ROSSANO ASTREMO
La carne muore
(d’improvviso la frenesia delle natiche si dissolve nell’etere)
ROMANZO
Note dell’autore
La storia è stata concepita e scritta nell’estate del 2003. La vicenda di Edoardo Vittore è interamente
inventata, pur avendo delle somiglianze evidenti con l’esistenza di alcune grandi figure dimenticate della
cultura contemporanea del nostro sud (il pittore Edoardo De Candia e gli scrittori Antonio Verri, Salvatore
Toma, Claudia Ruggeri). La scelta di pubblicarlo su una rivista on line, dopo un anno che il testo ha girato per
un numero esiguo, ma selezionato di case editrici, è un’azione volta a dimostrare che una storia può
viaggiare anche senza scendere a sporchi compromessi con quegli editori che si sono dimostrati interessati a
questo testo. Con la scrittura non voglio e non posso arricchirmi, ma non voglio che altri si arricchiscano
speculando su giovani autori pronti a vendere il culo pur di trovare soldi da donare a falsi mecenati senza
scrupoli. Preferisco tenere ben chiuso il mio culo. Mi sono stati chiesti circa tremila euro per la pubblicazione
di La carne muore. Ma questo è il caso limite. Vorrei ringraziare un po’ di persone, a partire dalla mia
famiglia, tutta, per proseguire con Maila, alla quale dedico questo romanzo, Margherita, Paola, poi Luciano
Pagano e Stefano Donno, geniali curatori di Musicaos, Mauro Marino del Fondo Verri, e Mario Desiati,
Gianluca Gigliozzi, Gianmario Lucini, scrittori ai quali rinnovo la mia stima.
R.A.
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La vicenda.
Anno 2003
DIO LO PRENDE NEL DIDIETRO
Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo
1.
INCIPIT DEL DATTILOSCRITTO DI EDOARDO VITTORE ‘LA CARNE MUORE’
Io sono solo respiro.
Come il Cristo morto in iconografie consunte, sono cumulo di ossa
scontornate in pelle cadente. Io, senza tregua, cerco la luce, rendendomi
sfiato corporeo esile. Nessuna prospettiva, nessuna illusione, solo il
fardello di errori issati sui miei tendini smarginati, solo gocce di
sangue che sezionano le mie carni, solo muscoli squamati senza fibre in
grado di reggermi.
Io sono in croce, confitto da aculei sfrangiati che non mi donano
salvezza, con il capo reclinato per il peso di dolori che mi martellano
senza sosta, con le costole uscite dalla loro solita posizione per
infrangere lo spazio e per tagliarlo in difesa. Io, senza respiro, cerco
la luce, scolorendo in uno sfondo buio fatto di nubi grigie e cielo
oscuro, mi scaglio per captare gli esili raggi di sole che spaccano
l’aria.
Io, tra sibili e vocii, raggelo in solitudine.
2.
LA SCOPERTA INATTESA
Ero nella biblioteca di Tricase, nell’estate del 2003, per effettuare delle ricerche sulla
storia di questo paese salentino. Ero immerso tra infinite pagine sgualcite e deteriorate,
ma avevo a portata di mano tutto il materiale necessario per scrivere un buon articolo
sulla rivista mensile ‘CULTURA DEL SUD’, con sede a Lecce, della quale ero uno dei
redattori. Misi i libri e i fascicoli raccolti su di un tavolo posto nella parte opposta di un
alto scaffale pieno di vecchi testi impolverati. Il tavolo, a causa del peso imponente dei
libri poggiati, iniziò a traballare e solo il mio pronto intervento evitò la caduta di tutti quei
fogli.
Mi piegai per cogliere un piccolo opuscolo e non potei fare a meno di notare che un
piede del tavolo era spezzato e a mantenerlo in equilibrio c’era solo un grosso volume
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dalla copertina rossa. Ero curioso di vedere quale libro fosse tanto inutile da reggere un
tavolo marcio di una biblioteca altrettanto mal tenuta. Scelsi nello scaffale di fronte a me
un testo della stessa mole di quello posato per terra, poi mi piegai e li sostituii.
Quel grosso volume dalla copertina rossa era pieno di polvere; quindi passai la mia
mano sopra per poterlo pulire e scorgere il titolo. C’era scritto: Romanzo di Edoardo
Vittore –LA CARNE MUORE.
La copertina rossa era di un cartone morbido e flessibile. Aprii la prima pagina e vidi
un susseguirsi di lettere fitte e ben ordinate, battute con molta certezza con una ‘Olivetti
Lettera 32’.
Si trattava quindi di un dattiloscritto dello scrittore di Melpignano, morto suicida dieci
anni prima.
Non mi sembrava comunque che tra le opere pubblicate vi fosse un testo con quel
titolo.
Sfogliai le prime pagine del testo e mi soffermai su un punto:
Nelle bacheche profumate di mura color latte sento il profumo del tuo
corpo, della tua lucida essenza di donna saracena che mangia sangue a
colazione e vomita rospi senza coscienza. Dolce donna vienimi a
possedere, ho voglia del tuo calore, non lasciarmi con l’ossessivo peso
delle parole che mi divorano, mi ardono e mi feriscono. Ho paura del peso
delle parole, le sento mulinare attorno la mia testa che non ha più la
forza di respirare, le sento vorticare attorno le sensazioni invisibili
della mia barba nera e pesante, le sento vibrare tra i miei piedi che a
stento si sostengono.
Dopo la lettura di quelle parole, la mia curiosità aumentò nei confronti di quel testo
contenente più di 700 pagine. Mi guardai attorno e, non vedendo nessuno alle mie
spalle, lo infilai nella mia borsa, poi presi i libri poggiati sul tavolo e mi recai dal
bibliotecario. Firmai delle carte per poter avere in prestito i miei libri e uscii a gran
velocità dalla biblioteca con la forte curiosità di tornare a casa per immergermi nella
lettura di LA.CARNE MUORE. La mia Fiat 500 del 1968, ridotta in pessime condizioni, ci
impiegò più di un’ora a percorrere il tragitto Tricase – Lecce, ma per fortuna nello stereo
viaggiava Camera a Sud di Capossela ad allietare i chilometri macinati lenti. Durante il
tragitto ero particolarmente eccitato dalla scoperta di quel dattiloscritto, ma nel
contempo capii bene che era inutile farsi prendere da facili entusiasmi e per prima cosa
era necessario arricchire le mie informazione su questo scrittore di cui avevo letto
romanzi quali Il pesante colore sfinito della vita, Il sudore delle donne di strada, Un solo
minuto prima del tuo saluto. Ricordavo ancora l’articolo comparso sul Quotidiano di
Lecce nel Luglio ’93: Edoardo Vittore, scrittore maledetto di Melpignano, morto suicida
all’età di 34 anni. In seguito, vinto dalla curiosità, iniziai a ricercare i suoi testi,
difficilmente in distribuzione perché sempre usciti con piccole case editrice, con stampe
che non superavano le cinquecento copie. Ero sicuro di aver scoperto l’ultimo romanzo
composto in vita dallo scrittore, ma quello che non riuscivo a spiegarmi era il motivo per
cui era sbattuto in quell’angolo polveroso della biblioteca comunale di Tricase. Potevo,
quindi, abbandonare l’idea di fare quella noiosa ricerca sulla storia di Tricase e magari
lavorare alla stesura di un articolo bomba per la ‘CULTURA DEL SUD’, riguardante la
scoperta di questo testo. Questi pensieri mi passavano per la testa, mentre le ballate di
Capossela scivolavano lisce sulla tortuosa strada provinciale che metteva alla dura prova
la precaria consistenza delle sospensioni della mia Fiat 500 grigio metallizzata. Giunsi
nella mia casetta in affitto situata nel centro storico di Lecce e, dopo una sacrosanta
doccia, mi stesi sul letto e aprii il voluminoso testo di Vittore. Continuai a leggere dal
punto in cui avevo precedentemente interrotto:
Senza il sapore delle tue labbra ho paura di non farcela, ho paura di
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cadere stancamente su questa terra nuda di grafemi e fonemi, su questa
luccicante marea di frasi scomposte, di liste scorbutiche, violente e
sanguigne. Senza il sapore delle tue labbra ho paura di non farcela, mi
sfibro e sfrullo ogni giorno di più, fra frottolii e strambottii non più
sperimentati, tra poesie di Pasolini e vomiti di Burroughs, tra bombolii
e morie di treni e palle che passano e sfrecciano tra i capelli
bombacchiati della mia follia.
Ciò che notai dalla lettura di quelle prime pagine era la particolare musicalità della sua
prosa, creata attraverso giochi retorici, come per esempio l’uso sistematico
dell’allitterazione. All’inizio del testo era presente l’immagine di una donna, Dolce donna
vienimi a possedere, poi svanita, lasciando spazio ad un vorticoso mulinare instancabile
di parole che sotterravano l’affettività iniziale, esasperata dal narratore. Un altro aspetto
che colsi dalla lettura di quelle pagine era l’attenzione di Vittore per l’uso metagrammaticale della scrittura, che molto spesso lo portava ad abbandonare i canoni
ortodossi della grammatica per una ricerca del neologismo volto a sostenere la
leggerezza musicale della prosa: frottolii, bombolii, strambottii. Mi resi conto che,
rispetto ai tre romanzi pubblicati da Vittore, era presente nel dattiloscritto un abbandono
di ogni ipotesi di intreccio narrativo, mentre emergeva con chiarezza l’intento fortemente
lirico della sua prosa: Nelle bacheche profumate di mura color latte sento il profumo del
tuo corpo.
Quale obiettivo stilistico si era prefisso Vittore con la scrittura di questo romanzo?
Per risolvere questi miei quesiti era necessario da una parte leggere con meticolosa
attenzione il corposo volume ( 700 pagine, scritte fittissime), dall’altra cercare di
ricostruire l’ultimo periodo della sua esistenza.
Ciò accertato decisi che l’indomani sarei andato a Melpignano, per prima cosa presso
la tipografia Il Cantiere, che aveva stampato l’ultimo romanzo di Vittore, Un solo minuto
prima del tuo saluto, successivamente avrei parlato con qualcuno dei suoi familiari,
facendomi anche aiutare in questa ricerca dalla gente del paese.
Quella sera avevo un appuntamento con Roberta, una ragazza di Cursi, che avevo
conosciuto nella redazione di ‘CULTURA DEL SUD’, una laureata in Archeologia, che
proponeva al direttore interessanti articoli sulla situazione degli scavi nella nostra terra.
Era troppo presto per uscire, quindi decisi di sfogliare un’altra pagina del testo di Vittore,
sorseggiando un goccio di whisky, per svegliarmi dalla mia incontenibile stanchezza:
Ora sei fuggita per sempre, non ti sento, non ti vedo, non ti tocco,
mi sembra di essere impazzito, ho un dolore tremendo alla testa, le ossa
si stanno schiudendo, i muscoli si stanno slabbrando, non mi reggo più in
piedi, ho le caviglie delle gambe che si sbriciolano come frullati di
frutta candita, non ti sento, non ti vedo, non ti tocco, mi sembra di
essere impazzito, ho i peli delle braccia che si bagnano come pavimenti
di strade da poco asfaltate, ho le palpebre degli occhi che farfugliano
sordidi calori gementi, ho la colonna vertebrale che non sembra
sostenersi nel labile gioco della malattia.
Ero impressionato da quel testo sfasato che non sembrava abbracciare alcuna logica
narrativa, ma la mia lettura fu interrotta dall’incessante suonare del citofono.
“Chi è?”
“Ciao Leo, sono Roberta.”
“Ciao Roberta, ma non dovevamo vederci alle dieci all’Irish Pub?”
“Sì, ma sono le dieci e mezzo.”
“Oh, merda! Mi devi scusare. Dai, sali un attimo. Non ci metto niente a prepararmi.”
Aprii la porta e corsi nella mia stanza da letto ad infilarmi una camicia e un jeans.
“Posso entrare?”
“Certo, entra pure. Un attimo solo di pazienza.”
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“No, fai con comodo. Non ho fretta.”
Entrai nel mio piccolo salotto e sul mio divano era seduta Roberta, con una
microscopica minigonna rossa e una piccola maglietta aderente nera.
Per un attimo dimenticai l’importante scoperta della mattina e per quella sera decisi di
pensare ad altro.
“Niente male la nostra dottoressa in archeologia!”
“Anche tu sei carino con la camicia abbottonata in quel modo.”
Abbassai lo sguardo e capii a cosa Roberta si stesse riferendo. Mi abbottonai
nuovamente la camicia, evitando asimmetrie tra bottoni e occhielli e poi le offrii qualcosa
da bere.
“Un whisky in ghiaccio sarebbe perfetto.”
“Allora due whisky in ghiaccio in arrivo.”
Andai in cucina a preparare i due whisky e mi vennero pensieri strani per la testa tipo
‘questa sera non puoi farti scappare un’occasione del genere, ma hai visto che gambe
mozzafiato e che seno da far perdere la testa a chiunque!’. Ritornai in salotto. Lei aveva
tra le mani il testo di Vittore.
“Cos’è questo mattone?”
“Un romanzo.”
“Sì, ma chi l’ha scritto? Qualche tuo amico ti ha chiesto di dare un giudizio sul suo
testo prima di pubblicarlo?”
Non mi andava di mentirle. Quel suo sguardo malizioso e quella sua minigonna
splendente mi ponevano a sua completa disposizione. Mi resi conto che in quel momento
stavo ragionando col cazzo, ma non potevo porre un freno allo sguinzagliarsi dei miei
ormoni.
“Si tratta di un testo scritto a macchina da Edoardo Vittore, trovato casualmente
stamattina nella biblioteca di Tricase.”
“Edoardo Vittore? “
Alla pronuncia del nome dello scrittore Roberta ebbe un sussulto sul mio divano, tanto
da far cadere il bicchiere di whisky che reggeva con le due mani.
Il ghiaccio si infilò nello spazio aperto tra il divano e il pavimento, con il profumo di
whisky per terra che incominciò a diffondersi nell’aria che ovattava le quattro pareti della
stanza.
Il silenzio improvvisamente si incuneò tra le molecole che riempivano il piccolo
ambiente dove si agitavano i nostri corpi.
Roberta si inchinò a raccogliere i cubetti di ghiaccio, le dissi di lasciare perdere, avrei
pulito io più tardi.
“Vado a prendere un altro po’ di whisky per te. Ma, spiegami, hai conosciuto Vittore
quando era vivo?”, le chiesi.
“No. C’era un mio compagno di corso di Poggiardo che lo conosceva bene. Mi diceva
che ogni settimana andava a trovarlo nella sua piccola casa a Melpignano per portargli
qualcosa da mangiare. Negli ultimi anni non se la passava tanto bene. Si è suicidato,
vero?”
“Sì, si è ammazzato con veleno per topi.”
“Ma questo testo non è stato pubblicato, vero?”
“No, ne sono sicuro. In vita ha pubblicato tre romanzi, più alcuni scritti comparse in
riviste provinciali e regionali.”
“Cavolo! Hai fatto un grande colpo stamattina, vero?”
“Non lo so. Penso di sì. Ho iniziato a leggere questo testo ed è per alcuni versi
incomprensibile.”
“Ti va di leggere alcune parti assieme?”, mi chiese.
“Sì. Prima, però, vado a prendere la bottiglia di whisky.”
“Ti va di leggere alcune parti assieme”, bene, la serata si stava evolvendo nel modo
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che più speravo, serata culturalmente degna, con la lettura di pagine di un inedito
Vittore, condita da aspro whisky e da desiderio peccaminoso che partiva dalla parte più
nascosta e pulsante delle mie mutande per poi battere nella testa in maniera ossessiva.
La scorta di preservativi non era terminata, il che mi faceva stare sereno, per evitare
spiacevoli situazioni tipo ‘oh, scusa, ho appena scoperto di aver terminato i preservativi,
corro subito a comprarli!’, con seguente eccitazione che sfuma via e con scopata andata
irreversibilmente a puttane.
Presi whisky e ghiaccio, con un bicchiere pulito per Roberta, visto che il precedente era
caduto sul mio pavimento. Non si era rotto, ma aveva accumulato polvere nociva, visto
che non ero un amante delle pulizie.
Tornai in salotto con Roberta immersa nella lettura.
“Senti, senti questa parte”, mi disse.
E Roberta cominciò a leggere:
Oggi poso la mia testa su questo cuscino di paglia e di nidi in
plastica, bevo il mio rosso vino per non pensare allo schifo che mi
circonda, per non odiare la gente che mi alita addosso, per non
ricordare l’alito profumato che la tua bocca emetteva nel ritmo delle
sillabe esplose, nel ritmo delle parole masticate, nel ritmo delle manie
sognate, desiderate, ma mai realizzate. Oggi poso la mia testa su questi
centimetri di materasso che ho a disposizione, rinchiudendo il mio
dolore nei decilitri del fiume di Bacco, rinchiudendo la mia
disperazione nella polvere che avvolge il mio cranio, per non emettere
ruggiti di leone in gabbia di matti, per non perdere lacrime di orsi in
preda a visioni, per non pensarti, solamente per non pensarti.
Alla fine della lettura di queste pagine Roberta fissò il bicchiere di whisky posato sul
tavolo che costeggiava il divano. Il suo volto meravigliato e estasiato donava perle di
bellezza aggiunta alla sua figura già splendente, dal tenue sapore new wave e decadente.
“Fantastico, non trovi?”
“A dir poco.”
Alzò il bicchiere e fece un lungo sorso, soffermandosi sul quadro di De Candia, con
una grossa anguria aperta che troneggiava sul mio televisore.
“Hai visto, qui, a fine pagina, c’è una data: 21 giugno 1993”, mi fece notare Roberta.
“Precisamente un mese prima del suo suicidio. Quindi, come avevo pensato,
rappresenta l’ultimo scritto in vita di Vittore.”
“Le ultime pagine prima di quel folle gesto.”
Queste parole uscirono dalla bocca di Roberta con tono sommesso, diversamente dalla
voce che mi avevano catturato la prima volta incontrata nella redazione della ‘CULTURA
DEL SUD’, voce sicura e conturbante che, insieme al suo corpo splendente e sinuoso, mi
avevano mandato in estasi e mi avevano portato a invitarla quella sera a casa mia.
“Roberta, a cosa stai pensando?”
“Pensavo alla pagina che ho letto. Non sembra essere una storia, sembra un diario, sì,
un diario, uno sfogo di un Vittore innamorato, profondamente innamorato.”
“Sì, questo non è da escludere.”
L’interessamento di Roberta a quel testo non poteva che farmi piacere, avrei, quindi,
potuto coinvolgerla nel lavoro che avevo intenzione di compiere per la rivista, con la
conseguente e allettante possibilità di essere a contatto con lei per molte ore al giorno.
Per quella sera, comunque, basta parlare di Vittore.
“Che ne dici di andare all’Irish Pub a bere una bella pinta di rossa doppio malto?”, le
dissi.
“Hai sentito che strazio nelle sue parole, che lirismo sofferto, un sentore di morte che
aleggia… Oggi poso la mia testa su questo cuscino di paglia e di nidi in plastica, bevo il
mio rosso vino per non pensare allo schifo che mi circonda.”
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“Ma tu non hai avuto occasione di conoscerlo, vero?”
“No, no, però conoscevo e conosco gente che me ne parlava… poi, essendo di Cursi,
vivendo a pochi chilometri da Melpignano, la voce di gente così ‘atipica’ come lo scrittore
Vittore si espande come macchia d’olio.”
3.
IRISH PUB
Facemmo una passeggiata per le vie del centro storico.
Il tragitto che separava la mia casa dal pub venne compiuto in silenzio, con Roberta
pensierosa che percorreva la strada con le sue gambe scure, ben abbronzate, con gli
occhi nascosti dietro le lenti dei miei occhiali dalla montatura nera.
Nella mente scorreva un motivo di Paolo Conte che si intrecciava ai miei interrogativi
su Edoardo Vittore e sul suo dattiloscritto, su Roberta Pacoda e sulla sua reazione
fortemente emotiva alla lettura del testo dello scrittore.
All’Irish Pub incontrammo altri due giovani giornalisti redattori della ‘CULTURA DEL
SUD’, Carlo Mantovani, che si occupava di cinema, fissato con i nuovi maestri delle sale
italiane Muccino, Salvatores, Ozpetek e anche il salentino Winspeare.
Il sottoscritto, Leo Monsanto, pensando al cinema volava alle partiture poetiche di
Amarcord e Otto e mezzo di Fellini, per esempio, o, pensando ai giorni nostri, alla
genialità drammatica di Le onde del destino e Dancer in the dark di Lars Von Trier.
Io, comunque, non mi occupavo di cinema, ma di letteratura, il mio occhio era quello
di uno spettatore comune e non di un critico di professione, questo mi veniva
rimproverato da Carlo Mantovani, che, mentre aspirava un sigaro puzzolente, mi
riempiva la sua testa sull’ultimo di Muccino, con una sensuale Bellucci nei panni di una
amante turbata e provocante.
Poi c’era Angela Imbriani, che si occupava di teatro, una grande bevitrice di vodka, pur
non essendo russa, ma di Nardò, che faceva il filo a Carlo Mantovani, il quale, sempre
preso a visionare le sue videocassette e i suoi DVD, sembrava poco propenso a perdere
tempo posando le sue labbra tra le cosce della sensuale giornalista neretina.
“Roberta, mi raccomando, non fare menzione del ritrovamento del manoscritto a
questi due. Riceveranno la notizia direttamente Lunedì in redazione.”
