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ANNE FORTIER
LA CHIAVE
DEL TEMPO
Traduzione di Nicoletta Grill
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Juliet
Copyright © 2010 by Anne Fortier
© 2010 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
ISBN 978-88-200-4852-5
86-I-10
Per le citazioni da Romeo e Giulietta di William Shakespeare di pagina VII e dell’inizio
dei capitoli, è stata usata la traduzione di Salvatore Quasimodo (Oscar Mondadori, Milano 2001).
Questa è un’opera di fantasia. Ogni rassomiglianza con persone o fatti reali è puramente
casuale.
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Che c’è nel nome? Quella che chiamiamo rosa,
anche con altro nome avrebbe il suo profumo.
LA vista dall’antica fortezza medicea era spettacolare. Non solo
potevo distinguere i tetti di coppi di Siena che cuocevano nel sole pomeridiano, ma almeno trenta chilometri di colline si affastellavano attorno a me in un oceano di sfumature che andavano
dal verde al blu più intenso. Di continuo, alzavo gli occhi dalle
pagine per fare mio il vasto paesaggio davanti a me nella speranza di liberarmi di tutta l’aria insalubre che avevo nei polmoni e
inebriarmi con gli effluvi dell’estate. E poi, ogni volta che abbassavo lo sguardo e riprendevo a leggere il diario di mastro Lorenzetti, venivo risucchiata nei drammatici avvenimenti del
1340.
Avevo trascorso la mattinata nel bar di Malèna in piazza Postierla a sfogliare le pagine delle versioni primeve di Romeo e
Giulietta, scritte da Masuccio Salernitano e Luigi da Porto, pubblicate postume rispettivamente nel 1476 e nel 1530. Era interessante vedere come la vicenda si fosse sviluppata e come da
Porto avesse conferito un tocco letterario alla storia, che Salernitano affermava basarsi su fatti veri.
Nella versione di Salernitano, Romeo e Giulietta – ovvero
Mariotto e Giannozza – vivevano sì a Siena ma i loro genitori
non erano in conflitto. Si erano sposati in segreto, dopo aver
corrotto un frate, ma il vero dramma era cominciato solo quando Mariotto aveva ucciso un cittadino di spicco e aveva dovuto
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andare in esilio. Nel frattempo i genitori di Giannozza – ignari
che la figlia era già maritata – le avevano imposto di sposare
qualcun altro. Per la disperazione, la giovane aveva chiesto al
frate di prepararle un potente sonnifero il cui effetto fu tale che
quegli imbecilli dei suoi genitori la presero per morta e si affrettarono a darle sepoltura. Per fortuna il buon vecchio frate
era riuscito a estrarla dal sepolcro, dopo di che Giannozza si
era messa in viaggio, in segreto, per Alessandria, dove Mariotto si stava dando alla bella vita. Tuttavia, il messaggero che
avrebbe dovuto informare Mariotto del piano del sonnifero era
stato catturato dai pirati, ragion per cui, nel ricevere le novelle
del decesso di Giannozza, Mariotto era tornato a spron battuto
a Siena per morire al suo fianco. Arrivato in città, era stato catturato dai soldati e decapitato. Zac. E Giannozza aveva trascorso il resto dei suoi anni in convento a consumare pile di fazzoletti.
Da quel che potevo capire, gli elementi chiave di questa versione originale erano: il matrimonio segreto, il bando di Romeo,
la furbata del sonnifero, la sparizione del messaggero e la determinazione suicida di Romeo provocata dall’erroneo convincimento della morte di Giulietta.
L’elemento spiazzante, naturalmente, era che il tutto sembrava avere avuto luogo a Siena. Se Malèna fosse stata presente le
avrei chiesto se ciò fosse di dominio pubblico. Ne dubitavo altamente.
La cosa interessante era che quando da Porto aveva ripreso la
storia, mezzo secolo più tardi, anche lui aveva voluto agganciare
la storia a fatti accaduti, come chiamare Romeo e Giulietta con i
loro veri nomi di battesimo. Ma pur così, si era fatto intimidire
dall’ambientazione e aveva trasportato l’intera vicenda a Verona, cambiando tutti i cognomi. Assai probabilmente per evitare
richieste di danni da parte del potente clan coinvolto nello scandalo.
Ma lasciamo perdere la logistica: secondo la mia interpretazione – supportata da svariate tazze di cappuccino – da Porto
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aveva scritto una storia molto più intrigante. Era stato lui a introdurre la scena del ballo e quella del balcone, e anche il genio che
aveva macchinato il doppio suicidio. L’unica cosa che non mi girava giusta era che aveva fatto morire Giulietta facendole trattenere il respiro. Ma forse da Porto sentiva che il suo pubblico non
avrebbe apprezzato spargimenti di sangue… scrupoli che
Shakespeare, per fortuna, non aveva.
Dopo da Porto, qualcuno chiamato Bandello si era sentito in
dovere di scrivere una terza versione aggiungendo una quantità
di dialogo melodrammatico senza, a mio avviso, alterare il succo della storia. Da quel momento in poi gli italiani ne ebbero abbastanza e la storia prima si spostò in Francia, poi in Inghilterra
per andare finalmente a finire sullo scrittoio di Shakespeare,
pronta per essere immortalata.
Da quello che potevo vedere, la differenza più notevole fra
tutte queste versioni poetiche e il diario di mastro Lorenzetti era
che nella realtà erano state coinvolte tre famiglie, non due. I Tolomei e i Salimbeni erano state le due casate in conflitto – in altre parole i Capuleti e i Montecchi – mentre Romeo era un Marescotti, cioè un foresto. Sotto questo rispetto, l’antica trasposizione di Salernitano era quella che più si avvicinava alla realtà:
ambientata a Siena e senza menzione alcuna di una faida tra famiglie.
Più tardi, mentre lasciavo la Fortezza con il diario di mastro
Lorenzetti stretto al petto, mi misi a osservare tutte le persone
felici attorno a me e, di nuovo, sentii come la presenza di un muro invisibile tra me e loro. Eccole che camminavano, facevano
jogging, mangiavano il gelato, incuranti del passato e non
sconfortate, come me, all’idea di non fare del tutto parte di questo mondo.
Quella stessa mattina, davanti allo specchio del bagno, avevo
provato la catena con il crocefisso d’argento proveniente dal cofanetto di mia madre e avevo deciso che avrei iniziato a portarla.
