SENTIRE A SCOLTARE
o n l i n e m u s i c magazine
FEBBRAIO N.16
Liars
Ca s t a n e t s
Super N u m e r i
Zu
Belle and Se b a s t i a n
Be t h O r t o n
David Thomas Br o u g h t o n
Julie’s H a i r c u t
Songs F o r U l a n
To y
Gu r u G u r u
Er i k S a t i e
Sa m R a i m i
Marina Ab r a m o v i c
Mark Stewart
sentireascoltare in copertina
Mark Stewart
SentireAscoltare online music magazine
Registrazione Trib.BO N° 7590
del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda
Direttore responsabile Ivano
Rebustini
Provider NGI S.p.A.
Copyright © 2006 Edoardo Bridda. Tutti i diritti riservati.
La riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo, è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare
sommario
20
4 News
8 Speciali
Castanets, S u p e r N u m e r i , Z u , L i a r s ,
Mark Stew a r t
34 Recensioni
Belle and S e b a s t i a n , B e t h O r t o n , Ta l i bam!, Cesa r e B a s i l e , To y …
5 9 Dal vivo
Club to Clu b , A m a r i , R i o t M a k e r, J o h n
Cale
62 Rubriche
34
We Are De m o N e t h e r w o r l d , 2 g e n i a l
idiots, Tutt u n o c o n l a m a c c h i n a …
Classic Ma n i N e u m e i e r – G u r u G u r u ,
Steely Dan , C p t . B e e f h e a r t …
Note a Mar g i n e A W O P L O P. . .
I cosiddett i c o n t e m p o r a n e i E r i k S a t i e
Cinema Sa m R a i m i , M u n i c h , M e a n d
You
Arte Marin a A b r a m o v i c
Cose dell’a l t r o m o n d o J a g a C h a n g
Collective, I l C i o c c o l a t o F a t a l e . . .
Direttore
Edoardo Bridda
Direttore responsabile
61
Ivano Rebustini
Coordinamento
Antonio Puglia
Stefano Solventi
Staff
Valentina Cassano
Daniele Follero
Teresa Greco
Hanno collaborato
Gianni Avella, Silvia Bifaro, Nicola Bonardi,
Marco Braggion, Roberto Canella, Antonello
Comunale, Andrea Erra, Lorenzo Filipaz,
Paolo Grava (aka Neon Eater), Manfredi Lamartina, Emmanuele Margiotta, Marina Pierri, Stefano Renzi, Michele Saran, Mimma
Schirosi, Gianluca Talia, Fabrizio Zampighi
Guida spirituale
77
Adriano Trauber (1966-2004)
Grafica
Paola Squizzato, Squp, Edoardo Bridda
sentireascoltare news
a cura della redazione
In un’intervista concessa a Pitchfork, Jason Lytle dei Grandaddy ha rivelato che Just Like the Fambly Cat, il prossimo
album della band di Modesto in uscita il 9 maggio su V2, sarà
anche l’ultimo...
Due membri dei Weezer sono stati scelti per interpretare Lou
Grandaddy
Reed (il chitarrista Brian Bell) e John Cale (il batterista Patrick Wilson ) nel film in lavorazione Factory Girl, del regista
G e o r g e H i c k e n l o o p e r, d a l l ’ o m o n i m a b i o g r a f i a d i E d i e S e d w i c k .
I due hanno registrato una versione di Heroin per l’occasione.
S a r c a s t i c o i l c o m m e n t o d i L o u R e e d , i n t e r v i s t a t o d a l N e w Yo r k
Daily: “Ho letto la sceneggiatura: una delle cose più disgustose che abbia mai visto, non c’è limite alla voglia di fare soldi
in qualsiasi modo”...
To m Ve r l a i n e p u b b l i c h e r à d u e a l b u m i n a p r i l e p e r l a T h r i l l J o c key: Songs and Other Things e Around (strumentale)...
In uscita in marzo per la ReR un Box in edizione limitata dei
This Heat, contenente i loro cinque dischi in edizione rimasterizzata più un cd di materiale inedito, e un libretto con interviste e foto. I dischi usciranno in seguito singolarmente nel corso del 2006, la data ufficiale non è stata ancora annunciata...
N u o v o a l b u m i n a r r i v o p e r R i c h a r d D J a m e s , a k a A p h e x Tw i n , a
distanza di cinque anni dal precedente lavoro in studio Drukqs.
Chosen Lords uscirà ad aprile con il moniker AFX e per la sua
propria etichetta, la Rephlex…
M e n t r e l a b a n d è a n c o r a i n s t u d i o , t r a B r i s t o l e N e w Yo r k , p e r
registrare il quinto album Weather Underground, è stata annunciata per il 27 marzo l’uscita di una raccolta, Collected, che
documenta la storia dei Massive Attack da Blue Lines a 100th
Window. Il greatest hits sarà preceduto dalla pubblicazione del
n u o v o s i n g o l o L i v e W i t h M e ( c o n Te r r y C o l l i e r a l l a v o c e ) , p r e vista per il 13 dello stesso mese. Inoltre, un nuovo membro è
i n p r o c i n t o d i u n i r s i a l l a b a n d d i B r i s t o l . S i t r a t t a d i To w n C r i e r
dei Gloucester…
Novità in casa Fiery Furnaces da parte di Matthew Friedberg e r, c h e s t a r e g i s t r a n d o p e r l a n u o v a e t i c h e t t a 8 5 9 R e c o r d i n g s
due dischi da solista per l’estate. Resa inoltre nota la data di
uscita del prossimo album del duo, Bitter Tea: 18 aprile. Non
sentireascoltare
Rough
Johnny Marr impegnatissimo:
Possum,
al lavoro al secondo disco del-
con cui l’etichetta ha stretto
la sua band The Healers, sta
un accordo…
scrivendo alcune canzoni con
sarà
pubblicato
Trade
ma
dalla
dalla
Fat
Walker
completato
il
ha
finalmente
se; starebbe inoltre lavorando
nuovo
di-
al nuovo album di Lisa Ger-
sco, il primo per la 4AD, dal
suo
mano, In The Maybe World su
titolo
uscirà
Yo u n g G o d , i n u s c i t a p r o b a b i l -
documentario
mente a maggio. Il chitarrista
sull’artista, 30 Century Man,
è anche reduce di una - sep-
che include il making del di-
pure parziale - reunion degli
sco, diretto da Stephen Kijak,
Smiths : il 29 gennaio scorso,
uscirà nel 2006…
in occasione del festival Man-
in
Drift,
The
maggio.
Un
che
chester vs Cancer organizzato
Whatever
People
Say
I
Am,
da Andy Rourke, quest’ultimo
That’s Why I’m Not degli Arc-
ha
tic Monkeys potrebbe diven-
e
tare il debutto più velocemen-
suonato There Is A Light That
te venduto in assoluto, nella
Never Goes Out e How Soon
storia delle classifiche, dopo
Is Now. E Morrissey? Intanto
aver
o r g a n i z z a i l s u o t o u r. M a g a r i
venduto
120.000
copie
in un solo giorno. When The
raggiunto
la
sua
sul
band.
palco
I
due
Marr
hanno
con qualche sorpresina…
uno della classifica dei singo-
Dopo cinque anni ritornano i
li più venduti del Regno Unito,
B u i l t To S p i l l c o n u n n u o v o
m e n t r e i l p r e c e d e n t e I B e t Yo u
disco,
Look Good On The Dancefloor
u s c i r à l ’ 11 a p r i l e s u Wa r n e r,
è ancora al ventitreesimo po-
autoprodotto dalla band, sen-
sto…
za l’apporto dello storico pro-
In
Reverse,
che
ducer Phil Ek…
Gla-
Esce il 4 aprile su cd e dop-
stonbury sarà nelle sale cine-
pio vinile la compilation The
matografiche a partire dal 14
D FA R e m i x e s - C h a p t e r O n e ,
aprile. Il video è frutto di un
su
lungo lavoro del regista che
tion di rari remix del duo Mur-
ha collezionato e montato le
p h y / G o l d s w o r t h y,
immagini delle ultime quattro
laz ai Soulwax, dai Chemikal
edizioni del festival, inseren-
Brothers ai Radio 4. La secon-
doci anche immagini d’archi-
da parte è prevista per la fine
vio degli anni 70. Il film sarà
dell’estate…
sul
presentato
Festival
di
D FA / A s t r a l w e r k s ,
dai
collecGoril-
Festival e parteciperà alle se-
In
lezioni del festival del cinema
promozione del suo disco On
di Berlino. Tra le “comparse”
An Island, in uscita il prossi-
f i g u r a n o : Ve l v e t U n d e r g r o u n d ,
mo 7 marzo, David Gilmour ha
Nick Cave And The Bad See-
ufficialmente smentito le voci
ds,
Alabama
di un tour dei Pink Floyd. Ha
3, Billy Bragg, Cypress Hill,
anzi sottolineato che il Live 8
Scissor Sisters, Radiohead e
è stata solo un’eccezione, il
David Bowie...
canto del cigno del pregiato
Primal
Scream,
recente
Non voglio più lavorare tanto.
È
un’importante
parte
della
mia memoria, ho avuto enormi
soddisfazioni, ma adesso basta. È molto più confortevole
lavorare per conto mio”...
Resa nota la ricca line-up del
Coachella
Festival,
che
si
California; tra i partecipanti:
Depeche
Mode,
Franz
Ferdi-
n a n d , S i g u r R o s , C a t P o w e r,
Animal
Collective,
Devendra
Banhart, Scissor Sisters, Mogwai,
Coldcut,
Dungen,
Wolf
Jamie
Hands
Say
Parade,
Lidell,
Clap
Ye a h ,
Bloc
P a r t y, T h e Z u t o n s …
Cat Power ha cancellato l’intero tour americano (che sarebbe
dovuto
partire
l ’ 11
febbraio da Memphis) come rip o r t a t o d a l l a M a t a d o r, p e r m o tivi di salute. Previste invece
le date europee, Londra e Parigi in marzo, il Coachella in
aprile e il Bonnaroo Festival
al Sundance Film
una
avuto abbastanza. Ho 60 anni.
Yo u r
Il film documentario di Julien
Te m p l e
marchio PF: “Penso di averne
svolgerà il 29 e il 30 aprile in
Sun Goes Down è al numero
You
Scott Walker
Isaac Brock dei Modest MouScott
intervista
in
in giugno…
I
Radiohead
saranno
tra
gli
headlines al Bonnaroo Festiv a l i n Te n n e s s e e , t r e g i o r n i d i
musica a partire dal 16 giugno; alcuni tra i partecipanti:
Beck, Elvis Costello & The Imposters, Death Cab for Cutie,
Bright Eyes, My Morning Jac-
sentireascoltare k e t , C a t P o w e r, G o m e z , S t e p h e n M a l k m u s & t h e J i c k s , D r e s d e n
D o l l s , C l a p Yo u r H a n d s S a y Ye a h , D e v e n d r a B a n h a r t B a n d , S e u
Jorge, Dungen, Andrew Bird...
Il festival danese di Roskilde, considerato il primo grande raduno dell’estate, ha già tre nomi di punta: Franz Ferdinand,
To o l e K a n y e W e s t …
Cat Power
I Dinosaur Jr stanno scrivendo nuovo materiale per un nuovo
disco; intanto hanno annunciato nuove date, tra Giappone, Australia, Nuova Zelanda e America a partire da fine febbraio…
E’ morto a Londra il 9 febbraio, a 61 anni, Elton Dean, sassofonista leggenda della scena jazz inglese e membro dei Soft
Machine…
I l 1 4 m a r z o u s c i r à l a r i s t a m p a d i S o n i c Yo u t h , l ’ E P c o n c u i l a
band debuttò. Saranno presenti delle bonus tracks: 7 pezzi live
risalenti al settembre 1981 e un demo di I Dreamed A Dream
(Where The Red Fern Grows). Il nuovo disco previsto per giugno ha come titolo provvisorio Do You Believe In Rapture?…
News dalla Unhip Records: Andrea Pomini ha lasciato i Disco
Drive; intanto il video di All About This diretto dal videomaker
N i c o Va s c e l l a r i ( W i t h L o v e ) è p r o n t o e s i p u ò v e d e r e d a l s i t o ,
un nuovo EP dei DD è in fase di missaggio e uscirà in primavera (le date italiane di febbraio e marzo sono state annullate).
Egle Sommacal prosegue le registrazioni del suo esordio solista, che dovrebbe uscire per l’estate, sul sito un assaggio di
quello che potrebbe essere…
A distanza di soli dodici mesi dal debutto discografico The
Swindler, i Super Elastic Bubble Plastic sono in studio per la
produzione del loro secondo album, sempre con la supervisione
artistica di Giulio Favero, e la cui pubblicazione è prevista per
la prossima primavera. Al termine delle sessioni di registrazione, il gruppo partirà per breve tour in Olanda e Belgio insieme
alle band locali Sport Doen e Drivin Dead Girl…
Anton Corbijn ha reso noto il cast del film che sta girando su
I a n C u r t i s , c h e s a r à i n t e r p r e t a t o d a S a m R i l e y, m e n t r e S a m a n tha Morton sarà la moglie Deborah. Il film è tratto dal libro
To u c h i n g F r o m A D i s t a n c e d e l l a C u r t i s …
I l r i t o r n o d e i B l a c k H e a r t P r o c e s s i o n : u s c i r à l ’ 11 m a g g i o i l
n u o v o d i s c o , T h e S p e l l , s u To u c h A n d G o …
In occasione del venticinquesimo anniversario dall’uscita, la
Nonesuch pubblicherà, il 28 marzo, il classico My Life In The
Bush Of Ghosts della coppia Byrne-Eno, in un’edizione rimasterizzata, con 7 bonus tracks e una nuova copertina…
sentireascoltare
Michael Stipe ha registrato sei versioni di In The Sun di Jos e p h A r t h u r, d i s p o n i b i l i d a l 6 f e b b r a i o s o l o s u i Tu n e s , p e r r a c cogliere fondi per le vittime dell’uragano Katrina. Partecipano
Chris Martin e Joseph Arthur stesso…
Nuovo disco per Bob Dylan, che ha cominciato a registrare i
pezzi in uno studio di Manhattan nella prima settimana di feb-
Altre news dai festival. I Franz Ferdinand sono i primi headli-
Ian Curtis
braio…
n e r s a n n u n c i a t i d e l Tr a f f i c To r i n o F r e e f e s t i v a l 2 0 0 6 , d a l 1 2
al 15 luglio. Gli scozzesi saliranno sul palco il 14 luglio. Dopo
dEUS, Coldcut, Depeche Mode e Babyshambles, arriva l’adesione di Morrissey al Festival di Benicassim a luglio…
Anticipazione live: gli Arctic Monkeys in Italia a maggio, il 12
a l Vo x d i N o n a n t o l a ( M O ) e i l 1 3 a M i l a n o , a l R o l l i n g S t o n e ; i
Belle And Sebastian il 24 maggio a Milano al Rolling Stone, al
Vo x i l 2 5 …
Dopo aver fatto spaventare i fan dei Coldplay con frasi poco
entusiasmanti sul futuro della band, Chris Martin comincia una
serie di collaborazioni. La prima sarà un’apparizione nel terzo
album, di prossima uscita di Nelly Furtado, Loose. Si rumoreggia anche una collaborazione con Kayne West. Staremo a
vedere…
In attesa dell’uscita di The Beast (6 Marzo) i Mogwai stanno
lavorando alla colonna sonora di un film dedicato alla vita del
calciatore francese Zinedine Zidane. Che ambiziosi…
Doveva uscire a dicembre. Poi è stato posticipato a febbraio.
Ma bisognerà aspettare ancora un paio di mesi (almeno) l’ultimo album degli Outkast Idlewild, colonna sonora del film del
duo…
sentireascoltare speciale
Castanets
Oscillazioni da narcosi psichedelica
di Mimma Schirosi
L’Asthmatic Kitty Records illumina la penombra di un nuovo cantore del disagio e dello straniamento da provincia americana: dalla comune di San Diego,
Raymond Raposa e i suoi flash di lisergica memoria, dal dilatato esordio con
Cathedral alla prossima pubblicazione degli appunti di viaggio registrati
tra una fermata e l’altra del Greyhound Bus, in lungo e in largo per gli States, passando attraverso l’incursione elettronica di First Light’s Freeze.
D e railed
P s ych-Countr y
Un embrione che si rigira al
rallentatore nel liquido amniotico, uno sguardo impressionato dal sole sino a strizzarne gli occhi, una distesa e
lisergica canzone di passione,
un interno frugale e fumoso,
una calma saggia di cent’anni,
una freakedelia inconsapevole, una riflessione a voce bas-
sentireascoltare
sa sul guardato e percepito,
mai troppo rumore per nulla:
i piccoli universi paralleli/gemelli che Castanets, nell’apparentemente mite persona di
Raymnond Raposa, apre come
illusioni ottiche di colori talvolta carichi, talaltra appena accennati e sfumati con
le dita. Il trip comincia a San
Diego, agli albori del nuovo
millennio, dinanzi al quale ci
si pone straniati, fuori tempo,
seduti ad osservare, piuttosto
che a viverne i ritmi accelerati
e senza precisi perché.
Raposa, spirito peculiare ed
essenziale, dopo una breve
carriera scolastica, interrotta a quindici anni, trascorre
i successivi quattro a girovagare per gli States attraverso
il Greyhound Bus, descrivendo scene di quotidiano grigiore americano, sintomatiche di
una civiltà contenente micro-
storie di invisibili infelicità,
taciute all’altro e custodite in
sé, per trarne malinconiche
visioni di uccelli migratori.
Il progetto Castanets è una
girandola di sedici musicisti,
sorta di collage di cui ogni
ritaglio è una figura già nota
alle cronache per i trascorsi
in altri, prestigiosi percorsi:
la triade Black Heart Procession, Pinback, 3 Mile Pilot,
come anche Rocket from the
C r y p t , Tr i s t e z a … L’ i n t r e c c i a r si delle esperienze, l’estemporaneità dell’ispirazione, la
possibilità di andarsi a sedere
liberamente su rive oceaniche,
generano sonorità originali e
attraversate da diversi accenti, ognuno dei quali indicatore
di stati d’animo mutanti come
le stagioni, in un divenire dinamico, ma felpato, mai urlato. Raposa definisce “derailed
psych-country” il genere coniato; andando a scomporre
in singoli fattori e cercando
di attualizzare il concetto, ci
si trova di fronte ad una base
c o u n t r y, d i l a t a t a s i n o a l l a n a r cosi psichedelica ed appro-
dante ad una sensazione di
smarrimento nelle maglie del
tessuto sonoro, una sorta di
viaggio morbido nell’Io cullato
e attraversato da impercettibili correnti d’aria.
Nell’autunno 2004, l’Asthmatic Kitty Records - già forte
della scoperta Sufjan Stevens
-, resasi conto d’essere di
fronte a un nuovo miracolo,
pubblica Cathedral, visionario
esordio di Raposa assieme ai
suoi compagni di San Diego.
La voce è impastata, matura,
tendente al basso, quasi a non
voler aggredire l’ascoltatore,
piuttosto animata dall’intento
di porre con gentilezza e riservatezza le proprie storie e
malinconie. I toni di apertura
si dilatano in oniriche immagini percepite in lontananza,
focalizzate in uno stato psichico, in alcuni passaggi, vicino all’estasi (Cathedral 2);
la padronanza totale del sé
assume,
invece,
sfumature
dylaniane, nel rappresentare
accostamenti apparentemente
improbabili, ma indicativi di
meccanismi sociali stranianti
( I n d u s t r y a n d S n o w ) . Yo u a r e
My Blood regala un gioiellino
emozionante ed arcaico che
si apre con toni marziali alla
Venus in Furs, cadenzandosi
lentamente per poi chiudersi
tra rumori di fondo prodotti in
penombra. Mentre autunnali
frammenti di desolati sentire
producono la sottile assenza
raccontata, alla maniera di
Leonard Cohen in No Light to
Be Found. La ballata country
A s Yo u D o t r a s u d a u n a d o l cezza intervallata da aperture
psichedeliche così tanto intrecciate alla base, da occuparne ogni spazio, rendendo
il tutto evanescente psychicblues, giocato sull’alternanza
tra voce maschile/femminile.
Chiusura luminosa di un sole
nel suo punto più alto è Cathedral 4. (7.5/10).
La frugalità e l’essenzialità di
Cathedral, pur restando delle
costanti di fondo nella scrittura di Raposa, vengono rimpinguate di nuove sonorità, prodotte con l’utilizzo di tastiere,
sassofoni e drum-machines,
nel
tentativo
di
inscrivere
sentireascoltare il trait d’union tra vecchio e
nuovo. Questo trait d’union si
chiama First Light’s Freeze, e
profonde il suo primo bagliore
nel 2005.
L’ a t t e g g i a m e n t o
di
Raposa
resta identico, tipico del vivere in un determinato contesto avvertendone un costante
senso di ovattamento, a volte
più sottile, pertanto non compromettente la volontà di affrontare il quotidiano con realismo, a volte prepotente al
punto di indurre al rifugio nelle proprie capsule protettive:
immagini, sogni, rive oceaniche che siano. La copertina
del disco descrive quest’ambivalenza
con
una
spirale
psichedelica che, nella sua
concentricità, pare racchiudere tre elementi: luce, acqua,
terra…contaminata, quest’ultima, da ingerenze aeree, in
sostituzione del fuoco, dimensione della non-appartenenza.
Dopo l’opalescente intro strumentale (The Waves are Roll i n g B e n e a t h Yo u r S k i n ) , a p r e
la lentezza cosmica di Into the
Night, i cui silenzi vengono
riempiti da una chitarra incentrata su di sé, seguita dalla
terrestre A Song is Not Song
of the World, a tradire i primi inserti di elettronica.Il folk
vulnerabile e rammaricato di
Cathedral si fa risentire nella
delicata Bells Aloud, cantata
seduto dinanzi a un pubblico ristretto e definitivamente
rapito dall’evanescenza della
title-track,
sempre
bramata
ma di utopica realizzazione.
L’ e l e t t r o n i c a u t i l i z z a t a i n q u e -
10 sentireascoltare
sto disco pare, a tratti, pulsare di un impalpabile battito
Eno, nell’impianto sonoro che
fa da sfondo al cantato riverberato di No Voice Was Raised, sorprendente pot-pourri
che arriva a chiudere addirittura in crescendo chitarristico
distorto.
Sul finire, lo sguardo, protetto
dal sole con una mano, sale
a guardare ed ascoltare il richiamo all’ordinato volo degli
angeli/gabbiani (Reflecting in
the Angels). (7.0/10)
La breve parabola sembrerebbe chiudersi così, ma l’etichetta, fiutato il potenziale
qualitativo, va a ripescare nel
pre-Cathedral e scova un CdR, sorta di diario di viaggio
scritto e registrato nei quattro
anni
di
vagabondaggio
bohemien sul Greyhound Bus:
come in un percorso a ritroso,
si impegna a ripubblicarlo nel
corso del 2006, malgrado la
rete abbia già premuto il tasto
“share”.
What Kind of Cure è un essenziale scrigno lo-fi, dotato
del minimo indispensabile per
proiettare immagini sui soffitti delle proprie camerette, nei
momenti di stand by dall’ordinario/giornaliero.
Raposa vi appare più che mai
raccolto in sé e in una fase di
osservazione
non-partecipata, come spettatore silenzioso ed inerte. Sul tutto aleggia
nemmeno troppo nascosto lo
spirito dei Black Heart Procession, quasi a dichiarare
volutamente il grembo natale;
sensazione che trova confer-
ma sin dall’inizio (Metal on
Tr a c k s ) , a p e r t u r a s c a r n a d i
voce e chitarra che, nel mezzo
lasciano entrare un cadenzato
dialogo basso/batteria. Non si
nega una strizzatina d’occhio
al soul-country dell’animella
triste Chris Isaak, qui rimembrato non tanto per similitudine vocale, quanto per tenebrosi passaggi noir (Heaps of
Wheat); lo smarrimento che,
ferito, si pone domande scandite lentamente per ricevere
da se stesso le giuste risposte, caratterizza If the Raft
Holds dalla chitarra sfiorata
ed appoggiata ad un’armonica
in penombra. Il vento soffia in
sottofondo nel rapimento mistico e incantato di Crops of
Crosses, sciolto nella muta
p r e g h i e r a d i M a k e r, M a k e U s
New.
E pare lecito, dopo aver abbondantemente
sciorinato
ogni dubbio ed incredulità circa il mondo ed i suoi paradossi, chiudere con l’interrogarsi
della title track: tra le infinite
possibilità, qual è la cura più
efficace per lenire le ferite
del vivere? (6.5/10)
speciale
Super Numeri
The First League Of (prog) Angels
di Gianni Avella
Si può parlare di progressive rock nel 2006? La musica degli inglesi Super
Numeri è un ritorno - più o meno - inaspettato a quelle sonorità, che non
manca di strizzare l’occhio a Miles Davis, Coltrane e i Can.
s e n t i r e a s c o l t a r e 11
rillion, ma occhio alla meteora Cardiacs..), continua a
rigenerarsi in nuove ed affiatate prospettive: Urdog, Mars
Vo l t a , T v O n T h e R a d i o , P a t tern Is Movement, Field Music
sono più che semplici dettagli; la loro forma canzone, il
loro modus operandi vive nella (della) necessità di sovvertire le regole della pop music,
proprio come insegnato dai
maestri “dinosauri”.
Parlare
di
progressive-rock
nel 2006: follia o raziocinio? La seconda. Sì, perché
il prog-art-rock, alla faccia
di chi lo smentisce, gravita a
mo’ di feticcio intorno a molte delle teste musico-pensant i o d i e r n e . L’ u s c i t a d e l n u o vo act dei Super Numeri, The
W e l c o m e Ta b l e , f a s ì c h e l a
mente viaggi a ritroso sino
alla pagina anni’70; quella dei
ricordi mai sopiti, delle suite, dei nostalgici inguaribili.
Quella di… James “Lcd Sound s y s t e m / D f a ” M u r p h y, c h e i n dossa fiero e gladiatorio una
t - s h i r t c o l l o g o Ve r t i g o ( c e lebre marchio lanciato dalla
Phonogram negli anni ’70 dedicato esclusivamente al prog
e art-rock) nel video di Daft
P u n k I s P l a y i n g . . . e A n d y Vo t e l , c h e n e l s u o Ve r t i g o R e m i x
taglia, cuce e combina groove pescati dal catalogo della stessa label. Tutti segnali
- gli ennesimi – di un fascino mai estinto per le pratiche
progressive-rock, di una fede
nascosta in molta musica “che
conta” (vedi alla voce postrock, vedi certe wave odierne
e non per non dire delle ultime sperimentazioni in campo
hard-core) eppure mai celebrata coi dovuti crismi, o comunque spesso evitata come
termine di paragone.
Ciò nonostante, il progressive
rock, dopo il vistoso calo in
epoca punk e qualche pessima rinascita nella prima metà
degli ’80 (ci perdonino i Ma-
12 sentireascoltare
Su questa scia si collocano gli
inglesi Super Numeri, gruppo
di tredici elementi messo su
da Pop Levi (tastiere, piano
e l e t t r i c o , v i b r a f o n o , s i t a r, c l a rinetto percussioni e farfisa),
Snap Ant (basso, kalimba) e
Mark Webb (chitarra, sassofono soprano, viola e tastiere): sono loro l’ossatura di un
gruppo nato sì nella città dei
Beatles, ma per una volta tanto – finalmente- non si tirano
in ballo i baronetti poiché il
sound del gruppo, qualora necessiti di un eventuale parallelismo con la città di Liverpool,
sembra condurre dritti al capitolo sei (cioè quello dedicato
ai Can) di Krautrocksampler,
il libro culto sui corrieri cosmici redatto dal liverpooliano DOC Julian Cope nel 1995;
iperbole necessaria e non peregrina, quella del Cope “cosmico” scrittore e la musica
dei Super Numeri, visto che
il sound espresso dai nostri
è una crosta tardo-kraut-prog
nel moderno terzo millennio,
una prospettiva hi-tech dei
Can acculturati di Future Days
e del jazz Davis-iano (versante elettrico) e Coltrane-iano
(versante
Alice);
dei
King
C r i m s o n d i L a r k ’ s To n g u e s i n
Aspic sino alla ritmica tesa e
dilatata dell’afro-funk, senza
dimenticare certe geometrie
post-rock “elettrificate” (dic i a m o m e t à To r t o i s e m e t à S a vath & Savalas).
Gruppo nato per infiammarsi
nella resa live (si leggano le
testimonianze dei loro concer-
ti), i Super Numeri su disco
non potevano avere altro logo
se non quello della Ninja Tune,
label-feticcio di new- elettronica che non si nega excursus
prog “camuffati” come l’avant
h i p - h o p d e i S i x t o o , A m o n To bin (uno digitale in superficie
ma prog nell’animo) e Jaga
Jazzist (ora Jaga), compagine
che condivide coi Super Numeri molto più che la semplice
appartenenza a quella famiglia
Ninja che pubblica, nel 2003,
The Great Aviaries. Presentato come “un viaggio psichedelico tra il Miles Davis elettrico
e Can”, il disco dopo la partenza new-age da salotto zen
di The Electric Horse Garden,
rispetta appieno le premesse di cui sopra, passeggiando alacremente in quel limbo
soggiornante tra psichedelica prog (l’andazzo krauto di
When The Sundials con tanto
di fraseggi retro-funk da spymovie settantiano) e spezie
tardo jazz-funk (la chitarra à
la John McLaughlin – ma anche un po’ Robert Fripp - nel
trip davisiano di Beaks).
La musica dei Super Numeri si
gode l’intesa basso/batteria
proprio come le migliori compagini d’una volta, solo che a
tratti (diversi tratti e per nulla
disprezzabili) pare di ascoltare una versione “purgata”
del Photek di Modus Operandi
suonato a 78 giri; la battuta
secca e oppiacea di Leisure
Lakes, la delicatezza visionaria di The Ember Love (con tocchi d’arpa molto Alice Coltrane), il tema di Classic British
Ponds (che piacerebbe tanto a
Scott “Savath & Savalas” Herr e n q u a n t o a i To r t o i s e ) v i v o no nel basso profondamente
funk e di come questo faccia
da collante ritmico all’intera
faccenda slabbrandosi, nella
successiva Flaurent Carmin,
in riverberi ed echi dub caldi
come il sole jamaicano ed efficaci a tal punto da promuovere la compagine inglese a
nuova promessa del modernprog. (6.5/10)
La tournée che segue il disco
si rivela un vero circo vintage,
rétro ma mai nostalgico: Le
canzoni si dilatano ulteriormente e la tendenza alla jam
- come avviene nelle date in
compagnia dell’ex Can Damo
Suzuki (un concerto, un sogno, un programma) - prende il sopravvento. Il piacere
per le lunghe improvvisazioni
sembra attrarre notevolmente i Super Numeri, tant’è che
i l n u o v o T h e W e l c o m e Ta b l e
(Ninja Tune, 30 gennaio 2006)
spiazza per lunghezza (si supera abbondantemente l’ora di
durata) ed intenzioni, ora più
che mai proiettate ai vecchi e
gloriosi vinili (doppi) d’ una
volta: infatti una canzone come
The First League Of Angels,
forte dei suoi ventiquattro e
passa minuti, potrebbe occupare benissimo il Side A del
vecchio surrogato plastico; un
mostro bifronte nel segno dei
King Crimson, prima riveduti
n e l l ’ o t t i c a d i L a r k ’ s To n g u e s
in Aspic (quella batteria precisa e contundente, quelle frasi
di chitarra monotone, secche
e circolari) poi rimembrati nei
primi ’80 di Discipline (i “versi” della chitarra da puro Elep h a n t Ta l k f r i p p i a n o ) ; a n c o r a
meglio The Buzzard And The
Lamb, un voodoo-funk spiritato come il Santana di Soul
Sacrifice perso nelle ritmiche
afro di Fela Kuti che conferma l’accentuato groove dei
nostri, ora molto più urgente
(il funk algido di The Chart),
visionario (la psichedelia al
Patchouli della title-track, il
lento avvolgimento di The Sea
Wolves) e jazz-rock (le trame
da Directions in Music di The
Spies Of St Ives, con plettrata
ancora McLaughlin-iana) del
debutto. Un notevole passo in
avanti. (7.0/10)
no vantare una figura stravagante in Mark Webb, titolare
in compagnia di Mark Kyriacou del progetto (sempre per
Ninja Tune) Loka. In attesa
del debutto adulto (annunciato per il principio del 2006), i
Loka ad oggi sono titolari di
un unico Ep, Beginningless,
che proprio come il Pooka di
Horntveth evidenzia quelle atmosfere appena accennate dal
gruppo madre: in questo caso
si parla di tre episodi griffati retro-funk, come se i Cinematic Orchestra suonassero il
Morricone “poliziesco” dei ’70.
Un interessante variante “cinematica” al sound dei Super
Numeri che, tenendo fede al
concetto di in progress, confermano il fascino di un genere che inconsciamente o no
continua (continuerà?) a fare
proseliti.
Poche righe fa accennavamo delle similitudini tra Super Numeri e Jaga. Ebbene,
se i norvegesi hanno il loro
genietto nella figura di Lars
Horntveth, anche i SP posso-
s e n t i r e a s c o l t a r e 13
speciale
Zu
Roma Caput Mundi
di Daniele Follero e Gianni Avella
Tutto comincia sulle spiagge di Ostia Lido, periferia marittima della Capitale, ascoltando i Kiss e gli Slayer e sognando una musica più libera, che
facesse dialogare John Coltrane e il punk. A quasi un decennio dagli esordi, gli ZU si presentano come una delle più interessanti e radicali realtà
musicali del nostro paese.
O s tia Lido, capitale
d e l lo “zuismo ”
Ostia Lido è un quartiere periferico di Roma. Località marittima e allo stesso tempo
realtà urbana, Ostia ha un
colore che va dal grigio delle industrie al marrone delle
spiagge. Un posto come ce ne
sono tanti in Italia, ma con
il privilegio/difetto di essere
14 sentireascoltare
alle porte della Capitale. E’
qui che muovono i primi passi
tre “regazzini” dalle idee fin
troppo chiare, che ascoltano i
Kiss e gli Slayer e come tutti i giovani della generazione
post ’77 hanno subito il fascino dissacratore del punk.
La loro musica è urbana e rumorosa come la città da cui
provengono e pregna di quel-
l’ironia e disinvoltura tipica dei capitolini, ma sarebbe riduttivo collocarla nelle
strette maglie del suo luogo
di provenienza. Localismo e
internazionalismo
possono
essere due concetti assolutamente contrastanti, ma non
per gli Zu, così proiettati verso il mondo, da ricordarsi, a
un certo punto della loro car-
riera, che esiste anche la cultura popolare del proprio paese. Del resto la musica è un
gioco divertente se le regole
in campo sono poche e loro lo
sanno benissimo.
Dal metal alla musica
popolare romana
La storia degli Zu dimostra
che non sempre il successo
(per fortuna!) è frutto di coincidenze e che il consenso di
critica e pubblico, se la qualità c’è, prima o poi viene fuori. Massimo Pupillo, Jacopo
Battaglia e Luca Mai non sono
musicisti dell’ultim’ora, né ragazzetti sprovveduti. Hanno
grandi idee e sono consapevoli di poterle mettere in pratica. Ad aiutarli, una visione
molto ampia della musica che
permette loro di mescolare
con coerenza, senza pregiudizi e in maniera più o meno
consapevole, i generi musicali
più diversi, dal thrash metal
al noise, dal math rock alla
musica popolare romana. Tre-
dici anni di carriera non sono
pochi, ma la band dimostra i
suoi anni senza dare il minimo
segno d’invecchiamento.
Sperimentare, si sa, non porta
sempre ai risultati desiderati
e questo piace molto ai tre
romani, li fa sentire liberi di
provare e riprovare senza una
meta precisa. Le ormai innumerevoli collaborazioni con
musicisti
provenienti
dagli
ambiti più diversi (l’ex-Karate
Geoff Farina, il sassofonista
Mats Gustafsson e il rapper
Dalek, tra i tanti) hanno caratterizzato un tratto sempre
più distintivo della musica degli Zu, così “aperta all’esterno” da favorire a piacimento
l’inserimento di un guest. Una
musica trasformista che passa
con disinvoltura dalle raffinatezze del jazz rock al metal
p i ù e s t r e m o . Vo l e n d o a z z a r d a re qualche suggerimento, consigliamo di mettersi in contatto con il signor Mike Patton,
che insieme a John Zorn ci
sembra l’artista più vicino alle
idee musicali del trio.
Zu Discography
La discografia degli Zu, intricata quanto la musica stessa, si divide essenzialmente
in due tronconi: Zu e Zu And.
Al primo nucleo appartiene
la doppietta iniziale Bromio(
Wide, 1999) e Igneo (Wide,
2002). Il debutto – che vede
della partita anche Roy Paci
- rimane ancora oggi esempio,
alla pari delle coeve opere di
A Short Apnea, Starfuckers e
Three Second Kiss, di un modo
totalmente nuovo di suonare
“rock” nell’Italia indipendente
dei ’90.
Le coordinate si potrebbero
inquadrare nel free-jazz da
un lato e nel nichilismo metal
e hard-core dall’altro; quello
che conta, comunque, è l’impatto del disco su pubblico e
stampa specializzata: si citano, tra gli altri, Ruins e Naked
City come possibili referenti
sentireascoltare 15
di un suono che si scaglia sulla giugulare del jazz con attitudine hard-core (un nome su
tutti: Iceburn Collettive), muovendosi spastico tra citazioni
“colte” e frenesia esecutiva.
Le doti tecniche (ineccepibili)
e lo stato di grazia del gruppo
fanno sì che Bromio suoni, per
intensità, molto prossimo agli
Area di Maledetti e spiani la
strada al più quadrato Igneo,
disco che vanta “ospiti” dell a p o r t a t a d i K e n Va n d e r m a r k ,
Joe
Bishop,
Fred
Lomberg
Holm e la presenza al mixer di
mister Steve Albini. Il disco,
complice la produzione impeccabile di Albini, che mixa gli
strumenti con suo fare abituale, cattura tutta l’essenza live
del gruppo, che proprio nei
concerti fin lì effettuati ingranerà la marcia, decisiva, verso
quelle collaborazioni “esterofile” (e secondo nucleo della
discografia Zu) inaugurate nel
gap temporale tra il debutto e
il secondo disco.
The Zu Side Of Chadbourne
( F e l m a y, 2 0 0 0 ) e M o t o r h e l l i n g t o n ( F e l m a y, 2 0 0 1 ) a c c r e d i t a ti a Zu & Eugene Chadbourne,
vedono la compagine romana
delirare in combutta col folle
chitarrista statunitense, dapprima storpiando classici della storia del rock (Stairway
To H e a v e n d e i L e d Z e p p e l i n
c h e d i v e n t a S t a i r w a y To C h a dbourne e via discorrendo…),
aggiungendoci due intense riletture di Cosmos di John Coltrane e Spirits di Albert Ayl e r, p e r p o i “ a d d o m e s t i c a r e ” a
16 sentireascoltare
modo loro classici off del rock
stesso (Iron Man dei Black
Sabbath a braccetto con Corcovado di Jobim, Sacrifice dei
Motorhead in condominio con
Boogie Stop Shuffle di Mingus
fino a vere “pepite” come Pus h i n ’ To o H a r d d i S l y “ t h e S e e ds” Saxon…).
Operazione di ripescaggio che
si ripete per quattro degli otto
episodi di Radiale (Atavistic,
2003), disco con ragione sociale Zu And Spaceways Inc
(il
supergruppo
chicagoano
d i K e n Va n d e r m a r k e H a m i d
Drake). Accanto ad episodi
originali spiccano le tiratissim e r i l e t t u r e d i Tr a s h A G o - G o
e Yo u A n d Yo u r F o l k s , M e A n d
My Folks dei Funkadelic, Them e D e Yo y o d e l l ’ A r t E n s e m b l e
Of Chicago e un medley divino
t r a W e Tr a v e l T h e S p a c e w a y s
e Space Is The Place del sempiterno Sun Ra.
Z u L i v e I n H e l s i n k i ( Ta n g P l a stik 2003) immortala – a ragione, vista la costante attività concertistica dei nostri
– la tappa live finlandese del
2002 proprio mentre From Filt h y To n g u e o f G o d s a n d G r i o t s
dei Dälek compare nei negozi di dischi: il lavoro di Dalek piace agli Zu e viceversa,
cosicché il prolifico 2005 dei
romani si inaugura proprio
con Igneo Deadverse (Fallace, 2005), “concorso di colpe”
tra Zu e Dalek che si tagliano
e remixano a vicenda per un
sette pollici la cui unica colpa
(o pregio…) è quella di essere
una limited edition di 600 copie (in vinile).
Si arriva pertanto a The Way
Of TheAnimal Powers (Xeng,
2005) disco sì a nome Zu ma
d’impostazione a quattro, visto che si (ri) vede Fred Lomberg Holm al violoncello e nei
nove episodi trova spazio, per
la prima volta, una traccia
cantata da un componente del
gruppo (Every Seagull Knows,
con voce di Jacopo Battaglia);
H o w To R a i s e A n O x ( A t a v i stic, 2005) va sotto la voce Zu
And Mats Gustafsson e vede
i nostri dividersi la posta col
sassofonista svedese, per un
disco che aggiunge l’ennesimo tassello ad una discografia - una carriera - instancabile e prossima a rinforzarsi del
disco completo con Dalek e di
una collaborazione nientemeno che con Alvin Curran. Staremo a vedere (e sentire…).
Una postilla: Zu e strade parallele
Al di fuori dell’universo Zu, il
più attivo in quanto a collaborazioni è sicuramente Massimo
Pupillo. Lo si vede, infatti, in
Before And After Dogon (Amanita, 2000) e Who’s Playing In
The Shadow Of Who (Wallace,
2001) dei Dogon, compagine
che, oltre a Pupillo, vede la
presenza dei Metaxu, il duo
formato da Maurizio Martusciello e Dj Okapi. Nato come
divertissement live (sotto forma di Metazu, ovvero fusione di Metaxu e Zu), il gruppo
suona una musica ferocemente
fisica nel primo lavoro (complice anche il drumming di
Martusciello) e ferocemente
elettronica nel passo successivo (complice stavolta l’elettronica di Martusciello); ancora Pupillo in Williamsbourg
Sonatas (Wallace, 2004), trio
con Gianni Gebbia e Lucas Ligeti fautore di un jazz tanto
free quanto cool.
Chiude il supergruppo Ardecore, progetto che vede gli Zu
al completo, spalleggiati da
Geoff Farina, Giampaolo Felic i , L u c a Ve n i t u c c i e Va l e r i o
Borgianelli in un disco omonimo (Manifesto, 2005) che da
gioco è diventato uno degli
act più sorprendenti dell’anno
appena trascorso.
Zu live
Te a t r o G a l l e r i a To l e d o ( N a poli, 4 Gennaio 2006)
Chi aveva visto gli Zu dal vivo
qualche anno fa in tour con
i Karate, difficilmente si sarebbe aspettati di rivederli in
teatro. Eppure, con il senno di
poi, verrebbe da dire che forse il teatro è uno dei luoghi
migliori per la loro musica,
“rumorosa” quanto si vuole,
coinvolgente a livello contemplativo ed emotivo, ma non
certo ballabile!
Dopo l’”abbuffata” natalizia,
il trio romano è sbarcato a
Napoli nell’ambito di ObSessions,
stagione
di
concerti che ha visto alternarsi sul
p a l c o d e l Te a t r o G a l l e r i a To ledo Langhorn Slim, Bachi
da Pietra e altre interessanti
realtà musicali attuali, italiane e straniere. Davvero pochi
convenevoli, quasi fossero un
gruppo punk o dei musicisti di
be-bop. I tre salgono sul palco, Massimo Pupillo dà una
rifinitura all’accordatura del
basso e guarda Jacopo, già
pronto dietro la batteria. In un
attimo la piccola sala del teatro partenopeo si riempie di
un suono pieno e assordante
che non trova strade, nessuna
direzione, quasi da sembrare
l ’ a p o t e o s i d i u n f i n a l e . L’ e ff e t to è spiazzante e la sensazione di disorientamento colpisce
gli astanti come una scarica
di adrenalina e li inchioda alle
sedie.
