dinaw mengestu
leggere
il vento
Traduzione di
Isabella Vaj
Titolo originale: How to Read the Air
© 2010 by Dinaw Mengestu
All rights reserved including the rights of reproduction in whole or in part in any form.
Per esergo: Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, trad. di Franco Rella, BUR 1994, p. 43.
Redazione: Edistudio, Milano
I Edizione 2011
© 2011 - EDIZIONI PIEMME Spa
20145 Milano - Via Tiziano, 32
[email protected] - www.edizpiemme.it
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C’erano trecentodue chilometri e mezzo dalla casa dei
miei genitori a Peoria, in Illinois, fino a Nashville, in
Tennessee, distanza che una Monte Carlo rossa di sette
anni, ai novanta all’ora circa, avrebbe potuto coprire in
un tempo variabile tra le otto e le dodici ore, a seconda
del numero di cartelli stradali che avrebbero proposto
deviazioni verso siti storici, e di quante volte mia madre,
Mariam, sarebbe andata in bagno. Avevano dato al viaggio il nome di vacanza solo perché l’espressione “luna di
miele” li metteva a disagio: l’associazione di due parole
distinte, delle quali i miei genitori capivano il rispettivo
significato, sembrava alludere a un dono troppo grande
che nessuno dei due era disposto ad accettare. Non erano
novelli sposi, ma i tre anni di separazione li avevano resi
estranei. Si parlavano sussurrando, mezzo in amarico,
mezzo in inglese, come se una parola pronunciata ad
alta voce potesse rivelare a entrambi che in realtà non
si erano mai capiti, non avevano mai saputo chi fosse
veramente l’altro.
In fondo, imparare una nuova lingua non era diverso
dall’imparare a innamorarsi del proprio marito una
seconda volta, pensava Mariam. In piedi davanti allo
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specchio, la mattina presto, spesso diceva a se stessa, in
quella che credeva una pronuncia perfetta: «Gli uomini
possono essere strani. Noi siamo diverse». Era una frase
che aveva sentito da una signora della chiesa battista
che lei e il marito avevano incominciato a frequentare.
Finito il sermone, un gruppo di signore si era fermato al
parcheggio e una di loro si era rivolta a Mariam dicendo:
«Gli uomini possono essere così strani. Noi siamo semplicemente diverse».
In quel momento si era limitata a ripetere le parole
alla lettera: «Sì, è vero. Gli uomini possono essere strani»
solo così era sicura che tutti avrebbero capito cosa diceva.
Quello che avrebbe voluto dire era molto più complesso
e implicava una lista di differenze piuttosto rilevanti che
secondo qualsiasi altro metro sarebbero state considerate inconciliabili. Da quando era arrivata in America
sei mesi prima, si era sforzata di imparare nuove cose
sul marito, per esempio perché parlava da solo quando
credeva che nessuno lo guardasse, e perché certi giorni,
tornato dal lavoro, rimaneva seduto per dieci o venti
minuti nella macchina parcheggiata sul vialetto, mentre
lei lo osservava da dietro le tende del soggiorno. A volte
di notte si svegliava e usciva dalla camera, attento a non
disturbarla, ma senza mai riuscirci, perché Mariam non
dormiva quasi per niente. Si stendeva nudo sul divano
del soggiorno e dal letto lei sentiva che, alla fine, emetteva
un breve mugolio seguito da un grugnito, per poi tornare
a letto e dormire profondamente sino al mattino. Mia
madre scopriva queste cose e le archiviava in un angolo
della mente che riteneva riservato espressamente ai fatti
che riguardavano suo marito. E nello stesso modo si
sforzava di dire parole nuove e formare nuove frasi in
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inglese, perché se c’era uno spazio riservato al marito,
ce n’era uno per l’inglese, uno per i cibi stranieri e un
altro per i nomi delle strade vicine a casa. Imparò a
dire: «Piacere di conoscerla» e singole parole, come
“sparpagliato”, “diligente” e “sarcastico”. Imparò l’imperfetto. Per esempio: «Ieri ero stanca» invece di «Ieri
sono stanca» o «Ieri stanca io sono». Imparò che Russell
Street porta a Garfield Street, che a sua volta arriva a
Main Street, che si immette nella I-74, strada da cui
puoi andare ovunque tu voglia, a est o a ovest. Alla fine
tutto avrebbe acquistato un senso. I verbi sarebbero stati
collocati al posto giusto, il sarcasmo sarebbe risultato
divertente, la città sarebbe diventata familiare: avrebbe
potuto capire passato, presente, futuro e marito se vi si
fosse dedicata con sufficiente pazienza.