Bisbigliai queste parole tra le sue orecchie, mentre Carlo e Angela erano andati a
ballare un pezzo dei Modena City Ramblers, al centro della sala.
“Stai tranquillo, sarò muta come un pesce!”
Tornarono i due provetti ballerini, mentre il locale si riempiva di gente che fumava
sigarette e beveva birra, ascoltava musica e parlava, urlando nelle orecchie degli amici
seduti affianco.
“Quindi, Leo, tu consideri gli spettacoli della compagnia Koreja tutti identici a se
stessi? Spiegami bene il tuo punto di vista al riguardo.”
Angela smise di parlare con la sua voce altezzosa e saccente, emettendo una risata
isterica e velenosa.
“Cara Angela, quello che penso è che uno spettacolo dei Koreja lo identifichi subito dal
carattere enfatico dei suoi attori, dalle voci che recitano il testo urlando, dalle movenze
del corpo che nella sua ampollosità diviene parodia. Un’eccezione è Brecht’s Dance,
spettacolo con un ritmo e una forza degna di nota.”
Espressi la mia opinione continuando a sorseggiare la mia pinta di birra, con Roberta
pensierosa seduta tra me e Angela e con Carlo che continuava a fumare la sua pipa,
scuotendo la testa e mordendosi il labbro sinistro con i denti, tic ossessivo che lo
coglieva quando non concordava con le opinioni della gente che aveva di fronte.
“Ok, ok, questo è il tuo punto di vista, ma allora spiegami il successo di questa
compagnia in tutta Italia”, continuò Angela.
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Iniziai a stizzirmi, perché con tipi come Angela e Carlo ogni discussione non poteva
terminare se non dando ragione alle loro idee svettanti e geniali.
“Senti Angela, questo è solo il mio punto di vista che, a quanto pare, si scontra con il
tuo punto di vista, ma, ti ripeto, non me ne fotte un cazzo della compagnia Koreja, anzi
potrebbe anche scomparire, incendiarsi e incenerirsi, senza che ne venissi sconvolto
minimamente.”
Il tono della mia voce improvvisamente si alzò, superando il timbro medio delle altre
che nell’aria aleggiavano.
Mentre esponevo la mia difesa contro l’acidità perversa di Angela mi resi conto che
attorno a me si fece il silenzio, che il selecter di dischi della serata smise di suonare Mio
fratello è figlio unico di Rino Gaetano e che tutti i presenti avevano i loro occhi fissi sulle
mie labbra frizzanti e sulla mia bocca spalancata.
Roberta mi guardò divertita e ordinò un altro giro di birre, io feci l’espressione da duro
e mi sciolsi dalla mia forzata compostezza solamente quando iniziò a suonare nella sala
un pezzo dei 24 Grana.
Presi Roberta e la scagliai nel centro del locale, dove altri sette o otto alcolizzati
saltavano al ritmo forzato della band napoletana.
“Come ti sembra la serata? “, le chiesi.
“Ci si diverte con te e Angela, ma sono un po’ stanca. Ti piacciono i 24 Grana?”
“A dir poco. Mi piace ballare le loro canzoni. Mi scaricano molto.”
Ci scambiavamo queste battute, mentre la musica si diffondeva tra le pareti del locale
e mentre Angela, nel tavolo da noi occupato, alitava pensieri perversi nelle orecchie di
Carlo, il quale alternava le sue tirate alla pipa a bevute di birra, con gli occhi che
scomparivano sempre più dietro le lenti spesse della sua miopia. Alla fine della canzone
tornammo a sederci al nostro tavolo, con le birre ordinate da Roberta invitanti sul
vassoio pieno di arachidi e olive. Mentre mi gettavo affamato sulla ciotola ricolma di
arachidi sentii colpirmi dietro le spalle da Paolo Carella, in compagnia del suo
inseparabile amico Francesco Giannelli.
“Ciao Leo, che cazzo combini in questo locale da froci?”
Per Paolo Carella tutti i locali che lui non frequentava erano per froci e dal momento
che posava il suo culo soltanto nell’osteria di Michele, dove si sbronzava a botte di
quintini di vino, il popolo notturno di Lecce era un marasma collettivo di froci.
“E la stessa cosa che chiedo a te, Paolo. Cosa ci fai in questo locale di froci? Io sono in
compagnia di questa gente a bere un po’ di birra.”
“No, noi siamo qui perché abbiamo promesso al tipo che mette dischi di venirlo a
salutare. È un nostro amico.”
Francesco era silenzioso e sembrava guardare con insistenza le gambe di Roberta.
Sempre più pensierosa e ubriaca. I due nuovi arrivati presero due sgabelli e ci fecero
compagnia ordinando un altro giro di birre per tutti, con Il ballo di San Vito di Vinicio
Capossela a dare uno scossone ritmico alla serata.
“Beh, Francesco, come va la diffusione del vostro foglio di poesia?”, gli chiesi.
Francesco e Paolo curavano da un po’ di tempo un foglio di poesia, Otello 69, che
raccoglieva testi di giovani poeti locali, dalla tiratura limitata poiché era autoprodotto.
“Il progetto continua ad andare avanti, sai, ci sono molti giovani poeti che hanno
bisogno della nostra presenza per avere una voce che altrimenti, in altri contesti, non
potrebbero avere.”
Amavo tantissimo sentire parlare Francesco dell’Otello 69 perché assumeva
quell’espressione seria e quella postura da intellettuale sapiente e onnisciente, tipo
Carmelo Bene ospite da Maurizio Costanzo.
Paolo seduto al suo fianco muoveva la testa in su e in giù, approvando tutto ciò usciva
dalla bocca dell’amico.
“Stiamo preparando il numero di luglio e ci sta arrivando del materiale fantastico. Dai,
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Francesco, recita quei versi di quella diciassettenne che hai imparato a memoria”, Paolo
rideva a crepapelle chiudendosi a stento con l’aiuto delle mani le mandibole rimaste
spalancate
Francesco non si fece ripetere l’invito una seconda volta e dopo essere salito sullo
sgabello iniziò a declamare:
Non sono la piccola vergine
Che tu, padre, ami coccolare con innocenza.
Non sono la bambina che gioca
A fare castelli di sabbia
Nelle nostre giornate di mare.
Padre, ho il mio sesso tra le cosce
Che è in fiamme al solo pensiero
Di poter prendere in bocca il tuo sesso.
Padre, donati a me e mandami in estasi.
Francesco smise di recitare questi versi con la sua voce in falsetto, parodia di questa
giovane poetessa in calore, con tutta la sala dell’Irish Pub che si lasciò andare in un
dirompente applauso.
“Hai sentito che forte?”, mi disse Paolo.
“Devo ammettere che è forte”, gli risposi.
Roberta sorrideva divertita, mentre Carlo continuava a mordere le sue labbra, con
sempre più insistenza, e Angela era intenta a fissarlo con ossessione, per poter catturare
per un attimo la sua attenzione.
La serata continuò per un po’ con i due giovani poeti a raccontarci le loro storie di
sesso con piccole scrittrici che bussavano alla loro porta per chiedere una lettura dei loro
testi.
Naturalmente Francesco accentuava il tutto, dipingendo se stesso come un grande
scopatore e le sue piccole ‘vittime’ come angeli dalla bellezza inverosimile.
Venni colto improvvisamente da un senso di stanchezza e, ripensando alla giornata,
mi ricordai delle mille cose fatte sin dal mattino, dalle ore passate alla biblioteca a
Tricase alla grande scoperta del testo di Vittore, dalla tensione per l’incontro con Roberta
alla grandi bevute durante quella serata che mi avevano tremendamente appesantito la
testa.
“Bene, ragazzi, per me è giunta l’ora di andare a riposare”, dissi.
“Ecco, il solito vecchio del cazzo che al momento più bello della serata se ne esce con
queste frasi idiote”, questa fu la risposta di Paolo.
Classico comportamento di Paolo ubriaco che iniziava ad innervosirsi per niente e ad
essere aggressivo e arrogante con tutti. Non diedi peso alle sue parole, guardai Roberta
che mi fece capire che anche lei sarebbe venuta con me. Salutammo i presenti e uscimmo
dall’Irish Pub a notte fonda, con il locale pieno di ubriachi che ballavano al ritmo di
Quello che non c’è degli Afterhours.
“Mi devi scusare per il caratteraccio di Paolo e Francesco, ma si atteggiano a poeti
scapigliati e decadenti in una maniera indecorosa.”
“No, Leo, non preoccuparti, anzi, mi sono sembrati simpatici. Poi il vertice della serata
è stata la declamazione della poesia da parte di Francesco!”
Mentre parlava cominciò a sorridere e il vento della sera, che le muoveva dolcemente i
lunghi capelli neri, sembrava donare nuova freschezza al suo corpo stanco.
“Sì, devo dire che il momento della poesia declamata sullo sgabello è stato forte.
Un’adolescente innamorata persa del padre. Padre, ho il mio sesso tra le cosce /Che è in
fiamme al solo pensiero /Di poter prendere in bocca il tuo sesso. Versi degni di Bataille.”
Roberta continuava a sorridere e nel frattempo giungemmo a casa mia.
“Bene. Leo, ti ringrazio per la serata.”
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“Ringraziarmi di cosa? Piuttosto, hai già dimenticato il testo di Vittore.”
“No, non l’ho dimenticato per nulla. Ci penso da tutta la sera.”
“Roberta, domani è domenica, quindi io non vado in redazione a lavorare. Potremmo
recarci a Melpignano a raccogliere delle informazioni.”
“Di quali informazioni parli?”, la sua voce si stagliò nell’aria con un accento di
curiosità.
“Io pensavo tu volessi leggerlo soltanto e magari presentarlo a qualche casa editrice
per la pubblicazione.”
“No, Roberta, non condivido questa opinione. Io sono un giornalista, ho bisogno di
capire, capire perché Vittore ha compiuto il suo folle gesto e il testo che abbiamo tra le
mani ce lo può rivelare. Comunque domani mi reco a Melpignano per prendere maggiori
informazioni sull’ultimo periodo della sua vita.”
“Ok, ok. Passami a prendere da casa.”
“Ok, alle dieci passo da casa. L’indirizzo è quello che mi hai dato l’altro giorno in
redazione?”
“Certo, certo, non ho cambiato casa nell’arco di tre giorni.”
“Bene, allora buona notte”, dissi.
“Buona notte”, mi rispose con un sorriso trascinato a causa della stanchezza.
“Fai attenzione.”
“Va bene papà, farò attenzione.”
Cessò di parlare, si avvicinò al mio volto e mi diede un bacio sulla guancia.
Si allontanò con passo lento e io ebbi tutto il tempo per ammirare il suo culo alto e
sodo che mi fece sudare freddo.
“Se solo potessi possederla. Anche solo per una notte”, pensai.
Nella mia piccola casa si soffocava.
Nonostante la frescura della serata, sembrava che in casa mia i raggi solari e l’umidità
puttana si fossero nascosti per dannarmi e non farmi chiudere occhio.
Pensavo a Roberta, alla sua sensualità, alla sua bellezza, pensavo al fatto di averla
coinvolta in questa storia su Vittore, pensavo alla sua reazione alla lettura del testo, al
suo spaesamento, alla sua assenza durante tutta la serata trascorsa all’Irish Pub.
“Tutta da scoprire”, pensai e per cercare di addormentarmi in qualche modo presi il
testo di Vittore e cominciai a leggerlo. Quello che mi colpiva e mi turbava, nelle prime
cento pagine da me lette, era che il testo sembrava ruotare su un’ossessione, quella di
questa dolce ragazza bruna entrata nella vita dello scrittore e poi improvvisamente
scomparsa, elemento questo generatore della disperazione dello scrittore e della sua
seguente scrittura criptica, volutamente barocca e arzigogolata, ampollosa e fluente.
Sembrava che attraverso questo esercizio prettamente stilistico Vittore potesse tenere
lontano i demoni della passione per questa ragazza.
Ecco una parte del testo che mi affascinò in quella notte insonne:
Sono due ore che piango su questa mia scrivania. Cerco di battere i
tasti sulla mia macchina da scrivere con decisione, ma la mano si
sbriciola per il tremore. Non ho più energie nel
corpo, non ho più
energie tra le mani, i miei capelli volano leggeri, trasportati dalla
brezza marina di questo giugno senza tempo. Desidero solo il tuo corpo,
ho solo voglia di rivedere il tuo corpo, di riscaldarmi tra le tue
braccia, di abbracciare le tue cosce, per risollevarmi da questa mia
assenza di voglie e forze.
Sì, aveva ragione Roberta quando affermava che si trattava di un diario, di una
minuziosa e logorroica descrizione delle sue sensazioni prima della morte. Allora perché
all’interno del testo era riportata la dicitura Romanzo di Edoardo Vittore –LA CARNE
MUORE? Del genere romanzo veniva a mancare un inizio uno svolgimento e una fine, una
11
storia compiuta da narrare. Qui eravamo in presenza di un testo aperto, non si trattava di
una storia chiusa e completa, ma di uno sfogo di un uomo in preda ad un raptus
esistenziale generato da una delusione d’amore. Un raptus lungo 700 pagine. Ero stanco.
Chiusi il testo dopo aver letto 148 pagine. Mi addormentai ascoltando Trasparente di
Marco Parente, con la calura notturna che sembrava risucchiarmi nel suo vortice
asfissiante.
4.
RICERCHE A MELPIGNANO
La mattina seguente la sveglia suonò alle 8:30. Avevo la testa pesante per il whisky e
la birra bevuti la sera precedente. Accesi la tv mentre preparavo il caffè. Mi apparve il
volto del Presidente del Consiglio in tutta la sua invidiabile telegenia.
A quanto sembrava era nuovamente indagato per presunti illeciti nell’acquisizione dei
diritti cinematografici per Mediaset nel biennio 1994-1996, proprio gli anni della scesa
in campo del Cavaliere.
“Sì, ma adesso si prepara la legge su misura, approvata da quel gregge incolto della
sua maggioranza, così la scampa anche questa volta, la carogna”, pensai, mentre il caffè
fuoriusciva dalla moka sporcando la già lurida cucina.
Mi lavai con la solita lentezza, indossai il mio solito jeans nero abbinato a una
maglietta Melting Pot nera, inserii un CD di De Andrè nel lettore e tornai in bagno a
spruzzarmi un po’ di profumo, perché l’incontro con Roberta non poteva consentirmi di
avere le ascelle puzzolenti. Alle 9:25 uscii di casa, presi la mia 500, pronto per la statale
Lecce-Maglie, per recarmi a casa di Roberta a Cursi, Via Petrarca 34. Quella mattina
avevo la testa colma di pensieri contrastanti che cercavano di inserirsi con forza nello
spazio limitato del mio cranio marcio. Pensavo al fatto che avrei potuto preparare per la
‘CULTURA DEL SUD’ una sorta di inchiesta su Edoardo Vittore, sia sull’uomo che
sull’artista, interpellando, attraverso una ricostruzione del periodo nel quale era vissuto,
tutta la gente che direttamente aveva avuto modo di conoscerlo.
Era necessario a mio parere riscoprire la scrittura di Vittore, scrittura certamente
difficile, come dimostravano i tre romanzi pubblicati in vita, e come, a maggior ragione,
dimostrava l’inedito LA CARNE MUORE, che potevano considerarsi accostabili alla grande
tradizione sperimentale del ‘900, quella che ha come padri spirituali Joyce e Proust.
Si era fatto un silenzio inspiegabile attorno la figura di Vittore dopo la sua morte, non
c’era nessun critico che si fosse preso la briga di leggere l’intera sua produzione, perché
considerata ostica, non comprensibile, non sense, frutto della mente malata di un povero
folle alcolizzato. La scoperta che avevo fatto nella biblioteca di Tricase poteva dare lustro
ad una rinascita dell’autore e questa mia voglia e speranza mi rendeva quella mattina
pimpante e ottimista, con Vinicio Capossella che cantava a tutto volume la struggente
Non è l’amore che va via tra le mie orecchie. Poi c’era anche da dire che il mio
entusiasmo era alle stelle per la possibilità di vivere questa mia esperienza lavorativa al
fianco di Roberta, la quale avevo intenzione di proporla al direttore per un suo possibile
passaggio da collaboratrice a redattrice, cacciando la petulante rompipalle di Angela
Imbriani, sia perché consideravo Roberta tanto intelligente e preparata da poter dar
lustro al nostro giornale e sia perché in tal maniera potevo stare tutto il giorno a contatto
con lei.
Al solo pensiero rabbrividivo.
Preso da queste mie fantasticherie, non mi resi conto che la strada per Cursi era stata
macinata velocemente dalla mia auto. Mi trovai improvvisamente in questo piccolo
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paesino. “Via Petrarca è la strada sulla quale è situato il Comune”, mi disse la prima volta
che ci incontrammo, quando ci scambiammo indirizzi e numeri telefonici. Dopo aver
chiesto ad un vigile urbano baffuto la strada per il comune mi fermai di fronte ad esso e
mandai un messaggio con il mio cellulare sul suo con su scritto: IO MI TROVO VICINO AL
COMUNE. TI ASPETTO QUI. FAI PRESTO. LEO. Dopo due minuti comparve Roberta in jeans
stretti blu e piccola canottiera bianca da lasciare poco spazio all’immaginazione e il
sottoscritto ripeteva nella sua testa che quella sarebbe stata una grande e bella giornata.
“Ciao Leo, hai visto che caldo stamattina?”, mi disse, con la voce frantumata dal
fiatone per la corsa che aveva fatto da casa sua alla macchina.
“Aspetta un attimo, vediamo se si sta meglio così.”
Con un semplice gesto alzai una leva e tolsi il tettuccio dalla mia macchina che rimase
scoperta come le migliori cabriolet. Ora eravamo nel breve tratto Cursi – Melpignano con
il vento caldo che ci colpiva dall’alto, da destra e da sinistra e con Capossela che cantava
con voce sommessa e rauca Che cossé l’amor?.
Anche Roberta sembrava serena quella mattina e l’idea che avevo avuto di togliere il
tettuccio di pelle dalla macchina era stata fantastica perché il vento le si poggiava sul viso
e sui capelli, dandole una lucentezza che non avevo mai percepito nel guardarla.
“Cosa ha in programma il nostro giornalista d’assalto questa mattina?”, mi chiese con
ironia Roberta.
“Andremo ad intervistare il tipografo che ha stampato l’ultimo romanzo uscito di
Vittore, Un solo minuto prima del tuo saluto.”
“Bellissimo, non trovi?”
“Hai avuto modo di leggerlo?”, le chiesi con aria stupita.
“Certo, ho letto tutti e tre i suoi romanzi.”
“Interessante. Pensavo conoscessi Vittore solo per averne sentito parlare dai tuoi
compaesani.”
“No, Leo, ho letto tutto quello che per le mani mi capitava di Vittore e se penso alla
storia di Un solo minuto prima del tuo saluto mi viene da piangere.”
Quello che non riuscivo, la sera precedente, a spiegarmi era la sua reazioni emotiva
alla lettura del dattiloscritto di Vittore, che ora, comprendendo il suo legame con i testi
dello scrittore, diveniva più comprensibile. Arrivammo in tipografia dopo aver chiesto
indicazioni ad un barista di Melpignano, che ci disse di stare attenti al vecchio Aldo
poiché ormai aveva perso i sensi.
Quindi il tipografo si chiamava Aldo.
Erano quasi le undici del mattino e il caldo cominciava a divenire pungente, la mia
maglietta nera accoglieva tutti i raggi solari che dall’alto cadevano, Roberta era sempre
sorridente e i suoi seni strizzati nella piccola e attillata canottiere bianca seducevano
instancabilmente i miei occhi.
Entrai nella tipografia che aveva pareti grigie ed era piena di macchinari tanti grandi da
occupare la quasi totalità dello spazio del locale.
“C’è qualcuno?”, provai ad interrompere il silenzio che si respirava in quel posto.
“Chi è?”, si sentì una voce provenire da dietro una porta verde.
“Signor Aldo è lei? Sono un giornalista della ‘CULTURA DEL SUD’, posso farle qualche
domanda su Edoardo Vittore?”
Improvvisamente la porta verde si aprì e comparve il signor Aldo, un simpatico uomo
anziano, sulla settantina, con capelli bianchi lunghi sino alle spalle, una barba alla
Giuseppe Verdi e degli occhi azzurri con filamenti rossi che accerchiavano le pupille,
frutto, forse, di qualche sambuca di troppo con gli amici al bar.
“Salve, cos’è che volete sapere su Edoardo?”, rispose Aldo con voce fioca ma
sospettosa.
“Non si allarmi, solo qualche piccola domanda, perché vorremmo fare un articolo su di
lui per la nostra rivista”.
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Le parole di Roberta furono provvidenziali perché il signor Aldo prese una piccola
sedia bianca e si adagiò comodamente.
“Bene, risponderò alle vostre domande, ma non ho molto tempo da perdere. Ho dei
lavori urgenti da sbrigare.”
Fui io il primo a prendere la parola.
“Grazie, signor Aldo. Allora, noi vorremo ricostruire, anche grazie al suo aiuto,
l’ultimo periodo della vita di Edoardo, per comprendere le ragioni del suo estremo gesto
in quel ormai lontano luglio del 1993. Cosa ci può dire in proposito?”
Cercai di assumere un’aria quanto mai professionale per assicurare il tipografo della
nostra buona fede e del fatto che non eravamo dei ciarlatani, ma gente che stava
svolgendo seriamente la propria professione.
