(a cura del prof. Giuseppe De Vergottini, genero del Generale, 2014)
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Il Generale SA Flavio Danieli
Ufficiale d’Ordinanza del Duca d’Aosta in A. O.
(1913-2001)
Per inquadrare quanto scritto vanno ricordati alcuni brevi dati
biografici del Duca, ma va anche va ricostruito il profilo di
Flavio.
Cenno biografico su Amedeo, Duca d’Aosta.
A Giovanni e Riccardo
E’ desiderio di Giuliana lasciarvi qualche ricordo della vita di
vostro nonno Flavio Danieli con particolare riguardo alla sua
esperienza di vita in Africa orientale tra la campagna
d’Abissinia e la seconda guerra mondiale. Flavio è sempre stato
molto schivo nel parlare di sé, anche se era evidente che gli
faceva piacere ricordarci alcuni episodi della sua vita, tutta
incentrata sulla sua dedizione alla Arma aeronautica e al
servizio dello Stato. Da buon patriota era rimasto sempre
coerente col suo passato e ha vissuto con grande disagio e
sofferenza il profondo cambiamento di mentalità e abitudini del
dopoguerra. La sua vita era stata profondamente segnata dalla
sua attività militare specialmente dalle due campagne in Africa
orientale e dalla sua vicinanza al Duca d’Aosta dal 1937 al
1942. Di questo parlava volentieri ricordando episodi che lo
avevano impressionato. Al riguardo vi è una traccia precisa
negli appunti trasformati nella conferenza il cui testo ci ha
lasciato e che qui riportiamo. Si tratta di quanto raccolto per
esporre la figura del duca in una conferenza pubblica tenuta a
Roma l’11 maggio 1997 in occasione della rievocazione
organizzata dall’Ufficio difesa e sicurezza di Alleanza
Nazionale. La conferenza aveva per titolo:” S.A.R. Amedeo
Duca d’Aosta, Vicerè d’Etiopia, Generale d’Armata Aerea
Medaglia d’oro”. Altri spunti biografici si trovano nella
agendina tascabile su cui fissò brevi notizie del periodo in cui si
trovò sull’Amba Alagi con la resistenza agli inglesi, la resa e
l’inizio della prigionia a Nairobi (aprile/maggio 1941).
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Amedeo, nato il 21 ottobre 1898, del ramo cadetto della casa
regnante, percorre la carriera militare. Partecipa alla grande
guerra, viaggia a lungo in Africa, svolge servizio in Libia dal
1925 al 1931, dal 1932 entra in aeronautica. Diviene generale
di brigata nel 1932, di divisione nel 1936, di squadra nel 1937.
In quest’anno viene nominato governatore e viceré d’Etiopia.
Personaggio dotato di forte personalità, in rapporti non
eccellenti con la casa regnante e non legato a Mussolini e al suo
entourage, godeva di un suo personale prestigio e fascino.
Come viceré subentrò al periodo in cui il maresciallo Rodolfo
Graziani aveva governato l’Etiopia secondo criteri del tutto
opposti a quelli che Amedeo avrebbe seguito. E, tra l’altro, in
seguito all’attentato del 19 febbraio 1937 Graziani aveva
consentito una durissima rappresaglia che aveva prodotto
migliaia di vittime fra la popolazione locale e l’uccisione di
centinaia di religiosi copti considerati complici degli attentatori.
Come risultato la situazione in colonia era diventata di difficile
gestione e Mussolini comprese che per riprenderla in mano
occorreva sostituire Graziani. La scelta cadde su Amedeo,
anche se, come notato, non era vicino al duce. Fu una scelta
felice sia per le doti umane e organizzative del duca sia perché
egli aveva alle spalle molti anni di presenza in Africa e quindi
era in grado di rendersi conto con una certa facilità delle
esigenze locali e del modo migliore per affrontarle.
Il duca come Governatore dell’Africa orientale italiana (AOI)
e Vicerè di Etiopia promosse lo sviluppo dell’Impero e operò
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per la riconciliazione con le popolazioni locali. In entrambe le
direzioni ebbe indiscutibili successi. Nel giro di meno di tre
anni (1938/1940) vi fu un rapido incremento delle opere
pubbliche, la costruzione di una estesissima rete stradale con
seimila chilometri di strade asfaltate, un miglioramento visibile
della agricoltura e dei servizi veterinari, la realizzazione di
ambulatori e posti di assistenza sanitaria prima inesistenti
localizzati ogni trenta chilometri, una apprezzabilissima
diffusione della istruzione e delle diverse forme di assistenza,
una soddisfacente gestione dei rapporti con i diversi culti
religiosi con la costruzione di chiese e moschee, un
generalizzato sviluppo della imprenditoria e del lavoro italiani.
Tutto questo processo, appena iniziato, venne troncato
bruscamente dall’inizio delle ostilità nel 1940 e dalla rapida
caduta dell’Impero nel 1941 con l’occupazione inglese, la
progressiva dipartita degli italiani e infine con la perdita delle
colonie sanzionata formalmente dal trattato di pace del 1947.
Amedeo riuscì ad attrarre la fiducia di larga parte della
popolazione etiopica soprattutto promuovendo il rispetto per il
clero copto allora determinante nella formazione dell’opinione
pubblica locale. Simili problemi ovviamente non esistevano per
territori delle vecchie colonie Eritrea e Somalia inglobate
nell’Impero.
L’inizio della guerra sconvolse i piani di Amedeo. L’Africa
orientale fu conquistata dalle armate inglesi e del
Commonwealth in pochi mesi. Venuta meno la possibilità di
contrastare l’avanzata nemica sul campo gli italiani si ritirarono
sull’Amba Alagi il 3 aprile arrendendosi quindi il 19 maggio
1941 con l’onore delle armi. Amedeo andò in prigionia in
Kenia e a Donyo Sabouk vicino Nairobi e morì il 3 marzo
1942 venendo sepolto quindi nel cimitero militare di Nyeri.
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2. Cenno biografico su Flavio Danieli.
Flavio Danieli aveva seguito in Africa Amedeo d’Aosta nel
1937 come ufficiale di ordinanza e fino alla morte dello stesso
ne condivise le sorti.
A questo punto, prima di leggere i suoi ricordi racchiusi nel
testo della conferenza allegata, occorre ricostruirne il
curriculum. Era nato a Vicenza il 13. 9. 1913. Aveva iniziato
come allievo ufficiale pilota arruolandosi il 3 marzo 1933.