A quel punto del loro matrimonio avevano passato
più tempo separati che assieme. Sommò i giorni facendo
cifra tonda dei mesi, alcuni per eccesso, altri per difetto.
Per ogni giorno che avevano passato assieme, ne avevano trascorsi 3,18 separati. Per lei questo significava
un debito che doveva essere ripagato, benché non fosse
chiaro chi dei due fosse il debitore. Chi soffre di più?
Chi è abbandonato o chi viene spedito solo nel mondo
per guadagnarsi da vivere e costruirsi una nuova vita?
Aveva sempre odiato i numeri, ma poiché l’inglese in
gran parte ancora le sfuggiva, trovava conforto nelle
cifre e andava alla ricerca di cose da sommare. Al supermercato calcolava il costo di ogni articolo prima
di arrivare alla cassa: una lattina di piselli, settantotto
centesimi; un pacchetto di sale, quarantanove centesimi;
un sacchetto di cipolle, quaranta centesimi. Con il viso
sorridente le cassiere le offrivano sempre alcune parole
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prima di annunciare il totale. Con lei erano sprecate, ma
che differenza faceva se non sapeva come accogliere un
complimento, una battuta, o capire cosa significava il
“due per uno”? Alla fine sapeva la cifra, e quella cifra,
dal momento che non aveva bisogno di traduzione, era
potere, e il fatto che la conoscesse prima di arrivare
alla cassa le dava soddisfazione e la riempiva d’orgoglio
come nient’altro di ciò che aveva imparato da quando
era arrivata. E questo, silenziosamente, la faceva sentire
per un attimo una donna di cui tenere conto, una donna
che gli altri prima o poi avrebbero finito per invidiare.
Non seppe mai ciò che suo marito aveva passato in
quei tre anni di separazione, né aveva mai cercato veramente di immaginarlo. Ripeti la parola “America” innumerevoli volte, cerca di figurartela innumerevoli volte e
ti troverai qualche grattacielo in mezzo a un campo di
grano con migliaia di automobili che gli girano attorno.
Aveva ricevuto una sola fotografia di suo marito in quei
tre anni: Yosef seduto al posto di guida di una grossa
macchina, la portiera aperta, il corpo metà dentro, metà
fuori. Teneva un braccio sul volante, l’altro appoggiato
a una gamba. Era bello, con un’aria dignitosa, i baffi
spuntati con cura, i folti capelli crespi scolpiti in modo
da formare una palla perfetta, che metteva in risalto la
strana somiglianza della sua testa col mappamondo che
il padre di Mariam teneva sul cassettone.
Quando vide la foto non credette che la macchina
fosse del marito. Pensò che l’avesse trovata parcheggiata
sul ciglio della strada e avesse colto l’occasione per darsi
arie, il che in effetti era proprio ciò che lui aveva fatto.
Tuttavia, questo non le impedì di mostrare la foto alla
madre, alle sorelle e alle amiche e di scrivere sul retro,
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in inglese, Yosef car. Si aspettava di ricevere altre fotografie, prima o poi. Foto di Yosef davanti a una grande
casa con giardino; foto in cui indossava un completo
e teneva in mano una cartella; e poi, con il passare dei
giorni, delle settimane e dei mesi, quando i due anni
stavano ormai diventando rapidamente tre, incominciò
ad attendere la foto di lui abbracciato a un’altra donna,
con due ragazzini al fianco. In cuor suo temeva che
questo sarebbe accaduto sin dal primo giorno che era
partito, perché quando mai si era sentito di un uomo
che aspettava la moglie? Il mondo non funzionava così.
Gli uomini entravano nella tua vita e ci rimanevano fintanto che eri capace di trattenerli. Aveva persino scelto
un nome per i figli del marito: Adam per il maschio e
Sarah per la femmina, nomi che non avrebbe mai dato
ai propri, perché banali e comuni; i suoi figli, quando
fossero venuti, sarebbero stati speciali.
Poiché quelle foto non erano arrivate, avrebbe voluto
scrivergli di inviargliene una al centro di qualcosa – una
piazza, un parco urbano – un’immagine nella quale lui
avesse un piccolo ruolo secondario.
«Mandami una foto in cui stai facendo qualcosa»
avrebbe voluto scrivergli, ma non era esattamente quello
che voleva. Ciò che desiderava era una foto che lo mostrasse nel pieno della sua vita, in cui respirava, camminava, rideva, viveva senza di lei.
