PAGINE DI STORIA
Cattolici organizzati
a Roma (1870-1900)
Attività religiose, caritativo-sociali, culturali 1
di Mario Casella
1. Cattolici organizzati, cioè laici che si univano per dare comunitariamente la loro testimonianza cristiana, si possono trovare a
Roma già prima del 20 settembre 1870. Quando infatti le truppe
italiane entrarono nella città capitolina, da tempo esistevano le
Conferenze di San Vincenzo e altre istituzioni (l’Arciconfraternita
dell’Obolo di S. Pietro, l’Arciconfraternita delle catene di S. Pietro, la Società preservatrice dalla lettura dei cattivi libri e giornali,
la Unione universitaria, Comitati di giovani sorti negli anni Cinquanta e Sessanta allo scopo di difendere con la penna ed anche
con le armi il Papa e il suo Stato) 2, e da poco erano state fondate
due associazioni destinate a recitare un ruolo di primo piano nella vita religiosa romana: il Circolo S. Pietro e la sezione romana
della Unione Cattolica Fiorentina, poi trasformatasi in Società
Promotrice delle Buone Opere. All’indomani della presa di Roma, il movimento associazionistico si sviluppò considerevolmente, e ai gruppi che nacquero allora altri se ne aggiunsero nei decenni successivi, fino a dare al fenomeno associativo dimensioni
ragguardevoli. Degli oltre 150 sodalizi da me fin qui individuati,
che, sotto vario nome (società, circoli, associazioni, unioni, cenacoli, compagnie, opere), fiorirono a Roma nell’ultimo trentennio
del secolo scorso, alcuni fanno tuttora sentire la loro voce e la loro presenza nella vita religiosa della capitale: mi riferisco al già ricordato «Circolo S. Pietro», alla «Promotrice delle Buone Opere», all’«Artistico-Operaia», al «Collegium Cultorum Martyrum».
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Tra le numerose associazioni sorte nei primi anni Settanta
(tutte di ispirazione intransigente e tutte, chi più chi meno, inizialmente animate dalla certezza che alla fine ci avrebbe pensato
la Provvidenza ad abbattere il fragile edificio unitario costruito
dalla «rivoluzione» e a ripristinare il potere temporale), meritano
di essere qui ricordate, accanto a quelle già citate, la Società per
gli Interessi Cattolici, l’Opera di S. Francesco Regis per la legittimazione dei matrimoni, il Circolo dell’Immacolata, la Pia Unione
delle Donne Cattoliche, la Società di S. Paolo e l’Associazione S.
Carlo, che si occupavano della diffusione della buona stampa. Significativa, per lo spirito di devozione al Papa che la animava, era
anche la Società dei reduci dalle battaglie in difesa del papato:
soppressa nel 1876, fu subito ricostituita sotto il nome di «La Fedeltà», e visse fino al 1921. Tutte queste associazioni, nate dal
desiderio, fortemente sentito, di aiutare i cattolici ad uscire dall’individualismo, per manifestare comunitariamente solidarietà e
devozione al Papa, prima o poi entrarono a far parte della Federazione Piana delle Società Cattoliche in Roma, sorta nel 1872 con
lo scopo di coordinare e dirigere l’intero movimento cattolico romano. Nel breve di approvazione, Pio IX si augurò che non solo
l’Azione Cattolica romana, ma tutte le associazioni laicali, italiane
ed estere, facessero capo alla Federazione, e La Civiltà Cattolica
non esitò a parlare di una «Internazionale Cattolica» da opporre
alla «Internazionale massonica» 3: in realtà, la Federazione Piana
non riuscì ad estendere la sua influenza oltre i confini della città di
Roma, ed anche in questa non fu da tutti accettata e riconosciuta,
visto che nel 1900, anno che segnò il suo massimo sviluppo, le associazioni federate erano appena 24.
Non abbiamo qui la possibilità di soffermarci su ciascuna delle associazioni appena ricordate. Mi limito a sottolineare la genericità dei programmi di alcune di esse (la Società per gli Interessi
Cattolici, la Promotrice delle Buone Opere) e ad accennare brevemente ad un’altra associazione, anch’essa nata negli anni Settanta: mi riferisco all’Unione Romana per le elezioni amministrative, che, a partire dal 1877 (anno del suo debutto sulla scena politica della capitale), organizzò in forma stabile e duratura la partecipazione dei cattolici alle elezioni amministrative, al fine di
«promuovere l’elezione ai pubblici incarichi cittadini di persone
che non solo diano guarentigia di savia amministrazione, ma anche d’efficace tutela dei principi religiosi e morali» (art. 1 dello
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Statuto) 4. Ricordo questa associazione perché, in una città lacerata da forti tensioni e da aspre polemiche a motivo dei fatti culminati nella breccia del 1870, i suoi rappresentanti in Campidoglio si
distinsero per i loro propositi e atteggiamenti di pace e di conciliazione. Essi ritenevano che il modo migliore per servire la loro
città fosse quello di abbandonare la via delle sterili proteste praticata dalle altre associazioni cattoliche cittadine e cercare invece la
via del dialogo e della proposta costruttiva, stabilendo buoni rapporti con i liberali moderati. Da conservatori e da «uomini d’ordine» quali erano, i rappresentanti dell’Unione Romana mostravano di voler evitare all’amministrazione della città crisi al buio e
sussulti e strappi troppo violenti. Sembrava che, con il loro atteggiamento moderato e moderatore, essi volessero da un lato dimostrare ai liberali e agli anticlericali di ogni gradazione che i cattolici non erano, come da più parti si affermava, nemici delle istituzioni e della patria; e dall’altro rassicurare le alte sfere ecclesiastiche sui contenuti e sui limiti della loro collaborazione con i liberali, da essi ritenuta non solo utile, ma necessaria ai fini del benessere e della pace sociale nella città di Roma. In questa prospettiva,
i consiglieri dell’Unione Romana erano attenti non solo ad evitare
atteggiamenti o rivendicazioni di tipo legittimistico, ma ad associarsi alla maggioranza liberale quando si trattava di votare indirizzi patriottici o di sollecitarne l’appoggio dinanzi a tutto ciò che
sembrasse «minaccia del partito estremo». Nel decennio compreso tra il 1877 e il 1887, cioè fino alla destituzione del sindaco Torlonia da parte di Crispi, la presenza dei cattolici nel Consiglio comunale di Roma fu in genere caratterizzata da discrezione e da
prudenza. Prudenza che a molti cattolici del tempo parve talvolta
eccessiva: ad esempio, nell’aprile del 1882, in occasione del colpo
di mano con cui, notte tempo, ignoti sostituirono, in cima al Campidoglio, la croce con l’immagine di Pallade. In quella circostanza, le oche capitoline, cioè (con tutto il rispetto!) i consiglieri dell’Unione Romana, non starnazzarono, ed anche negli anni immediatamente successivi, per volontà della Santa Sede, si guardarono
dal sollevare ufficialmente il problema del ritorno della croce al
suo posto, cosa che suscitò malumori tra i cattolici romani, specie
intransigenti, e indusse alcuni di loro a protestare vivacemente.