Si capisce da subito che si sta
assistendo a qualcosa di molto interessante. I brani dell’ultimo The Way Of The Animal
Powers si legano uno dietro
l’altro come in una grande
suite. In questo oceano metallico, Massimo sperimenta nuove sonorità infilando “cageianamente” un cacciavite tra le
corde del basso, seviziato a
più riprese, mentre Luca rantola con il suo sax, che spesso e volentieri usa in maniera
percussiva, grazie all’inserimento di alcuni microfoni tra
le chiavi dello strumento. Jacopo è il più socievole di tutti: si permette qualche battuta
con il pubblico, presenta in
modo ironico qualche pezzo
(“Questo si chiamava pezzo
nuovo, perché lo abbiamo appena fatto”) e trascina il trio
con un drumming preciso e
fantasioso.
Più di un’ora di musica appena sotto la “soglia del dolore” e poi via. Niente bis, così
come non c’erano state presentazioni. “Questa è la nostra musica, pensate un po’
sentireascoltare 17
come vi pare” sembrano dire i
tre allontanandosi senza troppa fretta verso le quinte.
ZU + Dalek + Dj Okapi – Estragon, Bologna (19 Gennaio
2006)
Il concerto di Bologna si presenta come una buona occasione per riascoltare gli Zu,
ma questa volta con l’aggiunta (non da poco) dei Dalek.
Forti della recente collaborazione, le due band ritornano
insieme in terra felsinea non
solo per presentare i loro rispettivi nuovi album, ma anche
per consolidare quella combinazione di stili, sperimentata con successo e che presto
darà vita a un album intero.
E’ Dj Okapi ad aprire le danze
con i suoi dischi per poi lasciare campo libero al trio romano, che immobilizza tutti i
presenti con il suo sound da
pugno nello stomaco. Massimo, Jacopo e Luca sembrano,
da rockettari quali sono, sentirsi più a loro agio in un contesto come quello dell’Estragon, con la gente in piedi e
molto vicina al palco, rispetto al contesto più rigido del
teatro. E si vede. Interagiscono con il pubblico, scherzano
sulle influenze musicali del
bassista, che indossa una maglietta dei Kiss. Per il resto,
la musica è quella degli Zu,
né più né meno.
Nessuna sorpresa dai Dalek,
che salgono sul palco quando
i romani sono già nei camerini. Il duo statunitense scaraventa sul pubblico le sue
mitragliate rabbiose e metalliche, una dopo l’altra, senz a t i r a r e i l f i a t o . L’ e ff e t t o è
quello di tutti i concerti di hip
hop ed elettronica: la voce
dialoga con un campionatore
togliendo inevitabilmente fascino alle composizioni. Ma la
musica dei Dalek riesce, nonostante i limiti inevitabili di
questi tipi di performance, a
esprimersi in tutta la sua forza. Sembrerebbe tutto finito.
18 sentireascoltare
La gente comincia a sfollare
dopo due ore e mezzo belle
intense. Quando qualcuno ha
già raggiunto la porta risalgono a sorpresa tutti i musicisti
sul palco e l’atmosfera torna
a riempirsi di suoni. Suoni di
confine a metà tra la psichedelia e il dark su cui la voce
del rapper recita parole come
in un reading di poesia. Il risultato è una lunga suite ipnotica in cui ognuno mette qualcosa di proprio con una certa
libertà.
“Ma cazzo! E’ l’una passata di
un giovedì, domani si lavora
e questi ancora a suonare all’una e mezza! E nessuno si
muove” mi è venuto da pensare
allontanandomi. “O non lavora
nessuno (al giorno d’oggi..) o
questi cinque sul palco sono
riusciti davvero a coinvolgere tutti. Oppure tutt’e due le
cose..”.
Quattro c h i a c c h i e r e d ietro le q u i n t e
Intervist a a Z U
Dopo il concerto di Napoli abbiamo incontrato per qualche
minuto Massimo Pupillo, Jacopo Battaglia e Luca Mai nei
c a m e r i n i d e l Te a t r o G a l l e r i a
To l e d o . N e è v e n u t a f u o r i u n a
chiacchierata interessante, a
volta spiazzante e con qualche sorpresa…
Siete un trio molto affiatato, ma al contempo mostrate
delle forti personalità individuali, che spesso tendono
ad imporsi. Qual è la musica che ha influenzato maggiormente le vostre singole
identità?
J. B. : Basta guardare la maglietta di Luca per capirlo!
(indica la t-shirt con il disegno di copertina di Season In
The Abyss degli Slayer indossata dal sassofonista. Risata
generale). Ascoltiamo un po’
di tutto, ma il nostro passato
è stato sicuramente segnato
dal metal.
Cos’è ZU?
L. M. : ZU è una semplice
sillaba: in tedesco vuol dire
chiuso, ma esiste anche in altre lingue e indica significati
diversi.
Che rapporto avete con il
progressive rock?
M . P. : N o n c i i n t e r e s s a ! N o n
ascoltiamo cose del genere e
non penso ci abbiano influenzato più di tanto
Ma ragazzi, mi stupite! Ed io
che avrei detto il contrario!
M . P. : T i c a p i s c o , n o n s e i i l
primo a dircelo e probabilmente ci sono degli elementi nella
nostra musica che si avvicinano a quelle sonorità, ma ti assicuro che le nostre influenze
sono altre (sorridendo, indica
di nuovo la t-shirt di Luca).
In
una
recente
intervista
avete citato tra le vostre
maggiori fonti di ispirazione
John Coltrane e Sun Ra: che
ruolo ha avuto il jazz nella
vostra musica?
J. B. : Il jazz non è stato un
elemento fondamentale della
nostra formazione musicale,
ma di sicuro Coltrane e Sun
Ra sono da sempre i musicisti
a cui ci ispiriamo di più quando suoniamo.
Che rapporto avete con le
etichette con cui lavorate?
M . P. : O t t i m o . L a A t a v i s t i c c i
ha praticamente adottati. Si
fidano di noi e ci lasciano totale libertà. Ultimamente, anche con la Xeng di Boris Battistini, che ci ha prodotto The
Way Of The Animal Powers,
abbiamo instaurato un buon
rapporto di collaborazione.
C a g e , Va r e s e , E i s l e r, R e i c h .
Cosa vi dicono questi nomi?
E che rapporto avete con i
compositori “cosiddetti contemporanei”?
J. B. : Ti rispondiamo: Alvin
Curran über alles!! Abbiamo
fatto un lavoro con lui a giugno ed è un grande, riesce a
unire insieme diverse tradizio-
ni con una personalità unica!
Abbiamo anche in previsione
di registrare un disco con lui,
che dovrebbe essere pronto
per il prossimo autunno…
Beh, questo mi sembra un
piccolo “scoop” per SentireAscoltare! E se vi facessi
il nome di Zappa?
In coro: No Zappa no!
Ma, ragazzi, sono sempre più
sorpreso…
M . P. : A Z a p p a u n n o s e c c o !
Non è un pregiudizio, ci abbiamo provato ad ascoltarlo,
ma ci ha detto sempre poco.
Va b b e h … C o m e è n a t o i l p r o getto Ardecore?
J. B. : In realtà la cosa è nata
i n t o u r, d o v e e r a n o p r e s e n ti quasi tutti i musicisti che
hanno partecipato al disco.
Giampaolo Felici, che apriva
i nostri concerti da solo con
la chitarra aveva portato con
sé in tour un disco di Alvaro
Neri (?), che all’inizio ascoltavamo fondamentalmente per
ridere, fino a quando abbiamo
pensato di metterlo in apertura dei concerti come intro. Poi
abbiamo prestato più attenzione ai testi e alcuni ci sono
sembrati particolarmente interessanti. Dal gioco la cosa
è diventata più seria e siamo
arrivati alla conclusione che
sarebbe stato bello farne alcune versioni rivisitate. Non
c’era neanche l’intenzione di
fare uscire un disco, che, infatti, è stato registrato davvero con pochi mezzi.
Sono solo suoni, ma la politica è importante nella vostra musica, nel lavoro che
fate?
M . P. : C e r t o c h e è i m p o r t a n te. Anche se dopo l’uscita di
Ardecore siamo andati al Maurizio Costanzo Show. Abbiamo
avuto contatti con la massoneria! (risatona generale.)
Italia ci siano band che possano aspirare al vostro “internazionalismo”?
J. B. : Ce ne sarebbero tante, anche se purtroppo non
c’è il coraggio. Il coraggio di
prendere un furgone e attraversare il confine o di provare
a proporsi dovunque capiti. A
distanza di anni si comincia
a vedere qualcosa in questo
senso, tipo i Larsen o gli OvO:
ci sono sempre più gruppi che
non sono cloni di altri, ma c’è
ancora parecchia strada da
f a r e . Ta n t o n u n f a m o n a l i r a
uguale!
Vo i a v e t e s p e s s o c o l l a b o r a t o
con un quarto elemento. C’è
un artista, oggi, che rappresenta il vostro collaboratore
ideale?
In coro: Costanzo ah ah ah!
(si comincia a delirare, fantasticando tutti su una possibile
formazione).
Dove va la musica di questo
secolo?
M . P. : U n p o ’ d i f f i c i l e c o m e
domanda. Beh, sta succedendo qualcosa di strano in questi anni. Ci sono gruppi come
i Wolf Eyes che, per quanto
marginali,
riescono
a
ritagliarsi la loro fetta di pubblico. Oggi fanno dischi con la
Sub Rosa. Cinque o sei anni
fa sarebbe stato impensabile
che ci fosse qualcuno dispos t o a d o r g a n i z z a r g l i u n t o u r. .
Se
doveste
consigliare
a
qualcuno che non conosce
gli ZU, un disco non vostro,
cosa gli indichereste per
avere un’idea della musica
che fate?
L. M. : Di ascoltare Pierre dei
Pooh suonata insieme ai Wolf
Eyes..
A questo punto mettiamoci anche Costanzo… (il delirio continua, l’intervista no..)
Ciao ragazzi e... grazie “assai”, come si dice da queste
parti..
Vo i a v e t e u n g r a n d e s u c c e s so all’estero. Pensate che in
sentireascoltare 19
monografia
Liars
B r u c i a N e w Yo r k , B r u c i a
di Marina Pierri. Contributi di Gianni Avella
Carne viva sotto la pelle del punkfunk ed il suo tendine più teso, i Liars
nell’arco di sei anni hanno sfigurato il volto del movimento newyorkese con
coscienza, cura ed un pizzico di sadismo. Oggi, toltosi definitivamente il
guinzaglio di un’etichetta scomoda e superato il recinto di sempre, il trio
mostra fiero la sua tripla testa, abbaiando come il Cerbero sulle note di un
full-lenght nuovo di zecca.
B r ucia New York, brucia
I buoni artisti sono sempre capaci di interpretare l’inconscio
collettivo ed il loro lavoro, un
certo punto di vista, consiste
prettamente nel tenere le vibrisse ben rizzate, come canali extrasensoriali pronti a
recepire le onde dei tempi,
20 sentireascoltare
cavalcare la confusione, sentire il polso del presente.
Se si volesse stabilire un
anno domini per quel movimento tanto sfumato quanto
geograficamente centrato che
va sotto il nome di punkfunk,
quell’anno sarebbe probabilm e n t e q u e l 2 0 0 1 p r e 9 / 11 , u n
ambiente denso di presagi e
fermenti. James Murphy lavora
nella penombra ad una pietra
miliare, o ad una sorta di manifesto, come Echoes dei The
Rapture mentre una schiera
sempre più nutrita di piccole
band da scantinato di Brooklyn si aggrega alla marea di
sonorità reminiscenti dei Pop
G r o u p , G a n g o f F o u r, d e i L i quid Liquid, degli A Certain
Ratio, proponendo formule legate all’urto di un basso sbattuto in primo piano e scollato
impietosamente da una sezione vocale epilettica, che piuttosto segue gli stacchi dello
strumento feticcio del caso: il
cowbell.
Così, quando nel 2000 i losangelini Aaron Hemphill (effettista e chitarrista di grande inventiva) e Angus Andrew
(spilungone ambizioso, arty ed
eclettico) si incontrano in una
N e w Yo r k c h e a n c o r a d o r m e e
che sta per risvegliarsi bruscamente da un sonno troppo
profondo, basta quel tanto di
ispirazione a comprendere che
la città sta per andare, più o
meno letteralmente, a fuoco.
Ed una volta reclutati in un
negozio di dischi Pat Noecker
e Ron Albertson alla sezione
ritmica, i Liars nascono dando alla luce appena un anno
dopo un lavoro dall’attualità
letteralmente bruciante nella
forma e nel contenuto.
They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top
(Mute / EMI, 2001)
T h e y T h r e w U s A l l i n a Tr e n c h a n d S t u c k A M o n u m e n t o n To p
esce per un etichetta locale nell’ottobre del 2001 ed osservato retrospettivamente, assume la sembianza poco confortante
di un lavoro profetico: profondamente politico – alla stregua
dei lavori dei tardi anni settanta di cui è fervidamente memore – il lavoro ruota attorno al concetto stesso dell’ustione
o dell’incendio individuale e collettivo come espressione di
assenza di prese di posizione relative a ciò che essere americani comporta. Gli slogan come “wake up! you’re a person on
fire!” (dall’opener Grown Man Don’t Fall in a River Like That)
o “past fumes will burn us in our bedrooms” (dalla tiratissima
We Live NE on Compton) rimandano, come gli specchi deformanti di una “funhouse” qualsiasi, al centro, ovvero ad uno
dei pezzi da antologia più potenti della renaissance punkfunk
n e w y o r k e s e : M r Yo u ’ r e O n F i r e M r. L a c a n z o n e , l e g a t a a l l ’ a c cusa di irrazionalità e noncuranza della società statunitense
a l l a s o g l i a d e l 9 / 11 , p r e v e d e c o n u n a s c h i e t t e z z a , u n a c h i a rezza ed una lungimiranza che hanno dello spaventoso, lo
stato di una cultura che si è perduta di vista, che è divenuta
cieca alla sua condizione ed alle conseguenze possibili.
Il lavoro termina infine con un pezzo lungo trenta minuti: This
Dust Makes Their Mud sembra essere la chiosa ideale per una
band che nel momento stesso in cui si dichiara appartenente ad una certa nuova stalla di campioni di ballo tumultuoso
e sincopato, se ne tira fuori. E’ come se, in qualche modo, il
quartetto terminasse la sua opera prima con uno statement dichiarante che, sì, la forma canzone è possibile, ma non interessante - non sufficientemente interessante, almeno, per chi
è capace di perforare il muro, vedere oltre il momento immediato e percepire nitidamente l’increspatura di violenza che
serpeggia indisturbata sulla superficie della quotidianità di un
paese marcio. Che più che inni da pista, si merita cavalcate
di morte (7.0/10)
Il disco è seguito dal singolo (nel doppio formato cd e 10”
v i n i l e ) F i n s To M a k e U s M o r e F i s h - l i k e , t r e e p i s o d i c h e , i n
pratica, sono altrettanti inediti, visto che la conosciuta Grown
Men Don’t Fall In The River, Just Like That viene ri-suonata
e resa ancor più contundente della versione originale; Pillars
W e r e H o l l o w A n d F i l l e d W i t h C a n d y S o W e To r e T h e m D o w n
e E v e r y d a y I s A C h i l d W i t h Te e t h , c o r o l l a r i i d e a l i d e l d e b u t to, chiudono e sanciscono il momento della crew newyorkese.
(6.5/10) (g.a.)
È dello stesso anno inoltre la collaborazione tra Liars e Oneida. Entrambi i gruppi sfruttano lo stato di grazia dei dischi
sentireascoltare 21
appena licenziati (il debutto per i Liars, il fenomenale Each
O n e Te a c h O n e p e r g l i O n e i d a ) p e r u n o s p l i t s i n g l e d i r e t t o
ed affascinante. Atheists Reconsider (Arena Rock Recording,
2002) conta su 26 minuti dove i Liars coverizzano gli Oneida
e viceversa: apre la compagine di Angus Andrew con Rose &
Licorice, song rieditata secondo dettami Eno-iani (alla Needles In The Camel’s Eye, per intenderci) per poi essere seguiti
dagli Oneida nella punkoide Privilegee, Fantasy Morgue sino
a l m a r t i r i o d i E v e r y D a y I s A C h i l d W i t h Te e t h d e d i c a t o a i
cugini newyorkesi. La palma dei più bizzarri va comunque ai
L i a r s d i A l l I n A l l A C a r e f u l P a r t y e D o r o t h y Ta p s T h e To e O f
The Famil, scanzonato esempio di improvvisazione libera che
ne rispecchia fiuto, tenacia e coraggio. (7.0/10) (g.a.)
B r ucia Strega, brucia
Viaggiando ancora per le fogne
della buona vecchia Brooklyn,
Hempill e Andrew sono ancora
alla ricerca di una scossa, di
un interiorità politica e personale. Dunque, perduta la
sezione ritmica composta da
Noecker ed Albertson, i Liars
prendono tra le loro fila Julian
Gross alla batteria, diventando definitivamente un trio.
Non è dato capire se la causa
s i a l a t r a g e d i a d e l l e D u e To r ri o meno, ma i Liars da quel
2001 non torneranno mai più
gli stessi, nella misura in cui
perderanno,
forse
programmaticamente,
ogni
legame
trasparente con la presenza
e l’attualità. La band, forse
bruciata a sua volta, piuttosto sceglierà di proseguire a
ritroso, alla sua maniera, vale
a dire legando il suono alla
sostanza teorica che lo cementa.
Il lavoro di interpretazione del
malessere radicato nell’hic et
nunc trova un equivalente metaforico nelle leggende tedesche delle streghe, confondendo il piano mitologico a quello
concreto e fornendo alla band
la possibilità di un’esposizione
paradossalmente
più
cruda, più veritiera ed, inevitabilmente, più terrificante
dell’America della “caccia alle
streghe”. Lo slittamento viene ovviamente portato avanti
sul duplice livello tematico e
musicale: l’atrocità dei roghi
(ancora, il fuoco) deve essere
dipinta nei colori di una tavolozza oscura di suoni, e soprattutto di ritmi.
They Were Wrong So We Drowned (Mute / EMI, 2004)
Sebbene ai Liars serviranno tre anni per mettere a punto il
loro secondo lavoro, il tentativo concettuale di accusa – che
il trio si affermerà sempre più chiaramente come concept-band
– sembra inalterato rispetto a They Threw Us All, soltanto, travestito. E forse proprio questo, ben più efficace.
Facendo chiaramente allusione al rito puritano per cui una donna considerata una strega veniva annegata, e se galleggiava
era una strega e se affondava era innocente, la band rema
ancora verso l’obiettivo di una cognizione politica, scegliendo
daccapo un titolo che include i due pronomi “loro” e “noi”, lì
dove quel “noi” ricalca il ruolo della vittima del “loro”, dello
sconfitto dal sistema e dalle sue superstizioni. Come i caduti
delle guerre o degli attacchi terroristici (tanto per dire le cose
così come stanno) vengono praticamente buttati in fosse comuni e poi ricordati attraverso il ricorso ad un monumento collettivo catartico, così le streghe della società arcaica bruciano e
si purificano sul rogo, fornendo alla collettività assassina un
perfetto rimedio per ovviare al senso di colpa, un tampone in
grado di assorbire l’emergere della coscienza.
Alle fiamme si affianca il sangue. Il rituale sabbatico che il
sound dilaniato di Broken Witch sembra suggerire ed evocare
mediante un uso ossessivo e destrutturato degli arrangiamenti,
culmina con una sorta di rifiuto dell’umanità: la soluzione possibile più appetibile, tra le tante, sembra essere abbracciare la
natura propria ferina (“I no longer wanna be a man, I wanna be
22 sentireascoltare
a horse”), celebrare l’allontanamento dalla condizione riflessiva per immergersi nella trance che Steamless Rose From the
Lifeless Cloak allunga in un brodo primordiale di percussioni,
che rimandano al kraut nebuloso e irriverente dei labelmates
Mute Einsturzende Neubauten.
Anche quando le parti si riassestano e la sezione ritmica e
vocale ritrovano una loro apparente unità, quasi nuovamente
punkfunk con There’s Always Room for the Broom, anche allora
ad essere veramente al centro del discorso è una scopa, ovvero un mezzo perfetto per fuggire, volare via, controllare da
lontano. E planare verso il basso alla ricerca di vendetta, come
b e n e e s p r i m e l ’ “ I w i l l d r i n k y o u r b l o o d ” d i I f Yo u ’ r e A W i z a r d
t h e n W h y D o Yo u We a r G l a s s e s , b r e v e i n t e r m e z z o c h e s t e n d e
la propria ombra sanguinaria su We Fenced Our Houses With
Bones of Our Own. Qui, come altrove, è evocato il volo come
e m o z i o n e d e m o n i a c a : “ f l y, f l y, t h e d e v i l ’ s i n y o u r e y e s , s h o o t ,
shoot”, ripete la voce cantilenante di Andrew su di un tappeto
sottile di charleston – e non sembra eccessivamente forzato
pensare ai piloti musulmani indemoniati di cui abbondano le
reti multimediali statunitensi (7.8/10)
Due singoli (precedente al disco uno, successivo l’altro) per
il nuovo They Were Wrong So We Drowned: se There’s Always
Room On The Broom (sempre cd e 10”) vede la presenza di due
inediti, Skull & Crossbrooms e Broom, dovuti ma dispensabili,
è il seguente We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our
Own (cd e 7”) a rientrare di diritto tra le uscite più importanti
dei nostri, non solo per la cover (indovinata, bellissima) di Sex
Boy dei Germs, ma anche e soprattutto per i tre video-appendici di We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own,
Sex Boy e The Fountain And Its Monologue diretti dalla band e
d a t a l e M a r s h m e l l o w. ( 7 . 5 / 1 0 ) ( g . a . )
Dal Monte Calvo
al Monte Infarto
I Liars hanno una macchina
del tempo - una scopa o più
probabilmente una Delorean
dalle ali di pipistrello. E volano indietro nella storia, sempre più indietro, fino al sesto
secolo, forse, continuando nel
loro viaggio nel passato, nel
mito, in quella forma leggendario-narrativa che in tutti i
secoli dei secoli ha sempre illuminato il presente.
S e p a r a t o s i d a l l a N e w Yo r k
City che ha dato loro i natali
e che adesso pare più intenta
alla ricerca del fenomeno momentaneo che del movimento in senso stretto, il trio dà
corpo ad un nuovo lavoro che
procede di pari passo con la
fuga dalla Grande Mela in Europa.
A Berlino
nasce
e
cresce
Drum’s Not Dead, terzo capi-
tolo di una carriera che assume sempre più nitidamente le
sembianze di una saga artistica idiosincratica e surreale,
che evoca fantasmi antichi per
prendere in mano più lucidamente una situazione sfuggente e dolente. Il ricorso ad archetipi occidentali e non si fa
dunque marchio di fabbrica ed
i L i a r s d i A n g u s A n d r e w, A a r o n
Hemphill e Julian Gross sembrano ancora una volta proporsi di richiamare, attraverso certe geometrie acustiche,
il senso perduto della cultura
americana, filtrata attraverso
immagini e rituali del passato: se prima si trattava della
stregoneria, adesso pare che
si tratti della cultura giapponese. Le coordinate strettamente politiche dei due precedenti dischi sembrano essere
andate parzialmente perdute
alla ricerca di un totale esilio, ma la stoffa sovversiva
del trio resta perfettamente
evidente ed, anzi, i tessuti
della creatività sembrano più
stretti, più coesi. Come se
una qualche liberazione fosse
finalmente arrivata, come se
una possibilità di pace, infine, fosse data – ma soltanto
a molti, molti chilometri dagli
Stati Uniti. Concretamente imm e r s i n e l Ve c c h i o M o n d o .
sentireascoltare 23
gioca con riferimenti tritati e
rimasticati,
con
l’obiettivo,
in effetti raggiunto, di discostarsi dalla scena di Brooklyn,
NYC che li ha maturati in seno
ed espulsi poco dopo.
Drum’s Not Dead (Mute / EMI,
20 febbraio 2006)
In They Were Wrong, ad essere chiamate a raccolta dal
Monte Calvo sonoro costruito
dalle percussioni in primo piano del trio, erano proprio i fantasmi vendicativi e sanguinari
delle streghe; adesso sono le
percussioni stesse, in un certo senso, ad essere evocate
– com’è evidente dallo stesso
titolo del lavoro. “Drum” ovvero Cassa (batteria, timpano)
non è morto e nell’assiologia
onirica del disco, in cui ombre e oggetti perdono definitivamente le forme e i contorni
che gli sono proprie nel mondo reale per trasformarsi nei
simboli profondi che rappresentano, si tratta di un personaggio che incarna lo slancio,
la creazione stessa e che si
contrappone a “Mount Heart
Attack”, suo opposto negativo
di dubbio e aridità.
L’ e v i d e n z a a r i g u a r d o è c o s t i tuita dal fatto che sicuramente la maggiore influenza del
disco non sono unicamente i
S o n i c Yo u t h o n e s s u n a b a n d
strettamente contemporanea,
ma la musica taiko giapponese. Questa è una musica di
percussioni, suonata a partire
dal sesto secolo in occasione
di festività locali e nazionali; arte, ritualità, collettività,
consacrazione, tutti significati
condensati, dunque, nella figura di Drum, una Cassa che,
concretamente,
è
elemento
fondamentale e strutturante
del nuovo lavoro di una band
che finora, e sempre meglio,
24 sentireascoltare
Certo, il sound di Drum’s Not
Dead è assolutamente attuale. Appartiene in maniera puntuale e calzante al presente,
tanto che l’accostamento agli
Animal Collective è fin troppo
semplice e palese. Le due formazioni giocano con la sperimentazione e la fluidità delle
onde sonore, ma gli uni si arrampicano sugli alberi colorati
della natura e ne celebrano la
dimensione ludica, gli altri si
immergono fino al mento nel
fango della danse macabre,
fino all’abisso dell’incoscienza orgiastica. Come Feels, anche Drum’s è un concept - una
parola che per quanto abusata
viene tirata fuori dalla testa
di chi ascolta quasi con la forza – e basta dare un’occhiata distratta alla tracklist per
accorgersene. Si parte delicatamente o quasi, introducendo Mt. Heart Attack con Be
Quiet Mt. Heart Attack, legata
ad un didgeridoo dalla forza
c o e s i v a . I l c a n t a t o d i A n d r e w,
come sempre, mette a disagio: è biascicato e cavalca
un tappeto di suono vibrante,
che alterna alcuni colpi secchi ad un crescendo vorticoso
di batteria che quasi preannuncia e sembra consigliare
di non sfidare la montagna.
Durante Let’s not Wrestle Mt.
Heart Attack, infatti, quel medesimo digeridoo si fa sempre
più sordo e aggressivo, appena cesellato da una chitarra;
ed il cantato, da biascicato,
si fa urlo selvaggio e primit i v o . L’ e n t r a t a i n s c e n a d e l
“bene”, di Drum, corrisponde
effettivamente all’ingresso in
una zona più solida e levigata del disco, accorpata nel
doppio episodio A Visit From
Drum e Drum Gets a Glipse:
l’ispirazione, sostenuta da un
coro in falsetto, plasma sen-
sibilmente la matassa oscura
di cui, è chiaro fin dal principio, Drum’s Not Dead è costituito per tre quarti. Improvvisamente, It Fit When I Was a
Kid emerge tremando sotto il
peso delle percussioni in netto stile taiko, che continuano
a minacciare – e inquadrare
- ogni singolo movimento degli altri strumenti, culminando
nella maestosa Drum and the
Uncomfortable Can: entrambi i pezzi, per potenziale demoniaco e schemi dilatati/ossessivi di arrangiamento, non
sarebbero stati fuori posto in
They Were Wrong.
Infine, c’è la catarsi: The
Other Side of Mt Heart Attack
sembra suggerire fino a che
punto quel “lato oscuro” della creazione, ricercato e fuggito, possa a sua volta farsi
fonte di rivelazione. Quello
che i Liars - sciamanici, terrorizzanti, attraenti e repellenti
– succhiano e sputano ballando sulle ceneri dei loro e dei
nostri demoni. (7.8/10)
Ancora memorabilie per i singoli - precedenti al disco - It
Fit When I Was A Kid (cd e 7”)
e The Other Side of Mt. Heart
Attack (cd e 7”): infatti il primo, oltre all’esaltante remix di
It Fit When I Was A Kid, regala gli inediti Frozen Glacier Of
Mastadon Blood, Bingo! Count
Draculuck e ben tre video addizionali. Formula che si ripete anche per il secondo, con
la nuova Do As The Birds, Eat
The Remains che correda una
tracklist di remix (The Other
Side of Mt. Heart Attack, Drum
And The Uncomfortable Can) e
soliti (quattro) video. (7.5/10)
(g.a.)
monografia
Mark Stewart
Return of the giant earthquake
di Edoardo Bridda
Il funk-punk, la disco punk dei circoli intellettuali, il trip pop e l’hip
hop illuminato di allora come di oggi. La storia della musica contemporanea
deve molto a uno come lui e del resto ...niente sarebbe come è senza Mark
Stewart.
Parli con Mark Stewart e non ci puoi credere.
Attorno a te, l’incontenibilità di un bambino
che s’agita nella massa corpulenta di un adulto. Le mani grandi di un gigante e le dita tozze
d i u n c o n t a d i n o . L’ o c c h i o v i s p o e c u r i o s o c h e
si fa largo oltre il tuo. Lo sguardo schietto che
parla per emozioni semplici e dirette, tra te e
il destino.
29 Ottobre 2005. Seduto su una sedia tra
l’asfalto e la campagna bolognese, con indosso soltanto una camicia aperta modello tamarro e un paio di normalissimi pantaloni neri,
Mark Stewart è davanti a me in una fredda serata autunnale. Il termometro misura al massi-
mo otto gradi, l’umidità penetra le ossa, eppure, ancora accaldato dal concerto, gomiti sulle
ginocchia e birra in mano, l’omone imponente
di quasi due metri è pienamente a suo agio:
il fisico inizia a chiedere una pausa, l’umore
scopre un misto di svagatezza e stordimento
ma l’adrenalina impazza tarpando i bad mood
del caso. Mark ha appena terminato un concerto dalle fortune altalenanti al Link di Bologna,
con il motore un po’ freddo all’inizio ma con
lo scoppio dei cilindri verso la fine, con tanto
d’ovazione. Lette le critiche extrapositive della stampa specializzata riguardo alla data romana e quella milanese, deve essere stato un
sentireascoltare 25
caso isolato, per cui nessun
dubbio sull’ottimo andamento
della tournée del grande ritorno. E come poteva essere altrimenti? I Maffia sono grandi
professionisti e figuriamoci,
in questa occasione, al desk
c’è pure sua eminenza Adrian
Sherwood, produttore dub illuminato con più di cento album
alle
spalle,
amico
d’infanzia e compagno di avventure
dell’uomo dal 1979 fin dalla
fondazione del sound system
(ed etichetta) On-U Sound, insomma una vera assicurazione sulla vita. Mark è in una
botte di ferro e il momento è
quello giusto non solo per intervistarlo, ma anche per conoscerlo, per rivivere con lui
una delle più belle avventure musicali degli ultimi anni,
e infatti, l’ex Pop Group è lì,
vestito soltanto di sé, sincero
come se stesse chiacchierando con un amico (del figlio).
La chiacchierata che tuttavia
segue a queste premesse è
piuttosto spiazzante: l’antenna politica, il battito d’ali dell’ultra sinistra, l’oracolo della
dissoluzione occidentale, la
mente del gruppo che inventò il funk-punk e molto di più,
sarà proprio l’uomo che sta
di fronte a me? Iniziamo col
parlare di politica e del mondo
che è cambiato dai tempi del
Pop Group e Stewart ti racconta fiero (e con sguardo quasi
commosso) di sua madre che
si scaglia contro Bush, “lei
che ha quasi ottant’anni”. Gli
parli di globalizzazione musical culturale e lui ti risponde
che è convinto che la “gente
in Europa come negli Stati
Uniti sia maggiormente consapevole oggi” di quando iniziò
a suonare.
Mark Stewart è un personaggio totalmente differente
dall’icona
tramandata
dalle
copertine degli album, dall’intellettuale sprezzante spacciato dalla stampa. Provo a
istigarlo, chiedendogli cosa
abbiamo perso e cosa gua-
26 sentireascoltare
dagnato da questa presunta
nuova consapevolezza e lui,
intuito il carattere intellettuale di quel che avrei argomentato, risponde senza vergogna
parlandomi di origini working
class, dell’ambiente operaio
con il quale la sua famiglia ha
convissuto da generazioni in
quel di Bristol, città che mi si
dipinge nella mente come un
sobborgo industriale ai confini
con la campagna. Per togliere
ogni dubbio sulla sua genuina integrità mi parla pure di
cari amici sparsi per il mondo (Spagna, Sud America…),
loro sono gli intellettuali con i
quali dovrei parlare di sistemi
politici e economici, lui preferisce darmi notizie su suo
figlio che ascolta Eminem e
lo prende in giro. Una frase,
a questo proposito, gli è rimasta impressa. Me la recita
e n t u s i a s t a “ - H e y, c h i è q u e l
goffo omone che ciondola sul
palco?”“- Quel deficiente del
babbo!” esclama compiaciuto.
Mark il paesano schietto, casa
e famiglia… chi se lo sarebbe immaginato da uno che ha
passato praticamente tutta la
vita a sradicare ogni fede nel
progresso e nella politica sotto i colpi di invettive e di un
sound lacerante e in perenne
rimescolamento,
distruzione
di generi e stilemi? Proprio lui
che cantava paranoico We Are
All Prostitutes, recitava Blake
sopra a un campione dell’inno nazionale inglese sommerso da cannonate breakbeat e
overdub, l’autore di un album
pauroso come As The Veneer
O f D e m o c r a c y S t a r t To F a d e !
Eppure un collegamento trova
presto un paradossale viatico nelle mie sinapsi contorte.
Mentre le frasi si avvicendano, scopri, che l’omone di Bristol è anche uno di quelli che
ha cresciuto pascolianamente
il bambino che c’era in lui, e
pensi anche che quello sguardo vispo, ingenuo e eccitato
sia quanto di più naturalmente punk ci sia sulla terra (con
buona pace di Giovanni e Giacomo, siepi e nebbie).
E si sa, i bambini vedono gli
adulti
grandi,
grandissimi,
enormi più di lui che già a
16 anni, quando iniziò con il
Pop Group, era alto 1,80 cm.
A detta di molta critica specializzata, l’avventura dentro
e fuori al Pop Group è stata
tra le più radicali, ma anche
tra le più incisive degli ultimi
trent’anni musicali, e come si
potrebbe altrimenti spiegare
perché uno come lui continui
a marcare così distintamente
il proprio territorio da quello dello stardom punk? “Sono
sempre tutti lì, siamo ancora
amici”, dichiara disarmato, riferendosi al circuito allargato
dei compagni di gioco, menzionando di sguiscio di session
recenti con il chitarrista che
f u d e i P. I . L . “ E J o h n L y d o n ? ” ,
gli chiedo senza esitazione,
“I Sex Pistols sono stati il
gruppo che ci ha fatto esclam a r e ‘ H e y, q u e s t o g r u p p o c i
assomiglia, possiamo farcela
anche noi!’”.Certo ma John
Ly d o n ? L’ h a i c o n o s c i u t o ? C h e
differenza vedi tra te e lui?.
La risposta non varia: “i Sex
Pistols sono stati il faro della
rivoluzione punk”. È come se
l’ex Pop Group vedesse Rotten non come singolo ma come
gruppo, un mito extra corporeo, e di converso percepisse
se stesso come una persona
qualsiasi che, anzi, ha sempre
pensato di aver sbagliato tutto. Gli domando se è questo il
motivo di anni di silenzio e lui,
candido, confessa “ho pensato cento volte che tutta questa
cosa fosse’ all rubbish’, negli
ultimi anni l’ho rimuginato più
a lungo, ecco quanto è successo”.
Come tanti artisti né intellettuali né esperti tecnicamente, Stewart non si considera
un performer padrone di quel
giocattolo intoccabile che è il
music business, un professionista che tiene a guinzaglio il
proprio talento perché possa
sopravvivere e farsi apprezzare con il susseguirsi degli
album e delle tournée (…sto
pensando a Bono Vox per dirne
uno…). E’ un cantante autodidatta che ha messo in scena
un unico copione fin dall’inizio: l’imitazione radicale - per
noi sublime – e maldestra per lui - dei vocalizzi giamaicani più arrabbiati e politicizzati. Qualcuno ha parlato di
Brecht, tuttavia Mark non ha
mai frequentato i seminari sulle tecniche di straniamento,
semplicemente ha inseguito le
proprie elucubrazioni con una
vocazione, un po’ visionaria e
anche un po’ hippie.
In questa chiave di lettura che
lo vede un irrequieto e spiazzante bambino cresciuto nel
corpo di un orso dalla pellaccia resistente, un utopista ben
celato dietro alla maschera
della sua generazione, è inevitabile che la mia mente voli
su una delle sue frasi più celebri a proposito della ragione sociale Pop Group. Mark
mi ripete quel pensiero con
una certa fierezza “C’eravamo
chiamati Pop Group perché
quel che facevamo era la nostra pop music”. E perché no,
per Stewart, cresciuto con il
sound giamaicano a due passi da casa, scimmiottare i rastafari dev’essere venuto tanto naturale quanto mescolare
quei vocalizzi con una sana e
distruttiva voglia di affogarli
con tutto ciò che poteva reperire in giro, in particolare
il funk, groove di moda nell’Inghilterra urbana anti-prog
che verso la metà dei Settanta catalizzava attorno a sé un
insieme di locali con una propria sottocultura fatta di abiti anni ’50 e mosse di ballo
particolari. Mark il lungagnone gabbava le cassiere già a
quattordici anni ed era uno
di loro, un Kit Chap (come li
chiamavano a Bristol i ragazzi
di quel giro).
E a noi quest’intervista piace
finirla in questo modo, concludendola dove tutto è iniziato. Mark l’infante anarchi-
man e Solid Gold Easy Action
di Marc Bolan; poi è la volta di
qualche inedito come Genius
Or Lunatic e Color Blind (questi brani vedranno la luce nel
p o s t u m o W e A r e T i m e , To u g h
Trade, 1980), infine apre numerosi act dell’epoca quali
Pere Ubu, Patti Smith, Elvis
Costello e The Stranglers.
co, il ballerino funk e infine
l’antennona, il catalizzatore
degli umori delle strade, il
ruminatore dell’ipocrisia dei
media. Uno e trino, l’uomo è
figlio della torrida estate inglese del ‘77, un emblema del
melting pot afro-britannico dei
sobborghi del Regno, ma ora
basta con le retoriche: Mark
Stewart era ed è un tipo normalmente …straordinario.
La piccola notorietà conseguita porta all’incisione del primo
singolo, She Is Beyond Good
And Evil. Il brano è già un
manifesto estetico, nondimeno tra i più significativi della
storia del rock; uno shock di
accordi sincopati in contrappunto con una sezione ritmica
lontana parente dei Pere Ubu
scuote quello che di fatto è un
anthem punk passato al filtro
del dub e riarrangiato in chiave free-jazz. Nelle parole dello stesso Stewart (di ieri come
di oggi): “Non era punk. Il
punk era già successo.Eravamo uno o due anni più giovani delle punk band e io avevo
sempre amato la black music.
Frequentavo i funk clubs e
perciò volevo suonare funk.
Pensavamo veramente di ess e r e f u n k y, m a n o n s a p e v a m o
suonare bene e allora suonavamo fuori tempo, così pensammo di essere avant-garde.
Tu t t i q u e s t i v e c c h i g i o r n a l i s t i
venivano da te e iniziavano a
parlare di Captain Beefheart.
Non potevo sopportare Captain Beefheart. Pensavamo di
essere qualcosa come Bootsy
C o l l i n s … ” ( f o n t i : h t t p : / / w w w.
uncarved.org/music/maffia/
maffia.html; intervista di SA,
Link 29 ottobre 2005)
We T h o u g h We We r e
A Fu n k B a n d - I l P o p
Gro u p
“Che cosa cercate di rappresentare con il Pop Group?”
”Siamo i beatnik di domani”
(da un’intervista di Steve Walsh,1979)
Composto da giovanissimi residenti a Bristol, il Pop Group
nasce nel 1977 dall’iniziativa di un giovanissimo Mark
Stewart e del chitarrista John
Waddington.
Simon
Underwood (basso), Bruce Smith
(batteria, percussioni) e Gareth Sager (sassofono, chitarra) si aggregano subito dopo e
la carburazione è delle più rapide. Il neonato gruppo inizia
a farsi le ossa al Tiffany Club,
dove aggiusta il tiro con una
serie di cover tra le quali Pablo Picasso di Jonathan Rich-
sentireascoltare 27
Certamente
l’argomento
è
ozioso e in qualche misura
una posa tipica del rock, proprio come quella assunta - e
forse iniziata - da Lou Reed ai
tempi di Sister Ray (che tutto
è tranne un brano suonato a
caso). E comunque - si legga
l’introduzione - non è Stewart
l’ideologo del gruppo, bensì la
sua antenna. Più specifiche le
argomentazioni della stampa
più acuta del periodo, in particolare del giornalista (anche musicista) Steve Walsh
al mensile Zig Zag nell’aprile/
m a g g i o d e l 1 9 7 9 ( c f r. J u k e b o x
all’idrogeno, n.1, pag. 39): a
suo avviso, da un punto di vista estetico, la sola band con
la quale il gruppo sente empatia sono i This Heat. Non ha
tutti i torti: è da una componente primitiva fatta di percussioni africane e nipponiche
(la musica taiko che ritorna
oggi con i Liars nel recente
Drum’s Not Dead) che molte
delle sperimentazioni del Pop
Group prendono ispirazione.
Tuttavia la musica del combo
si pone un obbiettivo che va
oltre l’aspetto musical-sperimentale, essa infatti esprime
il rifiuto dell’Occidente attraverso una militanza che ne
denuncia i tratti claustrofobici (espressi tanto nelle sonorità quanto nel vocalizzo),
che combatte il complete control dei potenti attraverso una
pioggia di suoni disordinati e
dissonanti, e ancora, si qualifica come colonna sonora di
una delle rivolte più disperate
di sempre, un rituale sciamanico per impossibili party paranoici.
Sebbene Stewart vada fiero
della componente “popolare”
del Pop Group (nella nostra
intervista, come in molte del
passato, una delle sue frasi sempreverdi è “we though
we were pop”) il nome stesso
della band è irrisorio e programmatico al tempo stesso.
Il gruppo non era certamente
figlio del giro delle art school,
28 sentireascoltare
come anche era formato da e
per la working class britannica, tuttavia, il risultato è
l’esatto opposto di quello che
una “pop” band rappresenta
nell’immaginario collettivo. La
musica è infatti un jazz-funkpunk d’avanguardia, un ibrido
da brividi tra il rock dei Pere
Ubu e il (troutmask)freakout
di Captain Beefheart, il free
jazz (Coleman e Coltrane), il
ritmo funk della black music e
la musica colta del Novecento
( Va r e s e s u t u t t i ) . A l l o s t e s s o
tempo - e in sintonia con altri apocalittici quali Residents, Chrome, Renaldo And The
Loaf - il progetto mira a dipingere la tela di una apocalisse
a tinte Bosch-iane tanto presente quanto prossima ventura. La sua visione è quella
di una umanità devastata dal
capitalismo, dallo sfruttamento e dalla legge del più forte.
L’ u r l o m u n c h i a n o e a s s i e m e
l’incentivo per tutti i dissidenti della terra.
Pubblicato (paradossalmente,
ma neppure troppo, visti i precedenti e coevi casi punk del
Regno) per una sussidiaria
della Warner Elektra Asylum,
l a R a d a r, i l p r i m o l a v o r o s u l l a
lunga distanza del Pop Group
è l’indimenticato monumento
di quanto argomentato fin’ora,
un album d’importanza capitale, il principio di una serie
di fertili contaminazioni nella
scacchiera del contemporaneo
post-punk.
Sulla
copertina
campeggia una “Y” scritta con
il sangue su una foto dominata da toni grigi. La foto ritrae
una grottesca armata di quelli
che sembrano aborigeni mascherati. Gli aborigeni hanno
lance e perizomi, ma il colore
grigio toglie loro ogni aspetto
di umanità. Sembrano piuttosto qualcosa come dei pupazzi, o delle statue di cenere,
o un ammasso di umanoidi
sbucati dalle viscere della
terra. La Y si pronuncia come
“why?”: “perchè?”.