Aveva poi partecipato alla campagna in Africa Orientale (19351936). Il 9 dicembre 1937 veniva assegnato alla Casa militare
di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia Duca d’Aosta qual
ufficiale d’ordinanza. Si sposava il 25 agosto 1939 con Iolanda
Confalonieri. Partecipava quindi all’attività bellica allo scoppio
delle ostilità e il 18 maggio 1941 veniva fatto prigioniero alla
Amba Alagi e trasferito in Kenia dividendo la prigionia fino al
3 marzo 1942 col Duca d’Aosta. Nel novembre 1944 cessava la
prigionia, rientrava in Italia e partecipava in qualità di capitano
pilota alla guerra di liberazione (1944- 1945). Otteneva quindi
una costante serie di promozioni. Nel 1956 veniva promosso
colonnello. Dal 1959 al 1963 era Addetto aeronautico presso
l’Ambasciata d’Italia a Londra. Nel novembre 1963 era
designato come incaricato della Aeronautica militare presso la
Delegazione italiana ELDO/ESRO – Ministero Affari Esteri.
Veniva poi promosso generale di brigata, di divisione e andava
in congedo come generale di squadra il 14 settembre 1986.
Moriva a Roma il 4 agosto 2001.
Nella sua carriera militare otteneva numerosi riconoscimenti
della alta qualità del suo servizio.
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Decorato con medaglia d’argento al v. m. perché “Capo
equipaggio di apparecchio monomotore da bombardamento,
si distingueva per ardimento e perizia in numerose azioni di
guerra sul fronte dancalo, e in quello eritreo. Partecipava al
comando di Dessié compiendo oltre 800 km in zona
desertica e difficile, conseguendo ottimi risultati malgrado la
violenta reazione antiarea che colpiva ripetutamente
l’apparecchio. Nelle battaglie del……del Tembien e dello
…riconfermava le sue belle doti di pilota ardimentoso,
bombardando a volo radente masse nemiche e ripetendo le
azioni nello stesso giorno. Africa Orientale, ottobre 1935maggio 1936 XIV”.
Decorato di medaglia di bronzo al v. m. sul campo perché
“Svolgeva in qualità di capo equipaggio durante il conflitto
italo-inglese una intensa e coraggiosa attività di volo
partecipando a numerose e difficili missioni belliche.
Durante una azione di bombardamento della base nemica di
Inolo (Kenia) benché attaccato da quattro caccia nemici
continuava impavido la sua azione e non esitava ad accettare
l’impari combattimento riuscendo ad abbattere uno dei
caccia nemici e a fugare gli altri, Cielo dell’A.O.I., 10
giugno 1940-20 marzo 1941- XIX “.
Altra medaglia di bronzo al v. m. perché “Durante 16 giorni di
aspri combattimenti sostenuti per la difesa di un baluardo
dell’Impero completamente circondato da soverchianti forze
nemiche, portava abilmente a termine delicate mansioni in
zona scoperta, sottoposta al continuo fuoco di artiglieria e
all’incessante offesa aerea. Superava con cosciente coraggio
rischi di ogni genere, instancabilmente prodigandosi per la
resistenza oltre ogni umano limite. Magnifico esempio di
elevate virtù militari. Amba Alagi. 1-16 maggio 1941”
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Croce al merito di guerra per operazioni militari svoltesi in
Africa Orientale (DM 9.9.1937)
Croce al merito di guerra per le operazioni di grande polizia
coloniale (DM 7.5.1939)
Cavaliere dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia (sovrano
motu proprio 8.5.1939)
Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia (sovrano motu
proprio 11.11.1939)
Medaglia di benemerenza per i volontari per le operazioni
militari in A.O.(DM 6.11.1940)
Cavaliere Ufficiale dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia
(sovrano motu proprio 30.12.1940)
Medaglia di bronzo al v. m. “Amba Alagi 1-16 maggio
1941”(DCPS 2.8.1946)
Medaglia militare aeronautica di lunga navigazione di 3° grado
(bronzo), 2° grado (argento), 1° grado (oro).
Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (DP
2.6.1953)
Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (DP
2.6. 1957).
Cavaliere dell’Ordine della Legion d’onore conferito dal
Presidente della Repubblica francese (decreto 18. 6.1959).
Medaglia Mauriziana al merito di dieci lustri di carriera militare
(DPR 31.3.1969).
3. Gli antefatti e il contesto storico della esperienza africana di
Flavio Danieli
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Prima della esperienza vissuta accanto al Duca, Flavio aveva
partecipato come pilota alla campagna per la conquista
dell’Abissinia (ottobre 1935/maggio 1936). Gli attestati e le
motivazioni della medaglie al valore militare sopra riportati si
riferiscono in parte a quel periodo.
La dichiarazione di guerra era stata annunciata da Mussolini
nel discorso del 3 ottobre 1935. Le operazioni in sette mesi
avevano consentito di occupare larga parte del territorio
etiopico terminando con la presa di Addis Abeba il successivo
9 maggio 1936 cui aveva fatto seguito la costituzione
dell’Impero. La conquista non aveva significato la cessazione
delle ostilità. In larghe porzioni del territorio rimaneva la
guerriglia contrastata dagli italiani. Il primo Vicerè nominato
era stato il maresciallo Rodolfo Graziani. Il suo periodo di
governo aveva messo in evidenza la incapacità di conseguire
una facile pacificazione ed era culminato con l’attentato da lui
subito il 19 febbraio 1937 seguito da una sanguinosa
repressione. I rapporti con le comunità locali erano quindi tesi
ed è in questa situazione compromessa che intervenne
l’allontanamento di Graziani e la sua sostituzione col Duca
d’Aosta come Vicerè.
E’ questo il periodo in cui Flavio sarà in Etiopia a fianco del
Duca potendone condividere l’appassionante esperienza di
pacificazione costruzione di quello che doveva essere l’Impero
della Africa orientale italiana.
delle vecchie colonie di Eritrea e Somalia. Nell’aprile 1941 il
Duca e le ultime unità rimaste nella capitale ripiegarono sulla
Amba Alagi conducendo una resistenza protrattasi fino al 17
maggio e conclusa con la resa con l’onore delle armi. Flavio
seguì il Duca nella prigionia in Kenia. Alla morte del Duca il 3
marzo 1942 fu trasferito in campo di concentramento. Più tardi
tenendo fede al giuramento al re aderì al Regno del Sud e fu
trasferito in Italia il 15 settembre 1944 partecipando agli ultimi
mesi del conflitto su territorio nazionale come capitano pilota.
