveva
strappato la scatola. (No, egli non aveva usato altra violenza). Ella
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aveva strillato con tutta la sua voce, e Mrs. Jennings aveva aperto la
porta. Allora l'uomo era scappato.
- Avete visto bene l'uomo? - No, non lo aveva visto affatto. Aveva
visto soltanto che era un uomo. A questo punto la teste lanciò a
Frank un'occhiata indignata, quasi vendicativa.
Seguirono pochi testimoni, che confermarono la deposizione. Mrs.
Jennings, una vedova che curava la casa del fratello, capo operaio a
Marks’Yard, ratificò la dichiarazione circa l'apertura della porta. Ella
stava per chiudere per la notte, quando aveva udito la bimba
strillare. Suo fratello, un uomo con la barba nera, dall'aspetto severo,
terminò la storia. Egli aveva udito la chiamata della sorella mentre
stava togliendosi le scarpe, in fondo alla scala; era corso coi lacci
sciolti in tempo per vedere l'uomo che scompariva dietro il
municipio, a cinquanta passi di distanza. No, neppure lui aveva visto
distintamente l'uomo, ma lo aveva visto prima, in compagnia di un
altro. Essi erano venuti nel pomeriggio alla sua fabbrica per chiedere
lavoro, che era stato rifiutato, perché non occorreva mano d'opera.
- Bene, e poi, che cosa avvenne?
Mr. Jennings, correndo, aveva bussato a due e tre porte, fra le altre a
quella dell'agente di polizia, ed era giunto in tempo a sentire i passi
dell'imputato nella strada che conduceva alla cascina. Allora s'era
fermato, perché non aveva più fiato e perché l'uomo s'era cacciato in
trappola, non essendovi uscita dalla strada se non attraverso la
fattoria di Mr. Patten. E là c'erano i cani.
Infine il poliziotto corroborò tutta la storia, ed aggiunse che egli,
assieme a Mr. Jennings e a due altri, era immediatamente
“proceduto” alla cascina, e là aveva trovato il prigioniero che si
fingeva addormentato, con la scatola di salmone (presentata in
giudizio e deposta sulla tavola) nascosta nella giacca. Egli l'aveva
sequestrata.
- V'era qualcun altro nella cascina?
- Sì, v'erano due persone, che avevano dato il nome di George e
Gertie Trustcott. Costoro, se i magistrati lo consentivano, erano
disposti a testimoniare sull'identità del prigioniero, e sul fatto che la
sera in questione egli s'era allontanato ed era tornato alla cascina...
Sì, essi erano presenti nell'aula.
Il Generale cominciava a diventare stizzoso. Pareva che fosse un
magistrato a cui piaceva mostrarsi paterno, e che il linguaggio
oltremodo corretto del poliziotto lo facesse impazientire.
Egli si rivolse a Frank - e parve che avesse del tutto dimenticato i due
testimoni non ancora sentiti - e parlò piuttosto rude:
- E voi, non negate tutto questo? Vi confessate colpevole, eh?
- Sì, signore - disse Frank fissando il salmone roseo che decorava la
scatola.
- perché lo avete fatto?
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- Avevo fame, signore.
- Avete fame, eh? Un giovanotto robusto come voi? Non potreste
lavorare?
- Quando trovo lavoro, signore.
- Eh?.. Eh... Già, può anche essere vero. Quel giorno, almeno, non
l'avevate trovato. Ce l'ha detto il signor... Come si chiama...
- Sì, signore.
A questo punto il Rettore si sporse avanti con gran spavento di
Frank.
- Voi parlate come un uomo istruito.
- Vi pare, signore? Mi fa piacere sentirlo. Nella Corte vi fu un leggero
rider sotto i baffi. - Dove siete stato educato? - insisté il Rettore.
- Debbo anche incriminarmi, signore?
- Incriminarvi? - fece il Generale, d'un tratto interessato. - Eh? Eh
già, dopo una buona educazione. Capisco. No, non v'incriminate,
ragazzo mio.
- Grazie, signore.
- E vi confessate colpevole? E vorreste che il giudizio fosse
pronunciato senz'altro?
- Se non vi spiace, signore.
Il cancelliere si alzò dal suo posto, e cominciò a bisbigliare coi
magistrati. Frank comprese perfettamente quel che avveniva; capì
che era dubbio se il suo caso potesse o non essere definito in questa
sede. Dentro di sé esplose in violente invettive contro le supreme
autorità, mentre il Generale tornava a sedersi.
- Sciocchezze, sciocchezze! Non si tratta affatto di rapina sulle
pubbliche strade, nello stretto significato del termine.
Pronunceremo noi il giudizio, non è vero, signori?
Vi fu ancora un po’ di mormorio, e finalmente il Generale si
accomodò sul seggiolone e prese una penna d'oca.
- Bene, pronunceremo subito la sentenza, ragazzo mio, come
desiderate. Mi spiace vedere un giovanotto come voi in questa
situazione - specialmente se avete avuto una buona educazione,
come pare. Cosa vile, lo comprendete, aggredire così una bambina,
non è vero? anche se avevate fame, Dovreste sapervi dominare di
più, non vi pare? un giovanottone come voi... e non lasciarvi
trascinare da un po’ di fame, Ragazzi come voi dovrebbero
arruolarsi: diventerebbero subito uomini. Ma no... io vi conosco, Voi
preferite fare il Michelaccio e prender quel che capita, piuttosto che
servire Sua Maestà, Bene, bene, non vi costringe nessuno - non
ancora... ma dovreste pensarci. Venite a trovarmi, se volete, quando
avrete finito la pena, e vedremo quel che si potrà fare, Non sarebbe
meglio che vagabondar per le strade e rubare scatole di salmone, eh?
Bene, non ho altro da aggiungere. Ma voi pensateci. E intanto, vi
diamo quattordici giorni.
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Poi, nell'allontanarsi, Frank vide che i tre magistrati avevano ripreso
la conversazione.
Trovo difficile da spiegare, anche a me stesso, la straordinaria
depressione che gravò su Frank durante quelle due settimane. Dopo
di allora egli a malapena ne poteva parlare, e nel suo diario vi sono
soltanto due o tre righe misuratissime anch'esse. A quanto pare non
gli dava alcuna soddisfazione sapere che la prova era dipesa soltanto
da lui, e che era stato il pensiero di Gertie a indurlo, in un primo
momento, a prendere la scatola dalle mani del Maggiore, Ad ogni
modo non pare che provasse alcun senso di aver commesso una
colpa o almeno un errore. Si sarebbe detta cosa ottima per tutti, e in
particolare per Gertie, che il Maggiore fosse stato tenuto in prigione
per un po’ di tempo. A lui non avrebbe fatto male, e sarebbe stata
un'ottima occasione per liberare Gertie dalla sua compagnia.
Frank poi non ammetteva di aver fatto male a dichiararsi colpevole.
Egli si difendeva (debbo ammetterlo, con una certa abilità), dicendo
che è pacifico che la dichiarazione di essere innocente è puramente
formale, e che essa non lega alcuno, in nessun modo, alla sua
intrinseca verità (e qui almeno egli ha ragione, almeno secondo la
Teologia morale e secondo il senso comune): e perciò, secondo lui,
anche l'affermazione opposta è puramente formale.
Eppure, in quei quattordici giorni, egli fu depresso fino all'estremo
limite della malinconia.
Vi contribuivano parecchie cause.
Prima, v'era l'estrema ignominia di tutte le circostanze, dal paterno
predicozzo nella Corte, alla presenza di pizzicagnoli e di dame che si
gettavano gli zoccoli, all'increscioso viaggio in ferrovia con le
manette ai polsi, alla gente che si affollava a guardare e a ridere, fino
alla vita di prigione. Non è piacevole per una persona pulita essere
sospettato di sporcizia, esser condotto al bagno ed esaminato da un
uomo che evidentemente soffre di una specie di eczema; non è
piacevole sentirsi dare ordini perentori da gente in uniforme, che tre
mesi prima si sarebbe affrettata a togliersi il cappello, e dover fare
senza indugio né esitazione questo e quest'altro, per il semplice
motivo che qualcuno lo ordina.
Poi, v'era l'improvviso cambiamento di vita: la dieta, la clausura.
Infine, v'era il pensiero, tanto più terribile perché non v'era mezzo di
verificarne il fondamento, della differenza che tutto ciò avrebbe
portato nei rapporti dei suoi amici verso di lui, non solo, ma anche di
lui stesso verso di sé. L'innocenza di una colpa non può astrarre del
tutto dall'angoscia e dal marchio d'infamia che deriva dalla sua
punizione. Egli si immaginava di dirlo a Jenny: cercava di vederla
ridere, e non sempre ci riusciva.
La situazione era completamente disforme da tutto ciò che egli
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sapeva di lei; eppure qualche volta, in quelle notti quando le ore si
trascinavano insonni, gli pareva di vederla che lo guardava con una
sfumatura di sprezzo. “Ad ogni modo”, gli pareva di sentirla dire, “se
anche non l'hai fatto tu, ti sei fatto amico d'un uomo che lo ha fatto.
E in prigione ci sei stato”.
Oh, vi sono mille eccellenti spiegazioni della sua depressione,
davvero terribile: eppure non mi pare che siano affatto in armonia
con quanto so di Frank, per pensare che la spieghino realmente.
Preferisco credere, con un certo prete che incontreremo nel
racconto, che si trattasse soltanto di uno stadio in un processo che
doveva compiersi, e che se non fosse avvenuto così avrebbe dovuto
avvenire in un altro modo. Quanto alla sua religione, pareva che ogni
elemento emozionale di essa scomparisse definitivamente al
contatto della realtà ignominiosa. Egli continuava a riconoscere le
ragioni intellettuali per le quali s'era fatto cattolico, ma la religione
sembrava tanto distante da lui, quanto, per dirne una, la conoscenza
delle leggi acquistata a Cambridge, o l'abilità che aveva avuto al
“tennis”. Certo non gli dava nessuna consolazione riflettere alle
sofferenze dei martiri cristiani!
Venne dimesso la sera del venerdì, e per scongiurare ogni pericolo di
essere identificato, fece di corsa la strada fin oltre l'edificio della
prigione.
Aveva avuto un breve colloquio col Governatore - un uomo di
coscienza e di fede, che si faceva scrupolo di dire ad ogni carcerato,
prima del rilascio, ciò che chiamava “poche sentite parole”. Ma,
come era da attendersi, esse furono straordinariamente fuor di
proposito. Era del tutto inutile per Frank sentirsi invitare a cercare
un modo di vivere onesto: era quel che egli aveva cercato di fare ogni
giorno - dal giugno in poi - e di non andare in giro derubando le
bimbe innocenti di cose come scatole di salmone: e questa era
proprio l'ultima cosa che egli avesse mai pensato di fare.
Frank aveva avuto anche alcuni colloqui col cappellano della Chiesa
Stabilita, in conseguenza del suo risoluto diniego di riconoscersi
appartenente a un determinato corpo religioso (egli aveva deciso di
eludere anche questo possibile appiglio per la sua identificazione); e
questi colloqui non erano stati di utilità alcuna. A che serve essere
intrattenuti sull'opportunità di voltare la pagina quando non si vede
alcun motivo per farlo? e gli opuscoli lasciati con tatto nella cella allo
stesso scopo erano stati inutili del pari. Frank li aveva letti
avidamente da capo a fondo. Poi non li aveva presi a calci, perché
sarebbe stato offensivo per le eccellenti intenzioni del reverendo signore...
Non ho alcun desiderio di dipingere Frank quale era quando
s'allontanò correndo dalla prigione. È un contrasto davvero drastico
con la gaiezza con la quale aveva cominciato il suo pellegrinaggio.
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***
Durante quei quindici giorni, Frank aveva avuto il tempo di pensare
ai suoi progetti, e si diresse difilato all'ufficio postale. Il Governatore
gli aveva dato mezza corona per ricominciare la vita, ed egli si
proponeva di scialare immediatamente quattro pence in due
francobolli, due fogli di carta e due buste.
La prima lettera doveva essere per Jack; la seconda per il Maggiore
Trustcott, che gli aveva dato l'indirizzo presso cui sarebbe stato
reperibile verso quella data.
Ma sopraggiunsero subito due o tre difficoltà.
Frank giunse all'ufficio postale, salì i gradini e varcò la porta.
L'ambiente era stato decorato da poco, con un bancone di mogano, e
leggere griglie di ottone, dietro le quali due signorine, che ci
tenevano ad apparire aristocratiche, erano occupate in
conversazione; esse, come Frank apprese dalle poche frasi sentite
prima che si azzardasse, ad interrompere un così alto colloquio,
erano Miss Mills e Miss Jamieson.
Dopo una rispettosa pausa, Frank osò fare la sua domanda:
- Due francobolli, due fogli di carta e due buste, per favore... Miss (egli disse così).
Miss Mills continuò la sua conversazione.
- ... Così le dissi che non poteva andare, che certo Harold l'avrebbe
spuntata, e che allora...
Frank strisciò un po’ il piede. Miss Mills gli diede un'occhiata.
- Sarà un gran pasticcio, vi dico io, Miss Jamieson.
- Avete fatto benissimo, cara.
- Due francobolli, due fogli di carta e due buste, per favore, Miss ripeté Frank picchiando con la moneta sul banco. Miss Mills si alzò
lentamente dal suo.. posto, fece un passo o due e prese un grosso
libro. Frank le diede un'occhiata piena di gratitudine. Poi ella prese
una penna e cominciò a registrarvi delle cifre.
- Due francobolli, due fogli di carta e due buste, per favore.
La voce di Frank aveva vibrato un pochino di rabbia. Egli non aveva
ancora imparato la lezione.
Miss Mills terminò la sua registrazione: guardò Frank con suprema
degnazione, e finalmente prese un foglio di francobolli.
- Da un pence? - chiese bruscamente.
- Sì, per favore.
Due francobolli da un pence furono gettati di sotto la griglia, e due
monete da un pence ritirate.
- Ed ora, due fogli di carta e due buste, per favore, Miss - proseguì
Frank incoraggiato. Pensava d'esser stato sciocco ad arrabbiarsi.
Miss Jamieson fece una risatina e guardò Miss Mills. Miss Mills
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strinse le labbra e riprese la penna.
- Vorreste essere tanto gentile da darmi quel che ho chiesto, per
favore?
Tutto Frank; s'accese in questa piccola frase. Ma Miss Mills non gli
fu inferiore.
- Dovreste far altro, invece di venire a chiedere qua queste cose!
Perdere il tempo a questo modo!
- Non ne avete?
Miss Mills grugnì leggermente. Miss Jamieson ridacchiò.
- La carta si cerca dai cartolai. Questo è un ufficio postale.
Le parole non possono riprodurre tutta la superba dignità dell'alta
educazione espressa con questa frase. Frank avrebbe dovuto capire
di essersi reso colpevole di una grave impertinenza nel chiedere
simili cose a Miss Mills: l'aveva trattata quasi come una commessa di
negozio! Ma ormai era arrabbiato davvero.
- Allora, perché non avete avuto la cortesia di dirmelo subito?
Miss Jamieson depose un lavoretto che stava agucchiando.
- Attento, giovanotto, non venite a fare il gradasso e a minacciare
qua dentro. Dovrei chiamare il poliziotto... Ero al processo venerdì
scorso, sapete....
Frank rimase per un istante immobile, furibondo. Poi il coraggio gli
mancò, e uscì senza aggiungere una parola.
Finalmente le lettere vennero scritte, quella sera sul tardi, nella sala
posteriore di una piccola locanda ove Frank aveva fissato un letto.
Mentre scrivo ho davanti agli occhi quella inviata a Jack, e la copio
tale e quale. È senza indirizzo e senza data.
“Caro Jack”,
“Ho bisogno del tuo aiuto. Vorrei che tu andassi a Merefield, e che
vedessi prima Jenny e poi mio padre; e che a lei dicessi chiaro e
tondo che io sono stato in prigione per quindici giorni. Bisogna che
Jenny lo sappia per la prima, per vedere quel che si deve dire a mio
padre. Il motivo per cui sono stato dentro è che mi sono confessato
colpevole di aver rubato una scatola di salmone a una bambina, certa
Mary Coopero Il resoconto del processo puoi leggerlo sulla “County
Gazette” di sabato scorso, 27. Quello che ho fatto in realtà è soltanto
di aver ricevuto la scatola da un compagno di viaggio. Me lo ha
chiesto lui.
“Poi, vorrei che mandassi le lettere che possono esserti giunte per
me all'indirizzo scritto sul foglietto che accludo.. Per favore,
distruggilo subito. Ma a Jenny puoi mostrare questa lettera e dirle
che l'amo. Tu non devi venirmi a vedere. Se non verrai, verrò io da
te, forse presto.
“Le cose, per ora, sono andate malissimo, ma me la sono sempre
cavata.
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Tuo F.
P.S. - Beninteso, indirizzami al nome di Frank Gregory.
Di qui si vede che egli era più ostinato che mai.
I fastidi di Frank in conseguenza della condanna non erano affatto
terminati con la sua umiliante conversazione con la signorina
dell'ufficio postale. Il seguente gli capitò al primo mattino della
domenica, quando partiva dalla piccola città.
Aveva appena svoltato dalla via principale e stava salendo per un
tranquillo viottolo che pareva conducesse alla strada di York,
quando passando davanti all'imboccatura di uno stretto vicolo
chiuso, avvertì una spiacevole scena.
Un giovane alto e dinoccolato, in abito da lavoro, evidentemente un
po’ eccitato dall'alcool, aveva preso un miserabile vecchio per il
colletto con una mano, e con l'altra lo stava schiaffeggiando.
Ora, io non vorrei rappresentare Frank come una specie di cavaliere
errante, ma il fatto sta che se una persona che abbia sensi di umanità
e di dignità si fa vagabondo (lo so dalla bocca di persone che ne
hanno esperienza), deve ben presto acconciarsi a fare il
raddrizzatore di torti, o ad essere opportunamente miope. Frank non
aveva ancora esperienza bastante per aver imparato la saggezza della
seconda alternativa.
Egli penetrò senz'altro nel vicolo, e senza far parole colpì il
giovanotto con quanta forza aveva sotto l'orecchio che gli era più
vicino.
Pare che vi sia stato un momento di silenziosa sorpresa. Il giovane,
lasciando il vecchio. che fuggì nel cortile; si rivolse a Frank, che parò.
Al tempo stesso una donna cominciò a strillare, mentre le finestre e
le porte si popolavano di facce nuove.
È curioso come i costumi del Medio Evo, al pari di talune delle sue
imprecazioni, sembra che siano discesi nei lombi del lavoratore
britannico. Nei tempi antichi, come nelle risse di oggi, era cosa
normale assalire l'avversario con pugni con insulti. Così avvenne ora.
Il giovanotto, con un torrente di contumelie, domandò chi Frank
pensasse che egli fosse; chiese da dove veniva; pretese dalla società
in genere una spiegazione sull'intervento di un estraneo negli affari
di un figlio di un padre qualificato. Vi fu un mormorio di
approvazione e di dissenso, e Frank rispose, con poche espressioni
addomesticate che aveva imparato ad usare come una specie di
maschera verbale, che s'infischiava di quanti padri e figli fossero in
questione; che non voleva vedere dei prepotenti di una certa risma
maltrattare dei vecchi e che sarebbe stato contento di prendere il
posto della vittima...
Allora la battaglia cominciò.
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Frank aveva imparato il pugilato a Cambridge, in una palestra di
Market Street, e sapeva perfettamente come difendersi. Ricevette,
proprio sulla mammella sinistra, metà soltanto della forza di un
colpo violentissimo, prima di riscaldarsi nel suo lavoro; ma poi fu lui
a darle, e il giovane dinoccolato a prenderle. Frank era anche
scientifico: si batteva alla maniera americana, abbassando con le due
braccia mezze distese (e pare che questo abbia completamente.
disorientato l'avversario), e non faceva alcuno sforzo per toccarlo in
volto. Lo colpì proprio sotto al punto ove si dividono le costole, e
dove - a quel che mi dice un medico - è situato un centro nervoso
conosciuto come “salar plexus”. Poi girò con considerevole agilità
attorno al suo avversario. e a poco a poco condusse la battaglia
sempre più, vicina allo sbocco del vicolo. Ormai conosceva
abbastanza la cavalleria dei bassifondi, per sapere che se ci fosse
stato un compare o un sicofante del giovanotto, egli avrebbe potuto
benissimo (se l'amico ne avesse avuto il coraggio) cadere d'un tratto
per un colpo sul collo che lo avrebbe posto fuori combattimento.
Eppoi, non era sicuro se nella questione c'entrasse o no una donna;
in questo caso, il colpo sarebbe stato vibrato con una bottiglia rotta,
maneggiata come un pugnale. Per questo desiderava avere attorno a
sé più spazio di quel che il vicolo concedesse.
Ma non vi fu bisogno di precauzioni.
Il giovanotto cominciava a sembrar piuttosto malconcio sotto gli
occhi; e aveva singhiozzato già tre o quattro volte in modo penoso.
quando improvvisamente il clamore attorno alla lotta cessò. Frank
avvertì una voce acuta di vecchio, che gridava qualcosa alle sue
spalle; e l'istante successivo, mentre l'avversario lasciava cader le
mani, si sentì afferrare di dietro le braccia, e, contorcendosi per il
dolore, distinse una manica turchina e una mano inguantata che lo
teneva.
- Ehi, che avviene? - disse una voce al suo orecchio.
Vi fu un coro di spiegazioni, che dichiaravano che “Alb” era stato
attaccato senza provocazione. V'era una donna eccezionalmente
loquace, che con le braccia rosse e con modo assai persuasivo si
avanzò sulla soglia di un uscio, e descrisse l'incidente dal suo punto
di vista. Ella stava distendendo i panni dei bambini, cominciò, e così
di seguito e Frank fu dichiarato l'aggressore, e “Alb” la vittima
innocente.
Poi il coro riprese, e “Alb”, dopo un altro attacco di singhiozzi,
corroborò la testimonianza con una voce rotta e pateticamente
indignata.
Frank sciolse un braccio dalla stretta, e, sempre tenuto per l'altro,
riuscì a voltarsi.
- Sta bene. Non voglio scappare... Ecco questa è una menzogna. Egli
picchiava questo vecchio. Dov'è andato? Venite qua, zio, e diteci
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tutto.
Il vecchio si fece avanti, torcendo la bocca sdentata in una emozione
inesplicabile, e confermò quello che avevano detto la donna rossa e il
coro in genere, con una verbosità e un'enfasi da sbalordire.
- Ma siete matto?!... - disse Frank laconico. - Di che cosa avete
paura? Ma dite la verità, dunque: non stava battendovi?
- He, he, he - ridacchiò il vecchio, lacerato tra il desiderio di mettersi
al sicuro, da un lato, e, speriamo, da un desiderio di giustizia
dall'altro. - Non è che mi battesse... è mio figlio... “Alb” è... stavamo
proprio...
- Via! levatevi di qua! - interruppe il poliziotto, lasciando Frank con
uno spintone. Non abbiamo bisogno di gente come voi, qua. Venire a
portare il disordine... Già, ragazzo mio: non dovete guardarmi così.
Vi conosco!
- A chi parlate dei due? - troncò Frank.
- So benissimo a chi sto parlando - sentenziò il poliziotto. - Frank
Gregory, non mi sbaglio. Ora levatevi dai piedi, se non volete tornar
nei pasticci.
V'era qualcosa di vagamente cortese nei modi dell'uomo, e Frank
comprese che egli sapeva quanto basta da che parte stesse la verità,
ma che desiderava impedire ulteriori disordini. Soffocò la sua ira;
altre parole sarebbero state inutili; ma il senso dell'ingiustizia
universale era amaro davvero, E volse le spalle.
E Frank, risalendo la strada, sentì quel zelante funzionario che
arringava la folla con notevole energia, Ma ciò gli era di ben scarso
conforto, Si allontanò dalla città con l'ira e il risentimento ancora
ribollenti nel cuore, Per l'indegnità di tutto l'affare.
Al pomeriggio della domenica Frank aveva fatto un bel po’ di strada
verso York.
Era un giorno di sole caldo e pesante, ma le nubi si accumulavano
basse sull'orizzonte, ed egli si sentiva stanco e depresso, quando
finalmente, verso le due passate, giunse sulla strada di un villaggio,
di cui, ancora una volta, taccio il nome.
I suoi averi erano adesso assai ridotti. Il denaro era sfumato a poco a
poco, durante il viaggio col Maggiore, e delle altre cose egli aveva
conservato soltanto una camicia di flanella, un paio di calze grosse, e
un tegamino comperato per via. La mezza corona del Governatore
era stata tutta spesa, meno quattro pence, ed egli voleva giungere
con almeno questa somma in tasca fino a York, dove avrebbe dovuto
ritrovare il Maggiore. Con due pence avrebbe pagato il letto, con gli
altri due la cena.
Verso la metà della strada si fermò bruscamente. Di fronte gli stava
una piccola chiesa di mattoni, discosta dalla cancellata per pochi
metri di piazzale attraversato da un sentiero. Un cartello avvertiva
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che in quella chiesa del Sacro Cuore la Messa era celebrata la
domenica alle undici, le altre feste di precetto alle nove, e i giorni
feriali alle otto e mezzo. Le confessioni alla sera del sabato e del
giovedì precedente il primo venerdì del mese, dalle otto alle nove. Il
catechismo la domenica alle tre; e rosario, predica e benedizione alle
sette. Un gattone grasso, che sembrava morto, giaceva disteso sotto
il cartello.
Il cancello era aperto, e Frank pensò un momento, guardando la casa
vicina. Essa era senza dubbio il presbiterio.
Non aveva ancor mai chiesto l'elemosina a un prete, ed ora esitò un
pochino. Poi attraversò la strada entrando nella zona d'ombra al lato
opposto, si appoggiò al muricciolo e guardò. La strada era deserta e
tranquilla, e tutto era avvolto dall'aria calda dell'estate e dalla luce
del sole. V'era un altro gatto su una soglia a quattro passi, ed egli si
domandò come fosse possibile che un essere vivente, con quel caldo,
stesse così arrotolato con la testa tra i piedi e la coda proprio sul
naso. Un gallo sognante cantava a perdifiato chissà dove, e una
leggera brezza torrida sollevava una bava di polvere in mezzo alla
strada e la lasciava ricadere.
Anche il presbiterio aveva un aspetto invitante, in un giorno come
questo. Frank aveva camminato per più di venticinque miglia, e il
pensiero di una stanza buia e fresca era delizioso. Era una casetta
d'aspetto riservato, di mattoni come la chiesa, serrata tra la chiesa e
una gran drogheria con un'insegna sgargiante sulle imposte chiuse.
Tutte le finestre erano aperte; all'interno pendevano cortine di
merletto a buon mercato, protette da schermi per la polvere. Egli si
figurò i cibi freddi che probabilmente erano deposti all'interno, e la
sua immaginazione gli fece comparire un'altra caraffa trasparente,
piena di qualcosa come chiaretto, ancora piena a metà. Quel giorno,
Frank non aveva pranzato.
Allora coraggiosamente attraversò zoppicando la strada, alzò il
battente ed attese,
Non accadde nulla.
Dopo un po’ il gatto che era sotto il cartello comparve all'angolo,
sogguardò sospettoso Frank, decise che non era una persona
pericolosa, proseguì con passi leggeri, salì all'estremità della scala di
mattoni, e cominciò a inarcarsi e a fregar la schiena contro l'angolo
della porta, Frank picchiò un'altra volta, interrompendo il gatto per
un istante, e poi si chinò per fargli il solletico sotto la gola, Il gatto
ronfò contento. Nella casa risuonarono dei passi: il gatto cessò di
stirarsi, e appena la porta si aprì s'infilò in casa, senza rumore, con la
coda eretta, dietro la donna che teneva la porta ostilmente chiusa a
metà.
La donna aveva un viso sottile, e occhi neri e vivaci.
- Che cosa volete? - chiese brusca, guardando con sospetto la
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persona di Frank, dall'alto in basso. Il suo sguardo si fermò un
momento sull'ecchimosi alla mascella.
- Vorrei vedere il Reverendo, per favore - disse Frank.
- Non è possibile.
- Mi spiace molto, ma debbo vederlo.
- Venite a mendicare! - esclamò la donna con asprezza. - Io avrei
vergogna! Levatevi dai piedi!
Frank si sentì un momento ferito nella sua dignità.
- Non mi parlate con quel tono, per favore. Io sono cattolico, e debbo
vedere il Reverendo,
La donna rise forte: ma prima che potesse parlare, s'udì il rumore
d'una porta che s'apriva, e di un passo rapido sul linoleum del
corridoio.
- Che c'è? - chiese una voce, mentre la donna si faceva da parte.
Era un giovanotto grosso e fiorente, coi capelli gialli, rosso come se
avesse dormito: gli occhi erano lucidi e parevano stanchi, e il collare
era sbottonato. Anche la sottana era sbottonata alla gola, e il prete
teneva in mano un fazzolettone rosso. Era chiaro che un momento
prima l'aveva sulla faccia:
Ora io non ho alcuna intenzione di biasimare questo prete. Egli
aveva cantato la messa tardi - cosa che non gli garbava mai - e
affamato com'era aveva mangiato due piatti interi d'arrosto, con
“pudding” del Yorkshire, e aveva bevuto un bicchiere e mezzo di
buona birra. Poi s'era immerso in un sonno profondo, prima del
catechismo, quando i passi e le voci lo avevano risvegliato. Inoltre,
qualunque vagabondo cattolico che passava per questa strada gli
faceva una visita, ed egli non aveva ancora trovato un caso di vero
bisogno. Appena giunto qua, aveva dapprincipio soccorso i
mendicanti con larga generosità, quantunque vivesse con uno
stipendio di novanta sterline all'anno (e ne dava quindici alla
domestica).
- Che volete? - chiese.
- Potrei parlarvi, padre? - disse Frank.
- Certo. Ditemi quel che desiderate.
- Vorreste aiutarmi con mezzo scellino, padre? Il prete era silenzioso,
mentre fissava da vicino Frank.
- Siete cattolico?
- Sì, padre.
- Non vi ho visto alla messa, stamattina.
- Stamattina non ero qua. Ero in cammino. - Dove l'avete sentita?
- Non l'ho sentita affatto, padre. Ero in cammino.
- Che occupazione avete?
- Non ne ho.
- E perché.
Frank crollò un poco le spalle.
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- Lavoro quando ne trovo - disse.
- Parlate come una persona istruita.
- Sono stato educato benissimo.
Il prete rise un pochino.
- Che cosa è quella contusione sulla guancia?
- È stata una baruffa per la strada, ieri mattina, padre.
- Oh, questa è bella! Da dove venite adesso?
Frank tacque un momento. Era assai accaldato e stanco. Poi parlò.
- Sono stato in prigione fino a venerdì scorso - disse. Mi hanno
condannato a quindici giorni per un furto a una bambina, il giorno,
ventisei. Mi sono confessato colpevole. Potete aiutarmi, padre?
Se il prete non fosse stato ancora un po’ istupidito dal sonno, e non
fosse stato investito in pieno dal sole abbagliante. avrebbe potuto
essere impressionato da quest'ultima frase. Ma egli si trovava in
quelle condizioni svantaggiose, e non vide in essa altro che
insolenza. Rise di nuovo, con un riso secco e arrabbiato.
- Mi meraviglio della vostra faccia! - disse - No, no di sicuro. E
dovreste imparare l'educazione, prima di mendicare.
Poi sbatté la porta.
Dopo dieci minuti si destò da un pisolino, definitivamente sveglio e
si guardò attorno. Sul tavolino accanto stava un formaggio d'Olanda
un grosso pezzo di pane croccante, e del morbido burro in una
salsiera. V'era anche un buon bicchiere di birra - non di chiaretto, -,
in una caraffa di vetro, proprio come se l'era figurata Frank.
S'alzò e andò alla porta della strada, facendosi riparo agli occhi
contro il sole. Ma la strada, rovente e polverosa nella luce del
pomeriggio, era deserta da un estremo all'altro, se non si conta un
gatto, avvolto col naso nella coda, sul gradino della drogheria.
Poi vide due bambini, in grembiule bianco, che comparivano da un
angolo, e ricordò che era quasi l'ora della dottrina.
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Capitolo VI
Press'a poco nel momento in cui Frank entrava nel villaggio del
prete, Jenny, avendo finito di pranzare col padre, aveva preso un
libro, due sigarette, una scatola di fiammiferi e un ventaglio
giapponese, ed era uscita in giardino. Non aveva nulla da fare per
quel pomeriggio: aveva suonato benissimo l'organo nel servizio del
mattino, e l'avrebbe suonato altrettanto bene in quello della sera. Le
devozioni pomeridiane nella piccola e calda scuola domenicale - così
ella aveva deciso con suo padre un anno o due fa - e la cura dei
bambini, erano assai meglio affidate alle mani professionali delle
maestrine.
Uscì dalla porta del salottino, spalancata e ombreggiata da tende, e,
attraversato il prato, andò al sedile sotto i vecchi tassi. Vi si adagiò,
con un piede alzato, accese una sigaretta, gettò il fiammifero e
cominciò a leggere.
Ella non aveva ricevuto nulla da Frank da quasi tre settimane, da
quando era giunta una cartolina illustrata da Selby Abbey, con
l'iniziale “F” ben tracciata soltanto. Aveva scritto le sue lettere, come
aveva promesso, e aveva saputo da Jack Kirkby, alla cura del quale
ella le aveva affidate, che egli non aveva idea alcuna di dove Frank
fosse o fosse andato, e che gli avrebbe fatto proseguire le lettere
quando ne avesse saputo di più. Ella supponeva che Frank avrebbe
nuovamente comunicato con lei appena l'avesse ritenuto opportuno.
Altre circostanze che debbono essere notate, sono che Dick era
andato in città un po’ di tempo prima, ma che sarebbe ritornato
quasi subito, per la caccia alle anatre; che Archie e Lord Talgarth si
trovavano ambedue al castello - anzi proprio quella mattina ella li
aveva scorti tra le cortine rosse, nel banco del coro, e aveva
scambiato alcune parole con essi dopo il servizio, - e che sotto tutti
gli altri aspetti le cose erano tali e quali come due mesi avanti. Il
Decano del Trinity College aveva telegrafato con gran sgomento la
mattina dopo il suo primo messaggio, che Frank era partito, e che
nessuno aveva la minima idea di dove si fosse diretto; aveva chiesto
se doveva far seguire le sue tracce da qualche “detective”, e in
risposta era stato pregato, con tatto ma con fermezza, di pensare ai
casi suoi e di lasciare che Lord Talgarth pensasse a quelli di suo
figlio.
Era un pomeriggio sonnolento, anche qua tra le colline, e Jenny non
lesse molte pagine prima di accorgersene. Il giardino della Rettoria
era un luogo quasi perfetto per un pisolino. I tassi facevano attorno a
Jenny un'ombra gradevole, e i tigli alle spalle rinfrescavano anche
più l'aria, e quando la brezza si risvegliava, pareva che mormorasse
attorno una pioggerella cortese, come se qualcuno cantasse la ninnananna. L'aria era limpida e scintillante d'insetti; dai tigli, dalle aiuole
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di gerani, dal frutteto, a cinquanta passi di distanza, veniva il calmo
ronzio delle api...
Jenny si risvegliò dopo venti minuti con un soprassalto, e vide
qualcuno ritto quasi sopra a lei. Posò il piede a terra, ancora turbata
dall'improvvisa novità e dalla luce a cui aveva aperto gli occhi, e vide
che era Jack Kirkby, il quale appariva impolverato e accaldato.
- Mi spiace - si scusò Jack - ma mi hanno detto che eravate qui
fuori...
Ella non conosceva perfettamente Jack, quantunque lo conoscesse
da molto tempo. Lo considerava un ragazzo piacevole, che talvolta le
capitava di incontrare alle gare di “tennis” e alle mostre dei fiori, o in
occasioni del genere; ed ella sapeva a meraviglia come parlare ai
giovanotti.
- Come siete stato gentile a venire - disse. - In bicicletta? Volete bere
qualcosa?
Gli fece posto sul sedile, e gli porse la sua seconda sigaretta.
- È l'ultima che avete - disse Jack.
- Ne ho in casa quante ne voglio.
Ella lo guardava accendere la sigaretta, e mentre le ultime tracce di
sonno svanivano, fece le domande necessarie.
- Avete notizie di Frank?
Jack gettò il fiammifero e tirò due o tre boccate di fumo prima di
rispondere.
- Sì - disse.
- Dov'è?
- M'ha dato un indirizzo di York, quantunque non fosse là quando mi
scrisse. Gli ho mandato la vostra lettera ieri.
- Oh! E ha detto qualcosa di sé?
Jack la fissò.
- Ecco, sì, sono venuto appunto per questo. Non è molto piacevole.
- È ammalato? - chiese Jenny bruscamente.
- Oh, no, niente affatto. Almeno, non lo dice.
- Allora, che cosa c'è?
Jack si frugò in tasca, e trasse una lettera, che trattenne un
momento, prima di spiegare.
- Credo che sia meglio che leggiate voi quel che scrive, Miss Launton.
Non è piacevole, ma adesso è finito tutto. Credo che sia meglio
dirvelo per prima cosa.
Jenny tese la mano senza parlare.
Jack le diede la lettera, e volse le sue cure alla sigaretta. Queste cose
non gli piacevano affatto; avrebbe preferito che Frank non gli avesse
dato commissioni così incresciose. Ma, naturalmente, bisognava
farle. Guardò il prato, la casa addormentata, ma senza veder altro
che la ragazza vestita di bianco con la lettera in mano. Quando l'ebbe
terminata, ella la rivoltò e la lesse daccapo. Poi rimase immobile,
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tenendo la lettera sulle ginocchia.
- Povero, caro ragazzo! - disse d'un tratto, tranquillissima.
Un'immensa ondata di sollievo si alzò e avvolse Jack. Egli s'era
sentito straordinariamente a disagio quella mattina, fin da quando la
lettera gli era giunta. Il suo primo impulso era stato quello di partire
subito dopo la colazione; poi aveva rinviato fino al “lunch”; infine,
dopo aver mangiato un po’ di carne fredda verso le dodici e mezzo,
era partito.
S'era detto che doveva concedere a Jenny tutto il tempo necessario
perché ella potesse scrivere in tempo per la posta serale della
domenica.
Jack non aveva precisamente dubitato di Jenny; la confidenza di
Frank era troppo sicura e troppo contagiosa. Ma aveva riflettuto che
non era un'ambasciata del tutto piacevole quella di informare una
ragazza che il suo fidanzato era stato in prigione per quindici giorni.
Ma il tono con cui ella aveva subito pronunciato quelle tre parole era
tanto sereno e tanto compassionevole, che egli era stato rassicurato
appieno. Jenny era proprio una creatura stupenda, disse a se stesso.
- Sono proprio contento che la prendiate così - disse.
Jenny lo guardò coi suoi occhi chiari e diritti.
- Non pensavate mica che lo avrei maltrattato, vero?... è proprio una
delle sue! Suppongo che lo abbia fatto per salvare qualche briccone.
- Credo anch'io.
- Povero, caro ragazzo! - ella ripeté.
Vi fu un momento di silenzio; poi Jack riprese:
- Ecco, debbo andare a dirlo a Lord Talgarth, Miss Launton, e vorrei
che veniste con me. Poi potremo scrivere tutt'e due con la posta di
stasera.
Per un istante Jenny non disse nulla. Poi:
- Penso anch'io. Andiamo subito? credo che lo troveremo in
giardino.
Jack trasalì un poco. Jenny gli sorrise apertamente.
- Meglio finirla, Mr. Jack. Lo so anch'io, è come andar dal dentista.
Ma non può essere brutto come vi immaginate. Eppoi, io potrò
tenervi mano in qualche modo, per così dire.
- Spero che non mi toccherà gridare - osservò Jack. - Sì, è meglio
andar subito, se non vi spiace.
Si alzò ed attese. Jenny si alzò subito anch'essa.
- Prendo un cappello. Mi attendete qua? A mio padre non dico nulla
fino a stasera.
Il parco sembrava delizioso, mentre essi camminavano lentamente
sull'erba all'ombra degli alberi.
I grandi faggi e gli olmi si alzavano in masse torreggianti, a gruppi,
nella prospettiva; sotto al più vicino un gran cervo, circondato da
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una mezza dozzina di cerbiatte, guardava i viandanti. L'aria era
immota. Soltanto da oltre la collina giungeva il suono di una
campana solitaria, con la quale qualche “clergyman” zelante cercava
di radunare gli agnelli del suo gregge per l'istruzione nella religione
cristiana.
- Che bellezza! - disse Jack, muovendo una mano languida verso il
cervo. - Avete mai sentito parlare della baruffa tra me e Frank,
quand'eravamo ragazzi?
Jenny sorrise. Ella non aveva detto una parola da quando aveva
lasciato la casa del Rettore.
- Sì, parecchio. Cos'era stato?
Jack raccontò una storia di pellirosse e di imboscate, di archi e di
frecce, che terminava con la fuga di un cervo infuriato sopra la
palizzata e tra le aiuole del giardino. Era, anche allora, un
pomeriggio di domenica.
- Ricordo che Frank fu bastonato dal maggiordomo, per ordine
esplicito di Lord Talgarth. È certo che lo aveva meritato. Io me la
cavai, perché ero ospite.
- Quanti anni avevate?
- Eravamo tutti e due sugli undici anni, mi pare.
- Frank mi fa l'impressione, ancor adesso, di avere dodici anni
soltanto - osservò Jenny.
- Per certe cose, avete ragione - ammise Jack.
- Santo cielo! come fa caldo! - e si fece vento col cappello.
Non v'era segno di vita quando entrarono nella corte e
attraversarono il portico. E infine quando il maggiordomo
comparve, lo stato irregolare del suo colletto dimostrava ch'egli s'era
infilato la giubba proprio in quel momento.
(Doveva essere circa il momento in cui Frank lasciava il villaggio
dopo il colloquio col prete).
Sì, pareva probabile che Lord Talgarth fosse in giardino. E se sì,
quasi certamente nel piazzale sotto i tassi, in fondo alla spianata
superiore. Sua Signoria di solito andava là nelle giornate calde.
Volevano, Miss Launton e Mr. Kirkby, passar da questo viale?
No, non doveva disturbarsi. Avrebbero trovato da sé la strada. Alla
spianata superiore?
- Alla spianata superiore, Miss.
La spianata superiore era l'unica parte del vecchio giardino dei
tempi di Elisabetta che fosse rimasta del tutto immutata. Da ogni
lato si alzava una gigantesca parete di tassi, simile al bastione di un
castello, spessa almeno dieci piedi. Fra le due pareti, correva, fino
alla meridiana, un largo viale inghiaiato, fiancheggiato a destra e a
sinistra da vasti letti erbosi. che risplendevano dei colori dell'estate
morente. In due o tre punti erano attraversati da sentieri, che per
pochi metri di tappeto erboso conducevano a finestre tagliate nella
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siepe per aprire una vista sul lago sottostante, lungo e luccicante. Un
altro viale inghiaiato, parallelo al primo, conduceva a un piccolo
quadrato di tassi posto all'estremo ciglio della collina.
Le due persone che, mute, uscivano dalla casa per la porta del
giardino svoltarono sul viale, percorsero il viale dei tassi, e
finalmente svoltarono sul viale inghiaiato e si fermarono
sconcertate.
Sua Signoria c'era davvero!
In un angolo, di fronte a loro, v'era una poltrona di vimini, in
posizione tale che il movimento del sole non avrebbe toccato l'ombra
deliziosa in cui essa era collocata. A fianco v'era un tavolino, e sul
tavolino il “Times” spiegazzato, una scatola di sigari, una caraffa
iridescente di liquore, un sifone e un bicchierino con un po’ di
ghiaccio. Nella poltrona di vimini, con la bocca spalancata, stava
Lord Talgarth.
- Santo cielo - mormorò Jenny.
Vi fu un istante di silenzio, e poi, come un tuono lontano, un basso
russare meditativo. Non era un oggetto di bellezza e di dignità quello
che essi contemplavano!
- Un momento, e scoppio a ridere... - dichiarò Jenny, sussurrando
ancora con prudenza.
- Penso che faremo meglio... - cominciò Jack, e si fermò pietrificato,
al vedere che un occhio vendicativo s'era aperto e lo fissava, si
sarebbe detto, con un'espressione di malignità. Poi anche l'altro
occhio si aprì, la bocca si chiuse di colpo, Lord Talgarth si alzò.
- Dio mi benedica!
Il vecchio girò gli occhi attorno, mentre riprendeva coscienza.
- Non dovete vergognarvi - disse Jenny. - Mr. Jack Kirkby ha
sorpreso me allo stesso modo, mezz'ora fa.
Sua Signoria non era ancora tornato nel pieno possesso dei suoi
sensi. Egli fissava ancora i due giovani innocentemente come un
bambino, raschiò una o due volte la gola, e finalmente s'alzò.
- Jack Kirkby, già. Come state Jack e Jenny?
- Siamo qua - disse Jenny. - Siete del tutto a posto?
- A posto?.. Eh!... - (fece una risatina) - Sedete. Ci dev'essere qualche
seggiola.
Jack ne trasse fuori un paio, che erano riposte, piegate, contro la
bassa siepe di tassi che limitava la finestra, e le distese.
- Sigaro, Jack?
- No, grazie.
Essi erano in buoni rapporti. Jack era un ottimo tiratore, ed era
elegante e deferente. Lord Talgarth non chiedeva di più a un
giovanotto.
- Bene... che cosa c'è?
Jack pensò bene di lasciare a Jenny il compito di iniziare la
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campagna. Ed ella lo fece con molto tatto.
- Mr. Jack è venuto da me - ella disse - ed io ho pensato che non
avrei potuto trattar meglio la cosa che conducendolo da voi. Non
avreste una sigaretta, Lord Talgarth?
Egli si cercò in tasca, ne trasse un astuccio e lo porse attraverso la
tavola.
- Grazie - disse Jenny; e poi, senza il minimo cambiamento di tono: Abbiamo notizie di Frank, finalmente.
- Di Frank, eh?.. avete notizie? E che cosa fa adesso, quel
ragazzaccio?
- È nei pasticci, come al solito, povero ragazzo - notò allegramente
Jenny. - Sta bene, grazie, e vi manda i suoi saluti.
Lord Talgarth le lanciò un'occhiata piena di interrogativi.
- Bene, se anche non l'ha fatto, son certa che ne aveva l'intenzione, proseguì Jenny - ma credo che l'abbia dimenticato. Il fatto è che è
stato in prigione.
Il vecchio la trafisse con una tale occhiata, che anche a lei per un
istante mancarono i nervi. Jack vide che ella si portò la sigaretta alle
labbra con la mano che tremava, sia pure leggerissimamente.
Eppure, prima che il vecchio avesse potuto dire una parola, ella si
era ripresa.
- Lasciatemi dire tutto per filo e per segno, prima. No, non mi
interrompete! Mr. Jack mi diede la lettera... oh, eccola! - La trasse
fuori, e cominciò a spiegarla, mentre continuava a parlare con
stupefacente calma e dominio di sé. - Ve ne leggerò le parti
importanti. È scritta a Mr. Kirkby. L'ha ricevuta stamattina, è stato
tanto gentile da portarla subito qua.
Jack stava guardando come un “terrier”. Da una parte vedeva
emozioni tanto furiose e contrastanti che non riuscivano a trovare
espressione, dall'altra un ritegno e una personalità così completa e
così dominatrice che tenevano assolutamente il campo e non
permettevano alcuno sfogo. La voce di lei era fredda, alta e
naturale... Allora egli s'accorse che Jenny gli dava un'occhiata di
fianco, e pure perfettamente intelligibile. Egli si alzò.
- Sì, fate pure due passi, Mr. Kirkby... tornate tra dieci minuti.
E mentre egli ripassava sotto l'arco dei tassi, udì che ella cominciava
a leggere la lettera, con un tono di voce incredibilmente normale.
“Caro Jack... ”.
Allora cominciò a chiedersi, come motivo interessante, quale
sarebbe stata la prima reazione di Lord Talgarth. Ma sentì che
poteva lasciare a Jenny il compito di domarlo. Jenny era una ragazza
di straordinaria sanità e buon senso.
Jack si trovava all'estremità della spianata, quando l'orologio delle
scuderie batté per la seconda volta il quarto. Egli calcolò che
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dovevano essere circa diciassette minuti, e si volse riluttante per
tener fede all'appuntamento. Ma non aveva ancor fatto trenta passi,
quando vide comparire una figura bianca, con un gran cappello
bianco. Jenny gli fece un cenno col capo, ed egli la seguì sulla
gradinata. Quando l'ebbe raggiunto, ella gli diede un'occhiata come
per rassicurarlo, ma non disse una parola, né buona né cattiva,
finché non ebbero oltrepassato la casa e non furono per un pezzo
avanti nel galoppatoio.
- Ebbene? - chiese Jack. Jenny esitò un momento.
- Immagino che chiunque altro lo avrebbe definito un violento rispose. - Povero caro vecchio! Ma a me, tutto considerato, pare che
si sia comportato piuttosto bene.
- E che cosa intende fare?
- Se si volesse prendere sul serio anche una parte soltanto di quello
che ha detto, si dovrebbe credere che egli intenda frustare Frank
colle sue mani, cacciarlo a pedate su per la scala, e ricacciarlo in
basso, e finalmente farlo annegare nel lago con una pietra al collo. Il
programma, press'a poco, è questo.
- Ma...
- Oh, non c'è da spaventarsi - disse Jenny. - Ma se mi chiedete quel
che farà davvero, io non ne ho la più lontana idea.
- Gli avete suggerito nulla?
- Egli sa quali sono le mie idee.
- E sarebbero?
- Ecco: dargli un assegno decente, e lasciare che si arrangi.
- Non lo farà - esclamò Jack. - Sarebbe una cosa troppo sensata!
- Credete?
- Già, risolverebbe senz'altro il problema, - proseguì Jack - il
matrimonio e tutto il resto. Suppongo che potrebbero essere un
ottocento sterline all'anno. E Talgarth deve averne almeno
trentamila.
- Oh, anche più - disse Jenny. - A Mr. Dick ne passa milleduecento.
Vi fu una pausa. Jack non sapeva che cosa pensare, soltanto, era
sicuro che le cose sarebbero andate molto peggio, se avesse voluto
fare da sé.
- E allora, che cosa debbo dire a Frank? Jenny fece un'altra pausa.
- Mi pare che la cosa migliore che possiate fare sia di non scriver gli
affatto. Gli scriverò io stessa questa sera, se volete darmi il suo
indirizzo, e gli spiegherò tutto.
- Non posso - disse Jack. - Mi spiace molto, ma...
- Non potete darmi l'indirizzo?
- No, temo. Avete visto, Frank è molto preciso nella sua lettera.
- Allora, come faccio a scrivergli? Mr. Kirkby, voi siete davvero...
- Perbacco, è semplice. Se non vi spiace che attenda alla Rettoria,
potreste scrivergli subito, e dare a me la lettera da impostare. Partirà
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presto lo stesso, da Barham.
Egli le diede un'occhiata incerta. La risposta lo rassicurò.
- Va benissimo. Se non dispiace a voi attendere.
Quando vi ritornarono. il giardino del Rettore dava ancor più
l'impressione d'un porto di rifugio. Il sole era adesso più basso e
tutto il prato era in ombra. Giunta alla porta Jenny si fermò
- Credo che sarà meglio che vada subito a scrivere. A mio padre
parlerò quando sarete partito. Volete attendere qua? - e indicò il
sedile su cui erano già stati assieme.
Ma passò quasi un'ora prima che ella ricomparisse, e intanto una
servetta linda, in grembiule e cuffia, era venuta discretamente col
necessario per il tè, l'aveva deposto sulla tavola e s'era ritirata.
Jack aveva rimuginato centomila pensieri, che tutti giravano attorno
ad un solo soggetto, Frank. Era stato per lui un vero colpo, quel
mattino. Gli era intollerabile pensare a Frank in prigione, perché
poteva figurarsi fin troppo bene che cosa ciò significasse per lui; e il
tono della lettera era stato così profondamente dissimile dal
consueto... Egli si sarebbe atteso un torrente ribollente di
osservazioni - sagge e sciocche - pieno di descrizioni personali e di
pennellate impertinenti. E invece, v'era stata quella sobria narrazione dei fatti e quella domanda...
Ma v'era in tutto un profondo sollievo; che vi fosse una ragazza come
Jenny, la quale era il cuore della situazione. Se ella fosse stata
minimamente turbata, chi poteva dire che cosa ciò avrebbe
significato per Frank? perché Frank, lo sapeva benissimo, aveva un
cuore sensibile quanto mai, e vi teneva Jenny come in un santuario.
Ogni ondeggiamento, ogni esitazione da parte di lei sarebbe stata
una sventura per il suo amico. Ma ora era tutto a posto, Jack
rifletteva; e infatti, dopo tutto, non importava gran che quello che
Lord Talgarth avrebbe detto e fatto. Frank agiva liberamente, era
capace d'amore e degno d'amore; forse non sarebbe passato molto
tempo, e qualcosa sarebbe cambiata, e allora col denaro di Jenny i
due avrebbero potuto andare avanti benissimo. E Lord Talgarth non
poteva vivere in eterno; ed Archie avrebbe provveduto secondo
giustizia, anche se non lo avesse fatto suo padre.
Giunsero le quattro e mezzo prima che Jack alzasse gli occhi a un
qualcosa di bianco e vedesse Jenny ritta sulla porta del salottino.
Ella rimase un istante là, con la lettera in mano, poi varcò la soglia e
venne verso di lui, sull'erba, serena e dignitosa e graziosa. Aveva la
testa scoperta, e l'onda dei suoi capelli s'accese d'un tratto, investita
dal lungo raggio orizzontale del sole al tramonto.
- Eccola - disse. - Volete metterci l'indirizzo?
Jack fece cenno di sì, dicendo: - Benissimo. La spedirò stasera.
Le diede un'occhiata, e s'accorse che ella lo guardava con la più
pensosa malinconia. Si disse che la comprendeva perfettamente: ella
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si sentiva un po’ infelice per non poter mandare la lettera ella stessa.
Che brava ragazza era mai!
- Volete ancora un po’ di tè, prima di partire?
- Grazie, è meglio che vada. Saranno preoccupati per me, ora.
Stringendole la mano, cercò di mettere nello sguardo un po’ della
sua simpatia. Sapeva esattamente quello che ella sentiva, e la
giudicava splendidamente coraggiosa. Ma Jenny incontrò appena i
suoi occhi, ed ancora egli comprese il perché.
Quando aprì il cancello del giardino, egli si volse ancora a salutare.
Ma Jenny stava raccogliendo il servizio da tè, e una figura nera le si
avvicinava dal lato della casa in cui v'era lo studio del Rettore.
