Su "Giustizia. Il nostro bene comune” di Michael Sandel
Alessandro Del Ponte
Gli eventi drammatici e complessi che affollano l’attualità impongono una riflessione sul
significato del termine “giustizia” e sull’opportunità di investire la politica del compito di
perseguire il bene comune. Giustizia di Michael Sandel propone una possibile soluzione per
mettere ordine nel caos economico, politico e morale dei nostri tempi.
Minacce alla Grande Moderazione
Le cronache degli ultimi mesi riempiono di orrore e sgomento i lettori delle prime pagine dei
quotidiani. Quello che pareva il sogno multiculturale, un felice e ineluttabile destino per
larghe fasce di popolazione sparse per i cinque continenti, si sta trasformando nel peggiore
degli incubi in aree di mondo sempre più ampie. La deriva di odio interrazziale, interreligioso
e interculturale appare talmente inarrestabile che persino il Papa ha sentito la necessità di far
ricorso alla tremenda locuzione “Terza Guerra Mondiale”. Siria, Iraq, Palestina, Israele,
Ucraina e Libia sono focolai in rapida espansione, in cui la pur precaria o apparente
convivenza di un tempo è stata brutalmente sostituita da carneficine, decapitazioni, genocidi,
torture e stupri di massa. Episodi salienti come l’abbattimento del volo MH17 da Amsterdam
a Kuala Lumpur o la decapitazione del giornalista americano Foley, debitamente documentate
per far tremare le vene ai polsi anche dei più imperturbabili, hanno mostrato all’Occidente che
non si tratta più della classica polvere da spazzare sotto il tappeto. Si tratta di una concreta
messa in discussione di un modello di civiltà improntato alla Grande Moderazione1, in
materia di diritti civili come di politica e di economia. Che certi episodi abbiano sempre
riguardato anche la nostra società, sebbene in maniera forse più silenziosa, ce lo ricordano gli
abusi che troppo spesso la polizia americana compie nel suo (duro) lavoro contro il crimine,
esercitando la dubbia arte del racial profiling. Ogni tanto ci scappa il morto, ed ecco che la
tragedia quotidiana della segregazione razziale strisciante e dell’esclusione di fatto, se non di
diritto, diventa improvvisamente materia di pubblica indignazione.
Relegare le personali convinzioni etiche, religiose e culturali nella sfera privata: questo
l’antidoto che la società moderna sembrava aver trovato per sconfiggere l’atavica natura
umana, così propensa alle divisioni fratricide in una tensione intertribale perpetua per il
controllo delle menti, dei cuori e del territorio. Libera Chiesa in libero Stato, e via dicendo.
Severe punizioni per una catenina con una croce appesa al collo di una giovane donna
francese, come esempio di divieto di mostrare qualsivoglia simbolo religioso in pubblico.
L’etica economica del laissez-faire trapiantata, di peso, in materia politica e morale, purché
ciò non danneggi il prossimo (almeno in apparenza). La rinuncia ad un progetto politico,
economico e morale di ampio respiro e di lunga durata, perché l’iniziativa – dal partner in
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Il termine “Grande Moderazione” è stato utilizzato dall’ex governatore della Federal Reserve, Ben
Bernanke, per descrivere la politica monetaria della Fed nell’ultimo decennio, che ben si sposa con la saggezza
convenzionale in materia di politica economica e public policy degli ultimi anni nelle democrazie occidentali.
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camera da letto alla politica industriale – va lasciata ai singoli. Un saporito cocktail di
utilitarismo e libertarismo spinti all’ennesima potenza.
L’Europa e la Grande Moderazione
Senza rievocare necessariamente eventi sanguinosi e immagini cruente, la rinuncia ad una
matrice politico-culturale di forte portata si riflette anche nel decision-making a livello
europeo. “Federate i loro portafogli, federerete i loro cuori”, predicava Jean Monnet per
l’Europa Unita del futuro. Per il momento, oltre ai portafogli, ad essere federati sono
prevalentemente i panni sporchi. La logica della Grande Moderazione prevale anche nei
gangli dell’Europa che conta: assediata da varie crisi umanitarie e politiche dall’esterno, e
minacciata di implosione dallo iato allarmante che si registra tra Stati Membri del Nord e del
Sud da un lato e tra generazione X e baby-boomers dall’altro, la nostra Europa non trova
niente di meglio da fare che smarrirsi inseguendo logiche rigorosamente spartitorie nelle
nomine per i suoi top-jobs, invece che selezionare il meglio che il Continente ha da offrire.
