1 – VINCERE DENTRO LA CRISI, GLI SPAZI DEL POSSIBILE.
All'apice della crisi economica, politica, democratica, ambientale e sociale non si può non ripensare
il ruolo dei soggetti di opposizione sociale e ridefinire orizzonti, obiettivi e senso delle battaglie che
conduciamo.
Siamo cittadini di un mondo in declino, che per sopravvivere prova a comprimere diritti, demolire
speranze, consumare bisogni. Tutto ciò avviene mentre le forze politiche e sociali di alternativa non
sono mai state così deboli, non solo in Italia, ma in tutto l'opulento Occidente. Quel che di vivo
alcune soggettività sociali, nelle proprie forme organizzate e di movimento, riescono a mettere in
campo viene costantemente sottoposto a processi di assorbimento, normalizzazione, repressione.
In questa fase non si può quindi non chiedersi cosa voglia dire “resistere”, “ribellarsi”, “costruire
l'alternativa”, “produrre cambiamento”, ma soprattutto cosa voglia dire “vincere”.
Prima ancora dei rapporti di forza pesa l'analisi del campo su cui si gioca la partita. La democrazia
italiana è senza dubbio l'espressione avanzata di un processo transnazionale che vede il
superamento delle forme classiche della democrazia rappresentativa tipica degli stati nazionali, una
forma di governo evidentemente più espressione di un potere oligarchico che della sovranità
popolare, ma che fino a ieri quantomeno garantiva forme di mediazione tra le istituzioni e le istanze
sociali e le lotte che ne derivavano. Oggi, seppur in forme differenti, in tutto il mondo occidentale,
si è chiuso questo spazio. Le post-democrazie non modificano solo il grado di relazione tra singolo
e rappresentanza politico-istituzionale, ma incidono profondamente sui processi collettivi e la loro
possibilità di produrre cambiamento.
La delocalizzazione delle imprese da un lato, dall'altro la delocalizzazione della democrazia, intesa
come trasferimento dei processi decisionali dalle istituzioni rappresentative alle élite economiche
globali e come crisi della governance, mostrano quanto la globalizzazione e i processi da essa
innestati portino povertà, ricattabilità, rabbia e frustrazione.
Il ruolo dei soggetti sociali organizzati, in questo quadro, deve tener conto dell'indeterminatezza
degli interlocutori. Se il Parlamento è svuotato di funzioni, il Governo è succube dei flussi
internazionali del capitale, dell'economia finanziaria e degli organismi sovranazionali, chi è la
nostra controparte? Chi può rispondere alle nostre istanze? Chi dobbiamo costringere ad ascoltarci?
Governi appariscenti e impotenti o organismi inafferrabili e potentissimi?
La crisi economica, a partire dal 2008, ha impresso un'accelerazione ai processi di dismissione del
settore pubblico già in atto, che limitano i margini per la contrattazione sociale. Se le Regioni, gli
enti locali e gli atenei son sempre più privi di risorse a causa dei tagli del Governo centrale, quale
spazio rimane per microvertenzialità e lotte territoriali?
Dentro questa crisi democratica ed economica, dentro le sue conseguenze sociali, serve ridefinire
obiettivi e percorsi, consapevoli che la trasformazione radicale della società, oggi più che mai
necessaria, passa da una lotta di lungo periodo capace di intessere alleanze sociali vere.
Per questo in tutte le contraddizioni delle crisi dobbiamo saperci inserire per riaprire spazi di
possibilità per il cambiamento. Spazi reali per cambiamenti reali. Sono proprio questi cambiamenti
reali che rappresentano la nostra idea di vittoria. Rifiutiamo ogni logica strumentale che relega il
cambiamento dell'esistente nello spazio dell'immaginario, in cui ci si può permettere di essere
radicali fino all'estremo per incitare alla mobilitazione senza mai dover fare i conti con i suoi
risultati reali, con il solo risultato di creare nuova frustrazione.
L'autunno 2010, grazie a una determinazione straordinaria e a una capacità strategica del
movimento studentesco, inseritosi nella crisi di Governo, ha sentito la vittoria come possibile.
Dobbiamo però sapere che ci siamo inseriti in una crisi di Governo tutta interna al campo del
centrodestra, lanciandoo la sfida “governo precario, generazione precaria: vediamo chi cade”, e ora,
a mesi di distanza, dobbiamo prendere atto che siamo ancora qui, entrambi, più precari che mai.
Berlusconi mantiene saldo il proprio ruolo proprio grazie al meccanismo ormai puramente formale
della fiducia parlamentare, garantita da un radicato fenomeno di corruzione: la maggioranza a
sostegno del Governo si amplia di settimana in settimana. Questo avviene nonostante gli scandali, la
crisi economica e l'indebolimento della figura del presidente del consiglio, abbandonato dallo stesso
establishment mediatico-finanziario. Da un lato, quindi, Berlusconi resta in sella nonostante la crisi
oggettiva del suo governo, contando proprio sull'autoreferenzialità del sistema e sulla debolezza del
centrosinistra. Dall'altro, il blocco sociale che l'ha sostenuto per 20 anni ora lo abbandona sul piano
degli scandali e dell'efficacia dell'azione governativa ma ne difende il nucleo neoliberista e
antisociale, in attesa di trovare un cavallo migliore su cui puntare.
In Italia, cresce di giorno in giorno la consapevolezza di vivere in un sistema autoritario nella
sostanza, che rimane però democratico nella forma. Se in quelle che Talmon definiva democrazie
totalitarie “tutto è politica, ma la società è spoliticizzata”, potremmo dire che nella democrazia
autoritaria in salsa italiana si è spoliticizzata anche la politica, e si tende sempre più a spoliticizzare
ogni forma di opposizione sociale, che può manifestarsi solo sotto forma di superficiale
insofferenza nei confronti del capo del governo e non di reale alternativa di sistema.
Quando i tempi sono incerti, le variabili diventano molteplici e gli scenari rimangono ipotetici. In
una situazione del genere non ci si deve limitare ad attendere evoluzioni, bensì bisogna introdurre
altre variabili e nuove sistemi di lotta, ipotizzare nuove strade.
In particolar modo in una fase in cui il Governo accresce la propria stabilità in Parlamento, in un
tempo in cui è saltata ogni possibilità di mediazione reale tra istanze sociali e istituzioni, ha senso
continuare a definire le nostre mobilitazioni solo in termini oppositivi?
Non possiamo più farci definire l'agenda dagli spazi e dai tempi della politica malata di questo
paese, non possiamo più pensare che i cicli delle mobilitazioni siano dettati dai temi che i partiti di
maggioranza o i giornali dell'opposizione decidono di porre all'agenda pubblica.
La costruzione di un'alternativa di scuola, di università, di società, è quindi, al tempo stesso,
esigenza politica e strategica.
Se il movimento dei movimenti, nei primi anni del terzo millennio, aveva costruito la propria
prospettiva sull'orizzonte, seppur astratto, di un altro mondo possibile, negli ultimi anni i movimenti
sociali si sono espressi sulla base del rifiuto della propria condizione, dell'affermazione della
propria dignità, della rabbia e dell'indignazione, anche mettendo insieme soggetti sociali differenti
tra loro, accomunati dalla dimensione del ricatto.
Serve ricostruire una connessione tra prospettive e motivazioni, consapevoli che la rabbia non è una
categoria politica e che i ricattati non sono un soggetto sociale, ma che rabbia e ricatto, sono
prodotti del capitalismo e delle sue contraddizioni con la democrazia. Se la democrazia soccombe al
capitale, quest'ultimo produce crescenti meccanismi di ricatto, mentre la crisi della democrazia
produce frustrazione, senso d'impotenza, o rabbia, che per quanto “degna”, non produce
automaticamente cambiamento.
A differenza della fase immediatamente successiva all'Onda, dopo la mobilitazione dell'autunno
2010 si è scongiurata una diffusa sensazione di sconfitta, a partire dalla consapevolezza che il
confine tra vittoria e sconfitta non passa dall'approvazione o meno di una legge, che sia la L.133/08
o la riforma Gelmini, ma si inserisce dentro processi e tempi lunghi.
Ogni mobilitazione, ogni grande stagione di movimento, così come una piccola esperienza di lotta,
in quanto processi collettivi producono, indipendentemente dai loro esiti vertenziali e immediati,
passi concreti in avanti verso l'orizzonte, che anche quando non trasformano in profondità la realtà
modificano la composizione sociale delle lotte, i rapporti di forza, rendendo possibile all'onda
successiva di essere ancor più forte.
La nostra è una lotta che non può vivere solo nel breve periodo, l'ansia di futuro deve fare i conti
con la necessità di vincere fino in fondo. Oggi per noi vincere non può limitarsi a ”prendere il
palazzo”, anche perché i processi di governance globale hanno ridotto la quota di potere che risiede
in quei luoghi. Se non vogliamo che il sistema sostituisca questo tiranno con uno meno appariscente
ma non meno feroce, dobbiamo sapere che non serve rovesciare il tiranno, serve rovesciare i
rapporti di forza. Dobbiamo sapere che non è possibile vincere nella politica se perdiamo nella
società, che nessuno potrà riscattarci se chi vive la nostra condizione sociale è sconfitto tutti i giorni
dal ricatto della precarietà. Dobbiamo mettere tutte le nostre energie nell'allargamento degli spazi di
contraddizione di questo sistema, spazi in cui il cambiamento che immaginiamo può essere
sostenuto dal consenso e concretamente realizzato, ponendo le basi per nuovi percorsi, sempre più
ampi. Dobbiamo indicare la strada del cambiamento senza illuderci che sia breve, e dobbiamo
iniziare a percorrerla senza scorciatoie, tenendo lo sguardo dritto verso l'orizzonte e senza aver
paura di abbattere gli ostacoli che abbiamo di fronte, con paziente determinazione e impaziente
indignazione.
2 - LA QUESTIONE GENERAZIONALE E LA GENERAZIONE
PRECARIA
“L'Italia è un Paese di vecchi che odiano i giovani e le donne. Ma giovani e donne votano per una
classe dirigente di uomini vecchi e quindi il cerchio si chiude. Il progressivo rimbecillimento della
nazione si compie senza conflitti generazionali.[...] Vi sta bene? Si fa davvero fatica a capirvi.
Certo, tutta quella televisione assunta fin dalla prima infanzia deve aver fatto parecchio male.”
[Curzio Maltese, il Venerdì di Repubblica, 2 luglio 2010]
Nel luglio 2010 Curzio Maltese scriveva così a proposito della “questione generazionale” in Italia,
scatenando un dibattito (rintracciabile sul blog http://ribelliamoci.blog.espresso.repubblica.it/) che
ha dato spazio a diversi interventi, in una riflessione pubblica di un pezzo della nostra generazione.
A seguito di quell'estate, nelle università abbiamo vissuto una fase di movimento dai tratti inediti,
costruita su iterazioni di modalità del passato e da innovazioni imprevedibili.
Abbiamo deciso fin da subito di non limitarci a porre il problema di una singola, per quanto
devastante riforma, ma di affermare che l'attacco ai saperi è parte della attacco totale alla società, è
un esproprio di futuro per la nostra generazione. Nel momento di massimo apice della protesta
studentesca, sono stati gli stessi mass media a rimarcare questo aspetto, aprendo un dibattito - più o
meno strumentale, più o meno semplicistico - sul tema della precarietà. Persino il Presidente
Napolitano è stato costretto a dare largo spazio al tema del futuro e dei giovani all’interno del suo
discorso di fine anno.
Eppure, nonostante le semplificazioni da parte dei mass media, complice anche l’immediata
costruzione di un percorso comune con i lavoratori della conoscenza e gli operai metalmeccanici, il
movimento studentesco è riuscito a evitare che la discussione sulla precarietà fosse declinata in
un’ottica prettamente “giovanilista”. L’analisi costruita nei nostri atenei è anzi riuscita a focalizzare
il nesso tra le politiche gelminiane e quelle di Marchionne, non soltanto rispetto al tema del
“ricatto” nei confronti dei soggetti (studenti,lavoratori della conoscenza, operai) costretti a subire le
pesanti conseguenze della crisi economica, ma anche nella precarizzazione totale e comune delle
vite, a partire da una riduzione verticale dei diritti acquisiti e della certezza di prospettive future.
Il percorso costituente di LINK e della Rete della Conoscenza si è aperto con uno slogan “hanno
rapito il nostro futuro: riprendiamocelo!”. Questo è stato il leit motiv di tutto l'autunno 2010. Uno
slogan che non si limita a costruire immaginario, ma ridefinisce un orizzonte largo di azione, che va
oltre il contesto universitario e si apre alla questione sociale; un orizzonte che parla di welfare e
precarietà, modello produttivo e alternativa di società, di rifiuto di guerra tra poveri, della
costruzione di un mondo più giusto per cui lottare.
Abbiamo più volte ribadito che la questione generazionale è una questione sociale, e di certo non
una questione di costume, come spesso è stata dipinta dai media. Abbiamo affermato che ad unire la
generazione precaria non è tanto un dato anagrafico, ma piuttosto l'unica cifra che ci unisce è la
precarietà, del lavoro e delle nostre vite.
La grande menzogna di chi collegava l’aumento della flessibilità all’aumento della occupazione è
svelata dai fatti. Gli ultimi dati Istat sono drammatici: la disoccupazione è tornata a livelli di otto
anni fa, arrivando tra i giovani quasi al 29%; il numero di laureati che trovano lavoro dopo la laurea
è diminuito drasticamente, a riprova di quanto la flessibilità non abbia affatto agevolato forme di
inserimento nel lavoro.
Luciano Gallino ha definito la precarietà esistenziale da un lato come la limitata o nulla possibilità
di formulare previsioni e progetti sia di lunga sia di breve portata riguardo al futuro, dall’altro come
l’impossibilità di accumulare un’esperienza professionale solida e trasferibile con successo da un
datore di lavoro all’altro.
L’insicurezza economica aggrava questa condizione esistenziale di “eterno presente”: senza una
fonte di reddito sicura, molte scelte diventano difficili, troppo rischiose per essere affrontate. Ne
sono così influenzate anche decisioni affettive come convivenze, matrimoni, la maternità e la
paternità, o affittare un appartamento, ottenere un prestito, contrarre un mutuo. La precarietà
implica una condizione di ricattabilità che lede alcuni diritti fondamentali, conquistati con anni di
battaglie sindacali, come lo sciopero, la cassa integrazione, la malattia e la pensione.
Le politiche di flessibilizzazione e di liberalizzazione del mercato del lavoro sono un fenomenale
flop delle politiche per risolvere il problema disoccupazionale. Per troppo tempo si è detto che la
flessibilità avrebbe permesso una maggior occupazione (ancor di più per l'accesso dei giovani del
lavoro). Questa teoria non ha alcuna base empirica, oggi più che mai essa non trova alcun
fondamento nella realtà. Anzi che aumentare l'occupazione si abbassano i salari dei lavoro e si
annientano le rappresentanze sindacali rendendo la posizione del lavoro precaria. Aumentano le
occupazioni più dequalificate e non si stimola un economia innovativa e di sviluppo qualitativo.
Importante ci sembra sottolineare il legame che esiste fra le discriminazioni di genere, già fin troppo
presenti nel nostro Paese, e la precarietà. Non soltanto l'Italia può vantare un'occupazione femminile
inferiore al 50%, un gap salariale del 23% e una percentuale bassissima di possibilità di ricoprire
incarichi di vertice, ma è anche il Paese europeo in cui le donne stanno maggiormente scontando il
peso della precarietà, con il 73,4% di co.co.pro., una perdita del posto di lavoro superiore al doppio
di quella degli uomini e dei tempi di inattività molto più lunghi rispetto a quelli dei loro colleghi
maschi. Se a tutto questo aggiungiamo lo smantellamento del welfare e il conseguente aumento di
lavoro non retribuito (che ad oggi pesa ancora quasi tutto sulla parte femminile della popolazione),
risulta fin troppo evidente come la lotta alla precarietà diventa un'esigenza fondamentale per il
raggiungimento di una reale emancipazione sociale ed economica delle donne. L'assenza di diritti e
di tutele sul lavoro, infatti, insieme all'impossibilità di godere di una continuità di reddito, impone
alle donne di dover scegliere troppo spesso fra vita privata e vita lavorativa, fra famiglia e lavoro,
eliminando ogni possibilità di conciliazione di entrambe. Nella giungla della precarietà e dello
sfruttamento, le donne sono le prime a soccombere, anche lì dove la qualità degli studi e dei titoli
formativi è più alta.
Sappiamo bene che la precarietà non è un prodotto metafisico, ma risulta sia da processi globali di
cambiamento dei sistemi produttivi e di accumulazione di capitale sia da specifici provvedimenti
legislativi (il pacchetto Treu, la legge 30, il collegato lavoro, ecc.). Per questo le nostre
rivendicazioni devono saper tenere insieme questi due livelli: da un lato nuovi interventi legislativi
che cancellino le forme contrattuali atipiche, dall'altro un nuovo welfare universale che sappia
ridurre il dumping sociale e salariale e restituire forza e autonomia alle persone sul piano della
partecipazione sociale.
Sotto lo slogan “il nostro tempo è adesso” il 9 aprile molti comitati di precari e precarie hanno posto
il tema della precarietà come questione sociale e hanno costruito una giornata di mobilitazione che
ha visto scendere in piazza insieme gli studenti e i precari in tante città d’Italia, contribuendo,
seppur in maniera parziale, all'emersione di una soggettività sociale invisibile.
Perché questo percorso abbia realmente successo, ora, va superata la dimensione meramente
evocativa. C'è bisogno di costruire connessioni con percorsi già avviati, per quanto settoriali e/o
minoritari, di intercettare i precari all’interno dei loro luoghi lavorativi e di formazione, di guardare
a un orizzonte più ampio di quello della singola mobilitazione, di interrogarsi e saper proporre
forme alternative concrete di sciopero per tutti i lavoratori non garantiti. Dobbiamo lavorare, tutti
insieme, per dar vita a un meccanismo moltiplicativo di organizzazione di mobilitazioni congiunte
tra i comitati dei precari, il sindacato e i movimenti sociali, in primis il movimento studentesco. La
soggettività precaria merita di esprimersi non solo in termini di denuncia di un disagio, ma anche e
soprattutto come condizione sociale in grado di costruire percorsi reali di radicamento sociale,
mobilitazione, rivendicazione e cambiamento. E siamo ben consapevoli che questo percorso deve
avere l’ambizione di spostare l’asse, rompere gli assetti e aprire delle contraddizioni anche
all’interno del mondo sindacale e soprattutto di quello politico, che sconta ritardi e complicità su
questo tema.
Dobbiamo rendere l'emersione dell'immaginario e della soggettività precaria come un elemento
costante e strutturale delle nostre mobilitazioni, perché si pone come prioritario il tema di costruire
l’alternativa alla fuga per tantissimi giovani che ogni anno lasciano questo paese.
Nella “lettera dal confine” scrivevamo “Sappiamo che fuggire è semplice, basta salire su un aereo e
non voltarsi a guardare. Sappiamo che è giusto restare, mettere in fuga voi, il vostro Governo, e
costruire una concreta alternativa alla fuga. Noi stessi, noi studentesse e studenti, siamo
l'alternativa alla fuga.”
Siamo noi l'alternativa alla fuga, noi che ogni giorno costruiamo, a partire dai luoghi della
formazione un’opposizione dal basso che prova a tenere insieme proposta politica e costruzione del
conflitto.
La precarietà non è staccata dal nostro percorso di formazione, attraversa le nostre vite, perché
siamo studenti lavoratori, studenti part-time, lavoratori che rientrano nel ciclo continuo della
formazione per reagire all'espulsione dal mercato o per migliorare la propria condizione, apprendisti
che passeranno la loro vita in officina e dottorandi che fanno il lavoro dei docenti. Siamo stanchi
della retorica sui bamboccioni, delle recriminazioni del ministro Tremonti e del Ministro Sacconi
che ci invita a fare lavori umili, e respingiamo anche chi ci rimprovera con paternalismo di non fare
abbastanza per ribellarci.
Quest’autunno ha dimostrato che è possibile imporre i temi sociali all’agenda politica pubblica.
Adesso è necessario imporre le nostre alternative concrete, in primis quella del reddito diretto ed
indiretto, all’intera classe politica, sperando che il 9 aprile e lo sciopero generale siano un primo
passo per la costruzione di un’alleanza stabile con tutti i soggetti che portano avanti le battaglie
contro la precarietà lavorativa ed esistenziale nel nostro Paese.
Quello che è emerso con forza, non è però solo la capacità di porre un tema sociale all'interno
dell'agenda politica, condizionandola, ma anche e soprattutto la straordinaria determinazione
collettiva, la capacità di ribaltare i canoni della politica. L''Onda era stata per una generazione il
momento della riscoperta della politica, come qualcosa di cui troppo a lungo siamo stati espropriati,
un'esperienza che aveva rotto i canoni classici di un'opposizione sociale sempre più antipolitica.
Confrontarsi con la nuova fase aperta dal salto di qualità di quest'ultimo autunno ci impone di
ridefinire le forme e le possibilità di ciascuna azione politica collettiva. In un quadro come quello
attuale di profonda crisi democratica e di distanza tra rappresentanti e rappresentati, quel che
emerge in seno alla nostra generazione, è un “rifiuto molto politico della politica”. Più la politica si
conferma essere corruzione e avidità più si invertono i ruoli, più la politica istituzionale diventa
espressione di antipolitica, più l'opposizione sociale si può riappropriare del senso vero dell'agire
politico. Alla nostra generazione, alla generazione precaria, spetta questo arduo compito: ricostruire
la democrazia, cambiare il presente, riprendersi il futuro, dirottarlo sui binari di equità e giustizia,
essere concreta alternativa alla fuga.
3 - I GIOVANI E LE PROTESTE IN EUROPA E IN MAGHREB
Il vento della ribellione soffia in tutto il Mediterraneo. Soffia spazzando via i regimi postcoloniali
che controllano l'area da oltre 30 anni. Soffia spazzando via la teoria della «fine della storia»,
dell'immutabilità del quadro geopolitico uscito dall'89. Soffia spazzando via lo «scontro di civiltà» e
tutti i luoghi comuni razzisti sull'inettitudine antropologica se non genetica di arabi e africani alla
democrazia.
Ciò che è successo nelle prime settimane del 2011 in Tunisia ed Egitto, contagiando poi, in maniera
diversa, Libia, Bahrein, Yemen, Iran, ha un potere evocativo dirompente: milioni di uomini e di
donne che decidono di prendere in mano il proprio destino e scendono in piazza, mettendo a rischio
la propria stessa vita.
Si tratta di fenomeni molto diversi, perché si tratta di territori molto diversi: l'Egitto è un paese con
77 milioni di abitanti, caratterizzato da una drammatica povertà e con una vita civile e culturale
molto intensa, che ne fa da sempre il punto di riferimento per tutto il Medio Oriente e il Nord
Africa, mentre la Libia è un paese semi-desertico, le cui risorse naturali garantiscono il Pil procapite più alto dell'intero continente e una società ancora profondamente tribale, in gran parte
estranea ai sommovimenti culturali globali. Gli stessi esperti che parlavano di una «generazione
post-islamista» a proposito delle rivolte in Tunisia, Egitto e Iran, sono molto cauti nell'estendere
questa definizione alla Libia, dove l'onda lunga dell'Islam politico sta arrivando ora. È ormai
acclarato, inoltre, il ruolo attivo delle potenze occidentali nel sostenere questo o quell'altro soggetto
all'interno della rivolta, nell'attirare l'attenzione dei media su alcuni eventi e non su altri, nel
dipingere volta per volta un regime come più o meno autoritario e sanguinario.
Di fronte a eventi così dirompenti, è difficile resistere alle suggestioni narrative, che, scegliendo un
filo coerente di nessi causa-effetto in mezzo all'intricata complessità di movimenti di milioni di
persone in un territorio, dal Marocco all'Iran, più abitato dell'Europa e grande più del doppio, ne
dissolvono le ambiguità e ne semplificano la rappresentazione. E così gli eventi in Tunisia, dov'è in
atto una grave crisi economica, vengono rappresentati come una rivolta per il pane, quelli in Egitto,
dove c'è un partito unico, legato inscindibilmente con la potentissima élite militare al governo da
decenni e vera detentrice del potere, come un movimento per la democrazia, quelli in Bahrein, dove
un popolo a maggioranza sciita è governato da una monarchia sunnita, come una guerra di
religione. E così i giovani libici che sparano granate contro i loro coetanei fedeli a Gheddafi sono
rappresentati come rivoluzionari democratici mentre i ragazzi di Gaza che lanciano approssimativi
qassam contro Israele sono dei fanatici terroristi. Cosa sarebbe successo se uno solo dei milioni di
egiziani in piazza contro Mubarak avesse bruciato una bandiera americana o israeliana? Cosa
sarebbe successo se un solo telegiornale, al mondo, avesse ritrasmesso i vecchi videomessaggi in
cui Bin Laden invitava i giovani musulmani a rivoltarsi contro regimi corrotti come quello di
Mubarak? E come mai nessuno l'ha fatto?
Alcuni fatti evidenti però ci sono, e tre tra questi sono particolarmente interessanti.
Il primo è la crisi dell'ordine mondiale post-1989, basato sull'egemonia americana e sul suo
continuo rafforzamento simbolico e geopolitico nello scontro con regimi delegittimati sul piano
della libertà e della democrazia. Il risiko delle risorse energetiche, di cui la concorrenza tra i
gasdotti Nabucco e SouthStream, è solo il fenomeno più visibile, rende sempre più evidente i
conflitti di interessi tra le diverse potenze occidentali, e la forza crescente di movimenti popolari in
Medio Oriente che sanno tenere insieme componenti laiche, religiose e di classe smentisce la teoria
dello scontro di civiltà. I due blocchi intorno a cui la dottrina Bush intendeva polarizzare le
relazioni internazionali si sono sgretolati, e nuovi soggetti, sia regionali sia globali (come il BRIC)
si affacciano sulla scena. I popoli arabi e nordafricani sono tra questi, e possono giocare un proprio
ruolo, non incasellabile nel rigido schema che prevede da una parte la liberaldemocrazia occidentale
e dall'altro la teocrazia integralista. Non a caso assistiamo a tentativi di riproporre anche nel mondo
arabo meccanismi simili a quelli utilizzati nelle “rivoluzioni colorate” dell'Europa orientale, con la
improvvisa criminalizzazione di regimi alleati quando diventano meno docili e la conseguente
creazione di coalizioni tra gruppi locali, servizi segreti e media internazionali, con l'obiettivo di
conquistare sul piano della comunicazione globale la forza necessaria a imporre le proprie posizioni
all'interno di un campo nazionale e, di conseguenza, di riallineare il paese in questione nel giusto
schieramento internazionale.
Tali meccanismi vanno adeguatamente analizzati e compresi, ma mai assolutizzati, se non vogliamo
perdere la capacità di riconoscere una rivolta popolare quando la vediamo. Una rivolta è un
fenomeno complesso, contraddittorio, in cui soggetti locali e globali perseguono interessi diversi.
Ma, se avviene, è il segno di una condizione di disagio popolare reale, e dell'insufficienza del
sistema politico ed economico a rispondervi. Per questo non possiamo farci accecare dal passato
rivoluzionario di molti leader dell'area. Il loro bonus antimperialista, ormai, è esaurito. Soprattutto
dopo che i suddetti leader l'hanno sperperato facendosi lautamente finanziare per decenni dagli exnemici occidentali. Tutte le contraddizioni accumulate per decenni da presidenti democratici che si
prorogano a vita, leader islamici che reprimevano l'Islam, rivoluzionari antimperialisti che
andavano a braccetto con Usa e Ue, sono esplose nel giro di poche settimane. E sono bastate poche
settimane in più perché, come avevamo ampiamente previsto e denunciato, gli stessi che avevano
sorretto Mubarak e Gheddafi fino al giorno prima, tornassero a parlare di democrazia e di diritti
umani, da esportare anche con le bombe. Al tempo stesso, del resto, sono tornati a preoccuparsi che
le immense ricchezze del sottosuolo mediorientale e il gigantesco nodo del controllo delle
migrazioni non cadano in mano sbagliate. Noi non abbiamo dubbi: le mani giuste sono quelle dei
ragazzi e delle ragazze che sono scesi in piazza questi giorni. Noi siamo con loro perché le ipocrisie
sono cadute: non c'è libertà se un prete barbuto può dirmi cosa leggere o se un uomo d'affari
straniero controlla la mia terra. Siamo con loro, perché tengano duro, perché la loro rivolta non sia
strozzata da nessun papa e da nessun re, perché nessun neocolonialismo o fondamentalismo possa
privarli del loro futuro.
L'Italia, così come le potenze occidentali, ha avuto un comportamento estremamente ambiguo,
Infatti questa essendo legata dai trattati di amicizia del 2008 alla Libia, avrebbe potuto sfruttare
questo canale istituzionale per avviare una discussione diplomatica con il regime. Ciò non è stato
fatto, l'Italia ha preferito "lavarsene le mani" sciogliendo immediatamente i trattati. Una volta
preservata la propria immagine di potenza democratica, l'Italia non si è poi preoccupata di congelare
immediatamente tutti i beni di Gheddafi, lasciando quindi a sua disposizione le sue risorse
economiche. Altro atteggiamento, decisamente discutibile, riguarda la questione dei migranti.
L'Italia è l'unico paese dell' Unione Europea che concepisce il reato di clandestinità, per giunta in
contrasto con la direttiva europea del 2008/115/CE. Quale è stato l'atteggiamento del governo?
Invece di adeguarsi alle normative europee e di prepararsi all' arrivo dei migranti, si è preoccupato
di mettere in atto una strategia del terrore definendo questo flusso come una "invasione barbarica",
che poi nella realtà si è tradotto nell'arrivo di 35.000 migranti in un paese di 60 milioni abitanti.
Insostenibile poi la scelta dei CIE, centri di identificazione e di espulsione, come modelli di centri
di accoglienza, che di fatto si sono trasformati in centri di detenzione, al cui interno ogni giorno
vengono violati i diritti umani. All' interno di questi centri, sempre più affollati, i migranti non
hanno diritto a nessun tipo di assistenza, che sarebbe invece necessaria, come quella legale o
medica.
Il secondo fatto, strettamente correlato al primo, è la significativa presenza di connotazioni sociali
ed economiche all'interno delle proteste. I regimi di Ben Ali, Gheddafi e Mubarak, pur tra mille
differenze, avevano in comune una vaga rivendicazione di continuità con il socialismo panarabo,
non solo nei suoi tratti antimperialisti, ma anche nei suoi obiettivi egualitari. Quei regimi hanno
tradito su entrambi i fronti, rendendosi complici, talvolta entusiastici (in particolare Mubarak) delle
politiche dettate dal Fondo Monetario Internazionale.
In questo le rivolte del Mediterraneo si legano, pur nell'innegabile diversità dei contesti, alle
proteste europee, e segnano un dato che sembrava dimenticato: c'è un limite allo sfruttamento. C'è
una soglia oltre la quale il livellamento verso il basso delle condizioni di vita, soprattutto in
presenza di una lievitazione delle aspettative legata alla comunicazione globale, non può più essere
tollerato.
