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AèA
AA
abruzzoèappennino
AprIlE/MAggIO 2014
1
abruzzoèappennino lA rIvIstA DEll’AppENNINO AbruZZEsE
AprIlE/MAggIO 2014
MAC EDIZIONI
01/14
www.abruzzoeappennino.com
Storia di copertina
Cocullo
Prima della festa. Storia di
un serparo
Raiano
All’ombra dei ciliegi in
fiore
Protagonisti
I cordai di Salle
Paesaggi
Storie e leggende delle
terre di confine
Sport e natura
Bike in libertà
Endurance
Rafting
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numero 1 anno 2014
Registrazione Tribunale di Sulmona
n. 3 del 13-12-2006
abruzzoèappennino
aprile
AèA
Abruzzo è Appennino
rivista trimestrale
dell’appennino abruzzese
spedizione in abbonamento postale
01/14
Direttore Responsabile
Antonio Di Fonso
Segreteria di redazione
Riziero Zaccagnini
Progetto Editoriale
Massimo Colangelo
Ufficio Stampa
Via Collegio dei Fabbri
Corfinio 67030(AQ)
email
[email protected]
ZoШdesign
Progetto grafico
Fotografia
Luca Del Monaco
Traduzioni
Marta Di Felice
Editoriale
3
Raccontare l’Appennino
Progetto pilota per la valorizzazione
dell’ambito montano
4
Cocullo Prima della festa.
Vita di serparo
7
Cocullo Il rito dei serpari
patrimonio dell’Unesco
10
All’ombra dei ciliegi in
fiore Carri, canti e prodotti
tipici della sagra di Raiano
12
Hanno collaborato
Marcello Bonitatibus
Pasquale D'Alberto
Bruno D'Amicis
Bianca Flagnani
Massimo Maiorano
Valeria Notarmuzi
Tommaso Paolini
Carlo Ravenna
William Santoleri
Piero Savaresi
Redazione "Terre"
Riserva Zompo lo Schioppo
Corde armoniche Le famiglie D’Orazio, Toro e la tradizione
dei cordai di Salle
16
REGIONE
ABRUZZO
Il Parco Nazionale
d’Abruzzo “Una storia da
tutelare, un presente da
valorizzare”. Conversazione
con il nuovo presidente
Antonio Carrara
27
Regione Abruzzo
L.R. 11-11-2013
Assessorato agli Enti locali
Progetto pilota
AbruzzoèAppennino
Comuni
Cocullo, Morino, Fontecchio,
Raiano, Pettorano sul Gizio,
Scontrone, Vittorito
Partner privati
Mac edizioni, TV6,
Associazione Paesaggi d'Abruzzo
www.abruzzoeappennino.com
stampa PUBLISH pre&stampa
Sambuceto (CH)
Taccuino di un fotografo
viaggiatore
20
Pratola. La festa di Maria
Misteri e pathos di una
tradizione
24
Moscufo. Il fascino chiaroscuro di Santa Maria del
lago
30
Conservare la natura Il
Piano di Gestione del SIC
Simbruini
34
Zompo lo Schioppo. La
riserva
naturale
35
Nelle terre di confine:
la Necropoli di
Campovalano
Il PineCube©
36
40
Endurance internazionale a
Vittorito
42
Castel Manfrino. Dove la
storia
incontra le leggende
44
Il Vinitaly abruzzese
47
Il tartufo di Campovalano 49
La piccola Atlantide di
Capodacqua Una scuola di
sub a Capestrano
50
Rafting sull’Aventino
Un’avventura straordinaria
per adulti e bambini
53
Il Wolf bike tour Turismo
natura: una proposta dedicata agli appassionati di bici
su strada
55
Bike. La “Strada Maestra” nel
parco Nazionale del Gran
Sasso
Monti della Laga
57
Trekking a Pizzo Intermesoli
Scenari suggestivi e grotte
da scoprire
59
Internet e banda larga: un
aiuto arriva dall’Unione
europea
63
5
LINK
8
Prima del rito Cocullo
Le serpi di Francesco Paolo
Michetti
Viaggiatori della valle del
Sagittario
Salle. Il Museo delle corde
armoniche
D’Orazio strings
Artisti della pietra
I tartufi
Macchia sole
Notte delle Paure
Abruzzo Rafting
La discesa
Raggiungere Pietracamela
18
19
30
49
43
43
53
53
57
Il mio borgo. Contest
fotografico
57
9
9
5
Redazione
Massimo Colangelo
Luca Del Monaco
Giuliana Susi
Riziero Zaccagnini
Papa Celestino e gli eremi
della Majella: una mostra a
Roma
58
L’ultima estate Storia di due pastori della Maiella
64
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Editoriale
di Antonio Di Fonso
Il nuovo numero di
Abruzzoèappennino ha
scelto le feste religiose e i
riti popolari come storie
di copertina: da Cocullo,
dove la tradizione dei
serpari ha assunto ormai
rilievo e riconoscibilità
internazionale, a Raiano,
la cui festa delle ciliegie è
un esempio di vitalità
culturale e promozione
turistica.
Anche i percorsi si
ricollegano alla
religiosità, inneggiata nei
momenti collettivi e
arcaici di Pratola Peligna,
attesa nella penombra del
santuario di Moscufo,
avvertita nelle processioni
rupestri di Gioia dei
Marsi, intuita negli antichi
cammini di flagellanti e
questuanti sulle strade
dell’Abruzzo medievale.
Al racconto delle
tradizioni, al viaggio
indietro nel tempo alla
riscoperta di un
patrimonio culturale si
affianca il report sulle
tecnologie e sugli scenari
istituzionali, di cui il primo
di una serie di articoli
dedicati allo stato di
salute dei nostri territori
protetti propone
un’intervista al nuovo
presidente del Parco
nazionale d’Abruzzo, il
più antico e prestigioso
dei parchi italiani.
Uno spazio importante è
dedicato ai protagonisti,
a coloro che hanno scelto
di fare della loro abilità,
tramandata da
generazioni e spesso
patrimonio esclusivo di un
sapere artigiano, un
investimento sul futuro: la
storia dei cordai di Salle
è un innesto perfetto di
storia familiare e qualità
dell’offerta.
I paesaggi e i cammini
sono incardinati dalle
terre di confine della
provincia teramana, tra
necropoli e castelli,
leggende e storia locale.
La vitalità della vacanza
natura si ritrova nei
sentieri da fare con le bici
da strada e da
montagna, mentre le
forme più diverse di
espressione del tempo
libero, dall’endurance
alla scuole di sub di
Capodacqua,
rappresentano alcune
delle tendenze che
abbiamo proposto nelle
rubriche dedicate allo
sport e alla natura, a cui
si aggiungono i consueti
trekking, dotati di scale
cartografiche e schede
tecniche, che i nostri
collaboratori hanno
percorso appositamente
per i lettori.
Infine l’enogastronomia,
le tipicità, i ristoranti di
territorio che propongono
i prodotti della loro cucina
e la sapienza di ricette
rispettose della tradizione
hanno trovato spazio,
curiosità e attenzione nelle
pagine a loro dedicate:
da segnalare il resoconto
sullo stato di salute dei
vini abruzzesi dopo il
recente Vinitaly.
Un numero di 64
pagine, di racconti e
reportage, di testimoni e
protagonisti che è stato
costruito dalla nostra
redazione anche con la
collaborazione degli
artefici del progetto pilota
dedicato all’Appennino:
dai comuni che hanno
aderito alle associazioni,
ai volontari e alle
cooperative - è
interessante a questo
proposito la
collaborazione con Terre
che gestisce la Riserva
naturale di Zompo Lo
Schioppo – , dai partner
ai tecnici professionisti
che a vario titolo, nella
televisione e nei social
network, si occupano di
comunicazione, e hanno
come noi il medesimo
intento editoriale:
raccontare e far
conoscere la regione
dell’Abruzzo montano.
AbruzzoèAppennino has
chosen religious festivities
as subject for the new issue.
Cocullo’s Serpari (namely
snake keepers) and
Cherries Festival in Raiano
are the cover stories, while
the pilgrimage to the
Madonna della Libera
Sanctuary in Pratola Peligna
appears to be one of the
most anticipated itineraries
of the season, to which the
indistinct shade of the
“Madonna of the Lake”’s
church in Moscufo adds on
a charming light.
Besides the first series of
reports about the state of art
of our cultural heritage, you
can also find the interview
to the newly appointed
President of the National
Park of Abruzzo.
Among main articles, the
story of Salle’s strings manufacturer is a beautiful tale of
some great quality productions obtained thanks to the
appreciated ability of a
small family business.
Landscapes and itineraries
of the province of Teramo
lead us to the various
necropolises and castles,
legends and local history.
The bright vitality of holidays to spend into nature is
represented by some classical paths to be hiked or to
be followed through with
mountain bikes, and by several different free time activities, as the annual
endurance horse race and
the scuba diving school in
Capodacqua.
In conclusion, from the prestigious showcase of Vinitaly,
an account about the state
of art of wine production in
Abruzzo.
2
3
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C
Raccontare
l’Appennino
Progetto
pilota per la
valorizzazione
dell’ambito
montano
di Carlo Masci
Assessore regionale agli
enti locali
4
ON I SUOI
BORGHI, le sue
memorie storiche,
le bellezze
paesaggistiche, le offerte
enogastronomiche la
montagna è un
patrimonio inestimabile.
Diffonderne le peculiarità,
farne conoscere le
prerogative, raccontarne
le risorse è un dovere
istituzionale, un compito
che l’amministrazione
regionale ha deciso di
assolvere, con serietà e
impegno. In questa
prospettiva la regione
Abruzzo e l’Assessorato
agli enti locali hanno
promosso mediante
bando di concorso un
progetto pilota che
avesse come obiettivo la
costituzione di un sistema
integrato di informazione,
finalizzato proprio alla
valorizzazione
dell’Appennino
abruzzese. Il progetto
vincitore è risultato quello
di AbruzzoèAppennino,
che ha visto la
costituzione di un
partenariato pubblico e
privato formato da sette
comuni e tre soggetti
privati: Cocullo,
Scontrone, Fontecchio,
Pettorano sul Gizio,
Raiano, Vittorito e
Morino, i comuni; Mac
edizioni, che pubblica la
rivista
AbruzzoèAppennino,
Tv6, che produce i
programmi “Talenti e
territori” e “Tentazioni dei
territori”, e l’associazione
Paesaggi d’Abruzzo,
operatrice nel settore del
social network e della
web community.
Un progetto integrato che
non soltanto unisce
amministrazioni pubbliche
e operatori privati, ma si
propone anche di far
dialogare linguaggi e
forme diverse di
comunicazione, dalla
stampa alla televisione al
web. Sostenere la
promozione del territorio
partendo dal basso, dai
territori e dagli
amministratori locali è in
filigrana il motivo che ha
indirizzato la scelta di
dare vita al progetto
pilota; riconoscerne le
professionalità che da
tempo negli ambiti locali
si erano distinte nella
promozione del territorio
montano è il secondo
esplicito intento.
Il progetto è pensato
come una rete in cui gli
operatori della
comunicazione
raccontino storie, talenti,
percorsi, paesaggi,
memorie e tradizioni
avendo come interlocutori
proprio chi opera e
lavora nelle comunità
della montagna: le
associazioni, i produttori,
le cooperative.
Solo in questo continuo e
fertile dialogo si potrà
illuminare la miriade di
risorse locali che brillano
nel territorio dell’Abruzzo
appenninico,
promuovendo e
valorizzando al meglio le
nostre eccellenze.
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COCULLO
Prima della festa. Storia di un serparo
testi di
Antonio Di Fonso
Foto
Luca Del Monaco
IL
GIORNO PIÙ ATTESO DELL’ANNO A
COCULLO è il primo
giovedi di maggio. Quella
mattina davanti a migliaia
di turisti, curiosi e fedeli la
statua di San Domenico
ondeggerà carica di serpi,
sfilando lungo le stradine
del paese, in una ritualità
antica che rimanda alla
tradizione pagana, fatta di
gesti e preghiere, sacrifici
e devozioni indirizzati ai
capricci della volubile dea
Angizia, protettrice e
dispensatrice di balsami
antivipera, rimedio e conforto di un popolo ubbidiente. Il giorno più atteso
di Massimo Mascioli, giovane serparo di Cocullo,
invece è il primo sabato di
metà marzo, in una mattinata fredda e umida, in
cui stillano ancora di brina
i ciglioni dei sentieri intorno
al paese, quando finalmente come ogni anno comincerà la sua caccia ai serpenti. «Non esistono
bastoni particolari, non ci
sono zone specifiche. I
serpenti sono dappertutto.
E per scovarli ci vuole
occhio ed esperienza:
nient’altro».
Tra i serpenti, i veri protagonisti del rito, quelli che si
mostrano sinuosi e sibilanti
davanti alle macchine fotografiche e agli smarth
phone dei turisti il giorno
della festa di San
Domenico, ci sono anche
quelli che ha catturato
Massimo, i “suoi serpenti”,
scovati con pazienza e
abnegazione dentro le
macchie e i boschi. Le antiche virtù di una passione
che discende dalla famiglia e che lui ha assorbito
sin da piccolo, quando
seguiva le orme del padre
Mario, si tramandano sempre: “È una passione nata
tanti anni fa, frequentavo le
scuole medie, andavo con
mio padre e con gli altri
serpari anziani.” Parla
come un veterano, dietro
un sorriso timido nasconde
i suoi ventisei anni e una
orgogliosa consapevolezza del “mestiere” di cacciatore di serpi. “Ci sono
tante specie, a prima vista
possono sembrare uguali.
Ma l’occhio esperto sa
riconoscerli. Il saettone, per
esempio, quello più grande, si trova in zone d’erba, esce più facilmente
dopo la pioggia. Ma si
nasconde anche nei prati,
nei campi coltivati, negli
uliveti. Il cervone, invece,
che noi chiamiamo “capitone”, preferisce le zone
rocciose, i muretti a secco
di pietra: sono i serpenti
più docile, quelli che ricoprono la statua del santo”.
Spiega le diverse specie,
attento alle parole, corregge le diffuse banalità e i
luoghi comuni che si sentono dire sui rettili, sul veleno: «Nessuno dei serpenti
è velenoso. Qualche esemplare è più aggressivo,
come il biacco, la “serpa
nera”. Altri sono rari ed è
difficile reperirli, come la
coronella. Oppure ci sono
quelli acquatici, come la
natrice».
Si intrattiene sulle tecniche,
ribadisce che non esistono
strumenti o bastoni da rabdomanti delle serpi, al
massimo si può ricorrere
alla forcina classica “quando un serpente non si rie-
6
AEA_2014_v10_definitivo.qxp_Layout 1 05/05/14 11:00 Pagina 8
89
che non è abituato alla
collana di serpenti, tradisce un qualche imbarazzo:
ma nessuno sviene, eccetto, forse, i serpenti”.
The first Thursday in the
month of May, is “The” most
anticipated day of the year
in Cocullo. On that morning, thousands of tourists,
curious and believers will
observe the statue of S.
Dominique, completely covered with snakes, taken into
procession across the streets
of the village.
The most anticipated day
for Marco, a 26 years old
“serparo” (i.e. snake keeper) in Cocullo, is instead a
chilly and soggy morning
when, as every year, he
eventually goes for his
snakes hunt.
He is passionate about this
family tradition, which he
has been involved in since
he was little, following into
his father’s footprints.
He is certainly led by passion, but also a certain
degree of experience is
needed when he goes in
search, finds and catches
the different species of
snakes living in the territory.
His only tool is a snake
catcher attached at the far
end of a wooden stick.
Luckily, venomous snakes
are not requested to be
captured.
Within a hunt season,
approximately March to
April, Marco usually can
seize about 20 snakes,
innocuous and not venomous, and all of them are
temporarily kept inside
hand-built cases, especially
assembled for this event.
After S. Dominique’s procession has ended, the reptiles
adorning the statue are
released back into nature.
5
Prima del rito Cocullo
“Cocullo è un piccolo
paese che conta meno di
trecento abitanti e come
molte altre comunità
dell’Abruzzo montano ha
conosciuto nel corso dei
decenni il drammatico
fenomeno dello spopolamento. I nostri giovani partono oggi per le medesime
ragioni per cui sono partiti
i nostri nonni nel passato,
e i loro padri prima di allora, vale a dire la ricerca di
una opportunità di lavoro e
di migliori condizioni di
vita. Come Comune di
Cocullo crediamo che per
far rifiorire i piccoli centri
si debba stimolare l’economia locale e potenziare l’offerta ricettiva. Ma soprattutto è necessario puntare
sul patrimonio culturale,
valorizzandone le tradizioni
popolari – quali il culto di
San Domenico e il rito dei
serpari – nonché le eccellenze locali, il patrimonio
enogastronomico e le suggestioni paesaggistiche. In
questo modo aspiriamo ad
intercettare le esigenze di
un turismo di qualità, interessato alla storie e alla
cultura di un territorio oltre
che, naturalmente, alla sua
bellezza”.
Loreta Risio
Assessore alla Cultura,
Comune di Cocullo
5
sce a prenderlo perché è
rintanato sotto una pietra o
nel fondo di un roveto”.
Marco lavora, ha impegni
familiari eppure tutti i fine
settimana dalla metà del
mese di marzo fino alla
sera dell’ultimo giorno utile
che precede la festa lui è
a caccia: batte i sentieri,
sale e scende piccoli colli,
fruga con l’occhio attento,
ascolta i “frusci e gli stecchi” , come direbbe il
poeta, che per lui non
sono simboli o allegorie di
presenze divine, non intercettano passi cadenzati
della dea che vuole rivelarsi, ma suonano semplicemente come richiami al suo
fiuto di cacciatore, perché
“il serpente si sente arrivare
e il rumore è il primo
segnale, lo aspetto e lo
riconosco”.
In una stagione riesce a
catturare una ventina di
serpi, le sistema in teche
artigianali costruite con
sapienza e dedizione, e
quindi dopo la processione
di San Domenico le libera.
“Le lascio andare”, aggiunge con un sorriso di soddisfazione e d’intesa come
se quel gesto magnanimo
rinsaldasse ancora di più il
legame con i serpenti,
quasi a ritrovare il ringraziamento finale alla loro
funzione salvifica e rituale.
Un atto di fede che i serpari vogliono stringere con
gli animali, nel misterioso
connubio che si rinnova
diverso, inedito eppure millenario nella sua dimensione.
Gli chiedo alla fine una
curiosità, se ha qualche
episodio particolare da
ricordare. “L’anno del terremoto, quello del 2009. La
notte tra il sabato e la
domenica prima della
scossa presi parecchi serpenti. Anche gli altri serpari ne portarono a casa tantissimi. Si trovavano facilmente, stavano fuori dai
nascondigli. Come se
avessero sentito il segnale
d’allarme lanciato dalla
terra”.