Aldo abbassò lo sguardo, fissando i suoi sandali di cuoio marroni.
“Le ragioni del suo estremo gesto…”, fece un sospiro che rese visibili i suoi denti neri
per le tante sigarette aspirate.
“A dieci anni di distanza, non riesco a trovare nessuna ragione di tale significato da
indurlo a compiere quell’atto tanto atroce, pur essendo un suo fraterno amico, anzi come
era solito chiamarmi lui, ero il suo ‘Ziu Uccio’.”
Alla pronuncia di quelle parole il suo tono passò da sospettoso a tristemente
meditativo, sembrava distante dai due giovani giornalisti che erano di fronte a lui a fargli
cavare quelle dolorose parole e quei malinconici ricordi, sembrava perso nel suo passato,
come se le immagini di Vittore vivo venissero proiettate in uno schermo ideale che
separava lui da noi.
“Quello che ricordo è la sua voglia di vivere. Edoardo amava la vita, amava mangiare e
bere bene, amava la propria famiglia. Ma principalmente ricordo il suo amore per le
donne. Tra l’altro i suoi tre romanzi sono stati scritti come conseguenza delle tre donne
che lui ha amato e dalle quali è stato amato. Edoardo viveva e scriveva per le sue donne.
La donna era il centro fondamentale della sua poetica. Infatti quando si innamorava lo
perdevamo di vista per lunghi periodi, impegnato come era ad amare intensamente e a
scrivere con altrettanta voracità.”
Il signor Aldo trascinava le sue parole con una lentezza che rendeva difficile captarne
alcune più complesse, ma con una commozione che traspariva con evidenza dal rossore
sempre più corposo dei suoi occhi
Riprese nuovamente il suo racconto dopo un nuovo sospiro che sembrava quasi
necessario per richiamare alla memoria quei momenti che ormai si stagliavano remoti
nella mente.
“Per la stessa ragione che ho appena detto, penso che la morte di Edoardo sia legata
ad una donna. Ricordo che negli ultimi due mesi della sua vita Edoardo sparì dalla nostra
vista, e quando dico nostra intendo del gruppo che frequentava l’Eden Bar, dove con
Edoardo ci si vedeva a consumare birre fresche almeno tre volte al giorno, quando non
era impegnato con le sue donne e i suoi libri. Sì, penso proprio che si sia ammazzato per
una donna.”
Io e Roberta ci guardammo negli occhi.
Chiesi al signor Aldo di ricordare l’ultima volta che aveva visto Edoardo prima della
morte.
“Ecco…era un giorno di luglio. Era un pomeriggio afoso che toglieva il respiro, con il
cantare delle cicale a ritmare il mio lavoro incessante. Dovevo fare una consegna per il
giorno dopo, quindi avevo da lavorare sino a sera inoltrata. All’improvviso comparve
Edoardo, con pantaloncini marroni e sandali di cuoio sdruciti, con la sua pancia nuda,
gonfia di birra, e con la barba sempre più lunga e nera. Non mi salutò neanche, si
avvicinò e mi disse che stava lavorando incessantemente ad una nuova storia, giorno e
notte, e aveva appena inserito nuovo inchiostro nella sua macchina da scrivere.”
Qui all’improvviso il signor Aldo interruppe la narrazione, quasi vinto dalla
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commozione che salì improvvisamente sul suo viso per poi condensarsi in lacrime
sgorganti dai suoi occhi.
“Signor Aldo, corro a prendere un po’ di acqua fresca dal bar di fronte”, disse Roberta.
“Ti ringrazio”, rispose il tipografo, asciugandosi gli occhi con lo straccio con il quale
ripuliva le sue macchine per la stampa.
Ci fermammo cinque minuti a bere un bicchiere d’acqua fresca perché il caldo
cominciava a divenire asfissiante in quella piccola tipografia di Melpignano.
Il signor Aldo all’improvviso riprese il suo racconto.
“Sembrava entusiasta come sempre quel giorno, ma d’improvviso abbandonò quel
tono esaltante, dovuto alla gioia per il lavoro che stava portando avanti. Si avvicinò a me
e mi guardò negli occhi dicendomi che quel nuovo libro dovevo stamparlo io, solamente
io, anche quando non ci sarebbe stato più. Quelle parole finali non le presi sul serio…”
Ci fu una nuova interruzione seguita da una soffiata di naso perché la commozione
cominciò nuovamente a prendere il sopravvento.
“Non presi sul serio quelle parole e gli chiesi cosa avesse intenzione di fare. ‘Hai
intenzione di farti un bel viaggio di piacere nella tua tanto amata Cuba?’, gli dissi con
voce ironica. Lui mi accennò un sorriso, si voltò e uscì dalla mia porta, uscì dalla mia
porta per sempre… quell’incontro è avvenuto tre o quattro giorni prima del suo
suicidio… se solo avessi saputo… avrei cercato in ogni modo di farlo ragionare.”
Ci furono secondi di silenzio, con il solo rumore della macchine della tipografia a
ritmare il vuoto che attorno si respirava.
“Grazie, signor Aldo, la sua testimonianza c’è stata molto d’aiuto”, intervenni per
rompere quel muro di incomunicabilità che si era alzato.
Mi voltai verso Roberta per cercare assenso alle mie parole, ma aveva la testa in su,
con gli occhi che fissavano il soffitto grigio.
L’atmosfera cominciava a divenire irrespirabile, quello strato di emotività stava
divenendo per me una cappa asfissiante e irrespirabile.
“Signor Aldo, un’ultima domanda prima di togliere il disturbo. Dopo la morte di
Vittore, quel romanzo sul quale stava lavorando negli ultimi giorni che fine ha fatto?”
“Èquello che mi chiedo. Il fatto è che Edoardo non ha lasciato nessun testamento nel
quale ci fosse una esplicita dichiarazione sul lascito dei suoi inediti. I genitori sono
scomparsi quattro o cinque anni prima della sua morte, a poca distanza l’uno dall’altro,
l’unica può essere la sorella. Sì, penso che la sorella possa saperne qualcosa. Lei è
laureata in Lettere Classiche e, ricordo, era l’unica che leggeva con attenzione i romanzi
del fratello e ne approvava o meno i contenuti prima della loro uscita. Si rintanava nello
studio di Edoardo, che si trovava alle spalle di Piazza San Giorgio, e leggeva i fogli battuti
a macchina per ore e ore. Edoardo si fidava ciecamente del suo giudizio.”
“Ecco un’altra persona con la quale parlare per poterne ricavare maggiori
informazioni”, pensai.
“Signor Aldo, è possibile sapere dove vive la sorella di Vittore?”
“Bella domanda… Laura Vittore… so che ha lavorato nella biblioteca di Tricase, dopo la
morte del fratello, ma poi è stata allontanata, perché, a quanto si dice nel paese, è andata
via di testa, è impazzita. Le hanno tolto il figlio, che aveva avuto con un amico di
Edoardo, il pittore Maurizio Diso, morto di overdose nell’89. Ho saputo l’altro giorno da
una sua amica d’infanzia che vive in un piccola casetta vicino Presicce dove dipinge tele
astratte e vive grazie all’aiuto di alcuni amici rimasti.”
Allo scorrere di quelle parole io fremevo per la gioia e l’eccitazione, perché molte cose
si stavano delineando nella nostra ricerca. Laura Vittore, quindi, avendo lavorato alla
biblioteca di Tricase, era stata la persona che aveva portato il dattiloscritto di LA CARNE
MUORE nel posto in cui io l’avevo scoperto. Non potevano esserci altre spiegazioni.
“Grazie mille signor Aldo, le sue informazioni sono state preziosissime per la nostra
ricerca, vero Roberta?”
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Mi voltai per cercare conferma nelle mie parole, ma Roberta sembrava pensare a
tutt’altro, e quell’espressione dolorosamente spaesata che aveva la rendeva ancora più
affascinante.
“Sì, certo”, rispose Roberta continuando a guardare il soffitto.
“Signor Aldo, noi togliamo il disturbo. Le abbiamo già fatto perdere molto del suo
prezioso tempo.”
“Non ti preoccupare… Mi ha fatto piacere potere aiutare due giovani come voi. Cercate
almeno voi di tenere desta la memoria di Vittore. Era un grande uomo, ma soprattutto un
grande scrittore… E fatemi avere una copia della vostra rivista, quando fate uscire
l’articolo su Edoardo.”
“Ok, signor Aldo, ancora grazie.”
Mi avvicinai a lui, gli strinsi la mano e gli diedi una pacca sulla spalla, poi Roberta lo
abbracciò teneramente e lo ringraziò per la sua disponibilità.
Ci lasciammo alle spalle Melpignano verso mezzogiorno, con il sole che, con la
proiezione di raggi perpendicolari, ci soffocava con il suo peso imponente.
Chiesi a Roberta cosa volesse fare, se andare a trovare Laura Vittore immediatamente
per scoprire qualcosa in più in giornata sugli ultimi giorni di vita di Vittore oppure
tornare a casa e contattare la pittrice in un altro momento. Lei mi rispose che era
affamata e esausta, quindi decidemmo di riposarci un po’.
Prendemmo la strada per Otranto, l’idea era quella di passare un paio di ore in
assoluta tranquillità, magari facendo un bel tuffo nelle acque dell’Adriatico.
“Ma io non ho il costume”, mi disse Roberta.
“Neanche io, ma se ci fermiamo dove ci sono solo scogli magari possiamo fare un
tuffo in mutande senza essere presi per pazzi.”
Roberta finalmente era sorridente e forse pensava dentro si sé che mi mancava
davvero qualche rotella.
Dopo esserci fermati in un piccolo bar all’entrata di Otranto e aver preso un paio di
panini e due birre da 66 cl, ci spostammo sulla zona costiera e ci fermammo in un posto
isolato, ma protetto da una grossa quercia che faceva ombra, per poter passare un po’ di
tempo in relax.
“Guarda, dietro questa quercia c’è il mare! Senti il rumore delle onde? E il profumo
dell’acqua marina?”, si rivolse a me con l’aria meravigliata che si scorge molto spesso nei
volti dei bambini.
Poggiò poi il suo corpo per terra e improvvisamente io abbandonai l’aria professionale
che avevo assunto con il tipografo di Melpignano per concentrarmi sui capezzoli dei suoi
seni che trasparivano con evidenza dalla sua maglietta chiara.
Mi sdraiai accanto a lei, protetti dall’ombra, e stappai la prima birra per poi farne un
lungo sorso dissetante.
“Quindi?”
“Quindi cosa?”, mi rispose.
“Cosa ne pensi dell’incontro con il signor Aldo?”
“Beh, hai ottenuto quello che volevi.”
“Ottenuto cosa?”, rimasi stupito da quella sua uscita.
“Volevi creare un gran pezzo per la ‘CULTURA DEL SUD’. Ora sei riuscito a costruire il
passaggio del dattiloscritto di LA CARNE MUORE dalle mani di Vittore alla biblioteca di
Tricase.”
“Ma Roberta, qui non si parla più del pezzo da scrivere per la rivista, qui entra il gioco
l’esistenza di un artista che si è tolto la vita per una donna. Il nostro compito potrebbe
essere quello di fare chiarezza su questa storia messa subito nel dimenticatoio. Non ti
interessa scoprire chi è questa donna? Scoprire quale potere fascinoso ha avuto sullo
scrittore tanto da indurlo all’uccisione per un suo rifiuto?
“No, Leo, qui la storia sta diventando più grande di me. Non voglio più saperne niente
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di Vittore, voglio solo avere un ricordo dei suoi romanzi. Leo, ti accompagno nel
pomeriggio dalla sorella e poi con questa storia ho chiuso. Ritorno alle mie ricerche
archeologiche. Con questa storia ho chiuso.”
Dopo aver detto queste parole prese dalle tasche del suo jeans un fazzoletto di carta e
lo passò sul viso e sugli occhi che avevano uno splendore che le parole non possono
descrivere.
“Ok, non parliamone più.”
Presi una nuova sorsata di birra dalla bottiglia e gliela passai.
Con lo sguardo rivolto verso la scogliera che su di noi si imponeva, mi accorsi che
Roberta si era addormentata con la birra versata sull’erba alla base della quercia e con la
testa poggiata su una spessa radice dell’albero. Io non avevo un briciolo di sonno e
decisi di andare in macchina a prendere il dattiloscritto di Vittore per continuare a
leggerlo, per cercare di capire se c’erano altri interessanti dettagli in quelle pagine.
Avevo solamente letto un terzo del testo, ma quello che già risaltava con evidenza era
che Vittore, in vista della pubblicazione dell’opera presso la tipografia Il Cantiere, aveva
con meticolosa attenzione evitato di inserire il nome della donna che gli aveva fatto
perdere la testa e quello che notavo era anche l’assenza su dettagli fisici di una certa
rilevanza tali per poter risalire a lei.
Vittore, come risultava dalle parole del signor Aldo, scompariva ogni qualvolta si
dedicava completamente a una donna, viveva la sua storia d’amore totalmente, così
come totalmente si dedicava alla resa letteraria della stessa storia d’amore. Quindi le sue
donne erano oggetti privati, da non mostrare all’attenzione altrui. Gli amici di Vittore non
avevano mai visto le donne di Edoardo, ma ne avevano solamente sentito parlare da lui
con ardore e ne avevano lette le vicende descritte nei romanzi. E se Vittore si fosse
inventato ogni singola cosa? Se queste donne non fossero mai esistite? Se la dolce
saracena dalla pelle scura fosse soltanto una proiezione immaginaria di Vittore ormai
consumato dall’alcol e dalla follia?
Ecco, era anche per questi interrogativi irrisolti che avevo voglia di andare a trovare la
sorella dello scrittore ed era per queste ragioni che cercavo maggiori risposte dal
dattiloscritto:
Ho la radio accesa, bevo vino e ascolto un po’ di musica. Questa sera
l’aria è irrespirabile, ho degli strani dolori allo stomaco, bevo vino
per anestetizzare il dolore, ascolto la ‘Patetica’ di Cajkovskij su Radio
Tre, distendo il mio corpo nudo su queste lenzuola di bianco lino e bevo
il mio vino, perché è una settimana che non mi viene a trovare nessuno,
neanche l’eterno angelo di mia sorella, perché tu sei andata via da due
settimana, due settimane che non posso più sentire il tenero odore delle
tue labbra di muschio e sete, perché non posso più guardare la voglia di
fragola sul tuo collo dal sapore di miele, nascosta dalla chioma fluente
dei tuoi capelli neri. ‘La Patetica’, che capolavoro! Il primo movimento,
già a partire dall’introduzione Adagio, è immerso in un clima di lugubre
cupezza; si infervora poi fra drammatici contrasti nell’Allegro ma non
troppo. Di sottile, sorridente malinconia è l’Allegro con grazia
successivo, un elegante valzer nell’insolito tempo di 5/4. Energico e
movimentato, fin quasi alla frenesia, è il terzo movimento Allegro molto
vivace’. La ‘Patetica’ si conclude imprevedibilmente con un tempo lento:
il funereo Adagio lamentoso che sembra oscillare fra disperazione e calma
rassegnata. Ascolto la musica che mi scivola addosso, scivola sul mio
corpo unto di sudore, ché il caldo oggi ammazza e io sto per essere
ammazzato dal caldo che mi spacca lo stomaco e tu non sei qui e non so
come continuare a vivere, tu non sei qui e non so spiegarmi il perché
della tua fuga, tu non sei qui in questa sera dove Cajkovskij fa
compagnia al mio corpo smembrato, al mio corpo senza più energia.
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Mi fermai a leggere sotto quella grande quercia per due ore, approfittando del
riposino che Roberta stava facendo al mio fianco, interrompendo la mia lettura soltanto
per guardare il morbido culo che risaltava splendente dallo stretto jeans indossato.
Quando lei aprì gli occhi erano le due e mezza, io fermai la mia lettura a pagina 368 e, a
ormai più di metà libro, aggiunsi un elemento alla mia ricerca: la donna che aveva
sconvolto la vita di Vittore aveva una voglia di fragola sul collo, nascosta dai lunghi
capelli.
Era vero o anche questo elemento era frutto della finzione narrativa del testo?
“Dormito bene?”
“A meraviglia. Tu cosa hai fatto mentre dormivo?”
“Ho continuato a leggere il testo di Vittore.”
“Sta diventando un’ossessione per te, non è vero?”
“Può darsi che stia divenendo un’ossessione, ma ho bisogno di giungere ad una
conclusione della questione. Purtroppo sono un giornalista. Fa parte del mio dna questa
necessità di spasmodica di ricerca che va avanti fino a quando non senti di aver raccolto
tutte le informazioni per costruire una buona notizia.
“E cosa hai scoperto nella lettura di queste pagine?”
“Che Vittore amava la ‘Patetica’ di Cajkovskij. Lo sapevi?”
“No, non lo sapevo”, rispose mentre alzava le braccia in aria facendo un grosso
sbadiglio.
Naturalmente non facemmo il bagno perché Roberta si vergognava di mostrarsi dal
sottoscritto in mutande e reggiseno, mentre io avrei firmato carte false pur di vedere
scoperta una parte del suo corpo, ma ero fiducioso ed ero convinto che il fatto che lei mi
seguisse in questa mia avventura voleva significare che suscitavo in lei un pizzico
d’interesse. Ci lasciammo alle spalle Otranto alle tre di pomeriggio e prendemmo la
strada diretta a Santa Maria di Leuca, per poi imboccare l’uscita per Presicce e
raggiungere la casa in campagna della sorella di Vittore. Il caldo continuava a battere con
tutta la sua forza dirompente, Roberta si alzò dal sedile sporgendosi con metà busto
fuori dal tetto aperto della mia auto, mentre nello stereo suonava Fantasma del Linea 77.
Vedere lei sorridente accanto a me che saltava sul sedile della macchina a ritmo di
musica mi rendeva sereno. Avrei voluto fermare il tempo e rimanere immobile a
guardarla saltare, con il vento che le faceva ammorbidire la pelle e aprire le labbra,
mostrando il suo sorriso carnale e dirompente. Arrivammo a Presicce in un quarto d’ora,
ci fermammo al primo bar a chiedere informazione sulla pittrice Laura Vittore. Il barista
ci guardò con aria sospetta, dall’alto in basso e dopo dieci secondi infiniti di silenzio ci
spiegò come arrivare nella sua casetta, appena fuori il paese. Solo quando gli spiegai che
mi recavo lì per conto del mio giornale si lasciò andare ad un commento.
Si rivolse a noi farfugliando spiegazzate parole in uno stentato italiano.
“State attenti che quella non è normale. È pazza. Si dice che pure il fratello fosse
pazzo e il marito si drogava. Una famiglia di malati.”
Lo ringraziammo per il consiglio, comprai una birra gelata e cercammo di seguire le
indicazioni dateci.
“Ha detto che questa casa si trova appena usciti dal paese, affianco ad una pompa di
benzina dalle insegne gialle.”
“Ecco, ecco, Cristo… ho appena superato sta cazzo di pompa di benzina!”
Fui costretto a fare manovra, ma la strada a quell’ora era talmente deserta che non ci
misi molto a girare la mia macchina e inserirmi nella stradina che costeggiava la pompa
di benzina, nella quale, in lontananza, si intravedeva una piccola casa che spiccava per il
colore rosso acceso delle sue pareti.
Io e Roberta ci guardammo negli occhi e capimmo che la casa in questione era quella
di Laura Vittore.
Laura stava dipingendo fuori dalla sua abitazione, sotto un albero di ulivo. Era seduta
per terra, con la tela sotto il suo corpo.
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Quando noi ci avvicinammo con la macchina lei non diede nessun segnale, come se
non si fosse accorta del nostro arrivo. Rimase di spalle a giostrare con i suoi colori sulla
tela.
“Pensi che dovremmo aver paura di lei?”, mi chiese Roberta con timore.
“Dobbiamo solo cercare di essere cauti e di non farla arrabbiare”, le risposi, togliendo
dalla sua guancia con la mia mano un piccolo vermiciattolo che si era posato
casualmente. Mi sorrise e mi strinse per un attimo la mano.
Dopo essere scesi dall’auto, ci avvicinammo a lei con passi felpati per non disturbarla.
La tela su cui stava lavorando aveva uno sfondo nero, sul quale ora stava intervenendo
con una forchetta a graffiare e togliere il colore fresco, lasciando delle striature
asimmetriche per l’intero spazio dell’opera.
“Scusi, signora Laura…”, dissi con un tono della voce lieve
“Sì, cosa volete da me?”, queste parole uscirono soffocate e nervose dalla sua gola.
Come se la nostra presenza in quel luogo fosse l’ultima cosa di cui avesse bisogno in
quel momento.
“Siete interessati a qualche mia opera? Chi vi ha mandato qui? Mario o Michelangelo?”
“No, signora, siamo qui per un’altra ragione…”, intervenne timidamente Roberta.
“Quelle due teste di cazzo la devono smettere di dare il mio indirizzo a tutti gli
amichetti intellettualoidi di merda. Cosa fate nella vita? Studiate all’Accademia delle Belle
Arti? Dipingete anche voi? Cosa ve ne pare di quest’opera?”
“Signora, siamo qui per parlare di suo fratello Edoardo”, presi l’iniziativa, cercando di
portare il discorso sui binari che a noi interessavano.
“Edoardo? Non ricordo di conoscere qualcuno con questo nome.”