Perdendo, peraltro, tempo prezioso, mentre i vari ISIS e Putin non stanno certo ad aspettare, e
gli Stati Uniti hanno ripreso a correre e si fanno beffe di noi. Si tratta di una logica
intergovernativa e per lo più oligarchica in cui il Consiglio Europeo è il vero luogo dove si
prendono le decisioni – e in cui la Germania, apparentemente suo malgrado, ha potere di veto
insindacabile – che relega il Parlamento al consueto ruolo di utile comparsa e va a tutto
svantaggio dell’operato della Commissione. Quest’ultima, additata a spauracchio della
democrazia, ma in realtà l’ultimo baluardo che rimane all’Europa per programmare il futuro a
lungo termine e difendere gli interessi dei più deboli, si ritrova, puntualmente, con le armi
spuntate. Ben lo dimostra il caso Frontex – Mare Nostrum: per fronteggiare il problema dei
clandestini ci vorrebbe molta più Europa, ma la Commissione è costretta a fermarsi ai
complimenti e a dare conforto morale. Perché la dotazione di uomini e mezzi dell’agenzia
Frontex è del tutto inadeguata, e i governi degli Stati membri, in tempi di crisi e di populismo
galoppante, hanno pensato bene di tagliare i fondi al bilancio europeo. Salvo poi additare
l’Europa – e la Commissione in particolare – come il vero colpevole. Il (forse unico)
salvatore che diventa capro espiatorio. Un po’come i Giudei, che crocifiggono Cristo e
liberano Barabba.
Rileggere Sandel: alla ricerca del bene comune
In questo contesto talora disarmante, può venire in soccorso del lettore più disilluso Giustizia,
un recente saggio di filosofia politica. L’autore, Michael Sandel, è il celebre filosofo politico
di Harvard noto per il suo affollato corso undergraduate su giustizia ed etica nella società
moderna, disponibile anche online all’indirizzo www.justiceharvard.org/. Giustizia. Il nostro
bene comune (Feltrinelli, 2010), in poco più di 300 pagine di ammirevole scorrevolezza,
accompagna il lettore in un viaggio lungo le teorie morali più significative prodotte
dall’uomo, che culmina nella “chiamata alle armi” per tornare ad ascrivere alla politica il suo
vero ruolo: la discussione sull’idea di bene comune e di che cosa significhi vivere una vita
virtuosa. Dall’utilitarismo al libertarismo, passando per Kant, Rawls e senza dimenticare
Aristotele, Sandel ha il pregio di presentare le varie dottrine filosofiche nel modo più chiaro e
oggettivo possibile, senza tuttavia appiattirsi sulla logica scolastica del libro di testo. Per
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Sandel lo studio della filosofia deve essere ben calato nella realtà: l’opera abbonda di esempi
concreti dell’applicazione del pensiero dei filosofi considerati. Per lo più, tali esempi sono
ricchi di humour, rendendo la lettura facile e scorrevole. Tale lungo excursus filosofico,
tuttavia, è finalizzato ad un obiettivo ben preciso: sostenere l’ideale aristotelico di ricerca del
bene comune e del perseguimento della virtù nella vita e nel discorso pubblico.
Una rivoluzione copernicana rispetto al misero spettacolo offerto da decenni di relativismo
morale, turbo-liberismo economico, deregulation e annacquamento delle differenze tra
popoli, religioni e culture. Siete dei globetrotter? Monumenti e lingua a parte, recarsi nelle
grandi metropoli europee, americane o asiatiche non equivale più a immergersi in
un’esperienza necessariamente esotica per il viaggiatore. Stessi megastore, stessi brand,
stesso cibo (!), stessa moda, stessa musica, stessa tecnologia, stesso ordine costituito (entro
certi limiti). Ormai anche la politica economica e monetaria viene concertata a livello globale.