Un mestiere sapiente e
antico, quello del serparo,
un prima della festa che
restituisce l’importanza
dovuta ai piccoli rettili che
faranno la loro passerella
nella processione in piazza. Tornano in mente le
parole che scrisse Giorgio
Manganelli, commentando
il rito: “I cocullesi prestano
i loro sacri serpenti ai turisti
che vogliono farsi fotografare carichi di onesti rettili.
Il cocullese si riprende il
serpente. Magari il turista
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Le serpi di Francesco Paolo
Michetti
Il dipinto che sintetizza il culto
dei serpari fu presentato all’esposizione universale di Parigi del
1900 e fu eseguito in breve
tempo. La scena riproduce un
momento della festa che l’autore
riprese fotograficamente in occasione di una gita a Cocullo che
egli fece in compagnia di
Gabriele D’Annunzio e
Costantino Barbella. L’esecuzione
si avvalse delle numerose fotografie che Michetti scattò per
documentare anche i particolari
della cerimonia. Fotografie che
l’autore dispose come un puzzle
sul bozzetto fino all’esito finale
della scena. Il soggetto ritrae
San Domenico e i serpari durante la processione. L’opera, su
tela in pittura a tempera, misura
in altezza cm. 380 e in larghezza cm. 970; è collocata nel
Museo Francesco Paolo Michetti
di Francavilla al Mare.
Viaggiatori della valle del
Sagittario
Da Cocullo si raggiunge facilmente Anversa e Castrovalva,
lungo la valle del Sagittario,
seguendo la strada paesaggistica che conduce a Vilallago e
Scanno. In questo breve tragitto
diversi e suggestivi incontri d’autore hanno sigillato la bellezza
arcaica e scontrosa dei luoghi,
diventando pagine d’autore,
immagini d’artista e letteratura di
viaggio. Dallo stesso immancabile vate D’Annunzio che trovò
l’ispirazione tra valloni verdi,
boschi e botri per alcune
ambientazioni teatrali, come La
fiaccola sotto il moggio, o le percorse nelle scorribande a cavallo
alla ricerca delle “terre ferine”,
che torneranno in alcuni suoi
romanzi, come Il trionfo della
morte e Le vergini delle rocce.
Ma anche i viaggiatori del
grand Tour si soffermarono su
Anversa e Castrovalva, dalla
Canziani a Lear, lodando i luoghi e le genti, quintessenza di un
Abruzzo a metà tra il primitivo e
il romantico. Infine la frazione di
Castrovalva è stata immortalata
in uno dei paesaggi più celebri
di Escher, divenuta una sorta di
icona della figurazione del
geniale artista olandese.
20
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Cocullo
Il rito dei serpari patrimonio dell’Unesco
testo di Pasquale D’Alberto
foto archivio Synapsi Edizioni/G. Cocco
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I
L RITO DEI SERPARI di
Cocullo, una delle manifestazioni misterico-religiose abruzzesi più famose a
livello nazionale ed internazionale, ha iniziato il suo
percorso per il riconoscimento, da parte
dell’Unesco, come “patrimonio immateriale dell’umanità”. Dapprima il
riconoscimento, da parte
della Regione Abruzzo,
come “manifestazione e
giacimento culturale di alto
valore”, il 22 gennaio
2013. Poi l’impegno da
parte del vicepresidente
del parlamento europeo,
Gianni Pittella, nel convegno del 29 aprile 2013,
dell’inserimento del Rito nell’ambito dei sostegni previsti dalla “Convenzione di
Faro”, che sottolinea le
radici popolari nell’evento.
Ed ancora: il sostegno da
parte della diocesi di Valva
e Sulmona, tramite il vescovo Angelo Spina (e da
parte della Conferenza
Episcopale Abruzzese e
Molisana), “purchè si salvaguardi l’equilibrio tra
l’aspetto laico/culturale e
gli aspetti religiosi profondi”, che caratterizzano la
manifestazione cocullese.
La costruzione, anche
come accoglimento di que-
sta raccomandazione, del
“percorso della devozione
a San Domenico Abate”,
che coinvolge cinque
regioni (Abruzzo,
Lazio,Umbria, Molise e
Campania) e che si concretizza in decine di confraternite molte delle quali
si ritrovano a Cocullo in
occasione della festa del
1° maggio. Ed infine, la
convocazione annuale
della convention “Cocullo
for ICH (Immaterial Cultural
Heritage)”, che raduna nel
centro peligno antropologi
di tutta Italia per la certificazione delle radici popolari del rito attraverso un
processo di inventario partecipato, per confrontare
analisi ed opinioni e per
dare valore ai contenuti
raccolti nel Centro di
Documentazione per le
Tradizioni Popolari. Un
centro che raccoglie un
archivio con la documentazione delle maggiori manifestazioni della cultura
popolare italiana; una
biblioteca arricchita dalle
tesi di laurea del professor
Alfonso Di Nola, antropologo scomparso nel 1997,
cittadino onorario di
Cocullo, a cui è intitolato il
centro; una emeroteca;
pergamene del 6/700
restaurate; la mostra multimediale; la mostra erpetologica, concretizzazione
visiva del “progetto di tutela della specie”, portato
avanti dagli erpetologi
Ernesto Filippi e
Giampaolo Montinaro. Il
centro è visitato, ogni
anno, da decine di scolaresche dell’Italia centrale.
Queste le tappe realizzate
fino ad ora per dare visibilità al percorso di riconoscimento Unesco. Ora è
iniziata la fase che dovrà
portare alla concretizzazione della proposta, al salto
di qualità. La ricerca del
sostegno da parte del
Governo italiano, tramite
l’impegno del sottosegretario Giovanni Legnini. La
sistematizzazione dei contenuti in un “portale” a
sostegno della proposta. A
questo stanno lavorando le
antropologhe Lia
Giancristofaro e Valentina
Zingari, affiancate da studenti delle loro università
(Chieti e Perugia) e l’Unpli
(l’Unione nazionale delle
Pro Loco) tramite il dirigente nazionale Gabriele
Desiderio. Contenuti che
dovranno giungere dalle
testimonianze dirette dei
protagonisti dell’evento (serpari, membri delle confra-
ternite, cittadini comuni,
associazioni, portatori di
interesse vario). «Siamo
convinti – sottolinea il sindaco di Cocullo, Nicola
Risio – che il riconoscimento da parte
dell’Unesco, se arriverà,
come ci auguriamo, sarà
un fatto che darà visibilità
a tutto l’Appennino abruzzese e non solo, con profonde ricadute positive
dal punto di vista turistico
e culturale. Il nostro –
aggiunge – è un progetto, quindi, che dovrebbe
stare a cuore all’intera
Regione, oltre che alla
nostra piccola comunità
cocullese. Speriamo di
riuscire a fare squadra».
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C
ESTE RICOLME DI CILIEGIE SUGLI AVAMBRACCI,
adulti e bambini in abito d’epoca, carri allegorici, ornati
da rami di ciliegie intrecciate con ciuffi di ginepro, sfilano trainati dai buoi per le strade del paese tra ali di folla, con
il carico di storia e sapori della terra peligna. Tutto intorno i
colori della primavera che diventa estate. Il suono dei balli di
tanti anni fa, una vecchia canzone abruzzese, usi e costumi di
un popolo e una festa lunga cinquantanove anni.
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12
All’ombra dei ciliegi in fiore
Carri, canti e prodotti tipici della sagra di Raiano
di Giuliana Susi / foto archivio Amaltea
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È
5
Il 18 Maggio a Raiano si
celebrano i festeggiamenti in
onore del patrono San
Venanzio. Santo martire
caro a questi luoghi, dove
sorge il suggestivo eremo,
immerso negli scenari naturali meravigliosi, disegnati
dalla potenza del fiume
Aterno, incastonato tra rocce
e anfratti delle Gole dedicate al giovane Venanzio, il
quale convertitosi al cristianesimo, si rifugiò in questi
ambienti, prima di essere
arrestato e martirizzato. La
chiesa, legata al culto del
Santo, è meta di pellegrinaggio, per toccare, secondo
tradizioni, le impronte miracolose lasciate dal Santo
il tempo delle ciliegie
a Raiano. Si apre la
stagione delle sagre
popolari che riporta in
auge radici e identità di
una comunità. Non esiste
modo migliore di riscoprire
un territorio se non attraverso i prodotti della propria
terra, facendo rivivere la
bellezza delle tradizioni,
nelle rassegne dei costumi
antichi e delle poesie
popolari, con canti folklorici e manifestazioni, in una
miscela di storia, cultura e
spettacolo, coniugando
passato e presente, invitando, soprattutto negli ultimi
anni, delegazioni dei
paesi limitrofi con le loro
usanze e peculiarità.
Nella passata edizione, tra
le strade raianesi hanno sfilato Navelli, con il suo
“Palio degli asini”, Villetta
Barrea, con la “Dodda”, e
ancora Goriano Sicoli raccontando “Santa Gemma”
e Sulmona la “Giostra
Cavalleresca”. Antiche e
moderne tradizioni che si
rinnovano in una mescolanza di riti, eventi e credenze, offrendo ai tanti turisti e
visitatori, che annualmente
si lasciano ammaliare dall’irresistibile richiamo della
regina indiscussa di
Raiano, un’immagine agreste fatta di storia e genuinità. La sagra delle ciliegie
torna con tutta la forza
della sua tradizione, rinnovando l’appuntamento per
il 2014, il 7 e 8 Giugno,
a cura del gruppo “Raiano
Eventi”, in collaborazione
con le tante associazioni
locali, con il supporto
dell’amministrazione comunale, della Riserva delle
Gole di San Venanzio e
dell’associazione Ephedra.
“Cerase i chente/ che
nascete a Raiane/ d’assai
luntane/ rechiamete la
gente”. È la strofa di un’antica canzone firmata da
Ottaviano Giannageli, studioso, scrittore e poeta, al
quale si deve la nascita
della manifestazione tutta
raianese. Chiamata
Maggiolata, ai tempi
d’esordio, svolgendosi nel
periodo dei festeggiamenti
in onore del patrono San
Venanzio, prese, poi, il
nome di sagra, slittando a
Giugno, in quanto le ciliegie non sempre arrivavano
alla giusta maturazione nel
mese mariano. Edizioni
scandite dai preziosi libretti, che, di volta in volta, ne
raccontano la storia, con
foto e testi delle canzoni
dei cori d’autore, come
“Raiane Cante”. Da diversi
anni, la copertina è dedicata al disegno vincitore
del concorso nazionale per
le scuole, alle prese con
elaborati incentrati proprio
sulla ciliegia, pronti per le
premiazioni che avvengono durante la manifestazione. Addobbato a festa,
con colori e sagome che
richiamano la ciliegia in
tutti i suoi aspetti, un gremi-
to corteo segue la carovana lungo l’antico tratturo,
dall’ingresso del paese fino
a piazza Postiglione.
Proprio qui da dieci anni si
svolge la fiera
dell’Agroalimentare, dove i
protagonisti sono le prelibatezze tipiche locali, con
stand, banchetti e scenografia ad hoc, restituendo i
luoghi e i sapori di una
volta, lasciando che a contagiare i numerosi visitatori
sia quell’odore di terra
sana e genuina, fatta di
fatica, di mani forti e ruvide. Anziani seduti alla seggiola sul ciglio della strada
sorridono e salutano il forestiero, tra ricordi e memorie dei primi anni del
dopoguerra quando la
sagra era ai primi passi.
Una manciata di ciliegie
nella mano, mentre si cammina tra la folla, rapiti da
quell’irresistibile “una tira
l’altra”, due piccioli uniti
come orecchini sui lobi di
bambine, si assaggia, si
degusta, si comprano ciliegie, mentre scorrono le
note di canzoni abruzzesi
e dei cori folklorici, leitmotiv della festa, anima pulsante dell’evento fin dalle
origini con i canti d’autore,
memorie storiche del
paese. E c’è anche chi,
intorno a un tavolino, tra
una ciliegia e una canzone, giocando a carte
approfitta per scartare una
figura e prendere l’asso,
mentre davanti sfila la
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Raiano è anche il paese
in cui si produce l’olio
della varietà Rustica e
Gentile, che caratterizza
la Valle Peligna, vantando tre frantoi tra i sette
del territorio
(Agripeligna, Tiberi e
Ansape). Fu il primo nel
2006 ad ospitare il
“Frantolio”, convegno itinerante sull’extravergine
legato al concorso che
premia il Buon Olio
Peligno, a cui anche gli
ovicoltori e i frantoiani
raianesi partecipano ogni
anno con successo.
5
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15
modernità riproponendo
usanze e cantori del tempo
che fu. È la semplicità
della vita quotidiana che
prorompe nella manifestazione che si fa risorsa
importante, culturale ed
economica, finalizzata alla
promozione del territorio.
La coltivazione del ciliegio ha avuto un ampio
sviluppo del nostro territorio spiega il sindaco
Marco Moca, aggiungendo che le famiglie raianesi
vendevano le ciliegie delle
proprie piante, in un grande mercato nella piazza
del paese, dando così vita
alla Maggiolata. Novità
quest’anno la festa dei
Ciliegi in fiore, anteprima
della sagra di Giugno,
una sorta di gita nel ciliegeto dai bianchi rami, che
conta 400 alberi, organizzata dalla Cooperativa
Ephedra di Raiano, in collaborazione con l’associazione “La Città del Sole”,
al fine di riscoprire lo stare
insieme immersi nelle campagne peligne. Da qualche anno, infatti, anche
attraverso la Riserva Gole
di San Venanzio, sono stati
riconvertiti alla coltivazione
di ciliegi diversi terreni del
territorio, da sempre fertili
per questa produzione.
Grazie alla cooperativa
Ephedra e alla Riserva da
qualche anno sta tornan-
do l’opera di rilancio
della coltivazione e della
produzione locale delle
ciliegie di Raiano spiega
il Consigliere comunale
Merilisa Zitella, raccontando, con grande entusiasmo
e soddisfazione, il lavoro
di sinergia delle associazioni del posto, con le
scuole del paese, coordinate da “Raiano Eventi”,
che dura tutto l’anno.
D’inverno si preparano i
progetti dei carristi, che
vengono esaminati e plasmati, sfoggiando creatività
e maestria figlie delle abili
mani di artigiani e semplici
appassionati raianesi,
insieme all’entusiasmo dei
bambini dell’istituto comprensivo. Creando, così,
ogni anno, un numero sempre maggiore di partecipanti al colorato corteo
che porta in trionfo per le
strade di Raiano la ciliegia, tra cultura, tradizione
e innovazione.
Since 59 years, Raiano is
celebrating the awakening of
springtime as the famous
Cherries Festival takes place.
Known as “Maggiolata” in
the early days, while usually
was held in conjunction with
the celebrations dedicated to
the patron Saint Venanzio,
the name was later changed
into Cherries Festival as the
event was postponed to June,
since cherries could not
always be reaching their full
ripening within May.
Again, this year on 7th and
8th June, adults and children
dressed up in typical 18th
century village’s costumes will
parade carrying cherries-full
baskets at their arms, walking
among floats pulled by ox
and decorated with cherry
tree branches. Everyone will
be dancing again the old
folk tunes and reviving the stories of tradition, reciting
ancient poems in the old
dialect of the fathers.
Since the last edition, the
parade has seen some new
participants, a few delegations from other local festivals.
Contemporarily to the
Cherries Festival, Raiano as
well hosts the agricultural and
food local fair, where all the
typical and local delicacies
act as main attractions, taking
all the visitors back in time to
taste the ancient flavours.
Every year, the Festival is also
evoked in a precious booklet
recounting of each edition’s
stories, calendars and events
through photos, lyrics and
choir’s performances.
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corde
armoniche
Le famiglie D’Orazio, Toro e la tradizione dei cordai di Salle
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testo
Riziero Zaccagnini
foto
Luca del Monaco
Via delle corde armoniche.
Un nome evocativo,
memoria degli anni in cui
in paese “non c’era
famiglia che non avesse un
cordaro”. Siamo a Salle,
piccolo borgo
dell’entroterra pescarese. In
una foto dei primi anni
Sessanta esposta al museo,
due ragazzini corrono i
venti metri su e giù, la
mano stretta in una presa
di carta vetrata,
“giocando” a levigare le
corde tese tra due alberi:
erano cinghie di
trasmissione, prodotto
secondario degli scarti di
lavorazione del budello per
fili di sutura chirurgica,
tennis e, soprattutto, corde
per strumenti musicali.
Dietro i ragazzi, la foto
ritrae Enrico D’Orazio,
figlio di Donato, maestro
cordaio di fama
internazionale, medaglia
d’oro e gran diploma
all’esposizione di Parigi nel
1910.
Rientrato negli anni
Settanta dagli Stati Uniti,
Enrico fu, assieme al
fratello, tra i pionieri in
Italia del nuovo corso
inaugurato oltre oceano,
affiancando alla
produzione in budello
ovino e bovino, la
fabbricazione di corde in
metallo per strumenti
moderni. Nel 1985, con
la scomparsa di Enrico, il
definitivo abbandono del
budello.
Oggi sua figlia Rosanna è
l’ultima discendente di una
famiglia di cordai le cui
origini risalgono almeno al
1654, anno del primo
documento esistente in cui
è citato un De Orazio
Thomas, lavorante
“cordaro”. Il laboratorio
alle porte del paese è
ormai chiuso. Tutta la
produzione si è spostata a
Campo di Fano (frazione
di Prezza, provincia
dell’Aquila). «Un
trasferimento dovuto a
esigenze familiari. Ma la
residenza la conservo a
Salle», ci tiene a
sottolineare Rosanna. E gli
occhi tradiscono un timido
orgoglio, quando nel
piccolo ufficio, ci mostra
documenti e immagini che
raccontano la storia di
famiglia.
Una storia di partenze e
ritorni, storia di
emigrazione, di fortune
insperate e sogno
americano. “Carissimo
compare…puoi inviarmi le
corde in budello bianco
(…). Fammi fare bella
figura”; queste le parole
scritte in una lettera a firma
D’Addario inviata a Enrico
D’Orazio.
«I D’Addario, sallesi anche
loro, non erano produttori
di corde, all’inizio le
compravano dal nonno di
Rosanna – ricorda suo
marito Alessandro. - Oggi
sono i titolari della più
grande azienda del
settore, con oltre mille
dipendenti negli Stati
Uniti».
Storia comune a tante case
di produzione di corde
musicali, Galli di Napoli,
La Bella di New York, tutte
di origine sallese. «Salle
era e doveva rimanere la
capitale mondiale delle
corde armoniche. Ma la
storia è andata
diversamente». Complice
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Salle. Il Museo delle corde
armoniche
“L’unico capitale d’industria, in
questa terra di Salle, si è quello del
lavoro delle corde armoniche”. Così
leggiamo nella riproduzione della
“Relazione sulle industrie Sallesi nel
1806” che accoglie il visitatore nella
prima sala del Museo delle corde
armoniche. Un edificio all’ingresso
del paese in cui, attraverso
testimonianze trascritte, fotografie
storiche, macchinari per la
lavorazione del budello e corde di
ogni tipo, si racconta la storia del più
antico e importante mestiere del
paese.