Y è l’espansione in musica della domanda primordiale posta
dal titolo, un grido collettivo
attraverso quarantacinque minuti di musica sconvolta, suonati come per puro istinto di
sopravvivenza.
È il funk-punk di Thief Of Fire,
dall’evidente
riferimento
al
mito di Prometeo (che sfidò
gli dei a favore degli uomini), a issare il sipario: la voce
allucinata di Stewart affonda
tra un assolo dissonante di
sax, le propulsioni del basso e soprattutto tra silenzi di
una terra desolata. È un brano fondamentale sia perché
darà il la chitarristico a tutta
l ’ e s t e t i c a d e l G a n g O f F o u r,
ma anche perché rappresenta
il degno contraltare britannico delle “danze moderne” predicate dei coevi Pere Ubu. Il
trucco è già chiaro, consiste
nel lacerare le canzoni con
basso e chitarre per poi rappezzarle
con
arrangiamenti
eccentrici: quest’ultimo ruolo
viene rivestito dal sax nella
appena citata Thief Of Fire e
dal pianoforte in Snow Girl,
l’elegia di un Beefheart senza
speranza. Il resto dell’album è
di fatto una raccolta di piece
d’avanguardia: Blood Money è
musica industriale, l’estremo
lamento di un reietto stritolato dal regime; l’inno We Are
Time (il brano più filo-ubu) si
rivolge all’esercito di dannati
cui si rifà il disco (“your world is built on lies”). In particolare, nella seconda metà si
sprofonda verso la follia e la
disperazione più ancestrali.
Il suono si carica di paura e
allucinazioni:
dal
quadretto
per piano e voce di Savage
Sea (improvvisazione libera
di piano, effetti elettronici,
suoni occasionali, voci distorte e narrazione sussurrata),
si arriva al deliquio abissale
di Words Disobey Me e Don’t
Call Me Pain, canti di lamento di una umanità repressa e
braccata. Nella prima, la chitarra e il basso continuano a
suonare lo stesso tema mentre
gli altri strumenti cadono nello scompiglio (metafora del ti-
tolo?). Nella seconda, la voce
incita “Let U.S. Bleed Happily / Let U.S. Bleed In Peace”.
Il disco si avvia alla chiusura con The Boys From Brazil,
un lavoro tutto di produzione
con la voce e gli strumenti
che giocano da una pista del
mixer all’altra giocando sulla
parola “vengeance”, e termina
c o n D o n ’ t S e l l Yo u r D r e a m , u n
brano in minore, dove lo sciamano Stewart giace abbandonato al centro del palco mentre il sipario sonoro si chiude
in dissolvenza, creando un
perfetto contraltare al canto
trascinante dell’iniziale Thief
Of Fire.
Lungo tutto l’album, nessuno dei componenti della band
prevarica o impone il proprio
pensiero: il tappeto di dissonanze frantumate è come un
gioco di specchi nel quale voce
e batteria vengono proiettate
ora sullo sfondo ora in primo
piano nella gerarchia del paesaggio sonoro. A dispetto della presunta ingenuità, la produzione è dunque un aspetto
fondamentale del sound che si
configura perciò come materia
viva di studio e non una presa
diretta. Nel suo complesso, Y
è un immane monumento sonoro al disordine, ad una forma
di vita alternativa allo sfruttamento del capitalismo avanzato, ad una guerra tanto utopica quanto inutile. Scatenato
fino allo sfinimento e teso fino
alle lacrime, questo è uno dei
capolavori della musica rock,
di cui coglie l’essenza in ogni
aspetto, ed è una delle massime espressioni musicali del
Novecento. (10/10)
S c i o l t o i l v i n c o l o c o n l a R a d a r,
il Pop Group passa per ovvi
motivi ideologici alla Rough
Trade nel 1980 e a inaugurare
il nuovo contratto è un singolo al fulmicotone che se non
replica la potenza di She Is
Beyond Good And Evil ci va
molto vicino. Il brano, grazie
anche all’impronta di un nome
di peso come Tristan Honsinger (violinista noto soprattutto per le free jam con Cecil
Ta y l o r e i l c h i t a r r i s t a D e r e k
Bailey), rappresenta una perfetta fusione tra istanze disco
e improvvisazione totale, mentre il testo suggella un anthem
a tutto tondo.
“Siamo tutti prostitute”, come
dire “nessuno sfugge al sistema”. Forse è la risposta al
titolo dell’esordio, probabilmente l’ennesima contraddizione insolubile che Stewart
e soci mettono sulla piazza,
l’anticipazione di quella finale
che darà il titolo alla seconda e ultima produzione della formazione, For How Much
L o n g e r D o W e To l e r a t e M a s s
Murder. Sarà che forse la sezione ritmica ha imparato o
ha deciso di tenere il tempo,
ma il free-punk-funk è ora diventato un incrocio tra darkpunk e musica industriale. Le
iniziali Forces Of Oppressions
e Feed The Hungry tradiscono un suono più normalizzato (fatte le debite proporzioni,
ovviamente),
qualcosa
come la Now Wave cara a Eno
e quel che potranno essere
i fiori del male dei PIL (The
Flowers Of Romance, Warner
1981). Dopo l’intermezzo hiph o p d i O n e O u t O f M a n y, B l i n d
Faith riprende le danze con un
basso trascinante: sono danze
sempre meno tribali e sempre
più intellettualmente urbane,
un po’ la declinazione in chiave devastata e scomposta del
d i s c o r s o c h e i Ta l k i n g H e a d s
stanno portando avanti negli
stessi anni.
Anche in questo caso la seconda metà del disco concentra tutte le derive più avanguardiste: How Much Longer
e There Are No Spectators
sono sermoni di Stewart su un
sentireascoltare 29
sottofondo di ritmi spezzati e
dissonanze, che però, rispetto
al primo lavoro, hanno paradossalmente perso mordente
sul fronte della produzione.
Insieme al dance-funk di Justice, Communicator cerca di
riscattare il disco con cinque
minuti di improv brotzmanniana, ma poi è Rob A Bank sul
filo del ballabile dissonante
à la James Chance And The
Contorsions
a
concluderlo,
a dimostrazione che l’intento è militante e non artistico.
(7.3/10)
In seguito all’uscita di For
How Much Longer…, il Pop
Group
innesca
consapevolmente un conto alla rovescia,
in sintesi, gli ultimi atti vedranno: la realizzazione di un
7’’ assieme alle Slits con Where There Is A Will, una sorta
di joint venture per la serie
il diavolo e l’acqua santa, la
naiveté pop-punk-reggae e la
follia avant; un ultimo concerto a Helsinki - documentato
anche in un bootleg con il titolo di Mona Mona, che contiene anche brani tratti da un
live di Mark Stewart & Maffia
del 1985 - e la realizzazione
della summenzionata raccolta
intitolata We Are Time (Rough
Trade, 1980).
Una frase lapidaria come poche,
concessa
alla
rivista
Slash in quel periodo “Serve
davvero fare un altro disco?
A cosa pensi possa servire?”
( c f r. J u k e b o x a l l ’ I d r o g e n o N . 1 ,
pag. 42), mette irrimediabilmente fine alla missione.
(contributi di Lorenzo Casaccia per “Y”)
30 sentireascoltare
Adrian Sherwood e la Conspiracy Of Outsiders
In verità è una rinascita sottoforma di una mutazione: per
un breve periodo Bruce Smith, John Waddington e Mark
Stewart si uniscono alla “Conspiracy Of Outsiders” un collettivo organizzato da Adrian
Sherwood.
Quest’uomo è la figura chiave
della diaspora del Pop Group
e molto di più: da fallimentare
manager di label reggae verso la metà dei Settanta, era
riuscito non solo a trovare un
assetto soddisfacente come
discografico formando la OnU nel 1979 (nel roster tra gli
altri Price Far I e Bim Sherman), ma era anche diventato produttore e remissatore
acclamato. Oltre a pubblicare
lavori di settore, si era avvicinato al punk remissando Man
Next Door delle Slits (la band
di Ari Upp derisa in principio, ma consacrata in seguito come antesignana del rrriot
girl movement), e successivamente lo Slates EP degli integerrimi Fall, diventando così
il trait d’union tra la comunità reggae e il punk. I suoi
interessi del resto dilagavano anche verso la comunità
dei funkers e quella più colta dei free-jazzers. I New Age
Steppers - collettivo del quale
fanno parte i tre citati membri del Pop Group, Style Scott
e George Oban degli Aswad,
il jazzista purosangue Steve
Beresford, Viv Alberatine e
Ari Up delle Slits, Vicky Aspinall delle Raincoats, Charles
“Eskimo” Fox, e altri ancora sono il risultato delle urgenze
aggregative del carismatico
produttore, un piccolo sogno
di comune musicale e sound
system di nuova concezione
La prima uscita omonima per
la On-U nel 1981 presenta un
sound forgiato su un solido
reggae dub, seppur costantemente sporcato da inserti elettronici e found music, dove
alle sperimentazioni radicali
e “negative” sono, al massimo, preferiti sipari strumentali nello stile del Metal Box dei
PIL (Radial Drill). (6.8/10)
Tra le varie divagazioni è sicuramente la splendida voce
di Ari Upp (al canto in quasi
tutti i brani) a dare l’unità stilistica al progetto (ne è testimonianza più compiuta l’exotica prova - Action Battlefield
- dell’anno seguente), mentre
il contributo di Mark Stewart
come di Bruce Smith e John
Waddington è confinato in retroguardia. In particolare, il
vocalist è presente in un unico episodio, per altro trascurabile (il downtempo robo-dub
di Crazy Dreams And High
Ideas). Con ogni probabilità
non c’è nessuna scelta programmatica in questo, e del
resto è un periodo di riassetti
musicali: Gareth Sager e Bruce Smith formano in quel periodo i Rip Rig & Panic, John
Waddington e Dan Catsis dann o v i t a a i M a x i m u m J o y, C h e l tenham e Simon Underwood i
Pigbag, e Stewart - assieme
a Style Scott, Errol “Fabbla”
Holt e Eric Lamont - i Mark
Stewart & Maffia.
Warning! Your Under
Control - Mark Stewart
Solista
Fissato da più di un anno con
la Sugarhill Gang e Grandmaster Flash, l’ugola che fu del
Pop Group cerca nuove direzioni, tentando di rifondare
la lezione del gruppo madre
alla luce delle sperimentazioni della nascente cultura hip
hop dei ghetti più violenti di
N e w Yo r k : s a r à d i f a t t o q u e s t a
la via maestra a riprendere lo
spirito Pop Group più ortodosso, portandolo altresì verso
nuovi lidi espressivi.
Con l’eppì Jerusalem (On-U
Sounds, 1983), e poco più tardi con il long playing Learning
To C o p e W i t h C o v a r d i c e ( O n U Sounds, 1983), le idee del
cantante confluiscono in una
radicale e inedita visione agit
prop, fatta di sample cuciti con
la spilla (anzi con lo sputo),
ritmiche composte premendo
bottoni di una beat-box, tipiche tastierine con l’eco del
reggae affogate nell’acido e
riverberi electro-noise a ronzar come pestilenze.
Facendo roteare cinici declami
a mo’ di pale di un elicottero
sull’epicentro del delitto, praticamente solo di fronte alle
libertà concesse dal mixer e
dal multitraccia (e uno spazio irrisorio lasciato alle parti suonate), Stewart presidia
un amalgama traballante dove
ogni avvenimento acustico entra e esce di scena senza una
ragione, nel quale ogni sugge-
stione galleggia a vista in un
singhiozzo asmatico di hip e
d i h o p . L’ a s c o l t o s i c o n f i g u r a
in un continuo scarto arrangiativo di segmenti ballabili, ma
incapaci di far ballare: a volte
i bassi e campioni sono tirati
talmente allo spasmo da stridere contro le casse facendo
collassare il mezzo analogico.
finale dell’avanguardia di Y.
Nel 1984 Adrian Sherwood affianca a Stewart tre musicisti
provenienti dall’idolatrata Sugarhill Gang (il collettivo antesignano del rap guidato da
Grandmaster Flash, autore tra
l’altro di The Message e Rappers Delight, hit milionari agli
inizi degli anni Ottanta). Per
È proto glitch in salsa free hip
h o p . L’ A u t e c h r e s o u n d g r o u n d
zero molto prima della sua nascita. I momenti di distensione (anche le uniche occasioni per sentire qualche parte
suonata con continuità) sono
chiaramente
esigui:
Liberty
City sfodera un languido registro soul su basi synth (quasi pop) contrappuntate dalle
movenze malate di una tromba jazz e coro gospel, Don’t
Yo u E v e r L a y D o w n m u o v e s u
territori più tipicamente dub e
smalti messicaneggianti, infine l’esotica The Paranoia Of
Power trasforma alcune ritmiche della Sugarhill Gang in un
orgia di tamburi magrebini.
L’ a p i c e d e l d i s c o è c o m u n q u e
Jerusalem,
uno
spaventoso
declama stewartiano su un testo eponimo di William Blake.
Una Revolution 9 che vede
l’inno britannico e una tastierina da giochi olimpici, fade in
e fade out da una base dub e
percussioni legnose. (7.5/10)
il crooner è uno dei regali più
belli e insperati, per il pubblico un po’ meno: per chi si
aspetta un allineamento dell’artista ai canoni estetici dell’epoca, è un violento pugno
nello stomaco.
È capolavoro d’incoerenza, un
irresistibile inno capovolto.
Sembra un capolinea dal quale
non si può che sottrarsi, tuttavia è l’anticamera della prova
successiva: la trasfigurazione
Con il singolo Hypnotized sulla falsariga di Liberty City presente anche nella versione
12’’ su compact disc -, a far
da classico specchietto per
le allodole, As The Veneer
O f D e m o c r a c y S t a r s To F a d e
(Mute, 1985) è forse l’opera
più caotica e radicale della
musica contemporanea: rarissimi gli strumenti a regolare e
ordinare il flusso sonoro, nessuna pietà nel triturare qualsiasi tipo di fonte.
L’ a l b u m p r i n c i p i a c o n i l m o n i t o
di Stewart pronunciato al megafono “This Is A Restricted
Area”: non può che essere
l’annuncio di qualcosa di terribile e quel che seguirà, chiaramente, è un incubo ancor
peggiore. Con i Maffia probabilmente relegati in un angolo, a prevaricare è la smania
terroristica del cantante (e
del co-produttore Sherwood),
che moltiplica gli echi e le
fonti sonore rubate come elet-
s e n t i r e a s c o l t a r e 31
troniche, sabotate in proprio
come prese dalla strada. Sono
miriadi i brandelli maciullati:
come i canti muezzin catturati in presa diretta (Unlisted),
i testi di Burroughs strappati
al tempo (Paid It All Back), gli
hard rock caciaroni (The Resistance Of The Cell), le psicosi
vertiginose Throbbing Gristle
di, l’ex Pop Group torna sul
mercato con un album omonimo che segna l’inizio di nuovo corso. La copertina con il
microchip illustra una ragione
sociale spoglia del + Maffia
(Mute, 1987), eppure il lavoro si contraddistingue per un
inedito lavoro di squadra.
Attraverso il filtro di una sam-
le angosce per la nascente
pestilenza dell’AIDS nei club
neri della Grande Mela), che
si presenta come una favolosa
samba techno pop tra Kraftwerk e Moroder (e questa sì, pur
in veste funk, è decisamente proto-acid house di primo
p e l o ) . L’ a l b u m , o l t r e c h e p e r l a
maggiore fruibilità, spicca an-
(As The Veneer Of Democ r a c y S t a r t s To F a d e ) , l e v i s i o n i r o b o t i c h e p r e - C l o c k D VA
(Newton ci arriverà a fine anni
Ottanta con Buried Dreams) e
i lancinanti deliqui orwelliani
(in special modo, quando si
capiscono, contro il controllo
militare e la sorveglianza del
sistema sugli uomini).
Il missaggio è a dir poco funambolico, un collasso continuo di situazioni urbane,
swapping di canali televisivi,
torture assortite e spari infami
alla beat box. La conclusione
dell’album non può che esserne all’altezza: Waiting Room
sfodera persino un coro da
chiesa. Potente e innovativo,
vorticoso, sconnesso, As The
Veneer… sviluppa dall’humus
dub-funk primordiale del Pop
Group e dalla cultura dal quale sta prendendo piede il rap,
uno streaming para industrial,
un devasto hardcore ottenuto
seviziando allo spasmo il multitraccia. È l’espressione più
radicale dello spirito punk i
want to destroy nell’era Thatcher; impossibile per Mark
spingersi oltre con le tecnologie a disposizione. (8.0/10)
pledelia più ragionata, LeBlanc (percussioni e tastiere),
Wimbish (basso) e McDonald
(chitarra) - accreditati per la
prima volta in composizione
- partecipano a pieno titolo
alla stesura dei brani e il risultato è un album governato
da una validissima produzione nel quale, sotto la costante
guida di un dub in una forma
maggiormente
rassicurante,
s’alternano vischiosi e corroboranti downtempo e laceranti
groove per strutture quadrate
(e quindi para-danzerecce),
sotto la mano invisibile di
Sherwood che manovra maggiormente, rubando un po’ di
terreno alla pazzia iconoclasta di Stewart.
I risultati più avvincenti - oltre al trittico più “standard”
dub-funk-industrial-videodrome di Survival (una e trina nell’album con Survivalist
e la chiosa Survival “Again”)
- sono racchiusi nel febbricitante delirio afro di Anger Is
Holy (base di percussioni acquatiche tra brasile e voodoo,
inserti
radio-disturbati,
riff
chitarristico macho, cantiere batteristico cacofonico), e
nell’altrettanto serrata Fatal
Attraction (il titolo sottende
che per l’intelligenza di alcuni
furti musicali, virus dissidenti per avvelenare il sistema
piuttosto che farlo esplodere
dalle radici.
Molti dei potenti groove dell’album
contengono
infatti segmenti di brani famosi
dell’epoca, come Flash For
Fantasy di Billy Idol in Angel Is Holy, l’accoppiata Sylvian/Sakamoto in Forbidden
Colours, la famosa risata di
Thriller e I Feel Love di Donna
Summer in Fatal Attraction.
In particolare, Stranger e Forbidden
Colours
acquisiscono la forma di cover apocrife
alla maniera dei Residents,
nelle quali Stewart (melenso
e viscido proprio come l’Alan
Ve g a d i W h y B e B l u e ) , l e t r a sforma in pratiche punk continuando così idealmente la My
Way pistolsiana (attenzione al
drone ambient-tronico della
seconda: è l’ennesima anticipazione…). Menzione a parte
invece per i sample di Gymnopedie N.1 e Somewhere, rispettivamente di Satie e West
Side Story in Stranger: a detta del Wild Brunch (poi Massive Attack), il brano sarà lo
starting point della fucina bristoliana a venire, il trip hop.
Di fatti, un paio d’anni più tar-
32 sentireascoltare
(7.5/10)
Il disco omonimo troverà un
seguito soltanto tre anni più
tardi, nel 1990, con Metadron
( M u t e , 1 9 9 0 ) . L’ a l b u m s e g n a
il passo definitivo del gigante nella direzione di un sound
professionalmente e solidamente intarsiato. Per Mark è
il primo lavoro di mestiere di
una carriera, il primo a presentare un platter coeso dove
groove elettro-funk e profondi dub, oramai diffusissimi
sia nell’underground che nel
mainstream (si pensi anche ai
Living Color dei quali lo stesso bassista Doug Wimbish farà
parte), vengono spurgati delle
asprezze e adottati come ingredienti base.
È un album dal sound pieno,
maschio e rockettaro (Hysteria e Collision), che seppur
concedendo qualcosa al denso passato amato dall’ex-Pop
Group (Shame, Faith Healer),
gioca con le regole accettate
del fare musica (di ieri e di
oggi) entro modelli e ritmiche
prevedibili.
I famosi furti dell’album precedente sono un lontano ricordo: in Mammon sbuca Let’s
Dance di Bowie, ma la citazione, invece di farsi provocatoria, diventa espediente per
sfoderare le abilità arrangiative dei Maffia (e i risultati,
beninteso, sono buoni).
Persino i testi, in qualche
occasione, prendono pieghe
personali
del
tutto
inedite
(Shame). Metadron è anche
l’ennesima transizione nella
direzione delle sonorità della
Second Summer Of Love. My
Possession sfodera un’inconfondibile roland detroitiana,
un’intelligente assunzione di
un sound che sta dilagando
nei primi club house del Regno e che darà anche il là alla
prova successiva. (7.0/10)
Nel 1995 Mark Stewart partecipa alle session del primo
a l b u m d i Tr i c k y. L’ e x M a s s i v e
Attack commenta così il suo
operato: “Mark è fuori di testa,
ha portato un sacco di disordine in studio. Gira per i club
e poi porta gente incrociata per caso. Aftermath è così
tesa perché c’era lui attorno.
Si è avvicinato al desk e ha
aggiunto echi e riverberi massacrando ogni cosa. Abbiamo
tolto tutto ma c’è ancora molto del suo spirito nell’album”
Control
Data
(Mute,
1996)
esce un anno dopo ed è l’album più debole della carriera
del cantante. Al posto di LeBlanc troviamo Simon Mundey
(suo il tocco danzereccio da
body music delle composizioni), mentre sul lato della
produzione si cerca di puntare sulla potenza del suono. Certamente le tecniche di
missaggio sono ulteriormente
avanzate e la spazialità del
sound avvincente, ma se da
una parte le tracce abbracciano senza stringere al petto il
sound maturato nel frattempo
a Detroit e Chicago, la nuova
pelle maculata suona posticcia quando non vecchia di almeno un lustro (Scorpio).
Emblematica in tal senso la
svolta poppy di Dream Kitchen,
c o n i l r i t o r n e l l o t r i s t e “ Yo u
Love… Objects”, un declama
contro il feticismo ma anche
un brano facilmente commerciale. Migliore senz’altro Consumed, che vede rubato un
giro di basso di White Lines
di Grandmaster Flesh per una
traccia da techno party per reduci punk. (6.0/10)
Nonostante il trionfo dei live
show (in particolare la stampa inglese cita la performance
all’Astoria ) e un ripensamento esistenziale, il gigante di
Bristol si ritira dalle scene.
Nel 1998 dà in pasto un brano
di Control Data (Consumed)
ad Alec Empire, che lo sbrana alla maniera della Digital
Hardcore. Ma non è sufficiente l’entusiasmo militante del
berlinese per fargli tornare la
voglia di suonare.
Nei 2000, Stewart partecipa
sporadicamente
all’attività
musicale: si dedica al missaggio dei Silent Poets’ Prisons
(Factory
Records,
maggio
2000), firma un brano chiam a t o T h e L u n a t i c s A r e Ta k i n g
Over The Asylum per la compilation Chanstone Massacre (
On-U Sound, 2002), e presta
la sua voce in Psychoville di
Filter (Enough Of This?! , Angora Steel, 2005),
Il grande ritorno è storia recente.
Nel
2005
l’ex
Pop
Group torna in grande stile
con una tournée per promuovere un album che la prestigiosa Soul Jazz ha licenziato
per lui, Kiss The Future (Soul
Jazz, Maggio 2005). Si tratta di una raccolta contenente tre anthem del Pop Group
(She Is Beyond Good And Evil,
We Are All Prostitutes – nelle
versioni presenti sul singolo
– e We Are Time), alcune delle più accessibili tracce del
repertorio con i Maffia (Hypnotized, Jerusalem, Hysteria,
High Ideals & Crazy Dreams,
Liberty City e Dream Kitchen
– nella versione 12’’), più alcune rarità come Lunatics Are
Ta k i n g O v e r T h e A s y l u m , T h e
Puppet Master (con Sanjay
T) e Radio Freedom (brano
che avrebbe dovuto far parte del Indigenous Resistance project). Un ottimo acquisto per entrare nelle fibre di
uno degli uomini più influenti
dell’undeground degli ultimi
trent’anni, e se, tra gli altri
( l e g g i D FA , T h e L i a r s , ! ! ! , R a dio 4), c’è pure David Bowie
ad acclamarlo come influenza
stilistica dev’essere proprio
vero… (7.5/10)
Come annunciato nell’intervista attendiamo Stewart per
la nuova prova discografica,
che a quanto pare vedrà la
partecipazione, oltre che dei
Maffia, anche di un non ben
precisato chitarrista dei PIL.
Lo vedremo presto da queste
parti…
s e n t i r e a s c o l t a r e 33
recensioni
Belle and Sebastian
The Life Pursuit (Rough Trade / Matador, 7 febbraio 2006)
Stuart Murdoch e soci effettuano il giro di boa dei dieci anni
di carriera canonizzando la metamorfosi da culto indie “da cameretta” a classica formazione pop rock, già avviata con Dear
C a t a s t r o p h e W a i t r e s s . S t a v o l t a d i e t r o i l d e s k c ’ è To n y H o f f e r
(già con Beck, Supergrass e The Thrills tra gli altri), che contribuisce a forgiare un sound ancora più diretto e impulsivo del
predecessore; i toni si fanno a volte più rock e smaccatamente
ruffiani, anche se la componente pop resta predominante e, in
generale, c’è una certa continuità col passato, sia nelle liriche
- che tornano ad essere quadretti di gente qualunque che “lotta
per la vita”, da qui il titolo del disco - sia in certe trame sonor e , u n m a r c h i o d i f a b b r i c a i n c o n f o n d i b i l e s i n d a i t e m p i d i I f Yo u ’ r e F e e l i n g S i n i s t e r .
Cosa distingue i Belle and Sebastian dalla pletora di indomiti emuli che affolla la scena pop
rock di oggi? Perché questi ragazzi sembrano perfettamente “in parte” sia che affrontino il glam
o i l f o l k , i l f u n k o i l b l u e e y e d s o u l , i l t w e e - p o p , i l l o u n g e o l ’ e l e c t r o ? Ve d i a m o : f o r s e p e r c h é
Murdoch e compagni sottopongono ogni “influenza” a un lungo, appassionato processo di metabolizzazione (vedi intervista). Forse perché in primo luogo amano perdutamente l’oggetto del
loro fare. Ciò spiegherebbe l’intrigante miscela di riferimenti, di gentili omaggi, di vene nascoste che zampillano all’improvviso. Sentite ad esempio come le strofe di Song for Sunshine
raggrumano funk à la Sly & The Family Stone prima che il ritornello spalanchi senza tema il
soffice folk pop stile America. E quei preziosismi e le effervescenze più o meno ovunque: ghigni
elettrici, meste giocosità di tromba, cori madreperlacei Beach Boys, guizzanti fantasmini Kinks,
un piano che si trascina a sussulti, un organo evanescente, il violino che affetta i petali carnosi
del mood, chitarre agili come mai era avvenuto in passato…
Malgrado tanta estroversa eterogeneità, mai e poi mai la loro musica appare raffazzonata o
forzata. Anzi, la cognizione di causa permette ai B&S di fare le cose difficili con grazia, con
allegria, con affettuoso umorismo. Sentite con quale brio The Blues Are Still Blue, White Collar
B o y e S u k i e I n T h e G r a v e y a r d t i p r o p o n g o n o d ’ a m m a z z a r e i l t e m p o c o n u n g l a m T. R e x v e n a t o
funk al modo di certo Lou Reed. E ancora il blue eyed soul contagioso di Act Of The Apostle
part 1 (e relativa reprise). E la verve jingle jangle di Another Sunny Day. E il consueto Motown
m e l o d i c o - a f i r m a S t e v i e J a c k s o n - d i T o B e M y s e l f C o m p l e t e l y . E l e m a e s t r i e p o p à l a To d d
Rundgren del singolo Funny Little Frog…
Vi chiederete: ma i vecchi B&S, quelli che impastavano spleen periferico e struggimenti bucolic i , t e d i o e s i s t e n z i a l e e i n c a n t i a d o l e s c e n z i a l i ? O k , p o n e t e o r e c c h i o a D r e s s U p I n Yo u , a c o m e
S t u a r t s p r i m a c c i m e s t i z i a i n t a n t o c h e l ’ e r r e b ì s ’ i n z u p p a n e l l e n e b b i e d i G l a s g o w, o p p u r e p r e n d e t e M o r n i n g t o n C r e s c e n t c o l s u o t e p o r e c o u n t r y c i r c a G r a m P a r s o n s / N e i l Yo u n g ( d a l l e p a r t i d i
After The Goldrush), il piano bizzarro, l’irresistibile baluginio delle chitarre. Soddisfatti?
Insomma, The Life Pursuit è un buon disco, che ha il non trascurabile merito di schiudere nuovi
spiragli (gli ennesimi) da cui sbirciare il cuore della band. Basteranno a soddisfare i fans della
prima ora, abituati a ben altre palpitazioni? Se l’album dovesse scalare le classifiche – scopo
per cui implicitamente è stato concepito, non ci sarebbe tanto da storcere il naso… (6.8/10)
Stefano Solventi e Antonio Puglia
(nel prossimo numero: un’intervista a Mick Cooke e una monografia dedicata al gruppo)
sentireascoltare 34
Absentee - Rolling Heads,
An introduction to Absentee
(Memphis Industries-Cooperative Music/V2, 2006)
Gli Absentee sono un quintetto inglese in cerca di fortuna,
con alle spalle un’opera prima,
Donkey Stock, ben accolta dal
NME a metà dello scorso anno,
che però non ha ancora varcato i confini patrii. Le cinque
tracce qui proposte vogliono
essere
un’introduzione
alla
band presso il pubblico europeo, in attesa dell’imminente
pubblicazione del secondo album (titolo previsto: Schmotime), realizzato con l’aiuto
di James Ford (già con Arctic Monkeys). La musica del
gruppo si presenta come una
sorta di ibrido tra il cantautorato oscuro di Mark Lanegan
- il cui vocione viene letteralmente rievocato dal leader
Dan Michaelson - e lo scazzo
indie dei Pavement, elementi
che vengono subito fuori dal
singolo
Weasel,
abilmente
posto in apertura. Le restanti quattro tracce non lasciano
intravedere grandi variazioni
sul tema (a tratti certe asperità vocali ricordano le cose
più recenti dei Silver Jews,
ma siamo sempre lì), eccezion
fatta per la conclusiva Rosie,
ballad maledetta per piano
e chitarre che ricorda Waits
(sempre via Lanegan, a scanso di equivoci). Un po’ poco, e
comunque niente che ci lasci
particolarmente impressionati
(almeno per ora). (5.0/10)
Antonio Puglia
Ant - Footprints Through The
Snow (Homesleep / Audioglobe, 2006)
Antony “Ant” Harding (ricordate gli Hefner?) passeggia
sulla neve in una piacevole
giornata assolata e con voce
acuta e vena malinconica accompagna miti riflessioni acustische tutto cuore e zucchero
filato. Traspare da Footprints
Through The Snow quel comune stato di sofferenza nostalgica mista a un masochistico
ma dolce autocompiacimento.
L a f o r m u l a è n o t a . Vo c e l e g gera, miele di chitarra , organo, piano, qualche arco qua e
là, episodi equilibrati e curati. Cinquanta minuti di buona
musica senza virtuosismi. Insomma, il piacere della semplicità.
Rimangono appese alle orecchie le armonie fragili (When
Yo u r H e a r t B r e a k s , S l i p p e d
Away), gli archi e i fiati solenn i , m a i b a n a l i ( S p e n t To o L o n g
W a l k i n g W i t h N o H e a r t To F o l low, Change With The Season),
l’essenzialità melodica e compositiva (This Goodbye Kiss,
Look How This Time Flies), la
luce di una quotidianità riflessa sulla neve, macchiata solo
dalle tracce dei “nostri” passi.
Perché “nostre”, sono le storie Harding racconta. (6.8/10)
Emmanuele Margiotta
Beck - Guerolito (Interscope,
13 dicembre 2005)
Beck è uno di quelli che il remix lo tiene d’occhio. Sa che
aria tira nei sottoscala e non
gli sfugge nulla, figuriamoci i
trabiccoli a 8 bit… (Gettochip
M a l f u n c t i o n H e l l Ye s ) ; d e l r e sto Guero, Portorico e hip hop
con piroetta, era un album da
remix in nuce e il biondo, dopo
due esitazioni a metà duemilacinque, ha cerchiato pollice
e indice. Ok. Via col remissaggio globale: nel frullatore oltre ai Boards Of Canada,
Homelife, Islands, Octet, ElP, J o h n K i n g . C a n z o n i b a s t a r de, caotiche, alcune skippabili, una bella da morire (certo,
Broken Drum), una curiosa
ma - che dico - inutile (la primavera di oboe di Qué Onda
Guero rivisto dall’ex Unicorn
Islands, la più complessa del
lotto), una semplice (la versione tra marziale e delicato di Girl di Octet), un’altra
- che noia - con i soliti archi
pomposi (Heaven Hammer di
Missing). Per dire con le solite frasi fatte: con i consueti
limiti del caso, Guerolito è un
album di remix, e questi pro-
getti, si sa, vanno presi con le
dovute pinze. Andando oltre,
la raccolta lascia un amaro in
bocca particolare: non è un
lavoro confezionato male, non
troviamo grosse ingenuità da
parte dei protagonisti, piuttosto porta con sé una sensazione vieppiù diffusa, di vacuità del segno e del simbolo.
A caratterizzare Guerolito è
l’inutilità dell’effetto speciale tra montagne russe synthpop e hip hop transegnico; a
tinger la carrozzeria, gli anni
’80 che ancora impazzano (ma
che è ora metter nel cassetto). Insomma un laser show
posticcio, un Goldfinger senza oro.Old brotha Beck, what
happened to you ? (5.0/10)
Edoardo Bridda
Bloc Party - Silent Alarm
Remixed (Wichita / V2, 29
agosto - ottobre 2005)
Two More Years (single,
Wichita / V2, 3 ottobre 2005)
Ta n t o e t a l e è s t a t o i l s u c c e s so di Silent Alarm, debutto dei
B l o c P a r t y, d a m e r i t a r e a d d i rittura per alcuni – manco a
dirlo, NME in testa - la palma di disco del 2005. Come se
non bastasse, con una mossa
per certi versi fin troppo prevedibile (almeno per chi tracciava parallelismi tra la band
di Kele e i Rapture rimodellati
a d h o c d a D FA ) , s i è p e n s a t o
di affidare l’album per intero
a manipolatori più o meno illustri, a beneficio del popolo
del dancefloor e degli ascoltatori più curiosi. Non sempre i remix di dischi “rock” (o
concepiti come tali) riescono
a centrare il bersaglio - il recente Guerolito beckiano ne è
solo l’ultimo esempio -, e Silent Alarm Remixed finisce per
dimostrarlo ancora una volta.
A parte una Like Eating Glass
(Ladytron Zapatista) ancora
più dark dell’originale, un mix
“lupesco” di Whitey non particolarmente impressionante,
la Pioneers rivista dagli M83
vicinissima ai Depeche Mode
di Music For The Masses e la
sentireascoltare 35
presenza “onoraria” di Four
Te t e M o g w a i , l ’ a s c o l t o d i
questi remix risulta anzichenò
noiosetto, almeno al di fuori
della pista da ballo.
Sarà un po’ troppo scontato
dirlo ma, per dirla come loro,
that’s the way it is: la musica dei Bloc Party in sé non
ha certo bisogno di un restyle per far muovere il sedere.
Un’ingenuità di troppo, che
però siamo sicuri non nocerà
più di tanto alla band, anzi
riuscirà nell’intento di accaparrare ulteriormente proseliti. (5.0/10) In attesa della
seconda prova, di cui il rec e n t e Tw o M o r e Ye a r s , s i n g o lo pop ad alto contenuto romantico come piacerebbe al
Robert Smith più ispirato e
nostalgico, potrebbe essere
un antipasto; notare come la
versione di Banquet firmata
Mike Skinner / The Streets sia
stata pubblicata come doppio
lato A del dischetto, e la bside Hero ammorbidisce ulteriormente i toni… vorrà dire
qualcosa?(6.7/10)
Antonio Puglia
Brian Wilson – What I Really
Want For Christmas (Arista,
2005)
Pochi dubbi sul fatto che Smile – per chi ha vissuto su Marte negli ultimi due anni: il leggendario lost album dei Beach
Boys pubblicato dopo trentasette anni nel 2004 - sia stato
un piccolo grande miracolo,
soprattutto per averci restituito un Brian Wilson finalmente pacificato con il passato
e in sublime stato di grazia.
Per tutti gli appassionati del
Beach Boy ritrovato, questa
uscita non può che prolungare
tale sensazione. Un disco di
natale è un prodotto stagionale tipicamente americano, che
si sposa però perfettamente
con l’estetica wilsoniana che,
Smile compreso, ha sempre
attinto a piene mani dalla cultura del suo Paese (diventandone parte integrante, e non è
certo cosa da poco).
36 sentireascoltare
Non staremo a dirvi che What I
Really Want For Christmas non
sia un’operazione puramente
commerciale, e che non abbia
inesorabilmente impressa la
data di scadenza (da consumarsi preferibilmente entro il
natale 2005, quindi anche noi
arriveremo fuori tempo massimo...). Prendetelo piuttosto
come il desiderio di un eterno
bambino americano mai cresciuto, che si diverte ancora a
intonare vecchie carole come
quando, ventenne, sciorinava
dischi natalizi insieme a fratelli e cugini per la generazione dei suoi coetanei (di quel
periodo, vengono rivisitate le
beachboysiane The Man With
A l l t h e To y s e L i t t l e S a i n t
Nick). Anche se si consiglia
soltanto ai fan più accaniti,
l’ascolto di classici come We
W i s h Yo u A M e r r y C h r i s t m a s ,
S i l e n t N i g h t , J o y To T h e W o r ld e First Noel, arrangiati con
la consueta maestria, vale il
prezzo del biglietto. (6.5/10)
Antonio Puglia
Bright Eyes - Motion Sickness
(Saddle Creek, 15 novembre
2005)
Già
dalla
doppietta
Wide
Awake/Digital Ash si era capito che il 2005 sarebbe stato l’anno della consacrazione
– più o meno – definitiva per
Bright Eyes. Cosa può esserci
di meglio di un live celebrativo
a suggellare il tutto? Il materiale qui presentato proviene
però soltanto dal tour “acustico”, quello avviato nei primi mesi dell’anno passato in
promozione di I’m Wide Awake
It’s Morning. Quindi, lasciati
per il momento nel cassetto i
giochi con Faint e Postal Service (gustati dalle nostre parti
a Ferrara Sotto le Stelle), godiamoci in azione una band di
sette elementi - col produttore-tuttofare Mike Mogis sugli
scudi – che si prodiga in un
sound “americano” come non
mai (particolarmente efficace
in tal senso la tromba di Nate
Walcott).
Il repertorio è, manco a dirlo, folk-oriented, da At The
Bottom Of Everything a Scale,
da Landlocked Blues a Method
Acting, senza dimenticare un
paio di chicche per intenditor i c o m e l a b s i d e Tr u e B l u e o
la dylaniana When The Pres i d e n t Ta l k s To G o d ; c h i u d o no il cerchio due cover (non
particolarmente esaltanti in
verità), Mushaboom di Feist
e The Biggest Lie di Elliott
Smith. Motion Sickness è una
buona panoramica sulla dimensione
“cantautorale”
di
Oberst, anche se, ad essere
onesti, queste esecuzioni dal
vivo non aggiungono granché
all’elefantiaca produzione del
ragazzo di Omaha. (6.5/10)
Antonio Puglia
Burnt Friedman & Jaki Liebezeit - Secret Rhythms 2 (Nonplace Records / Audioglobe,
10 febbraio 2006)
Burnt Friedman e Jaki Liebezeit sorpresero un po’ tutti,
nel 2002, col primo volume
di Secret Rhythms, disco/studio sulla battuta principe del
“rock”, ovvero il 4/4. Sorpresero in primo luogo per l’aver
(ci) dimostrato come una coppia dal background tanto distante, anche per anagrafe,
possa combinarsi in modo così
naturale, e poi per il semplice fatto che quel disco rimane
ancora oggi una delle pagine
musicali più belle dei diretti
interessati (e ricordiamoci che
si parla anche di un ex Can).
Un miracolo quello del primo
disco che qui si ripete – duole
dirlo – singhiozzante nei dettagli, dato che di segreto questo secondo capitolo ha solo
cinque episodi sugli otto totali, ma evidentemente il tutto è da considerarsi un vero
e proprio progetto, poiché le
tre tracce che aprono il disco
sono riprese pari pari dal vinile Out In The Sticks, delineando così un sentiero che
porta dritti al recente ritorno
di David Sylvian sotto la sig l a N i n e H o r s e s . L’ e x - J a p a n
ricompare ancora nella leggiadria di una The Librarian
sottilmente rieditata, per poi
farsi da parte in Sikkerhed
che ritorna al suo stato embrionale,
cioè
strumentale,
mentre il ripescaggio di The
Sticks, stupenda alchimia ritmica tra l’ipnotismo di Liebezeit, l’elettronica di Friedman
e la chitarra acustica/elettrica
d e l l ’ o s p i t e Ti m M o t z e r, s i l e g a
a ciò che fu il cerebrale debutto.
La raffinatezza che era del
primo disco si ritrova nelle
restanti cinque, inedite tracce: Niedrige Decken e Broken Wing Repair Kit scorrono
fluide grazie anche al clarinetto (molto terzomondista)
di Hayden Chisholm; Mikrokasper altro non è che la coda
alla citata The Librarian; Fearer è un dub soppresso e Caracoles, tribale e mantrica,
chiude la contesa.
Tutto bello, ottimamente suonato e privo di una qualsivoglia sbavatura sonora; però
mi chiedo: perché non licenziare un ottimo five tracks Ep
invece di un sufficiente long
playing? (6.3/10)
Gianni Avella
Catfish Haven – Please Come
Back (Secretly Canadian, gennaio 2006)
I Catfish Haven sono un trio
del Missouri. Fanno soul/Rnb
sporco,
veemente,
generoso, alcolico. Costruito a front
p o r c h e b l u e c o l l a r, a c h i t a r roni acustici e corde vocali
raspose. Bianco come certi
Small Faces lasciati macerare
a trielina e bourbon. Denso e
squinternato come un’improbabile jam tra Sam Cooke e
Black Crowes. Gorge Hunter
e compagni osano persino il
lusso di ostentarsi artificiosi,
con quella strisciante complicità che è spesso di Gomez o
Strokes, e non basta la grana
lo-fi a confondere le acque,
anzi.
L’ e s s e n z i a l i t à d e g l i a r r a n g i a menti lascia poco spazio ai
preziosismi, vivaddio, anche
perché quando ci provano il
risultato lascia come minimo perplessi (vedi nel finale
di Still Hungover quella macchietta di sax senza arte né
parte, per mere esigenze scenografiche). Quanto ai pezzi,
segnalerei senz’altro la title
track - un travolgente up tempo errebì come avrebbero potuto farne dei Sonics a spine
staccate - e la conclusiva The
Love I’m Saving, che tradisce
strani sdilinquimenti bluesy
non troppo lontani da certe
ugge Jason Molina.
Insomma, la formula è eccitante, con quel piglio retrò
aggressivo, scorbutico e viscerale. Tuttavia, non so se
questo basterà a sostenere
un album intero, visto che la
scrittura è appena sopra la
media. (6.3/10)
Stefano Solventi
Coldcut – Sound Mirrors
(Ninja Tune / Family Affair,
gennaio 2006)
Complice lo status di “leggende viventi” della scena elettronica
internazionale,
unito alla proverbiale lentezza
della coppia inglese nel dare
concretezza ai propri progetti
discografici, la pubblicazione di un nuovo album firmato
Coldcut costituisce, di per sé,
una sorta di piccolo evento.
Genitori indiscussi di (quasi)
tutta la musica elettronica di
consumo oggi in circolazione,
Jonathan More e Matt Black
hanno rappresentato il punto
di
riferimento
stilistico/imprenditoriale ideale per un’intera generazione di produttori
dance, dando vita a quel fantastico compromesso tra business ed arte che risponde al
nome di Ninja Tune.