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Capitolo VII
Nelle ultime due settimane la vita era stata un po’ difficile per il
Maggiore. Non che gli mancasse l'aiuto materiale e morale di Frank;
ma sempre più desiderava che tornasse, data l'estrema
sragionevolezza di Gertie. Parecchie volte, e sempre con maggiore
energia, egli le aveva spiegato quanto poco egoismo avesse sempre
mosso le sue azioni, e come, nella sua recente condotta, tutte le sue
preoccupazioni fossero state per lei. Non avrebbe voluto a nessun
costo - spiegava con pazienza - lasciare sulle spalle di un giovanotto
come Frank la responsabilità di una giovane come Gertie, mentre lui
(il Maggiore) passava due settimane altrove. E anzi, dal lato della
convenienza economica, egli aveva agito per il meglio, perché se
fosse stato accusato lui dell'affare, non sarebbero stati soltanto
quindici giorni, ma due mesi almeno, durante i quali la piccola
comunità sarebbe stata privata del suo lavoro. Egli le rammentò che
fino ad allora Frank aveva la fedina penale in bianco...
Ma le spiegazioni erano state infruttuose. Gertie continuava a
minacciare di rivelare i fatti del processo alla più prossima stazione
di polizia, ed il Maggiore era stato costretto ad usare con lei una
tattica più virile. Non aveva adoperato il bastone: le mani gli erano
servite a perfezione, e nel corso dei suoi argomenti, egli aveva fatto
sui mutui rapporti di Frank e di Gertie alcune osservazioni insincere,
che la ragazza ricordava ancora.
Il Maggiore aveva trovato un piccolo alloggio modesto in una delle
straducole di York, lungo il fiume; anzi, proprio affacciato ad esso; e,
per caso strano, un lavoro regolare di cinque giorni, per scaricare
una serie di barche. I cinque giorni terminavano al sabato, ed egli
aveva ancora in tasca alcuni scellini quando giunse la lettera con cui
Frank annunciava che sperava di essere nuovamente con loro la
domenica sera e il lunedì mattina. La domenica erano giunte altre
due lettere per l'amico, una con una calligrafia femminile e
l'indirizzo rifatto da altra mano, con un timbro vecchio di giugno, e
un'altra del giorno prima. Al riceverla, il Maggiore l'aveva guardata
contro luce e tastata fra le dita; la prima, senza dubbio era una
fattura. Un timbro era di Cambridge, l'altro di Barham. Egli decise di
tenerle ambedue intatte. Del resto, Gertie era presente quand'erano
state consegnate.
Il Maggiore passò in complesso una buona domenica. Rimase a letto
fin dopo mezzogiorno, con una copia di seconda mano dello
“Sporting Times”, e con una latta di tabacco. Pranzarono verso il
tocco; era riuscito a procurarsi un po’ di grappa da bere con la carne.
Nel pomeriggio aveva fatto una passeggiata con Gertie piuttosto
breve, ma in modo da sembrare che avesse camminato per sette
miglia. Avevano bevuto il tè verso le sei, ed avevano mangiato
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un'aringa affumicata e un po’ di crescione. Poi, verso le sette, Frank
era entrato improvvisamente e s'era seduto.
- Datemi qualcosa da mangiare e da bere - aveva detto.
S'era seduto sopra una cassetta vicino al caminetto, e sembrava
stanchissimo, sfinito. Spiegò, dopo un pochino, quando Gertie ebbe
fatto cuocere un'altra aringa ed egli ebbe bevuto una gran tazza di tè,
che aveva camminato senza prender cibo dal mattino, ma non disse
nulla del prete. Il Maggiore, con un'aria di gran precisione, misurò
un dito di “whisky” ed insistette, con l'aria di un medico paterno, che
lo bevesse immediatamente.
- Ed ora una sigaretta, per amor di Dio - disse Frank. - A proposito,
ho del lavoro per domani.
- “All right”, ragazzo mio - disse il Maggiore - Io ho lavorato questa
settimana.
Frank trasse fuori la sua moneta da quattro pence e la pose
sull'angolo della tavola.
- Questa è per la cena e per il letto di stanotte.
- Sciocchezze, ragazzo mio. Rimettetela in tasca.
- Favorite prenderla - ribatté Frank. - Potrete aggiungere qualcosa
per la colazione, domattina, se volete.
Poi raccontò le sue avventure - sempre tacendo quella del prete - e
descrisse come, attraversando York, avesse incontrato un uomo al
cancello di un cantiere di costruzioni, il quale gli aveva promesso
una giornata di lavoro, e, se risultava soddisfacente, ancora
dell'altro.
Il Maggiore e Gertie non avevano molto da dire.
Avevano lasciato subito la cittadina del processo, e tutto poi era
andato benissimo. Erano giunti a York dieci giorni prima. A
malapena accennarono alla detenzione di Frank, quantunque egli
vedesse che Gertie lo aveva guardato una o due volte in un modo
timido, e comprendesse quel che passava per la sua mente. Ma
almeno per decenza bisognò che infine il Maggiore dicesse qualcosa.
- Si capisce, ragazzo mio, che io non dimenticherò mai quello che
avete fatto per me e per la mia donnina. Io non sono un uomo di
molte parole, ma...
- Oh, non è il caso - disse Frank sonnacchioso - Voi farete altrettanto
per me, all'occasione.
Il Maggiore assentì con fervore e con gli occhi umidi.
Non fu se non quando Frank si alzò per andare a letto che qualcuno
rammentò le lettere.
- A proposito, sono arrivate due lettere per voi - disse il Maggiore,
cercando nel cassetto della tavola.
- Dove sono?
- Eccole.
Egli le guardò attentamente, cercando di decifrarne il timbro, le
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voltò e le rivoltò, ma non fece cenno d'aprirle.
- Dove debbo dormire? - disse d'un tratto - E avreste mica un
mozzicone di candela?
(E quando salì al piano superiore, doveva essere circa il momento in
cui la cassetta di Barham era svuotata per la spedizione serale della
posta).
Frank quella notte rimase a lungo sveglio nel buio, stringendo la
lettera che Jenny gli aveva scritto in giugno. Il biglietto non s'era
neanche curato di aprirlo.
Perché la lettera diceva esattamente e perfettamente tutte quelle
cose che egli più desiderava di sentire, e nel modo in cui egli
desiderava sentirle. Rideva di lui cortese e benevola; lo chiamava un
ragazzo straordinariamente assurdo; diceva che la sua partenza da
Cambridge, e soprattutto il modo della partenza - Frank aveva
aggiunto un poscritto all'ultimo minuto, descrivendo la sua
avventura col poliziotto - erano proprio quel che la scrivente si
sarebbe attesa da lui; faceva riflessioni deliziose e argute sulla necessità che Frank voltasse la pagina - v'era quasi un foglio di buoni
consigli; e finalmente gli dava una gustosa descrizione - ma non oltre
la linea del rispetto dovuto - del modo con cui suo padre aveva
ricevuto la notizia, con citazione delle frasi più notevoli pronunciate
in quella memorabile occasione.
La lettera occupava quattro pagine fitte, e v'era in essa, serpeggiante
sotto tutto, proprio un misurato accenno di ansietà, lealmente
nascosta - ecco - che faceva la lettera non meno gradita.
Io non ho molto da dire di quel che Jenny significasse per Frank,
proprio perché egli stesso parla tanto poco di lei. Ella era, in
concreto, quasi l'unico elemento della sua vita multicolore, sul quale
non avesse l'abitudine di rovesciare un torrente di commenti e di
osservazioni; suo padre ed Archie non erano davvero risparmiati
nelle sue conversazioni con gli amici più intimi, i quali anzi più d'una
volta lo avevano visto, in un cerchio sceltissimo a Cambridge,
sviluppare degli immaginari dialoghi tra quei due a proprio
riguardo; e il cugino Dick più d'una volta era stato riprodotto
fedelmente davanti al bigliardo. Ma Jenny non l'aveva nominata
mai; non aveva neppure una fotografia di lei sul tavolino. E ben
presto fra i suoi amici, quando Jack lasciò trapelare la notizia del
fidanzamento, si seppe che non se ne doveva parlare in presenza
dell'interessato. Egli, bisogna ricordarlo, aveva manifestato la stessa
reticenza per la sua religione.
E così Frank s'addormentò finalmente nel suo letto di ferro, proprio
pensando che se Jack aveva compiuto subito la sua commissione
domani avrebbe potuto avere un'altra lettera da lei. Ma non
l'attendeva fino a martedì.
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La mattina dopo Gertie s'alzò presto, appena dopo le cinque, per
preparare la colazione ai suoi uomini; perché il Maggiore aveva
annunciato che sarebbe andato con Frank per vedere se gli fosse
stato possibile trovare anch'egli del lavoro. Ed appena se ne furono
andati, giustamente se ne tornò a letto.
Gertie aveva molto da fare, a dispetto dell'opinione spesso espressa
dal Maggiore che le donne non hanno idea di quel che sia il lavoro.
Perché, per prima cosa, v'era la fatica quasi senza fine di trovare il
cibo e di cucinarlo nel miglior modo possibile; poi v'era
l'occupazione quasi senza sosta di lavare e rammendare gli
indumenti; v'erano da fare importanti discussioni su numerosi
argomenti, se possibile in termini di relativa eguaglianza, con le
padrone di casa e le mogli dei contadini. Gertie portava sempre una
fede di ottone, e qualche volta la mostrava con una certa
ostentazione: e, infine, quando la compagnia era in marcia, era più
che giusto che a lei toccasse portare la parte più pesante del
bagaglio, per compensare la sua vita di lusso e di agi negli altri
momenti. E allora, Gertie finiva con l'essere stanca come un cane, e
si addormentava ovunque le capitasse.
Non si risvegliò che verso le otto; quando sentì un violento picchiare
alla porta. Quando aprì, vide che era la padrona di casa, la quale
esaminava con grande attenzione una lettera (l'aveva già tenuta
contro la luce alla finestra della cucina).
- È per uno dei vostri, mi pare, signora.
Gertie la prese. Era scritta su carta finissima, e l'indirizzo era scritto
da mano maschile, a Mr. Gregory.
- Grazie, signora. - disse Gertie.
Poi ritornò nella stanza, ripose accuratamente la lettera nel cassetto
della tavola, e si mise alle sue faccende.
Verso le undici uscì per un piccolo rinfresco. Ella aveva, si capisce,
un piccolo peculio privato, tutto suo, che ammontava di solito a
pochi soldi, e di cui il Maggiore ignorava l'esistenza. Non le pareva
che non fosse una cosa giusta. Soltanto talvolta si meravigliava
timidamente dell'ingenuità maschile, che non ammette la necessaria
esistenza di un simile sotterfugio. Attaccò discorso con alcune
signore più anziane, uscite anch'esse per un rinfresco, e a un certo
punto ebbe modo di posar la mano sul banco per far vedere l'anello.
Così fu soltanto un po’ dopo le dodici che rammentò che il tempo
passava, e corse via. Non aspettava gli uomini a casa per il pranzo:
infatti, aveva fasciato le provviste per loro in un pezzo dello
“Sporting Times” del Maggiore prima che uscissero; ma era meglio
trovarsi a casa. Non si sa mai.
Mentre entrava nella stanza, il cuore le diede un balzo. C'era soltanto
Frank.
- Che cosa c'è? - domandò.
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- Mandato via - disse Frank laconico. Egli stava seduto davanti alla
tavola, con aria abbattuta e con le mani in tasca.
- Mandato via?
Frank fece cenno di sì.
- Ma perché?
- “Tecs” - disse Frank.
La bocca di Gertie si aprì un pochino.
- Uno di loro mi vide entrare e telegrafò per avere istruzioni. Aveva
seguito il processo sul notiziario di polizia, e gli pareva che io
corrispondessi alla descrizione. Poi ritornò alle undici, e lo disse al
capomastro.
- E...
- Già.
Vi fu una pausa. - E George?
- Oh! lui era in regola - disse Frank con un po’ d'amarezza. - Non c'è
nulla a suo carico... Nulla da mangiare, Gertie? Ma io non posso
pagare... cioè, sì: qua c'è mezza giornata (Fece saltellare nove pence
sulla tavola; una moneta rotolò per terra, ma egli non fece alcun
movimento per raccoglierla).
Gertie lo guardò un momento.
- Bene... - cominciò con enfasi. Poi si curvò per raccogliere la
moneta.
Frank sospirò.
- O non parliamone... siete una buona ragazza. Mi sono detto tutto, e
quanto basta, v'assicuro.
La bocca di Gertie s'aprì un'altra volta. Ella pose la moneta sulla
tavola.
- Voglio dire che non v'è nulla da dire - spiegò Frank. - La questione
è... che cosa bisogna fare?
Gertie non aveva nulla da suggerire. Cominciò a raschiare la padella
in cui aveva fatto cuocere le aringhe la sera prima.
- V'è una lettera per voi - disse a un tratto. Frank si rizzò.
- Dov'è?
- Lì, nel cassetto... vicino alla vostra mano, Frank... .
Frank afferrò la maniglia, che si staccò. Proruppe in una breve
esclamazione. Poi, con magistrale abilità, riprese la maniglia, ne
avvolse la vite con un ritaglio dello “Sporting Times”, e aprì il
cassetto. Quando vide là calligrafia, mutò d'un tratto in viso.
- Può aspettare - brontolò, - e gettò la lettera rovesciata sulla tavola.
- Frankie... - riprese la ragazza, sempre intenta alla sua padella.
- Ebbene?
- È tutto per colpa mia.. - disse ella a voce bassa.
- Colpa vostra! E come fate a dirlo?
- Se non fosse stato per me, non avreste preso la scatola da George
e...
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- Santo cielo! - disse Frank - ricominciamo ancora?... e se non fosse
stato per George, egli non avrebbe preso la scatola; e se non fosse
stato per Maggie Cooper, la scatola non ci sarebbe neppur stata; e se
non fosse stato per la sorella del padre di Maggie, Maggie non
sarebbe andata a prenderla. La colpa è tutta della sorella del padre di
Maggie, mia cara! Voi non c'entrate per nulla.
Le parole erano abbastanza vivaci, ma il tono con cui erano
pronunciate era pesante. Come quello d'un bambino che ripeta la
lezione.
- Questo va bene - ricominciò Gertie - ma...
- Cara la mia ragazza, non ricominciate a seccarmi con queste storie.
Non potreste lasciar perdere? L'importante è sapere quel che
accadrà. Io non posso continuare a vivere alle spalle di voi e del
Maggiore.
Gertie arrossì sotto la pelle abbronzata.
- Se voi ci lasciate... io...
- Ebbene?
- Io... io... non lascerò mai George.
Frank rimase per un momento, perplesso. Pareva un “non sequitur”.
- Vorreste dire...
- Ho degli occhi anch'io - disse Gertie con enfasi - e so quel che
pensate, quantunque non parliate molto. E ci ho pensato anch'io.
Frank sentì un lieve calore alzarglisi in petto.
- Volete dire che avete pensato a quel che v'ho detto l'altro giorno?
Gertie sì curvò ancora di più sulla padella, e la raschiò più forte che
mai.
- Piantatela un momento con quel fracasso! - sbottò Frank.
Il rumore cessò d'un tratto. Gertie guardò in su, e poi in giù di
nuovo. Poi ricominciò con più calma.
- Così va meglio - disse Frank. - Bene, spero che abbiate pensato proseguì con tono paterno. - Voi siete una buona ragazza, Gertie, e
sapete far di meglio. Continuate a pensarci, e quando avrete deciso
qualche cosa, ditemelo. Quando sarà pronto il pranzo?
- Tra mezz'ora.
- Bene, esco un momento e torno subito. Prese la lettera con
noncuranza, e uscì.
Quando passò davanti alla finestra, Gertie lo guardò con la coda
dell'occhio. Poi, sempre con la padella in mano, corse all'angolo, e lo
guardò allontanarsi sulla banchina.
Un opportunissimo barile era posto all'estremo orlo della banchina,
con un altro al fianco, e Frank vi si diresse senz'altro. Gertie lo vide
sedersi sul primo, e porre la lettera ancora chiusa sulla sommità del
secondo; poi rovistarsi un poco nelle tasche, e infine una piccola
nube di fumo azzurrino si alzò come incenso. Gertie lo guardò
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ancora un momento, ma egli non si mosse. Allora tornò alla sua
padella.
Venti minuti dopo il pranzo era quasi pronto.
Gertie aveva disteso sulla tavola, con gran cura, uno dei fazzoletti
bianchi del Maggiore. Egli ci teneva a conservarli, e a farli lavare di
tanto in tanto, e Gertie comprendeva un po’ il motivo di questa
giusta esigenza, perché nell'angolo di ciascuno era ricamato un
monogramma, che non era formato dalle lettere G. T. Ma che lettere
fossero, non era mai riuscita a decifrare.
Su questa tovaglia aveva posto, da una parte, una forchetta col
manico nero e con due denti soli, e un coltello dello stesso tipo
(questo era per Frank); dall'altra parte un cucchiaino di stagno e un
coltello che aveva perduto il manico (questo era per lei). Poi v'era un
bicchiere da denti per Frank e una tazzina da tè - senza manico, ma
con un fiore dorato nel mezzo - per lei. Nel centro pose una brocca di
maiolica di York-minster, con un disegno color malva in cui si
vedeva una nube temporalesca, e davanti alla nube una dama e un
gentiluomo con un bambino che faceva correre il cerchio. Questa
brocca era tutta la ricchezza della padrona di casa, ed era a metà
piena di birra. V'erano poi due piatti, uno d'un freddo colore
turchino, col ritratto del Principe Consorte in scopettoni e cilindro,
in un piccolo medaglione al centro, e l'altro bianco, con la
raffigurazione delle cascate di Lodore. Non era possibile ingannarsi
sui soggetti dipinti su queste stoviglie, perché il titolo v'era
nitidamente stampato, in caratteri assortiti.
Gertie guardò questo arredamento piegando un po’ il capo da una
parte. Non capitava spesso di pranzare con tanto lusso. Le sarebbe
piaciuto avere un fiore da porre nel mezzo... Allora mescolò il
contenuto della padella con un cucchiaio di ferro, e tornò alla
finestra.
Il giovanotto sul barile non s'era mosso. Ma Gertie lo vide stendere
la mano alla lettera. Lo guardò. Lo vide infilare un dito nella busta, e
gettare la busta oltre il ciglio della banchina. Poi lo vide spiegare il
foglio e rimanere assorto.
Non andava così. Gertie aveva l'idea che per leggere una lettera
accorressero almeno alcuni minuti; così s'affrettò ad andare alla
porta e a chiamarlo.
Lo chiamò. Egli non volse la testa, e neppure rispose.
Lo chiamò una seconda volta.
La lettera che Frank leggeva sta anch'essa, con poche altre carte,
davanti a me mentre scrivo.
Essa dice così:
“Mio caro Frank,
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“So che non vi farà piacere quel che debbo dirvi. Ma deve essere
detto. Credetemi, costa altrettanto a me scriverlo quanto a voi
leggerlo, o forse più.
“Ed è questo: il nostro fidanzamento dev'essere troncato.
“Voi avete perfettamente ragione di chiedermene i motivi, ed io ve li
dirò senz'altro, perché non desidero ritornare sull'argomento. Non
servirebbe a nulla. La mia decisione è assolutamente presa.
“La mia ragione principale è questa: quando mi fidanzai con voi non
vi conoscevo abbastanza. Pensavo che sotto tutte le vostre pazzie
eccetera, vi fosse una personalità vera. Accennai a questo, se vi
ricordate, nella mia prima lettera che suppongo avrete ricevuto
proprio prima di questa. Ed ora, semplicemente non posso pensarlo
più.
“Non intendo affatto biasimarvi se siete quel che siete; non è più
affare che mi riguarda. Ma debbo dire questo: che un uomo il quale
può fare quel che voi avete fatto, non soltanto per una settimana o
due, come pensavo dapprincipio, come una specie di gioco, ma per
quasi tre mesi; e che durante tutto questo tempo può lasciarmi con
tre o quattro cartoline illustrate soltanto e senza nessuna notizia;
soprattutto un uomo che può cacciarsi in tanti imbrogli e in tanta
abbiezione, e finire addirittura in carcere, eppur sembrare di non
farne caso, bene, non è questo che avevo pensato di voi.
“Vedete, è tutto un complesso di cose: non queste o quelle; è tutto
l'assieme.
“Prima, vi siete fatto cattolico senza dirmene una parola fino alla
vigilia. Non mi fece piacere, è naturale, ma non dissi nulla. Non è
bello che marito e moglie siano di religione diversa. Poi fuggiste da
Cambridge; poi vi metteste in compagnia di quell'individuo di cui
parlate nella lettera a Jack; e dovete essergli ben affezionato, a
quanto pare, se siete andato in prigione per lui, come suppongo. E
ancora, dopo tutto questo, devo credere che siate andato a York per
riunirvi a lui. Eppoi, v'è il fatto innegabile della prigione.
“Come vedete, sono tutte queste cose, una dopo l'altra, una assieme
all'altra. Vi ho sempre difeso di fronte a vostro padre; non ho mai
permesso che alcuno sparlasse di voi senza giustificarvi; ma in realtà
la cosa è andata troppo oltre. Voi sapete che nell'altra lettera vi ho
dato un mezzo avvertimento. So che non avete potuto riceverla
prima d'ora. La colpa non è mia. E la lettera mostra quel ch'io
pensavo, anche tre mesi fa.
“Non siate arrabbiato con me, Frank. Vi voglio ancora molto bene, e
vi difenderò tutte le volte che potrò. E vi prego di non rispondere in
alcun modo a questa mia. Jack Kirkby non risponde neppure alla
vostra. Glie l'ho chiesto io, quantunque egli non sappia neppure il
perché.
“Vostro padre manda ai giornali la notizia che il fidanzamento è
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rotto.
“Vostra sinceramente
Jenny Launten”.
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PARTE SECONDA
Capitolo I
Barham, nello Yorkshire, come tutti sanno, giace al fondo di una
lunga vallata, dove essa emerge nel distretto più piatto attorno ad
Harrowgate. Essa ha una ferrovia tutta per sé, che non va più oltre,
perché la città è chiusa al nord dalle alte colline e dalla brughiera. È
una città quasi interamente agricola, e possiede un curioso ponte a
schiena d'asino, dove la gente si ferma nei giorni di mercato a
discutere il prezzo dei giovenchi. Ha due chiese: una, non più
officiata, sul culmine d'un precipitoso sperone che sovrasta la città,
circondata da un camposanto irregolarissimo, pieno alla lettera. (I
Kirkby vi giacciono, da generazioni e generazioni, sotto tombe
pompose). L'altra chiesa è un obbrobrioso edificio rettangolare, con
le pareti piatte e sottili, e le finestre di un finto gotico. Era ritenuta
bellissima quando fu costruita, una quarantina d'anni fa. La città
stessa è irregolare e pittoresca, con la strada principale ripida e
tortuosa, e si penserebbe che un certo numero di case siano state
gettate a casaccio in quest'angolo delle colline, lasciando che
rimanessero nel punto dov'erano cadute.
La gran casa nella quale i Kirkby avevano vissuto sino dalla metà del
secolo decimosettimo è vicina alla città, come è giusto che sia la casa
del signorotto, e il cancello del parco si apre proprio all'estremità
settentrionale del vecchio ponte. Nella casa non v'è nulla di grande
interesse (mi pare che le guide facciano cenno solo d'un vecchio
portale nella cantina), perché fu ricostruita press'a poco al tempo in
cui fu costruita la chiesa nuova. Non è che una casa grande, comoda,
calda, fresca, ombrosa, con una grande sala e una bella scala di
quercia, circondata da prati e da macchie, che digradano a ovest nel
parco e si perdono dagli altri lati nella brughiera che si stende fino
all'orizzonte.
V'è, in tutto, una piacevole aria feudale: feudale, in un modo discreto
e da buon vicinato. Il padre di Jack era morto appena un anno prima
ch'egli diventasse maggiorenne, e Jack, circondato da sorelle e da
un'ottima madre dedita alla beneficenza, era succeduto in tutti gli
immemorabili diritti e poteri, scritti e non scritti, dello “Squire” di
Barham. Egli m'intrattenne piacevolmente per tre o quattro giorni,
qualche mese fa, quando viaggiavo sulle orme di Frank, ed io
m'accorsi con piacere quando passeggiavamo per le vie della città
che a malapena v'era persona che egli non salutasse o che non
salutasse lui.
Jack mi condusse per prima cosa al ponte, e mi spinse alla metà di
esso, per indicarmi un piccolo recesso, sopra il pilone centrale, che
senza dubbio era stato fatto per dare riparo ai pedoni nel caso che
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passasse un veicolo troppo largo, prima che il ponte fosse
ingrandito.
- Ecco - mi disse - il punto dove vidi Frank quando venne qua.
Proseguimmo verso la città, e ai piedi della salita quasi precipitosa
che conduceva alla chiesa semi diroccata, scendemmo, lasciando il
carrozzino in consegna al cocchiere. Ci arrampicammo lentamente
per la salita, perché era una giornata calda, mentre ad intervalli Jack
rammentava qualche episodio (molti di essi li ho riportati in queste
pagine), e ci voltammo al cancello del cimitero. E questo è il posto
dove gli dissi addio.
Era il 25 settembre, un lunedì, e Jack sedeva nella sala da pranzo, in
giacchetta di Norfolk e uose, bevendo il tè il più presto possibile. Era
stato tutto, il giorno in brughiera, ed era stato tanto raffinatamente
sensuale da fumare apposta una sigaretta prima di assaggiare il tè,
per portar la sete a un punto acuto.
Poi, finito di bere, cercò di nuovo la scatola, perché quella doveva
essere la miglior sigaretta di tutta la giornata, ma s'accorse che la sua
raffinatezza sensuale questa volta lo aveva tradito, perché non ve
n'era rimasta neppure una. Strinse la scatola d'argento col cuore che
gli mancava, perché ricordò d'averla vuotata del tutto la mattina per
riempire il portasigarette. E non ve n'era un'altra in tutta la casa.
Era una disgrazia. Egli pensò che se avesse mandato qualcuno a
comperarne, non sarebbe riuscito ad averne prima di venti minuti.
(Non seppe mai spiegarsi perché un ragazzo sano dovesse impiegare
venti minuti per fare un tratto di strada che non né richiedeva otto).
Così riprese il cappello e tornò ad uscire.
Stava già facendosi scuro quando varcò il cancello. Il sole era
scomparso da un'ora dietro la collina, ma il crepuscolo cominciava
appena adesso. Jack era quasi giunto alla sua méta, e mentre
affrontava la ripida salita del ponte, sbirciò al di sopra del parapetto,
almeno con gli occhi dell'immaginazione, la bottega del tabaccaio - la
prima a sinistra - dove un provvista delle “sigarette di Mr. Jack” era
sempre a portata di mano.
E intanto, nel piccolo recesso a metà del ponte, di cui ho parlato
poco fa, vide un uomo che si appoggiava coi gomiti sul parapetto,
che guardava la corrente del fiume e, più in su, la brughiera che il
tramonto tingeva di porpora, e il cielo glorioso di luce. Quando
giunse alla sua altezza, si domandò vagamente chi fosse e se lo
conoscesse. Poi, quando gli fu proprio di fronte, si fermò, col cuore
stretto.
È naturale che il pensiero di Frank non fosse mai lontano per Jack
proprio allora, fin da quando cioè aveva saputo la notizia da una
lettera assai discreta del reverendo James Launton. (Non ho da dire
che egli rispose a questa lettera scrivendo non al padre ma alla figlia,
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e che non ne ebbe risposta). Aveva scritto anche una lettera a Frank
stesso ma questa era stata respinta per irreperibilità del destinatario.
E da allora aveva guardato tutti i vagabondi che incontrava, con
un'attenzione che qualche volta provocava un saluto, e qualche volta
un'osservazione sgarbata.
La persona di cui ora egli vedeva la schiena non somigliava davvero
molto a Frank. Eppure gli somigliava parecchio. La giacchetta e i
calzoni erano tanto macchiati di polvere e di umidità, da non aver
più un colore proprio; e così il berretto di panno. Un fagotto legato
in un fazzoletto rosso, e un bastone pesante erano appoggiati in un
angolo del recesso.
Jack raschiò la gola piuttosto forte, pronto a darsi l'aria di essere
assorto nella contemplazione del panorama in caso di necessità. La
persona voltò un occhio di sopra la spalla, poi si girò completamente
di fronte: ed era Frank Guiseley.
Per il primo istante, Jack non disse nulla, ma rimase impalato, con la
bocca un po’ aperta e gli occhi spalancati. Il viso di Frank era arso
dal sole tanto da non conoscersi più, i capelli erano tagliati più corti
del consueto, e la luce gli era alle spalle.
Poi Jack si riprese.
- Oh, mio caro - disse - perché...
Gli afferrò le mani e le tenne, fissandolo.
- Sì, sono proprio io - disse Frank. - Stavo appunto domandandomi...
- Vieni, andiamo subito... Cielo, debbo andare dal tabaccaio: è
proprio qui. Non v'è una sigaretta in tutta la casa. Vieni con me?
- T'attendo qua.
- Sì? Non c'impiego un secondo.
Infatti, un minuto non era passato che Jack fu di ritorno. Era balzato
dentro, aveva afferrato una scatola sullo scaffale, ed era scomparso,
gridando che gliela “mettessero in conto”. Trovò che Frank s'era di
nuovo voltato a guardare l'acqua e il cielo e la brughiera. Afferrò il
fagotto e il bastone dell'amico.
- Andiamo, - disse, - avremo un'ora o due prima di cena, Frank, in
silenzio, gli tolse dalle mani il fagotto e il bastone, fermo e
irresistibile, e non parlarono più finché non furono fuor di vista dalla
casa del portiere.
Poi, Jack cominciò, afferrando il braccio di Frank - un'abitudine per
la quale era stato spesso ripreso.
- Oh, mio caro! Io... io non posso dire quel che sento. So tutto, si
capisce, e ho fatto sapere a Miss Jenny, chiaro e tondo, quel che
penso.
- Sì?
- E a tuo padre. Non hanno risposto né l'una né l'altro, e
naturalmente io non ho detto più nulla. A proposito, Dick è stato
laggiù.
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Frank non fece alcun commento.
- Fai semplicemente paura, vecchio mio - proseguì Jack
allegramente. - Dove mai sei stato in questo mese? t'ho scritto a
York, ma la lettera è stata respinta.
- Oh, qua e là, sono stato - disse Frank, impassibile.
- Con la gente con cui eri prima... con quell'Uomo?
- No, per ora li ho lasciati. Ma probabilmente mi riunirò a loro più
tardi.
- Riunirti con loro!... - cominciò l'altro sbigottito.
- Certo! quest'affare è appena cominciato - rispose Frank, sempre
con la sua strana apatia - La parte peggiore l'abbiamo vista, credo.
- Ma io non voglio che tu ci torni ancora! Ecco, è ridicolo!
Frank si fermò. Erano in vista della casa, ora, e le sue luci brillavano
invitanti.
- A proposito, Jack, dimenticavo. Devi farmi il piacere di
promettermi che non farai nessuno sforzo per trattenermi quando
vorrò andarmene, altrimenti non farò un passo avanti.
- Ma, mio caro...
- Prometti subito, per favore.
- Oh, sì, ti prometto tutto quello che vuoi, ma...
- Allora, va bene - disse Frank, e si mosse.
- Ecco - disse Jack quando giunsero alla porta della “hall”. - Vuoi
parlare adesso, o vuoi cambiarti, o che cosa?
- Farei volentieri un bagno caldo, per prima cosa. A proposito, hai
ospiti in casa?
- Nessuno. E della famiglia, due sorelle soltanto. E mia madre, si
capisce.
- E per il vestito?
- Vedremo. Andiamo alla porta della “smokingroom ”. Poi cercherò
Jackson e gli spiegherò. Immagino che non t'importi che si sappia il
tuo nome. Comunque, probabilmente ti riconoscerebbe.
- Purché mi lascino stare, non m'importa nulla. Appena entrati nella
“smoking-room” Jack suonò il campanello, e Frank sedette in una
profonda poltrona. Poi venne il maggiordomo, il quale gettò una
lunga occhiata alla straordinaria persona seduta.
- Oh! hmm... Jackson, questo è il signor Frank Guiseley. Si ferma
qua. Ha bisogno di abiti e di biancheria. Mi pare che ci sia qualcuno
dei miei vestiti che potrebbe andare. Vorrei che cercaste un poco
- Scusate, signore?
- Questo è il signor Frank Guiseley, di Merefield. È così, proprio
davvero! Ma non bisogna che la gente parli più del necessario.
Capito? Vi prego di non dir nulla di lui, se non che egli compie un
giro turistico. E vi prego di avvertire la cameriera di preparare la
camera azzurra, e di aprire l'acqua calda nel bagno. Ecco tutto,
Jackson... e gli abiti, avete capito?
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- Sì, signore.
- E prendete in camera mia l'“eau de lutin” e mettetela nel bagno.
Oh, sì, anche la coppa del sapone.
- I miei abiti non debbono essere gettati via, per favore, Jackson disse gravemente Frank dalla poltrona. - Ne avrò nuovamente
bisogno.
- Sì, signore.
- Ecco tutto - disse Jack.
Mr. Jackson fece un rigido dietro fronte e uscì. - Tutto a posto - disse
Jack. - Ti ricorderai, del vecchio Jackson. Egli non dirà una parola.
Per fortuna nessuno ci ha visto entrare.
- Non importa gran che, non ti pare?
Vi fu una pausa.
- Ed ora, Frank, quando vorrai dirmi...
- Risponderò a tutte le tue domande dopo cena. Adesso non mi sento
di parlare.
La cena fu una cosa difficile quella sera.
Jack aveva sottoposto la signora Kirkby ad una conferenza durante
la mezz'ora in cui ella avrebbe dovuto vestirsi, per farle entrar bene
in testa che Frank - che ella aveva conosciuto fin da quand'era
ragazzo - stava facendo puramente e semplicemente un giro a piedi
tutto da solo. Ella comprese benissimo la situazione in un minuto e
mezzo (era una donna assai avveduta, che non parlava molto). Ma
Jack non era contento, e continuava a gironzolare per la stanza,
toccando le fotografie e le spazzole d'argento, spiegando e
rispiegando come fosse importante che Frank si trovasse a suo agio e
che a Fanny e a Jill (che erano appunto tanto grandi da venire a cena
in vesti bianche accollate, con le trecce alle spalle) non doveva essere
permesso di infastidirlo. La signora Kirkby disse: “Sì, capisco”
almeno centotrenta volte, guardando l'orologio. Stette con un dito
sul bottone elettrico per almeno cinque minuti prima di azzardarsi a
chiamare la cameriera, e fu soltanto il discreto picchiar di questa,
alle otto meno un minuto che finalmente cacciò Jack fuori dalla
stanza. Egli trovò Frank a metà del suo abbigliamento, vide con
sollievo che un suo abito smesso gli si adattava passabilmente, ed
andò a vestirsi a sua volta. Scese alla “draving-room” sette minuti
dopo il “gong” con le orecchie rosse e i capelli a ciuffo, per trovare
Frank che parlava con sua madre con la maggior naturalezza del
mondo, mentre era osservato di straforo dalle sue sorelle, le quali
fingevano di guardare delle fotografie.
Ma la cena in sé fu scabrosa. Era ovvio parlare del “giro turistico” di
Frank, e appunto questo Jack non osava fare. Le condizioni della
brughiera e i danni fatti tra i giovani galli di montagna dalle prime
piogge li occuparono fino alla fine del pesce; ai galli di montagna
succedettero i vitelli; ai vitelli le pecore, e, per una connessione di
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idee ovvia - ovvia per tutti quelli che conoscevano quel gentiluomo dalle pecore al nuovo pastore.
Ma proprio prima del “soufflé” di cioccolato vi fu una pausa, e Jill, la
più giovane delle due sorelle, si affrettò a colmare il vuoto.
- Avete fatto un bel giro, Mr. Guiseley?
Frank si volse educatamente il lei.
- Sì, molto bello, tutto considerato.
- E siete stato sempre solo? - continuò Jill, consapevole del suo
successo in società.
- Oh, no, - disse Frank. - Ho viaggiato con un... ecco, con un uomo
che è stato ufficiale dell'Esercito. Egli era Maggiore.
- E voi...
- Basta, Jill - disse con fermezza sua madre. - Non infastidire Mr.
Guiseley. Egli è stanco del viaggio.
I due giovani rimasero tranquilli un minuto o due dopo che le
signore ebbero lasciato la stanza.
Poi Jack parlò.
- Ebbene? - disse.
Frank alzò gli occhi. V'era in essi uno sguardo singolare e paziente,
che commosse profondamente Jack. Fino allora Frank non era stato
conosciuto per la sua sottomissione.
- Oh, un po’ più tardi, se non ti spiace. Potremo parlare nella
“smoking-room”.
- Bene, ti dirò tutto come mi pare di capirlo - cominciò Frank,
quando la porta si richiuse alle spalle di Jackson, il quale aveva
portato il “whisky” e le candele. - E poi risponderò a tutte le
domande che vorrai.
Si sprofondò nella poltrona, distendendo le gambe e intrecciando le
mani dietro la nuca. Jack lo vedeva bene, e poteva distinguere le
proprie impressioni, quantunque in seguito trovasse difficoltà a
tradurle in parole. I termini che egli scelse infine furono quelli di
“sottomesso” e “paziente”; eppure difficilmente due aggettivi
sarebbero stati meno applicabili a Frank tre mesi prima. Al tempo
stesso la virilità di lui era più evidente che mai. Egli aveva in sé,
diceva Jack, qualcosa dell'aria di un ottimo domestico, un aspetto rigido e acuto, per quanto non senza gentilezza, che rivelava una
grande capacità e nel tempo stesso un grande dominio di sé. Non
appariva in lui alcuna debolezza sentimentale, il suo dolore non
aveva preso quella forma.
- Bene, non ho molto da dire dell'ultima lettera di Jenny e di quello
che accadde dopo. V'ero assolutamente impreparato, questo si
capisce. Non avevo la minima idea... ecco, ella era l'unica persona su
cui io non avessi assolutamente alcun dubbio! anzi, rimasi senza
leggere la lettera per qualche minuto (l'indirizzo sulla busta era
100/233
scritto da te, lo sai), perché dovevo pensare a quello che avrei dovuto
far dopo. La polizia mi aveva fatto cacciare da un cantiere di
costruzioni...
Jack emise un breve sospiro. Egli fissava Frank con gli occhi
spalancati.
- Sì: è il loro sistema - disse Frank. - Bene, quando l'ho letta, per un
po’ non m'è riuscito nemmeno di pensare. La ragazza con cui
viaggiavamo - quella che s’era attaccata all'uomo che m'ha messo
negli impicci - la ragazza mi chiamò a pranzo, me lo disse dopo. Io
non sentivo nulla, tanto che infine venne a toccarmi, e io mi
risvegliai. Ma non potevo dir nulla. Essi non sanno neppure adesso
quello che sia stato. Me ne andai quel pomeriggio. Non potei
aspettare nemmeno il ritorno del Maggiore.
- Eh?
- Il Maggiore... oh! è così che si fa chiamare quell'individuo. Del
resto, non credo che menta. Soltanto, allora non potevo sopportarlo
un minuto di più. Ma gli ho mandato una cartolina stasera; non
ricordo neppur più da dove. E... non hai mica nessuna lettera per
me, per caso?
- Uno o due biglietti.
- Bene, vedremo. Debbo riunirmi con loro tra un giorno o due.
Debbono essere da queste parti, per quel che so.
- E tu, che hai fatto?
Frank pensò.
- Non lo so di sicuro. So di aver camminato molto. La gente era
proprio buona con me. Una signora fermò la sua automobile, ed io
non avevo neppur chiesto...
- Tu! mendicato!
- Santo cielo! ma sì; molte volte... bene, ella mi diede qualcosa, ed io
non la ringraziai neppure; e ho continuato così per parecchio, e ho
lavorato un po', qua e là.
- Ma insomma, che cosa hai fatto?
- Ho camminato. Non potevo sopportare le città e la gente, e nulla.
Infine giunsi dalle parti di Ripon, e mi diressi verso la brughiera.
Trovai una vecchia capanna di pastori, per otto o dieci giorni...
- E tu...
- Se ho vissuto là? Ma sì. L'ho aggiustata completamente prima di
venirmene via. E poi ho pensato, ho pensato che avrei potuto venire
qua.
- Che cosa facevi sul ponte?
- Attendevo che si facesse scuro. Poi avrei chiesto al portinaio se tu
eri in casa.
- E se non ci fossi stato?
- Sarei andato altrove, immagino.
Jack cercò di versarsi un bicchiere di “whisky” e soda, ma la soda gli
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si rovesciò addosso ed egli fu costretto a mormorare una piccola
osservazione. Poi ne fece un'altra.
- E la prigione?
Frank sorrise.
- Oh, me ne sono quasi dimenticato. Eppure, allora, ero proprio
imbestialito.
- E... il Maggiore? E il lavoro? Santo Cielo! Frank, tu racconti male le
tue storie.
Frank sorrise di nuovo più franco.
- Sono troppo occupato “dentro” - disse. - Queste cose, ad ogni
modo, non mi pare che importino gran che.
Jack fece un piccolo gesto d'implorazione.
- Ecco, questo è press'a poco tutto, Jack.
- Già.
- È una cosa che non riesco a spiegare, ma ho un grande interesse a
sapere quel che avverrà poi; “dentro”, voglio dire. Almeno, qualche
volta. In altri momenti invece non me ne importa nulla.
Jack sembrava sconvolto, e lo disse apertamente. Frank si curvò un
poco avanti.
- Vedi, è proprio così. Qualcosa o Qualcuno mi ha preso in mano. Sa
il Cielo se io capisco che cosa sia. Tutte queste cose non procedono
una dall'altra solo per gioco del caso. Vi dev'essere un filo che si
svolge, e che cosa sia io non so. E suppongo che qualcosa avverrà
presto.
- Per amor del Cielo, spiega quel che vuoi dire!
- Non posso più di così. Ti assicuro che non lo so. Vorrei che
qualcuno lo dicesse a me.
- Ma che importa tutto questo? Che farai adesso?
- Oh, questo lo so benissimo. Raggiungerò nuovamente il Maggiore e
Gertie.
- Frank!
- Ebbene?.. No, non una parola di più, per favore. Me lo hai
promesso. Li raggiungerò nuovamente, e starò a vedere quel che
accadrà.
- Ma perché?
- perché il mio compito è questo. Questo lo so. Intendo far tornare
quella ragazza dai suoi. Non è moglie del Maggiore, l'hai capito.
- Ma che t'importa...
- A me pare che importi molto. Oh, lei è una ragazza sciocca, e lui un
uomo volgare. Ma questo non conta. Bisogna farlo; o piuttosto, io
voglio provare a farlo. Ho paura che non riuscirò, ma, ancora, questo
non conta. lo devo compiere la mia missione, e poi vedremo,
Jack alzò le mani.
- Tu sei impazzito!
- Può darsi - disse Frank con solennità.
102/233
Vi fu una pausa. Pareva a Jack che tutto dovesse essere un sogno.
Questo non era Frank. Gli balenò l'idea assurda che l'uomo che
sedeva davanti a lui, nell'aspetto di Frank, non fosse Frank.
Mentalmente si scosse.
- E di Jenny? - disse.
Frank rimase del tutto silenzioso e immobile per un istante. Poi
parlò senza calore.
- Non sono sicuro. Qualche momento mi piacerebbe... ecco, dirle tre
parole su quel che ha fatto; e qualche volta vorrei trascinarmi fino a
lei e baciarle i piedi... ma, sia una cosa che l'altra, mi avvengono
quando mi sento male. In complesso, io penso, quantunque non ne
sia certo, che non mi riguarda più. Anzi, ne sono sicuro. È un aspetto
di tutto l'assieme, e non dipende da me. È inutile parlarne ancora, te
ne prego, Jack.
- Una domanda?
- Dì pure.
- Le hai scritto o non le hai fatto saper nulla?
- No.
- Ed io debbo dire un'altra cosa. Non credo che sia contraria al patto.
- Ebbene?
- Prenderesti cinquecento sterline per andare in Colonia?
Frank lo guardò con un sorriso divertito.
- No, mai più... grazie... Sono in disgrazia fino a questo punto,
dunque?
- Tu sai che non intendo questo - disse Jack tranquillamente.
- No, amico mio; non avrei dovuto parlare a questo modo. Mi spiace.
Jack agitò la mano.
- Pensavo che odiassi l'Inghilterra, e avresti voluto... E non sembra
che l'orgoglio ti faccia scoppiare, adesso.
- Per dire il vero, lo dico anch'io - rispose Frank. - Ma in Inghilterra
ci sto benissimo; e poi vi sono quei due. Ma ti dirò una cosa che
potresti fare per me.
- Cioè?
- Pagare questi conti. Non credo che sia molto.
- Senz'altro. E intendi davvero continuare su questa strada?
- Ma sì, di sicuro.
Fin dal dodici d'agosto la brughiera era stata perlustrata dai
cacciatori, tuttavia i due amici trascorsero due giornate piacevoli,
facendo un discreto bottino. Erano usciti con un guardiacaccia e una
mezza dozzina di battitori. Frank aveva indossato un vecchio vestito
di fustagno di Jack, e i suoi scarponi robusti. Vi fu un momento
drammatico, mi disse Jack, quando s'accorsero che il “luncheon” era
stato preparato in un punto elevato della collina, dal quale la gran
massa grigia di Merefield e lo scintillio del lago erano nettamente
103/233
visibili, alla distanza di otto miglia. Eppoi, anche la bandiera sventolava sull'asta del vecchio torrione. indicando, secondo una vecchia
usanza, che Lord Talgarth si trovava al castello. Frank guardò laggiù
per un minuto o due con aperto interesse, e Jack si domandò s'egli
avesse avvertito, come lui, che si poteva distinguere anche il tetto
della casa del Rettore, proprio a lato del campanile, ai piedi della
collina.
Nessuno disse una parola, ma quando il servo alla fine del
“luncheon” venne a prendere ordini, egli con tatto osservò che v'era
una vista meravigliosa su Merefield.
- Sì - rispose Frank. - Con un cannocchiale si potrebbe quasi
distinguere le persone.
I due amici camminavano assieme, soli, quando discesero, un'ora
prima del tramonto, all'estremità superiore di Barham. L'uno e
l'altro erano galvanizzati per l'aria stupenda e per il moto, e si
trovavano proprio in quello stato di stanchezza che è quasi un
autentico godimento fisico per un pensatore fantasioso che pregusta
un bagno caldo, una tazza di tè e una lunga serata in una soffice
poltrona. Frank conservava ancora il suo atteggiamento impassibile
verso le cose in generale, ma Jack s'accorgeva con lieto piacere che
pareva un po’ meno sulle sue, ed anche che camminava con un passo
più sciolto che non quella prima sera quando s'era trascinato con lui
su per la salita.
La loro strada li condusse dietro il cancello del vecchio cimitero, e
mentre s'avvicinavano posando sempre più rapidamente il piede per
la ripida discesa, Jack si accorse di due persone - un uomo e una
donna - che sedevano ai margini della strada, coi piedi nella cunetta.
Stava passando alle loro spalle, osservando che l'uomo aveva una
faccia piuttosto antipatica con dei baffi ruvidi, e che la ragazza era
bruciata dal sole, bionda e belloccia, quando avvertì che Frank s'era
messo dietro a lui. Un istante dopo vide che Frank stava parlando
con loro, e il suo umore precipitò a zero.
- Benissimo - sentì che Frank diceva - vi aspettavo. Questa sera,
allora... Oh, Jack!
Jack si voltò.
- Jack, questi sono il Maggiore e la signora Trustcott, di cui ti ho
parlato. Questo è il mio amico, Mr... er... Mr. Jack.
Jack accennò un saluto col capo, oppresso dal disgusto.
- Felicissimo di fare la vostra conoscenza, signore - disse il Maggiore
irrigidendosi alla militare. - La mia signora ed io stavamo
riposandoci un momento qua. Un sito stupendo!
- Sono contento che vi piaccia - disse Jack. - Allora, questa sera, disse un'altra volta Frank. - Potete aspettarmi un'ora o due?
- Certo, ragazzo mio - rispose il Maggiore. - Il tempo non conta per
noi, lo sapete. (Jack comprese che questo era detto per lui, per
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dimostrare la famigliarità di cui quell'uomo godeva col suo amico).
- Alle nove sarà troppo tardi?
- Andrà benissimo alle nove.
- E qua?
- Qua.
- Alle nove, dunque, - disse Frank. - Oh, a proposito... - egli
s'appressò ancora a quell'orribile coppia, e Jack, rimasto a distanza,
udì il mormorìo di una o due frasi e poi un tintinnio di monete.
- Alle nove, dunque, - ripeté Frank. - Andiamo, Jack, dobbiamo
affrettarci.
- Buona sera, signore - gridò il Maggiore, ma Jack non diede
risposta.
- Frank, non vorrai dirmi che quei due sono la gente...
- Sono il Maggiore e Gertie, appunto.
- E che cosa dicevate di stassera?
- Debbo partire, Jack. Mi spiace, ma te l'avevo detto che non potevo
fermarmi più di due giorni. Jack rimase zitto, ma era una dura
prova.
- A proposito, come possiamo fare? - proseguì Frank. - Non passo
partire vestito così, lo capisci, e d'altra parte non posso farmi vedere
uscire da casa tua coi miei stracci.
- Fa come ti pare - mugolò Jack.
- Suvvia, vecchio mio, non farmi il muso. Cosa diresti se prendessi
una valigia e mi cambiassi in questo cimitero? Dopo il tramonto è
chiuso, non è vero?
- Sì.
- E tu ne hai la chiave, immagino?
- Sì.
- Bene, allora facciamo così. Io poi lascerò la valigia e la chiave sul
muricciolo.
Jack rimaneva zitto.
Jack si padroneggiò lealmente quella sera, ma non riuscì a parlare
molto. Consentì a spiegare a sua madre che Frank doveva partire
dopo cena, e andò anche alla dispensa per farsi fare un fagottino,
non più grosso di una coscia di montone, che conteneva due
bottigliette che tintinnavano assieme. Lo fece fasciare in carta scura,
e v'introdusse anche un biglietto da cinque sterline (sapeva che
Frank non avrebbe accettato di più) e pose tutto nella valigia in cui
erano già i cenci di Frank.
Per il resto della serata rimase quasi sempre silenzioso, in una
poltrona, cercando di non guardare Frank seduto in un'altra.
Fingeva di leggere, ma cercava di rappresentare alla propria
immaginazione che cosa avrebbe provato egli stesso se avesse
dovuto raggiungere il Maggiore e Gertie alle nove nel cimitero... Ma
Frank rimase tranquillo tutta la sera a leggere vecchie annate del
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“Punch”.
Pranzarono alle sette e mezzo, Frank ancora col vestito di fustagno.
Fanny e Jill furono piuttosto difficili. Pareva loro una cosa assai
romantica che questo giovanotto abbronzato, dagli occhi neri, col
quale avevano giocato a “golf” il giorno prima, dovesse realmente
continuare il suo giro podistico in compagnia di due amici, alle nove
di quella stessa sera. Esse si domandavano innocentemente perché i
due amici non fossero stati invitati anch'essi a cena. Era anche cosa
straordinaria e interessante che il giovanotto fosse venuto a cena con
un vecchio vestito di fustagno. Fecero una quantità di domande.
Dove Mr. Guiseley intendeva andare? Frank non sapeva esattamente. Dove avrebbe dormito questa notte? Frank non sapeva affatto:
avrebbe cercato. Quando sarebbe terminato il giro turistico? Frank
non sapeva. Gli piaceva davvero? Oh, certo, Frank pensava che fosse
una buona cosa proseguire il giro turistico, anche se qualche volta
c'era qualche disagio.
Il congedo avvenne senza emozioni. Prima di cena, Jack aveva
annunciato improvvisamente ad alta voce che avrebbe
accompagnato Frank fino al cimitero. Frank aveva protestato, ma
aveva ceduto. Gli altri lo avevano salutato nella “hall”. e alle nove
meno un quarto i due giovani scomparvero nel buio.
Era una chiara notte d'autunno, - una “meravigliosa notte stellata” e il cielo brillava dolce sul capo fino alla massa scura della brughiera
che circondava Barham. Era anche perfettamente calma, il vento era
cessato, e mentre i due camminavano nel parco l'unico rumore era il
mormorio dell'acqua sulle pietre oltre la cintura degli alberi a
cinquanta metri.
Jack aveva il cuore stretto: ma anche così, egli mi dice, sentiva che il
silenzio di Frank era di un genere particolare. Sentiva come se il suo
amico si avviasse a qualche gran sacrificio nel quale egli dovesse
soffrire, e ne fosse solo in parte consapevole, o almeno, fosse a tal
punto sorretto da una specie di esaltazione o di fanatismo da non
comprendere quello che faceva. (Egli mi rammentava quel sogno che
molti fanno di tanto in tanto, di accompagnare un amico alla morte:
l'amico va avanti, silenzioso ed esultante, e noi non possiamo
trattenerlo né spiegargli nulla).
- I miei sentimenti erano questi, press'a poco - mi diceva Jack
debolmente.
Jack ebbe la triste soddisfazione di portare la valigia nella quale, per
così dire, il coltello e la vittima erano celati. Cambiò d'umore una
dozzina di volte anche in quel percorso d'un quarto d'ora attraverso
la città. Ora la cosa gli sembrava orribile, come un incubo: ora
assurdamente illogica; ora piuttosto bella; ora perfettamente
ordinaria e comune. Dopo tutto - Jack ragionava tra sé - vagabondi
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ce ne sono, vivi e sani. perché non doveva sopravvivere Frank? Per di
più, egli aveva sangue di zingari. Di che cosa si spaventava dunque
lui, Jack?
- Ricordi quando parlavamo di tua nonna? - disse a un tratto mentre
s'avvicinavano alla casa del portiere.
- Sì. Perché?
- Oh, perché stavo pensando a qualche cosa di diverso. Uno dei tuoi
antenati non fu giustiziato sotto la regina Elisabetta?
- Perbacco, hai ragione. Me n'ero dimenticato. Una volta tanto, era
dalla parte di chi perde.
- Come.., dalla parte di chi perde?
V'era un tono d'allegria nella voce di Frank, quando rispose.
- Fu per la religione - egli disse. - Era un papista. Tutti gli altri
s'erano affrettati a conformarsi. Erano gente molto adattabile.
Cambiarono ogni volta senza fare difficoltà. Ricordo che il genitore
una volta ce ne parlava. Egli pensava che fossero molto di buon
senso. E lo erano infatti, perbacco, da un certo punto di vista
almeno!
- E in quel che fai, la tua religione c'entra per qualcosa?
- Oh, direi di sì - rispose Frank con aria indifferente.
V'erano molte porte aperte nella High Street mentre i due giovani la
percorsero, e Jack salutò meccanicamente una dozzina di persone
che s'erano toccato il cappello mentre egli passava nella luce davanti
alle case.
- Che effetto fa essere uno “squire”?
- Oh, non saprei - disse Jack.
- Piuttosto gradevole, sto per dire - sentenziò Frank.
Si avvicinavano alla parte più ripida della salita, quando l'orologio
della chiesa batté le nove.
- Un po’ in ritardo - disse Frank.
- Quando tornerai? - chiese l'altro a un tratto - Io rimango qua per
altri quindici giorni, e poi tornerò per Natale. Vieni per Natale, se
puoi.
- Oh, non so dove mi troverò allora! Tanti saluti a Cambridge da
parte mia.
- Frank!
- Ebbene?
- Non potrei dire quello che penso?
