a cura di
LA L∴ “CARLO PISACANE” DI PONZA
(Anno 1931–1932 dell’E∴ V∴)
Che la Massoneria continui la sua esistenza e la sua opera in ogni tempo e in
ogni circostanza è cosa da non mettersi in dubbio; solo cecità di spiriti vuoti può
presumere di interrompere e, ancor meno, di porre termine a quelle Istituzioni
universali così feconde di bene spirituale, che accompagnano e illuminano il
cammino della civiltà.
La Massoneria è forse la più caratteristica di tali istituzioni, sia per la sua
antichità, sia per il disinteresse dei membri che la compongono, sia per la struttura
e il modo dei suoi lavori nell’interno dei Templi e nel mondo profano, sia infine
per la disposizione al sacrificio che una saggia e libera educazione imprime e,
direi quasi, impone.
Non è da stupire che sistemi politici di regresso tentino sopprimerne la voce
accusatrice e ribelle, ma, ripeto, la Massoneria continua a vivere serena, laboriosa
e benefica: vive dappertutto nei Paesi che per tradizione e per educazione civile
godono l’inestimabile beneficio della libertà; dove questa manca, vive nelle
manifestazioni e nelle riunioni ristrette, saltuarie e alquanto pericolose che si
tengono in un caffè, in un locale della periferia, nella casa ospitale di un Fr.; vive
soprattutto nei nostri cuori, ardenti di passione, avidi più che mai di fraternità;
tesi con tutta la fiducia verso il fatale domani.
Assai più difficile è la vita sostanziale e formale di essa, quando il sospetto
della tirannide e gli occhi polizieschi di un regime violento e liberticida vigilano
per sorprendere, per comprimere, per soffocare; difficilissima, per non dire
impossibile, una qualsiasi attività massonica in un ambiente di confino, dove
sospetto, prepotenza, malvagità assumono le forme più acute e più perfide. Non è
mia intenzione di accentuare l’impressione di difficoltà e di asprezza del confino,
se dico che a sorvegliare 250-300 confinati stavano circa 100 militi di varie armi;
che tutt’intorno, ai limiti di confine, erano militi armati di baionetta; che questi
limiti si riducevano di quando in quando, senza che un logico motivo giustificasse
il provvedimento; che la censura più intollerante si esercitava su tutta la
corrispondenza in arrivo e in partenza; che ogni movimento, ogni passo, ogni
incontro erano notati da occhi malevoli e potevano essere causa di duri
provvedimenti disciplinari, di trasferimento e talvolta anche di azione giudiziaria;
che ad aggravare terribilmente questa situazione era il contrasto insanabile tra le
due autorità, la Direzione di P. S. e la Milizia coi suoi ciechi, feroci, ignoranti
gerarchi e subalterni.
Occorrono pertanto circostanze eccezionalmente favorevoli perché in un
simile ambiente possa costituirsi e funzionare una L. M.: la presenza di una figura
grande ed autorevole, come quella di Domizio Torrigiani; la presenza dì alcuni Fr.
già appartenuti all’Istituzione in varii Or.; la presenza di alcuni elementi
predisposti ad apprendere e praticare i nostri principi e più assetati della nostra
luce per le sofferenze patite, che ne han fatto delle vittime e per l’attuale più aspra
limitazione delle libertà, che ne faceva dei martiri. Occorre anche una certa forza
di carattere ed una certa disposizione a nuove sofferenze per una fede tutta ideale
e nobilissima della dignità umana.
Io che mi astenni sempre da quelle agitazioni assai frequenti che trovavano
pronti i confinati militanti nei partiti politici più accentuati, non ho esitato, appena
si è intravvista la possibilità di dare la mia modesta collaborazione, a rendere
attuabile quello che pareva sogno irrealizzabile.
