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SERVIRE L’ARTE :
I CARMOSINO – 1787 – 1905
Di Pietro Gallotti
e
Di Ottavio Gallotti
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“Non è mai troppo tardi “ verissimo, proprio non lo è quando si deve onorare l’arte.
Si sta realizzando il desiderio da anni pensato e ripensato: cercare di conoscere meglio la
famiglia dei Carmosino, artisti di notevole rilievo, sconosciuti ai più e ben poco conosciuti anche
ai loro discendenti.
Il caso ha fornito l’occasione che ha dato origine a nuove ricerche quasi concluse alle soglie del centoquarantesimo anniversario della nascita del pittore Pasquale.
La storia dei Carmosino inizia in una antica cittadina campana, Torre del Greco. Alcuni
ritrovamenti hanno consentito la datazione di un primo insediamento nel territorio risalente al nono secolo a.C. All’inizio dell’Era Cristiana nel 79 d.C. tutta la fascia costiera ai piedi del Vesuvio
venne seppellita e distrutta da una terribile eruzione; colpite le popolazioni in fuga. Per qualche
secolo Torre del Greco restò un piccolo borgo trascurato; solo nel 1324 assunse l’attuale nome e
dalla metà del diciottesimo secolo, grazie ad alcuni artisti artigiani si trasforma vigorosamente in
centro di primaria importanza per la lavorazione del corallo, della conchiglia e della lava. In questo contesto vivono i Carmosino, in particolare i due omonimi, padre e figlio, artisti eccezionali.
All’inizio del nuovo secolo Giovanni Carmosino, capostipite nato a Torre del Greco nel
1787, prende in sposa Giovanna Sorrentino, dalla loro unione nascono sette figli: Antonio, Maria
Maddalena, Salvatore,Pasquale, Andrea, Maria Rosa, Pasquale; Quest’ultimo verrà soprannominato Pasqualone per distinguerlo dagli omonimi; nasce il 18 gennaio 1829, da ragazzo aiuta il padre maniscalco; la scuola, le prime amicizie e l’incontro con artigiani del corallo orientano in modo determinante i suoi interessi intravedendo con una possibilità di lavoro la propria indipendenza. Impara velocemente a disegnare e fa pratica dedicando tutto il suo tempo alla conoscenza dei
materiali e della tecnica. Lo fa avvalendosi dell’insegnamento di un amico artigiano. Apre un laboratorio e inizia a lavorare. A ventitré anni sposa Grazia Maria Del Gatto, la loro unione da vita a
ben undici figli tra questi l’ottavo Pasquale il pittore nato il 25 marzo 1869.
Pasqualone, dotato di vivo intuito compositivo, bravissimo nell’incidere camei con scenette napoletane in costume, ha poi tentato il più difficile: incidere la lava, Una preziosa manifattura
più che artigiana, produceva una varietà di oggetti: collane, spille, bracciali, camei, piccole sculture e nel suo laboratorio sono allievi i figli Luciano e Giovanni, un cugino e il figlio Pasquale poco
interessato al lavoro di bulino, sempre più orientato verso la pittura per la quale mostra particolari
doti.
Per la bravura anche nell’insegnamento, Pasqualone a cinquant’anni circa venne chiamato
dalla “Scuola del corallo” appena inaugurata nei locali del vecchio e abbandonato convento costruito dai padri Carmelitani nel sedicesimo secolo. Laboratorio e insegnamento sono l’impegno
quotidiano di Pasqualone.
Famiglia importante, quattro artisti di successo. Pasquale frequenta le elementari, un bambino curioso, osserva con attenzione il padre al lavoro, cerca di aiutarlo, tutto fa credere si prepari
il temperamento di un buon incisore. Finite le elementari frequenta le secondarie, l’appassionano
il disegno e i colori. Nell’anno 1887 è di certo studente al “Reale Istituto di Belle Arti in Napoli”
dove infatti frequenta il secondo anno e consegue il premio di merito nel disegno di figura e ornato.
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A questo punto, mancano ulteriori notizie e non si conoscono con esattezza le ragioni
e i tempi della sua dipartita da Torre. Con certezza è a Milano e frequenta “Brera”; lo testimoniano alcuni disegni a carboncino datati e timbrati, con il voto dell’insegnante, l’ultimo
visto reca la data ’89.
Certamente per i primi tempi Pasquale è aiutato dalla sua famiglia d’origine ha poi
trovato lavoro come disegnatore di immagini sacre per l’editrice – stampatrice Tanfani &
Bertarelli allora azienda importante. Lavoro che gli ha consentito finalmente di dedicarsi alla
pittura, suo desiderio primario, e di mettere su famiglia. E’ andato a nozze il 6 ottobre 1900,
ha sposato una bella signorina di ottima famiglia: Angela Ravelli, diplomata maestra, bibliotecaria presso l’Ambrosiana. Nel 1901 nasce la figlia Maria Grazia e nell’agosto 1904 viene
al mondo la seconda figlia Francesca. Della sua produzione pittorica c’è poco a disposizione
per una analisi adeguata, anche perché la morte improvvisa nel 1905, l’ha colto giovanissimo. Certamente un artista destinato al successo.