Oltremodo eclettici nella loro
proiezione discografica, i Coldcut hanno sempre stupito per
la facilità e la spontaneità con
la quale riuscivano a far dialogare i generi ed i personaggi più disparati, passando con
invidiabile noncuranza da un
brano in compagnia di Jello
Biafra ad una marchetta con
Lisa Stansfield. Una scelta,
quella di fare musica rimanendo immuni da qualsiasi tipo
di condizionamento stilistico,
che sta alla base anche del
nuovo Sound Mirrors, album
che segna il ritorno in campo
a circa nove anni di distanza
dall’uscita del precedente Let
Us Play.
Purtroppo, ciò che una volta
appariva come il tratto distintivo del Coldcut/sound, si è
oggi trasformato nel limite più
grande della coppia, incapace
di evolvere il proprio gioco ad
incastri verso soluzioni realmente originali. La stanca proposizione di abusati canovacci
house electro, ambient poetry
e break hip hop ed un’inutile, quanto irritante, ricerca
di guest star di richiamo, da
Jon Spencer ad Annette Peacock, sono le testimonianze
reali del profondo vuoto creativo nel quale i Coldcut sono
precipitati. Neanche brani di
indubbio livello come la pulsante Boogieman oppure le
conclusive Colours The Soul e
Sound Mirrors, sono sufficienti per risollevare le sorti di un
album che, lungamente atteso
e meditato, ha finito con il dimostrarsi una delle delusioni
più grandi degli ultimi anni,
triste commiato per una delle
coppie più sinceramente spavalde del firmamento musicale.(5.0/10)
Stefano Renzi
Comfort – Eclipse (Psychotica
/ Goodfellas, febbraio 2006)
Chi sostiene che il termine
post-rock ormai si riferisca ad
un capitolo chiuso della storia
del rock non ha tutti i torti. Se
però con questo termine non
si intende un genere ben preciso, bensì un nuovo modo di
leggere il linguaggio del rock
da un punto di vista più avanguardistico, ci sono ancora risorse da spendere nel panorama musicale odierno.
Eclipse, esordio degli italiani
sentireascoltare 37
recensioni
Beth Orton
Comfort Of Strangers (Astralwerks / Emi, 7 febbraio 2006)
C’era una volta, al sorgere degli anni Novanta, una ragazza spilungona e magrolina, dai colori chiari, tipici
della sua terra d’origine, la Gran Bretagna. Una ragazza
che univa la naturale propensione al folk all’elettronica di matrice inglese, grazie ad un nume tutelare quale
William Orbit, alla presenza rassicurante di Ben Watt
degli Everything But The Girl (autore del remix scala
classifica Central Reservation) e al contributo dei due
“fratelli chimici”, sempre pronti a mettere mani ai piatti.
E con tre album all’attivo, tutti usciti per la Haevenly /
E m i - Tr a i l e r P a r k ( 1 9 9 6 ) , C e n t r a l R e s e r v a t i o n ( 1 9 9 9 ) e
Daybreaker (2002) - Beth è riuscita pian piano a conquistarsi il titolo di “reginetta della folk-tronica”, salvo poi stufarsi dei suoni sintetici e
tornare alle care vecchie abitudini.
Dimenticate, quindi, le influenze della club culture e salutate una nuova cantautrice
tutta voce, emotività e chitarra: con Comfort Of Strangers si esalta l’originaria nudità di luminescenti melodie, che si attorcigliano come edera ad un cantato soffuso,
tra crooning e limpidezza vocale dalle delicate policromie, in una trasvolata che va
dal folk al soul, non perdendo di vista - nemmeno per un secondo - la terra del pop.
Armonie perfette nella loro semplicità (i frizzanti due minuti di Worms, con un piano in stile Fiona Apple e il basso a far da controcanto), che rimangono lì, in testa,
a giocare come selvaggi zampilli d’acqua (il drumming compulsivo di Tim Barnes in
Rectify), che fanno spuntare un sorriso dal nulla (la forza vitale e gioiosa dei piatti di
S h o p p i n g Tr o l l e y ) , c h e a c c o m p a g n a n o i p e n s i e r i a p r e n d e r f i a t o n e i l o r o l u o g h i o s c u r i
( l o s p l e e n d i u n a f i s a r m o n i c a p a r i g i n a i n S a f e I n Yo u r A r m s ) , q u e l l i i n c u i n e s s u n o
può entrare, perché troppo personali, fragili (Feral Children). Anche momenti pericolosi, dall’alto tasso di miele (il chorus di Conceived è fin troppo svenevole, con tutti
quegli archi a rincarare la dose, e Shadow Of A Doubt un po’ scontata nell’arrangiamento) non sfigurano la bellezza di un suono pulito eppure naturale, che richiama
l’intimità della dimensione live e l’istintività della produzione home-made (grande
merito di un Jim O’Rourke particolarmente a suo agio ed essenziale).
È la vulnerabilità ad essere svelata, con tutti i pericoli che questo può comportare,
come se Beth Orton avesse deciso di recuperare - proprio a dieci anni dal suo esordio
- una parte non solo del suo passato, ma di se stessa, quasi sotterrata da una spessa
coltre di elettronica che poco, pochissimo spazio le lasciava. Ora nel club delle donne “cazzute” (dove il termine non sta per rabbia, ma per volontà di fare scelte difficili
e p o c o p o p o l a r i ) , i n s i e m e a E m i l i a n a To r r i n i e l ’ u l t i m a C a t P o w e r p o s s i a m o s c r i v e r e
anche il suo nome. (7.3/10)
Va l e n t i n a C a s s a n o
sentireascoltare 38
Comfort, è pieno di stereotipi
del “genere”post-rock: tempi
dilatati, uso di metri dispari,
arpeggi di chitarra dissonanti. Ma è anche un bel disco.
L’ a l b u m è i l r i s u l t a t o d i u n a
gavetta, fatta di singoli e partecipazioni a compilation, tra
cui il prestigioso tributo ai
King Crimson The Letters: An
Unconventional Italian Guide
to King Crimson (Mellow Records, 2004).
La line-up comprende, oltre ai
classici chitarra, basso e batteria, anche le tastiere, spesso utilizzate come pianoforte.
E la differenza si fa sentire,
non tanto per la presenza in
sé dello strumento, quanto
per quel tocco alla Bill Evans,
che dona un’atmosfera inequivocabilmente jazzy a una musica altrimenti appiattita sotto i colpi dei solite scontate
fonti d’ispirazione, Calexico e
Mogwai su tutti.
Le luci sono fioche, discrete. Magnete e la lunga Suite
n.101 rappresentano il lato
più interessante dell’album,
la quintessenza del sound dei
Comfort: La batteria quasi
sfiorata, chitarre con un suono
più vicino al jazz che al rock e
il piano evansiano di Leonardo
Chirulli. Tutti questi elementi,
uniti ad una discreta fantasia
compositiva, sintetizzano una
formula assolutamente riuscita, per quanto non proprio “futurista”. (7.0/10)
Daniele Follero
Danny and the Nightmares
- Freak Brain (Sympathy for
the Record Industry, febbraio
2006)
Come
dovrei
considerarla,
questa cosa di Daniel Johnston in incognito, se non come
un’altro dei suoi mirabolanti tentativi d’impadronirsi del
verbo rock’n’roll? Prendendolo stavolta dal lato del garage “orrorifico” e (non sai bene
quanto consapevolmente) caricaturale. Benedicendo il tutto con quello sguardo che senza curarsi di mettere a fuoco
ti sbatte in faccia un punto di
vista inesorabile: d’innocenza
e delirio, di fragile lucidità,
di tenerezza in qualche strano modo corazzata. Chitarre
storte, farfisa acido, bassissima fedeltà. Deliri mistico/fumettari. Limacciose allucinazioni Motorhead e Sonics in
Hell Chick of Rock n roll. Conati Stooges e Gun Club nella
title track. Il punk catatonico
di See Satan Die e quello docilmente acidulo di Happy Valentines Day. Poi la farraginosa ebbrezza boogie di Soldier,
l’oppiaceo caracollare di Lucif e r To n i t e ( q u a s i u n t r i p f a n c i u l l e s c o Ve l v e t U n d e r g r o u n d )
e il fosco languore di Pretend
Yo u ’ r e D e a d ( u n R o k y E r i c k son con le ginocchia molli).
Non finisce mai di sorprendere l’apparente facilità con cui
Daniel sforna piccoli gioielli
grezzi. Quasi se li sognasse
la notte. Quasi non facesse
altro che sognare. Sempre.
(7.1/10)
Stefano Solventi
Devics - Push The Heart
(Bella Union / V2, 17 febbraio
2006)
Dustin O’Halloran e Sara Lov
s o n o a r r i v a t i a l q u i n t o L P, i l
terzo su Bella Union. Una
precisazione formale ma non
troppo, quest’ultima, perché
allo stabilizzarsi discografico
corrisponde anche (e, forse,
di più) quello dello stile. Il
duo che seppe unire le melanconie gotiche dei primissimi
C o c t e a u Tw i n s a l c a n t a u t o r a to femminile della dannazione
(Lisa Germano docet), rendendo altresì una sofferta visione della forma canzone intimista, con Push The Heart
diventa definitivamente una
coppia d’eruditi produttori di
canzoni eleganti ma posate e
tenuemente sottotono.
I brani non si distinguono da
quelli del precedente lavoro
(The Stars Of Saint Andrea;
Bella Union, 2003): si vedano
le ninnenanne in tono minore
à la Edith Frost più superfi-
c i a l e ( L i e To M e , C o m e U p ) , o
le durezze di strappi di chitarre (Just One Breath), o ancora
le folkerie valzeristiche strascicate da accenti di viole o
distorsori in vena di shoegaze
s p i c c i o l o ( I f Yo u C a n n o t S e e ,
Salty Seas).
Ad ascoltare Secret Messag e To Y o u e l a c o d a s l o w c o re di Distant Radio, due delle
(poche) punte alte del disco,
però, ci s’imbroglia; c’è da
pensare che il duo sia in una
transizione, che stia per fare
leva sulla creatività. A prevalere sono in ogni caso canzoni
che rimarcano con cura quasi
pedante, tralasciando di ammaliare con capacità di scrittura e gradevolezza ritmica,
scansioni articolate che vadano al di là del freddo canone
di compromesso. Almeno quattro-cinque brani sono soprassedibili. Poco importa il lavoro pur diligente di O’Halloran
al piano; ad ascoltarlo negli
strumentali solistici di Piano
Solos (Bella Union, 2005), album interamente dedicato a
Chopin, c’è più franchezza.
(5.4/10)
Michele Saran
John Duncan, Mika Vainio &
Ilpo Väisänen – Nine Suggestions (All questions, 2005)
John Duncan e Pan Sonic. Già
sulla carta il connubio sembra funzionare. Da una parte
la fisicità dell’artista che ha
martoriato il pubblico delle
gallerie d’arte e quello dei festival delle avanguardie con
performance scabrose e urticanti, dall’altra i due finnici,
anch’essi estremisti e amanti
della corporalità come dell’essenza della vibrazione acustica.
Il risultato è potente e retorico come ce lo si potrebbe
aspettare: con una prima parte (circa venti minuti) caratterizzata dalla short-tronica
di Duncan, ovvero da un white
noise avvolgente e lancinante
formato da segnali radio opportunamente manipolati (…
sentireascoltare 39
per far sanguinare le orecchie
ovviamente), e una seconda
dominata dai finnici alle prese con il lato più isolazionista
e abbandoned del pansonic
sound tra Aaltopiiri e l’ultimo
episodio del cofanetto Kesto,
ovvero tra distese di ghiacci
e ping di sottomarini, oscure modulazioni elettroniche e
flebili melodie catartiche.
Il place to be dell’opera è di
certo un’installazione di Duncan (dove non si può settare il
volume in partenza ma lo si subisce e basta), e decisamente
sono i suoi minuti iniziali i più
i n t e r e s s a n t i d e l p l a t t e r. U n l a voro prescindibile ma neanche
troppo: potrebbe nascondere
alcuni scampoli del genio dei
suoi autori, a voi l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda
il voto è (6.5/10)
impazzite (l’ironica My Sweet
Country Girl, la saga in tre
parti di Stella Is a Pigmy, lo
scherzo per organo di Slip Slip
Away) a ballate pianistiche
wilsoniane (Surf Rage, Costa
Rita – la migliore del lotto),
talvolta sfiorando certe derive
High Llamas (Circus Time, la
l u n g a F i r s t T i m e I S a w Yo u ) ,
senza rinunciare alle solite
escursioni in lingua gallese,
che fanno tanto freak (vedi
Dawnsio Dros Y Mor, tra Kevin
Ayers e Barrett, per intenderci, o il rock Hi Mewn Socasau).
Chops è come un improvviso
bagliore: il tempo di rendersene conto ed è già andato via.
Non male. (6.6/10)
Edoardo Bridda
Il suono wave anni 80 è
un’isola vulcanica che non
ha mai finito di eruttare detriti e lava incandescente. Di
solito è rischioso avvicinarsi
ad essa, perché le sue sirene
potrebbero attirarci con suoni
di chitarre aspre e taglienti,
di echi soffici, di piatti di batterie appena sfiorate, di pomeriggi solitari e sbiaditi, di
i s o l a z i o n i s m o s h o e g a z e r, d i
una nostalgia tardoautunnale in cui facilmente finiremmo
imprigionati.
Pochi giorni fa alcuni temerari esploratori sono partiti
dalla California: dopo un primo album (Brilliant Career) e
un EP (Alwaysnever) che promettevano molto bene, i Film
School colgono i migliori frutti
e tornano dal loro viaggio con
un lavoro che colpisce come
aveva fatto anni fa Echoes dei
Rapture. Quasi una sfida lanciata alle band che dalla fine
anni 70 a tutti gli anni 80 hanno saputo rinnovare le mappe
del rock.
I Film School si addentrano in
sentieri ripidi e scoscesi, riprendono tutta la tradizione
e la mescolano con le ultime
tendenze giungendo a vette
inaspettate: il singolo apri-
Euros Childs – Chops (Wichita-Cooperative Music/V2, 3
Febbraio 2006)
Euros Childs non è altri che
il leader di quello strambo
ensemble
gallese
chiamato
Gorky’s Zygotic Mynci, insieme a Super Furry Animals tra
gli esponenti del pop più freak
e sperimentale che la scena
indie britannica ha partorito
negli ultimi dieci anni. Con
la band momentaneamente in
natfalina, questo suo debutto
in solitaria è una raccolta di
canzoncine in bassa fedeltà
(un po’ alla maniera di King
Creosote), condite dal consueto nonsense bizzarro tipico del personaggio ma rivolte
verso lidi sixties, trapassati
attraverso
un’estetica
simil
synth-pop.
Per
capire
meglio, basti ascoltare il singolo
Donkey Island: il riff di Absolutely Sweet Marie di Dylan
trasfigurato
attraverso
una
pianola anni’80 per una melodia indolente e appiccicosa,
impreziosita da inequivocabili
spezie Beach Boys.
Il resto del programma, relativamente breve (soli 33 minuti), alterna piccole schegge
40 sentireascoltare
Antonio Puglia
Film School – s/t (Beggars
Banquet, 16 gennaio 2006)
pista (On & On) che li pone
come degni continuatori del
suono chitarristico di scuola
Interpol, canzoni costruite su
chitarre e su giri di basso che
non possono che richiamare i
J o y D i v i s i o n ( H a r m e d , 11 : 11 )
e la delicatezza degli Stone
Roses (Pitfalls), parti vocali che sembrano figlie di Robert Smith (bellissima tra le
altre la citazione della ritmica asciutta di Jumping On Som e o n e E l s e ’ s Tr a i n i n B r e e t ) .
In qualche punto c’è qualche
richiamo
psichedelico
con
cori di sottofondo in falsetto e qualche suono di sintesi
che ricorda i riff stravolti dei
Ride o degli Slowdive (Garrison, He’s A Deepdeep Lake);
per congedarsi c’è pure una
pop ballad che potrebbe essere stata scritta dai Death Cab
F o r C u t i e ( L i k e Yo u K n o w ) .
Un disco che ha al suo interno moltissimi spunti e che per
questa sua capacità di variare
merita ascolti attenti e prolungati. (7.1/10)
Marco Braggion
Galaxie 500 – Peel Sessions
(20/20/20 / Goodfellas,
2005)
Frutto di due differenti sedute di registrazione, rispettivamente del 1990 e del 1989,
queste Peel Sessions sono
un salto nel passato glorioso della formazione americana, una band che tra la fine
degli Ottanta e l’inizio dei
Novanta contribuì non poco
a personalizzare il clangore
adolescenziale del movimento
s h o e g a z e r, a l t e r a n d o l o a s u o n
di valium e intuizioni vaporose. Un déja vu sonico, capace di perdersi nell’elettricità
cortese e nelle vacue sonorità psichedeliche, nelle smerigliature dissonanti e nelle
atmosfere indolenti, nelle attese articolate e nelle declamazioni “stonate” alla base
del suono della formazione di
Boston.
In
una
tracklist
equamente divisa tra brani autografi
e c o v e r, l e s o r p r e s e m i g l i o r i
le riservano probabilmente le
seconde, rielaborazioni in stile Galaxie 500” di rivoltellate punk di marca Sex Pistols
– Submission –, contributi di
Yo u n g M a r b l e G i a n t s – F i n a l
Day –, brani minori di Jonathan Richman – Don’t Let Our
Y o u t h G o To W a s t e – e t e stimonianze sonore di Buffy
Saint Marie (Moonshot). Un
gusto per l’omaggio garbato,
che trova una ragion d’essere
nelle chitarre in distorsione e
nei vocalizzi narcotici che rallentano il primo episodio citato, nei toni evocativi e nel folk
acustico alla base del secondo, nelle galoppate fuzzeggianti e nel pulsare ipnotico
di basso che decorano il terzo
– il migliore del pacchetto –,
nelle melodie ruffiane e nelle
delicate incursioni elettriche
che strisciano languidamente
nell’ultimo.
Poi c’è il gruppo di vent’anni fa, intento ad omaggiare la
N i c o d e l p e r i o d o Ve l v e t U n d e r g r o u n d i n W h e n W i l l Yo u
Come
Home,
appassionato
sostenitore di uno shoegazer esemplare quanto etereo
in Flowers – dall’esordio del
g r u p p o To d a y – , d e c i s o a d
esprimere la propria anima tra
silenzi e ritorni in Blue Thund e r e D e c o m p o s i n g Tr e e .
Brani che oltre a favorire un
inevitabile “effetto nostalgia”,
offrono scampoli di musica lucida e narcotica al tempo stesso. Un flashback piacevole ed
elegante fortemente voluto, in
primis, da Damon Krukowski
e N a o m i Yo u n g , a l l a b a t t e r i a
e al basso nei Galaxie 500 e
proprietari dell’etichetta 20/
20/ 20. (6.6/10)
Fabrizio Zampighi
Gogol Bordello – Gypsy Punks
Underdog World Strike (Side
One Dummy, 13 novembre
2005)
Tre parti di vodka, una di sab r a e u n a d i w h i s k y. E ’ l a f o r mula chimica dei Gogol Bordello. Un istrionico front man
ucraino, due musicisti russi e
una sezione ritmica israelocaliforniana, shakerati dietro
al bancone da un barman del
calibro di Steve Albini.
Altro che Lucano, siamo a New
Yo r k e q u e s t o è g y p s y - p u n k .
Che vuol dire tutto e niente,
ma tradotto in soldoni sta ad
indicare un folkettone dell’est
europeo - sia esso gitano, sovietico o balcanico - suonato
con piglio rockettaro. E’ un
violino indiavolato che, trascinandosi appresso pure le
fisarmoniche, si trova a fare i
conti ora con dei backing vocals jamaicani, ora con ritmiche latineggianti, senza mai
dare l’idea di essere fuori
luogo. E’ un’opera che a definirla meticcia si arrotonda
per difetto, che in alcuni momenti sembra rifarsi alla coppia scoppiata Bregovic-Kustur i c a ( S a l l y, I W o u l d N e v e r B e
Yo u n g A g a i n ) , e i n a l t r i ( U n destructable) ai Clash, con
il solo intento di richiamare
quanta più folla possibile intorno al loro falò. Che si tratti
di avventori scalmanati (Start
Wearing
Purple)
o
casuali
(Avenue B) poco importa.
E’ una musica che del punk ha
l’attitudine ma non la ferocia,
poiché il leader Eugene Hutz
sa bene, da bravo globetrotter
paraculo, che tutto il mondo è
paese. Non è un caso insomma
che il loro motto reciti Think
Locally Fuck Globally, sorta
di Make love not war del terzo
millennio. E viene da pensare alle nostre tute bianche, se
solo avessero la lungimiranza
di adottarlo a discapito delle
ormai stereotipate tiritere di
Manu Chao: nemmeno i potenti riuscirebbero a contenersi e
spalancherebbero, zompando
qua e la, i cancelli delle zone
rosse.
Anche la scelta dell’idioma da
adottare riserva delle sorprese, e tra il predominante inglese da immigrato di Hutz e
la lingua madre, fa capolino
perfino per l’italiano di Santa Marinella . Una chicca che
omaggia il Belpaese ma non il
Va t i c a n o , u n a c a n z o n e p e r l a
quale il Parental Advisory non
è davvero abbastanza, da evitare assolutamente se si divide l’abitazione con nonne o
zie dalle cattoliche (e ristrettissime) vedute.
Di dischi come questo in fondo c’è sempre bisogno, non
sarà originalissimo ma ha freschezza da vendere e per una
serata caciarona è l’ideale.
(7.0/10)
G i a n l u c a Ta l i a
Howie Beck – s/t (Ever / KIZMAIAZ, 23 Gennaio 2006)
A cinque anni di distanza dal
lavoro precedente – Hollow –
questo songwriter canadese,
che può vantare collaborazioni in qualità di batterista con
diversi artisti della sua scena (Hayden che qui suona il
banjo, Feist – cori in I Need
Light), si ripresenta per la
esordiente Ever Records.
Quest’opera omonima è un
disco lieve (anche troppo),
malinconico (nei testi e nelle melodie), dominato da una
chitarra
folkeggiante;
Beck
canta quasi sullo sfondo, voce
flebile e sussurrata (Art Garfunkel ai minimi termini).
Pur apprezzando lo sforzo che
l’autore compie scrivendo, arrangiando, suonando tutti gli
strumenti non si può evitare
di rimanere sostanzialmente
indifferenti (e un po’ annoiati)
dai brani che si susseguono
uguali (giusto un paio di episodi – Everybody Sold Out e
I Need Light - sorprendono e
ravvivano l’atmosfera con una
chitarra country e un banjo).
Che si cominci un po’ a sopravvalutare gli artisti provenienti dalla scena canadese?
(6.0/10)
Andrea Erra
Jana Hunter - Blank Unstaring
Heirs Of Doom ( Gnomonsong,
ottobre 2005)
L’ a v e v a m o i n c r o c i a t a g i à u n
paio di volte nel corso del
2 0 0 5 , J a n a H u n t e r, u n a f o l k -
sentireascoltare 41
recensioni
Cesare Basile
Hellequin Song (Mescal / Sony, gennaio 2006)
Da una parte il noir statunitense, ferita infetta tra rurale e urbano (le agre folate elettriche, quei blues di
fiele, di fieno e d’ombra). Dall’altra, la poesia derelitta
e solenne di De Andre’, sorta di nume tutelare nel taschino, premuto con forza sul cuore. Il filo che corre
tra queste istanze espressive è solo apparentemente
fragile. Cesare Basile ci si aggrappa come al migliore appiglio possibile. Con sua e nostra soddisfazione,
scopre che si tratta di una corda robusta, intrecciata in
anni d’esperienza e buone/cattive frequentazioni. John
Parish, per dirne uno. E’ il produttore di questo Hellequin Song, ad occhio e croce il capolavoro di Basile, uno di quei dischi che riassume
e sancisce senza possibilità di replica. Quattordici pezzi per un programma intenso
e scorbutico. Quel tipo d’intensità letteraria che può offrirti un cantastorie reietto,
intensità che tiene banco senza mai cedere il passo, strozzando nella culla lo spettro
della monotonia (cui pure il lavoro sembra poeticamente votato). Il blues più disperato incrocia folk febbrile e squarci di caracollante poesia. In un italiano laconico,
pregno, sferzante. E in inglese, con la stessa cifra, malgrado la pronuncia un po’
stopposa.
C’è l’alt-country spigoloso e acido di Dite al corvo che va tutto bene. Ci sono le
l e n t e b r u m e b l u e s , c i o n d o l a n t i e p a r a n o i c h e d i To S p e a k O f L o v e . C i s o n o l e b a l l a t e
in bilico sul niente come Finito questo e Le feste di ieri, tra rifrazioni, farragini e
pezzi d’anima. C’è il fiele diafano e vagamente didascalico di Odd Man Blues, sorta
d i o u t t a k e d e l f o r t u n a t o c o n n u b i o P a r i s h / P J H a r v e y. C ’ è l a p r o c e s s i o n e a c u o r e n e r o
con ampia attitudine di tragedia della title track, dove l’asciutto cinismo di un Fiumani s’immischia al De Andre’ più attonito. Altri sapori: Howe Gelb in Dal cranio, i
d E U S i n C o n t i n u o s u s L o v e r, S i l e n t S i s t e r , L a n e g a n i n F r a t e l l o g e n t i l e , i G r a n t L e e
Buffalo nella struggente Ceaseless And Fiere, lo Springsteen più dimesso e cupo nella conclusiva Stella & the Burning Heart. Il tutto condito con archi, seghe a nastro,
pianoforti, scricchiolii, sussurri malsani, loop metallici, organi, distorsioni, ferite da
accarezzare, slide ubriache, pezzi di sogni a pezzi.
Tra gli ospiti eccellenti: Hugo Race, Manuel Agnelli, l’ex-dEUS Stef Kamil Carlens.
Insomma, Cesare Basile ha organizzato e realizzato un bel lavoro. Gli si può rimproverare l’interpretazione un po’ monocorde, quella voce che non sa (non può) adeguarsi a tutte le situazioni come dovrebbe. Ma il gioco coi propri limiti ci può stare,
quando diventa elemento stesso della calligrafia. (7.1/10)
Stefano Solventi
sentireascoltare 42
s i n g e r d e l p r o f o n d o Te x a s c h e ,
da circa una decina d’anni, si
barcamena tra misconosciute
band (certi Matty & Mossy) e
registrazioni casalinghe (due
e quattro piste, dove e quando
può). Autrice di un folk scarno
e rurale, non poteva non attrarre l’attenzione di Devendra
“pre-war” Banhart, che subito
si è proposto come suo mecenate, prima con la selezione della compilation Golden
Apples Of The Sun (Bastet,
2004) per il magazine Arthur e
poi con lo split per l’etichetta
Tr o u b l e m a n U n l i m i t e d ( 2 0 0 5 ) .
Subito dopo è stata la volta
delle “cocche” sorelle Casady
e la loro The Enlightened Fam i l y ( Vo o d o o E r o s / W i d e , s e t tembre 2005), in cui la palma
come miglior brano va proprio
alla Hunter (assieme a Diane
Cluck). Con un simile background potrebbe mai sorprendere che il suo debutto, Blank
Unstaring Heirs Of Doom, sia
firmato Gnomonsong, ovvero
la neonata label di Devendra
e d e l s o c i o A n d y “ Ve t i v e r ” C a bic? Certo che no. Se poi si
aggiunge che in realtà il disco
è una sorta di best of della sua
carriera decennale, allora facile sarebbe archiviare il caso
con un “folk+Banhart+vecchie
incisioni=ne ho abbastanza”.
E ciò è vero per metà: il lamento
che
vorrebbe
essere spettrale e invece è pura
noia di All The Best Wishes,
l’intermezzo
irrilevante
di
Heatseeker ’s Safety Den, l’a
cappella che gioca a fare le
Cocorosie in The Earth Has
No Skin e che aspira ad essere il cuore denudato dell’album, causano un ascolto
a singhiozzo, diminuendo il
valore di brani tutt’altro che
scontati, come il jazz oscuro e
fosco di Christmas, la dimessa solitudine chitarra/voce di
The New Sane Scramble, la
sorprendente K, quasi il lato
femminile e sensuale della We
Have Mice di Casiotone For
The Painfully Alone.
Insomma, di certo non le man-
cano le qualità, a partire da
un voce avvolgente e screziata di blu, per finire con un
eclettismo che la separa dalla
sua ingombrante guida spirit u a l e / p r o m o t e r. S e p e r ò J a n a
Hunter si dedicasse di più alla
produzione e a svecchiare il
repertorio, non farebbe un
soldo di danno. (6.0/10)
Va l e n t i n a C a s s a n o
Jason Collett – Idols Of Exile
(V2 / Edel, 2006)
Se parliamo di musica canadese non si può prescindere
dal citare Jason Collett, una
delle figure cardine della scena nordamericana. Non a caso
il suo è uno dei tanti nomi illustri che ruotano intorno all’orchestra indie rock dei Broken Social Scene. Idols Of
Exile è la sua nuova prova solista, che riconferma ancora
una volta la vena canzoniera
del suo repertorio più intimo e
personale.
E sin dalle prime note di Fire
– praticamente un ipotetico
l a t o b d i Yo u F o r g o t I t I n P e o ple – Collett mette subito in
chiaro le cose: siamo dalle
parti di un pop raffinato negli
arrangiamenti come un pezzo
indie ed orecchiabile come la
migliore musica radiofonica.
Spazio quindi ad accordi pieni
di chitarra acustica, ad inserti di strumenti a fiato, a ritornelli da cantare a mezza voce
in automobile o sotto la doccia. Dalla malinconia studiata a tavolino di We Are Lose
One Another – il cui incipit ricorda da vicino Disarm degli
Smashing Pumpkins – all’euforia in stile Cure di I’ll Bring
The Sun, dall’atmosferica Tinsel And Sawdust agli accenni
spensierati di chitarra e basso
di Pavement Puddle Stars, è
tutto un susseguirsi di canzoni da ascoltare a cuor leggero
e con lo sguardo disteso.
Non è certo il disco più significativo tra quelli che portano
la firma di Collett, ma è pur
sempre un lavoro che mostra
vitalità e buon gusto. Dispia-
ce solo che difficilmente potrà
trovare il giusto riconoscimento popolare al di là dell’angusto giardinetto dell’indie rock.
(6.5/10)
Manfredi Lamartina
Jens Lekman - Oh You Are So
Silent, Jens (Service / Secretly Canadian, 22 novembre
2005)
E’ una raccolta di una buona
oretta, che contiene materiale
proveniente da vari mini album
ed EP usciti precedentemente
all’esordio
discografico:
Maple Leaves, Rocky Dennis
In Heaven e Julie (leggi la
m o n o g r a f i a s u w w w. s e n t i r e a scoltare.com).
Alle quattordici tracce conosciute sono stai aggiunti tre
inediti, canzoni di fattura discreta ripescate dal proprio
“Department
of
Forgotten
Songs”, dove colleziona outtakes, unreleased e demo sconosciti ai più. Si tratta della
quasi omonima At the Dept. of
Forgotten Songs, che funge da
intro all’album; F-word, delicata ballata post-rock con sottofondo di grilli e The Wrong
Hands, dove il buon Jens si
cimenta con un beat quasi
caraibico, riuscendo sorprendentemente a far centro anc h e c o n q u e s t o m o o d . O h , Yo u
Are So Silent Jens è ad oggi
il suo album più reperibile e
più completo. Sicuramente il
migliore per conoscerlo e farselo amico. (6.8/10)
M i c h e l e Va c c a r i
Kelley Stoltz – Below The
Branches (Sub Pop / KIZMAIAZ, 07 Febbraio 2006)
Kelley Stoltz, californiano di
Frisco, suona tutti gli strumenti e registra in casa sua:
dopo il successo - ottenuto
grazie al passaparola - di Antique Glow (2004) e un rifacimento di Crocodiles di Echo
& The Bunnymen (intitolato
Crocodials, 2005) si ripresenta con Below The Branches,
tredici tracce di rock acustico, caratterizzate da melodie
sentireascoltare 43
recensioni
David Thomas Broughton
The Complete Guide To Insufficiency (Birdwar / Plug Research
/ Wide, 13 dicembre 2005)
Quest’ album, uscito nel 2005 e ripubblicato sul finire
dell’anno scorso dalla Plug Research, si rivela una piacevole sorpresa, che nel marasma di uscite incessanti
ha corso comunque il rischio di non essere notato. Ma
forse è nell’ordine delle cose, che le scoperte più belle
avvengano fortuitamente.
Disco d’esordio, cinque pezzi registrati live per una
quarantina di minuti: tanto basta a questo giovane chitarrista di Leeds per mettersi in luce. Fuori dal giro
delle next big thing inglesi, Broughton possiede una non
trascurabile esperienza dal vivo accumulata negli ultimi
a n n i , d a c u i d e r i v a l a s c e l t a d e l l a r e g i s t r a z i o n e d i T h e C o m p l e t e G u i d e To I n s u f f i ciency: in solitaria, alle prese con chitarra acustica, effetti in loop, una drum machine, percussioni. E una voce che incanta nei suoi mantra, ora sussurrati ora gridati,
nel suo folk primordiale e spasmodico, salmodiato a mezza voce.
Siamo in presenza di un flusso sonoro continuo e dilatato, acido e iterativo, che concorre a creare una trance ipnotica in cui si fondono la malinconia, il dolore, l’amore,
l’abbandono al dialogo con chitarra e ritmi percussivi, i loop vocali, con la sensibilità
d i u n A n t o n y, l a m u s i c a l i t à d i D r a k e e t u t t a l a t r i s t e z z a e s i s t e n z i a l e d e l b l u e s .
La registrazione del disco è avvenuta in un’unica take (in una chiesa di Leeds, dai
suggestivi effetti acustici), poi trattata con effetti in studio. Il suono delle campane
(quanto involontario non è dato sapere) si percepisce nel finale di Unmarket Grave,
fondendosi con la voce di Broughton in un unicum.
La sensazione, man mano che ci si inoltra nell’ascolto, è quella di trovarsi di fronte
ad un unico pezzo, in cui circolarmente intro acustico, svolgimento cantato in iterazione (il finale psichedelico di EverRotating Sky) e coda finale (come il lungo noise
in Execution) si ripetono senza soluzione di continuità. Un lungo interminabile canto
di dolore. Il blues è anche questo. (7.4/10)
Te r e s a G r e c o
sentireascoltare 44
orecchiabili e accattivanti e
arrangiamenti semplici, che
creano una sensazione di familiarità.
Sonorità folk/country di chitarra, un piano con dei semplici arpeggi o ribattuti, melodie dal sapore beatlesiano,
qualche passaggio vagamente psichedelico e il piatto è
pronto: niente di nuovo o di
straordinario, ma ben fatto e
senza esagerare o pretendere
l’impossibile.
O, detto più crudamente, un
manifesto di ciò che si può
fare avendo una buona base
di conoscenze musicali (competenze pratiche, tanti ascolti) e del buon hardware per la
registrazione in casa, senza
però quello spirito innovativo,
trasgressivo,
contestatario
del punk (per quanto riguarda l’utilizzo degli strumenti)
e dell’hip-hop (per le possibilità di “fai da te” che l’home
recording e la computer music
permettono), tratti che hanno reso originali gli esordi di
Beck.
Va c o m u n q u e r i c o n o s c i u t o a
Stoltz il merito di saper scrivere melodie che attirano l’attenzione. (6.5/10)
Andrea Erra
Kepler - Attic Salt (Resonant
/ Goodfellas, 27 febbraio
2006)
Dalla capitale canadese Ottawa, i Kepler si riaffacciano
alla
scena
(inter)nazionale
tramite un album discretamente centrato. A parte quella mezza compilation di scarti
e materiale mediocre che era
Missionless Days (Troubleman
Unlimited, 2002), e il disinteressante debutto di Fuck Fight
Fail (Troubleman Unlimited,
2000), Samir Khan e compagni dimostrano di avere dalla
loro la virtù delle forme corali semplici, quelle delle pure
pulsazioni interiori.
Siano esse quelle afferenti al
f o l k d ’ a n n a t a N e i l Yo u n g c i r ca After The Goldrush (The
Bedside Manner), o quelle
del passo sicuro ma pronto
a cristallinità di armonici dei
Broken Social Scene (The National Epithet), oppure - tanto per uscire dalla benedetta
terra natia - i Karate dei giorni migliori fronteggiati da un
Eitzel lounge, tra barlumi di
synth e divagazioni oniriche,
fender rhodes accentati e batt e r i a p r e s e n t e ( M y O t h e r ) . Yo u
Must Admit, altra sfiziosità
roots, è quasi cantilena dal
philly sound intristito.
Le corde liriche più sensibili
sono forse toccate da Broken
Bottles,
Blackened
Hearts,
chitarre crepuscolari e accordi gravi di piano, in una sospensione che prosegue fino
alla comparsa finale di una
melodia amplissima (e appena
accennata dalla linea vocale).
Days of Begging, più monocorde del resto, è una versione
rabbuiata e rabbiosa (e leggermente contorta) dell’Out
On The Weekend younghiana.
Probabile commiato e sicuro
canto del cigno del quartetto,
è un album che sa parlare al
cuore scansando con eleganza sovrappiù di melodramma o
leziosità armoniche, al massimo peccando di falsa modestia
strumentale. Il tour con la Bell
Orchestre ha prodotto i suoi
effetti: la svettante batteria
di Jeremy Gara è attualmente
accodata al carrozzone emulrock Arcade Fire.(6.4/10)
Michele Saran
MAN – Helping Hand (Man Music / Sub Rosa, 2005)
Cosa ci si potrebbe aspettare
dall’incontro tra un quarantenne proveniente dai circuiti punk e un pianista di formazione classica? Ascoltando
i MAN di sicuro qualcosa di
molto interessante, che però
ha poco o nulla a che vedere
con i diversi background dei
due musicisti.
E’ il 1998: Rasim Biyikli e
C h a r l e s - E r i c C h a r r i e r, f r a n c e si di Nantes, dopo aver suonato insieme in una band a metà
tra il cabaret berlinese ed il
free rock, decidono di dare
vita al progetto MAN. Dopo
aver pubblicato due dischi e
altrettanti ep, i due tornano
con il loro “work in progress”
fatto non solo di dischi, ma
anche di performance, colonne sonore e installazioni audio e video. Ricca com’è delle più svariate suggestioni, la
musica di Helping Hand, terza
prova della band sulla lunga
distanza, è difficile da afferrare nella sua mutevolezza.
M o m e n t i t e c h n o ( Yo u ’ r e I n F o r
It) si alternano ad atmosfere
a metà tra l’ambient e il jazz
salottiero (Drifting); tracce di
sound laswelliano (Farewell;
Revenir) si accostano a groove
quasi chill out (Strange Feeling). Una musica che scende poco a compromessi, poco
coerente e anche per questo
affascinante.
L’ i n f l u e n z a d i S a t i e s i f a s e n tire nel panismo di Biyikli,
quasi sempre presente a tessere le trame principali del
tessuto sonoro in una maniera
discreta che si avvicina alle
idee del musicista francese.
In qualche modo la musica dei
due potrebbe essere considerata Musique d’ameublement
o come l’ha ribattezzata Eno
“discreet music”. Si adatta all’ambiente, non attira mai l’attenzione ed esprime l’esatto
contrario del concetto di din a m i c i t à . D i r t y S o m e P a p e r To
Clear Out My Brain è la prova
più tangibile di questo interesse per il concetto di musica ambientale: il sottofondo di
rumori vari che accompagna il
piano per tutto il brano cessa
di essere un elemento di disturbo per diventare parte del
sound ed essere percepito al
pari di uno strumento.
In questo mare calmo c’è qualcosa che emerge increspando
le acque: lo stupendo crescendo di Separation, in cui
l’introduzione tetra del piano
attraversa varie fasi di trasformazione, fino a terminare
nelle grida di dolore di una
chitarra distorta, che ricade
sentireascoltare 45
all’indietro verso l’inizio.
Un brano che da solo vale
l’ascolto dell’album. Attenzione, però, ai grandi entusiasmi: l’ambient è interessante,
ma dopo un po’ stanca. E da
questo punto di vista non è
molto diversa dal grind core.
(6.5/10)
Daniele Follero
Marcho’s – Ed ovviamente il
tempo passa (Macaco Records, 2005)
Ha il marchio di Macaco Records Ed ovviamente il tempo
passa, esordio discografico
per Marcho’s aka Marco Mossutto. Un musicista che al pari
dei suoi più o meno prestigiosi predecessori - ci viene
in mente, tra i tanti, il primo
Neffa - costruisce attraverso
brani essenziali e dall’approccio decisamente lo-fi, un lessico a metà strada tra contestazione sociale e riflessione
personale, disillusione e malinconia urbana.
Hip hop, breakbeat ed elettronica le coordinate generali
del suono, condite da chitarre, basso, synth, echoes e una
voce arrochita dalle troppe
sigarette che fa dello “scazzo ironico” un arte a tutti gli
effetti. Manifesto dell’artista
brani come Distrattamente o
Mal di testa, il primo cronaca
rassegnata in stile Beck di un
rapporto di coppia e il secondo omaggio a ritmiche in levare e riflessioni post-alcoliche. Ma anche le progressioni
melodiche anni ’80 di Bene!,
l’incedere sincopato di Ossessione, le romanticherie robotiche e psych di ###giorni, le
tastierine e il beat lounge di
Supermen (Let’s Go), il cinismo “costruttivo” di Sbattiti.
Piccole canzoncine giocattolo, portatrici sane di un’ottima
qualità di scrittura e un feeling immediato speso tra aspirazioni radiofoniche e fascino
stradaiolo. Episodi che oltre
ad eleggere il loro autore a
piacevole scoperta, ne sottolineano le notevoli potenziali-
46 sentireascoltare
tà creative. (6.9/10 )
Fabrizio Zampighi
Mark Eitzel - Candy Ass
(Cooking Vinyl, 2005)
Nuovo capitolo discografico
per Mark Eitzel, che dopo gli
ottimi riscontri di critica ottenuti nell’ultimo periodo con
Songs For Patriots – a nome
American Music Club – e soprattutto The Invisible Man,
dà
alle
stampe
l’ennesima
prova solista. Un prova, a dirla tutta, piuttosto in linea con
i più recenti sviluppi sonori
dell’artista, se è vero che si
spende tra paramenti acustici ed elettronica avvolgente,
paesaggi onirici e abbondanti
ornamenti sintetici.
Uniche eccezioni al mood generalizzato
dell’episodio
in
questione, le malinconiche St.
Michael, My Pet Rat e Sleeping Beauty, costruite su voce
chitarra e poco altro. Il resto
è battere laconico di drum machine, saturazioni di tastiera,
atmosfere eteree, campionamenti, parti vocali sognanti.
Tra le sfumature nemmeno
troppo marcate del quadretto
dipinto da Candy Ass, spiccano le leggerezze sussurrate
di Homeland Pastoral, le mire
claustrofobiche di A Loving
Tr i b u t e To M y C i t y , l ’ i p n o s i i n dotta di Make Sure They Hear
. Suoni talvolta troppo uniformi per essere ricordati, ma risoluti nel procedere a piccoli
passi verso il completamento
di quel puzzle sorprendente
che è la multisfaccettata personalità artistica di Mark Eitzel. Un surplus di note e colori
forse non strettamente necessario insomma, tuttavia degno
di considerazione.(6.2/10)
Fabrizio Zampighi
Maxiata - s/t (CNI / Venus,
gennaio 2006)
Non è male, sulla carta, l’idea
dei Maxiata, band abruzzese
al debutto con questo omonim o l a v o r o . L’ i d e a , d i c e v a m o :
prendi la mutazione tecnologica di certo prog, la vigoria
rock dei settanta, il funk cinico di fine ottanta e quella tipica, irrefrenabile voglia di melodia che ogni mediterraneo
si porta nel cuore, stempera
il tutto e vediamo cosa succede. Succede - ahinoi - che
l’idea rimane bella solo sulla
carta, che a queste dieci tracce manca il sangue, il passo
sferzante, quel volersi non
dico esperienza sonora inaudita però almeno individuata,
animata dalla voglia d’essere principalmente se stessa.
