Digital library. Bibliotecari italiani in
California
L'autore ringrazia Leda Bultrini per il proficuo scambio di opinioni, nonché i vari
partecipanti al viaggio per i loro contributi, espressi in diversi momenti e su diverse fonti.
di Eugenio Pelizzari (in linea da febbraio 2000)
Dal 12 al 22 settembre 1999, un gruppo di bibliotecari italiani[1] della più diversa provenienza geografica, di specialità ed ambito disciplinare - ha partecipato ad un viaggio studio presso le
biblioteche della California. L'iniziativa si inseriva all'interno del Master in gestione e direzione di
biblioteca[2], organizzato ormai da diversi anni dallo IAL e dall'Università Cattolica del Sacro
Cuore. Il tema di quest'anno era quanto mai stimolante ed attuale: "La biblioteca digitale". Le
considerazioni seguenti si propongono come una riflessione su tale esperienza, con la speranza che
da essa possano scaturire idee, suggerimenti, ipotesi in grado di orientare progetti e realizzazioni
anche nel mondo biblioteconomico italiano.
Fra le molte questioni che è possibile porre al termine di una esperienza di questo genere, due mi
paiono particolarmente importati, e precisamente:
•
•
Quali le coordinate che più caratterizzano la realtà americana (almeno quella visitata)
rispetto a quella italiana?
Quali le realizzazioni, i progetti, le modalità organizzative che è possibile, seppure
opportunamente dimensionate e contestualizzate, riportare sia nella propria esperienza
organizzativa che nel dibattito tra colleghi in patria?
Riguardo al primo quesito, la cosa che immediatamente balza agli occhi è l'assoluta centralità
della biblioteca all'interno del contesto istituzionale a lei proprio, "il differente status che gli
americani riconoscono alle loro biblioteche ed ai bibliotecari che vi sono impegnati oltre che
impiegati", come ben dice un collega.
Il viaggio studio si è concentrato principalmente sulle biblioteche universitarie, ove forse tale
dimensione salta immediatamente agli occhi, ma essa è facilmente riscontrabile anche nelle
biblioteche pubbliche.
Nel campus tutto si muove attorno alla biblioteca. La didattica, la ricerca, la sperimentazione ma
anche la produzione di beni e servizi informativi (High Wire Press nasce giustamente a Stanford)
non solo "passano" ma programmaticamente "partono e passano" dalla biblioteca, per irradiarsi da
qui nelle aule, nei convitti, in tutti gli spazi della università.
Così il centro linguistico è dentro la biblioteca, come dentro la biblioteca è il laboratorio
informatico; ma anche la ricerca più avanzata (almeno in ambito sociale ed umanistico) si svolge in
uffici e laboratori interni alle strutture bibliotecarie. Il percorso formativo, in definitiva, si struttura
sull'incontro - non solo logico - tra biblioteche ed aule di lezione. Certo, Assunta Pisani, nostra
preziosa referente e guida, ha sottolineato più di una volta l'importanza del concetto di "loft", di
"territorio", visto come spazio sia progettuale che decisionale da ognuno governato in raccordo con
gli altri, ma in piena autonomia.
La seconda cosa che mi pare di poter ricavare come coordinata generale è che non è un gap
tecnologico quello che fa le nostre biblioteche così abissalmente diverse, ne' professionale (ritengo
abbiano fatto una bella figura, nel loro complesso, i bibliotecari italiani) e solo parzialmente un gap
economico. Lo scarto vero - che si lega al punto precedente - è quello progettuale, organizzativo.