Giusto è ricordare anche altri due figli di Pasqualone ed il cugini: Giovanni ottimo e
ricercato incisore tra i più abili, Luciano anche lui buon incisore ed il cugino Pasquale eccellente incisore in pietra lavica.
Dopo aver dato alcuni riferimenti storici sugli artisti ora l’attenzione è per le loro opere.
“……….vostr’arte a Dio quasi nepote”. Il pensiero di Dante apre il discorso su ciò
ch’è stata e sarà sempre l’arte, quanto sia parte non seconda della civiltà dei popoli, quanto
sia manifestazione suprema dell’intelletto, quanto sia viva nella sfera spirituale dell’uomo.
Riflessioni opportune al cospetto di vera arte; mai vadano dispersi i tesori di cui è portatrice.
Eppure………….
La personalità di Pasqualone bisogna rilevarla “leggendo” le sue opere, (pochissimo
è documentato) senza mancare di riflettere sull’importanza della chiamata all’insegnamento
da parte della prestigiosa “scuola del corallo”. Significativa la sua paternità in tempi nei quali la famiglia numerosa era considerata una benedizione e una ricchezza; e ancora valutare
l’importanza del rapporto con i figli se tre di loro hanno scelto il difficile percorso dell’arte.
Si può intravedere l’uomo semplice di forte carattere, estroverso, lavoratore instancabile.
Sensibilità artistica, capacità tecnica, pazienza, intuito, sono le doti essenziali di Pasqualone.
Lui è 2l’incisore”, la sua mano è un tutt’unico con il bulino, piccoli, dolci ben calibrati movimenti; ogni tocco è bravura, Tra le tante opere guardiamone tre pregevoli e importanti in
pietra lavica realizzate nel pieno della maturità e rappresentativa della esperienza artistica di
Pasqualone.
La prima: coppa decorativa: oggetto di gusto classicheggiante in pietra lavica con
parti in ardesia e applicazioni in corallo. Notevole l’alzata concava decorata semplicemente,
mentre il sostegno rivela una solida capacità tecnica nella realizzazione del tutto tondo della
Arpie e nelle preziosità ornamentali della base. Fu presentata all’Esposizione Internazionale
di Torino nel 1884. Nel 1997 alla mostra tenuta nel Castello Sforzesco di Milano vennero
esposte quattro sue oper in lava e un meraviglioso cameo di indicibile finezza. Altro magnifico cameo trovasi custodito al Museo Liverino di Torre del Greco.
Due medaglioni ovali alti cm 10,5 x 15 in pietra lavica di tre colori, scultura ad alto
rilievo, di luminosa leggerezza (mai esposti, di proprietà privata) i cui soggetti sono libere
trasposizioni di due celebri dipinti: la “Madonna con il figlio e San Giovannino” di Raffaello
e “La Carità”. Un primo giro di cornice, una miniatura, tutti boccioli di rose, poi un secondo
giro più largo con un semplice e sobrio motivo barocco.
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Della Madonna notare l’espressione di dolcezza attenta, paziente e materna del volto e il
bel panneggio.
Bella l’esuberanza carnosa della figura femminile dell’opera “LaCarità”; la morbidezza
viva, le belle vigorose spalle, la vivacità dei bambini (uno è a cavalcioni tra spalla e schiena della
donna), più si osservano e più sembra di vederli in movimento, per loro quasi un gioco. Impegno
coraggioso non indifferente dare volume a figure di opere di per se già tanto conclamate; buono
l’equilibrio dei piani. L’abilità tecnica e l’esperienza possono meravigliare, in queste opere c’è
qualcosa in più, tanto da suscitare particolare ammirata emozione.
Questo è stato l’Uomo, l’Artista Pasqualone!
Già detto della difficoltà di avere a disposizione un sufficiente numero di opere di Pasquale figlio di Pasqualone, per poter trattare esaurientemente di lui e della sua pittura. Quel poco di notizie di cui si dispone proviene tutto e soltanto da chiacchierate, racconti della moglie
Angela, delle figlie e dei nipoti ancora viventi. Ora si sta cercando di costruire un archivio fotografico delle opere; lavoro difficoltosa, richiede molto tempo e un pizzico di fortuna. Alcune fotografie danno la possibilità di conoscere Pasquale: alto di statura, volto severo, all’occorrenza
aperto alla bontà e a un bel sorriso, baffi e barba, vestito elegante alla moda del tempo; si direbbe
un portamento austero e signorile.