Un’associazione nata in questi giorni
si occuperà della gestione del
museo. Intanto, per visitare la mostra
ed essere accompagnati dal racconto
di una guida esperta, potete
contattare il comune di Salle, tel.
085928138; e-mail
[email protected].
18
di certo il passaggio dal
budello al metallo, la
difficoltà di reperire la
materia prima, il suo costo,
il cambio della moneta.
Le stesse problematiche che
vivono oggi Alessandro e
Rosanna. Quando li
incontriamo sono appena
rientrati da Francoforte,
sede della più importante
fiera europea del settore.
Un successo: l’apertura del
mercato asiatico e
sudamericano, Turchia,
Indonesia, Russia, Israele
che si affiancano al
consolidato commercio
europeo. Paesi nei quali
propongono corde per
ogni strumento, dalla
chitarra al violino, dall’oud
alla lira cretese.
«Pur con l’aiuto delle
macchine, resta una
lavorazione artigianale.
Alcuni macchinari li
abbiamo costruiti noi,
assecondando le richieste
dei musicisti». Si parte
dall’anima in acciaio, si
inseriscono i pallini di fine
corda, poi si passa
all’avvolgimento con leghe
di rame e altri materiali.
Una corda per volta e, alla
fine, la prova sullo
strumento. Il risultato è una
crescente fiducia nel
prodotto che ha
conquistato musicisti di
fama internazionale e nomi
noti del panorama italiano,
tra cui Bandabardò e
Tiromancino.
«Attraverso la fusione con
Gato, azienda del
napoletano, aspiriamo a
un ruolo da protagonisti,
puntando sul made in Italy,
sul fascino di una storia
secolare e di una
tradizione tutta abruzzese».
Storia e tradizione: ma che
ne è stato delle corde in
budello?
Lo scopriamo tornando a
Salle, dove ci aspetta
Beniamino Toro. «La mia
famiglia si era
specializzata nella
produzione di fili per sutura
chirurgica in budello. Era
un mercato florido. Poi è
scoppiata la “mucca
pazza” e, in un attimo, una
lavorazione durata secoli è
andata perduta per
sempre». Fu allora che
Beniamino e suo fratello
Pietro lanciarono la sfida
alla modernità, tornando
alla produzione di corde
armoniche di budello,
potendo contare su un
mercato di nicchia esigente
e ricercato, com’è quello
della musica barocca e
rinascimentale.
«Abbiamo scelto di tornare
a un lavoro duro, fatto di
tempi lunghi e gesti
meticolosi. Produciamo un
centinaio di corde a
settimana, contro le oltre
mille di un laboratorio per
corde in metallo. La
differenza sta nell’anima, continua Beniamino
mostrandoci una corda
appena lavorata - e nel
processo per darle corpo».
Il budello, conservato nel
sale, viene immerso in un
bagno di acqua, sbiancato
e purificato con soda e
acqua ossigenata, pressato
tra due rulli, disteso sui
tavoli in acciaio e
selezionato per lunghezza
e diametro. Un lavoro
completamente manuale,
nel freddo e nell’umidità
necessari a conservare
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5
Link
D’Orazio strings
via Prezza, 10
67030 Campo di Fano (AQ)
tel +39 0864.77.33.19
fax +39 0864.77.33.19
www.doraziostrings.it
[email protected]
Toro strings
c.da Conicelle
65020 Salle (PE)
tel +39 085.92.83.25
fax +39 085.92.83.26
www.torostrings.it
[email protected]
5
l’elasticità della materia
prima.
A seconda della corda da
realizzare, si tirano tre,
quattro...fino a settanta
budelli su due aste e, con
una manovella, si procede
alla torcitura. Tese su telai
d’acciaio, le “trecce”
vengono lasciate ad
asciugare e incollarsi in un
unico corpo. Una settimana
ad asciugare in essiccatoio
e la corda è pronta per la
levigatura nella rettificatrice,
la macchina “più
tecnologica” che troviamo
nel laboratorio. In base
all’uso, il budello così
lavorato viene verniciato
per essere montato “nudo”
sullo strumento, oppure
destinato a far da anima
per una corda rivestita.
«La tonalità, il timbro e la
giusta tensione vengono
definite sin dall’anima –
sottolinea Pietro mentre con
mano leggera
accompagna il rivestimento
in argento puro che
avvolge una corda tesa
sulla trafila del primo
dopoguerra». Ma come
fanno ad essere sicuri che
una determinata corda
darà il risultato cercato? I
fratelli Toro si scambiano
uno sguardo, poi restano in
silenzio. Nessun segreto,
ma qui si ferma il racconto,
dinanzi alla sapienza
pratica dei maestri cordai.
Salle is a tiny village in the
outskirts of Pescara and
since centuries is home to
the most famous string makers. Between the 800’s and
900’s several string makers
left the village to try their
luck in Naples or oversea.
The US famous D’Addario
family, the most important
strings manufacturer, has his
origins in this village, as
well as the New Yorker La
Bella, owned by the Mari
family. All of them grew up
serving as apprentices in the
string workshops of Salle.
Nowadays, the D’Orazio
and Toro families are the
last heirs to a tradition
which is genuinely from
Abruzzo. Rosanna D’Orazio
and her husband Alessandro
have invested their money
and experience in the production of metal plain and
coated strings, keeping faithful to the handcrafting tradi-
tion. Their aim is to hit the
world market, specialising in
the production of strings for
any kind of instrument, covering modern guitars to the
medieval Oud and Cretan
Lyra.
The Toro brothers, instead,
have recently revitalised the
ancient tradition of the
strings made from sheep
and cow intestine. A niche
kind of market for a sophisticated product, especially
wanted for the baroque and
renaissance music performances. A long lasting and
laborious manufacturing,
able to keep alive the fascinating history and tradition
of the string makers masters.
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Luoghi
dell’anima
Taccuino di un fotografo viaggiatore
testi e foto di Bruno D’Amicis
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Bruno D’Amicis vive e lavora
all’ombra delle montagne
d’Abruzzo, anche se ha viaggiato in
decine di Paesi esteri per i suoi
progetti. Appassionato di natura sin
da bambino, Bruno è laureato in
Scienze Biologiche e fotografo naturalista professionista dal 2004, con
uno spiccato interesse per i temi
della conservazione degli ambienti
naturali e della biodiversità. Le sue
immagini sono state pubblicate in
riviste (National Geographic, GEO,
BBC Wildlife, Terre Sauvage, La
Repubblica, etc.), libri, calendari sia
a livello nazionale che internazionale. Bruno è stato invitato
come speaker ad eventi prestigiosi
come Wildphotos a Londra nel
2011, il Festival Internazionale della
Fotografia Naturalistica della associazione tedesca GDT in Germania ed
il convegno Europe Wilderness Days
tenutosi in Georgia nel 2010. Si
occupa soprattutto di progetti multimediali di fotografia, divulgazione e
conservazione. Ha fatto parte della
rosa di 60 fotografi partecipanti al
progetto paneuropeo “Wild
Wonders of Europe” e dal 2009 è
membro dell’International League of
Conservation Photographers. Ha
vinto il prestigioso riconoscimento
del premio Word Press Photo 2013.
Per maggiori informazioni, potete
visitare il suo sito: www.brun-
odamicis.com
U
N CARO
AMICO
ABRUZZESE
una volta ha
detto che
l’Abruzzo è “come un
abbraccio”, che ti si
stringe attorno quando,
arrivando in autostrada
dalla Capitale, superi l’ultima galleria dopo
Tagliacozzo e ti vedi l’imponente massa calcarea
del Velino comparire
davanti. Il contrario succede, ovviamente, quando
lo abbandoni e le cime
montuose si fanno pian
piano più piccole nello
specchietto retrovisore
dell’auto.
Io non sono ancora riuscito
a trovare una descrizione
migliore.
Sono nato a Roma 33
anni fa e ho una laurea in
Scienze Biologiche. Ho
già visto molte cose, vivendo un po’ all’estero e
bighellonando in tanti
paesi diversi. Da sette anni
sono un fotografo naturalista di professione e da
quasi cinque ho scelto di
vivere in un paese della
Marsica. Il mio rapporto
con le montagne
dell’Appennino Centrale
dura, però, da tutta la vita.
Sì, perché dovete sapere
che, assieme al sangue
della mia famiglia (originaria della Regione), io sin
dall’infanzia ho preso
anche una sorta di patologia, che definirei “mal
d’Abruzzo”. Una patologia
che ti fa sentire a casa
solo all’ombra dei faggi
contorti di una valle del
Parco Nazionale o quando sei a zonzo nell’infinito
erboso di Campo
Imperatore. Ne riconosci i
sintomi se, di notte come
di giorno, sogni di lupi che
vagano liberi nel fitto dei
boschi o se recluti silenziosi pastori tra i tuoi compagni di avventure. Sai,
poi, di essere malato cronico quando sei disposto a
guidare 50km solo per
mangiare una pizza negli
stretti vicoli di Scanno o se
ti arrabbi quando senti che
a qualcuno non piace il
Montepulciano.
Le montagne abruzzesi mi
hanno fatto scoprire la
natura selvaggia, quando
ancora non sapevo leggere. Le vacanze che, con
i miei genitori, passavo in
Abruzzo, erano di avventura e scoperta. Ho imparato a memoria i nomi di tutti
gli uccelli della regione
quando i miei amici imparavano quelli dei calciatori
di serie A. Per il mio
dodicesimo compleanno
ho chiesto ai miei un binocolo e a sedici anni ho
avvistato il mio primo orso.
Da lì, il passo alla macchina fotografica è stato
breve.
Il mio lavoro è quello di
scattare fotografie. E di
venderle. Come tutti i
fotografi, sono un romantico, un’esteta e un vanesio.
Ogni volta che inquadro
una porzione di realtà e
premo il pulsante di scatto,
faccio una scelta. Scelgo
di fermare ciò che, in quel
ben preciso momento, è
per me la cosa più importante che ci sia. Ho bisogno delle fotografie per convalidare le mie esperienze
visive. Cerco ordine e
bellezza nel flusso costante
e caotico di stimoli che
arrivano al mio sistema
sensoriale. Pubblicizzo e
cerco di vendere alla
gente, poi, quella che è la
mia visione personale del
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alcuna delle tante uscite a
vuoto. Non c’é alcun altro
posto sulla Terra dove io
abbia potuto provare così
tante emozioni. Questa
terra è casa mia, senza
avere mura né tetti.
E, pertanto, capirete la
rabbia e la sofferenza,
vere, che provo quando
vedo violentare questo territorio. Quando leggo di
orsi avvelenati e di piani
per nuovi, inutili, impianti
da sci; quando le pale
eoliche rendono angusti gli
orizzonti e quando forze
invisibili arrivano a
inquinare l’acqua che si
beve. Capirete che gli
occhi, abituati a così tanta
bellezza, mi fanno male di
fronte all’ignoranza e alla
distruzione. Ma se gli
occhi si chiudono, allora
gli incubi non svaniscono
più e così io voglio
vedere, fotografare e diffondere anche questo lato
ombroso del cuore verde
d’Italia.
Sì, se sei malato di questa
terra, è proprio una brutta
storia. L’Abruzzo è un’amante generosa, che però
ti fa anche soffrire.
5
Bruno è stato premiato con il
primo premio nella sezione
Nature, immagine singola, del
prestigioso World Press Photo, il
più grande e prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale.
WPP è una organizzazione noprofit nata nel 1955 ad
Amsterdam con l'obiettivo primario di sostenere e sviluppare
il fotogiornalismo professionale
ed indipendente su scala internazionale.
La premiazione del concorso si
tiene ad Amsterdam. Le fotografie vincitrici sono esposte in una
mostra itinerante, visitata ogni
anno da oltre un milione di persone in 40 paesi. Inoltre viene
pubblicato in sei lingue differenti un annuario che presenta tutte
le fotografie premiate.
Oltre ad assegnare il premio
World Press Photo of the Year
alla foto vincitrivce del concorso, vengono assegnati anche i
premi per foto singole e storie
nelle seguenti categorie: Spot
News, General News, People
in the News, Sports Action,
Sports Features, Contemporary
Issues, Daily Life, Portraits, Arts
and Entertainment, Nature
5
mondo. E, nella fattispecie,
della natura schiva e commovente di questo ruspante
Appennino. So che questo
è uno stile di vita più che
una professione.
Non so più quante volte
ho percorso in auto l’A25
a 130Km/h o il sentiero
della Val di Rose, da solo
e in silenzio, per trovare i
miei soggetti. Ho visto
centinaia di albe sui monti
e inquadrato decine di
volte i camosci nel mirino
della macchina fotografica. Mi sono ustionato al
sole di luglio e inzuppato
sotto un temporale di settembre. Ho fatto tesoro dei
rari incontri con lupi e orsi
e non ho mai rimpianto
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Percorsi
Pratola. La festa di Maria
Misteri e pathos di una tradizione
di Giuliana Susi di Luca Del Monaco,Francesco Lombardi
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Un canto di preghiera che
inneggia a Maria liberatrice si ode in lontananza,
pochi metri prima della
periferia di Pratola Peligna.
Ad ogni passo è un crescendo di toni che si fanno
più nitidi e forti come la
folla pellegrini che compare all’orizzonte, proveniente da Gioia dei Marsi. I
fedeli partono alle prime
luci dell’alba percorrendo
a piedi quaranta chilometri, tra valichi e sentieri, circondati solo dal suggestivo
silenzio della montagna. Il
gruppo si avvicina.
Un’alternanza di voci
maschili e femminili.
Anziani, giovani, bambini,
donne, uomini. Superano,
solitamente, le duecentocinquanta anime. Stanchi nei
volti, emozionati nel cuore,
tra lacrime e preghiere,
mossi da fede e devozione, impulso che li spinge a
ripetere il rito da tempi
remoti, in onore della
Madonna della Libera. Per
una grazia ricevuta, per
una preghiera, per un
credo. Le signore alle finestre, nel rione pratolano di
San Lorenzo, salutano i
pellegrini con lunghi e gioiosi applausi, unendosi alla
festa di accoglienza preparata dall’intera comunità
che, al tramonto del venerdi, con un abbraccio affettuoso, accoglie il corteo
dei fedeli di Gioia, i quali,
in tempi remoti, prima
della ripartenza, dormivano nel Santuario, oggi
sulla paglia, secondo tradizione, in locali adibiti a
casa del pellegrino.
Davanti: le autorità civili e
religiose e il comitato
festeggiamenti in onore
della Madonna Libera.
Dietro: la folla, sulle note
della banda, si incammina
in solenne processione
unendosi al canto, alzando
il sipario sulla cerimonia
che si svolge ogni prima
domenica di Maggio. Un
rito toccante ed emozionante, che affonda le origini in tempi antichissimi e
che richiama, in ogni
week end d’esordio del
mese mariano, moltissimi
visitatori. Momento commovente l’arrivo della compagnia marsicana nel bellissimo Santuario, dedicato
proprio a Maria liberatrice,
la cui posa della prima
pietra risale al 1851
(anche se le origini sono
datate dalla prima metà
del 1500). Continuano a
cantare l’inno a Maria,
«Maria della Libera» i pellegrini che, in ginocchio,
dalle scale del Santuario,
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strusciano lungo la navata
centrale fino ad arrivare a
baciare l’altare maggiore.
È il rito dello “strascìne”
(unico secondo gli studiosi)
che, in tempi antichi, prevedeva lo struscio con la
lingua sul pavimento. In
segno di penitenza. “Il
cammino della speranza”,
dagli anni sessanta ai settanta, sarà raccontato attraverso foto che verranno
esposte nella sala parrocchiale, dal 25 aprile, giorno dell’inaugurazione, alla
presenza del sindaco di
Pratola Antonio De
Crescentiis, del primo cittadino di Gioia dei Marsi,
come annuncia il presidente del Comitato festeggiamenti, Maurizio Ferrini.
Figura importante come la
Mastra, quest’anno Rosita
Cianfaglione, che guida le
cercatrici delle offerte. Per
la prima volta il 17 aprile
si terrà una riflessione sul
culto nel Santuario con religiosi ed esperti di tradizioni popolari. Antichi rituali
rimasti intatti, così come
tramandati nei secoli; usi e
costumi radicati nel profondo dell’anima di un popolo, riti carichi di suggestione e mistero, dove emergono, con forza prorompente
e trascinante, fede e
pathos, a metà tra cristianesimo e paganesimo.
Tutto comincia con la tradizione del quadro della
Madonna della Libera.
Leggenda vuole che nei
secoli bui un contadino
malato di peste, dopo aver
26
27
sognato una donna bellissima che gli annunciava la
fine della pestilenza, trovò
al suo risveglio, tra le
macerie di una chiesetta
dove si era rifugiato, un’immagine raffigurante la stessa donna del sogno.
Gridando al miracolo, la
portò in paese, dove, per
accoglierla, fu costruita
una piccola cappella, divenuta poi, nei secoli, il
Santuario che custodisce
tutt’oggi il dipinto con l’immagine della Vergine. La
devozione popolare riserva
preghiere e lacrime alla
statua della Madonna
della Libera (1741), secondo tradizione, donata dai
celestini dell’Abbazia di
Santo Spirito al Morrone di
Sulmona. Momento clou,
colmo di tensione emotiva
per i pratolani e per i tanti
fedeli, il sabato prima
della festa, l’esposizione
della statua, veneratissima
e ricoperta di speranze e
oro come ringraziamento,
ex voto. Dal tempietto,
sull’altare maggiore, sorretta da un meccanismo, lentamente la Maria avanza,
andando incontro alla
folla, come un abbraccio
che riempie il cuore. Il
grido liberatorio <Viva
Maria, Viva la Madonna
della Libera>. La processione, e poi, novità quest’anno, i cori e canti dedicati
alla Vergine intonati dalla
«Corale di Pratola» e dal
gruppo «Raiane Cante».
Fuochi d’artificio, intensa
partecipazione, sacro e
profano che si incontrano,
si mescolano e si stringono
la mano diventando un
tutt’uno nella tradizione dei
festeggiamenti che Pratola
ogni anno dedica alla
Madonna della Libera. Un
cartellone eventi diviso in
due, quello religioso e
quello civile. Quello in cui
è la fede a trionfare, quella devozione così forte che
richiama tutti i paesani emigrati oltreoceano, dal
Canada all’Argentina.
Quello del pellegrinaggio,
del sacrificio, della preghiera, della processione,
e quello civile, della fiera,
delle manifestazioni di cultura e spettacolo, che
annualmente richiamano
folto pubblico.
