Grande
Guerra
nello
Spilimberghese
La
Un paese, una storia
La Grande
Giuliano Cescutti (1967): Sindaco di
Clauzetto dal 2002 al 2012, risiede a
Spilimbergo.
Da anni svolge per passione attività di
ricerca storica sul periodo della Grande Guerra nel contesto delle Prealpi
Carniche e della pedemontana maniaghese e spilimberghese.
È autore delle seguenti principali pubblicazioni in argomento: Val da Ros
1917: la battaglia di Pradis (1999),
Generali senza manovra. La battaglia
di Pradis di Clauzetto nel racconto
degli ufficiali combattenti con Paolo
Gaspari (2007), L’anno dell’invasione
a Maniago. Pagine di memoria (2008),
Pagine della Grande Guerra a Maniago (2013).
Guerra nello Spilimberghese
Giuliano Cescutti
In copertina:
Nel tondo il maggiore Sisto Frajria
Università della Terza Età
dello Spilimberghese
Spilimbergo, piazza Garibaldi e corso Roma in
un’immagine del 17 aprile 1918
Il ponte di Pinzano nei giorni immediatamente
successivi alla distruzione
Tauriano, 2 novembre 1918 Cavalleggeri di
Saluzzo dopo la carica
Sul retro
Il treno di corte di Carlo I a Spilimbergo nel
mese di giugno 1918
Il cimitero di guerra di Pradis
Lestans 1918, disegno di G. Del Fabbro
Il tenente Claudio Calandra nel 1917
Giuliano Cescutti
Travesio, gennaio 1918 5° Jäger Regiment
Retrovia fin dal 1914, campo di battaglia nei giorni di Caporetto, terra
invasa per un anno, ancora teatro di
combattimenti nel 1918. In queste fasi
il territorio spilimberghese vide passare la Grande Guerra. Nella ricorrenza
del centenario, se saremo capaci di
non lasciarci abbagliare dal valore effimero delle celebrazioni, scopriremo
che esiste in ogni comunità e in ogni
famiglia un patrimonio di memoria da
raccogliere e valorizzare.
Queste storie vogliono stimolare questa riscoperta: la memoria è come una
pianta, se ben accudita riesce ad ogni
stagione a rinnovare i propri frutti. Tra
quei frutti ci sono tante storie personali, storie della nostra gente ma anche
di tanti giovani provenienti da tutta
Italia che qui hanno combattuto.
Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di quanti, sul territorio, ancora coltivano l’albero della
memoria, e di tre ultracentenarie, ultime testimoni dei fatti. A loro, unitamente ad Istituzioni e persone che, dal
Piemonte alla Sicilia, hanno collaborato a questo percorso, va un sincero
ringraziamento.
L’autore
Pubblicazione realizzata con il sostegno di
Giuliano Cescutti
Grande
Guerra
nello
Spilimberghese
La
© 2014
Università della Terza Età dello Spilimberghese
via Udine 7/F - Spilimbergo (Pn)
tel. 0427 50504 - www.utespilimbergo.it
Contributo:
Un paese, una storia
Provincia di
Pordenone
Comune di
Spilimbergo
Coordinamento editoriale:
Giuliano Cescutti, Gianni Colledani, Giorgio Moro
Grafica e impaginazione:
Interattiva, Spilimbergo
Stampa:
Tipografia Menini, Spilimbergo
Per l’edizione in commercio
Olmis, via Andervolti 23 - 33010 Osoppo (Ud)
email: [email protected]
ISBN 978-88-7562-147-6
Università della Terza Età
dello Spilimberghese
3
Collegio dei revisori dei conti
Tutto cominciò il 28 giugno 1914 con i due colpi esplosi a Sarajevo.
Finiva mestamente l’epoca bella della modernità, con le sue
splendide tecnologie, con le musiche festanti di Parigi e di Vienna, con le sue gaudenti frivolezze.
La guerra fu dichiarata il 1° agosto. Era un sabato, un sabato
tragico di lacrime e sangue. La guerra forse nessuno la voleva,
ma nessuno seppe evitarla. Molti pensavano che sarebbe durata
pochi mesi, in realtà ne durò cinquantatré, un’eternità.
Tra le regioni europee coinvolte, il Friuli risultò una delle terre
più martoriate. Tanti disagi e tanti lutti lasciarono un lungo e penoso strascico: mutilati e invalidi, vedove e orfani, profughi. Una
scia di dolore collettivo ancora oggi viva nella memoria.
Volendo ricordare il centenario dello scoppio della Grande Guerra ci è sembrato opportuno affidare alla carta stampata alcuni episodi avvenuti in quegli anni nello Spilimberghese.
A operazione felicemente conclusa, rivolgiamo un sentito grazie
al dott. Giuliano Cescutti che ha accolto di buon grado la nostra
proposta indagando con la consueta passione e tenacia negli archivi e presso le famiglie. Molto gradito ci è giunto il sostegno della
regione Friuli Venezia Giulia, della Provincia di Pordenone, della Friulovest Banca e del nostro Comune.
Grazie alla loro disponibilità si è potuto realizzare anche
quest’anno un desiderio “storico” della nostra Associazione, quello di fornire ai nostri giovani strumenti informativi validi per
capire il passato e costruire il futuro.
Un grazie riconoscente vada inoltre alla Somsi di Toppo per le
foto e a tutte le persone che hanno contribuito, in modi diversi,
alla realizzazione di questa pubblicazione che verrà offerta in
omaggio a tutti i nostri soci e inviata a tutte le biblioteche civiche
della nostra Provincia.
Nella Costantini
Ennio Perini
Renata Simoni
Gianni Colledani
Presidente dell’Ute di Spilimbergo
In memoria di
Ugo Zannier
Presidente del nostro sodalizio
dal 2005 al 2008
(1929-2014)
Consiglio direttivo dell’Università
della Terza Età dello Spilimberghese
Gianni Colledani
Renza Battistella
presidente
vice presidente
Consiglieri
Mirco Bagatto
Delia Baselli
Bruno Campeis
Luigi Di Benedetto
Elena Dorigo
Bruno Marcuzzi
Giorgio Moro
Adriana Toffolo
Leonardo Zecchinon
Renzo Francesconi
4
sindaco di Spilimbergo
membro di diritto
5
La Grande Guerra rappresenta un punto focale di estrema importanza bellica e umana, dove i protagonisti non sono solamente
delle figure militari, ma soprattutto civili. I nostri territori, paesi e
vallate sono disseminati di storie, racconti di vita vissuta che sono
cresciuti assieme ai loro diretti interessati.
La raccolta di queste testimonianze in una ennesima pubblicazione edita dall’Università della Terza Età dello Spilimberghese, rappresenta un modo per consolidare e trasferire ai posteri un
patrimonio orale che altrimenti sarebbe andato gradualmente
disperso. La storia viene scritta dagli storici, ma la storia è fatta
dalle persone e anche dalle cose materiali e immateriali che, assieme al destino o al più crudo realismo, permettono di ricostruire i fatti nella loro interezza e nella loro genuinità, proprio dai
racconti di coloro che questi eventi li hanno vissuti direttamente
da assoluti protagonisti assieme ai loro conoscenti e famigliari.
Nelle vicende di guerra esistono situazioni che non si leggono nei
comuni libri di storia, infatti gli episodi narrati non si riferiscono
ai macro eventi che hanno trasformato e cambiato il mondo, ma a
spaccati di vita quotidiana destati da un mondo inquieto e ribelle.
Molte volte, nella narrazione dei fatti storici, non si tiene conto della sofferenza e della gravità di alcune situazioni sociali e
famigliari di tante persone che da dentro gli eventi hanno dovuto
combattere solo per sopravvivere e per poter garantire un futuro
per le loro generazioni martoriate.
Questa pubblicazione rappresenta uno spaccato di questa
generazione, che grazie alla gelosa custodia dei nostri anziani
unita alla migliore tradizione orale, giunge ora a noi in questa
pubblicazione curata da Giuliano Cescutti che, con la sua penna, ha voluto immortalare questi momenti permettendo di farceli
conoscere, per restare sempre vivi nella memoria di tutti noi.
Costituite nel 1891, le Casse Rurali di San Giorgio della Richinvelda e di Meduno, alla fatidica data del 24 maggio 1915 avevano già compiuto un tratto importante del cammino oggi affidato a Friulovest Banca. È doveroso ricordare che quel percorso
è maturato anche in quei momenti tragici, rafforzandosi nella
condivisione profonda con le comunità che li stavano vivendo.
È particolarmente attraverso quelle storiche tappe che i princìpi
della cooperazione e della solidarietà hanno dimostrato tutta la
loro forza rigenerante, affermandosi gradualmente come attivo
motore di progresso, vivo e operante ancora oggi.
Tra le menti illuminate che lo intuirono, da queste pagine
emerge la figura di uno dei nostri fondatori, il cav. Luchino Luchini, amministratore e direttore della Cassa Rurale di Prestiti di
San Giorgio della Richinvelda dalla fondazione fino al 1924.
Discepolo convinto del movimento cooperativo, disinteressato promotore dello sviluppo sociale ed economico della propria
Comunità e dello Spilimberghese, mantenne in attività la nostra
Banca anche nei giorni difficili dell’esilio toscano.
Friulovest Banca ha aderito con entusiasmo alla proposta di
sostenere questa iniziativa editoriale dell’Università della Terza
Età dello Spilimberghese, anche per riaffermare l’indissolubile legame con le nostre comunità. Quel legame che non venne meno
neppure nei giorni più bui.
Lino Mian
Presidente di Friulovest Banca
Renzo Francesconi
Sindaco di Spilimbergo
6
7
Tramonti di Sopra
Al visitatore minimamente attento che giunga a Tramonti di Sopra, non può sfuggire il riferimento, sulla facciata della chiesa
della Madonna della Salute, al paese “arrossato il 6 XI 1917 del
sangue di eroici guerrieri”. Nel cimitero, angolo a nord est, la
lapide che sovrasta una tomba disadorna riporta, sulle due facce,
le seguenti epigrafi:
Tramonti di Sopra in un’immagine dell’immediato dopoguerra (Archivio G. Cescutti)
“Ferito a morte
per aver fieramente contrastato
al nemico
il sacro suolo della patria
spirava in Tramonti di Sopra
VII novembre MCMXVII
il tenente
Claudio Calandra
nato a Torino VIII febbraio MDCCCXCIII
nel pensiero altissimo di Dio
dell’Italia Vittoriosa
e dell’unico figlio amatissimo
la madre pose”
9
e sull’altro:
Con Claudio Calandra
in difesa
di questa terra di Tramonti
caddero e qui presso riposano
il capitano Silva del 133° fanteria
il caporale Giuseppe Bellotti
il soldato Edoardo Guazzi
e altri otto militi ignoti
a tutti
Pace Gratitudine Gloria.
I fatti a cui queste parole incise nella pietra si riferiscono, ci
riportano ai giorni della ritirata di Caporetto, che travolse anche
questa sperduta valle.
La battaglia di Tramonti di Sopra
Per ricostruire quanto accadde a Tramonti di Sopra è necessario partire dall’inizio dell’offensiva lanciata dagli Imperi Centrali
alle ore 2 del 24 ottobre del 1917. La 26ª divisione italiana, una
delle due che costituiscono il XII Corpo d’Armata della Carnia,
si trova schierata nel tratto occidentale del fronte carnico, fra il
Peralba e la Val Chiarsò. L’ordine di ripiegamento al Tagliamento
conseguente allo sfondamento della Fronte Giulia, vede la 26ª
divisione schierarsi nel tratto di fronte a nord di Preone, ancora
sulla sinistra del Tagliamento, divisa in due gruppi tattici. Il gruppo Marelli, impegnato sulla sinistra, a protezione degli accessi
verso il Cadore e quindi soggetto al comando della 4ª Armata
del Cadore. Il gruppo Danise, schierato sulla destra, alle proprie
spalle il Monte Rest, destinato ad essere impegnato verso la Val
Tramontina.
Il comando della 26ª divisione, ridotta al solo gruppo Danise
(LVIII e LXIII battaglione del 16° bersaglieri, XLVII e LVI batta-
10
glioni autonomi bersaglieri, il XVIII reparto d’assalto e il battaglione alpino Susa), è affidato al generale Battistoni e si insedia
proprio a Tramonti di Sopra. Da questa località la divisione è
collegata via radio al comando del XII Corpo d’Armata, stabilitosi
a Maniago, che alle 16 del 3 novembre emana le disposizioni per
il ripiegamento verso sud, in direzione di Meduno. Il movimento
delle truppe schierate dietro il Monte Rest verso Tramonti inizia
la sera del 3 novembre e nella giornata successiva la colonna
abbandona il paese, andando con alcuni reparti a sbarrare l’ingresso della valle all’altezza del Bivio d’Agnul (dove si combatterà nella notte fra il 4 e il 5 novembre) e con le restanti truppe a
prendere la via della Val Silisia verso la Forcella Clautana.
Per tutta la giornata del 5 novembre, Tramonti di Sopra è
sgombra di truppe, situazione di grande sollievo per la popolazione, dopo i concitati giorni precedenti che avevano visto il
transito non solo di militari ma soprattutto di profughi provenienti dalla Carnia. Si tratta della calma prima della tempesta, il
peggio deve ancora venire.
Mentre a Tramonti si spera che tutto sia finito, in Val d’Arzino stanno ancora combattendo, ormai isolate, la 36ª e la 63ª
divisione. La mattina del 5, da San Francesco, vengono avviate
verso il Canale di Cuna tutte le salmerie delle due divisioni, che
giungono in Val Meduna in giornata1 e, trovando chiusa la via
verso Meduno, prendono la via per Tramonti di Sopra, il Canale di Meduna e la Forcella di Caserata. Il transito della colonna
delle salmerie si svolge nella notte, dalle 00,30 alle 5,00 del 6
novembre2: queste truppe, che marciano nella notte fonda, saranno le ultime a sfuggire alla rete degli imperiali, raggiungendo
il Piave: sono a Claut alle 4 del mattino del 7 novembre, alle 21
dello stesso giorno sono a Longarone, l’11 novembre alle 7,30
raggiungono Bassano.
1 S. Murari, Un episodio di guerra nelle Prealpi Carniche, Mondadori, Milano
1935, pp. 177-178.
2 L’informazione, precisa, è riportata nel dattiloscritto di Emanuele Facchin che
prenderemo a riferimento nel seguito.
11
Transitate le salmerie, da San Francesco (da dove è partita
alle ore 12) la sera del 5 novembre giunge attraverso il Canale
di Cuna anche la brigata Benevento, ridotta a non più di tre
battaglioni e altre truppe raccogliticce, in particolare bersaglieri,
mitraglieri e salmerie, probabilmente non più di duemila uomini
che costituiscono quello che resta del 133° e del 134° fanteria.
Il mattino del giorno 6, mentre il 134° punta su Tramonti di Sotto,
il 133° si dirige a Tramonti di Sopra, a protezione della testata
della valle.
Dal Monte Rest, avvedutesi dell’abbandono della linea sul Tagliamento da parte delle truppe italiane, stanno scendendo le
avanguardie della 10ª Armata austroungarica: la LIX brigata da
montagna della 92ª divisione è alle porte del paese mentre gli
italiani del 133° fanteria salgono da sud.
Sta per avere inizio la “battaglia” di Tramonti di Sopra, un episodio di non grande importanza sotto il profilo militare, ma per
il quale siamo in grado di proporvi ben quattro diverse versioni
dei fatti, già pubblicate o inedite. Le manterremo separate, con il
preciso intento di consentire al lettore un confronto fra diverse
interpretazioni della realtà.
La battaglia nel racconto di Giuseppe Del Bianco
Giuseppe Del Bianco, nella sua fondamentale opera “La guerra e
il Friuli”, racconta la storia civile e militare del periodo, dai mesi
precedenti allo scoppio del conflitto e fino ai giorni di Caporetto.
Furono lunghi anni di lavoro per l’autore, che pubblicò il primo
dei quattro volumi nel 1937 e l’ultimo, postumo (morì nel 1954),
nel 1958. Del Bianco ricostruì i fatti percorrendo in lungo e in
largo tutto il Friuli, ascoltando centinaia di testimoni che in ogni
paese, fin nel più sperduto, gli raccontarono di quei giorni. Quei
volumi, e in particolare l’ultimo, intitolato “La battaglia d’arresto
al Tagliamento e la ritirata oltre il Livenza”, sono oggi un giacimento di memoria popolare che sarebbe andata irrimediabilmente perduta. Venne anche a Tramonti di Sopra.
12
Riporta ad esempio dello Spilimberghese Giuseppe Tamai che
avrebbe bruciato la bandiera del 133° fanteria per evitarle di cadere in mani nemiche, “salvando soltanto una parte del nastro
azzurro che trovasi ora custodita nel Museo storico di Torino”3.
Questo il racconto riportato da Del Bianco con riferimento al
combattimento:
“Correva il giorno 6 di novembre e il paese di Tramonti di Sopra, passata la moltitudine di profughi e di soldati, aveva ripreso
il suo aspetto normale, e gli abitanti dati si erano alle consuete
faccende, quando una donna, Maria Facchin, che erasi recata a
raccattare legna, tutta trafelata fece ritorno, gridando di aver veduto i tedeschi che stavano scendendo dal Rest. Grande fu allora
il trambusto e la gente qua e là correva senza consiglio, aumentando il terrore, le invocazioni di angosciate donne, i pianti di
spauriti bimbi, mentre i più si affrettavano a rinserrarsi in casa e
taluni ad esporre dalle finestre bianchi segni per dinotare i loro
pacifici sentimenti. In questo mezzo, ignaro del tutto, capitò il
battaglione del 133° fanteria che avrebbe dovuto proseguire –
come più sopra ho detto – verso la testata della valle. Informato degli avvenimenti, il suo comandante, tenente colonnello De
Rosa, tosto dispose perché i soldati si fossero schierati a difesa del
paese, ma il movimento delle pattuglie erasi appena disegnato
che già da settentrione irrompevano gli austriaci del 92° Corpo, i
quali, dalla alta valle del Tagliamento, straripato avevano in quella del Meduna. Si combattè tra le case, si combattè nei viottoli,
si combattè negli orti, e tre ore e più durò quella feroce mischia,
finché gli italiani, esausti per le perdite subite, pieni di sconforto
per l’ognor crescente numero degli avversari, deposero le armi.
Cavalleresco il nemico che ne elogiò il valore; pietoso non meno
che ai feriti che con tutta sollecitudine soccorse, ai morti, i quali
in modo insolito onorò, ma non benigno ai civili che, sospettati
di connivenza, con inumana asprezza furono minacciati.
3 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR) 2001, p. 307.
13
Da alcune case era stato sparato sugli invasori. Chi avesse
sparato mai si seppe, tuttavia il comandante, persuaso fossero
stati gli abitanti di Tramonti di Sopra, dopo aver fatto allontanare
vecchi, donne e bambini, fece radunare i validi in piazza e quivi
con frasi terribili annunciò loro che avrebbe proceduto alla decimazione degli uomini e all’incendio del paese. Con pianto e
preghiera riuscì il parroco Francesco Pascotto ad intenerire l’austriaco, il quale desistette dal fiero proposito e si limitò soltanto a tener sequestrata per qualche giorno in chiesa parte della
popolazione, mentre i maggiormente sospettati fece tradurre a
Tolmezzo, con animo di farli dalla corte marziale giudicare.”4
Continua poi Del Bianco raccontando gli episodi, sui quali
avremo occasione di ritornare, che videro protagonisti il tenente
Claudio Calandra e il capitano Carlo Silva:
“A Tramonti di Sopra nella villa Zatti venne nel frattempo ad
insediarsi il generale Hort, comandante di alcune divisioni austriache che attraverso i monti avrebbero dovuto raggiungere il
Piave, all’altezza di Longarone, e fu l’Hort medesimo che ricevendo gli ufficiali superiori caduti prigionieri nella valle del Meduna,
ebbe ad esprimere loro il più vivo elogio per il comportamento
avuto e per lo sfortunato valore del soldato italiano. Il quale
come a Pradis, così a Tramonti di Sopra fece intero il proprio dovere, se per dovere di soldato intendesi ogni più duro sacrificio
per l’onore e la salvezza della Patria. Due episodi soltanto voglio
qui ricordare, due episodi che fanno chiara fama di questo piccolo gruppo di armati. Quando nei viottoli e per le case del paese
fu tutta una furibonda mischia, il tenente Claudio Calandra di Torino, figlio dello scultore Edoardo, e pure esso rinomato artista,
venne a ritrovarsi davanti il cancello della villa Zatti alle prese
con alcuni austriaci. Un cadetto che li comandava gli intimò la
resa. ‘Vieni a prendermi’ rispose il Calandra sparandogli addosso.
4 Ibidem, pp. 308-309.
14
Ritto in piedi al riparo di un pilastro tenne duro, finché non
fu a sua volta colpito. Un compagno, subito accorso, lo sottrasse
all’ira nemica e lo trasportò in casa Zatti, ove nel domani, confortando lui stesso con umane parole coloro che lo assistevano,
morì. Il medico tedesco Weinger, tessendone l’elogio, scrisse poi
alla madre: ‘Je lui ai mis des fleurs sur sa poitrine et il fut enterré
avec les honneurs militaires que nous rendons à un brave soldat
mort pour Patrie’. Come per il Calandra e più del Calandra stesso
rifulse però in singolar modo la fama del capitano Silva. Ferito
nei pressi della Chiesa, nel momento in cui si ritirava – ed era
l’ultimo dei suoi – circondato da nemici, anziché darsi prigioniero, scaricava contro di sé l’arma che impugnava e gridando ‘Viva
l’Italia’, soccombeva di fronte all’avversario che attonito, rispettò
e ammirò una tanta fine.”5
Del Bianco, in una nota al capitolo, riferisce che le informazioni relative all’episodio del capitano Silva, sono state desunte
da una lettera “del tenente Velei aiutante maggiore del battaglione al maggiore Torelli comandante il battaglione stesso”6. Ricordiamoci il riferimento a questa lettera, poiché ne ritroveremo i
contenuti in un successivo passaggio.
Il diario del tenente Michele Di Stefano
Altro resoconto dei fatti di Tramonti di Sopra è quello contenuto
nel diario del tenente Michele Di Stefano, del quale un estratto è
stato pubblicato da Tullio Trevisan nel volume “Gli ultimi giorni
dell’armata perduta. La Grande Guerra nelle Prealpi Carniche”
edito dalla casa editrice Gaspari nel 2002. L’autore riferisce di
avere avuto il diario in visione dal figlio del tenente Di Stefano, all’epoca comandante della 5ª compagnia del 133° fanteria.
5 Ibidem, pp. 310-311.
6 Ibidem, p. 311.
15
Dall’opera di Trevisan riportiamo uno stralcio di quel diario, particolarmente significativo per la ricostruzione dei fatti7:
16
alla vicina cappella immediatamente a sud dell’abitato (la chiesa
della Madonna della Salute, nda); i meno coraggiosi preferirono
restare in paese, non avendo la forza di affrontare il pericolo di
ritirarsi sotto un fuoco continuo di fucileria e ora anche di mitragliatrici. Il nostro gruppo in una affannosa corsa raggiunse il
letto del torrente Viellia e stava cercando un punto per guadare,
quando a un tratto io, che ero in testa, mi trovai circondato, con
una ventina di baionette puntate. I miei occhi si offuscarono di
lacrime e rimasi come pietrificato, lasciando cadere il fucile, rimasto ormai con un solo colpo. Un mio soldato mi disse ‘Coraggio
signor tenente’; tutti avevano un senso di dolore e di vergogna.”
“Mi offersi io di andare a Tramonti e, non appena arrivato in
paese, una giovane donna, Maria Facchin, ci corse incontro e
riferì a me personalmente che gli austriaci erano già in vista. Subito occupai la piazza e spinsi due gruppi di uomini verso le due
strade (ora via Castello e via Regina Elena) che conducevano nei
punti di migliore osservazione sulla piana alle spalle del paese.
Dopo aver organizzato la resistenza, condussi con me alcuni uomini verso il nemico, allo scopo di fare degli appostamenti dietro
ai muri di recinzione degli orti, quando mi si presentarono a una
trentina di passi alcuni uomini di una pattuglia austriaca; alla mia
intimazione di arrendersi, per tutta risposta scaricarono le armi
contro di noi. Nello stesso tempo altri austriaci si presentarono
sparando dalla strada alla mia sinistra. Diedi ordine di ripiegamento ai miei uomini mentre io, preso un fucile, tenni testa ai
due gruppi, dando tempo ai miei soldati di ripiegare verso il
centro del paese. Eravamo in mezzo al sibilare delle pallottole
e nel breve percorso due miei soldati caddero colpiti; ripiegammo nella piazza a fianco della villa Zatti, sempre sparando e
resistendo fin che ci rimasero munizioni. Da un calcolo fatto a
colpo d’occhio, giudicai la colonna nemica pari a un reggimento,
ma per alcune ore non riuscì a passare. Circondato ormai per
tre quarti il paese, il maggiore De Rosa mi propose di ripiegare:
‘Non ancora maggiore’. ‘Ma non vede che c’è una sola strada rimasta libera!’. Ordinai di praticare un foro sul muro di cinta di un
giardino di proprietà della famiglia Zatti e così De Rosa e molti
soldati riuscirono a ritirarsi e unirsi alla 6ª compagnia mentre io
e un capitano ci slanciammo sulla strada (ora via Roma). Era un
tratto di strada molto breve ma molto scoperto ed esposto, tanto
che il capitano trovò la morte. Riunitomi al maggiore e ai superstiti della 5ª e 6ª compagnia, ripiegammo sempre sparando fino
Di Stefano racconta poi di avere ottenuto di poter visitare il
tenente Calandra, ricoverato nella villa Zatti.
La descrizione del combattimento è sicuramente attendibile e
ci offre dei buoni spunti per una ricostruzione. L’attenzione va
richiamata sull’intento del Di Stefano di far emergere uno spirito non proprio combattivo del maggiore (in realtà era tenente
colonnello), che sollecita il subalterno ad una rapida ritirata. E
sul riferimento al capitano che fugge assieme a lui, che durante
la fuga sarebbe stato colpito a morte: evidentemente non può
trattarsi che del capitano Silva ma, come già riportato dal Del
Bianco e come sarà confermato in seguito, le circostanze di morte dell’ufficiale pare siano state altre.
Nelle pagine dedicate a Tramonti di Sopra anche Tullio Trevisan8 fa riferimento ad una relazione di un certo tenente Velei,
aiutante maggiore del 2º battaglione del 133° fanteria, confermativa a suo dire della versione del Di Stefano e già pubblicata nel
1958 in un opuscolo sulle giornate di Caporetto in Val Meduna.
Non siamo riusciti a recuperare tale pubblicazione ma questo
ulteriore richiamo ci fa concludere che negli anni cinquanta del
secolo scorso questo documento fosse ben conosciuto a Tramonti di Sopra.
7 T. Trevisan, Gli ultimi giorni dell’armata perduta, Gaspari Editore, Udine 2002,
p. 76.
8 Ibidem, p. 130 nota n. 1 al capitolo VIII.
17
La lettera del tenente Velei
e il racconto di Emanuele Facchin
Oltre trenta anni fa, Alessio Christian Pradolin di Tramonti di Sopra ebbe l’occasione di ascoltare i racconti di Emanuele Facchin
(1901-1991), che fu testimone degli avvenimenti, e di aiutarlo a
produrre un dattiloscritto che ha voluto gentilmente mettermi a
disposizione.
La prima parte del documento non è che la ricostruzione dello svolgimento degli avvenimenti della rotta di Caporetto, rivolta idealmente al generale Otto von Below accusandolo di una
versione dei fatti eccessivamente elogiativa della condotta delle
operazioni da parte degli imperiali: “Riguardo Tramonti di Sopra
non è stato nulla di straordinario, tutto passò liscio come l’olio,
non parla della feroce battaglia impegnata”. Poi, in conclusione
di questa prima parte, dopo un riferimento alle imprese di Rommel (che non toccarono Tramonti di Sopra) si spinge a chiedersi
quante furono le perdite subite a Tramonti nella giornata del 6
novembre dagli austroungarici: argomentando con vari ritrovamenti di resti di sepolture sparsi in varie zone del paese, conclude che i morti devono essere stati molti ma che in ogni caso
“delle perdite tanto italiane che tedesche rimarrà forse sempre
un segreto!”.
Il dattiloscritto prosegue poi con la trascrizione di quella che
viene indicata come “lettera del tenente Velei (prigioniero) aiutante maggiore del 2° battaglione del 133° fanteria al sig. Maggiore Toselli Comandante del suddetto battaglione”: ecco quindi
comparire finalmente la lettera già ripetutamente citata. Il dattiloscritto non ne riporta la data, e non sappiamo quindi se sia stata
scritta dalla prigionia o a guerra conclusa, e neppure se la missiva fosse nelle mani del Facchin. L’ipotesi più verosimile è che il
testo sia stato tratto da quella pubblicazione del 1958 alla quale
fa riferimento Tullio Trevisan. Dai riassunti storici della brigata
Benevento, con una non consueta imprecisione, risulta che un
maggiore Toselli, senza indicazione del nome di battesimo, sia
stato comandante del 2° battaglione del 133° in un non meglio
precisato periodo dal maggio all’agosto 1917: questa circostan-
18
za accredita la lettera come relazione scritta dal tenente al suo
precedente comandante, a riferirgli delle sorti del reparto dopo
il passaggio di comando. E i toni elogiativi della condotta del
reparto sono conseguentemente ampi.
Nella parte iniziale della lettera il tenente Velei racconta la
ritirata sul Tagliamento, l’assunzione del comando di battaglione
da parte del capitano Silva e quindi, dalla sera del 4 novembre,
da parte del tenente colonnello Della Rosa. Quindi il ripiegamento su San Francesco in Val d’Arzino, dove “alle truppe vengono
distribuite scatolette e gallette che vengono divorate dopo otto
giorni di fame e disagi.”
Alle 14 del giorno 5 novembre il battaglione prende il cammino verso il Canale di Cuna, per sboccare in Val Meduna dove,
dopo un tempo di sosta, alle otto del mattino successivo inizia
il movimento in direzione nord, verso Tramonti di Sopra. Poi la
lettera prosegue con il racconto dello scontro:
“Il ten. col. Della Rosa dispone che 8ª compagnia si porti
a sinistra, la 5ª al centro, la 6ª a destra, subito oltre il paese.
Il comando battaglione doveva rimanere al principio del paese
col reparto zappatori e la 2ª mitragliatrici, che aveva le armi someggiate, era con noi la 239ª comp. Mitraglieri (cap. Re). Si era
appena iniziato lo sfilamento delle salmerie della Brigata, quando giunse la voce che gli Austriaci erano in paese. Infatti dopo
pochi minuti avveniva il primo scontro nel centro del paese fra i
nostri reparti, che si recavano a prendere posizione, e le pattuglie
avanzate nemiche. Col ten. col. mi portai di corsa sul punto più
minacciato seguito dai ten. Iulio e Manna coi loro uomini. Dopo
quella prima scarica nella quale vi erano state perdite da ambo le
parti, gli avversari si erano appostati nei vicoli del paese.
Al ten. Manna venne dato l’ordine di occupare coi suoi uomini una villa (si tratta della villa Zatti, nda) sulla piazza principale
del paese dove poteva efficacemente battere di fianco il nemico.
Al ten. Iulio fu ordinato di sortire da un vicolo (Emanuele
Facchin precisa “dove al giorno d’oggi è l’entrata della corriera”,
corrispondente oggi alla strada fra la villa Zatti e il municipio,
all’epoca vi scorreva, a cielo aperto, il “Rugat”, nda) a destra con
19
una pattuglia e sfilando lungo il muro di cinta della villa tentare
l’aggiramento della pattuglia nemica.
Pieno d’ardire e lieto della sua missione usciva alla testa dei
suoi uomini col moschetto e baionetta innestata. Appena fuori scontratosi con un nucleo nemico, con sublime esempio di
slancio e coraggio si gettò contro di essi, trafiggendone uno e
fugando gli altri, ma quasi contemporaneamente una pallottola
lo colpiva alla fronte. Il ten. Manna con nobile slancio accorreva
in suo soccorso e lo riconduceva rantolante, dopo pochi minuti
era morto. Quasi contemporaneamente il ten. Gallatto (in realtà
si tratta del ten. di complemento Aldo Gallotti di Primo Cornelio, nda) della 239ª mitraglieri che con i suoi uomini proteggeva
estremamente l’estrema sinistra (Emanuele Facchin dice “nei paraggi del forno oppure vicino alla Casa Menegon”, quindi nella
parte alta della piazza A. Volta, detta anche “la Plaçona”, nda) veniva colpito da una pallottola in un occhio e stramazzava morto.
La lotta nel frattempo si era accesa furibonda.
D’ordine del ten. col. mi portai presso i singoli reparti infondendo ordini affinché la resistenza venisse mantenuta il più
possibile salda, avendo cura di risparmiare le munizioni scarseggianti. Ebbi così occasione di ammirare lo splendido contegno
del cap.no Silva che con serenità e coraggio non comuni, ritto
fra il grandinare delle pallottole, impartiva ordini. Quasi subito
dopo il ten. Calandra che difendeva con accanimento la posizione affidatagli, mirabile esempio di valore rimaneva colpito
da più pallottole al basso ventre. Giunta la notizia al cap.no
Silva, questi diede ordine al ten. Manna di correre a raccogliere il ferito. Il ten. Manna attraversò la zona fortemente battuta
dall’intensa fucileria nemica, trasportò il ferito nella Villa al centro del paese ove venne affidato rantolante agli ufficiali medici
del battaglione. Da quanto mi risulta sarebbe morto poco dopo.
Gli Austriaci malgrado la nostra resistenza, avanzavano con movimento avvolgente, specie alla sinistra strisciando nel bosco
a metà costa (Emanuele Facchin dice che costeggiavano il M.
Cretò, che sovrasta il paese, nda) e scendendo dalla montagna;
anche alla destra il nemico era riuscito ad aggirarci e ormai ogni
speranza di ricacciarlo era vana. Erano tre ore che si lottava, e
20
con la desolazione nell’animo non si riusciva a resistere all’onda
travolgente.
Il ten. col. Della Rosa allora, vista la situazione disperata, diede ordine di ripiegare iniziando dalla sinistra, tentando di portarsi
al Mestreo (secondo Facchin si tratta del greto del torrente Meduna, nda) e buttandosi nel rio raggiungeva la riva opposta. Io ricevetti l’ordine di rimanere al principio del paese, presso un ponte
sulla strada (Facchin lo indica come il ponticello in prossimità
della nuova entrata del paese, dove ora è la casa di “Giovanon”,
nipote di “Stel” G. Crozzoli: si tratta dei ponticelli, chiaramente
identificabili sulla carta al 25.000 dell’epoca, all’inizio della salita
che conduce direttamente davanti alla Madonna della Salute, qui
conosciuti come “i puintins”, nda) per sorvegliare il ripiegamento
e ripiegare con l’ultimo reparto. Il ten. col. dicendo che a nessun costo si sarebbe lasciato far prigioniero, ripiegò per primo
accompagnato dal cap. Re e da pochi uomini. Il ten. Manna mandato con l’aspirante Notti per riconoscere un punto guadabile del
Meduna, ritornato subito dopo per riferire sulle difficili condizioni del passaggio, non trovò più il col. Dalle vaghe notizie raccolte
pare sieno stati raggiunti nella fuga da colpi nemici.
Appena iniziato il ripiegamento nuovi reparti nemici ci avevano quasi totalmente aggirati, iniziarono un fuoco violento alle nostre spalle, mentre le truppe antistanti si mantenevano a contatto
coi nostri reparti inseguendoli a fucilate e con lancio di bombe
a mano. Qui si ebbe nuovamente sensibili e dolorose perdite.
Alla sinistra, presso la chiesa (il Facchin precisa che si tratta della Chiesa Evangelica Valdese, il caduto era a una quarantina di
metri dalla Chiesa, in corrispondenza della casa di G. Facchin,
“Beppon”, situata lungo la mulattiera per Frassaneit, nda), il ten.
Peretti (si tratta dell’aspirante Pierotti Leone di Alberico, da Roma,
nda), sempre coraggioso e sereno, raggiunto da una pallottola
cadeva morto. Il cap. Silva battutosi fino all’ultimo con coraggio impareggiabile coi pochi suoi uomini sopravvissuti, quando
stava per essere preso dai nemici che l’avevano circondato, inneggiando alla patria, anziché darsi prigioniero, scaricava contro
se stesso gli ultimi colpi della sua rivoltella, cadendo fulminato.
Furono questi gli ultimi istanti di quella tristissima giornata, ormai
21
non v’era più via di scampo, eravamo completamente circondati,
la nostra fucileria rallentava per mancanza di munizioni. Addossato al ciglio della strada che conduce da Tramonti di Sopra a
Tramonti di Sotto, (Facchin dice probabilmente sotto la latteria,
quindi all’incirca in corrispondenza dei “puintins”, nda) con soli
due uomini al mio fianco, scaricavo disperatamente ed efficacemente gli altri colpi che avevo potuto raccogliere contro una
pattuglia che era stretta su di noi e che ormai era a pochi metri.
In quel momento una scarica alle nostre spalle, feriva vicino a
me il caporale ciclista del Comando del reggimento.
Io venivo afferrato da un sergente austriaco che mi strappò
la rivoltella. Dalla più dolorosa rabbia dopo quasi quattro ore di
terribile tensione e lotta accanita, passai al più profondo abbattimento, quasi inebetito e incosciente. Fui trascinato davanti ad un
cap.no che rivolgendomi la parola in francese, mi domandò chi
comandava il battaglione e se vi erano capitani prigionieri, io gli
risposi che erano morti. Riconosciutomi dal filetto per aiutante
maggiore si congratulò per il contegno del battaglione e mi disse:
‘Perché resistere tanto inutilmente?’
Signor Maggiore in quest’ora triste le sia di conforto sapere
che il suo battaglione si è comportato bene. Abbiamo dei morti
nostri da piangere. Ma li abbiamo vendicati. Molti Austriaci quel
giorno caddero sotto il nostro tiro…”.
Fin qui la lettera del tenente Velei. La parte più interessante del dattiloscritto è però rappresentata dalla serie di 23 note
compilate dall’autore del testo. Alcune fra esse corrispondono ad
interrogativi destinati a rimanere senza risposta (domanda ricorrente è quella relativa a dove sia finito il gran numero di caduti
del combattimento…), altre sono relative a tentativi di individuazione dei luoghi nei quali si verificarono i singoli episodi, quelle più interessanti sono certamente quelle che riportano precise
testimonianze.
Una prima testimonianza è quella riferita da tale Cimolin Giovanni (definito dal Facchin come “uomo non di scherzi né di vanteria”) che nella giornata del 6 novembre 1917, “mentre ritornava
da uno stavolo detto “Ruvîs de Mattion” (si tratta del pendio che,
22
al limitare sud-est della Taviela, scende verso il letto del Viellia,
nda) egli non pensava di incontrare, così di mattino dei tedeschi.
Ebbene, un ufficiale superiore austriaco gli impose di essere un
di lui ambasciatore dicendole le testuali parole: ‘Dite alle truppe
italiane di arrendersi perché è inutile che essi combattano’. I nostri soldati erano schierati dietro le muraglie che da “Soncleva”
corrono fino in “Castel” e dietro i muri di cinta dell’orto di “Masin”, di proprietà Pietro Trivelli. Al rifiuto delle nostre truppe di
gettare le armi, e arrendersi, risposero tramite il Cimolin all’Ufficiale Austriaco: ‘Siamo ancora tremila soldati, pronti ed efficienti
e pronti alla lotta’. Il Cimolin mi raccontò che, non appena riferì
all’ufficiale austriaco la risposta da parte delle nostre truppe, costui emise con il fischietto l’ordine alle sue truppe di prepararsi al
combattimento. In un attimo lui vide la pianura coperta di truppe, che avanzavano in schiere fitte e compatte. Fece, secondo la
sua versione, appena in tempo di mettersi al riparo dietro i muri
della cappelletta che trovasi nei dintorni”.