Certo, c’è quel tentativo di
applicare formule crossover
(echi delle prime cose Red Hot
C h i l i P e p p e r s i n Ve r s o o r i e n t e
e Bugie, con tanto di patina
plasticosa tipica del periodo)
al fascino artificioso del neo
prog, però le strutture traballano, gli elementi non riescono a fondersi in una soluzione
c r e d i b i l e . Ve d i c o m e l a t r a c c i a
più ambiziosa, Inviolabile segreto, naufraghi a metà strada tra un prog potabile e una
specie di soul cosmico, tentando inutilmente la carta delle nebbioline sintetiche e dell’accompagnamento
d’archi,
finendo col somigliare a degli
Europe redivivi a Sanremo.
Q u a n d o c o n To c t o c i l f u n k y
tenta un piglio più brusco,
aprendosi in petto una finestra hip hop (scratch e talkin’
a cura del dj Angelo D’Eramo),
diventa lampante la carenza
di negritudine da un lato e di
acidità losangelina dall’altro
(il cui calor bianco cocainico
era di per sé una ragion d’essere). Capita anche tuttavia
che le emozioni migliori arrivino quando e da dove meno te
l e a s p e t t e r e s t i , i n q u e l l a Tr a
luci ed ombre (titolo sintomatico) dove non tutto funziona,
ma quel che funziona è abbastanza strano - strofe inclinate folk, sincopi funk e corde
radenti - da intrigarti, quasi fosse una jam avariata tra
Jeff Buckley e Jane’s Addiction. Ok, è andata così. Fossi
in loro ripartirei dalle buone
intenzioni di partenza e sfol-
tirei il linguaggio alla ricerca
dell’essenziale (a partire dalla voce, un po’ troppo sopra
le righe). Altrimenti, peccato.
(5.2/10)
Stefano Solventi
Mike Ladd – Father Divine
(ROIR / Goodfellas, 25 Ottobre 2005)
Prima di dedicarsi all’hip-hop
Mike Ladd ha suonato basso
e batteria in diverse garage band e si è dedicato alla
poesia e alle performance dal
vivo, vincendo il Nuyorican
Poets Café Slam.
Ha pubblicato diversi lavori
cambiando sempre casa discografica: la decisione di
collaborare con la Roir deriva dall’apprezzamento per le
sonorità di gruppi come Bad
Brains e Suicide e – più in generale – dalla passione per il
suono delle cassette (che utilizza per le sue composizioni
e sono presenti nel catalogo
Roir).
La versatilità e i numerosi interessi hanno guidato Ladd
anche nella scelta dei compagni di viaggio per la realizzazione di Father Divine; provenienti da esperienze diverse
e anche lontane dall’hip-hop:
il pianista jazz Vijay Iyer e il
chitarrista rock Jaleel Bunton (Tv On The Radio), High
Priest (Antipop Consortium)
alle tastiere e Raz Mesinai
alle percussioni formano una
band che permette all’autore
di usare l’hip-hop come una
cornice entro cui far confluire
sonorità analogiche, atmosfere dub, riff rockeggianti e colori jazz.
A far quadrare il cerchio, dando coerenza ai pezzi, provvede il produttore francese
Gymkhana che Mike Ladd definisce un maestro dell’elettronica sperimentale.
L’ a r t i s t a d i m o s t r a t u t t a l a s u a
abilità e maturità anche nelle parti vocali dove rappa (e a
volta canta) in maniera sempre incisiva: i recenti cambiamenti nella sua vita (si è spo-
sato ed è diventato padre) si
riflettono nelle due tracce che
parlano – per la prima volta
– di donne.
Un disco hip-hop che esce dai
confini spesso angusti delle
hit da classifica, valido per
chi apprezza questo genere
e vuole ascoltare qualcosa di
nuovo o per chi vuole scoprirlo partendo da una direzione alternativa a quella mainstream. (7.0/10)
Andrea Erra
The Most Serene Republic Underwater Cinematographer
(Arts&Crafts - Cooperative
12 luglio 2005/ V2, 6 marzo
2006)
Prima band della Arts&Crafts
a non avere membri dei Broken Social Scene. Non male
come biglietto da visita per
questi Most Serene Republic:
figli di una etichetta vivace
e intraprendente, sciolti da
qualsiasi vincolo di sangue e/
o familiare con il combo canadese, per cui niente Stars,
niente Apostle Of Hustle e
niente padroni di casa tra le
fila. Tutto sembrerebbe giocare a loro favore, se non fosse
che i legami con la loro terra
(già, anche loro canadesi, ma
dell’Ontario) sono più forti di
quanto previsto. Underwater
Cinematographer è infatti un
pout pourri di idee e trovate
stilistiche da rasentare il collasso: chitarre noise scazzate, sprazzi agitati di elettronica, ordigni pop nascosti da
classiche colate orchestrali,
tra piano, flauti e cori che si
rincorrono senza sosta, in un
tripudio di gioia&felicità. Una
specie di parco giochi in cui
trovare i fratelli maggiori prima citati (Content Was Always
My Favorite Colour), i Modest
Mouse (The Protagonist Suddenly Realizes What He Must
Do In The Middle Of Downtown
T r a f f i c ) , i B u i l t To S p i l l e B e n
Gibbard ((Oh) God). Sulla carta un gran bel vedere e sentire, solo lo spazio è un po’
troppo ristretto, anche se al-
l’aria aperta.
Chiediamo di allargare il giardino o i sei ragazzi si impegnano, per il futuro, a ridimensionare
le
ambizioni?
Speriamo scelgano la seconda
opzione. (6.3/10)
Va l e n t i n a C a s s a n o
Orb – Orbsessions Vol.1 ( Malicious Damage / Goodfellas,
dicembre 2005)
Pubblicato dall’etichetta associata ai Killing Joke, Orbsessions Vol.1 apre i cassetti
della gloriosa ditta. Ma a che
punto avevamo lasciato Alex
Paterson? C’è chi i suoi Orb
li aveva seguiti fino a U.F Orb
lasciandoli all’auge della carriera, chi s’era addentrato/affezionato fino a Orblivion, l’album che sanciva la fine della
prima parte del progetto, e chi
infine acquistando il doppio
antologico
aveva
strofinato
per l’ultima volta la lampada,
rimembrando
l’avventura
di
color che avevano fuso grandeur Pink Floyd e club culture,
e lasciandosi così idealmente
alle spalle quei ’90 delle chill
out e dei nomadismi dentro e
fuori dei club.
Nel nuovo secolo, i rinati Orb,
seppur in lotta con le label,
ritornano nel 2003 con il bec e r o B i c y c l e s & Tr i c y c l e s p e r
la Sanctuary e infine con Okie
Dokie It’s the Orb on Kompakt per l’omonima etichetta
(2005). Non sono stati in molti
a ascoltarli e, neanche a voler essere cinici, le session in
questione sembrano qui apposta per calar l’asso e batter
cassa.
Nulla di male s’intende, se
non fosse che gli scrigni di
Paterson non contengono le
perle sperate: non sarà di certo Sail, la ballata california
style con voce mielosa al femminile, a consigliarne l’acquisto, tanto meno gli ultramondi
sampledelici e acquatici - con
probabilmente
Jimmy
Cauty
dei KLF in console - di Mummie Don’t (con tanto di bambini, galli e tastierismo ambient
sentireascoltare 47
recensioni
Julie’s Haircut
After Dark, My Sweet (Homesleep / Audioglobe, 6 febbraio
2006)
Il quarto lavoro degli emiliani Julie’s Haircut ci riporta ancora una volta faccia a faccia con la Homesleep,
realtà nostrana che di recente si è rivelata capace di
dialogare col mercato indie europeo sia con prodotti
d a e s p o r t a z i o n e ( Yu p p i e F l u s u t u t t i ) s i a d a i m p o r t a zione (Ant e Austin Lace). Nel caso di After Dark, My
Sweet la label bolognese sembra addirittura alzare la
posta, pubblicando un disco che si allontana dai canoni indie (pop) della band per abbracciare il verbo della
psichedelia, intesa nel senso più puro e “classico” del
termine. Brani lunghi e dilatati, prevalentemente strumentali e largamente improvvisati, in cui Nicola Caleffi e compagni (con sporadiche
incursioni di amici come Sonic Boom e Francesco Donadello) si lasciano andare ad
esplorazioni in chiave seventies (leggi: free), senza tralasciare un certo approccio
indie-garage e umori wave.
Si è detto che questo album è in buona parte strumentale, ma attenzione, guai a dire
la “parolaccia” (quella che comincia con post e finisce con rock): a parte un paio di
momenti in cui aleggia lo spettro di GDM / Mogwai (forse più per inevitabile suggestione, ma anche no, vedi Pistils), l’attitudine prevalentemente impro riesce andare
oltre alle solite dinamiche “forte-piano”, per sfiorare piuttosto certi spazi infiniti
floydiani (Ingrid Thulin), minimalismi kraut (Purple Jewel, senz’altro la più riuscita
del lotto) e giochi electro-dark (Death Machine e Gemini, pt. 1 & pt. 2, dalle parti di
Tw o L o n e S w o r d s m e n ) , n o n d i m e n t i c a n d o c o m u n q u e d e l s a n o g u i t a r r o c k ( l e “ c a n z o n i ”
O p e n W o u n d e A f t e r d a r k , r e m i n i s c e n t i r i s p e t t i v a m e n t e d e i S o n i c Yo u t h p i ù m e l o d i c i e
dei Radiohead ombrosi del My Iron Lung EP).
Sarà una questione di approccio, sarà l’alchimia ben calibrata tra le parti in gioco,
sarà anche il saper rievocare in modo efficace determinate atmosfere senza essere
calligrafici (soprattutto quando si lambiscono i Joy Division ), di fatto la band riesce
a fare suonare il tutto genuino e non pretenzioso. Sulla carta, operazioni di questo
tipo sono un azzardo; per fortuna dei Julie’s, della Homesleep (e, vivaddio, di chi
ascolta) stavolta è andata. (7.0/10)
Antonio Puglia
sentireascoltare 48
house), o lo humor tirolese da
autoscontro di Sun Of possono essere considerati episodi
indispensabili.
Convincenti invece le tracce
più tirate del platter come la
stordente jungle di Yungle (10
minuti di manovre drum’n’bass
di gran classe e energia),
o l’electro tirata à la Mouse
On Mars di Eurofen, o il bass
voodoo di Steel Horse (lo humour che ci piace ricordare di
Paterson).
In definitiva, se siete tra gli
ultrasfegatati che sentono nostalgia degli Orb, la raccolta
potrebbe fare per voi; a tutti
gli altri consigliamo la riscop e r t a d i U . F. O r b , d i O r b u s
Te r r a r u m e p u r e d i O r b l i v i o n .
Quelli erano gli Orb di serie
A, queste session, a mio avviso, al massimo potrebbero
giocare in C2. (5.5/10)
Edoardo Bridda
Pillow - Flowing Seasons
(2nd Rec / Wide, 20 febbraio
2006)
Pillow in inglese significa cuscino, Flowing Seasons “lo
scorrere delle stagioni”, l’etichetta è l’amburghese 2nd
Rec, che lo scorso anno avev a m o i n c o n t r a t o c o n i Te l l a r o ,
e se aggiungiamo che l’album
in questione è quello di Luca
Di Mira, membro dei Giardini
di Mirò qui all’esordio solista,
già ci pare di aver intuito le
sonorità qui proposte.
Il bersaglio è in traiettoria: un
sound autunnale, sospeso tra
ricordo e melanconia, vicino a
certe derive post-rock ma decisamente virato sull’assemblaggio al laptop, rappresenta
l’ideale filo d’Arianna per le
sonorità recentemente esplorate da Sébastien Schuller
e Finn. Il tastierista riprende l’idioma folk-tronico come
alcune delle suggestioni che
h a n n o r e s o f a m o s i i L’ A l t r a i n
quello che ha tutta l’aria diuno slalom stilistico in perenne
pericolo d’inflazione, eppure tra i ghiacci a firma Sigur
Ròs (Mixologists And Waifs),
la musica da camera à la Murcof (In Deep Sea), i vocalizzi
ammalianti filo Portishead via
Popolous della guest Jacqueline Tume (Indecision), raramente si ha la sensazione di
un ascolto derivativo.
Cut-Out-And-Keep
Quarrels
unisce amabilmente: glitch,
c a n t o a m e t à t r a Yo r k e / S c h u l ler e languide tinte di chitarra
(e fisarmonica) come i migliori
Black Heart Procession sanno
f a r e , Tr e e S h a d o w s m e s c o l a
con gusto soffuso breakbeate
L o w. C o s ì u n a T h i c k S k i n , i n
possesso di tutte le stimmate
della leziosità (e perciò pane
per i detrattori), trova nella
magica melanconia per piano,
oboe e glitch-hop di With The
Passing Of The Seasons una
degna conclusione a conferma
di un lavoro discreto quanto
ispirato. Non sarà forse Schull e r, m a D i M i r a è b r a v o a l m e n o
quanto Finn. (6.5/10)
Edoardo Bridda
Ray Davies - Other People’s
Lives (V2, 2006)
Che cosa possiamo ragionevolmente pretendere, da quelli che senza pietà siamo soliti chiamare Brontosauri del
Rock? Cosa, da chi ha fatto
la Storia, alimentato leggende, invaso la cronaca? Alla
fine, poco o tantissimo: belle
canzoni e non prenderci per il
culo.
Va p e r i s e s s a n t a d u e , M r. D a vies; nel periodo non collegato gli si è spianata la fronte
da farlo assomigliare a James
Ta y l o r e h a a v u t o q u a l c h e p r o blema di salute, legato alla
pallottola vigliacca che lo raggiunse a una gamba due anni
fa, mentre stava difendendo
un’amica da uno scippo. Periodo non collegato… l’ultimo
album prima di questo per certi versi sorprendente debutto
con V2 - The Storyteller, una
sorta di brevi cenni sull’universo Davies & Kinks - risale
al ’98, e per trovare qualcosa
d’altro bisogna risalire il corso del fiume su su fino al’85,
quando uscì Return to Waterloo, colonna sonora di un film
da Ray scritto e diretto. Prima ancora, vita morte e miracoli della band che non pochi
ritengono più spartiacque di
Beatles e Stones; dopo, soltanto un documentario del ’91
su Charlie Mingus.
Negli ultimi tempi, però, dev’essergli proprio tornata la
voglia, se Other People’s Lives - a conti fatti il suo primo,
vero solo - è stato preceduto
d a b e n d u e E P, T h e T o u r i s t e
Thanksgiving Day, salomonicamente registrati uno in Inghilterra, l’altro negli Stati
Uniti, dove Raymond Douglas
ama spesso perdersi a New
Orleans (e proprio per raccogliere fondi a sostegno delle
scuole di NO colpite da Katrina è stato inciso il minialbum).
Una voglia che ha in qualche
modo contagiato l’altro Davies, Dave (di lui basti e avanzi citare Death Of A Clown,
che qualche pensionato ricorderà cantata in italiano dai
Nomadi col titolo di Un figlio
dei fiori non pensa al domani): 59 anni il 3 febbraio, il
minore dei fratelli Kinks - che
fu il fondatore della band, e
Manitu gliene renda merito si è parzialmente ripreso dal
(brutto) colpo del 2004. Anni
difficili, gli ultimi, per i Davies Brothers... comunque sia,
Kinked, una compilation con
un brano nuovo (God In My
Brain), è in uscita per Koch,
preceduta dalla ristampa furb e t t a d i S t o r y t e l l e r.
Ma torniamo a Ray: Other
People’s Lives non ci prende
per il culo, e soprattutto contiene belle canzoni, che a doverne scegliere una ma una
solamente, direi Next Door
Neighbour, un pezzo che non
sfigurerebbe
nella
“Village
Preservation Society” e che
sta a Davies, questo album e
la sua carriera come English
Te a s t a a M c C a r t n e y, i l s u o
“Chaos” e il suo Mito. Ma altre
non mancano, dalla ballato-
sentireascoltare 49
na rock After The Fall all’ancheggiante title track; Davies
si impegna, gigioneggia (non
è forse lui ad aver detto una
volta di aver “scritto solo duecento buone canzoni, il resto
sono B-sides”?) fino a elargire qui - Run Away From Time
- pillole di Lou Reed, là - The
G e t a w a y ( L o n e s o m e Tr a i n ) p e t a l i d i N e i l Yo u n g , q u a n d o
addirittura non dà l’impressione di aver ascoltato qualche
disco nuovo (Devendra? Bright Eyes?).
Anche se forse sono solo allucinazioni, ed è più credibile immaginarselo in poltrona,
con qualche vinile dei Kinks
sul piatto. Del resto, in quei
vecchi padelloni c’è quasi tutto. (7.3/10)
Ivano Rebustini
Rosolina Mar - Before And After Dinner (Wallace / Audioglobe, 2005)
Non dovete badare al cantant e . L’ u n i c a v o c e u m a n a u d i b i le in questo disco è al minuto
4’12’’ della traccia intitolata
Mingozo diMongozo, ed è un
urlo. Bisogna farci attenzione perché è in secondo piano,
ma quando le orecchie lo captano è belluino e liberatorio,
una frazione di secondo in cui
tutto ciò che serve si esplicita come nessun versaccio
poetico potrebbe. Niente rime
baciate o stereotipi assortiti, solo l’urlo di un musicista
galvanizzato che sente arrivare la deflagrazione, la “Cosa”,
avrebbe detto Kerouac. Lui
parlava del jazz, della “New
thing”, noi parliamo di rock in
senso primordiale. E i conti
tornano.
È l’approccio il comun denominatore, ed è inevitabile immaginare questi dodici pezzi
come i figli di jam indiavolate
e ispiratissime (pur se i Rosolina Mar non hanno voltato
completamente le spalle al
math rock degli esordi). Anche
nei vecchi dischi jazz capita
di imbattersi in esclamazioni
abbozzate e versi indistingui-
50 sentireascoltare
bili, è la dimensione totalmente fisica della musica, il corpo
che suona.
I corpi che suonano e lo fanno
insieme, in una comunione antica e semplice che non prevede primedonne dalla troppa o
poca personalità. Non si è costretti a badare al cantante e
alle sue paranoie, nessuno ha
disseminato nei testi le sue risposte alla vita, le parole qui
sono dodici titoli tanto bizzarri quanto evocativi, e non c’è
r a g i o n e d i d u b i t a r e c h e L’ o r a
di religione possa essere un
intrico perfetto di chitarre e
batteria.
Nulla da eccepire se un Amore tossico si presenta con una
sfuriata elettrica per poi rallentare, citare Police, impensierirsi e ripartire più disperato di prima. Le sensazioni non
si discutono, le visioni tanto
meno. Seconda prova dopo
l’ottimo esordio self titled del
2003 sempre per Wallace (che,
come si diceva, qualche tributo pagava alla scena occupata da Don Caballero, Trans
Am & Co.), questo Before And
After Dinner è cinematico, legato a un filo interno che è
troppo presto definire logico,
è viscerale e complesso come
Hendrix e tribale come Santana sul palco di Woodstock,
gioca con la new wave sottraendo ai Franz Ferdinand ciò
c h e è d e i Ta l k i n g H e a d s e s e
la gode con melodie ficcanti.
Prima (durante?) e dopo cena,
R o s o l i n a M a r d a Ve r o n a : i l d i o
dell’indie ci scampi dalle primedonne. (7.5/10)
Nicola Bonardi
Seu Jorge – The Life Aquatic
Studio Sessions (Hollywood,
22 novembre 2005)
Tra le scene che avranno maggiormente colpito gli spettatori di quello stralunato - e bellissimo - film che è The Life
Aquatic With Steve Zissou (di
Wes Anderson, 2004), ci devono essere quelle in cui uno
dei membri dell’equipaggio del
c a p i t a n o B i l l M u r r a y, i l b r a s i -
liano Pelè (sic!), si cimentava
armato di chitarra in improbabili versioni in portoghese dei
classici di David Bowie piuttosto che fare da guardia ai
pirati… Beh, quell’attore non
è altri che Seu Jorge, astro
nascente della nuova scena di
cantautori brasiliani, con all’attivo già due album solisti
(l’ultimo, Cru, è del 2005).
Se all’interno del film di Anderson le canzoni di Ziggy
Stardust in versione Gilberto
Gil erano perfettamente funzionali a sottolineare i momenti più cruciali - non senza
un certo effetto comico/surreale, per certi versi questo
disco (che raccoglie le intere
sessioni, a differenza della
colonna sonora ufficiale) non
è niente più che una stranezza, pardon, una oddity. Per
altri versi, la trasposizione in
veste bossa del Bowie glam
ha un qualcosa di buffamente
poetico, come se, per quanto
bizzarro, l’incontro tra saudade e il pathos delle prime
composizioni di David Jones
(specialmente quelle tratte da
Hunky Dory) sia più plausibile
di quanto sembri. Pasticciando
tra inglese e portoghese, ondeggiando tra parodia e tributo, Seu Jorge pare riprodurre
e restituire la liricità innata di
L i f e O n M a r s , F i v e Ye a r s , Q u i cksand, sfoderando di quando
in quando quell’autoironia che
poi del glam era caratteristica. E se lo stesso Bowie, che
in un primo momento non voleva dare l’autorizzazione per
l’uso dei brani, adesso dice di
voler incontrare l’artista brasiliano, qualcosa di buono in
queste The Life Aquatic Studio Sessions dev’esserci per
forza…(6.7/10)
Antonio Puglia
Skeletons And The Girl-Faced
Boys - Git (Shinkoyo - Ghostly
International / Wide, ottobre
2005)
Pop music di terza generazione trasmessa con mezzi di
fortuna, raccolti su un’isola
recensioni
Songs For Ulan
You Must Stay Out (Stoutmusic / Audioglobe, febbraio 2006)
Dopo le avvisaglie dell’omonimo ep, ormai un paio d’anni orsono, ecco finalmente l’album d’esordio del prog e t t o S o n g s f o r U l a n , a l i a s P i e t r o d e C r i s t o f a r o . L’ a l a
protettiva di Cesare Basile c’è ancora, così come il sostare cocciuto tra le ombre del sogno americano, tra le
pieghe di quei folk-rock che raccontano più amarezze
che prospettive, più rimpianti che rivalse. Se la scrittura sembra aver conseguito una disarmante agilità (dieci pezzi su undici sono originali), la voce appare un
po’ arrochita ma anche decisamente più matura. Altro
segnale di “crescita” è senza dubbio la presenza tra i
graditi ospiti del grande Hugo Race, che sparge desertica elettricità laddove la vena
si fa rabbiosa. Detto questo, andiamo ad individuare il riferimento principe nel Mark
Lanegan dei tremori inafferrabili: vedi la lenta e rarefatta No More, No Less, con quei
ruggiti in lontananza e il canto invischiato nel disincanto. Del resto, quando Pietro
si rivolge ai Gun Club per l’unica cover in programma (una Secret Fires fremente tra
banjo e rifrazioni elettriche) non fa che salire di un gradino l’albero genealogico. Al
grande Jeffrey Lee Pierce viene da pensare anche in occasione del blues minaccioso
On My Hand, la voce affilata, i ghigni del basso, il piano che pesta e quelle chitarre
che tagliuzzano l’aria.
C’è da dire che per quanto la temperatura si alzi non ci si avvicina mai al sovraccarico, gli arrangiamenti perseguono un’asciutta efficacia, il clamore - quando c’è
- è quello che circonda il silenzio. Silenzio da cui sembrano sbocciare certe ballate
a cuore perso (la title track), certe delicate malinconie (Somebody Else Do It), quei
romanticismi tenuti al guinzaglio (Julie), quei respiri folk sul punto d’allargarsi e
sprofondare (3 Submarines). Lo diresti un Cat Stevens ridotto ai minimi termini, oppure un Mark Linkous tolta la spettrale alienazione, o un Mike Scott che ha barattato
l’asprezza con un tiepido cinismo. Coordinate che vacillano di fronte al valzer waits i a n o d i A P r e s e n t e s o p r a t t u t t o a q u e l l a H e l l W a s N e x t To C o m e c h e c u c e u n a r u m b a
Calexico e i dEUS più minimali col fosco filo del contrabbasso. E’ insomma una prova
autorevole, una partita giocata con piglio ombroso ma sicuro. Forse manca all’appello il pezzo decisivo, quello capace di aprire brecce e trascinarsi dietro le calligrafie
più smorzate. Ma credo che a Pietro de Cristofaro e compagnia questi discorsi non
interessino più di tanto. (7.1/10)
Stefano Solventi
sentireascoltare 51
deserta in un non meglio specificato punto del globo terrestre. Git è un segnale radio disturbato, una frequenza aliena
che capta corpuscoli electro
S u p e r C o l l i d e r, p a r t i c e l l e f u n k
tra Prince, Michael Jackson e
J a y K a y, e p r o p e n s i o n e A n i m a l
Collective alla destrutturazione dei generi. Una trance di
38 minuti appena, nata dalla
fervida immaginazione di Matt
Mahlan, uno dei fondatori del
Shinkoyo Record, etichetta in
cui gravitavano un numero variabile di musicisti che, con
il tempo e le esperienze live,
si sono trasformati nella sua
band di supporto - nei precedenti Everybody Dance With
Yo u r S t e e r i n g W h e e l ( A u t o prodotto, 2002), Life And The
Afterbirth (Shinkoyo, 2003) e
I ’ m A t T h e To p O f T h e W o r ld (Shinkoyo, 2004) il Nostro
si era limitato a fare tutto da
solo, in casa propria.
Un disco straniante, che può
essere preso sottogamba se
non gli si dedica un ascolto
più
approfondito:
solo
così, infatti, si percepiscono
i richiami ad un terra lontana
come l’Africa, con le ritmiche
insistenti e primordiali (See
The Way, Y’all Thinks It’s Soo
Easy con in coda dei Funkadelic psicopatici), gli ammiccamenti a certa improvvisazione
jazz (le sincopi spezzate da
chitarre nervose e stridenti
di We Won’t Be Proud, No No
No), la tensione verso un pop
che è soul ma anche funk (i
Sea And The Cake in un viaggio interstellare di There Are
Seagulls Who Live In Parking
Lots, con il falsetto di Mahlan cugino stretto di Prekop),
i cortocircuiti sintetico-umani
(la raffica di laser e percuss i o n i d i Yo u ’ d a B e e n B e t t e r
Off If e la sirena marziana di
T h e r e ’s A F l y I n Yo u r S o u p
And I Put It There).
Un eclettismo che lascia spiazzati, una schizofrenia coesa
che sorprende piacevolmente,
una concezione del pop che
contiene tutto e il contrario di
52 sentireascoltare
tutto. Non un capolavoro assoluto, ma un buon modo per
guardare il nuovo millennio
con occhi diversi. (6.8/10)
Va l e n t i n a C a s s a n o
Solvent – Elevators & Oscillators (Ghostly International /
Wide, 2005)
Nuova prova discografica per
Solvent, uno dei nomi di punta di un certo modo di sentire/
ascoltare la musica elettronica. Elevators & Oscillators è
una raccolta che alterna canzoni inedite e remix curati da
gente del calibro di Lowfish e
Isan.
Ed è, neanche a dirlo, un altro
piccolo gioiello di classe e intelligenza. Che sia il delizioso
pop sintetico di Wish, l’atmosferica conclusione del brano
che presta il proprio nome all’album o le diverse – e sempre riuscite – declinazioni di
un pezzo fondamentale come
My Radio (la prima, di Mitgang Audio, si adagia su una
cassa in quattro quarti ornata da soffici tappeti trance; la
seconda, di Legowelt, è puro
casio-pop anni 80, ossessivo
e disumano nel suo incedere
robotico; l’ultima, di Schneider TM, seduce con il suo raffinato vestito indietronico), il
risultato è sempre vivo e trascinante.Un riempitivo? Certo, ma di buonissima fattura.
(7.0/10)
Manfredi Lamartina
Sparks - Hello Young Lovers
(Gut Records / Goodfellas, 6
febbraio 2006)
Dici Sparks e pensi alla teatralità dell’art rock, coniugata
in modo personalissimo, attraverso glam, vaudeville alla
Kinks, pop, testi ironici e surreali: una formula che li ha caratterizzati negli anni, il loro
marchio di fabbrica. Americani
di Los Angeles, espatriarono
in Inghilterra, dove esplosero nel 1974 con l’ottimo Propaganda, trasferendo in terra
british la loro vena causti-
ca; hanno proseguito poi, tra
alti e bassi, coniugando negli anni ’80 synth pop e disco
c o n G i o r g i o M o r o d e r, m u s i c a
s i n f o n i c a e d e r i v e h e a v y, f i n o
al presente. Qual è il senso
oggi di un nuovo parto degli
Sparks? Il ritorno dei fratelli
Ron e Russell Mael, a quattro
anni di distanza da Lil’Beethov e n , a v v i e n e c o n H e l l o Yo u n g
Lovers,ventesimo disco: ed è
come non averli mai lasciati;
è evidente infatti la continuità
con gli ultimi lavori del gruppo, in particolare con il penultimo.
Ritornelli e strutture melodiche che vengono ripresi nel
corso dei pezzi (Dick Around,
che lambisce l’hard rock più
pacchiano,
The
Very
Next
Flight, Rock Rock Rock), filastrocche
( M e t a p h o r,
Waterproof) tra acuti e falsetti
operistici, cori in un call and
response sguaiato, esagerato,
in un evidente autosuperamento della “forma canzone pop” à
la Sparks, alla ricerca di nuove formule, come loro stessi
ammettono di fare da qualche
anno. Non tutto funziona però
in questo gioco perverso: Hell o Yo u n g L o v e r s n u l l a a g g i u n ge infatti alla loro formula, ormai ampiamente sfruttata, se
non qualche pezzo (nel precedente era I Married Myself,
qui la eniana (Baby Baby) Can
I I n v a d e Yo u r C o u n t r y , Wa t e rproof e poco altro ancora.
La sensazione di “già sentito” è molto forte, anche se gli
Sparks sono capaci di creare ancora hook che restano
fortemente in testa, ritornelli micidiali che non lasciano
scampo. Ma ci piacciono anche per questo, tutto sommato. (6.2/10)
Te r e s a G r e c o
Talibam! – Talibam! (Evolving
Ear, 13 febbraio 2006)
E s o r d i o a s s o l u t o p e r i Ta l i b a m !
che si divertono a impacchettare i loro cd-r dentro copertine di LP più o meno recenti
con tanto di frammento di vini-
recensioni
Tiga
Sexor (Pias / Self, 6 febbraio 2006)
Tiga è un nome scritto con strass vistosi nel mondo del
djing. Lo stesso applicato sul retro del giacchino Adidas del protagonista/marionetta di Hot In Herre, tutto
movenze sexy e beat serrati, tra hip hop (l’originale è
infatti della super star Nelly) e electro-house. Lo stesso nome che si illumina in un led rosso alle sue spalle,
infuocando la minuziosa ricostruzione di un dancefloor
in miniatura.
Tiga è uno stiloso giovane canadese che ha fatto crescere l’attesa per il suo primo album ufficiale fino allo
spasimo, conquistandosi un piedistallo nel tempio dei
remixer con nomi del calibro di Depeche Mode, Cabaret
Vo l t a i r e , F e l i x D a H o u s e c a t , F i s c h e r s p o o n e r e v i a d i q u e s t o p a s s o p e r l u n g h i c i n q u e
anni, con un singolo ogni due mesi, giusto per non perdere la mano.
O r a è i l s u o m o m e n t o e a l l o r a “ L a d i e s A n d G e n t l e m e n , W e l c o m e To P l a n e t S e x o r ” , t r a
applausi e urla da stadio, luci spente, fumo che si disperde e il perfetto 4/4 di Far
From Home che si arrampica dalle caviglie, facile e leggero fino alle spalle, motivetto
pop canticchiato con spensieratezza mentre strizzi l’occhio al primo che passa. E poi
di seguito le tre hit che hanno fatto ribollire il sangue ai più votati frequentatori dei
c l u b d i m e z z o m o n d o : Yo u G o n n a Wa n t M e - s e n s u a l e e r o b o t i c a , c o n l ’ e f e b i c a v o c e
di Jake Shears (Scissor Sisters) a fare da contraltare alla compostezza del Nostro e
con lo zampino dei Soulwax alla produzione (anche in Good As Gold - Flexible Skulls
) -, Louder Than A Bomb - esplicito omaggio agli adorati Public Enemy -, e Pleasure
From The Bass - vorticoso hands clapping, linea di basso sintetica e cantato-recitato
minimale e sospirato.
È un proliferare di spalline alle giacche, abiti fascianti strizzati in vita, scollature
v e r t i g i n o s e e e y e l i n e r g e o m e t r i c i , c o l o r i f l u o e p o s e d a s t a r. M o s t r a r e , g u a r d a r e , g o dere. Gli anni Ottanta che rivivono in tutto il loro sfrontato edonismo (Burning Down
T h e H o u s e d e i Ta l k i n g H e a d s n e è s o l o l a d i m o s t r a z i o n e ) , i n u n f o r m a t o c a n z o n e c h e
passa per Chicago, flirta con l’hip hop, si esalta con i rave e continua a camminare
al passo spedito di un electro-funk futurista e fascinoso.
Che in realtà Tiga sia soltanto un androgino modaiolo capace di cavalcare l’onda
montante del revival di questi anni? Forse, ma le luci stroboscopiche del suo set sono
ancora forti e luminose. (7.0/10)
Va l e n t i n a C a s s a n o
sentireascoltare 53
le accluso (modalità non nuova di packaging nel sottobosco
indie, ma sempre intrigante).
Già conosciuto nel microcos m o a v a n t d i N e w Yo r k , i l t r i o
capitanato da Kevin Shea è
una delle più gradite sorprese
degli ultimi mesi, soprattutto
considerando quanto da quelle
parti sia pericoloso maneggiare synth batteria e sax senza
risultare banali o già sentiti.
Grazie però al background di
Shea (per chi l’avesse dimenticato: batterista degli Storm
‘ n S t r e s s , d u e a l b u m s u To u c h
‘n Go) e all’intrinseco valore
di questi tre pezzi, il rischio
viene eluso o quantomeno ridimensionato.
Libertà espressiva e adesione ai dettami dell’improvvisazione riescono infatti a farci
pegnati modi di pensare.
Resta il fatto che, tra fasti
elettronici, reincarnati folk, ritorni di fiamma wave, il rock’n
roll di elvisiana memoria sopravvive e conserva la propria
setta di adepti, più o meno fedeli e contaminati.
Gli uomini strafottenti dell’onda presente esistono ancora
e, coraggiosamente, incidono
dischi alla faccia della tormentata ricerca del nuovo e
stupefacente ultrachic.
Definirli eccentrico/kitch è un
eufemismo, di fronte alla cresta di platino e ai pantaloni da
boxeur del cantante e chitarrista Andrew Mc Farlane nel
Cassius Live del 2005, oppure
alle futuristiche tute alla Devo
dei restanti Hormonauts, nel
v i d e o d i I S e e Tw o . M a l o r o
precedono l’ironico swingare
finale, che simula il vocione
doppio degli omoni jazz (Any
Normal SuperHero).
Lo sguardo asettico ed oggettivo riconosce qualche ingenuità e giustapposizione, ma
l’inevitabile coinvolgimento diverte e arruffiana, nell’attesa
della conferma live.(6.3/10)
dimenticare quanta di questa
musica sia già stata scritta e
suonata, prima e dopo l’arrivo di John Zorn. Quel che ne
viene fuori è un’aggrovigliata
e calibratissima cascata ritmica, a cavallo tra i Flying Luttenbachers e i Lightning Bolt,
ennesima dimostrazione che
nel rock, nonostante la scorpacciata post, si può ancora
fare a meno delle parole. Basti pensare a quanto di buono
fatto negli ultimi anni non solo
dai Lightning Bolt ma anche da
Hella e Orthrelm, in grado di
smussare certa concettualità
propria del rock matematico.
I n q u e s t o s e n s o i Ta l i b a m ! r i sultano forse meno digeribili,
più espressamente votati alla
tradizione free e no-wave e
senza l’autoironia e le derive
hard-rock dei gruppi appena
citati, ma assolutamente non
inferiori. Per molti insomma,
ma non per tutti. (7.3/10)
suonano e delirano e se ne
fregano, sbeffeggiando innanzitutto se stessi, come terapia
ammazza-sistema.
La sceno/coreografia è tanta, questo bisogna ammetterlo, ma la volontà e l’energia
non mancano. Dopo una quinquennale, densa produzione
alla corte di diverse etichette
ed un cambio nell’organico, i
cultori dell’ormone tornano a
sovvertire palchi con Hormonized. Con un’apertura spudoratamente surf, il punk ‘n’roll
si riversa torrenziale ed esag i t a n t e ( L u c k y To y ) , a p r e n d o s i
a refrain al gusto La Bamba
(A Bandle Of Fun); gli Knack
di My Sharona, vengono rivisitati in un sogghignante
c o u n t r y, c h e d i v e n t a i n c a l z a n te peripezia simile al rincorrere un animale sfuggito al
controllo del padrone (Greasy
Black Hands). La title-track è
un’impudicizia cantata beffardamente, in perfetto stile Lux
I n t e r i o r, c o n i n a u d i t e i n s e r z i o ni di tastiera Casio, furtivamente introdottasi al richiamo
della lascivia, mentre Quentin
Ta r a n t i n o p o t r e b b e l a n c i a r e
gridolini entusiasti sulle note
del tragicomico western-dram a d i H a t u e y. D i v e r t i s s e m e n t
alla SamCooke (Hormonettes)
estatici figli dei figli dei fiori, chitarroni e flauti, organini
e misticismo, mischia paciosa
di voci, bacia il santino di Tim
D e l a u g h t e r, s i a b e n e d e t t a n e i
secoli la Elephant 6…
Insomma, sono lì che mi sto
rassegnando al dovere dell’ascolto (ad un ascolto di dovere), quando questi cinque
ragazzi (due maschietti e tre
femminucce) decidono di sorprendermi: ecco che le trame
s’intossicano, s’ispessiscono
d’elettricità, sterzano in diagonale tra i folk insidiosi di
Robyn Hitchcock e quelli battaglieri dei Neutral Milk Hotel, carezzano palpiti sintetici
e tradizione con nonchalance
Belle And Sebastian, alternano morbidezze malsane ad
asprezze
accorate,
lasciano indovinare passioni Phil
S p e c t o r, A b b a e H u m a n L e a g u e
sotto l’indolente coltre Americana. Uscito nel 2004 - fu il
primo titolo per l’etichetta di
Conor Oberst, che tra l’altro
lo co-produsse – questo Wild
like children trova oggi adeguata distribuzione in Italia.
E’ un buon disco, ispirato e
con poche cadute. Può contare
sull’entusiasmo degli autori,
sul loro talento appena sbocciato, su una voglia d’imme-
Roberto Canella
The Hormonauts – Hormonized
(V2, 17 febbraio 2006)
Che la spensieratezza di certa maschiosità sudorifera sia
il diversivo senza pretese di
serate birrofile e leggere, potrebbe
divenire
l’ennesimo
luogo comune di inquieti e im-
54 sentireascoltare
Mimma Schirosi
Tilly and the Wall - Wild Like
Children (Team Love, giugno
2004, cooperative / v2, febbraio 2006)
Dopo pochi secondi dall’iniziale Fell Down the Stairs ti
viene da pensare: ecco un’altra band devota alla cartapesta bucolica, folgorata sulla
via zuccherosa della comune
col camice bianco, ecco altri
recensioni
Toy
Toy (Smalltown Supersound / Wide, 13 febbraio 2006)
I l n o m e è t u t t o u n p r o g r a m m a . To y . E p r o p r i o c o m e q u e i
giocattoli di ultima generazione, progettati – diabolicamente? – per piacere ad ogni bambino sulla faccia della
terra, così questo bel dischetto è un implacabile susseguirsi di gioiosa melodia/contagiosa allegria che riesce
a sincronizzare il cuore dell’ascoltatore verso frequenze vitali più rilassanti e rilassate.
Questo non sembri la classica esagerazione di circostanza per convincere chi legge della bontà dell’album.
Sappiamo che una raccolta di pezzi casio-tronici, nel qui
e ora del 2006, è sorprendente quanto una pizza margherita a Napoli, dopo che gruppi del calibro di Books,
L e m o n J e l l y e To R o c o c o R o t h a n n o t r a c c i a t o n u o v e e d e c c i t a n t i v i e n e l l a f r a s t a g l i a t a
galassia dell’electro. Ma un disco strumentale come questo merita comunque un po’
di fiducia preventiva. Perché è vero, segue le coordinate glitch-bucoliche delle band
citate precedentemente, ma lo fa in un modo così gustoso e gradevole che il risultato
finale è meravigliosamente e paradossalmente pop.
S e d a n T h r o u g h Tu n n e l h a u n a c a s s a i n q u a t t r o q u a r t i c h e t i p r e n d e a l l e g r a m e n t e i
piedi e li fa muovere senza che tu possa fare niente per fermarli. Valley Cars parte
con sonorità vagamente orientaleggianti per poi aprirsi in uno squarcio lisergico e
psichedelico che gli ultimi Chemical Brothers farebbero carte false pur di riprodurlo
nei propri cd. La chiusura di Decorama è un reggae sintetico che colora il mondo con
pennellate calde e tinte vive, come se stesse per sbocciare il calore e il profumo di
una primavera che permetta finalmente di irridere questo freddo incessante e di farci
beffe dei tagli energetici dei russi. Non a caso, se durante l’ascolto ti guarderai allo
specchio, troverai più di un sorriso solcare la tua bocca. (7.5/10)
Manfredi Lamartina
sentireascoltare 55
diatezza che non fa sconti alla
tensione. E sul bel carattere
delle voci, il che non guasta
anzi può fare la differenza.
Quasi dimenticavo: quello che
sentite ad esempio in Bessa e
Reckless è proprio un tip-tap
(a cura della tap dancer Jamie), e sostituisce più che degnamente la batteria. (6.9/10)
Stefano Solventi
Tom Violence – Self Titled
(Black Candy / Audioglobe,
febbraio 2006)
Il post-rock ha compiuto tutto
intero il percorso di definizione stilistica: ha ferito a morte
le forme della rock-song, ha
gambizzato le prospettive, ha
mischiato le carte, ha frammentato gli elementi. Poi è
tornato sulla scena del delitto, ci ha pianto su, infine si è
accettato e ha preso a camminare sulle proprie gambe senza tutta quella intransigenza, senza quell’aria da salto
nel buio, il cuore conteso tra
rimpianto e nostalgia. Insomma, il post-rock melodico dei
To m V i o l e n c e c a m m i n a s u q u e l
sentiero di redenzione postpost-rock come prima di loro
ad esempio i Giardini di Mirò
o i L’ A l t r a , t a n t o p e r c i t a r n e
un paio. Siamo quindi dalle
parti di un già sentito pericolosamente in bilico sul logoro,
melodia e tormento, ballad a
profusione per chitarre uggiolanti ed eventuali tumulti in
crescendo. Con la differenza
che il loro background può
usufruire del non trascurabil e a d d i t i v o S o n i c Yo u t h ( n o n a
caso il nome della band viene
da un pezzo di Evol) e di una
evidente filiazione Dirty Three
incarnata dal sapore dominante del violino.
L’ a v a n g u a r d i s m o r o c c i o s o e
disinvolto dei primi e le brume romantiche dei secondi
permettono di applicare alle
belle melodie arrangiamenti
non certo inauditi ma non privi di soluzioni a sorpresa: se
le tastiere spandono la loro
presenza con luccicante di-
56 sentireascoltare
screzione, se le elettroniche
popolano talora l’atmosfera
di fantasmini glitch (Walthamstow central) e se il sax provoca coloriti scossoni (Another
fashion victim), può capitare
altresì d’imbattersi in found
voices, in un vivido glockenspiel, in un clarinetto basso
che stende tappeto brumoso,
in quei talkin’ dall’inflessione cinico/sardonica quasi watersiana, in un pianoforte che
cuce Lennon coi Sigur Ros
(nella conclusiva Spop). Più
di ogni altra cosa convince
però la capacità di giocare coi
registri bassi, dove i timbri
s’impastano
invischiando
il
cuore, come nel pigro splend o r e d e l l ’ i n i z i a l e To s e t s o mething convivial o in quella
Good morning che ha il solo
difetto di durare un po’ troppo. Sanno fare bene ciò che
v o g l i o n o f a r e , i To m V i o l e n c e ,
lasciando intravedere numeri
per fare di più. Cioè - forse
- altro. (6.4/10)
Stefano Solventi
Ursula Rucker – Ma’at Mama
(!K7 / Kizmaiaz, 20 Gennaio
2006)
Ursula Rucker è una poetessa afroamericana di Philadelphia, al terzo lavoro musicale (Supa Sista, 2001 e Silver
And Lead, 2003 i precedenti);
laureata in giornalismo, ha
iniziato a recitare in pubblico
le proprie poesie nel 1994 e
subito dopo a collaborare con
artisti e produttori quali King
B r i t t , 4 H e r o , J a m a a l a d e e n Ta cuma, Josh Wink e The Roots
(per i quali compone i tre testi
che chiudono i loro primi tre
album).