- No!
Oh! ecco il tetto della vecchia chiesa che si stagliava contro le stelle, e
non si poteva discorrere più. Ad ogni momento potevano incontrare
quegli altri due, ormai. Fecero ancora cinque passi, e là, nell'ombra
del cancello, videro un puntino rosso di fuoco, che si alzò in una
fiammella quand'essi guardarono, illuminando per un istante gli
occhi grossi del Maggiore con la pipa in bocca.
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- Buona sera, signore - s'udì la voce militaresca, e la ragazza s'alzò in
piedi al suo fianco - Siete proprio puntuali.
- Buona sera - disse Jack di cattivo umore.
- Abbiamo passato una bellissima sera quassù, Mr. Kirkby, dopo
essere scesi in città a prendere un boccone alla “Corona”.
- Immagino che ve l'abbiano detto là il mio nome - disse Jack.
- Appunto, signore.
- Dammi la chiave - disse brusco Frank.
Poi aprì il cancello e lo spinse sulla soglia muscosa.
- Vuoi attendermi qui, Jack?
- Entro anch'io. Ti faccio vedere dove puoi cambiarti.
Venti passi di un sentiero irregolare e contorto, nel quale
inciamparono due o tre volte, li condussero a una porticina rovinata
all'estremità occidentale della vecchia chiesa. Il padre di Jack l'aveva
ammirevolmente restaurata, per quanto il restauro era possibile, ed
ora la vecchia torre si alzava forte come non mai, tutta rifatta nel
tetto e nei pavimenti, elevandosi oltre le quattro pareti senza tetto
tra le quali correva la doppia fila delle basi delle colonne scomparse.
Jack, sfregò un fiammifero, accese un fanale da bicicletta. che aveva
portato con sé, e mostrò la via.
- Vieni di qua - disse.
Frank lo seguì nella stanza alla base della torre e guardò intorno.
- Magnifico! Era una chiesa cattolica, un tempo, immagino.
- Sì, e il pastore dice che questa era la vecchia sacrestia. Hanno
trovato degli oggetti, qua, mi pare: delle coppe murate nelle pareti, o
cose del genere.
- Proprio quello che ci voleva. Sarò pronto in meno di cinque minuti.
Jack uscì senza pronunciar parola. Sentiva che era troppo attendersi
da lui che assistesse Frank mentre si cambiava di abiti, e indossava
quelli del sacrificio (lo colpì quasi una scossa piacevole,
considerando questa metafora, che egli stesso aveva condotto Frank
nella vecchia sacristia).
Sedette sul muro basso, costruito per impedire che il cimitero
franasse sul fianco della collina, e guardò alla cittadina sottostante.
Di qua, si vedeva meglio il cielo. Si aveva la sensazione precisa
dell'enorme volta silenziosa, affollata delle stelle immote, fredde e
lontane; e, sotto, della piccola città, febbrile di scintille e di luci rosse
sparse che la punteggiavano, là dove gli uomini disputavano e
contrattavano e facevano progetti, e concludevano i piccoli affari
della loro piccola vita, con tanto accanimento.
Era tutt'altro che filosofo, Jack, di solito: ma è un fatto che egli
rimase assorto in meditazioni di tal natura per un minuto o due,
mentre sedeva ad attendere Frank, e sentiva le voci che parlottavano
sul prato fuori del cancello. Per un istante gli venne perfino in mente
che l'affermazione che Frank aveva fatto poco fa avesse un
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fondamento di realtà, che cioè un qualche cosa davvero lo tenesse in
mano, e che un piano e un risultato definito davvero dovessero
emergere da tutte queste cose assurde e donchiosciottesche e
deplorevoli. (Suppongo che il contrasto tra le stelle e le luci umane
possa aver contribuito a suggerirgli pensieri di questa sorta).
Poi si diede a funeree considerazioni d'un genere più particolare.
Egli udì Frank che usciva, e si volse per vederlo nella luce smorta, col
sacco in mano, vestito nuovamente com'era tre giorni prima. In capo
aveva di nuovo quell'indescrivibile berretto; indosso quegli
indescrivibili abiti; ai piedi portava gli scarponi coi quali aveva
percorso la brughiera quel giorno stesso (come pareva ora lontano
quel pomeriggio, e l'allegra merenda al sole sulla collina!)
- Eccomi, Jack.
Allora ogni promessa andò in fumo. Jack si alzò e fece un passo
verso di lui.
- Frank, ti scongiuro, abbandona questa follia. T'ho chiesto di non
farla a Cambridge, te lo chiedo ancora adesso. Non m'importa di
quel che ho promesso. È una pazzia, e...
Frank s'era voltato senza una parola ed era a metà strada dal
cancello. Jack incespicava per tenergli dietro: ma l'altro aveva già
attraversato la soglia, s'era unito al Maggiore e a Gertie prima che
Jack potesse raggiungerlo.
- E così, pensate che la direzione giusta sia questa? - Frank stava
dicendo.
- Ho avuto qualche biglietto al “Corona” - disse il Maggiore. - Lassù
vi sono alcune fattorie, dove...
- Frank, posso parlarti un minuto?
- No... Va bene, Maggiore. Se siete pronto, lo sono anch'io.
Si volse verso Jack.
- A proposito - disse - che cosa c'è in questo pacco?
- Qualcosa da mangiare e da bere.
- Oh... non ne ho bisogno, grazie davvero! Qui v'è la valigia con gli
abiti. Ti sono proprio grato; vecchio mio, per tutta la tua gentilezza.
Mi spiace proprio d'averti dato disturbo...
- Sentite, Frankie... - s'intromise la voce odiosa al suo fianco - posso
incaricarmi io di questo pacchetto, se non serve a voi.
- Prendetelo, allora - disse Frank. - Vi faccia pro, se lo portate. Siete
pronta, Gertie?
La ragazza mormorò qualche cosa di impercettibile. Come al loro
primo incontro, ella non aveva detto nulla. Il Maggiore sollevò un
fagotto dalle profondità della cunetta, l'appese al bastone e stette
ritto, in attesa, col volto nuovamente illuminato dal riflesso della
pipa. Aveva porto il nuovo pacco a Gertie, senza dir parola.
- Bene, addio ancora, amico - disse Frank, tendendo la mano. Jack
poté vedere che anch'egli aveva il suo fagottino, avvolto nel
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fazzoletto rosso, come quando s'erano incontrati sul ponte. Gli prese
la mano e la strinse. Ma non riuscì a dire nulla.
Poi i tre si volsero e s'avviarono alla salita. Egli li poteva vedere
allontanarsi assieme, in silenzio, sempre più confusi contro la siepe
oscura, i due uomini fianco a fianco, la ragazza due passi indietro.
Poi, voltarono l'angolo e scomparvero. Ma Jack stava ancora dove
Frank lo aveva lasciato, in ascolto, anche quando il rumore dei loro
passi era svanito da un pezzo.
Jack quella notte fece un orribile sogno.
Gli pareva di vagare col fucile in mano, a caccia dei galli di
montagna, solo nell'alta brughiera. Era uno di quei giorni pesanti,
così comuni nei sogni, in cui la luce è tanto fosca che si può
distinguere ben poco. S'accorgeva d'avere attorno a sé innumeri
vette di colline e vallate che digradavano nel buio profondo, dove si
potevano discernere soltanto le luci delle case lontane. Il suo sport
era quello delle fantasticherie del sonno. Uccelli enormi, più grandi
di struzzi, s'alzavano di tanto in tanto a uno o due per volta, con rapidità incredibile, e si libravano come palloni contro il cielo pesante
e pieno di bagliori. Egli aveva sparato e aveva visto svolazzar delle
piume, ma nessun uccello era caduto. Una volta il colpo aveva
prodotto una ferita indescrivibile... ma l'uccello aveva traversato
fulmine o il cielo, cancellandone metà, strillando. Poi, quando l'urlo
stava svanendo, s'era accorto che v'era in esso una nota umana, e che
Frank gli gridava qualcosa, da un punto al di là dei confini del
mondo e l'orrore che ad ogni sparo s'era approfondito giunse a un
culmine intollerabile. Cominciò allora uno dei consueti sviluppi degli
incubi. L'urlo diventava sempre più debole, Jack s'era messo a correre: egli non poteva più veder la sua strada nel buio; s'arrampicava
sui cumuli di pietra, cadeva nelle pozzanghere e ne traeva i piedi con
infinito dolore; il fucile gli diventava un peso sempre più
insopportabile, eppure egli non osava gettarlo. Sapeva che avrebbe
potuto essergli necessario di lì a poco. L'urlo adesso era cessato,
eppure egli non osava fermarsi. Frank era in qualche pericolo
imminente, ed egli sapeva che non sarebbe stato ancora troppo tardi,
se gli fosse riuscito di trovarlo subito. E correva e correva: adesso
affondava fino al ginocchio nelle piume che erano cadute agli uccelli
feriti. Era più scuro che mai, pure egli avanzava disperatamente,
seguendo la direzione dalla quale gli pareva che il grido fosse venuto,
e finalmente giunse al culmine d'una collina. L'urlo riprese, acuto e
terrificante, vicinissimo, e l'istante dopo egli vide nella vallata
sottostante, a cento metri di distanza, quello per cui aveva corso
tanto. Correndo attraverso il pendio, ad angolo retto con la sua
direzione, veniva Frank, vestito degli abiti che gli aveva prestati;
aveva le mani distese, il volto bianco di cenere, e urlava correndo. Lo
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inseguiva una folla di persone, di cui egli non poteva scorgere il
volto; correvano come cani, mormorando un gemito terrificante.
Allora Jack comprese che poteva salvare Frank: portò il fucile alla
spalla, mirò al folto degli inseguitori e premette il grilletto. Seguì uno
scatto, ed egli s'accorse che il fucile era scarico. Afferrò la
cartucciera, e la trovò vuota. Si frugò nelle tasche, e trovò finalmente
una cartuccia; e mentre la spingeva nel serbatoio aperto, il fucile si
spaccò in due. Simultaneamente il fuggiasco scomparve oltre il ciglio
della collina, e la muta lo seguì, e il più vicino degli inseguitori non
era neppure a dodici passi da lui.
Jack era rimasto là, impotente, impazzito. Poi aveva scagliato i pezzi
del fucile spaccato sotto i piedi degli ultimi corridori; era caduto nel
buio, ed era precipitato in quell'incubo singhiozzante che spezza il
cuore e che mostra che i limiti sono raggiunti.
Si svegliò, singhiozzando ancora, con la certezza che Frank si trovava
in pericolo di morte, se anche non era già morto, e passarono
parecchi minuti prima che osasse, distendersi nuovamente per
dormire.
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Capitolo II
Il giardino della Rettoria a Merefield era, è chiaro, il posto più adatto
per passarvi la maggior parte del giorno nell'estate. Certo, la Casa
era fresca, era uno di quegli edifici lunghi, bassi, coperti di
rampicanti, che in qualche modo richiamano Guglielmo IV e le
crinoline (se è un fatto che queste due istituzioni siano fiorite
assieme, come penso), con grandi stanze semibuie, ampie scale
comode, e finestre tranquille, attraverso le quali comparivano le
rose. Ma l'ombra dei tigli e dei tassi era ancora più fresca. In quei
lunghi e caldi giorni d'estate una tavola stava quasi in permanenza
nell'angolo ove Dick s'era seduto con Jenny, e qui il Rettore e sua
figlia facevano colazione, merenda e cena per un periodo
lunghissimo.
Jenny poi viveva in giardino anche più di suo padre. Fatta colazione
sbrigava le sue faccende in casa il più presto possibile, e usciva a far
tutte quelle cosucce che poteva nel resto della mattinata. Scriveva
qualche lettera, leggeva qualche libro, cuciva un po', e, nel
complesso, presentava un quadretto simpaticamente domestico. Due
o tre giorni alla settimana dedicava un'oretta a visitare i Poveri. Di
tanto in tanto, quando Lord Talgarth stava abbastanza bene, dopo il
tè usciva a cavallo con lui e con suo padre; qualche volta usciva con
Lord Talgarth solo.
A proposito di Frank, non le rimordeva affatto la coscienza. Le sue
lettere erano state perfettamente sincere, ed ella era persuasa di
essere stata più che di buon senso. (Forse, può osservare qualcuno,
credersi di buon senso è una delle cose più pericolose che vi siano: e
anche più pericoloso è il sentirselo dire). Il peggio è che ella aveva
ragione. Era chiarissimo che lei e Frank non erano adatti l'una per
l'altro; che ella aveva considerato quell'aspetto del carattere di lui,
che si era rivelato nell'affare del pane e burro, nella partenza da
Cambridge, nell'andare in prigione, e così via, come accidentale,
mentre era essenziale. Certamente per lei era l'apoteosi del buon
senso il riconoscere tutto ciò, e per conseguenza il rompere il
fidanzamento.
Naturalmente, ella aveva momenti che io chiamerei “di grazia”, e che
ella avrebbe detto d'insania, quando si domandava se l'essere di
buon senso fosse la cosa più alta nella vita; e a queste crisi ella
reagiva come avrebbe reagito a una tentazione di qualunque altro
genere. Essere di buon senso, secondo lei, era aver successo; essere
altrimenti significava fallire...
Contenta lei, allora...
Al principio di settembre Dick Guiseley venne a Merefield per la
caccia ai galli di montagna. Come mi pare d'aver accennato, questa
selvaggina era in ritardo quell'anno, e, dopo la cerimonia
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dell'apertura, quasi per un avvertimento ufficiale, al dodici d'agosto,
venne lasciata in pace. La caccia doveva cominciare al tre di
settembre, e la sera del due Dick era arrivato.
Egli si aprì sull'argomento che sopra tutti ora occupava la sua mente
con Archie la sera stessa, quando Lord Talgarth era andato a letto.
Erano seduti nello “smoking-room” con la porta esterna spalancata
per lasciar entrare l'aria tepida della sera. Avevano già discusso tutte
le possibilità della caccia del domani, con tutta la solennità che
l'argomento meritava, ed Archie aveva enumerato le persone che vi
avrebbero preso parte. Il Rettore sarebbe venuto al mattino, e Jenny
li avrebbe raggiunti a cavallo, al “lunch”.
Poi Archie fece un largo sbadiglio, vuotò il bicchiere e prese la
candela.
- Oh! viene anche lei, dunque? - fece Dick con aria pensosa.
Archie sfregò un fiammifero.
- E di Frank, che notizie ci sono? - proseguì Dick.
- Non ne so nulla.
- Povero diavolo! Dov'è'?
- Non ne ho idea.
Dick fece una risatina monosillabica.
- E lei, che cosa fa?
- Jenny? Oh, proprio il suo solito. È una ragazza di buon senso, e sa
quel che fa.
Dick rifletté un momento.
- Me ne vado a letto. - disse Archie - Occorre aver l'occhio desto,
domattina.
- Oh, siedi ancora un momento... debbo parlarti.
Archie, quasi per compromesso, si appoggiò alla spalliera di una
poltrona.
- Lei, dunque, non lo rimpiange? - seguitò Dick.
- Lei, no. Non avrebbe dovuto pensarci mai.
- Dico anch'io - confermò Dick con calore. Gli faceva proprio piacere
che in quest'affare il cuore e la testa si trovassero d'accordo. - Ma
talvolta, lo sai, le donne rimpiangono le cose di questo genere. Piace
loro non aver un buon senso assoluto.
- Jenny non è così - disse Archie.
Dick alzò il bicchiere che aveva riempito una terza volta di “whisky”
e soda, appena cinque minuti prima, e ne bevette la metà. Si succhiò
i baffi, e in quell'istante sentì che il suo cuore era portato alla
confidenza.
- Bene, bisogna che tenti il mio colpo - disse.
- Che cosa?
- Che tenti il mio colpo. Al massimo, lei potrà dirmi di no.
La calma estrema di Archie scomparve per un istante.
- Ma, santo Cielo! non avevo la minima idea...
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- Lo so, che non l'avevi. Ma l'avevo io, da molto tempo... Che cosa ne
pensi, Archie?
- Caro mio...
- Sì, lo so. Lasciamo perdere, e vediamo le cose come sono. Che cosa
avverrà?
Archie lo fissò un momento.
- Che cosa vuoi dire? Vuoi dire che io approvo?
- Ecco, non intendo questo - ammise Dick. - Intendo, che cosa è
meglio ch'io faccia?
Il viso di Archie si raggelò leggermente. (Bisogna ricordare che Jack
Kirkby lo considerava un po’ superbo).
- Devi seguire la tua via - disse.
- Mi spiace, vecchio mio - disse Dick. - Non volevo essere rude.
Archie, lasciando la poltrona, si rizzò.
- È una sorpresa completa - disse. - Non mi era mai passato per il
capo. Ci debbo pensare.
- Buona notte. Spegni le luci, quando esci.
- Archie, vecchio mio, t'ho fatto dispiacere?
- No, no, hai fatto benissimo.
E questo fu ciò che, in verità, accadde quella sera tra i due cugini a
proposito di Jenny.
Soffiava una piacevole brezza sulle colline quando Jenny, verso il
mezzogiorno del dì seguente, le saliva lentamente a cavallo. La
campagna di quella parte del Yorkshire è una curiosa mescolanza:
chilometri di brughiera desolata e semplice e bella come può essere
la brughiera, e a tratti, in vallette sparse, visioni di villaggi civili e
anche di una o due cittadine frastagliate di tetti e campanili, e
perfino qua e là, quasi sinistre, di macchie di fumo che
impennacchiavano alte ciminiere.
Jenny, cavalcando da sola, era pensierosa. E’ assai difficile non
esserlo quando s'è attraversata una notevole crisi, e si prevede di
doverne attraversare un'altra serie, specialmente se non si è ancora
decisa la migliore linea d'azione. Essere di buon senso è una
bellissima cosa, ma certe volte è difficile decidere quale di due o tre
direttive sia più in armonia col buon senso. Essere impulsivi qualche
volta condurrà a fastidi, ma qualche volta li risparmia.
Jenny appariva bella. Indossava un delizioso abito verde; portava un
cappello piumato; cavalcava una cavallina quasi perfetta
appartenente a Lord Talgarth, e i suoi occhi azzurri e vivaci
guardavano attorno, mentre ella procedeva, senza veder nulla.
Infatti, fu la cavallina quasi perfetta che diede il primo cenno della
vicinanza dei cacciatori, sussultando violentemente al rumore d'uno
schioppo sparato a circa mezzo miglio di distanza. Jenny la
trattenne, la calmò, e guardò tra le sue orecchie contratte e nervose.
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Sotto di lei, distante da lei, convergendo lentamente verso l'alto, si
muoveva una linea di punti di colore esattamente identico (Lord
Talgarth ci teneva moltissimo, si capisce, all'uniforme dei suoi
battitori), e a fianco di ogni punto si muoveva una macchietta rossa,
che Jenny comprese essere una bandiera. Il punto verso cui erano
diretti era il cucuzzolo di una collina bassa, rotonda, e sotto il
cucuzzolo, a semicerchio, si vedeva una serie di bassi ripari, simili a
fortificazioni, che dominavano la fronte e i fianchi del pendio.
Questa era sempre l’ultima battuta prima del “lunch”, e il “lunch”
stesso, Jenny lo sapeva, stava attendendo al versante opposto della
collina. Di tanto in tanto, aguzzando l'occhio, ella vedeva un leggero
movimento dietro un solco; null'altro. L'unico indizio di esseri
umani, oltre ai battitori, stava nella tenue corona di fumo quasi del
tutto invisibile che seguiva le detonazioni, che si facevano sempre
più frequenti man mano che i galli di montagna si spaventavano.
Una volta, con un fracasso simile a quello d'un razzo male acceso,
una cosa bruna volante le sfrecciò davanti agli occhi, e urlando di
terrore, starnazzò a trenta passi dalla sua testa e svanì nel silenzio.
(La cavallina piegò un orecchio per sentire se il razzo tornasse
indietro).
Le meditazioni di Jenny si facevano sempre più filosofiche mentre
guardava. Ella si domandava quanta libertà di scelta i cedroni - se
fossero stati capaci di filosofare - avrebbero creduto di possedere di
fronte all'insidia di quella morte rumorosa. Considerava come ogni
filo d'istinto e di esperienza che albergava in ognuna di quelle
testoline impaurite avvertiva il proprietario di volar via più lesto e
più diritto che fosse possibile, lontano da quegli orribili individui
verde e argento, che agitavano bandiere rosse, su verso quel
tranquillo pendio da cui, tutt'al più, venivano di tanto in tanto dei
rumori improvvisi. Un cedrone riflessivo avrebbe potuto forse
pensare (e due o tre lo fecero) che sarebbe stato possibile fuggire più
presto e nascondersi meglio dagli uomini verdi con le bandiere rosse
volando per traverso nelle vallate laterali. Ma - Jenny osservava anche questa possibilità era prevista dai nemici umani, e dei
cacciatori, come angeli con le spade, dominavano quelle vie di
scampo.
Era ovvio dunque che per quanto grandi potessero essere le illusioni
di libertà nella scelta, in realtà non ve n'era alcuna. Gli uccelli erano
traditi proprio dall'istinto che intendeva salvarli; il buon senso
pratico, in questo caso almeno, li conduceva diritti nelle fauci della
morte. Un po’ di stranezza e di impulsività li avrebbe resi immortali,
almeno per la morte di fucile...
Sì, ma ve n'era uno che era stato originale, che aveva preferito volar
proprio davanti a un mostro in verde sopra una cavallina grigia,
piuttosto che affrontare il pendio silenzioso ma mortale, s'era
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salvato. Ma senza dubbio era un'eccezione. L'originalità nei
cedroni...
A questo punto la cavallina trasse un sospiro lento e sprezzante, e
avanzò con impazienza un piede delicato, essendosi resa conto che il
pericolo non era più imminente; e Jenny s'accorse che stava
pensando delle sciocchezze.
Al “lunch” v'era un certo numero di persone insignificanti ma ben
vestite, e Jenny le conosceva quasi tutte. Sdraiate sul prato, esse
dicevano una dopo l'altra le solite frasi più opportune, e tutto
cominciò con lunghe bevute e tutto finì con abbondanti mangiate.
V'erano anche due donne, che ella conosceva appena; giunte un'ora
o due prima. Tutto era inappuntabile, fino ai cedroni arrostiti sui
vassoi d'argento, e al caffè caldo versato dai “thermos”. Jenny fece
delle domande intelligenti e si rese piacevole.
Alla fine del “lunch”, chissà come, si trovò seduta sopra un sasso al
fianco di Dick. Lord Talgarth era a venti passi di distanza, seduto con
le gambe larghe, che guardava la campagna e parlava col
guardiacaccia. Suo padre esaminava le canne del fucile piuttosto
innocuo, ed Archie, con tre o quattro uomini e due donne, moglie e
sorella dei cacciatori, fumava con la schiena appoggiata a una roccia.
- Sarete in casa domani? - chiese Dick come per caso. Jenny fece una
breve pausa.
- Credo di sì - disse poi. - Ho alcune cose da fare.
- Potrei venire? Avrei da parlarvi di qualche cosa.
- Non continuerete la caccia?
- No, non sono un gran cacciatore, e mi riposerò. - Jenny rimase
silenziosa.
- Verso che ora? - proseguì Dick.
Jenny si alzò con un piccolo soprassalto. Ella fissava un punto al di
là della collina, e si domandava se fosse la chiesa di Barham quella
che si poteva appena distinguere contro l'orizzonte.
- Oh, qualunque momento prima del “lunch” - disse vagamente.
Dick si alzò con aria soddisfatta, stiracchiandosi. Pareva un uomo
completo e a posto, pensò Jenny, dal berretto piatto alle scarpe da
caccia. (Valeva almeno milleduecento sterline all'anno, non è vero?)
- Bene, mi pare che stiamo per partire - disse Dick.
Un battitore venne conducendo la cavallina proprio un momento
prima della partenza.
- Benissimo, potete lasciarla qua, - disse Jenny. - Non monto ancora.
Legatela da qualche parte.
Era uno spettacolo piacevole e pittoresco, quello dei battitori, simili
a una fila di cacciatori medievali, che s'allontanavano rimpicciolendo
in una linea di verde e argento, seguiti dopo cinque minuti dai
cacciatori in un'altra direzione. Sembrava una misteriosa manovra
militare in piccola scala, e nuovamente Jenny meditò sull'illusione
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della libertà di scelta goduta dai cedroni i quali, forse a due miglia di
distanza, si accoccolavano tra le eriche nei fossi. Eppure, in realtà,
non v'era alcuna scelta...
Lady Richard, moglie di uno dei cacciatori, troncò i suoi pensieri con
una voce affettata.
- Bello, non è vero?
Jenny annuì cordialmente.
(Eppure ella odiava quella donna, senza saperne il perché. Diceva a
se stessa che era a motivo della pronuncia affettata, dell'insolenza
degli occhi freddi, dell'aria sprezzante, e soltanto a metà ammetteva
che fosse a motivo delle belle linee dell'abito e della persona, e della
sicura posizione sociale).
- Partiamo - proseguì la signora. - Voi non venite?
- Sì.
- La cavallina di Lord Talgarth, non è vero? Mi pare di riconoscerla.
- Sì. Io non posseggo cavalli, lo sapete - disse Jenny secca. Intanto,
improvvisamente, Jenny sentì che il suo odio diventava quasi
furioso.
- Debbo andare - disse. - Debbo passare da una vecchia che sta
morendo. Capite bene, la figlia del Rettore...
- Ah, già.
Poi Jenny montò in sella servendosi d'un masso (Lady Richard tenne
la testa della cavallina e le aggiustò l'abito), e a cavallo discese
lentamente la collina.
Il mattino dopo, un po’ prima di mezzogiorno, Dick s'avvicinava alla
casa del Rettore con un'inconsueta eccitazione in cuore.
Dick è un buon ragazzo: io non posso dir nulla a suo carico, se non,
forse, che teneva troppo a precisare che il fatto di essere un Guiseley,
di avere milleseicento sterline all'anno e di vivere in un
appartamento a St. James, di possedere una barbetta bruna, dei
malinconici occhi scuri e dei modi riposanti lo sollevavano da
qualunque altro sforzo. Eppure gli farei torto; egli aveva fatto sforzi
immensi per diventare un ottimo giocatore di bigliardo, e v'era
riuscito: e, fin dal suo ultimo mutamento di fortuna, s'era addossato
con piena coscienza responsabilità maggiori.
Beninteso, fin da prima era innamorato, in un certo senso. Ma ora la
cosa era del tutto diversa. Desiderava proprio tanto di sposare
Jenny... che ella fosse tanto assennata, che fosse bella e sapesse così
bene presentarsi, naturalmente facilitava la cosa. Ma, se comprendo
bene la situazione, non erano questi i soli elementi in causa. Era
proprio la cosa in sé. Egli non sapeva come avrebbe affrontato il
futuro se fosse stato respinto, ed aveva bastante umiltà per essere
dubbioso.
La servetta gli disse alla porta che aveva avuto istruzioni di farlo
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attendere in giardino... No, Miss Launtoll era in sala, ma l'avrebbe
subito avvertita. Così Dick attraversò il prato e sedette alla tavola
sotto i tigli.
Egli guardava la casa solenne e assonnata nella luce del sole
dell'estate cadente. Vide che un pettirosso era sbucato da un tiglio,
guardandolo di straforo; poi un altro pettirosso che era sbucato da
un altro tiglio aveva condotto via il primo. Poi si accorse di un velo di
polvere sulla scarpa sinistra, e lo spazzò col fazzoletto. Infine,
mentre stava riponendo il fazzoletto, vide Jenny che usciva.
Ella sembrava davvero bellissima mentre veniva lentamente verso di
lui, ed egli s'alzò per salutarla. Ella aveva la testa scoperta, ma la
fronte era ombreggiata dalle folte trecce. Indossava un vestito
semplicissimo, di taglio perfetto, e aveva un portamento superbo. Gli
parve appena un po’ più pallida di ieri, e nei suoi occhi v'era una
specie di domanda molto riservata. (Mi spiace di essere costretto a
ripetere cose di questo genere a riguardo di Jenny tutte le volte che
ella viene sulla scena, ma sono le cose che ognuno non può far a
meno di osservare ogni volta che ella compare).
- Ho tante cose da dirvi - cominciò Dick dopo un minuto, quando
furono seduti. - Posso cominciare dal principio?
- Ma sicuro - rispose Jenny.
Dick si distese e accavalciò le gambe. I suoi modi erano perfetti almeno, erano proprio quel che desiderava che fossero, e li
mantenne per tutta la durata del discorso. Erano misuratissimi,
estremamente educati, e per nulla artificiosi. Era il suo modo di
presentare un fatto - il fatto di essere realmente innamorato di
quella ragazza - v'era leggerezza di tocco in quel suo metodo, ma
soltanto in superficie.
- Non è forse corretto ch'io vi venga a parlare così presto, ma non ho
potuto farne a meno. So che avete avuto molte preoccupazioni il
mese scorso, e quello precedente; anche prima, immagino, ma
questo non so. E comincio con lo scusarmi se sto facendo quello che
forse non dovrei fare. Il fatto è che... ecco, che non oso rischiare
un'attesa.
Egli non guardava Jenny, ma osservava il pettirosso che da quando
Jenny era comparsa svolazzava avanti e indietro. Ma s'era accorto
che alla sua prima frase Jenny s'era a un tratto bloccata in una
immobilità completa. E si domandava se questo fosse un buon
auspicio o no.
- Ed ora - proseguì - permettete che cominci col dire qualche cosa di
me. Ho appena compiuto i trentun anni; ho quattrocento sterline di
mio, e me ne passa Lord Talgarth altre milleduecento. Poi ho altre
prospettive, come si dice. Lo zio mi ha fatto capire che l'assegno mi è
assicurato nel suo testamento; e sono l'erede di mia zia, Lady Simon,
che voi probabilmente conoscete. Dico questo per mostrarvi che non
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sono uno spiantato...
- Mr. Guiseley... - cominciò Jenny.
- Attendete, per favore, non ho ancora finito. Comprendete? Io sono
un uomo serio. Non sono senza macchia, ma risponderò a
qualunque domanda vi piaccia fare... a vostro padre. Non ho alcuna
professione, quantunque si dica che sono avvocato; ma ho
l'intenzione di mettermi a lavorare se... è desiderato, o di darmi alla
politica, o di fare qualunque cosa del genere. Non s'è vista, finora,
nessuna ragione perché io dovessi lavorare. Ecco tutto. E penso che
ora voi conosciate che genere di persona io sia.
“Ed ora veniamo al punto. - (Dick esitò una frazione di secondo. Era
commosso davvero). - Il punto è che io sono innamorato di voi, e lo
sono da tempo. Io... non posso spiegarlo più chiaramente... Un
momento, per favore, ho quasi finito... Non posso pensare a
null'altro. Non ho potuto, da due o tre mesi almeno. Io... io... sono
spiacente davvero per il povero Frank: gli voglio molto bene, lo
sapete, ma non potei fare a meno di provare uno straordinario
sollievo quando seppi la notizia. Ed ora sono venuto a chiedervi,
senza perifrasi, se acconsentite a diventare mia moglie.
Dick la guardò per la prima volta da quando aveva cominciato a
parlare.
Ella sedeva ancora perfettamente tranquilla (non s'era mossa
neppure quando egli aveva pronunciato quelle due parole), ma era
diventata ancora più pallida. La sua bocca era in riposo, senza
tremito né movimento alcuno, e i suoi begli occhi fissavano il prato.
Ella non disse nulla.
- Se non mi potete dare una risposta subito - riprese Dick dopo un
istante - posso benissimo...
Ella si volse e lo fissò coraggiosamente in viso.
- Non posso dirvi “sì” - disse. - Sarebbe assurdo... Voi siete stato
schietto con me, ed io debbo essere schietta con voi. È questo che
volete, non è vero?
Dick chinò il capo. Il cuore gli batteva furiosamente per l'esultanza, a
dispetto delle parole di lei.
- Allora quel che dico è questo: voi dovrete attendere a lungo. Se
aveste insistito per una risposta immediata, avrei dovuto dirvi “no”.
Mi spiace tenervi in sospeso, specialmente pensando che con tutta
probabilità alla fine sarà un “no”. Ma siccome non ne sono del tutto
sicura, e siccome voi siete stato perfettamente onesto e cortese, se
davvero lo desiderate non dirò “no” subito. Va bene?
- Come volete...
- Non dovete dimenticare che fui fidanzata con Frank fino a poco
tempo fa. Non vi rendete conto come questo fatto renda il giudizio
dubbioso? Non posso giudicare, adesso, e so di non potere... Volete
attendere, allora? Anche se vi dico che credo che sarà un “no”?
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- Come vorrete - ripeté Dick. - E non posso ringraziarvi di non avere
detto subito no?
Un leggerissimo sguardo di dolore comparve negli occhi della
ragazza.
- Preferirei di no. Mi spiace che abbiate detto così.
- Mi spiace - disse il povero Dick.
Vi fu una pausa.
- Un'altra cosa - disse Jenny. - Vi spiacerebbe non accennar di nulla
con mio padre? Non vorrei che si crucciasse ancora. Avete detto a
nessun altro che voi...
- Sì - rispose Dick coraggiosamente - l'ho detto ad Archie.
- Me ne rincresce. Allora potete ripetergli esattamente quello che
v'ho detto io. Esattamente, capite? Che io pensavo che sarebbe un
no, ma che non l'ho detto subito soltanto perché voi l'avete
desiderato.
- Sta bene - disse Dick.
Passò circa un minuto prima che uno dei due parlasse. Jenny
possedeva quel dono prezioso e carezzevole che impedisce che i
silenzi siano vuoti. È lo stesso dono, in altra forma, di quello che
rende i suoi possessori capaci di porre la gente a suo agio. (È,
suppongo, uno degli elementi del tatto). Pareva a Dick di stare
ancora parlando gentilmente e ragionevolmente, quantunque non
potesse comprendere tutto quello che Jenny intendeva.
Ella interruppe il silenzio con una frase improvvisa.
- Mi domando se è giusto. Sapete che ne sono tutt'altro che certa.
Soltanto non lo dico perché...
- Non dite altro - troncò Dick. - Il rischio è mio, non è vero?
Quando finalmente egli l'ebbe lasciata sola, Jenny rimase a sedere
immobile allo stesso posto. Il pettirosso se n'era andato deluso.
Questa creatura umana non s'era messa a raspare i sentieri del
giardino, come faceva qualche volta facendo comparire vermi gustosi
e piccole larve grasse. Ma invece era uscito un gatto, il quale
passeggiava con le zampe rigide, la testa bassa e la coda tesa,
attraverso l'erba solatia, preoccupandosi di dare la impressione di
essere immerso in qualche suo remotissimo affare.
Egli si soffermò sulla linea dell'ombra e diede alla ragazza
un'occhiata maligna.
- Mao! - disse il gatto.
Nessuna risposta.
- Maoo! - disse il gatto.
- Mah! - disse Jenny pensosa.
- Mao! - disse il gatto, avanzando,
-Mah! - disse Jenny pensosa.
Di nuovo vi fu un lungo silenzio.
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- Mah! - disse Jenny indignata.
Il gatto abbassò la testa piegandola da un lato, mentre s'avviava
attraverso il sentiero, ma non disse nulla. Attendeva un'altra battuta,
ma Jenny non gli prestava più attenzione. Quando entrò nella siepe
di tassi si volse ancora una volta.
- Mao! - disse il gatto, quasi sottovoce.
Ma Jenny non diede risposta. Il gatto le gettò uno sguardo sdegnato
e scomparve.
***
Poi uscì un cane - un animaletto nero e bruno - saldo sulle gambe,
fermo e indipendente d'aspetto e di modi. Egli era prole illegittima
di un fox-terrier. Veniva dall'orto, trottando in linea diagonale dietro
a Jenny. Nel traversare la traccia del gatto si fermò, annusò e la
seguì per un metro o due, finché accertò che proveniva da una
persona nota; allora si volse per riprendere il suo cammino. Il
movimento attrasse l'attenzione della ragazza.
- Lama! - chiamò Jenny con voce imperiosa.
- Vieni qua subito!
Lama piegò la testa da un lato, le sorrise con indulgenza, e continuò
a trottare per la sua strada.
Ah, povera me! - disse Jenny, sospirando forte.
121/233
Capitolo III
Viveva (e vive ancora, ch'io sappia) nel piccolo villaggio di Tarfield,
nel Yorkshire, un medico pensionato, che abita tutto solo, salvo i
domestici, in una grande casa. Era una casa di bell'aspetto, soltanto,
quando vi sostai non molto tempo fa, mi parve che il dottore non
sapesse come usarne. È collocata in mezzo a un terreno di due o tre
acri, a destra di chi vada verso il nord, separata dalla strada del
villaggio da una fila di tigli svettati, e vi si accede - o piuttosto vi si
dovrebbe accedere - da un cancello di ferro battuto stile Carlo II.
Dico “piuttosto vi si dovrebbe accedere”, perché il cancello è
invariabilmente tenuto chiuso, e si può giungere alla casa soltanto
dalla porta laterale, per il cortile delle scuderie. Quando vi passai, il
giardino era vergognosamente trascurato; l'erba invadeva tutti i
viali, e gli amaranti crescevano ovunque tra i fiori del tardo autunno.
Anche la casa aveva un aspetto triste. Ai lati della piccola sala
d'ingresso v'erano due grandi stanze: l'una era la sala da pranzo,
l'altra una specie di salotto; ed ambedue parevano abbandonate.
Nell'una il dottore qualche volta pranzava, nell'altra non entrava
mai, a meno che qualche visitatore non venisse a cercarlo; la stanzetta che avrebbe dovuto essere uno studio, ai piedi della scala che
dalla sala interna conduceva alla cucina, era a malapena migliore. Io
fui là, come ho detto, l'autunno scorso, e le condizioni dell'ambiente
dovevano essere tali e quali quando Frank venne a Tarfield
nell'ottobre.
Perché bisogna dire che il dottore - il quale possedeva una discreta
ricchezza - dedicava tutta la sua fortuna, tutta la sua attenzione e
tutta la sua vita allo studio delle tossine, al piano superiore della
casa.
Le tossine, da quel che ho capito, hanno qualcosa di comune coi
microbi. Il loro studio richiede, oggi almeno, una gran quantità di
piccoli animali, come topi rane bisce porcellini d'India e conigli, ai
quali vengono iniettate diverse malattie per poi essere studiati con
amorosa attenzione. Io vidi il serraglio del dottore quando andai a
visitarlo a proposito di Frank. Gli animaletti erano allogati in una
grande stanza sopra la cucina, comunicante con la camera del
dottore per mezzo di un piccolo spogliatoio con due porte, e l'odore
era indescrivibile. File di gabbie e di cassette si alzavano fino al
soffitto, e nel mezzo della stanza v'era un gran tavolo da cucina con
vari aggeggi. Vidi anche la camera del dottore, in un terribile
disordine, che senza dubbio era teatro di una grande attività.
V'erano pile di libri e di riviste intonsi negli angoli e sulla tavola, e un
mucchio di quaderni. Un assortimento di tubi di vetro e di bottiglie
variopinte stava sotto la finestra, assieme a un microscopio e a molte
scatolette di legno. E v'era anche un qualche cosa che mi pare ch'egli
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chiamasse incubatore: un arnese di metallo, sostenuto da quattro
gambe sottili, da cui emergevano un certo numero di tubi di vetro,
accuratamente chiusi con batuffoli di cotone, e un termometro piantato in un angolo.
Un grado realmente alto di specializzazione su un qualunque
soggetto particolare porta invariabilmente all'atrofia in altri campi.
Un uomo il quale mangia e respira e sogna tossine, per esempio; il
quale, vive tanto nelle tossine da corrispondere quotidianamente con
tedeschi dotti e incomprensibili; il quale sa tante cose sulle tossine
che quando entra, col vestito liso e una valigetta, nel gabinetto di un
rinomato specialista di Harley Street, vede quasi in sogno lo
specialista alzarsi e fargli un inchino; il quale, quando giunge ad
essere persuaso a collaborare con un articolo brevissimo ed irto di
dati tecnici a una rivista medica riceve a giro di posta un assegno di
venticinque ghinee; un uomo di questo genere è particolarmente
soggetto al pericolo di pensare che ogni cosa che non possa essere
espressa in termini di tossine sia una sciocchezza trascurabile. È il
pericolo caratteristico della specializzazione in qualunque ramo del
sapere; neppure i teologi ne sono immuni.
Così era nel caso del Dottor Whitty (mi sfuggono le iniziali di tutti i
titoli che dovrebbero seguire il suo illustre nome). Egli non aveva
mai preso moglie, non faceva mai dello sport; talvolta, quando la
temperatura d'una rana si avvicinava al punto critico, dormiva
vestito, e dimenticava di cambiarsi al mattino. Ed era la disperazione
del zelante vicario. Era perfettamente convinto che dal momento che
la forza che regola la produzione delle tossine può compir tante cose,
essa potrebbe certo compiere tutto. Se gli si fosse dato il tempo, egli
avrebbe potuto ridurre le sue rose, la propria complessione, l'erba
del giardino, la pelle delle rane e delle bisce, la tovaglia della tavola
di cucina, in termini di tossine. Perciò - argomentava il dottor Whitty - avrebbe potuto, avendo ancora dell'altro tempo, ridurre ogni
altra cosa agli stessi ordini. Per lui, si capisce, una cosa come l'anima
non esisteva - era soltanto la manifestazione di una combinazione di
tossine (o di antitossine, quali non ricordo); Dio non esisteva - l'idea
di Dio era il risultato di un'altra combinazione di tossine. Parlando
all'ingrosso, io penso che la sua idea generale era che siccome le
tossine sono una secrezione di microbi (di questa frase per lo meno
sono certo), così il pensiero, le esperienze spirituali, eccetera, sono
una secrezione del cervello. Io so che anche per le altre cose egli
aveva altrettanta brillante sicurezza che non ammetteva obbiezioni.
Non che si pigliasse mai la pena di dirlo. Aveva un interesse troppo
profondo per le cose che conosceva già, o per quelle che stava per
scoprire, per poter trattare di queste ramificazioni del suo
argomento, complicate e stravaganti. Quand'egli fosse giunto a
conoscere come realmente si comportavano i suoi topi e i suoi
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pipistrelli, sarebbe forse stato possibile richiamare la sua attenzione
ad altre cose. Per ora, sarebbe stata fatica sprecata. Così egli viveva
con un uomo a tuttofare, e la moglie di quest'uomo, e di giorno in
giorno approfondiva la sua conoscenza delle tossine.
Fu a questa casa che si avvicinò nel mese di ottobre un piccolo e
funereo corteo di tre persone.
Un mattino, appena dopo colazione, il dottore fu richiamato una
prima volta al senso di quanto avveniva, mentre attraversava lo
spogliatoio portando in mano il cadavere di un topo che, senza alcun
senso di opportunità, aveva dovuto soccombere a un severo attacco
d'un ibrido della lebbra. Mentre stava guardando nel microscopio,
s'accorse che nel sottostante cortile avveniva un alterco.
- Vi dico che non è un dottore sul serio - sentì che il servo stava
spiegando. - Egli non sa nulla di queste cose.
- Caro il mio uomo - cominciò una voce sonora e autoritaria, fuor
della vista; ma il dottor Whitty tornò ad assorbirsi nel suo esame,
sentendo il più alto disgusto possibile per la razza umana. Il tempo
non aveva alcun significato per lui, quando era intento al suo lavoro.
Quindi poteva essere un'ora o due dopo, come dieci minuti, quando
sentì battere alla porta.
Emise un grugnito senza muovere gli occhi, e la porta si aprì.
- Mi spiace molto, signore - disse il suo uomo - ma v'è della gente nel
cortile che non vuole...
Il dottore alzò la mano per chiedere silenzio, diede ancora qualche
occhiata, frugò due o tre volte in qualche piccolo oggetto ributtante,
sospirò, e si raddrizzò.
- Eh?
- V'è gente nel cortile, signore, vogliono un medico.
(Cose del genere erano avvenute altre volte), - Ditegli che se ne
vadano - rispose secco.
Non era un uomo scortese, ma non ammetteva questi casi. - Ditegli
di andare dal dottor Forster.
- Glie l'ho detto, signore.
- Diteglielo ancora.
- Glie l'ho ripetuto. Una mezza dozzina di volte.
Il dottore sospirò. Non faceva attenzione a nulla, praticamente,
questo si capisce. Il topo lebbroso era stato una delusione; ecco
tutto.
- Se voleste scendere giù, signore, un momento...
Il dottore fu strappato dal suo universo di tossine.
- Sciocchezze - rispose aspro. - Dite che non faccio il medico. Che
cosa vogliono?
- Ecco, signore, è un giovane che s'è intossicato un piede, dice. E
sembra malissimo, e...
- Cosa? Intossicato?
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- Sì, signore.
Il dottore parve riflettere un momento (quel topo, capite bene...) poi
si riprese.
- Vengo subito - disse quasi meccanicamente.
- Fateli entrare nello studio.
Il dottor Whitty non riuscì a spiegare nemmeno a me, quando ci si
provò, il motivo esatto per cui egli aveva fatto un'eccezione in quel
caso particolare. Io, beninteso, lo capisco perfettamente; ma quanto
a lui, tutto quel che poté dire fu che la parola “intossicazione” gli
andò a genio. Egli aveva appena appena finito onestamente l'affare
del topo; non aveva sottomano alcun altro caso tipico, e pensò che
avrebbe ben potuto studiare un momento il caso del giovanotto,
prima di rispedirlo al dottor Forster, sei miglia più oltre.
Quando dieci minuti dopo entrò nello studio, trovò gli stranieri
schierati ad attenderlo. Una ragazza stava seduta su una cassa
nell'angolo della finestra, e si alzò. Un giovanotto era disteso su una
poltrona Windsor, senza una scarpa, e sussultava spasmodicamente;
un uomo alto, magro, di un aspetto piuttosto indisponente, era curvo
sopra di lui con un'aria d'immensa sollecitudine. Si vedeva che tutti e
tre appartenevano alla classe dei vagabondi.
Quello che essi videro - Frank escluso, io penso, perché era troppo
fuori di sé per accorgersi di qualunque cosa - fu un vecchio d'aspetto
benevolo, molto trasandato, con una giubba d'alpacca, un berretto
frusto di velluto in capo, e degli occhi miopi che brillavano dietro le
lenti rotonde. Questa figura apparve sulla soglia, si férmò a guardarli
un momento, come se fosse sorpreso che essi o lui stesso si
trovassero in quel luogo; e poi, con un movimento frettoloso,
attraversò la stanza e s'inginocchiò.
Il colloquio seguente ebbe luogo appena l'ultima striscia di garza
cadde sul pavimento, e il piede di Frank fu sfasciato.
- Quanto avete camminato? - chiese secco il dottore, tenendo con
cura tra le mani il piede pallidissimo.
- Ecco, signore - disse il Maggiore, riflettendo - egli cominciò a
zoppicare circa... vediamo... CIrca due giorni fa. Noi venivamo...
Il dottore, fissando curiosamene il volto di Frank (lo spasimo per ora
era cessato) interruppe il Maggiore con una domanda al paziente.
- E ora, ragazzo mio, come vi sentite?
Le labbra di Frank si mossero; parve che egli cercasse di leccarsele.
Ma non disse nulla; gli occhi gli si chiusero, ed egli fece una o due
volte un ghigno, quasi sardonico.
- E questi spasimi, quando cominciarono? - proseguì bruscamente il
dottore, rivolgendosi un'altra volta al Maggiore.
- Ecco, signore; se intendete queste smorfie... Frank cominciò a farle
circa mezz'ora fa, quando c'eravamo seduti un momento. Ma aveva
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un aspetto strano fin da colazione. E non pareva che fosse capace di
mangiar bene.
- Cosa volete dire? Forse che non poteva aprire la bocca?
- Appunto, signore, qualcosa del genere.
Il dottore cominciò a far rapidi commenti sottovoce, come parlando
a se stesso. Premette una o due volte la mano sullo stomaco di
Frank, prese le bende sudice e le esaminò. Poi guardò la scarpa.
- Dov'è la calza? - chiese brusco.
Gertie la trasse fuori da un fagotto. Egli la guardò accuratamente,
poi ricominciò a borbottare. Infine si alzò in piedi.
- Come va, dottore? - chiese il Maggiore, cercando di darsi un'aria
preoccupata.
- Tetano - disse il dottore. Poi proseguì: - Voi chi siete? Un parente?
- No, signore... sono un amico.
- Ah! allora dovete lasciare il vostro amico alle mie cure. Lo guarirò
in una settimana al massimo.
Il Maggiore era silenzioso.
- Ebbene? - proruppe il dottore.
- Ho capito dal vostro servo...
- Voi parlate come una persona istruita.
- Sono una persona istruita.
- Oh! bene, è affare che non mi riguarda. Che cosa stavate dicendo?
- Ho capito dal vostro servo, che voi non esercitate la professione. E
allora...
Lo specialista gli diede un'occhiata torva. Prese un libro da una pila
sulla tavola, lo aprì al frontespizio, e glie lo mise sotto il naso. Leggete qua, signore... È proprio il mio argomento. Andate a
chiederlo al dottor Forster, se credete... No, signore, il vostro amico
debbo trattenerlo. È un magnifico caso.
Il Maggiore lesse il frontespizio in modo superiore. Constatò che il
libro era di James Whitty, e il nome era seguito da una filza di titoli e
di iniziali, che io ho dimenticato. Le prime erano F.R.S.
- Il mio nome - disse il dottore.
Il Maggiore restituì il libro con un inchino.
- Sono lieto di fare la vostra conoscenza, dottor Whitty. Ho sentito
parlare di voi. Posso presentarvi la signor Trustcott?
Gertie sembrava confusa. Il dottore fece un rigido inchino. Poi tornò
ad animarsi in volto.
- Dobbiamo portare il vostro amico di sopra - disse. - Se mi aiutate,
Mr. Trustcott, chiamo il mio servo.
Erano circa le nove e mezzo di quella sera, quando il dottore, che
aveva suonato la campanella nella stanza di riserva, trattenne il
domestico sulla soglia.
- Stanotte dormirò in questa stanza - disse.
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- Voi potete andare a letto. Portatemi il materasso, per favore.
L'uomo guardò in faccia il padrone. (“Aveva un aspetto strano”, disse
più tardi Thomas alla moglie).
- Spero che il giovane stia bene, nevvero?
Uno spasimo comparve sul viso del dottore.
- Il giovane più straordinario del mondo... - disse. Poi sbottò: Portate subito il materasso, Thomas. E poi andate pure a letto.
Tornò indietro e chiuse la porta.
Di rado prima d'allora Thomas aveva visto il suo padrone così
turbato per un essere umano, e si domandava che cosa mai ci fosse
sotto. Durante i pochi minuti che rimase nella stanza, guardò
curiosamente il malato, e s'accorse che anche il dottore lo guardava
continuamente. Thomas mi descrisse l'aspetto di Frank. Era molto
rosso, disse, con gli occhi lucidi, e parlava senza posa. Senza dubbio
era questo parlar nel delirio che aveva sconvolto il dottore. Io cercai
di cavar dal dottor Whitty quel che Frank aveva detto, ma il dottore
chiuse la faccia a chiave, e non volle dir nulla. Thomas fu più
comunicativo, per quanto lungi dall'essere adeguato.
- Parlava della religione - diss'egli - della religione... e fu in sostanza
tutto quello che poté riferire.
Thomas quella notte si svegliò verso l'una e ancora col senso di
disagio che aveva provato nella serata discese dal letto senza
disturbare la moglie, si mise le pantofole e la vestaglia e scese
nell'attico. La luna di ottobre era alta, e brillando attraverso il
lucernario della scala gli lasciò vedere la porta della stanza di riserva
con una linea di luce. Di dietro alla porta giungeva il continuo
mormorio di una voce...
Ora, Thomas aveva i nervi forti. Era un ometto magro, asciutto e
svelto, di quasi cinquant'anni, da sedici anni ormai viveva con
questo padrone, e coi suoi topi e le bisce e le ampolle ripugnanti; e
prima era stato infermiere in un manicomio. Pure qua vi era
qualcosa - mi disse più tardi - che lo aggavignò d'un tratto, mentre
era a metà della scala, e lo tenne in un'agonia che non seppe in alcun
modo descrivere, ma che era connessa con quel che avveniva dietro
la porta illuminata. Non che egli temesse per il suo padrone, né per
Frank. Era qualcosa di assolutamente diverso. (Che peccato che il
nostro sistema di educazione non ci insegni né ad analizzarci né ad
esprimerci!).
Egli rimase là - mi disse - forse per dieci minuti, incapace di salire o
di scendere, ascoltando, sempre ascoltando la voce che s'alzava e
s'abbassava, e di tanto in tanto taceva in silenzi che erano peggio di
tutto, e dicendosi rigorosamente che non aveva paura.
Uno scricchiolio in qualche angolo della vecchia casa lo disturbò e
troncò il filo sottile che pareva paralizzargli l'anima: e ancora in una
specie di terrore, quantunque non più nella stessa immota agonia,
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egli discese i tre o quattro gradini, afferrò la maniglia della porta, la
girò ed entrò.
Per quanto egli poteva vedere, Frank giaceva tranquillo. Un lumino
da notte ardeva tra le ampolle e le siringhe sul tavolo ai piedi del
letto e quantunque fosse schermato per non colpire il viso del
giovane, diffondeva ancora una luce sufficiente perché Thomas
potesse distinguere la figura giacente e il suo padrone, seduto
dall'altra parte del letto, vicinissimo, ancora vestito - anzi, ancora col
berretto di velluto - che col mento in mano, del tutto assorto e
attento, fissava il paziente.
Nulla v'era di particolarmente allarmante in tutto ciò, eppure nella
stanza v'era quel che una volta ancora afferrò l'uomo al cuore e lo
tenne là, rigido, atterrito, e soprattutto inesprimibilmente stupito.
(Almeno, è così che io ho potuto interpretare la sua descrizione). Mi
disse che non era affatto la stanza di riserva, come la conosceva
d'ordinario (e infatti quando la vidi io era una stanza comune, senza
camino, quantunque di discreta ampiezza). Era come una stanza del
tutto diversa, disse Thomas.
Cercò di ascoltare quello che Frank diceva, ed io immagino che lo
abbia sentito distintamente; pure, ancora una volta, tutto quello che
poté dire in seguito fu che parlava della religione... della religione...
Rimase là, finché s'accorse che il dottore lo guardava con l'eloquenza
del volto corrugato. Comprese di doversene andare. Chiuse la porta
senza far rumore, e, dopo un'altra pausa, salì di sopra.
Quando Frank si risvegliò a normale conoscenza, rimase immobile.
chiedendosi che cosa vi fosse attorno a lui. Vide una tavola ai piedi
del letto, e su di essa una scatoletta di pelle, due ampolle verdi col
tappo di gomma, e una scodella coperta che pareva contener del
brodo. Estese la sua esplorazione anche più lontano, e scoprì un
guardaroba hannoveriano contro la parete di sinistra, un filtrar di
luce (ben presto distinse che si trattava di una finestra), una
tappezzeria sbiadita, e infine una porta. Quando giunse a questo
punto, la porta si aprì, e un vecchio con una papalina di velluto, gli
occhiali, e un volto rugoso e gentile entrò e si fermò accanto a lui.