Il racconto è alquanto verosimile per la fase di inizio dei combattimenti, con gli italiani schierati dietro muri a secco e quelli degli orti con gli austro ungarici ben nascosti lungo i prati
pianeggianti della Taviela con quell’unico ufficiale che viene in
avanscoperta a verificare la situazione. La cappelletta alla quale si
fa riferimento è certamente la “Madunina dal favre”, all’ingresso
del paese: l’incontro avvenne certamente poco distante da quel
punto. L’orto di Masin è ancora oggi ben identificabile, all’ingresso del paese, verso l’attuale statale. Il suo muro all’epoca non
aveva nulla che si frapponesse alla vista della piana ed era quindi
la prima barriera al nemico che avanzava. Dietro il muro di cinta
si trova l’abitazione, sulla cui facciata il signor Trivelli Pietro, detto
“Piereto de Masin”, nipote dell’allora proprietario e titolare della
Locanda Vittoria, ci fa riconoscere i segni degli 8 colpi di mitragliatrice ancora presenti sulla facciata: “Mi raccontarono che gli
austriaci sparavano da Maleon con la mitragliatrice, il proprietario
non volle che i colpi venissero cancellati, anzi li contornò con
la vernice, oggi sbiadita ma ancora riconoscibile, anche se i fori
sono stati in parte stuccati con la malta durante la ristrutturazione
dopo il terremoto”. Una traccia concreta di quel combattimento.
23
La facciata della casa di “Masin” sulla quale si distinguono ancora i colpi di
mitragliatrice sparati da Maleon (Foto G. Cescutti)
Il corso del Meduna a valle di Sotrivea, il “Cilin de Mecchia” si trovava a valle
della passerella che conduce a “Plans di Miduna”, sulla riva destra
(Foto G. Cescutti)
Il nostro cronista prende poi spunto dalla fuga precipitosa in
direzione del Meduna del tenente colonnello Roldano Dalla Rosa
(questo il suo nome corretto, che finora abbiamo incontrato in
diverse versioni non esatte) che, ferito ad una gamba, si sarebbe
fermato a medicarla in corrispondenza del “Cilin de Mecchia” e in
quel punto raggiunto al petto da una fucilata che gli fu fatale, a
quanto pare sparata da austriaci che si trovavano Sotto Campone,
il pianoro a metà costa del pendio che dalla piana della chiesa
degrada verso il Meduna. Il “Cilin de Mecchia”, a quanto ci è stato
spiegato, era una pozza d’acqua, sulla riva destra del Meduna,
all’altezza dei cosiddetti “Scontrus”, cioè la confluenza del Viellia.
Nel capitano Re, che fugge con Dalla Rosa, identifica colui
che poi, da oltre il Meduna, si sarebbe trasformato in un infallibile cecchino:
di ‘Plan de Miduna’, verso Ganizio, sul torrente Meduna e poco
lontano da dove era caduto il ten. col. Della Rosa, ad ogni colpo
di fucile uccideva sempre un soldato austriaco che si trovava di
fronte ‘Sotto Campon’. Lì vi erano infatti truppe austriache che
dovevano impedire ai nostri di mettersi in salvo. Chi assisteva a
questa caccia all’uomo vide perfino un nemico, dopo essere stato
colpito, rotolare giù per la china. L’osservatore che stava dentro
la stalletta della Chiaranda (Sottrivea) stava osservando dalla finestrella. A costui si può credere perché ciò che diceva era vero, indiscutibile. Egli mi disse che contò una ventina di colpi distanziati
circa un minuto l’uno dall’altro e tutti colpivano il bersaglio, alla
fine i colpi cessarono, continua il Durat Umberto, vide il famoso
tiratore. Con l’arma in mano e la testa senza berretto arrampicarsi
su per la montagna ‘Crepa’. Il Durat giorni dopo trovò nel luogo,
ove presumeva fosse il tiratore, un berretto da Ufficiale. Non v’è
dubbio alcuno che appartenesse a chi, ad ogni minuto per una
ventina di essi, spediva all’altro mondo un nemico.”
“È questo forse quel famoso ufficiale dal tiro preciso e inesorabile, che riparato dietro la muraglia a secco che cinta i terreni
24
25
Il racconto è sicuramente pittoresco, ma pensare che gli austriaci, dopo il primo colpo a segno, se ne siano lasciati piazzare
altri diciannove, non pare ipotesi verosimile.
Racconta poi della morte del capitano Silva che “uccise prima
con un colpo alla nuca, il suo cavallo nero, poi rivolta l’arma contro se stesso si sparò alla testa, tutto questo dopo aver rifiutato al
nemico di arrendersi. La risposta di questo valoroso e intrepido
capitano al nemico fu solo il grido ‘Viva l’Italia’, e la sua fulminea
morte. La località dove il capitano Silva si uccise è proprio in
mezzo alla strada, sotto la casa di G. Facchin “Beppon”. Il capitano Silva e il suo cavallo erano un’unica cosa, immersi in un mare
di sangue. Queste cose le può affermare chi vide lo scenario
della lotta, in cui i nostri soldati il cui eroismo è tuttora sconosciuto in quella triste giornata scavalcarono più volte il groviglio
sanguinolento del capitano Silva e del suo cavallo”.
Il capitano Carlo Silva era nato a Modena il 25 ottobre 1880,
sposato nel 1909 con la signorina Eros Crescini, quindi nel giorno di Tramonti di Sopra aveva 37 anni. Era ufficiale di carriera,
capitano in servizio attivo del reggimento Cavalleggeri di Nizza
(1°) e questo spiega il motivo per cui, aggregato ad un reparto di
fanteria, portava al seguito il proprio cavallo dal quale non volle
separarsi neppure nella morte. Il luogo della morte è quindi da
identificare sempre sulla allora mulattiera di Frassaneit, una cinquantina di metri oltre la Chiesa Evangelica.
Il nostro testimone si lascia poi andare ancora a quella che
diventa quasi una sua ossessione, cioè quella di sapere quanti
fossero stati i caduti, non dandosi pace che in cimitero risultassero sepolti solo pochi caduti italiani e ancor meno austro ungarici.
Arrivando persino ad immaginare che i morti fossero stati bruciati, in grandi falò che si vedevano accesi, nelle notti successive ai
combattimenti, in giro per la valle.
A conclusione delle sue annotazioni, il Facchin riporta un
interessantissimo passaggio relativo a quanto avvenne dopo il
combattimento e in particolare alla rappresaglia che gli austroungarici avrebbero inteso praticare alla popolazione civile accusata
di avere combattuto al fianco dei militari italiani: “Gli austriaci
cercarono di diminuire il valore delle nostre truppe dicendo che
26
la popolazione aveva preso le armi contro di loro. Questo diceva un ten. Austriaco, di fronte alla Chiesa della Salute (parlando
in friulano essendo di Gorizia) dove gli austriaci avevano ammassato la popolazione: ‘Non è possibile che l’esercito italiano
disorganizzato e pusillanime abbia fatto fronte a noi, è stata la
popolazione, così ora verrete decimati’. Mentre così parlava riprese la sparatoria da parte delle nostre truppe, (dopo le 5 di sera).
I tedeschi ripresero il posto di combattimento e la popolazione
fuggì verso le proprie case. Alla sera, come ostaggi, ripresero una
ventina del paese, fra i quali il prete Don Francesco, per fucilarli.
Furono salvati da una donna tedesca, sposa a uno di Tramonti
“Boraschin”: essa si prese tutte le responsabilità dell’innocenza
del popolo.
In realtà è cosa certa che almeno tre del paese (tra di loro
Pradolin Giacomo che affermò di aver sparato dalle finestre di
casa Menegon), che comunque erano al momento soldati, spararono dalle finestre di casa Menegon contro i nemici. I loro nomi?
Pradolin Giacomo Nonzolo (sarto), Pradolin Aurelio e Menegon
Giovanni. Per me non c’è dubbio che costoro abbiano sparato contro gli austriaci, perché anch’io, non ricordo bene se era
l’indomani della battaglia o il giorno otto, non sparai, ma per
due volte tagliai la linea telefonica che partiva da Tramonti per
Frassaneit, che serviva ai tedeschi in marcia verso tale località. La
prima rottura la feci dal “Crist” fin sotto la casa di “Beppon”; la
seconda dal “Gravon” fino alla “Centa di Rocchetto”. Bel coraggio
nulla da dire, ma se mi avessero preso era la fucilazione.”
Il nostro testimone ci conferma quindi chi fu a sparare, dalla
“casa Menegon”, che ancora oggi si distingue, semidiroccata, in
alto, sopra “la Plaçona” (sulla quale certamente sbucavano gli
austroungarici provenienti dall’attuale via Castello), scatenando
l’ira degli invasori, fortunatamente placata prima di giungere alle
estreme conseguenze. Ma ci rivela anche due aspetti che rendono più che mai attendibili i contenuti del dattiloscritto. Il primo
è il riferimento al fatto che, mentre la gente è riunita davanti alla
chiesa della Madonna della Salute, “riprese la sparatoria da parte
delle nostre truppe”: è il combattimento che riprende verso Sel-
27
La relazione del tenente di complemento
Ambrogio Luoni
In alto, la casa Menegon,
dalla quale si sparò contro
gli austroungarici
(Foto G. Cescutti)
vaplana e lo sbocco del Canale di Cuna, da dove stanno giungendo le ultime truppe italiane partite da San Francesco, la brigata
Lombardia e il 35° fanteria della brigata Pistoia che vengono a
cadere nella rete tesa dagli imperiali lungo tutta la val Meduna. E
poi il riferimento alla linea telefonica posata dagli austroungarici
verso il canale di Meduna: la ritroveremo in altra parte di questo
lavoro, quando gli ultimi superstiti di Pradis la incroceranno, al
Ciul, chiaro segnale che il nemico li aveva preceduti sulla via
della Caserata. Quella linea telefonica, evidentemente seguiva la
mulattiera di Frassaneit, partendo dal “Crist” sul fianco della chiesetta e raggiungendo in poche decine di metri i due punti nei
quali Emanuele Facchin praticò i suoi sabotaggi.
L’ultima versione dei fatti che vi proponiamo è quella riportata da
un documento di tutt’altra natura, non più il racconto sulla base di
testimonianze raccolte in loco, il diario, la lettera ad un superiore
esaltante il comportamento del reparto, ma una relazione prodotta per tutt’altra finalità. Si tratta della relazione rilasciata da un
ufficiale che partecipò al combattimento di Tramonti di Sopra alla
Commissione per l’interrogazione dei prigionieri rimpatriati. Per
tutti gli ufficiali catturati dal nemico era infatti prassi, al rientro, essere sottoposti all’esame di una commissione che aveva il compito
di verificare che la cattura avesse avuto luogo in circostanze che
la rendevano inevitabile. Se la commissione avesse individuato
nella condotta dell’ufficiale particolari responsabilità o una resa
non giustificata, a suo carico poteva conseguire anche il rinvio
al tribunale militare. Le relazioni di questi ufficiali, migliaia, sono
oggi conservate all’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e stanno emergendo progressivamente grazie
al rinnovato interesse degli storici. Il tenente di complemento Ambrogio Luoni, apparteneva al 56° battaglione bersaglieri (ulteriore
conferma che il 133° non comprendeva solo fanti) e dichiara di
essere stato catturato il 6 novembre 1917, fra le 12 e le 13, leggermente ferito, aggregato al 133° reggimento fanteria (com.te ten.
col. cav. Pavesi). Dalla relazione9 scritta a Firenze il 17 gennaio
1919, si ricava questa descrizione del combattimento di Tramonti
di Sopra:
“Di qui appena giunto proseguimmo la ritirata per Pozzis (Val
d’Arzino) fino a San Francesco, dove giungemmo verso le 9 del
5. Si sostò fino al pomeriggio e poi si proseguì, con tutto il 133°,
per Tramonti di Sotto. Lì pernottammo e al mattino del 6 verso
le 10 incominciammo ad avviarci per Tramonti di Sopra. Andò
avanti un battaglione d’avanguardia cui seguivano le salmerie del
9 Aussme, F11, b.11, n. 11428, Luoni.
28
29
133° e quelle del 56° battaglione bersaglieri a cui mi ero unito.
Appena giunti presso Tramonti di Sopra, fummo assaliti dagli austriaci e si attaccò combattimento fra le case e gli orti del paese.
Si combattè accanitamente per 1 ora e ½ e poi essendo riusciti gli
austriaci a penetrare in paese, chiudendoci ogni passo, ci difendemmo finché fu possibile, essendo anche senza munizioni. Entrati gli austriaci nel cortile dove mi trovavo con altri uomini del
133° fummo circondati e presi. Al momento della cattura circa 10
uomini miei erano con me. Io aveva una leggera ferita all’occhio
sinistro e una contusione alla nuca. Questa riportata il 4.”
È un resoconto sintetico, una sintesi finalizzata a riferire solo
gli elementi sicuri, ci offre riferimenti precisi nel momento di inizio del combattimento e nella sua durata che, diversamente dagli
altri racconti (nei quali si parla di tre ore, tre ore e più, molte ore)
viene circoscritta a non più di un’ora e mezza, verosimilmente
fra le 11 e le 13.
L’inizio della mulattiera
per Frassaneit, da allora
poco è cambiato
(Foto G. Cescutti)
Conclusioni
Le quattro versioni dei fatti consentono di trarre conclusioni abbastanza attendibili sullo svolgimento del combattimento di Tramonti di Sopra, certo suscettibili di successive precisazioni che
potranno emergere in particolare da ulteriori approfondimenti
presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.
In primo luogo la consistenza delle truppe italiane impegnate, non solo fanti del 133°, ma anche altre truppe raccogliticce,
in particolare bersaglieri e mitraglieri, oltre a salmerie: il 133°
quella mattina schiera tre compagnie e mantiene in riserva gli
zappatori, in condizioni normali potremmo pensare trattarsi di
7-800 uomini, probabilmente molti di meno per reparti che da
oltre dieci giorni si stavano ritirando, riducendo progressivamente gli effettivi per combattimenti o sbandamenti lungo il percorso
dall’alta valle del Chiarsò (Paularo). Il combattimento pare esse-
30
re stato abbastanza breve e rapido: le tre compagnie dispiegate
inizialmente a monte del paese, sopraffatte da un nemico numericamente preponderante, devono subito ritirarsi fra le case e
negli orti recintati. Questi ultimi, in particolare, ancora oggi sono
riconducibili a quello di “Masin”, all’entrata del paese, e in quello
della villa Zatti, dobbiamo ritenere che in entrambe i recinti si
siano asserragliati i difensori italiani.
Segue una fase di combattimento fra le case, intorno e all’interno della villa Zatti, dove coloro che non hanno il coraggio di
fuggire sotto il fuoco incalzante degli austroungarici vengono
catturati sul posto. Altri, fra i quali molti ufficiali, fuggono verso
valle, forse lungo la via Venezia imboccata dalla “Plaçona” sicuramente lungo l’attuale via Roma, che qui viene indicata come
“La Ruvulina”. Chi in direzione del greto del Viellia, dove gli
austroungarici hanno già chiuso ogni via di fuga, chi verso il Meduna, chi in direzione della mulattiera per Frassaneit.
31
La consistenza delle
truppe coinvolte e la durata
del combattimento può effettivamente essere ritenuta
compatibile con il numero
di 12 caduti indicato sulla
lapide posta sulla tomba
del tenente Claudio Calandra. L’iscrizione della lapide, i racconti riportati, i riassunti storici e le modalità
di consultazione dell’Albo
d’oro dei caduti consentite
Il ten. col. Roldano Dalla Rosa, caduto a
Tramonti di Sopra, al “Cilin de Mecchia”
dalle moderne tecnologie,
permettono di identificare i
seguenti militari caduti nel
combattimento del 6 novembre 1917 a Tramonti di Sopra:
– Dalla Rosa Roldano di Filippo: tenente colonnello in servizio attivo permanente 5° reggimento bersaglieri nato il 24 maggio
1871 a San Lazzaro Parmense (ora comune di Parma) morto il 6
novembre 1917 a Tramonti di Sopra per ferite riportate in combattimento;
– Silva Carlo di Alfonso: capitano in servizio attivo reggimento cavalleggeri di Nizza (1°), nato il 25 ottobre 1880 a Modena,
morto il 6 novembre 1917 a Tramonti di Sopra per ferite riportate
in combattimento;
– Calandra Claudio di Edoardo: decorato di due Medaglie di
Bronzo al V.M., tenente M.T. 113° (sic) reggimento fanteria, nato
l’8 febbraio 1893 a Torino, morto il 7 novembre 1917 sul campo
per ferite riportate in combattimento;
– Fochi Temistocle di Nicola: tenente di complemento 133°
reggimento fanteria nato il 9 gennaio 1896 a San Giorgio la Montagna (oggi San Giorgio del Sannio) morto il 6 novembre 1917 sul
campo per ferite riportate in combattimento;
– Iulio Giovanni: tenente 133° reggimento fanteria, nato a Cremona, il nominativo risulta riportato solo dal riassunto storico del
reggimento, nell’Albo d’Oro è riportato solo un omonimo che
32
risulta caduto in tempi e circostanze in alcun modo assimilabili
allo scontro di Tramonti di Sopra;
– Pierotti Leone di Alberico: aspirante ufficiale 31° reggimento
fanteria, nato il 2 agosto 1886 a Roma, disperso il 6 novembre
1917 a Tramonti (Carnia) in combattimento;
– Gallotti Aldo di Primo Cornelio: tenente di complemento
239ª compagnia mitraglieri Fiat, nato il 23 giugno 1890 a Villanterio (PV), disperso il 6 novembre 1917 in combattimento nel
ripiegamento al Piave;
– Bellotti Giuseppe di Giovanni: caporale 133° reggimento
fanteria, nato il 3 gennaio 1894 a Fontanella (BG), morto il 6
novembre 1917 sul campo per ferite riportate in combattimento;
– Guazzi Edoardo di Goffredo: soldato 12° reggimento bersaglieri, nato il 16 aprile 1892 a Reggio Emilia, morto il 6 novembre
1917 sul campo per ferite riportate in combattimento.
Complessivamente 9 caduti identificabili, per cui i nominativi
degli ignoti devono ritenersi ridotti a non più di tre.
Claudio Calandra, l’eroe di Tramonti di Sopra
Nel cortile della villa Zatti, il sig. Eugenio Zatti, nato nel 1924,
ancora oggi ci riporta quanto da ragazzo sentì raccontare dal
personale di servizio della sua famiglia presente in casa nella
giornata del 6 novembre 1917. Con precisione ci indica il portale che immette agli orti sul lato est della villa, Claudio Calandra
cadde in quel punto, sotto i colpi degli austroungarici che dalla
piazza Verdi entravano nel cortile non dal cancello carraio ma
dalla porta laterale. Il giovane ufficiale fu trasportato nella villa,
nella “camera dei foresti”, situata nell’ala destra, dove spirò la
sera del giorno successivo, 7 novembre. La lapide murata a destra dell’ingresso della villa Zatti ricorda l’episodio con queste
parole:
“Ferito a morte per aver fieramente contrastato al nemico il
sacro suolo della Patria in questa casa il 7 novembre 1917 spirava
il tenente Claudio Calandra nato a Torino l’8 febbraio 1893”.
33
Ma chi era Claudio Calandra10?
La famiglia dalla quale discendeva aveva già dato personaggi
notevoli al Piemonte postunitario. Il nonno Claudio, omonimo
del nostro, era stato rappresentante al parlamento italiano del
collegio di Savigliano per due legislature immediatamente successive alla proclamazione del Regno d’Italia. Da Claudio Calandra nacquero Davide, scultore molto noto al quale oggi è
dedicata l’omonima gipsoteca a Savigliano, ed Edoardo, scrittore
e pittore.
Claudio è unico figlio di Edoardo e di Virginia Callery Cigna
Santi. Trascorre la giovinezza fra Torino e le villeggiature estive
nella tenuta di Murello (Cuneo) alla quale rimane intimamente
legato.
Fedele alla tradizione artistica di famiglia, allo scoppio della
guerra sta studiando disegno all’Accademia Albertina di Belle
Arti di Torino. Parte subito volontario, da semplice soldato, sul
monte Sabotino per poi passare alla Scuola Militare di Modena
dalla quale esce ufficiale per tornare subito in prima linea.
Ferito ad una spalla, viene decorato con una prima medaglia
di Bronzo, partecipa alla presa di Gorizia nell’agosto del 1916, è
ancora nelle trincee del Carso.
Il 1° novembre 1916, ad Oppacchiasella, viene ferito alla testa
durante un assalto meritandosi la seconda medaglia al valore.
Nel febbraio 1917 viene assegnato quale ufficiale di ordinanza
al comando della 36ª divisione del generale Martinelli. Un periodo di relativa tranquillità per il giovane, che trova sicuramente
qualche momento in più per dedicarsi alle sue inseparabili compagne, la matita e la pipa. È in questo periodo che gli vengono
conferite le due medaglie al valore. È conscio di non essere un
militare di professione ma semplicemente “il cittadino soldato
che serve il paese”. È fermamente convinto del suo dovere e si
10 Le informazioni riportate e la foto del tenente Claudio Calandra ci sono state
gentilmente messe a disposizione dalla dr.ssa Rosalba Belmondo, direttrice
del Museo Civico “Antonino Olmo” e della Gipsoteca “Davide Calandra” in
Savigliano, che conserva la documentazione sulla famiglia Calandra.
34
Il tenente Claudio Calandra nel 1917
35
scaglia contro tutti quelli che lo istigano ad imboscarsi, lontano
dal fronte: “Finora ho sempre cercato di cambiare discorso e di
contenermi, ma anche la mia pazienza ha un limite e finirò per
rispondere male a qualcuno. Quanta gente non si vergogna di far
vedere che ha paura!”
Ai primi di settembre del 1917 viene assegnato al 133° reggimento fanteria, in Carnia. Attraversato il Tagliamento, la sua brigata
si schiera all’altezza di Preone per poi ritirarsi attraverso la Val d’Arzino e quindi, nella giornata del 5 novembre 1917, lungo il Canale
di Cuna, per raggiungere la Val Meduna dove il destino lo attende.
Elisabetta Urban, nata il 24 ottobre 1908
Lei11, durante la Grande Guerra, c’era: Elisabetta Urban è nata il
24 ottobre 1908 in Cualtramon, borgata non lontana da Tramonti
di Sopra, che si incontra risalendo il Canale di Meduna.
È una vecchina minuta, che incontriamo mentre sta cenando
in assoluta autonomia; la figlia settantacinquenne le fa compagnia nella cucina la cui finestra guarda verso sud, sulla piana che
si estende fino al paese.
Cordiale, rassicurante, pare di parlare con una persona di ben
più giovane età. Ma appena la figlia corregge qualcosa di quello
che dice, la rimbeccata, dall’alto della veneranda età arriva subito: “Orco ladro, ese il caso che me aveis proprio da comandâ
voatris?”
Racconta quel poco che ricorda di quei lontani giorni: “Me
mare a ne faseva il liet sot la tavola parcè che a veva paura che a
sclopetavin, da cjapâ cualche bala da cualche banda. Su la plaça
ai avevan fat una mieza guera, mi impensi il non di chestu Caladra ch’al era muart. Ai coreva jù i Cjargnei dì e gnot poarez, ch’ai
scjampava ch’ai aveva paura: no sai mo di ce ch’ai aveva paura…”
11 Intervista a Elisabetta Urban raccolta da Giuliano Cescutti in data 22 luglio
2014.
36
Quando le chiediamo, che cosa facessero da bambini la risposta è chiara e senza incertezze: “Lavorâ! Una vincjna di vacjes e
vigjei, gno pare al aveva dôs o tre malghes in Cjargna, Midiana e
Cjansavei… Doi dis par rivâ in Midiana, la prima dì dal Cjavalîr a
Somp la Mont e la dì dopo rivavin in Midiana… Cualchi volta a
si fermavin ancja a Dimpeç.
Ma c’erano anche i giochi, come scendere in slittino lungo la
mulattiera ghiacciata di “Festones”, partendo in cima e arrivando
fino al Cjavalîr. Poi racconta di uno dei suoi tanti fratelli: “Gno
frade Jacu al meteva la mê nona sui bras e al la meteva fôr sul
puint e me mare, ca era buna da sigulâ: ‘Mascalson, sa te sbrisa a
si copa sui clapons sot el puint!’”
Pochi ricordi, ma hanno attraversato un secolo per giungere
fino a noi dalla viva voce della protagonista.
Guerino Tramontino:
nato al rombo del cannone…
Fra le migliaia di profughi che in quei giorni scendevano lungo
la via del Monte Rest, lungo un itinerario non più mulattiera ma
non ancora strada (il genio militare vi stava ancora lavorando per
la trasformazione in carrozzabile), tante storie di chi aveva dovuto abbandonare tutto senza alcuna certezza del futuro. Fra quei
profughi anche una donna agli ultimi giorni della gravidanza
che, proprio lungo la via del Rest fu colta dalle doglie. Il bimbo
nacque a Tramonti di Sopra e nel registro degli atti di battesimo
della Parrocchia di S. Floriano Martire si legge:
“Tre novembre 1917 Candido Guerino-Tramontino di Candido
di Pietro e di Della Pietra Emilia di Michele del paese di Ludaria
Parrocchia di Rigolato (Diocesi di Udine) congiunti in matrimonio da circa 8 anni, nato il 31 ottobre p.p. alle ore 21 venne oggi
battezzato da me sottoscritto essendo padrini Gussetti Modesto
di Daniele rappresentato dalla cugina Candido Maria e Candido
Teresa fu Geremia”.
37
L’atto di battesimo di Candido Guerino-Tramontino nato a Tramonti il
31 ottobre 1917
Don Pascotto riporta poi la seguente nota a margine dell’atto
di battesimo: “Nacque in questa Parrocchia essendo la madre
di passaggio profuga dalla Carnia per l’invasione delle truppe
tedesche”.
L’episodio fu raccontato anche a Giuseppe Del Bianco che riportò: “Ricordo come nella abitazione di Giacomo Minin venisse
portata il giorno 2 di novembre una partoriente: Emilia della Pietra in Candido da Luderia, la quale colta dalle doglie sul Rest, finì
per sgravarsi a Tramonti di Sopra, e ricordo come nel domani,
nonostante la paurosa minaccia che incombeva, autorità e popolazione partecipassero con segni di festa al battesimo del neonato, al quale venne imposto il nome di Guerrino Tramontino.”12
La data di nascita del bimbo non è quella esatta, poiché dobbiamo credere a quanto riportato nell’atto di battesimo, ma certo
i segni di festa con cui i paesani parteciparono alla cerimonia
erano ancora vivi nel ricordo di chi li raccontò a Del Bianco.
Il destino di questo bimbo nato in una così triste situazione
ci ha incuriosito, e abbiamo voluto cercare qualche notizia su
quella che sarebbe stata la sua vita futura.
I genitori di
Candido Guerino
– Tramontino,
Emilia e Candido,
in una foto in età
avanzata
(Foto Archivio
famiglia Candido)
Abbiamo avuto la fortuna di raggiungere un nipote di quel
bimbo, il signor Franco Candido, che gentilmente ci ha fornito
alcune informazioni sulla storia dello zio. Dalle memorie della
sua famiglia ci riporta che nell’ottobre del 1917 a partire in fuga
dagli invasori fu sua nonna Emilia, nata nel 1886, con i figlioletti
Divina nata nel novembre 1911 e Beppi, nato nel giugno del
1916. Partirono con un piccolo carro sul quale, a quanto racconta
il signor Candido, il bambino fu dato alla luce. La famiglia con
il neonato dovette rinunciare a proseguire e fece ritorno, pochi
giorni dopo, a Rigolato.
Guerino frequentò per dieci anni il Seminario Arcivescovile
di Udine ma non divenne mai sacerdote, la sua occupazione fu
quella di bibliotecario all’Università di Trieste. Si sposò ma non
ebbe figli.
È morto il 18 aprile del 2004…
12 G. Del Bianco, op. cit., p. 308.
38
39
Tramonti di Sotto
La colonna Rocca in Val Meduna:
l’ultima difesa del Friuli
Tramonti di Sotto in una immagine dell’immediato dopoguerra: dalle montagne sullo
sfondo scese, nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1917, la colonna Rocca
(Archivio G. Cescutti)
Nelle valli comprese fra il corso del Tagliamento e quello del
Piave, dalla val d’Arzino, alla val Cosa, dalla val Meduna su fino
all’alta val Cellina e alla val Vajont, qualcuno ancora oggi ricorda il racconto delle avventure del “vagabondo dai denti d’oro”.
La storia è quella del generale Francesco Rocca che, dopo aver
guidato il tentativo delle divisioni della Carnia di aprirsi una via
di salvezza verso il Piave combattendo a Pielungo, a Forno, a
Pradis, vagò fra queste montagne, sfuggendo alla cattura fino al
18 dicembre 1917. Una fuga di oltre 40 giorni fu certo impresa
notevole, nella quale il nostro generale, travestito da vagabondo
o da capraio, riuscì anche grazie alle tante persone dei nostri paesi che gli diedero ospitalità e protezione. Ma di quella storia ci
sono anche altri aspetti, molto meno noti, che dipingono la figura
del generale non proprio con i connotati eroici che gli furono
attribuiti. Vorremmo raccontarvi, e in parte svelare quegli aspetti,
ricorrendo alle testimonianze di chi visse a stretto contatto con
il generale i giorni immediatamente successivi alla Battaglia di
Pradis.
Ma cerchiamo di andare con ordine rispondendo innanzitutto
ad una domanda: chi era questo generale Rocca? Nei giorni della ritirata di Caporetto era il comandante della 63ª divisione di
fanteria che, collocata a riposo dopo un lungo turno di trincea
sul medio Isonzo, al precipitare degli eventi fu subito richiamata verso nord, a difendere i settori alle spalle di Gemona, di
40
41
Venzone e della Val Resia. Nella giornata del 30 ottobre 1917 si
trovò schierato sul Tagliamento con la propria divisione e nella
notte fra il 4 e il 5 novembre, attraverso la mulattiera della Forca
Armentaria scendeva in val d’Arzino, a San Francesco. Da qui in
poi, assunto il comando unificato anche della 36ª divisione, scesa
dalla Val Aupa e dalla Val Raccolana, nelle due giornate successive guiderà i circa 20 mila uomini concentrati in val d’Arzino
nell’estremo tentativo di salvezza.
Il generale Rocca
e gli altri protagonisti di un’odissea
Francesco Rocca era genovese, in
quei giorni aveva 55 anni, militare di carriera, aveva partecipato alla campagna di Eritrea nel
1887-88. Iniziò la Grande Guerra da capo di S.M. dell’XI Corpo
d’Armata ma già dal novembre
1915 gli fu assegnato il comando
della brigata Ferrara “esattamente cinque giorni prima dell’inizio
della 4ª battaglia dell’Isonzo. La
Ferrara venne ritirata dal San Michele il 24 novembre, in quei 15
giorni aveva fatto faville: conquiIl generale Francesco Rocca
stato tre trincee, fatto più di 1.000
prigionieri, aveva avuto fuori
combattimento 1.500 uomini di cui 76 ufficiali. Rocca ebbe come
ricompensa la croce di ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e la
medaglia d’argento al valore. Portò all’attacco la brigata nell’inferno del San Michele fino all’aprile del 1917 in altre sei battaglie;
la Ferrara venne distrutta quattro volte: con l’attacco dei gas del
29 giugno 1916 ebbe 1.000 uomini e 25 ufficiali fuori combattimento; in agosto 2.700 uomini e 84 ufficiali; in novembre altri
42
1.100 uomini e 41 ufficiali.”1 Le dure prove alle quali i suoi reparti furono sottoposti diedero luogo anche a rivolte delle sue
truppe, la più eclatante delle quali fu quella che nel dicembre
1915 vide l’ammutinamento del 48° fanteria che sparò contro i
propri ufficiali alla vigilia del ritorno in trincea. Il tribunale speciale presieduto da Rocca emanò due sentenze di fucilazione
immediatamente eseguite. Il 23 aprile del 1917 Rocca assunse il
comando della 63ª divisione, raggiungendo un traguardo di carriera particolarmente ambito.
Da questi brevi tratti è facile immaginare che Rocca avesse
fama di comandante inflessibile e incurante delle perdite. Caratteristiche confermate dalle stesse parole riportate nella prefazione alla sua opera pubblicata nel dopoguerra:
“Amai il mio lavoro come avevo amato la vita di guerra, specialmente perché non mai come durante quel periodo sentii, che
ogni mia parola, ogni mia fatica, ogni mia azione, starei per dire
ogni mio pensiero, avevano una ripercussione in tutti gli uomini,
che da me dipendevano e, nella cerchia del mio comando, una
tremenda importanza.
Amai la vita di guerra e l’amo tuttora, anche per le numerose
soddisfazioni, che, durante il suo svolgimento e dopo, essa mi
procurò. Fra queste ultime ho l’orgoglio di qui ricordare le due
maggiori, che furono: la presentazione che di me fece S.E. il
Maresciallo d’Italia Cadorna, alle Autorità convenute a Pallanza
per offrirgli un villino designandomi come: ‘uno dei più valorosi
generali dell’Esercito’, e più ancora, le benevole parole di S.M. il
Re d’Italia, che parlando di me con un mio Superiore, si degnò
usare l’espressione di ‘quello che fece così bene in guerra’.2”
1 G. Cescutti - P. Gaspari, Generali senza manovra. La battaglia di Pradis di
Clauzetto nel racconto degli ufficiali combattenti, Gaspari Editore, Udine 2007,
p. 39.
2 F. Rocca, Vicende di guerra, Carpigiani & Zipoli, Firenze 1926, p. II della
prefazione.
43
Parole che non hanno bisogno di commenti. Il nostro generale, mentre nel pomeriggio del 6 novembre dalla cappelletta di
Forno, sulla strada fra Pradis di Sopra e Pielungo, assisteva alla
resa e cattura della sua avanguardia, era circondato dalle ultime
truppe che gli rimanevano: alpini, bersaglieri, mitraglieri e pochi
cavalleggeri appiedati. Centinaia di occhi che guardavano verso
la valle dove i commilitoni stavano cadendo nella rete degli Jäger
tedeschi. Uomini che riponevano nella perizia e coraggio di quel
generale le loro ultime speranze di salvezza. Una sola via di fuga
poteva essere tentata: quella della salita verso il monte Taiet per
puntare poi alla val Meduna e quindi, attraverso la mulattiera
Clautana, a Longarone.
Ma prima di seguire su quella via i fuggiaschi, fra loro dobbiamo ancora individuare due testimoni che ci saranno di essenziale
aiuto con il loro racconto.
Il conte Sebastiano Murari della Corte Brà, membro di una delle più illustri famiglie della nobiltà
veronese, era il capo di Stato Maggiore del generale Rocca. Tenente
colonnello di cavalleria, Sebastiano
Murari aveva 38 anni, nel suo ruolo
di capo di S.M. non era fra gli ufficiali combattenti in prima linea ma
svolgeva funzioni organizzative, a
stretto contatto con il suo generale
per il quale, come vedremo, provava devozione e dedizione assolute.
Il tenente colonnello Sebastiano
Con il comando della 63ª divisione
Murari della Corte Brà
(Archivio famiglia Murari)
aveva assistito alla battaglia di Pradis restando presso la cappelletta
di Forno. Negli anni trenta ritornerà in queste valli con l’intento
di scrivere un libro che poi pubblicherà nel 19353 e che oggi è di
3 Si tratta dell’opera Un episodio di guerra nelle Prealpi Carniche pubblicato da
Mondadori nel 1935.
44
fondamentale aiuto per ricostruire
le vicende che ci interessano.
Il terzo personaggio che ci farà
da guida è il capitano Francesco
Nussi: nato a Clauzetto nel 1891
(il padre svolgeva nella località le
funzioni di notaio), nei primi giorni
di guerra, nella zona del Freikofel
e del Pal Grande si era guadagnato due promozioni per merito di
guerra e una medaglia di argento.
Nelle giornate di Caporetto comanIl capitano Francesco Nussi,
da il battaglione alpini Val d’Ellero,
comandante del battaglione
alpino Val d’Ellero
richiamato dall’altopiano di Asiago
e aggregato alla 63ª divisione con il
gruppo alpino del colonnello Alliney. In quei giorni gli alpini del
capitano Nussi non erano stati impegnati in combattimenti di prima linea ma erano rimasti in riserva, a disposizione del generale
Rocca, rimanendo a Forno per l’intera giornata di Pradis. Il capitano Nussi, pur senza cimentarsi a scrivere le sue memorie nel
dopoguerra, attraverso la relazione scritta per la Commissione
interrogatrice dei prigionieri di guerra rimpatriati, ci fornirà una
ulteriore versione di quelle che furono le avventure degli ultimi
soldati italiani in armi al di qua del Piave, nel novembre del 1917.
Questi tre personaggi ci condurranno attraverso le Prealpi Carniche nei tre giorni successivi alla battaglia di Pradis, rivelandoci
episodi poco conosciuti.
Le verze di Palcoda
All’imbrunire del 6 novembre 1917, dopo essersi avviato una prima volta ritornando indietro, richiamato dal triste spettacolo verso il costone di Pradis, il generale Rocca parte dalla Cappelletta
di Forno e prende la salita verso il monte Taiet. Lo seguono i
pochi ciclisti e cavalleggeri presenti, mentre rimangono a For-
45
no il battaglione alpino del capitano Nussi, la 116ª compagnia
mitragliatrici St. Etienne e il 15º reggimento bersaglieri. Calata
la notte, anche queste truppe, su due nuclei, quello alpino al
comando del colonnello Cavarzerani, quello dei bersaglieri al
comando del colonnello Dompè, prendono a loro volta la via
della montagna. Centinaia di uomini si muovono al buio, su un
terreno infido e scosceso: il solo gruppo del colonnello Cavarzerani riesce a raggiungere quello del generale Rocca e con questo
a riprendere la marcia, verso mezzanotte. Nella notte il gruppo
si muove lungo le creste fino a quando, alle prime luci dell’alba,
riesce ad individuare la mulattiera che sale dal Castello Ceconi,
a raggiungerla e risalire attraverso le malghe Albarîet e Battistin,
fino a portarsi, verso le 10 del mattino, sul pianoro della malga di
Rossa. Il capitano Nussi così descrive la mulattiera: “La mulattiera
che la sera innanzi e durante la notte aveva già servito di ritirata
ad altri reparti era cosparsa per lunghi tratti di materiale belligerante abbandonato, otturatori da cannoni, pistole mitragliatrici,
innumerevoli fucili e baionette, giberne ancora piene di munizioni giacevano a terra ai lati della strada, ai piedi degli alberi o
penzolanti dai rami, materiali che i soldati avevano buttato per
meglio essere accolti dal nemico che li attendeva bloccandoli il
cammino poco più avanti.”4
Immaginiamo lo stato d’animo di quei soldati al vedere quello
spettacolo di abbandono lungo la via, e ancor più, giunti alla
malga di Rossa, spingendo lo sguardo verso il canale del Chiarzò e oltre fino alla borgata di Tamar, all’identificare le masse di
prigionieri italiani già catturati dagli imperiali, chiaro segno che
anche la via di salvezza immaginata fino a quel momento era
preclusa. Il gruppo, in quel momento ridotto a 4375 uomini, viene allora diretto a monte delle sorgenti del Chiarzò, attraverso la
Forchia de Negardaia e la Forchia Cesilar, puntando sul borgo di
4 AUSSME, F. 11, b. 1, Nussi.
5 Ibidem.
46
Palcoda, dove si spera che gli imperiali non siano ancora arrivati.
