GLI SCAVI NEL SITO FORTIFICATO
DI PELLIO INTELVI (CO)
NOTIZIE PRELIMINARI
di
ERMANNO A. ARSLAN, ROBERTO CAIMI,
MARINA UBOLDI
1. RISULTATI DELLE CAMPAGNE DI SCAVO
Il comune di Pellio si trova in provincia di Como nella
Valle d’Intelvi, suggestiva vallata prealpina che partendo
dal paese rivierasco di Argegno mette in comunicazione il
lago di Como con quello di Lugano.
Sul versante occidentale lo spartiacque della valle è
dominato dai terrazzi sui quali si è formato l’abitato di Pellio
Superiore ad una quota di poco oltre gli 800 m.
La ricerca archeologica a Pellio Superiore prende il via
nel 1995 dalla segnalazione, fatta da uno storico della valle, dell’esistenza di un piccolo dosso di forma inconsueta
poco distante dalla chiesa di San Giorgio (ora santuario
dedicato alla Madonna di Caravaggio), a quota 824 m slm.
L’area è caratterizzata da un terreno pianeggiante dal
quale emergono alcuni dossi naturali e si trova immediatamente a monte dell’abitato. Si tratta di un esteso altopiano
che guarda a Nord-Est verso il lago di Lugano, a Sud verso
la valle e precisamente il comune di San Fedele, a Ovest
verso il monte Generoso, a Nord verso i monti di Lanzo. Al
centro dell’altopiano, su uno di questi affioramenti rocciosi, sorge la chiesa di San Giorgio già nominata in un testamento del 1186 (BOGNETTI 1938, pp. 24- 27, p. 58, n. 17;
LAZZATI 1986, p. 42), un centinaio di metri a Sud-Est di questa si trova un’altra area rilevata che presenta una forma
allungata, orientata sull’asse E-W, che si sopraeleva dal pianoro circostante per 6 metri circa in modo uniforme. A Sud
del rilievo il terreno scende verso l’abitato, scandito da terrazzamenti. La sommità del dosso è piatta. La forma complessivamente ricorda lo scafo di una grande nave.
La lunghezza di questo dosso, oggetto delle ricerche, è
di 43 m, la larghezza di circa 28 m. L’area dell’indagine si
presentava inizialmente ricoperta da fitta vegetazione spontanea lungo i bordi e, al centro del pianoro sommitale, corrispondente all’asse lungo E-W, esisteva un mucchio di pietre, come una sorta di spina dorsale, originato dalla bonifica operata da contadini per rendere il terreno atto alla coltivazione.
L’esame di alcuni microrilievi osservabili al di sotto
della vegetazione ha permesso di individuare un perimetro
di origine artificiale sul quale si sono indirizzati i primi sondaggi di ispezione.
In alcuni saggi di scavo sono emerse murature in pietra
e malta, strati di crollo e livelli d’uso. Questi ritrovamenti
hanno dato il via ad una serie di campagne di scavo che
hanno messo in luce i resti di un grande edificio la cui area
occupa in pratica tutto il dosso.
Il progetto di ricerca è coordinato dal Museo Archeologico di Como su concessione ministeriale, con la direzione
scientifica di M. Uboldi e la direzione in cantiere di R. Caimi,
e si avvale di una serie di collaborazioni con enti, università e professionisti.
Gli scavi, che vengono effettuati con campagne annuali
estive, grazie all’opera di studenti e di volontari, non si sono
ancora conclusi, il presente contributo pertanto ha un carattere preliminare di presentazione del lavoro svolto, e costituisce una prima riflessione sulla struttura emersa e sulla
sua funzione.
L’edificio ha una forma grossomodo rettangolare ed una
superficie interna complessiva di più di 500 mq. È costituito da un unico corpo di fabbrica con una primaria divisione in corrispondenza dell’asse maggiore. Da questa divi-
sione prendono vita due distinti corpi, uno a Nord al momento identificato come cortile ed uno a Sud diviso in almeno 5 ambienti di dimensioni diverse.
Dall’analisi delle connessioni delle murature si rileva
che è stato costruito prima il perimetrale, con i divisori interni in appoggio ad esso. Lo stesso rapporto di posteriorità
si è evidenziato anche per un largo muro esterno presente
nello spigolo NE.
Le murature hanno una fondazione poco profonda, non
si sono riconosciute trincee più larghe dei muri stessi, sono
tutte molto simili nell’aspetto e nella fattura. La messa in
opera di tali manufatti ha sicuramente richiesto una manovalanza esperta e conoscitrice del materiale lapideo utilizzato. La materia prima, calcare marnoso, è stata prelevata
in loco. L’affioramento roccioso sul quale poggia l’edifico
è uno sperone di tale roccia ed è quindi plausibile ritenere
che la cava fosse proprio lo sperone stesso. Questo stesso
tipo di marna viene utilizzato anche per produrre la calce.
La perizia degli scalpellini è attestabile se osserviamo
le murature dell’edifico, sia quella perimetrale che i divisori.
Il perimetrale è costruito a sacco. Ha uno spessore costante di 1,40 m. I paramenti sia esterno che interno sono finemente curati con pietre di forma parallelepipeda disposte in corsi
regolari e continui. All’interno dei due filari vi è materiale di
scarto gettato caoticamente immerso nella malta.
I muri divisori sono generalmente costituiti da due filari ed hanno uno spessore di circa 0,50/0,60 m, le pietre sono
quasi sempre lavorate sulla faccia a vista e per lo più anche
sugli altri lati, raramente, per colmare interstizi, vengono
usati scarti di lavorazione o pietre di diverse origini (erratici). Sono praticamente assenti ciottoli di origine fluviale.
Vi sono solo labili tracce di come dovevano essere le
coperture. Negli ambienti a Sud si sono recuperate alcune
lastre di scisto (“piode”) che potevano fungere da copertura
sorretta da travature lignee. Non si esclude però la presenza
di scandole e di materiale stramineo sui tetti. Non si sono
recuperati frammenti di tegole di alcun genere.
I piani di calpestio sono in semplice terra. Tali strati
sono estremamente sottili e mal conservati. Nell’area del
cortile addirittura non vi è traccia di livelli d’uso a causa
delle coltivazioni che in questo settore del dosso si sono
protratte fino ai giorni nostri. Negli ambienti a Sud gli strati
d’uso esistevano, ma la loro consistenza e spessore sono
tali da far pensare ad una sporadica frequentazione oppure
ad una breve vita del complesso stesso.
