Elisa Paganini LA METAFORA Dispense per il corso di Semiotica A. A. 2013-­‐14 – Modulo 3 (Si assume che lo studente abbia già letto e assimilato le dispense per i moduli 1 e 2 prima di leggere le dispense per il modulo 3) [ultimo aggiornamento: 8.11.2013] 3. Alcuni spunti di riflessione sul dibattito più recente: dagli anni ’80 del ‘900 fino ad oggi
Dagli anni ’80 in poi sempre più studiosi si occupano di metafora e la letteratura sull’argomento
è diventata molto ampia. Noi ci occuperemo di una teoria che si richiama esplicitamente a Grice e
Searle, ma che rivoluziona il modo di intendere la pragmatica del linguaggio. Si tratta della
TEORIA DELLA RILEVANZA di Deirdre Wilson (una linguista inglese) e Dan Sperber (uno
psicologo francese). Dan Sperber e Deirdre Wilson hanno pubblicato nel 1986 un testo in cui
propongono la loro teoria, il testo s’intitola Relevance: comunication and cognition ed è stato
tradotto in italiano con il titolo La pertinenza [la traduzione italiana non è più in commercio e noi
adotteremo il termine italiano “rilevanza” per tradurre il termine inglese “relevance” e non il
termine “pertinenza”]. Noi leggeremo un articolo piuttosto recente di Sperber e Wilson (l’articolo è
stato pubblicato nel 2008): si tratta di un articolo in cui il tema della metafora assume un ruolo
preminente e il resto della teoria resta sullo sfondo.
Leggeremo poi un teso molto recente di Robyn Carston (il testo è stato pubblicato nel 2010).
Robyn Carston è una sostenitrice della teoria della rilevanza. Nel testo che prenderemo in
considerazione, Carston propone però un approccio originale nei confronti della metafora: da una
parte ritiene che la proposta di Sperber e Wilson sia appropriata, d’altra parte propone una
rivalutazione della proposta di Davidson per integrare la precedente teoria.
3.1 Sperber e Wilson: teoria della rilevanza e metafora –
D. Sperber e D. Wilson, “A Deflationary Account of Metaphors”, in R. W. Gibbs Jr (a cura
di), The Cambridge Companion of Metaphor and Thought, Cambridge, Cambridge University
Press, 2008, pp. 84-105
Il testo che leggiamo riguarda specificatamente la metafora e fa appello alla teoria della rilevanza
come sfondo. Il testo s’intitola “Un resoconto deflazionista della metafora”, e con il termine
“deflazionista” si vuole evidenziare che la metafora non va distinta dal resto del linguaggio, ma va
compresa con gli stessi meccanismi con cui si analizza il resto della comunicazione linguistica. La
metafora quindi adotta gli stessi meccanismi usati per comprendere altre espressioni linguistiche e
altri stimoli non verbali.
E’ inoltre utile tener presente che Sperber è un antropologo e scienziato cognitivo, mentre
Wilson è una linguista. Il loro approccio pertanto non è strettamente filosofico, ma assume un
carattere sperimentale; sebbene si ispirino e si confrontino con filosofi come Grice e Searle, il loro
approccio è diverso.
3.1.1 Il confronto con Grice
Come abbiamo visto, Grice (i) distingue fra “ciò che è detto” e “ciò che è implicato” e (ii) ritiene
che un enunciato metaforico abbia un significato letterale che corrisponde a ciò che è detto e un
significato figurato che corrisponde a ciò che è implicato.
Secondo Sperber e Wilson, quando un ascoltatore arriva a comprendere un enunciato metaforico,
non coglie un significato letterale, ma comprende immediatamente ciò che il parlante vuole
comunicargli. E in generale, molto difficilmente un ascoltatore comprende il significato letterale di
un enunciato, ma riesce subito ad inferire il contenuto che il parlante intende comunicargli. Ciò che
il parlante intende comunicare e l’ascoltatore è in grado di comprendere è definito il contenuto
esplicito della comunicazione.
2 Per riuscire a comprendere il tipo di rivoluzione che propongono Sperber e Wilson è utile
riuscire a capire perché secondo loro, un ascoltatore non comprende semplicemente “ciò che è
detto” o il significato letterale dell’enunciato, ma comprende quello che loro chiamano “contenuto
esplicito” o “interpretazione rilevante”.
Sperber e Wilson offrono la loro interpretazione di come funziona il linguaggio secondo Grice e
poi forniscono la loro critica a questo modello. Sperber e Wilson attribuiscono a Grice la tesi che il
significato letterale di un enunciato si ottiene attraverso il “modello del codice” e il primo obiettivo
critico del loro articolo è mostrare che il modello del codice è inadeguato anche nei casi più
semplici di comunicazione verbale e non verbale.
L’idea alla base del modello del codice è che quando noi vogliamo comunicare un messaggio
codifichiamo il messaggio in un segnale e l’ascoltatore decodifica il segnale e comprende il
messaggio.
Gli animali comunicano in un modo che almeno in certi casi può essere descritto attraverso il
modello del codice: a un certo tipo di verso corrisponde un certo tipo di messaggio. Il linguaggio
umano, anche a una prima considerazione, si distingue per il fatto di essere molto più ricco sia per
quanto riguarda la numerosità di elementi sintattici (o parole) sia per quanto riguarda le infinite
possibilità combinatorie degli stessi elementi sintattici.
Ma il modello del codice rivela il suo limite se riflettiamo sul fatto che non c’è un legame rigido
fra ciascun segnale e il messaggio codificato. Anche nella comunicazione animale non sempre ad
un segnale corrisponde un messaggio preciso. Ad esempio se pensiamo alla “danza delle api”,
l’orientamento delle api serve per riconoscere dove si trova il polline, ma per riuscire a stabilire
dov’è il polline non basta conoscere l’orientamento delle api, occorre anche conoscere la posizione
del sole, quindi per decodificare il segnale occorrono informazioni contestuali (cioè la posizione del
sole) oltre alla decodifica del messaggio e quindi il modello del codice mostra già in questo caso i
suoi limiti. Tuttavia nel caso della danza delle api, una volta che si conosce la posizione del sole, si
può calcolare in modo automatico e non riflessivo il messaggio inteso.
Nel caso della comunicazione umana, il contesto ha un’importanza maggiore. Un enunciato
preso in considerazione al di fuori del contesto di emissione si può prestare a molte interpretazioni
diverse. Si consideri ad esempio l’enunciato “C’è latte nel frigorifero”, l’enunciato può assumere
interpretazioni molto diverse a seconda che chi parla sia intenzionato a controllare la pulizia del
frigorifero o a macchiare il caffè.
L’obiettivo di Sperber e Wilson è mostrare che nel caso di enunciati metaforici e in generale
della maggior parte degli enunciati, il contenuto linguistico dell’enunciato (ottenuto semplicemente
con la decodifica) è molto limitato rispetto al contenuto inteso. E il contenuto inteso non si ottiene
semplicemente tramite decodifica del messaggio, ma occorre anche compiere delle inferenze.
Innanzitutto può essere utile considerare come gli esseri umani si comportano nei casi di
comunicazione non verbale. In questi casi la stimolazione sensoriale può portare a riconoscere un
significato inteso, anche se non c’è alcun segnale da decodificare. Supponiamo che Maria sia offesa
con Piero e quindi non intenda parlargli. Quando Piero prova a stimolare la conversazione, Maria
può fare una delle seguenti cose: (1) guardare il soffitto o (2) aprire il giornale e iniziare a leggerlo.
Queste azioni non codificano alcun messaggio, tuttavia Piero può arrivare a capire che Maria
preferisce compiere queste azioni piuttosto che parlare con lui. In questo caso il significato inteso
da Maria non è codificato, ma Piero è in grado di comprendere ciò che Maria vuole comunicargli
per inferenza. L’idea è che Piero ha alcune informazioni di sfondo (ad esempio sa che cosa è
successo fra lui e Maria, conosce il carattere di Maria, ecc.) e da queste informazioni di sfondo,
insieme alla conoscenza del comportamento di Maria di fronte al suo tentativo di conversazione,
può inferire che Maria non voglia parlare con lui.