Pochi sono i dipinti fin’ora documentati. Aveva una particolare passione per l’arte decorativa; diversi i disegni e acquarelli, studi di fregi, di piccoli particolari tratti da opere pittoriche e
sculture di grandi autori; tutto rivela il desiderio di Pasquale di arricchire le sue conoscenze.
E proprio sulla passione per il disegno è bene soffermarsi, perché per quel che si conosce,
quasi si potrebbe votare un pari confronto tra la “matita” e la pittura.
I disegni presi in esame: due di ispirazione sacra. “Il Presepe” (su cartoncino cm 9 x
14,5). Quasi miniatura, l’equilibrio compositivo descrittivo, la bellezza e proprietà dei volti dei
singoli personaggi, il panneggio di vesti e mantelli, la compostezza dei due angeli, l’accenno del
paesaggio, la luminosità, il volto della Vergine con lo sguardo contemplativo verso il Bambino;
S. Giuseppe, molto umano, guarda stupito il pastore inginocchiato, forse in inconscia preghiera,
Tutto, ma proprio tutto, magistralmente disegnato a matita con tocco leggero e sicuro, il chiaroscuro a tratteggio e ove necessario la virgolettata di tratto nero a significare, sottolineare piani e
ombreggiatura. Quanto mai simpatica la coppia di amorini alati posta in alto quasi invisibili tra le
nuvole come per dire: “non sembra ma è la festa dell’Amore”.
“La Santa Famiglia” (su cartoncino cm 9 x 14,5). A quanto detto in precedenza per
l’altra immagine, occorre solo aggiungere che in questa composizione è più sensibile la spiritualità dei tra personaggi: Gesù ispirato, lo sguardo verso l’alto dove aleggia lo Spirito Santo; la
Vergine attenta e pensosa, anche qui S. Giuseppe è molto umano, lo sguardo tutto compreso verso il Bambino e la Vergine; la scena è fissata nel laboratorio del Santo. Non si può omettere di
sottolineare ancora di più la bellezza e la pulizia del segno, la sicurezza senza alcun ripensamento.
Un terzo disegno (su carta cm 25,5 x 17,5): “La figlia Francesca in braccio alla mamma”.
Taglio a mezzobusto, la mamma di tre quarti, i neri capelli fluenti lungo la schiena, bacia la figlia stringendo a se il volto; la bambina infastidita, cerca di ritrarsi; volti espressivi, belli. Pasquale usa pittoricamente con delicatezza tutta la forza della matita: Osservando attentamente
l’espressione del volto della mamma, al di là dell’ammirazione, si scopre il sentimento e la dolcezza del momento. Opera che conferma la gran passione di Pasquale per il disegno e la sua capacità e sapienza nell’uso della matita.
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Solo perché ha del miracolosa è da guardare una miniatura a matita: cartoncino cm 15x 10,
sei dischetti, diametro mm 38 con “Vedute di Marsiglia”. Per capire l’espressione “miracoloso” è
necessario l’uso di una lente di ingrandimento e osservare attentamente i particolari delle architetture, le carrozze e la gente. E il segno? E le ombreggiature?
Ora la pittura.
Tenuto conto della brevità della vita di Pasquale, la sua attività artistica non può essere durata più di quindici anni, non considerando qualche cosa fatta negli anni di studio a Napoli e a Brera. Esaminando delle prime opere risulta evidente l’influenza dell’ottocento pittorico e la ricerca di
una propria tavolozza. Ciò non di meno, tutte le opere viste confermano la grande preparazione e
la certezza di essere di fronte ad un talento avviato a sicuro successo con un raffinato senso del
colore e del disegno, generoso e umile nel non cessare mai di studiare. Ecco perché si può usare –
una volta tanto a ragione – la definizione “artista”. Tra le opere a sostegno dell’affermazione:
“Napoletana” dipinto su tavola cm 23,5 x 35: una “perla” davvero da grande pittore, guardiamola. L’espressione smorfiosa del volto un po’ spavalda, le margherite fra i capelli arruffati,
l’incarnato, la morbidezza delle carni, la bretella del costume verde rilasciata, il corpetto stretto al
seno generoso, le poche rose sorrette dalle belle mani. Nessuna compiacenza a volerne fare un dipinto di carattere, la luminosità suadente sottolinea il naturale abbandono sensuale di questa intrigante e bella figura di napoletana.
“Lezione di Musica” dipinto su tela cm 50,5 x 64; pagina di poesia con un pizzico di malizia. Una chitarra tra le mani di una belloccia paesanotta, un violino in grembo ad un anziano frate
carmelitano, i due seduti su uno scomodo divano rosa puro ottocento, a terra la pelliccia di un orso
bruno, in alto sulla parete un piccolo quadro con appena accennata la figura della Vergine con
Bambino. Il frate in atteggiamento compunto impegnato a solfeggiare, lei attenta e sorridente, segue la lezione pizzicando le corde della chitarra. Ciò che interessa notare sono tre elementi:
l’impostazione della scena, la bellezza e la pulizia cromatica, la caratterizzazione dei personaggi.