La figura più eminente tra quante furono al confino nel periodo della mia
vita a Ponza fu senza dubbio quella di DOMIZIO TORRIGIANI; ancora a tanta
distanza di anni vedo bensì alcune belle intelligenze, qualche insigne e distinto
ufficiale superiore della prima guerra mondiale, ma in verità non potrei ora
ripetere di essi il giudizio favorevole di quei tempi. Di Torrigiani sono ben sicuro
che né ambizioni politiche né estremismi di concezioni e di attività né mediocri
esibizionismi avrebbero fatto declinare o inquinare il carattere adamantino. Di lui
scrivevo nel 1941:
«Gran Maestro della Massoneria nel periodo più turbinoso, che vide
l’interruzione dell’attività di questa Istituzione, aveva della vita interna italiana e
dei rapporti coll’estero una così vasta e profonda conoscenza che, se avesse
raccolto materiale per la storia di quell’epoca colla notizia della parte che egli vi
ebbe, avrebbe scritto pagine del più vivo interesse. Questa parte mancherà, io
credo, ai futuri narratori e sarà un vuoto ben grave dal punto di vista della
documentazione. Avvocato facondo, intelletto vivo ed aperto, portato e confermato
nella carica suprema dell’Ordine con largo consenso e con dirette e generali
simpatie; non solo in Italia, ma anche in America ebbe molteplici attestazioni di
stima ed era uomo che in altre circostanze di vita nazionale avrebbe potuto fare
molto bene, contribuendo ad incanalare l’Italia nelle grandi e più moderne correnti
della vita internazionale.
«Queste possibilità che io ho intuito, ma delle quali egli mai non fece cenno,
furono impedite, quando egli cadde vittima della sua posizione, e, per aver
conservato integro il carattere e pura la coscienza, non trovò indulgenza.
«Purtroppo io lo conobbi in periodo di decadimento e di esaurimento; il
lungo confino lo aveva reso irascibile, pessimista, poco propenso a confidenza e,
direi, stanco della lotta, se non addirittura della vita, a cui pochi affetti lo
legavano. Finiti i cinque anni di confino, parte a Lipari, parte a Ponza, nel giugno
del 1932 ritornò in Toscana nella sua villa, donde pochi saluti e scarsissime
notizie ci pervennero. Poco tempo dopo, mi pare nel mese di agosto, i giornali
davano, in un breve trafiletto, la notizia della morte, flebilis multis bonis.
«Se verrà giorno, in cui qualcuno lo possa e lo sappia degnamente
commemorare, è probabile che a nuovi compiti nella storia dell’umanità la patria
sia chiamata».
Quando io scrivevo queste parole (ripeto, era l’anno 1941 ed io era ancora in
luogo di internamento) esse significavano: quando saremo liberati dal fascismo.
Ora dal fascismo siamo liberati; commemorazioni di Domizio Torrigiani sono state
fatte e veramente magnifiche, non ancora quella che io auspico e che spero non sia
lontana, coll’augurio che l’Italia partecipi libera e fraternamente concorde alla
storia del mondo civile e vi porti quel contributo di forze intellettuali e morali che
abbondantemente possiede.
Quando dunque, sotto una tal guida, dietro i suoi suggerimenti e col suo
incitamento credemmo opportuno di accingerci all’opera, ci preparammo con
entusiasmo, non senza una certa trepidazione, all’inaugurazione della L. “Carlo
Pisacane”, alla presenza del Gr. Maestro, che vi aggiungeva la più austera
solennità.
L’opera fu intrapresa: non fu difficile identificare come Fr. quelli che più da
vicino frequentavano Torrigiani; sebbene egli fosse dei pochi confinati, che
avevano il privilegio di essere sempre seguiti a passeggio o vigilati in casa giorno
e notte da agenti, tuttavia le relazioni erano stabili e le conversazioni liberamente
intime.
Gli altri si aggiunsero per conoscenza e apprezzamento personale, quale il
contatto quotidiano in un ambiente, così ristretto, permetteva. Pertanto, previe
tutte le considerazioni di ogni ordine che si possono immaginare, nel mese di
giugno o luglio del 1931, nell’alloggio tenuto in affitto dal Fr. B. (n.d.c.: Bolelli),
in una bellissima località prospiciente il mare, fu inaugurata la L. con acconce
parole del Gr. Maestro, di chi scrive queste note e di altri.
Non è facile né a me esprimere né forse a chi legge immaginare la
commozione che ci pervase tutti in quell’occasione. Se in questi tempi ci turba
intimamente l’inaugurazione dei nostri Templi, che ci trova riuniti dopo più di
venti anni, densi di tanti allontanamenti e di tante vicende, si pensi che cosa
poteva significare un fatto consimile in quell’isola, che ricordava il colpo di mano
di Pisacane, che fu sempre luogo di deportazione per martiri di ogni nobile ideale,
che raccoglieva anche allora dei ribelli, capaci di soffrire la miseria e la fame, ma
insofferenti della schiavitù morale, sociale e politica. In quella seduta erano
riunite le nostre persone, modeste per sé, ma che tuttavia esprimevano l’eterna
aspirazione dell’uomo alla libertà del pensiero, che confermavano col nostro sacro
giuramento la fede eterna nei principi da noi professati, che infine
rappresentavano, in pochissimi, migliaia di altri Fr. o profughi in terra straniera o
fermi al loro posto in patria, tutti legati da quel filo sottile, invisibile, ma
infrangibile, che unisce indissolubilmente i migliori di noi, che non si fanno
spergiuri.