Sia ben chiaro: la critica di Sandel non è rivolta alla globalizzazione – fenomeno inevitabile e
intrinsecamente positivo, benché non del tutto scevro di effetti collaterali nel breve periodo –,
né è mossa dal pulpito di un intellettuale della destra repubblicana e conservatrice. Si tratta,
piuttosto, della ricerca di una terza via rispetto alla dominanza di benessere e libertà nel
discorso pubblico, che conduce, secondo l’autore, ad un impoverimento del dibattito e ad uno
smarrimento della rotta, cosa che rende la nave vulnerabile.
L’utilitarismo messo alla prova
Può sorgere il legittimo sospetto che tale società uniforme, e uniformemente moderata,
richieda concetti di giustizia e moralità comuni; non solo per sopravvivere e prosperare, ma
anche per soffocare i residuati medievali che ancora popolano le cronache del Terzo
Millennio. I fanatici e i califfi di turno.
L’utilitarismo sembrerebbe un candidato par excellence per rivestire questo compito. Il
filosofo morale di Harvard – Joshua Greene, autore del celebrato Moral Tribes: Emotion,
Reason, and the Gap Between Us and Them – propende per questa ipotesi, sostenendo che è
la felicità la valuta morale comune che stiamo cercando: l’unica moneta spendibile in tutto il
mondo, la cui Banca Centrale è il profondo pragmatismo, nient’altro che un nome più
elegante per definire l’utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill. Un utilitarismo
mondato da ogni irrealistico paradosso filosofico, come quello della mitica città di Omelas, la
città utilitaristica della felicità, in cui le regole del gioco sono chiare: felicità e benessere
garantiti per tutti, a patto che una bambina, innocente, se ne stia rinchiusa in una torre a patire
sofferenze indicibili. Lo strazio di un solo innocente che paga per la salute, la gioia e la libertà
di tutti.
Sandel non è convinto che l’ideale di giustizia possa essere compiutamente definito
dall’utilitarismo: per quanti benefici possa portare, il sacrificio di un innocente resta
ingiustificabile. La giustizia non può essere questione di mera contabilità materiale, né è
ammissibile cercare di uniformare il metro di valutazione, perché si perdono le differenze
qualitative tra i beni umani.
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Un esempio cruento portato dall’autore consiste nella storia vera di quattro marinai alla deriva
per settimane in mare aperto. Come sopravvivere? Uno di loro, il più giovane, cade nella
tentazione di bere acqua di mare per dissetarsi; le sue condizioni di salute si deteriorano
irrimediabilmente in breve tempo. Per pietà, i suoi compagni hanno resistito ad ogni istinto di
cannibalismo; ora, però, l’orologio biologico sta ticchettando, e lo spettro della morte per
fame incombe sui quattro. Ecco che tre di loro decidono di ammazzare il più giovane e
cibarsene. Poco tempo dopo, tuttavia, una nave di passaggio raccoglie i superstiti. Una volta
scoperte le modalità della loro sopravvivenza, una corte di giustizia inglese li processa e
condanna.
Occorre tenere presente che questi casi non sono certo astratti o irrealistici come si vorrebbe
far credere: trade-off economici dalle considerevoli conseguenze morali sono all’ordine del
giorno, tanto per il decisore privato che per quello pubblico. Meglio spendere milioni di euro
per incrementare la sicurezza di un’acciaieria o accettare il “danno collaterale” di vittime
innocenti che, prima o poi, subiranno inevitabilmente le conseguenze di una mancata azione?
Ancora: è preferibile allocare risorse per un miglioramento delle strutture ospedaliere o per
l’educazione stradale? I mezzi sono scarsi per definizione, pertanto prendere una decisione
salverà delle vite da un lato, ma ne sacrificherà alcune dall’altro, che se ne sia pienamente
consapevoli o meno.
In realtà, la critica che Sandel muove nei confronti dell’utilitarismo ha dei limiti di età: la
letteratura psicologica e neuroscientifica recente ha mostrato che il nostro concetto di moralità
in questi dilemmi è correlato a quello, innato, di avversione all’inflizione di dolore al
prossimo. Lasciare morire un malato senza le cure appropriate perché si tagliano i fondi alla
sanità è percepito come legittimo; immorale avvelenarlo; buttarlo giù dalla finestra della
camera d’ospedale lo è, se possibile, ancora di più. Si tratta della cosiddetta “ipotesi di miopia
modulare”.