Il fatto che le persone siano in grado di comprendere ciò che gli viene comunicato tramite
inferenza è una capacità che viene messa in gioco anche quando ci si trova di fronte a un messaggio
codificato. Si immagini che la situazione fra Piero e Maria sia quella descritta in precedenza e che
Maria possa reagire all’invito alla conversazione di Piero o (3) guardando Piero con astio e tenendo
3 la sua bocca serrata o (4) guardando Piero con astio e mettendo un dito di fronte alla bocca e
sussurrando “Ssssss!”. In questo caso, ci sono segnali che trasmettono un messaggio codificato, ma
il messaggio codificato è molto meno preciso di quello comunicato da Maria. Si tenga presente che
si può sussurrare “Sssss!” anche per chiedere di mantenere un segreto. Affinché Piero riesca a
capire il significato inteso da Maria, non deve semplicemente decodificare il messaggio ma deve
fare anche un’inferenza.
Le cose non sono molto diverse se nella situazione precedentemente delineata Maria o (5) dice
“Sono sorda e muta” o (6) dice “Non parlerò”. Anche in questi casi è richiesta una certa inferenza,
nel caso (5) il significato decodificato è solo un punto di partenza per poter inferire il significato
inteso dal parlante e nel caso (6) il verbo al futuro richiede di poter capire da quando Maria inizia a
non parlare, inoltre lo stesso enunciato in altre occasioni può essere usato per fare intendere che
Maria non parlerà con un gruppo di persone invece che con una sola. Ancora una volta Piero può
comprendere il significato inteso prendendo l’avvio dal contenuto linguistico e compiendo
un’inferenza sulla base delle informazioni di sfondo sulla situazione in cui si trova.
Quello che mostrano tutti questi esempi è che Piero per poter arrivare a intendere
l’interpretazione corretta di quanto comunicatogli da Maria deve compiere un’inferenza e non basta
la semplice decodifica del linguaggio verbale.
Questo non vuol dire che Sperber e Wilson pensino che il linguaggio verbale sia superfluo, anzi
essi ritengono che la presenza del linguaggio renda la nostra comunicazione molto più ricca e
articolata, intendono solo mettere in luce che per arrivare a interpretare ciò che viene comunicato
occorre compiere delle inferenze che prendono l’avvio da conoscenze contestuali e non basta
semplicemente decodificare un messaggio.
Cerchiamo quindi di sintetizzare le maggiori differenze fra l’approccio di Grice e quello di
Sperber e Wilson.
Grice distingue fra ciò che è detto e ciò che è implicato. “Ciò che è detto” viene stabilito (almeno
in base alla ricostruzione di Sperber e Wilson) sulla base del modello del codice ed è ciò che è
esplicitamente comunicato dal parlante; oltre a ciò che viene detto c’è ciò che viene implicato e a
cui si perviene tramite inferenze a partire da ciò che è letteralmente detto e sulla base di altre regole
di razionalità.
Sperber e Wilson ritengono che ciò che è letteralmente detto non costituisca il contenuto
esplicito della comunicazione del parlante. La stimolazione verbale, al pari di altre stimolazioni non
verbali, viene usata insieme ad altre informazioni contestuali per riuscire a inferire il messaggio
comunicato. In questo senso, il linguaggio metaforico non è diverso da altre comunicazioni verbali
non metaforiche e non è neppure diverso da comunicazioni non verbali, in tutti questi casi per
riuscire a intendere ciò che viene esplicitamente comunicato occorre compiere un’inferenza.
3.1.2 Come funziona la comprensione inferenziale
L’idea che Sperber e Wilson propongono è che i proferimenti verbali sono solo uno dei
molteplici stimoli a cui noi siamo sottoposti e che elaboriamo sulla base di informazioni contestuali
tramite inferenze per riuscire a comprendere ciò che ci viene comunicato.
Secondo loro, la rilevanza ha un ruolo fondamentale nella conoscenza umana. Noi esseri umani
siamo costantemente sottoposti a una quantità notevole di stimoli: immagini visive, suoni,
proferimenti linguistici, pensieri, ricordi. Quando questi stimoli sono rilevanti? La risposta di
Sperber e Wilson è che questi stimoli sono rilevanti quando ci permettono di fare nuova
conoscenza, cioè quando producono effetti cognitivi nuovi. L’idea è che quando noi siamo
sottoposti a stimoli, questi possono servirci per rispondere a domande, sollevare dubbi, avanzare
ipotesi e così via. Tutti questi effetti cognitivi presuppongono un’interazione fra gli stimoli e il
contesto in cui questi stimoli sono inseriti.
4 Ma che cosa rende uno stimolo più rilevante di un altro? Secondo Sperber e Wilson, sono due i
fattori che rendono rilevante uno stimolo, l’effetto cognitivo e lo sforzo richiesto per raggiungere
quell’effetto. E questi due fattori influenzano il grado di rilevanza nel modo seguente:
a) maggiore è l’effetto cognitivo, maggiore è la rilevanza dello stimolo
b) minore è lo sforzo richiesto, maggiore è la rilevanza dello stimolo
Consideriamo innanzitutto perché il grado di rilevanza è connesso al grado di effetto cognitivo
ottenuto. Sperber e Wilson prendono in considerazione l’esempio di un cuoco che deve preparare
un pranzo per 10 persone; per il cuoco l’informazione che tre di queste persone sono vegetariane è
più rilevante dell’informazione che 3 di loro sono buddiste. La ragione è che per quelli che sono gli
interessi del cuoco, l’informazione che 3 persone sono vegetariane è più rilevante dell’informazione
che 3 di loro sono buddiste; le persone buddiste sono infatti generalmente vegetariane (ma
potrebbero anche non esserlo) inoltre le persone che non sono buddiste potrebbero essere anch’esse
vegetariane. In altre occasioni, l’informazione che certe persone sono buddiste può essere più
rilevante del fatto che sono vegetariane.
Tuttavia l’effetto cognitivo non è l’unico fattore che determina la rilevanza, anche lo sforzo
richiesto ha una sua importanza e uno stimolo è tanto più rilevante quanto minore è lo sforzo
richiesto per essere elaborato. Supponiamo che il cuoco descritto precedentemente si trovi di fronte
alla scelta fra la semplice asserzione che tre dei convitati sono vegetariani e un opuscolo in cui è
presentata una breve biografia dei convitati insieme all’informazione se sono vegetariani o meno. È
evidente che la prima alternativa (cioè la semplice informazione che tre dei convitati sono
vegetariani) è più rilevante. E in questo caso la prima alternativa è più rilevante perché lo sforzo per
ottenere l’informazione desiderata è minore.
In sintesi quindi si può dedurre da queste osservazioni, quello che viene definito “Il principio
cognitivo della rilevanza” cioè
Principio cognitivo della rilevanza: la cognizione umana è progettata per la massimizzazione
della rilevanza.
E’ importante confrontare questo principio col principio di cooperazione proposto da Grice. Per
Grice gli esseri umani si comportano sulla base di un principio di cooperazione che è un principio di
razionalità, ma è possibile evitare di rispettare questo principio. Invece per Sperber e Wilson il
principio di rilevanza è un principio che non può non essere seguito, gli esseri umani sono fatti in
modo che non possono evitare di attenervisi.
E’ inoltre importante tener presente che sebbene gli esseri umani tendano a massimizzare la
rilevanza, non sempre ci riescono. Quello che il principio sottolinea è che questa è la loro tendenza
principale e non possono fare a meno di attenersi ad esso.
3.1.3 Come avviene la comunicazione
La comunicazione presuppone il principio di rilevanza, presuppone cioè che le persone tendano a
massimizzare la rilevanza. Questo presupposto è utile da una parte per riuscire a interpretare il
comportamento degli altri e a renderlo prevedibile. Ma è utile anche nel momento della
comunicazione perché secondo Sperber e Wilson ogni atto comunicativo si attiene al “Principio
comunicativo della rilevanza”, il principio è il seguente:
Principio comunicativo della rilevanza: ogni atto di comunicazione inferenziale presuppone la
rilevanza ottimale dello stesso atto
Innanzitutto bisogno distinguere fra atto informativo e atto comunicativo. Un atto informativo è
un atto in cui semplicemente si fa in modo che l’interlocutore abbia una certa conoscenza, ma non
che gli è stata comunicata. Supponiamo Jill sia a una festa organizzata da Piero e Jill sa che Piero
5 vuole che i suoi ospiti siano soddisfatti. Lascia quindi il suo bicchiere vuoto in bella vista e quando
Piero lo vedrà saprà che Jill ha sete. In questo caso, Piero viene a sapere che Jill ha sete, ma non sa
che Jill vuole che lui lo sappia. Quindi Piero ha un’informazione, ma non gli viene comunicata
direttamente da Jill.