In quella prima seduta io ebbi l’onore di essere eletto ad assumere il
Maglietto. Desidererete forse conoscere quale fu la nostra opera in un anno di vita
della L. “Pisacane”.
A questo proposito mi occorre anzitutto di chiarire che chi attende risultati
concreti e tangibili dell’attività Massonica come da una Società profana o da un
partito politico, è fuori strada. Noi vogliamo, sì, sempre, partecipare alla vita
profana e apportarvi il contributo della nostra esperienza, della nostra
moderazione, della nostra coltura e dell’educazione, che nei Templi veniamo via
via acquistando, dobbiamo anche colla parola e soprattutto coll’opera essere
esempio di virtù e di austerità, di serietà e di integrità nella famiglia e nella
società. Ma ben più grande, sebbene meno rapido e meno appariscente, quel
risultato che otteniamo, tendendo senza interruzione a perfezionarci e
perfezionare, opera dello spirito, che nessun metro misura, ma che tuttavia ravviva
la nostra vita di una luce sempre nuova.
Ebbene anche a Ponza questo fu il primo compito: vincere nei Fr. vecchi e
nuovi la tendenza alla delusione, al pessimismo, all’insofferenza, all’intolleranza.
all’irascibilità, che l’Isola per sé e tutte le miserie congiunte facilmente
generavano nella maggior parte e, attraverso i Fr., compiere il medesimo lavoro
verso quegli altri fratelli di vita, che l’amicizia o la varietà di rapporti, a
passeggio o nel camerone, nelle lunghe ore inerti o in quelle più serene del lavoro
e dello studio mettevano a più diretto e continuo contatto. Un anno è stato troppo
breve perché i risultati apparissero larghi e tangibili, ma io ho fiducia che essendo
dei più anziani, abbia lasciato allora e in seguito qualche efficace stimolo a
vincersi per vincere.
L’istruzione propriamente Massonica è stata per necessità alquanto
superficiale; tutto era affidato alla memoria, mancando ogni possibilità di
procurarci e di tenere presso di noi opuscoli o manuali o libri di adatto
insegnamento. Se noi risentiamo anche ora la deficienza di quelle pubblicazioni, di
quelle notizie storiche, di cui siamo tuttavia assetati, ma che ci mancano, perché il
tempo e la malvagità umana hanno distrutto tesori di dottrina, che avevamo
raccolto con tanto gelosa cura, è facile pensare come questa deficienza fosse più
sentita a Ponza. Eppure abbiamo fatto il possibile perché i neofiti sapessero e
seguissero quelle forme che sono tanta parte della nostra convinzione e della
nostra formazione spirituale.
Un’altra opera non meno urgente e continua si rendeva necessaria in
riferimento alla situazione politica: eravamo tutti vittime del fascismo, ci eravamo
spesso illusi che quel colosso gonfiato su piedi di creta stesse ad ogni momento
per crollare ed essere distrutto; per contro le manifestazioni della sua potenza
erano tali da scombussolare e la propaganda falsa e bugiarda era assordante,
cosicché non è da stupire se non tutti conservavano in sé la certezza che non
crolla. Ecco dunque la necessità di un intervento sereno, ma fermo, ora per negare
valore a fatti strombazzati, ora per opportuni richiami alla storia, che non conosce
arresti, insomma per alimentare il fuoco dell’entusiasmo, la persuasione del
ragionamento, la serenità dell’attesa che non conosce il dubbio, ed, in ogni caso,
la tranquillità della coscienza.
Progetti di varia natura furono ventilati ed anche lungamente discussi nelle
nostre riunioni: creare una biblioteca a completamento di quella già esistente, con
raccolta di volumi di più elevata cultura; costituire una cooperativa per acquisto e
vendita di generi di prima necessità a condizioni di favore, naturalmente per i
confinati; aiutarli nelle pratiche da svolgere a Roma o presso la Direzione o di
qualsiasi altra natura, ed altre iniziative che non ricordo.
Ma tutto questo era più facile pensare e proporre che attuare, data la fluidità
e la mutevolezza di permanenza di tutti quanti.