Dopotutto, si trattava di qualcosa che le era appartenuto e il fatto che fosse stata lasciata nel cofanetto chiaramente significava
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che era destinata a me. Forse, pensai, mi avrebbe in qualche modo protetta dalla maledizione che aveva condannato mia madre a
una morte prematura.
Stavo diventando pazza? Forse. Ma in fondo ci sono molti tipi di demenza. Zia Rose aveva sempre dato per scontato che il
mondo intero fosse in uno stato di continua e mutabile follia, e
che la nevrosi non fosse una malattia, ma un fatto della vita, come i foruncoli. Alcuni ne hanno tanti, alcuni ne hanno pochi, ma
solo la gente veramente anormale non ne ha neanche uno. Questa filosofia spiccia mi aveva dato spesso conforto nel passato, e
me lo dava anche adesso.
Quando feci ritorno in hotel, il direttore mi si parò incontro
come un messaggero di Maratona, ansioso di aggiornarmi. «Signorina Tolomei! Dov’è stata? Deve andare! Immediatamente!
La contessa Salimbeni la sta aspettando al Palazzo Pubblico!
Vada, vada…» Mi fece sciò sciò con le mani come qualcuno che
voglia cacciare un cane alle prese con gli avanzi. «Non può farla
aspettare!»
«Un momento!» Indicai due oggetti bene in vista nel mezzo
della reception. «Quelle sono le mie valigie!»
«Sississì, le hanno appena consegnate.»
«D’accordo, vorrei salire in camera mia e…»
«No!» Rossini spalancò la porta e mi fece cenno di varcarla.
«Deve andare subito!»
«Ma non so neppure dove!»
«Santa Caterina!» Sebbene sapessi che fosse intimamente
deliziato di avere un’altra opportunità di erudirmi su Siena, il direttore alzò gli occhi al cielo e lasciò andare la porta. «Venga, le
faccio uno schizzo!»
Entrare nel Campo fu come entrare in una conchiglia gigante. Tutto attorno ai lati c’erano ristoranti e caffè e là dove avrebbe dovuto essere posizionata la perla, al fondo della piazza in di116
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scesa, si ergeva il Palazzo Pubblico, l’edificio che fungeva da
municipio fin dal Medioevo.
Mi fermai un attimo ad assaporare il mormorio delle voci
sotto la cupola blu del cielo, i piccioni che svolazzavano intorno,
e la fontana di marmo bianco con la sua acqua turchese, fino a
quando sopraggiunse un’ondata di turisti che mi trascinò via con
sé ad ammirare stralunata la magnificenza di quella piazza gigantesca.
Mentre mi tracciava le indicazioni, Rossini mi aveva garantito che il Campo era considerato la piazza più bella d’Italia, e non
solo da parte dei senesi. Anzi, neppure riusciva a ricordare le innumerevoli occasioni in cui clienti dell’hotel provenienti dai
quattro angoli del mondo – persino da Firenze – lo avevano avvicinato per magnificare le meraviglie del Campo. Lui naturalmente aveva protestato nominando lo splendore di altre località
– ce ne dovevano essere di certo anche altrove – ma le persone si
erano rifiutate di ascoltare. Avevano ostinatamente insistito che
Siena era la città più incantevole e meglio preservata del globo,
e di fronte a tanta convinzione cos’altro poteva fare il direttore
se non confermare che forse era proprio così?
Mi infilai in borsa le istruzioni e mi diressi verso il Palazzo
Pubblico. L’edificio non passava inosservato con la sua snella
torre campanaria, la Torre del Mangia, la cui costruzione il direttore mi aveva illustrato con tale dovizia di particolari che mi ci
erano voluti diversi minuti per rendermi conto che, di fatto, l’edificio non era stato eretto in sua presenza ma in un’epoca remota del Medioevo. Un giglio, l’aveva definita, un fiero monumento alla purezza muliebre con il suo fiore di marmo bianco sorretto da un alto stelo vermiglio. E, curiosamente, era stata costruita
senza le fondamenta. La Torre del Mangia, aveva dichiarato, stava in piedi da sei secoli, sorretta solo dalla grazia di Dio e dalla
fede.
Mi feci ombra con la mano e osservai la torre che si stagliava
nel blu infinito del cielo. In nessun altro posto avevo mai visto la
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purezza femminile celebrata da un oggetto fallico alto oltre cento metri. Ma forse era un mio problema.
Si sentiva letteralmente una certa gravità emanare dal Palazzo Pubblico e dalla sua torre, come se il Campo sprofondasse
sotto tutto quel peso. Rossini mi aveva detto che se avessi avuto
dei dubbi, avrei dovuto immaginarmi di posare una pallina per
terra: ovunque mi trovassi la sfera sarebbe rotolata dritta verso il
Palazzo.
C’era qualcosa in quell’immagine che mi aveva incantato.
Forse il pensiero di una pallina che rimbalza sul selciato di pietre. O forse il modo in cui aveva pronunciato quelle parole, con
tono cospiratorio, come un illusionista che intrattiene un bimbo
di quattro anni.
Il Palazzo Pubblico, come il governo stesso, era cresciuto
con gli anni. All’origine usato come luogo di convegno per i nove governatori della città, si era trasformato in una struttura imponente. Entrai nel cortiletto interno con la sensazione di essere
spiata. Non tanto dalla gente presente, immagino, quanto dalle
ombre incombenti delle generazioni passate, generazioni che si
erano dedicate alla vita di una città che una volta non era nulla
più di un piccolo appezzamento di terreno.
Eva Maria Salimbeni mi stava aspettando nella Sala della Pace. Era seduta su una panca nel mezzo della stanza e guardava in
su, come se stesse intrattenendo una silenziosa conversazione
con Dio. Nell’attimo in cui varcai la porta, lei si girò verso di me
mentre il volto le si distendeva in un sorriso felice.
«Così alla fine sei venuta!» esclamò mentre si alzava per baciarmi su entrambe le guance. «Stavo cominciando a preoccuparmi.»
«Mi scusi se l’ho fatta aspettare. Non sapevo…»
Il suo sorriso interruppe qualsiasi cosa volessi aggiungere.
«Adesso sei qui. È la sola cosa che conta. Guarda…» Fece un
ampio gesto in direzione degli immensi affreschi che adornava118
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no le pareti della stanza. «Hai mai visto niente di più magnifico?