La mattina in cui partirono per Nashville, mia madre mise in una piccola valigia la biancheria per due
settimane, tre maglioni di lana che aveva comprato a
una vendita di seconda mano per due dollari l’uno, più
calzoni e camicette per l’estate, l’autunno e l’inverno,
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anche se era la prima settimana di settembre e sino allora
le giornate erano state tiepide, assolate e a volte troppo
calde persino per le canottiere che aveva visto indossare
alle altre donne per le corsie del supermercato, nei centri
commerciali e lungo la deserta Main Street. Le donne
non erano né magre né graziose. Erano bruttine, pallide
e ordinarie e ai suoi occhi del tutto indistinguibili le une
dalle altre, il che era esattamente ciò che più la irritava.
Il viaggio doveva durare quattro notti e cinque giorni,
ma mentre riempiva la valigia al massimo, decise che era
meglio essere preparati all’imprevisto, un guasto della
macchina, una strada sbagliata, una lunga camminata
notturna che per qualche ragione non sarebbe terminata
mai. Aveva messo in valigia tutta la sua vita già una volta,
e ora, a distanza di sei mesi, aveva imparato che poteva
cavarsela con molto meno. Se l’avesse voluto, sarebbe
potuta partire quasi con niente.
Suo marito, Yosef, la stava già aspettando in strada
nella Monte Carlo rossa; per acquistarla aveva tirato la
cinghia e risparmiato per oltre un anno e ora poteva a
malapena permettersela. Non era la stessa automobile
della foto. Mariam non sapeva come e perché, ma le
sembrava meno elegante, forse più piccola, e anche se
l’immagine era in bianco e nero, pensava che la Monte
Carlo in cui il marito l’aspettava era di un rosso più
smorto di quello che si era immaginata.
Il clacson della macchina suonò due volte per lei: due
brevi suoni acuti che avrebbero potuto passare inosservati, ma così non fu, perché in parte li aspettava, in parte
li desiderava. Quando li sentì immaginò un uccello – una
colomba o qualcosa di simile – che veniva liberato, l’aria
smossa dal rapido frullo delle ali. Se avesse conosciuto
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più parole in inglese avrebbe detto che il suono perforava
il silenzio, “perforare” era il verbo efficace in questo
caso, perché suggeriva che si fosse verificato qualcosa
di violento.
Se suona ancora una volta, si disse mia madre con
convinzione, mi rifiuterò di partire. Era una questione
di principio, o almeno qualcosa che vi si avvicinava al
punto che, benché si trattasse soltanto di orgoglio e rabbia mascherati, era disposta a lottare e a distruggere la
casa pur di rimanervi fedele. Dopotutto l’aveva aspettato
per anni – una vedova virtuale, ma senza il cadavere e il
cordoglio altrui. Si sentiva in credito di tempo. Tempo
per fare la valigia, allacciare i nastri del vestito e fare un
elenco di tutto ciò che avrebbe potuto dimenticare e di
cui forse avrebbe avuto bisogno.
Se suona ancora, si disse, disfo la valigia, chiudo a
chiave la porta della camera da letto e aspetto che parta
senza di me.
Era così che iniziava la maggior parte dei litigi dei
miei genitori, se non tutti. Con un’insignificante, quasi
invisibile trasgressione cui ciascuno dei due si aggrappava, come se stessero litigando non perché lui le faceva
fretta o perché aveva lasciato accese troppe luci, ma per
il loro diritto a esistere, a vivere e a respirare l’aria pura
di Dio. Da bambino ho imparato presto che c’era sempre
un litigio pronto a scoppiare, e talvolta lo immaginavo
come una presenza fisica, reale, acquattata nell’ombra
dello spazio che i miei genitori si trovavano a occupare in
quel momento – un negozio di alimentari, una macchina,
un ristorante. Mi figuravo il litigio seduto accanto a noi
sul divano di fronte alla televisione, una figura solenne,
nera, che indossava l’abito del boia, una caricatura della
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morte e della tragedia chiaramente mutuata da libri e
film, ma non per questo meno reale. I fantasmi sono
presenti nella vita di tutti i bambini: i miei avevano semplicemente l’abitudine di venire a cena da noi molto più
spesso della maggior parte degli altri.