Il riferimento alle aspettative globali ci porta al terzo elemento: il carattere generazionale delle
mobilitazioni diffuse intorno al Mediterraneo. Le immagini provenienti dalla Tunisia, dall'Egitto e
dall'Iran ci mostrano milioni di giovani come noi, con strumenti culturali e di comunicazione simili
ai nostri, che si sono stufati di una realtà che non è alla loro altezza. Ragazzi e ragazze che sentono
l'anomalia dei regimi che li governano come intollerabile, che non si considerano diversi da
qualsiasi altro loro coetaneo su questa Terra, e che hanno deciso di dire basta. Come sempre, il
capitalismo genera i propri seppellitori: la stessa globalizzazione che ha integrato in posizioni
assolutamente subalterne nel sistema economico mondiale gran parte degli abitanti del pianeta, ha
creato le condizioni per una globalizzazione delle aspettative di vita. I ragazzi del Nordafrica
condividono almeno una parte dei consumi culturali e degli strumenti di comunicazione dei loro
coetanei europei e americani, e non si sentono inferiori a loro.
Questi ragazzi hanno deciso di ribellarsi non solo a una generazione di dittatori ottuagenari, ma
anche e soprattutto al fatto che quella generazione si autoriproducesse per via ereditaria. Leader
come Mubarak, Ben Alì o Gheddafi, infatti, per quanto dittatoriale fosse il loro dominio, potevano
comunque contare, almeno in una certa fascia della popolazione, sulla legittimazione storica, sul
fatto di essere ormai gli ultimi eredi delle guerre d'indipendenza, del nasserismo e del socialismo
panarabo. Non è un caso che la rivolta sia divampata proprio quando questi vecchi leader erano sul
punto di lasciare il timone ai figli, figure che di fronte alla popolazione incarnavano il massimo
della corruzione e dell'ingiustizia.
È doveroso, in ogni caso, che noi osservatori esterni di questi fenomeni geopolitici non
prescindiamo da una considerazione complessiva delle possibili prospettive e di quegli elementi che
riusciamo a trarre dall'analisi degli eventi, di là da qualsiasi più che positiva considerazione che la
maggior parte delle rivolte contro i poteri forti detengono intrinsecamente. Non possiamo sostenere
che il Medio Oriente si è finalmente liberato dalla tirannia dei suoi despoti solo perché Hosni
Mubarak è stato fatto fuori. I giovani egiziani si sono resi conto che il processo di uscita dalla
dittatura è ancora lungo, per questo molti di loro protestano tuttora senza però trovare riscontro nei
grandi giornali progressisti, anche nel nostro paese.
Ed ecco che giungiamo ad uno dei nodi più complessi della questione: come si può pensare che il
medio oriente sia libero quando, il più feroce, corrotto, duraturo, gerontocratico e collaborazionista
governo dell'area è ancora saldamente in sella? L'Arabia Saudita rappresenta davvero Il problema
nell'area mediorientale: re Abdullah è il governante più vecchio del mondo (84 anni) e la sua
dinastia è da decenni legatissima a governi e servizi segreti di mezzo Occidente (CIA, MI6,
Mossad, ma anche l'ISI pakistano etc.) rei di aver soffocato in più di un'occasione i tentativi di
creazione di stati democratici, lontani tanto dalle potenze atlantiche quanto dalle teocrazie. Egli è il
vero avamposto filo-americano in Medio Oriente, e fin quando resisterà tutta l'area sarà
maggiormente esposta a possibili contaminazioni.
Un esempio di reale insurrezione giovanile proviene, guarda caso, dal luogo più martoriato,
disilluso e tradito (dall'occidente e dal medio-oriente) del mondo: Gaza. Qui i ragazzi e le ragazze
del “Free Gaza Youth” lanciavano a gennaio il loro Manifesto iniziando con un eclatante e
pesantissimo: “Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo Onu.
Vaffanculo Unrwa. Vaffanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas,
dell'occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell'indifferenza della comunità
internazionale!“. Giovani politicizzati e poco inclini al islam politico, ben consci dei limiti politici e
morali di Hamas e ancor più di Fatah, ma determinati nella loro quotidiana rivoluzione, hanno da
tempo alzato la voce, imponendosi nel panorama di resistenza mediorientale quale gradita e
sorprendente eccezione. La speranza è che, per una volta, la regola non venga confermata.
Una riflessione ci sembra, quindi, doverosa: l'analisi delle questioni sociali mediorientali risulta
quantomai complessa. Se è vero che moltissimi di questi paesi vivono un imponente deficit
democratico in termini di diritti civili e politici (monopartitismo, diritto di famiglia e più in generale
sistema giudiziario intriso di precetti religiosi oscurantisti, architettura strutturale dello Stato
confusa con le gerarchie ecclesiastiche) lo è anche il fatto che essi necessitano in tempi mediolunghi non di “riforme concesse o calate dall'alto” bensì di autodeterminazione e partecipazione
nelle scelte democratiche, antidoti ottimali contro i rischi di eterodirezione delle lotte. Insomma ciò
che conta, non è “la rivolta in sè”, ma “dove porta una rivolta”.
Il parallelo tra il Nordafrica e l'Europa, semplicistico quando ipotizzato in termini di contagio
rivoluzionario e insurrezionale per la cacciata dei tiranni, diventa più significativo quando si
confronta una situazione condivisa da una parte dei giovani in entrambi i contesti, cioè un alto
livello di formazione che il sistema economico, sociale e politico non è in grado di valorizzare ma
invece umilia e frustra ogni giorno. E in entrambi i contesti, ora, l'alternativa è la stessa: questa
parte di generazione cercherà di soppiantare l'attuale élite al potere, ereditandone i vizi strutturali, o
sarà in grado di costruire un legame reale con il resto della popolazione, con l'obiettivo di costruire
dal basso un cambiamento profondo?
4 – E L'ONDA DIVENNE MAREA: IL CICLO RECENTE DEL
MOVIMENTO STUDENTESCO
Il movimento studentesco dell'autunno 2010 verrà sicuramente ricordato per essere stato uno dei più
dirompenti e radicali degli ultimi vent'anni, nonché quello che è riuscito a conciliare la radicalità
con la capacità comunicative, dimostrando intelligenza strategica e politica, ma soprattutto per aver
riaperto possibilità di conflitto e vittoria nel Paese.
Per poterlo analizzare a fondo, tuttavia, è necessario non scinderlo dal ciclo di proteste iniziato nelle
mobilitazioni contro il ddl Moratti del 2005 e poi attraverso la dirompente esperienza collettiva
dell'Onda del 2008 e le occupazioni di maggio 2010. L’autunno di quest’anno sicuramente si pone
in continuità rispetto al movimento dell’Onda del 2008, sorto a seguito dei tagli della legge 133, in
particolare per la capacità di essere percepito come un movimento di rivolta generazionale
all’interno del Paese.
L'Onda è stato un movimento che è esploso, sorprendendo tutti, anche i suoi protagonisti, che ha
vissuto molto anche di una trappola impolitica e di compatibilità sistemica da cui in molti
provavano a svincolarsi, un recinto in cui la narrazione giornalistica provava a rinchiuderci.
L'assenza di un nome evocativo a identificare l'autunno studentesco 2010 non è solo una nota a
margine curiosa, ma un elemento su cui soffermarsi, esito di un rapporto maturo e non passivo con
la stampa e i media in genere. I giornalisti indagavano provando a comprenderci, senza riuscire a
sovradeterminarci, attribuendo nomi o idee. Non per rispetto della nostra autonomia, ma perché,
banalmente, non eravamo previsti.
Se l'Onda “ci è successa” e questo movimento lo abbiamo pazientemente “costruito” tutte e tutti con
i rispettivi percorsi, è vero che, paradossalmente, siamo stati molto più dell'Onda un imprevisto, una
variabile non compatibile con i programmi dell'establishment italiano.
Non era previsto, né prevedibile per i più, che studentesse e studenti, che, per motivi anagrafici,
sono figli dell'epoca del berlusconismo e della sua egemonia a-culturale, riuscissero a innescare uno
dei più grandi processi di opposizione politica e generale alla classe politica di questo Paese. Non
era previsto dai più un movimento studentesco marcatamente più politico e meno “studentista”, in
quanto i temi della scuola, dell’università e della conoscenza si sono intrecciati immediatamente
con quelli del lavoro, dei beni comuni, ricercando insieme una risposta generale ad un attacco
generalizzato ai diritti fondamentali e alla democrazia.
Non era previsto dai più che il movimento studentesco vivesse di più in diverse fasi, presentando un
crescendo parallelo tra partecipazione, pratiche conflittuali e creazione di consenso, diversamente
da quanto avvenuto nel 2008. Il movimento del 2010, inoltre, sviluppa immediatamente delle reti di
relazione forte tra i vari soggetti del mondo della conoscenza (studenti medi, ricercatori, precari
della scuola, precari della ricerca, dottorandi) e con le loro nuove forme organizzate, nonché con il
movimento degli operai di Pomigliano e Mirafiori attraverso il sindacato metalmeccanico, senza
dimenticare le connessioni con altri movimenti sociali e il forum dei movimenti per l’acqua
pubblica.
All’interno di questo quadro possiamo da subito affermare come Link – Coordinamento
universitario, attraverso la sua progettualità politica nella Rete della Conoscenza insieme all’Uds si
sia da subito posto come piattaforma avanzata al servizio del movimento studentesco, rispettando la
sua autonomia.
Si deve infatti sottolineare come, la presenza palese delle organizzazioni sia stata un tratto saliente
del movimento di quest’anno, tanto da segnare una discontinuità con il famoso concetto di
“irrappresentabilità” che aveva marcato con tratto indelebile l’Onda del 2008. Il concetto di
irrappresentabilità è stato rimodulato dal movimento in una risposta allo scollamento fra le lotte
sociali e l’agenda politica del Parlamento: irrappresentabili dalla politica istituzionale, gli
studenti hanno accettato e riconosciuto le strutture studentesche come componente importante di
coordinamento delle mobilitazioni. Sicuramente Link – Coordinamento Universitario in questo è
riuscito ad essere un buon esempio di connessione tra i processi reali dei singoli atenei e la necessità
di coordinarli a livello nazionale, senza mai mettere in discussione la legittimità dei luoghi legittimi
del movimento, che restano le assemblee.
Un altro elemento che non è possibile trascurare è che le proteste del 2010 si sono sviluppate in un
clima di proteste esteso anche negli altri Paesi europei, ricordiamo in particolare gli scioperi
francesi contro la riforma delle pensioni e le radicali proteste degli studenti inglesi contro l’aumento
delle tasse. Abbiamo da subito individuato nel tema dell’assenza di futuro il filo conduttore che ci
legava a quelle proteste, così come successivamente abbiamo trovato lo stesso filo conduttore, in un
contesto molto differente, le proteste in Tunisia e in Egitto.
Questi elementi di analisi sono fondamentali per comprendere la narrazione delle giornate più
importanti di mobilitazione di questo autunno. Così come risulta importante sottolineare
l’importanza dell’analisi e della strategia elaborata a Riot Village sull’autunno, costruendo da subito
una connessione forte con la Fiom, la Flc e Rete 29 Aprile nonché tracciando le prime tappe
d’autunno come l’8 ottobre, la partecipazione studentesca alla manifestazione della Fiom del 16
ottobre e l’idea di un’assemblea nazionale il 17 ottobre a Roma.
Proprio rispetto a questo risulta importante sottolineare la decisione di partecipare al percorso di
Uniti contro la Crisi, un’esperienza che ha contribuito alla connessione tra una parte del mondo
sindacale ed i movimenti sociali, principalmente quello degli studenti. L’esperienza di Uniti Contro
la Crisi nasce all’interno la costruzione dell’assemblea del 17 ottobre e prosegue culminando in
autunno con il lancio della giornata del 14 dicembre e proseguendo in primavera verso la
costruzione di uno sciopero generale dal basso.
L’autunno 2010 pertanto non nasce casualmente. Più volte abbiamo ripetuto che se l’Onda è stata
figlia di una riscoperta di partecipazione collettiva, questo movimento è figlio delle sporadiche
mobilitazioni del 2009, culminate nell’11 dicembre (periodo in cui la riforma era appoggiata in
maniera bipartisan da maggioranza e parte dell’opposizione), della riorganizzazione dei ricercatori
in particolare nella Rete 29 Aprile, delle occupazioni primaverili contro l’innalzamento delle tasse,
tagli dei servizi e dei corsi di laurea negli atenei di Bari, Siena, Catania, Padova e Torino e delle
mobilitazioni come “gli esami notturni” di luglio in grandi atenei come la Sapienza, ma anche di
significative manifestazioni di piazza in atenei piccoli quali Salerno e Foggia. Tutti questi esempi
erano sintomatici del fuoco del conflitto che già ardeva, nascosto sotto la cenere estiva.
Particolare importanza ha rivestito la protesta dei ricercatori, iniziata nel periodo di maggio-aprile.
“Indisponibili” a svolgere attività di didattica, hanno sconvolto molti atenei, rivelando come la
maggior parte di essi si fondasse sul loro contributo non pagato, e soprattutto hanno mostrato come
il fronte della protesta fosse non solo esteso agli studenti, ma anche ai ricercatori e perfino ad alcune
parti dei precari della ricerca, riuscendo anche a svincolare una buona parte delle figure strutturate e
non strutturate dalle logiche corporative che li avevano visti pressoché assenti dalle mobilitazioni
degli ultimi anni. E come i ricercatori hanno ribadito la propria “indisponibilità”, così come i
metalmeccanici hanno affermato che vi sono alcuni diritti che sono indisponibili, così anche gli
studenti si dichiarano “indisponibili” a rinunciare ai propri diritti, indisponibili a cedere di fronte ai
ricatti, indisponibili a pagare ancora una volta le conseguenze economiche reali di una crisi tutta
finanziaria e speculativa.
Già da settembre con lo sciopero della fame dei precari della scuola davanti al Ministero e il
rimando dell’inizio dell’anno accademico in molti atenei, ottenuto in alcune facoltà grazie al voto
comune tra rappresentanti degli studenti e ricercatori e conseguenza diretta della protesta di
quest'ultimi, le nostre università sono diventate luoghi di costruzione delle mobilitazioni. Le
giornate del 4-5-6 ottobre si sono riempite di assemblee molto partecipate riuscendo da subito a
connettere il tema dell’indisponibilità con quello dei tagli all’istruzione e della riforma Gelmini,
riuscendo a catalizzare sulla data dell’8 ottobre lanciata dall’Uds anche la partecipazione degli
studenti universitari. Il 14 ottobre, mentre si discute in Parlamento l’approvazione del ddl, mentre in
tutta Italia le mobilitazioni assumono diverse forme, a Roma il movimento occupa la sede della Crui
e il rimando dell’approvazione della legge determina un ulteriore rilancio della data del 16 ottobre,
manifestazione della Fiom.
Dall’8 ottobre al 16 ottobre il tema della connessione tra l’attacco al sapere come bene comune e
quello al lavoro come bene comune e la difesa di altri beni come l’acqua pubblica diventa il nodo
centrale che segna un allargamento delle rivendicazioni. L’assemblea del 17 ottobre lanciata
dall'appello “Uniti Contro la Crisi” riesce ad essere questo e costituisce un motore propulsivo verso
il 17 novembre, passando dalla partecipazione al corteo dei precari della scuola a Napoli il 30
ottobre. Il 17 novembre, giornata internazionale degli studenti diventa finalmente un passaggio
fondamentale e partecipato del movimento, a differenza di quanto avvenuto nel 2008. Le piazze si
riempiono nuovamente di studentesse e studenti, medi e universitari ma, giunti ormai al secondo
mese di mobilitazioni, la stampa continua a negare le prime pagine alle proteste studentesche.
Fondamentale in questa fase, pertanto, la denuncia pubblica di Link in merito al tagli del'89,54% al
fondo nazionale per il diritto allo studio, che mette a rischio borse di studio, mense e alloggi,
espellendo di fatto dall'università i quasi 200 mila borsisti italiani. Nelle stesse settimane prende
corpo anche la Carovana dell'AltraRiforma, lanciato da LINK, Adi, Rete 29 aprile, Cpu, Flc e varie
realtà locali, con l'obiettivo di costruire un'alternativa dal basso al ddl Gelmini. La prima tappa è il
21 novembre a Torino, all'interno dell'occupazione di Palazzo Campana. L’incontro diventa un
momento importante di confronto tra diverse realtà universitarie protagoniste del movimento ed
occasione di spunti di riflessione e di scambio che determinano un’ulteriore convergenza positiva
per un coordinamento nazionale delle mobilitazioni.
È l’inizio della fase più larga e più intensa di partecipazione dell’autunno 2010: il 24 novembre
decine di facoltà in tutta Italia sono occupate e mentre il ddl viene nuovamente discusso e la sua
approvazione rimandata, gli studenti attraversano le città con cortei selvaggi; a Roma viene
inaspettatamente assediato il Senato. E' l'irruzione nella scena pubblica, non solo simbolicamente,
del movimento studentesco, che rompe il silenzio e apre un mese intenso di mobilitazione. La
visibilità e la forza del movimento aumenta ancora più il 25 novembre con l’occupazione
simultanea dei monumenti in diverse città d’Italia. Sono le giornate in cui gli studenti paralizzano le
città e ricevono applausi dagli automobilisti e dai cittadini e in cui l'occupazione di monumenti
come la Torre di Pisa, il Colosseo a Roma, la Mole Antonelliana a Torino e la Basilica del Santo a
Padova, impensabile fino a poche settimane prima, diventa, non solo in Italia, il simbolo di una
generazione che si riappropria del proprio patrimonio culturale.
Il 30 novembre si caratterizza per essere un’altra straordinaria giornata di partecipazione: mentre il
ddl passa alla Camera, in tutte le città d’Italia gli studenti bloccano strade e binari per diverse ore un
totale di 16 stazioni ferroviarie occupate, porti, autostrade.... A Roma il corteo, cominciato sin dalla
mattina presto, continua fino alla sera sotto la pioggia, nonostante il tentativo di violare una zona
rossa si trasformi in un primo impatto con le forze dell’ordine che impediscono al movimento di
raggiungere il Parlamento. Ancora una volta il consenso sembra moltiplicarsi nonostante tutto;
infatti il passaggio sotto il Muro Torto è accompagnato da applausi degli automobilisti, simbolo del
grande consenso popolare.
La notizia dello slittamento dell’approvazione al Senato dopo il voto di fiducia segna un ulteriore
passaggio fondamentale: il movimento studentesco decide di costruire attivamente la giornata del
14 dicembre, lanciata da un appello di Uniti Contro la Crisi. La scelta è chiara: dinanzi a una
probabile caduta del Governo Berlusconi, che avrebbe segnato la fine di un ciclo politico
ventennale, qualificandola diversamente, era necessario inserirsi da protagonisti nelle
contraddizioni di una crisi di governo tutta schiacciata sulle tematiche interne alla maggioranza,
individuando quella giornata e quella possibile crisi come un possibile spazio concreto di vittoria.
Convocare il 14 dicembre è il segnale della maturità politica del percorso intrapreso con il 16
ottobre, ovvero manifestare insieme alle altre lotte sociali come gli operai, gli abitanti de L’Aquila ,
Terzigno ecc per affermare con forza che la vera opposizione è nelle piazze. Un’opposizione dal
basso che vuole determinare la caduta del governo, una sfiducia che deve avvenire a causa dei
problemi sociali reali di cui la politica continua a non occuparsi.
La giornata del 14 dicembre viene spesso ricordata solo per il dibattito semplicistico “violenza-non
violenza” che ne è seguito, ma pochi ricordano il fatto che sia stata la manifestazione nazionale più
grande dell’autunno, con una ricchezza di soggettività e di contenuti politici come non si vedeva da
anni.
La giornata del 14 deve essere analizzata nella sua complessità per provare ad essere letta nel modo
giusto. Non è possibile infatti separare quanto avvenuto in piazza da quanto avvenuto all’interno del
Parlamento, con la compravendita del voto di fiducia e dei parlamentari e dai mesi precedenti di
intensa mobilitazione senza alcuna risposta da parte di governo e maggioranza.
Quella espressa nella piazza del 14 dicembre è la nostra rabbia. È la rabbia di una generazione
cresciuta sotto la cappa oppressiva di una politica completamente impermeabile alle istanze sociali,
ai bisogni e ai desideri, cresciuta nella crisi di ogni forma di rappresentanza e mediazione sociale
come di ogni forma di appartenenza collettiva, cresciuta nel generale clima di impoverimento
culturale che ha investito il nostro paese. È la rabbia di una generazione che ora attraversa la più
grande crisi economica degli ultimi decenni, che, per prima, è investita in maniera totalizzante dal
fenomeno della precarietà e dalla prospettiva di condizioni di vita peggiori rispetto a quelle dei
propri genitori, che non vede ancora la luce in fondo al tunnel del declino e del lavoro schiavista.
L'esplosione di rabbia non è sufficiente a farci uscire dal tunnel della precarietà, nello studio come
nel lavoro, dobbiamo esserne consapevoli. Non condannare non significa illudersi che il
cambiamento possa arrivare in questo modo. È fintamente ingenuo e perbenista considerare questa
rabbia una malattia da debellare, ma è illusorio e irresponsabile considerarla la cura. Questa rabbia è
un sintomo della crisi profonda che attraversa la nostra generazione. Non va repressa
poliziescamente né esaltata suggestivamente, ma analizzata e indagata politicamente.
Le lotte sono utili ma da sole non bastano. Occorre una intelligente lettura della fase, la capacità di
costruire alleanze sociali al di fuori del movimento studentesco. A fronte del vuoto di
rappresentanza della politica istituzionale nei confronti della società, dobbiamo porci come soggetti
in grado di fornire una proposta di riforma credibile del sistema universitario e del mondo del
lavoro. Dobbiamo impegnarci a costruire rapporti di forza e di consenso che siano in grado di
condizionare i soggetti politici istituzionali ed imporre loro di accettare la legittimità delle nostre
proposte come piattaforma di base per costruire una università più aperta e rapporti di lavoro più
equi e dignitosi.
La complessità del movimento studentesco e la sua capacità politico-strategica sta anche nella
costruzione del post 14 dicembre e della giornata del 22 dicembre. La non-discontinuità politica tra
tutte le mobilitazioni precedenti, e in particolare nei confronti del 14 dicembre, la capacità di tenere
insieme il tutto sono state il modo per non perdere niente, niente di quella ricchezza, niente di quella
forza.
“Spiazzare” questa la parola che più volte abbiamo utilizzato durante l’organizzazione del 22
dicembre , una giornata che può essere sintetizzata dalla frase dello striscione di apertura del corteo
romano “Voi soli nella zona rossa, noi liberi per la città”. La scelta di lasciare la zona rossa vuota
mentre in Senato viene approvato il ddl per dirigere il corteo nelle periferie è un altro atto di
intelligenza e maturazione politica del movimento studentesco del 2010. In quella giornata cortei
invadono nuovamente le strade delle città tra gli applausi generali, segno che neanche la
strumentalizzazione e le provocazioni post-14 dicembre sono riusciti a scalfire il consenso del
movimento. Una giornata che si conclude con l’incontro a Roma tra il presidente Napolitano e la
delegazione degli studenti, avvenuta a seguito di una lettera inviata dal movimento della Sapienza.
Sull’incontro con Napolitano diverse sono le polemiche e le considerazioni; come Link abbiamo
sempre ritenuto che anche la giornata del 22 dicembre debba essere analizzata nella sua
complessità. Scegliere di coinvolgere la città nella protesta, lasciando “i palazzi del potere nella
solitudine della loro miseria” (come scritto nella lettera al questore di Roma del 21 dicembre) sono
sintomatici della volontà di generalizzare ancora una volta le mobilitazioni al di là delle mura delle
nostre cittadelle universitarie, provando ad allargare il consenso e riportando l’attenzione sui
contenuti politici delle proteste. Così come scegliere di dialogare e confrontarsi con la Cgil e con il
Presidente Napolitano sono frutto della volontà di dimostrare che un movimento può essere al
contempo radicale e conflittuale, ma capace di proporre un’altra idea di università e di democrazia.
L’approvazione del Ddl Gelmini del 23 dicembre non ha determinato il collasso di quanto costruito
durante le mobilitazioni autunnali, grazie alla forza dei contenuti politici e la volontà comune di
tutte le soggettività di dare continuità alle proteste anche in primavera. E' da ricordare come nell'iter
del DDL i continui rinvii (oltre due mesi rispetto alla tempistica prevista inizialmente) siano frutto
della nostra mobilitazione, ben più delle difficoltà interne della maggioranza. Senza la nostra
mobilitazione l'opposizione parlamentare avrebbe mantenuto l'iniziale atteggiamento positivo per
una riforma ritenuta “una buona legge bipartisan”, e i finiani non avrebbero mai usato l'università
come terreno di scontro nell'allora maggioranza. Non per forza questo è un dato positivo, ma di
certo dinanzi a un parlamento che ha perso ogni connessione con il territorio e i cittadini che
dovrebbe rappresentare, si tratta di un risultato del tutto inedito.
Ma soprattutto il movimento del 2010, a differenza del 2008 ha provato ad andare oltre il Ddl
Gelmini tenendo insieme la proposta politica.
Se l'Onda non era riuscita a svincolarsi dalla trappola vertenziale, la battaglia per il ritiro della
L.133/08, il movimento studentesco quest'autunno è riuscito a utilizzare la riforma come
catalizzatore ed innesco di un movimento più grande e consapevole. Di fronte ad attacchi al sapere
pubblico che si ripropongono di anno in anno con intensità crescente, di fronte ad un parlamento e a
un Governo sordo e cieco, di fronte a una riforma che costituisce solo un tassello di un processo di
smantellamento dell'università italiana, non è pensabile circoscrivere la propria mobilitazione.
Riprendersi il futuro, a partire dal trasformare radicalmente il presente, è stato quindi, e rimane il
leit motiv delle nostre mobilitazioni, il grande elemento su cui centinaia di migliaia di studenti in
tutt'Italia si sono mobilitati. La riforma Gelmini è stata oggetto anche delle mobilitazioni del 2009,
quando LINK era ancora in piena fase costituente, ma ben poco si è mosso in quell'autunno.
Possibile fosse solo colpa della risacca dell'Onda? Sembra alquanto limitante e fatalista come
approccio. Crediamo invece che l'errore principale, portatore di una scarsa partecipazione fosse una
lettura eccessivamente burocratica di una riforma intrisa di tecnicismo e difficilmente comprensibile
con una comunicazione immediata, seppur devastante per le vite quotidiane di tutti.
Scelta vincente è stata rilanciare il movimento studentesco, in alleanza con gli altri mondi della
formazione e della ricerca, non solo sui contenuti stringenti della riforma, ma sul tema
dell'insicurezza certa di intere generazioni, frutto di un'azione legislativa devastante per il nostro
futuro, e in piena continuità con il disegno Gelmini e i tagli previsti.
Anche la costruzione dell’AltraRiforma segna uno degli ulteriori segnali di maturità rispetto al
2008: se l’AutoRiforma ha vissuto molto più della costruzione di un immaginario e dell’idea di
un’elaborazione di una riforma dal basso, l’AltraRiforma ha realmente posto le basi tecniche e
teoriche per costruirla davvero. Un processo che ha coinvolto realtà di diversi atenei italiani
riuscendo ad essere una piattaforma aperta di discussione generale e concreta,
Come Link-Coordinamento Universitario siamo riusciti a incidere davvero politicamente e
culturalmente nelle mobilitazioni di quest’autunno, dimostrando che l’intuizione di costruire un
soggetto di movimento e al contempo vertenziale sia stata quella giusta. Resta il tema della vittoria,
un tema che il movimento studentesco dovrà porsi sempre di più per provare a dare una continuità
alla partecipazione costruita quest’anno e che diventa imprescindibile per alimentare l’idea della
costruzione di un’opposizione reale e sociale che si contrapponga ad una politica sempre più
distante.
Il movimento del 2010, soprattutto grazie ai contenuti proposti da Link, ha avuto indubbiamente la
capacità di porre al centro del dibattito in anticipo temi che poi tutta l'opinione pubblica ha fatto
suoi (si pensi al dibattito sulla “questione giovanile” degli ultimi mesi). Ciò nonostante è inutile
negarsi che ora stiamo vivendo un momento di naturale riflusso, con una minore partecipazione.
Una minore partecipazione che spinge a interrogarsi sull'effettiva esistenza di un movimento
studentesco in questa precisa congiuntura, o se piuttosto non siamo giunti a una più ampia
mobilitazione sociale sui temi imposti dal movimento studentesco.
Non sempre siamo riusciti tuttavia a scardinare alcuni meccanismi tipici delle assemblee
studentesche degli ultimi anni. Il problema della reale partecipazione degli studenti ai processi
decisionali non è stata risolta, in questo è utile analizzare la differenza tra la partecipazione alle
assemblee e il dato di piazza. Chi prende realmente le decisioni? Chi le esegue successivamente?
Come si arriva a determinare quale proposta ha più consenso? Queste sono alcune domande a cui
difficilmente siamo in grado di dare una risposta definitiva ma che diventano sempre più importanti
in realtà in continuo mutamento come sono i luoghi della formazione. Una sfida che Link dovrà
essere in grado di cogliere sarà quella di trasformare questi meccanismi rendendo realmente le
assemblee come dei luoghi di democrazia e non dei luoghi in questa viene semplicemente
rappresentata.
5 - LE PRATICHE E GLI SPAZI DI CONFLITTO E CONSENSO
Se da un lato non è possibile eludere nel dibattito il nodo delle pratiche di lotta, specialmente dopo
un autunno intenso e conflittuale come quello appena trascorso, dall'altro lato è necessario mettere
in campo un'analisi teorica, svincolata dalle valutazioni contingenti. Tale riflessione è necessaria
con estrema accuratezza e maturità, consapevoli che troppo spesso il dibattito è stato viziato da
superficialità manichee.
Se è indubbio che il movimento studentesco del 2010 sia in piena continuità con l'Onda è anche
vero che quest'anno vi è stata senza dubbio una maggior radicalizzazione delle pratiche di conflitto.
E' stato un movimento più conscio dei suoi limiti ma anche delle sue possibilità di incidere nella
società e partecipato non più da persone alla prima esperienza di mobilitazione come era stato
durante l'onda ma da persone che avevano già vissuto una grande esperienza studentesca due anni
prima, con la consapevolezza che è necessario un salto di qualità negli “strumenti” e modalità di
lotta.
L'autunno 2010 si è aperto con esempi lampanti di quanto si fosse chiuso ogni spazio di legittimità
del conflitto. Riaprire tali spazi di legittimità non è stata opera semplice ed è frutto di un percorso
costante di mobilitazione che comincia da molto prima del 14 dicembre; comincia addirittura dalle
occupazioni di maggio 2010 e dalle assemblee estive sul blocco della didattica e degli esami frutto
dell'indisponibilità dei ricercatori.
Da settembre con le assemblee e con un lavoro costante e ininterrotto si è riusciti a costruire
partecipazione, consenso, determinazione. La nostra nascita ha contribuito in maniera determinante
a una maggior forza del movimento studentesco a partire dalla capacità di coordinarsi sul piano
nazionale.
L'occupazione dei monumenti in contemporanea in quattro città italiane (Torino, Pisa, Roma,
Padova) il primo giorno e la successiva emulazione e riproposizione in altre città non sarebbe stata
possibile senza un ampio livello di coordinamento nazionale.
Pur ammettendo l'uso scorretto della visibilità mediatica data dalla salita dei ricercatori sul tetto, che
nel caso di Architettura a Roma era diventata una passerella per politici, che ha prestato il fianco a
tentativi di strumentalizzazioni, essa ci ha permesso di ottenere una forte risonanza riguardo i temi
della nostra protesta.