La colonna giunge a Palcoda, secondo Murari alle 16, secondo
Nussi alle 18: la truppa, stanca e affamata, “diede l’assalto ad
alcuni gambi di cavolo”6. Agli alpini del Val d’Ellero, dopo oltre
ventiquattro ore di marcia massacrante e senza ricevere cibo, anche le verze crude degli orti della borgata devono essere sembrate bocconi prelibati. Come si sperava, il nemico non si è ancora
visto, ma dagli abitanti del borgo si viene a sapere che la valle è
occupata fin dal mattino del giorno prima.
Il combattimento della Clevata
e l’occupazione di Tramonti di Sotto
In effetti, Tramonti di Sotto è occupato fin dal mezzogiorno del 6
novembre. Mentre gli austroungarici scendevano dal Rest, i primi
a giungere nella parte bassa della valle sono i ciclisti del Reserve
Jäger Btln n. 87 della Deutsche Jäger Division. Sono stati inviati
da Pradis per raggiungere la val Meduna e risalirla a chiudere lo
sbocco del Canale di Cuna. Percorrendo la strada in costruzione
fino a Campone e quindi giù, lungo la carrozzabile fino al fondovalle (il lago di Redona allora non esisteva), i ciclisti tedeschi
superano il ponte sul Chiarzò e vengono subito a contatto con
lo schieramento italiano all’altezza della Clevata. Fra gli italiani
schierati c’è il capitano Edmondo D’Arbela, della 533ª compagnia
mitragliatrici che, aggregata al 134° reggimento fanteria, è giunta in valle provenendo da San Francesco attraverso il Canale di
Cuna. In quella mattina prende verso sud, in direzione di Meduno e così racconta lo scontro della Clevata, riferendo addirittura
l’ora precisa di inizio del fuoco dei suoi mitraglieri:8
6 Ibidem.
7 S. Murari, Un episodio di guerra nelle Prealpi Carniche, Mondadori, Milano
1935, p. 238.
8 AUSSME, F. 11, b. 58, 1332, D’Arbela.
47
“La mattina seguente, si formò una colonna che da Tramonti di
Sotto doveva puntare attraverso Meduno. Essa era composta di
due (salvo errore) compagnie del 1° battaglione del 134° reggimento fanteria e della II e III sezione della 533ª compagnia mitragliatrici. Fu occupato quella specie di sperone che da Tramonti
di Sotto si protende verso il Meduna ed è circoscritto dal gomito,
che forma in quel punto la strada Meduno-Tramonti di Sotto.
Furono mandate innanzi pattuglie di fanteria e la II sezione
della 533ª compagnia mitragliatrici e si potè stabilire che di fronte
si trovavano notevoli forze nemiche in direzione di Meduno. Allora i Sigg.ri Tenenti colonnelli già nominati dettero l’ordine di rimanere appostati, sul terreno indicato, sbarrando la strada Meduno-Tramonti. Le mitragliatrici della compagnia furono messe in
postazione in modo da dare il migliore rendimento, quantunque
disponessero di pochissimi colpi: alle 10.27 il sottoscritto ricevette l’ordine, trasmesso dal tenente signor Broccoli, di proteggere
la ritirata del 1° battaglione che doveva ripiegare su Tramonti di
Sotto, da eventuali molestie nemiche e di seguire il battaglione
stesso appena fosse sfilato. Iniziatosi il movimento, dai monti alla
nostra sinistra (da sud-est circa di Tramonti) sorse un violentissimo fuoco d’infilata di fucileria e mitragliatrici nemiche. Ad esso
risposero con le mitragliatrici e i fucili le due sezioni della 533ª
comp. dirette dal sottoscritto.
Le scariche nutrite ridussero parecchie volte al silenzio i tiratori avversari. Durante questo combattimento rimasero feriti il ten.
col. Ilardi e il ten. col. Berti.
Appena il movimento della fanteria fu compiuto, conformemente agli ordini ricevuti e non modificati da alcun contrordine,
le due sezioni furon fatte dal sottoscritto ripiegare a scaglioni, la
quale operazione non si potè eseguire senza perdite e rimasero
fuori di combattimento, fra morti e feriti, una decina di mitraglieri.
Giunti a Tramonti di Sotto là si trovò già abbandonato dal
comando del 134° reggimento fanteria, e il capitano signor Balletti che era succeduto nel comando del I° battaglione era senza
ordini. I pochi mitraglieri rimasti e le truppe di fanteria furono
appostate in modo da fronteggiare un attacco avversario proveniente da Meduno.”
48
Il capitano D’Arbela dichiara di essere stato catturato, illeso, a
Tramonti di Sotto, alle ore 12 del 6 novembre 1917, a tale ora è
quindi da far risalire l’occupazione del paese.
La colonna del generale Rocca giunge a Palcoda oltre 24 ore
dopo questi fatti. Vengono inviate due pattuglie di bersaglieri a
verificare la situazione a Tramonti di Sotto9: non tornerà nessuno
e verso le 19 viene deciso di proseguire, nelle tenebre profonde,
sperando di riuscire ad attraversare la valle, passare sotto il naso
degli austroungarici e guadagnare la riva destra del Meduna.
L’attraversamento notturno del Meduna
Il capo di Stato Maggiore così racconta il percorso notturno da
Palcoda al passaggio del Meduna10:
“La colonna fu riordinata e avviata ad attraversare il Meduna a valle di Tramonti di Sotto. Il maggiore Malta, che prestava
servizio di S.M. al comando di divisione, chiese di assumere il
comando dell’avanguardia. Le tenebre erano fitte, il nemico era
nelle vicinanze, la richiesta del maggiore dimostrava una tempra
solida di soldato e venne accolta: l’avanguardia si sprofondò nel
buio. La piccola colonna scese gli ampi chiaioni del torrente Taceno (Tarcenò, nda). In coda vi erano i muli raccolti a Malga di
Rossa. La ferma volontà di procedere in silenzio ci fece apparire
assordante il rumore di tanti passi. Non bisognava attardarsi, in
breve avanguardia e grosso apparirono una cosa sola.
Dall’alto del ponte della grande strada di Tramonti, che supera il torrente Taceno (Tarcenò, nda), una voce diede un timido
‘Wer da?’ poi tornò il silenzio.
9 S. Murari, op. cit., pp. 246-247.
10 S. Murari, op. cit., p. 247.
49
50
Il ponte sul torrente Tarcenò sotto il quale transitò nella notte fra il 7 e l’8
novembre 1917 la colonna Rocca (Foto G. Cescutti)
Il torrente Meduna nel tratto in cui fu attraversato dalla colonna Rocca
(Foto G. Cescutti)
Più a valle degli apparati ottici corrispondevano attraverso
alle rive, in alto. Un altro apparato, di maggiore potenza, faceva
segnalazioni dal promontorio, che spinge il Meduna contro il
fianco occidentale della valle, poco a monte del ponte del Chiarzò. Dapprima erano segnali sempre eguali, che si ripetevano ad
eguali intervalli di tempo. Poi le segnalazioni divennero tumultuose e confuse: poi si spensero”.
Il gruppo attraversa i due rami del meduna, l’acqua gelida fino
alla cinta. Gli austroungarici, che certamente hanno individuato
il gruppo dei fuggiaschi, come confermano le segnalazioni luminose, riescono probabilmente a sopraffare la coda della colonna,
unico segnale un “rumore confuso” che, raggiunta la riva destra,
si traduce nella constatazione che il nucleo si è di molto assottigliato.
Il capitano Nussi fornisce una versione leggermente diversa
dei fatti, attenta in particolare a descrivere le condizioni di esaurimento fisico dei suoi uomini, che si manifestano nella risalita
dello scosceso pendio del monte Crepa, oltre il fiume: “Non sfuggì al nemico la nostra presenza che dall’altra parte del fiume tra
il buio della notte ci rivolse alcune parole che non comprendemmo. Così pure poco prima eravamo passati sotto gli archi di un
viadotto mentre esso con delle carrette vi transitava sopra, e ciò
senza curarsi di noi.
Sorpresi dall’indifferenza del nemico che certo pensava non
essere più per noi alcuna via di scampo, e saremmo stati costretti
tra non molto lo stesso ad arrenderci, proseguimmo oltre salendo
oltre lentamente tra brevi pause, tutti fradici, affranti dalla fatica
e dal sonno, la riva scoscesa del fiume, senza una meta fissa, tra
l’oscurità più fitta e una nebbia che intirizziva le ossa.
L’esaurimento e il sonno più violento raggiungeva tal grado
da disarmare taluni di ogni forza residua; e allora li si vedevano barcollare, e stramazzare a terra, tra le rocce ovvero rotolare
51
come corpo morto lungo il pendio finchè a stento, scossi dal pericolo di essere inghiottiti da qualche crepaccio trovano la forza
per trattenersi e abbarbicarsi a qualche cespuglio.”11 Il gruppo è
ridotto a circa 250 uomini, fra i quali 170 alpini del Val d’Ellero,
in gran parte complementi della classe 1899 appena giunti al
reparto.
In queste condizioni, dopo avere individuato nel buio la traccia di un sentiero, gli ultimi fuggiaschi della 63ª divisione giungono alla Forca del Prete. Fra la nebbia, una fitta pioggerella
e la luna che spunta fra le nuvole viene disposta una fermata.
Secondo Murari questo avviene verso
l’una di notte del giorno 8 novembre,
secondo Nussi verso le 6 del mattino,
più verosimile in questo caso il primo
orario. Nei dintorni vengono rinvenuti
alcuni muli che vengono sacrificati per
sfamare la truppa arrostendo i brandelli di carne sui fuochi nel frattempo
accesi. Durante la sosta il gruppo viene raggiunto anche dai colonnelli Tellini e Stringa della 36ª divisione che,
sfuggiti alla cattura del giorno prima
a Campone, sono riusciti essi pure ad
Il colonnello Tellini:
raggiunse la colonna Rocca
attraversare il Meduna sotto le fucilate
alla Forca del Prete
nemiche.
Dopo le 9 la colonna riparte, sotto
la pioggia scrosciante scende a Posplata per prendere poi la valle
del rio dei Gamberi e raggiungere l’imbocco della val Silisia.
Il capitano Nussi è fra quelli che pochi anni prima hanno
partecipato alla costruzione della strada, conosce il territorio ed
è fra i primi, guardando verso il fondovalle, ad accorgersi che gli
imperiali li hanno preceduti sulla Clautana12:
11 AUSSME, F. 11, b. 1, Nussi.
12 AUSSME, F. 11, b. 1, Nussi.
52
“Verso sud il Rio Posplata alla confluenza colla val Silisia si
notavano confuse le case del Tamarat ed un po’ distinte quelle di
Chievolis accoccolate ai piedi del Frau coll’ampio gomito della sua
strada da me costruita quattro anni addietro. La strada era percorsa
da una colonna nemica che saliva seguita da alcune salmerie verso
la Clautana. Bisognava escludere quindi di incappare con essa evitando di riversarci su quella comunicazione: ma allora quale altra
via ci restava? Ad un tratto quella colonna deve averci scorti perché la si vide indietreggiare e dirigersi alla nostra volta….venivano
così ad essere deluse le nostre ultime speranze e io avevo appena
dato disposizione ai piccoli posti perché non avessero mancato
dall’opporre valida resistenza quando il sig. Generale dietro breve
consiglio e dietro iniziativa del colonnello Cavarzerani prese la
risoluzione di tentare per i monti l’Alta Valle del Meduna”.
Il momento è cruciale, il rischio di cadere prigionieri incombe,
un gruppo di oltre 200 uomini non si muove agilmente ed è facilmente individuabile. Più facile sarebbe la fuga per singoli elementi o gruppi di pochi elementi. Rocca ha deciso di cambiare
itinerario, non la Clautana ma il Canale Grande di Meduna, che
si raggiunge solo superando la catena del Col della Luna illudendosi di trovare poi libera la via della Caserata.
È probabilmente precedente a questa decisione l’episodio
raccontato da Murari, con l’intento di esaltare la “magnifica resistenza morale” del suo generale, del giro a vuoto attorno al
monte Frau13:
“Dopo essere saliti da una parte su M. Frau ed esserne ridiscesi da un altro lato, ci ritrovammo al punto di partenza.
Il generale non ebbe alcun rimprovero per la guida, e rivoltosi
agli ufficiali disse loro: ‘Signori, anche un errore può essere un
ammaestramento’. L’ammaestramento non era forse tempestivo,
ma non possiamo fare a meno dall’ammirare, anche in queste
13 S. Murari, op. cit., p. 251.
53
parole, la magnifica resistenza morale di quell’uomo, nella situazione inaudita nella quale ci trovavamo.”
Se Murari esalta il comportamento di Rocca anche dopo molti
anni, il primo ad avere forti dubbi sulle sue intenzioni, sotto la
pioggia a dirotto, è il comandante del Val d’Ellero, che nella relazione compilata al rientro dalla prigionia scrive:
“Mi parve che l’esecuzione del progetto avrebbe dovuto essere effettuato solo da parte e precisamente dai soli signori Ufficiali
Superiori perché li vidi muovere di botto e avviarsi mentre il
Signor Generale mi diceva: ‘Noi si và nell’Alta Valle Meduna, lei
continui a scannare il terzo mulo e poi se mai ci raggiunga’… io
in quelle parole e con me pure la truppa, capii l’allusione a volersi sbarazzare dagli uomini che ormai non potevano essergli che
di peso, perciò sotto la minaccia della responsabilità di trovarmi
nelle condizioni di poter esporre ad una fine ingiusta gli uomini
decisi di seguirlo e rivolte ad essi alcune parole d’incoraggiamento ricominciammo il Calvario dopo averci diviso in fretta le
spoglie dell’ultimo mulo”.14
Il gruppo, sempre più assottigliato, dopo avere vagato per
diverse ore salendo di quota, si ritrova ad un certo punto su una
“piccola selletta limitata da crode inaccessibili” da dove si riconosce l’abitato di Clez, verso dove si dirige avendo ormai perso la
speranza di raggiungere la valle del Meduna.
14 AUSSME, F. 11, b.1, Nussi.
54
Da Clez alla forcella Cervelecis
Raggiungono il borgo alle 15 del giorno 8, trovandovi la popolazione stupita nel vedere truppe italiane ancora in armi ad oltre
tre giorni dall’entrata in valle dei primi invasori. I fuggiaschi a
Clez consumano il loro ultimo pasto prima della cattura: “Riuniti
attorno alle fiamme ristoratrici dei focolari riuscimmo, colmando
di denaro quella povera gente a cucinare delle grosse polente
che mangiammo avidamente con un po’ di cacio mentre la truppa, per la quale non fu possibile provvedere nulla si appropriava
delle rape e delle verze esistenti nei piccoli orti a settentrione del
caseggiato”.15
All’imbrunire il tempo migliora, smette di piovere e le nubi si
diradano. Il generale, rinfrancato dalla sosta e dalle informazioni
assunte, “arruola” due civili del borgo e sotto la loro guida si
avvia verso il Col di Luna. La partenza è precipitosa. Non tutta
la truppa, che in buona parte sperava che a quel punto fossero
finite le sofferenze, segue il comandante della 63ª divisione. Le
pattuglie nemiche si avvicinano. Il tenente colonnello Murari16 ci
indica con precisione l’itinerario seguito fino a scollinare nell’alta
valle del Meduna:
“Partimmo verso le 16 e cominciammo la salita del vallone del
Rio dei Boschit, dirigendoci a quel colle, poco noto, che è interposto fra il Col della Luna e la Dodesmala, ed è segnato sulla carta semplicemente con la quota 1030. Molti anni dopo seppi che è
denominato Forcella Cervelecis ma nel novembre 1917 nessuno
di noi lo udì dire, e battezzammo quella notte ‘la notte della
Dodesmala’. (…) Le ottime due guide non ci lasciarono e continuarono con noi ancora per qualche ora. Marciavano in testa,
precedendo il generale con una lanterna in mano. Scendemmo il
versante del Meduna lungo un ripido canale roccioso, che nelle
15 AUSSME, F. 11, b. 1, Nussi.
16 S. Murari, op. cit., pp. 252-253.
55
tenebre sembrò molto aspro: il senso dell’ignoto si impadroniva
dei più, sembrava di camminare sull’orlo di un precipizio, e che
il porre un piede in fallo potesse essere fatale. Una miriade di
lumi si accese, pareva che tutti fossero muniti di una candela, e
si vedeva una lunga teoria di luci calare lentamente lungo l’erto
canalone che precipitava a valle.
Ci fermammo a dei casolari verso l’1 di notte. Accendemmo
dei fuochi. Eravamo ancora tutti inzuppati per il guado e per la
pioggia del giorno innanzi; la bella pelliccia che indossava il colonnello Tellini era diventata pesante e rigida come un armadio:
noi della 63ª avevamo tutt’al più qualche leggero cappotto americano, più facile ad asciugarsi.
I più attempati poterono trovare posto da sdraiarsi, i più giovani si accovacciarono attorno ai fuochi, qualche soldato vegliò
volontariamente per fare asciugare i panni dei propri ufficiali. Il
bravo comandante del Val Ellero, bella tempra di friulano, con i
suoi alpini, provvide alla sorveglianza al di fuori.
Quando la luna spuntò, poco prima delle 2, la montagna era
deserta, vi erano solo le due guide di Clez, che già avevano ripreso la via del ritorno, mentre la colonna Rocca cercava nuova
lena in un meritato riposo.”
Lungo quella traversata notturna la colonna si allunga, qualcuno rimane indietro, qualcuno precipita negli abissi che “strozzavano il loro ultimo grido”. Un vento gelido e una leggera tormenta di neve accoglie i fuggiaschi sulla forcella. Il gruppo raggiunge
la casera che Murari ci indica con precisione come quella che
alla quota 716 (attuale cartografia quota 715) corrisponde a Case
Siaccia.
La “passerella Mascagni” e il filo telefonico
Viene presto l’alba e si riprende la discesa verso il fondo del canale, non senza caricarsi del materiale necessario a gettare una
passerella per attraversare il Meduna, che scorre sul fondo fra
grossi massi, evitando un ulteriore bagno come quello di due
notti prima. A quanto racconta Murari pare che l’ordine di predisporre la passerella fosse stato dato al sottotenente del genio
Dino Mascagni (figlio del maestro) e che tutti ricordassero poi
la “passerella Mascagni”17. A quanto racconta il capitano Nussi
il sottotenente del genio non parrebbe avere avuto un grande
ruolo poiché è il comandante del Val d’Ellero a riferire di essere riuscito, con una lunga scala, tavole e cavalletti, a gettare la
passerella con una “laboriosa manovra”. Uno ad uno gli uomini
attraversano il torrente che scorre gonfio e impetuoso per le abbondanti pioggie. Sulla riva sinistra del Meduna, salendo sulla
mulattiera che proviene da Tramonti di Sopra e prosegue verso
la Caserata, i nostri si trovano davanti all’amara sorpresa di un
filo telefonico, acciaio rivestito di bianco, accuratamente disteso
da un albero all’alto: è il segno inconfutabile che gli imperiali
sono già passati. Quel filo telefonico è collegato con Tramonti di
Sopra, è lo stesso di cui ci ha lasciato memoria Emanuele Facchin
nelle sue note.
A quel punto il generale decide di avviare una pattuglia di
alpini in avanscoperta, al comando di un sergente. Il gruppo dei
fuggiaschi avanza fino a 150 metri dalla casera Ciul dalla quale
si vedono uscire alcuni austriaci in berretto. Pare che la truppa
italiana sia indecisa nell’avanzare e allora, stando a quanto racconta Murari18 il generale si fa avanti gridando “Avanti gli ufficiali!”, prendendo la corsa, rivoltella alla mano. Non parte un colpo,
i cinque austriaci si arrendono subito. Sono telefonisti della 59ª
brigata da montagna, quella che era scesa dal Rest su Tramonti
17 S. Murari, op. cit., p. 257.
18 S. Murari, op. cit., p. 255.
56
57
di sopra, hanno in consegna un apparato telefonico collegato
con il paese, che viene subito reso inservibile dagli italiani. Ma
uno degli austriaci fugge verso la Caserata ed è chiaro che va a
portare ai suoi camerati la notizia della presenza dei fuggiaschi
italiani. Murari non dice nulla di più sulla cattura dei telefonisti
che, “di indole e di contegno tranquillissimo, vennero affidati alla
guardia dei pochi cavalleggeri aggregati al comando della 63ª”.
Una fucilazione assurda
Al punto in cui siamo arrivati, Murari tace un particolare tragico
che invece viene riportato, con parole che rivelano allo stesso
tempo il senso del dovere del militare e l’accrescersi dei dubbi
verso quel generale che già ha tentato di sbarazzarsi del suo
troppo numeroso seguito19:
58
parte nuovi agli eventi di guerra poiché della classe 1899, assistendo a quella dolorosa lezione ebbe così adito di comprendere
alfine quali fossero i veri intendimenti del Comando. Chiusa così
la dolososa parentesi la colonna sotto l’impressione dell’avvenuto, ma con saldi e decisi propositi e buona lena riprese la marcia
nello stesso ordine.”
Riecco quindi il generale inflessibile. A pochi minuti dalla cattura di quel manipolo di disperati che ha già cercato di abbandonare al loro destino per meglio potersi nascondere al nemico,
l’esercizio di un estremo atto di giustizia sommaria è la sua principale preoccupazione, ottenendo anche il risultato di rivelare
la propria posizione al nemico, attraverso la scarica del plotone
di esecuzione che echeggiò per tutta la valle rimasta fino a quel
momento silenziosa. La relazione di Nussi, esecutore della condanna, non poteva spingersi a giudizi personali sull’accaduto,
Murari non dice nulla perché ha la percezione che il fatto non
darebbe grande lustro alla figura del suo generale.
Il generale Rocca, nel suo libro di memorie, dedica poco più
di quattro pagine al racconto delle vicende di cui fu protagonista
da San Francesco in val d’Arzino fino ai fatti dell’alta val Meduna.
Nel racconto non dice nulla della fucilazione del sergente alpino
ma fa riferimento all’episodio in un capitolo che intitola “Giustizia militare” dedicandogli poche righe20:
“Ad un tratto con dolorosa sorpresa il ten. Signor Ariano mi
comunicò che la pattuglia all’uopo inviata e composta di un sergente e sei uomini si era arresa. Sorpresa dall’improvvisa apparizione del nemico essa aveva alzato le mani gettando le armi.
Riportata la cosa al signor Generale che sembrò giustificare quasi l’evento non dando gran peso ad esso, venne deciso,
dopo vagliate le nostre forze rispetto a quelle del nemico che
constatammo esser lievi, di piombare sulla casera e sopraffare
l’avversario.
E così fu agito. Il presidio composto di pochi uomini venne
fatto prigioniero e la nostra pattuglia ricuperata mentre il suo
comandante ritenuto reo di tradimento veniva fucilato sul posto
previa degradazione.
L’esecuzione veniva effettuata da parte di dieci uomini della
210ª compagnia al comando del sottoscritto. La truppa, in buona
“Eravamo in ritirata dopo la rotta di Caporetto, con una colonna di circa 200 uomini cercavo di raggiungere l’esercito nazionale attraverso le prealpi Carniche; al terzo giorno di marcia
ininterrotta, nel fondo di uno stretto vallone, venne segnalata la
presenza del nemico.
Arrestata la marcia, salii con gli ufficiali del Comando un breve dosso, e solo dopo qualche tempo ci rendemmo conto che
l’estrema avanguardia si era arresa al nemico.
19 AUSSME, F. 11, b. 1, Nussi.
20 F. Rocca, op. cit., p. 137.
59
Impugnata la rivoltella, ci portammo in testa, e capito che il
nemico consisteva in pochi uomini di un posto telefonico tedesco, imponemmo loro la resa, facendoli tutti, salvo uno, prigionieri. Ordinai che il comandante l’avanguardia fosse passato per
le armi”.
Nulla di più. Nessuno fa neppure il nome di quel graduato, il
cui destino fu quello di essere sacrificato sull’altare di una giustizia
militare inflessibile applicata da un generale che di quegli uomini
aveva già cercato di disfarsi. Forse quel sergente era un giovane di
neppure 25 anni proveniente dall’appennino ligure, morto “coraggiosamente, con “eroico comportamento” come avrà poi a dichiarare il suo stesso capitano Nussi, e ciò conferma nei componenti
la colonna il convincimento di non essersi trattato di un vile o di
un pauroso e che l’estrema decisione adottata dal generale Rocca
non sia di certo stata necessaria, opportuna e soprattutto serena.”21
L’ultima difesa del Friuli
Il gruppo prosegue, ora sono all’avanguardia gli alpini del Val
d’Ellero. Superano i casolari di Selis e poco oltre, forse 300 metri,
vengono sorpresi dal tiro delle mitragliatrici nemiche. Il generale
Rocca saprà il giorno dopo, da Sante Crozzoli detto Rinel, abitante a Selis, costretto a fare da guida agli austriaci verso la Caserata
e fino a Claut, che quel reparto era costituito dalle salmerie del
reggimento da lui accompagnato che, non riuscendo a superare
il valico “a causa delle frane prodottesi negli ultimi giorni”, era
stato fatto tornare indietro. Quei muli trasportano le mitragliatrici
che sorprendono gli alpini del capitano Nussi.
21 V. Palmieri, Non mi arrendo, no, per Dio! Le divisioni carniche nella XII
battaglia. 24 ottobre – 10 novembre 1917, Edizioni S.t.e.r.m., Ravenna 1935, pp.
243-244.
60
Gli alpini si schierano e ingaggiano il loro ultimo combattimento.
Il generale, con un gruppo di circa 35 uomini, in gran parte
ufficiali, ritorna alle case di Selis: questa volta è finita davvero,
aveva già intuito che qualche possibilità di salvezza poteva averla
solo liberandosi dal gruppo e ora finalmente riesce nel suo intento dando a tutti il “si salvi chi può”, ognuno per sé e Dio per tutti.
Sebastiano Murari, sempre fermo nella sua devozione assoluta
verso Rocca, riporta questa descrizione di quel momento finale22:
“ll comandante la 63ª divisione riunì gli ufficiali, e con tono
solenne, con voce studiatamente ferma e lenta disse loro: ‘Signori! Ho fatto quanto era possibile per porre in salvo gli avanzi della
mia divisione. Il tentativo è fallito. Ognuno si regoli come crede.
Io mi do alla montagna, per cercare di raggiungere da solo le
nostre linee’.
Furono le sue ultime parole. Con un cenno ci salutò, poi si
avviò a risalire il Canal Grande, seguito dal suo fido attendente.
Era la via del Burlaton”.
La resistenza degli alpini viene ben
presto sopraffatta e gli austriaci calano
rapidamente sulle case di Selis.
Rocca ha già preso la via del Canal
Grande, i tre colonnelli Cavarzerani,
Tellini e Stringa si avviano in discesa sulla mulattiera che per Frassaneit
conduce a Tramonti di Sopra, il tenente colonnello Murari riesce a sfuggire
agli austriaci prendendo la stessa via
del suo generale.
Il colonnello Costantino
Cavarzerani: da Selis fuggì
in direzione di Tramonti di
Sopra
22 S. Murari, op. cit., p. 257.
61
Il fuoco del Val d’Ellero cessa alle ore 11.00 di quel 9 novembre 1917. Il capitano Nussi racconta la cattura del suo reparto e
le ore successive nel trasferimento fino a Claut23:
“Il maggiore austriaco comandante il riparto che ci catturò
‘certo Erber’ vivamente compreso della resistenza opposta da
quel nucleo ebbe per esso parole di conforto e d’ammirazione.
Dispose per le cure ai feriti e per il seppellimento dei morti ultimi
caduti della 63ª divisione nella speranza di raggiungere la Patria
minacciata.
La colonna ricevette un umano trattamento e al sottoscritto in
presenza di tutti gli Ufficiali e truppa catturata veniva concesso
l’alto onore di portar l’arma fino al Comando del reggimento
nemico ove, in Claut, veniva preso regolare verbale per il conseguente mio reclamo dopo guerra dell’arma.”
A tre anni esatti da quell’estrema resistenza in alta val Meduna, “La Patria del Friuli” dedicò quasi la sua intera prima pagina
a “L’ultimo difensore del Friuli”. La firma è “uno dei superstiti”,
ma nelle parole del racconto pare abbastanza facile identificare l’autore nel tenente colonnello Sebastiano Murari che poi le
riprenderà nel suo libro pubblicato nel 1935. Strana è l’errata
indicazione del nome di colui al quale l’appellativo di “ultimo
difensore del Friuli spettava a pieno titolo” (viene indicato come
capitano Nuti), poiché effettivamente a quell’ora gli ultimi militari
italiani in armi che combattevano in terra friulana erano proprio
gli alpini del Val d’Ellero.
Al capitano Nussi fu assegnata la Medaglia di Bronzo al Valore
con la seguente motivazione:
“Dopo aver guidato con esemplare coraggio il proprio battaglione durante due intere giornate di combattimento per aprirsi un varco fra le truppe nemiche, e quando altri nostri reparti
già avevano dovuto desistere dalla lotta, mettevasi alla testa dei
23 AUSSME, F. 11, b. 1, Nussi.
62
pochi uomini rimastigli e con essi resisteva ancora per altri due
giorni ai violenti e incessanti attacchi degli avversari, che finalmente poterono catturarlo, ultimo fra i pochi superstiti e privo di
munizioni. Pielungo e Col di Luna (Udine), 5-8 novembre 1917.”
Un bronzino la ricompensa, ben poca cosa rispetto alla commenda dell’Ordine Militare di Savoia assegnata al generale Francesco Rocca che certo si comportò, in quei giorni, in modo meno
encomiabile.
Finalmente senza responsabilità
Il nostro generale, abbandonata Selis in direzione del Burlaton,
può finalmente rilassarsi: “Mi diressi da quel lato col mio attendente soldato Traldi Giuseppe di Bologna, e, superato un piccolo
rilievo di terreno sufficiente ad occultarmi alla vista delle case
di Selis, mi nascosi fra alcune roccie, e affranto dalla fatica di 5
giornate di continua tensione, mi buttai a terra per riposare; per
la prima volta dall’inizio della guerra, senza responsabilità. Era
questo il maggior riposo che potesse concedersi il mio spirito”24.
Rocca dice di avere riposato alquanto, poi viene raggiunto da
Murari con un attendente.
I quattro fuggiaschi, dopo aver cercato invano una casera e
aver mangiato l’ultima scatoletta di sardine, trascorrono la notte
all’addiaccio, sotto una roccia. Rocca nel suo sacco a pelo, il tenente colonnello Murari dorme su un letto di frasche di mugo, i
due attendenti vegliano a tenere vivo il fuoco che riscalda la notte piovosa. Il giorno dopo tornano verso Selis e vanno a trovare
rifugio nel fienile di Crozzoli Pietro, isolato dal resto del borgo
dove si trovano ancora i feriti italiani e austriaci.
24 F. Rocca, op. cit., p. 87.
63
Il primo ad accorgersi degli ospiti inattesi è il nipotino del
Crozzoli che “con voce lamentosa chiamava il nonno”25 che quindi arrivò e si dimostrò ospitale con i nuovi venuti, anche a rischio
di essere scoperto dagli austriaci che ancora si trovavano nelle
case vicine. Nel pomeriggio a casa Crozzoli rientra da Claut il
figlio Sante, che ha accompagnato gli austroungarici attraverso
la Caserata e racconta a Rocca quello che abbiamo già riferito.
Il generale, confermando l’intenzione di prendersi un buon
riposo prima di tentare il rientro nelle linee italiane, compra dal
Crozzoli un vitello da latte che teneva nella stalla, per cinquanta
lire: quelle sera il gruppo cena con polenta e vitello arrosto. Procurandosi poi anche il sale da “una villanella”che lo utilizza per
condurre le capre e le pecore al pascolo. Fra brodi e arrosti di
vitello i quattro rimangono a Selis fino al 15 novembre. Poi partono per Campone, da dove sarebbe iniziato il mese di progetti
e tentativi per raggiungere le linee italiane. Ma questa è un’altra
storia, molto più nota…
Ardito Desio prigioniero a Campone
64
Ardito Desio nell’ottobre
1917, in partenza per il
fronte
(Archivio Storico di
Ardito Desio)
Quelli che il generale Rocca vedeva dalla malga di Rossa nella
mattinata del 7 novembre, giù nel fondovalle del Chiarzò e verso
Tamar, erano effettivamente gruppi di prigionieri italiani. Era il
gruppo condotto dal generale Alfredo Taranto, comandante della
36ª divisione, partito da Forno già a metà mattina del giorno 6,
mentre Rocca si trovava sul costone di Pradis. Quei fuggiaschi
avevano seguito la mulattiera che dal Castello Ceconi sale verso
le malghe dietro il Taiet: erano stati loro ad abbandonare lungo la
via quanto ci ha descritto il capitano Nussi. Alla colonna si erano
uniti anche i bersaglieri del colonnello Dompè, che avrebbero
dovuto raggiungere nella notte il generale Rocca, ma si erano
perduti nel buio.
Nella mattinata del 7 novembre calano verso la gola del Chiarzò, lungo i sentieri del Cuel di Cûr, con l’intento di attraversarla
e puntare poi sulla val Meduna.
Ma Campone è già occupata dai tedeschi della Deustche Jäger Division. Il primo distaccamento è giunto a Campone alle 21
del 5 novembre26, poi richiamato verso la zona dei Piani, rimane
nella località con la metà dei suoi effettivi.
Il mattino del giorno 7 i tedeschi presenti a Campone ricevono ordine di portarsi verso Meduno, dove tutta la divisione Jäger
deve radunarsi. Ma prima della partenza per Meduno le pattuglie
danno l’allarme avvertendo che addirittura una intera divisione
italiana sta scendendo su Campone. Tendere un’imboscata in
quella stretta gola è un gioco da ragazzi, gli italiani si arrendono
a migliaia.
25 F. Rocca, op. cit., p. 88.
26 S. Murari, op. cit., pp. 236-237.
65
Sono fra loro il colonnello Dompè con i suoi bersaglieri, il
colonnello Alliney con quello che rimane del suo gruppo alpino,
molti altri ufficiali che hanno combattuto fino all’estremo, come
il tenente colonnello Bodino, che con il battaglione Pinerolo ha
tenuto testa ai tedeschi sul Cuel d’Orton.
Fra loro è anche un giovane aspirante ufficiale che negli anni
successivi della sua lunga vita sarebbe diventato famoso geografo, geologo, esploratore e alpinista, conquistatore nel 1954 della
vetta del K2.
Ardito Desio era aspirante ufficiale della 1203ª compagnia mitragliatrici autonoma comandata dal tenente Alfonso Ferrarotti.
All’epoca aveva 20 anni, era al 4° anno dell’Istituto superiore di
scienze naturali di Firenze, comandava la 2ª sezione, due armi.
La cartella d’interrogatorio n. 4787 datata Modena 19 dicembre
1918, riporta: “Di piccola statura, di bell’aspetto fisico, educato,
intelligente, mente lucida, sufficientemente colto, ha risposto in
modo franco e fa ritenere che i fatti si siano svolti come li narra”.
La relazione, scritta di pugno dall’aspirante Desio, è molto
sommaria ma contiene le informazioni utili a ricostruire in particolare il momento della cattura:
In quelle stesse circostanze cade
prigioniero anche il generale Alfredo
Taranto. Nella propria relazione non
riferisce particolari significativi ma,
stando a quanto riportato da Sebastiano Murari, pare che il comandante della 36ª divisione sia sfuggito per qualche tempo alla cattura fino a quando
“la pattuglia comandata dall’Oberjäger
Jagielski lo rintracciò dopo qualche
ora in un casolare isolato e lo scortò
a Campone”28. Ben triste deve essere
Il generale Alfredo Taranto,
prigioniero a Campone
stata la lunga colonna delle migliaia di
prigionieri italiani che partì da Campone alla volta di Meduno e quindi per Travesio fino a raggiungere, sempre a piedi, la ferrovia transalpina oltre Caporetto, alla
stazione di Grahovo, da qui in treno ai campi di prigionia degli
Imperi Centrali.
“7 novembre. La colonna comandata dal sig. Generale si dirige verso Tramonti. Nei pressi di Campone la strada è chiusa
dalle mitragliatrici tedesche. Il sig. Generale si arrende e tutta la
colonna si trova in mezzo ai tedeschi. Sono due giorni che non si
tocca cibo ed undici che si cammina sotto la pioggia.
Ufficiali da me conosciuti, presenti all’atto della cattura: sig.
colonnello Alinei, tenente Ferrarotti. Numero approssimativo totale dei militari catturati 3.000.
Nella marcia da prigioniero Campone-Travesio-S.Daniele-Udine-Cividale-Ronzina-Grahovo-Bischoflack (Lubiana) il sottoscritto fu battuto e costretto con altri tredici ufficiali a spingere dei
carri”.27
27 AUSSME, F.11, b. 61, 4787, Desio.
66
28 S. Murari, op. cit., p. 237.
67
Meduno
La piazza di Meduno in una foto scattata dal 5° Jäger Regiment nel gennaio 1918
(Fondo JR 5 Archivio Tiliaventum).
68
Una raccolta di cimeli militari che vanno dall’epoca napoleonica
fino alla seconda guerra mondiale: divise, sciabole e baionette,
elmetti, oggetti di vita militare rari e preziosi. Ma anche documenti e foto dai quali affiorano tante storie personali. Ogni pezzo è qui grazie ad una storia fatta di lunghe attese, di colpi di
fortuna, di baratti, di emozioni. Dalla bomba all’Orsini utilizzata
dai mazziniani di Navarons, all’originale copricapo a bombetta
dei primi alpini, ai tremendi comunicati del Tribunale per la sicurezza pubblica dei giorni della guerra di liberazione. La “Mostra
storica-culturale di cimeli militari” è frutto della grande passione
di Andreino Ferroli, storico barbiere di Meduno, che cominciò a
raccogliere i suoi cimeli fin da bambino, nella natia Toppo. Una
passione, quella di Andreino, che negli anni dedica sempre maggiore attenzione alle storie degli uomini, da quelle di famiglia
a quelle delle tante persone legate agli oggetti che lentamente
vengono ad arricchire la sua raccolta.
Una vetrinetta si presenta con una didascalia piuttosto lunga
che inizia con queste parole: “I cimeli esposti nella sottostante
vetrinetta sono reperti raccolti nel territorio di Meduno, precisamente presso il bivio d’Agnul di Borgo Roburnon”. Emerge,
fra quegli oggetti, un pugnale che la stessa didascalia identifica come pugnale d’assalto austroungarico raccolto sul luogo dei
combattimenti da tale Michele Michelutti, detto “Muciat”, della
classe 1901. Il nipote fece dono dell’oggetto ad Andreino.
Ma che cosa accadde nei pressi di quel borgo che si incontra
risalendo da Meduno verso Tramonti? In corrispondenza dell’incrocio con la strada che porta a Navarons e quindi verso la val
Colvera una stele, sulla destra, richiama la nostra attenzione.
69
Quella notte a Roburnon…
La ricostruzione dei fatti ci riporta ancora ai primi di novembre del 1917 quando la
55ª divisione austroungarica,
dopo avere superato il Tagliamento nella notte fra il 2
e il 3 novembre, raggiunge
Travesio verso le 13 del giorno 4 e continua quindi ad
avanzare verso ovest. Verso
Toppo, quindi verso Sottomonte, contendendo palmo a
palmo la piana alla resistenza
italiana che si avvale anche
di automitragliatrici Lancia, i
primi mezzi corazzati in dotazione al Regio Esercito. Gli
I nomi dei caduti incisi sulla stele di
austroungarici puntano su
Roburnon.