Una lezione importante da portare a casa: il nostro senso morale è frutto di milioni di anni di
affinamento evoluzionistico, e i meccanismi che ne regolano le convinzioni sono prettamente
biologici e, di conseguenza, osservabili e studiabili, specie con l’avanzamento delle tecniche
strumentali a nostra disposizione, come le risonanze magnetiche funzionali (fMRI), il cui
primo prototipo è stato inventato alla Stony Brook University nei primi anni Settanta. Un
dibattito compiuto sulla giustizia, pertanto, è difficilmente scindibile da tali considerazioni,
che tengono aperta la possibilità che le persone compiano effettivamente valutazioni morali
basandosi su principi di ispirazione utilitarista, in un certo senso. La ricerca della
massimizzazione del benessere materiale del maggior numero di individui si intreccerebbe,
infatti, con quella della minimizzazione del costo morale per raggiungerlo, e dell’ottenimento
del giusto mix di benessere materiale e morale.
L’inammissibilità del libertarismo come metro di giustizia
Dopo aver concluso che l’utilitarismo e la massimizzazione del benessere materiale non
possono assurgere a stelle polari del nostro dibattito pubblico, Sandel esamina le istanze
libertarie. Benché l’autore conceda che il libertarismo riesce a superare il primo limite, vale a
dire l’idea che la giustizia possa essere materia computabile, e riconosca la necessità di
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pensare ad essa come a qualcosa di non negoziabile, egli non ritiene che l’ideale libertario
della giustificabilità di ogni giudizio morale possa essere accettabile.
Invece che limitarsi a permettere a ciascuno di coltivare il proprio ideale di giustizia e
perseguire qualsivoglia obiettivo per se stesso e per la propria comunità di riferimento, Sandel
sostiene con forza un cambiamento di rotta verso un dibattito pubblico che abbia il coraggio
di mettere al centro della discussione il significato di giustizia e il perseguimento di uno
specifico ideale di bene comune, necessariamente in conflitto con altri.
Ergersi a detrattori di tale visione del mondo può apparire semplice. Una prima obiezione
discende dall’ovvia considerazione che la società occidentale moderna è diventata
rapidamente multiculturale, e tenderà ad un’ibridazione via via maggiore. Come verrebbe
recepito il tentativo di imporre un pensiero unico, per quanto possa essere aristotelico e
illuminato, a comunità egregiamente eterogenee? Non è forse meglio favorire l’iniziativa
personale, per quanto “strani” possano essere i suoi obiettivi, finché essa non infligge danni
alla comunità? Sandel risponde a questa obiezione affermando che il compito della politica è
più alto e nobile: deve essere un discorso sulla πόλις e, come tale, favorire l’incontro e lo
scontro civile di opinioni diverse, per definire infine una rotta comune da seguire, scelta su
base democratica, e nel rispetto di principi universali.
Quali principi? Si potrebbe controbattere. Non è forse meglio fare un passo indietro e lasciare
libera scelta, entro i limiti pur necessari di uno “Stato minimo”? Sandel osserva acutamente
che qualunque giudizio che coinvolga l’ideale di giustizia implica una presa di posizione. Il
libertarismo, pertanto, altro non sarebbe che l’ennesimo pensiero unico che, nella sua pretesa
della libertà per tutti, e a tutti i costi, in realtà impone una ferrea dottrina sulla collettività,
spesso a svantaggio dei più deboli e degli ultimi. Un esempio? L’aborto. I suoi sostenitori
attaccano i detrattori accusandoli di non rispettare la libertà di scelta (choice) della donna, e
affermando la loro piena convinzione di essere in una posizione di ammirevole neutralità.
Sandel sconfessa tale impostazione: i cosiddetti pro-choice sono tutto fuorché neutrali. Essi,
infatti, non considerano il feto come un essere umano dotato di status morale, respingendo, tra
le altre, la dottrina della Chiesa cattolica, oltre che le scoperte di una buona parte di mondo
scientifico. Non a caso, gli ospedali abbondano di obiettori (pro-life). E’ evidente che una
presa di posizione implica un giudizio morale e un’idea ben precisa di giustizia. Alla faccia
della dottrina libertaria e dell’homo faber suae quisque fortunae.