Il nostro grande Maestro, Ambrogio Lorenzetti, li ha eseguiti
circa a metà del quattordicesimo secolo. Probabile che abbia terminato questo qua sopra le porte nel 1340. Si chiama Gli effetti
del buon governo in città e in campagna.»
Mi voltai per ammirare l’affresco che mi stava indicando.
Ricopriva l’intera lunghezza della parete e per eseguirlo dovevano essere stati necessari complicati congegni di scale e di impalcature, forse addirittura ponteggi appesi al soffitto. La metà
di sinistra rappresentava una tranquilla scena urbana con cittadini nelle loro faccende affaccendati, la metà di destra un paesaggio campestre al di là delle mura di cinta. Poi qualcosa mi
scattò in testa e dissi, sconcertata: «Vuol dire… mastro Ambrogio?»
«Oh, sì», confermò Eva Maria, per nulla sorpresa che fossi a
conoscenza del nome. «Uno dei maggiori Maestri. Dipinse queste scene per celebrare la fine del lungo conflitto tra le nostre
due famiglie, i Tolomei e i Salimbeni. Poi, nel 1339, ci fu la pace.»
«Davvero?» Pensai a Giulietta e a Frate Lorenzo che fuggivano dai banditi al soldo dei Salimbeni sulle strade intorno a
Siena. «Avevo come l’impressione che nel 1340 i nostri antenati
stessero ancora dandosele di santa ragione. Almeno fuori le mura.»
Eva Maria fece un sorriso ambiguo. O era compiaciuta che
mi fossi preoccupata di leggere gli aneddoti di famiglia, o era
stizzita perché avevo osato contraddirla. In quest’ultimo caso fu
abbastanza amabile da darmi retta. «Hai ragione. La pace portò
a delle conseguenze imprevedibili. Capita ogni volta che i burocrati si impicciano.» Sollevò le braccia. «Se la gente vuole dar
battaglia, non puoi fermarla. Se glielo impedisci dentro la città,
combatteranno in campagna, e là può succedere di tutto. Ma almeno a Siena gli scontri furono interrotti prima che si perdesse il
controllo. Perché?»
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Mi guardò come se sapessi la risposta che naturalmente non
conoscevo.
«Perché», continuò agitando un dito professorale davanti al
mio naso, «a Siena abbiamo sempre avuto la milizia. Se volevano tenere i Salimbeni e i Tolomei sotto controllo, i senesi dovevano essere in grado di adunare e inviare in pochi minuti tutti i
battaglioni nelle strade della città.» Annuì con vigore alle sue
stesse parole. «Credo che questo sia il motivo per cui ancora oggi l’appartenenza alla contrada è così sentita. La dedizione della
milizia di quartiere fu, nei tempi remoti, quello che rese possibile una repubblica senese. Se vuoi averla vinta sui malvagi, assicurati che i buoni siano armati.»
Sorrisi della sua conclusione e feci del mio meglio per non
sembrare in qualche modo coinvolta. Non era questo il momento per comunicare a Eva Maria che non credevo nelle armi e che,
per esperienza diretta, i cosiddetti buoni non erano migliori dei
malvagi.
«Bella, no?» proseguì lei indicando l’affresco. «Una città in
pace con se stessa!»
«Suppongo di sì», dissi, «benché debba ammettere che la
gente non appare particolarmente felice. Guardi…» Indicai una
giovane donna che dava l’impressione di essere intrappolata in
un cerchio di fanciulle danzanti. «Quella sembrerebbe… non so.
Persa nei suoi pensieri.»
«Forse aveva appena visto passare un corteo nuziale?» suggerì Eva Maria, indicando un gruppo di persone al seguito di
quella che si poteva ritenere una sposa su un cavallo. «E magari
la cosa le aveva fatto venire in mente un amore perduto.»
«Sta fissando il tamburo», suggerii, facendo di nuovo un cenno con il dito, «o il tamburello. E le danzatrici sembrano… cattive. Guardi come l’hanno intrappolata nel mezzo. E una di loro
le sta fissando il ventre.» Scrutai di sottecchi Eva Maria ma era
difficile interpretare la sua espressione. «O forse mi sto solo immaginando delle cose.»
«No», disse lei adagio, «è chiaro che mastro Ambrogio vuo120
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le che la si noti. Ha fatto questo gruppo di danzatrici più grande
di ogni altro elemento del dipinto. E se osservi meglio vedrai
che lei è l’unica con una tiara nei capelli.»
Aguzzai gli occhi e vidi che aveva ragione. «E chi sarebbe?
Lo si sa?»
Eva Maria fece spallucce. «Ufficialmente non lo sappiamo.
Ma detto tra noi…» si protese verso di me abbassando la voce,
«penso che sia la tua antenata. Giulietta Tolomei.»
Fui così scioccata a sentirla pronunciare quel nome – il mio
nome – e articolare lo stesso identico pensiero che avevo comunicato a Umberto per telefono, che ci misi un po’ prima di rivolgerle l’unica domanda possibile: «Come caspita fa a saperlo?
Che sia la mia antenata, intendo…»
Eva Maria per poco non scoppiò in una risata. «Ma non è ovvio? Perché mai tua madre ti avrebbe dato quel nome? Anzi, per
essere precisi, è stata proprio lei a dirmelo… che discendi in linea diretta da Giulietta e Giannozza Tolomei.»
Benché elettrizzata dalla notizia – data con tanta sicurezza –
mi resi conto che queste erano più informazioni di quante ne potessi gestire in una sola volta. «Non sapevo che conoscesse mia
madre», mormorai, domandandomi perché non me l’avesse detto prima.
«Un giorno venne a trovarmi. Con tuo padre. Ancora prima
che si sposassero.» Eva Maria fece una pausa. «Era molto giovane. Più giovane di te adesso. Era in corso una festa con cento invitati ma noi, tua madre, tuo padre e io, trascorremmo l’intera
serata a parlare di mastro Ambrogio. Furono loro a dirmi quello
che adesso ti sto raccontando. Sapevano moltissime cose delle
nostre due famiglie. Quello che successe dopo fu tragico.»