L’ultimo litigio prima di quella mattina aveva lasciato
un grosso livido nero e violetto sul braccio destro di mia
madre, proprio sotto la spalla. Aveva il colore di una
prugna marcia ed era così che lei lo pensava, una prugna marcia schiacciata dentro la pelle con tale rapidità
e violenza che la buccia si era spaccata e la polpa era
penetrata nella carne. Mia madre trovava la cosa quasi
bella. Che il corpo potesse assumere tanti colori diversi la
stupiva, la induceva a pensare che sotto l’epidermide non
si nascondesse soltanto un insieme di sangue e tessuti.
Con una mano sulla valigia aspettava che la macchina
suonasse ancora. Cercava di non pensarci, ma le tornava
comunque il desiderio egoistico, quasi incrollabile, di
sentire esplodere anche accidentalmente, il lamento del
clacson.
Una sola volta ancora, pensò. Suona ancora una volta.
Trattenne il respiro. Chiuse la valigia nel silenzio più
assoluto. Vi premette sopra una mano e tirò metà della
cerniera. Fece capolino un piccolo frammento di tessuto
azzurro di un paio di pantofole imbottite, comprate
due settimane prima. Lo spinse dentro con un dito,
consentendo alla lampo di chiudersi e con quel gesto
riconobbe che stavolta aveva vinto il marito. Aveva resistito quanto bastava per darle il tempo di completare
quell’unica piccola incombenza che si frapponeva tra
lei e la partenza, e nonostante tutti i suoi sforzi, era così
che mia madre vedeva la cosa, lui aveva riportato una
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vittoria e inflitto una sconfitta. Sarebbe partita. Anche
se ora avesse premuto sul clacson con tutte le sue forze
lei sarebbe dovuta partire, avrebbe dovuto scendere le
scale e scusarsi per averci impiegato tanto tempo, perché le aveva fatto fretta, ma senza esagerare. Talvolta
Mariam sospettava che mio padre fosse consapevole
delle invisibili linee di demarcazione che lei tracciava
costantemente. C’erano decine di linee disseminate
ovunque nel loro bilocale, simili a micce che, una volta
innescate, decretavano l’inizio di una nuova battaglia.
C’era una linea attorno al numero di piatti che potevano
essere lasciati nell’acquaio, un’altra attorno alle scarpe
che si potevano indossare in casa, e altre che avevano a
che fare con sguardi e contatti fisici, con il modo in cui
lui entrava in una stanza, si spogliava, o la baciava sulla
guancia. Una volta, dopo una notte di sonno particolarmente inquieto, sentì l’alito di suo marito sulla nuca. Era
caldo e le arrivava con gli sbuffi sonori e regolari di un
uomo profondamente addormentato. Non sapeva cosa
odiava di più, l’uomo che respirava o i suoi respiri. Alla
fine si costruì un muro di guanciali alle spalle, un muro
di cui al mattino avrebbe negato l’esistenza.
Le quattro grandi querce che fiancheggiavano il vialetto erano le ultime sopravvissute. La più grande e più
vecchia del gruppo si ergeva solo a pochi metri dalla
bifamiliare a due piani che i miei genitori condividevano
con una donna anziana, fragile e gobba, gli occhi di un
azzurro lattiginoso, che brontolava sottovoce ogni volta
che, entrando o uscendo di casa, incrociava mia madre.
Le querce rinfrescavano il soggiorno d’estate, permettendo alla luce pomeridiana di filtrare attraverso le im19
mense fronde che, secondo Mariam, tenevano fuori di
proposito la luce più accecante lasciando penetrare solo
i raggi più dolci e miti. Ora che era settembre e che la
calura estiva più feroce era passata, mentre si apprestava
a lasciare la casa, notò che le foglie più prossime alla
sommità degli alberi avevano iniziato a cambiare colore e
che alla base dell’albero ne era già caduto un mucchietto.
Cadevano le foglie, dunque questo era l’autunno. Poche settimane prima una donna della chiesa battista le
aveva detto: «Oh, aspetta che cadano le foglie. Vedrai,
l’autunno ti piacerà tantissimo». Si chiamava Agnes e
portava una parrucca di riccioli neri per nascondere
le chiazze calve sulla testa. Mariam scrisse a-g-n-e-s
dietro l’opuscolo della chiesa che si dilungava sui minimi particolari dell’agonia di Cristo, il che, dopo il loro
primo incontro, l’aveva indotta ad aggiungere a-g-o-n-y
e accanto Agnes is in agony, una frase semplice, con un
soggetto e un verbo che formavano una proposizione
enunciativa, che aveva, a giudizio di Mariam, molte più
possibilità di essere vera che falsa.
