attualità
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cultura
ambiente
solidarietà
pari opportunità
popoli
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editoriale | ho fatto un sogno | sentieri | la città ideale |
sentire il tempo | pre-sentire | sentito-visto| consenso-dissenso | sentimenti
SCATTI D’AUTORE
Al Congresso Mondiale per la Pace del 1949 Pablo Picasso partecipò in due modi: inviando la mitica colomba e accogliendo
in casa propria l’arrivo di un’altra “paloma”: sua figlia, nata il 19
aprile 1949, nel giorno di apertura del congresso, quando l’artista
aveva 67 anni.
“Quando si ha un padre come il mio tutto si complica: a salvarmi
fu la timidezza” raccontò in seguito Paloma Picasso.
“Crescendo, apprezzava di me che dormivo ed ero taciturna. Sarà
una donna perfetta: passiva e sottomessa, disse, e mi dipingeva
durante il sonno”.
A guardarla in questa foto di Maria Mulas mentre arriva a Milano nella
galleria - già famosa all’epoca - di Renzo Cortina, riesce difficile immaginare che lo scorrere impietoso del tempo si appoggerà anche
sul suo bel viso. In questo 2009 Paloma Picasso compie sessant’anni.
Maria Mulas la coglie all’arrivo in galleria: sembra proprio una paloma bianca, un po’ spaurita e bella. Affida la pelliccia, sbircia per
intuire quanta gente l’attende, si prepara a vincere quella corazza
che l’aveva difesa dal mondo e da suo padre: la timidezza.
Il carisma non viene solo da un cognome importante, ma dai
lineamenti della madre Francoise Gilot, la celebre “donna fiore” ,
una delle opere più famose di Pablo Picasso.
In quella che oggi, a Milano, si chiama “Cortina Arte” si celebrano
le 500 mostre della storica galleria allineando alcuni dei ritratti
delle celebrità immortalate da Maria Mulas: tra questi c’è lo scatto
sulla timidezza di Paloma. Non qualcosa di preparato, come altre
opere frutto di un incontro e di una interazione tra personaggio e
fotografo, ma qualcosa di immediato, il classico flash.
Maria Mulas comincia nel 1956. Il suo lavoro artistico attraversa
gli anni Sessanta con intensità rivolta all’uomo racchiuso ‘dentro’
il personaggio. È famosa per i ritratti e la ricerca sui riti ‘sociali’.
“Se fotografare è un modo di raccontare senza essere interrotti nè
contraddetti, nel caso di Maria Mulas si potrà sostenere che il suo
non è solo un discorso ma una girandola, addirittura un fuoco di
artificio, con esiti clowneschi e raggelanti al tempo stesso” scrisse
Lea Vergine nel 1985.
Esponente di spicco della fotografia italiana, Mulas tenne la prima
mostra personale alla galleria Diaframma di Milano e in pochi anni
si consacrò la fotografa dei vip con una serie di ritratti di intellettuali
e artisti internazionali dove trasforma le immagini in idee.
Dal 19 maggio al 6 giugno torna a esporre a Milano in quello che
fu lo spazio d’arte fondato da Renzo Cortina nel 1962. “Memories”
ruota attorno a una serie di scatti, che sono al tempo stesso testimonianze della vita artistica e culturale della galleria: ci sono Henry
Moore, Cassinari, Treccani, scrittori, giornalisti, politici. Foto che
la Mulas realizzò nella sua lunga frequentazione dello spazio
dell’amico Renzo. Con la mostra si celebra anche uno sguardo
che rivelò un nuovo vedere, un nuovo sentire.
“Nei suoi ritratti più belli va in scena un affetto. Questi ritratti sono
il frutto di un incontro. L’altro si fa avanti, si offre allo sguardo
che pretende di vederlo e di conoscerlo” scrisse Emilio Tadini
che definì, quello di Maria Mulas, un vedere-che-conosce. “È lo
sguardo a produrre la fotografia, la macchina registra l’incontro
e ne fissa una traccia. Chi è stato fotografato anche soltanto una
volta da Maria Mulas non ricorda soltanto di essere stato fissato
da una macchina fotografica. Ricorda di essere stato guardato
dagli occhi di Maria Mulas”.
Eppure proprio a Emilio Tadini, la Mulas fece un giorno una
confessione. “La fotografia in sé è per me un limite. Ad un
certo punto non mi bastò più fare una fotografia e metterla lì”.
Proprio perché era la ricerca di un nuovo sguardo sul mondo.
(C. Perer)
MARIA MULAS
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“Memories”- Maria Mulas dal 19
maggio fino al 6 giugno 2009
Cortina Arte – Via Mac Mahon
14/7 – Milano a cura di Stefano
Cortina (con il coordinamento di
Susanne Capolongo). Catalogo
in galleria, Cortina Arte Edizioni.
In queste foto Paloma Picasso e
Bruno Cassinari, by Maria Mulas
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Pablo Picasso, foto di Grazia Neri
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QUESTIONI DI PRECARIETÀ
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“Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo
stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che - ferma la
fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo - tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale
vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro
nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La
pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso
umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei mentre si lavora,
ciascuno a proprio modo, a escludere cose mediocri, per far posto a cose più grandi”.
Per questo numero, il sesto, l’editoriale lo ha scritto lui: Aldo Moro.
In un memorabile passaggio tratto dai suoi scritti politici, lo statista teorizza la possibilità che le rette parallele possano anche convergere.
Facciamo nostre queste parole e questo invito a lavorare per elevarci sul mediocre, a cercare ciò che unisce più di quanto ci differenzia. E questo per il bene di un paese che pur in
un momento di grande difficoltà, è tuttavia ricco di stimoli, creatività, intelligenze diffuse.
Ne proponiamo alcune volgendo lo sguardo verso le avanguardie di ieri e di oggi
e rimanendo al tempo stesso fortemente tarati su un presente al quale dobbiamo
metter mano, senza titubanze, per progettare il futuro.
La cultura offre visioni, a volte sembra vagheggiare come accadde ai futuristi, ma
quasi sempre prefigura il mondo.
Un filo rosso lega le proposte di questo numero 06: l’incertezza causata dalla crisi
che diventa insicurezza individuale, la sicurezza di Stato che fà i conti con la precarietà di chi bussa alle nostre porte, il bisogno di sentirci sicuri che va a braccetto
con la nostra incapacità di calcolare i rischi, il naturale bisogno di configurarci dentro
un confine con la dinamica che ci spinge a superarlo per essere globali, ri-tarando
continuamente la nostra identità.
Tra Onu ed Europa, un angolo di mondo (il Trentino) che diventa visione: dall’arte
all’economia. Per i nuovi scenari che già ci attendono serve proprio questa energia:
far posto al rispetto, ai talenti e al riconoscimento delle intelligenze “…per escludere
le cose mediocri e fare posto a cose più grandi”.
Buona Lettura,
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SCATTI D’AUTORE
Maria Mulas
CRISI E IDENTITÀ
Festival dell’economia 2009
“PAROLA CHIAVE: RIGENERARE”
Intervista ad Alessandro Olivi
sulla manovra anti-crisi
CRISI E POVERTÀ
Rosmini inventore del minimo vitale
di Mario Pangallo
IL MANAGER E IL CLANDESTINO
Economia della clandestinità
di Corona Perer
CERVELLO E CROLLO DEI MERCATI
- L’incertezza inconsapevole
di Luisa Canal
- Rimpianti di Borsa?
Tutta colpa del neurone
10-11 LA CAMPANA AL PALAZZO DI VETRO
di Guglielmo Vasto
13 ELEZIONI EUROPEE
Corona Perer
[email protected]
“Perchè la Turchia resta un problema”
intervista ad Antonia Arslan
14 L’ ARTE COME OPZIONE
Il progetto Sliding Room:
vite parallele e mecenatismo post-moderno
di Antonella Ventura
SENTIRE- Anno II n. 6 (chiuso il 30.3.2009)
Supplemento trimestrale di www.giornalesentire.it
Reg. Trib. Rovereto nr. 274 del 4/10/07
Direttore responsabile: Corona Perer
Stampa: la grafica srl - Mori
Concept & Progetto grafico: Corona Perer ©Tutti i diritti riservati
Hanno collaborato a questo numero:
Luisa Canal, Angela Madesani, Mario Pangallo,
Antonella Ventura, Guglielmo Vasto, Elisa Benedetti (impaginazione)
Foto 1 - Aula Magna Facoltà Scienze Cognitive - Rovereto
Foto 4 - Antonia Arslan, scrittrice - foto Jerry Bauer
Foto 5 - Sami, idraulico di Tunisi - foto C. Perer
Foto 6 - “Trinity”, A. Pomodoro
Foto 7 - Sutura by Giuseppe Mestrangelo, Light Studio
Foto 8 - Nerocubo Hotel interni - foto C. Gasperi
Foto 11 - Pablo Picasso foto Grazia Neri
Foto 12 - Festival Economia 2009 “Crisi e identità”
Foto 13 - “Instrument”, Oki Izumi
Foto 14 - Paloma Picasso by Maria Mulas
Retro Copertina: “Conchiglia Spaziale”, Oki Izumi
Questo numero è in distribuzione presso i Book Shop di:
- Mart, Museo Arte Contemporanea Trento e Rovereto
- Casa D’Arte Futurista Depero
- Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto
- Museo Tridentino Scienze Naturali
- Cantina Sociale di Isera
- Nerocubo Hotel – Area 22
Arretrati/abbonamenti/pubblicità: [email protected]; [email protected]
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15 MART: UNA MOSTRA, DUE MONDI
L’Arte ai Tempi della Guerra Fredda
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16 EGITTO MAI VISTO
Al Castello del Buonconsiglio
17 ECCEL, L’ ARCHIVISTA INQUIETO
di Angela Madesani
18 ANTEPRIME
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Levico sede del Convegno Europeo
sulla salute e sul termalismo
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FESTIVAL DELL’ECONOMIA, EDIZIONE 2009
CRISI E IDENTITÀ
TRENTO 29 MAGGIO-1 GIUGNO 2009
“
la lezione peggiore
e più pericolosa da trarre
da questa crisi
è che essa sia figlia
della globalizzazione
Tito Boeri
“
crisi è globale, l’identità diventa sempre più locale”
afferma il professore. Ciò significa che mentre per
contrastare la recessione ci vorrebbe un maggiore
coordinamento a livello internazionale, le opinioni
pubbliche nazionali premono nella direzione opposta.
Chiedono protezione contro tutto ciò che sta al di
fuori della comunità in cui si identificano, una comunità definita dal villaggio, dalla città o dal singolo
paese. “È sbagliato” afferma Boeri che osserva lo
scenario internazionale (è stato consulente del Fondo
Monetario Internazionale e della Banca Mondiale) e
indica uno dei segni di questa contraddizione nelle
acrobazie verbali dei leader europei. Come nel caso
inglese. “Gordon Brown nei forum internazionali lancia appelli contro il protezionismo ma a Londra conia
lo slogan lavori britannici per lavoratori britannici
prontamente raccolto dai lavoratori del Lincolnshire
che hanno protestato contro l’arrivo di operai italiani”. Cosa sta accadendo dunque? “Per dirla nel
linguaggio del Primo Ministro britannico, c’è oggi
un ‘total disconnect’ fra quello che si dice a casa e
fuori”. Tuttavia la domanda resta come governare una
crisi: con modelli matematici o con nuove regole? E il
problema sta proprio nel gestire a livello globale pur
nel rafforzamento delle identità locali. “Ma la lezione
peggiore e più pericolosa da trarre da questa crisi
è che essa sia figlia della globalizzazione” avverte
Boeri “e quindi che per evitarne una nuova occorra
rendere le nostre comunità più chiuse. È proprio
questo il contributo che cercheremo di produrre con
il prossimo Festival: riflettere sulle cause scatenanti
la crisi, sulle responsabilità, non tanto in termini di
persone, ma di istituzioni e regole”.
“
Tito Boeri - Archivio ufficio stampa Festival Economia, foto Hugo Muñoz
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Uno degli effetti della crisi
è anche quello di aver
ridotto la scala:
cioè la dimensione nella quale
stabiliamo la nostra identità
“
Cercare di capire cosa sta avvenendo, anzitutto. Si
tratta non solo di evitare che una crisi di questo tipo
possa ripetersi ma anche di uscirne più attrezzati e
di riflettere su ‘quanto’ e ‘come’ ci cambierà.
