Maria Jose’ Amato
Conosco Maria Josè, docente di lettere, e suo marito Paolo Mora dal 1993, l’anno in cui ho
fondato con molti amici ALUC, l’associazione dei laureati di Ca’ Foscari, alla quale lei ha aderito
sin dai primi mesi, diventandone per molti anni consigliere e punto di riferimento della Consulta
della Facoltà di Lettere e Filosofia.
La ritrovai poi, qualche anno dopo, al Parini, dove Alvise si era iscritto, ed ancora oggi ogni
volta che la incontro è come tornare a quegli anni. È proprio una cara amica impegnata nel
difficile mondo della scuola, in prima linea, come lei stessa scrive alla fine del suo prezioso
contributo.
Un viaggio a Courmayeur
Mi ritrovo a scrivere di Alvise che non c’è più tra coloro che vivono la quotidianità.
Alvise vive nei ricordi, nelle immagini, nei pensieri; io l’ho incontrato, l’ho conosciuto, stimato,
apprezzato, riconosciuto dal suo incedere in punta di piedi, per la sua voce “piccola”, per la sua
sensibilità. Chiedeva qualcosa al riparo degli altri, non voleva disturbare, troppo educato, troppo
per bene, forse un po’ d’altri tempi.
Con Alvise ho intrapreso qualche anno fa un viaggio a Courmayeur, si andava a premiare un
allievo che aveva svolto un tema sui diversamente abili, ed intorno a noi ve n’erano tanti.
1/2
Maria Jose’ Amato
Tutti discutevano, ridevano e scherzavano, all’inizio noi eravamo incuriositi, poi qualcuno ha
cominciato a socializzare. Alvise guardava tutti, ha aspettato che gli arrivassi “a tiro”, mi chiese
di leggere il tema che aveva sull’argomento, ma non aveva vinto.
Dissi che era significativo, che valeva per sé, non capii subito. Forse dopo, qualcosa di più:
Alvise voleva vincere, voleva essere riconosciuto, non sempre gli altri hanno orecchi che
percepiscono le piccole voci, gli sguardi sfuggenti, la cortesia, il rispetto. Troppo rumore intorno.
Incontro nel mio cammino degli altri, che non si chiamano Alvise, almeno per ora. Ma ci siamo.
Sto in all’erta, cerco di ascoltarli, hanno grandi ideali, ma il loro cuore, il loro modo di sentire è
quello di un bambino. Vanno sostenuti, bisogna parlare piano, sperare che questo possa
servire, servire perché trovino loro stessi, perché si accettino fra mille difficoltà, i mille disagi, ed
i vari insuccessi.
Non ho incontrato solo Alvise sulla mia strada, anche qualcun altro; io non vorrei più, ma
sembra che non sia possibile ed allora sono in prima linea.
Sono solo un’insegnante delle superiori, ormai non è proprio più tempo di trasmettere solo
contenuti didattici.
2/2
Scarica

Maria Jose` Amato - Fondazione Alvise Marotta