Il suo approccio alla musica
si colloca nella scia di quando fatto da Gil Scott Heron (in
quanto padre della jazz poetry afroamericana) e nel solco
della tradizione orale afroamericana già portata avanti dall’hip-hop; proprio per
questo
movimento
culturale
la Rucker rappresenta un elemento di rottura per il punto di
vista femminile (e femminista)
espresso dai suoi testi (contro una pesante caratterizzazione maschilista di buona
parte della musica hip-hop) e
per la collaborazione con artisti europei che l’hanno portata ad incontrare sonorità altre
rispetto a quelle black e più
vicine alla scena elettronica.
Le influenze e i punti di riferimento dell’artista sono tanti e rintracciabili anche al di
fuori del mondo della musica:
tra i più importanti c’è Frida
Kahlo (per l’evidente gioco di
mimesi che la Rucker porta
avanti tra la sua immagine e
quella dell’artista messicana,
in quanto donna radicalmente
diversa dagli stereotipi occid e n t a l i : “ … C a l l m e … / c r a z y,
divine, Ma’at, true honeybun,
Supreme
Pontifica,
electric
l a d y, h o l y p r o s t i t u t e / I d o n ’ t
care what you call me/ I know
who I is …” è la conclusione di
For Woman),.
Ma’ at Mama, scritto e prodotto quasi interamente da
Anthony Tidd, che ha anche
scelto i musicisti per registrare, ci propone un cammino tra
diverse
atmosfere
musicali
sempre legate al testo: così
Rant (Hot In Here) con la sua
critica graffiante e corrosiva e
la richiesta di una rivoluzione
è sostenuto da un riff ipnotico
e minimale, che spinge avanti l’esecuzione, mentre Black
Erotica viene rivestito da una
ballad
jazz
sensuale;
non
mancano naturalmente pezzi
più vicini all’hip-hop (Poon
Ta n g C l a n ) o p i ù s p e r i m e n t a l i
(Spiri-Chant).
Fondamentale è la capacità
della Rucker di adottare diverse tecniche di esecuzione del
testo (da una semplice lettura, al rap fino a brevi passaggi cantati passando attraverso
le diverse possibili sfumature
immaginabili) adattandole anche alla base musicale scelta.
Anche nei confronti del mondo della musica la sua posizione non è certo tenera: un
continuo svuotamento di “arti-
sticità” e una sempre maggiore presenza di prodotti mainstream sono i punti deboli che
la poetessa individua.
Un disco molto bello e importante, impegnativo se affrontato nella sua completezza,
da ascoltare per chi volesse
accostarsi a questo genere;
ritratto di un’artista completa
e rappresentativa del nostro
presente, ma che non dimentica – anzi vivifica – le proprie
radici
(quantomeno
dovuto
l’accostamento a Tracy Chapman).
All’ascoltatore
tocca
decidere se accontentarsi del
suono della voce di Ursula
Rucker e della varietà stilistica delle basi musicali o se
(vivamente consigliato) provare un ascolto accompagnato
dalla lettura dei testi (scaricabili dal sito ufficiale dove
si possono anche ascoltare i
brani). (7.8/10)
Andrea Erra
sentireascoltare 57
dal vivo
C l u b To C l u b
Festival Internazionale di Musica Elettronica Contemporanea
V e d i z i o n e ( To r i n o , 1 0 - 1 2 n o v e m b r e 2 0 0 5 )
di Paolo Grava. Foto di Bruko
La tre giorni dedicata alla musica elettronica giunge alla quinta edizione,
riproponendo una formula tanto coraggiosa quanto apprezzata dal pubblico.
Ne abbiamo parlato con l’organizzatore, Giorgio Valetta.
To r ino è il mio dancef l o or.
Club To Club: musiche
che vanno dal suono da
club all’elettronica di
ricerca con una particolare attenzione alla
multimedialità.
Nella serata centrale ben
tre location presentano
eventi in contemporanea,
lasciando libera scelta
agli utenti, i quali si
troveranno a vivere una
versione
personalizza-
58 sentireascoltare
ta del
sede.
Festival
multi-
L’ a p e r t u r a è a ff i d a t a a J a m i e
Lidell, la cui esibizione sarà
giudicata da molti come la più
geniale della rassegna. Un
prestigiatore del suono, per
la capacità di giocare e stupire con le frequenze e i timbri,
pescando dalla black music di
casa Motown quanto al suono
o r c h e s t r a l e p r e - w a r.
All’Hiroshima Mon Amour aprono la serata del venerdì i due
nomi di punta della teutonica
Gomma Records. La miscela di house balearica e funk
molto ben calibrata di Munk
viene presentata forse troppo
presto ad un pubblico che ha
ancora bisogno di scaldarsi
e ingrossarsi, mentre quando salgono sul palco i danesi WhoMadeWho il parterre è
quello delle grandi occasioni.
Cappellino da baseball, canottiera e mustacchi da redneck,
i tre non sembrano provenire dalla terra della sirenetta,
quanto da un film dei fratelli
C o e n o d i R u s s M e y e r. D u r a n te lo show presentano quasi
per intero l’album d’esordio (a
dire il vero ogni tanto affiora la
sensazione karaoke come con
Out The Door) e infiammano il
pubblico con un suono potente che si rifà tanto all’ormai
inflazionato punk-funk quanto
al gay pop à la Bronsky Beat
e al madchester sound, mentre l’attitudine cazzona e da
railroad rockers di terz’ordine
ne fa subito dei beniamini e
strappano più di un sorriso ai
clubbers, che apprezzano uno
spettacolo muscolare prima di
tuffarsi nel vortice celebrale
delle esibizioni dei djs.
Te m p o p e r d u e c o m m e n t i e u n
drink e passiamo alla seconda
sede del festival dove si esibisce uno dei padrini del Detroit Sound, Carl Craig. Dance
floor strapieno e relativa temperatura infernale non scoraggiano gli appassionati che
ballano senza posa al ritmo di
un suono diventato uno standard del genere, tra afro-beat
e aperture surrealistiche da
brividi.
Unico neo della serata l’esibizione di Nathan Fake, l’attesisssimo
enfant
prodige
d’Albione, funestata da problemi tecnici a non finire. E’
all’interno del teatro Juvarra,
adibito a zona chill-out, che
ci confrontiamo con amici che
hanno scelto altri percorsi e
altri artisti (Scuola Furano e
Tiga) e che ritroveremo all’alba, totalmente (soddis)sfatti.
Il nostro percorso si conclude
dove era iniziato con Luciano,
beniamino del pubblico sabaudo, che ricambia l’accoglienza
calorosa con un set minimale
che traghetta i (numerosi) sopravvissuti all’alba del terzo
giorno.
Il festival si chiude sabato
alla Fondazione Sandretto Re
Rebaudengo con i catalani Ferenc che sonorizzano Dolls di
Ta k e s h i K i t a n o , f i l m s u l l e s t a gioni e i colori perfetto per
essere immerso in paesaggi
sonori elettronici. Sempre legata alla multimedialità l’edizione speciale di Duel, l’appuntamento settimanale curato
da Mao durante il quale dj e
bands si sfidano in sonorizzazioni di films. Parlando di arti
visive da segnalare la bravura
dei vjs (da Alexej Paryla alle
nostrane Sweety), spesso sottovalutati e relegati ad “accessorio” dell’esibizione del
dj, che hanno stupefatto gli
astanti con visioni surreali e
scenografie caleidoscopiche.
Inte r v i s t a a G i o r g i o Va llett a ( d j , g i o r n a l i s t a e
org a n i z z a t o r e d e l f e s t ival) .
C l u b To C l u b è d i v e n t a t o u n
appuntamento
imprescindibile in Italia per capire “a
che punto è il nightclubb i n g ” . L’ i m p o s s i b i l i t à d i v e dere tutto unita alla sicurezza di assistere comunque.
Ovviamente ci sono state anche delle coincidenze per cui
qualcuno è stato costretto fare
delle scelte, perdendo delle
esibizioni.
Ci sono state delle sorprese
piacevoli?
Non posso dire che sia una sorpresa perché la seconda volta
che ospitiamo una sua esibizione (si era già esibito l’anno
scorso all’interno di ElectroLiveClub), ma Jamie Lidell se
possibile si è superato, per
quello che ho visto è stata la
performance più strabiliante,
è stato tecnicamente perfetto
e poi possiede un’inventiva...
una capacità di sintesi tra generi apparentemente inconciliabili, come il soul vintage e
l’elettronica sperimentale. E
poi tra le sorprese metterei
gli Scuola Furano, che sono
veramente coinvolgenti, bravi, prometttenti. Per essere al
primo album... Il pubblico ha
apprezzato molto, gente che
urlava... I due dj della Riot
Maker sono due pazzi scatenati e al Supermarket hanno
conquistano tutti!
Qualcosa vi ha deluso?
Delusioni? Parlerei più di inconvenienti tecnici riguardo al
set di Nathan Fake, funestato
prima dalla perdita del volo e
poi dal triplo crash del Mac.
Forse una pecca che vedremo di risolvere nelle prossime
edizioni è quello della capienza, ma non ce lo aspettavamo
e forse è meglio che ritrovarsi
in locali sovradimensionati e
vuoti.
Avete intenzione di ripetere
l’esperienza d’estate?
Noi d’estate collaboriamo già
con il Traffic Festival, del
quale abbiamo curato la programmazione notturna e da
club. Non so se riproporre una
f o r m u l a e s t i v a d i C l u b To C l u b
avrebbe un senso, bisognerebbe ripensarlo e adeguarlo
alle esigenze estive per quel
che riguarda spazi e orari.
To r i n o è u n a c i t t à c o n u n a
grande tradizione rock, pensiamo a bands come i Negazione e i Subsonica e ai
grandi concerti estivi. Negli
ultimi anni l’impressione è
che le maggiori soddisfazioni arrivino dall’elettronica.
Con le serate Xplosiva pensiamo di avere avuto un ruolo in questo, in primo luogo
con l’attività di dj, proponendo suoni e tendenze altrimenti difficili da raggiungere.
Quando abbiamo iniziato nel
‘97 abbiamo cercato di unire
i suoni più innovativi con lo
spirito del club house. Quindi due universi giovanili che
hanno pochi punti di contatto,
i clubbers più incalliti e i lettori di riviste rock.
Anche
ospitando
artisti
emergenti cari ai due schieramenti.
Abbiamo d’anticipo ospitato
certi artisti prima che diventassero famosi, come è successo con Layo & Bushwacka,
Magda, Tiga, Dani Siciliano,
sentireascoltare 59
Mu, Villalobos. È un nostro
obbiettivo anche rappresentare le varie facce della musica
elettronica,
dall’avanguardia
alle ibridazioni con altri generi musicali e altre forme, come
è successo per l’esibizione di
Murcof all’interno della Chiesa di Gesù Redentore.
To r n a n d o
al
successo
di
pubblico del festival e al
successo della musica elettronica da club, non credi
che sia strettamente legato
all’evoluzione tecnologica?
Penso la maggior parte dei
ragazzi presenti abbia utilizzato il pc per comprare/scaricare i pezzi degli artisti,
quindi in maniera più rapida
e soprattutto più economica
che andando a comprare/ordinare i dischi in un negozio
specializzato.
Sicuramente il download sicuramente
ha
incrementa-
60 sentireascoltare
to il livello medio di cultura
musicale, c’è più attenzione,
curiosità, sicuramente più informazione anche su fenomeni
un tempo considerati underground.
E si risparmia anche, ma nonostante questo credo, vista
la crisi generale, che sia sempre più difficile chiedere grandi cifre al pubblico. Abbiamo
scelto di attuare una politica di biglietti a prezzi ridotti (venerdì il biglietto costava 18 € per 3 club, navetta di
c o l l e g a m e n t o c o m p r e s a n d r. ) .
Lo abbiamo potuto fare graz i e a n c h e a l f a t t o c h e C l u b To
Club è supportato da sponsor
e anche da qualche contributo
istituzionale.
Recensi o n i
Amari - Hiroshima Mon Amour,
Torino (19 gennaio 2006)
Salgono sul palco luminescen-
t e i c i n q u e Te l e t u b b i e s d e l l a
Riotmaker e ci ipnotizzano con
il loro indie-hop accattivante
portandoci a conoscere serial-killer tremendamente belli sul divano minato, sempre
meglio che stringer la mano
alla rovescia al posacenere
che sta dentro te. Che faremo
il 15 gennaio quando finiranno
i soldatini immersi nella scarpa farraginosa? Giallo, rosso,
blu, viola, verde. Supereroi
della Generazione iPod. Generazione Blog. Degenerazion e N e r d . I ’ m a l o s e r b a b y, s o
why don’t you kill me? Ogni
tanto sale il retrogusto Sam u e l e “ B e l l e Te t t i n e ” B e r s a n i
e il déjà vu del secchione che
hai menato il primo giorno di
scuola, ma torni in fretta nel
vortice di chitarre lo-fi e suoni giocattolo su cui scivolano
le rime sbilenche alla cLOUDDEAD e i coretti Battisti-style dei rivoluzionari furlani. La
gente canticchia, salta, scodinzola e si diverte, i ragazzi
sul palco pure. Una festa ben
riuscita ma resta l’impressione che sia tutto troppo studiato, dai siparietti all’abbigliamento (addirittura le stringhe
delle scarpe abbinate con la
felpa!). Ma poi quel secchione è diventato il tuo migliore
amico.
Paolo Grava
Black Wire + Bikini The Cat
– Spazio 211, Torino (13 gennaio 2006)
Arrivo al termine dell’esibizione dei Bikini The Cat, ed
è un peccato perché gli ultimi
pezzi sono coinvolgenti e dai
sorrisi del pubblico e dai commenti rimpiango di averli persi. Quando i Black Wire salgono sul palco laminato dello
S p a z i o 2 11 q u a l c u n o s t o r c e i l
naso per la mancanza di una
batteria “umana”, ma la scelta si rivela azzeccata, di questi tempi meglio eliminare che
aggiungere. La band perde la
terza dimensione e guadagna
in impatto. In più i tre di Leeds hanno quella dimestichez-
za sul palco tipica dei ventenni inglesi, figlia del punk e del
pub, nipote degli Who.
Alla faccia di tanti poseurs/
losers, Dan Wilson, performer
esagitato, posseduto da Ian
Curtis, lattina in mano e occhi
sgranati, ci sbatte in faccia
la freschezza i suoi vent’anni, salta, balla, si lancia dalle casse e finisce il concerto
s e m i n u d o . To m G r e a t o r e x e S i
McCabe imbastiscono un tappeto sonoro a metà tra new
wave e psychobilly fatto di riff
schizzati e basso a impulsi
dinamitardi, citano le Slits e
i Jam, London Calling e Pink
Flag. Un’ora di delirio ultrà e
spariscono. Arrivederci.
Paolo Grava
John Cale - Scandicci (Firenze), 10 febbraio 2006
Chi aveva visto John Cale
qualche anno fa in un tour italiano senza band parlava di un
musicista freddo e scostante,
che al posto del pathos intimista comunicava una professionalità seccata. Il tour col
gruppo aveva invece convinto
anche qualche scettico, e ciò
mi faceva ben sperare per il
mio primo concerto del gallese (reunion VU esclusa).
Ottimismo confermato quando,
dopo sei minuti di oscillazioni
elettroniche, Cale finalmente
sale sul palco con i suoi tre
musicisti, imbraccia la viola e
dà il via una caldissima, bruciante, intensa Venus In Furs
(più aggressiva della versione
proposta da Lou Reed nel suo
recente
Animal
Serenade).
Le accordature all’inizio non
sono perfette, il bilanciamento degli strumenti viene messo
a punto nel corso dei primi tre
brani e, a voler essere puntigliosi, nel ritornello la chitarra di Dustin Boyer non riempie
quanto dovrebbe; ma davanti
alla magia di questa versione,
all’impeccabile voce di Cale,
alla fantasia delle spezzettature ritmiche e all’impatto
generale sono piccolezze trascurabili.
Che sia un Cale più rock del
solito lo confermano le successive Walking The Dog (il classico blues di Rufus Thomas già
presente in Sabotage Live) e
Tu r n T h e L i g h t s O n d a l l ’ u l t i m o
Black Acetate, dal quale proviene anche la successiva Woman. Ma “rock” è decisamente
riduttivo: mentre il Nostro si
alterna a viola (poco, ahimè),
piano e chitarra e il fido Joseph Carnes oscilla tra basso,
contrabbasso, loops e tastiere
(qua e là anche contemporaneamente), la musica segue
le argute ed aeree traiettorie
delle melodie, sfiora appena
il prog, evoca i Radiohead e
c e r t i p a s s a g g i d e i B u c k l e y. I n
una perfetta convivenza tra
schitarrate vagamente glam e
rumorismi, morbide ballate e
coretti che a volte sconfinano
nel disarticolato, tutto viene
portato avanti attraverso originali strutture e complesse
stratificazioni, ai limiti dell’orchestrale, incredibilmente
messe su dai quattro (nota di
particolare merito per il batterista Michael Jerome).
Né
manca
l’ironia,
quella
che dà vita a una versione di
Femme Fatale mescolata alla
rara Rosegarden Funeral of
Sores (resa immortale dalla
cover dei Bauhaus) su un tempo tra il cha-cha-cha e la tastierina Casio; dopo le recenti
Hush e Outta the Bag (decisamente migliorata con l’abbandono del falsetto del disco), si
passa al classico Guts e a due
brani dal penultimo Hobosapiens, Look Horizon e Magritte. Finché giunge il momento
più alto del concerto: un loop
elettronico tintinnante che ricorda una ruota di bicicletta,
su cui gradualmente gli strumenti stendono tappeti sonori, un crescendo emozionante
e implacabile, poi “Me and my
partner...”. E’ Gun, un classico (ripreso anche da Siouxsie)
da Fear (1974), in una versione impreziosita da versi dalla lennoniana Working Class
Hero: la summa del discorso
musicale proposto in questo
concerto. Dopo la tempesta
la quiete di Set Me Free, Cable Hogue e Things, l’inedita
Jumbo, la recente Sold-Motel
con le sue reminescenze di
Making Plans For Nigel (XTC)
e l a v e c c h i a L e a v i n g U p To
Yo u p e r c o n c l u d e r e f i n o a i b i s
con la classica Buffalo Ballet
e la recente, rockissima Perfect.
“Ho
visto
il
futuro
del
rock’n’roll e il suo nome è...”
John Cale? Forse IL futuro no,
ma lo sfaccettato corpus musicale che questo grande artista ha costruito in quarant’anni e messo in scena stasera
contiene ancora molti elementi che potrebbero essere utili
all’auspicato, latitante rinnovamento del rock.
Giulio Pasquali
sentireascoltare 61
we are demo
a cura di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
Side A
E’ un piacere sottile perdersi
nelle atmosfere pacate e nelle chitarre liquide dei SingleSignOn. Una sensazione che
assomiglia un po’ a quello
che si prova quando ci si immerge sott’acqua, d’estate, e
si ascoltano per un momento
i suoni attutiti e morbidi che
arrivano alle orecchie. Merito
dell’atmosfera senza gravità,
delle lentezze ritmiche, dei
vocalizzi espansi che si respirano nei tre brani di dell’EP
omonimo, episodi che pur essendo per lo più strutturati su
scambi da tre accordi hanno il
pregio di non annoiare. A Long
Way Home si nutre di un beat
elettronico quasi impercettib i l e e d i l i t r i d i f l a n g e r, F u l l
Joy fonde armoniosamente carezze melodiche e continuum
fluidi a distorsioni vagamente
psichedeliche, Fade Out minimizza i Jesus & Mary Chain
addomesticandone le pulsioni
selvagge, in favore di una musicalità tutta arpeggi e sfondi
sfocati. Un sentire quello della band, piccolo ma prezioso,
capace di riappacificare con il
moto armonico dei corpi celesti anche il più tenace dei metallari. (6.7/10)
Metallari che presumibilmente
non esiterebbero un momento
ad abbracciare senza riserve l’hard rock nerboruto che
propongono i MSK da Ortona.
Degli otto brani raccolti nel
demo, rispettivamente due del
2004 e sei del 2005, paiono
più “quadrati” i secondi in virtù di geometrie razionali costruite su riffoni di chitarra a
struttura circolare. Il battere
del gruppo lascia, talvolta,
quasi senza fiato, una botta d’adrenalina vecchio stile
62 sentireascoltare
che oltre a rimandare all’ hard
anni ’70-‘80, taglia trasversalmente i territori del punk
e del grunge. Basti citare il
clima torrido e decadente à
la Soundgarden di Buonsenso, i riff sparati di Progresso
o i due minuti di apnea di HC,
presi a prestito dalle cose migliori dei Punkreas. Lobotomania allarga il raggio d’azione dell’ ensemble anche al
funk e completa una proposta
musicale che pur concedendo
qualcosa all’irruenza fine a sé
stessa – soprattutto nei testi
–, merita sicuro apprezzamento. (6.5/10)
Te r z o d i s c o d e l m e s e è I n c o m i n c i a d e i 3 n o i r, b a n d d a l l a
storia lunga e travagliata partita nel lontano 1998 e protrattasi con alterne fortune fino
ad ora. Composto da musicisti
dal palmares di tutto rispetto
– collaborazioni con Pasquale De Fina e Carlo Carcanola, strumentisti e arrangiatori,
tra gli altri, per Cristina Donà,
M a s s i m o Vo l u m e , M o r g a n – i l
gruppo padovano propone un
noise scuro e malinconico,
caratterizzato da tempi lenti,
un’evidente ricerca melodica
e la voglia di mediare tra distorsioni e musica d’autore.
Se l’accostamento strumentale pare piuttosto classico – rispondono all’appello chitarra,
basso, batteria e voce -, lo
stesso non si può dire del prodotto finale, che presenta invece caratteristiche peculiari:
Demoni abbina un tempo marziale ad una sei corde ruvida
e compressa, Incomincia è un
crescendo appena sussurrato,
J’accuse è un crepuscolo allungato tra arpeggi e toni dimessi, La grande ustione uno
svilupparsi melodico in bilico
tra tinte monocromatiche e lirismo evocativo. (6.4/10)
Con un titolo che metterebbe
in fuga anche il più navigato
tra i recensori, Studi in fase di
sperimentazione sulle interferenze di onde improvvisative
rappresenta il lavoro dei Tuttunoconlamacchina. Un disco
quello della band bolognese
che non esita ad abbracciare
il significato profondo della
parola “studio”, nel senso di
sperimentazione a tutto tondo, mantenendo un approccio
in bilico tra improvvisazione
jazz a base acustica – i dieci
movimenti dello Studio n.1 – e
impasti scuri di elettronica.
Tra rumori di fondo, distorsioni e interferenze non ben identificate – campionamenti, basso, chitarra, programmazione,
la strumentazione utilizzata
nel disco – trovano posto brani come Studio n.3: Il caso e
la necessità, Studio n.5: Deux
O u Tr o i s C h o s e s Q u e J e S a i s
De La Vie o Studio n.8: La vita
è uno spreco, la vita è uno
spreco, la vita è uno spreco.
Episodi che sembrano voler
riunire sotto lo stesso tetto
gli impeti oltraggiosi del Metal Machine Music di Lou Reed
e ritagli audio tratti da qualche film di fantascienza, con
tanto di condotti di areazione
in funzione, varietà di “bip” e
s o n a r, r u m o r i d i l a s e r e p r o pulsori di astronavi. Sintomatici in questo senso i sette minuti dell’episodio conclusivo
– Studio n.4: Music for Spaceports - vero e proprio sabba
rumoristico dal vorticoso crescendo. (6.8/10) (f.z.)
Side B
Dal punto di vista della mia
cassetta
postale,
l’underground
sonico
italiano
ha
l’aspetto
di
un
insalatone
variegato e fremente. Incroci, azzardi, eterogeneità. E
tanta energia. A proposito di
energia, vi presento gli Underground Railroad e il loro
album autoprodotto Blessed
With A Curse. Insieme dal novembre 2002, sono un trio che
gioca al power-blues come un
Jon Spencer in trip glamadrenalinico. Quindi, corde turgide e torride, parata di ovvietà al fulmicotone, quel senso
del didascalico così umorale
da sfiorare l’umoristico, quello scolpire le forme quasi a
volerne incendiare lo stereotipo. Insomma, il motore gira
che è un piacere, i ragazzi
si divertono e ci divertono.
Scomodano con nonchalance
estro Led Zeppelin e funkerie
post-garage (sentite come pesta Don’t Know), perseguono
al bisogno acidità hendrixiane
c o m e i n B r i n g Yo u D o w n , g i o cano con disinvoltura la carta
del più prevedibile hard-blues
(Stripper Blues) e sciolgono le
giunture con toste e stradaiole
sgroppate R’n’R (Wonderland,
Dead a Thousand Times). La
voce ha grana e impudenza
eminentemente rock, la chitarra è disinvolta e impertinente, il basso e la drum machine
seguono con rodata diligenza.
Tutto qui? No. Infatti c’è l’altro lato della faccenda, quello
del folk blues acustico dagli
echi John Mellencamp (Faithful), quello del malanimo
gospel-soul vagamente Black
Crowes della conclusiva Sing
a Song (con abili contributi di
piano e organo). Prove tecniche di next big thing de noantri? E perché no? (6.7/10)
Salto mortale triplo carpiato
per tuffarsi nella poptronica
evoluta dei Fabryka. Vincitori
allo scorso Arezzo Wave nella
sezione progetti multimediali
audio-video, già opening act
per Matmos e Popolus, sono
un quartetto dalle idee chiare
e a c c u r a t e . L e t r a c c e d i Te s t i n g To y s , e p d i d e b u t t o s c a ricabile gratuitamente dal loro
sito, imbastiscono ballad folk
cibernetiche condite di umori
mitteleuropei (vedi la splendida fisarmonica in Handful
O f D u s t , t r a O i Va Vo i e L a l i
Puna), oppure danze Subsonica a base di bassi veementi e microtrame Warp/Morr (A
Cure), e ancora certi trepidi
slittamenti Mùm (i found voices,
l’elettronica
inafferrabile e le rifrazioni di chitarra di Rainfall), quando non la
solennità oleografica di Bjork
(nella mischia di evanescenze
e grumi soul di Hang On). Alla
divina islandese guarda palesemente il canto di Tiziana
Felle, soprattutto per il modo
in cui si estenua e si frange
nel chorus di Legoland. Ebbene, si sa che in queste situazioni la voce deve dare il
colore fondamentale, per non
rischiare di (s)perdersi nel
mare delle proposte consimili. Quella di Tiziana è bella,
ha potenzialità, ma per ora si
ferma un passo prima di. É un
invito a lavorarci, perché non
farlo sarebbe un peccato. Comunque, la proposta è fresca
e intensa. (6.9/10)
Ancora elettronica con i 2 Genial Idiots, ma il versante è
ben più brusco, acido, sperimentale. Se con gli Zmigavac tentarono fin dal remoto
1999 la carta dell’elettropop,
col dissolversi del gruppo ai
due producer varesini Andrea
e Simone rimase la voglia di
far collidere/coincidere i loro
diversi background: l’elettricità e l’elettronica, la ruvidità
e il minimalismo. Nel 2003 remixano Salirò di Silvestri guadagnandosi airplay su Radio
Popolare, poi vincono il premio Creatività alla rassegna
Microsolchi II, facendosi conoscere e apprezzare nell’ambiente electro indipendente. Il
cd che mi hanno inviato contiene gli ep già editi - Coded
Rock e Mio figlio egoista: perché? - più le ultimissime composizioni. Nei primi, la doppia
anima del progetto sembra
allestire un conflitto perenne
e fruttuoso: mostruosa ibridazione tra un funk/rock preso
per la cresta (quelle chitarre
aspre e graffianti, quei bassi
turgidi e screanzati), electro
sottile e techno pulsante, col
risultato di mimetizzare irrequietezza dietro la giocosità,
un vibrare mnemonico che non
trova pace mentre cerca quel
centro di gravità (permanente)
che gli è fisiologicamente negato. Puoi scorgere così spettri M.A.R.R.S. e Art Of Noise,
l’Hancock robotico che sbrana
technofunk, Santana divorato
da spasmi e astrazioni digitali. Spiace un po’ che le tracce
più nuove vedano progressivamente sparire l’aspetto più
sporco, più rock della questione, ma rimane quel gioco
a mitragliare la forma canonica con perturbazioni ritmiche, con improvvisi crash del
sistema, come se la normalità
fosse una condizione inaccessibile. Così l’abbozzo di techno dance dritta viene gambizzata in Rage Condenser da
mostriciattoli sintetici ed insidie Autechre, mentre Fingers
prima l’ammansisce di coloriture eighties quindi la trafigge
e infine la trasfigurata in una
c o s m i c a a s c e n s i o n e Te r r y R i l e y. P i u t t o s t o g e n i a l i , p e r n u l la idioti. (7.2/10)
E veniamo - e qui vi voglio a mister Netherworld, del cui
Otherworldly Abyss va innanzitutto ammirata la bella confezione, la cui grafica a dire il
vero m’intimorisce piuttosto e
anzichenò. Alla prova dei fatti, trattasi di oltre un’ora di
lento, misterioso, avvolgente
precipitare in un abisso (compiuto via acronimo brano dopo
brano) che per quanto ne sappiamo potrebbe risiedere nel
più remoto angolo dell’universo oppure nel tuo (mio, suo)
cervello dopo ore di catodica
sentireascoltare 63
l o b o t o m i a . Va p o r i c o s m i c i , r i m bombi cupi, il respiro di Alien,
gas di scarico di astronavi organiche, fruscii pressurizzati,
chincaglierie
imperscrutabili
(come retaggi di antichi suoni vaganti nel vuoto), musica
d’ambiente collassato, attonita transustanziazione Brian
Eno - John Cage, suites per
anime con un piede già nel
post-sensibile, dove e quando non ci sarà più nulla a cui
aggrapparsi. Ed ecco che, nel
pieno dello spaesamento spazio-temporale, viene voglia di
alzare il volume e farsi ingoiare dalla nebbia, alla ricerca di
corpi solidi, voci, presenze,
appigli concreti. Forse è concettualmente “troppo” per una
rubrichetta come questa. Ragion per cui, il voto è più ipotetico che mai. (7.0/10) (s.s.)
c o ntatti
SingleSignOn
[email protected]
MSK
[email protected]
3noir
[email protected]
Tu t t u n o c o n l a m a c c h i n a
[email protected]
Underground Railroad
[email protected]
Fabryka
h t t p : / / w w w. f a b r y k a . i t /
2 Genial Idiots
[email protected]
[email protected]
Netherworld
[email protected]
64 sentireascoltare
classic
Guru Guru
Elettro-anfibi verso la libertà
di Filippo Bordignon
Wall of sound eretto via LSD e grande talento. Poi rapidi cambiamenti, dispersioni, intricate discografie e una svolta spirituale. Mani Neumeier e
le bizze del suo ingegno che, dai devastanti Guru Guru ad oggi, non ha mai
smesso di navigare tra le asperità di ogni mare in tempesta.
N e l m u s e o d e l l e c e r e d i To kyo, assieme alle celebrità e
ai personaggi internazionali
più rappresentativi di sempre,
è contenuta la statua di Mani
Neumeier; in Giappone è tra
le figure cult più celebrate di
sempre. Da noi i suoi variegati progetti artistici sono spesso passati inosservati ma, a
ben guardare, Luca Mayer e Al
Aprile nel loro godibilissimo
La
musica
rock-progressiva
europea (pubblicato nel 1980
per la Gammalibri) ci avevano messo in guardia in merito
al trio Guru Guru formato da
“(…) superbi casinisti, topi-ricercatori di sala da registrazione”. Altre lodevoli citazioni
sono più recentemente rintracciabili nel saggio musicale di Julian Cope Krautrocksampler (pubblicato nel ’95 e
finalmente tradotto in italiano
dalla Lain), opera indispensabile per chi voglia addentrarsi nella stregata foresta del
‘rock ai crauti’ (goffa definizione che ha comunque finito
per caratterizzare una serie di
gruppi tedeschi che, tra la fine
degli anni ’60 e la metà dei
’70, hanno pubblicato musiche
estremamente
innovative).
M a n i N e u m e i e r, d e u s e x m a china e unico membro stabile
della leggendaria formazione
Guru Guru (ad oggi si conta-
no più di 26 mutazioni di lineup), ha dato vita ad un sound
pedissequamente
incentrato
verso la ricerca della più pura
libertà sonora, circondandosi da musicisti d’innegabile
talento tecnico, che con lui
condividono la visione di una
musica totale, al di là delle
semplificazioni o delle etichette pronto-cassa. Se dalla
sua sterminata discografia si
è soliti prediligere i primi album (quelli degli anni ‘70) è
pure vero che le sue fitte collaborazioni con gli epigoni del
krautrock e i suoi progetti artistici paralleli hanno mantenuto intatta una vena creativa
sempre incline alla ricerca.
Mani nasce a Monaco nel Nel
m u s e o d e l l e c e r e d i To k y o ,
assieme alle celebrità e ai
personaggi internazionali più
sentireascoltare 65
rappresentativi di sempre,
è contenuta la statua di Mani
Neumeier; in Giappone è tra
le figure cult più celebrate di
sempre. Da noi i suoi variegati progetti artistici sono spesso passati inosservati ma, a
ben guardare, Luca Mayer e Al
Aprile nel loro godibilissimo
La
musica
rock-progressiva
europea (pubblicato nel 1980
per la Gammalibri) ci avevano messo in guardia in merito
al trio Guru Guru formato da
“(…) superbi casinisti, topi-ricercatori di sala da registrazione”. Altre lodevoli citazioni
sono più recentemente rintracciabili nel saggio musicale di Julian Cope Krautrocksampler (pubblicato nel ’95 e
finalmente tradotto in italiano
dalla Lain), opera indispensabile per chi voglia addentrarsi nella stregata foresta del
‘rock ai crauti’ (goffa definizione che ha comunque finito
per caratterizzare una serie di
gruppi tedeschi che, tra la fine
degli anni ’60 e la metà dei
’70, hanno pubblicato musiche
estremamente
innovative).
M a n i N e u m e i e r, d e u s e x m a china e unico membro stabile
della leggendaria formazione
Guru Guru (ad oggi si contano più di 26 mutazioni di lineup), ha dato vita ad un sound
pedissequamente
incentrato
verso la ricerca della più pura
libertà sonora, circondandosi da musicisti d’innegabile
talento tecnico, che con lui
condividono la visione di una
musica totale, al di là delle
semplificazioni o delle eti-
66 sentireascoltare
chette pronto-cassa. Se dalla
sua sterminata discografia si
è soliti prediligere i primi album (quelli degli anni ‘70) è
pure vero che le sue fitte collaborazioni con gli epigoni del
krautrock e i suoi progetti artistici paralleli hanno mantenuto intatta una vena creativa
sempre incline alla ricerca.
Mani nasce a Monaco nel
1940. Diciottenne si trasferisce a Zurigo per suonare la
batteria in band amatoriali,
con le quali approfondisce i
suoi studi in merito a swing e
dixieland. In quel periodo gli
capita di assistere a concerti di Mingus e Coltrane e la
sua adorazione per il jazz si
schiude verso i lidi del free.
Le prime uscite da professionista sono con Globe Unity Orchestra (assieme a Jaki
Liebezeit, poi batterista dei
Can) e con l’Irene Schweizer
Trio (con il quale pubblicher à d u e L P n e l ’ 6 7 : E a r l y Ta pes e Jazz Meets India rispettivamente per la Free Music
Productions e per la Saba).
Bassista di quest’ultima formazione, Uli Trepte sarà pure
il compagno storico di Mani
nei primi 3 album da studio
d e i G u r u . L’ i n c a r n a z i o n e a p r i pista di quest’insolito viaggio
musicale prende vita nel ’68 a
nome Guru Guru Groove Band.
Il trio (tale con l’aggiunta del
chitarrista Ax Genrich) ricalca
per molti aspetti lo stile di vita
della comunità hippy tanto in
voga al tempo: i loro concerti
sono suonati sotto l’effetto di
dosi massicce di LSD e i no-
stri fanno esperienza di vita
nomade, abitando il bus utilizzato per le trasferte e pernottando saltuariamente da amici, fans o semplici conoscenti.
Dal ’71 al ’76 Mani ricorda una
dimora comune a Langenthal.
I Guru soggiornarono nella
locanda Gasthof Krone utilizzando la spaziosa sala bar per
i loro assalti sonori e finendo
per suscitare l’ira dei pacifici
cittadini del villaggio, spesso
violentati acusticamente dalle
impro di quella particolarissima formazione. Nel ’76 un
trasferimento a Finkenbach fu
inevitabile: guarda caso proprio in questo periodo uscì in
Germania Notwehr, film tratto
da un libro di Bernd Schröder
e diretto da Helmut Gries m a y e r, n a r r a n t e l a s t o r i a d i
una rock band che, trasferitasi in uno piccolo villaggio,
subisce l’astio dei suoi abitanti fino ad una tragica conseguenza finale.
Ad ogni modo la prima uscita
discografica dei Guru è lo stor i c o L P U f o ( O h r, ’ 7 0 ) , 5 t r a c c e
per basso, chitarra e batteria
nelle quali nessuno di questi
elementi prevale sull’altro. Si
tratta di jam session heavy ai
limiti della distorsione, con
lontane reminescenze di Hendrix e una voglia smodata di
s t o r d i r e l ’ a s c o l t a t o r e . To r n a n do a citare Cope “c’è il suono
che ogni power trio psichedelico dovrebbe avere”. I cambi di
tempo nella trascinante Stone
In si compiono all’insegna di
una fluidità viscerale che mantiene le distanze dalle spesso
sterili acrobazie del progressive lì a venire. Il cantato di
Mani è in realtà il pretesto per
scaricare qualche indecifrabile invettiva o qualche sprazzo
di melodia su un tappeto sonoro altrimenti completamente
strumentale. In Girl Call e in
N e x t T i m e S e e Yo u A t T h e D a lai Lhama gli assoli di Genrich
sembrano in contatto psichico
con la pastosa fisicità dello
Zappa guitar-hero in Chunga’s
Revenge (anch’esso del ’70) o
dell’acid-Peter Green toccato
da ispirazione e follia in The
End Of The Game (toh, siamo ancora nel ’70!). Il lato B
si apre con i 10 minuti freeform a nome Ufo per concludersi con il masterpiece Der
LSD-Marsch, cavalcata intinta
nelle selvagge prodezze strum e n t a l i d i N e u m e i e r, n e l b a s s o
crepuscolare di Trepte e nel
rumorismo hard di Genrich.
La formula in Germania si dimostra vincente (UK e USA
non sembrano interessati alla
vicenda) così l’anno successiv o s i r e p l i c a c o n H i n t e n ( O h r,
’71) dove i brani sono ancor
più dilatati che in precedenza:
quattro pezzi per una durata
media di dieci minuti cadaun o . L’ E l e c t r i c J u n k d ’ a p e r t u r a
e la successiva The Meaning
Of Meaning non aggiungono
nulla a quanto detto nell’esordio: sono comunque poderosi
esempi di groove sballato alla
massima potenza. Bo Diddley omaggia il rock delle radici, quello che Neumeier ha
sempre amato profondamente
e con il quale infarcirà molti
degli album successivi. A conclusione l’orgia sonora Space
Ship: vortice di dissonanze,
riverberi ancestrali per chitarra drogata e sapienti dinamismi percussivi questo brano
si può certamente definire uno
dei capolavori del rock informale di sempre. Il terzo album
in tre anni gioca con le parole
ma già lascia intravedere un
ammorbidimento nella struttura del gruppo.
KänGuru (non più per la stori-
ca Ohr ma per la pur meritevole Brain, ’72) apre le porte
ad un sound che pur non rinunciando alla sperimentazione in pezzi come Oxymoron e
Immer Lustig perde quel suo
slancio assoluto e totalizzante guadagnando in pulizia del
suono e in definizione strutturale. La chitarra passa in
secondo piano e Mani è più
coinvolto come cantante/ interprete di liriche surreali e
provocatorie. A chiudere l’LP
l’omaggio demenziale a Chuck
Berry e al rock anni ’50 di
Oooga Booga. Per chi volesse una testimonianza dei Guru
live (nella prima formazione a
trio) è d’obbligo l’acquisto di
Guru Guru + Uli Trepte Live &
Unreleased (Spalax, ’95), cd
contenente un concerto registrato in location ignota nel
’72 e composto da soli 2 brani
(Der LSD March e Bo Diddley)
dilatati e improvvisati all’inverosimile + alcune trascurabili registrazioni da studio del
Trepte solista.
Nel ’73 quest’ultimo lascia il
trio per tentare una carriera in proprio. Mani assolda
il bassista/ chitarrista Bruno
Schaab e pubblica il nuovo album del gruppo intitolato semplicemente Guru Guru (Brain,
’ 7 3 ) . L’ e n n e s i m a e v o l u z i o n e
stilistica: Samantha’s Rabbit
è progressive di ottima fattura
concentrato elegantemente in
tre minuti. Il successivo Medley invece prende tanto dall’hard rock quanto dal solito
rock delle origini (stavolta
l’omaggio spetta a Eddie Cochran con una Something Else
in bilico tra la versione originale e la futura interpretazione di Sid Vicious). Woman
Drum vorrebbe dar ragione a
chi tenta di definire i nostri
i Cream della Germania ma
il pezzo forte dell’album è la
krautissima Der Elektrolurch
( ‘ L’ e l e t t r o a n f i b i o ’ ) : s u u n t a p peto percussivo minimale la
voce distorta di Mani decanta
uno dei suoi testi più riusciti
mentre la chitarra interviene
creando ghirigori sonici e in
linea con l’estetica dei corrieri cosmici più avventurosi.
La trovata è pure visiva: Mani
costruì
un’orrenda
maschera-copricapo che prese ad indossare durante l’esecuzione
live del brano in questione.
Il successo di quella trovata
fu notevole e tutt’oggi questa
canzone è la più richiesta dell’intero catalogo. The Story Of
Life affida ad atmosfere spirituali e rarefatte un 33 giri di
grande valore artistico.
Gli album successivi sembrano perdersi nel tentativo di
assemblare un suono originale partendo da cento generi
diversi. Dopo le trascurabili
esperienze per l’Atlantic Don’t
C a l l U s We C a l l Yo u ( ’ 7 3 ) e
il live Dance Of The Flames
(’74, anno nel quale Mani dovrà rinunciare pure al chitarrismo di Genrich e sostituirlo
con Houschang Nejadepour)
pare che qualcosa si ripristini
c o n Ta n g o F a n g o ( B r a i n , ’ 7 6 )
in formazione a quartetto: la
titletrack è un tango dell’ass u r d o , L . To r r o d i p i n g e e s i g e n -
sentireascoltare 67
ze fusion ispirate e comunque
intrise di rock viscerale; con
il medley Das Lebendige Radio si ironizza con la musica
tradizional-popolare
tedesca
in un patchwork di yodel e incursioni rumoriste.
I titoli successivi però sembrano favorire sempre più le
inflessioni verso un funky godereccio e disimpegnato. I
Guru suonano ormai come un
gruppo di professionisti dediti
alla bizzarria ben confezionat a . Ta o m a ( d a H e y d u , B r a i n ,
’79) maleodora di fusion tecnicista e senza sentimento, alla
maniera degli Area after-Strat o s i n T i c & Ta c e a p o c o s e r vono gli scatti gioiosi di An-
drea e Komm Lutsch Mal (Mani
in Germani, Fuenfundvierzig,
’80) stupid-songs zappiane in
bilico tra Cruising With Ruben
& The Jets e le cadute di tono
di Tinseltown Rebellion.