- Bene? - disse il vecchio.
- Mi sento un po’ duro, - rispose Frank.
- Avete fame?
- Direi di sì.
- Oh, state benissimo, allora, se questa è una soddisfazione per voi fece il dottore, osservandolo con aria dubbiosa.
Frank non disse nulla.
Il dottore sedette su una poltrona di fianco al letto, che Frank notò
allora per la prima volta.
- Bene - riprese il dottore - suppongo che desideriate conoscere i
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fatti. Eccoli qua. Il mio nome è Whitty; sono medico. Questa è la mia
casa. Oggi è mercoledì, pomeriggio. I vostri amici vi hanno portato
qui iermattina, Ho dato loro qualcosa da fare in giardino. Voi eravate
malato ieri, ma oggi state bene.
- Di che cosa si trattava?
- Non vi preoccupate dei nomi, - disse il dottore con una gentile
bruscheria. - È stata una vescichetta che scoppiò e divenne una
piaga; poi la calza sporca che portavate l'intossicò. Ecco tutto.
- Cosa c'è in quella bottiglia? - chiese languido Frank (egli si sentiva
debole e sciocco in maniera impressionante).
- Ah, è un'antitossina - rispose il dottore. - Ciò non vi dice molto,
non è vero?
- No. A proposito - aggiunse Frank - chi vi pagherà, dottore? Io non
posso.
Il volto del dottore si aggrinzò. (Frank desiderò che egli non fosse
seduto con le spalle alla luce).
- Non ve ne preoccupate, ragazzo mio. Voi siete un “caso”; ecco quel
che siete.
Frank tentò un sorriso di educazione.
- E ora, cosa direste di un po’ di brodo, prima di rimettervi a
dormire?
Frank assentì.
Non fu che al mattino del giovedì che le cose cominciarono a
scorrere realmente chiare nella mente di Frank. Egli cercò il suo
rosario sotto il guanciale, e non ve lo trovò. Allora percosse sul
pavimento con un bastone che gli era stato messo al fianco,
ricordandosi che in qualche precedente esistenza gli era stato detto
di fare così.
Un ometto magro apparve sulla porta a quel che pareva, con la
rapidità del pensiero.
- Il mio rosario, per favore - disse Frank. - È una corona di grani.
Dev'essere nella tasca dei miei calzoni.
L'uomo lo guardò con una straordinaria attenzione, e sparì.
Poi comparve il dottore, tenendo il rosario.
- È questo che volete? - disse.
- Precisamente. Grazie.
- Siete cattolico? - proseguì l'altro, nel porgerglielo.
- Sì.
Il dottore sedette.
- L'immaginavo.
Frank si chiese il perché. Poi un pensiero gli attraversò il cervello.
- Ho parlato, forse? Suppongo di essere stato in delirio.
Il dottore per un momento non diede risposta: lo guardava fisso. Poi
si rizzò.
- Sì, avete parlato.
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Frank parve piuttosto a disagio.
- Spero di non aver detto nulla che non avrei dovuto.
Il vecchio fece una risatina breve e arcigna.
- Oh, no; tutt'altro. Almeno, i vostri amici non lo direbbero.
- Di che cosa ho parlato?
- Ne parleremo dopo, se non vi spiace, - disse il dottore. - Ora vorrei
che vi alzaste un po', dopo aver mangiato qualcosa.
Fu con una stranissima sensazione che il giorno dopo Frank si trovò
nel giardino, in un angolo riparato, seduto in una poltrona di vimini,
nella quale, con l'aiuto di aste di bambù, egli era stato portato
abbasso dal Maggiore e da Thomas, mentre il dottore indicava la
strada e il modo di svoltare gli angoli. La poltrona fu portata fuori
attraverso un cortiletto irregolare dietro la casa, e deposta nel tepido
meriggio autunnale contro una vecchia parete, davanti alla quale si
stendeva un orto tremendamente trascurato. A poca distanza
fumavano i falò che distruggevano i mucchi di erbacce fatti dal
Maggiore e da Gertie nei tre giorni passati. Frank vide due o tre volte
Gertie in distanza, con un berretto da sole chiaro, che andava per le
sue faccende, ma che non gli fece segno alcuno.
L'odore delle erbacce che bruciavano gli dava alla bocca un gusto
asprigno e piacevole.
- Ed ora - disse il dottore - possiamo discorrere un pochino. - E
sedette su un'altra poltrona, vicino a lui.
Frank si sentiva un po’ nervoso, e a malapena ne sapeva il perché.
Gli pareva che sarebbe stato assai meglio non alludere affatto al
passato. E gli pareva una cosa un po’ insolita che il dottore ne fosse
ansioso. Due o tre volte dal giorno prima questo vecchio aveva
cominciato a fargli una domanda e si era fermato. Ed ora v'era in lui
un'ansia assai curiosa.
- Vi sono assai grato di tutto - disse Frank - V'è qualcosa di speciale
che desiderate conoscere? Suppongo di aver parlato dei miei.
Il dottore agitò la mano rugosa.
- No, no, nemmeno una parola. Avete parlato di una ragazza, un
pochino, si capisce, lo fanno tutti, ma non molto. No, non è questo.
Frank si sentì sollevato. Egli non aveva ansietà per null'altro.
- Ne sono contento. A proposito, posso fumare?
Il dottore estrasse un portasigarette di pelle, e gliela porse.
- Prendete una di queste.
- Perché - continuò Frank - temo di non dover parlare dei miei,
adesso. Il nome che mi sono dato adesso è Gregory, lo sapete. Accese la sigaretta, osservando che le dita gli tremavano ancora, e
gettò il fiammifero.
No, non si tratta di questo - disse il dottore. - Non si tratta di questo.
Frank lo guardò, stupito dei suoi modi.
- Bene, allora...? - cominciò.
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- Voglio sapere, prima di tutto - disse il dottore lentamente - dove
siete andato a prendere tutte quelle idee. Nella mia vita non ho mai
sentito un guazzabuglio simile. Lo so che eravate in delirio, ma... ma
tutto si ricollega a qualcosa; e questo qualcosa sembrava molto più
reale per voi che qualunque altra cosa.
- Che cosa ho detto? - chiese Frank a disagio.
Il dottore per un momento non diede risposta.
Guardò quieto attraverso il giardino inselvatichito, con il suo ricco
splendore di fiori campestri e di foglie autunnali, e il fogliame che
ingialliva al di là del muro, e più oltre la brughiera tutta trasfigurata
nella luce del sole di ottobre.
Il fumo delle erbacce che bruciavano disegnava linee e volute
azzurrine di eterei ricami commisti di splendori e di foschia.
- Bene, - disse infine. - Tutto. Voi sapete che io ho ascoltato centinaia
e centinaia di persone... - s'interruppe nuovamente - ...e so che cosa
la gente chiama religione, quassù, e tutte le sciocchezze del genere...
- ancora una volta si volse improvvisamente a Frank. - Da dove avete
preso tutte le vostre idee?
- Intendete sulla religione cattolica? - disse Frank.
- Bah! Non la chiamate così, lo so che essa è... Frank lo interruppe.
- Bene, essa è la mia religione - disse. - Non ne ho altra.
- Ma... ma il modo con cui vi siete giunto - gridò l'altro. - Il
dominio... il dominio che essa ha su di voi. Ecco quel che conta.
Vorreste dirmi...
- Voglio dirvi che al mondo non c'è altro che conti per me - riprese
Frank, stimolato da un improvviso entusiasmo.
- Ma... ma voi non siete pazzo. Siete un ragazzo di gran giudizio! Non
vorrete dirmi che credete davvero tutte queste cose... tutte queste
storie, sul dolore, eccetera? Noi dottori sappiamo perfettamente che
cosa è. È una reazione della Natura... un avvertimento a vigilare...
spesso è semplicemente l'effetto di una secrezione. E voi cominciate
a pensare... Ah! questo non v'interessa! Ascoltatemi! Io sono quel
che si dice uno specialista - un investigatore. Io posso dirvi, senza
vanità, che probabilmente so tutto quello che si può conoscere sopra
un certo argomento. Bene, posso dirvi, come un'autorità in materia...
Frank alzò un pochino la testa. S'interessava vivamente del calore col
quale quest'altro entusiasta parlava.
- Credo che lo possiate - disse - e credo che sia tutto perfettamente
vero. Ma tutto questo a che cosa ha concluso? quale è il suo
significato? Ora io...
- Zitto, zitto! - fece il dottore. - Non vi dovete eccitare. Non vi fa
bene.
Si fermò e tornò a guardar oltre con aria lugubre. - Vorrei che
poteste dirmelo davvero - riprese più lentamente. - Ma questo è
proprio ciò che non potete fare. Io lo so. È una cosa personale.
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- Ma, mio caro dottore...
- Basta - interruppe Whitty. - Ero pazzo a crederlo possibile. (Egli
era conscio di una straordinaria chiarezza mentale che viene talvolta
ai convalescenti, ed improvvisamente percepì che v'era qualcosa
dietro a tutto questo che non aveva ancora fatto la sua comparsa).
- Voi avete qualche motivo per chiedere tutto ciò - disse. - Vorrei che
mi diceste esattamente quel che avete in mente.
Il vecchio si volse e lo guardò con una specie di fissità dubbiosa.
- Perché dite così, ragazzo mio?
- Persone come voi - disse Frank sorridendo - non si eccitano per
gente del mio genere, a meno che non vi sia qualcosa... Sono stato a
Cambridge, lo sapete. Conosco i professori di laggiù e...
- Bene, ve lo dirò - fece il dottore. traendo un sospiro. - Non ne avevo
l'intenzione. So che è soltanto una sciocchezza; ma... - Si fermò un
istante, e poi chiamò ad alta voce: - Thomas! Thomas!
La testa magra di Thomas si affacciò, come quella di un uccello, da
una finestra della cucina.
- Venite un momento qua.
Thomas venne e stette davanti a loro con un pezzo di pelle in una
mano e un cucchiaio d'argento nell'altra.
- Ho bisogno che diciate a questo signore - disse il dottore con tono
deciso - quello che avete detto a me mercoledì mattina.
Thomas vagò dubbioso con lo sguardo sui due uomini.
- Erano idee mie, signore...
- Non ve ne preoccupate. Ripetetecele pure.
- Ebbene, signore. non mi piace. Mi è sembrato, quando entrai nella
stanza... (-Entrò a metà della notte - spiegò il dottore. - Bene, avanti,
Thomas).
- Mi è sembrato che vi fosse qualche cosa di strano.
- Eppoi? - fece il dottore incoraggiante.
- Qualche cosa di strano... - ripeté Thomas meditabondo - ...ed ora
mi scuserete, signore, debbo andar di là...
Il dottore agitò la mano con aria disperata, mentre Thomas se la
svignò senz'altre parole.
- È inutile - disse - è inutile. Eppure me lo disse in modo
chiarissimo...
Frank rideva tra sé tranquillamente.
- Non ridete - disse semplicemente il vecchio.
- Guardate qua, ragazzo mio, non c'è nulla da ridere. Vi dico che io
non posso pensare a null'altra. È una cosa che mi turba.
- Ma...
Il dottore fece un gesto con la mano.
- Oh, non posso spiegarlo meglio. Era tutto l'assieme: il modo con
cui guardavate, il modo con cui parlavate. Era del tutto inconsueto.
Ma mi colpì, - mi colpì egualmente. E pensavo che forse avreste
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potuto spiegarmi...
Non fu che al pomeriggio del lunedì che Frank persuase il dottore a
lasciarlo partire. Il dottor Whitty disse tutto, quello che era possibile
dire, con le sue maniere enfatiche, circa il rischio di rimettersi a
camminare tanto presto. E vi fu una scena, che si svolse proprio nel
serraglio - e fu l'unica occasione in cui il dottore nominò i parenti di
Frank durante la quale egli scongiurò il giovanotto ad avere giudizio,
e permettergli di comunicare con la sua famiglia. Frank rifiutò
recisamente senza dirne i motivi.
Il dottore sembrava straordinariamente schivo ad alludere ancora
alla conversazione del giardino: e da parte sua anche Frank rimase
chiuso come una tomba. Pareva che ognuno dei due rendesse l'altro
estremamente perplesso sul proprio conto, come avviene talvolta a
gente di tal sorta. Erano come due persone, intelligenti e
ragionatrici, interamente separate dall'assenza di un qualunque
linguaggio comune, o anche di un simbolo comune. Le parole che
l'uno usava avevano per l'altro un significato diverso. Qualche volta
mi viene fatto di pensare che la maledizione di Babele sia stata una
cosa molto più profonda di quel che appare a prima vista.
Il Maggiore e Gertie frattanto erano a Bengodi. Il dottore non aveva
idea di quel che potessero valere sei ore di lavoro manuale, e in
compenso di queste sei ore concedeva, ai due la casetta disabitata
del giardiniere, il letto, i pasti, ed uno scellino al giorno. Era bello
vedere con quanta sollecitudine il Maggiore insisteva perché Frank
non riprendesse il cammino prima di esser certo di poterlo fare
senza danno; ma Frank aveva acquistato un modo piuttosto deciso e
reciso di trattare col compagno, ed annunciò che la sera del lunedì
non doveva più trovarli in quel luogo.
La partenza - per quel che ne ho potuto sapere - fu commovente
piuttosto più del prevedibile. Il dottore prese Frank in disparte nello
studio ove l'aveva veduto la prima volta, ed ebbe con lui una breve
conversazione durante la quale una sovrana passò finalmente dal
medico al cliente.
Io ho cercato spesso di figurarmi quali elementi vi fossero
esattamente in Frank per produrre un simile effetto su quel vecchio
sapiente e positivo. La sua visita sotto molti aspetti era stata una
rivoluzione. Egli aveva distratto il suo benefattore da un
importantissimo topo morto di lebbra; aveva scombussolato l'orario
di lavoro; aveva, per così dire, sovvertito la casa. Peggio di tutto,
aveva - non dirò modificato le teorie del dottore - questa sarebbe una
frase troppo forte - ma era partito lancia in resta contro di esse; e
finalmente, che è il colmo, lo aveva fatto proprio nella sua roccaforte.
Per spiegare le osservazioni fatte da Frank durante il delirio v'erano
tutti gli elementi necessari: si trattava di un individuo affetto da
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mania religiosa, avvelenato da una tossina e trattato con
un'antitossina. Che cos'altro v'era da attendersi, se non sentirlo
farneticare nei modi più fantastici, e manifestare tutte le idee
sballate e paradossali che il suo io soggettivo conteneva? Quanto
all'assurda fantasia del dottore e del suo servo che vi fosse “qualcosa
di strano” nella stanza, più egli vi pensava e meno le dava valore.
Senza dubbio era il risultato di una particolare combinazione di
condizioni psicologiche, proprio come le condizioni psicologiche
erano il risultato di una oscura combinazione di forze, di tossine e
antitossine.
Pure, nonostante tutto, per quanto vi si possa arzigogolare, rimaneva
il fatto che la personalità di Frank avesse esercitato un'influenza così
strabiliante su quest'uomo di scienza arido e misantropo (si vedrà
più oltre nella storia di Frank che l'effetto era stato duraturo).
Per me ancora più notevole fu la fortissima affezione che Frank
concepì per il dottore. (Non c'è nessun mistero nascosto: non
scoprirete alla fine del libro che il dottore fosse il padre di Frank in
incognito: l'onore della paternità spetta sempre a Lord Talgarth). Ma
il diario di Frank rivela che egli fu attratto da quest'uomo anziano da
sentimenti molto simili a quelli che può avere un figlio. Eppure
sarebbe difficile concepire due caratteri che avessero meno di
comune. Il dottore era materialista dogmatico - e lo rimase ancora -,
Frank era cattolico. Il dottore era scientifico fino alle unghie delle
dita, Frank romantico fino alle stesse estremità. Il dottore era un
vecchio sedentario impenitente, Frank giovane, e zingaro
incorreggibile. Pure era così. Per conto mio, ho certe idee, ma è
inutile che le esponga, se non con l'accennare che forse ognuno
riconosceva nell'altro - solo nel subcosciente, dato che ognuno si
dichiarava assolutamente incapace di simpatizzare nel minimo
grado con le idee dell'altro - una certa fissità di devozione che per
ambedue era la forza motrice della vita. Certo alla superficie non vi
sono due teorie meno antitetiche di quella che trova la soluzione di
ogni cosa nelle tossine, e dell'altra che la trova in Dio. Ma forse v'è
tra esse una riconciliazione, chissà dove.
Il Maggiore e Gertie stavano attendendo nel cortile della scuderia
quando i due uomini comparvero. Proprio in quel momento il
Maggiore stava aggiungendo al carico di Gertie un gran sacco di
mele, dategli da Thomas per ordine del dottore.
Frank lo prese senza una parola, e lo pose sulla propria bisaccia.
Il dottore rimase un momento abbagliato dalla viva luce del sole.
- Bene, addio, ragazzo mio - disse - buona fortuna. Ricordatevi che
se mai tornerete da queste parti...
- Addio, signore - disse Frank.
E porse la mano libera.
Allora avvenne una cosa strabiliante. Il dottore prese la mano, poi la
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lasciò andare: gettò le braccia attorno al collo del giovane, lo baciò
sulle due guance, e scappò attraverso il cancello del giardino,
sbatacchiandolo. Ed io immagino che sia corso subito di sopra, a
vedere come stessero i topi.
Bene, l'episodio è tutto qui. I due uomini non si rividero più, ch'io
sappia. E a malapena so perché l'abbia incluso nel libro. Ma m'era
riuscito a metterlo assieme con varie testimonianze, di scritti o di
persone, e m'è sembrato un peccato lasciarlo fuori.
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Capitolo IV
Un'immensa stanchezza fisica aveva preso Frank, una settimana più
tardi, mentre verso sera si trascinava silenziosamente col Maggiore.
Egli aveva lavorato tutto il giorno precedente in una fattoria a
carrettar letame e cose del genere; e quantunque fosse perfettamente
guarito, qualche molla dei suoi muscoli si era allentata durante la
settimana di riposo. Avevano camminato fino dall'alba, dopo una
notte trascorsa a disagio in una cascina, arrancando quasi in
silenzio; un miglio dopo l'altro, contro l'umido vento del sud, per
una strada scoraggiante che scendeva e saliva e scendeva ancora, e
pareva che non conducesse mai ad una meta.
È vero che Frank non era più tanto depresso come prima. Un
processo del tutto diverso aveva operato in lui negli ultimi due o tre
mesi, e fra poco si vedrà come; ma le membra gli parevano di
piombo, e la rigidezza delle spalle e delle reni gli rendeva più difficile
il camminare.
Erano tutti stanchi del pari. Non parlavano molto tra di loro. In
realtà, avevano detto tutto quello che v'era da dire già da due mesi,
ed erano ridotti - come son sempre ridotti gli uomini quando sono
giunti a un certo punto - a parlar solo delle più elementari cose
corporali, come il cibo, il tabacco, il sonno. Il Maggiore di tanto in
tanto ripeteva le stesse frasi, rievocando le grandezze dei giorni
passati, di case vere, di veri pranzi, di veri sigari. Frank gli
rispondeva. Gertie non diceva nulla.
Ella troncò la marcia, quando appena s'era fatto buio, lasciandosi
quasi improvvisamente cadere sul ciglio della strada, e dichiarando
che sarebbe morta se non avesse potuto riposarsi un po'. Il Maggiore
fece le solite osservazioni, ed ella non diede risposta.
Frank s'interpose a un tratto.
- Smettetela! Non possiamo fermar ci qua. Andrò io avanti un poco e
vedrò che cosa si può fare.
E, mentre si allontanava nel buio, lasciando il suo fagotto a terra,
sentì la voce che ricominciava a brontolare, ma su un tono più basso,
finché, egli lo sapeva, si sarebbe affievolita in un grugnito spento
dalla pipa.
Frank non aveva idea della strada che gli stava davanti. Quel
pomeriggio avevano attraversato alcuni villaggi, i cui nomi non gli
dicevano nulla. Non sapeva neppure perché seguissero quella strada.
Andavano verso sud, in direzione di Londra - su questo erano
d'accordo - e si proponevano di giungervi tra un mese o due. Ma il
paese gli era estraneo e la gente gli pareva goffa e malcontenta. Due
volte in quel pomeriggio era stato loro rifiutato un riparo per la
notte, in una tettoia.
Pareva una strada deserta. Non v'erano luci di case, fin dove poteva
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giungere l'occhio, e le quattro miglia che all'ultima fermata era stato
detto loro che li separavano dal prossimo villaggio sembravano già
diventate cinque o sei. Fra tutti e tre avevano due o tre scellini: non
c'era per ora l'assoluta necessità di un ricovero di beneficenza, ma
naturalmente desideravano di spendere il meno possibile.
A un tratto Frank percepì una luce che brillava chissà dove, e che
compariva e spariva mentre egli avanzava. Dopo cinquanta metri
giunse a un largo piazzale, con due pilastri e un cancello sbarrato, e
una casetta alla destra. Questo fu ciò che egli poté distinguere a
malapena nell'oscurità della notte di novembre; e mentre stava là
esitante, gli parve di vedere più in basso alcune luci che brillavano
attraverso la massa degli alberi spogli, tra cui scendeva la strada.
Frank sapeva benissimo per esperienza che i locandieri, presi nel
complesso, sono la classe meno simpatica dell'umanità, (Essi vivono,
mi comprendete, proprio sulle strade, e vedono la natura umana nei
suoi aspetti più duri e più ostili e più disonesti). I servi alla porta
posteriore sono di regola infinitamente più benevoli; e siccome
questo era senza dubbio l'ingresso di qualche grande casa di
campagna, la cosa più opportuna sarebbe stata quella di sgusciare
senza rumore dietro l'albergo e cercar la fortuna tra gli alberi. Pure
egli esitava: la casa poteva essere distante mezzo miglio, per quel che
ne sapeva; e certo, dietro il cancello chiuso, c'era da attendersi una
buona ospitalità.
Un'improvvisa raffica di vento gli soffiò alle spalle, carica di
umidità... Egli si volse, andò alla porta della locanda e bussò.
Poté sentire che qualcuno si muoveva all'interno, e proprio quando
cominciava a chiedersi se il suo duplice colpo fosse stato udito, la
porta si aprì e lasciò distinguere una donna in grembiule.
- Potreste gentilmente indicarmi... - cominciò Frank.
La donna spinse la testa in direzione della casa.
- Dritto giù per la discesa - disse. - Questi sono gli ordini.
- Ma...
Fu inutile. La porta gli fu chiusa in faccia, ed egli rimase solo al buio.
Tutto questo era affatto inconsueto. I portieri di solito non ricevono
“ordini” per mandare i vagabondi senza credenziali alla casa
padronale che si suppone dovrebbero custodire.
Questo cancello dunque doveva essere stato lasciato aperto a bella
posta. Ad ogni modo era chiaro che egli doveva fare come la donna
aveva detto. E, nell'avviarsi, cominciò a formulare ipotesi. Colui che
abitava laggiù, era probabilmente un fanatico, e gli piaceva
figurarselo come una vecchia signora eccentrica, con qualche mania
e molti cagnolini.
Mentre s'avvicinava, si stupì ancora di più, perché man mano che si
diradava il folto dei rami, poté distinguere delle luci a tanta distanza
l'una dall'altra che l'edificio pareva piuttosto un villaggio che una
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casa. Davanti a lui risplendeva una fila di rettangoli luminosi, in alto,
come sospesi nell'aria, digradanti in prospettiva, finché li
interrompeva una massa nera che sembrava un tetto. Lontano, a
sinistra, v'era una specie di cancellata illuminata, e a destra una o
due finestre brillavano quasi sotto ai suoi piedi.
Quello che vide dopo aver fatto altri cinquanta passi sul sentiero
serpeggiante gli fece seriamente dubitare se tutto fosse realtà;
perché ora, soltanto pochi metri più avanti e ancor più basso del
livello a cui stava, vide una portineria come quella d'un gran collegio.
V'era un archivolto Tudor, con stanze sopra e ai fianchi; una
lampada pendente dal soffitto illuminava il pavimento di pietra, e
all'altra estremità della cancellata chiudevano ogni altra vista.
Assomigliava all'ingresso di un gran castello feudale, ed egli pensò
che se vi abitava davvero una signora eccentrica, doveva essere eccentrica sul serio. Cominciò a chiedersi se di lì a poco sarebbe
comparso un siniscalco con le chiavi appese alla cintura, e se avrebbe
soffiato in un corno per avvertire i castellani.
Quando infine bussò a una porticina interna, anch'essa foderata e
sbarrata, di ferro, e la porta si aprì, la figura che comparve lo stupì
appena meno che se fosse stato davvero un siniscalco medievale.
perché dinanzi, come ritagliato da una rivista di Natale, gli stava la
figura di un monaco, alto, magro, brizzolato, rasato, con un par
d'occhi allegri e modi spicci. Portava una gran cinghia di cuoio
attorno al saio nero, in cui affondava la mano libera.
Il monaco fece un sospiro profondo.
- Ancor uno - disse. - Ebbene, giovanotto?
- Per favore, Padre...
Il monaco chiuse gli occhi, come rassegnato.
- Oh, non vi preoccupate... Eppoi, io non sono un padre; sono un
fratello. Potete ricordarvene? Frank sorrise.
- Benissimo, Fratello. Sono cattolico anch'io.
- Oh, già - sospirò il monaco. - Lo dicono tutti quanti. Sapete recitare
le Lodi Divine? Sapete che cosa sono?... Per quanto, questo non
importi.
- Ma le so, Fratello. “Dio sia benedetto. Benedetto il Suo santo
Nome...”.
- Ma non siete irlandese?
- No, che mi consti. Ma...
- Siete una persona istruita? Per quanto, questo non importi. Che
cosa posso fare per voi, signore?
Pareva che il monaco s'interessasse un po’ più di lui, e Frank prese
coraggio.
- Sì, sono un uomo istruito. Mi chiamo Frank Gregory. Ho lasciato
indietro, per la strada, due amici: un uomo e una donna. Il loro
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nome è Trustcott, e la donna...
- Inutile, inutile - fece il monaco - Donne, nessuna.
- Ma, Fratello, essa non può assolutamente proseguire. Mi spiace
molto, ma proprio non abbiamo ricovero. Ci restano ancora due o tre
scellini se è necessario...
- Oh, vi restano, vi restano? - disse il monaco pungente. - Questa è
proprio nuova. E quando avete mangiato per l'ultima volta? Ieri
mattina? Non giurate, non è necessario.
- Abbiamo mangiato oggi, verso mezzogiorno: fagioli e prosciutto
freddo - disse Frank deciso. - Abbiamo intenzione di pagare il cibo e
l'alloggio se dobbiamo farlo. Ma, naturalmente, non ci teniamo.
Il monaco lo guardò ironico davvero per un minuto o due senza
parlare. Questo pareva un tipo nuovo.
- Entrate e sedetevi un momento - disse. - Chiamo il padre
ospitaliere.
Era una stanzetta semplicemente arredata, quella in cui Frank
sedeva, e pareva fatta a proposito per non indurre in tentazione i
ladruncoli. V'era una tavola, due seggiole, una statua di gesso
colorato di un uomo con la barba grigia, con un pastorale in mano,
collocata sopra una mensola, un libro di pietà, molto frusto, giaceva
aperto coi fogli in basso sulla tavola, vicino al lume ad olio. V'era
un'altra porta, attraverso la quale il monaco era scomparso. E questo
era assolutamente tutto. Non v'erano tende né tappeti, ma un
focherello bruciava lieto, e due finestre guardavano una sulla strada,
e l'altra, di fronte, in una specie di cortile. Circa dieci minuti
passarono senza che avvenisse nulla. Frank sentì più di una raffica di
vento carico di pioggia contro la finestra sbarrata al sud, e si
domandò come stessero i suoi amici. Sapeva che il Maggiore,
almeno, si sarebbe arrangiato per tenersi asciutto. Poi cominciò a
pensare al luogo in cui si trovava, e fu sorpreso di non essere rimasto
sorpreso a capitare in un luogo simile nel buio. Non sapeva nulla dei
monasteri - a mala pena sapeva che ne esistevano in Inghilterra
(bisogna rammentare che da cinque mesi soltanto egli era cattolico)
eppure in qualche modo, ora che si trovava qua, tutto gli pareva
inevitabile. (Io non potrei dirlo meglio di così: è lui stesso che lo
scrive nel suo diario).
Poi, mentre stava meditando, la porta si aprì, ed entrò un vecchio
smilzo, dall'aspetto ardente, vestito come il fratello che lo seguiva,
salvo che sopra la tonaca portava una larga striscia di panno nero,
una specie di lungo grembiale volante, che gli pendeva dalla gola ai
piedi, e aveva la testa avviluppata in un cappuccio nero.
Frank si alzò e s'inchinò con una certa difficoltà. Cominciava a
sentirsi intirizzito.
- Bene - disse il prete brusco, con gli occhi grigi brillanti raggrinziti
agli angoli, che percorrevano tutta la persona di Frank dai capelli
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alle scarpe infangate. - Fratel Giovanni mi ha detto che desideravate
vedermi.
- È Fratel Giovanni che lo ha detto, Padre.
- Che cosa volete?
- Ho due amici sulla strada a cui occorre riparo: un uomo e una
donna. Pagheremo, se occorre, ma...
- Questo non occorre - interruppe brusco il prete. - Voi, chi siete?
- Il nome che portate, eh?.. Dove siete stato educato?
- Eton e Cambridge.
- E come è che siete vagabondo?
- È una storia lunga, Padre.
- Avete fatto nulla che non avreste dovuto?
- No. Ma sono stato in prigione.
- E il vostro nome è Frank Gregory... F. G., nevvero?
Frank si volse come per uscire. Aveva compreso di essere stato
riconosciuto.
- Bene... buona notte, Padre.
Il monaco si volse con una mano alzata.
- Fratel Giovanni, per favore, attendete di fuori.
Poi proseguì, quando la porta fu rinchiusa: - Non occorre che ve ne
andiate, signore... Gregory. Il vostro nome non sarà pronunciato con
essere vivente senza il vostro permesso.
- Voi sapete di me?..
- Ma certo che so... Ora abbiate giudizio, mio caro figliolo. Andate a
cercare i vostri amici. In qualche modo li alloggeremo. - Alzò la voce,
e picchiò sulla tavola. - Fratel Giovanni.. andate con Mr. Gregory
all'alloggio del portiere. Vedete di mettere la donna in qualche posto,
laggiù o nella casa del giardiniere. Poi conducete qua l'uomo... il suo
nome?
- Trustcott - disse Frank.
- E quando tornerete, io sarò qua ad aspettare.
Frank dichiara nel suo diario che uno straordinario senso d'essere in
famiglia discese su di lui quando, mezz'ora più tardi, la porta di una
cella si chiuse alle spalle di Don Ildebrando Maple, ed egli si trovò in
una stanza con un fuoco che ardeva allegramente, con un abito che
lo attendeva, una brocca d'acqua calda, un catino e un lettino di
ferro.
Io credo di comprendere quello che egli vuol dire. In certo senso un
monastero bene ordinato rappresenta il minimo comune multiplo
delle case piacevoli. Ha la vastità e l'ampiezza di un castello, e la
semplicità della povertà dignitosa. Non ha nulla della teatralità che
gli attribuiscono, nulla del sentimentalismo di cui lo dotano i
protestanti.
Frank era appena passato attraverso un labirinto di scale, di archi, di
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vestiboli e di anditi, e poi lungo due immensi corridoi con finestra da
un lato e porte chiuse dall'altro. Ovunque lo stesso calore, dignità e
semplicità - tavole senza tappeto, pochi quadri ad olio nel corridoio
inferiore, un'immagine o due alle estremità e in capo alle scale; una
semplice illuminazione a gas, e le sole persone incontrate erano due
o tre monaci incappucciati (essi avevano leggermente alzato il
cappuccio in segno di saluto mentre egli passava), e ognuno d'essi
andava per le sue faccende, rapido e silenzioso. All'estremità di uno
dei corridoi sentì anche un piacevole odore di cucina, e poté
intravedere due o tre fratelli laici in grembiule, affaccendati alla luce
di un grande focolare, sopra grandi pignatte di rame.
Il senso di famiglia, allora, è perfettamente comprensibile. Il
visitatore di un monastero, in realtà, penetra in una vita piena e
bene ordinata, ma gli rimane aria e spazio e silenzio per conservare
la propria personalità.
Appena lavato e vestito, Frank sedette davanti al fuoco, ma quasi
immediatamente sentì bussare alla porta, e comparve la faccia un po’
infiammata del Maggiore.
- Frankie? - mormorò, e, rassicurato, entrò e si chiuse la porta alle
spalle. (Aveva un aspetto piccolo e senza importanza, pensò Frank.
Forse per il vestito nero che gli era stato prestato).
- Perbacco, Frank... come ci trattano bene! - sussurrò, ancora
apparentemente sotto l'impressione di essere quasi in chiesa. - Ve ne
sono degli altri, sapete, di vagabondi, ma alloggiano da qualche altra
parte... - (S'interruppe, poi continuò). - Nella mia stanza c'è un santo
così bello... Ah! ne avete uno anche voi!
S'avvicinò per esaminare la statuetta di gesso d'un santo posta sopra
l'inginocchiatoio.
- È quel che ci vuole, non vi pare? - disse Frank sonnacchioso.
- E c'è il nome di un altro santo sulla porta.
Il Reverendo Sant'Agostino, mi pare.
S'avvicinò in punta di piedi al fuoco, alzò le falde dell'abito e stette a
scaldarsi con un sorriso di compiacenza, ma nervoso.
(Frank lo guardava meravigliato).
- Che cosa fanno qua tutti questi Johnnies? - chiese dopo un po’ il
Maggiore. - Se la passano bene, immagino. Qui sotto debbono avere
delle cantine come va. Proprio come quei grassoni delle caricature,
non è vero?
(Frank decise che era inutile tentar di spiegare).
Il Maggiore continuò a ciarlare ancora qualche minuto, senza
chiedere risposta, e di tanto in tanto scoprendo con gli occhi qualche
nuova meraviglia. Toccò un ramoscello di tasso che era fissato a un
crocefisso in capo al letto. (Sarà una vecchia reliquia - mormorò una delle loro fandonie...). Spiritosamente vestì la statuetta del santo
col fazzoletto, e disse: - Preghiamo - e bisbigliò sottovoce, tenendo
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un occhio alla porta, e con l'impressione che se avesse parlato forte e
fatto qualche rumore percettibile sarebbe stato cacciato fuori.
Stava appunto cominciando alcuni passi di una danza silenziosa,
quando si sentì bussare alla porta, ed egli cadde in un atteggiamento
di ossequente umiltà. Dom Hildebrand entrò.
- Se siete pronti - disse - potremmo scendere a cena.
Frank riferisce nel suo diario che di ogni altra cosa nel monastero,
salvo la chiesa, quella che lo impressionò di più fu il refettorio e i
suoi modi (come è facile descriverlo, quando se ne sono viste una
volta le cerimonie!).
Egli sedeva ad una tavola centrale, col Maggiore di fronte (che
sembrava più piccolo che mai), davanti a una tovaglia, con coltello,
cucchiaio e forchetta. Sopra una bassa pedana, tutt'attorno alle
pareti, e col dorso appoggiato ad esse, sedeva una fila di forse
quaranta monaci, di ogni età, genere e condizione. Le tavole erano di
legno nudo, e su di esse stavano soltanto le posate e un tovagliolo ad
ogni posto. Al lato di fronte alla porta, tutto solo ad una tavola,
sedeva un uomo grande, maestoso, dal volto gentile, di un aspetto
straordinariamente paterno, rasato, coi capelli grigi, e bei lineamenti. Quello era l'Abate. Sopra di lui pendeva un crocifisso, con
un'unica parola: SITIO, su una tavoletta nera.
Il pasto cominciò con la cerimonia del rendimento di grazie. I
monaci, curvi, stavano in due file, e ognuno aveva il cappuccio
sollevato e teneva le mani nascoste sotto lo scapolare. Un monaco,
solo, stava in mezzo, di fronte all'Abate. I monaci intonarono, colle
voci fuse all'unisono, la benedizione, il responsorio, la colletta, il
salmo e il resto. (Frank non seppe astenersi dal dare un'occhiata al
Maggiore, la cui faccia di compunzione sembrava quella di un
uccello in compagnia di gatti per un momento acquietati).
Poi ognuno andò al suo posto, e il pasto cominciò e continuò,
ordinato e senza rumore, mentre da un ambone costruito sulla
parete un monaco leggeva, prima un brano del Vangelo, poi di una
storia. Tutti erano serviti da fratelli laici, cinti di grembiule; quasi
ogni movimento, quantunque del tutto naturale, pareva ordinato
dall'abitudine e dalla consuetudine, ed era contraddistinto da una
specie di cortesia che una volta tanto rendeva l'apparire del cibo una
cerimonia realmente bella, augusta e quasi sacramentale. Inoltre la
grande sala, con la volta acuta, il pavimento di mattoni, le tavole
gregge di legno bianco, le alte finestre aureola te, sembrava davvero
l'ambiente adatto, una specie di santuario secolare. Il cibo era
semplice ed abbondante: minestra, carne, formaggio e frutta; ed
ognuno dei due ospiti aveva una piccola caraffa di vino rosso, una
forma di pane e un tovagliolo. I monaci bevevano birra e acqua.
Poi fu fatto un nuovo ringraziamento, con le stesse cerimonie di
prima.
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Quando questo fu finito, Frank si volse per vedere dove fosse Dom
Hildebrand, supponendo che tutti sarebbero tornati alla propria
cella; ma quando si volse, vide l'Abate che veniva in giù solo.
Avanzava, quest'uomo grande, con la stessa aria larga e paterna, ma
quando passò davanti ai due ospiti s'inchinò leggermente verso di
loro, e Frank, con un'occhiata per avvertire il Maggiore che
dovevano seguirlo, si mosse dal suo posto e passò tra le file dei
monaci, ancora in silenzio.
L'Abate proseguì, voltò a destra, e mentre incedeva lungo il chiostro,
cominciò dietro un basso canto sonoro. Così avanzarono, per il lungo
corridoio illuminato, una porta dopo l'altra, come in una processione
di chiesa. Eppure tutto era naturalissimo e famigliare.
Finalmente voltarono sotto un'arcata a sinistra, attraversarono un
vestibolo, davanti alla gran statua di pietra di una Donna coronata
con un Bimbo nelle braccia, e nell'entrare in chiesa l'Abate intinse il
dito nell'acquasantiera e lo presentò a Frank. Frank toccò la goccia
d'acqua, si fece il segno della croce, e presentò a sua volta il dito
umido al Maggiore, che lo guardava con occhi stupiti.
L'Abate indicò la prima fila di panche nella navata, e Frank vi andò,
guardando la processione che proseguiva, saliva i gradini, e spariva
nella doppia serie di grandi stalli che correva attorno al coro.
Poi vi fu ancora silenzio, ed un silenzio prolungato, finché Frank
comprese...
A poco a poco i suoi occhi si abituarono alla penombra, ed egli
cominciò a distinguere la magnificenza del luogo. Dietro a lui si
stendeva l'immensa navata, colle volte e le colonne che si perdevano
nel buio, e i fianchi debolmente illuminati dal brillare di solitarie
lampade ad olio ognuna in una piccola cappella riparata. Ma di
fronte a lui stava il maggior splendore.
Da parte a parte, attraverso l'accesso al coro, correva la cancellata,
una vasta costruzione di quercia scura e di ferro nero, sormontata da
un ballatoio dal quale brillavano i riflessi argentei delle canne
dell'organo. Ancor più in alto, nell'ombra profonda, si potevano
distinguere tre figure gigantesche, quella di mezzo inchiodata a una
croce. Dietro alla cancellata cominciavano gli stalli, scuri e maestosi,
intramezzati da sculture: teste di re e di sacerdoti protese in fuori
come per respirare nel magnetismo di quell'immenso silenzio
vivente generato da quaranta uomini in preghiera. All'estremità
brillava debolmente la magnificenza dell'Altar Maggiore, quasi
luminoso, pareva, nel chiarore dell'unica fiammella rossa che gli
pendeva davanti. Frank poté distinguere dopo un po’ le figure dorate
che stavano fra i candelieri, il trono e il crocifisso, le misteriose
cortine che velavano il Tabernacolo... Infine, in mezzo al coro, v'era
una costruzione che egli non seppe comprendere.
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Una straordinaria pace parve discendere ed avvolgerlo mentre
guardava; una specie di coronamento e di culmine delle varie
esperienze interiori che ora stavano svolgendosi in lui, dalle ultime
settimane. (È inutile dirlo con altre parole. Io spero di fare del mio
meglio citando le parole stesse di Frank). V'era una sensazione di un
ritorno a casa; v'era una sensazione di sanità sorprendente; v'era la
sensazione di un'immensa pace obbiettiva, che incontrava e
ratificava quella pace interiore che cominciava ad essere sua. In
qualche modo gli sembrava come se per la prima volta
esperimentasse fuori di sé quel che finora soprattutto aveva trovato
in sé. Certo, anche prima v'erano stati momenti di tale esperienza non soltanto emozionali, mi comprendete - in cui il cuore e la mente
rimangono acquietati dalla loro lotta, e la volontà riposata in
un'Altra Volontà. Ma questo era l'apice, che riassumeva in sé tutto
quello che egli aveva imparato negli ultimi mesi; esso guariva le
ultime cicatrici, scioglieva le sue difficoltà, spiegava le sue
esperienze, e soprattutto le poneva in relazione tra loro. Senza
dubbio era l'atmosfera fisica come quella spirituale di questo luogo, i
corridoi tranquilli, il calore, la semplicità, la solidità, anche l'augusto
ringraziamento del refettorio, tutte queste cose cooperavano a creare
la sensazione. Pure, se vi è possibile crederci, questi non erano nulla
più che i canali per i quali il celeste fluido scorreva; canali, piuttosto,
che contenevano un po’ di quell'abbondanza che qua sgorgava come
in una fontana...
Frank trasalì alquanto ad una voce nell'orecchio.
- Che cosa sta succedendo? - aveva sussurrato il Maggiore, con una
voce rauca e piena di apprensione.
Una figura s'era staccata dopo un pochino dalla scura massa degli
stalli ed era scesa dov'essi stavano seduti. Frank vide che era Dom
Hildebrand...
- Canteremo il Mattutino dei Defunti, tra poco, - disse il monaco a
voce bassa. - È la sera della festa dei Santi. Volete rimanere, o debbo
ricondurvi alla vostra stanza?
Il Maggiore si alzò con vivacità.
- Io rimango, se posso - disse Frank.
- Benissimo. Allora io condurrò Mr. Trustcott di sopra.
Mezz'ora dopo la cerimonia cominciò.
Questa, dispero senz'altro di potervela descrivere. Io so qualche cosa
di quello che Frank vide e comprese, perché io stesso ho assistito a
funzioni simili in case religiose. Ma non pretendo di poterne
scrivere.
Prima, tuttavia, vi fu la funzione esterna, visibile, percettibile. Il
catafalco, una costruzione a forma di bara, tutto nero e giallo,
circondato da fiamme gialle su torcie gialle - i movimenti gravi, le
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figure quasi mostruose, il ritmo dei riti, il lamento della musica di
quaranta voci che cantavano come fossero una sola - tutto questo si
può comprendere...
Ma l'aspetto intimo di queste cose, il senso di cui tutte queste cose
sono soltanto il rozzo canovaccio, la sostanza di cui queste cose sono
un'ombra, questo è ciò che supera le parole e trascende le
impressioni.
Pareva comunque a Frank che una sezione di quell'immensa verità
alla quale egli s'era afferrato quasi ciecamente quando aveva fatto la
sottomissione alla Chiesa - una camera in questa Casa della Vita fosse ora spalancata davanti a lui; ed egli vedeva in essa gli uomini
come alberi che camminavano. Egli era stanco ed eccitato, si capisce.
Ma vi sono delle esperienze che un rialzo di temperatura non può
spiegare e che l'immaginazione non può originare...
Perché gli pareva che qui egli venisse ad accorgersi di un
incommensurabile bisogno al quale questi riti erano indirizzati, e
questo complesso era innumerabile nella sua unità e acclamante nel
suo silenzio. Era come se un uomo potesse vedere rotolar via i muri
della sua stanza, oltre i quali egli aveva pensato che fosse soltanto la
notte, e discernere invece una massa affollata di volti che piangono
chiedendo aiuto, addossandosi a lui, premendo, eppure tutti senza
suoni e parole. Frank tenta nel suo diario di usar delle frasi per dire
tutto ciò; parla di un pozzo in cui non v'è acqua, di forme e di ombre
che si superano e si disperdono, d'una luce di specchio mista col
fuoco; e poi di una ineluttabilità, di una Giustizia con la quale non si
può discutere e di una Forza alla quale non si può resistere. E
dall'altro lato, v'era questo aiuto dato da uomini di come ed ossa
come lui - che usavano cerimonie e gesti e strane parole risonanti.
Il tutto era come un'immensa orchestra - v'era il lamento da un lato,
la risposta dall'altro - v'erano arsi e tesi, passaggi dolci, eppure il
risultato era un complesso vasto e armonioso.
Gli pareva che fosse il catafalco la porta velata di quell'altro mondo
che così gli si manifestava - visto come egli lo vedeva nella luce delle
candele gialle; - era come il portale pieno di mistero della morte
stessa; sotto quella coltre pesante giaceva non tanto un Corpo
dell'Umanità ancor moritura, ma piuttosto un'Anima dell'Umanità
vivente oltre la morte, viva eppur immota nel dolore. E quelle
persone che si muovevano attorno, con turibolo e aspersorio, erano
come angeli per dignità e tenerezza e indubbia potenza. Essi erano
uomini come lui, eppure erano molto di più: ed anch'essi un giorno,
come lui, sarebbero passati sotto questo drappo funebre, ed avrebbero avuto bisogno di altri che a loro volta li avrebbero seguiti...
Questo è appena un accenno approssimativo di quello che Frank
provò; che andava e veniva a ondate, e pure sembra che egli abbia
sentito che in tutto ciò v'era una porta per giungere a quel gran
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mondo che guardava dall'al-di-là; che qui, in quello che il mondo
suppone essere la gretta costrizione della religione, v'era una libertà
e una visione della realtà quale solo di rado le strade aperte e la
natura possono dare. Ma, quanto a me, non sono in grado di seguirlo
oltre, più che non possa scrivere la passione dell'amante o l'estasi del
mistico. Se queste cose potessero essere espresse con parole,
sarebbero state dette da gran tempo. Ma almeno era lungo questa
linea di percezione che Frank procedeva: una linea che non faceva
che proseguire la via lungo la quale egli era venuto con tanto sicura
prontezza fin dal momento in cui s'era caricato dei suoi dolori e li
aveva cambiati d'amaro in dolce. Qualche frase che egli ha scritto
non ha per me alcun significato...
Soltanto questo io vedo chiaramente, sia dai miei discorsi con il
Padre Hildebrand, sia dal diario che Frank sviluppò a sua richiesta:
che Frank aveva raggiunta la fine di una seconda tappa del suo
viaggio, e che la terza stava per cominciare.
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Capitolo V
Vi sono certe condizioni di spirito in cui talvolta cade la mente,
molto stanca o molto concentrata, e nelle quali le cose più
trascurabili assumono un'apparenza di grande significato. Un uomo
in grande ansietà, per esempio, guarderà come auspici o
avvertimenti il suono di una campana, il volo di un uccello, e simili.
Io ho sentito persone che si pretendevano superiori difendere
decisamente questo processo. Ho sentito dichiarare che tali condizioni di intensa concentrazione sono, nella loro realtà, stati
dell'anima, nei quali le facoltà mistiche ed intuitive operano con
grande facilità, e che in tali momenti si percepiscono connessioni e
correlazioni tra le cose che in altri momenti rimangono inavvertite.
Gli eventi del mondo allora sono, da questa gente, riguardati come
se formassero anelli di una catena definita; anche eventi che per
l'uomo pratico sono soltanto l'effetto del caso. È del tutto
impossibile, dice l'uomo pratico, che il suono di una campana o
l'accostarsi delle foglioline del tè, o il momento particolare in cui un
quadro cade da una parete, siano altro che fortuiti; ed è segno di una
mente debole o superstiziosa considerarli diversamente. Non vi può
essere scopo o conseguenza se non nelle cose in cui possiamo
percepire scopo e conseguenza.
Si capisce che l'uomo pratico deve avere ragione; lo ammettiamo a
priori, dal momento che lo chiamiamo pratico, ed io perciò debbo
deplorare che Frank in diverse occasioni sia caduto in un modo
superstizioso di considerare le cose. La prova è evidentissima dal suo
diario, - non che egli interpreti i piccoli eventi che registra, ma si
prende tanta pena di scriverli - eventi, poi, che per tutta la gente di
buon senso sono quasi manifestamente senza importanza e senza
significato.
Ho da ricordare due di tali incidenti, tra la partenza dei viaggiatori
dal Monastero benedettino e il loro arrivo a Londra, in dicembre. Il
Maggiore e Gertie probabilmente hanno dimenticato da lungo tempo
quello di cui essi stessi sono stati testimoni, e, in realtà, non c'è
motivo particolare perché debbano ricordarsene. Dell'altro, pare che
Frank non abbia loro detto nulla. L'uno e l'altro, comunque, sono del
tutto insignificanti; essi riguardano, rispettivamente, solo pochi
invisibili cantori e una coppia di ordinarissimi esseri umani. Nel
diario di Frank sono descritti con una ricchezza di particolari
assolutamente inutile, quantunque non vi siano commenti, ed io li
trascrivo per questa ragione, e per questa ragione soltanto.
Il primo è il seguente.
Essi si avvicinavano a una città cattedrale, a meno di cento miglia da
Londra, e poiché la sera era chiara e asciutta, quantunque fredda, ed
essi erano a corto di denaro, decisero di passare la notte in una
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baracca di mattoni, a mezzo miglio dalla città.
Con l'aiuto di un filo di ferro ritorto, il Maggiore aveva aperto la
porta della baracca. Cenarono, facendo cuocere una zuppa sopra un
focherello che potevano accendere senza rischio, e si distesero a
dormire dopo una o due fumatine.
I vagabondi vanno presto a dormire quando hanno lavoro, e non
poteva esser più tardi delle undici quando Frank si svegliò con
l'impressione di aver dormito a lungo. Gli pareva di esser rimasto
coricato, abbastanza contento e tranquillo, a guardar gli ultimi
carboni che si estinguevano nel braciere dove avevano acceso il
fuoco. Dopo un pochino sentì qualcuno muoversi all'estremo angolo
della baracca, sfregare un fiammifero, e, dal suo guanciale
improvvisato, vide la faccia del Maggiore illuminata a un tratto dalla
fiammella che ancora una volta accendeva la pipa. Per alcuni secondi
osservò quella faccia con una specie di interesse artistico: le ombre
profonde, gli occhi incavati, la barriera d'ombra che i mustacchi
tracciavano attraverso il volto. Nella luce ondeggiante dal basso,
pareva il muso di una bestia vendicativa. Poi il Maggiore sussurrò,
tra una boccata e l'altra:
- Frankie?
- Eh?
- Oh, siete sveglio anche voi?
- Sì.
Un minuto dopo, quantunque avessero parlato soltanto sottovoce,
Gertie, dal suo angolo, trasse un lungo sospiro, e i due uomini
poterono udire che anch'ella s'era levata a sedere e si raschiava la
gola.
- Bene, proprio quel che ci vuole - disse giovialmente il Maggiore Che cosa facciamo?
Frank non disse nulla. Rimase immobile, con un senso di
straordinaria contentezza, e sentì che dopo un po’ Gertie tornava a
distendersi. Il Maggiore fumava.
Poi, il canto cominciò.
Era una notte calmissima, bloccata dal gelo e immota. Era tardi
abbastanza perché i rumori della città fossero svaniti (le città
cattedrali vanno presto a letto e si alzano tardi), e anzi, quasi gli
unici suoni che Frank aveva sentito, anche due o tre ore prima,
erano stati l'accordo di alcune campane, come se un uomo
meditativo avesse d'un tratto pronunciato ad alta voce due o tre
parole. Ora, tutto era assoluto silenzio. Probabilmente le ore erano
suonate proprio prima che essi si svegliassero, dato che Frank
osserva che pareva che fosse molto tempo da quando aveva sentito i
rintocchi.
Il canto giunse prima come sensazione che come suono, tanto era
lontano. E non fu subito che Frank si rese conto del senso di piacere
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che provava nel dirsi che qualcuno stava cantando.
Dapprincipio, si fece sentire una voce sola: un tenore di una
straordinaria chiarezza. L'aria gli era sconosciuta, ma aveva il
carattere dell'antichità: v'era una certa piacevole melanconia:
conteneva piccoli trilli e fioriture, come quelle che - prima che
l'armonia si sviluppasse nel senso moderno - probabilmente
supplivano alla mancanza di accordi. Non v'era vento che alzasse o
smorzasse il suono, il volume del quale, da un filo proveniente dalla
lontananza, cresceva fino a un nitido canto non più distante d'un
quarto di miglio.
Dopo un po', il Maggiore brontolò qualcosa sulla sua pipa; ma Frank
non poté dir nulla. Stava quasi trattenendo il respiro, tant'era il suo
piacere...
L'aria, quasi a malincuore, digradò come un ruscello che si avvicina
a un'invisibile diga; e poi, quando l'ultima nota fu raggiunta, un
accordo di voci proruppe in una specie di coro.
Le voci erano quelle di un quartetto di uomini, e si fondevano, con
una dolcezza contenuta che doveva essere il risultato di
un'accuratissima educazione. Ripetevano la stessa aria, ma
mancavano le fioriture, e le quattro voci, un accordo dopo l'altro, le
sostituivano con l'armonia. Era impossibile dire quale fosse il
soggetto del canto, o anche se esso fosse sacro o profano, perché era
di quel periodo - almeno, io congetturo così - in cui i due mondi
erano uno solo, quando gli uomini corteggiavano l'innamorata e
adoravano Dio nello stesso modo. Soltanto tutto era pervaso da
quell'aria di dolce e austera melanconia, come se musica terrena non
potesse far più che accennare a quel che il cuoce desiderava
esprimere...
Frank ascoltava in una specie di estasi. La musica era ora più vicina,
e proveniva da quella stessa direzione dalla quale i tre viaggiatori
erano venuti. Dopo un po', dall'apparente diminuendo, fu chiaro che
i cantori erano passati e che andavano verso la città, osservò il
Maggiore, quando, qualche minuto dopo riuscì a farsi ascoltare da
Frank, quando tutto era finito; ma v'erano sentieri campestri che
correvano in tutte le direzioni, e v'erano larghi margini erbosi di
fianco alla strada, sicché i cantori avrebbero potuto camminare sul
terreno soffice (questi dati sono spassionatamente annotati sul
diario).
Il coro si faceva ora più debole; ancora una volta si udirono le ultime
onde della melodia: quel digradar nell'aria che indicava il silenzio
imminente. Poi, ancora una volta, per un istante, vi fu silenzio,
finché di nuovo, forse a un quarto di miglio di distanza, la voce
solitaria del tenore cominciò da capo (in italiano nel testo) l'ultima
cosa che Frank udì, un momento prima che suonasse il quarto, e, per
quanto dolce fosse, il rintocco battesse l'aria e lasciasse l'orecchio
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incapace di riprendere i tenui fili del canto, fu ancora una volta
l'instancabile quartetto che riprendeva la melodia, lontana
nell'oscurità silenziosa.