Rimanemmo un attimo in silenzio. Eva Maria mi stava fissando con un sorriso sardonico, come se fosse al corrente della
domanda che bruciavo dalla voglia di fare senza averne il coraggio: quale fosse, se c’era, il suo legame con l’empio Luciano Salimbeni, e quanto sapesse della morte dei miei genitori.
«Tuo padre credeva», continuò lei senza lasciar tempo a inve121
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stigazioni, «che mastro Ambrogio avesse nascosto una storia nel
suo dipinto. Una tragedia avvenuta ai suoi tempi e che non poteva essere menzionata apertamente. Guarda…» Indicò un particolare dell’affresco. «La vedi quella gabbietta appesa alla finestra lassù in alto? E se ti dicessi che quell’edificio è Palazzo Salimbeni e che l’uomo che si scorge all’interno è Salimbeni in
persona, ossequiato come un re mentre la gente si inchina ai suoi
piedi per chiedere denaro a prestito?»
Intendo che quel racconto in qualche maniera era per lei doloroso, feci un sorriso a Eva Maria, decisa a non permettere che
il passato si mettesse tra di noi. «Non sembra molto orgogliosa
di lui.»
Lei fece una smorfia. «Oh, era un grand’uomo. Ma a mastro
Ambrogio non piaceva. Non vedi? Osserva… c’è un matrimonio… una fanciulla triste che danza… e poi un uccellino in gabbia. A che conclusione arrivi?» Visto che non rispondevo, Eva
Maria rivolse lo sguardo fuori dalla finestra. «Sai, avevo ventidue anni. Quando l’ho sposato. Salimbeni. Lui ne aveva sessantaquattro. Pensi fosse vecchio?» Mi guardò fissa negli occhi come a voler leggere dentro la mia testa.
«Non necessariamente», dissi. «Come sa, mia madre…»
«Insomma, io lo pensavo», mi interruppe lei. «Pensavo che
fosse molto vecchio e che presto sarebbe morto. Ma era ricco.
Ho una casa splendida. Devi venire a trovarmi. Presto.»
Ero così sconcertata da quella spavalda confessione – e dal
successivo invito – che mi limitai a dire: «Certo, mi farebbe piacere».
«Ottimo!» Mi appoggiò sulla spalla una mano possessiva: «E
adesso devi trovare l’eroe dell’affresco!»
Per poco non risi. Eva Maria Salimbeni era una vera professionista nell’arte di cambiare argomento.
«Dai», mi sollecitò come un’insegnante rivolta a una classe
di studenti svogliati, «dov’è l’eroe? C’è sempre un eroe. Guarda
bene.»
Scrutai il dipinto dubbiosa. «Potrebbe essere chiunque.»
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«L’eroina è dentro le mura con l’aria molto triste», affermò,
indicando la fanciulla, «quindi l’eroe deve essere…? Guarda!
Sulla sinistra è raffigurata la vita di ogni giorno entro le mura
della città. Poi hai Porta Romana, l’accesso sud alla città, che taglia il dipinto in due. E sul lato destro…»
«Okay, ora lo vedo», dissi, stando al gioco. «È il tizio a cavallo che sta lasciando la città.»
Eva Maria sorrise, non a me, ma all’affresco. «È affascinante, vero?»
«Uno schianto. E che ci fa con il berretto di feltro?»
«È un cacciatore. Osservalo bene. Ha con sé un falcone da
caccia e sta per liberarlo, ma qualcosa lo trattiene. L’altro uomo,
quello più scuro che avanza a piedi sorreggendo la cassetta da
pittore, sta cercando di dirgli qualcosa e il nostro giovane eroe si
sta inclinando indietro sulla sella per ascoltarlo.»
«Forse il tipo a piedi vuole che torni in città?» azzardai.
«Forse. Ma cosa succederebbe se lo facesse? Guarda cosa ha
dipinto più in alto mastro Ambrogio. La forca. Una spiacevole
alternativa, no?» Eva Maria sorrise. «Chi pensi che sia?»
Non risposi seduta stante. Se il mastro Ambrogio che aveva
dipinto l’affresco era di fatto lo stesso mastro Ambrogio il cui
diario stavo leggendo, e se la sconsolata fanciulla danzante con
la tiara era davvero la mia antenata Giulietta Tolomei, allora il
giovane a cavallo non poteva che essere Romeo Marescotti. Ma
non ero sicura di voler rivelare a Eva Maria l’estensione delle
mie recenti scoperte, né la fonte del mio sapere. Dopotutto, lei
era una Salimbeni. Così, mi limitai ad alzare le spalle e dire:
«Non ne ho nessuna idea».
«Supponi che ti dica», mi comunicò Eva Maria, «che è il Romeo di Romeo e Giulietta… e che la tua antenata, Giulietta è la
Giulietta di Shakespeare…»
Riuscii a confezionare una risata. «Ma non si svolgeva a Verona? E Shakespeare non li ha inventati? Nel film Shakespeare
in Love…»
«Shakespeare in Love!» Eva Maria mi guardò come se avessi
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detto una bestialità. «Giulietta…» mi pose una mano sulla guancia, «credimi quando ti dico che è successo proprio qua a Siena.
Molto, molto prima di Shakespeare. È tutto lì, su quel muro. Romeo che va in esilio e Giulietta che si accinge a sposare un uomo
che non può amare.» Sorrise all’espressione del mio viso e alla
fine ritrasse la mano. «Non preoccuparti. Quando vieni a trovarmi parleremo ancora di queste dolorose vicende. Che cosa fai
stasera?»
Feci un passo indietro, nella speranza di nascondere quanto
fossi sconvolta dalla sua conoscenza della storia della famiglia.
«Pulisco il balcone.»
Eva Maria non batté ciglio. «Quando hai finito, vorrei che tu
mi accompagnassi a un fantastico concerto. Ecco…» pescò in
borsetta ed estrasse un biglietto d’ingresso, «è un programma
splendido. L’ho scelto io. Ti piacerà. Alle sette. Dopo ceniamo
assieme e così ti racconto dell’altro sui nostri antenati.»
Mentre più tardi mi avviavo alla sala del concerto, potevo
sentire che qualcosa mi tormentava dentro. Era una bellissima
serata e la città traboccava di gente felice, ma io non potevo condividerne la letizia. Percorrendo le strade a lunghi passi, i miei
occhi non vedevano null’altro che il selciato. Poi, a poco a poco,
mi ripigliai e fui in grado di individuare la causa del mio malumore.