Solo in questo momento si voltò verso di noi e ci guardò con i suoi occhi sgranati
verdi. Doveva avere non più di 35 anni, ma si vedeva che ci teneva poco al suo aspetto
fisico, con capelli lunghi neri luridi e il corpo curvo nella sua magrezza.
“Suo fratello Edoardo…lo scrittore”, ripeté Roberta.
“Per me Edoardo è solo un nome… non collego nessuno di mia conoscenza con questo
nome”, poi si assentò per alcuni secondi, continuando ad osservare la tela nera .
“Ah, ho conosciuto un Edoardo… ma ora non c’è più. Il pittore De Candia. Voi
conoscete il pittore De Candia? Ho un suo quadro raffigurante una pineta. Me lo regalò
nell’89. Naturalmente ci provò con me, ma non era il mio tipo. Lui sì che era un artista. Ci
provava con tutte e tutti, entrava ed usciva dal manicomio, ma, cazzo, De Candia non era
un folle…Era un artista di quelli con le palle sotto.”
“Signora, anche suo fratello è morto. Si è avvelenato, non si ricorda?”
Cercai di essere quanto più diretto possibile, per aizzarla. Ero convinto che lei
ricordasse. Come poteva aver rimosso tutto?
Si trattava di suo fratello, del fratello che lei tanto aveva amato.
Mentre io pronunciai quelle parole lei continuava a graffiare la sua tela con la
forchetta, aumentando solamente la forza di incisione ad ogni mia frase.
“Tra mezz’ora la finisco. Posso farla ad un buon prezzo. Spero che Mario e
Michelangelo vi abbiano detto che io faccio prezzi buoni. Si dice che le mie tele stiano
popolando le case delle famiglie borghesi di Lecce, ma a me non me ne fotte un cazzo. Io
voglio solo mangiare e comprare il mio gin. Volete un po’ di gin? Andate a prenderlo. Si
trova nel frigo. Andate, andate, non fatevi problemi, ne ho qualche altra bottiglia nella
dispensa.”
Sembrava totalmente ignorare le nostre domande e parlare a ruota libera. Andai a
prendere il gin perché sembrava non cortese rifiutare il suo invito. Entrai nella sua casa,
un’unica stanza con letto, cucina, frigo, un armadio e solo tele e colori a riempire lo
spazio rimanente. Tutte le tele che vidi in quella stanza non si discostavano molto dal
lavoro che stava completando in quel momento, con quell’esplosione ‘informale’ da cui
molto spesso si allontanava tramite un lavoro di sottrazione del colore impresso. Uscii
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fuori con la bottiglia di gin e ne diedi una gran sorsata. Roberta, che era intenta a
guardare la pittrice al lavoro, non volle bere. Passai, quindi, la bottiglia a Laura. La
pittrice bevve per tre volte alla bottiglia, svuotandola quasi completamente.
“Entrando in casa tua non ho potuto non notare il resto delle tele. C’è un lavoro che
stai portando avanti su un bisogno inconscio di far esplodere sulla tela i colori? Quanto
sei stata influenzata dall’Espressionismo Astratto di Pollock e compagni? Anche se in te
l’accumulo di colori sovrapposti lascia spazio ad un lavoro di graffiatura ed eliminazione
degli stessi, vero?”
Mi accorsi che ancora una volta ero entrato nella mia parte di giornalista scassapalle,
ma capii che, forse, con Laura, questo discorso non poteva attecchire. Infatti si girò per la
seconda volta verso di me, fissandomi con i suoi occhioni verdi.
“Ma sei uno dei soliti critici d’arte che spara minchiate a volontà o cos’altro? Scusa, mi
hai visto bene come sono ridotta? Che cazzo vuoi che mi importi di Pollock? Io ho un mio
amico pittore che lavora al casello della stazione di Tricase che dipinge quadri identici a
quelli di Pollock. Puccetto. Ma penso che neanche lui sia stato influenzato da Pollock. Lo
fa per vivere. E anche io lo faccio per vivere e perché non saprei cos’altro fare.
Abbassò di nuovo la testa e uscì dai pantaloni una sigaretta.
“Chi vuole fumare un po’ di eroina con me? È roba pesante, ragazzi, quindi se non
avete mai provate non sarà questa la prima volta perché non voglio vedere gente sballarsi
da star male a casa mia.”
Accese la sigaretta e iniziò a fumare. Nel frattempo io e Roberta ci sedemmo di fronte
a lei per vedere completare l’opera.
“Vi esprimerò una mia teoria sull’arte dell’ultimo secolo”, continuava a parlare a ruota
libera, alternando il suo lavoro sulla tela con tirate dalla sigaretta di eroina e bevute dalla
bottiglia di gin.
“Per me sono solo quattro i pittori da salvare, che hanno stravolto il modo di fare arte
nel corso del Novecento: Pablo Picasso, nella sua grande capacità di deformare la realtà,
Marcel Duchamp, grazie alla sua capacità di trasformare l’oggetto comune in concetto,
Wassily Kandinsky, per la forte spiritualità che il suo lavoro sull’astrazione riesce a
comunicare e Giorgio De Chirico, con le sue tele che ci trasportano dal sogno al mito e
alla metamorfosi. Tutti gli altri per me sono solo dei figli illegittimi. Ripeto, io in tutto
questo non centro un cazzo. Dipingo solo per vivere e per comprare un po’ di eroina che
mi fa stare meglio, allevia tutti i miei fottutti acciacchi.
In questo suo discorso Laura dimostrò tutta la sua intelligenza, come mi aspettavo
dopo aver sentito parlare di lei dal tipografo di Melpignano, ma quello che non riuscivo a
capire era se eclissasse il discorso su suo fratello per uno shock fortissimo ricevuto dopo
la sua morte o perché aveva deciso di gettarsi coscientemente alle spalle quella vicenda.
La situazione non cambiava. Quel pomeriggio non ricevetti nessuna notizia su Edoardo
Vittore, però acquistai la tela che aveva finito in nostra presenza, una 70 per 100 cm a
100 euro. Avrei potuto metterla vicino al quadro che raffigurava l’anguria aperta di
Edoardo De Candia, pittore che lei aveva conosciuto e stimato e che anche io amavo da
impazzire.
Lasciammo la casa di Laura Vittore alle sei del pomeriggio, con i raggi del sole che
avevano cessato di battere rigidi e pungenti sui nostri corpi e sui nostri indumenti pieni
di sudore. La tela occupava la parte posteriore dell’auto. Roberta cercava alla radio una
stazione decente che potesse accompagnare il nostro viaggio.
“Hai visto che merdate trasmettono le radio in quest’ultimo periodo?”, disse lei, con il
corpo incurvato sull’autoradio e la mano destra impegnata alla ricerca spasmodica di
buona musica.
Si fermò su Radio Rock, dove stavano trasmettendo uno speciale sui Diaframma.
Stavano intervistando Federico Fiumani, il quale spiegava l’importanza dei testi nella sua
musica, la dimensione poetica che cercava di dare alle sue canzoni.
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“Fiumani, grande poeta”, dissi io, mentre ero concentrato a superare un camion dalle
grandi dimensioni che trasportava carne surgelata.
“Io ho visto i Diaframma dal vivo un paio di anni fa”, replicò Roberta, molto più distesa
rispetto a quanto fosse stata nel corso della giornata.
“Hanno suonato all’Arci di Novoli. Dal vivo rendono molto di più, hanno un sound
molto più rock e acido…Stai attento…non fare sorpassi azzardati”, esclamò scazzata per
la mia manovra non proprio da manuale del codice della strada.
“Scusami, ma ho voglia di arrivare a casa e stendermi un po’. Sono esausto”, ed era
vero.
“Allora vorrà dire che ti fermerai da me a cenare. Così tornerai a Lecce ben riposato.”
Come poter rifiutare un invito di Roberta! Arrivammo in una ventina di minuti a casa
sua, parcheggiai la mia macchina sotto il suo portone e salimmo su.
Ero curioso di vedere la sua casa. Si dice che molte cose di una persona si intuiscono
dagli oggetti e dagli odori presenti nella propria abitazione. Forse sono solo cazzate da
spicciola psicologia da riviste patinate. Entrammo nel corridoio. Ai lati c’erano dei
tavolini di legno pieghevoli e un materasso disposto verticalmente, a fasce bianche e
verdi.
“Questo lo uso quando viene qualche ospite”, mi disse.
“Qualche tuo spasimante?”, le chiesi tra l’ironico e lo stupidamente geloso.
“Non fare il cazzone!”
Poi mi mostrò la sala da pranzo. Era molto accogliente. Era di forma tonda, con un
tavolo circolare al centro, costeggiato ai lati da una cucina, da una poltrona soffice e
accogliente, da un frigorifero azzurro anni ’60 e da una porta dalla quale si accedeva al
giardino. C’era in quella cucina una forte attenzione per la proporzione e l’armonia. Poi
mi mostrò la sua stanza, un soppalco che si raggiungeva salendo un’ostica e piccola
scala a chiocciola. La sua stanza era piena di falsi dipinti del Picasso del periodo blu,
disposte per tutte e quattro le pareti. C’era una libreria bassa, che si sviluppava in
orizzontale, formante un semicerchio. Mi piegai subito per scorgere i testi che la
riempivano. Disposti in rigoroso ordine alfabetico risaltavano i nomi di Italo Calvino e di
Alberto Moravia, tra i classici della narrativa del novecento, e Tommaso Pincio e Antonio
Moresco, tra gli autori appartenenti alla nuova leva di scrittori.
“Io adoro i Canti del Caos di Moresco”, le dissi.
“Penso che sia un capolavoro. Moresco è un autore da seguire con grande attenzione.
Ha scritto un testo in cui dipinge con forza angosciante l’inferno che scorre sottilmente
nella nostra quotidianità.”
“Sicuramente sta alimentanto il dibattito critico attorno all’attuale narrativa italiana. Sì,
un autore da tenere sott’occhio. E cosa dire di due personaggi come Ditalina e Pompina?”
“Lo sapevo che andavi a finire a Ditalina e Pompina!”
Dopo queste parole mi diede una spinta che mi fece urtare la schiena contro un falso
Picasso.
“E questi quadri?”
“Un mio amico, artista di strada, vive facendo questi falsi di Picasso e vendendoli a
cinquanta euro. Io amo il periodo blu di Picasso. Mi colpisce profondamente la
disperazione dei volti raffigurati che riflettono la difficile vita dello scrittore in quella
prima parte della sua vita.”
Quella di Roberta era una bella casa, piccola ma accogliente. Dopo aver usufruito del
bagno per una decina di minuti, scesi dalla scala a chiocciola e andai in cucina dove
Roberta, intenta a preparare la cena, aveva stappato un buon prosecco veneto.
Brindammo alla nostra amicizia. Nei suoi occhi erano evidenti i segni della stanchezza
per quella giornata in cui avevamo macinato un po’ di chilometri e in cui avevamo
incontrato personaggi a dir poco strani. Quella sera, durante la cena, ci conoscemmo
meglio, tra un antipasto a base di formaggio e un bel piatto di spaghetti al pesto, con un
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rosato di Leverano ad allietare la nostra conversazione. Lei mi parlò della sua vita, della
scomparsa prematura dei genitori, morti a causa di un incidente stradale, quando lei
aveva sedici anni, del periodo universitario, della sua laurea in Beni Archeologici, del suo
lavoro all’interno del museo di Tricase, poi della sua collaborazione alla ‘CULTURA DEL
SUD’, della sua passione per la letteratura, dei suoi quasi trenta anni vissuti tra alti e
bassi, con amori sempre intensi e sofferti, con amicizie sfumate al vento, con la sua
suprema insoddisfazione e la sua voglia di avere sempre di più rispetto a ciò che
possedeva.
Alla seconda bottiglia di vino cominciai a parlare di me, della morte per tumore dei
miei genitori, a distanza di un anno entrambi stroncati dalla stessa malattia, dei miei
trenta anni suonati, della mia sconvolgente vita universitaria, passata tra alcol, droga,
poesia e sesso, dei miei anni alla scuola ‘De Martino’ di Milano per divenire giornalista,
del mio ritorno a Lecce e del mio incontro con il direttore della ‘CULTURA DEL SUD’,
Franco Sobrero, al quale dovevo molto dal punto di vista professionale. Cessammo di
raccontarci le nostre vite, con la stanchezza che cominciava a prendere il sopravvento e
una leggera sbronza dipinta sui nostri volti bevuti.
Roberta, però, quella sera non riusciva a prendere sonno, aveva voglia di parlare, di
dirsi, si allontanò per pochi istanti, salì la scala a chiocciola, inserì il CD dei Tetes de Bois,
e tornò giù con in mano una bottiglia di whisky totalmente intatta.
“Poiché sei un buon bevitore di whisky, ho pensato di celebrare la giornata passata
insieme aprendo questa bottiglia.”
“Naturalmente non posso contraddire gli ordini che provengono dalla proprietaria
della casa.”
Bevemmo whisky con ghiaccio, mentre la musica dei Tetes de Bois riempiva la nostra
voglia di silenzio.
Solo alle quattro del mattino decidemmo di andare a riposare. I miei occhi erano tenuti
a stento aperti dalla voglia di ascoltare le parole farfugliate e frammentate di Roberta,
che si trascinava ubriaca lungo le pareti della casa raccontando barzellette erotiche
apprese dallo zio, la persona che, più di tutti, l’ha aiutata nei momenti di difficoltà.
Fu naturale quella sera addormentarci nello stesso letto e altrettanto normale fu
restare per tutta la notte abbracciati, quasi a colmare con i nostri corpo il vuoto che
divorava le nostre vite.
5.
RIVELAZIONE
Fui svegliato da un raggio di sole che entrava dalla finestra, inchiodandosi sui miei
occhi. Erano già le dieci e io avrei dovuto essere in redazione da mezz’ora. Mi vestii in
due minuti, diedi un bacio sulla fronte a Roberta e mi catapultai nella mia 500 a tutta
birra con destinazione Lecce, Via Toma 12.
Nel tragitto mi accorsi che ero mezzo rincoglionito e la macchina sembrava condursi
quasi per inerzia lungo la strada che mi separava dal lavoro. Misi nello stereo Nido di
Cristina Donà e la giornata cominciò ad aprirsi. Quella mattina c’era la riunione della
redazione a mezzogiorno per decidere la scelta del materiale da inserire per il numero di
agosto. Mancavano dieci giorni alla fine di luglio, gli articoli dovevano essere consegnati
entro l’ultimo giorno del mese, per poi andare in stampa ed essere distribuito nelle
edicole e in libreria a metà mese. Quella mattina avrei parlato alla redazione della mia
scoperta e della mia volontà di lavorare sodo per dare vita ad un approfondimento sulla
‘questione Vittore’.
Parcheggiai la mia auto al solito posto, vicino al bidone rosso della spazzatura, spensi
lo stereo e via ad affrontare l’acidità di Franco Sobrero per il mio ritardo.
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Entrai nella grande stanza, dove erano disposti i sei computer sui quali lavoravamo,
c’erano Carlo e Angela intenti a battere sui tasti, Franco Sobrero che prendeva un caffè,
Claudia Longhetti, che si occupava di mode e tendenze, e Gianluca Meneghini, grande
esperto di arte contemporanea. All’appello mancava solo il sottoscritto.
“Dove sei stato ieri sera? Spero che tu abbia una scusa plausibile per il tuo ritardo,
Leo”, le parole uscirono dalla bocca di Sobrero con un cinismo tagliente, maggiormente
acuito dal fatto che attorno a lui c’erano tutti i redattori, quindi stroncando il mio
atteggiamento non corretto dava indirettamente una lezione anche a loro.
“Da nessuna parte, Franco. Ho solo avuto un problema con la sveglia.”
“Leo, sai benissimo come la penso. La tua vita fuori da qui non mi interessa
minimamente. Ciò che mi interessa è la tua puntualità. Alle 9,30 il tuo culo deve essere
seduto su quella sedia pronto a lavorare o sono costretto a prendere provvedimenti. E
con queste parole chiudo.”
Mi diede le spalle e si recò nella stanza riservata alle riunioni.
“Inizia bene la settimana”, dissi ad alta voce.
Gli altri quattro che erano con me in quella stanza sembravano ignorarmi, quasi
avessero coalizzato le loro forze contro il sottoscritto e non riuscivo a capirne le ragioni.
“Sei stato fortunato, Leo. L’ultima volta che ho fatto ritardo mi ha urlato nelle orecchie
standomi tanto vicino che ho avuto modo di entrare in contatto con il suo alito e di
intuire cosa avesse mangiato la mattina a colazione”, queste le parole di Angela.
“Certo, sei stato fortunato anche perché non ha pronunciato la fatidica parola
‘licenziamento’”, aggiunse Claudia.
I quattro si guardarono negli occhi e cominciarono a emettere una strana risata
collettiva, ma la loro ironia potevano filarsela nel buco più sacro dei loro corpi putrefatti.
Per me la giornata era iniziata male. Mi misi a lavorare al computer, appuntandomi
qualcosa da dire alla redazione nella riunione di mezzogiorno, sulla mia scoperta e sul
mio intento di condurre questo studio su Edoardo Vittore. Speravo vivamente che
Sobrero accettasse il mio piano di lavoro o avrei dovuto nuovamente recuperare le mie
cartacce sulla storia di Tricase, il che mi faceva rabbrividire, considerando anche il mio
totale coinvolgimento degli ultimi giorni per la vita dello scrittore di Melpignano. Tra un
caffè e l’altro, tra momenti di lavoro e momenti di cazzeggio con gli altri della redazione,
arrivò mezzogiorno e il capo ci chiamò in sala riunione.
Il primo ad intervenire fu Sobrero, con il solito tono professionale irreprensibile che
assumeva durante ogni nostra riunione.
“Allora ragazzi, stamattina cerchiamo di stabilire la struttura del prossimo numero.
Come ho già detto nel precedente incontro, ‘CULTURA DEL SUD’ avrà come tema, in
questo numero di agosto, ‘IL SALENTO E IL SUO FERMENTO CULTURALE’, perché, come è
evidente, mai come questa estate assistiamo ad un concentrarsi di avvenimenti musicali,
artistici e letterari nel nostro territorio. Allora, chi vuole intervenire? Su cosa avete
lavorato in questa settimana?”
La prima ad intervenire fu Angela.
“Franco, io mi sto occupando del lavoro della compagnia Koreja nella loro permanenza
estiva a Cerrate. Faranno sei spettacoli, inclusi all’interno della rassegna ‘NEGROAMARO’.
Cercherò di seguirli tutti per poi fare resoconto complessivo.
“Ottimo, ottimo, ricordati soltanto che il 31 luglio tutto il materiale deve trovarsi su
questo tavolo”, disse Franco.
“Ok, capo.”
Fu, poi, la volta di Carlo.
“Se posso ora fare il mio intervento, vorrei dire che dopo la notizia di mercoledì
scorso, riguardo la partecipazione di Edoardo Winspeare in concorso al festival di
Venezia con ‘IL MIRACOLO’, mi sembra naturale che il mio lavoro per questo numero sarà
sul cinema del regista di Depressa.”
23
“Va bene…va bene…”, mugugnava Sobrero, mentre prendeva appunti con la sua penna
stilografico ad inchiostro blu.
Claudia interruppe i pochi attimi di silenzio nei quali tutti noi appuntavamo chissà
cosa sui nostri bloc-notes.
“Per quanto mi riguarda farò due interventi, uno riguardante il gioco che, nelle
spiagge, è croce e delizia dei bagnanti, ossia il gioco dei racchettoni, del quale ci sarà il
primo ‘Torneo Itinerante di Levante’, dal 28 luglio al 3 agosto, poi, invece farò una
riflessione sulle regole alimentari da seguire, in quest’estate, per non prendere troppi
chili, presi dalla serenità e il relax tipicamente vacanziero
“Sì, naturalmente. Claudia, ricordati che il tuo scopo deve essere quello di alleggerire il
tono complessivamente sostenuto e serio della rivista e, penso, che con questi tuoi due
interventi, possiamo ritenerci soddisfatti”, Sobrero, dalle parole buttate in aria, con un
ampio gesticolare di mani, sembrava esageratamente eccitato.
C’era, oramai, solo da aspettare l’intervento mio e di Gianluca. Io speravo di poter
intervenire per ultimo, visto che la situazione era più complessa e richiedeva una
spiegazione più dettagliata. Guardai Gianluca negli occhi e gli feci segno con l’indice di
intervenire
Impostò la sua voce trascinata e lievemente rauca.
“Io mi occuperò di due mostre che si svolgono all’interno della rassegna
‘NEGROAMARO’. La prima è quella della fotografa Annabella Rossi, con la sua ricerca
visiva nel Salento e in Campania, a vent’anni della sua morte. La seconda mostra è quella
di Giovanni Albanese, il quale ha esposto in innumerevoli mostre collettive e personali ed
è presente nei maggiori musei italiani ed europei.”
“Sempre attento a ciò che ti circonda. Bravo Gianluca. E tu, Leo? Di cosa ti occuperai?”
Ecco, era giunto il mio turno, feci un respiro profondo e cominciai il mio intervento.
“Bene, devo dire che per questo numero di agosto ho stravolto i miei piani. Volevo
allontanarmi dai miei interessi letterari per dedicarmi alla storia cittadina, con uno studio
delle vicende politiche e culturali di Tricase, nel corso del Novecento. Poi mi è capitata
una cosa che ritengo a dir poco provvidenziale. Mentre ero impegnato a fare le mie
ricerche nella biblioteca comunale del paese in questione, ho trovato un dattiloscritto di
uno scrittore certamente sottovalutato dalla critica salentina. Lo scrittore in questione è
Edoardo Vittore.”