A me pare che fosse un avvenimento piccolo e curioso - questo
passare di quattro cantori nella notte; come se ai nostri viaggiatori
quasi per fortuna fosse stato concesso di trasentire le cose di un
mondo diverso dal loro - e tanto più curioso perché pare che Frank
ne sia rimasto tanto assorto. Naturalmente, da un punto di vista
pratico, la spiegazione ne è quasi penosamente ovvia. Dev'essere
stato un quartetto del coro della cattedrale, che ritornava da qualche
festa nei sobborghi, e che, per caso, sia pur camminando sull'erba,
aveva seguito la stessa strada che Frank aveva percorso quella sera.
Il secondo avvenimento è anche più ordinario, e ancora una volta
debbo dichiarare che non l'avrei trascritto in questa storia, se non
fosse stato descritto minuziosamente in quella specie di giornale di
bordo in cui talvolta degenera il diario di Frank.
Si trovavano a poche miglia da Londra, e il dicembre era succeduto
al novembre. Avevano fatto una o due giornate di lavoro in qualche
fattoria (non m'è riuscito di identificare i luoghi), e s'erano uniti
scambiando perfino qualche parola, con due o tre gruppi di
vagabondi, diretti anch'essi a Londra.
L'agricoltore per il quale avevano lavorato aveva dato loro
temporaneo alloggio in un solaio sopra la stalla, e questa stalla si
trovava in un cortile all'estremità della strada per il villaggio, con
cancelli che rimanevano aperti tutto il giorno, perché l'aia era
sorvegliata dalle finestre della casa del fattore, e anche perché non
v'era nulla da rubare.
Avevano terminato il loro lavoro (penso che si trattasse della
raccolta delle barbabietole da foraggio, o di qualcosa di simile);
erano tornati all'alloggio; avevano ricevuto la paga, preso il loro
fagotto, e avevano già raggiunto il villaggio in direzione di Londra,
quando Frank s'era accorto di aver dimenticato un paio di calze. Non
poteva lasciarle perdere. Le calze costano denaro, e non averle
significa farsi venire le bolle ai piedi e stancarsi; così disse al
Maggiore e a Gertie di procedere lentamente, mentre egli tornava
indietro. Li avrebbe raggiunti, disse, prima che avessero percorso un
mezzo miglio. Nascose il fagotto sotto una siepe - ogni piccolo peso
si sentiva, dopo una giornata di lavoro - e partì.
Quando entrò nel cortile era proprio il momento tra il giorno e la
notte: tra le quattro e le cinque. Andò diritto al cancello aperto,
guardandosi attorno, per spiegar le cose al fattore se occorreva. Non
vedendolo, salì la scala sgangherata, entrò brancolando nel solaio,
prese le calze dal chiodo a cui le aveva appese la sera prima, e
ridiscese.
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Mentre stava per uscire, sentì qualcosa che si muoveva nella stalla e
pensando che fosse il fattore e che fosse opportuno dargli una
spiegazione, guardò dentro.
Dapprima non vide nulla, quantunque sentisse un cavallo che si
muoveva nell'angolo. Poi vide un filo di luce sotto la porta che
conduceva al cortile interno della fattoria, e l'istante successivo la
porta si aprì, ed entrò un uomo con una lanterna evidentemente
appena accesa, perché la fiamma non ardeva ancor bene, e si fermò
con lo sguardo mezzo spaventato al vedere Frank. Ma non disse
nulla.
Frank a sua volta era proprio sul punto di dare una spiegazione,
quando anch'egli si fermò, immobile e sorpreso. Gli pareva d'essere
stato là già prima, proprio nelle identiche circostanze: cercò poi di
ricordarsi quello che avvenne dopo, ma non riuscì...
L'uomo che teneva la lanterna e che lo guardava in silenzio, con
un'aria quasi di deprecazione, era un uomo di mezza età, con la
barba e con la testa scoperta. Aveva sulle spalle un sacco che gli
pendeva quasi come un mantello. Il lume che portava gettava nella
stalla cupe ombre ondeggianti, e Frank vide che una cavalla da tiro
protendeva la grossa testa attraverso la griglia dello stallo, come per
indagare chi fossero i due estranei, e che cosa volessero. Poi, sempre
senza parlare, Frank lasciò che i suoi occhi si volgessero attorno, e si
fermassero improvvisamente alla vista di un altro essere vivente.
Vicino alla cavalla v'era un altro stallo vuoto; e là, seduta su una
cassa, con la schiena alla mangiatoia e un braccio disteso per
sostenersi, vi era una ragazza. La testa, avvolta in un vecchio scialle,
era appoggiata al braccio, e un volto bianchissimo e stanco,
assolutamente immobile, lo guardava. Aveva degli occhi grandi,
sottolineati dall'ombra, e le labbra semiaperte. Al suo fianco v'era il
solito fagotto dei vagabondi. Frank la fissò per un momento, poi
tornò a guardare l'uomo, che ancora non s'era mosso né aveva
parlato. La brezza soffiava dalla porta aperta e agitava la fiamma
della lanterna, e il cavallo respirò forte e a lungo nell'ombra del suo
angolo. Ancora una volta Frank guardò la ragazza: ella aveva
abbassato il braccio e ora pareva che lo guardasse con un'attenzione
e un'attesa curiosa.
Non v'era nulla da dire. Frank lo dice espressamente nel diario. Egli
non parlò con quei due, né essi con lui; né vi fu alcuna spiegazione
da una parte o dall'altra. Egli uscì in silenzio, attraversò il cortile
senza vedere il fattore, sentendo un piano che cominciava a suonare
oltre le finestre illuminate che egli poteva intravedere oltre il basso
muro che separava il cortile dal giardino. Percorse rapidamente la
strada del villaggio, e raggiunse i compagni, come aveva detto, a
mezzo miglio di distanza. Non disse loro nulla della sua avventura e, del resto, che cosa c'era da dire? - ma deve averla scritta quella
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sera stessa, al primo riposo, e scritta anche con quella minuzia di
particolari che mi sorprese tanto, quando la lessi per la prima volta.
Perché la spiegazione di tutto è così scioccamente ovvia, come quella
del canto che i tre avevano sentito nei sobborghi di Paterborough.
Era chiaro che una coppia di vagabondi era venuta a cercar riparo in
quella stalla. Forse la ragazza era la figlia di quell'uomo, forse era sua
moglie; forse non era né una cosa né l'altra. Certamente non avevano
diritto di andar là - e questo spiegherebbe il loro silenzio
imbarazzato. Essi sapevano di essere intrusi, e temevano di esserne
cacciati Forse erano già stati cacciati dall'albergo del villaggio. Ma la
ragazza era evidentemente sfinita, e l'uomo aveva deciso di
affrontare il rischio.
Questo dunque era tutto: una cosa comunissima e alquanto volgare.
Eppure Frank aveva pensato che valesse la pena di riportarla nel suo
diario!
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Capitolo VI
Estratto autorizzato di alcune pagine del diario di Frank Guiseley.
Queste pagine furono scritte per incoraggiamento di Dom
Hildebrand Maple O.S.B., e gli furono inviate più tardi a sua
richiesta.
“Egli mi disse molte cose che mi sorpresero. Per esempio, pareva che
conoscesse certe idee che avevo avute, prima che glie le dicessi, e
disse che non ero responsabile, e scelse una o due altre cose che io
avevo detto, e mi disse che queste erano più gravi...
“Andai a confessarmi da lui il venerdì mattina in chiesa. Egli allora
non disse gran che, ma mi chiese se volessi andar dopo a parlargli. Io
dissi di sì, e andai da lui in parlatorio nel pomeriggio. Per prima cosa
egli mi chiese di esporgli il più semplicemente possibile quel che
m'era avvenuto - nell'anima, voglio dire - fin da quando avevo
lasciato Cambridge.
“Io dissi che dapprincipio tutto era andato benissimo nella mia
anima, e che erano state soltanto le cose materiali a tormentarmi.
Come la stanchezza spaventosa, la scomodità, il mangiare, il
dormire, e così via. Poi, appena superato questo stadio, avevo
incontrato il Maggiore e Gertie. Avevo un po’ paura a dire quello che
sentivo al loro riguardo, ma egli mi incoraggiò, ed io gli dissi come
qualche volta mi pareva di odiarli oltre misura, come mi sentivo
quasi male quando di tanto in tanto il Maggiore mi parlava e mi
raccontava le sue storie... Quello che pareva che mi tormentasse di
più in quel periodo era il contrasto tra Cambridge e Merefield, e
questa gente, e la compagnia di questa coppia; e l'unico sollievo era
il sapere che avrei potuto piantarli quando avessi voluto e
tornarmene a casa. Ma questo sollievo mi fu tolto non appena
compresi che dovevo rimanere con loro e far del mio meglio per
separarli, perché è chiaro che io dovevo una volta o l'altra restituire
Gertie ai suoi, e finché non l'avessi fatto era inutile pensare ad altro.
“Tuttavia dopo un po’- penso che fosse proprio prima che avessi da
fare con la polizia - comincio a vedere che ero un asino calzato e
vestito a odiare tanto il Maggiore. Era assurdo, mi dicevo, che mi
dessi tante arie, quando la differenza tra me e lui consisteva solo nel
fatto che io ero stato educato a un modo e lui a un altro. Io odiavo le
cose che egli faceva o diceva, non perché fossero cattive, ma perché
erano quel che io dicevo sconvenienti. In fondo, era tutto qui. Poi
vidi anche di più, e me ne sentii spregevole. Pensavo prima che fosse
una mia buona qualità l'esser gentile con le bestie, e i bambini, ma
cominciai a vedere che era semplicemente che ero fatto così. Non
c'era alcuno sforzo in me, soltanto vedevo rosso quando mi imbattevo in qualche crudeltà. E compresi che non avevo merito
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alcuno.
“Poi cominciai a vedere che non avevo fatto proprio nulla di bene che nulla mi era realmente costato qualcosa; e che le cose di cui ero
orgoglioso erano soltanto egoismo - la mia partenza da Cambridge e
tutto il resto. Erano gesti teatrali o romantici; non v'era alcun
sacrificio reale. Avrei fatto molto meglio a non compierli. E
cominciai ad accorgermi di essere straordinariamente piccino.
“Poi cominciò tutta quella serie di fatti che mi buttò giù del tutto.
“Prima venne l'affare della prigione. Successe così:
“Avevo appena cominciato a vedere di aver torto col Maggiore,
vedevo che era male tanto per lui come per me lasciar liberi i miei
sentimenti a suo riguardo (non voglio dire che li abbia mostrati, ma
questo fu soltanto perché mi pareva più dignitoso non farlo!), e che
io dovevo far qualcosa a cui tutta la mia anima ripugnasse, se volevo
fargli qualcosa di bene. Capitò allora quel minuto nella cascina,
quando capii che la polizia era sulle nostre piste, e che non v'era
alcuna speranza di sfuggirle. Il motivo particolare che mi decise fu
Gertie. Mi pareva di comprendere che non potevo lasciare che il
Maggiore andasse in prigione mentre essa era in giro. Eppoi vidi che
questa era proprio la cosa che avrei dovuto fare, e della quale non
avrei mai potuto inorgoglirmi perché era tutto così sciatto e volgare.
Bene, lo feci, e me ne venne un gran bene. Avevo il senso di esser
davvero rotolato nel fango, e l'episodio dell'ufficio postale, dippoi,
me lo approfondì. Vidi quanto fossi pieno di vanità a pensare come
pensavo, e a darmi l'aria di gentiluomo.
“Poi venne il prete che rifiutò di soccorrermi. Per un po’ ne fui
addirittura furioso, perché m'ero detto che i cattolici, e in particolare
i preti, avrebbero sempre saputo comprendere. Ma prima di
giungere a York vidi che avevo agito da sciocco. Il prete aveva
perfettamente ragione (lo compresi prima di aver fatto dieci passi,
quantunque rifiutassi di ammetterlo ancora per cinque miglia). Io
ero un vagabondo stracciato, e parlavo con la sfacciataggine d'un
pazzo (e avevo pensato che la mia franchezza con lui fosse stata bella
e virile!). Bene, questo mi rese ancor più piccino.
“Poi mi prese una specie di disperazione, quando a York la polizia mi
cacciò dal lavoro. Lo so, non era che una piccola cosa (quantunque la
ritenessi ingiusta), ma era come un sassolino che s'infili nella scarpa
quanto si zoppica già per qualcos'altro.
“E venne allora la lettera di Jenny (debbo parlarne piuttosto
accuratamente).
“Ho detto poco su che mi sentivo sempre più piccino, ma non sarei
stato vinto.
“Ora v'erano due cose su cui m'ero appoggiato in tutto questo tempo:
la mia religione, e Jenny. Davo loro il turno, per così dire, per quanto
Jenny non fosse mai assente. Quando le cose della religione mi
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parevano piatte, dubbie o vuote, io pensavo a Jenny. Quando le cose
andavano meglio, quando traversai quei due o tre periodi di cui
parlai a Padre Hildebrand (...), pensavo ancora a Jenny, e
immaginavo che splendida cosa sarebbe stata quando fossimo
ambedue cattolici sposati. Ma non sognai mai che Jenny sarebbe
stata irata o delusa. Non volevo parlar di lei a nessuno, perché ero
assolutamente sicuro di lei. Sapevo, penso, che tutto il mondo
avrebbe potuto crollare, ma che Jenny avrebbe sempre capito tutto,
fino in fondo, e che io e lei saremmo rimasti...
“E allora, giunse la sua lettera...
“A dire il vero, non so che cosa sia avvenuto in me per una o due
settimane. Solo, ogni cosa era cambiata. Non dubitai neppure un
istante che Jenny non pensasse quello che scriveva, e fu come se non
vi fosse più né il cielo né il sole né la luna. Fu come se mi fossi
ammalato. La vita continuava attorno a me: io mangiavo, bevevo,
camminavo, ma l'unica cosa di cui sentissi bisogno era di
andarmene, di richiudermi in me, di nascondermi. Non riesco a
comprendere quel che la gente intenda per “consolazioni della
religione”, non mi pare che la religione possa essere una cosa come
l'arte o la musica, in cui ci si possa rifugiare. O essa avvolge tutto, o
non è religione. Essa - non so se abbia torto - non mi è mai sembrata
una cosa come le altre, che si può cambiare e a cui si può ritornare...
O forma lo sfondo e il prospetto di tutta la vita, oppure è una specie
di gioco. O è una cosa reale, o è una maschera.
“Bene, quel che era avvenuto in certo qual modo mi insegnò che essa
era assolutamente vera. Se non lo fosse stata, le cose non avrebbero
avuto un legame logico. Ma non era affatto una consolazione.
Per un po’ mi parve che fosse orribile che fosse vera; che fosse
spaventoso pensare che Dio potesse essere così, da permettere che
fosse avvenuto quest'affare di Jenny. Ma tutto questo non lo sentivo
allora con piena coscienza. Mi pareva di essere ammalato, di potere
soltanto giacere immobile e guardare, di essere all'inferno. Una cosa
tuttavia che parve a Padre Hildebrand assai importante (e me ne
chiese in particolare), fu che io non provai alcun risentimento né
contro Dio né contro Jenny. Era stata una cosa spaventosa, ma era
vera, e io dovevo soltanto restar passivo e meditarla. Padre
Hildebrand mi dice che questo dimostra che la prima fase del
“processo”, come egli lo chiama, era finita (egli la disse la “via della
purgazione”). E io debbo dire che quello che accadde poi ci si
inquadrò piuttosto bene.
“Il nuovo processo cominciò del tutto improvviso, quando mi
svegliai un mattino nella capanna del pastore a Ripon. Lo compresi
al momento stesso del risveglio. Era assai di buon'ora - proprio
prima che sorgesse il sole, ma v'era un boschetto alle mie spalle, e gli
uccelli cominciavano a cinguettare.
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“È difficilissimo descriverlo in parole, ma la prima cosa da dire è che
io, proprio allora, non ero esattamente felice, ma assolutamente
contento. Mi pare che potrei dire così: che vidi d'un tratto che quel
che non andava in me era l'aver fatto di me stesso il centro di tutte le
cose, e di Dio una specie di circonferenza. Quando Egli faceva o
permetteva qualcosa, io dicevo: “Perché Egli fa questo dal mio punto
di vista. Vale a dire, io mi formavo le mie idee di giustizia, di amore,
e simili, e poi misuravo le Sue alle mie, e non le mie alle Sue. E d'un
tratto vidi - o piuttosto lo sapevo già quando mi svegliai - che questo
era semplicemente sciocco. Neppur ora riesco a immaginare come
non l'abbia visto prima. Avevo sentito, beninteso, gente che lo aveva
detto - in prediche o in libri - ma non vi avevo dato un significato.
(Padre Hildebrand dice che l'avevo visto con l'intelletto, ma che non
l'avevo abbracciato con la volontà), perché quando s'è realmente
visto una volta, non v'è più perplessità su nulla. Non si può mai più
dire “perché?” La cosa è finita.
“Ora questo “processo”, come Padre Hildebrand lo chiama, ha
progredito d'allora in poi in modo straordinario. Quella prima
intuizione di Ripon fu come l'aprire una porta su un altro paese, e io
da allora ho sempre camminato e veduto cose nuove. Tutte quelle
cose che avevo creduto come cattolico - le cose, cioè, alle quali
consentivo solo perché la Chiesa le affermava - venivano, per così
dire, alla superficie, si mostravano nell'intimo. Non ne posso
scrivere, perché queste cose non si possono scrivere, e neppure
enunciare intelligibilmente a se stessi. Soltanto si vede che sono così.
Per esempio, un mattino a messa - a un tratto - io vidi come la
sostanza del pane fosse cambiata, e come nostro Signore sia unito
all'anima nella Comunione - naturalmente, è un mistero (questo è
ciò che intendo quando dico che non si può scrivere). Ma io lo vidi in
un lampo, e posso in certo modo vederlo ancora. Poi un altro giorno
quando il Maggiore stava chiacchierando (mi pare che parlasse del
Club in Piccadilly di cui pretendeva aver fatto parte) io compresi la
Madonna, e come Ella sia proprio tutto da ogni punto di vista. E così
via. Fatti del genere si ripeterono parecchie volte quando ero dal
dottor Whitty, specialmente quando stavo migliorando. Potevo
parlare con lui tutto il tempo, magari, o contare le maniglie del
guardaroba, o ascoltare il Maggiore e Gertie che lavoravano nel
giardino, eppure continuavo tutto il tempo a “vedere”. Sapevo che
parlare molto col dottor Whitty non serviva a nulla, quantunque non
possa immaginare come un uomo come quello non veda tutto da sé...
“Mi sembra ora straordinarissimo che possa mai aver avuto altri
pensieri che quelli che ho riferito a Padre H. - voglio dire sul peccato,
e sul chiedermi se, in fondo, la Chiesa fosse realmente vera. In certo
modo, si capisce, questi pensieri mi tornavano ancora, e io so
benissimo che debbo stare in guardia: ma è cosa diversa.
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“Bene” Padre H. chiama tutto questo la “via dell'illuminazione”, e io
credo di capire quello che egli vuol intendere. Giunse quasi a un
acme la vigilia dei Morti, nel Monastero. Allora, per un momento o
due, io vidi, “tutto”, e non solo il Purgatorio. Ma ne scriverò più
tardi. E’ Padre Hildebrand mi dice che debba attendermi un nuovo
“processo” - quello che egli chiama la “via dell'Unione”. Io non
comprendo molto quello che egli intende con ciò. Non vedo che cosa
mi potrà accadere ancora. Sono assolutamente e interamente felice,
quantunque debba dire che era succeduta una specie di calma per gli
ultimi due o tre giorni - precisamente, dal giorno dei Morti. Forse
qualcosa sta per accadere. A ogni modo, tutto va bene. Mi pare
naturalissimo che i preti conoscano perfettamente queste cose. Ma
mi pare anche di essere stata la prima persona a sentire proprio così.
“Debbo aggiungere una cosa. Padre H. mi disse che da tutto quello
che poteva vedere io l'avevo, e che la mia venuta al Monastero era
semplicemente provvidenziale.
“Bene, io ero d'accordo con lui, e glielo dissi. Io, non ho la minima
idea di quello che avverrà adesso: ma so, con assoluta certezza, che
debbo proseguire col Maggiore e con Gertie fino a East London.
Gertie dovrà in qualche modo essere separata dal Maggiore, e finché
questo scopo non sia raggiunto io non debbo fare altro.
“Ho scritto tutto questo più semplicemente che ho potuto, perché
l'avevo promesso a Padre Hildebrand ”.
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PARTE TERZA
Capitolo I
Verso il tramonto, Mrs. Partington stava sulla porta di casa, ad
attendere che i bambini tornassero dalla scuola.
La casa si trova in quella che è forse la strada meno piacevole Turner Road - del distretto forse meno piacevole di East London,
Hackney Wick. È un distretto spiacevole, perché non ha nulla di
particolare, né la tragica gaiezza di Whitechapel, né la relativa
raffinatezza di Clapton. È un gran pezzo triangolare di terra, che
copre in tutto forse un miglio quadrato, o poco più. A sud lambisce il
viadotto della Great Eastern Railway, e dagli altri due lati è
delimitato in parte dal fiume Lea - un sudicio canale infossato - e in
parte dalle Hackney Marshes, distesa piatta e arida di prati paludosi,
inutili come aree da costruzione, e utili solo al sabato per la caccia al
coniglio e per il football. La sua tristezza è superiore a ogni
descrizione. Gelato d'inverno e d'estate caldo e infestato dalle
zanzare; la sua orribile vegetazione fa pensare solo per contrasto ai
veri prati e alla vera erba. Si calcola che la popolazione del distretto
si rinnovi completamente nel ciclo di tre anni, e ciò non mi
sorprende affatto. Vi sono due importanti edifici oltre le scuole, una
gran fabbrica di prosciutto, e la chiesa con la canonica della Eton
Mission.
Turner Road è forse la strada più disperata della dozzina e mezza di
strade del quartiere. (Sulla pianta di Mrs. Booth è segnata in nero, si
capisce).
È lunga circa un quarto di miglio, perfettamente diritta, intersecata a
un certo punto da un'altra via, e è composta di alte case scure, con la
facciata liscia, di forse sei o sette piani. Di solito è abbastanza
silenziosa e vuota, ed è abitata dai membri più caratteristici della
comunità di Hackney Wick - uomini lenti e pallidi, donne sparute,
sporche, con la lingua tagliente, e innumerevoli bambini
superintelligenti, - tutti della classe che di rado rimane a lungo in un
luogo, tutti del materiale da cui fioriscono gli autentici criminali.
Non vi, sono botteghe né casotti; solo alla sera del sabato vi
echeggiano, come in un pozzo foderato di pietra, le grida e i cigolii
della via principale affollata, a cento metri oltre l'angolo. La strada,
in complesso, ha un'aria di dignità miserabile e orgogliosa; qua non
v'è traccia di giardini o di fiori, come in Mortimer Road, o di piazze
lastricate; null'altro che le case alte e lisce, il selciato, i fanali, lo
scalpiccio dei passanti e il silenzio. Il visitatore ha la sensazione che
nulla possa accadervi, e che nessuno potrebbe esservi più savio. V'è
attorno a queste case un'aria di orribile discrezione.
Mrs. Partington era - o piuttosto è, perché fui a vederla non più di
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due mesi or sono - di un tipo perfettamente definito. Ella dev'essere
stata una bella operaia, bruna, snella, e capacissima di provvedere a
sé, con braccia sottili e muscolose, di solito scoperte fino al gomito,
colle mani dure, con folti capelli piuttosto sporchi, con la lingua di
un oratore velenoso, e una quantità di sentimenti domestici e
patriottici di marca inferiore. Era diventata una donna di mezza età;
sporca, dritta e forte, senza alcun sentimento, ma in cambio con
molta conoscenza pratica degli uomini. Non aveva illusioni, né su
questo mondo né sull'altro. Aveva avuto nove figli, dei quali tre
viventi. Suo marito era quasi ininterrottamente disoccupato. Pure la
famiglia era prospera (per Turner Road), e s'era arrangiata, finora, a
tener la casa in piedi. Il tramonto era cominciato nello splendore di
un'aureola fumosa all'estremità della strada che Mrs. Partington
fissava, come se un riflettore corrucciato cacciasse il sole dal cielo.
La strada era ancora tranquilla, ma già dalla direzione della Boardschool venivano grida sottili e acute, mentre la massa dei fanciulli
sciamava in ogni direzione. Mrs. Partington attendeva i suoi bambini
(almeno così avrebbe detto), Jimmie, Maggie e Erb, e sulla tavola
spoglia erano poste tre grosse fette di pane con prosciutto nero; in
realtà, essa attendeva i suoi inquilini, che avrebbero dovuto essere
giunti da mezzogiorno.
Li vide arrivare, avanzando per la strada disposti “en échelon”. Due
li conosceva già, avevano già alloggiato da lei altre volte. Ma il terzo
doveva essere uno straniero, e ciò la interessava. Il Maggiore aveva
accennato a misteri meravigliosi...
Così ella si fece schermo agli occhi contro il bagliore freddo, e li
guardò con attenzione, con la stessa faccia ferma e risoluta con cui
guardava tutto il mondo; e anche quando poco dopo scambiò col
Maggiore e con Gertie un rapido e silenzioso cenno di
riconoscimento, continuò a scrutare il giovanotto bruno, male in
arnese, che veniva per ultimo, portando il suo fagotto e zoppicando
un pochino.
- Siete in ritardo - osservò bruscamente.
Il Maggiore cominciò a dare spiegazioni, ma ella lo interruppe e li
introdusse in casa.
Mi è assai difficile descrivere convenientemente l'impressione che
Frank fece a Mrs. Partington: ma che l'impressione fosse profonda e
definita mi risultò chiarissimo dalla sua conversazione. Frank
parlava appena, ella disse, e prima di andare al lavoro nella fabbrica
di prosciutto usciva per lunghe passeggiate solitarie nei prati. A
quanto pare egli dormiva in una stanza col Maggiore, e Gertie in
un'altra, con Mrs. Partington e i bambini (a quel tempo, il signor
Partington era lontano per una delle sue lunghe assenze). Ai pasti
Frank era sempre tranquillo e composto, ma senza ostentazione.
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Mrs. Partington da questo lato non gli trovava alcun difetto. Egli
parlava un po’ ai bambini prima che andassero a scuola, qualche
volta s'incontrava con loro al ritorno, e tutti e tre concepirono per lui
un'adorazione immensa e indescrivibile. Tutto questo, peraltro,
sarebbe troppo lungo a volerlo descrivere, nei particolari.
Pare che vi sia stata una cert'aria di pathos che Mrs. Partington
stessa gli aveva messo attorno, e che la colpiva moltissimo; e io
immagino che i suoi sentimenti siano stati in largo senso materni. Vi
era tuttavia un altro elemento evidente, che in chiunque altro che
non fosse stato Mrs. Partington io avrei chiamato reverenza... Ella
mi disse che non sapeva rendersi conto del perché Frank viaggiasse
col Maggiore e con Gertie, mostrando così di comprendere almeno
qualcosa dell'abisso che vi era fra loro.
Così cominciò la prima settimana, portandoci fino alla metà di
dicembre.
Il venerdì sera Frank giunse con l'annuncio che il lunedì mattina
avrebbe preso lavoro alla fabbrica di prosciutto. V'era un gran da
fare si capisce, per l'avvicinarsi del Natale. A Frank, in coppia con un
altro, sarebbe stato affidato un carretto. Pareva che il lavoro sarebbe
durato per una settimana o due.
- Dovrete stare attento alla vostra pronuncia - disse il Maggiore
giocosamente. (Egli era seduto nella stanza dove si faceva cucina, e
dove, a proposito, dormiva tutta la compagnia, salvo i due uomini; e
in questo momento, egli teneva i piedi sul basso caminetto, tra una
casseruola e il berretto di Jimmy).
- Eh? - fece Frank.
- Guai a parlare, laggiù. Sono severissimi. Frank si tolse il berretto e
sedette sul letto.
- Dov'è Gertie? - domandò. - (Sì, vieni qua, Jimmie).
Jimmie balzò al suo fianco, guardandolo con gli occhioni neri pieni
di reverenza. Poi si appoggiò a lui con un sorriso giocondo e chiuse
gli occhi. Frank circondò col braccio il fanciullo, come per
sorreggerlo.
- Oh, Gertie è andata a far visita ad amici - disse il Maggiore, - Avete
bisogno di lei?
Frank non disse nulla, e Mrs. Partington guardò rapidamente
dall'uno all'altro.
Mrs. Partington durante quei giorni aveva raccolto un po’ di
materiale per le sue considerazioni. Le era risultato evidente che la
ragazza era innamorata sul serio di questo giovanotto, e che mentre
questo giovanotto ne era, o fingeva di esserne, ignaro, il Maggiore
non lo era affatto. Gertie aveva strani silenzi quando Frank entrava
nella stanza, e volubilità più strane ancora; e Mrs. Partington non
era del tutto sicura dell'atteggiamento del Maggiore. Quest'ufficiale e
suo marito in passato avevano avuto assieme affari di una natura che
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io non posso precisare (anzi, la figura del signor Partington è ancora
per me un mistero e un mistero piuttosto formidabile); e ne deduco
che Mrs. Partington abbia saputo da suo marito che il Maggiore non
era persona da buttarsi via. Ella lo conosceva per un furfante, ma
pare che fosse incerta sul genere di questa furfanteria: se fosse del
tipo forte o di quello debole. Perciò rimaneva un po’ a disagio per
definire il vero significato di Gertie; e s'era già chiesta più d'una volta
se ella dovesse dire o no una parola materna al giovanotto.
Mentre Mrs. Partington stava stirando un colletto di Jimmie sulla
tavola della sala da pranzo, dalla strada venne il rumore d'un passo,
ed ella posò il ferro quando sentì bussare alla porta. Il Maggiore
prese la pipa e cominciò a riempirla mentre la donna andava a
vedere chi bussava.
- Oh, buona sera, Mrs. Partington - risuonò una voce chiara e ben
educata dalla porta di casa.
- Posso entrare per un minuto o due? Ho sentito che avete degli
ospiti, e penso che forse...
- Oh, signore, siamo piuttosto all'aria, in questo momento, e...
- Non vi disturberò per più di un minuto - riprese l'altra voce. Si
sentirono due passi nel corridoio, e poi, dietro all'ospite ritrosa,
comparve nella luce della lampada della cucina, un giovane
“clergyman” dal colorito fresco, che portava un cappello di seta.
Frank si alzò immediatamente, e il Maggiore si degnò di posare il
piede a terra.
Poi anch'egli si alzò.
- Buona sera! - disse il “clergyman”. - Posso entrare per due minuti?
Ho sentito che siete venuti, e siccome è il mio distretto... posso
sedere, Mrs. Partington?
Mrs. Partington, con le labbra strettamente saldate, tolse una tazza
da tè, una calza, un pettine, un'altra tazza e un piatto scrostato
dall'unica seggiola libera, e la collocò un po’ più avanti verso il fuoco.
A suo criterio, i “clergymen” erano una di quelle cose misteriose che
il mondo offre senza che vi sia un'adeguata spiegazione, come i
poliziotti, i giochi degli uomini e le corse dei cavalli. C'erano, e non
c'era altro da dire. Erano utili fino a un certo punto per far divertire i
fanciulli e portarli nel Southend, e, in casi di assoluta necessità, per
chieder loro un buono per qualche pasto o anche una mezza corona:
ma la gran chiesa misteriosa, con la cancellata dorata, i curiosi vetri
variopinti, la piccola cappella bianca laterale, la grande canonica, le
signore, il giornaletto parrocchiale, eccetera eccetera, queste erano
cose semplicemente inesplicabili. Inesplicabile soprattutto era la
passione delle visite al distretto - lo strano impulso che per cinque
giorni alla settimana spingeva quattro giovanotti assai istruiti, vestiti
di talari nere e di cappelli alti e di ridicoli collarini, a battere le porte
una dopo l'altra in tutto il distretto, e a condurre conversazioni con
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belle maniere, che mettevano in soggezione madri di famiglia
soltanto ben educate. Erano di quei fenomeni che dovevano essere
accettati come tali. Mrs. Partington supponeva che rappresentassero
qualche cosa. di superiore di là della sua comprensione.
- Ho pensato che dovevo venire a far la vostra conoscenza - disse il
“clergyman”, accarezzando il suo cappello e sorridendo alla
compagnia. (Anch'egli, talvolta, condivideva i dubbi di Mrs.
Partington sullo scopo di quel che faceva; ma anch'egli vi si
sottometteva come a una parte del sistema).
- Contentissimo di vedere un “clergyman” - disse quasi sottovoce il
Maggiore. - Permettete che fumi, signore?
- Ma certo. Fumo anch'io. E se Mrs. Partington lo permette... - e il
“clergyman” trasse di tasca un pacchetto rosso e oro di “Cinderellas”
(credo che egli pensasse che fumare “Cinderellas” lo avvicinasse
vagamente al popolo).
- Oh, per me, signore... - fece Mrs. Partington, ancora un po’ arcigna.
(Ella era ancora segretamente infastidita di quella visita alle sei e
mezzo. Di solito, dopo le cinque si è immuni da quelle seccature).
- Così ho pensato di venirvi a trovare - spiegò ancora il “clergyman” e dirvi che noi, comprendete bene, il clero, la chiesa, e il resto...
Era un giovanotto assai coscienzioso, questo Mr. Parham-Carter: un
allievo di Eton, è da immaginarsi, ora alla sua prima cura. Lo stupiva
ancora questa grande e splendida istituzione, l'imponente chiesa di
Bodley, col “Magnificat” in lettere gotiche sotto la volta, la canonica
ben costruita e arredata, la casa delle dame, lo zelo, la devozione, il
meccanismo parrocchiale, la banda della Speranza, i circoli degli
uomini e dei giovani, e sopra tutto lo zelo delle visite alle famiglie del
distretto. Naturalmente, tutte queste cose portavano a buoni
risultati, tenevano alto il livello della decenza e della civiltà e di ogni
ideale; erano un peso sulla bilancia dalla parte del diritto e del ben
vivere; i circoli tenevano fino a un certo punto gli uomini lontani
dalle osterie, e facevano sì che i ragazzi avessero qualche possibilità a
loro favore. Pure egli si domandava, in qualche attacco di
scoraggiamento, se in qualche punto non vi fosse qualcosa che non
andava bene... Ma accettava tutto. Era il metodo approvato, ed egli
stesso era uno che doveva imparare, non giudicare.
- Troppo gentile, signore - disse il Maggiore, rimettendo il piede sul
caminetto. - E a che ora sono le funzioni della domenica?
Il “clergyman” sobbalzò. Non era abituato a domande del genere.
- Io... - cominciò.
- Io in chiesa ci vado spesso - riprese il Maggiore - e se anche non ci
andassi, bisogna dare un esempio, capite. Sarò magari di idee
strette, ma ci tengo a tutte queste cose. Sarò da voi domenica
prossima. - E fece un cenno rassicurante a Mr. Parham-Carter.
- Bene, la funzione del mattino è alle dieci e mezza, e la Sacra
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Eucaristia alle undici, e, si capisce, alle otto.
- Senza paramenti, spero? - disse brusco il Maggiore.
Mr. Parham-Carter esitò un momentino. I paramenti non erano in
uso, ma con suo rincrescimento.
- Ecco, noi non usiamo paramenti, ma...
Il Maggiore riprese la pipa con aria soddisfatta.
- Benissimo, così. Ecco. Io non sono bigotto. Questo mio amico è
cattolico romano, ma...
Il “clergyman” alzò lo sguardo, e per la prima volta avvertì
concretamente la presenza del secondo uomo. Frank era tornato a
sedere sul letto, con Jimmy al fianco, e osservava la scena tranquillo
e in silenzio. Il “clergyman” incontrò in pieno i suoi occhi. Un vago
brivido lo scosse. Il bruno volto rasato di Frank gli sembrava in
qualche modo famigliare, o v'era qualcosa d'altro?
Mr. Parham-Carter considerò per un pochino la cosa in silenzio,
ascoltando solo a metà il Maggiore che stava esponendo le sue idee
sulla Chiesa stabilita e sulle sue istituzioni. Frank non diceva nulla, e
nel “clergyman” cresceva il desiderio di udire la sua voce. Infine ne
provocò l'occasione.
- Sì, capisco - disse al Maggiore - e voi... io non conosco il vostro
nome.
- Gregory, sir - disse Frank. E di nuovo un piccolo brivido scosse Mr.
Parham-Carter. La voce era proprio quella che si attendeva da quel
volto.
Fu circa dieci minuti dopo che il “clergyman” pensò che era tempo di
andarsene. Egli aveva la promessa positiva del Maggiore di assistere
almeno alla funzione serale della prossima domenica (e non pareva
che glie ne importasse gran che), ma non aveva fatto alcun progresso
con Frank. Strinse la mano a tutti, disse a Jimmie di non mancare
alla scuola domenicale, elogiò pubblicamente Maggie per il modo
con cui aveva recitato la sera prima al Gruppo della Speranza; e poi
uscì, accompagnato fino alla porta da Mrs. Partington, sempre
silenziosa. Ma proprio mentre varcava la soglia, qualcuno spinse da
parte la donna e scese sulla strada.
- Posso parlarvi un minuto? - disse lo strano giovanotto, senza
aggiungere il “sir” - Se non vi spiace, vi accompagno fino alla
canonica.
Quand'ebbero perso di vista la casa, Frank cominciò:
- Voi siete Parham-Carter, non è vero? di Hles.
L'altro assentì. (Il problema cominciava a risolversi).
- Bene, dammi la parola di non dire ad anima vivente che io sono
qua, e ti dirò chi sono. Vedo che mi hai dimenticato. Ma temo che ti
possa ricordare. Capisci?
- “All right”.
- Sono Guiseley, di Drew's. Una volta eravamo nella stessa
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divisione... fino a Rawlins. Ricordi?
- Santo Cielo! Ma...
- Sì, lo so. Ma non è questo. Io non ho fatto nulla che non avrei
dovuto fare. Non è questo il motivo per cui sono in questo stato. È
venuto da sé. E vi è qualcosa d'altro di cui voglio parlarti. Quando
posso venire per dir due parole in privato? Domani vado a lavorare
alla fabbrica di prosciutto.
L'altro, tutto sbalordito, cercò di rispondere: - Stasera... alle dieci. Va
bene?
- “All right”. Che cosa dovrò dire... suonando alla porta?
- Chiedi soltanto di me. Ti faranno salire senz'altro alla mia stanza.
- “All right”, ripeté Frank, e scomparve.
La stanza che Mr. Parham-Carter aveva nella canonica era del tipo
normale: assai comoda e piacevole all'occhio, come dev'essere quella
di un giovanotto occupato in simile lavoro: senza eccessivo lusso, pia
e virile. Le pareti erano a tempera rosea, calda e dolce, e da esse, al
di sopra dei bassi scaffali di quercia, pendevano gruppi fotografici di
scuola e di famiglia, discrete incisioni sportive, un fastoso interno di
cattedrale, e, sul camino, la Madonna Sistina. Lungo una parete era
sospeso un remo che aveva dipinto sulla lama lo stemma di un
Collegio di Oxford. V'era un mobile sormontato da un crocifisso di
Ober-Ammergau; v'era uno scrittoio di mogano con una poltroncina
girevole; v'era un paio di poltrone imbottite; un portapipe; una fila
di fotografie: sua madre, in abito da sera; due sorelle e altri parenti
dall'aspetto prosperoso. Nel complesso, con le tende tirate e il fuoco
sfavillante, era la camera tipica che un giovane tipico di quella classe
doveva avere nell'East London.
Frank stava in piedi sul tappeto quando Mr. Parham-Carter entrò,
uno o due minuti dopo le dieci portando un piccolo vassoio con un
boccale coperto, due tazze e un piatto di dolci.
- Ancora buona sera - disse il “clergyman”. - Un po’ di cacao? Di
solito lo prendo qua. Siedi. Mettiti comodo.
Frank non disse nulla. Sedette, posò il berretto sul pavimento di
fianco alla seggiola e si appoggiò allo schienale. L'altro, con un
movimento piuttosto nervoso, gli accostò una tazza fumante e un
portasigarette d'argento, fiammiferi e portacenere. Poi sedette
anch'egli, bevve un lungo sorso di cacao, e attese con una certa
apprensione.
- Chi c'è d'altri? - chiese Frank a un tratto.
Il “clergyman” disse due o tre nomi, con una breve biografia di
ciascuno. Frank chinò il capo, finalmente rassicurato.
- Benissimo. Tutti più anziani di me, non è vero? Potrebbero entrare,
no?
- Oh, no. Ho detto loro di no, e...
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- Bene, veniamo alla questione - disse Frank.
- Si tratta di una ragazza. Hai visto oggi quell'uomo? Capito il tipo?
Bene, c'è poco da cavarne. E s'è preso una ragazza, che va con lui e
non è sua moglie. Io intendo riportarla ai suoi.
- Sì?
- Puoi far nulla? (non dir di sì, se non puoi, per favore...) Ella viene
da Chiswick. Ti darò l'indirizzo prima d'andarmene. Ma non voglio
pasticci, m'intendi.
Il “clergyman” si raschiò la gola. Aveva ricevuto gli ordini da diciotto
mesi appena, e la crudezza e il realismo della situazione lo turbavano
alquanto.
- Posso provare... posso dirlo alle Dame. Ma, si capisce, io non
posso...
- Vedo bene. Ma pensi che vi sia una probabilità ragionevole? Se no,
è meglio che tenti un'altra volta io.
- Hai già provato, dunque?
- Io, sì, una mezza dozzina di volte. L'ultima, quindici giorni fa, e
pensavo che davvero...
- Ma io non capisco. Questa gente, sono tuoi amici, o che cosa?
- Ho girato il mondo con loro da luglio in poi. Essi mi appartengono,
per quanto appartengono a ciascuno. Io sono cattolico, lo sai...
- Davvero?! ma...
- Convertito. A giugno. Non discutiamo, mio caro, non è il momento.
Mr. Parham-Carter sospirò.
C'è un proverbio che parla di testa e di calcagni. E nessun'altra frase
potrebbe meglio descrivere le condizioni di spirito del giovane.
Soltanto, non dall'azzurro, ma ciò che è ancora più sorprendente,
proprio dal cielo fangoso di Hackney Wick (anzi, di Turner Road!)
gli era capitato addosso quello straordinario individuo, dagli occhi
penetranti, dalla faccia bruna, muscoloso, che era poi un suo
compagno di scuola, e un compagno di scuola del quale, nelle tre ore
dacché l'aveva lasciato, aveva rammentato rapidamente, punto per
punto, tutta la straordinaria reputazione: Guiseley di Drew's - il
ragazzo che s'era tolta la giacca alla lezione del mattino e s'era
mostrato senza camicia - che in una certa mattina d'inverno aveva
fatto scomparire quattro scopini su sei, e che era rimasto a
discorrere affabilmente col Capo nel cortile della scuola, con le
estremità degli scopini che spuntavano dalle falde del soprabito - che
il quattro di giugno era stato scoperto, con un'aria di reverenziale
innocenza, a rivestire la statua di bronzo del re Enrico VI con una
cotta, in onore della ricorrenza. Ed ora si trovava qua, e dall'abito
che portava e dalla casa in cui alloggiava doveva essere catalogato tra
gli ultimi dei pezzenti, e pure parlava, con un'aria di completa
confidenza, ed eguaglianza, di una ragazza screditata, sua compagna,
che doveva essere liberata da un compagno più screditato ancora e
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restituita ai genitori, a Chiswick.
E questo non era tutto - perché, come mi disse Mr. Parham-Carter
stesso - durante quel colloquio s'era impressa in lui una curiosissima
sensazione che egli a malapena riuscì, anche dopo averci meditato,
ad esprimere con parole - una sensazione che riguardava la
personalità di quel giovanotto, - dicendo che la sua presenza lo
faceva sentire quasi come un pesce fuor d'acqua,
Pare che sia stato verso questo punto che egli comprese chiaramente
Frank, distinguendolo cioè dall'atmosfera strana e sensazionale che
lo circondava. E lo fissò in silenzio per un momento o due.
Qui era seduto Guiseley appoggiato alla poltrona di cuoio rosso - con
la tazza di cacao ancora intatta: Aveva un vestito miserabile che un
tempo, probabilmente, era stato turchino. La giacca era abbottonata
fino al mento, e una sciarpa sudicia gli circondava il collo. I calzoni
di parecchio troppo corti, lasciavano vedere sopra una calza gialla,
sulla gamba più vicina a lui, circa quattro dita di pelle scura. Le
scarpe grosse senza traccia di spazzola, erano rappezzate, e una
addirittura aperta sulla punta. Frank teneva le mani affondate in
tasca, come se sentisse freddo anche in quella stanza riscaldata.
Non v'era insomma in lui nulla che si facesse notare. Era la figura
tipica e poco soddisfacente dei vagabondi, candidati al circolo degli
uomini. Eppure attorno a lui v'era quell'aria che fermava l'attenzione
e sconcertava...
Era una specie di serenità elettrica - se ben comprendo Mr. ParhamCarter - una zona di energia perfettamente immota, come il calore e
il freddo pungente, come una molla caricata: era come una persona
reale, immobile in mezzo a un quadro. (Mr. Parham-Carter,
naturalmente, non usò similitudini come queste; egli impiegò il
linguaggio solito degli uomini che sono stati educati in una scuola
pubblica e in un'università, mezzo gergo e mezzo infantilismo; ma
agitò le mani verso di me, fece delle smorfie, e produsse, nel
complesso, l'impressione che io ho cercato di esprimere).
Frank, poi, sembrava tanto fuor di posto in quella stanza perfetta e
regolare quanto un principe indiano a Buckingham Palace; o, se lo
preferite, quanto un nobiluomo inglese (con gli scopettoni) a Dehli.
Era proprio diverso da tutto: non aveva nulla di comune con
l'ambiente; e non tanto per i suoi modi (giacché vi stava in agio
perfetto), quanto per quel che significava. Egli era come un simbolo
straniero in un linguaggio familiare.
L'effetto che egli produsse su Mr. Parham-Carter fu chiarissimo e
forte. Il “clergyman” per esempio mi citò il fatto che egli non aveva
detto nulla a Frank della sua anima; confessò di non aver neppure
pensato ad invitarlo alla funzione serale della domenica successiva.
Naturalmente, non gli piaceva che Frank fosse cattolico romano; e
tutto il suo essere intellettuale gli diceva che Frank aveva lasciato la
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Chiesa d'Inghilterra perché non l'aveva mai conosciuta. (Mr.
Parham-Carter stesso aveva imparato quale fosse la vera natura
della Chiesa soltanto alla Pusey House di Oxford). Ma vi sono certe
situazioni nelle quali le convinzioni intellettuali hanno una
importanza relativa, e questa era una. Così qui c'erano due
giovanotti che sedevano e si guardavano, o meglio, Mr. ParhamCarter guardava Frank, e Frank non guardava nulla in particolare.
- Non hai ancor bevuto il cacao - disse a un tratto il “clergyman”.
Frank si volse bruscamente, prese la tazza e ne bevette il contenuto
in un sorso.
- E una sigaretta?
Frank prese una sigaretta e la mise in bocca. - A proposito - disse,
togliendosela - quando manderai le tue dame? è meglio al mattino,
quando noi siamo fuori.
- Sta bene,
- Allora mi pare che non ci sia altro.
- ... Caro il mio ragazzo - disse Parham-Carter - vorrei che mi dicessi
che cos'è tutto quest'affare... perché fai questa vita, ecco. Non vorrei
essere indiscreto, ma...
Frank ebbe un sorriso improvviso e vivace.
- Oh, non v'è nulla da dire. Non è questo il punto. Ho fatto di mia
testa, ecco. T'assicuro, non v'è nulla da dire per nessuno.
- Ma, la tua famiglia...
- Oh, nulla da dire. Non c'è nulla con essa... scusami, debbo proprio
andarmene.
S'alzò, e parve, mentre s'alzava, che qualcosa scoppiasse nell'aria.
- Eppoi, domattina debbo esser presto al lavoro.
- Ah!... che cosa hai fatto?!...
- Che cosa ho fatto? Cosa vuoi dire?
- Quando ti sei alzato... hai detto qualcosa?..
Frank lo guardò perplesso - Non so cosa voglia dire.
Mr. Parham-Carter non sapeva neppur lui che cosa volesse dire. Era
una sensazione ch'era venuta e svanita in un istante, quando Frank
s'era mosso... una sensazione che io suppongo che qualcuno avrebbe
chiamato “psichica”, la sensazione di un colpo vibrato per un istante
attraverso ogni parte del suo essere e della stanzetta tiepida in cui
stava seduto. Guardò l'amico, come abbagliato, per uno o due
secondi, ma non avvertì nulla. Quei due occhi neri lo fissavano con
un'espressione un tantino canzonatoria...
S'alzò anche lui.
- Oh, nulla - disse. - Mi pare che mi venga sonno.
Porse la mano. - Buona notte. Aspetta, t'accompagno fino al
cancello.
Frank lo guardò un secondo.
- Scusa - disse - immagino che non avrai mai pensato a farti
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cattolico?
- Caro ragazzo mio...
- No? “All right...” Non disturbarti a venire fino al cancello.
- Vengo. Potrebbe essere chiuso.
Mr. Parham-Carter rimase a guardare anche quando la figura di
Frank ebbe oltrepassato le scure facciate dei negozi e stava svoltando
l'angolo di Turner Road, scomparendo poi nell'ombra.
Era una notte fredda e piovigginosa, ed egli aveva la testa scoperta.
Sentiva le gocciole scendergli dalla fronte, ma non gli pareva che lo
bagnassero. Alla sua destra si ergeva il salone parrocchiale, più in là
il fianco della gran chiesa. adesso buia e vuota. Egli sentiva le sbarre
umide del cancello, che le sue dita stringevano.
Non sapeva quello che gli stava succedendo, ma ogni cosa gli
sembrava diversa. Cento pensieri gli erano passati per la mente
nell'ultima mezz'ora. Aveva pensato che avrebbe dovuto proporre a
Guiseley di venire alle canonica e alloggiarvi per un po’ mentre si
sarebbero discusse le cose: che avrebbe dovuto, con tatto, offrirgli
del denaro, provvederlo di un abito, dargli dei consigli per
un'occupazione più adatta che quella nella fabbrica di prosciutto;
tutti quei suggerimenti opportuni, filantropici e prudenti che un
“clergyman” che avesse avuto veramente buon senso avrebbe fatto.
Eppure non solo non lo aveva fatto, ma, pensandoci, gli pareva ovvio
ed evidente che forse non avrebbe potuto esser fatto. Guiseley (di
Drew) non ne aveva bisogno, era completamente sopra un altro
piano... e quale era questo piano?
Mr. Parham Carter rimase appoggiato al cancello per cinque buoni
minuti, pensando a tutto questo. Ma non giunse a conclusione
alcuna.
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Capitolo II
Il Rettore di Merefield tornava da una breve visita del suo ministero
verso il cadere d'un giorno del principio di novembre. Il suo metodo
e i suoi fini erano caratteristici di lui, ed egli apparteneva a quella
numerosa classe di persone, che, piene nell'intimo di autentico
orgoglio, manifestano una apparenza di estrema e quasi timida
umiltà. Quantunque egli neppur si rendesse conto del fatto, le sue
visite tendevano ad incoraggiare la gente a rimanere aderenti alla
loro posizione nella vita (ciò che, in fondo, è un modo di adempiere
ai doveri verso il prossimo), e il suo metodo consisteva nel fare
conversazioni generiche sulle cose comuni. In questo modo poteva
raccogliere informazioni sulle abitudini e sulle azioni del paziente;
trapelava, per esempio, se questi fosse stato o no in chiesa, se fosse o
no in lite con qualcuno, e, se sì, chi fosse l'avversario e quale il
motivo.
Oggi, il Rettore era stato giustamente soddisfatto. Aveva avuto
buone scuse per l'assenza di due bambini dalla scuola diurna, e di un
ragazzo dalla “schola cantorum”; aveva letto un brano della Scrittura
a un vecchio, i cui commenti lo avevano edificato. Non erano cose
soprannaturali, certo, ma anche il naturale ha la sua parte nella vita,
e, senza dubbio, egli aveva oggi adempiuto a taluni dei doveri per cui
occupava la posizione di rettore a Merefield, senza urtare nessuno.
Quelle che egli detestava di più al mondo erano i disordini di
qualunque genere, le cose precipitate e inattese, ed aveva nel
villaggio una forte riputazione di essere un uomo di pace.
È difficile parlare di un uomo così coscienzioso, ma alla sua mente
un ordine sociale ben mantenuto era forse la cosa più vicina alla
costituzione del Regno dei Cieli sulla terra. Che ognuno mantenesse
la propria posizione, lui compreso, ed egli non s'attendeva che altri
volesse sottrarsi al proprio stato più che egli stesso non desiderasse
sottrarsi al suo. Ammetteva, è logico, due divisioni principali, quella
della gente di buona nascita e quella no; e la distinzione era netta,
come quella dei sessi. Ma v'erano nell'una e nell'altra delle infinite
gradazioni, che egli riguardava con lo stesso rispetto delle Gerarchie
celesti: le Dominazioni potevano o no essere buone quanto le
Potenze, ma erano certamente diverse, per decreto divino. Sarebbe
stata perciò una specie di bestemmia umana se egli non si fosse
alzato alla presenza di Lord Talgarth, o se un villico non si fosse
toccato il cappello davanti a Miss Jenny. Qualcuno direbbe che
questo è snobismo, ma non v'è nulla di comune fra le due cose. È
soltanto una forma marcata di “torysmo”.
Era un piacevole pomeriggio d'autunno, ed egli si tolse il cappello
mentre svoltava dietro il cancello del parco, per sentire l'aria fresca,
dato che nella passeggiata s'era un po’ accaldato. Si sentiva proprio
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contento di tutto: nella parrocchia non vi erano questioni, egli
godeva una salute eccellente, il suo lavoro era appena terminato. In
realtà, le visite pastorali non gli andavano a genio. Egli era un
timido, ma si era posto delle regole e le osservava, perché
soprattutto era un uomo coscienzioso. Era tanto coscienzioso che
probabilmente non si rendeva conto che proprio quel lavoro gli
dispiacesse.
Appunto mentre egli giungeva di fronte al cancello - una grand'opera
di ferro con aquile rampanti che s'appoggiava alla casetta gotica del
portiere, tutta rivestita d'edera - il valletto uscì correndo e cominciò
ad aprirlo dopo aver frettolosamente salutato il Rettore. E il Rettore,
voltandosi, vide uno spettacolo che accrebbe la sua compiacenza.
Era Jenny che tornava a cavallo con Lord Talgarth, come egli sapeva
che doveva fare quel pomeriggio.
I due cavalieri componevano una “coppia” bella ed elegante, una
specie di “padre e figlia” visti da un artista romantico. La grossa
persona di Lord Talgarth stava salda e proporzionata sul cavallo
nero, e Jenny appariva deliziosa sulla cavallina bianca, nel suo abito
verde scuro. Un servo li seguiva a venti passi di distanza.