Supponiamo che invece Jill alzi il suo bicchiere vuoto e guardando Piero negli occhi gli dica “il
mio bicchiere è vuoto!”. In questo caso Piero non solo ha un’informazione, ma sa anche che Jill
vuole che lui la abbia. Per questa ragione in questo caso si ha un atto comunicativo.
Ora che abbiamo definito in cosa consiste la comunicazione, cerchiamo di comprendere come il
principio comunicativo della rilevanza governi la comprensione della comunicazione. Quello che il
principio ci dice è che la comunicazione presuppone che la rilevanza sia ottimale. Affinché la
rilevanza sia ottimale chi comunica deve fare in modo che chi riceve il messaggio arrivi a
comprenderlo. Quindi il messaggio deve aumentare il contenuto cognitivo di chi lo riceve e deve
inoltre essere fatto in modo da richiedere uno sforzo limitato da parte di chi riceve il messaggio.
Quando chi riceve il messaggio è arrivato a un contenuto che ritiene accettabile il processo
inferenziale viene interrotto e il ricevente accetta il contenuto a cui è pervenuto.
Per far comprendere la loro idea, Sperber e Wilson fanno un esempio. Prendono in
considerazione lo scambio seguente:
Piero: Per la festa di compleanno di Billy, sarebbe bello organizzare uno spettacolo.
Maria: Archie è un mago. Chiediamoglielo.
Supponiamo che la parola “mago” sia ambigua per Piero, può significare qualcuno con poteri
soprannaturali o qualcuno che fa giochi di prestigio. Il secondo significato è sicuramente quello
attivato per primo da Piero dati i suoi interessi del momento, egli quindi compie una certa inferenza
a partire dal messaggio linguistico che gli è stato fornito da Maria. E ovviamente Maria si aspetta
che questo sia il significato attivato da Piero e che egli sia in grado di compiere questa inferenza.
Inoltre poiché Piero è naturalmente portato a compiere questa inferenza e questa inferenza lo
soddisfa, egli è naturalmente portato a concludere il suo processo inferenziale.
Un analogo processo inferenziale sarà compiuto da Piero per interpretare “chiediamoglielo” che
può essere interpretato tanto come “chiediamolo a Archie” che come “chiediamolo a Billy”. Ancora
una volta le informazioni di sfondo porteranno Piero a fare l’inferenza dovuta e Maria ad aspettarsi
che Piero la faccia.
3.1.4 La costruzione del significato (il linguaggio approssimativo)
Sperber e Wilson ritengono che per riuscire a intendere il linguaggio approssimativo, noi
compiamo delle inferenze a partire dal significato letterale di ciò che ci viene comunicato e sulla
base del principio comunicativo della rilevanza.
Ci sono due processi che vengono presi in considerazione: il processo di restringimento del
significato codificato [narrowing] e il processo di ampliamento del significato codificato
[broadening]. Prendiamo in considerazione i due processi separatamente.
Incominciamo a considerare il processo di restringimento. Si considerino i seguenti esempi:
(a) Federica Pellegrini è alta
(b) Piero: Gérard ama mangiare?
Maria: E’ francese.
Nel primo caso, applichiamo il predicato “essere alta” a Federica Pellegrini. Ma tutti gli esseri
umani hanno un’altezza. Quando diciamo che una persona è alta, stiamo dicendo che la sua altezza
è superiore alla media. Quindi il significato codificato di ALTA viene ristretto nel significato
ALTA*. Nel caso (b), quello che Maria intende non è tanto che Gérard ha nazionalità francese,
6 quanto che risponde a un tratto prototipico dei francesi, cioè quello di amare la cucina. Quindi
quello che si intende è che Gérard non solo è francese, ma rispecchia il prototipo del francese.
In questi casi abbiamo visto che abbiamo a che fare con un processo di restringimento del
significato: si parte dal significato codificato da una certa parola, ma si selezionano solo alcune
proprietà che hanno gli oggetti a cui il termine inteso letteralmente è usato.
Consideriamo ora i casi di ampliamento del significato codificato da certi termini. Si prendano in
considerazione i seguenti esempi:
(c)
(d)
(e)
(f)
(g)
L’Olanda è piatta
Le pietre formano un cerchio
(con il proposito di fare un picnic, indicando una pietra piatta) Questo è un tavolo!
(allungando a qualcuno un fazzoletto di carta) Eccoti un Kleenex!
(allungando a qualcuno un tovagliolo di carta) Eccoti un Kleenex!
Nei casi (c) e (d), le parole “piatta” e “cerchio” sono approssimazioni, una parola con un significato
relativamente ristretto è estesa a casi che fuoriescono dalla sua denotazione abituale. Ma come è
possibile questa estensione di significato? Una certa parola richiama alla mente un certo insieme di
caratteristiche che possono essere estese anche al di là degli oggetti letteralmente denotati.
Ad esempio, la parola “piatta” richiama alla mente una serie di caratteristiche, fra cui quella di
non presentare avvallamenti o promontori, questa caratteristiche vengono così applicate all’Olanda,
permettendo di inferire che l’Olanda è un buon posto per andare in bicicletta, ma non è un buon
posto per scalare.
E’ interessante notare che il significato letterale è mantenuto nel caso del restringimento, ma non
nel caso dell’ampliamento del significato. Nel caso del restringimento, l’oggetto ha solo una parte
delle proprietà dell’oggetto denotato (ad esempio, solo una parte ridotta degli oggetti che hanno
un’altezza ha un’altezza superiore alla media), mentre nel caso dell’ampliamento l’oggetto ha solo
alcune delle proprietà possedute da tutti gli oggetti che sono nell’estensione del termine (ad
esempio, l’Olanda ha solo alcune delle proprietà possedute dagli oggetti piatti).
E’ inoltre interessante notare che alcune delle inferenze che si possono fare sulla base della
parola sono simultaneamente evocate dal contesto. Ad esempio quando si dice “Eccoti un
Kleenex!” in presenza di un fazzoletto o un tovagliolo di carta, quello che la parola “Kleenex”
richiama è il fatto che si tratta di oggetti per soffiarsi il naso; se il contesto è tale che la persona a
cui è rivolta la nostra frase ha appena starnutito, allora possiamo dedurre che ciò che è inteso è che
il tovagliolo o fazzoletto di carta può essere ciò di cui ha bisogno la persona a cui l’affermazione è
rivolta.
Secondo Sperber e Wilson il contenuto esplicito dell’affermazione è ciò che il parlante è in
grado di inferire a partire dalle idee evocate da una certa parola insieme al contesto di emissione
della stessa. Quindi di fronte all’affermazione “Federica Pellegrini è alta” quello che la maggior
parte delle persone arriva a intendere è che è più alta della media, e di fronte all’affermazione
“Eccoti un Kleenex!” detto a una persona che ha appena starnutito, la maggior parte delle persone
capisce che quello è un oggetto che può essere usato per soffiarsi il naso.
Come è stato osservato da Carston, si può anche dare il caso che il restringimento e
l’ampliamento avvengano contemporaneamente. Si riconsideri il caso (b) preso in considerazione
precedentemente, ma si assuma che Gérard non sia francese, ma di Monaco. In questo caso
abbiamo un restringimento del significato di “francese”, in quanto si fa appello a una proprietà
posseduta da alcuni francesi: la proprietà di rispecchiare lo stereotipo francese, ma si ha anche un
ampliamento di “francese” che non si applica solo ai francesi, ma anche a coloro che rispettano lo
stereotipo.
Quello che quindi questi esempi vogliono mostrare è che non è assolutamente detto che un
parlante arrivi prima a comprendere l’interpretazione letterale di un enunciato per poi passare al
7 contenuto inteso, anzi gli esempi mostrano che il parlante arriva ad intendere il significato inteso
tramite inferenza e non si sofferma sul significato letterale.
Si può istituire un continuo fra i casi si approssimazione (come in (c) e (d)) e i casi di iperbole,
anzi uno stesso enunciato può essere usato in situazioni diverse per esprimere un’approssimazione o
un’iperbole.
