Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR
settimanale diretto da luigi a
20 | numero 24 | 18 giugno 2014 |  2,00
EDITORIALE
La Repubblica del guardia e ladri
Corrotti e anticorrotti fanno lo stesso
gioco in un paese sull’orlo della Ddr
D
ai Promessi Sposi: «Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti
e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore
stesso e di cento esecutori… Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò,
quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano
ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se
producevano qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger
molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi».
Ecco, se ci fosse in giro un solo grande Manzoni invece che un’infinità di
mediocri Scalfari, l’Italia che da vent’anni affonda negli scandali e non riesce a masticare altro che guano, riconoscerebbe i suoi Renzo e Lucia. Li racconterebbe e, finalmente, si metterebbe in viaggio. Invece siamo sempre lì,
inchiodati alle grida di bacchette magiche per rendere gli uomini onesti
per Legge e commissariamenti della società per mano dei magistrati. I quali, come si è visto al Mose, non sono afCome ha ricordato Nordio,
fatto immuni dalla corruzione.
procuratore dell’inchiesta
Lo stesso Carlo Nordio, procuratore
sul Mose, «non occorrono
capo delle inchieste sulle ruberie venenuove leggi, Le leggi ci sono.
ziane, ha citato Tacito a Radio Radicale
E non servono i commissari»
per rammentarci un’evidenza solare:
«Corruptissima re publica, plurimae leges. Più la repubblica è corrotta, più
promulga nuove leggi». Il consiglio di Nordio? «Se dovessi dare un suggerimento a Renzi gli direi di lasciar stare le nuove leggi. Le leggi ci sono». Piuttosto «è necessario che il Parlamento riduca le leggi, le semplifichi, le renda
più chiare e trasparenti». Perciò, «la nomina di un commissario straordinario conta molto poco nella lotta concreta contro la corruzione».
Solo nell’anno in corso e solo l’operatore Vodafone ha ricevuto dalle autorità italiane più di 605 mila richieste di informazioni sulla localizzazione
di cellulari, orari, data delle chiamate, persone che comunicano. Dalla Francia, Vodafone ha ricevuto solo 3, dicasi tre, richieste. Dal Belgio 2 e dal resto
del mondo poche centinaia. Dunque, siamo il popolo più spiato del mondo.
Probabilmente, se si includono le intercettazioni, non c’è italiano che svolga una professione “a rischio” che non sia sotto controllo. Sarà un caso che,
somigliando ormai alla famigerata ex Germania Est, condividiamo con quel
tipo di società comunista anche il profluvio di apparati statali e di leggi ideologicamente perfette, perciò buone solo a far sprofondare la società nella
corruzione e nel fallimento? Questo è il punto: bisogna rifondare la Repubblica e riformare lo Stato. Occorre liberare la società dai commissari del popolo e dalla enfasi totalizzante ogni dimensione della vita pubblica che il
circuito mediatico-giudiziario dà ai fenomeni di corruzione: non più
informazione, ma ideologia. E ideologia come alibi per giustificare
l’oppressione e la grassazione dello Stato nei confronti dei cittadini.
MINUTI
Quell’estraneo
in ascensore
L a portineria di un palazzo borghese, di quelli in cui si ignora il cognome del signore della porta di fronte.
Due condomini aspettano l’ascensore,
che arriva con calma, gravato come
è da molti anni di servizio. Naturalmente nessuno dei due ricorda a che
piano sta l’altro. Il dito sulla tastiera
esita, «quarto, grazie». (È strano, come le persone che incontriamo nella
portineria di casa ci risultino spesso
come invisibili).
L’ascensore parte con un ovattato
scatto metallico. Ecco, è questo il momento in cui due umani cadono in
un profondo imbarazzo: siamo così
vicini, e nulla, proprio nulla da dirci.
L’altro inquilino fissa ostinatamente
attraverso i vetri della cabina il muro che scorre. Io leggo con passione il
cartello che recita: portata massima
320 chilogrammi. Bisognerebbe scrivere qualche frase più interessante sugli ascensori, mi dico.
Ma questo vecchio scatolone è davvero lento. A ogni piano singhiozza come protestasse: devo salire ancora? Al
terzo, il coinquilino non regge il silenzio: «Ma ha visto che tempo? Non si
sa più cosa mettersi, al mattino…». E
io con sollievo e quasi entusiasmo replico che sì, davvero, al mattino è così
umido, e poi viene caldo, «un tempo
proprio strano».
E finalmente scendo. Sorridendo
fra me: noi uomini proprio non ce
la facciamo a stare vicini senza dirci una parola. Alla peggio, parliamo
del tempo. Che profondo, tenace bisogno dell’altro, abbiamo. Come una
legge, scritta sulla pelle.
Marina Corradi
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SOMMARIO
08 PRIMALINEA PERCHÉ UN UOMO DEDICA LA VITA A CRISTO? | BOFFI
NUMERO
20 | numero 24 | 18 giugno 2014 |  2,00
in vendita abbinata obbligatoria con il giornale
settimanale diretto da luigi a
24
Nulla sembra favorire la
fioritura di una vocazione
cristiana in questa nostra
società post-cristiana.
Eppure…
LA SETTIMANA
14 SOCIETÀ VIAGGIO NELLE PERIFERIE. ROMA | MONDO
18 CHI È CHI LA MATURITÀ DI
MADONNA | BORSELLI
Minuti
Marina Corradi............................3
Foglietto
Alfredo Mantovano...........7
Capriole cosmiche
Dante e Chesterton..... 27
Presa d’aria
Paolo Togni..................................... 38
Mamma Oca
Annalena Valenti............... 39
Acta Martyrum
Leone Grotti................................ 44
Sport über alles
Fred Perri.......................................... 46
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano.................. 47
Mischia ordinata
Annalisa Teggi........................50
RUBRICHE
20 ESTERI REPORTAGE DA PANAMA | CASADEI
28 SPORT I MONDIALI TODA BELEZA | PERRI
L’Italia che lavora............... 34
Stili di vita........................................... 38
Per Piacere.........................................41
Motorpedia........................................42
Lettere al direttore.......... 46
Taz&Bao................................................48
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Anno 20 – N. 24 dal 12 al 18 giugno 2014
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FOGLIETTO
di Alfredo Mantovano
E BRUXELLES se ne infischia
Siamo seri, più che
“Mare nostrum”
è “tragico fallimento”
C
che avrebbe salvato
tante vite, ridotto lo sfruttamento
dei migranti presenti sul territorio
libico, mostrato all’Europa che cosa sa fare
l’Italia, e quindi indotto l’Unione a prendersi carico della questione. E se si tirasse
un primo bilancio di Mare nostrum? Giusto per capire se, al di là delle intenzioni,
avanzare la linea delle nostre unità navali
nel Mediterraneo, in modo da raccogliere i
migranti in prossimità delle acque territoriali della Libia, abbia fatto raggiungere gli
obiettivi dichiarati.
Raccontano i testimoni oculari, fra
i quali non pochi giornalisti, che finora
l’operazione ha prodotto questi effetti: a)
le tariffe per salire su una imbarcazione,
a causa del minor numero di miglia mariPROVIAMO A TIRARE UN PRIMO BILANCIO
ne da percorrere, sono
DOPO ALCUNI MESI DALL’INIZIO DELLE
diminuite all’incirca a
OPERAZIONI:
più morti, più violenze,
800 euro a testa; b) chi
più congestione, più sfruttamento.
giunge sulla costa non
possiede quella somma:
E L’EUROPA? Dà SOLO RISPOSTE IRRIDENTI
partendo dal Mali e o altre aree meridionali, porta con sé il mini- ne; e) che in Italia si arrivi con più facilità
mo, per non essere depredato. Questo vuol ha moltiplicato gli affari dei trafficanti di
dire che, prima di affrontare il Mediterra- uomini; f) sulla gestione all’arrivo è inutile
neo, è costretto a mesi di lavoro in condi- aggiungere qualcosa rispetto al collasso dei
zioni di schiavitù (10 euro al giorno) per re- centri e al caos di cui informano i media: si
alizzare il costo del biglietto; c) le giovani ha a che fare con un numeri decuplicato ridonne sono sistematicamente violentate spetto a un anno fa; g) da tutto ciò Bruxelda soldati e miliziani; d) la riduzione del ti- les non è nemmeno sfiorata.
Non menziono i costi: se ci fossero mecket, la distanza inferiore da coprire e l’affidamento sulle navi italiane fanno sì che no vittime non sarebbe neppure da comle imbarcazioni degli scafisti siano anco- parare il maggiore esborso con la salvezza
ra più precarie: il che aumenta la concre- di una vita. Ma non va così: come ogni falta possibilità che si rovescino poco dopo la limento, di soldi se ne perdono tanti. Vopartenza. Dei morti in mare si hanno ag- gliamo continuare nell’ipocrisia? Con un
giornamenti costanti e sarebbe onesto sti- cinismo che non sorprende, dall’Unione
marne il numero dall’avvio dell’operazio- Europea sono arrivate risposte irridenti: fai avevano detto
teci delle richieste e noi provvederemo; ci
sarebbe stato da recarsi a Bruxelles e notificare di persona le proprie istanze fino a
quando non fossero state accolte, ma non
risulta che sia stato fatto!
Visti i risultati, è di buon senso fermare Mare nostrum e sottoporre alla Commissione che si formerà a breve un piano
d’azione sulle coste libiche, che collochi in
quel territorio centri di accoglienza e commissioni con targa europea per valutare lo
status di rifugiati, trasferendo poi in condizioni di sicurezza coloro a cui viene riconosciuto fra gli Stati dell’Unione, in modo
proporzionato. È difficile? È impossibile se
non lo si prospetta: siamo all’inizio del semestre italiano di presidenza, quale migliore occasione? Nelle more, emergenza
per emergenza, si approvi una ordinanza
di riconoscimento della protezione umanitaria a tutti coloro che arrivano; giuridicamente è meno della qualifica di profughi, ma permette di ricevere subito un
permesso temporaneo, senza attendere i
tempi delle commissioni asilo, e quindi di
recarsi in altre Nazioni europee. Se l’Unione Europea non concorda di principio sul
border sharing, glielo si può far sperimentare nei fatti. Proposte azzardate? Allora si
dichiari senza tentennamenti che il bilancio di Mare nostrum – più morti, più sfruttamento, più violenze, più congestione – è
soddisfacente. Ma si cambi il nome: è più
adeguato decoctio (fallimento) nostrum.
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ordinazioni
È Chiesa
La diocesi di Milano festeggia i suoi nuovi sacerdoti. Ma perché
lo hanno fatto? Cosa spinge oggi un uomo a dedicare la sua vita
a Cristo? Nulla sembra favorire la fioritura di una vocazione
cristiana in questa nostra società post-cristiana. Eppure…
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DI emanuele boffi
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rebbe. È martire, pur non avendo nulla di
eroico. Tanto che a un certo punto, quasi
snervato da questa caparbia fedeltà di Dio
alla sua vocazione, arriverà ad esclamare: «Sono un prete. Non dipende da me».
Con questa frase in mente, sabato mi
sono recato a Milano all’ordinazione di
un mio amico, Alberto. E pensavo: c’è davvero di che tremare a compiere un simile passo, a fidarsi di un Dio testardo, che
nemmeno si abbatte e ci lascia stare, oltre
ogni nostra umana incoerenza. Ci tampina. È un Dio geloso, dice la Bibbia. Il cardinale Angelo Scola ha detto nell’omelia
che la scelta di Alberto e degli altri ventiquattro (più un religioso dell’Ordine
dei Carmelitani Scalzi) è stata una scelta lungamente meditata e verificata. Credo abbia ragione. O si presume che questi ventisei uomini siano tutti degli stolti e che siano diventati sacerdoti incon-
sapevolmente, per un moto dell’animo,
per un desiderio etereo e senza ponderazione, oppure dobbiamo ammettere che
quei 26 uomini abbiamo scelto di fare del
rapporto con l’Altissimo il loro vincolo
perpetuo. La domanda è dunque questa:
perché lo hanno fatto?
La violenza di suor Cristina
Lasciatemela prendere alla larga, poi arrivo al punto. Come avrete visto tutti, suor
Cristina Scuccia ha vinto il talent show
The voice of Italy. Non interessa qui discutere se la ragazza abbia una bella voce o
meno, se fosse opportuna una sua partecipazione al programma tv o meno, se
quello sia un modo adeguato o meno di
trasmettere la gioia della fede. Quel che
qui si vuole segnalare è un commento
trovato su un sito dopo che la ragazza, al
termine della premiazione, ha recitato il
Foto: Itl
I
n uno dei più bei romanzi di Graham Greene, Il potere e la gloria, si narra l’affannosa fuga
di un prete dalla persecuzione
anticristiana in Messico negli
anni Quaranta. Si tratta di un
sacerdote indegno, un prete spugna, un
ubriacone, un fornicatore con una figlia,
nata da un amore clandestino: «Non avevano messa amore nel concepirla, soltanto la paura e la disperazione e mezza bottiglia di acquavite». Quest’uomo,
così incapace, così meschino, così poco
all’altezza del compito cui è stato chiamato, è come “perseguitato” da Dio. Tutto il
romanzo è un succedersi di errori e tradimenti eppur anche di fatti che costringono il pusillanime a rimanere prete, anche
se lui non vuole, anche se lui se ne vergogna, anche se cerca di fuggire. Un uomo
che è segno di Cristo, anche se non lo vor-
ordinazioni PRIMALINEA
Sabato 7 giugno
nel Duomo di Milano
sono stati ordinati
25 sacerdoti più un
religioso dell’Ordine
dei Carmelitani
Scalzi
il cardinale ha detto che quest’anno nella diocesi
milanese sono deceduti una cinquantina di sacerdoti.
Se 26 sono le nuove ordinazioni, fate un po’ voi i conti
Foto: Itl
peggiore. E questo glielo lasciamo fare, e
gliene siamo grati. Il problema è quando
qualcuno di loro richiama il motivo per
cui fanno quelle cose: Gesù Cristo. Allora, appunto, diventa un problema, diventano «violenti». Quei 26 novelli sacerdoti
ordinati sabato, forse che non sono consapevoli di tutto ciò? E, allora, di nuovo: perché lo hanno fatto?
Padre nostro. Ha scritto un utente: «È stato un momento di una violenza incredibile». È un’osservazione su cui val la pena di
riflettere e, non per ultima, dovrebbe farlo Cristina stessa. Finché tu, suora, vestita
da religiosa, ti dimeni su un palco con un
microfono, sei accettata, applaudita, indicata come fenomeno globale. Appena,
però, esci dal personaggio e fai quello che
tutti si aspetterebbero da una suora (recitare una preghiera), diventi «violenta».
Esempio minimo di una percezione
che abbiamo tutti. I sacerdoti e le suore godono di un generale rispetto nella
nostra società. Più o meno tutti riconoscono loro una funzione sociale importante: si prodigano per gli indigenti, assistono gli anziani, badano ai bambini
negli oratori. Opere straordinarie di carità sono nate e vengono gestite da religiosi: senza di loro, l’Italia sarebbe un posto
Le isole dell’amore
Lasciate che vi tedii con un altro esempio un po’ balzano. Tempo fa, padre Piero Gheddo, sacerdote del Pime, ha pubblicato una lettera di un suo confratello missionario in Papua Nuova Guinea,
padre Giuseppe Filandia. Il sacerdote ha
raccontato la situazione sociale dell’arcipelago delle Trobriand, che gli etnologi chiamano «le isole dell’amore». Perché
lì avviene quello che i più maliziosi tra
voi hanno già intuito: «L’assenza di ogni
regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata». I bambini praticano attività sessuali sin dai sette anni, anche tra fratelli. Alcune bambine, schifate da tali pratiche, «sentendo
una naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro
padre, si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco». Le donne sono
per lo più trattate come oggetti, gli uomini non avvertono alcuna responsabilità
verso i figli che, anzi, si presume nascano non da rapporti sessuali ma da spiriti che si impadroniscono dei pensieri delle madri. Questa situazione di promiscuità e nomadismo sessuale è aggravata dai
turisti occidentali che, come racconta
padre Filandia, confermano agli indigeni
che «in tutto il mondo si fa così».