Alla vista del Rettore Lord Talgarth aprì il volto in una specie di
sorriso. Pareva d'umore eccellente. Jenny era un po’ arrossata
dall'esercizio, e sorrise a suo padre con una dignità tranquilla e
cordiale.
- Ho ricondotto la signorina a casa - disse il vecchio...
- Già, è una bella giornata, non è vero?
Il Rettore li seguì con lo sguardo, soddisfatto in cuor suo. Di solito,
Jenny veniva a casa sola col servo che doveva ricondurre la cavallina
alla stalla. Era la prima volta, per quel che ricordava, che Lord
Talgarth si era preso la pena di accompagnarla lui stesso fin qua. Era
una cosa lusinghiera, e che testimoniava a favore del tatto di Jenny,
che le relazioni fossero così cordiali. E domani, poi, dovevano
pranzare al castello. L'ordine sociale di Merefield non poteva essere
più perfetto.
Anche Lord Talgarth - così parve al portiere quando dieci minuti più
tardi tornò ad aprire il cancello per accogliere il suo signore - era
d'un buonumore straordinario (e, bisogna dire, quest'uomo sapeva
essere pieno di cordialità, allo stesso modo con cui sapeva andare su
tutte le furie: di solito è così nei temperamenti esplosivi). Egli giunse
perfino a frenare il cavallo, e ad informarsi della “consorte” con una
certa ricchezza di parole; eppure pochi giorni prima le aveva fatto
una rampogna violenta, proprio perché essa non era stata pronta
abbastanza ad avvertire il marito, che stava zappando i cavoli dietro
la casa e non aveva sentito il rumore della cavalcatura, di correre ad
aprire il cancello.
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A quanto pare, la “consorte” era anche adesso occupata in casa (in
realtà, suo marito con la coda dell'occhio al disopra della spalla di
Lord Talgarth ne aveva visto il volto pallido che dava una occhiata e
si ritraeva con apprensione dietro le tende di mussolina).
- “All right” - brontolò cordialmente Sua Signoria, e procedette oltre.
Il portiere scambiò una strizzatina d'occhio col valletto, e rimase a
guardare la grossa persona eretta sulla sella, mentre il cavallone
nero posava i piedi sul “turf” e guardava la stalla.
Era un fatto che Lord Talgarth era contento di sé e del mondo, oggi,
perché non fece osservazioni al servo che scivolò e a malapena non
perdette l'equilibrio, nel portare il tè nella “readingroom”.
- Tienti su! - esclamò il nobiluomo.
Il servo fece un sorriso cortese e cauto, al modo di un dipendente, e
nel tinello riferì ai compagni l'incidente con gusto caustico.
Dopo il tè, Lord Talgarth s'era affondato nella poltrona e pareva che
meditasse, come osservò il valletto che era venuto ad attizzare il
fuoco. E stava ancora meditando, quantunque vi fosse ora nell'aria
l'aromatico profumo del tabacco, quando il suo cameriere personale
venne ad avvertirlo che era tempo di vestirsi.
Era una stanza ideale per chi volesse meditare in poltrona. V'erano
alti scaffali, scrivanie di mogano, ciascuna con la sua lampada
elettrica; il tappeto era profondo come un prato d'estate; e
nell'ampio camino i ceppi si consumavano in un silenzio quasi
deferente. V'era qualunque cosa si potesse desiderare, collocata al
posto più opportuno. Pareva che nessun ordine potesse esservi
scompigliato, che qualunque desiderio potesse esservi soddisfatto;
l'oggettivo mondo fisico vi si raggruppava così obbediente alla
volontà dell'uomo che era quasi impossibile immaginare uno stato di
cose in cui non fosse così. La grande casa era mirabilmente ordinata:
non v'era rumore che non vi dovesse essere: né colpi, né scricchiolii.
né ronzii. Tutto si muoveva come una macchina ben lubrificata; il
“gong”, suonato nella grande “hall”, dava inviti piuttosto che
comandi. Tutto era fatto senza fretta, in modo perfetto e
irreprensibile.
È sempre più difficile condursi bene sotto l'avversa fortuna per gente
come questa, che per quella che vive in case dove alle undici del
mattino si sente l'odore della cucina, e dove le porte non chiudono
bene, e dove magari la cena deve essere combinata alla peggio.
Questo forse aiuta a spiegare come il proprietario avesse ceduto
all'estrema violenza del suo temperamento in occasione della rivolta
del figlio. Era intollerabile per un uomo che vedeva attorno a sé ogni
cosa muoversi come un orologio, essere apertamente disubbidito da
quella persona per la quale l'obbedienza avrebbe dovuto essere il
primo dovere: trovare disordine e ribellione proprio nella molla
dell'orologio.
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Fors'anche, in quella sera, fra il tè e il pranzo, il piccolo progetto che
stava maturando nella mente di Lord Talgarth contribuiva a
restaurare il suo buon umore. Perché, appena il pensiero venne
concepito, apparve chiaro che esso poteva realizzarsi con successo.
Egli osservò al suo cameriere in tono cordiale:
- Ah! è l'ora, non è vero? - e si alzò dalla poltrona con inconsueta
prontezza.
Il vecchio tornò a passare una lunga serata nella “reading-room”, da
solo. Archie era assente. Dopo aver cenato da solo con tutto il
consueto apparato, comandò che il caffè gli fosse portato dove
andava lui. Il maggiordomo lo trovò, cinque minuti dopo,
inginocchiato dinanzi a un alto cassettone, che provava varie chiavi
di un mazzo, e quando il cameriere venne a portargli il “whisky” e a
prender la tazza del caffè, lo trovò affondato nella poltrona, con un
tavolino carico di carte a destra e uno a sinistra, e con un cassetto
sulle ginocchia.
- Potete rimettere a posto quelli lì - disse al cameriere, indicando una
piccola torre di quattro cassetti sul tappeto. E guardò pensoso il
giovanotto mentre prendeva i cassetti.
- Non a quel modo, sciocco! Non avete gli occhi?.. quello di cima in
cima!
Ma lo disse senza asprezza, quasi in contemplazione. E quando,
qualche momento dopo, il maggiordomo venne a vedere se tutto
fosse in ordine, vide il padrone che ricominciava a leggere le sue
carte.
- Buona notte - disse Lord Talgarth.
- Buona notte, “mylord” - disse il maggiordomo.
Si discusse molto, quella sera, nel tinello degli uomini, sul significato
di questi fatti, con piena franchezza. Mr. Merton, il maggiordomo, si
era ritirato nelle sue stanze, e Mr. Clarkson, il cameriere, era nello
spogliatoio del padrone. Così gli uomini parlavano liberamente.
Eran tutti d'accordo che vi fossero due spiegazioni soltanto per lo
straordinario buon umore: o che Mr. Frank stava per ritornare, o che
Lord Talgarth cominciava a cedere. Frank era sempre stato assai
popolare tra la servitù, e tutti speravano che la prima spiegazione
fosse quella vera. Ma forse bisognava ricorrere a tutt'e due.
Anche Mr. Clarkson era grandemente “intrigué” quella sera. Egli
dovette sbadigliare attorno allo spogliatoio fino ad un'ora
insolitamente tarda. Di solito Lord Talgarth si ritirava a riposare tra
le dieci e le dieci e mezzo. Ma stassera si giunse alle dodici meno
venti prima che il cameriere balzasse dal sofà al rumore dei passi nel
corridoio attiguo. Il vecchio entrò, con un fascio di carte in una
mano e una candela nell'altra, e con la stessa scintilla di buon umore
negli occhi che aveva avuto tutta la sera.
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- Dammi il cofanetto dei documenti - disse - quello nella cassa di
cuoio. - Quando l'ebbe, vi collocò accuratamente le carte. Mr.
Clarkson osservò che parevano documenti legali, piegati in lungo,
con iscrizioni in grosse lettere. Poi il cofanetto fu chiuso, e posto
sopra una scrivania che “mylord” usava talvolta quando era
indisposto.
- Ricordami domani di chiamare Mr. Morrow - (Mr. Morrov era
l'avvocato).
Prepararsi per la notte quella sera fu un affare quasi sensazionale, e
Mr. Clarkson dovette tendere tutte le sue facoltà per rispondere con
sufficiente prontezza alle sortite del padrone. Di solito era una
cerimonia molto tetra, con una buona quantità di gemiti e di
brontolii. Ma quella sera fu lieta quant'era possibile.
I misteri di tutta la cerimonia sono troppo grandi perché io mi possa
provare a penetrarli; ma è davvero incredibile quante operazioni
siano necessarie prima che un vecchio, un po’ testardo e un po’
invalido, e del tutto egocentrico, possa distendersi a dormire.
Occorre preparare e bere pozioni strane, compiere strane
manipolazioni, osservare particolari cerimonie, ciascuna al
momento opportuno. Quella sera ognuna era accompagnata da
qualche commento allegro. L'infuso di senna, che era stata messa
nell'acqua calda fino dalle sette pomeridiane, fu bevuto quasi con
l'aria di un brindisi. Il massaggio delle anche e dei piedi - inventato
da Lord Talgarth in persona - parve quasi la preparazione a una
danza.
Finalmente il vecchio si alzò, con la persona eretta, in veste da notte
imbottita e pigiama, davanti al fuoco, mentre il cameriere gli
porgeva le pantofole per il breve viaggio fino alla stanza attigua.
- Mi pare di star meglio stassera, Clarkson - disse.
- Vostra signoria ha davvero un bell'aspetto - mormorò
diplomaticamente Clarkson.
- Quanti anni mi date, Clarkson?
Clarkson conosceva perfettamente la sua età, ma ritenne meglio far
un confuso mormorio complimentoso.
- Ah, che diamine,! Non sono gli anni che contano... mi sento
giovane abbastanza - osservò Sua Signoria dignitosamente ritta
davanti al camino.
Poi, si mosse per l'ultima processione; spalancata la doppia porta,
accesa la luce elettrica, Lord Talgarth avanzò verso il gran letto a
quattro colonne che stava in mezzo alla stanza, e si trovò sotto le
coltri, con appena un grugnito, quasi prima che lo svelto Mr.
Clarkson potesse trovarsi al suo fianco ad aiutarlo. Era là, col volto
roseo che faceva bel contrasto col grigio dei capelli e col bianco del
guanciale, mentre Clarkson celebrava le cerimonie finali. Bisognava
far scorrere un tavolino fino ad una certa altezza di fianco al letto,
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porre l'interruttore della lampada elettrica a un certo punto, tra il libro e un vassoio sul quale stavano alcuni altri specialissimi beveraggi
per il caso che il signore avesse sete.
- Chiamatemi un quarto d'ora prima del solito - mormorò la faccia
sul guanciale. - Voglio fare una passeggiatina prima di colazione.
- Sì, “mylord”.
- Che cosa v'ho detto di rammentarmi di fare dopo colazione?
- Mandare a cercare Mr. Morrow, “mylord”.
- Benissimo. Buona notte, Clarkson.
- Buona notte, “mylord”.
Dopo la solita occhiata discreta attorno alla stanza per vedere se
tutto era in ordine, la porta dello spogliatoio si chiuse
impercettibilmente dietro la schiena piegata di Mr. Clarkson.
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Capitolo III
L'inverno a Merefield Rectory è delizioso quasi quanto l'estate,
sebbene in modo completamente diverso. Il fatto è che nella Rettoria
s'è raggiunto il perfetto compromesso inglese. Nell'estate, con le
finestre e le porte spalancate, coi rampicanti folti, coi prati attorno
alla casa, con l'aria tepida che soffia sui pavimenti lisci e lucidi e
solleva le leggere tappezzerie, coll'incessante cinguettio degli uccelli,
sembra una casa estiva. E nell'inverno, quando sono distesi i pesanti
tappeti, e le tende spesse, i pavimenti lucidi, così freschi nell'estate,
sembrano fatti apposta per rifrangere il calore e la luce delle candele
e del caminetto, e i libri sembrano offrirsi con tono di protezione, e il
basso soffitto di travi sembra proteggere e assicurare la comodità
interiore, il centro di gravità è cambiato quasi impercettibilmente. In
estate, la Rettoria è un giardino con una casa in mezzo; in inverno, è
una casa circondata dalle piante.
Lo studio da un lato e la “morning room” dall'altro sono i perni della
casa. Lo studio è una stanzetta tappezzata a pianterreno, che guarda
l'ultimo dei grandi tassi del prato; la “morning room” è la sola stanza
rivestita di legno al primo piano, in facciata. E attorno a queste due
stanze le due sezioni della vita domestica si svolgono
tranquillamente. In una il Rettore segue gli affari della parrocchia,
scrive i suoi sermoni, riceve gli amici maschi (non molti), e legge i
suoi libri. Nell'altra, Jenny dirige la vita domestica, discute con la
cuoca, e si occupa dei suoi affari. Sono due campi rivali, ma in piena
armonia.
Negli ultimi tempi (parlo ora del principio di novembre) non v'erano
state tra i due campi tante comunicazioni come al solito. Jenny non
faceva tanto spesso visita a suo padre dieci minuti dopo colazione,
per esempio, o prima del “lunch” - e quand'egli andava da lei, gli
pareva di trovarla, in generale con un'aria piuttosto preoccupata,
spesso seduta davanti al grande arco del camino, con le mani
intrecciate dietro alla testa, a fissare i ceppi accesi.
Egli era un buon uomo, come sappiamo, e non se ne preoccupava
gran che. Conosceva abbastanza il mondo per comprendere che una
ragazza bella come Jenny, che viveva in quei rapporti col castello - e
un castello in cui v'erano sempre giovanotti che andavano e
venivano, e coi quali essa andava anche fuori a partite di “tennis” e a
balli - non può sfuggire del tutto a qualche complicazione. Ma era
abbastanza ragionevole per comprendere che un padre non è il
confidente migliore, ed aveva una suprema fiducia nel giudizio di
Jenny.
Io suppongo che egli avesse i suoi sogni. Non sarebbe stato umano
che non ne avesse, ed egli era molto umano. L'abbandono di Frank
gli aveva portato emozioni confuse, ma egli non era stato consultato
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né al principio né alla fine del fidanzamento, e s'era limitato a
prenderne atto. Dell'affare di Dick non sapeva nulla.
Questa, dunque, era la situazione quando la bomba esplose. Ed
esplose così.
Il Rettore stava nel suo studio una mattina - per essere precisi, era il
primo sabato di novembre, due giorni dopo gli avvenimenti
dell'ultimo capitolo - e si preparava a comporre il sermone per il
giorno seguente. La sera prima avevano cenato al castello in piena
tranquillità, con Lord Talgarth e con Archie, appena arrivato. Aveva
scelto con gran cura il testo del Vangelo del giorno, quando la porta
si aprì ad un tratto ed entrò Jenny. Questa era una cosa
straordinaria, perché si sapeva che al sabato mattina egli stava
preparando il sermone. Ma l'espressione leggermente secca del suo
viso venne completamente spazzata via quando contemplò il volto
della figlia. Ella era pallidissima - non proprio come se avesse
ricevuto un colpo - ma come se si fosse decisa a qualche cosa. Non
v'era traccia di tremore in quel volto. Al contrario, ella sembrava
assolutamente decisa, ma i suoi occhi cercavano quelli del padre.
- Mi spiace moltissimo interromperti, babbo, ma potrei parlarti per
qualche minuto?
Non attese la risposta, ma venne diritta a sedersi nella poltrona di
lui. Egli posò la penna e si voltò alquanto per esserle di fronte.
- Ma certo, cara. Cosa c'è? Nulla di brutto? - (S'era accorto che ella
aveva un biglietto in mano).
- No, nulla di brutto... - Jenny esitava. - Ma è importante.
- Ebbene?
Ella diede un'occhiata al biglietto. Poi guardò nuovamente il padre.
- Babbo, suppongo che tu abbia pensato che un giorno o l'altro avrei
potuto sposarmi, nonostante Frank?
- Eh?
- Cosa diresti se io sposassi un uomo più vecchio di me... parecchio
più vecchio, voglio dire?
Egli la guardò in silenzio. Due o tre nomi gli passarono per la mente,
ma non riusciva ad indovinare.
- Babbo, sono nell'incertezza. Proprio così. Non m'aspettavo...
La sua voce s'abbassò. Egli vide che la figlia trovava davvero
difficoltà a parlare. Una piccola onda di tenerezza gli passò nel
cuore. Non era nella natura di lei esser così commossa. S'alzò e le si
avvicinò.
- Cosa c'è, cara? Dimmelo.
Per un istante ella rimase perfettamente immobile. Poi gli porse il
biglietto, e al tempo stesso s'alzò, gli passò rapidamente dietro le
spalle e uscì dalla stanza. Egli udì il fruscio della veste sulla scala, e
poi il chiudersi d'una porta. Ma a malapena vi badò. Stava leggendo
il biglietto. Era una breve, correttissima proposta di matrimonio che
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Lord Talgarth faceva alla figlia del pastore.
- Babbo, caro, - disse Jenny - vorrei che mi lasciassi parlare senza
interrompermi.
Il Rettore chinò il capo.
Erano seduti, la sera di quello stesso giorno, davanti alle tazze del tè,
nello studio. Dal mattino egli non aveva visto un momento la figlia
da sola. Ella aveva rifiutato di aprirgli la porta quando era salito
dopo aver letto il biglietto; al “lunch” aveva accusato un mal di testa,
e non s'era lasciata vedere per tutto il pomeriggio. Poi, all'ora del tè,
era discesa, un po’ pallida, ma perfettamente naturale,
perfettamente se stessa, ed anche piuttosto di buon umore. Aveva
detto di aver fatto portare il tè nello studio perché voleva parlare a
lungo. Aveva versato il tè parlando sempre, e rifiutando, pareva, di
incontrar lo sguardo del padre. Quand'ebbe finito, gli versò una terza
tazza, e poi spinse la propria poltrona tanto indietro che egli non
potesse vederle il volto.
Allora aveva avuto inizio il colloquio.
Dire che il pover'uomo era stato sorpreso sarebbe stato un modo
assai misero per descrivere il suo stato. La cosa semplicemente non
gli era mai passata per il cervello. Aveva sognato, in momenti di
pazzia, Archie; aveva certamente fantasticato Dick; ma Lord
Talgarth in persona, gottoso e sessantacinquenne!... Eppure, non era
rimasto indignato. L’indignazione non soltanto non andava con
Jenny, ma era impossibile. Ad essere del tutto sinceri, il Rettore
aveva paura di sua figlia. Sapeva che alla fine ella avrebbe fatto di
testa sua, e non come avesse voluto lui. E il suo estremo disagio al
pensiero che quel vecchio sposasse sua figlia era in parte contro
bilanciato dal pensiero di chi fosse quel vecchio. Infine, occorre
ricordare che Jenny era una ragazza di giudizio, e suo padre lo
sapeva benissimo.
Jenny tornò a distendersi sulla poltrona, e cominciò.
- Babbo caro, bisogna che in quest'affare usi tutto il mio giudizio. E
per tutto il giorno sono stata proprio goffa e pazza. Non posso
proprio capire come mi sia condotta così. Non è il caso di
prendersela, se Lord Talgarth è stato tanto gentile da farmi questo
onore. Perché è un onore, lo sai, qualunque cose se ne possa
pensare, che qualcuno chieda a una donna di diventare sua moglie.
Bene, occorre che io dica prima tutto quel che ho da dire, e poi
occorre che tu dica esattamente quello che pensi. Io vi ho pensato e
ripensato, e così non sarò molto lunga.
Il Rettore posò la tazza senza far rumore, come in presenza di un
malato. Era ansioso di non perdere né una parola né un'inflessione.
- Prima di tutto, vediamo gli argomenti contrari. Egli è un vecchio.
Non dobbiamo dimenticarlo nemmeno un minuto. Questo è un
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argomento fortissimo; qualcuno lo direbbe definitivo, ma io credo
che sarebbe da sciocchi. Secondo, non m'era passato per il cervello
nemmeno per un istante - (Jenny disse questo con piena decisione,
quasi con reverenza). - Adesso, si capisce, comprendo che egli vi
aveva alluso assai spesso, ma io non l'avevo mai capito. Avevo
sempre pensato a lui come a una specie di - ecco - una specie di zio.
E questo è un altro forte argomento contrario. Se fosse una cosa
buona da farsi, non avrebbe dovuto venire in mente anche a me? Di
questo, non sono sicura. Terzo, è sconveniente per parecchie ragioni.
Farà parlar la gente. Io sono stata per del tempo fidanzata di Frank,
e ho rotto il fidanzamento. Puoi immaginare come questo sarà
interpretato, ora? Suppongo che non dovrei curarmi di quel che dirà
la gente, ma ho paura di farlo. Poi, io sono la figlia del Rettore... e ho
sempre continuato ad andare e venire dal castello... a pranzo con
loro, in “téte-à-tète” con lui solo. Non puoi immaginare quel che
certa gente - Lady Richard, per esempio - sarà capace di
arzigogolarci su... Io sarò un'avventuriera, eccetera eccetera. Questo
non è un argomento che valga, ma è un... una considerazione.
Bisogna guardar le cose in faccia, e pensare al futuro. Quarto, Lord
Talgarth probabilmente non vivrà moltissimo... - (Jenny fece una
pausa, e poi, con straordinaria solennità, continuò) - E questo, si
capisce, è forse l'argomento più forte di tutti. Se io potessi essergli
veramente utile... - Si fermò di nuovo.
Il Rettore si distese un po’ sulla sua poltrona.
Gli era impossibile nasconder più a lungo a se stesso il fatto che fino
ad ora egli si era atteso che Jenny accettasse la proposta. Ma adesso
era un po’ perplesso per l'ammirevole schiera di argomenti che ella
aveva opposto al matrimonio. Ella aveva appunto espresso le idee
sensate di cui egli aveva soltanto un'impressione confusa; aveva
analizzato, in ognuna delle sue componenti, quella sensazione
generale che lo aveva turbato tutto il giorno: che la cosa era
realmente abbominevole. Questa sensazione adesso era dominante.
Egli trasse un sospiro.
- Bene, mia cara - cominciò, e nella sua voce si sentiva il sollievo. Ma
Jenny lo interruppe.
- Un momento, babbo, per favore! Per esser giusti verso... verso tutti,
io debbo esporre l'altro aspetto. Io suppongo che, in fondo, la
questione fondamentale sia questa: Gli voglio bene? tanto
abbastanza, voglio dire, da sposarlo... perché, si capisce, bene gli
voglio: egli è stato sempre tanto gentile... Io suppongo che questa sia
l'unica cosa da considerare. Se gli volessi bene abbastanza, penso che
tutti gli argomenti in contrario non conterebbero nulla. Non è così?..
Sì; mi occorre che tu dica quello che pensi.
Il Rettore attese. Ancora non aveva potuto intuir nulla dal volto di
lei, quantunque una o due volte avesse dato un'occhiata al disopra
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della tazza del tè.
- Mia cara, io non so che cosa dire. Io...
- Babbo caro, è proprio quello che voglio da te. Pensi che una
considerazione qualunque potrebbe essere di ostacolo, se io fossi...
non dico neppure un momento di esserlo... ma se fossi... ecco,
davvero innamorata di lui? Mi spiace dover parlare così sfacciato,
ma non serve nulla esser ambigui.
Egli inghiottì una o due volte la saliva.
- Se tu fossi davvero innamorata di lui... io penso... io penso che
nessuna considerazione del genere di quelle che hai fatto dovrebbe...
dovrebbe esserti di ostacolo.
- Grazie, babbo - disse Jenny dolcemente. - Quando ci hai pensato?
Jenny fece una pausa. - Credo di aver compreso che egli stava per
chiedermi due giorni fa... il giorno che ci hai visti a cavallo, ecco.
Vi fu un lungo silenzio.
Essi avevano già discusso, al tempo del fidanzamento con Frank,
tutti i particolari secondari. La sorella del Rettore doveva prendere il
posto di Jenny. Ora non v'era da ripensare a queste cose. Ora si
trovavano tutti e due di fronte alla cosa essenziale, e tutti e due lo
sapevano.
La mente del Rettore turbinava come un mulino: un mulino che giri
a vuoto. Egli era completamente all'oscuro di quel che intendesse
Jenny. Percepiva, come in una serie di incisioni, un certo numero di
eventi ipotetici, da un lato e dall'altro, ma essi non conducevano
nella sua mente a conclusione alcuna. Egli attendeva soltanto che la
volontà di sua figlia si manifestasse.
Jenny ruppe il silenzio con una piccola osservazione in un altro tono
di voce.
- Babbo caro, v'è ancor qualcosa che ti debbo dire. Non avevo visto la
necessità di dartene pensiero prima. È questa: Mr. Dick Guiseley mi
fece la stessa proposta quando venne qua per la caccia.
Ella tacque, ma suo padre non disse nulla.
- Io gli dissi che doveva attendere... che io non lo sapevo con
certezza, ma che ero quasi sicura. Se avesse insistito per una
risposta, avrei detto: No. Ecco, pensavo proprio ieri che non era
giusto tenerlo ancora in sospeso. Perché... perché è no, adesso per lo
meno.
Il Rettore non riusciva ancora a parlare. Era proprio una cosa
sconcertante. Ma a quanto pareva, Jenny non aveva bisogno di alcun
commento.
- Così stando le cose - proseguì ella serenamente, - la mia coscienza è
chiara. E non debbo lasciarmi influenzare da quel che possa pensare,
che Mr. Dick pensi o dica di me... per lo meno non più che dalle altre
considerazioni. Non ti pare?
- Jenny, che cosa intendi fare?.. dimmelo!
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- Babbo caro! - rispose ma con tono stupefatto - Io non lo so. Non lo
so affatto. Ci debbo pensare. Credi che abbia già deciso? Perché?
Come avrei potuto? Naturalmente, se dovessi rispondere adesso,
dovrei risponder di no.
- Io... - cominciò il Rettore, e si fermò. Comprendeva che la
situazione poteva facilmente imbrogliarsi.
- Debbo pensarci tranquillamente - proseguì la ragazza. - E debbo
scrivere un biglietto per dirgli così... Babbo...
Egli la guardò.
- Babbo, quanto al voler bene a un uomo... dovrebbe essere, ecco,
come volevo bene a Frank? Non credo che Lord Talgarth possa
aspettarselo, non ti pare? Ma se... ecco, ci si sente perfettamente a
proprio agio con un uomo, se si comprende, se si può stare al suo
fianco senza dargli fastidio... e... prendersi cura di lui, davvero, io
intendo, in modo tale da esser contentissima di star con lui e di
curarlo in tutti i modi (mi spiace proprio di dover parlare così, ma
con chi potrei parlare, babbo caro?). Bene, se io trovo che mi posso
curare di Lord Talgarth in questo modo - come una specie di figlia, o
di nipote, o più ancora - questo sarebbe...
- Io non so - interruppe il Rettore, alzandosi a un tratto - io non so.
Tu non devi chiedere a me. Devi decidere da sola.
Ella lo guardò, stupita, a quanto pareva, dal suo cambiamento.
- Babbo, caro... - cominciò, proprio con la sfumatura più tenue di
patetico rimprovero nella voce. Ma egli non ne parve commosso.
- Devi decidere tu. Tu hai tutti gli elementi. Io non li ho. Io...
Si mosse verso la porta
- Quando avrai deciso, dimmelo - concluse, e uscì.
Lama, il cagnolino bruno che in un precedente capitolo aveva
attraversato il prato, e che da poco era stato ammesso all'onore di
dormire sul letto di Jenny, si svegliò a un tratto quella notte e
brontolò una sommessa protesta. Aveva ricevuto un calcio inatteso
di sotto le coperte.
- Va via, bestiaccia - disse una voce al buio. Lama si riaggiustò con
un brontolio, mezzo di conforto e mezzo di lamento.
- Va via! - ripeté la voce, e di nuovo sentì un calcio nelle costole.
Il cane pensò un istante. poi scivolò vicino alla parete, ancor cieco di
sonno; ma il piede lo seguì ed egli si svegliò infine con la convinzione
che vicino al fuoco sarebbe stato più comodo. Là - rifletteva - v'era
una pelliccia di capra bianca.
Quando finalmente raggiunse il pavimento, sentì nell'angolo un
fruscio, e, subito attento, ficcò il naso, come un turacciolo di gomma,
nel piccolo buco che un topo aveva fatto nell'assito, e cominciò a
soffiare lunghi respiri rumorosi nel buio delizioso e profumato.
- Oh, sta fermo! - venne una voce dal letto.
Lama continuò senza turbarsi la sua investigazione, e quando, dopo
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un lungo soffio finale, si persuase che non avrebbe trovato là alcun
divertimento, tornò alla pelle di capra con quell'aria di brusca
indipendenza che gli era caratteristica. Adesso era completamente
desto, e stava a guardare il letto, considerando la possibilità che la
sua padrona si fosse riaddormentata, e che con un salto leggero e
garbato... Ma a un tratto un fiammifero si accese, ed egli si distese a
guardare con quel lampo così vivo negli occhi che gli animali hanno
sempre di notte, la sua padrona inquieta.
Egli non riusciva a comprendere che cosa accadesse.
Prima ella accese una candela, prese un libro dal tavolino da notte, e
cominciò a leggere risolutamente. Questo continuò finché gli occhi
di Lama cominciarono a socchiudersi alla fiamma della candela, ed
allora egli si accorse d'un tratto che la candela era stata spenta e il
libro chiuso, e che tutto era ricaduto nei chiari toni grigi che gli
uomini chiamano buio.
Posò la testa sulle zampe, ma di tanto in tanto alzava le ciglia
guardando il letto.
Poi, dopo un certo tempo, la candela venne riaccesa, ma questa volta
il libro non venne toccato. Invece, la padrona trasse le braccia dalle
coperte e le intrecciò dietro la nuca, fissando il soffitto. Era una cosa
seccante, perché la luce gli dava negli occhi, e perché il corpo era
tanto intorpidito dal sonno da rifiutarsi a qualunque sforzo. Tuttavia
a poco a poco le palpebre caddero, e rimasero giù, e gli occhi si
chiusero.
Si destò a un nuovo rumore. La candela ardeva ancora, ma la
padrona s'era voltata sul fianco, e pareva che parlasse sottovoce con
se stessa. Poi si voltò nuovamente dalla sua parte, e un istante dopo
camminava silenziosaménte avanti e indietro sul tappeto.
La guardava con interesse, e i suoi occhi seguivano soltanto lei. Non
era ancora riuscito a comprender bene questo misterioso
cambiamento che avveniva tutte le notti - il leggero abito bianco, la
testa trasformata, e, più misteriose di tutto, le due cose bianche che
dovevano essere piedi, ma che non erano più nere e dure. Una volta
s'era provato a leccarne uno, e l'aveva sentito raggrinzirsi a un tratto;
in alto v'era stato un suono come di dolore, e su di lui era sceso un
rapido schiaffo.
Egli stava osservando queste cose, - qua e là, qua e là - e i suoi occhi
si muovevano con esse.
Dopo un certo tempo il movimento si arrestò. Ella si fermò davanti a
uno scaffale scolpito una volta vi aveva scoperto un topo - e vi rimase
così a lungo che gli occhi del cane ricominciavano a chiudersi. Poi vi
fu un rumore di carta lacerata che ridestò la sua attenzione. Forse,
fra un pochino, una pallottola di carta sarebbe stata gettata per terra,
e lui...
Ella s'avvicinò camminando sul tappeto, ed egli si alzò, guardandole
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le mani, e agitando tre o quattro volte il mozzicone di coda, come a
invito. Ma fu inutile. La palla fu gettata tra i ceppi ardenti. Fece un
“womp” nel fuoco e s'alzò la fiamma. Il cane la guardò con la testa
piegata, e tornò ad accovacciarsi. La padrona era nuovamente
immobile, e lo guardava anch'essa.
Poi, quando la fiamma s'abbassò, si volse di scatto, andò diritta al
letto, vi salì, si tirò addosso le coperte, e spense la candela.
Dopo esser rimasto per qualche momento a fissare il fuoco, il cane
s'accorse che una parte della palla era rotolata fuori senz'essersi
bruciata, fin sulla lastra di pietra. La guardò per un tratto,
chiedendosi se valesse la pena di alzarsi, perché il tepore era
delizioso e la pelle di capra squisitamente morbida.
Dal letto non veniva alcun rumore: un silenzio completo era
succeduto a tanta inquietudine.
Finalmente, egli concluse che era impossibile rimanere più a lungo
disteso a guardare una simile pallottola di carta senza lacerarla coi
denti. S'alzò, s'avvicinò al fuoco, trasse a sé la pallottola con un
fruscio leggero. Udì un sospiro dal letto e si fermò. Poi prese la palla,
tornò alla cuccia tepida, si sdraiò tenendo la palla ben ferma con la
zampa, e cominciò a lacerarne dei frammenti coi denti bianchi.
- Oh, sta un po’ fermo! - sentì una voce stanca dal letto.
Si fermò, pensando: poi lacerò altri due pezzetti, ma senza trovarvi il
gusto che avrebbe voluto. Era dura e troppo secca. S'alzò, fece
quattro giri, e tornò a sdraiarsi con un mugolio soffocato.
Al mattino dopo la servetta scopando le ceneri scopò anche quei
pezzetti di carta. C'era un frammento d'una cartolina illustrata, con
la parola “Selby” stampata nell'angolo. Ella la gettò, con le ceneri,
nella pattumiera.
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Capitolo IV
Mrs. Partington e Gertie facevano molte di quelle conversazioni
misteriose, comuni alle donne del loro genere, piene di “lui” e di,
“lei”, di cenni del capo, di allusioni, di frasi interrotte, che sono
pienamente incomprensibili per gli estranei, ma colme di interesse
per chi le fa. Il Maggiore, Mr. Partington (il quale era sempre
assente), e Frank formavano l'argomento di discussioni continue ed
esaurienti, che non trascuravano il particolare più insignificante.
Naturalmente Gertie passava sempre, ufficialmente, come la signora
Trustcott.
Ma due giorni dopo che Frank aveva cominciato il suo lavoro alla
fabbrica di prosciutti, Mrs. Partington, la quale s'era trattenuta per
un'oretta all'angolo a chiacchierare con un'amica, trovò Gertie
furibonda. Era adirata a modo suo: bianca come un lenzuolo,
mormorava frasi ironiche e incomprensibili nelle quali era ripetuto il
nome di Frank, e dopo un po’ si comprese che una delle dame della
Missione era stata ad impicciarsi degli affari della gente, e che Gertie
aveva ringraziato quella signora pregandola di tener per sé le sue
arie e i suoi consigli.
Ora Mrs. Partington sapeva che Gertie non era la moglie del
Maggiore, e Gertie sapeva che ella lo sapeva, e Mrs. Partington
sapeva che Gertie sapeva che ella lo sapeva. Pure, ufficialmente,
tutto era correttissimo. Gertie portava la fede nuziale e non era stata
fatta allusione che non avesse il diritto di portarla. Perciò Mrs.
Partington non poteva osservare ad alta voce che comprendeva
perfettamente di che cosa avesse parlato la dama della Missione.
Non disse nulla, strinse le labbra, e lasciò Gertie sola. Quella mattina
la conversazione consistette in lunghi monologhi di Gertie
intramezzati da lunghi silenzi.
Fu un pomeriggio di burrascoso silenzio. Il Maggiore era nel West
End per qualche affare misterioso; i bambini erano a scuola, e
ciascuna delle due donne si muoveva, sapendo che cosa c'era nella
mente dell'altra, eppur risoluta a conservar le apparenze.
Alle cinque e mezzo entrò inatteso Frank, che chiese una tazza di tè,
e fu Mrs. Partington a dargliela, senza dir parola. (Gertie era di
sopra, e la si sentiva muoversi in silenzio). Mrs. Partington fece due
o tre osservazioni banali, osservando Frank quando egli non la
guardava. Ma Frank parlò assai poco. Sedette sulla tavola, bevette
due tazze di tè versandosele dal bricco smaltato e scheggiato, poi
tornò a lavorare alla sua aringa. A questo punto Mrs. Partington
lasciò la stanza, come per caso, e dopo un minuto Gertie discese.
Ella entrò con un'aria indescrivibile di dignità, piuttosto bianca in
viso, col piccolo mento in fuori e con le palpebre abbassate. Era una
posa che di solito ammirava nelle cameriere dei caffè, aristocratiche
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e intellettuali. Frank la salutò con un cenno e con due o tre parole.
Ella non disse nulla: andò alla finestra, portando una camicetta
bianca che aveva appena lavata, e l'appese alla fune. Poi, fingendo
sempre d'essere occupata, lanciò la sua prima frecciata, voltandogli
le spalle.
- Vi sarò grata se non v'impiccerete dei miei affari...
(Frank si mise in bocca un altro pezzo di aringa).
- ... e se non mi manderete più attorno di quelle vostre gatte rognose
- aggiunse Gertie dopo una pausa.
Silenzio da parte di Frank.
- Ebbene? - sbottò Gertie.
- Come osate parlare a quel modo? - disse Frank, tranquillissimo.
Aveva parlato a voce tanto bassa, che Gertie comprese male il sua
atteggiamento, e, appoggiando le mani sulla tavola, lasciò straripare
il torrente che s'era accumulato, in lei, fin da quando la dama della
Missione se n'era andata alle undici di quella mattina. La dama non
aveva avuto tatto. Uscita da poco da un collegio, era quasi novizia a
quel lavoro, ed aveva detto molto di più di quel che avrebbe dovuto,
con un sorriso serio sul volto che credeva fosse conciliante e
persuasivo. Gertie ora era leale verso di lei; la dipingeva come
credeva che fosse: tracciava i suoi motivi e il suo atteggiamento di
fronte alla vita con una straordinaria ricchezza di particolari;
indugiava a descrivere la sua persona, e dichiarava con estrema
franchezza la propria opinione su persone che aveva pensato fossero
amiche, e che scopriva ora essere solo ipocrite maschere dei preti.
Sfortunatamente io non ho l'abilità di trascrivere in pieno il suo
discorso, e poi vi sono altre ragioni per cui è meglio che non riporti
le sue esatte parole: esse erano troppo pittoresche.
Frank continuò tranquillo a mangiare finché non ebbe terminato
l'aringa, poi bevve un'ultima tazza di tè, e volse un poco la seggiola
verso il fuoco. Diede un'occhiata all'orologio, osservando che aveva
ancora dieci minuti, proprio quando Gertie tacque e si rizzò, pallida
e fremente.
- Avete detto tutto?
Parve di no, perché Gertie riprese, questa volta su una nota
leggermente più alta, e con un po’ di colore in volto. Frank attese,
semplicemente e senza ostentazione. Ella terminò.
Dopo un istante di pausa, Frank rispose:
- Io non so che cosa vogliate. Vi ho parlato io stesso, e non m'avete
ascoltato. Così ho pensato che forse una donna avrebbe potuto far
meglio.
- Io sono stata a sentire...
- Scusate - interruppe Frank - ho detto male. Voi avete ascoltato, e
con molta pazienza. Volevo dire che non avete voluto fare quel ch'io
vi dicevo. E così ho pensato...
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Gertie scoppiò un'altra volta contro le gatte ipocrite striscianti, ma
nei suoi modi non v'era più lo stesso veleno.
- Benissimo - disse Frank - allora tornerò a commettere lo stesso
errore. Mi spiace molto, non d'essermi immischiato nelle cose
vostre, intendiamoci, ma di non aver tentato di nuovo io stesso (prese il berretto) -. Cederete presto, Gertie, lo sapete. Non lo
credete anche voi?
Gertie lo guardò in silenzio.
- Voi comprendete, naturalmente, che io non posso parlare a voi
quando il Maggiore è qua. Ma la prossima volta che mi capiterà
l'occasione...
La porta, non chiusa, fu spalancata di colpo, e il Maggiore entrò.
Vi fu per un momento una pausa penosa. È assai dubbio, anche ora,
quanto il Maggiore abbia esattamente udito: ma egli deve aver udito
qualche cosa, e, data la sua mentalità, la situazione in cui era venuto
a trovarsi dev'essergli apparsa estremamente sospetta. Gertie, che
ora era arrossita, con l'emozione palese negli occhi accesi, era in
piedi, e guardava Frank il quale pareva un po’ sconcertato. Sarebbe
stato quasi un miracolo che il Maggiore non avesse avuto la
convinzione di avere interrotto un piccolo colloquio d'amore.
È piuttosto difficile analizzare l'atteggiamento del Maggiore verso
Gertie; ma certo è che l'idea che un'altra persona qualunque le
facesse la corte gli era intollerabile. Egli non la trattava con troppa
cavalleria, davvero; la faceva sfacchinare coi fardelli più pesanti, non
aveva di lei eccessivo rispetto, ne parlava liberamente con gli amici
tra un bicchiere e l'altro. Ma la considerava proprietà sua - sua e di
nessun altro. - Già prima aveva avuto dei sospetti; poi era stato
intenzionalmente in silenzio, e s'era proprio trovato dinanzi quella
scenetta.
Li guardò entrambi senza dir parola. Poi piegò le labbra ad un
ghigno come quelle d'un cane.
- Vogliate scusarmi - disse con estrema cortesia - a quanto pare,
interrompo una conversazione privata.
Nessuno disse nulla. Frank appoggiò il gomito all'attaccapanni.
- Era privata, allora? - proseguì il Maggiore con tutta la velenosa
cortesia di cui poteva disporre.
- Sì, era privata - rispose secco Frank.
Il Maggiore volle posare sulla tavola il suo cappello.
- Gertie, cara - disse - vorresti, per cortesia, lasciarci soli per un
momento? Non vorrei darti fastidi.
Per uno o due minuti, Gertie accelerò il respiro. L'accaduto non le
dispiaceva del tutto. Capiva perfettamente la situazione, e si sentiva
alquanto lusingata che due uomini vi si trovassero a motivo di lei.
Capiva che più tardi l'avrebbe dovuta pagare, ma per un particolare
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genere di temperamento femminile com'era il suo, anche i probabili
maltrattamenti non sarebbero stati del tutto penosi, e il dramma
volgare in cui si trovava coinvolta le pareva attraente. Dopo un
momento di pausa, gettò a Frank un'occhiata che avrebbe voluto
essere “orgogliosa”, ed uscì.
- Se avete molte cose da dire - disse Frank mentre la porta si
chiudeva - fareste meglio a rimandarle a stasera. Io debbo essere via
tra... tra due minuti.
- Due minuti basteranno - sussurrò il Maggiore.
Frank attese.
- Quando io trovo un amico - proseguì l'altro - impegnato in una
conversazione che pare eccitante, e che egli mi dichiara privata, con
una persona che si trova nella posizione di mia moglie; e
specialmente poi quando afferro una o due frasi che senza dubbio
non sono destinate alle mie orecchie, io non chiedo quale fosse
l'argomento della conversazione, ma...
- Mio caro -,... interruppe Frank - spiegatevi più semplicemente.
Il Maggiore fu, per così dire, colpito nel viso. Il suo volto si contrasse
dall'ira. Lanciò un'imprecazione.
- Se vi ci prendo un'altra volta, avrete da pentirvene! Andate al
diavolo!
- Può darsi. - rispose Frank.
Il Maggiore aveva appunto bevuto un bicchierino più del necessario,
e si trovava in quel tono espansivo d'umore che cambia con grande
rapidità.
- Potete dirmi che non stavate cercando di allontanarla da me? gridò con voce quasi commossa.
Questo era appunto quel che Frank stava cercando di fare.
- Non potete negarlo!.. Allora vi dirò questo, caro signor Frankie - (il
Maggiore si rizzò) - che se le dite ancora una parola su questo
argomento... ebbene... vedrete! Mi capite. - Protese il volto, fin quasi
a sfiorare quello di Frank.
Quel volto spesso era spiacevole, ma adesso era orribile addirittura.
Le labbra arrovesciate, soffiava la puzza calda dell'alcool nelle narici
di Frank, il quale si voltò e lo guardò negli occhi
- Vi capisco perfettamente. Non occorre che aggiungiate altro. Ed
ora, scusatemi, ma debbo andare al lavoro.
Prese il berretto, e uscì.
Il Maggiore, come è già stato detto, aveva bevuto un bicchierino di
più del necessario, e per conseguenza aveva messo in parole anche
quello che nei momenti più sospettosi intendeva tenere per sé. Si
deve dire, inoltre, che aveva messo in parole quello che in realtà non
pensava. Ma, come tanti altri, per il bene e per il male egli era un
caratteraccio, e gli capitava benissimo di credere e non credere al
tempo stesso una stessa idea. Dipendeva dallo stato in cui si trovava
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al momento il suo centro di gravità. Una gran parte del Maggiore
sapeva benissimo che ogni gelosia verso Frank era semplicemente
ridicola - la cosa era assurda; e un'altra parte, non così grande, ma
dieci volte più intensa, giudicava Frank dal livello in cui si svolgeva
la propria vita. Per la gente che vive a quel livello, far l'amore con
Gertie, in quelle circostanze, sarebbe stata una cosa normalissima, e
proprio allora il Maggiore optò per classificare Frank fra i suoi pari.
Il Maggiore stesso non si rendeva conto di queste distinzioni
psicologiche, e mentre stava sprofondato nella poltrona, ruminando,
si convinse che i suoi sospetti erano giustificati. Gli pareva ora che
innumerevoli particolari del passato si adattassero, con l'esattezza di
un gioco di pazienza, nella cornice di questo pensiero.
V'era, prima di tutto, il fatto che Frank era rimasto in loro
compagnia, a dispetto delle occasioni che aveva avute di migliorare
la propria posizione. A Barham, dal dottor Whitty, al Monastero, le
occasioni gli si erano offerte ed egli non le aveva afferrate. Poi
v'erano piccoli atti di cortesia, come quelle due o tre volte che aveva
portato il fardello di Gertie. Infine, v'era un certo cambiamento nei
modi di Gertie stessa, una certa stizza silenziosa verso di lui, un'aria
curiosa che di tanto in tanto la prendeva quando parlava di Frank o
lo guardava.
E così via. Era un processo straordinariamente convincente,
concluso ora dalla scenetta che egli aveva interrotto. E proprio
l'irregolarità dei suoi legami con Gertie contribuiva ad avvelenare la
situazione.
V'erano, beninteso, altre considerazioni, o piuttosto, ve n'era una:
che Frank, era chiaro, non era del genere di quegli uomini che sono
attratti da donne del genere di Gertie. Ma era una considerazione
composta di indicazioni infinitamente più tenui, e non aveva
consistenza. Era un'ombra. Da un lato v'erano argomenti solidi e
precisi; dall'altro una vaga impressione...
Così il Maggiore sedeva fissando il fuoco, con la luce della candela
che cadeva sulle sue guance incavate e sulle setole del mento, povera
personalità decaduta e che purtuttavia conservava l'ombra di
un'ombra, di un ideale, che poteva ancora renderlo pericoloso.
Dopo un pochino egli s'alzò con un movimento rapido e andò in
cerca di Gertie.
Non vi sono librerie pubbliche ad Hackney Wick; la munificenza di
Carnegie non è ancora penetrata fino a quel distretto, e, a dire il
vero, l'idea d'una libreria di qualunque genere ad Hackney Wick
sembra un po’ fuor di luogo. Ma ve n'è una a Homerton, e durante
l'ora del pasto, il giorno seguente, Frank ne salì i gradini, ne aprì la
porta a vetri, e dopo essersi fatto dare un foglio, una busta e un
francobollo da un “penny”, entrò in una specie di sala di scrittura
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ove si mise a scrivere una lettera.
L'immagine che mi sono dipinto in mente di Frank in questo periodo
di tempo può essere forse inesatta in qualche particolare, ma non ho
dubbio che sia vera nelle sue linee generali e nel complesso sia
assolutamente viva. Io lo vedo entrare, tranquillo e senza
ostentazione, in pieno suo agio, eppure inconsueto in
quell'ambiente. Sento un vecchio signore che soffia e sposta un po’ la
seggiola quando questo individuo, vestito d'un abito turchino
ultralogoro, col bavero rialzato, con una sciarpa al collo e delle
scarpacce ai piedi, gli si siede accanto. Vedo una signorina seria,
probabilmente una dattilografa che vuol migliorare la sua cultura,
che lo guarda a lungo di sopra al margine d'un volume di Emerson e
fa le sue osservazioni sul nuovo venuto. Anche il commesso lo
guarda attento e sospettoso, mentre gli vien chiesto il foglio di carta,
e prima di dargli il francobollo attende che i tre “pence” siano
effettivamente posati sul banco. Queste circostanze possono essere
inesatte. ma io non ho dubbi sulla “forma mentis” di Frank. Egli non
si preoccupa più del come la gente lo tratta. Ha superato queste cose
da un pezzo. Non deve affatto essere commiserato. L'unica cosa che
gli importi è di avere la carta e il francobollo, e di poter scrivere e
impostare la lettera. perché Frank è giunto a questo piano - non so
quale altra parola usare, quantunque questa mi dispiaccia - in cui le
cose esterne non contano più. Tutti qualche volta giungiamo a
questo piano, di solito in circostanze di forte eccitazione mentale, di
piacere o di dolore che sia, o magari di noia. Chi ha un violento mal
di denti, o chi si è appena fidanzato, non si preoccupa davvero di
quel che la gente pensi di lui. Frank, per quanto per ragioni del tutto
diverse, vi è giunto completamente. Ho la lettera che scrisse allora.
Eccola: è brevissima, in tono d'affari
“Caro Jack,
debbo dirti dove sono, o meglio, dove posso essere trovato in caso di
necessità. Sono in East London, per ora, ed uno dei curati di qui sa
dove abito (egli era ad Eton con me). Ecco l'indirizzo: Rev. E.
Parham-Carter, Eton Mission, Hackney Wick, London N.E.
La ragione per cui ti scrivo è questa; ricordi il Maggiore Trustcott e
Gertie? Finora non m'è riuscito di far tornare Gertie dai suoi, e il
peggio è che il Maggiore sa che c'è qualche cosa in aria e ci
arzigogola tutte le peggiori costruzioni possibili. Parham-Carter sa
tutto anche lui - gli ho appunto lasciato un biglietto con tutte le
istruzioni. - Ora io non so affatto quel che succederà, ma in caso che
accada qualcosa che mi impedisca di portare a buon fine l'affare di
Gertie, voglio che venga tu e faccia quello che puoi. Parham-Carter ti
scriverà se sarà necessario.
“Questa è una cosa. Ed ecco l'altra. Mi piacerebbe aver qualche
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notizia dei miei, e far loro sapere (se interessa loro saperlo - vedi tu)
che io sto benissimo. Non ho saputo più nulla di loro dall'agosto
scorso. So che non può essere avvenuto nulla di particolare, perché
guardo sempre i giornali - ma mi piacerebbe saper quel che succede
in genere.
“Mi pare che non ci sia altro. Quanto a me, sto benissimo, e così
spero di te. Temo che non mi sarà possibile venire costì a Natale.
Immagino che ora sarai già tornato a casa.
Sempre tuo
F. G.
P.S. Naturalmente, non dire nulla di quello che t'ho scritto, né dove
mi trovo adesso”.
Ora, questa lettera mi sembra, dal lato psicologico, piuttosto
interessante. Ha la forma strettamente d'affari, ma è del tutto
impratica. Frank espone quel che vuole, ma quel che vuole è
impossibile e assurdo. Io voglio molto bene a Jack Kirkby, ma non
posso immaginarmelo a ricondurre alla famiglia una ragazza sviata.
Secondo me, l'unica scusa per Frank è che egli non sapeva a quale
altra persona scrivere.
È anche interessante notare il suo desiderio di saper qualche cosa di
quel che avveniva a casa sua; si direbbe che abbia avuto qualche vaga
intuizione che qualche cosa di importante stava per accadere, e val la
pena di osservarlo in vista di quel che si verificò subito dopo.
Frank fece l'indirizzo alla lettera, vi applicò il francobollo, e la
imbucò nella cassetta che si trovava nel vestibolo della libreria. Poi
uscì e s'avviò diritto da Mr. Parham-Carter.
- “Hullò!” - disse il “clergyman”, impallidendo alquanto.
- “Hullò!” - fece Frank; e poi: - Che cosa c'è?
- Dove vai?
- Torno alla fabbrica.
- Posso accompagnarti?
- Certo, se non ti spiace che mangi camminando.
Il “clergyman” si mise al suo fianco, mentre Frank trasse di tasca una
grossa fetta di pane e formaggio, avvolta nel foglio degli annunci del
“Daily Mail”, e cominciò a sbocconcellarla.
- Hai mica avuto notizie da casa?
Frank si voltò leggermente verso il compagno. - No - rispose
(brusco), dopo una pausa. Mr. Parham-Carter si leccò il labbro.
- Bene... no, non sono cattive notizie. Ma io mi domandavo se...
- Che cosa c'è?
- Il tuo genitore s'è sposato un'altra volta. Ieri. Ho pensato che forse
non lo sapevi.
Vi fu un istante di silenzio di tomba.
- No, non lo sapevo - disse Frank. - Chi ha sposato?
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- Una che non ho mai sentito nominare. Mi domando se tu la possa
conoscere.
- Come si chiama?
- Aspetta un momento - disse l'altro, frugando sotto il soprabito per
giungere alla tasca del panciotto. - Ecco la partecipazione. L'ho
ritagliata dalla “Morning Post”. L'ho vista soltanto mezz'ora fa.
Volevo venir da te questa sera.
Gli porse una striscia di carta stampata. Frank rimase per un
momento immobile, appoggiandosi contro un'inferriata, (si
trovavano ora nel distretto di Victoria Park Road) e lesse il trafiletto.
Il “clergyman” lo guardava con curiosità. Gli pareva una situazione
notevole l'esser a Victoria Park Road, a dare a un figlio la notizia del
matrimonio del padre; e si domandava, ma solo in seconda linea,
quale effetto gli avrebbe fatto la notizia.
Frank gli restituì il foglietto senza tremare. - Grazie. No, non lo
sapevo.
Poi ripresero a camminare.
- E lei, la conoscevi?
- Sì, la conosco. È la figlia del Rettore.
- Cosa? di Merefield? allora dovevi conoscerla benissimo.
- Oh, sì. La conosco benissimo.
Di nuovo si fece silenzio. Poi Parham-Carter proruppe:
- Senti, vorrei che mi lasciassi fare qualcosa. Mi pare orribile...
- Mio caro - interruppe Frank, - non puoi fare assolutamente nulla...
Hai visto il mio biglietto?
Il “clergyman” fece cenno di sì.
- È per il caso che mi ammali, o per qualcosa del genere, ecco. Jack è
un mio ottimo amico. Ed è bene che qualcuno dei miei amici possa
trovarmi dove sono. Ho scritto anche a lui poco fa, come dicevo nel
biglietto. Ma tu non devi dare il mio indirizzo se non in caso di vera
necessità.
- Sta bene. Ma sei sicuro...
- Sicurissimo... Oh, a proposito: quella dama che hai mandato non
ha combinato nulla di bene. Immagino che te l'avrà detto.
- Sì, m'ha detto che non ha mai trovato un caso tanto difficile.
- Bene, dovrò provare ancora io stesso... Debbo voltar di qua. Addio!