A quel tempo mia madre aveva pensato: “Non potrei
mai amare qualcosa in cui si verifica una ‘caduta’”. C’era
caduta e “caduta”. Cadere era crollare, sprofondare.
Quando mia madre aveva dieci anni, suo nonno era
uscito dalla camera da letto sul retro della casa con addosso soltanto una vestaglia aperta. Era sordo e mezzo
cieco da sempre, per quanto lei ricordava; arrivato in
mezzo al soggiorno, circondato dai suoi familiari, era
caduto, non sulle ginocchia, ma in avanti, come un albero
abbattuto, la tempia squarciata sul bordo della mensola
del caminetto, spruzzando di sangue la parete e il divano.
Era così che si poteva cadere.
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Si poteva anche cadere da una rampa di scale, come
nella frase: «Una mattina tuo marito è caduto dalle scale
mentre usciva per andare al lavoro». Le veniva questo
pensiero almeno una, ma spesso anche tre volte alla
settimana. Se lo figurava che inciampava e cadeva a
gambe all’aria, come i personaggi dei cartoni animati, la
sua droga tra l’una e le quattro del pomeriggio. In quei
filmati tutti i personaggi si riprendevano dalla caduta
in pochi secondi, rimettendo a posto un braccio qui e
raddrizzando una caviglia là. I cartoni animati la facevano
ridere e le tornavano in mente quando pensava al marito
che cadeva dai gradini, il corpo alto e magro, perfettamente adatto a rotolare giù dalle scale coperte da una
passatoia consunta, magari fermandosi per un attimo
sulla curva prima della rampa finale. Quando i corpi reali
cadevano, Mariam lo sapeva benissimo, non si rialzavano.
Non rimbalzavano in piedi riprendendo la loro forma.
Si accartocciavano e dovevano essere soccorsi.
Nonostante mia madre si sforzasse in ogni modo di
resistere alla caduta autunnale, si sentiva sempre più
catturata dalla nuova stagione. Il sole tramontava prima,
e ben presto si rese conto che al giorno veniva sottratta
un’intera ora di luce, cosa che talvolta desiderava fosse
ripetuta finché del vecchio giorno non fosse rimasta che
una versione in miniatura. Le notti si facevano leggermente ma sensibilmente più fresche. Le foglie cambiavano colore e i bambini, che durante l’estate avevano
tiranneggiato il quartiere, erano di nuovo ordinati in
gruppi di due o tre, costretti ogni mattina (almeno così
pensava Mariam) a sottomettersi dalle regole della stagione che cambiava. Nel giorno che andava accorciandosi c’era ancora spazio per credere che il mondo non
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fosse del tutto insensibile al dolore e alla nostalgia, e
che reagisse come aveva fatto lei quando si era convinta
che il tempo fosse stato regolato in modo sbagliato,
rendendo la perdita quotidiana di un altro minuto un
conforto gradito.
Mia madre non avrebbe mai potuto dire che amava
l’autunno, ma mentre scendeva i gradini con la valigia
in mano, avvicinandosi alla Monte Carlo rossa dove
suo marito l’aspettava da quasi un’ora, avrebbe potuto
dire di rispettare il ruolo di mediazione che la stagione
svolgeva tra due estremi. L’autunno arrivava e se ne andava, l’inverno era tollerato mentre l’estate era riverita.
L’autunno era il riposo che rendeva entrambi possibili
e sopportabili, e ora eccola accanto al marito, che si
immergeva in un pomeriggio di primo autunno con solo
un’idea vaghissima di chi stessero per diventare e di cosa
sarebbe successo dopo.
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Sei mesi prima che lasciassi mia moglie Angela e che ricostruissi la rotta dei miei genitori attraverso il Midwest,
mio padre passò a miglior vita nell’ospizio dove aveva
vissuto negli ultimi dieci anni. Allora avevo disinvoltamente messo la sua morte nell’angolo privato in cui
per moltissimo tempo avevo sepolto tutto ciò che consideravo troppo inquietante – una categoria in costante
crescita e che a quel punto comprendeva anche torti
irrilevanti, come insulti e sguardi malevoli da parte di
estranei. Erano passati tre anni da quando avevo parlato
a mio padre per l’ultima volta e molti di più da quando
avevamo smesso di incontrarci regolarmente, un fatto
che avevo tenuto a comunicare ad Angela quando mi
aveva chiesto, diversi giorni dopo aver ricevuto la notizia
della sua morte, perché mi comportavo come se la cosa
non mi avesse minimamente toccato.