In una situazione del genere, «si può
capire – scrive il missionario – com’è difficile fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio
cristiano». Qualche piccolo-grande risultato lo si ottiene, ma il dato statisticamen-
te più rilevante è l’insuccesso: «Tentiamo
di organizzare corsi di formazione familiare per tutti, ma pochissimi rispondono
al nostro appello. Cinquant’anni di cattolicesimo sono ancora pochi per cambiare la cultura tradizionale. Noi seminiamo
senza la soddisfazione di vederne il risultato. Voi che avete la gioia di vivere in una
famiglia cristiana, abbiate un pensiero e
una preghiera per questo nostro popolo
della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana,
non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il
nostro popolo italiano, che ha ricevuto il
Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?».
L’Italia non è la Papua Nuova Guinea, è chiaro. Ma la domanda di padre
Filandia è provocatoriamente interessante. Forse che anche ai 26 non potrà capitare di «seminare senza vedere il risultato»? D’altronde, anche i nostri 26 novelli
sacerdoti sono coscienti di vivere oggi in
una società che ha perso ogni fondamento cristiano, di cui la questione affettiva è
solo l’epifenomeno più evidente. E quindi
di nuovo e ancora: perché lo hanno fatto?
La stanchezza dell’Occidente
Al termine della funzione, il cardinale
Scola ha detto che quest’anno nella diocesi milanese sono deceduti una cinquantina di sacerdoti. Se ventisei sono le nuove
ordinazioni, fate un po’ voi i conti. Certo,
come ha spiegato l’arcivescovo, «pochi o
tanti, sono quelli che Dio ci dà», ma non è
un mistero che, soprattutto nei paesi occidentali, di pari passo al calo delle vocazioni, si alza l’età media dei sacerdoti.
I numeri confermano che è soprattutto nei paesi occidentali che la Chiesa sente maggiormente il problema, al contrario di altre zone del pianeta. Secondo l’ultimo annuario della Chiesa cattolica
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PRIMALINEA ordinazioni
(dati 2005-2012), il numero dei cattolici
e dei sacerdoti cresce in tutti i continenti, ma è relativamente stagnate in Europa.
Se poi si vanno a guardare i numeri dei seminaristi, il dato diventa ancor
più macroscopico. Se la cifra complessiva
è aumentato del 4,9 per cento, passando
dai 114.439 del 2005 ai 120.051 del 2012,
questo lo si deve soprattutto grazie alla
crescita asiatica (più 18 per cento), africana (più 17,6), dell’Oceania (più 14,2). Per
farvi capire: in America si registra un calo
del 2,8 per cento e nel Vecchio Continente del 13,2.
Un po’, insomma, viene da pensare
che possa essere solo negativa la risposta al quesito che Fedor Dostoevskij annotò sui taccuini di preparazione del suo
romanzo I demoni: «Un uomo colto, un
europeo dei nostri giorni, può credere,
credere proprio, alla divinità del Figlio di
Dio, Gesù Cristo?».
Segregati in seno al popolo di Dio
Eppure. Fatte tutte queste abborracciate
premesse (e molte altre se ne potrebbero
aggiungere) resta comunque, se non ancor
maggiormente acuito, il dilemma: cosa
ha spinto questi uomini a diventare sacerdoti? Scorrendo le loro biografie emerge
un dato abbastanza sorprendente: si tratta per lo più di vocazioni adulte. Solo uno
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fra di loro, l’unico di 25 anni, è entrato in
seminario dopo la maturità. Gli altri sono
tutti trentenni o quarantenni e due oltre i
cinquanta anni. Prima, hanno fatto altro:
chi l’operaio, chi il grafico, chi l’ortopedico, chi il ferroviere, chi il bancario, chi l’avvocato, chi l’ingegnere aerospaziale. Uno,
persino, è stato assessore nel suo paese.
Dunque, a chi fosse capitato di assistere alla Messa di ordinazione in Duomo
sabato 7 giugno avrebbe avuto se non una
risposta almeno un suggerimento alla
domanda posta sulla decisione dei ventisei. Innanzitutto il luogo, la cattedrale,
costruita nel corso di secoli grazie all’opera e alle offerte di un popolo, segno di
una tradizione in cui queste vocazioni
sono fiorite. Poi la celebrazione, segno
che queste vite sono state formate, guidate e plasmate dentro un percorso che ha
fornito parole e coscienza alla loro intuizione. Intuizione di cosa? L’ha detto Scola: «Se c’è una cosa che ci tieni uniti, che
brucia di colpo ogni distanza, qualunque sia la nostra età, la nostra cultura, la
nostra professione e condizione sociale, è
il bisogno che Qualcuno si prenda stabilmente cura di noi».
Infine l’assemblea, tanto silenziosa,
ordinata e attenta durante la funzione,
quanto rumorosa, allegra e spensierata
fuori dalle mura del Duomo nel momen-
to di festa. Urla, cori, pacche sulle spalle,
sorrisi, abbracci, per oltre un’ora sotto un
sole pomeridiano che avrebbe scoraggiato chiunque, ma non quella gente riunita
un sabato mattina d’estate per festeggiare i suoi preti. Allora queste ventisei ordinazioni non sono altro che la stella alpina
cresciuta sul ciglio del burrone, su un terreno scosceso. Eppure. Eppure ci deve essere ancora qualcosa di vivo (e, forse, al di là
di ogni analisi, di robusto) se fra noi qualcuno ha deciso di risalire la corrente.
Con una avvertenza, come ha spiegato
sempre Scola: «Non sarete mai soli. Ogni
cristiano non è mai solo: i presbiteri sono
segregati in seno al popolo di Dio. Tutta
la vostra vita si svolgerà in seno al popolo di Dio fratelli tra fratelli. E tutti i fedeli che sono qui si assumono oggi questa
responsabilità di una compagnia santa
alla vocazione santa del presbitero».
Ecco, ci siamo, e si torna all’inizio.
Come scrive Graham Greene, non c’è
altro scopo nella vita se non «diventare santi». Ma non si può diventare santi
da soli. Vale per il sacerdote come per il
laico. Queste ventisei vite dedicate sono
come l’avvertimento di un compito che
spetta a tutti e a ciascuno. Sono poche
o sono tante ventisei ordinazioni? Sono
ventisei. L’anno prossimo in seminario
entrano in ventisette. n
Foto: Itl
chi l’operaio, chi il grafico, chi l’ortopedico,
chi il ferroviere, chi il bancario, chi l’avvocato.
Uno, persino, è stato assessore nel suo paese
società
periferie/2
Il curriculum
di un borgataro
È il regno del degrado, dove i posti si chiamano tutti
Primaqualcosa o Tor di qualcos’altro. Finché un progetto
per avvicinare i giovani al mondo del lavoro non scoperchia
un tesoro prezioso. Fatto di ragazzi che facendo lo slalom
tra monnezza e cemento si sono scoperti uomini
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DI monica mondo
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società periferie/2
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in viaggio
Seguendo l’invito
di papa Francesco
Continua il nostro
viaggio nelle periferie esistenziali,
secondo l’espressione coniata da
papa Francesco.
Nel numero scorso
l’inviato di Tempi
Rodolfo Casadei ha
raccontato la vita
della tribù africana
dei tupurì.
ne. «Lei si sente più un leader o un follower?». Non si può cominciare così, ma sulle altre domande si può lavorare. «Come
la considerano i suoi amici? Cosa vorrebbe cambiare di sé? Cosa ti porti da questi anni di scuola?». Bisogna passare al
tu, stabilire un legame. L’autocoscienza,
i sogni, si va sul personale, per sgretolare la scorza, il menefreghismo apparente.
Sarà durissima.
La scuola che ti fa lavorare prima
Invece, i ragazzi rispondono. Educati,
seri, gentili. Sgranano gli occhi, lasciano
cadere le maschere, le difese, e raccontano, mangiandosi le unghie laccate di verde, tormentandosi il cappellino che si
sono levati all’entrata, cercando la postura migliore, per nascondere l’imbarazzo e
il chewing gum masticato che non sanno
dove mettere. Ma raccontano, cominciando proprio dalla scuola, che non era la
preferita, ma permetteva di trovare subito un lavoro, credevano i genitori. E dove
hanno imparato «a stare insieme, a rispettare gli insegnanti, che si danno un sacco
da fare, li rispetti per quel che sono, non
per paura».
Guardandola bene, questa scuola di
periferia, dall’interno, non è affatto male:
luce, corridoi larghi, perfino un giardi-
no coperto e un bar, la palestra grande,
la biblioteca e i laboratori, decine di fotografie alle pareti, e disegni, acquerelli.
Passa in corridoio un ragazzo in carrozzina, accanto l’insegnante di sostegno.
Le disabilità trovano posto, qui, e aiuto.
Tanti stranieri, sembrerebbe. «Io sono italiano», dice Issa, un ragazzone scuro scuro, famiglia del Camerun, che ha fatto le
olimpiadi di matematica, perché «ci sono
portato, mi piacciono i numeri, vorrei
continuare all’università». La metà non
ha voglia di studiare, l’altra metà sì, e
rimpiange di non aver fatto il liceo. «Perché? Spesso il liceo è un parcheggio dove
si studia meno e con la strafottenza di
chi si posteggerà in un altro parcheggio,
dopo». Ti guardano stupiti, increduli, non
ci hanno mai pensato, che loro non valgono meno.
Loro, che hanno già provato a lavorare, al supermercato o al Caf, dallo
zio meccanico o dall’amica parrucchiera,
«perché è inconcepibile, a diciott’anni,
non essere almeno un po’ indipendenti,
non pesare a casa». La famiglia è un punto di riferimento, di forza, anche quando
non c’è più. E si commuovono, o gridano
con lacrime silenziose la separazione dei
genitori, un lutto.
Loro, che ce l’hanno fatta col sei a
Foto: Agf
Q
Roma sembra finire,
dopo l’ennesimo colle,
dopo distese di prati, dopo
le pecore al pascolo, tornano grumi di case, sempre
più fitte, a formare borgate infinite. Altri paesi, altri mondi, nomi
che evocano memorie pasoliniane o scenari più cupi, quando i quartieri diventavano famosi per gli attentati, i roghi
e destra e sinistra erano categorie inconciliabili, tagliavano la realtà in due, e
non sempre l’una era la parte dei poveri, dimenticati, e l’atra quella dei ricchi.
In borgata, accadeva l’opposto. Si chiamano tutte Primaqualcosa e Tor di Qualcos’altro, periferie, cui accosti d’impulso quell’aggettivo, “esistenziali”, usato
spesso da un papa, che rende così bene
un mix di abbandono, ignoranza, solitudine, giardini spelacchiati, case garage e centri commerciali, vie di spaccio e
annoiato bullismo adolescenziale. Si sta
ai margini anche della vita, in posti così,
ne sei sicuro. Dove arriva soltanto un
autobus e le fermate sono ai bordi dello stradone con le erbacce e i baracchini
dei nomadi, o dei venditori di fragole e
fave. La scuola è l’ultimo presidio, il fortino dove la socialità è controllata, dove si
tenta un rapporto con gli adulti, dove si
impara a guardare il mondo, oltre i reticolati, i campi e gli sfasciacarrozze. Forse per questo l’Istituto tecnico sembra un
bunker, un block da architettura sovietica. Grigio, squadrato, simmetrico, soffocante, in mezzo al nulla, a un chilometro dall’imbocco dell’autostrada.
I ragazzi dell’ultimo anno partecipano a un progetto che li mette in contatto con la realtà del lavoro, devono imparare a scrivere un curriculum, a comunicare chi sono, prepararsi a un colloquio. Un’ora ciascuno, un’ora a tu per tu
con diciottenni sconosciuti, strafottenti e
svogliati, sospettosi, con in mano solo il
prontuario del selezionatore di professiouando
Foto: Agf
metà rimpiange di non aver fatto il liceo. «Perché?
Spesso il liceo è un parcheggio». Ti guardano stupiti.
non ci hanno mai pensato che loro non valgono meno
stento, qualche anno coi debiti, ma «poi
mi sono impegnato, i prof mi hanno aiutato molto». «Va bene, non ti va di studiare, ma giochi nella primavera del calcio, ti alleni tre ore al giorno, sei stato un
grande ad arrivare alla maturità». Mira
ha rifatto l’anno, è lo scacco più grande
della sua giovane vita, pensa di aver perso tutto il tempo a disposizione. «Ma se
lavori tutti i sabati e le domeniche, e ogni
giorno di vacanza, e devi star dietro ai fratelli, preparare il pranzo e la cena, non
chiedere troppo a te stessa, ce l’hai fatta
comunque, questo conta».
Loro, che vorrebbero fare economia
o lingue, ma non possono permetterselo, non hanno le basi e i soldi. «Basi ne
avete eccome, studiate economia, diritto, fate bene due lingue straniere, un sacco di ragazzi studiano e lavorano allo stesso tempo». Coraggio, è la parola che devi
ripetere più spesso. È un delitto rubare
la speranza, costringere alla disillusione, alla rassegnazione ragazzi così. «La
crisi, la disoccupazione, si lavora solo in
nero…». I vostri nonni, ve ne hanno parlato? Sono usciti da una guerra, dalla mise-
ria, erano semianalfabeti. E ce l’hanno
fatta. Pensate di stare peggio di loro? Fanno cenno di no, è vero, questa crisi bisogna imparare a conoscerla, anche quando
la esagerano, e sfidarla.
Mediazione culturale e diplomazia
Janaan sa l’arabo come l’italiano, Stella il filippino, e tutt’e due parlano inglese alla perfezione: mediazione culturale, diplomazia, ci sono opportunità concrete. Antonio vorrebbe fare il vigile del
fuoco, ma è troppo timido, non lo prenderanno mai. Poi scopri che sta nei boy
scout da dieci anni, che nel tempo libero fa giocare i ragazzini dell’oratorio.
«Questo è curriculum, fa punti, ne terranno conto, vedrai». Mattia non ha più il
papà, e quattro fratellini, vorrebbe entrare nell’esercito. «Tu sei capace di sacrificare spazi e tempo per gli altri, sei diventato responsabile e maturo per forza,
secondo me sei perfetto per la vita militare». Luana vorrebbe fare l’estetista, ma
anche architettura. Soprattutto architettura, confessa quasi in colpa, ma la sorella è estetista, ha un negozio. «Aiuta tua
sorella e prova a studiare». Si convincono
poco a poco, ed è un torrente di storie, di
amicizie, di amori, di fatica.
Periferie. Sono ragazzi puliti, curiosi, si commuovono se ti scappa un «devi
volerti bene, sei una bella persona, vali
tantissimo». Ti consegnano la vita e tu
pensi ai liceali che conosci, così cinici e presuntuosi, così benestanti da non
desiderare altro che la serata del prossimo sabato. Qui non hanno macchinette o moto, al massimo qualche cinquantino strausato. Le magliette firmate
sono tarocche, e indulgono parecchio alle
mèches biondo platino, anche i maschi,
ai piercing, ai top fluo. «Leggi?». Pare
un’offesa. «Mi hai detto che non riesci
a esprimerti bene, che ti blocchi se devi
discutere. Leggi e scrivi per essere più
libero e sicuro, per avere sogni più grandi. Non importa cosa, sei della Roma?