Quello che non ha mai cessato di funzionare è stato il Tr. della Ved.; non mi
soffermo su questo punto, perché dovrei parlare delle difficoltà materiali là dove i
più dovevano — oltre il vitto — far fronte a tutte le spese con cinque lire di
sussidio giornaliero. I bisogni erano molti e se noi non abbiamo soddisfatto quanto
richiedevano le necessità, non abbiamo tralasciato di intervenire in ogni caso più
urgente o più pietoso con la maggior buona volontà.
Quando il Gr. Maestro abbandonò Ponza, quando altri Fr. furono trasferiti,
chi nell’isola di Ventotene, chi altrove, quando si preparava per l’amnistia del
decennale il ritorno di altri alla propria residenza, la L. cessò di funzionare;
continuarono i rapporti personali sempre più stretti tra i rimasti, continuarono i
rapporti epistolari per lungo tempo densi della più fraterna cordialità, quando ci
trovammo separati e sparsi per tutta Italia.
Ritengo non opportuno trascrivere brani di lettere, di quelle poche che sono
sopravvanzate alla dispersione di tante preziose reliquie distruttemi in questi
ultimi anni. Ma, per dare un’idea dell’intima unione di spiriti, riporto un solo
brano di una lettera che, dopo la mia partenza mi scrisse un giovane ….. neofita,
purtroppo destinato a orribile morte, vittima della barbarie nazifascista:
«Quante cose vorrebbe esternare il mio animo! ma purtroppo la circostanza
speciale in cui mi trovo me lo proibisce e, mio malgrado, bisogna che mi inchini
agli eventi, rimandando quanto è mio desiderio a miglior tempo e luogo. ..… E
sono usciti vincitori, ma mi auguro che sia una vittoria di Pirro e che la giustizia
di un domani più degno per gli uomini, cancellerà l’infamia di certe vendette vili;
questo pensiero e la coscienza tranquilla mi rendono sereno di spirito e di
carattere.
«..... Se il mio buon f. vorrà superare i limiti angusti dello stile e
scandagliare un po’ nella mia anima, si accorgerà che il suo giovane amico nutre
per lei un affetto veramente forte e sentito e che — questa volta la dico grossa —
lo rimpiange. ….. Sì, non si può non rimpiangere chi ha diviso con noi il pane ed
il sale, portando sempre e dovunque la serenità del suo volto e la bontà del suo
animo. …..».
Poi anche la corrispondenza si interruppe e fu quando una disciplina più
rigida impose ai confinati di non corrispondere più, se non coi parenti strettissimi.
Quel che non interrompemmo fu sempre la ferma persuasione che il regime
di violenza e di assolutismo aveva i giorni o i mesi o gli anni contati e che quelli
che sopravvivevano avrebbero avuto la gioia di cantare il peana della vittoria.
Purtroppo a parecchi dei nostri Fr. questa gioia fu negata: taluni passarono
all’eterno Or. per debito di natura, taluni morirono immaturamente, due furono tra
i martiri delle Fosse Ardeatine, barbaramente trucidati dal furore teutonico.
Quelli che sopravvissero non dubito che nei giorni della lotta per la
liberazione, se l’età lo consentiva, si trovarono al loro posto di combattimento e
spero che ulteriori ricerche mi mettano in grado di saperli vivi e felici a dividere
con Fr. di tutta Italia la gioia della riconquistata libertà e, così spero, rientrati
regolarmente nell’Istituzione a continuare l’opera così nobilmente cominciata a
Ponza.
Se si fosse voluto costituire artificialmente una L., difficilmente si potevano
scegliere in modo migliore e più perfetto i Fr. che risultavano i più adatti e più
desiderabili. Due caratteristiche infatti si possono notare nella L. “Pisacane” di
Ponza. Tutta l’Italia, si può dire, vi era rappresentata e questa unione aveva come
un carattere simbolico di nazionalità, che dalle Alpi alla Sicilia si manifestava con
un solo desiderio, con una sola aspirazione costante e bruciante, quella di vedere
la nostra Patria rientrare un giorno tra le nazioni libere e civili, cancellando l’onta
del regime antinazionale e antirisorgimentale. In secondo luogo, tutti i partiti vi
erano rappresentati, quasi a dimostrare tangibilmente che in Massoneria tutte le
ideologie politiche possono essere accolte, purché in buona fede professate e col
rispetto delle opinioni altrui.