“Identità e crisi globale” è il tema del quarto festival
dell’economia: si discuterà del rapporto fra identità
e interazioni sociali nel processo di globalizzazione
con particolare riferimento alla crisi che ha colpito il
mondo con il crollo dei mercati finanziari.
Dentro a questa crisi ci sono temi che spaziano
dall’immigrazione ai conflitti etnici, la fusione di imprese e gli incentivi ai manager, i processi che portano alla spaccatura di Paesi e al crollo di imperi.
La scelta del comitato scientifico coordinato da Tito
Boeri parte da un presupposto: si ritiene spesso che
la competizione globale crei conflitti di identità perché
impone ‘anche’ una identità globale, sopprimendo
tradizioni e violando il sistema dei valori locali.
Ma può davvero la concorrenza internazionale ignorare e annullare le identità locali?
È questa la domanda cui tenterà di dare risposta il
Festival dell’Economia (Trento 29 maggio al 1 giugno
2009) riflettendo su come le diverse identità sono
realmente inconciliabili tra loro e soprattutto… quante
identità abbiamo, dal momento che si può essere
trentini, italiani, europei e cittadini del mondo allo
stesso tempo, così come si è consumatori, produttori, padri e figli nell’arco della stessa giornata.
Tito Boeri è docente di Economia del Lavoro alla
Bocconi di Milano, editorialista di “Repubblica” oltre
che essere l’anima del Festival dell’Economia di
Trento. L’evento è promosso da Provincia Autonoma
di Trento, Comune di Trento, Università degli Studi
di Trento, in collaborazione con Il Sole 24 Ore ed
Editori Laterza.
Di precariato, recessione, disparità, inattività dello
Stato il professore scrive da anni. I problemi del
mercato del lavoro a suo dire andrebbero affrontati superando scontri politici e rigidità ideologiche
che da sempre caratterizzano il dibattito politico
italiano. “Uno degli effetti della crisi in atto è anche
quello di aver ridotto la scala: cioè la dimensione
nella quale stabiliamo la nostra identità. Mentre la
Castello del BuonconsiglioTrento
30 maggio – 8 novembre 2009
Collezioni inedite dal Museo Egizio di Torino
e dal Castello del Buonconsiglio di Trento
Informazioni
Castello del Buonconsiglio
via Bernardo Clesio 5 – Trento
tel. 0461 233770 – 0461 492803
fax 0461 239497
www.buonconsiglio.it
[email protected]
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sentire il tempo | pre-sentire | sentito-visto | consenso-dissenso | sentimenti
L’ASSESSORE ALESSANDRO OLIVI ILLUSTRA LA MANOVRA ANTICRISI
PAROLA CHIAVE: RIGENERARE
“AVREMO UN TRENTINO RINNOVATO E PIÙ COMPETITIVO”
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Alessandro Olivi, assessore
all’industria, artigianato e commercio, si è trovato a cavallo
di un assessorato pesante nel
momento… più pesante per
l’economia globale. Il Trentino
non è indenne dai morsi della
depressione, ma la Provincia ha
messo in campo una consistente manovra di bilancio. Sui 4.465
milioni di euro di dotazione, 850
milioni sono andati al Piano Anticrisi pari al 5% del Pil trentino (in
proporzione solo gli Usa hanno
investito tanto nel contrastare la
crisi). Lo chiamano ormai “Fondo Olivi” e prevede: 92 milioni
alle fasce sociali in difficoltà e
quindi cittadini, famiglie, lavoratori; 141 milioni ad interventi
per il sostegno delle imprese;
88 milioni ad azioni strutturali
per la produttività e competitività del sistema; 482 milioni
alla manovra straordinaria per
gli investimenti mentre 47 milioni sono stati accantonati per
integrare le misure precedenti.
Non sono solo interventi di emergenza che termineranno quando la crisi sarà finita,
ma misure strutturali, destinate a consegnare un Trentino più competitivo e capace
di affrontare le sfide della globalizzazione. Il piano mira ad irrobustire la piattaforma
produttiva, spingendo le imprese a innovare sul piano dei processi, dei prodotti, delle
dotazioni tecnologiche, della stessa cultura d’impresa, ma anche a “fare sistema” e
sviluppare alleanze. Il Trentino che patisce la crisi non è però solo imprenditoriale. C’è
l’uomo, il cittadino che perde potere d’acquisto. Come si è intervenuto, lo spiega Olivi
in questa intervista.
In che modo il piano agisce sul singolo?
Il piano va a migliorare il welfare, cioè l’insieme delle politiche sociali e assistenziali a
vantaggio dei cittadini, delle famiglie e dei lavoratori. Dei 92 milioni destinati alle fasce
sociali in difficoltà, 18 milioni di euro sono destinati al reddito minimo di garanzia,
ovvero il 2 per cento del bilancio della Provincia.
Cosa prevede questa misura?
Il reddito minimo di garanzia introduce nel nostro paese uno schema di
reddito minimo garantito, come quelli
che esistono in tutti i paesi dell’Unione
Europea, ad eccezione di Grecia e
Italia. Il sussidio è monetario e non è
a somma fissa. Questo ne migliora le
proprietà distributive: si aiuta di più…
chi è più povero.
o
Assessore, la crisi si sente in
Trentino?
La crisi c’è, eccome. Sta colpendo duramente anche il Trentino, nonostante la robustezza delle sue nervature economiche, sociali e istituzionali.
Cosa le dicono gli operatori?
In ogni contatto con le aziende, anche quelle che hanno sempre goduto di ottima salute, sento ormai da settimane lo stesso, acuto e drammatico ritornello: vistosi cali di
fatturato, difficoltà finanziarie, cronici ritardi nei pagamenti, pesanti incertezze sul futuro,
esuberi. Gli incontri con le maestranze, poi, segnano momenti intensi e toccanti.
Lei però si dice ottimista, quali segnali positivi intravede?
Uno: qui in Trentino siamo attrezzati ad affrontarla. Non ci ha colti impreparati. In
passato, Dellai aveva coniato un termine, «rigenerazione». È quanto ci serve ora. Del
resto da un lato, abbiamo la presenza di un’imprenditoria radicata che non ha mai
smesso di lavorare, di investire e di cercare nuovi sbocchi, e, dall’altra, un’autonomia
alleata delle imprese grazie a massicci investimenti pubblici in politiche di sistema e
di sostegno alla progettualità aziendale, ciò fa confidare in un ritorno, prima che sia
troppo tardi, alle consuete traiettorie di crescita.
Come è stata accolta questa manovra?
Bene direi, anche fuori i confini provinciali: è stata indicata a modello sia per quanto attiene
il sostegno delle fasce deboli sia per quanto riguarda gli incentivi al sistema produttivo.
Come si sostanzia?
In un’azione a favore del riassetto delle piccole o medie imprese. I fatti ci dicono
che abbiamo colto nel segno: oltre 2.900 domande per 400 milioni di finanziamento
di mutui finanziati grazie all’intervento della Provincia. Nel corso del 2009 questo
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strumento verrà ulteriormente
rafforzato.
Su quali leve agisce?
Con il piano triennale di Trentino
Sviluppo, abbiamo riversato sul
sistema 340 milioni di euro in
strutture produttive e capitale
di rischio. A ciò si aggiunge
l’aumento dei contributi per gli
investimenti fissi e in particolare
per quelli di protezione ambientale e risparmio energetico. E
sono solo alcune voci.
Le altre quali sono?
Le misure a sostegno di settori
particolarmente a rischio come
l’autotrasporto, ad esempio,
ma dietro l’angolo fremono iniziative di forte taglio innovativo
come il contributo straordinario
per piani di riorganizzazione
aziendale. E’ un provvedimento a cui tengo molto e che
si sostanzia in un patto con
le imprese volto a sostenere
finanziariamente chi si impegna a mantenere intatti i livelli
occupazionali.
Lei recentemente ha affermato che la crisi potrebbe avere una risorsa strategica: la donna.
Sì, ne sono convinto. Allenata da millenni alla lotta e alle emergenze, la donna (lo
dicono gli studiosi di economia) è più allenata ad affrontare le situazioni di crisi. Nel
settore artigiano vedo donne capaci di reinventarsi e innovare. L’imprenditoria femminile
può porsi come opportunità strategica in questa delicata fase congiunturale. Intendo
conoscere meglio questa ricchezza e valorizzarla.
Come agisce questo piano per il sostegno dell’occupazione?
Aiuta le imprese a riorganizzarsi, quindi procede sul recupero e ricollocazione dei
lavoratori, un’azione che si oppone alla cinica equivalenza delle multinazionali «meno
fatturato più esuberi».
Quindi azione politica, non calcoli ragionieristici?
Certo, l’azione politica in una fase delicata come questa deve garantire con assoluta
priorità che il sostegno alle imprese produca quell’utile sociale rappresentato, insieme
con la ripresa del mercato, dalla tutela del capitale umano: i lavoratori. Tutte le azioni
che stiamo varando sono orientate a salvaguardare i livelli occupazionali.
Che Trentino verrà?
Il tipico compito della politica non può fermarsi all’emergenza. In questa visione c’è
un economia rigenerata con molta conoscenza e molta tecnologia, che riesce a far
convivere comparti diversi sostenendo le imprese più grosse come le piccole e le
micro-realtà, mentre il pubblico interviene senza mai mortificare la responsabile partecipazione di operatori e cittadini.
Quali possono essere le parole chiave?
Dobbiamo mirare all’eccellenza scientifica e tecnologica, che innervano il territorio, nel
pubblico e nel privato e puntare su nuove competenze che si dedicano alla progettazione, ai prototipi, grazie alla nostra Università. Multisettorialità, multidimensionalità e
sussidiarietà sono valori del nostro sistema produttivo che possiamo anzi dobbiamo
far convivere.
Assessore la crisi passerà… ma quando?
La crisi passerà, certo. Parafrasando al contrario la risposta della famosa sentinella
biblica, la nostra risposta è questa: è notte, verrà il mattino. Dobbiamo però prepararci: il modello di sviluppo e di mercato post-crisi non sarà più lo stesso. L’asticella
della competitività si attesterà ad un livello più alto, perciò sarà strategico investire
in innovazione tecnologica e ricerca. Bisogna «tenersi strette» le aziende, specie le
più prodighe di benefici collettivi quali l’occupazione. È in gioco la sopravvivenza del
sistema imprenditoriale.
Qualche anno fa gli interventi pubblici erano malvisti, non è così?
La sopravvivenza di un sistema competitivo e aperto al mercato globale è una posta
che val bene un po’ di audacia dell’azione pubblica. Questa crisi dimostra che il liberalismo spinto ne esce sconfitto e ci consegna un dato di fatto: il mercato va regolato.
La politica non deve fare un passo indietro, bensì può essere uno strumento di regolamentazione e di tutela della democrazia economica.
La crisi sarà anche un’opportunità per cambiare e ridimensionare stili di
vita?
Sì, sono convinto che tutto ci riporta alla concretezza, all’operatività e quindi anche a
pensare e mettere in campo un’azione della pubblica amministrazione più veloce e
flessibile perché il tempo in economia vale «denaro».
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L’INVENTORE DEL MINIMO VITALE? IL FILOSOFO ANTONIO ROSMINI
CRISI E POVERTÀ, IERI E OGGI
di MARIO PANGALLO
Inventò il minimo vitale e un sistema di calcolo molto simile al paniere attuale. Tra
alimenti e strumenti indispensabili per la vita della persona, vi era l’educazione. Vigilò
sulla frequenza scolastica, sollecitò l’istituzione di una cassa di Risparmio, diede un
lascito per la nascita della futura scuola elisabettina e disse: “In campo economico
solo un retto uso della libertà consente un vero progresso sociale: l’uomo veramente
libero è giusto”.
Come si sarebbe posto oggi Rosmini di fronte alla crisi economica che ha amplificato
i suoi effetti negativi a livello globale? Come avrebbe giudicato la progressiva perdita
di valori della società che ne è certamente una delle cause? Per Rosmini ogni male
sociale ha la sua origine nella carenza morale del vivere civile. A questa carenza vi è
un solo rimedio: l’educazione. Tuttavia non vi può essere educazione dove predomina
la povertà; e non si può vincere la povertà se non si incrementa l’educazione. Per il
nobile roveretano le rivoluzioni culturali, le scoperte scientifiche e le strutture economiche fanno progredire le società se come fine si pongono il bene morale delle persone.
Lui questo fine lo ricercò.