Allora va bene il libro di Rudi Garcia, perfetto. Leggi qualunque cosa».
Cosa desideri di più, come ti vedi,
tra dieci anni? «Una famiglia». Spiazzata un’altra volta, crollano tutte le usuali analisi sociologiche, i consuntivi statistici, gli indicatori di tendenza giovanili.
Una famiglia, cioè? «Sposarsi ed avere dei
figli, niente di più bello al mondo, la cosa
più grande che puoi fare». Insomma, «coi
miei ci litigo», oppure «loro litigano sempre», si sono pure lasciati, ma che c’entra,
«è bello comunque, anche se uno non ci
riesce, mica è così per tutti, no? Bisogna
provarci, crederci». È la prima risposta,
per tutti. Sembra impossibile. Tutto dice
l’opposto, e lo dice di voi! Capite perché
dovete leggere, almeno i giornali, ascoltare i tiggì? Per non farvi usare, per capire
se «qualcuno vi si fila, ma sul serio».
Periferie. Ieri mattina, uscendo da
scuola, ho visto i papaveri. Proprio in
mezzo alle erbacce, dove sgommano le
macchine, sul bordo della strada. Decine
di papaveri rossi, bellissimi, sotto il sole
di maggio, allargavano il cuore. n
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chi è chi
ridateci le canzonette
Madonna
La maturità più dura per una popstar è
quella dei contenuti, dove ci si sente in
dovere di sconfiggere i mali del mondo
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DI laura borselli
palestre, ultima filiazione del longevo e redditizio
marketing del proprio brand, Madonna descrive se
stessa e sprona il prossimo, come s’addice alla diva lavoratrice
infaticabile che ai propri adepti chiede lo stesso impegno che
pretende da se stessa. Data per morta numerose volte, risorta,
liscia, riccia, bionda, mora, muscolosa, spirituale, materialista,
madre modello, sposa, single. Il secondo marito, il regista inglese Guy Ritchie, fece di lei qualcosa di molto simile a una signora britannica innamorata del tartan e della campagna. È durato
quel che è durato. E che fosse giusto così lo abbiamo pensato un
paio d’anni fa, quando al tradizionale ballo del Met a tema punk, l’ormai ultracin- non importa quanto puoi avere ragione,
quantenne si è presentata in calze a rete,
a un certo punto gli appelli e le buone
stiletto, shorts e giacca in tartan e parrucca nera modello Kill Bill. Lì abbiamo pen- cause fanno di te una signora
sato che era quella la Madonna giusta. Lo benestante dedita al volontariato
abbiamo pensato fino alla trasformazione successiva. Perché forse è questo il suo Madonna il tema lo vive a modo suo, non sti da combattere. Quelli le hanno rispotalento più genuino: farti pensare che disdegnando il ruolo di mentore delle sto dandole della nonna di Lady Gaga,
l’ultima evoluzione è quella che stavi da giovani generazioni. Dal bacio lesbo con con riferimento cafone, ma non del tutBritney Spears qualche anno fa, fino al to peregrino, all’età. Come ogni star che
sempre aspettando senza saperlo.
«Madonna è come una dea bendata duetto con la regina della provocazione si rispetti, Madonna non ha mai lesinae le nuove generazioni del pop, da Lady di basso livello Miley Cirus.
to sull’impegno sociale; siano le opere
Gaga a Rihanna, sono una sua emanabenefiche per un paese africano (ha adotzione. Anzi sono i segni della stessa cul- I consigli a Katy Perry
tato due bimbi dal Malawi) o, più recentura in movimento. Madonna non ha Non più tardi di qualche settimana fa temente, i progetti culturali contro ogni
età. È divina. Eterna. Come i Rolling Sto- elargiva perle di saggezza a un’altra gio- forma di discriminazione. Ed è qui, in
nes». Parola di Anna Dello Russo, fashion vincella del pop come Katy Perry, prota- questa selva di impegni con l’hashtag
director di Vogue Giappone e fan di pro- gonista insieme a lei di un servizio foto- giusto e i retweet a spreco, che un dubvata fede, come gli amici stilisti Stefano grafico tutto pelle e tacchi a spillo su bio affiora. Che la maturità più pericoloDolce e Domenico Gabbana che con lady V Magazine dove la cantante “anziana” sa sia quella dei contenuti sociali. Perché
Ciccone hanno anche un proficuo rap- regalava consigli tratti da aneddoti fami- non importa quanto puoi avere ragioporto di lavoro. E per un fan che la pro- liari: «Gli dico sempre: papà sono un’ar- ne, non importa quanto puoi essere dalclama immortale c’è sempre un detrat- tista, devo esprimermi. Non capisci. For- la parte giusta della storia, a un certo
tore che l’accusa di essere il passato, but- se ora l’ha accettato. Ci sono voluti 30 punto gli appelli e le buone cause fantando sale su una ferita sempre aperta anni. Lui mi chiede: ma devi proprio no di te una signora benestante dediper una popstar del suo livello: il tem- simulare una masturbazione a letto? Sì ta al volontariato. E i riferimenti cultupo che passa. Perché se invecchiare è un papà, devo».
rali che ne derivano (dalla Brigitte Barproblema per tutti, per chi ha vissuto tra
Generosa con le “colleghe”, inflessi- dot animalista in giù) rendono più diverreggiseni a cono, frustini e crocifissioni bile con chi disprezza soprattutto poli- tente una cinquantenne che fa twerking
sul palco la vicenda è ancora più com- ticamente. Dopo la vittoria del Front (saranno 56 il prossimo 16 agosto per la
plicata e gravida di implicazioni cultura- National alle elezioni europee ha bolla- Divina Madonna) a una che inizia a legli che chiunque è pronto a scandagliare. to il partito di Marine Le Pen come fasci- gere i giornali.
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Foto: Getty Images
«Y
ou can always change». Nel motto della sua catena di
Foto: Getty Images
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ESTERI
tra terra e acqua
Il mondo
in un Canale
Viaggio a Panama, dentro un’opera colossale
e decisiva come lo fu quella che accorciò
la distanza tra i due oceani cento anni fa.
L’ampliamento coinvolge le imprese e le menti
ingegneristiche di ogni dove. Italia in testa
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Da panama rodolfo casadei
Con l’ampliamento delle chiuse
potranno passare dal canale navi
lunghe 366 metri e larghe fino a 55
e con un pescaggio di 18,3 metri.
Vorrà dire passare, per esempio, da
portacontainer caricate con 4.400
unità di trasporto a portacontainer
stipate con 13-14 mila container
ESTERI tra terra e acqua
C
mai
l’ampliamento del Canale
di Panama si comincia a
capirlo quando il fuoristrada imbocca il declivio che
porta al sito di costruzione delle nuove chiuse del Pacifico, e ci si
ritrova su quello che sarà il pavimento della nuova struttura. È una strada tutta sobbalzi e pozzanghere larga 55 metri, che si
inoltra in un canyon artificiale per adesso lungo poco più di un chilometro. Due
pareti di cemento armato a destra e a sinistra vi guardano e vi tolgono il fiato con la
loro imponenza biblica. Pareti grigie, perfettamente allineate, cinquanta metri di
strapiombo che fanno di ogni essere umano nei paraggi il parente di un insetto, ma
per niente monotone. Ponteggi e armature le ricoprono in molte aree, vani e perforazioni di varia dimensione ma sempre
geometricamente disposti ne percorrono
la superficie, incisioni longitudinali e latitudinali fanno pensare a grandi lastre giustapposte. Le gru volteggiano come fenicotteri sul pantano della stagione delle piogge, che vuol dire acquazzoni a ripetizione
e una permanente pellicola di umidità, 93
per cento per tutta la giornata di lavoro,
turno diurno e turno notturno di dieci ore
ciascuno, mai meno di 26 gradi di temperatura, spesso più di 30. E in mezzo a tutto questo, loro: gli operai, i tecnici, i muratori, i manovratori, gli autisti. Sospesi nel
vuoto a far cantare i martelli pneumatici,
arrampicati su impalcature che sembrano spingersi fino in cielo, intenti ad alimentare le betoniere e sorvegliare i nastri
che portano il cemento, pilotanti caterpillar grandi come dieci automobili che sciamano avanti e indietro nel letto della futura chiusa, abbordando con prudenza i saliscendi del cantiere.
«Le dimensioni contano. Questa è una
delle opere più complesse che mi sia toccato dirigere in vita mia. Complessità della logistica, della produzione, complessità della parte elettromeccanica dell’opera, che è fuori dal comune. Un sistema
così non è mai stato realizzato prima». Da
sei settimane Giuseppe Quarta, ingegnere di Salini Impregilo, è direttore dei lavori, responsabile del progetto e del cantiere. I lavori di ampliamento del Canale di
Panama sono una faccenda da 5,25 miliardi di dollari, che probabilmente alla fine
aumenteranno a 6 o 7 a causa di costi
aggiuntivi. Di questi 5 e passa miliardi
la fetta più grossa, una commessa da 3
miliardi e 356 milioni di dollari, riguarda i lavori per il nuovo complesso di chiuse del canale. Chiamiamolo, per capirci, la
“terza corsia” del canale. Il progetto è sta-
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he razza di opera sia
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to assegnato, nell’agosto 2009, a un con- Nella pagina
sorzio internazionale che si chiama Gupc accanto, Giuseppe
(Grupo unidos por el canal) formato dalla Quarta, l’ingegnere
di Salini Impregilo
spagnola Sacyr (48 per cento), dall’italiana direttore dei lavori
Salini Impregilo (38 per cento), dalla belga e responsabile
Jan De Nul e dalla panamense Constructo- del cantiere
ra Urbana. Gli altri lavori di ampliamento di ampliamento
riguardano l’alveo di 6 chilometri che con- del Canale di Panama,
un progetto da oltre
netterà le nuove chiuse del Pacifico al Cor- sei miliardi di dollari.
te Culebra, la sezione del tragitto (la più Sotto, uno scorcio
stretta degli 82 chilometri che si percor- dalla città vecchia e,
rono per andare da un oceano all’altro) in a destra, il cantiere
cui le vecchie e la nuova corsia del canale
si ricongiungeranno, e opere di dragaggio
sul lato dell’Atlantico come su quello del
Pacifico, nel Corte Culebra e nel Gatun, il
lago artificiale di 425 chilometri quadrati subito dopo l’inIl canale è attraversato
gresso sul lato atlantico.
ogni giorno da 38-42 navi.
L’ingegnere italiano
Quarta ha diretto per anni la “terza corsia” ne farà
lavori in tutto il mondo –perpassare altre 10-14,
ché gli italiani hanno costruito e continuano a costruire di dimensioni maggiori.
in mezzo mondo, alla faccia
di cinesi, francesi, spagnoli, ogni passaggio costa fra
sudcoreani, eccetera – dall’Ar- i 50 e i 200 mila dollari
gentina alla Cina, dagli Stati
Uniti al Brasile, e quindi non
si spaventa. Ma la complessità, dovuta
alle misure e ai problemi logistici, è grande come lascia subito immaginare il canyon di calcestruzzo a pochi chilometri
dal ponte delle Americhe. Si tratta di produrre centomila metri cubi di calcestruzzo al mese per questo sito e altrettanti per le chiuse dell’Atlantico, distribuirlo lungo la linea dell’opera qui sul Pacifico e trasportare l’aggregato con cui produrre calcestruzzo a 80 km da qui sull’altro oceano per via d’acqua, perché di là il
basalto giusto non c’è; si tratta di dirigere 7.300 uomini nei due cantieri; si tratta di installare paratoie altre 30-35 metri,
larghe 57, pesanti 3.300-3.700 tonnella- la anche italiano. Il progetto ingegneristite. Dopo avere costruito i loro vani su di co completo e dettagliato dell’opera è staun lato dei due nuovi canali – gigante- to steso fra Stati Uniti, Olanda, Argentina
sche nicchie dove potrebbe nascondersi e Italia. Italia vuol dire Selex-Elsag, ovviaGodzilla –, perché diversamente da quel- mente Cimolai, Sc Sembenelli, Gamma
le vecchie e in funzione da un secolo nel- Geotecnica, Tecnic, Lorenzon, ecc. E parle corsie attuali del canale, ad apertura la un po’ tutte le lingue del mondo perobliqua, queste sono paratoie scorrevoli, ché le cruciali componenti elettromeccache si muovono su binari. Sedici bestio- niche chiamano in causa, oltre a quelle itani, otto dei quali hanno già attraversato liane, imprese di Stati Uniti, Canada, Mesl’Atlantico, gli ultimi quattro proprio l’11 sico, Costa Rica, Panama, Colombia, Spagiugno. Made in Pordenone, negli stabi- gna, Olanda, Germania, Cina e Corea del
limenti della Cimolai: una commessa da Sud. I pezzi più grossi sono le 16 paratoie
400 milioni di dollari, di cui almeno 50 se imbarcate nel porto di Trieste e le 156 valne andranno nei costi del trasporto (effet- vole che le faranno funzionare (non tragtuato dalla nave speciale semi-sommergi- ga in inganno la parola, sono aggeggi che
pesano fra le 12 e le 31 tonnellate, a seconbile Sun Rise) e dell’assicurazione.
Eh, sì, il nuovo canale di Panama par- da che siano grandi 4,5 metri per 4 oppu-
Foto: AP/LaPresse; Rodolfo Casadei; nelle pagine precedenti: Rodolfo Casadei
L’OPERA REALIZZATA fra
il 1904 e il 1914 impose lo
scavo di 152,9 milioni di
metri cubi di terra: per
caricarli ci sarebbe voluto
un treno lungo quattro
volte l’equatore. Stavolta
i milioni di metri cubi
scavati saranno 126
re 7 metri per 4,3), prodotte dalla sudcoreana Hyundai. Ci vuole tutto il mondo
per realizzare un’opera che alla fine sarà
paragonabile, dal punto di vista meramente materiale, al canale eroicamente scavato e attrezzato fra il 1904 e il 1914. Quello
impose lo scavo di 152,9 milioni di metri
cubi di terra e roccia: se si fosse caricato il
materiale sulle normali piattaforme di un
treno, sarebbe stato un treno lungo quattro volte la lunghezza dell’equatore.
Spazio per navi più grandi
Stavolta i milioni di metri cubi scavati
saranno 126, che è poco meno. Si costruiranno sei nuove camere di chiuse, come
sei erano, disposte diversamente lungo il
percorso, quelle delle due vecchie corsie.
Ma più grandi in altezza, larghezza e profondità, e qui sta tutto il senso della faccenda. Spiega Ilya De Marotta, vicepresidente dell’Autorità del Canale di Panama
(Acp) responsabile per il programma di
ampliamento: «Sin dal 2000, subito dopo
che la gestione del canale era passata dagli
Stati Uniti a Panama, ci siamo accorti che
la struttura era arrivata alla sua capacità massima, e che si stava sviluppando un
mercato del trasporto marittimo dal quale noi saremmo stati tagliati fuori: quello
delle navi post-Panamax, cioè imbarcazioni che per le loro dimensioni non avrebbero potuto attraversare le nostre chiuse. La
tendenza mondiale è a costruire navi da
trasporto sempre più grandi. Così abbiamo deciso il progetto di allargamento».
Panamax è la misura massima delle navi
che possono attraversare il canale attuale:
294,1 metri di lunghezza per 33,5 metri
di larghezza, con un pescaggio massimo
di 12,8 metri. Quando una di queste navi
attraversa le chiuse di Miraflores sul Pacifico, per esempio, i bordi distano dal molo
a volte appena 30 centimetri: visto con i
nostri occhi. Attraverso le nuove chiuse
invece potranno passare, quando saranno pronte, navi lunghe 366 metri e larghe
fino a 55 e con un pescaggio di 18,3 metri.