La capacità del movimento è stata quella di radicalizzare molto le pratiche riuscendo però attorno
ad esse a creare un ampio consenso, l'occupazione dei monumenti o il blocco delle stazioni non
erano viste dalla maggioranza della popolazione in modo negativo, anzi la gente bloccata sui treni
applaudiva nelle stazioni sentendo lo slogan:”ci scusiamo per il disagio”.
La capacità di coniugare radicalità e consenso è stata un elemento nell'analisi di tutto l'autunno e
deve restare centrale. Bisogna però chiedersi cos'è il consenso, come lo si misura, e come lo si
costruisce. Per rispondere a questa domanda è necessario distinguere concetti antitetici, ma spesso
confusi, come “credibilità” e “consenso”. La credibilità è un etichetta assegnata sulla base di canoni
e parametri di compatibilità con il sistema, frutto dell'apprezzamento dell'establishment. Il consenso
è senza dubbio effetto di molteplici fattori legati anche all'informazione, ma si stabilisce sulla base
di un rapporto con la cittadinanza, ed è conseguenza delle istanze della mobilitazione, della capacità
di comunicarle e delle pratiche utilizzate.
Gli spazi di conflitto che abbiamo aperto durante l'autunno non saranno però aperti per sempre, tale
legittimazione è frutto di un arco lungo di mobilitazione. Per questo non tutte le pratiche sono
ripetibili in qualunque situazione poiché tali spazi di legittimazione se non tenuti aperti con una
costante mobilitazione si richiudono rapidamente e non è detto che si riaprano con altrettanta
facilità.
Guardando alle prossime stagioni di lotta non possiamo pensare che non rischino di emergere
divisioni crescenti sul terreno delle pratiche. Se da un lato è vero che rifiutiamo ogni spaccatura del
movimento su questo tema, dall'altro bisogna sapere che non è possibile risolvere il tutto con lo
strumento del ricatto, per il quale non solo tutto è legittimo, ma deve esser rivendicato a pieno da
tutti, pena l'accusa di dissociazione o condanna, tutti termini che rifiutiamo.
La soluzione può essere solo una discussione piena e democratica, aperta a tutte e tutti gli studenti
sulle forme di lotta da mettere in piazza. Solo decisioni prese in luoghi aperti e legittimi possono
evitarci di tirare la corda eccessivamente e non riuscire più a ricondurre ad unitaria e condivisa
l'azione del movimento studentesco.
In tali discussioni valuteremo ogni forma di lotta sempre e comunque rispetto all'equilibrio
necessario tra la radicalità, la costruzione del consenso, l'obiettivo e l'efficacia.
Un percorso di lotta partecipato e collettivo deve necessariamente essere democratico. Non è
pensabile la costruzione di una società migliore e realmente democratica, se le pratiche della lotta
non sono stabilite attraverso mezzi partecipativi e democratici. Come si coniugano i cortei selvaggi
e le azioni a sorpresa con le discussioni democratiche? Come possiamo sorprendere e bloccare le
città evitando che cortei di decine di migliaia di persone si muovano senza saper nulla del percorso
seguendo le decisioni di pochi? Risoluzione di questi interrogativi deve essere tema centrale nella
nostra discussione nazionale e locale.
La nostra capacità di analisi e di condivisione delle pratiche sul piano nazionale deve essere un
elemento che caratterizza la nostra organizzazione, ben sapendo che non in tutte le città è possibile
mettere in campo le stesse azioni, e questo dipende dal contesto culturale e sociale in cui si vive.
Nuovi fronti di lotta e di conflitto si apriranno, a noi sta sviluppare l'analisi ed essere pronti a
variare le pratiche anche a seconda degli obiettivi che si vuole perseguire.
La sconfitta riportata questo turno è imputabile all'impossibilità intrinseca di un movimento
studentesco di rovesciare da solo i rapporti di forza all'interno del Paese. Risultati intermedi ci sono
stati e sono da individuarsi nell'aver spostato l'attenzione dei media sul tema della conoscenza,
intimamente connesso con il precariato; nel aver imposto l'agenda politica del parlamento per due
mesi; nell'aver aperto un dialogo col Presidente della Repubblica. Questi primi obiettivi conseguiti
sono certamente da mettere in relazione con le pratiche messe in campo e con la loro efficacia
politica e mediatica, oltre che con la maturità raggiunta da un movimento consapevole della sua
importanza.
Per ottenere i risultati massimi, è necessario ricreare un'opposizione sociale e culturale di massa che
sia in grado di rovesciare i rapporti di forza nel Paese e di costruire un'alternativa societaria,
partendo dalle università, dalla formazione e dalla conoscenza.
6- L'UNIVERSITÀ ITALIANA A CAVALLO DELLA RIFORMA
6.1 - LA FORMAZIONE PUBBLICA AI GIORNI NOSTRI: LA NONUNIVERSITÀ
Sempre più priva di risorse, strumenti e dignità, e di conseguenza senza una chiara funzione sociale,
l'Università italiana è sempre più in crisi, sempre più una “non-università”.
La facilità con la quale viene smantellata, la difficoltà con cui difenderla nascono qui, all'interno di
questa crisi di senso.
Per difendere l'università pubblica non ci basta quindi erigere barricate contro l'azione legislativa,
ma serve ricostruirla, a partire dalle sue stesse radici. Serve costruire “l'Altra Università”,
Il movimento studentesco di questo autunno è riuscito almeno in parte a superare la retorica
dell'ultimo attacco portato all'università pubblica in favore della privatizzazione dei saperi,
allargando l'analisi e la protesta, non fermandosi solamente alla legge, ma contrastando gli aspetti
più radicali e distruttivi presenti nel progetto del governo di smantellamento della formazione
pubblica e allargando il fronte ai temi sociali.
Anche il singolo studente sceso in piazza questo autunno si è sentito parte di un movimento in lotta
per difendere l'università dai privati come per garantire un diritto allo studio per tutti ma anche
all'interno di un gran movimento generazionale che provava ad ampliare il terreno di lotta, da
questa convinzione sono nate le manifestazioni del 16 ottobre con la FIOM o del 14 dicembre.
Elemento centrale è quindi la consapevolezza che i processi di smantellamento dell'università sono
frutto di un processo più largo di attacco ai diritti e alla democrazia.
L'attacco che il governo sta portando all'università pubblica non si limitava, ad esempio, alla legge
Gelmini ma è costituito dall'insieme di più provvedimenti: legge 133, legge 240, DM17,
finanziaria... Sarebbe, infatti, sbagliato ritenere che questi provvedimenti siano indipendenti l'uno
dall'altro, quando invece sono parte di una strategia ben definita, inserita all'interno di strategie
europee e internazionali sul mondo della conoscenza, seppur condite in salsa italiana.
La retorica che la Gelmini ha usato nell'autunno dipingendo gli studenti in mobilitazione come
amici dei Baroni pronti a difendere un sistema universitario oramai obsoleto e trainati da un
pensiero conservatore di sinistra si è scontrata con l'insieme delle politiche governative che ci
mostrano tutta un'altra realtà dei fatti: In due anni l'università italiana ha visto un drastico taglio dei
finanziamenti statali, 1.5 miliardi in 5 anni, un diminuzione dell'offerta formativa a seguito di un
infinità di norme volte a ridurre il numero di corsi di laurea, un taglio netto ai fondi per il diritto allo
studio, per l'anno prossimo sono ad oggi previsti a bilancio 13 milioni, nel 2009 era di 246 milioni.
A tutto questo si aggiunge la legge Gelmini (legge 240/2010) che cambierà alla base
l'organizzazione interna, la missione e la governance dei nostri atenei. Il rifiuto che abbiamo
opposto a questo attacco generale all'università pubblica durante l'autunno per evitare in ogni modo
che la legge fosse approvata era solamente una parte di quella battaglia che tutti i giorni
conduciamo nelle nostre università contro i Baroni e per difendere gli studenti.
Le organizzazioni territoriali che compongono LINK-Coordinamento universitario da anni nelle
loro università conducono battaglie per l'ampliamento della democrazia, contro l'aumento delle
tasse universitarie, per costruire una didattica migliore. Infatti ci rendiamo conto da tempo della
condizione in cui versa l'università italiana. Anche nel 2009, anno di massimo finanziamento del
fondo per il diritto allo studio, l'Italia ha investito solo 469 milioni di euro (tra fondi statali e
regionali). Il dato è tra i più bassi in Europa e inconsistente se paragonato ai 1,4 miliardi di euro
investiti da Francia e Germania, a parità di studenti.
La situazione democratica nei nostri atenei è un altro elemento che abbiamo sempre criticato al
sistema universitario italiano, nella storia sono sempre state poche persone a gestire l'università, ci
siamo sempre trovati di fronte o Rettori a vita molto potenti o senati accademici gestiti da ben
poche persone.
Il numero chiuso sempre imposto senza alcun criterio nei corsi di laurea, i dottorati pilotati, una
didattica sempre più basata su logiche di mercato, e corsi di laurea costruiti non sulla base di reali
criteri formativi ma creati solamente per contrapporli a corsi di altre università con il solo fine di
rubare qualche studente ad un'altro ateneo “concorrente”, sono questi solo alcuni degli elementi
negativi che disegnano lo stato in cui versano i nostri atenei.
Molti dei problemi evidenziati si devono sicuramente al modo in cui è stato gestito il passaggio
all'autonomia degli atenei in Italia che ha creato dei mostri. Gli atenei pronti a competere tra loro
per accaparrarsi qualche studente in più hanno sacrificato la didattica relegata sempre più ad un
elemento accessorio dell'università, imbrigliata in lacci ministeriali (dovuti anche a situazioni
insostenibili presenti in alcuni atenei).
La risposta del Governo negli ultimi due anni è però stata forse peggiore, invece di limitare
l'autonomia finanziaria, in favore di un'autonomia didattica dello studente, per lasciarlo libero di
costruirsi un percorso di studio, piuttosto che limitare il precariato in università, pompato dagli
atenei che hanno pensato in questi anni di risolvere le carenze esistenti di personale docente creando
nuove forme di sfruttamento, la risposta è stata di segno opposto: si sono tolte risorse all'università
per lasciarle nelle mani di banche o fondazioni private che avrebbero dovuto ripianare debiti
pregressi (caso di Siena) o coprire i tagli del finanziamento statale, non si è posto nessun limite
all'aumento delle tasse universitarie, si è inventata la figura del ricercatore a tempo determinato che
avrebbe dovuto risolverei problemi del precariato (3 anni più 3 di precariato e poi o dentro o fuori
dall'università) non cercando in alcun modo di risolvere le situazioni di migliaia di precari oggi
presenti in università.
Il divario nord-sud già esistente tra le università ed evidenziato ogni anno dall'elevato numero di
studenti che dal meridione venivano al nord per sviluppare i loro percorsi di studi non fa che
aumentare, in un contesto nel quale il Ministero diminuisce i fondi alle università distribuiti su base
storica, sottoscrivendo però singoli accordi di programma con regioni e atenei indicando le priorità
di investimento, basate spesso su scelte politiche ed economiche.
L’università che ci si prospetta davanti non sarà un’università migliore di quella contro cui abbiamo
lottato negli ultimi anni. Ritorna quindi più forte una domanda: qual è il ruolo dell’università oggi?
Come cambiarla in una direzione che veda aumentare la democrazia al suo interno? Come costruire
un’altra università? L’Altra Riforma non può che essere la risposta a questa Non-Università in cui
già oggi viviamo.
La risposta che in autunno abbiamo opposto a che ci diceva che difendevamo i baroni (spesso difesi
dalle liste che al CNSU sostengono il ministro) è frutto di anni di lotte nelle nostre università,
l'AltraRiforma non è che un proseguo di quelle lotte e una risposta pratica a chi ci accusa di
difendere l'università dei Baroni, per questo abbiamo espresso scetticismo verso l'idea di
referendum contro la legge 240/2010 ci sembrava limitante rispetto alle rivendicazioni
generazionali del movimento di questo autunno, l'obiettivo non può essere di ritornare ad
un'università pre-Gelmini (situazione ormai difficilmente realizzabile) ma piuttosto quella di
cambiare alle fondamenta il nostro sistema universitario.
Compito di LINK-Coordinamento Universitario sarà sicuramente quello di sviluppare
l'AltraRiforma provando però ad analizzare in maniera approfondita il ruolo dell'università oggi in
un mondo sempre più globalizzato, dobbiamo lottare sempre per un'università non sottoposta alle
logiche di profitto e mercificazione dei saperi ma anzi un università pubblica e di qualità
richiedendo un adeguato aumento dei finanziamenti statali.
Rimettere al centro del paese la formazione, significa liberare le università e aprirle ad una gestione
partecipata da parte di tutte le componenti che le vivono, siano essi ordinari, associati, ricercatori,
assegnisti, dottorandi, studenti... Oggi noi dobbiamo rimettere al centro il ruolo sociale
dell'università, come motore di formazione del paese e strumento per il miglioramento delle
condizioni sociali dell'individuo, l'università non può essere assoggettata a criteri meritocratici
punitivi sui finanziamenti, come non lo possono essere gli studenti rispetto al pagamento delle tasse
(tasse sui fuori corso...), ma anzi dobbiamo immaginarci e realizzare un università che sappia
permettere a tutti di arrivare ai gradi più alti delle formazione aiutandoli nel realizzare il proprio
percorso di studi, tramite borse di studio, alloggi, una didattica di qualità, e non mettendogli degli
ostacoli lungo la strada.
La formazione deve essere indipendente e non essere assoggettata a logiche di mercato, non si può
però pensare ad una formazione completamente slegata da mondo del lavoro, ma l'università deve
servire a formare dei cittadini e a dare competenze anche tecniche e specifiche utilizzabili nel
mondo del lavoro, ma non vincolando la formazione alla produzione o alle esigenze del mercato
stesso. L’università deve pertanto guadagnare un ruolo non subalterno al mondo del lavoro, ma
interagire con esso e per un certo grado orientarlo.
L'AltraUniversità parte sicuramente dall'analizzare la situazione dell'università oggi, riscoprirne il
suo ruolo sociale e praticare l'AltraRiforma per il cambiamento. Per fare ciò è necessaria una grande
lotta per la “ripubblicizzazione” dell'università pubblica.
6.2 - L'UNIVERSITÀ POST GELMINI E LA BATTAGLIA SUGLI
STATUTI PER DEFINIRE L'UNIVERSITÀ DEL FUTURO
Lo scorso autunno, noi studentesse e studenti siamo scesi nelle piazze di tutta Italia e abbiamo
prodotto la più grande mobilitazione in difesa dei saperi e della formazione che questo paese
ricordi. Ci siamo opposti all’approvazione di un disegno di legge che prevedeva l’introduzione di
privati nei CdA degli atenei, la precarizzazione dei ricercatori, l’allargamento dei poteri baronali,
l’eliminazione del diritto allo studio. A Dicembre un parlamento ridotto a mercato ha approvato la
riforma Gelmini, mentre nelle strade esplodeva la rabbia studentesca. Oggi continua dentro le
facoltà e gli atenei una battaglia per sbarrare la strada all’applicazione di questa legge, che
rappresenta l’atto finale di un processo di smantellamento dell’università pubblica portato avanti
negli ultimi quindici anni da governi di centrodestra e di centrosinistra. Oggi dobbiamo continuare
la nostra lotta per la costruzione di un’università di qualità, pubblica, aperta, libera, opponendoci in
ogni luogo e con ogni mezzo a nostra disposizione all’applicazione della legge Gelmini, senza per
questo accettare una logica emendativa di questo atto legislativo, che resta un provvedimento da
respingere in toto.
Non si può, infatti, legittimare alcun articolo di una legge che distrugge l'università pubblica la
svuota delle sue funzioni di didattica e ricerca: l'obiettivo delle nostra lotta resta quello della
cancellazione e della non applicazione dei principi contenuti nella legge. Per farlo non vogliamo
chiuderci in una battaglia di retroguardia o solo difensiva dell'esistente ma aprire una nuova fase di
conflitto che permetta di ottenere un espansione dei diritti degli studenti, dei precari e dei
ricercatori. Questa battaglia è legata alla modifica degli statuti degli atenei, come previsto dalla
Legge 240/2010.
Il movimento studentesco dello scorso autunno ha saputo costruire un’analisi attenta e approfondita
in merito alle linee generali che costituiscono la base di questa controriforma del sistema
universitario, accusando fin da subito il governo e la maggioranza di nascondersi dietro alla facciata
del merito per portare avanti un provvedimento che riporta l’università ad essere elitaria e classista.
Attraverso il processo di revisione degli statuti, che dovrà essere concluso entro nove mesi
dall’entrata in vigore della legge, pena il ricatto del commissariamento e la redazione di uno Statuto
da parte dei tecnici del Ministero, gli atenei dovranno fare propri i principi contenuti nella riforma
Gelmini, modificando la loro organizzazione periferica nonché la composizione e le funzioni degli
organi collegiali centrali. La revisione della governance prevede che il Consiglio di
Amministrazione diventi il vero centro di indirizzo e di potere, con la possibilità di decidere
riguardo la chiusura dei corsi di studio, le linee di ricerca, e tutto ciò che riguarda la didattica,
svuotando il Senato Accademico di ogni funzione rilevante. Questo è ancora più grave vista la
composizione del CdA prevista dalla legge: di 11 membri totali, 3 dovranno essere esterni
all'università (banche, fondazioni, politici, aziende) e tutti potranno essere scelti e nominati dal
rettore o da una sua cricca, con il risultato che non ci sarà nessun controllo democratico e nessuna
opposizione dentro all'organo fondamentale della nuova università. Inoltre la legge prevede una
ristrutturazione delle strutture periferiche, con l’unificazione nei dipartimenti delle funzioni
didattiche e di ricerca. Questo provvedimento da un lato ha scatenato lotte baronali per aggregare i
dipartimenti sulla base dei posti di potere da spartirsi più che in base ad esigenze formative o ad
un’affinità scientifica e culturale; dall’altro, ha aperto il problema fondamentale della definizione
dei processi decisionali e del ruolo dei vari organi periferici rispetto alle decisioni didattiche. In
tutto questo, la rappresentanza studentesca viene ridimensionata, e viene resa ancora più marginale
nel dibattito interno, ormai dominato dai poteri forti in modo sempre più palese. Questo potrebbe
portare all’assenza di pluralismo tra i rappresentanti degli studenti eletti e il blocco di ogni possibile
dialettica con il movimento. Più studenti negli organi voleva dire più voci rappresentate, e più
possibilità di veder difesi i propri diritti. La Gelmini ha voluto fare piazza pulita di chi disturba il
manovratore, e chiudere ogni decisione in stanze segrete e inaccessibili. Come studenti che hanno
costruito la mobilitazione autunnale riteniamo che un paese come l’Italia di oggi, fortemente in
declino sia dal punto di vista economico sia da quello civile e culturale, abbia assoluto bisogno di
conoscenza. La ricerca, la formazione, il sapere libero sono le uniche risorse di cui disponiamo e su
cui possiamo costruire una speranza per il futuro. Crediamo davvero di poter uscire dalla crisi senza
l’università pubblica? Smantellare l’università pubblica significa sostanzialmente rassegnarsi in
maniera definitiva al declino del nostro paese e alla sconfitta della nostra generazione. Per questo
abbiamo deciso di impegnarci in una battaglia sugli statuti, sia all’interno delle commissioni che
fuori dai palazzi, continuamente a contatto con chi vive l’università ogni giorno: se da un lato infatti
crediamo che l'iter previsto per la modifica degli statuti rappresenti una forzatura democratica e che
vi siano spazi limitati all'interno delle commissioni, crediamo che alla mobilitazione contro i rettori,
e dentro gli atenei, si debba affiancare un lavoro da realizzare con capacità e competenza anche
all'interno delle commissioni stesse.
La battaglia sugli statuti non potrà essere giocata in difesa, per questo il lavoro dei rappresentanti
nelle commissioni deve essere discusso e condiviso nelle assemblee e bisogna riuscire ad incidere
all'interno di quelle commissioni attraverso la capacità di mobilitare gli studenti su tutti i temi
sensibili per riuscire a creare attorno al dibattito delle commissioni, spesso chiuse, antidemocratiche
e nelle mani dei Rettori, un forte interesse e un'ampia partecipazione studentesca.
Come Link-Coordinamento universitario si siamo adoperati fin da subito per informare gli studenti
sull'andamento dei lavori delle commissioni e per portare delle nostre proposte al mondo
studentesco in merito alla revisione degli statuti. Ci siamo subito confrontati con la FLC e con la
Rete29 Aprile, l'Adi, il Cpu, il ConPAs arrivando con questi ultimi a scrivere un documento di 10
punti che tracciava le linee generali da noi proposte per la revisione degli statuti, Inoltre per
informare e confrontarci con tutti gli studenti sull'andamento dei lavori delle commissioni in l'Italia
abbiamo aperto un blog su internet (http://stopgelmini.blogspot.com) e abbiamo scritto un opuscolo
sugli statuti che conteneva tutte le nostre proposte.
La nostra capacità all'interno del movimento studentesco deve essere quella di riuscire a costruire
una forte mobilitazione, che porti ad aprire il dibattito all'interno delle università sullo statuto,
aprendo la discussione di quelle commissioni a tutta la popolazione studentesca, confrontandoci in
assemblea con gli studenti , utilizzando tutte i nuovi mezzi di comunicazione per impedire che
quelle commissioni si trasformino in un luogo chiuso e non permeabile alle istanze che gli arrivano
dall'esterno, arrivando anche ove necessario a delegittimare o a bloccare quelle commissioni se vi
fosse una reale impossibilità di agire al loro interno.
Sfruttando le contraddizioni interne della stessa legge Gelmini e facendo leva sul lavoro di
elaborazione e di condivisione che ha portato a costruire l’AltraRiforma dell’Università, vogliamo
bloccare nei fatti l’applicazione di questa riforma, limitando il più possibile le conseguenze dannose
di questo provvedimento, con la previsione di strumenti di bilanciamento dei poteri, pareri
obbligatori e vincolante da parte del Senato Accademico su alcune pericolose prerogative assegnate
esclusivamente al Consiglio di Amministrazione, e la definizione di un sistema di programmazione
di lungo periodo delle attività didattiche e della loro sostenibilità. Al tempo stesso riteniamo urgente
e necessario sfruttare l’occasione fornitaci dalla revisione statutaria per costruire nuovi spazi di
democrazia dentro gli atenei, con l’obiettivo di rendere più partecipate e condivise le decisioni e di
costruire un sistema a misura di studente.
L’università che uscirà dal processo di revisione degli statuti sarà sicuramente un'università molto
diversa da quella che abbiamo conosciuto. Alcune università sanno cambiando tutto per non
cambiare nulla, davanti ad una trasformazione di facciata dei meccanismi decisionali e
organizzativi, stanno mantenendo nascostamente lo stesso tipo di organizzazione precedente
aumentando però i poteri di pochi, in altre i Rettori stanno scrivendo ad hoc statuti che vedranno
aumentare notevolmente i loro poteri, grazie a commissioni compiacenti, in altre ancora si sta
sviluppando un reale processo riorganizzativo.
L'università post Gelmini, almeno per questi primi anni dopo l'applicazione della Riforma, vedrà
molte università diverse tra di loro sul territorio nazionale, quelle con Cda eletti e quelle con Cda
nominati da esterni, quelle con tutto il potere didattico affidato alle scuole e quelle in cui i
dipartimenti assumeranno forti prerogative in merito alla didattica...
La nostra capacità dovrà essere quella di continuare ad analizzare e a conoscere i meccanismi di
funzionamento dell'università essendo consci che potremo trovarci di fronte ad atenei molti
differenti tra loro e questo inciderà notevolmente sulla vita degli studenti. Inoltre la futura università
sarà in molti casi un istituzione con un ruolo del pubblico e con un offerta didattica più limitata.
Occorre, pertanto, pensare a nuove pratiche di partecipazione, che possano permettere all’intera
comunità accademica di assolvere ai compiti di proposta e di controllo (ipotesi question time;
referendum studentesco; iniziativa di proposta studentesca; bilancio partecipativo) e che possano
permettere una sperimentazione di nuove pratiche di democrazia e partecipazione.
Per questo è necessario aprire una fase di analisi, sia nazionale che all’interno delle realtà
territoriali, sulle pratiche di mobilitazione, di rappresentanza e sindacali che ci caratterizzano,
consci che alcune di esse dovranno essere riviste, ripensate e ricostruite, anche alla luce
dell'approvazione dei nuovi statuti, per avere nuovi strumenti, efficaci e capaci di incidere sui
processi reali del mondo della formazione.
7.1 – CAMBIARE L'UNIVERSITÀ PER CAMBIARE IL MONDO:
RIPUBBLICIZZAZIONE DEI SAPERI E FUNZIONE SOCIALE
DELLA CONOSCENZA
L'Università è spesso intesa, in maniera semplicistica e per certi versi fuorviante, semplicemente
come un ascensore sociale: un luogo, cioè, dove si ricevono le nozioni e si acquisiscono le
competenze necessarie allo svolgimento della professione scelta.
Ma un luogo che si voglia della formazione non può certamente prescindere dal suo essere, prima
ancora che una fabbrica di informazioni, un centro nevralgico di ricerca, scambio e produzione
culturale, dunque formazione di sé come individuo e come cittadino: luogo di accrescimento,
dunque, del proprio bagaglio di competenze, ma anche e per prima cosa di acquisizione di un sapere
e di uno sguardo critico sulla realtà; per realizzare la propria personalità, per migliorare la propria
condizione personale e familiare, per dare il proprio contributo alla crescita materiale e morale della
propria comunità, sia essa intesa come la propria città, il proprio Stato o il mondo intero.
Infatti, attraverso il metodo scientifico e la comparazione di realtà diverse, gli intellettuali di domani
osservano la propria realtà e si interrogano su quali siano le strade più efficaci per migliorarla. La
nascita e lo sviluppo dell’università, dal Medioevo ad oggi, hanno mostrato una progressiva
tensione ad emanciparsi dal controllo del potere, che fosse clericale o imperiale, sull0indipendenza
del sapere e della ricerca.
Anche oggi vediamo, all’interno dell’università, il tentativo di imporsi del mercato come ideologia
totalizzante, con i propri valori (egoismo, sfruttamento, mancanza di rispetto per la natura, odio
verso tutto ciò che è gratuito e non quantificabile attraverso l’unità di misura del denaro) e i propri
strumenti pratici per difendere l’ortodossia dagli attacchi degli eretici.
Il mercato si è spesso servito dell’università per formare quei professionisti indispensabili alla
propria affermazione come centro propulsivo e di controllo. Anche l’accesso di massa all’università,
che ha permesso di aprire le sue porte a generazioni di studenti che non appartenevano a quelle
classi privilegiate che fino a quel momento erano le sole a potervi accedere – certamente una
conquista positiva – può essere letto nel quadro di una necessità produttiva del mercato stesso. Ma
dopo la ristrutturazione capitalistica degli anni ’80, l’università pubblica e accessibile a tutti è
diventata solo un ingombro. L’università europea, infatti, costruita per formare intellettuali e
professionisti, si è trovata a dover diventare un luogo di produzione di forza lavoro più o meno
qualificata, a seconda delle esigenze del mercato. Siamo ben consapevoli che una società, per poter
ben funzionare, ha bisogno di medici che sappiano fare i medici, ingegneri che sappiano fare gli
ingegneri, insegnanti che sappiano fare gli insegnanti. E siamo altrettanto consapevoli di quanto
l’università debba poter offrire a tutti coloro che vi si iscrivono gli strumenti indispensabili allo
svolgimento della propria futura professione. Se ci limitassimo a dire questo, staremmo lottando per
ottenere un’università che funzioni meglio, magari con qualche sala computer più grande, aria
condizionata in ogni aula studio e docenti più simpatici e disponibili. No, non si tratta di questo, o
almeno non solo. Quello per cui noi lottiamo è il carattere pubblico dell’università. Interrogarsi su
cosa significhi oggi rivendicare il carattere pubblico dell’università è una sfida complessa quanto
fondamentale per dare un senso alle nostre battaglie e iscriverle in un progetto più ampio di società.
L’università pubblica non si può definire soltanto in opposizione a quella privata, come luogo
gestito unicamente da un organismo statale da opporre a un altro sulla cui gestione incidono
interessi di singole aziende o categorie. L’università è pubblica perché deve rispondere a un
interesse pubblico, ovvero della collettività. Non dunque al benessere di uno o di pochi, ma a quello
di tutti. Va bene dunque insegnare all’ingegnere a fare l’ingegnere, ma se poi il famoso ingegnere è
lo stesso che accetta di costruire delle case con del materiale di scarsissima qualità, o se il famoso
medico accetta di diagnosticare finti malanni per poter guadagnare di più con i suoi miracolosi
interventi, o ancora, se il meno famoso insegnante spiega a una classe di adolescenti che
l’omosessualità è una malattia, saremo sicuri che l’università sia riuscita nel suo intento?
Forse ci viene incontro la felice metafora di Piero Calamandrei, quando paragona la scuola (e in
generale un luogo di educazione e formazione) al sangue all'interno di un organismo. All'interno di
un organismo umano, il sangue è la forza propulsiva. All'interno di un organismo costituzionale, la
scuola/università è il centro propulsivo della democrazia stessa.
La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al
centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete
letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola
"l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del
popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della
politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi
costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il
Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare
fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la
concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si
dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la
funzione di creare il sangue.
Chi tocca l'università così intesa, pubblica, laica e plurale, attacca un bene comune: è stato il leitmotiv di tutto l'autunno. Attacca cioè l'organo "collettivo" per eccellenza: un'agorà di un Paese
realmente democratico. E fa bene ancora una volta Calamandrei, ancora nel febbraio '50, ad
ammonire quella classe dirigente intenta ad allungare le sue mire su quest'organo vitale della
democrazia. La creazione sempre rinnovata - nelle persone che la incarnano e nelle idee che la
rendono viva - di una classe dirigente per il Paese non è un aspetto secondario o da leggere in
chiave
"professionistica" e "politicista". E' quell'insieme produttivo di saperi e cittadinanza responsabile in
ogni campo della vita sociale del Paese. Per rimanere nella metafora biomedica: in ogni funzione di
ogni singolo organo. La classe dirigente, spiega dunque Calmandrei:
[...] non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine.
No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata
dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe,
ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché
ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la
sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità
personali al progresso della società.
Una classe dirigente al potere che intacchi questo sistema virtuoso di produzione democratica e
rinnovamento continuo, intacca la democrazia stessa. Privatizzare un luogo di formazione significa
svuotarlo di senso, dal momento che la privatizzazione comporta l'assoggettamento alle regole della
produttività costi-quel-che-costi e alle esigenze del mercato della produzione culturale e
dell'acquisizione di competenze utili ad uno sviluppo socialmente sostenibile e alla formazione di
un sapere critico. Le riforme degli ultimi due decenni, vanno in questa direzione: si riducono i
finanziamenti al sistema pubblico della cultura e della formazione, si permette l’ingresso di capitali
privati, s’introducono meccanismi funzionali d’ispirazione aziendale, si esternalizzano ad aziende
private fette sempre più ampie di servizi. Tutto questo avviene mentre i saperi vanno via via
acquisendo un ruolo sempre più centrale all’interno dei processi di produzione di merce, di valore e
di profitto che sono alla base del sistema economico dominante.