4. La conferenza
Il testo della conferenza da lui pronunciata l’11 maggio 1997
viene qui riportato in quanto contiene interessanti dati
autobiografici. E in effetti anche se il contenuto appare
orientato a mettere in luce la personalità del Duca tratteggiando
alcuni aspetti della attività svolta come Vicerè, dal tono della
descrizione degli eventi e da numerosi dettagli emerge anche
nitidamente la personalità di Flavio. Anche per questo credo sia
interessante una lettura del testo così come ci è a suo tempo
pervenuto. La conferenza aveva per titolo:” S.A.R. Amedeo
Duca d’Aosta, Vicerè d’Etiopia, Generale d’Armata Aerea
Medaglia d’oro”.
Flavio giunse in Africa per la sua seconda esperienza dopo la
conclusione formale delle ostilità il 24 dicembre 1937
rimanendo come ufficiale di ordinanza del Duca per quattro
intensi anni.
Nel giugno del 1940 iniziano anche nell’Impero le ostilità
contro la Gran Bretagna che condussero rovinosamente in
pochi mesi alla perdita dei territori appena acquisiti ma anche
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documenti e disse che era all’oscuro di tutto, mi fece
accomodare ed attendere.
Finalmente dopo due ore di attesa, chiedendomi per quale
motivo ero colà, venne un sergente: “Tenente il Generale
Briganti l’attende in ufficio al II Reparto”. Andai e bussai:
“Avanti: oh sei tu Danieli”. Il generale Briganti era stato il
Comandante a Vicenza di una aerobrigata, della Divisione
Aerea Aquila, comandata da S.A.R. il Duca d’Aosta.
Nella stanza c’era un signore anziano in borghese. Il
generale Briganti me lo presentò come il generale Volpini,
generale di cavalleria e aiutante di campo del Duca d’Aosta.
(Testo della conferenza)
“Il 6 dicembre 1937, all’inizio lavori sull’aeroporto di
Vicenza, sede del 36° stormo, fui convocato d’urgenza al
comando. L’Aiutante Maggiore, senza alcun commento, mi
consegnò un foglio di viaggio per Roma dicendo “domattina
alle 9 precise allo S.M.A.. Il telegramma non specifica il
motivo”. – Rimasi interdetto, poi mi ricordai che qualche mese
prima avevo chiesto il trasferimento in Spagna. – C’era la
guerra e questa era la prassi per il nuovo incarico.
Il generale Volpini mi squadrò e poi mi disse: “Tenente, lei
verrebbe volentieri in Abissinia?”. Una domanda concisa ero
stato preso alla sprovvista. Guardai il generale Briganti e
sommessamente risposi: “veramente avevo chiesto di andare in
Spagna”.
Il generale Volpini: “Come lei sa, il Duca d’Aosta è il nuovo
Viceré dell’Impero. Abbiamo esaminato il suo stato di servizio
e il Duca desidera che lei faccia parte della sua Casa Militare
come ufficiale d’ordinanza. Lei sarà messo fuori ruolo e con
decreto reale sarà nominato membro della Casa Militare
Aosta”.
Tornai subito a casa, mia madre allertata della notizia del
mio trasferimento cominciò a piangere e facendomi osservare
che ero appena tornato dall’Etiopia dopo un anno di guerra
avendo preso anche la malaria. La consolai ma le feci presente
che quello era un ordine e che dovevo eseguire, la pregai di
aiutarmi a fare la valigia perché la sera stessa dovevo partire
per Roma.
Rimasi annichilito, non avevo una minima idea cosa fosse il
nuovo incarico. In quel momento entrò il Duca d’Aosta in
borghese. Avevo visto il Principe una volta a Gorizia. Il Duca
capì che c’era qualche cosa che non andava. Mi allungò la
mano che io strinsi con molta deferenza e poi disse: “qualche
difficoltà tenente? Non viene volentieri in Abissinia?”. Rimasi
impacciato e risposi: “Sarò sincero ….”.
Alle 7 del mattino ero a Roma, alle 9 precise ero davanti al
Capo della segreteria dello S.M.A.. Il colonnello esaminò i miei
Il generale Briganti si fece serio e incredulo mi tolse la
parola: “Danieli sei stato prescelto per questo incarico dopo
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l’esame del tuo stato di servizio. Sanno che sei un pilota
affidabile e che conosci molto bene quei territori per averli
sorvolati per centinaia di ore di volo, non puoi rifiutare”.
Lo stavo per fare, poi mi resi conto che la mia decisione
avrebbe influenzato tutto il mio avvenire, risposti: “Io sono
molto lusingato per tutto ciò che si pensa di me e ringrazio
S.A.R. per l’onore che ha voluto accordarmi. Sono a completa
disposizione di Vostra Altezza Reale”.
Tutti soddisfatti! Il Generale Volpini mi espose
programma: “il 12 dicembre si presenterà al Quirinale,
Capitano d’artiglieria Malvezzi, membro della Casa Aosta
riceverà. Questo è l’elenco del corredo che si porterà
seguito”.
il
il
la
al
Ritornai a Vicenza passando per l’Unione Militare di
Verona. Avevo solo 4 giorni per aggiornare il corredo.
Il 12 mattina incontrai il Cap. Malvezzi al Quirinale:
“Benvenuto, tu qui sei ospite, all’una sei invitato a colazione
da S.M. il Re. Domani mattina prendi il treno per Napoli e ti
presenterai alla Reggia di Capodimonte dove sarai ospite di
S.A.R. la Duchessa Madre. Il 14 alle ore 10 salperemo per
Massaua con l’incrociatore ZARA”.
Ero frastornato. Sulla divisa portavo le insegne di Casa
Aosta. Fiero del mio nuovo incarico anche se non sapevo nulla
di quello che mi riservasse il futuro. Di punto in bianco ero
stato ammesso alla vita privata della Casa Aosta. Perciò,
avvalendomi anche dell’esperienza del mio collega, dovevo
cambiare il comportamento e adeguarmi alla vita di corte,
cercando di non commettere gaffes.