Ecco l’indicazione dei Fr., che, parte entrati nella prima costituzione, parte
iniziati successivamente, parte già inscritti all’Istituzione prima del forzato
scioglimento, parte desiderosi della luce Massonica in ambiente di confino,
appartennero alla L. CARLO PISACANE all’Or. di Ponza.
DOMIZIO TORRIGIANI Gran Maestro
Geom.
Avv.
Avv.
Cap.
Prof.
Avv.
Ing.
Rag.
Avv.
B.(olelli) F.(ernando)
Beltramini Andrea
Campanile Silvio
C. (non ricordo i dati personali)
De S. A.
F.(lorio) F.(oa)
Martini Placido
Mesefari Bruno
P. M.
P. I.
Rittà Antonio
(repubbl.)
(social.)
(comun.)
Bologna
Milano
Roma
(repubbl.)
(democr.)
(liber.)
(social.)
(repubbl.)
(repubbl.)
(liber.)
Sicilia
Torino
Roma
Reggio C.
Parma
Catanzaro
Torino
Campanile e Martini furono barbaramente trucidati alle Fosse Ardeatine.
Dell’ideale della libertà questa nostra Istituzione ha sempre avuto gli
apostoli, i difensori, i martiri; noi questo ideale abbiamo colle nostre modeste
forze sostenuto e difeso; a Ponza, in mezzo alla più dura schiavitù fisica, abbiamo
goduto la più alta libertà dello spirito.
Io auguro che ancora e sempre, con forze unite, ci adoperiamo per difendere
questo dono della libertà non solo dalla tirannide, ma dalle passioni, dal freddo
calcolo, dall’avidità di lucro, dalla sterile ambizione, insomma da ogni gretto
materialismo.
Raggiungere la meta è opera superumana, ma il tentare di sostenere una
degna lotta per salire un gradino sulla scala del perfezionamento, questa è la più
semplice e più degna dell’uomo.
(Orazione tenuta il 24 aprile 1946 nella seduta plenaria delle Logge dell’Oriente
di Torino e riportata su L’Acacia Massonica, Anno II, Num. 1, Gennaio 1948).
Appendice
Grazie alla disponibilità dell’Illustre Fratello Carlo Ricotti, già Maestro
Venerabile della Loggia Pisacane di Ponza - Hod n° 160 all’Oriente di Roma, è
possibile integrare l’opera del Fratello Foa con alcune note storiche sulla “Loggia
Clandestina”.
«Sabato 12 novembre 2011 ho tenuto a Roma l’orazione celebrativa
dell’ottantesimo della Loggia Garibaldi-Pisacane di Ponza Hod n. 160 all’Oriente
di Roma. Trascrivo di seguito alcune delle fonti archivistiche da me rinvenute
presso il Goi e da me utilizzate per la relazione.
«ASGOI (Archivio storico del Goi, lettera del M.V. della R.L. Carlo
Pisacane di Ponza di Rito Scozzese A e A., Valle del Tevere, Franco Miceli, al
Gran Maestro Guido Laj, 24 marzo 1946, secondo anniversario delle Fosse
Ardeatine: “Vi è noto infatti, ed è noto a gran parte dei fratelli, che il fratello
Placido Martini, dopo il 25 luglio 1943, riprese a Roma i lavori della sua loggia, la
Carlo Pisacane di Ponza; che essa al momento del di lui arresto - gennaio 1944 contava circa 60 fratelli; che dopo l’arresto e la fucilazione di Martini e di altri
sette fratelli di loggia …….”
«Il numero di Martiri della Loggia alle Ardeatine è confermato in una altra
lettera di Miceli al Sovrano Gran Commendatore riguardo alla promozione nel rito
scozzese di alcuni fratelli della Loggia, fra i quali Tullio Righetti del quale si
ricorda la “solidissima prova di solidarietà fraterna nel tentativo di giovare ai 9
fratelli arrestati dalle S. S., ed all’unico superstite dopo la strage delle Fosse
Ardeatine”.
«I fratelli fucilati alla Ardeatine (appartenenti a Palazzo Giustiniani, n.d.c.)
sono da me stati individuati, oltre a Placido Martini in Silvio Campanile, Mario
Magri, Carlo Zaccagnini, Giuseppe Celani, Teodato Albanese, Carlo Avolio,
Fiorino Fiorini, con qualche dubbio relativamente solo all’ultimo Fiorino Fiorini.