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Il Parco Nazionale d’Abruzzo
“Una storia da tutelare, un presente da valorizzare”
Conversazione con il nuovo presidente Antonio Carrara
di Antonio Di Fonso
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5
Antonio Carrara, 53 anni,
laurea in Sociologia, già
presidente della Comunità
montana Peligna,
amministratore di esperienza,
da sempre appassionato di
montagna, è il nuovo
presidente del Parco
nazionale d’Abruzzo Lazio e
Molise. A lui abbiamo rivolto
alcune domande sulle
prospettive, le potenzialità e
le vocazioni del Parco più
importante d’Italia, che da
sempre rappresenta il
simbolo dell’Abruzzo nel
mondo.
Il Parco nazionale
d’Abruzzo è il parco più
antico e illustre d’Italia,
comprende tre regioni,
Abruzzo, Lazio e Molise,
è conosciuto in Europa e
nel mondo, attrae
visitatori e turisti.
Diventarne il presidente
significa assumere un
incarico di prestigio, ma
farsi anche carico di un
impegno di grande
responsabilità.
È così. Il Parco d’Abruzzo,
Lazio e Molise ha una lunga
storia, la più lunga insieme a
quella del Parco del Gran
Paradiso. Oltre novant’anni
di una storia originalissima,
che ha scommesso sulla
possibilità di coniugare la
conservazione della natura e
delle specie faunistiche a
rischio di estinzione con la
ricerca di uno sviluppo
economico innovativo e
possibile. Una storia fatta di
alti e bassi: gli entusiasmi
della prima fase, la
soppressione dell’Ente
durante il fascismo, la sua
ricostituzione nel
dopoguerra, gli anni bui
della speculazione e la
“rinascita” avviata alla fine
degli anni sessanta. Ha
avuto personalità di grande
rilievo che ne hanno segnato
profondamente il percorso,
da Erminio Sipari a Franco
Tassi. Ha avuto grandi ostilità
ma anche tanti sostenitori.
Per alcune generazioni di
giovani il Parco è stato un
punto di riferimento per la
loro formazione. Dal Parco
sono state lanciate
campagne importanti, non
solo per il Parco stesso ma
per tutto il Paese: la
campagna sul lupo, che ha
portato alla sua tutela e al
reinsediamento della specie
su tutto l’Appennino; quella
per la tutela di almeno il
10% del territorio italiano,
grazie alla quale sono stati
istituiti gli altri 2 parchi
nazionali abruzzesi e le altre
aree protette italiane; il
ripopolamento di cervi e
caprioli; la reintroduzione del
camoscio nel Parco della
Maiella e del Gran Sasso.
Da questa storia, ma anche
dalla complessità della
gestione di un Parco come
quello d’Abruzzo Lazio e
Molise, deriva sicuramente
una grande responsabilità.
Spesso nella tua biografia
di amministratore ti sei
occupato di tutela
ambientale, hai creduto
nella valorizzazione del
patrimonio culturale,
storico e paesaggistico dei
nostri comuni. In fondo
l’arrivo alla guida del
Parco d’Abruzzo è
l’approdo naturale di un
percorso che viene da
lontano.
Naturale forse no, ma un
approdo possibile
sicuramente si. Per me si.
Come sai, non tutti la
pensano così, ma questo è
normale. In fondo con
l’approvazione della legge
394 nel 1991, che ha dato
il via all’istituzione dei Parchi
nazionali, molti di coloro che
sono stati in prima fila nella
battaglia per la protezione
della natura hanno dato un
grande contributo alla
costituzione materiale dei
nuovi Enti Parco e spesso ne
sono diventati Presidenti,
Direttori, membri dei consigli
direttivi. Un movimento che si
è istituzionalizzato. Per
ragioni anagrafiche, ma
anche per scelta, io ho fatto
un altro percorso nel quale la
scelta “ambientalista” non
era una scelta specialistica
ma una convinzione da
testimoniare e praticare
nell’ambito di un impegno
politico-amministrativo
complessivo. Sono stato per
tanti anni nelle Comunità dei
parchi della Maiella e del
PNALM ma non ho mai
cercato la possibilità di stare
nei consigli direttivi, ho
sempre ritenuto di poter
sostenere e dare un
contributo alle attività dei
Parchi nel mio ruolo di
amministratore locale. Così
come nell’impegno in ambito
locale per me è stato un
costante riferimento il motto
lanciato tanti anni fa da
Legambiente: “pensare
globalmente e agire
localmente”.
Nell’immaginario di tutti il
Parco si identifica con il
suo animale simbolo,
sinonimo di tutela e difesa
dell’ambiente: l’orso
bruno. Quanto è stato
fatto e quanto è ancora
da fare per la
salvaguardia
dell’animale?
Il Parco è nato per la
conservazione dell’orso
bruno marsicano e in questi
90 anni ha consentito a
5
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questo animale stupendo di
poter continuare a vivere
sulle nostre montagne. Senza
il Parco d’Abruzzo, oggi,
sicuramente non ci
troveremmo nella condizione
di parlarne. Basti pensare
che per la tutela del lupo
abbiamo dovuto aspettare
gli anni 70 del secolo
scorso: era considerato un
animale nocivo. Senza
quell’azione lungimirante
l’orso si sarebbe sicuramente
estinto, perché la capacità di
aggredire l’ambiente nel
corso del novecento si è
moltiplicata in maniera
esponenziale, una capacità
distruttiva messa in atto
dall’uomo soprattutto nel
corso dell’ultimo secolo. Il
fatto che una popolazione di
orsi, sia pure ridotta, continui
a vivere nello spazio ristretto
del PNALM è un miracolo.
Ma questo non può bastare,
il rischio di estinzione è
elevatissimo perché il numero
è esiguo e il forzato
isolamento mina la specie.
Per la conservazione
dell’orso c’è quindi molto da
fare, all’interno del Parco per
garantirne la sopravvivenza
e la riproduzione, ma anche
e soprattutto fuori, per
facilitare l’espansione
naturale della specie su una
scala più ampia. Ci vuole
consapevolezza nella
società nel suo insieme, non
basta delegare. Non basta
più. Il protocollo d’intesa
firmato da Ministero
dell’Ambiente, Ente Parco e
le Regioni Abruzzo, Lazio e
Molise ha per me soprattutto
questo senso, oltre a misure
concrete da attuare.
Di recente è stato
organizzato un convegno
sul turismo natura a
Pescasseroli. Ci sono
indicazioni confortanti che
arrivano a livello
nazionale sulla scelta del
turismo ambientale come
settore in crescita. Che
cosa bisogna fare per
potenziare ulteriormente
le offerte turistiche del
Parco?
Le indicazioni nazionali
dicono che il turismo natura
è in crescita e mostra una
capacità di tenuta
nonostante la profondissima
crisi che il nostro Paese vive
da qualche anno. Dicono
anche che il PNALM
continua ad essere il parco
più appetito dagli operatori
turistici italiani. Ha qualche
difficoltà tra quelli esteri. Chi
sceglie il turismo natura lo fa
molto in funzione anche
della possibilità di vivere
direttamente un’esperienza
attraverso le attività che si
possono fare. Quindi credo
che la prima cosa da fare è
cercare di sintonizzarci di
più con le aspettative dei
turisti e provare tutti insieme,
Ente Parco, comuni e
operatori, a perseguire
coerentemente gli stessi
obiettivi. Credo anche che
l’Ente, sia pure in una
situazione di obiettiva
difficoltà economica, ha la
necessità di investire sulle
proprie strutture e su quelle
che possono aumentare e
migliorare l’offerta. Nel
versante abruzzese il Parco
ha aderito alle due DMC
(Destination managment
company) che si sono
costituite, una nell’Alto
Sangro e l’altra nella
Marsica. Infine, credo che
l’esperienza di
collaborazione che si è
realizzata negli ultimi tempi
tra i Parchi abruzzesi possa
essere sviluppata nella
promozione turistica e
nell’integrazione delle
esperienze più interessanti.
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Moscufo
Il fascino chiaro-scuro di Santa Maria del lago
testo di Riziero Zaccagnini foto Luca Del Monaco
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U
N LUCUS, una
radura in un
bosco sacro,
dove la luce
finalmente penetra
l’ombra nascosta tra le
fronde.
Santa Maria del bosco:
sarebbe questo il nome
corretto della chiesa
abbaziale alle porte di
Moscufo, sulle colline
pescaresi. Nel tempo
l’appellativo si è corrotto
in “lacum”, facendo
perdere le tracce di un
passato dal gusto
misterioso e alimentando
contemporaneamente
nuove credenze
popolari.
Nessuna “signora del
lago”, dunque, custode
di acque miracolose, ma
un legame con la
sacralità dei luoghi che
ha evidenti origini
antiche, verso le quali
veniamo trascinati dalla
suggestione più che da
testimonianze storiche.
Entrare in Santa Maria
del lago, nel silenzio di
una giornata di
primavera, è proprio
come tuffarsi nel fitto
della vegetazione dopo
un bagno di luce in un
prato assolato. Istanti di
buio, prima che l’occhio
si ritragga, nel fresco
penetrante rilasciato
dalle pareti in mattoncini.
I fasci deboli della luce
esterna tagliano l’aula
attraverso il rosone
spoglio, le monofore e le
feritoie che si aprono
lateralmente e incidono
le absidi. Un gioco di
chiaroscuri che ci invita
alla scoperta, a ricercare
i particolari preziosi
nascosti tra le tre navate
di una chiesa che, al
primo sguardo, sembra
imporsi per una bellezza
nuda e disadorna. Ma
già intravediamo strappi
di affreschi sulle colonne
circolari, forme
intrecciate su capitelli
lavorati, figure beate che
s’infilano in ciò che resta
della ricca decorazione
dell’abside, la preziosa
tavola dipinta del 1465
raffigurante La Madonna
con bambino attribuita a
Andrea de Litio e, su
tutto, l’ambone
appoggiato ad una delle
colonne rettangolari, al
centro dell’aula, bianco
di pietra e gessi, opera
d’arte scultorea immensa.
A dare forma alle
straordinarie figure che
decorano su ogni lato il
pulpito è stata la mano
di Nicodemo, come
testimoniato dalla firma
apposta su un lato
dell’ambone che ricorda
anche la data di
realizzazione, il 1159.
Misterioso artista le cui
opere sono ormai
emblema della scultura
sacra del romanico
abruzzese, Nicodemo fa
emergere dalla pietra
figure umane dai corpi
contorti, volti enigmatici,
fiere voraci che sbranano
uomini nudi. Immagini
che si mescolano in un
pathos confuso, a cui lo
scultore affianca scene
descrittive, in uno stile più
didascalico, dove è
facile riconoscere storie
del Vecchio Testamento,
Giona inghiottito dalla
balena, Davide che
As we enter the church of
Santa Maria del Lago, in a
silent day of spring, we cut
across the feeble light that
comes through the rose window and draws shades on
the hall’s floor. Slits and
monofore windows shape
the harmony of the apse. A
light and shade playful
game, invites us to discover
the beauty of this church. At
a first sight, with all the
details and the enchanting
atmosphere, this church
stands out in its plain and
unadorned magnificence.
But then, slash of frescoes
over the columns and
entwined profiles on carved
capitals reveal peaceful figures standing as remaining
of the lavish decoration of
the apse: a precious altarpiece painted in 1465 representing the Madonna and
Child attributed to Andrea
de Litio. Standing at the
centre of the hall is the
beautiful ambo. This is a
remarkable sculpture, in
carved stone and plaster
works, made by Nicodemo
da Guardiagrele and representing human crooked figures and enigmatic faces,
ferocious beasts tearing
naked bodies into pieces
and stories from the Old
Testament, while European
style magically encounters
Oriental inspiration, giving
to this church a particularly
fascinating allure.
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33
elemento decorativo è il
portale scolpito, nelle
pareti a mattoncini e
nelle tre absidi. Qui le
colonnine che
sorreggono le arcatelle
cieche, i grappoli, le
foglie e gli animali in
lotta che contornano le
sottili finestrelle, sono il
solo richiamo scultoreo di
una architettura severa
che a Santa Maria del
lago si mostra in tutta la
sua bellezza.
5
Artisti della pietra
Nicodemo, assieme a
Ruggero e al figlio Roberto,
sono i nomi ricorrenti di una
scuola artistica che
attraversò l’Abruzzo intorno
al 1100 per scomparire
misteriosamente meno di un
secolo dopo. Scultori
presumibilmente
appartenenti a un’unica
bottega, si dedicarono
principalmente alla
realizzazione di arredi
liturgici in pietra e stucchi.
Iscrizioni e frammenti
ricordano diverse opere dei
tre scultori andate perdute,
tra cui un ciborio
nell’abbazia di San
Clemente a Casauria. Di
Roberto e Ruggero è il
ciborio di San Clemente al
Vomano, prima
testimonianza dell’attività di
questi maestri della pietra.
Assieme a Nicodemo,
Roberto firmò il ciborio e il
pulpito di Santa Maria in Val
Polcraneta a Rosciolo, nella
Marsica, le cui figure e
rappresentazioni si ritrovano
in parte nell’opera meglio
conservata firmata dal solo
Nicodemo: il pulpito di
Santa Maria del Lago.
L’ultima opera documentata
è il frammentario pulpito
della chiesa di S. Stefano a
Cugnoli, proveniente dalla
chiesa di S. Pietro, eseguito
nel 1166 da Nicodemo.
5
strangola l’orso, la
vicenda di Sansone e
del leone. Tutto intorno
un ornato di spirali,
forme vegetali, archi e
arabeschi che ci
riportano all’incontro
magico tra stili europei e
ispirazioni orientali,
incontrato in Santa Maria
in Val Polcraneta
(AbruzzoèAppennino,
1/2012), distintivo
dell’autore. Qui ad
accentuare il pregio
del’opera contribuiscono
le numerose tracce di
colore che, un tempo,
doveva animare le
immagini scolpite.
Ciò che rimane degli
affreschi lascia intuire
come in origine l’interno
della chiesa dovesse
essere completamente
dipinto: un gioco di
colori, più accesi sul
marmo, scuri e ieratici
sulle pareti e intorno alle
colonne, che doveva
rendere questo scrigno
d’arte sacra un luogo di
favola.
Ed è questo rimando
continuo a qualcosa che
è stato e non c’è più,
sono i piccoli tesori
ancora custoditi in una
chiesa più volte
rimaneggiata nel tempo,
che danno enfasi ad una
semplicità affascinante.
La stessa semplicità che
ritroviamo all’esterno,
nella facciata il cui unico
Info
Per visitare Santa Maria del
Lago è possibile prenotarne
l’apertura al numero
085.979668
Curiosità
Santa Maria del lago era
un tempo direttamente
collegata all’attiguo
cimitero, che merita una
visita per la curiosa
abitudine dei moscufesi di
costruire le proprie cappelle
riproducendo le forme della
chiesa, rendendo il luogo
particolarmente
caratteristico.
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Conservare la natura
Il Piano di Gestione del SIC Simbruini
Cos’è un SIC? L’acronimo
sta per Sito di Interesse
Comunitario, risultato di una
serie di azioni dell’ Unione
europea (tra cui le Direttive
“Uccelli” ed “Habitat”) che
riguardano la tutela dell’ambiente e delle specie animali
a rischio estinzione- Si tratta
della Rete Natura 2000, formata dall’insieme dei siti
denominati SIC e ZPS (Zone
di Protezione Speciale), i
quali garantiranno il ripristino di habitat e di specie che
rischiano di scomparire.
Al fine di garantire la conservazione dei siti Natura
2000, l’UE ha individuato
nei Piani di Gestione lo strumento di pianificazione idoneo alla salvaguardia delle
peculiarità di ogni singolo
sito, riconoscendo la necessità di integrare gli aspetti
più naturalistici con quelli
socio-economici ed amministrativi di un territorio.
Con il progetto Life Natura
“BioItaly”, le Regioni e il
Ministero dell’Ambiente
hanno individuato i siti da
porre a tutela. Tra questi, il
SIC “Monti Simbruini”.
Con 19.886 ettari di estensione, e 12 Comuni coinvolti
(Canistro, Capistrello,
Cappadocia, Carsoli,
33
Castellafiume, Civitella
Roveto, Morino, Pereto,
Rocca di Botte, San
Vincenzo Valle Roveto,
Tagliacozzo), il sito comprende un vasto settore
montano della catena dei
Simbruini orientali, con le
vette più elevate del massiccio, densi boschi (faggete,
ostrieti, castagneti) ed
esemplari monumentali di
tasso ai quali si affiancano
pascoli aridi. Un territorio in
cui si contano ben 17 tipi di
habitat naturali di Interesse
Comunitario, 27 specie di
mammiferi in direttiva
“habitat”, 104 specie di
uccelli, anfibi, rettili, pesci e
invertebrati di cui molti tutelati dalle direttive europee.
Anche la riserva di Zompo
Lo Schioppo, con i suoi
1025 ettari contribuisce per
il 5% al territorio SIC. Per
rendere operativa la tutela e
la valorizzazione del SIC
“Monti Simbruini”, Il comune di Morino ha risposto a
un bando della Comunità
montana “Montagna marsicana” e, tramite un finanziamento del Programma di
sviluppo rurale regionale, si
è impegnato a redigere un
Piano di Gestione del sito.
Coniugare la conservazione
dell’ambiente con le tradizioni culturali, i mestieri che
da sempre hanno contribuito a disegnare il paesaggio
montano, l’agricoltura, la
pastorizia, e con essi il turismo e i servizi più moderni:
questa la sfida raccolta dallo
staff di professionisti che
curerà la redazione e l’attuazione del Piano di gestione.
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ZOMPO LO SCHIOPPO
La riserva naturale
gie per fotografare gli animali selvatici nel loro
ambiente naturale.
La presenza dei turisti in
cerca di spazi e aria pulita,ma anche di cibi genuini
stimola la creazione di Cene
Culturali, che, alla tradizionale preparazione delle specialità «alla chitarra», arrosto al ginepro e zuppe di
montagna, uniscono una
compagnia teatrale, composta dagli stessi abitanti del
comune di Morino, che
sevono a tavola anche le liti
familiari di un pranzo di
nozze, o i commenti pettegoli e maligni di una piccola
comunità.
Il teatro è presente anche
nei Campi Scuola per studenti di altri paesi e regioni:
il Sentiero Naturalistico, si
trasforma in palcoscenico
lungo tutto il percorso, per
far scoprire ai ragazzi la presenza dei piccoli abitanti del
bosco, (attori professionisti
del Teatro Lanciavicchio trasformati in lumache, bruchi
e collemboli) i quali descrivono in prima persona, il
loro ruolo e l’importanza
della loro opera, attraverso
la storia di Aracne.