Alla pronuncia di quel nome la sala riunioni fu riempita da uno strano ronzio, gli
sguardi dei presenti si incrociarono perplessi e incuriositi. Angela fu la prima ad
intervenire.
“Edoardo Vittore? Lo scrittore alcolizzato di Melpignano? Beh, se è stato trascurato
dalla critica c’è una ragione precisa. La sua non può considerarsi letteratura, ma
pornografia a tutti gli effetti pornografia proveniente da una mente malata e
ossessionata dal sesso.”
“Ma che cazzo dici!”, con un guizzo Gianluca si svegliò dal torpore nel quale era
entrato dopo il suo intervento e continuò.
“Come si fa a dimenticare l’incipit di Il sudore delle donne di strada: Puttane, puttane
che succhiate cazzi sui vostri marcipiedi di vita, venite a proteggervi tra le mie ali di
sangue, venite ad assaporare il dolce sapore dei miei piedi che al sole si sbriciolano.”
“Non sapevo ti piacesse Vittore. Sono piacevolmente sorpreso!”, le mie parole
strisciarono sui volti degli astanti vive e vittoriose.
“Il problema di Vittore è stato nascere in questo sud che non gli ha dato la possibilità
di fare conoscere i suoi testi da un vasto pubblico. I suoi romanzi non superavano la
tiratura di 500 copie e le grandi case editrici della nostra terra l’hanno sempre preso a
pesci in faccia, ritenendo i suoi testi invendibili e quindi non pubblicabili”, sì, Gianluca
aveva centrato appieno il problema.
24
“Ecco, la questione è proprio questa. Ci troviamo di fronte ad uno scrittore
dimenticato, del quale, tra le altre cose, domani ricorre il decimo anno dalla sua
scomparsa, ad uno scrittore che, negli ultimi mesi della sua vita si è dedicato ad un’opera
sofferta, meditata e dolente che non ha pubblicato, perché interrotta dalla sua morte.”
“E quest’opera, Leo, è tra le tue mani?”, mi chiese tra il sospettoso e l’incredulo
Sobrero.
“Sì, è tra le mie mani”, uscii il dattiloscritto dalla mia borsa e lo mostrai a tutti. Ci fu un
nuovo brusio nella sala e Sobrero riprese la parola.
“Allora, Leo, all’interno di questo numero tu avrai uno spazio maggiore rispetto agli
altri. Ti occuperai di una ricostruzione biografica di Vittore e poi farai riferimento alla tua
scoperta di questo dattiloscritto che rappresenta l’ultima opera in vita dell’autore, se non
ho capito male. Io non ho mai letto nulla di Vittore, lo conosco, come un po’ tutti coloro i
quali si occupano di cultura nel nostro territorio, per sentito dire, per la sua passione per
il vino e per le donne, per aneddoti della sua vita, ma visto che due miei redattori
credono nella sua scrittura, mai totalmente apprezzata, a quanto pare, bene, questo
potrebbe rappresentare un viatico per rilanciare questa figura di intellettuale ‘atipico’.
Questa è la mia opinione. La riunione può considerarsi conclusa. Ricordatevi di portare i
vostri lavori entro il 31 luglio, per alcuni articoli mancanti contatterò direttamente io i
collaboratori e se qualcuno ha qualcosa da dire parli adesso.”
Potevo ritenermi soddisfatto per l’andamento della riunione, per l’appoggio ottenuto
da Gianluca e per la fiducia concessami da Sobrero. Alla fine del suo discorso nessuno
intervenne, anche se Carlo e Angela avevano un’espressione un po’ stizzita e Claudia mi
fece un sorriso tra il malizioso e il perfido. Ma nessuno avrebbe potuto rovinare la mia
giornata.
Salutai tutti e mi recai a casa a mangiare. Nel pomeriggio avrei dovuto fare
necessariamente due cose: 1) chiamare Roberta, per raccontare il mio successo in
riunione, e 2) continuare al leggere FRENESIA DELLE NATICHE, per cercare di avere una
visione più completa del testo in questione.
Appena arrivato a casa stappai una bella 66 cl ghiacciata, per festeggiare, anche se
avrei voluto avere al mio fianco in quel momento Roberta, alla quale pensavo
continuamente, soffermandomi, con un senso quasi di commozione, sul nostro
abbraccio durato per tutta la notte precedente.
Mentre sorseggiavo la mia birra, mi preparai un piatto di spaghetti al pomodoro,
ascoltando l’album di Morgan a tutto volume, e avvertivo il piacevole presentimento che
quel numero della ‘CULTURA DEL SUD’ avrebbe potuto essere un buon trampolino di
lancio per la mia carriera di giornalista che, da un paio di anni, si era arenata, dopo i miei
iniziali successi, seguendo il percorso tortuoso e discendente delle mie vicende
esistenziali.
Ricevetti una telefonata, proprio nel momento in cui avvicinavo la prima forchettata di
spaghetti alla mia bocca. Speravo almeno fosse Roberta, ma, sentii, dall’altra parte, la
voce alta e stridula di Francesco dell’Otello 69.
“Caro Leo, come va la vita? Stai scopando? Guarda che l’altra sera, all’Irish Pub, ti ho
visto in compagnia di un bel pezzo di fica. Non dirmi che non te la sei portata a letto! Un
giornalista famoso come te! Con quell’aria da intellettuale che piace molto alle donne,
che le fa aggrappare ai tuoi pantaloni, chiedendoti con implorazione di potertelo
succhiare, vero?”
“Francesco, smettila di sparare minchiate, porca puttana, e dimmi cosa cazzo vuoi,
perché vorrei continuare a pranzare.”
“Sì, sì, scusami, non volevo interrompere il tuo pranzo. Sarò breve. Questa sera
presentiamo il nuovo numero di Otello 69. Facciamo una festa sul terrazzo di Paolo,
invitiamo l’elite culturale salentina e un po’ di fiche da titillare. Sai dov’è casa di Paolo,
vero?”
“Certo, certo… Grazie per l’invito. Se non avrò altro da fare, farò un salto.”
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“Ok, ok. Dimenticavo di dirti che puoi portare chi vuoi, anche la bella mora dell’altra
sera. La festa inizia alle undici. Ci vediamo.”
“Ok, ci vediamo e ancora grazie per il pensiero.”
L’unica cosa che apprezzavo delle feste organizzate dagli amici dell’Otello 69 era il
grande quantitativo di alcol che potevi tranquillamente consumare senza cacciare
denaro, con dj che animavano la serata e belle donne che ti sbattevano il culo in faccia,
ma Francesco e Paolo erano proprio due teste di cazzo, due fuori di testa, sballati, che,
continuando di questo passo, non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere a lungo.
Continuai il mio pranzo, condendo i miei spaghetti con un’altra bella birra fresca,
pensando al fatto che quella sera avrei potuto portare alla festa Roberta, accettando il
consiglio di Francesco, sperando che almeno con lei non ci provasse. Mi versai un po’ del
mio whisky nel bicchiere, poi mi appoggiai sul divano per leggere alcune pagine del testo
di Vittore. Ero arrivato a più di metà libro, avevo scoperto che la donna vagheggiata dallo
scrittore possedeva una voglia di fragola sul collo. Erano le due, quindi avevo tutto il
pomeriggio a disposizione da dedicare a LA CARNE MUORE. Mi soffermai a pagina 422,
quando notai un leggero cambiamento nei contenuti, una sorta di virata verso il male:
L’insonnia mi attanaglia, vi giuro, mi attanaglia senza sosta, scorda
ogni petalo della mia armonia schiacciata. Non chiudo occhi da giorni,
non ho più controllo dei miei movimenti, non ho più misura della mia
sofferenza, non quest’oggi, dove ho anche terminato il mio vino e il
sudore freddo ricopre la mia fronte di rughe, il sudore di ghiaccio si
insinua nei peli ricci del mio petto in fiamme. Ho voglia di dimenticare
il tuo volto, anche solo per un secondo, ho voglia di cancellare e
graffiare con le mie unghie di sangue ogni tuo minimo respiro che alita
dietro la mia nuca infima e infetta. Ho voglia di scrostare l’immagine
indelebile dei tuoi seni che mi ossessionano, delle tue gambe che mi
strattonano, del tuo culo che mi agita, nelle sue movenze tossiche mi
agita. Vai via da me, ti prego, ti prego, te lo chiedo con umiltà, vai
via da me, non mi sopporto più, non esisto più, sono uno scheletro
sbilenco senza più nervi e muscoli, sono il tuo servo della mente che non
ha più forza di leccarti. Vai via da me o ti farò del male, ti farò del
male e non avrò pietà di te, non mi commuoverò quando sarai per terra a
subire le mie percosse, a subire il peso irritato delle mie ultime
energie sepolte, delle mie ultime energie raccolte. Vai via da me o ti
ammazzerò con queste mie sporche mani.
La virata verso il male consisteva in questa logica distruttiva che sembrava essersi
impossessata di Vittore, in questa sua esasperazione per un pensiero che ruotava
maniacalmente nella sua mente, che non l’abbandonava neanche per un attimo, che,
anzi, lo condusse alla totale insonnia, alla totale perdita di senno, al raggiungimento
lento e inesorabile della sfinita follia. Continuando nella lettura, questa convinzione
prese corpo. Ecco cosa c’era scritto a pagina 467:
Per quale ragione rinchiudermi ? Per quale ragione vivere le ultime
briciole della mia vita di lattice in questa stanza dal fetore che
sgocciola, in questa stanza dalle pareti che intossicano, in questa
stanza della nostalgia che urla, della nostalgia che si esalta, della
nostalgia che implode, nel mio corpo implode, per quale ragione ? Datemi
un milligrammo di forza per potere ancora vomitare, sul mio letto
vomitare, perché sto male, aiuto, sto male, e tu sei la causa, tu,
puttana, sei la causa di tutto e non la passerai liscia, no, non la
scamperai, non ce la farai, grande puttana, non ce la farai, io ti avrò
tra le mie mani e ti farò del male, ti farò sanguinare.
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“Semplicemente da brividi”, pensai mentre leggevo quelle parte del testo. L’amore
estremo per quella donna si era limpidamente trasformato in un odio corrosivo, in un
odio estremo, che non lasciava adito ad altre possibilità. Notai, anche, che la prosa era
molto cambiata rispetto le prime pagine, poiché un’ansia sperimentale, una
concentrazione sugli aspetti formali del testo era stata sostituita da una possente
concretezza del dire, una tagliente sostanza delle parole, una voglia estrema di
significare.
Queste mie riflessioni vennero interrotte da una telefonata, alla quale prontamente
risposi.
“Sì, chi parla?”
“Ciao Leo, sono Roberta”, la sua voce, anche se filtrata dalla cornetta del telefono era
di una sensualità estrema, alla quale semplicemente non potevo resistere.
“Ciao, bella. Stavo per chiamarti.”
“Sì, certo, si dice sempre così.”
“No, ma non ti sto prendendo in giro. Avrei dovuto chiamarti dopo pranzo, ma ho
continuato a leggere LA CARNE MUORE e ho perso un po’ la dimensione del tempo.”
“Certo, certo, piuttosto, com’è andata la riunione?
“A meraviglia, Roberta, Sobrero è stato entusiasta della mia scoperta e della mia
proposta di lavoro per il numero di agosto, quindi tutto procede per il meglio.”
“Lo sospettavo.”
“Che significa lo sospettavo?”
“No, perché mezz’ora fa ho ricevuto la chiamata di Sobrero e mi ha detto che per il
prossimo numero serve assolutamente un articolo sui grandi scrittori dimenticati della
nostra terra. Quindi ho pensato che potesse essere un completamento del tuo lavoro.”
“Fantastico, non trovi?”
“Sì, è interessante poter abbandonare i miei interessi archeologici per occuparmi di
letteratura, mia grande passione, ma temo che ci sia troppo poco tempo per fare un
lavoro di ricerca che sia da sostegno al tuo articolo.”
“Bene, vuol dire che ti darò una mano, no?”
“Infatti ti avevo chiamato anche per questo.”
“Sì, però, adesso basta parlare di lavoro. Stasera siamo stati invitati ad una festa.”
“Di quale festa parli?”
“Una festa per la nuova presentazione del foglio letterario Otello 69. Ti va di venire?”
“Certo, così abbiamo anche un po’ di tempo per parlare di lavoro.”
“Ok. Allora ti aspetto alle dieci, qui a casa.”
“Alle dieci, allora.”
“Ah, dimenticavo di dirti che ieri sera sono stato benissimo con te.”
“…Ci vediamo alle dieci…un bacio…”
La sua voce da decisa e sicura si era fatta tentennante. Con quell’ultimo mio intervento
avevo dovuto crearle imbarazzo. Probabilmente non si aspettava quella mia uscita in
riferimento alla serata precedente. Ma io ero stanco di aspettare, avevo voglia di lei e
sapevo benissimo che lei provava la stessa attrazione nei miei confronti.
Bevvi un paio di whisky con ghiaccio, mi infilai sotto la doccia per allontanare quella
patina di calura che mi asfissiava, poi misi nello stereo La voce del padrone di Battiato e
proseguii nella mia lettura. Pensavo che in quei dieci giorni che mi separavano dalla fine
del mese avrei dovuto lavorare sodo per costruire un profilo interessante di Vittore, sia
attraverso una ricostruzione della sua poetica, in riferimento ai suoi tre romanzi
pubblicati in vita, sia considerando questo testo inedito, questo diario scritto con il
sangue tra le unghie e con il veleno nel cervello.
Il testo, oramai trasformatosi in una suadente sublimazione della violenza come gesto
catartico, scorreva veloce nella lettura e la mia attenzione si soffermava su alcuni
passaggi che rasentavano l’assurdo esploso in una mente in delirio. A pagina 559 Vittore
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è alle prese con la masturbazione.
Il sudore mi consuma, lentamente mi scuoia, in questa stanza saturata
dai miei sospiri, saturata dai miei martiri implosi, inevasi, rinchiusi
nel lambiccare sfregato della mia mente in emorragia. L’eccitazione
questa mattina non va via, si lega alle pareti bruciate del mio cazzo che
si consuma, che nel buio sfuma, sfronda, nel tempo che stringe gronda
sudore nel ritmico movimento della mia mano in calore, amore, amore, ti
odio e mi masturbo pensando al tuo corpo in brandelli, pensando alle tue
cosce tagliate con lame pungenti, alle tue cosce morse dal veleno che i
miei denti sprigionano, che i miei denti sezionano, mi masturbo pensando
al tuo culo aperto che sparge fiori di goduria tra le croste sfibrate di
questo cielo che mi dona vuoto, mi masturbo pensando alla tua fica
slabbrata che cerca protezione di cazzi gonfi e duri nell’esaltazione, mi
masturbo e sento vicino l’esplodere del liquido che dipinge, nello spazio
sfinisce, nello spazio si arriccia trasformandosi in figure rococò
bagnate, ecco l’esplosione di sperma tanto desiderata, getto caldo che
salta e rotola come ruscello in piena, si ammorbidisce sulle lenzuola
sporche del tempo che accumula, del tempo che subdolo ti incula, nella
totale serenità di questa mattina venuta.
Ero entrato nel ritmo vertiginoso della prosa di Vittore, nella sua musicalità dominante,
nella sua ricerca spasmodica di allitterazioni e rime interne, velate, preziose, rime
baciate, dirette, corrose, arricchite dal tema, divenuto preponderante, dell’odio profondo
e carnale per la donna che gli aveva donato una simile disperazione. La lettura scorreva
veloce, le pagine erano divorate con facilità, la voglia di leggere la parte finale era forte,
ma nessuna parola, di quel voluminoso volume, doveva e poteva sfuggirmi, perché utile
per un corretto lavoro di ricostruzione da presentare alla ‘CULTURA DEL SUD’.
Quando Roberta suonò al mio citofono erano le nove e mezza, interruppi la mia lettura
a pagina 647, sperando di poter giungere alla fine entro il giorno seguente.
Roberta quella sera era uno schianto. Indossava una gonna nera che avvolgeva le sue
gambe affusolate sin sopra le ginocchia, scarpe con il tacco alto, anch’esse nere, e una
camicetta senza maniche di seta bianca che mostrava con evidenza i suoi seni dai ritti
capezzoli neri.
Sarà forse stato il whisky, o forse la lettura delle pagine di Vittore, ma aver visto
Roberta in tutto il suo splendore mise in subbuglio i miei ormoni, l’eccitazione
s’impossessò di me, senza nessuna possibilità di uscire fuori da quel tunnel sensoriale.
“Allora vuoi proprio farmi impazzire tu!”, le dissi, con tono sarcastico.
“A cosa ti riferisci?”, rispose lei con un sorriso malizioso che aumentò la mia voglia di
saltarle addosso e farla mia.
“Sai bene a cosa mi riferisco. Sei uno schianto stasera!”
“Tu, invece, con quella maglietta dei CCCP, sei un po’ anacronistico.”
“Non preoccuparti, non esco con questa maglietta. Vado ad indossare una camicia e
torno. Tu, intanto, versati del whisky. Dovrebbe esserci del ghiaccio in freezer.”
Quando uscii dalla mia stanza vidi Roberta intenta a giostrare con il mio hi-fi. Aveva
tolto il CD di Battiato, che suonava in loop da qualche ora, per inserire l’album di Sergio
Cammariere, autore colto e raffinato, che nell’ultimo periodo accompagnava le mie
serate di solitudine, passate a scrivere a bere.
Mentre lei trafficava con la mia musica, non potei fare a meno di notare il suo culo
sodo e raccapricciante, sostenuto dalla gonna attillata nera. Decisi di farmi un doppio
whisky per stordirmi e spegnere ogni pulsione carnale che batteva tra i miei vecchi jeans.
Ci sedemmo sul mio divano a parlare del lavoro che ci aspettava per quel numero della
rivista, sull’importanza rappresentata dalla scoperta di quel dattiloscritto. Immaginavo i
grandi critici del Salento e i grandi professori universitari ad implorare per poter leggere
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il testo, per poi, prontamente stroncarlo, ponendo innanzi la motivazione che non ci si
trovava di fronte alla liricità estrema di un Girolamo Comi o di un Vittorio Bodini. Quella
di Vittore era solo spazzatura pornografica di un malato di mente alcolizzato. Non c’era
spazio per lui nel novecento letterario salentino, senza poi parlare del panorama
culturale italiano, così come non c’era spazio per la prosa funambolica e difficile di
Antonio Leonardo Verri e per il nichilismo lirico di Salvatore Toma. Questo era quello che,
certamente, avrebbero detto.
Consigliai a Roberta di incentrare il suo lavoro, sugli scrittori dimenticati della nostra
terra, attorno ai nomi di Edoardo Vittore, Antonio Leonardo Verri e Salvatore Toma,
soffermandosi su questa trilogia di autori morti in giovane età, il le cui opere erano
totalmente emarginate dagli addetti ai lavori.
Lei mi ringraziò per questi consigli, poi mi prese per mano e mi disse di andare,
altrimenti saremmo arrivati tardi alla festa.
Quando arrivammo a casa di Paolo Carella era giunta, già, molta gente. Il terrazzo era
ampio e quindi poteva contenere molte persone e, considerando il ritmo con il quale si
stava riempiendo lo spazio, in poco tempo non ci sarebbe stata aria neanche per fiatare.
C’era un tavolo sul quale era disposto il foglio numero 32 dell’Otello 69, graficamente
impreziosito dai disegni della pittrice di Ugento Maria Luisa Ferradino. Misi un euro nella
ciotola disposta sul tavolo e presi una copia del foglio, lo stesso fece Roberta. Poi c’era
un piccolo palco sul quale si sarebbero esibiti, nel corso della serata, i One Love Hi Powa,
considerato il sound system italiano più famoso del mondo. Francesco e Paolo avevano
organizzato una gran bella serata, senza lasciare nulla al caso. Le sonorità reggae
saturavano lo spazio aperto del terrazzo, grazie alla presenza di giovani dj, mentre
iniziarono a vedersi personaggi noti dell’ambiente culturale salentino.
Il primo che intravidi fu l’attore della compagnia teatrale Postriboli Marco Collodi, in
compagnia della sua nuova amante, circa vent’anni più giovane di lui, almeno così
sembrava, poi il cantante e il percussionista del gruppo folk – rock degli Infingardi, alle
prese con i loro tentativi di rimorchiare. Mi davano sempre l’impressione che loro
usassero la musica con l’unico intento di scopare quante più ragazze possibili. Fu la
volta della triade letteraria delle nostra zona, Flavio Serrano, che aveva pubblicato con
Einaudi un paio di anni prima e oramai sembrava vivesse di rendita, Mario Di Bari,
scrittore tutto posa, alla ricerca disperata di un contratto con Fazi per un romanzo
scandalo che aveva nel cassetto da un po’ di anni, e Sergio Marini, poeta e grande
organizzatore di eventi culturali.
Naturalmente io elargii saluti e strette di mani a tutti, con il lavoro che facevo era
sempre propizio tenerli legati a sé, e lo stesso fece Roberta, la quale aveva un volto
splendente, quella sera, con occhi lucidi, illuminati dal whisky che aveva bevuto prima di
recarci alla festa.
Ci fu poi la comparsa degli organizzatori, Paolo Carella e Francesco Giannelli, già belli
e strafatti, con il primo che a malapena si reggeva in piedi, con il suo bicchiere di rhum
pieno tra le mani, e con il secondo che faceva girare uno spinello di erba tra gli invitati,
baciando e toccando donne a destra e sinistra, affascinate dai suoi lunghi capelli biondi e
dagli occhi azzurri.