«Oltre alle fonti archivistiche, ho utilizzato testimonianze coeve e le
memorie di Mario Magri con le testimonianze della moglie Rita. Al riguardo
consiglio la lettura di due libri di Corvisieri sul confino a Ponza (Zi Baldone e La
Villeggiatura di Mussolini) dove sono accennate le vicende della Loggia Pisacane
a Ponza e le straordinarie storie d’amore di Silvio Campanile e Mario Magri con
due ragazze di Ponza che sposeranno e
che li seguiranno fino all’estremo
sacrificio».
Carlo Ricotti.
Note del curatore
Il confino era, nel periodo fascista in Italia, sinonimo di messa al bando
dalla società civile e di reclusione in remote località della nazione, dove vi erano
poche vie di comunicazione. Al confino finirono i più grandi intellettuali
antifascisti, forzatamente isolati su minuscole porzioni di terra in mezzo al mare
(Pantelleria, Ustica, Ventotene, Tremiti, Ponza, per citare le isole più utilizzate) o
in paesi del Sud Italia (ad es. Roccanova, Eboli, Savelli), così da separarli
fisicamente, moralmente e socialmente da qualsiasi contatto con il resto del Paese.
Il confino aveva una durata massima di 5 anni, che tuttavia potevano essere
rinnovabili.
I confinati venivano tradotti in catene, assimilati ai delinquenti comuni.
Il Gran Maestro Domizio Torrigiani fu costretto, con decreto del 22
novembre 1925, a sciogliere tutte le Logge all’obbedienza di Palazzo Giustiniani,
ma riservando al Grande Oriente il compito di continuare la vita dell’Ordine
Massonico. Così la fiaccola della Luce iniziatica poté continuare a rischiarare
negli anni bui della dittatura.
Al ritorno dalla Francia, dove si era recato dopo lo scioglimento delle
Logge, fu arrestato senza un valido motivo e condannato a cinque anni di confino,
dapprima nell’isola di Lipari e poi in quella di Ponza da dove, finalmente, poté far
ritorno nella sua villa di San Baronto in Toscana ove, divenuto semicieco, si
spense dopo pochi mesi, il 31 agosto 1932.
Il 4 dicembre 1943 Placido Martini, proveniente da Palazzo Giustiniani,
partecipò alla ricostituzione della Gran Loggia d’Italia degli ALAM e gli fu
affidato il Maglietto di Gran Maestro.
Morì trucidato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine con altri 17 Massoni:
Silvio Campanile, anch’egli tra i fondatori della Loggia Pisacane, Teodato
Albanese, Carlo Avolio, Umberto Bucci, Salvatore Canalis, Giuseppe Celani,
Renato Fabbri, Fiorino Fiorini, Manlio Gelsomini, Umberto Grani, Mario Magri,
Attilio Paliani, Giovanni Rampulla, Umberto Scattoni, Mario Tapparelli, Angelo
Vivanti e Carlo Zaccagnini, a rappresentare, senza distinzione, le Obbedienze di
Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù.
Florio Foa, condannato al confino a Ponza dal 1930 al 1932 per la sua
attività antifascista, in quanto pubblicava un foglio clandestino, e nuovamente dal
giugno 1940 fino alla caduta del regime ad un secondo confino in Abruzzo che, per
sua fortuna, nel 1943 lo mise fuori della portata dei tedeschi.
Nel marzo 1946 entrò a far parte, con vari altri, della ricostituenda Loggia
Madre Ausonia che così riprese il suo posto nella massoneria torinese, e ne fu il
primo Maestro Venerabile.
A riconoscimento dei suoi meriti massonici ebbe negli ultimi anni di vita il
titolo di Gran Maestro onorario ad vitam.
Sebbene non risulti aver fatto parte della Loggia Pisacane, è doveroso
ricordare Giuseppe Meoni, Gran Maestro Aggiunto; rimasto solo al comando
dell’Istituzione durante il periodo fascista, eroicamente tentò di salvare il
salvabile, cercando anche di porre la sede massonica fuori d’Italia, ma giunse
prima l’ammonizione e poi, anche per lui, il confino all’isola di Ponza che lo
portò, povero, malato e senza lavoro, a morte prematura. (Guglielmo Adilardi,
Giuseppe Meoni Un maestro di libertà, Angelo Pontecorboli Editore – Firenze)
18 novembre 2011 dell’e∴ v∴
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La Loggia Carlo Pisacane a Ponza - Loggia Giuseppe Libertini 737