La vita dell’edificio è caratterizzata da tre fasi principali suddivisibili in costruzione, uso ed abbandono.
Non si sono riconosciute fasi insediative di altri periodi
(una punta di freccia in selce ed una moneta romana sono
state recuperate in fase di scavo ma si tratta di rinvenimenti
sporadici) e nell’ambito della stessa fase di occupazione
non si sono osservate stratificazioni complesse.
Come detto la vita dell’edificio non dovrebbe essere
stata lunga. Non si sono osservate tracce di incendio o di
altri eventi traumatici e l’abbandono è caratterizzato da crolli
lenti dovuti in primo luogo alla marcescenza delle travature
lignee ed in seguito al degrado dei muri stessi. Probabile se
non certo il riutilizzo di materiale lapideo quali gli elementi
del tetto e le pietre meglio lavorate (anche per l’edificazione dei vari muri di terrazzamento presenti in tutta l’area).
L’abbandono è segnato anche dalla sepoltura di alcuni bovini all’interno dei singoli vani. Tali sepolture rispettano
chiaramente l’andamento delle murature e convivono a
quanto sembra con i crolli delle stesse.
Sono stati scavati fino allo sterile tre vani (C, D, F) ed
una porzione del cortile.
Il vano C (m 5,80×6), che costituisce l’angolo SE dell’edificio, è ad una quota inferiore rispetto ai piani d’uso di
tutti gli altri ambienti, vi erano infatti due scalini per accedervi dal cortile.
Presenta un’apertura a Nord, ed è quello che al momento ha restituito il maggior numero di reperti e nel quale il
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Tav. I – Planimetria rielaborata in scala ridotta dal rilievo originale.
livello d’uso era più conservato (forse proprio grazie al suo
interramento rispetto agli altri vani).
La stanza è stata costruita livellando la roccia affiorante ed usando gli scarti di lavorazione del livellamento per
colmare gli interstizi creatisi dopo questa operazione. Al di
sopra della roccia si è venuto a formare un livello d’uso di
qualche cm di spessore, livello nel quale si sono recuperati
oggetti pertinenti alla vita quotidiana.
Non si sono riconosciute attività particolari e strutture,
tuttavia la presenza di resti carboniosi abbondanti, in particolare nella fascia Ovest dello strato, fa pensare alla presenza di focolari temporanei su terra.
Un dato significativo è anche la presenza di abbondanti
resti ossei animali.
Dallo strato provengono un frammento ceramico, diversi frammenti di pietra ollare, due fusarole ed altri reperti
tra cui abbondanti quelli metallici e di vetro.
Di fondamentale importanza il rinvenimento in strato
di una moneta in argento forata in antico per essere utilizzata come ornamento: l’autorità emittente e la zecca sono
incerte, ma la datazione riferibile al X sec. (cfr. infra).
Tutti questi reperti indicherebbero una attività ed un uso
domestico dell’ambiente nonché la presenza femminile.
Ben documentato nel vano C è anche il crollo. Questo è
diviso chiaramente in due fasi distinte scandite da un livello sottile di humus tra i due strati di macerie. Tale sequenza
indicherebbe una successione lenta degli eventi.
Adiacente verso Ovest al vano C, con accesso da questo, vi è un ambiente di dimensioni inferiori (5,80×3 m)
(vano F). La stanza è stata allestita con la stessa tecnica del
vano C, ad una quota di poco superiore Il livello d’uso ha
restituito una percentuale inferiore di materiale ed ha uno
spessore minore.
Ad Ovest ancora vi è il vano D, con superficie maggiore (5,80×6,80 m). Anch’esso è stato ricavato modellando la
roccia sottostante e utilizzando le scaglie della sbozzatura
come massicciata. L’accesso alla stanza è a Nord, con una
soglia caratterizzata da una buca per palo inserita nella
muratura perimetrale N, probabilmente per lo stipite di una
porta. Il livello d’uso era estremamente sottile e povero. Il
crollo è stato rimaneggiato e l’ambiente, nell’angolo SE, è
stato riutilizzato in epoca successiva ai crolli stessi per la
preparazione di calce, forse nell’ambito di un recupero parziale dell’area. Non si hanno tuttavia tracce di tale attività
eccezion fatta per la buca della calce.
Proseguendo si sono messi in luce altri due ambienti
(G, H) e si è individuato il perimetrale Ovest dell’edificio
nel quale si apre l’ingresso principale della struttura.
Questo settore sarà scavato nella prossima campagna.
Il cortile è l’area maggiormente interessata da lavori
agricoli, pertanto nella porzione di esso che è stata scavata,
a Est, non si sono individuati livelli d’uso ed il materiale
recuperato può essere definito sporadico. Tuttavia nella zona
ad Ovest, sondaggi eseguiti nella prima campagna di scavo
avevano messo in luce una sequenza stratigrafica interessante, ancora da indagare.
All’interno dell’edificio, sia nel cortile che in alcuni vani
sono state rinvenute finora cinque sepolture di bovini. La
presenza degli scheletri completi e in connessione anatomica, l’evidenza del taglio per la deposizione provano che
si tratta di sepolture intenzionali. Le fosse rispettano l’andamento delle murature e sono state fatte probabilmente
prima dei crolli definitivi dell’edificio, ma comunque dopo
l’abbandono di esso.
Esternamente, contro lo spigolo NE dell’edificio, esiste una grande muratura (la larghezza è di circa 3 m) che è
conservata solo per un breve tratto e scende verso una zona
attualmente recintata. L’interpretazione data di tale struttura è ancora incerta tuttavia potrebbe trattarsi di una grande
muraglia di cinta che doveva racchiudere altri edifici al suo
interno e comprendere in pratica tutto l’altopiano.
Ricerche con metodi non intrusivi si stanno apprestando al fine di valutare questa ipotesi.
R.C.
2. I MATERIALI
I reperti mobili raccolti nello scavo, non particolarmente
abbondanti, sono costituiti soprattutto da frammenti di recipienti in pietra ollare, frammenti di vetro, e oggetti metallici, per lo più in ferro, talvolta in cattivo stato di conservazione e di difficile identificazione. La quasi totale assenza
di ceramica costituisce un dato di particolare importanza,
da sottoporre a verifica. Esso può essere interpretato come la
spia dell’utilizzo di materiali diversi, quali il legno, per realizzare le stoviglie da mensa e i contenitori nonché di diverse
abitudini nella preparazione e consumazione dei cibi (per la
presenza e una tipologia di piatti e recipienti in legno da un
sito di XI sec., cfr. COLARDELLE-VERDEL 1993, pp. 238 ss.).