Verso le undici, quando gran parte degli ospiti erano giunti, la serata prese a
decollare, con i One Love Hi Powa, sul palco a dettare il ritmo, con la gente che ci dava
dentro con le bevute di birra e cocktail, con Roberta che ballava muovendosi
sensualmente al mio fianco, al quarto Invisibile della serata, che aveva gli occhi sempre
più lucidi e meno casti.
Dopo quasi un’ora di danza, ci prendemmo una pausa, ci avvicinammo al tavolo degli
alcolici, Roberta esausta si sedette per terra, continuando a bere, io, invece, venni
bloccato in una conversazione strampalata da Paolo, con gli occhi semichiusi, oramai
ridotto in una forma molto vicina all’essere vegetale, che non perdeva, però, la sua voglia
di parlare di lavoro.
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“Guarda, Leo, hai visto che bella serata? Quanta bella gente?”
“Certo, certo…avete messo in piedi una bella festa…bello il nuovo numero di Otello
69!”
“Lo pensi davvero? Sai, per noi è importante avere l’approvazione di gente preparata e
colta come te…”
Ogni qualvolta Paolo mi faceva questi complimenti era, solo, per chiedermi uno
spazio, all’interno della ‘CULTURA DEL SUD’, da dedicare al suo foglio letterario.
“Paolo, cosa vuoi questa volta?”
“Niente, niente…vorrei chiederti se è rimasto un po’ di spazio nel numero di agosto
della tua rivista per un’intervista a me e Francesco. Sai, se continueremo a non vendere,
se gli sponsor continueranno a ignorarci, non potremo stampare il prossimo numero.
Magari un’intervista nella ‘CULTURA DEL SUD’ potrebbe rilanciarci, visto che avete una
tiratura di 3000 copie.”
Cercai di essere sincero, ma nel contempo di non rinunciare alla mia proverbiale
diplomazia.
“Guarda, proprio oggi c’è stato la riunione di redazione, in cui abbiamo discusso
l’impostazione del prossimo numero e, almeno per agosto, penso non ci sia la
possibilità.”
Paolo non mi diede neanche la possibilità di terminare il discorso, si voltò di spalle e
corse dentro casa, preso da conati di vomito. “L’importante è che non mi abbia vomitato
addosso”, pensai.
Roberta, intanto, era sempre lì, per terra, a dondolare la sua testa a ritmo di musica,
con il bicchiere vuoto tra le mani, mi piegai, le chiesi se voleva che andassimo a casa per
riposare un po’. Fece cenno di sì con la testa, poi l’aiutai ad alzarsi e, quando fummo in
piedi l’uno di fronte all’altro, Roberta mi diede un bacio sulle labbra. Io risposi al suo
gesto con un bacio sulla fronte, le presi la mano e ce la svignammo dal delirio alcolico
che si stava impossessando della festa.
Quello che avvenne, una volta giunti a casa, fu semplicemente naturale, fu la
conclusione splendida e inevitabile di quei giorni passati insieme, di quei momenti
trascorsi gomito a gomito, guardandosi negli occhi e sfiorando reciprocamente i nostri
corpi.
L’alcol aiutò a disinibirci. Una volta entrati nella mia stanza ci spogliammo, gettando i
nostri abiti per terra. Fu la prima volta che vidi Roberta nuda, con le sue gambe lunghe e
lucide, con i suoi seni sodi e i suoi capezzoli neri e turgidi che aspettavano solamente di
essere divorati dalla mia bocca vogliosa. Lei si sdraiò sul letto, io spensi la luce e le andai
sopra. Cominciammo a baciarci, lei aveva la bocca spalancata nella mia, sospirava
contorcendosi, gemeva e ansimava, la sentivo totalmente in mio possesso e questo mi
eccitava tanto da farmi impazzire. Lei afferrò il mio pene e lo guidò decisa nel suo corpo.
Io mi mossi dentro di lei con forza e desiderio. Sentivo vibrare le sue viscere sotto i miei
colpi. Pose le sue gambe sui miei fianchi e io mi immersi dentro di lei, con tutta la forza,
continuavo a muovermi, con velocità sempre crescente, mordendole e leccandole i seni,
finché non fummo quell’unico movimento straziante ed estremo che ci condusse ad un
orgasmo lancinante ed esplosivo.
Tutto, poi, si calmò. I nostri corpi sudati e bagnati si allontanarono. Accesi la piccola
luce, posta affianco al mio letto. Eravamo distesi l’uno affianco all’altro, guardando
entrambi il soffitto. Strinsi la mano di Roberta, tanto forte da farla girare, con le poche
energie rimaste, al mio fianco. Unimmo i nostri corpi in un abbraccio intenso, che sembrò
durare un’eternità.
Poi lei si voltò e io le cinsi i fianchi, poggiando il mio pene moscio sul suo culo
splendido.
Con una mano le accarezzai i capelli e fu in quel momento che la mia vista cadde su
una macchia scura che aveva dietro al collo. Le alzai i capelli con una certa curiosità, con
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un’ansia che si fece sempre più intensa quando i miei dubbi su quella macchia vennero
meno.
“Che cazzo significa questo?”, urlai senza controllarmi nelle sue orecchie.
“Cosa ti prende?”, rispose impaurita Roberta.
“Porca puttana…questa è una voglia di fragola…hai una voglia di fragola nello stesso
punto della donna che ha fatto disperare Vittore”, mi alzai dal letto, mi misi seduto,
sperando che Roberta avesse potuto risolvere quell’atroce interrogativo che invase la mia
testa.
“Avrei dovuto dirtelo prima…”
“Dirmi prima cosa?”
“Calmati, Leo, non è nulla di grave…devi calmarti…mi fai paura…”
“Ok, ok…mi calmo, stai tranquilla, mi calmo…ma voglio che tu mi dia una
spiegazione…”
“Hai presente quella sera che ti parlai del mio amico di Poggiardo che andava a portare
da mangiare a Vittore, nell’ultimo periodo della sua vita?”
“Sì…”
“Bene…quell’amico non è mai esistito.”
Vidi che anche Roberta si mise seduta sul letto, prese un grosso sospiro e cominciò a
raccontare.
“Sono stata io che ho portato da mangiare a Vittore per tre mesi. Frequentavo l’ultimo
anno di liceo. Avevo la maturità quell’anno. Da marzo a giugno 1993, il pomeriggio alle
tre, prima di studiare, percorrevo con la mia auto, la Y10 regalatami da mio zio, dopo
aver preso la patente, il tragitto Cursi – Melpignano. Avevo conosciuto Vittore, durante il
Natale precedente, in un reading che aveva tenuto nella biblioteca del mio comune,
insieme ad altri poeti. Rimasi incantata dal modo in cui leggeva le sue poesie, con la sua
voce possente, forte, declamatoria, a volte, poi, suadente, intima, che sembrava quasi
uscire fuori dalla parte più profonda e nascosta custodita dal suo corpo gonfio e enorme.
Così, alla fine di quella serata, mi avvicinai a lui e gli chiesi come poter leggere altri suoi
testi. Dove potevano essere acquistati. Lui mi disse che nella sua casa aveva un po’ di
roba da farmi leggere. Mi diede l’indirizzo e mi disse di passare quando volevo, perché in
quel periodo non usciva spesso da casa. Mi recai a casa sua dopo tre giorni. Pensai molto
al fatto che Vittore in apparenza non sembrava totalmente ‘regolare’, quindi avevo un po’
di paura, ma mi feci coraggio e dopo il primo giorno capii che era un uomo dalla
sensibilità estrema, dalla profonda solitudine, dall’intelligenza raffinata che, però, veniva
lentamente mangiato dall’alcol. Nella sua piccola casa, una stanza unica, con un piccolo
bagno indipendente, parlammo di letteratura, di storia, di attualità, di tutto, e quello che
mi sorprendeva era che lui su tutto riusciva ad imbastire una conversazione, quasi
sempre un suo monologo, perché io ascoltavo estasiata. Quello era un periodo difficile
per lui. Viveva solo con un piccolo sussidio che riceveva dallo Stato per la sua invalidità.
Alla mano sinistra gli mancavano due dita, perse lavorando, quando era ragazzo, da un
suo zio falegname. Cominciai a portargli da mangiare, perché non aveva soldi a
sufficienza per fare la spesa, visto che spendeva tutto in vino e sigarette. Lui in cambio
mi dava lezioni di Letteratura Italiana e Storia, materie che avrei portato agli esami orali
della mia maturità. Poi, verso le quattro del pomeriggio, ogni sacrosanto giorno, veniva
un tipo magrolino, sulla sessantina, che gli portava due litri di primitivo e due pacchi di
MS rosse. Edoardo gli dava seimila lire e cominciava a sorseggiare il vino sino alla sera,
alternando le bevute con le sigarette fumate. Faceva un piccolo sorso ogni cinque minuti,
regolarmente. La sua pancia ogni giorno si gonfiava sempre più e, visto i due pacchetti di
MS che fumava da vent’anni, oramai, anche i suoi polmoni erano conciati male. Il suo
atteggiamento nei miei confronti mutò dopo il secondo mese, quando le nostre
conversazioni erano arricchite da suoi espliciti complimenti sul mio modo di vestirmi,
sulla mia bellezza, sulla mia carnagione mediterranea e i miei occhi penetranti. Tutto
sino al 19 giugno 1993, il giorno prima del mio scritto di italiano, prima prova della
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maturità, dove lui, in preda ad una evidente sbronza da vino, cercò di approfittare di me.
Si alzò dal letto, sul quale era disteso per grande parte della giornata, si avvicinò alla mia
sedia, si piegò e cercò di infilare la sua testa sotto la mia gonna. Io me ne scappai
impaurita. Dopo di allora non mi feci più vedere. Dopo un mese venni a conoscenza della
sua morte per avvelenamento.
Roberta terminò il suo racconto con gli occhi gonfi di lacrime. Io l’abbracciai e la
baciai dolcemente.
“Perché non mi hai raccontato la storia appena ti ho accennato del dattiloscritto
ritrovato?”
“Perché è una storia che io, con grosse difficoltà, ho cercato di dimenticare. Capisci…
io sono stata, inconsapevolmente, la causa del suo suicidio.”
“Sai che non è così…sai benissimo che lui si stava uccidendo da solo…tu non hai
nessuna colpa…”
Roberta cominciò a lasciarsi andare in un pianto liberatorio.
“No, Leo, io mi sento colpevole della sua morte e ora ancor di più, dopo la lettura di
quelle pagine di LA CARNE MUORE, e ogni volta che ci penso sto male, ti giuro sto male.
Volevo solo aiutarlo, portandogli del cibo e dandogli la possibilità di parlare con
qualcuno e invece l’ho ammazzato…”
6.
ULTIME PAROLE DEL DATTILOSCRITTO DI EDOARDO VITTORE ‘LA CARNE MUORE’
Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte
sbiadite. Ho ingurgitato veleno per topi in grande quantità, raddolcito
da buon vino primitivo. Ora sono su di giri, non riesco a fermare i miei
piedi che scalpitano, non riesco a rilassare il mio corpo che si
spappola, e continuo a pensare a te e il tuo ricorda mi irrita, il tuo
ricordo mi eccita, mi satura con ossessione, mi satura nell’eccesso della
perversione.
Vorrei averti sotto di me, vorrei strappare i tuoi striminziti abiti
da puttana e succhiare il liquido che esce dalle tue cosce, aprire le tue
gambe lucide e nere e infilarti la mia lingua non più limpida e leccarti
le labbra della fica con dolcezza, entrare con i denti nella tua fessura
bavosa e morderti, morderti con violenza, per poi rallentare il ritmo e
nuovamente accelerare e farti uscire tiepido sangue carnale da bere, bere
per poi vomitare, sul tuo corpo vomitare, sino a star male, a godere del
mio star male, a godere delle tue lacerazioni vaginali, a godere della
tua sofferenza meritata, ragionevole e sacrosanta.
Sì, questo veleno per topi sta svolgendo al meglio il suo lavoro, ho lo
stomaco che si sbriciola, ho gli occhi che mi pungono, mi agitano, si
ustionano e il pensiero di te continua a svenarmi.
Vorrei infilare il mio pene bollente tra le tue cosce da grande troia
di bordelli dal basso profilo, scoparti da sopra, da sotto, da dietro e
incularti per farti soffrire, per farti sanguinare, anche dal culo
sanguinare, e no, non avrò pietà delle tue lacrime stridule, non avrò
pietà del tuo culo minimo, non avrò pietà dello strisciare gastrico dei
tuoi luridi capelli sul mio pavimento, perché te lo farò leccare, con la
lingua leccare, senza esitazione leccare e pulire, mentre continuerò a
incularti con foia, a incularti con cattiveria, per tutto il male che mi
hai fatto con cattiveria, per tutti i brividi che mi hai donato con
cattiveria e non avrò pietà perché tu di me non ne hai avuta. La frenesia
delle natiche, che mi martella il cervello, troverà soluzione tra le
pareti limpide del tuo culo immacolato. Il sipario sta calando su questa
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commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Perdo lentamente le forze, il
peso del mio busto diviene insopportabile, intollerante, devo sedermi per
non svenire, devo sedermi per non sentirmi più morire, devo poggiare la
mia testa su questo cuscino di piume d’oca, su questo materasso soffice
che mi ospita, lo stesso materasso sul quale vorrei violentarti, vorrei
fotterti sino ad arrossare la punta del mio pezzo di carne rovente, sino
a fare sanguinare le pareti sottili del mio pezzo di carne, scaduto,
spossato, nel delirio smembrato.
Vorrei strappare i tuoi lunghi capelli neri e infilarti il mio pene in
bocca, in tutta la sua durezza in bocca e slabbrarne ogni angolo perfetto
e pompare in su e giù, sentendo il digrignare caustico dei tuoi denti
indifesi, in su e giù per farti assaporare il pulsare dello sperma che
arriva, per farti assaporare la gioia corrotta dello sperma che esplode,
nella tua bocca esplode, nella tua bocca gioisce, e ora inghiotti,
inghiotti, puttana, inghiotti nella sofferenza, inghiotti tutto il mio
strazio chiamato solitudine, inghiotti senza parlare perché ora il tuo
compito è solo quello di ingoiare.
Il veleno per topi è andato ad intaccare ogni centimetro infetto del
mio corpo di squame e ora non ho più controllo di me, non ho più peso di
me, sono steso su questo letto e non potrò più rialzarmi, sono steso su
questo letto sorseggiando le ultime gocce di primitivo, battendo queste
mie ultime parole, arrampicandomi sugli ultimi aliti di vita, sugli
ultimi respiri che nell’affanno svaniscono, trasparenti mi uccidono, nel
vuoto mi crocifiggono.
21 Luglio 1993
Edoardo Vittore
33
Appendice
Anni 1993 - 2003
I nomi sono nomi di morti. I miei, e quelli di
Coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri.
Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito
Per sempre l’innocenza del mondo.
Vi ho promesso di non dimenticare.
Vi ho portati in salvo nella memoria.
LUTHER BLISSETT, Q
1.
22 LUGLIO 1993
QUOTIDIANO DI LECCE
Evento tragico
Edoardo Vittore, scrittore maledetto di Melpignano, morto suicida all’età di 34 anni
di Leo Sepe
Un nuovo lutto ha colpito la scena letteraria salentina. Dopo la morte a maggio di
quest’anno del poeta di Caprarica Antonio Leonardo Verri, ieri i carabinieri di Maglie
hanno trovato il corpo senza vita dello scrittore Edoardo Vittore, nella sua casa di
Melpignano. Dalla ricostruzione degli stessi carabinieri, la morte di Vittore, che aveva da
poco compiuto 34 anni, è stata causata dall’uso di veleno per topi, come dimostra il
flacone della sostanza in questione trovato rovesciato vicino al suo letto.
Vittore era conosciuto negli ambienti letterari del territorio per la sua scrittura ostica
ed estrema, difficile, per alcuni versi sperimentale, che molto spesso amava arricchirsi di
contenuti osceni, da molti considerati pornografici. Vittore ha pubblicato in vita tre
romanzi, Il pesante colore sfinito della vita (1984), Il sudore delle donne di strada (1987)
e Un solo minuto prima del tuo saluto (1989).
A questa produzione in prosa è da aggiungere la pubblicazione di sillogi poetiche
all’interno delle riviste letterarie più importante della zona, come L’Immagine Velata e Il
Laboratorio Nascosto.
Vittore non era sposato, non aveva figli e aveva perso i genitori. Lascia una sorella,
Laura, che è stata la prima ad avvertire i carabinieri, dopo una visita fatta a casa del
fratello.
Le motivazioni del suo folle gesto sono da legarsi alla profonda solitudine vissuta
dallo scrittore negli ultimi anni della sua vita, unita all’uso e abuso di alcol e calmanti.
34
2.
22 LUGLIO 1993
GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
Folle gesto
La morte prematura di Edoardo Vittore, scrittore della nostra terra
di Emanuele Migro
Si prova sempre un dolore profondo a parlare di artisti della nostra terra morti così
prematuramente. Il dolore si fa ancora più straziante quando si viene a conoscenza, come
nel caso di Edoardo Vittore, che la morte è legata al gesto estremo, difficile e sofferto del
suicidio.
Edoardo Vittore, che aveva compiuto il 6 maggio 34 anni, si è tolto la vita nella sua
casa di Melpignano, nella più completa solitudine. A lanciare l’allarme, ieri, nel primo
pomeriggio, è stata la sorella dello scrittore, preoccupata perché Edoardo, che nell’ultimo
periodo mai si allontanava dalla sua casa, non rispondeva al suo citofono, come al solito.
Laura, in allerta per le condizioni psicologiche del fratello, ma impossibilitata a seguirlo
da vicino a causa del lavoro e del figlio da accudire, si è presto allarmata, chiamando i
carabinieri di Maglie, i quali, una volta giunti sul luogo hanno sfondato la porta e hanno
trovato il corpo finito dello scrittore sul letto e per terra il veleno per topi che lo ha
stroncato.
La ragione scatenante di questa sua folle fine è da ricercarsi nella vita solitaria che lo
aveva condotto a profonde crisi depressive, curate con psicofarmaci, le cui dosi
aumentavano con l’aumentare dei suoi stati d’animo critici, condite da bevute assidue e
continue di vino rosso (del quale si dice che Vittore ne fosse dipendente).
La solitudine è stata il filo conduttore della poetica di Vittore, che in vita ha pubblicato
tre romanzi, Il pesante colore sfinito della vita (1984), Il sudore delle donne di strada
(1987), Un solo minuto prima del tuo saluto (1989), testi facenti parte della trilogia della
‘ricerca dell’amore’.
I protagonisti dei tre romanzi, tutti alter ego dello stesso Vittore, vivono la vita al
continuo inseguimento dell’amore, in tutti i suoi aspetti, dall’amore carnale di Marcello
Canali, in Il sudore delle donne di strada, e di Sandro Andrisani, in Un solo minuto prima
del tuo saluto, all’amore ideale di Fausto Rossi, in Il pesante colore sfinito della vita.
L’amore è sempre una meta, mai una conquista, e questa certezza conduce i
personaggi di Vittore ad abbracciare la vita solitaria, sfociante in Fausto Rossi nella scelta
dell’eremitaggio, in Sandro Andrisani nell’estrema scelta del suicidio, quasi preannuncio
profetico della sua stessa fine.
Sandro Andrisani può essere considerato il personaggio più riuscito dello stesso
Vittore, eroico nella sua tragicità, che supera di gran lunga la raccapricciante inettitudine
di Marcello Canali, incapace persino ad ammazzarsi.
I suoi testi sono stati profondamente sottovalutati dalla critica. Vittore è stato uno
scrittore che ha deciso di compiere la difficile scelta di una scrittura autentica, pronta a
sviscerare la sua condizione esistenziale, pronta a mettere a nuda i pregi e i difetti di un
uomo dalla vita non facile, metterli a nudo con una scrittura cruda, tagliente, diretta,
priva di fronzoli e orpelli retorici.
Questa sua scelta di verità sacrosanta, sia nella forma che nei contenuti, è stata la sua
stessa condanna letteraria, con la critica che ha visto in Vittore un autore scomodo, da
relegare ai margini, con la sua depressione e il suo alcolismo che peggioravano dopo
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ogni stroncatura ottenuta.
Oggi Vittore non c’è più. Ha deciso di farla finita, ha scelto, perché era un uomo libero,
come il suo Sandro Andrisani, di avvelenarsi perché non aveva più niente da dire, niente
che non avesse già urlato, senza essere ascoltato.
Chi ha veramente creduto ed amato Vittore, come scrittore, non può non lottare per un
suo riconoscimento letterario, che non può essere messo in discussione.
Questo è l’unico modo con il quale farci perdonare da Vittore, per non averlo mai
pienamente compreso.
3.
MAGGIO 1994
TRATTO DALLA RIVISTA ‘L’IMMAGINE VELATA’
POESIE INEDITE DI EDOARDO VITTORE
1.
Cosa è rimasto da raccogliere?
Cosa è rimasto da respirare?
Quest’oggi sto male,
mi guardo riflesso nello specchio
grigio che mi toglie ogni sapore,
che mi impedisce di ansimare,
non posso far altro che nascondere
la mia testa sotto il materasso
di paglia e seta.
Cosa è rimasto da raccogliere?