«Ci risiamo, Jonas» aveva detto. «Tiri avanti come se
nulla fosse successo. Non sopporto quando fai così.»
Ricordo che quella conversazione ebbe luogo un sabato pomeriggio mentre eravamo seduti sull’elegante
divano verde sbiadito del soggiorno che fungeva anche
da sala da pranzo. Era verso la fine di luglio e mi appre23
stavo a lavorare al programma di letteratura inglese per
gli studenti del primo anno di una scuola privata dell’Upper West Side di Manhattan, dove allora insegnavo.
Angela indossava un vestito azzurro e, come faceva da
qualche tempo, aveva raccolto le spesse trecce nere in
una crocchia che le dava un’aria seria e solenne poco
adatta a lei, come se, con i suoi enormi occhi neri da
cerbiatto e le gote leggermente paffute, stesse recitando
il ruolo di un avvocato molto impegnato, che lavorava
anche il fine settimana, per una produzione provinciale
in cui lei era la star.
«In realtà non siamo mai stati molto vicini» le avevo
detto «e poi me l’aspettavo. Che altro vuoi che ti dica?»
A quel tempo molte delle conversazioni con Angela
finivano per ricalcare le stesse linee difensive. Eravamo
sposati da tre anni, ma negli ultimi sei mesi quasi non ci
eravamo rivolti la parola se non per attaccarci con reciproca cattiveria. Era normale che Angela mi accusasse di
non provare nessun sentimento, così come era normale
che passasse parecchio tempo, di giorno e di notte, lontano da me e dall’appartamentino nel seminterrato che
condividevamo. Era avvocato in uno studio legale di
medie dimensioni nel centro di Manhattan, i cui clienti,
proprietari di aziende di second’ordine, non avevano la
disponibilità finanziaria per avvalersi di uno dei prestigiosi
studi legali che occupavano i piani alti del grattacielo dove
lavorava. Odiava quello che faceva e la maggior parte
delle persone con cui lavorava, ma era molto orgogliosa
del posto che occupava, essendo cresciuta povera e sradicata in una dozzina di città del Sud e del Midwest, dal
Tennessee al Missouri all’estremo Nord dell’Ohio. Una
volta mi raccontò che ancora ricordava la sensazione
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provata la prima volta che si era guardata nello specchio
e aveva detto a se stessa che era un avvocato.
«Era strano. L’ho dovuto ripetere tre volte prima di
poterci credere veramente.»
Era stata lei a trovarmi il posto d’insegnante attraverso
uno dei soci del suo studio. Prima lavoravo a Manhattan
nel un centro di assistenza per rifugiati dove Angela e io
ci eravamo conosciuti. Il centro era vicino all’incrocio
di Canal Street con la Bowery e godeva di una vista dal
quinto piano sull’East River e sui ponti di Manhattan e
Brooklyn. Ai clienti piaceva fermarsi per parecchi minuti
davanti alle finestre prima del colloquio con uno degli
avvocati, come se sapessero già che, con le leggi e l’indirizzo politico del momento, avrebbe potuto essere la
loro unica occasione per godersi un tale panorama. Era
il sesto lavoro che cambiavo in due anni, cosa che faceva
parte della sfilza di cambiamenti che comprendevano
nuovi appartamenti, sempre più piccoli, da condividere
con estranei i quali, per tutto il tempo della nostra vita
in comune, rimanevano perfetti sconosciuti, come il
giorno in cui ci eravamo incontrati. Avevo avuto un
paio di lavori semifissi, ma nessuno che potesse rappresentare o preparare a una carriera. Finita l’università,
avevo vagamente pensato di conseguire un dottorato
in letteratura inglese, specializzato in poesia moderna
americana, cosa che dicevo alle conoscenze occasionali
o alle ragazze per impressionarle su ciò che facevo a
New York, anche se per lo più non facevo assolutamente
niente. Una decina d’anni dopo essermi laureato, però,
non avevo ancora fatto nessun serio tentativo in quella
direzione se non richiedere ogni anno il catalogo delle
cinque o sei università che – così affermavo – sognavo
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di frequentare. Avevo fatto il cameriere in due caffè,
piccoli ma alla moda, in belle strade fiancheggiate da
alberi nelle vicinanze del West Village, tutti e due fieri
delle loro marmellate e del loro pane fatti in casa e delle
verdure di produzione locale, i cui prezzi riflettevano