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Tav. II – 1. Muratura perimetrale Sud dell’edificio; 2. Veduta parziale del vano D con una sepoltura di bovino; 3. Il crollo
nell’area del vano G; 4. Vano G, livelli d’uso apparsi dopo l’asportazione del crollo. (Foto R. Caimi).
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La tipologia degli oggetti e il recupero di numerosi resti ossei animali, residui di pasto, attestano la funzione abitativa della struttura e riportano ad ambito domestico. Alcuni oggetti di uso femminile e ornamentali, quali due fusarole, una grossa perla in vetro e forse un vago in ceramica
invetriata confermano la funzione abitativa dell’edificio.
Il recupero, avvenuto in momenti e punti diversi dello
scavo, di 7 denari in argento coniati nella seconda metà del
X sec. e recanti il nome dell’imperatore Ottone, fornisce il
primo e più certo elemento di datazione relativo alla frequentazione del sito, confermato da una datazione radiocarbonica effettuata su resti di carboni provenienti dal livello d’uso US 151, individuato nel vano C (l’età radiocarbonica, GX-25594, è risultata 1030±65 BP e la calibrazione secondo STUIVER et al. 1998 fornisce come intervallo cronologico più probabile quello compreso tra il 950 e il 1050 d.C.).
2.1 Ceramica grezza
Si possiedono finora solo i frammenti di due recipienti
in ceramica grezza pertinenti alla vita dell’edificio, uno raccolto in uno stato di pessima conservazione nel livello d’uso
US 151 del vano C (Tav. III, 8), l’altro rappresentato solo
da frammenti di parete raccolti nel vano F. Il primo reperto
consiste in un orlo di olla, che si è prelevato con difficoltà a
causa della consistenza estremamente fragile dell’impasto,
tendente a sgretolarsi per l’umidità del terreno. L’impasto
ceramico è grossolano, di colore marrone in frattura con
minutissimi inclusi bianchi e più scuro in superficie. La
forma è caratterizzata da un orlo verticale ingrossato e arrotondato sul lato interno, esternamente una leggera solcatura sottolinea il passaggio alla spalla sfuggente verso il
basso (solo indicativamente si cfr. alcune forme da Pisa,
appartenenti a contesti di X sec.: BRUNI 1993, p. 433, n. 17).
I frammenti del secondo vaso (di impasto fine, con minuti inclusi bianchi e micacei, colore nocciola, più scuro
all’interno) sono caratterizzati dalla fitta rigatura delle pareti sia all’esterno che all’interno. Lo spessore della parete
è di ca. 0,5 cm, ad eccezione che in un frammento, più spesso e meno rifinito all’interno, probabilmente da posizionarsi in prossimità del fondo. L’inclinazione dei frammenti e il
diametro ipotizzabile fanno pensare a una forma aperta o
comunque abbastanza ampia.
2.2 Recipienti in pietra ollare
Il quantitativo maggiore dei reperti finora raccolti è
costituito da frammenti di recipienti in pietra ollare, caratterizzati da pareti di medio spessore lavorate sul lato esterno con scanalature regolari, piuttosto sottili e frutto di una
certa ricerca estetica. I frammenti di fondo, anch’essi parzialmente torniti, attestano che la produzione dei recipienti
avveniva in batteria, secondo il sistema “a cipolla”. Altri
oggetti, di dimensioni inferiori, piccole pentole o bicchieri,
presentano invece la lisciatura delle pareti esterne. Questi
tipi di lavorazione, i trattamenti delle superfici e la frequente
traccia di cerchiature metalliche, corrispondono a tecniche
diffuse nell’altomedioevo avanzato, e ben potrebbero adattarsi a materiali in uso attorno al 1000.
Dal punto di vista petrografico, pur non essendo ancora
stata effettuata alcuna analisi identificativa dei litotipi e della
loro area di provenienza, sembrano esclusivamente presenti talcoscisti, di colore grigio per lo più a grana fine, o segnata da venature brunastre, tipici dell’area alpina centrale.
Sono rappresentate in particolare le seguenti tipologie
di oggetti:
A) Grandi pentole cilindriche, del diametro di 30/38 cm,
con fondo leggermente convesso e pareti verticali, dotate
talvolta di un listello rilevato poco sotto l’orlo. Il trattamento delle superficie è caratterizzato da fitte solcature all’interno e da scanalature regolari alte attorno a 0,5 cm all’esterno, che si interrompono un paio di cm prima dell’or-
lo che è assottigliato e arrotondato. I fondi sono lavorati sul
lato esterno a bande e scanalature di misure irregolari con
ampia zona centrale scalpellata, all’interno l’attacco tra la
parete e il fondo presenta serie di solchi ravvicinati, seguiti
da una solcatura piuttosto ampia e profonda che segna il
margine esterno del fondo, verso il centro i cerchi sul fondo
si fanno invece meno evidenti.
Lo spessore delle pareti è compreso tra 0,6 e 1 cm, nei
fondi è di circa 1 cm.
Il frammento di parete più ampio (Tav. III, 1) sotto al
listello conserva l’impronta chiara lasciata da una cerchiatura metallica.
B) Vasi di medie dimensioni, con diametri attorno a 18/20
cm, a forma cilindrica o leggermente troncoconica, pareti
dello spessore di 0,6/0,7 cm fittamente scanalate all’interno e con solcature regolari alte 0,3/0,4 cm all’esterno, talvolta separate da apici netti (Tav. III, 3-5).
Un fondo di queste dimensioni (Tav. III, 6) si presenta
con leggere e irregolari torniture gradiformi all’esterno, che
delimitano un’area centrale scalpellata irregolarmente. All’interno una serie di solchi ravvicinati segnano la giunzione obliqua tra parete e fondo, mentre quest’ultimo presenta
ampie scanalature dai margini poco netti. L’esterno è completamente annerito.
I frammenti di orlo recano spesso tracce di cerchiature.
Gli orli hanno sezione arrotondata che si assottiglia superiormente, sono per lo più privi listello, ad eccezione di un
recipiente di forma maggiormente troncoconica.