Alle 9.30 del 14 dicembre, il Duca D’Aosta, accompagnato
dalla consorte Anna di Francia, arrivò con il suo seguito, al
porto di Napoli, dopo aver attraversato la città fra file di folla
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plaudente. Lo attendevano, il Principe di Piemonte, lo zio
Conte di Torino, il Duca di Genova, il fratello Duca di Spoleto,
l’Ammiraglio Cavagnari, il Cavalier Valle, autorità di Stato e
rappresentanti del partito.
Il Duca mi presentò a tutte le autorità presenti. Ero
impacciato ma orgoglioso del mio nuovo incarico.
L’Ammiraglio Cavagnari informò il Duca che la partenza
era stata rimandata di un’ora a causa del mare forza 9.
Ci imbarcammo. Il comandante Capitano di Vascello
Ferrero era in attesa. Con il Viceré s’imbarcarono il vice
governatore generale Cerulli, il ministro dei lavori pubblici,
Coboldi Gigli, con il rispettivo seguito.
Alle 11 lo ZARA salpò, scortato da 4 cacciatorpediniere.
All’uscita del porto una ondata di traverso spazzò il ponte. Il
capitano Malvezzi ed un ufficiale dello Zara furono trattenuti
dalla rete di protezione.
Il capitano Malvezzi fu trasportato in infermeria per una
ferita riportata sul mento. Sei punti di sutura. Tutti bagnati
fummo accompagnati ai nostri alloggi. Al traverso di Capri
restai sul ponte, era deserto. Una voce mi chiamò: “Danieli
venga quassù sulla coppa”. Era il Duca d’Aosta che mi inviata
a salire. Il mare era pauroso. La prua si inabissava ai cannoni.
Il Duca: “non avevo mai visto un mare così grosso, lei soffre il
mare?”.
“No Altezza”.
“Bene così ci divertiamo”.
Il generale Volpini era rimasto in cabina e Malvezzi in
infermeria. Così all’improvviso imparai a fare l’ufficiale
d’ordinanza.
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Ero molto imbarazzato ma dopo pochi minuti mi sentii a mio
agio. Il comportamento semplice, il modo di porgermi le
domande sulla mia famiglia, sull’attività svolta in Etiopia,
l’interesse che poneva alle mie risposte mi diedero subito
l’impressione di parlare non con un principe, ma con una
persona amica, conosciuta da lungo tempo.
Era una virtù del suo carattere: gioviale, semplice, sempre di
buon umore, cortese, paziente e sempre attendo alle risposte
dell’interlocutore. Questa virtù non cambiò mai negli anni
successivi anche nei momenti tragici. Giunti in mare aperto
venne il Comandante “Altezza! La scorta ha chiesto di riparare
sotto costa. I caccia rischiano di naufragare, noi dobbiamo
ridurre la velocità a 6 nodi o rischiamo d’infilarci”.
“Permesso Accordato” rispose il Duca.
Il giorno dopo il mare era ritornato forza 3 e così lo Zara
accelerò la sua navigazione a 22 nodi. Fummo scortati dai 4
cacciatorpediniere fino all’ingresso del Canale di Suez. Lo
Zara era puntuale all’appuntamento stabilito all’entrata del
Canale.
All’uscita del Canale 4 cacciatorpediniere, provenienti da
Massaua erano in attesa dell’incrociatore. Così per 4 giorni le
cinque unità diedero una dimostrazione del loro grado di
addestramento con manovre diurne e notturne. Dimostrazione
molto apprezzata dal Duca e che ci aiutò a trascorrere il tempo
divertendoci.
Giunsero molti dispacci da Addis Abeba. Tutti di tenore
tragico sulla situazione che si era venuta a creare a seguito
della repressione seguita all’attentato del Maresciallo
Graziani.
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Il 24 dicembre si sbarcò a Massaua. A ricevere il Viceré
c’era il Governatore dell’Eritrea …., il Generale S.A.
Tedeschini Lalli, capo della Reale Aeronautica dell’Etiopia.
Tre velivoli C133 giunti da Addis Abeba attendevano il Duca.
Il principe ritornò pilota; si mise al posto del capo
equipaggio con a fianco il secondo pilota, il comandante della
squadriglia cui appartenevano i tre velivoli. Si atterrò a
Macallé per rifornimento e poi via, rotta per la capitale. Il
Duca d’Aosta era un pilota addestrato e soprattutto affidabile.
Pilotava velivoli sia da caccia che bombardieri. Nei voli
fungeva sempre da capo equipaggio. Ricordo con nostalgia i
voli che si faceva quasi ogni giovedì, in pattuglia con il C.32,
diceva: “Io sono un pilota della Regina e ho il dovere di
mantenermi addestrato”.
Ad Addis Abeba riceve il maresciallo Graziani ed altre
autorità civili e militari. E’ la vigilia di Natale viene subito
accompagnato al Ghebi che diventerà la sede ufficiale del
Viceré. Volpini alloggerà nello stesso palazzo.
Il 26, 27 e 28 dicembre il Maresciallo Graziani racconta la
sua storia. Il Duca seduto su una poltroncina assiste silenzioso
e sono presenti i membri della casa militare. Il terzo giorno il
maresciallo conclude e si offre al Duca di rimanere al suo
fianco. Volpini scatta in piedi e ringrazia e taglia corto. Due
giorni dopo il Maresciallo Graziani parte per l’Italia.
Il Duca commentava: “strano! Sembra che mi vogliono
intimidire”.
Il primo atto del nuovo Viceré è quello di abolire il
coprifuoco. Allontana la divisione libica che partecipò alla
repressione ad Addis Abeba e con editto scritto in amarico
comunica alla popolazione che gli attentatori di Graziani
saranno perseguiti a norma di legge.
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Il primo gennaio 1938 in macchina scoperta, guidata dal suo
autista di Trieste, si reca alla cattedrale per assistere alla S.
Messa accompagnato dal Generale Volpini. Lo precedono due
motociclisti e lo segue una seconda macchina con gli ufficiali
d’ordinanza e da un ufficiale dei carabinieri. Niente scorta solo
qualche carabiniere lungo il percorso. Alla velocità di 40 Km
all’ora attraversiamo la città e arriviamo alla Cattedrale
ricevuti dal Vescovo Nunzio Apostolico. Il sagrato e la chiesa
sono gremitissimi di italiani.