Detto così, non sembra una grandissima
differenza. Nella realtà vorrà dire passare,
per esempio, da portacontainer caricate
con 4.400 unità di trasporto a portacontainer stipate con 13-14 mila container. Quotidianamente il canale di Panama viene
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esteri tra terra e acqua
attraversato da 38-42 navi a seconda dei
periodi; la “terza corsia” farà passare altre
10-14 navi al giorno, di dimensioni maggiori di quelle che continueranno a transitare dalle vecchie chiuse. Sono parecchi
soldi in più, perché ogni passaggio costa
fra i 50 e i 200 mila dollari, a seconda della stazza e del tipo della nave, e a seconda
che abbia prenotato oppure no. Ogni giorno vengono messi all’asta fino a 25 coupon per avere la priorità di transito. Chi ha
prenotato ci mette 8 ore ad attraversare il
canale, chi non lo fa ce ne mette, fra attesa e attraversamento, da 16 a 20. Il transi-
della regione», spiega la De Marotta. «Non
si tratta solo di far passare più navi e versare più soldi allo Stato, ma di far crescere tutto il comparto marittimo, cioè tutti i
servizi relativi al traffico di navi: le attività
portuali, il movimento dei carghi attraverso la ferrovia, le forniture di combustibile, le attività di manutenzione e riparazione, il mercato rappresentato da equipaggi
e viaggiatori».
Un toccasana per il Pil di Panama
Le attività amministrate dall’Acp incidono sul Pil di Panama per una percentua-
I pezzi più grossi sono le 16 paratoie
imbarcate A Trieste e le 156 valvole che le
MUOVERANNO. TUTTO IL MONDO è COINVOLTO
to più costoso che si ricordi risale al 2010,
quando la lussuosa nave da crociera Norwegian Pearl sborsò 375 mila e 600 dollari
per avere la precedenza su tutti. Gli effetti sul bilancio dello Stato saranno benefici: attualmente l’Acp versa quasi 1 miliardo di dollari all’anno nelle casse del Tesoro nazionale. Nei 14 anni di gestione panamense lo Stato ha incassato qualcosa come
8,5 miliardi di dollari. Nei precedenti 85
anni di amministrazione nordamericana
la Compagnia del Canale prima e l’agenzia governativa statunitense poi incaricate di gestire l’attività hanno versato allo
stato panamense sotto forma di affitti e
imposte non più di 1,83 miliardi di dollari, pare. L’Acp punta a quasi raddoppiare il
tonnellaggio di merci in transito attraverso Panama (dagli attuali 312-330 milioni
di quintali all’anno a 581) fra il momento
dell’entrata in funzione delle nuove chiuse e il 2025, e a triplicare i profitti versati
al Tesoro pubblico nello stesso arco di tempo. Ma questa non è la sua unica preoccupazione. «Il nostro obiettivo è mantenere
Panama come il principale centro logistico
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le variamente stimata fra il 6 e il 10 per
cento; l’autorità impiega direttamente 10
mila unità di personale, ma molte di più
se si calcola l’indotto. Considerando il fatto che decine di porti atlantici dell’America del Nord e del Sud si stanno attrezzando per poter far attraccare navi postPanamax, e che di qui a pochi anni gli Stati Uniti cominceranno a esportare verso
l’Asia il loro Gpl derivato dal gas di scisto,
la scommessa panamense sembra poggiare su solide basi. Lo dimostra anche il fatto
che ai cinesi pare sia venuto in mente un
progetto da extraterrestri, che farebbe della Repubblica popolare un gigante del trasporto marittimo: creare un secondo canale fra Atlantico e Pacifico nell’America centrale, da realizzare in Nicaragua sfruttando l’esistenza di un grande lago. L’opera
si svilupperebbe lungo un percorso di 288
chilometri e costerebbe la bazzecola di 50
miliardi di dollari.
È anche per la minaccia potenziale del megaprogetto sino-nicaraguense
che Panama vuole accelerare i tempi del
suo progetto di ampliamento. Che un
po’ di ritardo lo ha accumulato. Secondo il contratto firmato i lavori di ampliamento dovevano essere conclusi nell’ottobre 2014, data del centenario del canale, quindi si sono spostati i termini al giugno 2015 e finalmente al dicembre 2015.
Attualmente l’intera opera è a uno stadio di realizzazione del 75,2 per cento
(fonte Acp). A causare ritardi sono stati soprattutto due fatti: una controversia
fra il Gupc e l’Acp all’inizio di quest’anno relativa a costi aggiuntivi dell’opera e
alla loro copertura che ha prima rallentato i lavori e poi li ha completamente bloccati, fra il 5 e il 20 febbraio scorsi. Altri
quindici giorni si sono persi fra aprile e
maggio a causa di uno sciopero del Suntracs, il principale sindacato dei lavoratori dell’edilizia. Per quanto riguarda la
controversia sui costi aggiuntivi, le parti
hanno concordato di risolverla attraverso un arbitrato internazionale che avrà la
sua prima sessione a settembre e che non
dovrà protrarsi oltre il 2018.
Questo, assieme a un bond da 400
milioni di dollari emesso dall’assicuratrice
Zurich che garantisce analoga somma versata dal consorzio, ha permesso di sbloccare i lavori. Il sindacato, per parte sua,
ha ottenuto aumenti salariali del 9 per
cento su quattro anni per tutti i lavoratori del settore e dell’11 per cento per quelli
del Gupc. Una cosa però va detta: la costruzione del canale cent’anni fa costò un’ecatombe, 22 mila persone persero la vita per
incidenti legati all’uso degli esplosivi, ai
crolli e soprattutto per la malaria e altre
malattie. Sette anni di lavoro del progetto di ampliamento (le prime opere sono
del 2007) hanno finora causato la morte di
sei persone. Nei cantieri del Gupc non può
succedere di vedere un’immagine come
quella in bianco e nero che si incontra nel
museo del Canale alle chiuse di Miraflores: un afroamericano che lavora in giacca
e cravatta, la testa scoperta senza protezioni e i piedi perfettamente scalzi. n
Da OlTRE CINQUaNT’aNNI
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SUllE FERROVIE ITalIaNE
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CULTURA
UN INCIDENTE SORPRENDENTE
Pubblichiamo alcuni stralci dell’introduzione di Capriole cosmiche (Lindau), in libreria da questa settimana.
I
sarebbe incline ad accettare di buon grado la norma urbanistica, sempre più dilagante, che dissemina rotonde ovunque. Non
lo nego, gli incroci mi spaventano, soprattutto quando vanno attraversati. Però devo ammettere che grazie a un incrocio imprevisto è giunta sulla mia via una svolta
provvidenziale. Finito il liceo, ho imboccato la strada della mia passione per Dante:
laurea e dottorato li ho dedicati alla Divina
commedia. Si sa, una volta chiusa la porta
di Lettere non si apre il portone di un contratto a tempo indeterminato, piuttosto
si entra nel tunnel di un precariato indeterminato. Nel mio caso questo periodo è
coinciso con il matrimoniale e la maternità. Le statistiche mi avrebbero relegato nel
ripostiglio dei disoccupati a vita: la cultura non garantisce un reddito e la famiglia
è un’obiezione al lavoro. Falso, ma vero. È
falso che la formazione umanistica e la costruzione di una famiglia siano obiezioni
alla presenza operativa e creativa di una
persona dentro la società. Eppure ho sentito un grande attrito attorno a me, un messaggio chiarissimo, anche quando implicito, sul fatto che chi scommette sulla poesia
e sui figli non è una risorsa. (…)
l mio carattere timido
IL LIBRO DI ANNALISA TEGGI
Guardare il mondo
a testa in giù
Rileggere Dante con gli occhi di Chesterton.
E correre il salutare rischio di vivere una giornata
storta. In cui l’alba parla di fatica, il pomeriggio
di avventure e il tramonto di una gioia inaspettata
Mi si presentava un’opportunità concreta,
ma dovevo abbandonare la strada vecchia
per una nuova. Sapevo cosa lasciavo e ignoravo in chi stavo per imbattermi.
Il signor Chesterton non è un uomo
garbato, se prende qualcuno per mano come minimo lo strattona. Ma non è violenza, è entusiasmo. Il suo pensiero è ospitale:
la sua è un’identità che si fa chiara abitando nella fucina del dibattito col mondo. E
lo stesso si può dire di Dante, che ci ha lasciato un poema in cui il protagonista riconquista la propria «diritta via» immedesimandosi nell’esperienza di numerosissimi
uomini e donne, incontrandoli
nel profondo del loro dolore tanIN LIBRERIA
to quanto al sommo della gioia.
L’impressione di una similitudine radicale tra questi autori si è
fatta strada nella mia testa con
intensità crescente. Col tempo
mi sono resa conto che non c’era
una strada vecchia e una nuova,
bensì un percorso unitario. (…)
Non esistono fatti neutri
Non esistono fatti neutri, ogni
evento incide il nostro vissuto;
letteralmente, tutto quel che capita è un incidente e un’occasione. Gl’incidenti di norma s’impongono in modo brusco, ma
anche un’occasione somiglia a
un agguato, ha un’irruenza pari
a quella di una strada che ne taParadossali capriole
glia perpendicolarmente un’altra. In un caso e nell’altro lo spa- CAPRIOLE
In compagnia di Chesterton è
COSMICHE
zio della vita cambia e si allarga, Annalisa Teggi
facile che la vista su certi luoperché lì dove due linee s’incon- Lindau
ghi comuni si ribalti. Mettersi a
trano si apre un angolo. A un 16 euro
guardare le cose da una prospetcerto punto sulla linea retta deltiva inusuale è proficuo, e tecnila mia vita si è intromesso qualcosa, inci- camente Chesterton ci riusciva usando il
dente e occasione insieme. Sulla mia scri- paradosso, che è come fare le capriole. A tevania, piena di appunti e progetti dedicati sta in giù non si vedono cose diverse, ma
a Dante, è precipitata un’altra imponente si vedono diversamente le stesse cose; è anfigura umana. La scelta del verbo “precipi- che la posizione più adatta per capire cotare” è voluta. In barba a i miei bellissimi sa sta veramente in piedi. (…) Forse l’abitue astratti progetti danteschi, la prima ve- dine al paradosso mi ha preso la mano; di
ra proposta lavorativa che ho ricevuto con- certo le capriole in compagnia di Chestersisteva nel tradurre un poema epico dello ton mi hanno fatto riprendere in mano il
scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton. poema dantesco guardandolo in modo ca-
povolto. Ci si può azzardare a dire che la
Divina commedia sta in piedi perché è a
testa in giù. Tentare di mettere a fuoco
quest’idea è il cammino che mi propongo
di fare in queste pagine.
A volte sono gli eventi a buttarci gambe all’aria, a volte è la bellezza a farci fare
salti acrobatici, a volte è qualcuno a spingerci su un’altalena. In tutti questi casi
l’effetto fondamentale è che le cose attorno ruotano fino a capovolgersi e tutto diventa strano, non importa se in positivo
o negativo. Strano, questo è l’importante.
(…). Anticipare il lieto fine all’inizio, oltre
che apparire come un nonsenso, equivarrebbe a negare ogni possibilità di evoluzione e di interesse per la trama… ma forse un bravo narratore può sorprenderci e
smentire tutto ciò. E Dante ci riesce perfettamente. So che si è diffusa l’idea che la Divina commedia cominci con un uomo che
si è smarrito in una selva, ma quello che
accade davvero non è la storia di qualcuno che si è perduto, ma di qualcuno che
è stato trovato. (…) Siamo soliti dire di un
giorno in cui le cose non sono andate bene: «Ho avuto una giornata storta». Anche
Dante potrebbe dire la stessa cosa del suo
viaggio: si è risvegliato smarrito e niente
di ciò che gli è accaduto dopo ha seguito i
suoi progetti. Tutto, alla fine, è andato per
il meglio, ma non nel modo in cui il protagonista se lo immaginava. (…)
Essere costretti a seguire una strada non preventivata può essere la salvezza. Una giornata così, storta e capovolta,
è un incidente sorprendente e una straordinaria occasione: un uomo può svegliarsi
sentendosi al tramonto della vita e andare
avanti fino ad assistere a un’alba inaspettata quando è sera inoltrata.
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SPORT
GUIDA ALLA COMPETIZIONE
È solo toda joia
e toda beleza
A me il mito del Brasile non convince. Nessuno
mi comprende. Ci sono i ritardi, l’élite degli snob
e il solito dilemma della copula in ritiro. Però
il Mondiale è iniziato. Quindi compagni, amici
e bastardi, forza Italia. Sempre e comunque
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DI FRED PERRI
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| Foto: AP/LaPresse
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SPORT GUIDA ALLA COMPETIZIONE
Brasile. I miei amici di
Sky lo chiamano il Mondiale dei Mondiali. Mi
viene da ridere. Cosa
vorreste dire, compagni satellitari, che è più
importante degli altri perché si gioca in
Brasile o pais do futebol? Vi viene da ridere anche a voi, però comprendo e tengo
pure io una famiglia numerosa. C’è da
vendere un prodotto e se avessi da proporre un pacchetto di 64 partite mi adeguerei di corsa. Da cosa si capisce che sta
arrivando il Mondiale? In tv scorrono le
immagini del passato, dal gol di Tardelli a
quello di Grosso. Una pubblicità racconta
di un tale che ha abbracciato suo padre al
gol di Tardelli e suo figlio a quello di Grosso. In mezzo, da Madrid 1982 (santo beato Paolo Rossi) a Berlino 2006 (santo beato
Fabio Grosso), tra una sconfitta e l’altra,
invece, ha mandato a cagare sua madre e
menato sua moglie. Un altro segno sono i
libri a sfondo calcistico. Di ogni segno, di
ogni argomento. Spesso pertinente, spesso no. Meglio la seconda.
Comunque quando leggerete queste
poche, sporche, ciniche, bare e inutili
righe, il Mondiale sarà appena cominciato. Forse. In Brasile stanno ancora finendo di saldare pezzi di ferro e di piantare chiodi, i sindacati usano i Mondiali
per strappare concessioni al governo, a
San Paolo la metropolitana è in tilt e la
polizia spara i lacrimogeni. C’è un ritardo pazzesco. Certo, noi è meglio che stiamo zitti. Siamo specialisti nell’arrivare
con l’acqua alla gola, poi però, in quel
mese siamo perfetti. Mi ricordo ancora,
giovinastri, che nel 1990 passavano delle
gnoccolone in tribuna con vassoi straboccanti di scaglie di parmigiano o con piccoli frigoriferi da cui estraevano cornetti
cuore di panna che ti veniva in mente di
mollare l’inutile partita e chiedere all’hostess topesca di fare uno spot. Sarà tutto
meraviglioso anche qui, una volta comin-
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ciato? Mah. Il problema è che quando si
accetta di organizzare una manifestazione come Mondiale o Olimpiade, ritardi e
sforamenti del budget li devi mettere in
conto. Quando il Brasile ha avuto i Mondiali il real (posso dire che il cruzeiro mi
intrigava di più) scorreva quasi a fiumi,
adesso invece è missing in action. Non
c’è più uno sgheo. La vigilia di Mondiale
è stata tutta uno sciopero, una dimostrazione, un modo per ottenere un aumento
o fare casino contro il governo della senhora Dilma che in autunno avrà una verifica elettorale. Mentre mi leggete la palla
ha cominciato a rotolare e probabilmente tutto si sarà risolto. O forse no. Piccola
guida per non farvi cogliere impreparati.