I Campi Scuola destinati agli
studenti di ogni ordine e
grado, affrontano poi, oltre
ai temi canonici, naturalistici
e storici, esperienze stimolanti portando i ragazzi a
catturare e guidare (provvisti di abbigliamento di sicurezza e guidati da esperti
apicoltori) uno sciame di api
verso l’alveare; usufruire, ad
occhi chiusi, delle audioguide per i non vedenti , percorrendo alcuni tratti del
sentiero verso l’antico paese
abbandonato di Morino, con
la sua storia di terremoto e
devastazione nascosta ed
evidenziata, oggi, dalla fioritura dei rampicanti sulle
antiche strade e dalla presenza svettante del campanile.
Ma il tratto che più caratterizza l’attività della Riserva e
del CEA è la capacità di
comunicare a qualsiasi livello d’età e in ogni tratto
delle attività proposte, oltre
alla competenza, la passione e l’amore che chi lavora
prova verso la Riserva e per
il futuro delle migliori risorse
del nostro Paese.
5
La redazione del Piano
Il Comune di Morino sta attuando il
Piano Di Gestione del SIC grazie ad
un gruppo di lavoro che è coordinato da Gianni Petricca, Responsabile
Ufficio Tecnico e da Rita Rufo,
Direttore della Riserva Naturale
Regionale Zompo lo Schioppo. Il
gruppo di lavoro è costituito da
Luca Piccirillo, Daniel Bazzucchi,
Mauro Fabrizio e Serena Ciabò,
Fabio Conti e Gianluca Ciaschetti,
Amilcare D’Orsi, Giovanna Di
Domenico e Renato Petroni, Marisa
Gismondi, Alessandro Bardi, Angelo
Venditti, Laura Rubeo, Alessandro
Persia e Esmeralda Stornelli, Simona
Capoccetti. Biologi, architetti, ingegneri ambientali, agronomi ed economisti, per un’equipe in grado di
affrontare le complesse sfaccettature di un progetto ambizioso e di
grande valore per la tutela e il
rilancio del territorio.
5
Nasce con la vocazione specifica di costruire sul territorio un laboratorio in continua evoluzione, che coinvolga la popolazione locale, gli
studenti, le realtà operanti
sul territorio .
Le attività legate
all’Ecomuseo, hanno operato, e operano, non solo
nell’ambito della Storia
Naturale della Riserva e
della Regione, ma lavorano
sull’interconnessione di questa realtà naturalistica con
le tradizioni, le risorse, le
potenzialità degli abitanti
del territorio.
Il C.E.A. (Centro di
Educazione ambientale) si
innesta su questa linea nel
2008 integrando le attività
con un’attenzione più esplicita ai temi dell’Educazione
alla Sostenibilità, alla
gestione delle Risorse, al
recupero delle Tradizioni
Culturali e al coinvolgimento
dei ragazzi di qualsiasi provenienza nella salvaguardia
della Riserva Naturale e dei
suoi contenuti.
Nascono così i Fine
Settimana Tematici dedicati
alla riscoperta dell’antica
arte di intrecciare i vimini
per costruire cesti di ogni
dimensione; alla ricerca e al
riconoscimento delle specia
eduli dei funghi delle nostre
montagne; alla scoperta
delle tecniche e delle strate-
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Nelle terre di
confine:
la Necropoli
di
Campovalano
di Bianca Flagnani
foto archivio Synapsi Edizioni/Mauro Vitale
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C
AMPOVALANO,
circa 600 abitanti, dieci minuti da
Teramo, cinque da
Campli, si presenta
come una piana a
scopo agricolo, è campagna, poche case,
poche macchine e qualche cane che si capisce
subito, è «uno» di famiglia. Tra le bellezze
naturali dei Monti della
Laga, girando lo sguardo, al di là delle indicazioni, vediamo una
costruzione a semisfera,
ricoperta di muschio,
uno strano ibrido tra un
grande igloo e una ciociara, intorno fossi e
tumuli che rimandano
subito a un’idea di culto
dei defunti. Allora qualcosa lontano nel tempo
ti attira: siamo nell’area
della Necropoli: un
grande cimitero protostorico impiantato su un terrazzo fluviale. Scoperto
casualmente nel 1964,
il sito fu oggetto di scavi
a partire dagli anni
Settanta, diventando uno
dei siti funebri archeologici più importanti del
centro Italia. È composta
da oltre 600 tombe ad
inumazione che abbracciano un arco cronologico che va dalla fine dell’età del Bronzo alla
conquista romana
(anche se le ricerche
inducono a pensare che
la necropoli celi nel sottosuolo almeno 20 mila
tombe).
Le sepolture dell’età del
bronzo e della prima età
del ferro presentano dei
corredi ridotti: si tratta in
genere di un solo oggetto in bronzo deposto sul
torace dell’inumato.
In quelle del VII e VI
secolo a. C. è possibile
invece osservare mutamenti nell’organizzazione stessa del sito funerario; cambiamenti che
riflettono a loro volta le
disuguaglianze sociali
dell’epoca .
Particolarmente esemplificativa è la tomba n.
100 che per dimensioni
(lung. m. 4,70, prof. m
1,80 e largh. m 2,8) e
per corredo funerario,
presenta tutti gli elementi
simbolici di uno status
elevato. Il defunto sembra infatti appartenere
ad un alto grado militare
e, non a caso, accanto
a lui è sepolto il carro
da parata, vari sevizi da
mensa che testimoniano
la consuetudine del banchetto, riservata alla
classe aristocratica.
Inoltre solo in questo corredo è documentata la
scrittura, prerogativa del
pater familias che costituisce, oltre che uno strumento di comunicazione, anche la testimonianza più alta del sapere
del defunto.
I corredi funerari in questo periodo sembrano
riflettere l’organizzazione
sociale e politica delle
città dei vivi, strutturata
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in classi a partire dal VII
sec. a.C. le classi sociali più abbienti dimostrano infatti una vera e propria ostentazione del
lusso nelle sepolture,
interpretata come propaganda politica nei confronti delle classi subalterne, un «biglietto da
visita» a testimonianza
della propria potenza. In
questa fase «regia», le
offerte dei defunti sono
di diversa entità a seconda dell’appartenenza e
si osserva la diffusione
delle tombe a tumulo
(ossia con un circolo di
pietra a delimitare un
tumulo di terra del diametro che va dai 4 ai
25 metri). Nella necropoli di Campovalano, le
troviamo divise in due
grandi gruppi a loro
volta articolati in singoli
sottogruppi. Una tipica
disposizione «a macchia
di leopardo» che rispecchia la struttura a gruppi
familiari (di tipo gentilizio clientelare) della
società.
Nel corso degli anni i
corredi rinvenuti, armi in
ferro e bronzo, fibule,
vasellame, ceramiche,
sono stati depositati ed
esposti nel Museo
Archeologico Nazionale
di Campli. Nella zona
degli scavi invece da
qualche anno è possibile visitare all’ interno di
un Tumulo Multimediale
la ricostruzione della
tomba di un sovrano dei
Pretuzi, con carro da
guerra e riproduzioni del
corredo funerario. Come
spiega il Direttore del
Museo, l’archeologo
Glauco Angeletti, dai
reperti del culto dei
defunti è possibile evidenziare le condizioni
sociali, le tecnologie
civili e militari, la religiosità e le usanze che
caratterizzavano le
popolazioni. “ La cultura di una civiltà – ci
dice il Direttore – è il
tutto in cui si ricostruisce, spesso intuitivamente, ma soprattutto
toccando con mano,
l’unita’ dei contesti e
dei mondi”.
paesaggi
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Il PineCube
©
di William Santoleri
5
L’ADAMstudio11 è un
collettivo nato nel
novembre 2011, costituito da Francesca Consigli
e William M. Santoleri.
Artisti che hanno scelto
l’Abruzzo per realizzare
i propri site specific
work e soprattutto per
camminare, attività centrale della loro poetica.
8 febbraio 2013. Freddo
intenso, neve fitta, vento.
Due artisti camminano in
una valle silenziosa.
Trascinano su una slitta sessanta chili di ferro arrugginito e sei pelli di agnello
provenienti dalla Scozia. Il
campo ai piedi del
PineCube è stato scelto per
uno dei site specific work
dal collettivo di artisti
ADAMstudio11. Questo è
il primo atto di una storia
che stiamo ancora scrivendo.
In realtà negli ultimi dieci
anni avevo percorso in
ogni direzione la valle.
Spesso all’alba. Qualche
volta nel tardo pomeriggio
per attendere l’atmosfera
magica del crepuscolo.
Talvolta per cercare il
posto migliore. Altre volte
solo per guardare le rocce
che precipitano nel bosco
cambiare colore di ora in
ora. Nella Valle avevo
incontrato il Lupo. Un
incontro velocissimo in
genere. Qualche volta
l’avevo osservato con
calma curiosare tra l’erba,
o chiamare con un debole
ululato i compagni di caccia.
Camminavo nella Valle e
cercavo le parole o le
linee per completare un
lavoro. Altre volte qui ho
trovato l’ispirazione per
incominciarne uno nuovo.
Un giorno, dopo anni di
percorsi casuali, ho scoperto un Pino, isolato sul pendio meridionale di un piccolo colle al centro della
Valle. Unico elemento verticale in quel punto.
Cresciuto quasi a sfidare
l‘imponenza del monte
Porrara che ad est s’innalza vertiginoso fino a toccare le nuvole. È stato un
amore a prima vista.
Quello era il luogo esatto.
In quel punto avrei creato
una tana. Un riparo dove
attendere l’alba dopo una
notte trascorsa ad ascoltare
le grida di vittoria ed i
lamenti di sconfitta degli
abitanti della valle. Un
punto privilegiato da cui
osservare la neve che arriva dal Nord ad avvolgere
ogni cosa o la pioggia
fitta che dal passo scende
a bagnare le pendici del
monte. Un pensatoio dove
scrivere, disegnare e studiare i prossimi lavori da
esporre. Uno studio sospeso tra i rami di un pino isolato. Una scatola di legno
e di vetro rialzata da terra,
calda, asciutta e sicura.
Così è nato il PineCube©.
Un sogno materializzatosi
nell’estate del 2012, dopo
oltre dieci anni di speranze, incertezze e problemi
burocratici.
Questo “nido” essenziale
ha affascinato immediatamente i giornalisti del
Sunday Times, uno scrittore
sudafricano sulle tracce di
Uys Krige, i giornalisti
della Rivista Dove, e molti
altri incantati dalla pace di
questa valle e dalla bellezza d’Abruzzo.
Il nome è stato deciso velocemente sulla metropolitana di New York, volevo
qualcosa che facesse riferimento al Pino ed alla
forma cubica della struttura. Il progetto ha occupato
per un inverno intero me e
Francesca Consigli, artisti
fondatori
dell’ADAMstudio11.
Adesso il PineCube© esiste. Un’avveniristica struttura mobile costruita al centro di una delle valli più
spettacolari della Majella,
studio en plein air per gli
artisti del collettivo
ADAMstudio11, ma anche
pensatoio ed osservatorio
per il paesaggio e la
fauna aperto a turisti, fotografi, camminatori, scrittori,
sognatori di tutta Europa.
5
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ENDURANCE INTERNAZIONALE
A VITTORITO
Nel paese peligno e
lungo la valle dell’Aterno
l’ultima edizione
dell’Endurance Cup di
Vittorito è ormai una realtà
internazionale. Il week
end di metà aprile ha
visto l’affermazione di un
purosangue arabo del
team ANICA , nella
tappa abruzzese valida
per la qualificazione ai
campionati del mondo. Il
movimento dell’endurance
ha accolto con entusiasmo la due giorni che ha
avuto vita nel paese peligno, in un percorso che
interessa anche Popoli,
Raiano, Corfinio e
Roccacasale e attraversa
le riserve regionali “Gole
di San Venanzio” , “
Sorgenti del Pescara” e
“Parco nazionale della
Maiella”; in un anello
complessivo di 160 km.,
definito dai cavalieri
come «il più bello
d’Italia, perché oltre alla
bellezza paesaggistica è
anche molto tecnico e
42
43
veloce». Team provenienti
da tutte le regioni d’Italia
e d’Europa, dalla Grecia
alla Francia, ma anche
esponenti dell’Argentina,
del Marocco, degli Stati
Uniti e del Brasile. Inoltre,
come curiosità di quest’anno, sono arrivati a Vittorito
anche gruppi del personale scuderie Emirati Arabi e
Catar, attrezzatissimi e
con propri veterinari e
allenatori, che hanno
acquistato cavalli, aggirandosi tra i box con la
tipica competenza e
sapienza in fatto di cavalli
della cultura araba.
Una manifestazione che
ha saputo unire lo sport e
l’ambiente, in un modo
che possiamo considerare
in questo caso davvero
riuscito. Adesso i riflettori
saranno puntati sulle qualificazioni dei campionati
del mondo ed europei
con le finali del Weg del
28 agosto in Francia e il
campionato italiano
Young Riders in Italia:
“Bocconcini appetitosi per
tanti binomi che a Vittorito
hanno provato a mettere
la propria pedina sulla
candidatura in squadra
azzurra”, sottolineano gli
organizzatori dell’A.S.D. i
Cavalieri dell’Antea, che
in collaborazione con il
comune di Vittorito e il sindaco Carmine Presutti
hanno avuto più di una
ragione di essere soddisfatti.
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Castel
Manfrino
Dove la storia incontra le leggende
di Bianca Flagnani
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5
prio punto di forza: selvaggi e tranquilli, semplici da
percorrere, ma a volte sfuggenti dal clima bizzoso e
instabile. In un giorno
d’aprile, la vegetazione
regala tutti i toni del verde,
ma è dura e aghiforme; il
sentiero per raggiungere il
Castello è breve da
Macchia Da Sole, un gruppetto di cinque case con
una chiesetta, una trattoria
e un punto di informazioni
turistiche. Una mulattiera
panoramica dove a tratti la
pietra calcarea si sbriciola,
qualche primula gialla
gareggia con i cardi mariani e si incanala una brezza
costante, qualche nuvola
veloce si muove sulla cima
dei monti come una coperta troppo corta. Lungo la
passeggiata si incontrano
piacevoli belvedere naturali, attrezzati con sedute e
informazioni turistiche che
ci parlano del lupo finalmente protetto, di cinghiali,
camosci e caprioli, scoiattoli, tassi. Al di sopra dei
monti volano l’aquila reale,
il picchio muraiolo, il falco
pellegrino, la rondine montana e intorno ginepri, roverelli e ancora sorbo, abeti,
faggi. Da lontano ricono-
sciamo la fortezza di
Civitella, collegata quasi
da una linea immaginaria
con i ruderi di Castel
Manfrino. A tratti la voce
della montagna, il canto
degli uccelli e il mormorio
nervoso dei torrenti verso il
Salinello. Lo storico teramano Nicola Palma ricostruì la
storia del manufatto e la
sua è la teoria più accreditata. In principio, sul luogo
esisteva un accampamento
fortificato romano, un
«castrum» che probabilmente controllava e difendeva
la «via del sale»; esso fu
occupato, in seguito, dai
Longobardi, all’epoca della
loro invasione. Sui resti di
questa costruzione
Manfredi di Svevia, figlio
di Federico II, avrebbe fatto
erigere il fortilizio, secondo
i modelli costruttivi dell’epoca, a guardia dei confini
tra Stato Pontificio e Regno
di Napoli. Il Castello aveva
tre torri, delle quali rimangono ben pochi resti. La
più grande era a nord, il
torrione angioino, a sud
c’era la torre sveva, a strapiombo sul Salinello, in una
posizione molto panoramica che guardava la Rocca
di Civitella del Tronto. Essa
5
N
EL PARCO
Nazionale dei
Monti della Laga,
tra le montagne gemelle
dei Fiori e di Campli, si
ergono i ruderi di Castel
Manfrino o Castello di
Macchia, gioiello di architettura militare medievale,
in uno dei luoghi più affascinanti e «misteriosi» della
provincia di Teramo.
Abbarbicati su una terrazza
naturale, strategica quanto
suggestiva, i resti della fortezza sono visibili da molto
lontano, nell’imponente cornice naturale che si sviluppa tutt’intorno e che guarda
dall’alto i ruscelli che corrono per riunirsi con il fiume
Salinello, in un’aspra vallata che nasconde anfratti e
spelonche. Su uno sperone,
a 960 metri di quota, il
Castello si impone allo
sguardo, costruito con pietre di fiume grigie, squadrate e levigate all’esterno che
vanno a formare mura di
cinta trapuntate sul profilo
della cresta rocciosa. È una
terra, questa, dove santi e
demoni si combattono duramente sin dai tempi più
antichi, e la leggenda lo
testimonia. I Monti Gemelli
hanno nel dualismo il pro-
“Notte delle Paure”, eventomanifestazione teatrale
(quest’estate raggiungerà la
xx edizione) ha tra gli organizzatori Vincenzo Esposito,
attuale sindaco di Valle
Castellana ed è il frutto di
un laboratorio teatrale che
inizia intorno al 25 di luglio
e che si conclude nelle
prime 2 settimane di agosto
con 4-5 giorni di spettacoli
itineranti. Due anni fa fu
organizzato a Castel
Manfrino, l’estate passata
non è stato possibile causa
maltempo, la zona non è
agevole, il primo evento si
tenne 20 anni fa nel paesino abbandonato di Loturro.
Lo spettacolo dura circa un’
ora e gli spettatori sono
stati a Castel Manfrino
circa 300; come teatro i
ruderi del castello, le terrazze naturali, come sipario la
notte. Si mettono in scena
favole e leggende popolari,
ma anche pièce classiche.
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che prende il suo nome.
L’alone mistico del posto
ha contribuito alla nascita
di bellissime leggende,
come quella del tesoro di
monete di Re Manfredi
nascosto in un antro, protetto da un enorme macigno e custodito da una
fata bianca: per riuscire a
trovarlo, avrebbero perso
la vita avidi avventurieri e
le loro anime vagano
senza pace intorno allo
strapiombo. O come quella che vorrebbe lo spirito
dello stesso Manfredi aleggiare sul castello, celato
sotto le spoglie di un’aquila reale: ancora oggi una
sensitiva del posto giura di
averlo visto. Infine, assicurano da queste parti che la
presenza di strani gnomi
dispettosi che gli abitanti
della zona chiamano “Li
Mazzamarilli” non è soltanto una semplice diceria. In
questa atmosfera magica
gli Enti locali hanno scelto
di organizzare eventi e iniziative come “ La notte
delle paure “, manifestazione nata per raccontare le
tradizioni della ricca e
variegata tradizione orale
della Laga. Curiosità, brividi ed esorcismi, per tenere
lontane le nostre paure
ancestrali.
The Gran Sasso and Monti della
Laga National Park displays the
most breathtaking landscapes
where, at 960 mts above the
sea level, the clinging ruins of the
medieval fortress of Manfrino’s
Castle stand as the most fascinating and “mysterious” place of
Abruzzo. Set on a natural terrace, the ruins of the fortress are
visible from very far, nestled in a
magnificent natural scenery overlooking an uneven valley. The
short path that leads to the
Castle starts from Macchia Da
Sole and all along one can
enjoy natural panoramic viewpoints, fitted with strategic seats
and completed by tourists information points about the local
flora and fauna.