Negli ultimi decenni il campo della produzione e della fruizione culturale, crescendo in dimensioni
ed importanza, ha visto accentuarsi il ruolo delle aziende in grado di fare del sapere socialmente
prodotto una risorsa scarsa da commerciare.
In questo contesto la questione della proprietà dei saperi è assolutamente centrale. Non c'è battaglia
per il protagonismo sociale dei soggetti in formazione e per il cambiamento della società in senso
egualitario che possa non passare per iniziative di riappropriazione pubblica dei saperi. La lotta
contro la privatizzazione rischia di essere, oggi, una battaglia di retroguardia, se non ci poniamo il
problema di ciò che è già finito in mano ai privati. Per questo, durante le mobilitazioni dello scorso
autunno, abbiamo mutuato nel nostro linguaggio un concetto tipico dei movimenti legati al tema
dell'acqua: la ripubblicizzazione. Dobbiamo immaginare e praticare la sottrazione di settori del
mondo della conoscenza alle logiche del profitto e la loro riconquista all'interesse generale.
Tale battaglia ci dà anche l'opportunità di mettere in discussione i modelli tradizionali di
«pubblico», ripensandoli secondo criteri adatti alle trasformazioni della realtà contemporanea. È
una sfida che dobbiamo cogliere prima di tutto sul piano culturale, se intendiamo rilanciare la
categoria di «pubblico» e riempirla di significati avanzati e trasformabili in diritti concretamente
esigibili sul territorio, al di là di ogni vacuo esercizio intellettuale.
Il primo passo in questo senso è la ripresa del ruolo dello stato e delle sue articolazioni territoriali.
Non esiste oggi un progetto realistico di demercificazione dei saperi su grande scala che possa
prescindere da una massiccia politica di investimenti a carico della fiscalità generale. Eludere
questo punto, rivendicare il ruolo del pubblico nell'ambito dei saperi e del welfare senza dire che ciò
comporta una ripresa del ruolo della Repubblica (che, per Costituzione, è formata dallo Stato, dalle
Regioni, dalle Province e dai Comuni), significa fare della facile propaganda e allo stesso tempo
avallare la retorica liberista dominante nel suo tentativo di criminalizzare il ruolo delle istituzioni
pubbliche in economia. Per reclamare reddito e servizi dobbiamo essere disposti prima di tutto a
reclamare investimenti statali, e per rivendicare la parziale sottrazione al mercato di settori quali la
casa o i trasporti dobbiamo rivalutare il ruolo delle istituzioni pubbliche quali regolatrici di suddetti
mercati.
Ma praticare la ripubblicizzazione significa non limitarsi a rivendicare un ruolo di maggiore forza e
autonomia all'interno delle dinamiche di mercato, bensì porsi l'obiettivo di scardinare le logiche di
funzionamento del mercato, piegandole all'interesse generale. Tale obiettivo non può passare solo
attraverso lo stato. Pubblico, per noi, è ciò che risponde all'interesse generale, e spesso ciò può
essere compiuto più facilmente dal basso che dall'alto. Ogni esperienza di autoproduzione,
autogestione, cooperazione e mutualismo è la messa in pratica concreta di un'alternativa praticabile
al dominio violento del profitto. Il nostro compito è la costruzione di connessioni tra tali esperienze
e la messa in campo di un progetto complessivo di rilancio delle pratiche mutualistiche tra i soggetti
in formazione.
Si tratta di un campo aperto di sperimentazione, con l'obiettivo di riempire il concetto di «pubblico»
di significati più estesi rispetto a quello di «statale», aprendosi ai contributi più vasti, dalle
elaborazioni legate al «comune» alle esperienze del nuovo welfare, del volontariato e del terzo
settore, pur stando ben attenti a evitare ogni scivolamento verso il campo ambiguo della cosiddetta
«sussidiarietà» e verso l'opacità delle forme miste pubblico-privato la cui presenza si è fatta sempre
più invadente nel dibattito sul welfare come nella pratica dei sistemi di servizi sociali, soprattutto
locali.
La battaglia per la ripubblicizzazione dei saperi, inoltre, si lega indissolubilmente all'esigenza di
superare un modello schematico e superato di concepire l'autonomia e l'indipendenza
dell'università. Troppo spesso, infatti, le nostre battaglie contro l'invadenza dei privati e delle
istituzioni all'interno dell'università si sono prestate all'equivoco della torre d'avorio, alla confusione
tra autonomia e autoreferenzialità.
Per questo dobbiamo avere il coraggio di dire che difendere l'indipendenza dell'università pubblica
da ogni potere esterno non significa predicarne l'isolamento o promuovere una cultura e una scienza
asettiche e prive di collegamenti con la realtà. Noi riteniamo che l'università debba effettivamente
aprirsi alla società, appagarne le esigenze di conoscenza e di rinnovamento, contribuire al dibattito
civile, giocare un ruolo di primo piano nella vita sociale e culturale di un territorio.
Difendere la natura pubblica dell'università significa ripensarla in chiave sociale, immaginando
l'università come un attore sociale in grado di mettersi in relazione con il territorio, con i soggetti
sociali, con le istituzioni, con le filiere produttive in maniera attiva, non limitandosi a fornire
innovazione tecnologica e forza lavoro più o meno qualificata, ma indicando linee di sviluppo
avveniristiche. La conoscenza e i suoi luoghi possono quindi diventare parte attiva nella costruzione
di un nuovo modello di sviluppo, sostenibile in senso sociale e ambientale. Nei territori, le
università possono attivare circuiti virtuosi per favorire lo sviluppo della creatività, l'innovazione e
l'orientamento in senso ambientale e sociale dell'economia.
7.2 – MERITOCRAZIA: L'INGANNO DELLA COMPETIZIONE
Usciamo dagli anni celebrati come “fine della storia”, anni nei quali un sistema, quello capitalistico,
si è imposto come il solo possibile. Nell'ultimo trentennio si sono celebrate le presunte superiorità
di un sistema economico privato in contrapposizione al sistema pubblico.
Al posto della solidarietà, valore alla base dello Stato sociale, si è diffusa la religione della
concorrenza. L'efficienza e il mito della crescita economica hanno fatto da corollario a decenni di
privatizzazione che hanno trasformato i luoghi collettivi in arene competitive per il successo
personale in nome del tutti contro tutti.
Dalla suddetta matrice culturale neoliberista deriva l'idea di meritocrazia completamente astratta
dalle dinamiche sociali, i cui tratti sono propri di una filosofia oligarchica. Una concezione di
competizione sociale completamente sganciata dal reale che dimentica le disuguaglianze di reddito.
La retorica della meritocrazia si incarna nella rinuncia al ruolo dell'istruzione come strumento
fondamentale per la possibilità da parte di ognuno di migliorare le proprie condizioni economiche e
sociali. È come pensare ad una gara di velocità in cui i vari concorrenti partono da distanze diverse:
alcuni, i più fortunati, dovranno percorrere un breve tratto per giungere al traguardo; altri, meno
fortunati, saranno costretti a una lunga corsa per giungere all'arrivo. Sostituite i metri con le diverse
condizioni di reddito e avrete ciò che molte forze politiche italiane, in maniera trasversale,
intendono per merito.
La nostra idea di merito si misura invece sull'uguaglianza delle opportunità e in ogni caso le
capacità ed i meriti di ognuno vanno sempre analizzate come il prodotto di un processo di
cooperazione e condivisione tra molti. La ricchezza culturale è un prodotto sociale e quindi non
privatizzabile a favore di pochi.
Noi scegliamo di ripartire dall’imprescindibilità del diritto allo studio e di un nuovo welfare
universale come strumento di emancipazione sociale e dell'università pubblica come luogo in cui le
differenti condizioni di partenza possano sciogliersi nell’accesso libero al sapere. L'università
pubblica e il valore legale del titolo di studio devono essere la vera garanzia del diritto all’istruzione
finalizzato allo sviluppo dell’intera società e non ad interessi parziali.
Le proposte di utilizzo dei coefficienti di merito per calcolare le tasse universitarie avanzate in
questi mesi da alcuni atenei sono perciò da rigettare in toto. Perché uno studente che ha una media
più bassa, usufruendo degli stessi servizi di tutti gli altri, deve pagarli di più? Forse uno studente in
ritardo non paga già più tasse dovendo pagare più anni di uno studente in regola? Sembra che in
questo paese stia passando il principio per cui uno studente con risultati inferiori alla media sia una
perdita e pertanto debba risarcire il danno che arreca, ovvero che la sua formazione sia
fondamentalmente inutile. Si tratta invece, fortunatamente, di un laureato in più, un soggetto
formato, un arricchimento per la società che ha investito in lui.
Sostituire la logica della partecipazione collettiva a quella della competizione individuale significa
rendersi conto che l'obiettivo dell'università è la diffusione del sapere come interesse sociale, e che
l'interesse sociale della nostra collettività è avere a disposizione un numero più ampio possibile di
cittadini dotati di una formazione di qualità.
La trappola del merito va disinnescata. È vero che l’Università ha bisogno di merito, siamo noi
studenti i primi a rivendicarlo. Ma il merito non va inteso come una discriminazione, bensì come
un’opportunità. Invece di mettersi a punire insensatamente chi ha una media un po’ più bassa,
perché l’università non si preoccupa di fornire opportunità di formazione aperte a tutti e all'altezza
ai suoi studenti più capaci? Gli studenti hanno diritto a una formazione di qualità per tutti e per
tutte, e a partire da questa base vanno costruite le opportunità di formazione alta in grado di
valorizzare al meglio le menti della nostra generazione. Come è possibile parlare di alta formazione
selezionata quando la nostra formazione universitaria di base, in alcune facoltà, è fatta di lezioni in
cinema o teatri affollatissimi? Che livello di interazione tra studente e docente possiamo pretendere
in queste condizioni?
L'università deve essere il luogo dell'offerta di possibilità elevate e adatte alle diverse attitudini di
ciascuno, così da garantire lo sviluppo delle capacità di ogni studente. Così come rifiutiamo ogni
barriera all'accesso, siamo contrari a logiche di numeri chiusi interni ai processi formativi:
l'università deve restare il luogo in cui a tutti è data la possibilità di misurarsi con i più strumenti
formativi e organizzare propri percorsi di formazione personale nell'ambito di opportunità comuni
per tutti.
Pretendere di incentivare il merito sulla base di mance ed erogazioni monetarie è una truffa
propagandistica. «Merito» ed «eccellenza» sono parole vuote a cui noi preferiamo sostituire
«qualità» e «opportunità». Vogliamo un'intera generazione di studenti meritevoli formati in
un'università d'eccellenza, e questo obiettivo non si raggiunge con premi e punizioni da quiz
televisivo, bensì costruendo un sistema di qualità e opportunità formative all'altezza degli standard
internazionali.
Per un’università della qualità e del merito per tutti e per tutte c’è bisogno quindi di più investimenti
da parte del governo, prendendoli magari dalle quote di bilancio destinate alle grandi opere o alle
spese militari o al nucleare. L’unica risorsa di cui dispone l’Italia, oggi, sono i cervelli dei suoi
giovani. L’unica grande opera in grado di rilanciare il nostro paese è investire su di loro, sulla loro
formazione, sulla ricerca.
8 - L'ALTRARIFORMA DELL'UNIVERSITÀ: PROPOSTA, PRATICA
E PROCESSO
In seguito alle turbolente proteste dell’Onda, nel 2008, tra molti di coloro che hanno opposto
resistenza alle iniziative di smantellamento dell’università pubblica di questo governo si è venuta a
formare la consapevolezza che non sarebbe più stato sufficiente perseguire una pur sacrosanta opera
di protesta se non accompagnandola ad un processo di riflessione volto a elaborare proposte
concrete. Giorno dopo giorno alla ferocia del governo, interessato a smantellare le università
pubbliche, ultimo pericoloso baluardo del pensiero critico, si è contrapposta un’opposizione attonita
(quando non complice), incapace di presentare all’Italia un diverso scenario per gli atenei. Era
perciò palese che l’università non avrebbe avuto nessun aiuto esterno, e se avesse voluto salvarsi (o
addirittura migliorarsi) lo avrebbe dovuto fare da sé.
Fuor di ogni dubbio non è di certo la prima volta che il movimento studentesco si cimenta con la
costruzione di proprie proposte.
Il Maggio francese comincia con la repressione di assemblee e occupazioni in cui si discuteva di
proposte molto concrete come la modifica delle modalità di svolgimento esami, un piano di
assunzione di nuovi docenti, la costruzione di nuove aule.
L'Onda ha affrontato la sfida dell'autoriforma dell'università, una sfida fallita, non solo per lo
scontro emerso nell'assemblea nazionale dell'autoriforma nel novembre 2008, ma anche per una
incapacità di conciliare obiettivi di lungo periodo, proposte concrete e immediate, e pratica
costituente nell'università.
Alla luce dell'attacco in corso al sistema pubblico della formazione non potevamo però continuare a
leccarci le ferite del fallimento dell'autoriforma; serviva da subito ripartire da un percorso
partecipato che affrontasse di petto il tema dell'alternativa.
È in questo quadro che si inserisce il progetto AltraRiforma promosso dal coordinamento
universitario LINK, un percorso inaugurato nel 2009, che da allora ha visto crescere la
partecipazione, la diffusione e la profondità di analisi. L'idea di fondo è molto semplice: individuare
le linee guida per una riforma strutturale ed effettivamente migliorativa del sistema pubblico
d'istruzione terziaria a fronte di una sintesi ragionata delle esperienze di chi studia e lavora in
università.
Il percorso ha visto un coinvolgimento molto più largo del nostro coordinamento universitario.
All'appello prima e all'assemblea nazionale del 26/27 marzo 2011 hanno preso parte: Adi, CPU,
Rete 29 Aprile, FlC CGIL, Assemblea Permanente Urbino, Ateneo Controverso – Cosenza,
Collettivo duekappaotto – Campobasso, Coordinamento universitario Link Tuscia, LINK
Benevento, LINK Fisciano – Salerno, LINK Bari, LINK Kollettivo Foggia, LINK Napoli, Link
Roma, LINK Siena, LINK Taranto Lista di Sinistra – Trieste, Movimento studentesco Macerata,
Osserva - Osservatorio Indipendente d'Ateneo – Udine, Panenka – Bologna, Sindacato degli
Studenti – Padova, Sinistra Per... – Pisa, Si Studenti Indipendenti – Torino, UDU Lecce.
Il carattere straordinario e innovativo dell’Altra Riforma sta proprio nel legame inscindibile fra
proposta e mobilitazione, per questo L’Altra Riforma non è semplicemente un elenco di idee
concrete per migliorare l’università italiana, bensì una pratica politica costante che pone al centro il
tema dell’alternativa e della reale possibilità di cambiamento di questo paese.
Sarebbe riduttivo pensare all'AltraRiforma solamente come ad un testo; dopotutto, la stessa
dell'AltraRiforma ricorda che questa è un percorso aperto, democratico, ed il documento "ufficiale"
ha conosciuto almeno 3 stesure (quella originaria del novembre 2009, quella di Palazzo Campana
del novembre 2010, quella di Roma del marzo 2011), nonché numerose modifiche su wikisaperi, e
continuerà ad essere oggetto di discussioni ed emendamenti.
Come attestano le modifiche apportate nel marzo 2011, il processo non si è fermato con
l'approvazione della 240, ma si è anzi intensificato, a dimostrazione che l'obiettivo politico non è
influenzato dall'avvenuta approvazione della legge Gelmini, ma guarda a lungo termine, al futuro
dell'istruzione superiore nel nostro Paese.
Fino ad oggi l'AltraRiforma è stata arricchita da numerosi dibattiti, ed è riuscita a ricucire dicotomie
che sembravano senza vie di fuga: promuovendo l'AltraRiforma abbiamo saputo infatti
•
criticare il governo senza cadere nella trappola di difendere l'esistente: LINK ha da sempre
ammesso che l'università è veramente malata e bisognosa di una riforma, e che occorre difenderla
dai suoi mali oltre che dai suoi nemici. Individuando alcuni dei problemi che la affliggono (ad es.
scarsa democraticità dei processi decisionali in mano a pochi baroni, difficoltà a garantire l'accesso
a tutti, rigidità e inadeguatezze dei percorsi formativi...). Così facendo si è dimostrato come le leggi
promosse da questo governo aggravassero anziché risolvere i problemi;
•
difendere i diritti degli studenti senza limitarsi ad una lotta corporativa: soprattutto grazie al
confronto con ricercatori e dottori di ricerca precari, abbiamo cercato di salvaguardare i diritti degli
studenti inquadrandoli entro uno schema più generale, ripercorrendo i nessi che li legano
indissolubilmente ai privilegi e ai problemi di altre categorie;
• essere capaci di darsi un orizzonte utopico ma senza perdere la concretezza: in quanto manifesto
d'intenti, l'AltraRiforma cerca di descrivere un'università ideale per questa società, anche
arrischiandosi a fare rivendicazioni "utopiche". Tuttavia, sarebbe un errore pensare che la capacità
di sognare vada contrapposta necessariamente ad uno spirito pratico: ben lungi dal credere di poter
ottenere facilmente tutti i nostri obiettivi, abbiamo comunque ritenuto opportuno darci un orizzonte
da perseguire nel lungo termine, che nel breve termine si incarni facendosi spazio nelle difficoltà
del quotidiano in battaglie difficili ma quanto mai concrete quali quella della riscrittura degli statuti
degli atenei.
Se perseguito con la stessa o con maggiore costanza e dedizione, questo percorso potrebbe
diventare un manifesto tanto solido ed articolato da imporsi come una pietra di confronto
imprescindibile per ogni legislatore che voglia metter mano sull'università, nel locale così come nel
nazionale.
Per far sì che l'AltraRiforma entri in questo stadio di maturità occorerrà fronteggiare e superare
ulteriori dicotomie, quali ad esempio:
• la contrapposizione tra mondo della cultura e mondo della produzione: piuttosto che contrapporre
differenti fazioni in lotta (ad es. ricerca applicata VS ricerca di base, discipline culturali VS
discipline tecnoscientifiche, corsi di sturio professionalizzanti VS corsi di studio culturali ...)
l'università dovrebbe essere in grado di bilanciare e comprendere l'indispensabilità di una cultura
variegata e a 360 gradi per un migliore sviluppo della società;
•
l'autonomia degli atenei rispetto al loro ruolo nella società: i rapporti tra società e università
non possono risolversi con l'assoggettamento delle università a pochi privati, che già le tengono
supplendo alla carenza di finanziamenti governativi, e ancor più facilmente potrebbero trasformarla
in un loro giocattolino se entrassero nei CDA come previsto dalla 240. D'altro canto, le università
devono assumersi delle responsabilità nei confronti della società: probabilmente sono gli unici
luoghi capaci di proporsi come motori della ripresa sociale ed economica, grazie al loro ruolo di
difesa della memoria storica e di produzione e trasmissione di conoscenza tecnoscientifica e di
cultura.
È però fondamentale chiarire che l'AltraRiforma non è solo un testo di proposta per riformare
l'università, una proposta di legge da presentare al Governo, anzi, è soprattutto un processo
partecipato da un lato, e pratica concreta dall'altro. Ogni contenuto dell'AltraRiforma è, infatti,
possibile vertenza immediata anche dentro le facoltà, pratica da mettere in campo dal basso, e
processo perché attiva discussione collettiva sulla propria condizione dell'università.
8.1 - PER UN'UNIVERSITÀ PARTECIPATA: RIPENSARE LA
RAPPRESENTANZA, REINVENTARE LA DEMOCRAZIA
Gli atenei non sono mai stati dei luoghi davvero democratici. Vi è sempre stato un continuo
restringersi o espandersi degli spazi di discussione, confronto, decisione. Si restringevano gli spazi
di agibilità per i rettori e i baroni, altre volte si è riuscito a conquistare spazi, diritti, democrazia. A
seguito del grande ciclo di mobilitazione degli anni '70, scuole e università hanno visto
l'introduzione di organi di governo collegiali, della rappresentanza studentesca.
Oggi, è più che mai necessario superare anche quel modello. E' necessario, anche a seguito delle
straordinarie esperienze di mobilitazione di questi anni, e soprattutto, alla luce dei mutamenti
all'interno dell'università italiana, che tra 3 + 2 e processo di Bologna, hanno modificato tempi e
modi con i quali gli studenti vivono la partecipazione alla vita degli atenei.
Le mobilitazioni di questi due anni hanno segnato profondamente il movimento studentesco, dopo
alcuni anni con scarse mobilitazioni si tornava ad avere le assemblee piene di studenti desiderosi di
esprimersi e portare il proprio contributo, ci si trovava davanti ad un'ampia richiesta di
partecipazione e di democrazia con cui ci si doveva confrontare.
Le università e le scuole pubbliche sono forse ad oggi gli ultimi luoghi collettivi assieme alle
fabbriche ed è all'interno di questi luoghi che una nuova soggettività sociale ha reinventato le forme
di partecipazione democratica: nascevano dalle assemblee dell'onda spontaneamente gruppi di
lavoro e analisi pronti a dare il loro contributo alla mobilitazione. Inoltre in particolare in questi
ultimi anni siamo riusciti a superare una storica dicotomia esistente tra rappresentanza e
movimento, la rappresentanza studentesca infatti non può che è essere uno strumento e mai un fine.
Uno strumento utilizzato dalle organizzazioni studentesche per agire all'interno degli organi
accademici, aprire nuovi spazi di conflitto e praticare democrazia.
La rappresentanza deve essere uno strumento anche a servizio del movimento studentesco capace di
acquisire così una maggiore capacità di analisi e di sviluppo di proposte politiche, condannando
l'idea di una rappresentanza come fine ultimo delle organizzazioni studentesche, slegata dal
movimento ad un isolamento politico e ad una sempre maggiore distanza dalle reali esigenze degli
studenti e dalle pratiche con cui si esprime ad oggi la partecipazione negli atenei che deve sempre
mirare a ridurre la distanza tra rappresentanti e rappresentati.
Come LINK-Coordinamento Universitario siamo convinti che ci debba porre la sfida
dell'espansione dei diritti e della partecipazione democratica alle scelte operate nei propri luoghi di
formazione. Risulta evidente come da parte del ministro Gelmini ci sia la volontà di togliere quel
poco di agibilità che gli studenti hanno all'interno degli organi di governo dell'Università, come è
chiara la volontà di spostare la maggior parte del potere decisionale nelle mani dei Rettori. Risulta
necessaria una mobilitazione che vada nella direzione di aumentare la qualità della partecipazione
degli studenti nelle scelte che li riguardano, sia garantendo forme di democrazia diretta, sia
provando a legare la rappresentanza a questi strumenti.
Oggi in particolare a seguito dell'approvazione della legge Gelmini e della conseguente riscrittura
degli statuti delle università che vedranno una diminuzione degli scarsi spazi di democrazia già
esistenti occorre ragione e ripensare a forme nuove di partecipazione. Tramite lo strumento
dell'AltraRiforma siamo stati capaci di fare un'analisi e un'elaborazione di proposte sul tema e
crediamo che esse vadano sempre ampliate con la ricerca costante di nuovi spunti.
Noi vogliamo una democratizzazione dei processi decisionali, da realizzare tramite una maggiore
trasparenza e l’allargamento della rappresentanza negli organi accademici ai dottorandi, precari,
ricercatori e studenti e l'introduzione di strumenti di democrazia diretta e partecipata. Pensiamo che
la miglior cura contro il clientelismo e la corruzione sia il controllo democratico dal basso e non
l'accentramento del potere baronale e aziendale. Inoltre riteniamo che il rapporto tra Università e
mondo esterno non debba risolversi con la sottomissione del mondo universitario alle ingerenze di
politici e privati, ma in un dialogo alla pari tra il mondo universitario e il tessuto sociale e
produttivo della società civile,
Riteniamo che l'autogoverno dell'Università debba essere uno dei principi fondamentali alla base
del processo decisionale negli organi. Pensiamo che nessun esterno possa comporre gli organi di
governo dell'ateneo, siano essi enti locali o privati non possono far parte di alcun organo
deliberativo, in particolare del CdA .
Parlare di democrazia oggi negli atenei significa anche analizzare i cambiamenti provocati dalla
legge 240/2010. La riforma Gelmini della governance prevede lo svuotamento dei poteri del Senato
Accademico (maggior organo politico dell'Università) e il rafforzamento di quelli del Consiglio di
Amministrazione (maggior organo amministrativo dell'Università). A questo spostamento di
competenze si accompagna da un lato la previsione della presenza di un numero di esterni (tra cui
privati) all'interno del Consiglio di Amministrazione e dall'altro la riduzione, all'interno di
quest'organo della rappresentanza studentesca. Ciò comporterà da un lato la formazione di indirizzi
politico-strategici che avranno a monte non delle valutazioni culturali, di lungo periodo, sulla
qualità dell'offerta didattico-formativa, ma valutazioni di cassa e previsioni di profitto e dall'altro la
drastica riduzione della possibilità, da parte degli studenti, di incidere sul processo decisionale (un
processo decisionale che riguarda scelte che toccano direttamente la condizione dello studente
universitario).
Oltre a questa, c'è tutta un'altra serie di norme che va nella stessa direzione. Ricordiamo, ad
esempio, il fatto che, con la riforma, si sancisce uno strapotere del Rettore, che avrà la possibilità di
scegliere i suoi “vassalli” dentro il Consiglio di Amministrazione in base alle mere competenze
finanziarie e non in ragione della loro esperienza in materia di ricerca e didattica.
L'attuale processo di modifica degli Statuti degli atenei italiani per essere resi conformi alle norme
della 240/2010, ci impone una seria riflessione, da un lato, su quali siano i nostri margini di
manovra, malgrado l'approvazione della riforma Gelmini, per l'espansione dei diritti e della
partecipazione democratica alle scelta operate nei luoghi di formazione e, dall'altro, sulla
formulazione di una serie di proposte relative a questi temi, proposte che rientrino nella nostra idea
dell'Università, che rientrino nella nostra AltraRiforma.
Per quanto riguarda il primo punto, riteniamo opportuno fare una battaglia durante l'iter di modifica
degli Statuti per far inserire norme che rendano possibile l'ampliamento degli spazi di democrazia e
partecipazione, bilanciando le intenzioni di una riforma che va su tutt'altra strada. Crediamo
innanzitutto, che tutte le decisioni prese all'interno degli organi debbano essere assunte nella
massima trasparenza. Inoltre dobbiamo lavorare affinché siano previsti all'interno dei nuovi statuti,
strumenti e forme di partecipazione come: referendum consultivi, abrogativi, confermativi; delibere
di iniziativa popolare, meccanismi di iniziativa studentesca; assemblea di facoltà, aperte a tutte le
componenti, con scadenza regolare e sospensione della didattica; question time tra le fasi di lavoro
degli organi, come strumento per la popolazione studentesca per proporre interrogazioni sui temi
oggetto di discussione e deliberazione; progettazione partecipata nel campo dell’edilizia. Premesso
quindi che riteniamo essenziale mettere in campo una mobilitazione durante il processo di modifica
degli Statuti sulle suddette tematiche; crediamo, inoltre, sia opportuno fare un lavoro più ampio per
pensare a nuove forme del processo decisionale all'interno dei nostri atenei.
Oltre a questi principi, che dovrebbero essere alla base della costituzione degli organi decisionali
degli atenei italiani, la nostra elaborazione ci ha permesso di pensare a forme innovative di
partecipazione democratica, come: l'istituzione di assemblee di facoltà e di ateneo periodiche e
ufficiali, con sospensione delle lezioni, per favorire un rapporto diretto tra gli studenti e i loro
rappresentanti; l'istituzione di Conferenze di Ateneo; la previsione di specifiche competenze ai
rappresentanti degli studenti, comprendenti il controllo sulla qualità dei servizi e la possibilità di
esprimere un parere vincolante sui temi che riguardano più direttamente gli studenti; la previsione
di ipotesi di bilancio partecipativo; l'introduzione di istituti di democrazia diretta come il
referendum studentesco; l'iniziativa studentesca; la consultazione degli studenti tramite questionari
anche mediante il sito internet; l'adozione dello Statuto dei diritti delle studentesse e degli studenti e
del Codice deontologico che regoli le incompatibilità nell'assunzione di familiari e i limiti di
mandato su tutte le cariche.
Tutte le pratiche che mirano ad ampliare la democrazia negli atenei vanno messe in campo da subito
all'interno delle nostre università, non si può attendere che siano Baroni o Rettori ad inserire negli
statuti forme nuove di consultazione studentesca, l'obiettivo deve essere quello di far partecipare
costantemente gli studenti alle scelte e alle decisioni dell'ateneo, il referendum studentesco anche
dove non legittimato dagli atenei deve essere uno strumento utilizzato dalle nostre organizzazioni
per confrontarsi con gli studenti e renderli partecipi delle scelte.
Le nostre organizzazioni e il movimento studentesco devono essere in grado di riaprire e legittimare
nuove forme di democrazia e di partecipazione alla vita e alle scelte dell'ateneo praticandole
costantemente nelle università.
Nell'AltraRiforma proponiamo:
1. Autogoverno dell'università: nessun esterno può comporre gli organi di governo dell'ateneo. Siano essi enti locali o
privati non possono far parte di alcun organo deliberativo, in particolare del Consiglio di Amministrazione. 2. Chiara
definizione del ruolo degli organi: il consigli di amministrazione deve gestire il bilancio sulla base degli indirizzi
politici del Senato Accademico, a cui devono essere forniti tutti gli elementi per decidere liberamente.
3. Trasparenza e pubblicazioni in tempi rapidi degli atti. 4. Introduzione di una rappresentanza di tutte le componenti
universitarie negli organi collegiali, senza andare a discapito della componente studentesca. 5. Elezione diretta di tutti
gli organi collegiali per la parte della rappresentanza studentesca. 6. Il mandato dei rappresentanti degli studenti deve
essere al massimo di durata biennale per consentire agli studenti di esprimersi e di valutare puntualmente il loro operato.
7. Presenza obbligatoria effettiva degli studenti e/o dottorandi all’interno dei nuclei di valutazione. Non possiamo
accettare che la valutazione della didattica e dei servizi dei nostri atenei venga effettuata senza la componente
studentesca.
8. Rafforzamento del ruolo delle commissioni didattiche paritetiche (vedi sezione didattica). 9. Riconoscimento di
specifiche competenze ai rappresentanti degli studenti, comprendenti il controllo sulla qualità dei servizi e la possibilità
di esprimere un parere vincolante sui temi che riguardano più direttamente gli studenti. 10. Radicale riforma dei
Consigli degli Studenti, oggi pressoché inutili e fonte di burocratizzazione e corruzione. Non devono poter gestire i
fondi per le attività studentesche e devono servire principalmente da occasione di confronto tra i rappresentanti nei
consigli di facoltà e quelli negli organi centrali. 11. Istituzione di assemblee di facoltà periodiche ufficiali con
sospensione delle lezioni, per favorire un rapporto diretto tra gli studenti e i loro rappresentanti. 12. Conferenze di
Ateneo. Ogni 6 mesi, e comunque prima dell'approvazione dell'offerta formativa. Può essere generica o affrontare
singole macro-tematiche (Diritto allo studio, Offerta formativa, Rapporto con il territorio, Internazionalizzazione, etc.)