Forse solo i limpidi battiti del proprio cuore
da aprire e impollinare,
per poi nuovamente germogliare,
nel lontano amore da ricercare.
2.
Con questo sole faccio fatica
ad alzare le mie mani
posate sul mio pene eretto della nostalgia.
Ho la testa che in cerchio mi uccide,
ho la testa che perde sapori mai prima colti,
ho la testa sbilenca per il troppo vino bevuto,
ho la testa che morde per la masturbazione
continua, per la masturbazione iterata,
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pensando a te, al tuo culo acido,
ai tuoi seni santi, alla tua fica beata
che vorrei tanto venerare,
mentre il sole consuma ogni mio briciolo
di sanità, ogni mio briciolo di equilibrio mentale.
3.
Striscio per strada con il ritmo
dei cani randagi ad accompagnare
i miei passi consumati
nel febbrile movimento dei muscoli contratti.
Striscio per strada e non ho nulla da dire,
vi giuro, nulla da aggiungere
a quanto masticato quest’oggi,
con terribili incubi mattutini
che mi ammazzano e mi colpiscono
feroci dietro la nuca,
con il pensiero della morte che mi ossessiona,
con il pensiero della morte che sguscia via
e s’impossessa del mio corpo di vetro,
del mio corpo di scheletro dal fegato rigonfio.
4.
Sei entrata nella mia vita di soppiatto,
con i tuoi neri capelli
il tuo corpo di cristallo
e la tua verginità prorompente,
la tua verginità provocante,
la tua verginità, a tratti, disarmante.
Ora non posso fare più a meno di te
e soffro per questo
vincolo che mi hai imposto,
per queste catene con le quali mi hai cinto,
e piango mentre sono nel piccolo
bagno di questa casa che mi soffoca,
pensando continuamente alla mia morte,
senza niente da mangiare,
aspettando con straziante ansia la tua venuta,
per guardarti un’altra volta, forse l’ultima volta.
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5.
Raccogliere vermi del mio giardino
mi fa sentire meno solo,
in questa mattina dove il tempo stenta a passare,
dove Melpignano è desolata,
senza nessuno che passa dalla mia casa
per un saluto, per una parola,
anche smozzicata, anche farfugliata,
da scambiare.
Raccogliere vermi del mio giardino,
è rimasto da fare questo,
aspettando la tua venuta,
aspettando che il tuo corpo posi leggero
sulla mia sedia, aspettando
di poter leccare il punto preciso
sul quale hai poggiato il tuo culo,
per assaporare anche solo un attimo del tuo sapore.
Ho il ventre che mi scoppia dal dolore,
ma prima di divenire cenere
donami per un briciolo di eternità
lo splendore pulsante che si cela tra le tue cosce,
anche solo per un briciolo di eternità.
6.
Solo pochi istanti,
solo altri pochi istanti
e oggi sarei saltato addosso a te,
con il mio sesso ti avrei cosparsa di sperma,
perché ti desidero sino a star male,
ti desidero senza freno,
ti desidero e non posso farci nulla
e ciò che mi fa andare avanti
è sapere che prima o poi accadrà,
prima o poi sarai mia,
aprirai le tue gambe alla mia ossessione
e questo mi fa andare avanti
e questa è divenuta la mia unica ragione di vita.
7.
Sei andata via,
è successo pochi attimi fa.
Volevo solo leccarti tra le cosce,
ma tu non hai voluto,
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tu, spaventata, sei fuggita
e ora perché trascinarmi,
perché continuare a trascinarmi
in questo mondo che non mi appartiene,
in questo mondo al quale non appartengo?
Ora che sei andata via
il profumo della cenere,
di questa cenere che mi donerà solo morte,
diviene asfissiante,
penetra con ritmo tra le mie tempie
di latta e plastica.
Sei andata via e
ora poggio il mio capo unto di disperazione
sugli spigoli della mia pazzia.
CENNI BIOGRAFICI:
Edoardo Vittore, nato a Maglie il 6 maggio 1959, è scomparso prematuramente il 21
luglio dello scorso anno, dopo aver ingerito, nella sua casa di Melpignano, una quantità
eccessiva di veleno per topi.
Vittore, per molti anni, è stato l’autore salentino più estremo, unendo la sua scrittura
tagliente e diretta ad una personalità sregolata, scandita dall’uso e abuso di droghe e
alcol.
In vita ha pubblicato Il pesante colore sfinito della vita ( 1984, Errebi, Maglie), Il
sudore delle donne di strada ( 1987, Il Vibrante Cantore dei Saraceni, Caprarica) e Un
solo minuto prima del tuo saluto (1989, Il Cantiere, Parabita).
Oltre a questa produzione in prosa, Vittore ha pubblicato le sue poesie sulle più
rinomate riviste letterarie della regione. La piccola silloge ( di 7 testi), che noi di
L’immagine Velata vi presentiamo, è inedita ed è giunta a noi grazie all’interessamento
della sorella dello scrittore, Laura Vittore.
Sono da considerarsi le ultime poesie pubblicate in vita dallo scrittore, prima del suo
suicidio.
NOTA CRITICA
)
di Diodato Valle
( Docente di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università degli Studi di Lecce
Queste poesie inedite di Edoardo Vittore sono spiazzanti, come spiazzante è la scelta
dello scrittore di dire presto addio a questo mondo. Naturalmente non spenderò parole
sul mio profondo dissenso etico per il gesto compiuto da Vittore, derivante certamente
dalla mia formazione cattolica, ma farò delle riflessioni sui suoi versi. Dal punto di vista
tematico si può sicuramente affermare che Edoardo Vittore prosegue sulla scia dei suoi
romanzi: il tema della solitudine, sempre più lancinante dopo ogni delusione d’amore, si
lega inevitabilmente all’ossessiva e iterativa voglia di morire: <<… e piango mentre sono
nel piccolo/bagno di questa casa che mi soffoca, /pensando continuamente alla mia
morte, /senza niente da mangiare…>>.
Sì, perché se volessimo trovare in Vittore un elemento che lo caratterizza, per tutta la
sua breve vita artistica, ci si potrebbe soffermare sul suo amore assoluto per le donne e
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sulle estreme conseguenze che questi amori, spesso non corrisposti, producono nello
scrittore.
Ciò che certamente distingue la sua produzione in prosa rispetto alla più sporadica
scrittura in versi è la preponderanza del verosimile, tipica della costruzione di mondi
possibili insita nella narrativa, in contrasto con la tendenza al vero, alla vita vissuta in
toto, dominante nell’azione poetica.
Marcello Canali, Sandro Andrisani e Fausto Rossi, protagonisti maschili dei tre romanzi
di Edoardo Vittore, pur essendo maschere dietro le quali si cela la personalità scomposta,
sofferta e sanguigna dell’autore, conservano dei tipici tratti distintivi individuali che li
rendono unici e come tali irripetibili.
Leggendo i versi che Laura Vittore ha donato a L’immagine velata, invece, ci si rende
conto che a parlare è lo stesso Vittore, in carne ed ossa, rompendo, quindi, il patto di
finzione narrativa che ha stabilito con i suoi lettori, nei romanzi.
Vittore, quindi, se, come sarà da accertarsi, ha scritto questi versi negli ultimi mesi
della sua vita, era travolto da un profondo irrazionale innamoramento per una donna, la
cui dipartita, il cui allontanamento ha turbato in maniera esasperata l’animo già fragile
dello scrittore, determinandone, e qui si tratta solo di supposizioni, con molta probabilità
la scelta irreversibile del suicidio: << Ora che sei andata via / il profumo della cenere,/
di questa cenere che mi donerà solo morte, /diviene asfissiante, /penetra con ritmo
tra le mie tempie/di latta e plastica./ Sei andata via e /ora poggio il mio capo unto di
disperazione /sugli spigoli della mia pazzia>>.
Sembra quasi che il nostro Sud poetico si cibi di scrittori che hanno questo rapporto
intimo, direi quasi emotivo, con la morte, penso per esempio a Salvatore Toma (19511987), penso ad Antonio Leonardo Verri(1949-1993), stupendi poeti pianti troppo presto
dalla loro terra che tanto li ha amati, che nelle loro opere si son fatti profeti dello loro
stesso infausto destino.
Concluderei questo mio intervento con dei versi di Claudia Ruggeri, giovane poetessa
dalle grandi doti performative, scritta e recitata il giorno del funerale di Edoardo Vittore.
La vita estranea a quella forma
Cresciuta senza gradi o atti o
Noi alla vita – perché l’edera
Sfrenata al tirso errante muta di
Luce violenta di suoni in corsa
Come dio squassava le foreste
Ed era primavera ( ? )
Non solo un getto di memoria
Così orgogliosamente ebbri da far
Pensare ad una riva e ad un bosco
Perfetti di acque e poi si fanno
Protezione e poi fuga di forze
Probabilmente strappo e comunque
Più in là religiosamente uguali
Le ipotesi all’ombra inanellate
Allora che vi chiedo.
Chiedetemi di sollevare il calice
E di portarlo complice alle labbra
E poi dirvelo piano e con sottile
Ironia che vi amo.
Il sussurro di amore sul quale Claudia Ruggeri si sofferma negli ultimi versi del suo
componimento è abbraccio totale a tutti i poeti che hanno lasciato questa vita troppo
presto, dopo aver dedicato totalmente la loro esistenza alla pratica sempre più carnale,
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difficile e totalizzante della scrittura.
4.
21 luglio 1994
GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
Un anno è passato
La scrittura di Vittore in preda alla dimenticanza
di Emanuele Migro
Un anno è passato dalla scomparsa di Edoardo Vittore, ma nulla si smuove nelle
torbide acque del mondo della critica e dell’editoria. Nessun editore nostrano si è fatto
avanti, e non parlo delle piccole case editrici per le quali lo stesso Vittore ha già
pubblicato, ma mi riferisco ai grandi editori che dicono di sostenere la cultura della
nostra regione, pubblicando il meglio che c’è in circolazione.
Nessun critico si è preso la briga di alzare il culo (scusate il termine improprio) dalla
sua poltrona impolverata, prendendo posizione sullo scrittore di Melpignano.
Un caso a parte è rappresentato dalla nota critica di Diodato Valle, all’interno del
numero di maggio della L’immagine velata, dove l’esimio docente di Letteratura Italiana
Contemporanea dell’Università di Lecce, nonché critico tra i più apprezzati in Puglia, ha
commentato 7 poesie uscite postume di Vittore, consegnate dalla sorella Laura, alla
redazione della rivista.
Valle ha insistito sui legami tra Vittore ed altri esponenti della letteratura meridionale,
Salvatore Toma e Antonio Leonardo Verri, uniti dalla tematica esasperata della solitudine.
Questa solitudine, cifra tematica della sua scrittura, può condurre lo stesso scrittore di
Melpignano alla totale dimenticanza.
In preda a questa paura, come un anno fa, grazie allo spazio concessomi da questo
giornale, rinnovo l’invito agli addetti ai lavori di rivalutare tutta la riproduzione di
Edoardo Vittore, patrimonio inestimabile, ma per nulla conosciuto della nostra terra e
non solo.
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5.
DICEMBRE 2001
OTELLO 69
PORNOGRAFICO
RACCONTO INEDITO DI EDOARDO VITTORE
Introduzione di Paolo Carella
La presenza, sul nostro foglio di dicembre, di Edoardo Vittore, scrittore maledetto di
Melpignano, scomparso prematuramente, non può che riempirci di orgoglio. Il racconto
inedito ci è stato consegnato da Enrico Colomba, caporedattore della rivista letteraria Il
Laboratorio Nascosto, il quale spulciando tra i suoi materiali d’archivio, ha trovato
questo testo e, dopo la lettura, lo ha ritenuto degno dell’Otello 69 e della nostra idea di
letteratura che lo stesso Colomba definisce ‘immorale’.
Noi lo ringraziamo sia per averci donato questa perla di Vittore, sia per definirci
immorali.
PORNOGRAFICO racconta semplicemente una fellatio. Per i non addetti ai lavori si
tratta di un pompino, di un sacrosanto pompino che diviene protagonista assoluto della
storia.
Mai titolo più appropriato di PORNOGRAFICO, perché l’atto pornografico consiste nello
stabilire dei particolari, nell’incentrare tutto sui particolari. La pornografia, quella vera,
agisce non sull’intero ma sui dettagli, taglia e seziona l’intero (il corpo è intero). La
pornografia, quindi è dettaglio, questo eccita, questo fa volare il desiderio.
Il dettaglio, nel racconto di Vittore, è rappresentato dalla bocca di Enrica e dal pene di
Carlo, sul quale si costruisce l’intero percorso narrativo della storia, il resto dei corpi dei
ragazzi è totalmente ignorato dallo scrittore, lasciando spazio a questo immagine
ossessiva che disturba i nostri quieti sogni borghesi.
Buona lettura.
Ho sognato di prenderglielo in bocca sin dal primo momento che i miei occhi hanno
incrociato i suoi.
Il concerto non entrava nel vivo, il gruppo punk suonava i suoi due accordi
stancamente, quando all’improvviso comparve tra la folla di punkettoni lui, con il suo
sguardo ammaliante, con i suoi capelli lunghi e scompigliati, con i suoi jeans attillati, i
suoi anfibi neri e la sua maglietta dei Joy Division.
Lui si avvicinò a me, io continuavo a guardarlo, mi offrì una birra, io accettai, ci
presentammo, io sono Carlo, e io Enrica, un’altra birra, ci allontanammo dalla festa, il
gruppo punk strafatto si trascinava nella sala con i propri strumenti pendenti, mi portò
nella sua auto, mise seconds dei Cure, non avevamo molto da dirci, i nostri sguardi si
facevano sempre più ammiccanti, cominciammo a spogliarci, io fui la prima a essere
completamente nuda e iniziai a sfilargli i jeans, lui non oppose resistenza, anzi, mi
accarezzava i capelli, accennando un lieve sorriso. Dopo i jeans gli tolsi le mutande, il
suo pene era già eretto, lungo e gonfio, con due testicoli duri e pieni da accarezzare, con
il glande rosso e fremente. Cominciai a passare la mia lingua sull’estremità del suo pene,
la mia lingua si muoveva in su giù su tutta la lunghezza del suo pezzo di carne, lui cercò
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di rilassarsi, stendendo completamente il sedile della sua auto, io mi sistemai, per essere
più comoda mentre glielo succhiavo. Sentivo il suo pene pulsare, battere ritmicamente ad
ogni mia leccata, poi lo presi nella mia bocca, cominciai a mordicchiarlo e sentivo le sue
gambe irrigidirsi e sussultare, sempre più dentro, il suo pezzo di carne toccò l’estremità
della mia gola profonda e lo sentivo sempre più gonfiarsi. Muovevo la mia bocca con
frenesia per procurargli il massimo piacere, e la mia eccitazione era nel vederlo godere,
con il suo pene nella mia gola pronto a esplodere, a riempirmi del suo lucido e glassato
sperma. L’eruzione si avvicinava, potevo percepirne l’immediato arrivo, improvvisamente
lui si lasciò andare ad un urlo seguito da fluire di un gettito bianco che mi riempì la
bocca e che io ingoiai con voracità, con fame accattivante, con voglia perversa, poi con
la lingua ripulii tutto il suo pene e ci stendemmo sui nostri sedili a guardare il tetto
grigio della sua auto.
Non ho più rivisto Carlo, non l’ho più incontrato in altri concerti punk, non l’ho
nemmeno incontrato per le strade della città, la sua è stata una presenza fugace che ha
riempito una serata schifosa della mia tarda adolescenza da sfigata, ma ciò che non potrò
dimenticare di lui è il forte odore acido del suo sperma ingoiato, che mi porto sulla pelle,
dentro la mia pelle e che non riesco ad eliminare, non riesco a cancellare.
Scritto nel settembre del 1986
6.
AGOSTO 2003
CULTURA DEL SUD
GRANDE SCOPERTA NELLA BIBLIOTECA DI TRICASE
RITROVATO IL ROMANZO SCRITTO PRIMA DELLA MORTE DA EDOARDO VITTORE
di Leo Monsanto
In questo caldo agosto asfissiante, una buona notizia arriva dal mondo delle lettere.
Noi della CULTURA DEL SUD, mentre effettuavamo delle ricerche presso la biblioteca
comunale di Tricase, abbiamo ritrovato un dattiloscritto di Edoardo Vittore, un testo
composto da 700 pagine, dal titolo LA CARNE MUORE, che, grazie anche alle date
presenti nel testo, possiamo con certezza affermare che rappresenti l’ultimo romanzo
scritto in vita dall’autore.
Come il dattiloscritto sia giunto nella biblioteca di Tricase è facile a dirsi,
considerando che l’unica familiare di Vittore, sua sorella Laura, nonché unica erede del
limitato patrimonio (soprattutto fatto di fogli e libri), ha lavorato, prima di cadere in
preda a una depressione acuta, nella suddetta biblioteca.
LA CARNE MUORE è un monologo interiore infinito, nel quale l’autore, sospendendo
qualsivoglia logica di finzione narrativa, si lascia andare ad un libero sfogo,
soffermandosi sulla sofferenza patita per una donna che è stato presente e vicina a lui
nell’ultimo periodo della sua esistenza.
Il nucleo dominante di questo testo nasce dall’impossibilità da parte dello scrittore di
possedere questa donna, improvvisamente andata via, e lasciatolo in preda alla sua
alcolica follia, generata dall’uso e abuso continuo di vino rosso: << Ora sei fuggita per
sempre, non ti sento, non ti vedo, non ti tocco, mi sembra di essere impazzito, ho un
dolore tremendo alla testa, le ossa si stanno schiudendo, i muscoli si stanno slabbrando,
non mi reggo più in piedi, ho le caviglie delle gambe che si sbriciolano come frullati di
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frutta candita, non ti sento, non ti vedo, non ti tocco, mi sembra di essere impazzito, ho
i peli delle braccia che bagnano pavimenti di strade non asfaltate, ho le palpebre degli
occhi che farfugliano sordidi calori gementi, ho la colonna vertebrale che non sembra
sostenersi nel labile gioco della malattia>>.
Improvvisamente il pensiero continuo, la nostalgia asfissiante, l’amore oserei dire
quasi assoluto per questa donna dall’identità nascosta, si trasforma in odio profondo, in
astio velenoso, in voglia di farle del male, di farle subire la stessa sofferenza da lui
assorbita: << Vai via da me o ti farò del male, ti farò del male e non avrò pietà di te, non
mi commuoverò quando sarai per terra a subire le mie percosse, a subire il peso irritato
delle mie ultime energie sepolte, delle mie ultime energie raccolte. Vai via da me o ti
ammazzerò con queste mie sporche mani>>.
La scena che conclude il romanzo è raccapricciante. Vittore scrive le ultime pagine,
dopo aver assunto il veleno per topi che lo ha ucciso, scrive in preda ai primi dolori
generati dalla sostanza letale, immagina, prima di morire, di violentare la sua donna, di
farla sanguinare, per vendetta, stuprarla e scoparla in tutti i modi, lasciarla senza vita,
stremata per terra, poi la sua immaginazione lascia spazio ad una più assurda e realtà,
quella della sua stessa morte: << Il veleno per topi è andato ad intaccare ogni centimetro
infetto del mio corpo di squame e ora non ho più controllo di me, non ho più peso di me,
sono steso su questo letto e non potrò più rialzarmi, sono steso su questo letto
sorseggiando le ultime gocce di primitivo, battendo queste mie ultime parole,
arrampicandomi agli ultimi aliti di vita, agli ultimi respiri che nell’affanno svaniscono,
nell’affanno mi consumano, trasparenti mi uccidono, trasparenti mi ingoiano, alla fine mi
conducono, nell’assenza mi scagliano, nel vuoto mi crocifiggono >>.
Questo testo di Vittore sfiora il capolavoro, nella sua totale autenticità, nel suo essere
suo testamento artistico, nella sua scrittura proveniente dall’inconscio, nella sua scrittura
viscerale, carnale, diretta, non levigata, non corretta e limata, ma istintiva, da definirsi
certamente informale.
Sono passati dieci anni dalla sua morte e nulla è stato fatto per lavorare seriamente ad
una ripubblicazione delle opere scritte in vita da Vittore.
L’interessamento del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Emanuele Migro, e
del professore Diodato Valle non sono bastai a porre la questione Vittore nel giusto
modo.
Noi della CULTURA DEL SUD lavoreremo affinché lo scrittore di Melpignano possa
ottenere ciò che gli spetta, ora con molta più forza di prima, dopo il ritrovamento di
questo testo che, visto la sua potenzialità emotiva, merita di essere letto.
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Epilogo
Anni 2003 – 2013
Non so fra quanto tempo, non so in che modo,
non so con che cazzo di titolo, ma vi arriverà prima
o poi in libreria, con le solite schede della nostra
casa editrice, il preannuncio di un libro che non avete
mai visto.
Antonio Moresco, Canti del Caos
Sono passati dieci anni dalla mia scoperta del dattiloscritto di Edoardo Vittore nella
vecchia biblioteca comunale di Tricase. In questo lasso di tempo la mia vita è totalmente
cambiata. Tutta la serenità che avevo cercato di costruire con profonda difficoltà alle
soglie dei miei trent’anni, culminata, poi, nell’incontro con Roberta, unico grande amore
della mia vita, è svanita senza che riuscissi a rendermene conto.