Si pensi al caso seguente:
(h) Maria dice a Piero: “la minestra è bollente”
Si può immaginare che Maria lo dica a Piero che sta avvicinando il cucchiaio alla bocca per
informarlo che rischia di scottarsi (in questo caso si ha un’iperbole). Oppure si può pensare che
Maria lo dica anche se la minestra non ha ancora iniziato a bollire perché vuole informare Piero che
ha preparato la zuppa e che ha precisato che la minestra non deve bollire (in questo caso si ha
un’approssimazione). Oppure possiamo pensare che Maria lo dica perché sa che Piero deve
schiumare la minestra quando è bollente (e in questo caso si ha un uso letterale).
Si può quindi osservare che il significato codificato da solo non può permetterci di comprendere
il significato esplicito dell’enunciato se non si conosce il contesto di emissione. Ora, per Sperber e
Wilson, il continuo che si crea fra enunciati letterali e enunciati approssimativi arriva fino ai casi di
metafora: in tutti questi casi, il significato codificato dell’enunciato si combina con le informazioni
sul contesto per poter inferire il significato esplicito dell’enunciato.
3.1.5 La metafora e il legame con i casi considerati precedentemente
Sperber e Wilson mettono in evidenza che si può istituire un continuo fra i casi di ampiamento
del significato codificato e i casi di metafora, passando per i casi di iperbole.
Nei casi di ampliamento del significato codificato precedentemente analizzati, abbiamo visto che
l’ampiamento può riguardare proprietà marginali delle cose a cui il termine si applica letteralmente,
ma può anche riguardare proprietà centrali a cui il termine si applica letteralmente. Ad esempio,
quando diciamo che Gérard è francese pur essendo di Monaco, stiamo ampliando la proprietà essere
francese a chi ha una caratteristica marginale dell’essere francese, quella di amare la cucina.
Quando invece diciamo di un tovagliolo di carta che è un Kleenex stiamo attribuendo al tovagliolo
una proprietà centrale dei Kleenex, cioè quella di essere utile per soffiarsi il naso.
Anche nei casi di metafora si ha un ampliamento o di una proprietà centrale dell’oggetto
denotato o di una proprietà marginale. Ad esempio in “L’uomo è un roseto pensante, il più debole
in natura” (Pascal), la parola “roseto” serve per trasmettere l’idea di debolezza, una proprietà
marginale dei roseti, in questo caso si ha quindi un ampliamento del significato letterale che
riguarda una proprietà marginale. Ma ci sono anche casi di ampliamento su proprietà centrali
dell’oggetto letteralmente denotato. Ad esempio in “Enrico era orgoglioso della sua criniera”
abbiamo un caso in cui la parola “criniera” è ampliata, ma la proprietà di essere una folta peluria
sulla testa è una proprietà centrale delle criniere.
Ci sono poi casi in cui le proprietà marginali e le proprietà centrali si combinano. Si consideri ad
esempio questa osservazione fatta riguardo a George Bush che si è pulito gli occhiali nella
camicetta di una signora inconsapevole durante un programma televisivo: “Siamo tutti Keenex
umani per lui”. Le persone sono descritte come Kleenex, la proprietà centrale dei Kleenex è quella
di poter essere usata per pulire occhiali (o naso), ma una proprietà marginale dei Kleenx è quella di
essere di poco valore. Queste due proprietà quella centrale e quella marginale sono estese agli esseri
umani.
Ci sono casi di metafora in cui si ha un duplice procedimento: il procedimento di ampliamento e
quello di restringimento del significato. Si consideri ad esempio “Maria è un angelo”, in questo caso
si ha un restringimento del significato di “angelo” che si applica solo a una sottocategoria degli
angeli, quella di prendersi cura degli altri (escludendo gli angeli vendicativi o collerici), ma si ha
8 anche un ampliamento del significato letterale di angelo perché si applica a tutte le persone che si
prendono cura degli altri.
3.1.6 I passi inferenziali
Uno degli obiettivi di Sperber e Wilson è dimostrare che il contenuto di un enunciato metaforico
si ottiene attraverso passi inferenziali, e quindi non è mai l’effetto di un procedimento standard e
automatico. L’idea è che l’ascoltatore assume che il parlante adotta il principio comunicativo della
rilevanza (in base al quale ciò che comunica è massimamente rilevante) e attraverso aggiustamenti
progressivi a partire dal significato letterale dell’enunciato e dal contesto di emissione arriva a
stabilire il contenuto inteso.
Sperber e Wilson sottolineano che questo procedimento è seguito tanto nei casi di enunciati in
cui si ha un semplice ampliamento del significato inteso quanto negli enunciati metaforici.
Gli esempi che confrontano sono i seguenti scambi di battute:
Piero: Per la festa di compleanno di Billy, sarebbe bello organizzare uno spettacolo.
Maria: Archie è un mago. Chiediamoglielo.
e
Piero: Soffro di mal di schiena da tempo, ma nessuno è riuscito a risolverlo.
Maria: Il mio chiropratico è un mago. Prova a consultarlo.
Nel primo caso, abbiamo una semplice disambiguazione del termine “mago”, nel secondo caso
invece c’è un ampliamento del significato letterale per arrivare a comprendere il significato
metaforico. L’ipotesi di partenza è che la parola “mago” sia ambigua e quindi abbia due significati
letterali: (i) persone che compie gesti soprannaturali e (ii) persona che fa giochi di prestigio per
divertire le persone. Nel primo caso, Piero è in grado di inferire dal contesto che il significato
rilevante è il secondo. Nel secondo caso, nessuno dei due significati letterali è adeguato, ma Piero
può inferire a partire dal primo significato letterale che il chiropratico è una persona che fa cose
straordinarie. In entrambi i casi però Piero può arrivare a capire il significato esplicito attraverso un
processo inferenziale che prende l’avvio dal significato letterale e dal contesto per arrivare al
significato inteso.
Questa osservazione permette a Sperber e Wilson di risolvere il problema della proprietà
emergente discusso in letteratura. Per riuscire a intendere il problema, si consideri il seguente
enunciato: “Questo chirurgo è un macellaio”. Quando si usa questo enunciato, si intende
comunicare che il chirurgo è incompetente e pericoloso, ma i macellai non sono per definizione
incompetenti e pericolosi. Se quindi arriviamo a comprendere il significato inteso semplicemente
per associazione, non riusciamo a spiegare come si possa arrivare a questa conclusione.
Se invece accettiamo che il significato esplicito è inferito a partire dal significato letterale e dal
contesto possiamo spiegare come si arriva a comprendere il contenuto inteso. Si parte dalla
proprietà dei macellai di tagliare la carne, una proprietà che i macellai condividono con i chirurghi.
Gli obiettivi degli appartenenti alle due professioni divergono: i chirurghi devono tagliare lasciando
intatte tutte le attività vitali, i macellai non hanno queste preoccupazioni. Emerge quindi da queste
riflessioni inferenziali un nuovo concetto macellaio, che viene chiamato MACELLAIO* che è uno
che taglia la carne senza preoccuparsi delle attività vitali e questa proprietà è appunto attribuita ai
chirurghi incompetenti.
3.1.7 Maggiore o minore forza delle implicature e metafore
Le implicature non hanno tutte la stessa rilevanza, alcune sono più forti di altre. Si consideri il
seguente esempio. Si supponga che un passeggero arrivi all’aeroporto per andare ad Atlanta e il suo
9 aereo dovrebbe arrivare per le 2 del pomeriggio, ma scopra che l’aereo è in ritardo. Va
dall’impiegato della compagnia aerea e dice:
(A) Devo essere ad Atlanta entro le 5 del pomeriggio. Ce la faccio?
L’impiegato risponde con (B) o (C):
(B) Il suo aereo avrà un ritardo di almeno 20 minuti
(C) Il suo aereo avrà un ritardo di almeno due ore
Le affermazioni (B) e (C) implicano rispettivamente (D) e (E)
(D) Ha almeno 20 minuti per fare quello che vuole prima della partenza
(E) Ha almeno due ore per fare quello che vuole prima della partenza
Ma (B) e (C) implicano anche debolmente rispettivamente (F) e (G):
(F) Ha il tempo di bersi un caffè prima della partenza
(G) Ha il tempo di fare un pasto prima della partenza
Inoltre sia (B) che (C) implicano debolmente:
(H) Arriverà ad Atlanta dopo le 5 del pomeriggio
Ora questa differenza fra implicature forti e deboli è utile anche quando si considerano le
metafore. Ad esempio nei casi di metafore poetiche, gli effetti poetici sono da intendersi come
implicature deboli. Si pensi ad esempio al seguente Haiku giapponese di Basho:
Su un ramo spoglio
Un corvo che si posa.