L’anno trascorso tra il 1834-35 come parroco di San Marco a Rovereto, è molto indicativo al proposito. Il filosofo trentino presta particolare attenzione ai poveri, li aiuta
materialmente, costruisce un modello razionale di sostegno alle famiglie per consentire
a ciascuna un minimo vitale per la dignità della persona. Il nobile trentino distingue
infatti tra natura e persona. La natura umana comprende tutte le potenze e qualità
(sensazioni, sentimenti, istinti, intuizioni, volizioni, ecc.) che vengono a costituire un
individuo che appartiene alla specie umana; ma tra queste potenze naturali ve ne sono
due, l’intelligenza e la volontà, che eccellono sopra le altre perché sono in grado di
tenere tutto l’uomo sotto il proprio controllo e governo. Sono queste due potenze a
costituire lo specifico della persona umana e a determinarne la sua unicità e grandezza.
La distinzione consente a Rosmini di affermare che il fondamento di ogni ‘diritto’ non
risiede in una sfera divina, che agnostici o non credenti potrebbero rifiutare, ma ha la
sua radice nella stessa persona umana, al punto tale che il pensatore di Rovereto non
esita a definire la persona come il “diritto sussistente”.
Nella società contemporanea si ha una grande cura delle realtà naturali dell’essere
umano (la cura del corpo, la salute, l’aspetto fisico), ma si è perso di vista la maturazione della persona (virtù morali, onestà, lealtà, sincerità, coerenza, bontà)
Rosmini era fermamente convinto della necessità di fondare la pedagogia di ogni
società sul rispetto della persona, riconoscendo a questa una infinita dignità, quale
conseguenza della sua capacità ‘infinita’ di conoscere la verità.
È questa radicata convinzione che lo porta ad affermare che «è certamente l’educazione
delle generazioni future uno di quei preziosi mezzi che possono mettere il mondo al
coperto dalle estreme sciagure, e fargli acquistare un aspetto meno odioso, per così
dire, agli occhi dell’onnipotente». Per il Roveretano l’istruzione è una delle maggiori
risorse per migliorare l’uomo. La formazione deve quindi educare alla giustizia, alla
bellezza e alla bontà; in altre parole, i giovani vanno educati alla “libertà”. È libero –
secondo Rosmini – colui che esercita la virtù, colui che sviluppa tutte le proprie capacità
Una nuova società, nuovi ordini mondiali. Rosmini direbbe che non è impossibile raggiungere tutto questo
senza partire dall’Uomo e dall’Essere. E non vi è dubbio che è proprio la scuola la prima grande agenzia
formativa. Che in Italia si assista ad un’emergenza è
risaputo e del resto il boom economico dell’Irlanda
degli anni Novanta dimostrò quale era stata la chiave
di volta: agire sull’educazione. Altrettanto ha fatto la
Svezia. A Rovereto l’eredità rosminiana resiste nelle
strutture che i padri della congregazione fondata dal
filosofo portano tuttora avanti. Il loro agire è pionieristico, come fu quello del loro padre spirituale. Nel
punto più suggestivo di Rovereto, da dove si vede
un panorama mozzafiato sulla città, si è guardato al
futuro. L’avvento della facoltà di Scienze Cognitive
ha portato i Padri Rosminiani a procedere ad una
ristrutturazione dell’antico collegio posto in prima
collina. La struttura ammodernata di recente, è dotata di strutture sportive e campi da gioco, è persino
cablata per le connessioni wireless (internet senza
fili) dei suoi ospiti. D’estate si offre come residenza,
durante l’anno è un luogo dove si respira il piacere
della scienza-coscienza-conoscenza, aspetto questo
tipicamente rosminiano. Per gli universitari o chi ha bisogno di permanenza temporanea la retta è competitiva,
ma ciò che costituisce il ‘must’ è il modello educativo:
improntato alla responsabilità e alla condivisione di
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Antonio Rosmini fu il primo ideatore del minimo vitale, pilastro del welfare
e potenzialità ricercando sempre e solo il bene morale. È il bene morale che consente
ad ogni soggetto umano di avere il massimo rispetto di sé stesso, rifiutando ogni eccesso: le invidie e le prepotenze come le droghe. Ma anche evitare atti o parole che
possano ostacolare la libertà altrui (ingiustizie, disuguaglianze, soprusi).
Solo colui che rispetta e promuove lo sviluppo culturale ed economico di tutti i settori
sociali può realizzare una propria crescita personale, dato che nel solo bene morale
risiede il vero progresso reale. Quindi se oggi Rosmini fosse qui, direbbe che bisogna
ricominciare dai valori e dalla centralità dell’essere, indirizzando al bene della persona
l’azione civile, sociale ed economica. Per il bene comune.
UNA VISUALE D’AVANGUARDIA
IL CONVITTO ROSMINIANO CHE DOMINA SU ROVERETO
di ANTONELLA VENTURA
Lo studentato di Rovereto
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regole, dentro una concezione di libertà individuale
assolutamente all’avanguardia. La libertà rosminiana
fu il coraggio di essere anche rivoluzionari. La struttura,
molto ambita dalle famiglie, non è però esclusiva. I
padri Rosminiani, in una società dove tutto è urlato,
eccellono in riservatezza e non fanno campagne di
comunicazione, ma chi conosce la struttura sa che
qualità e sicurezza sono quanto di meglio si possa
offrire ad un giovane. E i Rosminiani pur con discrezione, hanno introdotto un modello di accoglienza
‘avanzato’. Il patto formativo che viene stabilito all’ingresso, tra struttura, famiglia e ragazzo impegna su
pochi punti fondamentali: anzitutto il rispetto della
libertà propria ed altrui, il che vuol dire sapersi limitare.
Poi porsi nelle condizioni di crescere come individui,
senza dimenticare che attorno c’è una società. Vivere
in una struttura nata sul pensiero rosminiano significa
condividere lo spirito di servizio. Il convitto posto sul
Colle di Miravalle (50 posti letto) non è affatto costoso: le famiglie spendono meno di 400 euro al mese
e l’utenza tradizionale è costituita da studenti tra i 16
e i 19 anni che vengono tutti da fuori. A condurre la
struttura è l’inossidabile padre Giuseppe Giovannini,
80 anni ben portati (di cui venti alla guida del convitto
maschile) che dice: “Venite a conoscerci”.
Info su: www.studentatorosminiano.it tel.: 0464-421347
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UN MANAGER E UN CLANDESTINO, DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA: IL BUSINESS DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA
L’ECONOMIA DELLA CLANDESTINITÀ
di CORONA PERER
Cono Galipò, manager
Storia di Samy, idraulico di Tunisi
I clandestini gli hanno distrutto uno dei tre plessi
del centro di accoglienza che gestisce a Lampedusa. L’altro è a Messina. Ho incontrato Cono
Galipò, amministratore delegato di Lampedusa
Accoglienza srl, quasi per caso: in volo, sull’Atr
da Lampedusa verso Palermo. Il posto assegnato al check-in capita giusto accanto al suo.
Persona affabile e loquace, Galipò si racconta. È
sua la società che gestisce l’immigrato. Servizio
“chiavi in mano”: vitto, alloggio, cure mediche,
persino il servizio cimiteriale se necessario e a
Lampedusa c’è il cimitero dei disperati del mare.
Galipò ci apre uno squarcio sulla clandestinità
come attività economica. Un vero business, a
quanto pare.
“Sono nato il 5 maggio 1977, vicino a Tunisi”.
Sami Akeromi parla l’italiano in maniera sufficiente per farsi capire. “L’ho imparato guardando la
tv italiana. È da quando avevo 8 anni che guardo
Rai 1”. Che idea può essersi fatto del nostro paese, per essersi deciso a partire lui che a Tunisi
faceva l’idraulico a 300 dinari al mese? “Voi qui
siete felici, benessere, tanta roba da mangiare,
per questo sono partito”. Non si può dargli torto
se la nostra tv, dalla prima mattina alla sera è una
somministrazione continua di dirette godereccie
e fornelli, e vip che si raccontano tra amenità
varie. Che cosa ha trovato Sami? “Una prigione”
dice. Lui infatti contava di starci due giorni e
poi andare al nord: arrivato il 25 dicembre, il 25
gennaio era ancora a Lampedusa. Ecco cosa
racconta.
...Voi qui siete felici, benessere,
tanta roba da mangiare,
per questo sono partito.
Sami, clandestino
“
“
Dottor Galipò, quanto costa gestire un clandestino?
A Lampedusa lo Stato ci passa 33 euro, per Messina (centro di accoglienza secondo standard
europei) ce ne dà 40.
Quando sei partito?
Il 25 dicembre con una barca dalla Libia con 254
persone, c’erano anche donne e bambini.
Cosa copre questa retta?
Li vestiamo di tuta, scarpe, intimo (magliette,
mutande, calzini), diamo il kit per l’igiene, scheda
telefonica, sigarette.
7
Dovreste essere in perdita, allora…
No. Gestiamo tutto tramite grandi centri d’acquisto
per fare economie di scala. Prenda le carte telefoniche: le compriamo da Tim, 5 euro di valore in
telefonate, ma a noi costano meno.
Regolarmente?
No, clandestino
E quanto hai aspettato?
Sono stato lì 11 giorni.
Quali dinamiche scattano tra gli ospiti?
I tunisini vengono subito separati dagli africani:
non li tollerano. Spesso li picchiano, si sentono
superiori. Ma a volte scatta una grande solidarietà
e i livelli sociali si allineano: non esistono differenze
e ognuno se può aiuta l’altro.
Chi ti ha aiutato?
Un amico in contatto con l’organizzazione.
La gente ha protestato per il secondo CPT. Lo
gestirete voi?
Sì, ma guardi che era già attivo dalla sera precedente
il presidio che ne ostacolava l’allestimento…
Quanto ti è costato?
Ho dato 500 dinari tunisini per entrare in Libia e
poi 2000 euro per il viaggio.
Cioè mentre il Sindaco decretava lo sciopero?
Sì: il 21 gennaio sera. Nel pomeriggio un C130 aveva
portato materassi e bagni chimici. Mentre discutevano in Consiglio Comunale, abbiamo fatto il trasferimento di 78 donne alla Base Loran ex-Nato. Prima è
uscito il pullman con le donne e poi il necessario.
Mi racconta la sua versione della maxi-evasione di clandestini dal centro?
C’è stato un ammassamento al primo cancello,
erano in tanti e la Polizia li fronteggiava inerme.
L’ordine era di non reprimere perché la situazione
poteva degenerare. Poi i clandestini sono arrivati
al secondo cancello, perciò meglio aprire.
Ma quale è stata la miccia?
La tensione era alle stelle per il sovraffollamento.
Gli ospiti sentivano le proteste dei lampedusani,
così hanno forzato i cancelli.
Come dovrebbe essere gestito secondo lei il
problema della migrazione clandestina?
Con politiche sociali efficaci. È evidente che il
problema è sentito nelle città italiane, ma questo
perché il clandestino non ha possibilità di lavoro
e integrazione. Noi l’abbiamo avuta quando
partivamo per cercare lavoro: ma lo abbiamo
dimenticato. Grazie a quella emigrazione abbiamo costruito il benessere. Perché allora non dare
questa possibilità ad altri popoli?
Dunque bisogna integrare…
Sì. Quando il clandestino fugge bene che vada per
un po’ girovaga, poi è facile preda della criminalità
organizzata ed è disposto a tutto per 100 euro. Ma
se ha un lavoro non dà disturbo.
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Come hai fatto per partire?
Come tutti: sono entrato in Libia.
Hai dato i soldi a lui?
No, lui mi ha presentato a uno di loro.
Loro chi? Una organizzazione?
Sì, molte persone lavorano a questi viaggi.
Chi guidava la barca?
Non lo so, io non l’ho visto, stavo sotto alla barca.
Me lo ha chiesto anche la Polizia, ma io non so:
mai visto io.
Uno dei clandestini evasi dal centro di Lampedusa (foto C. Perer)
Le interviste di questa pagina sono state realizzate il 23 gennaio 2009 durante le
proteste per il secondo CPT
E poi cosa è successo?
Poi siamo stati presi da una nave italiana ma ce lo
avevano detto già in Libia
E dopo?
Sono entrato in Centro, ma ho capito subito che
era prigione.
Non sapevi che in Italia si arriva in un Centro
di Accoglienza?
Si, ma tutti sanno che è solo per due giorni.
“
Quando hai deciso di scappare?