Queste forme si possono riferire ad una tipologia diffusa (LUSUARDI SIENA-SANNAZARO 1994, tav. 9, 1-2 e tav. 11,1)
che trova numerosi confronti ad esempio a Milano e Brescia, S. Giulia (BOLLA 1991, tipo 8, tav. CLVIII, 42 e tipo
10, tav. CLIX, 50 per gli esemplari di diametro più ampio;
tipo 9, tav. CLVIII, 43-45 per i recipienti di misura intermedia; ALBERTI 1999, tavv. CXII, 10; CXIII, 3-4; CXIV, 1 e 3;
e per i recipienti di dimensioni inferiori tav. CXI, 2.).
C) Recipienti di dimensioni medio/piccole caratterizzati
dalle pareti esterne lisce. Hanno diametro tra 10 e 13/14 cm
al fondo e andamento troncoconico delle pareti, generalmente piuttosto sottili (0,5/0,6 cm). L’interno presenta fitte
scanalature più o meno evidenti, mentre l’esterno liscio lascia talvolta intravedere la traccia di scalpellature ad andamento verticale.
Presentano abbondanti tracce di fuoco con impronte
chiare in corrispondenza della cerchiatura. La parete forata
di uno di questi frammenti (Tav. III, 7) attesta un intervento
di riparazione con filo metallico.
Anche in questo caso si tratta di una tipologia di recipienti da fuoco diffusa in età altomedievale e persistente
fino al bassomedioevo come attestano i ritrovamenti milanesi e bresciani (BOLLA 1987, tavv. IX, 43-45 e XV, 93;
BOLLA 1991, tipo 11, pp. 33-34, tav. CLXII, 57 e 59; ALBERTI 1999, tavv. CXII, 9).
D) Un solo esemplare si riferisce ad un coperchietto. Il ø
esterno è incompleto ma di almeno 9 cm, quello del dente
d’appoggio sul recipiente che doveva coprire è di 7,8 cm.
Entrambe le superfici sono scanalate, anche se quella esterna molto più nettamente e regolarmente; lo spessore si ingrossa verso il centro, in corrispondenza della presa ora
mancante.
2.3 Vetri
I frammenti di vetro raccolti nello scavo, numerosi ma
di dimensioni molto ridotte, suscitano particolare interesse
ed offrono un quadro di forme e decorazioni quasi prive di
confronti e difficilmente ricostruibili. I frammenti sono
omogeneamente caratterizzati da vetro verde chiaro, soffiato in pareti molto sottili, di consistenza pura e trasparente anche se con molte piccole bolle interne. Tra le forme è
finora assente il tipico bicchiere a calice altomedievale, di
cui non si sono rinvenuti i caratteristici piedi, mentre nu-
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Tav. III – 1-7. Pietra ollare (scala 1:4); 8. Ceramica. 9-11. Fusarole. 12. Peso in piombo. 13. Perla in vetro: 14-22. Vetri (scala
1:2). (Disegni di M. Scapucci e A. Cesana).
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merosi sono gli orlini ingrossati presumibilmente pertinenti a bicchieri, in alcuni casi con un filamento azzurro applicato. Solo un fondo apodo attesta con sicurezza la presenza di
una bottiglia (Tav. III, 18). Potrebbero invece essere riferibili a
lampade pensili alcune ansette verticali di forma sottile e allungata (Tav. III, 14), purtroppo anch’esse molto frammentarie, e due fondi conici con grossolano segno del puntello.
Difficili da classificare risultano diverse pareti con ondulazioni e rigonfiamenti, che probabilmente formavano
motivi ottenuti per soffiatura entro stampo, e alcuni frammenti relativi alla parte di giunzione tra coppa e piede di
bicchieri che possiamo definire a doppio tronco di cono. Di
questi pezzi, due sono massicci, con l’aspetto di un dischetto del diametro di 2,5 cm ca., con forte segno del puntello
nella parte inferiore, la coppa di uno sembra avere pareti
sfaccettate o ondulate, di un tipo forse da mettere in relazione con i frammenti di pareti a stampo (Tav. III, 19-20)
altri sono più sottili, con il fondo interno leggermente bombato e il piede molto conico, più simile a quello dei bicchieri con piede a rialzo (Tav. III, 21-22). La tecnica di lavorazione non è perfettamente riconoscibile tuttavia sembra quasi
certamente prevedere l’applicazione di due elementi separati, costituenti la coppa e il piede. Questa considerazione,
così come l’aspetto della materia vitrea, porta ad escludere
il confronto con gli esemplari prodotti nella Francia meridionale alla fine dell'XII e nel XIII sec., i più antichi oggetti
noti in letteratura con una forma simile (FOY 1975, p. 105,
fig. 1, 4-6; DEMIANS D’ARCHIMBAUD 1980, pp. 1295-1296).
In età altomedievale qualche raro calice con coppa campaniforme su piede conico e strozzatura alla giunzione è
segnalato a Roma, Tempio della Magna Mater (STERNINI
1995, 248, fig. 9, 97), a Sardi (VON SALDERN 1980, 61-62,
tav. 24, 384, 386, 389) e a Gerasa (MEYER 1987, 202, fig. 9,
M, p. 202). Per il pezzo alla tav. III, 19 sembra tuttavia più
vicino come confronto un frammento da Genova, S. Silvestro, anch’esso in vetro verde, rinvenuto nella fase datata
tra 1070 e 1170 (ANDREWS 1977, tav. XXXIV, 80). A Poggibonsi tipi anomali di calici soffiati in due tempi su alto stelo e coppe emisferiche con piede conico, attestati già nei
livelli altomedievali, hanno anch’essi il punto di giunzione
caratterizzato da un diametro consistente, fino a 3,2/3,4 cm
(MENDERA 1996, tavv. XL, 1-4, 11).
Segnaliamo infine la presenza di alcuni frammenti, forse pertinenti tutti allo stesso esemplare, costituiti da pareti
decorate con filamenti applicati che si incrociano e formano un complesso motivo ondulato, il vetro di base è verde
chiaro, che assume una tonalità leggermente più intensa nei
filamenti. La presenza di tre piccole bugnette a chiocciolina, in vetro verde chiaro, probabilmente frammenti di
prunted beakers, non ostacola un’attribuzione cronologica
piuttosto alta, poiché la presenza di bicchieri con questo
tipo di decorazione plastica, che sarà comune nei sec. XIVXV, è già segnalata in siti italiani nel X-XI sec. (cfr. MENDERA
1996, pp. 295-298, che pubblica diversi frammenti provenienti da Poggibonsi, addirittura nel contesto di capanne
altomedievali; STIAFFINI 1999, p. 107).