Anche negli anni Ottanta, come già nel decennio precedente,
fu la Federazione Piana il centro direttivo dell’Azione Cattolica a
Roma. Si ebbero però importanti novità. La prima è costituita da-
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gli sviluppi del movimento conservatore e partecipazionista, che
ebbe nel Circolo Romano di Studi Sociali e nella Rassegna Italiana, la nota rivista fondata dalla Società della Gioventù Cattolica, i
punti di riferimento più significativi. La seconda importante novità degli anni Ottanta fu l’apparizione, sulla scena cattolica romana, dell’Opera dei Congressi. Questa, grazie al suo presidente
generale, il romano Scipione Salviati, mise le sue prime radici a
Roma e nel Lazio sul finire degli anni Settanta, e già nell’aprile del
1880 convocò una prima Adunanza regionale. Sua longa manus
nella realtà religiosa locale fu, per più di un decennio, la Società
per gli Interessi Cattolici, che nel 1883 accettò di fungere da Comitato diocesano. Ma si trattò di una fiammata di breve durata,
destinata ad affievolirsi sia per la crisi che nella seconda metà degli anni Ottanta investì la Società per gli Interessi Cattolici, sia per
le note polemiche sui gruppi giovanili tra l’Opera dei Congressi e
la Società della Gioventù Cattolica. Questa, dopo aver trasferito,
nel 1881, il suo Consiglio Superiore da Bologna a Roma, contese
con successo alla maggiore organizzazione del laicato italiano la
leadership del movimento cattolico romano, avvalendosi della
preziosa collaborazione del Circolo S. Pietro, del Circolo dell’Immacolata e della Federazione Piana.
Tra le associazioni sorte negli anni Ottanta, ricordo, oltre il
già citato Circolo Romano di Studi sociali, l’Associazione Operaia
di Carità Reciproca fra le donne cattoliche, l’Unione per gli studi
sociali, il Circolo Romano di studi S. Sebastiano, la Società antischiavista d’Italia, la Società Cattolica La Romanina, la più bellicosa tra le associazioni romane.
Gli anni Novanta furono segnati dalla Rerum Novarum. La
pubblicazione dell’enciclica (1891) alimentò una notevole sensibilità sociale, alla diffusione della quale molto contribuirono i numerosi giornali e bollettini delle associazioni romane. Nacquero
allora molti circoli operai, ed anche quelli che operai non erano
cominciarono a guardare alla questione sociale con rinnovato interesse. Conferenze di carattere sociale vennero organizzate da
tutti i nuclei associativi. Particolarmente affollate furono, tra la fine del 1896 e i primi mesi del 1897, quelle tenute dal Toniolo, per
iniziativa congiunta dell’Unione Cattolica Italiana, del Circolo
universitario e del Circolo dell’Immacolata, nella cui sede, qualche anno addietro, era stata fondata la Rassegna Internazionale di
Scienze Sociali. Ma anche Murri (come non ricordare la Cultura
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Sociale?), anche Semeria, anche altri significativi esponenti del
cattolicesimo sociale allora presenti a Roma fecero la loro parte,
sia con i loro scritti, sia accogliendo gli inviti che società operaie
rivolgevano loro per conferenze a carattere sociale. Gradualmente venne a crearsi nella cattolicità romana una mentalità nuova e
diversa rispetto al recente passato, meno legata agli schemi del
«caritativo-assistenziale» e maggiormente proiettata verso il «sociale». Mentre continuavano, ed anzi intensificavano, le loro attività caritative e assistenziali (nel dicembre del 1895, vennero
istituiti due Segretariati del Popolo, l’uno dal Circolo S. Pietro,
l’altro dall’Unione Cattolica Italiana, entrambi gratuitamente volti ad aiutare i bisognosi, indipendentemente dalle loro opinioni
politiche e religiose e dal Paese di provenienza), i cattolici romani
diedero vita ad iniziative creditizie e cooperativistiche, che, per la
loro natura e per i loro programmi, possono collocarsi, se non tra
le attività «sociali» propriamente dette, certo in una fascia intermedia tra queste ultime e quelle caritativo-assistenziali. Sul piano
creditizio, ricordo le casse rurali sorte nel Lazio per iniziativa di
associazioni romane (ad esempio, il Circolo S. Pietro) e della banca Artistico-Operaia, allo scopo di chiamare a fruire direttamente
del credito le classi meno abbienti e sottrarre queste classi dalle
grinfie degli usurai. Tra le iniziative cooperativistiche, va segnalata la «Società Anonima Cooperativa Generale», che operava sotto
il titolo di «Unione Cattolica». Fondata nel dicembre del 1894, la
«Unione» era retta da un Consiglio di amministrazione presieduto dal conte Edoardo Soderini, ed aveva in mons. Radini Tedeschi
il suo assistente ecclesiastico.
Merita infine di essere ricordata la Lega Cattolica del Lavoro di
Roma e provincia, grazie alla quale la presenza cattolica nel sociale
compì un deciso salto di qualità. Nata all’indomani del Congresso
cattolico di Roma del settembre 1900 per iniziativa del Comitato
diocesano dell’Opera dei Congressi e del murriano Circolo democratico cristiano, la Lega affrontava la problematica del mondo del
lavoro non più in termini di carità e di assistenza, ma di «giustizia»
e di «solidarietà professionale». Tra i suoi scopi c’era quello di promuovere la formazione in ciascuno stabilimento industriale di un
«Consiglio di officina nel quale siano rappresentati il padrone e gli
interessati economicamente da un lato, i lavoratori dall’altro per
convenire insieme sulle condizioni del lavoro, sulla misura dei salari, e per i possibili miglioramenti economici e morali» 5.
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Sul piano dell’organizzazione cattolica, gli anni Novanta furono caratterizzati dalla venuta a Roma di mons. Radini Tedeschi e
dal rilancio dell’Opera dei Congressi. Fu merito del Radini se tra
Roma e Venezia si stabilì un clima di maggiore comprensione e collaborazione rispetto al passato; fu merito suo se, nel 1892, dopo
anni di reciproca diffidenza, migliorarono a Roma i rapporti tra
Opera dei Congressi e Gioventù Cattolica, e Filippo Tolli, esponente di spicco di quest’ultima, entrò a far parte dell’organizzazione guidata dal Paganuzzi, assumendo la presidenza del Comitato regionale romano. Grazie al prelato piacentino, l’Opera dei
Congressi riuscì a mettere in città salde radici e a fronteggiare con
successo gli ostacoli frapposti sulla sua strada sia da parroci che
guardavano con sospetto a quei laici che alla guida dei Comitati
parrocchiali mostravano di voler invadere un terreno fino a quel
momento riservato al solo clero, sia dalla Federazione Piana, che
con l’accresciuta influenza dell’Opera dei Congressi aveva visto
diminuire il suo potere di coordinamento e di direzione delle forze cattoliche romane. La nomina, nel 1900, dopo estenuanti trattative, del presidente della Federazione Piana, Augusto Persichetti, a presidente del Comitato diocesano di Roma risolse la crisi e
consentì al laicato cattolico romano di dare ai pellegrini che giungevano a Roma per lucrare le indulgenze giubilari quella immagine di unità e di concordia che la cattolicità romana aveva dato di
sé negli anni immediatamente successivi alla breccia di Porta Pia.