Il 1980 è pure l’anno della
conversione di Neumeier al
buddismo. Per tutto il decennio la produzione del nostro
non accennerà segni di ridimensionamento: album solisti,
nuovi capitoli della saga Guru
con decine di ospiti, cambi di
organico e tentativi di arrembaggio nei confronti di ogni
genere musicale conosciuto. E
poi tante collaborazioni: la più
memorabile risale però ai ’70;
si tratta del secondo (e ultimo) album degli Harmonia (De
68 sentireascoltare
Luxe, Brain, ’75), trio composto dai Cluster Moebius e
R o e d e l i u s p i ù M i c h a e l R o t h e r,
ex- chitarrista dei Neu! .
La rinascita artistica vera e
propria avviene negli anni ’90:
N e u m e i e r, i n u n e c c e s s o d i
creatività da vita a ben 3 nuove realtà musicali: Tiere Der
Nacht , Lover 303 e Onemans h o w. L a p r i m a s i t u a z i o n e è
composta da Mani alle percussioni e soluzioni elettroniche
e dal notevole chitarrista di
origini bresciane Luigi Archetti: si tratta di un jazz destrutturato e sintetico che vanta al
suo attivo già 5 album di rara
bellezza (in Sleepless del ’98,
fa capolino pure la geniale
elettronica
del già citato Moebius).
Lover
303
è invece il
duo di Mani
con
Conni
Maly
(una
sorta di rock
acido misto
a trance music e techno
è disponibile
nell’album
Modern Fairytales
del
2002). Onem a n s h o w
pare essere
invece il solo nomade artistico
Neumeier che, armato di batteria e ingegno da vita a spettacoli estremi e allucinati.
Molto altro ci sarebbe da aggiunge sull’atipica figura di
questo instancabile outsider:
ogni giorno si scopre un suo
nuovo progetto o una collaborazione che incuriosisce gli
addetti ai lavori; magari sarete così fortunati da imbattervi nel combo Psycadelic
Monster Jam (con i quali il nostro torna a suonare assieme
al vecchio amico Ax Genrich)
altrimenti vi basterà acquistare l’ultima pubblicazione di
D a m o S u z u k i , J P N U LT D Vo l .
1 & 2 ( D N W, 2 0 0 2 ) : S u z u k i a l
canto, Neumeier alla batteria
e il rimpianto Michael Karoli
(Can) alla chitarra.
Viene da chiedersi quale sarà
il prossimo traguardo di Mani:
rivisitazioni di canzoni celtiche con una band di teenagers? Polka suonata con una
sola mano? In un periodo storico in cui le nuove leve sono
già abbastanza inibite a forgiare uno stile proprio l’esempio del leader dei Guru svetta
per il suo inarrestabile coraggio nel costruire e demolire
o g n i d i s c o r s o s o n o r o . Ve r o p i ù
che mai quanto disse il poeta Dino Campana: “A me sembra che il disfare/ Sia tutto un
fare”.
Intervista a
Mani Neumeier
Mani, sono passati più di 35
anni dalle tue prime sconcertanti incisioni a nome Guru
Guru. Cos’è stata la tua vita
fino ad oggi?
Beh, la mia vita è da sempre
concentrata attorno alla musica e alla batteria. Quando non
ero on stage o in studio per
registrare un album mi è sempre piaciuto immergermi nella natura, esplorare foreste,
scalare montagne, praticare
il birdwatching. Ho trascorso
molto tempo in India, a Bali,
in Nepal, in Giappone… specialmente quando in Germania è inverno perché mi piace starmene sotto il sole. Ma
dieci mesi all’anno sono tutto
preso a suonare e a curare il
management dei miei progetti musicali a nome Guru Guru,
Tiere Der Nacht, Lover 303 e
O n e m a n s h o w. A v o l t e r i e s c o
anche a starmene semplicemente seduto rilassandomi attraverso la meditazione zen.
Qualcuno dice che i Guru Guru
debbano molto all’influenza
di gruppi come Jimi Hendrix
Experience e Cream.
Ascoltavamo costantemente i
loro album e sono ancora oggi
un grande patito di Hendrix.
Il suo feeling ineguagliabile
continua ad influenzarmi.
Come ricordi le session di
registrazione di Ufo?
1970, Berlino; montammo i nostri strumenti nello studio di
registrazione, in presa diretta, proprio come se ci fossimo
esibiti per un concerto. Poi
invitammo una decina di amici addetti a rollare canne. Ci
facemmo di LSD e, semplicemente, iniziammo a suonare.
I nostri amplificatori Marshall
erano regolati sul volume massimo, era tutto assordante: il tecnico
del suono era talmente preoccupato
che gli scoppiassero i timpani e che
i microfoni si distruggessero, che
l’indomani la nostra casa discografica fu costretta a
sostituirlo per terminare le registrazioni. C’è da dire
che in quel periodo
la scienza andava
conducendo
degli
esperimenti riguardanti l’interazione
degli stupefacenti
sulla capacità di
creare musica. Comunque Ufo rimane
uno dei capolavori
della musica elettrificata!
Puoi vantare un
invenzione bell’e
buona:
il
ManiTo m …
Elaborai
questa
trovata ai tempi in cui suonavo free-jazz: c’era un tubo
collegato al tom della batteria; quando suonavo era sufficiente soffiare dentro al tubo
per regolare la tonalità del
suono.
Credi che l’improvvisazione
incarni un determinato pensiero ideologico, una modus
di concepire le cose, magari
anche sul piano politico?
È indiscutibile che il concetto di improvvisazione premia
i musicisti con una massiccia
dose di libertà. Le intenzioni
politiche invece perseguono
tutt’altri scopi.
Una bizzarria che t’è accaduta on stage?
A Monaco durante l’estate del
‘78 organizzarono un concerto
a cui presero parte 4000 spettatori; il palco era montato
davanti ad un lago e sai… aria
aperta, un caldo infernale…
verso la fine mi rivolsi al pubblico invitandolo a festeggiare con noi il giubileo dei Guru
Guru (i nostri primi dieci anni
di attività) venendo a farsi un
tuffo. La band al completo,
seguita da duecento spettatori, si spogliò completamente tuffandosi nel lago. Fu una
spassosissima orgia-balneare
dopo due bis travolgenti. E la
polizia non ci beccò!
Nasci jazzista: in quale situazione
sta
versando
la
scena jazz al giorno d’oggi?
Possibile rinnovare questo
genere ormai attraversato in
lungo e in largo da ogni tipo
di avanguardia?
Il jazz se la cava ancora bene
ma la scena jazz ufficialmente riconosciuta è un tantino a
secco, nel mezzo della strada.
Però ci sono un sacco di belle
cose che non passano mai in
T V, c h e s u o n a n o n u o v e e s t i molanti. Il mio fantastico duo
intitolato Tiere Der Nacht ad
esempio; é formato dal chitarrista Luigi Archetti e dal sottoscritto alla batteria, percussioni ed elettronica.
Da dove provengono le jamsession che finiscono negli
album dei Guru Guru? Sono
frutto di un lavoro di studio
o sono canovacci nati durante i live?
Sono l’espressione diretta di
un momento, una sorta di ‘qui
e adesso’!
sentireascoltare 69
Quale credi sia l’elemento
vincente nelle tue composizioni?
Non saprei delinearlo ma per
quanto concerne le esecuzioni dal vivo credo che il fulcro
di tutto stia nel groove. Sai,
in Giappone mi chiamano ‘mostro del groove’.
E ora l’eterna questione: la
musica può cambiare la gente o è solo un abbellimento
attorno al quale s’è scritto e
teorizzato sin troppo?
Credo che la musica possa
cambiarti: Louis Armstrong,
John Coltrane, Hendrix, i ritmi africani, la musica indiana,
quella che ascoltai a Bali…
alla fine hanno influenzato la
mia visione della vita. E tanta gente è a sua volta venuta
da me sostenendo che la mia
musica aveva cambiato la loro
vita, perciò...
buon drumming sia una memoria ferrata…
… e coordinazione.
Dunque, nel tuo caso, la padronanza di una tecnica solida…
Ci vuole molta tecnica, questo
sì. Ma più di tutto tanta esperienza per capire cosa funziona e cosa non funziona, cos’è
possibile fare, dov’è possibile
spingersi e per quanto a lungo. Si deve acquisire un grande feeling con lo strumento
per rendere possibile tutto
questo.
Chuck
Berry
intendeva
il
rock’n’roll come una musica per il corpo. Robert Wyatt
parla
dell’esperienza
Soft
Machine come di un progetto
r i v o l t o a l l a m e n t e . Tu ?
Direi che la mia è musica per
l’anima.
Dovessi fare il nome di un
pittore/movimento artistico
che secondo te sintetizza a
dovere il sound Guru Guru?
Ti direi Pollock, o Picasso,
o Mirò. Ma non so fino a che
punto questi esempi siano validi.
Certuni, per pigrizia o per
mancanza di un talento effettivo, non riescono ad estrarsi dalla pastoia del sound
che li caratterizzava ai propri esordi. Credi che la tua
musica sia cambiata in maniera sostanziale nel corso
del tempo?
Provengo
dal
free-jazz;
la
mia esigenza per i Guru Guru
è sempre stata quella di affiancare al mio personalissimo ‘drumming’ delle figure
sempre diverse alle quali poter proporre un certo tipo di
materiale. La line-up batteria/ basso/ chitarra resta invariata e mi piace proporla a
volumi impossibili. Certo dei
cambiamenti nella mia musica ci sono stati eccome; dopo
aver assimilato le influenze
del rock, dell’elettronica, del
punk, della space-music, della musica etnica di Bali, della
techno ecc ecc puoi ben capire che vivo in un cambiamento
perpetuo e tutto si intreccia
nel mio groove.
Immagino che uno degli elementi fondamentali per un
Sei uno che si annoia facilmente?
Meglio un pubblico adulto
e presumibilmente ‘rodato’
verso certe asperità o un
pubblico giovane e inesperto?
Beh, certamente va fatta una
distinzione
tra
queste
due
‘categorie’ che equivalgono a
due modi diversi di ascoltare
la musica: un pubblico adulto avrà compiuto un maggior
numero di esperienze e avrà
ascoltato molta più musica rispetto a quello giovane, ma
anche quest’ultimo può intendere a suo modo un esperienza musicale. Dicono che perfino gli infanti siano attratti da
certe sonorità piuttosto che
da altre…
70 sentireascoltare
Quel che è certo è che per
elaborare un valido prodotto
artistico ho bisogno di gioia
e di una certa energia che mi
spinga verso determinate reazioni.
Nella maggior parte dei casi
gli ideali feriscono. Li trovi
comunque necessari?
Credo di sì.
E quali sono i tuoi, in cosa
credi?
Credo in Louis Armstrong, in
A r t B l a k e y, i n M a x R o a c h , i n
Gene Krupa, Philly Jo Jones e
molti altri colossi della batteria. E poi ci sono i vari Monk,
Miles Davis, Duke Ellington,
Coltrane, Mingus, Elvin Jones, Hendrix, Zappa… e tanti
altri.
Ti sarà capitato di non aver
uno straccio di idea per la
testa. Che fai?
In quei casi cerco di suonare
al meglio il materiale che ho
già composto (ne ho un infinità a disposizione); poi, se
sono fortunato, dopo qualche
settimana (o anche solo dopo
qualche ora) le nuove idee arrivano.
Di sicuro non stavi affrontando una crisi di ispirazione quando nel ‘92 hai realizzato Private, un interessante
album dedicato al tuo amore
per la batteria e la sperimentazione.
Pensavo che dopo venti album
a nome Guru Guru e un infinità di collaborazioni fosse
giunto il momento di mostrare
il lato più… privato della mia
musica. Lo trovo anch’io molto interessante; l’ho colmato
con le intuizioni più meritevoli dei miei ultimi dieci anni
di carriera, l’ho composto in
non più di due settimane per
poi registrarlo in un giorno
soltanto! Ci ho aggiunto una
cosetta realizzata con il mio
Maestro indiano Paramashivam, ho mixato il tutto in tre
giorni e… finito.
Cosa credi si aspetti la gente che viene ad un tuo concerto?
Una musica che rappresenti il
giusto equilibrio tra ispirazione, dinamicità e magari anche
un pizzico di magia. Credo di
riuscire a soddisfare queste
aspettative.
Dei colleghi/ amici dei tempi
andati sei ancora in contatto
con qualcuno?
La settimana scorsa mi sono
fatto una bella chiacchierata
telefonica con Dieter Moebius
(ex-Cluster) e con Helmut Hattler (ex-Kraan) e ad aprile mi
sono esibito dopo tanto tempo
con Ax Genrich in un trio che
chiamammo Psycadelic Monster Jam… e poi ho suonato
recentemente con Dave Schmidt, Damo Suzuki e con tanti
altri.
Te n d i a m o a s t u p i r c i s o l o p e r
le risposte; nella tua vita sei
mai incappato in una domanda che t’ha sorpreso per il
suo acume?
Prima o poi mi succederà.
Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?
Quando la gente, dopo un concerto, viene a ringraziarmi per
la musica che ha ascoltato.
Sembrano così felici! E poi è
bello creare e condividere sul
palco e col pubblico un certo
tipo di libertà… e oltre a questo starsene a letto fino alle
dieci del mattino. E, infine,
è bello vivere la propria esistenza facendo ciò che amiamo di più.
sentireascoltare 71
note a margine
a cura di Giulio Pasquali
Awop lop a lop bop...
...A lop wop boom!
Suoni, onomatopee, sillabe apparentemente insensate. Da Little Richard a
Nada, un piccolo excursus su quelle canzoni che non hanno bisogno di parole.
D o p o l ’ u r l o i n i z i a l e , Tu t t i F r u t ti di mister Richard Penniman
alias Little Richard prosegue
col grido dei gelatai ambulanti - ovviamente italiani- che
dà il titolo alla canzone (anche se “au rutti”... boh ...), e
poi col racconto degli amori
del protagonista (Sue, Daisie,
di cui evidentemente il misto
“tutti frutti” offerto dal gelataio è metafora). Un brano che
contiene tutta la natura stradaiola del rock, la sua epica
del quotidiano, il suo prediligere l’energia e l’urgenza all’eleganza e tutti i suoi temi
canonici; ma è specialmente
quella specie di imitazione di
una rullata di batteria che è
l’apertura a riassumere con
rara efficacia l’esplosione di
vitalità che fu questa musica ai suoi esordi (più tardi le
cose si complicarono). Niente parole, solo una cascata di
suoni che non significano nulla ma dicono tantissimo, rendendo perfettamente chiaro il
“messaggio” e la natura della
nuova musica.
Ma il classico di Little Richard
non è la prima canzone nella
storia della musica popolare
a sostituire suoni inarticolati alle parole (per esempio il
cuore battente di Boom Boom
Boom Boom di John Lee Hook e r, e q u e l l o c h e f a c e v a “ r i n g
ding-a-ling-a-ling” in That’s
72 sentireascoltare
Ammore di Dean Martin), né
sarà l’ultima. La fortissima
componente ritmica del rock
infatti da una parte ha spinto gli artisti a comporre testi
nei quali tale aspetto ritmico
era più importante della profondità del significato (e ciò
da sempre, ben prima dell’avvento del rap) quali Rock
Around The Clock, Whole Lott a S h a k i n ’ G o i n ’ O n , Tu r n !
Tu r n ! Tu r n ! , W h o l e L o t t a L o v e ,
più tardi Stayin’ Alive ma anc h e 11 O ’ C l o c k T i c k To c k d e g l i
U2 e tantissimi altri, nei quali però le parole continuano a
mantenere un senso; dall’altra
li ha spinti spesso ad esprimere i concetti tramite il puro
suono di sillabe apparentemente casuali. Già i cantanti
jazz in vena di virtuosismi facevano qualcosa di simile: si
chiamava scat e portava alle
estreme conseguenze la natura di strumento musicale della
voce umana. Nel rock invece
questo procedimento non viene usato tanto per i virtuosismi bensì per esprimere una
gioia primitiva e un abbandono al ritmo non verbalizzati,
espressi così come vengono,
con l’innocenza del bambino che ricorda una canzone e
per cantare quella musica che
l’ha rapito usa “la-la” o “zumzum”.
Qualche esempio
storico: onomatopee e
suoni puri
Cosa voleva dire altrimenti “Be-Bop-A-Lula, she’s my
b a b y. . . ” e c c ? I l c a n t a n t e i n
casi come questo un po’ imita il suono di uno strumento
(arricchendo gli scarni organici delle rock’n’roll bands delle origini), un po’ segue liberamente e spontaneamente il
mood della canzone senza le
catene della costrizione verbale. Diverso il caso di Bang
Bang, nella quale l’onomatopea serve a svolgere la similitudine tra i finti colpi di pistola di un gioco infantile e le
ferite d’amore che si infliggono gli stessi bambini una volta
cresciuti (e “bang” in inglese
è uno dei tanti verbi onomatopeici, la cui abbondanza in
questa lingua ha contribuito
al diffondersi di questo tipo
di canzoni). E se Ob-la-di Obl a - d a r e s t a s u l l a l i n e a d i Tu t t i
Frutti esprimendo un semplice grido di gioia che celebra
la felicità di un amore middle-class (pare che il ritornello fosse un modo di dire di un
cantante giamaicano che bazzicava Londra nei ‘60), non più
profondo di “ehi, quant’è bello
il rock’n’roll con il suo ritmo
e la sua energia giovane” è
il messaggio di canzoni come
Wig Wam Bam o Co-Co (e di
tutte le altre...) degli Sweet ,
n o n c h é d e i m i l i o n i d i “ Ye a h ! ” ,
“Wow!” “Urgh!” “Wham! Bam!
T h a n k Yo u M a ’ a m ” e a l t r i “ v e r si” di cui è piena la storia del
rock e che esprimono la fisicità del ballo (o dell’atto sessuale, cose che nel rock non
sono molto distanti).
I raffinati Soft Boys di Robyn
Hitchcock con Wey Wey Hep
Uh Hole fanno ironia su questo stesso registro, ma esistono possibili usi diversi del
non-verbale nelle canzoni: con
My Ding-a-Ling del 1971, per
esempio, Chuck Berry riuscì a
mandare al n. 1 in Inghilterra
una canzone che parlava del
suo organo sessuale senza
farsela censurare. E mentre il
“fa-fa-fa-fa-fa” di Psycho Kill e r d e i Ta l k i n g H e a d s m i m a l a
parlata sconnessa del disturbato soggetto della canzone,
l’attacco di White Riot dei
Clash, nel quale in teoria verrebbero pronunciate le parole
del titolo, si trasforma in un
belluino urlo “Wha-wa, a-woawa” che bene rende la rabbia
urgente del loro punk rosso. E
un altro caso di onomatopea
pura è 10:15 Saturday Night
dei Cure, nella quale la ripetizione di “drip” (goccia, gocciolare) alla fine del ritornello
riproduce appunto l’ossessivo
gocciolare del rubinetto che
scandisce l’angoscia della serata descritta nel brano.
Esempi più raffinati
Ma si può andare oltre: spostandoci per un attimo di genere musicale, troviamo la celebre sigla di Canzonissima,
Zum Zum Zum, quella che faceva “La canzone che mi gira
nella testa/non so bene cosa
sia, dove e quando l’ho sentita, di sicuro so soltanto che
fa ‘zum zum zum zum zum’...”.
Qui “zum zum...” non è a
caso, bensì serve a riprodurre esattamente il modo in cui
canticchiamo una melodia che
ci ritroviamo ficcata in testa
senza ricordarci cos’è: è una
canzone che racconta in musi-
ca un fenomeno musicale con
perfetta coincidenza tra cosa
narrata e modo di narrarla.
To r n a n d o a l r o c k , m a r i m a n e n do sugli usi raffinati di questo
procedimento, troviamo Jonathan Richman e la sua My Little Kookenhaken, nella quale
un uomo racconta che quando
a cinque anni si innamorò di
una bambina coetanea, sentì
risuonare in mente la parola
“Kookenhaken”. Che non voleva dire nulla, ma che gli sorse
spontanea insieme all’amore.
Poi, prosegue, con gli anni
aveva dimenticato l’episodio
finché, incontrando la ragazza cui sta parlando, non ha
sentito di nuovo risuonare nel
suo cuore quella parola e ha
compreso così di essersi innamorato di nuovo, con la purezza e l’innocenza di un bimbo. Sembra una variazione in
salsa
innocente-richmaniana
sul tema della classica canzone d’amore; in realtà va a
scomodare sia pure di sfuggita temi pesanti quali l’origine
del linguaggio e la questione
“da dove nascono le parole?”,
e richiama anche alla memoria
la storia raccontata da Paul
A u s t e r i n Tr i l o g i a d i N e w Yo r k
di un fanatico religioso che
aveva rinchiuso fin dalla nascita un ragazzo in una cantina, senza mai fargli incontrare
altri esseri umani né sentire
una sola parola del loro linguaggio perché convinto che
in quel modo il ragazzo avrebbe parlato la lingua di Dio
pura, scevra da interferenze
umane. Chissà se innamorandosi avrebbe detto anche lui
“kookenhaken”...
E se questa può sembrare
un’interpretazione
ardita,
è
meno strano associare la filosofia del linguaggio a Word y R a p p i n g h o o d d e i To m To m
Club , progetto parallelo della sezione ritmica dei proverb i a l m e n t e i n t e l l e t t u a l i Ta l k i n g
Heads.
Qualcuno
ricorderà
questa canzone nella versione
“Mago G, mago G” approntata
per la pubblicità di una ditta di
biscotti (gliel’avranno chiesta
l’autorizzazione?): in quella
originale c’era un ritornello di
puri suoni senza senso, che
evidentemente esemplificava
quanto espresso nella frase
ricorrente “What are words
for?” (“a che servono le parole?”). A pubblicizzare i biscotti, no?
Dopo aver citato di passata Mmm Mmm Mmm Mmm dei
C r a s h Te s t D u m m i e s , c h e r a c conta storie di disagio vagamente simili a quella di Paul
Auster ma nella quale non si
capisce cosa c’entri il ritornello in stile Zum Zum Zum,
e Scatman’s World, prediche
moraliste rappate da un buffo
personaggio
scomparso
dalle scene dopo questo singolo, per l’appunto Scatman,
che sul finale della canzone
manteneva fede al suo nome
esibendosi in uno scat, e She
Bangs di Ricky Martin, chiudiamo parlando di una illustre
signora della canzone italiana: Nada.
Finale: Nada e un’arpa
L’ a n n o è i l 1 9 7 3 , l ’ a l b u m è H o
scoperto che esisto anch’io,
autori e produttori Piero Ciampi e Gianni Marchetti, brano
d’apertura
Confiteor:
prima
che l’intro orchestrale sanremese-hollywoodiano
lasci
il posto a una cupa cadenza
di piano, Nada entra imitando
un’arpa, prima normalmente
poi con intonazione ironica.
Nel testo racconta che tutti
la credono una brava ragazza
mentre in realtà fa pensieri (e
atti) oscuri che nessuno sospetterebbe in lei, con la musica che segue alla perfezione
ogni sfumatura, ogni indugio,
ogni piega del testo; il senso
però era già stato espresso in
quell’introduzione in cui prima
si fingeva uno strumento etereo come l’arpa e poi, proprio
come la ragazza cui dà voce
nel brano, smascherava beffardamente l’inganno.
What are words for?
sentireascoltare 73
classic
album
Steely Dan – Pretzel Logic
(ABC, 1974)
Gli Steely Dan. Quella strana
contrazione/contraddizione tra cerebrale e sanguigno,
tra lieve e ombroso, tra sofisticato e ridanciano. A partire
dalla ragione sociale, che è sì
citazione “colta” – estrapolata
dal Naked Lunch di Burroughs
- ma pur sempre il nome di:
un vibratore. Due spiccioli di
storia: Donald Fagen e Walter
Becker affrontano audizioni
già dalla fine dei sixties, ma
la loro miscela di jazz, palpitazioni pop e reverie classiche
non convince i discografici.
Per il debutto occorre quindi
attendere il ’71, quando vede
l a l u c e Yo u G o t t a Wa l k I t L i k e
Y o u Ta l k I t , u n a s o u n d t r a c k
passata in archivio piuttosto
inosservata.
A
raccogliere
i consensi sperati (e con gli
interessi) ci pensa nel 1972
Can’t Buy A Thrill, ribadito
l’anno successivo da Count d o w n To E c s t a s y . N e l g i r o d i
pochi mesi, obbedendo ad una
prolificità
quasi
offensiva,
arriva Pretzel Logic. A quel
punto sono già in orbita, gli
Steely Dan. Se Pretzel Logic
non è il loro titolo più famoso,
74 sentireascoltare
poco ci manca. Non il capolavoro: personalmente propendo
per Aja, che in quanto a stile
alberga in tutt’altre coordinate, ovvero fusion atmosferica,
levigatezze/destrezze
strumentali, insidie stilizzate
e penombre vibranti. Pretzel
Logic, invece, segue una rotta
altrettanto inafferrabile ma indubbiamente più terrena. Una
danza mutante, lieve e sfrenata, tra accattivanti quisquilie.
Come il RnB luminoso di Barrytown, o quella sorta di sogno
Phil Spector-Beach Boys che
risponde al nome di Through
With Buzz (il vellutato dinamismo degli archi, il piglio quasi
glam del piano, l’evanescenza
della slide), o ancora ill funky
soul cinematico di Night By Night, con quel concistoro ritmico a maglie serrate, i galleggiamenti obliqui della voce, le
folate sfavillanti degli ottoni e
la chitarra a unghiate.
Diamo agli Steely Dan ciò che
è degli Steely Dan, ovvero il
merito d’essersi voluti moderni oltre la propria contemporaneità, d’aver travalicato il
rock/bossa/RnB di Rikki Don’t
Lose That Number, alla morbidezza folk-soul di Any Major
D u d e W i l l Te l l Y o u ( q u e l p i a n o
elettrico, la duttilità ombrosa della melodia…), o infine
alla pseudo-tarantella opalina
di Charlie Freak: allora tutto
appare chiaro, lampante, ineq u i v o c a b i l e . Vo g l i o d i r e , t a l volta accade che il talento e
lo stato di grazia s’incontrino
al momento e nel luogo giusti,
tutto qui. Avviene una specie
di magia di cui potremmo parlare (scrivere) per ore (pagine), e non riusciremmo a venirne a capo meglio di quanto
non farebbe una sola parola:
bello. É bello lasciare questa
musica sbrigliata, a distrarci, cullarci, rapirci, intristirci, rallegrarci. Fa lo stesso.
Sbalestrarci in mezzo al volto
la fusion rovente di Parker ’s
Band, oppure il country rock
appuntito di With A Gun, oppure la crepitante elasticità
s o u l d i M o n k e y I n Yo u r S o u l .
Unico il gesto, il respiro, il
suolo calpestato. Musica da
auscultare o lasciar scorrere,
tempo solcandone le onde e
gli steccati. Sembrerebbe un
complimento cucito su misura
p e r E a s t S t . L o u i s To o d l e - O o ,
cover di un classico a firma
Duke Ellington/Bubber Miley
che intreccia arcaismi jazz e
richiami country-psych, vapor i z z a u m o r i d i w u r l i t z e r, g o r goglii di chitarra wah-wah e
suadenti
understatement
di
sax. Poi ti abbandoni alla cospirazione jazz-blues della title track (swing sotto anestes i a , m i c r o t e n t a z i o n i c o u n t r y,
assolo di chitarra da urlo),
alla
strategia
di
trapassi
vivisezionare o carezzare. Fa
lo stesso.
Stefano Solventi
Captain Beefheart & His Magic
band – Safe as Milk (Buddha,
1967)
Se c’è un personaggio capace di gareggiare con il sommo
sacerdote Frank Zappa in irriverenza e odio per gli schemi
c o n s o l i d a t i , q u e l l o è D o n Va n
Vliet , in arte Captain Beefheart. Un artista legato a filo
doppio al santone di Freak
Out! da un rapporto di amore/
odio nato in gioventù, quando
i due suonavano nelle stesse
formazioni, e consolidato in
anni successivi in occasione
delle registrazioni del capol a v o r o a s s o l u t o d i Va n V l i e t ,
Tr o u t M a s k R e p l i c a .
Tuttavia, prima di arrivare a
concepire il blues destrutturato e folle del disco citato,
Vliet è un musicista plagiato
dal jazz di Ornette Coleman ,
un artista che si interessa di
pittura e scultura, un istrionico pensatore libero che si
rintana ai margini del deserto del Mojave e con un pugno
di musicisti altrettanto sfasati
decide di rileggere la musica
del Diavolo alla maniera di
Howlin’ Wolf, ibridandola con
i dettami del free. I primi risultati sono un paio di 45 giri
pubblicati dalla A&M - Diddy
Wa h D i d d y / W h o D o Yo u T h i n k
Yo u A r e F o o l i n g e M o o n C h i l d
/ Frying Pan - immediatamente
rinnegati dai vertici della casa
discografica perché commercialmente poco attraenti. Una
scelta discutibile, ma che costringe il gruppo a rimandare
l’esordio sulla lunga distanza
al 1967, quando approda presso la Buddha Records.
Nobilitato dalla chitarra di un
giovanissimo Ry Cooder , dall e p e r c u s s i o n i d i Ta j M a h a l e
dall’apporto di Alex St. Clair
S n o u ff e r,
Jerry
Handley
e
John French, Safe As Milk
raccoglie undici episodi che
traggono linfa vitale dal blues
ma al tempo stesso vanno oltre le semplici dodici battute
tipiche del genere. Se Sure
‘ N u f f ’ N Ye s I D o s e m b r a i n f a t -
ti ricalcare la Hobo Blues di
Johnny Lewis elettrificandola,
Zig Zag Wanderer risente invece delle influenze del beat,
Call On Me parla il linguaggio
del soul, Dropout Boogie cita
i K i n k s d i Yo u R e a l l y G o t m e
, I’m Glad è Wilson Pickett in
a b i t i d a c r o o n e r.
La prima facciata del disco
scivola via su toni piuttosto
ordinari, considerati i canoni
espressivi di quello che sarà
lo stile del Beefheart maturo
e soltanto sul lato B si intravedono i primi segnali di un
piacevole squilibrio stilistico.
E l e c t r i c i t y v e d e u n Va n V l i e t
instillare un cantato quasi
diabolico su riff di chitarra
monocromatici e zampettanti,
Ye l l o w B r i c k R o a d è u n ’ e s c u r sione nel country meno banale, Abba Zaba fonde ritmiche
africane e riff ossessivi, Plastic Factory è un primo tentativo concreto di “liberalizzare” le geometrie canoniche dei
brani. Where There’s Woman
, Grown So Hugly e Autumn’s
Child chiudono la scaletta,
con una formula in bilico tra
umori latini e percussioni, atmosfere soft ed incedere ritmico fuori tempo.
Benché il minutaggio dei brani superi raramente i tre minuti – Trout Mask Replica si
dimostrerà assai meno legato
alle logiche da 45 giri – Safe
As Milk contiene già molti di
quelli che saranno gli elementi distintivi del suono a marca
Captain Beefheart & His Magic Band, a cominciare da una
voce gracchiante e profonda e
da un background strumentale
volutamente incapace di circoscrivere gli impeti diaframmatici del leader del gruppo.
Una frizione continua, che
se in questa sede pare ancora imbrigliata dall’innocenza
giovanile, col tempo assumerà
i toni di in una vera e propria
guerriglia sonora spesa tra
dissonanze ragionate e atomizzazioni espressive.
Fabrizio Zampighi
Motorpsycho - Demon Box
(Voices Of Wonder, 1993)
Negli anni a cavallo tra gli ‘80
e i ‘90 si assistette in campo
indie al recupero di sonorità
considerate blasfeme, quali
l’hard rock, il folk e il progressive. Fortunatamente non fu
un vero e proprio revival fatto di pezzi interminabili, tecnicismi vari, concept album,
strumenti d’antan, formazioni
numerose, quanto un tentativo
di disassemblare quei generi
e usarne alcuni componenti
filtrandoli con attitudide punk,
bassa fedeltà e un approccio
spesso dissacrante.
È un fenomeno che riguarda
soprattutto la provincia USA
ma, se le celebberime bands di Seattle furono maestre
nell’arte del riciclo creativo
(dai Melvins ai Soundgarden,
dai Nirvana agli Screaming
Trees), è nella periferia remota del rock che è stata prodotta l’opera più rappresentativa
del periodo, a Trondheim, cittadina industriale norvegese.
Qui i Motorpsycho sfornano il
loro terzo, monumentale album, Demon Box. Il titolo è
preso da un libro di Ken Kesey
(padre della psichedelia USA),
la copertina da una vecchia
foto familiare, a dimostare un
doppio legame con la tradizione. I quattro norvegesi aprono
il vaso di Pandora del rock e
ci accompagnano in un viaggio meraviglioso tra macigni
lisergici e vortici fuzzedelici,
comuni hippie e colonie marziane, assalti all’arma bianca
e pillole surrealistiche e sul-
sentireascoltare 75
furee, stagedives senza rete e
trip senza fine, leggende nordiche raccontate con clangori
industriali in sottofondo.
Sunchild è l’indie song definitiva, si sviluppa sull’asse
Hüsker Dü - Dinosaur Jr e sfodera un assolo contaggioso da
(air) guitar hero. Junior sembra la classica slacker song
alla Pavement, ma quando dovrebbe terminare, scala una
marcia, sbanda, accenna una
assolo e si schianta contro un
cumulo di spazzatura grunge.
Plain #1 è una perla, parte
in punta di piedi con fraseggio acustico su un tappeto di
samples vocali e rumoristici
(glitch?) per poi gonfiarsi e
esplodere in una supernova
psichedelica.
Sheer Profundity e Feedtime sembrano uscite da Dope,
Guns, and Fucking in the
Streets
dell’Amphetamine
Reptile, l’atmosfera è quella
malsana della Grande Mela, le
urla belluine e i riff quadrati
ricordano Helmet e Unsane.
La cover di Moondog All Is
Loneliness è un assurdo raga
che ipnotizza lo spettatore al
suono di sitar elettrico e violino per poi catapultarlo nella
notte artica senza fine.
Demon Box ci sprofonda in un
incubo interminabile, figlio illegittimo di Throbbing Sabbat h e S o n i c C h e e r, d i c i a s s e t t e
minuti di doom apocalittico e
feedback accecante capaci di
far impallidire (se possibile)
la moltitudine di black metal
bands che in quegli anni nascevano in Scandinavia. La
versione in doppio vinile presenta tre pezzi in più, tra cui
il mammuth progressive Mountain (ripreso nell’EP omonimo).
Album irripetibile e strabordante, Demon Box è un lavoro a doppia anima, nel quale
si alternano pezzi solari e visionari a tracce cupe e introspettive, come se fosse stato registrato in due sessions
durante le due lunghe stagioni
polari. Il risultato è un’opera
76 sentireascoltare
discontinua e circolare (inizia
e finisce con due versioni della stessa canzone) nella quale passato e futuro convivono
in (dis)armonia: registrazioni
casalinghe dei genitori e synth, taurus e samples futuristici, hammond e chitarre ultrasature.
I Motorpsycho non sono solo
dei geniali antiquari, ma anche degli ottimi fabbri, riescono a fondere generi apparentemente inconciliabili (punk,
folk, heavy metal, lo-fi) e a
ricavarne leghe miracolose,
che risentono profondamente dell’ambiente alien(o|ante)
del Profondo Nord.
All’epoca della storica alluvione del ‘93, un centinaio di
ragazzi sfidò natura e buonsenso per assistere alla prima
esibizione italiana dei Nostri
a Va l e n z a P o . U n a m o n u m e n tale versione di Demon Box
(intorno alla mezz’ora) li ripagò in pieno.
rubrica i cosiddetti contemporanei
a cura di Daniele Follero
Erik Satie
...uno strano precursore
Troppo anticonformista per diventare un “classico”, avanguardista prima delle Avanguardie. Precursore di tutto e di niente, Erik Satie rimane uno dei
più grandi provocatori che la storia della musica abbia conosciuto, emblema
di un’arte che si affacciava al nuovo secolo con sfrontatezza, scrollandosi
di dosso senza troppo rimpianto il “peso” ingombrante del Romanticismo.
“Mi chiamo Erik Satie, come chiunque”
(Erik Satie)
Quando scherzava la gente
non ci credeva, quando ha cominciato a fare il serio tutti ci
hanno riso e lui se l’è presa.
Forse Satie non l’ha mai capito nessuno e probabilmente è
quello che lui ha sempre voluto. Progressista e conservatore. Colto e bizzarro. Ironico, iconoclasta, sarcastico. E
chi più ne ha più ne metta (di
aggettivi). Ancora oggi, ascoltando la sua musica, risulta
difficile definirne i confini,
in quell’ambiguità che la fa
apparire seria e giocosa allo
stesso tempo.
Tutto il Novecento musicale è in qualche modo debitore di Erik Satie, per quanto
la “grande musica” non l’abbia mai neanche accostato
ai “grandi” della sua epoca:
D e b u s s y, R a v e l , S t r a v i n s k i j ,
M a h l e r. Tr o p p o p o c o “ s e r i o ”
per ottenere il parere unanime dell’Accademia (e del pubblico). Troppo anticonformista
per diventare un “classico”.
Eppure Satie il suo momento
di gloria lo ha avuto, quando
è diventato esponente di spicco delle avanguardie parigine
di inizio secolo, camminando
a braccetto sulla riva della
Senna con personaggi come
P a b l o P i c a s s o , R e n é C l a i r,
Jean Cocteau. Ma non era un
giovane, aveva già passato i
quarant’anni e si avviava a
trascorrere
l’ultimo
periodo
della sua vita tra provocazioni
e ripensamenti. Il giovane Satie aveva vissuto esperienze
ben diverse, spesso e volentieri suonando il pianoforte di
un café chantant, lontano da
quegli ambienti “colti” che lui
stesso si divertiva a sbeffeggiare.
“Je s u i s u n g y m n o p edist e ”
Honfleur è una piccola città
della bassa Normandia, nord
della Francia. E’ lì che nasce,
il 17 maggio del 1866 Eric Alfred Lesile Satie. Eric, con la
c. La k alla fine ce l’ha messa lui: ennesima provocazione
di un personaggio che non ha
mai smesso di rappresentare
tutto e il contrario di tutto.
Non amava farsi chiamare musicista, ma gymnopediste (aggettivo intraducibile riferito
alla gymnopaedia, antica danza di Sparta), senza un motivo particolare. Il nonsense,
del resto, è stata per lui una
specie di leitmotiv che ha caratterizzato tutta la sua vita
artistica, conducendolo fino
alle esperienze dadaiste.
Divenuto orfano, Satie comincia molto presto la sua vita
di “vagabondo” trasferendosi a Parigi. Avvezzo allo studio non lo sarà mai: nel 1879
riesce ad entrare al Conservatorio della capitale francese ed è lì che probabilmente
conosce per la prima volta
D e b u s s y. M a l a s u a c a r r i e r a
di musicista “professionista”
finisce presto, dopo essere
stato definito “privo di talento” dai suoi stessi insegnanti.
Espulso dal Conservatorio ci
ritornerà dopo due anni, ma
senza nessun miglioramento.
sentireascoltare 77
Preferirà partire per il servizio militare, ma sotto le armi
resisterà ben poco e con un
“imbroglio”, dopo qualche settimana, riuscirà, non si sa
come, a ritornare un cittadino
libero.
La vita del compositore sarà,
di lì in avanti, un continuo
stravolgimento delle posizioni
prese, come se la sua esistenza fosse di per sé un’opera
d’arte e lui ne fosse l’oggetto
principale.
Nel 1887 si trasferisce a Montmartre e lì stringe una stretta
amicizia con il poeta Patrice
Contamine, le cui poesie gli
forniranno spunti interessanti
per le sue prime opere pianistiche. Sono di questo periodo le prime due Gymnopedies
(la terza sarà pubblicata solo
alcuni anni dopo) e le Gnossiennes, brevi composizioni
inizialmente trascurate e in seguito divenute un marchio distintivo della musica di Satie:
l’estrema esilità della scrittura e la semplicità strutturale
di questi brevi pezzi pianistici starà alla base, seppure in
forme molto diverse, di tutta
la sua arte.
Uno degli elementi più caratterizzanti del suo eclettismo
sarà il cabaret, presenza costante (se di qualche tipo di
costanza si può parlare nella
sua vita) nel suo percorso artistico. Un percorso che spesso intraprende strade incomprensibili se non associate
all’ambiguità del personaggio.
Satie mischia il “sacro” e il
“profano” con una facilità disarmante: grande frequentatore del locale di Cabaret “Le
Chat Noir”, dove spesso si diverte ad intrattenere i presenti suonando il piano, aderisce
presto alla setta misteriosofica Ordre de la Rose - Croix
C a t h o l i q u e , d u Te m p l e e t d u
Graal, divenendone Maestro
di Cappella, fino a diventar e u n “ G e n t i l u o m o Ve l l u t a t o ” ,
iscriversi al Partito Comunista
Francese e ritornare agli studi “seri” entrando, nel 1905,
78 sentireascoltare
già musicista consumato, alla
Schola Cantorum per studiare
il contrappunto.
La gloria e i l
“satismo ”
Elencare gli episodi della vita
di Erik Satie e le sue opere significherebbe fare un lunghissimo elenco delle provocazioni con le quali il compositore
francese si è fatto largo tra
i suoi contemporanei. In una
Parigi che, a cavallo dei due
secoli si preparava, culturalmente parlando, a diventare
la capitale più rappresentativa e propositiva d’Europa nel
passaggio dalla modernità alla
contemporaneità,
Satie
non
prenderà mai una posizione
netta e coerente nei confronti
dei movimenti artistici radicali dell’epoca (impressionismo,
simbolismo, surrealismo, dadaismo), a testimonianza di
quello spirito libero che lo ha
reso una sorta di “cane sciolto” della musica contemporanea.
Di questo si accorse John
Cage, un altro grande provocatore della contemporaneità, e ne fu affascinato:“Per
interessarsi a Satie occorre
cominciare non avendo interessi, accettare che un uomo
sia un uomo, lasciar perdere
le nostre illusioni sull’idea
di ordine, di espressione dei
sentimenti e tutti gli imbonimenti estetici di cui siamo gli
eredi. Non si tratta di sapere
se Satie è valido. Egli è indispensabile”.
Le sue Vexations rappresentarono una sorta di punto di
riferimento per gli esperimenti del compositore americano.
Le prime esecuzioni di questo
brano sono diventate famose
proprio ad opera di Cage, che
interpretò alla lettera l’indicazione in partitura “da ripetere
840 volte”. Ne venne fuori un
vero e proprio tour-de-force
che tenne impegnati cinque
pianisti, che suonarono alternandosi dalle sei di sera al
mezzogiorno successivo!
La gloria arriva nel 1917 con
la pantomima Parade, apoteosi di un’”estetica del circo
e del music hall che in quegli anni veniva contrapposta
alle seriosità post-romantiche
e alle vibrazioni simboliste”
(Guido Salvetti). Il cast a dir
poco esclusivo ne garantisce
di per sè il successo: le sceneggiature sono di Cocteau,
le scene di Picasso e la cor e o g r a f i a d i S e r g e i j D j a g h i l e v.
Tutt’a un tratto il mondo si
accorge di lui e non mancano gli adepti, che cominciano
ad affollarsi attorno al Maestro. Il cosiddetto “Gruppo dei
Sei” (che comprendeva i musicisti Darius Milhaud, Franc i s P o u l e n c , A r t h u r H o n e g g e r,
Georges Auric, Louis Durey e
G e r m a n e Ta i l l f e r r e ) t r o v e r à i n
lui il vero animatore e ispiratore. E Satie ripagherà come
suo solito con un entusiasmo
“a orologeria”, che ben presto
si trasformerà in un dissenso
molto forte con alcuni di loro.
A t t o r n o a g l i a n n i Ve n t i , s i f a
avanti in lui un atteggiamento
che molti hanno definito “socratico”. Una sorta di espressione di saggezza che si manifesta in un atteggiamento
serioso, sia nella vita che
nell’arte, spiazzando ancora
una volta un po’ tutti. Quando presenta il suo Socrate,
per voce e piccola orchestra
(da cui Cage trarrà spunto
per Cheap Imitation), un pubblico ormai abituato alle sue
provocazioni, lo accoglie con
grandi risate. Il compositore,
invece di compiacersi della
reazione suscitata va su tutte le furie, testimoniando la
sua (ri)conversione “seria”.
E, sempre e comunque, provocando. Ma non gli resta ancora molto tempo per stupire.