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Gertie, quella sera, verso le nove, era sola nella cucina, sola, perché
non si può considerare un testimonio il piccolo Erb, che dormiva in
una branda ai piedi del letto di sua madre, quasi nascosto da una
pila di vestiti. Mrs. Partington con gli altri due figli era andata a fare
una lunga visita a Mortimer Road, e il Maggiore, per conto suo, stava
sproloquiando nel bar della “Queer's Arm” di fronte alla Eton
Mission.
Gertie, in complesso, era soddisfatta di sé. È vero che la sera prima il
Maggiore le aveva fatto sentir la mano pesante, ma ella aveva una
natura tale da farle preferire una sensazione qualsiasi a nessuna
sensazione. In realtà, la situazione era piena di emozione. La
lusingava assai occupare una posizione simile tra due uomini, e
sopra tutto, tra due “gentleman”. I suoi sentimenti verso il Maggiore
erano del genere più semplice e primitivo: egli era il suo uomo, che
la batteva, la disprezzava e la trascinava per il mondo; ed ella non
poteva dimenticare che era stato ufficiale dell'esercito. Anche i suoi
schiaffi (che, a dire il vero, non erano molto frequenti, e che comunque erano amministrati quasi a ragion veduta), portavano in sé un
certo marchio di solennità.
Frank, d'altra parte, non era meno eccitante. Gertie lo considerava
un buon giovanotto, quasi romantico, anzi, nella sua bontà, come
una specie di Sir Galahad. E, da qualunque motivo fosse mosso
(Gertie era assai perplessa quando ci pensava), si trovava in una
specie di rivalità di fronte al Maggiore; e la causa della contesa era
lei.
Le piaceva sentirsi palleggiata da due simili personalità, essere
oggetto di contrasto tra due tipi così forti e opposti. Era per lei una
sensazione vaga; ma assai viva e attraente; e quantunque proprio ora
ella si stimasse assai miserabile, san persuaso che godesse
immensamente di tutto. Era assai donna, e la scenetta della sera
prima aveva portato la situazione ad un punto estremo. Ora ella
stava piangendo un pochino, timidamente, tra sé.
La porta si aprì, Frank entrò, posò il berretto e sedette al suo posto
sulla panca accanto al fuoco.
- Sono usciti tutti? - chiese.
Gertie fece un segno affermativo.
- Benissimo. Allora posso parlarvi.
Gertie s'asciugò una lacrimuzza, e si preparò ad ascoltare con un
piccolo piacere morboso. Le pareva bello farsi trovare a piangere sul
fuoco. Frank, almeno, avrebbe saputo apprezzarlo.
-- Ora - disse Frank - avete un'altra volta la possibilità di scegliere,
ed io ve lo dimostro in due parole. Se non fate quello che voglio
questa volta, dovrò vedere se qualcun altro vi saprà persuadere.
Ella lo guardò, un po' sorpresa.
- Ecco, riprese Frank. Io non intendo darmi pensiero di quest'affare.
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Voi rimaneste parecchio sconvolta ieri, quando venne quella signora,
e lo sarete ancora di più prima che la faccenda sia terminata. Per
parte mia, non vi parlerò più. Pare che non v'importi affatto di quel
che vi dico. Anzi, io penso di levarmi di qua dopo Natale. Così ora
potrete scegliere.
Fece una pausa.
-- Da una parte avete il Maggiore. Lo conoscete. Conoscete il modo
con cui vi tratta. Ma non è questa la ragione per cui voglio che lo
lasciate. Voglio che lo lasciate perché penso che in fondo abbiate
quanto occorre per essere una donna onesta...
- Non ce l'ho, io... - piagnucolò Gertie appassionata.
- Io credo invece di sì. Voi siete molto paziente, siete industriosa, e,
dato che vi prendete cura di quest'uomo, per lui fareste,
semplicemente, qualunque cosa. Ecco, questo è una cosa bellissima.
Questo mostra che avete una base. Ma non avete mai pensato a quel
che sarà di qui a cinque anni?
-- Sarò morta - piagnucolò ancora Gertie. - Vorrei esser morta fin
d'ora.
- E quando foste morta?
Vi fu un istante di silenzio. Poi Frank riprese il discorso. (Finora egli
aveva fatto esattamente quanto s'era proposto: aveva lasciato cadere
nel cuore di lei due piccole idee: speranza e timore).
- Ora ho qualcosa da dirvi. Ricordate l'ultima volta che vi parlai?
Bene, ho pensato quale fosse la cosa migliore da farsi, e pochi giorni
dopo ho trovato l'occasione e l'ho afferrata. In fondo alla vostra
borsa avete un libretto di preghiere, non è vero? Bene, io l'ho visto
(voi non lasciate che lo veda nessuno...) e l'ho sfogliato. Sapete che
c'è scritto il vostro indirizzo? Non ero sicuro che lo fosse, debbo
dirvi, finché... .
Gertie s'alzò, pallida di rabbia.
- Avete rovistato nelle mie cose?
Frank la fissò in volto.
- Non mi parlate così. Aspettate che abbia finito. Bene, ho scritto
all'indirizzo, e ne ho avuto risposta. Poi scrissi nuovamente, e ne
ebbi un'altra risposta e una lettera per voi. L'ho ritirata stamattina
all'ufficio postale.
Gertie lo guardò, ancora pallida, con le labbra semiaperte.
- Datemi la lettera - mormorò.
- Appena avrò finito di parlare. Prima dovete ascoltarmi. Io sapevo
quel che avreste detto: avreste detto che i vostri non vi avrebbero
voluto più. E sapevo perfettamente, dalle piccole cose che avevate
detto di loro, che essi vi avrebbero invece accolta. Ma scrissi per
accertarmene... Gertie, sapete che stanno penando per voi?.. che non
desiderano altro al mondo se non il vostro ritorno?...
- Datemi la lettera!
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- Anche voi avete un buon cuore, Gertie: lo so benissimo. Pensateci
bene prima che vi dia la lettera. Che cosa è meglio: il Maggiore, e una
vita come questa, e... e...; bene, voi sapete che cos'è l'anima, e Dio,
non è vero?... Oppure, tornare a casa, e...
La faccia di lei per un momento fu tutta stravolta.
- Datemi la lettera - piagnucolò a un tratto.
Allora Frank glie la diede.
- Ma io non posso tornare a casa così... - sussurrò Gertie, agitata,
mezz'ora più tardi, nel corridoio, perché il Maggiore era tornato.
- Santo cielo! -- bisbigliò Frank - che cosa andate a pensare... .
- Non m'importa. Non posso e non voglio.
Frank diede un'occhiata alla porta, oltre la quale il Maggiore
sonnecchiava davanti al fuoco.
- Bene, che cosa vi occorre?
- Mi occorre un altro vestito, e una quantità di cose...
Frank la guardò rassegnato.
- Quanto ci vorrà in tutto?
- Non saprei. Due sterline... due sterline e mezza.
- Vediamo. Oggi ne abbiamo venti. Bisogna che prima di Natale siate
a casa. Se ve le farò avere domani, basterà? domani sera...
Ella fece cenno di sì, si sentì un rumore dietro alla porta, ed ella
fuggì.
Non saprei dire esattamente come Frank abbia potuto procurarsi le
due sterline e mezza, ma so che le ebbe, e senza chiedere l'elemosina
a nessuno. So che s'arrangiò in modo di aver la paga della settimana
con due giorni di anticipo, e, quanto al resto, penso che sia andato
dal rigattiere. Certo è che quando i suoi amici poterono far
l'inventario delle sue cose, poco tempo dopo, la lista era questa: una
giacca, una camicia, una sciarpa, un paio di calzoni, un paio di calze,
un paio di scarpe, un berretto, uno spazzolino da denti e un rosario.
Non v'era assolutamente altro. Anche il rasoio era scomparso.
Perciò le cose andavano malissimo per lui al mattino del 22
dicembre. Immagino che egli possedesse ancora qualche soldo, ma
con quei pochi soldi doveva pagare il viaggio per sé e per Gertie fino
a Chiswick, e mantenersi per un'altra settimana almeno.
Dev'esser in Kengsington High Street che egli ebbe la prima idea che
si può avere il cibo gratis, perché, quantunque mi riesca impossibile
seguire tutti i suoi movimenti di quei giorni, è certissimo che in quel
mattino egli divise l'ospitalità dei frati carmelitani. E ne fece cenno,
con evidente piacere, nel suo diario.
È uno spettacolo curioso e che sa di medioevo questo dar da
mangiare ai poveri nel profondo corridoio, che corre lungo il
chiostro del convento in Church Street. Vi s'accede da una porta che
dà sul vicolo, e ogni mattina dell'anno a una cert'ora è affollato da
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una estremità all'altra dalla collezione di esseri umani più
straordinaria e più compassionevole che si possa vedere a Londra.
Ve ne sono di tutte le stature e di tutte le età, dai diciassette ai
settanta, e l'unica cosa che tutti abbiano in comune sono gli stracci e
l'estrema miseria.
Quando s'apre una certa porta la folla si gonfia ondeggiando verso
un uomo con la barba, in tonaca bruna, con un gran grembiule, e
dopo cinque minuti il silenzio profondo è interrotto soltanto dal
rumore dei cucchiai e delle mascelle. Tutta quella gente sta là, in
piedi, mentre di sopra risuona il rumore di Londra, il fragore delle
vetture, il brusio di innumerevoli piedi, e la pioggia - almeno quella
mattina - che cade tetra. Sono due o trecento uomini, smunti, deboli,
eppure voraci, che inghiottiscono la zuppa calda e il pane,
somiglianti a un'orda di prigionieri laceri rinchiusi tra le alte pareti.
Qui, dunque, Frank stette in mezzo a questa gente a divorar la sua
zuppa. Il carretto e il cavallo, nonostante gli ordini avuti, erano
rimasti in Church Street, sotto la vigilanza d'un passante, al quale
pare che Frank abbia chiesto il favore, con parole semplici, per amor
di Dio. È forse una scena amara in cui dipingere Frank, eppure a me
piace. Piace pensarlo, ora per la seconda volta in poche settimane, e
tutto entro i primi sei mesi della sua vita cattolica, a dipendere dalla
sua Chiesa per i bisogni del corpo come per quelli dell'anima. Non
v'era nulla che potesse distinguerlo da tutti gli altri; anch'egli aveva
qualcosa di quell'aspetto sparuto che è così caratteristico di quella
folla, e anche l'abito vi s'intonava perfettamente. Egli non parlò con
alcuno: prese la scodella in silenzio, la restituì in silenzio; poi si pulì
la bocca sulla manica ed uscì ristorato.
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Capitolo V
Finita la colazione, Dick Guiseley sedeva nella sua stanza di Oxford
Street, assorto nella lettura d'un giornale locale del Yorkshire
vecchio di due giorni.
La casa aveva la sua caratteristica. Cinque stanze - una sala da
pranzo, due camere da letto, due salottini divisi da cortine - e una
piccola sala d'entrata che s'apriva sul pianerottolo. Le stanze erano
arredate in uno stile particolarmente misurato, tanto, che era quasi
impossibile ricordare quel che ci fosse. Si aveva l'impressione che
tutto fosse conveniente e comodo all'estremo. Nulla v'era che
arrestasse l'attenzione o che colpisse l'occhio in particolare, salvo
qua e là uno spazio o un pezzo di parete di cui Dick non si era ancora
occupato. Era là da due anni, è vero, ma non aveva ancor terminato
l'arredamento. Di tanto in tanto compariva un mobile nuovo o un
quadro nuovo - sempre squisito nel suo genere, e spesso di valore.
Eppure il gusto di Dick era tanto eccellente, che appena la cosa era a
posto, quel tono di eccezione (per così dire) svaniva nel calore
dell'ambiente, e pareva che la cosa vi fosse sempre stata. I colori
erano scelti con la stessa perizia sopraffina; presi a sé, erano assai
vivaci, o almeno notevoli (i soffitti, per esempio, erano d'un ricco
giallo ranuncolo). Nel complesso, non risaltavano nell'accordo. Ed io
penso che una stanza così ordinata sia quanto vi può esser di meglio.
La tavola della colazione era un buon esempio del suo gusto. Il
vassoio d'argento era pregevole davvero. In mezzo v'era un delizioso
boccale “Caroline”, postovi per il solo piacere di, vederlo. V'era una
grossa mucca d'argento con un coperchio sul dorso; v'erano quattro
cucchiai di poco prezzo, ma di disegno brillante. La teiera e la
lattiera erano georgiane antiche, con caratteristiche particolari. Ma
questi oggetti rimanevano ora nascosti sotto il giornale spiegato.
V'erano quattro crisantemi in quattro diversi vasi d'un vetro
speciale. Parrebbero cose incongruenti, lo so, ma l'effetto non era incongruente, quantunque io non sappia dire il perché. Anche da esse
nasceva la sensazione della freschezza, della comodità e della
perfezione.
Ma Dick quella mattina non prendeva in tutto questo alcun piacere.
Egli si sentiva quasi fisicamente ammalato, e il piattino d'argento di
Kidneys sulla credenza “Queen Anna” non era toccato. Aveva rotto la
punta a un uovo, ma lasciava che si raffreddasse, e che nella tazza si
formasse una pellicola lieve di latte, come un ghiaccio sottile. E
tuttavia leggeva.
La colonnina che stava leggendo descriveva il matrimonio di suo zio
con Miss Jenny Launton, e il giornalista aveva superato se stesso.
V'era un brano solo sull'aspetto di gentiluomo inglese dei vecchi
tempi che aveva lo sposo, il quale, si leggeva, s'era sposato in “frack195/233
coat” nero e calzoni grigi, con scopettoni bianchi, e con un
crisantemo all'occhiello (Dick gettò un'occhiata quasi velenosa sul
magnifico fiore che spuntava dietro il giornale), e sulla bella
giovanile dignità della sposa, “tanto popolare tra gli umili abitanti
del villaggio”. Il padre della sposa, a quanto pare, aveva officiato al
matrimonio nella tozza chiesa antica, assistito dal Rev. Mathieson,
ed era rimasto assai commosso. Il matrimonio, si diceva, era stato
insolitamente tranquillo, ed era stato celebrato con una dispensa
speciale. Pochi erano i familiari presenti, “a motivo - diceva il
discreto cronista - del desiderio espresso dagli sposi”. (Dick pensava
sardonicamente al suo tempestivo attacco d'influenza, dal quale era
ora già del tutto ristabilito). Poi v'era un brano assai lungo,
sull'antica casa dei Guiseley, e sull'aristocratico aspetto del Visconte
di Merefield, il giovane e popolare erede della contea, che aveva
assistito alla cerimonia anch'egli in “frack-coat” nero. Testimonio era
stato il generale Mainwaring. Infine, v'era una breve descrizione dei
regali che lo sposo aveva fatto alla sposa, e che comprendevano una
collana di ametiste, ecc.
Dick lesse tutto fino alla conclusione enfatica, fino ai rintocchi
festosi delle campane e fino alle danze della sera. Mangiò alcuni
biscotti, rapidamente con la mano sinistra, e poi bevette il caffè in un
sorso. S'alzò, sempre col giornale in mano, sedette sulla poltrona
vicino al fuoco, e rilesse tutto quanto. Finalmente lasciò cadere il
giornale sulle ginocchia e s'appoggiò allo schienale.
Occorrerebbe un trattato di psicologia completo per analizzare
adeguatamente tutte le emozioni che egli aveva attraversato in questi
ultimi tempi, emozioni che erano state, per così dire, sviluppate e
fissate nell'articolo letto or ora. Egli si vantava segretamente della
prontezza con la quale sapeva affrontare ogni nuova svolta della
fortuna, e della correttezza dell'atteggiamento che assumeva. Forse
sarebbe stato giusto dire che si sforzava di attuare un ideale
artistico-stoico. Ma questa volta le emozioni non riuscivano ad
armonizzare con esso. V'erano tutte: furia, indignazione, disprezzo,
orgoglio ferito, rassegnazione, compassione - non se ne poteva
aggiungere o sottrarre alcuna -; ognuna aveva il suo posto, il suo
oggetto, eppure non poteva fondersi con le altre. Ora la furia contro
lo zio, ora la compassione per se stesso, ora una specie di velenoso
disprezzo per Jenny. O ancora, una specie di primitivo desiderio di
Jenny, un disdegno per suo zio, una vergogna di sé. Le emozioni
turbinavano e si contorcevano, ed egli sedeva immobile, con gli occhi
socchiusi, a contemplarle.
Ma un'altra emozione, completamente inattesa, aveva fatto la sua
comparsa appena la notizia gli era giunta, ed ora questa emozione,
con sua grande sorpresa, stava prendendo un posto notevole tra le
altre: era un senso di affezione straordinariamente calda per Frank.
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V'entrava della compassione, e v'entrava un inesplicabile senso di
rispetto, per il quale egli non riusciva a concepire ragione alcuna.
Era curioso - pensò più tardi - che proprio questa figura si fosse fatta
strada in primo piano proprio adesso, quando suo zio e Jenny, e, in
seconda linea, il Rettore (così visibilmente commosso per la cerimonia) avrebbero dovuto occupare tutto il campo. Frank non aveva
mai contato molto per Dick; aveva scelto delle cose sguaiate e delle
fanciullaggini, in mezzo a tutti quegli altri elementi dignitosi di cui
Merefield, e, a dir vero, ogni vita veramente ammirevole è composta.
Eppure questa figura spiccava adesso davanti a lui con straordinario
rilievo.
Prima v'era il fatto che tanto Frank quanto lui avevano sofferto
crudelmente a motivo della stessa donna, quantunque Frank
incomparabilmente più di lui. Dick aveva tanta onestà da confessare
che almeno Jenny con lui non aveva mancato di parola; ma vedeva
con altrettanta chiarezza che la conclusione era la stessa. Egli
sapeva, con quella certezza che non richiede né cerca prove, che
Jenny lo avrebbe certamente accettato se Lord Talgarth non fosse
già comparso sul suo orizzonte, e che ella lo aveva soltanto messo in
disparte per un po' per vedere se questo sole più vecchio si sarebbe
levato più alto nel cielo. Era la stessa considerazione, senza dubbio,
che le aveva suggerito di abbandonare Frank uno o due mesi prima.
Ma Lord Talgarth in tasca valeva due cadetti in mano. Era qui che il
suo “giudizio” s'era fatto avanti, e certo l'aveva servita appuntino.
L'attenzione di Dick era stata attratta su Frank da questa comunanza
dell'offesa; ed una volta attratta, s'era indugiata su altri aspetti della
sua personalità. Lo stoicismo artistico è un ideale soddisfacente
finché le cose vanno abbastanza bene: esso fornisce una buona
protezione contro disgrazie del genere di quella di non essere
apprezzato, o di perdere denaro, o di avere una posizione
secondaria; contro tutti quei mali che toccano le convenienze del
corpo e della mente. Ma quando è toccato il cuore, lo stoicismo
artistico casca come un'armatura rugginosa. Durante gli ultimi
giorni, Dick aveva cominciato a considerare sul serio se l'opposto
esatto dello stoicismo artistico (chiamiamolo “impulsività naturale”)
non fosse un sistema quasi altrettanto buono. Egli cominciava a
vedere qualcosa di ammirevole nell'atteggiamento di Frank di fronte
alla vita, e più lo considerava e più gli pareva da ammirare.
Frank perciò aveva cominciato a suggerirgli. qualcosa di patetico e di
commovente. Jack Kirkby gli aveva dato qualche notizia, dalla quale
aveva intuito qualcosa di ciò che Frank stava attraversando, e il suo
“io” estremamente artificioso cominciava ad esserne toccato.
Diede una o due occhiate attorno alla stanza, chiedendosi se valesse
la pena di vivere per tutte queste cose. In quella stanza egli aveva
messo tutta la sua anima - v'era quella incisione “jacobean” con le
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teste grottesche - quanto tempo vi aveva agonizzato sopra, nella
bottega di King Road, a Chelsea, chiedendosi se fosse o no quella che
gli occorreva per quello spazio tra le due porte! V'era quella statuetta
di dama “Tudor”, con la pettinatura quadrata, comperata ad Oxford:
egli aveva impiegato una settimana almeno per stabilire esattamente
da qual punto dovesse sorridergli; v'era quella cortina nuova che
divideva le due stanze: s'era fatto mandare una dozzina di campioni,
e li aveva gradualmente eliminati due a due, disponendoli per dieci
giorni sullo schienale d'una poltrona, prima di potersi decidere
(come pareva simpatica, a proposito, proprio ora, con quella
macchia che la dolce luce del sole di Londra disegnava tra le
pieghe!).
Ma tutto questo valeva qualche cosa?.. Egli discusse tra sé
l'argomento quasi passivamente, tormentandosi pensieroso la
barbetta bruna; ma il fatto stesso che poteva argomentarci sopra
mostrava che le fondamenta della sua filosofia erano scosse.
Bene, allora... Frank. Cosa ne era di lui? dove era?
Verso le undici, dopo aver bussato alla porta esterna, un fattorino
correttissimo entrò e porse un telegramma.
Dick stava scrivendo ad Hamilton's, in Berners Street, di certi
strapuntini grigi per la stanza di riserva. Prese il telegramma, lacerò
la busta con aria preoccupata. Poi proruppe in una piccola
esclamazione,
- Nessuna risposta, signore!
- No. Sì... aspetta un momento.
Prese un modulo di telegramma con una fretta quasi indecorosa, vi
fece l'indirizzo di Jack Kirkby, Barham, Yorks, e scrisse sotto:
“Certamente. Attendovi cenare e dormire. Richard Guiseley.
Poi, quando il ragazzo se ne fu andato, rilesse il telegramma che
aveva ricevuto.
“Ricevuta lettera da Frank. Potrò forse scoprire indirizzo venendo
città. Potete alloggiarmi stanotte?
Jack Kirkby, Barham”.
Rimase qualche minuto in meditazione. Poi terminò il suo biglietto a
Hamilton's, ma in maniera distratta. S'alzò e camminò per parecchi
minuti su e giù per la stanza, con le mani nelle tasche della giacca, in
profondi pensieri. Rifletteva sul fatto d'aver ricevuto notizie di Frank
proprio in quel momento, e si domandava quale sarebbe stata la
prossima mossa della Provvidenza.
Il resto della giornata Dick lo passò nella sua maniera più
caratteristica: ed io, considerando gli altri personaggi di questa
storia e le loro occupazioni, ho quasi una specie di piacere
drammatico nel descriverlo.
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Egli si recò al “lunch” da una distinta dama di sua conoscenza, e che
non aveva meno di settant'anni - il nome preferisco tacerlo. - I due
rimasero fin quasi alle quattro a tagliare i panni addosso ai loro
conoscenti, ed anche il caso Talgarth fu sviscerato da tutti i punti di
vista. Dick fu franco circa la sua parte nella faccenda. Egli conosceva
benissimo la vecchia signora, e la vecchia signora conosceva
benissimo lui. Sagace al massimo e ai grande esperienza, ella aveva
aiutato assai Dick in parecchi intricati imbrogli, e Dick, d'altra parte,
come giovanotto ben informato, le era di utilità quasi equivalente.
Ella si trovava proprio in quel lembo del mondo che sta perdendo il
contatto con le cose - a settant'anni non si può fare tutto - e Dick
l'aiutava a conservar le relazioni. Quando era a Londra, pranzava da
lei almeno una volta alla settimana.
Alle quattro egli andò al Bath Club, ordinò tè, toasts e sigarette, e
sedette poi, col cappello sugli occhi, sul balcone a guardare i
nuotatori. V'era un ragazzo di sedici anni che faceva dei tuffi
meravigliosi, e Dick provava tutto il piacere possibile nell'osservarlo.
V'era anche un grassone di sua conoscenza, che tentava da mesi di
attraversar la piscina con una nuotata di stile, e che invariabilmente
alla quarta bracciata, se non alla terza, annaspava e beveva. Ed
anche questa persona gli procurava un piacere appena inferiore.
Alle sei, dopo aver sfogliato i giornali illustrati, uscì per prendere il
soprabito, e ben presto fu preso nel calore di una discussione con un
consigliere del Club, a proposito di un tappeto nuovo da porre nella
“hall” di fronte. Non era adatto - disse Dick, usando un'iperbole neppure per il salottino del Cecil.
Questa discussione gli fece perdere più tempo che non intendesse, e
quando entrò nell'ascensore, il portiere lo informò, col fare
distaccato dei portieri, che il signor Kirkby di cui gli era stato detto,
era giunto, che lo attendeva nelle sue stanze.
Poco prima di mezzanotte, Dick tentò di riassumere la situazione.
Avevano parlato di Frank, si può dire, senza sosta, da quando il
cameriere alle nove aveva posto il caffè sulla tavola, ed ambedue
avevano saputo cose nuove.
- Bene, allora, per prima cosa, - disse Dick - domattina andremo da
quest'uomo Parham-Carter, dopo colazione. Sapete nulla della Eton
Mission?
- Nulla.
- Dove si va?
- Oh, si piglia il treno a Broad Street. Ho già guardato. La stazione è
quella di Victoria Park.
Dick aspirò le ultime due o tre boccate di fumo, e posò il mozzicone
della sigaretta in un piccolo portacenere d'argento. (Il portacenere
gli era stato donato dalla vecchia signora con la quale aveva pranzato
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quel giorno).
- Tutto quel che m'avete riferito è straordinariamente interessante disse. - È proprio per trar dall'imbroglio quella ragazza che egli si è
fermato così a lungo?
- Credo che questo ce lo dirà lui stesso. Questo è il motivo apparente,
starei per dire. Ma si tratta soprattutto di una specie di ostinazione.
Aveva detto di voler fare il vagabondo, e l'ha fatto.
- Mi pare una cosa piuttosto simpatica, fare quel che si dice, lo
sapete.
Jack sbuffò. - Già, è meglio che dir di fare una cosa e poi non farla.
Ma perché dirla?
- Mah! qualcosa bisogna fare - rispose Dick
- Almeno, alcuni sembra che la pensino così. Ed io, quasi, li invidio.
Lo sapete. Quanto a me, temo che non ne sarei capace.
- Capace, a far che?
- A far qualcosa. A meno che non chiamiate far qualcosa occuparsi di
questa roba... - e fece girare lentamente la mano attorno alla stanza
perfettamente arredata.
Jack non disse nulla. Ci teneva ad avere una sua attività, in qualche
modo, ed aveva sempre avvertito un'ombra di fastidio per l'estrema
oziosità del compagno.
- Vedo che siamo d'accordo - proseguì Dick.
- Bene, dobbiamo vedere che cosa dobbiamo fare.
S'alzò sorridendo, e si mise davanti al fuoco ad allargare e stringere
le dita.
- Se ci riuscisse di portar via Frank, - mormorò Jack - sarebbe
abbastanza per ora.
- E che cosa proporreste di fame, poi?
- Oh, Dio! nulla: che vada in giro per il mondo, se gli piace. Che
venga a stare con me.
- E se pensasse di essere un po' troppo vicino a... a Lady Talgarth?
Queste parole ricondussero Jack a un pensiero che quella sera lo
aveva già tormentato per un'ora.
- Già, questo è il lato peggiore. È certo che egli non sa nulla. Chi mai
avrebbe potuto dirglielo? E come la prenderà?
- Sapete - rispose Dick - che non è questo, in fondo, che mi faccia
paura? Tutto quel che mi avete detto di lui, mi fa pensare che egli si
comporterà benissimo. Non vi par strano che voi lo conosciate tanto
meglio di me? lo non ho mai pensato che in lui ci fossero tante cose.
- Oh, ce ne sono!... ma non sempre si sa che cosa ci sia.
- Pensate che sia la sua religione, che lo fa così?
- Credo che, per lui, lo sia stata, - disse Jack lentamente. - Ci ho
pensato parecchio. Credo che sia, una cosa precisa, per così dire...
Esitò. Non era esperto in analisi psicologica. Dick venne in suo aiuto.
- Esattamente - disse - Cioè, senza dubbio. Essa gli ha dato un
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centro... un perno per la ruota.
- Eh?
- È... è che in lui tutto si congiunge in un punto solo. Egli sarà più
pazzo e più ostinato che non sia mai stato prima. Ha raggiunto un
centro, adesso... penso che la religione ci sia proprio per questo aggiunse pensieroso.
Questo era greco per Jack, che guardò con l'aria di non
comprenderlo. Dick si volse, e fissò la fiamma, continuando a
stringere e ad allargare la dita.
- È una cosa buffa, questa religione - disse infine - Io non posso
comprenderla.
- E di Archie, che cosa ne dite? - chiese Jack, improvvisamente. (Egli
non aveva una continuità di pensiero).
Dick portò le sue meditazioni a una conclusione con prontezza
uguale, perché altrimenti non sarebbe forse stato tanto caustico
verso il cugino.
- Oh! Archie è un asino. Non val neppure la pena che ne parliamo.
Jack cambiò ancora argomento. Adesso egli aveva compreso la
situazione, col risultato che tutte le sue idee, a un modo o all'altro,
crollavano.
- Sono stato tremendamente preoccupato - disse.
- Sì? E in che modo particolare?
Jack accavalciò una gamba sull'altra. Fino a poco fa, con Dick, egli
non aveva esaminato alcun elemento della situazione, ma essa era
stata ribollente in lui per settimane intere, ed era stata portata
all'acme dalla lettera di Frank ricevuta al mattino. Ed ora la curiosa
intimità con la quale s'era venuto a trovare con Dick cominciava a
riscaldarlo.
- Penserete che sia un asino anch'io - disse - e penso che sia vero. Ma
non posso farne a meno.
Dick gli fece un sorriso incoraggiante. (Certamente, pensò Jack;
quest'uomo vale più che non avessi pensato prima).
- Bene, è vero... - disse a un tratto - Ma è tremendamente difficile
esprimerlo con parole. Ricordate quel che v'ho detto, di quando
Frank venne a trovarmi a Barham?
- Sì.
- Bene, fu allora che disse qualcosa che mi lasciò turbato. E continua
a farmi turbato sempre di più... - Fece un'altra pausa - Bene, è
questo. Egli disse che sentiva che c'era qualche cosa che procedeva,
che egli non poteva comprendere; una specie di Piano, diceva, in cui
egli aveva da prendere parte; una specie di schema da svolgere, ecco.
Suppongo che egli intendesse Dio - spiegò sottovoce.
Dick lo guardò con aria interrogativa.
- Oh, non so esprimerlo a parole! - disse Jack disperato.
E con precisione, del resto, nemmeno Dick. Ma l'idea, in complesso,
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era questa. Una sorta di Fato. Jack diceva di esserne certissimo... e
v'erano tante piccole cose che vi s'adattavano perfettamente.
- Si cambiò d'abiti nella vecchia sacrestia, sapete, nella vecchia
chiesa. Sembrava una specie di sacrificio, ecco. E poi, quella notte, io
ebbi un sogno terribile. E vi fu qualcosa che disse mia madre... ed
ora v'è questa lettera: quella che vi ho mostrato a pranzo, su
qualcosa che gli deve succedere... oh, sono proprio una bestia, non vi
pare?
Seguì un silenzio prolungato. Jack guardò in su, quasi vergognoso, e
vide Dick ritto e immobile, sempre con la schiena rivolta al fuoco, lo
sguardo fisso fuori della stanza. Dall'esterno saliva il mormorio della
strada, il rotolar delle ruote, il tintinnar dei campanelli, le voci della
gente. E quasi in vergogna egli rimase ad attendere le parole di Dick.
Prima d'allora non gli era mai avvenuto di porre tutti questi
sentimenti in forma concreta, neppure per se stesso, ed essi gli
apparivano anche più fantastici di quel che li avesse pensati.
Attendeva quindi il verdetto di quell'uomo calmo, che fino allora
aveva giudicato un po' come un pazzo, perché non si curava d'altro
che di biliardi e di quel che si chiamava Arte. (Jack odiava l'Arte).
Il verdetto venne in una forma inattesa. Ma egli lo comprese
perfettamente.
- Bene, se andassimo a letto? - aveva detto Dick tranquillo.
Al mattino del 24 dicembre Mr. Parham-Carter fu avvertito dalla
linda domestica della canonica che due gentiluomini lo
desideravano. Su un vassoio argentato ella porgeva due biglietti coi
nomi di Richard Guiseley e di John B. Kirkby. Egli saltò in piedi e
scese la scala di corsa. Un minuto dopo li introduceva nel salottino e
chiudeva la porta.
- Sedete - disse - Non potete immaginare quanto sono lieto che siate
venuti. Io... io sono proprio impensierito da tutte queste cose, e non
so davvero che fare.
- E adesso, dov'è? - chiese Jack Kirkby.
Il “clergyman” fece una faccia sconcertata.
- Ho promesso di non dirlo a nessun costo, e voi sapete...
- Ma è ridicolo! Noi siamo venuti con lo scopo preciso di condurlo
via. Non può continuare così. Per questo non abbiamo scritto. Io
mandai la lettera di Frank a Mr. Guiseley (a proposito, è cugino di
Frank), ed egli mi invitò a venire in città. Sono giunto ieri sera, e
stamattina eccoci qua.
Mr. Parham-Carter guardò l'uomo distinto e malinconico che gli
sedeva di fronte.
- Ma voi sapete che io ho promesso...
- Già - scoppiò Jack - Ma non c'è obbligo di mantenere le promesse
fatte ai pazzi. E... - Ma Frank è tutt'altro che pazzo. Egli è...
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- Ebbene?
- Stavo per dire che a me pare che egli sia più sano di chiunque altro
- disse il giovane. - So che pare assurdo, ma...
Dick Guiseley approvò con tale calore che egli si fermò.
- So quel che volete dire - disse Dick nella sua pronuncia strascicata.
- E capisco perfettamente.
- Ma andiamo! - scoppiò Jack. - Egli dev'essere pazzo. Voi non
conoscete Frank come lo conosco io; nessuno di voi due. E poi v'è
quest'altro affare, il matrimonio di suo padre, ecco... e...
S'interruppe e guardò Dick.
- Dite pure - fece Dick. - Non vi preoccupate di me.
- Bene, noi non sappiamo se egli lo sappia o no. Ma lo saprà, presto o
tardi. E allora...
- Lo sa già - interruppe il “clergyman”. - Gli mostrai l'articolo io
stesso.
- Lo sa! E sa tutto?
- Certo! E m'ha detto che conosce la ragazza, la figlia del Rettore,
non è vero?
- Conoscere la ragazza! Ma se era stata la sua fidanzata!
- Cosa?!
- Sì. Non ve l'ha detto?
- Nulla. Nemmeno il minimo accenno.
- E che cosa ha fatto? Che cosa ha detto? - Mr. Parham-Carter
rimase un momento in silenzio.
- Che cosa ha detto? - ripeté Jack impaziente.
- Oh, nulla. Disse soltanto che conosceva la ragazza, quando glielo
chiesi.
- Santo Cielo! - borbottò Jack. Poi un silenzio, interrotto da Dick.
- Mi pare che ci troviamo piuttosto in un imbroglio.
- Ma è una cosa assurda! - scoppiò ancora Jack. - Qua c'è il povero
Frank, che deve avere il cuore spezzato, e ci siamo noi, pronti a fare
tutto quel che possiamo... perché quel poveretto deve trovarsi in un
inferno!
- Vediamo, Mr. Parham-Carter - disse Dick con calma. - Non sarebbe
il caso che andaste a casa sua, e vedeste se c'è e che cosa intende fare
oggi?
- Egli sarà alla fabbrica fino a questa sera.
- Alla fabbrica?
- Sì. È occupato in una fabbrica di prosciutto. Jack s'accese di furia e
di sdegno.
- Bene - proseguì Dick - (posso prendere una sigaretta, a
proposito?). Se andassimo un po' in ricognizione, a tastare il
terreno? Poi Kirkby ed io potremmo stare un po' a far la posta e
saltargli addosso; purché ci diate qualche lume, beninteso.
L'altro lo guardò un momento.
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- Ecco, forse posso farlo - disse dubbioso - Ma che cosa...
- Santo Cielo! Ma voi mantenete la vostra promessa, così. Dopo
tutto, è più che naturale che noi si sia venuti qua dopo la sua lettera,
ed è da aspettarsi che lo si voglia trovare... andate subito, per favore.
Noi vi attendiamo qua.
Un quarto d'ora dopo Mr. Parham-Carter rientrò nella stanza e
chiuse la porta.
- Sì, è alla fabbrica. O almeno non è in casa. E non rientra prima di
buio.
- Ebbene?
- C'è qualcosa per aria. È partita anche la ragazza... (no, essa non va
alla fabbrica). Ho paura che vi saranno dei pasticci.
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Capitolo VI
Il treno elettrico rallentò e si fermò al capolinea di Hammersmith, Si
formò la solita corrente verso l'uscita.
- Venite, Gertie - disse il giovanotto. - Siamo giunti.
La ragazza rimase perfettamente immobile, nascondendo la faccia.
La folla era enorme quella vigilia di Natale, e la gente, per la maggior
parte carica di pacchi, si rovesciava a ondate sulla piattaforma ed
ogni edicola, abbagliante di luce (perché erano passate le sette), era
il centro di una specie di gorgo. V'erano notizie sensazionali nei
giornali della sera, e tutti erano ansiosi di conoscere nei minuti
particolari i fatti che ne tentavano la curiosità dai titoli sommari dei
tabelloni. Tutti volevano conoscere esattamente chi fossero le
persone e quale lo svolgimento del dramma. Era una magnifica
tragedia per la festa di Natale.
- Venite - disse nuovamente il giovanotto - sono usciti quasi tutti.
- Non posso - piagnucolò la ragazza.
Frank la prese risolutamente per il braccio. - Venite!
Allora ella si mosse, e i due fendettero assieme la folla che si
accalcava all'entrata.
- Dovremo affrettarci. Mi spiace, ma occorre che giungiamo a casa.
Ella chinò la testa e non disse nulla.
Gertie quella sera aveva un aspetto del tutto inconsueto. Aveva
saputo spender bene le due sterline e mezza. Aveva un abito
decorosissimo, scuro con una striscia rossa; aveva un cappello largo
e una specie di boa attorno al collo; portava anche un ombrello da
poco prezzo con un manico d'argento falso, e una borsetta con un
fazzoletto nell'interno. Secondo la sua idea, senza dubbio, ella era la
perfetta figura della penitente ideale: rispettabile ed anche
dall'aspetto fiorente, eppur dignitosamente riserbata.
Doveva pensare che nulla in lei manifestasse insolenza, e neppure,
all'esterno, vergogna. Sua madre, fra poco, avrebbe potuto
immaginare che ella non era tornata per semplice bontà di cuore, né
tanto meno perché la sua scappata fosse stata un fallimento. Ella
avrebbe potuto ancora parlar del “Maggiore” con un certo sussiego, e
far capire di essere sempre stata trattata da lui come una signora.
(Quando, pochi mesi fa, io andai a trovarla, la trovai dignitosissima e
sostenuta, eccessivamente raffinata e vagamente memore di perduti
splendori; e sua madre mi disse in privato che ella aveva ricominciato ad essere irrequieta e a parlare di darsi al “Music-hall” o al
teatro). E non rientra prima di buio.
Ma v'è una cosa che mi costa assai a perdonare: ed è che mentre
andavano assieme sotto le luci incandescenti di Chiswick High
Street, ella si volse un po' nervosamente a Frank, e gli chiese se non
gli dispiacesse di camminare due o tre passi dietro a lei. (Vogliate
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rammentare, tuttavia, come circostanza attenuante, che la nuova
posa di Gertie era quella della Signorina Superiore).
- Non mi piace di essere veduta... - mormorò questa rispettabile
persona.
- Oh, ma sicuro! - disse Frank.
S'erano incontrati mezz'ora prima, secondo quanto avevano
convenuto, all'ingresso della stazione sotterranea di Victoria Street.
Frank aveva calcolato che il suo giro con la carretta lo avrebbe
portato là verso le sei e mezza, e a rigore contro gli ordini dei
superiori, ma abilmente, e con la connivenza del compagno di
lavoro, aveva combinato che il suo posto venisse preso per il resto
della giornata da un conoscente del compagno, ora disoccupato, per
la somma di uno scellino, da pagarsi entro la settimana. Era deciso a
non lasciar nuovamente sola Gertie, una volta che il viaggio per
Chiswick fosse cominciato, finché non l'avesse vista al sicuro nella
sua casa.
Anche il luogo del convegno era andato a genio a Gertie. Ella aveva
lasciato Turner Road senza dir parola, l'istante stesso in cui aveva
visto la schiena del Maggiore scomparire dietro la porta del Queen's
Arms per il consueto corroborante mattinale. Poi s'era soprattutto
occupata di spender bene le due sterline e mezza di Frank,
acquistando tutte le sue cose, e di indossarle. Oltre ai pochi scellini
che s'era riservata sul totale, ella aveva risparmiato tre “pence”, e li
aveva spesi al cinematografo di Victoria Street. Vi aveva visto una
commovente serie di quadri sulla “Vecchia casa in campagna”, e
sulla mungitura delle mucche in un'atmosfera patetica di rose e di
campane, e più d'una volta s'era sciolta in lacrime e aveva pianto
silenziosamente nel fazzoletto nuovo. Ma era stata puntualissima a
raggiungere Frank, perché, in realtà, aveva bruciato tutti i vascelli
alle sue spalle, e non le rimaneva altro da fare.
All'imbocco di Chiswick High Street un altro pensiero luminoso la
colpì. Si fermò perché Frank potesse raggiungerla.
- Frankie - disse - vi spiacerebbe non dir nulla delle due sterline e
mezza? Non vorrei che pensassero...
- Ma no, è naturale - rispose Frank gravemente, e, dopo un
momento, accorgendosi che ella lo guardava di nuovo a disagio,
comprese, e si ritirò obbediente a due passi di distanza.
Circa un quarto di miglio più in là, Gertie cominciò a rallentare il
passo. Frank la osservava con molta attenzione. Non era del tutto
sicuro di lei neppur ora. Ella attraversò la strada tra due tram e
Frank la seguì. Poi si voltò come per tornare ad Hammersmith. In
un istante Frankie fu al suo fianco.
- Sbagliate strada - le disse
Gertie si fermò irresoluta, e dovette lasciare il passo a due o tre
viandanti.
206/233
- Oh, Frankie! Non posso! - lamentò sottovoce.
- Avanti! - disse Frank, - e la prese ancora una volta per il braccio.
Cinque minuti più tardi si trovavano alla metà d'una lunga strada
che svolta da Chiswick High Street a sinistra, e là, per la prima volta,
parve che ella fosse spaventata davvero. La strada era deserta: tutta
la popolazione era a passeggiare su e giù per il corso illuminato, un
centinaio di passi alle loro spalle, o febbrilmente occupata negli
acquisti d'ogni genere. Le lampade erano scarse in questa strada, e
tutto era relativamente tranquillo.
- Oh, Frankie! - ella piagnucolò ancora. - Non posso! Non posso!...
Non oso!
S'appoggiò al vano di una finestra.
Pure, io credo che anche allora ella, anziché no, si compiacesse di se
stessa. Era tutto così simile a quella specie di drammi che le
facevano colar le lacrime. Il ritorno del figliol prodigo! e la vigilia di
Natale! Mancava soltanto un po' di neve che scendesse dal cielo, e un
bambino che le piangesse al seno...
Io mi domando che cosa Frank ne abbia concluso. Egli doveva ormai
aver conosciuto a fondo Gertie, e certo non vi sarebbe stato un uomo
tra mille che non si sarebbe irritato della situazione. Ma io dubito
che Frank vi abbia fatto molta attenzione
- Dov'è la vostra casa? - domandò. Guardò il numero della porta
presso la quale Gertie s'erano fermati. Poi disse: - Dev'essere una
dozzina di porte più in là.
- È l'ultima casa di questa fila - mormorò Gertie con voce flebile. Chissà se mio padre guarda fuori. Andate a vedere...
- Mia cara ragazza - disse Frank - non fate la sciocca. Ricordate la
lettera di vostra madre.
Allora ella si volse d'un tratto a lui, e se mai fu sincera, lo fu in quel
momento.
- Frank - mormorò - perché non mi portate via voi? Oh, portami via!
portami via!
Egli la fissò negli occhi per un istante, e in quell'istante intravide
nuovamente quel lampo che gli ricordava Jenny.
- Portami via! vivrò con te come vorrai! - Ella lo afferrò al bavero
della sua povera giacchetta logora. - Tu puoi aggiustarti facilmente, e
io non chiedo...
Allora Frank staccò le dita di lei dalla giacca, e la prese gentilmente
per il braccio.
- Venite con me - disse. - No, non dite una parola di più.
Assieme, in silenzio, fecero i pochi passi che li separavano dalla casa.
V'era un giardinetto davanti, coi bordi abominevoli di ciottoli e di
conchiglie. Al cancello Gertie esitò ancora una volta, ma Frank alzò il
chiavistello e la spinse dentro.
- Oh, i miei guanti! - mormorò Gertie, in un amaro tono di
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costernazione. - Li ho lasciati nel negozio vicino all'A.B.C., in Wilton
Road!
Frank chinò il capo. Poi, spingendola, la condusse fino alla porta, e
bussò.
Si sentì un rumore di passi.
- Dio vi benedica, Gertie. Siate una buona ragazza. Io attenderò sulla
strada per dieci minuti. Mi chiamerete se sarà necessario.
Quando la porta si aprì, egli era scomparso.
La successiva comparsa in pubblico di cui sono riuscito a trovar
traccia fu nella cattedrale di Westminster. Ora, interrompere il
viaggio da Hammersmith a Broad Street costa almeno un “penny” di
più, e penso che Frank non lo avrebbe fatto, dopo quello che aveva
detto a Gertie sulla difficoltà di prendere un omnibus, se non avesse
avuto qualche ragione precisa, cosicché è possibile concludere che
egli abbia interrotto il viaggio a Victoria per cercar di ricuperare quei
guanti.
Par quasi impossibile che Gertie abbia potuto parlare dei guanti in
quel momento, ma avvenne proprio così. Me lo disse lei stessa. E,
ripensandoci, a me pare che sia abbastanza secondo la sua linea
(quantunque forse la linea sia prolungata in modo inconsueto), con
quanto ho potuto mettere assieme sul suo carattere. Il fatto è che i
guanti, proprio allora, erano importantissimi per lei. Ella stava per
comparire sulla scena della vita di famiglia, ed aveva già formato uno
schema perfetto della sua parte. I guanti erano una parte essenziale
nel suo costume, erano la prova definitiva di una specie di
raffinatezza e di opulenza; perciò, per quanto non potesse credere di
riaverli proprio allora, era perfettamente naturale che li nominasse.
Non si deve pensare che Gertie fosse insincera; ella non lo era: era
drammatica. Ed è un fatto che cinque minuti dopo il suo arrivo ella
stava in ginocchio davanti alla madre, col volto nascosto nel suo
grembo, e piangeva da spezzare il cuore. Quando si rammentò di
Frank e corse sulla strada, egli se n'era andato da più di venti minuti.
Uno dei sacerdoti addetti alla cattedrale di Westminster uscì per
caso dal confessionale verso le nove e mezza. V'era rimasto senza
interruzione dalle sei, era stanchissimo, ed aveva le ginocchia
intorpidite. Durante qualche intervallo s'era letto l'ufficio, e pensava
di far due passi per la navata meridionale per sgranchirsi le gambe.
Così aprì la porticina del confessionale, lasciando la luce accesa nel
caso che giungesse qualcuno, si tolse la stola e uscì.
L'intera navata pareva deserta, quantunque vi fosse ancora qualcuno
nella navata a settentrione, proprio oltre il grande spazio del
transetto, ed egli ne percorse tutta la lunghezza, fino all'estremità,
per dare un'occhiata a tutta la chiesa.
Rimase là a guardare per due o tre minuti.
Sul suo capo incombeva la grande volta di mattoni, perduta nel buio,
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incredibilmente vasta e misteriosa, dalla quale emergevano qua e là
in una tenue luminosità il tamburo di una cupola o la linea di un
architrave, come dogmi di un impenetrabile mistero. Davanti a lui si
stendeva l'immensa navata, in cui le sedie erano già ordinate e
pronte per la Messa di mezzanotte, e che ai suoi occhi stanchi
parevano quasi le schiene ricurve di una immensa folla china in
assoluto silenzio di adorazione. Ma non v'era ancor nulla da adorare,
salvo lassù, verso sinistra, dove una pallida fiammella si rifletteva tra
le ombre sul marmo lucido, davanti alla cappella del Santissimo.
V'era un'altra eccezione, perché sul capo, contro l'abside a metà
illuminato, dove un sacrestano ritardatario, un'ombra egli stesso, si
aggirava ancora, affaccendato negli ultimi preparativi dell'Altar
maggiore, là s'intravedeva l'immenso profilo della croce pensile, così
scura che non si poteva distinguere il Cristo torturato che v'era
dipinto... Ma era giusto che fosse così quella sera, perché chi, di tutti
coloro che fra poco sarebbero venuti ad adorare il Bimbo della Gioia,
avrebbe pensato all'Uomo dei Dolori? Il suo tempo era distante ancora tre mesi...
Mentre il prete stava là, guardando e pensando, con quella strana
chiarezza di mente che alcune ore di confessionale danno anche al
cervello più tardo, s'accorse che la figura di un uomo si staccava da
uno dei confessionali illuminati alla sinistra, e s'avvicinava,
camminando svelto e leggero. Con sua sorpresa quest'uomo, invece
di uscire dalla porta di nord-ovest, si volse e venne verso di lui.
Egli lo notò in modo particolare, e più tardi rammentò il suo vestito.
Era un abito turchino assai logoro, macchiato dal fango delle strade
di Natale, con le borse alle ginocchia; la giacca era abbottonata
strettamente, attorno a una sciarpa che forse una volta era stata
bianca, e le grosse scarpe facevano un notevole rumore mentre egli si
avvicinava.
Il prete ebbe un subitaneo impulso quando, il giovane gli passò
davanti.
- Buon Natale - disse.
Il giovane si fermò un momento, e tutto il suo volto s'illuminò di un
sorriso, e il prete notò in quel volto una straordinaria serenità, e
questo quantunque fosse il volto di un Povero, con le guance
infossate e le rughe agli angoli della bocca.
- Grazie, Padre - egli disse - Altrettanto a voi.
Poi proseguì, facendo più che mai fracasso con le scarpe, e si diresse
all'estremità meridionale. Finalmente il rumore delle scarpe cessò.
Il prete rimase ancora qualche momento a guardare e a pensare, e gli
fece un certo piacere che il giovanotto, quantunque appartenesse
senza dubbio alla categoria più reietta, non aveva neppure esitato a
rispondere, e meno ancora avesse detto una sola parola nella
speranza d'aver qualche cosa per Natale. Eppoi, egli aveva
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certamente parlato con la voce di un uomo educato.
Il prete prese a un tratto uno straordinario interesse alla cosa - e non
sapeva il perché - e l'impressione fattagli da quella semplice occhiata
a una persona si approfondiva ogni momento di più... Che cosa mai
stava facendo quel giovanotto?... che cosa cercava in quella navata
deserta?.. chi era?.. cosa c'era attorno a lui?...
Pensò che avrebbe potuto cercarlo e vedere: del resto, si avviava alla
canonica. Ma quando raggiunse l'angolo della navata, e poté vederla
tutta, gli parve che non vi fosse nessuno.
Cominciò a risalirla, più che mai perplesso, poi d'un tratto vide una
persona inginocchiata sul gradino più basso della cappella di destra,
ora chiusa da tende, ove il Presepe era pronto per essere esposto al
pubblico due ore più tardi.
Tutto sembrava strano. Egli non poteva comprendere perché
qualcuno volesse pregare davanti a una cortina chiusa. Quando fu
vicino s'accorse che era appunto il suo amico. Le scarpe erano
inconfondibili. Il giovanotto era inginocchiato sul gradino, ritto e
immoto, col berretto in mano, volto alla cortina dietro la quale,
senza dubbio, stava il presepe nella grotta, coi tre Personaggi, un
vecchio, una Vergine, un Bimbo appena nato. Ma anche il loro
tempo non era ancora venuto. Mancavano ancora due ore.
I preti di solito non vanno a guardare in faccia la gente che sta
dicendo le sue preghiere: sono abituati a queste cose. Ma questo
prete (me lo disse lui) non seppe resistere. E passando, col suo passo
silenzioso, accorgendosi che la lampada del confessionale illuminava
in pieno il giovanotto, si volse e lo guardò in faccia.
Ora io non capisco che cosa fu che egli vide: non lo capisce neppure
lui: ma pare che vi fosse alcunché che gli fece più impressione che
qualunque altra cosa egli avesse mai visto prima.
Gli occhi del giovanotto erano aperti e le labbra chiuse. Non un
muscolo del volto si muoveva. Questo per i fatti fisici. Ma era un caso
in cui i fatti fisici erano supremamente irrilevanti... ad ogni modo, il
prete poteva ricordarli solo con sforzo. Quel che contava era che
v'era là qualche cosa di ultra fisico (quanto a me, lo chiamerei
soprannaturale) che trafiggeva il cuore di chi osservava a fondo con
un'angoscia prepotente...
Quando il prete raggiunse la cappella della Madonna, ancor
tremando un poco, concentrò tutta la sua attenzione negli orecchi,
deciso a sentire il primo movimento che la persona inginocchiata
avrebbe fatto dietro di lui. Rimase seduto così un minuto dopo
l'altro. La cattedrale era piena di echi, mormorii riflessi del rumore
delle strade, diluiti e addolciti in lunghi toni morbidi è strascinati,
sui quali si staccava di tanto in tanto l'improvviso calpestio di
qualcuno che entrava o usciva da un confessionale, il breve fruscio
d'una seggiola spostata, una volta il rumore improvviso della
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porticina d'un confessionale che veniva aperta e lo scatto
dell'interruttore di una lampadina. Ed era anche piena di ombre: un
profilo mostruoso attraversava e riattraversava l'abside dietro
all'altar maggiore, mentre il sagrestano andava e veniva. Una volta
una mano come quella d'un gigante rimase per un istante posata
sulla parete su qualcosa accanto al Trono. Pareva al prete, stanco e
chiaroveggente, com'era, di sedere in qualche luogo d'attesa, in
qualche grande caverna dove si muovessero e passassero delle cose
misteriose, in preparazione per una catastrofe. Tutto era soffocato e
confuso, eppur vivo: e le ombre scure sarebbero svanite di lì a poco
nello splendore della Messa di mezzanotte.
Il prete sapeva a malapena che cosa lo tenesse là, e questo non era
quello che egli attendeva. Egli pensava alla sala comune illuminata
in fondo al lungo corridoio dietro la sacrestia. Si domandava chi ci
fosse. Forse uno o due colleghi, a giocare al biliardo o a fumare.
Avevano avuto una giornata faticosa, e difficilmente avrebbero
potuto andare a letto prima delle tre. Eppure egli rimaneva seduto
qua, stanco e in stato di supertensione, ad attendere ancora, ad
attendere un giovanotto dall'aspetto poco rispettabile, con un vestito
e una scarpa sporca e delle scarpe grosse, che continuava a pregare
davanti a una cortina chiusa in una navata deserta.
Un'ombra girò senza fracasso l'angolo dietro a lui. Era il prete che
egli aveva udito lasciare il confessionale. - Non avete ancora finito? mormorò il neovenuto, soffermandosi dietro la sua seggiola.