Ma l’ultimo decennio del secolo fu caratterizzato da significative novità anche nel campo religioso-culturale. Fin dal loro apparire sulla scena romana, le associazioni mostrarono di non essere insensibili ai valori della cultura e della formazione, dando vita
ad una miriade di iniziative culturali, delle quali, in molti casi, beneficiarono anche romani che vivevano al di fuori del movimento
cattolico organizzato. Si trattava, in genere, di una cultura che
aveva due principali connotati: era religiosa (o al religioso strettamente connessa) ed era popolare, cioè alla portata di tutti. Alla
elevazione culturale dei cattolici romani organizzati provvedevano sia i molti giornali, bollettini, numeri unici, opuscoli, fogli volanti pubblicati dalle associazioni, sia le numerose attività che fiorivano all’interno di queste ultime. Si può dire che non esisteva a
Roma circolo o associazione o società al cui interno non funzionasse una commissione o una sezione con l’obiettivo di arricchire
culturalmente i soci. Obiettivo che si cercava di raggiungere con
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iniziative di vario genere: conferenze e dibattiti su argomenti di
attualità, di storia, di arte, di scienze, ma anche filodrammatiche,
corsi di cultura religiosa, gite culturali, passeggiate archeologiche,
scuole serali, e via dicendo. Numerose erano pure le «biblioteche
circolanti», alle quali soci e non soci potevano rivolgersi per avere in lettura libri e giornali. Finalità culturali aveva anche il «Ricreatorio pei militari», promosso nel 1895 dal Circolo dell’Immacolata e oggetto, negli anni successivi, di ripetute interpellanze
parlamentari (in una di quelle interpellanze, presentata il 12 febbraio 1898, il radicale Ettore Socci lamentò che l’iniziativa partisse da un circolo che, prendendo nome dall’Immacolata, ricordava il dogma che Pio IX «considerava come gloria del suo regno»);
un circolo – sottolineò il deputato – dove «vengono dati a leggere di quei libri [...] nei quali si dice che i rivoluzionari sono canaglie; dove s’insulta il nome della patria; dove non c’è nome sacro
alla nostra ammirazione, che non sia trattato peggio di quello di
un brigante» 6. Queste ed altre iniziative, nel mentre costituivano
un efficace strumento di formazione e di arricchimento culturale
per le migliaia di soci che affollavano le associazioni cattoliche romane, denunciavano i limiti di una cultura ancora fortemente tradizionale, dalla quale duravano fatica ad emergere i fermenti innovatori che avevano cominciato a manifestarsi fin dai primi anni
del pontificato di Leone XIII. A Roma, come anche nel resto della penisola, la cultura cattolica risentiva, come ha scritto Scoppola, di quel clima psicologico creato dalla questione romana, che
aveva finito per monopolizzare l’attenzione dei cattolici, distogliendoli da altri campi; il mondo cattolico appariva come «soggiogato dal problema dell’indipendenza e della libertà del pontefice», «troppo spesso inteso in forme materiali ed estrinseche, come questioni territoriale e di potere temporale, dimenticando o
ponendo in seconda linea esigenze più profonde e durature sul
piano spirituale e religioso»; e l’atteggiamento intransigente di
fronte allo Stato liberale aveva «fatto sì che il mondo cattolico si
rinchiudesse in se stesso su posizioni di difesa, isolandosi dalla
cultura del tempo» 7. Ma già negli anni Ottanta, e più ancora negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, si fece strada anche
a Roma l’esigenza di un colloquio con la cultura del tempo, nella
convinzione, manifestata da sempre più numerose cerchie di persone, dentro e fuori le associazioni cattoliche, che i destini del cattolicesimo nella vita italiana erano «anzitutto affidati alla presen-
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za nella cultura del tempo» 8. Negli ultimi anni del secolo, ad imitazione di quanto avevano fatto a Genova il p. Semeria e il Ghignoni, Giulio Salvadori, con l’aiuto del p. Genocchi e di don Faberi, diede vita ad una scuola superiore di religione destinata ai
giovani studenti laici. Ma anche ad altri livelli, dentro e fuori le associazioni cattoliche, il tema del rinnovamento culturale era spesso all’ordine del giorno. «Bisogna – affermò il p. Semeria il 3 aprile 1897, in una conferenza alla Cancelleria Apostolica promossa a
beneficio delle opere caritativo-assistenziali del “Laboratorio di
S. Caterina” – “studiare” la religione, non solo “sentirla”. Bisogna – insisteva il p. barnabita – che i giovani nostri abbiano il coraggio di guardare in fronte i problemi nuovi che nuove scoperte
impongono alle menti moderne, le forme nuove che i vecchi problemi hanno assunto; ed abbiano l’energia richiesta per studiare
tutto questo» 9.
Al desiderio di stabilire un dialogo con la cultura del tempo
era legata anche la presenza, sulla scena cattolica della città, di
gruppi e personaggi fortemente innovatori, e perciò scomodi, che
l’autorità ecclesiastica e il laicato inquadrato nelle associazioni
«ufficiali» guardarono con crescente sospetto e diffidenza. Mi riferisco anzitutto ai «circoli modernizzanti» studiati da Bedeschi 10
e recentemente anche da Fiorani 11. Si tratta di un associazionismo
privato, casalingo, salottiero, senza frontiere (cioè non riservato ai
soli cattolici), particolarmente attento ai valori della formazione e
della cultura, non protestatario, discreto, tollerante. I romani e i
non romani che si davano convegno in quei «circoli» (o «cenacoli», come altri preferiscono chiamarli) parlavano di tutto: di fede,
di scienza, di «modernità», di esperienze fiorite altrove, di impegno caritativo. Alle riunioni del più famoso di questi gruppi, la
Unione per il Bene, partecipavano, in casa di Antonietta Giacomelli, personaggi di diverso orientamento religioso e culturale che
erano animati da una spiritualità che, sull’esempio delle esperienze fiorite in Francia ad iniziativa di Paul Desjardins, faceva riferimento alla crescita interiore e alla operosa carità (che si traduceva, tra l’altro, nel procurare, a prezzi accessibili, case in affitto a
bisognosi in genere e ad operai in particolare, specie del poverissimo quartiere di S. Lorenzo). A partire dal dicembre del 1894, la
«Unione per il Bene» pubblicò L’Ora presente, un periodico diretto da Giulio Salvadori. Nell’articolo programmatico, apparso
sul primo numero, leggiamo una frase che ben richiama il caratte-
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re interconfessionale del gruppo animato dalla Giacomelli: «Noi
crediamo si debba spender la vita per quello che unisce gli uomini di buona volontà e non per quello che li divide, nulla invochiamo più vivamente che la caduta delle barriere innalzate dagli uomini per dividere ciò che Dio voleva congiunto» 12.
Come i circoli «modernizzanti», anche Romolo Murri portò
nella Roma di fine Ottocento una ventata di freschezza e di rinnovamento. Dopo aver frequentato, all’inizio degli anni Novanta,
le lezioni di Antonio Labriola sul marxismo, ed aver così allargato i suoi orizzonti culturali, il prete marchigiano si mise ad organizzare gli studenti universitari. Fondò La Vita Nova, diede vita
ad un circolo universitario, abbozzò un progetto di Federazione
di tutti i circoli universitari italiani. Ma incontrò presto sulla sua
strada l’Opera dei Congressi, anch’essa alle prese con un progetto di federazione universitaria. Pressato da più parti, Murri non
solo rinunciò alla sua idea, ma cedette all’Opera dei Congressi
(che al Congresso di Fiesole del 1896 costituì la Federazione Universitaria Cattolica Italiana) anche La Vita Nova, forse nella speranza, destinata a rimanere tale, di poter continuare a dirigere il
giornale, magari con qualche margine di autonomia d’indirizzo
rispetto a quello della maggiore tra le organizzazioni cattoliche
italiane. L’Opera dei Congressi affidò invece la direzione della
Vita Nova e della sezione universitaria al barone De Matteis. Cominciò allora, tra l’Organizzazione presieduta da Giovanni Battista Paganuzzi e Romolo Murri, un conflitto che avrebbe avuto ripercussioni anche nella realtà cattolica romana. Sono note le polemiche tra il prete marchigiano e mons. Radini Tedeschi, delegato dell’Opera per l’Italia centrale e personaggio di primissimo
piano del movimento cattolico romano. Meno note sono le diffidenze e le ostilità suscitate da Murri nel clero (in una lettera a Toniolo, il sacerdote marchigiano parlava di «persecuzione» 13) e in
larghi settori del laicato cattolico della città (negli ultimi anni del
secolo il prete marchigiano polemizzò ripetutamente con il Circolo S. Pietro e con il Circolo S. Sebastiano, e si scontrò duramente con giornali quali L’Osservatore Romano e La Voce della
Verità). La Cultura Sociale, la nuova rivista pubblicata da Murri a
partire dal 1° gennaio 1898, suscitò a Roma vivo interesse, ma fu
anche la causa di vivaci polemiche con esponenti dell’associazionismo «ufficiale», quali Tolli, Soderini e Radini Tedeschi. Il concetto di «democrazia cristiana» era a Roma per lo più letto e in-
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terpretato non nella prospettiva politica additata dal Murri, ma
«nel senso indicato dal S. Padre», cioè come «actio benefica in populum». In una cronistoria della Federazione Piana e del Comitato diocesano relativa agli anni 1898-1904, Augusto Persichetti,
che a partire dal 1900 fu presidente dell’una e dell’altro, scrisse
che una delle principali caratteristiche dell’Azione Cattolica di
quel periodo fu quella di «mantenersi sulla sicura linea direttiva
di fronte al movimento democratico che per opera di Romolo
Murri crea in Roma un altro centro di azione direttiva, quasi antagonistico a quello ufficiale» 14.