Meduno, dove entrano alle
19 del 4 novembre e proseguono quindi verso nord. I reparti di punta appartengono al 7°
reggimento carinziano, inquadrato nella 55ª divisione austroungarica del principe Felix zu Schwarzenberg.
Ad attenderli sono i bersaglieri del 58° battaglione del 16°
reggimento: appartengono alla 26ª divisione del generale Battistoni, si sono ritirati dal Tagliamento attraverso il Passo Rest e
discendendo la val Meduna sono venuti a schierarsi all’altezza
del Bivio d’Agnul, della borgata di Roburnon e su fino alla quota
della borgata Del Bianco, a protezione dell’accesso alla valle e
alla passerella sul Meduna che conduce a Navarons e da quella
località ad immettersi nella val Colvera. Il battaglione, al comando del capitano De Pace, schiera quattro compagnie.
L’unica fonte testimoniale sullo svolgimento del combattimento è quella alla quale si sono rifatti sia Domenico Del Bianco che,
in tempi più recenti, Tullio Trevisan. Si tratta dell’opuscolo “Pro
70
Asilo Infantile di Meduno”, stampato ad Udine nel 1924 e intitolato “L’ultimo manipolo d’eroi che difese il Friuli”. La pubblicazione, riportando nella parte conclusiva l’elenco delle oblazioni
raccolte, ha certamente funzione celebrativa del risultato raggiunto con la fondazione dell’Asilo infantile di Meduno. Racconta dei
giorni dell’invasione, il passaggio del Tagliamento da parte degli
imperiali, della battaglia di Pradis ma soprattutto, dedica la sua
parte fondamentale al combattimento del Bivio d’Agnul, quello
del quale il maestro Andrea Ragogna, riconosciuto autore del
libretto, fu testimone.
Questo il racconto del combattimento che, nella sua completezza, riportiamo come altri hanno già fatto prima di noi1:
“Difendeva il Bivio d’Agnul il 58° battaglione del 16° reggimento bersaglieri, agli ordini del capitano De Pace, che si era
insediato nella casa – Francesco Paveglio – situata al crocicchio.
Sulla quota 482 (Del Bianco) si erano schierate la V e la VI
compagnia, quest’ultima al comando del tenente Mario Tata.
La VII (capitano Garzari Guglielmo) era appiè della quota
stessa, e l’ottava, in direzione della strada che conduce a Navarons. Cinque grossi massi sporgenti dalle alture, servivano di
schermo a due mitragliatrici – sezione pistola – comandate dal
tenente Raineri, soldato valorosissimo.
Gli austriaci, forniti di numerose mitragliatrici, volendo ad
ogni costo passare in quel punto alla destra del Meduna in quella
sera stessa per aver libera l’avanzata verso i Tramonti, dovettero
arrestare la loro marcia baldanzosa, e a lor volta, prender posizione davanti ai nostri a pochi metri di distanza.
Sbarrava la strada un plotone della VII compagnia con 40 uomini, agli ordini dell’aspirante ufficiale Natalè Filippo.
Eran circa le ore venti.
Una nostra pattuglia guidata dall’aspirante Cannata Enzo,
piena d’impulso e d’audacia intelligente, veniva a contatto con
1 Pro Asilo Infantile di Meduno, L’ultimo manipolo d’eroi che difese il Friuli,
Stabilimento Tip. G. Percotto & Figlio, Udine 1924, pp. 8-10.
71
un pattuglione nemico, ne seguiva le mosse e poteva riferire
al comandante De Pace, l’entità delle forze che si trovavano di
fronte. Ma già i bersaglieri, insospettiti dal rumore e dal crescente vocio di soldati che strisciavano fra i canneti e di tra le
verzure per non esser scorti, non ottenendo risposta al rituale –
chi va là – aprivano il fuoco a cui rispondeva il nemico ferendo
gravemente alle gambe l’aspirante Cannata e alcuni soldati della
pattuglia stessa.
Allora, per dar tempo a questa di rientrare in linea, si sospendeva il fuoco per brevi istanti, che veniva ripreso subito dopo,
con maggior violenza.
Le mitragliatrici nemiche, puntate da diversi punti, crepitavano senza posa inesorabilmente; ma i nostri, in corpo a corpo coi
fucili e le baionette, facevano comprendere al nemico la difficoltà
del suo tentativo.
Fra i primi, nel disperato e titanico sforzo, che se non poteva
ottenere premio, pure ritardava la marcia del nemico, cadevano
15 bersaglieri insieme al caporale Natalè Ernesto, mirabile tempra di soldato, falciati dalle mitragliatrici austriache, appostate
presso la casa Andreuzzi Catterina.
Poco dopo il tenente Tata, colpito a un polmone, cedeva il comando della compagnia al sottotenente Caruso; e il comandante
della VII, capitano Garzari Guglielmo e il sottotenente Modica,
erano fatti prigionieri.
Durante lo scontro, l’aiutante-maggiore Foi, calmo e impassibile, combatteva, impartiva ordini, raccoglieva feriti; mentre i
nostri animati e sostenuti dall’esempio dei capi, non indietreggiavano d’un passo. Gli invasori, pieni di rabbia perché il combattimento, durato un’ora e mezzo, si era infranto contro la salda
resistenza di quei splendidi soldati, dovevano rinunciare al loro
disegno, trasportare altrove i propri morti per nascondere l’entità
delle perdite, e aspettare rinforzi.
Durante la notte la situazione si faceva di più in più precaria.
Le perdite subite, diminuivano gli effettivi nostri, mentre il nemico, rinforzato con truppe fresche, continuava nella pressione, e
disponeva l’accerchiamento pel giorno seguente. Rimaneva intanto ferito leggermente a una gamba anche il sottotenente Caruso.
72
Alle ore 6 del mattino, gli austriaci sferrarono l’ultimo attacco.
Essi, calando dalla quota 482, stringevano sempre più i resti del
battaglione in un cerchio di ferro e di fuoco. Tuttavia i valorosi bersaglieri, risoluti fino all’estremo sacrificio, e furenti contro
l’avversario che in quei giorni d’angoscia, ostentava disprezzo
per noi tutti, gli infliggevano, con attacchi e contrattacchi furiosi,
ingenti perdite. In uno di questi, cadeva gravemente ferito l’intrepido sottotenente Natalè Filippo, che li incitava alla resistenza;
e cadeva pure il sottotenente Benelli Francesco, colpito alla regione intercostale destra con lesione polmonare da scheggia di
granata. Ma la lotta continuava sempre più aspra e accanita e la
situazione si faceva disperata.
Alla fine, quel pugno d’eroi, rimasto privo completamente di
munizioni e accerchiato dalle forze preponderanti del nemico
veniva sopraffatto. Quelli che avevano tentato di passare al di là
del Meduna, cadevano prigionieri, fra i quali, il comandante del
battaglione capitano De Pace.”
La ricostruzione dell’episodio è particolarmente dettagliata nei
nomi degli ufficiali combattenti, un po’ meno nella identificazione dei luoghi, certo già pervasa dalla retorica dell’allora giovane
ventennio fascista. Qualche ulteriore dettaglio sui luoghi ci viene
offerto da una più recente ricostruzione2 che spinge la pattuglia
in avanscoperta verso valle addirittura fino al ponte di Runchiat,
sotto il borgo di Costa. In quel luogo è forse da collocare il ferimento dell’aspirante Enzo Cannata, comandante del reparto.
Rientrata la pattuglia, dopo una violenta fase iniziale che non
dura più di un’ora e mezza, nella quale resta sul campo la maggior parte dei caduti, il combattimento si calma. Durante la notte
tutto si limita probabilmente a qualche scambio di fucileria fra i
due schieramenti.
Di buon mattino invece, alle sei, i carinziani del 7° reggimento, con il rinforzo dei bosno-erzegovesi del 2°, che si sono portati
2 T. Martinelli, Lo scontro di Roburnon in Valtramontina, “la Loggia”, maggio
2014 Anno 17 n. 18, p. 71.
73
alla quota di Del Bianco, riescono a sopraffare dall’alto la difesa
dei bersaglieri.
Sul campo rimangono 23 caduti e innumerevoli feriti. La popolazione, confinata nelle abitazioni fino al cessare degli echi
di battaglia, generosamente si mobilita per dare soccorso a quei
valorosi combattenti.
Il maestro Ragogna, prosegue il suo racconto dedicandolo
proprio alla pietosa opera di soccorso ai feriti3:
“Le sorelle Olga e Letizia Pielli colla cugina Ida, pietose eroine, sotto il fuoco nemico prestavano amorevoli cure a quanti
potevano. La levatrice, Beacco Maddalena, appena finito il combattimento. Volava a raccoglierli a medicarli, a confortarli. Quasi
priva di materiale sanitario, sperperato dal nemico, lacerava le
sue lenzuola per apprestar loro delle fasciature; e correva di casa
in casa in cerca di qualche cordiale per rianimarli. Parte ne accompagnava all’ospedaletto di Toppo; parte ne assisteva giorno
e notte al palazzo municipale; e parte ne visitava a Navarons in
casa della maestra Anita D’Andrea, altra valorosa suora di carità.
Era pure presente un uomo di grande fortezza d’animo e di profonda fede nei destini d’Italia, il medico cav. E. Zatti che girava di
giorno e di notte, sempre affaticato e sempre sollecito ne’ luoghi
dov’erano alloggiati i feriti, e nelle case dove languivano gli ammalati nostri senza medicine. Per lenir tanti dolori e asciugar tante lagrime, durante l’anno dell’invasione nemica, metteva a dura
prova tutte le risorse del suo ingegno versatile e tutta la bontà del
suo cuore d’italiano.”
Foto scattata nel gennaio 1918 dagli Jäger del 5° reggimento al pendio
sovrastante il punto di inizio della salita per Pitagora: lungo quel pendio si
svolsero probabilmente i combattimenti, ciò ne giustificherebbe l’interesse
fotografico dei germanici (Fondo JR 5 Archivio Tiliaventum).
costituito dalla ricerca dei nomi nei 28 volumi e nelle tre appendici del Veneto dell’“Albo d’oro dei militari caduti nella guerra
nazionale 1915-1918”, pubblicato dal Ministero della Guerra nel
1946 dopo un lavoro riteniamo particolarmente lungo e impegnativo.
La sua recente pubblicazione telematica, con semplici ricerche ci consente di avere almeno parziale risposta alle nostre domande. Ma per i caduti del Bivio d’Agnul qualche sorpresa ci
attende…
Il monumento, recuperato dagli alpini di Meduno nel 2006,
riporta a perenne memoria i nomi di 20 caduti, oltre all’indicazione di tre sconosciuti. Ma chi erano quegli uomini? Da dove venivano? Sono domande queste che fino a poco tempo fa potevano
trovare risposta solo attraverso un paziente esercizio. Esercizio
3 Pro Asilo Infantile di Meduno, op. cit., pp. 11-12.
74
75
I caduti nell’Albo d’oro
Partendo quindi dai nomi riportati sul monumento di Roburnon,
abbiamo svolto un confronto con quanto invece emerge dall’Albo d’oro pubblicato dal Ministero della Guerra. Ne emergono
queste evidenze, utili ad una riflessione sulle età delle vittime,
sulle loro origini, ma anche su tanti errori e incongruenze:
1. Matera Pietro di Michele soldato 16° reggimento bersaglieri
nato il 15 luglio 1895 a San Marco in Lamis (FO), disperso il 9
novembre 1917 in combattimento nel ripiegamento al Piave;
2. Verechia Paolo, l’Albo d’oro riporta invece Verrecchia Paolo
di Aniceto soldato 16° reggimento bersaglieri, nato il 22 luglio
1882 a Vallerotonda (FR), morto il 4 novembre 1917 nell’ospedale da campo n. 0146 per ferite riportate in combattimento;
3. Matiel Giovanni, l’Albo d’oro riporta invece Mattiel Giovanni
di Giuseppe soldato 16° reggimento bersaglieri nato il 13 settembre 1889 a Motta di Livenza (TV), disperso il 24 ottobre
1917 in combattimento nel ripiegamento al Piave;
4. Gerace Salterio, nessun caduto compreso nell’Albo d’Oro
corrisponde a questo nome. I resti effettivamente recuperati
nel cimitero di Meduno (T7) riposano al Tempio Ossario di
Udine;
5. Gentili Giuseppe, l’Albo d’oro presenta diversi omonimi ma
nessuno di questi con luogo e data di morte compatibili con
quelli del combattimento di Meduno. I resti effettivamente
recuperati nel cimitero di Meduno (T5) riposano al Tempio
Ossario di Udine;
6. Natalé Ernesto caporale 16° reggimento bersaglieri nato il 27
ottobre 1891 a Palermo morto il 5 novembre 1917 sul Tagliamento per ferite riportate in combattimento;
7. Venturi Rosario, nessun caduto compreso nell’Albo d’oro corrisponde a questo nome. Al Tempio Ossario di Udine riposa
un caduto proveniente dal cimitero di Meduno (T4) indicato con il nome di Ventini Rosario, neppure questo riportato
dall’Albo d’oro;
76
8. Lanza Giovanni di Antonino soldato 16° reggimento bersaglieri nato il 23 giugno 1889 a Messina, morto il 4 novembre
1917 sul campo per ferite riportate in combattimento;
9. ten. Rosario Sideli, nell’Albo d’oro Rosario Carmelo Sideli di
Ignazio tenente di complemento 16° reggimento bersaglieri
nato il 26 marzo 1896 ad Isnello (PA), morto il 5 novembre
1917 a Maniago per riferite riportate in combattimento;
10.cap.Emilio De Paolis di Achille, capitano 4° battaglione bersaglieri ciclisti nato il 9 giugno 1893 a Roma, morto il 5 novembre 1917 a Novarano (sic!) in combattimento decorato di
Medaglia d’Argento e di Medaglia di Bronzo;
11.s. ten.Viola Rosario di Giorgio, nell’Albo d’oro risulta invece
soldato 16° reggimento bersaglieri nato il 20 luglio 1891 a
Modica (RG) disperso il 5 novembre 1917 in combattimento
nel ripiegamento al Piave;
12.Balodi Umberto, nessun caduto compreso nell’Albo d’oro
corrisponde a questo nome. I resti effettivamente recuperati
nel cimitero di Meduno (T22) sotto il nome di Ballodi Umberto, riposano al Tempio Ossario di Udine;
13. Longo Angelo di Carmelo, soldato 12° reggimento bersaglieri,
nato il 14 maggio 1897 a Castroreale (ME) disperso il 9 novembre 1917 in combattimento nel ripiegamento al Piave
14. Cosentino Giovanni. Nell’Albo d’oro sono presenti tre omonimi, nessuno di questi con date e luoghi di morte compatibili
con la partecipazione al combattimento di Meduno. I resti
riposano al Tempio Ossario di Udine;
15.Gavioli Vito di Germano, soldato 16° reggimento bersaglieri,
nato il 19 aprile 1891 a Massa Superiore (oggi Castelmassa in
provincia di Rovigo) disperso il 25 ottobre 1917 in val Degano in combattimento;
16. Donigaglia Giuseppe di Ferdinando, caporale 16° reggimento
bersaglieri, nato il 23 agosto 1895 a Palazzuolo (FI), morto
il 4 novembre 1917 sul monte Paularo per ferite riportate in
combattimento;
17.Messineo Antonino di Placido, soldato 16° reggimento bersaglieri nato il 5 agosto 1888 a Messina, morto il 4 novembre
1917 sul campo per ferite riportate in combattimento;
77
18.Mazzoli Monfredo, l’Albo d’oro riporta invece Mazzoli Manfredo di Desiderio soldato 16° reggimento bersaglieri nato
il 12 marzo 1890 a Medolla (MO) morto il 4 novembre 1917
nell’ospedale da campo n.0146 per ferite riportate in combattimento. I resti, effettivamente recuperati nel cimitero di
Meduno (T16), riposano al Tempio Ossario di Udine;
19.Di Marco Giuseppe di Fedele, caporale 16° reggimento bersaglieri, nato il 2 febbraio 1891 a Partinico (PA), morto il 1°
febbraio 1919 nell’Ospedale da campo n.113 per malattia;
20. Nunziato Saverio, l’Albo d’oro riporta invece Nunziata Saverio
di Antonio, soldato 59° reggimento fanteria, nato il 23 ottobre
1889 a San Gennaro (NA) disperso il 26 ottobre 1917 sull’Isonzo in combattimento;
21. Jovino Pietro (sottotenente), nessun caduto compreso nell’Albo d’oro corrisponde a questo nome.
Dal cimitero di Meduno, dei 15.868 caduti conosciuti traslati
al Tempio Ossario di Udine, ne provengono almeno 23, quindi
un numero già superiore a quello dei caduti i cui nomi risultano
scolpiti sulla stele del Bivio d’Agnul, eretta nel 1919.
Fra questi caduti identificati, ne riscontriamo un altro, non
riportato nell’Albo d’oro (Alessandrello Giuseppe, di reparto non
identificato T35) e uno appartenente a reparto che non dovrebbe
avere partecipato al combattimento ma che per data di morte indicata potrebbe effettivamente essere caduto a Meduno (Monzillo Aniello soldato 34° reggimento artiglieria nato il 14 dicembre
1885 a Baronissi (SA) morto il 3 novembre 1917 sul monte S.
Michele per ferite riportate in combattimento).
Da questa noiosa indagine, partendo dai venti nomi riportati
sul monumento del Bivio d’Agnul, dobbiamo trarre al momento
le seguenti conclusioni:
– sette dei caduti non sono in alcun modo rinvenibili nell’Albo
d’oro dei Caduti;
– in un caso la morte del militare risulta collocata al 1° febbraio 1919;
– in nessun caso i riferimenti geografici del combattimento
sono riconducibili a Meduno, la formula più frequentemente uti-
78
lizzata è quella relativa al “ripiegamento al Piave” o “sul Tagliamento”, solo in due casi si riscontrano tentativi di collocazioni
precise, con esiti abbastanza infelici: in un caso viene indicato
Maniago, nell’altro “Novarano”, evidentemente storpiando il toponimo di Navarons.
Questo tipo di analisi può essere evidentemente condotta
solo per situazioni di combattimenti di limitate proporzioni e
per i quali esista un elenco abbastanza completo dei caduti. È il
nostro caso.
Il risultato però non è stato confortante: forse c’è qualche errore di troppo che quei caduti non meritano. Certo errori del tutto giustificati solo pensando a quello che fu il caos di Caporetto
e la difficoltà di ricostruire a distanza di anni quello che non era
comprensibile neppure nel momento in cui i fatti si svolgevano.
I nomi emersi dall’Albo d’oro, ci hanno rivelato qualche piccolo particolare della storia di quei valorosi combattenti, giovani
in molti casi di poco più di vent’anni, siciliani, campani, pugliesi, ma anche toscani e veneti le cui speranze nel futuro furono
stroncate nella difesa della porta della val Meduna. Lo stesso
destino toccò a centinaia di migliaia di giovani italiani. La ricorrenza del centenario è forse l’occasione per onorarne la memoria
anche correggendo qualche errore.
79
Sasà, morire a 21 anni
Isnello è un paesino delle Madonie, circa 70 chilometri a est di Palermo, oggi
ha una dimensione, in termini di abitanti, assimilabile proprio a quella di
Meduno.
Il 23 marzo del 1919 in paese si celebra un solenne funerale, ma in quella
terza domenica di quaresima non c’è
una bara sulla quale piangere. Rosario
Sideli, conosciuto in paese come “Sasà”
quel 23 marzo 1919 avrebbe compiuto
23 anni: dal novembre di due anni prima riposa nel cimitero di Meduno, caIl tenente Rosario Carmelo
duto nel combattimento del Bivio d’ASideli caduto al bivio
gnul. È il primo dei sei figli di Ignazio e
d’Agnul il 4-11-1917
di Rosalia Maria Sideli. In quella domenica di inizio primavera, concluso il rito
religioso, il segretario comunale Mariano Polizzi,4 sulla piazza del
paese, legge la commemorazione funebre del giovane ufficiale
dei bersaglieri. Una commemorazione che ci fa conoscere gli
aspetti più nascosti della vita del caduto, quelli di un giovane che
nel fiore degli anni fu travolto dalla grande tragedia.
La notizia della morte del giovane non pervenne probabilmente alla famiglia fino alla fine della guerra, la prima a venirne
a conoscenza fu la sorella Giuseppina, nata nel 1901 che, “per
ritardare a’ suoi l’acerbo dolore”, mantenne il segreto per circa
cinque mesi.
Nella commemorazione, si racconta di quanto il giovane, studente al Regio Istituto Tecnico di Palermo fosse “sereno, mite,
4 L’orazione funebre è pubblicata in un opuscolo intitolato “In memoria di
Rosario Sideli – tenente del 16° bersaglieri – 8ª compagnia – Caduto al bivio
d’Agnol, fra Toppo e Maniago, presso il Meduno il 4 novembre 1917”, i passi
per i quali non viene indicata diversa fonte sono riportati da quell’opuscolo.
80
gioviale, espansivo, affettuoso sempre e con tutti, non conobbe
l’odio, il rancore, la rampogna: e la sua breve esistenza fu una
fioritura di affetti sentiti, di amicizie sincere, di sorrisi seducenti, che fecero di lui un tipo a tutti caro, e sempre cordialmente
simpatico.”
Sasà aveva due amici fraterni, Vincenzino Mogavero e Bernardo Baiardi con i quali condivide anni spensierati e, appena
dichiarata la guerra, lo slancio patriottico che i tre vollero imprimere alla vista di tutta la comunità di Isnello:
“Come pervasi da un medesimo sentimento, volarono in cerca
di colori e pennelli e vollero dare al fervore dei sentimenti una
espressione tangibile, scrivendo sulle mura di questa Chiesa madre, a lettere cubitali, le parole che ancora vi si leggono:
Viva l’Italia – Abbasso l’Austria!
Oh! Quelle fiere parole, che pur sono la rivelazione immediata dei sentimenti purissimi di amor patrio che li dominava e
li avvinceva sono proprio impresse di pugno di Sasà nostro: e
perciò stesso esse sono a noi sacre.”
Partono tutti e tre per la guerra: nessuno di loro sarà risparmiato.
Vincenzo Mogavero, nato ad Isnello l’8 novembre 1896, quindi coetaneo di Rosario, muore il 2 novembre 1916 sul Carso,
sottotenente di complemento nel 117° reggimento fanteria, neppure ventenne. Sasà Sideli torna a casa, in licenza, dopo la morte
dell’amico. Continua ad esaltare il sacrificio per la Patria, ma la
morte di Vincenzino lo ha cambiato:
“Notammo tutti che egli soffriva atrocemente per la perdita
dell’amico carissimo; notammo che egli aveva perduto molta parte del suo fine umorismo, e della sua consueta radiante letizia.
Lo sorpresi un giorno – la vigilia dei funeri del povero Vincenzino – in campagna, solo, tutto intento a raccoglier dei fiori.
Aveva agli occhi dei lucciconi che gli rigavano la maschia gota.
Non è niente, - mi disse – sono state le maledette spine che si nascondono pur fra le rose!... E poi tergendo col dorso delle mani,
81
piene di fiori, le lacrime rivelatrici, rispose alle mie insistenze:
che Egli sentiva, con il più profondo dolore per la perdita del
compagno caduto, tutto l’orgoglio di essere stato sicuramente il
più intimo amico di un Eroe cui era toccata la sorte di immolarsi
per un grande ideale.
Quando la sera volli vedere a casa sua le ghirlande, che con
amore aveva intrecciate, Egli – tutto soddisfatto del suo lavoro,
come di un dovere compiuto – girando lo sguardo, per accertarsi che alcuno de’ suoi non lo udisse, e sforzandosi di coprire
con un sorriso l’intima angoscia del cuore:”Non vanno bene così
quelle ghirlande? – mi chiese – “Non è vero che quando verrà il
mio turno penserai tu a farmene di più belle?!”
Poi si racconta delle sue imprese al fronte, fino ai giorni in val
Meduna, riferendo qui anche un episodio certo non esatto, cioè
quello della cattura del tenente Sideli che sarebbe avvenuta a Redona la mattina del 4 novembre (in quel momento nessuna forza
nemica era ancora penetrata in valle). L’ufficiale sarebbe riuscito
a fuggire nella stessa giornata presentandosi al proprio reparto
disarmato e senza berretto:
Il tenente Rosario Sideli, a chi lo raccolse sul campo parve ancora vivo, in una posa che pareva ricordare il carattere espresso
dal giovane nella sua breve vita da civile, a Isnello:
“Fra tanti morti, uno pareva ancor vivo. Era costui il tenente
Rosario Sideli, giunto da Redona alla V compagnia verso le ore
21 e mezzo, senza berretto e coll’astuccio ad armacollo, privo di
cannocchiale. Dopo aver egli combattuto la notte intera, con tutto l’impeto della sua giovinezza gaia e ardimentosa, era caduto al
mattino. Una pallottola attraversandogli il cuore, era uscita dalla
spalla sinistra. Aveva gli occhi semiaperti; era bello e sorridente,
a pugni stretti, in atteggiamento di lotta, tanto che il Parroco Don
G. Bellotto nel dare, per ordine dell’invasore, onorata sepoltura a
tutti quegli eroi, credendolo vivo ancora, lo scuoteva, lo chiamava, e non poteva persuadersi che fosse morto”5.
Il 2 aprile 1918, ad Isnello, dove era rientrato per malattia,
moriva anche il sottotenente Bernardo Baiardi, nato il 25 giugno
1897, il terzo degli spensierati amici che sul muro della chiesa
scrivevano “Viva l’Italia – Abbasso l’Austria!”.
“‘Son qui – disse – pronto sempre fino allo estremo sacrificio:
datemi un’arma e una destinazione.’ Gli fu dato un moschetto;
e volò subito verso il luogo dove i fidi soldati della sua 8ª compagnia si battevano con disperato valore; dove il fervore della
mischia fremeva terribile e sterminatore.
E lì nell’aperta campagna, al bivio d’Agnol presso il fiume
Meduno, alle 21,30 di quella notte fortunosa, lì il Prode Sasà
nostro, che protetto dalle tenebre avrebbe potuto cavarsela inosservato fra i macigni – lì quasi volontariamente, cadde appena
ventunenne, colpito alla spalla e alla tempia da piombo nemico;
lì cadde pugnando come un semplice oscuro milite, accanto a’
suoi uomini che amava, e che lo adoravano, mentre li incitava col
fatidico grido: Savoja!”
5 Pro Asilo Infantile
82
di
Meduno, op. cit., p. 11.
83
Travesio
Una strana scritta
Alpini del battaglione Pinerolo a Travesio
l’11 novembre 1914 (Archivio D. Baselli)
Non è un segno di quelli che balzano all’occhio, ma certo a chi
lo nota dovrebbe suscitare curiosità.
Si tratta della scritta, sbiadita ma ancora leggibile, in parte nascosta da un corpo di fabbrica avanzato evidentemente realizzato
in epoca più recente, che appare sulla parte destra della facciata
dell’edificio che attualmente ospita la locanda Prealpi. Si legge
chiaramente “Soldaten-Heim”, parole la cui traduzione letterale
dal tedesco è “Casa del soldato”.
Ma a quando risale questa scritta, e chi la dipinse? La domanda, posta a qualcuno di Travesio, non ha trovato risposta. E la
risposta non è in effetti così scontata, poiché fa riferimento ai
giorni della Grande Guerra, ma ad una situazione del tutto particolare nel periodo dell’occupazione del paese dopo Caporetto.
Travesio è occupata dagli austroungarici della 55ª divisione
verso le tredici del 4 novembre 1917. Gli invasori arrivano da
Castelnovo dopo avere superato la resistenza italiana sul versante
di Celante.
I giorni precedenti sono frenetici in paese. Nella casa di Maddalena Fratta1, probabilmente sull’attuale piazza XX settembre,
viene ad insediarsi il generale Antonino Di Giorgio con l’intero
comando del suo Corpo d’Armata Speciale (20ª e 33ª divisione)
schierato a difesa dei ponti sul Tagliamento fra Cornino e Pinza-
1 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 254.
84
85
no. Travesio si trova a poca distanza dalla prima linea con relativa facilità nei collegamenti.
A Travesio, fuggito dalla sua parrocchia, viene a trovarsi in
quelle ore Don G.B. Covassi che, fuggito da Ragogna, riportò a
Giuseppe Del Bianco il racconto di episodi di cui fu testimone.
Dalla concitata riunione degli ufficiali del Di Giorgio in canonica, la sera del 3 novembre, alla precipitosa partenza di quel
comando la sera stessa, alla messa che il generale chiese a Don
Covassi di celebrare accompagnando la richiesta con le parole:
“Vivo o morto ne avro’ bisogno”2. Alle prime luci dell’alba del 4
novembre, mentre da Paludea giunge già l’eco dei combattimenti, Don Covassi celebra la messa.
Dopo la messa il sacerdote incontra un ufficiale italiano in
fuga che lo prega di raggiungere il municipio (all’epoca situato
nell’immobile attuale sede dell’Istituto Comprensivo) dove si trova il suo attendente ferito. Poi prende la strada verso Paludea e
qui il primo incontro con gli austriaci che Del Bianco racconta
così3:
“Protendendo davanti a sé l’ampolla sacra, si presentò senz’altro all’ufficiale che si era levato in piedi.
– Che fa lei qui?!... chiese in uno stentato italiano e in tono
assai burbero.
– Sono fuggito da Travesio – rispose don Covassi indicando
il paese poco lontano, dietro la svolta, – e vado in cerca di feriti.
– Vada al mulino… Vi sono anche dei morti…”
Gli austroungarici scendono verso il paese, si avvicinano al
ponte sul Cosa, l’attraversamento obbligato per raggiungere la
piazza, dove avviene l’ultimo episodio di resistenza a Travesio,
che Del Bianco sentì raccontare sul posto4:
“Non posso però staccarmi da Travesio senza ricordare un episodio destinato ad aggiungere colore, più che sostanza ai fatti che
son venuto fin qui raccontando: la morte di Alfonso De Anna, del
quale dirò brevemente quel poco che di lui ho potuto conoscere.
Era il De Anna di umilissime condizioni, noto in paese non
tanto per le qualità sue di lavoratore e artigiano, quanto per il
carattere riservato, direi quasi scontroso, che talvolta però esprimevasi in così generosi e stravaganti impulsi da essere dal volgo
giudicati siccome fuor del comune. Per cui lo si considerava un
cervello strambo, e nonostante i suoi cinquant’anni suonati e il
peso di famiglia che su di lui gravava, più notorietà che reputazione godeva, anche se il generale uomo dabbene lo ritenesse e
timorato della legge e di Dio. Ora avvenne che in quei giorni in
cui al precipitare degli eventi faceva riscontro l’universale sconforto, il De Anna, per virtù dello stesso suo temperamento trovasse animo, laddove gli altri lo perdevano, e senza punto curarsi
dei suoi e delle poche cose, imbracciato un fucile e armatosi di
uno sciabolone si unisse ad un reparto di alpini, portandosi con
questi sulla collina che sovrasta Travesio.
Quivi per molti segni premonitori ritenevasi per certo che
una tenace resistenza sarebbe stata opposta agli imperiali, ma
perduto Lestans, e venute a contatto le opposte forze, si ritrassero
gli italiani e il De Anna con essi. Mentre gli alpini proseguivano
senza fermarsi allontanandosi tosto dal paese, egli imperterrito vi
restava, e accovacciatosi dietro il muretto che fiancheggia il Cosa,
si dava a sparare, bersagliando il nemico che avanzava a sbalzi.
Ben presto raggiunto e circondato, tolto fu di mezzo senza pietà,
e il suo cadavere, lasciato lì per alquanti giorni, venne poi dai
compaesani raccolto e di soppiatto portato in cimitero, ove alla
chetichella fu sepolto.”
Il racconto, molti anni dopo, fu anche reso in una versione
romanzata5 ma, ancora sulle tracce delle origini di quella scritta
2 Ibidem, p. 254.
3 Ibidem, pp. 274-275.
4 Ibidem, pp. 255-256.
86
5 F. Costantini, Il difensore di Travesio un episodio ignoto della grande guerra,
Il Barbacian 12/1983.
87
in tedesco, ho cercato di capire se a Travesio esista ancora un filo
di memoria che lega la comunità a questa storia.
La prima scoperta è stata che il cognome del difensore di
Travesio, come si poteva presumere, era Deana e non De Anna.
Abitava nella omonima borgata dove ancora oggi vivono parenti
che portano lo stesso cognome. Isolina vive in Deana dalla nascita, Alfonso era fratello del nonno e ci racconta6: “Non era sposato
e non aveva figli. Quando i tedeschi stavano arrivando a Travesio
costruì una barricata in piazza, sul ponte, invitando la gente a
difendersi dagli invasori che avrebbero portato via tutto. Si fecero poi delle chiacchiere sulla sepoltura, dicendo che Alfonso era
stato interrato in una posizione sulla quale la gente camminava.
Poi però mio zio ci disse che non era vero. Mio nonno e sua sorella Angela (fratelli di Alfonso, nda) durante quella guerra hanno trovato diversi morti che raccolsero portandoli nella “cisiola”
dove stettero anche a vegliarli prima della sepoltura. Ricordo che
qualche anno fa venne da noi un professore a chiederci informazioni per pubblicare un articolo sul “Barbacian”, ho inviato quella
pubblicazione a mio fratello che vive in Uruguay.”
Pochi elementi che vengono però arricchiti dalla testimonianza di Sante Deana, anche lui lontano parente del nostro personaggio, che sentì raccontare dal padre che in realtà Alfonso
Deana era stato ucciso sulla piazza in quanto si era opposto
agli invasori a difesa della farmacia, avendo avuto incarico in tal
senso dai proprietari che erano fuggiti. Arricchisce poi la storia
con un altro particolare7: “Non fu ucciso solo l’Alfonso Deana ma
anche un altro uomo, che non era di Travesio, ma era detto “il
puian”, non ho mai conosciuto il suo nome”.
Una storia quindi con molti lati oscuri che, direte, ci ha portati
fuori strada rispetto all’obiettivo originario.
Siamo comunque arrivati ai giorni dell’occupazione. Come in
tutto il distretto di Spilimbergo, il primo periodo dell’anno ter-
6 Intervista a Isolina Deana raccolta il 5 luglio 2013 da Giuliano Cescutti.
7 Intervista a Sante Deana raccolta il 5 luglio 2013 da Giuliano Cescutti.
88
ribile anche a Travesio viene affidato ad un comando di tappa
tedesco, il 307° “Mobile Etappen Kommandantur”.
Il comando di tappa non è comunque un reparto militare di
consistenza tale da giustificare quella scritta su un immobile di
così rilevanti dimensioni. E allora la nostra domanda rimane ancora senza risposta. E poiché i risultati dell’indagine sul passato
non raramente dipendono dalla fortuna, anche in questo caso la
dea bendata ha voluto darci un aiuto.
Nell’ottobre del 2007, l’Associazione Storica Tiliaventum pubblicò il n. 5 della propria collana storica “Tiliaventum Quaderni”,
numero monografico intitolato “Con la XIV Armata tedesca da
Caporetto al Piave”. Un interessantissimo percorso fotografico attraverso i giorni di Caporetto, visto con gli occhi degli invasori
di allora. Fra le foto pubblicate, molte provengono da un diario
fotografico del Jäger Regiment n. 5, reparto aggregato alla 2ª
Jäger Brigade della 200ª Infanterie Division tedesca. Si tratta di
una delle tre divisioni da montagna (le altre due sono la Deutsche Jäger Division e l’Alpenkorps) messe a disposizione da parte della Germania per lo sfondamento di Caporetto. Fra queste,
due immagini datate gennaio 1918, scattate a Travesio, una delle
due chiaramente identificabile anche nel paesaggio. Assieme a
queste, proveniente dalla stessa raccolta e sempre risalente al
gennaio 1918, la foto della piazza della chiesa di Meduno. Contattai l’Associazione Tiliaventum per poterne sapere qualche cosa
di più e,ulteriore sorpresa, oltre a quelle pubblicate mi vennero
fornite altre tre immagini di Travesio e un’altra scattata lungo la
strada che sale a nord di Meduno.
Sono in tutto cinque immagini di Travesio:
– la prima, nell’originale contenuto nel diario fotografico, riporta proprio la scritta “Travesio”. È la foto di una automobile
con il proprio autista e al suo fianco un ufficiale. Le ombre sulla
facciata di sfondo confermano che la foto è stata scattata in una
giornata invernale particolarmente assolata;
– la seconda, anche questa già pubblicata, è una inquadratura
lungo l’attuale via Rio Secco, dall’alto verso la chiesa di Sant’Antonio che si vede sullo sfondo del colle di San Giorgio. In primo
piano la strada ricoperta di neve e sulla sinistra, ancora a cielo
89
aperto, l’alveo del rio. Il sole penetra fra le case con le prime luci
di quella giornata assolata. Sul ponte che attraversa il rio, uscendo dal cortile del primo fabbricato, (che ancora oggi mantiene
la stessa facciata dell’epoca), un soldato tedesco attende mentre
uno esce a lunghi passi. In fondo al tratto di via altri due soldati
tedeschi indossano i lunghi cappotti in dotazione agli Jäger tedeschi;
– le altre tre foto sono panorami del paese scattati risalendo il
colle di San Giorgio: tre scatti in successione, partendo dal centro
del paese, dove si distingue bene l’attuale piazza XX Settembre. Poi
più a valle dove l’edificato lascia spazio alla campagna, e fino a toccare le pendici del Col Cravest, ben distinguendo, separato, l’attuale
Borgo Svizzera, dalle cui case si levano chiari pennacchi di fumo.
Foto che rappresentano documenti unici per la storia di Travesio.
Ai fini della nostra indagine ci consentono di fare un passo
avanti: il numero di militari che vediamo nell’immagine scattata
in Rio Secco, il numero stesso delle riprese effettuate e la precisa
indicazione del luogo e della data, ci lasciano presumere che il
contesto abbia avuto un significato particolare. Ci viene quasi da
pensare che in quel gennaio del 1918 l’intero reggimento fosse
presente a Travesio.
Una quasi conferma ci viene dalle vicende che coinvolsero la
14ª Armata germanica dopo i giorni della travolgente avanzata
fino al Piave e al Grappa. Per alcune settimane le divisioni tedesche rimangono ad affiancare gli alleati austroungarici nel tentativo di superare la resistenza italiana in particolare sul massiccio
del monte Grappa e sul monte Tomba. Alla fine di dicembre le
divisioni tedesche vengono ritirate dal fronte italiano, il 27 il comando del settore tedesco passa al Gruppo d’Armate Conrad, il
22 gennaio la 14ª Armata viene sciolta.
Le divisioni tedesche sono destinate a tornare sul fronte occidentale ma prima beneficeranno di un periodo di riposo sul
Tagliamento, negli stessi luoghi che due mesi prima avevano percorso nella loro vittoriosa avanzata.
Hans Killian, ufficiale al seguito dell’Alpenkorps in Italia, comandante dei reparti bombarde di quella divisione, nella sua
opera “Wir stürmen durchs Friaul”, tradotta e pubblicata in Italia
90
Immagini di Travesio scattate dal 5° Jäger Regiment
nel gennaio 1918 (Fondo JR 5 Archivio Tiliaventum)
91
nel 20058 così racconta il riposo del suo reparto in una località
che ben conosciamo:
“Sotto il mio comando la 175ª compagnia marcia ora a tappe
verso San Foca-Vivaro, attraversa il torrente Meduna, raggiunge
Gradisca-Bonzicco, passa il Tagliamento sul lungo ponte di legno ricostruito. Al di là del fiume, che adesso non è più in piena,
giriamo verso nord e attraverso Dignano arriviamo a Vidulis, un
paesino sul fiume. Rimaniamo acquartierati lì per un mese. Gli
uomini si riposano nonostante gli esercizi, i corsi, l’allenamento e
le esercitazioni di tiro di tutte le formazioni dei reparti bombarde
dell’Alpenkorps sul Tagliamento. Visitiamo le fabbriche di seta, vediamo come si dipanano i bozzoli, come si filano i primi brillanti
fili giallo oro mentre le ragazze al posto di lavoro cantano o pregano tutto il giorno e ci osservano curiose. C’è una grande pace.”9
Il racconto dell’ufficiale dell’Alpenkorps ci offre la conferma
definitiva che nella nostra zona rimasero accantonate le divisioni
tedesche della 14ª Armata: a Travesio evidentemente aveva trovato alloggio lo Jäger Regiment n. 5 della 200ª divisione.