Mi stavano manipolando.
Appena ero giunta a Siena, la gente si era premurata di dirmi
cosa fare e cosa pensare. Specie Eva Maria. Le sembrava più che
naturale assecondare i propri desideri o programmi manovrando
i miei movimenti – incluso il look – e ora stava pure cercando di
interferire nei miei ragionamenti. E se io non avessi voluto discutere con lei degli avvenimenti del 1340? Insomma, peggio
per me, perché non avevo scelta. Eppure, bizzarramente, lei mi
piaceva. Per quale motivo? Forse perché era il contrario esatto di
zia Rose, che aveva sempre paura di fare qualcosa di sbagliato e
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quindi non faceva mai niente? O Eva Maria mi piaceva perché
non avrebbe dovuto piacermi? In questo c’era lo zampino di
Umberto: il modo più sicuro per farmi avvicinare ai Salimbeni
era dirmi di stare bene alla larga da loro. Immagino si trattasse di
una caratteristica giuliettesca.
Insomma, forse per Giulietta era arrivato il momento di razionalizzare. Secondo Maconi, i Salimbeni si sarebbero sempre
comportati da Salimbeni, il che stava a significare, a sentire mio
cugino Peppo, un sacco di guai per ogni Tolomei che si fossero
trovati tra i piedi. Questo era stato comprovato nel tumultuoso
Medioevo e anche ora, nella Siena odierna, lo spettro del probabile assassino Luciano Salimbeni non aveva ancora abbandonato la scena.
O non era stato proprio questo tipo di pregiudizio a mantenere in vita l’antico conflitto tra famiglie per generazioni e generazioni? E se l’elusivo Luciano Salimbeni non avesse neppure
sfiorato i miei genitori ma fosse sempre stato un sospetto semplicemente a causa del nome? Non c’era da stupirsi che se ne
fossero perse le tracce. In un Paese dove vieni giudicato presunto colpevole, il boia non è tipo che aspetti con pazienza che il
processo si concluda.
A dirla tutta, più ci pensavo e più la bilancia pendeva a favore di Eva Maria. Dopotutto, era lei quella che sembrava più decisa a provare che – malgrado la nostra ancestrale rivalità – potevamo ancora essere amiche. E se le cose stavano veramente così, non volevo certo essere io a rovinare la festa.
Il concerto di quella sera era offerto dall’Accademia Musicale Chigiana nel Palazzo Chigi-Saracini, proprio di fronte al salone di parrucchiere del mio amico Luigi. Entrai nell’edificio attraverso un cancello coperto ed emersi in un cortile con una loggia e un vecchio pozzo nel centro. Cavalieri con tanto di corazza, pensai tra me e me, avranno tirato su l’acqua da quel pozzo
per abbeverare i loro destrieri da battaglia. Sotto i miei sandali a
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tacco alto, l’acciottolato del suolo era levigato da secoli di zoccoli e di birocci. Il posto non era né troppo grande né troppo imponente, ma possedeva una sua sobria dignità che mi fece riflettere se gli avvenimenti esterni a quel quadrilatero senza tempo
fossero davvero importanti.
Mentre me ne stavo lì ad ammirare a bocca aperta il soffitto a
mosaico sotto la loggia, un usciere mi porse un dépliant e mi indicò la porta per salire alla sala del concerto. Sulle scale diedi
un’occhiata al dépliant pensando si trattasse del programma musicale. L’opuscolo illustrava invece la storia del palazzo, in diverse lingue:
Palazzo Chigi-Saracini, uno dei più belli di Siena, apparteneva in origine alla famiglia Marescotti. Il corpo centrale dell’edificio è molto antico. Nel corso del Medioevo, la famiglia
Marescotti iniziò a incorporare le costruzioni limitrofe e, come altre potenti famiglie senesi, avviò l’edificazione di una
torre. Fu da questa torre che, al rullo di tamburi, venne annunciata la vittoria di Montaperti nel 1260.
Mi arrestai a metà delle scale per rileggere il passaggio. Se
ciò era vero, e se non avevo fatto confusione con i nomi contenuti nel diario di mastro Ambrogio, allora io in quel momento mi
trovavo in quello che originariamente era Palazzo Marescotti,
cioè la casa di Romeo nel 1340.
Solo quando la gente dovette cominciare a fare manovre sugli scalini per superarmi, scrollai via la sorpresa e mi mossi anch’io. E anche se fosse stata la casa di Romeo? Lui e io eravamo
separati da quasi settecento anni, senza considerare che allora
lui aveva la sua Giulietta personale. Malgrado i vestiti e la pettinatura nuovi, io non ero altro che una patetica imitazione della
creatura da sogno che lei era stata.
Se fosse venuta a conoscenza delle mie romantiche fantasticherie, Janice avrebbe riso di me. «Eccoci di nuovo», avrebbe
sogghignato, «Jules che sogna di un uomo che non può avere.»
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E avrebbe avuto ragione. Solo che talvolta queste sono le fantasticherie migliori.
La mia bizzarra ossessione per i personaggi storici mi era venuta fuori a nove anni con il presidente Jefferson. Mentre tutti
gli altri – inclusa Janice – avevano tappezzato le camere da letto
con poster delle loro eroine pop con le tette di fuori, la mia stanza era il santuario del mio padre fondatore preferito. Mi ero data
da fare un sacco per imparare a scrivere «Thomas» in bella grafia, e avevo perfino ricamato un cuscino con una T gigantesca da
abbracciare prima di addormentarmi. Per mia sfortuna, Janice
aveva scoperto il mio diario segreto e l’aveva fatto circolare in
classe causando unanimi ululati di ilarità alla visione dei disegnini che mi raffiguravano in velo e abito da sposa di fronte a
Monticello, la tenuta del presidente, mano nella mano con un assai muscoloso presidente Jefferson.
Da allora, tutti avevano iniziato a chiamarmi Jeff, anche gli
insegnanti, che non sapevano il perché e – incredibilmente – non
si accorgevano di come la cosa mi desse fastidio. Alla fine avevo
semplicemente smesso di alzare la mano in classe, per starmene
lì seduta all’ultimo banco, nascosta dai capelli, con la speranza
che nessuno mi notasse.