Ma andiamo per ordine. Subito dopo la pubblicazione del numero di agosto 2003 della
‘CULTURA DEL SUD’ ci furono due conseguenze immediate, prima di tutto la mia storia
d’amore con Roberta, con la quale non ci perdemmo di vista per un attimo per i mesi
successivi, poi la ‘questione Vittore’, sollevata grazie alla pubblicazione del mio articolo,
nel quale dichiaravo di aver scoperto l’ultimo testo scritto in vita dallo scrittore.
Come conseguenza di quella scoperta riuscimmo a creare, nel dicembre 2003, un
comitato di esperti, volto alla diffusione della scrittura di Edoardo Vittore, nel quale, oltre
a me e Roberta, c’erano Diodato Valle, docente universitario e critico illustre, Emanuele
Migro, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, e Paolo Carella dell’Otello 69.
Dopo numerosi incontri, dove ognuno di noi mise in campo le proprie ragioni sulla
necessità di diffondere la scrittura di Vittore, si arrivò alla conclusione, nell’aprile 2004,
che punto fondamentale era riuscire a far pubblicare LA CARNE MUORE da una casa
editrice pronta ad assicurare una diffusione del romanzo sul territorio nazionale, perché
il testo era da tutti considerato il punto più alto della produzione dello scrittore.
Il sottoscritto, in quanto direttore responsabile del comitato in questione, provvide a
fotocopiare personalmente 30 copie del dattiloscritto. Impacchettai ciascuna delle trenta
copie, spedendole, con una lettera di presentazione alle 30 case editrici più importanti
d’Italia.
Ora, mentre continuavamo il nostro lavoro nella ‘CULTURA DEL SUD’, con Roberta
entrata, grazie al suo ottimo lavoro di collaborazione, tra i redattori, non dovevamo far
altro che aspettare, aspettare che qualche editor si pronunciasse con un suo giudizio sul
testo di Vittore.
Eravamo in questo periodo di attesa quando, nel settembre 2004, Roberta perse la
vita, in un incidente stradale, sulla Lecce-Maglie, mentre, come ogni sera, finito il lavoro,
tornava nella sua casa a Cursi.
Avrei dovuto raggiungerla verso le dieci di sera, perché avevamo deciso di fare una
cenetta insieme per festeggiare l’uscita del numero di settembre 2004 della ‘CULTURA
DEL SUD’, ma alle nove venni chiamato per il riconoscimento del corpo.
Non so se la ferita per la sua scomparsa si sia rimarginata, non so se questo tipo di
ferite possano rimarginarsi, quello che penso è che quella fottuta auto che si è scagliata
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contro la mia Roberta ha ucciso una donna splendida, una donna dall’intelligenza
raffinata, al culmine della sua bellezza, e nel contempo ha ucciso un uomo, il
sottoscritto, Leo Monsanto che, da quel maledetto 6 settembre, non fa altro che sentirsi
morire ogni giorno di più.
Il periodo successivo per me fu straziante, non facevo altro che piangere come uno
stupido bambino al quale si nega il più insignificante tra i giochi, ogni oggetto toccato,
ogni luogo visitato, ogni respiro fatto mi riportava a lei, al suo sorriso, al suo sguardo.
Cominciai a bere whisky per tutto il giorno, ne consumavo una bottiglia nell’arco di
mezza giornata, soprattutto quando ero libero dal lavoro in redazione. Mi faceva stare
bene, mi stordiva e in quel momento avevo bisogno di stordirmi.
Vi confesso che il whisky, nei momenti più tremendi della mia solitudine e della mia
nostalgia per l’assenza di Roberta, mi ha condotto al limite del suicidio.
Ma non ho avuto neanche le palle per farla finita.
A dare una scossa elettrica alla mia vita è stata una lettera ricevuta dalla Mondadori,
nel febbraio 2005, a quasi sei mesi dalla morte di Roberta.
La lettera conteneva la lettura dell’editor per la narrativa italiana nella Mondadori,
Franco Antonini, che, oltre al giudizio, poneva alcune righe di introduzione.
Caro Monsanto,
ho letto con molta attenzione LA CARNE MUORE di Edoardo Vittore, anche per
l’accorata lettera che lei e gli altri membri della commissione, tra i quali noto la presenza
del professore Diodato Valle, avete mandato alla nostra casa editrice. Il caso di Vittore è
simile, certamente, a quello di molti altri artisti dalla vita sfortunata, ma a questa
condizione si aggiunge, ed è questa, mi pare, la novità, il legame di un gruppo di
intellettuali pronti a rischiare sulla scrittore di un uomo morto suicida a 34 anni.
Entrerò ora nelle mie considerazioni inerenti a LA CARNE MUORE. La prima
considerazione che mi sembra opportuno fare, accostandosi alla prosa di Vittore, è la
dimensione fortemente lirica presente nell’evolversi delle pagine, direi quasi che si possa
parlare di una tensione fortemente simbolica, dove la struttura sintagmatica del testo,
con la sua significazione lineare, lascia spazio alla forza paradigmatica del dire, dietro la
frase più semplice, quindi, si nascondono i significati più oscuri.
Questa struttura simbolica mi sembra possa ritenersi cifra stilistica dominante e, che a
buon ragione, nega al testo di Vittore la definizione di romanzo.
Come ben sa, Monsanto, le questioni e le discussioni inerenti alla definizione dei
generi hanno riempito milioni di pagine, nel corso della storia della letteratura, ma,
mantenendo il discorso su toni non complicati, posso con convinzione affermare che LA
CARNE MUORE ha del romanzo solo l’infinita mole; le 700 pagine del testo mi fanno
pensare a romanzi fiume quali l’Ulisse di Joyce, L’Uomo senza qualità di Musil e la
Ricerca di Proust.
Manca una storia, mancano dei personaggi, cioè semplicemente è assente l’intreccio,
tutto ruota attorno un’ossessione costante (quella di Vittore per questa misteriosa
donna), un’ossessione che corrode l’animo e il fisico di Vittore, corrode la sua stessa
mente, conducendolo alla fine descritta nelle ultime drammatiche pagine. LA CARNE
MUORE può accostarsi, ritengo, al genere del diario autobiografico, e, per quanto
riguardo il legame della sua prosa con altri autori, il ricordo cade inevitabilmente a due
grandi geni sregolati della letteratura, Arthr Rimbaud e Dino Campana.
Ma, al di là di queste attribuzioni, è giusto che lei sappia, Monsanto, che LA CARNE
MUORE è stato un testo che ho divorato, che ho letto giorno e notte e poi riletto, un testo
isolato, estremo, testamento letterario di un artista mangiato dalla solitudine, ma gli
stessi motivi della sua bellezza sono le ragioni che rendono difficile la sua pubblicazione
per la MONDADORI.
Pubblicare LA CARNE MUORE è un rischio, in termini economici, per una casa editrice,
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è un rischio perché il testo, pur contenendo momenti di soave lirismo, indiscutibili, in
altri si fa difficile, prolisso, pesante e pretenzioso. Noi della Mondadori, in un periodo in
cui l’intrattenimento dell’era tecnologica sta lentamente mangiando fette importanti di
lettori, non possiamo rischiare pubblicando un testo ‘particolare’ come questo.
Sono convinto, Monsanto, che lei, insieme agli altri membri della sua commissione, al
quale rinnovo la mia stima per questa scelta di coalizzare le vostre forze al fine di dare
giusto lustro ad uno scrittore emarginato, troverete la casa editrice che fa per voi.
Le rinnovo i miei cordiali saluti.
Franco Antonini
Lessi e rilessi quella lettera, sino a consumarla, la amai e la odiai, la volli stracciare,
ma poi lasciai perdere, così come amai e odiai Antonini. Ad un certo punto, durante la
prima lettura della lettera, mi vennero in mente pensieri del tipo vedere LA CARNE
MUORE in libreria, tra le novità pubblicate dalla Mondadori, con il sottoscritto in giro per
l’Italia a parlare della vita di Vittore e della sua scrittura. Poi, proseguendo, la delusione
mi trafisse, LA CARNE MUORE, quindi, non interessava alla Mondadori perché non
‘commerciale’, questo in termini spiccioli, perché a tratti era difficile,
prolisso,
nonostante momenti di indiscutibile lirismo.
Quella sera bevvi una bottiglia intera di whisky. Pensavo al fatto che il testo di Vittore
mi stesse ossessionando e la ragione era che quel maledetto dattiloscritto mi aveva
consentito di conoscere Roberta, facendo nascere il nostro folle amore, quel testo ci
apparteneva e, ancor di più, apparteneva a Roberta, la quale era l’inconsapevole
protagonista, colei che aveva alimentato la folle ‘scrittura dell’orgasmo’, come amavo
definirla, di Edoardo Vittore.
Pubblicare LA CARNE MUORE voleva significare ricongiungermi con Roberta, voleva
significare, forse, liberarmi da quel tormento che mi stava divorando e lentamente
consumando.
Nei mesi seguenti seguirono solo alcune lettere di rifiuto, senza nessun giudizio
critico, da parte della Marsilio, della peQuod, della minimum fax, dell’Einaudi, che da
molti anni preferiva pubblicare testi di comici affermati, perché vendibili, venendo meno
al ruolo storico e politico che ha avuto nell’editoria italiana. Tutto questo sino ad un
giorno del settembre 2005, ad un anno dalla scomparsa di Roberta.
Trovai nella mia cassetta della posta una lettera proveniente dalla Feltrinelli. Aprii la
busta e, seduto sul divano, con la bottiglia di whisky sul tavolo, cominciai a leggere.
COMITATO DI LETTURA
Data : 3 settembre 2005
Autore: Edoardo Vittore
Titolo : Frenesia delle natiche
Lettore: Mafalda Muzzecca
La premessa è d’obbligo: questo testo di Edoardo Vittore, autore meridionale morto
suicida, con una storia alle spalle raccapricciante ma non insolita nel grigio esistere dei
letterati, non credo possa interessare a qualche collana della Feltrinelli, non ora, almeno
penso. Ma lo terremo in rispettosa considerazione per il discorso espressionistico,
eruttivo, magmatico che è dominante. Il centro attorno a cui il discorso ruota è un
esistere tradito e schiacciato di una povera anima in preda alla follia, generata dall’alcol.
Ciò che si ricava non è tanto l’impressione di una storia, di uno svolgimento, quanto di
un ossessivo ritorno su di sé, di una scavante iterazione. Sembra quasi che la condizione
animale (come dimostra in particolar modo la parte finale, nella quale immagina di
violentare la donna causa della sua disperazione) sia continuamente evocata come la più
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evidente metafora dell’umano. Di questa furia affannosa la figura retorica dominante è
l’iterazione, accoppiata all’asindeto e modulata per sequenze sinonimiche o anche per
semplici elenchi. Qualche volta i risultati sono assai robusti, ma altrettanto spesso
inconsistenti.
Questa inconsistenza, presente in alcune parti, diviene, quindi, il suo limite maggiore
e, dal momento che si trascina per periodi lunghi delle 700 pagine, ne inficia anche le
sezioni migliori, quelle di profonda strutturazione lirica ed emotiva. Ripeto, signor
Monsanto, che la terremo informati sul manoscritto di Edoardo Vittore e nel contempo le
auguro buon lavoro.
Mafalda Muzzecca
Quindi nemmeno a Mafalda Muzzecca, vincitrice del Premio Strega un paio di anni
prima, con un romanzo che raccontava la storia della sua famiglia di emigrati, LA CARNE
MUORE convinceva a tal punto da determinarne un interessamento da parte della casa
editrice per la quale lavorava come lettrice.
Anche in quell’occasione la mia reazione fu la peggiore possibile, ancora una volta
l’unica mia ragione di vita, portare a compimento questo progetto iniziato con la mia
Roberta, aveva ricevuto un colpo lancinante alle costole. Anche in quest’occasione presi a
bere per tutta la serata e per tutta la notte, ascoltando la voce jazz di Paolo Conte e
piangendo come un idiota sul mio letto.
Poi cominciai a sentirmi male, a vomitare tutto quello che era possibile vomitare, a
vomitare anche le budella, a vomitare anche il buco del culo, fino a quando in preda ad
una incoscienza che nell’ultimo periodo non era inusuale, feci il numero di cellulare di
Franco Sobrero, il mio capo, nell’ultimo periodo presenza importante per la mia vita in
bilico.
Franco, dopo pochi minuti era a casa mia, mi raccolse come si raccolgono i rifiuti
sparsi per terra, con le punte delle mani per non sporcarsi, e mi condusse al pronto
soccorso. Io, nella sua macchina, continuai a vomitare il nulla, perché oramai non c’era
più niente da vomitare, ma avevo questo conati che mi travolgevano e non mi davano un
attimo di tregua. Poi arrivai al pronto soccorso, mi attaccarono una flebo al braccio, il
dottore mi fece qualche domanda riguardo le mie abitudini di bevitore e poi persi
coscienza.
Passai un periodo, che non so quantificare, in ospedale. Sempre attaccato a queste
flebo che servivano a purificare il mio sangue marcio, almeno così diceva Franco, l’unico
che veniva a trovarmi con regolarità. Poi la decisione più difficile della mia vita, che era
inevitabile per consentirmi di riprendere una vita normale, quella di passare un periodo
della mia vita in una comunità di recupero per alcolisti.
I medici mi consigliarono la migliore, che si trovava in Toscana, vicino Prato.
Ci andai nel gennaio 2006, dopo un Natale passato a casa di Franco, oramai per me
divenuto amico fraterno, punto di riferimento, senza il quale probabilmente ora sarei
cibo per insetti, sotterrato in qualche cimitero del cazzo.
Il periodo passato nelle comunità, guardandolo a distanza di alcuni anni, sembra quasi
essere avvolto da una coltre di nebbia che lo rende sospeso, fluttuante, inconsistente,
quasi una sorta di sogno che, certamente, mi ha aiutato ad uscire dall’incubo generato
dalla mia dipendenza da whisky.
Ho conosciuto molta gente nelle mie stesse condizioni, con un due di loro sono ancora
in contatto, con Osvaldo e Caterina, marito e moglie di Catania, caduti insieme nella
morsa dell’alcol, con due figli lasciati in Sicilia dalla madre di lei, persone splendide dalla
grande umanità.
I momenti migliori non erano tanto le riunioni in cui i dottori ci mettevano in cerchio,
facendoci parlare delle nostre sensazioni, dei nostri stati d’animo, come spesso si vede
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in televisione, dimostrazione del fatto che queste situazioni quasi da catechismo
esistono per davvero, ma quando ci tenevano occupati nella pulizia dell’immenso
giardino che circondava la sede della comunità, quando ci dicevano di cucinare per tutta
la compagnia, comprendente più di trenta persone, ossia quando tenevano la nostra
mente in continuo movimento, evitando che il pensiero corresse alla nostra disperazione
e alla bottiglia, causa di ogni male.
Uscii dalla comunità, dopo quasi tre anni, nel dicembre 2008, sgonfio, pulito e
dimagrito e Franco, in questo continuerò a ringraziarlo fino all’ultimo giorno che mi sarà
concesso vivere, mi riprese con sé, nelle fila dei redattori della ‘CULTURA DEL SUD’,
oramai divenuta una rivista di grande importanza, con una vendita mensile di più di 3000
copie in tutta Italia, con una tiratura aumentata a 5000 copie, quindi il lavoro si faceva
sempre più intenso, con ritmi più sostenuti e questo per me era una manna dal cielo,
perché mi consentiva di non pensare al mio passato, agli ultimi anni della mia vita e alla
confusione mentale che mi aveva trasformato in un vegetale informe, al limite della
sopravvivenza. Passai degli anni in estrema tranquillità, dove il dopo lavoro passava
regolare, con uscite, in pub e pizzerie, con gli altri redattori del giornale, tra cui Angela,
Carlo e Gianluca, fedeli storici della ‘CULTURA DEL SUD’, mentre Claudia da un po’ di
anni aveva avuto la svolta, lavorando a Roma per Il Messaggero.
Poi una sera, aprile o maggio di un annetto fa, 2012, Franco mi invitò a cena a casa
sua e mi disse che la ‘CULTURA DEL SUD’ aveva le possibilità di pubblicare a proprie
spese LA CARNE MUORE di Edoardo Vittore, mi avanzò l’ipotesi di stamparne mille copie
per il mese di luglio 2013, facendo un numero speciale della rivista, in concomitanza con
la caduta del ventennale dalla scomparsa dello scrittore.
Io avrei dovuto curare il testo, avrei dovuto scrivere l’introduzione e, dopo l’uscita
dello stesso, avrei dovuto portarlo in giro per tutta l’Italia, con presentazioni organizzate
lungo il territorio intero.
Io naturalmente abbracciai Franco, gli dissi che mi sarei gettato a capofitto in questa
avventura, anche perché per me avrebbe rappresentato una sorta di chiusura con il mio
passato, con quell’esasperazione e quell’ossessione che mi aveva portato a divenire
alcolista.
Nel corso dell’anno che ci separava dalla prevista pubblicazione, oltre al consueto
lavoro per l’uscita mensile della rivista, mi diedi da fare per la ricerca di sponsor che
avrebbero ammortizzato il costo di stampa, riuscii ad ottenere un ottimo preventivo dalla
tipografia Condotti, a Lecce, la stessa alla quale da anni ci affidavamo per la ‘CULTURA
DEL SUD’.
Riuscimmo a trovare i 4000 euro necessari alla stampa del testo e il 21 luglio 2013, il
giorno in cui vent’anni prima Edoardo Vittore si tolse la vita, presso il Castello Carlo V di
Lecce, ci fu la presentazione ufficiale di LA CARNE MUORE, alla presenza di tutta
l’establishment culturale pugliese.
Fu il giorno più esaltante della mia vita, dopo anni di dolori e frustrazioni.
Fu anche il giorno in cui ritornai a bere, una volta giunto a casa, dopo tutti i
complimenti ricevuti per i nostri sforzi, in perfetta solitudine, aprii una bottiglia di vino
che avevo comprato in mattinata, primitivo del Salento, e cominciai a sorseggiarlo
lentamente, tornando a pensare al mio passato e ai mesi trascorsi con Roberta.
Il giorno dopo partii per il mio mese di tour, in giro per i più importanti centri d’Italia,
a presentare il testo di Vittore, con le raccomandazioni di Franco che continuava a
ricordarmi la grande occasione che per la ‘CULTURA DEL SUD’ rappresentava quella
possibilità di portare il proprio nome in tutta Italia.
Quel mese di tour, con permanenza a Napoli, Roma, Firenze, Siena, Milano, Torino
Venezia, Bologna, Modena, Ancona, Bari, fu uno dei periodi più bui della mia vita, la
serenità di quei anni, dopo la disintossicazione da whisky, divennero un lontano ricordo e
la mia solitudine aumentava ogni giorno di più, allietata da grosse bevute di vino rosso,
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negli alberghi più squallidi d’Italia, dove il ricordo di Roberta si faceva sempre più
straziante. Poi la fredda accoglienza ricevuta dal testo di Vittore nei luoghi dove curavo le
presentazioni fece aumentare la mia disillusione verso tutto ciò che mi circondava.
Pensavo che con la pubblicazione di LA CARNE MUORE il mio dolore per quel terribile
passato che mi aveva sconvolto l’esistenza sarebbe stato accantonato, invece l’uscita del
testo, con l’immortalità che la figura di Roberta aveva acquisito nelle pagine di Vittore,
donna ammaliante dalla bellezza assoluta, fu la causa del riacutizzarsi capillare di quei
ricordi che mi laceravano il cuore.
Poco tempo è passato da quel periodo, qualche mese per la precisione. Oggi è il giorno
di Natale e sono solo nel mio monolocale, dopo aver rifiutato il solito invito di Franco,
insospettitosi per il mio comportamento nell’ultimo periodo, e sto concludendo questa
storia, incominciata un paio di mesi fa, con la terza bottiglia di vino vuota posata sotto il
mio letto e con il pensiero continuo rivolto a te, Roberta.
Oggi poso la mia testa su questo cuscino di paglia e di nidi in plastica, bevo il mio
rosso vino per non pensare allo schifo che mi circonda, per non odiare la gente che mi
alita addosso, per non ricordare l’alito profumato che la tua bocca emetteva nel ritmo
delle sillabe esplose, nel ritmo delle parole masticate, nel ritmo delle manie sognate,
desiderate, ma mai realizzate. Oggi poso la mia testa su questi centimetri di materasso
che ho a disposizione, rinchiudendo il mio dolore nei decilitri del fiume di Bacco,
rinchiudendo la mia disperazione nella polvere che si avvolge attorno il mio cranio, per
non emettere ruggiti di leone in gabbia di matti, per non perdere lacrime di orsi in preda
a visioni, per non pensarti, solamente per non pensarti.
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Biografia dell’autore
Rossano Astremo è nato nel 1979. Cura il periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine (vertigine.clarence.com).
È redattore della rivista di letteratura invisibile Tabula Rasa. Collabora con il Nuovo Quotidiano di Puglia e col
settimanale d’informazione Città Magazine. È stato autore e curatore di diverse operazioni editoriali autoprodotte. Suoi
testi sono comparsi su numerose riviste letterarie on line e cartacee. Molti suoi testi possono leggersi su Poiein
(www.poiein.it) e Musicaos (www.musicaos.it). Ha pubblicato Corpo Poetico Irrisolto, con la Besa Editrice ed è presente
nelll’antologia Poesia del dissenso, edita dalla casa editrice Transference, con testi dello stesso Astremo, Fabio Ciofi,
Gianmario Lucini, Erminia Passannanti. La carne muore è il primo romanzo che ha portato a termine.
per contatti
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3475206564
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La carne muore - musicaos editore