The Fortress was built to do the
will of Manfredi of Savoia and
erected on the ruins of an
ancient Roman “castrum”. Two of
the three towers overlook at the
Southern and Northern territories,
whereas the central tower was
the residence of the lord of the
castle. Soldiers and peasants
would have barricaded inside in
case of danger.
In time, this region has seen battles and bloodsheds, but was
also inhabited by hermits and
ascetics. It is said that the very
same S. Francis of Assisi was
here as he was spending a period of worshipping and praying
time in this area, in a cave
which holds now his name.
The halo of mysticism that the
place bears, has contributed to
give origin to many legends and
tales. The treasure of King
Manfredi, in fact, is believed to
be hiding here in a cavern,
secured by an heavy rock and
guarded by a white fairy. In
search for that legendary treasure, many ruthless adventurers
had lost their life and their souls
are said still to be wandering
around the cliff edges, in search
of their own peace. Another legend would tell the very same
Manfredi’s ghost is haunting the
place in disguise of a beautiful
golden eagle. It seems also that
the manifestation of mischievous
gnomes, called “Li Mazzimarilli”
by the inhabitants of the area,
could simply not be just a
hearsay….
5
Macchia da sole
Ristorante a Macchia da
Sole ( Valle Castellana):
creato dalla famiglia
locale De Remigis, attualmente in gestione a giovani che vorrebbero un
recupero di gusti e tradizione; stanno costruendo
un forno a legna per produrre il pane; aprono per
Pasqua e concludono la
Stagione in ottobre in
coincidenza della sagra
della Castagna nella vicina Leofara.
5
era situata vicino l’ingresso
del forte, che aveva sul
portale un’aquila imperiale
di pietra. La torre di centro,
il maschio, era l’abitazione
del castellano, difesa ultima del castello, dove ci si
asserragliava in caso di
cedimento delle mura esterne. Poi diversi ambienti
come stalle, alloggi dei soldati. Tra la torre centrale e
quella meridionale, i resti
di una costruzione a pianta
quadrata, di destinazione
ignota, ma che, in lavori
più recenti, viene identificata come la cappella. Negli
anni ‘70, furono effettuati
degli scavi durante i quali
furono ritrovati vari reperti
come frammenti di ceramica decorata e monete di
diverse epoche.
Probabilmente, in caso di
attacco nemico, i paesani
potevano rifugiarsi rapidamente all’interno del recinto
fortificato. Quasi niente
rimane di questa costruzione se non accenni di mura
e perimetri monchi e artigliati alla roccia: eppure
sembra di vederlo il
Castello e l’intero quadro
galleggia in una luce rarefatta, quasi irreale. Negli
anni questi luoghi sono
stati teatro di battaglie e
fatti di sangue, ma hanno
anche ospitato eremi,
come quello della
Maddalena, e asceti. Pare
che lo stesso san
Francesco d’Assisi vi abbia
trascorso un periodo di
solitudine, in lotta con il
Demonio, in una grotta
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Il Vinitaly
abruzzese
di Massimo Maiorano
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Lo si magnifica e lo si
denigra, lo si ama e lo si
odia: comunque la si
pensi, il Vinitaly rimane la
Fiera più importante ed
influente al mondo nel settore vitivinicolo.
La cronaca di questi quattro giorni ci racconta di
un incremento del numero
dei visitatori (più sei per
cento), in special modo
degli stranieri; la nuova
formula che prevede
dallo scorso anno un giorno in meno (sostanzialmente il sabato) è stata
vincente: il numero degli
operatori professionali è
in netta crescita.
I padiglioni delle varie
regioni sono stati affollati
tutti i giorni, al visitatore
bastava fermarsi un attimo
fra una degustazione e
l’altra per rendersi conto
di stare di colpo in un
mercato di chissà quale
posto al mondo in un crogiolo di lingue, di culture,
di colori, di filosofie, tutte
diverse tra loro. È stato
come fare letteralmente il
giro del mondo in soli
quattro giorni semplicemente osservando ed
ascoltando ciò che ci
girava intorno!
L’Abruzzo anche quest’anno ha fatto la sua parte,
con la forza e la tenacia
dei nostri viticoltori grandi
e piccoli. Ha fatto la sua
parte nel Concorso portando a casa tante
Menzioni e quattro medaglie, questa volta distribui-
48
te su varie tipologie di
vini. Nella categoria dei
vini rosati spiccano una
Medaglia d’Oro (Cantina
Orsogna) ed una di
Argento (Contesa): siamo
considerati tra i più bravi
al mondo a produrre vini
rosati ed il nostro
Cerasuolo ottiene forse
più riconoscimenti e rispetto altrove che non da noi
in regione. Abbiamo ottenuto una medaglia di
Bronzo ed un premio speciale per la denominazione con un Montepulciano
nella categoria dei rossi
(Cantina Miglianico).
Questa volta poi c’è stata
la consacrazione del vitigno Pecorino, dopo il
successo commerciale
che ha ormai da tempo
valicato i confini regionali, ecco una Gran
Medaglia d’Oro nella
categoria dei vini bianchi. A vincere questo
ambito premio poi un
Pecorino biodinamico
(Cantina Orsogna), a
riprova e a conferma che
la scelta di produrre bio
da parte di molte aziende
abruzzesi non si limita più
a una mera scelta filosofica come qualcuno pensava solo qualche tempo
fa.
Ma l’Abruzzo ha soprattutto fatto la sua parte
costruendo accordi commerciali che portano i
nostri vini in ogni dove. Il
Vinitaly ha creato occasioni di incontro sia per il
mercato italiano, dove le
nostre aziende hanno
ancora un grosso potenziale inespresso, sia per il
mercato estero, dove si
cerca di esportare prodotti con una sempre più alta
qualità. La particolarità
della Fiera è che le
opportunità di business ci
sono per tutti, grandi e
piccoli, è questo che
rende in qualche modo
democratica questa superfiera del vino, ed anche
un piccolo produttore salito a Verona con grossi
sacrifici, può essere ripagato con un ritorno di
immagine e business che
rappresentano la linfa
vitale per continuare sulla
strada della crescita qualitativa di tutto il settore.
Mai come quest’anno i
nostri produttori - dai più
piccoli ai più grandi hanno sfruttato questi
quattro giorni per incontrare importatori e buyers
con un ritmo incessante,
portando a casa risultati
che vanno oltre il business
del vino. Una bottiglia di
Montepulciano o di
Cerasuolo sulle tavole di
Cina o Giappone è un
magnifico biglietto da visita della nostra terra, di
tutti i nostri prodotti: agricoli, industriali e turistici; e
già solo per questo i
nostri contadini andrebbero ringraziati.
Arrivederci al 25 marzo
2015 ovvero al prossimo
Vinitaly.
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Il tartufo di Campovalano
5
di Bianca Flagnani
Il “Tubero d’Oro”
ricerca con cani addestrati. Questi funghi ipogei dal sapore e dalla
fragranza inconfondibili
si mescolano da sempre
alla tradizione enogastronomica del territorio. In
paese la famiglia Tassoni
dal 1999 ha dato vita a
una piccola, appassionata e specializzata azienda nel commercio del
tartufo in tutti i suoi utilizzi: fresco, in crema, in
conserva, in olii aromatizzati, in salse. Questa
premiata ditta affianca
all’ offerta di tartufi molte
altre tipicità gastronomiche del territorio teramano come i mieli, i formaggi freschi e secchi, i
salumi saporiti e profumati.
Accanto alla rivendita
“Tassoni Tartufi” potremmo entrare nel ristorante
a tema “Il tubero d’oro”
per gustare direttamente
in loco le specialità culinarie a base di tartufo e
funghi e portare con noi
il ricordo degli odori e
dei sapori di questa terra
generosa.
5
L’Abruzzo offre una vasta
produzione di tartufo sia
in termini qualitativi che
varietali, in alcune zone
tartufigene non passa
mese in cui non si trovi
almeno una specie di tartufo, dal bianco al nero
pregiato, dal bianchetto
allo scorzone. Nella provincia di Teramo uno di
questi luoghi è
Campovalano, dove il
tartufo cresce in abbondanza. Si organizzano
fiere e sagre di questo
prezioso tubero e anche
visite guidate alla sua
Sulla Strada Statale 81,
alla frazione di
Campovalano nel comune
di Campli (TE), adiacente
alla rivendita Tassoni
Tartufi. La bottega del
tartufo, la famiglia
Tassoni gestisce anche il
ristorante Tubero d’oro.
L’attività, a conduzione
familiare, apre nel 2012.
Dal produttore al consumatore, il ristorante offre
un menù di prelibatezze
tra cui spiccano la lasagna bianca al tartufo e
funghi porcini e un agnello in porchetta tartufato.
Aperto tutti i giorni a
pranzo e cena, il ristorante resta chiuso il martedì.
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La piccola Atlantide di Capodacqua
Una scuola di sub a Capestrano
testo di Giuliana Susi
foto Carlo Ravenna
In alto il Castello (1485
d.C.) che domina
Capestrano, il paese del
“guerriero” simbolo
d’Abruzzo. In basso i resti
archeologici di un paesaggio medievale sommerso
nel lago di Capo d’Acqua
(noto come Capodacqua).
Nel mezzo la storia di ieri
e di oggi in equilibrio
sulla sottile linea di confine tra terra e acqua. È il
fascino del passato che si
fa tutt’uno con il mistero
dei mondi sommersi,
regalando alla terra
d’Abruzzo un piccolo gioiello dai suggestivi fondali. Sconosciuto, paradossalmente, a molti abruzzesi, meta, invece, di tanti
appassionati sommozzatori e di fotografi subacquei professionisti provenienti da tutto il mondo.
Nuotano nella storia e ne
restano colpiti. Incantati,
come mostrano gli affascinanti scatti pubblicati
su riviste specializzate
nazionali e internazionali.
Rapiti dalle meraviglie dei
“tesori” del lago, dallo
splendore senza tempo dei
resti di due antichi mulini,
costruzioni dei secoli bui,
di strade dai colori
ambrati e verdeggianti, di
tronchi d’alberi, passaggi
e strutture architettoniche
in pietra, libere dalle
alghe che connotano la
vegetazione lacustre,
accarezzata dalle correnti
che costeggiano il vecchio
letto del fiume. Una piccola Atlantide d’Abruzzo,
che torna a vivere di volta
in volta solamente calandosi nelle acque lacustri.
Restiamo a riva, osservando il rito della vestizione
di un gruppo di sommozzatori esperti (l’immersione è permessa solo a professionisti o scuole, associazioni, in sostanza a
coloro dotati di brevetto),
pronti a seguire la guida
che li accompagnerà nel
viaggio sott’acqua, per
circa 35-40 minuti, alla
scoperta del lago della
Valle del Tirino, nel Parco
nazionale del Gran Sasso
e Monti della Laga. A fare
da cicerone, raccontando
ai sub, prima che s’immergano, la storia del territorio, del bacino lacustre e
dei reperti archeologici
conservati sott’acqua è
Dante Cetrioli, istruttore
professionista aquilano,
dell’Associazione sportiva
«Atlantide» scuola sommozzatori, che gestisce e
conserva questo luogo dal
2004. Con disponibilità,
umiltà e passione spiega
che le origini dell’invaso
risalgono agli anni sessanta del novecento, creato come riserva utile per
irrigare i terreni agricoli
circostanti, alimentato da
diverse sorgenti naturali
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sia sommerse che in superficie. Lungo corsi d’acqua,
che unendosi ad altre sorgenti formavano il fiume,
erano stati costruiti un
colorificio, edificio ancora
visibile in quanto immerso
a metà, e i due mulini
medievali, oggi sommersi,
di cui uno mostra resti di
pale che azionavano le
macine, l’altro, meglio conservato, è la struttura più
affascinante e articolata,
nonostante abbia subìto il
crollo di un arco con il
sisma aquilano del 2009.
«Questo lago ha le caratteristiche dei bacini lacustri
di alta quota, a oltre 1800
metri, mentre qui siamo a
circa 300 metri» spiega
Cetrioli, rivelando che la
visibilità nelle acque cristalline, dalla profondità di
6 metri, resta chiara anche
a distanza di 35-70 metri
«ed è proprio questo aspetto che lo rende unico». Una
caratteristica che affascina
moltissimi esperti visitatori
con pinne e bombole. «La
temperatura nel lago resta
sempre costante tra 8 e 10
gradi» precisa, aggiungendo che i periodi migliori a
Capodacqua sono durante
le stagioni invernale e primaverile, quando l’escursione termica tra dentro e
fuori l’acqua è minima.
Un’esperienza che è possibile effettuare nei week
end solo su prenotazione e
sotto la guida dello staff
dell’Associazione, la cui
sede è all’Aquila. Un’attività
accessibile anche ai portatori di handicap, ognuno
dei quali, sempre dopo aver
frequentato un corso, viene
accompagnato dall’inizio
alla fine dell’immersione
nel lago dall’istruttore preparato con tanto di certificazione, che si trova affissa
in bella mostra sulle pareti
del chioschetto nell’area
verde recintata. Tra premi,
riconoscimenti e articoli di
giornale che raccontano il
record mondiale di apnea
lineare sotto i ghiacci a 85
metri conquistato proprio
da Dante Cetrioli. Luoghi
incantati questi che hanno
prestato, nel 2007, la magia
degli scenari intrisi di storia
alla celebrazione delle
nozze di una coppia di
sommozzatori romani:
prete, sposi e invitati con
muta e bombole si immersero per il fatidico “sì”
pieno di fascino e originalità, tra resti archeologici,
vegetazione dai colori cangianti e trote che solitamente si nascondono sui
fondali in presenza umana.
Straordinario angolo
d’Abruzzo, dunque, che
ammalia con la sua storia
sopra e sotto il lago.
Associazione sportiva Atlantide
Sub Scuola Sommozzatori
Via Caprini, 8 L’Aquila 67100
mobile 347 342 0185
www.atlantidesub.com
52
Capo d’Acqua’s Lake is an
artificial lake situated
between the village of
Capestrano and the archaeological area of Aufinum.
Generally unknown to most
people, it is nevertheless the
favourite destination of passionate scuba divers and
underwater photographers
from all over the world. This
lake hides some amazing
submerged treasures among
which the most fascinating
are two ancient mills still
standing as old structures
built in stone, and the earlier river bed.
Despite the fact the lake is
only at 300 mts above the
sea level, it holds the characteristic of having a high
visibility, up to 6 mts of
depth, which is otherwise
typical of high mountain’s
lakes.
A sport association named
“Atlantide”, and based in
L’Aquila, runs the lake’s
activities since 2004.
Immersions last each about
40 minutes and take compulsory to hire a guide, as
well they are necessarily to
be planned and booked in
advance. The experience is
allowed only to trained and
licensed scuba divers.
Best time for immersions is
during spring and summer.
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Rafting
sull’Aventino
Un’avventura straordinaria per adulti e
bambini.
Testo di Riziero Zaccagnini foto Abruzzo Rafting
20
53
“Un valore importante per noi è che le persone che lavorano per l’Abruzzo Rafting
sono della zona. Questo non è solo per la sostenibilità della società, ma anche per
fornire opportunità ai giovani di sviluppare una professionalità e avere un impiego.
Abbiamo condotto due corsi di guide cui hanno partecipato 40 persone. Dopo
questa esperienza, 6 abruzzesi hanno ricevuto la certificazione dalla Federazione
Italiana Rafting (FIRAFT)”.
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54
55
Pratola Peligna), Paolo e
Preamina fondano
Abruzzo Rafting.
Settemila clienti in due
sole stagioni, italiani e
stranieri, per un centro
rafting capace di
incontrare le esigenze
dei canoisti più esperti e
dei turisti desiderosi di
un’esperienza originale
in piena sicurezza.
L’Aventino è il fiume
ideale. Lunghi tratti di
letto ampio e acque
dolci che si alternano a
curve repentine, piccole
rapide e slalom tra le
rocce, discese divertenti
e sicure, in un ambiente
incontaminato, guidati
sempre da professionisti
qualificati. “L’unico
rumore è quello
dell’acqua che scorre e
lentamente ci trasporta
verso valle”.
È previsto anche un
programma specifico
dedicato ai meno
esperti, alle famiglie
accompagnate da
bambini, una discesa di
un’ora e mezzo lungo il
tratto più morbido
dell’Aventino. Ma sono
possibili anche escursioni
in gommone, rafting
notturni, discese e lezioni
di kayak, teambuilding,
educazione ambientale,
acqua trekking a piedi
nel letto e sulle sponde
del fiume, per
ridiscendere lasciandosi
trasportare dalla
corrente. Un pacchetto
speciale è dedicato alle
scuole, con un
programma didattico
alla scoperta del fiume,
della flora e microfauna,
con piccole escursioni su
gommoni.
Tra le proposte originali
c’è anche “l’addio al
celibato o nubilato”,
bottiglia di spumante
compresa.
“Tante iniziative, con
l’unico fine di far
conoscere le meraviglie
dell’Abruzzo” nello
splendore della Maiella,
in una “terra vicina,
verde, a misura
d’uomo”, incontrata
scivolando sulle acque
dell’Aventino.
5
La discesa
Nome: Rafting classica
durata: circa 1.5 ore
difficoltà: livello rapide, 2
e 3. (adatta anche ad
inesperti, comprese famiglie
con bambini piccoli)
descrizione: Dopo la
registrazione alla base del
centro rafting e il cambio
degli indumenti con
attrezzatura nautica, i
furgoni trasportano i clienti
circa 5 chilometri più su, nel
luogo dell’imbarco. La
discesa sul fiume avverrà su
gommoni per ognuno dei
quali l’equipaggio è
composto da una guida
esperta e sei ospiti; prima
di intraprendere la discesa,
all’imbarco verrà svolta una
lezione sulle tecniche per
pagaiare e sulle regole del
rafting che i clienti
dovranno rispettare. Durante
la discesa, il gommone si
ferma un paio di volte per
una nuotata nel fiume in
totale sicurezza. Al rientro
al centro rafting sono a
disposizione docce, strutture
per picnic, barbecue e un
piccolo bar.
Abruzzo Rafting
Contrada Forconi, Frazione
Ciclone
Civitella Messer Raimondo
(CH)
www.abruzzorafting.com
e-mail:
[email protected]
Tel: +39 327.2819191
(italiano e inglese)
Orari d’apertura (a
partire da Aprile)
Lunedi - venerdi: 9am - 6pm
Sabato - domenica: 9am 6pm
Prima discesa alle 09.00
Ultima discesa alle ore
18.00
5
Paolo, milanese, e
Preamina, malese: una
carriera nella
cooperazione
internazionale, una vita
sospesa tra gli Stati Uniti
e le continue missioni
all’estero, e una
passione, il kayak.