Serata d’autunno.
In questo caso la descrizione letterale implica debolmente una gran quantità di implicature che
combinano paesaggio, stagione, momento della giornata, atmosfera e così via. E questo effetto
cambia da lettore a lettore.
Ci sono anche metafore non poetiche che hanno implicature deboli. Si pensi a una donna che si
rivolge a un rozzo pretendente con le seguenti parole:
“Allontana le tue zampe da me”
In questo caso ovviamente non c’è alcun intento poetico, ma con la parola “zampa” si vuole far
intendere che il pretendente è rozzo, arrogante e animalesco.
Anche in questo caso, non si ha semplicemente un’estensione del significato, l’estensione del
significato infatti spiegherebbe come da “zampa” si possa arrivare a una proprietà centrale delle
zampe, cioè “estremità del corpo” e quindi a denotare anche le mani dell’ascoltatore, ma non spiega
come sia possibile che venga trasmessa l’idea che l’interlocutore è animalesco e rozzo.
Se invece si accetta che viene compiuta un’operazione inferenziale a partire dal contenuto
letterale dell’enunciato e dal contesto fino a quando il contenuto non soddisfa le aspettative di
rilevanza dell’ascoltatore, allora si può spiegare questo fatto. Questo processo permette di arrivare a
un concetto ZAMPA* che include le mani degli esseri umani ma mantiene anche l’aspetto rozzo e
animalesco che viene associato a certe parti del corpo degli animali. A partire dal concetto
10 ZAMPA* l’ascoltatore può trarre certe implicature deboli sul contenuto dell’enunciato che però non
sono scontate e possono cambiare da persona a persona.
Un altro esempio che viene preso in considerazione da Sperber e Wilson (e su cui Carston
adotterà un atteggiamento diverso dal loro) è la poesia di Carl Sandburg “Nebbia”. Ecco qui sotto la
traduzione italiana:
La nebbia viene
con piccoli piedi di gatto.
Si siede, sogguardando
il porto e la città,
sui fianchi silenziosi.
Poi prosegue.
Prendiamo in considerazione i primi due versi. In questo caso, Sperber e Wilson ci dicono che è
parte del contenuto esplicito dell’enunciato che la nebbia venga CON PICCOLI PIEDI DI
GATTO*. Il contenuto esplicito è quindi ottenuto attraverso un aggiustamento contestuale
dell’espressione “con piccoli piedi di gatto”. Una volta ottenuto questo contenuto esplicito si
possono trarre altre implicature deboli che combinano il modo in cui un’atmosfera, un luogo e un
sentimento sono presentati.
Riassumiamo alcune delle idee fondamentali proposte da Sperber e Wilson. Sperber e Wilson si
propongono principalmente di mostrare che la comunicazione umana è retta dal principio di
rilevanza. In base a questo principio gli esseri umani sottoposti a qualunque stimolazione tendono a
inferire le informazioni che sono rilevanti per i loro fini. Questo mostra che non si preoccupano
semplicemente di decodificare il messaggio che hanno ricevuto, ma che a partire dal messaggio e
dal contesto si preoccupano di inferire il messaggio rilevante per gli scopi che di volta in volta si
prefiggono.
La metafora non è diversa, anche nel caso della metafora viene compiuta un’implicatura a partire
dal contenuto letterale e dal contesto di emissione, tramite progressivi aggiustamenti. Tuttavia ci
sono differenze anche fra le diverse metafore: in alcuni casi il contenuto esplicito si ottiene
semplicemente tramite un’inferenza, in altri casi oltre a un’implicatura forte che permette di
comprendere il contenuto esplicito, possono essere attivate implicature deboli che variano da
individuo a individuo.
3.2 Robyn Carston: un duplice approccio alla metafora
R. Carston, “Metaphor: Ad Hoc Concepts, Literal Meaning and Mental Images”, in Proceedings of the Aristotelian Society, 2010, vol. 110, pp. 295-­‐321
R. Carston è stata profondamente influenzata dalla teoria della Rilevanza di Sperber e Wilson e
lei stessa ha sostenuto e difeso tale teoria. Nel saggio che prendiamo in considerazione assume però
un atteggiamento diverso, propone di integrare e rivedere quello che tradizionalmente sostengono i
teorici della rilevanza riguardo alle metafore per poter fornire una descrizione più esauriente di
come gli esseri umani arrivano a comprendere le metafore.
3.2.1 Diverse metafore
Nella prima parte del saggio Robyn Carston mette in evidenza che ci sono diversi tipi di
metafore. Generalmente si distingue fra metafore ‘ordinarie’ e metafore ‘letterarie’, Robyn Carston
però mette in luce che tale distinzione innanzitutto non può essere rigida e inoltre si possono
compiere distinzioni un po’ più raffinate.
Carston prende in considerazione 8 esempi di metafora, cioè i seguenti:
(1) Il mio avvocato è uno squalo
11 (2) Il fiume trasuda olio e catrame
(3) L’amore è il faro e i superstiti sono marinai (traduzione di ‘Hana’ di Oskar Davico)
(4) E quando ti troverai sulla cima della montagna, non temere di buttarti: o volerai o Egli ti
prenderà nelle Sue braccia (predicatore cristiano)
(5) I boccioli della speranza e dell’amore spuntati dopo uno o due giorni di sole si sono
ghiacciati di nuovo finché l’albero è morto (traduzione di Harriet Beecher Stowe, The True
Story of Lady Byron’s Life)
(6) Mi sono trovato a pensare perché non sei andato in quello scompartimento del tuo cervello in
cui si suppone si trovino le idee e hai bussato alla porta; avresti potuto scoprire che non era
completamente chiusa (commento giornalistico su un regista)
(7) La nebbia viene
con piccoli piedi di gatto.
Si siede, sogguardando
il porto e la città,
sui fianchi silenziosi.
Poi prosegue.
Tratto da: Poesia di Carl Sandburg - La poesia della nebbia | Poesie di Carl Sandburg | Poeti
Stranieri - Poesie Report On Line http://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-carlsandburg/poesie-di-carl-sandburg-arriva-la-nebbia.html#ixzz2cnPiPlqN
(8) Se esse [le anime] sono due, lo sono come
le due inflessibili parti di un compasso,
la tua anima, il piede fisso, non dà segno di muoversi,
ma lo fa, se l'altro piede si muove.
E sebbene esso sia posato nel centro,
eppure quando l'altro gira lontano,
si china prontamente verso di lui,
e si erge, quando l'altro torna a casa.
Così tu sarai per me, io che devo correre
obliquamente, come l'altro piede;
la tua fermezza traccerà il mio cerchio perfetto,
e mi farà terminare là dove ho cominciato
(Traduzione di “Un commiato” di John Donne)
Robyn Carston sottolinea alcuni aspetti interessanti:
1) sebbene tutti questi esempi abbiano un carattere evocativo, alcuni (soprattutto gli ultimi
due in cui la metafora è molto estesa) sono più evocativi di altri
2) alcuni hanno un contenuto proposizionale. Ad esempio (1) e (6) hanno un contenuto
proposizionale, è ragionevole che una persona che ascolti ciascuno dei due possa
manifestare il suo accordo o il suo dissenso. Mentre (7) e (8) non sembrano avere un
12 contenuto proposizionale e in generale sembra inappropriato manifestare il proprio
assenso o dissenso su di essi, sembra invece appropriato affermare che le metafore sono
più o meno efficaci.
3) Alcuni sono più familiari (il più familiare in assoluto è (1), seguito da (2), (4), (5) e (6)),
altri invece sono inusuali e inventivi (come (3), (7) e (8)).
4) Alcuni appartengono al linguaggio comune, hanno un carattere convenzionale, sembrano
dettati da spontaneità. Altri sono invece più sofisticati e inusuali.