quanto i frequentatori erano disposti a pagare per quei
prodotti. I nostri clienti erano per lo più ricchi, a volte
anche famosi, ma non venivano adocchiati con particolare curiosità. Per servire in fretta un caffè o dei bagel
caldi con marmellata mi pagavano il doppio di quanto
guadagnavo in mance e un paio di volte mi erano stati
offerti consigli finanziari non richiesti e non necessari,
tale era l’aria vagamente surreale in cui erano immersi
quei locali. A parte i miei molteplici impieghi come
cameriere, avevo lavorato temporaneamente anche in
modeste società di mediazione che occupavano meno di
un quarto di piano in uno squallido e fatiscente edificio
su una strada anonima del centro. Almeno una aveva
elaborato un sofisticato piano di evasione fiscale per i
ricconi ormai finiti della città, le altre erano solo attività
imprenditoriali appena avviate che faticavano ad affermarsi, ancora troppo povere per assumere a tempo pieno
più di una manciata d’impiegati, e che, nella disperata
ricerca di clienti, o avventori, spesso mi sembravano
poco più di chioschi di bibite intorno ai quali sedeva
una dozzina di uomini e donne in attesa che squillasse
il telefono. I miei unici compiti, indipendentemente
dall’attività della compagnia e dal suo successo, erano:
parlare poco, mangiare in fretta e registrare diverse
centinaia di numeri l’ora, tutte cose che facevo sempre
bene e per le quali in due occasioni, almeno per qualche
tempo, ero stato molto apprezzato.
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Senza rendermene conto, ero diventato uno di quegli
uomini che passano sempre più sere da soli, né disperati
né depressi, semplicemente estranei alle trame sociali
in cui gli altri sono coinvolti. Finita l’intimità forzata
dell’infanzia, scoprii di avere problemi a stare con gli
altri. I pochi amici che mi ero fatto all’università alla
fine avevano tutti trovato la loro strada senza di me.
Senza bisogno di andarsene si erano costruiti una vita
migliore nella stessa città, dove si scambiavano con disinvoltura aperitivi e regali di compleanno, ma anche
sesso e intimità.
Angela e io diventammo amici poco dopo che avevamo iniziato a lavorare al centro per immigrati. Lei
era una dei tanti volontari, tirocinanti estivi e impiegati
temporanei che annualmente transitavano per gli uffici.
A differenza degli altri che arrivavano e se ne andavano
senza che neppure sapessi come si chiamavano di cognome, Angela e io trovammo subito degli interessi
comuni. Eravamo i soli neri che lavoravano al centro
– tutte le altre persone di colore presenti in ufficio erano
con ogni probabilità clienti pregressi, attuali o futuri – un
fatto di cui Angela mi chiese ragione pochi giorni dopo
aver preso servizio.
«È una cosa che ti disturba, visto che questo è il tuo
lavoro a tempo pieno?»
«Non ci penso quasi mai» le dissi. «E a te?»
«No» rispose. «Ma a volte mi chiedo se non dovrebbe.»
Da quel momento scoprimmo che avevamo altri obblighi sociali e razziali di cui avremmo potuto preoccuparci
se ne avessimo avuto voglia.
«E a proposito degli africani che vengono al centro,»
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mi chiese alcuni giorni dopo «ti piacciono più o meno
degli altri? Sii sincero.»
«Dipende» dissi.
«Da cosa?»
«Da che parte dell’Africa vengono. Se vengono dalla
costa occidentale, allora, per essere sincero, non me
ne frega granché. La costa orientale, invece, è un’altra
storia.»
«Allora qui c’è un problema» disse. «Essendo di discendenza afroamericana e…»
«Capisco dove vuoi arrivare. Lealtà…»
«Alla costa occidentale, sempre» disse.
Incominciammo a pranzare insieme a Chinatown
quasi ogni giorno. Era stata Angela a proporlo anche se
sosteneva di non sopportare la vista delle anatre appese
per il collo nelle vetrine dei ristoranti che sarebbero
state arrostite.
«Sono in parte vegetariana» disse. «Il che è un po’
come dire che sono in parte bianca, perché mio nonno
era irlandese. In realtà non conta e nessuno tranne me
ci crede veramente.»
Dopo aver condiviso diverse ciotole di spaghetti, incominciammo a spartirci i clienti a seconda che fossero
originari della costa orientale o di quella occidentale.
Separammo per primi gli africani, perché era più facile.