Nella primavera del
2011 Paolo giunge in
Abruzzo per provare una
discesa sull’Aventino. Il
comune di Civitella
Messer Raimondo
pubblica un bando per
l’assegnazione di una
struttura lungo il fiume,
usata come centro rafting
alcuni anni prima. Due
mesi dopo, la prima
discesa aperta al
pubblico; un esperimento
di un mese per provare
che diventa lavoro e
investimento sul futuro.
“Un’esperienza
entusiasmante, durante
la quale abbiamo
scoperto e apprezzato la
bellezza e la gente
d’Abruzzo”. Nel 2012,
assieme a due partner
abruzzesi, Cristian
Borrelli ( presidente della
Aventino Kayak Club) e
Lorenzo Zarlenga
(istruttore di kayak di
AEA_2014_v10_definitivo.qxp_Layout 1 05/05/14 11:01 Pagina 55
Il Wolf bike tour
Turismo natura: una proposta dedicata agli
appassionati di bici su strada
di Tommaso Paolini *
20
55
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Il tempo che viviamo è veramente difficile e il turismo
potrebbe rappresentare lo
strumento capace di riportare la nostra economia sulla
strada virtuosa della crescita,
della competitività e dell’aumento dell’occupazione:
specialmente quella giovanile fortemente scolarizzata.
Il turismo come fenomeno
generale nel 2013 non è
riuscito a confermare le performance conseguite nell’anno precedente. C’è però
una tipologia che da molto
tempo: o da sempre? si
muove in territorio positivo
ed è rappresentata dal turismo natura, da quel turismo
cioè nel quale il turista ha
come motivazione principale
alla vacanza l’osservazione
e il godimento della natura e
della cultura tradizionale.
Nel 2012, secondo l’11°
Rapporto sul turismo natura,
quasi 101,5 milioni sono
state le presenze registrate
nei parchi nazionali, in quelli
regionali e nelle altre aree
comunque protette, con un
forte aumento della domanda estera e un fatturato che
ha superato di molto gli 11
milioni di euro.
Tra i parchi regionali e
nazionali più richiesti dai
tour operator: sia europei
che d’oltreoceano, Il Parco
Nazionale d’Abruzzo (che
figura al 1° posto tra i parchi più richiesti dalla domanda organizzata domestica) si
colloca all’8° posto, mentre
il Parco Nazionale del Gran
Sasso si colloca al 12°
posto. Il Parco Nazionale
della Majella a livello mondiale non è mai richiesto.
Allo scopo di far conoscere
questo bellissimo parco
anche fuori dai confini
nazionali e far scalare qualche posizione al nostro
parco storico, abbiamo pensato di organizzare il Wolf
Bike Tour: una due giorni
ciclistica non competitiva
adatta a tutti gli appassionati
della bicicletta.
Il 6 e 7 settembre prossimo
porteremo a pedalare sulle
strade dei nostri parchi tantissimi cicloturisti, molti dei
quali stranieri, per far scoprire loro i paradisi naturalistici
che vi sono racchiusi e i tanti
paesi così belli così lindi che
vi si trovano.
La nostra speranza è quella
che poi i cicloturisti, abbagliati dalle bellezze naturalistiche, accompagnati e coccolati dallo spirito ospitale
delle nostre genti e abituato
il palato al gusto particolare
dei nostri prodotti tipici, tornati a casa conservino non
solo la memoria della vacanza attiva pensando di ripeterla una o più volte l’anno,
ma ne parlino ai parenti,
agli amici, ai colleghi di
lavoro, ai conoscenti in una
sorta di passaparola positivo
che possa rappresentare la
scintilla per dare l’avvio a un
circolo virtuoso e mettere in
moto uno sviluppo endogeno, garanzia di un livello di
benessere duraturo della
popolazione.
In ogni paese attraversato
faremo sosta nelle zone più
caratteristiche e di pregio
per fare apprezzare ai partecipanti i prodotti tipici del territorio e dare evidenza e
mercato a quelli dell’artigianato locale.
*Coordinatore scientifico
dell’Osservatorio sul Turismo Natura
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La “Strada Maestra” nel parco Nazionale
del Gran Sasso Monti della Laga
di Valeria Notarmuzi
A
I PIEDI del Corno
Grande, nel cuore del
Parco nazionale Gran
Sasso e Monti della Laga, si
colloca una delle aree più
interessanti del Parco, il
Distretto denominato “Strada
Maestra” dove i massicci
montuosi del Gran Sasso e
dei Monti della Laga vengono a contatto, sovrapponendo due litotipi diversi, i bianchi calcari del Gran Sasso
con le arenarie tipiche del
bacino della Laga. Questi
due terreni offrono paesaggi
completamente diversi, da
quelli aspri e acclivi del massiccio del Gran Sasso, alle
forme più modellate e dolci
della Laga. In questo scenario si muovono interessanti itinerari in mountain bike con
diversi livelli di difficoltà.
Vi proponiamo tre itinerari
con partenza da Prati di
Tivo, località sciistica in provincia di Teramo.
A percorso facile
Il primo percorso è un anello
che va dalla stazione sciistica
Prati di Tivo (TE) e l’abitato di
Pietracamel. Di lunghezza 3,44
Km e un dislivello di 105 m,
tocca la quota massima di
1469 m. Si percorre in 45
minuti circa e si svolge prevalentemente su terreno asfaltato.
Adatto a tutti.
B percorso medio
Il secondo percorso da Prati di
Tivo al Rifugio del Fontanino è
lungo circa 5,28 km si snoda
su un dislivello di circa 210 m
toccando la quota massima di
1646 m; si percorre in circa 2
ore considerando il tempo di
andata e ritorno, pedalando
per circa il 50% su asfalto e il
50 % su terreno naturale
C percorso impegnativo
Il terzo itinerario va dalla stazione scistica di Prati di Tivo a
Pietracamela. Il tracciato copre
un dislivello complessivo di 422
m toccando la quota massima
di 1469. Si percorre in circa 2
ore. Per i più esperti, si pedala
quasi al 100% su terreno naturale.
I dati e la cartografia sono scaricati dal «Parco Nazionale del
Gran Sasso-Monti della Laga»)
56
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Trekking a Pizzo Intermesoli
Scenari suggestivi e grotte da scoprire
D
al limite sud dell’abitato di Pietracamela
si imbocca il S.I.
(anche sentiero n.102) che
percorre la Valle del Rio
Arno in direzione sud;
dopo circa mezz’ora, una
minuta edicola votiva
segnala la presenza di un
incrocio da prendere a
destra raggiungendo,
quasi immediatamente, un
piccolo ponte di legno che
attraversa il fiume. Pochi
minuti di cammino occorrono per arrivare a un nuovo
e meno evidente bivio;
svoltando a destra e allontanandosi dalla riva del
Rio Arno, il sentiero, inerpicandosi ripidamente, raggiunge (c.a 10 minuti)
un’ampia radura (1345m.)
ai piedi di Colle Secco
(destra). Verso Sud l’evidente e piramidale colle
boscoso prende il nome di
Colle Dell’Asino. Dietro di
esso si ha una sorprendente vista delle tre vette che
compongono l’imponente
Pizzo Intermesoli, la meta
del nostro trekking. Si prosegue lungo il solco terroso
del sentiero che attraversa
la radura e costeggia il
bosco a destra, successivamente si penetra nella
vegetazione di aceri, faggi
e castagni intercettando
una più ampia strada sterrata. Qui occorre fare particolare attenzione perché
bisogna piegare verso sinistra, abbandonando l’evidente sentiero, per addentrarsi più profondamente
nel bosco, aggirando in
leggera salita il colle
dell’Asino.
La traccia è presente, ma
appena avvertibile sul
suolo e per orientarsi
occorre fare affidamento
sulle proprie capacità di
osservazione per rintracciare la presenza di radi bolli
gialli sui fusti dei faggi o di
piccoli e distanti ometti di
pietra. Aggirato il colle, il
sentiero prende a salire
con maggior vigore e sempre dirigendosi in direzione sud-est incontra una
netta radura di forma quasi
circolare detta Prato
Tondo(1500m.). La traccia
torna ad essere evidente e
segue, brevemente, il
bordo sinistro del bosco
ritornando immediatamente
in esso fino a raggiungere
il limite di una profonda
scarpata, quindi piega
verso destra, seguendo il
bordo del fosso e impennando bruscamente; dopo
15 minuti si torna ad uscire
dal bosco ai piedi del ripido e roccioso Picco Dei
Caprai (1947m.). La traccia torna a essere un chiaro sentiero che zigzagando aggira il Picco a
destra, raggiungendo una
conca detritica, che in primavera è frequentata
soprattutto per la presenza
dei ricercatissimi e gustosi
orapi (spinaci selvatici). Si
esce dalla conca percorrendo la traccia brecciosa
sulla sinistra e successivamente piegando a destra
si supera il grosso salto
roccioso che sbarra il percorso. Infine dopo un ultimo breve tratto sul sentiero
ora inerbito (c.a 5 min.), si
arriva sul confine nord
dell’ampia, suggestiva e
nascosta Conca Del
Sambuco, un gioiello glaciale, incassato a nord
della vetta principale del
Pizzo Intermesoli, molto
noto agli sci alpinisti, ma
quasi del tutto sconosciuto
alla maggior parte degli
escursionisti. Sulla sinistra
della Conca, e incombente
sulla Val Maone, si erge il
remoto Picco Pio XI
(2262m.); al centro si
eleva la Vetta del Pizzo
Intermesoli (2635m.) mentre a destra la Vetta
Settentrionale Del Pizzo
(2483m.). Il sentiero tracciato termina qui ma d’ora
in poi la probabilità di
smarrirsi è praticamente
nulla.
L’escursione prevede la
rapida conquista delle
vette dell’Intermesoli, ma
vista l’eccezionalità dei luoghi si consiglia caldamente
di effettuare una piccola e
faticosa variazione risalendo il ripidissimo pendio
erboso che conduce alla
cima del Picco Pio XI.
Affacciarsi sulle strapiombanti pareti dell’Intermesoli,
godendo della splendida e
inusuale vista della Val
Maone, ma soprattutto dell’assoluta vicinanza dei
due Corni del Gran Sasso,
osservandoli da un luogo
testo e foto di
Piero Savaresi
58
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In fondo al crinale si perviene ad un passo che prende
il nome di Sella Dei Grilli
(c.a.2230m.): questo è un
importante crocevia che ad
ovest conduce verso la suggestiva Valle Venaquaro, a
sud verso Pizzo Cefalone;
si gira ad est ridiscendendo, ripidamente, il sentiero
fino a raggiungere Campo
Pericoli, una enorme valle
glaciale circondata dalle
vette più imponenti del
Gran Sasso (Corno
Grande, Pizzo Cefalone,
Monte Aquila, Monte
Portella). Il sentiero intercetta un piccolo bivio all’altezza della zona denominata
“le Capanne”, un luogo
dove sono collocati i resti
di antichi stazzi pastorali
oramai abbandonati.
Al bivio è necessario dirigersi verso nord, rapidamente (c.a 5min.) si entra
nella Val Maone, una profonda valle coronata da
pareti rocciose imponenti,
ad ovest i pilastri
dell’Intermesoli, spigoli e
canali di pietra complessi
ma apprezzati dagli alpinisti, ad est le pareti ed i valloni dei due Corni.
Il lungo percorso che si
snoda in quella che può
essere definita tra le più
belle valli del gruppo montuoso permette di ammirare
dal basso tutta la maestosità che caratterizza questo
angolo di Abruzzo, il tracciato che attraversa questi
luoghi è molto frequentato
e non di rado si incontrano
numerosi e consistenti gruppi di persone dirette al noto
rifugio Garibaldi (gestito
dal
CAI nei mesi estivi) sito in
Campo Pericoli. Per i più
volenterosi dopo 20 minuti
circa (1680m.), a sinistra,
subito dopo una grande
macchia boschiva è possi-
bile visitare la «Grotta
Dell’Oro»; leggenda vuole
che in quella zona, il prezioso metallo giallo fosse
presente e luccicante, scatenando una forsennata
corsa al minerale prezioso
che si dimostrò vana, visto
che il brillante materiale si
rivelò della più semplice
pirite.
Proseguendo l’unico ed evidente tracciato a quota
1585m., si incontrano le
sorgenti del Rio Arno; la
valle acquista il nome del
fiume che sorge da piccole
cascate le cui acque vengono in parte intercettate
da vecchie e dirute costruzioni in cemento e confluite
in acquedotto.
Successivamente, prima di
un grosso bivio si svolta a
sinistra (a destra l’ampio
sterrato conduce alla nota
stazione sciistica di Prati Di
Tivo) e ci s’inoltra nel
bosco, tenendo il bordo
del fiume. Prima di raggiungere nuovamente l’abitato
di Pietracamela si incontrano enormi megaliti franati
dalle pareti rocciose vicine
ed in successione i monumenti dedicati agli alpinisti
Paolo Emilio Cichetti e
Mario Cambi, morti durante una bufera nell’inverno
del 1929.
5
Raggiungere Pietracamela
Dall’autostrada A24 occorre
uscire a Colledara e proseguire
per Montorio al Vomano.
Successivamente, percorrendo
la Val Vomano lungo la S.S.80
si raggiunge il bivio per
Pietracamela e Prati di Tivo.
Dall’Autostrada A14 occorre
uscire per Teramo e successivamente per Montorio al Vomano,
quindi proseguire come precedentemte indicato. È possibile
parcheggiare l’auto alle porte
del paese e percorrere le caratteristiche vie del centro montano
fino all’imbocco del sentiero
che costeggia il Rio Arno.
Caratteristiche Trekking
Tipologia percorso: Anello.
Livello di difficoltà: EE
(Escursionisti Esperti)
Dislivello totale: 2065m.
Lunghezza: 24.000m.
Durata: 10h.
Esposizione al vuoto: NO.
Presenza sorgenti d’acqua:
NO.
5
tanto poco conosciuto
quanto meraviglioso è
un’espereinza straordinaria.
Un luogo affascinante,
remoto e silenzioso, poco
visitato ma assolutamente
prossimo ad una delle più
frequentate zone
dell’Appennino Centrale.
Ridiscendendo lo stretto
Picco e tornando sul limite
nord della Conca Del
Sambuco si continua per
via logica sul pendio di
detriti rocciosi che risale
verso est, guadagnando la
lingua inerbita che conduce
sulla cresta nord della Vetta
Settentrionale
dell’Intermesoli.
La stretta, rocciosa linea di
cresta permette di raggiungere, molto rapidamente
(c.a 25min.) e comodamente, la Cima
Settentrionale godendo
della vista (ovest) del lago
Di Campotosto. Aggirati a
destra i massi che costituiscono la vetta, si prosegue
lungo la linea di cresta che
collega la cima settentrionale alla più nota, e un po’
più frequentata, vetta principale del Pizzo d’Intermesoli
(c.a 1km.).
Ora il sentiero torna ad
essere visibile e il panorama torna ad essere più
familiare. Dalla cima, contrassegnata da una piccola
statuetta della Madonna, la
discesa avviene inizialmente lungo un evidente e sufficientemente ampio sentiero
che dirige verso sud, il
quale, stringendosi per
superare un importante
bastione roccioso attraverso
una stretta fenditura, sparisce.
Si ridiscende intuitivamente
l’ampio e instabile crinale
di detriti dirigendo in direzione sud fino alla base di
esso, dove il sentiero torna
evidente sul terreno erboso.
AEA_2014_v10_definitivo.qxp_Layout 1 05/05/14 11:02 Pagina 61
Primo
Papa Celestino e gli eremi
della Majella: una mostra a
Roma
Il mio borgo. Contest
fotografico
Tipici dei Parchi
Transiberiana d’abruzzo. Si
riparte
Il salone dedicato ai Parchi e
alle loro produzioni è giunto
quest’anno alla seconda edizione, dopo il successo dello scorso anno. Si svolgerà all’Aquila
dal 16 al 19 maggio e sarà
incentrato su degustazioni,
show cooking e laboratori del
gusto; ci saranno anche mostre
fotografiche, workshop e tra le
novità di quest’anno Park on
stage, un contest musicale
dedicato ai parchi. Oltre alle
consuete proposte di itinerari
ed escursioni, ci saranno
momenti di riflessione e dibattito incentrati sull’importanza
strategica dei parchi italiani
all’interno della direttrice del
turismo natura. L’edizione ha
avuto un importante riconoscimento: il patrocinio del
Padiglione Italia dell’Expò di
Milano 2015, il cui tema sarà
dedicato all’alimentazione:
Nutrire il pianeta. Energia per la
vita.
Si torna in vettura sulla Sulmona
Carpinone. Finalmente dopo gli
sforzi del comitato e le manifestazioni, le iniziative a sostegno di
organizzazioni e associazioni
riparte il treno che si arrampica
sulla linea ferroviaria più scenografica d’Italia. A partire dalla
metà di maggio riprenderà la normale circolazione dei treni turistici
sulla storica linea, si potranno
organizzare visite e percorsi turistici che vedranno coinvolti visitatori e appassionati italiani e stranieri. Da Sulmona a Pettorano sul
Gizio, da Cansano al Bosco di
Sant’Antonio e Campo di Giove,
fino a Palena e Pescocostanzo, per
ridiscendere a Castel di Sangro e
Carpinone: boschi, pinete, faggete,
colli e vallate, gallerie e saliscendi,
ponti e caselli lungo la ferrovia
dell’Appennino da scoprire dietro
al vetro di un finestrino.
Per informazioni e programmi
http://www.tipicideiparchi.it/.
60
a
«Majella: Domus Christi, Domus
naturae. San Pietro Celestino ed i
luoghi dello spirito. Fede, storia,
tradizioni nel territorio del Parco”.
Una mostra su papa Celestino V e
gli eremi della Majella ospitata dal
3 al 28 aprile nella Sala del Coro
dell’Auditorium Conciliazione.
L’iniziativa e’ stata promossa dal
Parco nazionale della Majella, in
collaborazione con la Fondazione
Telecom, la Fondazione delle Genti
d’Abruzzo e la Sovrintendenza ai
Beni Storici e Artistici d’Abruzzo.
Alla scoperta, in una visione unitaria, dei tesori sconosciuti del Parco
attraverso il filo conduttore dell’eremitismo. Sette sezioni ricche
di effetti tecnologici, multimediali,
sensoriali, visivi, con cui apprezzare ambienti e paesaggi abruzzesi e
conoscere un fenomeno storico e
culturale poco noto come l’eremitismo, che qui trovo’ uno dei luoghi di elezione sotto l’importante
impulso e guida di Fra’ Pietro da
Morrone. Un territorio che conserva, quasi intatti, i suggestivi insediamenti eremitici e monastici,
immersi e incastonati alle pendici
delle Montagne del centro
Abruzzo, mostrando quanto siano
parte integrante della cultura e
della vita delle popolazioni locali e
dell’intero contesto naturale.