Erano venute persone importanti e una giornalista
mi ha fatto vedere un giornale che diceva che c’è il
rimpatrio per tutti. Allora ho deciso di uscire.
...il problema si crea perchè il clandestino non ha possibilità di lavoro
e integrazione. Noi l’abbiamo avuta quando partivamo per cercare
lavoro: lo abbiamo dimenticato.
Ma grazie a quella emigrazione
abbiamo costruito il nostro benessere. Perché allora non dare questa
possibilità ad altri popoli?
Cono Galipò, manager
E la Polizia?
Aveva lasciato uscire al mattino.
Come hai vissuto al Centro?
Eravamo tanti, abbiamo anche dormito nel piazzale, perché troppi. Pioveva, freddo. Hanno montato
un tenda ma non bastava.
Avete mangiato?
Sì tre volte al giorno, sempre maccaroni.
“
pag
Quando sei arrivato?
Dopo due giorni di mare.
Vi hanno fatto visite mediche?
Sì ma dicono sempre ‘aspetta’.
Chi hai lasciato in Tunisia?
Madre, zia che mi ha aiutato con i soldi.
Erano d’accordo?
Mia madre piangeva ma mi ha detto se tu voi così
vai e che Dio ti benedica.
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CERVELLO E CROLLO DEI MERCATI - CHI VUOL ESSER LIETO SIA, DEL DOMAN NON V’È CERTEZZA
L’INCERTEZZA INCONSAPEVOLE
di LUISA CANAL*
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Da millenni l’uomo brama certezze. Ma la maggior parte delle sue scelte e valutazioni,
nella vita quotidiana o nella vita professionale, sono fatte in condizioni di incertezza.
Studi recenti hanno messo in luce come gli individui seguano ragionamenti fallaci se
devono valutare rischi ed elementi incerti. La spiegazione di questa fallacia potrebbe
essere duplice e risiedere sia in un elemento culturale (l’illusione di certezza) che in
un fenomeno sociale: l’analfabetismo numerico. Di cosa si tratti lo spieghiamo subito.
Siamo tutti sommersi da dati su ogni sfaccettatura dei fenomeni fisici, politici, sociali, ma
raramente riusciamo ad interpretarli e considerarli nel modo corretto.
La brama di certezza trova un’interessante manifestazione nella ricerca di sicurezza che si percepisce in modo diverso: l’uomo può essere al sicuro anche se non si
sente al sicuro e viceversa può sentirsi al sicuro anche se in realtà non lo è affatto.
Le persone sono più preoccupate da pericoli nuovi piuttosto che da quelli con cui hanno
convissuto per un certo periodo.
Nell’estate del 1999, i newyorkesi furono fortemente impauriti dal virus del Nilo, un’infezione causata da una zanzara che era stata avvistata negli Stati Uniti. Nell’estate
del 2001, sebbene il virus continuasse a mostrarsi e a far ammalare le persone, la
paura si affievolì. Il rischio era ancora presente, ma i newyorkesi avevano imparato a conviverci. La familiarità li induceva a valutare questo rischio in modo diverso.
Molta gente è meno impaurita dei rischi naturali rispetto a quelli artificiali, ha più paura delle
radiazioni nucleari o dei telefoni cellulari, rispetto alle radiazioni del sole che in realtà rappresentano un rischio maggiore.
Si è meno impauriti di un rischio che si decide di correre
volontariamente rispetto ad un
rischio che è imposto: i fumatori sono meno preoccupati del
fumo e più dell’inquinamento.
Ma il rischio impaurisce meno
se conferisce un qualche
beneficio: vivendo a San
Francisco o Los Angeles si
rischiano, a causa dei terremoti, seri incidenti e anche
la morte, ma la gente ama
queste aree e qui cerca lavoro.
Molta gente è più preoccupata
del rischio di essere uccisa in
modo particolarmente orribile,
come essere sbranati da uno
squalo, rispetto al rischio di
morire in modo più tranquillo
ad esempio a causa di un infarto, che è una delle principali
cause di morte.
Si percepisce meno un rischio quando si ritiene di avere un certo controllo, come guidare l’auto. Mentre preoccupa di più un rischio sul quale non si ha nessun controllo,
come volare in aereo o sedere in auto come passeggero. Immaginate che vi vengano
offerti due bicchieri di un liquido e che dobbiate berne uno: il primo proviene da un
orfanotrofio, il secondo da una azienda chimica. La maggior parte delle persone
sceglierà quello che viene dall’orfanotrofio, anche se in realtà non si è in possesso di
nessun elemento sul contenuto dei due bicchieri.
Questo perché si è meno impauriti di un rischio che proviene da posti, persone, aziende
o governi nei confronti dei quali si nutre fiducia, e preoccupa ciò che proviene da una
fonte di cui non ci si fida
I rischi su cui siamo maggiormente sensibilizzati angosciano meno dei rischi di cui
ci curiamo meno. Alla fine del 2001, la consapevolezza sul terrorismo era così alta
che la paura era dilagante, più alta di quella per i crimini da strada o i cambiamenti
climatici: non perché questi rischi non ci fossero più, ma perché era calata la consapevolezza.
Dunque preoccupa di più ciò che non conosciamo rispetto ai temi che comprendiamo
e questo spiega perché affrontiamo molte nuove tecnologie con una iniziale preoccupazione. Gli adulti temono più per i figli che per se stessi. Temono l’amianto nelle scuole
dei loro figli, piuttosto dell’amianto sul luogo dove lavorano. Prima dell’11 settembre
2001, i cittadini USA erano poco preoccupati dal terrorismo perché li tranquillizzava
il fatto che gli americani,
obiettivo dei terroristi, erano
quasi sempre oltreoceano.
Ma dopo l’11 settembre questo tipo di rischio è diventato
qualcosa che poteva avere a
che fare con la propria persona e la paura è salita.
Recentemente diversi studiosi
si stanno occupando di capire
come gli individui valutano il
rischio, tra questi Gerd Gigerenzer, scienziato cognitivo
del Max Planck Institut di
Berlino. Nel suo libro “Quando
i numeri ingannano” scrive:
“L’analfabetismo numerico è
essenzialmente analfabetismo
statistico, cioè l’incapacità
di ragionare su incertezza e
rischio”.
*Docente universitario facoltà
Scienze Cognitive Università di Trento
BORSA & CERVELLO: LA MATERIA GRIGIA A PIAZZA AFFARI
RIMPIANTI? TUTTA COLPA DEL NEURONE
LA NEUROECONOMIA DI GIORGIO CORICELLI (CIMEC)
Un team di ricercatori del Sick Children Hospital di Toronto ha individuato il luogo
del cervello dove sono conservati i brutti ricordi: sono riusciti a localizzare le cellule
traumatizzate e a cancellarle. Lo studio, pubblicato il 12 marzo 2009 su Science, offrirebbe la speranza che memorie sconvolgenti possano un giorno essere eliminate dal
cervello dei bambini e degli adulti per prevenire condizioni mentali post-traumatiche.
Basti pensare alle vittime di violenza o di atti terroristici, divenute preda di paure e
portatrici di ferite indelebili.
Ma cosa succede se siamo noi stessi a causare, con le nostre scelte, un disastro? “Possiamo essere vittime del rimpianto, ma se esso viene a mancare potremmo fare guai ancora
maggiori” spiega il professor Giorgio Coricelli, un economista passato alla neuro-economia
docente al Cimec, Centro Mente e Cervello di Mattarello.
“Recenti studi di neuropsicologia hanno mostrato come pazienti con delle lesioni nella
corteccia orbitofrontale non provino rimpianto per i risultati disastrosi delle loro scelte.
Ho poi osservato che un maggiore stato di rimpianto determina una maggiore attività di
quest’area cerebrale”. Coricelli, che ha lavorato all’Università dell’Arizona con Vernon Smith
e con Daniel Kahmenan, nobel 2002 per l’ economia, si divide tra Lione e Trento. In tempi
di incertezza economica, crolli finanziari e bolle speculative (pagate a caro prezzo da molti
innocenti) il suo è un campo relativamente nuovo che sta a cavallo tra le neuroscienze
e l’economia. La neuroeconomia combina a livello multidisciplinare neuropsicologia,
neurofisiologia ed economia, e si avvale delle nuove tecniche di neuroimmagine, vere e
proprie fotografie compiute sul cervello posto di fronte a queste scelte.
Ebbene, gli studiosi ora sanno che chi deve fare i conti con il crollo di una vita di risparmi a volte non ne ha colpa: lesioni orbito frontali, osservate alla Risonanza Magnetica
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potrebbero esserne causa. Per capirlo bisogna risalire a come si originano le scelte che
sono sempre frutto di una negoziazione: tra passione e ragione, due distinte aree cerebrali. Cosa succede nel nostro cervello mentre prendiamo una decisione in un contesto
di rischio? E magari insistiamo a farlo? Potremmo persistere perché nel nostro cervello
manca il neurone del rimpianto che non fa da campanello d’allarme per le scelte future.
Sono state infatti osservate similitudini tra gioco d’azzardo e investimenti a rischio. Ma fà
più danni rimanere in stato di incertezza economica o il rimpianto?
“Si può notare uno stato di inazione: non scegliamo per evitare il rimpianto futuro” risponde
Coricelli. È quindi preferibile un ragionamento razionale-strategico? “Dipende dal contesto.
È sbagliato anche essere rigorosamente razionali perchè le motivazioni strategiche ci fanno
cadere in trappole come l’eccesso di confidenza nelle nostre capacità o sottovalutare i
rischi imprevedibili e sempre possibili”. Ma quanto c’è di emozionale nelle crisi finanziarie?
“Moltissimo, le emozioni intervengono nel momento della scelta finanziaria sottoforma di
sensazioni allettanti e appaganti. È il tempo della decisione che fa la differenza: se viene
a mancare o è troppo veloce non scatta l’istituto della responsabilità”.
In caso di un crack che produce attacco cardiaco: ha ceduto il cuore o il cervello? “Entrambi. Il cervello può creare un eccesso di pensiero e generare delle emozioni così intense che
il nostro cuore non può sopportare. In psichiatria gli eccessi vengono considerati causa
di stati depressivi e di ansia. Quindi, il rimpianto è un’emozione da usare con cautela e
monitorare. Resta un dato: una lesione cerebrale della corteccia orbitofrontale può farci
valutare il rischio in maniera non corretta e provocare scelte finanziarie disastrose” Prima
di compilare il profilo di rischio con il vostro promotore …non sarà male consultare il
neurologo.
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FONDAZIONE OPERA CAMPANA DEI CADUTI SIEDA AL PALA
SONO 84 LE BANDIERE A MIRAVALLE
NAZIONI NEL VENTO
CAMPANA, UN RUOLO P
di GUGLIELMO
È l’unico posto al mondo dove le bandiere di Israele e Palestina sventolano assieme. L’altro posto è nel cuore di quanti desiderano che questi
popoli in lotta da almeno 60 anni trovino le vie della pace e della coesistenza. Sono 84 le bandiere che offrono al vento la loro storia e la loro
identità all’ombra dell’imponente Campana. Ecco l’elenco delle nazioni
rappresentante:
Angola, Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bolivia, Brasile, Bulgaria,
Burkina Faso, Camerun, Canada, Cile, Cina, Colombia, Congo, Corea,
Costa, D’avorio, Costa Rica, Croazia, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, Federazione Russa, Filippine, Finlandia, Francia, Germania, Ghana,
Giappone, Giordania, Gran Bretagna, Grecia, Guatemala, Honduras,
India, Indonesia, Iran, Irak, Israele, Italia, Kuwai, Lesotho, Libano, Liberia, Liechtenstein, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda,
Paesi Bassi, Territori Autonomi Palestinesi, Pakistan, Panama, Paraguay,
Peru’, Polonia, Portogallo, Repubblica Belarus, Repubblica Ceca, Repubblica Dominicana, Repubblica Slovacchia, Romania, Ruanda, San
Marino, Santa Sede, Senegal, Slovenia, Spagna, Sri Lanka, Stati Uniti
D’america, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Tanzania, Thailandia, Tunisia,
Turchia, Ungheria, Uruguay, Venezuela, Viet Nam, Zambia, Consiglio
D’europa, O.N.U.
Il Colle di Miravalle è l’unico posto al mondo dove convivono le bandiere di Israele e Palestina (Foto C.Perer)
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La Campana è diventata ‘osservatore speciale’
all’Onu. Il riconoscimento
fa sì che Fondazione Opera
Campana dei Caduti sieda al Palazzo di Vetro tra
gli Osservatori permanenti.