13. Introduzione di istituti di democrazia diretta come il referendum studentesco: Introdurre negli statuti di ateneo una
forma di consultazione promossa dalla stessa Università nelle sue varie articolazioni (centrali e periferiche), dai
rappresentanti degli studenti e dagli studenti singoli. Il referendum può essere consultivo (su proposte in via di
approvazione), propositivo o di rinvio (per proposte già approvate dagli organi). Il referendum può essere uno strumento
estendibile a tutte le categorie (studenti, precari, ricercatori, docenti)e applicabile sul livello di ateneo così come sui
livelli periferici. In caso di referendum propositivo o di rinvio vi è l'obbligo di discussione della proposta presentata con
referendum entro la prima seduto. In caso di rinvio la medesima delibera può essere approvata nuovamente solo con i
2/3 dei voti dell'organo. In entrambi i casi l'Organo si riunisce in seduta aperta. Si prevede un meccanismo di
accettazione della legittimità quesiti da parte di una apposita commissione paritetica o di un garante degli studenti. Il
referendum può essere indetto da una percentuale della rappresentanza studentesca (il 25% degli eletti in Consiglio
degli studenti o nei consigli di facoltà nelle università in cui esso non è presente) o in alternativa mediante raccolta
firme a sostegno del quesito. I dettagli tecnici sulle modalità di presentazione del quesito sono rinviati al regolamento
generale di ateneo, fermo restando il principio di richiedere un elevato numero di firme per la categoria interessata, in
modo da evitare un uso improprio dello strumento e sprechi di risorse. 14. Iniziativa studentesca: possibilità di vincolare
l'organo competente a discutere la proposta avanzata con l'iniziativa stessa, inserendola all'ordine del giorno della seduta
successiva, in ordine di tempo, al giorno di presentazione della proposta. L'organo sarà, oltretutto, vincolato a votare la
proposta e ad inviare una risposta scritta e motivata al primo firmatario. Per di più è prevista la presenza del primo
firmatario nella seduta in cui verrà discussa la proposta. In caso di istanze scritte gli organi sono tenuti a rispondere
entro 30 giorni. 15.Prevedere nello statuto assemblee periodiche di ateneo, scuole/facoltà e corso di laurea, per creare
partecipazione e coinvolgere lo studente nelle scelte portate avanti all'interno degli organi decisionali dell'ateneo.
Crediamo inoltre che sia importante, garantire a tutti la possibilità di partecipare senza perdere ore di lezione e
permettendo quindi una più ampia partecipazione, esigenza per la quale richiediamo il blocco della didattica. In caso di
indizione di un'assemblea è automaticamente sospeso l'obbligo di frequenza. In specifici casi può essere richiesto,
mediante raccolta firme degli studenti interessati, la sospensione della didattica. Viene pertanto istituito un monte ore
annuale dal quale attingere sulla base di richieste da parte di studenti o liste di rappresentanza. 16. Sono periodicamente
effettuate consultazione degli studenti questionari anche mediante il sito internet. 17.Adozione dello Statuto dei diritti
delle studentesse e degli studenti e del Codice deontologico che normi le incompatibilità nell'assunzione di familiari e i
limiti di mandato su tutte le cariche. 18. Allargamento dell'elettorato attivo per il rettore a tutti gli studenti (con voto
ponderato). 19. Accorpamento di dipartimenti e facoltà su criteri scientifici e didattici. 20. Radicale riforma dalla
rappresentanza studentesca nazionale, oggi del tutto inefficace, secondo i seguenti criteri:
• Abolizione del CNSU e creazione della conferenza nazionale studenti–MIUR. In tale conferenza saranno presenti 1, 2
o 3 rappresentanti degli studenti per ogni ateneo, a seconda del numero di iscritti, eletti direttamente dagli studenti nelle
normali elezioni d'ateneo con un apposito incarico oppure selezionati tra i più votati nei Senati Accademici. L'attuale
budget per i gettoni di presenza del CNSU sarebbe assolutamente sufficiente a coprire i costi della conferenza.
•
Possibilità da parte della conferenza studenti-MIUR di convocare referendum studenteschi nazionali. •
Audizione obbligatoria di membri della conferenza nelle commissioni parlamentari e ministeriali quando si
parla di università. • Istituzione di un organo previsto dalla 390/91: la Consulta nazionale del DSU, con competenze in
merito alla
definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e una consistente rappresentanza studentesca.
8.2 - UN DIRITTO ALLO STUDIO PER TUTTI
Il diritto allo studio universitario sta attraversando uno dei momenti più critici della storia recente,
travolto dalla riforma Gelmini e dai tagli derivanti dalla finanziaria, che lo deformano in strutture e
finalità. La legge finanziaria 2011 n.220 del 13/12/2010 riduce il fondo integrativo statale per le
borse di studio del 95% in quattro anni ( da 246 milioni di euro del 2009 a 13 milioni di euro nel
2012). Inoltre i tagli ai fondi di finanziamento per gli enti locali hanno portato come logica
conseguenza ad una riduzione degli stanziamenti delle amministrazioni regionali che vanno a
finanziare quella parte di diritto allo studio che è di loro competenza ( mense e residenze
universitarie ). Già da quest'anno si sono palesati così i risultati di queste manovre: l'aumento delle
tariffe per i servizi offerti ( mense e attività culturali e sportive ), ma soprattutto la certezza di non
poter garantire lo stesso livello di copertura alle borse di studio per i prossimi anni, che già
quest'anno ha visto un calo dell'erogazione e una media nazionale del 40% di copertura degli idonei.
Da anni denunciamo la situazione del diritto allo studio in Italia, un diritto fondamentale al quale il
ceto politico, di qualunque colore, ha sempre dimostrato un'attenzione irrisoria, se non inesistente.
Questa situazione disastrosa è fotografata da un rapporto dell' OCSE, "Education at a Glance 2010",
che contiene dati relativi al 2007 – ben prima degli ultimi tagli di Tremonti – e colloca il nostro
paese all' ultimo posto per percentuale di studenti beneficiari di borse o provvidenze. Unico caso tra
i paesi OCSE, l'Italia, che con la creatività che ci contraddistingue, ha creato la figura “dell'idoneo
non beneficiario” di borsa di studio: tale studente ha un diritto costituzionalmente garantito ex art.
34 ( “ ... I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti
degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed
altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. “ ); ha vinto un bando pubblico per
farlo valere; ma lo Stato, non stanzia fondi sufficienti a coprire tutti i beneficiari, gli nega tale
diritto, e in sostanza gli dice “arràngiati!”. Da tale situazione derivano forti disparità e
discriminazioni a livello locale, poiché per la mancanza di una legge quadro nazionale, le Regioni
affrontano in maniera differente questo problema, con divergenze di disponibilità economica e di
sensibilità sulla crucialità del tema. In questo scenario deprimente, il nostro Ministro dell'Economia
ha pensato bene di versare sale sulle ferite aperte tagliando ulteriormente i fondi già scarsi. ponendo
un reale blocco all'accesso al sapere.
Risulta utile fare un paragone con l'Europa e con il sistema di di dritto allo studio di altri paesi, in
Francia e Germania, a parità di studenti universitari con l'Italia, si investono 1,4 miliardi di euro sul
DSU, in Italia nel 2009 solamente 469 milioni che equivalgono a circa 500.000 beneficiari in
Germania e Francia contro i 150.000 in Italia.
I posti letto nelle residenze universitarie erano pari 160.000 in Francia e 180.000 in Germania e
40.000 in Italia. Con questa situazione paragonata ad altri paesi europei che stanno continuando ad
investire sul DSU, in Francia da anni è in atto un piano di edilizia universitaria che mira ad ampliare
in numero di alloggi universitari, il governo italiano ha pensato bene di ridurre ulteriormente i
finanziamenti.
Per dimostrare di avere davvero interesse a promuovere la valorizzazione delle competenze e la
formazione di eccellenze uno Stato deve innanzitutto impegnarsi a mettere il maggior numero
possibile di studenti nelle condizioni di raggiungere i gradi più alti dell’istruzione, in conformità a
quanto sancito dall’articolo 34 della nostra Costituzione. Questo è possibile solo attraverso la
copertura totale delle borse di studio, mediante uno specifico fondo statale erogato alle Regioni di
almeno 321 milioni di euro, comprendenti il reintegro dei tagli contenuti nella legge finanziaria
2011. In questo modo si metterebbe fine all'assurdità degli “idonei non benificiari”.
I tagli di Tremonti da un lato e la riforma Gelmini dall'altro tracciano i contorni di un progetto ben
chiaro e diametralmente opposto al nostro sul diritto allo studio. Infatti gli articoli della legge
240/2010 dedicati alla riforma del diritto allo studio universitario ripetono più e più volte la formula
“senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica”, ad indicare come la politica del governo voglia
disimpegnare lo Stato dal proprio fondamentale ruolo nella formazione pubblica e nel libero
accesso ad essa, ma erogando nello stesso tempo 25 milioni di euro agli atenei privati.
Da una parte si introduce il tanto propagandato Fondo per il Merito e il sistema dei prestiti d'onore a
studenti scelti senza alcun requisito di reddito, prestiti che gli studenti dovranno restituire al termine
degli studi, con il solo risultato che i meno abbienti si troveranno indebitati con una banca ancor
prima di iniziare a lavorare. Con una montagna di debiti alle spalle, al termine degli studi, il
laureato sarà invogliato ad accettare qualsiasi lavoro, se lo troverà e all'interno di questo, ad
accettare qualsiasi sopruso al quale il datore di lavoro lo sottoporrà, aumentando ulteriormente il
grado di precarietà e sfruttamento dei lavoratori.
Dall'altra all'art. 5 della riforma si delega il governo ad intervenire sul sistema attuale di diritto allo
studio a proprio piacimento e senza alcuna possibilità di controllo parlamentare. Se la finanziaria è
l'arma economica per prosciugare il diritto allo studio, l'art. 5 è l'arma normativa con la quale il
ministro potrà distruggere tutto il sistema legislativo di protezione del diritto allo studio, dato che la
delega al governo include la definizione dei Livelli Essenziali ( minimi ) delle Prestazioni ( LEP )
da garantire ( borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, ristorazione, accesso alla cultura,
alloggi ), prima meglio garantiti tramite legge ordinaria.
Inoltre, la previsione di borse e premi di studio finanziati da fondazioni bancarie e da altri enti
privati non trasparenti trasformano la possibilità di accesso alla formazione universitaria da diritto a
privilegio. Si vuole così che l’ università torni ad essere un luogo d'elite a cui potranno accedere,
come un tempo, solo i rampolli dei ceti benestanti del paese, i figli della casta politica, baronale,
imprenditoriale-finanziaria e dei loro servi zelanti.
Gli effetti dei tagli nelle realtà territoriali si sono avvertiti in maniera evidente. Anche in quei pochi
contesti dove la copertura totale degli idonei veniva garantita, è stata posta gravemente a rischio. In
molti casi si prospettano anche revisioni di già discutibilissimi requisiti di reddito e di merito. Per
non creare “idonei non benificiari” si pensa piuttosto a come restringere le maglie di chi ha diritto ai
sussidi, proponendo ad esempio di abbassare i limiti ISEE, che in molte regioni risultano già
estremamente ridotti.
C'è bisogno di una legge quadro nazionale sul diritto allo studio, che stabilisca i livelli essenziali
delle prestazioni erogati dalle Regioni e in particolare l'entità minima garantita delle borse di studio.
Il fondo nazionale per il diritto allo studio dev'essere, di conseguenza, sufficiente almeno per
coprire i Lep e dopo aver raggiunto la copertura totale delle borse di studio, è necessario un
ampliamento degli idonei, estendendo i criteri di reddito sulla base dei quali viene assegnata la
borsa di studio.
È evidente poi il pericolo, in un momento di crisi e di definanziamento, di ricorrere a dubbi
strumenti alternativi per sopperire alle esigenze di funzionamento delle aziende e degli enti
regionali preposti al diritto allo studio. Mezzi come i project-financing, che vengono spacciati come
soluzione alla mancanza di finanziamenti pubblici per l'edilizia universitaria, si rivelano come truffe
legalizzate, ai danni dei contribuenti, promosse da società interessate unicamente a lucrare sulle
proprie attività, e che gravano per decenni sui bilanci degli enti locali. Similmente accade per le
esternalizzazioni dei servizi, con costi che si scoprono ingestibili e con una qualità
irrimediabilmente inferiore ai servizi erogati in maniera diretta.
La costituzione in ogni regione di un osservatorio regionale sul diritto allo studio, permetterebbe
alle studentesse e agli studenti, di monitorare i servizi e borse erogati da ogni agenzia, istituendo
organi di controllo da parte degli studenti per la qualità delle mense e dei servizi, potendo in questo
modo intervenire direttamente attraverso vertenze territoriali all'equiparazione su canoni nazionali
imposti. E' indispensabile poi vietare ogni esternalizzazione ai privati dei servizi per il diritto allo
studio.
Inoltre bisogna evitare ogni tipo di costruzione edilizia tramite lo strumento del project-financing,
prevedendo un piano pluriennale di finanziamento straordinario per l'edilizia universitaria, che
finanzi la realizzazione, tramite il recupero di determinate aree urbane, di nuove case dello studente
e di alloggi pubblici a canone concordato.
Diritto all'abitare significa diritto alla casa; ma anche a un'esistenza degna, all'interno di un contesto
urbano accogliente; e a un sistema di servizi all'altezza degli standard europei. Ogni tanto i media
“scoprono”, il dramma degli affitti a nero o del caro affitti. E’ un dramma quotidiano con cui
migliaia di studenti fanno i conti ogni giorno. E’ necessario consolidare il sistema delle case
alloggio e porre in atto una politica abitativa per gli studenti capace da un lato di non allontanarli
dai centri storici e ghettizzarli in quartieri dormitorio, dall’altro di contenere i costi. A causa della
mancanza o della scarsità dei controlli, gli studenti sono in balia della speculazione del mercato
immobiliare, con affitti stellari per case poco dignitose e quasi sempre con contratti a “nero”.
Chiediamo l'impegno degli enti locali a sopperire a questa negligenza, attraverso la costituzione di
patti territoriali assieme ai sindacati dei proprietari, degli inquilini e affittuari, con una tutela legale
per gli studenti. Riteniamo cruciale, inoltre, fare una battaglia contro gli “affitti in nero” che, oltre a
non garantire i diritti previsti per legge agli affittuari, provocano un danno economico agli studenti e
alle loro famiglie che in questo modo non riescono ad usufruire delle detrazioni economiche che
avrebbero con un normale contratto regolarmente registrato. Uno strumento utile potrebbe essere il
censimento degli studenti fuorisede e degli immobili inutilizzati di proprietà del comune e
dell’università, organizzando in questo modo un controllo sulle abitazioni non occupate, con la
possibilità di requisire gli alloggi sfitti. Servono inoltre contributi pubblici per gli affitti, sul modello
francese, e iniziative, come lo sportello casa gestito da Università e Comune, in grado di favorire la
lotta al sommerso, attraverso l' incrocio dei database tra agenzie regionali per il DSU, enti locali ed
Università. Attraverso, poi, delle convenzioni con la Guardia di Finanza, si potrebbe disincentivare
l’evasione fiscale e la speculazione a danno degli studenti.
Ogni studente ha diritto a una carta per la mobilità che, allo stesso prezzo agevolato, a prescindere
dal luogo di residenza, lo renda in grado di accedere ai luoghi della formazione e di muoversi
liberamente sul territorio nazionale. Nel mondo della “Globalizzazione”, dell’abbattimento delle
frontiere fisiche e virtuali per il raggiungimento delle conoscenze, delle informazioni e delle
necessità di ognuno, è ridicolo che esistano delle difficoltà per il nostro paese nel permettere a tutti,
e specialmente ai soggetti in formazione, di spostarsi in piena libertà. Il pendolarismo, fenomeno di
massa per gli studenti universitari, la dislocazione dei luoghi della formazione nelle periferie delle
città e la distanza dal centro storico hanno fatto della mobilità un nuovo ostacolo nel
raggiungimento del diritto al sapere. L’emergenza ambientale poi ci impone un ripensamento degli
stili di vita e della geografia urbana, per limitare l'uso dell'auto. Bisogna richiedere una mobilità
sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale che richieda politiche pubbliche di investimento,
istituendo convenzioni sui trasporti per rendere gratuiti da subito i trasporti urbani nelle aree
municipali universitarie, senza distinzione tra residenti e non residenti, e per ridurre al 50% il costo
dei trasporti extraurbani in tutte le regioni per i pendolari, per poi arrivare gradualmente alla gratuità
totale della tratta casa-università entro 4 anni.
Lo scenario della crisi economica internazionale e la retorica dell'indebitamento pubblico e del
rispetto degli impegni comunitari velano ancora una volta la battaglia puramente ideologica che la
destra ci muove contro, per cancellare il nostro diritto a non essere ignoranti: chiediamo
investimenti su sapere, ricerca e formazione, e ci rispondono con spese militari, finanziamenti a
scuole e atenei privati, grandi (e mafiose) opere, nucleare.
A fronte di questo duro attacco, si è levata alta la voce di protesta di chi continua instancabilmente a
difendere un diritto imprescindibile per ogni società che voglia definirsi civile. L'esperienza della
mobilitazione di questo autunno, che ha raggiunto l'apice nelle mobilitazioni di Dicembre, ha
dimostrato che da parte di un'intera generazione c'è la presa di coscienza del fatto che il diritto allo
studio come strumento di accesso al sapere, ed infine presupposto di emancipazione sociale, viene
continuamente svilito e calpestato da una casta politica ed economico-finanziaria che cura solo gli
interessi di bottega ed ha una visione prospettica che non supera mai i cinque anni che la separano
dalle elezioni successive, laddove invece una formazione universitaria e una ricerca di
alta qualità richiedono una programmazione di ben più ampio respiro.
Il movimento però ha compiuto un passo ulteriore, riscoprendo nelle ingiustizie di un settore le
disuguaglianze di un intero sistema. Le rivendicazioni hanno mostrato una generazione che ha
deciso di ribellarsi ad un destino di precarietà, portando avanti una critica che supera il mondo della
conoscenza per investire quello del lavoro, mostrando così ad una società dormiente tutta l'irruenza
di chi vuole riappropriarsi del proprio futuro.
Il finanzimento sull'università e sul sistema di diritto allo studio è ciò che permette ad un giovane di
questo paese di avere una reale “alternativa alla fuga”. Il movimento di questo autunno ha saputo
essere dirompente in quanto parlava ad una generazione e non contestava solo una legge, il tema del
futuro era al centro degli slogan del movimento.
Un futuro non precario, che si costruisce investendo sulla formazione e dando a tutti la possibilità di
studiare e di accedere ai più alti livelli di istruzione. Lo stato deve mettere tutti in condizione di
poter studiare garantendo a tutti, tramite un sistema di welfare adeguato, la possibilità di continuare
il proprio percorso di formazione.
Una borsa di studio, un posto letto in una residenza, i trasporti gratuiti sono ciò che permette ad un
giovane, malgrado le difficoltà economiche esistenti, di proseguire gli studi e di avere quindi un
futuro in questo paese evitando una fuga solitaria.
Non limitandoci a criticare semplicemente l'esistente, ma avendo una chiara idea su quale direzione
debba intraprendere l'università italiana in tema di diritto allo studio, pensiamo che sia necessario
distinguere radicalmente e con decisione il concetto di borsa di studio a sostegno del reddito da
quello di premio al merito. La nostra posizione su questo punto è chiara: il premio al merito è
doveroso ma deve necessariamente essere subordinato al sostegno al reddito. Infatti solo dopo aver
garantito un'effettiva uguaglianza d'accesso all'università pubblica anche ai meno abbienti si può
selezionare equamente i meritevoli, altrimenti la valutazione sarebbe falsata dalla disparità delle
condizioni sociali di partenza, ed il potenziale di una parte della società rimarrebbe inespresso.
La valutazione del merito deve esserci, ma deve essere considerata secondaria rispetto all'obiettivo
primario della formazione dello studente, e deve avvenire solo dopo che siano stati reperiti i fondi
per garantire l'effettivo e reale diritto alla conoscenza di quanti vogliano dare un contributo alla
ricerca del Sapere.
L'università non può e non deve essere uno strumento funzionale alla necessità delle imprese di
selezionare il personale, ma un cammino di formazione che faccia crescere, maturare e migliorare le
potenzialità quasi infinite dell'uomo.
Queste rivendicazioni potranno sembrare utopistiche e peregrine in Italia, perchè da troppo tempo
siamo abituati a pensare che non c'è mai limite al peggio, e che un miglioramento delle condizioni
di vita sia impossibile. Ma in altri paesi europei, che hanno sviluppato un sistema di welfare
universitario molto più universale del nostro, tutto questo è possibile. Nello specifico, riteniamo che
i modelli esemplari siano quelli olandese, scandinavo e francese, cioè quelli che
contemporaneamente riescono a garantire sia i premi al merito sia la possibilità di studio e
formazione a chi parte da condizioni più svantaggiate, ad un numero di persone molto più alto
rispetto all'Italia. E fra questi tre modelli riteniamo che il migliore sia quello francese in quanto fa
ricorso molto meno allo strumento del prestito d'onore. Questo modello di welfare universitario è
stato concepito, in questi paesi, per trasmettere agli studenti un chiaro messaggio: coloro che
intendono cimentarsi nell'attività accademica, rappresentano una parte della società utile, rispettata
ed apprezzata. Gli studenti stanno svolgendo un vero lavoro sociale per la nazione e per questa
ragione devono essere sostenuti ( per quanto riguarda il reddito ) e remunerati per i loro sforzi ( per
il merito ) come se stessero effettivamente lavorando. Ed in questi paesi i risultati, in termini di
crescita economica e qualità della vita, non si fanno attendere. Questo esito si può produrre anche in
Italia, ma può avvenire esclusivamente attraverso un massiccio intervento, economico ma anche di
attenzione, dello Stato e
della classe dirigente del nostro paese sul tema dell'universalità del diritto allo studio e della
centralità dell'università e della ricerca pubblica. Il diritto allo studio, lungi dall'essere una voce di
passivo in bilancio, da tagliare ragionieristicamente, deve essere considerato come un vero e proprio
investimento produttivo alla crescita morale e materiale del nostro paese, perchè libera le energie
costruttive delle nuove generazioni.
Nell'AltraRiforma si propone
1. Una legge quadro nazionale sul diritto allo studio, che stabilisca i livelli essenziali delle prestazioni erogati dalle
Regioni e in particolare l'entità minima garantita delle borse di studio. Il fondo nazionale per il diritto allo studio
dev'essere, di conseguenza, sufficiente almeno per coprire i Lep. 2. Copertura totale delle borse di studio, mediante uno
specifico fondo statale erogato alle Regioni di almeno 321 milioni di euro, comprendenti il reintegro dei tagli contenuti
nella legge di stabilità 2011. In questo modo si metterebbe fine all'assurdità degli “idonei non benificiari”, studenti alle
quali è riconosciuto il diritto alla borsa di studio ma che, di fatto, non la ricevono.
3. Dopo aver raggiunto la copertura totale delle borse di studio, è necessario un ampliamento degli idonei, estendendo i
criteri di reddito sulla base dei quali viene assegnata la borsa di studio. 4. Istituire convenzioni sui trasporti per gli
studenti per rendere gratuiti da subito i trasporti urbani nelle aree municipali universitarie, senza distinzione tra residenti
e non residenti, e per ridurre al 50% il costo dei trasporti extraurbani in tutte le regioni per i pendolari, per poi arrivare
gradualmente alla gratuità totale della tratta casa-università entro 4 anni.
5. Abolizione del prestito d'onore e di ogni forma di sostegno al diritto allo studio che preveda l'indebitamento degli
studenti. In particolare in questo contesto di carenza di finanziamenti sul diritto allo studio riteniamo che
l'incentivazione del merito vada perseguita con opportunità di formazione di qualità e non con “mance” e erogazioni
monetarie.
6. Incremento delle risorse per le borse part-time di collaborazione presso le università italiane (150 ore). Le borse
vanno assegnate secondo i criteri con cui vengono erogate le borse di studio, e va definito un livello minimo nazionale
della retribuzione oraria, pari alla media delle retribuzioni attuali. In nessun caso le 150 ore vanno utilizzate per
svolgere le mansioni del personale tecnico-amministrativo.
7. Istituzione di una “borsa preventiva” di carattere nazionale, erogata agli studenti iscritti all'ultimo anno della scuola
superiore per favorire la loro libera scelta, indipendentemente dalla regione nella quale lo studente scegliesse di
studiare. 8. Previsione di agevolazioni nella tassazione per gli studenti lavoratori e di meccanismi di incentivo alla loro
regolarizzazione.
9. Istituzione di un programma di mobilità temporanea interna al territorio nazionale. 10. Istituzione di organi di
controllo da parte degli studenti per la qualità delle mense e dei servizi agli studenti. 11. Nessuna esternalizzazione ai
privati dei servizi per il diritto allo studio, neanche sotto forma di project financing. 12. Tutela e promozione dei diritti
degli studenti disabili, attraverso il loro coinvolgimento attivo. 13. Sperimentazione di quote di bilancio partecipato
nelle Ardsu. 14. Carta di cittadinanza studentesca per l'accesso gratuito ai contenuti culturali. 15. Costituzione in ogni
regione di un osservatorio regionale sul diritto allo studio. 16. Piano pluriennale di finanziamento straordinario per
l'edilizia universitaria, che finanzi la realizzazione, tramite il recupero di determinate aree urbane, di nuove case dello
studente e di alloggi pubblici a canone concordato. Servono inoltre contributi pubblici per gli affitti, sul modello
francese, e iniziative, come lo sportello casa gestito da Università e Comune, in grado di favorire la lotta al sommerso.
Possibilità di requisire gli allloggi sfitti. Incrocio dei database tra Comune, Ardsu e università per l'emersione nel nero.
17. Borse Erasmus: aumento dell'integrazione ministeriale della quota erogata e concessione di una parte della borsa al
momento della partenza. Va inoltre prevista una differenziazione a seconda del costo della vita del paese di
destinazione.
8.3 PER UNA DIDATTICA DI QUALITÀ E ACCESSIBILE A TUTTI
La situazione attuale: un’università pubblica in crisi
L’imperante necessità di razionalizzazione che, in questi anni, ha colpito i corsi di laurea e che si è
esplicata sulla base di un mera riduzione di finanziamenti (con i tagli al fondo di finanziamento
dell’università e le misure adottate dalla contro-riforma Gelmini) ha inciso profondamente sulla
qualità della didattica e quindi sulla qualità dei saperi che vengono trasmessi nei nostri atenei e sulla
nostra formazione. Dalla Legge Zecchino-Berlinguer che ha quantificato il contenuto
dell'insegnamento, introducendo i crediti formativi, imponendo a individui diversi – anche sul piano
dei metodi e dei tempi di apprendimento – un unico standard, e attraverso la costituzione del
cosiddetto “3 + 2”, si è dato il via alla proliferazione e liceizzazione dei corsi di laurea, creando un
rapporto bulimico fra studente e sapere; a intervalli di tempo relativamente brevi, lo studente è
indotto ad intasarsi di nozioni, da riversare al momento dell'esame e da abbandonare subito dopo,
quando si dovrà riprendere ad incamerare concetti del tutto nuovi. Per quanto paradossale possa
sembrare l'università di oggi è al tempo stesso iperspecialistica e liceizzata. Iperspecialistica per
l'estrema frammentazione dei percorsi di studio, proliferati sulla base delle esigenze baronali.
Liceizzata per il progressivo abbassarsi della qualità della didattica nei nostri atenei.
I tagli effettuati dalla L.133/08 all'FFO degli atenei italiani, hanno causato una riduzione dei servizi
per gli studenti, tra cui i budget destinati al Fondo 390 e per il Miglioramento della Didattica, dove
confluiscono tutti i soldi destinati alle attrezzature dei laboratori didattici, al materiale
inventariabile, all'acquisto di libri per le biblioteche, comportando un calo della qualità della
didattica. Inoltre il blocco del turn-over del 20% previsto dalla stessa legge ha determinato
l'interruzione di quel ricambio generazionale nel corpo docente che consente l'ingresso dei
ricercatori portatori di nuove conoscenze e di metodi d'insegnamento che innalzano il livello
qualitativo della didattica. Nonostante la costituzione delle “magistrali” con la 270/2004 e la nota
160 del Miur si legge esplicitamente l'obiettivo di ridurre i corsi di laurea non essenziali al fine di
ridurre le spese e non per un reale miglioramento della didattica. Il raggiungimento di questo
risultato infatti si ha solo ponendo dei criteri quantitativi per l'istituzione dei corsi di laurea:
l'attivazione dei corsi è vincolata a criteri dimensionali che interessano il numero di docenti e
studenti, sbilanciandone le proporzioni. Questo riduzione si traduce quindi nell’accorpamento di
alcuni corsi di laurea e nella soppressione di altri, fenomeni che hanno assunto i connotati di uno
smantellamento generale dell'offerta formativa, attuato senza criteri qualitativi adatti.
Il d.m 17 del 2010 peggiora ulteriormente la situazione. Oltre a definire il chiaro obiettivo di
“razionalizzazione” dell'offerta formativa, pone vincoli molto rigidi riguardo al numero di ore, ai
settori scientifico disciplinari. In base al blocco delle assunzioni vi è il rischio, per quei corsi con
alto tasso di docenti in età pensionabile, di essere chiusi o accorpati indipendentemente da una
valutazione sulla qualità dell'offerta formativa o dal ruolo strategico di un corso di laurea.
L'abbassamento della qualità della didattica inoltre è determinato anche dalla mancanza di docenti
strutturati all'interno delle facoltà, il che comporta l'apertura di numerosi bandi di vacanza che
danno la possibilità di insegnare anche al personale non altamente qualificato. La lotta contro il
blocco del turn over, di riflesso è anche la lotta per una maggiore trasparenza nei meccanismi di
assunzione e promozione dei docenti, oggi sempre più penalizzati dalla L. 240 che pone una fasulla
idoneità nazionale, nella mani delle commissioni degli atenei composte da solo docenti ordinari.
Partendo da queste premesse, riteniamo fondamentale un processo di vera riforma del sistema
didattico universitario, che muova da l’Altrariforma dell’università, il primo vero approccio
strutturato volto alla realizzazione di un’università pubblica a misura di studente, dove la libertà e la
qualità dei saperi e della ricerca sono messi al riparo da logiche aziendalistiche e speculative.
Il miglioramento della qualità dei saperi che vengono trasmessi all’interno dei nostri atenei non può
che passare attraverso un’inversione di rotta delle politiche di finanziamento dell’università
pubblica. I tagli progressivi attuati delle varie leggi finanziarie e di riforma dell’università, hanno
messo in crisi un sistema che già di per se presentava problemi notevoli; le misure introdotte dalla
legge 133 in merito al blocco del turn over, porteranno l’Italia sempre più in basso nella graduatoria
del rapporto docenti-studenti, partendo da una situazione già peggiore rispetto agli altri paesi
europei.
La qualità non si misura solo sulla competenza dei singoli docenti: essa è da ricercare anche negli
stessi procedimenti di insegnamento e apprendimento. Il processo di massificazione dell’università
accompagnato però da un sempre più limitato finanziamento statale, ha fatto si che la lezione
universitaria sia andata tramutandosi in una lezione frontale, di stampo liceale, dove la possibilità di
espressione e apprendimento critico dello studente viene sacrificata a fini di tempistica e copertura
del programma del corso. La scomparsa di seminari e laboratori, che ancora nel vecchio
ordinamento rappresentavano momenti in cui gli studenti imparavano il know how delle diverse
discipline, ha inflitto un duro colpo alla qualità della didattica: in quelle sedi veniva mostrato il
“retroscena” delle elaborazioni scientifiche o tecniche, in modo che gli studenti potessero iniziare a
cimentarsi con la pratica dei rispettivi campi di specializzazione.