Non si è rinvenuto purtroppo nessun ornamento né elemento decorato utile a fornire più precise indicazioni cronologiche.
Due soli sono gli elementi in ferro riferibili ad armi,
entrambi tuttavia provenienti dagli interventi di pulizia superficiale: una punta di freccia foliata con breve codolo a
sezione circolare e un verrettone da balestra, a testa piramidale con sezione triangolare, probabilmente di datazione
posteriore all’edificio in quanto forma tipica di contesti
bassomedievali (cfr. GELICHI 1991, tav. XLII, 1; SOGLIANI
1995, p. 48, p. 107, nn. 183-187).
Ad un più approfondito esame andranno sottoposti anche alcuni piccoli oggetti in bronzo, per lo più placchette e
fascette da rivestimento di strumenti, per il momento non
identificabili.
Probabilmente sono da interpretare come pesi due oggetti forati, uno troncoconico (Tav. III, 12), l’altro cilindrico, prodotti in piombo. Altri frammenti di piombo, informi
e contorti, attestano l’uso di questo materiale come legante.
2.4 Strumenti e armi in metallo
3. CONCLUSIONI
Gli oggetti in metallo costituiscono un nucleo consistente tra i reperti, si tratta però soprattutto di chiodi in ferro e elementi di carpenteria, quali piccole grappe e ganci;
tra gli strumenti predominano coltellini, lame e qualche
punta. Due chiavi provenienti dai livelli d’uso di ambienti
diversi e una piccola cerniera con placca ogivale e terminazione sagomata di cassa o mobile, necessitano un intervento di restauro per potere essere sottoposte a una corretta
lettura tipologica.
Alcuni anelli di dimensioni diverse possono aver fatto
parte dell’abbigliamento o dell’equipaggiamento personale; in questo ambito di oggetti si colloca anche una semplice fibbia in ferro di forma circolare.
La struttura messa in luce, che sulla base degli elementi
fin qui citati possiamo con buona approssimazione datare
al X-XI sec., non trova riscontri tipologici. La posizione
dominante, con un buon controllo visivo sui percorsi stradali adiacenti al sito, le caratteristiche costruttive e dimensionali, che denotano l’impiego di notevoli risorse umane e
tecnologiche, e non ultimo la presenza in ambito locale del
toponimo “Cailèt”, inducono a considerare l’edificio di Pellio
come facente parte di una fortificazione, forse dalla struttura
articolata che si estendeva a cingere un’area più ampia, funzionante come ricetto per la popolazione circostante.
Dell’edificio indagato risaltano l’imponenza, che do-
2.5 Miscellanea
Gli elementi più significativi sono alcune fusarole, una
in ceramica fine e depurata priva di rivestimento, di forma
troncoconica e diametro di 3,3 cm, ed una in pietra ollare
del diametro di cm 2,9, decorata con solcature al tornio (Tav.
III, 9-10). È incerta invece l’interpretazione come fusarola
o come vago di collana di un terzo elemento, più piccolo (ø
2,2 cm), in ceramica completamente ricoperta da una buona invetriatura giallo/bruna (Tav. III, 11).
Un oggetto eccezionale è costituito da un grosso vago
vitreo (ø massimo cm 2,7), di forma biconica, in vetro verde chiaro molto simile a quello dei recipienti, decorato con
una rete di filamenti bianchi appiattiti sulla superficie (Tav.
III, 13); il motivo decorativo con intreccio di linee parallele
e linee a zig zag sovrapposte ad esse richiama schemi ricorrenti sulle perle di età altomedievale, tuttavia rende particolare questo oggetto il vetro traslucido e la tecnica produttiva per soffiatura, per la quale non mi sono noti confronti.
2.6 Resti ossei animali
In collaborazione con la cattedra di Zoologia della Facoltà di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Milano si è avviato un programma di analisi dei resti ossei
animali rinvenuti nello scavo. Ad oggi lo studio di una prima campionatura costituita da 1051 frammenti ossei provenienti da unità stratigrafiche comprendenti sia livelli d’uso
che livelli di crollo ha evidenziato fondamentalmente la
presenza di suini, ovicaprini e bovini, in diversa percentuale, utilizzati a scopo alimentare. L’identificazione dell’età
di morte permette di stabilire linee di tendenza nell’abbattimento, in funzione del diverso utilizzo delle specie.
Il progetto di lavoro verrà portato avanti nel corso dei
prossimi anni accademici e comprenderà anche l’analisi
degli scheletri dei bovini sepolti.
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veva essere accresciuta dalla struttura compatta, a pianta
rettangolare senza elementi di discontinuità, e la posizione
di visibilità dalle strade che conducevano da una parte verso Laino e di qui a Osteno sull’estrema propaggine orientale del Ceresio, dall’altra verso Campione, attraverso i monti di Lanzo d’Intelvi (sulle vie di accesso e i percorsi medievali che attraversavano la Valle Intelvi, LAZZATI 1997).
Di particolare interesse risulta la tecnica costruttiva utilizzata nell’edificio di Pellio, frutto di maestranze specializzate e della disponibilità di materiale lapideo adatto ad
un certo tipo di lavorazione (GALETTI 1994, pp. 471-472, p.
475; sulla disponibilità del materiale che condiziona le tecniche costruttive, cfr. PARENTI 1994, p. 490). Può non essere
estraneo a questo risultato il fatto di trovarci proprio nella
regione che diverrà famosa come terra di origine di costruttori e lapicidi, quei magistri Antelami, noti nei secoli successivi in tutta Europa (sulla presenza di murature di X-XI
sec. realizzate con una tecnologia raffinata anche in altre
regioni italiane, cfr. FRANCOVICH-CECCARELLI LEMUT-PARENTI 1984, pp. 183-184).
Le ricerche finora effettuate sull’edificio permettono
infine di evidenziarne la non lunga vita, attestata dalla scarsa stratigrafia, dall’assenza di evidenti fasi ristrutturative e
comunque dalla mancanza di reperti databili al bassomedioevo (i reperti di datazione tarda, peraltro in numero molto limitato, costituiti da ceramiche graffite e invetriate e da
metalli, provengono dagli strati superficiali e testimoniano
una frequentazione sporadica dell’area nei secoli XIV-XV
e successivi).