Il (falso) mito del Brasile. Quando dico
che vado in Brasile le reazioni sono due:
gli uomini tirano fuori la lingua alla Fan-
tozzi, citano Pelè e i tanga di Copacabana; le donne cominciano a spappolarmi
con il turismo, il mare, i misteri di Salvador de Bahia e la chirurgia estetica. Nessuno comprende la mia riluttanza a coinvolgermi nell’entusiasmo che il Brasile
suscita universalmente. Il Brasile è grande e diversissimo anche nel carattere della gente che lo abita. A me, per certi versi,
ricorda un po’ la Russia, solo più simpatica, più toda joia e toda beleza, però con
lo stesso atteggiamento nei confronti del
resto del mondo: un misto di superiorità
diffusa e di sospetto latente. E non è neanche vero che qui giochino a pallone a ogni
angolo di strada. Finora ho visto solo una
biciclettata e gente che va in skate. Ad
esempio, a Manaus, in mezzo alla Foresta
amazzonica, non c’è una squadra di futebol degna di questo nome; però hanno
costruito uno stadio dove dopo il Mondia-
Foto: AP/LaPresse
A
h, il
Dopo un pre Mondiale
sottotono (due pareggi
con Lussemburgo
e Irlanda, una vittoria
con Fluminense),
l’Italia esordirà sabato
14 giugno alle ore 24
contro l’Inghilterra
Mondiale di calcio o Olimpiade che sia. E
pianificano la fuga. Ci sono anche qua. In
molti sono partiti o stanno partendo per
l’estero o per una delle Capalbio locali,
tipo Angra dos Reis. Sdraio, ombrellone,
quintalata di libri “giusti”, nessun collegamento con radio, tv o, peggio, siti specializzati. Il Mondiale? Una faccenda da
buzzurri. La mia compagna di viaggio,
sull’aereo, che ho odiato subito perché
ha dormito nove ore filate salvo svegliarsi
con tempismo perfetto per pranzo e spuntino, alla parola Mondiale mi ha guardato
schifata. E poi ti raccontano che i brasiliani non pensano ad altro.
Foto: AP/LaPresse
le si terranno i campionati dei piranha
(c’è un ospedale apposta che cura chi si
è “incontrato” con i simpatici pescetti) e
delle pantegane che girano in mezzo alla
strada tranquille. Una cosa però è positiva. Il carro del vincitore qui non è mai
affollato. Al limite c’è un assalto nell’immediato del successo, ma se l’allenatore
sta lì, dopo, la discesa è altrettanto immediata. Insomma, non cambiano la loro
idea di calcio solo perché hanno vinto.
Todos a Capalbio. Chi c’era nel 1990, notti magiche inseguendo un gol, sotto il cielo di un’estate italiana (ma ai rigori vinciamo solo una volta su cinque), ricorderà
quel refolo di snobismo sinistroide contro
il Mondiale dei coatti (cioè di tutti quelli
che non erano loro), contro le serate a birra e pizza, contro le sortite notturne in
canotta unta e bandiera slabbrata, con-
Una pubblicità racconta
di uno che ha abbracciato
il padre al gol di Tardelli
e il figlio a quello di
Grosso. In mezzo, tra una
mazzata e l’altra, avrà
mandato a cagare sua
madre e menato la moglie
tro la vita pubblica (e anche privata) invasa da gol e cross, assist e contropiedi. Nacque il grido intellettuale “tutti a Capalbio” che divenne, da allora, il luogo mitico dove il pensatore, l’intellettuale de sinistra si ritira per rinserrare le fila di un élite insidiata dalle masse. Poi, girando per
il mondo, abbiamo capito che ognuno ce
l’aveva, la sua Capalbio, perché non tutti,
e ci mancherebbe, si sentono coinvolti dal
Sesso, biliardino e rock and roll (in ritiro). Sempre ultimi arriviamo. L’arancia
meccanica dell’Olanda, negli anni Settanta, si fondava sul calcio totale e sulle porte aperte alle compagne, alle mogli, a di
tutto un po’, in stile olandese. Forse pure
a qualche canna. Non vinsero nulla, però
giocarono due finali con un calcio divertente ed estremo e, soprattutto, ci diedero dentro. Cambia qualcosa? Secondo una
corrente di pensiero sì: i giocatori sono
più tranquilli potendo incrociare, nella
zona comune del buen retiro di Mangaratiba, il proprio figlioletto o la propria
compagna con cui, dopo permesso del c.t.
e soprattutto dopo una partita possibilmente vinta, copulare arzilli in modo da
caricarsi. Mah. Premesso che sono sempre favorevole (alla copula) la questione è
capire se veramente gioverà. Non lo sapremo mai: se Prandelli fa il miracolo diventa un genio, altrimenti avrà buttato via il
Mondiale per scopiazzare gli olandesi. E,
ovviamente, l’esperimento verrà bocciato.
È il modo di ragionare sul calcio italiano
di noi italiani, bellezza.
Tifosi della domenica. Questo lo dico a
ogni grande manifestazione: siamo i peggiori tifosi del mondo. A parte qualche
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SPORT GUIDA ALLA COMPETIZIONE
CALENDARIO E CURIOSITà
Per dimenticare il tragico 1950 e inscenare
un carnevale fuori stagione al Maracanã
piccola eccezione (ne conosco di pazzi),
nessuno è disposto, come fanno gli inglesi, a programmare venti giorni di trasferta per seguire la nazionale. Non esiste il turismo per tifo. Esiste solo, per chi
se lo può permettere, la toccata e fuga
per una partita, ma dalla semifinale in
poi. «Caro, mi trovi un biglietto?». Ecco,
essendo il Brasile dall’altra parte dell’Atlantico forse ci saranno meno questuanti. Però resta il fatto che dovremmo interrogarci su cosa siamo e cosa vogliamo
dal calcio. Gli inglesi e gli olandesi sono
partiti in massa, all’avventura. Noi siamo tifosi della domenica, comodi, senza
senso della sfida. E questo è un modo di
capire perché, anche in altri aspetti della
vita, arranchiamo dietro agli altri.
L’Italia e le altre. Un po’ di calcio. Dopo
il flop in Sudafrica, il primo step (vi autorizzo a sputarmi appena mi incontrate)
è passare il primo turno. Non sarà facile visto il gironcino che, per salvare la
Francia, ci hanno imbandito: Inghilterra, Costarica, Uruguay. Io dico che almeno ai quarti dobbiamo arrivare. Per storia
e tradizione tra le prime otto ci dovremmo stare sempre. Poi si vedrà. È un’Italia
così così, ma da quando ho visto Cristian
Zaccardo e Simone Barone campioni del
mondo (con tutto il rispetto per gli uomini e i professionisti), posso affermare, senza timore di essere smentito, che il Mondiale può vincerlo chiunque. Il favorito
numero 1 è il Brasile, anche se ha contro
la statistica: il c.t. vincente, in questo caso
Felipão Scolari, non riesce mai nel bis. Ma
le statistiche sono fatte per essere cambiate. C’è la solita Spagna, c’è la Germania
che tra le prime quattro arriva quasi sempre, c’è l’Argentina che, però, mi sembra
forte davanti ma non eccezionale dietro.
Poi c’è l’incognita, la sorpresa che rende
il calcio affascinante. Si attende un’africana in semifinale. Si attende dal Camerun
del 1990 che ci andò vicinissimo.
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1950-2014. Dopo oltre
sessant’anni il Mondiale
torna in Brasile per la sua
ventesima edizione. Prima
di scendere in campo, ecco
alcuni dati e curiosità che ci
aiuteranno a seguire meglio
gli azzurri nella loro missione verdeoro.
Ma quanto hanno speso?
La stima parla di 14 miliardi di dollari (il più costoso di
sempre) per la realizzazione
ex novo o ristrutturazione
degli stadi e la costruzione
di altre infrastrutture (ferrovie, aeroporti, autostrade). Prima di oggi il record
apparteneva a Germania
2006 (6 miliardi di dollari).
31 giorni di full immersion
su Sky, Mediaset Premium
e Rai. Qui si potranno
seguire tutte le partite della
nazionale azzurra.
La gara inaugurale (Brasile
- Croazia) si giocherà giovedì 12 giugno all’Arena di
San Paolo, il nuovo stadio
del Corinthians, realizzato
per l’evento. La finale, il 13
luglio, al mitico Maracanã.
Lo stadio di Rio De Janeito
era stato inaugurato per
l’edizione del 1950. Alla
finale (Brasile-Uruguay 1-2)
erano presenti quasi 200
mila spettatori convinti di
partecipare a una festa e
che invece si ritrovarono in
mezzo alla tragedia. Al termine del match molti brasiliani impazziti per il dolore
si suicidarono. Il giorno
dopo la terribile sconfitta i
giornali brasiliani titolarono
Un Mondiale per uomini duri. Mai
come quest’anno i giocatori sono arrivati stanchi, acciaccati, malaticci al Mondiale. Secondo Sepp Blatter (vedi punto
successivo) si gioca troppo, specialmente in Europa, e la stagione è dispendiosa.
Già sentito, è un serpente che si morde
la coda. Si gioca troppo, si gioca a tutte
le ore, perché così viaggiano i soldi di tv
e sponsor. Giochi di meno, guadagni di
meno. Tutto il resto è un cicaleccio inutile. Comunque, a parte quelli che sono
I GIOCATORI SONO ARRIVATI
STANCHI E ACCIACCATI.
BLATTER DICE CHE SI GIOCA
TROPPO. SOLITA SOLFA:
SI GIOCA SEMPRE PERCHé
COSì VIAGGIANO SOLDI E
SPONSOR. GIOCHI MENO,
GUADAGNI MENO. SEMPLICE
rimasti a casa – ultimi a cadere Ribery e Reus – quelli arrivati qui non stanno benissimo. Da Messi e i suoi conati a
Suarez e il suo ginocchio in via di guarigione, ogni squadra ha i suoi problemi.
Poi ci saranno i cambi di fuso e di clima,
dalla Foresta amazzonica al Rio Grande
do Sul, dove certe sere ti devi mettere il
piumino. Tutte le squadre si attrezzano.
Vincerà chi si reggerà in piedi meglio e
più a lungo.
“Nunca mais”, mai più un
dolore simile. Oggi i posti a
sedere sono “solo” 76.800; i
brasiliani sognano da tempo
di mettere in scena un carnevale fuori stagione.
L’Italia esordirà sabato 14
giugno alle ore 24 contro
l’Inghilterra. Il secondo
match è venerdì 20 alle
ore 18 contro la Costa
Rica. L’ultimo martedì 24,
ore 18, contro l’Uruguay.
In caso di passaggio del
turno come prima del girone, l’Italia tornerà in campo
domenica 29 alle ore 22;
come seconda, sabato 28
alle ore 22. Quarti di finale
il 4 e 5 luglio; l’8 e il 9 le
semifinali; il 12 la finale pre
il terzo posto; il 13 alle ore
21 la finalissima.
L’inamovibile Sepp Blatter. Il colonnello
di Visp, 78 anni, governa il calcio mondiale dal 1978. È passato attraverso scandali, inchieste, accuse, scivolate (quando
fece l’imitazione di Cristiano Ronaldo in
tv, inimicandosi il Real Madrid). Come
diceva mio nonno: se uno non si muove da dove sta vuol dire che ci sta bene
e soprattutto che a qualcuno conviene
che stia lì. La Fifa, come il Cio, il comitato olimpico internazionale, muove cifre
e interessi mostruosi e solo gli ingenui
possono credere che chi siede in quegli
scranni dorati lo faccia solo per amore
dello sport. C’entrano come sempre, soldi e potere. Basta vedere dove i dignitari
Fifa alloggiano, come si spostano, la vita
che fanno. Sepp Blatter non vuole mollare, ma forse sono quelli che vivono alla
sua ombra che non vogliono novità, non
vogliono Michel Platini che vuole cambiare molte cose. Nel bene e nel male,
Michel è pericoloso. E i cambiamenti,
nel calcio, non sono mai ben visti. Invece
Blatter è il garante del movimento lento,
dell’avanti adagio. La sua fortuna e la fortuna di tutti quelli come lui è che, finché
il pallone rotola, il popolo segue quello. E si disinteressa della politica. Esattamente come sta succedendo ora che il
Mondale è cominciato. Quindi, fuori la
canotta del 1982 e la birra del 2006, fuori la bandiera con lo stemma dei Savoia.
E forza Italia, compagni, amici e bastardi. Sempre e comunque. n
L’ITALIA
CHE LAVORA
Le meraviglie
DEL VETRO
Da nonno Grassi al nipote Alessandro. Una famiglia
di artigiani che si è fatta conoscere grazie a opere
straordinarie che decorano cattedrali e case private
di tutto il mondo. E che nella bottega milanese
custodisce i segreti di un mestiere millenario
U
Questo si scopre entrando nella
bottega milanese del maestro vetraio Alessandro Grassi. Basta aprire la porticina
e scendere pochi scalini per trovarsi in uno scrigno prezioso, custode di ricordi e
segreti artigiani che risalgono alla fine del 1800: «L’attività di famiglia è iniziata con mio
nonno Alessandro che da giovane partì alla volta della Francia per studiare alla scuola
delle Belle Arti di Parigi. Un giorno decise di far visita alla famosa Cattedrale di Chartres,
non molto distante dalla capitale, e lì s’innamorò delle sue vetrate, bellissime e famose
in tutto il mondo. Quella visione lo folgorò». Alessandro è un ragazzo sveglio. Comincia
a studiare il metodo francese per realizzare quei gioielli in vetro e la sua determinazione
lo spinge a suonare il campanello di una ditta che gestiva la manutenzione delle vetrate di Chartres: «Riuscì a farsi assumere – racconta il nipote Alessandro – e quel lavoro
gli cambiò la vita. Le vetrate di Chartres sono come quelle del Duomo di Milano: hanno
bisogno di restauri e sopralluoghi continui. Fu proprio grazie al lavoro di manutenzione che imparò tecniche innovative e le portò in Italia». Il nonno Grassi apre una fabbrica
di vetrate giovandosi dell’esperienza d’oltralpe: «Aveva lavorato con i pittori più famosi
dell’epoca e conosceva alla perfezione la tecnica francese: vetro soffiato a bocca, tirato a
mano e grisagliato a gran fuoco, come facevano nel periodo gotico».
Alessandro insegnò l’arte al figlio Florindo che nel 1947, al termine della Seconda
Guerra mondiale, riprese l’attività cominciata dal padre: «Io ho iniziato a frequentare
il laboratorio quando avevo 10 anni. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio affian-
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na piccola porta spesso può nascondere un tesoro.
Nella foto grande,
il maestro vetraio
Alessandro Grassi
(77 anni) al lavoro.
Suo nonno
Alessandro, dopo
aver appreso
i segreti del
mestiere in Francia,
lavorando alle
vetrate della
cattedrale
di Chartres,
ha aperto la sua
bottega a Milano
alla fine del
XIX secolo
cavo mio padre». Oggi Alessandro ha 77 anni e la sua
intera vita l’ha trascorsa in questa bottega. A raccontare dei suoi lavori e dei suoi successi sono le pareti,
colme di premi, riconoscimenti, foto che raccontano
di imprese titaniche, spesso dall’altra parte del mondo: «Questo lavoro mi ha regalato le più grandi soddisfazioni che un uomo possa ricevere, dall’Ambrogino
d’oro alla realizzazione delle vetrate della Cattedrale
di Singapore. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire il rumore di 4 mila persone che battono le mani il
giorno dell’inaugurazione».