Al liceo – grazie a Umberto – avevo cominciato a interessarmi al mondo degli antichi, e le mie fantasticherie si erano spostate da Leonida lo spartano a Scipione il romano, per arrivare
all’imperatore Augusto, finché non avevo messo a nudo il lato
oscuro del personaggio. Una volta alle soglie dell’università, mi
ero proiettata così indietro nel tempo che il mio eroe era diventato un anonimo cavernicolo della steppa siberiana, un tipo che
uccideva pelosi mammut e che, solo soletto nelle notti di plenilunio, intonava melodie di caccia sul suo flauto d’osso.
L’unica a farmi notare che i miei fidanzati avevano tutti una
cosa in comune fu naturalmente Janice. «Peccato», aveva detto
una notte che stavamo cercando di prendere sonno sotto una tenda montata in giardino dopo che era riuscita a farmi sputare tutti
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i miei segreti più reconditi in cambio di caramelle che erano in
origine mie, «che siano tutti morti e sepolti.»
«Non è così!» avevo protestato già pentita di averle rivelato i
miei segreti. «La gente famosa vive per sempre!»
Al che, Janice si era limitata a ribattere: «Forse, ma chi vuole baciare una mummia?»
Malgrado i notevoli sforzi di mia sorella, tuttavia, mi venne
del tutto naturale provare una certa eccitazione al pensiero che
stavo «tampinando» Romeo nella sua stessa dimora. L’unico requisito affinché la nostra stupenda relazione potesse continuare
era che lui restasse nello stato in cui era: defunto.
Eva Maria stava tenendo banco nella sala del concerto, circondata da uomini in abito scuro e donne vestite di lustrini. Era
un locale dagli alti soffitti decorato in una tonalità lattemiele e
rifinito con accenni dorati. Circa duecento poltroncine erano a
disposizione del pubblico e, a giudicare dalle persone già presenti, non si sarebbe fatto fatica a occuparle tutte. All’estremità
della sala i membri dell’orchestra stavano accordando gli strumenti mentre una cicciona in rosso aveva purtroppo tutta l’aria
di voler cantare. Come in quasi tutta Siena, non c’era nulla di
moderno che disturbasse la vista, a parte qualche raro adolescente con le scarpe da tennis sotto i calzoni con la piega.
Nell’attimo in cui mi vide entrare, Eva Maria mi fece segno
di avvicinarmi con un cenno regale del braccio. Mentre eseguivo, la sentii presentarmi al gruppo con superlativi che non meritavo, e in pochi minuti diventai pappa e ciccia con alcuni alti
esponenti della cultura senese, uno dei quali era il presidente del
Monte dei Paschi di Siena a Palazzo Salimbeni.
«Il Monte dei Paschi», mi spiegò Eva Maria, «è il maggiore
protettore delle arti a Siena. Niente di quello che vedi qua attorno sarebbe stato possibile senza il supporto finanziario della
Fondazione.»
Il presidente mi guardava con un lieve sorriso, come pure sua
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moglie, abbarbicata al di lui gomito. Al pari di Eva Maria, anche
la signora era estremamente elegante e, benché anch’io mi fossi
data da fare per l’occasione, il suo sguardo mi diceva che avevo
ancora molto da imparare. Mi parve addirittura che facesse un
commento in tal senso con il marito.
«Mia moglie mi sta dicendo che lei non ci crede», disse
scherzosamente il presidente, con un timbro di voce così drammatico che pareva stesse recitando i versi di un poema. «Forse
lei pensa che noi si sia…» fece una pausa alla ricerca delle parole, «troppo fieri di noi stessi?»
«Non necessariamente», risposi mentre mi si imporporavano
le guance a causa del loro insistente scrutinio, «trovo solo… paradossale che la casa dei Marescotti dipenda dai buoni uffici dei
Salimbeni per sopravvivere, ecco tutto.»
Il presidente accolse la mia osservazione con un lieve accenno di assenso, come a confermare che i superlativi di Eva Maria
avessero un fondamento. «Sì, un paradosso.»
«Ma il mondo è pieno di paradossi», intervenne una voce
dietro di me.
«Alessandro!» esclamò il presidente, all’improvviso tutto
giulivo, «devi venire a conoscere la signorina Tolomei. Si sta
comportando in maniera molto… severa con tutti noi. Specialmente con te.»
«Chiaro che lo fa.» Alessandro mi prese la mano e la baciò
con beffarda cavalleria. «Se non lo facesse, non crederemmo
mai che è una Tolomei.» Mi guardò fisso negli occhi prima di lasciarmi il polso. «Giusto, signorina Jacobs?»
Ci fu un momento di gelo. Chiaramente Alessandro non s’aspettava di incontrarmi al concerto, e la sua reazione non era stata lusinghiera per nessuno dei due. Ma non potevo certo biasimarlo per la villania, dato che non l’avevo mai richiamato dopo
che era venuto in hotel a cercarmi tre giorni prima. Per tutto quel
tempo il suo biglietto da visita era rimasto sul mio tavolino come
una predizione nefasta trovata in un biscotto della fortuna. Solo
quella mattina l’avevo alla fine strappato in due e buttato nel ce129
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stino, immaginando che se avesse voluto arrestarmi l’avrebbe
già fatto.
«Sandro, non pensi che stasera Giulietta sia uno splendore?»
intervenne Eva Maria mal interpretando quel momento di tensione.
Alessandro si sforzò di sorridere. «Una favola.»
«Sissì», interloquì il presidente, «ma chi sta di guardia al denaro, mentre tu sei qui?»
«Il fantasma dei Salimbeni», replicò Alessandro, senza distogliere lo sguardo da me. «Una forza invincibile.»
«Basta!» Segretamente soddisfatta delle parole del figlioccio, Eva Maria finse di corrucciarsi e lo colpì sulla spalla con il
programma arrotolato. «Saremo tutti dei fantasmi anche troppo
presto. Stanotte si celebra la vita.»
Dopo il concerto Eva Maria insistette che noi tre si andasse a
cena assieme. Alle mie obiezioni, tirò fuori la scusa del suo
compleanno e disse che per quella particolare serata, «nel corso
della quale avrebbe girato un’altra pagina di quella commedia
splendida e dolorosa che è la vita», il suo unico desiderio era di
andare nel suo ristorante preferito con due delle sue persone preferite. Stranamente Alessandro non fece obiezioni. A Siena evidentemente non si contraddiceva la propria madrina in un giorno
così importante.