Da una verifica presso l’archivio storico del Comune di Travesio, non sono emersi particolari documenti attestanti una presenza di militari tedeschi così importante, ma solo alcune conferme
indirette:
– Avviso del Sindaco, di data 20 gennaio 1918 nel quale si
legge “che l’autorità militare avendo ordinato esercitazioni di tiro
in questo territorio comunale, rende noto essere sospese le comunicazioni epperciò vietato a chiunque di transitare nelle seguenti località: fra Toppo e Travesio – fra Usago e Travesio – nei
pressi colle Paurion e in tutta la zona detta Sottoplovia e ciò sino
da oggi e alla ingiunzione delle apposite sentinelle di ritirarsi”10;
Immagini di Travesio scattate dal 5° Jäger Regiment
nel gennaio 1918 (Fondo JR 5 Archivio Tiliaventum)
8 La traduzione italiana dell’opera è pubblicata con il titolo Attacco a Caporetto,
Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005.
9 H. Killian, Attacco a Caporetto, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005, p. 302.
10 Archivio Comunale di Travesio, busta “Anni dal 1917 al 1919 atti”.
92
93
– Avviso del Sindaco Cargnelli di data 26 gennaio 1918, riportante le seguenti parole: “Il Sindaco sottoscritto si incarica
di avvertire le famiglie della vostra borgata che da oggi e fino a
nuovo ordine resta severamente proibita sotto pena di multa, alle
famiglie private la vendita di vino al minuto ai militari e borghesi,
e ciò per evitare dei tumulti già verificati”11;
– Ordine del comando di tappa datato 3 marzo 1918 e tradotto in italiano che, fra le prescrizioni contenute riporta anche
quella per cui “le camere dove soldati erano accantonati sono da
pulirsi e da aerarsi, specialmente le case non abitate”12.
Tre documenti che confermano disposizioni determinate da
una presenza di truppe intente a svolgere esercitazioni, ma anche
desiderose di riposo e di svago dopo i mesi di impegno al fronte,
dando luogo in giro per il paese anche a qualche intemperanza
che l’ordine del 26 gennaio intende stroncare sul nascere vietando la vendita di vino al di fuori dei pubblici esercizi. Il tre di marzo del 1918 gli Jäger sono partiti e il solerte comando di tappa si
preoccupa di ordinare agli abitanti di arieggiare quelle stanze che
non dovevano essere state lasciate proprio in condizioni ideali.
Durante quel periodo di riposo a Travesio, gli Jäger del 5°
reggimento della 200ª
divisione da montagna tedesca ebbero
il tempo di darsi una
buona organizzazione, addirittura dipingendo sulla facciata
la nostra scritta “Soldaten-Heim”.
11 Archivio Comunale di Travesio, busta “Anni dal 1917 al 1919 atti”.
12 Archivio Comunale di Travesio, busta “Anni dal 1917 al 1919 atti”.
94
In una assolata mattina di gennaio del 1918, furono scattate
quelle immagini di Travesio, prima in paese e poi salendo sul
colle di San Giorgio. Poi, in automobile, la comitiva probabilmente costituita dall’autista, dall’ufficiale e dal fotografo, si porta verso Meduno. Qui scattano la fotto sulla piazza e poi risalgono la
strada in direzione di Tramonti fermandosi sulla salita di Pitagora
a fotografare il pendio sovrastante. Attraverso le foto dell’invasore di allora, la nostra curiosità è in parte appagata, quella scritta
ha una storia che ci sarebbe stato un po’ difficile immaginare.
Iole Deana nata il 30 aprile 1909
Mi hanno avvertito che con lei bisogna parlare un po’ forte, nulla
di più. Iole vive da sola, è ancora praticamente autonoma, vive
in quella che da tanti anni è la sua casa, a darle una mano sono i
vicini. Dopo i saluti è lei a pormi la prima domanda, con un po’
di legittima vanità: “Come mi trova?” La risposta, davanti ad una
figura che non dimostra gli anni che ha, davanti ad una vivacità e
lucidità che fanno invidia ad un giovane, non è di quelle difficili.
Al momento dell’incontro Iole ha già compiuto 104 anni, è nata
a Travesio il 30 aprile del 1909.
Dal suo racconto emergono tanti piccoli ricordi di bimba legati alla vita quotidiana ma anche alle conseguenze della guerra.
E i ricordi di Iole sono precisi: il tentativo di metterla in qualche
passaggio alla prova viene subito stroncato, come quando fingo
di non capire il riferimento ai muli e soldati morti incontrati scendendo da Montereale per ritornare a Travesio. Mi precisa subito
che si tratta del ponte laggiù “dove sono venuti a stare quelli
scesi dalle montagne dopo il disastro del Vajont”, quindi del Ponte Giulio, che fin dal 1875 collega le due sponde del Cellina fra
Montereale e Maniago.
Questo è il prezioso racconto di Iole13:
13 Intervista a Iole Deana raccolta il 3 luglio 2013 da Giuliano Cescutti.
95
“Quando è iniziata la guerra era il primo anno che andavo a
scuola. Sono nata in Rosec per andare lassù alla fornace. Quando
ero piccola stavo da mia nonna di Molevana perché la mamma aveva avuto un altro bambino e si era ammalata. Allora mia
nonna lassù ha tenuto il bambino mentre quella di Molevana ha
tenuto me che ero piccola, di due anni. Quando ho iniziato la
scuola sono tornata in Rosec. Ricordo il primo giorno per andare
a scuola: quando eravamo all’altezza del passaggio a livello (che
allora non esisteva, nda) è venuta giù una donna, la Nuta di Piligrin, a dire a mia nonna che era morto mio nonno e allora mi
sono messa a piangere. Mia nonna voleva riportarmi indietro ma
io non ho voluto e sono andata su lo stesso in Rosec. Mia nonna
in Rosec ha tenuto mio fratello mentre mia mamma è rimasta in
ospedale per tre anni. Nel frattempo io stavo in Molevana, mio
papà qualche volta veniva a trovarmi.
A scuola non c’era niente: non avevamo né inchiostro, né
quaderni. C’era un cappellano militare a farci da maestro e ci
portava in giro, laggiù sulla collina della chiesa. Salivamo sulla
collina e mettendo il piede sotto il sedere facevamo a gara a chi
era il più veloce nella discesa. Il cappellano ci leggeva dei libri
perché non si poteva fare altro che non c’era nulla.
Quando stavano arrivando i tedeschi, la nonna di Molevana è
venuta su in Rosec a dirci di prepararci che il Barba Lalo ci avrebbe
portati via. Il Barba Lalo si chiamava Edoardo ed era fratello della
nonna di Molevana, aveva due cavalli. Mia mamma ha cominciato
a piangere ma siamo partiti. Siamo arrivati fino a Marsure di Aviano
dove avevamo conoscenza con quelli di “Pitit”, non so se una di
Marsure era venuta in Molevana o viceversa. Il carro era carico di
bambini, eravamo noi tre, poi c’era il Nadalin, suo figlio, poi c’erano tre o quattro bambini di Lunazzi: eravamo una carretta di gente!
Dobbiamo essere rimasti a Marsure per circa un mese perché
i tedeschi ci hanno fermati. Poi siamo tornati a casa ma siamo
tornati con un “barel” e non so quanti giorni ci abbiamo messo
a fare la strada. Siamo passati a Montereale, lungo la strada era
pieno di muli e militari morti che non ci permettevano di passare,
laggiù sul ponte dove sono venuti a stare quelli scesi dalle montagne dopo il disastro del Vajont (il Ponte Giulio, nda).
96
Poi era venuto anche mio padre che era stato a fare la visita
militare e rientrando era stato preso dai tedeschi che lo avevano
messo in una casa dove c’erano dei veneziani e poi, dimostrando
che aveva i bambini, i tedeschi lo hanno liberato. Lo avevano
fermato, veniva a trovare noi.
Poi piano piano siamo arrivati a casa e mia nonna di Molevana era ad aspettarci sulla strada.
I tedeschi che tornavano indietro, quando la guerra stava finendo, quelli che passavano erano cattivi. Sono venuti a casa
nostra, c’eravamo noi bambini, mio papà e mia mamma. Hanno
preso mio padre e lo hanno perquisito trovandogli l’orologio che
si sono presi. Ricordo che il papà era bianco come un lenzuolo.
Nel cortile c’era la mamma e un tedesco voleva sfilarle la vera
dal dito ma questa non usciva e allora un militare ha detto di
tagliarle il dito. Ci siamo messi tutti a piangere e allora è arrivato
un altro militare che li ha fatti smettere e li ha mandati avanti.
Laggiù da “Sinic” hanno ammazzato due uomini, il sindaco
(Luigi Cargnelli, nda) e suo nipote (Edoardo, nda), che hanno
visto che i militari volevano entrare nel loro grande cortile e si
sono preparati con la forca, ma gli altri hanno sparato e li hanno
uccisi tutti e due.
In Molevana, da mia nonna, avevano il maiale pronto da ammazzare, i tedeschi lo hanno ucciso, si sono presi le parti migliori
e hanno lasciato lì il resto.”
97
Castelnovo del Friuli
Paludea in un’immagine dei primi anni del Novecento (Archivio G. Cescutti)
Nei giorni di Caporetto il territorio di Castelnovo si trova ad essere immediata retrovia della linea di resistenza sul Tagliamento.
Le proprie borgate sono addirittura esposte al fuoco proveniente
da oltre il fiume che raggiunge il paese con il tiro delle artiglierie. A Paludea il transito di profughi e militari, lungo la strada
che scende da Clauzetto, doveva essere intenso. Poi l’arrivo degli
imperiali, nella mattinata del 4 novembre 1917, quando l’ultima
resistenza del colonnello Palumbo sui pendii di Celante cede alla
spinta nemica.
A Castelnovo non ebbe occasione di raccogliere particolari
testimonianze neppure Del Bianco che riporta questo solo episodio riferito ad una donna di Paludea che “da furia omicida sconvolta, giudicando meglio morte che abbandonate alla teutonica
libidine, uccideva a colpi di scure tre sue figliuole, e avrebbe
finito anche una quarta ove non fosse stata a tempo disarmata e
alla impotenza ridotta”1.
L’alpino e la fanciullina
Castelnovo ci rivela, invece, due storie, unite da un legame fraterno che la guerra spezzerà. Sono le storie di due sconosciuti
protagonisti di quei giorni tragici, che si svolgono nello scenario
compreso fra le Alpi Giulie, la val d’Arzino, Paludea e il Piave.
1 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 227.
98
99
Incrociai il primo dei due personaggi nel lavoro di stesura
dei testi di Generali senza manovra. La battaglia di Pradis di
Clauzetto nel racconto degli ufficiali combattenti. Fra le decine
di relazioni di ufficiali che il 5 e 6 novembre combatterono fra
Pielungo e Pradis, mi capitò ad un certo punto fra le mani quella
del tenente Gino De Vecchi, giovane studente bolognese nato
nel 1891, comandante nei giorni di Caporetto la 154ª compagnia
del battaglione alpini Monte Canin. La citazione nell’ambito della
relazione di un sergente Cozzi, senza l’indicazione del nome,
mi fece immediatamente sorgere un sospetto: pensai a quanto
mi aveva raccontato la signora Giuseppina Cozzi che mi parlò, in tempi ben precedenti all’idea di scrivere il libro, di uno
zio sergente degli alpini caduto nella Grande Guerra durante i
combattimenti sul Cuel d’Orton, a Pradis di Sopra. Il racconto,
riascoltato con maggiore attenzione, mi confermò che si trattava
del sergente Vittorio Cozzi, nato a Castelnovo del Friuli nel 1887,
ispettore delle macchine Singer, partito per la guerra da Paludea
e mai più tornato. Queste informazioni erano accompagnate da
una foto del sergente Cozzi, una bella foto di inizio Novecento, dove il nostro personaggio posa con la tenuta grigio verde,
introdotta per le truppe alpine nel 1908 e per la quale, sempre
secondo il racconto di Giuseppina, lo zio fece da modello, in
virtù di quella prestanza fisica che da quella immagine traspare
nella sua pienezza.
Oltre alla foto, grazie alla disponibilità di altri famigliari della
preziosa informatrice, mi veniva consegnata una cartolina militare spedita dal fronte in data 11 agosto 1917 (il timbro della posta
militare è del successivo giorno 15) indirizzata da Vittorio Cozzi
“Alla brava fanciullina Rina Cozzi”, l’adorata sorellina nata il 28
gennaio 1904 (il nome di battesimo era Irma) avviata agli studi
grazie al sostegno finanziario del fratello. La cartolina conferma
l’effettiva appartenenza del sergente Cozzi Vittorio alla 154ª compagnia del battaglione Monte Canin e nel suo testo ci fa apprezzare la sensibilità e il profondo legame verso quella sorellina,
quindicesima di sedici figli:
100
Il sergente maggiore
Vittorio Cozzi di
Castelnovo del Friuli
(Archivio famiglia
Cozzi)
“Rinuccia mia cara, non ti so dire quanto gradita mi giunse la
tua letterina del 5 corrente e quanta gioia provai nell’apprendere
che sei così ben riuscita agli esami e che hai fatto così bella figura nelle recite! Brava Rina, continua sempre così e vedrai che un
giorno ti troverai contenta. Spero che d’ora innanzi mi scriverai
più spesso. Stranissimo davvero quel fatto della rondinella! Saresti buona di mandarmi quel bigliettino, così per curiosità?
Ti bacio con vivissimo affetto. Tuo fratello Vittorio.”
Ma a questi preziosi documenti si aggiunge un’altra straordinaria testimonianza costituita dal diario tenuto proprio da Rina
nei giorni della rotta di Caporetto. Il diario racconta dei giorni trascorsi a Paludea fino all’imminente arrivo delle truppe au-
101
stroungariche e quindi la fuga verso il Piave e poi il viaggio fino
a Piedimonte d’Alife, in provincia di Caserta. Originariamente
contenuto in un quadernetto ingiallito, il diario è stato trascritto
dal nipote Valter De Michiel: è un racconto dal quale si percepisce tutta la tragicità e insicurezza di quelle giornate del 1917, ma
dal quale emerge viva la preoccupazione di Rina per la sorte del
fratello Vittorio, in un continuo chiedere agli alpini di passaggio
a Paludea se ne avessero notizia, senza ottenere risposta.
Grazie alle relazioni degli ufficiali che si trovavano al fianco
di Vittorio, a distanza di quasi un secolo siamo ora in grado di
rispondere alle domande di Rina conoscendo le vicende di cui
l’alpino di Paludea è stato testimone negli ultimi giorni della sua
vita, e dove negli stessi momenti si trovasse la cara sorella che
più non rivide.
All’inizio dell’offensiva, il 24 ottobre, il battaglione Monte Canin è schierato sopra Pontebba, sul versante compreso fra M. Piccolo, M. Poccet e La Veneziana. Fin dalle ore 19 di quella stessa
giornata il reparto riceve ordine di lasciare le proprie posizioni e
portarsi per il mattino successivo a Dogna, dove giunge all’alba
del 25 ottobre. Nel pomeriggio il battaglione viene caricato sugli
autocarri e trasportato verso la val Resia, a S. Anna di Carnizza
e quindi alla sella dove prendono contatto con i primi sbandati
italiani che salgono da Plezzo dopo avere affrontato il primo attacco nemico. Ma fin dalle ore 1,30 del mattino del 26 il battaglione riceve ordine di ripiegare e portarsi per l’alba a San Giorgio
di Resia. Da qui viene fatto salire sopra il paese a schierarsi con
l’ala sinistra sul monte Posar e fino al fondo della val Resia, con la
valle del Fella alle proprie spalle. L’attacco nemico si pronuncia
all’alba del 27 ottobre in direzione di San Giorgio di Resia e di
monte Posar, continuando anche nella giornata del 28 e costringendo gli alpini a ripiegare sulla quota di monte Straulizze. Alle
ore 12 del 29 ottobre il battaglione riceve ordine di ripiegare su
Resiutta e proseguire quindi per Stazione per la Carnia e Tolmezzo. A Stazione per la Carnia gli alpini vengono riforniti di gallette
e indumenti e proseguono quindi per Tolmezzo dove devono
sostare per circa un’ora e mezza prima di poter iniziare l’attraversamento del ponte di Avons: il ponte è ingombro di truppe,
102
di carriaggi e di civili in fuga dai paesi della Carnia, il caos è tale
che al battaglione del nostro Vittorio occorrono ben due ore per
riunirsi sulla sponda opposta del Tagliamento.
I civili che sono su quel ponte, a poche ore dall’interruzione
che verrà fatta brillare alle ore 6,00 di quella stessa mattina, fanno
parte della interminabile colonna che prendendo la strada per
Verzegnis, San Francesco, Pielungo e Clauzetto, scende verso la
pianura. Sono i profughi che Rina vede passare per Paludea e
descrive con questo passaggio, forse senza ancora immaginare
che nel giro di pochi giorni lei stessa sarebbe andata a seguire
lo stesso destino:
“Oltre a questo era continuamente il passaggio dei borghesi
della Carnia che al vederli era un vero dolore. Tutti laceri sotto la
continua pioggia e non s’udiva che a piangere e gridare. Chi aveva perduto un bambino, chi i fratelli, chi i genitori insomma era
un disastro. Ad una povera donna le morì un bambino in braccio
e l’altro le stava morendo e mezza impazzita andava per le case
cercando il suo cadaverino.”2
Mentre Vittorio ha appena oltrepassato il Tagliamento a Tolmezzo, in Rina la speranza di vederlo comparire fra quella moltitudine di civili e di soldati è più che mai viva:
“Tutti eravamo pieni d’ansia, sperando sempre di vedere momento per momento passare il nostro caro Vittorio, e ogni truppa
di alpini che si vedeva si correva frettolose a chiedergli da dove
venivano, e da che reggimento erano sempre sperando che lo
avessero visto, ma purtroppo la loro risposta era sempre negativa. Immaginarsi in quale stato d’animo eravamo tutti noi, straziati
dal dolore e quasi mezzi impazziti dalla paura, si trascurava tutto,
e non si curava nemmeno che ogni istante ci minacciava, s’aveva
solo il desiderio di rivedere il nostro caro fratello.”
2 In questo passaggio del diario potrebbe trovare conferma il fatto avvenuto a
Paludea e riportato da G. Del Bianco.
103
Ma Vittorio, che potrebbe dal ponte sul Tagliamento raggiungere la propria famiglia a Paludea in meno di una giornata di
cammino, deve proseguire con il proprio battaglione raggiungendo prima Mena, quindi Trasaghis e infine prendere posizione
su uno sperone del monte Brancot a difesa del tratto di fiume in
corrispondenza del ponte di Braulins e di fronte a Osoppo, su
una linea immediatamente retrostante a quella tenuta dal battaglione Pinerolo, schierato direttamente sul fiume. È la giornata
del 1° novembre, la nuova linea del fronte è sul Tagliamento,
viene fatto brillare il ponte di Pinzano: la deflagrazione viene
certamente udita anche a Paludea, probabilmente la sentono sia
Rina che Vittorio, lontani ma uniti da quell’ulteriore manifestarsi
del disastro, la minaccia è sempre più vicina anche a Paludea.
Gli imperiali con le proprie artiglierie possono ora colpire i paesi
sulla destra del fiume, il loro obiettivo principale è la ferrovia che
corre sulla sponda destra ma i colpi raggiungono anche le case.
Rina è testimone di quei momenti:
“Nell’indomani mattina cioè il giorno 3 hanno cominciato i
bombardamenti e si dovette rifugiarsi nella, così detta, buca del
Cret.
Mentre si era lì rannicchiati tutta la gente del paese riparandosi alla meglio, uno sopra l’altro dove si credeva di essere più
in salvo, si sentiva continuamente i pianti dei bambini e urli delle madri che vedevano qualche granata cadere vicino casa sua,
mentre l’altra già fischiava sopra di noi. E là tutti tremanti con le
mani in atto di preghiera verso il buon Dio s’aspettava solo che
la morte, e siamo stati fino al pomeriggio che le granate ebbero
un po’ di sosta. Poi siamo ritornati nelle nostre abitazioni tanto
che abbiamo visto che i nostri militari avevano saccheggiato tutto
e s’erano impadroniti di tutta la casa. Quale impressione ci fece
trovare tutte le porte delle stanze aperte e s’erano impadroniti
di tutto. Dalle stanze, dalla cucina,cantina, li poi era un finimondo, i recipienti del vino erano vuoti, fra bevuto e rovesciato. In
cucina era tutto un sotto sopra, bicchierini, tazze da caffè, piatti,
tutte chincaglie erano sparpagliate, insomma nella nostra vetrina
che gelosamente si conservava era totalmente vuota. La paura e
104
l’agitazione di quei momenti tanto terribili non ci permetteva di
osservare più oltre, e così lo lasciammo tutto in balia a se stesso.”
Mentre Vittorio si trova sul Brancot a rintuzzare i tentativi
tedeschi di superare il Tagliamento in piena, anche Castelnovo
è ormai minacciata direttamente dall’invasore. Nella notte fra il
2 e il 3 novembre le truppe della 55ª divisione austroungarica
superano il fiume all’altezza del ponte di Cornino e si portano
rapidamente a Flagogna dove trovano il ponte sull’Arzino intatto.
Fin dalla mattina del giorno 3, reparti bosniaci puntano verso la
zona di Celante minacciando direttamente Castelnovo, vengono
trattenuti per l’intera giornata dai bersaglieri del colonnello Palumbo che, muovendosi abilmente sul tormentato terreno delle
nostre colline, sostenuti anche da rinforzi inviati direttamente dal
comando del generale Di Giorgio situato in quelle ore a Travesio,
riescono verso sera a costringere gli attaccanti al ripiegamento.
In quelle ore la famiglia della nostra Rina e molti altri decidono di lasciare Paludea. Rina parte il 2 novembre con i genitori
per portare in salvo fino a Montereale il corredo e quindi tornare a prendere le altre sorelle che rimangono con la speranza
di veder comparire il fratello Vittorio. Le altre sorelle, di fronte
al precipitare degli eventi, partono nel pomeriggio del giorno
3 fermandosi a pernottare a Meduno. Nel frattempo i bosniaci,
superata l’ultima resistenza italiana nella zona di Celante, nella
mattinata del 4 novembre scendono attraverso Paludea e per le
13,00 sono a Travesio.
All’incirca alla stessa ora, il battaglione del nostro Vittorio riceve l’ordine di lasciare le proprie posizioni sul Brancot e ripiegare
attraverso Avasinis e salire quindi al Cuel di Forchia, ai piedi del
monte Cuar, dove giunge dopo il tramonto riunendosi agli altri
battaglioni alpini alle dipendenze del colonnello Emilio Alliney:
Pinerolo, Mercantour, Val d’Ellero. Durante la notte, in un appassionato discorso certamente ascoltato anche dal sergente maggiore Cozzi, il colonnello Alliney prepara i suoi alpini all’attacco in
direzione di Forgaria contro il nemico che ha attraversato il ponte
di Cornino. Ma un cambio di ordini destina i quattro battaglioni
a scendere verso la val d’Arzino, dove si stanno concentrando la
105
36ª e la 63ª divisione. Chissà quali erano i pensieri di Vittorio in
quella notte, lassù sul Cuel di Forchia, da dove si potevano vedere gli incendi lungo tutta la pianura friulana invasa?
Gli alpini si muovono all’alba ma, giunti a circa tre chilometri da
Pielungo, vengono fatti segno di un “vivissimo fuoco di artiglieria”
proveniente dalla piazza del paese: sono i nostri che avendo preso
gli alpini per truppe nemiche sparano causando morti e feriti.
La lunga colonna di alpini raggiunge il fondo della val d’Arzino mentre, fra le 8 e le 9 del mattino, i primi tedeschi della
Deutsche Jäger Division, risaliti a nord del monte Pala, hanno
sorpreso l’avanguardia italiana e occupato Pielungo.
Alle due compagnie del Monte Canin viene assegnato l’attacco
a Pielungo verso il costone sovrastato dal cimitero e dalla chiesa:
la compagnia a cui appartiene il sergente maggiore Vittorio Cozzi
viene diretta sulla destra per l’assalto che probabilmente ha inizio
poco dopo le undici di quella mattina del 5 novembre. Il combattimento è furioso, i nostri alpini devono attaccare lungo il pendio
scosceso sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche annidate nel
cimitero e persino sul campanile. Il combattimento si conclude
verso le ore 13,00 dopo aver cacciato i tedeschi da Pielungo.
Vittorio cade colpito durante quell’assalto. Il suo comandante di
compagnia, quel tenente Gino de Vecchi che abbiamo già incontrato, lo cita fra coloro che si sono distinti nel combattimento e
meritevoli di particolare menzione con queste parole3: “rimasto
isolato dopo un combattimento, raccoglieva i pochi soldati di un
altro reparto rimasti senza comandante e si lanciava con questi
di nuovo all’attacco incitandogli fino a quando cadde colpito da
pallottola al capo.” L’atto trascritto direttamente dai registri del
battaglione Gemona (il Monte Canin era il battaglione “Monte”
del Gemona), indica nelle ore 18 del 5 novembre 1917 a Pielungo l’ora di morte del sergente maggiore Vittorio Cozzi.
A quell’ora, dopo aver trascorso la notte fra il 4 e il 5 a Marsure, Rina sta viaggiando alla volta di Aviano, alla mattina del
Rina Cozzi
profuga a
Piedimonte
d’Alife
nell’ottobre 1918
(Archivio famiglia
Cozzi)
giorno 6 giunge a Conegliano e nella stessa giornata attraversa
il Piave giungendo verso sera a Treviso. Viaggiando e vivendo
su quel carro trainato dai cavalli giungono fino a Bologna, dove
sperano di potersi fermare. La madre, separatasi dalla famiglia ha
già raggiungo Piedimonte d’Alife. Anche Rina, con il resto della
famiglia, affronta il viaggio in treno per la “bassa Italia”, prima
su un carro bestiame con “una decina di uomini rozzi contadini
ubriachi fradici che venivano dai lavori dalle trincee”, poi su un
vagone di prima classe raggiunge Napoli. Il 18 novembre la famiglia di Rina si riunisce a Piedimonte d’Alife.
A chiusura del suo diario, che racconta quella ventina di giorni
tragici, dedica ancora un pensiero al fratello che non rivedrà mai
più: “Ma il più grande dei nostri dolori è il pensiero dei nostri cari
combattenti lontani e in continuo pericolo, e privi delle notizie
del nostro caro Vittorio. Siamo profughi esuli, morti, vaganti qui e
là come servi cacciati a lavorare sopra campi non nostri, senza tetto certo, senza famiglia, senza Patria sulla stessa terra della Patria.”
Vittorio Cozzi oggi riposa nel cimitero di Paludea, la croce in
cemento seminascosta dai fiori ricorda questo valoroso caduto a
pochi chilometri dalla propria casa e dai propri affetti che non
potè rivedere. Rina riposa, dal 1988, in quello stesso cimitero.
3 AUSSME, F. 11, b. 7, 4988, De Vecchi.
106
107
Clauzetto
Quel lenzuolo sul campanile…
Clauzetto in una foto del primo dopoguerra. In primo piano, in basso a destra,
l’albergo Zannier “Pezete” (Archivio G. Cescutti)
Dalla posizione del “balcone del Friuli”, probabilmente già dall’inizio dell’offensiva si capì che qualcosa di grave stava accadendo. Poi
la guerra si avvicinò fino a giungere sul Tagliamento, ai combattimenti sul monte di Ragogna, al brillamento del ponte di Pinzano.
Conclusa la resistenza italiana sulla riva sinistra del fiume,
anche le artiglierie si avvicinarono e dal giorno 3 furono in grado
di raggiungere con i loro colpi il paese.
Furono colpite Triviât e la chiesa di San Giacomo1, lungo il
versante più esposto verso il fiume che da quassù si può seguire
fino al mare. Ma i colpi arrivarono anche oltre il paese, fino al
bivio di Borcjonarie dove fu colpita, rimanendo uccisa all’istante,
tale Maria Zannier che, con la gerla in spalla carica di un materasso, stava fuggendo in direzione di Pradis. Di questo episodio
ebbi conferma da Domenico Cescutti (1909-2006) che ricordava,
pur abitando all’epoca in Raunie, che la donna era di Triviât ed
era detta “La Sculîe”.
Stava fuggendo, come probabilmente avevano fatto molti di
Clauzetto che non trovarono aperta altra via di fuga se non quella
in direzione di Pradis e di Campone. Non abbiamo conferme testimoniali di questa fuga dei clauzettani dal paese esposto al tiro
delle artiglierie imperiali ma un racconto, da non ritenere frutto
di fantasia, ci fornisce una ricostruzione di questi momenti2:
1 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 321.
2 C. Tomaselli, Gli “ultimi” di Caporetto, Gaspari Editore, Udine 1997, p. 119.
108
109
“A Clauzetto la gente voleva scappare sino da domenica (28
ottobre, nda). Qualcuno si pose a calmare gli animi: prima che i
mucs passassero il Tagliamento, c’era tutto il tempo di arrivare,
per la montagna, a Tramonti e a Claut. Il paese si vuotò lunedì
mattina che era il 29 e la carovana era da qualche ora in marcia
verso il Meduna, quando il cursore di Tramonti di Sotto venne,
tutto affannato, incontro ai fuggiaschi: c’erano già gli Austriaci sul
Monte Rest. Non era vero, chè il nemico, quel giorno non era ancora ad Ampezzo: ma chi badava a controllare in tanto trambusto
l’origine di certe voci? I più decisero di tornare indietro sino a
Campone, altri salirono agli “stavoli” di Pradis, dove c’era una
caverna capace di ricoverare una compagnia e vi si installarono
con pentole e masserizie in attesa degli eventi”.
110
Qui trovammo un vecchio e una ragazza del paese che ci avvertirono della vicinanza delle pattuglie nemiche.”
La pattuglia probabilmente si spinge anche oltre Dominisia
ma dobbiamo ritenere che non sia arrivata a Paludea, occupata
fin dal mattino dagli austroungarici. Poi ritornano verso Clauzetto, Pradis di Sopra, Pielungo. Clauzetto attende il nuovo giorno.
I primi invasori a giungere a Clauzetto sono i germanici della
Deutsche Jäger Division che, dopo aver attraversato il Tagliamento a Cornino e pernottato a Casiacco, di buon mattino, iniziano
la salita attraverso Anduins e Vito d’Asio. Giuseppe Del Bianco
riporta questo racconto raccolto in paese4:
Che le grotte di Pradis possano avere fornito momentaneo rifugio ai fuggiaschi di Clauzetto, è sicuramente ipotesi verosimile.
Il racconto continua poi con il ritorno in paese già la sera del 3
novembre. Testimone diretto di quanto accadeva a Clauzetto la
sera del giorno successivo, 4 novembre, fu l’ufficiale comandante
l’ultima pattuglia italiana in armi che transitò in paese. Vittorio
Prunas-Tola, ufficiale di artiglieria, al comando di un drappello di
lancieri di Novara viene inviato da San Francesco, dove si stavano concentrando le due divisioni della Carnia, in esplorazione in
direzione di Clauzetto. Così riporta l’impressione ricevuta dall’attraversamento del paese3:
“La domestica dell’albergo Zannier (All’epoca Albergo “Alla
Posta” indicato in paese come “In da Pezete”, nda), Albina Rassatti, il giorno 5 verso le 11 del mattino vide giungere di corsa
dalla parte di Vito d’Asio (Anduins) alcuni soldati, e osservando
da una imposta socchiusa si accorse con terrore che erano germanici. Non ebbe neppur tempo di decidere sul da farsi, che uno
alto e grosso, fattosi sotto alla porta dell’albergo, con una spallata
la scardinò. Entratovi subito, seguito da altri, scovata la donna
tutta tremante, si fece alla meno peggio capire che voleva andare
in una camera, e quivi da essa accompagnato prese un lenzuolo
e uscì di corsa. Di lì a qualche momento la Rassatti osservò che
dall’alto del campanile era stato esposto il lenzuolo.”
“A Clausetto vi era il silenzio e la desolazione dell’abbandono.
Ci spingemmo più avanti: al bivio della strada per Forgaria e Paludea-Travesio (l’attuale bivio per Vito d’Asio, sotto la chiesa di
San Giacomo, nda) divisi il drappello in due pattuglie; il Sergente
con una pattuglia si diresse verso Forgaria e quella guidata da me
verso Dominisia.
Poi iniziano a sfilare i reparti tedeschi, vanno in direzione
di Pradis a chiudere il passo alle divisioni italiane che stanno
scendendo dalla val d’Arzino. Nel pomeriggio il primo combattimento, a Forno, dove i tedeschi hanno la sorpresa di trovarsi di
fronte truppe ancora combattive, determinate ad aprirsi una via
verso la pianura.
3 V. Prunas-Tola, Le divisioni della Carnia di fronte all’invasore, Studio
editoriale della stamperia bodoniana, Parma 1928, pp. 104-105.
4 G. Del Bianco, op. cit., p. 322.
111
Da Pinerolo a Pradis: la storia di Sisto Frajria
Il cimitero di guerra di Pradis fu inaugurato il 6 novembre 1920,
nel terzo anniversario della battaglia che su quei pendii vide il
sacrificio di decine di giovani di tutta Italia, nell’estremo tentativo
di aprirsi una via di salvezza verso la pianura. In quella giornata
sono presenti ad onorare quei caduti Adalberto di Savoia duca di
Bergamo, il generale Rocca che nel 1917 guidò le due divisioni,
ufficiali e reduci ma anche la popolazione di Pradis e dei paesi
vicini. La stessa gente che nei giorni successivi alla battaglia ha
dato la prima sepoltura ai caduti italiani abbandonati sul campo
dall’invasore tedesco, che ora ritorna a rendere omaggio a quei
valorosi, ad iniziare quel legame che ancora oggi rimane vivo, a
quasi un secolo dai fatti accaduti.
Sebastiano Murari, capo di Stato Maggiore del generale Rocca
nel 1917, fu testimone dell’evento e ne riportò la descrizione nel
suo libro riferendo, ad un certo punto, la presenza di “due fratelli
del nostro Frairia”5.
Ma chi era il “nostro Frairia”? Del maggiore Sisto Frajria sapevamo che era caduto a Pradis, come conferma il nome riportato
ancora oggi su uno dei cippi del sacrario. Il caduto non è più
lì, come tutti gli altri è stato traslato al Tempio Ossario di Udine,
dove i suoi resti riposano nella tomba n. 11.454, mentre i registri
riportano che sarebbe morto a Pradis di Sopra il 4 settembre del
1917, data evidentemente errata che però, come vedremo, corrisponde ad un altro fondamentale momento della sua vita. Riuscii
poi a scoprire che Sisto Frajria era di Pinerolo, che nella notte di
Pradis cadde alla guida del suo 3° battaglione del 49° reggimento fanteria e che in quel fatto d’arme gli era stata assegnata una
medaglia d’argento al valore. Un comandante di battaglione che
cade al comando delle sue truppe non è certo cosa comune e allora, per cercare di scoprire qualche cosa in più sul personaggio,
mi rivolsi al Comune di Pinerolo nel tentativo di risalire alla fami-
5 S. Murari, Un episodio di guerra nelle Prealpi Carniche, Mondadori, Milano
1935, p. 349.
112
Il cimitero di guerra di Pradis in una foto d’epoca (Archivio D. Ceschia)
glia dell’ufficiale. Il tempo trascorso dalla richiesta mi portò quasi
a rinunciare ma poi arrivò l’inatteso aiuto di una bibliotecaria del
Comune piemontese che, ricordando che una piazza della città è
intitolata proprio a Sisto Frajria, riuscì ad identificare la famiglia.
Il contatto con i discendenti del caduto si rivelò proficuo poiché
avevano conservato gelosamente tutta la documentazione riguardante il loro antenato. Da quella documentazione è riemersa la
storia del nostro maggiore e, grazie alle relazioni di altri ufficiali
che gli furono vicini in quella notte e ad una testimonianza locale, è stato persino possibile arrivare a determinare con precisione
il luogo della sua morte.
Sisto Frajria era nato a Pinerolo il 2 ottobre 1888, in una famiglia dell’alta borghesia di quella città, da Giuseppe e da Angela
Ceresole. Aveva tre fratelli (e due di questi furono a Pradis per
l’inaugurazione del cimitero di guerra) che si dedicarono alle
attività liberali, mentre il giovane Sisto entrò da volontario alla
scuola militare fin dal 3 novembre 1907.
Il 19 settembre del 1909 era sottotenente presso il 50° reggimento fanteria.
113
Partì per la Tripolitania e Cirenaica il 18
novembre 1911: nella
guerra di Libia si rese subito protagonista di atti
di valore che gli valsero
un primo encomio per la
condotta tenuta negli episodi di Misurata e di Gheran (8 e 20 luglio 1912).
Rimpatriato e promosso
tenente, fu assegnato al
4° battaglione indigeni
della Tripolitania.
In questo periodo
partecipò a vari combatSisto Frajria
timenti guadagnandosi
(Archivio famiglia Frajria)
la prima Medaglia d’Argento al Valor Militare il 23 marzo 1914 nel fatto d’arme di Nufilia
dove “coadiuvò efficacemente il comandante della colonna dando prova di slancio esemplare e ardimentoso”. In questo episodio il tenente Frajria ebbe sotto di sé un cavallo morto e rimase
egli stesso ferito restando fino all’ultimo al fianco del proprio
comandante. Sempre in Libia fu decorato di Medaglia di Bronzo per il combattimento di Gaduaria dell’11 febbraio 1915 e gli
venne riconosciuto un ulteriore encomio solenne per la prova
data nello scontro di Kasr Bu Adi dove, e citiamo l’episodio che
viene riportato nello stato di servizio, il nostro ufficiale “riportò
una contusione alla faccia esterna della coscia destra al suo terzo
medio e una al ginocchio destro …per aver ricevuto un calcio
da un mulo”.
Promosso capitano il 9 settembre 1915, il 17 giugno 1916 rientrò definitivamente in Italia destinato al 50° reggimento fanteria e
quindi, dal 28 settembre di quello stesso anno, al 49° reggimento
che abbiamo ritrovato nella battaglia di Pradis.
Nel periodo di poco più di un anno in cui fu con il 49° fanteria, Sisto Frajria fu protagonista di un altro episodio eroico, sul
114
Carso, alla quota 126 della trincea del Vipacco. Il 4 settembre
1917 (ecco tornare quella data che nei registri del Tempio Ossario viene indicata come data di morte) si guadagnò la seconda
Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Comandante di un battaglione, sottoposto per lunghe ore ad un violento bombardamento, seppe al momento dell’attacco organizzare coi superstiti
un’energica resistenza, contro forze nemiche di molto superiori.
Spezzata la linea in un punto, con mirabile coraggio e tenacia si
pose alla testa di una compagnia di rincalzo e, con un irruente
contrattacco alla baionetta riconquistò il tratto di trincea perduto
e fugò l’avversario superiore in forze”.
Questo episodio determinò larghi riconoscimenti al 49° fanteria da parte prima del colonnello Zampieri e quindi dal comandante della 31ª divisione.