Gli anni Novanta videro moltiplicarsi i comitati parrocchiali
(erano 47 nel novembre 1897, e tra essi si distinse quello della parrocchia del Sacro Cuore al Castro Pretorio, affidata alle cure dei
salesiani) e le associazioni. Tra queste ultime, significativa appare
la Unione Antimassonica, sorta il 20 settembre 1893, «nell’ora
istessa – apprendiamo da una lettera dei promotori a Paganuzzi –
in cui Adriano Lemmi solennemente inaugurava la loggia massonica “Universo” nel palazzo Borghese, a protesta contro questa
novella provocazione lanciata contro il Papa e la Chiesa» 15.
2. Tracciato questo rapido e certamente incompleto quadro dell’associazionismo laicale, vorrei spendere qualche parola sui
rapporti tra religione e politica. I liberali del tempo non avevano
dubbi nell’attribuire significato e valore «politico» a tutto ciò che
i «clericali» (così essi chiamavano indistintamente i cattolici) facevano e dicevano: basti leggere le carte di polizia conservate nell’Archivio di Stato di Roma e nell’Archivio Centrale dello Stato, o
anche talune pagine di diari famosi, come quelli di Domenico Farini e di Alessandro Guiccioli. Anche attività quali l’accompagnamento del viatico, che nella Roma del secondo Ottocento avveniva in forma solenne e con largo seguito di fedeli, e l’assistenza spirituale e materiale ai poveri della città venivano spessissimo, per
non dire sempre, lette ed interpretate dai funzionari della Prefettura e della Questura, e non solo da essi, in chiave strettamente
politica. In realtà, ci furono manifestazioni di carattere politico,
ed altre di natura religiosa. E ci furono anche, in molti casi, manifestazioni e atteggiamenti che non è facile decifrare, prestandosi
essi ad essere interpretati in un senso e nell’altro. Detto questo,
debbo aggiungere che l’impressione complessiva che ho tratto
dalla documentazione disponibile è che le associazioni cattoliche
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romane si mossero su di un terreno prevalentemente religioso,
specie nella seconda metà del periodo qui considerato. Pur tenendo costantemente d’occhio la questione politica e pur non perdendo occasione per protestare contro i «fatti compiuti», esse, in
genere, si preoccuparono anzitutto di aiutare i parroci nella catechesi, di preparare i fanciulli (e frequentemente anche gli adulti)
alla prima comunione, di animare la vita liturgica, di soccorrere i
bisognosi, di formare i loro soci, non solo sul piano strettamente
religioso, ma anche su quelli culturale e sociale. Nelle loro associazioni, i laici romani impararono ad alimentare la loro fede e ad
irrobustire la loro spiritualità: una spiritualità variamente articolata, che sul piano devozionale faceva riferimento a Cristo e alla Madonna (in particolare a Cristo crocifisso e alla Vergine Immacolata) e a santi quali Pietro, Paolo, Filippo Neri, Francesco d’Assisi,
Giuseppe Calasanzio (diffusi e attivi erano i terz’ordini francescano e calasanziano: del primo, vivamente raccomandato dal cardinale vicario nel 1882 16, facevano parte, tra gli altri, Santucci, Crispolti, la Giacomelli, Giulio Salvadori; del secondo lo stesso Salvadori, Luigi Costantini, Francesco Faberi); una spiritualità che
era principalmente basata sull’esercizio della carità, come dimostra la vasta e meritoria opera svolta dalle Conferenze di San Vincenzo e da numerosissime altre associazioni maschili e femminili,
a cominciare dal Circolo dell’Immacolata, con il suo «Ospizio S.
Filippo» (un ricovero per i fanciulli abbandonati, promosso e animato da Aristide Leonori), e dal Circolo S. Pietro, con i suoi dormitori pubblici e con le sue cucine economiche, e con altre iniziative caritativo-assistenziali che impressionavano e preoccupavano
i liberali del tempo, ma che furono apprezzate ed imitate anche oltre i confini della città di Roma (ad esempio, nella zona dei Castelli Romani e in Liguria). Con le loro iniziative caritative, le associazioni cattoliche romane resero un concreto servizio alla città
di Roma. Specie in alcuni momenti (ad esempio, in occasione dell’epidemia colerica del 1884) e in alcuni quartieri particolarmente
poveri della città, esse si sostituirono alle pubbliche istituzioni. In
una coraggiosa lettera aperta indirizzata al presidente del Consiglio Rudinì nel giugno del 1898, Filippo Tolli, presidente del Comitato regionale dell’Opera dei Congressi, si disse convinto che
«[...] molti giudizi si riformerebbero» al pensiero dei «danni, anche economici, che potrebbero venire dalla mancanza dei cattolici e delle cattoliche associazioni». «Chi non sa invero – chiese
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l’esponente cattolico romano, sottolineando il ruolo fondamentale (di supplenza, avrebbe detto Chabod) esercitato dalla Chiesa e
dalle sue organizzazioni sul terreno caritativo-assistenziale – che
le Cucine Economiche, i Dormitori Economici, i Ricreatori festivi,
l’Opera catechistica e delle prime Comunioni, il Boccone del Povero, l’Assistenza degli infermi, la Tutela della vedova e del pupillo, il
Segretariato del popolo e tutte le altre opere di misericordia spirituale e corporale vengono esercitate dai Comitati Cattolici per solo amore di Cristo e a vantaggio di chi altrimenti dovrebbe ripetere dal Governo la sussistenza?» «Io – incalzò Tolli – non m’illudo.
Se le cattoliche associazioni tralasciassero il bene che fanno più
non promuovendo religiose dimostrazioni, giubilei e pellegrinaggi vedrei certo aumentare il disagio per ogni dove e massime nella
nostra Roma, città eminentemente sacerdotale, in cui non poche
arti e industrie sono alimentate dal culto. Sbandite per un istante
dal civile consorzio Papa, Vescovi, clero e fedeli e sappiatemi
quindi dire che utile ne ritrarrebbero le istituzioni» 17.