Il ristorante preferito di Eva Maria era in via delle Campane, appena fuori i confini della contrada dell’Aquila. E il suo
tavolo preferito risultò essere su una pedana sopraelevata all’esterno, davanti un negozio di fiorista che stava chiudendo le
serrande.
«Insomma», mi disse dopo aver ordinato una bottiglia di Prosecco e un piatto di antipasti, «non ti piace l’opera?»
«No, mi piace!» protestai, seduta di traverso con le gambe
raggomitolate nell’esiguo spazio sotto il tavolo. «L’opera mi
piace. Il cameriere di mia nonna l’ascoltava sempre. Soprattutto
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l’Aida. Solo che… Aida dovrebbe essere una principessa etiope,
non un peso massimo sulla cinquantina. Spiacente.»
Eva Maria rise di gusto. «Dovresti fare quello che fa sempre
Sandro. Ascoltare a occhi chiusi.»
Diedi un’occhiata ad Alessandro. Durante il concerto era seduto dietro di me e avevo sentito il suo sguardo fisso sulla mia
nuca per tutta la durata. «Perché? È pur sempre la stessa donna
che canta.»
«Ma è una voce che arriva dall’anima!» sostenne Eva Maria,
chinandosi verso di me, «devi solo stare ad ascoltare e riuscirai a
vedere Aida com’è veramente.»
«Ciò è molto generoso.» Mi rivolsi ad Alessandro. «Anche
lei è sempre così generoso?»
Non rispose. Non era necessario.
«La magnanimità», replicò Eva Maria assaggiando il Prosecco e giudicandolo degno di essere consumato, «è la più grande
delle virtù. Stai lontana dai gretti. Sono intrappolati in animucce
da nulla.»
«Secondo il cameriere di mia zia», confidai, «la bellezza è la
più grande delle virtù. Ma avrebbe aggiunto che la generosità è
una forma di bellezza.»
«La verità è bellezza», disse Alessandro, finalmente prendendo la parola. «La bellezza è verità. Secondo Keats. La vita è
molto facile se ci credi.»
«Lei non ci crede?»
«Non sono un’urna.»
Cominciai a ridere ma lui neppure sorrise.
Per quanto volesse che diventassimo amici, Eva Maria era incapace di lasciare il pallino a noi soli. «Dicci di più su tua zia!»
mi sollecitò. «Perché pensi che non ti abbia mai rivelato chi
eri?»
Guardai prima l’una e poi l’altro, consapevole che avevano
parlato di me ed erano in disaccordo. «Non ne ho idea. Credo
che avesse paura… o forse che volesse…» abbassai lo sguardo
nel mio piatto. «Non lo so.»
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«A Siena il nome che portiamo significa tutto», affermò
Alessandro tormentando il suo bicchiere d’acqua.
«Nomi, nomi, nomi!» sospirò Eva Maria. «Quello che non
capisco è perché questa tua zia – Rosa? – non ti abbia mai portato a Siena.»
«Forse temeva che la persona che ha assassinato i miei genitori potesse assassinare anche me», risposi, questa volta più risoluta.
Eva Maria si appoggiò indietro sulla sedia. «Che pensiero
tremendo!»
«Be’, buon compleanno!» presi un sorso di Prosecco, «e grazie di tutto.» Fissai decisa Alessandro obbligandolo a incrociare
il mio sguardo. «Non si preoccupi, non rimarrò a lungo.»
«No», rispose con un cenno d’intesa, «immagino che qui sia
tutto troppo pacifico per lei.»
«La pace mi piace.»
Catturai un cenno di avvertimento dalle profondità dei suoi
occhi color foresta. Fu inquietante. «Ovviamente.»
Invece di rispondere, feci un sorriso tirato e rivolsi le mie attenzioni all’antipasto. Purtroppo Eva Maria non si accorse delle
sfumature più recondite delle mie emozioni, ma solo del mio viso paonazzo. «Sandro», disse, cavalcando quello che le era sembrato un inizio di flirt, «perché non hai fatto vedere a Giulietta le
cose belle della città? Le piacerebbe.»
«Ne sono certo.» Alessandro infilzò un’oliva senza mangiarla. «Ma purtroppo non abbiamo statue di sirenette.»
Fu allora che ebbi la conferma che aveva rintracciato il mio
dossier e che aveva trovato tutto quello che c’era da sapere su Julie Jacobs: Julie Jacobs la manifestante pacifista che non era ancora tornata da Roma che già si era fiondata a Copenhagen per
protestare contro la partecipazione della Danimarca alla guerra
in Iraq con azioni di vandalismo ai danni della statua della Sirenetta. Disgraziatamente, il fascicolo non riportava che si era trattato solo di un grosso equivoco e che in realtà Julie Jacobs era
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andata in Danimarca al solo scopo di far vedere a sua sorella
che, sì, lei era una con le palle.
Con in gola un cocktail infernale di rabbia e paura, allungai
la mano alla cieca verso il cestino del pane, augurandomi di non
far trapelare il panico.
«No, ma abbiamo altre statue altrettanto belle!» Eva Maria
scrutò prima me e poi lui nel tentativo di capire cosa stesse succedendo. «E fontane. Devi portarla a Fontebranda…»
«Forse alla signorina Jacobs farebbe piacere vedere via dei
Malcontenti», suggerì Alessandro interrompendo la propria madrina. «Era il posto dove portavamo i criminali, in modo che le
loro vittime potessero lanciar loro addosso della roba mentre venivano condotti alla forca.»
Visto che non c’era più bisogno di fingere, ricambiai il suo
sguardo feroce con uno altrettanto feroce.
«Nessuno veniva mai graziato?»
«Come no! Si chiamava esilio. Si diceva loro di andarsene da
Siena e di non tornare più indietro. In cambio, avevano salva la
vita.»
«Ah, capisco», replicai, «proprio come la sua famiglia, i Salimbeni.» Guardai di sottecchi Eva Maria che era, per la prima
volta, senza parole. «Giusto?»
Alessandro non rispose immediatamente. A giudicare dal
guizzo dei muscoli della mascella, gli sarebbe piaciuto moltissimo rispondere a tono, ma sapeva che di fronte alla madrina gli
era impossibile. «La famiglia Salimbeni», disse alla fine con voce strozzata, «fu espatriata dal governo nel 1419 e obbligata a lasciare la repubblica di Siena.»