Durante il tragitto molti abissini guardavano incuriositi e
increduli questo piccolo corteo silenzioso. Il Vescovo da il
benvenuto anche a nome dei presenti. All’uscita gli italiani
applaudono con grande fervore. Ritorno al Ghebi e nessuno
incidente. Arrivarono commenti entusiastici dagli italiani.
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Il 2 gennaio ha iniziato la costruzione dell’Impero. Da quel
giorno e fino al giorno che lasciò Addis Abeba, si dedicò anima
e corpo al suo lavoro senza mai prendersi un giorno di riposo o
vacanza.
Il generale Volpini viene nominato capo di gabinetto, che
sceglie per la sua segreteria il capitano dei bersaglieri Bruno,
vecchia conoscenza libica, il capitano Italo della PAM altro
giovanissimo funzionario dell’Amministrazione.
I due ufficiali d’ordinanza svolgono il loro incarico
nell’anticamera per ricevere gli ospiti.
Nomina Direttori Generali del Governo dei funzionari
dell’Africa, che si dimostrano efficientissimi ed entusiasti.
Dopo qualche settimana c’è un po’ di maretta. Il Vice
Governatore giunto con il Duca viene nominato ambasciatore
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di Teheran. Lo sostituisce il governatore dell’Eritrea persona
giovanile, nonostante l’età, ma cordiale, capace e volenteroso.
Chiede all’aeronautica di istituire una squadriglia vicereale
con tre velivoli Ca 133, due S.M. 79 e tre velivoli da caccia Cr
32. La comanda il Ten. Tait che nel frattempo è in arrivo come
aiutante di volo del Generale di Squadra Aerea, ufficiale pilota
di alte brillanti qualità. I velivoli sempre efficienti, pronti per le
necessità.
Dispone che gli appuntamenti vengano fissati tenendo
presente che il visitatore non deve attendere o fare anticamera.
La sua giornata era così stabilita.
Ore 6.30 sveglia, ore 7.00 colazione e lettura dei dispacci
giunti nelle notte.
Ore 8 entrata in ufficio e incontro con il Capo di Gabinetto e
inizio lavoro fino alle 14.00. Poi saliva al piano superiore dove
incontrava i suoi ospiti, ufficiali superiori, funzionari,
imprenditori giunti dall’Italia. “Questi sono i miei
informatori”. La stampa arrivava con tre giorni di ritardo.
Sceglieva le persone che più gli interessavano e le invitava a
colazione: “Questo è l’unico mezzo per avere notizie dirette
dall’Italia”. Chiedeva e ascoltava attento le risposte. Il pranzo
durava 20 minuti. Il maggiordomo, che una famiglia amica
napoletana gli aveva ceduto, aveva organizzato alla perfezione
il servizio.
Alle 15.15 congedava gli ospiti, quindi si ritirava per un
breve riposto per 30’minuti. Quindi si dedicava allo sport.
Tennis, equitazione. Aveva partecipato a Tor di Quinto, da
ragazzo in guerra era stato artigliere a cavallo. Aveva regalato
un puro sangue al Generale Volpini, che da giovane aveva
partecipato ai concorsi internazionali.
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Alle 17.30 entrava nel suo studio e fino alle 20 si dedicava al
lavoro. Quindi sempre di corsa saliva al primo piano dove il
cameriere gli aveva preparato la doccia e in 10 minuti si
cambiava per la cena.
In genere pranzava in compagnia del Generale Volpini e
dell’ufficiale d’ordinanza di servizio. Il giovedì invitava a cena
il Vice Governatore e il Gen. Pinna e qualche altro e quindi
assisteva alla proiezione di un film sempre di cowboy.
L’etichetta cambiava quanto era presente la consorte a Natale,
a Pasqua e in estate, quando le due figlie erano in vacanza.
Il Duca d’Aosta cambiava residenza. La famiglia si
trasferiva a Villa Italia, la residenza dell’Ambasciata d’Italia.
Era fuori città su una collina. Era recintata con un muro e
aveva un grande parco.
Le cose si complicavano perché la Duchessa lo esigeva.
C’erano anche i due membri della casa civile della Duchessa.
Abito da sera. Il menù cambiava. La cucina diventava francese.
L’orario per la cena era ritardato per dare tempo al Duca di
arrivare.
Mantenne questo programma, senza la minima variazione,
fino al giorno che lasciò Addis Abeba per andare all’Amba
Alagi. Alla domenica, quando era libero da impegni di
governo, diceva che aveva bisogno di riposare e andava a
messa alla cattedrale. Altrimenti programmava il giovedì una
visita fuori città facendo avvertire le autorità. Si decollava con
due velivoli alle 6 del mattino e si facevano 2 o 3 ore di volo e
si rientrava la sera. C’erano sempre dei giornalisti al seguito.
Corrispondenti del Corriere della sera come Gaperini e Dino
Buzzati. Inoltre voleva un disegnatore del’Istituto geografico
militare di Firenze. Era necessario correggere macroscopici
errori delle carte per la navigazione, marcando i corsi dei
fiumi e le altezze delle montagne. Si tenga presente che non
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esisteva un punto geodetico del territorio abissino. Quindi
quando si navigava nessun radiofaro, nessuna assistenza
aerea, nessun punto sicuro di riferimento. Le distanze sulle
carte erano alterate. Le quote delle montagne erano segnate
secondo il giudizio di chi le vedeva dal piano. Le carte erano
costellate di chiazze gialle su cui era scritto “zona
sconosciuta”.
Dopo un anno la carta era stata ristampata con le correzioni
fatte in volo dai disegnatori dell’Istituto di Firenze.
Il duca volava il giovedì. Voleva essere considerato un pilota
qualsiasi. Diceva “io sono un pilota ho il dovere di mantenermi
addestrato” e poi aggiungeva “voglio anche divertirmi”.
*****
Il Duca d’Aosta era un pilota affidabile al 100 per cento.
Volava su qualsiasi velivolo. Così alle 6 del mattino lo
attendevo all’ingresso del Ghebi. Il Duca scendeva di corsa le
scale tutto allegro e via all’aeroporto. Alle 6.30 i tre velivoli da
caccia CR 32 erano già pronti.