Spiegare l’arte del maestro vetraio è tutt’altro che
scontato: «Il lavoro è equamente diviso tra una forte
componente artistica e una tecnica. La mia è un’arte
applicata: la parte pittorica è importante per i progetti, le decorazioni, le realizzazioni; ma la parte tecnica è altrettanto indispensabile perché si tratta di scegliere il vetro colorato, assemblarlo, tagliarlo e legarlo. È un mestiere dove la manualità è fondamentale, ma se mancano testa e cuore il risultato non sarà
mai perfetto». Il curriculum del signor Grassi è pressoché infinito, come lunghissima è la lista delle opere realizzate: «Ho creato le vetrate per otto cattedrali cattoliche in giro per il mondo e ho rappresentato
spesso l’Italia all’estero. Noi sottovalutiamo quanto
l’artigianato made in Italy sia amato nel mondo. Tutti vogliono un prodotto italiano nelle loro chiese, nelle ville, nei musei».
La formazione dei ragazzi
Tra le esperienze che Alessandro ricorda con maggiore trasporto c’è l’insegnamento: «L’Unione Europea
mi ha chiesto di tenere un corso di vetrate artistiche
della durata di sei mesi. Ho accettato molto volentieri
e ho formato 18 ragazzi. È stata una bellissima esperienza. Com’è facile immaginare, per questo lavoro
non esistono scuole e l’arte s’impara solo dagli artigiani». Il tono cambia improvvisamente e da allegro e
vivace si fa serio, segno che si è toccato un tasto dolente: «Ormai da anni non faccio altro che ripetere ai
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L’ITALIA CHE LAVORA
Sopra, una vetrata dell’arcivescovado di Milano.
A sinistra, in alto, la vetrata della cattedrale
Abidjan di San Paolo in Brasile; sotto, quella
realizzata per il duomo di Singapore
miei colleghi che è necessario aprire le botteghe e
fare spazio ai giovani. Loro rappresentano il futuro
dell’artigianato. Nel 2000 sono stato eletto presidente del comitato direttivo dell’“Artigianato in Fiera”
di Milano – lo sono stato anche nel 2001, nel 2013 e
lo sarò anche nel 2014 – e nei miei discorsi d’inaugurazione ho sempre parlato della necessità di tramandare la nostra arte alle nuove generazioni. Ai politici
ripeto senza sosta d’incentivare la creatività dei nostri
giovani e di permettere loro d’imparare un mestiere».
E cioè creare le condizioni che permettano agli arti-
«ho lavorato coN i detenuti di san vittore
e bollate. sono riuscito a formare uno
di questi. ora ha avuto il permesso di uscire e
ha aperto la sua bottega. È un buon inizio»
giani di formare i ragazzi e ai giovani di frequentare i laboratori: «Io non voglio niente, non voglio essere pagato ma non posso sostenere costi. Sono più che
felice d’insegnare i trucchi del mestiere ai giovani che
vengono qui, se sono bravi diventeranno miei dipendenti o riusciranno ad aprire una propria azienda,
se non lo sono capiranno di non avere la stoffa per
diventare artigiani, ma avranno comunque avuto un
primo approccio con il mondo del lavoro. In Italia ci
sono un milione e mezzo di artigiani, se a ognuno di
noi fosse permesso di avere anche solo un dipendente da formare a costo zero toglieremmo dalla strada
milioni di ragazzi disoccupati».
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La formazione per Alessandro è importantissima
e la sua voglia di tramandare le sue conoscenze lo ha
spinto sino alle porte di alcune carceri lombarde: «Ho
collaborato con la casa circondariale di San Vittore
e con Bollate. In quest’ultimo carcere ho conosciuto
un detenuto. L’ho seguito, l’ho formato, gli ho fornito del materiale e adesso è diventato abbastanza bravo da poter fare da solo i suoi lavori. Lui ha trovato
nelle vetrate artistiche una ragione per andare avanti. Adesso ha avuto il permesso di uscire e ha messo
su una ditta, fa delle piccole cose, ma è felice. Questo
è un buon inizio. Il mio prossimo obiettivo è iniziare
una collaborazione con i detenuti di Opera, dove di
recente ho restaurato alcune vetrate. Il mio approccio è semplice: proietto i miei lavori, cerco di catturare l’attenzione dei detenuti e poi gli do del materiale
per poter fare dei lavoretti e incentivarli a dedicare le
loro energie a questo lavoro».
La quarta generazione
Oggi con Alessandro lavorano circa quindici dipendenti, «e sono fortunato perché continua la tradizione familiare. C’è mia figlia Barbara e il mio genero.
I nipoti sono ancora piccoli ma il gene familiare promette bene: chissà che un giorno non decidano di
imparare il mestiere». Passeggiare nella bottega Grassi significa immergersi nella storia: ci sono vetrate
del 1500, eredità del nonno, e lavori recenti, in bilico
tra il sacro e il profano, tra il restauro e l’opera inedita. «Mettere le mani sulle vetrate antiche ti fa rendere
conto della maestria di chi ti ha preceduto. Nel 1300
non c’era la chimica, non c’era la corrente elettrica
eppure sono nate opere straordinarie. Bisogna prendersene cura con rispetto e amore, perché in loro sono
custodite le gesta dei personaggi che le hanno create». Alessandro ha avuto la responsabilità di restaurare le vetrate del Duomo di Como e di Milano: «Il vescovo di Como si è commosso quando è salito sul ponteggio per vedere il lavoro ultimato. Prima le vetrate erano nere per il fumo delle candele e noi siamo riusciti a
riportarle allo splendore iniziale. Di Milano ho ricordi
bellissimi. Quando ho restaurato le sue vetrate ho avuto la fortuna di prendermi cura della storia sacra della mia città. Quando visito il Duomo con i miei nipoti
sono orgoglioso di potergli raccontare di aver contribuito a preservare la bellezza di questo tesoro».
Paola D’Antuono
STILI DI VITA
CINEMA
dall’expo al mose. cambiare si può
Fuori i ladri dai grandi progetti
PRESA D’ARIA
di Paolo Togni
L
e recenti vicende collegate al Mose, con la lunga catena di arresti e incrimina-
zioni, sollecitano risposta all’interrogativo: è possibile realizzare grandi opere senza incorrere in reati e corruzioni? Certo vi posso dire che è stato possibile in passato, e deve essere possibile anche per quegli interventi (Expo, Mose),
che sono i primi di grandezza significativa dopo oltre cinquant’anni di immobilismo delle istituzioni. Ricordo che per ritrovare gli ultimi grandi lavori occorre risalire a quelli per le Olimpiadi del 1960, che rifecero Roma e le permisero di sopportare lo sviluppo impetuoso che ha avuto fino al 2006. I lavori realizzati furono
molti e importantissimi: il Villaggio Olimpico, la Via Olimpica, il viadotto di Corso Francia, il Palazzo dello Sport, il Palazzetto, i Lungotevere, il Muro Torto, il Velodromo, la sistemazione dello Stadio Olimpico e del Flaminio, la Via dei Papi, le
sponde del Lago d’Albano e la funicolare; a Napoli i porticcioli, le strutture per
la vela e lo Stadio San Paolo; l’aeroporto di Fiumicino. E scusate se è poco. Tutte queste attività furono svolte senza dar luogo a rilievi degli organi di controllo;
solo per l’aeroporto una manovra politica interna alla Dc causò una commissione di inchiesta che si concluse con le più ampie assoluzioni. Per il Mose all’origine dei problemi sta la legge 789/84, che stabilì la concessione automatica e senza gare di tutti i lavori in laguna
IL CASO DELLE OLIMPIADI DI
ad un soggetto privato, il Consorzio Venezia Nuova, garante
ROMA DEL 1960 DIMOSTRA CHE,
Quando vogliamo, noi italiani con il suo consociativismo degli
equilibri politici ed economici.
facciamo cose straordinarie.
Sull’operatività di questa strutIl problema SONO I delinquenti tura sarebbe interessante ascolche si infiltrano per fare
tare il senatore Zanda, che ne
fu presidente dal 1986 al 1995,
gli affari propri
quando la lasciò per andare a
presiedere l’agenzia per il Giubileo, operante secondo norme straordinarie.
Al di là dei confronti con le realtà attuali, varrà la pena notare che i lavori per
le Olimpiadi vennero .svolti senza far ricorso a norme emergenziali; che stazione
appaltante per i lavori fu sempre lo Stato, direttamente o tramite i suoi uffici od
organi ordinari; che i lavori furono completati in meno di tre anni; che gran parte degli stessi sta ancora svolgendo egregiamente le proprie funzioni; che la città
di Barcellona, per le Olimpiadi del 1992, colà celebrate con straordinario successo, dichiarò espressamente di volersi ispirare al “modello Roma”. Quando vogliamo, noi italiani siamo molto bravi e facciamo cose straordinarie. Il problema è costituito dai delinquenti che si infiltrano per fare gli affari propri. Non dico con la
mannaia, ma bisogna trovare il modo di farli fuori.
tognipaolo@gmail.com
HUMUS IN FABULA
SOSTENIBILITà
Cloros e Avsi in aiuto
del Mozambico
Cloros, società italiana specializzata in servizi alle aziende dedicati alla sostenibilità, presenta
il progetto “Improvement Cooking Stoves in Maputo”, realizzato con il contributo tecnico della sua partecipata Carbon Sink,
spin-off dell’Università degli Studi di Firenze. Questa importante iniziativa, resa possibile gra-
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zie alla collaborazione con Avsi,
prevede la distribuzione di 15
mila sistemi di cottura efficienti a 7.500 famiglie che vivono
in due quartieri di Maputo, capitale del Mozambico. La durata complessiva del progetto,
iniziato a gennaio di quest’anno, sarà di 7 anni. Le popolazioni locali usano sistemi altamente inefficienti che bruciano
carbone per la cottura dei cibi. I nuovi piani di cottura utilizzeranno la metà del carbone a
parità di cibo preparato. La finalità dell’iniziativa è quella di
migliorare le condizioni di vita
e di salute della popolazione lo-
3 days to kill,
di McG
Un Kevin Costner
da riscoprire
A Parigi, un ex agente della Cia è diviso tra il difficile rapporto con la figlia
adolescente e la caccia ai
cattivi.
Onesto film di genere che
sbanda pericolosamente
nel finale. Ha due cose molto buone: Kevin Costner, attore sfigatissimo ma capace, castigato da Hollywood
che non gli ha mai perdonato il flop di Waterworld,
per anni ha vivacchiato tra
comparsate in pubblicità, b
movie e poco altro. Qui lui
funziona in un ruolo autoironico e muscolare (la con-
HOME VIDEO
Sotto una buona stella,
di Carlo Verdone
Dolce e amaro
Dopo la morte della ex moglie,
un uomo di mezza età si ritrova in casa i figli che non vedeva da anni.
Commedia dolceamara scritta e
diretta da Verdone. Fa molto ridere, specie sul finale e per i siparietti con la Cortellesi, molto
in gamba. E l’idea di fondo è bella: partire dal dramma più duro per poter riscoprire le cose
essenziali della vita, come i figli. Peccato solo per i soliti difetti: personaggi scritti con la mano
sinistra, regia sciatta, confezione
che ricorda la soap opera.
cale, riducendo le emissioni di
Co2 provocate dalla combustione di carbone e diminuendo al
contempo le morti per avvelenamento di gas tossici e incendi, tra le prime cause di decesso
per le donne nel paese. Grazie
all’utilizzo di questa tecnologia
sarà possibile ridurre fino al 50
per cento il consumo di biomassa usata per cucinare, eliminando l’immissione in atmosfera
di circa 3 tonnellate di anidride carbonica all’anno per ogni
famiglia. In termini economici,
questo si traduce in circa 190
dollari di risparmio annuo per
le famiglie locali nell’acquisto di
carbone; ma soprattutto significa una drastica riduzione degli
effetti nocivi delle inalazioni dei
fumi derivanti dalla combustione del carbone e una diminuzione dei processi di deforestazione e di degradamento forestale
grazie al minor bisogno di legna per la produzione di carbone. La distribuzione dei nuovi sistemi di cottura, che finora ha
coinvolto circa 5 mila famiglie,
è affidata ad Avsi, presente in
Mozambico dal 2000 e qui impegnata nel settore dell’educazione e del sostegno ai giovani
nei quartieri poveri della zona
Sud della capitale.
UN MIX DI DUE LIBRI
trofigura ha fatto gli straordinari). E poi colpisce anche
la confezione e di livello, firmata Luc Besson e la sua
EuropaCorp, la casa di produzione francese che cerca di fare cinema all’americana con soldi europei. Lo
spunto della vicenda è un
riciclo continuo: c’è la Cia,
rappresentata da quella
personcina carina di Amber
Heard, il tumore che fa tanto
Breaking Bad, un cattivissimo inquietante e due attrici
in gamba come la Steinfeld e
Connie Nielsen piuttosto sottoutilizzate. visti da Simone Fortunato
COMUNICANDO
ZOOMARINE
Se la scienza si
impara al parco
Il Parco zoologico di Torvajanica, in provincia di Roma, ha
scelto di comunicare le sue attività attraverso una nuova formula: quella della sensibilizzazione del pubblico più giovane
su temi d’interesse scientifico.
In questo senso recentemente si sono tenuti nel Parco due
appuntamenti che hanno visto
Il coraggio
di bussare
Il regista McG
MAMMA OCA
di Annalena Valenti
D
ue libri che, a modo loro, sviluppano una qualità essenziale per
ogni cosa che riguardi un bambino: il coraggio, cioè “ho cuore”. Due
libri “striscia” da appendere; due strisciate che pretenderebbero un posto
permanente vicino a te; due libri per attraversare la vita con coraggio. Mi viene
un po’ da ridere a metterli insieme. Enzo Mari disegnò e costruì L’altalena nel
1961, un libro che è una striscia orizzontale ma che è anche la riduzione, a due
dimensioni (e di prezzo) di uno splendido gioco di legno “Sedici animali”, progettato da Mari nel 1957. Un libro senza
parole, con animali che si avventurano
sull’asse d’equilibrio della vita, curve
che si incontrano, spigoli che si respingono, caos che si ricompone, sempre
sull’altalena, coraggio in azione, nessuno che scende. Vicino alla striscia orizzontale dell’ultimo che dichiara «sono
comunista», potete appendere quella
verticale del primo che dichiara coraggio in Bussando al cuore di Dio (Piccola casa editrice, 2014). Sopra la strisciata di preghiere giornaliere – niente di
spiritualmente personalistico da relegare nel proprio buco intimo, ma classiche preghiere consegnate a tutti dalla
tradizione millenaria – campeggia una
frase di papa Francesco: «Una preghiera
che non sia coraggiosa non è una vera
preghiera. Ma bisogna chiedere, cercare e bussare. Sappiamo bussare al cuore
di Dio?». Appesi insieme, chi ha il coraggio di bussare o di salire sull’altalena?
mammaoca.com
la partecipazione di oltre 4 mila bambini, “Frutta nelle scuole” e la “Giornata mondiale degli
oceani”. “Frutta nelle scuole” è
un programma europeo per aumentare il consumo di frutta e
verdura da parte dei più piccoli
e ad attuare iniziative che supportino corrette abitudini alimentari. Durante la giornata è
stata distribuita frutta fresca a
tutti i bambini delle scuole che
hanno partecipato al progetto. Inoltre, l’equipe scientifica di
Zoomarine (www.zoomarine.it)
ha fornito ai bimbi alcune semplici, ma fondamentali, regole
sulla sana e corretta alimenta-
zione. Si è svolta invece domenica scorsa la giornata dedicata alla conservazione del mare
e delle sue creature. La struttura zoologica ha accolto i visitatori con una serie di attività
pensate per celebrare la Giornata Mondiale degli Oceani e
per sensibilizzare il pubblico più
giovane sulle tematiche di cui
il Parco da sempre si occupa. I
biologi del Dipartimento di Zoomarine si sono messi a disposizione dei piccoli visitatori con
laboratori didattici sulla biologia marina rispondendo a domande e a curiosità.