Per quella stessa azione il 9 settembre Sisto Frajria fu promosso sul campo al grado di maggiore.
La sera del 5 novembre 1917, Sisto Frajria si trova a Forno, il
suo reparto si è sistemato per la notte lungo l’attuale strada provinciale, nel tratto che scende verso Pielungo. Poco prima delle
22 il generale Rocca giunge sul posto, in automobile, e da ordine
di riprendere l’avanzata verso Pradis, per non perdere il contatto
con i tedeschi che si sono ritirati oltre il canale di Foce.
A partire davanti a tutti è proprio il battaglione di Frajria che,
dopo avere trovato la strada interrotta sul “Puint di Spissul”, viene avviato, sempre in testa alla colonna, lungo la mulattiera che,
superando il rio di Salaries e il rio di Molin, arriva poi a dividersi
in due rami: quello di sinistra che conduce verso Pradis di Sopra
e quello di destra che porta direttamente alla selletta di Val da
Ros. È proprio all’altezza di quella biforcazione che i fanti italiani
sono colti dal fuoco dei tedeschi appostati nei boschi sulla sinistra. L’attacco in quella direzione, verso il “Puint da las Vies” (oggi
corrispondente all’imbocco della strada per Palemaûer) viene affidato al maggiore Frajria che si lancia alla testa del suo 3° battaglione verso le posizioni tedesche. Frajria cade colpito a morte in
quell’attacco notturno.
Alcuni ufficiali presenti all’azione, riportano nelle loro relazioni precise indicazioni sui fatti:
115
“Dopo aver guidato brillantemente il proprio battaglione ad
infrangere la ostinata resistenza nemica, alla testa di una compagnia si lanciava all’assalto di una casa occupata da mitragliatrici e
la conquistava lasciandovi gloriosamente la vita.”
L’ultima foto del maggiore
Sisto Frajria in zona di
operazioni nel 1917
(Archivio famiglia Frajria)
– il sottotenente Emilio Florio6 indica chiaramente l’assalto ad
una casa dove sono annidate le mitragliatrici tedesche;
– il sottotenente Romano Usseglio7 parla di due mitragliatrici
che fanno fuoco da una casetta;
– il sottotenente Giovan Battista Serafini8 riferisce di mitragliatrici che sparano verso la strada facendo fuoco da una casa sulla
destra della stessa e che i tedeschi, scacciati dall’attacco italiano,
si ritirarono in posizione dominante.
Per l’eroica azione nella quale cadde, a Frajria fu riconosciuta
la terza Medaglia d’Argento al Valor Militare. La motivazione della
ricompensa fornisce ulteriori elementi utili ad identificare il luogo in cui morì l’ufficiale:
6 AUSSME, F. 11, b. 23, 9702, Florio.
7 AUSSME, F. 11, b. 23, 2901, Usseglio.
8 AUSSME, F. 11, b. 23, 4437, Serafini.
116
Anche alla luce della motivazione della medaglia siamo in
grado di concludere che Frajria cadde durante l’assalto ad un
edificio situato sulla destra della strada nella zona del “Puint da
las Vies” nel quale erano asserragliate mitragliatrici tedesche che
da quel punto sparavano sulla strada stessa: sul terreno quell’edificio può essere ancora oggi individuato, oltre ogni ragionevole
dubbio, nella “Stalla Gobus”.
Ora è un rudere a circa cento metri all’esterno del tornante
a sinistra poco a monte del “Puint da las Vies”: da quel punto,
con una copertura boschiva che non era quella attuale, il tiro di
infilata sul tornante e sul ramo di strada a valle dello stesso, dove
sbucavano le compagnie italiane che avanzavano dall’incrocio
delle mulattiere, doveva essere particolarmente efficace. I roccioni sopra la stalla corrispondono alla posizione dominante, in
realtà il sovrastante ramo della strada, verso il quale i mitraglieri
tedeschi si ritirano.
In quel punto, fra la mezzanotte e l’una del 6 novembre 1917,
Sisto Frajria viene colpito e probabilmente spira subito dopo,
forse al vicino posto di medicazione dove viene portato, avvolto
nella coperta del suo attendente, caporale Anacleto Croci, che
in una lettera indirizzata nel 1968 alla famiglia del suo maggiore
ancora ricorda quel particolare.
Si compiva nella notte di Pradis, a soli ventinove anni, l’eroica
esistenza di Sisto Frajria: tre medaglie d’argento, una di bronzo,
due encomi solenni.
Ma la storia non finisce qui poiché viene completata da una
importante testimonianza locale. Si tratta del racconto di Niccolò
Toneatti (Bruno dai Fumatins), nato nel 1925 nella casa detta “dal
Bassin”, nella borgata Fumatins, lungo la mulattiera che conduce
verso la selletta di Val Da Ros. Andai a trovarlo per sapere se i
genitori gli avessero raccontato qualche cosa delle ore della battaglia, ma al primo incontro non ricordava nulla di particolare.
117
Qualche giorno dopo però, mi telefonò riportandomi questo racconto: “Quella notte gli italiani portarono in una camera della nostra casa un ufficiale morto, ricordo con precisione che dicevano
trattarsi di un maggiore. Gli fu tolta la divisa da ufficiale e fu vestito con quella di un soldato.”9 Quella testimonianza confermava
oltre ogni dubbio l’ipotesi sul luogo in cui Frajria fu colpito: quel
maggiore era sicuramente lui, quella casa distava dal luogo del
ferimento non più di 600 metri. Il comandante del 3° battaglione,
colpito a morte attaccando la “Stalla Gobus”, era stato trasportato
dai suoi uomini in una delle case della borgata più vicina.
Anche in questo episodio dunque, un’altra tessera del mosaico della storia della Grande Guerra nelle nostre valli, fatto di
giovani vite sacrificate, come quella di Sisto Frajria.
Il Cuel d’Orton rivela la storia
di Johannes Templiner
Il 6 novembre 1917, già nelle ore della notte si combatte sul
costone di Pradis che sovrasta l’attuale cimitero di guerra di Val
da Ros. Mentre quel combattimento continua, all’alba la lotta si
accende anche lungo le pendici occidentali del Cuel d’Orton, attraverso le quali salgono gli alpini del battaglione Pinerolo, fino a
raggiungere la sommità del colle che sovrasta l’omonima borgata. L’azione degli alpini è decisa e travolgente, sotto il comando
del ten. col. Giovanni Bodino mettono in seria difficoltà i Garde
Schützen che devono addirittura chiamare in soccorso gli Jäger
del 20° battaglione per riuscire a contenere l’impeto degli italiani. La veemenza dell’attacco italiano è confermata anche dal
diario dei Garde Schützen nel quale si riporta che gli italiani
attaccarono “mit ungeheuer Wucht” cioè “con mostruosa violen-
9 Intervista a Niccolò Toneatti (Bruno dai Fumatins) nato nel 1925, raccolta da
Giuliano Cescutti il 9 agosto 2007.
118
za”10. Sopraggiunta la sera, gli alpini riescono, con una “manovra
prodigiosa”, a sganciarsi dai tedeschi e a ritirarsi verso Forno e
Pielungo, attraversando il terreno già occupato dal nemico.
Lasciano sul campo due ufficiali e 10 alpini uccisi, 2 ufficiali
e 15 alpini feriti11, non sappiamo quanti fra gli avversari furono
uccisi o feriti. Il gran numero di caduti di quella giornata, fece
sì che sul Cuel d’Orton fosse realizzato un primo cimitero: un
recinto delimitato da pietre e una sorta di altare realizzato con
dei grandi massi. Nel 1920 i caduti furono riesumati e trasferiti
all’attuale cimitero di guerra.
Oggi, per chi sale sul Cuel d’Orton, il perimetro del cimitero è
ancora riconoscibile, anche se la vegetazione se ne sta progressivamente riappropriando.
Nel dicembre del 2006, visitando quel luogo, l’attenzione di
Joris Dell’Asin viene richiamata da un frammento metallico che
emerge dal terreno. Apparentemente insignificante, adeguatamente ripulito quel frammento si rivela essere il mezzo piastrino di un soldato tedesco della Grande Guerra, quella metà che
veniva lasciata addosso al caduto, dopo che l’ufficiale ne aveva
recuperata l’altra per il triste adempimento della comunicazione
alla famiglia. I piastrini tedeschi erano realizzati in zinco, metallo
piuttosto tenero sul quale il soldato provvedeva ad incidere i
propri dati.
Il piastrino ritrovato da Joris riporta questi dati:
Johannes Templiner
Nassenheide Kr. Niederbarn
2.10.1894
Garde Schutz erst bat.
10 S. Murari, op. cit., p. 170.
11 Ibidem, p. 320.
119
I dati riportati e il luogo del
ritrovamento lasciano da subito presumere che si tratti di
uno dei caduti germanici dei
combattimenti del 1917. Subito
raggiunto il cimitero di guerra
della Val Da Ros, Joris trova la
conferma che cerca: fra i nomi
incisi sulle croci disposte sul
lato meridionale del Sacrario
c’è anche quello di Johannes
Templiner.
Appassionato collezionista
di cimeli militari della Grande
Guerra e devoto alla memoria
Il piastrino di Johannes Templiner
del sacrificio di tanti giovani in
rinvenuto sul Cuel d’Orton
essi rinchiusa, Joris colloca an(Foto J. Dell’Asin)
che questo prezioso ricordo fra
gli altri. Ma quel piccolo pezzo
di metallo, riconducibile in modo così preciso ad un giovane
di ventitrè anni che lo aveva portato con sé per l’intera guerra
fino ad arrivare a Pradis, esercitava un richiamo ogni giorno più
forte, il richiamo di chi non aveva potuto tornare a casa. Così
Joris decide che il piastrino avrebbe dovuto tornare in Germania per essere riconsegnato ai parenti del caduto o, almeno, alla
comunità dalla quale proveniva. Così, con gli strumenti che oggi
la rete mette a disposizione, fu facile individuare il paesino di
Nassenheide, circa 40 chilometri a nord di Berlino, oggi appartenente al Comune di Löwenberger Land. All’inizio del 2012 Joris
scrive al Burgermeister di quel comune annunciando il suo ritrovamento e la volontà di riconsegnare il piastrino. La lettera proveniente dall’Italia viene accolta con emozione e il comune, con
la collaborazione di una giornalista del Berliner Zeitung, si mette
alla ricerca delle origini del caduto. Non trovano molto, gli unici archivi rimasti sono quelli della chiesa. Johannes August Eilli
Templiner era stato battezzato il 21 ottobre1894, figlio di August,
muratore, e di Emilia Johanna Luise Templiner.
120
Viveva in Friedrichsthaler
Weg con i genitori, il fratello
Willi nato nel 1886 e altre tre sorelle. Dai registri scolastici risulta che iniziò scuola insieme ad
altri 13 bambini il 30 marzo del
1901. La maestra valutò comportamento, diligenza e progressi
dello scolaro come buoni. Poi
compare una foto di classe scattata nel 1906, si dice che fra quegli scolari ci sia anche Johannes
Templiner… Oltre a queste tracce, il nome del caduto riportato sul monumento del paese, la
data di morte è quella esatta, 6
novembre 1917, ma forse anche
Il monumento ai caduti del paese
qui, nessuno ricorda più dove
di origine di Johannes Templiner
questo giovane sia morto, esat(Foto J. Dell’Asin)
tamente come accade da noi.
In questa prima fase delle ricerche, non vengono individuati parenti. Il 10 febbraio 2012 il
Berliner Zeitung pubblica il primo articolo nel quale viene raccontata questa storia. Poi vengono individuati anche i parenti di
Johannes, discendenti dal ramo di una delle tre sorelle.
Finalmente, domenica 13 aprile 2014, salito in Germania su
invito del comune di Löwenberger Land, Joris può riconsegnare
il piastrino di Johannes Templiner nelle mani della signora Rita
Hohnke, 73 anni, pronipote di Johannes Templiner in quanto
figlia della figlia di una delle sorelle del caduto.
Missione compiuta dunque, quel piccolo ma significativo ricordo del caduto è tornato a casa, nelle mani dei suoi cari, di
quelli che non hanno mai avuto una tomba sulla quale piangere.
Nell’agosto del 2014, in occasione dell’annuale raduno alpino al
cimitero di guerra della Val da Ros, una delegazione guidata dal
vicesindaco di Löwenberger Land, ha raggiunto Clauzetto per
visitare i luoghi in cui morì il loro concittadino.
121
La consegna del piastrino
di Johannes Templiner alla
famiglia
(Foto archivio J. Dell’Asin)
Ma il terreno del cimitero sul Cuel d’Orton ha voluto recentemente restituirci anche un altro oggetto che, indirettamente, ci
aiuterà a scoprire anche il destino dei resti mortali di Johannes
Templiner: una croce in cemento, di quelle utilizzate dai tedeschi
sulle sepolture dei loro caduti. Stranamente però, riporta il riferimento a due caduti italiani:
SOTTOTENENTE JTALIANO IGNOTO
MARONE BIAGO
3 REGG. ALPINI 26 C
Il “sottotenente Jtaliano ignoto” è probabilmente uno dei
due ufficiali del Pinerolo caduti sul Cuel d’Orton il 6 Novembre
1917. Marone Biago corrisponde probabilmente, nell’Albo d’oro, a “Marrone Biagio di Domenico soldato 3° reggimento alpini
nato l’8 febbraio 1897 a Carignano, morto il 25 novembre 1917
sul campo per ferite riportate in combattimento”. L’appartenenza
122
al 3° reggimento alpini ci conferma l’identità del caduto ma
anche, nella data di morte, un
altro evidente errore.
Ma come mai a questi caduti è stata dedicata una croce
tedesca? La spiegazione è relativamente semplice. Verso la
fine della guerra12, una squadra
di soldati tedeschi al comando
di un ufficiale ritornò in queste
valli con il compito di realizzare il piccolo cimitero di Forno,
dove raccogliere tutti i caduti
tedeschi dei combattimenti del
La croce tedesca rinvenuta sul Cuel
5 e 6 novembre 1917. Perché
d’Orton (Foto G. Cescutti)
a Forno? Perché il maggior numero di soldati germanici era
caduto proprio in quella località, nel combattimento del giorno 5.
La squadra evidentemente salì anche sul Cuel d’Orton. Nel riesumare i propri caduti, probabilmente scoprirono anche le salme di
qualche italiano, la cui sepoltura sistemarono collocando anche
quella croce. Un senso di rispetto per l’avversario che ritorna
spesso anche in episodi di cui abbiamo già parlato. Tra i caduti
traslati a Forno vi fu sicuramente anche Templiner. Nel 1920 fu
nuovamente trasferito nel cimitero della Val da Ros e nel 1956,
come qualcuno di Pradis di Sopra ancora ricorda, quei caduti
furono per la terza volta riesumati.
I resti del caporale (“gefreiter” si legge nel registro) Johannes
Templiner, come quelli di tutti i caduti germanici delle due giornate di combattimento del novembre 1917, riposano oggi nel
sacrario germanico del Passo Pordoi. Ma qualcosa, dallo scorso
aprile, è tornato a casa.
12 S. Murari, op. cit., p. 364 lettera di A. Marin a Sebastiano Murari.
123
Vito d’Asio
Tracce e storie della Grande Guerra a Forno
Il cimitero provvisorio, in località Sompielungo, nel quale furono sepolti i caduti
italiani di Forno. La foto fu scattata da G. Vidoni nell’inverno 1919-1920
(Archivio D. Ceschia)
124
A metà strada fra Pielungo e Pradis, arroccata sul colle che subito
precipita nella forra del Foce, Forno, in quell’inizio di novembre
del 1917 divenne il centro dei combattimenti che sconvolsero
queste contrade.
Un tabellone ormai illeggibile, lungo la strada provinciale,
fa intuire al passante che qui qualcosa deve essere accaduto.
Imboccando la stradina che entra nella borgata, passati davanti
alla cappelletta recentemente ristrutturata, sulla sinistra notiamo
un cippo. Nel marmo bianco è incisa la scritta che ricorda, nel
luogo in cui cadde (ma in origine il cippo era collocato lungo
la strada principale, pochi metri sotto l’attuale posizione) l’aspirante Gaetano Rivani, del 36° fanteria nato a Molinella (Bo) il 5
agosto 1892. Più avanti, una freccia indica, verso l’alto, il cimitero
tedesco in cima al colle, che si raggiunge percorrendo un breve
tratto di sentiero. Solo un piccolo recinto in bassa muratura, ma
da quassù il panorama è straordinario: la vista parte dal monte
Pala sulla sinistra, scende al Cuel d’Orton, si porta verso il Cuel
da l’An e il vuoto di vegetazione in corrispondenza dei Tascans,
arriva alla selletta della Val Da Ros e poi risale la schiena del
monte Dagn.
Di fronte a noi abbiamo quel costone di Pradis contro il quale
nella giornata del 6 novembre 1917 si infranse il tentativo italiano
di trovare una via verso la pianura.
Nei giorni di Caporetto, gli abitanti di Forno si resero conto
che qualcosa di molto grave stava avvenendo. Il grande transito di profughi, truppe, carriaggi, artiglierie che puntavano verso
Clauzetto, era un chiaro presagio. Poi il passaggio dei profughi
125
dalla Carnia finì, ma fu probabilmente la deflagrazione che nella
mattina del giorno 5 interruppe il ponte stradale sulla forra del
Foce (qui lo chiamano “Il Puint di Spissul”) ad annunciare quello
che sarebbe successo poche ore più tardi.
A Forno si combatte nel pomeriggio del 5 novembre. Dalla
sera di quella giornata, e fino all’imbrunire del giorno successivo,
il borgo e in particolare la cappelletta diventano la sede del comando del generale Rocca, il punto nel quale si concentrano le
truppe che attendono di poter avanzare verso Pradis.
Non vogliamo certo raccontarvi tutto quanto accadde a Forno,1
ma condurvi, attraverso alcuni episodi e personaggi, a scoprire
le precise tracce di quei giorni che la borgata ancora nasconde.
I tedeschi del Garde Reserve Jäger Battaillon arrivarono a Forno nel primo pomeriggio, giungendo da Clauzetto, evidentemente percorrendo la mulattiera che supera il rio di Molin e il rio di
Salaries (attuale Sentiero della Battaglia di Pradis). Il primo ad
incontrarli, giungendo da Pielungo percorrendo la mulattiera di
Sompielungo, è Antonio Marin (1856-1948). Abita a Forno, una
vita di lavoro all’estero alle dipendenze del Conte Ceconi, sta
rientrando a casa dopo aver assistito allo scontro di Pielungo.
Il Marin sarà, dopo la guerra, il testimone locale a cui ricorrerà
anche Sebastiano Murari nella stesura del proprio libro.
L’incontro del Marin con i tedeschi è riportato da Del Bianco2:
“Mi raccontò il Marin che, fermato dai due ufficiali germanici,
gli fu chiesto in cattivo italiano dove andasse, al che subito egli
rispose dicendo che era stato a Pielungo e che ora si restituiva a
casa e anzi ne la indicò fra le poche che costituiscono il villaggio di Forno. Chiese allora uno dei due se avesse veduto strada
facendo soldati italiani, al che il Marin pronto ribattè che avendo
1 Rinviamo ogni approfondimento a G. Cescutti - P. Gaspari, Generali senza
manovra. La battaglia di Pradis di Clauzetto nel racconto degli ufficiali
combattenti, Gaspari Editore, Udine 2007.
2 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 316.
126
egli percorso un sentiero malagevole non gli era accaduto di
incontrare anima viva. Quest’ultima risposta la diede tutto di un
fiato, facendo forza su se stesso per non voltarsi indietro a vedere se gli alpini che ignari riposavano dietro una gobba del colle,
non avessero per avventura ripreso la marcia, e non fossero per
spuntar fuori da un momento all’altro.
L’ufficiale che ne lo aveva interpellato tacque e il Marin allora si sentì autorizzato a proseguire e in fretta si restituì a casa,
ove trovò un pieno di soldati tedeschi che avevano già occupato
Forno”.
I primi italiani a scendere dalla mulattiera e a scontrarsi con
gli Jäger tedeschi, sono gli alpini della 70ª compagnia del battaglione Gemona. Fra loro un giovane aspirante ufficiale, il sandanielese Giordano Vidoni (1898-1968), che nel proprio diario
raccontò l’inizio del combattimento con queste parole3:
“Quando la testa della colonna arrivò nella parte più alta
della mulattiera, siamo stati noi alpini a scontrarci. Ricordo, nei
minimi particolari, come alle prime fucilate gli alpini della 70ª,
sorpresi da tale attacco, si siano gettati a terra sulla mulattiera,
riparandosi dietro i muretti a secco. Di fronte a noi vi era un bosco rado in forte discesa verso la strada carrozzabile che unisce
Pielungo a Clauzetto. Vicino a me era il sottotenente Cravero
di Asti, un bel ufficiale piemontese pieno di ardire. Accortosi
questi che i tedeschi salivano in ordine sparso nel bosco riparati
dietro i loro enormi zaini, si è alzato in piedi (eravamo anche
noi ufficiali armati di moschetto) e dopo aver sparato contro il
tedesco che era giunto a poca distanza, gridò ‘Avanti Alpini’ e
si slanciò oltre il muretto a secco. Tutti gli alpini lo seguirono e
la pattuglia avanzata tedesca, sorpresa dal nostro scatto, si mise
in fuga verso la strada carrozzabile e la frazione di Forno che
3 Stralci del diario di G. Vidoni sono riportati in A. Gransinigh, La guerra sulle
Alpi Carniche e Giulie, Libreria Editrice “Aquileia”, Udine 1994.
127
era lontana circa 200 metri.
Qualche tedesco cadde; ne
ricordo benissimo uno vestito con calzoni di cuoio, con
una tenuta perfetta, caduto
nel ruscello vicino alla strada. Passata la strada vedemmo davanti a noi una collina
senza alberi e non scorgemmo alcun nemico. La pattuglia avanzata si era ritirata
oltre il ciglio della collina e
nelle
case di Forno e oltre
Giordano Vidoni (1898-1968)
la stretta. A sinistra vi sono
le rupi del Monte Rossa (in
realtà le rupi sono a destra rispetto a chi scendeva dalla mulattiera, è più probabile che Vidoni faccia riferimento alla collina
sopra le case di Forno che effettivamente si trova sulla sinistra,
nda) e da qui continuava a sparare con raffiche di mitragliatrici (erano le prime mitragliatrici leggere). Qualcuno dei nostri
cadde durante l’avanzata; io seguivo da vicino Cravero che si
dirigeva verso la cappelletta che si trova sulla stretta. Vicino a
tale cappelletta Cravero cadde colpito all’addome. Qui Cravero
accortosi della gravità della ferita mi disse: ‘Muoio, muoio, ma
son stato bravo con i miei alpini!’”.
Ma a Giordano Vidoni, che cadrà prigioniero ad Inglagna, in
val Meduna, oltre a questo racconto, che attribuisce alla cappelletta un particolare valore come luogo della memoria, dobbiamo
anche alcuni documenti giunti fortunosamente fino a noi.
Sono alcune foto che il giovane ufficiale scattò, probabilmente nell’inverno del 1919-20, ritornando nei luoghi in cui aveva
combattuto. Sono giunte fino a noi grazie all’attenzione di un
autista che, trasportando in discarica le masserizie provenienti
dallo svuotamento di un appartamento in centro a San Daniele
del Friuli, si accorse che da una cassa spuntavano documenti e
foto che recuperò.
128
La cappelletta di
Forno in una foto
dell’inverno 1919-20
scattata da Giordano
Vidoni
(Archivio D. Ceschia)
Il cimitero di guerra
tedesco di Forno in
una foto scattata da
Giordano Vidoni nel
1919-20
(Archivio D. Ceschia)
Fra quelle decine di foto, alcune furono scattate proprio a
Forno: le sepolture dei caduti in Sompielungo, una panoramica
verso il monte Dagn innevato, la cappelletta, due foto del cimitero tedesco, come appariva in quei giorni. Quel piccolo cimitero
di cui oggi rimangono solo i muri, recuperati dagli alpini di Vito
d’Asio, raccolse i resti dei 4 ufficiali e 40 Jäger tedeschi caduti a
Forno il 5 novembre4 e dei loro commilitoni caduti a Pradis.
4 S. Murari, Un episodio di guerra nelle Prealpi Carniche, Mondadori, Milano
1935, p. 170.
129
Fra le croci in cemento si distingue quella in ferro, con due
rose intrecciate, oggi collocata nel cimitero di Val da Ros, dove
tutti i caduti tedeschi furono traslati nel 1920. A raccontare della
costruzione del cimitero di Forno è Antonio Marin:
“Verso gli ultimi di settembre una squadra di soldati germanici sotto il comando di un ufficiale venne qui per circa un mese
per fabbricare un cimitero dietro le case di Forno servendosi di
uomini di qui per fabbricare il muro di cinta, conducendo prigionieri italiani per raccogliere le salme dei loro caduti e riunirli tutti
in un posto e fecero appena in tempo ad ultimare l’opera prima
della liberazione.”5
Scendendo dal colle, ci portiamo verso sinistra fra le case
della borgata: l’ultima sulla destra, con vista aperta verso il Cuel
d’Orton, era all’epoca la casa di Antonio Marin. Guardando la
facciata, ci accorgiamo subito che l’architrave del portone di ingresso e gli stipiti delle finestre sulla destra, presentano ancora
i fori dei colpi, di fucile e mitragliatrice, sparati dai tedeschi sul
Cuel d’Orton. Una traccia ancora evidente della guerra, che diventa ancora più significativa grazie ad una foto, di epoca probabilmente poco successiva alla fine della guerra, che raffigura
proprio Antonio Marin con la sua famiglia, davanti a quella casa.
I segni sugli stipiti sono gli stessi che compaiono ancora oggi ma
la foto evidenzia anche molti altri fori sull’intonaco che, sotto la
finestra a destra del primo piano, è crivellato.
Giovanni Colledani (1947-2011)6 sempre vissuto a Forno, mi
raccontò, per averlo a sua volta sentito raccontare, che in quella
camera si era ritirato a riposare, per qualche ora nella notte fra
il 5 e il 6 novembre, il generale Rocca. Che i tedeschi sparassero
contro le case di Forno da oltre Foce, è confermato dallo stesso
Marin in una lettera a Sebastiano Murari del 26 giugno 19307:
5 Ibidem, p. 364, Lettera di Antonio Marin a S. Murari.
6 Intervista a G. Colledani raccolta da Giuliano Cescutti il 12.10.2006.
7 S. Murari, op. cit., p. 365.
130
La famiglia di Antonio Marin in una foto di epoca immediatamente successiva
al 1917. Sullo sfondo la facciata della casa crivellata di pallottole tedesche
provenienti dal Cuel d’Orton. Antonio Marin è il primo da destra
(Archivio famiglia Blarasin Aramini Ronzat S.M.)
“Qui in Forno durante il combattimento tutti si erano rifugiati
in una stalla dietro le case perché il nemico appostatosi dietro
le borgate Minera e Zattas (Mineres e Zattes, nda) protetto dagli
ostacoli naturali tempestavano le case con le mitraglie e fucili.”
La figlia di Antonio Marin, Pasqua (1888-1971) detta “la Paschin” si prodigò nell’assistenza ai feriti, raccolti nelle case e stalle di Forno. Nel suo racconto, riportatomi sempre da Giovanni
Colledani, ricordava l’implorazione “meine Frau, meine Kinder!”di un povero Jäger tedesco con il ventre squarciato.
E infine, nel concludere il nostro percorso attraverso luoghi
così densi di memoria, ancora una storia legata a Forno. È la storia di Giovanni Battista Marin, di Forno, aggregato al battaglione
Pinerolo, il 5 e 6 novembre 1917 si trova a combattere in questi
luoghi che conosce palmo a palmo. Conclusi i combattimenti, fu
certamente questa sua perfetta conoscenza del terreno a permettergli di sfuggire alla cattura rientrando a casa.
131
L’avvocato Marin raccontò
le sue vicende a Giuseppe Del
Bianco qualche anno dopo8:
“Tra gli altri l’avv. Giovanni
Battista Marin di Pielungo, che
riuscì a guadagnare il paese
quando era stato ormai occupato. Corse in casa e trovò il
padre, conduttore di un albergo, il quale era alle prese con
un gruppo di ufficiali germanici. Questi gli volgevano le spalle e non si accorsero del giovane che era rimasto allibito,
Giovanni Battista Marin in una foto
non sapendo se proseguire o
del 1915 (Archivio famiglia Blarasin
ritirarsi. Lo rinfrancò il genitoAramini Ronzat S.M.)
re che, senza battere ciglio, gli
disse parlandogli con accento
naturale: “Va ad alt” (“Va di sopra in camera”) e così dicendo
continuò a badare ai suoi interlocutori.
Il Marin e certi Gino e Guglielmo Marcuzzi pure da Pielungo
si sottrassero alla prigionia rifugiandosi in una grotta poco discosta dal paese. Da questa all’albergo del Marin fu steso un filo
telefonico per cui non appena si profilava sul paese una qualche
minaccia, essi erano subito avvertiti.”
La scena va chiaramente ricollocata da Pielungo a Forno (solo
negli anni Trenta del secolo scorso la famiglia del Marin prenderà
in gestione l’albergo sulla piazza di Pielungo) e questa collocazione risulta anche compatibile con l’individuazione della grotta
nella quale i tre trovarono rifugio durante l’anno dell’invasione.
Non può trovarsi che lungo la forra del torrente Foce, in una
La grotta nella quale trovò rifugio G.B. Marin con i suoi due compagni
(Foto Archivio Gruppo Speleologico Pradis)
posizione non eccessivamente lontana da Forno. E la grotta è
stata quasi certamente individuata dal Gruppo Speleologico Pradis nelle sue esplorazioni: si tratta di una piccola cavità situata
sotto lo strapiombo di circa 20 metri formato dal “Çuc dal landri”
in corrispondenza della borgata Juris. Rilevata dagli speleologi
come “Grotticella del Partigiano”, lungo la forra non ne esistono altre di così asciutte e accoglienti. Il ritrovamento poi di una
borraccia della prima guerra mondiale e dei resti delle scatolette
di carne in conserva datate 1917 rendono il sospetto ragionevole
certezza. Ecco un altro luogo nella zona di Forno, un po’ più
difficile da raggiungere, ma ancora una volta strettamente legato
a storie di quei giorni.
8 Ibidem, p. 321.
132
133
Sequals
La piazza di Lestans ai primi del Novecento, si notino sulla sinistra il recinto della villa
Savorgnan e a destra la fontana (Archivio G. Cescutti)
Nell’autunno del 1917, il territorio di Sequals viene a trovarsi in
una posizione strategica per il transito verso occidente, verso
il Piave. Verso la salvezza per i tanti profughi che giungevano
dai monti vicini, ma anche dalla Carnia e da oltre il Tagliamento attraverso Pinzano e Valeriano. Da Lestans, la via era diretta,
attraverso Sequals, a superare il ponte sul Meduna sotto Colle,
quindi a Maniago a superare il Cellina al Ponte Giulio e poi via
verso Aviano. Quella stessa strada presero le truppe imperiali,
trattenute in successivi combattimenti dagli italiani in ritirata che
caddero numerosi anche a Lestans e Sequals. Di quei giorni la
memoria pare a prima vista scomparsa, ma riemerge in una forma abbastanza insolita.
La Grande Guerra nei quadri
di Giuseppe Del Fabbro
Il paese di Lestans, un secolo fa, oltre il nucleo rappresentato
dalla chiesa e dalla villa Savorgnan con la piazza, non era che una
lunga linea di case a nord e a sud della strada. Due quadri, uno
dei quali purtroppo gravemente segnato dal tempo, sono in grado di riportarci a quell’epoca, proprio nei giorni in cui la guerra
arrivò anche qui. Ne è autore Giuseppe Del Fabbro, artista che
ebbe una certa fama soprattutto nella realizzazione di immagini
devozionali, nei giorni della Grande Guerra residente in prossimità dell’attuale piazza I maggio a Lestans. Nelle due opere rappresenta quasi due istantanee prese dallo stesso punto, al momento
dell’invasione nel 1917 e nel 1918 al ritorno degli italiani vittoriosi.
134
135
136
G. Del Fabbro: Lestans 1917
G. Del Fabbro: Lestans 4 XI 1918
Il punto di vista è sempre quello, guardando la facciata di villa
Savorgnan, all’epoca recintata e separata dalla piazza, da oltre la
strada. Sulla piazza la fontana ora scomparsa ma che ritroviamo
nell’immagine di apertura di questo capitolo. I particolari del
paesaggio dipinti da Del Fabbro sono quasi fotografici, e dobbiamo di conseguenza ritenere che anche la rappresentzione delle
persone lo sia allo stesso modo.
Il quadro riferito al 1917, quello più danneggiato, raffigura
una folla in movimento proveniente dal Cosa e soldati frammisti
ai civili che puntano in direzione di Sequals.
Fra i civili sono ben identificabili i profughi, in particolare
quelli che, posati i bagagli, si stanno dissetando alla fontana. Anche dalla strada che sbuca fra la villa e l’attuale bar albergo “Alla
Posta”, sembrano distinguersi persone che scendono dai paesi
a monte. Il tetto del fabbricato oggi corrispondente alla banca
appare danneggiato, probabilmente da un colpo di artiglieria.
Sulla stessa piazza, alla destra della fontana, viene raffigurata una
esplosione e un civile nell’atto di cadere colpito. Fra i militari vi
sono anche dei motociclisti e, particolare assolutamente interessante, vengono raffigurati anche due strani mezzi, uno distinguibile parzialmente sul limite destro del quadro, l’altro dipinto quasi per intero, sulla sinistra: si tratta di due autoblindomitragliatrici
Lancia 1Z che l’autore raffigura con una dovizia di particolari
notevole, che conferma una ottima memoria visiva rispetto a oggetti che probabilmente si videro in paese solo nei giorni della
ritirata verso il Piave.
Il secondo dipinto, porta in alto la data “Lestans 4 XI 1918” e
rappresenta l’attuale piazza I maggio al momento dell’arrivo delle
prime truppe italiane.
Si distinguono ancora gli effetti del bombardamento sull’edificio dell’attuale banca e in aggiunta le scritte che testimoniano
l’occupazione imperiale. Sull’angolo del recinto di villa Savorgnan gli austroungarici hanno tracciato la scritta che indica la
direzione di Roma: “Nach Rom” si legge accanto alla freccia in
137
scontrarono ancora con truppe austroungariche in ritirata: presero
30 prigionieri e 3 mitragliatrici1. Il reggimento di Saluzzo rimase
quindi a pernottare a Lestans. Quanto raffigurato dal quadro trova
quindi conferma dalle cronache militari e i cavalleggeri del cui
arrivo Del Fabbro fu testimone, sono proprio quelli di Saluzzo.
Già trovata quindi conferma dell’importante valore documentale del quadro riferito al 1918, andiamo ora a scoprire quali
testimonianze Giuseppe Del Bianco raccolse a Lestans, riferite ai
giorni della ritirata di Caporetto:2
Autoblindomitragliatrice del tipo raffigurato da G. Del Fabbro
nel quadro “Lestans 1917”
direzione di Sequals. Alla fontana è appeso il cartello “Verboten”, probabilmente indicativo di qualche divieto introdotto dagli
occupanti per motivi di natura igienica in rapporto all’utilizzo
dell’acqua. Sulla facciata della villa, oltre ai tralci delle viti si distinguono chiaramente, in alto, i fori dei proiettili.
Ora la scena è di tutt’altro tipo rispetto a quella cupa del 1917:
in cielo tre aerei italiani stanno sorvolando il paese puntando ad
est, dalla direzione di Sequals stanno giungendo i cavalleggeri,
uno di loro porta lo stendardo italiano e stanno piombando sugli
austriaci i cui mezzi militari (due camion e probabilmente una
cucina da campo) vengono ancora una volta raffigurati con assoluta precisione, addirittura con i numeri di targa.
I civili sono festanti e alzano braccia e fazzoletti in segno di
saluto ai liberatori.
Proponendoci ora di dimostrare quanto quei due quadri corrispondano a verità storica, partiamo dalla scena datata 4 novembre 1918, per poi tornare all’autunno del 1917.
Si tratta in realtà del 2 novembre 1918, il giorno in cui, sul fare
della sera, a Lestans arrivarono i Cavalleggeri di Saluzzo che poche
ore prima avevano partecipato alla carica di Tauriano. Dopo la carica i cavalleggeri puntarono su Lestans e nei pressi della località si
138
“Usago occupato, i combattimenti si fecero più accaniti nella
borgata di Lestans, contesa all’invasore passo per passo, casa per
casa, e in modo ancor più gagliardo, direi quasi feroce, presso il
cimitero, intorno ad un rilevato di terreno, ove reparti della 33ª
divisione italiana si sacrificarono per dar tempo ai grossi di ritirarsi sul Meduna, retrostante al Cosa una decina di chilometri, e
di questo maggiore per portata e per ghiaioso letto.
Raccontano gli abitanti di Lestans che quando attaccò la fanteria austriaca della 55ª divisione, già il paese era stato bombardato e parecchie case erano state distrutte. Non per questo però
scemato era l’animo dei difensori che quivi eransi concentrati,
né quello dei civili i quali trascorsero la vigilia aiutando i soldati
ad apprestare affrettate opere di difesa. Così operato, alcune ore
prima che si sferrasse l’attacco essi si raccolsero in chiesa e, pieni
di mistico fervore, assistettero al battesimo di Giovanna Rossi di
Giovanni, venuta alla vita mentre tutto intorno precipitava a morte. Vittima delle artiglierie avversarie, che in quella stessa giornata
concentrarono con particolare violenza il loro fuoco su Lestans,
rimasero Margherita Bertin di Antonio di anni 41, Vincenzo Liva
fu Giacomo di anni 44 e Giuseppe Milocco (rectius: Melocco) fu
1 G.G. Corbanese con la collaborazione di A. Mansutti, 1915/1918 Fronte
dell’Isonzo e rotta di Caporetto - I movimenti delle truppe italiane e austrotedesche nei tre anni di conflitto, Del Bianco Editore, Udine 2003, p. 328.
2 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 253.
139
Domenico di anni 64 e nel domani, dalla ferocia teutonica, Armellina Bertuzzi fu Leonardo di anni 77 che si era opposta alla razzia
di una pecora, e Pietro Tomat fu Antonio di anni 68 che, per voler
salvare il maiale, fu in luogo di questo cacciato nel porcile e quivi finito a colpi di arma bianca. Tralascio i feriti. Per alcune ore,
essendosi combattuto in luogo ristretto e chiuso, gravi furono le
perdite da entrambe le parti sofferte. Degli italiani quasi duecento
rimasero sul terreno; molti sull’argine del Cosa, ove si disputò la
prima azione; una decina sul sagrato della chiesa, parecchi anche
nelle private abitazioni che dovettero venir espugnate ad una ad
una; la maggior parte sul colle che sovrasta il cimitero.”
Dall’elenco dei caduti civili tre di essi risultano morti il 2 novembre, quindi in conseguenza dei bombardamenti (Bertuzzi Armellina, Bertin Margherita e Liva Vincenzo), gli altri due nella
giornata del 4 novembre. È in quella giornata che avviene, nel primo pomeriggio, l’occupazione di Lestans. Il racconto che abbiamo riportato pare quasi descrivere i contenuti del primo quadro
di Del Fabbro: il bombardamento, le case distrutte, i civili uccisi.
Il racconto raccolto da Del Bianco descrive la dinamica dei
combattimenti, prima con la resistenza sul Cosa e dalla posizione
elevata del sagrato della chiesa, poi sul Colle di Lestans. Esagerato risulta il numero dei morti dichiarato, poco compatibile anche
con il fatto che al Tempio Ossario di Udine, fra i 15.868 caduti
conosciuti non più di 27 risultano provenienti dai cimiteri di Sequals (2 soli da Lestans).