Se vogliamo che nelle nostre aule universitarie si possa creare un percorso di apprendimento critico
e innovativo, non è possibile continuare a frequentare lezioni in duecento-trecento persone, con un
solo professore, che si trova costretto ad attenersi a modalità standardizzate di insegnamento; una
situazione che il più delle volte esclude a priori la possibilità di una libera espressione degli
studenti. Il nostro obiettivo è quello di ottenere una trasformazione di questa situazione di
apprendimento acritico e manualistico, attraverso l’adozione di nuove metodologie di insegnamento
che prediligano la forma seminariale e una collaborazione più stretta tra gli studenti, e tra studenti e
docenti. Questi risultati possono essere ottenuti ad esempio attraverso la pratica del lavoro di
gruppo e del progetto collettivo, che favoriscono, oltre all’apprendimento dei contenuti, anche
l’accrescimento delle capacità di collaborazione tra individui, portando a uno sviluppo della persona
e della sua sociabilità, oltre che della cultura individuale.
Bisogna infine incidere sull’aspetto della libertà dello studente nella scelta dei corsi: va garantita
una maggiore flessibilità dei piani di studio individuali, con la garanzia di un offerta formativa
ampia e plurale; deve essere promossa una maggiore mobilità a livello di atenei nazionali con la
possibilità per lo studente di sostenere esami nelle varie università italiane, al fine di favorire una
libera circolazione di persone e idee, ovviamente anche attraverso un potenziamento del sistema di
diritto allo studio.
L’importanza dell’università non si gioca solo sul piano della trasmissione di un bagaglio di
conoscenze puramente teoriche, ma anche nell’ambito del mondo del lavoro e della formazione di
professionalità spendibili in esso. Ad oggi, le forme di stage o tirocini messe in campo dagli atenei
per favorire una maggior compenetrazione fra mondo accademico e mondo del lavoro non hanno, in
gran parte dei casi, raggiunto l’obiettivo prefissato; anzi, molto spesso, si sono trasformate in
occasioni di vero e proprio sfruttamento della manovalanza studentesca. Un miglioramento
qualitativo di questo aspetto della formazione, deve passare attraverso una completa revisione dello
strumento degli stage e tirocini, trasformandolo in una esperienza lavorativa di formazione, e perciò
adeguatamente retribuita, che sia attinente al percorso di studio scelto, e che possa essere strumento
efficace per stimolare capacità pratiche e professionalizzanti. A questo proposito risulta necessario
un maggior controllo e selezione degli enti accreditati per queste tipologie di attività, di modo che si
assicuri un effettivo contesto di formazione e crescita personale dello studente.
Anche quest’anno migliaia di studenti sono impegnati con le prove d’accesso a corsi di laurea
universitari a numero programmato. Per migliaia di giovani da anni i test sono la lotteria che può
cambiare la loro vita: negare l'accesso ai propri sogni o consentire l'accesso a quello che sembra
essere un luogo formativo, ma che invece è sempre più una non-università. Impedire agli studenti di
accedere al corso di studi più vicino alle loro propensioni è ingiusto, non solo perché bloccare
l’accesso all’università viola l’art 34 della Costituzione che enuncia il principio della “libertà di
istruzione”, ma anche perché vengono selezionati mediante domande non attinenti al proprio
percorso scolastico, ma proprio su quelle materie che saranno oggetto degli studi futuri (di cui non
necessariamente son tenuti ad avere conoscenze). E' profondamente incoerente chiedere agli
studenti elevati standard qualitativi per accedere a un luogo della formazione che di qualitativo ha
sempre meno. A ciò si aggiunge il fatto che gli standard qualitativi vengono valutati con domande a
crocetta, sempre più spesso formulate in maniera errata, ed è ancor più vergognoso far pagare una
tassa d’iscrizione al test, quando di questo costo dovrebbero farsene carico le università; tanto più
quando la gestione di questo servizio viene affidata a enti privati, in alcuni casi vere e proprie
organizzazioni criminali, che si sono prodigate con ogni mezzo a fornire a benpensanti e benestanti
genitori le risposte per i propri figli in cambio di migliaia di euro. Bisognerebbe abolire i test
d’accesso e iniziare a pensare che l’unico modo per selezionare gli studenti è la qualità e una
corretta valutazione nel percorso formativo e non a priori.
Il numero chiuso è stato istituito troppo spesso per ovviare a problemi di tipo infrastrutturale, o per
la ristrettezza dei finanziamenti. Troppo spesso, invece di accrescere strutture e docenti si è puntato
sulla riduzione degli studenti. A partire da una radicale critica ai tagli di bilancio all’istruzione
pubblica e nell’ottica di nuovi e più ampi investimenti in questo settore, riteniamo utile che una vera
selezione tra gli studenti avvenga durante il periodo di formazione e non prima di esso, cosi che
possa essere garantito il diritto di tutti all’accesso all’università.
E’ necessaria una nuova politica di assunzione di docenti, nonché di finanaziamento per nuove e
migliori strutture didattiche, per riuscire a garantire standard qualitativi degni di un istruzione a
livello accademico. Tutto ciò discende da una nostra e innovativa idea di università, in cui la
selezione si realizza nella serietà della didattica e con un vera capacità di valutazione, tanto
dell’apprendimento dei saperi, quanto della qualità di questo apprendimento; non su criteri
meramente quantitativi ed economici.
In pratica c’è bisogno di un reale investimento dell’Università Pubblica italiana, un investimento
almeno alla pari degli altri stati europei. La possibilità per gli atenei di confederarsi, deve passare
attraverso una diversificazione dell'offerta formativa negli atenei confederati, che non può
significare specializzazione dei corsi di laurea solo in base alle esigenze lavorative e alle
caratteristiche del territori. I corsi di laurea dovranno essere sempre liberi da ogni logica di mercato
e soprattutto rivolti alla valorizzazione e allo sviluppo della Ricerca all’interno del territorio. In ogni
caso l’eventuale chiusura di corsi deve veder garantita la continuità del percorso di studi e la
massima mobilità degli studenti mediante un sistema nazionale di diritto allo studio.
8.4 - LA VALUTAZIONE DELLA DIDATTICA: RIFLESSIONI E
PROPOSTE
L’ipocrisia relativa a merito e meritocrazia nei discorsi dei “riformatori” dell’università, si
manifesta nella totale inconsistenza dei cosiddetti organi di valutazione nazionale della qualità
(ANVUR), e nel continuo processo di demolizione del diritto allo studio, che invece è uno
strumento necessario per una corretta valutazione del merito individuale, al netto delle condizioni
sociali, economiche e culturali di partenza. Non si deve poi dimenticare che noi studenti, in quanto
persone che vivono l’università sulla propria pelle, siamo i primi soggetti da dover consultare in un
ambito vitale quale quello della valutazione della qualità della didattica nei nostri atenei. La
valutazione della didattica da parte degli studenti è uno strumento di democrazia partecipativa che
riteniamo di fondamentale importanza, per poter ottenere un concreto miglioramento della qualità.
Chi eroga un servizio può pure fare dell’autocritica, ma deve in ogni caso tener conto della
soddisfazione del fruitore del servizio: il giudizio dello studente non può essere ignorato, nel
momento in cui si vanno ad analizzare queste tematiche. Riteniamo fondamentale e necessario che
siano costituite commissioni didattiche paritetiche con potere decisionale, oltre che nei dipartimenti,
anche all’interno dei singoli corsi di studio, vista la contingenza in questa sede di argomenti quali la
valutazione degli insegnamenti e dei professori, nonché la maggior efficacia e tempestività
nell’affrontare tali problematiche in questa sede. Queste commissioni dovranno essere composte da
un ugual numero di docenti e studenti, e si dovranno riunire almeno una volta per quarto (o
bimestre) accademico, per compilare essa stessa
l'assegnazione degli insegnamenti e gli orari delle lezioni. La commissione didattica di corso di
studio si occuperà innanzitutto della discussione degli esiti dei questionari di valutazione in merito
ai singoli insegnamenti. Esiti che dovranno essere consegnati dall’organo competente alle singole
commissioni, in tempo utile per una esaustiva presa di visione degli stessi. Essa proporrà delle
soluzioni ad eventuali problemi emersi, che verranno quindi consegnate agli opportuni organi
deliberanti delle scuole e dei singoli dipartimenti interessati.
Questi saranno tenuti a discutere tali proposte durante le rispettive sedute e a deliberare sulle stesse.
In questo processo è essenziale che i rappresentanti degli studenti vengano coinvolti come parte
attiva nella discussione, nonché vengano loro forniti tutti i dati necessari per un completo
svolgimento delle loro funzioni.
Inoltre è necessario dotare la commissione didattica anche di adeguati ed oggettivi strumenti
esecutivi da poter applicare soprattutto nei casi di perseverante valutazione negativa, quali una
diminuzione scalare dello stipendio del singolo docente in questione o una limitazione di benefici o
prerogative di cui gode. Riteniamo fondamentale dover applicare una sanzione al singolo piuttosto
che all’ateneo, come invece l’attuale legge prevede, mediante una diminuzione di parte del Fondo di
Finanziamento Ordinario. Un processo di valutazione di questo tipo deve essere svolto anche su
scala temporale, per poter monitorare la variazione della qualità nel corso degli anni e permettere di
verificare l’efficacia delle misure di perfezionamento delle metodologie di insegnamento.
L’università pubblica deve essere intesa tanto come luogo di ricerca, quanto come luogo di
trasmissione del sapere. Solo con un concreto investimento ed un serio monitoraggio della qualità
della didattica possiamo garantire una formazione adeguata per la nostra generazione e per quelle a
venire.
Nell'AltraRiforma proponiamo:
1. Per accrescere la qualità della didattica, scongiurare la proliferazione del numero chiuso è
necessario intervenire sul rapporto docenti/studenti. E' pertanto necessario abolire il blocco del turn
over. 2. Abolizione dei requisiti minimi necessari: risolvere il problema della proliferazione dei
corsi di laurea è possibile solo mediante una valutazione qualitativa e non quantitativa. In ogni caso
la eventuale chiusura corsi deve veder garantita la continuità del percorso di studi e la massima
mobilità mediante un sistema nazionale di diritto allo studio.
3. Le commissioni didattiche paritetiche devono avere un ruolo fondamentale in materia di didattica
per gli organi cui afferiscono. Debbono essere presenti almeno in ogni corso di laurea (o
raggruppamento di corsi di laurea affini, o dipartimento) per discutere in particolare
dell'organizzazione del programma di studi; inoltre, debbono esistere commissioni didattiche
paritetiche (o quantomeno coordinamenti delle strutture di cui al corso di laurea) per ogni struttura
di raccordo, per trattare gli aspetti organizzativi e formali della didattica (quali ad esempio il
calendario accademico). In particolare, gli organi corrispondenti devono chiedere un parere
obbligatorio in quanto all’attivazione o soppressione di corsi di studio e ai criteri di valutazione di
didattica e servizi agli studenti; inoltre, sono obbligati a discutere le proposte delle commissioni in
merito a qualsiasi variazione dell’offerta formativa.
4. La scelta del corso di laurea deve essere sostenuta da un sistema di orientamento universitario
realizzato in maniera coordinata con le scuole, in particolare con le scuole dei territori, a partire
dalla trasparenza nella presentazione del corso di studi. 5. È necessario superare l'attuale impianto
dell'organizzazione dei corsi a partire da corsi impostati su macroaree divise in esami fondamentali,
caratterizzanti, e a scelta in modo da consentire il più alto livello di autogestione del proprio
percorso formativo superando definitivamente il sistema dei crediti che impedisce mobilità dentro i
corsi e tra i corsi.
6. Impostare la didattica con metodi di tipo seminariale, che favorirscano la cooperazione tra
studenti e le presentazioni in pubblico. 7. Istituire uno statuto dei diritti degli studenti che svolgono
stage e tirocini che garantisca
l'attinenza del tirocinio con il percorso di studi, che definisca modalità stringenti per
l'accreditamento degli enti accreditati, affidando tale compito alla commissione didattica paritetica.
Lo statuto deve sancire il divieto di usare stagisti per la sostituzione nelle mansioni di coloro che
lavorano presso l'ente accreditato, limitandosi all'affiancamento finalizzato alla formazione; deve
essere garantito un rimborso spese. L'ente che non rispetta il progetto formativo perde la possibilità
di accreditarsi presso tutte le università italiane.
8.5 PER UN'UNIVERSITA PUBBLICA E FINANZIATA DALLO
STATO
Il movimento dell'onda si basava sul radicale rifiuto della legge 133 che tagliava i finanziamenti
all'università di 1,5 miliardi in 5 anni, si creò contro quella legge uno dei movimenti di massa più
grandi degli ultimi anni. L'università italiana è riuscita a sopravvivere a quei tagli, alzando le tasse
studentesche in quasi tutti gli atenei, riducendo i servizi e gli investimenti in ricerca. Il 2009 ha
visto poi palesarsi le intenzioni del governo con la prima proposta di legge Gelmini si capiva come
ci fosse una generale strategia dietro ai tagli ministeriali: limitare il finanziamento pubblico
all'università per aprire ai privati la gestione delle università. Si tagliavano i fondi e si obbligavano
le università ad inserire degli esterni nei Cda, esterni che sarebbero stati i futuri finanziatori delle
università, probabilmente enti o fondazioni private. Lo stato disinvestiva nella formazione,
lasciando il campo libero al privato, questo si inseriva in una strategia precisa portata avanti dal
governo per limitare l'investimento pubblico e attaccare il funzionamento dell'ente pubblico così
come della pubblica amministrazione partendo dalla convinzione che privato fosse sinonimo di
qualità ed efficienza.
Questo modello di distruzione del sistema pubblico italiano non può che essere rifiutato, qualsiasi
riforma del sistema universitario che si presenti migliorativa non può essere fatta senza
investimenti, risulta necessario invertire una tendenza che mira a ridurre l'investimento statale, per
questo abbiamo richiesto nel 2008 l'abolizione dei tagli della legge 133 come richiediamo oggi un
piano straordinario di investimenti che porti in tre anni l'investimento in formazione, università e
ricerca al 5,7% del PIL (costo: 18 miliardi di euro, in media, all'anno) e in particolare il
finanziamento di università e ricerca da 8 672 a 12907 dollari per studente (media Ocse).
La formazione deve essere libera e per questo finanziata dallo stato e non da qualche privato o
politico di turno, dobbiamo pensare ad un sistema che viva sul finanziamento stabile dello stato e
non su costanti integrazioni e misure straordinarie, come avviene ogni anno per l'università
dall'approvazione della legge 133.
La conoscenza è ciò che permette la crescita sociale di un individuo per questo, in particolare in un
momento di crisi economica, è fondamentale investire in questo settore e uscire dalla retorica che
vede la formazione come uno spreco su cui tagliare. Bisogna immaginarsi un finanziamento
universitario non dipendente dai privati, dalle regioni o dai contributi studenteschi, che appunto per
questo non possono coprire il mancato investimento statale. Tutto questo non è solo un'utopia, ma si
può realizzare con delle precise scelte politiche di investimento in questo settore, come sottolineato
anche da Sbilanciamo recuperando risorse per l'università cambiando politiche economiche,
portando ad esempio l'imposta sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 20% potenziando la lotta
all'evasione fiscale.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che vogliamo un'università ricca, per usare una provocazione
dovremmo affermare che vogliamo un'università con più risorse di quelle apparentemente
necessarie, perché la ricerca è possibilità di sbagliare, provare e riprovare, ma che usi le risorse in
maniera oculata e limpida, e a chi ci accusa di voler sprecare risorse affermare che vogliamo lo
“spreco controllato e trasparente delle risorse”.
L'investimento su università e ricerca deve essere percepito dai cittadini e dai nostri govenanti come
un contributo allo sviluppo sociale e civile della nazione.
Finanziamento universitario tra pubblico e privato: Finanziamento e autonomia
Il finanziamento ordinario del sistema di Alta Formazione deve essere compito irrinunciabile delle
istituzioni pubbliche. Deve essere lo Stato -e le sue articolazioni locali- a garantire, attraverso un
adeguato finanziamento, l'imprescindibile indipendenza economica e quindi decisionale del sistema
universitario.
I finanziamenti privati che già sono presenti nei nostri atenei, per quanto riguarda in particolare i
finanziamenti ai progetti di ricerca, sono accettabili solo nella misura in cui risultano accessori e
non sostituti del contributo pubblico. Il finanziamento privato non deve, perciò, diventare un mezzo
tramite il quale lo Stato può esimersi dall'assolvimento di uno dei suoi compiti fondamentali. Per
questi motivi il finanziamento di enti non pubblici, deve essere accessorio e non necessario al
mantenimento ordinario delle università.
In ogni caso nessuno potrà sedere nei consigli di amministrazione delle università in virtù del
proprio contributo economico. Il potere decisionale deve rimanere nelle mani della comunità, che
meglio conosce le problematiche del proprio Ateneo e che ha più interesse a sanarle.
Bisogna però prevedere dei meccanismi di controllo dei bilanci degli atenei, anche in deroga
all'autonomia, per impedire operazioni potenzialmente pericolose per la stabilità economica di un
ateneo come è accaduto negli anni passati. Questo fenomo che ha portato alcuni atenei sull'orlo del
fallimento e oggi nelle mani di banche e privati locali che si sono impegnati a ricoprire buchi di
bilancio enormi va assolutamente evitato in futuro.
Distribuzione dei fondi e quota premiale
Proprio in ragione di ciò, il ministero non deve distribuire agli atenei fondi vincolati a determinati
obiettivi: quello dei fondi vincolati è un sistema che incrementa lo spreco e che spesso porta le
comunità a rivedere le proprie priorità pur di ricevere un finanziamento che spesso finisce per
andare sprecato.
Il funzionamento degli atenei non può dipendere da enti o soggetti privati, le università devono
essere indipendenti dall'esterno e gestite da tutta la comunità accademica, anche per quanto riguarda
gli aspetti finanziari, fatto salvo il controllo esercitato dallo stato.
Le università devono avere un forte legame con il territorio che non può però significare una
dipendenza dai fondi di finanziamento regionali. Le regioni possono investire nel sistema
universitario e in particolare sul diritto allo studio e sui servizi alla popolazione universitaria come
per lo sviluppo di corsi di laurea fortemente legati al territorio ma non si può sostituire al
finanziamento nazionale un finanziamento regionale. Ad oggi molte regioni stanno siglando patti o
accordi di programma con i ministeri delle finanze e dell'istruzione, e le università presenti nel
territorio regionale che mirano alla cosidetta regionalizzazione delle università.
Un processo che rischia di portare nei prossimi anni, come sta già avvenendo, il ministero ad
investire sempre meno sulla formazione e a girare i fondi alle regioni che li investono nelle
università sulla base di specifici accordi politico-economici.
Da una parte lo stato investe meno, riducendo il trasferimento dei fondi nazionali su base storica e
dall'altro crea specifici accordi, ad oggi tutti con regioni governate dal centro-destra, che mirano
sempre di più a limitare il potere degli atenei e a far dipendendere il finanziamento alle università in
base ad accordi determinati dalle esigenze politiche specifiche delle amministrazioni regionali.
Nella distribuzione dei fondi alle università la quota premiale va ripensata,. Essa, infatti, non deve
essere un sistema per affossare atenei di piccole dimensioni o altri già di per sé stessi in condizione
di difficoltà a causa di una mala gestione passata . Un simile sistema spesso non rappresenterebbe
una punizione per gli autori di tale gestione, ma solo per gli studenti che si vedrebbero chiudere
corsi ed opportunità di studio. Per questo riteniamo che la quota premiale debba rappresentare al
massimo un extra rispetto ai fondi necessari alla vita ordinaria dell’università. Tale bonus deve
essere attribuito agli atenei che hanno già dimostrato di aver ben gestito quanto ricevuto negli anni
passati, ma non può essere utilizzato come sistema punitivo nei confonti di altri atenei.
Il finanziamento studentesco: Tasse e contributi; merito ed opportunità
La contribuzione studentesca non deve essere confusa con una tassa, gli studenti infatti
contribuiscono al funzionamento dell'università nella misura in cui il loro contributo non sia
essenziale all'adempimento delle funzione primarie del sistema università.
Immaginare oggi un sistema universitario senza contribuzione studentesca è assolutamente
irrealistico, questa però non può sostituire il finanziamento statale , come sta avvenendo negli ultimi
anni a seguito dei tagli ministeriali (legge 133) che hanno portato ad un aumento della
contribuzione studentesca in molti atenei. Dobbiamo però tendere ad una progressiva eliminazione
dei contributi versati degli studenti, come avviene in altri paesi europei, questo però non può
dipendere dalle università, ma deve essere frutto di politiche di investimento statale sulla
formazione e di un radicale cambiamento del sistema fiscale.
Tuttavia riteniamo che la contribuzione studentesca debba essere quanto più possibile equa e
improntata a criteri di progressività: chi più ha più deve contribuire (come stabilito anche dalla
nostra carta costituzionale). Per il raggiungimento di tale scopo proponiamo la rimodulazione delle
fasce sulla base di criteri di maggiore equità e progressività, con l'obiettivo minimo di rendere
omogeneo il prelievo sugli studenti e le loro famiglie, creando sistemi di tassazione a fasce ampie o
con l'utilizzo di coefficenti specifici che incidano in misura minore sulle fasce di reddito più basse e
in misura maggiore su quelle più alte.
L'aumento del numero di fasce di tassazione, tra la prima e l'ultima, permette di inquadrare in
maniera più precisa la situazione di reddito dello studente, determinando in maniera più equa il suo
contributo. Il contributo versato degli studenti deve essere condizionato, oltre che dalla situazione
economica che resta imprescindibile, anche dai seguenti fattori:
Situazione familiare: Riteniamo giusto ridurre i contributi per le famiglie che hanno più figli iscritti
contemporaneamente a corsi di laurea e master. Ciò anche qualora i figli siano iscritti ad università
diverse, questo per non incidere sulle scelte universitarie di chi si immatricola successivamente.
Studenti lavoratori, studentesse madri, casi difficili: Tutti gli studenti che per oggettive ragioni
personali, non possono essere considerati "studenti a tempo pieno" devono avere diritto ad un
regime di tassazione diverso, pari al 50-75% della quota che lo studente pagherebbe se fosse iscritto
a tempo pieno, che tenga conto della loro situazione e che ammortizzi le loro difficoltà. Riteniamo
necessario normare tale disciplina a livello nazionale per garantire una certa omogeneità di
trattamento. Riteniamo inoltre che in nessun caso la condizione di studente lavoratore o part-time
debba comportare discriminazioni riguarda alla didattica: lo studente part-time, nel caso superi la
soglia di crediti prevista, deve poter passare allo status di studente a tempo pieno, integrando
ovviamente la conseguente contribuzione.
La contribuzione studentesca deve essere diversificata solo in base alle condizione economiche
degli studenti e non rispetto alla loro iscrizione a facoltà diverse, così come gli atenei devono
costituire un un fondo specifico integrativo che possa contribuire alla copertura delle tasse
universitarie di quelle famiglie che vedono ridursi le proprie entrate da un anno all'altro in misura
sostanziale.
Inoltre devono essere eliminate tutte le tipologie di tassazione per partecipazione a concorsi, borse o
test di ingresso in università (es. tasse per accesso a concorsi di dottorato), nonché le tasse di
immatricolazione a qualsiasi tipo di corso di laurea, così come non si possono pensare sanzioni per
gli studenti fuori corso.
Dobbiamo richiedere il rispetto della soglia del 20% come quota di bilancio coperta dalla
contribuzione studentesca in rapporto al FFO reale, evitando che gli atenei strumentalmente la
ignorino e utilizzino i contributi studenteschi per coprire tagli o buchi di bilancio, l'eventuale extragettito deve poi essere vincolato ai servizi agli studenti.
La contribuzione studentesca deve subire un radicale ripensamento e non possiamo far pesare agli
studenti una diminuzione dei finanziamenti statali. Dobbiamo in tutti i nostri atenei praticare l'altrariforma e ridiscutere i sistemi di tassazione provando a creare dei sistemi più equi e delle maggiori
tutele per gli studenti in difficoltà.
Nell'AltraRiforma proponiamo:
1. Abrogazione dei tagli previsti dalla L.133/08. 2. Piano straordinario di investimenti che porti in tre anni
l'investimento in formazione, università e ricerca al 5,7% del PIL (costo: 18 miliardi di euro, in media, all'anno) e in
particolare il finanziamento di università e ricerca da 8 672 a 12 907 dollari per studente (media Ocse).* Ripartizione
equa dell'FFO sulla base dei costi effettivi. Integrazione automatica dell'FFO in base all'inflazione e agli scatti
stipendiali. 3. La quota di finanziamento alle università derivane dal FFO deve essere comunicata ad inizio anno e i
fondi devono essere trasferiti dal Ministero agli atenei senza ripartirli in più mensilità. Questo per permettere agli atenei
di sviluppare una seria programmazione annuale delle spese e non chiudere l'anno di bilancio senza essere a conoscenza
dell'esatta entità del trasferimento di fondi ministeriali. 4. Controllo dei bilanci degli atenei per evitare il dissesto
finanziario. No alla ripartizione di quote di FFO su base di criteri premiali e punitivi, il cui unico risultato è aggravare le
situazioni di deficit. Monitoraggio efficace da parte del governo e interventi mirati anche in deroga all'autonomia per
impedire operazioni potenzialmente pericolose per la stabilità economica di un ateneo. 5. No alla penalizzazione
economica degli atenei per criteri quali il numero di studenti che si inseriscono nel mercato del lavoro e per il numero di
fuoricorso. 6. Basandoci sul lavoro svolto in collaborazione con Sbilanciamoci recupero dei finanziamenti per le
università e la ricerca in Italia per raggiungere parametri europei ed eliminare l'effetto dei tagli Ministeriali tramite
tassazione delle rendite finanziarie (Facendo riferimento alle stime prodotte da Sbilanciamoci portare l'imposta sui conti
dal 12,5% al 20% porterebbe, in riferimento ai dati del 2004, un gettito di 3 Mld di € .) e la lotta all'evasione fiscale.
Per quanto concerne la contribuzione nell'AltraRiforma proponiamo:
1. Rispetto della soglia del 20% come quota di bilancio coperta dalla contribuzione studentesca in rapporto al FFO
reale. Restituzione agli studenti dei fondi prelevati in eccesso dagli atenei che negli ultimi anni hanno sforato questo
limite tramite servizi agli studenti. Imposizione di sanzioni agli atenei che hanno sforato nell'ultimo anno la soglia del
20%.
2. L'eventuale extra-gettito della contribuzione studentesca derivante dallo sforamento del limite del 20% in rapporto al
FFO deve essere vincolato ai reali servizi agli studenti, identificati dall'università in accordo con la componente
studentesca (si ritengono ad esempio prioritari gli investimenti nelle biblioteche o per le borse di studio rispetto al
finanziamento alle attività sportive) In nessun caso gli introiti della contribuzione studentesca devono essere utilizzati
per supplire a carenze di investimento statale.
3. Riforma del sistema di tassazione studentesca tramite la rimodulazione delle fasce sulla base di criteri di maggiore
equità e progressività, con l'obiettivo minimo di rendere omogeneo il prelievo sugli studenti e le loro famiglie, creando
sistemi di tassazione a fasce ampie o con l'utilizzo di coefficenti specifici che incidano in misura minore sulle fasce di
reddito più basse e in misura maggiore su quelle più alte.
4. Eliminare tutte le tipologie di tassazione per partecipazione a concorsi, borse o test di ingresso in università (es. tasse
per accesso a concorsi di dottorato), nonché le tasse di immatricolazione a qualsiasi tipo di corso di laurea. 5. Un
aumento delle lotta all'evasione ed elusione fiscale, aumentando i controlli sulle dichiarazioni ISEE e arrivando a
esaminare la totalità delle dichiarazioni. Firmare ove non esistano convenzioni tra l'univeristà e la guardia di finanza,
perché chi evade le tasse ruba la borsa di studio a un altro studente.
6. Eliminare le sanzioni nei confronti degli studenti fuori corso, che non devono subire degli aumenti della
contribuzione studentesca in seguito alla loro mancata laurea nei termini previsti dalla durata legale del loro corso di
studio. Inoltre deve essere eliminato qualsiasi tipo di sconto sulla contribuzione studentesca legato a criteri
meritocratici. Il merito si incentiva con maggiori opportunità, non lucrando sulla pelle di chi resta un po' indietro con gli
studi, gli studenti meritevoli possono essere premiati in altre forme e con maggiori opportunità di accesso a corsi
specifici, stage
all'estero... 7. Riduzione dei contributi studenteschi per le famiglie con più di un figlio contemporaneamente iscritto
all'università, calcolata sulla base del numero dei figli e delle condizioni economiche della famiglia. 8. Evitare che un
solo istituto bancario abbia il monopolio dei pagamenti dei contributi degli studenti tramite accordi con le università,
anche grazie all'introduzione di nuovi strumenti di pagamento, come il bollettino MAV già utilizzato da alcuni enti
pubblici, che permettono agli studenti di un'università di poter scegliere in che istituto bancario pagare le tasse,
eliminando i monopoli e quindi almeno in parte il potere di singole banche su alcuni atenei. 9. Uno specifico sistema di
contribuzione per gli studenti a tempo parziale, che sia basato sulla riduzione di una quota percentuale fissa (tra il 25 e il
50%) del contributo che lo studente pagherebbe a parità di condizione economica se fosse iscritto a tempo pieno. 10. La
contribuzione studentesca deve essere diversificata solo in base alle condizione economiche degli studenti e non rispetto
alla loro iscrizione a facoltà diverse. Gli studenti di un ateneo devono poter scegliere i corsi a cui iscriversi sulla base
delle loro volontà e dei loro interessi non devono essere quindi previste contribuzioni differenziate tra corsi di laurea
come spesso accade tra facoltà umanistiche e scientifiche di uno stesso ateneo. 11. Specifiche misure anti-crisi e di
sostegno alle famiglie in difficoltà che vedono modificarsi della propria condizione economica in misura rilevante
rispetto all'anno precedente su cui si basa la dichiarazione ISEE. Richiediamo l'istituzione in ogni ateneo di un fondo
specifico integrativo che possa contribuire alla copertura delle tasse universitarie di quelle famiglie che vedono ridursi
le proprie entrate da un anno all'altro in misura sostanziale.
9. LE NUOVE POLITICHE DI AUSTERITY EUROPEE
Siamo ancora molto distanti da un'Europa dei popoli in grado di ampliare gli spazi di democrazia
oltre i confini nazionali e costruire legami di solidarietà tra le popolazioni europee nell'ottica
dell'estensione dei diritti e delle protezioni sociali. Del resto, il percorso di integrazione europea
realizzato negli ultimi decenni rappresenta, pur tra le mille complessità e contraddizioni, un
evidente tradimento dei principi del federalismo democratico che, secondo i suoi cantori, lo
ispirerebbero. Quello che speravamo sarebbe dovuto essere un grande spazio di costruzione di una
cittadinanza solidale si è rivelato una scorciatoia utilizzata per aggirare i meccanismi della
democrazia rappresentativa e del dibattito pubblico. Ciò che doveva essere in grado di abbattere le
barriere del nazionalismo e di rimarginare le ferite delle due guerre mondiali si è ridotto oggi, alla
prova dei fatti, a un semplice dispositivo di implementazione delle politiche neoliberiste
determinate dai grandi poteri oligarchici, industriali e finanziari sovranazionali.