Giovanni Parapini
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PER PIACERE
DA SERGIO, ROMA
Una carbonara autentica
e abbondantissima
IN BOCCA ALL’ESPERTO
AMICI MIEI
LIBRI/1
«Non chiedere alla
voce di mentire»
Un esordio poetico
Lo scrittore Claudio Magris l’ha
definita una «poesia strana, imprevedibile e intensa, che colpisce a fondo. Quella luce blanda, quella prudente luna e quel
vento crudo e tutto quel senso d’intrepido fissare il volto e
lo sgomento della vita s’incidono fortemente. Come d’altronde
quei neri meriggi e quegli inverni velieri veramente s’imprimono nella memoria». L’Estro delle maree (Interlinea edizioni,
51 pagine, 14 euro) costituisce
l’esordio poetico di Alessandro
Turci, nato a Sanremo il 7 ottobre 1970 ma formatosi tra Milano, Parigi e Berlino. Un assaggio di poesia «imprevedibile e
intensa» lo si trova subito nei
versi di “Al largo”: «Di blanda
luce l’ovest si colora/ dei tanti giorni amati senza scelta/ che
infrangono sui moli e negli intarsi// scavando al mio coraggio una dimora./ L’anima cede,
un fuoco l’ha divelta/ e sorpresa nel gesto di privarsi». E da
questi pochi versi è ben visibile quali sono state per l’autore
le fonti d’ispirazioni: la Liguria,
la classicità, il fascino di un certo ermetismo e, naturalmente,
il mare. Accanto ai dieci sonetti
notturni che compongono questa prima raccolta, Turci propone brevi prose che vogliono
svelare in controluce la filigrana dei versi. Così come le dieci
chine dell’artista argentino Héctor Navarrete che affiancano
ogni poesie e che costituiscono
un laconico e al tempo stesso
evocativo controcanto. Una sola
nota per chi vorrà leggere queste pagine: questi versi chiedono d’essere ascoltati con un impegno: «Non chiedere alla voce
di mentire/ i suoi ricordi».
di Tommaso Farina
R
oma.
Trattoria. Carbonara. Il trinomio sembra difficilmente scindibile. E allora perché non abbandonarsi al luogo comune più romanesco che ci sia? E per giunta non lontano
da Campo de’ Fiori, dal suo famoso mercato (ormai carissimo) e
dal flusso inesorabile del turismo. Già in vicolo del Vento potreste
osservare un’accattivante uscio aperto, che vi mostrerà un budello pieno di tavolini. Ma attenzione: non è da lì che si entra. L’ingresso è in vicolo delle Grotte, lì a sinistra. E la nostra trattoria, Da
Sergio, è comunemente chiamata infatti Sergio alle Grotte. L’interno stesso sembra un po’ una grotta: ma una grotta da hobbit,
ospitale e accogliente, anche se ruspante. Qui non è posto da eccessive finezze. Volete il vino? Avrete una ventina di bottiglie, indicate per vitigno, senza allusione a produttori o tantomeno annate. Volete mangiare? Nel menù, i piatti di tradizione.
In questi posti non si viene certo per l’antipasto, tuttavia quello cosiddetto “all’italiana” comprende salumi, verdure, formaggio, frittatine e altro. Qui però si viene per la carbonara, di grande autenticità, impiattata con gli spaghetti, in una gran porzione:
uovo giustamente cremoso ma non crudo, guanciale morbido e
croccante insieme. Un suggerimento: chiedete di non mettere
tanto formaggio grattugiato, come usano fare qui, e l’apprezzerete ancor di più. Se no: amatriciana, cacio e pepe, penne all’arrabbiata, tutto il repertorio “de Roma”.
Di secondo, le polpette al vino bianco, semplici, popolari. Magari con un po’ di cicorietta. O una fettina di vitella, lo spezzatino, l’abbacchio a scottadito, la coratella. Per dessert, dolci vari o,
incredibile, la frutta fresca, roba che un sacco di ristoratori quasi
si vergognano di offrire.
Conto di rara onestà, circa 35 euro, per mangiare discretamente nel cuore della Città Eterna. Servizio verace, alla mano
ma assolutamente educatissimo e cordiale con tutti, ivi compresi i turisti, indirizzati da qualche guida estera che una volta tanto non sbaglia.
Per informazioni
Da Sergio
Vicolo delle Grotte, 27 – Roma
Tel. 066864293
Chiuso la domenica
LIBRI/2
Storia di una famiglia
dal podere nelle
Marche alla città
«Cari genitori, abbiamo comprato una macchina nuova.
Per ora la guida solo Giovanni, ma forse imparerò a guidarla anch’io. Qui infatti anche le
donne guidano e la gente va al
lavoro in macchina». Quando a
casa arriva la lettera della cugina Jole che vive in Australia
Nino comincia a fantasticare.
Gli echi di quella vita lontana e così diversa da quella che
vive lui, nelle placide campa-
gne marchigiane, non lo lasciano tranquillo. Quando poi la famiglia di Giovanni e Jole viene
in visita al podere dei suoi genitori, nei pressi di Urbania, lui
sfodera il suo inglese, si interessa, fa amicizia con la bella
procugina diciottenne che parla a stento italiano. C’è, in questo episodio narrato quasi alla fine della La Pieve e la sua
gente (Luoghi Interiori, 125
pagine, 13 euro), una chiave
discreta ma decisiva per capire la storia raccontata da Nino Smacchia. Una storia che è
la storia della famiglia di Nino,
ma anche la storia di tante fa-
miglie dell’Italia del Dopoguerra, quando i poderi si svuotano
e le città si riempiono di giovani pieni di sogni e di aspettative. Giovani che magari hanno
dato un taglio netto e improvviso alla loro vita, con quella
decisione tipica della gioventù. Così fa Nino il giorno che
decide di partire per Milano e
quando sul treno vede il paesaggio che scorre via ripensa
alla sua mamma, che ha trattato un po’ male. E al suo babbo,
così testardo (ma anche eroico, lo riconoscerà molto tempo
dopo) nel rimanere attaccato
a una terra e a un mestiere da
cui tutti intorno muoiono dalla
voglia di emanciparsi. Ci sono
molti ricordi in questo romanzo, molti aneddoti che faranno commuovere e sorridere chi
oggi è adulto e ha vissuto situazioni simili a quelle narrate da Smacchia. È un racconto
che commuove, ma senza puntare sulla nostalgia del piccolo
mondo che non c’è più. E l’antidoto alla nostalgia è la memoria. Quella che Nino Smacchia
nutre con una storia mite e affascinante.
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motorpedia
WWW.RED-LIVE.IT
A CURA DI
DUE RUOTE IN MENO
BMW Concept Roadster
Sempre più protagonista con modelli ad alto impatto emotivo, Bmw ha presentato al Concorso di eleganza di Villa d’Este
una concept bike che anticipa la nuova nuda sportiva con motore boxer. Il motore è lo stesso che equipaggia la R 1200 GS, ossia il bicilindrico Boxer raffreddato a liquido da 125 cv di potenza. Attorno a questa vera icona della produzione motociclistica
tedesca è stata disegnata una moto essenziale ma decisamente aggressiva. Il modello che presumibilmente arriverà alla produzione di serie non potrà essere tanto estremo, ma Bmw ci ha
abituato nel recente passato a una straordinaria fedeltà tra con[sc]
cept e moto definitiva. 42
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CONSUMI RIDOTTI, COMFORT E TANTO SPAZIO
NELL’ABITACOLO E NEL BAGAGLIAIO
Con Suzuki il Suv parla la
lingua del pragmatismo
T
anto spazio, posto di guida in posizione rialzata, bassi consumi. Suzuki ha puntato molto sulla S-Cross,
modello che si è inserito di diritto tra le Suv compatte più interessanti del momento. Un segmento sempre più combattuto, dove la sfida si gioca a colpi di utilità
e di consumi allettanti. Sì, parlare di consumi su un Suv
o un crossover non è più un tabù, soprattutto se il crossover in questione è una Suzuki S-Cross, che abbiamo sottoposto a una prova lunga un mese intero, in cui al volante si sono alternati driver di ogni tipo, su percorsi di ogni
genere. Oltre 5.000 km la percorrenza totale, per un’auto
che ha dimostrato di sopportare senza troppi patemi la vita intensa di una prova di durata. Più pragmatica che lussuosa, la Suzuki S-Cross non si fa mancare nulla: l’interno è tipico delle vetture giapponesi, con tanta qualità nei
materiali e un design senza troppi fronzoli. Questo non
significa povertà di allestimento:
la Suzuki S-Cross la S-Cross in prova, infatti, poteva
non si fa mancare contare su climatizzatore bizona,
nulla: l’interno cruise control, connessione Blueè tipico delle tooth con comandi al volante, divetture giapponesi, splay centrale con funzione di nacon tanta qualità vigatore, radio (anche questa con
nei materiali comandi al volante) e telecamera
e un design senza posteriore, oltre a presa Usb e certroppi fronzoli chi in lega.
È una crossover, la S-Cross, che
nella versione 2 ruote motrici si avvicina più a una stradale che a una Suv. Il comportamento dinamico è ottimo, degno di una station wagon tradizionale: rollio e
beccheggio sono limitati e il motore mostra buone doti di ripresa e accelerazione anche quando viene utilizzato con marce alte. Sulle lunghe distanze il comfort è
apprezzabile: dopo qualche minuto di riscaldamento, infatti, il 4 cilindri 1.6 Multijet made in Fiat non si fa sentire particolarmente nell’abitacolo; i fruscii aerodinamici,
poi, sono contenuti. Con la S-Cross, in definitiva, si viaggia bene, perché alla velocità Tutor (ormai la tipica velocità autostradale) il motore non vibra, gira silenzioso e il
comfort a bordo è ottimo. Da 440 a 875 litri la capacità,
del vano bagagli con schienali alzati o abbassati. E il consumo? La Suzuki ci ha sorpreso, con percorrenze parziali
spessissimo sopra i 20 km/litro e poco sotto questa soglia
ad andatura autostradale. Il consumo cumulato dopo oltre 5.700 km è stato di 18.7 km/litro, un risultato ottenuto nonostante la prova si sia svolta su una varietà assoluta di percorsi, in differente condizioni di carico e senza
attenzioni volte a limitare la richiesta di carburante.
Stefano Cordara
Il vano bagagliai della Suzuki va da 440 a 875 litri
con schienali alzati o abbassati
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ACTA
MARTYRUM
IL QUARTO ANNIVERSARIO DELL’OMICIDIO
Il sacrificio di Padovese
nella terra bagnata
dal sangue dei cristiani
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DI LEONE GROTTI
«S
e oggi mi si chiedesse: sei contento di essere dove sei? Risponderei certamente di sì.
Le difficoltà non hanno ridotto, ma anzi aumentato l’amore per questa Chiesa piccola ma importante. È facile amare
quando tutto va bene e funziona, eppure tutti sappiamo che l’amore si misura
nella prova». Sono queste le parole quasi profetiche che monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, ha
rivolto ai pochi fedeli della chiesa turca
quattro giorni prima di essere assassinato a Iskenderun. La scorsa settimana si è
celebrato il quarto anniversario della sua
morte, avvenuta il 3 giugno 2010 per mano del suo autista musulmano, Murat Altun. Il vescovo è stato ucciso in casa sua:
i medici che hanno effettuato l’autopsia
hanno trovato coltellate su tutto il corpo, otto al cuore. Prima di morire, Padovese è riuscito a raggiungere la soglia
di casa per chiedere aiuto. Poi il suo assassino lo ha sgozzato, è salito sul tetto
della casa e ha gridato: «Ho ammazzato
il grande satana! Allahu Akbar». Nessuno sa con precisione perché Altun l’abbia ucciso. L’autista è stato condannato a
15 anni di carcere nel 2013 e durante il
processo ha addotto motivazioni diverse
e contrastanti per il suo gesto: se alla polizia aveva accennato a una «rivelazione
divina», ai giudici ha parlato di un rituale islamico, poi ha confessato di essere
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infermo mentalmente e infine ha citato
un presunto rapporto omosessuale con il
vescovo. Dopo la condanna ha dichiarato: «Sono pentito per avere ucciso monsignor Luigi, l’ultima persona che nella
vita mi poteva fare del male. Ma in quel
momento non ero padrone di me stesso». Nonostante i giudici abbiano escluso
qualunque collegamento tra l’omicidio e
l’appartenenza all’islam di Altun, al processo la sua famiglia l’ha continuamente
incitato: «Dio è con te».
Prima che pastore in terre difficili, Padovese, milanese figlio della Chiesa ambrosiana, ordinato sacerdote nel
1973 con i cappuccini, è stato un importante teologo e patrista. Dal 1982 fino al 2009/2010 ha insegnato in diverse
università e realtà accademiche come la
Pontificia Università Antonianum, l’Istituto Francescano di Spiritualità, la Pontificia Università Gregoriana e l’Alfonsianum. Già da ricercatore aveva conosciuto
e amato la Turchia, terra che ha dato i natali a san Paolo e dove per la prima volta i seguaci di Gesù sono stati chiamati “cristiani” ad Antiochia. Quando nel
2004, a quasi 60 anni, è stato nominato
vicario apostolico dell’Anatolia, ha accettato il nuovo incarico «con grande entusiasmo e fervore, spendendosi generosamente per la sua nuova missione con un
impegno unanimemente riconosciuto»,
ha scritto il cardinale Angelo Scola, uni-
«È FACILE AMARE QUANDO
TUTTO VA BENE. MA L’AMORE
SI MISURA NELLA PROVA».
IL MOTTO EPISCOPALE
SCELTO ERA “IN CARITATE
VERITAS”: «SONO POCHE
PAROLE MA ESPRIMONO IL
MIO PROGRAMMA. RICERCARE
LA VERITà NELLA STIMA E NEL
RECIPROCO VOLERSI BENE»
to a Padovese da un profondo legame di
amicizia, nella prefazione del libro La verità nell’amore. Omelie e scritti pastorali di monsignor Luigi Padovese (edizioni
Terra Santa, 2012).
Padovese conosceva bene le difficoltà
della sua nuova missione. Ai suoi fedeli
scriveva nell’ottobre del 2005: «Tra tutti
i paesi di antica tradizione cristiana, nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che noi calpestiamo è stata
lavata con il sangue di tanti martiri che
Luigi Padovese è stato
ordinato sacerdote
nel 1973. Nel 2004,
a quasi 60 anni è
diventato vicario
apostolico dell’Anatolia
(Turchia). È stato ucciso
il 3 giugno 2005 dal
suo autista personale
di fede islamica.
Sopra, il libro La verità
nell’amore. Omelie
e scritti pastorali
di monsignor
Luigi Padovese
hanno scelto di morire per Cristo». L’ultimo in ordine di tempo era sicuramente don Andrea Santoro, il sacerdote romano ucciso il 5 febbraio 2006 nella chiesa
di Trabzon mentre era raccolto in preghiera. In occasione del primo anniversario della sua morte, Padovese disse: «Chi
ha pensato che uccidendo un sacerdote
avrebbe cancellato la presenza cristiana
da questa terra, non sa che la forza del
cristianesimo sono proprio i suoi martiri… Preghiamo per il suo giovane assassino. La forza del nostro perdono e della nostra preghiera lo aiuti a capire che
l’amore è più forte della morte».
Nel secondo anniversario della morte di don Santoro, cosciente di essere lui
stesso in pericolo, Padovese disse durante
una Messa: «L’assassinio di un mio sacerdote, il ferimento di un altro, le intimidazioni ricevute, l’abbandono del sacerdozio di un giovane e poi le difficoltà di
gestire una realtà molto piccola ma complessa, mi hanno pesato e a volte mi tolgono la tranquillità e il sonno. C’è poi il
timore che all’improvviso uno o più pazzi, come è avvenuto ultimamente a Malatya, compia qualche gesto folle. Questa
situazione vincola ancora i miei movimenti perché mi rendo conto che ormai
tutto è possibile».