Naturalmente, le associazioni cattoliche romane, pur privilegiando gli aspetti religiosi, e pur manifestando, in molti casi, nei
loro statuti, propositi di apoliticità, non ignoravano l’esistenza di
un conflitto in corso tra la Chiesa e lo Stato liberale, e non nascondevano le loro convinzioni politiche. Convinzioni che nella
maggior parte dei casi apparivano improntate a sentimenti di netta intransigenza. Tale intransigenza, ben simboleggiata dal portone di Palazzo Lancellotti (che ancora nel 1897 restava chiuso in
segno di protesta per la «breccia» del 1870) e dall’associazione
«La Fedeltà» (che fino al dicembre del 1921 tenne vivo lo spirito
dei reduci dalle battaglie a suo tempo sostenute per la difesa dello Stato pontificio), affondava le sue radici nell’humus di un’altra
fondamentale componente della spiritualità del laicato cattolico
romano: quella illimitata devozione al Papa e alla Santa Sede, fenomeno nuovo di cui alcuni decenni fa Roger Aubert invitava a
non sottovalutare l’importanza 18; devozione che si rendeva in
qualche modo visibile non solo nelle pubbliche manifestazioni in
onore del Pontefice (ad esempio quella, nella basilica vaticana, del
dicembre 1893, per il giubileo episcopale di Leone XIII), ma anche nell’impegno con cui i laici raccolti nei circoli cattolici collaboravano nella raccolta dell’Obolo di S. Pietro. Senza uscire, in
genere, dal terreno della legalità, ed anzi raccomandando costantemente ai propri soci di rispettare le istituzioni e le autorità co-
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stituite, le associazioni cattoliche romane manifestarono ripetutamente la loro devozione al Papa e alla Santa Sede, e la loro avversione allo Stato liberale. E lo fecero in modi diversi: ad esempio,
sottoscrivendo note di protesta contro progetti di legge ritenuti
iniqui (tipo quello del 1878 sugli «abusi del clero» o quello del
1893 sul divorzio e sulla precedenza del matrimonio civile su
quello religioso), o anche facendo sentire soprattutto attraverso la
stampa (particolarmente battaglieri erano La Voce della Verità e la
Vera Roma, foglio diretto da Enrico Filiziani) e gli opuscoli della
Società di S. Paolo per la diffusione della stampa cattolica, diretta
da Massimiliano Zara, la loro voce per le frequenti manifestazioni
anticlericali che movimentavano la vita della capitale. Un episodio
serve a darci un’idea del clima esistente a Roma negli anni qui
considerati. Per protestare contro l’erezione del monumento a
Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, la Società Primaria Romana
per gli Interessi Cattolici si adoperò perché il giorno dell’inaugurazione di quel monumento (9 giugno 1889) i romani si astenessero dall’assistere, anche a titolo di semplice curiosità, alla cerimonia, e si raccogliessero invece nelle chiese per atti di riparazione.
Non solo: cercò anche di convincere gli abitanti dei palazzi che
davano sul Campo de’ Fiori a chiudere le loro finestre. «L’intento
– leggiamo in un opuscolo della stessa Società – fu pienamente
raggiunto, perché di ben 247 finestre che prospettavano sulla
piazza di Campo de’ Fiori, solo 32 rimasero aperte e parate» 19.
Clericalismo ed anticlericalismo: ecco due aspetti della realtà
romana che meriterebbero di essere approfonditi; una realtà caratterizzata da una presenza cattolica numericamente forte e prevalentemente attestata su posizioni di difesa e di crociata, e da una
pressione anticlericale e antireligiosa intensa e costante lungo l’intero arco di tempo che va da Porta Pia all’età giolittiana. Era vicino al vero mons. Radini Tedeschi quando affermava: «[...] l’azione cattolica [...] è più difficile che mai», perché «dovunque una
lotta fiera combattesi fra cattolicismo e liberalismo, tra Dio e Satana, tra la Chiesa e la Massoneria. Ma nel duello tremendo, di cui
siamo spettatori quotidiani e parte, i colpi che a Roma si danno
sono tutti violenti, tremendi» 20.
3. Vorrei concludere con un riferimento al Giubileo del 1900. I
cattolici romani lo vissero con un misto di preoccupazione e di
speranza. Come ha notato Jemolo, i cattolici, specie i più giovani,
498
Mario Casella
quelli cioè «meno legati al passato e ai suoi rammarici e rancori»,
nel mentre guardavano timorosi ad un futuro che si preannunciava incerto e nebuloso, sentivano che «maturava lentamente una situazione nuova, che si tracciavano linee suscettibili d’inattesi sviluppi, nelle relazioni fra Chiesa e Stato non solo, bensì pure fra
credenti e non credenti, tra cattolici militanti e cattolici tali per il
battesimo e per il ricorso ai sacramenti nelle ore solenni della vita
– matrimonio e funerali, o ben poco di più – ma sordi a ogni ammaestramento delle autorità docenti nell’ambito della politica o
della economia» 21. In effetti, non mancarono a Roma, nel primo
anno del nuovo secolo, momenti in cui la distanza che separava i
cattolici dai liberali sembrò accorciarsi. L’accenno che ai primi di
gennaio del 1900 il re fece all’Anno Santo nel discorso della corona suscitò tra i cattolici romani – lo assicura l’ispettore di p.s. del
Viminale in un rapporto al questore – una «eccellente impressione», al punto che i meno intransigenti di essi sperarono che quell’accenno fosse «fecondo di nuovi fatti che valgano col tempo ad
assicurare un modus vivendi atto a cancellare quell’urto fra Chiesa e Stato di cui sempre si lamentano le conseguenze disastrose
per l’una e per l’altro» 22. Ed anche il regicidio alimentò, a Roma e
altrove, speranze di conciliazione, visto che molti cattolici della
capitale si unirono ai liberali nel rendere omaggio alla salma di re
Umberto, al momento del suo trasporto nella capitale. Va infine
ricordato che rappresentanti della Santa Sede e dell’associazionismo cattolico lavorarono gomito a gomito con funzionari della
Prefettura e della Questura per disciplinare l’afflusso dei pellegrini: le trattative, condotte in gran segreto, portarono alla decisione,
da parte cattolica, di rinunciare a processioni fuori di chiesa con
labari e distintivi, e all’impegno, da parte delle autorità liberali, di
impedire dimostrazioni anticlericali da parte della Massoneria o
dei «partiti estremi».
Significativi segni di conciliazione si ebbero anche all’interno
del mondo cattolico romano: penso, per fare qualche esempio, alla pace, finalmente stipulata dopo anni di dissidio, tra l’Opera dei
Congressi e la Federazione Piana, e a quella, già ricordata, tra Murri e la dirigenza dell’Azione Cattolica romana; e penso anche al
progetto, elaborato nel dicembre del 1899 dalla Federazione Piana e dal Comitato diocesano, di promuovere una sottoscrizione
fra i cattolici di Roma per erigere nella basilica lateranense una
grande croce a ricordo del giubileo, con i nomi di tutti i sotto-
Cattolici organizzati a Roma (1870-1900)
499
scrittori: «Alcuni fra i clericali intransigenti – scrisse il Commissario capo Buonerba al prefetto – avrebbero desiderato che non fosse tale sottoscrizione estesa anche ai cattolici non devoti al Vaticano; ma tale proposta non fu accettata, volendosi nel simbolo della
Croce raccogliere tutti i cristiani, quali che sieno le loro idee politiche, e dare a questa manifestazione non altro carattere che quello della fede» 23.
Le associazioni cattoliche romane fecero a gara per progettare iniziative e per spiegare alla popolazione della città e del Lazio
il significato dell’evento giubilare. La «Federazione Piana» predispose per tempo un articolato piano d’azione, affidando a ciascuna delle associazioni federate un settore da curare o un obiettivo
da raggiungere. Dell’assistenza delle centinaia di migliaia di pellegrini giunti a Roma per lucrare le indulgenze giubilari si occupò il
«Circolo dell’Immacolata della Gioventù di Roma», che si avvalse
della collaborazione delle altre associazioni cattoliche romane,
prima fra tutte il «Circolo S. Pietro». Un’apposita Commissione,
presieduta da mons. Radini Tedeschi, aveva il compito di preparare le funzioni e le adunanze religiose più significative nella chiesa di S. Ignazio, guidare ed assistere i pellegrini nelle visite alle
maggiori basiliche, ottenere le facilitazioni necessarie per l’acquisto delle indulgenze giubilari, fornire ai pellegrini tutte le informazioni di cui avessero bisogno. Tutte le iniziative progettate ed
attuate a Roma rientravano nel programma elaborato dal «Comitato promotore per il solenne omaggio a Gesù Cristo Redentore al
chiudersi del secolo XIX», costituitosi a Bologna nel 1896 sotto la
presidenza di Giovanni Acquaderni e di cui facevano parte, tra gli
altri, in rappresentanza dei cattolici romani, anche mons. Radini
Tedeschi e Filippo Tolli.