Un concorso fotografico dedicato ai borghi abruzzesi organizzato dalla web community
Paesaggi d’Abruzzo, nell’ambito
del progetto pilota promosso
dalla regione e dall’ assessorato
alle Aree montane. Hanno partecipato 269 concorrenti, 1190
foto inviate, 40 selezionate che
sono state esposte in una
mostra allestita all’interno del
Castello Cantelmo di Pettorano
sul Gizio. Scorci, paesaggi, tramonti, scale e piazzette, primi
piani di fontane, vedute di tetti
al tramonto, rue e chiostri francescani: sono alcuni dei soggetti
ritratti nelle foto. Accomunati
tutti dalla stessa identica passione, i fotografi hanno saputo
interpretare al meglio l’idea
degli organizzatori che si proponeva di promuovere attraverso
l’immagine il patrimonio inesauribile di arte, storia e cultura dei
nostri paesi. La mostra è stata
inaugurata lo scorso 19 aprile e
resterà aperta al pubblico fino
alla fine del mese di maggio
nella sala conferenza del castello
di Pettorano .
Per informazioni e immagini
www.ilmioborgo.it;
www.pettorano.com;
www.paesaggidabruzzo.com.
AEA_2014_v10_definitivo.qxp_Layout 1 05/05/14 11:02 Pagina 62
Le nuove tecnologie e la montagna
Nuove professioni nei borghi appenninici
di Marcello Bonitatibus
La montagna è considerata soprattutto come “territorio sociale”, ci si riferisce
cioè alle valenze sociali,
culturali ed economiche
che si esprimono in aree
caratterizzate – e spesso
condizionate – da una
geomorfologia peculiare.
La “tecnologia”, invece, è
qui intesa come qualcosa
che provoca un cambiamento nella vita dell’uomo, nei suoi comportamenti, nel suo modo di
comunicare e nel suo
modo di vedere se stesso,
e non soltanto uno strumento, una macchina
“neutrale”. Ed è considerata “nuova” non soltanto
se prima non c’era, ma
anche quando ha un
carattere di novità, perché
inserendosi nella vita di
ognuno di noi, entriamo in
simbiosi con essa, la
ricomprendiamo e la
vediamo come una protesi
di noi stessi. Un esempio
in tal senso può essere
quello delle comunicazioni
telefoniche mediante i
dispositivi portatili, che
hanno innovato il modo di
telefonare consentendo di
comunicare in mobilità e
hanno, allo stesso tempo,
modificato i comportamenti relazionali di ognuno
di noi. Il giudizio sulla
valenza positiva o negativa della nostre attuali relazioni lo lasciamo al lettore.
Delineato il quadro di riferimento, si può fare un
passo in avanti e ricordare
sinteticamente gli elementi
che caratterizzano i due
62
universi – montagna e
nuove tecnologie – per poi
prendere in esame come e
in che misura esistano
possibilità di interazione
fra loro.
Per quanto attiene la montagna, è noto il suo progressivo abbandono, registratosi in Italia negli ultimi
50 anni, e la conseguente
sua marginalizzazione
sociale ed economica. Ad
una analisi superficiale
sembrerebbe che tale processo sia destinato a continuare, poiché quasi tutti
gli indicatori statistici
orientano le previsioni in
tal senso. Se invece si
considerano con maggiore
attenzione altri elementi, si
può nutrire la speranza di
“cambiare verso” e ricostruire un equilibrio territoriale fondato su nuovi
paradigmi produttivi ed
economici.
È in tale prospettiva che le
nuove tecnologie potrebbero avere un ruolo fondamentale. Queste, in particolare quelle basate sulla
conoscenza e sullo scambio veloce ed efficiente di
dati e informazioni, stanno
determinando infatti un
vera rivoluzione dei
modelli produttivi e quindi
economici. Perciò, rispetto
al passato, oggi è sempre
più importante “come” si
produce e non “dove” si
produce, il “dove” è rilevante solo se riferito alla
“qualità” del luogo/spazio
fisico in termini di benessere del lavoratore ma è
un vincolo sempre meno
importante per produrre,
soprattutto beni e servizi
immateriali o ad alto contenuto creativo. Più esplicitamente, un grafico, uno
sviluppatore di software,
ma anche un trader finanziario - per citare alcune
professioni creative - può
lavorare ovunque, e quanto più starà bene nel suo
luogo di lavoro, tanto più
sarà probabile che il suo
prodotto/servizio sia competitivo.
Prendere in considerazione questi cambiamenti
può essere utile per innescare un processo attrattivo di nuova residenzialità
nei centri di montagna, la
cui attuale condizione di
marginalità ha nello spopolamento l’indicatore più
significativo. La possibilità
di vivere e lavorare in un
contesto capace di offrire
una qualità della vita elevata dal punto di vista
ambientale e naturalistico
o attraverso il valore del
vivere in comunità piccole
e per questo più coese,
può infatti essere una formidabile leva per indurre
lavoratori creativi a trasferirsi nei borghi oggi in deficit demografico.
Perché questa ipotesi si
concretizzi è però necessario che i lavoratori creativi (e famiglie) siano messi
in condizione di godere di
una qualità della vita di
fatto omogenea a quella
dei centri urbani in termini
di accesso ai servizi ma,
soprattutto, siano messi in
condizione di lavorare. In
altri termini, è necessario
dare loro la possibilità di
scambiare velocemente e
in modo efficiente dati e
informazioni, come si è
visto, elementi caratterizzanti il lavoro creativo. In
ogni caso è necessario
utilizzare le nuove tecnologie e in particolare la rete
internet in banda larga.
Dove questo obiettivo è
stato perseguito i risultati
non si sono fatti attendere.
È il caso di Colletta, una
frazione del comune di
Castelbianco, in Liguria. Il
borgo medievale era stato
gradualmente abbandonato intorno al 1887 a causa
di un devastante terremoto. Oggi è tornato a nuova
vita grazie ad una ristrutturazione che, nel rispetto
della bellezza delle antiche
scale in pietra e dei soffitti
a volta, ha incorporato
nelle abitazioni, in modo
discreto, l’alta tecnologia
contemporanea. Gli
appartamenti sono interamente cablati in fibra ottica per offrire ai residenti e
agli ospiti in vacanza l’accesso alla più recente tecnologia delle telecomunicazioni e del divertimento.
La possibilità di essere
connessi con il mondo e
contemporaneamente
avere una qualità della vita
soddisfacente, ha richiamato decine di lavoratori
creativi da molti paesi
europei, che nel borgo
ligure si sono trasferiti stabilmente, e indotto flussi
turistici prima inesistenti.
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Internet e banda larga:
un aiuto arriva dall’Unione europea
L’importanza della banda larga
e dell’internet veloce quali strumenti necessari per ridurre lo
svantaggio delle aree marginali
nonché volano di nuove forme
di sviluppo economico, è riconosciuto anche dall’Unione
Europea nella “Agenda Digitale
Europea”. Con questo strumento programmatico la UE definisce tre obiettivi:
entro il 2013, la totalità della
popolazione deve avere accesso alla banda larga base;
entro il 2020, il 100% della
popolazione deve avere accesso a servizi a larga banda in
grado di raggiungere velocità
fino a 30Mbps;
entro il 2020, almeno il 50%
della popolazione deve essere
abbonato ad un servizio a larga
banda ultra-veloce in grado di
raggiungere una velocità di
almeno 100Mbps.
Gli obiettivi posti dalla UE sono
stati condivisi con gli Stati
membri che hanno attivato
delle “Agende digitali” nazionali, finanziate in gran parte con
fondi comunitari ed in parte con
risorse proprie. Purtroppo, però,
l’Agenda Digitale italiana è in
ritardo sulla tabella di marcia
che pure il nostro paese ha
condiviso. Lo afferma
Francesco Caio, Commissario di
Governo per l’attuazione
dell’Agenda Digitale, nel rapporto presentato il 30 gennaio
scorso. A dicembre 2013, ad
esempio, la copertura della
larga banda base è pari al
98,4% (lorda) delle unità abitative; rimangono 2 milioni di
linee problematiche, in parte
servite da soluzioni wireless e
satellitare. È superfluo sottolineare dove siano queste linee
problematiche: tutte in territori
marginali.
Comunque, il dato consentirebbe all’Italia – anche se in ritardo - quasi il pieno conseguimento del primo degli obiettivi
fissati dalla UE. Tuttavia, considerando il secondo degli obiettivi fissati dall’Unione, il rapporto Caio evidenzia che le prestazioni di rete in Italia collocano
la banda erogata nel nostro
Paese tra le più basse in Europa
e nel Mondo. E se questo si
registra a livello nazionale si
può immaginare quale sia la
prospettiva per i territori montani e marginali.
Considerando il terzo obiettivo
europeo, il rapporto ha una
visione ottimistica: entro il
2016/17 la copertura di reti che
possano erogare 30Mbps
dovrebbe attestarsi attorno al
50% delle linee fisse in Italia
(23,4 milioni) – soprattutto nelle
aree a più alta densità abitativa
- a seguito dei piani di investimento degli operatori privati,
dello Stato centrale e delle
amministrazioni regionali.
In sintesi si può affermare che,
nonostante le scelte strategiche
dell’Unione Europea, le ingenti
risorse economiche impegnate
a livello comunitario e nazionale per la diffusione della banda
larga e larghissima, il digital
divide, fra aree marginali e aree
metropolitane – almeno in Italia
– è destinato a persistere.
È possibile evitare che questo
accada ma è necessario che gli
amministratori locali e tutti
coloro che in territori marginali
vivono o lavorano, acquisiscano
piena consapevolezza dell’importanza strategica delle reti di
comunicazione a banda larga e
larghissima quale strumento
per superare la propria condizione di svantaggio.
COPERTURA BANDA LARGA ABRUZZO
Popolazione Residente (milioni):
1,313
Copertura
Banda Larga (ADSL): 86,2%
Banda Larga (solo wireless) (*):
6,1%
Divario digitale (**): 7,7%
(*) disponibile solo copertura
mobile 3G/4G
(**) velocità di connessione inferiore a 2Mbps
Con riferimento alla popolazione
residente regionale (1,313 milioni), l’ 86,2% risulta coperto da
banda larga da rete fissa in tecnologia ADSL; a questa va sommata una ulteriore quota pari al
6,1% di copertura solo da connessione wireless. Il restante
7,7% rimane in digital divide,
ovvero con disponibilità di velocità di connessione inferiore a
2Mbps.
Fonte: Ministero dello Sviluppo
Economico (http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php?
option=com_content&view=article&idarea1=1701&idarea2=0&i
darea3=0&idarea4=0&andor=AN
D&sectionid=0&andorcat=AND&
partebassaType=0&idareaCalen
dario1=0&MvediT=1&showMenu
=1&showCat=1&showArchiveNe
wsBotton=0&idmenu=2509&id=
2019467&viewType=0)
Banda Larga (ADSL)
Banda Larga (solo Wireless) (*)
Digital Divide (**(
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L’ultima
estate
Storia di due
pastori della
Maiella
di Marcello Bonitatibus
5
La favola pitagorica, Giorgio
Manganelli Adelphi 2003
Il trionfo della morte, Gabriele
D’annunzio Oscar Mondadori 1989
Le vergini delle rocce, Gabriele
D’Annunzio Oscar Mondadori 1989
La fiaccola sotto il moggio, Gabriele
D’Annunzio Oscar Mondadori 1989
Attraverso gli Appennini e le terre
d’Abruzzo, Estella Canziani, Synapsi
Editore 2008
Lu libbre d’Ottavie, Ottavio
Giannangeli DiCioccio Editore 1979
Lettera alla posterità, Ottavio
Giannangeli Nova italica 1989
Vino generoso, Italo Svevo Wingsbert
House 2014
Giallo su giallo, Gianni Mura
Feltrinelli 2008
Il segreto del bosco vecchio, Dino
Buzzati Oscar Mondadori 2012
Uomini, boschi e api, Mario Rigoni
Stern Einaudi 1979
Marina Bellezza, Silvia Avallone
Rizzoli 2013
Il pranzo di erbe, Jonh Verney Quale
vita edizioni 2014
Viaggio in Italia, Mario Soldati
Sellerio 2006
Storia dell'architettura in Abruzzo, 3
volumi, I.C. Gavini, Costantini, 1980
I
L VOLUME L’ULTIMA ESTATE
di Bruno D’Amicis e Luca del
Monaco (Edizioni MAC,
2013) utilizza prevalentemente immagini – anche se una preziosa chiave di lettura ci è data
dai testi di Francesco Sabatini,
Aurelio Manzi e Antonio Di
Fonso - per illustrarci il territorio
della Maiella ma, soprattutto, per
raccontarci il mondo di due
uomini che con la “montagna
madre” continuano a vivere in
simbiosi. Domenico Di Falco e
Marco Ultimo, epigoni di quel
mondo pastorale abruzzese, da
alcuni mitizzato romanticamente
e da molti utilizzato come spiegazione dell’arretratezza economica della regione o del carattere
“chiuso” dei suoi abitanti. Falsi
stereotipi che, come scritto dallo
storico Costantino Felice, resistono ancora oggi grazie anche ad
alcuni dei grandi intellettuali
abruzzesi del passato come
Gabriele D’Annunzio o Ignazio
Silone. Le foto di D’Amicis e Del
Monaco non sono però stereotipate, non mistificano la realtà
che documentano ma la interpretano, con un approccio quasi
etnografico e la consapevolezza
che la realtà è troppo vasta per
poter essere descritta integralmente. Bruno e Luca hanno cercato di fissare nelle immagini ciò
che Domenico Di Falco e Marco
Ultimo sono nel loro mondo e
poi di proiettare queste persone
in un altro mondo, il nostro
mondo, in modo che noi possiamo comprenderlo. Un lavoro che
li colloca sicuramente nell’ambito
della categoria dei fotografi
documentaristi ma che li accomuna, per il metodo utilizzato,
anche a quella dei ricercatori
sociali. Molto spesso i fotografi
documentaristi non considerano
seriamente una problematica che
è invece ben presente a quanti
fanno ricerca sociale, cioè il significato dei mutamenti comportamentali determinati dalla macchina fotografica sui soggetti che
fotografano. Non considerano
che mettersi dietro la macchina
fotografica cambia molti aspetti
della loro interazione con gli altri,
al punto da condizionare, più o
meno esplicitamente, quanto
intendono documentare. In altri
termini, la presenza di un “estra-
neo” – a maggior ragione se si
pone nella posizione di colui che
registra come fa un fotografo –
modifica la realtà umana osservata (fotografata) al punto che
questa non sarà mai pienamente
corrispondente a quelle che
erano le intenzioni. Ancora più
chiaramente, non solo la presenza del fotografo modifica le cose,
ma anche la presenza dell’antropologo ha questo effetto, e
altrettanto avviene per la presenza del parroco, di una suocera, di
una fidanzata o del funzionario
del fisco. Una risposta che la
fotografia (ma anche per la cinematografia) ha dato a questa
problematica è costituita dalla
macchina fotografica o dalla
cinepresa nascosta, capace di
penetrare al di la delle maschere
che le persone portano abitualmente come membri di una
società. Ne sono un esempio le
famose candid camera di Nanny
Loy o, per restare alla fotografia,
la serie di foto che Walker Evans,
scattò nella metropolitana di
New York a soggetti inconsapevoli e pubblicate in un libro dal
titolo “Many are called” nel settembre 1966. Le valenze leggermente voyeristiche di questa tecnica, tuttavia, mettono a disagio
non tanto i fruitori delle immagini “carpite” quanto, soprattutto,
coloro che mediante le immagini
intendono fare ricerca sociale
con metodo scientifico, poiché
mette in discussione uno dei cardini su cui quest’ultima poggia:
la qualità interattiva della esistenza umana. In questi errori
non sono caduti Bruno D’Amicis
e Luca del Monaco. Le foto dei
due pastori che ci propongono
nel loro libro, infatti, non sono
“pose” falsamente rappresentative di una realtà che è stata condizionata dalla loro interazione
con i pastori stessi, né suscitano
uno stupore pruriginoso in quanto non sono state “carpite”
all’insaputa dei soggetti fotografati. Nel corso di quella Ultima
estate Bruno e Luca hanno
messo in secondo piano il ruolo
di fotografi per mettere in evidenza quello di persone che anche se momentaneamente e in
modo parziale – rappresentavano una presenza sociale nel
mondo di Domenico Di Falco e
Marco Ultimo che con questi ultimi, inevitabilmente, iquesto
approccio “antropologico” derivi
da una scelta, fin dagli inizi, consapevole degli autori non è dato
sapere. È però sicuro che a lavoro concluso, D’Amicis e Del
Monaco evidenziano quanto sia
importante utilizzare il metodo
della “osservazione partecipata”
proprio delle scienze sociali,
anche nel campo della fotografia
documentarista quando affermano che “non c’è la farai mai ad
arrivare ad uno stazzo di pecore
con la macchina fotografica al
collo, pensando di iniziare subito
a scattare. Occorre farti come
prima cosa annusare e accettare
(a sangue freddo!) dai mastini
abruzzesi che si avventano abbaiando contro di te, così come
bisogna che ti presenti per bene
al padrone di casa. E questo
prima di ogni altra cosa. Poi, ci
vuole un bicchiere di vino o due
e qualche ora di conversazione,
la promessa di tornare a trovarlo.
(…) Spesso la macchina fotografica resta nello zaino e, allora,
aiuti il pastore a radunare il
gregge al tramonto, a raccogliere
legna per il fuoco o a metter su
la macchinetta del caffè. Il fotografo in te smania, ma un certo
sesto senso ti dice che non è
ancora il momento. A un certo
punto sarà proprio lui, il pastore,
a chiederti del tuo lavoro e perché non scatti qualche foto. Inizia
così un rapporto stretto, di mani
tese ad aiutare, di orecchie aperte per ascoltare, con l’occhio
sempre attaccato al mirino della
fotocamera”. Se il ricercatore
sociale può anche essere disponibile a subordinare l’estetica del
medium al contenuto che con
esso intende documentare, quasi
sempre un fotografo pone maggiore attenzione alle valenze
estetiche del proprio lavoro.
D’Amicis e Del Monaco, pur
essendo prima di tutto fotografi,
non hanno però mai sacrificato
valore documentale all’estetica
della foto. Tutte le immagini che
ci propongono ne L’ultima estate
mantengono un prezioso equilibrio fra i due elementi. Il risultato
è stupefacente per gli effetti cromatici e di luce ma anche per il
mondo che con questi effetti ci si
racconta.
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abruzzoèappennino lA rIvIstA DEll’AppENNINO AbruZZEsE
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MAC EDIZIONI
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