Il Ten. Tait che nel frattempo era stato nominato aiutante di
volo del Duca, in quanto generale di squadra, aveva assunto il
comando della squadriglia vicereale tre Ca133 – “S.M. 79 –
CR 32”. Tait era un pilota superiore alla media, un
comandante attento e preciso. I velivoli del Principe erano
sempre perfetti. In quattro anni non abbiamo avuto un
inconveniente. Ci attendeva il Capo di Stato Maggiore
Generale Tedeschini Lalli.
Il Generale chiamava me e il Ten. Tait: “state attenti niente
battaglie e baruffe – ricordatevi che quello è il Viceré”. E il
duca faceva finta di non sentire.
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Il decollo avveniva in pattuglia larga come voleva il
generale, ma una volta fuori della sua vista, il Duca ci faceva
cenno di spingere. Allora non esisteva il radio telefono e gli
ordini venivano dati con le mani. Dopo 40 minuti si atterrava
in pattuglia. Poi via di corsa al Ghebi perché alle ore 8 il
Generale Volpini entrava nello studio del Duca per esaminare
insieme gli argomenti degli appuntamenti che si protraevano
fino alle 14.
E tutto ciò avvenne per 4 anni.
****
Nei giorni successivi del Gennaio 1938, il Duca convocò i 5
governatori dell’Impero e gli S.M. delle FF.AA. della Somalia
ed Eritrea non presentavano problemi. Raccomandava ai
Governatori di rivedere l’operato di tutti i responsabili di
scorrettezze e misfatti verso le popolazioni. Sostituire con
personale più adatto, evitare interventi violenti contro i gruppi
eversivi.
E qui è cominciata l’opera di riappacificazione. Il Duca
possedeva un naturale talento dell’arte del comando. Un’arte
difficile, forse la più difficile fra le arti. E con questa Virtù
riuscì in pochi mesi a superare la tragica situazione che si era
estesa a tutta l’Etiopia dopo l’attentato al Maresciallo.
Graziani e alla conseguente crudele repressione.
Il Negus si era rivolto alla Società delle Nazioni per
protestare per l’uso di repressione da parte dell’Italia. Gli fu
chiesto di illustrare l’organizzazione sanitaria del suo paese.
Egli rispose trattarsi di ingerenze in questioni interne. Perciò
rifiutò di rispondere. Questa era la situazione sanitaria. In
Abissinia esisteva un solo ospedale ad Addis Abeba di
proprietà della Consolata e gestito da medici italiani.
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Si valutava che la popolazione fosse intorno ai 17 milioni.
Nessuno, dico nessuno, sapeva che esistevano i dottori, le
farmacie, la medicina. Non conoscevano il chinino.
Il clero o gli stregoni curavano con erbe le varie malattie
della popolazione. C’erano malattie endemiche come il tifo
petecchiale. La maggior parte dei bambini ne erano affetti.
Non sapevano che l’acqua bollente guariva le piaghe tropicali
prodotte dalle cimici penetranti. La malaria era diffusissima. I
lebbrosi circolavano per la città muniti di un bastone con
campanello che avvertiva la popolazione.
Il Duca d’Aosta puntò subito a sanare questa situazione.
Ogni trenta Km c’era un postino e un ambulatorio con relativo
dottore. Si formarono ad ognuna di queste postazioni file
interminabili di donne con bambini per essere visitati e curati.
Il chinino era la medicina più richiesta, non c’erano tante
medicine a disposizione.
Il dottore raccomandava i principi fondamentali dell’igiene
come bollire l’acqua prima di berla.
Il Duca si adoperò con tutte le sue forze per la costruzione di
un istituto sieroterapico. Infine riuscì ad ottenere i fondi per la
sua costruzione. Era l’unico in tutta l’Africa.
Ricordo quando accompagnavo la Duchessa d’Aosta a
visitare questo istituto, si era già dato inizio alla produzione
del vaccino. Ovviamente l’organizzazione era all’inizio. Ma si
stavano costruendo ospedali per lebbrosi.
Queste notizie si diffusero con una velocità sorprendente. La
popolazione cominciò a capire che quel figlio di Re, così lo
chiamavano, alto l m e 93, stava facendo qualcosa per
migliorare la vita.
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Altro particolare che ricordo, quando il Duca andava a
visitare cantieri, o altre attività, scendeva dalla macchina e
percorreva l’ultimo Km a piedi, prima di arrivare alle autorità
che lo attendevano. In una di queste visite fu attratto da una
giovane abissina molto bella, che vestiva una tunica bianca, e
aveva in braccio un bambino anche lui con una tunichetta
bianca immacolata. Il Duca si fermò e chiamò l’interprete. La
giovane capì di aver attirato l’attenzione del Principe e
s’impaurì stringendo a se il bambino e quasi tremante guardò
il Duca. All’interprete: “chiedi se quel bel bambino è suo
figlio”. Quando la donna capì la domanda si rilassò e rispose
di sì. E il Duca continuò “chiedete se il bambino sta bene e se
lei lo allatta”. La giovane spalancò gli occhi e raggiante
rispose sì.
Ancora mi rammarico di non aver avuto in quel momento
una macchina fotografica. In quel momento quelle due creature
non erano sulla terra. Le loro espressioni esprimevano gioia. –
E il Duca ancora: “Chiedete se il suo bambino è stato
vaccinato o se anche lei è vaccinata”. La madre mostrò il
vaccino sul braccino del bambino e alzando la tunica mostrò il
vaccino sulla coscia. Il Duca la salutò e riprese a camminare
felice: “questa è una testimonianza che sono sulla buona
strada”. Questo era il Duca d’Aosta.
****
Un altro evento importante avvenne con la Chiesa Copta,
che è la più importante fra le varie religioni esistenti in
Etiopia.
Il clero Copto è l’asse portante della vita degli abissini. La
Chiesa Copta (200 anni d.C.) si batteva perché l’Abuna, cioè il
loro papa, fosse trasferito dal Cairo ad Addis Abeba.
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Nel 1925 ci fu un concistoro che consacrava questo
desiderio. Ma non fu mai esaudito perché il Cairo si oppose
con molto vigore. Il Duca lo venne a sapere e si adoperò
perché si realizzasse questo loro desiderio.
Nel 1938 il Duca recandosi in volo a Roma, pernottò al
Cairo e fece in modo di incontrare il Re Faad. So per certo che
cercò l’aiuto del Re per poter risolvere quel problema. Tanto
fece e tanto brigò, finchè finalmente nel 1939 riuscì a trasferire
la sede dell’Abuna dal Cairo ad Addis Abeba.