Erik Satie muore il 1 luglio del
1925 in un ospedale parigino,
povero ma illustre.
Musique
d’ameublement: Satie
padre dell’Ambient Music?
Un precursore. Molti lo hanno definito così, anche impropriamente,
e
soprattutto
dopo la sua morte. Del resto
le “acrobazie” del compositore, quel suo naufragare tra le
mode e le contraddizioni dell’epoca permette di collocarlo
facilmente ovunque. O da nessuna parte.
In ambito popular c’è chi lo
definisce il precursore dell’ambient music e non a torto.
Il concetto satiano di “musique
d’ameublement” (da cui prende
il nome anche una sua composizione del 1920) non è molto
lontano da quello di “discreet
music” che cinquant’anni più
tardi farà la fortuna artistica
(ed economica) di Brian Eno.
E’ vero che l’interesse particolare per questo tipo di funzione della musica è ristretto
ad un periodo molto breve della carriera del musicista francese (come qualcuno potrebbe
obiettare), ma è vero anche
che tutta la musica di Satie è
pregna di quella “discrezione”
che la rende “Musica d’arredamento” .
Dalle
famose
Gymnopedies
alle ultime composizioni una
caratteristica abbastanza costante nella sua musica è
quella mancanza di punti di
riferimento, di elementi d’attenzione, che la rendono fatua, quasi eterea, senza consistenza. Gli aeroporti e i
supermercati erano ancora un
miraggio nell’Europa di inizio novecento, la muzak non
aveva nessun contesto in cui
nascere,
eppure
c’era
già
qualcuno che pensava che la
musica potesse avere diverse funzioni e, nel piccolo del-
la sua casa, immaginando le
note come soprammobili, si
era avvantaggiato sui tempi.
Forse troppo.
.
The essential Erik Satie
Tr o i s M e l o d i e s ( s u t e s t o d i
Contaimine de Latour) (1887)
Gymnopédies (1888)
Gnossiennes (1890)
Sonneries De La Rose +
Croix (1892)
Vexations (1893)
La Belle Excentrique (Fantaisie Sérieuse) - per pianoforte e orchestra di Music
Hall (1902)
Embryons Desséchés (1913)
Parade (Ballet Réaliste)
(1917)
Socrate - dramma sinfonico
per pianoforte, orchestra da
camera e voci (1918)
Musique d’Ameublement
(1920)
sentireascoltare 79
rubrica la sera della prima
a c u r a d i Te r e s a G r e c o
Sam Raimi
T h e E v i l D e a d Tr i l o g y
di Antonello Comunale
La genesi di uno dei più grandi film horror di tutti i tempi, il cult
Evil Dead (La Casa) di Sam Raimi, che fece epoca per l’impatto delle
immagini e per le riprese ardite e originali, e gli episodi che ne
sono seguiti, a formare una trilogia che potrebbe avere presto un
seguito.
Un gruppo di amici decide di
fare una scampagnata, passando il week-end in una baita di montagna affittata per
l’occasione. Una volta arrivati
nella rustica maison, trovano
in cantina uno strano libro,
scritto in sumero, e un registratore con qualcosa inciso.
Fanno partire il nastro e le
parole emesse scatenano le
forze maligne in attesa di essere risvegliate.
Ecco. Il plot di uno dei più
grandi film horror di tutti i
tempi è tutto qui. Una mancia-
80 sentireascoltare
ta di luoghi comuni e qualche
citazione accademica per salire sulle montagne russe dell o s p l a t t e r. I l m e r i t o v a a S a m
Raimi, Bruce Campbell e Rob e r t Ta p e r t , g l i u o m i n i d i e t r o
la Renaissence Picture, una
spartana casa di distribuzione creata ad hoc per la realizzazione - tra amici - di Evil
Dead, ribattezzato in Italia
L a C a s a . L’ i s p i r a z i o n e p e r l o
script e la miccia che innesca
tutto viene a Sam Raimi da un
compito di storia, all’epoca
dei suoi studi di letteratura
alla Michigan State Univers i t y. I l c o m p i t o i n q u e s t i o n e
era quello di leggere il Book
Of The Dead della tradizione
tibetana. Affascinato dal titolo, Raimi getta rapidamente
le basi per una sceneggiatura
che ruota intorno ad un libro
dei morti analogo, il Necronomicon ex mortis, che tanta
parte ha avuto nelle storie di
Lovecraft. Il problema divenne, allora, la mancanza totale di soldi per procedere alle
riprese e la pressoché totale
sfiducia di qualsiasi finanzia-
tore.
La necessità aguzza l’ingegno e Raimi, coadiuvato da un
suo amico di infanzia, Bruce
Campbell e da un compagno
d i U n i v e r s i t à , R o b e r t Ta p e r t ,
decisero di procedere alla
realizzazione di un 8mm, che
avesse i requisiti base della
sceneggiatura e mostrasse in
piccolo quello che si sarebbe visto a riprese ultimate.
Una sorta di corto-trailer per
convincesse i finanziatori a
investire qualche dollaro nel
progetto. Visto l’ingente uso
di effetti di make-up e riprese ardite che la sceneggiatura prevedeva, i tre chiesero
Ellen Edelweiss, nel ruolo femminile. Le cronache parlano di
un Campbell completamente
esausto alla fine delle riprese, soprattutto per il trucco
di latex e per i liquami di cui
era costantemente ricoperto.
Alla fine il corto completato fu
fatto vedere, a vicini di casa,
amici, conoscenti, attraverso
un semplicissimo porta a porta
che dopo un po’ di tempo frutt ò a R a i m i , C a m p b e l l e Ta p e r t ,
all’incirca 90.000 dollari. In
pratica il budget di base per
la realizzazione di Evil Dead.
e
entusiastiche,
altri
non
è
c h e i l r e d e l l ’ h o r r o r, S t e p h e n
King, che fu uno dei primissimi sponsor della pellicola,
quando questa cominciò rapidamente a farsi notare in giro
per i festival, ottenendo, tra
l’altro, un premio al Festival
d e l l ’ O r r o r e d i N e w Yo r k e u n
Gran Premio Speciale della Giuria al Festival del Film
Fantastico di Parigi. Il sogno
d i R a i m i , C a m p b e l l e Ta p e r t
sembrò finalmente materializzarsi. Il film fece epoca soprattutto per l’impatto delle
immagini e per le riprese ardite e originali che non sembravano trovare giustificazione in
l’aiuto di un altro compagno di
s t u d i d i R a i m i , To m S u l l i v a n ,
che si dedicò completamente
al trucco. Within The Woods,
questo il titolo del corto della durata di trenta minuti, fu
girato in un solo week-end,
in una fattoria della famiglia
Ta p e r t , n e l M i c h i g a n .
Si sa che il prototipo può differire dal progetto finale, e in
Within The Woods, possiamo
vedere un giovanissimo Bruce
Campbell nella parte del mostro posseduto e un’altra compagna di università di Raimi,
la forza evocativa delle storie
che si raccontano intorno al
fuoco dell’accampamento, ma
questa semplicità non è certo dovuta al caso. E’ invece il
risultato di uno sforzo mirato
di Raimi, che è tutto fuorché
ovvio […] Cosa funziona così
bene? Quello che funziona è
soprattutto Sam Raimi. Egli è
talmente bravo che un altro
meno dotato di lui non riuscirebbe a fare altrettanto bene,
anche a costo di “mangiarsi”
un pezzo di Raimi”.
L’ a u t o r e d i q u e s t e r i g h e c o s ì
un budget irrisorio, gonfiato
fino a 375.000 dollari, soprattutto grazie al giro di offerte
di Within The Woods.
Il merito e la perizia vanno soprattutto a Raimi, che da enfant prodige della tecnica inventò di sana pianta soluzioni
artigianali, ma efficaci. Un
esempio su tutti: la Shakeycam, una cinepresa da 16mm,
con una lente da 8mm, montata su una tavola di due metri per due, grazie alla quale
si riuscivano ad ottenere dei
movimenti di macchina con
Evi l D e a d ( 1 9 8 2 )
“La
Casa
ha
la
semplicità
sentireascoltare 81
una fluidità perfetta, soprattutto nelle riprese in corsa.
La Shakey-cam, infatti, veniva letteralmente montata addosso a Raimi o all’operatore
Tim Philo, che altro non dovevano fare che correre avanti
e indietro per il bosco, come
dei forsennati. Le invenzioni di Raimi non finirono qui.
Una ripresa surreale ed efficacissima di Evil Dead, quando Ash pugnala la sua ragazza
posseduta, e l’immagine scivola, letteralmente, lungo il
pavimento, venne creata con
la Vasil-cam (cinepresa alla
vaselina…). In pratica sul pavimento fu montata una cinepresa attaccata ad un nastro
scorrevole e con una rotaia
ricoperta di vaselina, di modo
che la macchina potesse scivolare morbidamente.
Sono soluzioni artigianali che
aggirano la mancanza di soldi
e ottengono l’effetto prefissato. I meriti del film, però, non
sono solo nella tecnica. Raimi
si inserisce, con Evil Dead,
nel filone del new horror anni
’70. Un uso spregiudicato dei
corpi e della loro rappresentazione, una mancanza totale
di pudore nell’esposizione del
sangue. Sono gli anni feroci
d i a u t o r i c o m e To b e H o o p e r ,
J o h n C a r p e n t e r, D a v i d C r o -
82 sentireascoltare
nenberg e Wes Craven. Raimi,
però fa fare al genere un ulteriore scatto in avanti. Inserisce evidenti correnti comiche
e l’ironia surreale e acida dei
cartoni animati; le inquadrature evaporano su volti gonfiati
come palloncini e ripresi nelle
loro espressioni più caricate,
una messa in scena dell’esagerazione come poetica dell’assurdo, in una maniera non
dissimile da Hanna&Barbera e
s o p r a t t u t t o Te x A v e r y . L ’ o r r o re può essere talmente forte
da far ridere: in Evil Dead il
tutto è ancora abbozzato, ma
nel furibondo finale, quando
il povero Ash, rimasto solo a
combattere con i demoni, viene letteralmente inondato da
fontane di sangue, molti invece di spaventarsi si abbandonarono al riso.
Gli attori furono tutti scelti
nel giro di amici e conoscenti di Raimi e Campbell. Ellen
Edelweiss, che nel film interpreta Cheryl, la sorella si Ash,
fu ripresa da Within the Wood s , m e n t r e B e t s y B a k e r, H a l
D e l h r i c h e S a r a h Yo r k f e c e r o
il loro vero e proprio esordio.
Il trucco che Sullivan creò
per le possessioni fu evident e m e n t e i s p i r a t o d a L’ E s o r c i sta, mentre è da segnalare la
citazione di Le colline hanno
gli occhi, il cui manifesto è
appeso giù in cantina. Qualche anno più tardi Craven ricambierà la cortesia facendo
proiettare Evil Dead, dal televisore delle camera di Johnny
Depp, in Nightmare.
Evil Dea d I I : D e a d B y
Dawn (1 9 8 7 )
Dopo il successo di Evil Dead,
Raimi tentò una strada diversa con Crimewave, conosciuto
in Italia, con il titolo di I due
criminali più pazzi del mondo.
Soggetto e sceneggiatura furono vergati insieme ai fratelli
Coen, che nonostante fossero
più vecchi, si adombrarono
alla corte di Raimi, cercando
letteralmente di “imparare il
mestiere” e dimostrando rapi-
damente di averne appreso la
tecnica, con il notevole Blood
Simple.
Crimewave
andava
ancora di più in direzione cartoon, ma non ottenne successo
né attenzione critica, cadendo
nel dimenticatoio. Fu così che
Raimi, di nuovo in compagnia
d i C a m p b e l l e Ta p e r t d e c i s e
di tornare sulle orme di Evil
Dead, forti questa volta di un
investimento finanziario raddoppiato rispetto allo spartano
esordio. Evil Dead II è praticamente un remake accelerato
del primo film, che ne evolve
le soluzioni portando l’occhio
a n c o r a d i p i ù v e r s o l ’ h u m o u r,
la caricatura, l’assurdo ridanciano delle trovate.
Le immagini più levigate, e i
presupposti tecnici più solidi sono al servizio di un film,
che porta all’estremo il gusto
per l’eccesso e le situazioni
limite del primo film. I tempi e
i ritmi vengono manipolati, le
inquadrature vengono tagliate da tutti gli angoli possibili,
i movimenti di macchina non
conoscono forza di gravità.
Evil Dead II è il massimo della
perizia tecnica e del peculiare
tocco di Raimi.
I puristi, però, storsero subito
il naso di fronte a sequenze
come quella della mano posseduta che si ribella al suo
padrone, o quella del bulbo
oculare sparato in bocca, che
più che provenire dalla tra-
d i z i o n e h o r r o r, t r o v a n o o r i g i ne nei cartoon della Warner
Bros, quelli di Wile E. Coyote
e B u g s B u n n y. M a q u e l l o c h e
preme principalmente a Raimi è aggredire lo spettatore
con situazioni shock che lo
facciano sobbalzare sulla sedia. Gag comiche e momenti
da infarto si alternano con il
preciso scopo di non dare tregua. Quello che non viene mai
meno è l’occhio visionario del
regista.
Bruce
Campbell
continua,
nella parte di Ash, a patirne
di tutti i colori. Al punto che
viene definito “il primo eroe
masochista della storia dell’horror”. Il finale visionario
e apocalittico chiude il film
come meglio non potrebbe,
gettando le basi per il terzo
capitolo.
Evil Dead III: Army Of
Darkness (1993)
“Mi piacciono i buoni film di
h o r r o r, m a i n q u e s t o c a s o v o levo verificare con me stesso
se fossi in grado di avere una
buona risposta del pubblico
con stimoli mai usati prima.
Non volevo spaventare la gente, ma farla ridere, farla sentire bene e per questo ho scelto
di fare un film con un taglio
più ironico, […] Con La Casa
avevo tentato con tutte le mie
forze di terrorizzare il pubblico. Con La Casa 2 ero più
interessato al coinvolgimento dello spettatore sul piano
delle immagini. Due anni fa,
quando ho cominciato a scrivere con mio fratello l’Armata
d e l l e Te n e b r e , e r o i n u n a f a s e
positiva della mia vita e avevo voglia di trasmettere questo benessere attraverso un
film”.
Le
dichiarazioni
di
Raimi
non lasciano spazio a dubbi e chiariscono la filosofia
che sottende al terzo capitolo della trilogia di Ash. Un
cambiamento, che in realtà
è una ulteriore evoluzione di
quella progressiva cessione
a l l ’ i r o n i a e a l l o h u m o u r, c h e
dal primo Evil Dead si è poi
sparsa lungo tutta la filmografia di Raimi. Dove più marcata, come in Crimewave o Evil
Dead II, dove meno, come in
Darkman. Il progetto dell’Arm a t a d e l l e Te n e b r e v u o l e e s sere quello di una commedia
fantastica, piena di ironia. Per
questo si decide da subito di
non intitolare il film come Evil
Dead III, anche se a conti fatti
la storia prosegue li dove si
era interrotta in Evil Dead II,
ovvero con Ash, scaraventato
attraverso un salto temporale,
nel passato medievale.
Il budget di tre milioni di dollari e le riprese effettuate ai
limiti del deserto del Mojave, nei pressi di Los Angeles,
consentono a Raimi di avere
la manica larga sugli effetti
speciali e sulle inquadrature,
ma i problemi produttivi co-
minciano a sorgere allorquando De Laurentiis e Universal,
i due produttori dell’occasione, cominciano un braccio di
ferro per contendersi Hannibal, il sequel de IlSilenzio degli innocenti. Il film rischia di
bloccarsi totalmente e Raimi,
C a m p b e l l e Ta p e r t d e c i d o n o
di mettere mano direttamente
alle loro risorse, pur di completare il film. Questa débacle
è anche il motivo per cui il finale del film fu cambiato. Alla
Universal il finale scelto da
Raimi non piaceva, e questi
senza battere ciglio rigirò i
minuti finali appiccicando un
finalino ironico e autoconclusivo. Un vero peccato perché
il finale scelto da Raimi era
tutt’altra cosa. Ash sbagliava
per l’ennesima volta la formula magica e, con il Necronomicon, finiva scaraventato in un
sentireascoltare 83
mondo del futuro, totalmente
distrutto da una guerra atomica.
Il film è comunque un piccolo
trionfo della cinefilia fantastica. Non si contano le citazioni, a partire dall’Armata delle
tenebre, completamente fatta
di scheletri animati in stop
motion, che riprendono pedissequamente gli scheletri del
leggendario Ray Harryhausen
(Il 7° viaggio di Sinbad, Gli
Argonauti). La formula magica che Ash non riesce mai
a ricordarsi, “Klaatu barada
nikto”, sono le parole che servono ad impedire che il robot
Gort distrugga la terra in Ultimatum alla terra di Robert
Wise. Tutto il villaggio medievale e finanche la discesa
nella grotta con la strega riprende passaggi e situazioni
dal peplum e dal mitologico
italiano dei vari Freda, Bava
e Cottafavi. Nel portabagagli
della macchina di Ash, tra le
varie cianfrusaglie si scorge
un numero della rivista horror
Fangoria.
La vera novità del film però,
sta tutta nel personaggio di
Ash. Oltre a riprodursi per
gemmazione in un alter ego
cattivo e a moltiplicarsi in
tanti piccoli Ash nelle deliranti sequenze del mulino abbandonato, la novità di rilievo è che per la prima volta il
protagonista prende le redini
in mano della storia e decide
di agire. I risultati però, non
sono quasi mai quelli voluti, perché come ebbe a dire
Marco Giusti, questo Ash de
L ’ A r m a t a d e l l e Te n e b r e “ è u n
personaggio
genuinamente
imbecille. Ash, che si presenta all’inizio del film come se
fosse una parodia dell’Ismael
di Moby Dick (mi chiamo Ash
e sono uno schiavo) e il cui
nome è di per sé distruttivo
(cenere, ma anche spazzatura) è un misto di Li’l Abner di
Al Capp e dei forzuti di tutti i
media, dai fumetti al cinema
di Stallone e Van Damme”.
84 sentireascoltare
Evil Dea d I V ( ? )
La trilogia di Ash è diventata con il passare degli anni
un oggetto di culto per gener a z i o n i d i f a n d e l l ’ h o r r o r. A r tisticamente ha sicuramente
fruttato bene a Sam Raimi,
che dopo qualche film interlocutorio di stampo hollywoodiano e un piccolo gioiello nascosto, come A Simple Plan,
ha dato il via libera alle super mega produzioni di Spider
Man, ottenendo un successo ragguardevole. E’ andata
meno bene a Bruce Campbell,
il simpatico protagonista della
serie. Continua l’amicizia con
Raimi, testimoniata dal fatto,
che praticamente in ogni film
del regista appare anche per
brevi secondi Campbell. Quest’ultimo, però, è rimasto più
relegato nel circolo chiuso
d e l l ’ h o r r o r. L’ u l t i m o s u c c e s s o
avuto in patria è nella parte di
Elvis Presley nel b-movie diretto da Don Coscarelli, Bubba
H o Te p , t r a t t o d a u n r a c c o n t o
di Joe R. Lansdale. Campbell
è comunque diventato un’icon a h o r r o r, c o m e n e g l i a n n i
passati lo erano Christopher
Lee o Vincent Price. Ash è un
eroe, un personaggio entrato nella cultura pop, al punto
che tra i progetti di sequel più
quotati c’è un Freddy vs Jason
vs Ash, per cui ci sarebbe uno
script già pronto.
Di un Evil Dead IV si è cominciato a parlare assiduamente
soprattutto nell’ultimo biennio, soprattutto grazie ad alcune dichiarazioni di Raimi
che andavano in questa direzione: “Ci sarà un Evil Dead
4 e ANCHE un remake di Evil
Dead. Il remake sarà prodotto
dalla Ghost House Pictures,
con un nuovo cast e un nuovo
regista. Con la Ghost House
vogliamo portare a Hollywood
n u o v i r e g i s t i ( c o m e Ta k a h a s h i
Shimizu di The Grudge) e dar
loro la possibilità di fare buoni film horror”.
Il motivo di questo sblocco
psicologico, che prima gli impediva di tornare nuovamente
sulla serie, sarebbe da trovare nella serie di remake di
classici horror anni ’70, in
voga attualmente nelle sale.
L’ i d e a d i u n r e m a k e d e l p r i m o
Evil Dead si inserirebbe nella scia e darebbe il la per un
ritorno del nostro Ash. Il sito
ufficiale di Bruce Campbell
però, smentisce i “rumours”
sul quarto Evil Dead, mentre
conferma quelli del remake.
Bisogna solo aspettare il corso degli eventi. Con il cuore
in gola.
Me And You (di Miranda July, USA, 2005)
“Vivrò ogni giorno come se fosse l’ultimo”.
O p e r a p r i m a d e l l a p e r f o r m e r e a r t i s t a M i r a n d a J u l y, v i n c i t r i c e
d e l p r e m i o d e l l a g i u r i a a l S u n d a n c e F e s t i v a l , M e A n d Yo u A n d
Everyone We Know (il titolo originale) è una commedia lieve
sulle difficoltà di comunicazione e sull’isolamento in cui sono
ingabbiati gli strambi protagonisti del suo film.
La vicenda è costruita attorno a più storie della quotidianità e
a personaggi che si incastrano gli uni negli altri, in una danza
sottile e surreale, in cui si riflette sulla mutevole natura umana
e sulla ricerca di attenzione e di amore da parte di bambini e
adulti. Fanno da collante delle storie i due protagonisti: una
sensibile artista multimediale, Christine (la stessa July) e un
commesso maldestro, Richard, separato e con due figli piccoli,
che lei decide che entrerà nella sua vita, inesorabilmente.
Un film minimalista e disincantato, in cui la regista guarda con
tenerezza ai suoi personaggi, e dove niente è inopportuno, anche la ricerca bizzarra dell’incontro attraverso le chatline, tra
adulti e bambini o le avances pornopedofile di un uomo a due
ragazzine adolescenti. Lo sguardo è indulgente e mai presuntuoso, con un sfondo di speranza, le storie restano al limite
del drammatico; una delle chiavi di lettura è proprio la sdrammatizzazione, che permette al film di camminare sulle proprie
gambe. Simbolismo, poesia minimale di un mondo visto con gli
occhi dei bambini, lo sguardo innocente che filtra la realtà e
oltrepassa il cinismo degli adulti: piccoli segnali che fanno di
questo esordio un film da segnalare. .
Te r e s a G r e c o
Munich (di Steven Spielberg – USA, 2005)
Quando si fa serio, Spielberg non riesce proprio ad essere
scevro di retorica. Il suo è un approccio insopportabilmente
didascalico, moralista, dogmatico. Un continuo sovraccaricare
le immagini e la storia di una pesantezza allegorica, che si fa
integralista del messaggio che si vuole propugnare. C’era da
aspettarsi quindi, che il suo excursus di due ore e passa nei
fatti di cronaca legati alle Olimpiadi di Monaco del ’72, quando
un gruppo di fedayn compì la strage della squadra israeliana
e scatenò una faida sotterranea tra israeliani e palestinesi, si
trasformasse in un interminabile tour de force sulle lezioni impartite dalla storia e sul delicato equilibrio tra i due popoli.
Spielberg è così preoccupato di apparire equidistante e freddo
documentarista delle posizioni in campo, che riduce a rapide
scenette teatrali le parti più delicate, quando si parla di principi ed etica, ed espande all’inverosimile la parte centrale,
legata ai diversi attentati e quella finale, con il protagonista
sempre più ripiegato nei suoi rimorsi. Golda Meir espone la sua
filosofia, con contrito e misurato ardore: «Ogni civiltà scopre
che è necessario negoziare i suoi più alti valori con molticompromessi». Da qui si dipana la storia, che si trasforma rapid a m e n t e i n u n a s p y s t o r y, v e n a t a d i e s o t i s m o e u r o p e i s t a , c o n
tutte le principali capitali europee passate in rassegna come
luogo dei diversi attentati.
Quello che giova al film, oltre all’ambientazione, è sicuramente il gruppo di attori. Una prova esaltante quella dei cinque
agenti del Mossad, capitanati da un Eric Bana particolarmente
efficace. Un bravissimo Mathieu Kassovitz e un irriconoscibile
Geoffrey Rush fanno da corollario, in un film dove anche i ca-
sentireascoltare 85
ratteristi sembrano brillare, forse anche per l’impianto decisamente teatrale delle sequenze incentrate sui dialoghi.
Un’altra summa della retorica spielberghiana viene poi esposta
n e l l ’ i n d i g e s t o f i n a l e , d o v e E r i c B a n a v i v e a N e w Yo r k , a s s e diato dal terrore e dal rimorso. Sempre più ossessionato da un
possibile agguato, corre ad una cabina telefonica e chiama il
patriarca francese che gli aveva dato i nomi dei fedayn da eliminare. Questi recita il suo aforisma da terrorista: «Noi siamo
uomini tragici: mani damacellaio, animi gentili». I nemici non
sono né di qua, né di là e chi si sporca le mani nel sangue non
riuscirà a lavarsi la coscienza. Due ore e passa per arrivare a
dire l’ovvio. Ma nel mezzo, almeno un po’ di azione l’ha messa.
.
Antonello Comunale
86 sentireascoltare
rubrica la promiscuità dell’arte
contemporanea
Marina Abramovic
di Silvia Bifaro
Sesso e pratiche rituali, erotismo e forze naturali della terra, carnalità
ed energie universali. Balkan Erotic Epic, ultimo lavoro di Marina Abramovic, ci regala un momento satirico all’interno della dolorosa serie Balcan
Epic esposta all’Hangar Bicocca a partire dal 20 gennaio.
Balkan Erotic Epic
Sesso e pratiche rituali, erotismo e forze naturali della terra, carnalità ed energie universali. Balkan Erotic Epic,
ultimo lavoro di Marina Abramovic, ci regala un momento
satirico all’interno della dolorosa serie Balcan Epic esposta all’Hangar Bicocca a partire dal 20 gennaio.
Balkan Erotic Epic si ispira a riti serbi che usavano il
sesso per propiziarsi gli elementi e sedurre gli dei ed è
il più recente lavoro della serie Balkan Epic. Questa serie nacque a metà degli anni
novanta, periodo della guerra
nei Balcani, e fu ispirata dal
dolore dell’artista nel vedere
la patria martoriata dal conflitto.
A differenza di molti lavori
precedenti, in cui la performer
metteva a dura prova la propria resistenza fisica, Balkan
Epic sembra talmente carica di
sofferenza da non avere bisogno di atti estremi per essere
spiegata. Essa è sicuramente
uno dei momenti più simbolici
ed evocativi della produzione
di Abramovic.
In Balkan Erotic Epic, è il tema
dell’energia a fare da padrone. Esso era già stato affront a t o i n Te s l a U r n , m a q u i v i e n e
legato al senso primordiale di
un’energia corporea e carnale, in poche parole erotica.
L’ o p e r a , p r o i e t t a t a s u d i v e r s i
schermi, è divisa in tre parti:
nella prima delle donne corrono sotto la pioggia alzando a
turno le vesti e mostrando il
pube al cielo; nella seconda
degli uomini distesi nell’erba
fecondano la terra stessa; nella terza un gruppo di uomini
in fila, vestiti in abiti folkloristici sta immobile con il pene
in erezione, mentre di fronte,
un’icona del cinema serbo intona canzoni patriottiche.
Sicuramente alcune di queste
immagini risultano fastidiose
per il nostro senso del decoro
anche se le sappiamo provenire da riti perduti, primitivi e
pagani. Marina Abramovic ci
riporta all’eros come valore di
una legge universale che muove il pianeta in quanto fonte
di vita ed energia, oggi seppellita sotto i molteplici veli
delle inibizioni. In questo lavoro la nudità del corpo corrisponde alla verità, l’esposizione di questa nudità come
mezzo per la sopravvivenza
della popolazione corrisponde
al potere del popolo di autogestirsi, di vivere di se stesso
e d e l l a Te r r a c h e l o h a g e n e r a t o . L’ a v e r c o p e r t o d i v e s t i t i
il corpo corrisponde all’aver
nascosto la verità sotto inn a t u r a l i i m p a l c a t u r e . L’ a v e r
sottratto l’energia erotica al
popolo è stato soggiogarlo,
piegare la sovranità del corpo alla ben più misera e falsa
sentireascoltare 87
sovranità dello stato, uno stato che basa il suo potere sull’impotenza del singolo e sulla dominazione attraverso il
senso di colpa e di vergogna.
Oggi l’erotismo coperto dalla
macchia della vergogna sembra liberarsi solo attraverso
la pornografia. In realtà paradossalmente, è esattamente il
contrario.
La pornografia è il frutto di
una società dominata dal senso di colpa dove solo con il
sesso mercificato si possono
appagare le nostre pulsioni senza un contatto diretto
e quindi senza il peccato. La
pornografia quindi sembra sfidare i tabù, in realtà anch’essa fa parte a tutti gli effetti di
una società basata sull’inibizione del sesso ed è la naturale conseguenza di tutta una
storia di vergogne e proibizioni. La pornografia scolorisce ancora di più il senso degli atti carnali, non rendendo
loro il carattere sovversivo e
di energia pura che invece gli
è proprio. La sofferenza nei
confronti delle vicende della
sua terra ha portato l’artista
ad esprimere non più un corpo trascendente ma un corpo
carnale. Esso soffre, gode, la
sua energia è lontana dal dualismo corpo-spirito ed è vicina
ad una più bassa ed ancestra-
88 sentireascoltare
le concezione di materia .
Balkan Erotic è l’elegia di un
popolo legato alla sua terra
in un amplesso continuamente rinnovato da riti pagani ed
agrari, dove il corpo erotico
interagisce con gli elementi
della terra per tentare di soggiogarli seducendoli.
Così le donne corrono invasate sotto la pioggia, usano il
proprio erotismo per calmare
la tempesta. Con il suo corpo
la donna è in grado calmare la
natura caotica (associata alla
maschilità, che agisce di sola
forza) e di domarla rendendola feconda e non distruttiva.
Atto complementare a quello
femminile è quello maschile
del coito con la terra.
Ha di sicuro un carattere antitetico invece il terzo video,
dove l’immobilità degli uomini che vestiti di tutto punto ci
mostrano la loro potenzialità
erotica con tanto orgoglio, si
contrappone all’energia vitale
con la quale invece le donne
si mostrano nel video precedente. Questi uomini, invece
di impressionarci, come sembrano voler fare, ci rendono
partecipi della loro vulnerabilità e l’inutilità del loro gesto
rivela la fragilità del loro essere virili senza uno scopo.
Le opere si distribuiscono su
un percorso di videoinstallazioni creato accanto all’imponente opera permanente di
Anselm Kiefercon con cui non
si può fare a meno di relazionarsi. Si crea così un percorso
laterale di suoni ed immagini,
cartoline di un viaggio già fatto dall’autrice, che le ha portate a testimonianza della sua
esperienza per insegnarci, per
provocarci, per smuovere in
noi qualcosa che è stato per
troppo tempo assopito.
Note
BALKAN EPIC a cura di Adelina von Fürstenberg
Hangar Bicocca Viale Sarca
336 (20126) MI
+39 3357978214 (info)
· w w w. b i c o c c a - e . o r g
in mostra dal 20 GENNAIO al
23 APRILE
da martedì a domenica ORE
11 . 0 0 - 1 9 . 0 0 ,
il giovedì ORE 14.30 - 22.00
(chiuso il lunedì).
ingresso: intero 8 euro, ridotto 6 euro
rubrica cose dell’altro mondo
a cura di Ivano Rebustini
Neon Eater trasloca dalla musica al cinema, per narrarci in “Ultima visione” una favola per adulti che non ha lieto fine, anzi, non
ha proprio fine. Low Story ci racconta l’avvincente storia del Jaga
Chang Collective, uno strano combo alfiere dell’improvvisazione spirituale E poi:”Inaudito” propone un po’ di scimmie in libera uscita
per poi si aggirarsi dalle parti di Bowie; in “Impossible News” il
clamoroso ritiro del Critico per eccellenza e l’ultima pensata delle
major; le idee di Capossela e le pene d’amore di Bobby Solo a “Parole in libertà”…
Titolo originale: No Love
Regia: Tim Kim Hayao Michell
V o c i : F r y J i , Ta k u y a U h l , A k i h i k o K i - D u k , C h i e k o R h y s P a r k ,
Ifans Zambarloukos
Durata: 6h 59’
Nazionalità: USA del Sud, 2004
Genere: drammatico fantastico
U LT I M A V I S I O N E
Il Cioccolato Fatale Della
Samaritana Errante
Dal Castello di Oz alla fabbrica di ideologie in mongolfiera
di Neon Eater
“ L’ i n n a m o r a m e n t o
è
sempre
un labirinto di accadimenti:
quando ci si innamora l’altro
si muove su un territorio minato” (Christopher Lee)
La leggerezza gotica e grottesca di Tim Kim Hayao Michell diverte e fa riflettere.
La storia, tratta dal romanzo
di Roald Wynne McEwan, garantisce all’autore la possibilità di muoversi alla ricerca
del filo di Arianna che possa
redimere la sua poetica à la
page: la periferia londine-
se, i graffi a sfondo religioso, la neve esistenziale, la
metamorfosi
metaforica
dei
Beatles, la prassi melodrammatica di Kubrick, la grafica
scenografica beachboysiana,
la fabbrica immaginifica di
Cagliostro, l’estetica metafisica di Psycho, il cioccolato
per adulti. “I dolci non hanno
bisogno dei bambini di periferia” (Hanif Kureishi).
Il professore Willy Howl (Deep
Depp), il re della prostituzione che indice un concorso
mondiale per racimolare abbastanza soldi per poter fare un
viaggio in Europa in mongolfiera, è in realtà alla ricerca
di un’anziana mistica e sadica
che prosegua il suo lavoro. Il
padre di Willy (un terrificante
demone, che vediamo raccontato nei flashback da musical
hollywoodiano anni ’50) è un
devoto alla superficialità dell’esistenza consumistica e si
troverà faccia a faccia con i
monologhi mentali di Sophie
Va s u m i t r a , f i d a n z a t a d i W i l l y, v i z i a t a , e g o i s t a e a r r i v i s t a ,
lontana anni luce dalla cameretta a sfondo religioso. dove
il modo in cui sposta le tende
dalle finestre è un chiaro segnale che si annoia…
To s s i c a e a l g i d a d a g i o v a n e ,
priva di interesse e interessi,
dell’alternanza
aperto-chiuso tipica dello shojo manga,
dona il proprio corpo agli uomini “che quando mettono su
un’attività tornano bambini”.
Willy Howl è un bambino mai
sentireascoltare 89
cresciuto, scappato di casa
anni prima per inseguire il
suo sogno, l’eroina, contro la
volontà del padre Charlie. Un
inedito trattamento è riservato
anche a lui: si trova a essere
pedinato e spiato ossessivamente da un folle adone trash
glam metal, Jed Mononoke, innamorato di lui e convinto di
esserne ricambiato.
Jed è vittima della sindrome
di Miyazaki, una forma di psicosi estetica (scoperta nel
secolo scorso dall’omonimo
scrittore di manga con tematiche romantiche) nei confronti
del cioccolato, spesso inconsapevole, con ossessione a
sfondo sessuale. È un amore
implacabile in cui ci si sente
investiti dalla missione di percorrere strade nuove insieme
agli operai della fabbrica che,
coinvolti in un gioco psicologico sottile e ossessivo attraverso particolari segnali segreti, ne escono a pezzi.
L’ a u t o r e s i l a s c i a a n d a r e n o n
solo in primavera, ma anche
in estate, autunno e inverno
a mo’ di omaggio-dissacrazione, e ci regala una visionaria,
mistica meditazione sulle possibili forme di bambino tecnologizzato giapponese. Un film
da non perdere, aspettando la
guerra, prossimamente sui nostri schermi.
INAUDITO
LOW STORY
In un laboratorio sugli Appalachi, nel segreto più assoluto (ma
non per noi), un pool di scienziati assoldati dalle maggiori
m a j o r, d a l l e m a j o r m a g g i o r i , i n s o m m a d a l o r o , s t a m e t t e n d o a
punto un cd vergine impossibile da masterizzare, con l’obiettivo di metterlo in vendita dalla primavera del 2007. Coloratissimo e con la custodia cartonata, impreziosita da frammenti
di cristalli Swarovski difettati, con il nuovo cd le major tenteranno di fare breccia nel mercato degli imbecilli, dato in forte
c r e s c i t a . ( i . r. )
Jaga Chang Collective, dalle
campagne di Fishtank al
giardino dello stregone Sun
Ra
di Neon Eater
Uno dei vecchi ensemble di
terz’ordine di Cornelius Mingus, uno shock immaginario
tra lo scoramento ambientale
d i F e n n e s z Tw i n e i l c a l d e r o n e
isolazionista di lisergica memoria degli Amon Lull. Dalle
campagne di Fishtank (piccola cittadina dalle parti di Labradford) al giardino zen dello
stregone Sun Ra, istantanea a
forte velocità metafisica del-
90 sentireascoltare
Arctic Monkeys & The Monkees - Chita’s Story (Zoo Records,
2006)
Una delle più spudorate truffe artistiche dell’industria discografica degli anni ‘60 insieme a una delle più spudorate truffe
artistiche dell’industria discografica degli anni 2000. Scimmie
e scimmiette tutte insieme appassionatamente si cimentano in
un album concept sulla storia della scimmia cinematografica
per eccellenza. Non vedo, non sento, non parlo e non suono, o
- se suono - suono poco e male, ma è davvero un gran divertimento. Soprattutto quando sulla scena irrompono i Gorillaz per
l ’ e v o c a t i v a c o v e r d i B a n a n a B o a t . ( i . r. )
Dawid Bovie - Fake Songs (Buffalo Records, 2006)
Stesso titolo di un album di Liam Lynch, allievo di Paul McCartney (la qual cosa, come si vedrà, ha un suo perché), questo
disco ripercorre in lungo e in largo la carriera - anche apocrifa
- del Duca Bianco, saccheggiando a destra e manca. La cover
italiana di Space Oddity, con testo di Mogol (Ragazzo solo,
ragazza sola), è ancora più irritante dell’originale, mentre in
Amsterdam sembra di ascoltare Bowie che scopiazza a piena
voce Scott Walker (ma qualcuno sostiene che succedesse già
n e l l a v e r s i o n e d i M r. J o n e s ) . I l p e z z o f o r t e d e l c d è p e r ò i l r i facimento, senza troppa fantasia, della bitolsiana Penny Lane;
sicuramente è un fake, ma potrebbe pure essere un fake del
fake, e a questo punto non si capisce più niente, se non che a
Bowie il Macca (eccolo qui) sta sul birillo, e Bovie se ne approf i t t a . I m p e r d i b i l e p e r c h i a m a i R u t l e s . ( i . r. )
INCREDIBLES NEWS
Piero Scaruffi si ritira a vita privata: il sommo critico musicale, nauseato dalla piega presa dal rock negli ultimi sessant’anni, ha ceduto il suo sito ad All Music Guide (i testi) e al Metrop o l i t a n M u s e u m o f A r t d i N e w Yo r k ( l a v e s t e g r a f i c a ) : d ’ o r a i n
avanti si limiterà a produrre Cabernet nel suo eremo di Santo
California. Baldini Castoldi Dalai editore ha offerto 500 euro
p e r l a r i s t a m p a d e l l ’ o p e r a o m n i a . ( i . r. )
PA R O L E I N L I B E R T À
Vinicio Capossela: “Coraggio, strafottenza, disinvoltura. idee
nuove, insulti necessari, buoni consigli, poesia originale: il
m i o n u o v o a l b u m è t u t t o q u i ” ( i . r. )
Bobby Solo: “Dopo Marta, ci ho provato con
fittando che dormiva, ma gnente. Clara nun
posa je so venute le cose sue... che c’avete
tedesca, come se chiama, Marlene Kuntze?”
Valentina, approme vole, a Marier numero de ‘sta
( i . r. )
l’intera famiglia
Collective.
Jaga
Chang
Carter Chang (theremin giapponese e strumenti giocattolo), Panda Chang (Batteria
ottica), Ketil Andreas Chang
(bonghi norvegesi e split-tablas), Chang Chang Chang
(fisarmoniche e pietre), Lars
Harald Chang (tuba “generativa” di Nick Drake), Lars
Chang-Deaken (basso tenore), Mark Even Chang (vibrafono, flauto, trombone), Ketil
Chang-The Geologist (trombone, vibrafono, flauto), Conrad
Chang (flauto, trombone, vibrafono), Martin Chang (riempitivo): così si presentano i
Jaga Chang Collective. Dieci
travestiti grotteschi campioni
dell’improvvisazione spirituale, uno strano combo dal nome
dilatato come l’ombelico bizzarro di Quincy Jones.
Autore di un linguaggio in grado di far dialogare il cavallo bifronte di Brian Wilson e
l’organista post-umano della
“Chiesa del nuovo rumore” di
Louisville, l’industrial indiano
e il glitch hop spagnolo, i frullati psichedelici e le fanfare
ultra-epiche, il combo “interstellare” Jaga Chang Collective si è imposto all’attenzione
delle pietre apocalittiche e
dei rombi nordici come un pugno di personaggi camaleontici nati per suonare insieme a
Ti m B u c k l e y.
L’ a p p r o c c i o c o m u n q u e è t u t t’altro che da dark club giapponese. Se analizziamo, ad
esempio, certe frange dello
sfogo pre mistico della stampa norvegese, si nota come
sempre più imponente sia la
miniatura dettagliata e semplice che porta alla sublimazione crepuscolare dei sensi e
si stempera nell’esplorazione
dei droni ibridi più bislacchi
dell’avanguardia storica. Ma
forse non è proprio così...
La storia discografica dei Nostri inizia ufficialmente quando decidono di darsi una ra-
gione sociale prendendo a
prestito il cognome di un giocatore nipponico di basket
particolarmente colto e raffin a t o ( Ts u G i Ta r e J a g a ) . N e l
1989 esce Pooka Asa Hana,
acclamato dall’Indian Trance
Project come miglior album
kraut/wave del 2002 (la band
è per certi versi così avanti da
essersi lasciata un millennio
dietro le spalle) e, grazie al
sabor latino di Michael Gira,
l’anno successivo la famiglia
Chang
ottiene
un
contratto per il 2004 con l’etichetta
londinese Smalltown Cat. Sicuramente un disco da avere,
per i seguaci sia del Festival
Ska di Fuji sia degli sfrigolii
radiofonici della BBC (ma non
solo).
Here Comes Senaka (Drive
8, 2001) irrompe sul mercato
del modernariato giapponese
ed è subito rammarico per un
un esperimento limitato allo
spettacolo di danza freak e
al programma radiofonico sull’insanità di Syd Barrett.
Questa è la la metafisica della provincia americana: ambientale e cosmica, abbandonata e trasognata, filmica e
ineccepibile,
imprescindibile
e impressionista. Imparentati con le manfrine della Red
Microphones Orchestra, fanno musica libera, senza scorie canterburiane o maschere
trans-etniche cercando, dicono, un terzo posto nelle chart s d i C h i c a g o e B o m b a y.
La tournée che sussegue il
disco si avvale della tecnologia cosmic weltanshauung
anni ‘70, è un viaggio intertemporale a ritroso e fa sì che
i Jaga Chang Collective rientrino nello stato meditativo
dei primi istanti risalenti all’epoca dell’allunaggio. Con i
loro Stivali delle Sette Leghe
a forte velocità, sono uno dei
cavalli da battaglia del teatro
c l a s s i c o d i Ta h i t i , f u o c h i f a t u i
di un paesaggio free form. Nel
1992, la piccola svolta con la
pubblicazione di 107 split per
la collana In The Kitty Kranky
: 107 collaborazioni con oscuri figuri psichedelici che non
dispiacerà ai fan dei 7” sui
generis. Le session durano la
consueta manciata di minuti, alimentando, anche oltre
i confini nordici, un contatto
spirituale sempre più imponente con natura e vita che
parte dal Maryland per espandersi in lidi ancora sconosciuti, dal deserto tunisino e al
viaggio/sballo lunare.
Il 2001 è l’anno dell’EP di cover di artisti solitari del 1800
(The Livingroom Outside/Retro Ninja) in cui tutto concilia
con tutto. Trascorrono pochi
mesi e i nostri sono di nuovo in pista: A Everlast Hush/
sentireascoltare 91
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