Il territorio della Valle Intelvi è ricordato in alcuni tra i
più antichi documenti privati noti in Lombardia: la conservazione di atti risalenti all’VIII, IX e X sec. trae origine infatti dalla presenza a Campione d’Italia di una ricca famiglia
mercantile longobarda con possedimenti e interessi in varie
zone attorno al Lago di Lugano e nel Milanese, e dalla donazione testamentaria da parte di Totone, che nel 777 legò questi
suoi possessi alla Basilica milanese di S. Ambrogio, nei cui
archivi si conservarono anche le carte relative ad essi.
In questi documenti oltre all’indicazione dell’appartenenza dei territori in questione alla iudicaria del Seprio,
estesa in questa zona fino al lago di Lugano e al Monte
Ceneri (l’indicazione ricorre in documenti del 721, 777 e
804, BELLONI ZECCHINELLI 1963, p. 98, regesto nn. 1, 10, 15;
C.D.S.A. nn. 1, 15, 28; C.D.L. nn. 3, 56, 78), compare la
prima menzione della valle con il nome di Antellaco (atto
di vendita del 799, C.D.S.A., n. 24; C.D.L., n.70), che diviene Antelamo nel diploma di re Ugo del 929 che conferma al Monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia la concessione liutprandea relativa all’uso dei carpentieri provenienti dalla Valle (BOGNETTI 1938, p. 36), e Antelavo o
Intelavo successivamente. Molto ricca e oggetto di numerosi studi è la documentazione relativa ai magistri Antelami,
che assumono caratteri di corporazione nella Genova del
XII e XIII sec. (BOGNETTI 1948).
Proprio in uno degli atti privati stilati a Genova da un
personaggio di questa cerchia, il chierico Giovanni, forse
anch’esso magister, abbiamo, come già accennato, la più
antica menzione della chiesa di S. Giorgio di Pellio Superiore, beneficiaria insieme a S. Michele di Pellio Inferiore e
ad altre chiese dislocate una ristretta area della Valle di un
lascito in denaro. Il nome di Pellio compare in seguito in un
atto di vendita relativo a beni siti a Scaria d’Intelvi del 1038
(de loco Pele Superiore) e in un elenco di affitti sempre
dell’XI sec. (a Pele) (MANARESI-SANTORO 1960, vol. II, p.
253, n. 264 e vol. IV, p. 645, n. 903).
Per quanto riguarda la presenza di fortificazioni nell’area, a prescindere dalle attestazioni, epigrafiche e archeologiche, del castrum di Laino, riferibile al VI-VII sec. e la
cui edificazione si inserisce nelle vicende della guerra greco-gotica (BROGIOLO-GELICHI 1996, p. 20), le testimonianze
sono rare e talvolta oscure.
L’esistenza di un castello nel paese di Castiglione Intelvi,
oltre ad essere adombrata dalla toponomastica, è attestata
in un documento del 987 (permuta di beni situati in castro
Castillioni tra il Monastero di S. Ambrogio e un Vuido
abitator roco Castillione sito (C.D.L., n. 834), mentre ancora
di ignota identificazione è il castro Axongia o Axungia (documenti dell’804 e dell’807, C.D.S.A. n. 28; C.D.L. nn. 78 e 83).
Il territorio di Como e del Lario si inserisce come un
nodo di particolare importanza nelle vicende storiche dello
scorcio del X sec.: infatti oltre ad essere collocato lungo la
via che dai passi alpini e da Chiavenna conduceva verso la
pianura Padana, ebbero luogo proprio in questa zona alcuni
episodi delle lotte tra Berengario II e Ottone di Sassonia. In
particolare il villaggio e le fortificazioni dell’Isola Comacina, posta a poca distanza dallo sbocco della Valle Intelvi
sul Lario, diedero rifugio ai figli di Berengario II, difesi da
Nantelmo, conte del Seprio, tra il 961 e il 964 fino alla sconfitta da parte del vescovo di Como (per le vicende storiche
e archeologiche dell’Isola Comacina, cfr. MONNERET DE
VILLARD 1914; CAPORUSSO 1998a).
In queste vicende storiche, che videro come protagonista ancora per due secoli l’Isola Comacina, si dovranno probabilmente cercare anche le motivazioni degli insediamenti antichi sorti nelle vallate alle spalle del Lago.
M.U.
IL RIPOSTIGLIO DI PELLIO – SEGNALAZIONE
Nel sito di Pellio (Valle d’Intelvi, Como), dal 1996 al
1999, sono state recuperate, sia nel corso delle pulizie che
in scavo, finora otto monete, in seconda giacitura e non associazione tra di loro.
Una moneta, in oricalco, molto incrostata, è un Dupondio, probabilmente di Marc’Aurelio. Potrebbe essere documento di un fase imperiale romana di occupazione del sito;
o indiziare un insediamento romano molto vicino.
Le altre sette monete rappresentano invece un nucleo
omogeneo. Cinque sono Denari in argento di Ottone I Imperatore e Ottone II Re d’Italia (962-967), della zecca di
Pavia; uno è un Denaro in argento di Ottone I Imperatore e
Ottone II Re d’Italia (967-973), della zecca di Milano.
MARCVS AVRELIVS (161-180); Zecca di Roma; AE Dp
D/ […] Testa di Marco Aurelio a d., radiata. R/ […] Vittoria
a s. con ghirl. nella d. e palma nella s.
I
gr. 8,13; mm. 25; 7; Pellio 1997; humus, settore A;
M.999. 1.5; molto incrostata. Riconoscimento incerto dell’Imperatore.
Ottone I Imperatore e Ottone II Re d’Italia (962-967); zecca di Pavia; AR Denaro
D/ +imperÙtor intorno a otto intorno a · R/ +ottopivsre intorno a pÙ/piÙ Bibl.gen.: CNI IV, p. 478, n.1 ss.
II
gr. 1,27; mm.18; 5; Pellio 1996, Pulizia S1, Sporadico (pulizia sup.presso muro 100); M.996.2.1.
Ottone I Imperatore e Ottone II Re d’Italia (962-967); zecca di Pavia; AR Denaro
D/ +imperÙtor intorno a o/t.t/o R/ +ottopivii intorno a pÙ/piÙ
in caratteri degenerati. Bibl.gen.: CNI IV, p. 480, nn. 13-15.
III
gr. 1,30; mm. 18;Pellio 1996, Pulizia S1, Sporadico
(pulizia sup.presso muro 100); M.996.2.2
IV gr. 1,29; mm. 18,5; 11; Pellio 1997, u.s. 119;
M.999.1.2. R/ +ottopivsre Emissione regolare.