SENTIRE ne aveva scritto
nel n. 02 (uscito nell’aprile
2008). In quell’occasione
davamo notizia di un iter in
fase ormai avanzata per l’accreditamento finale in sede
Onu. L’annuncio formale è
stato fatto di recente dal Reggente della Fondazione Alberto Robol: dal 22 gennaio
2009 la Campana dei Caduti di Rovereto ha ottenuto questo importante riconoscimento
internazionale.
Maria Dolens compie dunque una tappa importantissima. “Un riconoscimento concesso senza obiezioni e senza riserve” afferma il prof. Alberto Robol mostrando la
lettera che l’ambasciatore permanente dell’Onu in Italia ha inviato alla Fondazione.
Ma cosa sono gli osservatori Onu?
Sono realtà ‘permanenti’ come le associazioni, nazioni o entità morali (un
esempio può essere la Santa Sede) che non fanno parte in quanto Stati membri del consiglio, ma sono ammessi ai lavori. Possono intervenire nei dibattiti, ma non hanno diritto di voto, nè il loro parere è vincolante per l’assemblea.
Già nel 2006 la Campana aveva ricevuto un prestigioso riconoscimento: il parternariato con il Consiglio d’Europa di Strasburgo, massimo organismo di cui fanno parte
46 paesi europei. In sostanza il Consiglio d’Europa, una sorta di “ONU europea”, la
riconosceva come punto di riferimento transnazionale.
Il traguardo Onu è stato possibile grazie alla collaborazione con Trentini nel Mondo,
attraverso la quale la Fondazione ha potuto dimostrare la sua internazionalità e la sua
diffusione presso le sedi dell’associazione stessa, sparse in tutto il mondo.
A dar prova della sua vocazione internazionale sono le 84 bandiere che sventolano
lungo il Viale delle Nazioni. Ci sono anche quelle di Israele e Palestina che sventolano
l’una accanto all’altra, unico posto al mondo dove la loro pace, ancora non realizzata
sul piano pratico, respira tuttavia nel vento.
Il riconoscimento Onu dà ora piena realizzazione a quanto previsto dalla Legge n. 103
“Disposizioni concernenti iniziative volte a favorire lo sviluppo della cultura della pace”
laddove si legge che “...la Fondazione Opera Campana dei Caduti è accreditata presso
l’Organizzazione delle Nazioni Unite come ‘Campana della Pace’ fra le organizzazioni
non governative. A tal fine il Governo promuove le necessarie iniziative volte a conferire
detto accreditamento...”.
Le Nazioni Unite costituiscono il progetto e la prefigurazione di un Governo Mondiale
capace di garantire piena rappresentanza democratica tra le Nazioni in vista della
costruzione di una pace solida e duratura, come del resto recita il preambolo al suo
Statuto “. Attraverso le istituzioni da essa create (l’Unicef, il Consiglio dei Diritti Umani,
l’Alto Commissariato per i Rifugiati, la Fao), l’ONU opera per superare il divario economico tra i paesi del nord e del sud del mondo, difendere i diritti sociali e civili di tutti i
soggetti, specialmente i più deboli e promuovere la solidarietà internazionale.
“La Fondazione Opera Campana Dei Caduti è luogo di accoglienza delle attese e delle
speranze dei popoli del mondo perciò aspira a portare anche all’Onu, come già nel
Consiglio d’Europa, il proprio patrimonio di conoscenze e relazioni da tempo instaurate tra culture, religioni, realtà civili specie nei paesi segnati dalla guerra” afferma il
Reggente Alberto Robol.
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AL PALAZZO DI VETRO TRA GLI OSSERVATORI PERMANENTI
O PRESTIGIOSO ALL’ONU
LIELMO VASTO
8 MAGGIO 2009 - XIII EDIZIONE
IL CONGRESSO DEI RAGAZZI
Foto Paolo Aldi
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Ma cosa potrà fare Maria
Dolens in sede Onu? Potrà
essere promotrice di idee,
ottemperare con la propria specificità e il proprio
radicamento territoriale a
quelle finalità e sfide che le
sono assegnate dalla sua
storia e che essa condivide
con i principi cardine dello
Statuto delle Nazioni Unite.
Quindi: mantenere la pace e
la sicurezza internazionale,
promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le
situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace, sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli Stati e
l’autodeterminazione dei popoli, promuovere la cooperazione economica e sociale, il
rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
Il riconoscimento del seggio Onu aiuterà anche a dare visibilità ad un territorio ad alta
specificità come quello della terra trentina, crogiuolo di etnie e comunità linguistiche
e laboratorio di convivenza pacifica e solidale.
Per questo la Campana ha proposto la firma di un memorandum di Pace, organizzato
momenti di preghiera interreligiosa, concerti, le assemblee della World Conference of
Religions for Peace, e incontri di portata internazionale come il seminario internazionale
“Città per la Pace” del maggio 2006, con la partecipazione di sindaci provenienti da
varie città del mondo, in particolare quelle coinvolte in conflitti interetnici, che hanno
sottolineato il ruolo centrale delle amministrazioni locali nella ricostruzione di un tessuto
sociale e civile.
Ha inoltre dato vita all’Università Internazionale dei Popoli per la Pace con corsi
accademici di studio nazionali e locali mirati a formare giovani, obiettori, volontari
ed esperti che entrano a far parte di organizzazioni non governative o di istituzioni
impegnate sul terreno della solidarietà internazionale, l’Osservatorio sui Balcani e il
Progetto Migra. Ogni anno organizza il Congresso dei Ragazzi per la Pace e dal 2008
è partito anche un concorso biennale: “Strumenti di Pace” per creare opere musicali
nelle quali respiri la Pace, una musica che troppo spesso viene a mancare nella vita
dei popoli sulla Terra.
Presidente della Giuria dell’edizione 2010 sarà il maestro Ennio Moricone.
L’aspetto più emozionante è la presenza di delegazioni straniere, invitate come testimoni di pacificazione. Negli anni sono arrivate le scuole
della ex Jugoslavia, la Bilingual School arabo-ebrea di Gerusalemme e
l’Associazione World Friendship Center di Hiroshima. I ragazzi stranieri
intervengono per rivolgere ai propri coetanei un messaggio di pace
interculturale, pronunciato in diverse lingue.
Da 13 anni la Fondazione Opera Campana dei Caduti e della Pace
organizza presso la propria sede il Congresso dei Ragazzi. Quest’anno
si terrà l’8 maggio 2009. All’edizione 2008 presero parte 1500 ragazzi
di oltre trenta scuole regionali e nazionali. È la più importante manifestazione per la pace e la solidarietà tra i popoli che coinvolge scuole
elementari e medie del Trentino. Un numero sempre crescente di scuole
trentine e nazionali partecipa all’evento, diventato punto di riferimento
anche per scuole di tutto il mondo che operano in contesti di conflitto
e che cercano di costruire percorsi sociali, didattici e comunitari di
riconciliazione tra persone ed etnie.
La finalità è quella di educare le nuove generazioni ai valori del rispetto,
della cooperazione e della diversità, alla risoluzione pacifica e nonviolenta dei conflitti, alla difesa attiva della giustizia e dei diritti umani,
al confronto e alla conoscenza con ragazzi e ragazze provenienti da
nazioni e contesti sociali diversi. Saranno infatti loro i cittadini di domani, per cui la Fondazione offre loro l’opportunità di vivere, studiare,
dibattere, approfondire, condividere valori di pace e unità tra i popoli,
nella speranza che un giorno potranno diffondere e realizzare nel loro
impegno professionale e civile questi valori.
“La Fondazione Opera Campana dei Caduti considera importante che
questi valori siano trasmessi nell’età evolutiva, quando i ragazzi si aprono al mondo con curiosità e flessibilità mentale e cominciano a porre
questioni intorno alla realtà che li circonda e li raggiunge attraverso
i mass-media, con autentico desiderio di conoscere e sperimentare
senza pregiudizi” dice Sergio Casetti, membro del Consiglio di Reggenza impegnato in primo piano nell’organizzazione del Congresso. “Il
Congresso dei ragazzi, con le sue differenti fasi di ricerca, approfondimento, creazione, incontro e partecipazione è un modello efficace
di didattica perché raggiunge insieme il pensiero, l’immaginazione e
la dimensione emozionale dei bambini/ragazzi, lasciando in loro una
traccia e un ricordo profondo che come un seme fruttificherà accompagnandoli per tutta la vita”. L’evento sensibilizza anche le istituzioni
scolastiche al tema della pace e il lavoro preparatorio al Congresso,
compiuto in classe, è parte di un percorso educativo.
La fase preparatoria dura infatti vari mesi e consiste in un percorso di
studio multidisciplinare, di dibattito e ricerca compiuto in classe con la
supervisione degli insegnanti. La pace è affrontata dal punto di vista
storico, morale e artistico. Il risultato di tale lavoro viene sintetizzato
in un testo-messaggio di 84 parole, tante quante sono le nazioni che
hanno aderito ai principi della Fondazione Campana dei Caduti e le cui
bandiere sventolano lungo il viale che conduce alla Campana. Inoltre
i ragazzi costruiscono un quadro a olio. Entrambi vengono portati al
Congresso e sono esposti per un anno nel Parco della Pace aperto ai
visitatori vicino alla Campana.
Il giorno del Congresso si sviluppa anche un workshop interno: due
alunni per ogni classe si riuniscono e condividono il frutto del lavoro
collettivo, poi predispongono un documento conclusivo che verrà
inviato al Capo dello Stato. Al termine sono tutti insieme e in cerchio
intorno a Maria Dolens per la lettura del messaggio finale del Congresso
con il simbolico canto in tre lingue dell’Inno alla Gioia di Beethoven
(inno d’Europa).
È la Campana con i suoi cento rintocchi ad accompagnare la fase finale
dell’azione scenica, proponendo il suo suono a segno di armonia e
lingua universale.
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www.perilmiofuturo.it
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24 APRILE, GIORNO DELLA MEMORIA PER GLI ARMENI - INTERVISTA AD ANTONIA ARSLAN
NUOVA EUROPA E NUOVO CORAGGIO
PERCHÉ È UN PROBLEMA SPINOSO L’ENTRATA DELLA TURCHIA NELL’UE
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In Turchia qualcuno lo celebrerà in segreto:
parlarne è reato. Il Metz Yeghern cioè il
“Grande Male” è la ferita nell’anima degli
Armeni, resa più amara perché la Turchia
non ha ancora fatto chiarezza su questa
che resta una memoria scomoda. Tanto
che l’ostilità è palpabile: nominare ciò che
per i turchi non è ‘mai avvenuto’ equivale ad
offendere la turchicità, reato per il quale è
previsto il carcere. L’Armenia di oggi è solo
un settimo dell’antica patria e si raggiunge o
per via aerea o tramite la Georgia. Antonia
Arslan in Turchia non ci va da almeno dieci
anni. Raggiunge invece regolarmente la
culla armena, la regione dei Tre Laghi tra il
monte Ararat e il lago di Sevan. Il confine
più lungo è proprio con la Turchia, che lo
tiene bloccato su tutto il fronte senza essere
in guerra. “È giusto questo?” si chiede la
Arslan che da poco ha dato alle stampe
“La strada di Smirne” (ed Rizzoli). Quanto
la scrittrice narra è frutto dei racconti del
nonno circa gli eventi del 1915, tragico e
sinistro annuncio di ciò che sarebbe poi
accaduto: lo sterminio degli Ebrei. Un milione di Armeni sono le vittime della prima
Shoah del Novecento. Non ci fu infatti solo
quella contro gli Ebrei. La prima fu contro
gli Armeni e le successive si compirono
contro gli Ebrei, poi nei Gulag sovietici e
più recentemente in Bosnia. A Yerevan c’è
un monumento al genocidio armeno: sette
lastre inchinate su una fiamma che arde al
centro: la tragedia armena. La conosciamo
grazie al romanzo “La masseria delle Allodole”, divenuto un film dei fratelli Taviani.
L’allodola è un uccello della tradizione
armena: simbolo del grano che matura, è
una creatura che canta stupendamente. Il
libro della Arslan fu un best-seller proprio
per questo: un grido che si fece canto.
Le elezioni europee si terranno in Italia il 6 e 7 giugno 2009. È
la prima consultazione dopo il trattato di Lisbona, che aumenta
i poteri del Parlamento Europeo e consente maggiore velocità
decisionale all’UE. I candidati dei 27 paesi membri sono raggruppati per appartenenza politica e non per paese di provenienza.