Come in altre città della penisola, anche a Roma si costituì un
Comitato alle dipendenze di quello bolognese. Tra le iniziative
promosse dal Comitato romano, va ricordato l’invito ai cattolici
italiani perché in ogni regione della penisola, sulla vetta più alta,
venisse innalzato un monumento al Redentore. L’iniziativa ebbe
grande successo, e in ognuna delle diciannove regioni, vennero
erette statue del Redentore. Su proposta del conte Ludovico Pecci, nipote del Pontefice, il numero dei monumenti fu portato a
venti, perché, al pari dei diciannove secoli trascorsi dalla morte di
Gesù, anche quello che stava nascendo fosse consacrato al Redentore. Per coinvolgere più attivamente le regioni ed anche per atti-
500
Mario Casella
rare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’iniziativa, fu chiesto
ai Comitati regionali che si erano costituiti un mattone fatto di
pietra tagliata dal monte designato per il monumento: con i venti
mattoni, sarebbe stata murata la Porta Santa della basilica vaticana nella cerimonia di chiusura dell’Anno Santo. La regione romana innalzò il suo monumento al Redentore sul Guadagnolo, monte che sovrasta il Santuario della Mentorella, diocesi di Tivoli, a
1218 metri sul livello del mare; e dalla roccia di quel monte fu ricavato un mattone su cui fu incisa una frase in latino le cui prime
parole erano: «Iesus Christus heri et odie» 24.
APPENDICE DOCUMENTARIA
Cenno sulle Società Cattoliche di Roma 25
Le Società Cattoliche di Roma a propriamente dire ebbero principio fino dall’anno 1850, quando la lettera di Napoleone III al Colonnello Ney ebbe fatto palese gl’intendimenti di quell’infelice Monarca circa
la ristaurazione del Governo Pontificio, che voleva ristabilirlo sui principii liberali e conformi a quelli del 1789.
Allora una eletta di Romani fedeli alla Chiesa, non potendo colle armi, dié di piglio alla penna e si costituì in una Società tendente a risvegliare il sentimento cattolico e monarchico con iscritti ed opuscoli periodici, che non furono senza frutto.
Nel 1854 colla guerra di Crimea e colla partecipazione del Piemonte nella lega occidentale, s’intese maggiormente il bisogno di garantire in
modo più esplicito ed energico il potere sovrano del Pontefice; quindi si
formò in Roma un Comitato Cattolico composto di varii Romani di buon
volere e di ragguardevoli famiglie, con alcuni signori di varii paesi stranieri. Questi con la scorta di un insigne ecclesiastico straniero costituirono un Comitato di azione in difesa della S. Sede a guisa quasi di ordine
cavalleresco militare, il quale si proponeva di fornire al Papa un corpo
novello di volontarii cattolici da renderlo indipendente dalla molesta
protezione di Napoleone III e di garantirne la sicurezza dello Stato.
Questo Comitato col pieno gradimento del S. Padre operò efficacemente per vario tempo avendo ottenuto l’adesione e la cooperazione
di molti Vescovi, e personaggi specialmente francesi, inglesi e tedeschi,
i quali offrivano uomini e danaro a raggiungere lo scopo. Nel bel meglio
però e precisamente nell’anno 1856 all’epoca del fatale Congresso di
Parigi, la diplomazia soffocò quel buon seme ed il Comitato ebbe momentaneamente a sciogliersi.
Cattolici organizzati a Roma (1870-1900)
501
I frutti del Congresso di Parigi maturarono nel 1859 e all’epoca dell’infausta guerra di Lombardia, posta in rivoluzione tutta l’alta Italia,
compresi i Ducati, le Romagne e l’Emilia, sotto la protezione dell’esercito di occupazione francese si apparecchiava in Roma stessa il decadimento del Papa e la proclamazione di un governo provvisorio rivoluzionario.
Allora le membra sparse del Comitato Cattolico si raccolsero di
nuovo per tentare qualche cosa in difesa della S. Sede e si riunivano
giornalmente nello scopo di formare un corpo di Volontarii Romani,
che prendessero la difesa di Roma e del Papa nel caso probabile dell’abbandono di Roma da parte delle truppe di Napoleone III.
Contemporaneamente un altro gruppo di buoni Romani, non sapendo dell’altro, si adunava all’istesso scopo. Avuto contezza l’uno dell’altro, si unirono per unire le forze, e formata una Deputazione di nove
individui, il giorno 2 Luglio, sul cader della sera, quando per l’appunto
si annunziava imminente la proclamazione del governo rivoluzionario in
Roma, fu ammessa in Udienza dal S. Padre, il quale, commosso fino alle lacrime, ricevette, benedicendola, l’offerta fattagli in nome di un gran
numero di giovani Romani che si erano proposti di difendere colle armi
la S. Sede in quei gravissimi momenti.
Colla benedizione del S. Padre quegli uomini di buona volontà posero mano all’opera ed in pochi giorni più centinaia di buoni Romani
erano inscritti nei ruoli del nuovo corpo che doveva chiamarsi Guardia
Urbana. Furono redatti i regolamenti col concorso del Ministero delle
armi, e furono formati i quadri; quando la pace di Villafranca e al solito
la diplomazia distrussero di bel nuovo questo bel germe!
Però quella pace non fu vera pace e subito si asperò [sic?] di bel
nuovo sotto le ali delle aquile imperiali a danni della S. Sede.
Un tetro scuoramento succedette a quello slancio e Roma sembrò
per un momento in piena balia dei tristi, allorquando alcuni di quei giovani devoti a Dio ed alla Chiesa, si adunarono di bel nuovo per iscuotere la nostra Roma da quell’abbattimento, e questa volta con mezzi affatto nuovi.
Questo Comitato composto di dodici Giovani si appigliò al mezzo
validissimo della preghiera.
Il Carnevale del 1860 era riuscito ad una vera sconfitta dei buoni: i
settarii avevano impiegato ogni mezzo e perfino la esplosione di bombe
metalliche per intimorire i buoni. Veniva la quaresima e quei giovani,
dei quali mai si seppe il nome, diffusero l’invito di recarsi a S. Pietro a
pregare col S. Padre nella visita delle Stazioni.
Non vi fu intimidamento o minaccia che non impiegassero i rivoluzionarii, che si ripetesse negli altri Venerdì quella pia dimostrazione, ma
ottennero invece lo scopo opposto: ché l’accorrere dei Romani crebbe a
502
Mario Casella
dismisura nei susseguenti Venerdì, di guisa che sembrò lo accorrere di
Roma nei giorni più solenni di Natale e di Pasqua.
La buona riuscita di questo mezzo incoraggiò il nuovo Comitato,
che costituitosi permanentemente si svolse formando in ciascun rione
ed in ciascuna parrocchia altrettanti Comitati subordinati a quello
centrale.