5) Alcuni hanno una forma grammaticale molto semplice (hanno la forma “X è Y”) e
sembrano facilmente convertibili in una similitudine, altri hanno una forma grammaticale
molto più complessa.
Tutte queste diverse caratteristiche possono essere raggruppate in due categorie:
A) da una parte ci sono le metafore ‘odinarie’ che sono usate nel linguaggio comune, hanno una
forma grammaticale semplice, sono familiari e convenzionali, hanno un contenuto
proposizionale e un ridotto potere evocativo
B) d’altra parte ci sono le metafore ‘letterarie’ che sono attentamente studiate, hanno una forma
grammaticale complessa e articolata, sono inusuali e hanno un forte potere evocativo.
Quello che generalmente ci si aspetta è che un resoconto filosofico della metafora si applichi in
ugual modo a entrambi i tipi di metafora. Quello che invece propone Carston non è di dividere
nettamente fra i due tipi di metafora, ma di sostenere che ci sono due modi diversi di intendere le
metafore (i due modi sono una rielaborazione dei due modi proposti da Sperber e Wilson).
Prima di presentare i due modi di comprendere le metafore, Carston prende in considerazione
due tipi di teorie della metafora; vedremo che il suo obiettivo è quello di conciliare gli aspetti più
interessanti delle due teorie. Le due tipologie di teoria della metafora sono chiamate da Carston
(riprendendo una terminologia di Martin Davies): teoria della proposizione e teoria dell’immagine.
3.2.2 La teoria della proposizione e la teoria dell’immagine
La distinzione fra teoria della proposizione e teoria dell’immagine è stata proposta per la prima
volta da Martin Davies nel 1982 e viene ripresa da Carston.
La teoria dell’immagine ha il suo esponente più illustre in Davidson. Secondo Davidson, gli
enunciati metaforici non hanno un significato metaforico, l’enunciato metaforico ci permette di
vedere l’oggetto in discussione in una nuova luce: la metafora evoca in noi certe immagini mentali.
In opposizione ai sostenitori della teoria dell’immagine, i sostenitori della teoria della
proposizione sostengono che un parlante che usa una metafora comunica un contenuto
proposizionale. A seconda dei diversi filosofi che hanno sostenuto questa tesi, tale contenuto può
essere implicato e andare al di là del contenuto vero-condizionale dell’enunciato (Grice), può essere
il contenuto esplicito dell’enunciato (Sperber e Wilson) o può essere asserito (Bergman). La tesi
condivisa dai proponenti della teoria della proposizione è che il contenuto proposizionale
dell’enunciato metaforico è comunicato solo in modo indiretto, la proposizione espressa
letteralmente è solo un veicolo attraverso cui si arriva a comprendere il significato inteso dal
parlante. Inoltre i sostenitori della teoria della proposizione riconoscono che non c’è fine
all’interpretazione metaforica e in questo senso i sostenitori della teoria della proposizione
sembrano convergere con Davidson che aveva sottolineato il fatto che non c’è un fine a ciò che si
può menzionare quando si vuole rendere conto di una metafora.
C’è tuttavia una differenza fondamentale: Davidson sostiene che ciò a cui noi poniamo
attenzione tramite una metafora non ha un carattere proposizionale, mentre per i sostenitori della
teoria della proposizione il contenuto di un enunciato metaforico ha carattere proposizionale. Per
Davidson, l’enunciato metaforico è paragonato a un’opera d’arte figurativa o un pezzo di musica,
non è possibile tradurre in parole il contenuto di ciò che è espresso da tali opere, allo stesso modo
non è possibile tradurre in parole il contenuto della metafora.
13 L’obiettivo di Carston è analizzare come noi arriviamo a comprendere gli enunciati metaforici (il
suo intento è quindi non tanto teorico, ma ha una natura più sperimentale) e ciò che si propone di
dimostrare che la nostra comprensione degli enunciati metaforici ha tanto una componente
proposizionale/concettuale, quanto una componente immaginativa. E il peso di ciascuna di queste
due componenti varia molto da caso a caso.
Per presentare la sua posizione, Carston prende l’avvio dall’approccio proposizionale della teoria
della rilevanza (la teoria che lei stessa ha difeso in altri scritti) e poi procederà a spiegare come
questo approccio vada integrato.
3.3.3 La teoria della rilevanza: l’inferenza
Robyn Carston ci presenta la teoria della rilevanza in base alla quale un modo di intendere la
metafora è tramite inferenza, come abbiamo visto i sostenitori della teoria della rilevanza
distinguono fra due modi diversi di intendere la metafora: la comprensione tramite inferenza (o
implicatura forte) e la comprensione tramite implicatura debole. Cominciamo a considerare i casi di
inferenza. L’idea è che chi usa un enunciato metaforico comunica direttamente un contenuto
proposizionale e il procedimento per arrivare a intendere tale contenuto è paragonabile ai casi di uso
approssimativo del linguaggio [loose talk] e ai casi di iperbole.
Sulla base del contesto di emissione di un certo enunciato chi ascolta è in grado di compiere
un’inferenza che gli permette di intendere il contenuto esplicito. Ad esempio nel caso
dell’enunciato “Il mio avvocato è uno squalo”, chi ascolta è in grado di inferire che il contenuto
esplicito è “L’avvocato X è uno SQUALO*” (dove SQUALO* è un concetto diverso dal significato
codificato della parola “squalo” e il parlante è in grado di inferirlo a partire dal contesto). Una volta
inteso il contenuto esplicito, l’ascoltatore è in grado di trarre alcune implicazioni come ad esempio
“L’avvocato X è spietato, crudele con i suoi avversari, si approfitta finanziariamente dei suoi
clienti, ecc.”
Per mettere in luce che il significato codificato di un enunciato non è sufficiente per stabilire il
contenuto esplicito, Carston considera un enunciato che in contesti diversi può essere interpretato o
letteralmente o come un’approssimazione o come un’iperbole o come una metafora.
L’enunciato è il seguente: “L’acqua è bollente”. L’enunciato può essere usato letteralmente in
quanto la temperatura è al di sopra dei 100°C, in modo approssimativo (quando ad esempio lo si
vuole usare per fare il thé), in modo iperbolico (ad esempio perché è spiacevole introdurvi le mani)
o metaforicamente (ad esempio quando l’acqua di un lago forma bolle o emette fumi, anche se la
temperatura non è neanche lontanamente vicina a quella dell’ebollizione).
Ciò che i teorici della rilevanza sostengono è che in tutti questi casi si arriva a stabilire il
contenuto esplicito dell’enunciato nello stesso modo seguendo i dettami del principio di rilevanza: a
partire dal contesto e dall’enunciato, per approssimazioni successive si arriva a intendere qual è il
significato inteso nell’uso dell’enunciato. Nel caso della parola “bollente”, l’idea è che il suo
significato letterale sarà progressivamente aggiustato fino a quando chi interpreta l’enunciato
ottiene un contenuto esplicito soddisfacente.
Questo resoconto si trova a dover affrontare due difficoltà. (a) La prima riguarda l’adeguatezza
della nozione di contenuto metaforico. L’idea alla base dei sostenitori della teoria della rilevanza è
che il contenuto esplicito dell’enunciato metaforico è un contenuto vero-condizionale. Tuttavia ogni
tentativo di fornire una parafrasi letterale di tale contenuto è destinato al fallimento: (i) include più
di quanto può essere incluso in un enunciato letterale, (ii) non riesce a riprodurre l’essenza del
contenuto della metafora. Altri filosofi hanno affrontato direttamente questa difficoltà, Carston si
limita ad assumere che il contenuto metaforico delineato dai teorici della rilevanza sia adeguato a
rendere conto del contenuto esplicito (le condizioni di verità), senza dover assumere che questo è
tutto il contenuto.
(b) La seconda difficoltà che rileva Carston è più direttamente pertinente allo sviluppo della sua
teoria. Si tratta del fatto che questa teoria sembra non rendere conto del contenuto nonproposizionale degli enunciati metaforici (cioè ciò su cui Davidson aveva attratto l’attenzione). Gli
14 enunciati metaforici hanno un carattere figurativo, attraggono l’attenzione su proprietà sensoriali,
fenomeniche e immaginative e questa caratteristica non è riconosciuta dalla teoria della rilevanza.