«Per sempre?»
«Evidentemente no. Ma fu un esilio molto lungo.» Il modo in
cui mi guardava mi spinse a pensare che stesse di nuovo parlando di me. «E probabilmente se lo meritavano.»
«E cosa sarebbe successo… se fossero tornati indietro comunque?»
«Allora…» Fece una pausa a effetto, e fui colpita che il ver133
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de dei suoi occhi non somigliasse al fogliame che si trova in natura ma fosse gelido e cristallino come la scheggia di malachite
che avevo portato in classe in quarta elementare, presentandola
come qualcosa di speciale, prima che la maestra mi dicesse che
si trattava di un minerale da cui si estraeva il rame, con danni
evidenti per l’ambiente. «Dovevano avere una ragione molto importante.»
«Basta!» Eva Maria alzò il bicchiere. «Niente più esili. Niente più battibecchi. Adesso siamo tutti amici.»
Per circa dieci minuti riuscimmo ad avere una conversazione
civile. Dopo di che Eva Maria si scusò per andare alla toilette
così Alessandro e io tornammo ai ferri corti. Lo sorpresi mentre
mi stava squadrando con attenzione e, per qualche breve momento, riuscii a convincermi che si trattava solo della strategia
del gatto con il topo per vedere se ero abbastanza resistente da
tenergli testa per una settimana. Bene, pensai tra me e me, qualsiasi cosa il gatto stia complottando, ne vedrà delle belle.
Cercai di afferrare una fetta di salame. «Crede nella redenzione?»
«Non mi interessa quello che hai fatto a Roma. O altrove»,
disse Alessandro sospingendo il vassoio verso di me e passando
al tu. «Ma m’importa di Siena. Allora, dimmi, perché sei qui?»
«È un interrogatorio?» chiesi con la bocca piena. «Devo
chiamare l’avvocato?»
Si sporse verso di me. «Ti potrei sbattere in prigione così…»
Mi fece schioccare le dita davanti al naso. «È quello che vuoi?»
«Sai», ribattei mentre impilavo altro cibo nel piatto e speravo
che non vedesse come mi tremavano le mani, «le prove di forza
con me non hanno mai funzionato. Può darsi che funzionassero
alla grande con i tuoi antenati ma, se ricordi bene, ai miei antenati non facevano un baffo.»
«D’accordo…» si appoggiò allo schienale e cambiò tattica.
«Che ne dici: ti lascio in pace a una condizione. Che tu stia lontana da Eva Maria.»
«Perché non lo dici direttamente a lei?»
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«È una donna molto speciale e non voglio che soffra.»
Posai la forchetta. «Invece io lo vorrei? Che soffra? È questo
quello che pensi di me?»
«Davvero lo vuoi sapere?» Alessandro mi passò di nuovo al
vaglio manco fossi un oggetto messo in vendita a un prezzo
spropositato. «Penso che tu sia stupenda, intelligente… una
grande attrice…» Vedendo la mia confusione, si accigliò e continuò con voce fredda: «E penso che qualcuno ti abbia pagato un
sacco di soldi per venire qui a far finta di essere Giulietta Tolomei».
«Cosa?»
«…e ritengo che parte del tuo incarico sia stato di avvicinarti
a Eva Maria. Ma sai una cosa? Non permetterò che succeda più.»
Non sapevo neppure da che parte cominciare. Per fortuna che
le sue accuse erano così surreali da non riuscire neanche a ferirmi. «Perché non credi che io sia Giulietta Tolomei?» chiesi. «È
perché non ho gli occhi color del mare?»
«Vuoi sapere perché? Te lo dico io.» Si sporse verso di me
appoggiando i gomiti sul tavolo. «Giulietta Tolomei è morta.»
«Allora come lo spieghi che sto seduta qua?» replicai sporgendomi anch’io in avanti.
Mi scrutò per alcuni interminabili minuti alla ricerca di qualcosa nel mio viso che evidentemente non c’era. Alla fine distolse gli occhi, la bocca contratta, e seppi che per qualche ragione
non ero riuscita a convincerlo e che probabilmente non ce l’avrei
mai fatta.
«Sai una cosa?» Spinsi indietro la sedia e mi alzai. «Seguirò
il tuo consiglio e mi priverò della compagnia di Eva Maria. Dille che la ringrazio del concerto e della cena, e riferiscile che può
avere indietro i suoi vestiti non appena lo desidera. Non ne ho
più bisogno.»
Non aspettai la sua reazione, ma caracollai giù dalla pedana e
fuori dal ristorante, senza voltarmi indietro. Appena girato il primo angolo, e fuori portata, sentii lacrime di rabbia che mi salivano agli occhi e, malgrado le scarpette, cominciai a correre. L’ul135
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tima cosa che volevo era che Alessandro mi raggiungesse per
scusarsi della sua villania, ammesso fosse abbastanza uomo per
farlo.
Tornando in hotel quella notte, scelsi le strade maggiormente
in ombra e meno frequentate. Mentre avanzavo nel buio, più con
la speranza che con la sicurezza di essere nella direzione giusta,
ero così sconvolta a causa della mia discussione con Alessandro
– e più precisamente per le cose brillanti che avrei potuto dire e
che non avevo detto – che ci misi un po’ a rendermi conto che
qualcuno mi stava seguendo.
Da principio fu solo la sgradevole sensazione di essere osservata. Ma presto cominciai a sentire il suono soffocato di una presenza che si muoveva furtiva dietro di me. Tutte le volte che acceleravo potevo distinguere un fruscio di vestiti e suole di gomma, ma, se rallentavo, il fruscio scompariva e non restava che un
silenzio minaccioso che era quasi ancora peggio.
Girando di colpo in una strada a caso, con la coda dell’occhio
fui in grado di catturare il movimento e la sagoma di un uomo. A
meno che prendessi una cantonata, si trattava dello stesso brutto
ceffo che mi aveva seguita alcuni giorni prima, quando ero uscita da Palazzo Tolomei con il cofanetto di mia madre. Il mio cervello aveva ovviamente archiviato quell’incontro sotto la voce
«pericolo» e, adesso che ne aveva riconosciuto le sembianze,
dentro di me era scattato un assordante sistema d’allarme in grado di annullare ogni pensiero razionale. Mi tolsi le scarpe e, per
la seconda volta quella notte, iniziai a correre.
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