- Vengo tra qualche minuto - rispose. L'ombra passò. Poi si sentì una
porta che sbatteva come un tuono ammorzato verso la sacrestia, e
simultaneamente un paio di scarpe che scendeva lungo la navata.
S'alzò immediatamente, e con lunghi passi silenziosi s'avviò
anch'egli per la navata. La figura aveva girato un pilone ed era
scomparsa. Egli corse in punta di piedi, e fece a tempo a vederla che
si voltava dall'acquasantiera di fianco alla porta; la seguì con tanta
rapidità, che la porta vibrava ancora quando ne afferrò la maniglia.
Uscì con più cautela nel vano d'ingresso, e si trovò sui gradini in
tempo per vedere il giovanotto, cinque passi più avanti, che s'avviava
nella direzione di Victoria Street.
Ma qui qualcosa lo fermò.
Uno strillone veniva correndo sul selciato dal deposito della Art and
Book Company, urlando qualcosa, con un cartello che pendeva da un
braccio e un fascio di giornali sotto l'altro. Il prete non poté afferrare
quel che egli diceva, ma vide il giovanotto che si fermava d'un tratto,
si voltava bruscamente verso il ragazzo, e dopo aver frugato in tasca,
porgeva una moneta e afferrava il giornale.
Poi era rimasto là, immobile sul selciato, col giornale spiegato e
gonfiata dal burrascoso vento notturno.
- Giornale, signore! - strillò il ragazzo, sostando sulla strada. 211/233
Orribile!
Il prete non pensava gran che al giornale, ma porse il soldo. Il
giornale gli fu posto in mano, ed egli non vi fece attenzione. Stava
sempre osservando la figura immobile sul selciato, Circa tre minuti
passarono, Poi il giovanotto all'improvviso piegò il giornale, lo
ripiègò e lo cacciò in tasca, Poi si mosse, e un momento dopo era
scomparso all'angolo di Victoria Street.
Il prete non pensava più al giornale quando si volse per tornare alla
cattedrale, ma pensava ancora a quel che aveva veduto…
La sala comune era vuota quando v'entrò, ed egli distese il giornale
sulla tavola e si piegò per vedere che ci fosse di sensazionale, Non
v'era dubbio: la notizia era quella: i titoli erano alti quasi un terzo di
colonna i ma a lui parve che come notizia d'interesse generale avesse
scarsa importanza: non aveva mai sentito nominare i protagonisti.
Pareva che un ricco Pari che viveva nel nord dell'Inghilterra e che
solo da poco tempo s'era sposato per la seconda volta, fosse rimasto
ucciso col figlio maggiore in un incidente automobilistico, L'autista
se l'era cavata con la frattura della clavicola. Il nome del Pari era
Lord Talgarth.
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Capitolo VII
Il mattino del 24 dicembre un piccolo incidente curioso era avvenuto
- e ne ricavo la notizia dai registri della polizia - in una osteriucola ai
margini di South London. È evidente che si tratta di una coincidenza
puramente casuale. V'erano quattro uomini che bevevano assieme
un bicchiere di birra da buoni amici; tornando al lavoro dopo la
colazione. Il loro zelo religioso doveva esser particolarmente sentito,
giacché dichiaravano apertamente che stavano festeggiando la
ricorrenza del Natale, ed io ne deduco che essi bevessero birra
piuttosto di rado.
Tuttavia, mentre stavano per separarsi, lì raggiunse un quinto,
stanco e sporco dal viaggio, che sedette e chiese qualcosa di più
eccitante. Gli altri quattro conoscevano il nuovo venuto, perché ne
pronunciarono il nome e ne indicarono il domicilio, Hackney Wick.
Era un ometto mobile, silenzioso e pallido. Pareva che avesse avuto
qualcosa di misterioso anche nella reputazione dei suoi amici, e che
dovesse essere considerato pericoloso trovarsi con lui.
Egli tuttavia non fece mistero né donde venisse né dove intendesse
andare. Veniva dal Kent, disse, e spiritosamente aggiunse che era
stato a raccogliere luppolo, e andava a passare il Natale con la moglie
e i figli. Aggiunse anche che la moglie gli aveva scritto di avere degli
inquilini.
I quattro uomini, naturalmente, si soffermarono ancora per sentir
tutte le notizie e celebrare ancora una volta il Natale, ma poco dopo
dovettero andarsene. Il piccolo incidente avvenne quando il primo di
essi stava andando (pare che il suo caposquadra fosse di
temperamento tirannico).
- Oh - disse Bill - (dei cinque compagni tre pare che si chiamassero
Bill). - Bill, le vostre scarpe sono sporche.
Il Bill in questione fece qualche osservazione caustica. Disse che
sarebbe stato strano che non lo fossero con un tempo come quello.
Ma l'altro insistette dicendo che non era fango. Dopo un'ispezione
generale, l'opinione della maggioranza fu che Bill doveva aver messo
il piede nel sangue. Lo stesso Bill faceva parte della maggioranza,
quantunque cercasse invano di immaginare una spiegazione
qualsiasi. Due uomini tuttavia dichiararono che, secondo loro, si
trattava soltanto di terra rossa. (A questo punto appare una certa
oscurità nelle deposizioni, probabilmente a causa dell'abitudine a
certi riempitivi che hanno nel parlare gli operai inglesi).
Sull'argomento vi fu una calda discussione, e il Bill che aveva le
scarpe sotto inchiesta parve l'unico che ragionasse. Egli spiegò con
gran buon senso, che se le macchie erano di sangue, egli doveva aver
calpestato del sangue, forse lo scolo di un mattatoio; e se non erano
di sangue, doveva aver calpestato qualche cosa d'altro. Gli dissero
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che era meglio che le lavasse, e pare che infine egli abbia seguito il
consiglio, sebbene senza entusiasmo.
Poi i quattro uomini se ne andarono.
La testimonianza della padrona è concorde. Ella dichiara che il
nuovo venuto, il cui nome le era prima ignoto, quantunque lo
conoscesse di vista, s'era fermato ancora, perfettamente tranquillo,
per una o due ore, e aveva fatto colazione con uova e prosciutto.
Pareva che avesse denaro in abbondanza, ella disse. Finalmente se
n'era andato, zoppicando un poco, in direzione di tramontana.
Ora, questo incidente non ha importanza. Io lo cito soltanto, perché
nel leggere più tardi le testimonianze mi venne in mente un
incidente analogo, nella storia di un processo famoso, nel quale
qualcosa di assomigliante a sangue era stato visto sulla mano del
giudice. Il giudice si chiamava Ayloff, e il fatto era avvenuto nel
sedicesimo secolo.
Mrs. Partington ebbe una sorpresa - non del tutto gradita - quella
vigilia di Natale. Perché alle tre e mezza, proprio quando il
crepuscolo cominciava a calare su Londra, suo marito entrò nella
cucina.
Ella non ne aveva saputo nulla per sei settimane, e se l'era cavata
benissimo senza di lui. Io non sono sicuro neppure adesso se ella
conoscesse o no quali fossero le occupazioni del marito durante le
sue assenze - ritengo che sia possibilissimo che ella, onestamente,
non ne sapesse nulla - e confesso di non averne idea alcuna neppur
io. Pareva tuttavia che questa volta fossero state fruttuose. Egli era di
ottimo umore, era abbastanza ben vestito, e prima che fossero
passati dieci minuti aveva mostrato un pugno di scellini. Ne diede
subito cinque alla moglie per le spese natalizie, ed altri dieci a Maggie con istruzioni esplicite sul modo di spenderli.
Mentre egli si toglieva le scarpe, la moglie gli diede le notizie, prima,
dell'arrivo della piccola compagnia, e poi della sua dispersione,
avvenuta proprio quello stesso giorno.
- Chissà come se la prenderà, quando saprà che il giovanotto è
scappato con la ragazza! - osservò Mrs. Partington.
Il marito commentò con un grugnito;
- E lui, è mezzo matto - soggiunse lei. - Saranno guai se riuscirà a
prenderlo.
Il signor Partington osservò, col suo caratteristico vocabolario, che le
intenzioni del Maggiore erano vane, perché il giovanotto non
sarebbe certo stato tanto pazzo da tornare. E la signora Partington fu
d'accordo con lui. (Invero, questo pensiero era stato tutto il giorno
quello che l'aveva confortata. Perché a lei pareva, con le sue idee
franche e naturali, che nel complesso Frank e Gertie avessero fatto le
cose più opportune. Le piaceva anche pensare di aver avuto ragione
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nelle sue supposizioni sull'atteggiamento di Gertie verso Frank.
Perché, è chiaro, ella non aveva dubitato neppure un istante che i
due se la fossero svignata assieme al modo consueto, per quanto
probabilmente senza alcuna intenzione di sposarsi).
Il signor Partington dopo un po' chiese dove fosse il Maggiore, e gli
fu risposto che, naturalmente, egli era al Queen's Arm. V'era rimasto
infatti senza interruzione - salvo per una rapida corsa a casa per
chiedere se vi fosse nessuna notizia del fuggiaschi - fin dalle undici e
mezza del mattino. Era una situazione che chiedeva conforto.
La signora Partington aggiunse alcuni commenti, poi si mise il
berretto e uscì per completare i preparativi per Natale coi cinque
scellini inattesi, lasciando il marito a dormicchiare nella poltrona di
Windsor, con la pipa che gli pendeva dalla bocca. Era venuto a piedi
dal Kent quella mattina, aveva detto.
Ella tornò in tempo per preparare il tè, portando con sé diverse
ghiottonerie, e trovò che la situazione si era alquanto sviluppata
dalla sua partenza. Il Maggiore aveva fatto un'altra delle sue
comparse infuriate, e s'era confidato a lungo col vecchio amico
Partington, raccontando della straordinaria benevolenza che aveva
sempre dimostrato a Frank, e della confidenza che aveva riposto in
lui. Lo aveva raccolto, si sarebbe detto, che stava quasi per morire di
fame, gli era poi sempre stato padre e amico. Ed esserne
ricompensato In questo modo! La signora Partington si accorse che
con la sua eloquenza gli era riuscito di conquistarsi la simpatia del
marito, dopo di che era nuovamente uscito, dichiarando che andava
a perlustrare il vicinato, ma, più probabilmente, per cercar di
annegare ancora i suoi sentimenti addolorati e feriti.
La signora Partington chiuse le labbra sottili e non disse nulla. S'era
accorta anche; apparecchiando la tavola, che sul pavimento c'erano
parecchie bottiglie vuote, due delle quali con l'etichetta gialla - erano
il risultato della commissione di Maggie - e si preparò ad affrontare
una serata burrascosa. Ma il Natale, ella rifletté per sua
consolazione, viene una volta all'anno soltanto.
Eran quasi le nove quando i coniugi Partington e il Maggiore si
sedettero per la cena. I ragazzi, come al solito, erano stati messi a
letto, dopo che Jimmie aveva informato la madre che il “clergyman”
era comparso almeno tre volte dalle quattro in poi per saper qualche
cosa dell'ospite scomparso. Aveva pianto un po' per esser stato
messo a letto così presto, perché Mr. Parham-Carter gli aveva
promesso, a quanto pare, nientemeno che mezzo scellino se fosse
venuto ad avvertirlo alla Canonica non più tardi di cinque minuti da
quando Frank fosse ricomparso, e non era evidentemente possibile
attraversar la strada in camicia.
La madre gli disse che eran tutte sciocchezze; che Frank non sarebbe
tornato affatto - che non era un giovane rispettabile, perché era
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scappato senza pagarle la pensione. - Questo peggiorò la situazione
più che mai, perché Jimmie protestò con violenza contro questa
profanazione del suo ideale, e sua madre dovette imporsi un tono di
severità per mascherare i propri sentimenti, che, malgrado tutto,
erano di tenerezza. Ma anch'ella, quantunque considerasse la fuga
dei due perfettamente normale, avvertiva un leggero senso di
disappunto, che fosse stato proprio quel giovanotto a fuggire.
Poi ella salì nuovamente per la cena.
Pare che la Great Eastern Railway abbia costruito apposta il grande
sottopassaggio dal quale si accede al distretto di Hackney Wick
perché, specie nelle giornate di pioggia, vi si possano sistemare i
fannulloni che desiderano vedere chi entra o chi esce dal quartiere.
Beninteso, è possibile entrare a Hackney Wick anche da altre strade,
dalla parte delle paludi, e, credo, da un altro sottopassaggio posto a
mezzo miglio più a levante. Ma chi venga da Londra non passa
certamente da quelle strade. Si arriva alla stazione di Victoria Park,
si svolta a destra e si segue il marciapiede, lasciando il parco a
sinistra fino a raggiungere il sottopassaggio dove la strada si unisce
con quella che viene da Homerton. Si può quindi essere
perfettamente sicuri che, a meno di aver da fare con criminali in
allarme, attendendo abbastanza a lungo sotto l'archivolto, la persona
che deve venire a Hackney Wick passerà a meno di dieci passi.
Mr. Parham-Carter sapeva benissimo queste cose, e le aveva
comunicate agli altri due nelle prime ore del pomeriggio. Per
conseguenza avevano predisposto un elaborato sistema di guardia,
per cui dalle tre in poi, uno dei tre si sarebbe continuamente trovato
di sentinella. A Jack era toccato il privilegio - ma non sapeva che
fosse tale - di vedere Mr. Partington che tornava al focolare
domestico; a Dick, che aveva montato la guardia verso le cinque,
quello di vedere il Maggiore - o piuttosto, quello che per lui era
soltanto uno straccione eccitato - uscirne e rientrare alla Queen's
Arm.
È naturale che dopo il colpo e la sorpresa della notizia dell'incidente
occorso a Lord Talgarth e ad Archie, le precauzioni fossero
raddoppiate. Era stato il “clergyman” a comprare per primo il
giornale, verso le cinque, ed entro pochi minuti anche gli altri erano
stati informati.
È inutile cercar di descrivere l'effetto che la notizia ebbe sulla loro
mente, oltre il dire che essa li decise più che mai ad impedire con
qualunque mezzo che Frank potesse loro sfuggire. A malapena essi
comprendevano tutta la drammaticità della situazione, quantunque
venissero man mano rendendosene conto, durante l'attesa, due nella
sala del Men's Club all'angolo, e il terzo, rabbrividendo e pestando i
piedi, sotto l'archivolto. (Un disoccupato, conoscente del
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“clergyman”, era stato collocato come sentinella aggiunta sui gradini
del Men's Club, col compito, quando dal sottopassaggio fosse stato
dato il segnale convenuto per indicare che Frank era in vista, di
avvertirne subito gli altri due nell'interno). Inoltre, come s'è già
detto, dalle quattro in poi il “clergyman” era già stato tre volte a
Turner Road ed aveva assoldato anche Jimmie.
La situazione era in realtà piuttosto strana anche per
l'imperturbabile Dick. Questo giovanotto, verso il quale durante gli
ultimi mesi egli aveva cominciato a provare una strana tenerezza, e
che ora vagabondava per le vie di Londra (e trascinando un carretto)
vestito nei panni vecchi e miserabili descritti dal “clergyman”, in
questo momento era nientemeno che il nuovo Lord Talgarth, con
tutto ciò che questo titolo comportava. Merefield era suo; il palazzo
di Buckley Square era suo; la tenuta in Scozia... era un assoluto
capovolgimento della situazione: era come un colpo fortunato al
“whist”: ogni carta aveva cambiato valore...
Bene, egli ebbe tutto il tempo che volle, prima quando montò la
guardia alle sette, e poi quando raggiunse il “clergyman” al Men's
Club, per esaminare i fatti e le loro conseguenze.
Verso le dieci e mezza i tre tennero consiglio sotto l'archivolto,
mentre i treni rombavano sul loro capo. Essi attraevano ben poco
l'attenzione; il sottopassaggio è buio e deserto, ed essi erano
imbacuccati fino agli occhi, e di solito v'è una quantità di gente che vi
si mette al riparo nelle sere di pioggia. Essi si appoggiarono alla
parete per parlare.
Da quando s'erano consultati avevano fatto altri passi. Mr. ParhamCarter era andato alla fabbrica di prosciutto, ed aveva saputo che il
carretto era tornato con uno solo dei conducenti, e che perciò l'altro,
un certo Gregory - quello di cui Mr. Parham-Carter chiedeva sarebbe stato licenziato. Il “clergyman” s'era fatto dare l'indirizzo del
conducente, che ora era fuori per servizio, ed aveva intenzione di
andarlo a cercare a casa sua, verso Homerton, il mattino dopo, se
Frank non fosse ancora ricomparso.
Ora, v'erano due punti da esaminare.
Primo, si doveva informare la polizia? secondo, era probabile che
Frank avesse appreso la notizia? E allora era da pensare che fosse
andato direttamente dove lo chiamavano le circostanze, dal legale o
addirittura a Merefield?
Dick ricordava perfettamente il nome del legale. Doveva
telegrafargli?
Ma Jack rilevò che se fosse stato così, tutto era come doveva essere.
E questa riflessione diede loro un notevole conforto.
Eppure, rimanevano uno o due “se”. Era probabile che Frank non
conoscesse ancora la notizia. Egli si trovava notoriamente in cattive
condizioni, il nome di Talgarth non era finora comparso su alcun
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cartellone. Pure, poteva avere raccolto un giornale, o averlo avuto da
qualcuno... e allora...
Così la discussione proseguì, senza che se ne potesse concludere
molto. La decisione finale fu questa: che si dovesse continuare a
montar la guardia, come prima, fino a mezzanotte; che a quell'ora si
lasciasse l'archivolto per visitare, tutti assieme, due posti: Turner
Road e la stazione di polizia; e che le persone di ambedue questi
posti fossero informate dei fatti. E poi tutti e tre sarebbero andati a
letto.
Alle undici e dieci Dick si alzò dal caminetto del Men's Club, dove
era rimasto a scaldarsi dopo il suo turno di guardia, e cominciò a
camminare avanti e indietro.
Egli non sapeva rendersi conto del perché si sentisse tanto a disagio,
e decise di mettersi a far qualcosa per rinfrancarsi. (Il “clergyman”
cominciava a sonnecchiare, alquanto vicino al fuoco, perché il circolo
era stato chiuso, e le sale erano vuote).
Si capisce che non era una cosa piacevole aver da dire a un giovane
che suo padre e suo fratello erano morti (Dick stesso ne aveva
sentito un colpo), ma certo la situazione era, nel complesso, assai
migliorata. La mattina, Frank era un disperato; la sera, era un
milionario, e pari del regno. La mattina, i suoi amici non avevano
nulla su cui basare il loro appello, se non il buon senso, e l'affetto; e
Frank di buon senso ne aveva pochissimo, e dell'affetto, a giudicar
dalle apparenze, si faceva un concetto tutto suo.
Eppoi, tutto quell'affare di Jenny, era una questione piuttosto grave
(neppur ora Dick osava pensar troppo a lei, e tanto meno parlarne),
ma Frank l'avrebbe superato.
Allora, sempre camminando avanti e indietro e onestamente
rassicurato da buone - ragioni, cominciò a pensare qual parte Jenny
avrebbe sostenuto nell'avvenire. Era una situazione curiosa,
curiosissima anzi (il preciso e misurato Dick usò un'espressione
anche più forte). Si trattava di una ragazza che aveva giocato col
figlio e aveva sposato il padre, senza dubbio per motivi di ambizione,
e che ora si trovava quasi subito nella posizione di una vedova in
condizioni assai precarie, col figlio giocato che regnava al posto del
marito. E che cosa sarebbe poi avvenuto? Prima il gioco era stato di
denari; ora pareva che dovesse essere di cuori. E che razza di
groviglio combinavano questi cuori!
Ma per tornare a Frank...
...e in questo momento Dick udì un rumore alla porta, e mentre il
“clergyman” si destava dal suo sonnellino, vide la testa incappucciata
del disoccupato e la sua mano che faceva cenni violenti, e udì la sua
voce aspra che gridava di far presto. Il “gentleman” sotto
l'archivolto, diceva, faceva segnali.
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La scena fu completa quando, mezzo minuto dopo, i due giunsero
all'archivolto, col disoccupato che li seguiva.
Jack s'era trovato proprio di fronte a Frank, sul marciapiede opposto
e l'aveva fermato.
- Oh, mio caro! - stava dicendo - t'abbiamo dato la caccia tutto il
giorno. Grazie a Dio, sei venuto...
Frank aveva un aspetto pietoso, pensò Dick, che per la prima volta lo
vedeva nel costume descritto con tanta minuzia da Mr. ParhamCarter. Stava quasi sotto la lampada, che gli segnava il volto di
ombre profonde. Pareva invecchiato di cinque anni da quando Dick
l'aveva visto l'ultima volta - da Pasqua. Ma la sua voce era
abbastanza fidente e sicura.
- Mio caro Jack - stava dicendo - non mi devi interrompere. Io ho
appena... - poi s'interruppe egli stesso, riconoscendo gli altri.
- Così, in conclusione, mi avete tradito? - disse con una certa severità
al “clergyman”.
- Niente affatto - rispose con semplicità l'interrogato. - Sono giunti
stamattina, senza che li attendessi.
- E voi avete detto loro che avrebbero potuto pescarmi qua - disse
Frank. - Bene, non importa. Io proseguo. Ciao, Dick.
- Aspetta - disse Dick. - Si tratta di cosa seria. Hai sentito... - la sua
voce si spezzò.
- L'ho saputo - rispose Frank - ma per stanotte non cambia nulla.
- Ma, mio caro! - gridò Jack, afferrandolo per il lembo della giacca è ridicolo. Siamo venuti qua apposta... tu ti vuoi ammazzare...
- Un momento. Ditemi quel che volete esattamente.
Dick si fece avanti.
- Che li pianti, i tuoi compagni... ecco quel che vogliamo, Frank.
Vogliamo che tu venga alla Canonica per stanotte. Domattina per
prima cosa tu ed io andremo dall'avvocato, e poi a Merefield col
treno del pomeriggio. Mi spiace, ma ti tocca far così. Sei tu il capo
della famiglia, adesso. Laggiù tutti attendono te, e non possono far
senza di te. I giornali non debbono parlare. Fortunatamente nessuno
sa nulla ancora, ma non si tarderebbe a sapere, se aspettassi ancora
mezz'ora. Su, vieni con noi.
- Un momento - disse Frank. - Son d'accordo su quasi tutto quello
che hai detto: - tacque un istante - che il capo della famiglia
dovrebbe essere a Merefield domani sera. Ma per questa sera,
voialtri tre andrete alla canonica ed aspetterete. Bisogna che
completi la mia impresa...
- Che impresa? - chiesero due voci contemporaneamente.
Frank s'appoggiò al muro e cacciò le mani in tasca. .....
- Non posso spiegarvi tutto adesso. Mi ci vorrebbe un'ora… Ma due
di voi conoscono la maggior parte dell'affare. Eccola in venti parole.
Ho riportato a casa una ragazza, ed ora vado ad avvertire l'uomo e a
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dirgli, al tempo stesso, qualche cosetta. Ecco tutto. Ora andatevene,
per favore. Vi sono molto grato, lo sapete, ma vi sarò obbligatissimo
se mi lascerete terminar tutto prima di cominciar qualunque altra
cosa.
Vi fu silenzio.
Pareva cosa abbastanza ragionevole, posta in questo modo, almeno,
in quanto fosse messa in relazione con quella che ai tre sembrava
l'estrema irragionevolezza di tutto il procedere di Frank. Esitarono, e
furono perduti.
- Vuoi giurare di non svignartela da Hackney Wick prima di averci
riveduto? - chiese aspro Jack.
Frank chinò il capo: - Sì, ve lo prometto.
Il “clergyman” e Dick si stavano consultando a bassa voce. Jack li
guardava, con uno sguardo d'invocazione. Egli era completamente
sottosopra, e attendeva un aiuto. Ma non ne venne.
- Vuoi giurare... - ricominciò.
Frank pose la mano sulla spalla dell'amico.
- Vediamo, vecchio mio. Ho quasi finito, davvero. Penso che potresti
lasciarmi andare senza più...
- “All right”, d'accordo - disse Dick a un tratto. - E...
- Benissimo - rispose Frank - allora non c'è proprio più altro... - e si
volse come per andarsene.
- Frank, Frank! - gridò Jack.
Frank si volse, lo guardò, e poi proseguì.
- Buona notte - gridò.
E così lo lasciarono partire.
Lo guardarono, silenziosi, attraversare la strada, all'altezza del
Queen's Arm e salire sul marciapiedi di sinistra. Quando s'avvicinava
a una lampada, l'ombra, alle sue spalle, s'accorciava, svaniva, e gli
ricompariva davanti. Dopo la terza lampada lo persero di vista, e
s'avvidero che pochi passi più in là avrebbe svoltato in Turner Road.
Fu così che lo lasciarono andare.
La camera di Mr. Parham-Carter parve loro calda e famigliare, dopo
il disagio della strada buia e umida. Sappiamo già com'era: la
Madonna, le incisioni, le librerie basse, le cortine, le pareti rosate, il
caminetto allegro, e la lampada elettrica.
Fu anche, dapprincipio, rassicurante - sicura e riparata com'era - e
sedettero contenti. Un vassoio con della carne fredda e del
formaggio era posato sul tavolino accanto al caminetto, e il cacao
stava scaldandosi in un bricco bruno. Al Men's Club avevano preso
qualche rinfresco irregolare, ed ora avevano fame...
Dopo un po' cominciarono a discorrere, ed era sorprendente vedere
come la vista e il contatto di Frank li avesse rallegrati. Mi
confessarono che gran parte dell'ansietà era stata causata dalla sua
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semplice assenza, e dal pensiero dei mille possibili incidenti di
strada. Sarebbe stata una tremenda ironia se egli fosse stato travolto
proprio il giorno in cui era diventato Lord Talgarth.
Fecero anche i loro piccoli piani per il giorno dopo. Dick ci aveva
ripensato. Lui, Jack e Frank avrebbero dovuto andare all'ufficio del
legale, in Lincoln's Inn Field, e lasciare un messaggio, visto che,
naturalmente, l'ufficio sarebbe stato chiuso, appena il vagabondo si
fosse rivestito decentemente con un abito comprato fatto. Poi
avrebbero preso il primo treno del pomeriggio per giungere a
Merefield in serata. Il funerale forse non avrebbe potuto esser fatto
prima di qualche giorno: ci sarebbe stata un'inchiesta.
Rilessero la narrazione del disastro sulla “Star” edizione
straordinaria. Pareva che non fosse stata colpa di nessuno. Lo sterzo,
in una discesa ripida, non aveva funzionato. La macchina aveva
urtato in un muricciolo; l'autista era stato sbalzato al di là; i due
passeggeri erano stati travolti sotto la macchina. Lord Talgarth era
morto sul colpo; Archie era morto cinque minuti dopo esser stato
tratto dai rottami.
Così ora parlavano a voce bassa, con un'ovvia eccitazione di sollievo.
Faceva un grande piacere - ora che consideravano le cose nel
benessere conferito dal cibo e dal caldo - sapere che Frank era
distante meno d'un quarto di miglio in un ambiente miserabile, è
vero, ma per l'ultima volta. Il domani l'avrebbe visto restituito alla
vita normale, costretto da irresistibili circostanze a metter da parte
le delusioni e i capricci, e a prendere il futuro nelle sue mani.
La mezzanotte li trovò che discorrevano ancora, desti e lieti; ma si
fece un po' di silenzio quando si udirono i rintocchi delle campane.
- Natale! - disse il “clergyman” - Buon Natale!
Si strinsero la mano, sorridendo timidamente, come è abitudine
degli inglesi.
- E pensare che quello sciocco di Frank... - mormorò a mezza voce
Jack - Vi ho detto, Guiseley, di quando venne da me nell'autunno? Negli ultimi tempi egli aveva pensato molto a quella visita, e a quello
che Frank gli aveva detto di sé: dell'idea che aveva di qualcuno che
agisse dietro la scena sulla quale egli doveva rappresentare
passivamente la sua parte; della sua osservazione del come dovesse
essere piacevole essere uno “squire”. Bene, pareva che la
rappresentazione fosse giunta all'epilogo: ora sarebbe seguita
davvero la vita del signorotto. Era curioso pensare che Frank fosse,
proprio in questo momento, Lord Talgarth!
Dick scosse il capo, sorridendo tra i baffi. In un modo o in un altro, il
giro che avevano preso le cose aveva per il momento sommerso in lui
la coscienza della tragedia di Merefield e i suoi crucci personali e la
memoria di Jenny.
Jack ripeté brevemente tutto, sottolineò la figura del Maggiore e la
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repulsione che ispirava, e la comparsa di Gertie, e l'incredibile
ostinazione di Frank.
- E pensare che egli è andato a fondo, come voleva, e che ha
ricondotto la ragazza in famiglia!... Bene, grazie a Dio, questo è
finito. Cose del genere non ce ne saranno più.
Dick s'alzò e cominciò a muoversi, guardando i quadri e i libri.
- E se andassimo a letto? - fece il “clergyman”.
- Giusto, tanto più che dovremo alzarci presto. Il “Clergyman” si
alzò.
- Temo che avrete una stanza scomoda. Siamo al completo. E voi,
Mr. Kirkby?
- Vi attenderò fino al ritorno.
I due uscirono, dopo avergli augurato la buona, notte, e Jack rimase
a fissare il fuoco.
Egli si sentiva perfettamente sveglio, ed ascoltava soddisfatto i
rumori che venivano dalla strada. Chissà dove, in questo sciamare di
gente, era Frank. Faceva piacere pensarlo.
Durante i mesi scorsi la personalità di Frank era stata persistente
davanti a lui. Non che egli pretendesse di comprenderla, ma
comprendeva adesso abbastanza per sentire che in tutto ciò v'era
qualcosa di ammirevole davvero. Era pazzo e donchisciottesco e
assurdo, ma aveva una luce di nobiltà. Si capisce, sarebbe stato un
disastro se tutti quanti avessero agito così: la società non potrebbe
andare avanti se tutti sposassero la causa degli infelici e dei traviati,
e si vestissero di stracci, e si addossassero la some degli altri. Ma,
nonostante questo, non era spiacevole pensare che proprio il suo
amico avesse fatto tutte queste cose, a dispetto di tutte le
convenzioni. V'era in questo una pennellata di delicatezza. Ed ora
era finito tutto, grazie a Dio... Come se la sarebbero passata bene, nel
Nord!
Udì dall'esterno un cancello sbattuto. Il suono s'era appena distinto
dal mormorio della notte. Poi un treno passò cigolando sul
terrapieno dietro la casa, dirigendosi con rumore di ferraglia alla
Victoria Park Station e tornò a distrarlo.
- Siete pronto, Mr. Kirkby? - chiese il “clergyman” entrando.
Jack s'alzò, stirandosi. A metà del movimento si fermò.
- Che cos'è questo rumore? - disse.
Stettero in ascolto.
Nuovamente s'udì l'acuto e prolungato tintinnio d'un campanello
elettrico, seguito, da alcuni colpi alla porta terrena.
Jack, guardando l'altro in volto, lo vide impallidire leggermente
sotto gli occhi.
- V'è qualcuno alla porta - disse Mr. ParhamCarter. - Andiamo a
vedere.
E Jack, rimasto là, immoto e senza respiro, non poté sentire altro
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che il rapido martellare del suo cuore alla base della gola.
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Capitolo VIII
Alle undici e mezza Mrs. Partington salì alla stanza dove i due
uomini stavano ancora bevendo, per suggerire ancora una volta che
era tempo di andare a letto.
Era una stanzetta cupa, in facciata del primo piano, dove Frank e il
Maggiore avevano dormito la notte scorsa in un gran letto
matrimoniale. Il letto era ora spinto. verso la parete, ancora da
rifare, con le lenzuola sottosopra, e con vari oggetti posati su di esso
come sopra una tavola. Una seggiola senza spalliera stava tra il letto
e la finestra.
La tavola alla quale i due uomini sedevano era spinta vicino al fuoco,
acceso parte in onore di Mr. Partington e parte in onore del Natale,
ed era coperta da un guazzabuglio di piatti, di bicchieri, di tabacco,
di bottiglie. In mezzo v'era un barattolo da marmellata, che
conteneva un ramo di agrifoglio regalato dal macellaio. V'era
pochissimo mobilio nella stanza: un cassettone tinto di giallo di
fronte alla porta, carico anch'esso di un reggimento di bottiglie; una
grande oleografia della Regina Vittoria pendeva sul letto, e, per
ragioni imperscrutabili, era perfino concesso che sul camino pendesse una iscrizione, tracciata in lettere gotiche e confusa in una
profusione di fiori di melo, dipinti a colori stridenti, per proclamare
che “Il Signore è misericordioso e paziente”. Dall'altra parte del
camino v'era un lavabo con un secchio di zinco, e col cappello del
Maggiore gettato nel catino. V'era un pezzo di tappeto sotto la tavola,
e una specie di materasso di lana, calpestato in due o tre punti, di
fianco al letto.
Mrs. Partington tossì entrando, tanto era acre il tanfo per il fumo del
tabacco, della paraffina e dell'alcool.
- Benedetti uomini: - esclamò, e tossì una seconda volta.
Ella sentiva un considerevole sollievo per il fatto che Frank non fosse
tornato, quantunque in verità al suo ritorno non avesse creduto
neppure un istante. Ma non desiderava più fastidi né litigi, e nel
guardare il Maggiore, che al suo entrare s'era voltato, si sentì ancor
più sollevata. Egli non aveva un aspetto rassicurante.
Aveva bevuto forte tutto il giorno per annegare il dolore, ed aveva
pranzato, da uomo d'affari, col padrone di casa. Quattro bottiglie di
birra vuote e una di “whisky” vuota anch'essa erano sparse sul tavolo
e sul pavimento, e un'altra bottiglia di “whisky” vuota a metà stava
tra i due uomini sul tavolo. E mentre guardava il Maggiore, con la
sua completa esperienza dei sintomi dell'ubriachezza, ella comprese
immediatamente quale stadio egli avesse raggiunto.
Ora il Maggiore era senza dubbio un ubriacone, questo dev'essere
sottinteso: egli beveva tutte le volte che poteva. Ma un vagabondo
non ha i mezzi per bere oltre una data misura. Egli è perpetuamente
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in cammino e perpetuamente povero. Ma questa era un'occasione
speciale: era Natale; egli si trovava a Londra, quasi a casa; il suo
ospite era tornato ed egli aveva perduto Gertie.
Aveva raggiunto ora quello stadio pericoloso in cui l'alcool, dopo
aver riscaldato eccitato e confuso il cervello, se ne ritrae in una certa
misura, lasciandolo limpido e risoluto e indifferente e interamente
conscio di qualunque idea venga in quel momento ad essere
dominante (almeno, questo è l'effetto su alcuni temperamenti). Lo
stato ebete era superato da un pezzo, al principio del pasto, quando
il Maggiore s'era curvato sul piatto e aveva pianto sull'ingratitudine
dell'uomo, e sulla particolare amarezza della dimostrazione che ne
aveva dato “il vecchio Frankie”. Era succeduto uno stadio rumoroso,
ed ora una tranquillità di morte.
Egli era pallido in volto; aveva gli occhi infossati, ma lucidissimi, e
fumava con furia.
- Ora dunque - disse Mrs. Partington con allegria - è tempo di
andare a letto.
Il marito le fece un sogghigno, che era la sua massima
approssimazione di una risata. Ad ogni modo egli era un uomo
tranquillo.
Il Maggiore non disse nulla.
- Ecco, c'è Erb che è di nuovo sveglio! - disse la madre. nell'udire un
lamento dalla scala. - Tornerò tra un minuto - e scomparve un'altra
volta.
Due bambini erano svegli.
Jimmie era disteso accanto al fratello, con gli occhi neri spalancati, e
guardò riflessivo la madre che entrava. Egli pensava ancora ai sei
“pence” che avrebbero potuto forse essere suoi. I lamenti di Erb
cessarono quando la madre entrò, e andò per prima cosa alla tavola,
per abbassare il lume, Era una buona madre, molto più tenera di
quel che volesse apparire, ed Erb lo sapeva fin troppo. Ma la
rispettava abbastanza per cessar di piangere quand'ella entrò.
- Ma dunque... - disse essa con rudezza materna - io non posso...
Si fermò ad un tratto. Aveva udito dei passi sul selciato mentre
entrava nella stanza, ed ora sentì la maniglia della porta di casa che
cigolava e qualcuno che entrava nell'andito. Rimase perplessa per un
istante, e in questo istante ella perdette l'occasione, perché il rumore
dei passi oltrepassò subito la porta e cominciò a salire. Si poteva
pensare, è evidente, che fosse uno degli inquilini del primo piano,
eppure ella sapeva che non lo era. Balzò alla porta un istante dopo,
ma era troppo tardi, e fu appena in tempo per vedere la figura ben
nota svoltar l'angolo della scala che conduceva al primo piano.
- È Frankie? - chiese Jimmie, rizzandosi sul letto. - Oh, mamma,
lasciami...
- Sta fermo! - disse stizzosa la donna, e stette ad ascoltare, con le
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labbra aperte.
Pare che Mrs. Partington abbia potuto da quel punto seguire assai da
vicino quel che dev'essere avvenuto al piano di sopra.
Era una notte calmissima, in Turner Road. La gente allegra era nelle
strade meglio illuminate, e la gente sobria era chiusa in casa. E non
v'era rumor di passi sul selciato a confondere il piccolo dramma di
suoni che discendeva a lei attraverso le tavole sconnesse del soffitto.
Ella non seppe spiegare più tardi perché non fosse intervenuta.
Immagino che abbia sperato contro ogni speranza di interpretare
male quel che udiva, e anche che cominciò ad essere presa da una
specie di terrore che non le riuscì di cacciare.
Dapprima, si sentì la porta che veniva aperta e richiusa, poi due o tre
passi, e silenzio di morte.
Poi ella udì parlare, prima una voce, poi un crescendo, come se tre
persone urlassero assieme. Infine, ancora una voce sola (e le fu
impossibile, da distante, distinguere di chi fosse).
Così, per un minuto o due. Di tanto in tanto v'era un crescendo, e
una o due volte una voce si levava sulle altre quasi in un grido.
Poi, senza che nulla l'annunciasse, vi fu uno strascinar di piedi, e un
tonfo, come d'una seggiola rovesciata; e, quasi più forte che il
rumore, Erb fece un lamento prolungato.
- Sta zitto! - fece la donna bruscamente.
I rumori proseguivano: ora era il calpestio d'un piede, ora un colpo
di tono diverso, e intanto una o due voci in esclamazioni cupe e
concitate, e poi ancora completo silenzio. Erb ora singhiozzava
facendo meno rumore che poteva, atterrito dall'espressione della
madre, e Jimmie s'era alzato e stava in camicia sul pavimento,
ascoltando come sua madre. Maggie dormiva ancora profondamente
all'opposta estremità del letto.
La donna s'avvicinò in punta di piedi alla porta, l'aprì e guardò
incerta. Ma la scala svaniva nel buio, senz'altra luce che quella che
trapelava dalla porta su cui ella stava...
Adesso si sentiva una voce che si alzava e cadeva, ed ella sentì che
questa voce era di tanto in tanto spezzata da qualcosa che
rassomigliava a un ghigno. Chissà perché, questo fatto la spaventò
più di ogni altro: le pareva la voce di suo marito. Rinculò nella
stanza, e mentre lo faceva, venne il rumore d'un colpo e d'un
calpestio, ed ella comprese, in un modo che non sapeva spiegare, che
non v'era più lotta.
Avrebbe dato tutto il mondo per potersi muovere, per correre alla
porta di casa e chiamare aiuto: ma le ginocchia le tremavano e il
cuore le martellava come se volesse scoppiare. Jimmie s'era afferrato
a lei, e la stringeva, scosso dal terrore, e mormorava qualcosa ch'ella
non riusciva a comprendere. Tutta la sua attenzione era rivolta al
piano di sopra. Ella si domandava per quanto la cosa sarebbe andata
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avanti.
Doveva essere trascorsa la mezzanotte adesso, e le strade parevano
immobili come la morte. Ma sopra v'era ancora del movimento, e del
rumore di colpi, e poi d'un tratto venne la fine.
Vi fu ancora un crescendo di rumori - due voci si alzarono in
disputa: una quasi acuta, per ira o per scongiuro; poi ancora un
rumore improvviso e pesante, come il colpo di una caduta, e il
silenzio.
La prima cosa che Mrs. Partington poté ricordare dopo questa, fu
che si trovò in piedi sul pianerottolo del primo piano, ad ascoltare,
eppur timorosa di muoversi.
Dentro v'era quasi silenzio: appena un parlar sottovoce, e il suono di
qualcosa che veniva spostato. Ella distinse la voce di suo marito.
Alle sue spalle la scala saliva, ed ella s'accorse che adesso anche
qualcun altro stava a vedere. Una testa sudicia di donna s'avanzò
sulla ringhiera, e una candela le illuminò il volto: La testa
sogghignava. Poi un bisbiglio acuto dal sommo della scala chiese che
cosa succedesse.
Mrs. Partington indicò col dito la porta chiusa, e fece un cenno
rassicurandola. Comprendeva di dover essere naturale a qualunque
costo. La donna si sporse ancora un istante dalla ringhiera, poi
scomparve.
Jimmie era salito anche lui, ora, sempre in camicia, zitto, con la
faccia bianca come la carta. Fissava gli occhioni sul volto della
madre.
Poi a un tratto ella non poté più sopportare l'attesa. S'avvicinò alla
porta, sempre in punta di piedi, sempre ascoltando, e pose le dita
sulla maniglia. Ora dall'interno si sentivano movimenti più garbati,
il rumore di un catino e dell'acqua (ella udì distintamente il tintinnio
della porcellana), ma nemmeno una parola.
Girò risolutamente la maniglia e guardò.
Il Maggiore era ritto nell'angolo vicino alla finestra, con le mani in
tasca, e fissava il letto con un volto stupido, bianco, sprezzante. La
lampada sul camino lo illuminava in pieno. Inginocchiato a fianco
del letto v'era suo marito, che le voltava le spalle, tenendo un catino
sul letto e qualcosa di scuro che vi pendeva sopra. Allora ella vide
Frank. Era lui che era coricato sul letto, quasi bocconi: una scarpa
penzolava da questa parte, ed era la testa di lui che Mr. Partington
teneva sollevata. Ella guardò un momento terrorizzata... poi i suoi
occhi si abbassarono sul pavimento, dove, tra i frammenti di un
bicchiere spezzato e foglie del caprifoglio, una pozza di liquido scuro
si allargava lentamente. E a questa vista il suo istinto si riprese.
Venne avanti; e prese per le spalle il marito, che volse la faccia e si
ritrasse un po' verso di lei. Ella lo spinse da parte, gli prese un catino
e la testa del giovane...
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- Levatevi di qua - sussurrò rauca. - Presto, vi dico! tu e il
Maggiore!... Jimmie!... - Il bambino le fu subito al fianco, tremando
tutto, ma perfettamente padrone di sé. - Jimmie, vestiti e corri alla
Canonica. Suona e chiedi di Mr. Carter. Fallo venire subito con te.
La testa di Frank le sfuggì alquanto dalle mani, ed ella si alzò un po'
per sostenerla meglio. Quand'ebbe finito e si guardò nuovamente
attorno, la stanza era vuota. Dalle scale venne un'improvvisa
corrente e la fiamma oscillò nella lampada. E allora, ancora una
volta senza freno, s'alzò il pianto di Erb.
Un po' dopo l'alba di quella mattina di Natale, Mr. Parham-Carter
sedeva solitario nella cucina. I bambini erano stati spediti da una
vicina qualche ora prima, ed egli stesso era andato avanti e indietro
tutta la notte, ed era sfinito - alla casa del prete cattolico a
Homerton, dal medico e dall'infermiera della parrocchia. Era stato
fatto tutto quel che era opportuno. Frank era stato unto dal prete,
bendato dal medico e collocato dall'infermiera nel mezzo di un gran
letto. Non aveva ancora ripreso, conoscenza. Ora erano di sopra Jack, Dick e l'infermiera; il prete e il medico avevano promesso una
visita per prima delle nove - non avevano nulla da fare per ora,
avevano detto - e Mrs. Partington in questo momento era fuori a
cercar qualche cosa al dispensario.
Il “clergyman” aveva ascoltato la sua narrazione durante uno degli
intervalli nel corso della notte, e gli pareva di avere un'idea
abbastanza chiara di tutta la tragedia, se per dir così,
l'interpretazione data dalla donna ai rumori che aveva sentito era
esatta.
Il Maggiore doveva aver fatto un attacco inatteso, probabilmente con
un calcio, rendendo momentaneamente inabile Frank, e poi, con
l'approvazione divertita quantunque astratta di Mr. Partington,
doveva aver proceduto ad infliggere la punizione a Frank che giaceva
per terra. Doveva aver continuato per un pezzo. A quanto pareva,
Frank era stato duramente colpito in tutto il corpo. E la cosa doveva
esser finita con un improvviso attacco incontrollato da parte del
Maggiore, non solo con le scarpe, ma almeno con una bottiglia: La
testa del giovane aveva dei tagli profondi, come fatti col vetro, e la
punizione doveva esser stata conclusa con tre o quattro calci sulla
testa, prima che Mrs. Partington avesse potuto intervenire.
L'opinione del medico corroborava questa interpretazione
dell'avvenimento. Era impossibile, si capisce, sapere se Frank avesse
avuto tempo o volontà di opporre alcuna resistenza. La polizia era
stata avvertita, ma dei due uomini non s'erano ancora avute notizie.
Era una di quelle aurore fredde, tristi, che non hanno alcuna bellezza
di tepore o di serenità - almeno così pareva in Turner Road. Sopra la
striscia di merletto lacero e sporco che copriva la parte più bassa
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della finestra, torreggiavano contro il cielo d'acciaio le facciate nere
dei casoni. Era tutto straordinariamente tranquillo. Di tanto in tanto
echeggiava e svaniva il passo di qualche viandante all'estremità di
una strada: ma non v'era ancora mormorio di voci, né gruppi alle
porte, come senza dubbio vi sarebbero stati quando la notizia fosse
diffusa.
La stanza era triste anch'essa. Il fuoco era spento da un pezzo. Il
letto dei bambini era disfatto, e la lampada a paraffina s'era spenta
fumando per mezz'ora. Di sopra, il “clergyman” poteva sentire di
tanto in tanto un passo smorzato, e questo era tutto.
Egli era esausto per l'eccitazione e per una specie di terrore; e gli
avvenimenti prendevano per lui lo stesso profilo netto e duro che
avevano gli oggetti materiali in quella fredda luce dell'alba. Aveva
attraversato una dozzina di stati di spirito diversi: un'ira furiosa per
il crimine insensato, per lo spreco disperato e miserabile di una vita;
una compassione opprimente e un rimprovero di sé assolutamente
ingiustificato per non aver previsto il pericolo la sera prima. Gli eran
venuti anche altri pensieri - dubbi se il significato intimo di tutte
queste cose avesse una relazione qualunque con gli avvenimenti
esterni; se, in fondo, tutto il dramma non fosse forse nel suo aspetto
più intimo, un evento completo e perfetto - per essere esatti, un successo mirabile di una natura che egli non poteva comprendere.
Certo, dal lato esterno, non poteva essere concepito uno spreco e un
fallimento più lamentevole. Era stato sacrificato un complesso tale di
valori - nascita, ricchezza, educazione, doti, posizione - e per un bene
così eccezionalmente piccolo e dubbio, che, a quanto pareva, non
sarebbe stato possibile aggiungere alcun dato per spiegare la
situazione. Eppure non era possibile che simili dati esistessero,
chissà dove, e che un'altra azione preziosa e perfetta si fosse
compiuta - che, insomma, non vi fosse stato né uno spreco né un
fallimento?
Ma questi pensieri gli venivano come lampi; ora egli era esausto
dall'emozione e dalla riflessione. Considerava i fatti spietati con
un'attenzione succube e senza energia, e si domandava se sarebbe
stato ancora chiamato di sopra.
Si sentì di fuori un passo esitante; poi la porta s'aperse e il passo
avanzò fino all'uscio della stanza, e una piccola faccia, paonazza dal
freddo, con gli occhi ardenti, lo guardò.
- Entra, Jimmie - mormorò il “clergyman”. E così rimasero a sedere,
l'uno appoggiato contro l'altro, e l'uomo sentiva di tanto in tanto un
brivido che non era di freddo scuotere il piccolo corpo al suo fianco.
Dopo dieci minuti si sentì un passo che scendeva la scala, un po'
affrettato, anche se in punta di piedi: e Mrs. Partington, col volto
marcato dall'insonnia e dall'emozione, e colle labbra strette, gli fece
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un cenno. Egli comprese, e salì la scala stretta, seguito dal fanciullo.
Poi sentì la porta esterna che si chiudeva, mentre la donna usciva di
casa.
Nell'entrar nella stanza gli parve di passare addirittura da un mondo
a un altro: e questa sensazione fu così brusca e improvvisa che
ristette un momento sulla soglia, come stupito del cambiamento.
Dapprima, fu l'assoluta immobilità della stanza che lo impressionò,
tanto dominava in ogni elemento. V'erano delle persone, in quella
stanza, ma erano come statue.
Dall'altro lato del letto, ora decente e ordinato, posto nel mezzo della
stanza, erano inginocchiati i due uomini, Jack Kirkby e Dick
Guiseley, ma né l'uno né l'altro alzarono gli occhi né lasciarono
capire che si fossero accorti della sua presenza quando egli era
entrato. I loro volti erano in ombra: dietro a loro era la luce fredda
della finestra, e un mozzicone di candela quasi del tutto consumato
stava sul tavolino nell'angolo, con uno o due vasi e alcuni strumenti
coperti.
L'infermiera s'inginocchiò al fianco del letto, con un braccio sotto il
guanciale e l'altro sulla coperta.
E poi, v'era, Frank.
Era perfettamente immobile, coricato sul dorso, con le mani
incrociate sul petto, e anche le mani erano fasciate. La testa era
rialzata da tre o quattro guanciali, e una specie di casco gli
nascondeva completamente i capelli e gli orecchi. Solo il suo profilo
si mostrava preciso e distinto contro il bagliore dell'angolo. Aveva il
viso del tutto tranquillo, pallido come l'avorio, e le labbra chiuse.
Solo gli occhi erano vivi...
Poi gli occhi si volsero alquanto, e l'uomo ritto alla porta,
comprendendo lo sguardo, venne avanti e s'inginocchiò anch'egli di
fianco al letto.
Allora, a poco a poco, egli cominciò, in quella viva immobilità, a
comprender meglio quello a cui assisteva. Non era che vi fosse nulla
di fisico nella stanza, oltre alle cose che i suoi sensi gli rivelavano:
v'era soltanto il mobilio squallido, il letto bianco, ora augusto di una
strana dignità come quella d'un altare, e le quattro persone oltre a
lui stesso - anzi cinque, perché Jimmie era al suo fianco. Ma che
quello fisico non fosse il piano del quale quelle cinque persone erano
ora soprattutto consapevoli, era la cosa più evidente di tutte... v'era
attorno a loro non una Presenza, non un'atmosfera, non una
dolcezza o una musica, eppure è solo con queste negazioni che la
realtà poteva essere espressa...
E così essi stavano in ginocchio e attendevano.
- Oh, Jack...
L'atmosfera di attesa fu rotta come dal rintocco d'una campana,
eppure era stato soltanto un sussurro. L'uomo che gli era più vicino
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dal lato opposto scattò con un unico movimento spasmodico e posò
leggermente le dita sulle mani fasciate. E poi per un lungo tratto non
vi fu più né movimento né suono.
- Rosario!... - disse Frank a un tratto, ancora con un soffio - corona...
Jack si mosse fulmineo sulle ginocchia, prese una corona dal tavolo
su cui era stata posta la notte precedente, e glie la pose tra le dita
immobili. Poi vi appoggiò nuovamente la sua mano.
Ancora una lunga pausa.
Di fuori, dalla strada, si sentì un passo che veniva dalla direzione di
Mortimer Road, si faceva netto e pesante sul selciato, e andava
morendo sulla strada che conduce alle paludi. E, a parte questo, non
vi fu alcun rumore per un pezzo: un carro cigolò all'estremità della
strada, e si rifece silenzio.
Ma il silenzio nella stanza era d'un genere diverso, o piuttosto il
mondo sembrava silenzioso perché lo era questa stanza, e non
viceversa. Il centro era qui, dove un uomo stava morendo, e da
questo centro irradiava la Gran Pace.
Non v'era nulla di sprecato, dunque, dopo tutto! questa vita di strana
irragionevolezza che terminava in questo acme di inutilità, proprio
quando le cose ordinariamente utili stavano per cominciare. Poteva
essere sprecato quello che terminava così?
- Prete - sussurrò la voce dal letto.
Allora Dick si curvò in avanti.
- È già stato qui - disse piano e distinto. - C'è stato alle due. Ha
fatto... quel che doveva fare. E torna adesso, subito.
Gli occhi si chiusero in segno di assentimento, e si riaprirono.
Pareva che egli non guardasse a nulla in particolare, come in
meditazione. Era come un uomo che attende a suo agio qualche
piccolo avvenimento piacevole che stia per svolgersi. Non pareva che
fosse in estasi, né in pena, né in attesa dolorosa: era semplicemente
a suo agio, e aspettava. Era contento, qualunque potesse essere il
sentimento degli altri.
Un istante passò per la mente del giovane “clergyman” di dover
pregare ad alta voce, ma l'idea venne subito abbandonata. Gli parve
una cosa insensata e inopportuna. Non questo occorreva. Il suo
compito era di guardare, non di agire.
Così, a poco a poco, cessò di pensare attivamente, cessò di
considerare questo e quello. Dapprincipio s'era chiesto quanto ci
sarebbe voluto prima che giungessero il medico e il prete (la donna
era andata a cercarli). Aveva desiderato che tacessero presto... S'era
chiesto che cosa provassero gli altri, e come avrebbe potuto far la
relazione al Vicario. Ora, a poco a poco, tutto questo cessava, e la
pace cresceva di dentro e di fuori, finché raggiunse un perfetto
pareggio; e la sua attenzione poté considerare ogni cosa nell'equilibrio completo.
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Ancora non si presentava alcuna analogia né alcun simbolo. Non era
neppure per negazioni che egli pensava. V'era precisamente un solo
elemento positivo che comprendeva tutto: il tempo pareva che non
significasse nulla, i battiti dell'orologio erano a malapena
susseguenti; era tutto una cosa sola e quel che era distante era nulla,
e quello che era vicino era nulla... perfino quel viso così vicino che
moriva sui guanciali...
E fu così che qualcosa almeno dello stato nel quale Frank era passato
si comunicò ad uno almeno di quelli che lo videro morire.
Dopo un po' di mezz'ora Frank parlò un'altra volta.
- Caro Whitty... il diario... ditegli...
Tornava il ricordo del medico materialista, che l'aveva pietosamente
curato.
La fine venne pochi minuti prima delle nove, e pare sia venuta
naturalmente come la vita. Non vi fu dramma, non gesti, neppure
una parola.
Quelli che erano là, lo videro muoversi così leggermente nel letto e
alzare un pochino il capo. Poi il capo ricadde, e il Fallimento fu
completo.
FINE
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IL BARONETTO VAGABONDO (None Other Gods