V
gr. 1,18; mm. 17; 1/2; Pellio 1999, u.s….. D/ o/tt/o
R/ +ottopivsrex
VI
gr. 0,93; mm. 18; 4; Pellio 1997, humus, vano A;
M.999.1.3. R/ +ottopivsre
Ottone I Imperatore e Ottone II Re d’Italia (967-973); zecca di Milano; AR Denaro
D/ +imperÙtori intorno a o/t.t/o R/ +ottopivsre intorno a mi/
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ic (?) in caratteri degenerati. Bibl. gen.: CNI V, p. 43, n. 9 (?).
VII gr. 1,28; mm. 21; 5; Pellio 1997, humus, vano A;
M.999.1.3.
Autorità emittente incerta (area francese feudale?) (X sec.);
zecca incerta; AR Denaro
D/ +[…] intorno a Croce greca semplice. R/ +[…] intorno a
monogramma complesso.
VIII gr. 0,89; mm. 21,5 max; ?; Pellio 1997, u.s. 151;
M.999.1.1. Moneta molto sottile, con affioramento
del R/ sul D/. Con foro antico, rotta in due frammenti
più un frammento minore.
Non si affronta in questa sede la problematica relativa
all’analisi tipologica di questi tipi, alla loro datazione, alla
distinzione tra emissioni ufficiali ed emissioni irregolari; si
riconosce invece nel nucleo un complesso associato disperso ab antiquo, sicuramente incompleto, che forse gli scavi
in futuro potranno arricchire di altri esemplari.
Nulla possiamo dire sulle modalità di formazione del
complesso, se occultato intenzionalmente o smarrito casualmente o perduto nel corso di un’azione militare che abbia
coinvolto il recinto fortificato tra le cui rovine le monete
erano disperse.
Lo spezzone di ripostiglio rappresenta in ogni caso un
documento molto raro, con termini cronologici, proposti
dalle monete, molto ben delimitati tra 962 e 973.
Per l’età ottoniana non mancano in Italia notizie di ritrovamenti, sia di complessi associati che di esemplari isolati, ma l’affidabilità delle segnalazioni è però frequentemente molto scarsa. Ben raramente la lettura delle monete
appare corretta: spesso si limita all’indicazione “monete
degli Ottoni”, senza specificare se ci si riferisce al Primo,
al Secondo, o al Terzo.
Ben raramente le monete appaiono in bibliografia classificate in base a testi validi di riferimento. Spesso – per i
complessi associati – non viene dato il numero degli esemplari. Raramente viene indicata la zecca.
Così per il problematico ripostiglio di Travalle (FI), Loc.
Castellaccio (TONDO 1978, pp. 526-528), si conoscono solo
quattro monete: un Denaro di Ugo e Lotario per Pavia (931947), uno di un Ottone di X sec., un Follis di Leone VI, un
Follis di Costantino VII e un Denaro di «un Ottone di X
secolo». Di grande interesse comunque appare l’associazione di moneta italiana e bizantina.
A Feltre (PERINI 1902) un ripostiglio recuperato nel 1869
aveva oltre 100 Denari veronesi di Ottone I (962-973). Il
complesso indica la copertura del mercato locale con la
moneta appunto veronese.
Le monete dei primi due Ottoni appaiono poi frequentemente in alcuni complessi sigillati in età più tarda.
Ricordo, in Italia centro-settentrionale, il ripostiglio di
Ariccia (Roma) 1885 (FIORELLI 1886), con 213 Denari di
Pavia e di Milano, quasi tutti degli Ottoni, ma due di Arduino
(1002-1015), uno di Aethelred, uno di Limoges.
Il ripostiglio di Grottaferrata (Roma) 1951 (TRAVAINI
1980), aveva 40 Denari pavesi, di Ottone I (8), Ottone I e II
(2), Ottone III (12), ma anche di Enrico II (16) ed Enrico III
(2), quindi tra 962 e 1106.
Il ripostiglio di Roma, San Paolo fuori le Mura, 1843
(S. QUINTINO 1849), aveva centinaia di Denari degli Ottoni
di Pavia e di Lucca, ma anche di Ottone III e Corrado per
Milano, Venezia e Verona. In quello di Torre delle Milizie
1932, con moltissimi provisini e altre monete erano 14 Denari pavesi di “Ottone” (DUPRÉ THESEIDER 1933).
Il ripostiglio di Cermignano 1920 (TE) (TRAVAINI 1987),
con monete tra 983 e 1414, aveva anche un Denaro di Ottone III, di Pavia e documentava così la lunghissima resistenza in circolazione di tali monete.
Si tratta comunque di complessi che ben rappresentano
la diffusione in Italia Centrale della moneta ottoniana di X
secolo, soprattutto delle zecche di Pavia e di Lucca.
Indicazioni forse più complete ci vengono dalle citazioni in bibliografia e dalle segnalazioni in scavi recenti di
Denari degli Ottoni. Ma si deve ricordare come non sempre
venga indicata la distinzione tra Ottone II e III. L’orizzonte
cronologico coperto è quindi dal 962 al 1002, ben oltre la
chiusura del complesso di Pellio. Se ne propone un primo
elenco, certamente incompleto.
Ad Aosta, accanto a materiali più antichi di grandissimo
interesse, precisa testimonianza del passaggio nella Valle di uno
dei principali assi di comunicazione europei, si ha notizia di
quattro Denari “degli Ottoni”, genericamente dalla città
(ORLANDONI 1988, p. 439: gli stessi citati sotto?), di un Denaro
di Ottone I o II, dal Teatro (ORLANDONI 1983), di un Denaro di
Ottone III, da via Festaz (ORLANDONI 1983). Sono tutti di Pavia.
In Piemonte, a Pecetto (TO), Bric San Vito, in scavi
del 1994 (PANTÒ 1995) si ha notizia di tre Denari di Ottone I o II (962-973). Non viene specificata la zecca.
Per la Lombardia, nella completa sequenza di monete
dal IX secolo di Lomello si ha anche un Denaro di Ottone I-II
(962-967), di Pavia (schedario Arslan). Un altro Denaro di un
Ottone, senza che venga indicata la zecca, si ha alla Torre
Civica di Pavia (BOGGERI s.d.). A Borgarello (PV) si ha un
Denaro di Ottone III, di Pavia (FAGNANI 1999). Non è nota
invece la zecca del Denaro di “un Ottone” recuperato in tomba
al Torrazzo di Cremona (PONTIROLI 1993, p. 39). Pavesi sono
i Denari di Pellio, tranne uno di Milano ed uno incerto.