Nel settembre del suddetto anno ci fu una fastosa cerimonia
con la partecipazione dei Ras e delle massime autorità italiane
per la nomina dell’Abuna che giurò sottomissione e fedeltà.
L’Abuna poteva allora nominare i suoi vescovi. Questo fatto
portò a conseguenze positive nella vita politica. Il clero aveva
una forte influenza sulla vita della nazione.
****
Con la repressione voluta dal Maresciallo Graziani si era
organizzato in tutto il territorio una guerriglia che ostacolava
il regolare sviluppo. La guidava un pericoloso capo Abebe
Angai che, approfittando dell’omertà e con l’aiuto logistico
della popolazione, scorazzava per tutto il territorio creando
notevoli difficoltà al rifornimento per Addis Abeba e bisognava
organizzare una difesa. Si era costituito un corpo di soldati,
Ascari eritrei, addestrati alla guerriglia al comando del Ten.
Col. Criniti e di ufficiali effettivi di grande esperienza, che sia
a terra a piedi e anche con l’aiuto di velivoli senza successo
cercavano di braccare questo ribelle, che era diventato un mito
per la popolazione.
L’episodio dell’Abuna influenzò in pochi giorni la situazione.
Il Clero convinse la popolazione di non sostenere i vari
guerriglieri.
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Il Duca d’Aosta, dalle prime segnalazioni comprese che era
giunto il momento di annientare quella guerriglia. Incaricò il
Maggiore Luca dei carabinieri di individuare la zona dove si
trovava Abebe Angai e prendere contatto con questo capo. Il
maggiore riuscì con l’aiuto soprattutto dei preti copti ad
intercettare e convincere con un salvacondotto in aramaico
firmato dal Viceré, che assicurava la sua immunità a
presentarsi ad Addis Abeba.
Accompagnati dal Maggiore si presentarono due individui
selvaggi, con uno sguardo cattivo, con i capelli irti, tenuti dal
grasso, sembravano due leoni! Uno dei due era Abebe Angai e
l’altro il suo luogotenente. Questi con fucile inglese e con due
bandoliere di cartucce incrociate sul petto. Il Maggiore li
invitò a depositare le armi. Opposero qualche resistenza, ma
con l’aiuto di un brigadiere dei carabinieri depositarono sul
tavolo le proprie armi. Dopo 10 minuti entrarono nello studio
di S.A. che attendeva in piedi affiancato dal Generale Volpini e
da un interprete di fiducia. Rimasero dentro circa un’ora.
Quindi uscirono, ripresero le loro armi e sempre accompagnati
dal Maggiore se ne andarono. La loro fisionomia era più
rilassata e anche l’aspetto e lo sguardo meno selvaggio.
Parlavano fra loro con pacatezza, era evidente che il colloquio
li aveva soddisfatti. Sembrava un miracolo.
La banda anti guerriglia che aveva cambiato nome con il
nuovo comandate “Maggiore Siliato” rimase disoccupata.
Ricordo che al ritorno del Negus Abebe Angai era stato
nominato Ministro della Guerra e da quel momento fu il
garante al Addis Abeba degli italiani che era rimasti colà – Tra
l’altro un medico italiano aveva salvato la vita alla figlia di
Abebe durante un difficile parto. Quando il Negus fu deposto
Abebe Angai fu fucilato.
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Alcuni guerriglieri di Abebe Angai si diedero alla macchia
non più come partigiani ma come semplici Shiftà. Erano dei
banditi cha assalivano dei camion sulla strada da Macallè ad
Addis Abeba. Gli autisti erano armati e sapevano come
difendersi.
****
L’Impero era tutto un cantiere. L’Eritrea e la Somalia si
stavano consolidando. Nuove imprese, nuove fonti di lavoro.
Soprattutto a Sud di Cheren al confine con il Sudan nuove
coltivazioni di cotone. In Somalia lungo il Giuba nuove
concessioni di prodotti esotici (banane).
Ma anche nel territorio abissino si stavano installando
coloni, segherie, industria del legno. Un mio amico
concittadino stava costruendo un grande calzaturificio. Le città
si popolavano di professionisti. I ragazzi potevano frequentare
il ginnasio e il liceo.
Si costruirono chiese copte, chiese cristiane e moschee. Asili
anche per gli orfani abissini e lebbrosari, ospedali, gli indigeni
hanno accesso agli ambulatori. Le comunicazioni telefoniche
coprivano ormai tutto il territorio.
Ma il miracolo sono le strade di comunicazione. In Abissinia
non esistevano strade carrabili. La tanto decantata strada
imperiale che collegava l’Eritrea con Addis Abeba era una
pista in terra che quando pioveva era intransitabile. I guadi
durante le piogge sparivano. Nessun ponte né viadotto.
In tre anni ’37 – ’38 – ’39 l’Italia costruì dal nulla 6 mila
km di strade asfaltate su un territorio, con vari passi di oltre
3000 m di altezza. lungo tutto l’Altopiano – Passo Toselli 3200
m – Alomatà – Mai Ceu - Detoreth oltre il 3000. 380 ponti con
una media di 4 arcate ciascuno attraversano fiumi importanti
che scorrono in fondo a canaloni a 1000 metri di profondità.
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Ponti che reggeranno piene colossali durante le grandi
piogge. La strada Massaua -Addis Abeba, 1200 km., è una
strada scorrevolissima con grande traffico anche di camion per
trasporto di merci.
Passi oltre i 3200 metri – Passo Toselli – Alomatà - Mai Ceu
- Ancober dove una galleria di oltre 300 metri consente un
transito sicuro. La strada Asmara – Gondar un capolavoro di
ingegneria stradale per superare il passo di Debarech a 3200
m., gli ultimi 600 metri sono incisi nella roccia. Per i buchi
delle mine gli operatori venivano calati con le corde lungo la
parete.
La strada Chisimaio – Mogadiscio ed infine ultima la strada
Assab – Dessié, 520 Km attraverso il deserto della Dancalia.
Le difficoltà di trovare operai locali Sudanesi e Yemeniti
ritardò la costruzione. Per tre mesi gli indigeni non resistevano
al calore 45 gradi all’ombra e 50-55 gradi al sole. Infine solo
operai italiani resistettero e portarono a termine questo
colossale lavoro.