Non si pensa una biblioteca senza gli spazi adeguati per uno sviluppo di almeno mezzo secolo; non
ci si mette nemmeno a ragionare di biblioteca senza una profonda integrazione con le strutture
informatiche destinate a realizzarla nella sua "mission" (quella "filosofia della funzione tangibile
nelle sue manifestazioni" - come l'ha definita un'altra collega - che ostinatamente abbiamo visto
riportata negli opuscoli di presentazione, nelle relazioni di iniziative, in cartelli e targhe posti un po'
ovunque, quasi a richiamarla costantemente all'attenzione di tutti, lavoratori ed utenti). E non si fa
biblioteca senza un orientamento all'utenza vissuto non come dichiarazione di principio ma come
momento fondante della stessa esistenza dell'istituzione. Quelle piccole cose che non riusciamo a
fare, e che non costerebbero poi molto: orari estesi e flessibili; integrazione tra risorse tradizionali e
risorse elettroniche (non c'è discontinuità tra l'onnipresente scaffale aperto e le 120 postazioni della
Biblioteca Centrale di Berkeley; e nessuna prenotazione, nessun limite, nessun controllo, solo un
cortese invito a non abusare nell'utilizzo, in modo da cedere il posto a chi sta aspettando); consegna
dei libri in qualsiasi ora del giorno e della notte, negli appositi raccoglitori chiusi, fuori e dentro la
biblioteca (è l'utente che deve fidarsi di noi, non il contrario!). Il servizio di reference diffuso e
l'assistenza continua, garantita anche tramite studenti preparati alla bisogna.
La terza coordinata è invece parzialmente legata alla dimensione economica delle biblioteche
americane, che vivono essenzialmente di tasse e finanziamenti privati. L'impressione ricavata,
soprattutto a Stanford, di come il "fare biblioteca", il "fare informazione" ed anche scienza e
didattica sia innanzitutto non il fornire un modello iniziale a cui adeguarsi ma un work in progress
che si nutre però delle migliori menti, della più elevata progettualità sposata alla più alta
professionalità, ma anche al più grande entusiasmo ed alla possibilità di sperimentare: forse mettere
sul server "BladeRunner" a versione integrale, a definizione altissima e fruibile da ogni postazione
del campus non è strettamente funzionale alla "mission" della biblioteca; ma di certo servirà
domani. Il "Netbooting" (autoconfigurazione di ognuno dei Pc al momento del suo collegamento
alla LAN) non è - come rilevava Massimo Accarisi in uno dei diversi momenti di confronto che
hanno accompagnato tutta l'attività formativa - una novità assoluta... ma a Stanford l'hanno
realizzato. Certo, i 190 milioni di lire annui sborsati da ogni iscritto - unitamente alle cospicue
donazioni - facilitano questo tipo di approccio, consentendo inoltre di sperimentare senza la paura
di sbagliare, di rimettere in discussione tutto. E non è un aspetto da sottovalutare.
Un'ultima coordinata che mi è sembrata sempre presente è il rigore dell'orgoglio alla propria storia
ed alla propria "vision" oltre che alla propria "mission" (una specie di "loft", "territorio"
istituzionale) coniugati però alla massima apertura alla cooperazione con realtà altre, ma con le
quali si ritiene proficuo collaborare per l'avanzamento della ricerca, delle realizzazioni e quindi dei
servizi offerti (basta dare un'occhiata a quante istituzioni - e di quale prestigio! - hanno contribuito
all'organizzazione del Seminario: California Digital Press, California State Library, HighWire
Press, Library of Congress, San Francisco Public Library, University of California-Berkeley,
University of San Francisco).
Detto questo il punto cruciale: cosa si porta a casa da una esperienza come questa?
Come prima cosa direi: la consapevolezza - sembra banale ripeterlo un'altra volta, ma io devo
ricordarlo a me stesso ogni volta che qualcuno mi chiede qualcosa che non è disciplinato dal
regolamento o che da esso esula - che noi esistiamo per gli utenti e non loro per la biblioteca.
Che l'utente ha diritto alla qualità e non ha colpa delle carenze di organico, dei ritardi nelle
assegnazione dei fondi o nella loro inadeguatezza. Quelli sono davvero problemi della biblioteca; e
sarebbe già sufficiente potere dire e dirci: "alle condizioni date ho fatto e dato tutto quello che
potevo".