Il numero dei seggi sarà proporzionale alla popolazione di ogni
stato. Il nuovo Parlamento Europeo avrà circa 750 deputati più
il Presidente. Secondo il nuovo Statuto avranno uno stipendio
uguale con consistente riduzione dei costi. Ogni paese voterà
con il sistema proporzionale. La legge italiana prevede una soglia
di sbarramento al 4%. Sono le prime elezioni a cui partecipano
Romania e Bulgaria entrate nell’UE nel 2007 (la Croazia entrerà
nel 2010). Da tempo bussa alle porte dell’Europa anche la Turchia. “Ma è una questione gravemente sottovalutata, che crea
disagio e malumore nei popoli europei” dice Antonia Arslan. E
in questa intervista spiega il perché.
Seggi vuoti al Parlamento di Bruxelles: si vota a giugno - Sotto Antonia Arslan, foto Jerry Bauer
Professoressa, perché è così problematico che la Turchia entri nella Ue?
Perché è un paese che non ha fatto i conti con la memoria e perché l’Europa non ha finora messo in campo una diplomazia efficiente e preparata
a chiedere questo passo che è fondamentale.
Cosa dicono gli intellettuali in Turchia?
Siamo tutti col fiato sospeso. La petizione di 200 intellettuali firmata online
da quasi 30.000 persone, anziché ottenere finalmente delle scuse ufficiali da
parte del governo ha riacceso il dibattito contro gli Armeni. Perciò in qualche
modo siamo tornati indietro.
Chi sono quei trentamila che hanno firmato?
Sono turchi che hanno cominciato faticosamente a comprendere la verità dei
fatti del 1915 e a operare per la riconciliazione. Lo chiese anche il giornalista
turco-armeno Hrant Dink, ucciso 2 anni fa, nel gennaio 2007.
Cosa chiederebbe lei all’Europa?
Mi chiedo soprattutto se l’UE saprà mettere in campo una seria task force
di diplomatici esperti che sappiano davvero fare il loro mestiere. E cioè trattare con una
diplomazia esperta e astuta come quella turca, trovando soluzione ai mille problemi
sul tappeto.
Quale è il pericolo effettivo?
Vede, si tratta di fare entrare in Europa un paese che diventerà il più importante in
poco tempo perché è il più numeroso: 72 milioni di persone, cioè pari alla Germania di
oggi. Ma con un trend di natalità superiore. Sarà quindi il più forte. Che succede se si
allea con la Germania? Controlleranno l’Unione, perché in democrazia i deputati sono
proporzionati alla popolazione. Possiamo stare tranquilli come europei? Far entrare la
Turchia in Europa, senza riflettere su questo, suona angoscioso.
No, quindi alla Turchia in Europa?
Io non sono per un no assoluto, la mia non è una posizione di negazione assoluta. Dico
solo: andiamo coi piedi di piombo, stiamoci attenti. No, fino a quando non compie il
passo che la Germania ha compiuto sul nazismo. In tutta sincerità dico che potrebbe
anche entrare, perché no: è un grande paese, con grandi potenzialità umane, ma entrare senza riconoscere i crimini compiuti significa non pagare lo scotto. La Germania
lo ha pur pagato. Del resto non è colpa di questo governo ma di quello di 94 anni fa.
Perché foste perseguitati?
Per lo stesso motivo degli ebrei: il furore si scagliò perché erano più colti, sapevano
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lavorare, emergevano. Ma di mezzo c’è
anche l’odio anticristiano. La mia famiglia
è cattolica, ma gli Armeni sono apostolici
gregoriani di rito orientale, più vicini a
Roma degli ortodossi. Quella armena è la
prima popolazione che si è convertita al
Cristianesimo nel 301 d.C.. Loro erano i
popoli stanziati ai piedi del monte Ararat.
Come la memoria turca sta elaborando
il suo passato?
Basti questo: ancora oggi la sola menzione degli Armeni è oggetto di tabù in
Turchia, o quanto meno di imbarazzo.
Perciò dico: come fa l’UE a far entrare un
paese senza fare una trattativa seria, dura
se occorre, a livello diplomatico?
Cosa vorrebbe ricordare a quanti verranno eletti?
Il problema non è solo la questione armena. Come la mettiamo con la questione di
Cipro? Con i diritti civili interni, con le donne
discriminate, con i malati di mente messi nei
ghetti e lasciati a marcire? Come la mettiamo
con un articolo del codice penale come il
301 (ultimamente ha cambiato numero, ma
la sostanza è rimasta la stessa) che parla
della offesa alla “turchicità” e implica severe
pene di detenzione? La Turchia è un paese
orgoglioso e giovane, ma con una tradizione
diplomatica millenaria: l’UE deve trattarla con
rispetto ma con decisione.
Lei dice anche che c’è un pericoloso
buonismo europeo. Soprattutto in
Italia. Perchè?
Posso tentare una risposta essendo mezza
italiana: noi non possiamo capire l’orgoglio
nazionale degli altri paesi perchè noi italiani
non lo abbiamo! Quello degli altri è più forte
del nostro, questa è la amara realtà. Però
un conto è negare, altro è fare buonismo
politico. I libri e gli intellettuali servono a ricordare a chi poi agisce i fatti, la
Storia. Ad offrire un sentiero.
Oltre a lei chi scrive di Armeni oggi in Europa?
Oggi la pubblicistica sulla tragedia armena è in piena fioritura. Vorrei ricordare
il bel libro di un’avvocata di Istanbul, Fethiye Cetin “Heranush mia nonna” (Ed
Alet, Padova): racconta di quando scoprì che sua nonna era una bambina
armena rapita. Dopo questo libro molti turchi di ogni strato sociale non si
vergognano più di dire che anche la loro nonna era una bambina rapita, cioè
“i resti della spada”, le femmine risparmiate che alla fine della guerra, nel
1918, furono sposate ancora bambine!
Che ci dice degli Armeni oggi?
Gli Armeni in Italia sono pochissimi. Siamo non più di 2000-2500 persone,
una minoranza davvero esigua. La maggioranza dei sopravvissuti è finita in
Francia e Usa, nel Medio Oriente. In Turchia ce ne sono ancora 60.000 ma
erano 2 milioni. A Istanbul i 60.000 sono i resti di una comunità che era di
400.000 persone, .
Quale è il dramma degli Armeni oggi?
Essere negati, rimossi. Ed inoltre, a differenza degli Ebrei, non hanno avuto una patria,
un ritorno. Vivono in un paese che è un settimo di quello di un tempo. Relegati in una
piccola riserva di territorio con le frontiere blindate.
Professoressa Arslan quanto le è costato trovare le parole per dire la memoria
armena?
La fatica enorme è stata cominciare. Poi è stato un percorso di lenta maturazione. Mi
è sembrato come di essere salita su un carro da cui non potevo smontare, da cui mi
sarebbe costato scendere. Ci sono stati anche momenti difficili: dopo aver scritto la
scena della strage alla masseria, mi sono bloccata e mi sono fermata a lungo. Non ero
capace di riprendere.
Lei non era presente a quella strage. Mentre la scriveva la vedeva o la ricordava dalle parole del nonno?
Bella domanda. Ora che ci penso la vedevo. Sì: la vedevo. Ho visto l’erba, il sangue che
veniva fuori, e l’uomo che tagliava la gola.
Cosa avrebbe fatto lei se fosse stata tra quelli alla Masseria?
Io nella masseria non ci sono entrata, forse sarei morta di paura prima di essere uccisa.
Perciò ho potuto raccontare questa storia: mi sono immedesimata nel dolore dei protagonisti, l’ho percepito, li vedevo come flauti di ossa che cantano del deserto. (C. Perer)
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OTTO PIANI, OTTO ARTISTI, OTTO SITE-SPECIFIC. ECCO “SLIDING ROOM”: 117 OPERE E UNA MOSTRA NO-STOP
MECENATISMO POST-MODERNO
IL PROGETTO ARTISTICO DI NEROCUBO HOTEL
di ANTONELLA VENTURA
Un luogo con il suo ritmo continuo “in&out’ ha ispirato otto site-specific
affidati a giovani artisti ai quali è stato chiesto di interpretare con il proprio
linguaggio, il vivere “dentro e fuori”, il contatto, la contaminazione, il continuo che cambia.
Il progetto “Sliding Room” di Nerocubo Hotel mutua il suo nome dal titolo
del film “Sliding door”. Vuole infatti affrontare il tema delle opzioni che la
vita ci sottopone: possiamo non vederle o non coglierle oppure imboccare
vie che ci potranno portare all’interrogativo “cosa sarebbe successo se…”
oppure “cosa avrei potuto essere se…”.
Proprio come nel film. Il tema intrigante e volutamente generico ha consentito
ad ogni artista di trasferire nelle opere il proprio modo di “sentire” la vita.
Otto giovani artisti perché otto sono i piani dell’hotel, ognuno con caratteristiche, scenari e panorami diversi, ognuno destinato a persone che, in una
sorta di gioco a sorpresa, faranno scelte diverse. Nasce così il progetto
“Sliding room”, ideato dal proprietario, Paolo Pedri, appassionato d’arte e
collezionista.
“Amo le contaminazioni e le ibridazioni perchè sono fonte di cambiamenti
e offrono importanti stimoli di riflessione” dice. Ciò che lo affascina sta
negli opposti elementi, in quell’essere costretti a convivere, a lottare per
superarsi l’un l’altro nel tentativo di far emergere la propria specificità. È
la logica della vita.
“Quando ho pensato di portare in hotel opere d’arte originali, mi sono subito
chiesto come era possibile associare la passione per l’arte contemporanea
con l’attività imprenditoriale senza cadere nel rischio di creare una sorta di
hotel/contenitore in cui esibire la propria collezione privata oppure – ancora
peggio - nel rischio di emulare una sorta di galleria commerciale: in entrambi
questi casi mi sembrava poco interessante e già visto” aggiunge Pedri, che
alla fine ha individuato la soluzione: ricorrere al site-specific, far lavorare
l’artista dentro un progetto condiviso tra committenza, architetti e arredatori.
E così ha evitato di cadere nel rischio della pura decorazione.
L’artista è stato perciò lasciato libero di interpretare a proprio piacimento,
e senza vincoli di contenuti, il tema indicato. Le opere non si limitano ad
arredare gli spazi ma si propongono di costruirli secondo un percorso ideale
prestabilito in dialogo armonico con l’architettura.
“Per rendere più accattivante la ricerca artistica, si è cercato di coinvolgere
artisti con linguaggi espressivi molto differenti tra loro, provenienti da aree
geografiche e culturali estremamente diverse. L’unico elemento che li accomuna è l’appartenenza alla medesima generazione” spiega Pedri.
Così gli artisti vengono da Milano, Cuba, Bolzano, Salisburgo, Rjieka,
Trento e Roma e sono: Alessandro Roma, Mario Arnold Dall’O, Lorenza
Boisi, Django Hernandez, Luca Coser, Christian Schwartzwald, Gioacchino
Pontrelli, Igor Eskinja.
Tutti sono stati catapultati dentro Nerocubo, un business-design hotel, aperto
il 9 febbraio 2009 (quattro stelle e 101 camere). Gli otto artisti scelti hanno
iniziato il lavoro rapportandosi con lo spazio architettonico e tra loro, ma
nel rispetto dei tempi fissati dal gruppo di lavoro. Ad ogni artista era stato
affidato l’incarico di elaborare opere per un intero piano dell’hotel oltre ad
un lavoro da posizionarsi nella hall di ingresso su ognuna della otto facce
delle grandi lame in cemento armato.
“L’idea è stata presentare l’intero gruppo nella zona comune più frequentata,
cioè la reception, e dedicare tutto un piano a ciascun artista”. E così Nerocubo è un hotel tutto da percorrere e da scoprire. Tutto da sperimentare.
Di fronte all’ascensore di ogni piano vi è l’opera a grandi dimensioni, con
le informazioni riguardanti il percorso artistico dell’artista che arreda quel
piano. Il resto delle opere è nelle singole camere per la fruizione esclusiva
del cliente dell’hotel. Tutte opere originali, tutte commissionate, tutte stabilmente a disposizione. “Sliding Room” non è solo un progetto: è una forma
di nuovo mecenatismo del Terzo Millennio.