Su questo aspetto, come vedremo, Carston proporrà un’integrazione importante della teoria della
rilevanza.
Vale però la pena di considerare un possibile modo di reagire a questa seconda obiezione che
Carston rifiuta. Si può ritenere che la teoria della rilevanza si applichi adeguatamente solo ai casi in
cui il significato metaforico è relativamente convenzionale, cioè a parole come “squalo”, “santo”,
“diavolo”, “bollente”, “blocco di ghiaccio”, “macellaio”, “schiacciasassi” ecc. Si tratta di casi in cui
il senso metaforico di certe parole può essere trovato nei dizionari e il cui potere evocativo è molto
diminuito. Carston rifiuta questa reazione: non è vero che la teoria della rilevanza per la formazione
di inferenze si applichi solo a casi di questo tipo, ma si applica anche a casi relativamente nuovi. Si
pensi ad esempio ai seguenti enunciati: “La foresta mormora”, “Il mio giardino è un postribolo di
fiori” o “Dovresti conoscere mia nonna, ti metterebbe la testa a posto: è una vera raschiatrice”. In
questi casi, le parole che richiedono la formulazione di concetti ad hoc non sono parole il cui
significato metaforico è convenzionale, eppure si può ritenere che tramite un processo inferenziale
chi interpreta tali enunciati arrivi a comprendere il contenuto esplicito.
Quest’ultima osservazione di Carston è utile per capire che non intende abbandonare la teoria
della rilevanza, ma intende invece proporre un’integrazione. Prima di vedere in cosa consiste
l’integrazione proposta da Carston, dobbiamo considerare come Carston considera gli altri casi di
metafora presi in considerazione dai sostenitori della teoria della rilevanza, quelli in cui il contenuto
metaforico è raggiunto tramite implicature deboli.
3.3.4 La teoria della rilevanza: le implicature deboli
Carston sa che i teorici della rilevanza ritengono che nei casi in cui la metafora è letteraria o
estesa non basta l’inferenza per comprendere il contenuto esplicito, ma hanno un ruolo anche
implicature deboli che possono variare da individuo a individuo.
Carston si propone di prendere in considerazione questi due diversi modi di comprendere la
metafora e di indagare per ciascuno di essi quale ruolo svolge il contenuto letterale della metafora.
Nell’analizzare il ruolo del contenuto letterale negli enunciati metaforici, Carston ha due obiettivi
principali: da una parte si propone di valorizzare l’idea di Davidson che il significato letterale delle
parole resta attivo all’interno dell’espressione metaforica, in secondo luogo il significato letterale
(come verrà messo in rilievo nel prossimo paragrafo) è strettamente connesso alla dimensione
figurativa e fenomenologica della metafora.
Carston prende in considerazione alcuni esperimenti psicolinguistici in cui si dimostra che il
significato letterale delle metafore è sempre attivato quando vengono comprese le metafore. E la
disattivazione del significato letterale di enunciati metaforici richiede uno sforzo maggiore di quello
richiesto per abbandonare un significato irrilevante nel caso di ambiguità.
Quello che quindi Carston si propone di dimostrare è che contrariamente a quello che sostengono
Sperber e Wilson, nel caso di metafore comuni e non-letterarie il significato letterale di un
enunciato metaforico non è semplicemente un punto di partenza per arrivare a stabilire il contenuto
esplicito dell’enunciato, ma fa parte di ciò che è trattenuto coscientemente da chi comprende la
metafora. L’idea di Carston non è che il significato letterale dell’enunciato sostituisce il contenuto
esplicito, ma l’idea è che il significato letterale affianca il contenuto esplicito nella mente di chi
comprende la metafora.
Nel caso di metafore letterarie o estese, il significato letterale assume un ruolo ancora più
importante secondo Carston. In questo caso, Carston avanza l’ipotesi che il significato letterale
dell’enunciato sostituisca il contenuto esplicito proposto da Sperber e Wilson. Per riuscire a capire
l’idea di Carston dobbiamo considerare un paio di esempi.
Il primo esempio è tratto da Shakespeare, ecco la traduzione del passo di Macbeth preso in
considerazione da Carston:
15 La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello sussiegoso
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!
(traduzione scaricata da http://ultimavisione.wordpress.com/2012/01/07/macbeth-atto-v-scena-vwilliam-shakespeare/)
L’obiettivo è mostrare perché l’analisi di Sperber e Wilson è inadeguata. Iniziamo a considerare
cosa direbbero Sperber e Wilson di come arriviamo a comprendere il contenuto esplicito di questo
passo. La loro idea è che per arrivare a comprendere questo passo dobbiamo formarci dei concetti
ad hoc, i seguenti: OMBRA CHE CAMMINA*, ATTORELLO*, SI DIMENA*,
PALCOSCENICO*, TEMPO*, SOPRA*, ecc.
Quello che mette in evidenza Carston è che lo sforzo per riuscire a formarsi tutti questi concetti
ad hoc è molto alto ed è una pretesa forse eccessiva aspettarsi che un ascoltatore sia in grado di
formarseli alla semplice lettura o ascoltando questo passaggio. Inoltre, Carston afferma che il
significato letterale di fatto ha una preminenza notevole e le parole nel loro significato letterale si
rinforzano vicendevolmente. Quindi Carston propone che il contenuto esplicito di un tale enunciato
corrisponda al suo significato letterale. Solo in un secondo momento un diverso scenario si apre, in
cui il significato letterale è meta-rappresentato, afferrato con la mente e sottoposto a ulteriori
processi inferenziali. Questi ulteriori processi inferenziali producono a parere di Carston le
implicature deboli di cui parlano Sperber e Wilson.
Prendiamo in considerazione un altro esempio, la poesia “Nebbia” di Carl Sandburg presa in
considerazione anche da Sperber e Wilson. Ecco qui di seguito la traduzione:
La nebbia viene
con piccoli piedi di gatto.
Si siede, sogguardando
il porto e la città,
sui fianchi silenziosi.
Poi prosegue.
Prendiamo in considerazione i primi due versi. Sperber e Wilson ci dicono che per arrivare a
intendere il contenuto esplicito di questo enunciato dobbiamo formarci il concetto ad hoc CON
PICCOLI PIEDI DI GATTO*. E dopo esserci formato questo concetto ad hoc e aver compreso il
contenuto esplicito possiamo compiere ulteriori implicature deboli che variano da persona a
persona.
Carston propone invece che il significato letterale dell’enunciato abbia il sopravvento almeno
nella maggior parte delle persone che leggono la poesia per la prima volta. Per rendersene conto
basta osservare che la metafora del gatto è una metafora estesa che si ripropone anche nei versi
successivi. Una volta che il significato letterale è compreso da chi interpreta la metafora, può poi
emergere un secondo stadio in cui il significato letterale è meta-rappresentato, in cui cioè a partire
dal significato letterale ogni persona che si appresta a interpretare questa poesia può trarre
implicature deboli che possono variare da persona a persona.
La proposta di Carston è quindi di modificare i due modi di comprensione della metafora
proposti da Sperber e Wilson:
16 (1)
(2)
il primo modo è quello in cui si arriva a formare concetti ad hoc a partire dal contesto di
proferimento dell’enunciato e dal contenuto letterale dello stesso. Questo primo modo è
sostanzialmente analogo a quello proposto da Sperber e Wilson con la sola differenza che
per Carston il contenuto letterale dell’enunciato è trattenuto da chi comprende la
metafora.
Il secondo modo è invece quello che si adotta per metafore estese o per metafore letterarie
e in questo caso il contenuto dell’enunciato, secondo Carston, è il significato letterale. In
questo Carston si differenzia da Sperber e Wilson per i quali il contenuto esplicito di un
enunciato metaforico è sempre ottenuto tramite la formazione di concetti ad hoc. Dopo
che il significato letterale è stato messo a fuoco, c’è un secondo stadio nella comprensione
dell’enunciato e consiste nel fatto che il contenuto letterale è meta-rappresentato e
emergono deboli implicature.
Secondo Carston, il primo modo è il modo standard di comprendere un enunciato metaforico, ma
quando questo modo diventa troppo difficoltoso da adottare (perché la quantità di concetti ad hoc da
formare diventa ingente o perché il significato letterale assume una forza maggiore) allora emerge il
secondo modo di comprensione. Carston non ritiene che le metafore si dividano in quelle che
vengono comprese da tutti nel primo modo e quelle che sono comprese da tutti nel secondo modo,
ritiene invece che ciascuna persona abbia una soglia e quando non riesce ad adottare il primo modo,
fa scattare il secondo modo di comprensione.