La Brigata Siena, con il suo 31° reggimento, resiste su quello
che viene indicato come “Col del bosco”. Alle 16 del giorno 4
contrasta l’avanzata nemica verso ovest. Dopo avere contrattaccato più volte, il reparto è costretto a ripiegare su Sequals e quindi
oltre il Meduna. Rimangono sul campo il comandante ten. col.
Gherardo Marogna e il maggiore Leandro Modaferri. Il tenente
colonnello Marogna, a quanto abbiamo scoperto da un documento conservato nell’Archivio Storico del Comune di Maniago3,
3 Archivio Storico Del Comune Di Maniago, busta 629.
140
viene raccolto dal sergente maggiore Silvio Bacci e dal carabiniere Giovanni Cardoni e da questi trasportato fino a Maniago e
sepolto nel cimitero comunale.
Verso l’imbrunire il combattimento si sposta quindi verso Sequals, località nel frattempo raggiunta anche dal tiro delle artiglierie4 “Calavano intanto le ombre della notte e due autoblinde
italiane, qua e là spostandosi senza posa, davano l’impressione
di maggiori armi che in realtà i difensori non avessero avuto, e
ingeneravano col frastuono, più che col danno, timore nell’avversario, il quale, rattenuto ancora per qualche tempo, soltanto a
tarda notte potè occupare il paese.” Ed ecco quindi tornare, con
le due autoblinde, un altro particolare fra quelli raffigurati dal
nostro pittore, quasi un reporter di guerra per la precisione delle
informazioni che ci ha trasmesso. I due quadri sono oggi conservati nell’ufficio del locale negozio Coop e rappresentano una
tessera preziosa della storia di Lestans. L’occasione del centenario
della Grande Guerra dovrebbe forse ispirare la realizzazione di
un più che mai necessario restauro.
Ottavio Bottecchia: l’ultimo difensore di Lestans
Il 4 novembre 1917, a Lestans c’è anche Ottavio Bottecchia, destinato a diventare dopo la guerra il grande campione ciclistico che
tutti conosciamo.5 Nato il 1° agosto 1894, viene chiamato alle armi
nel novembre del 1914, arruolato fra i bersaglieri ciclisti. Prima di
Caporetto combatte la sua guerra sull’altopiano di Asiago e quindi
sul Carso. Nei giorni della ritirata è assegnato con il suo reparto al
Corpo d’Armata Speciale del generale Di Giorgio: con la sua bicicletta munita di mitragliatrice si trova a Lestans di retroguardia ai reparti italiani, a diretto contatto con gli austroungarici che avanzano.
4 G. Del Bianco, op. cit., p. 258.
5 Le note biografiche su Ottavio Bottecchia sono tratte da G.V. Fantuz, Ottavio
Bottecchia. Botescià: bicicletta e coraggio, GVF Libri, Spilimbergo 2004.
141
Per il comportamento tenuto in quell’occasione, al caporale del 6° battaglione bersaglieri ciclisti Ottavio Bottecchia viene
concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente
motivazione:
“Con calma e ardimento sotto il violento fuoco nemico aggiustava tiri efficacissimi e falcianti con la propria mitragliatrice,
arrecando gravi perdite all’avversario e fermandone l’avanzata.
Costretto più volte ad arretrare, incurante del pericolo portava
seco l’arma e tornava a postarla, aprendo sempre un fuoco violento sul nemico. (Lestans, 4 novembre 1917)”.
Dopo quella eroica resistenza, soverchiato dagli austroungarici, Bottecchia viene catturato (per la terza volta, dopo le due
precedenti nelle quali riuscì sempre a fuggire) ma per un solo
giorno poiché riesce a darsi ancora alla fuga e a ricongiungersi al
suo reparto ormai ritiratosi oltre il Meduna. Il suo ultimo anno di
guerra sarà sul Piave, dove si ammalerà anche di malaria. Viene
congedato il 15 aprile del 1919 con un premio di congedamento
costituito dalla sua gavetta, dalla coperta, dalla divisa e qualche
metro di stoffa civile.
Una presenza poco nota quella di Ottavio Bottecchia a Lestans, che si ricollega, in un suo passaggio, a questo racconto che
ci viene riportato da Giacomo Bortuzzo (nato nel 1935)6:
“Mio padre (Mattia Bortuzzo) era nato nel 1906 ed è vissuto
fino a 102 anni compiuti. Ha visto l’ingresso delle truppe austroungariche a Lestans e mi raccontava che in paese erano rimaste non più di 70-80 persone. Gli altri erano andati tutti sfollati.
Quando hanno immaginato che stavano arrivando i tedeschi si
sono rifugiati in fretta e furia su da “Fanèl”, dove nella grande stalla avevano potuto costruire una parete con le canne del
mais per nascondersi dietro. Sono rimasti nascosti per tre gior-
6 Intervista di Giuliano Cescutti a Giacomo Bortuzzo del 6 novembre 2014.
142
ni tenendo con loro anche un
maialino, mentre quello grande lo avevano già macellato, in
anticipo rispetto ai tempi, per
paura che i tedeschi potessero
rubarlo. I tedeschi entrarono
per due volte nella stalla, con
grande paura di tutto il gruppo
dei nascosti che temevano che
un grugnito improvviso del maialino potesse tradirli. Mentre
erano nel nascondiglio sentirono sparare, ma non solo colpi
di fucile, anche raffiche di mitragliatrice. Chi dice che i colpi
venissero dalla “riva da la roja”
(la salita che sotto la chiesa conduce alla piazza del paese), chi
dice dalla parte dell’ancona di
San Giuseppe. Solo molti anni
dopo, quando siamo venuti casualmente a sapere della medaglia di bronzo di Bottecchia
a Lestans, abbiamo collegato
quelle raffiche a quella eroica
Ottavio Bottecchia in divisa da
bersagliere ciclista
resistenza. Mi raccontò che a
Lestans tutti si aspettavano che
gli invasori arrivassero dalla parte del Cosa, invece un plotone
arrivò anche da sopra, dalla zona del “Palût”, realizzando una sorta di accerchiamento sul paese. I cannoni sparavano da Ragogna
sul paese e i residuati di quel bombardamento emersero in abbondanza quando fu bonificata la zona del “Palût”. Poi uscirono
dal rifugio, c’erano molti bambini, non solo lui, e videro i camion
austriaci che raccoglievano i caduti. Ma dopo parecchio tempo si
trovavano ancora dei morti austriaci sulla collina di San Zenone
e furono sepolti nel cimitero di Lestans. Sulle sepolture erano disposti dei cippi come quelli italiani ma l’area era lasciata piuttosto
143
in disordine e allora, quando ero sindaco, la feci sistemare collocando una pietra a memoria dei ‘Caduti austroungarici ignoti””.
Una testimonianza interessante, che conferma ancora una volta che la memoria di quei giorni straordinari giunge fino a noi
anche attraverso chi, non avendo vissuto i fatti, ha saputo ascoltarne il racconto. Forse quelle raffiche, nella confusione della
battaglia, non erano quelle sparate da Ottavio Bottecchia…però
ci piace crederlo.
Ecco un’altra tessera di memoria: se della presenza di Carlo
I a Lestans non possiamo essere certi, risulta invece confermata,
da un avviso rinvenuto nell’Archivio del Comune di Travesio, la
presenza di una Scuola di tiro di artiglieria a Spilimbergo. L’avviso, scritto in tedesco e datato 28 febbraio 1918, indica il periodo
dei tiri dal 4 marzo fino a revoca, ogni giorno dalle ore 8 alle 14,
con esposizione di bandiere rosse sui campanili di Tauriano e
Sequals e… sulla “ballonhalle” di Istrago.
Carlo I sul colle di San Zenone?
Un interessante racconto riferibile a Lestans ci viene riportato
da Giovanni Bozzer, che lo ascoltò dal nonno materno Antonio
Cancian, detto “Méla”, nato nel 19047:
“Mio nonno mi raccontò che insieme a Matiuta che era del
1906 (Mattia Bortuzzo, nda) e a Gigi Seghet che era del 1903, salivano sul colle di San Zenone, dove era posizionato l’osservatorio dal quale gli austroungarici controllavano le manovre militari
che si svolgevano nella prateria verso sud. Lassù c’era anche un
po’ di cucina e i tre ragazzi riuscivano quasi sempre ad ottenere
un po’ di pane o un po’ di polenta. Mi raccontò poi di avere visto,
lassù, anche l’imperatore Carlo I. Non sono in grado di dire se
questo sia vero, ma certo le manovre erano di preparazione alla
‘battaglia del solstizio’.
Nella prateria a nord di Istrago esiste una zona identificata
dal toponimo “Pra delle buse”. Fino all’inizio degli anni Settanta
del secolo scorso quei terreni erano un acquitrino nel quale si
distinguevano ancora i crateri prodotti dal tiro delle artiglierie
durante le manovre austroungariche.”
(7) Intervista di Giuliano Cescutti a Giovanni Bozzer del 12 novembre 2014.
144
Avviso della Scuola di tiro di artiglieria di Spilimbergo del 28 febbraio 1918
(Archivio Comunale di Travesio)
145
Pinzano al Tagliamento
Pinzano, il ponte sul Tagliamento inaugurato nel 1906 (Archivio G. Cescutti)
146
Fino ai primissimi anni del Novecento, chi voleva attraversare il
Tagliamento fra Ragogna e Pinzano doveva utilizzare il traghetto
che faceva la spola fra le due sponde immediatamente a valle del
punto in cui le due rupi si fanno più vicine. Poi fu realizzato il
ponte stradale, quindi quello ferroviario più a monte, all’altezza
di Cornino. Due opere che davano a quel tratto di fiume ulteriore
importanza rispetto a quella già attribuitagli dal baluardo naturale del solitario rilievo del monte di Ragogna. Quel baluardo
naturale, nel caso di una invasione da est, avrebbe dovuto diventare un punto chiave nella difesa della linea fluviale. In questa
prospettiva, il monte di Ragogna venne fortificato e armato negli anni dell’anteguerra, quando ancora Italia e Austria-Ungheria
erano alleate, ma allo stesso tempo si preparavano alla guerra fra
loro realizzando un potente sistema di opere di difesa confinaria.
Per due anni e mezzo la linea del fronte rimase ben lontana dal
fiume e, nella certezza che sotto il monte di Ragogna non sarebbe mai arrivato l’esercito nemico, anche gli armamenti furono
inviati dove ce n’era maggiore bisogno.
Ma nell’ottobre del 1917 si verificò l’imprevedibile, e quel tratto di fiume si trovò ad essere al centro di una battaglia che ne ha
assunto il nome…
147
1° novembre 1917:
“un sacrifizio di gravità sproporzionata”
ll 27 ottobre 1917 Cadorna, prima di abbandonare Udine minacciata dagli imperiali, emana l’ordine di ritirata sul Tagliamento.
Spera di riuscire a stabilire sul fiume la nuova linea del fronte: per alcuni giorni quella rimarrà la decisione, il Tagliamento
avrebbe potuto avere il destino che poi toccò invece al Piave.
L’approntamento di una difesa sul Tagliamento implicava innanzittutto l’organizzazione di una forte protezione dei ponti,
elementi decisivi per garantire il passaggio dell’esercito sulla
sponda destra.
Nel tratto di fiume tra Cornino e Pinzano nell’ottobre 1917
esistono tre attraversamenti:
– il ponte ferroviario di Cornino, inaugurato nel mese di novembre del 1914 con l’entrata in esercizio della linea ferroviaria
Gemona-Pinzano-Spilimbergo;
– una passerella in legno, definita come “ponte di equipaggiamento”, all’altezza della confluenza del torrente Pontaiba;
– il ponte stradale di Pinzano, opera imponente, capolavoro
a quell’epoca nell’uso del cemento armato, inaugurato nel mese
di settembre del 1906.
Un sistema di attraversamenti articolato, che non può assolutamente cadere nelle mani degli imperiali che nel frattempo
puntano con le loro avanguardie proprio in quella direzione.
La difesa di quel tratto del nuovo fronte viene affidata al generale Antonino Di Giorgio che, giunto al Comando Supremo
di Udine la sera del 26 ottobre 1917, riceve da Cadorna l’ordine
di apprestare le difese sul Tagliamento nel tratto compreso fra i
ponti di Pinzano e di Cornino. Gli vengono assegnate due divisioni, la 20ª (brigate Lombardia e Lario) e la 33ª (brigate Barletta
e Bologna): le due grandi unità sono a ranghi molto ridotti, non
più di 6.000 uomini che raggiungono la zona risalendo la corrente dei profughi e degli sbandati. Lo schieramento di quello
che viene ad assumere la denominazione di Corpo d’Armata
Speciale, viene completato nelle giornate del 29 e 30 ottobre
con l’aggregazione a queste due divisioni della 16ª (brigate Ro-
148
vigo e Siracusa), del 7° gruppo
alpini (battaglioni Val Leogra,
Bicocca e Valle Stura), delle
brigate Siena e Sassari, del 1°
e 3° Gruppo bersaglieri, del 9°
reggimento bersaglieri con un
gruppo di arditi e del reggimento Cavalleggeri di Saluzzo1.
In quelle ore i ponti sono
percorsi dalla massa impressionante dei profughi frammisti
alle truppe in ripiegamento che
creano uno spaventoso intasamento delle strade, tale da rendere estremamente lento ogni
Il generale Antonino Di Giorgio
progresso lungo la via.
Una descrizione delle condizioni delle strade nella zona di Pinzano, ci viene offerta dal conte
Walframo di Spilimbergo, in quei giorni ufficiale dei cavalleggeri
sulla via della ritirata, nel suo diario riportato in alcuni passaggi
da Giuseppe Del Bianco2:
“Migliaia e migliaia di veicoli di ogni genere e di ogni forma,
cannoni di ogni calibro, trattrici, macchine, buoi dispersi, morti
distesi attraverso la strada. I fossi ai lati erano pieni di vetture
rovesciate e di cavalli ancora attaccati che si contorcevano inutilmente e disperatamente. Avevano tentato di salvare i cannoni, avevano tentato di salvare gli uomini rovesciando i carreggi,
e non erano riusciti perché altri carri erano venuti da tutte le
parti ad incastrarsi nel grande caos. (…) I veicoli giungevano
gli uni sugli altri, tentavano di sorpassarsi, si urtavano, si scontravano, si rovesciavano, sbarrando la strada sì che più non
1 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 236.
2 Ibidem, p. 246.
149
passavano neppure gli uomini. (…) Le lunghe colonne parallele andavano lentamente. Si fermavano a lungo, poi muovevano
per alcuni passi, poi ristavano, po’ riprendevano. Appena si faceva un breve vuoto, dieci veicoli vi si precipitavano in velocità
per sorpassare i pigri carri dei buoi e le carrette traballanti dei
profughi, e tutti si incastravano nel vano e non riuscivano più
a proseguire.”
Superato il ponte, quella moltitudine deve prendere la via
per Spilimbergo o, in alternativa, sperare di trovare posto su uno
degli ultimi treni in transito. Ma anche il transito ferroviario è
lentissimo, a rendere l’idea di quanto lo fosse, il tempo di percorrenza fra le stazioni di Spilimbergo e San Giorgio della Richinvelda, raccontato a Del Bianco dalla profuga Margherita Vuerich di
Pontebba3: dalle 6 del mattino alle 15 del pomeriggio, 9 ore per
appena una decina di chilometri.
E poi il rischio di essere colpiti dai tiri d’artiglieria provenienti
dalla sponda sinistra, che hanno come obiettivo la linea ferroviaria ma anche i paesi più interni. Vengono colpite le stazioni ferroviarie di Pinzano e quella di Spilimbergo, a San Giorgio vengono
colpiti il casello e il convoglio.
In questa situazione il generale Di Giorgio raggiunge la zona
per adempiere al grave compito che gli è stato assegnato da Cadorna4:
“Dopo lungo e penoso girare per tutti gli uffici del Comando supremo e del comando della 2ª Armata, me ne partii per
Pinzano, con una carta al 200.000 e con l’assicurazione che la
sera avrei trovato a Spilimbergo un capo di stato maggiore e
due ufficiali. Così cominciò a funzionare il comando del Corpo d’Armata Speciale. Esso andò a poco a poco completandosi
3 Ibidem, p. 273.
4 Relazione della commissione d’inchiesta, vol. 2°, Stabilimento poligrafico per
l’amministrazione della guerra, Roma MCMXIX, pp. 158-159.
150
coll’arrestare al passo del ponte di Pinzano (obbligandoli, dove
furono necessarie, anche con minaccie e violenze, ad aggregarsi
al comando) personali di ogni genere, e col requisire materiali
destinati altrove.
Il giorno 2 il personale messo insieme così non difettava già
più, ma coloro che sanno che cosa vuol dire il funzionamento
del comando di una grande unità, possono bene immaginare
che cosa fosse in quelle condizioni il comando del Corpo di
Armata Speciale e quale il concorso di molti dei suoi componenti. Si aggiungano a ciò le difficoltà delle strade che, intasate
di carreggio, di sbandati, di profughi, rendevano lenti, penosi,
incerti i movimenti e impedivano a me di portarmi sui punti
del vasto fronte, dove sarebbe stato pure necessario di dare un
impulso personale, rendersi conto de visu dello stato delle cose
e della fedele interpretazione ed esecuzione delle mie direttive
e dei miei ordini. Spesso non potei spostarmi che a piedi, e mi
accadde d’impiegare lunghe ore di penosissima marcia per sbrigare negozi che un comando bene organizzato avrebbe sbrigato
in 5 minuti con una telefonata o inviando sul luogo un provetto
ufficiale di stato maggiore.”
Di Giorgio fissò il proprio comando a Travesio, dirigendo da
quella località le operazioni, in un quadro che ormai chiaramente
si delineava come quello di un progressivo ripiegamento anche
dalla linea del Tagliamento. Nell’arretramento, la decisione più
difficile sarebbe stata quella del momento della interruzione delle
tre opere di attraversamento del fiume. Quanto accadde in quei
giorni fra Pinzano e Cornino, fu oggetto di particolare attenzione
da parte della Commissione di inchiesta che il governo istituì nel
gennaio 1918 (R.D. 12 gennaio 1918 n. 35) e che concluse i suoi
lavori nel giugno 1919, quindi a guerra finita, dopo avere sentito
centinaia di testimoni ed esaminate migliaia di documenti relativi
ai fatti accaduti nell’autunno del 1917.
E l’attenzione si concentrò proprio sulla scelta dei momenti in
cui furono ordinate le interruzioni dei passaggi.
Per il ponte ferroviario di Cornino, fatto saltare nelle prime
ore del 1° novembre (pare alle 4,30), la Commissione non solle-
151
vò particolari rilievi, se non quelli relativi ad una non completa
distruzione dell’opera5:
“Le due interruzioni vennero praticate sulla campata immediatamente ad ovest e su quella immediatamente ad est dell’isolotto di Clapat. Ma quella ad est non si produsse completamente,
si verifico’ cioè la semplice inclinazione della campata, mentre
quella ad ovest risultò più completa per quanto di lieve estensione, talchè, come mi venne riferito in questi ultimi giorni da
abitanti rimasti sulle rive del Tagliamento – in un periodo di circa
un mese il nemico poté riattare stabilmente il ponte ferroviario
di Cornino.”
In quel punto, avvalendosi delle strutture in acciaio del ponte
e approfittando del progressivo calo del livello del fiume, nella
notte fra il 2 e il 3 novembre passeranno i primi reparti della 55ª
divisione austroungarica.
La passerella di Pontaiba, evidentemente opera di importanza
secondaria, interrotta già nella giornata del 31 ottobre, non viene
presa in considerazione dalla Commissione.
Ma la vicenda più emblematica è quella legata all’interruzione
del ponte di Pinzano e alle sue conseguenze. La Commissione
d’inchiesta dedica oltre due pagine all’analisi dei fatti.
La responsabilità del brillamento è affidata al generale Carlo
Sanna, comandante della 33ª divisione, al quale spetta una decisione assai difficile, con la brigata Bologna ancora schierata oltre
il fiume, che difende accanitamente le sue posizioni di fronte ad
un nemico incalzante.
Il comando della 2ª Armata ha ordinato di interrompere il
ponte solo “nel caso di estrema necessità, quando, cioè, la distruzione impongasi per impedire che il ponte cada in mano del
nemico”, riuscire però a garantire anche il contemporaneo ripiegamento dei fanti della brigata Bologna non è cosa semplice.
5 Ibidem, p. 154.
152
All’alba del 1° novembre la
brigata Bologna resiste ancora,
ma verso le 10 del mattino il
centro dello schieramento cede,
mezz’ora dopo la testata del
ponte verso Ragogna comincia
ad essere colpita da fuoco di
artiglieria e di mitragliatrici. Si
presenta il rischio concreto che i
collegamenti elettrici delle cariche vengano danneggiati: se ciò
avvenisse il manufatto cadrebbe
inevitabilmente in mano nemica, intatto e utilizzabile. Nuclei
Il generale Carlo Sanna
di fanti della Bologna si ritirano
responsabile dell’interruzione del
lungo il ponte. La situazione sta
ponte di Pinzano
per precipitare. Sanna cerca di
ottenere indicazioni sul da farsi,
prima informa il comando del Corpo d’Armata della gravità della
situazione, poi fa telefonare al suo capo di Stato Maggiore e gli
viene ancora una volta risposto che lui solo è “giudice del momento” in cui ordinare il brillamento.
Alle 11,15 il generale Sanna invia al maggiore Carta il biglietto
con il quale ordina il brillamento: alle 11,25 la deflagrazione che
distrugge la campata sotto Pinzano.
Pare che sul ponte stessero ancora transitando dei soldati6:
“Spaventoso spettacolo, reso più orribile dal fatto che numerosi soldati – chi afferma italiani, chi germanici – i quali si trovavano sulla massicciata stradale del ponte al momento della deflagrazione, furono lanciati in aria e si videro ricadere e dibattersi i
dilianiati corpi nelle limacciose acque del Tagliamento”.
6 G. Del Bianco, Op.cit., p.226
153
dividere la condotta del generale Montuori (comandante della 2ª
Armata) che determinò “un sacrifizio di gravità sproporzionata al
probabile vantaggio ottenuto”7.
Quando pensiamo alla battaglia del Tagliamento, a questi fanti
della brigata Bologna deve soprattutto andare il nostro pensiero.
Veneranda Simonutti, nata il 5 settembre 1912
Il ponte di Pinzano nei giorni immediatamente successivi alla distruzione (Foto
Kriegspressequartier – Österreichische Nationalbibliothek – Bildarchiv Austria)
La brigata Bologna è abbandonata al suo destino: questa situazione non può essere sottratta all’analisi della Commissione
d’inchiesta che, negli ordini dei comandi superiori, individua motivazioni sconcertanti.
Le motivazioni del sacrificio della brigata Bologna sono quelle
contenute in un ordine del comando 2ª Armata che fa riferimento alla necessità di prolungare la resistenza sulla riva destra ma
soprattuto al fatto “morale”, per cui sarebbe stato opportuno “che
in questo compito di prolungata resistenza la 2ª Armata si distingua così da cancellare colpe che ci hanno portato alla situazione attuale”. Ecco tornare la teoria dello sciopero militare, quegli
uomini, secondo Cadorna “vilmente ritiratisi senza combattere o
ignominiosamente arresisi al nemico” devono pagare con il sangue una colpa che non hanno. E i fanti della Bologna con il loro
sangue pagheranno, resistendo fino all’imbrunire.
La Commissione conclude la sua indagine con l’approvazione
della scelta del momento di brillamento del ponte, ma senza con-
154
È nata a Costabeorchia ormai più di 102 anni fa, ma ha trascorso
buona parte della sua vita lontano da queste colline. Ci accoglie
con il suo volto rotondo e sorridente rivelando vivacità e lucidità
sorprendenti. Subito precisa8: “Ho fatto la girovaga. Per fortuna
ho un carattere non pauroso, quando mi trovo nelle difficoltà
mi do da fare e ringrazio Dio di avere sempre trovato la forza di
superarle”.
La prima volta è partita a 11 anni (quindi nel 1923…) andando
a servizio per sei mesi a Venezia. Poi si è trasferita a Varallo Sesia a lavorare in un cotonificio. Si occupava della filatura perché
era troppo piccola per usare le macchine del telaio. Nel 1932 si
trasferisce in Libia, al seguito di una amica, a servizio in casa di
un medico dell’ospedale di Tripoli, il prof. Testori. Lavora poi
all’Ospedale coloniale principale Vittorio Emanuele III di Tripoli
e quindi per dodici anni in orfanotrofio, prima di essere costretta
a rientrare in Italia dall’avvento della dittatura di Gheddafi.
Si lascia andare ad una risata che rivela anche la sua commozione quando le viene ricordata la storia di un orfanello del quale
ci fa vedere anche le foto: “Gioia me l’anno portato avvolto in
uno straccio, era appena nato, la mamma era morta, era nudo e
senza niente, alle 3 di notte, gli ho fatto il bagno, l’ho vestito e
7 Relazione della commissione d’inchiesta, vol. 2°, Stabilimento poligrafico per
l’amministrazione della guerra, Roma MCMXIX, p. 245.
8 Intervista di Giuliano Cescutti a Veneranda Simonutti del 6 novembre 2014.
155
l’ho messo a cuccia. Era figlio di un pastore arabo, il suo nome
era Ibrahim. Quando sono partita mi ha chiesto: ‘Mamma perché
vai via?’”.
La sua memoria agile non ha difficoltà a fare un salto indietro
fino ai giorni della Grande Guerra:
“Avevo 4-5 anni, mia nonna ci ha fatto prendere il sentiero
verso Castelnovo, dietro la collina, e siamo arrivati a Paludea.
Eravamo mia nonna (Maddalena), mia mamma (Francesca), noi
tre bambini (io, mio fratello Costantino e mia sorella Amelia).
A Paludea c’era tutta una confusione, chi piangeva, chi gridava,
non era piacevole da sentire. Mia nonna allora disse alla mamma:
‘Che cosa dobbiamo fare in questa confusione? Torniamo a casa,
io voglio morire nel mio letto’. La mamma fu subito d’accordo e
siamo tornati a Costabeorchia. Mia zia Tranquilla (sorella della
mamma) era già salita su un camion militare, aveva due bambini
(Ugo e Dora) e arrivò fino a Napoli. Tornati a casa, lungo la strada trovammo tutto fracassato.
Mi ricordo dei tedeschi che mi facevano salire con i piedi sui
palmi delle loro mani e mi facevano fare il giro del cortile. Io
ero magra come uno stecco. Erano bravi e mi volevano bene,
non hanno fatto danni. Avevano passione per i bambini, almeno
quelli che sono stati qui. Mi ricordo che mi davano lo zucchero,
‘bischen Zucker’ dicevano. Dormivano in casa di mia nonna, nel
borgo basso. Per non disturbare dormivano sui cuscini, nei locali
a piano terra, attorno al fogolâr. Di quando hanno fatto saltare il
ponte di Pinzano non ricordo nulla, forse non eravamo a casa.
C’era miseria, mia mamma condiva il radicchio con qualche goccia di latte, io leccavo il latte e buttavo il radicchio al gatto: come
si fa a mangiare il radicchio senza condire?”
156
Case di Pinzano colpite dalle artiglierie imperiali (Archivio P. Gerometta)
157
Spilimbergo
Corso Roma, anno dell’invasione: militari tedeschi e austroungarici davanti alla
“Soldatenheim” cittadina (Archivio Joris Dell’Asin)
Anche Spilimbergo, con l’entrata in guerra del Regno d’Italia, si
trova, a far parte della grande retrovia del fronte con tutte le conseguenze che ne derivano in termini soprattutto di passaggio e
presenza di truppe e di limitazioni delle libertà degli abitanti. La
città, al censimento del 1911 contava 8.442 abitanti, era dotata di
un ospedale e fin dal gennaio 1893 era collegata a Casarsa dalla
ferrovia. Nel novembre del 1914 viene messo in esercizio anche il
collegamento ferroviario Spilimbergo-Pinzano-Gemona che diventa strategico innanzittutto per le finalità di transito di uomini e materiali verso il fronte. Il ponte stradale sul Tagliamento ancora non
esiste ma il genio militare, nel 1916, ne realizza uno in legno fra le
località di Bonzicco e Gradisca. Molti sono gli aspetti specifici legati al periodo della Grande Guerra meritevoli di approfondimento
nel contesto cittadino. In questa sede possiamo però soffermarci
solo su un paio di spunti.
Spilimbergo,
domenica 22
agosto 1915:
truppe italiane
assistono alla
messa in piazza
Duomo
(Foto Collezione
Mauro Giacomello)
158
159
Spilimbergo nelle foto del Kriegspressequartier
Facendo riferimento ad episodi dai quali ci separa il lungo tempo
trascorso, la curiosità che più ci prende è quella visiva, che vorremmo vedere soddisfatta da immagini d’epoca che spesso non
esistono. A volte però compaiono in modo inaspettato. È il caso
del vasto patrimonio fotografico realizzato dal “Kriegspressequartier” austroungarico durante la Grande Guerra, che gradualmente sta riemergendo dagli archivi e viene progressivamente reso
disponibile anche in rete. In questo ambito sono recentemente
emerse alcune immagini spilimberghesi catturate durante l’anno
dell’occupazione, prima tedesca e poi austroungarica. Vogliamo
proporvene un paio.
La prima rappresenta un luogo famigliare agli spilimberghesi e non solo, da allora poco è cambiato. La data della foto ci
riporta ad un tempo immediatamente successivo al passaggio
del controllo dalle truppe germaniche a quelle austroungariche
(avvenuto in data 15 marzo 1918). Significativi, nella giornata di
normale vitalità civile lungo il corso, i chiari segnali dell’occupazione. Il palazzo Marin pare essere in buona parte destinato
a sede del comando distrettuale austroungarico: al piano terra
l’insegna “Feldbuchhandlung”, che in piccolo riporta anche il riferimento alla ormai soppressa 14ª Armata germanica, identifica
i locali di una presunta libreria da campo. Sul balcone al primo
piano si identificano chiaramente due militari austroungarici e la
sagoma della bandiera evidentemente esposta ad identificare la
sede dell’occupante.
160
Piazza Garibaldi e Corso Roma in un’immagine del 17 aprile 1918 (Foto
Kriegspressequartier – Österreichische Nationalbibliothek – Bildarchiv Austria)
Una seconda immagine, pare ancora più interessante. Riprende la stazione ferroviaria, in una data che viene indicata “probabilmente” corrispondente al 21 giugno 1918. Un treno è fermo
sui binari, nella ripresa in direzione nord non si intravvede la
locomotiva e quindi dobbiamo presumere che il convoglio sia
diretto verso Casarsa. Il vagone in primo piano ha i finestrini
oscurati, sulla banchina verso la stazione si muovono ufficiali
intenti a fumare, qualche soldato di sentinella e qualche civile.
Il titolo tedesco della foto è “Der Hofzug in Spilimbergo”, cioè
“Il treno di corte a Spilimbergo”: su quel treno viaggia il kaiser
Carlo I, successore di Francesco Giuseppe. Ma che cosa ci fa a
Spilimbergo?
La data indicata come probabile ci porta a ricondurre la presenza alla visita dell’imperatore al fronte del Piave, in occasione
di quello che fu l’ultima offensiva dell’esercito austroungarico,
161
Tauriano, 2 novembre 1918
La guerra volgeva al termine quando fra i paesi di Tauriano e
Istrago si svolse uno degli ultimi atti della “inutile strage”, destinato a diventare pagina epica nella storia dell’Arma di Cavalleria.
Per la carica del 2 novembre 1918 il reggimento Cavalleggeri di
Saluzzo fu decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare e
la data divenne ricorrenza della festa reggimentale.
Il treno di corte di Carlo I a Spilimbergo nel mese di giugno 1918 (Foto
Heinrich Schumann – Österreichische Nationalbibliothek – Bildarchiv Austria)
passata alla storia come “Battaglia del solstizio”. Ebbe inizio il 15
giugno ma dopo un apparente iniziale successo Carlo I, la sera
del 20 giugno dovette dare l’ordine di ripiegamento,
La data indicata come presunta ci condurrebbe a pensare che
la foto sia stata scattata sulla via del ritorno verso Vienna, dopo
l’ordine di ripiegamento. Il senso di percorrenza del treno ci suggerisce invece che Carlo I si sta dirigendo verso il fronte e quindi
l’immagine è più verosimilmente riconducibile a qualche giorno
prima.
Non lo sapremo mai con certezza assoluta: il fatto che il treno
sosti fuori dalla linea ferrata principale ci autorizza a pensare che
forse Carlo I da quel treno è sceso…
162
La carica viene commemorata ogni anno, fra il monumento di
Istrago, la lapide al campanile di Tauriano e il cippo eretto nella
campagna che fu teatro dello scontro. L’arrivo a Tauriano dei
cavalleggeri, segnava anche per quella comunità la conclusione
di un anno di sofferenze, un momento che forse non sarebbe entrato in modo così incisivo nella memoria collettiva se non fosse
legato anche a quella fase cruenta che ancora lasciò sul campo
giovani vite che forse già vedevano concretizzarsi la prospettiva
di un rientro alle proprie famiglie dopo tre anni e mezzo di guerra. La carica di Tauriano, anche per il suo significato simbolico, è
163
stata in questi quasi cento anni oggetto di discorsi commemorativi e di studi che probabilmente tutto ci hanno rivelato di quanto accadde in quella rapida azione. Ma qualche aspetto nuovo
emerge ancora oggi.
L’antefatto: dal Piave al Cellina1
Il 24 ottobre 1918, ad un anno esatto dall’inizio dello sfondamento di Caporetto, ha inizio l’offensiva che in pochi giorni condurrà
il Regio Esercito alla vittoria finale. Già il 29 ottobre vengono
aperte trattative con l’Austria-Ungheria, il 31 ottobre la battaglia
volge verso la piena affermazione delle armi italiane. A quel punto si tratta di inseguire un avversario che, pur battuto, si ritira opponendo ogni resistenza utile a proteggere il grosso dell’esercito
imperiale in ripiegamento.
L’avanzata oltre il Piave lungo la pianura è affidata alla 10ª
Armata anglo-italiana del conte di Cavan e alla “invitta” 3ª Armata del duca d’Aosta. Alle due armate viene affiancato il corpo di cavalleria del conte di Torino. Il corpo di cavalleria ha il
preciso compito, con la sua velocità di movimento, di precedere
l’avanzata delle due armate occupando i ponti sul Tagliamento
e quindi proseguire oltre il fiume fino a raggiungere le posizioni
più avanzate per l’ora nella quale sarebbe entrato in vigore l’ar-
1 La sintetica ricostruzione della carica di Tauriano del 2 novembre 1918 fa
riferimento ai seguenti contributi:
– Borgstrom E., I cavalleggeri di Saluzzo a Tauriano e Istrago (2 novembre
1918), “Rivista di Cavalleria”, Vol.I n. 6, novembre-dicembre 1935.
– Fiora A., Capitano Raffaele Libroia, “Rivista di Cavalleria”, Vol. III n. 4, luglioagosto 1939.
– Enrici M., L’eroica carica dei Cavalleggeri di Saluzzo a Tauriano di
Spilimbergo il 2 novembre 1918, “Rivista di Cavalleria”, n. 10, anno 1970.
– Gasparini Casari E., “Quo fata vocant”: la carica dei Cavalleggeri di Saluzzo a
Tauriano-Istrago (2 novembre 1918), “Rivista storica”, anno VIII, agosto 1995.
164
mistizio sottoscritto a Villa Giusti alle 15,20 del 3 novembre, con
decorrenza dalla ore 15,00 del giorno successivo.
Il corpo di cavalleria del conte di Torino è costituito da quattro divisioni, ciascuna comprende due brigate, ogni brigata comprende due reggimenti. Allo stretto organico di cavalleria si aggiungono bersaglieri ciclisti, artiglieria a cavallo (le cosiddette
“voloire”, batterie a cavallo ciascuna comprendente 4 pezzi da
75/27), automitragliatrici e mitraglieri.
Complessivamente il corpo è dotato di una forza di 1.130 ufficiali e 20.893 uomini tra sottufficiali e truppa.
La 3ª divisione di cavalleria della Lombardia, al comando del
tenente generale Carlo Guicciardi di Cervarolo, comprende la 5ª
(reggimenti Saluzzo e Vicenza) e la 6ª brigata (reggimenti Savoia
e Montebello) oltre al III gruppo di batterie a cavallo e reparti di
bersaglieri ciclisti. Alla divisione viene assegnato come obiettivo
il settore corrispondente al tratto di fiume compreso fra il ponte
di Pinzano a nord e la passerella fra Bonzicco e Gradisca di Spilimbergo a sud.
Nella giornata del 31 ottobre la divisione è impegnata a superare la resistenza austroungarica davanti a Polcenigo (con l’impiego dei reggimenti Vicenza e Montebello) e quindi a stanare
casa per casa i tiratori rimasti a disturbare l’avanzata.
Superata la resistenza e riattivato il passaggio sulla Livenza
l’avanzata riprende il giorno successivo, lungo la direttrice Roveredo-San Quirino-San Foca-Vivaro-Tauriano-Spilimbergo, avendo
cura di rimanere ai margini dei centri abitati, ancora tenuti dagli
austroungarici, percorrendo campagne segnate dalla desolazione
di un anno di occupazione e dal passaggio degli eserciti avversari.
Ma all’altezza di San Quirino-San Foca-Sedrano la divisione si
trova davanti la forte resistenza delle retroguardie della 41ª divisione Honved e della 12ª divisione di cavalleria austroungarica.
Il tentativo di sfondare la linea con l’attacco della squadriglia
di autoblindate Lancia 1Z non ha successo, tutte le sei macchine
vengono colpite e immobilizzate dal tiro dell’artiglieria austroungarica. Nella preparazione di un nuovo attacco (forse la carica
del giorno dopo sarebbe stata anticipata…) sopraggiungono le
tenebre e, mentre gli avversari hanno abbandonato il campo, la
165
divisione deve pernottare rinviando al mattino successivo l’attraversamento dei greti del Cellina e del Meduna che, specialmente
in ore notturne, si prestano ad insidiose imboscate.
Alle 6 di sabato 2 novembre, giorno dei morti, la divisione
riprende l’avanzata su tre direttrici principali:
- il reggimento di Saluzzo punta su Tauriano-Istrago-Vacile;
- il reggimento di Montebello punta su Barbeano-Provesano
scontrandosi con il nemico che respinge fino alla testa di ponte
di Gradisca;
- il resto della divisione con il comando punta direttamente
su Spilimbergo, dove viene accolto da violento tiro di artiglieria.
La battaglia
Il reggimento guada senza disturbo il Cellina e poi il Meduna,
del nemico nessuna traccia. A mezzogiorno il reggimento è a
Tauriano e in un cortile il comandante, colonnello Enrico Sarlo,
tiene un rapporto ufficiali nel quale annuncia che il comando
di divisione ha comunicato la presenza di ingenti forze nemiche a Pinzano, località verso la quale il Saluzzo deve mettersi
immediatamente in movimento. Il 1° squadrone in avanguardia,
a seguire gli altri quattro, due reparti di ciclisti, una compagnia
mitraglieri e una sezione della 6ª batteria a cavallo. Uscite dal
paese, le avanguardie vengono quasi subito sorprese dal fuoco di
fucileria e mitragliatrici proveniente dalla sinistra della strada. Più
avanti il fuoco di artiglieria, a tiro radente, proviene anche dalla
destra della strada. Di che truppe si trattasse ancora oggi non si
sa con precisione: truppe ungheresi della 41ª divisione Honved
o austroungarici della 12ª divisione di cavalleria appiedata? Sono
schierate nei pressi dell’hangar realizzato dagli italiani fin dal
1916 come ricovero del dirigibile M9.