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Sta per uscire anche il catalogo di Sliding Rooms: 100
pagine con tavole a colori. Il catalogo verrà distribuito nel
circuito delle librerie di tutta Italia, permettendo la visibilità
dell’evento su tutto il territorio nazionale e internazionale.
Le foto di questa pagina sono di Caterina Gasperi
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“COLD WAR” AL MART DI ROVERETO - L’ESTETICA AI TEMPI DELLA GUERRA FREDDA
UNA MOSTRA, DUE MONDI
EST E OVEST TRA ARTE E DESIGN
Si narra che alla fine Nikita Khrushev fosse alquanto irritato. Giunto davanti alla cucina
americana che avrebbe dovuto fare da cavallo di Troia all’esposizione Nazionale Americana di Mosca del 1959 (mostrava alla casalinga sovietica quanto più felice era la sua
collega americana) il dialogo si fece più tagliente. Il fair-play di Nixon tutto impegnato
ad illustrare i vantaggi di una lavatrice e di una lavastoviglie, posti ad emblema della
positività del progresso liberista americano, venne raggelato dal capo del Soviet il quale
commentò. “Il vostro atteggiamento capitalista nei confronti delle donne non esiste
nel comunismo”. Passò alla storia come la disputa della cucina (kitchen debate) ed è
il punto di partenza scelto dalla curatrice della mostra Jane Pavitt.
“Cold War, Arte e Design nel mondo diviso 1945-1970” presenta due mondi,
due visioni, due estetiche. Il progetto del Victoria e Albert Museum di Londra, rimodulato per la mostra visitabile al Mart di Rovereto - fino al 21 luglio 2009 - è
una sorta di foto-finish che lascia irrisolto il dilemma: chi seppe davvero interpretare il futuro oggi che gli oggetti minimal di fattura sovietica ben si adatterebbero ai nostri salotti cresciuti nell’estetica del sistema capitalista occidentale?
La mostra da un lato rappresenta il design libero dell’occidente, dall’altro la visione
estetica regimentata e schematizzata da un partito. Est e Ovest si fronteggiano.
Il confronto tra Nixon (più rilassato) e Nikita Khrushev (visibilmente irrigidito) ben lo
sintetizza nella foto che pubblichiamo in questa pagina. I due capi di stato proseguirono il loro dibattito, ma Khrushev rimase asserragliato nelle sue convinzioni. Alla
fine Nixon disse “…non sarebbe meglio competere sui nostri rispettivi meriti anziché
sui missili?”. Con questa provocazione la disputa si era spostata dallo spazio ad un
terreno di gioco diverso: la casa.
La mostra era stata decisa nel 1958 in base ad un accordo Usa-Urss per scambi culturali
tra i due blocchi. Costata 3,6 milioni di dollari dell’epoca di fondi governativi, oltre ad
ingenti sovvenzioni di imprese americane, fu un potente mezzo di propaganda. Alla
vigilia dell’inaugurazione il comitato centrale del Partito Comunista sovietico riceveva
resoconti allarmati sugli oggetti che gli americani avrebbero esposto: si rischiava la
rappresentazione di un Eden Americano. Fu per questo che il giorno dopo l’inaugurazione, la Izvestiia del 26 luglio, pubblicava una grande foto di Zinaida, casalinga
russa intenta a fare una torta con accanto la figlioletta in attesa del rientro del papà.
Didascalia: “La nostra cucina è valida quanto quella americana esposta alla mostra a
Sokol’niki”. Nixon era servito.
La mostra al Mart di Rovereto rappresenta storia e arte del periodo della cortina di
ferro tra Est e Ovest e diventa occasione di riflessione sul concetto di supremazia,
competizione, imperialismo culturale. Ma si farebbe un grosso errore a pensare che da
una parte – qualunque essa sia - si potè fare più che dall’altra. I risultati ad Est sono
di assoluto interesse e oggi molti oggetti dal rigore sovietico piacerebbero tra i nostri
arredi minimal e post-moderni. Ciò che i due blocchi fecero in assoluta autonomia ed
evidente competizione divenne comunque ‘estetica’. La mostra è un contrappunto
tra opere d’arte e opere di scienza: l’architettura come il design, i manifesti come la
stoviglieria in uso ad est e ad ovest. La curatrice Jane Pavitt non ha taciuto la difficoltà
di recuperare i pezzi ad Est. “E’ stato tre volte più difficile che per i reperti dell’Ovest,
ma la loro importanza e novità è evidente”. Ci sono oggetti inediti, come lo sputnik
di vetro che avrebbero potuto fare anche i maestri vetrai di Murano. Dice lo spirito di
un’epoca in cui si decise di giocare su un terreno di gioco molto ampio: lo spazio,
ovvero la conquista del mondo e dei mondi. “L’Uomo deve liberarsi completamente
dalla Terra, solo allora la direzione del Futuro sarà chiara” sentenziò Lucio Fontana.
Tra opere d’arte e oggetti di uso comune, ci sono anche gli abiti di Paco Rabanne
assolutamente deliziosi e attuali, nel loro stile cyborg.
“Mostra di ricerca, trasversale e politica, che non fa politica” ha tenuto a precisare
all’inaugurazione la direttrice del Mart Gabriella Belli. Un progetto complesso, con un
potenziale emozionale che intercetta molte sensibilità e risveglia ricordi. “Una delle
difficoltà di questa mostra fin dall’inizio fu la consapevolezza di lavorare su cose e fatti
di cui il pubblico di oggi è stato testimone” dice Jane Pavitt “abbiamo cercato di essere
bilanciati nel proporre gli oggetti simbolo di quest’epoca che si fronteggiò sul piano
della tecnica”. E così la Messerschmitt Kabinenroller KR 200, color argento, progettata
nel 1955 da Fritz Fend e prodotta a Regensburg, oggi potrebbe essere una city car
dallo stile retrò. A “Cold War” viene esposta accanto ad un altro pezzo di metallo grigio
scuro: la Vespa 125 di Corradino D’Ascanio prodotta dalla Piaggio nel 1951.
I due oggetti dicono con estrema sintesi il progetto del Victoria e Albert Museum di
Londra. “Cold War, Arte e Design nel mondo diviso 1945 – 1970” resterà al Mart di
Rovereto fino al 21 luglio poi prenderà il suo volo verso Vilnius in Lituania.
Per l’occasione è stato predisposto un ticket speciale che consente di visitare gratuitamente la mostra “Back to the moon” allestita al Museo Civico di Rovereto dal 21
maggio al 31 luglio 2009. (C. Perer)
In questa pagina: la “Sedia a Dondolo” di Cesare Leonardi
e Franca Stagi, un unico pezzo curvato prodotta da Elco
(1967) e conservata al Victoria and Albert Museum, Londra.
Al centro: il capo di stato sovietico Nikita Khrushchev e l’allora
vicepresidente americano Richard Nixon durante il “dibattito
sulla cucina” all’Esposizione Nazionale Americana di Mosca,
1959 (Associated Press Photos)
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Il televisore Videosphere, 1970, prodotto da JVC in
Giappone (Victoria and Albert Museum, Londra) - I
pezzi sono esposti alla mostra “Cold War” del Mart
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LE COLLEZIONI INEDITE DI TRENTO E TORINO
EGITTO MAI VISTO
CASTELLO DEL BUONCONSIGLIO, 30 MAGGIO – 8 NOVEMBRE 2009
Per la prima volta saranno esposte 40 pareti di sarcofago con geroglifici incisi e dipinti
che sveleranno i segreti di questa scrittura e permetteranno di riconoscere credenze
religiose e divinità. La mostra, che ha il coordinamento scientifico del direttore Franco
Marzatico, è una anteprima mondiale: vedremo davvero cose sinora mai viste, a oltre
cent’anni dalla loro scoperta.
Alcuni geroglifici sveleranno l’ascesa del culto di Osiride e la conseguente “democratizzazione” delle concezioni di accesso alla vita eterna, tipica di questa fase della
cultura egizia. In mostra si potranno ammirare anche due splendide vesti di lino in
uno stato di conservazione eccezionale.
Tra i pezzi intriganti spicca, per l’ottimo stato di conservazione, una mummia di gatto
(databile tra I secolo a.C.- I secolo d.C.) parte della collezione di proprietà del Castello
del Buonconsiglio.
A donarla al Municipio di Trento fu, nella prima metà dell’Ottocento, Taddeo Tonelli,
ufficiale dell’Impero Austro Ungarico.
Il gatto, animale sacro alla divinità Bastet, simboleggia il calore benefico del
sole. La divinità era venerata come protettrice della casa e della famiglia.
“Egitto Mai Visto” permetterà di ammirare oltre 800 affascinanti reperti di due collezioni
inedite, profondamente diverse tra loro: una proveniente dal Castello del Buonconsiglio
e l’altra dal Museo Egizio di Torino, l’istituzione museale più importante dopo quella
del Cairo. Quest’ultima si deve al grande archeologo Ernesto Schiaparelli, celebre per
la sensazionale scoperta della tomba di Kha, l’architetto del faraone Amenofi III.
Grazie ai materiali esposti (reperti, ma anche diari di scavo, lettere e documentazione
fotografica), è ricostruita la campagna di scavi fra il 1908 e il 1920 condotta a Gebelein
e Assiut, la mitica città dove, secondo la tradizione copta, si rifugiò la Sacra Famiglia
nella fuga in Egitto.
In mostra saranno proposti sarcofagi a cassa stuccati e con iscrizioni variopinte che
raccontano la vita della classe media, di amministratori provinciali e di piccoli proprietari terrieri nella provincia del Medio Egitto fra il 2100-1900 a.C. (fra Primo Periodo
Intermedio e Medio Regno).
I sarcofagi, alcuni dei quali ancora contenenti la mummia, saranno accompagnati da
tutti gli elementi del corredo funerario che venivano deposti nelle tombe: poggiatesta,
specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, vasellame, cassette in legno, modellini di
animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali.
I materiali documentano come l’artigianato ‘provinciale’ avesse raggiunto livelli artistici significativi dagli oggetti legati all’espressione del potere ai beni di lusso, come i
cofanetti da toeletta. Sarà quindi possibile ammirare la sorprendente capacità tecnica
degli egiziani nella lavorazione del legno, che fece di Assiut uno dei centri dove fu
raggiunto il massimo livello di espressione artistica. Era infatti un’epoca nella quale
l’indebolimento del potere faraonico centrale lasciò spazio ad espressioni artistiche
locali di straordinaria vivacità e originalità.
La mostra riveste una notevole importanza sotto il profilo scientifico, poiché affronta
per la prima volta lo studio completo dei materiali ritrovati dalla Missione Archeologica
Italiana, permettendo una ricostruzione filologica dei contesti funerari fino ad oggi
sconosciuti al grande pubblico.
Accanto a questa eccezionale raccolta, viene presentata la curiosa sezione egizia del
Castello del Buonconsiglio, costituita da oggetti mai visti prima d’ora, acquisiti nella
prima metà dell’Ottocento e conservati fino ad oggi nei depositi del museo.
Questa sezione rispecchia l’egittomania imperante all’epoca in tutta Europa e il gusto
collezionistico che spinse molti nomi eccellenti dell’aristocrazia, rapiti dal fascino delle
civiltà del Nilo, ad assoldare scienziati, esploratori (quando non avventurieri “predatori”
di antichità) per arricchire i musei privati. Ecco quindi che prevalgono oggetti stravaganti, carichi di valenze magico-religiose, da esibire nei salotti della nobiltà come
status-symbol o per creare stupore con risvolti esoterici.
Fra gli oggetti donati da Tonelli figurano centinaia di amuleti, soprattutto scarabei del
cuore (simbolo di vita eterna) eleganti monili in paste vitree colorate, due stele iscritte,
una splendida maschera funeraria in foglia d’oro, centinaia di modelli di servitori - detti
ushabty - deposti nelle tombe perché aiutassero il defunto anche nell’oltretomba. Non
mancano resti di mummie umane: mani e piedi strappati, traccia del florido commercio di polvere di mummia dell’Ottocento, per presunte proprietà farmacologiche e
afrodisiache.