Benin, Togo, tutta la costa occidentale giù sino alla Namibia, e persino ampie porzioni di Africa settentrionale
e centrale, dal Congo a occidente, andarono ad Angela,
il che era perfetto, dissi, perché io avevo la Somalia, «e
con questi non c’è troppo da scherzare». Finito con
l’Africa passammo all’Asia meridionale, che dividemmo a
metà con un taglio netto, cosa completamente inutile dal
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momento che, tanto per cominciare, tutti i nostri clienti
originari di quella regione erano pachistani. L’America
centrale venne poi suddivisa a seconda della vicinanza
di ciascuno stato al Golfo del Messico, e poi restavano le
piccole sacche del mondo che sistemammo caso per caso.
Un uomo delle Figi andò ad Angela perché sosteneva
che assomigliasse a un suo zio che viveva a Boston; io mi
presi un’intera famiglia del Turkmenistan, perché il loro
cognome quasi faceva rima con il mio. Quando, più o
meno una settimana dopo, terminammo la nostra suddivisione Angela possedeva il suo immaginario equipaggio
occidentale e io il mio orientale. Se a qualcuno della mia
sponda veniva concesso un colloquio per la richiesta di
asilo politico era una vittoria per tutta la mia squadra.
Bastava che le dicessi «costa orientale» e capiva cosa volevo dire. Angela faceva la stessa cosa, non solo con me,
ma anche con gli altri avvocati e tirocinanti del centro,
che la fissavano allibiti quando diceva con un sorriso:
«Nuova vittoria della costa occidentale». In ufficio nessuno, tranne noi, parlava così. Quando l’argomento della
conversazione erano i nostri clienti, il tono generale era di
compassione, rafforzata da affermazioni apparentemente
sincere e sentite come: «Non posso credere che abbiano
dovuto vederne tante». Angela non avrebbe mai parlato
così, e questa era una delle ragioni per cui l’ammiravo.
A differenza di quasi tutti gli impiegati e volontari del
centro lei era felice del proprio lavoro.
«I rifugiati?» diceva. «Com’è possibile non amarli?
Tra le persone che conosci chi se la passa peggio?»
Durante i dodici mesi in cui avevo lavorato al centro prima che arrivasse lei, una decina di volontari e di
avvocati erano venuti e se ne erano andati; quasi tutti
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disertavano per ragioni personali o familiari come avrebbero poi spiegato in e-mail collettive, mentre la verità
era nota a chi passava almeno un breve periodo della sua
vita al centro. Venivamo sempre sconfitti, se non ogni
giorno certamente ogni settimana: i clienti sparivano
all’improvviso, molti di quelli che rimanevano erano
destinati al rimpatrio, e noi eravamo impotenti con gli
uni e con gli altri. Un giorno un honduregno fuggiva, un
altro una famiglia di quattro liberiani, la cui domanda di
asilo doveva essere riesaminata, svaniva in un angolo del
Bronx. Come tutti coloro che si rivolgevano a noi, sapevano che le possibilità di farcela erano scarse, nonostante
le rassicurazioni dei quattro avvocati che lavoravano a
tempo pieno. Un pronostico più che favorevole non era
mai sufficiente – soltanto la sicurezza assoluta avrebbe
potuto permettere che coloro che avevano rischiato la
vita o avevano perso i loro beni per arrivare qui se ne
stessero seduti tranquilli mentre qualcun altro decideva
del loro destino.
Angela era la sola persona, oltre a Bill – l’avvocato
anziano e direttore del centro, un uomo calvo che invecchiava rapidamente – che sapeva come temperare la
delusione della sconfitta con una visione oggettiva della
realtà. Bill spesso scherzava dicendo che la vera ragione
dell’esistenza del centro era offrire alla gente il tempo
sufficiente per imparare il funzionamento del sistema
prima di sparire.
«E quei bastardi» diceva «non ci ringraziano neppure.»
La maggior parte delle vittorie che potevamo vantare
erano scontate; ogni mese Bill sceglieva alcuni casi il cui
esito poteva quasi sempre essere previsto – l’ex medico
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o avvocato cubano, il dissidente politico cinese, o le
recenti vittime di una guerra africana particolarmente
feroce che aveva brevemente occupato i titoli dei giornali e aveva attirato l’attenzione di un senatore o di un
membro del Congresso. In genere sapevamo di poter
contare su costoro per stendere un convincente rapporto
di fine anno nel quale registravamo vittorie e sconfitte
prima di manipolare l’esito finale per essere sicuri che
il bilancio fosse positivo.
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