Allora fu che a mantenere e a fomentare il movimento prodottosi
nei Venerdì di marzo, si proposero cento mezzi a dimostrare e ad accendere la divozione dei Romani verso il Papa e il suo Governo; quindi le dimostrazioni e le acclamazioni che accompagnavano per ogni dove il S. Padre, quindi l’Obolo di S. Pietro che fu costituito in Arciconfraternita, dopo che ebbe origine nel cattolico Belgio, quindi l’Arciconfraternita delle Catene di S. Pietro, quindi le meravigliose luminarie che
stupir fecero il mondo nelle ricorrenze del 12 Aprile, fatte tutte a spese individuali dei Romani e che non cessarono, se non coll’invasione di
Roma. Intanto nel 1865 si costituiva La Società Preservatrice dalla lettura dei cattivi libri e giornali che aveva sede in S. Carlo a’ Catinari, mentre nel 1867 una mano di giovani Romani impugnava le armi nel momento più pericoloso dell’invasione Garibaldina di quell’anno, e formava quel corpo di volontarii, che l’infaustissimo 20 Settembre trovò a
difesa del Vaticano.
Nel 1868 nella Università della Sapienza si formava un’associazione
di giovani studenti intesa ad animarsi scambievolmente nella difesa della buona causa, ed erano, sebbene senza pompa, tutti intesi ed animati a
quell’intento, quando nel 1869, cinquantesimo anno sacerdotale del
Sommo Pontefice, sorgevano contemporaneamente all’insaputa dell’una e dell’altra le Società della Gioventù Cattolica di Bologna e di Venezia, che poi si fusero in una. Ed erano in Roma i Rappresentanti di quella Società all’epoca di quel Giubbileo faustissimo [sic], i quali vollero
fondare in Roma un Circolo che si unissero alla loro opera ed era cosa
ben facile l’ottenerlo: poiché l’Unione formatasi nella università romana
agiva già regolarmente da oltre un’anno [sic] a quella parte. Contemporaneamente in quello stesso anno 1869 e a quella medesima epoca con
alcuni signori dell’alta Italia si costituiva in Roma l’Unione Cattolica Italiana, che nel 1° Novembre 1870 divenne Società Promotrice delle buone
opere. Quindi all’infaustissima epoca del 20 Settembre 1870 cinque Società Cattoliche erano già costituite in Roma, vale a dire: La Arciconfraternita dell’Obolo di S. Pietro, La Pia Società Preservatrice dalla lettura
dei cattivi libri e giornali, il Circolo di S. Pietro e la Società Promotrice, e
l’Arciconfraternita delle catene di S. Pietro.
Compita l’invasione di Roma, nel Novembre 1870 nasceva la Pia
Unione delle Donne Cattoliche e quindi contemporaneamente quella
per gli Interessi Cattolici.
Cattolici organizzati a Roma (1870-1900)
503
Più tardi nello stesso anno avevano origine le Società dei Reduci dalle Battaglie in difesa del Papato e il Circolo dell’Immacolata della Gioventù di Roma, l’Associazione Artistica ed Operaia di carità reciproca, poi
l’Associazione di S. Carlo per la diffusione della buona stampa, e finalmente la Pia Unione delle Dame protettrici delle Giovani di Servizio.
Queste Società agendo ciascuna nel proprio scopo sentivano il
bisogno di un mezzo di comunicazione e di aiuto reciproco nell’azione comune in ordine ai presenti momenti e per aiutarsi a vicenda. A
tal fine la Primaria Società Cattolica Promotrice delle buone opere in
Roma, eretta canonicamente il 24 Luglio 1871 con sua Circolare del 3
Giugno 1871 invitava tutte le Associazioni Cattoliche di quest’Alma
Città ad unirsi in una Federazione della quale sottoponeva un progetto di Statuto.
V’aderivano le seguenti Società:
la Società dei Reduci dalle Battaglie in difesa del Papato con sua lettera in data 7 Giugno 1871, la Primaria Pia Unione delle Donne Cattoliche in Roma, con sua adesione in data 10 Giugno 1871, il Circolo di S.
Pietro della Società della Gioventù Cattolica Italiana con sua accettazione in data 10 Giugno 1871, il Circolo dell’Immacolata della Gioventù di
Roma per l’Associazione alla preghiera continua con risposta adesiva del
27 Giugno 1871.
Ottenute dalla Promotrice le adesioni suaccennate, il 31 Luglio
1871 tenne la federazione Piana delle Società Cattoliche in Roma la sua
prima seduta.
Presero quindi parte alla medesima le seguenti Consociazioni:
la Pia Società Preservatrice dalla lettura dei cattivi libri e giornali,
ammessa in Federazione nella seduta del 3 Settembre 1871;
la Primaria Associazione Cattolica Artistica ed Operaia di Carità reciproca, accolta il 3 Settembre 1871;
la Primaria Associazione di S. Carlo per la diffusione della buona
stampa, ammessa nella seduta federale del 6 Dicembre 1871;
la Primaria Pia Unione delle Dame Protettrici delle Giovani di Servizio, accettata in Federazione il 28 Dicembre 1871;
la Società Primaria Romana per gli Interessi Cattolici, ammessa in seguito al suo dispaccio n. 79 in data del Gennaio 1872.
Erano dunque dieci le Società unite con vincolo federale, che venne
canonicamente stabilito con Breve Pontificio del 23 Febbraio 1872, solennemente pubblicato in S. Andrea della Valle nella memorabile adunanza delle Società federate in cui presero parte presso a 12 persone.
Da quel momento la Federazione prese a svolgersi e poiché nel Breve Pontificio era detto che si esortavano non solo le Società Romane ma
anche quelle d’Italia e del Mondo a stringersi con egual modo alla medesima Federazione, che in omaggio al Regnante Pontefice Pio IX fu
504
Mario Casella
detta Piana, varie Società della penisola e dell’estero chiesero ripetutamente di essere ammesse nella nostra federazione e nel giugno del 1872
l’Unione Cattolica Italiana volle tenere nella sede della Federazione un
Congresso allo scopo di unire e fondarsi nella medesima Federazione in
volenteroso ossequio alle parole del Pontefice. Sventuratamente però lo
spirito di vertigine, che agita l’umano consorzio, nei momenti presenti
gettò la zizzania nel bel campo della federazione e lungi dall’accogliere
le Società che si offerivano novelle, chiusero loro l’adito alla Federazione, rendendo vane le esortazioni pontificie.
Ciò non pertanto per varii anni la Federazione, ristretta nella sola
Roma, non lasciò di produrre alcuni buoni frutti, finché non saprebbe
dirsi come né donde lo spirito di disunione e quasi di non curanza all’alto compito, a cui è chiamata, si mise nelle sue file, gettandovi lo sconforto e l’abbandono, mentre i più affezzionati [sic] alle nostre Società vedendo con pena il decadere della Federazione fanno voti perché venga
rialzata e posta in quell’onore e in quel decoro che le conviene e il nome
stesso esige.
Negli ultimi anni le perversità dei tempi privarono la Federazione di
due dei suoi membri nella Società dei Reduci ora ricostituita sotto altro
nome e nella Società preservatrice dalle cattive letture.
Mario Casella
NOTE
1 Anticipo qui, con le note strettamente necessarie, alcune pagine della relazione su
L’associazionismo laicale da me presentata al Convegno di studio La comunità cristiana a
Roma: la sua vita e la sua cultura dall’età moderna all’età contemporanea, svoltosi a Roma
dal 25 al 27 novembre 1999, per iniziativa della Università degli Studi Roma Tre. Queste
le Principali Abbreviazioni: AOC = Archivio dell’Opera dei Congressi, Venezia; ASR = Archivio di Stato di Roma; AVR =Archivio del Vicariato di Roma; CC = Civiltà Cattolica.