Come macchinario si usavano compressori schiacciasassi,
aria compresa per i martelli pneumatici, un frantoio per
rompere le pietre, quelle più piccole venivano frantumate con il
martello, Una strada rimasta incompleta Addis Abeba - Debra
Marcos – Gondar era giunta a Ficcé 100 Km a Nord di Addis
Abeba. Era in gran parte finita la discesa del Cuiu 1200 metri
e là in fondo si stava costruendo il grande ponte dell’Abai
(Nilo Azzurro).
****
Noi italiani abbiamo lasciato in Etiopia questa ricchezza
prodotta dai lavoratori italiani e ora si discute di restituire la
Stele…Nel 1935 io l’ho vista ad Axum per terra a pezzi
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abbandonata. Nessuno abissino sapeva della sua esistenza.
Con la guerra questo immenso lavoro fu lasciato.
*****
Il Duca d’Aosta aveva dedicato tutto il suo tempo libero a
spronare e combattere per mantenere gli impegni entro le date
fissate.
Alla domenica si partiva alle 6 del mattino con l’aereo, si
atterrava su strisce improvvisate vicino ai cantieri, discuteva
con gli imprenditori, rilevando le difficoltà amministrative che
ritardavano i lavori. Il giorno dopo avrebbe parlato con il
Direttore responsabile e così si risolvevano in poche ore i vari
problemi.
Il Duca aveva l’arte del comando e sapeva risolvere i
problemi più difficili. Le ditte venivano pagate secondo i
contratti. Gli operai guadagnavano un giusto salario e i costi
venivano contenuti secondo le previsioni. Il Duca affrontava
con serenità quelle enormi responsabilità e portava avanti, con
entusiasmo, il suo massacrante lavoro.
****
Non ricordo la data ma nell’aprile 1939 in ufficio alle ore
18, un campanello che collegava l’ufficio del Generale Volpini
suonava con violenza, il generale si precipitò nello studio del
Duca e lo trovò riverso sulla scrivania con dolori atroci al
ventre. Volpini, con l’aiuto di due staffieri, caricò come si
trovava, il Duca sulla macchina e lo portò all’ospedale della
Consolata, dove il Prof. Scollo, dopo un primo riscontro, lo
invia in sala operatoria per una peritonite perforata.
Allora non c’erano antibiotici e per la peritonite perforata le
probabilità di superare la crisi erano del 40/50. Alla mattina
dopo, al risveglio dell’anestesia i dolori erano passati e le
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condizioni del Duca erano soddisfacenti. Una settimana di
convalescenza obbligatoria e poi ritornò al lavoro.
Però era rimasta una fistola con un po’ di pus. In volo ogni
tanto si slacciava la camicia e mi diceva: “Danieli girati”, e si
tamponava la ferita con un batuffolo di cotone. Scollo disse che
non c’era niente da fare e sarebbe occorso andare in Italia per
suturarsi.
Dopo qualche settimana il Duca d’Aosta mi disse che aveva
comprato una Lancia Aprilia e mi incaricava di portarla a casa
del Prof. Scollo. Mi recai subito, suonai il campanello e mi
venne ad aprire il Professore, gli consegnai le chiavi della
macchina e il libretto. Il professore non capiva e gli dissi “con
molti ringraziamenti per avergli salvato la vita”.
Il Duca era molto generoso. Quando si fermava al Cairo le
spese di pernottamento per gli equipaggi e ospiti nei grandi
alberghi li saldava con i suoi fondi privati. Io lo so perché
avevo la delega del suo c/c.
Partì per il Congo belga, dove fu assunto sotto il nome di
Conte della Cisterna, come operaio in una multinazionale. In 6
mesi divenne vice direttore di quella azienda. Dotato di una
memoria e intelligenza superiore alla media, parlava e
scriveva il tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo e l’arabo.
Quest’ultima lingua l’aveva imparata quando comandava un
reparto indigeno in Libia.
Basti ricordare che la prima lingua parlata era stato il
tedesco poi la madre gli insegnò il francese e l’italiano. La
nonna, mentre era in vacanza in Spagna gli insegnò lo
spagnolo. In prigionia, dopo 6 mesi parlava suaili [swahili]
con il ragazzo addetto alle pulizie.
Nel 1926 chiese ed ottenne il passaggio nella Regia
Aeronautica. Il famoso Arturo Ferrarin, detto il Moro, gli
insegnò a volare. Ufficiale di reparto acquistò un’esperienza
nella tecnologia. Ebbe il comando di uno stormo”
Ad Addis Abeba aveva istituito un ufficio di assistenza. Lo
dirigeva il Capitano dell’Am. Cottarelli: “si ricordi Cottarelli:
il giorno dopo della ricezione della supplica Lei deve
rispondere. Lascio a Lei la soluzione dell’importo da versare al
questuante. La indennità di volo del Duca veniva mensilmente
versata automaticamente all’Anfa (opera nazionale orfani degli
aviatori di Gorizia di cui la Consorte S.A.R. Anna d’Aosta era
la madrina).
Il Duca era una persona molto colta. La sua esperienza di
vita era cominciata nel 1916-1918 quando da semplice
artigliere a cavallo riuscì a conquistarsi sul campo i gradi di
ufficiale. Terminata la guerra si trasferì a Palermo dove seguì
la facoltà di giurisprudenza.
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AO1 Campagna di guerra Etiopia 1935-1936
Consegna Bandiera di Guerra – Vicenza 1937
Addis Abeba col Duca D’Aosta 1938
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Flavio Danieli e Alberto Daina - Addis Abeba, Villa Italia 1938
Consegna medaglia d’argento V.M. da parte del Duca d’Aosta
– 6 maggio 1939
Iolanda Confalonieri e Alberto Daina al ballo a Villa Italia
Addis Abeba - 1938
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La resa con onore delle armi - Amba Alagi – 19 maggio 1941
(Flavio Danieli ultimo a destra)
Iolanda a Addis Abeba
Prigionia in Kenia a Donyo Sabouk con il Duca d’Aosta 1941
Flavio e Iolanda a casa Addis Abeba 1939
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2 giugno 1961 – Ambasciata a Londra
Flavio e Iolanda Danieli salutano l’Ambasciatrice Quaroni
Flavio e Iolanda Danieli ricevimento a Londra con i
diplomatici 3 settembre 1962
Flavio e Iolanda Danieli - Ballo a Londra 1960
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Il Generale SA - Società Italiana di Storia Militare