Lei, volto maturo, tutta salute, sguardo malizioso, seno trattenuto dalla bella camicia verdina, i due
giri di pizzo a guarnire l’ampia gonna, le gambe accavallate, un piede appoggiato su un vecchio
braciere contenente fogli di musica arrotolati. Lui, il frate, anziano, capelli bianchi, occhiali calati
sul naso, saio bianco e ampio piedi nudi infilati nei sandali, composto, preso dal suo compito di
insegnante. Tutto concorre non solo a rendere “vera” la scena, ma l’atmosfera è tale da sentirsi piacevolmente coinvolti a curiosare discretamente e a godere di loro due. Quadro da definirsi eccezionalmente bello, gustoso e luminoso; si sente il bisogno e riguardarlo lietamente.
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“Sansone schernito dai Filistei” dipinto su tela cm 130 x 104. Opera di grandi dimensioni incompiuta, centrata sul racconto biblico narrante la sventura di Sansone. Probabilmente si tratta di una delle ultime opere del Carmosino, la pennellata sicura, alcuni effetti,
sono segno di una incipiente maturità. Prima considerazione: l’ambiente come tanti
dell’epoca, un grande stanzone buio, costruzione con blocchi di pietra, riceve luce da
un’ampia apertura laterale; al centro sulla destra quasi protagonista la grande macina di pietra. La scena: Sansone è prigioniero dei Filistei, acerrimi nemici degli Ebrei, gli è stata tagliata la folta e lunga chioma, non ha più la forza per girare la macina, tre Filistei lo indicano
in segno di scherno. Tutto il dipinto si avvale della luce come primo e importante elemento;
Sansone a torso nudo non si dà per vinto e vuole tentare, la testa fasciata da un candido panno, corporatura forte in abbandono, appoggiata, aggrappata alla stanga della macina, posizione delle gambe in cerca di sostegno, non ce la fa. I tre danno le spalle all’apertura, sono a
torso nudo, i loro corpi muscolosi sono disegnati dalla luce, (purtroppo incompiuti), uno di
loro ha la schiena retroflessa tale da rafforzare l’espressione di scherno sottolineata dal braccio sinistro teso a indicare la sconfitta di Sansone. La caratterizzazione dei personaggi è ben
studiata e ricercata; alcune otri completano la scena. Nota singolare, il panno che avvolge la
testa di Sansone è messo in evidenza da alcuni luminosi tocchi di bianco e sembra richiamare e dire che la storia è tutta lì. E’ bene sottolineare nuovamente il valore primario della luce,
funzione fondamentale nella composizione.
Sapiente l’uso del colore ben calibrato ad assecondare, senza eccessi, efficacemente e
discretamente la esigenze pittoriche di quest’opera impegnativa che, se pur non finita, può
ben definirsi importante, quasi un’imprudenza per un giovane pittore affrontare un tema difficile ed usare una così grande superficie.
Concludere. Dopo aver esaminato opere di così grande rilievo artistico di padre e figlio – Pasqualone e Pasquale Carmosino – resta poco altro da aggiungere, solo una nota di
disappunto perche autori ed opere davvero considerevoli siano sconosciuti. Sarebbe davvero
bello e giusto rendere possibili qualche iniziativa capace di sopperire a tale carenza.
Quando ci si avvicina a gradi di così alti di vera arte, l’apporto spirituale che se ne
ricava è immenso e di converso viene da riflettere su ciò che (non) è arte oggi; è troppo dire
quanto fa male?
Un grazie a coloro che amano e onorano l’arte nelle sue molteplici manifestazioni e
si dedicano alla sua diffusione.
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BIBLIOGRAFIA:
Carlo Ciavolino – LA STORIA DEL CORALLO A TORRE DEL GRECO - Marimar
Editrice - Napoli (Pagg. 32 – 66 – 67 – 68
TORRE E IL CORALLO (sito internet Torreomnia) – pag.11 – tratto dal libro “IL CORALLO dalle origini ai nostri giorni” Arte tipografica Editrice – S. Biagio dei Librai
– Napoli
Raffaele Raimondo – “ITINERARI TORRESI” – pagg. 298/303 - Festa dei quattro altari – “Niculino Ascione”
Rivista quindicinale “LA TOFA” Anno 2 – n.22 del 17 gennaio 2007 - pag.4 - articolo
“ S. Antonio a Brancaccio – Una chiesa particolare incastonata nella città “
Opuscolo di presentazione della mostra “ROSSO CORALLO” tenutasi a Castello sforzesco di Milano dal 5 al 9 febbraio 1997
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