Molto spesso, l'Europa ha costituito per i politici nazionali un mezzo di elusione dei dibattiti
pubblici negli stati nazionali. Il livello decisionale europeo rappresenta un modo per i governi di
assumere scelte impopolari in maniera impermeabile al dibattito democratico, per poi poterle
riportare nei reciprochi paesi come imposizioni dell'Ue.
Questa volta, come altre volte, i paesi europei hanno reagito alla crisi con un attacco generalizzato
al welfare. Tagli e riduzioni, lacrime e sangue, sacrifici e restrizioni, ecco in estrema sintesi la
ricetta dell'Europa per l'uscita dalla crisi economica mondiale del 2008. In una parola: austerity. Il
quadro è quantomai preoccupante, proprio perché nessuno degli esecutivi a capo dei paesi del
vecchio continente si è discostato da quello che ai più competenti economisti mondiali sembra un
salto deciso e convinto verso la recessione finale che porterà ad un peggioramento nettissimo delle
condizioni di vita della popolazione. Di quale parte della popolazione stiamo parlando?
Ovviamente di quella che più di tutte le altre ed in prima battuta si è trovata esposta agli effetti
devastanti della cosidetta ”finanza creativa”, quella priva di qualsiasi garanzia sociale, caratterizzata
da un'unica certezza: la mannaia del debito pubblico che pende pericolosamente sulla sua testa. In
ordine di problematicità, Stati quali Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna, Repubblica Ceca e
Francia hanno paradossalmente deciso di uscire dalla crisi del capitalismo proponendo un'ulteriore
accelerata in senso neoliberista, ridimensionando ulteriormente il ruolo dello Stato nella politica
economica, ormai alla mercé dei più feroci speculatori internazionali (gli stessi che nel '92
attentarono alla vita della lira) e delle agenzie di rating (vedi: Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s),
veri e propri strumenti di manipolazione delle Borse. Nello specifico il menù suggerito, o imposto,
dal F.M.I., come nel caso greco, è sempre il solito: la spesa pubblica, e quindi la garanzia di
investimenti per la collettività, viene abbattuta. La maggior parte dei governi a partire da quello
inglese di David Cameron, provvede all'innalzamento dell'età pensionabile regalando altri anni di
schiavitù per uomini e donne. L'assurdo si raggiunge svelando che le generazioni successive un
pensione non l'avranno proprio. Il sistema della previdenza sociale è molto colpito: aiuti alle
famiglie, contributi per i nuovi nati e sussidi per la disoccupazione vengono falciati con facilità
immensa, per non parlare di stipendi e salari, sia nell'ambito del lavoro pubblico che in quello
privato, già gravati dall'assurdità di un costo della vita in continuo aumento. Il Fondo Monetario
Internazionale, istituzione caratterizzata dalla palese e tacitamente accettata assenza di democrazia,
utilizza lo spauracchio del “default” per indurre gli stati ad accettare forme più o meno spinte di
privatizzazione delle risorse o degli enti che si occupano di servizi quali trasporti, scommesse,
sistemi idrici, energetici, gestione delle infrastrutture e settore agroalimentare. La politica
economica impostata dall'Europa è, quindi, a dir poco suicida: operazioni come quelle che i vari
stati stanno compiendo, nel tentativo di riequilibrare dei bilanci in rosso dai mastodontici debiti
pubblici, non porteranno che ad una ancor più decisa diminuzione dei redditi e quindi della
domanda determinata dal sempre minore potere d'acquisto di interi pezzi della società ed infine a un
crollo delle entrate fiscali.
La gestione di questa fase rappresenta la prova più lampante della crisi della stessa governance
europea: pur convergendo nell'impostazione neoliberista e monetarista da imporre agli stati a rischio
di default (Grecia, Irlanda, Portogallo), i governi europei tendono a seguire strade sempre più
divergenti nelle scelte strategiche, o, meglio, a seguire una stessa strada, che però prevede la
competizione con i vicini sia per quanto riguardo l'approvvigionamento energetico sia per quanto
riguarda la politica industriale.
Dumping sociale e salariale da un lato, concorrenza nella costruzione di grandi poli industrialifinanziari dall'altro: questi sembrano essere gli assi della politica economica dei governi europei.
Politiche che vanno in controtendenza con gli stessi documenti che l'Ue periodicamente produce. Il
recente documento “Europa 2020 - Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e
inclusive”, infatti, prova a delineare una strategia di uscita dalla crisi definendo tre priorità: crescita
intelligente: sviluppare un'economia basata sulla conoscenza e sull'innovazione; crescita sostenibile:
promuovere un'economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva;
crescita inclusiva: promuovere un'economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la
coesione sociale e territoriale. È una strategia che si viene delineando con luci ed ombre e rispetto
alla quale occorre mantenere alta la guardia. Se da una parte, infatti, i propositi possono perlopiù
apparire condivisibili (si punta, ad esempio, alla riduzione del tasso di abbandono scolastico fino al
10% e al raggiungimento della soglia del 40% di laureati tra i giovani; è previsto il potenziamento
della mobilità giovanile tramite l'iniziativa faro Youth on the Move), permane ancora un'ottica di
visione dei saperi e della cultura sempre più subordinata alla sola prospettiva della crescita
economica (così come già avveniva nella strategia di Lisbona sulla scuola). Inoltre, le politiche di
austerity colpiscono anche e soprattutto i settori su cui la stessa Ue dice di voler investire: scuola,
università e ricerca sono infatti tra i principali bersagli di questa guerra che è innanzitutto culturale,
tesa a dipingere le forme di protezione sociale come rendite parassitarie e lussi insostenibili accusati
di essere nocivi per la tenuta dei bilanci pubblici. I vincoli di bilancio rigorosi imposti dalla UE con
le politiche di “austerity”, non tengono conto dei problemi dei giovani, dei disoccupati, dei precari e
di tutte quelle fasce di popolazione più deboli e incidono pesantemente sui già deboli sistemi di
welfare.
Sul fronte dell'università, a partire dal 1999, tra buoni intenti e torsioni aziendaliste si è realizzato in
questi 12 anni il processo di Bologna, alla base di aziendalizzazioni e della dequalificazione della
formazione, portando in Italia all'introduzione del nefasto 3+2. A più di 12 anni dall'inizio del
“Processo di Bologna” sembra avvicinarsi la sentenza.
È in corso infatti, una iniziativa della Commissione Europea denominata “Modernizing University”.
Si tratta ancora di una scatola vuota che si prefigge l'obiettivo di integrare ulteriormente l'università
con il mondo produttivo, piegandolo all'esigenze delle imprese. Sono in fase di preparazione i
documenti della Commissione Europea, che dovremo attentamente esaminare.
Insomma: l'Unione Europea continua a produrre documenti keynesiani a cui seguono politiche
neoliberiste, a proporre agende comuni che prevedono un aumento della competizione interna, a
lanciare grandi consultazioni che non diminuiscono di un centimetro il deficit democratico. Queste
ambiguità producono una cortina fumogena che confonde le promesse con i fatti e inquina il
dibattito pubblico, alimentando l'idea ingenua e superficiale del berlusconismo come eccezione
italiana in un'Europa progressista e democratica. Come in campo politico e istituzionale, anche in
campo sociale ed economico, le politiche di Berlusconi e Tremonti non sono invece altro che la
trasposizione becera e clientelare di tendenze ben più generali, che coinvolgono a livello europeo i
partiti popolari come quelli socialdemocratici.
L'unico modo per svelare queste ipocrisie è accelerare nettamente sul piano della costruzione
dell'Europa sociale dal basso: costruire un ampio fronte europeo di mobilitazione, in grado di
connettere gli straordinari movimenti a cui in questi mesi hanno dato vita studenti e lavoratori in
Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, Grecia e in molti altri paesi e di rilanciare sul piano
della protesta e della proposta. In questo senso è nostro compito promuovere ovunque possibile
momenti di dialogo e confronto tra i movimenti del continente, sia nel campo studentesco sia in
quello del lavoro e del welfare.
In particolare, per quanto riguarda il campo studentesco, LINK-Coordinamento Universitario si
deve far carico della costruzione di relazioni con altri soggetti studenteschi europei, all'interno e
all'esterno dell'ESU, nei cui confronti rinnoviamo la nostra richiesta di adesione.
10 – LAVORO E PRECARIETÀ IN ITALIA, DALLA FINE DEL
CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE AD UN NUOVO
WELFARE
10.1 - LA GUERRA DI CLASSE DALL’ALTO E LA TRANSIZIONE
AL NEOLIBERISMO.
La forma neoliberista del capitalismo è andata imponendosi a partire dalla metà degli anni Settanta,
dopo la crisi petrolifera del 1973 e con la fine degli effetti del compromesso keynesiano: i salari
andavano ad incidere direttamente sui profitti, sfiorando i livelli di sostenibilità massima. Bisogna
guardare all’ascesa dell’ideologia neoliberista come una risposta del capitale a quella che negli anni
Settanta fu definita “crisi di governabilità”: il modello fordista-keynesiano aveva agevolato, in
qualche modo, una forte organizzazione dei lavoratori per via del gigantismo delle fabbriche (cosa
che contribuì all'approvazione nel 1970 in Italia dello Statuto dei lavoratori) e delle politiche di
welfare. Per vincere la crisi strutturale che stava attraversando l’economia, in un contesto del
genere, risultava urgente sostituire il grande regolatore, lo Stato, con un altro regolatore più
invisibile e anonimo e quindi meno attaccabile: il mercato “le cui leggi impersonali si imporrebbero
a tutti per forza di cose come leggi di natura” (A. Gorz)
Un fenomeno simile avvenne rispetto all'organizzazione del modello produttivo. La grande fabbrica
risultava essere il luogo privilegiato dell'esplosione conflittuale: la rigidità, la gerarchizzazione, il
preciso coordinamento delle attività ed un sistema di disciplinamento così visibile unito al
gigantismo della fabbrica rendevano la stessa molto vulnerabile. L'organizzazione capitalistica
cambiava pelle, la parola d'ordine era: deregolamentare. La deregolamentazione divenne la
caratteristica principale dell'agire dello Stato e dell'impresa. Se il modello fordista-keynesiano
aveva visto, fino a quel momento, una presenza forte dello Stato per quanto concerne la
programmazione economica e la tutela previdenziale, con l'esaurimento di quel modello “occorreva
che il capitale si sganciasse dalla sua dipendenza dallo Stato e allentasse gli obblighi sociali;
occorreva che lo Stato si mettesse al servizio della competitività delle imprese accettando la
supremazia delle leggi del mercato”. Fino a quel momento, infatti, lo Stato, sposando il modello
keynesiano, stimolava l'espansione della produzione e della domanda con misure fiscali e monetarie
e ridistribuiva una parte crescente della ricchezza prodotta. Questo sistema andò in crisi durante i
primi anni '70 quando i mercati erano saturi e non giustificavano ulteriori grandi investimenti. In un
contesto simile risultò più utile alle imprese, per allargare o conservare le loro rispettive fette di
mercato, sostituire il modello rigido e dirigista keynesiano fordista con la più grande mobilità e
flessibilità possibili.
Mobilità di capitali e di investimenti: perché l'unica possibilità per le imprese di accrescere i profitti
dipendeva dall'aumento delle sue esportazioni. Tutto ciò esigeva la liberalizzazione degli scambi e,
soprattutto, dei capitali. Il processo di ricomposizione del dominio capitalistico avrà le sue solide
basi in un uso sistematico del potere statale ammantato dal velo ideologico del non-interventismo.
In questo nuovo paradigma il ruolo degli Stati diviene quello di trasferire alle istituzioni finanziarie
globalizzate la capacità di influenzare e controllare i livelli e la composizione di investimenti,
produzione e occupazione. La finanziarizzazione impone specifiche forme di disciplina ad agenti
sociali chiave: agli Stati di restringere il più possibile spesa pubblica e welfare, alle Banche Centrali
di attuare politiche monetarie restrittive allo scopo di tenere a bada l’inflazione, al capitale
industriale di spingersi sempre più verso la competizione globale, al capitale finanziario di
rispondere alle spinte competitive di integrazione internazionale regolate dalle istituzioni di
governance quali la World Bank, l’Fmi e il WTO. C’è da sottolineare, però, che la forma più
stringente di disciplina – secondo questo modello - debba essere incessantemente imposta ai
lavoratori di tutto il mondo in quella che si profila come una prolungata e sistematica lotta di classe
dall’alto. Nel complesso è stata messa in campo una strategia atta a diminuire gli spazi di resistenza
al neoliberismo. In Italia questa strategia ha portato l'erosione dei sistemi di welfare e il
peggioramento delle condizioni lavorative, l'abbassamento dei salari e l'emergere del lavoro
precario. La competizione globale tra le aziende si gioca sul terreno dei costi. Ciò significa due
cose: far produrre ai lavoratori più valore per unità di tempo (peggioramento dell’attività lavorativa)
o delocalizzazione degli investimenti in aree geografiche in cui vi è più sfruttamento dei lavoratori,
i salari sono bassi e non esistono tutele. L’impatto sul lavoro è atroce: le aree caratterizzate su salari
relativamente alti e con sindacati dei lavoratori forti sono destinate a soccombere; per non perdere
occupazione, l’aumento della produttività diventa ovunque un imperativo. Tutto ciò, inoltre, è
destinato ad accompagnarsi con l’aumento della disoccupazione.
10.2 – L'ATTACCO AI DIRITTI DEI LAVORATORI IN ITALIA: DAL
NUOVO MODELLO CONTRATTUALE
A POMIGLIANO E MIRAFIORI
Ci troviamo oggi a dover affrontare un cambiamento del sistema delle relazioni industriali derivato
dal contrasto tra lo scenario che va delineandosi e l’ispirazione originaria del diritto del lavoro. Gli
orientamenti di una parte della classe imprenditoriale legata alla grande produzione industriale
puntano a mettere in discussione alcune delle conquiste fondamentali della classe lavoratrice,
imprimendo un’accelerazione al processo di decentramento della contrattazione e andando ad
amplificare il livello aziendale rispetto ad un contratto collettivo nazionale sempre più depotenziato.
Tale atteggiamento è giustificato dalla ricerca della massimizzazione della produttività che
comporta, alle condizioni economiche e sociali attuali, un quasi inevitabile attacco ai diritti dei
lavoratori. Questa logica è pienamente recepita dell'accordo quadro per la riforma degli assetti
contrattuali firmato il 22 gennaio 2009 da governo, Confindustra, Cisl, Uil e Ugl. L’impianto
dell’accordo quadro separato cancella il modello contrattuale universale: infatti il CCNL si riduce
ad essere solo un luogo di applicazione delle decisioni assunte nelle intese o nei comitati
interconfederali. Il primo dato grave da sottolineare è quello di aver sancito un’intesa non unitaria,
con la volontà di isolare una parte fondamentale del movimento sindacale – la Cgil – e di avere, di
fatto, abbassato le tutele di tutti i lavoratori. In più, con questo accordo si va ad intaccare il mezzo di
contrattazione più efficace nelle mani dei lavoratori: viene sancito che nel secondo livello dei
servizi pubblici locali sono solo i sindacati rappresentativi della maggioranza dei lavoratori che
possono proclamare scioperi. L’Accordo Quadro separato esplicita la possibilità per il secondo
livello di agire in deroga rispetto al contratto collettivo nazionale: si apre la strada alla possibilità
che il secondo livello di contrattazione si sostituisca al primo. Emerge quindi la volontà di
indebolire il contratto nazionale oltre che la possibilità che a livello di impresa prendano forma
fenomeni di dumping, ovvero di competizione al ribasso che nuocerebbe ai lavoratori. L’accordo
quadro riduce fortemente il potere contrattuale dei lavoratori rispetto ai salari perché prefigura –
indebolendo il ruolo dei sindacati – l’individualizzazione del rapporto tra datore di lavoro e singolo
lavoratore. Questo succede quando l’accordo va a regolare i “premi di produttività” che, oltre ad
essere calcolati in base alla redditività delle imprese (in una situazione di stagnazione economica i
salari verrebbero ridotti), nella contrattazione decentrata in deroga, vengono stabiliti nel confronto
tra l’azienda e il singolo lavoratore.
È sotto questa luce che si deve guardare alle vicende di Pomigliano e Mirafiori, rivelatesi
l’emblema del processo descritto. In questo quadro, infatti, l’amministratore delegato della Fiat
Sergio Marchionne può offrire un investimento di 700 milioni di euro chiedendo in cambio
condizioni inaccettabili agli operai. L’alternativa è fuori dall’Italia, in una moltitudine di altri
potenziali siti sparsi nel globo che la Fiat manifesta di poter liberamente scegliere. Marchionne
guarda a quella transizione al neoliberismo ancora non completata in Italia per via degli ostacoli
interposti dai diritti e dalle libertà sanciti dalla nostra Costituzione e dalle tante conquiste portate
orgogliosamente a casa dal movimento dei lavoratori fino ad oggi. La convergenza politica
(compreso il centrosinistra), sindacale (l’entusiasmo di Cisl e Uil e le poco tempestive reazioni di
una parte della Cgil), governativa (si pensi alla proposta di Sacconi sullo “Statuto dei lavori”) e
ovviamente padronale (la Confindustria) al diktat di Marchionne si fa stringente: produttività e
competitività sono gli imperativi della modernità che l’amministratore delegato vuole insegnare a
tutti. Quella di Marchionne è una modernità eversiva che non si accontenta di modificare ma che
mira a cancellare le relazioni industriali.
Perché Pomigliano come esperimento? Perché a sud (facile la retorica e la stigmatizzazione della
forza lavoro operaia, accusata quasi di essere la responsabile della crisi) e perché in Campania,
regione tra le più povere in Italia, in cui la minaccia della chiusura dello stabilimento sarebbe una
doccia gelata per la già malandata economia locale. Si parte da Pomigliano (emblema del conflitto
operaio) per rieducare l’intero Paese alle sfide della competitività globale. È in nome di questa
decantata “modernità” che diviene socialmente accettabile la brutalizzazione del lavoro e della
società tutta. Dietro poche pagine di accordo si nascondono molteplici dispositivi sotterranei di
intensificazione della prestazione lavorativa e di depotenziamento politico degli operai. “Nella
Pomigliano immaginata da Marchionne non c’è il sindacato, né il diritto dei lavoratori a coalizzarsi
per arginare l’abissale distanza di forza tra il capitale e il singolo operaio. Il conflitto è inibito con il
consenso alla retorica aziendale o con la minaccia di sanzioni disciplinari o licenziamenti.”
(Fondazione Centro per la Riforma dello Stato – “Nuova panda schiavi in mano – la strategia Fiat di
distruzione della forza operaia”).
Secondo il coro della propaganda pro-accordo, nell’ex stabilimento dell’Alfa vi erano gli elementi
di eccezionalità per giustificare la stretta disciplinatoria avanzata da Marchionne. Pomigliano
sarebbe stato un caso isolato, ripetevano i sindacati collaborativi ed il mondo della politica, dalle
destre fino al Pd. Alcuni mesi dopo, il mantra del “ogni accordo fa storia a sé” si sarebbe invece
trasformato nello slogan “dieci, cento, mille Pomigliano” di Raffaele Bonanni e subito dopo il
frame elaborato dalla Fiat per lo stabilimento campano sarebbe stato riproposto a Mirafiori, con
l’aggiunta di condizioni ancor più feroci: nessun margine di rappresentanza all’interno della
fabbrica per i sindacati non firmatari e trasformazione delle RSU nelle “vecchie” RSA, non più
elette dai lavoratori ma nominate dai sindacati e divise pariteticamente tra Fim, Uilm, Ugl e
Associazione Quadri.
L’attacco al contratto nazionale e più in generale ai diritti, già sferrato in occasione della vertenza di
Pomigliano, nel caso di Mirafiori si articola ulteriormente attraverso l’attentato alla rappresentanza.
All’interno della fabbrica non sono concesse dissidenze di alcun tipo: chi non si piega ai diktat
dell’azienda è automaticamente escluso dalla possibilità di svolgere assemblee all’interno dello
stabilimento e di eleggere i propri rappresentanti. Attraverso il meccanismo della nomina delle
RSA, inoltre, il poco potere nelle mani dei lavoratori scivola in quelle delle segreterie dei sindacati
firmatari, messi nella possibilità di nominare soltanto i propri fedelissimi e di farsi così garanti della
pax sancita attraverso la firma dell’accordo separato (o, per meglio dire, la sottoscrizione del
“regolamento aziendale” presentato dall’azienda). Tale provvedimento, che come tanti aspetti
dell’offensiva della Fiat rischia di essere presa ad esempio in tante altre aziende all’interno di un
quadro complessivo di rivoluzione delle relazioni industriali e di essere esteso più in generale
nell’intero settore del lavoro dipendente, rappresenta un’ulteriore tassello di quella torsione
autoritaria da tempo in atto nel nostro paese, tesa a minimizzare la libertà di scelta da parte degli
elettori nel mondo della rappresentanza politica (pensiamo alla legge elettorale) così come nei
luoghi della formazione ed ora in quelli di lavoro, concentrando nelle mani di poche persone il
potere di selezione dei rappresentanti dei soggetti sociali attraverso meccanismi di tipo cooptativo.
Alla luce di quanto detto, i casi di Pomigliano e Mirafiori non sono quindi catalogabili come
semplici vertenze aziendali, bensì come casi paradigmatici: come già accaduto nell’80, la Fiat si è
assunta il compito storico di cambiare sé stessa per cambiare tutto il sistema che le sta attorno,
praticando forzature anche nei confronti di Confindustria, apparsa in una prima fase addirittura
smarrita di fronte ad alcuni passaggi compiuti dall’AD Fiat (come la creazione delle Newco con
conseguente uscita da Federmeccanica) e rientrata poco dopo “nei ranghi”, seppur in una posizione
di pressoché totale subalternità rispetto alle politiche industriali dell’azienda (sempre meno)
torinese.
Sergio Marchionne insomma pare aver lanciato quel medesimo “sasso nello stagno” – metafora non
a caso usata da Cesare Romiti a proposito dei fatti dell’80 – con cui rivoluzionare le relazioni
industriali nell’intero paese, riassorbendo la spaccatura “orizzontale” determinata dal conflitto
storico tra capitale e lavoro al fine di erigere una spaccatura “verticale” tra vere e proprie comunità
combattenti, in cui i lavoratori, una volta interiorizzata la missione aziendale, svolgono il ruolo di
soldati semplici nel campo di battaglia della cosiddetta competitività globale contro altrettanti
generali e soldati semplici di altri gruppi industrial-finanziari.
Il pericolo reale e concreto è nell’eventuale processo di imitazione da parte del resto del mondo
produttivo nella direzione tracciata da Marchionne, che porterebbe a un ulteriore livellamento verso
il basso delle condizioni di vita dei lavoratori, anche dei cosiddetti “garantiti”, sempre meno protetti
e tutelati da un sistema di regole uguali per tutti.
10.3 – LA METAMORFOSI DEL LAVORO E LA SCHIAVITÙ DELLA
PRECARIETÀ
Se questo mutamento delle dinamiche di contrattazione nel mondo industriale ha potuto avere
luogo, proprio in questo momento, è perché nel nostro paese è stato abbandonato ogni tipo di
avanzamento rispetto alla tutela del lavoro e ogni tipo di sostegno alla regolamentazione dello
stesso mercato del lavoro. Nell’epoca della new economy in Italia lo sviluppo di tale politica
economica ha portato alla precarizzazione di un intera generazione di lavoratori. Il Pacchetto Treu,
nel 1997, è stato il primo impegno del legislatore nel riformare tale settore, introducendo normative
che hanno portato alla proliferazione di contratti di lavoro più flessibili e più aderenti alle richieste
del mercato, così da rendere più competitiva l’offerta a livello internazionale. Questa
deregolamentazione del mercato del lavoro ha prodotto nuove forme di contratto, diverse nelle
tipologie di orario, di durata, di remunerazione nonché di diritti sociali e previdenziali, che hanno
determinato, innanzitutto, una differenza tra i “vecchi lavoratori” con contratti standard e i “nuovi
lavoratori” con contratti atipici. Questo tipo di processo aveva l’obiettivo, oltre a quello di garantire
condizioni di flessibilità nell’offerta di lavoro, di sostenere un aumento sostanziale del tasso di
occupazione. L’idea originaria voleva conciliare l'interessa dell’impresa, che consisteva
nell’abbassamento del costo del lavoro e nella possibilità di rispondere più velocemente ed
efficientemente alle oscillazioni della domanda, e l'interesse del lavoratore, che, teoricamente,
avrebbe avuto la possibilità di ampliare la propria esperienza di lavoro e aspirare a remunerazioni e
condizioni di lavoro sempre migliori. Ma la realtà è stata ben diversa: la legge 30/2003 e il decreto
legislativo 276/3003 hanno prodotto la proliferazione smodata e multiforme di tali contratti atipici,
senza alcuna regolamentazione e limitazione. Ciò che voleva essere “flessibilità” si è manifestata
come “precarietà”: precarietà delle esistenze, delle condizioni di vita, andando a modificare le
aspirazioni al futuro, gli stili di vita e le relazioni sociali, incrementando, in definitiva, la
disgregazione del tessuto sociale. E in aggiunta a questo ci troviamo di fronte all’aumento della
disoccupazione giovanile che attualmente si attesta sul 30%, toccando in alcune regione vette del
50%. Di conseguenza, la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi decenni, caratterizzata
dalla crescita smisurata dei rapporti di lavoro precario, da un lato ha fortemente sbilanciato
l'equilibrio dei rapporti tra capitale e lavoro, indebolendo drasticamente la posizione dei lavoratori,
sottoposti continuamente al ricatto del mancato rinnovo del contratto, dall'altro ha completamente
scardinato il sistema di welfare italiano, tradizionalmente costruito intorno al contratto di lavoro a
tempo indeterminato.
Chi non ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato non ha, di fatto, diritto all'assenza per
malattia, alla maternità, allo sciopero, alla cassa integrazione, alla pensione.
Un'intera generazione di italiani sa per certo che oggi non può accendere un mutuo e domani non
averà una pensione. Un'intera generazione di italiani si trova a ritenere normale il lavoro gratuito, a
considerare generosi regali i propri diritti fondamentali, a chiamare “gavetta” lo sfruttamento.
La crisi ha definitivamente svelato questi due fenomeni: gli effetti del tracollo finanziario e
industriale sono stati scaricati prima di tutto su centinaia di migliaia di precari, espulsi rapidamente
dal mercato del lavoro in quanto anello più debole della catena, senza oltretutto che si dovesse
ricorrere ad alcun meccanismo di tutela o ammortizzatore sociale. La funzionalità delle riforme del
mercato del lavoro promosse da centrodestra e centrosinistra negli scorsi decenni alla
ristrutturazione in senso autoritario delle relazioni sociali e l'insufficienza del nostro sistema di
welfare sono ormai sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi mesi, inoltre, con il caso Fiat, prima a
Pomigliano e poi Mirafiori, è stato chiaramente dimostrato come il livellamento verso il basso dei
diritti e delle condizioni di lavoro e di vita non risparmi nessuno: ciò che è stato sperimentato nel
corso degli ultimi due decenni sui precari, cioè il ricatto continuo e la flessibilità obbligatoria,
coinvolge ora strati sempre più ampi della popolazione. Il ricatto della delocalizzazione rende
precari, di fatto, anche molti lavoratori a tempo indeterminato, facendo saltare ogni distinzione tra
garantiti e non garantiti.
L'ultima chicca che ci ha regalato il governo è il cosiddetto “collegato lavoro”. Un documento che
aumenta il grado di precarizzazione del mondo del lavoro, eludendo il diritto dei lavoratori precari a
ricorrere contro il proprio datore di lavoro nel caso in cui le clausole del proprio contratto vengano
violate. In particolare la parte più importante di questo provvedimento riguarda la riduzione da 5
anni a 2 mesi del tempo entro il quale un lavoratore può ricorrere a un tribunale ordinario per farsi
reintegrare nel posto di lavoro in seguito ad un licenziamento illegittimo o ad un proprio impiego
“abusivo” da parte del datore di lavoro. In due mese un legale medio non riesce a preparare gli atti
necessari a preparare una causa, e così molte persone rinunceranno a far valere i propri diritti perché
non riusciranno a preparare i documenti per le cause in tempo. Inoltre tale documento introduce per
il lavoratore al momento della firma del contratto la possibilità, in caso di controversia con il datore
di lavoro, di poter ricorrere alla giustizia ordinaria o al cosiddetto “arbitrato”. L'apparente libertà di
scelta è in realtà minata alla base dal rapporto intrinsecamente non paritario vigente al momento
della firma del contratto tra lavoratore e datore di lavoro. Tale soggetto privato, che dovrebbe essere
“terzo ed imparziale”, sarebbe pagato a metà dal padrone e dal precario e sarebbe nominato da
quegli “enti bilaterali” composti per metà dai sindacati che hanno pubblicamente legittimato l'uso di
questo strumento e per metà dai delegati scelti da Confindustria.
10.4 - LA GENERAZIONE DELLA STABILE PRECARIETÀ
Noi, studentesse e studenti, siamo consapevoli di non poter condurre da soli questa battaglia, ma
qualcuno la deve lanciare, e, se non noi, chi?
Il ruolo dei soggetti in formazione in questo contesto è centrale. Negli ultimi mesi abbiamo saputo
porre all'opinione pubblica la questione generazionale come questione sociale, raccontando in tutte
le piazze la nostra condizione di studentesse e studenti che vivono quotidianamente a contatto con
la schiavitù della precarietà: nelle scuole e nelle università, dove il personale è sempre più spesso
esternalizzato, a termine, interinale; nei bar, nelle pizzerie e nelle aziende, dove andiamo a lavorare
per permetterci di continuare gli studi; nell'immagine che abbiamo del nostro futuro, dove sembra
non esserci più spazio per l'autodeterminazione, per percorsi di vita dignitosi e soddisfacenti, per un
mondo all'altezza dei nostri sogni.
Il lavoro di analisi, confronto ed elaborazione su questi temi sarà lungo e complesso, ma non parte
da zero. Da anni riflettiamo sui grandi cambiamenti che hanno sconvolto il nostro mondo negli
ultimi tre decenni: l'integrazione della conoscenza nei processi produttivi ha raggiunto un grado
inedito, e i luoghi della formazione sono stati pienamente coinvolti dall'ondata di privatizzazioni, di
esternalizzazioni e di precarizzazione che ha caratterizzato la ristrutturazione del capitalismo
globale. Oggi le disuguaglianze nell'accesso ai saperi e agli strumenti della formazione non
coinvolgono una piccola minoranza in difficoltà, ma rappresentano la condizione generale di buona
parte della nostra generazione. Allo stesso modo, il processo di mercificazione del sapere e di
parcellizzazione della sua produzione si estende a tutti gli ambiti della conoscenza, dalle scuole alle
università, dai centri di ricerca alle accademie, puntando a fare del sapere socialmente prodotto una
risorsa scarsa, da contendere e commerciare.