Il dialogo con le altre fedi
Ma nonostante queste difficoltà non ha
mai pensato di abbandonare la Turchia.
Anzi, era convinto dell’importanza di essere presenti come comunità cristiana:
«Il primo passo nel diventare cristiani
si fonda nell’incontro di uomini che vivono da cristiani convinti. Se, come è avvenuto nei decenni passati, accettassimo
come cristiani di non comparire, restando una presenza insignificante nel tessuto del paese, non ci sarebbero difficoltà,
ma rendiamoci conto che, come sta avvenendo in Palestina, in Libano e soprattutto in Iraq, è una strada senza ritorno che
non fa giustizia alla nostra storia in questi paesi nei quali il cristianesimo è nato
e fiorito, e che non farebbe giustizia alle
migliaia di martiri che in queste terre ci
hanno lasciato in eredità la testimonianza del loro sangue».
Alla testimonianza, monsignor Padovese ha sempre affiancato il dialogo, soprattutto con i fedeli musulmani. Il motivo che lo spingeva al dialogo è contenuto
nel suo motto episcopale, In Caritate Veritas, che lui spiegava così: «Ispirandomi
al grande figlio di Antakia e poi vescovo di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo, ho scelto come motto episcopale:
In Caritate Veritas – La verità nell’amore. Sono poche parole ma esprimono il
mio programma di ricercare nella stima
e nel reciproco volersi bene la verità. Se
è vero che chi più ama, più si avvicina
a Dio, è anche vero che per questa strada ci avviciniamo al senso vero della nostra esistenza, che è un vivere per gli altri. Del resto la porta della felicità si apre
solo dall’esterno. Su questa convinzione si fonda anche la mia volontà di dialogo con i fratelli ortodossi, quelli di altre confessioni cristiane e con i credenti
dell’islam».
La vita e la morte di Luigi Padovese
hanno portato frutto. Almeno a giudicare dai suoi funerali, che si sono tenuti in
una cattedrale di Iskenderun colma di
persone. Ai cattolici si sono uniti non solo i fedeli e le autorità della Chiesa ortodossa, ma anche i responsabili e il popolo musulmano della zona.
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LETTERE
AL DIRETTORE
La redazione è sessuata
e disposta ad assumere
un vasto programma
M
i permetto di offrire la mia analisi di ultrasessantacinquenne che ha cominciato a interessarsi alla politica a 12 anni non ancora compiuti, in
occasione delle elezioni del 1958 (in cui, precoce “populista reazionario”, tifavo per il Pmp di Lauro, per il quale mio
padre Guido Guerra era candidato al Senato nel collegio di
Volterra). In Italia esiste, direi da sempre, un’area, sociologica prima ancora e più che politica, definibile – con un linguaggio forse ormai abbastanza discutibile, visto che risale a Parigi 1789 – “di centrodestra”.
È un’area eternamente alla ricerca
d’una classe politica che la rappresenti nelle istituzioni, e che viene regolarmente tradita dai politici a cui si affida. Accadde così nel 1948, quando
s’affidò, ancora maggioritaria, alla Dc
di De Gasperi, e n’ebbe come risposta
il “quadripartito”. Dieci anni dopo, in
qualche modo ancora maggioritaria,
anche se divisa in più partiti, sembrò
alle soglie del potere con la formazione del governo Tambroni nel 1960;
ma bastarono poche urla e sassate di
quattro teppisti dell’estrema sinistra
perché la Dc se la facesse nei calzoni
e ci regalasse, pochi anni dopo, il primo governo di centrosinistra. Si risvegliò, in qualche modo, nel 1970, sottoscrivendo circa il triplo delle firme
necessarie alla richiesta di referendum per l’abrogazione del divorzio, e
dando alle elezioni di due anni dopo
– elezioni anticipate indette solo per
rinviare il referendum, non ci fu nessuna crisi di governo realmente motivata – la maggioranza parlamentare ai
due partiti che avevano votato contro
la Fortuna-Baslini. La risposta dei politici fu ancora quella di tergiversare,
tirando fuori cavilli procedurali – incomprensibili per un profano del diritto come me – così da fare svolgere il
referendum solo nel 1974, quando ormai i partiti divorzisti avevano saputo riprendere il controllo del proprio
elettorato e, forse, dopo che molti
elettori missini e democristiani avevano approfittato della legge per “lega-
lizzare” le proprie situazioni familiari irregolari. In tempi più vicini a noi,
dopo il “terremoto” di Tangentopoli, che aveva lasciato il vuoto nell’area
della vecchia maggioranza pentapartitica, Berlusconi riuscì a riempire, in
qualche modo, quel vuoto, si dice con
un programma tratto da un sondaggio d’opinione, condotto col metodo
del rilevamento dell’“audience” televisiva (!). Programma, in realtà, mai attuato; secondo lui, per il “boicottagdi Fred Perri
COSE CHE CAPITANO ANCHE AI MIGLIORI
I
l caso Barbara Spinelli scuote la sinistra italiana. Il
fatto è noto, bastardi, e se non è noto ve lo rammento. La Barbara animatrice di Girotondi, Popoli viola, fucsia, Libertà e giustizia e, in definitiva,
maître à penser dell’antiberlusconismo militante, si
era candidata con Tsipras come richiamo (per le allodole?). Insomma, catturo un pacco di voti che al Ma-
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rio Rossi qualsiasi non andrebbero mai e poi mi faccio
da parte. Solo che al momento di cedere la cadrega,
ha detto no, guardate, compagni e amici (pure lei),
su spinta di altri compagni (basta, c’ho il copyright),
ho deciso di andare a Bruxelles o Strasburgo o dove fischia è il coso. Apriti cielo. L’hanno attaccata in ogni
modo, l’hanno accusata, pure da sinistra, vergogna, di
Foto: Ansa
Questa volta devo spezzare una cadrega
in difesa di Barbara Spinelli (e Prandelli)
redazione@tempi.it
gio” dei suoi alleati di governo; ma,
forse, perché era il suo programma
più o meno come lui era il “primo ministro ideale” per noi, povera e residua “destra cattolica”? Chi sa risponda. Oggi siamo di nuovo nel vuoto
totale; eppure quest’area – quasi certamente non più maggioritaria, perché erosa e corrotta dal degrado del
costume, a cui anche le tv di Mediaset
hanno dato un contributo non indifferente – esiste ancora. Va risvegliata, ricostruita, rimotivata a partire dal
basso, dalle singole persone. Tempi,
a mio modesto parere, potrebbe avere la capacità di “ri-coagulare” queste persone. Il centrodestra, in Italia,
non è un partito, e neanche una coalizione, auspicabile più che possibile.
È un’area sociologica, prima e più ancora che “politica”. La “rifondazione”
d’una realtà che possa rappresentarla
nelle istituzioni può avvenire solo dal
basso; Tempi potrebbe proprio essere lo strumento aggregante, lasciando chiaramente i “politici di mestiere”
al loro destino, in obbedienza alle parole di Nostro Signore: «Lasciate che i
morti seppelliscano i morti». Giulio Dante Guerra via internet
Il programma non è poi così vasto
come sembrerebbe a questo punto
della sua condivisibile e intelligente
analisi storica. Anche per questo resistiamo in questa trincea e ci permettiamo di insistere presso amici,
parenti, lettori e abbonati: o ci sostenete voi o, l’avrete capito anche
voi, rimarrà in piedi solo un regimetto di nominati dalle cancellerie,
presidiato dalla grande editoria corriva con un’idea di Italia serva.
GRANDI GESTI E PICCOLI SEGNI DI VITALITÀ CRISTIANA
Il Papa, Peres, Abu Mazen e Colui
senza il quale non possiamo fare nulla
CARTOLINA DAL PARADISO
di Pippo Corigliano
S
ono passati alcuni giorni ma l’incontro del Papa con Shimon Peres e Abu Mazen
non è un evento ordinario da dimenticare. Ancora una volta la logica cristiana
dimostra la sua solidità rispetto alle vittorie effimere del laicismo. Il Papa ha
costruito l’incontro sulla roccia solida della preghiera: senza l’aiuto di Dio non possiamo far nulla. In secondo luogo ha messo in rilievo il coraggio necessario per la pace: occorre avere la forza di superare il criterio degli interessi materiali e dello spirito
di vendetta. La violenza è una debolezza. Siamo agli antipodi della mentalità dominante, nata dalla riforma protestante e dallo spirito della rivoluzione francese, che
considera l’uomo fattore di se stesso e che vuole la giustizia oggi e adesso usando metodi violenti (dalla ghigliottina alle guerre del Novecento). Questa mentalità ha creato l’idea dello scontro di civiltà con il mondo musulmano (Occidente contro Islam)
ma già Giovanni Paolo II si sottrasse a questa logica con l’incontro di Assisi. Ora papa
Francesco prosegue quest’opera affermando lo spirito evangelico che porta frutti duraturi di pace. Qualcosa sta cambiando. Lo vediamo anche nella mentalità dominante nel nostro paese: piccoli segni di vitalità dello spirito cristiano anche nei media.
Don Matteo fa incetta di ascolti in tv, una suora fa recitare il Padre Nostro in una trasmissione popolare. In politica si fa strada il desiderio di onestà e di affidabilità. Piccoli segni di una primavera che nasce dalla preghiera.
Riguardo all’articolo sul Ryland, la povera “bambina trans a cinque anni”,
pubblicato su tempi.it, vorrei segnalare che dovremmo smettere di parlare
di “genere”, almeno noi, e cominciare
a parlare di “sesso”. Altrimenti cadiamo nella loro trappola. E poi, quando
si parla di una donna come la psichiatra Federica Mormando, perché non
indicarla come “la Mormando” anziché con il solo cognome come si fa
con gli uomini? In fondo la lingua ita-
liana non la possono cambiare i dittatori del gender, alias del marxismo
mascherato, questa volta, da perversione per distruggere l’uomo come
volevano Marx e il suo degno succes
sore del Reich…
Gabriella Salerno via internet
Signora, lei è molto e forse troppo
severa con l’unica redazione (probabilmente in tutto l’Occidente)
sessuata.
Foto: Ansa
SPORT ÜBER ALLES
pontificare sull’Italia con domicilio a Parigi, sulla rive gauche (veramente non lo so, dove sta, ma una così
per principio, a droite non ci abita certo).
Ma dai, che banalità, che miseria. In fondo c’è una
consolazione, in tutto questo: anche i migliori hanno
il mito della cadrega, del “posto”. Guardate Prandelli, ha fatto le convocazioni in modo da non scontentare nessuno per conservare il suo. E poi chi è senza
peccato scagli la prima pietra. Non certo io. Alle elezioni universitarie, un millennio fa, feci la stessa cosa. Mi misi in lizza per attirare voti, poi, quando finii
primo, col cazzo che mollai lo scranno. Vai Barbara,
ego te absolvo.
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taz&bao
La Grecia
è vicina
«L’Italia è un paese di grande storia e civiltà che
purtroppo è stato lasciato indietro dagli altri. Penso
che i problemi dell’Italia siano molto simili a quelli
della Grecia, cioè un’eccessiva democrazia e un welfare
troppo alto che rendono meno efficienti i servizi
pubblici e meno ordinata l’amministrazione politica.
(…) Anche la Cina soffre molto per fatti di corruzione.
Trovo che per l’Italia l’inefficienza sia un problema più
grave della corruzione».
Zhang Lihua
direttrice del Centro di ricerca sui rapporti tra Cina ed Europa,
Università di Pechino, Corriere della Sera, 10 giugno 2014
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| Foto: Corbis
MISCHIA
ORDINATA
TRA I SOGNI E LA DURA REALTà
Chi sale, chi scende, chi resiste
Giù dal trono la vita diventa lieta
di Annalisa Teggi
«e più e men che re era in quel caso» (Purgatorio, canto X)
G
ossip vuole che la bellissima Angelina Jo-
lie abbia detto che farà un film in cui
interpreterà Cleopatra. E ha aggiunto:
«È uno di quei personaggi in cui senti di dover mettere tutta te stessa e poi senti di dover dire la parola fine. È un modo per finire
in grande stile. Chi altro potrei fare dopo di
lei?». Sì, se potessimo trattare la vita come un
copione cinematografico chi di noi non vorrebbe un finale in grande stile. Intanto anche
un re in carne e ossa ha fatto
una dichiarazione importan- LA JOLIE CHIUDERà CON CLEOPATRA. CARLOS ABDICA.
te: re Juan Carlos di Spagna ha ELISABETTA D’INGHILTERRA NO. Il buio più profondo
abdicato. C’è chi immagina di È guardare il mondo dalle torri del proprio regno
congedarsi dalle scene salendo
al trono, c’è chi nella realtà si congeda scen- dell’esilio; invece, cronologicamente, l’anno
dello smarrimento di Dante coincide col modendo dal trono.
Poi c’è chi resta e resiste sul trono: Elisa- mento storico del suo massimo successo polibetta d’Inghilterra, la quale, proprio contem- tico: il 1300, quando ricoprì la carica di Priore.
poraneamente ai progetti regali di Angelina Lui ci dice, quindi, che il suo momento «più
Jolie e a quelli più realistici di re Juan Carlos, regale» fu una parentesi di nebbia; poi dalla
è trionfalmente andata in carrozza alla Ca- botta violenta dell’esilio nacque la commedia
mera dei Lords per fare il suo annuale Que- di sua vita, cioè si spalancò un’ipotesi di vita
en’s Speech. È il discorso della Regina, even- comica perché umile e umiliata e, col tempo,
to in cui la sovrana espone il programma lieta. Lieta forse anche solo perché capì (brudell’ultimo anno di governo. Il cerimoniale talmente) che solo quando si scende dal trono,
prevede che la regina entri nella Camera dei si comincia a far sul serio. Il buio più pericoloLords e si sieda sul Gran Trono; poi il funzio- so non è il dolore o la sofferenza, ma l’illusionario noto come Black Rod va a chiamare i ne distorta di quando si guarda il mondo dalComuni. Ma per simboleggiare la loro indi- le torri altere del proprio regno.
Un indizio è quel retrogusto amaro che
pendenza dalla Corona, la porta della Camera viene tradizionalmente chiusa in faccia al tutti abbiamo sentito nei piccoli e grandi mofunzionario, fino a quando lui non bussa con menti di trionfo. Sì, per una volta ce l’hai
il suo bastone. Solo allora i Comuni lo seguo- fatta. E allora? E poi? Quante volte, invece,
no e vanno a disporsi sul lato opposto della «siamo stati da re» in attimi assolutamente banali – per non dire assurdi – e magari
sala rispetto al trono.
Ecco, se potessi trattare la vita come un conciati in modo pietoso. Come il biblico re
film, preferirei mettere nei titoli di coda qual- Davide, che Dante vede nel Purgatorio ritratche momento in cui è stata sbattuta la porta to in un altorilievo, mentre danza con la vein faccia alla mia – presunta e presuntuosa – ste alzata per accompagnare la traslazione
regalità. Quelle volte in cui qualcosa o qual- dell’Arca della Santa Alleanza; ed è in una
cuno mi ha fatto scendere dal piedistallo. Si posa tutt’altro che regale (si agita e mostra le
tende a pensare che il momento storico del- gambe), eppure – proprio allora – il poeta afla propria vita a cui Dante dà il nome di «sel- ferma che meno egli si mostrava impeccabile
va oscura» corrisponda alla triste parabola più era davvero re.
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