Seconda cosa: la necessità di assumere, finalmente e pienamente, che il tempo passato per pensare,
progettare e programmare non è tempo sprecato: è la conditio sine qua non per strutture che
vogliano continuare ad essere vive e vitali, e proiettarsi nel futuro. La formazione non come lusso
ma come dovere, sia per l'istituzione che per il bibliotecario che vi lavora; un investimento che
darà i suoi frutti, se incentivato, seguito, premiato. Riporto una breve riflessione di una collega
presente a Stanford, Liliana Bernardis:
"...Di digital libraries in California si parla, in realtà, in vari contesti e in vari programmi.
L'impressione e' di una grande lucidità e di una spiccata consapevolezza... La definizione più
calzante e più completa di Digital libraries che ho trovato mi pare la seguente: `..organizzazioni
che forniscono le risorse, incluso lo staff, per selezionare, strutturare, offrire l'accesso,
interpretare, distribuire, conservare l'integrità, assicurare la durata nel tempo di collezioni di
opere digitali, affinché queste possano essere prontamente ed economicamente disponibili per
una specifica comunità o per un insieme di comunità'. Tutti i programmi che ci sono stati
presentati si confrontano con attributi come l'organizzazione, l'accessibilità, la conservazione, oltre
alla capacità di soddisfare specifici fini istituzionali che possono essere di volta in volta: estendere
le possibilità della ricerca, ridisegnare l'intero processo della comunicazione scientifica,
aumentare la qualità, abbassando i costi, dell'educazione. Unitamente ai contenuti dei singoli
programmi credo sia stato particolarmente utile capire la struttura organizzativa che li sorregge, le
strategie generali condivise da tutti i partecipanti, le tecnologie impiegate per creare, supportare,
arricchire nel tempo le Digital libraries. L'attenzione agli aspetti legali e commerciali non e' meno
viva, ci siamo resi conto, di quella prestata alle componenti tecnologiche".[3] Quanto ancora siamo
lontani da tutto questo!
Terza cosa: la coscienza della necessità dell'azione, e più specificamente dell'azione coordinata.
All'interno dell'Ateneo, innanzitutto, con tutte le strutture che sono fonte di input e destinatarie
dell'output della biblioteca (quando non della loro operatività intrinseca, come le strutture
informatiche, che ormai devono esistere "con" e non "per" le biblioteche). Senza questo passaggio,
la morte è certa e l'agonia nemmeno troppo lunga. Ma anche all'esterno: cooperazione dunque, con
altre biblioteche, altre università, altri enti ed istituzioni sul territorio e non solo sul territorio.
Creare sinergie, "pensare per" invece che "pensare a". Cooperazione non solo come strategia per
ridurre i costi ma, anche e soprattutto, quale condizione per agire il presente e disegnare il futuro.
Alcuni progetti - nel campo specifico della Digital Library, come Conspectus, JSTOR, HighWire,
per citarne tre - sono nati in America non perché - o almeno non solo perché - avevano lì c'erano le
risorse, ma perché i bibliotecari vi hanno creduto. Spazio per esperienze simili - o difformi ma con
orientamento ed impostazioni simili - esistono anche in Italia, e tutti sappiamo che alcune sono già
belle e funzionanti realizzazioni. Ma siamo solo agli inizi.
L'esperienza americana ha dimostrato in maniera inequivocabile, il ruolo insostituibile che le
biblioteche continueranno ad avere in futuro. Si tratta però di lavorare sodo, perché la sfida è aperta,
ed è una sfida che investe tutti.
NOTE:
[1] La lista dei partecipanti è sul sito del Master in gestione e direzione della biblioteca
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano <http://www.unicatt.it/masterdirbibl/lista99.htm>
[2] Per informazioni più approfondite sui moduli del Master e in particolare sugli argomenti trattati
al Modulo californiano "Digital Library" si rimanda al sito Web curato da Antonella De Robbio
<http://www.unicatt.it/master-dirbibl/usaviews.htm>
[3] Liliana Bernardis, Ricordi e riflessioni, messaggio inviato il 26 Ottobre 1999 alla mailing list
MASTER.DIRBIBL del Master in gestione e direzione della biblioteca.
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