Noi soggetti in formazione siamo, come soggettività sociale, il prodotto di questi processi.
L'estensione nel tempo e nello spazio dei processi formativi rende questo soggetto articolato e
multiforme: studenti lavoratori, studenti part-time, lavoratori che rientrano nel ciclo continuo della
formazione per reagire all'espulsione dal mercato o per migliorare la propria condizione, apprendisti
che passeranno la loro vita in officina e dottorandi che fanno il lavoro dei docenti. Ad attribuire a
questa miriade di soggettività una condizione comune sono, da un lato, l'accesso al sapere, e quindi
la possibilità di entrare a contatto con gli strumenti culturali in grado di costruire una coscienza
collettiva avanzata, e, dall'altro, l'esposizione ai processi di mercificazione di cui sopra, che hanno
livellato verso il basso le condizioni materiali di vita dei soggetti in formazione, avvicinando tra
loro, pur nella frammentazione apparente, le esperienze quotidiane e le prospettive di vita di
ognuno.
La precarietà lavorativa, la mercificazione dei saperi, la privatizzazione di parti sempre più
significative della società sono quindi parte di un unico processo, cioè la progressiva colonizzazione
da parte delle logiche del mercato e del profitto di ogni ambito dell'esistenza umana. La nostra
battaglia per la dignità del lavoro è quindi solo una parte, per quanto fondamentale, del percorso di
lotta contro la precarietà esistenziale e la ripubblicizzazione dei saperi. Noi non siamo solo i precari
di domani, già oggi viviamo la precarietà in forma propedeutica nei luoghi della formazione.
I tempi di vita che ci vengono imposti, i crediti formativi, la necessità di lavorare per pagarsi un
affitto, l'impossibilità di accedere liberamente alla cultura, di vivere città e spazi che non siano
ghetti, tutte questi fattori precarizzano le nostre esistenze nello stesso modo di come i contratti
atipici di cui ci vogliamo liberare, almeno quanto la negazione dei diritti sindacali come nel caso dei
metalmeccanici e del nuovo contratto nazionale per il commercio e i servizi.
10.5 - GLI SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE DELLA MELONI
Sintomo dell'inefficacia delle politiche italiane in materia di precarietà è l'attuale inconcludenza e
inconsistenza dei pochi provvedimenti presi nel merito. Prova emblematica è il DM emanato a
dicembre 2010 dal Ministero delle politiche giovanili con il titolo di “Diritto al Futuro” al cui
interno si inserisce un fondo per i lavoratori atipici.
Questi decreti hanno come destinatarie le nuove generazioni e riguardano i temi del lavoro, della
casa, della formazione e dell'auto-impiego. Per tale ragione sono stati stanziati 300 milioni di euro
di cui 216 messi in campo dal Ministero e la restante parte da enti pubblici e privati impegnati in
opere di cofinanziamento.
Nello specifico, il decreto sulla precarietà ha l'obiettivo teorico di fornire un lavoro stabile a giovani
con meno di 35 anni, genitori di figli minori, disoccupati o occupati con contratto atipico
(collaborazione coordinata e continuativa). La previsione ipotetica di 10.000 posti di lavoro a tempo
indeterminato reca in sé la problematizzazione dello strumento del contratto atipico, simbolo fin
troppo luminoso di un liberismo sregolato che regna incontrastato nelle decisioni delle istituzioni
politiche e all'interno dell'opinione pubblica. La semplice messa in campo di risorse senza interventi
strutturali nel campo del mercato del lavoro e senza un chiaro indirizzo di politica economica non fa
altro che sottolineare come questo decreto rappresenti sostanzialmente un palliativo posto in essere
dal legislatore, incapace di mettere in seria discussione la funzionalità dei contratti atipici.
Servirebbero piani strategici, non manovre saltuarie di natura prettamente pubblicitaria a favore del
Governo. Ovviamente nel campo sociale questo orientamento risulta essere ancora più
contraddittorio a fronte di un ridimensionamento sempre più accentuato del sistema di protezione
sociale. Se si volesse realmente, come si presume essere l'orientamento del legislatore, combinare
l'utilizzo di contratti atipici corretti con una dose di stabilizzazione, certamente si dovrebbe agire
alla fonte, intervenendo direttamente sulle leggi.
10.6 – UNA MOBILITAZIONE PERMANENTE PER LIBERARCI
DALLA PRECARIETÀ
Il percorso di intersezione e contaminazione tra le mobilitazioni di questi mesi ha posto le basi per
una mobilitazione che tenga insieme la rivendicazione di un welfare universale, in grado di dare
risposte alla domanda di dignità che viene da una parte sempre più ampia della nostra generazione,
e la battaglia per l'eliminazione della precarietà tramite l'immissione nel mercato del lavoro di
regole e tutele, quelle “rigidità” cancellate dall'avanzare della “flessibilità”.
Dobbiamo porci il problema di come migliorare qui e ora le condizioni di vita di migliaia di
lavoratori e lavoratrici, di studenti e studentesse ma anche di tanti giovani disoccupati che hanno
bisogno di risposte immediate sul piano della continuità del reddito e dei servizi, e al tempo stesso
non possiamo accettare che la conquista di una vita dignitosa per i precari diventi l'alibi per
giustificare a posteriori e perpetuare in eterno la loro condizione di precarietà. I due percorsi non
vanno mai scissi: estensione dei diritti e continuità del reddito non sono due concetti in
contrapposizione, tutt'altro.
Lanciamo quindi a tutto il movimento studentesco, al sindacato dei lavoratori e a tutta la società
civile in movimento un appello alla mobilitazione sul tema della precarietà, intorno ai seguenti
punti, come prima piattaforma minima per aprire la discussione:
• difesa del contratto nazionale come strumento fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori e
la costruzione di legami reali di solidarietà, da salvaguardare e rilanciare sul piano europeo e
internazionale;
• no a logiche di scambio e guerra tra poveri tra precari e “garantiti”, come quelle previste dallo
statuto dei lavori di Sacconi e da molte proposte del centro-sinistra; non è liberalizzando i
licenziamenti che migliorerà il nostro orizzonte di lavoro e di vita;
•
eliminazione delle tipologie contrattuali atipiche che travestono da lavoro autonomo quello
che è lavoro subordinato a tutti gli effetti, legalizzano il caporalato, privano di diritti centinaia di
migliaia di lavoratori;
• riconoscimento a tutti i lavoratori e le lavoratrici, a tempo indeterminato o determinato, degli
stessi diritti, delle stesse tutele e degli stessi ammortizzatori sociali ;
•
istituzione di un reddito minimo (fissato al 60% del salario medio nazionale, come stabilito
dal Parlamento europeo) come forma di welfare universale, che assicuri la continuità di reddito ai
precari e liberi almeno in parte dal ricatto del posto di lavoro;
• istituzione di un reddito per i soggetti in formazione, una misura integrata di servizi e
contribuzione economica per garantire libertà e autonomia sociale a chi è inserito nei percorsi
formativi. Sia il reddito minimo che di formazione potrebbero essere finanziati dal “fondo per il
futuro”, misura di scopo finanziata dalla tassazione delle rendite e delle transazioni finanziarie, da
parte delle spesi militari e dalla sottrazione dei fondi alle scuole e università private;
• rilancio degli investimenti sulla formazione e sulla ricerca con l'obiettivo di un lavoro qualificato e
gratificante per una sempre maggiore quota della popolazione e per realizzare una produzione di
qualità, razionalmente orientata verso la sostenibilità sociale ed ambientale.
10.7 NUOVI STRUMENTI PER UN NUOVO WELFARE: REDDITO
DI BASE E REDDITO PER I SOGGETTI IN FORMAZIONE
Il dibattito pubblico sul reddito, in Italia, ha finalmente l'opportunità di uscire dalle paludi
ideologiche in cui è impantanato da decenni e accompagnare alle discussioni teoriche sul ruolo del
general intellect nella produzione della ricchezza sociale e sull'evoluzione del rapporto tra lavoro e
retribuzione un ragionamento serio tra tutti i soggetti impegnati nella battaglia contro la precarietà,
in grado di indicare obiettivi rivendicativi e vertenziali chiari fin da subito.
In questo senso, le aperture fatte negli ultimi mesi dalla Fiom o da intellettuali come Luciano
Gallino rappresentano un'occasione da non perdere, così l'approvazione da parte del Parlamento
europeo della risoluzione 2010/2039(INI), che invita la Commissione e i singoli paesi a stabilire
forme di reddito minimo pari almeno al 60% del salario medio nazionale, con l'obiettivo di
promuovere l'inclusione sociale e il diritto a un'esistenza degna.
La stessa campagna Il nostro tempo è adesso, del resto, ha inserito la continuità del reddito e una
riforma del welfare in senso universalistico tra le proprie rivendicazioni, cercando di portare il
dibattito sul piano concreto dell'individuazione di singoli strumenti necessari alla risoluzione di
problemi reali. Il reddito non è la panacea di tutti i mali e, anzi, se non si accompagna la vertenza
sul nuovo welfare a una seria battaglia per la cancellazione delle forme contrattuali atipiche, si
rischia di aprire la strada a tentativi strumentali di utilizzare il reddito come pannicello caldo per
rendere accettabile la precarietà. Ma esistono tre questioni fondamentali, che, oggi, richiedono di
essere affrontate: l'esclusione dalle forme tradizionali di welfare di chi non ha un contratto di lavoro
a tempo indeterminato; la mancanza di continuità del reddito di chi lavora con contratti a termine; il
livellamento verso il basso dei diritti e dei salari sotto il ricatto della disoccupazione. Forme di
basic income, integrate in una rete universale di servizi pubblici e diritti fondamentali, possono
rispondere a queste esigenze, migliorare le condizioni di vita di centinaia di migliaia di persone,
fermare il dumping sociale e salariale e rilanciare la forza contrattuale dei lavoratori. All'interno di
questa rete universale, dev'essere prioritario l'investimento sui servizi pubblici e i consumi collettivi
finanziati dalla fiscalità generale, e le erogazioni monetarie dirette vanno viste come integrazioni a
tali servizi per coprire gli spazi che il pubblico lascia al mercato.
Un caso particolare è rappresentato dalla rivendicazione di un reddito per i soggetti in formazione,
che non va messo in contrapposizione ciò che già esiste: il diritto allo studio, fatto di borse e servizi,
legati al reddito familiare, è fondamentale per abbattere le barriere di classe che limitano all'accesso
alla formazione, e va difeso e potenziato; il reddito risponde a un'altra esigenza, cioè la conquista di
un'autonomia sostanziale dello studente dalla famiglia, e va quindi concepito come un sistema di
servizi ed erogazioni monetarie su base universalistica, in grado di dare a tutti l'opportunità di
costruire liberamente un proprio percorso di vita.
11UNA
QUESTIONE
DEMOCRATICA
SOCIALE,
UNA
QUESTIONE
Nel luglio del 2001, gli 8 sedicenti “grandi” barricati nel centro storico di Genova promettevano al
mondo cosa ben precisa: un governo mondiale della globalizzazione, in grado di tenere sotto
controllo i processi economici, sociali e ambientali che sconvolgevano il pianeta e di trasformarli in
benessere e prosperità.
10 anni dopo, possiamo ufficialmente constatare che quella promessa non è stata mantenuta. La
crisi economica scoppiata nel 2008 ha svelato esattamente ciò che allora denunciavamo, insieme
alle centinaia di migliaia di manifestanti che assediavano il G8 di Genova, cioè lo svuotamento di
legittimità e di efficacia delle forme di rappresentanza della politica, scavalcate sul piano globale da
nuovi soggetti e nuovi poteri: il Wto, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, ma
anche e soprattutto il quadro di relazioni informali tra i grandi soggetti multinazionali economicofinanziari, a cui sempre più spesso è demandata la programmazione dei processi globali.
La debolezza dei governi nazionali di fronte a questa crisi rappresenta la prova evidente di questo
fenomeno: questa crisi poteva essere l'occasione per rimettere in discussione un modello di sviluppo
insostenibile dal punto di vista sociale come da quello ambientale, invece ha solo palesato la
subordinazione della politica alla logica del profitto. Il caso greco e quello irlandese lo dimostrano:
la sfera della rappresentanza politica sembra essere ormai incapace di prendere decisioni
coraggiosamente autonome da quella dell'élite economica e finanziaria.
Ciò è reso possibile dal fatto che lo smantellamento della democrazia non avviene solo a livello
internazionale. La crisi della partecipazione politica investe pienamente le dinamiche interne; gli
stati sono deboli perché la democrazia è debole, perché la sfera politica è stata svuotata da ogni
contenuto potenzialmente conflittuale o comunque riformatore. Il nesso tra crisi economica, crisi
sociale, crisi ambientale e crisi democratica è particolarmente evidente in Italia, e il berlusconismo
ne è l'incarnazione. La crisi delle forme di rappresentanza e organizzazione politica che stiamo
vivendo sembra ancora più dirompente di quella all'inizio degli anni '90, segno che le risposte
fornite dalla cosiddetta “seconda repubblica”, sia sul piano politico sia su quello sociale, non sono
più sufficienti, se mai lo sono state: ma il problema è generale. Una politica debole e
autoreferenziale è funzionale agli interessi del grande profitto, così come l'indebolimento degli
organi di garanzia e tutela costituzionali - con l'accentramento dei poteri nei mani dell'esecutivo e
delle sue braccia operative pubbliche e private - è funzionale alla riscrittura della costituzione
materiale del paese.
La tendenza della politica attuale si sta esprimendo, con inquietante chiarezza, nei continui tentativi
di eliminazione dei contratti collettivi nazionali, attraverso progetti di privatizzazione dei beni
comuni e della conoscenza. Ad esempio, l'eliminazione degli spazi di contrattazione all'interno delle
fabbriche, come nelle scuole e nelle Università, lascia terreno fertile ad un lavoro privato delle
garanzie basilari, alla negazione dei diritti e della democrazia.
Com'è avvenuto tutto questo? Non c'è stato nessun golpe militare, le istituzioni democratiche (più o
meno) sono ancora lì, in Italia come altrove. Si continua a votare, anno dopo anno. Il problema è
che la democrazia non si riduce al momento elettorale. Le democrazia, invece, è fatta di pratiche
costanti, di soggetti sociali organizzati, di spazi di cittadinanza. La democrazia ha delle basi
materiali, che sono i diritti sociali, civili ed economici dei cittadini. La rivoluzione conservatrice
iniziata ormai 30 anni fa da Reagan e Thatcher è tale perché ha cambiato profondamente il nostro
tessuto democratico, riducendone gli spazi. Privatizzare significa ridurre i campi d'applicazione
delle scelte democratiche. Ridurre i diritti dei lavoratori significa limitare la loro possibilità di
accedere alla sfera pubblica. Tagliare i salari significa peggiorare le condizioni di vita delle persone,
e quindi tendenzialmente escluderle dalla comunità, renderle incapaci di esercitarne i diritti,
sottoporle ad un costante ricatto.
E così, privatizzando e frammentando la società, si è indebolita la democrazia. Assistiamo quindi a
un processo di erosione dei legami sociali e di svuotamento della sfera pubblica intrapreso dalle
forme più o meno organizzate del potere, con l'obiettivo di fare un deserto e chiamarlo pace sociale.
Dinanzi a tale processo di vera e propria egemonia a-culturale la risposta non può essere una mera
contestazione. La banale cacciata del Rais di turno non può dimostrarsi la strategia risolutiva; i
tiranni si sostituiscono e si susseguono qualora non ci sia un reale cambiamento nel tessuto sociale
in cui questi si alimentano.
Questo sistema ha crepe evidenti, esattamente dove il movimento, 10 anni fa, le aveva indicate: nel
Sud del mondo, su cui vengono scaricate tutte le contraddizioni dell'Occidente, dallo smaltimento
dei rifiuti alla gestione delle migrazioni, sostenendo oppressione e povertà lì per poter garantire
“libertà” e benessere qui. In una connessione globale tra le mobilitazioni, allora, vedevamo l'unico
spiraglio. Oggi quello spiraglio si è aperto, al Cairo come a Londra, e sta a noi lavorare per
allargarlo. Ricostruire continuamente spazi di legittimità per il conflitto sociale, praticare
l'alternativa, immaginare, proporre e realizzare continuamente il futuro che sogniamo.
Il 14 dicembre si è celebrato a Roma il funerale della democrazia parlamentare italiana. Un governo
privo di una maggioranza politica se l'è comprata al mercato. La distanza siderale che separa le
istituzioni rappresentative della Repubblica dalla realtà quotidiana degli uomini e delle donne di
questo paese era nota ormai da tempo, e il voto di fiducia, palesemente falsato da
mercanteggiamenti che nulla hanno a che vedere con le istanze sociali che il Parlamento dovrebbe
rappresentare, equivale alla certificazione notarile di questo processo. In un momento di crisi, la
politica istituzionale dovrebbe avere la saggezza di aprire grandi dibattiti collettivi e di valorizzare i
meccanismi di partecipazione di cui le parti più attive della società autonomamente si dotano. Ma i
movimenti sviluppatisi sui temi dei saperi, del lavoro, dei beni comuni non hanno mai trovato
interlocutori all'altezza all'interno di un Palazzo sempre più avviluppato in un dibattito
autoreferenziale e incapace di riflettere ciò che si muove nella realtà. La compravendita dei voti
parlamentari ha reso evidente quanto i nessi della delega e della rappresentanza siano ormai saltati,
e il fossato tra istituzione e realtà è stato ben rappresentato dallo spropositato schieramento di
polizia che ha blindato la città facendo il vuoto intorno ai palazzi del potere.
Il parlamento assediato più volte negli ultimi giorni, il centro di Roma trasformato in una «zona
rossa» per impedire agli studenti di portare la propria voce sotto alle finestre di Montecitorio.
Questa immagine è l'istantanea della democrazia italiana così come 15 anni di ristrutturazione
capitalista e neooliberista, condotta da schieramenti di centrosinistra e di centrodestra, di cui il
berlusconismo rappresenta una degenerazione ulteriore, l'hanno ridotta.
Ma qualcosa si è mosso in quest'autunno. Il silenzio di una politica muta e sorda è stato riempito
dalle voci di centinaia di migliaia di studenti, mobilitati in difesa dell'università pubblica e
determinati a riprendersi il presente per costruire il futuro.
L'unica risposta alla crisi della democrazia è il protagonismo dei soggetti sociali, nel contesto
italiano come in quello globale. La partita del cambiamento, nel nostro paese, si gioca esattamente
qui. O l'opposizione sociale e politica di questo paese riuscirà a mettere in campo una mobilitazione
programmaticamente alternativa, in grado di dire parole nette sul lavoro, sui saperi, sui beni
comuni, in grado di rovesciare i rapporti di forza e di rendere concreta l'alternativa che predichiamo,
o la fine di Berlusconi non sarà la fine del berlusconismo come fase storica contraddistinta da un
bipolarismo di facciata dietro cui si nasconde la stessa élite finanziaria e mediatica.
In questo senso la politica dei partiti è svuotata. La partita ora è su chi la riempirà: i media e i poteri
che li controllano, con la scelta di un nuovo fantoccio, o i soggetti sociali in movimento. Sta a noi
rifiutare ogni strumentalizzazione e ogni becero dibattito sulla “cacciata del tiranno” e riempire
l'agenda di questioni sociali che facciano emergere i conflitti sociali che lacerano questo paese, con
l'obiettivo di costruire un'alternativa sociale, culturale e democratica.
12 - LE ALLEANZE SOCIALI
L'ALTERNATIVA DI SISTEMA
PER
L'OPPOSIZIONE
E
LINK-Coordinamento universitario si deve porre, come ogni organizzazione sociale, il tema delle
alleanze: come e con chi confrontarsi e lottare assieme per raggiungere gli obiettivi che ci si è
prefissati. Fin dalla nostra fondazione abbiamo respinto un modello basato sulla predeterminazione
a tavolino del quadro dei rapporti politici, preferendo costruire relazioni frutto di analisi e di
condivisione di alcuni percorsi e collaborazioni a livello locale e nazionale. Le alleanze sociali si
determinano sulla base degli obiettivi comuni di medio e lungo periodo che l'organizzazione si dà,
non certo sulla base di tattiche politiche o convenienze. La nostra storia, inoltre, ci ha insegnato il
valore dell'indipendenza politica ed economica, che dev'essere la nostra bussola nei rapporti con
l'esterno, senza però diventare autoreferenzialità o presunzione di autosufficienza.
La questione delle alleanze sociali si pone con particolare forza nella presente fase politica. Il
quadro di estrema frammentazione che le politiche sociali degli ultimi due decenni ci consegnano,
con la crisi delle appartenenze collettive e il dilagare dell'individualismo e della guerra tra poveri,
rendono necessario un lavoro collettivo per ricostruire i legami sociali che i poteri politici ed
economici logorano ogni giorno. Costruire legami che sappiano tenere insieme italiani e stranieri,
studenti e lavoratori, precari e pensionati significa mettere in discussione la logica della guerra tra
poveri, tassello fondamentale nel livellamento verso il basso delle condizioni di vita
scientificamente perseguito dal governo e dall'élite finanziaria. Per questo riteniamo la costruzione
di coalizioni tra i soggetti sociali una necessità prioritaria per la resistenza alla crisi che stiamo
vivendo e per l'alternativa che vogliamo.
L'autunno ci consegna un quadro abbastanza chiaro di alcuni rapporti che siamo riusciti a costruire
sia per la crescita e la formazione dell'organizzazione sia per la realizzazione del movimento
studentesco e dell'opposizione sociale nel suo complesso. All'interno del campo universitario
nell'opposizione al ddl Gelmini si sono formate reti organizzate dei ricercatori (Rete29aprile) e dei
precari (Cpu), rendendo possibile per Link la costruzione di campo di relazioni stabili insieme a
queste organizzazioni, all'Adi e all'Flc. Ciò ci ha permesso di mantenere un livello avanzato di
analisi e di intervento su tutte le questioni universitarie durante tutto il periodo della mobilitazione,
riuscendo spesso a organizzare iniziative coordinate tra tutte le componenti attive dell'università.
Tali relazioni sono ovviamente variabili tra i diversi territori, in particolare per quanto riguarda l'Flc
e la Rete29aprile, ma stiamo riuscendo sempre di più a costruire relazioni solide sul piano
nazionale, con l'obiettivo di sostenere anche l'azione dei territori dove queste risultano più
complesse. In particolare, iniziative come l'AltraRiforma e la piattaforma comune sugli statuti ci
indicano come la relazione con le altre componenti organizzate del mondo universitario possa farci
compiete decisi passi in avanti sul piano dell'analisi e dell'incisività. L'esempio dell'AltraRiforma,
del resto, ci indica anche la possibilità di costruire relazioni sempre più profonde con i soggetti
studenteschi territoriali con cui ci troviamo a condividere un percorso, come Ateneo Controverso di
Cosenza, Sinistra Per di Pisa, Studenti di Sinistra di Firenze, l'Unione degli Universitari di Lecce,
l'Osservatorio Indipendente d'Ateneo di Udine, il Movimento Studenti di Macerata e l'Assemblea
Permanente di Urbino.
Le alleanze di un'organizzazione studentesca, parte della Rete della Conoscenza, non si possono
però limitare all'ambito delle organizzazioni presenti nel mondo della formazione. Questo autunno
non ci ha visto mobilitarci esclusivamente contro una riforma universitaria, come è stato nel 2008
contro la legge 133: il movimento si è politicizzato molto e si impegnato contro le politiche di
attacco al mondo della formazione nel suo complesso, mettendo al centro delle sue rivendicazioni la
questione generazionale come questione sociale. Come LINK siamo stati tra gli artefici di questo
percorso, a partire dalla manifestazione del 16 ottobre con la FIOM a Roma e alla successiva
assemblea del 17 ottobre alla Sapienza. Rivendicando il nostro ruolo nel movimento e le scelte che
abbiamo compiuto, ci rendiamo conto di come una serie di alleanze che abbiamo creato abbiano
oltrepassato i confini del mondo della conoscenza, con l'obiettivo generale di costruire
un'alternativa a questa società, insieme a tutte quelle organizzazioni che da anni compongono il
vasto mondo della sinistra sociale. I rapporti che abbiamo con Libera, Arci, Legambiente,
Sbilanciamoci e il Forum dei Movimenti per l'Acqua sono importanti per la costruzione di quel
vasto quadro di alleanze da contrapporre a questo governo, come lo sono per la crescita e la
formazione di tutti i compagni sui territori che dal confronto sistematico con queste organizzazioni
crescono in termini di analisi e competenze. In questi mesi abbiamo inoltre stabilito una relazione
solida con la Fiom, legata non solo alle particolari vicende di cui sono stati protagonisti quest'anno i
metalmeccanici o al vecchio slogan “studenti e operai uniti nella lotta”, ma a un comune percorso di
elaborazione sui temi del lavoro, del welfare, dei beni comuni e della riconversione ambientale
dell'economia. Nei confronti del sindacato abbiamo tenuto per tutto l'anno un atteggiamento di
confronto serio e incalzante sui contenuti, riconoscendo come interlocutore politico, in continuità
con le lotte di questo autunno, la Cgil, alla quale abbiamo chiesto, insieme a tutto il movimento, la
convocazione dello sciopero generale. Non abbiamo risparmiato critiche alla Cgil sulla tardiva
convocazione dello sciopero, che non ha intercettato le istanze poste dal movimento dello scorso
autunno, o sul suo ritardo sul tema della precarietà, ma allo stesso tempo abbiamo condiviso
occasioni di iniziativa comune con essa, che oggi si ritrova sempre più isolata dalle politiche del
governo e dalla strategia filo-governativa di Cisl e Uil. Auspichiamo che il sindacato, di fronte a un
bivio, metta da parte le
tentazioni neo-concertative e scelga la strada di un percorso di mobilitazione sociale profonda e
determinata. Intendiamo proseguire sulla strada della costruzione di un proficuo rapporto politico
con la Cgil, nella battaglia comune contro l'attacco ai diritti dei lavoratori e lo smantellamento dello
stato sociale. Questo rapporto, per noi, va costruito a partire dal presupposto della nostra autonomia
e indipendenza politica ed economica, e va vissuto come un sincero confronto tra organizzazioni sui
contenuti, senza barriere ideologiche e strumentali.
Particolarmente importante, in questa fase, è il nostro lavoro all'interno dei comitati referendari su
acqua e nucleare, di cui siamo stati parte fin dall'inizio attraverso la Rete della Conoscenza.
Nell'attuale quadro di crisi della rappresentanza, l'indipendenza delle organizzazioni sociali dai
partiti politici va ribadita e salvaguardata. Per noi, da sempre, autonomia non significa
autoreferenzialità, e per questo scegliamo di promuovere rapporti dialettici e di confronto sui
contenuti sia con i partiti come organizzazioni politiche sia con i loro rappresentanti nelle
istituzioni.
Nel quadro delle alleanze sociali costruite durante l'autunno va inserita anche la vicenda di “Uniti
contro la crisi”, a partire dall'assemblea del 17 ottobre, che ha segnato l'inizio di un percorso di
allargamento dell'opposizione sociale da noi immagino fin da Riot. In un momento in cui
l’opposizione istituzionale non si è dimostrata all’altezza di recepire le istanze provenienti dal
mondo dei saperi, del lavoro e dei movimenti sociali per la difesa del territorio e dei beni comuni, la
nascita di un percorso capace di connettere le varie lotte all’interno di un progetto più ampio di
rivendicazione si è rivelata una necessità imprescindibile. “Uniti contro la crisi”, di cui siamo stati
tra i promotori, ha avuto la capacità durante l’autunno di essere un moltiplicatore della portata
mobilitativa delle singole lotte sociali, mostrando che una reale opposizione dal basso, in grado di
incidere in maniera complessiva sulla società, trova spazio soltanto quando si nutre di movimenti
ampi e reali. Proprio questa scelta di non costituirsi come soggetto organizzato, ma di fungere da
catalizzatore di varie e diverse lotte sociali ha permesso a “Uniti contro la crisi” di svolgere una
funzione centrale durante i mesi autunnali. Con il venir meno dei grandi momenti di mobilitazione
studentesca che ne hanno costituito la principale linfa vitale, tale percorso ha mostrato i suoi limiti:
l’incapacità di far vivere sui territori percorsi di connessione delle diverse esperienze e la difficoltà
di sviluppare dibattito pubblico e partecipato intorno ai suoi temi e di rendersi permeabile a nuove
istanze. Già all'assemblea del 17 ottobre dichiarammo la nostra contrarietà a ogni forzatura
organizzativa su “Uniti contro la crisi”, ritenendo che le sue potenzialità stessero nella
valorizzazione dei percorsi messi in campo dai differenti soggetti sociali, rifiutando ogni velleità di
frustrare l'autonomia del movimento studentesco e la sua l'irriducibilità nei ristretti confini di
un'area politica. La realtà nei mesi successivi, ci ha dato ragione: quando “Uniti contro la crisi”
accenna a rinchiudersi in recinti ristretti di area, diventa un fattore di divisione all'interno del
movimento, mentre quando riesce a tenere un quadro di ricomposizione sociale e politica ampio e
legato al movimento reale, come il 17 ottobre o come nell'assemblea verso lo sciopero generale del
25 marzo, diventa un fattore di aggregazione e connessione. Intendiamo quindi continuare su questa
prospettiva, sottoponendo costantemente a verifica la capacità di “Uniti contro la crisi” di
funzionare come efficace strumento di connessione tra le lotte. I limiti di questo percorso non
costituiscono una ragione valida per abbandonare il progetto di costruire un fronte comune dei
movimenti sociali, che anzi deve essere rafforzato quanto più possibile, ma ci invitano a proseguire
la discussione sulle modalità, le pratiche, le forme e gli obiettivi per un’opposizione dal basso
realmente efficace e capace di puntare a un cambiamento.
Fare rete con movimenti, associazioni, sindacati a partire da alcuni spazi sociali che abbiamo sul
territorio può essere la risposta a chi ci vorrebbe chiusi all'interno di quattro mura universitarie e
può essere per noi l'inizio dell'allargamento dell'opposizione sociale a partire dai territori, che
devono essere i primi a creare sinergie e collaborazioni politiche sul territorio, che ricadano sul
piano nazionale.
LINK, come organizzazione nazionale di ispirazione sindacale ha il compito difendere i diritti degli
studenti e di allargare il suo raggio d'azione alla società e alla creazione di un'alternativa possibile
da contrapporre al modello capitalista esistente. Dobbiamo porci quest'obiettivo anche nelle lotte
che condurremo insieme agli altri soggetti sociali nei prossimi mesi, rifiutando il modello imposto
da alcuni quotidiani nazionali, Repubblica in testa. Un modello di manifestazione, legittimato anche
da alcune organizzazioni studentesche, che punta a eliminare le differenze scendendo in piazza per
la Costituzione insieme ai post-fascisti di FLI. Il nostro obiettivo non può essere quello di creare
alleanze trasversali senza basi e condivisione politiche, ad uso puramente mediatico, senza una reale
capacità di incidere nella società o di mutare i rapporti di forza.
Il nostro compito deve essere invece quello di allargare lo spettro d'analisi a temi di ampio respiro:
la precarietà, il welfare, l'ambiente, all'interno della Rete della Conoscenza, per confrontarsi con
altri soggetti e costruire per l'anno prossimo un'opposizione sociale ampia e coesa, che veda la
partecipazione di associazioni, movimenti, sindacati e tutti gli altri soggetti interessati a cambiare
questa società.
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