Gli austroungarici, forse due compagnie, sono armati di mitragliatrici e cannoni da 105.
Il reggimento si ferma: la sezione di artiglieria, i mitraglieri e
i mitraglieri ciclisti, con il supporto del 2° squadrone, si mettono
166
in posizione e iniziano il fuoco.
I quattro squadroni montati (1°,
3°, 4° e 5°) iniziano a muovere
verso lo schieramento nemico,
coperti dal fuoco delle “voloire”
e delle mitragliatrici. Il primo
squadrone a scattare alla carica
è il 3°, al comando del capitano
Raffaele Libroja da Nocera Inferiore: il “Savoia!” lanciato dalle
decine di cavalleggeri, la tromba
che ripete le note della carica, lo
squadrone parte all’attacco. Poi
parte alla carica il 5° squadrone
Il capitano Raffaele Libroja, caduto
del capitano conte Serenelli che
nella carica di Tauriano
punta sulla sinistra dello schieramento nemico, il resto del
reggimento (1° e 4° squadrone) con il comando e lo stendardo
tenta una manovra avvolgente. Gli austriaci contrattaccano, ad
un certo punto sorprendono la sezione di artiglieria a cavallo
su un fianco, ma la pronta reazione dei 18 serventi, condotti dal
trombettiere Nadalin, riesce a respingere la minaccia. Durante la
carica il capitano Libroja, alla testa del suo 3° squadrone, è fra i
primi ad essere colpito ma rimane in sella e continua il galoppo
tenendosi alla criniera del suo cavallo giungendo fin sui cannoni
austriaci dove stramazza al suolo. Ormai morente, il povero Libroja viene finito a colpi di pistola da un capitano austriaco che
non fa in tempo a compiacersi del suo gesto vigliacco poiché il
capitano Serenetti, giunto sul posto alla testa del 5° squadrone, lo
uccide a sciabolate. Lo stesso capitano Serenetti però, nell’atto di
vendicare il Libroja, viene ferito gravemente da una fucilata. L’urto del 3° e quindi del 5° squadrone è violento, gli austriaci retrocedono, cedono le armi, fuggono: il resto del reggimento giunge
alle spalle e conclude l’operazione con il completo successo del
Saluzzo. Tutto si è svolto in non più di mezz’ora.
La consistenza del reparto nemico è rivelata da quanto riportato nel Bollettino di Guerra n. 1266 del successivo 3 novembre,
167
che fa riferimento all’azione del Saluzzo indicando che “rimasero
nelle mani dei cavalleggeri una batteria da campagna, sei mitragliatrici e 300 prigionieri, in gran parte feriti.” Altra fonte indica
in 200 il numero dei prigionieri, la batteria catturata è composta
da due pezzi da 105.
Il bilancio delle perdite, in rapporto alla violenza del fuoco
austriaco, appare contenuto (pur essendo questo termine improponibile in rapporto alla perdita di giovani vite): 1 ufficiale
caduto sul campo (il capitano Libroja), 4 cavalleggeri caduti sul
campo, 20 feriti, 21 cavalli uccisi e 24 feriti. Documenti di epoca
successiva fanno salire il numero dei caduti a 9, probabilmente
per successivi decessi di feriti.
Questo l’elenco dei cavalleggeri caduti sul campo il 2 novembre 1918, riportati dall’Albo d’oro dei militari caduti nella guerra
nazionale 1915-1918:
– Libroja Raffaele di Luigi, capitano in servizio attivo, nato il
16 dicembre 1889 a Napoli, morto il 2 novembre 1918 sul Tagliamento per ferite riportate in combattimento.
Il capitano Libroja fu decorato di Medaglia d’Oro con questa
motivazione:
“All’ordine di attaccare una batteria nemica che improvvisamente aveva aperto il fuoco su di un fianco del proprio reggimento in marcia, con slancio e coraggio mirabili, alla testa dello
squadrone di cui aveva il comando, si avventava impetuosamente
contro i pezzi avversari in azione. Fatto segno a violento tiro e
gravemente colpito ad ambo le gambe, con perseverante, indomabile audacia, incurante dello strazio prodottogli dalle doloranti ferite, riunite in uno sforzo supremo tutte le sue energie e
incitato, col suo fulgido esempio, il proprio reparto, perseverava
con esso nell’arditissima carica, trascinandolo sui pezzi tuttora fumanti, e, nell’attimo in cui li conquistava, colpito a morte lasciava
gloriosamente la vita sul campo.”
– Ferrari Francesco di Ernesto, decorato di Medaglia d’Argento, sergente reggimento Cavalleggeri di Saluzzo (12°) nato il 17
agosto 1895 a Somaglia (LO), morto il 2 novembre 1918 sul Piave
per ferite riportate in combattimento;
– Bianchini Eugenio di Giuseppe, caporale reggimento Caval-
168
leggeri di Saluzzo (12°), nato il 14 giugno 1897 a Lari (LI), morto
il 2 novembre sul campo per ferite riportate in combattimento;
– Brianzoni Enrico di Agostino, decorato di Medaglia di Bronzo, caporale reggimento Cavalleggeri di Saluzzo (12°), nato il 23
marzo 1897 a Sesto Calende (VA), morto il 2 novembre 1918 sul
Piave per ferite riportate in combattimento;
– Lomazzi Andrea di Vittorio, decorato di Medaglia d’Argento,
soldato reggimento Cavalleggeri di Saluzzo (12°), nato il 15 febbraio 1896 a Mezzegra (CO), morto il 2 novembre 1918 sul Piave
per ferite riportate in combattimento.
Altre giovani vite di ragazzi poco più che ventenni sacrificate
in quella immane carneficina che fu la Grande Guerra, arrossarono con il loro sangue i prati fra Tauriano e Istrago, in un episodio certamente glorioso ma anche uno degli ultimi nei quali
l’arma di cavalleria affrontò, con i metodi di combattimento di
un passato epico, le tecniche e i mezzi della guerra industriale.
Uomini e cavalli lanciati alla carica contro il fuoco di cannoni e
mitragliatrici, scene destinate a scomparire ma che troveranno la
loro ultima rappresentazione nella carica dell’agosto 1942 nella
pianura russa.
Da Tauriano, il reggimento prosegue in direzione di Vacile e
Lestans. All’ingresso di quest’ultima località sostiene un ulteriore
combattimento catturando altri 30 prigionieri e 3 mitragliatrici.
Dopo aver pernottato a Lestans, nella giornata successiva il reggimento supera il Tagliamento a Gradisca-Bonzicco e, riunito alla
divisione, prosegue verso Udine, Cividale e San Pietro al Natisone.
169
La memoria popolare a Tauriano
Quel rapido combattimento sul finire della guerra destò sicuramente viva impressione negli abitanti di Tauriano, tale da tradursi
in ricordi più e più volte raccontati. Ma anche questa parte di
memoria è oggi scomparsa.
Fortunatamente, la Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione di Tauriano, benemerita associazione attiva fin dal 1905,
nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso ha curato la raccolta delle memorie degli anziani del paese realizzando una copiosa
serie di interviste, tutte registrate. Quelle interviste costituiscono
oggi una preziosa fonte e alcune riportano proprio passaggi riferiti ai fatti del 2 novembre 1918. Il primo dei racconti è quello di
Regina Cristofoli (1902-1994), dal quale emerge l’inatteso incontro, nella campagna, con i primi cavalleggeri italiani, certamente
avanguardie del reggimento che proveniva da oltre Meduna2:
“Ricordo che la notte precedente il 2 novembre 1918 una
grande quantità di soldati austriaci in ritirata dal fronte aveva
pernottato rumorosamente in paese. Al mattino alle 6 loro sono
partiti e io ne approfittai per portare acqua in un nostro campo
fuori paese dove mio nonno aveva nascosto gli animali per sottrarli alle requisizioni, com’era avvenuto in diverse famiglie del
paese nei giorni precedenti.
Mio nonno, che aveva trascorso la notte nel campo, vide due
militari, e credendoli nemici, cercò di nascondersi. I due cavalleggeri lo scoprirono e lo interrogarono per sapere se in paese ci
fossero ancora gli austriaci. Rispose di non sapere niente perché
era rimasto lì tutta la notte. Interrogarono anche me e dissi che
erano partiti e non sapevo se ce ne fossero ancora. Lasciai lì i
secchi e con loro ritornai in paese. Dalle prime case uscirono
diversi compaesani. I militari ci raccomandarono di non fare rumore perché temevano imboscate.
2 Intervista di Gianluigi Cimatoribus, Silvano Contardo e Fabio Martina a Elisa
Cristofoli del 28.07.1987.
170
Ritornata nel campo con mio nonno vidi un reggimento di
cavalleggeri arrivati nel frattempo dalle campagne di Tauriano.
C’era anche il capitano che poi fu ferito e curato in paese (si
tratta evidentemente del capitano Serenetti, comandante del 5°
squadrone, nda).
Poi ho sentito una mitragliatrice sparare e immaginai cosa stava accadendo. Pensai che nel vicino hangar di Istrago potevano
esserci gli austriaci, ma invece si trovavano nascosti fra il mais
di un campo di mio zio. Non so quanti fossero, so che ne sono
morti diversi anche fra loro. Sono scappata in paese e non ho
assistito alla battaglia. Quando i feriti furono portati in paese tutti
attendevamo di vedere se fra i militari ci fosse qualche compaesano. Il primo fu il “Moru Moka” (si tratterebbe di Martina Francesco, classe 1880, nda) che potè solo salutarci e ripartire con il
resto del reparto.
Terminata la battaglia si venne a sapere che un austriaco avendo perso una mano in battaglia continuava a sparare con l’altra. I
prigionieri e tutto il materiale austriaco recuperato furono portati
in Tagliamento dove c’era un campo di reclusione. I feriti italiani
furono portati in paese nel cortile della famiglia Indri, occupandolo tutto.”
Elisa Indri (1913-2004) aveva a quell’epoca solo cinque anni,
il suo ricordo di bambina era rimasto però indelebile nel vedere
lo strazio dei feriti portati nella sua casa, e in particolare del capitano Serenetti, gravemente ferito, comandante del 5° squadrone,
quello che si gettò sull’austriaco che sparava sul capitano Libroja
morente3:
“Avevo 5 anni e ricordo bene quei soldati feriti che perdevano
sangue. Il capitano fu accolto in cucina e mia nonna lo assistette
e curò come poteva. Dopo 4 anni il capitano ritornò a trovarci e
dimostrò di riconoscere tutti noi e anche la casa. Non ricordo il
3 Intervista di Gianluigi Cimatoribus, Silvano Contardo e Fabio Martina a Elisa
Indri del 28.07.1987.
171
suo nome, era accompagnato da Antonio Tracanelli, si presentò
sorprendendoci tutti e fu una festa per tutti noi. Ci raccontò che
quando, dopo le nostre cure, fu riportato verso casa, il camion
che lo trasportava subì un’ incidente. Ci portò uno scialle da parte di sua madre in segno di riconoscenza per quanto avevamo
fatto per lui. Ci disse che sarebbe ritornato, ma di lui non abbiamo saputo più niente.
Gli italiani morti furono portati nel cimitero di Tauriano. Ricordo di averli visti allineati e perfettamente vestiti in uniforme,
sembrava che dormissero. Erano dei bei giovani, avevano fatto
solo quella battaglia, perché sul Carso non potevano andare con
i cavalli. Sono stati sepolti dove ora c’è la tomba di Pitton. So che
negli anni successivi, mentre ero all’estero, furono portati altrove
(al Tempio Ossario di Udine nda). Gli austriaci invece furono sepolti tutti nel cimitero di Spilimbergo. Ricordo anche che dopo la
battaglia, sulla strada che porta alla fornace, furono trovate delle
carte personali di un soldato italiano.
Non è vero che gli austriaci furono aggrediti dai paesani. So
invece che l’austriaco irriducibile che continuava a sparare con
una sola mano fu portato nella casa dei Colautti e lì giustiziato.”
Francesco Passudetti (1908-1990) detto Balo, porta invece i
ricordi di un gruppo di ragazzi che, evidentemente spinti dalla
curiosità maschile per le armi e la guerra, si spingono fin sul
campo di battaglia4:
“Mi ricordo bene tutto. Già la sera precedente il paese era
invaso da una grande quantità di soldati austriaci in ritirata. Alla
sera sopra il paese passarono alcuni aerei italiani che mitragliavano il ponte sul Tagliamento dove si stavano ritirando gli austriaci.
Nel pomeriggio del 2 abbiamo sentito sparare una mitragliatrice e
anche 2 colpi di cannone. Un proiettile di fucile colpì il portone
davanti alle attuali scuole. Siamo andati su verso la strada di Arba,
4 Intervista di Gianluigi Cimatoribus, Silvano Contardo e Fabio Martina a
Francesco Passudetti del 26.08.1987.
172
eravamo 4 o 5 ragazzi. Abbiamo visto una trincea in un fosso
dove c’era la mitragliatrice. Abbiamo visto alcuni cavalli colpiti,
che respiravano attraverso le ferite fra le costole. In un fosso furono sepolti i soldati austriaci, che poi furono spostati altrove. I
2 cannoni furono ricoverati vicini al campanile, i soldati austriaci
feriti furono portati in giro per il paese mostrando le loro ferite. Al
mattino successivo siamo stati sul posto della battaglia recuperando coperte, scarpe e altri oggetti. Gli austriaci potevano essere 200
o anche di più. Credo provenissero da Arba. La battaglia avvenne
proprio lì dove c’è il cippo, dove gli austriaci avevano collocato
un osservatorio. I feriti italiani furono portati prima da Colautti,
e poi Libroja e altri furono curati in paese. Gli italiani erano uno
squadrone con due capitani. Due feriti austriaci rimasti sul campo
di battaglia morirono durante la notte. Con Don Carlo e la croce
rossa in seguito indicammo il posto dove erano stati sepolti.”
In posa sul campo di battaglia
Ma oltre a queste interessanti testimonianze, per la carica del 2
novembre 1918 disponiamo anche di eccezionali documenti che
possono dare un po’ di soddisfazione alla nostra curiosità visiva
permettendoci quasi di tornare sul campo di battaglia nei momenti immediatamente successivi alla carica. Si tratta di quattro
istantanee conservate presso l’archivio cinefotografico del Museo
storico dell’Arma di Cavalleria di Pinerolo. Grazie alla cortese
disponibilità del suo direttore, ten. col. Paolo Caratori siamo in
grado di proporvele.
Il pannello che le riunisce riporta la didascalia generale “2 novembre 1918 ore 8,30: lo stendardo dei “Cavalleggeri di Saluzzo”
sul campo di Tauriano subito dopo la Carica”. In effetti il soggetto
che compare in tutte e quattro le istantanee è proprio lo stendardo, lacerato dai colpi austriaci durante la carica e decorato di
Medaglia d’Argento.
Le immagini che seguono non sono di buona qualità, sono
poco nitide e piuttosto scure, ma consentono di gettare uno
173
Tauriano, 2 novembre 1918: Cavalleggeri di Saluzzo in posa dopo la carica
(Archivio cinefotografico Museo storico dell’Arma di Cavalleria Pinerolo)
sguardo sui luoghi teatro della carica e sugli uomini che ne furono i protagonisti.
Nella prima immagine il portabandiera con lo stendardo nel
bel mezzo del magredo sul quale si era appena svolta la carica.
La seconda immagine, raffigura in primo piano ancora il portabandiera con lo stendardo e un ufficiale, probabilmente il comandante del reggimento. Dietro a loro, distesi o seduti a terra si
distinguono i prigionieri austriaci sorvegliati da altri cavalleggeri.
La terza e la quarta, forse le meno leggibili, sono foto di gruppo di cavalleggeri che posano con le armi catturate agli austriaci.
In quella più grande, in particolare, si distingue un militare che,
noncurante della posa, sta esaminando una mitragliatrice.
174
Tauriano, 2 novembre 1918:
Cavalleggeri di Saluzzo in posa
dopo la carica
(Archivio cinefotografico Museo
storico dell’Arma di Cavalleria
Pinerolo)
175
San Giorgio
della Richinvelda
Il negozio “Ditta Pietro Urdich” (attuale via
Richinvelda) in una foto precedente al 1915
(Archivio G. Cescutti)
Al censimento del 1911 San Giorgio della Richinvelda conta 4.932
abitanti. Vive il periodo della Grande Guerra come uno dei tanti
paesi di retrovia del fronte fino all’ottobre del 1917, quando la
bufera di Caporetto si presenta sulla sponda sinistra del Tagliamento.
Le artiglierie imperiali prendono di mira la via ferrata, raggiungendo con i tiri anche le zone interne del paese. Vengono colpiti
la stazione di San Giorgio della Richinvelda e un convoglio in
lentissimo transito verso Casarsa, in quello che è l’unico episodio
riportato da Giuseppe Del Bianco1 con riferimento a S.Giorgio,
riferitogli da una profuga di Pontebba che si trovava su quel treno. Se Del Bianco non raccolse altre testimonianze, la lacuna è
stata recentemente colmata da una interessante pubblicazione2
che riscopre le vicende sangiorgesi del periodo, dedicandosi in
particolare al recupero della memoria locale e di quella dei militari che parteciparono alla guerra.
Anche a San Giorgio, molti fuggirono oltre il Piave, dispersi
in ogni angolo del Regno dal Piemonte alla Toscana, dalla Campania alla Sicilia. Tante fra queste storie rimarranno per sempre
sconosciute, ma talvolta qualche storia emerge in modo inatteso.
1 G. Del Bianco, La guerra e il Friuli, Vol. 4°, 2ª ed., Del Bianco Editore, Vago di
Lavagno (VR), 2001, p. 273.
2 Si tratta di: G. Moro - M. Roman, La Grande Guerra e il territorio di San
Giorgio della Richinvelda, Lito Immagine, Rodeano Alto 2013.
176
177
Un profugo speciale
Fra quei profughi c’era anche il cav. Luchino Luchini con la propria famiglia. Il nome non ha bisogno di presentazioni per chi
conosce un po’ la storia del paese e di qualche Istituzione, in
particolare cooperativa, che ancora vi opera. Anche la profuganza del cav. Luchini è fatto piuttosto noto. Poche però sono le
notizie su quel periodo. Qualcosa è in grado invece di rivelarci
un documento apparentemente di poco valore. Si tratta di un
quaderno ad uso carta da lettere, nel quale si alternavano fogli
staccabili, destinati poi alla spedizione, a fogli fissi, sui quali rimaneva la copia della missiva ottenuta frapponendo un foglio di
carta carbone. Il quaderno3 rinvenuto contiene una parte delle
copie delle lettere spedite dal cav.Luchini nei giorni dell’esilio.
La prima, illeggibile, è datata Fiesole 18.11.1917, l’ultima è datata
Firenze 13 settembre 1918.
Ma prima di arrivare a quei giorni, un rapido profilo del cav.
Luchino Luchini è forse necessario.
Nasce a San Giorgio della Richinvelda il 30 aprile 1871, figlio
di Antonio, maestro elementare, e di Ballico Teresa. Si diploma
nel 1888 alla Regia Scuola Pratica di Agricoltura di Pozzuolo del
Friuli e quindi si dedica all’azienda agricola di famiglia. Ha tre
sorelle, Maria, Olimpia e Antonietta.
Oltre a gestire l’attività di famiglia, per molti anni sarà titolare
dell’ufficio postale di San Giorgio. A queste attività “private”, Luchino Luchini affiancò durante tutta la sua vita ogni impegno e
dedizione personale diretti alla promozione di Istituzioni dirette al
miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti e
allo sviluppo tecnologico e organizzativo dell’agricoltura.
Fu convinto discepolo del movimento cooperativo, agricoltore per passione, valente tecnico agrario, instancabile promotore e
amministratore delle numerose Istituzioni che contribuì a creare.
3 Archivio Storico Friulovest Banca.
178
Nel 1891 fu fondatore
della Cassa Rurale di Prestiti in San Giorgio della
Richinvelda, della quale
sarà amministratore dalla costituzione fino alla
prematura morte. Promotore del Forno Sociale Cooperativo nel 1897,
fondatore del Patronato
Scolastico nel 1898, della
Casa di riposo per vecchi
derelitti nel 1903, della
Scuola Cestari nel 1905,
della Scuola di disegno
applicata alle arti e mestieri nel 1911, nel 1913
della Scuola di Economia
domestica.
Alla partenza degli
uomini
validi per la guerLuchino Luchini
ra e per favorire le donne
nelle quotidiane attività
agricole promuove l’istituzione di un ricreatorio destinato ad accogliere i bimbi dai tre ai sei anni. Quel ricreatorio funzionerà per
tutta la durata del conflitto e riprenderà l’attività nel dopoguerra
fino a quando, nel 1925, sarà eretto in Asilo Infantile.
Nell’immediato dopoguerra fu promotore della Cooperativa
di Consumo di San Giorgio della Richinvelda.
In campo agrario fu presidente del Comizio Agrario di Spilimbergo e della sezione di Maniago-Spilimbergo della Cattedra
Ambulante Provinciale di agricoltura. Nel 1917 fu fra i fondatori
dell’Essiccatoio Bozzoli Cooperativo Intermandamentale di Spilimbergo, importante Istituzione per lo sviluppo tecnico dell’industria serica.
Fu per lunghi anni amministratore comunale di San Giorgio
della Richinvelda e consigliere provinciale.
179
La casa natale di Luchino Luchini, le due porte pedonali alla destra del grande
portale corrispondono all’Ufficio Postale e alla prima sede della Cassa Rurale di
Prestiti (Foto Archivio Storico Luchino Luchini).
Grazie al contatto reso possibile dall’amico Francesco Orlando e alla gentile disponibilità del dott. Mario Mizzau, pronipote
del cav. Luchini in quanto discendente della sorella Antonietta, ci
è stato possibile visitare la casa natale che si affaccia proprio sulla via che il Comune ha voluto intitolare all’illustre concittadino.
La facciata è praticamente identica a come si presentava un
secolo fa, come testimonia la foto su lastra realizzata dallo stesso
Luchini (era anche appassionato di fotografia, oltre ai frutti dei
suoi alberi lo attiravano anche tutti quelli del progresso tecnologico): da sinistra le finestrelle della stalla, il grande portale in
pietra e, quindi, due entrate pedonali. La prima, quella che oggi
riporta la scritta in mosaico Patronato Scolastico, nella foto è sovrastata dall’insegna Regie Poste, è l’ufficio postale di cui il cav.
Luchini era titolare.
180
La porta a fianco, come rivelano le scritte su almeno due delle
insegne, è quella della prima sede della Cassa Rurale di Prestiti
di San Giorgio della Richinvelda. Entrati nel grande cortile, sulla
sinistra la bassa struttura adibita a limonaia e lisciaia, di fronte a
noi l’abitazione.
All’interno tutto pare essere rimasto fermo a più di cento anni
fa: sulla destra dell’ingresso lo studio del cav. Luchini con la scrivania e la libreria dove forse qualche libro si trova nella stessa
posizione in cui lui l’aveva riposto. Il salottino, il fogolâr, le camere al piano di sopra, tutto pare rimasto come allora. Una casa che
riflette condizioni di vita agiate per l’epoca ma allo stesso tempo
un forte legame alla tradizione. Uscendo sul retro si apre davanti
a noi la braida, recintata da alti muri, sulla sinistra le tettoie dei
pollai, in un contesto anche qui rimasto immutato, dove pare che
il cav. Luchini possa riapparire da un momento all’altro, fra gli
amati alberi da frutta.
Da questa casa, Luchino Luchini partì con la famiglia.
La decisione della partenza deve essere stata piuttosto discussa, tanto è vero che in una delle lettere, inviata da Fiesole il 14
febbraio 1918 all’amico “Nardin” (il Sindaco di San Giorgio Leonardo Luchini) scrive:
“Non avendo le mie donne potuto persuadersi a partire quando il momento si presentava opportuno, poi, sotto il rombo del
cannone e lo scoppiare delle bombe si finì col pregiudicare ogni
cosa. E quello che è precisamente più grave col non poter trasportare la contabilità. All’ultimo momento misi i registri della
Cassa Rurale e tutto il rimanente – anche quelli delle mie aziende – in una cassa sottoterra nella tettoia in fondo al cortile delle
galline. Se l’Olimpia si trova tuttora a S. Giorgio come spero, vi è
ancora una speranza di recupero, diversamente perderemo ogni
cosa.”
181
A Fiesole e a Firenze
Dopo quella che lui stesso definisce una “Via Crucis”, si stabilisce
con la famiglia a Fiesole, in via Giuseppe Verdi 23. Nei primi
giorni è preoccupato per la salute della madre ma ancor più
per la sorte della sorella Olimpia, che non ha lasciato il paese, e
della quale nulla si sa. La preoccupazione traspare in una lettera
di risposta, da Fiesole, il 23 novembre 1917, al dott. D’Andrea (è
il dott. Luigi D’Andrea, medico di San Giorgio), che si rivolge a
Luchini per effettuare un prelievo dai suoi depositi: “Anche noi
abbiamo sofferto che non le dico. Mamma per giunta ebbe giorni
di assai poco bene. Ora però accenna a rimettersi, e ho la speranza che ritorni nelle pristine condizioni di salute. Dell’Olimpia,
che non volle abbandonare S. Giorgio, nulla sappiamo. Abbiamo
fatto pratiche e pratiche e sempre con risultato negativo.”
Ma oltre a riportare le noie di famiglia, già a quella data è in
grado di rispondere al dott. D’Andrea che per effettuare il prelievo è necessario produrre il libretto che può essere inviato anche
tramite raccomandata: alla data del 23 novembre quindi, la Banca
era già in grado di operare dalla nuova sede in Firenze.
Il 21 novembre da Firenze scrive alla Banca Nazionale delle
Casse Rurali Italiane di Roma con una lettera che conferma la
presenza e operatività della Banca di San Giorgio, seppure per i
soli prelievi:
“Il sottoscritto è il Direttore-Segretario della Cassa Rurale di
Prestiti di S. Giorgio della Richinvelda (Udine).
Partito precipitosamente da casa per porre in salvo la famiglia
mentre le bombe cadevano in paese, giunsi con la famiglia dopo
una Via Crucis che non si descrive. Mia sorella è dispersa.
I registri della Cassa Rurale sono tutti rimasti a S. Giorgio e li
spero al sicuro.
I titoli li depositai in cassetta di sicurezza presso un Istituto
qui in Firenze.
Avverto che la nostra Cassa Rurale ha eletto domicilio provvisorio presso il Comizio Agrario di Firenze dove saranno dirette
le corrispondenze. Prego poi voler tener presente che in ottem-
182
peranza al Decreto 15 corr.te anche il nostro piccolo Istituto di
credito deve prepararsi a far fronte alle cambiali e aversi immancabili domande di rimborso, quindi con ogni probabilità dovrò in
seguito pregare codesta Banca di rimborsarci l’importo inscritto
sul libretto di deposito n. 5 per poi ridepositarlo presso una Banca di qui a disposizione dei nostri soci creditori. (…)
Malgrado il successo, malgrado noi dall’agiatezza siasi caduti
con la famiglia nell’indigenza non dispero dell’avvenire: la Patria
avrà la sua riscossa, noi nel dolore ci faremo migliori.”
In quei mesi la Banca, anche derogando al possesso del libretto di deposito, è operativa in terra toscana sostenendo i propri depositanti, profughi, che da tante parti d’Italia chiedono di
poter attingere ai propri risparmi. E molte delle lettere di quel
registro sono proprio riferite ad invii di valori a depositanti dell’Istituto dispersi sul territorio del Regno.
Si occupa pure
della gestione del
servizio di acquisti,
anche per il Comizio
Agrario di Spilimbergo: solfato di rame,
zolfo, perfosfato, i
problemi da risolvere con i contratti già
firmati per la camTimbro della Cassa Rurale di S.Giorgio riportante
pagna agraria 1918,
il domicilio provvisorio in Firenze
l’organizzazione delle commesse per la
ripresa delle attività agricole al ritorno a San Giorgio.
Il desiderio del ritorno in paese e il suo senso di alta italianità
traspaiono in una lettera del 24 novembre, nella quale chiede:
“Ma però è proprio il caso di escludere la possibilità di essere
noi di nuovo in primavera nel nostro Friuli?” E continua poi:
“Caro Pascatti, la disgrazia che ha colpito la Nazione mi ha anche
rovinato economicamente, però né impreco, né mi perdo di coraggio. Mi sento sempre Italiano e lo sarò fino all’ultimo respiro.”
183
Rovinato economicamente ma fedele
ai suoi principi
Proprio così, il cav. Luchini si definisce “rovinato economicamente ” e di trovarsi “con la famiglia nell’indigenza”, affermazione che
noi fatichiamo a capire rispetto alla posizione sociale e professionale del nostro profugo. La possiamo comprendere ricordando
che Luchino Luchini, nelle Istituzioni che aveva contribuito a creare e per le quali continuava a prodigarsi in modo instancabile,
rinunciava normalmente a percepire ogni compenso ricavando il
proprio reddito dalle attività dell’azienda di famiglia.
Dalla corrispondenza toscana veniamo a conoscenza di una
vicenda dalla quale emerge l’alta levatura morale del cav. Luchini.
È quella legata all’Essiccatoio Bozzoli di Spilimbergo, la cui costituzione era stata propiziata proprio da Luchini all’inizio del 1917,
con nomina a presidente di Vincenzo Lanfrit.
Pochi giorni prima dell’invasione, Luchini si era recato proprio con il presidente Lanfrit a riscuotere a Maniago, alla filanda
Cadel, il saldo della “galletta”: oltre 17 mila Lire, una cifra ragguardevole, che viene lasciata in consegna al presidente per il
versamento presso la Banca di Spilimbergo.
Dopo la fuga da San Giorgio, per una serie di motivi legati
alla mancata annotazione del versamento sul libretto, mancando
i registri contabili e ottenendo dagli interessati (e in primo luogo
dal Lanfrit) solo generiche conferme dell’avvenuto deposito, Luchini non si dà pace.
Ancora alla ricerca di una risposta, riceve da Vincenzo Lanfrit
la somma di Lire 1.000 che gli viene inviata a titolo di quota sulle
Lire 2.000 assegnate dal consiglio dell’ Essiccatoio al presidente.
Luchini risponde il 15 gennaio da Firenze:
ed è di tua particolare spettanza. Però nelle strettezze presenti,
come prova della tua amicizia ho accettato L. 500 (cinquecento)
e prendo occasione per nuovamente ringraziarti. Le altre L. 500
te le accludo nella presente in vaglia del Banco di Napoli in data
odierna N. 51.”
Solo le straordinarie condizioni nelle quali è venuto a trovarsi,
inducono Luchini ad accettare una parte della somma, dall’amico
e non dall’Essiccatoio. Il fatto di averle accettate però gli pesa
comunque, soprattutto con la questione del versamento ancora
in sospeso. Nella lettera del 14 febbraio 1918 confida all’amico
“Nardin” quanto gli pesi l’avere accettato quelle 500 Lire:
“Sono malcontento anche per avere accettato le 500 Lire. Vero
che non cosa che mi rimorda, ma nella mia vita ho tanto lavorato
senza compensi pecuniari che tanto valeva farlo anche nei confronti dell’Essiccatoio.
E veramente io l’avevo fatto e non ci pensavo certo quando
Vincenzo mi inviò l’assegno. Io lo presi come un atto d’amicizia
che riguardava le nostre attuali condizioni economiche che non
sono certo quelle di San Giorgio e stando a S. Giorgio non avrei
certo accettato.”
Proprio uomo d’altri tempi il nostro Luchino Luchini: si prodigava per le “sue” istituzioni senza chiedere alcun compenso
e anche un piccolo regalo accettato in condizioni di bisogno lo
gettava in una condizione di “malcontento”.
“Carissimo Vincenzo,
delle L. 2.000 (Duemila) assegnateti dal Consiglio dell’Essiccatoio ne inviasti 1.000 (mille) cioè metà a me.
E però, come ti dissi a voce, in altro tempo, se fossimo stati
ancora nella tranquillità e condizioni finanziarie dei nostri paesi, nulla avrei accettato poiché quanto ti venne assegnato era
184
185
Per i profughi e i mutilati
Nei mesi dell’esilio, Luchino Luchini si fa anche carico di coordinare i numerosi profughi veneti presenti a Fiesole, costituendo
una Commissione Profughi della quale viene nominato presidente. Per il comitato organizza una azione nei confronti dei deputati
dei collegi di provenienza dei profughi, al fine di ottenere adeguato sostegno statale.
Presso l’Ospedale di Riserva n. 2, “concentramento Villa Bondi” in San Domenico di Fiesole, Luchino Luchini trova quella occupazione che gli consente, come scrive all’amico Valentino Tesan (profugo a Monastero S. Margherita in provincia di Napoli),
di “sbarcare il lunario”. Nell’ospedale sono ricoverati un centinaio
di mutilati, prossimi alla guarigione chirurgica, da riabilitare ad
una nuova vita professionale. Al nostro sangiorgese viene affidata una classe di 20-25 contadini mutilati ai quali impartire lezioni
di agraria teoriche ma anche pratiche. Le nozioni di agraria vengono ad esempio impartite su un programma di otto lezioni, una
delle quali, la quarta, specificamente dedicata alla “Propagazione
delle piante per innesto”. E poi le lezioni pratiche, nei giardini di
villa Bondi, con l’insegnamento dell’utilizzo di nuovi strumenti
speciali per il recupero delle capacità lavorative dei mutilati, in
particolare di quelli che avevano perso gli arti.
Insegnamento che certamente il cav. Luchini avrebbe voluto
svolgere a titolo gratuito, per passione verso l’agricoltura e innati
senso civico e solidarietà verso quegli sfortunati contadini ai quali era necessario costruire una nuova prospettiva di vita.
Prospettiva che certamente, nel suo pensiero, era legata anche ad un affrancamento culturale di quei giovani, provenienti
da tutta Italia, secondo gli stessi principi da lui praticati nello
spilimberghese.
Avrebbe probabilmente voluto offrire a quei ragazzi anche dei
testi di studio attraverso i quali potessero approfondire quanto
insegnato nelle sue lezioni, ma i tempi in generale e quelli in
particolare non lo consentivano.
Cerca in qualche modo di supplire, rivolgendosi alla Federazione dei Consorzi Agrari di Piacenza per ottenere qualche
186
supporto didattico per i suoi speciali studenti. Il ringraziamento
spedito in data 14 febbraio 1918 ci fa presumere che la richiesta
sia andata a buon fine:
“Vi sono assai grato per quanto mi comunicate colla vostra
pregiata del sei corrente. Le copie dell’‘Agenda Agricola’ sarebbero destinate ai poveri militari ai quali vado impartendo qualche
modesta nozione di agraria. Voi, coll’invio farete opera buona
verso nostri confratelli tanto duramente colpiti e nel contempo
atto assai gentile verso lo scrivente.
Gradite rinnovati ringraziamenti e rispetti distinti.
Luchino Luchini.”
A guerra finita ritorna a San Giorgio, dove ancora dedicherà il
poco tempo che gli rimane al bene della Comunità.
Luchino Luchini muore a Udine il 17 marzo 1924, a nemmeno
53 anni di età.
Attraverso la sua figura abbiamo voluto ricordare anche chi,
nei giorni bui della guerra continuò a lavorare per il progresso
delle Istituzioni Civili e per un futuro di pace.
187
Indice
Saluti.........................................................................p.5
Tramonti di Sopra.................................................... »9
Tramonti di Sotto..................................................... »41
Meduno.................................................................... »69
Travesio.................................................................... »85
Castelnovo del Friuli............................................... »99
Clauzetto.................................................................. »109
Vito d’Asio............................................................... »125
Sequals..................................................................... »135
Pinzano al Tagliamento........................................... »147
Spilimbergo.............................................................. »159
San Giorgio della Richinvelda................................. »177
189
Collana pubblicazioni edite
dall’Università della Terza Età
dello Spilimberghese
1 Università della Terza Età dello Spilimberghese (1988-1998), a cura
di Gianni Colledani, 1998
2 Il Giubileo e il Friuli, di Angelo Covazzi, a cura di Gianni Colledani,
2000
3 Fôr pal mont, di Gianfranco Ellero, a cura di Armando Miorini e Gianni Colledani, 2002
4 Acque del Friuli Venezia Giulia, di Tito Pasqualis, a cura di Gianni
Colledani, 2003
5 Friuli terra di lupi. Natura, storia e cultura, di Pier Carlo Begotti, a
cura di Gianni Colledani, 2006
6 Dare e ricambiare nel Friuli di età moderna, di Gian Paolo Gri, a
cura di Gianni Colledani, 2007
7 La Patria del Friuli. Un lungo percorso identitario, di Gianfranco Ellero, 2008
8 Friulovest. Storia del Friuli occidentale tra Tagliamento e Livenza, di
Gianfranco Ellero, a cura di Gianni Colledani, 2012
9 In hoc signo vinces (313-2013) Martiri, santi, eremiti, monaci, pastori e fedeli in Friuli, di Pier Carlo Begotti, a cura di Gianni Colledani,
2013
191
Grande
Guerra
nello
Spilimberghese
La
Un paese, una storia
La Grande
Giuliano Cescutti (1967): Sindaco di
Clauzetto dal 2002 al 2012, risiede a
Spilimbergo.
Da anni svolge per passione attività di
ricerca storica sul periodo della Grande Guerra nel contesto delle Prealpi
Carniche e della pedemontana maniaghese e spilimberghese.
È autore delle seguenti principali pubblicazioni in argomento: Val da Ros
1917: la battaglia di Pradis (1999),
Generali senza manovra. La battaglia
di Pradis di Clauzetto nel racconto
degli ufficiali combattenti con Paolo
Gaspari (2007), L’anno dell’invasione
a Maniago. Pagine di memoria (2008),
Pagine della Grande Guerra a Maniago (2013).
Guerra nello Spilimberghese
Giuliano Cescutti
In copertina:
Nel tondo il maggiore Sisto Frajria
Università della Terza Età
dello Spilimberghese
Spilimbergo, piazza Garibaldi e corso Roma in
un’immagine del 17 aprile 1918
Il ponte di Pinzano nei giorni immediatamente
successivi alla distruzione
Tauriano, 2 novembre 1918 Cavalleggeri di
Saluzzo dopo la carica
Sul retro
Il treno di corte di Carlo I a Spilimbergo nel
mese di giugno 1918
Il cimitero di guerra di Pradis
Lestans 1918, disegno di G. Del Fabbro
Il tenente Claudio Calandra nel 1917
Giuliano Cescutti
Travesio, gennaio 1918 5° Jäger Regiment
Retrovia fin dal 1914, campo di battaglia nei giorni di Caporetto, terra
invasa per un anno, ancora teatro di
combattimenti nel 1918. In queste fasi
il territorio spilimberghese vide passare la Grande Guerra. Nella ricorrenza
del centenario, se saremo capaci di
non lasciarci abbagliare dal valore effimero delle celebrazioni, scopriremo
che esiste in ogni comunità e in ogni
famiglia un patrimonio di memoria da
raccogliere e valorizzare.
Queste storie vogliono stimolare questa riscoperta: la memoria è come una
pianta, se ben accudita riesce ad ogni
stagione a rinnovare i propri frutti. Tra
quei frutti ci sono tante storie personali, storie della nostra gente ma anche
di tanti giovani provenienti da tutta
Italia che qui hanno combattuto.
Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di quanti, sul territorio, ancora coltivano l’albero della
memoria, e di tre ultracentenarie, ultime testimoni dei fatti. A loro, unitamente ad Istituzioni e persone che, dal
Piemonte alla Sicilia, hanno collaborato a questo percorso, va un sincero
ringraziamento.
L’autore
Pubblicazione realizzata con il sostegno di
Scarica

La Grande Guerra Spilimberghese