Di Milano è invece il Denaro di Ottone II o III recuperato
in tomba a S. Zenone di Campione d’Italia (CO) (CAPORUSSO
1998; Archivio Arslan). A Serravalle (SO) era un Denaro di
Ottone III, del quale non è nota la zecca (GELICHI-NEPOTI
1985, p. 565). A Brescia due Denari di Ottone I o II e II o III
vengono da Casa Pallaveri (area Capitolium) (ARSLAN 1996,
nn. 123-124), uno da Palazzo Martinengo Cesareo (area Foro)
(ARSLAN 1996, n. 125). Sono sempre di zecca milanese.
A Milano due Denari, della zecca di Milano, erano in
Piazza Duomo (ARSLAN 1991, nn. 162-163); un altro, di
Ottone II o III, era nella necropoli dell’Università Cattolica
(comunicazione di C. Perassi). A Pellio è milanese un solo
Denaro e gli altri sono pavesi.
A Siebeneich (BZ) si avevano un Denaro (o due?) di
Ottone III, di Pavia (SACCOCCI 1991, p. 657). Un Denaro
milanese di Ottone II o III era a Trento (SACCOCCI 1991, p.
657), mentre a Oderzo era un Denaro di “un Ottone”, di
Venezia (CALLEGHER 1994, p. 303). Di Venezia erano anche
i quattro Denari di Ottone II o III segnalati a Villa Clelia di
Imola (CURINA 1990). Il ripostiglio di Feltre sembra proponesse solo monete veronesi.
In Toscana il Denaro di Ottone II di Scarlino (GR) è di
Lucca (967-983) (ROVELLI 1996, p. 238). A Monte Libero
(MS) era un Denaro di Ottone III, del quale non conosco la
zecca (RICCI 1993, p. 115).
A Roma gli Ottoni sono molto ben rappresentati alla
Confessione di S. Pietro in Vaticano (TRAVAINI 1992, pp.
164-168): due Denari sarebbero di Ottone I, di Milano, due
di Ottone II-III, sempre di Milano, sette di Ottone I-II, di
Pavia, dieci di Ottone III, di Pavia, tre di Ottone II di Lucca. Alla Crypta Balbi un Denaro di Ottone I è di Pavia, così
come altri quattro di Ottone III (TRAVAINI 1992, pp. 165170). A Santa Cornelia era un Denaro di Ottone I-II di Pavia (TRAVAINI 1992, p. 166).
A Monte S. Angelo (FG) un Denaro di un Ottone era di
Pavia (TRAVAINI 1995, p. 383, S 52). Pure di Pavia sono due
Denari di Ottone I o II ed uno di Ottone III di Stalettì, Santa
Maria del Mare (CZ) (Archivio Arslan), ed il Denaro segnalato a Scribla (CS), di un Ottone non meglio specificato
(FINETTI 1981). A Santa Severina (KR) era un Denaro di
Ottone III, di Pavia (Archivio Arslan).
Dalla sequenza obiettivamente ancora molto ridotta di
segnalazioni si ricava una copertura soprattutto locale delle
emissioni di Venezia e Verona, che non sembrano uscire
dal Veneto (Oderzo, Feltre) e dalla costa adriatica (Imola),
dove però sembrano dominare.
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Le emissioni milanesi appaiono coprire il mercato della città emittente e dominare un’ampia area, dalle prealpi
lombarde (Campione), a Brescia e, più ad occidente, a Trento. A distanza raggiungono Roma (confessione di San Pietro) e Lazio (Ariccia), sia pure con percentuali inferiori a
quelle della moneta pavese, e sono presenti nel ripostiglio
di Ariccia.
L’altra zecca imperiale, Pavia, copre egemonicamente
il proprio territorio (Lomello, Pavia) e sembra dominare a
distanza e lungo le principali direttrici stradali: pavesi sono
i materiali di Aosta, la maggioranza di quelli di Roma (Confessione di San Pietro, Crypta Balbi, Santa Cornelia), di
Monte S. Angelo, di Stalettì, di Santa Severina. Di Pavia e
Lucca sono i Denari dei ripostigli di Grottaferrata, di San
Paolo fuori le Mura, di Torre delle Milizie; di Pavia e Milano quelli del ripostiglio di Ariccia. In massima parte pavesi
sono i Denari di Pellio.
La capacità di penetrazione della moneta pavese è rivelata anche dai ritrovamenti a lunghissima distanza, come
quelli della Russia. A Vas’kovo si ha un Denaro di Ottone I
o II, di Pavia, a Blahoviechtchenskoé quattro monete di
Ottone I, di Pavia, a Ludvichtché sei monete di Ottone I,
Ottone III, Enrico II, di Pavia (POTINE 1965).
Se si ampliasse l’esame ai ritrovamenti isolati precedenti (prima metà del X secolo) si constaterebbe una presenza molto importante della moneta milanese; ampliandola alla fase successiva, da Ottone III ad Enrico I, si constaterebbe una sempre più chiara egemonia della moneta pavese, accanto alla moneta lucchese, a danno soprattutto delle
emissioni milanesi. Le emissioni pavesi dimostrano quindi
in questa fase (dal 962) una crescente vitalità, anche se non
riescono a penetrare nei mercati protetti delle zecche concorrenti, quindi nel Veneto, nel Milanese, nella Toscana,
dove l’isolata segnalazione di Scarlino ci indica la presenza esclusiva delle emissioni di Lucca.
Il ritrovamento di Pellio si colloca in una fase di veloce
monetarizzazione della società italiana, con crescenti volumi di emissione, in zecche riorganizzate (Milano e Pavia da
Ottone II), accompagnati da una costante caduta dei pesi e
dallo svilimento del titolo, verso la definizione di strumenti
monetari di sempre maggiore duttilità, adatti ad un mondo
economico in forte sviluppo.
Il mercato italiano, con l’eccezione delle aree interessate da traffici internazionali (Valle d’Aosta, Roma), pensiamo soprattutto pellegrinaggi, sembra impermeabile alla
moneta allogena, assente nei nostri scavi urbani. Ancora
maggior interesse assume quindi il Denaro forse transalpino di Pellio, che appare isolato, forse indicatore di contatti
di quest’area, quasi di confine, con realtà esterne.
E.A.A.
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