I principi che Sandel fa propri sono quelli della riduzione delle diseguaglianze, della tutela
degli svantaggiati e dell’avanzamento della società nel suo complesso, nel rispetto delle sue
componenti, ma anche con il coraggio di compiere delle scelte nette. La strategia di evitare il
dialogo sui principi per non offendere la sensibilità di alcuno porterebbe in realtà
all’esasperazione delle differenze, a medio termine, e avrebbe come diretta conseguenza lo
scoperchiamento del vaso di Pandora. Un po’ quanto sta accadendo ai nostri giorni su
molteplici scenari internazionali.
Per una politica alla ricerca del bene comune
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Poiché la società odierna – in particolar modo quella americana – ha abbracciato in maniera
sempre più incisiva un mix tra il modello utilitarista e quello libertario, Sandel ne invoca il
progressivo abbandono, a vantaggio di una politica aristotelica basata sul perseguimento del
bene comune. In particolare, l’autore individua quattro temi al centro della nuova politica.
Innanzitutto, il sacrificio per la collettività come base di partenza per la condivisione
consapevole dell’ideale di cittadinanza, con un’accresciuta attenzione e il dovuto rispetto per
tutto ciò che è pubblico. Mutua solidarietà, sia tra individui di censo diverso che
intergenerazionale, per sviluppare il senso di appartenenza a una singola collettività.
In secondo luogo, l’identificazione dei limiti morali dei mercati. L’idea che tutto ciò che
esiste può essere oggetto di transazione commerciale, così come la mercificazione degli ideali
o del corpo umano, deve diventare soggetto di attento scrutinio collettivo. Si pensi al caso
scottante dell’utero in affitto: posto che sia moralmente ammissibile, può esserci un prezzo
per questo? Più in generale, l’autore mette in guardia rispetto alla mercatizzazione delle
norme sociali. Mettere il cartellino del prezzo a consuetudini sociali che appartengono
tradizionalmente alla sfera della gratuità può essere pericoloso, sia perché distrugge le norme
sociali, sia perché tornare indietro può essere molto difficile e costoso. Come ha dimostrato
Dan Ariely, l’economista comportamentale della Duke University, mettere un prezzo alla
puntualità può rendere le persone ritardatarie croniche, o chiedere a un amico di spostare dei
mobili da una stanza all’altra può diventare impresa che si paga assai salata.
Terzo, la riduzione delle disuguaglianze come punto di partenza per condividere la solidarietà
necessaria alla condivisione della vita democratica. L’allargarsi della forbice tra ricchi e
poveri, segnalata dall’indice di Gini in un numero crescente di Paesi occidentali, conduce alla
ghettizzazione sociale e alla conduzione di vite completamente diverse da parte dei cittadini di
una medesima società. Com’è possibile che essi possano contribuire in modo incisivo alla vita
comune in misura proporzionale? La democrazia, invece che essere arricchita
dall’aristocrazia, rischia di essere spazzata via dalla plutocrazia.
Infine, l’appello per l’impegno morale dei cittadini come base per una società giusta. Benché
lo slancio di Sandel si limiti ad uno speranzoso idealismo, ci sono buoni motivi per supportare
quest’ultimo punto. La moderna filosofia morale, grazie all’apporto critico di psicologia
evolutiva e neuroscienza, sta gettando luce sul ruolo intrinsecamente prosociale della
moralità. Con un caveat: moralità prosociale non come mero comportamento altruistico o di
avversione all’inflizione di dolore al prossimo. Piuttosto, come strumento evoluzionistico di
conservazione e proliferazione del singolo e, al tempo stesso, della sua comunità di
riferimento. La logica di riferimento sarebbe quella, evoluzionisticamente egoistica, della
sopravvivenza infragruppo e della competizione per il predominio intergruppo.
In altri termini, dobbiamo ricordarci di essere in uno scenario evoluzionisticamente
competitivo. Se rinunciamo alla nostra idea di moralità nel discorso pubblico, lasciamo spazio
all’iniziativa altrui. Nel rispetto dei principi universali, abbiamo il dovere morale di prendere
posizione, altrimenti sarà qualcun altro a farlo. E l’“altro” potrebbe chiamarsi ISIS.
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Alessandro Del Ponte è PhD student di Political Psychology alla State University of New
York at Stony Brook e membro della National Honor Society for Public Affairs and Administ
ration Pi Alpha Alpha.
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