In questa distinzione fra due modi di intendere la metafora ha avuto un ruolo marginale
l’immaginazione e la fenomenologia, due aspetti molto importanti nella nostra comprensione delle
metafore e che verranno presi in considerazione nel prossimo paragrafo.
3.3.5 L’immaginazione e il significato letterale
Carston ritiene che tanto Grice quanto Sperber e Wilson hanno sottovalutato il ruolo
dell’immaginazione il ruolo dell’immaginazione, dei sentimenti e degli stati emotivi che può
provocare una metafora. Di fatto Grice non sembra prenderli in considerazione, mentre Sperber e
Wilson li relegano al ruolo di implicature deboli che alcuni enunciati metaforici possono indurre in
chi le interpreta e sono considerati come effetti cognitivi (con un contenuto vero-condizionale).
Questa tesi è rifiutata da Carston che, rifacendosi ai lavori di McGinn (in particolare il libro
Mindsight del 2004), rivendica un ruolo per le immagini mentali completamente distinto da quello
rivestito dai concetti. Per avvalorare la sua tesi, McGinn mette in evidenza che (a) le immagini
mentali hanno un carattere sensoriale che i concetti non hanno, (b) le immagini mentali sono legate
al contenuto delle nostre percezioni (mentre i concetti non lo sono) e (c) non possiamo formarci
un’immagine mentale di ciò che percepiamo, mentre possiamo formarci concetti di ciò che
percepiamo.
Una volta quindi che le immagini mentali sono distinte dai concetti e che non possono quindi
essere paragonati a contenuti concettuali vero-condizionali occorre stabilire qual è il loro ruolo nella
nostra comprensione delle metafore. Carston prende in considerazione due ipotesi al riguardo e per
ciascuna di esse mette in luce come occorra modificare il modo di intendere le metafore.
PRIMA IPOTESI: IL LINGUAGGIO LETTERALE PRODUCE IMMAGINI
La prima ipotesi che Carston prende in considerazione dipende da alcuni risultati ottenuti tramite
ricerche empiriche in psicolinguistica. Gli esperimenti sono di questo tipo: si fa ascoltare a certe
persone l’enunciato “l’aquila è nel cielo” o la sua negazione e poi gli si presentano delle immagini
con un’aquila con le ali spiegate e un’immagine con un’aquila con le ali ripiegate. Quello che si
rileva è che tali persone riconoscono molto prima l’immagine dell’aquila con le ali dispiegate
dell’altra (con le ali ripiegate). Se invece si fa ascoltare e certe persone l’enunciato “l’aquila è nella
rete” queste persone riconosceranno molto più velocemente l’immagine dell’aquila con le ali
ripiegate di quella in cui l’aquila ha le ali dispiegate.
17 Si è fatto anche l’esperimento opposto, si fa prima vedere ai candidati un’immagine in cui
l’aquila ha le ali dispiegate o ripiegate. Poi gli si chiede di leggere l’enunciato “l’aquila è nel cielo”
o “l’aquila è nella rete”. Si è rilevato che quando c’è corrispondenza fra l’immagine e ciò che
leggono, i tempi di lettura sono molto più rapidi.
Da questi esperimenti sembra quindi plausibile poter dedurre che quando noi leggiamo un
enunciato con un significato letterale attiviamo un’immagine mentale. Se questa ipotesi è corretta,
allora quando leggiamo un enunciato in cui la metafora ha carattere esteso o letterario e noi
tratteniamo il significato letterale come primo significato, il significato letterale provoca in noi
immagini mentali e sentimenti. Queste immagini mentali possono poi essere meta-rappresentate e
dare origine a implicature deboli.
Questa ipotesi permette anche di risolvere il problema delle “proprietà emergenti” già
menzionato e affrontato da Sperber e Wilson: il significato metaforico non si ottiene semplicemente
a partire dal significato letterale delle parole coinvolte nella metafora e dal contesto di emissione,
un ruolo è svolto anche dall’immaginazione che accompagna il significato letterale degli enunciati.
Se gli enunciati letterali provocano in noi immagini mentali, questo avviene quando viene
attivato uno qualunque dei due modi per intendere le metafore. Ovviamente il significato letterale
ha un ruolo preminente nel caso di enunciati metaforici di natura letteraria o estesa, ma un certo
ruolo lo svolge anche negli enunciati che vengono compresi attraverso la creazione di concetti ad
hoc. Ad esempio anche di fronte a un enunciato come “il mio avvocato è uno squalo”,
l’interpretazione letterale dell’enunciato può provocare deboli implicature che possono servire
anche per la formazione del concetto ad hoc SQUALO*.
Tuttavia questa ipotesi può creare delle difficoltà quando si cerca di utilizzarla per integrare le
precedenti teorie della proposizione. In base alla teoria di Grice, ciò che il parlante intende
comunicare attraverso un enunciato è un contenuto vero-condizionale e anche per Sperber e Wilson
il contenuto esplicito di un enunciato metaforico ha un carattere vero-condizionale. Entrambe le
teorie escludono che le immagini mentali siano parte di ciò che è comunicato. Si potrebbe cercare di
integrare i precedenti resoconti della metafora assumendo che ciò che viene comunicato dal parlante
è un contenuto con caratteristiche vero-condizionali a cui vanno aggiunte certe immagini di cui si
può controllare l’adeguatezza.
Ma questa proposta non è corretta secondo Carston: le immagini mentali sono rappresentazioni e
non sono esse stesse rappresentate per poter stabilire la loro adeguatezza. L’idea è che quando
abbiamo un’immagine mentale, la intratteniamo senza considerare la sua adeguatezza che
richiederebbe uno sforzo maggiore. Quindi l’ipotesi che il significato letterale produca delle
immagini mentali non può essere integrata con le teorie della proposizione esistenti e Carston
decide di abbandonare tale ipotesi.
SECONDA IPOTESI: LE IMMAGINI NON SONO PRODOTTE DAL LINGUAGGIO, MA
FANNO PARTE DEL CONTESTO MENTALE
La seconda ipotesi che Carston prende in considerazione e di fatto adotta in questo lavoro è che
le immagini mentali non siano prodotte dal linguaggio come sono prodotti i concetti e non siano
neanche i portatori del contenuto dell’enunciato metaforico. Esse sono tuttalpiù componenti del
contesto mentale che vengono attivati dall’enunciato metaforico.
Una conseguenza di questa ipotesi è che le immagini mentali non sono comunicate attraverso
l’enunciato metaforico. Ogni persona può attivare immagini mentali diverse di fronte a un certo
enunciato metaforico. Tuttavia chi comunica può avere immagini che associa nella sua mente a un
certo enunciato metaforico e può aspettarsi che il suo interlocutore attivi immagini analoghe di
fronte a questo tipo di enunciato.
18 3.2.6 Alcune osservazioni conclusive
Carston rivendica di aver proposto un’analisi della metafora che attribuisce maggiore spazio
all’immaginazione di quanto sia stato fatto nella letteratura. Questo aspetto viene ritenuto un aspetto
originale del suo lavoro.
La domanda con cui l’autrice conclude il saggio è se si possa fornire un resoconto unitario della
metafora. Carston ritiene che ci sono due componenti che concorrono alla comprensione
dell’enunciato metaforico: la componente proposizionale e la componente immaginativa. Secondo
Carston entrambe vengono attivate nella comprensione di un enunciato metaforico anche se non
allo stesso grado tutte le volte.
Come abbiamo visto, i due modi di comprendere le metafore sono i seguenti: il primo mira a
raggiungere un contenuto esplito attraverso la formazione di concetti ad hoc e in questo la
componente immaginativa ha un ruolo marginale, ma comunque presente. In base al secondo modo,
il contenuto letterale e il suo potere evocativo ha un ruolo preminente, mentre il contenuto esplicito
è meramente implicato.
Resta aperta la questione se ci sia una proprietà che contraddistingue tutte le metafore, per questo
problema Carston non offre una soluzione e lascia la questione aperta.
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Dispense per il terzo modulo - Benvenuto al Dipartimento di Filosofia