La mostra è l’occasione per presentare i primi risultati delle ricerche e degli studi in
corso sui materiali della collezione conservata al Castello del Buonconsiglio. L’allestimento, a cura dall’architetto Michelangelo Lupo, consente al visitatore ricostruzioni
scenografiche di forte impatto. Sarà una sorta di viaggio alla scoperta di un capoluogo
di provincia dell’antico Egitto che per 4000 anni custodì i segreti della vita quotidiana
e dell’Aldilà. Il tutto è stato possibile grazie anche alle fotografie e alle riprese video
di un grande fotoreporter come Giorgio Salomon. (A. Ventura)
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In alto: “Scultura di gatto”, Epoca Tarda,
Torino, Soprintendenza Museo Egizio
Al centro: “Maschera Funeraria” ,XXVI
dinastia, Trento Castello del Buonconsiglio
A fianco: “Maschera da sarcaofago” XXVI
dinastia , Trento Castello del Buonconsiglio
Accanto al titolo “Mummia di gatto”
Epoca Tarda, Trento Castello del Buonconsiglio
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“INVERO- ADRIANO ECCEL DAL 4 APRILE AL 10 MAGGIO 2009 A PALAZZO LIBERA - VILLA LAGARINA
ECCEL, L’ARCHIVISTA INQUIETO
di ANGELA MADESANI
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In una nota di lavoro Italo Svevo scriveva che spesso il percorso di
uno scrittore è un unico lavoro, intorno al quale ruota tutto il resto
della sua produzione. Il riferimento era a ‘La coscienza’ di Zeno, che
costituisce il lavoro di una vita. Mi pare di potere affermare la stessa
cosa in ambito artistico per Adriano Eccel. Anche per questo artista
schivo, che vive e lavora lontano dal centro del sistema, c’è un’opera che rappresenta il cuore attorno al quale è ruotata e ruota la sua
ricerca, si tratta de ‘Il Codice Duval, Immagini private dall’archivio di
un museo immaginario’. Un lavoro la cui realizzazione lo ha impegnato
per otto anni e che oggi viene esposto nella sua completezza.
Carol Duval, è l’alter ego di Eccel, un personaggio creato dalla sua
fantasia, del quale è stata costruita una storia di vita. Si tratta di un
anziano fotografo, di origine francese, che da molti anni lavora alle
dipendenze di un museo d’arte americano, del quale cura, come archivista, la sezione di fotografia. È questo il legame con la storia personale
di Adriano Eccel e con la sua professione di archivista. Proprio come
lui, nei ritagli di tempo Duval si impegna nella sua vera passione, la
fotografia e stampa i negativi che riproducono gli originali di proprietà
del museo. Crea così delle tavole che costituiscono delle vere e proprie storie visive che possono essere lette a vari livelli: autobiografico,
storico-artistico, antropologico, sociologico.
Con impegno quotidiano e pazienza certosina, ne è venuta una sorta
di codice dell’anima. Un lavoro toccante e profondo che si trasforma
in memoria collettiva.
La prima tavola delle ventuno da cui è composto l’intero lavoro è l’unica
nella quale fa la sua comparsa il ritratto di Eccel. L’intero lavoro è realizzato in Polaroid, con un filo rosso da una tavola all’altra. Sembra di
cogliere una premonizione della sua scomparsa, una sorta di requiem
per questo oggetto che ha avuto un ruolo determinante nella sperimentazione artistica della fotografia. I temi fondamentali della fotografia sono
il nudo, la natura, gli animali. Ma c’è anche un chiaro riferimento alla
storia dell’uomo con Adamo ed Eva, che soli sulla faccia della terra, si
fotografano tra loro. I progenitori sono colti nella loro nudità come già
aveva fatto Masaccio, senza i trucchi un po’ stupidi di un moralismo
che li vorrebbe vestiti.
La morte, nel lavoro di Eccel, è un pensiero dominante, tutti dobbiamo
fare i conti con lei. Le tavole sono evocative di atmosfere e situazioni,
la colorazione tendente al seppia rimanda ad un altro tempo che non
è possibile fissare, perché è il tempo della testimonianza. La fotografia
del resto nella sua espressione analogica, è indice, traccia del reale. Più
di una tavola presenta delle immagini in sequenza, un modo di catturare il movimento. Non
a caso Eccel propone più volte il lavoro di Eadweard Muybridge, il grande fotografo inglese
del XIX secolo che si è occupato del movimento. Quelle alle quali ha dato vita Muybridge
sono sequenze di immagini di animali o persone in movimento, realizzate tramite l’utilizzo di
parecchie fotocamere azionate in sequenza. Fu così che pervenne a scoperte anche di fisiologia animale, in particolare di quella equina. Affascinate è la precarietà visiva con la quale
queste immagini vengono proposte, sporche, segnate, attaccate con lo scotch. Eccel riesce
a evocare la forza un po’ misteriosa di Muybridge, che in vita fu anche assassino per gelosia.
È la riproposizione di un mondo, di un sapore, di uno Zeitgeist, di uno spirito del tempo, che
nello specifico diviene tempo fotografico.
Eccel è affascinato dal concetto di passaggio di Muybridge, una sorta di “pre-cinema”. E così
Duval-Eccel diventa un alchimista delle immagini che opera quotidianamente in una solitudine
troppo rumorosa, e nel suo lavoro fa accenno a una sorta di codice, una mano tesa a fermare
il tempo, gli accadimenti. Il cielo dipinto fa riferimento all’apparenza delle cose. Il richiamo è
al mito platonico della caverna, che Eccel spinge verso la cecità delle ideologie, con esplicito
riferimento alle Brigate Rosse, momento ancora misterioso della storia italiana.
In un momento in cui trionfano trovate effimere usa-e-getta, il lavoro di Adriano Eccel va in
controtendenza: chiede lunghi tempi di osservazione e di riflessione. Un lavoro profondo che
si concentra sugli archetipi, sul senso dell’esistenza, sulla sua precarietà.
Adriano Eccel è nato a Bolzano (1956) ma vive e lavora a Trento.
Si è interessato di musica, pittura e grafica. Nei primi anni ’80
approda alla fotografia e sperimenta nuove tecniche. Risale
ai primi anni ‘90 “Vietato L’ingresso” entrato a far parte della
collezione permanente dell’Archivio Fotografico della Biblioteca
Nazionale di Parigi. Il Codice Duval, risale al periodo 1996/2002.
Nel 1995 Graphis International Fine Art Photography di New York,
lo ha collocato fra i più interessanti artisti della nuova fotografia
creativa Italiana. “Invero- Adriano Eccel, da Duval allo specchio
immaginario” è a Palazzo Libera dal 4 aprile al 10 maggio 2009
di Villa Lagarina (Tn) per iniziativa del Comune di Villalagarina
nell’ambito dell’articolato progetto triennale “ARTELibera. Palazzo Libera per l’arte contemporanea di Promart” (catalogo
Publistampa/collana Arte)
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editoriale | ho fatto un sogno | sentieri | la città ideale |
sentire il tempo | pre-sentire | sentito-visto | consenso-dissenso | sentimenti
LEVICO TERME SEDE DEL PRIMO CONGRESSO EUROPEO SULLA SALUTE E SUL TERMALISMO (8-9 MAGGIO 2009)
CURE SENZA FRONTIERE
di GUGLIELMO VASTO
Le prospettive di sviluppo per il termalismo saranno al centro di un congresso di portata europea che si terrà venerdì 8 e sabato 9 maggio 2009 (sala congressi del Grand
Hotel Imperial - Levico Terme). Ne sono promotori la Provincia Autonoma di Trento
e il Comune di Levico Terme. Sarà l’occasione anche per presentare il vincitore del
Premio Internazionale Pezcoller 2009 per la ricerca sul cancro assegnato all’italiano
Prof. Napoleone Ferrara da tempo stabilitosi a San Francisco.
“La nuova salute in Europa: cure per tutti senza frontiere e prospettive di sviluppo per
il termalismo” permetterà di dibattere le problematiche e lo stato di attuazione della
direttiva europea in materia di assistenza sanitaria transfrontaliera. Essere in un territorio privo di barriere mette infatti il cittadino europeo nelle condizioni di accedere ad
un unico livello di cure. Un diritto valido qui come in Lituania.
Salute e cittadinanza è del resto un tema di cronaca e il recente dibattito parlamentare
sul decreto sicurezza ha posto in rilievo anche i risvolti di politica sanitaria in presenza
di immigrazione clandestina.
Il convegno di Levico è rivolto a medici, manager in ambito sanitario e turistico, termalisti (da mesi sta lavorando un comitato scientifico composto da Giuseppe Zumiani,
Alberto Staffieri, Carlo Stefenelli, Gios Bernardi, Alceste Santuari). Ma oltre a discutere
di prestazioni transfontaliere si parlerà anche del nuovo sviluppo del termalismo in
Europa nonchè delle prospettive per il turismo legato alle cure termali. Il Trentino ne
è coinvolto a pieno titolo.
Basti qualche dato: il 2007 ha registrato quasi 30.000 accessi a cure termali. La parte
del leone la fanno Comano e Levico. Ma ecco i dati in dettaglio: le Terme di Levico
hanno registrato 10.863 utenti, a Comano 11.285, Pejo 1.989, Rabbi 1.371, la Fonte S.
Antonio di Caderzone 836, Terme di Dolomia Val di Fiemme 491 (dati forniti da APSS
Trento). E tutto questo senza contare i bagni di fieno che stanno acquisendo sempre
maggiori quote di utenza.
Quello che sfugge alla contabilità dei numeri è però il termalismo extra-moenia. Sono
molti i trentini che si rivolgono agli stabilimenti di Abano Terme, Chianciano Terme o
prendono il volo per il top che in Italia è rappresentato dai fanghi vulcanici dall’isola
di Ischia dove le acque hanno una radioattività utile ad uso terapeutico. “La clientela
trentina è per noi sempre più importante” riferisce Camillo Iacono manager del gruppo
termale De.Ar. Hotels operante con strutture di altissimo livello sull’Isola di Ischia. Nelle
acque di questo stupendo angolo d’Italia, la leggenda vuole che Giove abbia costretto
il gigante Tifeo a soffrire sotto l’isola.
Maria Curie nel 1918 si recò a Lacco Ameno con una commissione di scienziati per
studiare le sorgenti termali dell’isola d’Ischia e ne rilevò la particolare radioattività.
In questo luogo le acque minerali di origine vulcanica profonda, attraversano, per venire alla superficie, strati geologici contenenti depositi di sali radioattivi e si caricano
fortemente risalendo con tre caratteristiche eccezionalmente associate: forte salinità,
alta temperatura e fortissima radioattività.
Unico nel suo genere è il fenomeno delle Stufe di San Lorenzo. Chi si sottopone alla
cura compie un bagno a vapore d’acqua (per non più di 15 minuti) che attiva la circolazione cutanea, fa aumentare le pulsazioni cardiache e la respirazione: suda ma
sente un piacevole senso di frescura sulla pelle.
Trovano indicazione nell’obesità, nel reumatismo articolare cronico, nella insufficienza
renale e nelle gastropatie. L’editore Angelo Rizzoli ne fu così incantato che ad Ischia
in una monumentale villa, oggi divenuta museo, stabilì il suo buen ritiro e favorì lo
sviluppo turistico dell’isola.
Ma anche a Vetriolo (Tn) la natura ha prodotto qualcosa di singolare: acque arsenicali
ferruginose che sgorgano a 1500 metri uniche in Italia nel loro genere e con caratteristiche peculiari: hanno una forte acidità, una elevata concentrazione di ferro, presenza
in concentrazioni rilevabili, ma assolutamente non tossiche, di arsenico. Queste loro
doti determinano alcuni importanti effetti biologici: una importante azione disinfettante,
un’azione sulle mucose, un’azione detergente ed anche stimolante sulle cellule. Studi
clinici della Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università di Padova hanno certificato la
bontà delle inalazioni ed aerosol per l’incremento delle difese immunitarie delle prime
vie respiratorie. Hanno proprietà detergenti, antibatteriche e persino ricostituiscono
l’epitelio dell’irrigazione nasale.
L’Istituto di Reumatologia dell’Università degli Studi di Siena, ha invece confermato
la particolare efficacia delle applicazioni fangoterapiche sulle malattie degenerative
dell’apparato muscolo scheletrico, mentre la clinica ginecologica dell’Università di
Trieste ha certificato i benefici delle irrigazioni con acqua arsenicale ferruginosa delle
infiammazioni/infezioni croniche dell’apparato genitale femminile.
A Levico si cura anche la psoriasi che è una delle cure elettive anche delle acque di
Comano, il primo stabilimento per importanza del Trentino termale.
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Foto: APT Valsugana Lagorai Terme - Laghi - Levico Terme
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I-38068 Rovereto (Tn), via per Marco 14 - tel. 0464-022022 - www.nerocubohotel.it
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