2 Su queste istituzioni, si veda il Cenno sulle Società Cattoliche di Roma, pubblicato in appendice al presente lavoro.
3 La CC (1872, vol. Il, p. 233), rifacendosi a talune affermazioni fatte da Pio IX nel
breve istitutivo della Federazione, auspicò la nascita di una «Internazionale cattolica» da opporre alla «Internazionale massonica». Scrisse in proposito: «Non dubitiamo
punto che le Società cattoliche non romane, come prima sarà pervenuto a loro notizia il
dolce invito del Santo Padre, così saranno sollecite di appagarne il voto, affrettandosi di
far corpo con la Federazione Piana di Roma, a fin di ritrarre dall’unità di spirito maggior
efficacia: di che anche noi ci adoperammo di esporre la necessità ed i vantaggi, là dove
trattammo delle Associazioni cattoliche. A questo modo, per vie legali, onestissime,
conformi allo spirito della carità evangelica, a presidio della Chiesa ed a tutela della verace libertà di coscienza, sarà costituita una Internazionale cattolica, da contrapporsi,
per gli interessi spirituali ed eterni delle anime, agli assalti della Internazionale massonica, o piuttosto diabolica, dei Governi atei e delle sette socialistiche».
Cattolici organizzati a Roma (1870-1900)
505
4
A. Grossi Gondi, In memoria del Prof. Comm. Augusto Persichetti, Stab. Tip.
«Aternum», Roma 1923, p. 26.
5 Così lo Statuto, Scuola Tipografica Tata Giovanni, Roma s.d., art. 12.
6 Atti parlamentari, Camera, Discussioni, 12 febbraio 1898, p. 4438.
7 P. Scoppola, Crisi modernista e rinnovamento cattolico, Il Mulino, Bologna 1969
p. 36 ss.
8 Ibid.
9
G. Semeria, Giovani cattolici e cattolici giovani, Forzani e C., Tip. Del Senato,
Roma, p. 9 ss.
10
L. Bedeschi, Circoli modernizzanti a Roma a cavallo del secolo (con alcuni documenti inediti), in Studi Romani, 1970, II, pp. 6-31 (poi anche in Fonti e Documenti, Istituto di Storia dell’Università di Urbino, 1986, 15, pp. 11-49, da cui cito).
11
L. Fiorani, Modernismo romano, 1900-1922, in Ricerche per la storia religiosa di
Roma, Roma, n. 8, p. 75 ss.
12 L. Bedeschi, Circoli modernizzanti a Roma..., cit., p. 18.
13 «Quanto alla persecuzione mossami in Roma (l’E.mo Vicario mi raccontava come dei sacerdoti avevano persino chiesto la mia sospensione), io spero che essa, in fondo, mi abbia fatto non più male che bene, anzi [...]»: così Murri a Toniolo l’11 giugno
1898 [cit. da C. Mochi, Lettere di R. Murri a G. Toniolo (1896-1901), in Rassegna di Politica e Storia, luglio-settembre 1970, p. 131]. La lettera anche in R. Murri, Carteggio. II:
Lettere a Murri 1898, a cura di L. Bedeschi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1871,
p. 106 ss.
14 A. Grossi Gondi, In memoria del Prof. Comm. Augusto Persichetti, cit., p. 17 ss.
15 La lettera in AOC, Comitati Regionali e Dioc., f. «Lazio».
16 Il 30 settembre 1882, in una lettera circolare ai parroci di Roma, il cardinale vicario ricordò l’enciclica con cui giorni addietro Leone XIII aveva messo in luce le virtù
di san Francesco e «i vantaggi derivati dalle istituzioni di lui sì alla religione e sì alla vera civiltà», facendo tra l’altro riferimento al terz’ordine, cioè a quei fedeli dell’uno e dell’altro sesso, i quali «restando a vivere nel secolo fan professione di seguitare gli esempi
di Gesù Cristo colla religiosa osservanza dei precetti divini ed ecclesiastici, e più propriamente coll’umiltà del cuore, coll’amore alla povertà, colla castità secondo i diversi
stati della vita, colla rassegnazione nei patimenti e col procacciarsi il fervore della pietà,
l’integrità del vivere e la perseveranza nell’azione». «Il Santo Padre – continuò il porporato – ha fiducia che si accenda e si dilati ognor più ne’ fedeli il fuoco di cristiana carità
al semplice chiarore delle norme tracciate da s. Francesco ai suoi terziari, e che per tal
mezzo abbia a rinvigorirsi nel mondo la santa fede e la sincera e pubblica osservanza dei
precetti cristiani. S. Francesco è davvero una delle più belle immagini del divin Salvatore apparsa in questa terra: e appunto perché è copia umana di esemplare divino, ed è copia rassomigliantissima in lineamenti di accostevole semplicità, perciò ne riesce più proficuo insieme e più facile il ricopiarla». Dopo aver auspicato che i curatori d’anime «nulla lascino d’intentato per eccitare i fedeli, in ispecie gli uomini e soprattutto i giovani, a
dare il loro nome al terz’ordine francescano [...]», il cardinale vicario aggiunse: «Qui in
Roma il terz’ordine sì ardentemente raccomandato dal Santo Padre non fu mai da Dio
mercé sconosciuto, e ancor oggi conta un buon numero di ascritti. Vi sono parecchi centri di ascrizioni nelle principali chiese uffiziate dai francescani, cioè nelle chiese di s. Maria in Aracoeli, dei ss. XII Apostoli, di s. Francesco a Ripa, dei ss. Cosma e Damiano al
foro romano, e della ss. Concezione dei pp. Cappuccini [...]. Resta dunque che ciascun
parroco e da sé direttamente, in ispecie nei suoi sermoni al popolo, e col mezzo di altre
pie persone e degli ecclesiastici addetti al ministero sacro e dei superiori delle diverse
comunità dell’uno e dell’altro sesso, invogli i fedeli ad ascriversi nel numero dei terziari
francescani, e procuri che tutti ne frequentino le pie congregazioni e che cresca sempre
in essi il fervore della vita cristiana [...]» (un esemplare della circolare in AVR, Segreteria, b. 52, f. 18).
506
Mario Casella
17
Il testo completo della lettera a stampa in AOC, Atti del Comitato Permanente,
1897-1898, f. 1898; brani del documento in Il Movimento Cattolico, 31 luglio-31 agosto
1898, p. 425. La lettera non è datata, ma è sicuramente del giugno 1898. Il 18 di quel
mese ne fu data notizia ai soci del Circolo S. Pietro (Verbali del Circolo alla data indicata). Un cenno al documento in S. Tramontin, Mons. Scalabrini..., cit., p. 10.
18 R. Aubert, Il Pontificato di Pio IX, in Storia della Chiesa (diretta da Fliche e Martin), XXI, Torino 1964, p. 449.
19 Si veda in proposito l’opuscolo Società Primaria Romana per gli Interessi Cattolici: Cinquantenario della fondazione, Roma 1921, p. 18 ss.
20 Relazione di Mons. Radini Tedeschi sul movimento cattolico romano, in Atti dell’XI Congresso cattolico, Roma 1894, p. 101 ss.
21 A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dalla unificazione a Giovanni XXIII, Einaudi, Torino 1965, p. 485.
22 Il rapporto, datato 10 gennaio 1900, in ASR, Questura, f. 309, sf. «1900».
23 Il rapporto, datato 18 dicembre 1899, in ASR, Prefettura, Gabinetto, b. 492, f.
«Pellegrinaggi Anno Santo».
24 Si veda in proposito l’opuscolo: Il monumento a Gesù Cristo Redentore sul monte
Guadagnolo. Regione Romana, Tip. Pontificia dell’Istituto Pio IX, Roma 1907, p. 38 ss.
25
Relazione per il cardinale vicario, in AVR, Segreteria, b. 298, f. 11. Il documento
non è firmato (potrebbe essere opera di mons. Domenico Jacobini) e neppure datato (si
può tuttavia ragionevolmente farlo risalire agli ultimi anni del pontificato di Pio IX).
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